Sei sulla pagina 1di 1036

Julia Navarro

DIMMI CHI SONO


Traduzione di Elena Rolla

ISBN 978-88-04-61132-5

© 2010, Julia Navarro Fernández


© 2010, Random House Mondadori, S.A.
©2011 Arnoldo Mondadori Editore S.p.A., Milano
Titolo dell'opera originale
Dime quién soy
I edizione giugno 2011
PiBiBooks

MONDADORI
Quando Guillermo, giovane giornalista di Madrid, riceve da una ricca zia
l'incarico di indagare sulla vita della bisnonna Amelia Garayoa, della
quale non si sa più nulla da molti anni, non immagina quanto
straordinaria sia l'esistenza di questa donna misteriosa e affascinante.
Per riscattarla dall'oblio in cui è caduta, Guillermo ricostruisce la sua
storia pezzo per pezzo, come un immenso e straordinario puzzle.
Amelia, nata nel 1917 da un'ottima famiglia madrilena, dopo essersi
infatuata di un rivoluzionario franco-spagnolo alla vigilia della Guerra
civile, non esita ad abbandonare marito e figlio - il padre di Guillermo -
facendo perdere le sue tracce e diventando un tabù per l'intera famiglia.
Come ben presto Guillermo scoprirà, questo è solo l'inizio di un percorso
estremamente avventuroso che la porterà in tutto il mondo: da Madrid a
Barcellona, da Parigi a Mosca, attraverso Berlino, Londra, Varsavia,
Buenos Aires e il Messico. Borghese e rivoluzionaria, sposa e amante, spia
e assassina, Amelia è una donna fuori dal comune, un'antieroina per
eccellenza, che attraversa da protagonista alcuni tra i maggiori eventi
del Novecento, come la Seconda guerra mondiale, la Guerra fredda, la
caduta del Muro di Berlino. Sempre al fianco degli uomini della sua vita e
sempre fedele ai suoi principi, Amelia non smetterà di pagare in prima
persona per le proprie contraddizioni e i propri errori. Ben costruito, dal
tono vibrante e appassionato, Dimmi chi sono è un romanzo di
spionaggio e intrigo allo stato puro, di amori tragici, di avventura e
storia, l'opera più ambiziosa e personale di Julia Navarro, che regala al
lettore pagine emozionanti e coinvolgenti.

A mia madre,
senza di lei non sarei arrivata fin qui.

Ai miei nonni Teresa e Jerónimo,


per l'affetto e la generosità,
e per tutto quello che mi hanno insegnato.

E alla mia cara amica Susana Olmo,


per tutte le risate condivise.
RINGRAZIAMENTI

Vorrei ringraziare Riccardo Cavaliere per il sostegno e la fiducia


nei miei romanzi. Ha il talento di rendere facili le cose difficili.

E, come sempre, la squadra di Random House Mondadori, che


ha reso possibile questo romanzo. Grazie a tutti per l'aiuto e a
Cristina Jones per la pazienza.

Grazie anche a Fermin e ad Alex, che mi stanno sempre vicino.


GUILLERMO
1

«Sei un fallito.»
«Sono una persona perbene.»
Mia zia alzò gli occhi dal foglio che teneva in mano. L'aveva
letto come se il contenuto fosse per lei una novità, ma non lo
era. In quel curriculum era riassunta la mia breve e disastrosa
vita professionale.
Mi osservò incuriosita e continuò a leggere, però io sapevo
che non c'era molto altro da scoprire. Mi aveva dato del fallito
non con l'intenzione di offendermi, ma come se stesse
constatando un dato di fatto.
L'ufficio di mia zia era opprimente. In realtà, a mettermi a
disagio era il suo atteggiamento altezzoso e distaccato:
sembrava che il successo nella vita le desse il diritto di guardare
il resto della famiglia dall'alto in basso.
Mi era antipatica, ma nemmeno io ero mai stato il suo nipote
preferito, per questo mi ero stupito quando mia madre mi aveva
detto che sua sorella voleva vedermi urgentemente.
La zia Marta era diventata la matriarca della famiglia e
dominava persino gli altri due fratelli, lo zio Gaspar e lo zio
Fabián.
Veniva consultata per qualunque cosa, e nessuno prendeva
mai una decisione senza il suo consenso. A dire il vero, io ero
l'unico che la evitava e che, al contrario dei miei cugini, non
cercava la sua approvazione.
Ma lei era lì, orgogliosa di aver salvato e triplicato il
patrimonio familiare, una ditta di compravendita e riparazione
di macchinari, grazie, tra l'altro, al suo provvidenziale
matrimonio con quel brav'uomo di suo marito, lo zio Miguel,
per il quale provavo una segreta simpatia.
Lo zio Miguel aveva ereditato alcuni stabili nel centro di
Madrid che, attraverso gli affitti, gli garantivano un'ottima
rendita mensile. A parte le riunioni periodiche con
l'amministratore delle sue proprietà, non aveva mai lavorato.
Le sue uniche preoccupazioni consistevano nel collezionare
libri rari, giocare a golf e sfuggire con ogni minimo pretesto allo
sguardo vigile della zia Marta, a cui era stato ben felice di
delegare gli incontri mensili con l'amministratore, sapendo che
lei possedeva l'intelligenza e la passione necessarie ad avere
successo in qualunque cosa facesse.
«E così il tuo fallimento lo chiami essere una persona
perbene. Allora credi che tutti quelli che hanno successo non
siano perbene?»
Stavo per dire di sì, ma se l'avessi fatto avrei avuto dei
problemi con mia madre, perciò decisi di sfumare la mia
risposta.
«Vedi, nella mia professione la gente perbene di solito resta
senza lavoro. Non hai idea di come si sia ridotto il giornalismo
in questo paese. O ti schieri a destra, oppure a sinistra. Non sei
altro che un burattino nelle mani degli uni o degli altri. Cercare
semplicemente di raccontare quello che succede ed esprimere
opinioni sincere porta all'emarginazione e alla disoccupazione.»
«Ti ho sempre considerato di sinistra» disse mia zia, con una
punta di sarcasmo. «E adesso sono loro al potere...»
«Già, ma il governo vuole che i giornalisti allineati chiudano
gli occhi e la bocca davanti ai loro errori. Criticarli implica la
proscrizione. Smettono di considerarti uno di loro e,
ovviamente, visto che non stai nemmeno dalla parte degli altri,
ti ritrovi in una terra di nessuno, cioè disoccupato, come me.»
«Nel curriculum c'è scritto che adesso lavori per un giornale
on line. Quanti anni hai?»
Quella domanda mi infastidì. Sapeva perfettamente che ero
sulla trentina, il più anziano dei cugini, ma era il suo modo di
esprimere il disinteresse che nutriva nei miei confronti. Perciò
decisi di non dirle la mia età, visto che la conosceva.
«Sì, faccio il critico letterario per un giornale su internet.
Non ho trovato nient'altro, ma almeno non devo chiedere a mia
madre i soldi per comprarmi le sigarette.»
La zia Marta mi fissò a lungo, come se mi vedesse per la
prima volta, e sembrò esitare prima di decidersi a farmi la sua
proposta.
«Bene, voglio darti un lavoro, per di più ben pagato. Confido
che tu sia all'altezza di quel che ci aspettiamo da te.»
«Non so cosa intendi offrirmi, ma la mia risposta è no:
detesto gli uffici stampa aziendali. Se sono venuto a trovarti, è
perché me l'ha chiesto mia madre.»
«Non voglio offrirti un posto nell'azienda» rispose, come se
quella fosse l'idea più folle del mondo.
«Allora...»
«Allora voglio affidarti un incarico per la famiglia, una cosa
più personale. Una faccenda privata, a dire il vero.»
La zia continuava a guardarmi, ancora dubbiosa sul fatto che
darmi quel compito fosse una buona idea.
«Dovresti indagare su una vecchia storia familiare: una
storia che riguarda la tua bisnonna, mia nonna.»
Non sapevo cosa dire. La bisnonna era un argomento tabù in
famiglia. Non si parlava mai di lei, e io e i miei cugini non
eravamo riusciti a scoprire quasi nulla su quel misterioso
personaggio, riguardo al quale era vietato fare domande e di cui
non esisteva nemmeno una fotografia.
«La bisnonna? E su cosa bisogna indagare?»
«Sai che sono io ad avere quasi tutte le foto di famiglia, e
avevo pensato di fare un regalo ai miei fratelli, per il prossimo
Natale. Perciò mi sono messa a riguardare le vecchie fotografie
per farne delle copie. Ho rovistato anche fra le carte e i
documenti di mio padre, perché ricordavo di averne viste altre
fra le sue cose, e in effetti ne ho trovata qualcuna e... Be', in
mezzo alle scartoffie c'era una busta chiusa, l'ho aperta e
dentro ho trovato questa...» Si voltò verso lo scrittoio e prese
una busta da cui estrasse una fotografia. Me la porse con un po'
di esitazione, come se mi considerasse maldestro e temesse che
quell'immagine non fosse al sicuro nelle mie mani.
Il ritratto aveva i bordi strappati e si era ingiallito col
passare del tempo, ma la fanciulla che vi era ritratta sorridente,
vestita da sposa e con il bouquet in mano, non aveva perso il
suo fascino.
«Chi è?»
«Non lo so. Be', pensiamo che possa essere nostra nonna, la
tua bisnonna... L'ho fatta vedere a tua madre e ai miei fratelli e
siamo tutti d'accordo che nostro padre le somigliava. Insomma,
abbiamo deciso che sia giunta l'ora di scoprire cos'è successo a
nostra nonna.»
«Così, all'improvviso? Non avete mai voluto dirci niente su di
lei, e adesso trovi una foto che pensi possa essere della nostra
antenata e decidi che bisogna scoprire quel che è successo.»
«Tua madre ti avrà raccontato qualcosa su di lei...»
«Mia madre mi ha raccontato le stesse cose che tu hai
raccontato ai tuoi figli: praticamente niente.»
«Ma nemmeno noi ne sappiamo molto. Nostro padre non ci
parlava mai di lei. Il passare del tempo non ha lenito il dolore
della sua perdita.»
«A quanto ne so, non l'ha mai conosciuta. Non lo abbandonò
quand'era appena nato?»
La zia Marta non sapeva se raccontarmi tutto quello che
sapeva o mandarmi via all'istante. Probabilmente pensava che
non fossi la persona adatta ad affrontare la faccenda.
«Quello che sappiamo» rispose «è che nostro nonno, cioè il
tuo bisnonno, si occupava di importazione e vendita di
macchinari, soprattutto provenienti dalla Germania. Viaggiava
molto e di solito non diceva quando partiva né tanto meno
quando pensava di tornare. Come puoi immaginare, sua moglie
non ne era contenta.»
«È impossibile che lei non fosse informata. Se lui preparava
la valigia, suppongo che gli chiedesse dove andava. Almeno, di
solito si fa così.»
«No, lui non faceva così. Il tuo bisnonno diceva di avere la
valigia nel portafoglio, cioè gli bastavano i soldi che portava con
sé, quindi non aveva bisogno di preparare nulla: di volta in
volta comprava quel che gli serviva. Non so perché si
comportasse così, ma immagino che fosse fonte di conflitti nella
coppia. Come ti dicevo, il tuo bisnonno era molto
intraprendente e ingrandì l'azienda, non solo con la vendita di
macchinari industriali, ma anche con le riparazioni, e in quel
momento in Spagna c'era bisogno di tutto. Un giorno partì per
uno dei suoi viaggi. Durante le sue assenze, la moglie conduceva
la vita che a quei tempi ci si aspettava da una ragazza nella sua
posizione. A quanto sappiamo, si recò a casa di amici. All'epoca
le visite erano un divertimento innocente e soprattutto a basso
costo. Si andavano a trovare gli amici o i familiari, di
pomeriggio, e loro ricambiavano la visita qualche giorno dopo,
e in questo modo i salotti delle case si trasformavano in luoghi
di incontro. In una di quelle occasioni lei conobbe un uomo.
Ignoriamo chi fosse e di cosa si occupasse. Una volta sentimmo
dire che era un marinaio dell'esercito argentino. Sembra che lei
se ne sia innamorata e sia fuggita con lui.»
«Ma il nonno era già nato... Aveva un figlio.»
«Sì, e molto piccolo. Lo affidò alle cure della balia, Águeda, la
donna che tuo nonno credeva fosse sua madre finché, da
grande, venne a sapere la verità. Il tuo bisnonno conviveva con
Águeda e da lei ebbe una figlia, la zia Paloma, sorellastra di tuo
nonno: conosci quel ramo della famiglia.»
«In realtà no, non vi è mai interessato molto che ci
conoscessimo. Li ho visti solo a qualche funerale» risposi con
una certa insolenza, per provocarla.
Ma la zia Marta non cedeva alle provocazioni se non aveva
interesse a farlo, quindi mi guardò con un lampo di stizza e
proseguì nel racconto come se nulla fosse.
«Tuo nonno decise di cambiare il cognome della madre, per
questo il suo secondo cognome è Fernández. Quando si cambia
cognome, bisogna sceglierne uno comune.»
«Non ho mai saputo come si chiamasse davvero» risposi,
stufo di quella conversazione.
«Non lo abbiamo mai saputo neanche noi.» Il tono di voce
della zia Marta sembrava sincero.
«E come mai, adesso, avete tutto questo interesse per la
storia di vostra nonna?»
«La foto che ti ho mostrato ci ha convinti a prendere la
decisione. Ne ho fatto delle copie; te ne darò una, potrebbe
servirti per le indagini. Crediamo si tratti di lei, ma se non lo è
fa lo stesso: è arrivata l'ora di sapere.»
«Sapere cosa?» Mi divertiva cercare di innervosirla.
«Chi siamo» rispose la zia.
«A me non importa un accidente di cosa ne è stato della
bisnonna. Io so chi sono e questo non potrà certo cambiare,
qualunque cosa abbia fatto quella donna tanti anni fa.»
«E a me non importa che non t'importi. Se ti affido questo
lavoro è perché non si sa cosa scoprirai, e preferisco che i panni
sporchi, se ce ne sono, si lavino in famiglia. Per questo non
assumo un detective. Non ti sto chiedendo un favore, ti sto
offrendo un lavoro. Sei un giornalista: saprai come investigare.
Ti pagherò tremila euro al mese, spese escluse.»
Ammutolii. la zia mi aveva fatto un'offerta che non potevo
rifiutare. Non avevo mai guadagnato tremila euro, neppure
quando facevo il reporter per la televisione. E adesso che la mia
situazione lavorativa era pessima, e tiravo avanti grazie alla
collaborazione con un giornale in rete che mi pagava a stento
cinquecento euro al mese, saltava fuori lei come il serpente che
aveva tentato Eva. Avrei voluto dirle di no, che poteva tenersi i
suoi soldi, ma pensai a mia madre, che ogni mese doveva
prestarmi il denaro per permettermi di pagare il mutuo
dell'appartamento che avevo comprato. Mi consolai dicendomi
che in fondo non c'era niente di disonorevole nell'indagare sul
passato della mia bisnonna. Sarebbe stato peggio accettare un
lavoro in cambio di qualche ruffianata al politico di turno.
«Credo che un paio di mesi dovrebbero bastarti, no?» si
informò la zia Marta.
«Non preoccuparti, non penso che ci metterò tanto a
scoprire qualcosa su quella brava signora. Per mia sfortuna,
magari tra qualche giorno avrò già finito le indagini.»
«Io voglio di più» disse mia zia in tono minaccioso.
«Cosa?» chiesi guardingo, come se di colpo mi fossi svegliato
da un sogno: nessuno paga tremila euro al mese per sapere che
fine ha fatto la nonnina.
«Dovrai scrivere la storia di mia nonna. Puoi farlo sotto
forma di romanzo, o come vuoi tu, ma scrivila. La rilegheremo e
sarà il mio regalo di Natale per la famiglia.»

Sottoposi mia madre a un interrogatorio approfondito per


cercare di farle ricordare il più possibile di suo padre, cioè mio
nonno. Lei si premurò di attribuirgli ogni virtù, tentando di
rinfrescarmi la memoria. Io me lo ricordavo alto, magro, molto
impettito e di poche parole. Un giorno mi dissero che il nonno
aveva avuto un incidente d'auto: rimase paralizzato e fu
costretto su una sedia a rotelle fino alla morte.
Da bambino, tutte le domeniche andavo con mia madre a
casa del nonno per il pranzo di famiglia, dove mi toccava
assistere a interminabili chiacchierate che mi annoiavano a
morte.
Il nonno mangiava in silenzio, osservandoci tutti, e
interveniva solo ogni tanto.
La zia Marta era la minore dei figli. A quell'epoca era nubile e
viveva con lui, per questo aveva assunto il controllo
dell'azienda del nonno, così come di quella casa enorme e buia.
Insomma, non serbavo alcun ricordo che potesse darmi un
indizio sulla madre del nonno, la misteriosa signora che un bel
giorno era scomparsa abbandonandolo alle cure della balia.
Devo confessare che cominciai le ricerche di malavoglia,
forse perché ero davvero poco interessato a scoprire cosa
avesse combinato la mia antenata.
Iniziai l'indagine nel posto più ovvio: mi recai negli uffici
dell'anagrafe per richiedere una copia dell'atto di nascita di mio
nonno.
In genere sull'atto di nascita compare sempre il nome dei
genitori, quindi era il modo migliore per sapere come si
chiamasse la madre di mio nonno. Mi chiedevo perché non lo
avesse fatto anche la zia Marta, invece di dare tremila euro a me
perché andassi all'anagrafe.
Una solerte impiegata frustrò il mio ottimismo
informandomi che non si poteva avere l'atto di nascita di una
persona morta.
«E perché desidera vedere il documento del signor Javier
Carranza Fernández?»
«È mio nonno, insomma... era mio nonno, le ho già detto che
è morto quindici anni fa.»
«Sì, è per questo che le chiedo perché vuole il suo atto di
nascita.»
«Sto ricostruendo l'albero genealogico della famiglia, ma c'è
un problema: mio nonno aveva cambiato il cognome materno
per motivi familiari. In realtà non si chiamava Fernández, e sto
cercando di scoprire quale fosse il suo vero cognome.»
«Be', non può farlo!»
«E perché no?»
«Se, come lei dice, suo nonno ha cambiato cognome, allora la
sua pratica sarà archiviata presso un altro registro, e la può
consultare solo il diretto interessato. Oppure ci vuole un
mandato giudiziario.»
«È chiaro che l'interessato non può richiedere un bel niente»
risposi scocciato.
«Già.»
«Senta, era mio nonno, si chiamava Fernández e non so
perché. Non crede che abbia il diritto di sapere qual era il nome
della mia bisnonna?»
«Guardi, non ho idea di quali siano i suoi problemi familiari e
nemmeno mi interessa. Mi limito a fare il mio mestiere e non
sono autorizzata a darle l'atto di nascita originale di suo nonno.
E adesso, se non le dispiace, ho molto lavoro...»

