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CAPITOLO 5 – Psicologia e delitto

ALCUNI CONCETTI FONDAMENTALI


L’approccio psicologico e psichiatrico dà maggior rilevanza all’importanza dei tratti di personalità
dell’agire deviante. In criminologia, la relazione tra tratti psicologici, come personalità e
intelligenza, e criminalità, è stata affrontata da numerosi punti di vista.
È utile definire alcuni termini utilizzati in psicologia criminale:
 temperamento: s’intende la base innata, legata alla struttura biologica. Il temperamento è
distinto dal carattere perché non comprende le qualità dell’individuo che orientano le
direttive della sua condotta. Secondo Kahn, si evidenziano 2 elementi principali: la
valutazione dell’Io rispetto al mondo e lo scopo delle direttive. Quindi esperienze, rapporti
familiari, frustrazioni, autogratificazione, influiscono sul temperamento modificando
pensieri, atteggiamenti e azioni.
 carattere: rappresenta la risultante dell’interazione fra temperamento e ambiente, è quindi
una componente dinamica che si modifica col tempo e con quelle vicende della vita che ne
plasmano gli aspetti. Il carattere è la peculiarità indivisibile della persona, è espressione
della persona e costituisce un gradino verso lo sviluppo della personalità.
 personalità: in generale significa la totalità affettivo-volitiva del soggetto, compresi istinti,
temperamento e carattere. Per Allport la personalità è l’organizzazione dinamica
all’interno dell’individuo di quei sistemi psicofisici che determinano il suo adattamento
unico all’ambiente. La personalità è definita come l’organizzazione di attitudini, credenze,
abitudini e comportamenti, che si sviluppa nell’individuo attraverso l’interazione sociale. (è
il complesso delle caratteristiche di ciascun individuo e può essere intesa come la risultante
delle interrelazioni del soggetto con i gruppi e con l’ambiente.) Dal punto di vista
psicologico si acquisisce dopo la nascita e d è il risultato della socializzazione e delle
relazioni interpersonali.
Tutte le teorie psicologiche della criminalità sono partite dall’analisi della relazione tra tratti
psicologici e comportamento criminale secondo gli studi psicoanalitici.

PSICOANALISI: FREUD E IL DELINQUENTE PER SENSO DI COLPA


Per molti anni psichiatri e psicologici si sono interrogati sul perché alcune persone fossero
aggressive e violente. La prima interpretazione sull’argomento si deve a Sigmund Freud (1856 –
1939), fondatore della psicanalisi. Nei suo scritti sostenne che la personalità era il risultato
dell’esperienza sociale e sottolineò l’importanza delle esperienze nella prima infanzia e dei conflitti
tra i bisogni dell’individuo e le richieste della società. Seconda la sua teoria, la personalità si
distingue in tre parti, spesso in conflitto tra loro:
1. Es: fin dalla nascita, costituisce il polo pulsionale della personalità; i suoi contenuti sono
inconsci, per una parte ereditari ed innati, per l’altra acquisiti e rimossi. Essi sono
riconducibili all’istinto di vita, Eros, fonte della libido, e all’istinto di morte, Thanatos, che
tende a condurre verso l’inerzia. Entrambi possono essere rivolti sia al mondo esterno che
alla persona stessa. L’Es fornisce energia psichica. Entra in conflitto con l’Io e il Super-Io,
che rappresentano le differenziazioni dell’Es. Non ha il senso del tempo, ordine, morale. È
alla ricerca costante del piacere.
2. Io: parte della struttura psichica conscia e razionale. Funge da mediatore tra le pulsioni
inconsce dell’Es e gli imperativi del Super-Io. È un polo difensivo della personalità e opera
secondo il principio di realtà.
3. Super-Io: interiorizza le esigenze e i divieti dei genitori e del gruppo sociale, ha la funzione
di censore. Durante lo sviluppo s’identifica con l’immagine dei genitori (il figlio con il padre
e la figlia con la madre) e la introietta nella sua personalità: in tal modo si forma il Super-Io.
È in continuo conflitto con i desideri dell’Es e ne controlla gli impulsi. Offre un’immagine di
ciò che si dovrebbe essere (Io ideale) secondo le aspettative della società.
Freud collegò la criminalità ad un inconscio senso di colpa che il soggetto prova a causa del
complesso di Edipo, se è maschio, o di Elettra, nel caso della femmina, vissuta nell’infanzia. Questo
consiste, per il bambino, nel provare una forte attrazione per il genitore di sesso opposto e nel
contenderne i favori con il padre, nei cui confronti sviluppa desideri ostili. Durante lo stadio
edipico dello sviluppo psicosessuale il bambino rinuncia ad una parte dei suoi desideri sessuali nei
confronti del genitore di sesso opposto e li sublima, mentre si identifica con il genitore dello stesso
sesso. Attraverso tale identificazione il bambino interiorizza le regole e i ruoli della sua cultura ed
emerge il Super-Io.
