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Lezione del 02/04/2020

Docente: Prof.ssa M.G.Vannucchi


Sbobinatori: Lizzi/Milanesi/Liberatoscioli

TESSUTO MUSCOLARE

Il tessuto muscolare è un tessuto molto complesso di cui indagheremo non solo la morfologia cellulare, ma
anche i meccanismi biochimici che sono alla base della principale funzione che svolge questo tessuto, che è
quella della contrazione.
I tipi di tessuto muscolare possono essere classificati secondo due diversi metodi;
una prima classificazione è di tipo strettamente istologico, che distingue il tessuto sulla base dell’aspetto al
microscopio ottico, e quindi di come le cellule di questo tessuto appaiono al microscopio ottico, e lo vede
diviso in:

•Tessuto muscolare striato:


-Scheletrico
-Cardiaco, o Miocardico

•Tessuto muscolare liscio (quando il citoplasma che si colora non appare striato ma
omogeneamente colorato).

Il secondo tipo di classificazione tiene conto, piuttosto che dell’aspetto istologico, delle modalità con le quali
questi tessuti funzionano;
e classificandoli sulla base del funzionamento dovremo ricombinarli in:

•Tessuto muscolare striato Scheletrico, che si distingue dagli altri due in quanto è un muscolo volontario,
ovvero la sua attività contrattile dipende dal Sistema Nervoso Centrale;
un complesso meccanismo che si realizza durante lo sviluppo sia pre-natale che post-natale, che porta le varie
aree celebrali a memorizzare la posizione delle varie componenti muscolari e le modalità con cui esse si
possono muovere per ottenere un determinato risultato.
L’SNC arriva a controllare questa funzione del tessuto attraverso vie nervose che discendono direttamente
dalla corteccia.

•Tessuto muscolare striato Cardiaco e tessuto muscolare liscio, vengono definiti muscoli involontari, in
quanto innervati dal Sistema Nervoso Periferico Vegetativo.
Questo vuol dire che la loro attività contrattile è indipendente dalla volontà, ed è un’attività che acquisiscono
fin dalle prime settimane di vita embrionale;
infatti una volta che si è formato l’abbozzo degli organi, se si ha muscolatura liscia, inizieranno a contrarsi
indipendentemente da qualsiasi influenza della volontà.
Questa muscolatura controlla funzioni fondamentali per la sopravvivenza (come il cuore e la peristalsi
intestinale), quindi non si interviene su questi meccanismi, anche se entrambi sono sottoposti a un controllo
ormonale che può modificare le funzioni, ma che non è responsabile della loro presenza.
Inoltre il muscolo liscio è essenzialmente sotto il controllo di una innervazione di tipo vegetativo che ne regola
la contrattilità;
mentre il muscolo cardiaco, in verità, può funzionare anche indipendentemente dall’innervazione, perché ha
un sistema autonomo di contrattilità, detto sistema Pacemaker (quando questo sistema si altera e non è
perfettamente integro nella sua funzione, bisogna intervenire dall’esterno con un sostituto), che è responsabile
dell’attività cardiaca.

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TESSUTO MUSCOLARE STRIATO SCHELETRICO

Il tessuto muscolare striato Scheletrico è formato da Sincizi, ovvero gli elementi sono grandi, molto lunghi, e
riescono raggiungere anche qualche millimetro (naturalmente hanno uno spessore ridotto e non sono visibili
ad occhio nudo), quindi è necessario che contengano più nuclei.
Questo avviene perché c’è una proporzionalità nel rapporto tra nucleo e dimensione del citoplasma, per cui se
il citoplasma diventa molto esteso saranno necessari dei doppioni dello stesso nucleo per controllare le varie
aree;
questo evento è precocissimo perché coincide con la formazione della muscolatura scheletrica nel periodo
embrionale, infatti già alla fine della quarta settimana i precursori della muscolatura scheletrica, chiamati
mioblasti, una volta differenziati come tali da cellule più mature, iniziano a fondersi tra di loro, andando a
formare dei primi piccoli elementi striati, formati da un numero modesto di nuclei, ai quali si aggiungeranno
poi altri mioblasti che permetteranno l’aumento delle dimensioni.
Quindi alla fine, il patrimonio di fibre presente nella nostra muscolatura è definito molto precocemente, dato
che i nostri elementi striati non si divideranno successivamente, perché ogni elemento sinciziale non è in grado
di dividersi, e quindi le sue dimensioni aumenteranno per apposizione di nuove cellule (questo sarà possibile
fino a un certo periodo della vita post-natale, dopo il quale si potrà avere un’ipertrofia delle fibre degli elementi
striati, a seconda degli stimoli che ricevono dall’ambiente esterno alle stesse, e quindi assumere poi le
dimensioni definitive).
Quello che si ottiene in definitiva è un elemento sinciziale con una morfologia particolare, per cui, per
convenzione i singoli elementi del tessuto muscolare striato scheletrico non sono chiamate cellule scheletriche,
ma prendono il nome di fibre muscolari.
Con il termine fibra si vuole sottolineare la morfologia, ovvero una struttura lunga, nastriforme nelle due
dimensioni e tridimensionale cilindrica, e che ha inoltre un asse longitudinale nettamente maggiore a quello
trasversale.