Quando lo raccontai a mia madre, mi accorsi che non era affatto


sorpresa di come erano andate le cose con l'impiegata, ma
almeno mi diede una pista utile per cominciare.
«Il nonno, proprio come noi e anche voi, i suoi nipoti, è stato
battezzato nella chiesa di San Giovanni Battista. Ed è lì che si è
sposato, e ci siamo sposati noi, e spero che un giorno ti sposerai
anche tu.»

Non le dissi che, per il momento, il mio unico impegno serio era
con la banca che mi aveva concesso il prestito per comprarmi
l'appartamento. Avevo acceso un mutuo da pagare per i
successivi trent'anni.

La chiesa di San Giovanni Battista aveva urgente bisogno di


riparazioni alla cupola: me lo disse don Antonio, il vecchio
parroco, che si lamentava del disinteresse dei fedeli per le
condizioni dell'edificio.
«La gente fa sempre meno elemosina. Una volta si trovava
con grande facilità un benefattore che si accollasse questi
problemi, ma adesso... adesso i ricchi preferiscono creare
fondazioni per poter scaricare le donazioni dalle tasse frodando
il fisco e non danno più un centesimo per queste cose.»
Lo ascoltai pazientemente, perché quel povero vecchio mi
era simpatico. Mi aveva battezzato, dato la prima comunione e,
se fosse stato per mia madre, mi avrebbe pure sposato, ma non
credevo che avrebbe retto un'attesa così lunga.
Don Antonio si lamentò per un bel po' prima di chiedermi
cosa volessi.
«Ho bisogno di visionare il certificato di battesimo di mio
nonno Javier.»
«Tuo nonno è stato generoso con questa parrocchia» ricordò
don Antonio. «Ma a cosa ti serve il suo certificato di
battesimo?»
«Mia zia Marta vuole che scriva la storia della famiglia e ho
bisogno di sapere alcune cose» decisi di rispondere dicendo
quasi tutta la verità.
«Temo che non sarà facile.»
«Perché?»
«Tutti i vecchi documenti si trovano negli archivi in cantina;
durante la guerra i registri parrocchiali sono stati messi a
soqquadro. Bisognerebbe fare un po' d'ordine nella roba che c'è
là sotto, ma il vescovo non vuole mandarmi un prete giovane
esperto di archivi e io non ho più l'età per occuparmi di tanti
documenti e scartoffie. E poi, naturalmente, non intendo
lasciarti curiosare a tuo piacimento.»
«Non le prometto niente, ma posso parlare con mia zia
Marta. Magari può aiutare la parrocchia assumendo una
bibliotecaria o un'archivista che la aiuti a riordinare le carte...»
«Sarebbe bello, ma non credo che a tua zia importi molto
dello stato dei documenti di questa parrocchia, tanto più che
non la si vede spesso da queste parti.»
«Glielo chiederò comunque. Tentare non costa nulla.»
Don Antonio mi rivolse uno sguardo pieno di gratitudine. Era
buono come il pane, uno di quei preti la cui umanità giustifica
l'esistenza della Chiesa cattolica.
«Che Dio ti benedica!» esclamò.
«Ma nel frattempo le sarei grato se mi lasciasse cercare il
certificato di battesimo di mio nonno. Le prometto che non
andrò a ficcare il naso nei documenti che non riguardano quello
che mi interessa.»
Il vecchio sacerdote mi osservò a lungo, per saggiare l'onestà
delle mie intenzioni. Sostenni il suo sguardo sfoggiando il mio
sorriso migliore.
«D'accordo, ti lascerò entrare in cantina, ma devi darmi la
tua parola che cercherai solo il certificato di battesimo di tuo
nonno e non ti metterai a curiosare... mi fido di te.»
«Grazie. Lei è un prete fantastico, il migliore che abbia mai
conosciuto!» esclamai, pieno di riconoscenza.
«Non credo che tu conosca molti preti, visto che non
frequenti spesso la chiesa, perciò direi che non è una statistica
attendibile» replicò don Antonio con ironia.
Prese le chiavi della cantina e mi guidò lungo una scala
nascosta sotto una botola nella sacrestia. Una lampadina che
dondolava appesa a un filo era l'unica luce in quel luogo pieno
di umidità che, proprio come la cupola della chiesa, avrebbe
avuto bisogno di un bel restauro. C'era puzza di chiuso e faceva
freddo.
«Dovrà dirmi dove devo cercare.»
«C'è un po' di disordine... In che anno è nato tuo nonno?»
«Mi pare nel 1935...»
«Poveretto! Alla vigilia della guerra civile. Brutto momento
per venire al mondo.»
«E quando mai ce n'è uno buono?» ribattei tanto per dire
qualcosa, ma subito mi resi conto che era una stupidaggine,
perché don Antonio mi guardò severamente.
«Non dire così! Proprio tu! Voi giovani d'oggi non siete
consapevoli dei privilegi di cui godete, vi sembra naturale avere
tutto... per questo non apprezzate nulla» borbottò.
«Ha ragione... Ho detto una sciocchezza.»
«Ebbene sì, figliolo, hai detto una sciocchezza.»

Don Antonio controllava archivi, ispezionava scatole allineate


contro la parete, apriva bauli... Io lo lasciavo rovistare, in attesa
che mi dicesse cosa fare. Infine, mi indicò tre schedari.
«Credo che lì dentro ci sia il registro dei battesimi di quegli
anni. Sai, alcuni bambini furono battezzati molto tempo dopo la
nascita, non so se fu anche il caso di tuo nonno. Se non lo trovi
lì, dovremo cercare nelle scatole.»
«Spero di avere fortuna...»
«Quando cominci?»
«Adesso, se non le dispiace.»
«Bene, devo prepararmi per la messa di mezzogiorno.
Quando ho finito, scendo a vedere come va.»

Rimasi solo, in quel lugubre sotterraneo, pensando che i tremila


euro della zia Marta me li sarei abbondantemente guadagnati.
Passai tutto il mattino e parte del pomeriggio a rovinarmi gli
occhi sul registro dei battesimi, scolorito dal passare del tempo,
ma non riuscii a trovare nulla su mio nonno Javier.
Alle cinque del pomeriggio il bruciore agli occhi si era fatto
insopportabile e la fame mi attanagliava lo stomaco con tanta
insistenza che non riuscii più a ignorarla. Tornai in sacrestia e
chiesi di don Antonio alla perpetua che stava piegando i
paramenti della messa.
«È andato in canonica a riposare, fino alle otto non c'è
messa. Mi ha chiesto di dirglielo, se l'avessi vista. Se vuole
andare da lui, segua il corridoio e bussi alla prima porta che
trova. Mette in comunicazione la chiesa con l'abitazione di don
Antonio.»
La ringraziai per le indicazioni, anche se conoscevo
perfettamente la strada. Trovai il sacerdote con un libro in
mano, ma sembrava dormisse. Lo chiamai per metterlo al
corrente del fallimento delle mie ricerche e gli chiesi il
permesso di tornare il giorno dopo, di buon'ora. Don Antonio
mi diede appuntamento alle sette e mezzo, prima della messa
mattutina.
Quella sera telefonai alla zia Marta per chiederle di fare una
donazione alla chiesa di San Giovanni Battista. Quella richiesta
la fece infuriare e mi rinfacciò una scarsa considerazione per i
soldi di famiglia. Le mentii, dicendole che don Antonio era
indispensabile per le indagini che stavo svolgendo e che a mio
parere dovevamo dargli un contentino affinché collaborasse.
Pensai che il povero prete ci sarebbe rimasto male a sentirmi
parlare così di lui, ma non sarei riuscito a convincere altrimenti
la zia Marta. A lei importava poco della bontà di don Antonio e
delle sue difficoltà nel mandare avanti la chiesa. Perciò la
persuasi a fare una donazione per far riparare la cupola.
Impiegai ben quattro giorni a trovare il tanto agognato
certificato di battesimo di mio nonno. Mi innervosii, perché
all'inizio non ero sicuro che fosse quello che cercavo.
Considerato che mio nonno aveva cambiato il cognome di
sua madre con uno più comune, cioè Fernández, ci misi un po'
prima di capire che quel Javier Carranza era la persona che
stavo cercando.
È vero che i cognomi Carranza e Garayoa non sono molto
diffusi, soprattutto a Madrid, ma inizialmente non mi ci ero
soffermato a causa del Garayoa. Adesso però sapevo che la
madre di mio nonno si chiamava Amelia Garayoa Cuní.
Mi stupì che avesse un cognome basco e un altro catalano.
Strano connubio, pensai.
Estrassi dalla busta la foto che mi aveva dato la zia Marta,
come se l'immagine della fanciulla potesse confermarmi che era
davvero lei quell'Amelia Garayoa Cuní che nel certificato di
battesimo di mio nonno era indicata come sua madre.
La ragazza della fotografia doveva essere stata davvero
molto attraente, o almeno così sembrava a me, visto che ormai
avevo deciso che si trattava della mia bisnonna.
Lessi il registro dei battesimi diverse volte, fino a
convincermi che era quello che stavo cercando.
"Javier Carranza Garayoa, figlio di Santiago Carranza Velarde
e di Amelia Garayoa Cuní. Battezzato il 18 novembre 1935 a
Madrid."
Sì, non c'era alcun dubbio, era mio nonno, e Amelia Garayoa
era sua madre, che aveva abbandonato il marito e il figlio per
fuggire, a quanto si diceva, con un marinaio.
Mi sentii soddisfatto di me stesso e pensai di essermi
meritato i primi tremila euro promessi da mia zia.
Adesso dovevo decidere se renderla partecipe della mia
scoperta o se continuare le ricerche prima di rivelarle il nome
della nostra antenata.
Chiesi a don Antonio se mi lasciava fotocopiare la pagina su
cui era annotato il battesimo di mio nonno e, dopo aver giurato
solennemente che gli avrei restituito il registro intatto e al più
presto, me ne andai.
Ne feci diverse copie, poi fui io a insistere affinché don
Antonio tenesse il registro originale sotto chiave, ma a portata
di mano in caso ne avessi avuto ancora bisogno.
Ormai sapevo come si chiamava la mia bisnonna. Adesso
dovevo trovare qualche indizio su di lei e pensai che per prima
cosa avrei potuto cercare altri membri della sua famiglia. Avrà
avuto dei fratelli? Dei cugini? Dei nipoti?
Non avevo proprio idea se il cognome Garayoa fosse molto
comune nei Paesi Baschi, ma mi conveniva fare al più presto un
viaggetto da quelle parti. Avrei chiamato tutti i Garayoa
sull'elenco, anche se non avevo ancora deciso che cosa dire ai
miei interlocutori... ammesso che avessero risposto.
Prima di partire, pensai di dare un'occhiata all'elenco
telefonico di Madrid. In fin dei conti, la mia bisnonna aveva
vissuto qui e aveva sposato un madrileno. Forse c'era qualche
parente...
Non mi aspettavo che saltasse fuori qualcosa, ma con mia
sorpresa trovai due famiglie Garayoa. Mi appuntai i numeri di
telefono e gli indirizzi mentre pensavo a come procedere.
Potevo telefonare, oppure potevo presentarmi direttamente per
vedere cosa succedeva. Optai per la seconda ipotesi e decisi che
il giorno dopo avrei provato al primo indirizzo.
2

Il palazzo era situato nel quartiere di Salamanca, la zona ricca


di Madrid. Passeggiai un po' lì davanti, cercando di appuntarmi
ogni dettaglio dell'edificio e soprattutto chi entrava e usciva,
ma alla fine ottenni solo di farmi notare dal portinaio.
«Aspetta qualcuno?» mi chiese seccato.
«In realtà no... o meglio, sì. Ecco, il fatto è che non so se in
questo palazzo abita la famiglia Garayoa.»
«E lei chi è?» ribatté, e a quel punto capii che lì viveva
davvero qualcuno di nome Garayoa.
«Un lontano parente. Potrebbe dirmi chi dei Garayoa abita
qui?»
Il portinaio mi squadrò da capo a piedi, cercando di
convincersi che ero una persona a cui si poteva dare una simile
informazione, ma non riuscì a fugare tutti i dubbi, così gli
mostrai la mia carta d'identità. L'uomo la guardò e me la
restituì immediatamente.
«Ma lei non si chiama Garayoa...»
«Garayoa era la mia bisnonna, Amelia Garayoa... Senta,
facciamo così: lei parla con i Garayoa che abitano in questa casa
e, se mi consentono di salire a trovarli, lo faccio, in caso
contrario me ne vado.»
«Aspetti qui» mi ordinò, e dal suo tono di voce dedussi che
non voleva che entrassi nel portone.
Impaziente, aspettai in strada chiedendomi chi vivesse in
quella casa, se una vecchia nipote della mia bisnonna, o dei
cugini, o semplicemente dei Garayoa che non avevano niente a
che vedere con la mia famiglia. Forse, mi dissi, il cognome
Garayoa nei Paesi Baschi era comune come Fernández lo era nel
resto della Spagna.
Finalmente il portinaio venne a chiamarmi.
«La signora dice di salire» mi annunciò, senza però mostrarsi
ancora convinto.
«Adesso?» chiesi sbalordito. In realtà non mi aspettavo di
essere ricevuto, ma piuttosto che il portinaio mi intimasse di
sparire.
«Sì, adesso. Salga al terzo.»
«Terzo piano a destra o a sinistra?»
«La casa delle signore occupa tutto il piano.»
Decisi di usare le scale, invece di prendere l'ascensore, per
avere il tempo di pensare a cosa dire a chi viveva in quella casa,
ma il mio comportamento accrebbe la diffidenza del portinaio.
«Perché non prende l'ascensore?»
«Mi piace fare esercizio» risposi sparendo dal raggio del suo
sguardo inquisitore.

Una donna di mezza età, vestita di grigio e con i capelli corti,


aspettava davanti alla porta aperta. Notai che mi guardava con
maggiore diffidenza del portinaio.
«Le signore la riceveranno subito. Prego, si accomodi.»
«E lei chi è?» indagai, incuriosito.
La donna mi osservò disgustata prima di rispondere, come se
la mia domanda avesse violato la sua intimità. «Sono la
domestica, mi occupo di tutto quello che riguarda la casa e mi
prendo cura delle signore. Aspetti in biblioteca.»
Proprio come il portinaio, parlava di "signore", il che mi
faceva supporre che lì abitassero due o più donne.
Mi condusse in una sala spaziosa, con vecchi mobili di
mogano e le pareti ricoperte di libri. Un divano in pelle
marrone scuro e due poltrone occupavano un'estremità della
stanza.
«Si sieda, avvertirò le signore che lei è qui.»
Non mi sedetti, ma andai a curiosare tra i libri rilegati in
pelle. Notai che, a parte quelli, in biblioteca non c'erano altri
oggetti, nemmeno un soprammobile o un quadro. Niente.
«Le interessano i libri?»
Mi voltai imbarazzato, come un bambino sorpreso con le dita
nel vaso della marmellata. Balbettai un "sì" osservando la
donna che mi aveva parlato. Il suo aspetto non ne rivelava
chiaramente l'età: poteva avere cinquanta come sessantanni.
Alta, magra e con i capelli castani, indossava un elegante
completo giacca e pantaloni e, come unici ornamenti, un paio di
orecchini e un anello di brillanti.
«Mi scusi se la disturbo, mi chiamo Guillermo Albi.»
«Sì, così ha detto il portinaio. So che gli ha fatto vedere la
carta d'identità.»
«Era perché si fidasse, insomma, per dimostrargli che non
sono un pazzo.»
«Be', certo è un po' strano che lei si presenti in questa casa
chiedendo se qui vive qualcuno della famiglia Garayoa e
affermando che la sua bisnonna era Amelia Garayoa...»
«Anche se può sembrare strano, è la verità. Sono il bisnipote,
o almeno credo, di Amelia Garayoa. Lei sa chi è?»
La donna fece un largo sorriso e mi guardò divertita. «Sì, so
chi è Amelia Garayoa» rispose. «In realtà sono io, ed è evidente
che non posso essere la sua bisnonna.»
Rimasi senza parole. Quindi quella donna, che d'improvviso
mi parve somigliante a mia zia Marta, era Amelia Garayoa, e in
effetti, vista la sua età, era impossibile che fosse la mia
bisnonna. «Lei si chiama Amelia Garayoa?»
«Sì, qualcosa in contrario?» mi chiese in tono ironico.
«No, no, niente affatto. Mi scusi, ma... insomma, è un
casino.»
«Tanto per cominciare, mi piacerebbe sapere a cosa si
riferisce dicendo "è un casino" e, in secondo luogo, lei chi è?
Cosa vuole?»

La domestica entrò in biblioteca prima che potessi rispondere.