Secondo Freud alcuni criminali possedevano un senso di colpa preesistente alla commissione del
reato, il quale non era il risultato della colpa, ma la sua motivazione. Freud riferì che molti suoi
pazienti, che si sentivano colpevoli, commettevano atti antisociali allo scopo di essere arrestati e
puniti, in modo tale da essere liberati dal sentimento di colpa attraverso la punizione. Alcuni
pazienti avevano commesso azioni proibite perché il loro compimento era accompagnato da un
sollievo mentale del soggetto. Nel caso delle condotte antisociali il senso di colpa insorge come
risultato del conflitto tra Super-Io e desideri aggressivi e sessuali infantili originati dal complesso
edipico.
REIK E LA COAZIONE A CONFESSARE
Theodor Reik (1888 -1969) teorizza la “coazione a confessare” di alcuni soggetti. Tale impulso si
può manifestare con atti di dimenticanza sulla scena del delitto, anche quando questo è stato
premeditato, oppure con atteggiamenti di disprezzo e arroganza in sede di interrogatorio o di
giudizio. Per Reik questi comportamenti possono rappresentare forme inconsce di autoaccusa
provocate da un bisogno di punizione per il senso di colpa che ha le sue radici nel complesso
edipico. Il delinquente, attraverso il modo indiretto del lapsus, come lasciare oggetti personali sul
luogo del delitto, svela il proprio segreto. Infatti, l’esecuzione del delitto può portare alla pena e
quindi al sollievo psichico dal senso di colpa se il delitto è scoperto.
Le teorie di Reik e Freud si prestano ad altre 2 possibili ipotesi:
1. La prima si riferisce al caso in cui il senso di colpa inconscio porta a commettere un delitto e
alla conseguente ricerca della punizione per alleviare l’angoscia, ma poi spinge a ripetere
più volte l’agire antisociale per ottenere una successiva punizione.
2. La seconda ipotesi riguarda il caso in cui il senso di colpa e il desiderio della punizione sono
talmente forti da bloccare la confessione del soggetto, che non vuole liberarsi dalla colpa in
modo così semplice e veder diminuita la sua pena.
Perciò sul delinquente per senso di colpa la punizione non esercita alcun controllo, anzi può avere
effetto attraente e soddisfare inconsce tendenze masochiste.
La teoria psicoanalitica del diritto penale di Reik sostiene che la punizione diventa, in determinate
condizioni, un incoraggiamento al delitto. Da questo punto di vista, quindi, verrebbe meno la
funzione preventiva della pena. Estendendo il discorso alla società, la psicoanalisi tende a
individuare il carattere essenziale dell’istanza sociale di punizione, in una difesa dai propri impulsi,
poiché l’impunità degli altri provocherebbe il prorompere dei propri istinti. Questa difesa si attua
con il sentimento di giustizia, indicatore di equilibri tra repressione e liberazione delle tendenze
istintive. In conclusione, sulla base della concezione che l’essenza della pena è la risultante del
conflitto tra due dinamismi, diretti a infliggere una violenza al colpevole e a proteggerlo, per la
psicoanalisi le funzioni superiori assegnate alla pena sarebbero il frutto di una razionalizzazione
secondaria operata dal pensiero giuridico.

LA DIAGNOSTICA CRIMINALE DI ALEXANDER E STAUB


Gli studi psicoanalitici hanno fornito contributi alla criminologia e all’interpretazione della
psicocriminogenesi. Freud riteneva che nella psicologia del criminale fossero determinanti 2 tratti:
l’egoismo illimitato e una forte tendenza distruttiva, dovuti alla mancanza di amore e
apprezzamento affettivo.
Franz Alexander, insieme a Staub e poi a Healy, riprendendo i concetti di Freud, ha formulato una
nuova teoria. È riconosciuto che L’Es giochi un ruolo importante nell’agire criminale e gli impulsi
criminali siano presenti nella personalità di ognuno. Nel soggetto normale però questi impulsi sono
controllati e non arrivano mai al passaggio all’atto. L’Io, quindi, svolge una funzione fondamentale
nelle manifestazioni antisociali. Quando esso è debole o le sue funzioni sono ridotte, è più
probabile che si esterni il comportamento deviante.
Alexander e Staub hanno classificato la criminalità in ordine crescente, in rapporto al grado di
partecipazione dell’Io:
- Ritengono che ci sia una partecipazione minima dell’Io nella criminalità fantastica, che
aumenta e diviene più evidente nell’espressione di errori (reati colposi).
- Una forma più chiara si ha nella criminalità neurotica e occasionale
- La partecipazione risulta totale nella criminalità senza conflitto interiore, definita normale.
- Vi è poi la categoria formata da soggetti affetti da malattie organiche o processi tossici, che
commettono reati senza partecipazione dell’Io.
La loro “diagnostica criminale psicoanalitica” distingue:
- una criminalità fantasmatica, in cui le azioni criminali rimangono a livello di sogni o
fantasticherie. Il soggetto ha un Super-Io forte, che non permette all’aggressività di
realizzarsi in condotte delinquenziali e un Io che riduce la tensione attraverso la
dislocazione degli istinti e delle pulsioni antisociali a livello di fantasia.
