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DUE DIZIONARI D'USO DELLO SPAGNOLO:

CLAVE E MARÍA MOLINER.

Alunno: Professoressa:
Andrea Bianchini Roberta Cella
Anno Accademico:
2019/2020

1
INTRODUZIONE

- «Questo libro non solo sa tutto, ma è l’unico che non si sbaglia».


- «Quante parole avrà?» - domandai.
- «Tutte» - disse il nonno.
Con questo dialogo prende avvio il prologo del Clave, Diccionario de uso del español actual
(1997), firmato da Gabriel García Márquez.
«Ogni scrittore scrive come può», continua lo scrittore colombiano, «poiché la cosa più
difficile di questo mestiere non è solo il buon impiego dei suoi strumenti, ma la quantità di cuore che
si offre nell'unico metodo inventato fino ad ora per scrivere, che è mettere una lettera dopo un'altra.
Per risolvere questi problemi della poesia, certamente, non esistono dizionari, ma dovrebbero esistere.
Credo che donna María Moliner, l'indimenticabile, lo tenne presente quando si fece una promessa che
aveva molto pochi precedenti: scrivere sola, nella propria casa, con la propria mano, il dizionario di
uso dello spagnolo. Quello che voleva, in fondo, era afferrare al volo tutte le parole nel momento in
cui nascevano. «Soprattutto quelle che trovo nei giornali – come disse in un'intervista -, perché da lì
viene la lingua viva, quella che si sta usando, le parole che bisogna inventarsi al momento.» […]
Un'impresa infinita, poiché le parole non le fanno gli accademici nelle accademie, ma la gente per la
strada. Gli autori dei dizionari le catturano quasi sempre quando è troppo tardi, le imbalsamano in
ordine alfabetico, e in molti casi quando già non significano più quello che avevano pensato i suoi
inventori. In realtà tutti i dizionari di una lingua iniziano a non essere attuali ancor prima di essere
pubblicati, […] ma María Moliner dimostrò almeno che l'impresa era meno frustrante con i dizionari
d'uso. Ovvero, quelli che non aspettano che le parole gli arrivino dal nulla, ma che vanno a cercarle,
com'è il caso di questo dizionario che mi è arrivato tra le mani ancora odoroso di legno di pino e tinta
fresca»1. In questo passo del prologo alla prima edizione del Clave, Márquez propone una visione
della lingua che, senza perdere di vista il canone accademico del momento, offre importanti contributi
di diverso tipo. Nei dizionari d'uso dello spagnolo apparsi nella seconda metà del XX secolo, infatti,
si osserva un cambio di rotta poiché non solo offrono nuovi materiali linguistici, ma anche nuovi
metodi e approcci lessicografici sempre più rivolti a adattarsi alle necessità dei fruitori. Leggendo
queste poche pagine introduttorie, il premio Nobel fa menzione speciale della bibliotecaria aragonese
María Moliner che, per quindici anni della sua vita, si dedicò alla scrittura del Diccionario de uso del
español (d’ora in avanti anche DUE), pubblicato nel 1967. Márquez conferma la grande stima che
nutriva nei confronti della Moliner quando racconta la genesi del DUE: «Se llama Diccionario de uso

1
García Márquez, Gabriel, Diccionario de uso del español actual, in «Prólogo», Ediciones SM, Madrid, 1997, pp.VII-X.
(trad. mia).
2
del español, tiene dos tomos de casi 3.000 páginas en total, que pesan tres kilos, y viene a ser, en
consecuencia, más de dos veces más largo que el de la Real Academia de la Lengua, y -a mi juicio-
más de dos veces mejor. María Moliner lo escribió en las horas que le dejaba libre su empleo de
bibliotecaria, y el que ella consideraba su verdadero oficio: remendar calcetines»2.
Da qui prende avvio, dunque, questa mia breve ricerca che cercherà di analizzare i due
dizionari d'uso della lingua spagnola, il Clave e il Maria Moliner, descrivendone la struttura e
evidenziandone analogie e differenze partendo proprio dalle parole prologali di Gabriel García
Márquez.
Nell'ultima parte di questo breve elaborato, infine, cercherò di mostrare, attraverso un esempio
concreto, come il concetto di uso si concretizza nei due dizionari in esame. Sempre Márquez, nel
prologo al Clave, offre infatti un aneddoto interessante riguardante la parola amarillo, di cui mostrerò
una breve panoramica diacronica della sua evoluzione nel repertorio lessicografico spagnolo.

CLAVE. DICCIONARIO DE USO DEL ESPAÑOL.

