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CAPITOLO 4 – Gli studi bio-antropologici

LA QUESTIONE EREDITA’-AMBIENTE
La scuola positiva ha portato ad una dicotomia tra antropologia criminale (basata su la vis
generativa), che era ereditaria e individuale, e sociologia criminale (via nutritiva), che era
socialeconcetto espresso da “nature and nurture”. L’approccio filosofico alla disputa nature-
nurture fu influenzato molto dalla teoria della tabula rasa di Locke, per il quale le idee non erano
innate ma nascevano dall’esperienza. Il ruolo dell’esperienza venne enfatizzato anche dalla prima
psicologia sperimentale tanto che Watson, pur riconoscendo le differenze ereditarie nelle
strutture individuali, sostenne che il loro funzionamento era regolato da fattori ambientali.
La sociologia ha avuto una reazione negativa nei confronti dei contributi sull’ereditarietà e
determinismo biologico, dettati da biologismo e darwinismo sociale.
Il darwinismo sociale riguarda le teorie psicologiche e sociologiche che, alla fine del XIX secolo,
utilizzarono la concezione evoluzionista di Darwin per studiare le trasformazioni dei sistemi sociali
e per interpretarne i conflitti. Quando i darwinisti sociali iniziarono a ritenere che il progresso
umano richiedesse lotta e competizione, non solo tra persone ma anche tra classi sociali, nazioni e
razze, incominciarono a prendere forma le concezioni sulla razza superiore. Inoltre, l’ipotesi della
“sopravvivenza del più adatto” si prestava a sostenerne l’azione, giustificando la distinzione tra
razze superiori e inferiori, e la distruzione di quest’ultime perché meno adatte. Da qui nasce il
collegamento con i primi sostenitori dell’eugenetica o eugenica, di cui inizialmente fece parte la
genetica, che se ne distaccò a causa della piega ideologica che stava prendendo la prima; infatti la
confusione tra obiettivi politici e di propaganda con gli aspetti scientifici portarono a effetti
deleteriigiene della razza.
Importante è il ruolo dei fattori bio-antropologici nella spiegazione del comportamento criminale.
Alcune teorie sostengono l’idea che il comportamento deviante debba essere messo in relazione
con le caratteristiche fisiche dell’individuo, mentre altre sottolineano l’importanza dell’ereditarietà
e della genetica. Alcuni studiosi ritengono che certi fattori biologici aumentino la probabilità che
un soggetto agirà in maniera antisociale senza determinarne necessariamente il comportamento.
In ogni caso, per comprendere l’atto criminale si deve considerare l’interazione tra l’uomo, con il
suo substrato biologico, e l’ambiente. La sociobiologia, aderendo al darwinismo, sostiene che alla
base del comportamento umano non ci siano solo elementi culturali, ma un’interazione tra fattori
antropologici. Secondo Wilson il comportamento sociale è fondato su basi biologiche, che portano
l’uomo ad agire per finalità di sopravvivenza.
Superata la deriva eugenetica, dalla seconda metà del Novecento la ricerca biologica ha
evidenziato l’importanza e l’influenza sul comportamento deviante dei seguenti fattori:
 genetici (anomalie cromosomiche);
 biochimici (squilibri ormonali e nutrizionali);
 neuro-fisiologici (alterazioni delle onde cerebrali e disfunzioni cerebrali).
Nel XXI secolo ci sono ancora dibattiti sul dilemma se esista il “gene del male” e quale sia la sua
rilevanza nel comportamento antisociale.
ANTROPO-BIOLOGIA E CRIMINALITA’. LE TIPOLOGIE COSTITUZIONALI
La genetica del comportamento cerca di spiegare il livello e la natura della determinazione
genetica nelle somiglianze e differenze del comportamento dei singoli soggetti. Vi sono diversi
termini usati come sinonimi per indicare fattori non sociali, ma ognuno ha il proprio significato:
- ereditarietà: riguarda caratteri morfologici e fisiologici
- tutto ciò che è innato, derivante ciò da geni, non è necessariamente ereditato
- il genotipo di una persona comprende sia caratteri innati che ereditari
- congenito è ciò che è presente alla nascita, che non sempre è innato
- costituzionale fa riferimento alla costituzione fisiologica relativamente costante.