- una criminalità accidentale a opera di soggetti non criminali. Il Super-Io non consente una
realizzazione diretta dell’aggressività, ma riduce il suo controllo in modo tale che l’Io la
manifesti con condotte imprudenti (es. nella circolazione stradale), ugualmente pericolose
ma dove non vi è volontà.
- una criminalità cronica commessa da soggetti con personalità criminale. È formata da 4
sottocategorie:
1. azioni criminose per processi tossici o biopatologici, dove la funzione dell’Io è
pregiudicata o neutralizzata da tali processi (ritardi mentali, effetto di alcol e
sostanze stupefacenti);
2. azioni criminose da eziologia nevrotica, causata da motivi inconsci. L’Io è indotto
all’esecuzione dell’atto da particolari meccanismi nevrotici. C’è forte conflitto tra Es
e Super-Io, che trova una possibile soluzione nell’agire deviante. (Delitti coatti o
delitti sintomocleptomania, piromania);
3. azioni criminose del delinquente normale, con Super-Io criminale, che si identifica
con modelli criminali (sottoculture, es ladri, ricettatori, rapinatori);
4. azioni criminose da delinquente genuino, senza Super-Io, dovute ad un soggetto è
inadatto alla vita sociale, privo di controllo sociale.
Da queste classificazioni si nota come anche il Super-Io è importante per il manifestarsi del
comportamento criminale, soprattutto quando presenta lacune che riducono le difese dell’Io verso
gli impulsi proibiti.

ANTISOCIALITA’ PER IMPULSI PROIBITI DEI GENITORI DI JOHNSON


Johnson Bowlby aveva evidenziato come la carenza di affetto o un atteggiamento troppo severo e
punitivo da parte dei genitori, per la presenza di un Super-Io troppo rigido, potesse causare nel
figlio conflitti non risolti e sensi di colpa tali da dover essere soddisfatti provocando situazioni per
cui fosse necessaria una punizione. Se l’atteggiamento dei genitori oscilla tra l’esagerato
permissivismo e l’eccessiva severità, il Super-Io del bambino si sviluppa in modo discontinuo ed
incostante.
La teoria eziologica della delinquenza individuale parte dal presupposto che il modo di essere
antisociale del minore sia inconsciamente incoraggiato e sanzionato dai genitori, che ottengono,
attraverso l’agire del figlio, soddisfazioni per i loro impulsi proibiti. Johnson parla di “processo di
soddisfazione vicariante” dei genitori che, attraverso l’agire del figlio, soddisfano i loro impulsi
proibiti e scarsamente integrati. Il passaggio dal totale permissivismo ad una proibizione e
punizione (quando i genitori tollerano e giustificano le condotte antisociali del figlio finché non
arrivano le proteste dell’ambiente esterno, e quindi passano ad una reazione punitiva), trasmette
al minore un messaggio di tradimento che lo farà sentire ingannato e lo abituerà ad ingannare.
Balloni dice che la personalità psicopatica dell’età adulta non è altro che la maturazione di un figlio
cresciuto con difetti nell’ambito della coscienza etica.
Nell’analisi del rapporto genitori-figli è possibile individuare lacune del Super-Io sia nei figli che nei
genitori. Secondo Johnson e Szurek, con il processo di soddisfazione vicariante si possono spiegare
solo le manifestazioni di delinquenza individuale di giovani appartenenti alle classi sociali agiate,
mentre è più difficile interpretare le condotte dei delinquenti delle gang, per i quali le motivazioni
sono di diverso tipo. Altri studiosi, invece, ritengono valida la teoria anche per quest’ultimi, dal
momento che l’atteggiamento dei genitori e la formazione di un Super-Io con lacune può
precedere l’aggregazione alla gang.

MAILLOUX E LA TEORIA DELLA “PECORA NERA”


Un concetto importante è quello di identità, come organizzazione costante, nel tempo, nello
spazio e nei contesti sociali, della rappresentazione mentale del soggetto, della sua presentazione
pubblica, della percezione e del sentimento del Sé. Il tale termine sono presenti 2 dimensioni: un
intrapsichica e l’altra culturale e relazionale. Nell’analisi della devianza si è fatto riferimento alla
teoria dell’identità di Erikson per quanto riguarda la “scelta dell’identità negativa” nella fase
adolescenziale, cioè un’identità fondata su quei ruoli che erano stati presentati come pericolosi.
Legata al concetto di identità, è la teoria del canadese Noel Mailloux, il quale parte dall’ipotesi che
siano i genitori ad influenzare il figlio che s’identifica con l’immagine negativa che si sono fatti di
lui. Il giovane delinquente si caratterizza per una percezione negativa di sé derivante
dall’interiorizzazione delle aspettative non positive dei genitori. Il considerarlo un buon a nulla
crea nel giovane la convinzione di essere diverso e di non potersi inserire nella società secondo
modelli di comportamento accettabili. Quindi in tutte le esperienze comincerà a comportarsi in
modo negativo con atteggiamenti aggressivi e violenti, e tale situazione si manifesterà anche nel
lavoro e nei rapporti affettivi. Riguardo a questi ultimi, il sentirsi incapace di instaurare legami
validi e duraturi lo porterà ad avere rapporti basati sul soddisfacimento immediato del piacere. Di
conseguenza si inserirà in una banda di delinquenti in cui si sentirà accettato e raggiungerà un
certo prestigio.
