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CAPITOLO 1

ASPETTI DEFINITORI
Il termine “criminologia” identifica lo studio scientifico della criminalità, del delinquente e del
comportamento criminale. I criminologi, quindi, studiano la natura e la dimensione del crimine, i
tipi di criminalità, i fattori connessi al reato e al comportamento, e la conseguente reazione
sociale.
La criminologia è una scienza autonoma e una disciplina integrata che trae le sue conoscenze da
molti campi e da molte altre discipline.
I criminologi contribuiscono allo studio della criminalità soprattutto attraverso lo sviluppo di
ricerche scientifiche, che permettono loro di analizzare e spiegare le diverse aree del crimine,
nonché di misurare la dimensione attuale del comportamento criminale nella società. I dati sui
diversi aspetti della criminalità si ottengono da una molteplicità di fonti, e per quanto riguarda
l’Italia la maggior parte provengono dall’ISTAT o da ricerche sperimentali basate su
interviste/questionari. Il ruolo del criminologo è anche quello di interpretare e analizzare le
informazioni all’interno di una cornice sistematica, allo scopo di avere una chiara visione del
fenomeno. Come in tutte le scienze umane, anche in criminologia non è possibile giungere ad una
spiegazione attraverso un processo induttivo di causa-effetto (causalità lineare). Bisogna, invece,
evidenziare ed esaminare le connessioni tra il fenomeno criminale e quei fattori sociali che
contribuiscono alla sua sopravvivenza, come i valori dominanti e la struttura sociale.
Un notevole contributo in tal senso è stato dato dall’introduzione della “teoria dei sistemi” in
campo sociologico, che permette, attraverso sofisticate analisi statistiche, di produrre e collegare
una massa di dati per costruire reti di relazioni tra fenomeni ricorrenti. Lo stesso discorso vale se si
vuole analizzare un singolo fatto deviante; in questo caso si evidenziano le correlazioni tra fattori
individuali e sociali. Questo è uno dei tanti motivi per i quali deve esserci una proficua
collaborazione tra criminologi e investigatori.
In definitiva, come sostiene il Mannheim, è preferibile definire la criminologia come una disciplina
multifattoriale. È comunque una scienza idiografica, che studia i fatti, le cause, le probabilità degli
eventi particolari, e nomotetica, cioè mirante a scoprire leggi scientifiche universalmente valide,
uniformità e tendenze.
Il criminologo assume il doppio ruolo di teorico e di ricercatore. Nel primo sviluppa teorie e tenta
di individuare le motivazioni del comportamento criminale. Ma i fattori causali della criminalità
vanno rilevati ed analizzati non solo attraverso lo sviluppo teorico, poiché le teorie necessitano di
una validazione della loro adeguatezza con gli strumenti propri alla ricerca scientifica. Infine, va
considerato il ruolo del criminologo come ermeneuta, che deve continuamente sottoporre a
valutazione critica i risultati degli studi teorici ed empirici per proporre cambiamenti e suggerire
nuovi indirizzi di indagine.
Il criminologo-ricercatore svolge la propria attività in istituzioni accademiche e scientifiche
nazionali e internazionali. In Italia, formalmente, non si può parlare di professione, in quanto non
rientra tra le professioni che prevedono l’iscrizione a un albo riconosciuto.
In conclusione, la criminologia si prefigge i seguenti fondamentali obiettivi:
1. in primis, individuare, definire e descrivere il maggior numero possibile di atti e
comportamenti devianti nelle società
2. in secondo luogo, analizzare, interpretare ed organizzare i dati rilevati sulla criminalità;
3. terzo, sviluppare, spiegazioni teoriche sull’eziologia della criminalità e del comportamento
deviante.

L’APPROCCIO SCIENTIFICO
Per studiare e spiegare il comportamento criminale e deviante possono essere utilizzati diversi
approcci ma quello proprio della criminologia è il metodo scientifico, che segue diverse linee
guida: obiettività, datti fattuali, precisione, valutazione e verificazione.
 OBIETTIVITA’: deve essere la qualità principale, e riguarda lo studio del fenomeno senza
pregiudizi e prevenzioni. Per massimizzarla, il criminologo deve condurre la ricerca e trarne
le conclusioni senza farsi influenzare da preconcetti e sentimenti personali, basandosi sui
dati fattuali emersi dalla ricerca scientifica.