Abbiamo quindi elementi sinciziali molto lunghi, che nelle due dimensioni appaiono come delle strutture
nastriformi che sono disposte parallelamente le une alle altre, e che presentano striatura trasversale
estremamente regolare, come si può vedere nell’immagine in alto a sinistra (e in quella in alto a destra che è
solamente a maggiore ingrandimento e dove si può apprezzare anche una sorta di striatura longitudinale).
Le immagini superiori sono immagini in sezione longitudinale dove si può osservare anche che, la gran parte
del citoplasma viene occupato da queste componenti striate e determina uno spostamento dei numerosi nuclei
che compongono le fibre, verso la periferia;
mentre le due immagini inferiori sono immagini in sezione trasversale, e ci permettono di vedere che ogni
elemento è circondato da un sottile strato di connettivo che lo separa dall’altro, perché non sono a mutuo
contatto.

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Inoltre dall’ immagine in sezione trasversale in basso a sinistra, si osserva bene la disposizione dei nuclei, dove
è possibile vederne due anche nella stessa fibra, essendo elementi sinciziali;
nella sezione in basso a destra invece si vedono sempre molto bene i nuclei periferici, e si vede anche che nel
citoplasma è presente una struttura che appare in sezione trasversale puntiforme, che in seguito vedremo
corrispondere ad elementi cilindrici contenuti all’interno della fibra muscolare.
Nella muscolatura in generale (scheletrica, miocardica o liscia) si utilizza per convenzione, nel definire le varie
componenti, un prefisso specifico che è Sàrcos;
per cui noi chiameremo il Plasmalemma di queste fibre Sarcolemma, lo Ialoplasma si chiamerà Sarcoplasma,
il reticolo Endoplasmatico prenderà il nome di reticolo Sarcoplasmatico.
E questo prefisso si ripeterà in numerose componenti della fibra stessa, la parola deriva dal greco che significa
‘carne’ perché di fatto la muscolatura di un animale è la parte che noi consideriamo normalmente la carne di
cui ci nutriamo, di cui si nutrono altri animali e quindi viene utilizzata questa terminologia specifica.
Abbiamo descritto le nostre fibre muscolari, abbiamo dato loro il nome di fibra, abbiamo detto che sono degli
elementi sinciziali che hanno una forma cilindrica, sono distribuiti in maniera parallela, presentano numerosi
nuclei in posizione periferica, tutti quanti in posizione periferica.
In sezione longitudinale presentano una striatura trasversale, in sezione trasversale un aspetto puntiforme del
citoplasma.
Analizzando il tessuto più nel particolare vediamo in sezione longitudinale, come si vede nelle immagini è
evidente la classica bandeggiatura trasversale, queste aree più colorate e meno colorate sono infatti dette
bande.

figura 1 figura 2.
Nella prima sezione vediamo l’immagine ottenuta con un microscopio a luce polarizzata (figura 1) che utilizza
le differenze di rifrazione della luce a seconda della struttura molecolare della componente che stiamo
osservando.
In figura 2 vediamo invece la sezione di una fibra che potrebbe essere la stessa, colorata, osservata al
microscopio ottico.
Perché è importante sottolineare che è possibile osservare la fibra al microscopio a luce polarizzata?
Perché proprio la luce polarizzata ha suggerito l’esistenza, all’interno del sarcoplasma di queste fibre muscolari
e anche delle cellule muscolari miocardiche, che sono sempre striate, un’organizzazione molecolare molto
regolare e ordinata. Questo effetto di chiari-scuri, così regolarmente alternati, sono possibili solo quando le
strutture molecolari sono organizzate in forme quasi cristalline o para-cristalline, questo è quello che accade
nella fibra muscolare come vedremo quando studieremo la parte contrattile.

Quindi questa osservazione ha portato a distinguere in base alla luminosità o invece all’assenza di luminosità,
di queste strie, a distinguere due bande :
una banda che appare chiara, luminosa, al microscopio a luce polarizzata, che è stata chiamata banda A o
anisotropa, proprio perché è luminosa al microscopio a luce polarizzata.
Accanto ad ogni banda A è presente una zona più scura, buia, che è stata chiamata banda I o isotropa.
È stata quindi utilizzata una nomenclatura specifica che corrisponde a un dato sperimentale quale quello
dell’osservazione al microscopio a luce polarizzata.

Se ci spostiamo e andiamo a vedere la fibra al microscopio ottico (figura 2) dopo colorazione, abbiamo un
risultato molto simile, perché vediamo sempre un’alternanza netta e precisa tra zone colorate e zone non
colorate. Tuttavia dobbiamo tener presente che nel caso della colorazione l’effetto che noi osserviamo, più
colorato/meno colorato, è esattamente l’opposto di quello che osservavamo con la luce polarizzata,
luminoso/buio, per cui le zone scure, colorate, corrispondono alle bande luminose e infatti sono chiamate bande
A, ossia le bande colorate, cosicché di conseguenza, le bande che non si colorano, che si trovano ognuna tra
due bande A, sono chiamate bande I, isotrope, che erano quelle buie al microscopio a luce polarizzata.
Quindi al microscopio ottico e anche al microscopio elettronico, come vedremo, la situazione si inverte rispetto
a quella vista con la luce polarizzata, per cui avremo le bande A sempre più colorate o elettrondense e le bande
I meno colorate e quindi meno elettrondense.