Come sostiene Achille, la ricerca di identità in questo caso avviene con la socializzazione in un
gruppo, dove la propria identità negativa troverà sostegno positivo e il Super-Io di gruppo
soppianterà quello individuale.
Nel processo di rieducazione in carcere si dovrà seguire un percorso a ritroso, dal delinquente alla
“pecora nera”, fino a condurlo a risolvere il dubbio iniziale su cosa pensino di lui i genitori. Solo
così si potrà ottenere una soddisfacente risocializzazione. È il significato sociale dell’esperienza che
porta alla stabilizzazione della devianza.

I MECCANISMI DI DIFESA
I meccanismi di difesa, in base al pensiero freudiano, sono alla base del comportamento, sia
conforme che deviante. (Anna Freud dà una elencazione sistematica dei 9 meccanismi presenti
nelle opere del padre.) Tali meccanismi sono operazioni psichiche, in parte inconsce e a volte
coatte, adottate per ridurre o sopprimere gli elementi che possono turbare integrità ed equilibrio
dell’Io e che si oppongono alle esigenze dell’Es, in modo da evitare conflitti col Super-Io e la realtà.
I più importanti sono:
1. Identificazione: processo psicologico con cui un soggetto assimila un aspetto di un’altra
persona e si trasforma sul modello di quest’ultima. La personalità si differenzia attraverso
una serie di identificazioni, di cui la primaria si riferisce ai genitori. Tale meccanismo, detto
anche “introiezione od incorporazione”, permette all’individuo di identificarsi con un
“oggetto” piacevole. Dal punto di vista criminale l’identificazione con un soggetto deviante
può essere alla base di scelte criminali. Tale meccanismo può essere all’origine, ad
esempio, dell’abuso sessuale su minori da parte di adulti violentati a loro volta durante
l’infanzia, oppure della “sindrome di Stoccolma”, termine con cui si riferisce il legame
affettivo che viene ad instaurarsi tra rapitore e vittima e dei sentimenti di ostilità nei
confronti delle autorità e della famiglia, che secondo la sua percezione, non vogliono
pagare il riscatto.
2. Proiezione: operazione con cui il soggetto espelle da sé e localizza nell’altro qualità,
sentimenti, desideri che egli non riconosce o rifiuta. I pregiudizi e le superstizioni spesso si
basano su proiezioni (il razzista ad es. proietta sul gruppo disprezzato le proprie colpe).
3. Razionalizzazione: procedimento con cui un soggetto cerca di dare una spiegazione
coerente di un atteggiamento, un’azione, un’idea di cui non sono percepiti i veri motivi. È
un meccanismo di difesa in cui, invece di motivi inconfessati, compaiono motivazioni
apparentemente fondate e accettabili dal Super-Io. Nel campo della criminalità tale
meccanismo si può riscontrare nell’autore di delitti politici o a sfondo ideologico. È
collegata alla teoria del simbolismo, secondo la quale ogni cosa può avere un valore
simbolico per rappresentare qualcosa di diverso.
4. Rimozione: operazione con cui l’io cerca di respingere o mantenere nell’inconscio
rappresentazioni legate ad una pulsione, il cui soddisfacimento, invece di procurare
piacere, rischierebbe di provocare sofferenza. Ha origine da un conflitto di desideri opposti
che non si possono conciliare. Un esempio può essere la rimozione di un evento traumatico
subito da parte della vittima oppure la rimozione, dopo la commissione di un delitto,
dell’atto deviante.
5. Formazione reattiva: atteggiamento di senso contrario ad un desiderio rimosso, così, ad
esempio, la crudeltà repressa è mantenuta inconscia da un’eccessiva compassione per le
sofferenze altrui. Delitti passionali.
In conclusione, si può affermare che le teorie psicoanalitiche permettono di studiare l’atto
criminale e di considerarlo come il modo particolare che ha il delinquente per ridurre le proprie
tensioni interiori e soddisfare i propri bisogni inconsci.
La criminogenesi, quindi, deriva da un’impulsività egocentrica facilitata dal fatto che l’individuo
riconosce i valori proposti sia da una pseudo-moralità collettiva sia da una sottocultura aberrante,
ma il suo comportamento rappresenta un reazione, espressione di un malessere soggettivo.
Queste interpretazioni sono criticate per la loro non dimostrabilità scientifica, e per questo non
sono utilizzabili nella giustizia penale. Gli studi psicoanalitici svolgono un ruolo fondamentale
anche nell’analisi delle testimonianze. La psicologia della testimonianza ha potuto stabilire una
tendenza razionalizzatrice che opera sul ricordo, introducendo massima unità e coordinazione
logica nel fattotrasformazione percettiva. I processi deformatori delle testimonianze:
- Processo di unificazione: dovuto a una funzione economica il fatto troppo complesso
viene semplificato e impoverito di elementi
- Processo di sdoppiamento: esigenza di riempire la scena.