«Le signore la aspettano in salotto» annunciò solennemente.
Amelia Garayoa mi guardò, indecisa se condurmi nell'altra
stanza dove evidentemente altre donne attendevano.
«Le mie zie sono molto anziane, hanno entrambe superato i
novant'anni, e non vorrei che turbasse la loro tranquillità...»
«No, non è mia intenzione, io... vorrei spiegarvi perché mi
trovo qui.»
«Sì, sarebbe proprio il caso che lo facesse» ribatté
seccamente. Uscì dalla biblioteca e io la seguii, imbarazzato. Mi
sentivo un intruso che stava per fare una figuraccia.
Il salotto era spazioso, con due grandi vetrate, ma
l'attenzione era catalizzata da un imponente camino di marmo
in cui crepitava la legna. Ai lati c'erano due poltrone bergère e
davanti al fuoco un divano di pelle nera.
Sedute nelle poltrone c'erano due anziane signore che
sembravano gemelle. Avevano entrambe i capelli bianchi,
raccolti a crocchia. Indossavano gonne nere identiche, a cui una
aveva abbinato un golfino bianco e l'altra uno grigio.
Tutte e due mi guardavano incuriosite, in silenzio.
«Le presento le mie prozie» disse Amelia. «Questo giovanotto
si chiama Guillermo Albi.»
«Buon pomeriggio, scusate l'irruzione, vi ringrazio per
avermi ricevuto.»
«Si sieda» mi ordinò la più anziana, quella con il golfino
bianco.
«L'abbiamo ricevuta perché le mie zie hanno deciso così: io
non ero favorevole all'idea di parlare con un estraneo» tagliò
corto Amelia, mettendo bene in chiaro che, se fosse stato per
lei, mi avrebbe spedito via subito.
«Lo capisco. So che è insolito presentarsi a casa di qualcuno
dicendo di aver avuto una bisnonna che di cognome faceva
Garayoa e chiedendo sue notizie. Vi domando scusa e spero di
non recarvi troppo disturbo.»
«Che cosa vuole?» mi chiese la signora con il golfino grigio.
«Innanzitutto, forse è meglio che vi dica chi sono... La mia
famiglia possiede una piccola fabbrica, Máquinas Carranza,
diretta da mia zia Marta. Vi do l'indirizzo e il numero di
telefono, così potrete indagare su di me, e tornerò quando
saprete che sono una persona perbene e che la ragione della
mia visita è del tutto rispettabile...»
«Sì» disse Amelia «mi lasci tutti i suoi dati, è meglio. Il
numero di telefono e...»
«Non essere impaziente, Amelia» la interruppe la signora
che indossava il golfino grigio «e lei, giovanotto, ci dica una
buona volta che cosa vuole, chi sta cercando e come è riuscito a
trovare questa casa.»
«Sono Guillermo Albi e a quanto pare la mia bisnonna si
chiamava Amelia Garayoa. Dico "a quanto pare", perché la mia
bisnonna è un mistero, sappiamo poco o nulla di lei. In realtà,
ho scoperto come si chiamava soltanto ieri, quando ho trovato
il certificato di battesimo di mio nonno, su cui era indicato il
nome di sua madre.»
Estrassi dalla tasca della giacca una fotocopia del certificato
e la porsi all'anziana con il golfino bianco. Lei inforcò gli
occhiali che erano appoggiati sul tavolo e lesse attentamente il
documento, poi mi fulminò con uno sguardo penetrante ed ebbi
l'impressione che leggesse anche i miei pensieri più reconditi.
Non riuscii a sostenere il suo sguardo, perciò mi misi a
fissare il camino. Lei passò il documento alla signora con il
golfino grigio, che a sua volta lo lesse scrupolosamente.
«E così lei è nipote di Javier» esordì la signora col golfino
grigio.
«Sì. Lei lo conosceva?» chiesi.
«E come si chiama la moglie di Javier?» continuò la donna,
senza rispondere alla mia domanda.
«La mia nonna materna si chiamava Jimena.»
«Continui la sua storia» intervenne la signora col golfino
bianco.
«Vedete, mia zia Marta, che è la sorella di mia madre, poco
tempo fa ha trovato una fotografia e ha pensato che potesse
trattarsi della sua misteriosa nonna scomparsa. Poiché sono un
giornalista e adesso sto passando un brutto periodo, sono
praticamente disoccupato, lei ha avuto l'idea di affidarmi le
indagini sul conto di Amelia Garayoa. In realtà, né mia madre né
i miei zii fino a ieri sapevano come si chiamasse la nonna. Il loro
padre aveva cambiato cognome, sostituendo Garayoa con
Fernández, e sembra che non parlasse mai di sua madre: in
famiglia era un argomento tabù. Per un certo periodo Javier ha
creduto che sua madre fosse Águeda, la balia, con cui il mio
bisnonno aveva avuto un'altra figlia. Suppongo che sia stato
molto duro scoprire che la sua vera madre l'aveva abbandonato.
Nessuno dei suoi figli ha mai osato chiedergli cosa fosse
successo, quindi in famiglia non abbiamo alcuna informazione.»
«E perché sua zia Marta vuole sapere che fine ha fatto la
madre di suo padre?» chiese Amelia Garayoa, la pronipote delle
due anziane signore.
«Perché, come vi ho detto, ha trovato una foto e ha pensato
che io avrei potuto scrivere una storia, la storia di quella donna.
Mia zia vuole regalarla ai suoi fratelli per il prossimo Natale.
Sarà una sorpresa. E non voglio ingannarvi: a me importa poco
di quello che ha fatto la mia bisnonna e dei motivi che l'hanno
spinta ad abbandonare la sua famiglia, ma sto attraversando un
brutto momento professionale e mia zia mi ricompenserà
generosamente per questa storia. Ho un mutuo da pagare e, in
effetti, mi vergogno di continuare a chiedere soldi a mia
madre.»
Le tre donne mi osservavano in silenzio. Mi resi conto che
ormai ero in quella casa da più di mezz'ora e non avevo mai
smesso di parlare, di spiegare chi fossi, mentre non sapevo
ancora niente di loro. Che stupido! Mi ero confidato
esponendomi al ridicolo, come un adolescente colto in fallo.
«Ha con sé la foto che ha trovato sua zia?» si informò con
voce tremante la signora con il golfino bianco.
«Sì, ne ho con me una copia» risposi estraendola dalla tasca
della giacca.
La vecchia signora fece un largo sorriso osservando
l'immagine di quella ragazza vestita da sposa.
Le altre due donne si avvicinarono per guardare la foto.
Nessuna parlò, e il loro silenzio mi metteva a disagio.
«La conoscete? Conoscete la ragazza del ritratto?»
«Giovanotto, adesso vorremmo restare sole. Lei vuole sapere
se conosciamo quell'Amelia Garayoa, che a quanto sembra era
una sua parente... Può darsi, anche se il cognome Garayoa non è
poi così raro nei Paesi Baschi. Se ci lascia la fotocopia del
certificato di battesimo e la foto... ci sarà di grande aiuto» disse
la signora in grigio.
«Certo, non c'è problema. Credete che possa essere una
vostra parente?»
«Che ne dice di lasciarci il suo numero di telefono? Ci
metteremo noi in contatto con lei» continuò l'anziana signora,
senza rispondere alla mia domanda.
Acconsentii. Non potevo fare altro. Amelia Garayoa si alzò
dal divano per congedarmi. Chinai il capo davanti alle due
vecchie signore, mormorai un "grazie" e seguii la donna
elegante che mi aveva guidato fino in salotto.
«È una bella coincidenza che lei si chiami come la mia
bisnonna» osai dirle, a mo' di saluto.
«Non creda. Nella mia famiglia ci sono molte Amelia: ho zie,
cugine e nipoti con questo nome. Anche mia figlia si chiama
Amelia Maria, come me.»
«Amelia Maria?»
«Sì, per distinguere un'Amelia dall'altra alcune si chiamano
solo Amelia e altre Amelia Maria.»
«E ha detto che quelle due signore sono le sue prozie?»
Amelia esitò a rispondere. Alla fine parlò. «Sì. Questa è la
casa di famiglia. Quando sono rimasta vedova, mi sono
trasferita qui da loro... sono molto anziane. Mia figlia vive negli
Stati Uniti. Siamo una famiglia molto unita: zie, cugine, nipoti...
Insomma, ci vogliamo bene e ci prendiamo cura gli uni degli
altri.»
«È bello» replicai, tanto per dire qualcosa.
«Sono molto anziane» ripeté. «Hanno superato i
novant'anni, anche se sono in buona salute» insisté. «Le
telefoneremo» disse poi, chiudendo la porta.
Quando fui in strada, ebbi la sensazione che mi avessero
messo al tappeto. Mi sembrava di aver appena vissuto una
situazione surreale, ma, del resto, surreali erano anche
l'incarico di zia Marta e la mia sfacciataggine nel presentarmi in
casa altrui a chiedere a delle sconosciute se sapevano qualcosa
della mia bisnonna.
Decisi di non informare mia zia: volevo almeno aspettare di
capire se le signore mi avrebbero chiamato davvero oppure se
mi avrebbero chiuso la porta in faccia per sempre.
Per diversi giorni rimasi in attesa della telefonata, e più
pensavo a quelle donne, più ero certo di avere trovato la pista
giusta. Quello che non sapevo era dove mi avrebbe portato.

«Guillermo Albi? Buongiorno, sono Amelia Maria Garayoa.»


Non mi ero ancora alzato, erano le otto del mattino e il
suono del telefono mi svegliò di soprassalto, ma ancora più
grande fu la sorpresa di sentire la voce di Amelia Garayoa.
«Buongiorno» balbettai, non sapendo cosa aggiungere.
«L'ho svegliata?»
«No, no... be', in realtà sì, ieri sera ho letto fino a tardi...»
«Ah, va bene, va bene, non importa. Le mie zie vogliono
vederla, hanno deciso di parlare con lei. Può venire oggi
pomeriggio, per favore?»
«Sì, certo!»
«Perfetto. Se per lei va bene, l'aspettiamo alle cinque.»
«Ci sarò.»
Non riattaccò. Sembrò esitare prima di aggiungere
qualcos'altro. Riuscivo a sentire il suo respiro. Quando infine
parlò, la sua voce aveva cambiato tono.
«Se fosse per me, lei non metterebbe più piede in casa
nostra: credo che non farà che crearci problemi, ma le mie zie
hanno deciso così e devo rispettare il loro volere. Sia chiaro,
però: se cerca di danneggiarci, la faccio fuori.»
«Come ha detto?» chiesi, sconcertato da quella minaccia.
«So che tipo è lei, un giornalista fallito, un individuo in
difficoltà che ha avuto problemi con chiunque abbia lavorato. E
le assicuro che, se il suo comportamento supererà i limiti che
ritengo ragionevoli, farò l'impossibile affinché lei non trovi mai
più un impiego per il resto della sua vita.»

Riattaccò senza darmi il tempo di replicare. Per il momento,


sapevo che Amelia Maria Garayoa aveva fatto delle indagini su
di me, mentre io avevo commesso l'imprudenza di restarmene
seduto in attesa di una telefonata, anziché cercare informazioni
su quelle strane donne. Mi dissi che come giornalista
investigativo non valevo un granché, ma, siccome ero sempre
indulgente verso i miei difetti, mi dissi anche che non ero
portato per l'investigazione, bensì per la cronaca politica.
Andai a pranzo a casa di mia madre e finimmo per discutere
del mio immediato futuro. Mia madre era contenta che avessi
accettato la proposta della zia Marta, dal momento che
significava guadagnare tremila euro al mese, ma mi ricordò che
era un incarico a termine perché, appena avessi scoperto
quattro cose sulla bisnonna e avessi scritto la sua storia, sarei
dovuto tornare alla mia vita, e secondo lei non mi stavo dando
abbastanza da fare per trovare un lavoro migliore di quello di
critico letterario su un giornale on line.
Mia madre pensava che pubblicazioni del genere non
valessero niente, visto che a lei non sarebbe mai venuto in
mente di accendere il computer per leggere un quotidiano,
quindi il mio lavoro le sembrava inutile. In un certo senso aveva
ragione, ma ero troppo nervoso per ascoltare le sue lamentele, e
non volevo neppure parlarle della visita pomeridiana alle due
vecchie signore. Ero sicuro che non avrebbe mantenuto il
segreto e sarebbe andata a raccontarlo alla zia Marta.

Mancava qualche minuto alle cinque quando varcai il portone


della casa delle Garayoa. Questa volta il portiere non fece storie.
Mi venne ad aprire la domestica, che, con un rapido "buon
pomeriggio" seguito da un "prego, si accomodi, le signore la
aspettano", mi condusse nella sala del caminetto, dove ero già
stato la volta precedente.
Le due anziane donne mi accolsero con aria seria. Mi stupii
di non vedere la nipote, Amelia Maria, e chiesi di lei.
«È al lavoro, di solito finisce tardi. È un broker finanziario e a
quest'ora segue le quotazioni della Borsa di New York» mi
spiegò una delle due.
Questa volta quella che sembrava la più vecchia era vestita di
nero, mentre l'altra indossava un golfino grigio, leggermente
più scuro di quello sfoggiato nella precedente occasione, con
una collana di perle.
«Le spieghiamo perché abbiamo deciso di parlare con lei»
esordì la signora in nero.
«Ve ne sono grato.»
«Amelia Garayoa è... o, meglio, era una nostra parente. Ha
sofferto molto quando ha dovuto separarsi da suo figlio Javier.
Non se l'è mai perdonato. Non si può tornare indietro nel tempo
per cambiare il passato, ma lei si è sempre sentita in difetto.
Non ha mai potuto rimediare alla situazione, non sapeva come
fare. Possiamo assicurarle che in tutta la sua vita non ha mai
smesso nemmeno per un attimo di pensare a Javier.»
Esitò un momento prima di proseguire.
«La aiuteremo.»
Le parole dell'anziana signora mi stupirono. Le pronunciò
lentamente, come se le costassero una tremenda fatica, e, non
so perché, sentii che rivangare il passato le avrebbe causato un
immenso dolore.
La signora in nero taceva e mi osservava, come se stesse
cercando di raccogliere le forze per andare avanti.
«Vi sono molto grato per l'aiuto...» dissi, non sapendo
cos'altro aggiungere.
«No, non ci ringrazi: lei è il nipote di Javier, e inoltre le
porremo delle condizioni» replicò la signora in grigio.
Mi resi conto che la nipote, Amelia Maria Garayoa, non mi
aveva detto i loro nomi. In effetti non me le aveva presentate,
per questo mentalmente le identificavo con il colore dei vestiti.
Non osavo chiedere come si chiamassero, vista la gravità del
momento.
«Inoltre, non sarà affatto facile venire a conoscenza della
storia della sua bisnonna» intervenne di nuovo la signora
vestita di nero.
Rimasi perplesso per quest'ultima affermazione. Prima mi
promettevano di raccontarmi la storia della mia antenata e poi
mi annunciavano che sarebbe stato un percorso non privo di
difficoltà: perché?
«Noi non possiamo raccontarle ciò che non sappiamo, ma la
aiuteremo a orientarsi. È meglio che sia lei stesso a scavare nel
passato Amelia Garayoa, seguendo tutti i suoi passi, andando a
trovare le persone che l'hanno conosciuta, sempre che siano
ancora vive, per ricostruire la sua vita dall'inizio. Solo così
potrà scrivere la sua storia.»
A parlare era stata l'anziana signora in grigio. Avevo
l'impressione di essere una marionetta nelle mani di quelle due
donne: erano loro a muovere i fili, a dettare le condizioni che mi
avrebbero permesso di affacciarmi nella vita della mia antenata,
e a me non restava che piegarmi ai loro desideri.
«D'accordo» dissi di malavoglia. «Cosa devo fare?»
«Un passo alla volta, procederemo un passo alla volta»
rispose la signora in grigio. «Prima di cominciare, deve darci la
sua parola su alcune cose.»
«Cosa devo promettervi?»
«Innanzitutto deve impegnarsi a seguire le nostre
indicazioni senza fiatare. Siamo molto anziane e non abbiamo
voglia né tempo di convincerla di nulla, quindi si attenga alle
nostre istruzioni e verrà a conoscenza di quanto è accaduto. In
secondo luogo deve accettare che ci riserviamo il diritto di
decidere cosa potrà fare del testo che scriverà.»
«Questo non ha senso! Perché aiutarmi a ricostruire la storia
di Amelia Garayoa se poi non avrò la libertà di far vedere quello
che scrivo alla mia famiglia?»
«Lei non era certo una santa, ma nemmeno un mostro»
mormorò la signora in nero.
«Non ho alcuna intenzione di giudicarla. Può darsi che per
voi sia una cosa tremenda che oltre settantanni fa una donna
abbia lasciato la sua casa abbandonando il figlio e il marito, ma
al giorno d'oggi non è un fatto così anomalo. Non credo che una
donna possa venire accusata di essere un mostro perché si è
allontanata dalla famiglia» protestai.
«Sono le nostre condizioni» insisté la signora in grigio.
«Non mi lasciate molta scelta...»
«Non chiediamo una cosa poi tanto difficile...»
«D'accordo, accetto, ma adesso vorrei che rispondeste voi a
qualche domanda. In che rapporti eravate con Amelia Garayoa?
L'avete conosciuta? E poi chi siete? Non so nemmeno i vostri
nomi...» dissi in tono di protesta.
«Vede, giovanotto, noi apparteniamo a un'epoca in cui la
parola data aveva il valore di legge, quindi ci promette che
accetta le nostre condizioni?» ripeté la signora in grigio.
«Vi ho già detto di sì.»
«Quanto a chi siamo, come lei avrà già intuito, siamo parenti
in linea diretta di Amelia Garayoa e, pertanto, indirettamente
sue parenti. In passato abbiamo condiviso con Amelia le sue
inquietudini, le sue decisioni, i suoi errori, i suoi dolori... Si
potrebbe dire che siamo le esecutrici testamentarie della sua
memoria. La sua vita si è svolta in parallelo alla nostra. Non è
importante chi siamo noi, ma chi era lei, e la aiuteremo a
scoprirlo» affermò in tono deciso la signora in nero.
«Quanto ai nostri nomi... Chiami me signora Laura e lei» la
donna in grigio indicò l'altra «signora Amelia.»
«Amelia?» ripetei sconcertato.
«Mia nipote le ha già spiegato che nella nostra famiglia ci
sono molte Amelia...» precisò la signora Laura.
«Posso sapere il perché di un attaccamento tanto grande a
questo nome?»
«Una volta era normale dare alle figlie il nome della madre, o
della nonna, o della madrina, perciò nella nostra famiglia
troverà parecchie Amelia e Amelia Maria. Infatti mia sorella si
chiama Amelia Maria, anche se l'abbiamo sempre chiamata
Melita per distinguerla da mia cugina Amelia, vero?» disse la
signora Laura guardando l'altra anziana.
Almeno adesso sapevo come si chiamavano le due vecchiette,
che a quanto pareva erano sorelle.
«Scusate se insisto, ma vorrei sapere esattamente quale
legame di parentela avevate con la mia bisnonna. Ne deduco
che foste le sue cugine...»
«Sì, ed eravamo molto unite, ne può stare certo» rispose la
signora Laura.
«Bene, adesso che siamo giunti a un accordo, è meglio che si
metta al lavoro. Le daremo un diario, che le servirà per
cominciare a conoscere la sua bisnonna» annunciò la signora in
nero.
«Un diario? Di Amelia?» dissi, stupito.
«Sì, di Amelia. Aveva cominciato a scriverlo da adolescente.
Sua madre glielo aveva regalato quando aveva compiuto
quattordici anni, e lei ne era felice, perché, tra le altre cose,
sognava di diventare scrittrice.»
La signora in nero sorrise a quel ricordo.
«Scrittrice? A quell'epoca?» chiesi sorpreso.
«Giovanotto, ovviamente saprà che ci sono sempre state
donne che scrivevano, e quando si riferisce a "quell'epoca" non
lo faccia come se si trattasse della preistoria» intervenne la
signora Laura in tono irritato.
«Allora, Amelia, la mia bisnonna, voleva diventare
scrittrice...»
«E attrice, e pittrice, e cantante... Aveva un'immensa voglia
di vivere e un certo talento per l'arte. Il diario fu il regalo più
bello tra quelli che ricevette per quel compleanno» continuò la
signora Melita «ma, come le abbiamo già detto, deve conoscerla
a poco a poco. Quindi legga il diario e, quando l'avrà finito,
torni trovarci. Le indicheremo il passo successivo.»
«Sì, ma prima che lo legga, dovremmo spiegargli un po'
com'era la famiglia, come vivevano...» suggerì la signora Laura.
«Scusate, fatemi capire: lei è la signora Laura, e lei, invece?
Devo chiamarla Amelia Maria come sua nipote, oppure Melita?»
chiesi interrompendo la signora Laura.
«Come preferisce, non ha importanza. Vogliamo che legga il
diario» ribadì la signora Melita. «Comunque, giovanotto, la
nostra era una famiglia benestante di imprenditori e industriali.
Gente educata e colta.»
«È necessario che riesca a contestualizzare gli avvenimenti»
insisté la signora Laura, irritata.
«Non preoccupatevi, ci riuscirò...»
«Amelia era nata nel 1917, un periodo tormentato della
storia, l'anno in cui in Russia trionfò la rivoluzione, in cui
ancora non si erano concluse le ostilità della Grande Guerra. In
Spagna c'era un governo di unità nazionale e regnava Alfonso
XIII.»
«Sì, so cos'è successo nel 1917...» Temevo che la signora
Laura avesse intenzione di farmi una lezione di storia.
«Giovanotto, non sia impaziente. La vita delle persone ha
senso se inserita nel contesto, altrimenti è difficile che lei ci
capisca qualcosa. Come le dicevo, Amelia e io siamo cresciute
negli anni della dittatura di Primo de Rivera, abbiamo assistito
alla vittoria repubblicana alle elezioni municipali del 1931 con
la proclamazione della repubblica e l'esilio di Alfonso XIII. Poi
arrivarono i governi di centrosinistra, e nel 1932 l'approvazione
dello Statuto della Catalogna, il tentativo di colpo di Stato di
Sanjurjo, nel 1933 il trionfo delle destre raggruppate nella CEDA,
lo sciopero generale rivoluzionario del 1934...»
«Mi rendo conto che avete vissuto momenti difficili» dissi,
cercando di troncare il discorso della vecchia signora.
In quel momento entrò Amelia Maria, la nipote delle due
donne anziane.
A dire il vero, facevo un po' di confusione con tutte quelle
Amelia. Lei non mi degnò quasi di uno sguardo, baciò le zie e si
informò su come avessero trascorso la giornata.
Dopo uno scambio di convenevoli a cui assistei in rispettoso
silenzio, Amelia Maria mi rivolse finalmente la parola.
«E lei, come sta?»
«Bene, sono molto grato alle sue zie per avere deciso di
aiutarmi. Ho accettato tutte le loro condizioni» risposi, con una
certa ironia.
«Ottimo, ma adesso, se non le dispiace, le zie dovrebbero
riposare. La domestica mi ha detto che lei è qui da più di due
ore.»
Fui irritato dal modo sbrigativo in cui mi stava mettendo alla
porta, ma non osai contraddirla. Mi alzai e chinai la testa
davanti alle due anziane. Fu allora che la signora Melita mi
porse due quaderni rilegati color ciliegia, consunti dal tempo.
«Questi sono due dei diari di Amelia» mi spiegò mentre me li
consegnava. «Li tratti con molta cura, e appena li avrà letti
torni a trovarci.»
«Senz'altro, e ancora molte grazie.»
Uscii da quella casa esausto, senza sapere bene il perché.
Quelle vecchie signore, nonostante l'apparente
imperturbabilità, mi trasmettevano una strana tensione, e la
nipote Amelia Maria non faceva nulla per nascondere
l'avversione che nutriva nei miei confronti, probabilmente
convinta che stessi turbando la tranquillità delle sue zie.
Quanto rientrai nel mio appartamento, spensi il cellulare per
non dover rispondere a nessuna telefonata. Ero ansioso di
immergermi nella lettura dei diari della mia bisnonna.
3

