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Gli autori

WILBUR SMITH è l’autore contemporaneo più venduto in Italia, con oltre 26


milioni di copie. I suoi romanzi nascono da una profonda conoscenza
personale del continente africano e di molti altri luoghi dove l’autore è
vissuto. È nato nel 1933 nella Rhodesia del Nord (l’attuale Zambia), ma è
cresciuto e ha studiato in Sudafrica. Si è dedicato a tempo pieno alla narrativa
dal 1964. Dopo i primi romanzi, usciti senza particolare successo presso altri
editori italiani, nel 1980 la casa editrice Longanesi pubblica Come il mare,
affermando Smith presso una vasta comunità di lettori. Sarà il primo di 38
best seller avvincenti che spaziano dall’Asia all’Africa alle Americhe e
dall’antico Egitto ai giorni nostri, oggi veri e propri classici del genere. Tra i
suoi romanzi più letti ed evocativi: Il dio del fiume, Il settimo papiro, La
legge del deserto, Come il mare, Il dio del deserto, Il leone d’oro e L’ultimo
faraone.

www.wilbursmith.it
www.wilbursmithbooks.com

TOM HARPER è lo pseudonimo di Edwin Thomas, scrittore inglese che ha


vissuto in Germania, Belgio e Stati Uniti prima di trasferirsi definitivamente
in Inghilterra per studiare storia presso il Lincoln College di Oxford e
dedicarsi alla letteratura. Nel 2011 ha vinto il premio assegnato dalla Crime
Writers Association. I suoi romanzi sono stati tradotti in più di dieci lingue.
Il suo sito è www.tomharper.co.uk
www.longanesi.it

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PROPRIETÀ LETTERARIA RISERVATA


Longanesi & C. © 2017 – Milano
Gruppo editoriale Mauri Spagnol

ISBN 978-88-304-5021-9

Titolo originale
The Tiger’s Prey

Progetto di copertina: Claire Ward © HarperCollinsPublishers Ltd 2017


Foto © Shutterstock
Elaborazione grafica di Andrea Falsetti / Cahetel

Copyright © Orion Mintaka (UK) Ltd 2017


Wilbur Smith asserts the moral right to be identified as the author of this work
First published by HarperCollinsPublishers 2017

Prima edizione digitale novembre 2017

Quest’opera è protetta dalla Legge sul diritto d’autore.


È vietata ogni duplicazione, anche parziale, non autorizzata.
IL GIORNO DELLA TIGRE
Dedico questo libro
a mia moglie, Niso,
che illumina la mia vita
giorno e notte.
Ti amo più di quanto le parole
possano esprimere.
La Dowager era troppo invelata. Una tiepida brezza monsonica sferzava
l’oceano, punteggiandolo di creste bianche che scintillavano nella luce del
sole, alto nel cielo color zaffiro. Vele di gabbia e velacci erano talmente gonfi
da rischiare di strapparsi. Lo scafo appesantito si dibatteva fra le enormi onde
dell’Oceano indiano. La nave stava fuggendo per cercare di mettersi in salvo.
Il comandante Josiah Inchbird era in piedi sul cassero a osservare, a
poppavia, la nave che li inseguiva. Era comparsa all’alba, lunga, bassa e
lucida come un lupo famelico, lo scafo nero costellato di portelli per i
cannoni pitturati di rosso, e stava serrando le distanze.
Controllò l’ammasso di vele che svolazzava sopra la sua testa. Il vento era
rinfrescato e le tendeva al massimo, sforzando le cuciture. Non osava
bordarne molte altre perché avrebbe rischiato la catastrofe. D’altra parte, la
catastrofe era inevitabile se lui non correva quel rischio.
«Mr Evans», disse al primo ufficiale, «tutti gli uomini ad alzare gli
stragli.»
Evans, un gallese dagli occhi infossati prossimo alla quarantina, alzò lo
sguardo verso la velatura e si accigliò. «Con questa brezza, signore? Siamo
quasi al limite.»
«Accidenti a voi, Mr Evans, fatele alzare subito. Sono disposto ad
appendere ai pennoni anche il bucato, se servirà a farci guadagnare un altro
mezzo nodo.»
Inchbird aveva solcato quegli oceani per vent’anni, salendo gradualmente
e a fatica la scala gerarchica mentre uomini meno capaci ma con agganci
migliori lo superavano a ogni piè sospinto. Era sopravvissuto a viaggi in cui
metà dei membri dell’equipaggio erano stati sepolti in mare, avvolti nelle
rispettive brande, nei pestilenziali porti dell’India e delle isole delle Spezie.
Non intendeva certo mettere a repentaglio il suo veliero adesso.
«Cosa state facendo?»
Una voce femminile, pacata e autoritaria, risuonò sul cassero. Alcuni
marinai intenti ad arrampicarsi sulle griselle si immobilizzarono. Anche dopo
tre settimane in mare la visione di una donna in quel settore della nave
rimaneva uno spettacolo molto apprezzato.
Lui si rimangiò l’imprecazione che gli stava salendo alle labbra. «Señora
Duarte, la cosa non vi riguarda. Fareste meglio a rimanere sotto coperta.»
Lei levò lo sguardo verso le vele, i lunghi capelli scuri che fluttuavano nel
vento incorniciandole il viso liscio e olivastro. Era talmente magra da dare
l’impressione che sarebbe bastata una raffica violenta per scagliarla fuori
bordo, ma lui aveva imparato a proprie spese che non era affatto fragile come
sembrava.
«Certo che mi riguarda», affermò lei. «Se perdete questa nave moriremo
tutti.»
Gli uomini li stavano ancora osservando dal sartiame. Evans, il primo
ufficiale, fece schioccare la sferza. «Rimettetevi al lavoro, ragazzi, se non
volete assaggiare la mia frusta.»
Quelli ricominciarono a muoversi con riluttanza. Inchbird sentì la propria
autorità cedere mentre la donna lo sfidava ad abbassare lo sguardo per primo.
«Scendete sotto coperta», le ordinò. «Ho forse bisogno di dirvi cosa fanno
i pirati alle signore che catturano?»
«Bandiera!» gridò la vedetta sulla crocetta. «Stanno esponendo i colori.»
Poi, così forte che sul ponte lo sentirono tutti, aggiunse: «Cristo santo».
Non dovette dire altro. Videro tutti la bandiera nera che garriva sull’albero
di maestra della nave nemica e, un attimo dopo, la bandiera rossa a prua.
Indicava che sarebbe seguita una lotta senza quartiere.

Sulla Fighting Cock il comandante Jack Legrange guardò le bandiere tendersi


nella brezza e sogghignò, pregustando il bottino. Stavano seguendo la nave
da tre giorni, da quando l’avevano avvistata al largo del Madagascar. Era
salpato a tarda stagione, mancando così i convogli che quasi tutti i mercantili
usavano come protezione contro i pirati che infestavano l’Oceano indiano.
Durante la notte la brezza si era attenuata e lui aveva drizzato altre vele,
scommettendo sulla capacità della sua nave di navigare di bolina meglio
dell’altra, più massiccia. La scommessa aveva pagato: ormai distavano
soltanto tre miglia o poco più, e guadagnavano rapidamente terreno.
Osservò il suo veliero, in origine una nave negriera di Bristol che faceva la
spola fra l’Africa orientale e le colonie in America e nei Caraibi. Legrange
era stato il primo ufficiale finché, un giorno, il comandante non lo aveva
sorpreso a rubare e lo aveva fatto frustare. La notte seguente, con il sangue
che ancora gli inzuppava le bende, aveva guidato una banda di ammutinati
partita dal sottocastello e aveva impiccato il comandante alla varea del
pennone di maestra. Avevano portato la Fighting Cock in una piccola baia
deserta, dove avevano abbattuto il castello di prua e il casseretto, eliminato
stiva e paratie e ricavato una dozzina di nuovi portelli per i cannoni su
entrambe le fiancate. Avevano venduto a caro prezzo gli schiavi in salute,
tenendo alcune delle schiave più belle per il loro piacere, mentre quelli
malaticci erano finiti in mare appesantiti da qualche anello di catena, insieme
agli ufficiali e a tutti i membri dell’equipaggio che avevano rifiutato di unirsi
a loro. Ormai era una nave da guerra in tutto tranne che nel nome, una
cacciatrice capace di avere la meglio su qualsiasi preda, a parte i più massicci
Indiamen, i bastimenti della Compagnia delle Indie Orientali.
«Fuori i cannoni di prua!» ordinò. «Vediamo se fila più in fretta, con una
sculacciata.»
«Se alza altre vele perderà gli alberi di gabbia», profetizzò il primo
ufficiale, accanto a lui.
Legrange sorrise. «Esatto!»
I suoi uomini cominciarono a caricare i pezzi prodieri in caccia, lunghi
cannoni da trentadue libbre montati sui due lati della prua. Il servente scese
sotto coperta a prendere un braciere di ferro e diede fuoco ai tizzoni per
scaldare la carica. Volevano la preda e il suo carico intatti, ma Legrange
avrebbe preferito vederla bruciare piuttosto che fuggire.
«E quello, comandante?» chiese il primo ufficiale.
In lontananza, a dritta, un altro veliero si stagliava all’orizzonte. Legrange
lo mise a fuoco con il cannocchiale: era uno sloop affusolato e a poppa rasa
con vele di gabbia e fiocchi a riva. Riuscì a distinguerne l’equipaggio riunito
accanto al parapetto, con gli sguardi rivolti verso di loro. Un uomo teneva un
cannocchiale puntato sulla Fighting Cock. Probabilmente se la sta facendo
nei pantaloni, pensò lui, e sta ringraziando Dio che il pirata abbia una preda
più ricca su cui avventarsi, almeno per il momento.
Ridacchiò e smise di osservare. «Prima chiudiamo la questione con
l’Indiaman, poi raggiungeremo lo sloop per vedere se ha un carico
interessante. Ma per ora non ci darà fastidio.»
Tom Courteney abbassò il cannocchiale. La nave pirata, con la bandiera nera
e quella rossa che garrivano sui colombieri, si ridusse a una sagoma
minuscola sull’orizzonte.
«Il mercantile sta alzando altre vele», commentò. «Potrebbe ancora
seminarli.»
Un lampo di luce balenò a prua della nave pirata e dopo un attimo si sentì
il tonfo di una palla di cannone che si infilava fra le onde.
«Ancora fuori portata», disse l’uomo di colore accanto a Tom, quando un
pennacchio di acqua si sollevò a poche braccia dalla poppa del mercantile.
Era più alto di lui, con le spalle robuste e il viso solcato da una serie di
cicatrici rituali, volute e creste in rilievo tipiche della tribù africana cui
apparteneva. Conosceva Tom sin da quando era bambino e aveva conosciuto
anche suo padre, Hal, eppure non c’era nemmeno una ruga sulla sua pelle
color ebano né si intuiva un solo capello grigio sul suo cranio rasato.
«Non per molto, Aboli. Il pirata fila almeno un paio di nodi in più di
quella grassa scrofa.»
«Avrebbero fatto meglio ad arrendersi. Sappiamo tutti cosa fanno i pirati a
chi resiste.»
Tom guardò dietro di sé. Due donne sedevano sotto un tendaletto sul
castello senza nemmeno tentare di nascondere che stavano ascoltando ogni
parola.
«Immagino che dovremmo lasciarlo al suo destino», affermò in tono
dubbioso.
Aboli sapeva cosa stava pensando. «Quaranta cannoni contro i nostri
dodici», lo avvisò. «E almeno il doppio di uomini.»
«Sarebbe rischioso lasciarsi coinvolgere.»
Una delle due donne si alzò e si posò le mani sui fianchi, con gli occhi
azzurri che scintillavano. Non era bella in senso convenzionale – la bocca
troppo larga, le linee del mento troppo decise e la pelle troppo abbronzata dal
sole tropicale – ma sfoggiava un piglio vivace, un’energia trascinante e
un’espressione intelligente che avevano ammaliato Tom sin dal primo istante.
«Non fare il pappamolla, Tom Courteney», lo stuzzicò. «Non vorrai
lasciare che quei poveretti vengano massacrati dai pirati, vero?» Gli strappò
di mano il cannocchiale. «Credo che ci sia una donna a bordo. Sai bene cosa
le succederà, se i pirati catturano la nave.»
Lui scambiò un’occhiata con l’uomo al timone. «Cosa ne pensi, Dorry?»
Dorian Courteney aggrottò la fronte. Era il fratello di Tom, anche se ben
pochi lo avrebbero indovinato. La pelle era scurita dagli anni trascorsi nei
deserti arabi, portava un turbante sui capelli rossi e ampi calzoni da marinaio
con un pugnale dalla lama ricurva infilato nella cinta.
«Non sta bene nemmeno a me.» Usò un tono disinvolto, ma tutti
conoscevano la triste esperienza che le sue parole sottintendevano: a undici
anni era stato catturato da pirati arabi e venduto come schiavo. Tom aveva
impiegato un decennio per ritrovarlo, dieci anni durante i quali lo aveva
creduto morto, ma nel frattempo Dorian era stato adottato da un benevolo
principe di Muscat ed era diventato un guerriero. Quando i due fratelli si
erano finalmente rincontrati, nel deserto dell’Africa orientale, Tom non lo
aveva nemmeno riconosciuto ed erano stati sul punto di uccidersi a vicenda.
«Non sarà facile, Klebe», lo avvisò Aboli. Klebe era il soprannome che
aveva assegnato a Tom, e nella lingua della sua tribù significava «falco».
Aveva i suoi motivi per odiare i mercanti di schiavi. Alcuni anni prima aveva
preso in moglie due donne della tribù dei Lozi, Zete e Falla, che gli avevano
dato sei figli. Mentre lui era impegnato in una spedizione commerciale,
alcuni mercanti di schiavi arabi avevano attaccato il villaggio e catturato i
suoi abitanti, prendendo come schiavi Zete, Falla e i suoi due figli maggiori,
massacrando i bambini più piccoli: erano troppo giovani e non valeva la pena
di condurli a marce forzate fino ai porti usati per la tratta degli schiavi, sulla
costa orientale.
Aboli e Tom avevano dato loro la caccia in tutta l’Africa, seguendone le
tracce fino allo sfinimento. Quando li avevano raggiunti, avevano liberato
Zete e Falla e i due figli sopravvissuti e si erano vendicati selvaggiamente sui
mercanti di schiavi. Ormai i ragazzi, Zama e Tula, erano quasi uomini,
imponenti come il padre ma ancora privi delle cicatrici rituali sul viso. Tom
era al corrente del loro disperato desiderio di guadagnarsi il diritto di
sfoggiarle.
«Quel mercantile sembra appesantito», osservò Dorian, come se lo avesse
appena notato. «Un bel carico su cui guadagnare un premio per averlo
salvato.»
Aboli stava già preparando la pistola. «Sapete cosa avrebbe detto vostro
padre.»
«Fa’ del bene a tutti, ma alla fine ricordati di presentare il conto.» Tom
rise. «Comunque non mi piace andare in battaglia con le signore a bordo.»
Sarah era scomparsa sotto coperta, ma ora riapparve brandendo una spada
dall’elsa dorata con uno zaffiro azzurro che scintillava sul pomolo.
«Hai intenzione di impugnarla, Tom Courteney, oppure devo farlo io?»
chiese.
Il boato di un’altra cannonata ruzzolò sull’oceano. Stavolta videro la palla
di ferro staccare un pezzo della poppa del mercantile.
«Buon Dio, Mrs Courteney, credo che i pirati preferirebbero rinunciare a
tutto l’oro della flotta del tesoro del Gran Mogol piuttosto che contravvenire
ai vostri desideri. Tu cosa ne pensi, Yasmini?» chiese all’incantevole
fanciulla araba dagli occhi a mandorla in piedi dietro Sarah. Era la moglie di
Dorian e indossava una semplice tunica lunga fino ai piedi e un velo bianco
sulla testa.
«Una brava moglie obbedisce sempre al marito», replicò con aria schiva.
«Preparerò il mio bauletto dei medicinali perché ce ne sarà sicuramente
bisogno, prima che abbiate finito.»
Tom si allacciò alla vita la spada azzurra, la spada Nettuno. Era
appartenuta a suo padre, e a suo nonno prima di lui, ma in origine era stata
donata al suo bisnonno Charles Courteney da Sir Francis Drake dopo il
saccheggio di Rancheria, sulla costa del Sudamerica affacciata sul mar dei
Caraibi. Con quella spada era stato nominato cavaliere Nautonnier del
Tempio dell’ordine di San Giorgio e del Santo Graal, come i suoi antenati
prima di lui, e l’aveva impiegata per spedire parecchi uomini verso una morte
ampiamente meritata. Era fatta del migliore acciaio di Toledo e il peso della
lama era perfettamente bilanciato dallo zaffiro a forma di stella incastonato
sul pomolo.
La sguainò per ammirare la luce del sole che si rifletteva sulla lama,
danzando sull’intarsio dorato.
«Prepara i cannoni, Aboli. Usa una doppia carica a mitraglia.» La rosa di
pallini di piombo avrebbe distrutto qualsiasi cosa incontrasse sulla traiettoria.
«Mr Wilson, portatela giù di tre punti sopravvento.»

I cannoni poppieri dei pirati ruggirono di nuovo. Una palla mancò il


bersaglio, l’altra staccò un pezzo degli intagli a poppa, provocando una
pioggia di schegge. Un rivolo di sangue tiepido colò lungo la guancia di
Inchbird.
«Mirano agli alberi.» La nave pirata aveva cambiato rotta in modo quasi
impercettibile, mettendosi obliqua, così da avere gli alberi della Dowager di
fronte, allineati come birilli.
«Un bersaglio tutt’altro che facile, a questa distanza», obiettò il primo
ufficiale.
Quasi a volerlo smentire, un forte schianto risuonò sopra le loro teste.
Tutti alzarono gli occhi appena in tempo per vedere un groviglio di legno e
tela piombare verso di loro. Gli uomini si scostarono, ma alcuni furono
troppo lenti. L’albero di contromezzana colpì il timoniere sfondandogli il
cranio e, mentre il veliero cominciava a spostarsi sottovento, la controranda si
posò sopra il suo corpo come un sudario.
«Tagliatela via», gridò Inchbird. «Dobbiamo liberare il governo.» I
marinai accorsero brandendo le asce e cominciarono a usarle sui pennoni
spezzati.
Un altro boato sovrastò le sue parole e quando la palla di cannone sfrecciò
sopra il ponte, a meno di due spanne dal suo viso, lo spostamento d’aria lo
fece barcollare. Sentì la nave rallentare mentre usciva dal vento straorzando.
Lo scafo tremò, le vele crepitarono e le cime si spezzarono.
Accanto al timone l’equipaggio aveva liberato la vela, lucida del sangue
del timoniere, e la stava trascinando via. Il timone era stato ridotto in
frantumi dal pennone e sarebbero servite ore per sostituirlo, ma loro non
avevano tutto quel tempo.
A dritta il pirata si stava avvicinando in fretta, virando per accostare, tanto
che ormai Inchbird riusciva a distinguere gli uomini sul ponte: alcuni
tenevano sollevati i coltellacci mentre altri stringevano lunghe e spaventose
picche.
Digrignò i denti. «Prepararsi a respingere l’arrembaggio.»

Il timoniere fece accostare la Fighting Cock alla Dowager. Gli uomini a riva
terzarolarono le vele mentre gli altri pirati si radunavano lungo la fiancata,
tenendosi in equilibrio sul capodibanda e aggrappandosi a stragli e sartie. Le
navi cozzarono e dondolarono quando le estremità dei loro pennoni si
toccarono: ormai erano separate solo da poche braccia di mare.
Legrange balzò sul parapetto, pensando compiaciuto che era quasi troppo
facile. Guardando il ponte sotto di sé lo scoprì deserto. L’equipaggio era
sicuramente sotto coperta, impegnato nel frenetico tentativo di nascondere gli
oggetti preziosi. Era tutta fatica sprecata: ben presto li avrebbe costretti a
urlare, a supplicare di potergli dire dove avevano celato fino all’ultima
moneta.
Sollevò il megafono. «Ammainate la bandiera e preparatevi ad accoglierci
a bordo.»
I suoi uomini lanciarono grida di scherno. Lui fece correre lo sguardo
lungo la batteria di cannoni del mercantile e vide che erano stati tutti
abbandonati. Avrebbero rappresentato un’utile aggiunta all’arsenale della
Cock, o più probabilmente lui avrebbe potuto riparare la Dowager e creare
una flottiglia. Con due velieri avrebbe potuto dominare tutti gli oceani.
Sorrise famelico al pensiero.
Il suo sguardo fu attirato da un lampo di colore, un bagliore arancione
simile a un raggio di sole che scintillasse sul metallo accanto alla culatta di
uno dei cannoni. Osservandolo, scoprì che era la fiammella di una miccia che
stava strisciando verso il focone. Esaminò rapidamente la fila di cannoni e gli
si gelò il sangue nelle vene: erano tutti carichi, pronti a sparare e puntati
verso di lui.
«State giù», urlò. I cannoni senza serventi spararono una bordata, pallini
mescolati a chiodi da carpentiere che ridussero in briciole i parapetti di
murata e falciarono la prima fila di pirati. Una pioggia di schegge investì gli
uomini poco più indietro, scaraventandoli sul ponte. Il terribile silenzio che
seguì venne subito infranto dai marinai della Dowager che si riversarono
fuori dai boccaporti e dalla scala interna armati di moschetti e pistole, salendo
sul cassero per finire i sopravvissuti. Non appena i pirati si alzavano a fatica
venivano abbattuti dalle palle di moschetto. L’equipaggio del mercantile
esultò mentre i due velieri cominciavano ad allontanarsi l’uno dall’altro.
La preda di Legrange stava sgusciando via. Con un urlo di pura furia,
afferrò l’estremità di una cima che penzolava sulla fiancata, se la avvolse al
polso e, stringendo la pistola nella mano libera, si arrampicò nuovamente sul
parapetto. «Senza pietà», ruggì. Si lanciò al di sopra dell’acqua, in mezzo al
fumo ancora sospeso nell’aria, e finì sul ponte della Dowager. Uno dei
marinai, vedendolo arrivare, lasciò cadere il moschetto scarico e fece per
prendere una spada, ma lui gli sparò a bruciapelo in pieno volto, gettò la
pistola e ne sfilò subito un’altra dalla cinta. Vide un secondo marinaio
avvicinarsi con passo incerto e sparò anche a lui, poi sguainò la spada.
Lungo l’intera fiancata risuonavano i tonfi dei grappini d’arrembaggio e
dei piedi nudi mentre i suoi uomini lo seguivano a bordo. Imbrattati del
sangue dei compagni, sbucarono dal fumo che rendeva l’aria soffocante e
riuscirono in brevissimo tempo a sopraffare l’equipaggio. Persino dopo la
bordata erano in netta superiorità numerica, oltre che vogliosi di vendicare i
propri compagni. I marinai della Dowager furono uccisi uno dopo l’altro
finché rimase solo uno sparuto manipolo riunito sul cassero.
Vedendo che ormai la battaglia era vinta alcuni pirati corsero sotto coperta
per dare inizio al saccheggio, mentre gli altri circondarono i superstiti,
pungolandoli con i coltellacci: sapevano che il comandante avrebbe preferito
prendersela comoda e vendicarsi lentamente dell’audacia con cui gli avevano
opposto resistenza.
Legrange attraversò la tolda insanguinata, scavalcando i cadaveri. «Chi di
voi è il comandante della nave?»
Inchbird si fece avanti strascicando i piedi, la camicia inzuppata dal
sangue di una ferita al braccio. «Josiah Inchbird. Sono io il comandante.»
Afferrandogli la spalla, Legrange lo tirò verso di sé e lo gettò sul ponte.
«Avresti dovuto arrenderti», sibilò. «Ci hai complicato la vita. Ti conveniva
non farlo.»
Estrasse il coltello dalla cinta e gli premette la lama sulla guancia. «Ti
scuoierò vivo e poi darò le tue viscere in pasto agli squali facendoti
guardare.»
Gli uomini intorno a lui scoppiarono a ridere. Inchbird si dimenò e
implorò.
«Abbiamo spezie e cotonina di Madras nella stiva, e pepe come zavorra.
Prendete pure tutto.»
Legrange si piegò ancor più su di lui. «Oh, lo farò, puoi starne certo. Farò
a pezzi la tua nave, staccando ogni tavola e ogni paratia, e troverò fino
all’ultima moneta che hai nascosto. Ma non ti punirò per questo, bensì per
avermi sfidato e per quello che hai fatto ai miei uomini.»
Distratto dal trambusto sulla scala interna, si voltò, mentre due dei suoi
uomini salivano sul ponte trascinando un prigioniero. I pirati a poppa
urlarono e fischiarono quando videro che era una donna che si teneva stretto
il colletto dell’abito strappato. I due la lasciarono cadere in ginocchio davanti
a Legrange.
«L’abbiamo trovata nella cabina del comandante. Stava cercando di
nascondere queste.» Uno dei pirati allargò le dita e una manciata di monete
d’oro caddero sul ponte, salutata dai fischi e dalle grida di esultanza degli
altri.
Legrange cinse il mento della donna con la mano e lo sollevò per
costringerla a guardarlo. Due occhi scuri lo fissarono, colmi di odio e di
spavalderia. Non per molto, pensò lui sorridendo felice.
«Andate a prendere il braciere», ordinò. La tirò per i capelli
costringendola ad alzarsi, poi le diede un violento spintone. Lei barcollò
all’indietro, inciampò su una cima e cadde supina. Prima che potesse
muoversi, quattro pirati le balzarono addosso, divaricandole braccia e gambe
e tenendogliele bloccate.
Legrange la raggiunse. Con la lama della spada le tagliò le gonne. La
donna cominciò a contorcersi e dimenarsi, ma la loro presa era troppo salda.
Legrange scostò le stoffe, mettendo in mostra le cosce color crema e il ventre.
Gli uomini lo acclamarono a gran voce.
Lui lanciò un’occhiata a Inchbird. «È tua moglie? La tua puttana?»
«Una passeggera», bofonchiò l’altro. «Lasciatela andare, signore, vi
prego.»
«Dipende da come mi fa cavalcare.»
Due pirati lo raggiunsero reggendo un braciere posato su un treppiede di
ferro, colmo di carboni di un rosso cupo. Legrange li scostò con la punta
della spada fino a rendere incandescente l’acciaio, poi sollevò la lama
fumante e la tenne sospesa sopra di lei; la guardò negli occhi marrone scuro,
dove adesso non c’era più traccia di sfida, ma soltanto terrore.
Un sorrisetto gli curvò le labbra. Abbassò la punta della spada verso
l’inguine della donna, fermandosi a pochissima distanza. Lei si immobilizzò,
temendo di toccare la lama, il cui acciaio di un rosso scintillante fumava
ancora.
Legrange la allungò di scatto verso di lei, strappandole un urlo, ma era
solo una finta: aveva bloccato la spada quando ormai le sfiorava l’inguine.
Scoppiò a ridere; non si divertiva tanto da quando l’ultima delle sue schiave
era morta in seguito alle sue attenzioni.
«Prendete tutto», lo supplicò lei. «Prendete il carico, l’oro, tutto quello che
volete.»
«Certo», le promise lui, «ma prima mi prenderò un po’ di piacere.» La
punta della spada si era ormai raffreddata, così la immerse di nuovo fra le
braci fino a renderla ancora più incandescente, poi gliela tenne sollevata
davanti agli occhi. Il sudore le imperlò la fronte. «La vedi, questa? Non ti
ucciderà, ma ti farà soffrire più di quanto tu abbia mai creduto possibile.»
«Vai all’inferno, è quello il tuo posto», sibilò lei.
La sua audacia riuscì solo ad aumentare l’appetito di Legrange. Gli
piacevano le donne di carattere: la soddisfazione era di gran lunga maggiore,
quando finalmente si arrendevano. Si leccò le labbra e sentì il gusto del
sangue. Udì giungere da sotto coperta delle grida e il tintinnio di armi che
cozzavano, ma era troppo preso dal suo nuovo gioco per badarvi.
Probabilmente erano i suoi uomini che litigavano per il bottino: se ne sarebbe
occupato più tardi.
Si pulì la bocca con il dorso della mano e mormorò: «Ti brucerò, donna.
Ti brucerò e poi ti avrò, e poi ti darò ai miei uomini perché ti finiscano come
meglio credono».

«Disarma», ordinò sommessamente Tom. Gli otto remi grondanti scivolarono


all’interno mentre la lancia della Centaurus si spostava sotto lo scafo nero
della nave pirata. Tom lasciò andare la barra del timone e non alzò gli occhi,
concentrato sul tentativo di accostare il più silenziosamente possibile. A prua,
Aboli e Dorian puntarono i moschetti verso il ponte della Fighting Cock,
dove un cannone brandeggiabile era fissato minacciosamente al capodibanda.
Se uno soltanto dei pirati fosse rimasto a bordo del veliero invece di spostarsi
sul mercantile abbordato, con quell’arma avrebbe potuto ridurli a carne trita.
Tom si voltò a guardare la Centaurus, ferma a circa mezzo miglio. I pirati
non l’avevano notata oppure erano troppo impegnati nel saccheggio per
preoccuparsene. Aveva lasciato soltanto un paio di uomini a bordo con Sarah
e Yasmini. Se loro avessero fallito, le due donne sarebbero state condannate.
Scacciò il pensiero dalla mente.
La prua della lancia toccò il veliero pirata con un lieve sussurro. Aboli si
aggrappò a una biscaglina che pendeva lungo la murata e fece cenno verso
l’alto, ma Tom scosse il capo. Vicino al pelo dell’acqua si apriva sullo scafo
una serie di portelli, troppo bassi per essere quelli dei cannoni. Erano
probabilmente bocche di ventilazione, pensò, retaggio dell’epoca in cui la
Fighting Cock veniva usata come nave negriera.
Prese il coltello dalla cinta e lo infilò nella giunzione del più vicino.
Quando a bordo c’erano degli schiavi veniva probabilmente chiuso
dall’interno con un lucchetto, ma al momento i pirati non si curavano certo di
simili sottigliezze. Non appena sentì la lama toccare il chiavistello all’interno
la spinse verso l’alto.
Il chiavistello si sollevò, consentendogli di aprire il portello e scrutare
l’oscurità che regnava sotto coperta. Nessuno lo ostacolò. Mentre Aboli
teneva ferma la lancia, Tom si infilò nell’apertura, dimenandosi, e gli altri lo
seguirono passando le armi al compagno che li precedeva. Aboli, con le sue
spalle ampie e il corpo possente, ebbe qualche difficoltà.
Lo spazio era molto angusto e Tom, pur accosciandosi, rischiò di picchiare
la testa contro un baglio. Avanzò fra le cataste di provviste e bottino
accumulate dai pirati, dirigendosi verso la luce che filtrava dalle grate degli
osteriggi del ponte superiore, tallonato da Dorian e Aboli con il resto
dell’equipaggio della Centaurus, fra cui Alf Wilson, che aveva veleggiato
insieme al padre di Tom, e i due figli di Aboli, Zama e Tula, i cui occhi
scintillavano bianchi nell’oscurità, colmi di furia per le tracce del passato
della nave negriera. Sapevano tutti fin troppo bene che in circostanze diverse
avrebbero potuto ritrovarsi incatenati ai golfari di ferro ancora infissi nelle
paratie, trasportati attraverso l’oceano per essere venduti come animali ai
coloni nei Caraibi e in America, sempre che sopravvivessero al viaggio.
Avevano l’impressione di sentire l’odore della sofferenza che ancora
trasudava dalle assi.
Tom salì la scala di prua e, con estrema cautela, fece capolino dal
boccaporto. Si trovava sotto il cassero, vicino all’albero di mezzana. Sul
ponte, sotto il sole cocente, c’erano solo cadaveri; tutti i pirati sopravvissuti
erano passati sulla Dowager per fare razzia.
Fece cenno ai suoi uomini di seguirlo sul ponte di batteria e poi indicò uno
dei lunghi cannoni, la cui bocca sporgeva dal portello aperto e premeva
contro lo scafo dell’altra nave.
Impartì bruscamente un ordine. «Tiratelo dentro.»
Zama e Tula si lanciarono sui paranchi che lo fissavano alla struttura della
nave e, raggiunti da Alf Wilson e dagli altri uomini, tirarono indietro il pezzo
facendo rotolare l’affusto, lasciandosi dietro un quadrato di luce in
corrispondenza del portello. Tom spinse fuori la testa. Le due navi si
avvicinarono e si urtarono con uno schiocco; tra gli scafi sfavillava una
sottile striscia di acqua limpida.
Si slacciò la cintura della spada. «Tienimi stretto, Aboli.»
Quando l’altro gli afferrò le gambe, Tom si sporse dall’apertura fino a
toccare la fiancata dell’altra nave, che nel tratto finale non presentava portelli
dei cannoni. Si ritrovò di fronte le finestre di poppa, che gli consentivano di
guardare nell’alloggio del comandante. Vide alcune figure che si muovevano
dietro il vetro. Stavano saccheggiando la cabina per portarsi via qualsiasi
oggetto di valore. Si immobilizzò, ma i pirati erano troppo presi dal proprio
compito per notarlo nell’ombra fra le due navi.
«Datemi una mano con questo», disse uno di loro. «È troppo pesante.»
La sua voce, che usciva da un foro nella finestra, risuonò perfettamente
nitida. Tom vide un altro pirata raggiungere il primo, per aiutarlo a sollevare
un forziere e portarlo fuori.
L’alloggio rimase vuoto. Lui si allungò il più possibile in avanti, felice di
avere le possenti braccia di Aboli a reggerlo. Infilò una mano nel foro del
vetro, badando di non tagliarsi il polso contro i contorni frastagliati, e sollevò
il fermo per aprire la finestra.
«Lasciami andare», sussurrò all’amico. Si afferrò al davanzale e si issò
nella cabina. La sua caduta fu attutita da una pila di cuscini con la fodera
squarciata e l’imbottitura strappata dai pirati in cerca di preziosi.
Dopo che Aboli gli ebbe passato la sua spada azzurra, Tom si riallacciò la
cintura e controllò la carica delle pistole mentre gli altri lo raggiungevano,
uno dopo l’altro, finché l’alloggio risultò talmente gremito che riuscivano a
stento a muoversi.
Quando sentì risuonare una roboante risata sul cassero sopra di loro, Tom
si chiese cosa stesse succedendo.
La porta si spalancò e un pirata si stagliò sulla soglia. Doveva aver appena
depredato il quadrato ufficiali, perché in una mano stringeva dei cucchiai
d’argento e nell’altra un candeliere.
«Cosa ci fate qui? Questa cabina è mia.» Poi, quando osservò meglio lo
strano gruppetto lì riunito, domandò: «Chi diavolo siete?»
Non c’era abbastanza spazio per far roteare una spada, così Aboli allungò
in avanti la sua e ne passò la punta sul collo del pirata, che stramazzò a terra
artigliandosi la gola. Il sangue gli uscì gorgogliando dalla ferita, mentre i
cucchiai e il candeliere cadevano fragorosamente sul tavolato.
«A me, Centaurus!» Piegando la testa, Tom si lanciò fuori dalla porta, sul
ponte di corridoio, e si trovò davanti uno spettacolo di totale devastazione:
uomini che estraevano balle di tessuto dalla stiva, svuotavano bauli da
marinaio, rovesciavano preziose spezie sul tavolato. Più avanti qualcuno
aveva aperto una botticella di rum e stava bevendo dallo spinotto.
Nessuno dei pirati era armato. La maggior parte di loro non vide gli
uomini uscire dall’alloggio del comandante né si rese conto di chi fossero.
Gli uomini della Centaurus si avventarono contro gli avversari. Dorian e
Aboli erano guerrieri esperti, veterani di innumerevoli campagne. Zama e
Tula, cresciuti con i racconti delle guerre affrontate dal padre, si batterono
con la ferocia dei giovani che assaporavano per la prima volta il gusto della
battaglia. Alf Wilson e il resto dell’equipaggio avevano seguito i Courteney
in una miriade di scontri e sapevano esattamente cosa fare.
I pirati si resero a malapena conto di cosa stava succedendo prima di
morire, quasi tutti senza lottare. Alcuni cercarono di proteggersi con la prima
cosa che trovarono a portata di mano – diari di bordo, boccali con coperchio
o balle di tessuto – ma vennero eliminati in pochi istanti. Con la coda
dell’occhio Tom vide Dorian avanzare con movenze rapide e precise verso un
pirata che brandiva un coltello, disarmarlo con un colpo di spada, girare la
lama e affondargliela fra le costole, trafiggendogli il cuore. Subito dopo, con
una veloce torsione del polso, Dorian estrasse l’arma in tempo per sbatterne
la guardia d’acciaio sul viso dell’uomo successivo, costringendolo ad
arretrare per poi raggiungerlo e trafiggerlo.
Qualcuno era però riuscito a fuggire su per la scala di prua. «Sul ponte»,
gridò Tom. Alcuni dei pirati là sopra avevano sicuramente capito cosa stava
succedendo: se avessero chiuso i boccaporti avrebbero intrappolato sotto
coperta lui e i compagni.
Si lanciò su per la scala interna, salendo tre alla volta i gradini viscidi di
sangue, e quando in cima vide comparire un uomo sfoderò una delle sue
pistole e gli sparò con la mano sinistra. Da quella distanza non poteva
sbagliare. Si scostò di lato per schivare il cadavere che piombava verso di lui,
superò gli ultimi gradini con un unico balzo e si ritrovò in coperta.
Con i sensi acuiti dalla frenesia della battaglia impiegò solo un istante per
inquadrare l’intera scena: il capannello di prigionieri in fondo, circondati da
nemici armati; il comandante inginocchiato, con viso e braccia sanguinanti; la
donna supina bloccata sul tavolato, le gonne allargate e un pirata barbuto che
teneva la spada sospesa fra le sue cosce.
Alzò la seconda pistola e fece fuoco, ma con troppa fretta: la palla mancò
il bersaglio, colpendo invece uno degli uomini nelle retrovie. Il capo dei pirati
alzò la testa di scatto e, con un ringhio rabbioso, sollevò la spada per
affondarla nel corpo della donna.
Risuonò un altro sparo. Dorian si era piazzato accanto a Tom e dalla
pistola nella sua mano usciva un filo di fumo. Il capo dei pirati lasciò cadere
la spada e indietreggiò incespicando, il polso sanguinante.
Tom sorrise al fratello. «Gran bel colpo, Dorry.»
«Avevo mirato al cuore.» Dorian infilò nella cinta l’arma scarica e spostò
nuovamente la spada nella mano destra. Un pirata gli si lanciò contro
brandendo una picca ma lui schivò l’affondo, sorprese l’uomo sbilanciato e lo
trafisse in pieno petto, facendogli spuntare fra le scapole un palmo di lama
insanguinata.
A forza di fendenti, Aboli si era già aperto un varco fino al cassero e Tom
lo seguì su per la scala. La poppa era teatro di un’altra mischia feroce. Al
grido di «Urrà» e «Dowager» i marinai del mercantile avevano aggredito i
loro carcerieri. Erano disarmati, ma i pirati furono colti alla sprovvista: alcuni
erano andati a unirsi alla razzia, altri erano troppo impegnati a guardare
Legrange che si divertiva con la donna, altri ancora avevano posato le armi e
ora si ritrovavano assaliti sui due lati. I marinai strapparono le spade a quelli
che ancora le brandivano oppure li impegnarono in un corpo a corpo così
serrato che impedì loro di usarle.
Tom si gettò nella calca cercando spasmodicamente il capo dei pirati, ma
urtò qualcosa con il piede e abbassò gli occhi di scatto. Era la donna che
aveva visto poco prima, raggomitolata su se stessa, le gonne lacerate strette al
corpo. Accanto a lei c’era un braciere al quale nessuno prestava attenzione
mentre la battaglia infuriava.
Persino nel fervore della lotta Tom provò una punta di allarme. Il fuoco
rappresentava il peggior timore di qualunque marinaio, l’unica cosa capace di
ridurre in cenere una nave nel giro di pochi minuti.
Anche Aboli aveva visto il braciere; lo sollevò tenendolo per una gamba
del treppiede per poi scagliarlo sulla nave pirata. I carboni ardenti si
sparpagliarono sul ponte e uno finì contro un rotolo di cime, ma nessuno se
ne accorse nel tumulto che regnava sulla Dowager.
Tom rimase accanto alla donna, respingendo chiunque si avvicinasse e
continuando a scrutare la ressa per cercare il capo dei nemici. Gli uomini
della Centaurus, l’equipaggio della Dowager e i pirati rimasti erano
impegnati in una lotta all’ultimo sangue. Altri pirati stavano spuntando dal
ponte inferiore, numerosi come ratti: continuavano ad arrivare e si battevano
con una ferocia che lui aveva visto di rado. Erano uomini che avevano tutto
da perdere.
Di colpo, con la stessa repentinità con cui muta il vento, cominciarono a
ritirarsi. Di fronte a Tom si creò un varco, uno spazio sufficiente per affondi e
fendenti. Si fece avanti, falciando gli uomini mentre fuggivano. Per un attimo
non capì perché si stessero allontanando, poi captò l’odore. La causa della
loro fuga disordinata non era il puzzo acre della polvere nera, bensì il forte e
soffocante odore di legno e catrame che bruciavano.
Intrappolati fra nemici risoluti e un veliero in fiamme, i pirati tornarono di
corsa sulla loro nave per spegnere il fuoco che la stava avviluppando. Tom ne
infilzò uno mentre si preparava a saltare dalla fiancata della Dowager,
facendolo precipitare nello spazio vuoto fra le due navi e finire stritolato fra
gli scafi. Guardò verso la Fighting Cock, da cui si levavano volute di fumo
nero mentre le fiamme avvolgevano la murata e cominciavano a correre su
per gli stragli.
«Liberatela!» gridò. Se il fuoco si fosse propagato alla Dowager sarebbero
bruciati e annegati tutti. Zama cominciò a colpire i cavi dei grappini da
arrembaggio con la sua ascia e due marinai del veliero afferrarono dei grossi
coltelli caduti sul ponte e accorsero ad aiutarlo.
Le fiamme erano sempre più alte e le due navi erano ancora trattenute fra
loro. Sollevando lo sguardo, Tom vide i pennoni della Dowager impigliati
nelle sartie della nave pirata a formare un alto ponte fra i due velieri.
«Dammela!» Strappò di mano l’ascia a Zama e cominciò ad arrampicarsi
su per le griselle, seguito da Dorian.
Si lanciò da un tarozzo all’altro fino a raggiungere il pennone. Come
comandante del proprio sloop saliva di rado fin lassù, ormai, ma sapeva
ancora farlo. Corse fino alla varea del pennone e cominciò a calare l’ascia sul
groviglio di cime e vele che lo imprigionavano. Sotto di lui l’incendio
continuava a infuriare e le lingue di fuoco erano ormai talmente alte che
sembrava gli leccassero la suola degli stivali. Il fumo gli faceva lacrimare gli
occhi. Dorian lo raggiunse, inginocchiandosi sul pennone per tranciare un
bozzello rimasto incastrato sui caricascotte.
Le due navi rimasero comunque avvinghiate nel loro abbraccio.
«Perché non si stacca?»
Dorian indicò un pezzo di manovra corrente che si era avvolto intorno ai
bracci. Tolse di mano al fratello l’ascia da arrembaggio e si diresse da quella
parte.
Qualcosa colpì il pennone. Tom sentì la vibrazione ancor prima di vedere
il foro appena creato sul lato del pennone, proprio accanto al piede di Dorian,
e attraverso il fumo riuscì a distinguere, giù sul ponte, il capo dei pirati che
abbassava il moschetto con cui aveva appena sparato.
Vuole ucciderci entrambi, capì. Senza esitare corse alla varea, si tuffò fra
le vele della Fighting Cock e si aggrappò a uno straglio, quindi si lasciò
scivolare giù, così in fretta da ustionarsi i palmi, irrigidendosi mentre
atterrava violentemente sul ponte. In mezzo al fumo e al caos nessuno si
accorse di lui. Alcuni pirati correvano qua e là con dei buglioli per cercare di
spegnere l’incendio mentre altri tentavano di calare in mare la lancia, che
penzolava sghemba sui paranchi.
Vide che Legrange stava ricaricando il moschetto e gli si lanciò contro.
Caddero sul tavolato e l’arma rimase incastrata sotto il corpo del pirata.
Legrange inarcò la schiena nel tentativo di levarsi di dosso Tom, ma lui lo
tenne fermo con il suo peso mentre tentava di sfilarsi il coltello dalla calza.
Sotto di lui Legrange protese le braccia alla cieca e, grattando con le
unghie sul ponte, cercò un’arma. Non appena le dita si serrarono intorno a un
palanchino dimenticato sotto l’affusto di uno dei cannoni, descrisse un ampio
arco con il braccio e calò l’oggetto metallico verso la testa di Tom, che vide il
movimento appena in tempo, si gettò all’indietro e venne colpito solo alla
spalla. Il colpo diede comunque a Legrange tutto lo spazio di cui aveva
bisogno per liberarsi. Rotolò via e si alzò, afferrò il moschetto caduto e lo
puntò contro Tom, poi premette il grilletto.
L’acciarino fece sprizzare le scintille e Tom trasalì, ma il fucile aveva fatto
cilecca. Con un urlo furibondo Legrange lo capovolse e, tenendolo per la
canna, gli si avventò di nuovo contro.
Il vento spazzò via il fumo e dietro le spalle del rivale Tom vide che le due
navi si stavano staccando l’una dall’altra: Dorian era riuscito a liberare la
Dowager. Doveva assolutamente raggiungerla, ma Legrange gli bloccava la
strada, impugnando il moschetto a mo’ di mazza. Tom indietreggiò,
abbassando la testa per schivare i colpi furiosi del pirata. L’incendio
continuava a propagarsi e quasi tutti gli uomini avevano ormai rinunciato al
tentativo di domarlo per cercare invece di mettersi in salvo. Legrange
continuava ad avanzare, troppo rapido per lasciargli il tempo di raccogliere
un’arma dal ponte ingombro.
Lui arretrò di un altro passo... e si ritrovò con la schiena addossata alla
murata. Con un balzo si spostò sopra quella, evitando solo per un soffio una
nuova violenta oscillazione del moschetto.
In equilibrio su quell’esigua superficie lanciò un’occhiata all’acqua
sottostante. Vide che la Dowager si stava spostando sopravvento e si rese
conto che in caso di caduta sarebbe stato spinto sotto lo scafo e fatto a
brandelli dai cirripedi affilati come rasoi che rivestivano il fondo, sempre che
non lo raggiungessero prima gli squali.
Anche Legrange lo capì e si interruppe per godersi l’empasse. Ignorava
chi fosse il suo nemico e da dove venisse, ma sapeva che gli era costato la sua
preda e probabilmente anche la sua nave. Con un ringhio furibondo gli si
scagliò contro con il moschetto per spingerlo in mare.
Tom anticipò il colpo e saltò all’indietro ma, con profondo stupore
dell’avversario, invece di precipitare fra le onde sfrecciò nell’aria, spiccando
il volo dalla fiancata come se gli fossero spuntate le ali.
Legrange non si era accorto che aveva afferrato una drizza ben tesa fissata
all’estremità del pennone soprastante. Raggiunto il limite dell’oscillazione,
Tom cominciò a tornare indietro, acquistando velocità anche grazie al rollio
dello scafo. Accostò le ginocchia al petto e poi, di scatto, spinse in fuori i
piedi. I tacchi dei suoi stivali colpirono il pirata in piena fronte, scagliandolo
all’indietro con una tale violenza che si udì distintamente lo schiocco.
Legrange barcollò, le gambe cedettero e finì tra le fiamme che si stavano
propagando sul ponte, che lo avvilupparono all’istante. Per un attimo Tom fu
testimone dell’infernale visione del capo dei pirati avvolto dal fuoco, con
barba, capelli e abiti che ardevano e la pelle del viso che si ricopriva di
vesciche e raggrinziva.
Sempre aggrappato alla drizza, sfrecciò sopra l’acqua e quando perse
impeto mollò la presa e si lasciò cadere. Con possenti bracciate coprì
agevolmente la distanza fino alla Dowager prima che gli squali captassero
l’odore del sangue su di lui; trovò Dorian che lo aspettava sull’ultimo tarozzo
per aiutarlo a salire a bordo.
«Dove sono Sarah e Yasmini?» chiese, ansimando, prima di riprendere
fiato. Scrutò con aria disperata le acque intorno al veliero ed emise un sospiro
di sollievo quando vide la loro nave ben lontana dalla sagoma in fiamme
della Fighting Cock.
Riportò l’attenzione sulla nave dei pirati. Colonne di fuoco inghiottivano
gli alberi e correvano lungo i pennoni, divorando le vele e facendo ardere la
struttura. Gli uomini si gettarono in acqua, con la schiena in fiamme. Ai pirati
rimasti intrappolati sulla Dowager non toccò certo una sorte migliore, perché
i membri dell’equipaggio si stavano scatenando: erano stati trattati senza
pietà e adesso ricambiavano il favore.
«Dovremmo calare in acqua una lancia», suggerì Dorian indicando i pirati
a galla nell’oceano. Quando gli squali si lanciarono verso di loro, risuonarono
delle urla.
«Non sarebbe un atto di misericordia trarli in salvo solo perché li si possa
impiccare a Città del Capo», sottolineò Tom.
In quel momento un’immane esplosione risucchiò l’aria dai loro polmoni
per poi respingerla dentro con rabbia. Un’onda gigantesca fece rollare la nave
e scagliò gli uomini lungo il ponte. Rottami in fiamme piovvero sulle acque
agitate, ma la Fighting Cock era scomparsa, lasciandosi dietro soltanto pezzi
di legno carbonizzato che fluttuavano sulle onde.
Tom raddrizzò la schiena. Ormai era inutile cercare eventuali superstiti:
qualsiasi uomo in acqua doveva essere stato tramortito e annegato dalla
violenza dell’esplosione.
«Il fuoco deve aver raggiunto la santabarbara.» Un uomo con il viso
segnato dalle intemperie li raggiunse. Aveva perso la giacca, aveva un
braccio sanguinante e una ferita aperta sulla guancia, ma Tom riconobbe
comunque l’aria di autorevolezza impressa sul suo viso.
«Siete il comandante della Dowager?»
«Josiah Inchbird», rispose l’uomo, poi indicò con un cenno del capo i resti
della Fighting Cock, l’ampia distesa di rottami galleggianti. «Una vera
liberazione aver perso quella nave con tutti i suoi ladri.»
Tom si aspettava che facesse qualche commento sulla battaglia e
prendesse atto dell’aiuto ricevuto, ma Inchbird non aggiunse altro.
«È stata una fortuna che ci trovassimo nei paraggi quando siete stati
abbordati», disse allora in tono eloquente. «Abbiamo salvato la vostra nave.»
Inchbird colse l’antifona. «Non otterrete alcun premio», lo avvisò in tono
brusco.
«Il vostro veliero era stato abbordato da pirati. Vi eravate arreso», osservò
Dorian.
«Non mi sono mai arreso.»
«In tal caso avete fornito un’imitazione davvero convincente di una resa.»
«Se intendete insistere con la questione potete sottoporla alla corte
dell’Ammiragliato a Londra.»
Tom deglutì a fatica. Aveva lasciato l’Inghilterra quindici anni prima per
sfuggire alla giustizia, ricercato per l’omicidio del fratello maggiore Billy, un
uomo malvagio e collerico che aveva tentato di assassinarlo tendendogli un
agguato sui docks del Tamigi in piena notte. Lui lo aveva ucciso unicamente
per difendersi, poiché al buio non lo aveva riconosciuto, ma quel particolare
non avrebbe pesato granché in un tribunale inglese. Se fosse tornato non
avrebbe visto che il cappio del boia.
Inchbird non poteva certo saperlo ma intuì la debolezza dell’interlocutore.
«Se volete portare avanti la cosa sarò lieto di darvi un passaggio fino a
Londra.»
«Ho rischiato la vita per salvare la vostra nave.» Un mormorio eccitato si
propagò fra i marinai sul ponte. La Centaurus aveva accostato e Aboli stava
aiutando Sarah e Yasmini a salire a bordo. «Ho messo a repentaglio il mio
equipaggio, la mia nave e la mia famiglia», insistette Tom.
Il tono di Inchbird si addolcì. «Dovete capire, signore, che ho le mani
legate. Se in questo momento vi facessi delle concessioni, senza consultare i
proprietari, non vedrei mai più un posto di comando. Se dipendesse da me vi
darei di buon grado tutto ciò che ho a bordo per ricompensarvi per quanto
avete fatto, ma dovrete chiederlo al sopraccarico.» Si riferiva all’incaricato
alla custodia di carichi preziosi.
Tom annuì. Il comandante era responsabile del mercantile, ma il contenuto
della stiva apparteneva al sopraccarico. «Allora mi conviene parlare con lui.»
Sarah, arrivata sul cassero con Yasmini, si mise le mani sui fianchi e si
guardò intorno, osservando la devastazione sul ponte.
«Il guaio, con gli uomini», spiegò alla cognata, «è che lasciano sempre un
disordine incredibile.» Si rivolse a Inchbird. «Vi chiedo scusa se mio marito
ha causato problemi alla vostra nave.»
L’uomo rispose con un inchino imbarazzato. «Ne stavamo giusto
parlando.»
«Vostro marito ci ha salvati tutti», dichiarò un’altra voce. La donna che
Tom aveva protetto dalla violenza di Legrange stava salendo la scala interna.
Aveva una voce bassa e roca, con un leggero accento che lui non riuscì a
identificare. Si era tolta l’abito fatto a pezzi dalla spada di Legrange e ne
indossava uno di semplice calicò blu come il mare intorno a loro, stretto sotto
il seno prosperoso. I capelli erano legati da un nastro e una ciocca ribelle le
ondeggiava sopra il collo. Non doveva avere più di vent’anni, ma sul viso le
si leggevano una forza e una saggezza insolite per la sua giovane età. Tutti i
marinai sul ponte la stavano fissando. Soltanto un’ora prima avevano visto le
sue parti più intime, ma adesso lei sfoggiava una risoluta tranquillità nel
trovarsi al centro dell’attenzione generale.
«Spero, comandante Inchbird, che non abbiate dimenticato le buone
maniere», aggiunse. «Questi uomini ci hanno salvato la vita e io non so
nemmeno come si chiamano.»
Tom le rivolse un piccolo inchino. «Io sono Tom», disse. «Questi sono
mio fratello Dorian, sua moglie Yasmini e mia moglie Sarah. Sono felice che
abbiamo potuto esservi d’aiuto.»
«Io sono Ana Duarte. E quei pirati ci avrebbero rubato ogni cosa.» Fu
percorsa da un leggero brivido. «Capisco perché il signor Inchbird non possa
offrirvi un premio di salvataggio per la sua nave, ma non voglio che ci
giudichiate degli ingrati. Vi prego, scegliete quella che ritenete un’equa
ricompensa fra i beni che i pirati non hanno preso.»
Lui aspettò che Inchbird protestasse, ma il comandante si era fatto
stranamente taciturno.
«Vi sono grato per la vostra premura, signora, ma temo che il sopraccarico
potrebbe non apprezzare che disponiate così liberamente delle sue merci,
soprattutto se è dello stesso avviso del comandante Inchbird.»
Lei piegò la testa di lato.
«Le merci sono mie.»
«Vostre?»
«Sono io il sopraccarico.»
«Voi?» Tom non riuscì a celare lo stupore.
Sarah gli diede una gomitata nelle costole. «Tom Courteney, babbeo che
non sei altro. Hai fatto affari lungo la costa africana con qualunque capotribù,
brigante o cannibale disposto a comprare i tuoi prodotti e ora rimani
sbigottito perché trovi una donna capace di commerciare?»
Ana e Sarah si scambiarono uno sguardo d’intesa che lo fece sentire ottuso
e sciocco. Stretto fra le due donne, non si era accorto della strana occhiata che
Inchbird gli aveva scoccato quando Sarah lo aveva chiamato per cognome.
La moglie lo prese a braccetto e lo trascinò via. «Vieni», gli disse
dolcemente. «Miss Duarte ne ha già passate abbastanza, per oggi, non ha
bisogno che la fissi a bocca aperta. Scegliamo un paio di balle di stoffa che ci
ripaghino della polvere da sparo e delle pallottole, poi lasciamo che questa
brava gente prosegua il suo viaggio in tutta tranquillità.»

In realtà passarono quasi due giorni prima che si separassero. Sarah e


Yasmini si presero cura dei feriti mentre Tom, Dorian e Aboli aiutavano gli
uomini di Inchbird a riparare i danni subiti dalla Dowager e a costruire un
nuovo albero di maestra. Il veliero aveva perso quasi metà dell’equipaggio,
quindi fu necessaria l’assistenza degli uomini della Centaurus per
impiombare i cavi e riparare gli alberi prima che potesse ripartire.
«Dovremmo comunque farcela a raggiungere Città del Capo, se il bel
tempo regge», disse Inchbird. «E là posso trovare un equipaggio sostitutivo
che mi riporti a Londra.» Restava ancora parecchio da fare, ma Tom
percepiva la brama dell’uomo di rimanere solo con la sua nave e la rispettava.
Dopo i saluti si allontanò a bordo della Centaurus. Il vento si fece più fresco.
Al calar della sera lui e Sarah si ritrovarono al parapetto del coronamento a
guardare il sole scendere verso il continente africano, invisibile a ovest.
«Stai pensando alla Duarte», disse lei.
Lui trasalì. «No.»
«Se avessimo un figlio, Ana è il tipo di donna che vorrei diventasse sua
moglie.»
Tom la strinse a sé. Da quando erano sposati stavano tentando
disperatamente di concepire. Qualche anno prima, mentre erano impegnati in
una spedizione commerciale sul fiume Lunga, Sarah era rimasta incinta e lui
aveva sentito che la loro vita stava per diventare davvero completa, ma lei
aveva perso il bambino e da allora, a dispetto di tutti gli sforzi, non era più
successo.
«Rimpiangi mai di non essere rimasto in Inghilterra?» gli chiese. «Di non
avere sposato una graziosa fanciulla del Devon per poi sistemarti a High
Weald con una decina di figli?»
Lui le carezzò una guancia. «Mai. Comunque High Weald apparteneva a
Black Billy.» In base alle leggi sulla primogenitura, l’intero patrimonio
spettava al figlio maggiore. Billy, già sposato con la più ricca ereditiera del
Devon, aveva accelerato il cammino del padre verso la tomba pur di mettere
le mani sull’eredità, anche se poi non aveva vissuto abbastanza a lungo per
godersela.
«La tenuta ormai sarà passata al figlio, Francis.» Tom si interruppe,
rammentando un bebè dal viso paonazzo stretto fra le braccia della madre.
«Immagino che nel frattempo sia un uomo fatto, nonché padrone di High
Weald.»
Sarah si lisciò le gonne arricciate dalla brezza sempre più forte. «Il tempo
non è gentile con nessuno di noi, Tom Courteney.»
Lui fissò l’orizzonte, dove l’ultima lingua di luce solare lambiva il mare.
Le onde sibilavano lungo lo scafo della Centaurus che si dirigeva a sud-
ovest, verso Città del Capo, sull’estremità meridionale dell’Africa, il posto
che per lui era quanto di più simile a una casa dopo che era stato cacciato da
High Weald. Là avrebbero raddobbato lo sloop, venduto le merci per poi
acquistarne altre e infine, dopo parecchi mesi, intrapreso un nuovo viaggio.
Sospirò. Non aveva rimpianti, ma non aveva dimenticato la sua infanzia:
la grande e antica dimora, la cappella con innumerevoli Courteney sepolti
nella cripta, i domestici che avevano accudito suo nonno e i cui figli
avrebbero servito generazioni di Courteney non ancora nate. Il senso di
appartenenza lo rendeva consapevole che, per quanto l’albero di famiglia
potesse protendere i suoi rami verso località remote, avrebbe mantenuto forti
e profonde radici in quel luogo. Tom si era staccato da quell’albero e non
aveva ancora trovato un nuovo terreno in cui trapiantarsi.
Cinse la moglie con un braccio e la baciò sulla testa.
«Chissà cosa ne è stato del piccolo Francis», disse in tono meditabondo.

La pioggia sferzava la grande casa. Il vento impetuoso ululava intorno alle


torrette e ai timpani, facendo sbattere le imposte dai cardini allentati. Tutte le
finestre erano buie tranne quelle della stanza in fondo all’ultimo piano.
Là, nella camera da letto padronale, la fiammella di un’unica candela
tremolava e guizzava sulla mensola del camino, proiettando ombre mostruose
nell’ampio locale. Il vento si infilava mugghiando giù per la cappa e faceva
tremare le braci nere nel focolare. Due figure sedevano sulle poltrone
accostate al caminetto benché il fuoco si fosse spento ormai da ore, quando il
carbone era finito: una donna intenta a ricamare e un giovanotto che nella
luce fioca fingeva di leggere un libro aperto da quindici minuti sulla stessa
pagina.
La donna emise un gridolino e il figlio alzò gli occhi.
«Stai bene, mamma?»
Lei si succhiò il sangue dal dito. «È così difficile vedere qualcosa con
questa luce, Francis.»
Alice Leighton – un tempo Alice Grenville e in seguito Alice Courteney –
guardò il figlio, commossa dalla premura sul suo viso. Pur non avendo ancora
diciotto anni, Francis sfoggiava un corpo da adulto, prestante e robusto, ma
nel suo cuore albergava una dolcezza che spingeva la madre a preoccuparsi
per il futuro di quel ragazzo nel vasto mondo crudele. I capelli corvini
incorniciavano un bel viso dalla liscia pelle ambrata e dai brillanti occhi
scuri; un ciuffo ribelle gli si arricciava sulla fronte, sfiorandogli la palpebra
sinistra. Alice aveva visto come lo guardavano le ragazze del villaggio: nello
stesso modo in cui un tempo lei aveva guardato suo padre.
Le imposte sbatacchiarono e si chiusero con un forte tonfo, come se il
diavolo in persona stesse picchiando sulla porta. Francis chiuse il libro e
rovistò nel focolare con l’attizzatoio, ma trovò solo tizzoni spenti e cenere.
«Sai dov’è papà?»
Suo padre – il suo patrigno, tecnicamente, anche se era l’unico padre che
avesse mai conosciuto – aveva passato la maggior parte della settimana
precedente chiuso nella biblioteca a esaminare documenti che non consentiva
a nessuno di guardare. L’unica volta in cui Francis aveva cercato di entrare,
Sir Walter gli aveva inveito contro, per poi sbattergli la porta in faccia.
Alice posò il ricamo. I capelli scuri erano prematuramente striati di grigio,
gli occhi infossati, la pelle grigiastra tesa sulle guance. Lui ricordava ancora
quando era bellissima e allegra. Erano quelli i suoi primi ricordi: la madre che
prima di recarsi a un ballo o a una festa andava nella sua stanza per
augurargli la buona notte con un bacio, il volto radioso e gli occhi scintillanti.
Gli sembrava quasi di sentire ancora la fragranza del profumo mentre si
chinava sul letto, di percepire la pelle morbida come una pesca contro la sua
gota e di vedere i diamanti intorno al collo che sfavillavano nella luce della
candela. I diamanti erano stati i primi a scomparire.
Un boato echeggiò nella casa vuota, facendo tremare l’assito e frusciare i
tizzoni nel focolare. Francis balzò in piedi.
«Era un tuono?» chiese Alice, titubante.
Lui scosse il capo. «No, e nemmeno le imposte. Veniva dal piano di
sotto.»
Percorse il lungo loggiato e scese lo scalone. La cera gocciolò lungo la
candela scottandogli le dita: non c’erano più candelieri d’argento, a High
Weald. Si fermò ai piedi della scala e annusò l’aria. Poiché aveva partecipato
a battute di caccia e osservato le esercitazioni della milizia locale, conosceva
abbastanza bene l’odore del fumo delle pistole, ma prima d’allora non l’aveva
mai avvertito lì, in casa.
Sentì l’apprensione montargli nel petto e il cuore accelerare. Attraversò
rapidamente il corridoio per raggiungere la porta della biblioteca. «Padre?»
domandò. «Tutto bene?»
L’unica risposta fu il picchiettare della pioggia sulle finestre. Abbassò la
maniglia della porta e scoprì che era chiusa a chiave. Si inginocchiò per
accostare l’occhio al buco della serratura, ma il fusto di una chiave gli
impediva di vedere l’interno della stanza.
«Padre?» chiese di nuovo, più forte. Nelle ultime due settimane Sir Walter
aveva bevuto quasi incessantemente. Magari aveva perso conoscenza.
Posò la candela, prese il coltellino a serramanico dalla tasca e ne estrasse
la lama, la spinse delicatamente nella toppa e spostò la chiave finché la sentì
cadere sul pavimento all’interno. Quindi impugnò un frustino da equitazione
appeso all’attaccapanni in un angolo dell’atrio e, spingendolo sotto la vecchia
porta, il cui bordo inferiore distava un pollice abbondante dal pavimento,
riuscì a tirare la chiave fino a sé.
La girò nella serratura e aprì. La candela ricacciò indietro le ombre mentre
lui avanzava nella lunga stanza. Ricordava di essersi lasciato scivolare, da
bambino, sull’assito lucidato, ma ora le tavole, che non venivano lustrate da
anni, erano ruvide e scheggiate. Librerie vuote bordavano i muri: i volumi
erano stati venduti come quasi tutto il resto. Riusciva a distinguere le sagome
scure sull’intonaco laddove un tempo scudi e spade avevano sfoggiato
l’orgoglioso stemma araldico dei Courteney; ormai, al pari dell’argenteria e
dei cristalli, erano stati tutti venduti.
In fondo alla stanza troneggiava un antico tavolo di quercia coperto di
fogli su cui era posata una bottiglia di vino aperta. Niente bicchieri né
decanter. Suo padre era accasciato sulla poltrona accostata al tavolo, come se
si fosse addormentato. Una pozza rosso scuro si era allargata sui documenti.
Dopo un attimo di esitazione Francis si avvicinò con uno scatto e spinse la
figura verso lo schienale con più energia di quanto volesse, tanto che la
poltrona si rovesciò e cadde. Suo padre venne scagliato all’indietro e piombò
sul pavimento, un braccio proteso verso la pistola caduta lì accanto.
Francis lottò contro il senso di nausea che gli salì in gola. «Padre?»
Sir Walter Leighton era stato un uomo attraente, un tempo, prima che i
vizi lo rovinassero. Persino nella morte il suo viso conservava ancora una
traccia dell’insopprimibile energia che Francis rammentava così nitidamente,
quella dell’uomo che da piccolo lo lanciava in aria e lo afferrava al volo, che
lo sfidava a scavalcare una siepe a cavallo scommettendo una ghinea o
proponeva un viaggio improvvisato a Londra. Adesso i suoi occhi azzurri
senza vita lo fissavano dal basso come per implorare perdono. Visto di fronte
sembrava del tutto integro, solo da dietro si potevano scorgere i bordi
frastagliati dello squarcio sanguinolento causato dalla pallottola che gli aveva
fatto saltare le cervella.
Alle sue spalle risuonò un breve grido acuto e il ragazzo si girò di scatto,
scoprendo la madre ferma dietro di lui a fissare il corpo sul pavimento, le
mani premute sulla bocca.
«Ti avevo detto di aspettare di sopra», disse, sconvolto. Corse ad
abbracciarla, premendole il suo viso sulla propria spalla per impedirle di
guardare.
Alice singhiozzò contro la camicia del figlio. «Perché lo ha fatto?»
Lui prese il foglio posato sopra la pila di documenti e lo sollevò verso la
luce. Era la lettera di un avvocato, spedita da uno studio legale londinese che
non aveva mai sentito nominare. Lesse le ampollose frasi di gergo legale,
sforzandosi di capirle. Un paragrafo in particolare attirò la sua attenzione.

Se mancherete di onorare tali debiti entro la mezzanotte del 19 ottobre


non mi lascerete altra scelta che mandare dei balivi a sequestrare la
suddetta proprietà, impianti fissi e arredi compresi, a risarcimento degli
stessi.

«Si riferiscono a High Weald», sottolineò. «E il sequestro è fissato per questa


notte.» Guardò l’orologio sulla mensola del caminetto e scoprì che era più
tardi di quanto avesse immaginato. Il campanile della piccola cappella sulla
collina doveva avere già battuto le undici, benché lui non avesse sentito a
causa del temporale. Fu assalito dall’orrore. «Saranno qui fra meno di
un’ora.»
Riabbassò lo sguardo sul cadavere del padre. Sentì la rabbia montargli
dentro e scacciare il dolore appena provato. Non riusciva a ricordare quando
si fosse reso conto che Sir Walter era un giocatore d’azzardo. Il modo in cui
l’argenteria scompariva senza spiegazioni dal baule in cui era conservata solo
per riapparire altrettanto misteriosamente qualche mese dopo. Le partite a
carte organizzate nel salotto a cui non gli veniva mai permesso di assistere,
talmente lunghe che sentiva ancora i giocatori la mattina seguente, quando si
alzava. I repentini cambiamenti d’umore del patrigno, teso e taciturno per
settimane e poi allegro e brioso quando portava a casa dei regali per moglie e
figlio. Gli strani uomini che bussavano alla porta a tutte le ore e che lui
osservava da dietro la balaustrata del piano di sopra. Le liti che seguivano
quelle visite, Alice che urlava contro il marito dietro la porta della camera da
letto chiusa.
Ma non si era mai reso conto che la situazione fosse così drammatica.
All’improvviso udirono una serie di tonfi frenetici all’esterno e per un attimo
lui temette che fossero arrivati i balivi, ma erano soltanto le imposte, di
nuovo. Una rapida occhiata all’orologio gli disse che gli restavano quindici
minuti.
«Dobbiamo andarcene», gridò. Riportò la madre al piano di sopra,
chiudendo a chiave la porta d’ingresso mentre passava. Lei era pallida, la
mano fredda come vetro. «Raduna le tue cose, tutto quello che puoi portare
con te.»
Alice raggiunse svogliatamente l’armadio e prese qualche abito e qualche
sottogonna. Francis andò nella sua stanza a riempire una borsa con i suoi
pochi effetti personali. Gli sembrava quasi di sentire il ticchettio del tempo
che scorreva.
Tornò di corsa in camera della madre e la trovò seduta sul letto a
baldacchino, circondata dai vestiti.
«Sbrigati», la sollecitò con foga. «Saranno qui da un momento all’altro.»
Cominciò a infilare i suoi indumenti in una borsa. «Se soltanto mio padre...»
«Non chiamarlo così», sussurrò Alice. «Sir Walter non era tuo padre.»
«Lo so, ma hai sempre detto che dovevo chiamarlo...»
«Ho sbagliato. L’ho sposato perché ero rimasta vedova e tu avevi bisogno
di un padre. Dopo la morte di William la mia famiglia mi ha ripudiato, non è
nemmeno venuta al suo funerale. Mio padre mi odiava perché l’uomo che
avevo sposato non era di sangue blu, benché appartenesse a una famiglia
ricca come i Courteney. Poi le circostanze della morte di William, lo
scandalo... Non mi hanno mai perdonato.»
«Non me l’avevi mai detto.»
«Eri un bambino innocente che aveva già sofferto fin troppo. Sir Walter
Leighton era affettuoso e affascinante e mi faceva ridere. Non ho capito quale
fosse il suo vero carattere, così come non ho capito che tipo di persona fosse
tuo padre finché non è stato troppo tardi.»
«Ma hai sempre detto che mio padre – il mio vero padre, William
Courteney – era un brav’uomo. Nobile e gentile.»
Lei fece una smorfia. «Oh, Francis, erano tutte bugie. Non potevo
addolorarti dicendoti che razza d’uomo fosse in realtà: un bruto malvagio che
alla morte di suo padre ha quasi ballato la giga, che mi picchiava fino a
riempirmi di lividi e che se fosse sopravvissuto avrebbe picchiato anche te.
Per poco non ha ucciso il suo stesso fratello, Thomas.»
Francis sentì le gambe deboli e si lasciò cadere sul letto. Lacrime di rabbia
gli pizzicarono gli occhi. «No, è stato Thomas a uccidere lui. Me l’hai detto
tu, mamma. Me l’hai detto tu.»
«Sì, è vero, Tom ha ucciso William», ammise lei, «ma solo per
difendersi.»
«Tu eri presente? Hai assistito alla scena?»
«William andò a Londra e non tornò più. Si sparse la voce che lo avesse
ucciso Tom, ma io sapevo che, se davvero era stato lui, doveva essere stato
provocato. Tom non avrebbe mai potuto uccidere suo fratello a sangue
freddo.»
Francis riusciva a stento a respirare. «Deve averlo fatto per forza.»
Dal piano di sotto giunse un improvviso e tonante martellare, stavolta
inconfondibile: il suono di un pugno forte che picchiava su una porta
massiccia. Si udirono dei rumori soffocati e il tintinnio di un pomolo ruotato
ripetutamente.
Alice strinse a sé Francis. «Sei quasi maggiorenne, è arrivato il momento
che tu sappia la verità.»
«Stai mentendo.» Lui se la scrollò di dosso e afferrò la borsa. Da sotto
arrivò un’altra serie di colpi furibondi. «Stanotte ho già perso un padre e ora
stai cercando di rovinare il ricordo dell’altro.»
«Aprite», gridò una voce tanto stentorea da risuonare chiara nonostante il
temporale. «Aprite, in nome della legge.»
Francis raggiunse la porta della camera. «Dobbiamo andarcene. Se ci
trovano qui si prenderanno tutto.»
«Io rimango.» Alice si strinse addosso lo scialle. «Non lasceranno senza
aiuto e riparo una povera vedova sofferente. E con Walter morto non possono
riscuotere così facilmente i suoi debiti. Quanto a questa casa, che la
prendano. A parte te, mio caro, non mi ha portato che infelicità e lutti.»
Lui la fissò, in preda a emozioni talmente violente che non riusciva a
riflettere. Avrebbe voluto dire qualcosa, ma le parole si rifiutavano di uscirgli
di bocca.
«Aprite», gridò di nuovo la voce al pianterreno.
Francis scese di corsa le scale posteriori, attraversò le cucine silenziose e
raggiunse le scuderie. Stallieri e garzoni erano stati tutti licenziati, i
purosangue che aveva cavalcato da bambino venduti ormai da tempo a nuovi
proprietari. Restava solo un cavallo, Hyperion, il castrone sauro che il padre
gli aveva regalato per i suoi tredici anni e che ora, solo nel suo box, emise un
basso nitrito sentendolo avvicinarsi.
Accese una lanterna e lo sellò in fretta. Gli uomini del balivo non
avrebbero impiegato molto per raggiungere il retro della casa alla ricerca di
un modo per entrare. Afferrò un mantello cerato appeso a un gancio sul muro
e portò fuori Hyperion.
Trovò una figura ad aspettarlo.
«Mamma?» Sentì dileguarsi la rabbia nel vederla lì, un’apparizione grigia
nel cortile delle scuderie. L’abito fradicio le aderiva al corpo snello,
facendola somigliare a una ragazzina smarrita sotto la pioggia. In mano
stringeva un sacchettino di velluto.
«Non potevo separarmi da te senza dirti addio.»
Lui la abbracciò. «Addio, mamma.»
«Dove andrai?» gridò all’orecchio per sovrastare lo scroscio della pioggia.
Francis non ci aveva ancora pensato, ma non appena lo fece capì qual era
la risposta.
«L’unico familiare che mi sia rimasto al mondo è zio Guy, a Bombay. Mi
presenterò alla Compagnia delle Indie Orientali a Londra per chiedere un
impiego e un passaggio su una delle sue navi.» Si voltò a guardare la grande
villa, così gravida di ricordi. «Magari farò fortuna e un giorno tornerò a
riprendermi High Weald.»
Lei cominciò a torcere il laccio del sacchetto di velluto, tentando di celare
la sofferenza che provava al pensiero che il suo unico figlio si spingesse così
lontano.
«È un buon piano, ma stai attento, con tuo zio Guy. Sembra incredibile,
ma quando avevi due anni eri il maggior azionista della Compagnia delle
Indie Orientali, a parte i membri del consiglio di amministrazione. Tuo nonno
Hal aveva accumulato più di ventimila azioni che, quando William è morto,
poco tempo dopo il padre, sono passate a te. Era previsto che venissero
conservate in un fondo, ma Guy ci ha consigliato di venderle e io gli ho dato
retta. Da allora non ho smesso di chiedermi se sia stato onesto con noi. Se
avessimo tenuto quelle azioni in un fondo, Walter non avrebbe mai potuto
toccarle. Una volta che le abbiamo convertite in contanti, invece...»
Sospirò. Pur con tutti i suoi difetti, William l’aveva resa una delle vedove
più ricche d’Inghilterra. Nei quindici anni trascorsi da allora il suo secondo
marito aveva ridotto quell’eredità a un cumulo di debiti e rimpianti. Come
poteva chiedere a Francis di rimanere? Ormai lì non c’era più nulla per lui. Ci
aveva pensato Sir Walter.
«Prendi questo.» Gli porse il sacchetto di velluto. La pioggia aveva
infradiciato il tessuto, ma lui sentì qualcosa di duro e pesante all’interno. Lo
aprì.
Dopo la miseria degli ultimi mesi fu come assaporare una visione
paradisiaca. Alla luce della lanterna vide un medaglione d’oro raffigurante un
leone dalla criniera ispida che stringeva fra le zampe il globo del mondo,
sotto un cielo di smalto azzurro in cui sfavillavano stelle di diamanti.
«Che cos’è?»
«Il medaglione dell’ordine di San Giorgio e del Santo Graal. Appartiene ai
Courteney da innumerevoli generazioni e adesso è tuo.»
«Ma...» Lui faticava a crederci, come un uomo affamato messo di fronte a
un sontuoso banchetto. «Deve valere una fortuna. I soli diamanti... Se lo
vendessimo potremmo tenerci High Weald.»
«No.» Lei resse il suo sguardo. «Rappresenta l’onore dei Courteney.
Ovunque tu vada, qualsiasi cosa tu faccia, bada di non perderlo mai.»
Le grida suonarono più vicine, su un lato della casa. Lei serrò le mani del
figlio intorno al sacchetto e gli diede un bacio.
«Vai. L’uomo a cui devi rivolgerti, a Londra, è Sir Nicholas Childs. Era
un amico di tuo nonno ed è ancora una figura di spicco nella Compagnia
delle Indie Orientali. Se al mondo esiste qualcuno in grado di aiutarti, è lui.»

Francis era stato diverse volte a Londra, da bambino, ma sempre con i


genitori, viaggiando su una carrozza confortevole con un cocchiere che
sgombrava loro la strada facendo schioccare la frusta e lacchè pronti a servirli
a ogni sosta. Stavolta il viaggio richiese quasi una settimana, giornate lunghe
e lente trascorse a lottare contro le strade fangose e l’implacabile clima
autunnale. Dormì nei fossi, legando Hyperion dietro le siepi, ben nascosto,
con il terrore che qualcuno lo notasse e trovasse il sacchetto di velluto rosso
sotto la camicia. Una mattina, nei pressi di Salisbury, fu svegliato dagli
uomini dello sceriffo, che lo accusarono di essere un vagabondo e un ladro di
cavalli e lo inseguirono a lungo attraverso i campi prima che riuscisse
finalmente a seminarli. A Richmond spese gli ultimi spiccioli rimastigli per
un sacchetto di avena per Hyperion e un boccale di birra per sé. Quando
raggiunsero Londra il cavallo era quasi zoppo e lui coperto di fango.
Il castrone parve terrorizzato dalla città, dalla folla e dal chiasso, dai carri
e carretti che passavano fragorosamente sulle pietre del selciato. Francis
dovette smontare e tirarlo per le briglie, mormorandogli all’orecchio per
tranquillizzarlo. Nelle vie affollate quasi tutti lo ignoravano, ma Francis notò
i pochi sguardi fissati su di lui, un ragazzo trasandato con un così bel cavallo.
Arrossì leggendo il sospetto sui loro volti; non si era mai sentito così solo.
Alla fine trovò una scuderia. Lo stalliere gli diede una sola occhiata e
specificò che doveva pagare in anticipo. La tariffa era di cinque scellini.
Francis si tastò le tasche. «Non ho niente.»
«Allora io non ho niente per te.»
«Vi prego.» Stava scendendo la sera e il pensiero di continuare ad
arrancare in giro per quella città ostile gli risultava insopportabile. «Domani
mi procurerò i soldi.»
Lo stalliere assunse un’espressione scaltra mentre valutava il livello di
disperazione dell’interlocutore. «Potresti vendere il cavallo.»
Lui trasalì. Aprì la bocca per rifiutare l’offerta, ma non riuscì a parlare.
Cosa si era aspettato? Se doveva rifarsi una vita in India non avrebbe mai
potuto portare con sé Hyperion.
Gli occhi gli si riempirono di lacrime ma si rifiutò di piangere.
«Quanto?»
«Non è per me. Troverò un compratore, e fino ad allora il cavallo può
rimanere qui.»
Francis cinse il collo di Hyperion con le braccia e premette il viso sulla
criniera. Il castrone reagì con un nitrito sommesso, lieto di sentirsi
nuovamente intorno gli odori e i suoni familiari della scuderia.
«Posso almeno avere un giaciglio per la notte?»
Lo stalliere lo osservò dalla testa ai piedi. «Puoi dormire con i cavalli.»

Francis dormì male e si svegliò presto. Si lavò come meglio poteva con
l’acqua dell’abbeveratoio e usò una spazzola per cavalli per togliersi il fango
dagli abiti. Non servì a molto. Percorrendo Cheapside intravide il proprio
riflesso nelle vetrine e fece una smorfia. I suoi capelli scuri sparavano in aria
in tutte le direzioni, gli occhi erano corredati di borse violacee simili a lividi,
e una corta e ispida barbetta adolescenziale di una settimana gli scuriva le
guance. Gli abiti erano laceri e costellati di grosse macchie, benché la
spazzola avesse tolto il grosso del fango. L’alluce faceva capolino da un buco
nella scarpa destra.
Stava per far visita a uno degli uomini più ricchi di Londra. Sir Nicholas
Childs era il creatore della Compagnia delle Indie Orientali, l’uomo capace di
trasformare una piccola società di avventurieri e mercanti in un colosso che
controllava metà del commercio mondiale. Francis ne sentiva parlare da
tempo immemorabile, anche se ogni volta che lui o il patrigno lo nominavano
sua madre cambiava argomento.
Sembrava che metà dei londinesi conoscessero il palazzo su Leadenhall
Street e Francis ottenne subito le indicazioni necessarie per raggiungerlo. Il
pianterreno non aveva nulla di speciale: imposte di legno e un paio di
massicce porte borchiate nascondevano l’interno agli occhi dei passanti;
l’unico elemento decorativo era una coppia di colonne orientali riccamente
scolpite che fiancheggiavano l’ingresso, sorvegliato da un portiere in livrea.
Ma bastava alzare gli occhi per cominciare a notare dettagli che suggerivano
una maggiore imponenza. Al primo piano affacciava sulla strada una
balconata lignea dietro cui si vedevano delle gallerie in vetro, mentre sulle
decorazioni in legno al secondo piano spiccava un massiccio stemma regale.
Ancora più su, sulla cornice, talmente in alto che bisognava piegare la testa
all’indietro per riuscire a vedere, erano dipinti con colori accesi dei velieri su
un mare brillante punteggiato di onde, il tutto fiancheggiato da delfini e
sormontato dalla statua di un onesto marinaio elisabettiano intento a scrutare
le guglie e i comignoli di Londra.
Un osservatore ignaro avrebbe potuto scambiarla per la sede di una società
di forniture navali, fuori posto lì nel centro della città, ma in realtà era il
quartier generale di alcuni degli uomini più potenti della terra.
Francis esitò un istante e tutto il suo coraggio si dissolse. Si avvicinò al
portiere.
«Potreste informare Sir Nicholas Childs che Francis Courteney desidera
vederlo per una questione urgente?» L’ansia gli rese la voce più stridula del
voluto e lui rimpianse di essere suonato così infantile.
Il portiere lo guardò dall’alto in basso. «Oggi Sir Nicholas Childs è
indaffarato. E Sir Francis Courteney è morto durante il regno del buon re
Carlo.»
«Sono il suo pronipote. E vi prego, devo assolutamente parlare con Sir
Nicholas.» Cercò di oltrepassare l’uomo per varcare l’enorme porta costellata
di borchie, ma un braccio robusto gli sbarrò la strada e lo spinse indietro.
«Sir Nicholas non riceve visitatori.» Il portiere enfatizzò ogni sillaba
picchiandogli un dito sul petto. «E se continui a bloccare la porta ti farò
accusare di vagabondaggio.»
Francis batté in ritirata sul ciglio opposto della via, nell’ombra di una
coffee house dietro le cui vetrine vide uomini seduti intorno ai tavoli e
impegnati a discutere vivacemente, leggere giornali e sorseggiare tazze di
caffè bollente. Soltanto il vetro li separava da lui, ma sembrava un altro
mondo.
Un’ondata di rabbia impotente lo investì, scuotendolo fin nelle ossa. Negli
ultimi anni c’erano stati momenti in cui gli era sembrato di non avere nulla,
ma non si era reso conto di quanto in realtà avesse. Adesso, con l’amara
lucidità dello sconforto, capì di non avere più speranze. Non c’era nulla che si
potesse fare, senza denaro. Quella mancanza aveva ucciso il suo patrigno,
aveva separato lui dalla madre e gli era costato la casa, e anche il cavallo...
tutto tranne i vestiti che indossava e il medaglione che portava al collo.
Guardò di nuovo gli uomini dentro il locale e si immaginò in mezzo a
loro, mentre intratteneva gli altri mercanti con racconti su investimenti
redditizi, profitti incassati e fortune accumulate nelle Indie. Qualsiasi cosa
servisse per unirsi alla Compagnia, lui l’avrebbe fatta. Avrebbe navigato fino
in capo al mondo, sopportato qualsiasi stento e affrontato qualsiasi rischio.
Avrebbe persino ucciso, se era necessario per avere successo, benché
bastasse l’idea per farlo tremare. Giurò di diventare ricco, a qualunque costo.
Si mise comodo ad aspettare. Ogni volta che la porta si apriva, dalla coffee
house uscivano profumi che gli facevano venire l’acquolina in bocca. Con il
passare delle ore le persone cominciarono a passargli accanto reggendo
fumanti tortini ripieni di carne e pasticcini caldi. Si sentiva svenire. Il
sacchettino che teneva appeso al collo diventava sempre più pesante: dentro
c’era un oggetto di inestimabile valore, ma lui non riusciva nemmeno a
pensare di venderlo. Si chiese se fosse il caso di tornare alla scuderia per
verificare se lo stalliere avesse trovato un acquirente per Hyperion, ma non
voleva perdere l’occasione di incontrare Sir Nicholas.
Non sapeva come l’avrebbe riconosciuto. Sua madre lo aveva definito un
amico di suo nonno Hal, quindi doveva essere anziano, ormai. Francis
osservò gli andirivieni nel palazzo di Leadenhall Street. Uomini di una certa
età con parrucche immacolate, giovanotti curvi sotto il peso di cartelle gonfie
di tomi e documenti. Ogni volta che il battente si apriva, il portiere usciva e
lo guardava in cagnesco, ma non attraversava la strada. A un tratto gli parve
di scorgere un uomo che lo osservava dalle ombre della balconata al primo
piano, ma la sagoma si ritirò dentro casa prima che lui potesse vederla con
chiarezza.
La giornata di ottobre trascorse lentamente. Le ombre si allungarono, la
coffee house si svuotò, i rintocchi delle campane della chiesa chiamarono i
fedeli alla funzione serale. Francis iniziò a chiedersi dove sarebbe andato
quella sera e dove avrebbe potuto mangiare. Aveva scordato i propri sogni di
mezzogiorno su patrimoni e commerci; l’unica cosa che desiderava era un
pasto. Toccò il sacchetto di velluto che gli formava un leggero rigonfiamento
sotto la camicia. Vicino alla locanda aveva visto una bottega dei pegni dove
avrebbe sicuramente potuto spuntare un buon prezzo. Solo per pochi giorni,
finché non incassava il denaro della vendita di Hyperion. Il pensiero lo fece
vergognare della sua debolezza.
Assorto nelle sue riflessioni non vide il portiere che si avvicinava finché
non fu a metà della strada. Stringeva una frittella avvolta in un tovagliolo.
«Ti ho osservato per tutto il giorno, non hai toccato cibo.»
Francis gliela strappò quasi di mano. Vi affondò il viso, troppo affamato
per gustare il dolce sapore di zucchero e mandorle che gli colmava la bocca.
Era talmente impegnato a mangiare che non notò i due uomini che
avevano accompagnato il portiere. Dopo un attimo due mani robuste lo
afferrarono per le braccia, un’altra gli tappò la bocca e il portiere gli premette
un bastone sulla gola. Si sentì soffocare. La frittella mangiata solo per metà
cadde a terra e venne calpestata da stivali chiodati.
Cercò di lottare ma non aveva alcuna chance. I tre uomini lo portarono
dall’altra parte della strada e lo trascinarono dentro l’edificio senza dargli
nemmeno la possibilità di gridare. Se qualcuno tra i passanti si accorse di
qualcosa, fu abbastanza furbo da capire che gli conveniva tirare dritto.

Il palazzo si rivelò molto più ampio di quanto non gli fosse parso
dall’esterno. Gli uomini trascinarono Francis lungo un interminabile
corridoio pervaso dall’odore di chiodi di garofano e pepe, poi su per varie
rampe di scale. Lui udì risate e conversazioni, ma tutte le porte rimasero
chiuse e nessuno guardò fuori.
Lo condussero fino a un’enorme porta all’ultimo piano, con un pomolo
d’ottone a forma di leone con le fauci spalancate. Il portiere bussò
rispettosamente e persino lui parve esitare prima di aprire l’uscio, come se si
stesse avvicinando alla tana di una belva terrificante.
La stanza era immersa nel buio, l’aria calda e umida come in una serra. Le
tende erano tirate; il focherello che ardeva nel camino e la candela accesa
sulla grande scrivania in fondo riuscivano a rischiarare ben poco. Le pareti,
coperte dal pavimento al soffitto da enormi dipinti di navi e battaglie dalle
elaborate cornici dorate, sembravano inclinate verso il centro della stanza.
L’aria odorava di marcio, come se un pezzo di carne fosse stato dimenticato lì
dentro. Francis scrutò l’oscurità ma non vide anima viva, solo una sagoma
voluminosa dietro la scrivania, simile a un ammasso di biancheria sporca.
I suoi carcerieri lo lasciarono andare e si tolsero il berretto. Sbilanciato, lui
incespicò, rischiando di cadere. Si massaggiò la gola.
Dietro la scrivania risuonò un colpo di tosse catarrosa, raspante.
L’ammasso informe si spostò. Era un uomo, capì Francis quando i suoi occhi
si adattarono alla penombra, un uomo enorme e dal ventre gigantesco, con
una coperta sulle ginocchia e una vestaglia di seta sulle spalle. Il collo
scompariva sotto una cascata di menti tremolanti. La testa era rasata ma in
modo approssimativo, tanto che qua e là spuntavano ciuffetti di capelli
bianchi simili alle barbe di un cardo. Capillari spezzati solcavano le guance
molli. Soltanto gli occhi, affondati fra pieghe di grasso, si erano mantenuti
vivi e brillanti.
«Chi sei?» domandò. L’uomo non si era alzato e Francis immaginò che
non fosse in grado di farlo. In seguito apprese che gli anelli di ferro appesi ai
braccioli della poltrona servivano per trasportarlo nelle rare occasioni in cui
lasciava l’ufficio. Si diceva che quando doveva fare i suoi bisogni servissero
tre uomini per issarlo sulla comoda e per pulirlo dopo che aveva finito.
Uno dei guardiani si fece avanti e diede un pugno nello stomaco a Francis.
«Rispondi, quando Sir Nicholas ti interpella», latrò.
Lui tentò di parlare, ma il colpo lo aveva lasciato senza fiato e le parole si
rifiutavano di uscire.
«Chi ti ha mandato? È stato Norris con i suoi uomini di Dowgate?»
«Chi?» chiese Francis, ansimando. «Non so nemmeno di chi state
parlando.»
«Non fare il finto tonto con me, ragazzo.» Sir Nicholas mosse la testa di
scatto e un altro pugno colpì Francis al ventre, facendolo piegare in due. «Hai
tenuto d’occhio il palazzo per tutto il giorno. Chi stavi spiando?»
«Non sto...»
«Sono stati quei maledetti contrabbandieri? Sanno quali sono le
conseguenze, se tentano di rubarmi le mie attività. Se li prendo brucerò le
loro navi e li guarderò marcire in una prigione indiana.»
«Vi prego», disse lui mentre l’ennesimo colpo lo raggiungeva alle reni.
«Mi chiamo Francis Courteney, mi ha mandato mia madre.»
Sir Nicholas era paonazzo per la rabbia. «Quale impudenza è mai questa?
Sir Francis Courteney è morto quasi cinquant’anni fa.»
«Era il mio bisnonno.» Francis cercò affannosamente il sacchetto sotto la
camicia. Il suo guardiano, pensando che volesse prendere un’arma, gli diede
un calcio alle gambe, facendolo stramazzare a terra, e un altro nel costato.
Lui estrasse il sacchetto e l’uomo glielo strappò di mano. Il laccio si
sciolse e il medaglione d’oro con il leone che stringeva il globo cadde sul
pavimento.
Il guardiano aveva alzato di nuovo il pugno chiuso.
«Basta così», gli ordinò Sir Nicholas. «Portatemi quello.»
Due uomini tennero fermo Francis mentre il portiere recuperava il leone
d’oro e lo posava sulla scrivania. Sir Nicholas lo tenne sollevato in modo che
la luce della candela scintillasse sui rubini e i diamanti incastonati.
«Dove l’hai preso?» chiese a Francis.
«Appartiene alla mia famiglia. Me l’ha lasciato in eredità mio padre.»
Sir Nicholas si rigirò l’emblema fra le dita e indicò ai suoi uomini di
lasciar andare il ragazzo.
«Chi sei?» domandò di nuovo, ma in tono più meditabondo.
«Sono Francis Courteney, figlio di William Courteney e nipote di Hal
Courteney, barone di Dartmouth e cavaliere Nautonnier del Tempio
dell’ordine di San Giorgio e del Santo Graal. Vent’anni fa mio padre ha dato
la vita per difendere le merci della vostra Compagnia dai pirati. Ora io non
chiedo altro che un impiego, un’occasione di mettermi al servizio della
Compagnia delle Indie Orientali e dimostrare ciò che valgo.»
Childs lo fissò come fosse un fantasma.
«Lasciateci soli», ordinò ai suoi uomini.
Loro si allontanarono e lui studiò il ragazzo. Ormai da decenni governava
la Compagnia delle Indie Orientali come se fosse il suo feudo personale,
allungando i suoi tentacoli dall’ufficio di Leadenhall Street fino ai più remoti
angoli del globo. Sovrani e parlamenti si erano susseguiti l’uno all’altro, e
alcuni avevano sostenuto che la Compagnia era troppo potente, che il suo
monopolio andava revocato. Lui li aveva lasciati fare, aveva abbattuto i suoi
rivali e aveva resistito più a lungo di tutti.
Anche i Courteney si erano susseguiti l’uno all’altro. Per un certo periodo
si erano dimostrati utili servitori e lo avevano aiutato a costruire le fortune
della Compagnia. Quando la situazione era cambiata, li aveva prontamente
eliminati come aveva fatto con i nemici, senza mai provare nemmeno un
briciolo di rimorso. Dalla sua residenza, Bombay House, aveva mandato Tom
Courteney a farsi uccidere dal fratello William. Con suo profondo stupore
Tom aveva fatto scattare la trappola e capovolto la situazione a danno di
William, ma lui non se ne era preoccupato. Tom era fuggito, ricercato per
assassinio, e la quota del 7 per cento della Compagnia delle Indie Orientali
era passata al figlioletto di William. Per Childs non era stato certo difficile
convincere la vedova a vendergliela alle condizioni per lui più vantaggiose,
consentendogli così di rafforzare ulteriormente il proprio controllo. Si era
dimenticato del giovane Francis Courteney.
Adesso il ragazzo era di fronte a lui, ormai quasi uomo. Aveva un livido
rosso sul collo causato dai suoi scagnozzi, il volto pallido ma caratterizzato
dall’orgoglio risoluto che Childs aveva notato vent’anni prima in suo nonno.
Avrebbe potuto rivelarsi utile, pensò, o pericoloso.
«Mio caro», disse in tono più gentile e bonario, «avvicinati, così posso
vederti meglio.»
Era tutta una farsa: il suo corpo poteva anche essere malconcio, ma gli
occhi azzurri restavano limpidi e perspicaci come la sua mente.
Francis avanzò di qualche passo, esitante.
«Mi dispiace che ti abbiano malmenato», aggiunse Childs. «I miei nemici
hanno molte spie e non si fermano davanti a nulla pur di intralciare il
sottoscritto e questa nobile compagnia. Spero che tu non sia rimasto ferito.»
Francis si massaggiò un fianco. Sentiva già la pelle tendersi man mano che
si formavano i lividi.
«Avrei un po’ di fame, vostra signoria.»
«Certo, certo.» Childs suonò un campanello posato su un angolo della
scrivania e urlò al domestico di portare del cibo. «Ora, ragazzo mio, prendi
una sedia e raccontami tutto. Per quale motivo sei venuto? Se mi avessi
scritto avrei potuto riservarti un’accoglienza più gentile.»
Lui si calò dolorosamente sulla sedia. «Il mio patrigno è morto la
settimana scorsa e non mi ha lasciato nulla a parte il leone d’oro.»
Childs si tamponò la fronte con un fazzoletto. «Mi dispiace.
Probabilmente tua madre non te l’ha mai detto, ma mi sono sempre
interessato molto alla tua educazione. Il modo in cui è morto tuo padre...
Temo di sentirmi un po’ in colpa al riguardo. Sai, sono stato l’ultima persona
a vedere tuo zio Tom prima che commettesse l’omicidio e mi sono sempre
chiesto se avrei potuto dire o fare qualcosa per impedirglielo. Avrei potuto
intuire le sue intenzioni e muovermi per fermarlo?»
Fu squassato da un accesso di tosse. Quando lo ritrasse, il fazzoletto con
cui si era tamponato la bocca era punteggiato di macchioline di sangue.
«Sono sicuro che la vostra condotta è stata irreprensibile, signore», obiettò
Francis.
Un pensiero fastidioso gli si affacciò alla mente mentre ricordava gli
ultimi frenetici istanti in compagnia della madre.
«Posso confidarvi una cosa, signore?»
«Certo, ragazzo mio, come se fossi tuo padre.»
«Prima che me ne andassi di casa, mia madre ha fatto un’insinuazione
davvero assurda. Ha detto – e ne era convinta – che mio zio Tom potrebbe
essere innocente, che ha ucciso mio padre solo per difendersi.»
Childs scosse la testa così energicamente che tutti i suoi menti
tremolarono. «Si sbaglia. La sofferenza deve averle annebbiato il cervello,
poveretta. Ho visto William Courteney alla Camera dei Lord, il giorno in cui
è morto. La preoccupazione che ha espresso nei confronti del fratello,
l’amore e l’affetto che nutriva per lui... Nessun uomo potrebbe avere dubbi al
riguardo. Quello stesso giorno, mi disse, intendeva anticipare a Tom
diecimila sterline per organizzare una spedizione e recuperare il loro fratello
Dorian, che era stato rapito dai pirati. Purtroppo in seguito si è scoperto che il
ragazzo era morto. Ma non era abbastanza per Tom Courteney, che a tarda
sera ha teso un agguato a William lungo il Tamigi pretendendo una fetta più
cospicua dell’eredità paterna, e quando William gliel’ha rifiutata lo ha ucciso
senza pietà.»
Francis rabbrividì immaginando la scena. «Ne siete sicuro?»
«Ho ricevuto un dettagliato resoconto da un barcaiolo che ha assistito alla
tragedia. Ricordo ogni dettaglio anche dopo tutti questi anni.»
Un domestico bussò ed entrò con un vassoio d’argento, sistemò sulla
scrivania i grossi piatti colmi di carne arrosto e versò due bicchieri di
chiaretto da un decanter di cristallo. Francis riuscì a stento ad aspettare
l’uscita dell’uomo prima di avventarsi sul cibo.
Childs mangiò quasi altrettanto avidamente, con il sugo della carne che gli
gocciolava sul collo e finiva sullo sparato della camicia.
«Vuoi vendicare tuo padre?» chiese, coi pezzetti di cibo che gli
schizzavano fuori dalla bocca, poi proseguì senza attendere una risposta.
«Certo che sì. Sei un Courteney, so quale sangue ti scorre nelle vene.»
Francis bevve un sorso di vino. «Sì, signore, ma non capisco...»
«È una vera fortuna che tu sia venuto qui proprio oggi, è come se fosse
stato il destino a guidare i tuoi passi. Una settimana fa una nave proveniente
dalle Indie, la Dowager, ha attraccato a Deptford. Il comandante, il capitano
Inchbird, mi ha riferito alcuni eventi sensazionali. Ventidue giorni dopo la
partenza da Bombay è stato attaccato e quasi sopraffatto da una nave pirata al
largo della costa del Madagascar. È seguita una battaglia davvero feroce, ma
mentre lui resisteva valorosamente ai nemici un piccolo sloop si è unito alla
mischia. Il suo comandante non era altri che Tom Courteney.»
Francis sentì la stanza vorticargli intorno. I quadri sulle pareti parvero
incombere su di lui e il vino gli pulsò nella testa. «Impossibile, signore. Tom
Courteney è morto in Africa quando ero bambino. Me l’ha confermato mio
zio Guy.»
«Tuo zio si sbagliava. Tom Courteney è vivo e vegeto, e impegnato in
spedizioni commerciali lungo la costa africana. Secondo Inchbird potrebbe
risiedere a Città del Capo, quando non è per mare.»
Posò forchetta e coltello. «Mi hai chiesto un lavoro nella Compagnia. Per
l’affetto che nutrivo verso tuo padre e per i nostri antichi legami con la tua
famiglia ti offro ben volentieri un posto come impiegato presso tuo zio Guy a
Bombay e un passaggio gratuito su una delle nostre navi. Ma posso darti di
più. Sulla rotta per Bombay, il nostro veliero farà scalo a Città del Capo e
potrebbe restarvi per alcune settimane mentre fa rifornimento di provviste e
acqua. Se vuoi avrai il tempo di sbarcare. Potresti scovare tuo zio, se si trova
davvero là.»
Francis masticò un pezzo di carne di maiale, sforzandosi di assorbire
l’ultima informazione. Childs si allungò in avanti, le labbra color sangue a
causa del vino.
«Quando Tom Courteney è fuggito dall’Inghilterra abbiamo offerto
cinquemila sterline per la sua cattura. Ho garantito di persona la ricompensa,
ed è ancora valida. Cinquemila sterline», ripeté. «Una somma principesca per
chiunque, e ancor più per un ragazzo della tua età che sta cominciando a farsi
strada nel mondo. E se la investi oculatamente a Bombay potresti riuscire a
raddoppiarla o triplicarla prima del tuo ritorno.»
Francis tentò di immaginare una simile quantità di denaro. Immaginò di
tornare a High Weald su una carrozza trainata da un tiro a quattro per
prendere possesso della villa e sistemare la madre nei suoi appartamenti,
grattando via la patina degli anni per trasformarla di nuovo nella dimora
luminosa e felice della sua infanzia.
Sentiva il vino caldo dentro di sé. Sapeva che non era saggio bere così in
fretta a stomaco vuoto, ma non era riuscito a resistere. Avrebbe dovuto porre
altre domande, ne era certo, domande importanti su Guy e Tom e la sua
eredità, ma il tono di Childs non ammetteva repliche. Quando l’uomo gli
rabboccò il bicchiere bevve con gratitudine.
«Questa è la vendetta che aspetti da tutta la vita», dichiarò Childs.
«Un’occasione per sistemare le questioni in sospeso, sia per te che per me.»
Il medaglione di San Giorgio era ancora sulla scrivania, seminascosto da
un fascio di carte. Francis lo prese, senza notare il lampo di delusione che
balenò sul viso dell’altro, e si alzò, malfermo sulle gambe.
«Sir Nicholas, giuro sull’onore di mio padre che troverò Tom Courteney e
lo assicurerò alla giustizia.»