COMPORTAMENTISMO E LE TEORIE DELL’APPRENDIMENTO SOCIALE


Le teorie del comportamento o behaviorismo nascono nei primi del 1900 con l’esigenza di basarsi
su dati obiettivi. Quindi vengono rifiutati metodi di introspezione, pulsioni inconsce, istinti etc.
spostando l’attenzione sui concetti di stimolo-riposta (reazione) e di comportamento. Fondatore è
John Watson (1878 - 1958), secondo il quale ci si doveva limitare allo studio del comportamento in
base al sistema SR. La sua preoccupazione principale fu quella di eliminare l’imprecisione e la
soggettività. Elaborò la “dottrina estrema dell’importanza degli influssi ambientali”, sviluppata nel
1913 e poi nell’opera del 1919. Egli non negava l’esistenza di disponibilità innate all’azione, anche
se il loro scopo era quello di creare in fondamento motivazionale per la formazione delle abitudini
(habit). Andando avanti spiegò come in base al meccanismo del condizionamento, l’associazione
ripetuta di uno stimolo ad una risposta, non necessariamente correlata, faceva in modo che dopo
un periodo di tempo a quello stimolo seguiva la risposta condizionata. Il behaviorismo ebbe largo
seguito soprattutto negli Stati Uniti, tra i seguaci ricordiamo:
 Tolman con la teoria dell’apprendimento cognitivo. Punti:
- Descrive il comportamento su base molare (ogni atto ha caratteri specifici,
identificabili e descrivibili)
- ogni comportamento è finalizzato
- l’individuo impara in base ad aspettative sorte da esperienze precedenti, secondo 2
stimoli: stimolo attuale S1 (segno) e situazione che si crea nel corso dell’azione
(meta designata)
- al posto del rinforzo c’è la conferma.
Parla anche di variabili intervenienti (storia dell’organismo, stato impulsivo, bisogni,
valori e credenze), che intervengono tra lo stimolo e la risposta.
 Hull con la teoria sistematica del comportamento, il cui principio fondamentale stabilisce
che la forza di un’abitudine è proporzionale al numero delle associazione stimolo-reazione
rinforzate (legge di Hull); lo stimolo iniziale (input) è il primo anello di una catena di
avvenimenti che portano alla reazione (output). Tra stimolo e reazione vi sono molte
variabili intervenienti, quindi il presentarsi di una reazione dipende anche da fattori che
integrano il “potenziale di reazione” (può rimanere sotto la soglia e non portare a una
reazione, o interagire con il “potenziale di inibizione).
 Skinner con l’analisi sperimentale del comportamento. Prende le mosse dal concetto di
“fase operante”, in base alla quale ogni individuo si comporta nel rispettivo ambiente. Si ha
una condotta di partenza che può essere modificata e controllata attraverso una variazione
sistematica degli stimoli, che hanno una funzione di rinforzo. Si può perciò plasmare,
mediante un rinforzo, premiando ogni inclinazione verso la direzione desiderata.
Dalle teorie comportamentali deriva l’idea che il comportamento sia appreso e il rifiuto che il
comportamento criminale sia l’espressione di una pulsione innata, cosicché le persone imparano il
comportamento aggressivo come qualsiasi altra condotta sociale attraverso premi e punizioni. I
comportamenti criminali sono considerati come risposte (apprese) alle condizioni sociali e alle
situazioni di vita. Il comportamentismo si basa su esperimenti di condizionamento, controllati ed
eseguiti in laboratorio. Nella vita reale mancano 2 condizioni: sequenza temporale in cui la
ricompensa/punizione o stimolo condizionato vengono presentati, e la frequenza con cui vengono
presentati.
Per Ferracuti e Newman il diritto penale può essere letto come un modello comportamentista, in
quanto è diretto a modificare norme di comportamento tipicamente descritte, e tende a risultati
chiaramente identificabili.
Da tale corrente derivano diverse teorie psicologico-sociali:
-Bandura con la teoria dell’apprendimento sociale. Per comprendere la teoria dell’apprendimento
sociale bisogna riferirsi al concetto di socializzazione, processo che porta le persone a sviluppare le
qualità essenziali per un efficiente adattamento alla società in cui vivono. Il suo scopo
fondamentale è quello di sostituire le sanzioni esterne con controlli interiori, in modo tale che ci si
adegui alle norme sociali anche in assenza di pressioni. Secondo la teoria dell’apprendimento
sociale i controlli interiorizzati si basano sulle conseguenze anticipate di azioni future che portano,
in base all’esperienza e ai suoi modelli comportamentali, all’aspettativa che un certo modo di
comportarsi sia premiato, ignorato o punito. Bandura sottolinea come non si nasca già con la
capacità di comportarsi in modo violento, quanto piuttosto si apprenda nel corso della
socializzazione. La sua teoria si fonda sull’idea che il comportamento aggressivo o violento viene
appreso dai bambini osservando e imitando modelli di ruolo e poi assumendo quei ruoli. Ciò che è
importante nel determinare tale apprendimento è il grado di violenza o non violenza dei modelli di
natura. Sebbene il modello aggressivo venga emulato, i suoi attributi sono valutati negativamente;
infatti, secondo Bandura, non esiste incompatibilità tra l’avere elevati valori morali e il
commettere atti violenti, in quanto possono intervenire meccanismi psicologici che bloccano il
senso di autocondanna. Si tratta del “disimpegno morale”, che opera sotto varie forme:
giustificazione morale, etichettamento eufemistico, confronto vantaggioso, spostamento della
responsabilità, diffusione della responsabilità, distorsione delle conseguenze, deumanizzazione,
attribuzione di colpa. Tali meccanismi agiscono spesso in sinergia (es. violenze sessuali).