Sono felice! La festa del mio compleanno è stata un successo!


Mamma è bravissima a organizzare ricevimenti, e poi mi ha fatto il
dono più bello: questo diario. Papà mi ha regalato una penna e mia
sorella un paio di guanti. Ma ho ricevuto tanti altri doni, dai nonni,
dagli zii... anche le mie amiche sono state molto generose.
Nonna Margot ha chiesto a papà di mandare me e Antonietta a
trascorrere l'estate a Biarritz. Mi piacerebbe molto! Soprattutto
perché mi ha detto che ha invitato anche Laura, la mia cugina
preferita. Non che non vada d'accordo con mia sorella, ma ho una
tale confidenza con Laura....
Laura dice che siamo molto fortunate ad avere una nonna
francese, perché anche lei adora passare l'estate a Biarritz. Io
penso che la vera fortuna sia avere una famiglia come la nostra.
Tremo al solo pensiero che sarei potuta nascere in un'altra
famiglia. Papà ha detto alla nonna che trascorreremo parte delle
vacanze con lei.
Ora sono stanca, oggi è stata una giornata piena di emozioni,
continuerò domani...

Il diario di Amelia era quello di un'adolescente di famiglia


benestante. A quanto pareva, il papà di Amelia, cioè il mio
trisavolo, era basco da parte di padre e basco francese da parte
di madre. Lavorava nel commercio e viaggiava in tutta Europa e
nel Nordamerica. Aveva un fratello avvocato, Armando, padre
di Melita, Laura e Jesús, cugini della mia bisnonna.
Amelia e sua sorella Antonietta erano affidate alle cure di
una bambinaia inglese, anche se il loro angelo custode era la
balia, Amaya, una donna originaria di Guipuzcoa alla quale
erano molto legate, e che era rimasta al servizio della famiglia
svolgendo altri incarichi.
La mia bisnonna era stata una studentessa diligente.
Sembrava che le piacessero molto la pittura e il pianoforte;
sognava di diventare un'artista famosa in una delle due
discipline e aveva un talento innato per le lingue. La sua
confidente e migliore amica era la cugina Laura. La sorella
Antonietta aveva solo due anni meno di lei, ma per Amelia
erano un'eternità.
A quanto pare, il padre di Amelia insisteva affinché le due
figlie studiassero e ricevessero una buona formazione.
Entrambe frequentavano la scuola delle carmelitane e
prendevano lezioni di francese e di pianoforte.
Il mio trisavolo doveva essere un personaggio un po'
singolare, perché ogni tanto portava la famiglia con sé nei suoi
viaggi fuori della Spagna. Nel diario, Amelia riportava le sue
impressioni su Monaco, Berlino, Roma, Parigi... Racconti di una
ragazzina piena di voglia di vivere.
In realtà, quel diario mi annoiava. Non mi interessava affatto
la vita quotidiana di Amelia e, a parte la scoperta che la sua
cugina preferita si chiamava Laura e che una delle nonne era
francese, il resto era una cronaca sdolcinata che alla lunga
risultava pesante. Così decisi di riaccendere il cellulare per
telefonare a un'amica e uscire a bere qualcosa per distrarmi.
Rimandai al giorno seguente la lettura del secondo diario.

Ho la tubercolosi. Da giorni sono costretta a letto e il medico non


mi permette di ricevere visite. Laura è passata stamattina,
approfittando che papà è in viaggio in Germania e mamma alle
nove va sempre a messa. Mi ha regalato un diario come quello che
ebbi in dono dalla mamma quando compii quattordici anni.
Non l'ho lasciata avvicinarsi al letto, ma la sua visita mi ha
fatto un grande piacere. Per me Laura è più di una cugina: è come
una sorella, mi capisce meglio di chiunque altro, molto più di
Antonietta. E il suo regalo mi ha commosso: questo diario. Mi ha
detto che cosi mi annoierò di meno e il tempo passerà più in
fretta. Ma cosa racconto se non posso muovermi?

È venuto il medico, e devo dire che mi dà fastidio che mi tratti


come se fossi ancora una bambina. Ha detto che devo stare a
riposo, anche se mi farebbe bene respirare aria pura. Mamma ha
deciso di mandarmi in montagna, a casa della balia Amaya.
Avevano pensato di farmi andare da nonna Margot a Biarritz, ma
la nonna in questo periodo soffre di frequenti raffreddori da cui
non riesce a guarire completamente, quindi non è in grado di
prendersi cura di un'ammalata di tubercolosi. Inoltre, il dottor
Gabriel ha detto che sarebbe meglio che respirassi l'aria pulita di
montagna.
Mamma sta preparando il necessario per la mia partenza. Sarà
Amaya a occuparsi di me, perché mamma deve restare con
Antonietta e aspettare che papà torni dalla Germania, ma verrà a
trovarmi ogni tanto. Preferisco andarmene piuttosto che restare
chiusa in questa stanza. Se non fosse per le visite di Laura,
impazzirei, anche se c'è il rischio che la contagi. Nessuno sa che
viene a trovarmi, solo la balia, ma lei non dice niente.

La balia Amaya lascia che mi alzi. Non mi obbliga a stare a letto.


Dice che, se me la sento, è meglio che esca a respirare aria pura
come ha prescritto il dottor Gabriel. Qui in montagna di aria pura
ce n'è fin troppa.
I genitori della balia sono anziani e fatico a capirli, perché
parlano sempre in basco, ma il figlio maggiore di Amaya, Aitor, me
lo sta insegnando. Papà dice che sono molto portata per le lingue,
ed è vero, imparo in fretta.
Vado d'accordo con Aitor e mi è simpatica anche Edurne, l'altra
figlia della balia che ha la mia stessa età... be', qualche mese in più.
Aitor e Edume sono molto diversi, proprio come me e Antonietta.
La balia vorrebbe che Edume tornasse con noi a Madrid, per
entrare a servizio in casa nostra. Le ho promesso che convincerò
mamma. Edume è molto taciturna, ma sempre sorridente, ed è
attenta a ogni mio più piccolo desiderio.
Papà ha raccomandato Aitor presso una sede del Partito
nazionalista basco a San Sebastián. Lavora lì durante la settimana.
Lui dice di essere molto contento: sbriga le commissioni, accoglie i
visitatori e a volte gli affidano qualche mansione d'ufficio, come
scrivere le buste. Aitor ha tre anni più di me, ma non mi tratta
come una bimba.
La balia è molto legata a lui, e ne è orgogliosa. Quella poveretta
non ha quasi mai vissuto con i suoi figli, è venuta a casa nostra
quando sono nata io, e adesso mi rendo conto che dev'essere stato
molto duro per lei allevare noi e non loro. Le saranno mancati così
tanto!
Siamo andati a San Sebastián per telefonare a norma Margot;
sta un po' meglio e ha promesso di venire a trovarmi.
Aitor si stupisce che io comunichi in francese con mia nonna,
ma l'abbiamo sempre fatto in questa lingua. Nonna Margot si
esprime in francese anche con papà. Parla spagnolo soltanto con
mamma, che non è molto portata per le lingue e, anche se sa il
francese, lo parla solo quando andiamo a Biarritz.

Sono andata con Aitor a passeggiare in montagna. La balia mi ha


raccomandato di non stancarmi, ma mi sento meglio e ho insistito
perché ci arrampicassimo un po' verso la cima, da dove avremmo
potuto scorgere la Francia.
Penso a nonna Margot. Mi farebbe piacere vederla, ma sono
ancora convalescente. Appena starò meglio andrò a trovarla a
Biarritz.
Aitor conosce una strada per entrare in Francia senza bisogno
di superare il controllo della dogana. Mi ha detto che esistono
molti sentieri che portano in Francia e la gente di qui li conosce,
soprattutto i pastori. Glieli ha mostrati suo nonno. A quanto pare,
suo nonno e altri pastori ogni tanto hanno guadagnato qualche
soldo con il contrabbando. Aitor mi ha fatto promettere di non
raccontarlo a nessuno, e non lo farò: non voglio nemmeno pensare
a cosa direbbe mio padre.
Aitor mi ha confidato che non vuole restare per sempre alla
cascina. Di notte studia, quando torna dal lavoro. Ha solo tre anni
più di me. E poi adesso sta imparando il francese: glielo insegno io
in cambio delle sue lezioni di basco.
Aitor dice che anch'io sono basca, e lo dice come se significasse
essere speciale. Ma io non mi sento speciale: per me essere basca o
di qualunque altro posto è la stessa cosa. Non riesco a sentirmi
come lui, ma dice che è perché non vivo in questa terra. Non lo so.
Sono orgogliosa di chiamarmi Garayoa, ma perché è il cognome di
papà, non perché è un cognome basco. No, per quanto dica Aitor,
non riesco a provare niente di speciale per il fatto di essere per
metà basca.
Adesso parlo basco con Aitor e anche con la balia Amaya e con i
suoi genitori. Mi diverto. La gente delle cascine parla basco e si
stupisce a sentirmi parlare. Mi riesce abbastanza bene. Aitor ha
fatto molti progressi con il francese. Sua madre dice che non gli
servirà a niente, che sarebbe meglio che imparasse bene a
mungere, ma Aitor non resterà qui, l'ha già deciso. Di solito,
quando torna da San Sebastián porta il giornale. Ci racconta che la
situazione politica è peggiorata. Mamma dice sempre che da
quando il re se n'è andato le cose vanno di male in peggio, ma papà
non la pensa così. Lui è simpatizzante dell'Acción Republicana, il
partito di Manuel Azaňa. Nemmeno Aitor nutre simpatia nei
confronti di Alfonso XIII. Ovviamente Aitor sogna una patria basca.
Io gli ho chiesto cosa ne farebbe di quelli che non sono baschi e lui
mi ha risposto di non preoccuparmi, perché tanto sono una
Garayoa.
All'ora di cena ci ha raccontato che si è formata una coalizione
di destra che si chiama CEDA e si è presentata alle elezioni. In
realtà non so se è un bene o un male, lo chiederò ai miei genitori
quando verranno a trovarmi, tra qualche giorno. Mi mancano così
tanto! Antonietta non verrà perché non sono ancora del tutto
guarita.

È stata dura separarmi di nuovo dai miei. Quando l'automobile è


partita sono scoppiata a piangere come una neonata. Il dottor
Gabriel ha detto che non sono del tutto guarita e che dovrò restare
a casa della balia ancora per un po'. Ma quanto? Non me lo dicono,
e questo mi angoscia.
Ho convinto mamma a far venire Edurne con noi a Madrid. Le
ho detto che potrebbe diventare un'ottima cameriera e che siamo
in debito con la balia Amaya per essersi presa cura così bene di me
e di Antonietta. All'inizio ha fatto resistenza, ma poi ha accettato,
e sono molto contenta perché ha detto che Edurne potrà occuparsi
di me e di Antonietta.
Papà è tornato dalla Germania molto preoccupato. Ci ha parlato
del nuovo cancelliere, si chiama Adolf Hitler. Secondo papà, Hitler
fa certi discorsi che infiammano gli animi della gente, ma a mio
padre non piace, non si fida di lui. Sono sicura che è perché Hitler
non ama gli ebrei e il socio di papà, Herr Itzhak Wassermann, è
ebreo. A quanto pare, gli ebrei cominciano ad avere dei problemi.
Papà ha proposto a Herr Itzhak di trasferirsi in Spagna, ma lui gli
ha assicurato di essere un buon cittadino tedesco e pertanto di non
avere nulla da temere. Herr Itzhak è sposato e ha tre figlie, sono
molto simpatiche; Yla ha la mia età. Hanno trascorso diverse estati
con noi, nella casa di Biarritz, e anche io e Antonietta siamo state
invitate a casa loro a Berlino. Spero che a quell'Hitler passi
l'avversione per gli ebrei. Dopo Laura, Yla è la mia migliore amica.

Sono tornati i miei genitori e siamo andati a San Sebastián.