 Il DATO FATTUALE, o positivo, è l’unico valido sul quale si possa basare un’indagine.
 PRECISIONE: deve essere presente in tutte le fasi, e in particolare nella raccolta di analisi
di dati.
 VALUTAZIONE CRITICA E VERIFICAZIONE: da parte degli altri studiosi della materia.
Utilizzando lo schema di Popper (che si basa su problema, tentativi di risoluzione di esso tramite
ipotesi di teorie, eliminazione delle teorie false) possiamo affermare che il metodo scientifico
controlla ogni teoria il più severamente possibile, per tentare di confutare o falsificare la teoria.

PROSPETTIVE PSICOLOGICHE IN CRIMINOLOGIA


Le applicazioni della psicologia al campo criminologico sono molto ampie (Italiaprimato in
psicologia clinica). I contributi iniziali si riferiscono alla psicologia criminale e a quella giudiziaria.
La psicologia criminale ha origine dalle prime ricerche in ambito antropologico-criminale e tende a
individuare i diversi fattori psicologici che concorrono a determinare comportamenti antisociali, sia
riguardo alle caratteristiche della personalità dell’autore sia in relazione alla componente
psicologica della condotta. Dato che lo psicologo deve mirare alla ricostruzione della personalità
del delinquente, la psicologia criminale torna a fondersi con l’antropologia criminale, che ha il
compito di trarre le conclusioni riguardanti la causa e la natura della sua attività criminosa.
La psicologia giudiziaria, come spiegava De Sanctis, è quella disciplina applicata che si occupa delle
questioni psicologiche attinenti al campo legale, e quindi al differenziamento delle dramatis
personae (imputati, vittime, giudici, avvocati, testimoni).
Secondo Altavilla, la psicologia giudiziaria studia i diversi attori del procedimento penale come
fonti di prova nei loro atteggiamenti psicologici, quindi è una forma di psicologia applicata alla
ricerca della verità giudiziaria.
Oggi, la psicologia giudiziaria si occupa dello studio di tutte le figure che svolgono un ruolo nel
contesto legale – imputati, vittime, giudici, avvocati, testimoni – e comprende la psicologia della
testimonianza e della confessione raccolte in ogni fase del processo, allo scopo di valutarne
validità e attendibilità.
I contributi della psicologia alla criminologia non riguardano solo gli aspetti sui fattori psichici che
portano alla commissione di un delitto, la psico-diagnosi del reo e l’osservazione scientifica della
personalità del condannato. Un’importante applicazione la ritroviamo nel settore investigativo,
che ha avuto un forte input negli ultimi decenni a partire dalle ricerche dell’FBI (USA). La psicologia
investigativa fa parte delle discipline che compongono le scienze criminali o criminaliste.
Per Grispigni le discipline criminalistiche hanno per oggetto lo studio del reato e dei mezzi di lotta
contro questo, e le distingue in quelle rivolte allo studio dei delinquenti e del reato e quelle rivolte
allo studio delle norme giuridiche. Ad esse ha aggiunto le discipline ausiliarie, le quali si occupano
anche di altri campi.
Il Mantovani (penalista e studioso di criminologia) parla di un’ampia categoria delle scienze
criminali, formata da diverse discipline autonome che hanno come comune oggetto di interesse il
crimine, cui appartengono il diritto penale e la criminologia (studio dell’essere umano che entra in
conflitto con la società). Tali scienze comprendono: filosofia e storia del diritto penale, diritto
penale processuale, politica criminale, tecnica dell’investigazione criminale, psicologia giudiziaria e
psichiatria forense.
Il Saponaro, che si rifà all’analisi di Mantovani relativa alle scienze criminali normative e
sperimentali, inserisce tra quelle sperimentali la vittimologia, nata dalla criminologia, e definisce la
criminalistica come la disciplina che, (in un processo interpretativo dei dati di fatto e delle tracce
scaturiti dall’evento criminoso, operando la sintesi delle analisi ottenute con l’ausilio delle varie
scienze), ci consente la scoperta del reato, la sua qualificazione e l’identificazione dell’autore e
della vittima.
Quindi la criminalistica è la tecnica dell’investigazione criminale, cioè la ricerca delle tracce
materiali e delle descrizioni dei luoghi e delle persone sulla scena del crimine, valide come
elementi di prova per assicurare alla giustizia i colpevoli. Essa si avvale delle conoscenze e dei
metodi di ricerca di altre materie, ma non per questo le va negata l’autonomia scientifica.