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figura 3.
A questo ingrandimento in figura 2, un po’ anche in quello in figura 3, anche se in misura minore, è possibile
osservare che la banda I o banda isotropa, che appare molto pallida al microscopio ottico, presenta però al
centro una stria molto sottile che si nota perché è più colorata rispetto al resto della banda I, questa stria non è
un artefatto, non è un’incidente, ma è in realtà una struttura che vedremo esistere all’interno del sarcoplasma
ed è chiamata stria Z.
Qui si vede (vd. Figura3) una fibra muscolare di cui si vede un nucleo, una porzione di connettivo sottostante
in cui si individuano i nuclei delle cellule che stanno nel connettivo, per ribadire che le fibre muscolari sono
ognuna separata dalle altre con un connettivo molto importante anche nel processo della contrazione.
Prendendo questa fibra e facendone uno schema di dimensioni molto simili, ecco che otteniamo queste
informazioni: osservandola in sezione longitudinale, guardando la porzione ricoperta dal sarcolemma, vediamo
il nucleo situato in periferia, la banda A, la banda I con la stria Z al centro ( e questo è quello che abbiamo
descritto fino ad ora), però questa fibra è stata sezionata in modo da darci la possibilità di poter apprezzare
anche quello che si vedrebbe in sezione trasversale, i vari punti come granulini che sembravano riempire la
fibra muscolare, ecco che vengono riproposti in questo aspetto a cella di alveare.

Se poi prendiamo ciascuno di questi elementi vediamo che non è un’area


piatta e puntiforme, ma corrisponde a strutture cilindriche molto regolari che occupano praticamente quasi
tutto il sarcoplasma della fibra muscolare, queste strutture che sono dei cilindrini che ripercorrono esattamente
la struttura della fibra muscolare, quindi con la stessa lunghezza della fibra, a meno che questa non sia
particolarmente lunga e allora si possono suddividere in più miofibrille, questo lo si apprezza molto di più
nella muscolatura miocardica piuttosto che in quella scheletrica.
Comunque sono dei cilindrini che ripercorrono la lunghezza della fibra muscolare e che presentano, ciascuno
di loro, la stessa striatura, si vede in ognuna di questi piccoli cilindri una striatura costituita da una banda A,
da una banda I e da una stria Z e questo schema mostra anche che queste bande sono in realtà delle strutture
tridimensionali, sono delle porzioni di un cilindro, tanto è vero che vengono detti anche dischi oltre che bande,
per sottolineare che hanno le tre dimensioni.
Possiamo inoltre notare che questi piccoli elementi sono messi uno accanto all’altro in maniera estremamente
regolare, per cui le singole bande di ciascuno corrispondono perfettamente. Questa organizzazione così
regolare è detta registro.
Gli elementi sono registrati tra loro in modo che coincidano perfettamente le varie porzioni. L’effetto ottico
che produce questa organizzazione così perfetta è quello che poi si apprezza nella fibra nel suo complesso, per
cui sembra che queste bande o questi dischi la costituiscono a tutto spessore, ma in realtà sono il risultato di
tanti piccoli dischetti che riguardano questi singoli elementi, che si chiamano miofibrille (proprio per
sottolineare che sono delle piccole fibre muscolari), e sono responsabili del periodo della fibra nel suo insieme.
Le miofibrille hanno delle dimensioni costanti, mentre le fibre possono essere di dimensione, lunghezza e
spessore variabili, le miofibrille hanno dimensioni costanti e il diametro è solitamente intorno ai 2 µm. Di
conseguenza quello che cambia è il numero delle miofibrille, a determinare il diametro della fibra muscolare,
e queste miofibrille qui disegnate nello schema, come entità distinte, in questa sorta di alveare si vedono gli
spazi tra loro, in realtà sono davvero separate le une dalle altre, non sono in continuità, ma sono separate da un
organulo, di cui tratteremo successivamente.

Tornando alla fibra (vd. Figura3), ci è servita per vedere in sezione che queste strie in realtà erano il risultato
dell’associazione delle miofibrille, ora andiamo a vedere queste strie che appartengano alla fibra o alla
miofibrilla in cosa consistano. Abbiamo questo effetto ottico che si ripresenta anche a livello della microscopia

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elettronica, perché questo andamento striato è una costante a tutti i livelli in cui osserviamo queste fibre
muscolari.
Per analizzare ancora meglio i particolari, dobbiamo spostarci nella microscopia elettronica e addirittura
dovremo poi parlare anche degli aspetti biochimici di questa organizzazione.
Spostandoci ora all’immagine ricavata con la microscopia elettronica (questa è come una piccola sezione,
abbiamo preso un paio di strie, dall’inizio si vede la successione di bande A e bande I, insomma circa due o
tre strie per tipo), si conferma prima di tutto quanto visto al microscopio
ottico: c’è una banda I e una banda A e ciascuna si alterna regolarmente
e si susseguono una accanto all’altra, con estrema regolarità.
Poi è presente la stria Z ancora più evidente al microscopio elettronico,
come una zona molto densa, scura, che divide in due metà identiche di
spessore la banda I, quindi la stria Z divide a metà la banda I.

Nella banda A è possibile apprezzare qualcosa che invece non era


visibile al microscopio ottico, intanto anche la banda A è attraversata da
una stria centrale che appare al microscopio elettronico un po’ più
elettrondensa, soprattutto perché la zona di banda A che sta intorno a
questa stria, chiamata stria M, è un po' più chiara. E’ poi presente una
zona un po' più chiara rispetto al resto della banda A tanto è vero che
questa zona un po' più chiara, di nuovo non un artefatto ma una realtà, è
chiamata banda H. Quindi è aumentato il numero delle strie, da una
sono diventate due e anche il numero delle bande da due sono diventate
tre. Il microscopio elettronico ci ha permesso di apprezzare tutte queste
ulteriori particolarità della striatura.