Tom e Dorian sedevano davanti alla taverna, stringendo i rispettivi bicchieri e


guardando giù verso le navi ancorate nella baia della Tavola. Tom stava
bevendo un moscatello dolce mentre Dorian, fedele ai dettami della fede cui
si era convertito, evitava l’alcol e stava sorseggiando del succo d’arancia
diluito. Dietro di loro la sommità della montagna della Tavola era una linea
piatta nel cielo, mentre le cime più basse del picco del Diavolo e di quello del
Leone si protendevano a racchiudere il golfo in un anfiteatro naturale. Sotto
la foresta sui pendii sottostanti un centinaio di casette in pietra intonacate a
calce costellavano il paesaggio, scendendo fino al mare, dove magazzini e
taverne bordavano la costa. All’estremità orientale il tricolore olandese
sventolava sopra la fortezza a cinque punte che non lasciava dubbi su dove
albergasse il potere, lì nella colonia.
Un Indiaman stava entrando nel porto. Dai suoi colori e dallo stato del
sartiame Tom capì che proveniva dall’Inghilterra e stabilì rapidamente cosa
avrebbe significato il suo arrivo: i prezzi dell’avorio sarebbero saliti, perché i
mercanti inglesi cercavano scorte da portare in India, e in cambio avrebbero
tentato di vendere coltelli e oggetti in acciaio britannici. Il mercantile era in
ritardo sulla stagione e la maggior parte delle scorte di avorio erano già state
vendute, ma lui aveva tenuto da parte per una simile eventualità alcune
pregevoli zanne comprate durante il loro ultimo viaggio. Sorrise pensando a
quanto ci avrebbe guadagnato.
Ben presto lui e Dorian sarebbero tornati nella locanda in cui alloggiavano
durante i loro brevi soggiorni a Città del Capo. Aveva circa diecimila sterline
depositate presso la filiale di una banca di Amsterdam, eppure non le aveva
mai investite nell’acquisto di una casa. Le autorità olandesi imponevano
feroci restrizioni agli stranieri che possedevano immobili nella colonia, ma
facendo scivolare qualche tallero d’argento nelle mani giuste si sarebbe
potuto aggirare il problema. Tom tuttavia non ci aveva mai provato. Anno
dopo anno se ne stava nella locanda ad aspettare che passasse il monsone,
impaziente di veder cominciare la stagione successiva.
«Ti annoi?» gli chiese Dorian. A mo’ di risposta lui descrisse un ampio
cerchio con il braccio includendo le montagne e il mare, le nuvole che
parevano bambagia e il sole che calava sotto l’orizzonte.
«Come potrei annoiarmi con tutte queste meraviglie da assaporare?»
«Ti conosco troppo bene, fratello», replicò l’altro, ridacchiando. «Non usi
la pistola dal giorno in cui abbiamo salvato la Dowager da quel pirata,
Legrange, ed è passato quasi un anno.»
La stagione di caccia all’avorio nell’entroterra africano era stata tranquilla.
Avevano accompagnato una spedizione lungo lo Zambesi per quasi
settecento miglia, ma non avevano incontrato nessuna delle navi negriere
contro cui Tom aveva combattuto in passato. Persino la caccia era stata meno
proficua rispetto agli anni precedenti e la Centaurus era tornata con la stiva
piena di avorio solo per metà.
«Combattere non giova agli affari», affermò senza troppa convinzione.
Poi batté le palpebre sbalordito quando sull’orizzonte, laddove stava
scomparendo l’ultimo bordo di sole, balenò all’improvviso un lampo del
verde più brillante che si potesse immaginare. Pur avendo sentito parlare di
quel fenomeno, non vi aveva mai assistito.
«L’hai visto anche tu?» chiese mentre entrambi balzavano in piedi per lo
stupore, fissando il cielo.
«Sì!» Dorian era eccitato quanto lui. «I vecchi marinai lo chiamavano
’L’Ammicco di Nettuno’. È uno di quei fenomeni misteriosi, come il fuoco di
sant’Elmo, a cui si assiste di rado se non si passa tutta la vita sugli oceani più
selvaggi del globo.»
«Ho sentito dire che chi lo vede acquista una particolare saggezza», disse
con entusiasmo Tom mentre si rimettevano a sedere.
«Buon per te», lo prese in giro Dorian. «Hai sicuramente bisogno di tutta
la saggezza su cui riesci a mettere le mani.»
Per vendicarsi il fratello sorrise e gli versò sulla testa i fondi di vino del
suo bicchiere. «Per farti perdonare la tua impertinenza puoi offrirmene un
altro», gli disse.
Quando Dorian tornò con il bicchiere di Tom rabboccato si rimisero
comodi, immersi in un silenzio colmo di affetto, per godersi la fine del
tramonto e guardare la nave che attraccava nella baia.
Non appena l’ancora piombò nelle acque sempre più scure, le barche di
provviste provenienti dalla spiaggia si affollarono intorno alla nave, bramose
come agnelli in cerca del capezzolo.
«Prima di domattina non porteranno a riva il carico», stabilì Tom.
«Possiamo aspettare per vedere cosa vendergli.»
Lasciò una moneta per le bevande e insieme risalirono il pendio della
montagna, seguendo Die Heerengracht, la «Via dei gentiluomini» che
correva fra la piazza d’armi e i giardini botanici della Compagnia. Assorti
nella conversazione, non notarono la donna dall’abito azzurro che stava
scendendo nella direzione opposta finché lei non li raggiunse.
«Tom Courteney?» chiese, e lui alzò gli occhi, stupito.
«Ana Duarte?» replicò, e la vide arrossire per il piacere.
«Vi ricordate di me!»
«Come potrei dimenticarvi? In realtà mio fratello e io rammentavamo solo
un attimo fa il giorno in cui vi abbiamo conosciuto. Non sapevo che foste a
Città del Capo.»
«La mia nave è arrivata due giorni fa da Madras.»
«Spero che la traversata sia stata più tranquilla dell’ultima volta.»
Lei toccò una croce d’argento che portava al collo. «Sì, grazie al cielo!»
All’improvviso lui ripensò al raggio verde. Pur non essendo superstizioso,
si chiese se il fenomeno avesse preannunciato quell’incontro inatteso.
«Dovete assolutamente cenare con noi», intervenne Dorian. «Sarah e
Yasmini sarebbero felici di rivedervi.»
«Mi piacerebbe davvero molto.» Lei sorrise. «In realtà ci speravo. Ho una
proposta da farvi.»

La locanda dei Courteney si trovava all’estremità opposta della cittadina,


sotto le mura dei giardini botanici della Compagnia delle Indie Orientali
olandese. La governante malese, Mrs Lai, la manteneva immacolata e
cucinava cibi semplici ma squisiti, una miscela davvero unica di spezie delle
Indie e tipiche ricette inglesi cui Tom non sapeva rinunciare.
Versò il vino da un decanter. Dorian, come di consueto, bevve un succo di
frutta fresco.
«Niente vino per voi?» chiese Ana.
«Sono musulmano.»
«Ce ne sono molti in Inghilterra?»
«È una lunga storia.»
«Ma interessante», precisò Tom.
«Allora sarei felice di ascoltarla», affermò lei.
Dorian raccontò che, a undici anni, era stato catturato da pirati arabi,
ridotto in schiavitù, acquistato da un principe dell’Oman per i suoi capelli
rossi simili a quelli del profeta Maometto e cresciuto nella sua dimora come
un figlio adottivo. Ana gli chiese ulteriori dettagli, così lui le spiegò che era
cresciuto come guerriero dell’Islam e aveva infine abbracciato quella fede.
Lei ascoltò la storia della sua vita con profondo interesse e alla fine,
imperturbabile, chiese: «C’è forse un uomo seduto a questo tavolo che non
abbia una taglia sulla testa?»
Tom trasalì. «Come fate a saperlo?»
«Ho parecchi contatti con i commissionari della Compagnia delle Indie
Orientali a Madras, da cui ho saputo che il governatore di Bombay era un
certo Guy Courteney. Ho fatto qualche ricerca e ho scoperto che siete
imparentati.»
I due uomini si scambiarono un’occhiata gravida di significato.
«Guy è nostro fratello», ammise Tom. «Per quanto ne sa, Dorian è morto
nell’Oman e io sono scomparso in un punto imprecisato del deserto
africano.»
«Non lo avete avvisato che siete entrambi vivi e vegeti?»
«La notizia non gli farebbe molto piacere. In tutta sincerità ci preferirebbe
morti.»
Ana sorseggiò il vino come se quella fosse la cosa più normale del mondo.
«Non vi chiederò cos’è stato a dividervi», mormorò.
«Una donna», disse Dorian in tono piatto.
«E quella donna era mia sorella», spiegò Sarah, intervenendo per la prima
volta. «Eravamo passeggere della nave durante quel fatidico viaggio, quando
Dorian è stato rapito dai pirati. Io ero ancora una bambina, ma mia sorella
maggiore, Caroline, era un fiore appena sbocciato. Una sciocchina che
concedeva troppo generosamente i suoi favori. Si è infilata fin troppo
volentieri nel letto di Tom.»
«Credo che in realtà fosse la santabarbara», puntualizzò Dorian con un
sorriso. «L’unico angolo del veliero in cui potessero avere un po’ di
intimità.»
«È stata colpa mia», ammise Tom, imbarazzato di doverne parlare di
fronte ad Ana. «Avrei dovuto capire che Guy era innamorato di lei.»
«Non era innamorato di Caroline», sottolineò Sarah, impassibile. «Voleva
solo possederla come se fosse un cavallo, un carico o un forziere pieno d’oro.
Non appena è diventata sua moglie ha perso qualsiasi valore ai suoi occhi.
Dimentichi che ho vissuto con loro per anni, come pupilla di Guy, dopo che
si sono sposati: ho visto come la trattava.» Chiuse gli occhi. «Dio sa che non
la amava affatto.»
«E pur avendola sposata non è riuscito a perdonarvi?» chiese Ana a Tom.
«Non si trattava solo di quello, c’è stato...» Si interruppe. Non se la sentiva
di affrontare certi argomenti con lei.
Cosa ho fatto?, si chiese. Ho ucciso un fratello e un altro mi vuole morto. I
due più grandi errori della mia vita, e non c’è nulla che io possa fare per
rimediare.
Ripensò al raggio verde visto la sera prima sull’orizzonte. Che Dio mi
conceda la saggezza.
Ana annuì con aria seria. «Tutte le famiglie hanno dei segreti.»
«Siete stata molto coraggiosa», le disse Sarah, alleggerendo l’atmosfera
con il suo tono brioso, «ad accettare un invito a cena da questi due
mascalzoni ricercati.»
«Mi avete salvato la vita!» esclamò lei, rivolgendosi all’intera tavolata.
«Non correvate alcun pericolo, avreste potuto passare oltre e lasciarci al
nostro destino. Novantanove uomini su cento si sarebbero comportati così.»
«Novantanove uomini su cento non hanno Yasmini e Sarah che dicono
loro cosa fare», affermò Dorian con un sorriso. «Non avevamo scelta.»
La conversazione proseguì. Dopo cena si trasferirono in salotto, dove
Sarah si sedette al nuovo clavicembalo che Tom le aveva fatto arrivare
dall’Inghilterra e li intrattenne suonando alcune arie tratte dal Book of Lady’s
Entertainment di William Babell.
«Tom ha gettato il mio primo clavicembalo in un fiume», confidò ad Ana
fra un brano e l’altro.
«A onor del vero, dovresti aggiungere che ci eravamo arenati su un banco
di sabbia con un veliero sovraccarico, che eravamo inseguiti da un esercito di
guerrieri arabi intenzionati a ucciderci e che il sottoscritto era in fin di vita»,
sottolineò Dorian, seduto sul pavimento sopra un cuscino dagli elaborati
ricami.
«Sono sicura che Miss Duarte ha immaginato che non potesse essere
altrimenti», disse Yasmini.
Sarah suonò un altro po’, terminando con una fiorettatura. Gli altri
applaudirono e lei andò a sedersi accanto a Tom.
«Miss Duarte», cominciò lui, «quando ci siamo incontrati avete detto che
avevate una proposta da farci.»
Lei si lisciò le gonne. Era la più giovane fra i presenti, di almeno una
decina di anni, ma sfoggiava serenità e sicurezza.
«Cosa sapete dell’India?» chiese a Tom.
Lui fece roteare il vino nel bicchiere, fissando il fondo. «Quello che sento
raccontare dalla gente del porto. I mercanti sostengono che è un paese
pericoloso, da quando è morto il vecchio imperatore.»
«Dopo la morte del vecchio Aurangzeb, due anni fa, l’India è diventata un
vero e proprio campo di battaglia», confermò Ana. «I suoi tre figli si stanno
contendendo la successione e, mentre loro combattono, ogni altro principe e
nababbo fa guerra al vicino. Nell’Ovest sono trent’anni che i maratha stanno
cercando di cacciare i moghul dalle loro fortezze sulle montagne. Sulla costa
del Malabar il pirata Angria ha fondato un suo regno e lo governa
dall’inespugnabile fortezza di Tiracola, mentre a sud i nawab sono in aperta
rivolta. L’impero moghul si sta sfasciando da solo.»
«Pessime notizie per i commerci», sottolineò Dorian.
Tom rimase in attesa mentre Ana esitava, quasi non sapesse come
continuare.
«Prima di illustrare la mia proposta devo dirvi qualcosa di me e della mia
famiglia. Mio padre era un mercante portoghese, discendente di una famiglia
che si era stabilita a Goa, mentre mia madre era indiana, figlia di un
Mansabdar locale. Nessuna delle due famiglie approvava il loro matrimonio,
così i miei genitori sono fuggiti nell’insediamento inglese di Fort St George,
a Madras. Partivano dal niente ma hanno lavorato sodo e ben presto si sono
ritrovati ad avere una fiorente attività nel commercio di tessuti. Compravano
calicò dai tessitori di Madras e lo spedivano in Europa. All’inizio lo
vendevano alla Compagnia delle Indie Orientali, che però si è dimostrata
avida e ci ha truffato sul prezzo, perciò mio padre ha deciso di cercare
un’altra via e si è accordato con un capitano danese che si è preso il compito
di trasportare il carico.
«Guy Courteney, presidente della Compagnia delle Indie Orientali, lo ha
scoperto. Sapete come chiamano i commercianti privati che minacciano il
loro monopolio? Contrabbandieri.» Sputò quasi la parola. «La Compagnia li
considera niente più che serpenti intrufolati dentro le mura del giardino
dell’Eden che immagina di avere costruito. Così il presidente ha comunicato
ai pirati la data in cui sarebbe salpata la nostra nave e loro l’hanno attaccata
nei pressi di capo Comorin. Non ci sono stati superstiti.
«Mio padre aveva investito tutto ciò che possedeva in quel viaggio.
Conosceva comunque i rischi e avrebbe sopportato la malasorte, se si fosse
trattato di un semplice atto di Dio. Ma il presidente Courteney voleva godersi
la nostra sconfitta, così ci ha convocati a casa sua e ci ha detto in faccia cosa
aveva fatto perché servisse da monito a noi e agli altri. Non c’era nulla che
potessimo fare, nessuna speranza di ottenere giustizia. Il presidente è giudice
e giuria.
«Mio padre è morto pochi mesi più tardi, con il cuore spezzato e in
bancarotta.» Le tremò la voce e Sarah le posò una mano sul braccio. «Gli
sono subentrata io, ecco perché mi trovavo sulla Dowager. Il comandante mi
ha chiesto una tariffa esorbitante per trasportare il mio carico, ma pensavo
che sarei stata al sicuro su un Indiaman.»
«Credete che i pirati che abbiamo incontrato fossero stati avvisati del
vostro arrivo?»
«No, è stata semplice sfortuna.»
Lei unì i polpastrelli delle mani. «Ecco la mia proposta. Sono un mercante,
proprio come voi. Voglio portare i miei prodotti sul mercato al minor costo
possibile e venderli al miglior prezzo. Per andare da Madras a Città del Capo
senza correre rischi serve un lasciapassare degli inglesi, uno degli olandesi,
uno dei pirati e uno dell’impero dei moghul. Anche se comprassi una mia
nave, non potrei permettermi di difenderla. Gli uomini necessari per azionare
i cannoni, il denaro da versare per la protezione... Non è fattibile.»
«Volete che trasportiamo noi le vostre merci?»
«Non è solo per me. L’oceano delle Indie brulica di pirati. La Compagnia
delle Indie Orientali, sia quella olandese sia quella inglese, può permettersi
navi adatte a respingerli, ma costringono i fornitori a pagare per la protezione
che offrono. Ci sono però altri mercanti, consorzi e commercianti a Londra,
Amsterdam, Ostenda e in una decina di altre città che non ho mai visto che
potrebbero finanziare il trasporto e offrire condizioni più vantaggiose, se solo
potessero gestire con successo la spedizione.»
«La Compagnia delle Indie Orientali detiene il monopolio del commercio
con l’India», sottolineò Tom. «Lord Childs ha minacciato di far impiccare
chiunque venga scoperto a violarlo.»
«Ha il monopolio sul traffico ’in uscita e ritorno’, ossia dall’Inghilterra
alle Indie. Il commercio interno, fra i porti dell’oceano delle Indie, è aperto a
tutti. Se dividete il viaggio in due, trasbordando le merci a Città del Capo, le
regole del monopolio non valgono. È così che ho convinto il capitano
Inchbird a trasportare il mio carico. I mercanti europei vi pagherebbero
profumatamente per affrontare i rischi dell’oceano delle Indie, e i
commissionari in India venderebbero a voi le loro merci migliori perché voi
paghereste più della Compagnia, ottenendo comunque un bel profitto.»
«La Compagnia delle Indie Orientali olandese controlla tutti i traffici a
Città del Capo.»
«E guarderà con favore qualsiasi iniziativa commerciale capace di
indebolire gli odiati rivali inglesi.»
«Questo significherebbe comunque che saremmo noi a vedercela con i
pirati», disse Tom in tono meditabondo.
«Ho visto come li affrontate. E perché solo l’India?» Ana si rivolse a
Dorian. «Avete detto che il vostro padre adottivo è il califfo dell’Oman. Ci
sono sicuramente degli uomini nei porti arabi – a Lamu, Mascate, Mokha e
Gombroon – che si fidano di voi. Parlate la loro lingua e pregate il loro Dio.»
«Il vecchio califfo era il mio padre adottivo. Il nuovo califfo è il mio
fratellastro, che mi odia tanto quanto Guy odia Tom.» Dorian si accarezzò la
barba rossa. «Ma... conosco altri uomini.»
«Se vi muovete nel modo giusto potreste arrivare a controllare i commerci
su un intero oceano.»
La proposta rimase sospesa nell’aria.
«Ci penseremo», annunciò Tom. «Vi darò una risposta entro domani.»

Dorian accompagnò Ana fino al suo alloggio. Dal patio della locanda Tom li
guardò scendere la collina. Pur avendo mangiato e bevuto parecchio, era
ancora perfettamente lucido, ma aveva bisogno d’aria fresca e di spazio per
riflettere.
«Vado a fare un giretto nei giardini», disse a Sarah.
«Attento ai leoni. Prendi la spada.»
«Non ne ho bisogno», replicò lui. «Li uccido con i denti, non lo sapevi?»
Mentre usciva di casa non si accorse della figura appostata nell’ombra del
villino dall’altra parte della strada. Camminò spedito, fischiettando
sommessamente Spanish Ladies, e raggiunse il più vicino cancello dei
giardini botanici della Compagnia, che aveva una funzione meramente
decorativa. Sugli altri tre lati il parco era aperto e c’era soltanto un basso
fossato per tenere fuori gli animali selvatici man mano che il terreno si
inerpicava verso i pendii del picco del Diavolo. La battuta di Sarah sui leoni
non era stata del tutto scherzosa.
I giardini erano stati creati dalla Compagnia delle Indie Orientali per il
diletto degli abitanti di Città del Capo. L’investimento per costruirli era stato
ingente, ma negli ultimi tempi erano stati trascurati. Più Tom avanzava, più
l’aria di abbandono si accentuava. Siepi alte venti piedi si protendevano sopra
sentieri invasi dalle erbacce, schermando il chiarore lunare. Le pareti dei
laghetti artificiali erano franate, trasformando gli specchi d’acqua in buche
limacciose piene di fango e detriti. I pochi fiori sopravvissuti crescevano in
ciuffi radi e sparuti.
Concentrato sulla proposta di Ana, Tom ignorava l’ambiente circostante.
Vent’anni prima l’avrebbe accettata seduta stante mentre adesso, più vecchio
e più saggio, si conosceva abbastanza per prendersi una pausa di riflessione
prima di lanciarsi a capofitto.
E d’altra parte, perché non accettare? Quella dei Courteney era una
famiglia irrequieta, incline per natura a spingersi verso nuove terre e nuove
avventure. Abbiamo arato lo stesso solco decisamente troppo a lungo, pensò.
È l’occasione che stavo aspettando. Perché rifiutare?
In lontananza udì il folle ridacchiare di un branco di iene che rovistavano
nei cumuli di rifiuti della colonia.
A causa di Guy, gli rispose la parte più prudente del suo cervello. Perché
se fai questa cosa pesterai i piedi alla Compagnia delle Indie Orientali, e
presto o tardi lui lo verrà a sapere. Perché le ultime due volte in cui vi siete
incontrati Guy ha tentato di ucciderti, e se vi incontrate una terza sai che
probabilmente uno di voi due morirà.
Sentì scricchiolare la ghiaia dietro di sé e si girò di scatto. Una figura era
ferma alle sue spalle, il volto celato dall’ombra delle siepi, ma la poca luce
era sufficiente per far scintillare la spada sguainata che stringeva nella mano
destra. Tom era disarmato.
«Siete Thomas Courteney?» chiese una voce inglese.
«In persona.» Lui cominciò a rilassarsi e si fece avanti, ma l’altro gli si
avventò contro brandendo la spada.

La mattina dopo che la Prophet ebbe gettato l’ancora nella baia di Città del
Capo, Francis Courteney raggiunse la riva su una barca per le provviste.
Rimase in piedi a prua a osservare le alte vette che cingevano la baia, le
creste dei marosi e le poche case aggrappate sul bordo di quel vasto
continente. Da bambino tirava sempre fuori le antiche mappe nella biblioteca
per studiare i nomi bizzarri e le coste più remote. Sui libri di scuola disegnava
le proprie cartine e si immaginava a esplorare quei paesi non ancora scoperti.
E adesso, finalmente, era lì.
Si recò alla capitaneria di porto per registrare il proprio arrivo.
«Nome?» chiese l’impiegato, con l’inchiostro che gli gocciolava dalla
penna.
Lui infilò la mano nella tasca della giacca per mostrargli i documenti falsi
forniti da Childs. «Mi chiamo Frank Leighton.»
Subito dopo si incamminò lungo il litorale fino a raggiungere la fortezza,
che distava un tiro di moschetto dalla cittadina e dominava il porto e la zona
di attracco. La fissò cercando di immaginare il bisnonno che faticava nella
calura. Crescendo a High Weald era stato circondato dai ricordi degli
antenati: le loro effigi nella cripta della cappella, i loro stemmi nel vetro
istoriato, i loro ritratti sulle pareti. I dipinti erano scomparsi uno dopo l’altro e
lui rammentava ancora la prima volta in cui, correndo lungo la galleria, aveva
notato uno spazio vuoto sul muro e la sofferenza che aveva provato ogni
volta che un nuovo quadro spariva per coprire i debiti di Sir Walter.
Eppure eccolo lì. Il suo bisnonno, l’uomo ritratto con il viso severo e la
folta chioma di capelli neri, aveva calpestato quello stesso terreno. E anche
suo nonno Hal, stando ai racconti di sua madre. Se li raffigurò come
dovevano essere stati nella realtà, non più figure piatte sulla tela bensì uomini
in carne e ossa.
Fu percorso da un fremito. Percepiva la presenza degli antenati, come se
tutti i ritratti nella lunga galleria avessero preso vita e fossero usciti dalle
cornici per assieparsi intorno a lui, facendogli comprendere fino in fondo il
peso del nome dei Courteney e le aspettative che lo accompagnavano.
Se avesse ucciso Thomas sarebbe stato migliore dell’uomo che
assassinava? Un uomo che ammazzava i suoi stessi parenti.
Lo devo a mio padre, si disse, tentando di non pensare alla ricompensa di
cinquemila sterline promessagli da Sir Childs. Sembrava un movente
meschino per un atto di tale portata.
Si rese conto che la sentinella accanto alle porte del castello aveva
cominciato a interessarsi a lui, così girò sui tacchi e tornò in fretta nella zona
del porto, dove trovò una bettola. A quell’ora del mattino era quasi deserta,
ma a lui serviva qualcosa da bere.
La birra era rosso scuro, senza schiuma e amara. Ne bevve un sorso e
ripensò alle mattine in cui era sceso al pianterreno e aveva scoperto che il
patrigno si era già scolato mezza bottiglia di vino.
Una donna si avvicinò e si sedette su uno sgabello accanto al suo tavolo.
Aveva le labbra di un rosso acceso e le guance coperte da uno strato di cipria
quasi sufficiente a nascondere le rughe che le solcavano.
«Cerchi qualcuno, tesorino?» Giocherellò con il nastro che le chiudeva il
colletto della camicetta. «Posso aiutarti per qualsiasi cosa tu desideri.»
Francis avvampò quando capì cosa gli stesse offrendo e per un attimo non
riuscì ad aprire bocca. Crescendo a High Weald e spingendosi di rado lontano
da casa, non aveva mai incontrato una persona del genere, anche se qualche
volta aveva sentito parlare di quel genere di donna in sommesse
conversazioni con altri ragazzi.
«Sto cercando Thomas Courteney», farfugliò. Poi, notando che la donna
aveva riconosciuto il nome, tanto che le si erano illuminati gli occhi,
aggiunse: «Lo conoscete?»
Posò una moneta sul tavolo e la donna la ghermì, se la lustrò sulle gonne e
la infilò in un sacchettino che nascose sotto il corpetto.
Francis aspettò. «Allora?»
«Non mi offri da bere?» lo blandì lei. «Un vero gentiluomo offre sempre
da bere a una signora.»
Lui chiamò con un gesto goffo la cameriera che, quando portò la birra alla
donna, gli scoccò un’occhiata di compatimento mentre posava il boccale sul
tavolo.
«Prima volta, tesorino?» chiese la prostituta, sorseggiando
rumorosamente. «Un bel giovanottone robusto come te? Non ci credo.»
«Sto cercando Thomas Courteney», insistette Francis.
«Lui non ti farà le cose che so fare io.» Sentì il piede della donna
sfregargli il polpaccio, sotto il tavolo, e lo ritrasse di scatto.
Lei sorrise del suo disagio. «Hai altre monete d’argento nel borsellino? Per
un’altra di quelle non ti dirò solo dove trovarlo, ma te lo mostrerò anche.»
Lui si rese conto di essere stato stupido a darle dei soldi senza prima
ottenere qualcosa in cambio. Prese un’altra moneta ma vi premette
saldamente sopra il pollice.
«Questa sarà tua, dopo che mi avrai portato da lui.»
La prostituta parve delusa. «Impari in fretta. Potrei insegnarti qualche altra
cosetta che non dimenticheresti mai. Per un’altra moneta, ovviamente.»
«Portami da lui», insistette Francis.
«Non sono costretta a farlo. Lo vedo anche da qui.»
Indicò la finestra della bettola, sporca di fuliggine di lanterna e salsedine,
dietro cui si stagliava la zona del porto, con il molo di legno che si
protendeva nella baia. Le lance della Prophet erano ormeggiate lì accanto e
alcuni stivatori di colore stavano scaricando la nave. In mezzo al trambusto
c’erano tre uomini che esaminavano una lista di merci. Francis riconobbe i
primi due, il capitano della Prophet e il direttore del porto. Il terzo era il più
alto, superava i sei piedi, aveva spalle larghe come gli stivatori che gli
lavoravano accanto e folti capelli neri raccolti in una coda di cavallo da
marinaio. Sorrideva mentre parlava, ma i tratti decisi lo identificavano come
un uomo che non si sarebbe arreso davanti a nessuno.
«Quello alto è Tom Courteney», disse la prostituta, con ben più di un
pizzico di ammirazione nella voce.
Francis ebbe l’impressione che il sangue gli si stesse ghiacciando nelle
vene. Per lungo tempo Tom Courteney era stato una figura quasi mitologica,
il demone che infestava i suoi incubi, mentre adesso era a poche iarde di
distanza e stava parlando e scherzando con gli altri uomini, del tutto ignaro
della vendetta che stava per abbattersi su di lui.
La prostituta decifrò l’espressione sul suo viso.
«Lo odi», disse in tono pensieroso. «Vuoi ucciderlo, vero?» chiese, e poi,
quando lui cominciò a protestare, aggiunse: «Non discutere. Ho già visto lo
sguardo che hai negli occhi, anche se di solito in uomini che avevano bevuto
molto più di te».
Francis non riusciva a smettere di fissare Tom. «E con ciò?»
«Courteney non è un marinaio traballante che deve ancora riabituarsi a
camminare sulla terraferma. È l’uomo più pericoloso della colonia. Le storie
che si raccontano su di lui...» Scosse il capo.
Il patrigno di Francis aveva avuto molti difetti, ma si era assicurato che il
ragazzo sapesse battersi con la spada e con i pugni. Più di una volta i debiti lo
avevano condotto sul campo destinato ai duelli, all’alba, e lì Sir Walter aveva
mostrato che sapeva farsi valere. Per Francis era stato un istruttore
implacabile. Lo costringeva a esercitarsi finché non si ritrovava con le nocche
sanguinanti e le dita intorpidite che riuscivano a malapena a chiudersi
sull’elsa della spada.
«Un giorno questo ti salverà la vita», gli aveva ripetuto spesso.
«So difendermi», assicurò Francis alla donna, compunto.
«Certo, amore», ribatté lei con sguardo lascivo. «Ma perché rischiare? Hai
almeno una spada? Non sei il solo nemico che Tom Courteney abbia a Città
del Capo, conosco uomini che sarebbero felici di aiutarti.»
Con riluttanza lui distolse lo sguardo dalla finestra e la fissò. «Cosa mi stai
proponendo?»
«Offrimi un altro boccale e te lo dico.»

Francis risalì la collina mentre calava l’oscurità. Il fodero con la spada gli
sbatacchiava contro la coscia, perciò posò la mano sull’elsa per stabilizzarla.
Con quella avrebbe eliminato Tom Courteney, uccidendolo non a distanza e
in modo anonimo con un moschetto o una palla di pistola, bensì a tu per tu,
infilzandogli il cuore con una lama, proprio come Tom aveva assassinato
William.
Guardò nervosamente gli uomini intorno a sé, sagome scure dalla pelle
grigiastra nel chiaro di luna, che facevano oscillare lunghi coltellacci dalla
lama diritta.
Alle sue spalle Jacob de Vries avanzava a grandi passi, menando fendenti
contro i fiori sul ciglio della strada. Quei coltelli – dotati di una lama pesante
e più simili a spade – dovevano essere destinati alle piantagioni di canna da
zucchero delle Barbados, ma le bizzarrie del commercio li avevano portati lì,
a Città del Capo, dove lui aveva trovato più di un modo per usarli.
Studiò Francis, interrogandosi su quell’inesperto ragazzo inglese. Quando
la prostituta li aveva presentati lui aveva quasi sospettato una trappola: il
giovane era talmente allampanato, le gote lisce a stento celate dalla barba
appena spuntata, da dare l’impressione che sarebbe bastato un unico bicchiere
di qualcosa di forte per stenderlo. Ma poi gli aveva chiesto di mostrargli
come se la cavava con il coltellaccio che gli aveva procurato e aveva scoperto
in lui uno spadaccino più che discreto, veloce grazie alla giovane età, sempre
all’erta e capace di eseguire alcune mosse che avevano stupito persino Jacob.
E il fuoco nei suoi occhi quando parlava di Tom Courteney non poteva certo
essere simulato.
Conosceva fin troppo bene quella sensazione. Due anni prima stava
trasportando un carico di schiavi dal Mozambico quando la sua nave si era
arenata su un banco di sabbia. Courteney lo aveva tratto in salvo ma, in
cambio, lo aveva costretto a liberarli tutti. Jacob aveva perso una fortuna,
oltre a una bellissima giovane schiava che avrebbe voluto tenersi. Quella
puttana di Sarah Courteney l’aveva presa con sé, insegnandole le buone
maniere e offrendole un passaggio fino in Inghilterra, dove avrebbe potuto
vivere come una donna libera.
Sentì il desiderio nei lombi al pensiero della ragazza che era salita a bordo
completamente nuda, con il seno alto e sodo e l’inguine glabro, come si usava
nella sua tribù, senza lasciare nulla all’immaginazione. Pensò a cosa le
avrebbe fatto e a cosa avrebbe fatto a Sarah Courteney una volta che Tom
fosse stato fuori dai piedi e non avesse più potuto proteggerla.
Arrivarono in cima alla collina. Lì c’erano ben poche case, ma una di
sicuro era vuota, perché il proprietario era andato ad Amsterdam e vi sarebbe
rimasto per diversi mesi. Jacob e i suoi uomini si nascosero in giardino
nell’ombra del muro e si misero a osservare la villetta di fronte, da cui
uscivano le note di un clavicembalo. Attraverso le finestre scorgevano
l’interno vivacemente illuminato dalle lanterne. Jacob riconobbe Tom, il
fratello e le loro mogli seduti nel salottino. Notando che il fratello portava un
turbante, proprio come un nero, si chiese se il copricapo sarebbe rimasto al
suo posto quando gli avesse staccato la testa dal collo.
Diede un colpetto sulla spalla a Francis, che sussultò violentemente, come
se se la fosse fatta sotto dalla paura. Non è un buon segno, pensò Jacob.
«Entriamo adesso?»
Francis scosse il capo e lui si chiese se ci stesse ripensando. Se necessario
avrebbe potuto sbarazzarsi del ragazzo con un unico colpo del suo
coltellaccio. Conosceva posti in cui si potevano abbandonare i corpi in modo
che venissero spolpati da sciacalli e avvoltoi prima che qualcuno li trovasse.
Ma non c’era niente di male ad aspettare. E in effetti dopo pochi minuti la
porta si aprì per lasciar uscire Dorian Courteney in compagnia di una donna
che Jacob non riconobbe. La si sarebbe detta una mezzosangue. Forse
avrebbe potuto rintracciarla in seguito, una volta finito con Sarah.
Per il momento non riusciva a credere alla sua fortuna. Anche se non era
disposto ad ammetterlo, la prospettiva di battersi con entrambi i fratelli
Courteney – nonostante la superiorità numerica garantita dai suoi compari –
lo aveva preoccupato. Adesso invece poteva sfidarli uno alla volta.
Aspettò di veder scomparire in lontananza Dorian e la donna, poi afferrò il
braccio di Francis.
«Adesso», sibilò.
Proprio mentre stava per scattare, la luce inondò di nuovo il vialetto e Tom
varcò la soglia. Jacob si abbassò in fretta, in ogni caso Tom era troppo
assorto nelle sue riflessioni per notarlo. Quando Jacob azzardò un’altra
occhiata lo vide dirigersi verso l’alto muro dei giardini della Compagnia,
disarmato.
Ridacchiò contento e guardò di nuovo Francis. Chiunque tu sia, hai
davvero una fortuna del diavolo, pensò.
«È lui?» chiese il ragazzo, con il viso imperlato di sudore e gli occhi
sgranati. Jacob si chiese se avesse il fegato di andare fino in fondo. Non
aveva importanza: a prescindere da chi brandiva la lama, quella notte
Courteney sarebbe morto.
Lo seguirono a distanza di sicurezza. La fortuna continuò ad assisterli
perché il loro bersaglio si addentrò nei giardini botanici, allontanandosi dalla
città e da chiunque potesse sentire. Camminava spedito, senza mai voltarsi.
Iene in cerca di cibo ridacchiarono nella notte. Francis sguainò la spada,
cercando di immaginare lo sguardo negli occhi di Tom mentre riceveva il
colpo fatale. Aveva sognato a lungo quel momento, ma ora che era
finalmente arrivato provava più paura che rabbia. Non aveva mai ucciso un
uomo. Sentiva il braccio appesantito dalla spada e le gambe molli come cera.
Fallo, si disse. Fallo in memoria di tuo padre.
E per cinquemila sterline di ricompensa, aggiunse la voce di Sir Nicholas
Childs nella sua testa.
Jacob percepì la sua esitazione e cominciò a farsi avanti, il coltellaccio
pronto all’uso, ma lui gli indicò di stare indietro. «È mio», disse muovendo
solo le labbra.
L’altro si strinse nelle spalle e annuì. Il ragazzo lo aveva pagato, quindi
era giusto concedergli la sua occasione. Se falliva, lui era pronto a concludere
il lavoro al posto suo.
Francis ritrasse il braccio. Aveva immaginato quel momento un migliaio
di volte durante il lungo viaggio dall’Inghilterra, eppure la situazione era
diversa da come se l’era figurata. Nella sua mente aveva chiamato il nome di
Tom e osservato la sorpresa nei suoi occhi trasformarsi in orrore mentre lui
gli spiegava chi era e per quale motivo stava per ucciderlo; aveva assaporato
il terrore sul volto di Tom mentre capiva che sarebbe stata fatta giustizia, gli
aveva concesso di gettarsi in ginocchio e implorare di avere salva la vita
prima di portare a termine la faccenda.
Ma adesso che si trovava lì il suo unico desiderio era che tutto finisse.
Sentiva la bocca secca e non riusciva a lanciare la sua sfida.
Non aveva importanza, si disse, l’unica cosa che contava era l’atto in sé.
Puntò la spada verso il centro della schiena di Tom, tenendo la lama piatta
come gli aveva insegnato il patrigno, in modo che si infilasse tra le scapole. Il
sangue gli cantava nelle orecchie. Si fece avanti, ma camminò con passo
troppo pesante e la ghiaia scricchiolò sotto i piedi. Tom si voltò di scatto. Per
la prima volta in vita sua, Francis si ritrovò faccia a faccia con l’uomo che
aveva ucciso suo padre.
«Siete Thomas Courteney?» chiese cercando di mantenere salda la voce.
L’altro parve stupito. «In persona.»
Francis fece un rapido affondo con la spada e Tom balzò all’indietro
appena in tempo. La punta della lama gli tagliò la camicia e l’acciaio freddo
gli punse la pelle, ma lasciò solo un graffio. Il movimento portò Francis
troppo in avanti, sbilanciato. Tom avrebbe potuto disarmarlo, ma un’altra
figura stava già affiancando la prima e gli puntava una lama massiccia alla
testa. Tom indietreggiò, finendo in una chiazza di luce lunare filtrata da uno
spiraglio nella siepe.
Grazie al chiarore riuscì a vedere che erano in cinque. Conosceva Jacob de
Vries e altri tre erano visi familiari, tipi rozzi che aveva già notato in sua
compagnia. Il quinto era il ragazzo che lo aveva appena aggredito con la
spada. Non l’aveva mai visto ma trovava i suoi lineamenti stranamente
familiari.
Non ebbe il tempo di pensarci, perché il ragazzo lo aggredì di nuovo, un
turbinio di colpi rapidi ed esperti che per poco non gli tranciarono il braccio.
Gli altri furfanti si disposero a ventaglio formando un cordone, bloccandogli
ogni via di fuga e stringendo lentamente il cerchio intorno a lui.
Il ragazzo era palesemente il capo. L’abilità e la ferocia del suo attacco lo
rendevano il più pericoloso della banda.
«Chi sei, in nome del diavolo?» domandò Tom in tono di sfida. «Ti
conosco?»
L’unica risposta che ottenne fu un nuovo affondo. Balzò all’indietro e vide
troppo tardi un’espressione di trionfo illuminare il viso dell’assalitore. Sentì il
terreno cedergli sotto i piedi e rotolò giù per una scarpata fangosa, finendo in
uno dei laghetti asciutti. Il ragazzo si stagliò in cima all’argine, respirando
affannosamente e guardando dall’alto l’avversario disarmato.
Dietro di lui Jacob si rivolse a uno dei suoi uomini. «Resta qui con il
ragazzo e assicurati che finisca il lavoro.» Gli sarebbe piaciuto guardar
morire Tom, ma doveva tornare alla villetta prima del rientro di Dorian, che
sarebbe stato ridotto all’impotenza se lui avesse tenuto accostato un coltello
alla gola di sua moglie. Forse lo avrebbe costretto a guardare cosa le faceva,
prima di rivolgere la sua attenzione a Sarah.
Lanciò un’occhiata maliziosa a Tom. «Per me è arrivato il momento di
fare visita alla tua graziosa mogliettina. Lascerò che sia il ragazzo a
concludere, con te.»
Rivolgendogli un ultimo sguardo di trionfo, tornò verso la casa seguito da
due dei suoi uomini, mentre il terzo rimaneva con Francis.
Sul fondo del laghetto, Tom stava cercando un appiglio per i piedi nel
fango infido. Aveva ucciso molti uomini, forse era inevitabile che prima o
poi l’angelo della fortuna lo abbandonasse. Suo padre era morto
prematuramente, così come suo nonno, e lui ancora non sapeva chi fosse
quell’implacabile nemico.
Finché avesse avuto vita non avrebbe permesso a Jacob de Vries di posare
un solo dito su Sarah. Premette le mani nella fanghiglia per spingersi in su e
tastò qualcosa di duro e sottile, semisepolto sul fondo. Lo strinse tra le dita e
lo tirò fuori. Era un pezzo del pesante tubo metallico che un tempo portava
l’acqua allo stagno.
Francis si lasciò scivolare lungo la scarpata limacciosa tenendosi in
equilibrio come un ballerino, la spada pronta a sfondare il cranio di Tom, che
si inginocchiò e sollevò il tubo per parare il colpo. Il metallo tintinnò contro il
metallo e Tom riuscì a fermare la lama quando distava meno di mezza spanna
dal suo viso.
La spinse con forza facendo perdere l’equilibrio a Francis e,
scaraventandolo nella fanghiglia nera, si rialzò e corse verso di lui tenendo il
tubo sollevato sopra la testa, ma, prima che potesse raggiungerlo, l’uomo di
de Vries si lanciò giù per l’argine brandendo un coltellaccio. Tom si girò e si
abbassò di scatto per schivare la lama, poi gli afferrò il polso e sfruttò
l’inerzia per farlo roteare e sbilanciarlo, torcendogli il braccio dietro la
schiena finché la spalla si lussò con uno schiocco. L’uomo urlò di dolore e
cadde in ginocchio, e lui lo colpì alla tempia con il tubo, mandandolo bocconi
nel fango.
Impugnò il coltello sfuggito di mano all’aggressore e si voltò per
affrontare Francis, scoprendo però che era coperto di fango e aveva perso la
spada cadendo. Il ragazzo rinunciò ad aggredirlo e risalì l’argine con passo
malfermo, singhiozzando di terrore e vergogna. Quando Tom gli scagliò
dietro il tubo, colpendolo alla schiena con un tonfo sonoro, lui lanciò un grido
di dolore ma continuò a fuggire, scomparendo nel buio. Tom lo lasciò andare:
ormai la sua unica preoccupazione era Sarah.
Mentre cominciava a correre sentì riecheggiare nelle orecchie la minaccia
di Jacob de Vries: «Per me è arrivato il momento di fare visita alla tua
graziosa mogliettina».

Corse fuori dal cancello dei giardini e proseguì lungo il sentiero che portava
alla locanda di Mrs Lai. Due degli scagnozzi di de Vries, di guardia accanto
alla porta aperta della villetta, lo videro arrivare ma al buio non lo
riconobbero e, dato che stringeva il coltellaccio, lo scambiarono per il loro
compagno.
«Ce ne hai messo di tempo, Hendrick», gli disse uno dei due. «Jacob sta
già cominciando con la cagna di Courteney.»
L’acuto grido di una voce femminile echeggiò all’interno e i due guardiani
scoppiarono a ridere e si voltarono per sbirciare dalla porta. Uno di loro morì
senza nemmeno vedere l’affondo del coltellaccio che lo uccise, l’altro sentì il
colpo e il tonfo del corpo che cadeva e fece per girarsi, ma fu troppo lento. Il
coltellaccio di Tom gli tagliò il collo tranciandogli le vertebre, e la testa,
parzialmente attaccata alle spalle, gli ciondolò sul petto.
Mentre scavalcava i due cadaveri e si lanciava oltre la soglia con il cuore
che martellava, Tom sentì uno sparo rimbombare dentro la casa e senza
esitazioni si precipitò nel salotto. Sarah era di fronte a lui, avvolta da una
nube di fumo di pistola; dietro di lei, aggrappata alle sue gonne, era
accosciata Mrs Lai, che singhiozzava per il terrore.
Sarah stringeva nella mano destra la sua minuscola pistola a pietra focaia
Derringer e aveva ancora il braccio proteso in avanti. Sul pavimento ai suoi
piedi giaceva il corpo di Jacob de Vries, bocconi e con le braccia allargate, la
nuca spappolata dal foro di uscita del proiettile e le cervella che imbrattavano
i variopinti tappeti cinesi di Mrs Lai.
Sarah e Tom si fissarono per un brevissimo istante, poi lei lasciò cadere
l’arma scarica e gli si lanciò fra le braccia.
«Tom Courteney!» gridò con quella che era una via di mezzo fra un
singhiozzo e una risata isterica. «Hai promesso di amarmi, onorarmi e
proteggermi, ma dov’eri alla resa dei conti?»
«Oh, tesoro, mio adorato tesoro.» Lui lasciò cadere il coltellaccio e la
strinse a sé. «Non ti lascerò mai più. Mai e poi mai!» esclamò prima che lei
finisse di parlare.
Si udì del trambusto sulla soglia e Dorian entrò spingendo davanti a sé una
figura scarmigliata e infangata da capo a piedi.
«Sarah! Tom!» gridò, con enorme sollievo. «Sia ringraziato Allah, siete
salvi. Ho sentito lo sparo e poi ho visto questa creatura correre giù per la
collina.» Diede un calcio dietro le ginocchia al prigioniero e lo fece
stramazzare sul pavimento. «Ho pensato che stesse combinando qualcosa di
losco, così l’ho catturato.»
Tom vide che era il giovane spadaccino che poco prima lo aveva aggredito
nei giardini botanici.
«Sì! È uno della banda, se non il capo», dichiarò in tono cupo. Con un
braccio ancora stretto con fare protettivo a Sarah si spostò accanto al giovane
steso a terra.
«Chi sei?» domandò in tono minaccioso. «Dammi un valido motivo per
cui non dovremmo ucciderti come abbiamo fatto con i tuoi sgherri.»
Il ragazzo lo guardò dal basso e poi, con un palese sforzo, riuscì a
dominare il terrore e si accigliò. «Sì, Thomas Courteney, sei un assassino
nato. Hai già ucciso mio padre, perché non fare lo stesso con il figlio?»
Tom trasalì dinanzi a quell’accusa, e la ferocia della sua espressione si
stemperò nel dubbio. Gli ci volle qualche istante per riacquistare la lucidità.
«Dimmelo, allora. Chi era questa persona che mi accusi di aver assassinato?»
chiese.
«Mio padre era William Courteney, il tuo fratellastro.»
«William...» Tom lo guardò a bocca aperta. «Non vorrai dire che Billy,
Black Billy, era tuo padre.»
«Sì, signore. William era mio padre.»
«Allora tu devi essere Francis, Francis Courteney.»
Tom si rammentò di nuovo del lampo verde, l’Ammicco di Nettuno.
Un’anima che torna dal regno dei morti, pensò.
Si chinò per afferrare il polso di Francis e tirarlo in piedi. «A quanto pare
abbiamo parecchie cose di cui discutere», affermò in tono mite ma venato di
rimorso. «Ti devo come minimo una spiegazione.»

Quando Francis si svegliò era sdraiato su un letto di piume. Dopo i mesi


trascorsi in mare a dormire in una cuccetta minuscola, gli parve un vero
paradiso. Per un attimo pensò di trovarsi ancora a High Weald, in attesa che i
domestici gli portassero la colazione.
Si girò su un fianco. Uno spasmo lo trafisse, facendogli tornare in mente
ogni cosa. Non si trovava a High Weald. Si rese conto che aveva male
ovunque.
Aprì gli occhi. Una donna dalla pelle color caffè gli sedeva accanto, i
capelli coperti da uno scialle, e dietro di lei, di guardia alla porta, c’era un
gigante di colore con il viso solcato da cicatrici.
«Dove mi trovo?»
«Nella casa di Tom e Dorian Courteney», rispose l’uomo.
Francis si drizzò a sedere di scatto, troppo rapidamente. Un’altra fitta gli
attraversò la testa. Tentò di scendere dal letto ma il dolore era troppo forte.
«Tom Courteney mi ucciderà, se mi trova qui», disse con un filo di voce.
«Tom Courteney ti ha risparmiato. Chi pensi che ci abbia chiesto di
fasciarti le ferite e trattarti come il gentiluomo che dubito tu sia?»
«Bevi», lo sollecitò la donna, accostandogli alle labbra una coppa con un
intruglio dall’odore mefitico. Lui lo assaggiò, ebbe un conato di vomito e lo
spinse da parte. L’uomo con le cicatrici si avvicinò al letto, gli chiuse il naso
e lo costrinse ad aprire la bocca.
«Mrs Yasmini ha detto di bere, quindi bevi!»
La donna gli inclinò la coppa accanto alle labbra e lui scelse l’opzione più
facile: bere. L’effetto fu quasi immediato: il dolore delle ferite si attenuò
miracolosamente, sostituito dalla sonnolenza. Il letto era molto morbido. Lui
chiuse gli occhi.
Yasmini gli aveva pulito le ferite, tutte superficiali, per poi spalmarvi
sopra un unguento preparato con erbe selvatiche che aveva raccolto con le
sue mani delicate. Con l’aiuto di Allah si sarebbero rimarginate in fretta.
«Sarà davvero il nipote di Dorian e Tom?» chiese.
«In caso contrario ha fatto parecchia strada per raccontare una menzogna.»
Aboli scosse la sua grossa testa rasata. «Conoscevo William Courteney sin
dal giorno in cui è nato e il ragazzo è la sua immagine sputata. E poi c’è
questo.»
Le mostrò il medaglione posato su un comò: un leone d’oro con gli occhi
di rubino che stringeva il mondo sotto un cielo costellato di diamanti.
«Apparteneva al padre di Klebe e il ragazzo lo aveva al collo, sotto la
camicia. Dimostra senza ombra di dubbio che è chi sostiene di essere.»
«Ma ho sempre saputo che Tom ha ucciso William, suo fratello. È per
questo che non potrà più tornare in Inghilterra. Non si è mai perdonato per
quanto è successo a William. Non commetterà certo lo stesso errore con il
figlio.»
Tom bussò e infilò la testa nella stanza. «Come sta il paziente?»
«Non sei riuscito a ucciderlo», rispose Yasmini, mordace. «Se eviti di
aggredirlo di nuovo se la caverà.»
Lui si avvicinò al letto per osservare Francis, profondamente
addormentato. Aveva gli stessi capelli folti e ispidi del padre ma lineamenti
delicati, di una bellezza quasi femminea, l’esatto opposto di quelli paterni.
Tom sperava che anche il carattere fosse diverso: Black Billy era stato un
uomo insensibile, prepotente e crudele.
Calcolò quanti anni erano passati da quando aveva visto per l’ultima volta
il neonato urlante sullo scalone di High Weald. Il ragazzo doveva averne
diciassette, ormai, la stessa età a cui lui se n’era andato di casa.
O meglio, era stato costretto a andarsene per non rimettere piede a High
Weald o in Inghilterra. Un ricercato, con le mani e la coscienza sporche del
sangue del fratello. Non avrebbe mai dimenticato il terribile momento in cui
aveva sollevato la tesa del cappello dal viso dell’uomo che lo aveva aggredito
in un vicolo buio nella zona dei docks, sul Tamigi, l’uomo che lui era stato
costretto a uccidere per difendersi... e aveva scoperto che era il suo
fratellastro.
Prese il medaglione dell’ordine di San Giorgio e sentì il peso della sua
magnificenza. Pur essendo stato nominato cavaliere Nautonnier, non lo aveva
mai messo al collo: William glielo aveva impedito.
«Chiamatemi, quando si sveglia», chiese ad Aboli e Yasmini mentre si
voltava verso la porta.
Non ho potuto salvare il padre, ma forse posso riscattarmi con il figlio, si
disse.

Quando Francis si svegliò la donna non c’era più, ma l’uomo di colore era
ancora di guardia alla porta e dava l’impressione di non essersi mosso,
spingendolo quasi a chiedersi se non fosse intagliato nel legno.
Si drizzò a sedere con cautela e scoprì che se si muoveva lentamente il
dolore era sopportabile. Fece ruotare le gambe giù dal letto e si alzò,
appoggiandosi alla parete. Aboli non tentò di fermarlo.
«La medicina di Yasmini sta facendo effetto», commentò.
Francis fissò l’uomo e poi la finestrella. Era abbastanza larga? Indossava
solo un camiciotto da notte preso in prestito e sarebbe sembrato un folle, se
avesse attraversato di corsa Città del Capo in quelle condizioni. Lo avrebbero
arrestato?
Aboli gli indicò la sedia in un angolo su cui erano ripiegati una camicia e
un paio di calzoni.
«Se vuoi andartene, ti conviene vestirti.»
«Non me lo impedirai?»
Aboli si scostò dalla porta. «Qui sei al sicuro, ma se hai deciso di
filartela...»
«Al sicuro?» ripeté Francis. «Tom Courteney ha ucciso mio padre.» Lo
disse come se fosse una rivelazione sconvolgente, ma Aboli si limitò ad
annuire. «Non lo neghi?»
«Ho conosciuto tuo padre», affermò Aboli in tono pacato, «e posso dirti in
tutta sincerità che era un uomo malvagio. Una settimana prima che morisse,
Tom è andato a High Weald a chiedergli aiuto per il loro fratello e lui lo ha
aggredito. Lo avrebbe ucciso, ma Tom era più abile come spadaccino e alla
fine è stato lui a ritrovarsi con la lama puntata alla gola di William. Eppure,
quando stava per dargli il colpo di grazia non ci è riuscito: la sua mano ha
rifiutato di obbedirgli. Una settimana più tardi, a Londra, William gli ha teso
un agguato sui docks senza alcuna provocazione. È rimasto a guardare
mentre altri uomini provavano a portare a termine il lavoro al posto suo e
quando hanno fallito ha estratto la pistola per uccidere Tom di persona. Io ero
lì. Tom sarebbe morto in quell’istante, se non avesse trafitto il petto di tuo
padre con la spada.»
Proseguì senza curarsi dell’impatto che le sue parole avevano sul ragazzo.
«Persino a quel punto, credo che se tuo padre gli avesse mostrato il viso, se
Tom avesse saputo chi era in realtà, non sarebbe riuscito a sferrare il colpo.»
«Perché me lo stai raccontando?» domandò Francis. «Per mettermi contro
mio padre?»
«È la verità», dichiarò Aboli. «Puoi accettarla oppure no, sta a te scegliere.
Ma se rimani aggrappato a una menzogna, a lungo andare ne sarai
annientato.» Gli rivolse un abbozzo di inchino. «Ti lascio solo, così puoi
vestirti.»
Francis rimase a lungo seduto sul bordo del letto. Le tempeste che
avevano infuriato dentro di lui si erano placate e quasi non sapeva più chi era.
Guardò gli indumenti sulla sedia: non era sicuro di avere la forza di infilarli.
Le parole di Aboli continuavano a rincorrersi vorticando nella sua testa e lui
temette che potesse spaccarsi in due.
C’erano alcuni particolari della sera precedente che non riusciva a
ricordare, ma un fatto gli si era impresso nella memoria: Tom aveva avuto
l’occasione di ucciderlo, ma l’aveva risparmiato.
E quell’unico fatto bastava a sovvertire ogni sua certezza. Rammentò cosa
gli aveva detto la madre, ossia che Tom non avrebbe mai potuto assassinare il
fratello a sangue freddo. Non le aveva creduto, ma adesso che si era ritrovato
alla mercé di Tom Courteney ed era sopravvissuto doveva considerare
l’ipotesi che lei gli avesse raccontato la verità.
Si vide con occhi nuovi. Si era accompagnato con ladri e prostitute; aveva
cercato di uccidere un membro della sua stessa famiglia. Cos’era diventato? E
in cambio Tom Courteney lo aveva ripagato con misericordia e gentilezza.
Se rimani aggrappato a una menzogna, a lungo andare ne sarai annientato,
gli aveva detto Aboli.
Ma lui aveva la forza di lasciarla andare?

Quando Francis scese al piano di sotto trovò Tom seduto sulla sua poltrona in
salotto, a fissare il medaglione dell’ordine di San Giorgio che stringeva fra le
mani. Il ragazzo si era infilato un paio di calzoni di Dorian e una camicia di
Tom che gli penzolava addosso come una vela di maestra. Tom lo vide
fermarsi sulle scale e temette che cercasse di fuggire, ma Francis sapeva di
non poter rimandare quell’incontro, quindi si sforzò di dominare la paura e
riprese a scendere i gradini.
Quando arrivò in fondo alla scala, per un attimo si fissarono negli occhi,
non sapendo bene cosa dire.
Fu Tom a rompere il silenzio. «A volte è più facile incontrare un uomo
con la spada in mano», commentò in tono burbero. «Almeno non sei costretto
a trovare qualcosa da dire.»
Francis annuì. Poi, di colpo, le parole gli sgorgarono di bocca. «Vi sono
grato per le cure che mi avete prestato. Io... Avevi tutto il diritto di
consegnarmi alle autorità. O peggio.»
«Sono felice di questo incontro in circostanze meno frenetiche», replicò
lui. Osservò il ragazzo come se potesse scomparire all’improvviso. «Sei
davvero il figlio di Billy?»
Francis raddrizzò la schiena. «Sì.»
«Allora come sei finito nei giardini botanici della Compagnia insieme a
una canaglia come Jacob de Vries?»
«Ci siamo conosciuti in una bettola. Ci ha presentato una... una puttana»,
ammise con aria mortificata. «Forse è meglio se ti racconto la storia
dall’inizio.»
Tom chiamò Dorian e Aboli. Francis fissò meravigliato i due uomini, uno
con le cicatrici sul volto e l’altro in turbante e tunica arabi, ma quando gli
svelarono l’identità di Dorian rimase a dir poco sconvolto.
«Quindi tutto quello che mi hanno raccontato è una menzogna? Ti ho
sempre creduto morto.»
«È una lunga storia», affermò Dorian, «che ascolterai a tempo debito. Ma
credo che tu stessi per spiegare a mio fratello come sei riuscito a
rintracciarci.»
Francis, seduto sui cuscini strappati, raccontò tutto. Tom, che stava
misurando la stanza a grandi passi, imprecò ad alta voce quando seppe come
Sir Walter avesse mandato in rovina High Weald.
«Povera Alice. Ed è successo tutto perché io ho ucciso William.»
«Non sarebbe stata più felice, con lui», obiettò Aboli. «Hai visto come la
trattava. Era violento, avrebbe potuto uccidere sia lei che Francis. No»,
aggiunse, vedendo che l’amico faceva per protestare, «il ragazzo deve sapere
tutta la verità su suo padre.»
«La conoscevo già», precisò Francis. «Prima che me ne andassi mia madre
mi ha raccontato di papà e di come la trattasse. Ha detto che Tom aveva
cercato solo di difendersi.» Scosse la testa, imbarazzato. «Non le ho creduto.»
«Infatti», confermò Tom, rammentando quella notte infernale, «ma non è
stata solo colpa di Billy. Sono sicuro che non avrebbe saputo dove trovarci,
se Lord Childs non avesse organizzato tutto quanto.»
Il ragazzo sbiancò, sgomento. «Sir Nicholas Childs? Sono stato ingannato
due volte. È stato lui a mandarmi qui, a dirmi dove avrei potuto trovarti. Mi
ha promesso cinquemila sterline, se ti avessi ucciso.»
«Per cinquemila sterline persino io potrei farci un pensierino», disse
Dorian con una battuta, ma Tom proseguì con aria seria.
«Non avresti mai visto quei soldi. Childs è un ragno, le cui tele arrivano
fin negli angoli più remoti del pianeta. Rimane seduto nella sua tana, l’ufficio
di Leadenhall Street, e divora chiunque minacci anche un solo penny del suo
patrimonio. Lo avevo aiutato a guadagnare ventimila sterline in premi, eppure
ha ordinato di uccidermi perché gli rifiutavo una quota di proprietà di un
minuscolo sloop. È un mostro.»
«Ora me ne rendo conto.»
«Uomini più saggi di te sono rimasti invischiati nelle sue trame. Sospetto
che persino tuo padre, sebbene in modo inconsapevole, fosse solo una pedina
nelle sue macchinazioni. Billy voleva uccidermi, ma è stato Childs a fornirgli
i mezzi per farlo. Se Billy fosse riuscito nel suo intento, lui avrebbe
indubbiamente trovato il modo di ritorcergli contro le sue colpe.»
Francis si accigliò. «Cosa posso fare? Sir Childs mi ha fornito alcune
lettere di presentazione da consegnare a mio zio Guy, alla sede della
Compagnia di Bombay, ma...» Si interruppe notando la reazione di Tom.
«Cosa c’è?»
«Guy è tutta un’altra storia.»
«Francis è un Courteney e dovrebbe conoscere la verità sulla nostra
famiglia», sottolineò con delicatezza Dorian. «Sono stati proprio questi
segreti e queste mezze verità a separarci e a fornire a uomini come Childs gli
strumenti per metterci gli uni contro gli altri.»
Prima che Tom potesse replicare, si sentì bussare alla porta ed entrò Ana
Duarte.
«Vi disturbo? Pensavo fossimo d’accordo di vederci stamattina per
discutere della mia proposta.» Accorgendosi della presenza di Francis
aggiunse: «Lui chi è?»
Sul suo volto comparve una strana espressione. Socchiuse le labbra,
fissando Francis come se fosse l’unico uomo presente nella stanza, e
inconsciamente sollevò una mano per sistemarsi il colletto dell’abito.
Tom riordinò le idee e li presentò. «È nostro nipote Francis, è arrivato ieri
sera dall’Inghilterra... ehm, in maniera inaspettata. Francis, ti presento Ana
Duarte, una nostra socia in affari, se non sto precorrendo i tempi.»
Il ragazzo annuì, come in sogno, il più vivido che avesse mai fatto. Ogni
dettaglio di Ana parve rivelarglisi con assoluto nitore: un ricciolo di capelli
che le spuntava da dietro l’orecchio, la curva giocosa delle labbra, la
profondità degli occhi color miele scuro che fissavano i suoi.
Il silenzio si protrasse. Tutti aspettavano che dicesse qualcosa, ma Francis
non si fidava della propria voce.
«Ieri sera è stato colpito alla testa, forse non si è ancora rimesso
completamente», spiegò Tom.
La preoccupazione rannuvolò gli occhi di Ana. «È ferito? Cos’è
successo?»
«Tom ha dovuto stenderlo per evitare che tentasse di ucciderci», rispose
Dorian.
Lei guardò i due fratelli, notando i tagli e le ecchimosi su viso e braccia. Si
era già accorta dell’odore di polvere da sparo bruciata nell’aria e della
macchia sul tappeto che gli strenui sforzi di Mrs Lai non erano riusciti a
eliminare.
«Immagino che lo abbiate convinto a ripensarci.»
Dorian guardò Francis. «Credo di sì. Temo sia rimasto vittima di un
malinteso.»
Lui si alzò cautamente in piedi, non sapendo se le gambe lo avrebbero
retto. Sentiva la bocca riarsa. «Sono stato mal consigliato.» Si rese conto che
non era vero e intuì che tutti gli altri lo stavano guardando, in particolare Ana.
Era arrivato il momento di assumersi le proprie responsabilità. «Ho dato retta
alle menzogne di alcuni uomini senza ascoltare coloro di cui avrei dovuto
fidarmi», disse a Tom. «Mi rincresce per i rischi che ho fatto correre alla tua
famiglia, e se c’è qualcosa che posso fare per rimediare, sarò felice di farlo.
Ho imparato la lezione.»
Tom gli cinse le spalle con un braccio. «Vieni con noi», lo sollecitò. «Ieri
sera, prima del tuo arrivo, Miss Duarte ci ha proposto di diventare suoi soci
in affari. Hai lasciato l’Inghilterra in cerca di fortuna, forse possiamo
aiutarti.»
Francis annuì e seguì gli altri in sala da pranzo, tenendo aperta la porta ad
Ana.
Aveva completamente dimenticato la conversazione interrotta dall’arrivo
della ragazza. Solo molto più tardi gli venne in mente di chiedersi come mai
Tom avesse avuto una reazione così strana quando aveva sentito nominare lo
zio Guy.

Nella brillante luce del sole la superficie del mare appariva talmente levigata
e sfavillante da sembrare scolpita nella roccia. I piccoli flutti ondeggiavano
dolcemente, senza infrangersi nemmeno quando incontravano la terraferma.
Poco distante dalla spiaggia, due East Indiamen all’ancora rollavano pigri.
Nell’estuario alcune basse isolette formavano un anello intorno a un
bacino paludoso. Fortini in pietra sormontavano ogni collina. Le torri a più
piani e i molteplici tetti spioventi di un’enorme pagoda si levavano da un
boschetto di antichi e contorti baniani. Oltre uno stretto canale, poco più
ampio di un tiro di moschetto, si stagliavano le coste del grande
subcontinente indiano.
Christopher Courteney sentì il rombo con cui il cannone della fortezza
segnalava il mezzodì. Indossava la sua giacca migliore e calzoni pesanti. Si
asciugò, madido di sudore. Tutti i mercanti di Bombay concludevano i propri
affari di prima mattina per poi rifugiarsi nella relativa frescura delle rispettive
case. A quell’ora in giro non c’era anima viva.
«Due monsoni è l’età di un uomo», diceva un vecchio proverbio di
Bombay. Per raggiungere quel traguardo Christopher aveva dovuto
sopravvivere solo due anni. Per qualcuno era una prospettiva ottimistica.
L’aria fetida che si levava dall’acquitrino salato, abbinata all’orrendo tanfo
del pesce marcio usato dai nativi per concimare le loro palme da cocco, si
portava via alcuni dei nuovi arrivati ancor prima che sbarcassero dalla nave.
Gli altri rimanevano quanto più possibile al chiuso, contando i profitti e i
giorni che li separavano dal ritorno in Inghilterra.
Ormai Christopher era sopravvissuto a quindici monsoni, pari a tutta la sua
vita, a parte i tre anni trascorsi a Zanzibar. In realtà, mentre altri uomini
appassivano e morivano, lui era fiorito, crescendo alto e snello, con una
mascella decisa e profondi occhi castani, per nulla simile al padre, diceva
qualcuno con aria ammirata, benché mai in presenza del genitore.
Nonostante la calura, stava tremando. Una sentinella indolente lo fece
passare dal cancello, quindi attraversò il cortile della residenza del
governatore. Era una reliquia dell’epoca in cui le isole erano un possedimento
portoghese, un imponente edificio a tre piani con uno stemma araldico
lusitano ancora scolpito sulla porta. Svettava sopra le mura del forte con cui
gli inglesi lo avevano circondato dopo aver conquistato l’isola.
Benché fosse casa sua, entrandovi sentì il respiro accelerare a causa
dell’ansia. Salì le scale e bussò timidamente sulla massiccia doppia porta in
tek che proteggeva l’ufficio del governatore.
«Avanti», latrò una voce familiare.
Guy Courteney sedeva alla scrivania, davanti a tre ampie finestre da cui
poteva osservare dall’alto ogni nave ancorata nel porto. Volumi e documenti
erano impilati in ordine sul ripiano: copialettere e verbali delle consultazioni,
manifesti e bolle di carico, tutto l’inchiostro e la carta che spingevano i
commerci della Compagnia non meno dei venti che facevano correre le sue
navi. Sulla parete alla sinistra di Guy, Hal, suo padre, fissava la stanza da un
ritratto a olio, la mano posata sull’elsa di una grossa spada dorata sul cui
pomolo spiccava un gigantesco zaffiro, dipinto con colori tanto brillanti da
sembrare in rilievo.
Un domestico era in piedi accanto a lui e gli faceva vento con una piuma
di pavone dall’impugnatura d’argento. Guy non alzò nemmeno gli occhi.
«Cosa c’è?» chiese bruscamente.
Christopher strinse con forza la tesa del cappello e trasse un altro bel
respiro. «Sono venuto a chiedervi il permesso di sposarmi, padre.»
Guy si immobilizzò. «Sposarti?» Pronunciò la parola come se puzzasse di
sterco. «Come diamine ti è venuta un’idea simile?»
«Sono maggiorenne.»
«Questo non significa niente. Chi è la ragazza di cui ti sei stupidamente
incapricciato?»
«Ruth Reedy.»
«Chi?»
«La figlia del caporale Reedy della guarnigione.»
«Quella ragazzotta? È poco più di una sgualdrina da taverna!» Guy
cambiò espressione, rovesciò la testa all’indietro e scoppiò a ridere. «Per un
attimo ho pensato che dicessi sul serio. Mi avevano riferito che siete stati
visti insieme, ma supponevo che te la stessi semplicemente godendo dietro le
scuderie, come fa una decina di altri ragazzi della tua età. Forse ti ho
sopravvalutato.»
«La amo.»
Lui osservò il figlio con gli occhi socchiusi. Il ragazzo era sempre stato
cocciuto, proprio come lui. Di ingegno pronto e volontà ferrea, possedeva
tutte le caratteristiche di un mercante sopraffino. Un potenziale davvero
notevole. D’altronde Guy si era dato parecchio da fare per educarlo: lo aveva
picchiato fino a riempirlo di lividi nel tentativo di eliminare i suoi difetti
caratteriali e renderlo adatto al futuro che soltanto lui poteva dargli. Eppure il
ragazzo non aveva ancora imparato la lezione.
Forse la gentilezza poteva trionfare laddove la forza aveva fallito. Guy
adottò un tono di voce più dolce.
«So cosa significa essere giovani. Quando avevo la tua età ed ero stupido
ho amato una ragazza tanto da sacrificare quasi la vita per il suo onore. Ho
scoperto soltanto in seguito che era una puttana, una cagna che si concedeva
a chiunque avesse qualche rupia.»
Il ricordo lo rendeva furibondo anche dopo tutti quegli anni. Si costrinse a
mantenere la calma. Gliel’aveva fatta pagare a caro prezzo, dopo che era
diventata sua moglie.
«I vostri errori non sono affar mio, padre.»
«Ma i tuoi mi riguardano. Non sposerai quella ragazza. Te lo proibisco, in
veste di tuo padre e in veste di governatore della provincia di Bombay. Sai
che qualsiasi matrimonio contratto in questa colonia deve essere ratificato da
una mia ordinanza, per essere valido.»
«Neghereste l’autorizzazione al vostro stesso figlio?»
«Sì, se non è in sé.» Guy si spinse indietro sulla poltrona. «Vuoi sposarti?
Me ne occuperò io. Ormai sei maggiorenne ed è giusto che tu prenda moglie.
Ho mancato ai miei doveri come padre: se avessi agito prima forse avrei
evitato questa scempiaggine. Dopo il monsone andremo insieme in
Inghilterra e ti troverò una moglie adatta. Una delle nipoti di Sir Nicholas
Childs potrebbe fare al caso nostro, o magari la pronipote del conte di
Godolphin. Organizzeremo un’unione capace di garantirti ottime
prospettive.»
E di garantirle a me, pensò, benché non vi fosse certo bisogno di
specificarlo. A cosa serviva un figlio, se non a favorire gli interessi del padre?
Mentalmente stava già contando le ulteriori quote di proprietà che poteva
acquisire grazie a un matrimonio ben orchestrato. Magari un posto nel
consiglio di amministrazione, persino una nomina reale ad ambasciatore
plenipotenziario.
Christopher si limitò a fissarlo. Era sempre stato un ragazzo scontroso,
pensò Guy, a dispetto di tutti gli sforzi impiegati. Un ingrato che non riusciva
a rendersi conto di quanti sacrifici il padre avesse fatto per lui.
«Ho saputo da Londra che Sir Nicholas Childs non sta bene», aggiunse.
«Un giorno, forse, potresti ritrovarti seduto nel grande ufficio di Leadenhall
Street.»
Persino quell’ottimistica previsione non suscitò alcuna reazione nel
ragazzo. Guy si rese conto che forse Christopher non aveva nemmeno
posseduto la figlia del caporale. Magari si stava conservando illibato in nome
di qualche assurda visione ideale del matrimonio. Anche lui, in fondo,
quando aveva la sua età, credeva nell’amore puro, casto. Prima che il fratello
Tom gli strappasse le sue illusioni.
«Mi rendo conto che hai le tue esigenze e che ho sbagliato a trascurarle.»
Prese una pagoda d’oro dal cassetto chiuso a chiave della scrivania e gliela
lanciò. «Un anticipo sulla dote della tua futura sposa. Passa dal bordello
accanto alla dogana – quello pulito, dove vanno gli ufficiali – e trovati una
ragazza che possa servirti.» Ridacchiò. «Cerca di non innamorarti, però, per
l’amor di Dio.»
Christopher fissò la moneta come se non ne avesse mai vista una. La tenne
sollevata in modo che la luce dorata si riflettesse sulla faccia.
«Fareste davvero tutto questo? Per me?»
Guy percepì una rara scintilla di orgoglio paterno. «L’unica cosa che io
abbia mai desiderato è un grande futuro per te.»
La moneta scivolò fra le dita di Christopher e cadde di taglio sulla
scrivania, dove continuò a ruotare su se stessa, creando una sfera sfavillante.
«Siete un mostro, padre, un orco crudele e calcolatore, con un forziere al
posto del cuore. Sareste disposto a sacrificare la felicità del vostro unico
figlio per trasformarlo in una pedina delle vostre ambizioni. Non intendo
prendere parte a questo gioco.»
La moneta cadde di lato quando Guy si alzò, spingendo in avanti la
scrivania per la rabbia.
«Come osi sfidarmi?»
Christopher non cedette. «Non sono più un bambino che potete picchiare
per piegarlo ai vostri voleri. Vivrò come vorrò io, non come deciderete voi.
Andrò dove voglio e sposerò chi voglio.»
Le vene sul collo di Guy stavano pulsando. «Stai attento, Christopher.
Sulle due coste di questo oceano non esiste luogo che il mio potere non possa
raggiungere.»
«Non ho paura di voi.»
«Ti conviene averne», replicò minacciosamente l’uomo. «Potrei
distruggerti.»
Christopher lo fissò. «Vi sentite? Che razza di uomo direbbe mai una cosa
simile al figlio? A volte penso che non siate nemmeno mio padre.»
Le sue parole toccarono un nervo fino a quel momento mai sfiorato. Con
un urlo di rabbia Guy afferrò un tagliacarte d’argento nel cestino per la
corrispondenza e glielo lanciò contro. Il coltello passò accanto all’orecchio di
Christopher e si conficcò, vibrando, nello stipite della porta.
Il ragazzo non batté ciglio. Fissò il padre dall’alto, il corpo irrigidito dalla
furia controllata. Guy pensò che non aveva mai notato quanto fosse diventato
alto.
«Addio, padre. Non ci rivedremo mai più.»
«Aspetta», gridò Guy. Ma lui se n’era già andato.

La luce del sole lo colpì come un lampo che gli fosse balenato davanti agli
occhi. Stordito e sconvolto dall’enormità di ciò che aveva appena fatto,
attraversò la piazza con passo malfermo. Ruth gli andò incontro nei pressi
della costa, dove la riva era costellata di ancore semiarrugginite e cavi
scartati. Benché non lo vedesse da meno di un’ora, lo abbracciò di slancio e
gli si aggrappò come se fossero rimasti separati per anni.
Era sbarcata lì con il padre nove mesi prima. Christopher aveva osservato
l’arrivo dell’Indiaman su cui aveva viaggiato e dalle mura del castello l’aveva
intravista sulla barca a remi che la conduceva a terra: una sedicenne con la
pelle di alabastro e i capelli di un rosso intenso, colori che lui non aveva mai
visto prima in una ragazza. Mentre la barca passava accanto al castello, lei
aveva alzato gli occhi – senza dubbio interrogandosi sulla sua nuova casa – e
aveva incrociato lo sguardo di Christopher, che in quell’istante aveva sentito
un sommovimento nei lombi mai provato prima e quasi non era riuscito a
respirare per il desiderio.
Naturalmente una fanciulla inglese appena sbarcata a Bombay era come
una rosa nel deserto, e non mancavano certo gli uomini desiderosi di
coglierla, ma si tirarono tutti indietro quando seppero che il figlio di Guy
Courteney era interessato a lei.
Ci volle comunque del tempo. Christopher era goffo, non sapeva come
rivolgersi a una ragazza che non fosse una domestica. Trascorse molte notti
insonni immaginando il sapore delle labbra di Ruth, furibondo per la propria
mancanza di coraggio.
Ma lei fu paziente. Capiva i sentimenti di Christopher, in un modo in cui i
suoi stessi genitori non erano mai riusciti a fare. Vide l’amore nel suo cuore e
riuscì a farlo uscire allo scoperto. Durante una festa a casa del governatore, a
cui le famiglie dei soldati furono ammesse a causa della penuria di ospiti
femminili, Ruth lo invitò a ballare. La prima volta in cui le toccò la mano,
Christopher sentì un fremito squassargli il corpo. Ballò tutta la sera con la
patta dei calzoni tesa fino allo spasimo, sicuro che tutti stessero ridendo di
lui. Ma Ruth non rise. Lo aiutò a piroettare sulla pista da ballo, quando si
avvicinavano l’uno all’altra faceva un passetto in più per premersi contro di
lui, e Christopher sentiva ogni curva del corpo di lei attraverso il sottile
vestito di cotone.
In seguito si videro quasi ogni giorno, momenti rubati dietro i magazzini o
sulla spiaggia della baia di Back, dietro le piantagioni di palme da cocco. Si
tenevano per mano e passeggiavano sulla sabbia mentre lei gli parlava
dell’Inghilterra, il paese da cui proveniva la famiglia di Christopher ma in cui
lui non era mai stato. Ruth aveva visto così tante cose di cui lui aveva solo
letto sui libri o su cui aveva sentito i racconti dei colleghi del padre. Lei gli si
rivolgeva con rispetto, parlando serenamente mentre lui rimaneva senza
parole davanti alla sua bellezza.
Quando si baciarono, lui pensò che la vita non potesse diventare più dolce.
In seguito lei gli concesse di sfiorarle il seno, ma non gli permise di spingersi
oltre. «Non posso, finché non sarò sposata», ribadì, e lui promise: «Ti
sposerò».
Adesso lei vide la sua espressione affranta e gli prese il viso fra le mani.
«Cosa ha detto? Amore mio, stai male? Tuo padre ti ha dato il permesso?»
«Mi ha proibito di sposarmi.» Christopher si lasciò cadere sullo scafo di
una barca marcescente trascinata al di sopra della linea di marea, facendo
sollevare un nugolo di mosche risentite.
Gli innocenti occhi azzurri di Ruth si colmarono di lacrime. «Cosa
facciamo? Non posso vivere senza di te, amore. Preferirei morire.»
Christopher chiuse gli occhi. Quella luce accecante gli impediva di
pensare. Si strofinò le tempie, ripensando alla conversazione con il padre. Il
suo amore per Ruth era talmente puro, talmente autentico... Come poteva suo
padre negarglielo? Come osava? Per un attimo ogni cosa gli parve così futile
che valutò l’ipotesi di legarsi alla gamba una di quelle ancore arrugginite e
gettarsi nel porto. Avrebbe messo fine a tutto, si sarebbe sottratto al peso
opprimente del suo amore osteggiato e avrebbe costretto il padre a capire.
Ma non sarebbe certo stata una vittoria.
«Lascerò Bombay», annunciò all’improvviso.
«Permettimi di venire con te!»
Lui scosse il capo. «Mio padre mi ha lasciato senza un soldo. Devo farmi
strada nel modo più difficile e non ci sarà posto per una donna. Rimani qui
con la tua famiglia ad aspettare il mio ritorno.»
«Non posso.»
«Devi. So che non sarà facile, ma devi farlo per il bene di entrambi.» Si
alzò e la strinse forte, inalando il profumo dei suoi capelli. Ardeva di
desiderio per lei, ma la sua brama di dimostrare al padre che si sbagliava era
ancora più forte. «Resta qui e dagli l’illusione di avere vinto. Quando tornerò
il mio trionfo sarà assoluto come la nostra felicità.»
Lei lo baciò sulle labbra. «Promettimelo, Christopher. Promettimi che
saremo felici.»
«Te lo prometto, amore mio. Se mi aspetti, accumulerò un patrimonio tale
che nemmeno mio padre potrà toccarci.»
«Aspetterò. Te lo giuro, ti aspetterò anche se dovessi rimanere lontano per
vent’anni. Verrò a sedermi qui ogni giorno a guardare il mare in attesa del tuo
ritorno.»
«Come Ulisse e Penelope», disse lui, carezzandole la mano.
Lei aggrottò la fronte. «Chi?»
«Non importa.» Christopher si tolse la giacca ormai fradicia di sudore. Ora
che aveva deciso era impaziente di partire. Riparandosi gli occhi con una
mano, osservò il porto. Gli East Indiamen sonnecchiavano ancora nei loro
ormeggi, ma si notava del movimento sul ponte di un piccolo mercantile
costiero il cui equipaggio si preparava a prendere il mare.
«Quella nave salperà con la marea. Chiederò di imbarcarmi e andrò
ovunque mi porti.» La baciò di nuovo e lei rabbrividì nel sentirsi cingere
dalle sue braccia forti. «Aspettami, amore mio.»
«Te lo prometto.»

Christopher non aveva alcun bagaglio da portare con sé: tutte le sue cose
erano rimaste nella stanza a casa del governatore e non poteva certo tornare a
prenderle. Raggiunse il molo e chiese agli uomini di una delle barche delle
provviste di portarlo fino al mercantile. Avvicinandosi lesse il nome
intagliato sull’arcaccia, Joseph.
Salì a bordo. Quasi tutti i membri dell’equipaggio erano indiani, uomini
dalla pelle scura che lavoravano seminudi per caricare le merci. L’unico
bianco sul ponte sembrava il comandante, un uomo corpulento dai capelli
cortissimi, con una sirena tatuata sull’avambraccio muscoloso. Smise di
controllare l’attività dei suoi marinai per raggiungerlo.
«Allora?» latrò.
«Voglio imbarcarmi sulla vostra nave.»
Il comandante lo squadrò da capo a piedi e sul suo volto comparve
un’espressione stizzita. «Ti conosco. Sei Christopher Courteney, il figlio del
governatore.»
Lui annuì.
«È un autentico imbecille.»
Era talmente vicino che la sua saliva schizzò sul viso di Christopher, che
non batté ciglio.
«Allora?» chiese il comandante. «Hai intenzione di restartene lì impalato
mentre insulto tuo padre? Che razza di uomo farebbe mai una cosa del
genere?»
«Se mi interessasse cosa pensate di mio padre non sarei qui.»
L’altro lo schiaffeggiò. «Basta impertinenze. Devi rispettare i tuoi
superiori, su questa nave come altrove.»
Scoprì i denti, sfidandolo a reagire. Christopher soffocò l’impulso di farlo
e si impose di rimanere immobile. Se c’era una cosa che aveva imparato dal
padre era come incassare le percosse.
Il comandante sputò sul ponte e un grumo di catarro finì accanto alla punta
della scarpa del ragazzo.
«Hai mai lavorato su una nave?»
«No, signore.»
«Mai stato per mare?»
«No, signore.»
«Allora perché dovrei accoglierti nel mio equipaggio? Questa non è uno
degli Indiamen placcati d’oro di tuo padre con un equipaggio di
scansafatiche. Qui ogni uomo si guadagna il pane o, per Dio, lo faccio buttare
in mare così in fretta che non si sente nemmeno il tonfo nell’acqua.»
«Sono uno che lavora sodo, signore.»
«Non sai nemmeno cosa significhi, lavorare sodo.» Gli afferrò la mano e
la girò col palmo in su. «Guarda che pelle, bianca come un giglio. L’unica
cosa per cui hai mai usato le mani è strofinarti l’uccello.» Gli rivolse la
schiena. «Scendi dalla mia nave prima che ti butti fuori bordo.»
«Aspettate», disse Christopher. Afferrò una delle balle di tessuto posate
sul ponte. «Cos’è questo? Culbeleys? Seta mescolata con lana kirman?
Questo invece è jurries, il tessuto di cotone più resistente, e questo...»
«Leva subito le tue zampacce dal mio carico.» Il comandante lo prese per
lo sparato della camicia, lo sollevò da terra e lo scostò di peso, spingendolo
sopra la murata.
«Otto rupie», boccheggiò Christopher. «Otto rupie la iarda. È la cifra che
paga la Compagnia delle Indie Orientali per il culbeleys. Sei rupie per lo
jurries.»
Vacillò sulla murata. Il viso del comandante incombeva su di lui,
incorniciato da un intreccio di sartie sullo sfondo del cielo azzurro.
«Come fai a saperlo?»
«Ho lavorato per mio padre, gli compilavo i libri mastri. So quanto paga la
Compagnia per ogni carico in ogni porto di questa costa.» Riusciva a stento a
respirare a causa delle grandi mani che gli stringevano la gola. «Sono
informazioni che potrebbero tornarvi utili.»
Il comandante lo lasciò andare e lui si accasciò sul ponte, massaggiandosi
il collo.
Un grosso stivale gli sferrò un calcio nelle costole.
«Alzati.»
Ignorando il dolore e il senso di nausea, Christopher si rimise in piedi.
L’altro lo osservò come uno squalo affamato.
«Ti ingaggio come apprendista. La tua paga è di quattro rupie al mese,
meno le deduzioni per razioni e sbobba.» Vide la sua espressione e scoppiò a
ridere. «Pensi di valere di più, mammoletta dalle mani candide? Allora trovati
un’altra nave.»
Christopher serrò le mani a pugno. Sapevi che non sarebbe stato facile, si
disse, devi imparare un mestiere prima di poter sperare di arricchirti.
«Accetto.»
Il comandante parve quasi deluso. Vuole colpirmi di nuovo, si disse lui,
ma non si lasciò spaventare. Essendo cresciuto con Guy lo dava quasi per
scontato.
L’uomo andò a prendere il ruolo di bordo e lui lo firmò. Le sue lettere
precise e ordinate parvero isole eleganti nel mare di sgorbi, crocette e
caratteri indiani lasciati sulla pagina dagli altri marinai.
Nella calura l’inchiostro si asciugò prima ancora che lui finisse di scrivere.
Il comandante chiuse con forza il volume.
«Ora appartieni a me, e che Dio ti aiuti se mi accorgo che batti la fiacca.
Sulla mia nave il nome di tuo padre non conta nulla. Puoi anche avere la pelle
bianca e una scrittura graziosa, ma se non fai come dico io ti frusterò a
sangue come uno qualsiasi di questi negri, capito?»
«Sì, signore.»
Il comandante lo guardò torvo. Christopher piegò la testa con aria
mansueta, incurvando le spalle in un atteggiamento remissivo adottato spesso
durante le tirate paterne. L’altro borbottò: «Ora mettiti al lavoro».
Nel giro di dieci minuti Christopher scoprì quali stenti e quali fatiche
aveva accettato di sopportare. A torso nudo, con ancora indosso i suoi
migliori calzoni di lana, raggiunse gli altri marinai accanto all’argano per
levare l’ancora. Il sole gli scorticava la schiena nuda, le barre dell’argano gli
spellavano le mani. Alzò gli occhi fissando l’orizzonte per distogliere la
mente dal dolore. Notò un certo trambusto a riva, un gruppo di uomini con
l’uniforme della Compagnia che gesticolavano in direzione della Joseph. Era
suo padre? Magari ci aveva ripensato.
Sentì un colpo violento sulla schiena. Si girò di scatto e venne quasi
atterrato dalla barra dell’argano che gli piombò addosso. Si rimise in
posizione. Con la coda dell’occhio vide il comandante che lo osservava, in
disparte, lasciando penzolare la frusta di corda appena usata per sferzarlo.
«Niente ripensamenti, Manine candide. Prova a disertare e ti concederò un
giro di chiglia.»
«Non lasciarti provocare», sussurrò una voce alle sue spalle, in
portoghese, la lingua franca della costa del Malabar. Christopher allungò il
collo all’indietro, continuando a faticare con l’argano, e vide un ragazzo
snello con la pelle scura e gli occhi brillanti che spingeva la barra accanto.
Doveva essere più giovane di lui, ma aveva le mani callose e il corpo
muscoloso.
«Il capitano Crawford è un autentico demonio», sussurrò di nuovo, a
malapena udibile a causa dello scricchiolio dell’argano. «Ma lo si può
evitare. Più ti opponi a lui e più tenterà di distruggerti.»
L’ancora venne recuperata, caponata e traversata. Le vele vennero
spiegate e gonfiate lentamente dalla brezza pomeridiana che giungeva dal
mare. Christopher si issò sul sartiame come gli venne ordinato, con una
sferzata di Crawford a incoraggiarlo, e si impose di non guardare mai giù.
Quella notte si preparò a dormire sul ponte, vicino alla poppa. Rimase
steso sul tavolato duro, con l’intero corpo dolorante, e osservò le stelle. La
mattina si era svegliato nel suo letto di piume nella casa del governatore, con
i domestici pronti a soddisfare ogni sua esigenza, e ora non aveva nemmeno
una coperta su cui stendersi.
Una figura scura andò a sederglisi accanto e una chiostra di denti bianchi
scintillò nel buio. Era il ragazzo che gli aveva parlato mentre lavoravano
all’argano.
«Mi chiamo Danesh», si presentò.
«Christopher.»
«Tuo padre è davvero il governatore di Bombay?»
«Sì.»
«Devi proprio odiarlo.»
Lui rammentò l’espressione negli occhi di Guy. «Sì, infatti.»
Danesh gli passò una coperta. «Prima della fine del viaggio odierai
Crawford ancora di più.»

Le tre settimane successive furono le più difficili che Christopher avesse mai
vissuto. Il secondo giorno venne mandato da Crawford a terzarolare una vela
e solo quando si ritrovò a metà altezza guardò giù e si accorse che nessuno lo
aveva seguito. Gli altri uomini aspettavano in coperta, osservandolo e
scommettendo fra loro.
Una raffica di vento fece rollare la nave, di pochissimo, ma a lui parve un
uragano. Si inclinò all’indietro e le onde parvero balzargli contro. Gli uomini
sul ponte fischiarono e lanciarono grida di scherno, Crawford urlò qualcosa
ma lui riuscì a stento a distinguere le parole, perché il sangue gli rombava
nelle orecchie. Cominciò a perdere la presa.
Il veliero rollò in senso opposto e lui sentì lo stomaco sottosopra. Lo
sguardo cominciò a scivolargli verso il basso, ma sapeva che se avesse
osservato di nuovo il mare avrebbe perso l’appiglio e sarebbe caduto. Si
costrinse a guardare in alto, fissando l’albero di gabbia e imponendosi di
continuare a salire, una mano alla volta. Ogni passo lo colmava di terrore;
ogni volta che le mani si serravano sulle griselle restava aggrappato come un
neonato che stringe il dito della madre.
Finalmente arrivò in cima. Era solo la sommità del tronco maggiore di
maestra – l’albero di gabbia e l’albero di pappafico erano ancora più alti –,
ma gli sembrava di avere conquistato la più elevata delle vette.
In basso, in coperta, nessuno lo acclamò e lui si rese conto, scioccato, che
non erano rimasti affatto colpiti dalla sua impresa. Anzi avrebbero preferito
vederlo cadere. Ecco quanto valeva ormai la sua vita: un po’ di
intrattenimento per animare il turno di guardia.
E poteva ancora darsi che ottenessero ciò che volevano: la sua difficile
prova non era finita. Adesso che era arrivato lassù doveva spingersi lungo il
pennone maggiore di maestra, lungo il sottile marciapiedi. Gli altri marinai lo
raggiunsero controvoglia e corsero lungo il pennone, tenendosi in equilibrio
come scimmie, del tutto insensibili al rollio. Alcuni lo urtarono di proposito,
pestandogli le dita o dandogli spallate.
Vogliono che muoia, capì.
Gli scivolarono le dita e annaspò mentre si sforzava di mollare i gerli che
serravano la vela. Il marciapiedi oscillava sotto di lui, talmente sottile che
Christopher aveva l’impressione di essere sospeso nel vuoto. Poi ci fu la
discesa, il terrore ogni volta che abbassava un piede cercando un appiglio alla
cieca, non osando guardare giù.
Quando infine tornò sul ponte si aggrappò alle sartie, sperando che le
gambe lo reggessero. Per poco non vomitò. Ma dentro di lui, nel profondo,
ardeva un piccolo tizzone di compiacimento. Ce l’aveva fatta. Dall’estremità
opposta della coperta Danesh, muovendo solo le labbra, gli disse: «Bravo».
La frustata che gli si abbatté sulle spalle seminò il caos nei suoi pensieri.
Si voltò di scatto, dolorante e vulnerabile, trovandosi davanti lo sguardo
sprezzante di Crawford.
«Non ti ho ordinato di scendere.»
Si rimangiò la risposta sfrontata che gli salì alle labbra, chinò
meccanicamente il capo e aspettò che l’ira del comandante sbollisse.
«Voglio che tu stia di vedetta. Ci sono dei pirati in queste acque e se uno
di loro arriva a meno di un miglio da noi ti faccio scuoiare vivo.»
Lui trasalì come se fosse stato colpito di nuovo e sollevò gli occhi verso la
coffa di maestra, incredibilmente in alto. Sarebbe riuscito a tornare lassù?
Crawford seguì la direzione del suo sguardo e le labbra gli si tesero in un
sorrisetto maligno.
«Non vedresti niente, da là. Ti voglio sulla crocetta.»
La crocetta si trovava sopra la coffa di maestra ed era poco più di un
graticcio di legno che sporgeva dalla sommità dell’albero di gabbia. Un
graticcio talmente minuscolo che lui riusciva a stento a vederlo, dal ponte.
Anche solo guardarlo gli dava le vertigini.
Non si mosse. Crawford si leccò le labbra e arrotolò la frusta, poi la piegò
per saggiarne la resistenza.
«Stai disobbedendo a un ordine?»
Christopher ricacciò indietro le lacrime che gli pizzicavano gli occhi. Non
gli avrebbe dato quella soddisfazione.
«No, signore.»
«Allora porta lassù il tuo culo bianco come un giglio prima che debba
ordinartelo di nuovo. E rimarrai là», aggiunse, «finché non ti autorizzo a
scendere.»
Christopher cominciò ad arrampicarsi.