Eravamo invitati a merenda a casa di un amico di papà, un
dirigente del Partito nazionalista basco, e lui e papà hanno passato
il pomeriggio a parlare di politica.
Mio padre ha detto che, se la situazione continua a essere così
burrascosa, il presidente Alcalá Zamora finirà per indire elezioni
anticipate. Ci ha spiegato che la destra è preoccupata per le
decisioni prese dal governo, mentre la sinistra è convinta che non
si stiano attuando le trasformazioni sociali che ci si aspettava.
Non mi sono mossa per tutto il pomeriggio per ascoltare mio
padre, anche se mamma e la nostra ospite insistevano che andassi
nell'altro salone a chiacchierare con loro; mi interessava di più
quello di cui parlavano lui e il suo amico. Non ci capisco granché,
ma la politica mi piace.

Amaya ha un'amica d'infanzia sposata con un pescatore. È una


fortuna, perché ogni tanto il sabato ci invitano a uscire in barca. È
piccola, ma il marito dell'amica di Amaya è bravo a manovrarla. Ci
portiamo i panini e mangiamo in mare aperto. Ridiamo molto
perché finiamo sempre per entrare in acque francesi, ma in mare
non ci sono frontiere. Il pescatore ha insegnato a me e ad Aitor a
governare la barca. Suo figlio Patxi, che ha l'età di Aitor, è un
pescatore come lui e lo accompagna al lavoro tutte le mattine
all'alba. Se non studiassi, credo che mi piacerebbe diventare un
pescatore. Mi sento così bene in mare!
Avevo passato tutta la mattina a leggere il secondo diario della
mia bisnonna e mi ritrovai ad ammettere che era molto più
interessante del primo. Scoprii che Amelia aveva vissuto nella
cascina della sua balia per circa sei mesi prima che la
dichiarassero guarita e che, per quanto avesse molta voglia di
tornare a casa, per lei era stato difficile dire addio ad Aitor.
Il ragazzo le parlava di politica, cercava di contagiarla con il
suo amore per la "patria basca", le raccontava di un passato
idilliaco e di un futuro in cui i baschi avrebbero avuto il proprio
Stato.
La mia bisnonna, però, se ne infischiava dei Paesi Baschi. A
lei interessava solo la compagnia di Aitor.

Non è stato facile salutarci. Aitor si è preso un giorno libero e


l'abbiamo passato insieme, a camminare in montagna. Ormai ho
imparato quattro diversi sentieri per entrare in Francia; alcuni
sono usati dai contrabbandieri. Ma qui si conoscono tutti e
nessuno denuncia i vicini, qualunque cosa facciano.
Mi chiedo se ritornerò presto e, soprattutto, cosa farà Aitor
quando me ne sarò andata. Immagino che incontrerà una ragazza
e si sposerà, come sperano i suoi genitori. L'hanno educato perché
si prenda cura della casa di famiglia.
Anche se lui non lo dice, so che quello che gli piacerebbe
davvero è occuparsi di politica: ogni giorno che passa, è sempre
più coinvolto nell'attività del suo partito e i capi hanno fiducia in
lui.
Qualche giorno fa ho accompagnato Amaya e Edurne a San
Sebastián. Siamo andate a fare spese e poi siamo passate dalla sede
del partito in cui lavora Aitor. Amaya era molto orgogliosa di
vedere la considerazione che tutti hanno per suo figlio. I capi lo
elogiano molto e dicono che avrà un grande futuro.
Sono contenta per lui, ma... be', lo confesso: so che io non ci
sarò nel suo futuro, e questo mi fa male.

Parto domattina presto. Aitor ci accompagnerà alla stazione di San


Sebastián.
Amaya è triste. Se fosse per lei, resterebbe alla cascina, ma dice
che deve continuare a lavorare per aiutare i suoi genitori e i suoi
figli. Sogna che Aitor diventi un politico e che Edurne si trovi bene
nella nostra famiglia e rimanga con noi a fare la cameriera. Ma
allora chi si occuperà della cascina? Credo che Amaya desideri che
Edume prenda il suo posto, per poter tornare dai genitori.
I nonni di Aitor non si sono mai allontanati da queste
montagne: il posto più lontano in cui sono stati è San Sebastián.
Dicono di non essere interessati a conoscere nient'altro, tutto il
loro mondo è qui, ed è il migliore dei mondi.
Papà dice sempre che ci sono due tipi di baschi: quelli che
vanno alla conquista del mondo e quelli che credono che non
esista alcun mondo al di là delle montagne. Lui fa parte della
prima categoria, i nonni di Aitor della seconda. Ma sono brave
persone. All'inizio mi sembravano severi e riservati, ma il fatto è
che diffidano di chi viene da fuori. Tuttavia, quando vincono la
timidezza, ti rendi conto che sono molto sensibili.
A volte, la sera dopo cena, ci sedevamo davanti al camino e il
nonno cantava canzoni che all'inizio non capivo, ma che
immaginavo nostalgiche. Adesso le so cantare anch'io, e papà sarà
sorpreso quando mi sentirà parlare basco.
Stanno finendo le pagine del diario e non so se ne scriverò un
altro. L'ho già detto: domani torno a casa, ma durante il mio
soggiorno qui credo di essere diventata grande. Mi sembra di
avere mille anni.

Come promesso, telefonai alle due anziane signore per avvisarle


che avevo letto i due diari e chiedere quando potevo tornare a
trovarle. Non immaginavo cosa avessero in mente per
continuare a guidarmi nei meandri della vita della mia
bisnonna.
Non riuscii a parlare con loro direttamente, ma la domestica
mi diede appuntamento di lì a tre giorni. Decisi di dedicare il
tempo che avevo a disposizione per iniziare ad abbozzare il
racconto della vita di Amelia, anche se fino a quel momento non
avevo trovato niente di straordinario.
La signora Melita e la signora Laura sembravano due statue.
Sempre sedute sulle stesse poltrone, impeccabilmente vestite di
nero e di grigio, con i capelli raccolti, perle o brillanti alle
orecchie e un'apparente fragilità che non corrispondeva al
vigore con cui mi manipolavano.
Quel giorno erano in compagnia di un'altra donna,
altrettanto anziana. Pensai che si trattasse di un'amica o di una
parente. Non me la presentarono, ma mi avvicinai per
stringerle la mano e sentii che tremava.
La donna, anche lei vestita di nero, ma con il viso
maggiormente segnato dalle rughe e senza gioielli, sembrava
nervosa.
Pensai che fosse più vecchia delle altre due, sempre che si
possa diventare ancora più anziani dopo aver compiuto i
novant'anni.
Notai che la signora Melita le prendeva la mano con affetto o
gliela stringeva come per infonderle coraggio.
Mi chiesero i diari, che riconsegnai subito, e vollero sapere
cosa ne pensassi di Amelia.
«In realtà, non mi è sembrata niente di speciale. Suppongo
che fosse la tipica ragazza di buona famiglia di quell'epoca.»
«Nient'altro?» indagò la signora Melita.
«Nient'altro» risposi, pensando a cosa potesse essermi
sfuggito, di tanto importante, in quei resoconti giovanili.
«Bene, ora che si è fatto un'idea di com'era Amelia
nell'adolescenza, è giunto il momento che sappia come e perché
si è sposata» spiegò la signora Laura guardando di sottecchi
Melita. «E la cosa migliore è che glielo racconti qualcuno che ha
vissuto con lei, senza mai abbandonarla, negli anni cruciali
della sua vita. Qualcuno che l'ha conosciuta molto bene»
proseguì spostando lo sguardo sull'anziana donna che non mi
era stata presentata e che non aveva ancora aperto bocca.
«Edurne, lui è il bisnipote di Amelia e Santiago» concluse Laura
rivolgendosi alla vecchia signora.
Sobbalzai. Edurne? Era forse la figlia della balia, di Amaya? Mi
dissi che non potevo essere così fortunato.
La vecchia che avevano chiamato Edurne mi fissò con occhi
stanchi, in cui scorsi un certo timore. Sembrava a disagio. Aveva
un'aria smunta, come se, oltre a essere gravata dall'età, fosse
anche ammalata.
«Lei è la figlia della balia, di Amaya?» le chiesi, ansioso di
sentire la risposta.
«Sì» mormorò.
«È un piacere conoscerla!» esclamai con sincerità.
«Sappia che Edurne farà un grosso sforzo per parlare con lei.
I suoi ricordi sono vividi, come se tutto fosse successo ieri, ma....
insomma, è ammalata... Alla nostra età abbiamo un mucchio di
acciacchi. Quindi la ascolti e non la faccia stancare troppo»
ordinò la signora Laura.
«Posso farle delle domande?»
«Sì, ma non perda tempo: l'importante è quello che Edurne
può raccontarle» rispose la signora Laura. «E adesso, per favore,
andate in biblioteca. Lì starete più tranquilli.»
Annuii. Edurne guardò le due vecchie signore, che fecero un
gesto quasi impercettibile, come se la esortassero a non avere
paura di me.
La donna camminava con difficoltà, appoggiandosi a un
bastone. Passo dopo passo, la seguii fino in biblioteca.
Edurne cominciò a sciorinare i suoi ricordi...
SANTIAGO
1

Quando arrivammo a Madrid, la signora Teresa mi spiegò che


da quel momento avrei dovuto occuparmi delle sue due figlie, la
signorina Amelia e la signorina Antonietta.
Il mio lavoro consisteva nel tenere in ordine i loro abiti,
rassettare la stanza, aiutarle a vestirsi, accompagnarle quando
andavano a fare visite... Mia madre mi insegnò come prendermi
cura di loro. All'inizio mi trovavo male, nonostante l'immensa
fortuna di vivere sotto il loro stesso tetto.
La signora Teresa fece mettere un altro letto per me nella
stanza di mia madre. Anche se la casa era grande, eravamo le
uniche a vivere con la famiglia; il resto della servitù stava nelle
soffitte. Suppongo che godessimo di quel privilegio perché mia
madre una volta era stata la balia delle bambine e doveva
trovarsi sempre vicino a loro per allattarle. Poi, dopo che erano
state svezzate, lei aveva mantenuto la stessa camera ed era
diventata domestica. Faceva un po' di tutto: si occupava delle
pulizie e aiutava in cucina, insomma, qualunque cosa le
chiedessero.
Mia madre voleva che imparassi il mestiere di cameriera,
voleva vedermi ben sistemata in quella casa, in modo da
potersene tornare alla cascina a passare i suoi ultimi anni vicino
ai genitori.
Non avevo mai visto una casa come quella, con tanti saloni e
camere da letto, e tanti oggetti di valore. Temevo di rompere
qualcosa, e di solito tenevo sollevati la gonna e il grembiule per
non sfiorare i mobili passandoci accanto.
Il fatto di conoscere la signorina Amelia mi rendeva il lavoro
meno difficile. Ma la situazione era cambiata, perché alla
cascina lei era una di noi, mentre in quella casa non osavo
chiamarla per nome, anche se lei insisteva perché lasciassi
perdere il "signorina".
Adorava parlare con me in basco. Voleva far arrabbiare la
sorella, anche se a me diceva che lo faceva per non
dimenticarlo. Il signor Juan non voleva che parlassimo basco e
la sgridava; le diceva che era una lingua da contadini, ma lei
non obbediva.
Al mattino accompagnavo la signorina Antonietta a scuola.
La signorina Amelia invece faceva scuola a casa, perché era
ancora convalescente. Di pomeriggio, al rientro della signorina
Antonietta, mi permettevano di stare seduta in un angolo della
sala studio mentre una professoressa aiutava le ragazze con i
compiti, le faceva parlare in francese e suonare il pianoforte. Mi
piaceva assistere alle lezioni, perché avevo l'occasione di
imparare. Quando fu guarita, la signorina Amelia cominciò a
studiare per diventare maestra, come la signorina Laura.
Il 1934 non fu un bell'anno. Al signor Juan cominciarono ad
andare male gli affari. Herr Itzhak Wassermann, il suo socio in
Germania, subiva la persecuzione di Hitler contro gli ebrei,
compito affidato agli uomini delle SA, le squadre d'assalto. Il
lavoro andava di male in peggio, e in diverse occasioni si erano
ritrovati con i vetri del negozio rotti da quegli energumeni.
Viaggiare in Germania diventò sempre più complicato,
soprattutto per chi, come il signore, detestava Hitler e non
temeva di dirlo ad alta voce. Il signor Juan cominciò a
dimagrire, e la signora Teresa era sempre più preoccupata per
lui.

«Credo che papà stia andando in rovina» mi confidò un giorno


la signorina Amelia.
«Perché lo dice?» chiesi, spaventata dal pensiero di
dovermene ritornare alla cascina.
«Ha molti debiti in Germania, e qui le cose non vanno tanto
bene. Mia madre dice che è per colpa della sinistra...»
La signora Teresa era una donna molto cattolica, monarchica,
che amava la disciplina ed era spaventata dai disordini
provocati da alcuni partiti e sindacati di sinistra. Era una brava
persona e trattava con affetto e rispetto tutti quelli che erano a
servizio in casa sua, ma non riusciva a capire che la gente era in
difficoltà e che la destra al governo non sapeva come affrontare
i problemi della Spagna di allora. Nonostante fosse una donna
caritatevole, ignorava cosa fosse la giustizia sociale, reclamata
da operai e contadini.
«E cosa faremo io e mia madre?» chiesi.
«Niente, resterete con noi. Non voglio che ve ne andiate.»

Amelia si scambiava lettere con Aitor. Ogni volta che mio


fratello scriveva a me e a mia madre, allegava una busta chiusa
per Amelia. Lei gli rispondeva nello stesso modo, dando a noi
una busta chiusa che infilavamo in quella che avremmo poi
spedito a lui.
Sapevo che mio fratello era innamorato di Amelia, ma che
non avrebbe mai avuto il coraggio di dirglielo, e sapevo che
anche a lei Aitor non era indifferente.
Un lunedì pomeriggio il signor Juan rientrò a casa prima del
solito e andò a chiudersi nello studio con la signora Teresa.
Rimasero a parlare fino a tarda notte, senza permettere alle
signorine di interromperli. Quella sera Amelia e Antonietta
cenarono da sole nella sala studio, chiedendosi cosa stesse
succedendo.
Il mattino dopo la signora Teresa convocò tutto il personale
di servizio e ordinò di pulire la casa da cima a fondo. Nel fine
settimana la famiglia avrebbe dato un ricevimento, con invitati
importanti, e voleva che la casa brillasse.
Le signorine erano entusiaste. Andarono a fare spese con la
madre e tornarono cariche di pacchetti. Avrebbero indossato
vestiti nuovi.
Il sabato la signora Teresa sembrava nervosa. Voleva che
tutto fosse perfetto e se qualcosa non era di suo gusto diventava
scontrosa, lei, di solito così affabile.
Una parrucchiera venne a casa a pettinare la madre e le
figlie, e nel pomeriggio le aiutai a vestirsi.
Amelia indossava un abito rosso e Antonietta uno blu. Erano
bellissime.
«Era da così tanto tempo che non davamo una festa!»
esclamò Amelia mentre la parrucchiera le raccoglieva i boccoli
sulla nuca con un fermaglio.
«Non esagerare, abbiamo visite ogni settimana» ribatté
Antonietta.
«Sì, a merenda, non per una cena.»
«Ma prima non ci lasciavano partecipare perché eravamo
piccole. Mamma dice che verranno alcuni amici di papà con i
figli.»
«E non li conosciamo! Sono nuovi amici di papà... Che
emozione!»
«Non capisco come possa piacerti conoscere gente nuova.
Sarà una noia, e mamma ci terrà d'occhio perché ci
comportiamo come si deve. La cena è molto importante per
papà, ha bisogno di nuovi soci per la ditta...»
«Adoro conoscere gente nuova! Forse tra loro ci sarà qualche
bel giovanotto... Magari trovi un fidanzato, Antonietta.»
«Magari lo trovi tu, che sei più grande e devi sposarti prima
di me. Se non ti sbrighi, finirai per restare zitella.»
«Mi sposerò quando voglio e con chi voglio!»
«Sì, ma fallo in fretta.»
Nessuna delle due poteva immaginare ciò che sarebbe
successo quella sera.