Quindi criminologia, criminalistica e medicina legale sono ben distinte.
Il Mantovani distingue quindi le scienze criminali in normative e sperimentali, con le seconde che
comprendono vittimologia e informatica, indispensabili per identificazione dell’autore del reato e
qualificazione del reato stesso.
Dall’analisi della scena del crimine e delle modalità di esecuzione della “tattica criminale” si
possono trarre importanti info proprio grazie agli apporti della psicologia investigativa nel campo
della criminalistica. Da ciò si può notare la chiara saldatura tra criminologia e investigazione
criminale. Una prova sono gli studi sull’offender profiling negli USA; infatti il profilo criminale dà un
importante contributo verso l’individuazione dell’ipotesi più attendibile e inoltre permette di
creare legami tra casi in precedenza non correlati attraverso il case linkage.
La psicologia investigativa offre supporto ad una molteplicità di settori d’intervento. David Canter,
uno dei massimi esperti del settore, definisce tale disciplina come l’applicazione della psicologia
all’attività investigativa e, in generale, della polizia giudiziaria. Tale collaborazione copre un ampio
spettro di possibilità: supporto della verifica nelle ipotesi investigative; formazione degli
investigatori sui temi della psicologia della vittima e dell’autore sulle tecniche di interrogatorio;
monitoraggio delle suddette tecniche per fornire indicazioni metodologiche più appropriate
nell’accertamento della credibilità e validità di testimoni e indagati; sviluppo dell’autopsia
psicologica, che consiste nell’analisi dettagliata di tutte le caratteristiche della vittima per
raccogliere elementi utili circa il movente, le dinamiche criminali, il modus operandi e la ‘firma’
dell’offender e collaborazione nello studio dell’offender profiling.
Criminologia e psicologia investigativa possono dare un valido contributo nell’individuare il
“perché” dell’azione delittuosa, che permette poi di risalire all’autore del reato.
I PARADIGMI SOCIOLOGICI
Nella seconda metà dell’Ottocento si sviluppa il positivismo sociologico il cui iniziatore, Comte,
sostiene la necessità di una società basata sul consenso e sulla solidarietà sociale. Comte hai una
visione della società come sistema armonico i cui elementi cercano di trovare un accordo tra di
loro. Un’esigenza importante era quella di regolare i rapporti su basi politiche di forza. Il diritto
può originare dalla sua stessa violazione, quel che conta è il possesso della forza: una forza
rivoluzionaria, se conquista il potere, diventa fonte di diritto e rientra nel lecito. L’agire politico
non è quindi nient’altro che lotta per la conquista del potere o per conservarlo, e al fine di
conseguire il successo politico ogni sistema è valido, compreso l’inganno.
Importanti sono gli studi di Pareto (1848-1923) per quanto riguarda i concetti di consenso e
conflitto. Partendo dalla constatazione che nel corso della storia il potere è sempre stato gestito
da pochi (élites) e che in ogni attività alcuni eccellono ed altri non emergono, secondo Pareto,
dalla natura del rapporto che l’élite instaura con la massa si realizzano i vari modelli di società, e
tale relazione è essenziale per la stabilità del sistema. Su tale premessa si possono comprendere i
termini consenso, cioè appoggio all’azione dei governanti, e conflitto, cioè opposizione alla loro
azione.
Il consenso può essere:
 assoluto o totale  si raggiunge in pochissime società, piccole, in cui gli interessi di tutti
coincidono con quelli individuali.
 compromissorio  stipulato sulla base di interessi
 manipolatorio  manipolato dai vertici del potere
 coatto  ottenuto con l’uso della forza
In base ai consensi si differenziano le società: per avere una società coesa e funzionante si
dovrebbe puntare a quello assoluto. Fondamentale è il processo di interiorizzazione dei valori
condivisi, che minimizza i conflitti e rende la società stabile. Però, date le difficoltà, i governanti
tendono ad ottenere quello compromissorio, tipico delle democrazie occidentali (welfare state
governo ottiene sostegno garantendo prestazioni socialisocietà instabile).
Nel manipolatorio, l’assenso si ottiene attraverso degli inganni verso le masse. La classe politica,
utilizzando nei suoi discorsi dei termini neutri come libertà e uguaglianza, riesce a coinvolgere
emotivamente il popolo e ottenere consenso.