La prima edizione del Clave fu pubblicata nell'aprile del 1997 e la seconda nel luglio dello stesso
anno dall'editore SM, e ne fu affidata la direzione a Concepción Maldonado González. È un'opera
monolingue e di uso generale, il cui corpus è un corpus attuale: le parole e le espressioni che vengono
raccolte in questo dizionario sono vive, di uso frequente e diario. Questo dizionario si offre di fornire
tutta l'informazione necessaria per conoscere non solo il significato di una parola, ma anche le sue
peculiarità di uso; sarà il parlante a decidere che tipo di lingua vuole utilizzare e come vuole farlo.
Insieme a un'ottica normativa, dunque, che farà mostra della norma colta della lingua, viene accostata
una descrittiva che servirà a mostrare quell'uso reale che i parlanti ne fanno.
Il Clave è composto da una ricca ed esaustiva parte introduttiva, che offre al lettore la pista per
una giusta lettura e per una totale comprensione dell'opera, facendo mostra di tutto ciò che al suo
interno si può trovare. Essa è formata dall'indice, a cui seguono due prologhi, e le seguenti sezioni:
- la varietà e l'unità dello spagnolo in Clave;
- come si usa Clave;
- esempi di uso del Clave e abbreviazioni;
- simboli utilizzati in Clave.
Inizia poi il dizionario vero e proprio, alla fine del quale sono presenti ben sei appendici:

2
Márquez, Gabriel García, Notas de Prensa. Obra periodística 5, 1961-1984, Mondadori, 1999, pp-58-60. «Si chiama
Diccionario de uso del español, è composto da due tomi di quasi 3.000 pagine in totale, che pesano tre chili e si
presenta, dunque, più di due volte più lungo rispetto a quello della Real Academia de la Lengua, e, a mio parere, più
di due volte migliore. María Moliner lo scrisse nelle ore lasciate libere dal suo impiego di bibliotecaria, e da quello
che lei considerava il suo vero lavoro: rammendare calzini.» (trad. mia).
3
- I Archivio d'uso3;
- II modelli di coniugazione verbale;
- III sigle e acronimi di uso attuale;
- IV suffissi;
- V figure retoriche;
- VI ordinazione alfabetica delle locuzioni registrate nel Clave.
Come già accennato, questo dizionario conta ben due prologhi: quello iniziale di cui ho riportato
alcuni passi nell'Introduzione del presente lavoro, è realizzato da Gabriel García Márquez, dove lo
scrittore racconta ai lettori del suo primo contatto con quello che sarà poi divenuto il libro
fondamentale del suo destino di scrittore, mentre il secondo è scritto da Humberto Hernández,
revisore dell'opera, che fa riferimento in primo luogo alla varietà e all'unità dello spagnolo, mettendo
a fuoco quelli che sono i destinatari ideali del dizionario; esso è rivolto a una ampia comunità di
parlanti della lingua, tanto della Spagna come dell'America Latina e di tutti gli altri luoghi dove lo
spagnolo è presente: per questo motivo il dizionario deve raccogliere la varietà degli usi dello
spagnolo, dimostrare che non esiste un unico spagnolo di Spagna e che la supposta omogeneità dello
spagnolo delle Americhe è un luogo comune fallace. I limiti oggettivi che presenta un'opera
lessicografica non potranno comunque avere la meglio sull'intenzione che questo dizionario si pone
di offrire un repertorio ampio della lingua che mostra la norma viva e attuale in uso dello spagnolo ai
fini della produzione, ricezione e interpretazione di testi scritti e produzioni orali. Sempre in questo
secondo prologo, il professor Hernández afferma che si tenterà di dar pieno riconoscimento alle due
grande norme linguistiche della lingua spagnola, la norma castigliana e la norma meridionale, fatto
che fino a quel momento era stato marginale. Delle due norme vengono presentate le maggiori
differenze dal punto di vista geografico, fonologico, morfosintattico e lessico. La norma castigliana,
ad esempio, viene presentata come la norma che appartiene al centro-nord della penisola iberica e è
caratterizzata dal punto di vista fonologico dalla distinzione tra la apicoalveolare fricativa sorda (s) e
la interdentale fricativa sorda (ϴ), mentre dal punto di vista morfologico distingue tra vosotros (voi)
e ustedes (forma di cortesia). La norma meridionale, al contrario, che è la norma vigente nel sud della
penisola, nelle Canarie e in America Latina, si caratterizza per non attuare quelle distinzioni segnalate
per la norma castigliana.

3
Questa macrosezione è suddivisa ulteriormente in nove sezioni più piccole: 1. accentuazione; 2. punteggiatura; 3. uso di
maisucole; 4. i numerali; 5. abbreviature; 6. toponimi; 7. i dieci errori più frequenti in spagnolo; 8. formule di
trattamento; 9. norme di redazione.
4
Vengono analizzate poi le differenze lessiche, con la finalità di dimostrare la grande varietà che si
può riscontrare tra le due norme e che nel dizionario vengono
sempre evidenziate facendo precedere al significato dei lemmi
l'indicazione: «en zonas del español meridional», come mostra
la figura a fianco. I criteri per selezionare i lemmi da definire della norma meridionale sono: l'uso
scritto frequente su giornali e/o opere letterarie provenienti dalla suddetta area geografica; lo stesso
uso in più varietà dello spagnolo meridionale, e l'uso generalizzato in zone di grosso peso
demografico.
La macrostruttura segue l’ordine alfabetico universale: i digrammi ch e ll vengono inclusi
rispettivamente nella c, e nella l e i lemmi non accentati precedono quelli accentati.