Perciò il genotipo è l’effettiva costituzione genetica di un individuo, mentre il fenotipo riguarda il
complesso delle caratteristiche morfologiche e funzionali di un organismo, prodotto
dall’interazione dei geni tra loro e con l’ambiente. Per essere uguali davanti alla legge non bisogna
essere uguali biologicamente (gemelli identici).
Molte teorie antropologiche prendono le mosse dall’affermazione che il comportamento criminale
sia il risultato di alcune caratteristiche fisiche o biologiche. I primi criminologi studiarono queste
caratteristiche per identificare quali fossero i connotati distintivi del “tipo criminale”. Ritenevano
che un’inferiorità biologica del delinquente avrebbe prodotto lineamenti fisici visibili. Durante il
XIX secolo, Lombroso fu il primo a cercare di spiegare il crimine sulla base di dati fisici ed ereditari;
sviluppò la teoria secondo cui certi soggetti caduto nel delitto erano delinquenti nati con
caratteristiche fisiche inferiori, più simili a quelle di una scimmia.
Tra i primi tentativi di individuare le determinanti biologiche della deficienza mentale ci sono gli
studi sulle famiglie criminali a fine ‘800 primi ‘900. Ricordiamo gli studi di Dugdale, Goddard,
Estabrook e Davenport. Tali analisi descrissero anche l’ambiente di riferimento anche se tesero a
dimostrare soprattutto il ruolo dei fattori ereditari nella debolezza mentale.
Successivamente abbiamo Goring, che critica la ricerca di Lombroso perché priva di un gruppo di
controllo. Goring trovò alcune differenze fisiche, tra cui statura e peso, tra campione di 30.000
condannati e il gruppo di controllo. Così suddivise la casistica in 4 classi sociali e 7 categorie
lavorative e rilevò che in ogni classe e occupazione i soggetti meno intelligenti e meno dotati
fisicamente avevano una maggiore predisposizione al crimine. Goring era molto vicino alla scuola
antropologica, sostenendo la prevalente influenza dell’ereditarietà rispetto all’ambiente.
Oppositore di Goring fu Hooton, il quale, con uno studio su mille criminali e non, scoprì che i
delinquenti erano quasi completamente inferiori fisicamente, e questa inferiorità era dovuta
probabilmente all’ereditarietà. In realtà intuì che l’inferiorità fisica non era ereditaria.
I tratti di personalità più strettamente legati ai fattori innati sono quelli del “temperamento”. Molti
studiosi hanno cercato di collegare il tipo somatico con il temperamento, tra cui Kretschmer (1888
– 1964) e Sheldon (1898-1977), i quali tentarono di dimostrare un relazione tra determinati tipi
costituzionali e vari aspetti della personalità, sostenendo poi che alcuni tipi propendessero verso
l’agire criminale.
Kretschmer fece una classificazione tipologica di base, individuando 3 tipi costituzionali principali:
1. tipo leptosomo o astenico, con corpo snello, ossatura delicata, testa piccola, con carattere
riservato, freddo e poco socievole. Se dovesse avere dei disturbi psichiatrici sarebbe molto
probabilmente uno schizofrenico. Se dovesse rivelarsi un delinquente, la sua natura
verrebbe fuori in età molto giovane e si tratterebbe di un ladro e truffatore;
2. tipo atletico, muscoloso, con ossatura grossa, con temperamento stabile, estroverso, non
nervoso, ma a volte esplosivo e manipolatore. Se dovesse avere dei disturbi psichiatrici
sarebbe molto probabilmente uno schizofrenico. Se dovesse rivelarsi un delinquente
effettuerebbe delitti sessuali e contro la persona, risultando stabilmente nella popolazione
criminale fino ai cinquantacinque anni;
3. tipo picnico, tozzo, con viso largo, tendenza ad accumulo di adipe, con carattere allegro e
socievole. Se dovesse avere dei disturbi psichiatrici sarebbe molto probabilmente bipolare
e maniaco – depressivo. Se dovesse rivelarsi un delinquente avverrebbe introno ai
quarant’anni e si tratterebbe di un organizzatore di truffe e frodi.