Aveva già odiato, ma odiava quell’esperienza più di qualsiasi altra cosa in


vita sua, persino più del padre. In realtà, ormai pensava raramente a Guy. Il
lavoro incessante sulla nave, oltre alla sua goffaggine, e al fatto che fosse
sempre l’ultimo a finire le sue incombenze non gli lasciava tempo per
riflessioni oziose. Quando, barcollando, terminava il turno, si raggomitolava
sul castello di prua, massaggiandosi le parti del corpo doloranti e spalmando
unguento sulle vesciche grandi come monete che gli si formavano sulle mani.
Gli altri membri dell’equipaggio lo evitavano. In quanto bianco lo
consideravano un estraneo, come marinaio lo disprezzavano. Soltanto Danesh
gli riservava un minimo di gentilezza e persino lui sembrava attento a non
farsi vedere troppo spesso in sua compagnia. Christopher non si era mai
sentito così solo. Con il passare dei giorni cominciò ad aspettare con ansia
che gli ordinassero di salire in crocetta, anche se non riusciva mai a guardare
verso il basso. Seduto fra le vele si sentiva come un dio fra le nubi, molto al
di sopra dei mortali, delle loro meschine paure e delle loro avversioni. In quei
momenti tentava di immaginarsi il suo futuro con Ruth, la casa in cui
avrebbero abitato e gli eleganti regali che le avrebbe comprato. Ma troppo
spesso i suoi pensieri si incupivano e cominciava a fantasticare su come
avrebbe pareggiato i conti con Crawford, con suo padre, con qualsiasi uomo
gli avesse fatto un torto.
Un pomeriggio, durante il gaettone, scese sotto coperta a prendere
dell’acqua. Gli piaceva entrare nella stiva, gli odori di spago per legare il
tessuto appena imballato gli ricordavano i magazzini della Compagnia in cui
aveva giocato da bambino.
«Chris», gli sibilò Danesh dalla penombra, «guarda qui.»
Qualcosa gli scintillava sul palmo della mano: una chiave di ottone.
«Cosa apre?»
«Il gavone di prua», sussurrò il ragazzo. «L’ho rubata nella cabina di
Crawford mentre stava ispezionando il sartiame.»
Nel gavone venivano conservati i liquori. In teoria erano destinati
all’equipaggio, ma correva voce che il comandante se li tenesse quasi tutti,
per poi venderli privatamente.
Christopher guardò dietro di sé, ansioso. «E se ci scopre?»
«Non se ne accorgerà, se mancano poche bottiglie. Possiamo venderle
quando sbarchiamo. Sbrigati.»
Danesh infilò la chiave nel lucchetto e lo aprì. L’intenso aroma dei liquori
sgorgò dalla porta aperta.
«Tu rimani qui di guardia. Se ci scopre ci scuoia vivi.»
Gli passò la chiave e, piegando la testa, si infilò nello spazio angusto.
Christopher rimase lì impalato, con lo sguardo fisso. Sapeva che avrebbe
dovuto scappare, abbandonare Danesh al suo destino e dichiararsi all’oscuro
di tutto se fosse stato colto sul fatto. Non era stata una sua idea, ma Danesh, a
bordo di quella nave, era quanto di più simile avesse a un amico, e se lo
avesse perduto non gli sarebbe rimasto niente.
Sul ponte soprastante si udirono dei passi; il movimento della nave fece
guizzare delle ombre sul rettangolo di luce che filtrava dal boccaporto.
«Sbrigati», disse. «Credo che stia arrivando qualcuno.»
Danesh ricomparve con quattro bottiglie di brandy strette fra le braccia e
le posò sul tavolato.
«Crawford ne ha abbastanza da far sbronzare un elefante», sussurrò. «Un
altro carico basterà per tutti e due.»
«No», sibilò Christopher. «Andiamocene subito, non...»
La scala scricchiolò sotto il peso di passi pesanti. Comparvero un paio di
scarpe che lasciarono il posto a gambe grassocce fasciate da calze bianche,
poi a un paio di calzoni e a un torace corpulento che faceva tendere i bottoni
della camicia.
Rapido come un fulmine, Danesh si tuffò sotto il cavo dell’ancora, le cui
enormi spire creavano un nido abbastanza ampio per un uomo. Christopher,
impietrito, rimase dov’era.
Crawford piegò la testa sotto il boccaporto e scese l’ultimo gradino.
Osservò con fare teatrale il gavone aperto, le bottiglie ai piedi di Christopher
e la chiave nella sua mano.
«Immaginavo che avrei trovato qualcuno, quando ho scoperto che la mia
chiave era scomparsa.»
Christopher non aprì bocca.
«Come te la sei procurata? Chi ti ha aiutato?»
Lui lo guardò dritto in faccia per non tradire Danesh lanciando un’occhiata
nella sua direzione. Crawford lo giudicò un segno di arroganza.
«Ti credi migliore di me perché tuo padre è il governatore di Bombay?
Pensi che questo ti dia il diritto di derubarmi?»
La rabbia gli oscurò il volto, come nubi che minacciano un temporale.
Christopher conosceva quell’espressione e si preparò mentalmente.
«Nostromo», urlò Crawford. «Portate Mr Courteney sul ponte e radunate
tutti gli uomini per assistere alla punizione.»
Due mani rozze lo trascinarono su per la scala. Quando arrivò in cima
scoprì che l’intero equipaggio si era assiepato intorno a un piccolo barile
sistemato dietro l’albero di maestra. Crawford andò in cabina e tornò con un
pezzo di corda più sottile e flessibile di quella che usava di solito come frusta.
Se la fece scorrere fra le dita, poi fece due nodi a un’estremità.
«Preparate il prigioniero», ordinò.
Fecero chinare Christopher sopra il barile. I cerchi di ferro arroventati dal
sole gli aprirono delle piaghe sul petto nudo, ma lui sapeva che era solo un
assaggio del dolore che lo aspettava. Il nostromo gli tenne bloccate le mani
mentre uno degli altri marinai gli teneva fermi i piedi, tanto che si ritrovò
steso sul barile come un capo di bucato.
Dietro di lui Crawford si rimboccò una manica, poi srotolò metodicamente
la corda. La fece schioccare sul ponte due volte, per riscaldarsi. Piantò
saldamente i piedi sul tavolato, portò il braccio dietro la testa e fece cadere la
prima frustata su Christopher, con un suono simile a uno sparo di moschetto.
Il dolore fu atroce, ma Christopher morsicò con forza lo straccio che
stringeva fra i denti, deciso a non urlare. Prima che potesse anche solo tirare
il fiato ricevette una seconda sferzata fra le scapole, poi una terza, poi...
Perse quasi il conto. Il dolore giungeva a ondate che si susseguivano tanto
rapidamente da fondersi in un unico istante di agonia. Crawford aveva ormai
rinunciato a farla sembrare una forma di disciplina: quella era una
flagellazione selvaggia e sfrenata, come se volesse spezzargli ogni singolo
osso del corpo.
Ma Christopher si impose di continuare a contare. Nonostante lo strazio,
contò ogni frustata. Era in quel modo che era sopravvissuto ai pestaggi del
padre e fu così che sopravvisse a quello, traendo forza dal numero di colpi
subiti, sommandoli su un registro immaginario per farsi ripagare, un giorno,
con gli interessi. Fintanto che riusciva a contarli sarebbe sopravvissuto.
Le sferzate si fecero meno violente. Crawford alzava e abbassava il
braccio con furia immutata, ma cominciava a stancarsi. Lasciò cadere la
corda, la cui estremità era sfilacciata e incrostata di sangue e pelle. I marinai
tornarono ai rispettivi incarichi. Gli uomini che avevano tenuto fermo
Christopher lo lasciarono andare, macchiati dagli schizzi del suo sangue. Lui
rotolò giù dal barile, restò disteso scompostamente sul tavolato e chiuse gli
occhi, assorbendo il dolore.
Quando qualcuno gli accostò alle labbra una tazza di rum, bevve con foga,
assetato. Danesh. Il liquore non eliminò la sofferenza, ma la alleviò
leggermente.
Danesh gli pulì la schiena. Visto che Crawford gli aveva rifiutato
dell’acqua dolce, fu costretto a usare un secchio calato in mare. L’acqua
salata si rivelò quasi più dolorosa della frusta. Christopher aveva la vista
annebbiata da una foschia scura; avrebbe voluto muoversi, ma le membra non
gli obbedivano.
«Quarantanove», gracchiò.
«Cosa?»
«Quarantanove frustate.» Sorrise, con le labbra che gli si spaccavano per
lo sforzo. «Non è nemmeno riuscito ad arrivare a cinquanta. Pappamolla»,
disse, poi perse i sensi.

Una settimana più tardi, la Joseph gettò l’ancora nel porto di Trivandrum.
L’equipaggio era di ottimo umore: era la loro prima opportunità di scendere a
terra dopo Bombay e intendevano spassarsela il più possibile. Crawford portò
un tavolo e uno sgabello sul ponte e gli uomini si misero in fila per ricevere
la paga.
Christopher aspettò che tutti gli altri terminassero, scarabocchiando i loro
sgorbi sul registro e allontanandosi con qualche moneta stretta in mano. Alla
fine, quando giunse il suo turno, si fece avanti e tese il palmo della mano.
Crawford gli lanciò un’occhiata malevola.
«Cosa vuoi?»
«La mia paga.»
«Certo.» Il comandante fece una gran scena contando le monete, poi le
spinse verso il centro del tavolo, ma quando Christopher allungò una mano e
le prese gli afferrò il polso e glielo torse all’indietro finché non le lasciò
cadere.
«Cosa pensi di fare?»
Lui aveva le lacrime agli occhi per il dolore e temeva che il polso potesse
spezzarsi.
«Prendere la mia paga.»
«Cerchi di nuovo di derubarmi? Queste appartengono a me.»
«Avete detto quattro rupie la settimana.»
«Ti ho ingaggiato come apprendista, quindi tutta la tua paga spetta a me.»
Crawford gli lasciò andare il polso e lui barcollò all’indietro finendo contro il
gruppetto di marinai che osservavano la scena. Nessuno lo sorresse e lui
piombò sul tavolato. Il comandante recuperò le monete dal tavolo e le rimise
nel piccolo forziere, lo richiuse di scatto e si alzò, con la mano pronta a
impugnare il coltello che portava infilato nella cinta.
«Sono stato chiaro?»
Christopher rimase seduto sul ponte e si strinse con forza il polso. Era
consumato dall’odio, non desiderava altro che affondare il coltello nella
pancia di Crawford e vederlo morire dissanguato in coperta. Percepì che tutti
i marinai lo stavano osservando e godevano della sua umiliazione, e odiò
anche loro.
Si alzò, ignorando la fitta di dolore che gli saettò nel polso, e guardò dritto
in faccia il comandante, che parve stupito di vederlo in piedi.
«Capisco», disse con voce roca, preferendo non aggiungere altro.
Crawford stava per provocarlo di nuovo, ma qualcosa lo dissuase. Durante
quelle poche settimane di viaggio Christopher era cambiato, non era più il
ragazzo inesperto che si era imbarcato a Bombay. Aveva le spalle più larghe
e le braccia più muscolose, non teneva più la schiena così curva. Ma era nel
viso che la differenza risultava più evidente: i tratti apparivano più decisi e
marcati, lo sguardo degli occhi neri così intenso da risultare disturbante.
Crawford non lo avrebbe mai confessato, ma quegli occhi lo spaventavano.
Si voltò dall’altra parte. «Ammainate le lance», ordinò. «Andiamo a riva.
Tu no», latrò a Christopher. «Tu rimani a bordo per il turno di guardia
all’ancora. Se succede qualcosa alla mia nave mentre non ci sono ti
inchioderò all’albero di gabbia e ti darò in pasto ai corvi. Siamo intesi?»
Lui vide Danesh lanciargli un’occhiata compassionevole, ma nessuno
degli altri gli rivolse lo sguardo. Non gli rimase che osservarli mentre si
calavano nella lancia e vogavano fino a riva. Anche Danesh se ne andò.
Alcune donne in attesa sulla spiaggia trascinarono i marinai verso la bettola
più vicina. I soldi che avevano ricevuto come paga sarebbero svaniti prima
del mattino. La cosa non lo consolò affatto.
Si mise comodo all’ombra del tendaletto e cominciò a intagliare un pezzo
di legno con il coltello. Aveva il veliero tutto per sé e si godette la solitudine.
Era stato costretto a stare da solo per tutta la vita, un figlio unico cui era
vietato mescolarsi agli altri bambini della colonia perché suo padre li riteneva
inferiori. La maggior parte di coloro con cui aveva fatto amicizia erano morti
o tornati in Inghilterra. Sua madre restava sempre in camera sua per timore di
far infuriare il marito. Era abituato a stare da solo.
Ma ora si rese conto che non avrebbe mai fatto fortuna in quel modo.
Anche se fosse sopravvissuto alle angherie di Crawford, avrebbe impiegato
anni per racimolare i soldi sufficienti anche solo a comprarsi un nuovo
guardaroba di poco prezzo. Non poteva chiedere a Ruth di aspettare così a
lungo.
Dal padre aveva imparato un’altra lezione. Seduto nella casa del
governatore, muto e lontano dagli sguardi, aveva guardato gli uomini entrare
e uscire dall’ufficio di Guy. Nell’abitazione silenziosa le conversazioni
risultavano chiare anche da dietro le porte e lui aveva sentito alcuni di loro
insultare suo padre in termini che non avrebbe mai potuto immaginare e poi
uscire dall’ufficio a testa alta, sicuri di aver vinto. Dopo settimane o mesi
aveva rivisto quegli stessi uomini salire su navi dirette in Inghilterra ridotti in
miseria o in disgrazia, uomini distrutti che avevano perso tutto. Uno era
persino stato portato a bordo in catene, dopo essere stato sorpreso a
commettere un atto contro natura con un tamburino indiano dell’esercito.
Non dimenticare mai, non perdonare mai e attua la tua vendetta quando
più farà male al tuo nemico.
Ci rimuginò sopra finché il sole tramontò e la terraferma scomparve. Le
luci del porto sfavillavano nel buio.
Accese i fanali a prua e a poppa, poi controllò il cavo dell’ancora. Scese
nelle cucine e si servì dello stufato nel pentolone lasciato dal cuoco.
Rovistando fra le provviste trovò una bottiglia di arak, la forte bevanda
alcolica locale, e ne tracannò tre o quattro sorsi assaporandone il gusto
intenso. Gli diede coraggio.
«Non sono fuggito da mio padre per mettermi al servizio di un altro
tiranno», bofonchiò fra sé. Si infilò nel boccaporto scendendo sul ponte di
corridoio. Gran parte del carico della Joseph era costituito da merci
all’ingrosso, balle di tessuto e sacchi di riso troppo voluminosi per i suoi
scopi. Cercò a tastoni fino a sentire la perfetta levigatezza di un rotolo di seta
che faceva proprio al caso suo.
Così vicino alla linea di galleggiamento riusciva a sentire l’acqua
sciabordare contro il fasciame. Ogni scricchiolio della nave si riverberava
lungo l’albero. Qualcosa urtò lo scafo, probabilmente una semplice onda
oppure un pezzo di legno alla deriva, ma riuscì comunque a innervosirlo. Il
sudore gli fece pizzicare le mani e il liquore gli risalì in gola come bile.
Si riempì le tasche di noci di areca prese da un sacco, si sistemò il rotolo
di seta sulla spalla e salì furtivamente la scala. La lancia era ancora a terra ma
c’era una piccola barca su cui avrebbe potuto vogare da solo; estrasse il
coltello e cominciò a tagliare i cavi di ritenuta.
«Dove credi di andare?» ruggì Crawford. La sua sagoma si stagliava
davanti al fanale di poppa, proiettando una lunga ombra sul ponte. «Mi stai
derubando di nuovo? Non sono riuscito a farti passare la voglia a forza di
frustate, l’ultima volta?»
Era salito a bordo senza che lui lo sentisse. Christopher non scoprì mai se
lo avesse fatto perché non si fidava di lui o perché voleva finirlo senza
testimoni. Il comandante lo raggiunse e gli diede un pugno in faccia talmente
violento da scaraventarlo all’indietro, contro il sartiame.
«Vi conviene colpirmi più forte», gli disse, in preda a una pericolosa
audacia. «Picchiate come una ragazzina o una vecchia.»
Crawford gli si avventò contro con un grugnito. Christopher non
indietreggiò e sollevò le mani, dimenticando per un attimo che stringeva
ancora il coltello. Nel buio non lo vide nemmeno l’altro, intento a caricare
come un toro inferocito.
L’istinto ebbe la meglio. Christopher si spostò di lato per schivare il pugno
di Crawford e mentre l’omone lo impegnava in un corpo a corpo allungò la
mano in avanti.
Il coltello si infilò nel ventre di Crawford quasi prima che Christopher se
ne rendesse conto, facendo zampillare un fiotto di sangue caldo. L’uomo urlò
e si dimenò cercando di ritrarsi ma in quel modo non fece che allargare ancor
più la ferita. Le sue viscere si riversarono sulla mano del ragazzo.
Christopher indietreggiò di scatto, estraendo il coltello. Crawford si
artigliò la pancia, muggendo come un toro ferito.
Il suo grido, viaggiando sull’acqua, era senza dubbio arrivato lontano.
Qualcuno a terra o a bordo delle altre navi l’avrebbe sicuramente sentito e si
sarebbe precipitato lì a indagare, trovando Christopher con un coltello in
mano e coperto di sangue. Doveva finirlo. Non aveva scelta.
Rafforzò la stretta sul manico, sollevò il coltello e lo affondò fra le costole
di Crawford, trafiggendogli il cuore.
L’uomo stramazzò a terra, morto, e Christopher fissò incredulo il cadavere
ai suoi piedi. L’arma gli scivolò di mano. Era squassato da violenti tremori.
Sei un assassino, gli sussurrò nella testa una voce gelida che sembrava
quella di Guy.
Non riusciva a distogliere lo sguardo dal corpo. Quello che era stato un
uomo era ormai solo un pezzo di carne macellato.
Sei stato tu, insistette la voce.
Ma più Christopher guardava, più dimenticava la propria colpa. Il sangue
nelle sue vene ridiventò tiepido e lui smise di tremare. L’uomo che l’aveva
frustato, provocato e derubato era morto, non avrebbe più potuto fargli del
male.
Sono stato io, si disse. Sentiva un formicolio diffuso in tutto il corpo,
come se stesse facendo un bagno bollente in una giornata gelida. Come ho
potuto vivere così a lungo nella paura senza mai rendermi conto della mia
forza?
Si pulì le mani insanguinate sui calzoni di Crawford, poi girò il corpo su
un fianco e frugò fra gli indumenti fino a trovare il borsellino all’interno del
quale tintinnavano delle monete, le sue. Lo prese e se lo infilò nelle tasche.
Qualcosa attirò la sua attenzione: una chiave appesa a un laccio di cuoio
intorno al collo del morto. Era troppo piccola per la serratura del gavone, ma
lui l’aveva già vista: era la chiave del forziere e brillava del sangue sgorgato
dal foro nel cuore. La prese, strappando il laccio per fare più in fretta e
avvolgendoselo al polso, poi corse nell’alloggio del comandante. Trovò il
forziere sotto la cuccetta di Crawford. Anche dopo che era stata prelevata la
paga dell’equipaggio, era talmente pesante che dovette usare tutte le sue forze
per riuscire a portarlo sul ponte. Un buon segno.
Corse giù nel deposito scorte e trovò un flacone di olio per fanali. Lo
versò sulle balle di tessuto nella stiva e aggiunse della polvere nera presa dal
barilotto per i cannoni. Si mosse rapidamente, spinto da un senso di libertà e
da un’energia mai sperimentati. Si disse che era una saggia precauzione per
eliminare il cadavere di Crawford e impedire che i membri dell’equipaggio
pensassero di cercarlo, ma in realtà ad animarlo era un mero impulso
diabolico.
Arrivato a metà della scaletta, si voltò per lanciare il fanale acceso
nell’oscurità. Il vetro si ruppe, il fuoco si propagò sul tessuto impregnato
d’olio e l’incendio divampò con violenza, avvolgendo rapidamente l’intera
stiva.
Osservò la scena, ipnotizzato dal risultato dei suoi sforzi. Sono stato io,
pensò di nuovo. La devastazione che aveva provocato gli scorreva nelle vene
come una dose d’oppio.
Quando una folata d’aria bollente lo investì in pieno volto, capì che era ora
di andarsene. Salì la scaletta, attraversò la coperta e sferrò un ultimo calcio al
cadavere di Crawford, per disprezzo. Non aveva il tempo di ammainare una
lancia, ma c’era il tronco d’albero svuotato con cui era giunto il capitano,
dato volta accanto alla prua. Vi calò il forziere appeso a una cima, salì a
bordo e afferrò i remi. Spinse con tutte le sue energie, precedendo il globo di
luce che si allargava dietro di lui mentre il fuoco avviluppava la nave.
La barchetta si arenò sulla battigia. Lui raggiunse la spiaggia
sciaguattando e tenendo il forziere sulla spalla, poi si mise a correre e, una
volta al sicuro tra gli alberi, si voltò a guardare. La Joseph stava bruciando
come un falò la notte di Guy Fawkes, rischiarando il buio e tingendo d’oro il
cielo notturno. I primi abitanti del paesino giunsero di corsa sulla riva dai
loro letti, seminudi, per fissare la scena a bocca aperta. Fra loro c’erano
diversi marinai della nave, alcuni con le donne ancora avvinghiate addosso.
Si chiesero come sarebbero tornati a casa, quanto avrebbero impiegato per
trovare un’altra nave.
Christopher si spinse verso l’interno, barcollando, fino a raggiungere un
sentiero che si snodava fra gli alberi. Non osava avvicinarsi al porto finché
l’equipaggio della Joseph era ancora lì, ma aveva osservato la costa e sapeva
che nell’entroterra c’erano numerosi villaggi in cui poteva rifugiarsi.
Stava per puntare verso nord quando vide una luce avvicinarsi fra gli
alberi. Trascinò il forziere lontano dal sentiero e si accovacciò fra i cespugli.
Una figura che reggeva una lanterna ricavata da una zucca svuotata andò a
fermarsi proprio davanti al suo nascondiglio ed esaminò le impronte e i segni
di trascinamento che aveva lasciato sul sentiero polveroso.
«Chris?» chiese.
Era Danesh. Sollevato, Christopher sbucò dalla vegetazione, ma l’altro,
non riconoscendolo, indietreggiò sconvolto: vedeva solo un demone
seminudo imbrattato di sangue e polvere.
«Chris?» Lo fissò. «Ti ho visto venire a terra.» Notò il sangue e il suo
sguardo spiritato. «Cosa hai fatto?»
«L’ho ucciso.» Dirlo ad alta voce non fu facile come dirlo a se stesso, ma
Christopher guardò l’amico e gli sembrò di scorgere un nuovo rispetto nei
suoi occhi.
«E la nave?» chiese Danesh.
«Andata. L’ho bruciata.»
Danesh assunse un’aria mesta. «Quella nave era il nostro lavoro. La nostra
paga.»
«La vostra paga. Crawford non mi ha dato niente, ricordi?» Christopher
tornò fra i cespugli e tirò fuori il forziere. «Ma l’ho costretto a pagare. Con
questo possiamo comprarci un carico tutto nostro. Prenderemo a nolo un
veliero. Non dovremo più issare a bordo le merci e sentire il morso della sua
frusta, saremo noi a dare gli ordini. Qualche viaggio riuscito e potremo
comprarci una nave più grande, poi due.» Si vedeva già entrare nel porto di
Bombay a bordo di un elegante mercantile, i portelli dei cannoni che
sfoggiavano decorazioni in foglia d’oro. Vedeva Ruth che lo aspettava sul
molo e gli sveniva fra le braccia quando sbarcava, e la furia impotente sul
viso del padre che si rendeva conto di essere stato battuto.
Danesh aveva cambiato espressione. «E la chiave? L’hai presa?»
Christopher si sciolse il laccio dal polso, sfilò la chiave e la inserì nella
serratura che si aprì di scatto, facendo sollevare il coperchio. All’interno
sfavillavano monete d’oro e d’argento.
«Con questo denaro...» Danesh prese una manciata di monete e se le lasciò
scivolare fra le dita. «Un uomo potrebbe vivere da re.»
«Attento.» Christopher rise. «Non dobbiamo spenderlo tutto subito. Se lo
investiamo avremo ben presto un patrimonio dieci volte superiore.»
Il pugno lo colpì senza preavviso, un diretto alla mascella che lo scagliò
all’indietro. Danesh era di corporatura più esile ma lavorava sulle navi da
quando aveva dieci anni. Era snello, muscoloso e forte, mentre Christopher
era stremato, tanto che barcollò, inciampò su una radice e cadde. Prima che
potesse anche solo sollevare i pugni, un altro colpo gli fece perdere per un
attimo i sensi.
Mentre gli sfilava la cinta di corda dai calzoni per farla passare dentro le
maniglie del forziere e ricavarne una cinghia rudimentale, Danesh trovò nelle
sue tasche il coltello e il borsellino di Crawford e rubò anche quelli.
Christopher si stava riprendendo. Sputò un grumo di sangue e si rialzò
parzialmente, puntellandosi su un braccio. Un movimento minaccioso di
Danesh lo convinse a ripensarci.
«Credevo fossi mio amico», disse in tono supplichevole.
Ottenne solo un’occhiata carica di disprezzo. «Sei proprio un bambino»,
disse Danesh. «L’oro non ha amici.»
Si issò il forziere sulla spalla e si allontanò. Christopher non cercò di
seguirlo ma rimase steso lì, guardando svanire la luce, fino a restare solo fra
le tenebre.

«Hai intenzione di aggredirmi?»


Christopher aprì gli occhi. Sul ciglio opposto della stradina c’era un uomo
appoggiato a un lungo bastone che lo guardava. Era snello ma muscoloso,
con una corta barba grigia.
«Hai intenzione di aggredirmi?» ripeté. Parlava in portoghese pur avendo
aspetto e abbigliamento indiani.
Christopher si massaggiò le tempie. Aveva la mascella gonfia e ogni
movimento provocava una fitta di dolore che gli sfrecciava lungo il collo fino
alla testa.
«Ho un’aria così pericolosa?» gemette.
«Su queste strade ci sono parecchi banditi. Alcuni si sdraiano per terra ad
aspettare, fingendo di essere stati derubati o percossi, e quando il buon
viandante si ferma ad aiutarli viene aggredito.»
«Temo di non riuscire nemmeno a reggermi in piedi.»
L’uomo non si avvicinò. «Da dove vieni?»
«La mia nave ha preso fuoco e ho raggiunto la spiaggia a nuoto.»
L’altro annuì con aria meditabonda, notando il sangue secco che si
staccava a scaglie dal petto di Christopher e i lividi sul suo volto.
«Posso accompagnarti a Trivandrum, dal resto dell’equipaggio. Saranno
sicuramente preoccupati per te.»
Christopher scosse il capo e indicò la direzione opposta rispetto a
Trivandrum, alla sua sinistra. «Vado da quella parte.»
«Ah.» Gli angoli della bocca dell’uomo si sollevarono in un sorrisetto
ironico. «Anch’io.»
«Puoi portarmi con te?»
L’altro rifletté per qualche istante, poi si mosse così velocemente che
Christopher vide solo una chiazza dai contorni indistinti – due balzi e il
bastone che sfrecciava verso la sua testa – e alzò le mani benché
rappresentassero un’assai misera protezione. La punta del bastone si fermò a
meno di un dito dai suoi occhi. Il vecchio gli stava di fronte, appena al di
fuori della portata dei suoi piedi, e non aveva nemmeno il fiato corto.
«Se stai mentendo, se cerchi di farmi del male, ti uccido», lo avvisò.
Christopher lo fissò. «Chi sei?»
«Un uomo in grado di difendersi.» Gli toccò il livido sul mento con la
punta del bastone. «Tu, a quanto pare, no.»
Lui si picchiettò la mano sulla cintola. «Non ho nemmeno un coltello.»
«Esiste più di un modo per uccidere qualcuno, e non tutti sono così rozzi.
In questo paese abbiamo banditi capaci di strangolare un uomo usando un
perizoma.»
Lo disse con una tale disinvoltura che Christopher capì subito che parlava
per esperienza personale.
«Sei un bandito di strada?»
«Cosa fai, mi insulti?» chiese l’altro in tono bonario, poi gli tese il bastone
per aiutarlo ad alzarsi.
«Come ti chiami?» domandò.
Lui aprì la bocca, sul punto di dire «Christopher Courteney», ma
Christopher Courteney aveva derubato e ucciso un uomo, era un fuggitivo e,
cosa peggiore di tutte, era il figlio di Guy Courteney.
Rammentò lunghe e afose mattinate domenicali in chiesa a Bombay, a
uccidere mosche e ascoltare il sacerdote che cianciava con voce monocorde.
Ripensò a una delle poche lezioni sulla Bibbia che avessero attirato il suo
interesse: la storia del figlio di re David, che aveva deposto il padre per poi
cacciarlo dal suo regno.
«Mi chiamo Absalom», disse.
L’anziano lo guardò intensamente negli occhi, come se riuscisse a vedervi
le menzogne e il senso di colpa che ne scaturiva.
Assurdo, si disse Christopher, sono soltanto i miei occhi, una parte del
corpo non diversa dai piedi o dai gomiti.
«Io sono Ranjan.» L’uomo distolse lo sguardo e Christopher sentì un
enorme peso sollevarsi dal suo animo. «Ti accompagnerò fino al villaggio più
vicino.»
Camminarono in silenzio. Il sole salì ulteriormente nel cielo, la strada si
fece più trafficata. Lungo un ciglio alcuni raccoglitori di vino di palma
penzolavano dai tronchi come enormi ragni e succhiavano il dolce liquido
racchiuso nelle noci di cocco. Il vecchio non proferì parola mentre
Christopher rimuginava su tutto quello che gli era successo. Rivisitò più e più
volte gli ultimi momenti con Crawford e la sfrenata esultanza mentre il
coltello gli squarciava il ventre. Avrebbe voluto trovarsi di nuovo sulla nave
solo per poterlo rifare.
Il villaggio si rivelò modesto: una manciata di capanne con pareti di fango
e tetto di foglie di palma fra cui si aggiravano mucche macilente. Sulla
spiaggia i pescatori srotolavano le loro reti mentre i pesci messi a essiccare
dondolavano appesi a fili tesi fra gli alberi.
«Cosa farai, qui?» chiese Ranjan.
Lui scosse il capo. Non ci aveva ancora pensato. Poteva provare con i
pescatori, benché la barca più grande lì sulla spiaggia non fosse più larga
della lancia della Joseph. Ma il pensiero di tornare per mare lo sgomentava.
«Hai cibo? Denaro? Amici?»
«Non ho nulla», rispose.
«Allora vieni con me.»
Continuarono a camminare a lungo oltrepassando villaggi di pescatori,
pagode e lunghe spiagge sabbiose. Verso il tramonto raggiunsero la loro
meta, una cittadina di discrete dimensioni, leggermente nell’entroterra, molto
più vasta dei villaggi che avevano attraversato fino a quel momento. Vantava
un grande mercato e numerosi templi eleganti.
Ranjan lo condusse fino all’estremità opposta dell’abitato, a un’ampia area
cinta da muri che a Christopher parve il cortile di un santuario. Il suo anziano
accompagnatore aveva un’aria talmente ascetica che avrebbe potuto
benissimo essere un monaco.
Un giovane vestito solo di un semplice perizoma aprì loro il cancello.
Christopher lo varcò e si guardò intorno sbalordito. Ovunque c’erano giovani
nudi fino alla cintola intenti a combattere. In un angolo stavano duellando
con lunghi bastoni molto simili a quello di Ranjan, in un altro brandivano
spade dalla lama ricurva che stridevano e tintinnavano quando si
agganciavano fra loro come in un intimo rituale di accoppiamento. Alcuni
stavano lottando solo con mani e piedi, muovendosi in maniera tanto
aggraziata che la forza dirompente di calci e pugni non risultava subito
evidente.
«Che cos’è questo posto?» chiese, meravigliato.
«Un kalari, una scuola per guerrieri. Qui insegniamo il kalaripayattu,
un’antica arte marziale, secondo alcuni la più antica del mondo.»
«Tu la conosci?»
«Io sono l’aasaan, il maestro.»
Le movenze più rapide del pensiero, il cozzare delle armi, l’odore di
segatura, sudore e sangue lo lasciarono basito. Ripensò a tutte le percosse
ricevute in vita sua, dal padre, da Crawford e persino da Danesh. Aveva
imparato ad accettarle perché non era in grado di difendersi.
I giovani in quell’arena sapevano difendersi.
«Puoi insegnarmi quest’arte?»
«Alcuni di questi uomini si addestrano da quando erano bambini», lo
avvisò Ranjan.
«Posso imparare.»
Ranjan lo guardò negli occhi, dandogli nuovamente l’impressione di
vedere cose di cui lui ignorava l’esistenza.
«Sì», rispose annuendo con aria pensierosa. «Sì, credo che tu possa.»
Se la vita sulla nave era stata dura, quella nel kalari lo era ancora di più. Sulla
nave le percosse erano accidentali, lì rappresentavano lo scopo principale.
Christopher smise di contare i lividi, i muscoli indolenziti e le costole
incrinate che gli rendevano difficile respirare. Non si lamentò mai e non saltò
nemmeno un giorno di addestramento.
Il suo corpo cambiò. I muscoli che avevano cominciato a svilupparsi per
mare divennero più forti e ben definiti, quelli del ventre si fecero tonici.
Camminava con la schiena più diritta, non era più l’adolescente dalle spalle
tondeggianti fuggito da Bombay o il marinaio dalle gambe arcuate sbarcato
con passo malfermo. Di alta statura, svettava sulla maggior parte degli
autoctoni che si allenavano insieme a lui. Alcuni si lamentarono con l’aasaan
del fatto che il fisico gli concedesse un ingiusto vantaggio, ma lui li scacciò
dicendo: «Soltanto gli dei possono scegliere il vostro avversario».
Christopher imparò in fretta. Imparò gli otto passi e le otto posizioni.
Imparò i cento otto marma, le parti vitali del corpo, i punti vaikalyakara che
avrebbero paralizzato l’avversario e i punti bindu che bastava colpire
un’unica volta per ucciderlo. Imparò a salmodiare i mantra per liberare i
propri poteri e a leggere il viso e la postura di un uomo per anticipare le sue
mosse. Imparò a battersi con un bastone di bambù e una spada, e con la thotti
dalla lama ricurva.
Imparò a curarsi al termine di ogni giornata, spalmandosi unguenti sul
corpo, massaggiando i punti vitali per alleviare dolori e lividi in modo da
poter combattere di nuovo l’indomani.
Una volta alla settimana tutti gli allievi si riunivano nel cortile delle
esercitazioni intorno a una piattaforma rialzata. Gli studenti migliori salivano
sulla piattaforma per combattere, in un turbinare di colpi e affondi talmente
rapidi che Christopher stentava a seguirli. In seguito, man mano che lui stesso
imparava quelle mosse, cominciò a riconoscerle, e quando osservava gli
incontri il suo corpo sussultava mentre provava mentalmente i colpi, ansioso
di arrivare a padroneggiarli.
Per lo più gli altri allievi lo ignoravano, ma Ranjan lo teneva d’occhio. Un
giorno lo accompagnò nella bottega di un intagliatore di legno. L’aria era
pervasa dal profumo di olio e trucioli. Sui banchi da lavoro erano allineate
divinità con sembianze animalesche, i cui visi si fondevano con il legno
grezzo.
Christopher rimase a guardarle, in attesa che l’aasaan gli spiegasse perché
erano andati lì. L’intagliatore continuò a picchiettare con il suo scalpello e a
ogni colpo staccava una minuscola scheggia di legno.
Parlò senza alzare gli occhi, usando un dialetto locale che Christopher non
capiva.
«Cosa ha detto?»
«Dice che le figure esistono già nel legno. Il suo compito consiste
semplicemente nell’eliminare gli strati esterni per portare alla luce quello che
si trova all’interno. A ogni colpo dello scalpello il legno diventa sempre più
se stesso.» Guardò Christopher. «Credi che il legno abbia dei sentimenti?»
«No.»
«Secondo la nostra fede, l’induismo, ogni creatura vivente ha una
coscienza. Persino le piante possono sentire. In tal caso credi che al legno
piaccia essere intagliato?»
L’artigiano calò il martelletto sullo scalpello e fece penetrare la lama
affilata nel legno.
«Dev’essere un’autentica tortura.»
«Eppure ogni colpo lo aiuta a diventare se stesso. Il cammino è duro,
Absalom, ma la meta finale...» Carezzò il viso di Ganesh, il dio elefante, così
realistico che Christopher ebbe l’impressione che potesse srotolare la
proboscide per avvolgergliela al collo.
«La meta finale è la nostra vera essenza.»

Quando non si addestrava, Christopher si guadagnava vitto e alloggio


lavorando. All’inizio era stato incaricato di tagliare alberi per la legna da
ardere o curare gli orti dove si coltivavano gli alimenti per il kalari. Talvolta,
quando avevano scorte eccessive di un certo prodotto e non abbastanza di un
altro, Ranjan lo mandava al mercato per barattarli. A parte i combattimenti,
erano i momenti che preferiva. Si preoccupò di imparare la lingua del luogo e
ci riuscì in fretta, chiacchierando con i commercianti, che giunsero ben presto
a riconoscerlo. Non sorridevano mai quando lo vedevano arrivare davanti ai
loro banchi perché sapevano che avrebbe contrattato con ferocia e non
sarebbe stato soddisfatto finché non avesse spremuto anche l’ultimo dam
possibile dal prezzo.
Un giorno, al mercato, gli si avvicinò un indiano con le dita coperte di
anelli preziosi e una schiera di servi che gli facevano vento per scacciare le
mosche. Christopher fece per scostarsi e lasciarlo passare, ma un’occhiata
dell’uomo lo trattenne. Uno dei domestici, un uomo ben vestito, con uno
spillone sormontato da uno smeraldo nel turbante e ricami in filo d’oro sulla
tunica, si fece avanti. Era palesemente il ciambellano nella dimora del ricco
signore. Le sue labbra carnose erano messe in risalto dalle macchie di succo
di betel rosso.
«Questo è il mio signore, Parashurama», annunciò. Si tenne a distanza
come facevano tutti gli indiani di alta casta per paura di restare contaminati
dal contatto con lo straniero. «È il mercante più facoltoso della città.»
Parashurama gli sorrise. «Ho sentito parlare di voi. Dicono che nel kalari
siete un lottatore temuto.»
Christopher si inchinò.
«Altri dicono che riuscite a spuntare prezzi che riducono in lacrime i
commercianti.»
«Mio padre mi ha insegnato che c’è sempre un prezzo migliore da
ottenere.»
«Infatti, ma non tutti lo sanno fare. Un uomo come voi potrebbe essermi
utile.»
«Il mio padrone ha un carico che deve essere portato nella città di
Neiyyur», spiegò il ciambellano. «Le strade non sono sicure, e quando la
merce arriverà a destinazione lui si aspetta di venderla al prezzo più alto.
Forse voi siete l’uomo giusto per questo compito.»
«In cosa consiste il carico?»
«Sale.»
«In cambio», intervenne Parashurama, «vi darò il cinque per cento della
somma a cui riuscirete a venderlo, quale che sia.»
«Il venti», ribatté Christopher.
Il ciambellano si accigliò, ma Parashurama rise. «La vostra fama è
davvero meritata. Accordiamoci sul dieci per cento. Inoltre», aggiunse
intuendo il rilancio che gli saliva alle labbra, «se mi servite bene in questa
occasione potrei avere altri compiti per voi. Tratto diverse merci ed esistono
carichi più preziosi del sale.»
«Devo chiedere al mio maestro», spiegò Christopher. Ma quando ne parlò
con Ranjan quest’ultimo si limitò a sollevare i palmi in un gesto benedicente.
«Non sono il tuo padrone e tu non sei il mio schiavo. Fintanto che scegli di
rimanere con me ti farò da maestro, se decidi altrimenti puoi andare.»
«Sono pronto?»
Il vecchio si guardò i palmi. «Qual è il primo precetto?»
«Non scegliere mai una battaglia, combattere solo se non ci si può
allontanare.»
«Se lo tieni sempre a mente non correrai grossi rischi.»
In effetti il viaggio si svolse senza incidenti. Christopher si sentì quasi
deluso quando raggiunsero la casa di Neiyyur che gli era stata indicata.
Contrattò strenuamente e a un certo punto ordinò ai domestici di rimettere il
carico sui muli. Era quasi fuori dal cancello quando il mercante lo richiamò
per riprendere le contrattazioni.
L’indomani si presentò nella dimora di Parashurama, cui consegnò il
borsellino che aveva portato con sé.
«Quanto avete ottenuto per il sale?»
«Venti rupie», rispose Christopher.
Il ciambellano contò le monete con aria diffidente, mordendole una a una
per verificare che fossero autentiche e pesandole su una piccola bilancia.
«Esatto», dichiarò alla fine, con evidente riluttanza.
Parashurama sorrise a Christopher. «Il mio ciambellano, Jayanthan, non si
fidava di voi. Il primo sacco di sale conteneva una lettera per il mercante di
Neiyyur in cui lo pregavo di mandarmi il suo corridore più veloce con un
messaggio per comunicarmi il prezzo che avevate spuntato per il sale.»
Lui si sentì avvampare. «Dubitavate della mia onestà?»
«Ora so di poterci contare.» L’uomo gli diede due monete. «Ecco la vostra
paga, per ora. Presto vi verrò a cercare di nuovo, ho sempre degli incarichi
per gli uomini di cui mi fido.»
Nel corso dei mesi seguenti mantenne la parola, affidandogli merci diverse
da portare in varie città; a volte Christopher era accompagnato da altri
uomini, altre volte andava da solo. In un paio di occasioni gruppetti di
sconosciuti gli si avvicinarono con aria minacciosa, ma vedendo la sua spada
indietreggiarono immancabilmente, e ogni volta lui non provò che delusione.
Sentiva la forza crescergli dentro, tesa come la corda di un arco, e aveva un
gran bisogno di sfogarla. Nei combattimenti sulla pedana lottava con una tale
ferocia che un giorno rischiò di accecare un uomo.
«Qual è il secondo precetto che ti ho insegnato?» chiese Ranjan.
«Channiga», rispose lui, imbronciato.
«E cos’è channiga?»
«La pazienza.»

Un giorno il ciambellano del ricco signore si recò nel kalari. «Il mio padrone
ha un’altra commissione per voi.»
Nella sua ricca dimora, Parashurama si svuotò un borsellino sul palmo
della mano e un mucchietto di rubini scintillò nella luce fioca che filtrava
dalle imposte di legno intagliato.
«Ho bisogno che li portiate a un mercante tamil a Madura, sull’altro
versante delle montagne. Il viaggio richiederà diversi giorni e le strade di
montagna brulicano di banditi.»
Christopher lo udì a stento. Il suo sguardo era fisso sui rubini, che
ammiccavano come una prostituta sulla porta di un bordello. Un pensiero
malvagio gli sbocciò nella mente: avrebbe potuto uccidere i due uomini e
fuggire con le gemme, a quel punto avrebbe avuto abbastanza rupie per
sposare Ruth. Si sentì travolto dalla tentazione, dalla consapevolezza che
avrebbe potuto farlo.
Qual è il terzo precetto?, chiese la voce di Ranjan nella sua testa.
Il controllo di sé, rispose la sua voce interiore.
Trasformò il proprio volto in una maschera inespressiva per nascondere i
suoi pensieri.
«Jayanthan vi accompagnerà», annunciò Parashurama, ignaro di quanto
fosse stato vicino alla morte. «Sarete soltanto voi due. Potrei mandare un
convoglio con molti uomini, ma non farebbe che attirare l’attenzione e ogni
capotribù da qui a Delhi mangerebbe la foglia e si metterebbe sulle vostre
tracce. Due uomini possono sperare di passare inosservati laddove venti non
potrebbero mai riuscirci.»
Christopher si inchinò. «Mi dimostrerò degno della vostra fiducia.»
Partirono l’indomani, puntando verso l’entroterra. La strada non era che
un sentiero in una landa desolata, con il fondo rovinato dalle ultime piogge
monsoniche e dai pochi carri che tentavano di percorrerlo. Gli alberi di
tamarindo vi proiettavano la loro ombra, e il suono prodotto da uccelli e
insetti era inframmezzato dal ticchettio dei telai nei punti lungo il percorso in
cui i tessitori avevano costruito le botteghe.
Christopher aveva vissuto in India per quasi tutta la vita, ma era la prima
volta che si avventurava a più di qualche miglio di distanza dalla costa.
Anche lavorando per Parashurama si era spinto solo fino agli insediamenti
lungo la costa. Ben presto i villaggi divennero più sporadici e miseri, e al
ticchettio dei telai si sostituirono il cinguettare e il trillare di uccelli che non
aveva mai udito prima.
Quella notte dormirono nel cortile di un tempio sul bordo del sentiero che
l’indomani cominciò a salire verso i Ghati, la grande catena montuosa che
correva come un bastione lungo la costa occidentale dell’India. L’aria si fece
più fresca, il paesaggio ancora più selvaggio. Attraversarono una foresta
incontaminata di colossali alberi d’alto fusto e bambù, gigantesche piante
rampicanti e orchidee. Il muschio cresceva lussureggiante mentre i fiori
scarlatti degli alberi di kapok costellavano il bordo della strada come gocce di
sangue.
Non erano soli. Si unirono a loro alcuni contadini gravati da pesanti
fardelli: balle di stuoie in fibra di cocco e ceste di frutta. Ogni volta che si
avvicinavano Jayanthan stringeva la spalla di Christopher e gli sussurrava in
modo che potessero sentire: «State in guardia».
Ma non appena si rendevano conto che Jayanthan era di una casta elevata,
i contadini si prostravano e premevano il viso sulla terra nuda finché loro due
non erano passati.
«Almeno lei non sarà un bandito», disse Christopher indicando una donna
che tirava un asino carico di manghi. Indossava un modesto sari bianco con
un corpetto dello stesso colore, e sul braccio aveva una serie di braccialetti di
rame.
Quasi l’avesse sentito, lei si voltò a guardarlo e, a differenza degli altri
contadini, non si inchinò né si ritrasse di scatto appena si accorse del loro
rango. Lo guardò dritto negli occhi, con un’espressione schietta e aperta. Le
labbra le si socchiusero in un sorrisetto timido, come a promettere possibilità
che Christopher poteva solo vagamente immaginare. Il desiderio gli pulsò nei
lombi.
«Cagna sfacciata», commentò Jayanthan. «Andrebbe frustata per la sua
insolenza.»
Con la massima calma lei spinse il suo asino sul ciglio della strada per
lasciarli passare. Christopher tentò di incrociare nuovamente il suo sguardo,
ma la donna stava giocherellando con il sottopancia dei panieri dell’animale e
non alzò gli occhi.
Oltrepassarono un tempietto sul ciglio della strada che ospitava la statua di
Ganesh, il dio elefante, su cui erano drappeggiate ghirlande di fiori ormai
appassiti.
Jayanthan guardò la spada appesa alla cintura di Christopher. «Spero che
siate pronto a usarla. Quel tempietto indica il punto in cui un viandante è
stato ucciso dai banditi.»
In quel preciso istante un urlo acuto infranse il silenzio alle loro spalle e
dopo un attimo un asino ragliante sbucò dalla curva per poi sfrecciare via.
Christopher sguainò la spada e tornò indietro di corsa.
«Aspettate», gridò Jayanthan. «Il vostro dovere è proteggere me.»
Lui lo ignorò e continuò a correre, sollevando nuvolette di polvere.
Superata la curva, trovò la donna che avevano incontrato poco prima. Era
stesa a terra, la gonna sollevata intorno ai fianchi, il corpetto strappato che
lasciava visibili i seni piccoli e sodi. Un uomo muscoloso e dalla pelle scura
la teneva ferma con una mano mentre con l’altra si apriva il perizoma
rivelando il membro turgido ed eretto.
Lanciando il grido di battaglia imparato nel kalari, Christopher gli si
avventò contro, ma l’altro non era così sopraffatto dalla lussuria da avere
dimenticato la cautela. Vedendolo arrivare, balzò in piedi. Gli bastò una sola
occhiata per notare la spada nella sua mano destra, poi fuggì di gran carriera.
Christopher era veloce, ma l’uomo lo era ancora di più e, dopo averlo
inseguito per una decina di passi, si rese conto di non poterlo raggiungere in
campo aperto. Si fermò, lasciò cadere a terra la spada e, con entrambe le mani
ora libere, si sollevò la tunica.
Avvolta alla vita, al riparo da sguardi curiosi, aveva un’urumi, una sottile
striscia di acciaio a doppio taglio affilata come un rasoio, lunga dieci piedi e
flessibile come una frusta.
Era l’ultima arma che aveva imparato a usare nel kalari e la più difficile
da padroneggiare. Maneggiata nel modo sbagliato, poteva decapitare chi la
brandiva.
L’impugnatura di avorio si adattò perfettamente alla sua mano. Con un
rapido scatto del polso, srotolò la lama, che parve dotata di vita propria e
serpeggiò sinuosa mentre si protendeva nell’aria. L’aggressore si trovava al
margine del raggio d’azione dell’urumi, ma la flessibile punta d’acciaio gli si
arrotolò come un serpente intorno alla caviglia nuda e si strinse in un cappio,
tranciando pelle, carne e tendini prima di stritolare l’osso. Con un grido di
atroce sofferenza l’uomo stramazzò a terra.
Christopher raggiunse il punto in cui l’altro era crollato, in lacrime. Senza
fretta, richiamò a sé la lama dell’urumi, che strisciò fra la polvere del sentiero
e si rizzò come un cobra vivo.
Guardò l’uomo dall’alto e gli sorrise. «Amico mio, credo tu sappia che è
giunta la tua ora. Puoi dire addio a questo mondo.» Gli si rivolse in inglese,
lingua che l’altro non capiva, ma dal suo tono risultava evidente il significato
delle parole. L’uomo pianse e implorò pietà ma Christopher, senza smettere
di sorridere, mosse il polso di scatto. L’urumi si srotolò e diede una leccatina
alla gola del violentatore, sulla cui carne si aprì una seconda bocca. Il fiato
dell’uomo sgorgò dalla trachea recisa, seguito dal fiotto di sangue che
erompeva dalla carotide, al ritmo del cuore che lo pompava. Il liquido
zampillò sui piedi di Christopher, che tuttavia non si scostò. Aspettò che
l’emorragia si attenuasse per poi cessare, prima di accosciarsi accanto al
cadavere e frugare fra i suoi indumenti. Legato a una cinta sotto la tunica
trovò un borsellino in pelle; ne allentò il laccio e se lo svuotò sulla mano. Le
monete erano quasi tutte di rame ma quelle d’argento si rivelarono sufficienti
per riportargli il sorriso sulle labbra.
La donna aggredita lo raggiunse e si chinò sopra di lui per vedere cosa
aveva trovato, mentre si rassettava gli indumenti e sistemava le gonne.
Christopher la osservò. Vista da vicino era davvero molto graziosa. I folti
capelli erano resi lucidi dall’olio con cui li aveva spazzolati. Un seno faceva
ancora capolino dal corpetto lacerato; lei si accorse dello sguardo di lui e
sorrise mentre se lo copriva in fretta.
«Grazie, sahib. Possano tutti gli dei sorridervi. Vi sarò eternamente grata
per avermi salvato da questo animale», disse con voce bassa e flautata. Gli
posò una mano sulla spalla e la strinse, e Christopher fu assalito dal desiderio,
ma la donna sembrava ignara dell’effetto che aveva su di lui.
«Dov’è il vostro compagno?» chiese.
«Oh, Cristo santo!» esclamò Christopher, che si era completamente
dimenticato di Jayanthan. Balzò in piedi e tornò di corsa dietro la curva
rischiando di sbattere contro il ciambellano, che lo stava raggiungendo,
ansimante.
«Come avete osato abbandonarmi?» chiese, furibondo. «Quando il mio
padrone verrà a saperlo...»
«Quella poveretta stava per essere violentata da un bandito», gli rammentò
lui, gelido. «Cosa avrei dovuto fare?»
«E se fosse stata una trappola? Se il bandito avesse avuto degli amici in
attesa di saltarmi addosso non appena voi aveste girato la schiena? Non si
dimentica il proprio dovere solo perché una cagna di bassa casta viene
coperta.»
Christopher dovette appellarsi a tutto il suo autocontrollo per non reagire.
Sentiva il sangue tiepido del morto sugli stinchi e la feroce gioia
dell’uccisione dentro di sé. Avrebbe potuto strappare la lingua di Jayanthan
con l’urumi solo per la cattiveria del suo commento.
Invece gli diede le spalle e tornò dalla donna, impegnata a raccogliere e
rimettere a posto i manghi caduti dai panieri. Ne offrì uno a Christopher.
«Prendetelo», lo sollecitò. «Non posso darvi altro, per ora.»
Lui la ringraziò di cuore e con il coltello divise il frutto in quattro, poi se
ne infilò uno spicchio in bocca e masticò con gusto.
«Dolce», le disse. «Come la ragazza che me lo ha dato.»
Lei sorrise civettuola e abbassò gli occhi a terra. «Mi chiamo Tamaana»,
disse.
«Chris...» cominciò a rispondere lui, poi si corresse e disse: «Absalom».
Ammaliato dalla bellezza della fanciulla, aveva quasi rivelato il suo vero
nome. Lanciò un’occhiata a Jayanthan, che però sembrava non essersene
accorto.
Tamaana guardò la giungla deserta intorno a loro e rabbrividì. «Oggi
farete un tratto di strada insieme a me per proteggermi, Absalom? Vi prego.»
«No», rispose Jayanthan.
«Sì», rispose Christopher.
«No», ripeté il ciambellano con voce stridula e petulante. «Siete pagato
per scortarmi e obbedire ai miei ordini.»
Lui divaricò le gambe e incrociò le braccia sul petto. «Se preferite
continuare da solo siete libero di farlo, ovviamente, ma io procederò accanto
alla signora.»
«Quando il mio padrone verrà a saperlo...» borbottò Jayanthan, toccandosi
il petto in corrispondenza del sacchetto con i rubini.
Tamaana si frappose tra loro. «Non voglio causarvi problemi con il vostro
amico.»
«Non è mio amico e non è nemmeno il mio padrone.» Christopher afferrò
la briglia dell’asino e si incamminò. «Sto andando dove mi è stato ordinato di
andare.»
«E lui?» La ragazza guardò con una smorfia il cadavere riverso in una
pozza di sangue, su cui avevano già iniziato a posarsi le mosche.
Christopher si strinse nelle spalle. «Lasciamolo lì come monito per gli
altri.»

Proseguirono insieme per il resto della giornata, con Jayanthan che


camminava in silenzio, seguito dagli altri due. Non degnò la ragazza
nemmeno di un’occhiata: apparteneva a una casta inferiore, quindi per lui era
praticamente invisibile. Christopher invece non riusciva quasi a impedirsi di
fissarla. Non riusciva a smettere di ripensare a ciò che aveva visto, al turgore
maturo del seno che spuntava dal corpetto strappato e ai riccioli emersi
dall’ombra fra le cosce quando l’aggressore le aveva sollevato le gonne.
Pensa a Ruth, si disse, pensa a come sarà tutto molto più dolce quando
sarete finalmente marito e moglie.
Ma gli riusciva difficile pensare a Ruth quando aveva accanto Tamaana.
Pensare a Ruth lo rendeva ombroso e gli aggrovigliava le viscere, mentre
Tamaana riusciva a risollevargli l’umore con il suo chiacchiericcio e le sue
risate. Non era molto più matura di lui ma si rivelò precoce e briosa, con una
cordialità e una schiettezza che erano frutto delle sue umili origini. Suo padre,
raccontò, faceva il contadino in un piccolo villaggio vicino alla costa e aveva
saputo da un viaggiatore che c’era penuria di cibo dietro le montagne, dove il
nizam dell’Hyderabad era impegnato in una guerra. Così la figlia si era
offerta di portare un carico di manghi fin là per vedere se riuscivano a
spuntare un prezzo più alto.
«Vi siete messa in viaggio da sola?» chiese Christopher, stupito.
«I miei fratelli devono tutti lavorare nella fattoria.»
«E vostro marito?»
Non poté fare a meno di guardarla mentre lo domandava e arrossì quando
lei lo sorprese a farlo. Tamaana reagì con un sorriso non del tutto timido.
«Non sono sposata, mio padre non poteva permettersi una dote. E a dire il
vero gli serve il mio aiuto nei campi.»
Lui la fissò. «Non riesco a credere che una fanciulla così bella non sia
riuscita a trovare un marito.»
Lei abbassò gli occhi. «Devo fare come ordina mio padre.»
Mentre scendeva il crepuscolo raggiunsero un tempio in una località
desolata poco sotto la cresta delle montagne. Un cortile cinto da mura e
invaso da erbacce e rovi circondava una piccola pagoda. I resti anneriti di
alcuni fuochi da campo dimostravano che altri viandanti avevano sostato lì
prima di loro.
Jayanthan stese la sua coperta dentro la pagoda, Christopher ripulì dalle
erbacce un punto accanto alla porta e si preparò un giaciglio lì.
«Preferisco dormire fuori», spiegò a Tamaana. «Dentro c’è il rischio di
essere assaliti da topi e insetti.»
Non accesero un fuoco per paura di attirare attenzioni indesiderate e
consumarono una cena frugale a base di riso e daal seguita da uno dei
manghi di Tamaana che lui insistette per pagarle. «Altrimenti quando
supereremo le montagne non ve ne sarà rimasto nessuno e non avrete
ottenuto niente in cambio.»
Impiegò parecchio tempo per prendere sonno. Rimase sdraiato sull’erba ad
ascoltare i suoni della notte. Dietro le mura di cinta le creature della giungla
facevano un gran baccano. Fra quelle montagne c’erano sicuramente delle
tigri e chissà cos’altro. La foresta celava migliaia di punti da cui vedette
nascoste potevano avere tenuto d’occhio la loro avanzata, aspettando il
momento giusto per sferrare l’attacco.
Udì un fruscio, non nella foresta ma nel cortile. Afferrò la spada e il cuore
cominciò ad accelerare il battito, ma non aveva paura: il suo corpo non
vedeva l’ora di combattere di nuovo.
«Absalom?»
Tamaana avanzò fra l’erba alta tenendo sollevate le gonne del sari perché
non si impigliassero nei rovi e gli si sedette accanto, talmente vicina che le
loro spalle quasi si toccavano.
«Non riuscivo a dormire, continuavo a rivedere...» Rabbrividì. «Non
potete immaginarlo.»
«Adesso siete al sicuro», la rassicurò Christopher.
Lei gli si appoggiò contro, posandogli la testa nell’incavo del braccio. Lui,
perplesso, si irrigidì, in preda al soverchiante impulso di baciarla.
Strinse i denti. Ruth, sii forte per Ruth, si disse.
«Il modo in cui vi siete sbarazzato del mostro che mi ha assalito! Non
avevo mai visto nulla del genere. È un’arma davvero terribile, la vostra. Dove
avete imparato a usarla con una tale maestria?»
«Nel kalari.»
Lei spostò il peso del corpo girandosi leggermente e gli posò la mano sul
ginocchio per sorreggersi.
«Devono essere anni che studiate.»
«Non così tanto. Sono cresciuto lontano da qui, a Bombay, ma la mia
famiglia viene dall’Inghilterra.»
Lei parve affascinata. «Non siete indiano, quindi?»
«No.» La domanda non lo stupì. I capelli e gli occhi scuri gli davano
l’aspetto di un indigeno e le lunghe ore passate al sole nel kalari avevano
completato la trasformazione, conferendo alla sua pelle un intenso marrone
scuro. Solo la statura lo distingueva dagli altri uomini.
«Mio padre è inglese, ma ho trascorso quasi tutta la vita in questo paese.»
La mano di Tamaana gli risalì dal ginocchio alla coscia e le sue dita gli si
posarono con naturalezza fra le gambe.
«L’Inghilterra è un paese caldo?»
«No, mio padre dice che là fa freddo e piove di continuo.»
«Come qui nel periodo dei monsoni?»
«Forse.»
La mano di Tamaana si era mossa di nuovo, piazzandosi risoluta
sull’inguine di Christopher, e le dita lavorarono con abilità attraverso il
cotone sottile, stuzzicandolo. Falla smettere, ordinò la mente di lui, ma il
corpo lo tradì: il suo membro si erse bramoso, irrigidendosi sotto il tocco
della ragazza.
«Non è giusto», ansimò Christopher. «C’è... qualcun altro.»
«Capisco», replicò lei, senza però spostare la mano. «Siete sposato?»
«No.»
«Allora come può essere sbagliato?» Cominciò a muovere la mano più in
fretta, finché lui temette di esplodere per il desiderio.
«Siete mai stato con una donna?»
«No», ammise.
Lei si aprì il corpetto mettendo in mostra i seni pieni e dalla forma
perfetta.
Gli prese la mano, gli allargò le dita e se le posò sul petto. Nella fresca aria
notturna il capezzolo si era inturgidito. Quando lui lo strizzò fra pollice e
indice Tamaana trattenne bruscamente il fiato.
«Piano», sussurrò. Si mise a cavalcioni su di lui e gli slacciò la fascia che
portava in vita. I suoi lunghi capelli gli sfioravano il torace e lei gli riempì il
viso di baci. Gli si strusciò contro.
Ruth, implorò un angolo della mente di Christopher, ma quello lo ignorò.
Il suo desiderio era impellente, un fuoco violento che sarebbe stato
impossibile tenere a bada.
Con un sommesso grido di bramosia la fece sdraiare e le si stese sopra.
Tamaana allargò le gambe, gliele serrò intorno ai fianchi e incrociò le
caviglie sopra la sua schiena, cercando poi il suo membro. Lo trovò pronto e
boccheggiò mentre lo inghiottiva dentro di sé; lui rispose con un affondo a
ogni sua spinta. L’atto parve durare per un istante e in eterno, poi Tamaana
sentì il corpo di Christopher scosso dagli spasmi. Gli affondò i talloni nelle
natiche per attirarlo ancor più dentro di sé, decisa a succhiare fino all’ultima
goccia che lui potesse offrire.

Christopher si svegliò tardi. Nel kalari si alzava sempre prima dell’alba, per
svolgere i suoi compiti prima che iniziasse l’addestramento. Non ricordava
l’ultima volta in cui aveva dormito fin dopo il sorgere del sole.
Assaporò quel lusso. Ricordi della notte appena trascorsa gli si
riaffacciarono di colpo alla mente, talmente vividi che ricominciò a eccitarsi.
Era successo davvero o era stato solo un sogno? No, conservava ancora sulla
pelle la fragranza di lei, un misto di noce di cocco, muschio e sudore.
Un sorriso gli si allargò sul volto. Sentiva il corpo ancora tiepido dopo il
sesso e il sole caldo sulla pelle. Allungò un braccio, ma Tamaana non c’era.
Forse non voleva che Jayanthan li trovasse insieme. Percependo un empito di
desiderio residuo, si tirò su a sedere e si guardò intorno.
La coperta della ragazza era ancora lì, stesa sull’erba schiacciata, e il suo
asino era ancora legato allo stesso albero a ruminare erbacce, ma lei era
scomparsa.
Un corvo sorvolò il cortile per poi infilarsi nella pagoda. Christopher si
chiese come mai Jayanthan non fosse venuto a svegliarlo, visto che di solito
non perdeva occasione di sottolineare le sue mancanze.
Si alzò con riluttanza per andare a cercarlo. Salendo i gradini della pagoda
vide che il corvo stava becchettando qualcosa sul pavimento, appena dentro
la porta, ma non riuscì a distinguere di cosa si trattasse. Un nugolo di mosche
gli ronzava intorno. Non appena entrò nell’edificio, alcuni ratti corsero a
rifugiarsi nella penombra. Rammentò il monito che aveva rivolto inutilmente
a Jayanthan, sottolineando che di solito quel tipo di edificio brulicava di topi.
Dopo la luce brillante dell’esterno, i suoi occhi richiesero un istante per
adattarsi alla penombra. Poi lui ne impiegò un altro per capire cosa stava
guardando.
Jayanthan era steso sul pavimento, ma non stava dormendo. Aveva la gola
solcata da un lungo taglio verticale che andava dalla punta del mento allo
sterno, una ferita talmente larga che si riuscivano a scorgere le vertebre. Il
sacchettino con i rubini era scomparso. Il cadavere era circondato da una
pozza di sangue semisecco che brulicava di mosche. Accanto, sulle pietre del
pavimento, spiccava l’impronta insanguinata di un piede piccolo e nudo. Un
piede delle stesse dimensioni di quelli che la notte prima premevano sulle
natiche di Christopher.
Corse fuori lanciando un ringhio furibondo. Si allacciò in vita la cinta
della spada, afferrò l’urumi e corse in strada.
La foschia mattutina aveva inumidito e compattato la polvere, e a
quell’ora non c’era nessuno in giro. Riuscì a distinguere chiaramente le orme
lasciate dai piedi nudi di Tamaana e le seguì in direzione della montagna.
Ogni suo passo era carico d’odio. L’urumi sibilava al suo fianco e lui
immaginò le cose che avrebbe fatto alla ragazza quando l’avesse catturata.
Poco più avanti le impronte svoltavano verso un sentiero da capre che
proseguiva lungo un contrafforte della montagna. Esitò. Era un sentiero
sassoso, troppo duro perché i piedi leggeri di Tamaana vi lasciassero delle
tracce. Si era diretta davvero da quella parte oppure era solo una finta per
metterlo fuori strada?
Lo aveva ingannato sin dall’inizio. La piantagione di manghi, il povero
vecchio padre che non poteva permettersi di fornirle una dote: erano tutte
menzogne. Lo stupro era solo una farsa, su quello Jayanthan aveva avuto
ragione, anche se Christopher era troppo furibondo per sentirsi in colpa.
L’aggressore doveva essere un complice di Tamaana, che avrebbe
sicuramente dovuto fuggire non appena lui fosse comparso sulla scena, e
magari tornare da Tamaana durante la notte. Almeno quella parte del piano
non aveva funzionato.
Si chiese come mai lei non lo avesse ucciso quando ne aveva avuto la
possibilità. Sentimentalismo? Rammentò ciò che aveva provato sentendo il
corpo di Tamaana avvinghiato al suo, il tocco della sua pelle, e serrò
rabbiosamente le mani a pugno per quell’inganno.
Controllò la strada, ma non vide altre orme. Doveva avere imboccato il
sentiero. Lui fece la stessa cosa, avanzando a zigzag sulla ripida parete della
montagna. Non era un esperto nel seguire le tracce, ma in una piccola
depressione dove la terra era ancora umida notò l’impronta di un piede nudo
lasciata di recente. Corse in avanti flettendo l’urumi.
Il sentiero girava intorno a una sporgenza della montagna per poi sfociare
di colpo in una radura. E lei era là. Sola, disarmata, in piedi su un masso.
Doveva averlo sentito arrivare ma non tentò di fuggire. Aveva perso il sari,
indossava solo il corpetto e un paio di corte brache di pelle di cervo che lui
non aveva notato prima.
«Mi hai seguito», disse, divertita.
Christopher, furioso, era sul punto di avventarsi su di lei, ma qualcosa
nella postura della ragazza lo bloccò. In Tamaana si percepiva un senso di
potere – un autocompiacimento per quanto era riuscita a fare – che fece
breccia nella sua rabbia e lo rese cauto.
«Dove sono i rubini?» le chiese.
«In un posto sicuro. Il tuo amico Jayanthan era un servo leale. Quando mi
ha visto arrivare ha tentato di inghiottire le gemme del suo padrone per
impedirmi di prenderle. Gliele ho dovute tirare fuori dalla gola con il
coltello.»
«Me la pagherai.»
«Tu avresti fatto lo stesso. Ho visto come lo guardavi, ieri, so che cosa
c’era nel tuo cuore.»
Lui non lo negò. «Ma adesso sei in trappola.»
«Davvero?» Lei fece schioccare la lingua e cinque uomini sbucarono da
dietro i massi dove si erano nascosti; uomini dall’aria rozza, non rasati e con
gli abiti laceri. Stringevano tutti delle lame affilate.
«Credo che in trappola ci sia finito tu.»
«Questi uomini non ti basteranno», affermò Christopher. Mentre parlava
esaminò i volti degli avversari, stabilendo chi sarebbe stato il più rapido, il
primo a muoversi, il più difficile da uccidere. Non vide nulla di preoccupante.
«Il primo che si avvicina perderà la testa», li avvisò. Tamaana distava una
decina di passi da lui, appena al di fuori del raggio d’azione dell’urumi. Lui
avanzò lentamente, arrivandole quasi vicino, e preparò i muscoli per colpire.
Lei allungò una mano dietro di sé e sfilò dalla cintola una lunga pistola
dalla canna in ottone. Con un unico gesto fluido gliela puntò contro e tirò
indietro il cane.
Christopher si bloccò. Lei vide la sua espressione di impotenza e scoppiò a
ridere. «Nemmeno il più abile guerriero di kalari può sconfiggere una
pistola.»
«Allora perché mi hai fatto venire fin qui? Perché non ti sei limitata a
uccidermi nel sonno come hai ucciso Jayanthan?»
«Perché non voglio ucciderti.» Lei lo vide avanzare quasi
impercettibilmente. «Ma lo farò se ti avvicini ancora.»
«Perché?»
«La tua ambizione è davvero quella di fare il servitore per il resto della
vita? Servire grassoni che potresti uccidere con un unico colpo, prendendo
ordini da loro solo perché hanno i soldi? Ho visto come hai maneggiato
quell’urumi. Un guerriero come te potrebbe essere l’uomo più temuto sulla
costa del Malabar.»
«E diventare cosa? Un brigante?»
«Un uomo libero.»
Tamaana fece correre lo sguardo lungo la canna della pistola, fino a lui. Il
suo braccio era snello ma l’arma non tremò nemmeno per un istante.
«Cosa scegli?»

«Sei sicuro che stiamo facendo la cosa giusta?» chiese ad alta voce Tom.
Era seduto con Dorian a poppa della pinaccia, con un braccio posato sulla
barra del timone per infilarsi fra la flotta di velieri commerciali ancorati nella
baia della Tavola. Sarah, Yasmini e Ana avevano preso posto di fronte a loro
sul banco del vogatore mentre alle loro spalle Alf Wilson sollecitava
l’equipaggio a vogare all’unisono. Il padre di Alf era di Bristol, ma lui aveva
preso la carnagione scura dalla madre, una nobile moghul, e Tom poteva
immaginare che fosse entusiasta all’idea di tornare nel paese natale.
«Se mai ci sentissimo davvero certi di ciò che stiamo facendo, sarebbe
quasi sicuramente la cosa sbagliata», ribatté Dorian con una risata. «È proprio
il dubbio a dare spessore all’avventura.»
Sarah guardò Tom inarcando un sopracciglio. «L’incertezza non è affatto
da te, mio caro marito.»
«Stavo solo riflettendo ad alta voce.» A dire il vero non aveva avuto
tempo per i dubbi dopo l’incredibile notte in cui Francis era comparso, senza
essere invitato né conosciuto, con l’intenzione di ucciderlo e Ana aveva
proposto loro di diventare suoi soci. Da allora la vita era stata una serie
ininterrotta di impegni: acquistare una nave e armarla per la navigazione,
riempire la stiva con un carico che potesse procurare alti profitti in India e
ingaggiare un equipaggio. Lui aveva supervisionato quasi ogni aspetto di
quella frenetica attività, alzandosi prima dell’alba e rimanendo al porto fino a
tarda sera, arrancando poi su per la collina al buio per esaminare i suoi conti
alla luce della lanterna.
«Alcune donne vivono come vedove quando il marito è per mare», aveva
commentato Sarah. «Io invece devo aspettare con ansia che salpi, per poterlo
riavere.»
Lui l’aveva presa fra le braccia. «Quando saremo per mare avrò occhi solo
per te.»
«Avrai occhi per l’orizzonte, il tempo, la velatura e il benessere dei tuoi
marinai», aveva replicato lei, «ma almeno non potrai allontanarti troppo.»
«Ci saranno parecchie ore da far passare prima che raggiungiamo l’India»,
le aveva garantito lui con uno scintillio negli occhi.
Spostò la barra per condurre la barca oltre un Indiaman sovraccarico e con
i portelli dei cannoni che scintillavano dorati nel sole di mezzogiorno. Gli
ricordò la Seraph, la nave che lo aveva portato per la prima volta in Africa
quando si era imbarcato con il padre Hal per dare la caccia al pirata Jangiri.
Si chiese quanto fosse costata alla Compagnia delle Indie Orientali la
doratura del veliero e a quale minuscola parte dei suoi guadagni
corrispondesse quell’esborso.
«Sono un sacco di soldi», dichiarò Yasmini.
Tom sapeva che non si riferiva all’Indiaman bensì a quanto avevano speso
nelle ultime settimane. La nave era costata cara: a Città del Capo ce n’erano
poche disponibili e il proprietario gli aveva fatto così tante pressioni da
indurlo quasi a rinunciare. Avevano svuotato il loro conto nella banca
sull’Heerengracht e scoperto che il denaro non bastava. La guerra di
successione spagnola, che in Europa si trascinava da quasi dieci anni, aveva
gonfiato i prezzi di cordame, polvere nera, palle di cannone, palle di pistola, e
cento altre cose.
«Ma guarda che meraviglia abbiamo ottenuto in cambio.» Raddrizzò la
rotta. La lancia uscì da sotto la poppa dell’Indiaman e se lo ritrovò proprio di
fronte: un brigantino a palo a tre alberi. Più lunga e snella dei grandi
Indiamen, la nave vantava linee eleganti, dalla prora falcata, alla quale il
bompresso dava ancor più slancio, ai raffinati intagli intorno agli alloggi di
prua. Sin dal momento in cui era approdata a Città del Capo Tom aveva
capito che doveva averla. L’aveva chiamata Kestrel, «gheppio», in ricordo
degli uccelli che aveva cacciato da ragazzo nel Devon. Come quei rapaci,
sarebbe riuscita a volare anche con la più lieve delle brezze.
Era all’ancora dietro il resto della flotta, con il fedele sloop dei Courteney,
il Centaurus, a tenerle compagnia. Si trovava al di fuori della portata della
batteria del forte, una saggia precauzione che Tom aveva imparato dal padre.
Fece accostare la pinaccia alla Kestrel, e tutti quanti salirono il barcarizzo.
Aboli era già a bordo per sovrintendere agli ultimi preparativi. Francis era
accanto a lui e lo ascoltava attentamente prima di annotare tutto sul registro
di bordo.
Quando vide la testa di Tom comparire al barcarizzo, corse subito verso la
fiancata.
«Benvenuto a bordo, zio. È tutto pronto e il vento è favorevole. Aboli dice
che aspettiamo solo il tuo ordine per levare l’ancora.»
Lui sorrise dell’entusiasmo del ragazzo. Lo aveva mandato a vivere sulla
Kestrel non appena l’inchiostro sull’atto di vendita si era asciugato per timore
che qualcuno facesse domande su Jacob de Vries e sugli altri uomini
scomparsi il giorno dopo il suo sbarco. Da Aboli non aveva ricevuto che
resoconti lusinghieri: il nipote si stava rivelando uno studente zelante e svelto
a imparare e un allievo capace. Tom si rendeva conto che, pur non avendo
mai messo piede su una nave prima del viaggio in Africa, aveva tutte le
caratteristiche necessarie per diventare un formidabile marinaio.
«Possiede l’acume per gli affari di Black Billy», gli aveva detto Aboli una
sera. «Ma ha preso tutto il cuore dalla madre.»
Tom si accorse che Francis non lo stava più guardando, e teneva gli occhi
fissi dietro di lui. Il veliero e il suo carico erano completamente dimenticati, il
viso raggiante. Ana era salita a bordo.
Devo stare attento a quei due, pensò. Il racconto di Aboli su Francis non
riguardava solo i suoi progressi in campo nautico. «È innamorato, Klebe.
Ogni volta che Ana sale a bordo lui si scorda di qualsiasi altra cosa.»
«Ma è solo un ragazzo», aveva esclamato Tom. «Ana è una donna adulta.»
Anche se, a dire il vero, quando ci ripensò si rese conto che fra i due c’erano
solo pochi anni di differenza. «Ana lo ricambia?»
«Ancora non lo vede come lui vede lei», aveva risposto Aboli, «ma ci
aspetta un lungo viaggio, forse Francis ha motivo di sperare.»
Tom sospirò. Né Francis né Ana erano affidati a lui: erano entrambi
maggiorenni, liberi di sposare chi volevano. Ma si sentiva responsabile nei
confronti del nipote, in maniera non molto diversa da come avrebbe fatto con
un figlio. E sapeva per esperienza che le relazioni amorose entro gli angusti
confini di bordo potevano avere conseguenze spiacevoli.
Sarah comparve al suo fianco. «Francis», disse in tono dolce, «potresti
portare il bagaglio di Miss Duarte accanto alla sua cuccetta?»
«Non dovresti indurlo in tentazione», brontolò Tom dopo che i due furono
scesi sotto coperta.
«Quello che faccio o non faccio non ha la minima importanza», replicò lei.
«Sarà quel che sarà. Dovresti saperlo meglio di chiunque altro.»
Dorian li raggiunse. «Gran bella nave», disse in tono di approvazione.
«Buon viaggio e buona fortuna, finché non ci rivediamo.»
«A presto.»
Il piano che avevano elaborato in quelle settimane prevedeva che Tom e
Sarah, con Francis e Ana, raggiungessero Madras a bordo della Kestrel
mentre Dorian e Yasmini, con Aboli, avrebbero condotto la Centaurus lungo
le coste africane fino ai porti arabi di Gombroon e Mokha. Si sarebbero
incontrati presso le isole Laccadive, un piccolo arcipelago a un centinaio di
miglia dalla costa meridionale dell’India, per poi tornare a casa insieme.
Tom abbracciò il fratello. «Arrivederci.»
«Torna sano e salvo.»
«Devo per forza», disse lui. «Abbiamo speso troppo perché io possa fare
altrimenti.»
Provò una fitta di dolore mentre guardava il fratello minore allontanarsi.
Per quasi dieci anni lo aveva creduto morto e doversene separare di nuovo,
per quanto brevemente, gli causava una stretta al cuore. E se fosse l’ultima
volta che lo vedo?, si chiese.
«Zio Dorian è già andato?»
Francis era spuntato dalla scala interna e Tom si chiese quanto a lungo lui
e Ana fossero rimasti sotto coperta.
«Fai giusto in tempo a salutarlo.»
La pinaccia si allontanò, con Dorian, Aboli e Yasmini che salutavano da
prua. Tom diede l’ordine di levare l’ancora e l’equipaggio balzò verso
l’argano. Lui sentì il familiare vibrare delle tavole di coperta sotto i piedi
mentre l’ancora si sollevava e la nave si preparava a partire.
Adorava la libertà del mare, ma la consapevolezza dei prestiti che aveva
firmato lo opprimeva. In vita sua non era mai stato indebitato con nessuno e
quella situazione lo colmava di disagio. Non vedeva l’ora di portare a termine
il viaggio, incassare i profitti e restituire il denaro, dopo di che sarebbe
riuscito di nuovo a respirare agevolmente.

L’oceano li favorì. Benché la stagione fosse piuttosto avanzata, Tom non


ricordava un viaggio più semplice. Il mare burrascoso che aveva dato al capo
di Buona Speranza l’altro suo nome, capo delle Tempeste, non si presentò
mai. La Kestrel si dimostrò all’altezza del proprio nome e volò sospinta dal
vento come se il mare sotto la chiglia fosse rarefatto come aria. Ogni giorno
Tom scopriva qualche nuovo dettaglio del veliero che lo colmava di gioia.
Trascorse molto tempo con Francis, insegnandogli tutto ciò che poteva
proprio come aveva fatto suo padre con lui durante il loro primo viaggio
insieme. Lo addestrò nell’arte della navigazione, mostrandogli come
calcolare la posizione del sole e determinare la latitudine, come usare la
sagola del solcometro per misurare la velocità e la bussola per individuare la
rotta corretta, e come tener traccia della loro avanzata conficcando pioli sul
tavolato accanto al timone.
«Perché nessuno ha ancora trovato il modo di misurare la longitudine,
benché molte delle menti più eccelse abbiano tentato di farlo», spiegò al
nipote. «Il sole può dirci quanto ci siamo spinti a nord o a sud, ma non quanto
a est o a ovest. Possiamo effettuare solo una stima approssimativa basata
sulla velocità e la rotta.»
Nel pomeriggio, durante il gaettone, si esercitavano con le spade. Francis,
magistralmente addestrato dal patrigno e dotato dell’innata agilità del padre,
sotto la guida di Tom divenne uno spadaccino davvero temibile.
Si allenarono anche con armi più pesanti. La Kestrel montava dieci
cannoni da nove libbre e ogni giorno Tom insegnava ai suoi uomini come
usarli. Non osava sperare di raggiungere l’India senza incidenti ed era deciso
a non correre rischi. Fece esercitare i marinai finché non furono in grado di
sparare con la stessa rapidità di una nave da guerra inglese, una bordata ogni
due minuti. Francis faticò insieme alla bassa forza fino a quando non riuscì a
scovolare, caricare, puntare e far sparare un pezzo con la stessa abilità di
qualsiasi altro uomo a bordo.
«Perché se si arriva a questo dovremo mettere all’opera sui cannoni ogni
paio di mani disponibile», spiegò Tom una sera. «Ho scommesso il mio
intero patrimonio su questo viaggio e non intendo certo permettere a qualche
pirata di strapparmelo.»
«Pensi che ne incontreremo?» Tom notò l’espressione sul volto del nipote
e dovette reprimere un sorriso. Francis non riusciva a nascondere la brama di
mettersi alla prova in battaglia.
È un bene, si disse, eri così anche tu, alla sua età. Ricordava di aver
implorato Big Daniel Fisher, il nostromo del padre, perché gli permettesse di
unirsi all’equipaggio e la sua gioia quando il padre glielo aveva finalmente
concesso.
«Non si tratta solo dei pirati», lo mise in guardia. «Se Guy viene a sapere
della nostra piccola spedizione ci manderà contro l’intera flotta della
Compagnia delle Indie Orientali.»
Francis strizzò gli occhi nel bagliore del sole. «Perché zio Guy ti odia
tanto? Non me l’hai detto, a Città del Capo.»
«È una lunga storia.» Tom esitò, chiedendosi cosa raccontargli. Nella vita
c’erano poche cose da cui rifuggiva, e parlare di Guy era una di quelle.
«Quando avevamo la tua età...»
Una vela si gonfiò di colpo. Uno dei terzaroli si era sciolto e l’estremità
della cima saettava in giro per il ponte. Tom sentì il cambio di abbrivo
riverberarsi lungo tutto lo scafo.
«Devo occuparmene io», disse dando una pacca sulla spalla a Francis.
«Prometto che un giorno di questi te lo racconterò.»
Francis non glielo chiese più, in parte perché percepiva la sua riluttanza ad
affrontare l’argomento ma soprattutto perché aveva la testa occupata da Ana.
Aveva imparato da tempo a diffidare del gentil sesso. Quando aveva
raggiunto un’età in cui lo si poteva considerare appetibile, la sua povertà
risultava ormai troppo evidente. Alcune ragazze si erano mostrate interessate,
colpite dall’imponenza di High Weald, ma raramente continuavano a farlo
dopo la prima visita alla grande villa, quando vedevano le pareti spoglie e le
stanze vuote.
Con Ana tuttavia non aveva sperimentato nulla di simile. Lei lo aveva
visto senza pretenziosità né privilegi, eppure la cosa non l’aveva allontanata.
Gli parlava con cortesia, semplicità e naturalezza, ma anche quello era fonte
di tormento: lui non riusciva a capire su quali sentimenti poggiassero le sue
parole. Serbava gelosamente i ricordi delle gentilezze di Ana, ma vacillava
sull’orlo della disperazione se lei si mostrava irritabile o sembrava non
accorgersi di lui. Ogni volta che lei saliva sul ponte riusciva a concentrarsi su
ben poco altro. Armeggiava goffamente con la tavola su cui erano conficcati i
pioli e perdeva la sua posizione in quelle che doveva consultare per
interpretare l’angolazione del sole.
«Ci hai attribuito la latitudine della Groenlandia», lo rimproverò Tom un
pomeriggio, quando i calcoli del nipote si rivelarono insolitamente errati.
«Scusa, zio.»
«Hai mai sentito parlare dell’ammiraglio Sir Cloudesley Shovell? Due
anni fa ha sbagliato a calcolare la posizione e ha condotto la sua flotta ad
arenarsi sulle isole Sorlinghe. Ha perso quattro navi e quasi duemila vite,
compresa la sua, il che ha almeno risparmiato all’Ammiragliato il fastidio di
doverlo fucilare.»
Lui chinò la testa. «Capisco.»
Tom addolcì il tono. «Devi renderti conto, Francis, che a bordo ci sono
soltanto tre uomini in grado di determinare esattamente l’angolazione del
sole. Se dovesse succedere qualcosa a me o ad Alf Wilson – una tempesta, un
attacco dei pirati, un bozzello che cade – tu rimarresti l’unico che può guidare
la nave fino alla salvezza.»
«Non ci avevo pensato, zio.»
«Non ho assicurato questa nave. L’assicuratore di Città del Capo lavora
per la Compagnia olandese e mi avrebbe fatto pagare più di quanto ho speso
per comprarla. Il mio intero patrimonio, e non solo, è investito in questo
veliero. Se cola a picco, andiamo a fondo tutti.»

«Mi preoccupa la possibile influenza negativa del patrigno», confidò Tom a


Sarah quella sera, mentre erano stesi a letto nella cabina di poppa. In origine
la nave era corredata di una cuccetta singola dai bordi alti, ma lui aveva
ordinato al carpentiere di ampliarla perché potesse ospitarli entrambi. Erano
sdraiati l’uno accanto all’altra, nudi nell’afosa calura tropicale. «Sicuramente
un giocatore d’azzardo così accanito doveva essere schiavo dei suoi appetiti.
E se Francis avesse ereditato le stesse abitudini?»
«In tal caso le perderà.» Sarah si girò su un fianco, posandogli la testa sul
petto e ascoltando il battito del suo cuore.
«Inoltre nelle vene gli scorre il sangue di Black Billy», aggiunse lui.
«E mio padre si curava solo dei guadagni che poteva ottenere, mentre mia
madre non riusciva a entrare nella stanza in cui si trovava un pasticcino alla
crema senza divorarlo. Sono diventata anch’io un mostro senza freni?»
Tom fissò il basso soffitto. Sopra di loro sentiva il passo misurato degli
uomini di guardia che andavano avanti e indietro sul ponte.
«Cos’è che plasma un uomo?» si chiese ad alta voce. «Quello che ha nel
sangue o quello che impara da chi lo circonda?»
Sarah si puntellò a un gomito per sollevare il busto. Aveva da poco
superato la trentina, ma era più sensuale che mai. La pelle dorata era ancora
perfetta, il seno liscio e sodo, gli occhi limpidi e azzurri come il cielo del
Devon.
«Di qualsiasi stoffa sia fatto Francis e qualsiasi cosa abbia imparato,
seguirà la sua strada. E l’unica cosa che puoi fare, Tom Courteney, è aiutarlo
a trovare quella giusta.»
I lunghi capelli erano ricaduti sul petto del marito, facendogli il solletico.
Con il dito lei seguì la linea dei muscoli, scendendo sempre più giù. Lui si
accorse che i suoi pensieri cambiavano direzione.
Sarah lo baciò sulle labbra. Le brillavano gli occhi. «Devo confessare,
tuttavia, che non mi sono sottratta completamente all’influenza materna: sotto
certi aspetti sono davvero insaziabile.»

La fortuna continuò a soccorrerli fin quasi a capo Comorin, la punta più


meridionale del subcontinente indiano, dove sarebbero stati al sicuro dai
monsoni che avrebbero ben presto reso impossibile la navigazione lungo la
costa occidentale.
«E una volta doppiato il capo non avremo difficoltà a oltrepassare Ceylon
e salire fino a Madras», annunciò Tom, indicando la mappa aperta sul tavolo
del suo alloggio. Toccò legno per scongiurare la cattiva sorte. Erano arrivati
in corrispondenza dell’inizio del monsone e per tutto il pomeriggio il vento
era gradualmente aumentato d’intensità. Non erano ancora al sicuro.
«A Ceylon ci sono miniere di zaffiri», spiegò Ana, «le pietre più splendide
e preziose del mondo. Si dice che re Salomone ne avesse fatto dono alla
regina di Saba quando la stava corteggiando.»
Tom vide Francis trasalire e indovinò cosa stava pensando. Lanciò una
rapida occhiata ad Ana, chiedendosi se avesse fatto quel commento proprio
per mettere strane idee in testa al ragazzo.
«Potremmo fare scalo a Ceylon?» chiese Francis.
«Forse al ritorno», rispose lui. La sua avrebbe voluto essere una battuta,
ma il tono era risultato brusco. «Al momento non potremmo permetterci
nemmeno un pezzetto di formaggio.»
«Si può guadagnare una fortuna con le gemme», dichiarò Ana.
Guardandola negli occhi, Tom non scorse traccia di astuzia o inganno, solo il
desiderio di un mercante di ottenere profitti dove li poteva trovare. «Qualche
anno fa il governatore di Madras, Sir Thomas Pitt, ha comprato un diamante
che pesava quasi un quarto di libbra, quattrocentodieci carati.»
Persino Tom parve interessato ed emise un fischio sommesso.
«Un manovale indiano lo aveva portato fuori di nascosto dalle miniere di
Golconda. Per evitare che le guardie lo trovassero era stato costretto a
nasconderlo in una ferita suppurante nella gamba. Pitt lo ha pagato
ventiduemila sterline ma, una volta tagliata e lucidata, la pietra ne spunterà
più di centomila.»
«Golconda è vicina a Madras?» si informò Francis.
«Dista più di duecento miglia, nell’entroterra, ma tutte le pietre migliori
arrivano a Madras.»
«Allora speriamo di ottenere abbastanza profitti con il nostro carico per
portarne qualcuna a Città del Capo», disse Tom. «Scommetto che...»
Si interruppe di colpo. Qualcosa era cambiato: lo percepì attraverso il
fasciame del veliero, e fece per alzarsi ancor prima che bussassero alla porta.
«Vi chiedo scusa, signore», disse il primo ufficiale. «Il vento ha girato e il
tempo sta peggiorando. Il comandante dice che sta arrivando una tempesta.»
Tom corse sul ponte. Durante il breve lasso di tempo che avevano
trascorso sotto coperta, il mare era cambiato in maniera spaventosa. Le onde
si levavano alte tutt’intorno e il vento sibilava fra il sartiame con un gemito
acuto. Una luce sinistra di un rosso livido pervadeva l’oceano mentre il sole
cercava di aprirsi un varco fra i minacciosi nuvoloni che si stavano
ammassando all’orizzonte.
«Ammainare tutte le vele tranne lo straglio di maestra e di mezzana»,
ordinò Tom. «Terzarolare il trevo di trinchetto ma imbrogliare metà del trevo
di mezzana per l’abbrivo. Preparare le ancore galleggianti e tenerle pronte.»
Gli uomini si misero in azione all’istante, arrampicandosi rapidi sulle
griselle per serrare le vele. Tom chiamò Francis.
«Controlla il livello nel pozzo.» Si riferiva alla cavità al centro del veliero
in cui si raccoglieva tutta l’acqua di sentina. Persino con il mare calmo
l’acqua trovava il modo di infilarsi anche nella più solida delle navi. In caso
di tempesta, come Tom ben sapeva, la pressione contro il fasciame sarebbe
stata enorme; le onde violente avrebbero continuato a percuotere lo scafo e
spostare le tavole, tanto che si sarebbero inevitabilmente create delle falle. Se
non fosse stata subito pompata fuori, l’acqua avrebbe appesantito la nave,
rendendola più difficile da manovrare e più vulnerabile ai cavalloni che si
abbattevano sui ponti, col rischio addirittura che affondasse.
Francis tornò stringendo l’asta che usavano per scandagliare il pozzo.
«Una spanna e mezzo, signore.»
«Non male.» Ma Tom preferiva non correre rischi. «Una volta ammainate
le vele, raddoppia gli uomini alle pompe e da’ loro il cambio ogni mezz’ora.»
«Sì, signore.» Francis corse a obbedire. Tom si girò e si trovò di fronte
Ana e Sarah, avvolte nello scialle.
«Siamo in pericolo?» chiese Sarah, tranquilla. Il vento le faceva
svolazzare i capelli intorno al viso.
«Data la nostra posizione, dovremmo avere davanti un centinaio di miglia
di mare aperto», replicò lui. «La Kestrel è una splendida nave. Con un
pizzico di fortuna possiamo correre in poppa e precedere lo scoppio della
tempesta.»
«E per il momento?» chiese sua moglie. «Cosa possiamo fare io e Miss
Duarte?»
«Scendete sotto coperta e chiudete i boccaporti. E pregate che questa
burrasca si plachi.»

Il vento aumentò di forza. Il mare si fece turbolento, con onde ormai talmente
alte che Tom non riusciva più a vedere oltre le creste. La Kestrel si
impennava e si dibatteva, il ponte si inclinava a tal punto che si faticava a
rimanere in piedi. Scese la sera, anche se il giorno era stato talmente buio che
la differenza fu minima. Nessuno dormì. Tom si aggirava per la coperta,
aiutando il timoniere a manovrare contro il mare in burrasca, badando
all’eventuale caduta di bozzelli e aste. La bufera era sopraggiunta così rapida
da non lasciargli il tempo di sghindare gli alberi di gabbia, quindi non poteva
sperare di cavarsela senza che qualche parte del veliero venisse divelta.
E puntualmente, durante il secondo turno di guardia, parecchio dopo la
mezzanotte, un potente tremito squassò la nave con un boato che sovrastò
l’ululare del vento. Alf Wilson sbucò di corsa dal buio.
«Abbiamo perso il bompresso.»
«Tagliatelo via, subito.» Tom sentiva già la nave ruotare a causa del
bompresso caduto che appesantiva la prua. Se una fiancata fosse rimasta
esposta al vento, le onde l’avrebbero fatto rotolare come un barile. Il
timoniere contrastò il movimento tentando di correggere la rotta, ma non
riuscì a frenarne lo slancio. La violenza del mare era tale da poter spezzare il
timone.
Tom si mise alla testa degli uomini, lottando contro le onde che si
abbattevano sulla prua. Era impossibile resistere: se non fosse stato per la
cima che si era legato in vita sarebbe stato scagliato fuori bordo. I possenti
cavalloni lo schiaffeggiavano in pieno viso, facendogli pizzicare gli occhi.
Vedeva a malapena quanto bastava per calare l’ascia sull’intrico di cime che
ancora legavano il bompresso alla Kestrel. Un’altra onda lo investì.
Abbassò l’ascia sullo straglio di trinchetto, il lungo cavo che collegava
l’albero di trinchetto al bompresso, ormai talmente teso che rischiava di
spezzarsi: se avesse ceduto avrebbe fatto cadere tutto l’albero.
Quando venne tranciata dalla lama, la sua estremità, liberata di colpo dalla
tremenda pressione, fendette l’aria. Tom la schivò con un balzo mentre
passava a meno di una spanna dai suoi occhi e colpiva al volto l’uomo alle
sue spalle, che lanciò un grido e cadde proprio mentre un’altra onda
gigantesca montava intorno a lui. L’acqua spumeggiante lo trascinò verso la
fiancata.
Si era legato in vita una cima di sicurezza che però non l’avrebbe protetto
se fosse finito fuori bordo, dove i flutti lo avrebbero scagliato contro lo scafo.
Tom corse verso di lui, scivolando sul tavolato, gli serrò le braccia intorno
alla vita e lo tirò indietro proprio mentre il maroso successivo li investiva.
Un tonfo fece vibrare il ponte. Per un orrendo istante Tom temette di avere
perso un albero e alzò gli occhi, aspettandosi di vederselo cadere addosso, ma
quello era ancora in piedi, con una vela a brandelli che sbatacchiava sul
pennone.
«Abbiamo urtato qualcosa?» Non avrebbero dovuto esserci barriere
coralline o scogli a quella latitudine, ma la tempesta li aveva sospinti con un
tale impeto che non sapeva più dove si trovavano.
«Bompresso, signore», gridò Alf. «Deve aver colpito lo scafo quando lo
abbiamo liberato.»
Tom si spostò a poppa. Francis sbucò dalla scala e lo raggiunse con passo
malfermo. Aveva le mani coperte di vesciche.
«L’acqua sta salendo.» Aveva dovuto gridare per riuscire a farsi sentire
nel frastuono della burrasca. «Sta entrando più in fretta di quanto riusciamo a
pomparla fuori.»
«Continuate. Conto su di voi.»