Nel consenso coatto, l’élite ha bisogno di un apparato predisposto all’uso della forza per
raggiungere stabilità sociale e per portare i devianti verso la conformità. Per Pareto, l’uso della
forza è un elemento fondamentale per il mantenimento del potere. Inoltre, per lui la storia è un
“cimitero di élites”, in quanto sono loro a tessere la storia.
In conclusione, per Pareto la stabilità politica oscilla continuamente tra il consenso da valori e
quello basato sull’uso della forza, e queste sono correlate: élite che possiede consenso di primo
tipo può usare con facilità la forza.
Da qui si sviluppano diversi pensieri:
 struttural-funzionalismo o teoria del consenso: la società è formata da unità
interdipendenti e collegate, quindi è un sistema di interrelazioni tra i singoli e le istituzioni
sociali Ogni parte svolge un compito che, unito alle altre, permette di creare e
mantenere l’equilibrio. La relazione tra le parti è caratterizzata da cooperazione e accordo.
La criminalità è vista come disfunzionale e mina l’ordine e il consenso che mantengono il
sistema. Sorokin ritiene che nelle interazioni tra persone sia determinante la funzione
organizzatrice del diritto e non considera la funzione regolatrice di norme non giuridiche.
Afferma che le norme legali in vigore definiscono con precisione tutte le azioni e reazioni
rilevanti degli individui interagenti. Molti funzionalisti definiscono il comportamento
criminale come una violazione della legge penale che vige nel luogo in cui si verifica. La
definizione di reato è quindi una funzione di valori, credenze, e direttive stabilite dalla
struttura di potere legale esistente.
 Teoria del conflitto: ha il punto di partenza nella diversità, nella mancanza di uniformità
della società contemporanea. Questa teoria basa la sua premessa sul fatto che alcuni valori
sociali sono in contrasto con altri e che tale situazione produce criminalità. La
competizione, con la cooperazione, rappresenta la forma più elementare di interazione
sociale, quindi le relazioni tra interessi contrastanti possono scatenare conflitti e
comportamenti criminali e devianti. In tale ottica il conflitto può essere:
 Senza regole (disobbedienza, terrorismo)
 Regolato da norme sociali (boicottaggio economico)
 Intenso (elevata mobilità sociale, coinvolgimento emotivo)
 Violento (casuale, disorganizzato)
 Pluralizzato (situazioni di conflitto non necessariamente collegate)
 Sovrapposto (conflitti diadici, frattura noi/loro)
La teoria del conflitto si concentra sul fatto che chi stabilisce regole e norme decide di fatto chi sia
criminale. I gruppi dominanti formulano leggi e regole sociali che seguono i loro standard, valori e
interessi. La prospettiva del conflitto modifica, perciò, il punto di vista dello struttural-
funzionalismo, basato su consenso, valori e leggi come semplici prodotti di esso, rigettando il fatto
che le leggi svolgano un ruolo protettivo verso ogni cittadino.
 Paradigma dell’interazionismo: in tale ottica le persone affrontano ogni situazione sociale
con determinate convinzioni circa il significato del loro comportamento, le caratteristiche
della situazione e l’interazione con gli altri. Così i singoli possono comportarsi in maniera
sia socialmente accettabile, sia deviante o criminale. In altre parole, si apprendono modelli
criminali o non dagli altri, attraverso un processo di interazione simbolica dei
comportamenti. Inoltre, la spiegazione della criminalità deve superare le condizioni di
sesso, età, stato civile, ecc. per determinare come i soggetti interpretino il mondo e per
cercare di capire in che modo i loro comportamenti e le situazioni sociali possono
rappresentarlo simbolicamente. L’attenzione, perciò, si sposta sulle modalità di
socializzazioni nel contesto criminale attraverso l’interazione con soggetti criminali.
In quest’ottica ritroviamo Mead il quale, attraverso la sua interpretazione simbolico-
interazionista, ha contribuito alla concettualizzazione della formazione del deviante
sociale, attraverso l’analisi del modo in cui un soggetto interiorizza gli atteggiamenti e le
reazioni altrui.
Per l’interazionismo simbolico la definizione di crimine riflette le preferenze e le scelte di
chi detiene il potere sociale all’interno di un particolare contesto legale e lo utilizza per
imporre la sua definizione di giusto o ingiusto. Di conseguenza i criminali sono coloro che
la società etichetta come tali o come devianti per la violazione delle regole sociali (labeling
theory o approach).