Bandura ha messo in evidenza come aggressività e violenza vengano apprese non solo attraverso
l’interazione con gli altri, ma anche in altri setting sociali (come scende di violenza nei film).
Tra le ricerche più importanti sugli effetti della televisione e dei media ci sono quelle di Bandura e
collaboratori degli anni ’60. Essi dimostrarono che in età prescolare i bambini imitano i
comportamenti aggressivi osservati nei filmati televisivi, confermando l’ipotesi dell’identificazione
basata sull’influenza sociale. La ricerca evidenzia che l’esposizione ai mezzi di comunicazione di
massa può produrre tre differenti reazioni:
1) risposte imitative non presenti nel soggetto (modelling effect)
2) effetto inibitorio o disinibitorio su risposte precedentemente acquisite;
3) risposte simili effetto di un apprendimento precedente (eliciting effect). Quindi i media possono
influenzare i bambini in modo tale che abbandonino, modifichino, rafforzino o si creino stili di vita
e modelli di comportamento.
Conclusione questi studi hanno messo in rilievo come, oltre alla famiglia, altre organizzazioni e
mezzi contribuiscano alla creazione di modelli interiorizzati dei membri del gruppo. Quindi il
problema della socializzazione deviante non deriva da una singola fonte.
-Dollard con la teoria della frustrazione-aggressività.
Frustrazione: termine introdotto da Freud. Indica la condizione del soggetto che si vede rifiutare o
rifiuta a se stesso il soddisfacimento di una domanda pulsionale. In psicologia, il termine è
impiegato in 3 accezioni diverse:
1. “situazione frustrante”: caratterizzata da mancanza di possibilità di soluzione, impossibilità
di uscirne e forte motivazione all’azione.
2. “stato di frustrazione”: provocato dalla situazione frustrante, il cui grado varia nei diversi
individui.
3. “reazione alla frustrazione” può essere di varia natura (aggressione, regressione e
fissazione)
Il comportamento aggressivo è caratterizzato dall’intenzione di distruggere un oggetto, e questo
intento può diventare atto o rimanere inattuato. L’aggressività, essendo un comportamento
sociale, non sempre ha una connotazione negativa e distruttiva. Può essere positiva
(autoaffermazione) e costruttiva (prodotta da un Io non conflittuale). Le ricerche iniziali sui fattori
determinanti dell’aggressività si sono ispirate al principio che l’intensità degli impulsi aggressivi
siano una funzione del grado di frustrazione sperimentata. Nel 1939 Dollard e collaboratori
elaborano l’ipotesi di “frustrazione-aggressività”. Tale teoria si basa su 2 assiomi:
1. L’aggressività è sempre conseguenza di un frustrazione
2. L’esistenza di una frustrazione conduce sempre a qualche forma di aggressività
L’aggressione è quindi un atto la cui reazione finale è l’offesa a un organismo. Il gruppo di studiosi
esaminò numerosi fattori (condizioni economiche, occupazione, istruzione, età) in rapporto alla
frustrazione e all’anticipazione della punizione. Dall’analisi dei dati derivò che il criminale sente più
facilmente le frustrazioni ed è meno facilmente condizionato dall’aspettativa di una punizione.
La sua teoria è stata utilizzata anche per spiegare l’influenza dei mass media e dei videogiochi sul
comportamento sociale. Alcuni studiosi hanno dimostrato che anche i messaggi a contenuto
neutro hanno un’influenza. Sottoporre i giovani al bombardamento di miti di facile successo
provoca forti frustrazioni connesse all’impossibilità di raggiungere quei traguardi. Non solo la
violenza ma anche la spinta al consumismo può promuovere comportamenti devianti.
-Zimbardo e la teoria situazionale, che analizza il comportamento di gruppo. Uno dei primi
esperimenti in laboratorio consisteva nel chiede a gruppi di 3-4 studentesse di psicologia, separate
da pannelli di legno, di stressare con scariche elettriche, a loro piacimento, altre 2 ragazze. Risultò
che le studentesse in anonimo somministravano scariche di durata doppia rispetto a quelle con
volti visibili. Le giovani, quindi, avevano scelto di provocare scariche ogni volta che potevano,
nonostante la consapevolezza di infliggere sofferenza, e tutto questo grazie all’anonimato.