La notte parve interminabile e la violenza della tempesta non si attenuò


nemmeno per un istante. L’alba scivolò quasi inosservata sull’orizzonte. Tom
notò che si stava facendo giorno solo quando si accorse che riusciva a vedere
la pioggia. Si strofinò gli occhi incrostati di salsedine ed esaminò i danni.
Oltre al bompresso, avevano perso l’alberetto di trinchetto e l’albero di
velaccio, nonché il pennone di maestra. Le vele che aveva alzato erano ridotte
a brandelli e ormai la Kestrel filava senza velatura, eppure la sua corsa era a
malapena rallentata. Il vento soffiava più impetuoso che mai.
«Sarebbe potuta andare molto peggio», disse Tom per consolarsi. La nave
era ancora a galla e tutto l’equipaggio era sopravvissuto. Avevano abbastanza
tela e aste per riparare i danni e raggiungere Madras. Il livello dell’acqua nel
pozzo di sentina continuava a salire, ma con la luce del giorno potevano
cominciare a chiudere le falle nello scafo. Francis era rimasto nella stiva per
tutta la notte, facendo turni alle pompe e incoraggiando senza tregua gli
uomini. Tom era fiero di lui.
Il cielo si schiarì. Talvolta, mentre la nave dondolava sulla cresta di un
cavallone, si riusciva a distinguere una vaga parvenza di orizzonte. Forse la
tempesta si stava placando.
«Cos’è quello?» chiese il timoniere.
Tom alzò gli occhi. «Dove?»
Aspettarono mentre la Kestrel piombava nel cavo di un’altra onda
gigantesca. Quando arrivò in cima a quella seguente lui riuscì a scorgere una
chiazza bianca sull’orizzonte.
«Frangenti!» gridò il primo ufficiale. «Frangenti a dritta.»
Tom prese un cannocchiale dalla rastrelliera. «Impossibile. Dovremmo
distare almeno cinquanta miglia da qualsiasi costa.»
L’orizzonte scomparve di nuovo quando il veliero si tuffò nel cavo
dell’onda seguente per poi essere scagliato, un attimo dopo, sulla cresta di
quella successiva. Stavolta non ci furono dubbi.
«Terra.» In realtà la terraferma rimase una semplice ombra contro il cielo
scuro, ma la linea di frangenti che masticava l’orizzonte come una chiostra di
denti digrignati era inconfondibile.
Tom non poteva stabilire se si trattasse di una barriera corallina non
segnata sulle carte o di una costa che non avrebbe dovuto trovarsi lì. In quel
momento era l’ultima delle sue preoccupazioni.
La porta della cabina si aprì e comparve Sarah con una galletta e un pezzo
di carne di maiale sotto sale. Attraversò agilmente il ponte, assecondando i
movimenti del veliero.
«Non hai toccato cibo per tutta la notte. Hai bisogno di mangiare.» Vide la
sua espressione. «Cosa succede?»
«C’è una costa davanti a noi», rispose lui. «Non ti so dire come mai, le
correnti devono averci spinto più a nord di quanto pensassi.» Scosse il capo,
sapendo che stava sprecando momenti preziosi. «Non importa. Quella costa è
là e se non facciamo qualcosa in fretta finiremo per andarci a sbattere.»
Sarah decifrò la sua espressione. In tutti gli anni che avevano passato
insieme, in mezzo a tutte le esperienze terrificanti che avevano affrontato, di
rado lo aveva visto tanto sconvolto.
«È così grave?»
«Siamo lanciati verso una costa di sottovento, nel mare in burrasca e senza
velatura. In pratica è la situazione peggiore in cui possa trovarsi una nave.»
Corse sul ponte. «Dobbiamo farla virare.»
Alf Wilson lo fissò. «Con questo tempo? Perderemo gli alberi, o peggio.»
«Se non ci proviamo verremo scagliati contro quella costa e fatti a pezzi.»
Tutti sapevano che aveva ragione. I marinai si arrampicarono rapidi su ciò
che restava del sartiame, cercando di mollare le vele, ma il vento la rendeva
un’impresa quasi impossibile. La tela si gonfiava e sbatacchiava con
violenza, resistendo a qualsiasi sforzo per domarla. La vela di maestra venne
strappata via e scomparve nella tempesta.
«Il prossimo a finire fuori bordo sarà un uomo», disse Alf.
«Se non alziamo delle vele annegheremo tutti.»
Senza vele non avevano speranza di bordeggiare controvento e
allontanarsi dalla costa, un’impresa che sarebbe stata estremamente difficile
persino con la velatura efficiente. Avrebbero dovuto virare di bordo, fra onde
alte come montagne e con un vento impetuoso. E ormai rimaneva pochissimo
tempo.
«La costa si sta avvicinando», annunciò Alf. Data la scarsa visibilità, Tom
non si era reso conto di quanto si fosse già ridotta la distanza. Riuscì a
distinguere una striscia di sabbia bianca, palme che si piegavano come colli
di cigno nella burrasca.
Prego Dio che non ci siano scogli o barriere coralline, pensò. Studiò il
disegno dei flutti, cercando tracce di ulteriori pericoli.
Un marinaio piombò sul ponte con un tonfo e per un attimo Tom temette
che fosse caduto dal sartiame, ma poi l’uomo si alzò sfregandosi le mani che
si era spellato lasciandosi scivolare giù per il paterazzo.
«Vela alzata, signore.»
Tom vide il trinchetto finalmente bordato. Il pennone era rimasto
sghembo, perciò perdeva il vento nel punto in cui la scotta non era stata data
volta con la cura necessaria, ma avrebbero dovuto accontentarsi.
«Virare.»
«Non abbiamo abbrivo sufficiente», lo avvisò Alf.
«Vireremo di bordo gettando l’ancora», decise lui. Era l’ultima risorsa, un
modo brutale per girare forzatamente la prua controvento, ma ormai non
avevano alternative. Gli uomini a prua diedero volta una seconda gomena
all’ancora e la rizzarono alla fiancata sottovento.
«Siete sicuro?» chiese il primo ufficiale. «Se la perdiamo rimarremo in
balia del vento.»
«Dobbiamo assolutamente allontanarci da quella costa.» Tom alzò la voce.
«Mollare l’ancora.»
L’ancora piombò in mare e in quell’istante il timone venne messo alla
banda. La prua girò con estrema lentezza e la nave sbandò mentre volgeva la
fiancata verso le onde, rollando violentemente.
«Tagliate il cavo.» Uomini armati di asce tranciarono il cavo dell’ancora a
prua e la Kestrel si liberò con uno strattone. Il cavo poppiero assorbì tutta la
tensione, assecondando la virata.
Ma non abbastanza. Il veliero non aveva lo slancio necessario per resistere
all’assalto di vento e onde, e la prua cominciò a tornare nella posizione di
partenza.
Altri due uomini si unirono al timoniere per aiutarlo a manovrare, lottando
per far sì che la nave continuasse ad avanzare. All’improvviso caddero sul
ponte, mentre il timone seguitava a ruotare con forza.
«La pala è andata», gridò il timoniere.
«Anche la vela», disse Alf. Uno strappo verticale divideva in due il
trinchetto, che svolazzava come una camicia aperta.
Senza più abbrivo, la Kestrel tornò indietro. Le onde percuotevano lo
scafo facendola girare verso cavalloni giganteschi. Tom guardò a sinistra e
vide un’enorme parete d’acqua che stava per abbattersi su di loro.
«Aggrapparsi.»
L’onda colpì la Kestrel dritta sulla fiancata, facendola sbandare
pericolosamente. Gli uomini che non avevano avuto il tempo di aggrapparsi a
qualcosa vennero scaraventati nell’oceano che turbinava rabbioso intorno al
cassero. Alcuni riuscirono ad afferrare il sartiame, altri vennero spazzati via.
Tom vide il legno massiccio del ceppo dell’ancora colpire alla testa un
marinaio, che finì sott’acqua per non ricomparire più.
Un cannone sul lato di dritta spezzò le trinche e rotolò attraverso il ponte,
andando a schiantarsi contro il cassero di fronte. Gli altri alzavano al
massimo le manovre correnti.
«Tagliate gli alberi», gridò Tom. Il peso delle cime rischiava di funzionare
come un pendolo assassino, accentuando il rollio e facendo capovolgere la
nave come una tartaruga.
Alcuni degli uomini stringevano ancora le asce e si diressero subito verso
l’albero di maestra, slittando e scivolando sul ponte coperto di schiuma. Non
ci volle molto: non appena due paterazzi vennero tagliati, la forza di gravità e
il mare fecero il resto, portandosi via l’albero con un intrico di cordame e
tela. Gli uomini dovettero scostarsi con un balzo per non restare intrappolati.
La Kestrel ricominciò a rollare. Il ponte si inclinò ancora, sempre di più...
Le onde ribollirono superando la fiancata e spazzando il ponte.
L’ho persa, pensò Tom. Il lato di dritta era squarciato e il mare si stava
riversando all’interno. Presto sarebbe affondata, ma lui non se la sentiva
comunque di impartire l’ordine.
Francis gli afferrò un braccio. Non l’aveva visto arrivare sul ponte. «La
sentina è allagata, le pompe non ce la fanno più.»
La notizia eliminò le ultime speranze. «Abbandonare la nave», ordinò.
«Sulla lancia.»
Non vi fu bisogno di calarla in mare, perché le gruette erano state spazzate
via e, non appena Tom ebbe tagliato le cime che la trattenevano, scivolò
lungo il ponte inclinato, finendo in acqua. Gli uomini si affannarono a salire
prima che le onde la trascinassero via.
Sarah era tornata dalla cabina con qualcosa che le lampeggiava fra le
mani, brillante persino nel buio della tempesta: la spada Nettuno nel suo
fodero dorato. Tom sentì un afflato di gratitudine. Sua moglie sapeva che, se
c’era una cosa che lui avrebbe voluto salvare dal relitto, era quell’arma.
«Sali sulla lancia.» Le prese la mano, guidandola lungo la coperta perché
non cadesse. Un’onda spostò la lancia e Sarah spiccò un salto per
raggiungerla, rischiando di farla capovolgere quando vi finì dentro con la
spada stretta tra le mani.
«Tocca a te», disse Tom al nipote, poi aiutò anche lui a raggiungere
l’ammasso di tavole frantumate che un tempo era stato la fiancata.
«Salta.»
Francis esitò. «Dov’è Ana?»
Tom si guardò intorno. La coperta era deserta.
«Dev’essere già sulla lancia.» Non c’era tempo da perdere. Sollevò il
ragazzo e lo lanciò sulla barca, poi saltò dentro anche lui. Atterrò sopra
Francis in un viluppo di membra, mentre la lancia si impennava e riabbassava
con violenza.
Il nipote se lo scrollò di dosso e si drizzò a sedere. «Dov’è Ana?» ripeté.
Tom scrutò i volti intorno a sé. La ragazza non c’era.
«È scesa nella cabina con me», disse Sarah.
Francis era sconvolto. «È tornata in coperta?»
«Ha detto che ti voleva cercare.»
La Kestrel vibrò. Con un gemito da bestia ferita, l’albero di trinchetto si
spezzò e cadde in mare, talmente vicino alla scialuppa da rischiare di ridurla
in briciole. Tom posò una mano sulla spalla del ragazzo e gli gridò
all’orecchio: «Ormai non puoi salvarla».
«Devo farlo.»
Un enorme flutto sollevò in aria la scialuppa, che si ritrovò talmente vicina
allo scafo del veliero da sfiorarlo. Prima che lo zio potesse fermarlo, Francis
spiccò un balzo; Tom lanciò un grido e, in preda al terrore, lo vide tuffarsi nel
mare ribollente. Le sue braccia protese mulinarono nella schiuma, poi
un’onda colossale si levò al di sopra della nave e lo seppellì. Tom si tuffò in
avanti, ma la stessa onda colpì la lancia e la spinse lontano dalla Kestrel.
Francis era sopravvissuto. Quando la schiuma si dissolse Tom lo vide
mentre, aggrappato alla velatura, cominciava a issarsi lentamente verso l’alto,
resistendo all’acqua che sgorgava impetuosa dalla nave.
«Dobbiamo tornare ad aiutarlo», gridò a Wilson.
Mentre parlava, un altro cavallone portò ancor più lontano la lancia. Metà
dei remi erano scomparsi e gli altri erano spezzati. Se avessero tentato di
lottare contro il mare, la barca si sarebbe rovesciata e sarebbero tutti annegati.
Francis era solo.

Francis si issò sopra la fiancata semidistrutta della Kestrel e attraversò


strisciando la coperta inclinata, pregando che nessun altro cannone si
liberasse dalla braca. Si accosciò accanto al boccaporto e guardò giù. La
scaletta era stata divelta e la stiva era allagata. Ebbe un tuffo al cuore e si
chiese se qualcuno poteva essere sopravvissuto, là sotto. Ne dubitava.
Non vedeva altro che acqua scura.
«Ana?» gridò.
Nessuna risposta.
Un tratto ancora più ampio dello scafo cedette e la nave si inclinò
ulteriormente. Francis doveva sbrigarsi. Reggendosi all’apertura del
boccaporto, si calò lentamente nell’acqua; il lato della stiva posto più in basso
era completamente sommerso, ma in quello più in alto rimaneva un po’
d’aria. Si spinse in avanti reggendosi alle coste del veliero e tenendo la testa
appena fuori dall’acqua.
Se la nave si capovolge rimarrò intrappolato, pensò. Si impose di non
lasciarsi prendere dal panico. Allungò una mano per tenersi in equilibrio e
sentì...
Carne umana. Fredda e bagnata ma inconfondibile. Nel buio non riuscì
nemmeno a stabilire se si trattasse di Ana. Tirò il corpo verso di sé, cercando
alla cieca la testa, poi accostò due dita al collo e percepì delle flebili
pulsazioni.
Il veliero si inclinò di nuovo, affondando ancora. Le ultime sacche d’aria
scomparvero e lui ebbe appena il tempo di trarre un ultimo respiro prima di
finire sommerso.
Torna verso il boccaporto, si disse mentre l’acqua lo spingeva contro il
basso cielo del locale. Strinse sotto il braccio il corpo appena recuperato e si
immerse ancora di più, sforzandosi di tenere aperti gli occhi nella pungente
acqua di mare per riuscire a trovare la via. Scorse il riquadro luminoso
dell’apertura e scalciò disperatamente per raggiungerlo. Venne urtato da vari
relitti e rischiò di picchiare l’occhio contro un gancio di ferro che spuntava da
una trave, ma riuscì ad arrivare sino in fondo e finalmente l’oceano lo aiutò:
l’acqua sempre più alta nella stiva lo sospinse attraverso il boccaporto,
facendogli superare la scala rotta e depositandolo sul ponte.
Riuscì infine a vedere chi aveva tratto in salvo. Era Ana, ma quella
scoperta avrebbe avuto ben poca importanza se non fossero riusciti a fuggire.
Restavano solo pochi istanti prima che la Kestrel affondasse.
«Dobbiamo scendere da questa nave», gridò. L’acqua intorno allo scafo
brulicava di relitti galleggianti. Se avessero tentato di allontanarsi a nuoto
avrebbero rischiato di finire maciullati. L’albero di maestra, ancorato alla
nave dalle sue sartie simili a radici, formava però un ponte sopra i relitti.
Ana si mosse fra le braccia di Francis e aprì gli occhi.
«Cosa...»
«Non c’è tempo.» Lui le diede alcune vigorose pacche sulla schiena,
facendole vomitare grosse sorsate di acqua salata. «Riesci a muoverti?»
Lei annuì. «Credo di sì.»
«Allora andiamocene.» La issò fin sull’albero di maestra e Ana, senza
bisogno di sentirselo dire, cominciò a strisciare sopra le acque tempestose.
Francis la seguì.
Sembrava di trovarsi in groppa a un cavallo selvaggio, indomito e senza
sella. L’albero si muoveva costantemente, spostandosi di scatto e dibattendosi
a ogni onda che lo colpiva. Francis si tenne aggrappato con braccia e gambe,
avanzando lentamente; a volte strisciava, altre volte restava appeso a testa in
giù come una scimmia che penzolava da un ramo. I cavalloni schioccavano
sotto di lui.
Di fronte a sé vide spuntare la sagoma della coffa e, infilandosi nel buco
del gatto, si ritrovò finalmente al riparo. Si rannicchiò contro un lato insieme
ad Ana, raggomitolato sotto la battagliola e almeno in parte protetto dalla
tempesta.
Ma non potevano rimanere lì. Il veliero semidistrutto si stava ancora
spostando nei venti della burrasca e da un momento all’altro l’albero poteva
ruotare su se stesso e intrappolarli sott’acqua. Avevano evitato il grosso dei
relitti galleggianti, ma sarebbe bastata un’unica onda per farli a pezzi. Francis
scrutò la tempesta in cerca della lancia, pregando che Tom e gli altri fossero
sopravvissuti, ma non riuscì a vederli.
«Sai nuotare?» chiese ad Ana.
Quando la vide scuotere il capo, non ebbe esitazioni: la cinse con le
braccia e saltò in acqua. Scorgeva la costa a circa un quarto di miglio di
distanza, ma non puntò subito in quella direzione, preferendo usare tutte le
sue energie per rimanere a galla nel mare agitato. Con le mani infilate sotto le
ascelle di Ana per tenerle la testa sopra il pelo dell’acqua, lasciò che la
controcorrente li trascinasse lontano dalla nave finché i relitti non si
diradarono, e solo a quel punto cominciò a nuotare.
Dopo tutto quello che aveva passato si accorse a stento delle onde. Invece
di contrastarle, lasciava che lo spingessero sott’acqua, poi tornava in
superficie scalciando per prendere fiato quando allentavano la presa su di lui.
A un tratto sentì della sabbia compatta sotto i piedi. I marosi che avevano
provocato tanti danni ebbero finalmente misericordia, lo sollevarono e lo
sospinsero fino alla spiaggia.
Con le ultime energie rimaste trascinò in salvo Ana prima che l’oceano
potesse reclamarli. Più su, lungo la spiaggia, un filare di palme offriva un
riparo dalla pioggia, ma lui se ne tenne alla larga perché il vento piegava i
tronchi come giunchi, strappando foglie e frutti: una noce di cocco in caduta
libera poteva essere letale quanto una palla di cannone.
Sentiva l’intero corpo indolenzito e le gambe talmente indebolite dalla
lotta con il mare che riusciva a stento a reggersi in piedi. I venti di tempesta
lo percuotevano. Non desiderava altro che seppellirsi nella sabbia ad
aspettare che la tempesta passasse, ma non poteva farlo: Tom era là fuori,
insieme a Sarah e al resto dell’equipaggio.
Lasciò Ana stesa lì, a malapena cosciente, e un po’ strisciando un po’
correndo risalì la spiaggia. La pioggia tiepida gli punzecchiava il viso, la
sabbia sollevata dal vento gli sferzava la pelle, ma non pensò mai di fermarsi.
Perlustrò la zona, gridando il nome di Tom a ogni doloroso respiro. Osservò
le onde impetuose e dubitò che la piccola lancia fosse riuscita a restare a galla
in un simile tumulto.
Più avanti, giù, verso il mare, notò una serie di relitti sparsi. Si avvicinò di
corsa e vide che si trattava della lancia, malridotta e capovolta, ma ancora
intera. Le sagome scure tutt’intorno allo scafo erano persone sdraiate. Si
precipitò verso i corpi e li girò a uno a uno finché non trovò Sarah e poi,
finalmente, Tom.
«Grazie a Dio siete qui.»
«E Ana?» chiese Tom, scrutando il mare con evidente apprensione.
Francis indicò il punto in cui l’aveva lasciata. «È al sicuro.»
«Dove siamo?» gracchiò Sarah, la gola devastata dall’acqua di mare che
aveva bevuto. Dietro di lei Tom vide scintillare la spada Nettuno, premuta
sulla sabbia. Era riuscita a tenersela stretta nonostante tutto.
Sarah tentò di alzarsi, ma lo sforzo si rivelò eccessivo, tanto che sbiancò,
cadde carponi e vomitò sulla sabbia.
«Aspettami qui», le consigliò Tom.
Andò con Francis a prendere Ana, ma quando la raggiunsero lei si era
ripresa e disse di essere abbastanza in forze per camminare da sola. Si alzò,
barcollò e cadde fra le braccia di Francis.
«Credevo di essere morta.»
«Non lo permetterei mai.»
Tom si accorse che la tempesta aveva cambiato il nipote. Ora il suo
comportamento rivelava una nuova forza interiore. Mentre Francis aiutava
Ana a rimettersi in piedi, Tom notò il modo in cui lei lo fissava, uno sguardo
che racchiudeva ben più della semplice gratitudine. Non lo vedeva più come
un ragazzo, ma come un uomo. All’improvviso si sentì un intruso.
«Dovremmo tornare dagli altri.»
La giornata trascorse lentamente. I venti si placarono e la pioggia si
ridusse a un’acquerugiola, ma le onde non persero mai vigore, continuando a
percuotere la spiaggia, infrangendosi con boati simili a tuoni. La lancia era
scomparsa, trascinata via dalla marea e ormai ridotta a legna da ardere.
Benché stremato, Tom continuò a perlustrare la spiaggia fino a trovare tutti
gli uomini della Kestrel che erano riusciti ad arrivare a riva, scoprendo con
profondo sollievo che tra loro c’era Alf Wilson. Li radunò più lontano
possibile dall’acqua, poi si strinsero fra loro per ripararsi a vicenda dalla
pioggia.
Al largo riusciva a distinguere la sagoma della Kestrel, ormai talmente
bassa sull’acqua da scomparire spesso sotto i cavalloni più alti. Gli bastò
un’occhiata per capire che non avrebbe più veleggiato. Il dorso si era
spezzato, spaccando lo scafo. Il trinchetto era ridotto a un moncone, l’albero
di maestra e quello di mezzana erano stati spazzati via, metà del tavolato
sembrava essere stata trascinata fin sulla spiaggia. Gli uccelli marini si
appollaiavano sui relitti che la circondavano, come avvoltoi intorno a una
carcassa.
Tom non sopportava quasi di guardarla, poi pensò agli uomini che aveva
perso e si vergognò di se stesso. Sarebbe stato disposto a rinunciare al veliero
e a tutto il suo carico, due volte, pur di riportarli in vita.
«Adesso cosa facciamo?» chiese Francis.
«Troveremo una soluzione», rispose Sarah. Aveva ripreso colore ed era
impegnata a fasciare alla bell’e meglio le ferite dei marinai con strisce di
tessuto strappate dagli abiti e stecche divelte dal legname trasportato
dall’acqua.
«Sono sempre stato dell’idea che starsene seduti a compiangersi non
migliora la situazione.» Tom si alzò e risalì la spiaggia, poi indicò i segni
lasciati sulle palme dai coltelli che avevano staccato le noci di cocco.
«Qualcuno le ha raccolte, quindi dev’esserci un villaggio nelle vicinanze.»
Poco più avanti, verso l’entroterra, trovarono un corso d’acqua accanto al
quale correva un sentiero fangoso palesemente calpestato da diversi piedi.
«Francis e io andremo in esplorazione.» Si legò in vita la cintura della
spada Nettuno. «Sarah e Ana rimarranno ad aspettare qui con Alf e gli altri
uomini.»
«No», dichiarò Sarah in tono risoluto. «Oggi siamo già stati sul punto di
perderci, noi due verremo con voi.»
Tom capì che non era il caso di discutere. Lasciarono Alf a capo
dell’equipaggio superstite e imboccarono tutti e quattro il sentiero accanto al
ruscello. Scoprirono che attraversava una foresta di palme e giachi, di un
verde brillante contro il terriccio rossastro. La pioggia aveva fatto sprigionare
i profumi della foresta e l’aria era pervasa dall’odore di vegetazione e terra
umida.
Non si erano spinti molto in là quando Francis lanciò un grido. Più avanti
c’era un recinto di piante spinose che circondava una bassa capanna dalle
pareti di fango e il relativo cortiletto. Dietro, lungo la riva, ne erano
disseminate altre simili, tutte piuttosto distanziate fra loro e dotate di cortile,
tanto che l’intero villaggio si estendeva per più di mezzo miglio. Una donna
immersa nell’acqua del fiume fino alla vita stava lavando dei panni. Magra e
completamente nuda a parte la fascia di tessuto legata ai fianchi, sembrava
non curarsi della pioggia.
«Non sanno cosa sia il pudore, in questo paese?» chiese Francis.
«Siamo molto lontani dalla società londinese», sottolineò Tom.
«Nella nudità non c’è nulla di cui vergognarsi, secondo la loro religione»,
spiegò Ana. «E dato il clima non c’è poi questo gran bisogno di vestiti.»
Sentendoli parlare la donna alzò gli occhi, poi lanciò un grido, si strinse al
petto il bucato e tornò verso la sponda.
«Aspettate», le gridò Tom, ma lei corse dentro una delle capanne urlando
parole incomprensibili. Prima che potessero seguirla, un uomo uscì a grandi
passi, vestito in maniera molto simile alla donna. Altri, sentendo il trambusto,
sbucarono dalle rispettive casupole e ben presto gli abitanti dell’intero
villaggio si assieparono intorno a loro, parlottando e segnandoli a dito.
Si fece avanti un anziano rugoso, con i capelli bianchi e una lunga barba.
Evidentemente era il capovillaggio o il capotribù. Quando Ana gli si rivolse
in portoghese e poi in un idioma indiano, il vecchio rimase impassibile, poi
replicò lentamente.
«Capisci quello che dice?» le chiese Tom.
«Parla una forma dialettale del malayalam», spiegò lei, «abbastanza simile
al tamil perché io possa comprenderlo.»
«Digli che abbiamo bisogno di cibo e domandagli dove si trova il porto
più vicino.»
Ana obbedì e alla fine il capovillaggio impartì alcuni ordini. Un ragazzino
ossuto si allontanò di corsa fra gli alberi. Diverse donne andarono a prendere
del cibo, mentre un’altra entrava nella capanna più vicina con un grumo di
quello che sembrava fango essiccato e lo sfregava prima sul pavimento di
terra battuta e poi su tutte le pareti.
«Cosa sta facendo?» chiese Francis.
«Pulisce la casa.»
«Con il fango?»
Ana fece un sorrisetto ironico. «Non è fango, è sterco di vacca.»
«Sterco?» gridò lui, sbalordito. «Puliscono la casa con il letame?»
«Per queste persone la vacca è sacra», spiegò lei. «Persino i suoi
escrementi purificano l’abitazione.»
La donna uscì e il capovillaggio indicò loro l’interno della capanna.
«Ci invita a entrare.»
Tom guardò dentro. La porta era bassa e non c’erano finestre. L’unica luce
era quella che filtrava dalle fessure nei punti in cui qualche scaglia
dell’intonaco di sterco si era staccata dall’intelaiatura di vimini. Ma la stanza
era asciutta e riparata dalla pioggia, e un fuocherello ardeva senza fiamma
dentro un cerchio di pietre.
Somigliava comunque più a un ricovero per animali che a una casa.
L’istinto di Tom gli sconsigliava vivamente di lasciarsi rinchiudere in un
paese straniero e fra sconosciuti.
«Preferisco sedermi fuori.»
Ana lo riferì agli abitanti del villaggio, ma o non capirono oppure lo
consideravano un gesto di maleducazione. Si accalcarono intorno ai nuovi
arrivati, accompagnandoli oltre la soglia. Più di uno tra loro toccò la spada
Nettuno appesa alla cinta di Tom, ammirando la complessa lavorazione e
l’enorme zaffiro sul pomello.
I Courteney e Ana si sedettero per terra, mentre gli abitanti del villaggio
rimasero ad aspettare sulla porta, indifferenti alla pioggia che li infradiciava.
Alcuni bimbi nudi si spinsero fra le gambe dei genitori per fissare gli
stranieri, le donne portarono delle polpette di riso e lenticchie servite su
larghe foglie di vite. Tom divorò il cibo e, benché il suo stomaco ne bramasse
disperatamente dell’altro, vedendo le costole sporgenti e le membra ossute
dei bambini intuì che quella gente aveva già donato più di quanto poteva
permettersi.
Quando fece per avvicinarsi alla porta, la folla non lo lasciò passare.
«Dicono che dobbiamo rimanere qui», lo informò Ana.
«Perché?»
«Mi sembra di avere capito che hanno mandato a chiamare il capotribù
locale», spiegò. «Forse lui potrà aiutarci.»
Tom tornò al suo posto e, frustrato, si mise a tamburellare con le dita sul
pavimento di terra pressata. «Ti hanno almeno detto dove ci troviamo?»
«No. Non riesci a stabilirlo in base alla rotta che stavamo seguendo?»
Lui si strinse nelle spalle. «La tempesta ci ha spinto con molta forza, non
saprei calcolare dove siamo nemmeno con un’approssimazione di cinquanta
miglia. Potrebbe trattarsi di Ceylon...»
«No, la lingua è diversa», obiettò Ana.
«India, allora. La costa del Malabar.»
Lei annuì. «Credo di sì, e sarebbe un vantaggio: inglesi e portoghesi hanno
basi commerciali disseminate lungo tutta la costa, ne troveremo una.»
«Questa gente ci aiuterà?» chiese Francis.
«La nostra nave non è in acque profonde», sottolineò Sarah. «Forse, una
volta passata la tempesta, potremmo recuperare il carico e comprare il loro
aiuto, se non sono disposti a darcelo gratuitamente.»
«Temo che la maggior parte delle nostre merci sia ormai rovinata»,
intervenne Tom, «ma potremmo salvare l’avorio. Inoltre Dorian e Aboli
hanno la Centaurus e un carico pregiato da vendere. Quando non ci vedranno
arrivare all’appuntamento concordato torneranno a Città del Capo. Se
riusciamo a farci dare un passaggio fin là, potremmo ancora cavarcela solo
con qualche livido.»
Rimasero in attesa mentre la pioggia batteva sul tetto. Gli abitanti del
villaggio non si mossero.
«Sembra che stiano aspettando qualcosa», commentò Francis.
«Il loro capo», suggerì Ana, seduta al suo fianco e premuta contro di lui
per scaldarsi. «Questa gente vive nel terrore dei propri signori, non fa nulla
senza autorizzazione.»
«Spero tanto che il loro capo abbia dei vestiti asciutti della mia misura»,
disse Sarah. Le prudeva la pelle dopo tutte quelle ore con addosso indumenti
bagnati e intrisi di sale, ma non aveva di che cambiarsi.
«E una nave che ci riporti a casa», aggiunse Francis.
«E un cosciotto di montone», auspicò Tom in tono sonnolento. Si
appoggiò alla parete di fango. Iniziava a scaldarsi grazie al fuoco e non
chiudeva occhio da due giorni. Sentiva le palpebre pesanti.
Non dormire, si disse, non sei ancora al sicuro.
Si pizzicò la guancia per tenersi sveglio, ma non avvertì alcun dolore. Non
poteva più resistere. Piombò in un profondo baratro buio dentro la sua mente.

Fu svegliato da mani che lo scrollavano. Aveva appena sognato Sarah e per


un attimo pensò che fosse lei.
Aprì gli occhi di scatto. Non erano più soli nella capanna, alcuni abitanti
del villaggio erano entrati e lo stavano strattonando perché si alzasse. Si
guardò intorno per cercare la moglie e gli altri, ma erano scomparsi.
All’improvviso era perfettamente sveglio. Balzò in piedi, divincolandosi per
levarsi di dosso le loro mani, poi chinò la testa per uscire dalla porta.
Sarah, Ana e Francis erano al centro di una larga cerchia di abitanti del
villaggio. Davanti a loro erano schierati sette sconosciuti a cavallo, con
espressioni truci sui volti solcati da cicatrici. Portavano una corazza e un
turbante avvolto intorno all’elmo d’acciaio. Erano tutti pesantemente armati,
con pistole e corte spade fissate alla cinta. Quattro di loro brandivano una
lancia, gli altri tre una spada.
Tom andò a piazzarsi davanti a Sarah e Ana per proteggerle. «Chi sono
queste persone?» domandò.
Quello che sembrava il capo dei cavalieri spronò il suo destriero
affondandogli i talloni nei fianchi e girò intorno ai quattro stranieri,
guardandoli con disprezzo. Aveva una piuma gialla infilata nella fascia del
turbante e intarsi dorati nella corazza. Una sottile cicatrice bianca gli
serpeggiava in mezzo agli occhi e lungo il naso, conferendo un che di
asimmetrico al suo viso, come se la testa fosse stata spaccata in due e poi
rimessa maldestramente insieme.
Gridò qualcosa al capovillaggio, che rispose con voce stridula e nervosa,
chinando il capo e congiungendo le mani davanti agli occhi.
«Quello arrogante si chiama Tungar», tradusse Ana. «È un subedar
nell’esercito della sovrana locale, la Rani di Chittattinkara.»
Tungar osservò con palese invidia lo zaffiro sulla spada Nettuno. Tom
posò la mano sull’elsa e lo fissò a sua volta.
«Digli che siamo naufraghi, che chiediamo solo un po’ di cibo e un
salvacondotto fino al più vicino insediamento inglese.»
Ana parlò, ma l’altro mostrò ben poco interesse per quanto aveva da dire e
la interruppe bruscamente prima che finisse.
«Cosa sta dicendo?» domandò Tom.
«Dice che tutti i viaggiatori in questo paese devono versare un tributo alla
Rani.»
«Spiegagli che abbiamo perso tutto quello che possedevamo nel
naufragio.»
Ana tradusse ma per tutta risposta l’uomo guardò Tom con fare altezzoso,
poi si allungò in avanti sulla sella per indicare la spada Nettuno con la sua
frusta arrotolata.
«No, questa no, è un cimelio di famiglia.» Tom scosse il capo, risoluto.
«Ma abbiamo un carico di avorio sulla nave naufragata, quando il mare si
placherà andremo a recuperarlo e ne doneremo una parte alla sua regina.»
Tungar srotolò la lunga frusta, che guizzò nell’aria come un serpente per
poi attorcigliarsi intorno al polso di Tom e strappargli la mano dall’elsa della
spada. La tenne tirata mentre faceva indietreggiare il cavallo e due suoi
uomini saltavano giù dalla sella e correvano a prendere la spada. Tom li
respinse a calci, dimenandosi; altri due dei loro scesero da cavallo e gli si
disposero intorno, puntandogli le lance contro il petto. Lui, audace, sguainò
l’arma con la mano sinistra e la usò per minacciarli.
Ma Sarah gli gridò: «Lasciagliela prendere, Tom! Non vale la pena di
morire per una spada. Sono sette contro uno, ti uccideranno come un cane
rabbioso».
Lui abbassò Nettuno e poi la lanciò verso Tungar. La punta della lama
scintillante si conficcò nel terreno e l’arma rimase diritta, vibrando. Con un
unico scatto del polso Tungar sciolse la frusta liberando Tom e fece avanzare
il cavallo.
Si sporse dalla sella e, afferrata l’impugnatura della spada, la sfilò dal
terreno, poi spronò di nuovo l’animale lanciandosi verso Tom e tenendogliela
puntata contro il viso. Lui rimase fermo, senza batter ciglio. Sarah urlò e fece
per frapporsi fra suo marito e l’assalitore, ma Ana e Francis la afferrarono per
le braccia, trattenendola.
All’ultimo momento Tungar mise in verticale la spada e, mentre
sfrecciava accanto a Tom, lo colpì alla fronte con lo sfavillante zaffiro
incastonato sul pomello. Tom crollò in ginocchio, artigliandosi la ferita
mentre il sangue gli colava sul viso e gocciolava sulla terra polverosa.
L’altro voltò il cavallo per poi fermarglisi accanto sogghignando,
schernendolo.
«Cosa sta dicendo adesso, quel porco arrogante?» chiese Sarah, piangendo
amare lacrime.
«Dice che la sua sovrana, la Rani – possa il suo nome essere glorificato in
eterno – apprezzerà sicuramente il dono. Potrebbe persino ricompensarlo con
il tozzo di pane che lui sta mendicando, prima di mandarlo per la sua strada.»
Tungar perse interesse per la situazione e si rivolse bruscamente ai suoi
uomini, che gli si accodarono. Prima di allontanarsi gridò qualcosa ad Ana,
poi lanciò il cavallo al galoppo e, con un gran frastuono di zoccoli, condusse i
suoi soldati fuori dal villaggio e lungo la riva del fiume.
Sarah si accosciò accanto a Tom. «Come stai?»
Lui si asciugò il sangue dalla fronte. Gli sarebbe venuto un gran bel livido,
ma il taglio era solo superficiale. «Mi è capitato di peggio.» Fece comunque
una smorfia mentre si alzava. «Qual è stata la sua frase di congedo?»
«Ha detto che c’è un insediamento di porta-cappelli qualche miglio più
giù, lungo la costa. Forse il capovillaggio può farci accompagnare là da uno
dei suoi uomini.»
«Porta-cappelli?» Tom scosse il capo per schiarirsi le idee.
«È così che chiamano gli europei. Loro portano il turbante e noi il
cappello.»
«Più che logico, immagino», ammise lui.
Ana contrattò con gli anziani del villaggio per procurarsi una guida che li
accompagnasse all’insediamento inglese. Tom offrì come ricompensa la
fibbia da cintura che aveva sorretto la spada azzurra. A lui non serviva più,
ma la guida la accettò con gioia.
Lasciarono il villaggio per tornare da Alf Wilson e dai membri
dell’equipaggio sopravvissuti, rimasti sulla spiaggia davanti alla quale
galleggiava il relitto della Kestrel.
La loro guida li condusse poi verso nord, attraverso la foresta, lungo
sentieri quasi invisibili e tratti di spiaggia aperta contro cui rombava la
risacca. Più volte furono costretti a guadare ruscelli e specchi d’acqua
stagnante che solcavano il litorale.
Erano tutti affamati e indeboliti dalla fatica, anche se trovarono alcuni
manghi scartati dai raccoglitori sotto gli alberi.
Finalmente raggiunsero la sponda di un ampio fiume che correva verso il
mare. Sulla riva opposta si stagliava una tozza fortezza di pietra sulla cui asta
sventolava il vessillo della Compagnia delle Indie Orientali inglese, a strisce
rosse e bianche e con una Union Jack nell’angolo.
Grandi onde si infrangevano e schiumavano sulla spiaggia davanti
all’edificio; sulle sabbie coralline, sopra la linea di marea, erano tirate in
secco alcune barche a fondo piatto e dalla prua affusolata. Dietro il forte
spiccavano cinque o sei magazzini per le merci della Compagnia circondati
da una manciata di cottage con il tetto di fronde di palma.
«Non avrei mai immaginato di essere tanto felice di vedere quella
bandiera», confessò Tom.
La loro guida emise un fischio e alcuni barcaioli indigeni corsero verso i
battelli e li spinsero nel fiume per traghettare gli stranieri sulla riva opposta.
Appena sbarcati trovarono un gruppetto di spettatori che si erano riuniti per
accoglierli. Tom notò le giubbe rosse di una decina di soldati della
Compagnia delle Indie Orientali e le giacche blu dei funzionari inglesi. A
quanto pareva avevano finalmente raggiunto la civiltà e il loro calvario era
quasi al termine.
Un tizio tarchiato con un aderente panciotto scarlatto si staccò dal
capannello. Nonostante la calura monsonica indossava una parrucca, e la
pioggerellina gli faceva colare rivoletti di cipria lungo il viso e gli abiti,
lasciando tracce biancastre simili a bave di lumaca.
«Chi diavolo siete? Cosa ci fate qui?» chiese in inglese.
«Non usate il mio vero nome», sussurrò Tom agli altri. «Potrebbero essere
uomini di Guy e sapete bene cosa succederà se mio fratello scopre che siamo
arrivati nel giardino di casa sua.» Poi si rivolse all’uomo. «Mi chiamo Tom
Weald. Questi sono mio nipote Francis, mia moglie Sarah e la nostra
compagna di viaggio Ana Duarte.»
Si rendeva conto di quanto apparivano laceri e scarmigliati. L’altro li fissò
con malcelato disgusto.
«Lawrence Foy», si presentò. «Sono il governatore dello stabilimento
britannico qui a Brinjoan.»
«La nostra nave è naufragata nella tempesta», spiegò Tom.
«Nave?» Foy lo sbirciò con diffidenza. «Quale nave?»
«La Kestrel, salpata da Città del Capo e diretta a Madras.»
«Non conosco nessun veliero della Compagnia con quel nome», si lagnò
Foy. «Spero che non siate contrabbandieri.»
Tom eluse la domanda. «Al momento, signore, siamo poco più che
naufraghi.»
L’altro tirò su col naso. «Buon Dio, signore, emanate un lezzo orrendo.»
«Vi saremmo profondamente grati se ci forniste un cambio di vestiti»,
ammise lui.
Foy serrò le labbra. Aveva un’espressione sofferente, come se volesse
passare dell’aria ma non ci riuscisse. Tom sorrise fra sé immaginando che
l’uomo si stesse chiedendo come sbarazzarsi di quegli ospiti indesiderati
senza contravvenire alle norme della decenza.
«Vi conviene seguirmi e spiegarvi», dichiarò infine con tono burbero.
Li condusse fino al forte e Tom, guardandosi intorno, notò che la
disciplina lasciava parecchio a desiderare: non c’erano sentinelle accanto alla
porta e l’unica vedetta che riuscì a scorgere si trovava sui bastioni,
rannicchiata sotto un tendone per ripararsi dalla pioggia. La casa del
governatore, nel cortile interno, era di legno, con una copertura di fronde di
palma che sarebbe bruciata come un falò, nella stagione secca.
«Confido che siate in rapporti amichevoli con i locali», disse.
Foy scacciò una mosca con la mano. «Di tanto in tanto ci creano qualche
problemino, ma basta un buffetto sulla mano per fargli capire che si stanno
comportando male.»
Tom ripensò ai cavalieri che gli avevano sottratto la spada, ma preferì
tacere mentre entravano nell’abitazione. All’interno, il pavimento era reso
granuloso dalla sabbia e l’aria soffocante. Un ragazzo indiano vestito solo di
un perizoma era seduto in un angolo e faceva oscillare un ventaglio di foglie
di palma intrecciate, creando deboli correnti d’aria che non sortivano alcun
effetto tangibile sulla calura.
Foy si lasciò cadere su una poltroncina, si ficcò in bocca tre dei datteri
disposti sul vassoio sopra la sua scrivania ma non ne offrì agli ospiti, che
rimasero in piedi. Tom aveva lo stomaco sottosopra per la fame.
«Dunque», disse l’altro, con la bocca piena, «sostenete di avere fatto
naufragio. Cosa trasportavate?»
La domanda colse Tom di sorpresa. «Non lo ritengo rilevante, signore.»
«Al contrario, è della massima importanza.» Foy lo fissò con sguardo
scaltro. Sotto i suoi modi da parroco di campagna, capì Tom, si annidava
un’intelligenza meschina e crudele.
«Avorio. Merletti. Prodotti lavorati.»
«Prodotti europei.»
«Li abbiamo comprati a Città del Capo.»
«Così dite. Avete un giornale di bordo? Manifesti di carico? Ricevute a
sostegno della vostra versione?»
Tom tentò di dominare la rabbia. «Tutti i nostri documenti sono andati
persi con la nave.»
«Che combinazione.» Foy sputò i noccioli di dattero sul pavimento.
«Sapete bene cosa fa la Compagnia ai commercianti non autorizzati? Potrei
farvi rinchiudere e rispedire in Inghilterra in catene. Potrei mandarvi a
Bombay e consegnarvi al governatore Courteney. Bombay è parecchio
diversa dai tribunali inglesi, là la parola del governatore è legge.» Per alcuni
istanti rimase in silenzio, meditabondo, poi si piegò in avanti sulla scrivania.
«A meno che non possiamo giungere a un compromesso.»
Vuole il suo gruzzolo, intuì Tom, rilassandosi: era una situazione in cui si
era già trovato parecchie volte e che era perfettamente in grado di gestire.
«Purtroppo a causa del naufragio non abbiamo più nulla.» Assunse
un’espressione desolata.
Foy unì le punte delle dita. «Un vero peccato.»
«Tuttavia», continuò Tom, «trasportavamo un ingente carico di avorio
che, se la tempesta non ha strappato il fondo della nave, potrebbe essere
rimasto sul posto. Il relitto si trova in acque poco profonde e, in cambio del
noleggio di un’imbarcazione, potremmo darvi un quarto di qualsiasi cosa
riusciamo a recuperare.»
«Che razza di offerta è mai questa?» Foy atteggiò il volto in modo da
palesargli tutto il suo sdegno. «Potrei trascinarla a riva io e reclamare tutto il
vostro carico.»
«Ma dovreste andare fino alla corte dell’Ammiragliato a Londra, per
rivendicarlo», sottolineò Tom, rammentando la conversazione con il capitano
Inchbird sulla Dowager. «Ho amici potenti, a Londra. Mentre il caso viene
dibattuto potremmo chiedere un diritto di pegno su tutte le vostre
esportazioni. Rischiereste di perdere un’intera stagione di commerci.»
Foy emise una sorta di ringhio, che suonò straordinariamente simile a
quello di un cane. «Avete forse l’ardire di minacciarmi, signore?»
«Niente affatto! Voglio solo mostrarvi come possiamo giungere a un
accordo vantaggioso per entrambi.»
Lui si accigliò, fissando i documenti sulla scrivania. Si lanciò in bocca un
altro dattero e lo masticò rumorosamente.
«La metà», disse.
«La metà», concordò Tom. «E ci fornirete vitto e alloggio finché non
troveremo un passaggio fino a casa.»
«Potete alloggiare insieme alla guarnigione e mangiare al tavolo della
Compagnia. Dedurrò le spese dal nostro accomodamento finale.» Foy agitò
stizzosamente la mano. «Ora, se volete scusarmi, ho della corrispondenza da
sbrigare.»
Tom si chiese se si accingesse a scrivere a Guy per informarlo e si fermò
sulla porta. «Avete menzionato il governatore Courteney. Lo conoscete di
persona?»
Foy assunse un’aria tronfia. «Mi vanto di essere in rapporti molto stretti
con lui. Guy Courteney è il mio mecenate... anzi, un amico. È stato lui a
procurarmi questo incarico dopo che gli ho reso un piccolo servizio durante
una disputa con i mercanti di Surat.»
Tom ringraziò silenziosamente il cielo di non avergli detto il suo vero
nome. «Sta bene?»
«Gode di ottima salute. Sembra che si sia adattato perfettamente a questo
clima orrendo.»
«E la sua famiglia? Ha un figlio, vero?»
Sarah, accanto a Tom, si irrigidì e gli diede un calcetto alla caviglia, ma
Foy era troppo intento a ostentare il suo intimo legame con Guy per
accorgersene.
«Ahimè, il figlio rappresenta una grossa delusione per lui. Una grossa
delusione», ripeté. «Si è ribellato al padre ed è scappato per mare, e da allora
non si hanno sue notizie. Credo che Guy attribuisca la colpa all’influenza
materna.»
Tom avrebbe voluto chiedere di più ma l’interlocutore, con notevole
ritardo, aveva notato il suo tono interessato e gli scoccò un’occhiata
invidiosa.
«Voi e Guy vi frequentate?»
«Molto tempo fa», rispose Tom. «Viene mai a visitare questa base?»
«Finora non ci ha onorato della sua presenza, purtroppo.» Foy era
palesemente angustiato. «Ma suo cognato si trova qui con noi, in questo
forte.»
Tom sentì un brivido freddo corrergli lungo la schiena. Era stato
riconosciuto? Com’era possibile che Foy lo sapesse? E perché dire
«cognato»? Lui e Guy avevano sposato due sorelle, ma erano innanzitutto
fratelli.
«Come, scusate?» chiese con sguardo vitreo. Osservò la stanza cercando
un’arma, qualsiasi cosa potesse usare. Sarebbe riuscito a sottrarre il
moschetto alla guardia accanto alla porta? Se ci fosse stata una sparatoria,
quanto tempo sarebbe passato prima che arrivassero i soldati della
guarnigione?
Foy si tamponò la fronte, ignaro dell’effetto che le sue parole avevano
avuto su Tom. «Il capitano Hicks e la moglie si trovano a Brinjoan da
gennaio, anche se dubito che Guy li abbia mandati qui per loro vantaggio
personale.»
Tom esitò. Avrebbe voluto chiedergli cosa intendesse, ma prima che
potesse tradirsi intervenne Sarah.
«Naturalmente», disse in tono allegro. «Il capitano Hicks ha sposato
Agnes Beatty, sorella della moglie di Guy, Caroline. La cara Agnes. Eravamo
grandi amiche, siamo cresciute insieme a York.»
Tom si appoggiò alla scrivania. «Volete dire che Agnes Beatty si trova
qui?»
«Agnes Hicks, per usare il suo nome attuale. L’ho vista proprio stamattina.
Suo marito è il capitano della nostra guarnigione.» Foy guardò i Courteney
con rinnovata stima. Evidentemente erano persone più illustri di quanto
avesse immaginato, benché non riuscisse a stabilire con precisione quanto. La
cosa lo rendeva ansioso. Aveva costruito la sua intera carriera sfruttando Guy
Courteney e sapeva quanto il suo patrono poteva infuriarsi, se lui lo deludeva
in qualsivoglia maniera. Sapeva anche, pur non essendo un suo intimo come
fingeva di essere, che Guy non nutriva un particolare affetto per la propria
famiglia. La faccenda avrebbe richiesto tutto il suo tatto.
Prima doveva liberarsi degli ospiti. Si stampò un gran sorriso sul volto.
«Avete chiesto un alloggio. Sono sicuro che il capitano Hicks e la moglie
saranno felici di ospitarvi a casa loro. Vi accompagno subito.»

Data la sua innata curiosità, Tom non poté resistere alla tentazione di
osservare le fortificazioni mentre Foy li scortava fuori. Le mura, in pietra,
corredate di bastioni triangolari che fornivano campi di fuoco incrociati,
sembravano resistenti, ma erano costruite sulla sabbia.
«Avete acqua dolce, qui nel forte?» si informò.
«La prendiamo dal fiume.» Foy, che aveva ricominciato a sudare
profusamente, indicò un punto sulla riva del corso d’acqua, circa un quarto di
miglio più in là, in fondo a un sentiero palesemente molto battuto.
«Soffrireste la sete, in caso di assedio», sottolineò Francis.
«Oh! Non si arriverebbe mai a tanto. I neri non hanno abbastanza fegato
per combattere. Al primo colpo di moschetto tornerebbero di corsa nella
giungla urlando.»
Sarah starnutì. Stavano oltrepassando i magazzini e l’odore di pepe nero
faceva pizzicare le narici. Le porte erano chiuse perché non c’erano navi nella
baia.
«Ora che sono iniziate le piogge la costa è invalicabile. Non ci sarà
traffico fino all’autunno», si lamentò Foy.
«Trattate prevalentemente pepe?» chiese Francis.
L’altro annuì. «Non paga bene come un tempo, ma la Compagnia delle
Indie Orientali esige che i suoi vascelli ne trasportino una certa quantità come
zavorra. Il nostro trattato con i nativi ci attribuisce il monopolio su tutto il
pepe prodotto in questo paese, quindi abbiamo mercati vincolati sia per
l’acquisto sia per la vendita. Con una gestione oculata, è sufficiente per
realizzare un modesto profitto.»
Tom immaginava cosa intendesse con «gestione oculata». Stando a ciò
che aveva sentito, i governatori di quei piccoli avamposti dell’impero della
Compagnia gestivano le rispettive stazioni come feudi privati, truffando tanto
i propri impiegati quanto gli indigeni. Quali che fossero i profitti ottenuti da
Foy, ben pochi sarebbero riusciti ad arrivare fino a Leadenhall Street.
«I mercanti locali sono soddisfatti dell’accordo?» domandò Ana.
«Soddisfatti?» Foy parve sconvolto da quell’idea. «Se fossero contenti di
quanto li pago lo considererei un fallimento personale.»
«Uno scambio commerciale deve giovare a entrambe le parti, per poter
durare nel tempo.»
«Ve lo ripeto, questi sono solo selvaggi ignoranti. Un mese fa alcuni
mercanti locali hanno rifiutato di vendere al sottoscritto. Gli ho rotto una
spada in testa e li ho cacciati. Non hanno alternative. È un ordine della Rani,
la loro regina.»
Tom si irrigidì. «La Rani di Chittattinkara?»
Ancora una volta Foy gli scoccò un’occhiata guardinga. «Non ditemi che
conoscete anche lei.»
«Abbiamo incontrato alcuni suoi uomini, poco dopo il naufragio. Mi
hanno rubato un oggetto di grande valore.»
«Di valore, dite?» Il viso di Foy si illuminò per l’interesse, ma subito dopo
si fermarono davanti a un’ampia villetta in stile indiano, un cosiddetto
bungalo. «Eccoci arrivati.»
Foy bussò e, alle sue spalle, Sarah e Tom si scambiarono un’occhiata
ansiosa. Lei non vedeva la sorella da quando aveva sedici anni, era
impossibile prevedere come poteva essere cambiata.
Una giovane domestica indiana dalla pelle scura aprì la porta e si inchinò
davanti a Foy, abbassando lo sguardo.
«Di’ alla tua padrona che ha degli ospiti inattesi.»
Prima che finisse di parlare, arrivò una donna che fissò il gruppetto sulla
soglia sbattendo le palpebre.
«Sarah?» chiese con un fil di voce. «Possibile che sia davvero tu?»
Riconoscendola fu attraversata da un brivido e impallidì. Tom la raggiunse
per paura che potesse svenire.
«Agnes, cara», disse Sarah, tentando di dominare l’emozione nella propria
voce. «Non sapevo se avresti riconosciuto la tua vecchia amica Sarah
Weald.»
Foy spostò lo sguardo dall’una all’altra, sospettoso.
«Non avevate anche una sorella di nome Sarah, Mrs Hicks?»
«Poverina, è morta anni fa.» Agnes riacquistò il controllo di sé, prese per
mano Sarah e la accompagnò dentro. «Accomodati, cara. E anche voi»,
aggiunse facendo cenno a Tom, Francis e Ana. «Abbiamo davvero parecchie
cose di cui parlare. Volete unirvi a noi, Mr Foy?»
«Ahimè, c’è della corrispondenza urgente che richiede la mia attenzione.»
Si toccò il cappello. «Vi auguro una buona giornata.»
Non appena se ne fu andato e la porta si fu richiusa, Agnes si lanciò su
Sarah, stringendola talmente forte da toglierle il fiato e farla boccheggiare.
«Sarah», sussurrò in tono incalzante, «possibile che sia davvero tu? Ti
credevo morta in Africa.»
«Ho rischiato di morire più di una volta.» Sarah le scostò dal viso i capelli
inumiditi dalle lacrime. «Ma eccomi qui.»
«Perché non mi hai mai avvisato che eri ancora viva?»
«Non sapevo come contattarti. E non potevo essere sicura che una lettera
indirizzata a te non finisse nelle mani di Guy.»
Si scostò leggermente e piegò la testa in direzione del marito.
«Ti ricordi di Tom Courteney?»
Ormai Agnes aveva perso la capacità di sorprendersi, così si limitò a
fissarlo per poi mormorare: «Quindi la storia che mi ha raccontato Caroline
era vera. Tu e Sarah siete fuggiti da Zanzibar insieme».
Lui chinò la testa. «È passato parecchio tempo da quando abbiamo lasciato
Plymouth tutti insieme a bordo della Seraph.» All’epoca Sarah e Agnes erano
solo bambine, talmente irrilevanti nel suo schema delle cose che lui era
riuscito a stento a distinguerle l’una dall’altra, ammaliato com’era dalla loro
sorella maggiore, Caroline, che alla fine aveva sposato Guy. Gli anni trascorsi
da allora avevano evidenziato le differenze: Agnes aveva i capelli più scuri e
la pelle più chiara della sorella, sul viso rughe d’espressione che parlavano di
numerose preoccupazioni. Era molto diversa dalla bambina spensierata di un
tempo, ma forse questo valeva per tutti loro.
Rimasero seduti nel suo salottino mentre Tom e Sarah le raccontavano
tutto ciò che era successo da quando, quindici anni prima, erano riusciti a
sfuggire a Guy nel porto di Zanzibar. Le riferirono delle loro avventure in
Africa, del loro matrimonio a Città del Capo, di tutto, fino all’incontro con
Francis e al naufragio sulla costa di Brinjoan.
Agnes li ascoltò affascinata, tenendo stretta la mano della sorella come se
temesse che potesse svanire di nuovo, se l’avesse lasciata andare.
«Non riesco a credere che tu sia qui», disse alla fine con voce roca. «E
anche il figlio di William Courteney, ormai uomo. È un autentico miracolo!»
«A portarci qui è stato uno strano scherzo del destino», concordò Tom,
«ma ora dobbiamo trovare il modo di scappare. Ti fidi di tuo marito?»
Lei annuì. «Il capitano Hicks non è certo un amico di Guy Courteney, che
a Bombay ha approfittato di qualsiasi occasione per offenderci. Credo che
rappresentassimo una fonte di imbarazzo, per lui. È stato Guy a spedire mio
marito in questo misero avamposto.»
«E Mr Foy?» si informò Francis.
«Si preoccupa solo di se stesso. In quanto governatore, è lui il legittimo
comandante della guarnigione e non permette mai a mio marito di
scordarsene. E nemmeno sua moglie. Ma ci assicureremo che quei due non
scoprano quali sono i nostri veri rapporti.»
«Allora siamo salvi», commentò Sarah. «Sia ringraziato il cielo.»
Subito dopo si accasciò priva di sensi sul grembo della sorella.
«Oddio!» gridò Agnes. «Cosa ho combinato? Siete seduti qui, affamati e
fradici nei vostri abiti bagnati, e io non faccio altro che cianciare. Avete
bisogno di cibo e di assoluto riposo.»
Quando Tom e Francis sollevarono Sarah, scoprirono che la sua pelle era
tiepida al tatto, come se avesse la febbre. Tom si maledisse per tutti gli stenti
che l’aveva costretta a sopportare. La adagiarono su un letto e la coprirono a
dispetto del caldo. La sorella le si sedette accanto con una ciotola di brodo di
lenticchie e limone e la imboccò teneramente.
A un tratto, la porta d’ingresso si aprì con uno schianto e una voce
maschile chiamò Agnes. Pochi istanti più tardi comparve sulla soglia un
uomo alto e snello, con corti capelli color sabbia e la pelle arrossata dal sole,
che indossava la giubba rossa con le mostrine verdi del reggimento di
Bombay.
«Foy mi ha detto che abbiamo ospiti inattesi.» Fece correre lo sguardo sui
visitatori e tese loro la mano. «James Hicks, al vostro servizio.»
«Tom...» Tom esitò. «Tom Courteney.»
«Courteney?» Lo stupore e il sospetto arrochirono la voce di Hicks, che si
rivolse alla moglie. «Sapevi che...»
«Fanno parte della famiglia», dichiarò lei. Carezzò la gota di Sarah,
pallida e calda. «Questa è mia sorella Sarah, che non vedevo da quasi
vent’anni, e lui è nostro nipote Francis Courteney, il figlio di William.»
Hicks rimase senza parole. Strinse la mano a Tom e Francis e rivolse un
abbozzo di inchino ad Ana. Poi Agnes li cacciò tutti dalla camera. «Sarah ha
bisogno di calma, non di uomini che le si affollano intorno. Andate!»
Lasciarono sole le donne e tornarono in salotto. Hicks andò a prendere
camicie e calzoni per i due uomini. Gli indumenti si rivelarono perfetti per
Francis ma Tom dovette faticare per abbottonarsi la camicia. Hicks versò loro
del vino bianco dolce e la domestica portò un vassoio di pesce e riso.
«Questo maledetto caldo», si lamentò lui. «Dio solo sa come ho fatto a
sopravvivere così a lungo.»
Rimasero seduti, a disagio, bevendo il vino e osservando la pioggerellina
che cadeva all’esterno. Hicks era un uomo di poche parole e apparentemente
non sapeva cosa dire a quegli ospiti del tutto inaspettati.
Tom inclinò il bicchiere verso il forte. «La base non sembra molto ben
difesa.»
L’altro si accigliò. «Tutta colpa di Foy. È talmente geloso del suo ruolo da
dare per scontato che qualsiasi mio ordine rappresenti uno stratagemma per
minare la sua autorità, così impartisce subito l’ordine contrario. Non posso
suggerire che dovrei far esercitare i miei uomini, effettuare ricognizioni nelle
campagne o persino occuparmi della manutenzione della fortezza senza che
lui escogiti un espediente per impedirmelo.»
Tom fu felice di scoprire che le scarne difese della guarnigione non erano
imputabili al marito di Agnes, che gli piacque subito per il suo atteggiamento
spiccio e la schiettezza. Un alleato prezioso da avere accanto.
Ed è mio cognato, pensò, nuovamente sbalordito dal fatto che il destino
avesse riunito Agnes e Sarah in quella landa remota dopo così tanti anni.
«La popolazione locale si dimostra amichevole?»
«Non quanto vorrei. Foy la provoca in continuazione. Ha occhi solo per il
suo profitto ed è troppo cieco per vedere quali danni provoca. Non rinuncia a
un solo grano di pepe di quelli che gli spettano, anche se gli uomini che glieli
portano stanno morendo di fame. Costringe i mercanti a vendere a qualsiasi
prezzo lui stabilisca, e che Dio li aiuti se rifiutano.»
«Mi stupisce che non si lamentino con più energia.»
«Foy è convinto che la Rani li terrà a bada.»
Tom fece una smorfia. «È la terza volta che sento menzionare questa Rani.
Chi è?»
«La sovrana locale. È molto giovane, ma da quel che ho visto ha la mente
di una serpe. La sua corte è divisa fra coloro che vogliono commerciare con
noi e coloro che invece vorrebbero ricacciarci in mare. Lei li tiene sotto
controllo, ma si tratta di un equilibrio altamente instabile.»
«Se ci si può basare sulla mia esperienza, gli uomini della Rani non
trattano certo con gentilezza gli inglesi.»
Gli raccontò della sua disavventura al villaggio e Hicks annuì.
«Conosco quell’uomo, Tungar. È uno dei capitani della Rani e odia gli
inglesi. Suo zio controllava il commercio del pepe prima del nostro arrivo.»
«Mi ha sottratto un oggetto prezioso, una spada che appartiene alla mia
famiglia da generazioni. Devo assolutamente recuperarla.» Adesso che erano
al sicuro, all’asciutto e con la pancia piena, i suoi pensieri tornarono alla
spada azzurra. Era ben più di una semplice arma, per lui rappresentava
l’onore e il retaggio dei Courteney, tutto ciò che restava di loro adesso che
High Weald era persa. Giurò che non se ne sarebbe andato senza stringerla in
pugno.
«Foy ha in programma di condurre una delegazione al palazzo della Rani,
fra tre giorni», spiegò Hicks. «Spera di rimettere in riga Tungar, che ci ha di
nuovo creato dei problemi. Potete fare un tentativo con lei in quell’occasione,
anche se rischiate di scoprirla più desiderosa di ricevere doni che non di
dispensarli. È gelosa del proprio ruolo quanto Mr Foy.»
«In tal caso si preannuncia un incontro davvero interessante», ammise
Tom in tono meditabondo.

Quella notte Tom dormì come un sasso e al risveglio scoprì che la pioggia era
cessata. Sarah si sentiva meglio, anche se riuscì a mandare giù solo qualche
cucchiaiata di porridge, quando Agnes le portò la colazione.
Arrivò un domestico con un messaggio di Foy per Tom, il quale si stupì
che l’uomo non si fosse preso il disturbo di coprire a piedi le poche centinaia
di iarde che separavano il forte dal cottage per consegnarlo di persona.
Confido che non abbiate dimenticato il vostro accordo, diceva.
«Vuole che vada a esaminare il relitto», dedusse. «Teme che possiamo
diventare un peso per lui, se non paghiamo il conto.»
«Vengo con voi», si offrì Hicks.
«Ne sarei felice», replicò lui con gratitudine. «Sempre che possiate essere
esentato dai vostri compiti qui.»
Hicks rispose con una sbuffata sprezzante. «Per quello a cui servo potrei
anche mettermi a raccogliere noci di cocco. Mr Foy sarà felice di sapere che
mi allontano per tutto il giorno.»
Tom trovò otto membri dell’equipaggio della Kestrel abbastanza in forze
per affrontare il viaggio e Hicks li integrò con quattro sepoy della sua
compagnia, guidati da un hubladar di nome Mohite. Questi sfoggiava un paio
di magnifici baffoni che gli scendevano fin sotto il mento. Il grado di
hubladar corrispondeva a quello di sergente nell’esercito di Bombay e Tom,
vedendo il rispetto e la confidenza fra i due uomini, capì che il cognato si
fidava ciecamente di lui.
Partirono a bordo di un gallivat preso in prestito, un’imbarcazione locale
grande come una lancia ma fornita di una vela triangolare come quella di un
dhow. Tom studiò con ansia le condizioni del tempo, ma la tempesta
sembrava essersi attenuata. Il gallivat fendette l’acqua spinto dal vento di
mare, la vela latina incurvata sulla mura.
«Vorrei tanto che Dorian fosse qui», disse, sorridendo. «Lui saprebbe
come ottenere il massimo dalla Rani.»
«Con un po’ di fortuna presto starà bevendo il caffè con Aboli davanti al
mare, a Gombroon, e brinderà alla ricchezza che ha guadagnato», replicò
Francis.
Essendo arrivato a Brinjoan via terra, Tom non riconobbe alcun elemento
distintivo della costa. Veleggiarono per alcune ore, sempre osservando
l’orizzonte. Il cielo era basso e grigio, e non sarebbe passato molto tempo
prima che un nuovo accesso d’ira del monsone si abbattesse sulla terraferma.
Doppiarono un piccolo promontorio e raggiunsero una lunga baia dalle
acque poco profonde. Tom lanciò un grido quando vide la Kestrel ridotta a un
guscio scuro. Il vento e le onde l’avevano spinta a terra, in un bassofondo,
tanto che il ponte sfondato si levava sopra l’acqua.
Ma non era abbandonata: sul ponte c’erano tre uomini che indicavano e
urlavano in direzione di un gruppo più numeroso rimasto sulla spiaggia,
riunito intorno a un tiro di buoi legati a catene, che correva verso il relitto.
Tom vide i guardiani degli animali frustarli con verghe per sollecitarli ad
avanzare. I buoi, che rivolgevano il dorso al mare, si mossero con passo
pesante facendo sollevare dall’acqua le catene gocciolanti e risalirono la
spiaggia fino a scomparire in un varco fra gli alberi che sembrava essere stato
creato di recente proprio per quello scopo.
«Stanno cercando di trascinare a terra l’intera nave?» chiese Francis.
Hicks osservò il gruppo sulla spiaggia con il cannocchiale, poi lo passò a
Tom, che sotto le onde riuscì a distinguere una sagoma simile a quella di uno
squalo.
Quando i buoi la trascinarono fuori dalla risacca, vide che era la lunga
canna di uno dei cannoni da nove libbre che, non appena fu uscito dall’acqua,
venne raggiunto di corsa dagli uomini, che lo issarono su una serie di tronchi
di legno grazie ai quali avrebbero potuto spostarlo agevolmente.
«Cosa se ne faranno?»
«I cannoni europei sono un’autentica rarità per gli indigeni», spiegò Hicks.
«I loro principi sarebbero disposti a pagarli a peso d’oro, ma persino vostro
fratello Guy si rifiuta di vendere loro armi. A prescindere dai possibili
profitti, teme che un giorno i cannoni possano essere puntati contro le sue
navi e i suoi stabilimenti.»
Tom scrutò nuovamente la spiaggia. Il cannone aveva ormai raggiunto gli
alberi. I buoi erano stati tolti dal giogo e a forza di blandizie li stavano
riportando sulla battigia, mentre due uomini raggiungevano il relitto
stringendo le estremità delle catene. Evidentemente volevano recuperare
l’intera batteria.
Guardando attraverso il cannocchiale, individuò il capo del gruppo. Alto e
dalle spalle larghe, svettava sopra i compagni ed era nudo fino alla cintola,
con pistole appese alle bandoliere incrociate sul petto e un paio di spade
fissate alla cinta. Dirigeva i suoi uomini con ordini brevi e sicuri. Tom notò la
rapidità con cui gli obbedivano. Non erano solo ben addestrati: avevano
paura di lui.
«Sembrerebbe un autentico furfante», borbottò. Qualcosa, in quel tizio, lo
inquietava. «Chi è?»
Hicks riprese il cannocchiale. «Non l’ho mai visto prima, forse è appena
entrato al servizio della Rani.»
«Oppure è un bandito.»
«Ci vorrebbe un bandito davvero audace per saccheggiare un relitto finito
sulla costa della Rani. E rubare cannoni non è come rapinare i viandanti.
Portare così tanti uomini, un tiro di buoi... per non parlare della difficoltà di
trascinare via i pezzi. Non potrebbero mai farlo all’insaputa della sovrana.»
«A quanto pare non dovremo chiederle notizie solo sulla mia spada,
quando andremo a farle visita.»
Hicks si accigliò. «Questa faccenda non mi piace, sono sicuro che c’è
sotto qualcosa di losco.»
Gli uomini sulla spiaggia avevano notato il gallivat e stavano sventolando
le braccia e gridando, anche se Tom non riuscì a stabilire se lo stessero
chiamando oppure lo avvisassero di tenersi alla larga. Prese di nuovo il
cannocchiale.
«Mantieni la rotta», disse ad Alf Wilson, che era al timone. «Sono troppo
numerosi perché possiamo attaccarli e non devono capire che abbiamo notato
qualcosa di strano.» Dubitava che gli sconosciuti sulla spiaggia avessero un
cannocchiale, quindi, con un po’ di fortuna, non si sarebbero accorti che a
bordo della barca c’erano degli europei.
Hicks gli lesse nel pensiero. «Se dobbiamo convincerli che passavamo di
qui per caso, fareste meglio a metterlo via. Di solito i pescatori del posto non
hanno strumenti del genere.»
«Giusto», replicò Tom, sentendosi un po’ stupido. Sperava che i tizi sulla
spiaggia non lo avessero notato: il sole era troppo pallido per riflettersi sulla
lente.
Non riuscì comunque a resistere alla tentazione di dare un’ultima occhiata
al loro capo. Forse lui notò il movimento persino a quella distanza, o forse fu
una semplice casualità, comunque mentre Tom si accostava il cannocchiale al
viso l’uomo alzò lo sguardo e per un attimo si ritrovarono a fissarsi negli
occhi. Era sicuro di non averlo mai visto prima, eppure, quando il volto dello
sconosciuto si fece improvvisamente nitido, sentì un brivido corrergli lungo
la schiena. Un’intuizione, un inspiegabile lampo di riconoscimento, quasi
come se si fosse visto allo specchio.
Abbassò lo strumento e lo infilò nella custodia di pelle. La sua era solo
una stupida fantasia, si disse, o magari qualcosa che si era semplicemente
sognato.
Ancora una volta ripensò al lampo di verde brillante sull’orizzonte visto a
Città del Capo. Un’anima che torna dal regno dei morti.
A occhio nudo l’uomo sulla spiaggia era poco più grande di una formica,
ma Tom non riuscì comunque a smettere di fissarlo finché non superarono il
promontorio e l’altro scomparve.
E per tutto il viaggio di ritorno fino a Brinjoan non riuscì a dimenticare il
monito di Hicks: C’è sotto qualcosa di losco.

Steso bocconi, Christopher strisciò fin sul ciglio della scarpata. Sbirciò al di
sopra di un ceppo marcescente e vide la carovana sottostante. In testa c’era
una portantina chiusa da tende, posata sulle spalle di otto schiavi e seguita da
venti uomini armati.
Tamaana lo raggiunse. «Te l’avevo detto, che ci conveniva aspettare.»
Tre giorni prima avevano guardato passare lo stesso convoglio, che
procedeva nella direzione opposta. Lui aveva insistito per attaccarlo, ma lei
gli aveva consigliato di pazientare. «Portano stoffe allo stabilimento inglese
di Brinjoan», gli aveva spiegato. «Quando torneranno avranno scambiato
tutte quelle pesanti balle con l’oro.»
Ora Christopher vide che era davvero così: tre giorni prima, quasi cento
portatori indigeni seguivano il baldacchino, tenendo in equilibrio sulla testa
voluminosi fagotti di sottile cotone, ma ormai erano stati congedati e
sostituiti da un unico mulo che arrancava sotto il peso delle bisacce. Lo stupì
che il povero animale riuscisse a muoversi, con tutti quei soldati accalcati
intorno. Si spinse leggermente indietro.
Provò un brivido di apprensione e se ne chiese il motivo. Di certo non
dipendeva dalla sua coscienza. Nei sei mesi trascorsi da quando si era unito
alla banda di Tamaana lo avevano fatto innumerevoli volte: avevano derubato
e ucciso viandanti solitari e assalito carovane ben protette. Il successo aveva
attratto attenzioni sia vantaggiose – la loro banda era cresciuta fino a
comprendere una decina di elementi – sia indesiderate. Soltanto tre settimane
prima si erano dovuti spostare a nord, nel regno di Chittattinkara, per sfuggire
a un sovrano deciso a catturare i criminali che infestavano le sue strade.
«Sei sicura che sia il caso di attaccare adesso?»
Tamaana gli rivolse un sorrisetto diabolico. «A quel povero mulo si
spezzerà la schiena, se non lo liberiamo dalla soma. Hai paura?»
«Certo che no.»
«Allora dovremmo far scattare la trappola, prima che fuggano.»
Quello era un punto ideale per un’imboscata: la strada tortuosa
attraversava una stretta gola scavata dalle piogge e il pendio soprastante era
costellato di grossi massi frantumati, che fornivano ampio riparo. I soldati lo
sapevano, infatti Christopher li vide posare la mano sul fodero della spada. Il
capitano, un omone gigantesco con un turbante rosso, latrò un ordine: i
quattro uomini dotati di moschetto accesero la miccia da inserire nella
serpentina delle armi e perlustrarono con lo sguardo i ripidi pendii circostanti,
in cerca di eventuali movimenti. Christopher, ormai un vero esperto nell’arte
di rimanere invisibile, trattenne il fiato.
La carovana imboccò una curva per poi fermarsi di colpo, fra grida di
sgomento: un albero era caduto sul sentiero, ostruendolo completamente. I
soldati formarono una cerchia difensiva, con le spalle rivolte verso la
portantina e il mulo. Christopher vide il capitano controllare la base della
pianta. Sapeva il fatto suo: se sul tronco avesse trovato i segni lasciati da
un’ascia, avrebbe avuto la certezza che era stato abbattuto di proposito.
Non c’era però alcuna traccia di colpi d’ascia. Gli uomini di Christopher
avevano passato ore a estrarre le radici finché l’albero non era caduto da solo,
poi avevano sparpagliato il terriccio in modo che sembrasse frutto
dell’erosione naturale.
Il capitano venne tratto in inganno. Mentre gli uomini con i moschetti
rimanevano di guardia, i loro compagni deposero le armi per poter spostare
l’albero. Lavorarono in fretta, spronati tanto dal timore per la propria vita
quanto dagli ordini urlati dal superiore. In poco tempo fecero rotolare via
l’enorme tronco e insieme il peso della loro ansia. La via era sgombra.
Christopher notò i sorrisi e udì le risate, il sollievo di uomini imbarazzati
dalle proprie paure. Una mano spuntò dalle tende della portantina per
spronarli con un gesto a proseguire.
La prima freccia trapassò la gola del capitano, la seconda colpì il mulo.
Gli uomini di Tamaana avevano dei fucili, ma usavano sempre gli archi per il
primo attacco. Il silenzio lasciava le vittime disorientate e non c’erano sbuffi
di fumo rivelatori a indicare la direzione da cui era stato sferrato.
Senza il loro capo, i soldati si ritrovarono allo sbando e cominciarono a
sparare alla cieca, sprecando munizioni preziose e restando accecati dal fumo
dei loro stessi moschetti. Prima che potessero ricaricare, Tamaana e i suoi
uomini si lanciarono giù per il pendio. Christopher srotolò la sua urumi e si
unì a loro. Attraverso il fumo che riempiva la gola vide un soldato cercare
freneticamente di ricaricare il moschetto. L’urumi cantò fendendo l’aria e gli
squarciò il petto, poi Christopher la ritrasse con movenze esperte, mosse di
scatto l’impugnatura e colpì un altro uomo dietro le ginocchia, tranciandogli i
tendini e facendolo stramazzare a terra urlante.
Non molto tempo prima avrebbe potuto essere uno di quei soldati, adesso
invece era il cacciatore. Avanzò a grandi passi, senza quasi avere bisogno di
sollevare la spada mentre i suoi uomini finivano le guardie superstiti. Ben
presto gli unici sopravvissuti tra gli uomini della carovana erano quelli che
reggevano la portantina: otto servi dalle spalle massicce e nudi fino alla
cintola che non si erano nemmeno mossi durante l’attacco tanto fulmineo
quanto brutale.
Armati avrebbero rappresentato dei temibili avversari, ma se Christopher
aveva imparato una cosa sull’India era che aveva un sistema di caste davvero
ferreo. Un portantino non combatteva, allo stesso modo in cui un guerriero
non mungeva una mucca. La nascita di un uomo ne determinava il destino.
Non rimase quindi minimamente stupito quando li vide posare a terra la
portantina e fuggire. Era quello che ci si aspettava da loro. Li lasciò andare e
si avvicinò al baldacchino.
Le cortine si aprirono e un uomo basso e grasso con una tunica verde
sporse fuori la testa. La furia sul suo viso si trasformò in terrore non appena
vide la scena e si ritrovò davanti Christopher con la spada sguainata.
Cominciò a togliersi gli anelli e a gettarglieli ai piedi, e lui si divertì a
osservare i suoi sforzi per sfilare quei cerchietti dalle dita grassocce.
«Faremmo più in fretta se li tagliassi via io», suggerì, servizievole.
L’uomo strillò e raddoppiò i propri sforzi. Un anello d’oro con rubini e
cornaline gli era talmente stretto che nel levarselo strappò via un po’ di pelle,
facendosi sanguinare.
Quando Christopher gli posò la lama della spada sulla gola, rimase
immobile.
«Risparmia le forze. Li prenderò quando sarai morto.»
L’altro, impaurito, si ritrasse all’interno della portantina e lui strappò via
le cortine, rivelando un’alcova di cuscini sontuosamente ricamati e profumati.
Si chiese a quanto avrebbe potuto rivenderli e si disse che non doveva
macchiarli di sangue.
«Vi prego», lo implorò l’uomo. «Sapete chi sono?»
«No», rispose Christopher.
Mentre studiava il mercante per calcolarne il livello di ricchezza, non si
accorse dell’espressione calcolatrice che gli balenò sul volto.
«Mi chiamo Mahendra Poola e i miei fratelli sono tutti ricchissimi, vi
pagheranno profumatamente in cambio della mia liberazione.»
«Non prendiamo prigionieri», gli spiegò lui con gentilezza.
«I miei fratelli vivono non lontano da qui, basterebbero pochi giorni per
organizzare il pagamento.» L’uomo si lasciò cadere in ginocchio e prese a
piagnucolare. «Presto inizieranno le piogge, e non ci saranno più carovane da
depredare. Non vi farebbe comodo un ultimo colpo che vi consenta di
aspettare agiatamente la fine del monsone?»
«Vivrò agiatamente grazie all’oro che trasporta quel mulo.»
Poola sgranò gli occhi. «È per questo che avete ucciso i miei uomini? Per
l’oro?»
«Per cos’altro?» Christopher sollevò la spada pronto a uccidere,
assaporando il terrore sul viso della vittima. Al diavolo i cuscini. Li avrebbe
venduti a qualche contadino abituato a frugare fra i rifiuti, che non avrebbe
certo badato alle macchie di sangue. Cominciò ad abbassare la lama...
«Aspetta.»
La voce di Tamaana – l’unica che avrebbe potuto fermarlo – lo bloccò
quando ormai la spada sfiorava il collo del mercante. Lui si voltò e la vide
avvicinarsi di corsa, stringendo una bisaccia rigonfia. Il mercante scoppiò in
lacrime.
«Cosa c’è?»
Senza rispondere, lei tirò in piedi Poola e gli puntò la pistola alla testa.
«Dov’è l’oro?»
«Non era sul mulo?» chiese Christopher.
Con la mano sinistra Tamaana capovolse la bisaccia. Una bottiglietta di
sherry cadde fuori e si frantumò sul terreno, seguita da un involto di carta che
produsse un forte tonfo. Christopher lo aprì con la spada, rivelando una pila
di piatti lingotti neri. Ne prese uno e quando provò a fletterlo fra le mani
scoprì che si piegava.
«Piombo?» Gettò via il lingotto e vide Poola sollevare le mani per parare
il colpo. «Dov’è l’oro?»
«Non ce n’è.»
«Allora cosa ne è stato del cotone che hai portato a Brinjoan tre giorni
fa?» chiese Tamaana.
«L’agente inglese a Brinjoan è un ladro. Prende le merci ma non mi paga.
Mi ha dato questo piombo come acconto sul pagamento. Dovrò aspettare fino
alla stagione secca, ahimè, per avere quello che mi deve.»
«Stai mentendo», dichiarò lei in tono gelido. «Spoglialo, e se non
troviamo l’oro sotto i vestiti lo squarteremo per vedere che cosa ha dentro.»
«No», strillò il mercante. «Da morto non valgo niente per voi, ma da vivo
potrei dimostrarmi prezioso.»
«Vuole che chiediamo un riscatto per lui», disse Christopher.
«Non prendiamo prigionieri», replicò lei in tono piatto. «E come faremmo
a riscuotere il riscatto senza esporci? La tua famiglia cercherebbe di
negoziare sul prezzo e ogni volta che ci scambiassimo messaggi
rischieremmo di essere scoperti.»
«Niente contrattazioni», promise Poola. «Fissate la cifra e io manderò un
messaggio ai miei fratelli sollecitandoli a pagare senza fare storie. Possono
lasciare il denaro in un posto sicuro, ovunque vogliate.»
«E perché mai dovrebbero farlo, se non sono sicuri di riaverti vivo?»
«Perché altrimenti sarebbero sicuri di non riavermi vivo.» L’uomo
sembrava avere riacquistato parte della sua compostezza. Si sfilò con fatica
gli ultimi anelli rimasti e li tese a Tamaana. «Sono un semplice mercante,
perché non possiamo trovare un accordo che avvantaggi entrambi?»

«Non mi fido di lui», disse Tamaana.


Erano accovacciati accanto a un masso e parlavano sotto voce. La notte
era buia, con una scheggia di luna che forniva una vaga parvenza di luce.
Non era una coincidenza: ogni dettaglio di quell’incontro – il luogo, l’ora, le
istruzioni da dare – era stato pianificato e discusso con cura. Avevano preso
in considerazione e scartato una decina di alternative, e più di una volta
Christopher aveva temuto che lei volesse mettere fine alle discussioni
uccidendo il loro prigioniero, Poola. Avrebbe ancora potuto farlo.
Nell’aria notturna ci fu un suono sommesso simile al verso di una civetta,
ma una civetta diversa da qualsiasi altra mai esistita. Christopher si irrigidì.
«È il segnale.»
Avevano scelto un avvallamento roccioso fra le montagne, lontano da
qualsiasi villaggio e dalle strade principali, e piazzato sentinelle lungo il
sentiero per individuare eventuali tracce di trabocchetti o inganni. Adesso
stavano per scoprire se Poola era un uomo di parola.
«Dovremmo ucciderlo comunque», disse Tamaana, agitata. «Ci ha visti in
faccia e conosce i nostri nomi. Non appena tornerà a casa si appellerà alla
regina e lei manderà degli squadroni di soldati a cercarci, e a quel punto
dovremo spostarci di nuovo.»
«È solo un innocuo babbeo», ribatté Christopher. «Ringrazierà gli dei di
non averci rimesso le penne e si accontenterà. Inoltre se lo uccidiamo dopo
aver ottenuto il riscatto si spargerà la voce, e la prossima volta che prendiamo
qualcuno in ostaggio la famiglia non pagherà.»
Tamaana si strinse nelle spalle. «Abbiamo già abbastanza oro.»
«L’oro non è mai abbastanza.»
Si zittirono sentendo dei passi sul sentiero sassoso. Due uomini
comparvero nell’avvallamento, con la schiena quasi spezzata sotto il peso del
forziere che portavano. Lo adagiarono a terra, massaggiandosi le braccia
doloranti e scrutando nel buio.
«Siamo venuti a prendere il nobile Poola», disse uno di loro.
Christopher sentì che Tamaana, accanto a lui, si protendeva verso la
pistola e le posò una mano sul braccio. «Potrebbe esserci una spiegazione.»
«Avevamo detto di mandare un solo uomo», gridò lei. La sua voce
echeggiò sui massi, rendendo impossibile capire dove si trovasse chi aveva
parlato. I due uomini si guardarono spasmodicamente intorno, e persino al
buio Christopher vide che erano terrorizzati.
«Il forziere era troppo pesante perché lo portasse un uomo solo», spiegò
uno dei due con voce stridula e implorante.
«Allora vi sgraveremo dal vostro fardello.»
«E il nostro padrone?»
«Lo libereremo dopo avere contato i soldi. Ora andatevene.» Tamaana
alzò la pistola e sparò un colpo in aria. L’eco lo fece sembrare una raffica
esplosa da un’intera compagnia di fucilieri. I due uomini fuggirono di corsa
nella direzione da cui erano venuti.
Christopher e Tamaana rimasero in attesa. Il forziere si stagliava solitario
nell’avvallamento, simile a un altare pagano. Lui si grattò i palmi con le
unghie. Moriva dalla voglia di aprirlo, ma non si mosse finché la loro vedetta
non spuntò dal sentiero per segnalare che non c’erano pericoli.
«Sono venuti da soli», confermò, «e sono scappati come se avessero alle
calcagna una tigre.»
Christopher raggiunse il forziere e scoprì che era di mogano massiccio,
riccamente intagliato. Doveva essere stato usato per conservare spezie o
medicinali, perché emanava un intenso odore di anice. Sollevò il coperchio e
persino nel fioco chiarore lunare vide scintillare l’oro.
Prese una manciata di monete e se le lasciò scivolare fra le dita, godendosi
la sensazione. Tamaana gliele fece cadere di mano con un colpo secco e
richiuse di scatto il forziere.
«Più tardi. Dobbiamo allontanarci prima che quegli emissari si chiariscano
le idee e tornino qui in forze.»
«E Poola?»
Vedendo lo scintillio negli occhi di Tamaana, capì cosa stava pensando.
Lei strinse il pugnale ricurvo e saggiò con il pollice il filo della lama.
Christopher diede un calcio al forziere. «Qui dentro c’è più denaro di
quello che avremmo mai potuto ricavare da qualunque carovana.»
«Potremmo tagliargli la lingua per impedirgli di descriverci», mormorò lei
in tono pensieroso.
«Riuscirebbe comunque a scrivere», sottolineò lui.
«Allora potremmo tagliargli le mani.»
«La sua famiglia potrebbe decidere che non abbiamo rispettato l’accordo»,
temporeggiò Christopher. Non riusciva a capire se Tamaana lo stesse
stuzzicando o stesse invece prendendo in seria considerazione l’ipotesi, dato
il suo umore bellicoso.
Senza rispondere, lei emise un fischio e i suoi uomini trascinarono
nell’avvallamento Poola. Bendato e con le mani legate dietro la schiena, il
mercante continuava a incespicare e inciampare, scosso dai brividi nonostante
la tiepida notte pre-monsonica.
Christopher osservò il viso di Tamaana, cercando di indovinare le sue
intenzioni.
«Perché lo facciamo, se non per soldi?» chiese sottovoce.
Lei annuì lentamente e infilò di nuovo il pugnale nel fodero fissato alla
cinta. Christopher buttò fuori il fiato, con cautela. Non gli importava nulla di
Poola, sarebbe stato felice di sottoporlo a qualunque genere di tortura, se
avesse pensato di poterne trarre dei vantaggi, ma quello era un affare più
proficuo.
«Tu rimani qui», disse Tamaana a Poola. «E prega che qualcuno ti trovi
prima che arrivino le iene e i serpenti.»
«Almeno slegatemi e lasciatemi un’arma con cui difendermi», implorò lui.
«Riuscirai ad allentare quelle funi, alla fine», ribatté lei. «E sono sicura
che i tuoi amici tra poco verranno a cercarti.»
Si voltò per andarsene.
«Non dovremmo contare il denaro del riscatto, prima?» chiese
Christopher. «E se ci hanno truffato?»
«Nel caso scopriremo dove vivono e li uccideremo. Uccideremo le loro
mogli, i loro figli, i loro fratelli, le sorelle e i servi. E alla fine uccideremo
lui.» Diede un calcio a Poola. «Capito?»
«Sì», piagnucolò il mercante. «I miei fratelli non vi imbroglierebbero mai,
ve lo giuro.»
«Più tempo passiamo qui, più aumenta il rischio di essere catturati, e non
possiamo portare con noi un prigioniero, ci rallenterebbe soltanto. Visto che
sei così ansioso di lasciarlo in vita...» Lei indicò con un cenno del capo il
forziere di legno. «Puoi portare quello.»
Quando Christopher tentò di sollevarlo, scoprì che i portatori non avevano
esagerato nel definirlo pesante. A dispetto della sua forza, riuscì a stento a
issarselo in spalla. Gridò a due uomini di aiutarlo e ognuno di loro afferrò una
maniglia, ma si ritrovarono a barcollare sul terreno dissestato. Tamaana li
precedeva spedita, rimproverandoli con rabbia se non stavano al passo.
Scesero dalla montagna e si addentrarono nella fitta giungla sul pendio più
in basso, dove i sentieri erano rari e battuti solo da animali selvatici e banditi.
Il dolore nelle braccia di Christopher era ormai atroce e lo spinse a odiare
Poola. Cercò di distrarsi fantasticando sui tanti modi in cui avrebbe potuto
ucciderlo.
Dopo un po’, Tamaana ordinò di fermarsi in una radura. Il dolore alle
braccia scomparve come per incanto quando lui aprì il forziere e cominciò a
contare le monete d’oro. Impiegò parecchio, e quando finì stavano tutti quanti
sorridendo. La somma pattuita era lì, non mancava nulla. Persino Tamaana si
rabbonì e andò a sedersi accanto a lui, posandogli la mano sulla schiena e
carezzandogli la coscia.
«Ma non possiamo riposarci a lungo», lo avvisò. «Dobbiamo raggiungere
una città, una città grande, dove nessuno farà caso a noi o ricorderà di averci
visti. Compreremo provviste sufficienti per arrivare alla fine del monsone,
poi troveremo un posto sicuro in cui aspettare che passi e che viandanti e
carovane si rimettano per strada.»
Christopher pensò ai lunghi pomeriggi piovosi che li aspettavano,
immaginando come avrebbero potuto sfruttarli. Sentì un sommovimento sotto
la tunica, così le prese la mano e la guidò verso il basso. Lei sorrise e annuì
con aria maliziosa. Si alzò, aprì uno dei fagotti e diede una bottiglia di arak a
ognuno degli uomini, poi lo prese per mano e lo condusse in una conca
erbosa, un po’ più addentro la giungla. Picchiò ripetutamente un piede a terra
e il bastone sull’erba per spaventare i serpenti.
All’improvviso, inaspettatamente, si inginocchiò dandogli la schiena. Si
piegò in avanti e si sollevò le gonne fin sotto le ascelle, poi girò la testa per
guardarlo e rise vedendo la sua espressione passare dallo sbalordimento alla
lussuria. Era nuda dalla vita in giù. Le sue natiche piene e splendidamente
tondeggianti avevano il colore dei manghi maturi. Si scostò la peluria
riccioluta tra le gambe, in attesa.
Lui si lasciò cadere i calzoni intorno alle caviglie e si inginocchiò dietro di
lei. Tamaana si ingobbì e allungò le mani dietro di sé per afferrargli il pene,
che vibrò nella sua stretta. Con decisione, ne diresse la testa fra le proprie
labbra umide. Gridò di una dolce agonia quando lo sentì dentro, e quasi
subito dopo urlò di nuovo, al suo premere imperioso.

Si svegliarono insieme e rimasero lì, avvinghiati, senza riuscire a stabilire


cosa li avesse disturbati. La notte intorno a loro era stranamente silenziosa,
ma era un silenzio minaccioso, denso e terrificante.
«Cosa...» cominciò a chiedere Christopher, poi si interruppe quando
entrambi sentirono i cani. Si alzarono affannosamente, prendendo gli abiti per
coprirsi.
Christopher le afferrò la mano. «Hanno organizzato una battuta di caccia,
e la preda siamo noi.»
«Dobbiamo tornare a prendere l’oro.»
«Dovremo lasciarne qui la maggior parte, non farebbe che appesantirci.
Non arriveremmo molto lontano prima di essere raggiunti dai cani.
Andiamo!» Tornarono dove avevano lasciato i compagni e il forziere.
Gli uomini dormivano profondamente, sparsi qua e là nella radura, e quasi
tutti stringevano ancora una bottiglia di arak. Christopher imprecò e prese a
calci i più vicini.
«Alzatevi, porci ubriaconi.»
«Lasciali stare, si meritano quello che sta per succedergli», gli ordinò
Tamaana. «Riempiti le tasche con tutto l’oro che riesci a portare, poi
mettiamoci a correre.»
Raggiunsero in tutta fretta il forziere rimasto al centro della radura.
Christopher sollevò il coperchio e si riempirono le tasche di pagode d’oro.
«Basta!» Lei lo riabbassò di scatto ed entrambi si immobilizzarono per
ascoltare la notte. I latrati dei cani si erano fatti più sonori e a lui parve di
cogliere un lieve tremore nella terra sotto i piedi.
«Cavalli!» esclamò. «È la conferma che stanno cercando noi.» Durante
tutti i mesi in cui avevano battuto quelle strade, non avevano incontrato più di
cinque o sei cavalieri. Chiunque potesse permettersi un destriero era
abbastanza potente per risultare temibile. Lui piegò nuovamente la testa di
lato, in ascolto: sembrava che un intero squadrone di cavalleria li stesse
braccando.
Prese Tamaana per un braccio e la guidò nella giungla. Il sottobosco era
fitto e molte piante erano armate di spine uncinate, tanto che ben presto si
ritrovarono con le braccia e le gambe coperte di graffi sanguinanti. Alle loro
spalle Christopher sentì i nitriti di cavalli a cui venivano tirate le redini e le
grida dei loro inseguitori: avevano scoperto gli uomini ubriachi e lo scrigno
abbandonato.
Alzò gli occhi al cielo e gli parve di scorgere il primo sbocciare dell’alba
fra le cime degli alberi, ma nella notte buia aveva perso completamente il
senso dell’orientamento. Mentre la luce si faceva più intensa, continuò a
correre insieme a Tamaana, tentando di tenere a distanza i rumori della
caccia.
A un tratto, mentre correvano con tutta la rapidità consentita dai cespugli
spinosi e dal terreno infido, la foresta si spalancò di fronte a loro. Lui fece in
tempo ad afferrare Tamaana cingendole le spalle con un braccio. Erano in
bilico sul ciglio di un burrone. La parete precipitava a picco per diverse
centinaia di piedi fino a un letto di fiume asciutto e sassoso.
Durante le piogge monsoniche sarebbe stato riempito da un ampio e
impetuoso corso d’acqua, ma adesso era soltanto una gola delimitata da denti
di affilata roccia nera.
Tamaana la fissò per qualche istante, poi girò la testa e rimase in ascolto. I
cani suonavano molto più vicini e abbaiavano eccitati mentre fiutavano la
pista olfattiva sempre più intensa.
«Non lascerò che mi prendano.» Tamaana cercò di sfilarsi dall’abbraccio
di Christopher. «Io salto giù.»
«No, non posso permettertelo.» La strinse più forte. Alle loro spalle
sentiva avvicinarsi i cavalli e i cani, e il trambusto di uomini che correvano in
mezzo alla giungla.
«Meglio una morte rapida. Se ci prendono, ci sottoporranno a torture
inimmaginabili.»
«Ti amo», le gridò lui. «Finché rimaniamo in vita abbiamo speranze.»
Lei girò la testa di scatto. «Ti ho già ascoltato una volta, non intendo farlo
mai più. Non lascerò che mi prendano.»
Riuscì quasi a divincolarsi, ma Christopher si gettò su di lei con tutto il
suo peso e la spinse a terra mentre la prima muta di cani sbucava correndo dal
sottobosco, seguita da uomini in uniforme armati di clave che si avventarono
sulla coppia ancora intenta a lottare sul ciglio del burrone. Dopo averli
percossi fino a ridurli a uno stato semicosciente, li ammanettarono e chiusero
intorno alla gola di entrambi un collare cui era fissata una catena d’acciaio
assicurata alla sella di un cavallo, poi li trascinarono fino alla radura dove
avevano lasciato gli sgherri ubriachi di Tamaana e il forziere.
Per la prima volta Christopher ebbe l’occasione di osservare coloro che li
avevano catturati. Erano palesemente soldati scelti e cavalieri provetti.
Indossavano uniformi molto simili, composte da corazza imbottita, elmo di
acciaio e fusciacca arancione in vita, e sfoggiavano un’aria sicura che
suscitava un immediato timore. Decise di non rivelare il proprio
addestramento da guerriero e adottare invece un atteggiamento mite e
remissivo, con occhi bassi e postura ossequiosa.
Fra i soldati c’era il loro ex prigioniero, Poola, completamente trasformato
rispetto al relitto d’uomo farfugliante che avevano abbandonato solo poche
ore prima. Si era infilato dei vestiti puliti e pettinato la barba, e teneva la
schiena ben dritta, con aria fiera. Sorrise soddisfatto quando vide Christopher
e Tamaana.
«La situazione è un po’ cambiata», commentò ironico.
«Come avete fatto a trovarci così in fretta?» chiese Christopher in tono
mansueto.
«Riesco sempre a seguire il profumo dell’oro.» Poola diede un calcio al
forziere rimasto in mezzo alla radura, poi lo aprì e ne annusò il contenuto.
«Immagino abbiate notato che emana un forte odore di anice. Pensavate che
la mia famiglia avesse messo il riscatto in uno scrigno così pesante solo per
intralciarvi? Ogni volta che lo posavate per riposarvi lasciavate una traccia
sul vostro cammino. Tungar e i suoi cani non hanno avuto difficoltà a
seguirle.»
Indicò l’uomo accanto a sé, che era il suo esatto contrario. Se Poola era
basso, garbato e grassoccio, Tungar appariva alto e pericoloso, con una brutta
cicatrice che gli solcava il viso. Christopher si chiese come avesse fatto a
sopravvivere al colpo che l’aveva provocata. Aveva una penna gialla infilata
nel turbante e sfoggiava un’inconfondibile aria di autorevolezza.
«Chi siete in realtà?» chiese Christopher.
«Non sono un semplice mercante», rispose Poola. «Sono un consigliere di
sua altezza la Rani di Chittattinkara, e lei non tollera che i suoi servi vengano
molestati. State per scoprire come tratta chi la scontenta.»
Gli uomini di Tungar issarono il forziere sul carro che avevano portato.
Tutti quelli di Tamaana vennero incatenati dietro i cavalli insieme a lei e
Christopher, e la colonna si mise in marcia.
Christopher non avrebbe saputo dire per quanto avessero camminato.
Quando Tungar, il capitano, ordinò di fermarsi, i piedi gli facevano talmente
male che riusciva a stento a strascicarli. Stramazzò sul ciglio della strada con
gli altri prigionieri, ammassati l’uno sopra l’altro. Le mosche gli si posarono
addosso, formiche e maggiolini gli strisciarono sulle gambe coperte di croste
e sanguinanti. Avrebbe voluto scacciarli, ma aveva le mani ammanettate.
Alcuni soldati si addentrarono nella foresta e lui, attraverso le nebbie del
dolore, sentì i tonfi ritmati di asce che spaccavano legna. Forse volevano
accendere un fuoco. Aveva una fame da lupo.
«Cosa intendete fare di noi?» chiese a Poola. Nella sua mente aveva
cominciato a prendere forma un piano. «Ci porterete dalla Rani?»
L’altro emise una sbuffata sprezzante. «Non mi permetterei mai di svilire
sua altezza con feccia intoccabile come voi.»
«Dovreste condurci da lei», lo implorò lui. «Possiedo capacità che
potrebbero tornarle utili.»
«Oh, la Rani sa già come usarti», gli assicurò Poola in tono minaccioso.
«E non è richiesto alcuno sforzo da parte tua, se non un briciolo di pazienza.»
I soldati sbucarono dalla foresta reggendo un lungo alberello dello
spessore di un braccio o poco più, lo privarono della corteccia e modellarono
un’estremità fino a ottenere una punta sottile come un ago. Alcuni loro
compagni usarono le accette per scavare una piccola buca nel terreno sul lato
della strada. I banditi catturati osservarono i preparativi e quando capirono le
intenzioni dei loro carcerieri cominciarono a farfugliare terrorizzati.
Poola andò a piazzarsi accanto ai prigionieri e la sua mano rimase sospesa
nell’aria, puntata ora verso l’uno ora verso l’altro. Sembrava un cliente che,
davanti al banco di un macellaio, non sapesse quale taglio scegliere per la
cena. I suoi occhi si posarono di sfuggita su Christopher.
«Tu sarai l’ultimo», gli disse, «dopo aver guardato i tuoi amici morire
l’uno dopo l’altro.»
Indicò l’uomo di fianco a lui, un individuo dalla carnagione scura di nome
Vijay, che era stato incaricato di sorvegliarlo e non l’aveva certo trattato con
gentilezza. Gli uomini di Tungar tagliarono il cappio che lo teneva legato agli
altri e lo trascinarono al centro della strada. Lui cercò di opporre resistenza,
ma lo spinsero a terra, bocconi, e lo tennero bloccato lì.
Tungar si inginocchiò alle sue spalle. Prese un sacchetto di grasso di
montone che usava per oliare le pallottole del fucile e lo spalmò sulla punta
del palo acuminato mentre i suoi soldati ridevano e facevano gesti osceni.
Vijay si dimenò e cominciò a urlare talmente forte che gli tapparono la bocca
con uno straccio.
Quelli che gli tenevano ferme le gambe gliele allargarono mentre altri due
prendevano il palo e glielo premevano fra le natiche. Christopher non se la
sentì di guardare e chiuse gli occhi, ma le mani ammanettate gli impedirono
di tapparsi le orecchie. Vijay aveva sputato fuori il bavaglio e le sue urla di
dolore squarciarono la giungla mentre il palo gli si conficcava nel corpo.
Aprì gli occhi. Vijay era sempre steso a terra e stava ancora gridando, e le
sue urla raddoppiarono di intensità quando i soldati misero in piedi il palo. La
punta gli penetrò ancor più a fondo nelle viscere, anche se i suoi aguzzini
avevano fissato un piccolo piolo perpendicolare per impedirle di arrivare
troppo in profondità. Vijay si accasciò su se stesso fino a ritrovarsi ingobbito
come un pollo sullo spiedo. Il sangue formò una pozza alla base del palo a
cui le mosche si abbeverarono con gusto.
I soldati infilarono la base del palo nella buca appena scavata,
riempiendola di terra e sassi perché restasse diritto. Indietreggiarono per
ammirare il risultato dei loro sforzi, ridendo e scherzando. Christopher li sentì
scommettere su quanto sarebbe sopravvissuto Vijay. Quasi tutti i pronostici
parlavano di due o tre giorni. Le grida del poveretto si erano ormai ridotte a
singhiozzi strozzati mentre il palo gli premeva sui polmoni facendone uscire
l’aria.
Poola si avvicinò a Christopher e lo guardò con un piacere sadico negli
occhi.
«Da qui a Chittattinkara ci sono venti miglia. Ogni due miglia farò la
stessa cosa a uno dei tuoi uomini, e quando arriveremo alla reggia della Rani
impalerò te e la tua puttana sui due lati del portone del palazzo, così la tua
gente imparerà cosa succede a chi minaccia i servitori della sovrana e i nostri
commerci.»