Alle otto arrivarono gli invitati. Tre coppie con figli. In totale
quattordici persone che si sarebbero sedute al tavolo ovale,
raffinatamente addobbato con fiori e candelabri d'argento.
I signori García, con il figlio Hermenegildo. I signori
López-Agudo, Francisco e Carmen, con le figlie Elena e Pilar. E i
signori Carranza, Manuel e Bianca, con il figlio Santiago.
Antonietta fu la prima a notare Santiago. Era il più bello tra
gli invitati. Alto, magro, con i capelli castano chiaro, quasi
biondi, e gli occhi verdi, vestito in modo molto elegante: era
impossibile non notarlo. Anch'io lo ammiravo, nascosta dietro
le tende.
A quell'epoca doveva avere una trentina d'anni ed era molto
sicuro di sé.
Intorno a lui svolazzavano le altre signorine invitate. Io
conoscevo bene Amelia e sapevo quali erano le sue tattiche per
farsi notare.
Salutò gentilmente gli invitati dei suoi genitori e andò a
mettersi accanto alla madre, ascoltando le chiacchiere delle
dame invitate come se fosse realmente interessata a ciò che
dicevano. Era l'unica tra le ragazze presenti a non sembrare
colpita dal magnetismo di Santiago e non lo degnava di uno
sguardo.
La signorina Antonietta, insieme alle signorine Elena e Pilar
López-Agudo, cercavano di attirare l'attenzione del giovane,
che era al centro della conversazione degli invitati. Non solo
perché era il più grande, ma anche per la sua simpatia. Da dove
mi trovavo, non riuscivo a sentire quel che dicevano, ma le
ragazze pendevano tutte dalle sue labbra.
Le cameriere servirono gli aperitivi e io fui mandata in
cucina per aiutare mia madre e le cuoche, ma appena potevo
sgattaiolavo nel mio nascondiglio, da dove riuscivo a spiare la
festa, inebriandomi degli effluvi di profumo e di sigaretta che
emanavano le dame e i loro cavalieri.
Mi chiedevo quale sarebbe stato il passo successivo di Amelia
per attirare l'attenzione di Santiago. Lui si era reso conto che
l'unica a non partecipare alla conversazione dei giovani a tavola
era la figlia maggiore dei padroni di casa e cominciò a guardarla
di sottecchi.
La signora Teresa aveva messo sul tavolo dei cartoncini
segnaposto con il nome di ogni invitato, e Amelia doveva
sedersi accanto a Santiago.
Era così bella... All'inizio lei non prestava attenzione a
Santiago, ma conversava con il giovane Hermenegildo, alla sua
sinistra.
A metà della cena Santiago non ne poté più dell'evidente
indifferenza di Amelia e si sforzò di avviare con lei un discorso,
ricevendo però in cambio risposte svogliate.
Finita la cena, per me era chiaro che Amelia aveva raggiunto
il suo scopo: mettere un guinzaglio al collo di Santiago.
Quando gli invitati se ne furono andati, i signori rimasero nel
salone con le figlie, per commentare l'esito della serata.
La signora Teresa era esausta a causa della tensione che
aveva accumulato durante la settimana per assicurarsi che tutto
fosse perfetto. Mia madre diceva di non averla mai vista tanto
nervosa e ne era sorpresa, perché la signora Teresa era abituata
a ricevere ospiti.
Il signor Juan sembrava più rilassato; la serata era servita ai
suoi scopi, come venimmo a sapere in seguito: stava cercando di
mettersi in società con il signor Carranza, per salvare la ditta. In
realtà, a risollevare le sorti della famiglia fu Amelia.
Li sentii parlare, anche se la signora Teresa li esortava ad
abbassare la voce.
«Se Manuel Carranza è interessato, come sembra, all'affare,
saremo salvi...»
«Ma, papà, le cose vanno così male?» si informò Amelia.
«Sì, figlia mia, ormai siete grandi e dovete sapere la verità.
Gli affari in Germania non vanno bene e temo per l'incolumità
del mio buon amico e socio Herr Itzhak. Il magazzino in cui
tenevamo la merce, i macchinari acquistati da portare in
Spagna, è stato chiuso dai nazisti, che vi hanno apposto i sigilli
e non mi permettono di accedervi. E là dentro, investiti in quei
macchinari, c'erano i nostri soldi. Ci hanno anche confiscato il
denaro depositato in banca. L'impiegato che era alle nostre
dipendenze, quel brav'uomo di Helmut Keller, è preoccupato.
Aver lavorato per un ebreo lo rende una persona sospetta, ma
lui è un uomo coraggioso e mi consiglia di aspettare; mi ha
assicurato che farà tutto il possibile per salvare la ditta. Gli ho
dato tutti i soldi che sono riuscito a racimolare, che non sono
molti, viste le circostanze, ma non potevo abbandonarlo al suo
destino...»
«E Herr Itzhak e Yla?» chiese Amelia, allarmata.
«Sto cercando di farli venire qui, ma non riesco a
convincerli; non vogliono lasciare la loro patria. Mi sono messo
in contatto con la Casa universale dei sefarditi,
un'organizzazione incaricata di stabilire contatti fra gli ebrei
sefarditi.»
«Ma Herr Itzhak non è sefardita!» esclamò la signora Teresa.
«Lo so, ma ho chiesto loro consiglio. Ci sono molti spagnoli
influenti che li appoggiano» spiegò il signor Juan.
«Molti? Vorrei che avessi ragione» replicò la signora Teresa
in tono aspro.
«Mi sono anche messo in contatto con un'organizzazione
chiamata Ezra, che significa "Aiuto"; cerca di dare una mano
agli ebrei, soprattutto a quelli che scappano dalla Germania.»
«Riuscirai a fare qualcosa, papà?» chiese Amelia contrita.
«Non dipende da tuo padre, Amelia» disse la signora Teresa.
«Manuel Azaňa ha in simpatia gli ebrei» rispose il signor
Juan. «Insomma, sembra che il mondo sia impazzito... Hitler ha
dichiarato che il suo partito è l'unico legale in Germania. E,
come se non bastasse, la Germania ha abbandonato la
Conferenza per il disarmo. Quel pazzo si sta preparando alla
guerra, ne sono sicuro...»
«La guerra? Contro chi?» chiese Amelia.
Ma il signor Juan non riuscì a rispondere, perché la signora
Teresa si intromise.
«E qui cosa succederà? Ho paura, Juan... La sinistra vuole la
rivoluzione...»
«E la destra è contraria al regime repubblicano e sta facendo
l'impossibile perché la repubblica diventi ingestibile» ribatté un
po' infastidito il signor Juan.
Marito e moglie avevano idee diverse, visto che la signora
Teresa proveniva da una famiglia di tradizione monarchica e il
signor Juan era invece un repubblicano convinto. Ma,
naturalmente, a quell'epoca le opinioni delle donne nelle
questioni politiche non contavano molto e imperava la
posizione del padrone di casa.
«E cosa farai con il signor Carranza?»
La domanda di Antonietta stupì i genitori. Antonietta era la
più piccola, alquanto silenziosa e riflessiva, molto più di Amelia.
«Cercherò di comprare i macchinari in Nordamerica. I costi
saranno più alti, dal momento che c'è di mezzo l'oceano, ma
vista la situazione in Germania non credo di avere altra scelta.
Ho sottoposto a Carranza uno studio dettagliato, ed è
interessato. Adesso il mio problema è trovare un prestito per
poter creare la società... Credo che lui possa aiutarmi. Ha
contatti molto importanti.»
«Con chi?» si informò Amelia.
«Con banchieri e politici.»
«Politici di destra?» insisté lei.
«Sì, figliola, ma è in buoni rapporti anche con il Partito
repubblicano radicale di Lerroux.»
«Per questo era così importante questa cena, vero, papà?»
continuò Amelia. «Volevi fargli buona impressione, fargli
vedere che hai una casa stupenda e una meravigliosa famiglia...
Mamma è così bella ed elegante...»
«Su, Amelia, non dire queste cose!» intervenne la signora
Teresa.
«Ma è la verità. Chiunque ti conosca non può far altro che
ammirarti. La signora Carranza non è elegante come te» insisté
Amelia.
«La signora Carranza è di ottima famiglia. Stasera, parlando,
abbiamo scoperto di avere dei conoscenti in comune» affermò
la signora Teresa.
«Suo figlio Santiago è il più difficile da convincere» mormorò
il signor Juan.
«Santiago? Di cosa dovresti convincerlo?»
«Lavora con suo padre, e lui lo tiene in grande
considerazione. A quanto pare, Santiago è un bravo economista,
molto accorto, e dà ottimi consigli al padre. Ha dei dubbi sulla
sostenibilità del progetto; dice che è un investimento troppo
impegnativo, che preferisce continuare a comprare macchinari
in Belgio, Francia, Inghilterra e perfino in Germania; dice che è
più sicuro» spiegò il signor Juan.

Non riuscivo a vederla in faccia, ma potei facilmente


immaginare che in quel momento Amelia stesse prendendo una
decisione: sarebbe stata lei a vincere le resistenze di Santiago
per salvare la famiglia dalle difficoltà economiche che la
assillavano. Amelia era appassionata di romanzi, si identificava
nelle eroine dei libri che leggeva, e i suoi genitori, senza
saperlo, le stavano dando l'occasione di dimostrare di esserlo lei
stessa.

Due settimane dopo i signori Carranza invitarono il signor Juan


e la sua famiglia al pranzo domenicale nella loro tenuta fuori
città.
Ormai il signor Juan non riusciva più a nascondere il
nervosismo che gli provocavano le risposte evasive di Manuel
Carranza riguardo al suo invito a entrare in società per
importare macchinari dall'America. Inoltre, la situazione
politica si stava complicando e la Spagna sembrava
ingovernabile.
Amelia impiegò diversi giorni a decidere che cosa indossare
per l'evento. Quel pranzo domenicale costituiva la sua grande
occasione per stringere il guinzaglio che aveva messo al collo di
Santiago, e sapeva che l'invito dei Carranza era in parte dovuto
all'interesse che lei aveva risvegliato in lui. Il signor Juan aveva
commentato che, nonostante le reticenze di Santiago, era stata
proprio una sua idea quella di invitarlo a pranzo la domenica,
insistendo che portasse con sé la sua incantevole famiglia.
So, perché Amelia me lo raccontò, che quel giorno fu
decisivo per quello che lei chiamava "il mio piano di
salvataggio".
A pranzo non era stato invitato nessun altro oltre alla
famiglia Garayoa, cioè il signor Juan, la signora Teresa e le due
signorine, e fin dal primo momento fu evidente che Santiago
era stregato da Amelia.
Lei sfoderò tutta la sua malizia: indifferenza, gentilezza,
sorrisi... E chissà cos'altro! Era una grande seduttrice.
Quella domenica Santiago si innamorò di lei, e credo che lei
lo ricambiasse. Erano giovani, belli, distinti...
Lui, che pareva uno scapolo incallito, senza mai una
fidanzata ufficiale, si era lasciato accalappiare da una ragazzina
che esprimeva le proprie idee politiche con grande disinvoltura:
sosteneva che le donne dovessero lottare per ottenere i diritti
che venivano loro negati e confessava, con orrore di sua madre,
di non avere intenzione di diventare una semplice donna di
casa. Se si fosse sposata, avrebbe aiutato in tutto il marito, oltre
a lavorare come maestra; diceva che insegnare era la sua
vocazione.
Amelia sciorinò tutti questi discorsi, e altri ancora, con la
grazia e la simpatia che le erano innate. E, a quanto mi riferì
Antonietta, più Amelia parlava, più Santiago ne era affascinato.
Cominciarono a frequentarsi come si usava a quei tempi.
Santiago chiese al signor Juan il permesso di "parlare" con
Amelia, e lui glielo concesse entusiasta.
Santiago veniva quasi tutti i pomeriggi a trovare Amelia, e la
domenica uscivano insieme, sempre accompagnati da
Antonietta e da me. Amelia gli permetteva di prenderla per
mano e gli sorrideva appoggiando la testa sulla sua spalla.
Santiago si scioglieva quando la guardava. Lei aveva dei
bellissimi capelli, di un castano così chiaro che tendeva al
biondo, e gli occhi grandi, a mandorla. Era magra, non molto
alta, ma a quei tempi noi donne eravamo tutte bassine, non
come adesso. Lui sì che era alto: la superava di tutta la testa.
Accanto a Santiago, Amelia sembrava una bambola.
Santiago finì per soccombere ad Amelia, e questo fatto
rappresentò la salvezza del signor Juan. I Carranza gli fornirono
la garanzia per poter ottenere un prestito e si misero in società
con lui - seppure come soci minoritari - nella nuova ditta
costituita per comprare e importare macchinari dall'America.
Il signor Juan e Santiago finirono per simpatizzare, visto che
il ragazzo era iscritto al partito di Azaňa ed era un repubblicano
convinto come il mio padrone.
«Mi sposo! Santiago mi ha chiesto di sposarlo!»
Lo ricordo come se fosse oggi, quando Amelia entrò nel
salotto dove si trovavano i suoi genitori.
Quella domenica non avevo potuto accompagnarla perché
ero raffreddata, così la sola Antonietta aveva fatto da chaperon.
Il signor Juan guardò stupito sua figlia, non si aspettava che
Santiago decidesse di chiederla in moglie così presto. Erano
trascorsi appena sei mesi da quando avevano cominciato a
uscire insieme; inoltre, la settimana seguente lui aveva in
programma di recarsi a New York per ispezionare alcune
fabbriche di macchinari.
Amelia abbracciò sua madre, che, a giudicare
dall'espressione, non sembrava affatto contenta di quella
notizia.
«Ma, tesoro, che pazzia è mai questa?» esclamò infastidita la
signora Teresa.
«Santiago mi ha detto che non vuole più aspettare, ormai ha
l'età giusta per sposarsi ed è sicuro che io sia la donna che stava
aspettando. Mi ha chiesto se lo amo e se sono certa dei miei
sentimenti per lui. Gli ho risposto di sì, così abbiamo deciso di
sposarci al più presto. Questa sera lo dirà ai suoi genitori, e il
signor Carranza ti telefonerà per chiederti la mia mano.
Possiamo sposarci a fine anno, perché prima non avremmo
tempo di organizzare tutto quanto. Non vedo l'ora!»
Amelia non la smetteva di parlare, mentre i suoi genitori
cercavano di calmarla per riuscire ad affrontare la questione
con serenità.
«Ma insomma, Amelia, sei ancora una bambina» protestò il
signor Juan.
«Non sono una bambina! Sai che la maggior parte delle mie
amiche è già sposata o sta per farlo. Cosa c'è, papà? Credevo che
fossi contento del mio fidanzamento con Santiago...»
«Ma certo, non posso lamentarmi della famiglia Carranza, e
Santiago mi sembra un bravo ragazzo, ma vi conoscete soltanto
da pochi mesi e parlare di matrimonio mi sembra un po'
precipitoso. Non sapete ancora abbastanza l'uno dell'altra.»
«Io e tuo padre siamo stati fidanzati per quattro anni prima
di sposarci» aggiunse la signora Teresa.
«Non essere antiquata, mamma... Siamo nel ventesimo
secolo! Capisco che ai tuoi tempi le cose fossero diverse, ma
oggi sono cambiate. Le donne lavorano, vanno in giro da sole,
alcune decidono di vivere la propria vita con chi vogliono... A
proposito, ormai non ha più senso che mi porti dietro uno
chaperon quando esco con Santiago.»
«Amelia!»
«Mamma, è ridicolo! Non ti fidi di me? Forse pensate male di
Santiago?»
I genitori di Amelia si sentivano travolti dallo slancio
impetuoso della figlia. Ormai non c'era più niente da fare: lei
era decisa a sposarsi e l'avrebbe fatto, con o senza il loro
permesso.
La data delle nozze fu fissata subito dopo il rientro del signor
Juan dall'America; nel frattempo, la signora Teresa, insieme ai
genitori di Santiago, avrebbe organizzato la cerimonia fin nei
dettagli.
Amelia, forse era per l'influenza di Santiago - anche se a dire
la verità aveva sempre dimostrato interesse per la politica -, in
quei mesi sembrava più preoccupata per quello che stava
succedendo in Spagna.
«Edurne, il presidente Alcalá Zamora ha chiesto ad Alejandro
Lerroux di formare un nuovo governo, in cui inserirà tre
ministri della CEDA. Non credo che sia la soluzione migliore, ma
esiste forse un'altra via d'uscita?»
Ovviamente non si aspettava una mia risposta. A quell'epoca
Amelia parlava soprattutto con se stessa; io ero semplicemente
la cassa di risonanza delle sue idee, niente di più, anche se mi
rendevo conto di quanto fosse influenzabile. Molte cose che
diceva uscivano pari pari dalla bocca di Santiago.
Un giorno, all'inizio di ottobre del 1934, Santiago si presentò
a casa Garayoa molto agitato. Il signor Juan era in America e la
signora Teresa stava discutendo con le figlie a proposito della
pretesa di Antonietta di uscire da sola.
«Il sindacato generale ha indetto uno sciopero! Il giorno 5 si
fermerà l'intera Spagna!» gridò Santiago.
«Mio Dio! Ma perché?» La signora Teresa era spaventata
dalla notizia.
«Signora, la sinistra non si fida, e a ragione, della CEDA. Gil
Robles non crede nella repubblica.»
«Questo lo dice la gente di sinistra per giustificare tutto
quello che fa!» protestò energicamente la signora Teresa. «Sono
loro a non credere nella repubblica; in questa repubblica
vogliono una rivoluzione come quella russa. Che Dio ce ne
scampi!»
Mentre servivamo uno spuntino, io e un'altra cameriera
ascoltammo la conversazione.
Santiago non era affatto un rivoluzionario, ma credeva
fermamente nella repubblica e diffidava di chi la oltraggiava
pur approfittandone.
«Non vorrai che succeda come in Germania» intervenne
Amelia.
«Zitta, ragazzina! Cosa c'entra Hitler con la nostra destra?
Non lasciarti abbindolare dalla propaganda della sinistra, che
non porterà niente di buono alla Spagna» si lamentò la signora
Teresa.

Amelia e Santiago rimasero in soggiorno, mentre la signora


Teresa e Antonietta si ritirarono con la scusa di un impegno
immaginario. La signora non aveva voglia di discutere con
Santiago, e a quel punto aveva ormai accettato che i due ragazzi
si vedessero senza accompagnatori.
«Cosa succederà, Santiago?» chiese con aria inquieta Amelia
appena rimase da sola col fidanzato.
«Non lo so, ma qualcosa di grosso bolle in pentola.»
«Potremo sposarci?»
«Ma certo! Non temere, niente potrà impedircelo.»
«Mancano soltanto tre settimane alle nozze.»
«Non preoccuparti...»
«E papà non è ancora tornato...»
«La sua nave attraccherà tra qualche giorno.»
«Mi manca così tanto... soprattutto adesso che le cose si
mettono male. Senza di lui mi sento insicura.»
«Amelia, non dire così! Ci sono io! Non permetterei mai che
ti capitasse qualcosa!»
«Hai ragione, scusa...»

I giorni seguenti furono pieni d'angoscia. Non avevamo idea di


cosa potesse succedere.
Il governo rispose all'annuncio dello sciopero generale
dichiarando lo stato di guerra, ma lo sciopero non fu un
successo, almeno non dappertutto. Quella sera mia madre mi
disse che i nazionalisti non l'avrebbero appoggiato, e nemmeno
gli anarchici.
A peggiorare le cose, in Catalogna, il presidente della regione
Luís Companys proclamò lo Stato catalano nella Repubblica
Federale Spagnola.
Amelia era sempre più preoccupata per le sue nozze, visto
che i Carranza facevano affari in Catalogna e uno dei soci del
signor Manuel era catalano. Anche la signora Teresa era
coinvolta: era per metà catalana e aveva dei familiari a
Barcellona.
«Ho parlato con la zia Montse ed è molto spaventata. Hanno
fermato tanta gente fra i suoi conoscenti e lei stessa ha assistito
dal balcone ai combattimenti nelle ramblas. Non sa quanti
morti ci siano stati, ma crede molti. Ringrazio Dio che ai miei
genitori sia stato risparmiato di vedere tutto questo.»
I genitori della signora Teresa erano morti, e le era rimasta
solo la sorella Montse, oltre a un gran numero di zie, cugini e
altri familiari sparsi per tutta la Catalogna, e in parte a Madrid.
Amelia mi chiese di telefonare a mio fratello Aitor nei Paesi
Baschi, per cercare di capire cosa stesse succedendo. Lo feci e
lei, impaziente, mi strappò la cornetta di mano.
Aitor ci spiegò che il suo partito si era mantenuto ai margini
dello sciopero. Invece nelle Asturie la rivoluzione si era davvero
infuocata. I minatori avevano attaccato le postazioni della
Guardia Civil prendendo il controllo del Principato.
Nel frattempo, a Madrid, il governo incaricò i generali Goded
e Franco di porre fine alla rivolta, e loro suggerirono di inviare
le truppe dei Regulares del Marocco alla testa degli eserciti
della repressione.
Furono giorni di incertezza, finché il governo non soffocò la
rivolta. Ma era soltanto un assaggio di quanto stava per
succedere...
Fu proprio in quei giorni che Amelia conobbe Lola. Quella
ragazza senza dubbio la segnò per sempre.