Lo studio più interessante riguarda quello sulle dinamiche di gruppo di un contesto penitenziario
(pag. 229). L’estremo realismo dell’esperimento provocò effetti gravi e Z. fu costretto ed
interromperlo dopo poco. I ragazzi si trasformarono, e secondo Zimbardo le patologie sono state
provocate dall’insieme di forze situazionali con cui si sono costantemente scontrati in quel
contesto simile a un carcere. Tali ricerche dimostrano come il male possa essere commesso da
chiunque si trovi in particolari situazioniè sottile la linea di confine tra bene e male quando
entrano in gioco certe dinamiche sociali.
LA PERSONALITA’ CRIMINALE
C’è sempre stata la necessità di risolvere il problema del rapporto tra personalità e delitto. La
scuola positiva sosteneva la teoria del “valore sintomatico del reato”, secondo cui il reato è
rivelatore della personalità, e di conseguenza sorge la necessità di adeguare la pena al fatto
criminoso. Ne è derivato il problema della colpevolezza e imputabilità di quei delinquenti che non
sono infermi di mente, anche se presentano anomalie del carattere e della condotta. De Marsico
afferma che esiste una categoria di delinquenti che ha un personalità non malata ma abnorme,
soffrendo di una psicopatia. Si tratta delle personalità psicopatiche o irregolari del carattere, il cui
valore criminologico è fondato su 2 enunciazioni:
1. Tra gli elementi della loro personalità è possibile staccare quello o quelli che rompono
l’equilibrio dell’insieme
2. Nelle personalità psicopatiche non è assente o deformata la moralità dell’atto
Nel 1968 la American Psychiatric Association ha inserito la psicopatia nella categoria della
“personalità antisociale”, le cui caratteristiche sono: individuo impulsivo, privo del senso di
responsabilità, edonistico, “bidimensionale”, incapace di vivere normalmente i rapporti
interpersonali.
Alcune teorie sottolineano l’importanza di diversi tratti della personalità per spiegare il motivo per
cui certi individui diventino criminali. Secondo il Manuale Diagnostico e Statistico dei disturbi
mentali, i tratti di personalità sono definiti come “modi costanti di percepire, rapportarsi e pensare
nei confronti dell’ambiente e di se stessi”. Quando i tratti di personalità sono rigidi e non adattivi
essi si costituiscono come disturbi di personalità. Questi disturbi non provocano alterazioni delle
funzioni psichiche fondamentali, ma si distinguono per le alterazioni della condotta e per i
comportamenti disadattati e socialmente disturbanti. Queste caratteristiche diagnostiche
definiscono le “personalità psicopatiche” o “personalità anormali”. In ambito psichiatrico si usa il
termine “disturbi della personalità” o “sindromi caratteriali”, per sottolineare che il disturbo si
trova nel carattere (personalità). I sintomi consistono in alterazioni comportamentali e
ideoaffettive e, in tal senso, si definiscono:
- Alloplastici, poiché i soggetti psicopatici tendono a soddisfare i propri bisogni
attraverso la manipolazione dell’ambiente esterno
- Egosintonici, in quanto le alterazioni sono accettate e condivide dal soggetto.
L’individuo è in accordo con se stesso e il suo comportamento non gli provoca
senso di colpa.
Ciò che caratterizza lo psicopatico è:
-comportamento cronicamente anomalo
-abnorme struttura del carattere (caratteropatia)
Per questo i disturbi di personalità non rientrano tra le malattie mentali ma tra le anomalie del
carattere e della personalità. Lo psicopatico è quindi responsabile del disagio provocato con la sua
condotta alla società, e la valutazione del suo comportamento deve tenere conto dell’ambiente
etnico, sociale e culturale dell’individuo. Tutto questo sembra venga disconosciuto dalla normativa
sull’abolizione degli ospedali psichiatrici giudiziari, quando stabilisce che l’accertamento della
pericolosità sociale vada effettuato sulla base delle qualità soggettive della persona e non sulle
condizioni di vita. Alcuni disturbi vengono diagnosticati più frequentemente nei maschi (es.
disturbo antisociale di personalità) e altri nelle femmine (es. borderline).
Questi disturbi non provocano alterazioni delle funzioni psichiche fondamentali, ma si distinguono
per la condotta e per i comportamenti disadattati. Non essendo considerati veri e propri malati di
mente, i soggetti vengono ritenuti capaci di intendere e di volere (art. 85 c.p.), perciò imputabili e
punibili. Le malattie psichiatriche, invece, prevedono la non imputabilità del reo. I disturbi di
personalità indicati nel DSM sono 10, riferibili a tre cluster:
1. GRUPPO A (odd cluster) comprende: paranoide, schizoide, schizotipico.
2. GRUPPO B (dramatic cluster) comprende: disturbo narcisistico, disturbo istrionico,
borderline e antisociale.
3. GRUPPO C (anxious cluster) comprende: disturbo evitante, dipendente e ossessivo-
compulsivo. Ogni cluster può essere associato ad una o più categorie specifiche.