Il corpus del Clave si compone di oltre 60.000 lessemi, 50.000 esotismi e neologismi di uso
frequente, più di 2.000 americanismi e locuzioni; non include regionalismi, né termini o usi arcaici,
ma segnala solo gli usi nei contesti colloquiali, eufemistici, poetici, e volgari; prescinde del
tradizionale valore figurato (fig.) perché questa informazione assume pieno significato quando le
accezioni sono ordinate secondo un criterio etimologico (e
non di uso, come è il caso del Clave); e neppure introduce
nella sua macrostruttura i nomi propri (e nel caso in cui lo
fa, giustifica il perché).
Il lemma di cui tratta ciascun articolo viene scritto
sempre in grassetto, seguito dalla sua qualifica
grammaticale. Se il lemma è un sostantivo si specifica se
è maschile o femminile, gli aggettivi e i pronomi hanno
forme distinte per le due categorie. Alla fine di ogni
articolo, si segnala l'informazione morfologica,
ortografica, etimologica con la lettera maiuscola e, in
alcuni lemmi viene presentata anche la pronuncia. Quando
il lemma è un verbo, si presenta in infinito, segnalando
solamente la sua categoria con la lettera “v”
5
(l'informazione completa del verbo e il suo paradigma si trova nella parte finale del dizionario,
nell'appendice II).
Nell'articolo lessicografico le accezioni4 si presentano separate da numeri arabi, i quali vengono
preceduti da un riquadro in neretto che separa le distinte categorie grammaticali che si trovano
nell'articolo; gli esempi vengono citati sempre in corsivo per enfatizzare la definizione e le locuzioni
idiomatiche vengono separate da due linee verticali e scritte in grassetto (come mostra l’immagine in
basso relativa al lemma oreja). Le locuzioni si includono nella voce della sua prima parola forte
grammaticalmente, secondo l’ordine prioritario: sostantivo, verbo, aggettivo, pronome, avverbio.
Un caso particolare è l'inclusione di parole, accezioni, locuzioni o definizioni che non si trovano
nel DRAE e che vengono segnalate anteponendovi una parentesi quadra e scrivendole in corsivo
grassetto.
I prefissi sono stati inclusi esaustivamente; la
definizione di questi ha permesso di non includere le
parole derivate o composte il cui significato totale si
può dedurre attraverso i singoli significati delle sue parti.
Questo dizionario opta per definizioni che conferiscono
una grande sistematicità e coerenza interna al corpus del
dizionario. Vige la cosiddetta ley de la sinonimia (legge
della sinonimia) secondo cui la definizione può
sostituire sempre il termine definito senza che questa ne alteri il significato. Di conseguenza, le
definizioni sono perifrastiche in quanto cercano di riflettere nella miglior maniera possibile ciò che
significa la parola definita, tenendo conto del
contesto e dell'uso. Se l'obiettivo di questo
dizionario è quello di registrare la lingua viva, esso
mette a disposizione esempi in ogni definizione del
lemma definito in contesti d'uso reali (vedi lemma
banderilla).
Infine, lo scopo non è solo quello di mostrare le
varie sfumature semantiche dei lemmi definiti, ma anche mostrarne le caratteristiche sintattiche
proprie dell'uso, rivolgendosi ad un lettore interessato in qualcosa in più rispetto alle semplici
definizioni, capace di apprezzarne l'informazione grammaticale, fonetica, morfosintattica etc.,

Per accezione s'intende il raggruppamento di una parte dei “sensi” in una famiglia collegata da affinità di riferimento a
4

oggetti extralinguistici o di ambiti di utilizzazione distinti, dunque una speciale articolazione, uno speciale
sottoinsieme del generale “significato”. Una parola “monosemica” è una parola che ha un significato non suddistinto
in accezioni diverse. Una parola “polisemica” è una parola che ha una pluralità di accezioni” (Gradit 1999, XXIX).
6
ottenendone un'informazione linguistica completa.
Passiamo adesso ad analizzare il dizionario d'uso dello spagnolo DUE per capire quanto il Clave
sia debitore nei confronti di questo dizionario e della sua compositrice Maria Moliner.

DUE. DICCIONARIO DE USO DEL ESPAÑOL.