Con tale paradigma l’analisi criminologica, negli USA, già dagli anni ’40, si sposta dalla
criminalità in senso stretto (violazione delle norme penali) alla categoria concettuale di
“DEVIANZA” (violazione delle regole sociali) come problema sociale, e il suo punto di
partenza è il fatto che nella realtà sociale questa “devianza” si costruisce attraverso le
conoscenze e le interpretazioni che ne danno gli individui nelle loro interazioni.

DEVIANZA E CRIMINALITA’. DIRITTO PENALE E CRIMINOLOGIA


La criminologia considera il crimine come la forma più grave di comportamento deviante.
Le norme sociali e culturali definiscono il grado di ordine della società ed assicurano la
realizzazione di valori e bisogni fondamentali, quindi il comportamento deviante è quello che non
si conforma alle regole sociali, che viene meno alle aspettative di un gruppo, mentre si considera
come criminale il comportamento che violi leggi penali del contesto di riferimento.
In ogni società gruppi di soggetti dominanti istituiscono uno spettro di procedure e tecniche allo
scopo di garantire il mantenimento del controllo sociale e della conformità a regole e leggi. Ciò
avviene principalmente per mezzo del processo di socializzazione, che consiste
nell’interiorizzazione di valori, credenze, propensioni e modelli di comportamento socialmente
accettati. La prima forma di socializzazione avviene nella famiglia in cui si assimilano usi, costumi,
tradizioni e leggi. In tal modo la socializzazione porta allo sviluppo di controllo interiorizzato. In
altri termini la conformità deriva dalle limitazioni introiettate durante il processo di socializzazione.
Esiste un altro sistema per ottenere la conformità: l’acculturazione, che consiste nel processo di
trasformazione culturale che si determina attraverso il contatto o l’influenza intensa, continua e
reciproca tra due o più gruppi culturalmente distinguibili. La conformità a leggi e regole sociali si
sviluppa anche grazie a meccanismi esterni, sia informali che formali. Le società piccole si affidano
a sistemi di controllo informale, mentre più le società diventano complesse, più il controllo
informale perde efficacia. I meccanismi di controllo formale consistono in leggi scritte, potere
legislativo e giudiziario, forze di polizia, sistema penitenziario, dove lo Stato ha il monopolio
dell’uso della coercizione allo scopo di mantenere ordine e stabilità nella società. Secondo una
classica distinzione le politiche di controllo sociale possono esprimersi con l’incentivazione (premi,
gratificazioni), costrizione (punizioni, sanzioni), manipolazione (mass media, propaganda) e la
distrazione (spettacoli di massa per deviare l’attenzione dai problemi sociali).
Per il paradigma funzionalista del consenso le regole sociali diventano leggi quando riflettono usi e
costumi culturali che godono di una generale approvazione e riflettono l’opinione pubblica.
La prospettiva del conflitto (prende le mosse dal pensiero marxista) sostiene, invece, che coloro
che controllano i mezzi di produzione detengono anche il potere politico e, attraverso di esso,
stabiliscono e applicano le leggi al solo scopo di sostenere i loro interessi economici e controllare
le classi lavoratrici. Di conseguenza è il potere economico che determina le norme. I criminologi
del conflitto sostengono l’idea che il sistema legale favorisce gli interessi delle classi superiori e
non della società nel suo insieme.
In generale, meccanismi interni o esterni per mantenere la conformità e il controllo non sono mai
completamente efficaci, tant’è che il comportamento criminale e deviante si riscontra in tutti i
gruppi sociali. Il comportamento deviante si manifesta in varie forme, dalla violazione delle regole
di etichetta alla mancata diligenza nelle mansioni lavorative e negli obblighi familiari, fino alla
trasgressione delle norme penali. Quindi quando si parla di reato ci si riferisce a quei
comportamenti che violano specifiche norme penali. In Italia è la Costituzione ad indicare le linee
guida per regolare la vita sociale. In essa, inoltre, sono contemplati anche alcuni beni fondamentali
che devono essere giuridicamente tutelati.
Gli studi criminologici si concentrano sia sulla devianza che sulla criminalità. I due termini spesso
sono usati come sinonimi ma non coincidono; si possono visualizzare come due cerchi
intersecantesi, che presentano un’area comune di comportamenti che violano sia regole sociali
che norme giuridiche.