Un pomeriggio, nonostante le proteste della signora Teresa,


Amelia decise di uscire. Voleva vedere con i propri occhi lo
scempio per le strade. La scusa era quella di una visita alla
cugina Laura, che da qualche giorno non si sentiva bene.
La signora Teresa le ordinò di non uscire e mia madre la
supplicò di restare a casa. Perfino Antonietta cercò di
convincerla, ma Amelia borbottò qualcosa sul suo dovere di fare
visita alla cugina preferita che era ammalata e, disobbedendo
alla madre, uscì di casa, con me dietro. Non ci andai di mia
volontà, ma perché mia madre mi ordinò di accompagnarla.
Madrid sembrava una città in guerra. C'erano soldati
dappertutto. La seguii malvolentieri fino a casa di sua cugina,
che è questa in cui ci troviamo adesso, a pochi isolati da quella
di Amelia. Eravamo quasi arrivate quando scorgemmo una
ragazza che correva disperata. Ci passò davanti come
un'apparizione e si infilò nel portone dell'edificio verso il quale
anche noi eravamo dirette. Ci voltammo a guardare indietro,
pensando che qualcuno la inseguisse, ma non c'era nessuno.
Un paio di minuti dopo due uomini svoltarono l'angolo
gridando: «Alt, alt!». Ci fermammo spaventate, in attesa che
loro ci raggiungessero.
«Avete visto passare una ragazza di corsa?»
Stavo per rispondere di sì, che era appena entrata nel
portone, ma Amelia mi precedette.
«No, non abbiamo visto nessuno, stiamo andando a trovare
una cugina ammalata» spiegò.
«Davvero nessuno è passato di qua, magari infilandosi in un
portone?»
«No, signore. Se avessimo visto qualcuno, ve lo diremmo»
rispose Amelia in un tono da signorina sdegnosa che non le
avevo mai udito prima.
I due uomini, certamente poliziotti, sembravano dubbiosi,
ma si lasciarono convincere dall'aspetto di Amelia. Era la
perfetta incarnazione della ragazza borghese, di buona famiglia.
Ripresero a correre, discutendo nel frattempo su come
avevano potuto lasciarsi sfuggire la ragazza, mentre noi
entrammo nel portone della casa in cui abitava la signorina
Laura.
Il portiere non c'era, e Amelia sorrise soddisfatta.
Probabilmente l'uomo era stato chiamato da uno degli inquilini
o stava sbrigando qualche commissione.
Con passo deciso, Amelia si diresse in fondo all'atrio e aprì la
porta che dava sul cortile. La seguii spaventata, immaginando
chi stesse cercando. E infatti, fra i bidoni della spazzatura e gli
attrezzi, si nascondeva la ragazza sfuggita alla polizia.
«Se ne sono andati, non preoccuparti.»
«Grazie, non so perché non mi hai denunciato, ma grazie.»
«Avrei dovuto farlo? Sei una pericolosa delinquente?»
domandò Amelia con un sorriso, come se trovasse la situazione
divertente.
«Delinquente no, ma pericolosa... suppongo di esserlo, per
loro, visto che lotto contro l'ingiustizia.»
Amelia fu subito incuriosita da quella risposta e, anche se la
tiravo per un braccio esortandola a salire in casa della signorina
Laura, non mi diede retta.
«Sei una rivoluzionaria?»
«Sono... sì, potremmo dire così.»
«E cosa fai?»
«Cucio in una sartoria.»
«No, volevo dire, che tipo di rivoluzionaria sei.»
La ragazza la guardò diffidente. Era chiaro che non sapeva se
rispondere oppure no, ma alla fine si confidò con Amelia, che in
fin dei conti era una sconosciuta.
«Collaboro con alcuni compagni del comitato dello sciopero:
porto i messaggi.»
«Che coraggio! Io mi chiamo Amelia Garayoa, e tu?»
«Lola, Lola García.»
«Edurne, vai a controllare la strada, con cautela, e se vedi
qualcosa di sospetto vieni a riferircelo.»
Non osai protestare e mi diressi verso il portone, tremando
di paura. Pensavo che, se i poliziotti mi avessero vista,
avrebbero potuto insospettirsi e farci arrestare tutte e tre.
Mi tranquillizzai quando mi accorsi che il portiere non era
ancora rientrato e sporsi appena la testa per guardare in giro.
Non c'era traccia dei due uomini.
«Non c'è nessuno» le informai.
«Non importa, credo sia meglio che Lola non esca ancora.
Verrà con noi a casa di mia cugina. Ti presenterò come
un'amica di Edurne che abbiamo incontrato per strada. Farete
merenda in cucina mentre io starò con Laura e, quando sarà ora
di andare, quei due uomini avranno ormai smesso di cercarti da
queste parti. Inoltre, mio zio Armando è un avvocato e, se si
presentasse la polizia, suppongo che saprebbe cosa fare.»
Lola accettò sollevata la proposta di Amelia. Non capiva il
motivo per cui quella ragazza borghese la aiutasse, ma era
l'unica possibilità che aveva e ne approfittò.

Laura era a letto, annoiata, mentre sua sorella Melita prendeva


lezioni di pianoforte e sua madre riceveva visite. Quanto al
padre, il signor Armando, fratello del papà di Amelia, non era
ancora rientrato dall'ufficio.
Una cameriera accompagnò me e Lola in cucina e ci offrì un
bicchiere di latte con i biscotti. Amelia rimase al capezzale della
cugina per raccontarle la sua ultima avventura.
Ci fermammo due ore in casa del signor Armando e della
signora Elena, per far visita a Laura; due ore che mi sembrarono
eterne, perché temevo che, da un momento all'altro, la polizia
suonasse alla porta in cerca di Lola.
Quando finalmente Amelia decise che era ora di tornare a
casa, il signor Armando era appena rientrato e si offrì di
accompagnarci, preoccupato di saperci in giro da sole per le
strade di una Madrid in preda al caos. Le due case distavano
solo quattro isolati, ma il signor Armando insisté comunque per
scortare la nipote. Il brav'uomo non si stupì quando Amelia gli
disse che sarebbe venuta con noi anche Lola, che presentò come
una mia cara amica. Io abbassai gli occhi, perché il signor
Armando non notasse il mio nervosismo.
«Tuo padre si arrabbierebbe con me se ti lasciassi andare in
giro da sola. Non capisco nemmeno come abbiano potuto darti il
permesso di uscire. Non è il momento adatto per andarsene a
spasso allegramente, Amelia; forse non lo sai, ma nelle Asturie è
scoppiata una vera e propria rivoluzione, e qui, anche se lo
sciopero è fallito, la sinistra non si rassegna a lasciare le cose
come stavano. È pieno di esaltati...»
Amelia osservava Lola di sottecchi, ma lei era rimasta
impassibile, con gli occhi bassi, come me.
Quando arrivammo a casa, la signora Teresa ringraziò
sinceramente il cognato per averci accompagnate.
«Non so più cosa fare con questa ragazza, e da quando sta
per sposarsi sembra che sia diventata ancora più sconsiderata.
Non vedo l'ora che torni suo padre. Juan è l'unico che riesce a
domarla.»
Quando il signor Armando se ne fu andato, la signora Teresa
rivolse la sua attenzione a Lola.
«Edurne, non sapevo che avessi delle amiche a Madrid» disse
guardandomi incuriosita.
«Si sono conosciute tempo fa, mentre Edurne era fuori a
svolgere delle commissioni» intervenne Amelia, e meno male,
perché io non sarei riuscita a mentire con tanta disinvoltura.
«Bene, credo che sia ora di andare a cena. Se questa ragazza
vuole scusarci, tua sorella Antonietta ci sta aspettando»
concluse la signora Teresa.
«Prego, devo proprio andare, sono già in ritardo. Vi
ringrazio molto, signorina Amelia, signora Teresa... Edurne, ci
vediamo presto, d'accordo?»
Annuii col capo, desiderando che se ne andasse e non si
facesse mai più vedere; ma i miei desideri non furono esauditi,
perché Lola García si sarebbe presto ripresentata sulla mia
strada e su quella di Amelia.
2

Come se le emozioni del giorno prima non fossero bastate, il


mattino ci riservò delle sorprese.
Santiago, che doveva venire a trovare Amelia, non si fece
vedere per tutto il giorno.
Sulle prime Amelia si era preoccupata, poi si infuriò e chiese
alla madre di telefonare ai genitori del fidanzato, con la scusa di
definire alcuni dettagli del matrimonio con la madre del suo
promesso sposo.
La signora Teresa era contraria, ma alla fine cedette alla
minaccia di Amelia di presentarsi personalmente a casa di
Santiago.
Quel pomeriggio Amelia scoprì un aspetto della personalità
del suo futuro marito che non poteva nemmeno immaginare.
La madre di Santiago informò la signora Teresa che suo figlio
non c'era, non era rientrato per pranzo né aveva telefonato, e
non sapeva se si sarebbe fatto vedere all'ora di cena. La signora
Teresa si stupì che la futura consuocera non fosse preoccupata,
ma lei le spiegò che era abituata alle assenze di suo figlio, che
non diceva mai dove andava.
«Non va in posti in cui non dovrebbe; al contrario, è sempre
in giro per lavoro. Mio marito gli ha affidato gli acquisti per la
ditta, ed è Santiago che viaggia in Francia, in Germania, a
Barcellona... insomma, ovunque debba andare. Ogni volta parte
senza dirci nulla; all'inizio la cosa mi preoccupava, ma ora so
che non c'è niente da temere» spiegò la signora Bianca.
«Ma si accorgerà che parte perché esce di casa con la valigia»
rispose, un po' scandalizzata, la signora Teresa.
«Mio figlio non porta mai con sé la valigia.»
«Ma come? Per viaggi così lunghi... di tanti giorni!» esclamò
la signora Teresa.
«Santiago dice che i bagagli li ha nel portafoglio.»
«Cosa?»
«Sì, prende il treno e, quando arriva a destinazione, compra
quel che gli serve; ha sempre fatto così. Come le ho detto,
all'inizio mi preoccupavo, perfino suo padre lo rimproverava,
ma poi ci siamo abituati. Tranquillizzi Amelia: Santiago tornerà
in tempo per le nozze. È così innamorato!»

La signora Teresa, senza nascondere le sue perplessità sul


comportamento di Santiago, riferì alla figlia la conversazione
con la signora Bianca. Anziché tranquillizzarsi, Amelia si
innervosì ancora di più.
«Che scusa sciocca! Come possiamo credere che viaggi senza
valigia e senza dirlo ai genitori? E a me? Perché non mi ha
avvisato? Sono la sua fidanzata! Mamma, credo che Santiago si
sia pentito... e non voglia più sposarmi. Ah, Dio mio! Cosa
tacciamo?!»

Amelia scoppiò in pianto e né la signora Teresa né Antonietta


riuscirono a consolarla. Io le osservavo nascosta dietro la porta
della sala, finché mia madre mi scoprì e mi mandò in cucina.
Quella notte Amelia non dormì, o almeno tenne la luce
accesa fino all'alba. Il giorno dopo mi svegliò alle sette; voleva
che mi vestissi in fretta e andassi a casa Carranza per
consegnare una lettera. L'aveva scritta durante la notte.
«Quando Santiago tornerà dal viaggio, sempre che sia
davvero così e non mi stia invece tradendo, saprà che a me non
si fanno cose simili. E se intende lasciarmi, preferisco essere io a
fare il primo passo: mi vergognerei moltissimo se i nostri amici
sapessero che mi ha abbandonata. Vai subito, prima che mia
madre si svegli. Si arrabbierà quando le dirò che ho mandato
una lettera a Santiago per annunciargli la rottura del nostro
fidanzamento, ma non posso permettergli di umiliarmi.»
Mi alzai in tutta fretta, e Amelia fu così incalzante che ebbi
appena il tempo di lavarmi. Quando arrivai a casa dei Carranza,
il portone era chiuso e dovetti aspettare che il portiere lo
aprisse, alle otto. L'uomo si stupì che volessi salire a quell'ora
dai Carranza, ma visto che ero in uniforme da cameriera mi
lasciò passare.
Una domestica assonnata quanto me venne ad aprire la
porta. Le consegnai la busta e le dissi di darla a Santiago, ma lei
mi rispose che il signorino Santiago era partito per un viaggio,
il signor Manuel stava facendo colazione e la signora Bianca
stava ancora riposando.

Rientrata a casa, trovai Amelia che mi aspettava con un nuovo


incarico: dovevo tornare dai Carranza per restituire le lettere di
Santiago, quelle che si scambiano gli innamorati, insieme
all'anello di fidanzamento, che avrei dovuto consegnare alla
signora Bianca in persona.
Tremavo all'idea di quello che avrebbe detto la signora
Teresa quando fosse venuta a saperlo e, prima di uscire, andai a
cercare mia madre per raccontarle cosa stava succedendo. Lei,
con molto buon senso, mi consigliò di aspettare finché non
avesse parlato con la signora Teresa e con la stessa Amelia.
Visto che la signora non era ancora uscita dalla sua stanza, andò
a cercare Amelia.
«So che non ho alcun diritto di dirti niente, ma non credi che
dovresti riflettere prima di fare un passo del genere? E se
Santiago avesse una spiegazione per quel che è successo e tu
rompessi il fidanzamento senza averlo prima ascoltato... Non
devi essere precipitosa...»
«Ma, Amaya, tu dovresti stare dalla mia parte!»
«Infatti è così, come potrebbe essere altrimenti? Ma non
credo che Santiago voglia rompere il fidanzamento con te. Deve
esserci una spiegazione oltre a quella che ci ha dato sua madre.
Aspetta che torni, aspetta di sapere da lui...»
«Quello che mi ha fatto è imperdonabile! Come posso fidarmi
di lui? No, no e no. Voglio che tua figlia Edurne vada a
restituirgli le lettere e l'anello in modo da chiarire che tra noi è
tutto finito. E oggi pomeriggio andrò a casa di Victoria, dove
incontrerò altre amiche, e sarò io ad annunciare di avere rotto
il fidanzamento con Santiago perché non sono sicura dei miei
sentimenti per lui. Non permetterò che sia lui a lasciarmi,
umiliandomi...»
«Amelia, per favore, pensaci su! Parla con tua madre, lei
saprà consigliarti meglio di me...»
«Cosa succede?» La signora Teresa entrò nella camera di
Amelia, richiamata dal tono isterico della figlia.
«Mamma, voglio rompere con Santiago!»
«Tesoro, ma cosa dici?»
«Signora Teresa, io... mi scuso per essermi intromessa in una
faccenda di famiglia, ma Amelia vuole che Edurne vada a
restituire ai signori Carranza l'anello di fidanzamento...»
«L'anello! Ma, Amelia, che intenzioni hai? Tesoro, calmati,
non fare niente di cui potresti pentirti.»
«Le ho detto la stessa cosa» intervenne mia madre.
«No! Rompo con Santiago, è lui a volerlo. Non gli permetterò
di mettermi in ridicolo.»
«Mio Dio, Amelia, almeno aspetta che torni tuo padre!»
«No, perché quando arriverà papà sarò già lo zimbello di
tutta Madrid. Oggi andrò da Victoria, e lì annuncerò a tutte le
mie amiche che ho rotto con Santiago. E tu, Amaya, di' a Edurne
che vada subito dai Carranza. Se non ci andrà, lo farò io.»
Anche Antonietta entrò nella stanza della sorella, richiamata
dalle voci, e si unì alla supplica di sua madre e della mia, nella
speranza di far ragionare Amelia. Fu Antonietta a trovare la
soluzione: la signora Teresa avrebbe telefonato di nuovo alla
signora Bianca per raccontarle il dispiacere di Amelia e la sua
decisione di rompere con Santiago se non si fosse presentato
immediatamente a darle una spiegazione.
Controvoglia e in preda al nervosismo, la signora Teresa
chiamò la signora Bianca. Lei promise di avvisare subito il
marito affinché cercasse il figlio, ovunque si trovasse - giurò di
non sapere dove fosse -, ma, fino a quel momento, chiedeva ad
Amelia di avere un po' di pazienza e soprattutto di fiducia in
Santiago.
Amelia accettò di malavoglia, ma andò comunque a fare
merenda a casa della sua amica Victoria, insieme ad altre
ragazze della sua età. E così, tra risate e confidenze, buttò lì che
temeva di essere stata troppo precipitosa a fidanzarsi con
Santiago ed espresse i suoi dubbi sull'opportunità di sposarsi.
Lei e le sue amiche passarono il pomeriggio ad analizzare i prò e
i contro del matrimonio. Quando uscì dalla casa di Victoria,
Amelia si sentiva soddisfatta: se Santiago l'avesse lasciata,
avrebbe sempre potuto dire di essere stata lei la prima a voler
rompere con lui.
Non avremmo mai immaginato che quella piccola burrasca,
un giorno, si sarebbe trasformata in un tornado che avrebbe
travolto chiunque al suo passaggio. Infatti, due giorni più tardi,
quando Santiago, che si trovava ad Anversa, telefonò a suo
padre per metterlo al corrente di come andava il viaggio
d'affari, lui lo esortò a tornare subito a Madrid, perché Amelia
se l'era presa per la sua scomparsa e minacciava addirittura di
rompere il fidanzamento.
Lei lo ricevette in salotto, scortata dalla madre e dalla
sorella.
«Amelia... mi dispiace di averti fatta arrabbiare, ma non
potevo immaginare che la mia assenza per motivi di lavoro ti
avrebbe indotta a rompere il nostro fidanzamento.»
«Sì, sono arrabbiata. Andartene senza dirmi nulla mi sembra
una mancanza di considerazione, da parte tua. Tua madre ci ha
spiegato che sei abituato a fare così, ma ammetterai che un
simile comportamento è strano, tanto più alla vigilia delle
nozze. Non voglio che tu ti senta obbligato perché hai dato la
tua parola, perciò ti libero dall'impegno che hai preso con me.»