Il Diccionario de uso del español (1966-1967) è sicuramente uno dei dizionari spagnoli più
importanti. Molti credono che lo sia per la sua maestosità, per il suo numero di voci definite, fidandosi
della sua mera apparenza materiale. In realtà la sua grandezza non risiede in ciò, dato che registra più
o meno le stesse voci del Diccionario de la Real Academia, così come lo riconosce l'autrice stessa.
Quello che fa di quest'opera un dizionario unico è il suo proposito innovatore, che si potrebbe
sintetizzare nella congiunzione di tre caratteristiche: il concetto di dizionario come mezzo di
rappresentazione del lessico totale, la volontà di superare l'analisi tradizionale delle unità lessiche e
l'intento di stabilire una distinzione tra lessico usuale e lessico non usuale. Julio Casares già aveva
espresso un'idea simile nel suo Diccionario ideológico de la lengua española (1942), dove in
copertina si legge: De la idea a la palabra; de la palabra a la idea (dall'idea alla parola; dalla parola
all'idea). Ecco che lo stesso obiettivo se lo propose María Moliner nel costruire un dizionario che
aiutasse sì a capire un termine, ma che al tempo stesso aiutasse l'utente a usarlo in un determinato
contesto d'uso, mettendolo dunque in grado di parlare in quella lingua: il dizionario doveva servire
sia per la codificazione che per la decodificazione, per cui era necessario non dimenticare che i
significati non erano semplici spiegazioni del lemma, bensì dovevano servire come veri e propri
traducenti. La Moliner stabilisce due grandi livelli all'interno del lessico: le parole e le accezioni
usuali e non usuali; questa differenziazione è realizzata attraverso mezzi tipografici che servono al
lettore a scegliere la forma di espressione più adatta.
Comunque, l'aspetto più rilevante del DUE è la revisione che mette in atto delle definizioni
tradizionali, uno degli aspetti sicuramente più ardui nel lavoro dell'autrice. È cosa nota che le
definizioni del DRAE, sono redatte in una lingua di un'altra epoca, che agli occhi dei lettori più colti
dà un incanto singolare; ma questo linguaggio non è il più adatto a fornire all'uomo contemporaneo
alla Moliner i vari significati delle parole. Inoltre il DRAE ricorre con eccessiva insistenza alla
cosiddetta definizione in circolo vizioso: amparar: «favorecer, proteger»; favorecer «ayudar, amparar,
socorrer»; proteger «amparar, favorecer, defender»; defender «amparar, librar, proteger»; ayudar,,
«auxiliar, socorrer»; auxiliar, «dar auxilio»; auxilio, «ayuda, socorro, amparo»; e così via. Dal canto
suo Maria Moliner decide di rompere questo gioco che lo stile ottocentesco aveva impresso nei
lessicografi sottomessi al modello accademico. Non solo evita la definizione circolare, inventando
una minuziosa gerarchia logica dei concetti, di cui si mostrerà un esempio più avanti, ma smonta una
7
per una tutte le definizioni dell'Accademia, rendendole nello spagnolo del XX secolo, dotandole di
una precisione di cui erano sprovviste e sciogliendole in nuove accezioni e sub accezioni che ne
esaltano sfumature rilevanti.
Non va dimenticato che questo è un dizionario d'uso, espressione che non significa semplicemente
«dizionario descrittivo e sincronico che seleziona e definisce le parole più correnti tra i parlanti di
una comunità»5 ma, come afferma la stessa autrice, quest'opera è concepita per guidare nell'uso dello
spagnolo tanto i madrelingua, come coloro che lo vogliono imparare e che hanno raggiunto un livello
di conoscenza tale che il dizionario bilingue può e deve essere sostituito da quello monolingue. Ciò
è possibile dando all'utente tutti i mezzi e le risorse di cui la lingua dispone per dare un nome a una
cosa, esprimere un'idea con la massima precisione possibile o per realizzare verbalmente qualunque
atto espressivo, ma anche risolvendo dubbi circa la legittimità o illegittimità di una espressione,
oppure circa la maniera corretta di risolvere un certo caso di costruzione. Ci troviamo dunque di fronte
a un dizionario che al suo carattere semasiologico, comune ai dizionari alfabetici monolingue, per cui
un utente, partendo dalla conoscenza della parola, verifica i possibili contenuti o significati, aggiunge
il carattere onomasiologico, proprio dei denominati dizionari ideologici e di sinonimi, per cui a partire
da una determinata idea o significato è possibile arrivare a un’altra o a altre parole più precise o
adeguate a esprimere quello che vogliamo riferire. Questa doppia finalità, semasiologica associata al
carattere alfabetico, e onomasiologica o ideologica, fa sì che la microstruttura degli articoli
lessicografici si stabilisca attorno a due perni: da una parte quello corrispondente all'organizzazione
in accezioni che rappresenta l'aspetto meramente semasiologico, in cui si dà conto fondamentalmente
del significato o significati del lemma e, dall'altra, l'inclusione di liste di parole, dove si offrono,
distribuiti in serie, diversi gruppi di vocaboli semanticamente relazionati con l'entrata lessicale.
Questa caratteristica permette, da una parte la ricerca di sinonimi e, dall'altra, quella del termine più
adeguato a quello che si desidera utilizzare in un determinato momento.
Il DUE può essere utilizzato anche come un vero e proprio dizionario sintattico, fatto che può
essere riscontrato nei frequenti esempi d'uso che l'autrice include dopo la definizione. Questi mettono
davanti al lettore il valore delle parole in un contesto d'uso determinato, non sempre chiaro nonostante
se ne conosca il valore logico6; con questo l'autrice ci vuol dire che gli esempi non servono solo per
corroborare ciò che è stato detto nella definizione, ma allo stesso tempo offrono una chiave per
comprendere l'uso del vocabolo in questione.