Era frequente il caso di tipi misti; c’era anche un tipo particolare, il displastico. Successivamente K.
cercò di capire se ci fosse una relazione tra i tipi e la predisposizione verso alcune malattie mentali.
Rilevò una correlazione positiva tra:
- i tipi leptosomo, atletico e alcuni displastici e la schizofrenia, definendo questi tipi
schizotimici
- i picnici e la psicosi maniaco-depressiva, definendoli ciclotimici.
Individuò altre 2 categorie, gli schizoidi e i cicloidi, nelle quali fece rientrare tutti i soggetti che
oscillavano tra salute mentale e malattia. Così facendo, K. si avvicinò alla tipologia di Jung, con lo
schizoide che corrisponde all’introverso estremo e il cicloide all’estroverso estremo.
K. cercò di mettere in relazione la sua tipologia con il delitto, e sottolineò come i tipi costituzionali
si distribuissero proporzionalmente nei delinquenti come nella popolazione in generale, con
eccezione dei picnici che erano meno frequenti tra i primi.
William Sheldon (1898 – 1977) riprese la classificazione di Kretschmer e la rielaborò con tecniche
statistiche più sofisticate; le caratteristiche dei tipi costituzionali da lui descritti sono
sostanzialmente uguali a quelle della tipologia precedente. Li divide in:
 ectomorfi, in cui prevaleva la cerebrotonia, cioè inibizione, riflessione e ipersensibilità
(leptosomi);
 mesomorfi, in cui prevaleva la somatotonia, che indica piacere per l’attività muscolare,
aggressività nel trattare gli altri e l’autoimporsi (atletici);
 endomorfi, in cui prevaleva la viscerotonia, caratterizzata da amore per le comodità,
socievolezza, affettività e ghiottoneria (picnici).
Mesomorfomaggiormente coinvolto nel comportamento criminale. Già Sheldon e Glueck
rilevarono una relazione tra delinquenza e mesomorfismo mesomorfi erano predisposti verso
atti aggressivi e libertà da inibizioni.
Se un giovane cresce in un ambiente difficile e criminale, potrà avere maggiore probabilità di
successo e capacità di difendersi e imporsi sviluppando la sua massa muscolare. Così il mesomorfo
può trovare soddisfazione nella lotta e divenire leader di una banda è attraverso apprendimento
e condizionamenti ambientali che si può spiegare la frequenza di mesomorfi nella popolazione
delinquenziale.
Verkkö  delitti violenti connessi all’alcool (atleticominore resistenza, picnico maggiore).
Cortés e Gatti hanno confermato una maggiore frequenza di mesomorfi tra i delinquenti e hanno
riconosciuto l’importanza dei fattori sia sociali sia biologici nella spiegazione del comportamento,
dichiarando che “il comportamento umano è biosociale per natura”.
Eysenck (anni ’60) per lui i tratti determinanti di comportamenti antisociali sono: estroversione,
introversione e emotività. Ha rilevato una maggiore estroversione nei delinquenti.
In conclusione, non è stata mai dimostrata scientificamente una correlazione tra caratteristiche
fisiche e comportamento criminale.

STUDI GENETICI SUI GEMELLI E SUI SOGGETTI ADOTTATI


Uno dei metodi per determinare l’impatto dei fattori genetici è lo studio della relazione tra il tipo
di comportamento dei gemelli identici e quello dei gemelli fraterni. I primi, detti monozigoti (MZ),
sono geneticamente identici, in quanto si sviluppano da uno stesso ovulo fecondato che si divide
in due embrioni; i secondi, detti dizigoti (DZ), hanno solo la metà dei geni in comune, poiché si
sviluppano da due ovuli fecondati contemporaneamente. Assumendo che l’ambiente sociale sia lo
stesso per entrambi i gemelli, se l’ereditarietà gioca un ruolo importante nel determinare il
comportamento criminale, si dovrebbe giungere al risultato che i gemelli MZ dovrebbero averlo
molto più simile rispetto ai DZ. Sono stati svolti diversi studi:
1. Lange (Germania) analizzò 13 coppie di MZ rilevando che entrambi i gemelli erano stati
detenuti in carcere in dieci casi, mentre nel gruppo di controllo formato da 17 coppie DZ,
solo due.