Nei due giorni successivi Poola tenne fede alla parola data. Uno dopo l’altro i
banditi vennero strappati dal gruppo dei prigionieri e impalati sul ciglio della
strada. Alla fine, quando ormai stavano per raggiungere il palazzo reale ai
piedi delle colline, Christopher e Tamaana si ritrovarono a essere gli unici
ancora vivi.
Lui pensava che assistere ripetutamente a quell’abominio lo avrebbe
preparato a ciò che stava per succedere, invece la cosa riuscì solo ad
accentuare il suo terrore. Si scopriva a osservare la scena in preda a una
spaventosa fascinazione ogni volta che il palo affondava dentro un uomo.
Sentiva i propri muscoli contrarsi e non riusciva a distogliere lo sguardo
dall’orrendo spettacolo. Senza cibo né riposo, cominciò a essere vittima di
allucinazioni. Sognò di trovarsi nuovamente nello studio del padre, i calzoni
abbassati alle caviglie, piegato sopra una sedia ad aspettare la cinghiata
mentre sua madre sedeva in un angolo con aria severa e lo sollecitava a
mostrarsi coraggioso. Una volta sognò di fare l’amore con Tamaana che gli
accarezzava la schiena in preda all’estasi, ma quando lei sollevava le mani lui
vedeva che gli aveva strappato grossi brandelli di pelle sanguinolenti.
Raggiunsero le porte della reggia nel tardo pomeriggio del secondo
giorno. Gli uccelli volavano in tondo nel cielo come se sentissero già l’odore
del banchetto di carogne che sarebbe stato offerto di lì a breve, e gli abitanti
del palazzo uscirono per assistere allo spettacolo.
Gli uomini di Tungar avevano già preparato i pali, tagliati qualche ora
prima e resi ben acuminati. Spogliarono Christopher e Tamaana e li tennero
bloccati sul terreno polveroso, a circa una iarda di distanza l’uno dall’altra. In
piedi accanto a loro, Poola si rivolse alla folla e, con la sua voce stentorea e
pomposa, elencò i loro crimini. Gli spettatori trasalirono e sospirarono ma
Christopher, attraverso il sudore che gli colava negli occhi, riuscì a scorgere
le loro espressioni: non vedevano l’ora di gustarsi lo spettacolo.
Quando Poola concluse il discorso con un fiorito cantico di lode in onore
della Rani, lui torse la testa chiedendosi se la sovrana fosse uscita per
assistere alla sua esecuzione, ma non riuscì a individuarla. Il mercante rivolse
un cenno d’assenso a Tungar, che latrò un ordine ai suoi soldati.
Portarono i due pali, tenendoli ben sollevati perché la folla potesse
ammirare quanto fossero affilati e immaginare lo strazio che avrebbero
inflitto. Vedendoli, Christopher perse la propria forza d’animo e cominciò a
balbettare, producendo un isterico fiume di singulti e suppliche a stento
intelligibili. «Farò atto di contrizione. Striscerò sopra i carboni ardenti per
baciare i piedi della Rani. Possiedo dei talenti, posso metterli al suo servizio.
Posso dimostrarmi un abile servitore, solo non farmi questa cosa orribile,
Dio, ti prego.»
Gli spettatori eruppero in risate e grida di scherno e gli rivolsero smorfie
scimmiesche. In preda al panico lui aveva cominciato a parlare in inglese
senza rendersene conto; nemmeno Tamaana l’aveva mai sentito usare quella
lingua.
«Taci», gli disse. «Almeno muori con dignità.»
Poola si accigliò e fece cenno agli uomini di spicciarsi. Loro prepararono
il palo, dalla cui punta colavano grumi di grasso di montone.
Ma Tungar era di diverso avviso. Raggiunse Poola e cominciò a parlare,
indicando rabbiosamente Christopher che, intontito, non riuscì a capire cosa
stesse dicendo. Sembrava qualcosa di urgente. Forse stavano escogitando un
nuovo modo per perfezionare la loro tortura.
Il palo gli pizzicò la pelle fra le natiche. Dopo due giorni di terrore
montante, Christopher urlò non appena si sentì toccare e provò un senso di
calore in mezzo alle gambe quando gli si svuotarono gli intestini. Tenuto
inchiodato a terra, bocconi, incrociò lo sguardo di Tamaana che, di fronte a
lui, era perfettamente immobile e silenziosa.
«Ti amo», gli disse muovendo solo le labbra.
Christopher si vergognò. Si morsicò il labbro sino a farlo sanguinare,
tentando di inghiottire il dolore mentre il palo cominciava a penetrarlo. I
soldati si stavano prendendo gioco di lui, lo introducevano con estrema
lentezza, lo ritraevano leggermente e si godevano ogni fremito e ogni
lamento. Si chiese quanto avrebbe impiegato a morire.
Sentì il palo inserirsi di nuovo, più a fondo, e si irrigidì immaginando che
gli uomini si preparassero alla spinta finale, pronti a trapassargli le viscere.
Ma l’affondo non arrivò. Tungar stava gridando qualcosa ai suoi uomini e
Poola inveiva contro di lui, ma Christopher non riuscì a capire una sola
parola. Gli spettatori cominciarono a gridare, delusi, ma un’occhiataccia di
Tungar li ridusse a un imbronciato silenzio. La folla si diradò.
I soldati tirarono in piedi lui e Tamaana e li trascinarono via.

Quando entrarono nelle segrete del palazzo, vennero separati. Christopher fu


rinchiuso in una delle celle; non aveva idea di cosa avessero fatto a Tamaana.
Lo incatenarono al muro di pietra e lo lasciarono lì.
Perse il conto del tempo che trascorse nei sotterranei. Disperato e
sofferente, legato nel buio più pesto, aveva l’impressione di trovarsi in una
tomba. Soltanto il dolore gli assicurava che era ancora vivo. I polsi e il collo
gli dolevano a causa delle legature, aveva le natiche incrostate di sangue
secco e feci, e i terribili morsi della fame gli artigliavano lo stomaco. Sentiva
scorrere dell’acqua attraverso un buco nel pavimento, un ruscello che fluiva
in un canale di scolo sotto le segrete. Era la più perfetta delle torture, visto
che aveva la bocca quasi insensibile a causa della sete. Sognò di tuffarsi,
sognò il gusto fresco dell’acqua.
Alla fine arrivarono dei soldati che, con modi brutali, gli tolsero le catene
e lo trascinarono, ancora nudo, attraverso la reggia. Percorsero gallerie con
statue dorate e cortili interni schermati da elaborate imposte di legno, infine,
quando ormai Christopher aveva perso completamente il senso
dell’orientamento, raggiunsero una porta di bronzo a doppio battente. Appena
lo vide, il dignitario che la sorvegliava arricciò il naso e cercò di cacciarlo
via, ma i soldati gli si rivolsero in tono brusco.
«Ordini della Rani.»
La porta si aprì e rivelò una stanza persino più ampia delle grandi sale da
ricevimento nel castello di Bombay, decorata con arazzi e splendidi dipinti. I
carcerieri costrinsero Christopher a girare intorno a un tappeto di pelle di
tigre al centro del pavimento per condurlo in fondo alla stanza, dove Poola e
Tungar erano inginocchiati davanti a un trono di mogano coperto di incisioni,
su cui sedeva una giovane donna bellissima. Tenendo gli occhi bassi,
Christopher la intravide a stento prima che le guardie lo costringessero a
inginocchiarsi, ma capì dalla sua straordinaria avvenenza e dalla
magnificenza della corona e dell’abito che si trattava della Rani di
Chittattinkara.
I due uomini stavano discutendo. Poola era rosso in volto mentre la
cicatrice di Tungar sembrava pulsare, ed entrambi avevano l’espressione
tipica di chi sta tentando di dominare la rabbia.
«Non possiamo permetterci di affrontare gli inglesi», diceva Poola.
«Dipendiamo troppo da loro per i nostri commerci.»
«Vuoi dire che tu dipendi troppo da loro», ribatté Tungar. «Quanto ti
hanno pagato perché consigliassi alla Rani di concedere loro il monopolio?»
«Volevo assicurare un mercato alle nostre merci. Senza gli inglesi non le
comprerà nessun altro.»
«Ci sono altri porta-cappelli che probabilmente ce le pagherebbero di
più.»
Non badarono a Christopher, che si rannicchiò sul pavimento chiedendosi
come mai lo avessero portato lì dai sotterranei.
La donna sul trono alzò una mano, facendo tintinnare i braccialetti d’oro. I
due uomini si zittirono e assunsero un atteggiamento ossequioso.
«I mercanti inglesi di Brinjoan sono sciacalli che si nutrono del nostro
popolo», dichiarò. «Abbiamo tentato di indurli a comportarsi meglio, e ogni
volta non hanno fatto che ricoprirci di oltraggi.»
Tungar sorrise soddisfatto mentre Poola accolse quelle parole con un
rigido inchino. «Vostra altezza...»
«Non siamo però un popolo vendicativo. Si deve ricorrere alla guerra solo
come ultima risorsa», proseguì la sovrana.
Stavolta fu Poola a mostrare la sua approvazione con un cenno d’assenso.
«Tu sei uno dei porta-cappelli?» chiese lei.
Christopher non si rese conto che si era rivolta a lui e Tungar glielo fece
notare con un brusco calcio nelle costole. «Rispondi a sua altezza quando si
degna di interpellarti.»
Lui si mise in ginocchio e alzò lo sguardo. La Rani sedeva sul trono,
immota e splendida come una divinità indù. Braccialetti d’oro e d’avorio le
coprivano le braccia snelle e l’abito era trapunto di filo d’oro e perle. Un
diadema le cingeva la testa, e un rubino le penzolava in mezzo agli occhi,
come un bindi. Grazie ai suoi studi nel kalari, Christopher sapeva che
rappresentava il sesto chakra, la sede della saggezza nascosta. Gli occhi a
mandorla lo fissarono, indecifrabili e ineffabili.
«Sì.» Annuì. «Sì, sono un porta-cappelli.»
«Allora come la spieghi, quella?»
Lo sguardo della sovrana guizzò verso uno dei domestici. L’uomo
stringeva fra le mani un sacchetto di pelle e, attento a ogni movimento della
Rani, si fece subito avanti e lo capovolse. L’urumi cadde sul pavimento con
un sommesso tintinnio e Christopher la fissò, come un gatto che osservi un
uccello, calcolando la distanza e il tempo che avrebbe impiegato per
raggiungerla.
Tungar vi posò sopra il piede e toccò l’impugnatura della spada. Il
messaggio era inequivocabile.
«Sono fuggito da casa mia», spiegò lui. «Un aasaan mi ha accolto nel suo
kalari e mi ha addestrato nell’arte del kalaripayattu.»
«Sta mentendo», dichiarò Poola.
«Portatemi un qualsiasi inglese e non appena mi sentirà parlare capirà che
veniamo dallo stesso paese», affermò Christopher in tono supplichevole. Non
sapeva perché fossero tanto interessati a quel dettaglio, ma capiva che la sua
vita ne dipendeva.
«Puoi insegnare ai miei soldati a usare l’urumi?»
Tungar cominciò a protestare, ma la Rani lo zittì con un lieve cenno della
mano e aspettò la risposta del prigioniero.
«Sì, posso», disse lui, ma capì subito che la regina voleva di più. «Posso
insegnare loro a formare ranghi serrati in battaglia, come fanno i porta-
cappelli, e a sparare più in fretta di quanto abbiano mai fatto. Li trasformerò
in un esercito come non se ne sono mai visti in questo paese.»
«Non è necessario», protestò Poola. «La via per raggiungere la grandezza
è il commercio. La guerra impoverisce chiunque vi si abbandoni.»
La Rani gli scoccò un’occhiata che avrebbe potuto abbattere un elefante.
«I porta-cappelli hanno recato varie volte oltraggio alla mia gente», dichiarò.
«Devono imparare che siamo un popolo fiero, che non teme le loro navi e i
loro cannoni. Se non si inchinano dinanzi a me, daremo loro una lezione che
non si scorderanno per un bel po’.»
Tungar si strofinò il mento, poi accarezzò la ferita che gli solcava il viso.
«Vostra maestà è saggia e giusta.»
«Ma devo essere certa della lealtà di quest’uomo.» Parlava del prigioniero
come se non fosse presente. Christopher capì che si riferiva a lui quando si
sentì addosso lo sguardo di tutti i presenti.
Chinò il capo. «Servirò soltanto vostra maestà.»
La Rani si protese in avanti. «Hai derubato i viandanti sulle mie strade,
assassinato i miei sudditi e maltrattato i miei consiglieri. Riesci a immaginare
quale castigo riserviamo a uomini come te?»
Lui ripensò ai compagni che aveva visto impalare lungo la strada. Il
primo, Vijay, doveva essere quasi morto, ormai. Deglutì a fatica e annuì.
«Pensi di meritare di meglio?» gli chiese.
«Imploro la misericordia di vostra maestà. Lasciate che dimostri il mio
pentimento servendovi con il massimo zelo.»
Lei rifletté. «C’è un’altra persona ancora viva tra i tuoi compagni di
malefatte», sottolineò.
Resse lo sguardo di Christopher che, vedendo l’intensità del suo, capì cosa
desiderasse la sovrana. Era l’esame definitivo, forse il suo unico modo di
dimostrare la propria lealtà e garantirsi la salvezza e la libertà. Con l’intuito
implacabile tipico dei veri potenti, la Rani si era fissata sull’unica cosa di cui
ancora gli importasse: voleva che uccidesse Tamaana.
Lui le aveva dunque impedito di gettarsi nel precipizio per quello? Non
poteva farlo. Lanciò un’altra occhiata in tralice all’urumi. Se fosse riuscito ad
afferrarla avrebbe potuto ucciderli tutti per poi aprirsi un varco combattendo
fino alle segrete, liberare Tamaana e fuggire dal palazzo. C’erano
sicuramente delle scuderie. Avrebbero potuto prendere dei cavalli e lanciarsi
al galoppo, arrivando fino in Cina, se necessario. Un altro nome, un altro
inizio.
Ma poi la logica e la realtà lo sommersero con una gelida ondata scura.
Nella stanza c’erano venti guardie: sarebbe morto prima di riuscire anche
solo a toccare l’urumi. Oppure, cosa ancora peggiore, sarebbe tornato nelle
segrete. Rammentò il dolore e la paura che aveva provato quando il palo
aveva cominciato a penetrarlo, rammentò l’oscurità infernale della cella
sotterranea. Capì cosa doveva rispondere.
«La ucciderò. Datemi la mia urumi e vi porterò in dono la sua testa.»
La Rani rimase impassibile, ma in fondo agli occhi le balenò qualcosa di
simile all’ombra di un sorriso.
«Voglio che tu uccida una sola donna, non ogni singola persona presente
nel mio palazzo.»
Fece schioccare le dita e un servo avanzò, le si inginocchiò di fronte e le
porse un piccolo scrigno di tek con intarsi in avorio. Lei sollevò il coperchio.
Dentro era custodito un minuscolo pugnale che scintillava su un cuscinetto di
seta. Al posto del manico aveva un anello d’oro, mentre la lama ripiegata,
lunga circa tre dita, era di metallo brunito. Lo estrasse e lo accarezzò come
avrebbe fatto una bambina con il suo giocattolo preferito.
«Si chiama bagh-nakh, ’artiglio di tigre’», spiegò a Christopher. «Dubito
che tu ne abbia mai visto uno nel kalari, vero?»
Lui scosse il capo. «È bellissimo», sussurrò, ammirato, quando sulle
incisioni che decoravano la lama si riflesse la luce del sole che entrava dalle
alte finestre.
Lei infilò l’anello nell’indice della mano destra e quando la lama le si
ripiegò sul palmo vi avvolse intorno le dita.
«Un’arma intima per una morte intima», bisbigliò.
Si sfilò l’artiglio di tigre dalla mano e lo passò a Tungar.
«Dallo al porta-cappelli», gli ordinò. «Vediamo se è adatto alla sua
mano.»
Christopher si infilò l’anello al dito e ripiegò la mano sull’arma. Quando
la riaprì, la lama balzò fuori come fosse dotata di vita propria. Lui menò
fendenti nell’aria, a destra e a manca, producendo una serie di sibili.
«Portatemi la donna», disse in tono indifferente. La Rani annuì e Tungar
impartì l’ordine.
Aspettarono in silenzio nell’enorme salone. Nessuno si mosse, nemmeno
la sovrana.
Alla fine si udirono un trapestio e un fruscio di piedi che salivano la
scalinata dal piano sottostante e quattro delle guardie del corpo della Rani
rientrarono nella sala del trono.
In mezzo a loro zoppicava Tamaana. Christopher la riconobbe a stento. Le
avevano frustato le piante dei piedi fino a farle sanguinare, mettendo a nudo
la carne viva, e tolto fino all’ultimo indumento. Aveva le mani legate davanti
a sé. La schiena era solcata da un reticolo di piaghe scarlatte, i capelli
incrostati di sudiciume e sangue secco le arrivavano alla vita. Gli occhi erano
terribilmente infossati nelle orbite e iniettati di sangue, le palpebre gonfie e
semichiuse. Le avevano fatto cadere quasi tutti i denti a furia di percosse e la
mascella rotta le impediva di chiudere le labbra enfie e livide.
Si guardò intorno con occhi cisposi, vacillando per restare in equilibrio sui
piedi scorticati. Fece correre lo sguardo sul viso di Christopher senza dare
segno di riconoscerlo. Il respiro le usciva con un fischio dal naso fratturato.
«Tamaana!» gridò lui, e lei mosse gli occhi spiritati e ciechi, cercando la
fonte di quella voce familiare.
«Chris... Chris!» farfugliò, senza riuscire a pronunciare il suo nome per
intero.
«Fra poco torneremo liberi!» le disse lui, e il viso di Tamaana si raggrinzì
mentre cominciava a piangere in silenzio, con il petto che si sollevava e
abbassava ritmicamente e le spalle che tremavano.
«Li... beri...» Le sue labbra formarono la parola, ma non riuscirono a
pronunciarla. Lui le si avvicinò, indicando alle guardie di lasciarla andare.
Loro indietreggiarono.
«Sì, liberi di andare in un posto molto più giusto e bello di questo. Liberi
di volare come rondini.»
«Rondini...» ripeté lei singhiozzando mentre gli si avvicinava con passo
malfermo, le mani protese in avanti. Le andò incontro. L’artiglio di tigre nella
sua mano destra si aprì di scatto.
«Niente più lacci», le disse con gentilezza, poi tagliò la corda che le
serrava i polsi. Tamaana gli cadde fra le braccia. La baciò sulle labbra
spaccate e lei gli si aggrappò disperatamente mentre lui le premeva sulla gola,
sotto l’orecchio destro, la punta della lama e la passava sulla carotide e tutte
le vene principali. Il sangue zampillò dalla ferita e li inzuppò entrambi.
Tamaana lottò debolmente ma lui se la tenne stretta al petto e le mormorò
all’orecchio parole consolatorie, mentre la vita la abbandonava.
La sovrana si protese in avanti sul trono, con espressione bramosa,
cingendosi il petto con le braccia mentre osservava gli spasmi dell’agonia
della giovane donna. Nessun altro nella stanza si mosse né proferì parola.
All’improvviso Tamaana emise un sonoro rantolo dalla trachea recisa, poi
smise di respirare e si rilassò nell’abbraccio di Christopher. La testa le
ricadde in avanti, sulla spalla di lui, e le gambe cedettero. Lui adagiò
delicatamente il cadavere sul pavimento e rimase in piedi lì accanto.
«È stato magnifico!» gridò la Rani, applaudendo. Christopher notò
sbalordito che stava piangendo. «È stata una delle scene più splendide e
commoventi cui abbia mai assistito.»

«Pulire il cannone!»
Nel cortile del palazzo reale Christopher stava dirigendo l’addestramento
di artiglieria dei suoi uomini. Era irriconoscibile rispetto al malconcio
prigioniero che un mese prima era uscito barcollante dalle segrete. Aveva la
barba pettinata e la testa fasciata da un turbante bianco, e indossava una
tunica immacolata stretta in vita da una fusciacca di tessuto trapuntato.
La perdita di Tamaana era ancora un dolore sordo nel profondo del suo
cuore, ma nel kalari aveva imparato a dominare i propri sentimenti. Non
avrebbe dimenticato e al momento opportuno si sarebbe vendicato. Alla sua
fusciacca arancione erano appesi un pugnale ricurvo e una spada dal taglio
affilato, le prove dei progressi che aveva fatto nella stima della Rani. Non
pensava nemmeno lontanamente di essere al sicuro. Presto aveva scoperto
che la corte era divisa in due opposte fazioni: gli alleati di Poola, che
volevano trarre profitto dagli inglesi, e i seguaci di Tungar, che volevano
invece guerra e sangue. L’unica ragione per cui era ancora in vita era la
situazione di stallo creata dalla Rani, che metteva i due schieramenti l’uno
contro l’altro per tenere a bada entrambi. Era diventato senza volerlo una
pedina nel suo gioco, ma sapeva che, al momento opportuno, sarebbe stato
sacrificato senza esitazioni. Non era l’unico uomo nel palazzo ad aspettare
un’occasione per vendicarsi.
Ora la sua vita dipendeva dalla cura con cui adempiva ai compiti
assegnatigli dalla Rani. In veste di governatore di Bombay, suo padre aveva
anche il ruolo ufficiale di capitano generale della guarnigione cittadina. Ogni
domenica, a mezzogiorno, costringeva le truppe a sfilare con la scusa di farle
esercitare, mentre i veri ufficiali imprecavano accaldati e lo maledicevano
sottovoce. Christopher lo aveva dovuto accompagnare ogni settimana e,
sentendosi soffocare nel completo della festa confezionato più per gli inverni
inglesi che per le estati indiane, aveva rimpianto di non trovarsi al coperto.
Ma adesso era felice di quell’addestramento.
«Ricaricate.»
Gli addetti ai cannoni presero posizione, ma con movimenti così pigri che
avrebbe voluto spellare loro la schiena a forza di frustate. La sovrana non lo
avrebbe permesso – non ancora, almeno. Dovette accontentarsi di urlare e
insultarli mentre maneggiavano maldestramente il calcatoio, mettevano nel
posto sbagliato il sacchetto della polvere e lasciavano cadere la palla del
cannone.
«Cristo santo! Se gli inglesi gestissero un pezzo come fate voi, a quest’ora
il Gran Mogol vivrebbe a Londra e voi mi stareste prendendo a calci nel culo
per non avervi servito in tempo la cena.»
Fu interrotto dal boato di un’esplosione. Il cannone aveva sparato senza
preavviso. Gli uomini lì intorno stramazzarono a terra in un groviglio di carne
dilaniata, scalciando e gridando mentre agonizzavano. Il subadar incaricato
del calcatoio era stato squarciato dal suo stesso strumento e scaraventato a tre
iarde di distanza. Steso a terra, si stringeva il ventre, da cui fuoriuscivano gli
intestini spappolati.
«Miserabile parassita», gridò Christopher, furioso, al moribondo. «Non hai
pulito bene la canna.» Per farlo si usava una spugna bagnata che serviva a
spegnere le eventuali scintille rimaste all’interno, evitando così che dessero
fuoco alla nuova carica quando veniva spinta dentro.
Proprio in quel momento Tungar, a cavallo, entrò nel cortile con uno
squadrone di soldati. Smontò con un agile salto, vide il cannone spaccato e si
avvicinò.
«Il tuo compito è addestrare l’esercito della Rani, non annientarlo.»
Christopher non reagì alla provocazione. D’un tratto aveva dimenticato il
cannone, gli uomini urlanti, lo scontento della regina e stava fissando la
nuova spada che Tungar portava sul fianco: una splendida arma con un
immenso zaffiro sul pomello.
Conosceva quella spada, l’aveva vista nel ritratto di Sir Francis Courteney
appeso nell’ufficio di Guy a Bombay. Da ragazzo aveva passato ore a
fissarlo, ore in cui avrebbe dovuto concentrarsi sul suo lavoro, e che invece
aveva trascorso immaginando quella magnifica arma appesa al suo fianco o
brandita dalla sua mano destra. Più di una volta Guy lo aveva picchiato per
quei sogni a occhi aperti, ma lui non si era lasciato scoraggiare e lo aveva
assillato finché un giorno il padre gli aveva raccontato la storia della spada
Nettuno. Sentendo quei nomi famosi – Sir Francis Drake, Charles Courteney,
suo nonno e il suo bisnonno – gli era parso di sentirsi risuonare nelle orecchie
un elenco di eroi caduti in battaglia.
«Dove si trova adesso?» aveva chiesto a Guy, colmo di meraviglia e
desiderio.
«Tuo zio Tom l’ha rubata da High Weald poco prima di uccidere
William», gli aveva risposto lui. Ecco spiegata la sua reticenza: Guy non
parlava mai di Tom e andava su tutte le furie ogni qual volta lo sentiva
nominare. «Doveva averla con sé quando è morto in Africa. Probabilmente
ora se l’è presa il comandante di una nave pirata o il capo di una banda di
briganti.»
Christopher non riusciva a immaginare come potesse essere arrivata sulla
costa del Malabar e finita tra le empie mani di Tungar.
L’ufficiale notò subito l’effetto che l’arma aveva su di lui. Sguainò la
favolosa lama e cominciò a menare fendenti nell’aria, facendo sibilare
l’acciaio scintillante.
«Qualche giorno fa una nave di porta-cappelli è naufragata durante la
tempesta. Ho preso questa a uno dei sopravvissuti.» Christopher fu costretto a
serrare le mani a pugno e tenerle dietro la schiena per impedirsi di afferrarla e
conficcargliela in gola. La spada apparteneva a lui, al primogenito di quello
che ormai era il figlio maggiore, l’erede dell’onore dei Courteney. Il destino
voleva che la avesse lui, altrimenti perché l’avrebbe messa sulla sua strada?
La sua mente calcolatrice stava già vagliando i possibili modi per
impadronirsene. Sarebbe stato difficile sorprendere Tungar da solo perché in
pratica viveva con i suoi uomini, come se fossero un branco di cani, e non
andava da nessuna parte senza di loro. Ma Christopher sapeva che doveva a
tutti i costi farla sua.
«E i porta-cappelli? Avete ucciso i sopravvissuti?» chiese, tentando di
mantenere un tono indifferente.
«Ho insegnato loro a rispettare i servitori della Rani, ma li ho lasciati in
vita. Sua altezza non è ancora pronta a muovere guerra agli inglesi.» Tungar
indicò con un gesto sprezzante gli artiglieri feriti. «E non lo sarà mai, se
questo è il meglio che sai fare. Ripulisci questo caos, prima che ti faccia
leccare tutto quel sangue.»

Non appena l’altro si fu allontanato, Christopher prese un cavallo dalle


scuderie e raggiunse la costa. Il capovillaggio si fece piccolo per la paura,
dinanzi a lui, e ammise che sì, i porta-cappelli erano stati lì, ma poi si erano
diretti verso il forte di Brinjoan. Non voleva che gente simile contaminasse il
suo villaggio, qualsiasi cosa toccassero doveva venire pulita e purificata con
lo sterco di vacca.
Christopher se ne andò. Sapeva che avrebbe dovuto tornare al palazzo, ma
prima seguì il sentiero che scendeva verso la spiaggia. La tempesta si era
placata e il relitto della nave era chiaramente visibile. I monconi degli alberi
spuntavano dalle onde e il mare era talmente limpido che sotto la superficie si
distingueva agevolmente la sagoma scura dello scafo. Non era un Indiaman –
lui ne aveva visti così tanti a Bombay che riusciva a riconoscerne uno a prima
vista – e nemmeno un veliero di corsari arabi. Era una nave europea, o
almeno lo era stata, una nave commerciale privata che molto probabilmente
apparteneva a dei contrabbandieri.
Nella mente gli ronzava una vasta gamma di possibilità. Se la nave era
sbarcata dall’Inghilterra doveva avere fatto scalo al capo di Buona Speranza.
Forse la spada era finita là dopo essere stata venduta più volte, passando di
tribù in tribù lungo la costa africana e arrivando a Città del Capo giusto in
tempo per salire su quel veliero dall’infausto destino. Quanto l’aveva pagata
il capitano? L’aveva vinta a una scommessa o magari aveva ucciso per
averla?
Non aveva importanza. La spada Nettuno gli apparteneva di diritto e il
mare l’aveva portata sino a lui. Adesso non doveva fare altro che sbarazzarsi
di Tungar, ostacolo non certo insormontabile per un uomo addestrato nel
kalari.
Fissò la nave affondata. Sospinta verso la costa dalla tempesta, era
talmente vicina da fargli pensare di poterla quasi raggiungere a guado. La
marea la lambiva, facendo dondolare il fasciame come una culla.
Si riparò gli occhi con la mano e, quando le onde si spostarono, vide
spuntare dalla fiancata una sagoma lunga e stretta.
«Un cannone!» Rimase sbalordito da quel colpo di fortuna. Il veliero era
stato armato, quindi probabilmente a bordo c’erano anche altri pezzi, che
dovevano trovarsi ancora lì o nelle immediate vicinanze. Con una fune
abbastanza lunga e qualche animale da tiro si poteva spostare qualsiasi cosa.
Rifletté sulla questione, esaminando gli aspetti pratici e le possibilità di
recuperare i cannoni, poi tornò in fretta verso il giaco a cui aveva legato il
cavallo. Saltò in sella e diresse l’animale verso il palazzo.
Tungar aveva sicuramente intenzione di punirlo per aver lasciato il suo
posto senza permesso, ma avrebbe cambiato idea non appena fosse venuto a
sapere della scoperta di Christopher. A quel punto nessuno avrebbe potuto
più dubitare della sua lealtà.

Tre giorni più tardi si trovava sulla stessa spiaggia. Profonde scanalature sulla
sabbia indicavano il punto in cui erano state trascinate le canne dei cannoni.
Era stata una giornata di lavoro proficua, la Rani sarebbe stata sicuramente
contenta, eppure lui non si sentiva soddisfatto.
Guardò di nuovo la piccola imbarcazione che si attardava al largo della
costa, dove aveva trascorso gran parte della giornata, andando
apparentemente alla deriva senza scopo e non facendo il minimo tentativo di
avvicinarsi alla riva. Sapeva che si trattava probabilmente di pescatori, ma
qualcosa gli dava da pensare: la sensazione di essere osservato, qualcosa di
simile all’elettricità statica che precede un temporale.
Si disse che non aveva importanza. Avrebbe portato i cannoni alla Rani e
lei lo avrebbe ricompensato. Forse lo avrebbe addirittura promosso a un
rango superiore a quello di Tungar.

Dopo il naufragio i temporali monsonici tornarono per un’intera settimana.


Tom e i suoi compagni rimasero chiusi nel cottage di Agnes e non poterono
far altro che riflettere. La febbre di Sarah scese leggermente, benché lei fosse
ancora debole e faticasse a tenere il cibo nello stomaco. Nella base di
Brinjoan non c’era un medico, quindi Ana e Agnes la curarono come meglio
potevano.
Tom trascorse lunghe ore seduto sotto l’aggetto del tetto spiovente a
guardare la pioggia. Quando non stava pensando a Sarah, la sua mente
tornava inevitabilmente alla spada Nettuno.
Almeno gli vennero risparmiate le attenzioni di Lawrence Foy, che
passava tutto il suo tempo a prepararsi per la visita ufficiale alla Rani,
infiorettando i propri discorsi e riesaminando conti e manifesti di carico.
Giorno dopo giorno si vedeva costretto a rimandare il viaggio a causa del
maltempo.
«Mio marito non può certo presentarsi davanti alla Rani con l’aspetto di
un ratto annegato», dichiarò la moglie. Era andata a trovarli apparentemente
per scoprire come stesse Sarah, ma in realtà – sospettava Tom – per farsi
un’idea dei nuovi arrivati.
«Tiene molto alla posizione del marito», lo aveva avvisato Agnes, «e teme
che tu voglia rimpiazzarlo.»
Tom cercò di tranquillizzare la donna parlando schiettamente del proprio
desiderio di tornare a casa. Non voleva che Mrs Foy facesse troppe domande,
ma si accorse che non sembrava soddisfatta delle sue risposte e gli capitò
ripetutamente di scoprirsi scrutato dai suoi occhietti brillanti, simili a quelli di
un uccello. Lei contraeva il nasino all’insù come se riuscisse a fiutare un che
di evasivo nelle sue rassicurazioni. Era una creatura davvero straordinaria, a
diciassette anni, venti meno del marito, mostrava una padronanza di sé che
avrebbe fatto sfigurare una donna tre volte più vecchia.
«È già rimasta vedova», gli aveva confidato Agnes. «È venuta in India con
il padre ed era appena sbarcata dalla nave quando si è fidanzata con il
commissionario di Tellicherry, un vecchio grasso e odioso di nome Crupper.
Quando è venuto a Bombay, allungava le mani sotto il tavolo, durante la
cena. Lei non aveva ancora quindici anni. Ma lui è morto dopo meno di un
anno lasciandole la propria fortuna, che è diventata la sua dote quando ha
sposato Mr Foy.»
Tom rimase seduto nel salotto della cognata cercando di farsi notare il
meno possibile. Non c’era bisogno che parlasse molto. Mrs Foy aveva una
miriade di opinioni e non esitava a esprimerle dominando la stanza più con la
mera determinazione che con il fascino o la spiccata personalità. Non era
bella in senso convenzionale, con il suo naso troppo affilato, gli occhi troppo
tondi e la bocca troppo grande. Era snella ma con un seno pieno, che
riempiva il corpetto attillato dell’abito. Possedeva però un’innegabile energia
che sembrava attirare su di lei l’attenzione di tutti i presenti. Tom vide
Francis fissarla finché Ana non gli diede un calcetto discreto sulla caviglia.
«Non appena mio marito sistemerà la questione con questa regina nera
arricchita, sono sicura che il governatore Courteney lo ricompenserà con una
posizione più elevata», dichiarò facendosi aria con un ventaglio di carta.
«Magari a Madras, o a Fort William.»
«Sempre che riusciamo ad arrivare al palazzo reale», replicò Tom.
Mrs Foy strinse gli occhi. «Credo che domani il tempo potrebbe
migliorare.»
Così fu. Il mattino seguente spuntò asciutto e caldo, ma le nubi basse
trattenevano il calore, tanto che il terreno tutt’intorno sembrava emettere
vapore. Appena si sollevò dal letto, Tom si ritrovò ricoperto di
un’appiccicosa patina di sudore. Si infilò con estrema riluttanza la vecchia
giacca del capitano Hicks avuta da Agnes, perché Foy aveva decretato che
tutti dovevano vestirsi con abiti eleganti.
Si radunarono sulla spianata sabbiosa davanti al forte. Foy, volendo
impressionare la Rani, aveva riunito ogni uomo robusto presente
nell’insediamento: un’intera compagnia di soldati con gli stivali ben lucidati,
tutti gli scrivani e i commercianti della Compagnia con la loro giacca blu e
una miriade di portatori e servi. Alcuni trasportavano doni per la sovrana, ma
per lo più sembravano trovarsi lì solo per fare numero e rimpolpare il corteo.
Li osservavano, leggermente in disparte, quelli che dovevano invece
rimanere nella fortezza: alcuni anziani, i ragazzi, i sopravvissuti della Kestrel
e le donne.

Foy era in testa alla colonna, splendido nella sua giacca marrone, con le
scarpe dalla fibbia dorata, la lunga parrucca ricciuta e il cappello ornato di
piume di struzzo. L’effetto sarebbe parso magnifico se non fosse stato per il
palese sforzo che gli richiedeva. Aveva il volto paonazzo per il caldo e grosse
chiazze di sudore gli scurivano già la giacca. Il palazzo della Rani distava sei
miglia, e Tom si chiese se sarebbe sopravvissuto al viaggio.
«È molto elegante, vero?» domandò ad Ana, ferma accanto a loro.
«È solo un pallone gonfiato», replicò con foga lei, «con un cervello
adeguato all’aspetto. Dubito che possa anche solo capire cosa gli dice la
Rani.»
«Forse dovresti tradurglielo tu.» Tom andò a suggerirlo a Foy, che però
rimase sgomento.
«Starete scherzando! Sono questioni importanti, ne va degli affari
dell’intera Compagnia. Non posso certo gestirle con il tramite di una donna.»
Attribuì un’inflessione particolarmente sprezzante all’ultima parola. «La cosa
mi svilirebbe.»
«Mi chiedo se la Rani sarebbe d’accordo», mormorò Francis all’orecchio
dello zio.
Tom vide che Ana stava per ribattere bruscamente e la portò via.
«In ogni caso devi rimanere qui per badare a Sarah. Se dovesse succederci
qualcosa avrà bisogno di tutte le tue cure.»
La rabbia negli occhi di Ana si trasformò in preoccupazione. «Pensi che
correrete dei rischi?»
«Hai visto come mi hanno trattato gli uomini della Rani, l’ultima volta.»
«Allora resta qui», lo implorò lei. «E fai rimanere anche Francis. Gli affari
di Mr Foy non vi riguardano.»
«Devo andare. Devo riprendere la spada che mi ha rubato quel furfante di
Tungar, e questa è l’occasione migliore per farlo. Quanto a Francis, se
dipendesse da me non lo lascerei venire, ma ha un’età in cui la prospettiva del
pericolo rende ancora più determinati. Non lo fermerei nemmeno se potessi.
Ma Alf Wilson e i suoi uomini saranno qui a proteggervi.»
Si accodarono a Foy, precedendo la fanteria insieme al capitano Hicks.
Voltandosi indietro, Tom vide che Foy non aveva lasciato nemmeno una
sentinella a guardia del forte. Un’ombra di dubbio gli attraversò la mente. Era
davvero il caso di lasciare Sarah, Ana e Agnes così indifese?
La spada, rammentò a se stesso.
La colonna avanzava lenta. Era formata da più di cento uomini e le piogge
avevano trasformato la strada in un pantano. Ben presto le scarpe dalla fibbia
dorata di Foy furono ricoperte da uno strato di fango e le brache dei sepoy si
riempirono di schizzi fin quasi alla cintola. Dopo un’ora avevano percorso
poco più di un miglio.
Tom notò il gran numero di sacchi e sacchetti sulle spalle dei portatori
indigeni. «Sono tutti doni di Foy per la Rani? Non lo credevo tanto
generoso.»
Hicks scoppiò a ridere. «Non spenderebbe nemmeno un goccio del suo
piscio, se non ci fosse costretto. Quei fagotti contengono polvere da sparo e
munizioni per i soldati.»
«Non ne hanno di loro?»
«Mr Foy non si fida degli uomini, teme che possano rivoltarsi contro di
noi.» Diede un calcio a un ciottolo sulla strada. «L’unica cosa che vede è il
colore della pelle. Non si rende minimamente conto della loro lealtà.»
L’apprensione di Tom si accentuò. Controllò l’innesco delle sue pistole.
Se n’era fatta prestare una pregevole coppia da Hicks, che gli aveva dato
anche una lama, un utile spadino militare, la cui presenza tuttavia rafforzava
il suo desiderio di riavere sul fianco la spada Nettuno.
Continuarono ad avanzare faticosamente. L’intero paese sembrava essersi
trasformato in acqua. Tom immaginava che il mondo avesse avuto
quell’aspetto quando Noè era sceso dall’arca. Gli alberi grondavano rivoli
lungo i tronchi, il ciglio della strada era costellato di pozzanghere e labirintici
canali di acque ferme scintillavano fra la vegetazione. Eppure, in tutta quella
profusione d’acqua, il loro principale nemico era la sete. Arrancavano nel
fango appesantiti da giacche di lana e cappelli. Faceva caldo come su un
ponte di batteria nel bel mezzo della battaglia. Tom aveva l’impressione che
tutti i fluidi gli fossero stati strizzati fuori dal corpo per inzuppargli i vestiti.
«C’è un pozzo, al prossimo crocevia», annunciò Hicks. «Potremo
rinfrescarci lì.»
Tom tentò di distrarsi studiando la zona che stavano attraversando. Era
abituato alle distese selvagge dell’Africa, ma lì il paesaggio era totalmente
diverso. Tutt’intorno crescevano rigogliosi alberi e fiori che non aveva mai
visto: pandani che traballavano sulle radici come su trampoli, annone,
guaiave e alberi di papaya, un cespuglio simile all’agrifoglio e fiori di un
azzurro brillante.
«Un autentico giardino dell’Eden!» esclamò Francis.
«Due settimane fa qui era tutto arido», spiegò Hicks. «I fiumi erano
rivoletti e le piante appassivano. Con l’arrivo delle piogge tutto si rinnova
quasi da un giorno all’altro.»
Oltrepassarono alcuni villaggi simili a quello in cui si erano imbattuti
subito dopo il naufragio. Le capanne coperte di fronde di palma erano
disseminate lungo le rive e le reti da pesca giacevano ad asciugare su pali di
bambù. Piccoli canali che si dipartivano dai fiumi alimentavano una serie di
pozzi pieni di polpa marroncina. Hicks spiegò che erano destinati alle fibre di
cocco e che i gusci delle noci venivano lasciati a macerare per mesi, prima di
essere trasformati nel filato da cui un giorno si sarebbero ricavate le cime
delle navi. In altri punti Tom vide donne che battevano le fibre con corti
bastoni.
Bambini e adulti abbandonarono le rispettive incombenze per correre a
fissare a bocca aperta il corteo che attraversava sinuoso la foresta, ma Tom
colse sui loro volti qualcosa più della semplice curiosità. Persino a una certa
distanza dai villaggi udiva movimenti nel sottobosco e talvolta intravedeva
corpi scuri che correvano davanti a loro fra la vegetazione. Nella vita aveva
già affrontato abbastanza pericoli per fidarsi del proprio istinto: si sentiva
come un animale braccato.
Raggiunsero un crocicchio dove un ponte di fortuna in legno sormontava
un torrente. In una macchia di fiori di ibisco gialli si levava un tempietto al
dio scimmia Hanuman, con accanto un pozzo.
Foy ordinò di fermarsi e lo raggiunse, fremendo di impazienza, ma non
appena guardò dentro lanciò un grido.
«È asciutto.»
Tom andò a esaminarne l’interno, scoprendo che vi erano stati gettati
blocchi di pietra e macerie, riempiendolo a tal punto che nemmeno l’acqua
alta del monsone riusciva ad arrivare in superficie.
«Non importa», disse Foy, stizzito. Il suo viso, che era diventato più che
paonazzo, sbiancò per effetto della calura. «La Rani ci offrirà ristoro quando
arriveremo alla sua reggia.»
Tom gli si accostò in modo che gli uomini non potessero sentirlo. «Questa
storia non mi piace», lo avvisò. «Qualcuno ha ostruito deliberatamente il
pozzo. Sanno che il caldo può prosciugare le nostre energie, vogliono che ci
presentiamo a palazzo deboli e assetati. Ci conviene tornare indietro.»
«Tornare indietro?» ripeté ad alta voce Foy. «Siete impazzito? Abbiamo
più di cento uomini, quale danno potrebbero mai farci Rani e la sua
marmaglia? Forse un contrabbandiere fugge al primo sentore di guai, ma i
gentiluomini al servizio della Compagnia sono di ben altra tempra.»
Per un attimo Tom si concesse di valutare se fosse il caso di scaraventarlo
dentro il pozzo, poi tentò di dominarsi. L’istinto lo sollecitava a gran voce a
tornare al sicuro, ma la spada era un canto di sirena irresistibile.
La strada si inerpicò fra basse colline rossastre, i primi rilievi dei Ghati
occidentali, sui cui fianchi si alternavano risaie e piantagioni di palme da
cocco. Finché davanti a loro, in una vallata cinta da colline boscose, si stagliò
il palazzo reale.
Era il primo edificio di pietra che Tom vedeva da quando avevano lasciato
il forte. O almeno, parzialmente di pietra. Si trattava di un vasto complesso
ampliatosi nel corso dei decenni come una distesa di erbacce che colonizza
gradualmente un giardino, sviluppando ali, corti interne e padiglioni in base
all’umore del sovrano che vi risiedeva. Tom notò le torrette che svettavano
dietro il lungo muro di legno che separava la Rani dai suoi sudditi.
Foy condusse la colonna davanti all’ingresso della reggia. Una decina di
soldati venne ad accoglierli, sfoggiando un farsetto trapuntato sopra una
tunica stretta in vita da una fusciacca arancione, il viso nascosto da un elmo
argentato con lunghe paraguance e paranaso. Erano schierati su due file e
tenevano in verticale i moschetti ad acciarino. In mezzo a loro avanzava un
uomo.
Non appena riconobbe Tungar, Tom si irrigidì e le sue dita andarono
automaticamente alla pistola che portava alla cintola. Aveva sostituito la
tenuta da guerriero con una tunica di seta ornata di elaborati ricami e l’elmo
con un turbante, ma non poteva certo cambiare quel viso maligno solcato
dall’orrenda cicatrice.
Hicks posò la mano su quella di Tom. «Non ora», sussurrò.
Tungar si rivolse loro in malayalam, parlando con sorrisi esagerati che
servivano solo a mettere in mostra i suoi denti marci. Un ragazzo indiano
arrivò dal fondo della colonna per tradurre.
«Dice che la Rani non sta bene. Troppo vino di palma. Voi aspettate.»
«Senti un attimo», disse Foy in tono severo, tamponandosi la fronte,
«abbiamo viaggiato per molte miglia e portato doni per la tua misera regina.
Non ci aspettiamo certo di dover attendere, chiaro?»
Il sorriso di Tungar si aprì, accattivante, prima che parlasse di nuovo.
«Voi aspettate», ripeté l’interprete.
«Accidenti a te, non ho nessuna intenzione di starmene qui. Io...»
Tungar si voltò e si allontanò in tutta calma. Foy fece per seguirlo, ma le
guardie della Rani serrarono i ranghi, guardandolo dall’alto in basso. La porta
si richiuse dall’interno.
«E adesso cosa dovremmo fare?» chiese Foy.
«Aspettate», disse l’interprete.

Le ore si trascinarono lente, ma Foy costrinse la colonna a rimanere


sull’attenti nella cocente calura e, quando Hicks propose di concedere il
riposo ai soldati, replicò furibondo: «Volete forse mettermi in imbarazzo
davanti alla Rani? Sono sicuro che ci riceverà da un momento all’altro».
Ma la porta rimase chiusa.
A Tom sembrava di avere un mattone riarso al posto della lingua e
guardando Francis lo scoprì intontito dalla sete. Prevedendo una marcia
breve, non avevano portato cibo e a metà pomeriggio tutti gli uomini si
sentivano deboli per la fame. Uno dei portatori, un ragazzino ossuto che non
doveva avere più di undici o dodici anni, crollò a terra e quando gli amici
tentarono di rianimarlo Foy ordinò di lasciarlo dov’era.
Se non fosse stato per la spada Nettuno, Tom avrebbe riportato subito
Francis alla base. Si chiedeva già se rimanessero abbastanza ore di luce per
poter effettuare il viaggio di ritorno.
«Quando vedremo la Rani spero vi ricorderete di chiedere notizie della
mia spada», disse a Foy.
L’altro fece una risatina sprezzante, che però parve piuttosto un colpo di
tosse, tanto aveva la bocca riarsa. «Questa è una delegazione diplomatica.
Non metterò certo a repentaglio tutti i commerci della provincia per un vostro
gingillo smarrito.»
Prima che Tom potesse replicare, la porta si spalancò e riapparve Tungar
che, in fondo a una fila di soldati, scoprì i denti in un sorriso.
«La Rani è felice di ricevervi.»
«Visto?» chiese Foy. «Ve l’avevo detto che sarebbe andato tutto per il
meglio.»
Le guardie li precedettero oltre il portone ed entrarono in una piazza
d’armi, passando sotto un basso arco. Tom esitò, in preda a un brutto
presentimento, ma Francis e Hicks erano già andati avanti e la colonna di
sepoy premeva dietro di lui. Dovette affrettarsi per raggiungere gli altri.
Mentre attraversava il cortile si accorse di un certo trambusto accanto alla
porta alle sue spalle. A quanto pareva si stava richiudendo senza che fosse
stato consentito l’accesso a tutti i portatori. Tentò di vedere cosa stesse
succedendo, ma la fiumana di soldati lo spinse sotto l’arco.
Si ritrovò in un cortile interno che stranamente gli ricordò quello di una
locanda di posta in Inghilterra, ma su scala molto più ampia. Era delimitato
da un porticato, anche se quasi tutte le arcate erano coperte da stuoie e cortine
in fibra di cocco che impedivano di vedere cosa si trovasse all’interno.
Guardie armate di lunghe picche erano piazzate lungo tutto il perimetro. Al
piano superiore le alte pareti erano decorate da intagli di foglie e animali.
Dietro i graticci che celavano le finestre si muovevano delle figure, ma Tom
non riuscì a distinguerle chiaramente.
Proprio di fronte a lui, al primo piano, una balconata affacciava sul cortile
e altri sei soldati, con elmi placcati in oro e moschetti in bronzo,
fiancheggiavano la porta da cui si accedeva all’interno del palazzo.
Il cortile bastava a stento a contenere tutti gli uomini. I portatori che erano
riusciti a entrare si sforzarono di depositare i loro doni accanto a Foy, ritto in
piedi di fronte alla balconata. Gli uomini premevano e facevano a gomitate
dietro di lui. Tom scrutò la folla cercando Tungar, che però sembrava
scomparso.
Rimasero ad aspettare. L’interprete ricomparve accanto a Foy.
«Tungar dice quando arriva la Rani i tuoi uomini sparano una salva di
saluto.»
«Certo», rispose, scacciandolo a gesti. «Questo tizio pensa forse che non
conosca il protocollo? Un po’ di rumori e di strepiti fa sempre molta presa sui
neri.»
Tom si allontanò appena, infilandosi a fatica fra la calca fino a
raggiungere un lato del cortile. Qualcosa nelle stuoie di fibra di cocco che
celavano il porticato lo metteva a disagio. Appoggiandosi a uno dei pilastri,
scostò leggermente l’angolo di quella più vicina e sbirciò attraverso lo
spiraglio. Nella penombra retrostante vide diversi uomini, illuminati dal
bagliore costante di una miccia e fermi intorno a un enorme oggetto coperto
da un telo.
Una mano decisa lo tirò indietro. Una delle guardie lo guardò torva e
scosse il capo, accostando un dito alle labbra e indicando poi la balconata, la
cui porta si era appena aperta.
Tom si scrollò la mano dalla spalla. Doveva avvisare Foy che gli uomini
della sovrana stavano tramando qualcosa.
Ma proprio in quel momento la Rani uscì sulla balconata in un turbinio di
veli e in uno sfavillio di pietre preziose. Quaranta sepoy si esibirono nel
presentat’arm e puntarono i moschetti verso il cielo.
«Aspettate!» gridò disperatamente Tom, ma, se anche Foy fosse stato
disposto ad ascoltarlo, le sue parole vennero sovrastate dalla tonante raffica di
spari con cui i soldati indigeni salutarono la sovrana.
Lei sorrise e sollevò il braccio in un pigro ondeggiare, poi lo lasciò
ricadere lungo il fianco. Tom capì che era un segnale. Tutt’intorno al cortile,
le stuoie di fibra di cocco caddero a terra rivelando le bocche di cannoni neri
che spuntavano dall’ombra.
Si lanciò contro la parete nell’attimo in cui facevano fuoco con
un’esplosione di fumo scuro. Una pioggia di palle di moschetto, frammenti di
ferro e chiodi arrugginiti falciò le file di uomini assiepati spalla contro spalla
nel cortile, mentre il boato scuoteva le mura del palazzo.
Nel giro di un istante il cortile divenne il teatro di una carneficina. Le
ultime file di soldati vennero protette dai corpi dei compagni, ma quelli
sottoposti al fuoco diretto vennero quasi tutti uccisi. Le urla dei feriti si
mescolarono alle grida dei sergenti impegnati nel disperato tentativo di
radunare i sopravvissuti. Intanto i tiratori scelti sulle balconate sparavano
contro il confuso assembramento di sepoy, mentre le guardie piazzate lungo il
perimetro li aggredivano con le picche, subito raggiunte dagli artiglieri che
abbandonarono i cannoni per lanciarsi nella mischia con spade e asce.
Da qualche parte, in mezzo a quel caos, c’era Francis. Tom non riuscì a
individuarlo, ma immaginava che si trovasse fra il capannello di uomini
raccolti sotto la balconata della Rani, dove il fuoco dei tiratori scelti non
poteva raggiungerli. Vide Hicks, con accanto il suo hubladar baffuto, e i
sepoy superstiti disposti in cerchio attorno a loro, che cercavano
disperatamente di parare i colpi del nemico. Ma avevano le armi scariche,
dopo la salva per la Rani, mentre la polvere da sparo e le munizioni di riserva
erano rimaste con i portatori chiusi fuori dal portone della reggia. Qualcuno
era riuscito a inastare la baionetta, altri usavano semplicemente il moschetto a
mo’ di mazza.
Tom sguainò la spada. Nell’impeto iniziale della battaglia nessuno lo
aveva visto, addossato a una colonna, quindi riuscì ad aggredire alle spalle gli
assalitori, che avevano schiena e collo riparati dalla corazza imbottita e dal
lungo elmo, ma le gambe prive di protezione. Tranciò i tendini posteriori del
ginocchio di un uomo e, mentre quello cadeva all’indietro, gli strappò l’elmo
dalla testa e glielo sbatté sul cranio, poi raccolse la picca caduta e trafisse
l’avversario seguente, infilzandolo come fosse un cinghiale.
L’uomo lanciò un grido acuto e i suoi compagni si voltarono. Uno di loro
si avventò su Tom con la spada sguainata e lui si mise in guardia ma, prima
che potesse provare a colpirlo, lo vide cadere in ginocchio, con il sangue che
gli zampillava dal foro di proiettile sulla schiena. Sulla balconata sopra il
cortile notò un tiratore scelto seminascosto da una nuvola di fumo e capì che
il colpo era diretto a lui.
In quello stesso istante intravide Francis nella prima fila di difensori sotto
la balconata e si aprì faticosamente un varco per raggiungerlo, sferrando colpi
con la picca. Il nipote, vedendolo, si protese verso di lui, si abbassò di scatto
per evitare il fendente di un’ascia, affondò la punta della baionetta nel ventre
della guardia che la brandiva e trascinò Tom all’interno del manipolo di
difensori. Una delle guardie della Rani tentò di introdursi a forza nel varco
appena creatosi, ma Hicks si fece avanti e le sparò in pieno volto con la
pistola.
«Non possiamo rimanere qui», gridò Tom. Bloccati contro il muro, in
netta inferiorità numerica e con meno armi degli avversari, sarebbero stati
massacrati. La loro unica speranza era riuscire a lasciare il palazzo e tornare
al Fortino della Compagnia.
«Avete ancora le pistole che vi ho dato?» gli chiese Hicks.
Tom annuì, ne prese una e alzò il cane. L’altro ricaricò quella con cui
aveva appena sparato.
«Al mio via... Adesso.»
Spararono tutti insieme, creando un varco nella cerchia di guardie reali che
li circondavano. Gli aggressori indietreggiarono e Tom si lanciò in avanti con
la spada sguainata, Hicks alla sua destra e Francis a sinistra.
«Restate uniti!» gridò. Una volta lasciato il riparo della balconata, si
ritrovarono nuovamente esposti al fuoco dei tiratori scelti. Una pioggia di
palle di moschetto crepitò sonoramente e un proiettile staccò un pezzo di
intonaco dal muro accanto alla testa di Tom, una scheggia acuminata che gli
graffiò il viso. Lui si asciugò il sangue con il dorso della mano che
impugnava la pistola e, con lo stesso movimento, prese la mira e fece fuoco,
centrando in fronte l’uomo che gli aveva appena sparato dalla balconata,
facendolo precipitare nel cortile. Tom gli strappò il fucile e tagliò il sacchetto
delle munizioni che teneva legato alla cintura, poi li gettò entrambi a Francis.
«Costringi quei tiratori scelti a stare giù.»
Francis si inginocchiò, caricò e fece fuoco. Una guardia sulla balconata
indietreggiò incespicando e afferrandosi lo stomaco, mentre le altre si
ritiravano, spaventate dalla nuova minaccia.
«Andiamo», urlò Tom. Vedendo che il riflusso della battaglia aveva aperto
loro uno spiraglio, rinunciò a ogni cautela e si lanciò in avanti. Superò con un
balzo i cadaveri degli uomini falciati dal primo attacco e rischiò di cadere
scivolando sul sangue che rivestiva le pietre. Sentì arrivare degli spari dai
piani superiori e due degli uomini accanto a lui stramazzarono al suolo. Una
guardia reale gli si parò davanti, brandendo una lunga picca, ma l’hubladar
lanciò il suo moschetto inastato come fosse un giavellotto e la colpì alla gola,
facendola cadere ai loro piedi.
Tom superò un basso muretto ed entrò nel porticato. I cannoni erano
ancora lì, abbandonati dopo la prima salva. Ne aggirò uno e riconobbe il
marchio impresso sulla lunga canna, le spade incrociate della fonderia in cui
era stato costruito. Proprio come aveva temuto, si trattava di uno dei cannoni
di bordo della Kestrel. I pezzi recuperati dal relitto, ripuliti e rimontati, erano
stati puntati contro lui e i suoi alleati. Tremò di rabbia nel vedere confermati i
suoi sospetti, ma non era il momento di fermarsi a riflettere: le guardie della
Rani si stavano già ricompattando. Vide una porta di fronte a sé e, senza stare
a chiedersi dove potesse condurre, sfrecciò oltre la soglia e percorse un
corridoio bordato di stanze aperte. Sboccava in un giardino pieno di alberi e
fontane tintinnanti su cui affacciavano finestre chiuse da imposte. In un
angolo, una rampa di gradini saliva ai piani superiori della reggia.
Contò gli uomini che lo avevano seguito. Fra loro c’era Francis, insieme a
un giovane commissionario della Compagnia, uno degli assistenti di Foy di
cui non conosceva il nome. Tirava su col naso come un bambino, la camicia
macchiata dal sangue di altri uomini. Tom aveva perso per strada Hicks, ma
poteva contare sull’hubladar e su sei sepoy, anche se soltanto quattro di loro
si erano tenuti stretti il moschetto.
Sentì dei passi pesanti e concitati risuonare nel corridoio che li aveva
portati fin lì e sollevò la spada. Hicks arrivò di corsa, inseguito da una
guardia armata di scimitarra, si voltò di scatto, puntò la pistola, sparò e la
centrò al petto, facendola cadere in ginocchio. Francis si precipitò a
trafiggerla prima che potesse rimettersi in piedi.
«Grazie al cielo siete salvo», gli disse Tom. «Mia cognata non mi
perdonerebbe mai se non vi riportassi a casa sano e salvo.»
«Nemmeno la mia», replicò Hicks mentre ricaricava le pistole. «Sia
maledetto quell’idiota di Foy.»
«Dov’è?»
«L’ultima volta che l’ho visto si stava inchinando davanti a quella carogna
assetata di sangue, la Rani.»
«Allora sarà morto, ormai.» Nessuno dei due propose di tornare indietro
per cercare di salvarlo.
Francis aveva effettuato una rapida ricognizione del giardino e tornò da
loro con un’espressione tetra.
«Non ci sono porte. Siamo in trappola.»
Come a confermare le sue parole, nel corridoio echeggiarono delle grida.
«Tagliamo la corda», suggerì Hicks. «Seguitemi.»
Li precedette su per la scala senza mostrare la minima traccia di panico,
nonostante la situazione disperata. Tom ammirò il suo sangue freddo e si rese
conto che Agnes si era scelta davvero un ottimo marito.
Arrivati al piano superiore, girarono un angolo e si ritrovarono in una
lunga galleria su cui affacciavano porte aperte, dietro le quali lui intravide
stanze di rappresentanza sontuosamente arredate. Continuarono a correre,
scegliendo il tragitto quasi a caso. L’importante era muoversi in fretta, senza
mai fermarsi a riflettere, spinti dal branco di inseguitori alle loro calcagna.
Entrarono in un’altra stanza e il frastuono della battaglia crebbe di
intensità. Tom imprecò rendendosi conto che tutte le loro svolte li avevano
riportati quasi al punto di partenza, nel loggiato sopra il cortile. Il fumo
filtrava dai paravento di legno. Guardando giù vide le lugubri prove del
massacro: corpi disseminati qua e là, alcuni impilati uno sull’altro, arti
mozzati e sangue sul selciato e sui muri, fino a metà altezza.
Al centro della carneficina c’era l’uomo che aveva visto sulla spiaggia di
fronte al relitto della Kestrel. Da quell’angolazione Tom non riusciva a
vederlo in volto, ma lo riconobbe subito dall’atteggiamento. Era in piedi in
mezzo ai cadaveri, impassibile, a impartire istruzioni alle guardie che si
aggiravano fra i corpi dando il colpo di grazia ai sopravvissuti. Quello era
l’uomo che gli aveva rubato i cannoni per poi puntarglieli contro.
Sfoderò la pistola, ma i fori del graticcio erano troppo piccoli per riuscire a
sparare. Subito dopo, con l’istinto di una volpe, l’uomo si voltò di scatto e
guardò dritto verso di lui, benché Tom dovesse essergli sembrato solo
un’ombra dietro il reticolo di listelli di legno. Ancora una volta ebbe la
bizzarra sensazione di guardare il suo stesso fantasma. L’uomo latrò un
ordine a una delle guardie, che gli passò il fucile con carica ad acciarino; alzò
il cane, puntò l’arma e fece fuoco.
Tom si abbassò di scatto e il paravento che aveva davanti esplose in una
nube di schegge. Infilò la canna della pistola nello squarcio, scrutando il
cortile in cerca del suo avversario.
Ma l’uomo era scomparso.
«Venite», lo chiamò Hicks. Tom si voltò per seguirlo e per poco non gli
finì contro quando l’altro fece improvvisamente dietrofront.
«Guardie», lo avvisò. Erano una decina, indossavano l’elmo dorato e in
mezzo a loro, a testa scoperta, tanto che la cicatrice al centro del suo volto
risultava chiaramente visibile, c’era Tungar. Nella sua mano lampeggiava la
spada Nettuno, con lo zaffiro che brillava sul pomello. Tom sguainò lo
spadino prestatogli da Hicks.
Le guardie posarono un ginocchio a terra e fecero fuoco con i moschetti,
che erano ingombranti, talmente pesanti da avere un treppiede fissato in
fondo alla lunga canna, non certo adatti al combattimento in uno spazio
angusto. Tom e i compagni si lanciarono contro le pareti del corridoio,
lasciando che la raffica di colpi passasse oltre senza provocare danni, poi si
avventarono sugli avversari prima che quelli avessero il tempo di ricaricare.
Le guardie gettarono a terra i fucili per prendere le spade, ma i sepoy le
immobilizzarono prima che potessero sguainarle; non mostrarono alcuna
pietà, infilzandole con le baionette o pestandole con il calcio dei propri
moschetti. Invece di rimanere ad affrontare Tom, Tungar si voltò e fuggì,
seguito dai soldati superstiti.
«Ecco la nostra occasione di sfuggire a questa trappola mortale!» gridò
Hicks, indicando una finestra aperta sul tetto di tegole. «C’è una via
d’uscita.»
Ma Tom sapeva di non potersene andare senza la spada Nettuno. Non
poteva resistere a quel richiamo.
«Andate avanti, vi raggiungo dopo.»
Senza aspettare le proteste di Hicks, si lanciò all’inseguimento di Tungar
lungo il corridoio. Svoltò il primo angolo e rischiò di infilzare una giovane
domestica terrorizzata che stava fuggendo nella direzione opposta. La spinse
da parte e imboccò un corto corridoio, varcando una doppia porta in bronzo
spalancata.
Si fermò per guardarsi intorno. Si trovava in una stanza molto più ampia e
sontuosa di quelle che avevano visto in precedenza, con le pareti coperte da
raffinati arazzi. Sulla pedana in fondo alla stanza spiccava un trono in
mogano dalle finiture dorate, davanti al quale un’altra doppia porta si apriva
sulla balconata da cui i tiratori scelti avevano dato inizio al massacro. Stesa
sul pavimento di fronte al trono c’era una pelle di tigre, con la testa inclinata
all’indietro e le mascelle spalancate in un grido silenzioso.
Controllò la balconata, ma scoprì che era deserta. Stava per correre verso
la porta successiva quando sentì scricchiolare un’asse del pavimento alle sue
spalle. Si voltò di scatto e scorse Tungar che sbucava da dietro il trono e gli si
avvicinava brandendo la spada. Sollevò lo spadino appena in tempo per
parare l’affondo e contrattaccò, ma il bilanciamento non familiare dell’arma
che stringeva gli intralciò i movimenti, dando all’avversario il tempo di fare
un passo indietro e mettersi in guardia.
Aveva vinto diversi duelli con la spada azzurra e, ora che se la ritrovava
davanti anziché in mano, capì quale vantaggio gli avesse offerto. Quando
vide quella lama letale puntata contro di sé sentì il coraggio vacillare di fronte
alla sua minaccia scintillante.
Tungar sferrò una serie di rapidi attacchi con cui Tom riuscì a stento a
tenere il passo. Fu costretto a indietreggiare verso il balcone, ma rimase
incolume e sentì riaffiorare, con cautela, la sua consueta audacia.
Notò che l’avversario preferiva usare il filo invece della punta e capì che
poteva sfruttare quella peculiarità.
Si spostò leggermente di lato, tentando di far girare Tungar verso la sua
mano sinistra, ma l’altro indovinò le sue intenzioni e lo spinse indietro,
cercando di farlo retrocedere fino alla porta della balconata, dove sarebbe
diventato un facile bersaglio per i tiratori scelti schierati nel cortile
sottostante. Tom si scostò con una piroetta e riguadagnò il centro della sala,
ma il suo era un vantaggio irrilevante. Gli sembrava di battersi con una lama
di piombo: ogni movimento era rallentato, ogni impatto si verificava poco più
tardi del previsto. Erano intervalli di tempo irrisori, ma sommati tra loro
avevano un certo peso.
Fece una finta sulla sinistra lasciando un varco minuscolo, che Tungar
individuò subito. Il colpo più adatto sarebbe stato un affondo, ma l’istinto lo
spinse a sollevare il braccio per un fendente dall’alto, proprio come previsto
da Tom che, appena prima che la lama si abbassasse, allungò in avanti la
propria con la massima energia, per superare la guardia dell’avversario.
Tungar ruotò su se stesso, la spada dell’altro gli colpì la corazza solo di
striscio e rimbalzò con violenza, sfuggendo alla presa di Tom che, disperato,
gli serrò le braccia intorno alla vita e lo gettò a terra. Caddero entrambi e
Tom spinse i tacchi degli stivali contro il petto di Tungar, scagliandolo
all’indietro. Carponi, andò a recuperare la sciabola distante un paio di iarde,
impugnò l’elsa e tirò, ma la lama si era incastrata nelle fauci spalancate della
testa di tigre. Tirò di nuovo, con forza, ma senza riuscire a smuoverla.
Vedendolo in difficoltà, Tungar balzò in piedi e gli sollevò sopra la testa la
spada Nettuno, scegliendo ancora una volta il taglio anziché la punta e
gridando parole oscene e crudeli in malayalam che non avevano bisogno di
essere tradotte.
Abbassò l’arma con tutta la sua forza, ma Tom gli sferrò un calcio sulla
rotula e la litania d’odio si interruppe di colpo per trasformarsi in un grido di
sofferenza. La lama gli passò accanto alla testa sibilando e finì sul pavimento,
ma nonostante il dolore al ginocchio Tungar non lasciò l’impugnatura.
Indietreggiò barcollando e zoppicando mentre Tom si rimetteva in piedi con
un balzo e gli si avventava di nuovo contro.
Serrò le braccia intorno all’avversario, ma questa volta da dietro e sotto le
ascelle, per impedirgli di allungare la spada azzurra dietro di sé. Lo spinse
fuori dalla porta aperta della balconata senza che Tungar, con la rotula
lesionata, potesse opporre resistenza, poi lo sbatté contro la ringhiera in
legno, nel tentativo di costringerlo a mollare l’arma.
La ringhiera però non resse all’impeto di entrambi quei corpi vigorosi.
Forse era stata indebolita dai colpi sparati durante la battaglia o
semplicemente sfondata dall’impetuosa carica di Tom, fatto sta che cedette.
Per un attimo Tungar parve rimanere in bilico sul bordo della balconata,
mulinando le braccia per tenersi in equilibrio. Poi precipitò.
Lo slancio rischiò di far cadere anche Tom, ma una mano energica lo
afferrò per la collottola e lo tirò indietro.
Lui si divincolò per sottrarsi alla presa e guardò dietro di sé. Vide Hicks
con un moschetto appeso alla spalla, ma prese a malapena atto di essere stato
salvato e guardò giù.
Tungar giaceva sopra un ammasso di corpi, il braccio destro allargato
verso l’esterno, come un’ala rotta. E stringeva ancora in mano la spada
Nettuno, la cui lama resistente era sopravvissuta alla caduta, perfettamente
integra e senza nemmeno un graffio.
Tom calcolò l’altezza del salto e si mise in posizione, pronto a lanciarsi,
ma Hicks lo afferrò di nuovo. «Non siate stupido! Vi spezzerete entrambe le
gambe, e probabilmente anche il collo. È solo una spada, non il Santo Graal.»
Lottarono ancora per qualche istante.
Gli uomini impegnati a depredare i corpi dei morti e dei feriti sparsi nel
cortile corsero ad assieparsi intorno a Tungar. Alcuni alzarono gli occhi e,
vedendoli sulla balconata, cominciarono a gridare e indicarli, mentre altri
sfoderavano la pistola per puntargliela contro.
Tom si arrese e si lasciò trascinare nuovamente da Hicks nella sala del
trono.
«Vi avevo detto di non tornare a prendermi», gli ringhiò.
«Per fortuna l’ho fatto, invece», commentò seccamente l’altro. «E ora ci
conviene correre a casa, prima che la Rani e tutto il suo esercito si mettano
sulle nostre tracce.» Tom si rese conto che stava mettendo a repentaglio le
vite dei loro uomini e si arrese alle richieste del compagno.
Riattraversarono di corsa le gallerie, sentendo alle loro spalle il clamore
delle guardie che li stavano cercando.
Alla fine Hicks lo condusse in una delle stanze usate come magazzino. Le
finestre erano chiuse da sbarre, ma una delle inferriate era stata divelta e
all’esterno si scorgeva il tetto di tegole di un edificio annesso. Spinse Tom
fuori dalla finestra e saltò dietro di lui sul tetto, di cui costeggiarono il bordo,
fino in fondo. La distesa di terreno aperto davanti a loro era delimitata dalla
palizzata accanto alla quale li stavano aspettando Francis e gli altri.
La distanza dal suolo non era eccessiva, perciò Tom si lasciò penzolare dal
tetto e saltò, finendo su una chiazza di terreno fangoso e indicando a Hicks di
seguirlo. L’altro lasciò cadere il moschetto, poi si accosciò per calarsi giù.
Sbucando dal nulla, uno sfavillante serpente di metallo fendette l’aria e gli
si avvolse al collo. Lo afferrò con entrambe le mani nel disperato tentativo di
allentarlo, ma quello gli si serrò sempre più intorno alla gola, costringendolo
a inginocchiarsi. Con il viso sempre più gonfio e scarlatto, Hicks spalancò la
bocca per gridare, ma non riuscì a emettere alcun suono. La fascia d’acciaio
saettò all’indietro, facendolo cadere, e Tom vide un anello di sangue profilare
la banda metallica intorno al collo.
Mentre osservava la scena, impotente, vide comparire dietro Hicks l’uomo
che aveva notato sulla spiaggia davanti al relitto della Kestrel, quello che
pochi minuti prima gli aveva sparato. Avvertì di nuovo la bizzarra sensazione
che il destino si stesse compiendo.
Senza staccare lo sguardo da Tom, l’uomo mosse di nuovo la mano destra
e l’anello di acciaio luccicante intorno al collo del capitano Hicks si serrò
ulteriormente, tranciando pelle e carne, recidendo vene e arterie, tendini e
vertebre.
Hicks venne decapitato. La sua testa ruzzolò giù e un brillante zampillo di
sangue sgorgò dal moncone del collo, mentre il tronco cadeva in avanti e
scompariva alla vista di Tom, dietro l’angolo del tetto. Il suo assassino torse
nuovamente il polso con un gesto rapido e il serpente di metallo si riavvolse
fulmineo su se stesso, arrotolandosi nella sua mano.
Tom sollevò il moschetto, glielo puntò contro e premette il grilletto, ma
l’arma fece cilecca. L’assassino scoppiò a ridere e in quell’istante Tom
riconobbe i suoi lineamenti e la nota sardonica della sua risata: quell’uomo
era l’immagine sputata di suo fratello Guy, o meglio di com’era Guy l’ultima
volta in cui lo aveva visto, più di vent’anni prima.
Con un altro scatto fulmineo del polso, l’assassino fece srotolare in
direzione di Tom l’argenteo serpente d’acciaio, che puntò verso di lui
ronzando ma si bloccò di scatto, teso al massimo, a un paio di spanne dal suo
viso.
Lui balzò all’indietro con un grido spaventato e, quando alzò di nuovo gli
occhi verso il tetto, l’assassino e la sua infernale garrota d’acciaio erano
scomparsi. Ma non li avrebbe mai dimenticati.
Un coro di grida risuonò accanto alla porta del palazzo e un manipolo di
guardie dalla fusciacca arancione sbucarono di corsa da dietro l’angolo. Con
una fitta di rimorso e la risata dell’assassino che gli echeggiava ancora nelle
orecchie, Tom si mise a correre.
Sulla sommità del muro esterno della reggia, Francis e i sepoy lo
incitarono a sbrigarsi. Si allungarono verso di lui e lo aiutarono a issarsi
accanto a loro, mentre una raffica di palle di moschetto si conficcava nei
mattoni sottostanti.
Poi si ritrovarono tutti fuori dalle mura, benché ancora molto lontani dalla
salvezza.
Imponendosi di non pensare al destino di Hicks, Tom contò rapidamente
gli uomini rimasti. Francis, l’hubladar, cinque sepoy e il giovane
commissionario della Compagnia che fissava il terreno e giocherellava con i
bottoni della giacca. Fra tutti, avevano solo quattro moschetti.
«Quanta polvere da sparo e munizioni?»
«Pochissime palle e un’unica fiaschetta di polvere.» Contrariamente
all’esercito inglese, le truppe indiane non avevano ancora adottato la
cartuccia, che abbinava la palla di moschetto e la debita quantità di polvere da
sparo in un involucro di carta.
Dall’altra parte del muro Tom sentì i rumori dell’esercito della Rani che si
radunava. La porta della reggia cominciò ad aprirsi. Lui prese per le spalle il
giovane commissionario.
«Guardatemi.» Lo scrollò. «Guardatemi, ho detto. Come vi chiamate?»
«K... Kyffen, signore», balbettò lui.
«Siete in grado di correre?»
Kyffen annuì.
«Allora tornate alla base il più in fretta possibile. Avvisateli che...» Tom
esitò mentre rammentava quali forze avevano lasciato dietro di sé quando
erano partiti: una manciata di uomini anziani, donne e ragazzi. Come poteva
sperare di difendere il forte grazie a loro?
C’erano forse alternative? Disponevano di una minuscola imbarcazione e
sarebbe stata una follia affidarla al mare nella stagione del monsone. D’altra
parte, le mura della fortezza erano alte e spesse. Pur potendo contare sui pezzi
della Kestrel, gli uomini della Rani non potevano avere recuperato molte
palle di cannone, quindi potevano sperare di resistere per qualche tempo, con
un briciolo di fortuna e le tattiche adeguate. Forse abbastanza a lungo perché
giungessero i rinforzi da Madras.
Kyffen era ancora in attesa di ordini. Tom si sentì oppresso dalla
responsabilità della decisione, delle vite che dipendevano dalla scelta che
avrebbe fatto in quel momento fatidico.
«Avvisateli di tenersi pronti per un assedio. Tratterremo gli uomini della
Rani il più a lungo possibile.»
Kyffen si mise a correre come se avesse i piedi in fiamme e gli altri lo
seguirono fino agli alberi. Tom li divise in tre squadre, ognuna fornita di un
moschetto, e ne tenne uno per sé.
«Sparate a turno», ordinò. «Una coppia fa fuoco e la seconda ricarica,
mentre la terza batte in ritirata. E mirate agli ufficiali come meglio potete.
Ora possiamo sperare solo nella loro mancanza di addestramento e
disciplina.»
In seguito l’unica cosa che ricordò della ritirata fu il terrore, non per sé, ma
per Sarah e Agnes, la consapevolezza del destino che le aspettava se loro
avessero fallito. Per tutto il tragitto continuarono a correre, voltarsi, sparare,
ricaricare e correre di nuovo, perennemente troppo lenti, consapevoli che la
loro scorta di munizioni si assottigliava, mentre l’avanguardia della Rani li
inseguiva implacabile.
Tom sparò e corse in direzione del forte. Frugò nella tasca in cerca della
palla di moschetto successiva, ma scoprì che era vuota. Individuò Francis,
accosciato dietro un albero ad aspettare che il compagno ricaricasse.
«Hai altre palle?»
«Due», rispose lui con un sogghigno. «Posso dartene una, se prometti di
non mancare il bersaglio.»
«Sei davvero generoso.» Tom si sforzò di ricambiare il sorriso, che però si
rifiutò di rimanergli sulle labbra.
Non avevano percorso più di due o tre miglia. Con la luce del giorno
sempre più fioca e la strada ridotta a un pantano, non potevano sperare di
seminare gli inseguitori. Se la Rani avesse impiegato la cavalleria, la caccia si
sarebbe chiusa prima del calar della sera.
«Dobbiamo concedere più tempo a Mr Kyffen.»
Un’esplosione squarciò l’aria, talmente violenta da annaffiarli con una
pioggia di gocce d’acqua cadute dagli alberi. Tom guardò dietro di sé,
temendo che le guardie della Rani avessero portato i cannoni, ma non c’era
traccia degli inseguitori. Si udì un altro boato assordante.
«Tuono!» esclamarono all’unisono lui e Francis, felici.
Un gocciolone gli colpì il dorso della mano, poi un altro e un altro ancora.
Ben presto si scatenò un autentico diluvio, una pioggia talmente torrenziale
da penetrare nella volta di vegetazione della foresta e inzuppare chiunque si
trovasse sotto. Era così violenta che si riusciva a stento a respirare. La
visibilità si ridusse a una dozzina di iarde.
«Non possono combattere in queste condizioni, e noi nemmeno», disse
Tom, esultante. «La polvere da sparo si trasforma in pasta e la pietra focaia
bagnata non produce scintille.» Gettò da parte l’acciarino inutilizzabile,
radunò gli uomini e cominciò a correre con loro in direzione del forte,
scivolando e slittando nel fango.
Ma i soldati della Rani non avevano rinunciato a inseguirli. Ogni volta che
si fermava per guardare dietro di sé, Tom riusciva a scorgerne le sagome
indistinte fra la pioggia.
Raggiunsero il ponte che avevano attraversato quella mattina, con accanto
il pozzo e il tempietto dedicato al dio scimmia. Il fiume si era alzato di
almeno cinque piedi e l’acqua color cioccolato sfiorava ormai la sezione
inferiore della campata di bambù.
I nemici erano talmente vicini che Tom arrivò con i suoi compagni
dall’altra parte senza pensare all’occasione che stava sprecando. Dopo pochi
passi, però, si voltò e sguainò la sciabola.
I primi inseguitori avevano quasi raggiunto il ponte quando videro Tom
girato verso di loro sulla sponda opposta. Per un attimo controllarono la
situazione, temendo una possibile trappola, poi sorrisero notando quanti
pochi uomini avevano di fronte. Sfoderarono le spade e si lanciarono
all’attacco.
Tom non si mosse finché non arrivarono a metà del ponte, poi sollevò la
sciabola e la calò su una delle funi di fibra di cocco che ancoravano la
struttura all’argine. Bastarono tre fendenti perché la corda si spezzasse con un
suono simile a un colpo di moschetto e il ponte si inclinasse. Cinque o sei
assalitori vennero scagliati nelle acque turbinanti e trascinati via, gli altri si
aggrapparono disperatamente alla fune laterale, con i piedi immersi nel fiume
impetuoso. Tom spostò la sua attenzione sulla corda di sostegno rimasta, che
cedette dopo quattro fendenti. Gli inseguitori rimasti sul ponte vennero
scaraventati nella corrente e spinti sotto dal peso della corazza.
I soldati sulla riva opposta videro i compagni annegare e si ritrassero in
fretta, sgomenti e confusi.
In quell’istante, un cavaliere in sella a un destriero nero uscì al piccolo
trotto dalla folta foresta, tirò le redini e si sollevò sulle staffe per osservare
Tom e i suoi al di là delle acque mulinanti. Quando i loro sguardi si
incrociarono, Tom si accigliò: era l’uomo che aveva rubato i suoi cannoni per
poi puntarglieli contro, l’uomo che aveva decapitato Hicks con il serpente
d’acciaio.
Si fissarono. Il fiume non era abbastanza ampio per arginare o attenuare
l’odio che provavano l’uno per l’altro. Il cavaliere fece correre lo sguardo
sulla corrente impetuosa, come per stabilire se fosse il caso di tentare di
attraversare il fiume, poi portò il cavallo accanto all’acqua.
«Non puoi correre abbastanza lontano né abbastanza in fretta», gridò. «Ti
prenderò.»
Tom, stupito, si rese conto che aveva parlato in inglese, senza esitazioni né
la minima traccia di accento straniero, con la voce sicura di chi usa la propria
lingua madre.
«Chi sei?» urlò per sovrastare il frastuono del fiume.
Il cavaliere non rispose e, girato il destriero, si lanciò al galoppo nel buio
della foresta.

La sera scese in fretta. Al buio e sotto la pioggia battente riuscivano a stento a


seguire la strada. Più di una volta rischiarono di piombare nelle acque
stagnanti sempre più alte. Tom non osava fermarsi perché sapeva, con gelida
certezza, che l’uomo a cavallo avrebbe continuato a inseguirlo senza dormire
né riposare.
Ma ormai avanzavano alla cieca. Ben presto si rese conto che avevano
perso il sentiero, ma nemmeno a quel punto permise agli uomini di fermarsi e
riposare, e anzi li sollecitò a procedere nella foresta. Francis lo raggiunse
mentre faceva una pausa per riprendere fiato.
«Dobbiamo fermarci. Se continuiamo di questo passo scopriremo che
abbiamo girato in tondo e siamo finiti direttamente nelle prigioni della Rani.»
Tom sapeva che il nipote aveva ragione, ma non riusciva a costringersi ad
ammettere la sconfitta.
«Ancora poco, sono sicuro che...» Si interruppe. La pioggia e il vento si
erano attenuati e, in lontananza, si udiva un suono nuovo. «Ascolta.»
Lo sentirono entrambi: il basso rombo ritmato della risacca che percuoteva
una spiaggia. «L’oceano!» gridarono in coro.
Aprendosi un sentiero con la sciabola fra la vegetazione, Tom seguì il
rumore. A un tratto la giungla terminò e lui si ritrovò a correre lungo una
spiaggia, con la sabbia morbida sotto i piedi.
«Da che parte?» gridò a Francis, ma prima che il ragazzo potesse
rispondergli vide scintillare le luci del forte e si rese conto che Kyffen aveva
consegnato il messaggio e la guarnigione stava aspettando il loro arrivo.
Lui e Francis raggiunsero la porta insieme e cominciarono a picchiarvi
sopra finché non si aprì scricchiolando. Due anziani si stagliarono sulla
soglia, tenendo sollevate le lanterne e puntando loro contro i moschetti.
«Dove sono le donne?» urlò Tom, spingendo di lato le canne dei fucili.
«Dov’è mia moglie?»
William Kyffen avanzava a tentoni nella foresta, continuando a scivolare nel
fango. In vita sua non aveva mai avuto tanta paura.
Non era così che aveva immaginato gli sviluppi della sua carriera. Quando
aveva indossato per la prima volta la casacca blu da apprendista scrivano si
era prefigurato un glorioso futuro come console generale in Oriente, di
entrare a dorso di elefante nell’immensa reggia di Delhi e ricevere in dono
gioielli che valevano ciascuno più di quanto suo padre guadagnava in un
anno come curato nel Lincolnshire. Invece si era ritrovato in quell’avamposto
dimenticato da Dio ad assecondare i capricci di un governatore che non lo
trattava meglio dei suoi servi indigeni.
Il temporale aumentò di intensità. Alle sue orecchie ogni ramo che si
spezzava e ogni noce di cocco che cadeva sembrava un colpo di moschetto.
Quando raggiunse Brinjoan e vide la rassicurante sagoma del forte sulla riva,
stentò a credere di essere sopravvissuto a quel calvario.
Arrancò fino alle porte. Tutti gli abitanti dell’insediamento – i pochi
rimasti – gli corsero incontro. «Dove sono Tom e Francis? Dove sono Mr
Foy e il capitano Hicks?»
«Mr Foy e il capitano Hicks sono morti. I soldati sono stati massacrati.
Sono l’unico che è riuscito a fuggire.»
Agnes sbiancò in volto e cominciò a barcollare. Ana la afferrò prima che
cadesse.
Mrs Foy accolse con maggiore stoicismo la notizia della morte del marito:
non perse i sensi né gridò, non versò neppure una lacrima.
«In tal caso dobbiamo prepararci a scappare», affermò subito.
Kyffen si era piegato in due, tentando di alleviare con la pressione l’atroce
dolore al fianco. «Mr Weald ha detto che dovremmo preparare il forte per un
assedio.»
«Quindi Tom è vivo?» chiese Ana. «E cosa mi dite di Francis?»
«Erano entrambi vivi quando li ho lasciati.»
«A quest’ora saranno sicuramente morti», dichiarò Mrs Foy in tono
spiccio. «Non abbiamo tempo da perdere. Ogni minuto che passiamo qui
permette a quei terribili selvaggi di avvicinarsi. Riuscite a immaginare cosa
faranno a quattro gentildonne come noi?»
La sua immaginazione si ritrasse orripilata al solo pensiero, ma Kyffen
esitò. «Mr Weald ha detto...»
Mrs Foy cambiò espressione, come se solo in quell’istante avesse recepito
la piena portata delle notizie, e crollò di colpo in ginocchio. Cinse la vita di
Kyffen con le braccia e lo guardò dal basso, a occhi sgranati.
«Mio marito è scomparso», gemette. «Caro Mr Kyffen, soltanto voi potete
salvarci, ormai.»
Lui osservò la donna che gli si aggrappava e arrossì rendendosi conto che
le stava guardando la scollatura dell’abito. I seni le si gonfiavano contro il
tessuto mentre ansimava per lo shock.
Per la prima volta in vita sua, Kyffen sperimentò la responsabilità di avere
una creatura incantevole che lo supplicava di fare qualcosa, addirittura di
salvarla. Mrs Foy aveva bisogno della sua protezione e lui, come i valorosi
cavalieri dell’antichità, avrebbe affrontato qualsiasi rischio pur di proteggerla.
Adesso era una vedova – una vedova estremamente ricca – e le sarebbe
servita la mano ferma di un uomo che la guidasse nella sofferenza. Con il
tempo, magari, la sua gratitudine... no, Kyffen non si sarebbe mai permesso
di immaginare cose del genere.
Le posò una mano sulla spalla, sbalordito dal proprio ardire. «Non
preoccupatevi», disse in tono risoluto, «d’ora in poi vi proteggerò io.»
«Dobbiamo fuggire», disse Mrs Foy. «Preparate il gallivat.»
«Mr Weald ha detto...»
«Qui il capo non è Mr Weald, siete voi.» Lo fissò con occhi imploranti e, a
dispetto di tutto, lui avvertì l’eccitazione del comando. «Solo voi potete
salvarci.»
Kyffen si rivolse agli uomini e si schiarì la voce. «Preparate
l’imbarcazione. Caricate scorte, provviste, polvere da sparo e munizioni.
Dobbiamo salpare entro un’ora.»
Gli anziani e i ragazzi obbedirono subito, ma nell’angolo in fondo al
cortile Alf Wilson e gli altri compagni di Tom rimasero fermi, a braccia
conserte. Kyffen li osservò nervosamente. Non gli piaceva l’aria del primo
ufficiale della Kestrel. Se nell’insediamento c’era un uomo che poteva
mettere in dubbio la sua autorità era lui.
«Sbrigatevi», latrò. «Gli uomini della Rani vi strapperanno le budella, se
ci sorprendono qui.»
Ignorandolo, Alf raggiunse Agnes e Ana. «Cosa volete che faccia? È
possibile che Tom e Francis siano sopravvissuti?»
Agnes non riuscì a guardarlo, tanto era disperata. Ana parlò con una
sicurezza che non provava affatto. «Prendete metà dei vostri uomini e andate
a cercare eventuali superstiti. Evitate di correre rischi, se incontrate le guardie
della Rani scappate subito. Il resto dei vostri uomini possono aiutare a
preparare il gallivat. Che Tom e Francis siano vivi oppure no, temo che
presto ci servirà.»
Riaccompagnò Agnes in casa e si chiese come dare la notizia a Sarah,
ancora confinata a letto dalla malattia. Possibile che Francis e Tom fossero
davvero morti? Quella mattina erano parsi così vigorosi e pieni di vita che
riusciva difficile crederlo.
Nel forte, Lydia Foy era ancora inginocchiata accanto a Kyffen,
aggrappata a lui e in lacrime. Socchiuse un occhio e vide che gli uomini si
erano allontanati per andare a sbrigare i rispettivi compiti.
«Spero che non mancherete di prendere alcune delle merci nel
magazzino.»
Lui parve sbigottito. «Vi sembra il momento di pensare agli affari?»
«Il mio defunto marito ha dato la vita per gli affari. Per lui erano l’unica
cosa che contava e sarebbe un oltraggio alla sua memoria lasciare che le sue
merci finiscano nelle mani di chi l’ha ucciso.»
Si rimise in piedi e si asciugò le lacrime. Guardò Kyffen dall’alto – quanto
a statura lo superava di tre dita abbondanti – con grandi occhi azzurri che gli
fecero girare la testa.
«Se vogliamo che la nostra fuga si concluda nel migliore dei modi,
dobbiamo avere di che mantenerci una volta raggiunta la salvezza. Non
intendo certo vivere in ristrettezze i miei giorni da vedova.»
«Non si arriverà a tanto, signora. Vi do la mia parola.»
Lei gli carezzò il braccio. «Caro Mr Kyffen, siete troppo gentile, ma non
abbiamo tempo da perdere.»
Lui ordinò che quattro degli uomini più robusti la accompagnassero nel
deposito e fu contento di vederli obbedire senza esitazioni. Non era abituato a
dare ordini e ancor meno a vederli eseguire. Fino a quel giorno era stato il più
umile commissionario della base, aggrappato al piolo più basso sulla scala
della Compagnia, mentre altri uomini lo calpestavano. Adesso, scaraventato
di colpo al comando, scopriva di apprezzare quella sensazione.
Ben presto il gallivat fu riempito con il cotone più pregiato, con una parte
dei prodotti lavorati spediti dall’Inghilterra e con le migliori botti di vino e
brandy. Mrs Foy controllò con occhi di falco le operazioni di carico,
assicurandosi che le merci fossero sistemate con cura, e quando si ritenne
soddisfatta andò a cercare Kyffen.
«Venite con me», gli disse. «Devo mostrarvi una cosa.»
Lui la seguì di buon grado fino alla casa del governatore. A dispetto della
difficile situazione, la sua fantasia evocò scenari ammalianti, ma lei lo
condusse direttamente nell’ufficio del defunto marito.
Kyffen esitò sulla soglia. Mr Foy poteva anche essere morto, ma
l’abitudine alla deferenza era dura a morire. Mrs Foy, invece, non provava
quel genere di scrupoli: raggiunse a grandi passi la scrivania, prese una pila
di registri contabili rilegati in pelle e glieli mise fra le braccia.
«Siete sicura che ci servano?» chiese lui, stupito.
«Potete star certo che la Compagnia delle Indie Orientali tenterà di
incolparci dell’accaduto. Dobbiamo assicurarci di avere le prove con cui
confutare le accuse.»
Lui non poté fare altro che ammirare la forza mentale che le consentiva
una simile lucidità in quelle difficili circostanze.
«C’è anche questo», disse Mrs Foy aprendo con una chiave un armadietto
di tek massiccio. Quando le pesanti ante si spalancarono, Kyffen vide che
dietro si nascondeva una nicchia nel muro, dentro la quale erano impilati
quattro forzieri profilati in ferro e chiusi da robusti lucchetti.
La sua ammirazione nei confronti di Mrs Foy crebbe ulteriormente.
«Ci serviranno degli uomini per trasportarli», azzardò.
«Sorvegliateli con cura. Ognuno contiene mille sterline in oro.»
Lui cominciò a chiedersi se la catastrofe che si era abbattuta su di loro non
potesse presentare qualche vantaggio, in fin dei conti.
«Dobbiamo portarli alla barca», dichiarò lei. «Se non ce ne andiamo in
fretta rimarremo intrappolati qui.»
Ormai Kyffen aveva quasi dimenticato le istruzioni di Tom, che nella sua
mente era già morto o, nella migliore delle ipotesi, prigioniero della Rani.
Ebbe comunque un attimo di esitazione.
«È troppo carica, se saliamo tutti a bordo la faremo affondare.»
«Verissimo», concordò Mrs Foy. «Dovete decidere chi farà da equipaggio.
Gli altri rimarranno qui a difendere il forte come meglio possono finché non
riusciamo a mandare rinforzi.»
Dopo che ebbero caricato i forzieri pieni d’oro, il gallivat risultò talmente
basso sull’acqua che Kyffen si chiese se qualcuno potesse salire a bordo
senza farlo affondare. Tutti gli uomini e le donne si radunarono sulla riva, già
fradici di pioggia. Alf Wilson e il suo gruppetto non erano ancora tornati.
Ana fissò il minuscolo scafo. «È questo il vostro piano? Arraffare quello
che potete e abbandonare il resto mentre Tom e Francis potrebbero trovarsi
ancora là fuori?»
«Ho preso la mia decisione», annunciò Kyffen con aria boriosa. Sentiva il
peso rassicurante della pistola infilata nella cinta, benché la pioggia l’avesse
probabilmente resa inutilizzabile. «Manderemo via le donne e gli uomini in
grado di governare l’imbarcazione. Gli altri rimarranno qui a difendere
l’onore della Compagnia e aspettare gli eventuali sopravvissuti.»
«Un piano davvero saggio», commentò Mrs Foy.
«Almeno aspettate Alf Wilson e i suoi uomini per vedere se hanno notizie
di Tom e Francis,» li implorò Ana.
Kyffen guardò Mrs Foy.
«Se non sono ancora tornati significa che sono morti», disse lei. «E lo
saremo anche noi, se non scappiamo subito. Mr Kyffen si sta dimostrando più
che generoso con voi, Miss Duarte. Siete arrivata alla nostra base non
desiderata né invitata, probabilmente pronta a danneggiare i nostri commerci,
eppure lui vi sta offrendo una via di fuga, e in cambio ottiene solo lagne e
ingratitudine.»
Agnes si fece avanti. «Io vado con loro, ma Sarah è debole, mi serviranno
degli uomini per portarla a bordo.»
Ana la prese per la manica. «Aspettate», le disse. «Non potete partire
senza gli altri.»
«Mr Hicks è morto», replicò amaramente lei, «non ho motivo di rimanere
qui.»
«E Tom? E Francis?»
Agnes la fissò inespressiva. «Tom non è mio marito e con ogni probabilità
è morto anche lui. Devo prendermi cura di mia sorella.»
Ana stava per controbattere, ma si accorse che Mrs Foy indugiava alle
spalle di Agnes, più attenta di quanto non volesse sembrare. Lei temeva
ancora di tradire il segreto di Tom. Dopo tutto quello che era accaduto, non
osava nemmeno immaginare dove avrebbe potuto condurli la sorte.
Fu così che Agnes salì sull’imbarcazione. Tre uomini portarono a bordo
Sarah e la adagiarono a prua sopra alcune balle di tessuto, protetta da una
tenda fatta con una vela di riserva. Kyffen scelse sette degli uomini più forti e
apparentemente più adatti a manovrare i remi, inclusi tutti i membri
dell’equipaggio della Kestrel rimasti. Il più alto in grado, un nostromo di
nome Leigh, guardò Ana con aria interrogativa.
«Dovremmo rimanere qui ad aspettare il capitano e Mr Wilson», protestò.
«Lasciate qui i vostri due uomini più robusti», replicò Ana. «Se, a Dio
piacendo, riescono a tornare, Francis e Tom avranno bisogno di tutto l’aiuto
possibile. Se Tom fosse qui non vorrebbe certo che Sarah venisse
abbandonata alla mercé di sconosciuti.» Abbassò la voce. «Non mi fido di
Mrs Foy e Mr Kyffen. Se a bordo ci sarete anche voi e qualche altro marinaio
della Kestrel, potrete proteggerla.»
«Non sarebbe meglio se Mrs Courteney restasse qui?»
«Agnes è sua sorella», replicò Ana. «Ha il diritto di decidere cosa è
meglio per Sarah. E forse ha ragione. Se sta per cominciare un assedio, il
forte non è certo il posto adatto a una donna nelle sue condizioni.»
«Pensavo che stesse migliorando.»
«La malattia sta passando, ma credo sia semplicemente un sintomo di...»
Si interruppe. Un uomo sulla barca stava già issando la vela, sollecitato da
Lydia Foy.
«Andate. Fate buon viaggio e prendetevi cura di Sarah.»
Leigh accostò le nocche alla fronte in un ossequioso gesto di saluto. «La
tratteremo come una di noi, signorina.» Lavoravano tutti per i Courteney da
parecchi anni, alcuni fin dal primo viaggio di Tom sulla Seraph, e
conoscevano Sarah meglio della loro stessa madre. Quando avevano ferite o
lesioni bisognose di cure, quando avevano problemi con le loro donne a casa
o difficoltà con il denaro, era sempre a lei che si rivolgevano. Le volevano
bene e sarebbero stati disposti a dare la vita pur di proteggerla. Ana non
aveva dubbi in proposito, benché avesse trascorso solo poche settimane con i
Courteney.
«Non venite con noi?» le chiese Agnes.
Lei scosse il capo. «Aspetterò Francis.»
«Lasciate che rimanga», disse Mrs Foy. «Se quella stupida non sa badare
ai suoi stessi interessi, non sarò certo io a farlo.»
L’imbarcazione salpò, infilandosi nella penombra sempre più scura.
Osservandola da terra, Ana non riusciva quasi a respirare per i dubbi e i brutti
presentimenti che le agitavano l’animo. Pregò di riuscire a rivederli tutti sani
e salvi.
Notò dei movimenti al margine della foresta. Possibile che i soldati della
Rani fossero già arrivati?
Alf Wilson e i suoi uomini sbucarono dalla vegetazione, coperti di fango e
piegati in due per lo sfinimento, tanto che lei stentò a riconoscerli.
«Nessuna traccia di Tom o Francis», riferì lui. «Ci siamo spinti fin dove
abbiamo osato.»
«Grazie.»
«Questo non significa che non siano vivi.»
«Lo so. Grazie.»
Wilson guardò verso il mare e serrò le labbra, prendendo atto della
situazione.
«A quanto pare abbiamo intenzione di restare qui, vero?»
La sua placida accettazione fu quanto di più consolatorio Ana avesse udito
durante quella terribile giornata. Ancora una volta si meravigliò della
capacità dei Courteney di circondarsi di uomini tanto leali.
«Credo che potremmo rimanere qui per un po’.»
«Allora ci conviene prepararci ad accogliere i visitatori.»