5
Martínez de Sousa, José, Diccionario de lexicografía práctica, Vox, Bibliograf, 1995.
6
Moliner, Maria, DUE, Editorial Gredos, Madrid, 1966, p. IX.
8
Nella macrostruttura del dizionario, Maria Moliner include anche radici e affissi come ad esempio:
-antrop- (vedi immagine a fianco), anfi-, necro-, post-, -
miento, -mienta, re-, sobre-, super- e molti altri, suoni o
gruppi di suoni (tipo mmm, chiss) di cui considera
alfabeticamente l’ultima lettera come fosse una sola, per cui
mmm appare prima - e non dopo – il lemma mano, lettere
dell'alfabeto (P, T, R, etc.) insieme a simboli chimici (Al, Bk,
Cm) e nomi scientifici di flora e fauna (Barbus barbus, Perdix perdix, Pinus uncinata, etc.). La nuova
edizione del 1998 – così come tutte le altre - eliminerà la nomenclatura di tali simboli o termini
scientifici nel corpus dei lessemi per relegarli in un'appendice a parte.
Per quanto riguarda l'ordine dei lemmi, questo dizionario presenta alcune caratteristiche peculiari.
A parte il tradizionale ordine alfabetico internazionale e l'inserimento dei digrafi ch e ll
rispettivamente nella c e nella l, scelta condivisa anche dal Clave, e dal dizionario dell'Accademia da
non molto tempo, la particolarità più evidente si riscontra in un tipo di ordine secondario, ossia un
ordine morfo-semantico o per famiglie, che consiste nel raggruppare sotto un lemma o una radice di
una parola, tutta una famiglia di parole che iniziano per la medesima radice o per la parola che appare
come entrata lessicale.
Adottando la combinazione di queste due disposizioni, Maria Moliner si proponeva di creare
nel lettore una coscienza etimologica che lo aiutasse a impiegare coscientemente i vocaboli e ne
facilitasse la memorizzazione. Le nuove edizioni, però, eliminano questo secondo ordine, pensando
che invece che aiutare il lettore, lo destabilizzasse e lo
mettesse di fronte a troppo materiale linguistico, così
come eliminano dalle voci di entrata le radici lessicali.
Per quanto riguarda la microstruttura, cioè
come sono organizzati i singoli articoli, il DUE è
strutturato in due parti fondamentali: l'enunciato -
rappresentato dall'entrata lessicale seguito da una
parentesi in cui si fa mostra dell’etimologia del lemma
- e il corpo definitorio in cui si dà conto, tra le altre
cose, del significato o significati della parola. Nel
corpo dell'articolo troviamo, come già accennato
sopra, un insieme di accezioni o sub accezioni e un
catalogo di voci affini al lemma in entrata. Il lemma è
in grassetto e quando viene seguito da una parentesi è
per inserirvi dentro questioni relative all'etimologia, questioni morfologiche o sintattiche e varianti
9
ortografiche. I significati si ordinano a partire dall'accezione più vicina all'etimologia del lemma,
seguita dal corrispondente comune del termine e infine i corrispondenti dialettali o le varianti speciali.
Ogni accezione è contrassegnata da un numero inserito in un cerchietto e può essere integrata con la
categorizzazione grammaticale o altre indicazioni relative all'uso racchiuse in una parentesi; si
trovano sinonimi tra virgolette o preceduti dal segno ≃ (vedi derrochar nella figura della pagina
successiva), la definizione, uno o vari esempi tra virgolette semplici e infine un catalogo di voci affini
introdotte da una stella a tre punte. A sua volta un'accezione può essere approfondita in una serie di
sub accezioni che appaiono introdotte da un cerchietto con un puntino dentro (⊙).
Un fatto da considerarsi distintivo di questo dizionario è la soppressione dei cosiddetti circoli
viziosi, della circolarità delle definizioni osservata prima con gli esempi presi dal Diccionario de la
Real Academia. L’autrice riesce a eluderli seguendo il cosiddetto procedimiento ascensional che
consiste nell'utilizzo della tipica definizione logica costituita da una parola di contenuto più generale
rispetto a quello della parola definita e una serie di note semantiche aggiuntive. Ricorre dunque a
perifrasi che evitano che si produca questa circolarità. Le definizioni del Maria Moliner sono semplici,
chiare e scritte con un linguaggio attuale e comprensibile, scevro di retorica. Invece di copiare le
definizioni dell'Accademia, le riformula in termini attuali: quando il Dizionario dell'Accademia dà
definizioni corrispondenti a significati che lei non conosce, copia la definizione, ma in corsivo, con
ciò indica al lettore che la parola con quel significato non si usa.