2. Newman, Freeman e Holzinger, notarono che tra le 42 coppie di gemelli identici, il 93% dei
casi vedeva coinvolti entrambi in atti delinquenziali, mentre nelle 25 coppie di gemelli
fraterni solo il 20%. 73% di differenza statisticamente significativa.
3. Madnick e Christiansen lavoro su 3.586 coppie di gemelli nati tra 1881 e 1910 in
Danimarca. Rilevano il 50% di probabilità di commettere atti criminali nei MZ e il 20% nei
DZ.
4. Mednick e Volavka esaminarono una serie di studi di 30 anni e rilevarono che 60% dei
MZ avevano condiviso modelli comportamentali devianti contro il30% dei DZ.
5. Un altro studio che usò il metodo dei questionari di auto-denuncia (self-reported),
sottolineò la significatività dei fattori genetici della delinquenza.
Queste ricerche tendono a sostenere l’ipotesi che nei gemelli identici vi sia una caratteristica
genetica tale da aumentare la probabilità di un loro coinvolgimento in attività criminali. Tuttavia, la
maggior somiglianza rilevata nel comportamento dei MZ potrebbe essere dovuta ad una maggiore
conformità di esperienze nel processo di socializzazione e nell’ambiente di appartenenza. Non si
può quindi trarre alcuna conclusione definitiva perché non emergono modelli certi.
STUDI SUI SOGGETTI ADOTTATI Il problema di base è scoprire se il loro comportamento sia più
simile a quello dei genitori adottivi, e in questo caso prevarrebbe l’influenza dei fattori ambientali,
o se sia più simile a quello dei genitori biologici, con maggiore rilevanza dei fattori genetici. La
maggior parte delle ricerche ha dimostrato che la delinquenza dei genitori biologici ha un’influenza
prevalente sui soggetti adottati di quella dei genitori adottivi. Uno degli studi più completi fu
quello di Madnick e Hutchings su 4.000 maschi, adottati in Danimarca in un arco di tempo di 23
(1924-1947). La percentuale più elevata di adottati con condanna penale fu rilevata nel gruppo con
genitori sia adottivi sia biologici criminali, ma questi ultimi risultarono più importanti dal momento
che la percentuale più alta si trovò nel gruppo con solo i genitori biologici criminali.
Bohman ha individuato una elevata correlazione nell’abuso di alcool e condotte criminali sia nei
padri biologici che nei figli adottatiesiste predisposizione genetica verso l’abuso di alcool e
crimine. Molte ricerche sottolineano il ruolo delle variabili ambientali. Sono necessarie ulteriori
indagini.
IL CROMOSOMA “CRIMINALE”
Nel 1961 è apparsa la notizia relativa ad un uomo con cromosoma 47 XYY, e da quel momento
sono state effettuate molte ricerche biocriminologiche sulle caratteristiche genetiche innate e la
criminalità. Queste caratteristiche sarebbero dovute ad una mutazione al momento del
concepimento. Alcuni studiosi avevano notato che molti uomini, alti, con il cariotipo XYY, il
cosiddetto “cromosoma criminale”, avevano comportamenti aggressivi associati ad atti criminali.
Queste affermazioni hanno attirato l’attenzione del pubblico e dei mass media, tanto che negli
Stati Uniti, durante dei procedimenti penali, alcuni imputati di omicidio hanno adottato, senza
successo, una difesa basata sull’infermità mentale perché portatori del cromosoma extra Y.
Fin dal 1962 Court-Brown sottolineò il fatto che tali soggetti tenessero spesso comportamenti
antisociali e fossero responsabili di atti di violenza, e chiese un riconoscimento di ridotta
responsabilità.
Tra i primi studi si ricordano quelli di Patricia Jacobs in un ospedale psichiatrico in Scozia. Lei e i
suoi collaboratori evidenziarono una percentuale statisticamente significativa di soggetti con
extra-y (nel reparto subnormali con anomalie cromosomiche) con propensioni criminali. Altri studi
conclusero che i detenuti con il cromosoma criminale erano meno violenti di quelli
genotipicamente normali. Court-Brown notò che in realtà non c’era una correlazione significativa
tra il genotipo anormale ed il comportamento aberrante, in quanto potevano entrare in gioco altri
fattori (come elevata statura). In ogni caso, studi successivi hanno disconosciuto che vi sia una
relazione diretta tra anomalia cromosomica XYY e malattia mentale/comportamento deviante,
perché queste ricerche non presentano criteri scientificamente validi.