Quando Tom terminò di ascoltare la storia della partenza del gallivat, Ana e
Alf erano già scesi per controllare cosa fosse tutto quel trambusto. Lei era
andata a dormire nella casa del governatore mentre Alf si era steso per
schiacciare un sonnellino ed era furibondo con gli uomini che avevano
abbandonato i propri posti.
«Se fossimo a bordo della vecchia Seraph li farei frustare a sangue»,
ringhiò.
«Lasciali stare», disse Tom. Dentro di sé condivideva la sua rabbia, ma
quando guardò i soldati rimasti capì che era inutile indebolirli ulteriormente.
Erano stati abbandonati dai superiori, non c’era da stupirsi che non avessero
la disciplina necessaria per rispettare i turni di guardia. Se si voleva che
difendessero il forte contro l’esercito in arrivo, bisognava aiutarli a
racimolare tutta la fiducia loro rimasta.
Non chiudeva occhio da un giorno e una notte, aveva combattuto
nell’inferno del palazzo e della giungla solo per scoprire che Sarah era andata
via. Se ci fosse stata un’imbarcazione, persino la lancia della nave, l’avrebbe
presa subito, tanto era preoccupato. Il suo corpo bramava riposo, tepore e
cibo, ma lui desiderava con tutta l’anima di essere al fianco della moglie.
Si impose di ignorare quella sensazione e radunò gli uomini nel cortile.
Quando li contò, stentò a nascondere lo sgomento: ventuno dipendenti della
Compagnia, di cui circa due terzi sopra la cinquantina e gli altri sotto i
quattordici anni. Aggiungendo l’hubladar e i quattro sepoy fuggiti dalla
reggia della Rani, Alf Wilson, altri quattro marinai della Kestrel e Francis si
arrivava a un totale di 33 uomini, lui compreso.
«Come siamo messi con le munizioni?»
«Polvere da sparo e palle non ci mancheranno», rispose Alf, che aveva
fatto un inventario non appena si era reso conto della situazione. «La
Compagnia ne ha assegnate parecchie alla guarnigione perché sapeva che
rischiava di non ricevere rifornimenti per mesi.»
«E i moschetti?»
«Non molti, ma più di quelli che ci servono. Anche un discreto numero di
picche e spade. Il capitano Hicks, che possa riposare in pace, teneva ben
rifornito il suo arsenale. E ovviamente non siamo a corto di cannoni.»
Se solo avessimo anche i serventi ai pezzi, pensò Tom. Tentò di non
lasciar trapelare i propri timori mentre esaminava l’eterogeneo e scalcinato
esercito che aveva ereditato. Non gli sfuggì il paradosso di essere diventato
l’improbabile difensore della Compagnia delle Indie Orientali.
Gli uomini lo stavano fissando e lui capì che erano in attesa di qualcosa. Si
aspettavano che parlasse, ne avevano bisogno.
Cosa si può dire a chi è quasi certamente destinato a morire ma vuole
essere rassicurato?
Salì su un montatoio.
«So che non siete venuti qui per combattere», disse, «ma i nostri nemici
stanno arrivando, quindi li accoglieremo lottando. Abbiamo mura robuste,
provviste e parecchie armi. E soprattutto abbiamo noi stessi. Contate l’uno
sull’altro, difendetevi a vicenda fino alla morte e faremo in modo che la Rani
rimpianga di aver osato sfidarci. Il suo è stato un attacco vile e ingiustificato,
ora avete l’occasione di farle pagare la sua perfidia.»
Dagli uomini si levarono fiacche acclamazioni, ma date le circostanze non
si poteva pretendere di più. Almeno non sembravano già sconfitti.
Tom divise gli uomini in tre squadre, mescolando giovani, vecchi, sepoy e
vigorosi marinai della Kestrel, e indicò come comandanti Wilson, Francis e
l’hubladar.
La sua preoccupazione principale era l’acqua. «Prendi tutti i barili, le botti
e i secchi che riesci a trovare e vai a riempirli al fiume», chiese a Francis.
«Fame e sete sono più efficaci della polvere da sparo, per far finire un
assedio.» Una seconda squadra andò nei magazzini a prelevare sacchi di riso
e pesce essiccato.
Tom mandò il resto degli uomini a occuparsi delle fortificazioni.
Ricavarono nella porta dei fori abbastanza bassi e larghi per ospitare le
bocche dei cannoni e uno di loro, che aveva lavorato come carpentiere, li
dotò di portelli simili a quelli per i pezzi sulle navi, affinché non risultassero
visibili dall’esterno. Montarono delle tettoie di tela cerata per ripararli dalla
pioggia.
Subito dopo Tom ordinò di togliere le fronde di palma che ricoprivano la
casa del governatore e gli altri depositi all’interno del forte: una volta secche,
sarebbero diventate esche pronte a prendere fuoco.
Salì sulle mura ed esaminò la fortezza, studiando i settori di tiro e le linee
di attacco. Senza più il tetto, gli edifici erano semplici gusci vuoti e la sabbia
aveva cominciato a soffiarvi dentro, come se la spiaggia iniziasse già a
reclamare la lingua di terra che la Compagnia delle Indie Orientali aveva
avuto la presunzione di definire propria.
Non sarebbe stata l’ultima volta in cui malediceva l’imperdonabile
trascuratezza della Compagnia, sintomo della sua arroganza, della
supponenza che le consentiva di monopolizzare i commerci di un intero
subcontinente. I magazzini erano troppo vicini al forte, quindi avrebbero
fornito agli assedianti delle postazioni di artiglieria ideali. Inoltre c’era un
villino piazzato quasi all’ombra del muro settentrionale da cui i tiratori scelti
potevano coprire un attacco: avrebbe dovuto chiedere agli uomini di
demolirlo.
Un movimento sul limitare della foresta attirò la sua attenzione. Una
decina di cavalieri della Rani sbucò dalla vegetazione e si lanciò al piccolo
galoppo sulla spiaggia, sollevando alti schizzi di schiuma della risacca, per
poi fermarsi a poco più di duecento iarde dall’ingresso del forte. Uno di loro
estrasse un cannocchiale di ottone con cui esaminò l’edificio.
«Portatemi un moschetto», gridò Tom e rimase soddisfatto della rapidità
con cui il ragazzo glielo passò, già carico. Mirò al cavaliere più vicino e fece
fuoco.
Sapeva che i nemici erano fuori portata e vide il pennacchio di sabbia
sollevato dalla palla quando colpì la spiaggia a qualche passo da loro. I
cavalli indietreggiarono nell’acqua e uno si impennò rischiando di
disarcionare il cavaliere. Gli altri arretrarono.
Tom abbassò il moschetto. Non si era aspettato di colpirli, ma almeno
adesso sapevano che non sarebbero riusciti a conquistare il forte senza
combattere. Rilanciò l’arma al ragazzo che gliela aveva portata.
«Ricaricala. Presto ci servirà di nuovo.»
Due cavalieri si allontanarono al galoppo, senza dubbio per avvisare
l’esercito che li stava seguendo, mentre gli altri cominciarono a girare
pigramente intorno al forte, badando di tenersi fuori dalla portata dei
moschetti.
«Tutti gli uomini sono dentro?» gridò Tom.
«Il gruppo dell’acqua è ancora fuori.»
«Francis.» Corse verso il lato delle mura che guardava verso l’entroterra e
scoprì che il nipote e i suoi uomini stavano tornando faticosamente dal fiume,
piegati in due sotto il peso delle botti. Con la visuale ostruita dai magazzini,
non avevano notato i cavalieri della Rani che si avvicinavano.

Giù, sulla sponda del fiume, Francis tentò di ostentare sicurezza. Nelle ultime
ventiquattro ore aveva assistito a più brutalità di quante ne avesse mai potute
immaginare ed era rimasto senza cibo né acqua, ma si sentiva addosso gli
occhi dei compagni che bramavano la sua guida. Sapeva di avere fatto ben
poco per meritarsela, eppure era deciso a dimostrarsi degno della loro fiducia.
Si immerse nell’acqua fino al ginocchio insieme a loro, spinse via i tronchi e i
rami galleggianti portati dal temporale, aiutò a tenere fermi i barili nonostante
la corrente, senza mai smettere di incoraggiare e blandire i compagni. Si era
premurato di imparare uno per uno i loro nomi e notò che quando li usava si
illuminavano di orgoglio.
Avevano portato un primo carico di acqua fino al forte e stavano
riempiendo una nuova serie di barili quando uno degli uomini indicò
qualcosa più a monte: un tronco stava puntando verso di loro, trasportato
dalla corrente.
«Che cos’è?»
Francis lo fissò orripilato. Non era un tronco, ma una minuscola zattera
formata da tre lunghe tavole che invece di essere legate tra loro erano tenute
insieme da un corpo nudo, inchiodato nella grossolana imitazione di un
crocefisso.
«È Mr Foy!» gridò uno degli uomini, un contabile di nome Ilkley.
O meglio, era stato Mr Foy prima che gli uomini della Rani lo
catturassero, pensò Francis. Il corpo mostrava i segni delle terribili torture: la
bocca spalancata era una semplice cavità vuota, i suoi aguzzini gli avevano
mozzato la lingua per poi inchiodargliela sul petto.
«Presumo che non abbiano apprezzato il modo in cui gli parlava»,
commentò Ilkley.
La rudimentale zattera passò accanto a loro, quasi a portata di braccio, ma
nessuno tentò di afferrarla. Fu trascinata via dalla corrente e, percorsa
un’ansa, si arenò su un piccolo banco di sabbia accanto alla foce del fiume.
«Dovremmo seppellirlo», disse uno dei sepoy.
Francis scacciò quell’orrore dalla mente; doveva riprendere il controllo di
sé. «Lasciate perdere», disse bruscamente. «Possiamo seppellirlo più tardi, se
ce ne sarà il tempo. Per ora dobbiamo garantire la sicurezza dei vivi.»
Nessuno mise in dubbio la saggezza della sua decisione. Sapevano che
Foy era responsabile di quella catastrofe e che le loro speranze di salvarsi
erano appese a un filo.
«I barili sono tutti pieni?» chiese lui, e dopo averne avuto conferma ordinò
di tornare al forte.
Li trasportavano appesi a un palo, ma anche con due uomini per barile il
peso era enorme. Avevano le gambe deboli, le spalle doloranti, perciò si
fermavano spesso. In coda c’erano due ragazzi che facevano rotolare sulla
sabbia dei barilotti più piccoli e ricordavano a Francis dei bambini che aveva
visto giocare con cerchio e bastone nel villaggio.
Un colpo di moschetto ruppe l’afoso silenzio che regnava intorno alla
base. Uno degli uomini lasciò cadere il palo, facendo rovesciare la botte
aperta. Francis guardò il forte e poi di nuovo il margine della foresta, ma non
vide nulla.
«Sbrigatevi», disse agli uomini. Tentò di forzare l’andatura, ma sotto il
peso dei barili era impossibile accelerare. La sabbia intralciava il passo e i
pali erano viscidi di sudore.
Sentì tremare il terreno sotto i piedi. Guardò in alto e vide aprirsi la porta
del forte. Qualcuno, in cima alla torre portaia, sventolava le braccia e gridava.
Era Tom?
In quel momento sei cavalieri spuntarono di gran carriera da dietro
l’angolo dei magazzini. Quando videro Francis e i suoi si girarono,
sguainarono le sciabole e si lanciarono all’attacco.
Gli uomini lasciarono cadere i barili, senza preoccuparsi che il loro
prezioso carico finisse sulla sabbia, si voltarono e si diedero alla fuga.
«Restate uniti», gridò Francis, sapendo che altrimenti sarebbero stati
calpestati dagli zoccoli come animali. «A me.»
Fece radunare gli uomini dietro due dei barili più grandi, che erano caduti
uno accanto all’altro. Avevano cinque moschetti, di cui soltanto un paio
carichi.
«Dateli a me.» Li afferrò, ne tenne uno e passò l’altro al sepoy. Non c’era
tempo di caricare gli altri. «Inastate le baionette», ordinò.
I cavalieri si avventarono su di loro a una velocità spaventosa. Francis
sollevò il moschetto e mirò al petto del cavallo in testa, talmente vicino che
vide le nari dilatarsi e provò un afflato di compassione per l’ignaro destriero.
Non per questo la sua mira fu meno accurata, quando fece fuoco. Colpì
l’animale alla spalla, perfettamente allineata con il cuore. Le zampe anteriori
cedettero e il cavallo stramazzò al suolo, in una nube di sabbia, schiacciando
sotto il proprio peso la gamba dell’uomo in sella. Il suo grido di dolore si
levò quando perone e tibia si spezzarono nell’impatto. I compagni si
gettarono di lato per evitarlo, ma quello che lo seguiva più da vicino non
riuscì a scostarsi in tempo e rovinò a terra.
I quattro guerrieri rimasti tirarono le redini e fecero girare di scatto i
cavalli, per trovarsi di fronte a Francis e ai suoi. In quel momento il sepoy
sollevò il secondo moschetto carico e fece fuoco senza perdere tempo a
mirare, colpendo alla radice del naso il vicecomandante della cavalleria della
Rani, che spalancò le braccia e scivolò all’indietro sul dorso dell’animale,
cadendo dalla sella. Un piede gli rimase impigliato nella staffa e quando il
cavallo partì a gran velocità lo trascinò lungo la spiaggia, con la testa che
rimbalzava sui sassi.
Francis inastò la baionetta sulla canna del moschetto. Tre cavalieri erano
stati abbattuti, ma i tre rimasti erano avversari temibili. Uno di loro stava
caricando la pistola. A un tratto, senza sparare, la infilò di nuovo nella
fusciacca che portava in vita. Disse qualcosa ai compagni e tirò le redini, poi
tutti e tre voltarono i cavalli, guadarono il fiume e tornarono nella giungla al
galoppo.
Solo dopo che furono scomparsi Francis pensò di voltarsi. La porta del
forte si era spalancata e una decina di uomini armati di moschetto stavano
correndo verso di loro. In testa al gruppo c’era Tom, che lanciò un urlo di
gioia quando vide il nipote e gli altri sani e salvi. Non aveva osato ordinare ai
suoi uomini di sparare per timore che colpissero gli amici: non si fidava della
loro mira.
Corse da Francis e lo abbracciò come fosse suo figlio. «Grazie al cielo sei
vivo.»
Il ragazzo era impallidito non appena il picco della febbre della battaglia
era passato. Tom lo sentì tremare fra le braccia e lo tenne stretto un istante in
più per tranquillizzarlo.
«Sei stato bravo», mormorò, in modo che gli altri non sentissero. «Molti
uomini più esperti di te avrebbero ceduto, sarebbero scappati e poi morti.»
Francis indicò i barili sparsi intorno a loro. «Abbiamo perso più di metà
dell’acqua.»
«Non importa, possiamo riempirli di nuovo. Ma tu sei insostituibile. Tre
urrà per l’Inghilterra», gridò poi. «Tre urrà per il rosso, il bianco e il blu. Hip
hip...»
Le parole gli morirono sulle labbra. Sulla riva opposta del fiume la
cavalleria era ricomparsa, solo che al posto di tre cavalieri ora ce n’erano un
centinaio, a formare una lunga scia che usciva al trotto dalla foresta.
«Torniamo dentro», urlò Tom. «Non ha senso indugiare qui.»
Abbandonarono i barili e corsero verso la porta. I cavalieri della Rani
attraversarono il fiume, ma si fermarono molto prima di arrivare entro il
raggio d’azione dei cannoni. Forse, se avessero saputo che a guardia del forte
era rimasto solo uno sparuto manipolo di uomini, avrebbero corso il rischio,
ma per il momento lo ignoravano.
Tom raggiunse la porta e aspettò di vedere entrare anche l’ultimo degli
uomini mentre Francis gli rimaneva accanto sollecitandoli a sbrigarsi. Alla
fine si infilarono dentro anche loro due e Wilson la chiuse con forza,
sbarrandola.
La cavalleria nemica si dispose a formare un cordone con cui cingere la
striscia di terra sabbiosa su cui si trovava il forte. Alcuni soldati raggiunsero
l’insediamento e ben presto tornarono con mobilio e oggetti preziosi. Dentro
la fortezza, gli uomini restarono a guardare, impotenti, mentre le loro case
venivano saccheggiate.
Dopo qualche ora arrivò il convoglio con l’artiglieria: tiri di una dozzina
di buoi, ognuno dei quali trainava uno dei cannoni recuperati dalla Kestrel.
Ce n’erano altri più piccoli, ma erano armi di scarsa potenza, semplici tubi di
bambù rinforzati da anelli di ferro.
«Quelli saranno più pericolosi per i loro serventi che per noi», disse Tom
mentre guardava gli uomini della Rani che li mettevano in posizione.
Maledisse il destino per aver permesso che la sua batteria cadesse in mani
nemiche, insieme alla spada Nettuno. «Se non avessero i nostri cannoni,
potremmo resistere a un assedio fino al prossimo monsone.»
«Ma non hanno la tua polvere da sparo», sottolineò Ana, in piedi accanto a
lui.
«Hanno la loro.»
«La polvere da sparo indiana non è efficace come quella inglese. I vostri
cannoni avranno una gittata maggiore.»
«Santo cielo, sei davvero una risorsa preziosa nei momenti di difficoltà.»
Tom chiamò l’hubladar.
«Miss Duarte è convinta che i nostri cannoni abbiano una gittata maggiore
di quelli del nemico. Forse potreste chiedere ai vostri uomini di dimostrare
che ha ragione.»
L’hubladar gli rivolse il saluto militare e radunò i suoi. Tom osservò
soddisfatto il modo in cui si precipitarono a svolgere le rispettive
incombenze. Tuttavia erano più entusiasti che competenti: impiegarono dieci
minuti abbondanti per caricare e puntare il cannone. I suoi serventi al pezzo
sulla Centaurus o la Kestrel lo avrebbero fatto in due.
Gli uomini indietreggiarono, l’hubladar accostò l’accenditoio al focone,
dopo di che il cannone ruggì e il suo carrello rinculò contro l’imbracatura di
ritenuta. Attraverso il fumo Tom vide la palla volare oltre i cannoni nemici,
sfrecciare sopra le dune di sabbia e piombare su un plotone di fanteria che
stava arrivando in appoggio all’artiglieria. Scagliò i soldati tutt’intorno, come
bambole di stracci, tranciando una gamba ad almeno uno di loro, poi finì
semisepolta nel fianco di una duna, dove rimase a fumare e crepitare nel
calore generato dalla sua parabola.
Poco dopo Tom fu lieto di vedere le truppe della Rani che tornavano con i
tiri di buoi e trainavano i loro pezzi a distanza di sicurezza.

Tom non aveva mai affrontato un assedio, almeno non dall’interno. Nel botta
e risposta di una battaglia navale o di un’imboscata aveva la possibilità di
agire, mentre adesso le ore e i giorni di attesa prosciugavano tutte le sue
energie. Divenne irritabile. Se Sarah fosse stata lì avrebbe saputo come
calmarlo, ma era lontana, e questo non faceva che accrescere la sua ansia.
Si domandò che razza di persona fosse. Era circondato da un esercito di un
migliaio di uomini e viveva ogni minuto di ogni giorno sapendo che volevano
ucciderlo, eppure la sua emozione principale non era paura o rabbia, ma noia.
Dopo quella prima scaramuccia sulla spiaggia, gli assedianti non sferrarono
nessun assalto. Sparavano quotidianamente qualche cannonata e gli assediati
rispondevano con le loro, ma senza provocare troppi danni. Gli uomini della
Rani si accontentavano di rimandare l’attacco che ben presto Tom si ritrovò a
bramare: qualsiasi cosa, pur di mettere fine a quella situazione di stallo.
Non rimase comunque con le mani in mano. Si accorse che la spossatezza
che affliggeva lui si stava insinuando fra i suoi uomini e capì di doverla
contrastare. Li incaricò di scavare delle cisterne di raccolta per l’acqua
piovana e rivestire l’interno con assi prese dalla casa smontata di Foy e
stoppa per calafataggio prelevata dai magazzini. Visto che non rischiavano un
attacco navale, fece portare nel cortile uno dei cannoni rivolti verso il mare e
addestrò gli uomini a usarlo finché non furono in grado di pulirlo, caricarlo,
puntarlo e farlo sparare nel giro di due minuti. Fu felice di vedere come si
fossero consolidati i gruppi che aveva formato in quelle prime ore disperate:
gli uomini mangiavano insieme, stavano di guardia insieme, spettegolavano e
ridevano insieme. Li fece gareggiare tra loro nell’uso dei pezzi e notò con
gioia l’orgoglio che provavano l’uno per i trionfi dell’altro.
Se ne avessi altri cento come loro potrei invadere l’accampamento della
Rani e costringerli tutti a tornare al palazzo, pensò.
Durante le prime settimane il problema principale fu il maltempo. Giorno
dopo giorno, dall’oceano arrivavano temporali, e il forte scoperto non offriva
alcun riparo. Gli uomini si assiepavano a ridosso dei muri, tremanti e fradici;
se l’esercito della Rani li avesse attaccati in quel momento avrebbe
conquistato l’edificio senza che si sparasse un solo colpo. In seguito le
tempeste lasciarono il posto a piogge più tenui e costanti che durarono più a
lungo di quanto Tom credesse possibile. Quando finalmente la copertura
nuvolosa si aprì e il sole spuntò, lui fissò il cielo azzurro come un prigioniero
che intravede per la prima volta la libertà.
Ma fu solo una tregua di breve durata. Non appena ebbero fatto asciugare
abiti e polvere da sparo, scoprirono che il sole era un nemico ben più
implacabile della pioggia. Nelle ore centrali della giornata il fortino diventava
un autentico forno. Gli uomini si addossavano contro le pietre roventi per
approfittare del più minuscolo spicchio d’ombra. Le cisterne di raccolta,
prima talmente piene da traboccare, si prosciugarono.
L’ondata di caldo rinvigorì gli assedianti, che bruciarono il magazzino più
vicino e con le macerie costruirono una piattaforma per i cannoni. Tom tentò
di colpirli con i suoi, ma i soldati della Rani schierarono i loro pezzi durante
la notte e il mattino seguente iniziarono un bombardamento a ritmo serrato
che costrinse i suoi uomini a rimanere giù.
«Hanno deciso di venirci a prendere», disse a Francis circa sei settimane
dopo l’inizio dell’assedio. «Caricate tutti i moschetti e tenete pronte le armi.»
Coperti dall’artiglieria, i guerrieri della Rani avevano cominciato ad
avanzare, scavando una trincea nella sabbia morbida. Tom li osservò da una
feritoia e quando individuò il comandante si rese conto che era Tungar. Il
cannocchiale lo faceva apparire così vicino che gli sembrò quasi di poter
toccare la cicatrice verticale che gli solcava il volto. L’uomo percorreva
zoppicando lo schieramento, gridando ordini ai suoi. La caduta dalla
balconata del palazzo reale lo aveva ferito ma non ucciso, e portava ancora
sul fianco la spada Nettuno. Si consultava spesso con il tizio alto accanto a
lui, in cui Tom riconobbe l’uomo che aveva ucciso Hicks con la strana frusta
d’acciaio e parlato in un inglese impeccabile. Si chiese come avesse fatto un
inglese a finire al servizio della Rani. Forse era un altro naufrago.
Avrebbe tanto voluto sparargli, ma i moschetti della Compagnia delle
Indie Orientali erano di scarso livello, senza la rigatura che faceva avvitare la
palla nell’aria in modo da imprimerle una traiettoria accurata. Avrebbe solo
sprecato polvere da sparo.
Dietro Tungar, l’esercito si stava disponendo in ranghi serrati.
«Vogliono scagliarci contro tutte le loro forze», annunciò Tom. Osservò i
suoi uomini, schierati nel cortile. Scottati dal sole, magrissimi a causa delle
scarse razioni, non sembravano affatto dei guerrieri. Ed erano davvero pochi.
«State giù o sarete facili bersagli.» Stava per aggiungere: «E vendete cara
la pelle», ma ci ripensò. Loro non volevano vendere la pelle per quel
brandello di vanità della Compagnia delle Indie Orientali, volevano salvarsi.
«Battetevi l’uno per l’altro, e insieme riusciremo a cavarcela.»
Assegnò a ogni uomo una posizione precisa e si piazzò accanto al muro
orientale, rivolto verso il nemico, mentre l’hubladar e Wilson sorvegliavano
rispettivamente quello settentrionale e quello meridionale.
«Rimani nel cortile a occuparti dei pezzi alla porta», disse a Francis, e
notò la delusione sul suo volto.
«Se stai cercando di proteggermi, zio...»
«Sto cercando di proteggere tutti noi. Il tuo plotone è la nostra riserva.»
Scosse mestamente il capo, colmo di ammirazione e ansia. Lui era diverso da
Francis, alla sua età? «Non ti mancheranno le occasioni di combattere, te lo
prometto.»
I cannoni del nemico si erano zittiti. Gli uomini corsero sui bastioni e
attraverso le feritoie videro che i soldati della Rani erano arrivati entro il
raggio d’azione dei pezzi del forte, talmente vicini che gli assediati non
potevano abbassare le canne a sufficienza per mirare su di loro. Credendosi al
sicuro si lanciarono in avanti, raggruppandosi al limite della striscia di sabbia.
«Fuori i cannoni e fuoco a volontà!» gridò Tom a Francis.
Gli assalitori non si erano accorti dei portelli. Li notarono solo quando li
videro sollevarsi per lasciar spuntare le canne dei due lunghi pezzi da nove
libbre.
«Fuoco!» urlò Francis.
Tom si era preparato. Ana aveva ricavato da alcuni vecchi sacchi per il
riso degli involucri che loro avevano riempito di palle da moschetto: quando
venivano sparati dalla bocca di un cannone si disintegravano e scagliavano le
palle tutt’intorno, tracciando archi letali. Gli uomini della prima fila sulla
spiaggia vennero falciati e quelli della seconda, spinti in avanti dai compagni
che li seguivano, inciamparono sui cadaveri e caddero a terra, rallentando
ulteriormente l’attacco.
«Ricaricate», ordinò Francis, ma i suoi non avevano certo bisogno di
incoraggiamento. Le tante settimane di sofferenza e attesa erano finite, e la
lunga preparazione, durante la quale si erano addestrati con i cannoni roventi
fino ad avere le mani coperte di vesciche, veniva finalmente messa a frutto.
Spugnare. Inserire cartoccio con la carica. Fino in fondo! Stoppaccio. Palla.
Bucare il cartoccio e inserire la polvere nel focone. Non c’era bisogno di
mirare perché il bersaglio era di ampie dimensioni e proprio di fronte a loro.
«Fuoco.»
La seconda salva causò ancora più danni della prima. I bersagli si erano
sparpagliati, offrendo alle palle maggiore spazio per operare la loro
devastazione. Lungo i bordi dello schieramento alcuni guerrieri si erano
spinti nelle acque basse, ma la distanza non bastò a salvarli. Il loro sangue
arrossò i flutti e alcuni annegarono schiacciati dal peso dei cadaveri che li
sovrastavano.
Le linee continuarono comunque ad avanzare. Dalle mura Tom vide
Tungar che a cavallo, il viso nascosto dai paraguance dell’elmo, incitava gli
uomini puntando ripetutamente la spada Nettuno verso il forte. Quando
scorse un soldato in preda al panico che cercava di fuggire, si allungò verso il
basso e gli aprì il petto dalla spalla al fianco, poi lo calpestò con il cavallo.
Non c’era da sorprendersi che i guerrieri della Rani temessero più lui dei
cannoni del forte.
Una nuvola di fumo spinta dal vento lo nascose alla vista prima che
potesse tentare di colpirlo, e subito dopo Tom dovette affrontare problemi più
urgenti. Nonostante l’addestramento, gli uomini di Francis non riuscivano a
ricaricare abbastanza in fretta. Gli assedianti avevano quasi raggiunto il forte,
e più si avvicinavano più il settore di tiro dei cannoni si restringeva. Non
puntarono verso la porta, ma si sparpagliarono tutt’intorno alle mura come
onde che si infrangano su una scogliera. Tom vide che alcuni di loro
reggevano lunghe scale di bambù.
«Resta ai cannoni», gridò a Francis. Anche se non potevano colpire gli
assalitori intorno alle mura, i massicci pezzi coprivano comunque lo stretto
istmo da cui sarebbe dovuto passare qualsiasi rinforzo.
L’esercito assediante si riversò su tre lati del fortino. Vedendo comparire
la sommità di una scala dietro una delle feritoie, Tom protese un braccio e
fece fuoco con la pistola puntata verso il basso, poi spinse via la scala, che
precipitò all’indietro. Si udirono delle grida e non appena gli assalitori
piombarono sull’ammasso dei loro compagni, gli uomini di Tom spuntarono
da dietro i bastioni per sparare nel mucchio.
Tom lanciò il moschetto scarico a uno dei ragazzi e ne prese un altro, ma
quando si raddrizzò per fare fuoco fu accolto da una raffica di palle che
sbrecciarono il parapetto e gli fischiarono accanto alle orecchie, così si
riabbassò di scatto.
«Non si arrenderanno facilmente», borbottò. Quasi a confermare la sua
ipotesi, un’altra scala venne sollevata per poi picchiare contro la sommità
delle mura. Lasciò che gli assalitori si avvicinassero. Vide spuntare una testa
scoperta e due mani scure che si protendevano verso il parapetto. Prima che
l’uomo potesse aggrapparsi, Tom lo prese per la gola e lo sollevò di peso
dalla scala, tenendolo davanti a sé a mo’ di scudo umano e sentendolo
contrarsi quando venne colpito dal fuoco dei moschetti sottostanti.
In quel momento gli uomini del plotone di Tom si alzarono e spararono
una raffica di colpi contro gli assedianti, e lui gettò a terra il cadavere
crivellato. L’uomo che lo seguiva sulla scala tentò di arrampicarsi sulle mura,
ma uno dei ragazzi lo trafisse al cuore con una picca. Tom spinse di nuovo
indietro la scala ma non riuscì a spostarla: gli uomini ai suoi piedi le si erano
gettati contro per ancorarla con il proprio peso.
Lungo l’interno del parapetto, insieme ai cumuli di armi, di polvere da
sparo e di palle da cannone, c’erano una decina delle bottiglie di vino di Foy.
Le avevano vuotate e poi riempite con polvere da sparo, chiodi e tutti i
frammenti metallici che erano riusciti a trovare nel forte. Uno straccio
imbevuto di bevande alcoliche spuntava dal collo.
Tom alzò il cane della pistola scarica, lo accostò alla bottiglia e tirò il
grilletto. Le scintille prodotte dalla pietra focaia piovvero sullo straccio,
dandogli fuoco. Tom lanciò la bottiglia al di là delle mura facendola cadere ai
piedi della scala, dove esplose in mezzo agli uomini che la reggevano. Una
nube di schegge metalliche li investì con violenza, strappando occhi, orecchie
e dita. La scala cadde.
Gli assalitori batterono in ritirata, diventando bersagli più facili per i
difensori sopra le mura, che esplosero una raffica dopo l’altra spingendoli
ancora più indietro, alla portata dei cannoni all’ingresso dell’edificio.
Tom si guardò intorno e attraverso le nuvole di fumo che riempivano il
forte riuscì a distinguere gli uomini dell’hubladar sul muro meridionale, che
apparentemente stavano reggendo. Su quello settentrionale, tuttavia, Alf
Wilson sventolava freneticamente le braccia e chiedeva aiuto a gran voce.
Piegato in due, Tom corse lungo il bastione e vide subito dove stava il
pericolo: di fronte a loro, a una ventina di iarde dal forte, spiccava un piccolo
villino di pietra dalle cui finestre uscivano ininterrotte scariche di palle di
moschetto che crivellavano i muri.
«Dobbiamo farli uscire di lì», gridò. «Da quella casa possono offrire una
copertura ideale per un attacco.» Grazie alla loro maggiore precisione e
portata, i moschetti indiani sarebbero riusciti a tenere gli assediati lontani
dalle mura, consentendo così agli uomini della Rani di arrampicarsi
indisturbati sulle loro scale.
Era proprio quello che temeva Tom. E gli uomini erano così pochi che non
poteva prenderne qualcuno con sé senza rischiare la catastrofe.
Lanciò un grido verso il cortile per attirare l’attenzione di Francis, poi gli
mostrò quattro dita per indicare altrettanti uomini e gli fece segno di
raggiungerlo. Ne rimanevano abbastanza per servire uno dei cannoni, e
sperava che fossero sufficienti per indurre gli assalitori a pensarci due volte
prima di provare a sfondare la porta.
Francis e i suoi salirono sul bastione e si accosciarono accanto a lui. Le
palle di moschetto tintinnavano sulla muratura e fischiavano sopra le loro
teste. Tom spiegò cosa bisognava fare.
«Ma come facciamo a scendere?» chiese Francis.
«Funi.»
«E per tornare su?»
«È un problema che risolverò a tempo debito.»
«Volevi parlare al plurale, vero?»
«Tu non vieni», disse Tom. «Rimarrai sul muro per coprirmi.»
Vide la delusione sul viso di Francis, il rifiuto che gli saliva alle labbra.
«Non c’è tempo. Se mi succede qualcosa, gli uomini guarderanno a te per
essere guidati.» Per un attimo rammentò un altro assedio a un altro forte,
sulla costa opposta di quello stesso oceano. Aveva assunto lui il comando
quando le gambe del padre erano state maciullate dalla violenta esplosione di
alcuni barilotti pieni di polvere nera.
Dio, fa’ che non sia quello il mio destino, pregò.
Si procurarono delle funi e le legarono agli anelli di ferro che
punteggiavano il parapetto. Tom aveva due pistole infilate nelle bandoliere e
altre due nella cintura, e un moschetto appeso alla spalla. Raccolse una mezza
dozzina di bottiglie trasformate in granate e le infilò in un sacco.
«Tieni pronti i tuoi uomini», gridò a Francis. «Adesso.»
Spararono tutti insieme, una raffica che lo assordò e rischiò di accecarlo. Il
fumo gli offrì una copertura più efficace delle pallottole: avvolgendo il
parapetto, li nascose per i pochi fondamentali istanti in cui rimasero esposti in
cima al bastione. Poi saltarono giù.
I compagni che aveva scelto erano tutti marinai della Kestrel, capaci di
sfrecciare su e giù da un paterazzo anche a occhi chiusi. Si lasciarono
scivolare lungo le funi ancor prima che gli assedianti li vedessero. Tom
atterrò sulla sabbia, fece una capriola e si alzò subito. Una furibonda raffica
di colpi eruppe sopra la sua testa: gli uomini di Francis sparavano di nuovo,
costringendo i nemici a ripararsi.
Sguainò la spada e cominciò ad aprirsi un varco a forza di fendenti. Al suo
fianco c’era Wilson, che brandiva l’ascia ricavata da un’alabarda dei sepoy.
Le truppe della Rani, colte alla sprovvista da quell’improvviso contrattacco,
indietreggiarono.
Ma i tiratori scelti appostati nell’edificio mantennero il sangue freddo e
Tom, attraverso la mischia, notò gli sbuffi di fumo che uscivano dalle
finestre. Sparavano senza curarsi dei compagni, tanto che Tom vide un alto
spadaccino indiano stramazzare a terra con la nuca spappolata da una palla di
moschetto. Ma non tutti i colpi mancarono il bersaglio: uno degli uomini di
Tom venne ferito al braccio, un altro eliminato da un colpo netto e preciso in
mezzo agli occhi.
Davanti a loro, la spiaggia scendeva ripida in una bassa gola scavata dal
vento. Tom vi si tuffò dentro e indicò ai suoi di imitarlo. Se si stendevano a
terra, il pendio avrebbe fornito abbastanza riparo per proteggerli dalle
pallottole che fischiavano sopra la loro testa. Intanto gli uomini di Francis
continuavano a sparare dalle mura, tenendo a bada i nemici.
Prese tre bottiglie dal sacco e indicò uno dei marinai, un uomo originario
della Cornovaglia chiamato Penrose. «Non appena le granate esplodono,
seguimi. Alf, coprici con un fuoco costante.» Gli passò due delle pistole.
«Pronti?»
Fece sprizzare una scintilla e le micce di tessuto infilate nel collo delle
bottiglie presero subito fuoco. Tenendosi il più basso possibile, le lanciò
verso la casa. Una cadde sulla sabbia senza raggiungerla, l’altra colpì il muro,
frantumandosi. Lui imprecò. Non c’erano alternative: doveva rischiare.
Alf capì cosa intendeva fare e annuì, poi sollevò il moschetto e aprì il
fuoco. In quello stesso istante Tom alzò la testa da dietro la parete del
canalone, mirò alla finestra più vicina e scagliò la bottiglia, gettandosi subito
a terra mentre una scarica di pallottole lacerava l’aria nel punto in cui fino a
un attimo prima si era trovata la sua testa.
La bottiglia entrò dalla finestra e lui, steso nella gola, capì di avere
centrato il bersaglio quando udì il suono smorzato dell’esplosione. Aveva
calcolato perfettamente i tempi: la granata era scoppiata un attimo prima di
colpire il pavimento, scagliando il suo letale contenuto in tutta la stanza.
Qualcosa di molto pesante gli piombò sulla spalla e per un attimo temette
di essere stato colpito. Ma era Wilson, che si era dimostrato di poco più lento
di lui nel buttarsi a terra e l’aveva pagata cara. Gli si accasciò contro, con il
sangue che zampillava da una ferita alla clavicola.
Tom non aveva il tempo di soccorrerlo: senza dubbio gli uomini della
Rani si stavano già ricompattando, così gli tagliò una manica dalla camicia e
la premette sul foro di proiettile per fermare l’emorragia. Non poteva
permettersi di fare altro. Non potevano difendere a lungo quel canalone: se
fossero rimasti intrappolati lì sarebbero morti.
Si alzò e cominciò a correre, con Penrose che lo seguiva mentre gli altri
uomini della Kestrel rimanevano con Wilson mantenendo un fuoco serrato. Il
fumo li nascose ancora una volta dai nemici e Tom attraversò la spiaggia
procedendo a zigzag, eliminando chiunque opponesse resistenza e stabilendo
il proprio tragitto nella foschia in base ai costanti boati di fuoco di moschetto
davanti a sé e alla sua destra. La sua granata non era riuscita a svuotare
completamente la casa.
La nube di fumo intorno all’abitazione era talmente densa che lui rischiò
di finire contro uno dei muri. Si trovava sul retro, dove cinque o sei soldati
della Rani erano riuniti accanto a una porta di quercia. Ne uccise due con le
pistole e quando il terzo gli si avventò contro si spostò di lato, gli strappò di
mano il moschetto e glielo calò con forza sulla testa, sfondandogliela. Subito
dopo brandì l’arma a mo’ di mazza e la sbatté contro il collo del soldato
seguente, spezzandoglielo.
Nel frattempo Penrose aveva eliminato gli altri due e Tom poté sfondare la
porta con un calcio e balzare all’interno con la spada sguainata. La bottiglia-
granata aveva fatto il suo lavoro: tre cadaveri erano riversi sul pavimento e il
loro sangue imbrattava i muri. Una seconda porta si apriva su una stanza più
lunga da cui giungevano gli spari, il tintinnio dei calcatoi e il tonfo di calci di
moschetto che venivano ricaricati.
Se Tom avesse avuto con sé un’altra granata avrebbe potuto spazzarli via
con un’unica esplosione, ma aveva solo la spada e il moschetto scarico
appena recuperato. Il fuoco proveniente dal fortino si era fatto meno serrato:
forse gli uomini di Francis erano stati colpiti oppure avevano finito le
munizioni. Se gli assedianti fossero riusciti a consolidare la posizione nella
casa e a riorganizzarsi, avrebbero conquistato il forte nel giro di poco.
La stanza era gremita di uomini, alcuni intenti a sparare, altri a ricaricare,
altri ancora a portare polvere da sparo e munizioni. Le possibilità di uscirne
vivi erano scarse, ma non aveva alternative. Rivolse un cenno d’assenso a
Penrose.
Si lanciarono all’interno, talmente vicini ai tiratori scelti da non lasciare
loro abbastanza spazio per prendere la mira con il fucile. Tom cominciò a
menare fendenti con la sciabola mentre Penrose faceva vorticare l’ascia di
Wilson nell’angusto locale con effetti devastanti. Ben presto, nella calca,
persino quelle armi divennero inutilizzabili e si scatenò un parapiglia
generale, nulla più che uomini intenti ad azzuffarsi e spintonarsi.
Era una lotta che non potevano sperare di vincere. Tom venne respinto,
Penrose si prese una coltellata nella pancia, cadde e venne calpestato dai
soldati della Rani. Prima che lo potesse aiutare, Tom venne trascinato via
dall’impeto della battaglia.
Indietreggiò di un altro passo e sentì una parete di pietra contro la schiena.
I guerrieri gli si disposero intorno formando un semicerchio e il loro
comandante, un uomo gigantesco con un turbante nero, si fece avanti, sfilò
una pistola dalla canna lunga dalla fusciacca arancione e gliela puntò in
faccia.
Lui trasalì sentendo lo sparo, ma tenne gli occhi aperti. Il cane della
pistola non si era mosso, ma il viso del capitano si dissolse in una maschera
di sangue e ossa.
Francis si stagliava sulla soglia, una pistola in ogni mano e due difensori
del forte che lo fiancheggiavano con moschetti con la baionetta inastata.
Prima che gli sbalorditi soldati della Rani potessero reagire, gli uomini di
Francis si precipitarono nella stanza, lanciando affondi con la fluida agilità
frutto delle estenuanti esercitazioni imposte loro da Tom nelle ultime
settimane. I nemici, colti alla sprovvista da quell’improvviso ribaltarsi della
situazione, non opposero quasi resistenza e si diedero alla fuga, lanciandosi
fuori dalle finestre e abbandonando le armi nella fretta.
«Ti avevo detto di non venire», ricordò Tom al nipote, «ma grazie a Dio lo
hai fatto. Ora risolviamo questa faccenda. Non siamo ancora al sicuro.»
Le truppe della Rani avevano predisposto la casa per un lungo assedio e
sul retro avevano accumulato un’abbondante scorta di barilotti di polvere
nera.
«È più di quella che potrebbe servire per i moschetti», disse Tom,
«evidentemente intendevano portare qui i cannoni. Adesso useremo le loro
stesse armi contro di loro.»
Accatastarono i barilotti dentro il villino e prepararono una miccia.
Sentivano arrivare raffiche di spari dal lato orientale del forte, ma lì, sul lato
settentrionale, gli uomini della Rani avevano rinunciato a combattere. Tom
diede fuoco alla sottile striscia di polvere nera, poi corsero tutti a perdifiato
verso le mura. Mentre attraversava la piccola gola nella sabbia, notò gli
incavi che avevano lasciato rifugiandosi lì e le macchie di sangue dove era
caduto Wilson.
La gola era deserta. «Avete portato in salvo Alf?» chiese a Francis. «L’ho
lasciato qui.»
Il ragazzo scosse il capo. «Quando sono arrivato non c’era nessuno.»
Prima che Tom potesse fermarsi a riflettere, la casa esplose e le macerie di
pietra piovvero sulla spiaggia. Alcune arrivarono addirittura a rimbalzare
rumorosamente sulle mura del forte. Quando la nuvola di fumo si diradò lui
vide che il villino era stato raso al suolo.
«Non ci sistemeranno più i cannoni, ormai», affermò con tetro
compiacimento.
L’esplosione aveva tolto la voglia di combattere agli assedianti. Dietro
l’angolo del fortino li vide sciamare attraverso lo stretto istmo per
raggiungere il loro accampamento. Un paio di colpi di commiato sparati dai
cannoni alla porta li spinse ad accelerare l’andatura: gli uomini nel forte non
avevano perso il gusto per la battaglia.
Tom si appoggiò al moschetto e si sentì terribilmente indolenzito: non era
più giovane come un tempo. Guardò Francis. Aveva i capelli arruffati, il viso
annerito come uno dei powder monkeys – i ragazzi incaricati di portare la
polvere nera sui ponti delle navi – e la camicia lacera e zuppa di sudore. Era
fiero di lui.
«Non saresti dovuto venire a salvarmi», borbottò.
«Non l’ho fatto», replicò Francis. «Ti credevo morto e volevo terminare il
lavoro che avevi iniziato.»
Tom lo cinse con un braccio e tornarono insieme verso la porta del forte,
passando con cautela fra i cadaveri.
«Sei stato bravo», affermò, «ma abbiamo vinto solo una battaglia. Senza
dubbio tra poco faranno un altro tentativo, ci conviene prepararci ad
accoglierli. Ma dov’è Alf Wilson?»
Nessuno lo aveva visto.
«Era ferito», sottolineò in tono incalzante, «qualcuno deve pur averlo
riportato qui.»
«Io non l’ho curato», disse Ana, con l’abito coperto da un grembiule
sporco e le braccia imbrattate dal sangue delle ferite che aveva fasciato. «Lo
avrebbero sicuramente portato da me.»
«Allora dove...?» Un timore nauseante gli mise sottosopra lo stomaco.
Corse verso le mura e si riparò gli occhi, scrutando i corpi disseminati intorno
al forte in cerca di tracce dell’amico. Nugoli di mosche ronzavano sopra i
cadaveri.
«Guardate!» gridò Francis. «Hanno issato bandiera bianca.»
Quattro cavalieri attraversarono la distesa di sabbia intrisa di sangue
puntando verso il forte. Uno di loro teneva in verticale una lancia da cui
penzolava un drappo bianco. Al suo fianco c’era Tungar e, dietro, trottavano
due uomini con un prigioniero che avanzava incespicando in mezzo a loro.
Corde ben tese gli assicuravano i polsi alle selle dei carcerieri, e se cadeva
veniva trascinato sul terreno.
Quando si fermarono davanti alla porta, il poveretto crollò in ginocchio.
«È Alf Wilson!» urlò Francis.
«Silenzio», sibilò Tom, ma giù sulla spiaggia Tungar aveva già sentito, e
sul suo volto era comparso un sorrisetto crudele.
«Quest’uomo è tuo amico?» chiese a gran voce.
«Un membro del mio equipaggio.» Tom tentò di suonare indifferente e
sperò che Alf capisse perché doveva mostrarsi tanto insensibile. Tungar non
si lasciò ingannare.
«Ti offro un accordo. Consegnami il forte e io libererò i prigionieri.»
«E dove andremo, se lasciamo il forte?»
«Vi darò un salvacondotto per un villaggio vicino, da dove potrete
scendere lungo la costa fino agli insediamenti inglesi nel Travancore o a
Cochin.»
«Lo stesso salvacondotto che hai dato a Mr Foy quando ha guidato la sua
delegazione diplomatica al palazzo della Rani?»
Tungar si sforzò di suonare rammaricato. «La Rani deplora che i nostri
popoli si facciano la guerra e desidera unicamente la pace.»
Tom immaginava a quale genere di pace si riferisse: quella imposta dalla
punta di una spada. Tentò di non guardare Alf ma non riuscì a impedirselo. Il
suo amico alzò la testa e la scosse quasi impercettibilmente. Ferito, percosso
e prigioniero, aveva comunque un’espressione fiera e vedeva la menzogna
per ciò che era. Non voleva diventare la causa della loro caduta.
Tom strinse talmente forte l’elsa della spada che l’impugnatura gli lasciò
dei solchi sulla pelle. Soltanto le regole dell’onore che suo padre gli aveva
inculcato nel corso degli anni gli impedirono di violare la tregua e sparare un
colpo contro Tungar.
«Non abbandoneremo il forte», annunciò. «E se gli torci anche solo un
capello verrò nel tuo accampamento e ti sottoporrò a torture che non puoi
nemmeno immaginare.»
Tungar eruppe in una risata sgradevole. «Non sai cosa posso immaginare,
ma lo scoprirai presto, se rifiuti la mia offerta.»
«Vattene», gli gridò Tom, «prima che perda la pazienza, ma tieni bene a
mente quello che ti ho detto: nemmeno un capello.»
Tungar sogghignò. «Giuro che non lo toccherò.»
Si voltò, allontanandosi. Alf Wilson lanciò un’ultima occhiata
supplichevole al fortino prima che le guardie lo trascinassero via.
Tom scese nel cortile, profondamente turbato da ciò che aveva dovuto
fare. Non si era allontanato di molto quando sentì Francis, rimasto sulle mura,
gridare: «Cosa gli stanno facendo?»
Risalì di corsa. Ai margini della spiaggia, dietro l’accampamento nemico,
le guardie avevano spogliato completamente Alf e lo avevano legato ben
stretto al tronco di una palma. Poi uno dei soldati prese una ciotola d’argilla e
gli spalmò addosso, con molta cura, un liquido che scintillava al sole.
«Che razza di diavoleria stanno combinando?» chiese Tom.
«Viene di nuovo qui», disse Francis. Tungar, in sella al cavallo, stava
attraversando la spiaggia al piccolo trotto, la bandiera bianca appesa alla
lancia. Stavolta era solo.
«Cos’hai fatto?» gli urlò rabbiosamente Tom. «Avevi giurato di non
toccarlo.»
«E non l’ho fatto. Sto solo lasciando che la natura faccia il suo corso.»
Girò l’animale e puntò la lancia verso l’albero cui era legato Alf. «Le palme
da cocco producono una linfa dolce da cui si ricava il vino di palma. Gli
indigeni ne vanno pazzi, ma anche le vespe e le formiche rosse. Quando, di
prima mattina, la linfa comincia a scorrere, sciamano sugli alberi a migliaia,
ma quando il sole è alto nel cielo e la giornata si fa afosa si rifugiano al
fresco. Le formiche scendono lungo il tronco e si scavano la tana tra le
radici.» Sorrise. «A meno che, naturalmente, durante la discesa non trovino
qualcosa di più dolce, per esempio la carne soffice e tenera di un uomo. Si
infileranno dentro di lui, e ti assicuro che il loro morso è doloroso quanto la
puntura delle vespe, che saranno attirate dal miele che gli ho fatto spalmare
sulla pelle.»
«Vai a prendermi un moschetto», sussurrò Tom a Francis. «Subito.»
«Ci possono volere anche tre giorni, per morire in quel modo», proseguì
Tungar, fingendo di non vedere i difensori del forte, saliti quasi tutti sulle
mura per ascoltarlo. Alzò il tono di voce.
«Riferisci questo messaggio ai tuoi uomini. Il primo che mi apre la porta
verrà ricompensato con terre e oro. Gli altri moriranno, ma non prima di
avere desiderato cento volte di essere già morti.»
«È quello che farò desiderare io a te, e poi te lo farò desiderare altre mille
volte.» Tom afferrò il moschetto portato da Francis e lo puntò attraverso la
feritoia, ma Tungar aveva indovinato le sue intenzioni. Premette i talloni sui
fianchi del cavallo, allontanandosi al galoppo, e il colpo non riuscì a
raggiungerlo.
Tom ricaricò e puntò il fucile su Alf, che era perfettamente immobile, o
perché era stato legato troppo stretto o perché ancora ignaro dell’orrendo
destino che lo attendeva. Ma Tungar si era assicurato che la tortura fosse
completa. Nemmeno i moschetti indiani con la loro gittata superiore potevano
coprire la distanza.
Furioso, Tom premette comunque il grilletto. Il fucile rinculò e la palla
volò fino in mare, producendo un minuscolo spruzzo invisibile fra le candide
creste delle onde.
«E adesso?» chiese Francis, il viso bianco come la sabbia.
«È spacciato», disse Tom.

Alf Wilson impiegò tre giorni a morire, tre terribili giorni che parvero
interminabili come un incubo. Nessuno parlò, nessuno dei difensori del forte
volle incrociare lo sguardo di Tom. La sera, quando la brezza si alzava e
portava le urla fino a loro, lui pensava di sgattaiolare fuori nel buio per
andarlo a liberare, ma Tungar aveva piazzato una doppia fila di picchetti che
la notte accendevano enormi falò, in modo che nessuno potesse avvicinarsi
inosservato. Anche dopo che Alf fu morto lasciarono il suo corpo legato
all’albero, finché divenne impossibile riconoscerlo.
Tom scalpitava. Desiderava ardentemente lo sfogo della battaglia,
l’occasione di dare la caccia a Tungar e vendicare Alf. Ma il nuovo assalto
non arrivava e i giorni trascorrevano lenti. Solo gli sporadici scambi di
cannonate ricordavano ai due opposti schieramenti che i nemici erano ancora
lì.
«Stanno cercando di prenderci per fame», indovinò Tom. Quella mattina
aveva di nuovo ridotto la razione di riso, e ora che le piogge erano cessate
erano arrivati all’ultimo mezzo barile di acqua. Aveva già sentito alcuni
uomini lamentarsi, presto si sarebbero lasciati prendere dalla disperazione.
«Si stanno perdendo d’animo», spiegò l’hubladar. «In questo paese gli
eserciti non sono abituati a portare avanti un assedio fino alla morte. Nessuno
è tanto leale al proprio padrone da essere disposto a morire per lui. Se una
fortezza cade, lo fa per un tradimento.»
Francis lo guardò sgomento. «Gli uomini sono davvero così volubili, qui?
Nessun inglese si coprirebbe mai di una vergogna simile.»
«Calmati», gli consigliò Tom, stupito dall’idealismo del nipote. «Nessun
popolo è immune alla codardia e all’egoismo. Se esaminassi gli annali
dell’antica Inghilterra, scopriresti quanti dei nostri castelli sono stati violati
grazie al tradimento o all’inganno.»
«Secondo me la Rani è preoccupata», affermò Ana. «Le serviva una
vittoria completa prima della fine del monsone. Ben presto si aprirà la nuova
stagione commerciale e se lei è in guerra con noi i suoi mercanti non avranno
un posto in cui vendere il pepe e i tessuti. Incolperanno la regina di averli
ridotti sul lastrico, e lei perderà gli introiti dei dazi doganali. L’intero regno si
impoverirà. La Rani lo sa benissimo.»
Tom le rivolse un’occhiata colma di ammirazione. Persino nella situazione
più avversa, Ana conservava il suo freddo acume per gli affari. Guardò
Francis. Aveva visto come il ragazzo la seguiva in giro, restando seduto per
ore a parlare con lei quando non era di turno, tenendo da parte una piccola
porzione della sua razione di riso per lei. Si stupì che riuscisse a portare
avanti il corteggiamento in simili circostanze.
«Il monsone cambierà presto.» Aveva già percepito il mutamento
nell’aria, una nuova frescura man mano che i venti dominanti cambiavano
direzione. «Forse a quel punto la Rani rivedrà la sua politica.»

Un quarto di miglio più in là, Christopher sedeva nella tenda di Tungar.


Attraverso il lembo aperto riusciva a scorgere la sua batteria di cannoni da
nove libbre che aspettavano impotenti nelle loro piazzuole, uno spettacolo
che lo rendeva furibondo. Avrebbero dovuto ridurre il forte a un cumulo di
macerie da tempo, seppellendo tutti i suoi difensori. Ma la polvere nera della
Rani era poco potente, e invece delle palle di ferro avevano a disposizione
solo pietre che si frantumavano contro le mura abilmente progettate.
«La Rani è molto contrariata per la vostra mancanza di progressi»,
affermò Poola, giunto inaspettatamente quella sera con un seguito di
cinquanta guardie del corpo della sovrana. Secondo le spie di Christopher,
passava sempre più tempo nelle sale consiliari della regina, e questo forse
spiegava la scintillante profusione di anelli d’oro che gli spuntavano dalle
dita come teneri germogli in primavera.
Avrei dovuto tagliartele quando ne ho avuto la possibilità, insieme alla
lingua, pensò acidamente Christopher. Abbozzò un fiacco sorriso e gli versò
un’altra coppa di vino di palma.
«Avremmo conquistato il forte settimane fa, se non fosse per quei
maledetti naufraghi porta-cappelli», protestò Tungar. «Il loro capo è un djinn,
un demone.»
Poola indicò con un cenno del capo la spada Nettuno appesa a un gancio
sul palo della tenda. La luce delle lanterne baluginava sull’enorme zaffiro.
«Forse se tu non gli avessi preso la spada avrebbe potuto unirsi alla nostra
causa, anziché ostacolarci.»
«Perché sei venuto?» chiese bruscamente Tungar. Un coleottero scese a
posarsi sul vassoio di datteri che aveva offerto all’ospite e cominciò a
strisciare sui frutti, muovendo le antenne a scatti.
«Il monsone è quasi terminato. Presto i mari si riapriranno e torneranno le
navi dei porta-cappelli. Se i nostri tessitori e i nostri coltivatori di pepe non
avranno nessuno a cui vendere le merci, moriranno di fame.»
«Vuoi dire che non pagheranno le tasse della Rani», ribatté Tungar.
«E chi pensi che finanzi il tuo esercito?» chiese Poola. Tossì e Christopher
colse nel suo fiato la stucchevole dolcezza del vino di palma. «Io ho
sconsigliato questa guerra, ma la Rani ha dato ragione a te. Visto che hai
potuto fare di testa tua, ti conviene portarla a termine con una vittoria. In caso
di fallimento, non illuderti di essere ancora il benvenuto nel palazzo di
Chittattinkara. Questa malaugurata guerra è costata alla Rani un anno di
profitti.»
«E senza dubbio è costata parecchio anche a voi», sottolineò Christopher.
«La Rani è un fiume e tutta la ricchezza scaturisce da lei», asserì Poola in
tono mellifluo. «Non mi aspetto che capiate.» Guardò Tungar. «Ecco che
cosa si ottiene a combattere al fianco di pirati e banditi.»
Il coleottero si stava ancora arrampicando faticosamente sui datteri.
Tungar abbassò di colpo il pugno chiuso per ucciderlo. Il vassoio si ruppe,
facendo cadere i frutti sul pavimento, e l’insetto volò via, ronzando intorno
alla lanterna nell’angolo.
Tungar prese uno dei cocci e lo ridusse in polvere stringendolo nel pugno.
«Vinceremo questa guerra», promise. «A ogni miglio da qui a Chittattinkara
infilzerò su una picca la testa di uno di quei porta-cappelli. E quando
arriveremo alla reggia infilzerò la tua sopra la porta, come monito per
chiunque sia pronto a parlare di tradimento alla Rani.»
Christopher rimase in silenzio. Sapeva che era soltanto la situazione di
stallo fra Tungar e Poola a tenerlo in vita. In caso di sconfitta, Tungar ci
avrebbe sicuramente rimesso la testa, e lui gli avrebbe fatto compagnia.
Poola si alzò per andarsene. «Credo non ci sia altro di cui discutere. Vi
auguro la buona notte.»
Sollevò il lembo della tenda. Il coleottero, attirato dalla brillantezza del
fuoco di bivacco, svolazzò fuori, finì fra le fiamme e scomparve in una
nuvoletta di fumo.
Poola sorrise. «Visto? C’è più di un modo per annientare i nemici.»

Dopo che il mercante se ne fu andato, Christopher rimase seduto a riflettere


accanto al fuoco. La scelta più sicura, lo sapeva, sarebbe stata quella di
scomparire nella foresta, perché quella faccenda per lui non poteva finire
bene. Tungar avrebbe mandato degli uomini a inseguirlo, ma lui sarebbe
riuscito a seminarli.
Ma c’era la spada. Sempre la spada, con il suo insondabile zaffiro azzurro
che gli prometteva la sua eredità. Quante volte negli ultimi mesi aveva
valutato l’ipotesi di uccidere Tungar, prenderla e fuggire? Ma Tungar aveva
parecchi nemici e si proteggeva scrupolosamente. Da quando era cominciato
l’assedio, Christopher non lo aveva mai sorpreso da solo, e la spada era
sempre con lui.
Un altolà risuonò nel buio dietro il falò. Christopher sentì uno scambio di
battute dal tono concitato, poi comparvero tre guardie che circondavano un
prigioniero. I capelli color sabbia lo identificavano come un bianco, benché
mesi di esposizione al sole gli avessero reso la pelle scura come quella di un
indigeno. Aveva le guance scavate, le gambe sottili come chiodi e costole
sporgenti che premevano contro la camicia lacera.
Come abbiamo potuto permettere a questi uomini di tenerci testa così a
lungo?, pensò con rabbia Christopher. Si interrogò di nuovo sul comandante
inglese, l’uomo che era uscito incespicando dal mare con la spada Nettuno e
aveva intralciato tutti i loro piani. Se il forte fosse caduto, gli avrebbe rivolto
parecchie domande, prima che morisse.
«Abbiamo sorpreso quest’uomo mentre cercava di infiltrarsi nelle nostre
linee», spiegò il capitano delle guardie. «Dice di voler parlare con voi.»
«Con me?» chiese Christopher, stupito.
«Vi ha sentito usare la lingua dei porta-cappelli.»
Lui esaminò il prigioniero. Era una spia? Si domandò se torturarlo per
scoprire cosa sapeva.
Ci sarebbe stato tutto il tempo per farlo più tardi, se necessario.
«Parla», gli ordinò, in inglese, «se non vuoi affrontare lo stesso destino
dell’ultimo nemico che ho catturato.»
Il prigioniero crollò in ginocchio, rispondendo con voce suadente. «Che
Dio vi benedica, signore, non c’è alcun bisogno di parlare in questo modo.
Ho visto cosa avete fatto e non voglio che succeda anche a me. Sono venuto
qui spontaneamente per farvi una proposta.»
«Quale?»
«Mi chiamo Ilkley, signore, e tenevo la contabilità per Mr Foy. Ho saputo
che l’uomo disposto a consegnarvi il forte potrebbe contare su una certa
gratitudine. Una ricompensa, per così dire.»
«Infatti.»
«Posso essere io quell’uomo, posso aprirvi io le porte.»
Fissò con aria famelica Christopher, che lo fissò a sua volta chiedendosi se
fosse una trappola. Valutò nuovamente l’ipotesi di torturarlo per accertare se
fosse sincero. Ma il comandante del forte aveva pochissimi uomini, non ne
avrebbe certo sprecato uno affidandogli quell’incarico, sapendo quale destino
lo aspettava.
«Quando pensi di farlo?»
«Domani notte, signore. Non ci sarà la luna, quindi non vi vedranno
mentre vi avvicinate.» Si strinse con forza le mani. «Ci sarà una ricompensa,
vero?»
«Avrai quello che ti spetta», gli assicurò Christopher, celando un sorriso.
Ilkley annuì con gratitudine. «Meglio che ora torni indietro, signore. Sono
di guardia e se chi mi dà il cambio non mi trova al mio posto, quel bastardo
del comandante mi darà una bella strigliata. È estremamente severo, ci
costringe a esercitarci con i cannoni finché non ci si staccano le braccia. Lo fa
fare anche al sottoscritto, signore.» Assunse un’aria sdegnata. «Un
contabile.»
Christopher aveva smesso di ascoltare le sue lamentele, ma quando sentì
nominare il comandante si fece di nuovo attento.
«Dimmi, come si chiama?» domandò.
«Tom Weald. È naufragato proprio all’inizio della stagione del monsone.
Perché, signore? Lo conoscete?»
«No, ma mi è parso... familiare.»
Si accorse di avere rivelato più di quanto volesse e raddrizzò la schiena.
«Se domani notte la porta sarà aperta riceverai una quantità d’oro pari al
tuo peso.» Fissò gli occhi opachi dell’uomo e gli piacque quello che vide:
avidità, fame e paura. «In caso contrario ti garantisco che fonderò l’oro e te lo
verserò in gola.»

Francis stava sonnecchiando in un angolo del forte, il corpo premuto sulla


sabbia tiepida, e si svegliò di colpo senza sapere perché. Allungò
automaticamente la mano e tastò il moschetto posato accanto a sé. Con la
luna nuova la notte era nera come la pece: avevano finito da tempo le candele
e l’olio per le lanterne.
Sentì avvicinarsi dei passi felpati e si drizzò a sedere.
«Francis?» La voce di Ana uscì dal buio, morbida e fresca come la notte.
Lei gli si sedette accanto, lisciando le gonne sotto di sé. Lui riusciva a stento
a vederla, ma percepiva il calore che si levava dal suo braccio nudo, vicino al
proprio.
«Non riuscivo a dormire», disse Ana. «Ho sognato che correvo per
un’enorme fortezza e ti cercavo, ma non ti trovavo da nessuna parte. Avevo
sempre alle calcagna degli uomini che mi inseguivano e sapevo che se non ti
avessi trovato ti avrebbero ucciso.»
Senza nemmeno pensarci lui allungò una mano per stringerla a sé,
accarezzandole i capelli.
«Era soltanto un sogno.»
Lei si ricompose. «Sono stanca di questo posto orribile.»
«Presto ce ne andremo. Appena prima del tramonto ho visto una vela
sull’oceano. I mari sono di nuovo aperti. Se Sarah e Agnes hanno portato fino
a Madras la notizia della nostra difficile situazione, il governatore della città
manderà i soccorsi il prima possibile.»
«Vorrei tanto che una nave venisse a portarci via.»
Fissò la notte, poi raddrizzò la schiena. Francis, imbarazzato, sollevò il
braccio, ma lei si era mossa solo per portare il viso a livello del suo. Si piegò
verso di lui, la bocca che cercava la sua.
Le sue labbra erano secche. Gli sfiorò la bocca, socchiudendogliela con la
lingua, e Francis la cinse con le braccia, sentendo il suo seno sotto il tessuto
sottile dell’abito. Le passò le dita fra i capelli e...
Si staccò di colpo. Ana si irrigidì, ferita. «Pensavo...»
La zittì. «Senti questo odore?»
Lei arricciò il naso. «Sembra... zolfo?»
«È una miccia», disse Francis, e all’istante qualsiasi pensiero romantico
scomparve dalla sua mente. «Ma noi non la usiamo per i fucili, abbiamo gli
acciarini. Solo gli indiani usano gli otturatori a miccia.»
Ana comprese subito la gravità della situazione. «Chi è di guardia?»
«Ilkley.»
Francis avanzò a tastoni lungo il muro fino a trovare i gradini. «Vai a
svegliare mio zio», le disse. «Può darsi che non sia nulla, ma...»
Ormai conosceva il forte talmente a fondo da poter salire di corsa i gradini
anche nel buio più totale. Sbucò sul bastione e si bloccò di colpo.
La notte non era buia come aveva pensato. A occidente riuscì a distinguere
le stelle dietro le nubi, mentre a est un vago chiarore preannunciava l’alba
ormai imminente. Ma non fu quello a lasciarlo attonito: sotto di lui, radunate
davanti al forte come scintille intorno a una fucina, un centinaio di fiammelle
arancioni scintillavano sulla spiaggia. Sapeva cos’erano: le micce accese dei
moschetti dei nemici.
Tornò giù di corsa e rischiò di scontrarsi con Tom ai piedi della scala.
«Sono davanti alla porta», disse con un fil di voce. «A decine, forse a
centinaia.»
«Come hanno fatto ad arrivare fin qui di nascosto? Dov’è Ilkley?»
«Non lo so. Non l’ho visto sulle mura.»
Udirono uno scricchiolio accanto alla porta e si voltarono di scatto. Stava
albeggiando rapidamente, come sempre ai tropici, e la torre portaia si
stagliava contro il cielo sempre più chiaro. Qualcosa si mosse accanto alla
base.
Ilkley non li sentì avvicinarsi. All’inizio dell’assedio Tom aveva rinforzato
la porta con pesanti travi prese dalla casa smantellata di Foy. Ilkley stava
cercando di staccarle e nonostante l’aria fresca che precedeva l’aurora era
coperto di sudore. Non si era concesso abbastanza tempo per quel compito e
gli uomini della Rani avevano acceso le micce troppo presto. Lavorava con
una fretta febbrile, la mente offuscata dal pensiero di cosa gli avrebbe fatto il
capitano nemico se fosse arrivato alla porta e l’avesse trovata ancora sbarrata.
Dopo tre mesi trascorsi lì dentro, tormentato da fame e sete, aveva perso ogni
speranza. Il forte era destinato a cadere, era solo questione di giorni, e lui
aveva intenzione di sopravvivere.
Riuscì a liberare l’ultima trave, che però gli scivolò fra le mani viscide,
cadendo a terra con un tonfo. Non aveva il tempo di chiedersi se qualcuno
avesse sentito: il capitano nemico stava aspettando dietro la porta e non
appena l’avesse vista aprirsi avrebbe attaccato.
Sollevò la sbarra che la teneva chiusa, lasciandola precipitare sulla sabbia,
poi premette la spalla sul massiccio battente e spinse. I cardini, arrugginiti
dalla pioggia e bloccati dal sudiciume e dallo scarso utilizzo, resistettero.
Spinse più forte, attingendo a un’energia frutto della disperazione che non
sapeva nemmeno di possedere.
Una mano posata sulla sua spalla lo costrinse di scatto a voltarsi. Tom e
Francis erano davanti a lui con le spade sguainate. Dietro di loro vide il resto
della guarnigione che cominciava a muoversi, ripetendo a bassa voce l’ordine
di Tom di fare silenzio e prendere le armi.
«Cos’hai fatto?» chiese Tom, angosciato.
Ilkley avrebbe voluto rispondere, ma non riusciva a parlare. Borbottò
farfugliando: «Ho solo...»
Era troppo tardi. La sua ultima, frenetica spinta aveva finalmente spostato
il battente, socchiudendolo solo di un paio di spanne, ma era il segnale che i
nemici stavano aspettando. Attraverso lo spiraglio, Tom vide una miriade di
scintille brillanti sollevarsi da terra come lucciole che spiccassero il volo e
avventarsi verso la porta.
«Stanno arrivando!» gridò l’hubladar dalle mura.
Tom gettò di lato Ilkley e si appese all’anello di ferro che faceva chiudere
la porta. Ormai c’era luce sufficiente perché gli aggressori lo vedessero. Un
moschetto sparò e una palla si infilò fischiando nello spiraglio, appena sopra
la sua testa.
Francis lo tirò indietro, mentre un secondo colpo si schiantava sul battente.
Una scheggia lunga poco più di una spanna schizzò nel punto in cui fino a un
attimo prima si trovavano gli occhi di Tom.
Lui guardò i due cannoni. Venivano tenuti sempre carichi, ma senza
polvere nera nel focone. Afferrò una fiaschetta di polvere appesa a un chiodo
nel muro e la versò all’interno, rovesciandola nella fretta, e il nipote gli portò
una miccia accesa.
Gli aggressori stavano già armeggiando con la porta, spingendo per
aprirla. Tom accostò la miccia al primo pezzo e si scostò con un balzo
quando quello rinculò con un boato. La cannonata scardinò la porta,
scagliando all’indietro i nemici. La seconda ondata di aggressori si lanciò
nella breccia nell’istante esatto in cui lui faceva fuoco con il secondo
cannone. Morirono ammassandosi sui corpi dei caduti.
Ma dietro ce n’erano altri, e Tom non aveva il tempo di caricare
nuovamente il pezzo. I suoi uomini afferrarono le travi che avevano
rinforzato la porta e le impilarono nel varco: aggiunte ai cadaveri che
ostruivano l’accesso, ai cannoni e alle macerie dei battenti, formarono una
rudimentale barricata dietro la quale potevano accosciarsi.
Si erano appena svegliati, ma la disciplina che Tom aveva instillato in loro
negli ultimi mesi diede i suoi frutti. Sapevano cosa fare e grazie alle
cannonate avevano guadagnato il tempo necessario. Una metà di loro posò un
ginocchio a terra, dietro la barricata, facendo fuoco mentre gli altri
ricaricavano i moschetti. Alle loro spalle alcuni ragazzi si accosciarono sulla
sabbia, scavando una bassa trincea nel punto indicato da Tom.
Ma i nemici continuavano a riversarsi all’interno con la stessa velocità con
cui gli uomini riuscivano a sparare. Arrampicandosi sopra i cadaveri dei
compagni che bloccavano l’ingresso, erano talmente vicini che i difensori
dietro la barricata non avevano il tempo di ricaricare. Inastarono le baionette.
La battaglia divenne un selvaggio massacro a distanza ravvicinata, un corpo a
corpo che imbrattava di sangue chiunque fosse coinvolto.
I ragazzi avevano terminato di scavare il fossato e lo riempirono seguendo
le istruzioni di Tom, poi spazzarono della sabbia sopra ciò che avevano
sepolto, nascondendolo, e andarono a prendere delle clave per unirsi alla
mischia. Tom li cacciò con un gesto della mano. Sapeva che piega avrebbe
preso la battaglia. Ora che i due schieramenti si ritrovavano faccia a faccia, il
comandante nemico poteva far valere la superiorità numerica. Avrebbe
spronato i propri soldati, li avrebbe spinti attraverso la breccia come un
chiodo dentro un foro. Per quanto strenuamente lottassero, i difensori non
potevano resistere alla pressione di così tanti nemici e sarebbero stati ben
presto sopraffatti.
«Alla ridotta!» ordinò.
Sin dall’inizio dell’assedio temeva che potesse finire così e aveva quindi
approntato una ridotta, un ultimo rifugio in cui potersi riparare. Aveva
fortificato il bastione di nord-ovest, il più lontano dalla porta, ammassandovi
delle scorte di polvere nera e colpi. Non si faceva illusioni, sapeva di non
poter resistere a lungo: sulla torre sarebbero stati esposti al fuoco dei
moschetti nemici e non appena gli aggressori avessero guadagnato le mura
sarebbero stati spacciati. Poteva solo sperare di farla pagare talmente cara agli
avversari da indurli a rinunciare alla lotta.
«Indietro!» gridò. «Indietro.»
La sua voce tonante penetrò persino nel trambusto della battaglia. Gli
uomini dietro la barricata balzarono indietro e si misero a correre in modo
così fulmineo che gli assalitori rimasero sbilanciati e caddero. Quelli in prima
fila, che si erano battuti con più audacia, finirono schiacciati sotto il peso dei
compagni che premevano dalle retrovie.
Tom fu l’ultimo ad allontanarsi. Si piegò in avanti e diede fuoco alla
miccia che spuntava dal basso fossato scavato dai ragazzi, poi corse via.
I nemici si riversarono nel cortile, dietro di lui. Avrebbero potuto
catturarlo, ma erano troppi e si intralciarono tra loro. Pigiati l’uno contro
l’altro, si impedirono reciprocamente di correre o alzare il moschetto. E non
videro la miccia.
La fiammella raggiunse i barilotti di polvere nera sepolti nella trincea
mentre Tom raggiungeva la scala. La polvere esplose in una nube di fiamme,
sabbia e sangue, come se un pugno gigante fosse uscito all’improvviso dal
terreno. La sua forza dirompente trasformò persino le ossa dei caduti in
proiettili letali che sventrarono gli aggressori.
Lo scoppio riecheggiò su tutta la spianata. Fra le grida, Tom udì un nuovo
suono, un boato che fece tremare il terreno con ancor più forza
dell’esplosione e aumentò gradualmente di intensità, come un rombo di
tuono, per poi stemperarsi lentamente nel brontolio delle pietre che si
assestavano.
Arrivò in cima alla torre e guardò giù verso il cortile. Benché l’aria fosse
pervasa da fumo e polvere, da quell’altezza riuscì a vedere abbastanza per
capire cos’era successo. La torre portaia era scomparsa. Dopo essere stata
bersagliata per tre mesi dall’artiglieria nemica, si era vista dare il colpo di
grazia dall’esplosione della trincea ed era crollata, seppellendo vivi e morti
senza distinzioni.
D’istinto si guardò intorno per cercare Francis e Ana. Erano entrambi lì.
Lei era inginocchiata accanto a uno degli uomini per fasciargli le ferite,
Francis gli si era appena avvicinato e stava gridando qualcosa. A Tom
tuttavia fischiavano ancora le orecchie per lo scoppio, e non riuscì a capire
cosa stesse dicendo il nipote.
Il polverone nel cortile aveva cominciato a diradarsi e Tom, con un tuffo
al cuore, vide che il suo ultimo azzardo non aveva funzionato. L’esplosione
non aveva scoraggiato gli assalitori, che arrivavano sempre più numerosi,
superando faticosamente le macerie della torre portaia e lanciandosi verso la
ridotta. Ben presto avrebbero occupato le mura, e a quel punto sarebbe stato
tutto perduto.
Fece per prendere la pistola che portava sotto la cinta, ma scoprì che era
scomparsa. Doveva essergli caduta durante la mischia, così sollevò la spada e
si preparò mentalmente alla fine. Si rifiutava comunque di arrendersi: fintanto
che respirava poteva sperare di rivedere Sarah. Ma ormai non mancava
molto.
Francis stava ancora cercando di dirgli qualcosa e, non ottenendo risultato,
lo prese per un braccio e lo fece voltare, indicandogli il mare. Per qualche
bizzarro motivo stava sorridendo come un folle.
Poi Tom vide quello che doveva vedere, e né il dolore né lo sfinimento
della battaglia riuscirono a tenergli la gioia lontana dal viso. Nella baia era
comparsa una nave. Le sue vele terzarolate sui pennoni sembravano nubi, le
bocche dei cannoni spuntavano sfavillanti dai portelli e a prua sventolava la
bandiera a strisce rosse e bianche della Compagnia delle Indie Orientali.
Aveva calato in mare la lancia che, piena di soldati in giubba rossa, stava
superando la risacca e puntava verso la spiaggia.
Uno dei cannoni fece fuoco. Tom vide la palla sfiorare il pelo dell’acqua e
aprire uno squarcio sanguinoso nell’esercito della Rani. La spiaggia diventò
una fontana di sabbia. Un altro cannone sparò, poi un altro ancora, colpi
alternati che non diedero tregua ai soldati della sovrana. Nel giro di un istante
la vittoria si trasformò in disfatta totale e gli assalitori tornarono a testa bassa
verso l’accampamento, per poi precipitarsi nella giungla, abbandonando armi,
scorte e cannoni. Persino gli ufficiali si diedero alla fuga, senza fare alcun
tentativo di riunire gli uomini allo sbando.
L’unico a restare al suo posto fu Tungar che, drizzatosi sul cavallo, stava
gridando al suo esercito di tenere le posizioni e combattere. Dato che le sue
parole non sortivano effetto, usò la spada Nettuno, colpendo i suoi uomini
con la lama messa di piatto. I soldati in fuga continuarono a ignorarlo,
rinunciando a qualsiasi parvenza di disciplina mentre scomparivano nella
giungla. Uno di loro gli afferrò le staffe e cercò di disarcionarlo, ma lui lo
respinse con un fendente sul viso.
La nave sparò di nuovo e una delle palle di cannone passò talmente vicina
al suo destriero da staccargli quasi la testa. L’animale si impennò, scoprendo i
denti, e solo la sua straordinaria abilità permise a Tungar di restare in sella.
Con un ultimo ruggito di rabbia, girò il cavallo e lo spronò al galoppo.
Tom vide la spada Nettuno oscillare al di sopra della mischia mentre Tungar
la usava per aprirsi un varco fra la calca in fuga. Si rese conto che quella era
la sua ultima possibilità: se Tungar avesse raggiunto la giungla, per non
parlare della reggia, lui non avrebbe mai avuto un’altra occasione per
recuperare l’arma, per vendicare Alf Wilson e tutti gli uomini morti a causa
sua. Si precipitò giù per la scala, attraversò la spianata e si arrampicò sopra
l’ammasso di macerie che bloccava l’uscita. Le pietre erano ancora tiepide
per il calore sprigionato dall’esplosione.
Scrutò il campo di battaglia. Dov’era finito Tungar?
Christopher si allontanò dal forte barcollando. Polvere e sabbia gli
impedivano quasi di respirare, le orecchie gli fischiavano ancora a causa
dell’esplosione. Quando si toccò il cuoio capelluto sentì solo sangue e pelle
scorticata: lo scoppio gli aveva bruciato i capelli.
Si trovava accanto alla porta, quando era saltata in aria. Tungar aveva
insistito perché guidasse lui l’assalto: con ogni probabilità non aveva creduto
al racconto di Ilkley e sperava di sbarazzarsi del suo scomodo alleato. Se era
davvero così, il suo piano aveva funzionato quasi alla perfezione. Christopher
aveva visto Tom Weald oltre il varco all’ingresso della fortezza ed era stato
sul punto di lanciarsi all’interno per catturarlo prima che i soldati della Rani
massacrassero tutti, ma un istinto imprecisato lo aveva indotto a fermarsi
appena in tempo. La fortuna arride ai malvagi, avrebbe detto sua madre. Lui
sapeva che era stata opera del destino, che lo aveva salvato per consentirgli di
recuperare la spada. Si era tenuto in disparte abbastanza a lungo da vedere i
suoi uomini dilaniati dall’esplosione, i sopravvissuti schiacciati dal crollo
della torre portaia, e Weald nuovamente fuori portata, sulla torre. Scagliato a
terra dalla forza d’urto dello scoppio, prima ancora di alzarsi aveva capito che
le sorti della battaglia erano drasticamente mutate. I suoi soldati erano in rotta
e quando una palla di cannone aveva decapitato un uomo lui aveva visto la
nave nella baia, capendo cosa stava succedendo.
Non era dispiaciuto. Non provava la minima lealtà verso il suo esercito e
aveva già da tempo architettato dei piani per quell’evenienza. Cercò subito
Tungar e lo vide poco più in là, in sella alla sua giumenta, a gridare ai soldati
di tenere duro. Era come urlare alle onde.
Persino nel caos della battaglia Christopher provò un gelido empito di
trionfo. Tungar era spacciato: se non lo uccidevano gli inglesi ci avrebbe
pensato sicuramente la Rani. In quel momento l’unica cosa importante era
impadronirsi della spada.
Corse verso di lui, spingendo da parte i feriti che zoppicavano e
arrancavano troppo lentamente. Vide uno dei soldati cercare di impossessarsi
del cavallo di Tungar, ma un colpo della spada Nettuno stroncò sul nascere la
sua insolenza. Distratto da quella scena, non si accorse di un fucile ad
acciarino caduto sulla sabbia e vi inciampò, piombando bocconi sul terreno.
Due uomini gli passarono accanto di corsa e mentre si alzava vide una palla
di cannone farli a pezzi proprio di fronte a lui. Se non fosse incespicato...
Ringraziò di nuovo l’oscuro destino che lo proteggeva.
Ormai persino Tungar si era reso conto che la situazione era disperata. Si
voltò per fuggire, usando la spada a mo’ di falce per aprirsi un varco nella
calca che gremiva la striscia di terra fino al fiume e alla salvezza. Nemmeno
lui riuscì a passare. La giumenta, terrorizzata dalla folla e dal boato dei
cannoni, rifiutava di muoversi.
Christopher si infilò fra l’assembramento di soldati in fuga, avvicinandosi
al bersaglio. Srotolò l’urumi che si era avvolto prudentemente in vita, ma in
mezzo alla ressa non aveva molto spazio per utilizzarla. Aspettò di trovare un
varco, poi la fece srotolare di scatto sopra le teste degli uomini che aveva
davanti.
Quando vide la lama d’acciaio serrarsi intorno al polso di Tungar, rafforzò
la presa e poi la tirò indietro mozzandogli la mano, che cadde a terra ancora
stretta alla spada Nettuno, mentre il sangue zampillava dal moncherino.
Tungar urlò e lasciò andare le redini per cercare di frenare l’emorragia, ma la
cavalla era già sull’orlo del panico: non appena sentì allentarsi le briglie si
drizzò sulle zampe posteriori e lo fece piombare violentemente sulla sabbia,
poi si diede alla fuga, calpestando gli uomini sotto gli zoccoli.
La calca si stava diradando. Quasi tutti gli uomini avevano già raggiunto
gli alberi o erano morti nel tentativo di farlo. Christopher vide la lancia
dell’Indiaman avvicinarsi alla spiaggia, piena di marinai in giubba rossa. Se
lo avessero catturato lì...
La spada Nettuno giaceva sulla sabbia, scintillante come un tesoro sepolto.
Allungò la mano per prenderla e persino in mezzo alla devastazione della
sconfitta avvertì il dolce brivido del trionfo. Tutti gli orrori che aveva
sofferto, tutte le cose terribili che aveva visto e fatto, in quel momento
trovavano una giustificazione. L’arma era sua, stava per afferrarla.
Una mano gli si serrò intorno alla caviglia e lo tirò indietro. Christopher
perse l’equilibrio e cadde in ginocchio. Si tuffò verso la spada, ma la mano lo
strinse con una forza feroce e lo trascinò via.
Era Tungar. Si contorse per voltarsi e lo vide con il moncherino premuto
sulla sabbia e la mano sinistra che gli serrava la caviglia. Stringeva fra i denti
il pugnale dall’impugnatura a teschio con tanta forza che la lama gli
tagliuzzava gli angoli della bocca.
«Traditore», sibilò. «Puoi anche avermi sconfitto, ma ti spedirò da Shiva il
distruttore prima di andarci io stesso.»
Con un urlo di odio e dolore si spinse verso l’alto, facendo leva sul
moncherino della mano destra, e al contempo gli lasciò andare la caviglia,
afferrò il pugnale che teneva fra i denti e fece per affondarglielo nella gamba
con un unico movimento fluido.
Ancora una volta fu ciò che aveva imparato nel kalari a salvare la vita a
Christopher. Non appena l’avversario ebbe allentato la presa sulla caviglia,
balzò in piedi e quando il pugnale si abbassò, lui si era già alzato. La lama lo
colpì solo di striscio, facendolo sanguinare ma senza lacerare i muscoli.
Tungar era del tutto impotente. Tentò di alzarsi, ma Christopher lo spinse
giù, gli strappò di mano il pugnale e lo gettò lontano. Gli si mise a cavalcioni,
gli cinse il collo con le mani e cominciò a stringere. L’altro mulinò le braccia
e scalciò freneticamente, tentò di artigliargli gli occhi, ma il suo braccio non
era abbastanza lungo. Christopher gli addentò la mano e strinse finché non
sentì l’osso spaccarsi. Tungar spalancò la bocca per urlare, ma non ne uscì
alcun suono. La stretta al collo continuò, inesorabile, con i pollici che
premevano sulla trachea.
Gli occhi di Tungar gli stavano uscendo dalle orbite e il suo viso diventò
di un rosso talmente acceso che Christopher pensò potesse spaccarsi lungo la
giuntura della cicatrice. La lingua spuntò fra i denti marci e macchiati dal
betel, cercando l’aria che si ostinava a non arrivare.
La trachea cedette. Gli occhi di Tungar ruotarono all’indietro, la testa
cadde ciondoloni e la bocca si rilassò. Christopher diede un’ultima stretta per
assicurarsi che l’uomo fosse morto, poi si alzò e, ignorando la ferita alla
gamba, raccolse la spada e corse verso il sicuro riparo degli alberi.
I marinai intanto erano sbarcati. Gli urlarono qualcosa, ma lui non li
ascoltò, e capì che gli stavano sparando solo dagli sbuffi di sabbia che si
sollevarono sulla spiaggia intorno a lui. Si voltò a guardare e scoprì che, non
avendo ben chiara la situazione, non lo stavano inseguendo. Dietro di loro
vide una figura in piedi sopra le macerie all’ingresso del forte e capì
istintivamente che era Tom Weald.
Weald lo aveva sconfitto, ma lui aveva la spada, che gli conferiva una
nuova forza. Raggiunse gli alberi e scomparve.

Poco oltre il limitare della foresta trovò la giumenta di Tungar, che l’esercito
in fuga non aveva pensato di prendere. Era in una radura, imbrattata di
sangue e sporcizia, e stava brucando l’erba.
Christopher afferrò le briglie e le sussurrò all’orecchio qualche parola
tranquillizzante, fino a quando lei non gli permise di salire in sella. Sapeva
che ben presto lo avrebbero inseguito e cavalcò a spron battuto, guadando gli
specchi d’acqua stagnante e seguendo sentieri tortuosi finché non fu sicuro di
essere solo.
La cavalla ansimava, i fianchi bagnati fumavano nella calura. Lui scivolò
giù dalla sella per concederle un po’ di tregua e si incamminò tenendola per
le briglie mentre rifletteva febbrilmente.
Non poteva tornare dalla Rani. Con l’esercito in rotta e il forte salvato
dalla Compagnia delle Indie Orientali, la sovrana vedeva fallire miseramente
il suo piano. Avrebbe dovuto chiedere la pace e la Compagnia non sarebbe
certo stata in vena di clemenza, avrebbe potuto persino imporle di consegnare
lui perché subisse una punizione esemplare. Il pensiero di vedersi riportare a
Bombay in catene, di essere gettato a terra davanti al padre e dover implorare
per avere salva la vita lo fece tremare di rabbia e paura.
Arrivò a un crocevia. C’erano alcune squallide capanne sparse fra gli
alberi, ma, non appena avevano sentito arrivare la sua giumenta, gli abitanti si
erano nascosti. Sapevano bene che non succedeva mai niente di positivo
quando uomini a cavallo si presentavano nel loro villaggio. Entrò nelle
casupole chinando la testa e prese il cibo che trovò, qualche polpetta di riso e
del pesce essiccato. Non si preoccupò di cercare denaro. Quelle persone
vivevano praticamente come animali. Sentiva i loro occhi addosso mentre lo
osservavano dal sottobosco, ma non se ne curò: la spada Nettuno li avrebbe
tenuti alla larga.
La sguainò, ammirandone il perfetto bilanciamento. Se la fece ruotare
nella mano in modo che gli intarsi in oro sulla lama riflettessero la luce del
sole che filtrava fra gli alberi, e lo zaffiro sul pomello baluginò come un
unico occhio azzurro che lo scrutava nel profondo dell’anima. Aveva perso
quasi tutto, ma con quell’arma si sentiva invincibile. Quando si interrogò sul
da farsi gli tornò in mente uno stralcio dell’ultima conversazione con
Tamaana.
«Dove potremmo andare, se fossimo liberi? Se volessimo stare insieme in
un luogo in cui nessuno conosce il nostro passato?»
«A Tiracola», aveva risposto lei, «una terra senza leggi né restrizioni. Un
luogo dove potremmo essere davvero liberi.»
«Forse un giorno ci ritroveremo là», aveva detto lui.
Salì in sella e girò la giumenta verso nord.

Tom trovò il corpo di Tungar riverso sulla sabbia fradicia di sangue. Aveva la
mano destra mozzata di netto, ma per il resto non sembrava avere nessuna
ferita letale. Si avvicinò con cautela, chiedendosi se potesse essere ancora
vivo.
Una mosca strisciò fuori dalla bocca dell’uomo, passando accanto alla
lingua, e Tom capì di non avere nulla da temere. A qualche passo di distanza,
dove il terreno era coperto di impronte di zoccoli, trovò la mano tagliata, ma
non vide traccia della spada che aveva brandito.
Gli ultimi soldati della Rani avevano ormai raggiunto il limitare della
giungla e stavano scomparendo. Uno in particolare attirò la sua attenzione, un
uomo alto e calvo che gli parve familiare. Da quella distanza e nell’ombra
delle palme non riuscì a vedere la spada che aveva in pugno.
Fu assalito da un’ondata di delusione, ma solo per un istante. Immaginò
che uno dei soldati avesse raccolto l’arma dal campo di battaglia, tuttavia non
perse le speranze: era impossibile tenere nascosto un oggetto tanto prezioso.
Qualcuno avrebbe parlato e lui si sarebbe assicurato di venirlo a sapere. Se la
Rani avesse tentato di tenersi la spada lui avrebbe bruciato il suo palazzo fino
alle fondamenta.
«Posa quell’arma!»
Si voltò e scoprì una ventina di moschetti puntati su di sé. I marinai erano
sbarcati e si erano messi in posizione. Avevano il sole alle spalle e le calze
ancora bagnate dalla risacca.
Tom sollevò le braccia stanche. «Calma», gridò. «Sono un amico.»
Il suo fu poco più che un gracchiare quasi indistinto, ma i marinai
riconobbero le parole e il loro sergente ordinò di abbassare i fucili.
«Vi chiedo scusa», disse un’altra voce mentre da dietro di loro sbucava un
uomo con la giacca blu da capitano della Compagnia delle Indie Orientali.
«Quando la notizia della vostra difficile situazione ha raggiunto Madras,
abbiamo temuto di non trovare più nessun inglese vivo.» Si interruppe.
«Buon Dio. Possibile che...»
Tom si riparò gli occhi dal sole. Dopo tutto quello che aveva passato
impiegò un attimo per identificare il viso del capitano, le guance segnate
dalle intemperie e i severi occhi azzurri, i capelli rossicci striati di grigio.
«Capitano Inchbird?»
«Ci incontriamo di nuovo, e stavolta riesco a ripagare il debito che ho nei
vostri confronti.» Inchbird lo osservò con attenzione. «Come diamine siete
finito qui?»
«È una lunga storia.»
«Non riesco a immaginare cosa dovete aver sofferto.» Inchbird indicò il
fortino. «Resistere così a lungo, in una situazione tanto sfavorevole... A
Leadenhall Street brinderanno per voi.»
«Non ho bisogno della loro gratitudine, l’ho fatto per salvare me stesso e
la mia famiglia. Se non fosse stato per la tirannica avidità della Compagnia,
la Rani non si sarebbe sentita tanto provocata da dichiarare guerra.»
«In ogni caso», replicò l’altro in tono ironico, «non c’è nulla che i
mercanti di Londra amino quanto un eroe, soprattutto un eroe che salva la
loro dignità e i loro profitti.»
«Per me contano solo mia moglie e Agnes, Mrs Hicks. Stavano bene,
quando le avete lasciate?»
Il viso di Inchbird si rannuvolò. «Non capisco cosa volete dire.»
«Siete partito da Madras, no?»
Inchbird annuì.
«E allora le avrete sicuramente viste, altrimenti come potreste aver saputo
delle nostre difficoltà?»
«A Madras non è arrivato nessun sopravvissuto. Siamo stati informati
dell’assedio da alcuni mercanti tamil appena sbarcati.»
«Ma Sarah e Agnes sono partite mesi fa», gridò Tom. «A questo punto
devono essere per forza arrivate.»
«Può darsi che l’abbiano fatto dopo che noi siamo salpati.» Inchbird vide
il terrore sul suo volto e assunse un tono più dolce. «I mari non sono stati
facili, durante la stagione del monsone. Con ogni probabilità si sono fermate
in qualche porto sicuro ad aspettare condizioni più clementi.»
Ma Tom interpretò le sue rassicurazioni per quello che erano: vuote parole
prive di autentica speranza. Fu assalito dallo sconforto e per poco non
scoppiò in lacrime. A cosa serviva essere sopravvissuto all’assedio, se non
riusciva a trovare Sarah? Orribili timori su ciò che poteva esserle successo gli
affollavano la mente, ognuno più spaventoso del precedente.
Eppure nell’oscurità brillava ancora un barlume di speranza: se Sarah
fosse morta lui l’avrebbe sicuramente percepito, in cuor suo, quindi doveva
essere ancora viva.
«Devo trovarle.» Guardò Inchbird negli occhi e li scoprì colmi di
compassione. «Mi avete appena parlato della gratitudine della Compagnia nei
miei confronti. Se questo significa qualcosa, portateci a Madras.»

Tre settimane dopo avere lasciato Brinjoan, Tom, Francis e Ana gettarono
l’ancora nella rada di Madras, che a Tom ricordò le immagini delle città
medievali viste su alcune stampe. Era circondata da mura di pietra del colore
del ferro arrugginito, protette da numerose batterie di cannoni e da bastioni a
forma di mezzaluna. All’interno della cinta muraria svettava tutta una serie di
edifici eleganti, mentre verso nord e sud si protendevano i bassi paesini
fatiscenti in cui vivevano i mercanti indigeni giunti a frotte per fare affari con
la Compagnia.
L’ancora aveva a malapena toccato il fondo quando un’enorme flottiglia di
piccole imbarcazioni e catamarani sfrecciò verso la nave per offrire noci di
cocco, rum, frutta e pesce. Alcune delle donne che dal basso allungavano le
mercanzie ai marinai in attesa erano seminude e Tom immaginò che anche
loro fossero in vendita.
«Vi hanno identificato come orombarros», spiegò Inchbird, «stranieri mai
venuti qui in città. Si aspettano sicuramente di guadagnare parecchio con
voi.»
«In tal caso rimarranno deluse, perché sono rimasto senza un soldo»,
replicò lui. «Quando manderete a terra il carico?»
«Aspetteremo fino a domani. Devo prima ormeggiare e poi rifocillare gli
uomini, ma il governatore si aspetterà che mandi subito a terra
corrispondenza e documenti. Vi sarei grato se li consegnaste voi per me.»
Tom capì cosa stava facendo Inchbird, e gliene fu grato. Salì con Francis e
Ana su una delle piccole lance. Le tavole, unite da cime anziché da chiodi, si
spostarono visibilmente sotto il loro peso e l’acqua penetrò dalle fessure.
«Riusciremo almeno ad arrivare a terra?» si chiese Francis. «Questa barca
sembra fatta apposta per farci finire in mare.»
«Ti sbagli, sono ottime imbarcazioni», replicò Tom. «A differenza delle
nostre lance, sono progettate in modo da flettersi nella risacca. Può darsi che
ti bagni, ma di certo non ti capovolgi mai.»
E infatti raggiunsero umidi ma incolumi il pontile accanto alla porta delle
mura affacciate sul mare. Non ebbero la minima difficoltà a entrare, con i
documenti della nave da consegnare, e una volta all’interno si ritrovarono
direttamente in un mercato. La strada sabbiosa era gremita di commercianti
che si gridavano a vicenda le rispettive offerte mentre manifesti affissi al
muro indicavano per quando era previsto l’arrivo dei velieri. Alcuni mercanti
andarono subito ad abbracciare affettuosamente Ana, e Tom fu felice di
notare che le volevano bene. Francis rimase in disparte, accigliato.
Lei li interpellò rapidamente nella loro lingua, poi si fece seria. «Non
hanno avuto notizie né di Sarah né di Agnes, ma dicono che la settimana
scorsa una nave ha portato qui un uomo da Brinjoan, un inglese. Si trova
nella cittadella.»
«Ci vado subito», affermò Tom. «Tu e Francis vedete cos’altro riuscite a
scoprire nella zona del porto.»
La cittadella al centro di Madras somigliava a una versione in scala più
ampia del forte di Brinjoan, grande il doppio e con un’imponente abitazione a
tre piani al centro. Quando passò sotto l’arcata all’ingresso, Tom fu assalito
da un ricordo doloroso, un’eco di quegli ultimi momenti disperati nella
fortezza, quando aveva temuto che fosse tutto finito.
I documenti di Inchbird lo condussero fino alla sala d’attesa. Consegnò il
plico a un servitore e rimase ad aspettare dopo che lui fu scomparso dentro un
ampio ufficio al primo piano.
Un’attesa che si rivelò lunghissima. L’orologio a pendolo nell’ingresso
batté le ore. Tom fissava la porta con rabbiosa concentrazione, cercando di
farla aprire con la mera forza di volontà. Strinse energicamente i braccioli
della sedia per imporsi di non sfondarla.
Quando ormai pensava di non poter attendere un istante di più, la vide
aprirsi e il lacchè gli indicò di entrare in una stanza ariosa dalle alte finestre.
Le pareti erano ornate di armi antiche disposte ad arte – un rosone di
moschetti, un ventaglio di spade, picche incrociate – che gli ricordarono
quelle nella biblioteca di High Weald, che non vedeva da così tanti anni.
Un uomo gli andò incontro per salutarlo tendendogli la mano. «William
Fraser», si presentò. «Sono il governatore di Fort St George. Voi siete
Thomas Weald?»
Lui annuì e Fraser gli strinse vigorosamente la mano. «Io e l’intera
Compagnia vi siamo debitori ed enormemente grati. Il resoconto del capitano
Inchbird non lascia dubbi: se non fosse stato per il vostro coraggioso
intervento, il forte sarebbe andato perso e la sua intera guarnigione ridotta in
schiavitù o massacrata. Il danno al prestigio della Compagnia, per non dire ai
suoi commerci, sarebbe stato incalcolabile se i neri si fossero messi in testa di
poterci far sanguinare il naso impunemente.»
Tom si fece insolitamente taciturno. Non aveva previsto di diventare il
paladino della Compagnia delle Indie Orientali, e si trattava di una situazione
paradossale. E molto pericolosa. In quell’ambiente confortevole, dopo mesi
di sofferenza, accolto festosamente come un eroe, avrebbe trovato sin troppo
facile abbassare la guardia. Se qualcuno lo avesse riconosciuto o se Guy
avesse scoperto qualcosa...
«Mi spiace che siano sopravvissuti così pochi dei vostri uomini», borbottò.
«Mr Foy non ne ha lasciati molti da salvare.»
«Ha pagato il prezzo della sua avventatezza.»
«Lo hanno pagato anche molti altri, e loro non hanno avuto alcuna voce in
capitolo.» Tom sentì ribollire dentro di sé tutte le frustrazioni degli ultimi
mesi. Avrebbe voluto strappare i pesanti tendaggi, fracassare i quadri appesi
alle pareti e far volare con un’unica passata del braccio i faldoni che
coprivano la scrivania di Fraser.
Si sforzò di mantenere la calma.
«Prima che l’assedio iniziasse, uno dei commissionari è fuggito su
un’imbarcazione insieme alle donne presenti nell’insediamento: la moglie di
Foy, quella del capitano Hicks e la mia. Erano diretti a Madras.»
Fraser assunse un’espressione solenne. «Fino alla settimana scorsa vi avrei
consigliato di temere il peggio, perché non avevo ricevuto alcuna notizia su
di loro, ora invece posso dirvi qualcosa di più, anche se non so se le
giudicherete o meno novità promettenti.»
Tom ebbe l’impressione che il costato gli premesse sul cuore e si afferrò al
bordo della scrivania, le nocche sbiancate. «Di cosa si tratta?»
«Sedetevi.» Fraser gli indicò una sedia. «Potete sentirlo direttamente dalla
fonte, come si suol dire.»
Suonò un campanello mentre Tom si lasciava cadere su una sedia dallo
schienale alto. Sentì aprirsi la porta e poi dei passi esitanti che si
avvicinavano.
«Mr Kyffen», annunciò il lacchè prima di chiudere la porta.
Kyffen arrivò quasi al centro della stanza prima di scorgere Tom, dopo di
che indietreggiò e girò la testa di scatto, mentre scoccava un’occhiata furtiva
verso l’uscita.
«Mr Weald!» esclamò senza la minima cordialità quando capì che non
c’erano vie di fuga. «Grazie a Dio siete sopravvissuto. Non osavo sperare di
rivedervi in vita.»
L’ultima volta in cui Tom lo aveva visto stavano fuggendo dal palazzo
della Rani per mettersi in salvo. I mesi successivi non erano stati clementi
con nessuno dei due, ma Kyffen ne era uscito peggio. Aveva il naso
costellato di croste nei punti in cui era stato spellato dal sole, gli occhi
sembravano sporgere dalle orbite infossate e le mani tremavano.
Tom avrebbe potuto chiedergli parecchie cose, ma soltanto una gli
importava. «Dov’è mia moglie?»
L’altro rabbrividì e si accasciò su una sedia, spostandola in modo da non
doverlo guardare negli occhi.
«Temo, signore, che quanto sto per dirvi non vi piacerà.»