1. DISTURBO PARANOIDE DI PERSONALITA’: è sempre vigile, incapace di rilassarsi, sono
diffidenti, hanno paura di essere ingannati, sono rigidi, sono litigiosi, cause interminabili,
affini sono i fanatici. La realtà in sé non è distorta, lo è il significato di realtà come essa
appare. Affini alle paranoidi sono le personalità fanatiche (gruppi terroristici).
2. DISTURBO SCHIZOIDE DI PERSONALITA’: freddezza emotiva, preferiscono l’isolamento,
autori di reati aggressivi e violenti, delinquenti pericolosi. Non provano piacere nelle
relazioni strette e personali. La mancanza di interesse nei confronti del prossimo è solo
apparente, perché il soggetto nutre un nascosto desiderio di relazioni.
3. DISTURBO SCHIZOTIPICO DI PERSONALITA’: affine al precedente, sono stravaganti e
bizzarri, linguaggio iperlaborato, metaforico, pochi interessi sentimentali. Ha credenze in
contrasto con la cultura dominante (superstizione). Manifestano distorsioni cognitive e
percettive ed eccentricità e stranezza marcate.
Tutti e 3 hallo le stesse caratteristiche di isolamento sociale.
4. DISTURBO ANTISOCIALE DI PERSONALITA’: è lo “psicopatico” per antonomasia; il primo ad
offrirne una descrizione clinica fu Cleckley nel 1941, per il quale lo psicopatico non era
palesemente psicotico, ma il suo comportamento era caotico e non in sintonia con le
richieste della realtà. Ora definito come sociopatico o personalità antisociale, è
irresponsabile delle sue azioni, non ha rispetto per sentimenti altrui, è incapace di
apprendere dall’esperienza, privo del sentimento del rimorso, sono ribelli, aggressivi,
rissosi e ricorrono facilmente all’uso di droghe e alcool.
5. DISTURBO “BORDERLINE” DI PERSONALITA’: alta variabilità dell’umore, sentimenti cronici
di vuoto, scatti improvvisi e incontrollabili di rabbia, tendono ad avere rapporti emotivi con
una sola persona alla quale si attaccano in modo insano, e per questo vivono in situazioni di
ansia per paura di essere abbandonati. In genere commettono reati contro la persona
connessi all’uso di stupefacenti o circolazione stradale. Non c’è una perdita del senso di
realtà.
6. DISTURBO ISTRIONICO DI PERSONALITA’: ha sostituito il disturbo isterico. Si comporta in
modo drammatico, teatrale, vuole a tutti i costi attirare l’attenzione su di sé, ricorre alla
bugia patologica. Sono mitomani quelle personalità che si immedesimano talmente tanto
nei ruoli delle bugie raccontate da crearsi un vero e proprio personaggio di fantasia
(ingannando gli altri e, in parte, anche loro stessi). Negli uomini si può dividere in 2
sottotipi: ipermascolino e il passivo effeminato. Truffatori, millantatori di credito, abusano
di titolo e funzioni, svolgono professioni senza titolo e simulano di essere vittime di reati;
7. DISTURBO NARCISISTICO DI PERSONALITA’: – tendenza a rappresentare la realtà e il
prossimo in modo manipolatorio e funzionale ai propri interessi, sono truffatori o
millantatori di credito, white collar criminal.
8. DISTURBO EVITANTE DI PERSONALITA’: si caratterizza per una sorta di ritiro sociale, teme
l’umiliazione, il fallimento, il dolore, può presentarsi come timido e schivo, comportamento
sottomesso e un eccessivo bisogno di legami;
9. DISTURBO DIPENDENTE DI PERSONALITA’: sono patologicamente dipendenti, non riescono
a prendere decisioni da soli, non riescono ad agire indipendentemente dagli altri, sono le
vittime delle violenze (es quelle intrafamiliari)
10. DISTURBO OSSESSIVO-COMPULSIVO: eccessivamente attento ai dettagli, perfezionista,
inflessibile, rigido e ostinato, difficili rapporti con le persone.
Esistono altre 2 categorie non presenti nel DSM-5:
1. Disturbo sadico di personalità: il sadico ha un comportamento aggressivo, crudele e
umiliante verso gli altri; trae godimento dalla sofferenza fisica o psichica inflitta al
prossimo.
2. Disturbo esplosivo intermittente: frequenti reazioni imprevedibili e violente.
È importante ricordare che non tutte le persone affette da tali disturbi diventano criminali.

I DISTURBI PARAFILICI
Parafilia qualsiasi interesse intenso e persistente di natura sessuale diverso dai normali rapporti
con persone fisiche e consenzienti. Diventa un disturbo quando causa disagio nel soggetto.
L’intensità della parafilia si valuta secondo il criterio della comparazione di fantasie, desideri e
comportamenti parafilici con quelli normofilici. (vd. Pag. 253)
Baron-Cohen mette in luce come la mancanza totale di empatia sia dovuta sia a fattori sociali che a
fattori biologici. Donnemaggiore empatia minor quantità di devianza femminile. La mancanza
di empatia è un aspetto importante nei disturbi di personalità, soprattutto in quelli narcisistico e
antisociale. È fondamentale che il processo di socializzazione sia accompagnato dallo sviluppo del
processo empatico.