Cos’è che ripete esattamente in questa struttura sequenziale di zone più chiare e zone più scure, zone più
elettrondense e meno elettrondense? Sicuramente le strutture si ripetono costantemente. Gli studi biochimici
sulla contrazione ci hanno permesso di segnare dei confini all’interno di questa progressione striata, dei confini
che individuano l’elemento contrattile della fibra muscolare.
Noi abbiamo visto le miofibrille che sono gli elementi costitutivi della fibra muscolare, formano la fibra
muscolare e sono responsabili dell’aspetto e della funzione, perché all’interno di ogni miofibrilla è possibile
identificare la frazione di miofibrilla che corrisponde all’unità contrattile del muscolo striato, questa frazione
è detta sarcomero.
Il sarcomero è quella porzione di miofibrilla che va da una stria Z a un’altra stria Z, è quindi costituito da una
mezza banda I (ossia un’emibanda I), da una banda A, con la sua banda H e la linea M, la linea Z e da un’altra
emibanda I. La linea Z segna quindi il confine e allo stesso tempo l’inizio del sarcomero successivo.
Nella seconda immagine, quella senza lettere, al microscopio elettronico, si vedono le due linee Z che
delimitano due sarcomeri di cui un sarcomero è più contratto e uno più rilassato.
Grazie alla microscopia elettronica abbiamo ottenuto informazioni importanti e abbiamo individuato l’unità
contrattile che è stata individuata sulla base di esperimenti di tipo fisiologico e biochimico. Quindi l’unità
contrattile se la si guarda ulteriormente al microscopio elettronico ha numerosissime caratteristiche che si
ripetono in maniera costante e regolare (come tutto il resto che è stato descritto).

Se facessimo una sezione trasversale a livello della banda I, come si vede nell’immagine (stiamo utilizzando
un microscopio elettronico ad elevatissimo potere di risoluzione, quindi non va confuso l’aspetto puntiforme
che abbiamo qui con quello della fibra che si vedeva al microscopio ottico, che corrispondeva alle miofibrille,
qui siamo dentro alla miofibrilla, in un piccolo cilindrino della miofibrilla che è il sarcomero), sono presenti
tante strutture puntiformi molto piccole che già a questo livello danno l’idea dell’ordine, ma sappiamo sulla
base anche degli esperimenti fisiologici che sono molto ordinate, è molto ordinata l’organizzazione di queste
puntiformi, tanto è vero che le possiamo disporre nello spazio a descrivere un esagono di cui questi puntini
rappresentano i vertici.

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Se ci spostiamo nella banda A,
nella porzione più elettrondensa,
quindi escludendo la banda H,
vediamo che indubbiamente l’area
diventa più densa, è più ricca di
molecole e componenti molecolari,
perché è più scura e densa e così già
si capisce guardando qui e sulla base
di maggiori studi fisiologici, è stato
possibile descrivere in questa
porzione sia le strutture che
apparivano puntiformi in sezione
trasversale, con diametro
estremamente più grande dell’altro e
non solo. In questo caso erano
presenti quelle più piccole e quelle
più grandi ed erano disposte tra di
loro in maniera estremamente ordinata, quindi avevamo l’esagono formato dagli elementi sottili, ma questo
esagono circoscriveva uno degli elementi più spessi, dobbiamo immaginare che lo facesse intorno a ciascuno
di questi filamenti più spessi.
Anche i filamenti spessi potevano disegnare degli elementi geometrici, come un triangolo equilatero perché le
distanze tra questi filamenti erano costanti e quindi si potevano disegnare dei triangoli equilateri che
corrispondevano alla disposizione dei filamenti più spessi.
Passiamo alla banda H, la zona meno elettrondensa della banda, e vediamo che sono presenti solo quelle
strutture più spesse, sempre secondo l’ordine visto nella parte più esterna della banda A.
A livello della stria M questi elementi sembrano essere uniti da qualcosa che li tiene insieme, elementi ordinati,
spessi, che appaiono puntiformi ma che noi dobbiamo immaginare nelle 3 dimensioni, se le si guarda in sezione
longitudinale e non trasversale, come delle strutture filamentose allungate, siamo ad una risoluzione tale che
non si può più parlare di fibrille, si deve parlare di filamenti, quindi tutti questi puntini così ordinati nello
spazio corrispondono a dei filamenti, i filamenti contrattili.

I filamenti contrattili, siamo nel contesto del tessuto contrattile, come sappiamo dalla citologia, sono costituiti
dai filamenti sottili che comprendono l’actina e dai filamenti spessi che comprendono la miosina. I filamenti
contrattili sono presenti in tutte le cellule, perché tutte le cellule per tutta la loro vita, o per almeno un periodo
sono in grado di andare incontro a fenomeni contrattili che le aiutano a spostarsi, ad emettere pseudopodi per
spostarsi, ad emettere pseudopodi per avvolgere del materiale e fagocitarlo, insomma sono elementi del
citoscheletro.
Tuttavia nella muscolatura i filamenti di actina sono costituiti da una struttura definita actina-sarcomerica
che è l’ α-actina.
Nel muscolo la componente sottile non è definita solo dall’actina, ma a questa si associano numerose altre
proteine, nel muscolo infatti non parliamo di actina ma di filamenti sottili per sottolineare che comprendiamo
l’actina, ma anche i filamenti proteici cui è associata.

I filamenti sottili sono localizzati nella banda I, in quelle porzioni in cui abbiamo visto quei puntini che
descrivevano i vertici dell’esagono , quindi la banda I è costituita da filamenti di actina.
Le bande I sono divise in due metà dalla linea Z a livello della quale troviamo delle proteine che tengono
insieme i filamenti di actina di un sarcomero (in quanto la linea Z è anche linea di confine di un sarcomero)
quindi a livello della banda Z noi abbiamo un sistema che ‘aggancia’ i filamenti sottili e che separa quelli
appartenenti a un sarcomero, da quelli che appartengono al sarcomero successivo.
A livello della linea Z sono concentrate numerose proteine, quali: la proteina della linea Z, la filamina,
l’amorfina, ma soprattutto abbonda l’ α-actinina, quella proteina che ha il compito di legare i filamenti sottili
(una funzione che svolge anche nelle altre cellule) e soprattutto stabilizzare l’actina.