Gli studiosi che aderiscono all’interpretazione più allargata di devianza, partono dalla
considerazione che si verificano alcuni comportamenti molto dannosi socialmente non oggetto di
previsioni penali o modelli di comportamento molto simili a violazioni penali che non rientrano,
però, nella codificazione in quanto non tassativamente determinanti.
Le argomentazioni a favore della definizione penale sostengono che non esistendo una
concordanza su quali comportamenti siano antisociali o su quali siano le regole sociali, sia
preferibile rimanere ancorati alle previsioni normative (certezza del diritto).
In ogni caso ve tenuto presente che il comportamento deviante in senso lato e quello criminale in
senso stresso sono entrambi relativi nel tempo e nello spazio. Quindi il processo di penalizzazione
dipende dai mutamenti socio-culturali in ogni contesto sociale.
Queste variazioni dei concetti di devianza e criminalità riportano a delle discussioni nella dottrina
filosofica e giuridica sui mala in se, – delitti naturali immutabili nel tempo in quanto offendono
beni fondamentali in ogni società, e male quia prohibita, atti che sono devianti in quanto
condannati dalla collettività. Per Bianchi i secondi sarebbero non comportamenti criminali ma
antisociali, che testimoniano il grado di socializzazione di una persona e della sua pericolosità.
Garofalo cercò di individuare una “struttura di base dei delitti” valida in ogni tempo e basata sulla
lesione di fondamentali sentimenti comunitari. Così sviluppò la dottrina del “diritto naturale”, tale
da valere indipendentemente dalle diverse legislazioni positive.
Tönnies, seguendo la stessa impostazione, distinse tra azioni punibili “contro il diritto naturale” e
infrazioni “contro il diritto positivo”.
Con l’avanzare delle ricerche (sociologiche e statistiche) e con l’analisi storica dei fenomeni sociali
e dei loro mutamenti, si sono incominciati ad individuare “fatti costanti” e “fatti variabili”. Già
Niceforo rilevava che tra i fatti costanti vi fosse la “permanenza dell’antisocialità” e cioè di ciò che
socialmente è considerato un “male” come “delitto”. Per lui, con le trasformazioni sociali il delitto
prende nuove forme: il delitto non muore, ma si trasforma.
Nel campo penalistico, seguendo il Mantovani, si può distinguere un nucleo sostanziale di costanti
da un’ampia serie di variabili, dipendenti dal tipo di ordinamento socio-politico.
Le costanti storiche sono costituite da:
 “delitti naturali” (mala in se) che sono immutabili nel tempo in quanto offendono beni
fondamentali in ogni società, e appartengono al patrimonio comune della civiltà umana.
 Principio sanzionatorio, in base al quale l’azione antisociale preveda un riduzione delle
possibilità giuridiche del soggetto.
 Le categorie razionali del pensiero criminalistico
Nel settore delle variabili (mala quia prohibita o diritto artificiale) si rilevano:
 le “cause scriminanti”, che possono presentare, oltre ad una parte costante, una vasta area
di variabilità anche riguardo a beni esistenziali. In altre parole, può variare la sfera del
“diritto naturale”, ma non può esserne soppressa la sue essenza costante o essere elevata
a “diritto” (es. omicidio).
 Interessi tutelati, come la tutela di una ideologia o di una forma di governo.
 “categorie logiche”, il cui utilizzo varia a seconda delle finalità del sistema politico-
ideologico ed economico di riferimento.
Riguardo alle varianti storiche il diritto penale rappresenta lo strumento più diretto per tutelare o
per negare i diritti umani fondamentali.
Inevitabile è l’accenno alla questione del rapporto tra morale e diritto penale, tra “legge morale” e
“legge positiva”. Le regole codificate non possono prescindere da una base di eticità ma, poiché il
diritto penale può allontanarsi dalla morale sia per eccesso sia per difetto, la criminologia
(soprattutto sociologica) può contribuire a far luce su valori e disvalori socialmente condivisi e a far
emergere la devianza di determinate categorie sociali (es. colletti bianchi o economico-finanziaria).
Quindi si può affermare che la criminologia è legata alla scienza giuridica da un rapporto paritario
di complementarietà. Esiste uno stretto legame tra criminologia e diritto penale. Mannheim
afferma che il campo della criminologia, seppur legato a quello del diritto penale, non può essere
“del tutto condizionato dagli schemi” dell’ordinamento positivo e non può ritenere alieni fatti nei
quali sia individuabile un contenuto antisociale.