I FATTORI BIOCHIMICI
I biocriminologi hanno anche analizzato l’importanza di fattori biochimici nel campo della
criminalità. Alcuni studi hanno rivelato differenze significative in base a tipo di nutrizione e
comportamento deviante.
- È stato condotto uno studio da Schoenthaler e Doraz sul rapporto tra dieta ad alto
contenuto di zuccheri e aggressioni e violenze attraverso l’osservazione di 276 criminali.
Sono state apportate modifiche dietetiche a basso contenuto di zuccheri e questi
cambiamenti hanno prodotto una riduzione significativa del 45% nelle azioni disciplinari,
nei furti e nei comportamenti aggressivi.
- Mawson e Jacobs hanno evidenziato come i Paesi, dove il consumo di mais è superiore alla
media, presentano un tasso di omicidi più elevato rispetto ai paesi con riso e frumento.
- Altri ricerche si sono indirizzate sulla relazione tra comportamento antisociale e deficit di
vitamine B6 e B3 o sull’abuso di integratori.
La maggior parte di queste analisi sono state criticate perché non informano sul grado di influenza
sul comportamento e su come questo possa essere ridotto che terapie dietetiche.
- Molti studiosi hanno collegato i livelli di androgeni (ormoni sessuali maschili) e
testosterone con l’antisocialità. Quanto più alti sono i primi, tanto maggiori saranno i
comportamenti antisociali. Gli uomini commettono più reati delle donne anche a causa dei
diversi livelli di testosteronenegli uomini si riduce l’aggressività con l’età in quanto si
riduce il livello di testosterone.
Sembra che i livelli degli androgeni influiscano sui differenti tipi di funzionamento
cerebrale, ma sono state fatte anche ricerche che smentiscono ciò. Sono state fatte anche
analisi sulle attività devianti delle donne prima e durante il ciclo mestruale. Si è individuato
uno stretto legame tra PMS e delinquenza donne in questa fase tendono ad essere più
aggressive e antisociali e a commettere suicidi.
- Ipoglicemia livello di zucchero sotto la normasoggetto diviene ansioso, confuso e
soffre di rabbia e aggressività. Alcune ricerche hanno dimostrato che nei reati contro la
persona spesso i delinquenti hanno livelli di ipoglicemia elevati.
- Studi su cerebro e neuro-allergie in rapporto alle condizioni ambientaliI biochimici hanno
sviluppato delle teorie che attribuiscono la responsabilità di diversi tipi di malattie mentali
alla presenza o carenza di sostanze chimiche nel flusso sanguigno e nel cervello. Quando
una determinata sostanza è presente in eccesso, la persona attua modelli comportamentali
di tipo schizofrenico. Allo stesso modo sono correlate le allergie con il comportamento
deviante. Le neuro-allergie intaccano il sistema nervoso centrale, mentre quelle cerebrali
interessano il cervello. Importanti sono anche gli effetti dei prodotti chimici sul
comportamento  sostanze ambientali inquinanti provocano depressione e anomalie
comportamentali. (vd. Esempio Needleman sul piombo pag. 176).
È stato messo in evidenza come esistano nell’ambiente e nei cibi diversi elementi che
causano allergie e possono provocare problemi fisici. Questi, a loro volta, possono
originare problemi emotivi e comportamentali di natura aggressiva e violenta.
- Alcool e droghecausano irritabilità, violenza, tendenza a suicidio e omicidio.

NEUROSCIENZE E CRIMINE
I biocriminologi si sono interessati anche dell’influenza dei fattori neurofisiologici sul
comportamento criminale. La neurofisiologia studia la fisiologia del sistema nervoso centrale,
situato nel cervello e nel midollo spinale. Con l’elettroencefalogramma si possono individuare i
processi elettrochimici del cervello. Uno dei primi studi: campione di 355 minori delinquenti diviso
in 2 gruppi: primo composto da coloro che avevano commesso atto criminale e secondo da
soggetti violenti e recidivi. I tracciati EEG (elettroencefalografo) sono risultati irregolari nel 24%
primo gruppo e 65% secondo.