L’imbarcazione si muoveva a stento sul mare piatto e otto uomini e tre donne
erano stesi scompostamente sullo scafo sovraccarico. Gli uomini erano nudi
fino alla cintola, le donne portavano abiti stracciati fino ai limiti
dell’indecenza. Quattro remi si immergevano e si muovevano con scarsa
convinzione nell’acqua vitrea. Presto si sarebbero fermati perché tutti
avevano imparato da tempo che era inutile cercare di vogare durante le ore
più calde della giornata.
Il sole brillava in un cielo privo di nubi. Quell’anno il monsone era stato
debole. Le tempeste che inauguravano la stagione erano giunte puntuali, ma
non erano state seguite dalle consuete piogge. Nell’entroterra i contadini
grattavano sulla terra asciutta e pregavano di sopravvivere fino alla stagione
seguente. Le persone sul gallivat non sapevano nemmeno se avrebbero visto
la settimana successiva.
Agnes viveva in India sin da quando aveva dieci anni, ormai le dolci
colline e la tenue pioggerellina del natio Yorkshire erano ricordi talmente
lontani che avrebbero potuto benissimo essere semplici sogni. Era
sopravvissuta per più di vent’anni: venti monsoni febbrili, venti estati aride in
cui la calura sembrava incendiarle le ossa. Aveva partorito cinque figli e li
aveva seppelliti uno per uno prima che compissero tre anni, aveva conosciuto
stenti e tribolazioni.
Ma niente, nella sua vita, era paragonabile all’esperienza che stava
affrontando. Da tre settimane era stipata con altre dieci persone su
un’imbarcazione lunga trenta piedi e talmente carica che le falchette
sfioravano il pelo dell’acqua. Non c’era alcun riparo né alcuna intimità. Dopo
la fine dei primi temporali, Leigh, il nostromo della Kestrel, aveva sistemato
a prua un pezzo di tela come paravento e un altro come tendone da riparo, ma
all’improvviso era scoppiata un’altra tempesta che li aveva strappati via,
insieme all’albero e alla vela. Da allora non avevano avuto altra scelta se non
passare lunghe giornate ai remi. Agnes aveva dato il proprio contributo,
quando non era impegnata ad accudire Sarah, fino a ritrovarsi con le mani
callose come quelle di un marinaio.
«Dovrei aiutarvi a vogare», protestò Sarah quella mattina. Non aveva più
la febbre e riusciva a stare seduta, pur essendo ancora molto debole.
«Sciocchezze. Nelle tue condizioni non riusciresti nemmeno a sollevare il
remo.»
«Ma dimostrerebbe agli uomini che apprezzo i loro sforzi. Tutti gli altri
fanno la loro parte.»
«Non tutti», puntualizzò Agnes, lanciando un’occhiataccia a Lydia Foy,
seduta a prua sopra i forzieri della Compagnia. Accanto a lei c’era Kyffen,
che ostentava autorevolezza. I due erano inseparabili persino rispetto ai
parametri dell’angusta imbarcazione, strizzati insieme sotto il parasole che la
donna si rifiutava di condividere.
«Gli uomini sanno quanto tieni a loro», assicurò a Sarah. «Il loro unico
desiderio è condurti fino a un porto sicuro.»
Sarah sorrise fiocamente. «In tal caso credo che...»
Fu interrotta da un colpo di tosse che si trasformò in conato, ed ebbe
giusto il tempo di sporgere la testa dalla fiancata prima che l’esigua razione
di riso e carne di maiale sotto sale mangiata per colazione le risalisse in gola
e venisse vomitata in mare.
Agnes sospirò e la tenne stretta finché non ebbe finito. La scena si ripeteva
ogni mattina.
«Non dovremmo sprecare cibo per lei, se non riesce a tenerlo nello
stomaco», sottolineò Lydia, acida. «Tanto più che il resto di noi sta morendo
di fame.»
«Sarah avrà la parte che le spetta come chiunque altro», insistette Agnes.
Di tutte le persone sulla barca, Lydia sembrava quella che aveva risentito
meno della penuria di cibo: aveva un colorito sano e un seno più prosperoso
che mai. Agnes sospettava che Kyffen le passasse di nascosto dei bocconi
supplementari, e forse non solo quelli. A volte, la notte, sentiva arrivare strani
rumori da prua.
«Non voglio certo essere di peso», affermò Sarah. Si appoggiò
all’indietro, lo stomaco ancora sottosopra per lo sforzo. Agnes le si sedette
accanto, sistemandosi in modo da farle ombra al viso, poi le accostò alle
labbra una tazza d’acqua. Era una splendida tazza di porcellana su cui erano
dipinte fronde di salice, il contenitore più incongruo in quelle circostanze. Era
rimasta sbalordita scoprendo che Mrs Foy era riuscita a stipare sul gallivat il
suo servizio di piatti più pregiato.
«Attenta», le disse Lydia. «Presto rimarremo a corto di acqua, finché non
piove di nuovo.»
Era uno dei molti crudeli paradossi della loro difficile situazione. Quando
arrivava, la pioggia era talmente torrenziale da riempire quasi l’imbarcazione
e tutti dovevano abbandonare i remi e aggottare in maniera spasmodica per
non finire sommersi, gettando letteralmente via l’acqua. Ma non avevano
barili in cui conservarla, quindi dopo che cessava la pioggia e usciva il sole si
ritrovavano a morire quasi di sete.
Agnes fissò la costa poco distante, le fitte foreste intervallate da spiagge
dorate. Dopo le tempeste si erano mantenuti vicini alla terraferma per paura
di annegare.
«Dovremmo sbarcare», disse. «Potremmo trovare dell’acqua o un
villaggio. Magari potremmo farci dare del cibo dagli indigeni.»
«Cibo?» chiese Lydia, con un’occhiata capace di incenerirla. «Perché mai
dovrebbero aiutarci? È più probabile che ci taglierebbero la gola e
ruberebbero tutte le nostre cose.»
«Abbiamo oro a sufficienza, il cibo potremmo comprarlo.»
«Il sole deve avervi dato alla testa. Non darei a questi indigeni nemmeno
un fanam del mio oro.»
«L’oro appartiene alla Compagnia», sottolineò Agnes.
«Era di mio marito», insistette l’altra.
«Non vi servirà a nulla, quando sarete morta.» Durante tutti gli anni
trascorsi in India, Agnes aveva imparato a interpretare il ruolo della
mogliettina obbediente, a mordersi la lingua per non compromettere la
carriera del marito, a ignorare gli affronti da parte di Guy e le offese della
sorella Caroline, sempre più pungenti a mano a mano che lei diventava più
vecchia, grassa e infelice.
Adesso sentiva allentarsi quelle antiche costrizioni. Non sapeva se la colpa
era della perdita del coniuge, del calore del sole o semplicemente della
situazione estrema in cui si trovava, ma in fondo non le importava. Sentì la
rabbia montarle dentro e non tentò nemmeno di arginarla.
«Mia sorella ha bisogno di dormire e di un posto in cui stendersi», affermò
con foga. «Tutti gli uomini hanno bisogno di cibo, riparo e riposo. Non vi
permetterò di restarvene seduta con aria compiaciuta su quei forzieri pieni
d’oro e negare loro il necessario per sopravvivere.»
Gli uomini ai remi smisero di vogare e alzarono gli occhi. Lydia la guardò
in cagnesco dall’estremità opposta della barca. «State perdendo il controllo,
Mrs Hicks.»
Agnes si rivolse a Leigh, seduto a poppa, al timone. «Accostate a sinistra,
per favore. Andiamo a terra.»
«Per essere derubati e fatti schiavi dagli indigeni?» Lydia tirò la manica a
Kyffen, che aveva distolto lo sguardo per non essere coinvolto nella
discussione. «Mr Kyffen! Siete voi al comando, qui.»
Lui, titubante, guardò prima una donna, poi l’altra. «Mrs Foy ha ragione»,
bofonchiò. «Mantenete la rotta. Non possiamo rischiare di scendere a terra.»
«Vi chiedo scusa, signora, ma indossare la giubba blu della Compagnia
non basta a trasformare un uomo in un comandante», dichiarò Leigh,
spostando la barra del timone. Gli altri cominciarono a vogare.
Lydia andò su tutte le furie. «Questo è un ammutinamento. Non appena
raggiungeremo Madras informerò il governatore e vi farò impiccare sulla
forca più vicina.»
Leigh la costrinse ad abbassare lo sguardo. «Correrò il rischio. Se
arriviamo a Madras.»
«Mr Kyffen!» strillò lei. «Intendete permettere una simile insolenza?»
«Sono sicura che non lo farà», asserì Agnes in tono gelido. «Visto quanto
siete stata generosa con i vostri favori, lo tenete letteralmente per le parti
intime.»
Sentì le parole uscirle di bocca e stentò a credere di aver avuto il coraggio
di pronunciarle. Lydia sbiancò per la rabbia e lanciò un’occhiata a Kyffen,
ma lui si limitò a guardare Agnes a bocca aperta, sbalordito.
Con uno strillo, Lydia infilò le mani sotto la gonna e quando le tirò fuori
stringeva una piccola pistola con il manico di avorio che puntò contro Agnes.
«Mr Leigh, riprendete la rotta, vi prego», ordinò, continuando a impugnare
saldamente l’arma.
Nessuno si mosse. Leigh guardò Agnes con aria impaziente mentre gli
uomini ai remi fissavano ora una ora l’altra. L’unico suono era il sommesso
sciabordare delle onde contro lo scafo e il gocciolare dell’acqua dai remi.
«Vela.»
La voce di Sarah infranse la finta calma. Senza che nessuno se ne
accorgresse si era messa seduta e adesso stava fissando il mare, a bocca
aperta per lo stupore. Aveva la voce talmente roca da risultare a malapena
udibile, ma riuscì a fendere il silenzio carico di tensione.
Nel giro di un istante la discussione fu dimenticata. Si voltarono tutti verso
il punto che stava indicando, riparandosi gli occhi per scorgere la vela bianca
che spezzava l’orizzonte.
«Grazie a Dio siamo salvi!» gridò Kyffen, tamponandosi la fronte.
Accanto a lui Lydia Foy osservò con sguardo attento il veliero che si
avvicinava.
«È inglese?»
«Sembrerebbe un grab», affermò Leigh.
Il grab era un tipico bastimento indiano il cui nome significava «corvo» in
arabo e che, come gli uccelli, era in grado di volare anche con il più delicato
dei venti grazie ai due alberi a vele quadre. La sua caratteristica più distintiva
era la prua mozzata per lasciare un ponte di prua basso e piatto che concedeva
un campo di fuoco totalmente sgombro ai cannoni di prua.
«Potrebbe essere un country trader?» chiese Agnes, riferendosi a una nave
impegnata nel commercio interno dell’oceano delle Indie.
«Non molti mercanti metterebbero a repentaglio il proprio carico in questo
periodo dell’anno», sottolineò Leigh in tono scettico.
La loro euforia si dileguò e cominciarono a fissare con ansia la nave che si
approssimava, combattuti fra la speranza di salvezza e la straziante paura di
un destino persino peggiore di quello che era loro toccato fino ad allora.
«Sta alzando una bandiera.»
Sull’albero di gabbia venne issato uno stendardo rosso e una raffica di
vento lo colpì, tendendolo. Videro il disegno del serpente incresparsi sul
tessuto color cremisi.
Agnes non si era mai imbattuta in quella bandiera, ma la conosceva per
fama. In diverse occasioni, durante la cena al tavolo della Compagnia, il
discorso si era spostato sul pirata Angria, il flagello della costa del Malabar.
Ogni mercante e ogni marinaio avevano una storia da raccontare su un
compagno di viaggio ucciso in battaglia oppure catturato e sottoposto a
indicibili torture nelle sue segrete.
«Puntate verso terra», gridò Kyffen. «La nostra unica speranza è la fuga.»
Gli uomini si chinarono sui remi, ma erano pochi e stremati. Il grab
puntava verso di loro, scivolando agevolmente sul mare piatto.
«Hanno il diavolo in persona che gli soffia nelle vele», disse uno dei
marinai, con un fil di voce.
«Silenzio», gli ordinò Leigh. «Non sprecare il fiato.»
«Se ci avviciniamo ancor più alla costa, forse spezzerà la chiglia»,
ipotizzò Kyffen, speranzoso.
Agnes scosse il capo. «Ho visto navi come quella ormeggiate a Brinjoan,
hanno un pescaggio molto basso.»
Una fiamma balenò a prua del grab e dopo un attimo sentirono il sordo
boato di un cannone. La palla sfiorò il pelo dell’acqua e affondò a una
quindicina di braccia dal loro traverso.
«Quei selvaggi non sanno nemmeno prendere la mira», commentò Lydia,
che stringeva ancora la pistola con il manico in avorio.
«Quello era un colpo di avvertimento», spiegò Leigh. «Il prossimo
arriverà più vicino.»
Come se i pirati lo avessero sentito, il grab fece nuovamente fuoco e la
palla cadde talmente vicino a loro che furono colpiti dagli schizzi d’acqua.
«Siamo troppo carichi», disse Leigh in tono allarmato. «Basta che ci
centrino una sola volta e coleremo a picco. Sapete nuotare, Mrs Hicks?»
«Un poco, ma non riusciremmo mai a portare Sarah fino alla spiaggia.»
Fissarono la nave che filava verso di loro, ormai talmente vicina che
Agnes vedeva il sole scintillare sulla bocca dei cannoni e l’equipaggio
ammassato a prua, intento a sollevare ripetutamente le armi verso il cielo e
lanciare stridule urla di battaglia che parlavano di terrore e torture.
«Cosa facciamo?»

Accasciato sulla sedia nella casa del governatore, Kyffen teneva lo sguardo
chino. La luce del tramonto tropicale che entrava dalle alte finestre lo
avviluppava in un bagliore quasi cremisi.
«Naturalmente ho resistito ai pirati come meglio potevo, ma eravamo
stremati dall’inedia e indeboliti da tutti quei giorni passati per mare, quindi ci
hanno rapidamente sopraffatto. Hanno preso in ostaggio le donne e messo il
sottoscritto su una barchetta, poi mi hanno ordinato con i loro modi selvaggi
di portare un messaggio qui a Madras, una richiesta di riscatto per i
prigionieri. E così, dopo essere andato a lungo alla deriva e avere visto più di
una volta la morte in faccia, sono arrivato qui.»
Mentre ascoltava il racconto, Tom si era alzato e aveva iniziato a misurare
la stanza a grandi passi. A un tratto si fermò, appoggiandosi al davanzale e
fissando il sole che tramontava sulla laguna a ovest della cittadina.
«Quanto?» chiese.
L’altro si dimenò sulla sedia, a disagio. «Come, scusate?»
«Quanto hanno chiesto come riscatto?»
«Hanno chiesto...» Kyffen aprì e richiuse la bocca come un pesce.
«Cinquemila rupie.»
«E come dev’essere pagato? Dove tengono le donne?»
Lui si torse le dita finché Tom non temette che potessero spezzarsi. «Non
ricordo. In quella situazione... Era tutto così terribile, capite, rischiavo la vita
e mi sono salvato per un soffio.»
«Il covo di Angria è la fortezza di Tiracola, a sud di Bombay», intervenne
il governatore. «Le ha portate quasi sicuramente là.»
Tom lo ignorò. Diede le spalle alla finestra e si avvicinò a Kyffen fino a
fargli ombra. L’ometto si ritrasse sulla sedia, impaurito.
«State mentendo.»
Lo prese per il bavero della giacca e lo tirò in piedi di scatto. Lo costrinse
a voltarsi, lo trascinò attraverso la stanza mentre quello scalciava come un
bambino riottoso e lo sbatté contro la parete. Fraser fece per protestare, ma fu
trattenuto dall’intensità della rabbia di Tom.
«Ditemi la verità», ordinò lui.
Kyffen si era rintanato dentro la camicia fin quasi a scomparire. Cominciò
a farfugliare agitando braccia e gambe. «Lasciatemi andare», squittì.
Tom lo accontentò e Kyffen piombò sul pavimento con un tonfo e un
grido.
«Siete un codardo, un disgraziato», gli disse Tom. «Se aveste obbedito ai
miei ordini, invece di pensare unicamente a salvarvi la pelle, avremmo potuto
fuggire tutti sulla nave, molti uomini sarebbero ancora vivi e io avrei ancora
mia moglie.»
Sopraffatto dall’ira, accompagnò l’ultima parola con un calcio nelle
costole che strappò un altro strillo a Kyffen.
«Mr Weald», disse Fraser, sgomento, «non costringetemi a chiamare le
guardie.»
Lui si ritrasse, ansimando, e fissò la parete perché sapeva che se avesse
guardato di nuovo Kyffen lo avrebbe malmenato.
«I pirati non vi hanno liberato e non vi hanno affidato nessun messaggio,
vero?» Sollevò il pugno chiuso e l’altro piagnucolò e si premette contro il
pavimento.
«Mr Weald», lo ammonì Fraser.
«Io combattevo contro i pirati su quegli oceani quando voi facevate ancora
la guerra con i soldatini di latta. Per quella gente ogni prigioniero è merce
preziosa. Non rinuncerebbero a un ostaggio, esattamente come non
rinuncerebbero mai a un sacco pieno d’oro, quindi ve lo chiedo di nuovo:
cos’è successo?»
Kyffen perdeva sangue dal naso. Si mise seduto e rivolse un’occhiata
implorante a Fraser.
«Gli permettete di trattarmi così? Chiamate le guardie, chiudetelo in
prigione. È un delinquente, un pazzo.»
«Rispondete alla domanda», lo sollecitò Fraser.
Lui spostò lo sguardo dal governatore a Tom e sul suo volto apparve
un’espressione di sconfitta. Si era reso conto di non avere più alleati in quella
stanza.
«Non mi sono battuto con i pirati», sussurrò.
«E loro non vi hanno mai catturato?» lo incalzò Tom.
«Mi sono tuffato in mare», ammise tristemente Kyffen. «Eravamo
piuttosto vicini a terra, sono riuscito a raggiungerla a nuoto. Erano troppo
impegnati a dividersi il bottino per badare a me.»
«Avete abbandonato le donne?» chiese il governatore.
«Sì.» Lui chinò il capo. «Cosa potevo fare contro un centinaio di pirati?
Ho pensato che così forse sarei riuscito a cercare aiuto, a dare l’allarme.»
«Non l’avete pensato nemmeno per un istante», lo contraddisse Tom,
sforzandosi di dominare la rabbia. «Vi interessava solo mettervi in salvo.»
Kyffen non lo negò. «Ho trovato un villaggio e mi sono affidato alla
benevolenza degli abitanti. Dopo la partenza dei pirati, alcuni pescatori mi
hanno accompagnato lungo la costa, di villaggio in villaggio, settimana dopo
settimana, finché non sono arrivato qui. E credetemi», aggiunse in tono
ipocrita, «da allora non è passato un solo giorno senza che pregassi Dio di
risparmiare quelle povere donne. Se avessi potuto prendere il loro posto lo
avrei fatto con gioia.»
Tom lo ridusse al silenzio con un’occhiata feroce e lo guardò
piagnucolare. In quel momento ricordò di come il padre, Hal, si fosse
occupato di uno dei dipendenti della Compagnia che aveva venduto la
famiglia ai pirati: gli aveva estorto una confessione minacciandolo con la
spada, poi lo aveva impiccato, nudo, fuori dalla finestra.
Ma anche se Fraser glielo avesse permesso, lui non avrebbe avuto il
coraggio di imporre altre sofferenze a Kyffen. Quell’uomo era un codardo e
nulla più, non aveva chiesto lui la responsabilità che gli era stata affibbiata.
Con il labbro superiore incrostato di sangue e muco, somigliava a un
bambino in lacrime appena spintonato da ragazzi più grandi.
«Sparite», sibilò.
Kyffen strisciò via, tremando nel timore di un altro colpo, e fuggì dalla
stanza. Tom si rivolse a Fraser.
«Come faccio a riprendermi Sarah e Agnes?»
Il governatore parve a disagio. «Se le ha catturate Angria, avrà mandato la
sua richiesta di riscatto a Bombay.»
«E a quel punto cosa succederà?»
«Il governatore Courteney non ritiene opportuno trattare con i pirati.
Secondo lui serve solo a incoraggiarli.»
«E quindi cosa farà? Attaccherà la fortezza?»
Fraser esitò. «Angria è il pirata più potente sulla costa del Malabar, mentre
lui dispone di forze limitate.»
«Volete dire che le lascerà marcire in prigione? Una delle donne è Agnes
Hicks, sua cognata.»
«Non posso parlare a nome suo.» Vide l’angoscia sul volto di Tom. «Ma
vi troverò posto su una nave diretta a Bombay in modo che possiate perorare
la vostra causa davanti al governatore. Se lui non intende pagare il riscatto,
qui o a Surat potrebbero esserci dei mercanti disposti ad anticiparvi la
somma.»
«In cambio di cosa?» replicò Tom in tono cupo. «Non ho garanzie da
offrire né prospettive. Ho rischiato la vita salvando la preziosa proprietà della
vostra Compagnia e qual è la mia ricompensa? Vedere mia moglie
abbandonata nelle segrete di un pirata?»
Fraser allargò le mani. «Vorrei tanto poter fare di più. Come ben sapete,
questi pirati sono uomini d’affari, e gli ostaggi sono la loro merce. Trovate il
riscatto chiesto da Angria e lui si dimostrerà giusto.»
«E se non ci riesco?»
«Angria cercherà di limitare le perdite e riserverà ai prigionieri un
trattamento che serva da monito per chi non vuole pagare.»

Furono costretti ad aspettare a Madras per una settimana. Ogni giorno Ana
portava Tom e Francis a parlare con i mercanti che conosceva. Tutti offrirono
solidarietà, ma nessuno aveva denaro da prestare.
«È il momento sbagliato», spiegò lei. «Finché non arrivano le navi
dall’Inghilterra tutto il loro capitale è investito nelle merci.»
Finalmente salparono, ma trascorsero interminabili settimane a incrociare
al largo di capo Comorin e su, lungo la costa del Malabar, navigando di
bolina.
Oltrepassarono Brinjoan, una semplice macchiolina all’orizzonte. Dal
mare non si notavano le devastazioni che aveva subito, ma Tom fu comunque
felice di allontanarsi. Più a nord Ana indicò l’isola di Kidd, dove un tempo il
famigerato pirata si fermava a raddobbare le sue navi.
«Chissà se ci ha sepolto qualche tesoro», si chiese Francis. «Ci farebbe
sicuramente comodo.»
Le spiagge bordate di palme lasciarono il posto a una costa più frastagliata
e rocciosa. Promontori rivestiti di fitte foreste si allungavano uno dopo l’altro
fino all’orizzonte, intervallati da calette nascoste ed estuari. Molti erano
sorvegliati da castelli di pietra e spesso Tom intravedeva delle imbarcazioni
ancorate nelle rientranze appartate sotto le mura.
«Questo è un paese conteso», raccontò Ana. «Una trentina di anni fa i
maratha si sono ribellati all’imperatore moghul e hanno creato un proprio
regno, ma adesso sono intrappolati in una guerra civile perché la regina
consorte si è ribellata all’erede legittimo. Ne è derivato un caos in cui Angria
prospera, mettendo una fazione contro l’altra.»
Dopo che il veliero ebbe oltrepassato una lingua di terra, in fondo alla baia
successiva apparve un nuovo promontorio. Ai suoi piedi schiumavano onde
candide, mentre nel cielo i gabbiani volteggiavano sopra una fortezza di
pietra nera che occupava l’intera sommità.
«Ecco», disse Ana, «quella è Tiracola, la roccaforte di Angria.»
Tom afferrò un cannocchiale per osservare le feritoie, nella vana speranza
che Sarah stesse guardando fuori. L’angoscia di essere così vicino e così
incredibilmente lontano gli procurava una sofferenza atroce. Dietro quelle
mura implacabili, Sarah e Agnes affrontavano chissà quali condizioni,
nell’attesa che lui andasse a salvarle. In un attimo di follia pensò di tuffarsi in
mare, issarsi sugli scogli e poi arrampicarsi sulla ripida scogliera fino al
castello.
«Sembra inespugnabile», commentò Francis con un filo di voce.
Il comandante della nave lo raggiunse. «Quelle mura sono spesse diciotto
piedi. Il penultimo governatore, Sir Nicholas Waite, aveva deciso di
sottomettere Angria. Radunò una flotta di bombarde da portare quaggiù e,
visto che le mura erano troppo alte per poter utilizzare dei cannoni normali, le
dotò di mortai che lanciavano proiettili esplosivi. Non servì a nulla. I
proiettili si sfasciavano sulle rocce come uova, perdendo la polvere nera e
l’innesco.»
Tom osservò la fortezza e notò le alte torri che presidiavano ogni angolo.
La sezione inferiore delle mura era ricavata direttamente nella roccia e le
murature soprastanti erano straordinariamente massicce, più di tutte quelle
che avesse mai visto in Europa. Scorse alcuni cannoni, ma in fondo si trattava
di un dettaglio irrilevante. L’edificio appariva inattaccabile.
Dopo il promontorio la costa arretrava formando una profonda insenatura
accanto alla foce di un fiume. Tom contò una decina di navi, compresi
parecchi grab grandi quasi quanto fregate, protetti da un lungo sbarramento
di tronchi d’albero legati da catene.
«Alzare altre vele», ordinò il comandante, preoccupato di trovarsi tanto
vicino al covo del pirata. Ma lo sbarramento rimase al suo posto e nessuna
delle navi raggiunse il mare aperto. Evidentemente quel giorno Angria era
distratto da altre questioni.
Tom guardò la fortezza rimpicciolire dietro di loro. «Tornerò a prenderti»,
promise. Il vento portò via le sue parole.
Nei più profondi recessi del castello, Sarah Courteney si mise seduta a fissare
la penombra e sentì i ceppi di ferro morderle i polsi. L’acqua sgocciolava,
con un suono simile al ticchettio di un orologio, e alcuni degli altri prigionieri
gemevano o piangevano. Lei ignorò tutti e si mise ad ascoltare attraverso la
pietra, nella speranza del tutto irrazionale che non fosse stato un sogno.
Fu percorsa da un brivido, come il guizzo di una candela nella corrente
d’aria creata dal passaggio di un domestico.
«Cosa c’è?» chiese Agnes, attenta a qualsiasi cambiamento nelle
condizioni di salute della sorella. Il vomito era passato e Sarah non aveva
problemi a tenere nello stomaco le misere razioni concesse dai loro carcerieri.
Anzi, era addirittura ingrassata. Ma ormai Agnes aveva altre preoccupazioni.
«È di nuovo la febbre?»
Sarah scosse il capo. «Mi è sembrato di sentire la voce di Tom. Ho
sognato che era venuto a salvarci, che stava lì sulla soglia brandendo la spada
Nettuno e poi tranciava le nostre catene.» Sospirò, posandosi una mano sul
ventre. «È stato sicuramente un sogno. In fondo, persino la spada è perduta.»
Non sapeva da quanto tempo si trovassero nelle segrete, anche se ormai
dovevano essere settimane. La luce del sole non penetrava in quei recessi,
nemmeno un raggio per poter contare i giorni. Erano rinchiuse in una grotta,
una serie di caverne così profonde che talvolta le sembrava di sentire le onde
frangersi sugli scogli. Le pareti umide erano scavate nella pietra grezza e
grondavano acqua ogni volta che pioveva. L’unica fonte di luce era una
solitaria lanterna nella grotta accanto. A volte, quando restava senza olio, le
guardie impiegavano giorni prima di riempirla di nuovo.
«Verrà», la rassicurò Agnes. «Verrebbe anche se fosse stato portato via
dai venti e spinto in capo al mondo, anche se tra voi due si frapponessero tutti
gli eserciti del Gran Mogol in persona.»
«E se è morto? Non sappiamo nemmeno se è sopravvissuto al massacro a
Chittattinkara.»
Agnes le posò una mano sul cuore. «Se fosse morto lo sentiresti qui.» Pur
avendo vissuto con Tom e Sarah solo per pochi giorni, a Brinjoan, aveva
visto quanto si amassero e sapeva che lui non le avrebbe mai abbandonate.
Dall’angolo opposto della grotta giunse loro un sibilo sprezzante.
«Non contate su vostro marito. Se è ancora vivo, con ogni probabilità ha
già dimenticato di essere stato sposato.»
«Mi fido di lui.»
«Io mi fidavo di Mr Kyffen», replicò Lydia, «finché quel vigliacco non si
è tuffato dalla barca. Chi avrebbe immaginato che un gentiluomo potesse
lasciare tre signore, e tutte le loro ricchezze, in balia dei pirati?»
«Tom è diverso», mormorò Sarah. Pensava costantemente a lui, ma
cercava di non parlarne troppo. Sarebbe stato crudele citare troppo spesso il
marito, dato che Agnes non aveva avuto nemmeno l’occasione di piangere la
scomparsa del suo.
«Se è destino che qualcuno ci salvi, l’unico che può riuscirci è Guy
Courteney», affermò Lydia. «Non riesco a capire perché tardi tanto.» Indicò
Agnes. «Siete sua cognata, perché non ha ancora pagato il riscatto?»
«Se contate sull’affetto di Guy nei miei confronti per essere salvata,
rimarrete amaramente delusa», replicò Agnes. «Ho commesso il peggiore dei
crimini, ai suoi occhi: mi sono lasciata sfuggire l’occasione di far avanzare la
sua carriera. Voleva che mi fidanzassi con un pezzo grosso della Compagnia
delle Indie Orientali, invece io ho sposato il capitano Hicks, un umile soldato.
Non me l’ha mai perdonato, ecco perché ci ha spedito in esilio a Brinjoan.»
Si abbandonò all’indietro contro la parete fredda. La loro non era certo
una conversazione insolita: affrontavano l’argomento ogni giorno da quando i
pirati le avevano catturate, ma in quel caso Lydia non lo lasciò cadere. Si
mise seduta ben dritta, agitando i polsi chiusi dai ceppi, e guardò le due
donne con aria scaltra.
«Perché fingete di non essere sorelle?»
Accolse con uno scroscio di risa la loro espressione sgomenta. «Credevate
di essere riuscite a ingannarmi? Ho la vista acuta, osservo e ascolto. Lo
sospettavo ancora prima che lasciassimo Brinjoan. Ora che siamo prigioniere
non potevate certo sperare di tenerlo nascosto. Vi volete bene, come
dimostrano le parole che vi mormorate quando credete che io sia
addormentata. Sono a conoscenza del vostro segreto e anche dell’altra
faccenda di cui non discutete.»
Sollevò la testa, allungando in avanti il mento affilato. «Potete forse
negarlo?»
Benché non avesse molta importanza, Agnes si sentì tradita: lì non
possedevano altro che i loro segreti, e adesso aveva perso anche quelli.
Inoltre non si fidava di Lydia.
«È vero», confermò Sarah in tono piatto, «Agnes e io siamo sorelle. Non
la vedevo da vent’anni quando siamo sbarcati per caso a Brinjoan.»
«Quindi dovete essere sorelle anche di Caroline Courteney, la moglie del
governatore.»
Lei annuì.
Lydia sollevò le mani ammanettate. «Allora dite ai nostri carcerieri chi
siete davvero. Se Guy Courteney sapesse che tengono prigioniere entrambe le
sorelle di sua moglie – per non parlare della vedova del suo leale amico Mr
Foy – pagherebbe qualsiasi riscatto.»
«Vi sbagliate», dichiarò Sarah. «Se Guy conoscesse la mia vera identità
pagherebbe Angria per tenerci qui fino alla fine dei nostri giorni. Oppure, se
pagasse il mio riscatto, lo farebbe solo per punirmi ancora più ferocemente di
quanto Angria potrebbe mai fare.»
Lydia si protese verso di lei, come un segugio che fiuta la preda.
«Perché?»
Sarah si accorse tardi di aver parlato troppo. Lo sfinimento e la
disperazione avevano abbassato le sue difese. «Non ha importanza.»
«Ne ha eccome, se è il motivo per cui rimango qui a marcire in questi
sotterranei.» Lydia strisciò in avanti. «Di cosa vi accusa Guy?»
«Di niente.»
«Vi amava?»
Sarah rabbrividì. «Mai e poi mai.»
Lydia rifletté sulla questione. «Non ha perdonato ad Agnes di avere
sposato un uomo di classe inferiore. Forse vi siete macchiata della stessa
colpa?»
Sarah non se la sentiva di rispondere.
«Ma questo non spiegherebbe l’odio», continuò l’altra, riflettendo.
«Dev’esserci di più. Vostro marito, forse. Una rivalità fra lui e il governatore
Courteney?» Arricciò il naso. «Ma chi potrebbe irritarlo così tanto? Un
contrabbandiere? Un concorrente?»
«Era un contrabbandiere», disse Agnes. «Sapete quanto Guy disprezzi chi
gli sottrae i traffici con l’India. È quello il motivo.»
Ma aveva parlato troppo in fretta e Lydia capì subito che aveva mentito.
«No, dubito che possa trattarsi di questo.» Un sorriso trionfante le tese le
labbra. «Quando stavamo salendo sul gallivat a Brinjoan ho sentito uno degli
uomini chiamarvi Mrs Courteney. Perché mai avrebbe dovuto farlo? E il
ragazzo che viaggiava insieme a voi era il nipote di Guy, Francis Courteney...
Un’incredibile coincidenza, no?»
«Avete sentito male», ribatté Sarah.
«Temo di no. E se voi siete Mrs Courteney vostro marito deve essere...»
Rifletté per un istante. «Tom Courteney.»
Vedendo la loro espressione atterrita, scoppiò a ridere. «Voi non siete solo
la sorella della moglie di Guy, ma anche la moglie di suo fratello. Ora
comincio a capire. Ho sentito parlare di Tom Courteney quando vivevo a
Bombay. Si diceva che lui e Guy fossero diventati acerrimi nemici, al punto
da cercare di uccidersi a vicenda. Ho saputo che una volta Guy ha gettato un
uomo dal tetto della residenza del governatore per il semplice fatto che aveva
citato il nome del fratello.»
«Non do retta ai pettegolezzi», sottolineò Agnes.
Ma Lydia non aveva ancora finito. «Mi è appena tornata in mente un’altra
storia, un vero e proprio scandalo. Me l’aveva riferita un’amica, a cui l’aveva
raccontata la cameriera personale di Caroline Courteney, arrivata con lei
dall’Inghilterra. A sentir lei, Caroline non era vergine quando aveva sposato
Guy. Anzi, era già incinta.»
Il suo viso spigoloso sbucò dalla penombra. Gli stenti delle ultime
settimane l’avevano reso ancora più affilato, dandole un aspetto terrificante.
«Dicevano che il bambino – Christopher Courteney – non fosse affatto
figlio di Guy e che Caroline era stata piuttosto generosa nel concedere i suoi
favori durante il viaggio dall’Inghilterra. Insomma, Guy aveva bevuto il vino
nuziale, ma non era stato lui a stappare la bottiglia. Stando alle voci,
quell’onore era spettato a Tom.»
Persino nella semioscurità aveva negli occhi un luccichio di trionfo. «Ecco
perché Guy vi odia. Anche se mi stupisce», aggiunse in tono sprezzante,
rivolgendosi a Sarah, «che siate così leale a vostro marito, dopo che si è preso
tante libertà con vostra sorella. Io di sicuro non mi accontenterei di essere il
dessert di un uomo.»
«Vi prego», la implorò Agnes, «ora capite perché Guy non deve
assolutamente scoprire chi è Sarah in realtà. Non dovete dirlo ad anima viva.»
Lydia si lasciò ricadere nel suo angolino, le guance arrossate
dall’eccitazione della caccia.
«Potete contare su di me», replicò. «Il vostro segreto è al sicuro, così come
l’altra questione di cui non parlate mai.»
«A cosa vi riferite?» chiese Sarah in tono piatto.
«Aspettate un bambino. Non lo dite mai, ma è evidente come il vostro
ventre gonfio. Mentre eravamo sulla barca non riuscivate a tenere i pasti nello
stomaco e adesso ingrassate persino con il pochissimo cibo che ci danno i
pirati. Ci sono anche altri segnali, che qualsiasi donna noterebbe.»
Sarah serrò le mani a pugno.
«Perché non lo dite ai pirati?» le domandò Lydia.
«Tom e io desideriamo un figlio da quindici anni», spiegò lei con tristezza.
«Nel frattempo sono rimasta incinta soltanto una volta, e ho perso il bambino.
Che succeda proprio adesso, in questo posto...» Non concluse la frase.
«Se i pirati lo scoprissero troverebbero sicuramente il modo di sfruttare la
sua vulnerabilità», asserì Agnes. «Ecco perché non accenniamo mai alla cosa
e perché vi imploro, Mrs Foy, di non farne parola con loro.»
«Come preferite», ribatté Lydia. Si raggomitolò su se stessa e sorrise,
anche se le altre non potevano vederla, nella luce fioca. «D’altra parte, a chi
potrei mai dirlo?»

Vari strati di roccia più in alto, nella sezione del castello fatta di pietra, il
pirata Angria sedeva nel suo salone. Aveva una corporatura snella e agile, e
uno sguardo dall’inconfondibile intensità. In testa sfoggiava un turbante
annodato e lunghi baffi gli attraversavano le guance raggiungendo quasi i
favoriti.
Non era nato marinaio. Suo padre era stato un deshmukh, un nobile di
modesto livello incaricato di controllare un centinaio di villaggi, dirimere le
dispute fra contadini e proteggere gli abitanti dei villaggi dalle razzie dei
briganti. Ma Angria non era fatto per i ferrei rituali e i divieti della vita
agreste. I contadini si lagnavano con suo padre, suo padre si lagnava con il
nobile superiore a lui e l’unica cosa importante era il raccolto del riso. Non
era certo un’esistenza gloriosa. La prima volta in cui aveva posato gli occhi
su una nave, un mercantile portoghese che correva in poppa nella baia a vele
spiegate, aveva capito che il suo destino era quello. Da allora il suo sogno era
stato di sfrecciare libero senza essere intralciato da leggi e dogane e dovendo
rispondere soltanto al vento e al mare. Venticinque anni dopo lo aveva
realizzato con ignominia.
Il salone in cui si trovava attestava il suo successo. Le pareti erano
tappezzate di trofei razziati sulle navi: bandiere olandesi, inglesi e portoghesi,
campane e fanali, e persino il busto intagliato di una sirena a seno nudo. Il
pavimento era coperto di tappeti fittamente intrecciati – in alcuni casi tre
sovrapposti – su cui erano sdraiati scompostamente i suoi uomini. Di norma
sarebbero stati impegnati a giocare a dadi, bere arak o fumare i narghilè che
importavano dall’Arabia, ma al momento erano tutti in silenzio, concentrati
sull’uomo in piedi davanti ad Angria.
Era arrivato al castello quel pomeriggio, in sella a una giumenta che un
tempo doveva essere stata un magnifico destriero ma che adesso era
azzoppata da settimane di strenue cavalcate. Aveva una lunga barba scura ma
era completamente calvo, con tracce di ustioni sulla testa. Quando era
smontato da cavallo, gettando le redini a un garzone di scuderia, si era
rivelato più alto di qualsiasi altro uomo presente nella fortezza. Aveva chiesto
di parlare con Angria e le guardie lo avevano lasciato entrare; del resto chi
poteva dire di no a un uomo che portava sul fianco una spada tanto
splendida?
Angria lo osservò dalla pedana sulla quale sedeva. Sotto la barba e le
cicatrici fresche che gli brillavano rosee sulla pelle, il visitatore era poco più
di un ragazzo, non ancora ventenne ma evidentemente già temprato dalle
battaglie. Senza dubbio un guerriero. Forse con lo stesso aspetto che aveva
avuto lui alla sua età, prima di imparare a capire il valore dell’astuzia, oltre a
quello della forza.
«Come ti chiami?» chiese.
«Raudra», rispose il nuovo arrivato, citando il nome di un avatar del dio
Shiva. Guardando il giovane e la furia selvaggia nei suoi occhi, Angria riuscì
benissimo a immaginarlo come un’incarnazione di quella divinità, il
distruttore di mondi.
«Perché sei venuto?»
«Per servirvi.»
«Cos’hai da offrire?»
«Ho studiato usi e costumi dei porta-cappelli», disse Christopher. «Ho
veleggiato sulle loro navi e posso addestrare i tuoi uomini a combattere come
loro, con disciplina e precisione.»
Angria scosse il capo. «Mi sono battuto con i porta-cappelli per più
stagioni di quelle che tu hai vissuto. Non voglio che i miei uomini
combattano come loro, ho bisogno che lo facciano a modo nostro, con
entusiasmo e audacia. Non si può insegnare a una tigre a sputare come un
cobra.»
«Mi sono addestrato nel kalari, posso combattere come una tigre o come
un cobra.» Christopher sguainò la spada. «Sono pronto a sfidare uno qualsiasi
dei presenti, per dimostrarlo.»
Metà degli uomini di Angria balzarono in piedi, esigendo a gran voce
un’occasione di rimettere al suo posto quel furfante. Altri, invece, rimasero
seduti. Erano i più vecchi e saggi, che avevano soppesato con cura il
visitatore e notato in lui parecchie cose che davano da pensare.
Il capo dei pirati si alzò e li zittì. Scese dalla pedana e si avvicinò a
Christopher, girandogli intorno come un compratore a una fiera di campagna.
«Gran bella spada», disse. Le lanterne dell’enorme stanza facevano
brillare lo zaffiro. «Devi essere un uomo coraggioso per portare un’arma del
genere in una casa piena di sconosciuti.»
«Confido nel vostro onore», replicò Christopher.
Angria prese atto del complimento con un cenno d’assenso.
«Inoltre, se qualcuno osasse toccarla, perderebbe subito la mano.»
Nel salone si propagò un brusio, ma nessuno si mosse per accettare la
sfida. Angria impose ancora una volta il silenzio.
«Come faccio a sapere che sei davvero chi sostieni di essere? Ho molti
nemici. Potresti essere una spia inviata dal ragià Shahuji oppure un agente dei
porta-cappelli di cui depredo le navi.»
Christopher lo guardò dritto negli occhi. «Come potete essere sicuro di
uno qualsiasi dei vostri uomini?»
La domanda spinse molti di loro ad alzarsi di nuovo, il coltello stretto in
mano.
Angria scoppiò a ridere. «Di solito una spia cerca di ingraziarsi i propri
ospiti, a meno che, certo, non sia proprio questo che vuoi farmi pensare.»
A un suo gesto una porta laterale si aprì e quattro guardie trascinarono nel
salone un uomo emaciato, con i capelli arruffati e la barba incolta. Indossava
solo un perizoma e, a giudicare dalle cicatrici e dalle croste sul corpo, aveva
subito numerose torture. Le guardie lo gettarono sul pavimento, fra
Christopher e Angria.
«Quest’uomo è stato sorpreso a rubare dal mio tesoro», disse il capo dei
pirati. «Quale dovrebbe essere il suo castigo?»
Il prigioniero piagnucolò. Christopher assunse un’aria annoiata. «Se ha
rubato qualcosa di vostro, dovrebbe morire.» Sollevò la spada e un sommesso
brusio si diffuse nella stanza quando i presenti notarono la perfezione della
lama e i suoi intarsi dorati. «Volete che lo faccia io al posto vostro?»
«Rimettila via», replicò Angria, «così sarebbe troppo facile. Per gli uomini
come questo ho un posticino speciale ai piedi del castello, accanto alla porta
d’acqua. Ho fatto fissare agli scogli un collare di ferro a cui assicurare il
prigioniero, accanto al livello massimo dell’alta marea. Hai detto di essere un
marinaio?»
La domanda colse di sorpresa Christopher. «Lo ero un tempo.»
«Conosci le maree primaverili?»
«Due volte al mese, in concomitanza con la luna nuova e la luna piena, la
marea scende e sale più del solito», disse lui.
Angria annuì. «La testa dell’uomo è bloccata dal collare a una certa
altezza, in modo che venga sommersa solo all’arrivo della marea primaverile.
Ogni giorno il prigioniero arriva un po’ più vicino all’annegamento. Le onde
lo sbattono contro gli scogli, che in quel punto sono coperti di patelle e
cirripedi, scorticandogli la pelle sui gusci affilati come rasoi. Quando la
marea scende, il sole gli fa avvizzire la pelle e gli asciuga il sale dentro le
ferite. L’acqua di mare gli arriva in bocca – è talmente assetato che non può
fare a meno di berla – ma riesce solo a dargli la nausea. Se lo faccio mettere
là quando la bassa marea è al minimo, a metà fra la luna nuova e la luna
piena, possono volerci anche due settimane prima che l’acqua salga
abbastanza per affogarlo. E a quel punto lui mi ringrazierà per la mia
misericordia.»
Il prigioniero aveva cominciato a parlare, bofonchiando suppliche e
imprecazioni sottovoce. Una delle guardie lo zittì con un ceffone. Sopra di
lui, Angria e Christopher si fissarono. Negli occhi del pirata Christopher vide
solo una sconfinata sete di potere, senza sapere che Angria stava scorgendo
praticamente la stessa cosa nei suoi.
«Ti offro un accordo», propose il pirata. «Sei venuto qui liberamente e io
ti lascerò andare liberamente. Puoi uscire dal mio castello senza che nessuno
ti ostacoli. Se rimani, e mi servi bene, diventerai un uomo ricco, ma se mi
tradisci pagherai un prezzo così alto che persino agli squali rimarrà ben poco
con cui banchettare.»
Vedendolo esitare pensò che avesse paura.
«Se hai dei dubbi non è il caso che resti», lo avvisò.
Ma Christopher non ne aveva affatto. Osservando i tesori e i trofei nel
salone capì che quello era il suo posto. Si inginocchiò davanti al capo dei
pirati e quando un servo gli posò di fronte due ciotoline di riso e latte intinse
il primo nel secondo, lo inghiottì e ripeté il giuramento suggeritogli da
Angria.
«Riso e latte mangerò e sempre ai tuoi piedi rimarrò.»

Raggiunsero Bombay senza incidenti. Tom si fece particolarmente attento


mentre si avvicinavano al porto, osservando il comandante della nave mentre
prendeva come riferimento i sette alberi di capo Malabar per seguire una rotta
sicura tra le barriere coralline e gli isolotti a guardia dell’accesso. Si vide
sfilare accanto gli scogli che fino a quel momento aveva osservato solo sulle
mappe: Sunken Rock, Oyster e Middle Ground. Dopo averli superati, si
avvicinarono alle strade di Bombay, sotto la fortezza di Dungarey.
Rimase in camicia e calzoni, togliendosi le calze per sembrare un marinaio
con le brache corte. Mentre andavano verso terra, si mise ai remi insieme ai
marinai mentre Francis e Ana sedevano a poppa con il comandante. Si
sentiva esposto, più vulnerabile persino che nel forte di Brinjoan. Quello era
il regno di Guy e lui non sapeva quali occhi potevano osservarlo, non visti,
dalla residenza del governatore, dietro le mura.
Il puzzo di fango di palude e pesce marcescente gli pizzicò le narici.
Mentre tiravano in secca la barca, girò il viso dall’altra parte. La zona del
porto era tranquilla, quel pomeriggio. Lascari e stivatori oziavano nell’ombra
torrida, senza mostrare troppo entusiasmo alla prospettiva di scaricare la
nave.
Francis, Ana e il comandante attaccarono discorso con un gruppo di
funzionari della Compagnia, che rimasero esterrefatti scoprendo che il nipote
di Guy Courteney era sbarcato all’improvviso. Mentre calcolavano fra sé
come quel nuovo arrivo avrebbe modificato l’equilibrio di poteri
nell’insediamento, si tamponavano il volto e si scambiavano occhiate ansiose.
Guy esercitava sull’isola un potere assoluto, pari a quello del Gran Mogol di
Delhi sul suo impero, e i suoi cortigiani riuscivano a sopravvivere solo
interpretando le mutevoli maree del suo umore.
Gli uomini della Compagnia accompagnarono Francis verso la residenza
del governatore. Quando fu sicuro che nessuno lo stesse guardando, Tom
sgattaiolò verso il gruppetto di taverne e bettole a ridosso del castello. Trovò
la più affollata e si sedette in un angolo. Dopo pochi minuti lo raggiunse
Merridew, uno dei pochi marinai sopravvissuti al naufragio della Kestrel e
all’assedio a Brinjoan.
«Nessuno vi ha seguito, signore. Rimarrò di guardia fuori dal castello ad
aspettare padron Francis.»
Tom annuì e si preparò all’attesa.

Francis varcò la porta del castello e provò un brivido di apprensione quando


la sentì richiudersi rumorosamente. I suoi timori aumentarono mentre
attraversava il cortile, superava vari depositi e guardiole per poi salire i
gradini che portavano verso l’imponente residenza dello zio, addossata alla
parete meridionale del castello e affacciata sul porto.
La notizia del suo arrivo lo aveva preceduto e venne subito fatto entrare
nell’ufficio del governatore, al piano nobile.
Non aveva mai incontrato suo zio Guy. A High Weald aveva visto un suo
ritratto: un bimbo dall’aria angelica, con un camiciotto bianco e un cucciolo
di cane ai piedi. L’uomo che si trovò di fronte, seduto davanti alle grandi
finestre, era molto diverso: alto e snello, con una giacca verde scuro dal taglio
talmente impeccabile da risultare quasi innaturale. Persino da seduto
sfoggiava una postura che abbinava eleganza e minaccia, come un gatto che
si fingesse addormentato. Era di bell’aspetto, con lineamenti raffinati e una
folta chioma, eppure il taglio degli occhi scoraggiava qualsiasi slancio
affettuoso. Francis lo scrutò in volto per cercare tracce del fratello gemello,
Tom, ma non ne trovò.
«Vieni alla luce, dove posso vederti», ringhiò Guy. Studiò Francis con
un’occhiata calcolatrice che lo fece sentire un capo di bestiame messo
all’asta. «Sì, sei il figlio di Billy, non ci sono dubbi. Cercherò di non fartene
una colpa.»
Francis non osava quasi parlare per paura che la voce lo tradisse. Mentre si
guardava intorno, la sua attenzione venne attirata da un ritratto sulla parete,
quello di Sir Hal Courteney vestito in stile re Carlo con una fluente parrucca e
una piuma sul cappello. Aveva una mano posata sull’elsa della magnifica
spada che portava sul fianco e che l’artista aveva dipinto con rara maestria,
riuscendo a catturare ogni sfaccettatura dello zaffiro incastonato sull’elsa.
Guy seguì la direzione del suo sguardo. «Ti piace il mio quadro?»
«Lo preferivo quando era appeso a High Weald», replicò Francis suo
malgrado.
L’uomo ridacchiò. «Lo riconosci, vero? L’ho avuto dal tuo patrigno. Era
ben contento di separarsene, visto il suo disperato bisogno di contanti.»
Posò la penna d’oca con cui stava scrivendo. «Confesso che ti aspettavo
già da parecchi mesi. Prima dell’ultimo monsone ho ricevuto una lettera che
ti raccomandava per un impiego nella Compagnia.»
«Sono stato trattenuto a Città del Capo.»
Guy lo osservò con attenzione. Ancor prima che il ragazzo lasciasse
Londra, Childs gli aveva scritto in gran segreto per informarlo che Tom era
vivo e vegeto a Città del Capo e che lui aveva mandato Francis a ucciderlo.
Messo di pessimo umore dalla notizia, era rimasto prigioniero di una morsa
di incertezza e speranza e aveva atteso ulteriori notizie per mesi.
«Ho saputo che Lord Childs ti ha affidato un incarico da svolgere a Città
del Capo», disse.
Francis si stupì di sentirlo parlare con tanta disinvoltura dell’omicidio del
gemello e si chiese ancora una volta cosa potesse essere successo fra loro.
«Infatti.»
«E lo hai portato a termine con successo?»
Lui annuì.
«Non ne ho saputo niente.»
«Abbiamo nascosto il corpo sulla montagna, ormai sciacalli e iene si
saranno assicurati che nessuno possa identificarlo. Poi mi sono imbarcato su
un country trader, ma durante una tempesta abbiamo fatto naufragio nei
pressi di Brinjoan. Sono riuscito a raggiungere il forte e lì sono rimasto
coinvolto nel turbinio di avvenimenti che sicuramente già conoscete.»
«Esatto.»
«Forse sapete anche che mia zia Agnes e il marito, il capitano Hicks, si
trovavano a Brinjoan.»
«La morte del capitano Hicks è stata un colpo terribile», replicò Guy senza
mostrare traccia di emozioni.
«E non so se vi sia giunta notizia che Agnes è stata catturata dal pirata
Angria.»
Guy si strofinò il mento con la penna d’oca. «In realtà sono al corrente
della cosa già da qualche tempo. Abbiamo ricevuto una richiesta di riscatto
da Angria settimane fa. Oltre ad Agnes ha catturato la moglie di Foy e
un’altra donna che sostiene di essere la sorella del capitano Hicks.» Si
accigliò. «Non sapevo nemmeno che avesse una sorella.»
«Viaggiava sul mio stesso vascello partito da Città del Capo», improvvisò
in fretta Francis, tentando di placare i sospetti dell’interlocutore. «Viveva nel
Dorset ma è rimasta vedova, così è venuta a chiedere aiuto al fratello.»
La menzogna raggiunse il suo scopo: Guy perse interesse nella questione.
«Posso chiedere», aggiunse Francis, «quanto ha chiesto Angria per
liberare le tre donne?»
«Trentamila rupie.»
Lui rimase a bocca aperta. «Sono più di cinquemila sterline, se non
sbaglio.»
«Quasi seimila», ribatté Guy.
Francis si meravigliò della sua capacità di mantenere la calma. «Come
avete intenzione di pagarle? Avete già preso accordi?»
«Accordi?» L’uomo rise come se fosse l’idea più assurda che sentiva da
mesi. «Ho risposto ad Angria che l’unico pagamento che può aspettarsi da me
sarà in piombo, dalla bocca di un cannone.»
«Quindi avete in programma di assaltare la fortezza?»
«Certo che no. Tiracola è inespugnabile. Il fallimento di un nostro
eventuale attacco ci coprirebbe di vergogna davanti al mondo intero. Ogni
pirata da Bantam a Zanzibar si sentirebbe libero di depredarci e il nostro
commercio subirebbe danni incalcolabili.»
«Allora cosa progettate di fare?»
Francis lo guardò far roteare la penna finché non capì. «Non vorrete
abbandonare le prigioniere al loro destino, vero? Agnes Hicks è mia zia...
vostra cognata.»
Guy gli rivolse un’occhiata gelida. «Non credere di poter toccare le corde
del mio cuore. Nell’ultimo mese la mia dannata moglie mi ha supplicato ogni
notte implorandomi di cedere, finché ho dovuto levarle l’idea dalla testa a
forza di botte. Non mi aspetto certo che una donna possa capire le esigenze
degli affari, ma tu...» Lo squadrò con aria severa. «Vieni qui a invocare la
mia tutela, chiedendo un impiego presso la Compagnia. Speravo che fossi in
grado di comprendere la delicatezza della situazione. Sarebbe un vero
peccato se mi vedessi costretto a scrivere a Lord Childs che non sono riuscito
a trovarti un posto.»
Francis ricacciò indietro la rabbia, che di certo non lo avrebbe aiutato a
perorare la propria causa. «Vi chiedo scusa, zio. Non metterò più in dubbio le
vostre decisioni. Sono nuovo da queste parti e ignoro i costumi locali.»
«Eppure non sei più un novellino.» Guy si appoggiò allo schienale, gli
occhi semichiusi. «Parlami dell’uomo che ha salvato il forte a Brinjoan. Ho
ricevuto vari rapporti al riguardo, ma sembra che nessuno sappia davvero chi
sia.»
Francis rimase impietrito e cominciò a riflettere freneticamente, cercando
di stabilire cosa poteva dire senza svelare l’identità di Tom.
«Si chiama Tom Weald ed era il comandante della nave su cui mi sono
imbarcato a Città del Capo. A dire il vero so ben poco di lui, è un tipo molto
riservato.»
«Non hai scoperto niente nemmeno durante i lunghi mesi che avete
trascorso chiusi insieme nel forte? Mi sarei aspettato che i sopravvissuti a un
assedio arrivassero a condividere anche i più intimi segreti.» Posò il mento
sulle mani conserte. «Gli uomini con cui ho parlato hanno detto che
sembravate molto uniti, che lui contava su di te più che su chiunque altro.»
«Ognuno ha fatto il proprio dovere.»
«Hanno detto che lo chiamavi ’zio’.»
«Si sbagliano. Chiamavo così il capitano Hicks, devono essersi confusi.»
Si costrinse a guardare negli occhi Guy, sperando che il suo volto non
tradisse la menzogna.
«E questo Mr Weald ti ha accompagnato qui a Bombay?»
Mentire non sarebbe servito a nulla, Guy doveva avere già visto il
manifesto della nave. «Sì.»
«E sai dove intende alloggiare?»
«Non me l’ha detto.»
«Non importa.» Guy parve soddisfatto. «Bombay è un insediamento
piccolo, non sarà certo difficile trovarlo. Mi piacerebbe molto conoscere
quest’uomo che emerge dalle acque per salvare il commercio e l’onore della
Compagnia. Avremo indubbiamente parecchie cose di cui parlare.»
«Se lo vedrò lo informerò del vostro interesse.» Francis fece per
andarsene. «Ma adesso, zio, se volete scusarmi... È stato un lungo viaggio,
vado a cercare un alloggio in città.»
L’altro si finse scioccato. «Non pensarci nemmeno. Sei mio nipote, e per
di più un eroe. Rimarrai qui come mio riverito ospite finché non riuscirò a
trovare un’abitazione adatta a un membro della mia famiglia.»
Il giovane tentò di celare il proprio orrore. «Siete troppo gentile», disse,
temporeggiando, «ma ho già mandato i miei bagagli in una locanda. Vado a
recuperarli e torno immediatamente.»
«Manderò un domestico a prenderli», ribatté Guy, poi parve ripensarci.
«Ma sei giovane e hai trascorso parecchio tempo per mare, immagino che
sarai ansioso di esplorare i piaceri che Bombay ha da offrire.» Gli strizzò
l’occhio con un sogghigno allusivo che gli causò un brivido. «Hai la mia
benedizione. Si cena alle sei.»
«Ci vediamo a quell’ora, zio.»
Non appena Francis se ne fu andato, Guy suonò il campanello per
convocare uno dei suoi impiegati. Entrò un ragazzo in giacca blu,
allampanato, con capelli unticci e il viso punteggiato dalle cicatrici del
vaiolo. Si chiamava Peter Peters e il governatore aveva già appurato che c’era
ben poco che non fosse disposto a fare per la carriera.
«Segui il giovane Francis e scopri dove va», gli ordinò. «Riferiscimi su
chiunque parli con lui.»
Peters si asciugò il viso con la manica della giacca e si inchinò. «Certo,
signore.»
«Soprattutto cerca di appurare se contatta un certo Tom Weald. E se vedi
Weald, non avvicinarlo, ma fammi subito sapere dove si trova.»
Guy si alzò e fissò le navi nel porto. Una mosca si posò sulle finestre. Un
orrendo sospetto gli si stava rafforzando nella mente sin da quando aveva
saputo del misterioso salvatore di Brinjoan. Il fatto che lo sconosciuto fosse
arrivato in città con Francis non faceva che alimentare il suo bruciante
timore.
Oserebbe venire qui dopo tutto questo tempo?, si chiese. Rischierebbe la
vita qui a Bombay, la sede della mia autorità?
Si rispose cupamente di sì. Tom aveva dimostrato più di una volta che non
sapeva cosa fosse la vergogna, che non c’erano abissi che non fosse disposto
a sondare pur di prendere quello che spettava di diritto a lui.
Con un movimento improvviso allungò la mano e schiacciò la mosca con
il palmo sul quale rimase una striscia di sangue.
Stavolta non mi sfuggirai, pensò.

Francis trovò Merridew che ciondolava davanti al castello e insieme si


diressero verso la bettola in cui li aspettava Tom, il quale si rannuvolò in
volto mentre il nipote gli raccontava del suo incontro con Guy.
«Non mi aspettavo certo che alzasse anche solo un dito per Sarah»,
ammise, «ma abbandonare Agnes dopo che suo marito è morto per difendere
la Compagnia...» Si chiese, non per la prima volta, come fosse possibile che
lui e Guy avessero condiviso il ventre della stessa madre pur essendo tanto
diversi.
«Ma non possiamo attardarci qui», affermò Francis. «Guy ha fatto un
sacco di domande su di te, credo sospetti che Tom Weald non sia affatto chi
sostiene di essere.»
Tom sbuffò. «Avrei dovuto scegliere uno pseudonimo migliore. Questo
non riuscirebbe a trarre in inganno nemmeno un bambino.»
«Non potevi sapere che eri destinato a diventare un eroe della Compagnia
delle Indie Orientali.»
«Ma ero consapevole di essere entrato nei domini di Guy. È stato assurdo
supporre che non sarebbe stato informato del mio arrivo.»
«Penso che non ne sia ancora sicuro. Gli ho detto che ti ho ucciso a Città
del Capo, ma non sono certo che ci abbia creduto. Ma parlerà con gli uomini
arrivati da Brinjoan e con i marinai della nave su cui abbiamo viaggiato, e
non impiegherà molto a ricostruire la vicenda.» Francis fissò la propria
bevanda. «Cosa dobbiamo fare?»
Prima che Tom potesse rispondere, Ana entrò nel locale insieme a un
uomo allampanato, con la schiena curva e il naso di un rosso acceso. Accostò
due sgabelli al loro tavolo.
«Sono andata al bazar a parlare con alcuni mercanti che conosco»,
annunciò senza preamboli. «Mi hanno presentato Mr Berry.»
L’uomo rivolse loro un inchino formale. Cogliendo un cenno di Tom,
Francis andò al bancone a prendere altri due bicchieri di punch.
«Grazie tante», disse Berry, sorseggiando rumorosamente il liquore. «Vi
sono davvero riconoscente.»
«Mr Berry ha lavorato per il governatore Courteney», spiegò Ana.
Gli altri si irrigidirono. «Possiamo fidarci di lui?» chiese Tom.
L’uomo non si offese. «Non amo affatto il governatore Courteney, ma so
un paio di cose sul suo denaro.»
«Non serve», commentò amaramente Francis. «Ho appena visto mio zio.
Non è disposto a pagare nemmeno uno scellino per salvare Agnes, o le altre,
da Angria. Sostiene di non voler trattare con i pirati.»
Berry alzò gli occhi dal suo punch. «Ah», disse sprezzante, «il governatore
Courteney dice di non voler fare scambi con loro, ma non è questo il vero
motivo per cui si rifiuta di versare il riscatto.»
«Cosa volete dire?» chiese Francis.
Berry studiò l’interno del bicchiere, che era già vuoto. Tom capì l’antifona
e spinse verso di lui il proprio. L’uomo gli strizzò l’occhio.
«Lavoravo come contabile nei magazzini della Compagnia accanto al
molo. Me la cavavo bene e venivo promosso costantemente. Un giorno,
esaminando i registri, ho notato alcune discrepanze: pagamenti per merci mai
arrivate, prodotti indicati come ’persi durante il transito’ ma che avevo visto
con i miei stessi occhi. Naturalmente, essendo un uomo onesto, ho portato la
cosa all’attenzione del governatore Courteney.»
«Immagino che lui non vi abbia ringraziato», commentò Francis.
«Mi ha messo sul lastrico, ecco cos’ha fatto.» Berry guardò le altre
persone sedute al tavolo, cercando di suscitare la loro compassione. «Mi ha
detto che sperava di vedermi morire di dissenteria nel giro di tre mesi.»
«Sembra proprio il suo stile», commentò Tom, «ma questo cosa c’entra
con Angria?»
L’altro sollevò il bicchiere per mostrare che era di nuovo vuoto, e lui fece
cenno alla giovane cameriera, che ne portò un altro. Berry allungò la mano
per prenderlo, ma Tom fu più rapido e lo tenne al di fuori della sua portata.
«Parlatemi di Guy e Angria, poi vi comprerò tanto liquore che ci potrete
annegare dentro, se è quello che volete.»
Berry barcollò sullo sgabello. Temendo che potesse cadere, Tom protese
una mano, ma l’altro riacquistò l’equilibrio, si raddrizzò e assunse
un’espressione scaltra.
«Quanto chiede Angria?»
«Trentamila rupie», disse Francis.
«Puah.» Uno spruzzo di punch e saliva colpì il tavolo. «Trentamila rupie
non sono niente per Guy Courteney. Nel sotterraneo del castello, sotto la
residenza del governatore, ha fatto costruire una camera blindata piena di
forzieri di legno, ognuno dei quali contiene un lakh. Sapete cos’è un lakh?»
Si allungò in avanti, premendo un dito sul tavolo a ogni sillaba. «Centomila
rupie.»
«Allora perché non vuole pagare il riscatto?» chiese Francis, frustrato.
«Non si accorgerebbe nemmeno di una somma del genere.»
«Si accorgerebbe di avere perso anche un solo penny attraverso un buco
nel borsellino, ma non è questo il punto. Il motivo per cui Guy Courteney non
prende iniziative contro i pirati è che per lui è un vantaggio che Angria sia
libero e minacci i mari.»
«Ma è assurdo. I pirati mettono a rischio i commerci», protestò Francis.
«Gli Indiamen sono le navi più grandi e meglio armate di questi mari, e
Angria le lascia in pace, depredando invece i contrabbandieri e i country
traders.»
«Eliminando così i concorrenti di Guy e facendo salire i prezzi.» Tom
emise un fischio; in effetti non avrebbe dovuto stupirsi. Sin da quando gli
uomini si erano messi per mare, l’oceano delle Indie rappresentava un ottimo
terreno di caccia per i più temuti pirati del mondo. Solo qualche anno prima
un inglese di nome Henry Every aveva catturato la nave del tesoro del Gran
Mogol durante il suo pellegrinaggio verso la Mecca; i pirati avevano
impiegato tre giorni per saccheggiarla e il tesoro non era mai stato recuperato.
Ma persino in quella compagnia di criminali, Guy spiccava come l’uomo più
spietato che avesse mai solcato quei mari.
Berry tamburellò con le dita sul tavolo. «C’è dell’altro. Avete mai sentito
parlare di Shahuji?»
Tom e Francis scossero il capo.
«Shahuji è il ragià di Satara, il re dei maratha», spiegò Ana, «che da
trent’anni stanno facendo guerra al Gran Mogol per staccarsi dal suo impero
e creare un proprio regno.»
«E questo cosa c’entra con Guy?» domandò Francis.
«Shahuji controlla la maggior parte dei porti sulla costa del Malabar»,
rispose Berry, «e tutte le rotte terrestri. Guy Courteney vuole stipulare un
firman con lui, un accordo che garantisca un passaggio sicuro alle sue merci e
riduca i dazi doganali. Ora, Shahuji è nemico giurato di Angria, contro cui
Guy, nell’ambito del suo negoziato con il ragià, ha ventilato di poter prendere
provvedimenti. Ma finché non ha in mano il firman le attività piratesche di
Angria indeboliscono Shahuji e rafforzano Guy.»
Tom cominciava a farsi un’idea della labirintica ragnatela di politica che
avviluppava la regione. Guy era indubbiamente il burattinaio che tirava i fili
nell’intero continente e metteva un uomo contro l’altro per favorire i propri
interessi. Ma lui non voleva lasciarsi distrarre da quella faccenda.
«Questo gran parlare di firman, ragià e Gran Mogol non serve a niente»,
dichiarò. «L’unica cosa importante è salvare Sarah e Agnes.»
«Come?» chiese Berry. «Siete venuto fin qui da Madras, avrete
sicuramente visto la fortezza di Angria. È inespugnabile.»
«Non ho intenzione di espugnarla. Angria è un uomo d’affari, comprerò la
loro libertà per trentamila rupie.»
Francis, esasperato, picchiò la mano sul tavolo facendo tintinnare i
bicchieri. «Ma non abbiamo i soldi! Tutti questi discorsi ci hanno
semplicemente riportato al punto di partenza.»
Tom sorrise, sentendo una familiare malizia scaldargli il sangue. «Al
contrario, abbiamo fatto notevoli progressi. Ora sappiamo dove Guy tiene
tutto il denaro di cui potremo mai avere bisogno.»
Gli altri lo fissarono. «Hai intenzione di saccheggiare la sua camera
blindata?» chiese lentamente Ana.
«Di certo intrufolarsi là sotto non è più facile che entrare nel forte di
Angria», li avvisò Berry. «C’è soltanto una chiave e lui la tiene nascosta nel
suo ufficio.»
«Ma, contrariamente a quanto succede con il forte di Angria, abbiamo un
uomo che sa come entrare.» Tom si rivolse a Francis. «Raduna il resto degli
uomini e avvisali di farsi trovare al porto. È tempo che Guy impari a
mantenere la sua famiglia.»
La sua sicurezza si rivelò contagiosa. Lasciarono la bettola di ottimo
umore, animati dal loro scopo. Francis e Merridew raggiunsero gli altri – i
quattro marinai della Kestrel sopravvissuti alla tempesta e all’assedio –
mentre Berry accompagnava Ana e Tom da un uomo in grado di fornire le
armi e il resto dell’occorrente. Se anche fossero riusciti a introdursi nella
stanza blindata, Tom dubitava che ne sarebbero usciti senza combattere.
Nell’euforia generale nessuno notò, in un angolo della bettola, l’uomo con
le cicatrici del vaiolo che li guardò uscire e si allontanò in fretta.

Poco prima delle sei, proprio mentre scendeva la sera, Francis entrò nel
castello. I sepoy di guardia lo salutarono con sguardi impauriti e grandi
cerimonie, perché si era sparsa la voce che era il nipote di Guy.
Chiusero la porta dietro di lui. Arrivato a metà del cortile, Francis svoltò
in un piccolo deposito sotto le mura e ne uscì pochi istanti dopo per tornare in
fretta verso l’ingresso.
«Ho dimenticato il borsellino nella bettola in cui mi trovavo», balbettò,
fingendosi imbarazzato. «Se mio zio Guy lo scopre, andrà su tutte le furie.»
I sepoy tolsero il paletto alla porta e mentre quest’ultima si apriva lui girò
parzialmente la testa per dare un’occhiata dietro di sé.
«Guardate!» gridò.
Colti alla sprovvista, i soldati si voltarono di scatto, scoprendo che dal
deposito uscivano volute di fumo e le fiamme facevano capolino dalla porta
aperta.
«Al fuoco!» urlò Francis e loro lo imitarono. Il cortile venne invaso da
uomini che correvano in tutte le direzioni per andare a prendere secchi e
pompe, tra urla terrorizzate.
Nella confusione generale nessuno notò la porta d’ingresso aperta né i tre
uomini che sgattaiolarono all’interno. Tom, Berry e Merridew seguirono
Francis fino alla residenza del governatore senza che nessuno li ostacolasse.
Dalla soglia Tom vide i domestici che in sala da pranzo si davano da fare per
impacchettare in fretta e furia argenteria e altri oggetti preziosi, nel caso
l’incendio si propagasse.
Francis li condusse su per l’imponente scalone fino al piano nobile e poi
lungo la galleria fiocamente illuminata in fondo alla quale si trovava l’ufficio
di Guy. Aveva sperato che il fuoco attirasse in cortile tutti gli uomini presenti
nell’edificio, ma rimase deluso: un sepoy era rimasto a sorvegliare la porta,
con il moschetto diritto e posato contro la spalla.
«Cosa sta succedendo?» chiese. Aveva sentito le grida dall’esterno ma non
osava lasciare il proprio posto per scoprire cosa le avesse provocate.
«Incendio», rispose laconico lui. «Il governatore Courteney mi ha
mandato a controllare che i suoi documenti siano al sicuro.» Si fece avanti,
rivolgendo il viso verso la luce. «Sono suo nipote, Francis Courteney.»
Come sempre, il cognome funzionò come un incantesimo. La guardia si
fece da parte, poi parve esitare.
«Chi sono loro?» domandò, indicando Tom e Merridew. «Non li
conosco.»
«Tom Weald, l’eroe di Brinjoan.»
La sentinella non si arrese. «Il governatore Courteney non mi ha parlato di
lui.» Intravide Berry che cercava di nascondersi dietro gli altri e puntò il
moschetto verso Francis. «Non posso lasciarvi entrare.»
Francis non batté ciglio. «Ho un biglietto di mio zio che spiega la
situazione.» Si aprì la giacca e vi infilò sotto una mano, e l’altro si piegò
verso di lui per vedere.
La giacca copriva il braccio di Francis, quindi il sepoy non vide arrivare il
pugno, che lo centrò al mento facendogli perdere l’equilibrio. Prima che
potesse riprendersi, Tom lo raggiunse e gli sferrò un colpo secco che lo stese.
«Bel trucchetto.» Oltrepassò l’uomo esanime steso a terra e posò la mano
sulla porta. Al piano di sotto i domestici correvano avanti e indietro
occupandosi dei beni di valore del governatore. Di lì a poco qualcuno
avrebbe senz’altro pensato di andare a controllare nell’ufficio.
Tom esitò. E se dietro quella porta ci fosse stato Guy intento a radunare
freneticamente i suoi preziosi documenti? Cosa avrebbe fatto se si fosse
ritrovato di fronte il fratello?
Un antico pensiero gli echeggiava nella mente: Le ultime due volte in cui
vi siete incontrati lui ha tentato di ucciderti, e se vi incontrate una terza volta
sai che probabilmente uno di voi due morirà.
Strinse con forza la maniglia e aprì.
Si sentì quasi venir meno per il sollievo scoprendo che la stanza era vuota,
ma non aveva tempo da perdere.
«Guy tiene qui la chiave della stanza blindata. Dobbiamo trovarla.»
Si sparpagliarono nel lungo ufficio. Tom puntò verso la scrivania ma
rimase impietrito scorgendo il ritratto di Sir Hal Courteney appeso alla parete.
«Mio padre», mormorò. Hal era morto quasi vent’anni prima, e quella
visione improvvisa fu un colpo. «Quel quadro stava a...»
«... High Weald», concluse Francis.
Tom fissò la spada Nettuno, il fioco baluginare dello zaffiro sulla tela.
Dinanzi all’immagine dell’eredità che gli era stata strappata sentì la
frustrazione ribollirgli dentro. Subito dopo aver salvato Sarah sarebbe tornato
a Brinjoan per trovare l’uomo che aveva preso la spada.
Ma ora le priorità erano altre. Francis aveva già cominciato a frugare nella
scrivania di Guy scassinando le serrature con il pugnale e disseminando i
documenti sul pavimento. «La chiave dev’essere qui, da qualche parte.»
Berry guardò fuori dalla finestra. «Non ci rimane molto tempo. Stanno
domando l’incendio.»
Tom lo capì dai rumori. Sapeva di dover agire, ma era ipnotizzato dal
quadro. Trovare l’immagine di suo padre e della spada lì nell’ufficio di Guy
faceva riaffiorare ricordi così contrastanti da dargli le vertigini.
Ma non poteva indugiare. Staccò con riluttanza gli occhi dal ritratto e in
quell’istante notò qualcosa. Si avvicinò e passò la mano lungo il bordo della
massiccia cornice dorata, scoprendo due sporgenze nel legno.
«Cardini», disse. Esaminò l’altro lato, infilando il coltello nello spazio fra
la cornice e il muro, e scoprì che a un certo punto la lama si bloccava.
«Dev’esserci qualche genere di serratura o di meccanismo.» Mosse avanti
e indietro l’arma, torcendola per forzare il fermo.
Si sentì uno scricchiolio e la lama cadde sul pavimento, accanto al suo
piede.
Francis lo aveva raggiunto da dietro. «Si aprirà?» chiese.
Tom gli mostrò l’impugnatura del coltello spezzato. «La serratura è più
robusta della mia lama.»
Cercò di infilare le dita nella fessura, ma era troppo stretta. Il nipote
indietreggiò per osservare la cornice.
«Guy avrà un coltello a serramanico o un tagliacarte?» chiese Tom.
Francis allungò una mano, afferrò con forza un pezzo della modanatura
dorata della cornice e la ruotò parzialmente. Con un fioco sussurro, il quadro
si staccò dalla parete, aprendosi come un’anta.
Tom gli rivolse un’occhiata colma di ammirazione. «Gran bella pensata.»
Si radunarono tutti lì davanti. Dietro il dipinto c’era una nicchia ricavata
nel muro, piena di pile di registri e documenti che Tom estrasse uno alla
volta, passandoli poi a Berry e Francis alle sue spalle.
Berry cominciò a sfogliare uno dei volumi. «Questi sono i conti segreti di
Guy», disse, sbalordito. «Tutte le transazioni che fa per il proprio profitto
personale, lontano dagli occhi dei suoi capi a Leadenhall Street.»
«Lasciate perdere», replicò Tom, eccitato. «Ecco quello che ci serve.»
Sollevò una chiave d’ottone con numerosi denti. Evidentemente serviva ad
aprire una serratura molto complicata. «Ora dobbiamo trovare la camera
blindata.»
«Posso accompagnarvi io», dichiarò Berry, «se troviamo il modo di
superare le guardie.»
Dai rumori che arrivavano dall’esterno Tom capì che presto la guarnigione
sarebbe tornata ai suoi doveri. Sfilò la pistola dalla cinta e rimpianse di non
avere un piano migliore.
«Forse dovremmo...»
La porta dell’ufficio si spalancò, una decina di guardie in giubba rossa
dalle mostrine verdi dell’esercito di Bombay si riversarono all’interno e,
prima che lui e i compagni potessero reagire, si allinearono al centro della
stanza puntando i moschetti verso di loro.
«Restate dove siete», urlò il loro sergente. «Nessuno si muova finché non
arriva il governatore Courteney.»
I quattro uomini rimasero immobili. Guardando i sepoy, Tom notò che non
erano stati appena distolti dal compito di spegnere le fiamme: non avevano
fuliggine sui volti né sulle bandoliere di un bianco scintillante e non
sembravano minimamente agitati né stupiti. Probabilmente aspettavano il suo
arrivo.
Si sentì sommergere dalla disperazione e lanciò un’occhiata a Berry.
«Ci avete tradito?»
Ma gli bastò vedere il terrore sgomento sul suo viso per capire che non
poteva averlo fatto. L’uomo sembrava stupito quanto loro e ancor più
terrorizzato.
Ormai non aveva importanza. A prescindere da come lo aveva scoperto,
Guy li aveva intrappolati. E stava per arrivare.
Tom cominciò a indietreggiare, mentre allungava le mani dietro la schiena
in cerca della pistola infilata nella cintura.
«Restate dove siete», urlò il sergente, la fronte imperlata di sudore.
Preferiva non aprire il fuoco prima dell’arrivo di Guy, se non in caso di
necessità. Tom continuò ad arretrare lentamente.
I compagni lo imitarono, al suo stesso ritmo. Il sergente spostò
rabbiosamente lo sguardo da uno all’altro. «Se vi spostate anche solo di un
altro dito ordinerò ai miei uomini di aprire il fuoco, e al diavolo le istruzioni
del governatore Courteney.»
Tom continuò a fissarlo negli occhi e riprese a muoversi. Ormai si trovava
dietro la scrivania di Guy e aveva la schiena quasi premuta contro le finestre.
Sapendo che non poteva andare da nessuna parte, il sergente si rilassò
leggermente.
«Il governatore Courteney ha una cella nei sotterranei destinata agli
uomini come te», gli disse. «Quando ti lascerà uscire di lì, sarai disposto a
mangiare la tua stessa merda, se solo lui te lo ordina.»
Passi pesanti risuonarono sulle scale fuori dalla porta. I sepoy si
irrigidirono, puntando con più attenzione i moschetti.
«Fra un attimo spareranno», disse Tom ai compagni. «Tenetevi pronti.»
«Puoi scordartelo!» ringhiò il sergente. «Non ti concederei mai una morte
così semplice.»
I passi raggiunsero la sommità delle scale.
Tom guardò gli altri tre. Il suo era un piano disperato ma era la sua unica
possibilità. Se Guy li avesse catturati avrebbe sfogato su di loro, e su di lui in
particolare, un’intera vita di odio e – cosa ancora peggiore – non vi sarebbero
state più speranze di salvare Sarah e Agnes, a meno che, grazie alle torture
nei sotterranei, lui non avesse scoperto la vera identità di Sarah. A quel punto
avrebbe potuto pagare il riscatto solo per poterla usare per tormentare Tom.
E non ucciderò Guy, si ripromise. Non ripeterò l’errore che ho commesso
con Billy.
I passi si avvicinarono alla porta con l’andatura energica di un uomo
massiccio che non aveva alcuna fretta. Sta assaporando la vittoria, capì Tom,
poi sfilò lentamente la pistola dalla cintura, tentando di nascondere il
movimento. Avrebbe avuto a disposizione soltanto un colpo.
«Ci sono tutti?» tuonò la voce di Guy nel corridoio. «È da parecchio che
aspetto di riallacciare i rapporti con uno di loro.»
Tom si perse quasi d’animo udendo quella voce. L’ultima volta che
l’aveva sentita stava lasciando il porto di Zanzibar a bordo di una piccola
feluca, e stringeva a sé Sarah mentre un centinaio di guardie di Guy li
prendevano di mira con i moschetti. Le parole di commiato del fratello gli si
erano impresse a fuoco nella memoria: «Uno di questi giorni pagherai per
quello che hai fatto. Ci penserò io, lo giuro!»
«Mi dispiace», disse. Con un unico movimento fluido sollevò la pistola e
sparò dritto al cuore del sergente.
La reazione fu quasi istantanea. Sentendo il colpo, i sepoy, già con i nervi
a fior di pelle, fecero tutti fuoco con una raffica furibonda.
Tom, che aveva previsto tutto, si era tuffato dietro la scrivania mentre
ancora sparava. Piombò sul pavimento nell’istante in cui le palle di
moschetto gli sfrecciavano sopra la testa, andando a infrangersi contro le
lunghe finestre affacciate sulla baia. Al boato assordante dei fucili si aggiunse
il tintinnio del vetro che andava in frantumi.
Il fumo aveva invaso la stanza. Tom chiamò a gran voce Francis e
Merridew, ma con gli spari che gli risuonavano nelle orecchie riuscì a stento
a sentirsi. Una figura sbucò dalla foschia. Era Francis. Aveva un taglio sul
viso provocato da una scheggia di vetro, ma per il resto sembrava incolume.
Dietro di lui c’era Merridew.
Tom indicò la finestra, si lanciò verso di essa e spiccò un balzo, facendo
una piroetta a mezz’aria in modo da colpirla di schiena. La camicia gli si
impigliò sul bordo frastagliato dei vetri ma solo per un breve istante, poi lo
slancio della rincorsa lo scaraventò all’esterno.
Quella mattina, mentre entravano nella baia, aveva sottoposto il forte a un
attento esame che adesso dava i suoi frutti. Aveva notato le alte finestre
affacciate sul porto e immaginato che il fratello si sarebbe piazzato in un
punto da cui poteva osservare tutto l’andirivieni. Fra le finestre e il porto
c’era però il muro del castello, abbastanza basso per non ostruire la visuale a
Guy ma sufficientemente alto perché il bastione sottostante distasse solo
pochi piedi dal davanzale.
Tom atterrò lì, fra una pioggia di vetri rotti. Si alzò subito, ma fu di nuovo
abbattuto da Francis, che gli finì addosso. Merridew si lasciò cadere accanto a
loro.
«Berry?» chiese Tom muovendo soltanto le labbra. Francis si passò
l’indice attraverso la gola: l’uomo aveva reagito con un secondo di ritardo e
l’aveva pagata cara.
Tom notò i pennacchi di fumo che uscivano dalla finestra e sentì delle
grida seguite da una detonazione. Senza il sergente a mantenere la disciplina,
i sepoy stavano probabilmente sparando alle ombre oppure l’uno contro
l’altro, ma non sarebbero stati trattenuti a lungo. Si guardò intorno in cerca di
una scala.
Erano in trappola. Geloso della propria intimità e temendo che una
sentinella potesse ascoltarlo da sotto le sue finestre, Guy aveva fatto chiudere
con un muro le due estremità del bastione. Non c’era via d’uscita.
Tom lo sentì urlare ordini dall’alto. Se i sepoy avessero raggiunto la
finestra e guardato giù, avrebbero trovato lui e i suoi amici prigionieri come
ratti in un barile.
«In mare», gridò. «È la nostra unica possibilità.»
Si arrampicò sopra la feritoia fra due merlature. Sotto di lui le candide
creste delle onde schiumavano sugli scogli nel punto in cui il mare lambiva la
base delle mura. Non conosceva quelle acque e si chiese quanto fossero
profonde.
«Vi ordino di fermarvi», urlò una voce dalla finestra. Tom non si prese
nemmeno il disturbo di guardare, sapeva già a chi apparteneva. Si accosciò,
appoggiò le mani sopra i due merli ai suoi lati e saltò, spingendosi il più
possibile lontano dal muro.
Precipitò per quello che parve un secolo e non appena ebbe colpito l’acqua
cominciò a scalciare e ad agitare le braccia per risalire in superficie, con il
terrore di potersi spezzare le gambe contro degli scogli sommersi. Riaffiorò,
illeso, appena in tempo per vedere Francis che piombava in mare dietro di lui.
Merridew lo seguì. Fortunatamente era un nuotatore provetto, e tutti e tre
riuscirono a spingersi verso la baia. La sera tropicale era scesa di colpo,
subito buia, nascondendoli alle guardie del castello. Di tanto in tanto un colpo
di moschetto risuonava sulle mura, ma nessuna palla si avvicinò a loro.
Più avanti Tom udì lo scricchiolio delle scalmiere, così sollevò ancor più
la testa dall’acqua per fischiettare le prime note di Spanish Ladies.
La voce di Ana emerse dall’oscurità. «Cos’è successo? Siete feriti?»
Lui si sentì girare la testa per il sollievo. In base al loro piano, Ana e gli
altri sopravvissuti della Kestrel avrebbero dovuto restare in attesa nel porto
mentre Tom e gli altri rubavano l’oro nella camera blindata. Al segnale
concordato, la barca avrebbe dovuto avvicinarsi alla porta d’acqua del
castello per trarli in salvo, ma lei aveva sentito gli spari e si era diretta da
quella parte in anticipo.
Portò l’imbarcazione verso di loro. Tom lasciò salire Francis e Merridew
prima di issarsi al di sopra della falchetta. «Guy sapeva del nostro arrivo.»
«Berry vi ha tradito?» chiese Ana.
«Se lo ha fatto, ha pagato con la vita.» Scosse il capo per farsi uscire
l’acqua dalle orecchie. «Ma ne dubito. È stato assurdo pensare di poter venire
qui a Bombay, nel cuore dei domini di Guy, senza che mio fratello venisse a
saperlo.»
Guardò dietro di sé. Il molo era nascosto dal castello, ma lui lo
immaginava gremito. «Guy sa che ci siamo tuffati in acqua e manderà delle
lance a cercarci, non foss’altro che per poter gongolare sopra i nostri
cadaveri. Dobbiamo fuggire finché ne abbiamo la possibilità.»
«E l’oro?» chiese Francis.
«Magari un’altra volta...» rispose Tom, ma sapeva che non avevano alcuna
possibilità. Guy sarebbe rimasto ad aspettarli e ogni uomo a Bombay avrebbe
tenuto gli occhi aperti per individuare lui e Francis. Anche se fossero riusciti
a introdursi di nuovo nel forte, ormai avrebbero trovato un intero battaglione
di sepoy a presidiare la camera blindata.
La barca aveva una piccola vela. Merridew e gli altri uomini la issarono in
modo che venisse colpita dalla brezza serale che spirava dal mare.
«Potremmo tentare di presentarci all’appuntamento con Aboli e Dorian»,
suggerì Ana. «Se il loro viaggio è stato proficuo magari hanno l’oro
necessario per pagare il riscatto chiesto da Angria.»
«Potrebbero volerci mesi», obiettò Tom. «Non abbiamo una nave per
raggiungere le Laccadive e comunque siamo già in ritardo sulla data
concordata. Dorian potrebbe aver già rinunciato ad aspettarci per puntare
verso Città del Capo.»
«Allora cosa possiamo fare?» sbottò Francis.
Tom guardò verso il castello. L’incendio nel cortile non era stato ancora
domato completamente e la residenza del governatore si stagliava contro un
cielo rossastro per i bagliori del fuoco. Di fronte a loro, sul lato opposto del
canale, il mare lambiva le paludi di mangrovie e le spiagge aperte della costa
indiana lungo la quale Sarah e Agnes stavano aspettando che lui andasse a
salvarle. Non poteva deluderle.
«Non possiamo comprare la loro libertà», disse in tono meditabondo,
«quindi rimane un’unica alternativa.»
«Liberarle con la forza?» chiese Francis, incredulo. «Ma la fortezza di
Angria è inespugnabile.»
Tom, seduto sul banco dei vogatori, si allungò in avanti. «Lo è davvero? È
quello che sostengono tutti, ma come fanno a esserne certi? Si dice che sia
inespugnabile, e quindi nessuno la attacca mai. Di conseguenza nessuno
riesce a conquistarla, e si continua a definirla imprendibile. La sua fama si
sostiene da sola. Ma in vita mia non ho ancora visto una fortezza che non
potesse essere violata.»
«Se avessimo alle spalle un esercito, forse», replicò Francis in tono
scettico.
Lui gli diede una pacca sulla spalla. «Esatto.»
Prese il posto di Ana accanto alla barra del timone e puntò verso la buia
costa indiana. Francis lo fissò.
«Dove stiamo andando?»
«A procurarci un esercito.»
Benché nelle caverne sotto il castello di Tiracola fosse sempre notte, Lydia
Foy aveva imparato a misurare lo scorrere del tempo e il ritmo delle giornate
in base ai flebili suoni che raggiungevano le sue orecchie dall’udito perfetto.
Persino attraverso le massicce mura di pietra riusciva a distinguere gli
andirivieni della fortezza che prendeva vita, le attività diurne e la lunga quiete
delle ore notturne.
Adesso il castello era addormentato. Grazie alla luce di una lontana
lanterna che filtrava nella grotta vide le due sorelle sdraiate vicine. Sarah
teneva la testa posata sul petto di Agnes. Ormai la sporgenza del ventre era
evidente persino nella penombra e non poteva più essere nascosta. Stavano
dormendo entrambe e respiravano sommessamente.
Per Lydia era arrivato il momento di agire. Si sollevò l’orlo delle gonne e
se lo avvolse intorno ai ceppi per non farli tintinnare mentre camminava. Né
Agnes né Sarah si mossero quando attraversò con passo felpato la grotta
raggiungendo la grata che sbarrava l’accesso alle segrete. Dietro l’inferriata,
alla luce di una lampada appesa a un gancio sul muro, vide il guardiano che
russava accasciato sulle scale.
Trovò un sassolino per terra e glielo lanciò. L’uomo, colpito sulla fronte,
si svegliò di soprassalto, grugnendo, e la sua mano scattò verso la lunga
pistola appoggiata alla roccia accanto a lui. Guardò in cagnesco Lydia e le
indicò di allontanarsi agitando l’arma mentre con l’altra mano si massaggiava
la fronte. Lei rifiutò di muoversi.
«Devo parlare con il tuo capitano», disse in un portoghese stentato.
L’uomo si esaminò la punta delle dita per cercare eventuali tracce di
sangue, ignorandola. Lydia non riuscì a stabilire se l’avesse capita o meno, e
riprovò con le poche parole indiane che conosceva. «Subedar? Jagirdar?
Havaldar?»
L’uomo scosse la testa e respinse la sua insistenza con un ringhio.
Lei allora si infilò la mano sotto le gonne e lo vide assumere subito
un’espressione interessata. Quando si tastò l’inguine, l’uomo si umettò le
labbra e si alzò, andando ad appoggiarsi alla grata, da dove godeva di una
visuale migliore.
Lei ritirò fuori la mano, stringendo fra le dita una scintillante pagoda d’oro
che si era nascosta dentro di sé quando la cattura da parte dei pirati era parsa
inevitabile. Se la pulì sull’abito, poi la offrì all’uomo, ma quando lui fece per
afferrarla la ritrasse di scatto. La guardia, frustrata, la fissò con aria torva.
«Havaldar», ripeté Lydia, e poi, in portoghese, aggiunse: «So una cosa
che gli interesserà».
L’uomo esitò, ma non riuscì a resistere all’attrattiva dell’oro. Prese un
anello di chiavi dalla parete e aprì la grata.
Poi allungò la mano per avere la moneta.
«Havaldar», ribadì lei, tenendola dietro la schiena.
Il guardiano non insistette e la condusse su per varie rampe di scale. I muri
di roccia lasciarono il posto a pareti rivestite di lastre di pietra intagliata e
costellate di lanterne appese a intervalli più ravvicinati. Iniziarono poi a
comparire arazzi e drappi talmente intricati e splendidi che potevano solo
essere frutto di razzie. A dispetto della sua difficile situazione, Lydia si
ritrovò a esaminarli con sguardo da intenditrice.
Alla fine raggiunsero il posto di guardia, dove cinque o sei uomini stavano
giocando a dadi. Quando vide Lydia, il capitano accolse il carceriere con
parole rabbiose, ma lei tenne la schiena ben eretta e lo guardò dritto negli
occhi, baldanzosa.
«Mi capisci?» chiese in portoghese. «Ho notizie importanti da riferire al
tuo capo.»
Lui si strinse nelle spalle. Evidentemente non capiva, e nemmeno gli
importava. Disse qualcosa ai suoi subalterni, che risero in maniera
sgradevole, e si carezzò l’inguine. Lydia represse il disagio e pestò un piede a
terra.
«Qualcuno, qui, parla inglese?» chiese, mostrandosi platealmente in
collera. «Ho delle informazioni che il vostro capo deve sentire.» Sapeva che
non avrebbero capito le sue parole, ma sperava che riuscissero a intuirne il
significato.
Il capitano la guardò strizzando gli occhi e annuì, poi latrò un ordine ai
suoi.
Due di loro balzarono in piedi e le afferrarono le braccia. Lei fece per
gridare ma un terzo uomo le si piazzò alle spalle e le tappò la bocca con una
mano. Il capitano estrasse il pugnale ricurvo dalla cintura e glielo accostò alla
gola.
Le infilò la punta della lama nella scollatura e lei si immobilizzò sentendo
l’acciaio freddo sulla pelle. Poi lui abbassò di scatto il pugnale e il corpetto di
Lydia si aprì, scendendole in vita e lasciando esposti i seni pesanti. Con le
mani bloccate dietro la schiena, fissò il capitano, sperando di indurlo a
vergognarsi.
Lui sorrise e reinfilò il pugnale nel fodero fissato alla cintura, poi allungò
in avanti le mani e le afferrò i seni, soppesandoli come papaye mature.
Pizzicò un capezzolo così energicamente da farla trasalire, poi si portò una
mano all’inguine. Lydia, suo malgrado, seguì i suoi movimenti con lo
sguardo mentre lui cominciava a toccarsi. Lo vide inturgidirsi sotto il dhoti.
Si lasciò cadere all’indietro fra le braccia degli uomini che la tenevano
ferma e non appena loro, d’istinto, la spinsero in avanti, approfittò dello
slancio per sferrare una ginocchiata al capitano con tutta la forza della sua
rabbia e del suo sdegno.
Lui strillò come una ragazzina e si ritrasse con un balzo, finendo contro la
parete e artigliandosi i genitali con entrambe le mani, ma cercò quasi subito
di vendicarsi. Le si avventò contro, con il viso contratto in una maschera di
atroce sofferenza e un pugnale appena sfoderato stretto nella mano destra e
pronto a colpirla.
«Fermi!» ordinò una voce stentorea. «Lasciate subito andare quella
donna.»
Le guardie reagirono all’istante. Si scostarono da Lydia con le mani
conserte dietro la schiena e un’espressione terrorizzata e avvilita. Persino il
loro capitano allargò le dita e lasciò cadere a terra il coltello, per poi farsi
piccino contro la parete.
Stavano tutti fissando l’uomo che era entrato nel corpo di guardia e si era
fermato accanto alla soglia.
Uno di loro mormorò un nome mentre si toccava la fronte con un gesto
ossequioso. «Raudra.» Durante le settimane trascorse dal suo arrivo al
castello, Raudra si era fatto strada con incredibile rapidità fra gli uomini al
servizio di Angria. Prima si era recato in un villaggio che aveva rifiutato di
versare il tributo richiesto dal pirata e ne era tornato con i tributi di due anni e
la testa del capo infilzata su una picca, poi era stato mandato a partecipare a
una razzia con uno dei capitani di Angria ed era rientrato con un bottino di
cinque vascelli e più di centomila rupie. Il capitano era morto e in mezzo al
fumo della battaglia nessuno era riuscito a vedere esattamente come fosse
stato ucciso, ma gli uomini lanciavano occhiate sospettose a Raudra e
bisbigliavano quando pensavano che nessuno li udisse. Sentendo quelle voci,
Angria si era limitato a ridere e dichiarare: «Un uomo dev’essere audace per
sopravvivere in un nido di vipere». Aveva promosso Raudra al ruolo del
capitano defunto e ormai non si sentivano più dicerie di alcun genere,
soprattutto dopo che un uomo che aveva parlato con meno cautela degli altri
era stato rinvenuto a galleggiare in mare ai piedi delle mura.
Raudra fissò Lydia. «Chi sei?» domandò in un inglese perfetto e privo di
accento che la lasciò basita. Era alto e aveva le spalle larghe. Sulla testa
solcata da cicatrici di ustioni fresche non aveva più nemmeno un capello, ma
barba e sopracciglia erano scure, folte e ispide. Era a torso nudo, con una
bandoliera di pelle che gli attraversava il petto muscoloso. Lei si rese conto
che era molto più giovane di quanto sembrasse e ancora più pericoloso di
quanto apparisse.
«Mi chiamo Lydia Foy», gli disse, cingendosi il petto con le braccia per
nascondere la propria nudità. Poi, prima che lui perdesse interesse, aggiunse:
«Ho notizie che il vostro capo vorrebbe sicuramente sapere».
«Quali notizie?» chiese lui.
«Desidero parlarvi in privato.» Lei indicò gli altri uomini con un eloquente
cenno del capo. «In un posto in cui possiamo stare soli.»