Essenziali sono le numerose marche d’uso che qualificano i lemmi. Un caso specifico è
rappresentato dalla definizione dei verbi, poiché, oltre a intr. (intransitivo), tr. (transitivo), recípr.
(recíproco), aggiunge una freccetta inclinata davanti
al sostantivo che funziona come complemento di quel
verbo. Insieme a questo diacritico, appare anche un
asterisco (*) davanti ad alcune parole per indicare che
di queste esiste, nel suo articolo corrispondente, un
catalogo di parole o lista di sinonimi (vedi immagine
relativa al lemma billete).

Altre marche d’uso che si usano nel dizionario servono a chiarire: l'”età” di un termine ant.
(anticuado); la variazione diatopica Ur. (Uruguay), Filip. (Filipinas), Sev. (Sevilla), Antill. (Antillas);
l’etichetta di registro tipica della variazione diafasica form. (formal), inf. (informal), lit. (literario),
vulg. (vulgar) o la varietà sociolinguistica in indicazioni del tipo pop. (popular) o argot; la marca
d’uso relativa al carattere ironico (irón.), peggiorativo (desp.), ponderativo (pond.), iperb.
(hiperbólico), etc. infine si chiarisce l'ambito specialistico del termine, come Bot. (Botánica), Econ.
(Economía), Electr. (Electricidad), Cine. (Cinematografía), Dep. (Deportes), etc.

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Come si può notare nella figura della pagina precedente, relativa al lemma billete, alla fine
dell'articolo si trova un lemma scritto in grassetto, billetado, ma con il corpo del testo di dimensioni
ridotte: con questo escamotage la Moliner si riferisce a parole cadute in disuso, ma comunque
rintracciabili in testi o in alcune varietà linguistiche.

Nel dizionario si possono trovare anche espressioni che l'autrice chiama enlaces frecuentes,
enlaces usuales o especiales che più comunemente sono conosciute con il termine di collocazioni.
Maria Moliner difinì le collocazioni come «modismos que ocultan su condición de tales bajo la
apariencia de frases compuestas sobre la marcha: como “comer…por mi mano, por mis propios
ojos”» 7 . Le collocazioni seguono l'ordine generalmente accettato, anche dal Clave, per cui
l'espressione dovrà cercarsi nella prima parola della frase secondo la gerarchia: sostantivo, verbo,
aggettivo, pronome e avverbio. Espressioni come cabello de ángel andranno nella definizione del
lessema cabello e non di ángel; a ojos vistas, in ojos; cantarlas claras, in cantar; poner pies en
polvorosa, in pie, etc.

Per concludere, molti studiosi affidano al DUE un carattere soprattutto ideologico,


definendolo come un vero e proprio dizionario di sinonimi. Si considerano sinonime quelle parole
che, avendo significato molto simile, riteniamo di poter sostituire, in un insieme di enunciati
determinati, senza che il contenuto semantico di ciascun enunciato in cui si è operata la sostituzione
modifichi neppure parzialmente il suo significato. I vocaboli sinonimi, selezionati da relazioni
associative, si allineano sullo stesso asse paradigmatico, il che determina una funzione costante
sull’asse sintagmatico. Si riconosce, infatti, un rapporto di sinonimia tra due nomi, tra due verbi, tra
due aggettivi, ma non tra un nome e un verbo8.

Un caso concreto: si necessita di un sinonimo del verbo cancelar in un contesto in cui la cosa
cancellata sia una ipoteca sulla casa che abbiamo
comprato. Per trovarlo consultiamo l'articolo
corrispondente al lemma cancelar, di cui il DUE ci
offre quattro accezioni, ognuna delle quali, eccetto la
numero tre, presenta uno o più sinonimi.
Naturalmente il significato più vicino alle nostre esigenze corrisponde all'ultima accezione «Pagar
totalmente o dejar inexistente en cualquier forma una deuda» (Pagare totalmente o lasciare
inesistente una qualsiasi forma di debito). In questo caso troviamo solo un sinonimo: saldar.

7
Moliner, María, Diccionario de uso del español (DUE), Editorial Gredos, Madris, 1966, pp. XI-XIII. («modismi che
occultano tale condizione sotto l'apparenza di frasi composte». (trad.mia).
8
Stenta, Eleonora, La definizione lessicografica. Tradizione e procedure compositive nei dizionari monolingui, alfabetici,
italiani dalla seconda metà dell’Ottocento ad oggi, Dottorato di ricerca in Filologia moderna Ciclo XVI (2001-2005),
Università degli Studi di Napoli Federico II, Dipartimento di Filologia moderna, 2005, p. 68.
11
Per determinare se questa è realmente la parola che fa al
nostro caso consultiamo il suo articolo corrispondente e si
nota che in effetti, secondo la prima accezione, saldar è
«pagar completamente una deuda» (Pagare completamente
un debito), significato che, come si nota, appare
concretizzato in una sub accezione. Se ancora non siamo
soddisfatti, non rimane altro che andare a cercare il
lemma liquidar, che in questa stessa accezione ci
appare come un possibile sinonimo e in più con un
asterico, che, come sappiamo, rimette a tutto un
catalogo di voci affini. Consultiamo dunque
l'articolo liquidar e ci rendiamo conto che
effettivamente l'accezione tre coincide
perfettamente con il significato che vogliamo
esprimere.