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La stabilizzazione è fondamentale,
in quanto l’actina è un filamento
instabile che tende a polimerizzare e
depolimerizzare alle sue estremità,
che vengono perciò distinte in
un’estremità plus + e un’estremità
minus -, dove rispettivamente si
aggiungono e si rimuovono le sub-
unità globulari di G-actina, sulla F-
actina.
Stiamo parlando di una struttura
fissa nel muscolo, il sarcomero è
costantemente presente per tutto il
tempo in cui la fibra funziona, ha
quella morfologia e funzione che
non possono essere modificate, questo significa che l’actina presente nel sarcomero non può andare incontro
a fenomeni di treadmilling come fa normalmente nelle altre cellule.
Questo è possibile per la presenza di determinate proteine che legano i filamenti e li stabilizzano, sulla linea Z
dove abbiamo l’estremità + il filamento è stabilizzato dall’ α-actinina che crea una sorta di cappuccio e quindi
impedisce che ci siano fenomeni di aggiunta di monomeri.
Per altro schematicamente, come si intuisce dall’immagine, l’organizzazione anche
a livello della linea Z è molto regolare proprio perché si abbia una distribuzione di
filamenti sottili lungo la banda I che sia regolare, in quanto questi filamenti non solo
devono essere stabilizzati ma essere anche regolarmente distanziati tra loro, così che
possano descrivere i vertici di un esagono.
Quindi ecco che già a livello della linea Z abbiamo già una regolamentazione di distribuzione dei filamenti
sottili, per cui si ha questo aspetto particolare della linea Z al microscopio elettronico, detto a zig zag, proprio
perché è come se si descrivesse una piramide quadrilatera ai vertici della base dipartono quattro filamenti di
actina, al vertice della piramide un solo filamento e questa disposizione si ripete anche dalla parte opposta,
cosi che i filamenti siano stabilizzati e regolarmente distanziati.

Ma, come abbiamo detto non parliamo di filamenti di actina, ma di filamenti sottili, infatti ai filamenti di F-
actina, derivata dalla polimerizzazione della G-actina, si associano stabilmente due proteine che intervengono
direttamente sulla funzione contrattile del filamento sottile:
- Una proteina filamentosa, la tropomiosina, che ha il compito di chiudere il sito di legame della
miosina sull’actina e si distribuisce sul solco del doppio filamento di F-actina che si organizza ad α-
elica, occupando circa 7 monomeri di G-actina.
- Troponina formata da 3 sub-unità che sono definite sulla base dell’inziale che ne indica la funzione e
sono: la sub-unità I, C e T. la I è la sub-unità che impedisce il legame con la testa della miosina, ha
quindi funzione Inibitoria. La sub-unità T è quella che lega stabilmente il filamento di tropomiosina,
e la C è quella che lega il Calcio ed è un po' il perno attorno al quale si muovono le altre due sub-unità,
perché sarà proprio il calcio, che legandosi alla sub-unità C modificherà stericamente le altre due,
influenzerà la disposizione della tropiomiosina e causerà lo smascheramento del sito di legame per la
testa della miosina sull’actina.
Questi sono i filamenti sottili di F-actina, troponina e tropomiosina.

I filamenti spessi
Strutture più spesse, le abbiamo viste in particolare a livello della banda A, ma in realtà nella porzione esterna
della banda A vedevamo anche dei filamenti sottili e quelle strutture puntiformi che formavano l’esagono,
comunque quei filamenti spessi che ci permettevano di delineare un triangolo equilatero si trovano sulla banda
A, sia nella parte più elettrondensa che nella parte centrale meno elettrondensa.
La differenza sta nel fatto che nella parte più esterna (meno elettrondensa) lo spazio è condiviso con i filamenti
sottili, mentre nella parte più interna sono solo filamenti spessi.

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I filamenti spessi sono derivati dall’associazione di più molecole di miosina, i filamenti hanno spessore intorno
ai 15 μm (mentre i sottili di 4/5 nm, quindi decisamente molto più sottili), e derivano dall’associazione
longitudinale di una serie di molecole di miosina.
La miosina è una molecola formata da 6 sub-unità distinte in 2 catene pesanti e 4 catene leggere: le 2 pesanti
sono formate da una lunga coda amminoacidica e si allungano l’una sull’altra con una sorta di organizzazione
ad α-elica, le teste globulari sporgono dall’asse filamentoso e quindi si estroflettono rispetto all’asse della parte
filamentosa.
Proprio su queste teste sono presenti, due per ciascuna, le 4 sub-unità
minori, ossia le 4 catene leggere della miosina.
L’associazione delle molecole di miosina porta alla formazione del
filamento spesso con un risultato particolare: queste si associano in
modo che non solo sporgano le loro teste, ma si associano in modo da
formare una porzione dove non ci sono teste, quindi una parte lineare
dove si accumulano le code e una parte dove vengono esposte le teste,
una disposizione funzionale al compito che svolgono a livello del
sarcomero.

