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LA STORIA DELLA COLONNA INFAME

ANALISI E COMMENTO

Storia della colonna infame è il titolo di un saggio storico di Alessandro Manzoni: sebbene la prima
edizione risalga al 1840, venne scritto in un lungo arco di tempo. Originariamente avrebbe dovuto far parte
del V capitolo di Fermo e Lucia (il titolo originariamente previsto per i Promessi Sposi) e del IV tomo
dell'opera, nella sua prima edizione. Manzoni tuttavia reputò che una lunga digressione, a séguito di
un'altra sui tragici eventi della peste, avrebbe "fuorviato i suoi lettori". Caratteristica inconfondibile
dell'autore è stata la perenne insoddisfazione e la conseguente rivisitazione di tutte le sue opere,
atteggiamento che lo porterà a escludere la vicenda con l'intenzione di pubblicarla come appendice storica
nella seconda edizione del romanzo. Manzoni pubblicherà il testo nel 1840 non come un saggio storico o un
breve romanzo storiografico, bensì quale lucida analisi di ciò che la legge può permettere agli uomini di
cattiva volontà. L’analisi dell’animo umano e della perversa ricerca del colpevole a tutti i costi svelano una
storia a due facce, permettendo al lettore di scoprire le molteplici facce della verità.

Con questa tragica vicenda, Manzoni vuole affrontare il rapporto tra le responsabilità del singolo e le
credenze e convinzioni personali o collettive del tempo; tramite un'analisi storica, giuridica e psicologica,
sottolinea l'errore commesso dai giudici e l'abuso del loro potere che calpestò ogni forma di buonsenso e di
pietà umana, spinti da una convinzione del tutto infondata e da una paura legata alla tremenda condizione
del tempo provocata dall'epidemia di peste. Notevole è che la superstizione circa l'esistenza degli untori fu
una caratteristica di quei tempi: non se ne ha notizia nelle precedenti epidemie.

E’ una storia di ingiustizia terribile e paradossale ma vera: siamo nella prima metà del XVII secolo, Milano
perseguita tutti coloro che vengono ritenuti untori, errando in alcune occasioni, e ritenuti responsabili del
contagio pestilenziale tramite misteriose sostanze, in seguito ad un'accusa - infondata - da parte di una
"donnicciola" del popolo, Caterina Rosa. Nell’estate 1630, durante il processo, si accusano persone
innocenti che vengono condannate a morte - Guglielmo Piazza (commissario di sanità) e Gian Giacomo
Mora (barbiere), giustiziati con il supplizio della ruota – e sulle macerie della casa-bottega di quest’ultimo,
rasa al suolo dopo la condanna, viene eretta la così detta “colonna infame” , come simbolo ed monito della
giustizia fatta in città. Solo nel 1778 ormai divenuta una testimonianza d’infamia non più a carico dei
condannati, ma dei giudici che avevano commesso un'enorme ingiustizia, fu abbattuta.

Il passato non deve essere mai dimenticato, diceva Leonardo Sciascia, ma deve essere vissuto
continuamente nel presente affinché non ritorni. Tuttavia in molti paesi la tortura esiste ancora.

Nel 1972 il regista Risi diresse il film La colonna infame, fedele trasposizione del saggio.

Nel 2013 Il Centro di Ricerca per il Teatro in collaborazione con Celesterosa e I Sacchi di Sabbia si è
cimentato ne la trasposizione di un testo prettamente letterario in uno drammaturgico. L'opera viene
narrata dagli unici due attori di tutta la piece : Silvio Castiglioni e Emanuela Villagrossi che, attraverso le loro
voci calde e suadenti, cullano lo spettatore nel profondo della vicenda.