Molti studi hanno dimostrato l’esistenza di un numero significativo di elementi anomali nel 25-
50% dei gruppi criminali analizzati contro il 5-20% della popolazione non criminale.
Nella nuova edizione del DSM il DDAI (disturbo da deficit di attenzione/iperattività) è inserito tra i
disturbi del neurosviluppo. I sintomi necessari per la diagnosi sono 5 per gli adulti e 6 per i più
giovani. Secondo il DSM-5 le caratteristiche essenziali sono distribuite in due aree: carenza
d’attenzione e manifestazioni impulsive e iperattive presenti prima dei 12 anni. Altre variano in
funzione dell’età (es. ostinazione, atteggiamenti ribelli). Tra i fattori predisponenti ci sono ritardo
mentale lieve o moderato, epilessia, anomalie neurologiche e paralisi cerebrale. Il DDAI si
manifesta nel 5% dei bambini e nel 2,5 % degli adulti nella maggior parte delle culture ed è più
frequente nei maschi. Possibili cause: esposizione a neurotossine, stress parentale, abuso
nell’infanzia.
Anche disfunzioni e danni cerebrali possono essere collegati al comportamento deviante, es.
deficit strutturali e funzionali nella corteccia prefrontale.
Medicinali, stupefacenti, lesioni cerebrali sono spesso causa di una marcata modificazione nella
personalità e nel comportamento. Questo tipo di comportamento è definito “disturbo organico di
personalità” e può portare all’emarginazione sociale. Un cenno va fatto a certi atteggiamenti
violenti che possono essere presenti in soggetti affetti da tumore cerebrale; alcuni studi hanno
evidenziato come soggetti, prima miti e allegri, possano diventare aggressivi per l’insorgenza di
una forma tumorale nel cervello.
I risultati delle ricerche sulle basi genetiche del comportamento antisociale hanno rivelato che il
50% degli atteggiamenti devianti è attribuibile a fattori genetici, mentre l’altra metà a fattori
ambientali. Il focus si è concentrato sul tentativo di identificare il gene specifico legato all’origine
di questi comportamenti: “gene guerriero” (MAO-A), che pare sia ereditario in soggetti maltrattati
in età infantile.
La questione è centrale, soprattutto se si guarda ai risvolti in campo forense, come è avvenuto in
Italia nei casi giudiziari in cui hanno avuto ruolo fondamentale le risultanze basate sulle
neurotecnologie.
1. Caso Abdelmalek Bayout, Trieste 2009. Dopo esami neuropsicologici vengono riscontrate
anomalie in 5 geni legati al comportamento violentoriduzione della pena (pag. 183)
2. Caso Stefania Albertani, Como 2011. È stata riconosciuta l’utilità delle indagini neuro
scientifiche. (pag. 185)
3. Caso di Pedofilia (pag. 186)
Oggi sorge il timore che queste teorie vengano contrastate dal punto di vista etico-filosofico e
giuridico-penalistico. Infatti, se il comportamento criminale non fosse conseguenza di una libera
scelta del soggetto, verrebbe meno il giudizio di rimproverabilità del fatto e andrebbe rielaborato
tutto l’impianto del diritto penale.
Altra problematica sorge dall’istituzione della Banca Dati Nazionale del DNA per l’acquisizione e il
trattamento delle bioinformazioni genetiche ai fini forensi. Art. 9 stabilisce che il prelievo può
essere fatto solo se si procede nei confronti di soggetti per delitti non colposi per i quali è
consentito l’arresto facoltativo in flagranza.
Inoltre, è nato un timore per il rischio della creazione di un “panopticon genetico” in grado di
rivelare in futuro molte più info sulle caratteristiche genetiche personali e del nucleo familiare. I
problemi etici sorgono se si pensa alla predizione e prevenzione delle manifestazioni violente. È
difficile, se non impossibile, prevedere il futuro comportamento aggressivo di un bambino, e vi è
anche il forte rischio di “medicalizzarlo” ed etichettarlo ante delictum.
Cullen propone un paradigma biosociale del crimine che permetta di comprendere i rapporti tra
ambiente sociale, cervello e comportamento.
(vedi. Pag 192 )