Questi filamenti spessi si associano in maniera opposta e sono uniti nella porzione centrale e mentre si uniscono
mantengono una direzione opposta perché si uniscono mediante le code e fanno si che le rispettive teste
guardino da parti opposte, questa distribuzione dei filamenti spessi all’interno del sarcomero è definita
opposita polare.
Le testine che sporgono in modo regolare e sono distanziate le une dalle altre in maniera molto regolare. Al
vertice in corrispondenza di ogni testina che sporge stanno i filamenti sottili.

È fondamentale capire come questo sistema di filamenti sottili e filamenti spessi stiano assieme (lo
descriveremo staticamente per meglio comprendere poi cosa avviene a livello dinamico).
Le proteine citate non sono sufficienti per capire come questo sistema non vada in contro
a modificazioni o alterazioni, allora vanno citate altre proteine. Tornando all’actina, questa
sappiamo che è un filamento instabile, ma nel sarcomero deve rimanere il più stabile
possibile, perché si mantenga la struttura del sarcomero, in modo che l’evento contrattile
si possa sempre ripetere senza che ci siano delle alterazioni.
A livello della linea Z l’ α-actinina crea una sorta di cappuccio al fine di stabilizzare il filamento di actina a
all’estremità plus +, ma a livello della minus -, che deve anch’essa essere bloccata, interviene quindi un’altra
proteina a fare da cappuccio, la tropomodulina.
È poi presente una terza proteina associata ai filamenti sottili che ne garantisce il mantenimento della lunghezza
ed è la nebulina, quest’ultima va da una linea Z fino all’estremità meno -, associandosi alla tropomodulina e
ha proprio il compito di determinare la lunghezza del filamento sottile.

Anche i filamenti spessi sono organizzati in una


struttura più complessa.
I filamenti spessi sono disposti in posizione
antiparallela (opposito-polare) perchè la parte delle
code che formano il filamento spesso sono tutte
disposte all’ interno del sarcomero, dalla stessa parte
e si associano in prossimità della linea M, in modo
che tutte le teste siano laterali (a destra e sinistra) di
ogni filamento spesso.

A livello della linea M, l’associazione è garantita da


proteine che agganciano le code del filamento
spesso e ne garantiscono la disposizione con polarità
opposta. Queste proteine hanno sia un ruolo
funzionale che un ruolo strutturale: la miomesina e la proteina M hanno soprattutto un ruolo strutturale, mentre
la creatinchinasi, enzima che catalizza la formazione di ATP fondamentale nel processo della contrazione, a
partire dalla fosfocreatina, ha un ruolo prevalentemente funzionale. Di conseguenza, una metà della struttura

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filamentosa (riferendosi ai filamenti spessi) è rivolta verso una metà del sarcomero e l’altra verso la metà
opposta.
Nel sarcomero la banda H, centrale, più pallida, in condizione di riposo, corrisponde esattamente alle code
dei filamenti spessi. Il sarcomero è un’unità contrattile che può essere sottoposta anche ad un notevole stress
durante la contrazione e lo stiramento del muscolo, tuttavia perchè possa funzionare nuovamente è necessario
che i rapporti tra i filamenti sottili e i filamenti spessi , ovvero l’organizzazione, le dimensioni e la distribuzione
delle componenti del sarcomero siano stabili.
Il sarcomero può contrarsi e distendersi notevolmente, ma vi sono dei limiti oltre il quale esso non deve andare
, altrimenti possono verificarsi dei danni irreversibili nell’organizzazione molecolare e quindi della funzione
sarcomerica e del muscolo stesso.
A garantire le dimensioni del sarcomero , sia minime che massime, vi è una grande
proteina filamentosa, con una struttura particolare (rappresentata in figura con una
struttura a molla) : la titina.
L’estensione della titina va dalla linea Z alla linea M, stabilendo i limiti sarcomerici.
Se il sarcomero è sottoposto ad un eccessivo stiramento si potrebbe perdere quella
zona importante , nominata più volte, della banda A , più scura dove già in
condizioni di riposo le testa della miosina e filamenti di actina sono in rapporto a formare la struttura particolare
in cui un esamero circonda un singolo filamento spesso. Tale zona per quanto possa ridursi, lo deve fare entro
certi limiti. Deve rimanere una porzione di banda più elettrondensa in cui i due filamenti si giustappongono,
altrimenti il sarcomero non potrà ripetere la contrazione. In definitiva, i limiti strutturali della titina
determinano i limiti di estensibilità e contrazione del sarcomero.

Condizione necessaria affinché la contrazione avvenga è che vi sia almeno una piccola porzione di sarcomero
in cui filamenti sottili e i filamenti spessi si giustappongono. È questa la “conditio sine qua non” della
contrazione : l’interazione tra le teste della miosina e i filamenti di actina. È un’interazione dinamica,
reversibile; altrimenti il sarcomero sarebbe rigido. La sua stabilità porta al “rigor mortis”, condizione che si
verifica nel cadavere e corrisponde ad una stabilizzazione del legame tra actina e miosina. L’evento contrattile
si può considerare un sistema a circuito chiuso che si ripete ciclicamente.
Partiamo da uno dei momenti che si realizza durante l’evento contrattile :

• La Testa della miosina


interagisce con il filamento di actina.
Tale interazione porta alla perdita del
ligando naturale della miosina: l’ATP.
La testa è disposta perpendicolarmente
rispetto al filamento di actina e i due
sistemi interagiscono.
La testa della miosina può legare o ATP
o l’actina, non ci sono situazioni
intermedie.
• Essa presenta un’affinità
maggiore per l’ATP che per l’actina ,
per cui si distacca dall’actina e avviene
il legame con ATP. La testa della
miosina che lega l’ATP si inclina
leggermente. Quindi cambia posizione
e angolo rispetto all’actina.
(Quindi la testa della miosina può
staccarsi dal filamento di actina e il
distacco avviene perchè è presente una
molecola di ATP)
• L’ATP viene rapidamente idrolizzato dall’attività ATPasica della testa miosinica a formare ADP e
fosfato inorganico (ATP——> ADP + Pi)
• ADP e Pi rimangono a livello del sito catalitico senza allontanarsi da esso e ,nello stesso tempo in
questa condizione, l’energia liberata permette che la testa della miosina ritorni in posizione
perpendicolare all’actina; in questo stadio la testa della miosina è vicina al sito di legame con
l’actina senza stabilire un’ interazione con essa .