I due artisti alternativamente illustrano gli eventi della storia in uno scambio di opinioni, benché non sembri
un vero e proprio dialogo. La voce finale è una: quella del Manzoni, al quale non sono state né aggiunte né
modificate le parole; cosa che rende ancora di più quella sensazione, evocata per immagini, di antichità. La
polvere non è solamente visiva ma la si può percepire con tutti i sensi: dal profumo di antico che si respira,
dal silenzio echeggiante che si ha all'interno della sala ( una suggestiva chiesa sconsacrata che permette alla
piece di acquistare ulteriori sfumature), alla percezione tattile che si manifesta attraverso Silvio Castiglioni,
che battendo la mano sopra un libro antiquato fa fuoriuscire la polvere o quando strofina le sue mani,
coperte dai guanti, su vetri altrettanto farinosi. Significativa è la scena in cui, sempre Castiglioni, costruisce
una colonna con bicchieri di cristallo: il pubblico non ascolta più il testo ma partecipa angosciato a questa
incerta costruzione. È uno dei momenti più toccanti a livello narrativo, si sta pronunciando l'accusa, ma il
pubblico è ormai inchiodato all'edificazione della colonna, che fino all'ultimo ha l'impressione che cada da
un momento all'altro. Fogli spazzati via dal vento, panni che cadono, tappeti che vengono spostati da forze
esterne creano angoscia e suspence , interrotte nel momento in cui uno dei bicchieri, di quella colonna che
ormai il pubblico crede stabile, si infrange a terra. Una sapiente regia con attori altrettanto validi per un
testo poco pregnante, troppo narrativo e poco agito.

Fonti. Manzoni trasse gran parte delle notizie dal De peste Mediolani quae fuit anno 1630 di Giuseppe
Ripamonti, che descrive anche la vicenda, e fu ispirato anche dalle Osservazioni sulla tortura di Pietro Verri
(1777). In quel periodo la colonna infame era ancora in piedi a triste ricordo di quel processo; fu abbattuta
un anno dopo la pubblicazione del saggio.

Nel Castello Sforzesco se ne conserva la lapide, che reca una compiaciuta descrizione, in latino
seicentesco, delle pene inflitte. Qui la traduzione:

QUI, OVE S'APRE QUESTO LARGO, SORGEVA UN TEMPO LA BOTTEGA DEL BARBIERE GIAN GIACOMO MORA

CHE, ORDITA CON IL COMMISSARIO DELLA PUBBLICA SANITÀ GUGLIELMO PIAZZA E CON ALTRI UNA
COSPIRAZIONE, MENTRE UN'ATROCE PESTILENZA INFURIAVA, COSPARGENDO DIVERSI LOCHI DI LETALI
UNGUENTI MOLTI CONDUSSE AD UN'ORRENDA MORTE.

GIUDICATI ENTRAMBI TRADITORI DELLA PATRIA, IL SENATO DECRETÒ' CHE DALL'ALTO DI UN CARRO PRIMA
FOSSERO MORSI CON TENAGLIE ROVENTI, MUTILATI DELLA MANO DESTRA, SPEZZATE L'OSSA DEGLI ARTI,

INTRECCIATI ALLA RUOTA, DOPO SEI ORE SGOZZATI, BRUCIATI E POI, PERCHÉ DI COTANTO SCELLERATI
UOMINI NULLA AVANZASSE, CONFISCATI I BENI, LE CENERI DISPERSE NEL CANALE.

PARIMENTI DIEDE ORDINE CHE AD IMPERITURO RICORDO LA FABBRICA OVE IL MISFATTO FU TRAMATO

FOSSE RASA AL SUOLO NÉ MAI PIÙ RICOSTRUITA; SULLE MACERIE ERETTA UNA COLONNA DA CHIAMARE
INFAME.

LUNGI ADUNQUE DA QUI, ALLA LARGA, PROBI CITTADINI, CHE UN ESECRANDO SUOLO NON ABBIA A
CONTAMINARVI! ADDÌ I AGOSTO 1630 (sen. Marcantonio Monti prefetto della pubblica sanità
Giovambattista Visconti capitano di giustizia)