Ho cercato, analizzando questi due dizionari d'uso della lingua spagnola, di mostrare come
entrambi partano dalla stessa premessa e di come entrambi si pongano lo stesso obiettivo: la lingua è
un'entità viva e le parole non sono quelle che fanno gli accademici nelle accademie, ma la gente per
la strada, per cui è opportuno fissare un tipo di lingua che sia usata, viva, in continua evoluzione, che
si allontani dal rigore accademista per scendere in strada e ascoltare le voci degli autentici proprietari
della lingua. In fondo, lo stesso Aristotele asserì con convinzione nel primo libro della Fisica e in
molti passaggi della Metafisica con convinzione che l’essere si dice in molti modi; questa
affermazione è accolta e condivisa da orientamenti filosofici, empirici e in particolare semantici del
Novecento, che accettano e propongono una tripartizione della parola accettata a pieno dal Maria
Moliner prima e dal Clave poi: all’interno di ciascuna parola si distinguono il “significato”, il “senso”
e l’”accezione”.

Amarillo e la sua evoluzione.

Tornando a dove questa breve analisi è partita e se le prefazioni sono il luogo in cui viene
stipulato un patto con il lettore, resta un'altra questione da approfondire. Come già riportato
nell'Introduzione, Márquez, nel prologo al Clave, offre ai lettori un aneddoto sullo sconcerto che creò
in lui la ricerca della parola amarillo all'interno di un dizionario. Essendo lui sudamericano, ed
essendo che in quei luoghi i limoni sono di colore verde, rimase esterrefatto nel leggere sotto la
definizione di amarillo: «del color del limón». Naturalmente Márquez ci informa di ciò poiché, come
12
abbiamo avuto modo di sperimentare, quello a cui lui affida le sue parole è un dizionario d'uso dove
al proprio interno viene definito un tipo di lingua viva che deve essere descritta avvicinandosi alle
esigenze della gente e utilizzarla per poter comunicare in determinati contesti d'uso reali. Ecco che in
nessun contesto d'uso latino-americano era possibile riferirsi al colore giallo come al colore del
limone. Sarà il suo arrivo in Europa, appena ventenne, a chiarire ogni dubbio circa il colore di questo
frutto, dato che effettivamente i limoni in Europa erano di colore giallo. Tra le linee è possibile leggere
una polemica contro la tradizione europea accademista, per cui la lingua fissata dalle Accademie fosse
la lingua “ufficiale” e utile a tutti in ogni contesto. Negli anni, comunque, il dizionario della Real
Academia, nonostante abbia sempre mantenuto il riferimento al limone, “riaggiustò” la definizione
con: del color del oro, cercando di soddisfare una fetta più ampia di parlanti a cui quel riferimento
diceva ben poco. Sarà proprio María Moliner, nel 1966 a introdurre la precisazione implicita che il
colore amarillo non è di tutto il limone ma sólo el de su cáscara (solo quello della sua buccia).
Facendo un salto al primo repertorio lessicografo della lingua spagnola, messo in atto dal Diccionario
de Autoridades, che fu il primo dell’Accademia del 1726, si legge liricamente: Color que imita el del
oro cuando es subido, y a la flor de la retama cuando es bajo y amortiguado (Colore che imita quello
dell'oro quando è acceso, e quello del fiore della ginestra quando è spento e affievolito). Nel 1611
don Sebastián de Covarrubias, era andato ancora oltre con l’ispirazione, identificando il giallo come:
Entre las colores se tiene por la mas infelice, por ser la de la muerte y de la larga y peligrosa
enfermedad, y la color de los enamorados (Tra i colori quello più infelice, per essere quello della
morte e della lunga e pericolosa malattia, e il colore degli innamorati). Questi scrutini indiscreti
portarono lo scrittore di Cent'anni di solitudine alla conclusione che i dizionari arcaici cercavano di
ottenere una dimensione delle parole che era essenziale per il buon scrivere: il suo significato
soggettivo. Non a caso, il Clave, userà l'accezione del colore giallo come del colore del limone, ma
la relegherà al terzo posto, dato che l'uso che si fa oggi del termine ha soppiantato quest'accezione
con due più popolari. Come scrive Tullio De Mauro nell’Introduzione al Grande Dizionario Italiano
dell’Uso «dappertutto, per ogni lingua che sia viva nell’uso scritto e parlato, il Signor Uso, come
diceva sorridendo il Manzoni, l’usus del già citato Orazio, è l’unico proprietario dei diritti di
cittadinanza o di reiezione di forme e regole»9. È l’uso quindi che regola e definisce la presenza o
l’assenza di un vocabolo nel lessico di una lingua storico-naturale ed è quindi l’uso che arriva a
definire che cos’è la norma, ossia quali sono le condizioni affinché una parola sia un buon candidato
per entrare (oppure no) a far parte del sistema linguistico di una lingua, o ancora in quali casi le parole
possono perdere alcune accezioni o subire specificazioni, restrizioni o riarticolazioni di ciascun
significato in nuove famiglie di sensi, in nuove accezioni 10. La nozione di norma deve quindi essere