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• L’interazione vera e propria richiede la liberazione del fosfato inorganico (Pi),il quale si allontana
dal sito catalitico e la testa della miosina interagisce con l’actina. L’obiettivo è l’accorciamento del
sarcomero, che si realizza quando i filamenti di actina si spostano verso il centro del sarcomero.
Tale effetto si riflette su tutti i sarcomeri e, da qui, su tutta la fibra e, mediante le interazioni che
ciascuna fibra possiede con la sostanza intercellulare, su tutto il muscolo.
Il filamento di actina deve spostarsi in direzione minus (-) che guarda verso la linea M , dove si trova la
tropomodulina che incappuccia, come visto, quest’estremità.
Quando la testa della miosina è di nuovo perpendicolare al filamento di actina ,l’ADP, ancora nei pressi del
sito catalitico , si allontana. Per cui si ha dapprima l’allontanamento del fosfato inorganico e successivamente
quello dell’ADP ( ricordiamo che si tratta di prodotti dell’idorolisi dell’ATP dovuta all’attività delle ATPasi
delle teste della miosina) .
• Una volta che la testa ha perduto entrambe le molecole , effettua il movimento denominato “colpo
di forza” e si inclina in direzione minus(-) rispetto all’actina. Quest’inclinazione ,considerando che
i sistemi sono uniti, determina uno spostamento automatico dei filamenti di actina.
• Actina e miosina sono legate , ma la miosina non è perpendicolare , bensì forma un angolo acuto
rispetto al filamento di miosina (tale inclinazione è dovuta al “colpo di forza”
• A questo punto il sistema si blocca ed è necessario l’ATP che fa liberare l’actina dalla miosina che
poi di nuovo verrà scisso in ADP e Pi , e si avrà un nuovo spostamento in direzione perpendicolare
rispetto al filamento di actina;
• Il ciclo si ripete per tutte le teste e in maniera costante, definendo il fenomeno contrattile .
• Se il muscolo si rilascia la testa della miosina deve legare l’ATP e liberare l’actina dallo scorrimento
progressivo cui è stata sottoposta.
• A questo punto il sarcomero si accorcia e da un punto di vista morfologico si ha una progressiva
riduzione delle bande I è il filamento sottile si insinua e si approfonda nella banda A

In caso di contrazione più estrema, scompaiono sia la banda I che la banda H e il sarcomero assume le
dimensioni della banda A. La dimensione del sarcomero, in condizione di riposo, è di circa 2,2 µm, mentre in
caso di contrazione può arrivare anche a 1,5 µm; si tratta di un enorme contrazione poiché la dimensione
sarcomerica si riduce quasi della metà e si può immaginare l’effetto macroscopico che può avere sul muscolo
una contrazione di questa entità. Tale fenomeno è raro per cui una porzione di banda I e banda H restano
sempre visibili.
Quello che avviene all’interno del sarcomero è l’evento finale di una serie di eventi precedenti che sono partiti
(ricordando che si tratta di muscolatura striata scheletrica) dal sistema nervoso.
Lo stimolo della contrazione parte da un primo neurone che si trova nella corteccia, giunge ad un motoneurone
localizzato nelle corna anteriori del midollo spinale e infine si esplica a livello di una giunzione che si forma
fra il terminale nervoso e la fibra muscolare, detta placca motrice (che sarà trattata nell’ambito del tessuto
nervoso).

Il reticolo sarcoplasmatico
Lo stimolo nervoso si traduce in attività
elettrica che si è generata sul sarcolemma
della fibra muscolare. Tale attività
elettrica deve tradursi in una liberazione
di ioni Ca2+
La troponina presenta una subunità che
lega il calcio (sub-unità C) ed ha un ruolo
fondamentale nel determinare l’innesco
della contrazione a livello dei singoli
sarcomeri.
Il Ca2+ svolge numerose funzioni
intracellulari e la sua concentrazione
intracitoplasmatica è normalmente
regolata. Se è in eccesso, si ha un eccesso
di risposta cellulare che può portare ad
eventi traumatici ( si parla in condizioni