Christopher acconsentì e la portò nella propria camera, su nella torre di nord-


est, che all’inizio aveva trovato disabitata. Come i lupi, per lo più i pirati
cacciavano, mangiavano e dormivano in branco ed evitavano posti così
solitari. Per lui, invece, la solitudine era perfetta.
E adesso gli consentiva la necessaria riservatezza. Si disse che aveva
portato lì la donna per poter ascoltare la sua storia senza interruzioni, ma non
si trattava solo di quello. Non riusciva a dimenticare quello che aveva visto
entrando nel corpo di guardia: il seno nudo, il corpetto tagliato che le
penzolava sui fianchi. Era riuscita a risistemarselo in modo da ottenere una
parvenza di decenza, ma lui intravedeva comunque la pelle nuda negli spazi
fra i lembi di tessuto.
Dalla mattina in cui Poola l’aveva catturato insieme a Tamaana non era
più stato con una donna, non certo per mancanza di occasioni – il castello dei
pirati attirava una miriade di prostitute e altre donne compiacenti – ma perché
non si era mai sentito attratto da loro come da quella sconosciuta.
«Cosa avete da dirmi?» chiese.
Lydia aveva riacquistato la propria compostezza, nonostante
l’abbigliamento in disordine. «Come fa un pirata indiano a parlare un inglese
così raffinato?» volle sapere.
«Per qualche tempo ho navigato su un mercantile che batteva la costa»,
spiegò lui.
«Siete mai stato a Bombay?»
Christopher si irrigidì. L’aveva forse riconosciuto? No, impossibile, quella
mattina lui aveva intravisto il proprio riflesso in un secchio d’acqua:
nemmeno sua madre ci sarebbe riuscita.
«Sì, l’ho visitata», rispose con cautela.
«Quindi avete sentito parlare del governatore Courteney?»
«Sì», disse lui, teso. «Certo.»
«Sapete che due sorelle di sua moglie sono tenute prigioniere in questo
castello?»
Christopher la fissò, ammutolito. Lydia, a cui non sfuggiva nulla, notò la
sua aria sbalordita, ma non poté certo indovinarne il motivo.
«Si chiamano Sarah e Agnes, solo che la prima non vuole svelare la
propria identità perché...» Stava per dirgli la verità, per spiegare come mai
Sarah avesse paura di Guy, ma il buonsenso la rese guardinga. «... perché
teme che Angria approfitti del legame di sangue per chiedere un riscatto più
alto», mentì.
«State tradendo la sua fiducia», commentò lui, ma senza avere l’aria di
volerla giudicare.
Lydia gli si avvicinò lentamente, tanto da sfiorargli quasi il petto nudo con
il suo seno prosperoso. Percepì il calore emanato dal corpo di Christopher.
«Vi prego», lo implorò. «Mio marito è rimasto ucciso nel massacro di
Chittattinkara e io sono rimasta sola. Non mi aspetto la vostra beneficenza,
chiedo solo un’occasione di guadagnarmi la libertà.»
Si mordicchiò il labbro come una bambina e sgranò gli occhi. Gli toccò
l’avambraccio, sentendo i suoi muscoli sodi. «Non so come siate finito qui,
ma può essere stata solo la provvidenza a riunirci. Ho disperatamente bisogno
di un uomo per bene che mi protegga.»
Christopher la fissò. Si sentiva scosso dalla rivelazione della donna ma in
quel momento il suo unico desiderio era possederla, ed era chiaro che la sua
attrazione era ricambiata.
Le slacciò il corpetto tagliuzzato e lo aprì. Lei non fece alcun tentativo di
scostarsi quando lui chinò la testa e serrò le labbra su un capezzolo,
succhiandolo mentre si slacciava la cinta e lasciava cadere a terra il dhoti.
Lydia aveva ancora i polsi stretti dai ceppi, così sollevò le braccia e gli fece
passare la catena dietro la testa in modo che fossero legati l’uno all’altra, poi
indietreggiò tirandolo con sé finché non toccò il materasso del letto con i
polpacci.
«Sii gentile con me», mormorò, ma lui la udì a stento. Abbassò le mani e
poi le infilò dentro l’indice, scoprendola pronta. Lei cadde all’indietro sul
letto, con Christopher sopra. Aprì le gambe e lo sentì subito dentro; avrebbe
voluto prenderlo e guidarlo, ma era ammanettata.
Christopher la penetrò strappandole un urlo. Per la prima volta in vita sua,
tutta la scaltrezza e la falsità con cui aveva eretto un imprendibile baluardo
contro il mondo vennero spazzate via come detriti dalla ruggente marea della
lussuria.
Lo portò con sé nella tempesta, tanto che raggiunsero l’orgasmo nello
stesso istante, e le grida di Lydia quasi eguagliarono i ruggiti animaleschi di
lui. Subito dopo, piombò in un sonno simile alla morte.
Christopher invece non riuscì a dormire e le rimase steso accanto,
accarezzandole i lunghi capelli, cercando di trovare un senso in quello che lei
gli aveva appena raccontato.
Pur serbando solo vaghi ricordi di sua zia Agnes, che risalivano a prima
che lei lasciasse Bombay, riusciva a immaginare che poteva essere stata
catturata e portata a Tiracola. Ma Sarah Courteney?
Caroline, sua madre, parlava molto di rado della seconda sorella. Lui
aveva già dodici anni quando l’aveva sentita nominare per la prima volta.
Interpellata al riguardo, la madre gli aveva detto che Sarah era morta molti
anni prima in Africa, insieme al marito, Tom Courteney.
Ma a quanto pareva non era affatto morta. E se lei era viva, non poteva
esserlo anche Tom?
Il chiarore di luna entrò dalla finestra della torretta e si posò sulla spada
Nettuno, appoggiata al muro di fronte a lui. Gli intarsi in oro sembravano
argentei nella luce notturna. Poteva essere stato Tom a portarla in India?
Adesso lui si trovava lì? E, in tal caso, cosa significava per Christopher la sua
presenza?
Guy odiava Tom, Christopher odiava Guy. Lui e lo zio potevano
coalizzarsi contro suo padre? Lui poteva sfruttare Sarah, riportandola magari
a Tom come parte dell’accordo? Oppure doveva riferire ad Angria le
informazioni di Lydia? Avrebbero garantito un riscatto più alto e gli
sarebbero valse la stima del pirata.
La luna tramontò, le stelle impallidirono e il cielo fuori dalla finestra
cominciò a schiarirsi. Christopher si sfilò dal cerchio delle braccia strette dai
ceppi di Lydia e si alzò, a fatica. Abbassò lo sguardo su di lei, sulla sua pelle
così chiara e levigata, e avvertì un nuovo sommovimento nei lombi. Aveva
tempo, tutto il tempo del mondo, si disse.
Le si sdraiò di nuovo accanto. Le strizzò un seno, e Lydia gemette
sommessamente. Le baciò la nuca, appena sopra il collo, e lei gli premette le
natiche nude contro il ventre, cercando la sua virilità persino nel sonno.
Dalla finestra entrò un fragore sordo simile a un tuono. In un attimo
Christopher fu in piedi. Il rumore gli era parso distante, ma lo conosceva
meglio del suo stesso respiro: era il boato lontano di un cannone.
Andò alla finestra e guardò fuori. Oltre le mura del castello, in fondo allo
stretto promontorio che lo collegava alla terraferma, il sole si stava alzando
sopra una bassa collina sulla quale stendardi di guerra sventolavano in cima a
migliaia di lance alzate. Fluttuavano nella brezza del mattino e i cavalieri che
le portavano fermarono i loro destrieri per osservare la sottostante fortezza di
Tiracola.
Un potente esercito si era messo in marcia.

I viaggiatori avanzavano lungo i passi fra le montagne, su un sentiero


talmente stretto da costringerli a camminare quasi sempre in fila, sagome
scure nella nebbia dirette verso la gigantesca fortezza in cima alla montagna
di fronte a loro.
Tom Courteney era in testa al gruppo, seguito da Ana e Francis e poi da
Merridew e dagli altri quattro marinai sopravvissuti al naufragio della
Kestrel. Partiti da Bombay, erano in marcia già da diversi giorni. Avevano
seguito la costa fino ai piedi delle colline, poi avevano imboccato il sentiero
che conduceva verso le alte vette dei Ghati occidentali.
«Sembra di essere in un’antica leggenda, in un regno su cui si è abbattuta
una terribile maledizione», commentò Francis. Da bambino aveva divorato i
racconti sui cavalieri di re Artù trovati nella biblioteca di High Weald, e il
paesaggio che stavano percorrendo gli ricordava la terra desolata intorno al
castello del Santo Graal, dove viveva il Re Pescatore. Era passato da poco il
monsone e tutto avrebbe dovuto essere verde e lussureggiante, invece i
pascoli apparivano anneriti e sterili. Quasi tutti i villaggi erano abbandonati, e
talvolta loro camminavano per tre o quattro giorni senza incontrare anima
viva. La notte erano pochissimi i fuochi e le lanterne che punteggiavano
l’oscurità. Le persone che vedevano erano prevalentemente nude e affamate,
e strisciavano fuori dalle capanne di fango come animali dalla loro tana per
guardarli passare. Le uniche tracce di civiltà erano i forti che sormontavano
ogni vallata, appollaiati come nidi d’aquila sulle vette.
«Cos’è successo in questa regione?» aveva chiesto Francis mentre
trascorrevano la seconda mattinata in quel paesaggio desolato.
«La guerra», aveva risposto Ana. «Questo è il regno dei maratha. Hanno
combattuto per trent’anni per la propria sopravvivenza contro il Gran Mogol,
e l’hanno pagata a caro prezzo. E ora che hanno un loro regno non riescono a
mettersi d’accordo su chi dovrebbe governarlo. Sono dilaniati dalla guerra
civile.»
Avevano finalmente raggiunto la fortezza di Satara, risalendo una strada
che si inerpicava tortuosa sulla parete della montagna. Le sentinelle a guardia
della porta li fermarono e Tom si fece avanti, sapendo che ormai non era più
il caso di nascondere la propria identità. Parlò in maniera lenta e chiara,
interrompendosi per consentire ad Ana di tradurre.
«Sono Thomas Courteney, il fratello di Guy Courteney, governatore di
Bombay, e sono venuto per parlare con il ragià, Shahuji.»
Di fronte ai volti impassibili delle guardie, non riuscì a stabilire se il nome
significasse qualcosa per loro. Vennero comunque accompagnati all’interno
della fortezza e lasciati ad aspettare in un’anticamera mentre alcuni domestici
si addentravano rapidi nei meandri dell’edificio.
«Cosa sai di questo ragià?» chiese Tom ad Ana. «Il suo regno è in rovina,
avrà il fegato di affrontare altri combattimenti?»
«Non sottovalutarlo», lo avvisò Ana. «Una volta l’esercito del Gran
Mogol è riuscito a conquistare questa fortezza e il generale, per dimostrare
che aveva intenzione di restare, ha fatto trasferire qui moglie e figlie. Dopo
aver messo sotto assedio il castello, Shahuji le ha catturate e le ha fatte legare
sulla bocca dei suoi cannoni sotto le mura, dopo di che, in piena vista, ha
versato la polvere nei foconi e ha ordinato ai serventi di accendere le torce
per la miccia.»
«E poi cosa è successo?» chiese Francis.
«Il comandante del Gran Mogol si è arreso. Shahuji ha riconquistato la sua
capitale e da allora è sempre rimasto qui.» Ana schiacciò la mosca che le si
era posata sul braccio. «Inoltre ho sentito dire che è un vero maestro nel far sì
che gli altri vedano in lui solo ciò che vuole mostrare. Quale che sia
l’impressione che vi fa, non lasciatevi trarre in inganno.»
Si zittì quando tornarono i servi. Evidentemente il nome di Guy Courteney
aveva parecchio peso. Lasciandosi dietro Merridew e gli altri, Tom, Francis e
Ana vennero condotti lungo altri corridoi e anticamere, nel cuore stesso del
castello.
«Cosa significa quest’accoglienza?» chiese sottovoce Francis.
«Dimostra che Shahuji è sicuro di sé», rispose Tom. «Un uomo meno
nobile avrebbe cercato di sottolineare la propria autorità costringendoci a una
lunga attesa.»
Dopo aver salito un imponente scalone e varcato una doppia porta
riccamente intagliata, si ritrovarono nella sala del trono, piuttosto austera
rispetto ai parametri indiani ma comunque abbastanza sontuosa. Al centro, su
una piattaforma rialzata, si stagliava un trono circondato da cortigiani e
guardie. Sembrava di oro massiccio ed era ornato di pelli di leone e di tigre.
L’uomo che vi sedeva indossava ricche vesti di seta color avorio trapunte di
fili d’argento e costellate di perle, lapislazzuli e granati.
Era più giovane di quanto Tom si aspettasse, non ancora trentenne, e le
guance perfettamente rasate accentuavano il suo aspetto giovanile. Teneva la
schiena ben eretta e appariva teso, consapevole della propria immagine e
fiero dei suoi possedimenti. Esaminò i tre visitatori con sguardo
imperscrutabile. L’unico suono era il tintinnio prodotto dalle splendide perle
della sua collana mentre se le faceva scorrere fra le dita.
«Siete il fratello del governatore Courteney», disse alla fine, rompendo il
silenzio. La sua era un’affermazione, non una domanda. Parlò in portoghese,
la lingua franca nelle relazioni fra India ed Europa. Tom ne aveva imparato
qualche parola dai coloni portoghesi con cui aveva trattato in Mozambico,
nella provincia del Sofala, sulla costa orientale dell’Africa, ma lasciò che Ana
traducesse perché preferiva evitare malintesi.
«Sono il fratello gemello di Guy Courteney.»
«Vi ha mandato a esigere il firman che pretende da me?» domandò
Shahuji.
«Non sono qui per conto di mio fratello», ammise Tom, «ma per
suggerirvi una mossa che vi farebbe acquisire un vantaggio su di lui.»
Il ragià batté le palpebre. «Se siete il fratello di Guy Courteney, come
potete desiderare di tradirlo?» Tom rammentò quello che gli aveva raccontato
Ana sulla guerra civile fra i maratha: la storia della zia di Shahuji, che aveva
tentato di strappargli il regno.
«Pensavo avreste capito, vostra altezza, che i diversi rami di una stessa
famiglia non sempre operano di comune accordo.»
Aspettò pazientemente mentre Ana traduceva, chiedendosi se aveva
esagerato, se il ragià si sarebbe offeso o peggio. Gli occhi inespressivi
dell’uomo non gli fornirono alcun indizio. Shahuji lo fissò a lungo, poi si
protese leggermente in avanti sul trono. «Qual è il vero motivo per cui siete
venuto da me?»
«Desidero parlarvi in privato», replicò audacemente Tom. Sapeva che la
sala del trono era solo un teatro politico e non la sede di autentiche trattative.
Shahuji serrò le labbra e poi, senza proferire parola, si alzò e scese dal
trono. I cortigiani si scostarono per lasciarlo passare e una porta sulla parete
di fronte gli si spalancò davanti. Tom lo seguì insieme agli altri su un’alta
balconata di pietra che affacciava sulla vallata e si ricordò il racconto di Ana
sulla famiglia del generale del Gran Mogol. Si chiese se l’uomo fosse stato lì
a guardare mentre le sue figlie venivano legate alle bocche dei cannoni. Era
riuscito a sentire le loro grida?
Le guardie li lasciarono soli, tornando nella sala del trono e chiudendosi la
porta alle spalle. Gli unici suoni erano il sibilo del vento tra le montagne e il
ticchettio delle perle del ragià.
«Credo che voi e io abbiamo un nemico comune.»
«Il governatore Courteney non è mio nemico.»
«Mi riferivo al pirata Angria, che intralcia le vostre spedizioni marittime e
semina il terrore sulle vostre coste. È anche alleato di vostra zia nella
campagna contro di voi.»
Shahuji abbozzò un cenno d’assenso quasi impercettibile.
«Angria ha catturato mia moglie e sua sorella», aggiunse Tom, «e le tiene
prigioniere nel suo castello a Tiracola.»
Un lampo di irritazione balenò sul viso di Shahuji, la prima emozione che
avesse mostrato fino a quel momento. «Tiracola è il mio castello», dichiarò.
«Ecco perché siamo venuti da voi», si affrettò a replicare Tom. «Voi
volete riconquistare il vostro castello, io voglio indietro la mia famiglia.»
Non riuscì a stabilire se l’altro fosse incuriosito o indignato.
«Mio fratello Guy desidera stipulare un trattato con voi», proseguì.
«Permette ad Angria di perpetrare impunemente i suoi crimini per
costringervi a negoziare. Ma se noi cacciamo Angria da Tiracola e spezziamo
il suo potere, avrete voi il coltello dalla parte del manico, con Guy. E in più il
castello sarebbe di nuovo vostro.»
«Perché mi raccontate tutto questo?» chiese Shahuji.
«Perché Angria ha chiesto un riscatto per gli ostaggi e Guy si rifiuta di
pagarlo», intervenne con foga Francis. «Soltanto voi avete il potere di
strappare Tiracola a quel pirata e liberare la nostra famiglia.»
Tom gli scoccò un’occhiata ammonitrice, anche se Shahuji non parve
affatto risentito, ma si limitò a inarcare un sopracciglio.
«Non avete pensato che se avessi il potere di prendere Tiracola lo avrei già
fatto?» Guardò giù, lungo il fianco della montagna, fra le volute di nebbia che
ancora riempivano la valle. «Lasciate che vi parli del mio regno», continuò.
«Nelle terre che avete attraversato per venire qui avete forse visto dei
raccolti?»
Tom e Francis scossero il capo.
«Perché coltivare qualcosa quando il tuo signore non è in grado di
difendere il tuo villaggio? Un tempo questo era un regno ricco, ma adesso i
contadini coltivano solo ciò che possono portare con sé quando fuggono nella
giungla. Per trent’anni mio nonno, il Chhatrapati Shivaji, ha combattuto
contro i moghul per questo regno. Alla sua morte, mia zia ha nominato re il
figlio, anche se il trono spettava a me. Adesso il Gran Mogol è morto e il suo
impero è precipitato nel caos, ma noi non possiamo goderci la pace perché ci
stiamo battendo gli uni contro gli altri. Lo definiamo bhalerai, ’il governo
della lancia’. Ogni capotribù locale si crede un guerriero, raduna un manipolo
di soldati e combatte contro gli altri per gli avanzi. Su alcune zone esercito
meno autorità del più umile patil, il capovillaggio.»
Prese un frammento di pietra che si era staccato dal parapetto e lo lasciò
cadere nel vuoto sotto di loro.
«Sin da quando mio nonno ha iniziato questa guerra i moghul ci hanno
liquidato come semplici banditi e soprannominato ’ratti nella soffitta’. E io ho
scoperto che i ratti, quando non hanno nient’altro da mangiare, si divorano a
vicenda. Forse i moghul avevano ragione, è davvero questo che siamo.» Non
alzò mai la voce né il suo tono tradì una qualsivoglia emozione.
«Avete sconfitto il più potente impero del mondo», sottolineò Tom.
«Avete mai visto un cavaliere moghul?» Shahuji proseguì senza aspettare
una risposta. «I loro cavalli sono i più grandi e più robusti del mondo,
vengono allevati per essere resistenti perché il peso di un cavaliere e della sua
corazza è davvero immane. I nostri, invece, sono animali piccoli e dalle
zampe leggere, fatti per i sentieri montani e le fughe rapide. Non abbiamo
mai affrontato i moghul in battaglia. Quando ci hanno mandato contro un
esercito, lo abbiamo lasciato passare per poi compiere razzie sulle loro linee
di rifornimento. Quando hanno assediato le nostre fortezze, li abbiamo
lasciati entrare per poi bruciare i raccolti e massacrare il nostro stesso
bestiame in modo da affamare gli occupanti. È così che facciamo la guerra.
Contro una fortezza come Tiracola ci schianteremmo, andando a pezzi.»
«Non conoscete dunque la pietà?» protestò con rabbia Francis. «Sono
settimane che mia zia soffre nelle mani di quei pirati. Siete pronto a lasciarla
morire in quelle segrete?»
Shahuji gli rivolse un’occhiata impassibile. «Da bambino sono stato
mandato come ostaggio alla corte del Gran Mogol e vi ho trascorso tutta
l’infanzia. Ogni mattina, per diciotto anni, mi sono svegliato chiedendomi se
le guardie mi avrebbero ucciso e ogni sera mi sono coricato senza sapere se
avrei visto un’altra alba.»
«Non lo sapevo.» Francis abbassò gli occhi, mortificato.
«Quando avevo undici anni il Gran Mogol ha catturato mio padre. Lui si è
rifiutato di rendergli omaggio e l’altro lo ha fatto smembrare da un branco di
cani da caccia. Mi ha costretto a guardare, poi mi ha fatto sedere alla sua
destra al banchetto di festeggiamento. Quindi, vedete, so cosa significa essere
un prigioniero.»
Francis farfugliò delle scuse. Tom chinò il capo per prendere atto
dell’informazione. Capiva come mai Shahuji riuscisse a parlare della rovina
del proprio regno con una tale tranquillità. Crescendo da ostaggio, con una
spada perennemente puntata al collo, doveva aver imparato a nascondere le
proprie emozioni così in profondità che non potevano mai emergere in
superficie.
«Non chiedo compassione», cominciò a precisare Tom.
Shahuji non parlò, ma negli occhi gli guizzò un lampo di impazienza.
«Ma credo che i nostri interessi siano arrivati a combaciare.»
Ana si unì alla conversazione. «Il pirata Angria sostiene vostra zia e suo
figlio, il pretendente al trono, nella guerra civile. Se volete unificare il vostro
regno dovrete prima annientare lui.»
«Mio padre ha preso i moghul per sfinimento. Io sconfiggerò Angria nello
stesso modo, con una guerra di logoramento. Tiracola è imprendibile.»
Tom sbuffò, esasperato. «Dicono tutti così, ma qualcuno l’ha mai
attaccata?»
«Nessuno che sia sopravvissuto per poterlo raccontare», replicò Shahuji
con un vago accenno di sorriso.
«Datemi un esercito e io espugnerò la fortezza per voi e per la mia
famiglia», disse Tom in tono piatto.
«Ho saputo che siete ben addestrato nel resistere a un assedio. Siete sicuro
di poterne anche organizzare uno?»
Tom notò l’occhiata che il ragià gli rivolse e cominciò finalmente a capire
che tipo d’uomo fosse. L’assedio di Brinjoan era avvenuto a centinaia di
miglia da lì, in un regno lontano, e oltretutto lui all’epoca usava un nome
falso, eppure Shahuji ne era al corrente e sapeva che Tom vi aveva preso
parte, benché fosse arrivato solo quella mattina. Era colpito.
«Avete mai sentito parlare di un altro pirata chiamato al-Auf?» chiese.
«Il Malvagio», tradusse agevolmente Shahuji dall’arabo, lingua che
doveva avere imparato bene, crescendo alla corte dei moghul. «Confesso di
no.»
«Ovvio, perché è morto molti anni fa, ma fino ad allora era stato il pirata
più temuto sull’oceano delle Indie. Nemmeno le possenti navi della
Compagnia delle Indie Orientali erano al sicuro da lui. Saccheggiava i velieri
partendo da un imponente forte sull’isola di Flor de la Mar, difeso da potenti
batterie e da una guarnigione di migliaia di pirati. Anche quello era
considerato imprendibile, ma mio padre e io abbiamo bruciato la flotta e
conquistato la fortezza. Ho decapitato io stesso al-Auf.»
Era stata l’ultima battaglia combattuta da Hal Courteney. Poco dopo aver
perso le gambe nell’esplosione che aveva fatto saltare la porta della
roccaforte, era stato ucciso dalla cancrena. Tom non ne fece parola.
Dietro Shahuji un raggio di sole forò una nube e illuminò la foschia, come
il bagliore di una cannonata nel fumo della battaglia. Tom osservò il ragià,
ma il suo viso glabro era del tutto inespressivo.
A un tratto, parve prendere una decisione. Raddrizzò la schiena e disse
qualcosa al di sopra della spalla di Tom che, voltandosi, vide cinque o sei
domestici in fondo alla balconata. Era sicuro che fino a poco prima non ci
fossero. I nuovi venuti si inchinarono e indicarono a lui e ai suoi compagni di
seguirli. Evidentemente il colloquio era terminato.
«Cosa ha detto?» chiese Francis ad Ana mentre venivano riaccompagnati
dentro il palazzo.
«Ha annunciato che ha intenzione di andare a caccia.»
Lui si fermò di colpo nel corridoio. «Siamo venuti per combattere una
guerra, non per cacciare», protestò.
«Non capisci», ribatté Ana. «L’una è una preparazione all’altra. Il ragià sta
riflettendo sulla vostra proposta, ma preferisce non precludersi altre opzioni.
Quando convocherà i suoi nobili per la caccia, loro porteranno con sé
domestici, capitani e armi. Sta radunando l’esercito senza tuttavia prendere
impegni precisi. E poi il successo nella caccia sarà di buon auspicio per la
battaglia.»
«E se invece la battuta di caccia va male?»
Ana si strinse nelle spalle. «Preghiamo che non sia così.»

Nei giorni seguenti, dall’ala del palazzo in cui Shahuji li aveva sistemati
videro decine di drappelli di uomini armati percorrere l’infida strada che si
inerpicava sul fianco della montagna. Ben presto nel castello risuonò il
frastuono di un enorme esercito. Gli elefanti barrivano nelle stalle ai piedi
della rupe e i cavalli correvano e giocavano nei prati recintati.
Tom scalpitava per quel ritardo. Shahuji era un ospite generoso, mandava
loro cibo e bevande in abbondanza serviti da bellissime domestiche dal
sorriso invitante, ma ai Courteney non era consentito lasciare il castello. Tom
mandava via le fanciulle e passava ore alla finestra, osservando gli uomini
che si radunavano, e quando si stancava si dedicava con gli altri agli scacchi.
Francis era un giocatore passabile, ma suo zio giocava sin da quando era
bambino, quindi la sfida più coinvolgente era quella tra lui e Ana.
«Se solo conquistare un castello fosse altrettanto facile nella vita reale»,
disse lei mentre toglieva la torre di Tom dalla scacchiera. I pezzi erano tutti
scolpiti nell’avorio ed erano splendidamente ricchi di dettagli. Tom non ne
aveva mai visti di simili: i pedoni avevano la forma di elefanti, divinità o
soldati, con distinzioni di rango estremamente elaborate.
Si vendicò sferrando un attacco con la sua regina e in rapida successione
prese due pedoni, un alfiere e la torre di Ana, poi si ritrovò con il proprio re
isolato.
«Giochi come un inglese», commentò lei, divertita, «e come tutti i porta-
cappelli: ti lanci all’attacco senza preoccuparti delle conseguenze. Lo stile
indiano, invece, consiste nell’aspettare pazientemente.»
Sollevò il cavallo, lo baciò e lo usò per prendere la regina di Tom.
«La pazienza è patetica», ribatté lui. Fece scivolare l’alfiere attraverso la
scacchiera fino al riquadro appena occupato dal cavallo e attaccò il re di Ana
senza lasciargli via di scampo.
«Scacco matto», annunciò con un sorriso.

La mattina della battuta di caccia i domestici di Shahuji andarono a prenderli


e li portarono giù per la montagna a bordo di portantine, percorrendo poi
alcune miglia nella giungla fino a raggiungere il padiglione del ragià, una
pagoda a più piani con un giardino cinto da mura nei pressi di un limpido
laghetto.
Da ragazzi, sia Tom sia Francis avevano cacciato e sparato nella tenuta di
High Weald, quindi trovarono familiare la routine – il raduno dei battitori, lo
strepitare dei corni e l’eccitazione che permeava l’aria mentre i cacciatori si
riunivano – ma rimasero sbalorditi dalle immani dimensioni dell’evento. I
battitori erano centinaia. Alcuni musici suonavano trombe e strumenti a corda
mentre le domestiche servivano coppe di arak aromatizzato alla cannella o
reggevano vassoi di datteri e mandorle. Gli elefanti aspettavano placidi,
ruminando gli enormi mazzi di foglie forniti dai rispettivi guardiani, e
portavano sul dorso un palanchino riccamente decorato, detto howdah.
«Viaggeremo su quelli», spiegò Ana.
Francis fissò i giganteschi animali. «È una cosa sicura?»
«Molto più che ritrovarsi faccia a faccia con una tigre», gli garantì lei.
I battitori, armati di bastoni e piccole asce, si infilarono nella foresta e gli
altri rimasero ad aspettare, ora dopo ora. A un certo punto i musici smisero di
suonare, risate e chiacchiere lasciarono il posto a sporadiche conversazioni
sommesse. Il rumore più forte era quello prodotto dagli elefanti che
masticavano le foglie. Tutti i cacciatori fissavano la foresta, in ascolto e in
bramosa attesa.
«Non dovremmo salire sugli elefanti per dare la caccia alla tigre?» chiese
Francis.
Ana rivolse la domanda al ragià.
«Non si può semplicemente avventurarsi nella giungla e cercare una
tigre», spiegò lui. «Bisogna stanarla. I miei uomini hanno legato dei bufali
d’acqua in vari punti della foresta. Se una tigre si avvicinerà per ucciderne
uno, loro ci avviseranno e noi ci precipiteremo là.»
Quella mattina Shahuji sembrava più allegro, più rilassato di quanto non
fosse parso nel palazzo. Sfoggiava come di consueto il suo atteggiamento
dignitoso, ma non riusciva a celare il piacere e l’entusiasmo per la caccia.
Tom poteva immaginare che la libertà della foresta e il mero inseguimento
dell’animale da parte dell’uomo potessero risultare attraenti per chi aveva
trascorso più di metà della propria vita in veste di illustre prigioniero.
Un messaggero ansimante e madido di sudore arrivò di corsa nella radura
davanti al padiglione, farfugliò il suo messaggio e poi crollò in ginocchio.
Shahuji si rivolse agli ospiti con il viso scintillante di entusiasmo. Gli
attendenti stavano già sistemando elefanti e fucili e portando a termine gli
ultimi preparativi.
«La tigre ha ucciso la preda», si gridavano a vicenda.
Tom aveva perso il conto degli elefanti cui aveva sparato, ma si ritrovava
per la prima volta a cavalcarne uno. Era più piccolo degli enormi pachidermi
africani cui era abituato lui, ma comunque imponente, un grosso maschio con
un segno di casta cremisi dipinto in mezzo agli occhi che gli conferiva
un’aria saggia, quasi umana. Per la forza dell’abitudine si ritrovò a stimare le
dimensioni delle zanne e a calcolare quanto avrebbe potuto ricavarne a Città
del Capo.
Il mahout, il conduttore dell’elefante, diede qualche pacca sul fianco
dell’animale per farlo inginocchiare, poi Tom salì sulla zampa posteriore
protesa, da lì passò sulla groppa e infine sull’howdah, seguito da un ragazzo
che portava un paio di pregiati fucili con carica ad acciarino in un fodero
d’argento. Quando osservò l’interno della canna, vide che era rigata, per
garantire maggiore precisione.
Il mahout volteggiò come un acrobata sopra la testa dell’animale, gli si
sedette sul collo infilandogli le ginocchia sotto le orecchie e urlò un ordine in
tono acuto e cantilenante, spingendolo ad alzarsi goffamente. Tom guardò
dietro di sé e scoprì che Francis e Ana erano saliti sui loro elefanti mentre il
ragià apriva il corteo su un favoloso howdah con intagli lignei dorati chiuso
da cortine di stoffa intessuta di fili d’oro.
Tom si abituò rapidamente all’andatura oscillante con cui il pachiderma
avanzava nella giungla e si stupì della sua abilità. Se un ramo minacciava di
imprigionare l’howdah, l’elefante allungava la proboscide verso l’alto e lo
spezzava. Talvolta, quando il sentiero si stringeva, spingeva da parte la
vegetazione per renderlo più ampio, e se il terreno si faceva paludoso
abbassava la testa e lo tastava con la proboscide per trovare i punti più solidi
su cui posare le zampe.
Dopo qualche miglio superarono un crinale e scesero in una gola formata
dall’alveo di un fiume asciutto. La seguirono per circa un miglio, zigzagando
nella giungla. Tom riuscì a distinguere nel fango e sulla sabbia depositata dal
fiume le impronte di numerosi animali. Le scimmie strillavano sugli alberi, i
galli selvatici si pulivano le piume in riva al fiume. Uno stormo di pavoni
passò in volo sopra di loro, i colli di un brillante blu zaffiro che scintillavano
nella luce del sole. Tom provò una fitta di nostalgia al ricordo della gemma
sul pomello della spada Nettuno.
Il ragià ordinò l’alt nel punto in cui un ruscello asciutto incontrava il letto
del fiume. Gli elefanti si inginocchiarono e i cacciatori scesero. Tom si
sgranchì le gambe e si guardò intorno, scrutando il sottobosco in cerca di
tracce della loro preda.
A Shahuji non sfuggiva nulla. «Siete già stato a caccia di tigri?» chiese
tramite Ana.
«Ho cacciato leoni.»
L’uomo annuì. «Ho visto dei leoni, il Gran Mogol li teneva per il suo
diletto alla corte di Delhi. Ma la tigre è più pericolosa. È più grande, più forte
e più feroce. A differenza dei leoni, che agiscono in branco, la tigre caccia da
sola, quindi deve essere più robusta e più astuta. Ne ho vista una uccidere un
bufalo e sollevarlo fra le fauci come un gatto che trasporta un topo.»
Vide l’espressione scettica sul viso di Tom. «Un giorno, a Delhi, il Gran
Mogol ha organizzato un combattimento fra un leone e una tigre. Nella reggia
non si parlava d’altro e tutti i nobili sono venuti ad assistere alla gara, eccitati.
Quando le fiere sono state liberate, tutti i presenti erano in piedi.»
«Come è andata a finire?» chiese Francis.
«La tigre ha ucciso il leone con un’unica zampata che gli ha reciso
l’arteria del collo facendolo dissanguare.» Tom vide di nuovo l’accenno di
sorriso di Shahuji, il massimo dell’emozione che il ragià si consentisse mai di
mostrare. «L’imperatore era furibondo. Non si erano mai visti così tanti amir
e jagirdar delusi.»
Mentre parlava, i suoi servi avevano slacciato le cinghie dell’howdah reale
per poi tirarlo giù dal dorso dell’elefante e portarlo accanto a un grosso
albero, dove lo assicurarono a delle funi e lo issarono a dieci piedi da terra, in
modo che si posasse sui rami, sistemandovi accanto una scala di corda.
«Quello sarà il nostro machan», annunciò Shahuji. «Il nostro
nascondiglio.»
Salirono la scala. I domestici avevano piazzato due howdah l’uno accanto
all’altro, uno per Tom e il ragià e uno per Francis e Ana. Gli uomini incaricati
di portare i fucili e altri servi si sedettero sui rami retrostanti e presero a
fissare la giungla da quel punto di osservazione sopraelevato.
«La tigre ama seguire i corsi d’acqua», spiegò Shahuji indicando il punto
in cui, sulla riva opposta, il ruscello confluiva nel fiume. «Se i battitori la
spingono nella direzione giusta sbucherà lì.»
Tom cominciò a capire come mai la battuta di caccia rappresentasse un
perfetto addestramento per la guerra. Con più di ottocento uomini sparsi
lungo varie miglia di giungla, tutti impegnati a braccare una preda che
nessuno vedeva, la comunicazione era fondamentale. Se una sezione della fila
si fosse mossa troppo rapidamente o troppo lentamente, avrebbe creato un
varco in cui la tigre avrebbe potuto infilarsi. Se l’animale avesse cambiato
direzione, l’intera linea avrebbe dovuto ruotare su se stessa. L’intesa che si
sviluppava in quei momenti, la pratica nel trasmettere ordini da un
comandante all’altro e nel guidare le unità si sarebbero dimostrate
enormemente preziose in battaglia.
I mahout portarono via gli elefanti. «Raggiungeranno i battitori», spiegò il
ragià. «Sono addestrati ad afferrare i rami con la proboscide e a sbatterli
contro gli alberi per fare rumore e spaventare la tigre.»
L’attesa ebbe inizio. Una sinfonia di canti di uccelli risuonò nella foresta.
Gli insetti ronzavano tutt’intorno e strisciavano sulla loro pelle. Tom cercò di
rimanere il più fermo possibile. Una nilgai, un’antilope dalle piccole corna,
brucava sulla riva del fiume. Le puntò contro il fucile, ma non sprecò il
colpo.
«Ho già avuto a che fare con Angria, in passato», disse tutt’a un tratto
Shahuji. «Ne eravate al corrente?»
Tom scosse il capo.
«Prima di diventare un pirata, era un capitano della mia marina. I moghul
ci pressavano strenuamente da terra e il mare era il nostro unico rifugio,
essenziale per rifornimenti e comunicazioni. A un certo punto, quando più
avevamo bisogno di lui, Angria si accorse che quella era la sua grande
occasione. Si ammutinò, prese navi ed equipaggi e sconfisse la nostra
guarnigione di Tiracola. Da lì cominciò a battere la costa, conquistando le
nostre fortezze e catturando i nostri velieri mentre noi eravamo troppo
impegnati con i moghul per poterci vendicare. Non potrò mai perdonarlo. Per
pura avidità ha quasi annientato il nostro regno nel tentativo di creare un
impero marittimo fuori da ogni legge.»
Shahuji tamburellò le dita sul calcio del fucile.
«Sì, ero disposto a perdonarlo. Per il bene del nostro regno ero pronto a
dimenticare la nostra controversia. Gli ho inviato alcuni emissari, con
un’insegna che indicava la tregua, per offrirgli la pace. Sapete cosa ha fatto?»
Il solo ricordo lo fece impallidire di rabbia.
«Ha rimandato indietro i miei uomini dopo avergli cavato gli occhi e
impresso a fuoco il suo emblema sulla fronte, talmente in profondità che si
riusciva a scorgere il segno sull’osso del cranio. Li aveva marchiati con una
tale violenza che i poveretti riportarono danni al cervello. Sembravano
neonati, incapaci di parlare e incontinenti.»
Tom tentò di non pensare a Sarah e Agnes nelle mani di un uomo del
genere.
«Mi allieterebbe il cuore vedere Angria calpestato dagli elefanti»,
continuò il ragià, «un metodo di esecuzione talvolta adottato dal Gran Mogol
per i suoi prigionieri, ma voglio essere sincero con voi. Mi vedete su un trono
d’oro, circondato da centinaia di cortigiani, e pensate che io sia un
grand’uomo.»
Si picchiò il pugno sul petto. «Lo sono davvero. Ho ricevuto il filo sacro e
sono il Chhatrapati, l’imperatore dei maratha, eppure...» Un’espressione
mesta gli balenò sul volto. «Al di fuori del mio palazzo il mio potere non è
come dovrebbe essere. In una guerra civile è in gioco la lealtà di ogni singolo
uomo. Se attaccassi Tiracola e fallissi, la mia autorità subirebbe un colpo
letale.»
«Guy Courteney usa gli stessi argomenti», ribatté Francis. «Preferisce
essere considerato un uomo forte piuttosto che rischiare la propria posizione
per dimostrare di esserlo davvero.»
Lo disse con foga, ma Shahuji non si offese. «Quando sarete più vecchio
capirete che spesso l’apparenza del potere è più reale della sua sostanza.»
«Ma se si ha il potere e non lo si usa non è vero potere», sottolineò Tom.
Shahuji non rispose. Un nuovo suono si era aggiunto al baccano della
giungla, un martellare ritmato, come se un migliaio di fabbri picchiassero
sulle rispettive incudini. Tom si chiese se potesse trattarsi di una specie di
uccello ancora sconosciuta ma poi, vedendo la reazione del ragià, capì che
dovevano essere i battitori, che colpivano la lama delle asce per spingere la
tigre verso il machan. A lui sembrava semplice chiasso, ma dal modo in cui
Shahuji si era messo in ascolto intuì che riusciva a seguire il suono e a
stabilire esattamente come procedeva la caccia.
Alla loro sinistra si udirono battiti di mani e grida: erano gli uomini
piazzati sulla cima degli alberi e incaricati di impedire alla tigre di deviare dal
percorso. Shahuji si fece passare un fucile dal suo portatore, imitato da Tom,
Francis e Ana. Tom sentì l’emozione della caccia montare dentro di sé.
Un ruggito furibondo echeggiò nella foresta. Il frastuono degli uomini
sugli alberi crebbe di intensità, riportando la belva verso l’alveo del fiume e i
fucili in attesa. All’improvviso comparve la tigre, simile a un lampo di luce
dorata. Per un attimo Tom, sbigottito, si dimenticò del fucile tra le proprie
mani. Era un animale enorme, ma si muoveva troppo velocemente perché lui
potesse anche solo tentare di determinarne le dimensioni. Di certo però era
molto più grande di qualsiasi leone avesse mai visto in Africa.
Attraversò a balzi la radura a meno di venti passi da loro e ringhiò quando
vide gli uomini sul suo tragitto. Il pelo bianco e ispido intorno al muso si era
rizzato, le zanne scintillavano mentre ruggiva.
Sarebbe stato difficile centrarla persino a distanza così ravvicinata, ma il
ragià sparò. Tom vide la tigre ferita, ma il colpo l’aveva raggiunta troppo
dietro la scapola. La belva fu scaraventata a terra dal pesante proiettile, ma
con una capriola si rimise subito in piedi e continuò a correre senza
esitazioni. Lui e Francis spararono nello stesso istante, ma la tigre era troppo
veloce e le palle fecero sollevare terriccio e foglie morte diversi piedi dietro
di lei. Dopo aver raggiunto il margine della foresta, scomparve tra la fitta
vegetazione.
Shahuji saltò giù dall’albero, senza preoccuparsi della propria incolumità,
e raggiunse il punto in cui aveva colpito la fiera. Esaminò il terreno in cerca
di tracce di sangue.
«È ferita, ma non a morte», dichiarò. «È in questi casi che diventa più
pericolosa.»
«Cosa facciamo?» chiese Tom.
«Sarà assetata dopo l’inseguimento e la ferita che le ho inflitto. C’è una
sorgente non lontano da qui, credo che andrà là.»
Prima che Ana finisse di tradurre, i mahout portarono gli elefanti. Non
c’era il tempo di montare di nuovo gli howdah, quindi salirono tutti sul dorso
dei pachidermi, sedendosi su coperte ripiegate e tenendosi aggrappati alla
fune che girava intorno al loro corpo.
Di lì a breve la gola sfociò in un ampio prato dove l’erba alta sfiorava il
ventre degli elefanti. Tom ebbe l’impressione di trovarsi su una nave che
solcava un mare frusciante. Strinse con forza il fucile e scrutò il terreno
davanti a sé, cercando una scia di sangue oppure delle impronte. Sapeva che
la tigre, con le sue striature che si confondevano quasi perfettamente con
l’erba alta, sarebbe risultata invisibile.
Uno dei cacciatori, che precedeva di corsa i pachidermi, lanciò un grido e
indicò il terreno senza rallentare.
«Ha trovato le tracce della tigre», disse Ana.
I mahout premettero i talloni sui fianchi degli animali per indurli ad
accelerare. Ben presto l’erba lasciò il posto alla terra nuda, calpestata da
innumerevoli zoccoli e zampe. Persino dall’alto dorso dell’elefante, Tom
riuscì a distinguere le impronte della tigre. L’acqua di falda filtrava negli
incavi appena lasciati dalle sue zampe. Stava cominciando a sanguinare e le
gocce di un rosso brillante sfavillavano come rubini nella luce del sole.
«È un maschio nel fiore degli anni, ne ha circa quattordici, ma ha perso un
dito della zampa anteriore sinistra», mormorò Shahuji, e Ana tradusse.
Tom concordò con un cenno d’assenso. L’aver ricavato tante informazioni
da una rapida occhiata lanciata da sopra la groppa di un elefante dimostrava
le sue straordinarie doti di cacciatore.
Le orme terminavano sul bordo di una buca fangosa, piena per metà
d’acqua. Una coppia di rapaci osservava da un albero spoglio e solitario. Non
c’era traccia della tigre.
Tom aveva i nervi tesi allo spasimo. Provava il travolgente brivido della
caccia, al quale non aveva saputo resistere fin dalla prima volta in cui il padre
gli aveva messo un fucile fra le mani.
L’animale doveva essere vicino. Gli elefanti ne avevano captato l’odore e
si dimenavano strascicando le zampe per il nervosismo e soffiando attraverso
la proboscide. Quei movimenti avrebbero reso praticamente impossibile
prendere bene la mira, così Shahuji si lasciò scivolare a terra, imitato da Tom
e Francis.
Si consultò con i cacciatori. «C’è un altro corso d’acqua, leggermente più
a nord», tradusse Ana. «Attraversa una gola e raggiunge la vallata seguente.
La tigre potrebbe tentare di dirigersi da quella parte per sfuggire alla nostra
rete.»
Mentre parlavano, i battitori si avvicinarono, e dopo pochi minuti la radura
ospitava cento o più uomini seminudi e armati solo di bastoni e machete.
L’elefante del ragià aveva sete e, senza alcun preavviso, raggiunse la
pozza e cominciò ad aspirare rumorosamente l’acqua attraverso la
proboscide. Il mahout gridò e tirò la fune, e altri servitori si assieparono
intorno al pachiderma, che rifiutava di muoversi. Tutti si lasciarono distrarre
e si voltarono a guardarlo.
Il felino scelse proprio quel momento per aggredire coloro che lo
tormentavano. Era rimasto nascosto dietro un filare di alberelli alti a
malapena quanto il ginocchio di un uomo e talmente sottili che Tom stentava
a credere che avessero celato così perfettamente l’enorme creatura. Nemmeno
nel leone africano aveva mai visto una velocità così letale. La tigre attaccò
con le mascelle spalancate in un ringhio e i baffi bianchi ritti, la coda ricurva
come una scimitarra sopra la schiena. A ogni balzo le enormi zampe, grandi
come piatti e dagli artigli sfoderati, sollevavano frammenti di terriccio.
Scaraventò a terra uno dei mahout e lo addentò dietro il collo, tranciandogli le
vertebre e uccidendolo all’istante.
Ma non si attardò sul corpo sotto di sé: con il balzo seguente si avventò su
un secondo uomo e gli staccò la sommità del capo con un morso, poi ne
abbatté un altro e un altro ancora. Nella radura si scatenò un autentico
pandemonio. Gli uomini fuggivano urlando e gli elefanti barrivano in preda
al terrore, investendo chiunque si parasse sul loro tragitto e calpestandolo.
Tom si spostò di corsa nella speranza di avere la visuale sgombra sulla
tigre, ma la folla in fuga gli ostruiva la linea di fuoco e minacciava di
travolgerlo. Vide Francis sollevare il fucile per tentare un colpo alla cieca
contro la belva inferocita, ma uno dei battitori gli si parò davanti proprio
mentre faceva fuoco e si prese la pesante palla in pieno petto. Venne scagliato
all’indietro, morto ancor prima di toccare terra, e il machete gli schizzò via
dalla mano vorticando.
Nel trambusto e nello scompiglio generali, Shahuji rimase fermo al
proprio posto, tenendo dritto il fucile e gridando alla tigre per attirare la sua
attenzione: «Vieni da me, Shaitan! Ti spedirò come messaggero dai tuoi
luridi dei! Vieni!»
L’animale parve sentirlo e deviò verso di lui. Aprì la bocca mentre gli
ruggiva contro come per accettare la sfida, le zanne scarlatte per il sangue
degli uomini appena uccisi. Appoggiò il ventre a terra per caricare. Shahuji si
allungò in avanti e accostò alla spalla il calcio del fucile, il dito posato sul
grilletto, pronto a fare fuoco al momento giusto.
Soltanto a quel punto Tom si rese conto che il ragià non aveva notato
l’elefante. Era uno di quelli che avevano appena bevuto nella pozza e, in
preda al panico a causa dell’odore e dei ruggiti della tigre, stava correndo alla
cieca verso di lui.
Tom gridò un avvertimento ma il ragià aveva occhi solo per il gigantesco
animale inquadrato nel suo mirino. Dal canto suo, il pachiderma aveva
l’odore del predatore nelle narici e i suoi ruggiti che gli echeggiavano nelle
orecchie, quindi non badò all’uomo fermo sul suo tragitto. Una delle sue
enormi zampe oscillanti colpì Shahuji alla schiena, sollevandolo da terra e
scagliandolo a quindici piedi di distanza. Il fucile carico e con il cane alzato
gli sfuggì dalle mani e finì vorticando ai piedi di Ana, che si chinò a
raccoglierlo.
L’elefante sfrecciò via fra l’erba alta. La tigre aveva perso di vista il ragià
e frenò il proprio slancio, girando la testa a destra e a sinistra in cerca di una
preda alternativa.
Vide Francis e gli si avventò contro ruggendo. Lui stava armeggiando con
il fucile e Tom, vedendolo sbiancare e sgranare gli occhi, capì che era
paralizzato dal terrore. Probabilmente non aveva mai sparato con un’arma
così pesante e di certo non aveva mai affrontato la carica di una gigantesca
belva famelica.
Dal punto in cui Tom si trovava sarebbe stato un tiro molto difficile,
inoltre Ana era sulla linea del fuoco, ma Francis era in grave pericolo e lui
doveva rischiare. Sollevò il fucile e con lo stesso movimento fece fuoco, ma
capì subito che c’era qualcosa di terribilmente sbagliato: la canna dell’arma
sputò una nube di fumo, ma non vi fu alcun rinculo. Forse il suo shikari non
aveva inserito la palla dopo la carica oppure la palla era uscita dal calcio a
causa degli scossoni quando lui era sceso dall’elefante.
Comunque fosse, la tigre era incolume e ancora lanciata verso Francis che,
all’ultimo istante, parve recuperare la lucidità mentale e il coraggio. Alzò di
scatto il fucile e sparò, ma aveva tenuto lo sguardo fisso sull’animale invece
che sul mirino e Tom vide la palla sollevare uno schizzo di terriccio umido
sei piedi dietro la tigre e almeno tre piedi alla sua sinistra, senza nemmeno
sfiorarla.
Francis gettò via il fucile e fece per voltarsi, ma quando l’enorme belva
striata spiccò un balzo verso di lui, le mascelle spalancate, si coprì il viso con
le mani e rimase impietrito, inerme, gridando: «No! No!»
Un altro sparo risuonò all’improvviso e la tigre parve raggrinzirsi a
mezz’aria ma, spinta in avanti dallo slancio, piombò direttamente sul
giovane, scagliandolo a terra.
Tom li raggiunse dopo pochi istanti, afferrò la testa del felino e, con uno
sforzo sovrumano, tirò di lato la massiccia carcassa, liberando il nipote.
«Stai bene?» gli gridò.
«Credo di sì», balbettò lui mentre si metteva faticosamente in ginocchio.
«Mi hai salvato la vita. Grazie, Tom.»
«Non sono stato io! Nel mio fucile non c’era nemmeno la palla...» Tom si
guardò intorno e si accorse per la prima volta di Ana, dieci piedi più indietro
di Francis. Teneva ancora accostato alla spalla il calcio del lungo fucile del
ragià, dalla cui canna stava uscendo una nuvoletta di fumo azzurrognolo.
«Ana Duarte!» La raggiunse e le tolse l’arma dalle mani tremanti. «Sei
stata tu a sparare il colpo che ha ucciso questo mostro?» La vide annuire,
troppo turbata per parlare. «È stato un colpo di cui qualsiasi uomo potrebbe
andare fiero.»
Abbassò le mani per afferrare la testa della tigre e la girò verso di sé,
scoprendo che la palla di moschetto l’aveva colpita in piena fronte,
penetrando al centro del cervello.
«È un colpo di cui qualsiasi donna dovrebbe andare doppiamente
orgogliosa!» aggiunse.
«Dovevo farlo», spiegò lei in tono ragionevole, ma la voce le tremava.

Tom sentiva formicolare la pelle mentre entrava nel cortile del palazzo della
Rani a Chittattinkara. Ripensò agli uomini che erano morti lì dentro – il
capitano Hicks, Lawrence Foy e molti altri – ma poi si chiese se non fosse
stato solo un sogno: i fori di proiettile nelle mura erano stati coperti, il sangue
strofinato via dalle pietre, i danni alle balconate riparati. L’unica traccia della
battaglia era l’intonaco fresco sulle pareti. Il ricordo della carneficina cui
avevano assistito lo rendeva furibondo.
La sala del trono fece riaffiorare molte altre memorie amare. L’ultima
volta in cui vi aveva messo piede si era battuto con Tungar per la spada
Nettuno e aveva rischiato di morire. La Rani lo ricevette con cordialità, come
se la storia fosse una pagina bianca. Al pari di Shahuji aveva l’abilità tipica
dei governanti di dimenticare qualsiasi cosa non giudicasse conveniente. Tom
non avrebbe saputo dire se la detestava o la invidiava per quella dote.
Non perse tempo in convenevoli.
«Il ragià di Satara, il Chhatrapati Shahuji, esige la restituzione dei cannoni
che avete preso dal relitto della mia nave. Ha una nave al largo della costa nei
pressi di Brinjoan pronto a caricarli a bordo.» Si trattava della nave che lo
aveva portato lì dalla costa nei pressi di Satara. Francis e Ana erano rimasti
con Shahuji mentre lui radunava l’esercito e si preparava per l’assedio di
Tiracola.
La Rani sorrise delle sue parole concitate. Quando sorrideva era così
incantevole che per un attimo lo lasciò basito.
«I cannoni sono miei in base al diritto di recupero», spiegò in tono
pragmatico. «Tutti i relitti su questa costa e i relativi carichi appartengono
alla sottoscritta.» Alzò una mano per impedirgli di replicare. «Vi assicuro,
capitano Courteney, che non ho nulla contro di voi. Anzi mi scopro
straordinariamente ben disposta nei vostri confronti. Se dipendesse da me vi
restituirei i cannoni senza cavillare ma, ahimè, non sono più in mio possesso.
Quando i miei uomini sono fuggiti dall’assedio di Brinjoan li hanno
abbandonati sul posto. Li hanno presi i porta-cappelli, che, stando ai miei
esploratori, li hanno montati sui bastioni del loro forte.»
Tom imprecò a bassa voce. Temeva che le cose fossero andate così, ma
prima era passato dalla Rani nella speranza di sbagliarsi. Se Guy aveva
avvisato il forte di Brinjoan delle sue prodezze a Bombay, poteva aspettarsi
un cordiale benvenuto, se si fosse avventurato là per reclamarli.
«Mi rincresce che abbiate sprecato il vostro tempo venendo da me»,
affermò la Rani, «ma dal mio punto di vista ho apprezzato la possibilità di
rinverdire la nostra conoscenza. Esiste forse qualche altro modo in cui potrei
esservi utile?» Si allungò in avanti e il movimento mise in risalto le
dimensioni e la forma del suo petto.
«C’è un’altra questione.» Era sconcertato e rabbonito dal mutato
atteggiamento della sovrana nei suoi confronti, così decise di approfittarne.
«Il vostro capitano, Tungar, ha rubato un’arma di mia proprietà, appartenuta a
mio nonno e a mio padre prima di me. Per me ha un enorme valore affettivo.
È una spada dorata, con uno zaffiro sul pomello.»
«La conosco bene», rispose lei annuendo. «Un’arma davvero splendida.
Tungar ne andava enormemente fiero, l’ha portata in battaglia.»
«Infatti!» confermò Tom. «Ho trovato il suo cadavere, dopo che è rimasto
ucciso nell’attacco a Brinjoan, ma la spada non c’era.»
«Deve averla rubata uno dei vostri uomini.»
«Nessuno di loro è arrivato al corpo di Tungar prima di me. Se qualcuno
l’ha presa, deve essere stato un soldato del vostro esercito.»
La Rani fece un gesto elegante ma sbrigativo. Tom le osservò le mani.
Erano davvero bellissime, splendide quasi quanto il viso. «Nessuno dei miei
sudditi oserebbe tenermi nascosto un simile tesoro. E cosa se ne farebbe un
contadino di un’arma del genere? Dove potrebbe venderla senza che io venga
a saperlo? Se non è stata trovata è perché l’ha portata via il mare o è stata
razziata.»
Lui trasalì al solo pensiero, pur ritenendola un’ipotesi sensata. Aveva
un’ultima domanda da fare.
«Al vostro servizio c’era un uomo che parlava inglese e maneggiava una
strana spada dalla lama simile a una frusta. Cosa ne è stato di lui?»
«Si chiamava Absalom ed è scomparso durante la battaglia finale. Non
abbiamo trovato il corpo, forse è sepolto sotto le macerie della torre portaia.»
Rimase stranamente colpito dalla notizia. Pur non considerandolo
particolarmente importante – Absalom era solo l’ennesimo criminale – non
riusciva a smettere di pensarci. Aveva alcune questioni in sospeso con lui:
doveva vendicare Hicks, certo, ma non si trattava solo di quello.
Si voltò per andarsene.
«Aspettate.» La Rani usò un tono imperioso e lui si fermò. «Ci sono molti
porta-cappelli che si sono stabiliti qui in India per vendere i propri talenti
come guerrieri.»
«Io sono al servizio del ragià di Satara», replicò Tom.
«Sono disposta a darvi il triplo di quello che vi paga lui. Potrei fare di voi
un uomo molto illustre nel mio regno. Non vi mancherebbe nulla.»
Arrossì leggermente e si portò alla gola la mano ingioiellata, posandola
poi nell’incavo fra i seni.
«Restate con me, Thomas Courteney.» La sua voce si ridusse a un
sussurro. «Ho bisogno di voi.»
Tom fu attraversato dal senso di colpa e dalla tentazione. Sentì vacillare le
fondamenta stesse del suo onore. Quella donna era davvero bellissima, ma
anche estremamente crudele.
Si tolse il cappello e le rivolse un inchino elegante. «Purtroppo, vostra
altezza, ora devo lasciarvi per andare a salvare mia moglie.»

Tornare nel forte a Brinjoan fu ancora più strano che visitare di nuovo il
palazzo della Rani. La sentinella accanto alla porta lo fissò come se fosse un
fantasma.
«Mr Weald?» balbettò.
Tom lo riconobbe come uno dei sepoy sopravvissuti all’assedio e tentò di
rammentarne il nome. «Akal?»
Il giovane si illuminò di piacere sentendosi chiamare per nome.
«Bentornato, signore.»
«Il nuovo governatore è qui?»
«È arrivato tre settimane fa», rispose, poi sorrise come se ci fosse qualcosa
che lo divertiva. «Ma dubito che sarà felice di vedervi.»
«Allora portami da lui.»
La Compagnia delle Indie Orientali si era data da fare per riparare il forte,
ma i lavori non erano ancora terminati. Gruppi di operai seminudi erano
impegnati con pietre e malta per ricostruire la torre portaia, ma l’abitazione
del governatore demolita da Tom era già stata riedificata e lui fu contento di
vedere che erano stati usati mattoni e tegole anziché legno e fronde di palma.
Almeno quella lezione l’avevano imparata.
Non c’era nessuno a sorvegliare la porta dell’ufficio del governatore.
«Aspettami fuori», disse Tom ad Akal. «È meglio che non sappia che mi hai
fatto entrare tu.»
Varcò la soglia senza bussare. La scrivania era ingombra di alte pile di
documenti, ma evidentemente non si trattava di nulla di urgente, perché
l’uomo era steso su una specie di ottomana, semiaddormentato. Si teneva
contro il petto un calice da cui era uscita qualche goccia di vino lasciando
sulla camicia una macchia rossa simile a sangue.
Tom sbatté la porta. Il governatore si svegliò e si mise a sedere di scatto,
rovesciando un altro po’ di vino. Fissò a bocca aperta il nuovo arrivato.
«Mr Weald?» strillò.
Tom annuì con aria tetra, celando lo stupore. «Mr Kyffen.»
«Cosa.. ah... perché...» Kyffen si alzò faticosamente in piedi.
«Sono venuto a riprendere i miei cannoni», annunciò senza giri di parole.
«I pezzi da nove libbre che la Rani ha recuperato dalla mia nave, quelli che la
Compagnia ha trovato sul campo di battaglia.»
L’altro lo fissò, ammutolito.
«Avete forse intenzione di dirmi che appartengono a voi?» chiese Tom.
«Dopo tutto quello che ho fatto per la Compagnia, il minimo che possiate
fare è permettermi di reclamare ciò che è mio.»
Kyffen riacquistò finalmente la favella. «Hubladar!» chiamò a gran voce.
La porta si aprì. Tom si voltò e vide un altro volto familiare: il sergente dai
lunghi baffi ispidi che aveva combattuto al suo fianco durante l’assedio.
L’uomo si accigliò, sfilò una pistola dalla cintura e gliela puntò contro.
«Costui è un assassino, un ladro e un impostore, accusato di gravi crimini
a Londra e Bombay», strillò Kyffen. «Mettetelo subito ai ferri.»
L’hubladar fissò Tom e si arrotolò pensieroso la punta di un baffo, poi
latrò un ordine nel suo dialetto. Si sentì uno scalpiccio di passi all’esterno.
La mente di Tom valutò in fretta le varie possibilità. Aveva la pistola e un
coltello infilato nello stivale, ma nutriva troppo rispetto verso l’hubladar per
pensare di poterli estrarre abbastanza rapidamente.
«Mi servono quei cannoni per trarre in salvo Mrs Hicks e mia moglie.
Sono prigioniere di Angria», spiegò a Kyffen, «il pirata che le ha catturate
perché voi le avete piantate in asso mentre altri uomini stavano morendo per
proteggere la vostra preziosa base.»
Entrarono due sepoy con un paio di ceppi. Tom, non potendo fare altro,
allungò le mani verso di loro. «È così che la Compagnia delle Indie Orientali
dimostra la propria gratitudine?»
Kyffen non rispose. Mentre Tom parlava, l’hubladar puntò di colpo la
pistola verso il governatore e nel frattempo i due sepoy sorpassarono Tom,
afferrarono Kyffen per i polsi e gli misero i ceppi, facendo poi passare la
catenella fra i braccioli della sedia.
«Questo è ammutinamento!» gridò lui. «Quando il governatore Courteney
lo verrà a sapere...»
«L’opinione che Guy ha di me non cambierà di una virgola», disse in tono
allegro Tom. Prese un fazzoletto dalla tasca della giacca di Kyffen e glielo
infilò in bocca per interrompere le sue lagne, poi abbracciò l’hubladar.
«Grazie, vecchio mio», disse, «anche se non avreste dovuto farlo. Vi
impiccheranno per ammutinamento.»
L’altro sorrise, per nulla preoccupato dalla prospettiva. «È vero che
Angria ha catturato Mrs Hicks?»
«Temo di sì, e anche Sarah, mia moglie. Le tiene prigioniere nella fortezza
di Tiracola.»
«E voi avete una nave per portare là i cannoni?»
«Mi aspetta nella baia.»
«Se a bordo avete spazio per un altro uomo, mi unirò a voi.»
Tom gli strinse con forza la mano. «Che Dio vi benedica.» Abbassò lo
sguardo su Kyffen, che si stava dimenando sulla sedia nel vano tentativo di
liberarsi. «Vado a riprendere i miei cannoni», gli disse. «E già che ci sono
forse alleggerirò la Compagnia di un po’ di polvere nera e di pallottole.»
L’altro, furioso, prese a contorcersi e tentò di sputare fuori il bavaglio, ma
lui glielo reinfilò bene in bocca e lo assicurò con la cintura di Kyffen.
«Quando avremo finito vi libererò, ma se state pensando che non posso
spostare quei cannoni da solo – nemmeno con l’aiuto dell’hubladar – vi
avviso: torcete un solo capello a uno dei sepoy perché sospettate che mi abbia
aiutato e io lo verrò a sapere e mi vendicherò. Ricordate il trattamento che la
Rani ha riservato a Mr Foy? Non sarà niente in confronto alle torture a cui vi
sottoporrò io. Siamo intesi?»
Kyffen smise di lottare e annuì, ormai senza speranze.
«Saluterò Mrs Foy da parte vostra», gli assicurò Tom.

La bocca del cannone sputò fiamme e Tom, attraverso il cannocchiale,


guardò il proiettile colpire le mura della fortezza, a sinistra della porta.
Un’altra pioggerellina di macerie gocciolò da una sezione del muro già
bucherellata, a conferma dell’impressionante precisione dei serventi ai pezzi.
Alle sue spalle sentì Merridew esortare gli artiglieri maratha a lavorare più in
fretta. «Pulire la canna. Polvere», scandiva. Aveva già portato da dieci a
cinque minuti il tempo che impiegavano per ricaricare, incoraggiandoli con
descrizioni dettagliate del tesoro che avrebbero trovato dentro il castello dei
pirati, se solo fossero riusciti a entrarvi.
Erano passate cinque settimane da quando l’esercito di Shahuji si era
schierato con i cannoni e la polvere nera recuperati da Tom a Brinjoan,
cinque settimane durante le quali avevano cercato di aprire una breccia in
quelle possenti mura. Così tanti uomini avevano definito inespugnabile il
castello che lui aveva quasi cominciato a considerarlo davvero tale, ma
adesso, vedendolo concretamente e potendone esaminare con calma i punti
deboli, aveva motivo di sperare.
Certo, qualsiasi assalto via mare era destinato al fallimento. Ai piedi delle
ripide scogliere non c’erano punti in cui sbarcare se non un minuscolo
pontile, e la piccola baia a nord, dove Angria teneva ormeggiata la sua flotta,
era chiusa da massicci sbarramenti di tronchi galleggianti. Barriere coralline
si protendevano verso il mare aperto, spuntando dall’acqua durante la bassa
marea, tanto da mettere costantemente in pericolo qualsiasi nave che cercasse
di bombardare la fortezza.
Anche sul lato di terra le difese erano straordinarie. Nei pressi della porta
del castello il promontorio si restringeva in una sottile lingua di terra,
formando un angusto camminamento ben coperto dai falconetti e dagli altri
cannoni montati sulle mura. Ai piedi della fortezza crescevano dense macchie
di arbusti spinosi, i cui rami estremamente elastici non avrebbero solo
intralciato gli aggressori ma anche assorbito gran parte dei proietti dei
cannoni. Sulla porta erano infisse barre di ferro lunghe quattro piedi che
avrebbero reso inutile la consueta tattica indiana di usare gli elefanti come
arieti.
Non era stato però fatto alcuno sforzo per estendere le misure difensive. A
mezzo miglio di distanza, verso l’entroterra, si levava una bassa collina da cui
si godeva di un perfetto campo di fuoco sul forte. Angria vi aveva eretto una
piccola torre di guardia, soprattutto per osservare le navi in mare. La
cavalleria di Shahuji l’aveva agevolmente conquistata, scacciando i difensori
e occupando la cima della collina, dove i soldati avevano scavato piazzuole
per i cannoni e schierato la batteria di pezzi da nove libbre della Kestrel.
Sparavano continue salve, giorno e notte, ampliando gradualmente la breccia.
Tom pregava che bastasse.
Sul pontile che si protendeva dal promontorio i pescatori stavano scaricando
il pescato dalle barche. Grazie all’assedio avevano potuto aumentare i prezzi,
con compratori insaziabili su entrambi i lati delle mura. Ogni mattina le
imbarcazioni si raggruppavano intorno al pontile come uccelli su un campo
appena piantato, mentre le cannonate sembravano tuoni lontani.
Erano ormai diventate un sottofondo talmente costante che Christopher,
intento a controllare le operazioni di scarico, non le notava quasi più. La
schiuma gli schizzò sul viso quando un’onda si infranse contro gli scogli
poco lontano. In mare vide la vela di un mercantile che incrociava lentamente
al largo della costa e provò un empito di frustrazione per la sua sfacciata
libertà. I maratha non avevano le risorse per bloccare l’accesso al castello via
mare, ma Angria non poteva comunque mandare fuori le navi perché aveva
bisogno degli equipaggi e dei cannoni per la difesa del forte. La flotta
rimaneva quindi ormeggiata dietro lo sbarramento e i mercanti locali
potevano dedicarsi senza timore ai loro scambi.
L’unico motivo per cui Christopher era andato a Tiracola era la promessa
di ricchezze e adesso, con i velieri confinati nel loro ancoraggio e nessuna
speranza di procurarsi bottino o ricompense, scalpitava per l’inattività forzata
e la miseria.
Sapeva di non essere l’unico a sentirsi così. Molti dei pirati avevano
cominciato a lamentarsi, all’inizio sommessamente ma ormai sempre più ad
alta voce. Sapevano che i maratha non potevano conquistare il castello – in
fondo era inespugnabile, e non si potevano prendere per fame i difensori
finché erano in grado di ricevere provviste via mare – ma non erano affatto
contenti di perdere i propri guadagni a causa del protrarsi dell’assedio.
Christopher aveva deciso di prendere provvedimenti.
Quasi tutti i pescatori se n’erano andati, tornando nei consueti tratti di
mare per procurarsi il pesce da vendere quella sera ai maratha. Per loro la
guerra era una semplice opportunità commerciale. I barili pieni di pesce erano
stati sistemati su una gru, che li issò fino al maschio. Christopher si attardò
accanto al pontile a chiacchierare con i barcaioli mentre i pirati tornavano ai
loro posti all’interno delle mura.
Quando si furono tutti allontanati, prese da parte un pescatore. Sapeva di
potersi fidare di lui, perché da una settimana avevano messo in atto un piano
in base al quale Christopher gli lasciava ricaricare il prezzo del pesce per poi
spartire con lui i profitti supplementari. Lo condusse ai piedi della scogliera,
dove il frastuono delle onde avrebbe sovrastato la loro conversazione.
«Più tardi andrai nell’accampamento dei maratha?»
L’altro annuì.
Christopher disse quello che doveva dire e glielo fece ripetere due volte,
non osando metterlo per iscritto.
«Se vieni catturato, negherò tutto. Se mi tradisci, troverò i tuoi familiari e
li sventrerò uno dopo l’altro come pesci. Siamo intesi?»
Il pescatore tremò, ma Christopher sorrise dandogli una pacca sulla spalla.
«Se tutto fila liscio ci divideremo i profitti e tu non avrai mai più bisogno
di gettare una rete in vita tua.»

Quella sera Shahuji convocò Tom nella sua tenda, una splendida struttura
degna di un sovrano, con numerosi spazi ornati di tendaggi in seta e arredati
con mobilio in oro e mogano. Negli angoli erano accesi bracieri di incenso
per contrastare il tanfo dell’accampamento. Lì dentro ci si poteva quasi
dimenticare di essere coinvolti in una campagna militare, non fosse stato per
il boato dei cannoni. Ogni volta che un pezzo sparava, le pareti tremavano e
piatti e calici d’oro tintinnavano sui vassoi.
«Come procede l’assedio?» chiese il ragià.
«Stiamo allargando la breccia», rispose Tom. «È un lavoro lento – in
alcuni punti le mura sono spesse quindici piedi – ma i serventi ai pezzi le
stanno demolendo.»
«Non abbastanza in fretta», commentò Shahuji. «La polvere nera e le
munizioni che avete portato da Brinjoan cominciano a scarseggiare. Il mio
esercito si trova molto lontano dalle montagne, e uomini che la settimana
scorsa erano ansiosi di combattere adesso si lamentano per la nostalgia di
casa.»
«Smetteranno di lagnarsi quando vedranno il tesoro dei pirati.»
«Sempre che si arrivi a tanto.»
Tom strinse gli occhi. Era la paura con cui conviveva in ogni istante
dell’assedio: che Shahuji perdesse fiducia o interesse, oppure smettesse di
fidarsi di lui.
«Spero che non stiate pensando di rinunciare, vostra altezza.»
Shahuji si avvicinò a un vassoio di datteri, se ne lanciò in bocca uno e
immerse le dita in una ciotolina d’argento piena d’acqua per lavarle.
«Ho sentito dire che nel vostro paese le battaglie vengono combattute fino
alla morte», affermò.
Tom pensò alla battaglia di Blenheim, cui qualche anno prima avevano
preso parte gli eserciti di Francia, Inghilterra e Sacro romano impero. Stando
ai resoconti che aveva letto e ascoltato a Città del Capo, i francesi avevano
perso più di trentamila uomini, ossia più della metà del loro esercito. Annuì.
«In India siamo più civili», proseguì il ragià. «Sofisticati, forse. Come ha
detto il nostro grande saggio Kautilya, ’l’intrigo è preferibile alla forza, per
vincere le battaglie’. Perché sfondare la porta, se qualcuno può aprirtela
dall’interno?»
Tom cominciava a capire dove l’altro volesse andare a parare. «Pensate
che esista un uomo del genere a Tiracola?»
Shahuji annuì. «Ho ricevuto un messaggio.»
Approfittare del tradimento non era mai stato nello stile dei Courteney, ma
Tom si rese conto che era un discorso sensato. Se fossero riusciti a espugnare
il castello senza un attacco frontale si sarebbero perse molte meno vite e
sarebbero aumentate le probabilità di trovare Agnes e Sarah illese.
«Chi è quest’uomo?»
«A portare il messaggio è stato un pescatore. A sentir lui, il traditore è uno
dei luogotenenti di Angria, un uomo entrato al suo servizio in cerca di
ricchezze, che ora si rende conto di poter diventare ancora più ricco se
tradisce il suo padrone.»
«Ci si può fidare di un uomo del genere?»
«Compreremo la sua affidabilità.» Il ragià prese un sacchettino di seta e se
ne rovesciò il contenuto sul palmo. Una manciata di diamanti tagliati
sfavillarono sulla sua pelle scura.
«Come verrà organizzata la cosa?»
«Lui non può fuggire dal castello via terra senza farsi notare, ma in basso,
fra gli scogli, c’è una porta d’acqua che Angria usa per introdurre le
provviste. Domani notte un pescatore accompagnerà il traditore su una
spiaggia più giù, lungo la costa, e voi vi farete trovare là.»
«E se è una trappola?»
Shahuji strinse parzialmente la mano a pugno e fece riscivolare i diamanti
dentro il sacchetto. «Sono sicuro che saprete cosa fare.»
La notte seguente fu silenziosa e limpida. La luna calante era bassa nel cielo,
ma le stelle brillavano fulgide sulla sabbia bianca e sulle onde dalla cresta
schiumosa. Tom rimase fra le palme che bordavano la spiaggia in modo da
non offrire un bersaglio a chi arrivava dal mare. Alzò gli occhi per guardare
le scogliere sopra la piccola baia, dove aveva piazzato Francis e Merridew
armati di moschetti ad acciarino, in modo che non venissero traditi dal
bagliore delle micce.
«Credete che verrà?» chiese Mohite, l’hubladar, nascosto accanto a lui.
Aveva sostituito alla giacca dell’uniforme della Compagnia delle Indie
Orientali un tradizionale dhoti indiano e preso una pesante mazza
dall’armeria di Shahuji.
Qualcosa al largo scricchiolò così fiocamente che il suono quasi si perse
nel fruscio della risacca, ma i sensi di Tom erano pronti a cogliere anche il
minimo disturbo. Scrutò nel buio e intravide una sagoma solida contro lo
sfondo del mare in perenne movimento: una piccola imbarcazione, una
masula indiana talmente leggera e bassa che quando incontrò un’onda venne
sospinta quasi fino alla spiaggia.
Due uomini scesero con un salto e la trascinarono sulla sabbia, poi uno di
loro si accosciò lì accanto ad aspettare mentre l’altro si dirigeva con passo
sicuro verso gli alberi. Era alto per essere un indiano, quasi quanto Tom, che
nel chiarore delle stelle riuscì a distinguere una folta barba, un turbante ben
stretto e una spada sul fianco.
Non c’era motivo per cui dovesse averlo già visto, eppure, nell’oscurità,
gli parve di cogliere in lui qualcosa di familiare. Sentì un brivido lungo la
schiena, lo stesso brutto presentimento provato mentre aspettava che la tigre
sbucasse dalla foresta. Tentò di osservare il viso dell’uomo, ma era nascosto
nell’ombra.
«Come vi chiamate?» ringhiò Mohite.
«Raudra.»
«Chiedetegli come ci aprirà la porta», gli disse Tom.
Christopher rimase talmente stupito di sentire la sua voce che per poco
non rispose in inglese, ma si trattenne e finse di ascoltare l’hubladar che
traduceva. La sua mente lavorava a pieno ritmo. Contro lo sfondo degli alberi
era difficile distinguere con chiarezza l’uomo, eppure gli sembrava di
conoscerlo. Era forse qualcuno di Bombay?
Gli altri due erano in attesa della sua risposta. «Non posso aprire la porta
principale, è troppo ben sorvegliata e vi vedrebbero arrivare.»
«Allora cosa farete?» chiese Tom, spazientito. «Perché ci avete fatto
venire qui?»
Christopher si impose di nuovo di aspettare che l’hubladar traducesse. In
questo modo ebbe il tempo di esaminare meglio l’inglese davanti a lui. Era
alto e aveva le spalle larghe, capelli scuri, barba bruna e un’aria autoritaria e
sicura. Non molto diverso da lui, in effetti.
Con improvviso sgomento capì chi fosse: Tom Weald, che lo aveva
sconfitto a Brinjoan, l’uomo che aveva visto l’ultima volta sopra le macerie
fumanti del forte, il proprietario della spada che adesso era appesa al suo
fianco e gli premeva sulla coscia. Come poteva trovarsi lì?
Weald lo stava studiando con la stessa attenzione. Lo aveva riconosciuto?
Oppure provava la sua stessa fastidiosa sensazione di familiarità?
«Angria tiene le navi nella cala a nord del castello, protette da uno
sbarramento mobile di tronchi», affermò Christopher, imponendosi di usare
un tono tranquillo e tenendo gli occhi bassi così da lasciare in ombra il
proprio viso.
«Lo sappiamo.»
«Fra tre notti, quando non ci sarà la luna, taglierò lo sbarramento e la
marea lo trascinerà via. Potrete entrare nel porto con delle barche e tagliare
gli ormeggi della flotta oppure bruciarla. Senza navi non può proteggere la
sua linea di approvvigionamento. Per di più, se riuscite a ormeggiare i vostri
grab o i vostri gallivat nella baia, i loro cannoni potranno coprire l’accesso
via terra. Angria non desidera certo morire da martire, se pensa di non poter
vincere chiederà la pace. È questo lo stile indiano.»
Dopo che il lungo discorso venne tradotto, Tom sfilò un sacchettino dalla
cintura.
«Il ragià Shahuji mi ha dato questi.» Si fece scivolare sulla mano i
diamanti, che scintillarono nel chiarore delle stelle. Christopher li fissò con
bramosia.
«Se fate quello che avete appena detto, Shahuji si assicurerà che veniate
ricompensato generosamente», asserì Tom, «e voi...»
Si interruppe di colpo. Quando il pirata si allungò verso di lui, attirato
dalle pietre preziose, la luna si rifletté sull’elsa della sua spada. La luce
bianca guizzò sulla gemma incastonata nel pomello e sugli intarsi d’oro lungo
la lama, un motivo che Tom conosceva da tutta la vita: era la spada Nettuno.
Lo zaffiro azzurro sembrava scuro nella notte semibuia, ma lui ne riconobbe
il taglio. Conosceva la forma di quell’arma come la curva dei fianchi di
Sarah, al pari della sagoma dell’impugnatura e dell’elegante restringersi della
lama affusolata. Era la sua.
Per poco non la strappò al pirata. «Dove avete preso quella spada?» gridò.
Christopher raddrizzò la schiena e posò la mano destra sull’elsa. «L’ho
vinta in battaglia.»
Non appena ebbe parlato, Tom capì perché gli fosse parso familiare. Tutto
fu chiaro. Era l’uomo che aveva visto nel palazzo della Rani, che aveva
recuperato i cannoni della Kestrel e ucciso il capitano Hicks. E adesso, grazie
a una qualche diavoleria, era comparso lì, a Tiracola... e aveva la spada
Nettuno.
Fissò l’arma. Dopo il suo ritorno a Brinjoan aveva rinunciato all’idea di
ritrovarla. Sapeva che il dolore di averla persa non sarebbe mai svanito, ma si
era rassegnato all’idea di non poterla recuperare. E adesso invece eccola lì, a
distanza di braccio.
Sapeva che avrebbe dovuto tacere, ma non riuscì a trattenersi.
«Quella spada è mia», affermò con ferocia. «È appartenuta a mio padre, a
mio nonno e a suo padre prima di lui.»
Christopher lo fissò. «Vostro padre?» chiese, in inglese, ma erano
entrambi troppo sbigottiti per farci caso. Le implicazioni erano talmente
immani da lasciarlo intontito, incapace di comprendere la situazione.
Si ricompose. «Appartiene a me», dichiarò, stringato, «e non vi rinuncerei
nemmeno per tutti i diamanti nelle miniere di Golconda.»
Tom rifletté freneticamente. Con l’hubladar al suo fianco era in
superiorità numerica e, come se non bastasse, Francis e Merridew li stavano
osservando dalla scogliera con i fucili puntati sul pirata. Non doveva fare
altro che urlare, poi l’uomo sarebbe morto e la spada sarebbe tornata nelle sue
mani.
Aprì la bocca per impartire l’ordine. Una parte della sua anima gli stava
gridando che era un errore che avrebbe rimpianto per il resto dei suoi giorni,
ma la spada era davanti a lui, con le sfaccettature dello zaffiro che
riflettevano le stelle, strizzandogli l’occhio. Lui l’aveva persa e adesso la
Provvidenza l’aveva ricondotta alla sua portata. Quale uomo poteva lasciarsi
sfuggire una simile occasione? Quell’arma gli spettava di diritto, e in più
erano in ballo tutto l’onore e il retaggio dei Courteney.
Il pirata intuì che qualcosa non andava e indietreggiò, posando la mano
sull’elsa della spada. Quel gesto non l’avrebbe certo salvato dagli abili tiratori
nascosti in alto. Tom si riempì i polmoni con la tiepida aria notturna pronto a
gridare l’ordine a Francis e Merridew.
Ma le parole non uscirono. Il suo buonsenso si ribellò. Se avesse ucciso il
pirata, lo sbarramento nel porto non sarebbe stato sciolto, il forte avrebbe
rischiato di non cadere e molto probabilmente Tom non avrebbe mai più
rivisto Sarah e Agnes.
Quanto valeva l’onore dei Courteney, se lui era disposto a sacrificarvi la
donna che amava?
Richiuse la bocca, riuscendo a malapena a deglutire, e si sentì sommergere
dalla vergogna mista al sollievo per non avere dato l’ordine di sparare.
«Angria ha preso prigioniere due donne inglesi», disse. «Le conoscete?
Sono al sicuro?»
Christopher allentò la presa sull’impugnatura. Non sapeva cosa fosse
appena successo al suo interlocutore, ma aveva percepito il pericolo nell’aria.
«Sì», borbottò. «Sono sane e salve. Una delle due è...»
Era stato sul punto di dire «incinta», ma si bloccò di colpo. Negli ultimi
cinque minuti aveva visto cambiare drasticamente la sua situazione e gli
serviva tempo per raccogliere le idee. Avrebbe dovuto custodire gelosamente
le informazioni che aveva appena appreso finché non avesse deciso come
usarle.
«Una delle due è un po’ magra, ma non corre alcun pericolo», concluse in
tono piatto.
«Assicuratevi che nessuno faccia loro del male», lo sollecitò Tom mentre
si chiedeva chi fosse quell’uomo che parlava inglese, si alleava con pirati e
briganti e adesso aveva la sua spada. Quale bizzarro destino continuava a
contrapporli?
Christopher, invece, non aveva alcun bisogno di interrogarsi sull’identità
dell’interlocutore. L’uomo sosteneva che la spada era appartenuta a suo
padre. Se diceva la verità – e la passione nella sua voce non lasciava dubbi al
riguardo – poteva essere solo uno dei fratelli di Guy. William era morto, e
grazie ai racconti di famiglia Christopher sapeva che Dorian aveva i capelli
rossi, quindi l’uomo con cui stava parlando poteva essere soltanto Tom
Courteney, suo zio.
Fu assalito dall’orrendo timore che l’altro lo riconoscesse. In teoria era
impossibile – Tom non l’aveva mai visto in vita sua, forse non sapeva
nemmeno della sua esistenza – ma in fondo lui non aveva mai immaginato di
potersi ritrovare su una spiaggia a parlare con lo zio defunto.
Doveva fuggire. Senza scusarsi si voltò e scese rapidamente lungo la
spiaggia, tornando verso la barca così in fretta che per poco Tom non segnalò
ai suoi tiratori scelti di aspettarsi un possibile tranello.
«Aspettate!» gridò. Christopher si fermò e, mentre si girava, irrigidito
come una pantera pronta a spiccare un salto, la destra gli corse di nuovo
all’elsa della spada.
Vedendo qualcosa volare nell’aria allungò istintivamente una mano e lo
afferrò. Era il sacchettino con i diamanti. Li sentì attraverso la seta sottile
quando vi serrò sopra le dita.
«Me n’ero quasi dimenticato», borbottò, stupito.
«Badate di non dimenticarvi di tagliare lo sbarramento», lo avvisò Tom.
Le onde sciabordarono intorno alle caviglie di Christopher mentre
spingeva in mare la barca. L’acqua fresca gli schiarì le idee, destandolo dalla
fantasticheria in cui era scivolato.
«Ve l’ho promesso, lo troverete aperto.»

Christopher scese in fretta dalla masula, diede una moneta d’oro al barcaiolo
per comprare il suo silenzio e salì la scala intagliata nella roccia. Assorto nei
suoi pensieri, rischiò di scivolare sui gradini viscidi per gli spruzzi delle
onde.
Imprecò e si sforzò di concentrarsi. Non era ancora al sicuro. Bussò alla
porticina e gridò il suo nome.
Un viso comparve dietro la finestrella protetta da una grata. «Lei
meritava?»
Aveva quasi dimenticato la menzogna che aveva utilizzato. Si stampò in
faccia un sorriso soddisfatto. «Eccome. Dovresti provarla.»
I massicci chiavistelli vennero fatti scorrere e la porta si aprì. Christopher
diede una moneta d’oro al guardiano e pensò al sacchettino di diamanti
infilato sotto la sua cinta. «Non una parola ad Angria», disse in tono severo.
«Se sapesse che sono uscito dal castello mi ucciderebbe.»
«Dev’essere una donna davvero speciale, se vale la pena di rischiare la
pelle per lei», replicò la guardia, sperando in qualche dettaglio.
«Più dolce del miele!» concordò lui.
Entrò nel castello e salì nella camera della torretta dove Lydia lo stava
aspettando sul letto.
Le aprì i ceppi. Ormai era diventata un’abitudine: durante il giorno lei
rimaneva nelle segrete, ma ogni notte il carceriere la portava nella stanza di
Christopher che, senza capirne il motivo, bramava la sua compagnia più di
quanto fosse disposto ad ammettere. Dopo avere vissuto nell’inganno per così
tanti mesi, lo riempiva di sollievo poter parlare di nuovo inglese ed essere
capito. Ma non si trattava solo di quello. In lei c’era qualcosa a cui lui reagiva
istintivamente, una scintilla che appiccava il fuoco alla carta secca nel
profondo della sua anima.
Inoltre era l’amante più fantasiosa e disinibita che lui avesse mai avuto,
persino più sfrenata di Tamaana.
Lydia gli accarezzò la schiena, poi allungò la mano sulla coscia e fra le
gambe di lui, stuzzicandogli il membro.
Lui non reagì. Allora gli si inginocchiò di fronte e, sollevato il dhoti,
avvicinò le labbra alla sua virilità. Non era certo un’ingenua – era già
sopravvissuta a due mariti e aveva avuto una ventina di amanti – ma non
aveva mai conosciuto un uomo dotato come Christopher. Pur avendolo
sedotto sulla spinta di una lucida determinazione a sopravvivere, lo trovava
davvero attraente. Passava le giornate ad aspettare con ansia il momento in
cui il suo carceriere andava a prenderla per condurla nella torre.
Fece correre la lingua lungo il suo membro, che però non si mosse.
Si alzò, cinse Christopher con le braccia e gli premette il seno sul petto.
Piegò la testa all’indietro per fissarlo.
«Qualcosa non va?»
In preda a un violento tumulto interiore lui si accorse a malapena che
Lydia aveva parlato. Si scostò e sollevò la spada Nettuno, fissando
meditabondo il proprio riflesso sulla lama.
«Ti ho forse deluso in qualche modo?» chiese lei con tono ansioso. Per
quanto fosse attratta da Christopher sapeva di non potersi permettere di
lasciarlo insoddisfatto. Ne andava della sua vita.
Lui alzò gli occhi. «Stasera ho scoperto qualcosa che non riesco a
comprendere fino in fondo.»
Lei gli accarezzò un braccio con le lunghe dita. «Di cosa si tratta, amore
mio?»
«Non capiresti.»
Lydia gli tastò i muscoli della spalla, spessi come cavi di un’ancora, e
mosse più energicamente le dita premendogliele sulla carne, strappandogli un
sospiro soddisfatto.
«Mettimi alla prova, tesoro», disse con la sua voce più infantile. «Ti tieni
dentro un groviglio di preoccupazioni. Perché non vuoi condividere il tuo
fardello?»
Christopher non aveva intenzione di rivelarle nulla, ma il tocco di Lydia
liberò qualcosa, come se avesse aperto un vaso sigillato. «Tom Courteney è
qui», annunciò di getto.
Le dita di Lydia smisero di muoversi. «Tom Courteney?»
«Il fratello di Guy. L’ho visto stasera. È qui con l’esercito che ci sta
assediando.»
«Come fai a esserne sicuro?»
«Ha riconosciuto la spada e ha detto che apparteneva a suo padre. Può
essere soltanto lui.» Ora che aveva cominciato, le parole gli sgorgavano dalla
bocca come un fiume in piena. «Mi hai raccontato che una delle tue
compagne di prigionia è Sarah Courteney, sua moglie. Dev’essere venuto a
salvarla.»
La mente di Lydia cominciò a lavorare a pieno ritmo, tentando di assorbire
quell’informazione e stabilirne l’importanza.
«Pensi che l’abbia mandato il governatore?» chiese con cautela. «Possibile
che Guy abbia radunato un esercito per liberare Agnes e Sarah?»
Christopher scoppiò a ridere. «È impensabile. Guy odia Tom ancor più di
quanto odi me. Se sapesse che si trova qui verrebbe di persona per offrire la
sua testa ad Angria su un vassoio d’argento.»
«Sai parecchie cose sugli affari dei Courteney», commentò lei, acida. «Hai
forse avuto rapporti intimi con Sarah a mia insaputa?»
Christopher si rannuvolò in volto e la fissò con un’espressione talmente
furibonda da farle temere per la propria vita. Quando si arrabbiava in quel
modo era capace di tutto.
«Dimmelo, amore mio», lo implorò Lydia. «Sono dalla tua parte.»
Lui non riuscì più a tenerselo dentro. «Sarah Courteney è mia zia»,
confessò. «Io sono Christopher Courteney, il figlio di Guy. Due anni fa l’ho
sfidato e sono fuggito da Bombay.»
All’improvviso le fu tutto chiaro. «Devi odiarlo davvero molto.»
«Con tutto il cuore.»
La conversazione stava procedendo troppo rapida. Con tutte quelle
possibili diramazioni, Lydia non riusciva più a stabilire in che modo poteva
trarne vantaggio. Forse avrebbe dovuto mantenere il segreto, ma se non lo
avesse svelato ora e Christopher lo fosse venuto a sapere da solo, non glielo
avrebbe mai perdonato.
Si protese verso di lui. Persino il suo ferreo autocontrollo vacillò, davanti a
ciò che doveva dire.
«C’è un motivo per cui Guy ti odia che nemmeno tu conosci: lui non è tuo
padre.»
Christopher rimase talmente sorpreso che per poco non rise, poi contrasse
il volto in una smorfia, come se volesse colpirla. «Che malignità è mai
questa?» Alzò la voce. «Credi di potermi insultare solo perché ti lascio
entrare nel mio letto? Posso farti rimettere in catene nel tuo sotterraneo in
questo preciso istante, oppure consegnarti ad Angria perché se la spassi un
po’ con te.»
«Me l’ha detto Sarah Courteney», strillò lei. «Sua sorella Caroline, tua
madre, è andata a letto con Tom dopo che erano salpati dall’Inghilterra e
aspettava un bambino prima ancora che Guy la toccasse.» Vide sbocciargli
sul volto la consapevolezza. «Quel bambino eri tu.»
«Impossibile.» Ma nel momento stesso in cui Christopher si aggrappò alle
sue certezze, le sentì sgretolarsi. La verità di quella rivelazione gli riecheggiò
nel profondo dell’anima senza che lui riuscisse a tenerla fuori. Tutti i pezzi
del rompicapo andarono al loro posto. Come un capitano che mette in fila i
punti sulla carta per entrare nel porto, lui poteva tracciare da capo la rotta
della propria vita. Gli sbalzi d’umore di Guy, il suo rancore verso la moglie e
il suo odio verso il figlio. Il modo in cui i dipendenti della Compagnia
bisbigliavano sin da quando era piccolo per poi zittirsi di colpo quando Guy
entrava nella stanza. Il fatto che suo padre avesse i capelli rossi e l’incarnato
chiaro, mentre lui era bruno e con la carnagione scura. Pensavi forse di averlo
ereditato da tua madre?, si chiese in tono di rimprovero. Era la copia sputata
dell’uomo sulla spiaggia, Tom Courteney, anche se non se n’era mai accorto.
La sua intera esistenza veniva riscritta. Si appoggiò al davanzale della
finestra, fissando la notte. Lydia lo cinse con le braccia.
«Tom è tuo padre», ripeté. «E si trova là fuori, in attesa.» Indicò i fuochi
di bivacco nell’accampamento degli assedianti. «Adesso non puoi certo
negargli la moglie, la cognata... e suo figlio. Andiamo da lui stasera stessa.
Sono sicura che potresti aggirare le sentinelle, insieme a me. Sarebbe
felicissimo di vederti, ti abbraccerebbe come il figlio che sei.»
Rimase in attesa. Lui posò la spada sul davanzale, la lama puntata verso
l’orizzonte, e guardò fuori.
«Questa avrebbe dovuto appartenermi di diritto», mormorò. «Tom
Courteney l’ha avuta dal padre e io avrei dovuto averla da lui, se non mi
avesse abbandonato.»
«Ora ti ha ritrovato», replicò Lydia.
Christopher la guardò con l’aria di chi si sta svegliando da un sogno.
«No», mormorò, e poi, con crescente certezza: «No».
Reinfilò energicamente la spada nel fodero. «Che razza d’uomo è Tom
Courteney?» chiese in tono perfido. «Si è saziato di mia madre e poi l’ha
gettata via come uno straccio sporco quando aspettava un bambino. Me. Non
mi sorprende che mio padre, Guy, mi odiasse tanto. Per quanto tentassi di
compiacerlo, qualsiasi cosa facessi per conquistare il suo affetto, non riusciva
ad amarmi perché non ero figlio suo.»
«Non potevi saperlo.»
«Quanto l’ho odiato.» Le parole gli uscivano di bocca stentate, strappate a
viva forza. «Non capivo. Lui ha salvato l’onore di mia madre quando avrebbe
potuto lasciarla alla sua vergogna. Sarebbe stato troppo aspettarsi che mi
volesse anche bene. Io rappresentavo un monito vivente, la prova del crimine
di suo fratello, eppure mi ha accolto come se fossi suo. Ha fatto del proprio
meglio, mi ha trattato come un figlio, e in cambio io gli ho riservato solo
odio. E se tu non fossi venuta da me non lo avrei mai scoperto.»
Le strinse il viso con forza. Lydia, senza fiato per la paura, lo guardò negli
occhi senza riuscire a stabilire se lui intendesse baciarla o spezzarle il collo.
«Mi dispiace», bisbigliò con un fil di voce.
Christopher le diede un bacio sulla fronte. «Non hai fatto niente di male.
Grazie a te mi ritrovo fra le mani una splendida occasione.»
Lei sentì rinascere la speranza. «Di riconciliarti?»
«Di vendicarmi.»

Le barche scivolarono verso il porto senza fare rumore. Francis aveva chiesto
agli uomini di oliare le scalmiere e avvolgere degli stracci intorno ai remi per
renderli più silenziosi. I maratha erano uomini di montagna, non abituati a
lavorare sulle barche. Tom e Francis li avevano fatti esercitare tutto il giorno,
in un punto in cui non erano visibili dal castello, sotto la guida degli ex
marinai della Kestrel. Ma di notte, in mare aperto, si rivelarono ancora
impacciati.
Uno dei vogatori mancò il colpo e, sbilanciato, lasciò andare il remo,
scivolò dal sedile e piombò sulle armi accatastate nella sentina, imprecando.
Cadendo, urtò la frisata con il remo e fece tintinnare sonoramente le lame
sotto di lui.
«Silenzio, laggiù!» sibilò Francis.
L’uomo, mortificato, si risistemò affannosamente sul sedile. Per un attimo
i marinai tennero sospesi i remi, non osando respirare mentre restavano in
ascolto per verificare se erano stati scoperti.
Sentirono solo il clamore degli uccelli e degli insetti sulla costa, lo
sciabordare delle onde e lo sgocciolio dell’acqua dai remi. Dietro Francis,
Merridew sussurrò un ordine e i vogatori si rimisero all’opera.
«Spero riescano a mantenere il sangue freddo quando cominceranno a
volare le palle di moschetto», bisbigliò poi. «Se lo sbarramento non è stato
tagliato dovremo andarcene di corsa, vogando a più non posso.»
«Dev’essere stato tagliato per forza», ribadì Francis, più per rassicurare se
stesso che il compagno. Al traverso a dritta, in cima al promontorio, il
castello si stagliava nero contro il cielo rischiarato dalle stelle. Una luce
solitaria brillava in una delle torri. Francis immaginò una sentinella che
guardava dall’apertura e si chiese se avrebbe notato le barcacce che
puntavano furtive verso lo sbarramento: quattro gallivat, su ognuno dei quali
erano stipati cinquanta uomini armati.
Avrebbe voluto avere accanto Tom. A dispetto di tutte le peripezie che
avevano dovuto affrontare insieme, si sentiva al sicuro con suo zio. Aveva
dato per scontato che sarebbe stato Tom a guidare l’attacco – lo aveva
richiesto lui stesso – ma Shahuji glielo aveva proibito. «Siete l’uomo che ci
ha portato i grandi cannoni e ci ha mostrato in che modo usarli come i porta-
cappelli», aveva spiegato. «Se vi perdeste nel buio, vi imbatteste in una
pattuglia di ronda o le sentinelle vi avvistassero... il mio esercito perderebbe
il suo stesso cuore.»
«Mia moglie è là dentro», aveva protestato Tom, ma prima che potesse
aggiungere altro Francis era intervenuto. Sapeva cosa doveva fare.
«Guiderò io l’attacco.»
Adesso, a bordo del gallivat, non rimpiangeva affatto la sua decisione, pur
avendo una paura del diavolo. Davanti a sé sentì scricchiolare cime e legno:
si stavano avvicinando all’ancoraggio. Scrutò nel buio cercando lo
sbarramento mobile, sperando di non trovarlo.
«Almeno sembra che non ci stiano aspettando», mormorò. Non si
vedevano luci su nessuna delle navi né fuochi di bivacco sulla costa. Forse
Angria aveva fatto rientrare nel castello tutti i suoi uomini.
Tastò il sacco posato ai suoi piedi. Era pieno di vasetti di argilla colmi di
olio e con una miccia che spuntava dal coperchio. Non avevano osato portare
delle torce per paura di essere visti, ma su ogni barcaccia c’era una scatola
con esca e pietra focaia. Non ap