De Mauro, Tullio, Introduzione al Grande Dizionario Italiano dell’Uso, Torino, UTET, 1999b, pp. VII-XLI.
9

De Mauro. Tullio, Dizionari tra teorie e pratica, in C. Bardell – J. Nystedt (a cura di), «Progetto dizionario italiano-
10

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intesa non nel senso di qualcosa di normativo, di prescrittivo, ma nel senso di abitualmente usato,
accettato e condiviso dai parlanti di una lingua. Un dizionario dell’uso deve registrare appunto gli usi
cosiddetti ‘normali’ di una lingua, ossia gli usi (sia scritti che parlati) normalmente giudicati efficaci
e condivisi dai parlanti di una lingua storico-naturale. Tullio De Mauro sostiene che un buon
dizionario dell’uso è quello che non affida le parole a un crudo elenco di più o meno felici definizioni
delle loro accezioni, ma mette in evidenza i molti fili che si intrecciano in ciascuna parola, ossia ne
coglie (nella misura in cui può farlo un dizionario) i suoi molteplici usi11. Vediamo dunque come il
termine amarillo ha subito, diacronicamente, un'evoluzione di significato a seconda dell'epoca e delle
esigenze dei parlanti:

Covarrubias, 1611. Dicc. de Autoridades, 1726.

Dicc. de la Real Academia Española, 1869 Dicc. Histórico de la lengua española,

1933-1936.

svedese, Atti del primo colloquio (Stoccolma 10-12 febbraio 2005)», Acta Universitatis Stockholmiensis, Stoccolma,
Romanica Stocholmiensia, 2006, p 6.
11
Id., p.10.
14
Dicc. General ilustrado de la lengua española, Vox, 1953.

Dicc. de uso del español, María


Moliner, 1967.

15
Dicc. de uso del español
actual, Clave (1997).

Dicc. del español actual, Seco, Andrés, Ramos,


1999.

16
Dicc. De la Real Academia
Española, 2001.

Diccionario de la Real Academia, D.R.A.E. online, 2018.


amarillo, lla.
(Del b. lat. amarĕllus, de amārus, amargo).
1. adj. De color semejante al del oro, la flor de la retama, etc. Es el tercer color del espectro solar. U.
t. c. s. m.
2. adj. Dicho de una persona: Pálida a causa de una enfermedad o un susto.
3. adj. Dicho de un individuo o de la raza a que pertenece: De piel amarillenta y ojos oblicuos. Apl.
a pers., u. t. c. s.
4. adj. Col., Nic., P. Rico y R. Dom. Dicho del plátano grande: Que está maduro.
5. adj. despect. coloq. Col. y Cuba cobarde (ǁ pusilánime). U. t. c. s.
6. adj. Cuba Empleado del Ministerio de Transportes cubano que se encarga de mantener el orden
en las paradas de
ómnibus. U. t. c. s.
7. adj. Perú. esquirol (ǁ que no se adhiere a una huelga).
8. adj. jerg. Ur. Dicho de una persona o de un gremio: Que apoya la política laboral de los patronos.
9. m. Sustancia colorante o pigmento de color amarillo. Amarillo de cadmio
10. m. Adormecimiento extraordinario que los gusanos de seda, cuando son muy pequeños, suelen
padecer en
tiempo de niebla.
11. m. Á. R. Plata, Col. y Perú. Nombre de distintas plantas americanas caracterizadas por el color
amarillo de
alguna de sus partes, especialmente la madera.
12. f. coloq. Moneda de oro, y especialmente onza.
13. f. Veter. Enfermedad del ganado lanar, que procede de una alteración del hígado.

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BIBLIOGRAFIA

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(H-Z), 1967», Lexicología y Lexicografía. Guía bibliográfica, Salamanca, Ediciones Almar, 1983,
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español de María Moliner, Cádiz, Publicaciones de la Universidad de Cádiz, 1998.

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UTET, 1999a, con l’aggiunta del vol. VII, Nuove parole italiane dell’uso, 2003.

De Mauro, Tullio, Introduzione al Grande Dizionario Italiano dell’Uso, Torino, UTET, 1999b,
pp. VII-XLI.

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Stenta, Eleonora, La definizione lessicografica. Tradizione e procedure compositive nei


dizionari monolingui, alfabetici, italiani dalla seconda metà dell’Ottocento ad oggi, Dottorato di
ricerca in Filologia moderna Ciclo XVI (2001-2005), Università degli Studi di Napoli Federico II,
Dipartimento di Filologia moderna, 2005.

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