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normali di concentrazioni nanomolari, nmol).
La fibra muscolare possiede delle importanti riserve di calcio, contenute in strutture organulari specializzate
nel deposito di calcio che costituiscono il reticolo sarcoplasmatico. Nella fibra muscolare, il reticolo
sarcoplasmatico ha un’organizzazione estremante complessa, è uno degli organuli più abbondanti dopo le
miofibrille.
Esso instaura un rapporto particolare con le miofibrille , le quali sono circondate singolarmente dal reticolo
sarcoplasmatico, il quale si organizza sia in tubuli (conformazione tipica del reticolo endoplasmatico liscio)
che in cisterne (conformazione tipica del reticolo endoplasmatico ruvido nelle altre cellule).
Si ha un’alternanza di tubuli e cisterne che si organizzano in maniera talmente regolare che è possibile
selezionare delle porzioni di tali strutture e di posizionarle rispetto al sarcomero.
I tubuli del reticolo sarcoplasmatico sono sottili, di solito a decorso parallelo rispetto all’asse maggiore della
fibra.
Dei sottili tubuli che originano dal centro del sarcomero, con strutture un po’ più appiattite e un po’ più fitte
in termini di densità e che prendono il nome di cisterna fenestrata da cui originano sottili tubuli che si
dirigono alle estremità del sarcomero stesso. Tali tubuli confluiscono tutti insieme a formare una grande
cisterna in entrambe le estremità del sarcomero , le quali sono dette cisterne terminali.
Le cisterne terminali si incontrano con un’altra struttura membranosa che origina dal sarcolemma. Il
sarcolemma si introflette formando una serie di invaginazioni molto regolari che si approfondano all’interno
della fibra muscolare e circondando assieme al reticolo sarcoplasmatico ciascuna miofibrilla . Queste strutture
possiedono un decorso trasversale e sono dette tubuli T o tubuli trasversi, sono tubuli a fondo cieco, ma prima
di terminare danno luogo a questa serie di strutture labirintiche che circondano la miofibrilla. La cisterna
terminale si conclude lì dove incontra Il tubuli T e ciò avviene esattamente al confine tra la banda A e la banda
I del sarcomero.
Le cisterne contengono un’enorme quantità di calcio (centomila volte circa la concentrazione citoplasmatica)
questo perché nel reticolo sarcoplasmatico è presente in gran quantità la proteina calsequestrina (CASQ1) , la
quale ha una bassa affinità per il calcio (lo lega quando esso è molto concentrato), ed è fondamentale per
evitare che vi sia troppo calcio libero a livello delle cisterne e che possa stabilire un equilibrio con quello libero
nel citoplasma.

Pompe al calcio pompano il calcio all’interno delle cisterne idrolizzando ATP; è da segnalare la presenza nelle
membrane delle cisterne di numerosi canali per il calcio, i quali non sono sempre chiusi, e quando aperti
permettono al calcio di fuoriuscire. Per questo motivo le pompe sono in continua attività per reintegrare il
calcio all’interno delle cisterne.
Tale attività si verifica fino all’arrivo dello stimolo della contrazione, poiché il calcio deve essere liberato dalle
cisterne. Le strutture membranose che costituiscono la triade , non sono in continuità , ma sono legate
funzionalmente da proteine di membrana che si modificano in seguito alla depolarizzazione a livello del tubulo
T, la quale si ripercuote sulle cisterne terminali, determinando il blocco delle pompe al calcio e l’apertura di
una gran quantità di canali che permettono la fuoriuscita di calcio nel sarcoplasma .
Il Ca2+ esce e si va a legare alla sub-unità C della troponina. Tale interazione determina un blocco della
componente I (inibitoria) che non è più in grado di
impedire l’interazione tra le teste della miosina e
l’actina (questa mascherata dalla tropomiosina),
subendo una modificazione conformazionale e
liberando la tropomiosina dall’actina(la
tropomiosina scivola sul solco dell’actina e si
sposta, sito che diventa ora disponibile per il legame
con la testa della miosina). Questo tipo di evento è
definito come un accoppiamento
elettromeccanico: l’attività elettrica a livello della
membrana seguita dall’evento meccanico della
contrazione.

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Le cellule satelliti
La muscolatura striata è formata da sincizi, che nella classificazione delle cellule
secondo la loro vitalità, sono definite perenni; una volta formatisi dai mioblasti
che si sono uniti, non sono più in grado di dividersi.
Tuttavia la muscolatura scheletrica presenta le cellule satelliti, cellule staminali,
potenzialmente in grado di diventare delle fibre muscolari.
Le cellule satelliti appartengono alla stessa popolazione, come dimostra il fatto
che sono rivestite dalla stessa membrana basale che riveste le fibre muscolari.
Le cellule satelliti sono oggetto di numerosi studi e indubbiamente sono cellule
che, appartenendo allo stesso soggetto, se utilizzate per eventuali trattamenti con
cellule staminali non danno origine a fenomeni immunitari di rigetto. D’altra parte, se pensiamo alle principali
malattie che interessano le fibre muscolari, malattie genetiche, le stesse cellule hanno gli stessi geni delle fibre
muscolari per cui non sono utilizzabili; altro limite importante è che sono veramente poche, sono presenti solo
in alcuni muscoli e non è semplice farle proliferare in vitro.
In quanto cellule staminali, in particolari condizioni in vitro, possono prendere anche una via diversa da quella
della fibra muscolare. Quindi, se stimolate opportunamente con le molecole giuste, possono diventare cellule
staminali per altri tessuti. Possono sostituire porzioni di organi perdute appartenenti allo stesso soggetto da cui
sono state prelevate, senza dare risposte di rigetto.

Fibre rosse e fibre bianche


Le fibre muscolari sono distinte in
fibre rosse e fibre bianche, che
presentano proprietà citologiche e
funzionali diverse. In figura sono
riprodotte schematicamente, le
caratteristiche e la funzione.
Le fibre rosse, più piccole, sono più
scure, hanno una contrazione lenta e
un metabolismo prevalentemente
aerobio, mentre le fibre bianche sono
più pallide, hanno una contrazione
rapida e un metabolismo
prevalentemente glicolitico.
Nella maggior parte dei muscoli queste due tipologie di fibre coesistono, naturalmente a seconda del muscolo
prevale o l’una o l’altra, a seconda delle funzioni.
La contrazione muscolare che avviene a livello del sarcomero si riflette poi sulla contrazione dell’intero
muscolo.

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