Santiago la fissò a lungo, a disagio. Amelia aveva recitato il


copione che stava provando da quando il fidanzato aveva
telefonato annunciando la sua visita. La presenza della signora
Teresa e di Antonietta, entrambe nervose, certo non facilitava
un chiarimento fra i due.
«Se è tuo desiderio rompere il fidanzamento, non mi resta
che accettarlo, ma, Dio mi è testimone, i miei sentimenti per te
sono rimasti invariati, e non desidero altro che... che mi
perdoni se ti ho offesa in qualche modo.»
La signora Teresa sospirò sollevata e Antonietta si lasciò
scappare una risatina nervosa. Amelia non sapeva cosa fare; da
una parte voleva continuare a interpretare il ruolo della dama
offesa, perché ci aveva preso gusto, e dall'altra avrebbe voluto
chiudere lì la faccenda e sposarsi con Santiago. Fu Antonietta ad
aiutare i due fidanzati a risolvere le cose.

«Credo che dovremmo lasciarli soli. Non ti sembra, mamma?»


«Sì, sì... Insomma, figliolo, se sei sempre deciso a sposare
Amelia, noi possiamo solo dirti che hai la nostra benedizione...»
Quando li ebbero lasciati soli, i due rimasero per qualche
minuto in silenzio, guardandosi di sottecchi, senza sapere cosa
dire; poi Amelia scoppiò a ridere davanti a uno sconcertato
Santiago. Due minuti dopo chiacchieravano come se niente
fosse.
Entrambe le famiglie tirarono un sospiro di sollievo.
Temevano il peggio: uno scandalo a poche settimane dalle
nozze, quando ormai erano già esposte le pubblicazioni, a casa
dei Garayoa stavano cominciando ad arrivare i primi regali e il
rinfresco, che avrebbe avuto luogo al Ritz, era stato già
prenotato e pagato in parti uguali dai genitori degli sposi.
Con la scusa del ritorno dall'America del signor Juan, le due
famiglie si riunirono a cena a casa dei Garayoa; e così poterono
appurare che Amelia e Santiago sembravano innamorati come
prima dell'incidente. Forse di più, se era possibile.

Il signor Juan era vivamente impressionato da ciò che aveva


visto in America. Ammirava gli sforzi di quel popolo per uscire
dalla Depressione e paragonava la società statunitense a quella
spagnola. Durante la cena si parlò molto di politica, nonostante
la signora Teresa avesse bandito l'argomento a tavola.
«Gli americani sanno molto bene quello che vogliono e in
quale direzione devono procedere tutti insieme per superare la
crisi, e ormai ne stanno uscendo. Il crack del 1929 presto non
sarà che un brutto ricordo.»
«Caro amico, qui passiamo molto tempo ad accapigliarci gli
uni con gli altri; il biennio sociale-azaňista ne è un esempio»
disse il signor Manuel.
«Non capisco la sua diffidenza nei confronti di Manuel
Azaňa» ribatté il signor Juan. «È un politico che sa quello che fa
e difende l'idea che lo Stato dev'essere forte per poter attuare le
riforme democratiche di cui abbiamo bisogno.»
«Be', ha visto anche lei dove ci ha portati la sua politica. Non
riuscirà a convincermi che sia stata una buona idea, nel 1932,
concedere l'autonomia alla Catalogna, e anche i baschi con il
loro Partito nazionalista stanno andando nella stessa direzione.
Meno male che adesso, dopo i moti rivoluzionari di ottobre,
l'autonomia catalana è stata sospesa.»
«Papà, bisogna avere rispetto per i sentimenti della gente, e
in Catalogna hanno un fortissimo senso di identità nazionale. La
cosa migliore è cercare di incanalare questo sentimento.
Manuel Azaňa ha sempre difeso l'unità della Spagna, all'interno
della quale bisogna però trovare il modo di sentirci tutti a
nostro agio.»
Santiago cercava di essere conciliante perché non voleva che
suo padre si arrabbiasse per questioni politiche.
«Tutti? Chi sono tutti?» chiese irritato il signor Manuel. «La
Spagna è un'unità culturale e soprattutto storica, ma con questa
storia delle autonomie smetterà di esserlo, vedrete. Sarà il
tempo a rivelarcelo.»
La signora Teresa e la signora Bianca provarono a cambiare
argomento.
«Credo che mettano in scena una nuova versione di Nozze di
sangue a Madrid» intervenne con voce melliflua la signora
Bianca. «García Lorca è molto audace, ma è un grande
drammaturgo.»
Tuttavia il tentativo delle due donne fallì. Né il signor Juan
né il signor Manuel erano disposti a cambiare argomento.
«Ma lei sarà d'accordo con me che il trionfo della destra nel
1933 non ha recato alcun vantaggio alla Spagna. Stanno
distruggendo tutto quello che hanno fatto i governi precedenti»
intervenne il signor Juan.
«Non mi dirà che le sembrava una bella cosa che si potessero
espropriare le terre a chiunque solo perché era nobile...»
«A chiunque, no. Lei sa bene che il governo del 1931
intendeva farla finita con la Spagna feudale» replicò il signor
Juan.
«E cosa mi dice della riforma militare del suo tanto ammirato
Azaňa? C'è mancato poco che ci lasciasse senza esercito. Ha
ritirato più di seimilacinquecento ufficiali, e non faceva altro
che parlare di modernizzare l'esercito, per poi ridurre le spese
per la difesa» ribatté il signor Manuel.
«Hanno anche fatto cose positive, per esempio la riforma
religiosa e scolastica...» intervenne Santiago.
«Ma cosa dici, Santiago! Mio Dio, figliolo, se non ti conoscessi
penserei che sei uno di quei socialisti rivoluzionari!»
«Papà, non si tratta di essere rivoluzionari, ma di guardare
in faccia la realtà. Quando viaggio per l'Europa, mi rendo conto
con dispiacere di quanto siamo arretrati...»
«E per questo se la prendono con i poveri preti e le suore che
offrono aiuto disinteressato alla società. Tu, figlio mio, che hai
la presunzione di essere democratico, vorresti dirmi che è un
atto democratico proibire l'insegnamento agli ordini religiosi?
Ed espellere un cardinale dalla Spagna perché non piace quello
che dice...? È democrazia questa?»
«Papà, il cardinale Segura è un uomo pericoloso, ci sentiamo
tutti più tranquilli da quando ha lasciato la Spagna.»
«Sono stati gli eccessi della sinistra a far vincere la destra da
voi tanto vituperata!» esclamò arrabbiato il signor Manuel.
«Credo che ci sia motivo di preoccuparsi per quello che sta
facendo la destra, non solo in Spagna. Pensi alla Germania:
quell'Hitler è un demente. Non mi stupisce che la gente di
sinistra sia allarmata» replicò il signor Juan. «Io stesso sono una
vittima indiretta del fanatismo di Hitler. La sua politica
antiebraica ha portato alla soppressione dei diritti legali e civili
degli ebrei, precludendo loro qualunque attività economica. Il
mio socio Herr Itzhak Wassermann è ebreo. Abbiamo dovuto
chiudere l'attività. Sapete che ci hanno rotto i vetri del
magazzino almeno quattro volte?»
«Hitler intende espellere gli ebrei dalla Germania» sentenziò
Santiago.
«Sì, ma gli ebrei tedeschi sono tedeschi come tutti gli altri,
non potranno privarli di quello che sono» intervenne la signora
Teresa.
«Non essere ingenua, tesoro. Hitler è capace di tutto»
intervenne il signor Juan. «E il povero Helmut, il nostro
impiegato, deve stare attento solo per il fatto di aver lavorato
con un ebreo.»
«Sì, quello che sta succedendo in Germania è terribile, ma
non ha niente a che vedere con quanto accade qui, mio caro
amico. Là c'è una brutta situazione, ma non può fare paragoni...
Noi dobbiamo preoccuparci delle minacce di certi socialisti che
parlano di mettere fine alla democrazia borghese. Perfino
uomini moderati come Prieto hanno finito per parlare di
rivoluzione.»
«Be', è un modo di frenare la destra, i suoi piani più
controversi. Non possono distruggere tutto quello che è stato
fatto prima. Prieto sta dando loro un avvertimento, affinché ci
pensino meglio prima di agire» argomentò Santiago.
«Figliolo, quello che è successo nelle Asturie è stato un moto
rivoluzionario, e se si estende nel resto della Spagna sarà una
catastrofe!»
«Il nostro problema» replicò Santiago «è che sia la destra sia
la sinistra stanno danneggiando la repubblica. Né gli uni né gli
altri ci credono per davvero e non vogliono affatto trovare una
soluzione.»
Santiago aveva una visione diversa della politica, forse
perché viaggiava molto fuori dalla Spagna. Pur simpatizzando
per la sinistra, non le risparmiava le critiche. Era azaňista,
nutriva grande ammirazione per Manuel Azaňa.

Le nozze si celebrarono il 18 dicembre. Faceva molto freddo e


pioveva, ma Amelia era radiosa con il vestito bianco di taffettà e
seta.
Alle cinque in punto del pomeriggio, nella chiesa di San
Ginés, Amelia e Santiago si sposarono. Il loro fu uno di quei
matrimoni che trovavano eco nelle cronache mondane dei
giornali madrileni: tra gli invitati c'era gente che arrivava da
ogni parte, visto che Manuel Carranza e Juan Garayoa facevano
affari in molte province spagnole.
La signora Teresa era più nervosa di Amelia, e come lei anche
Melita e Laura, che, insieme ad Antonietta, erano le damigelle
d'onore.
La cerimonia venne celebrata da tre sacerdoti amici di
famiglia. E più tardi, durante il ricevimento al Ritz, Amelia e
Santiago aprirono le danze.
Fu un matrimonio meraviglioso, sì... Amelia diceva che erano
state le nozze che aveva sempre sognato, che non avrebbe
potuto immaginarle in modo diverso.
Quando, verso mezzanotte, salutarono gli invitati, Amelia
abbracciò Laura piangendo. Erano sempre molto legate, ma
sapevano che da quella notte in poi la loro vita sarebbe
cambiata: Amelia non era più la ragazzina a cui sarebbe stata
permessa qualunque marachella, ormai era diventata una
donna.

Edurne rimase in silenzio. Aveva parlato a lungo, e io non mi


ero mosso, affascinato dal racconto.
Cominciavo ad avere una vaga idea di com'era la mia
bisnonna e devo riconoscere che in lei c'era qualcosa che mi
intrigava. Forse era il modo in cui Edurne l'aveva descritta,
oppure semplicemente era riuscita a risvegliare la mia
curiosità.
L'anziana cameriera della mia bisnonna sembrava esausta.
Le chiesi se volesse un bicchier d'acqua, ma lei fece segno di no
col capo. Si trovava lì, a parlare con me, perché le signore
Garayoa glielo avevano ordinato. Fra loro si era mantenuto un
legame in cui ognuna aveva un ruolo prestabilito: le signore
comandavano, Edurne obbediva. Così era stato in passato, così
continuava a essere nel presente; ormai nessuna di loro poteva
più aspirare ad avere un futuro.
«E poi cos'è successo?» chiesi, deciso a non farle perdere il
filo.
«Partirono per Parigi in viaggio di nozze, in treno. Amelia
aveva tre valigie. Attraversarono anche la Manica, per andare a
Londra. La traversata, a quanto so, fu terribile e lei patì il mal di
mare. Rientrarono solo a fine gennaio. Santiago ne approfittò
per incontrare alcuni soci d'affari.»
«E poi?» insistei, perché non volevo pensare che la storia
finisse così.
«Tornati dalla luna di miele si trasferirono nella casa che il
signor Manuel aveva regalato a suo figlio per le nozze, qui
vicino, all'inizio di calle Serrano. Il signor Juan e la signora
Teresa avevano pensato ad arredarla, premurandosi di farla
trovare pronta, in ogni dettaglio, al ritorno degli sposi da Parigi.
Io andai a servizio a casa di Amelia. Non pensi che non mi sia
costato separarmi da mia madre, ma Amelia aveva insistito che
la seguissi. Non mi trattava come una serva, ma come un'amica;
suppongo che i mesi passati alla cascina avessero consolidato il
nostro rapporto rendendolo speciale. Santiago si stupiva per la
familiarità che c'era tra noi, e anche lui finì per esserne
coinvolto. Sa? Era una bella persona... Amelia gli chiese il
permesso di finire gli studi magistrali e lui accettò di buon
grado; la conosceva e sapeva che difficilmente si sarebbe
accontentata del ruolo di padrona di casa. Quanto a me, lei
voleva che studiassi, che avessi delle ambizioni. Ormai ha capito
com'era fatta. Ma, senza dubbio, su Amelia aveva molta
influenza anche Lola García, che la convinse a mandarmi a
studiare in un locale gestito dalla Gioventù socialista spagnola.
Lì insegnavano di tutto: a leggere, a scrivere a macchina, a
ballare, a cucire...»
«Lola García? Quella che fuggiva dalla polizia?»
«Sì, proprio lei. È stata un personaggio determinante nella
vita di Amelia... e nella mia.»
Edurne era molto affaticata, ma non volevo che smettesse ili
parlare. Intuivo che la parte più interessante era quella che
ancora doveva raccontarmi. Perciò insistei per farle bere un po'
d'acqua.
«Mi perdoni la domanda, Edurne, ma quanti anni ha?»
«Due meno di Amelia, novantatré.»
«Quindi la mia bisnonna adesso avrebbe novantacinque
anni...»
«Proprio così. Vuole che continui?»
Annuii, pieno di gratitudine, e provai il desiderio di
accendermi una sigaretta. Ma temendo che da un momento
all'altro comparisse la domestica o la nipote delle due anziane
padrone di casa, decisi di non sfidare la sorte.

Amelia era appena tornata dalla luna di miele a Parigi quando


rivide Lola García. Accadde per caso. Lola andava, tre pomeriggi
alla settimana, a fare il bucato, a cucire e a stirare da certi
marchesi che vivevano nel quartiere di Salamanca, vicino alla
casa di suo zio Armando. Un pomeriggio, mentre Amelia stava
rientrando dopo aver fatto visita a Melita e Laura, incontrò
Lola. Amelia ne fu davvero molto felice, e Lola, pur riluttante,
alla fine accettò di accompagnarla fino alla sua nuova casa da
sposina.
Amelia trattava Lola come se fossero amiche da sempre: si
interessava alla sua vita, soprattutto alle vicende politiche. Lola
rispondeva alle domande con aria diffidente; non capiva quella
ragazza borghese, che viveva in una lussuosa casa nel quartiere
Salamanca, ed era ansiosa di saperne di più sulle richieste degli
operai e sui motivi dello scontento sociale.
Servii il caffè in salotto, e Amelia mi invitò a sedermi con
loro. Mi sentivo a disagio, proprio come Lola, ma Amelia non
sembrava rendersene conto.
Lola le spiegò che studiava in una Casa del Popolo, dove le
avevano insegnato a leggere e a scrivere, le impartivano lezioni
di storia, di teatro e persino di ballo. Amelia sembrava
entusiasta e chiese se mi avrebbero ammessa o se avrei dovuto
iscrivermi alla Gioventù socialista. Lola non ne era sicura, ma
promise di informarsi.
«Penso che la ammetteranno. In fin dei conti, Edurne è una
lavoratrice... anche se... Non ti piacerebbe iscriverti?»
«Io... insomma, non mi sono mai interessata molto di
politica, non sono come mio fratello» risposi.
«Hai un fratello? In quale partito milita?» volle sapere Lola.
«Nel Partito nazionalista basco, e poi lavora in una delle sedi
del partito...»
«Quindi collabora con i borghesi nazionalisti.»
«Be', ha un lavoro, e inoltre è convinto che noi baschi siamo
diversi» spiegai, imbarazzata.
«Ah, sì? Diversi? E perché? Dovremmo essere tutti uguali,
avere gli stessi diritti, non importa da dove veniamo. No, non
siete diversi, tu sei un'operaia come me. Che cos'hai di diverso?
Il fatto che sei nata in una cascina e io a Madrid? Nessuno ci
regala niente, conta solo quello che saremo in grado di fare per
noi stesse.»

Lola era una fervente socialista e parlava di diritti e di


uguaglianza con una passione che contagiò Amelia. Sarei andata
a studiare nella Casa del Popolo: mi ci avrebbe accompagnata
Lola. Quello stesso pomeriggio si decise il mio destino, ma,
soprattutto, quello di Amelia.
3

Le visite di Lola a casa di Amelia si fecero piuttosto frequenti.


Finché un giorno Amelia chiese a Lola di portarla a una riunione
politica del Partito socialista o dell'Unione generale dei
lavoratori.
«Ma cosa ci vieni a fare tu a una delle nostre riunioni? Noi
vogliamo sopprimere l'ordine borghese e tu... be', tu sei una
borghese, tuo marito è un imprenditore, e anche tuo padre...Mi
sono affezionata a te perché sei una brava persona, però,
Amelia, tu non sei dei nostri.»
Amelia si sentì ferita dalle parole di Lola. Non capiva perché
la rifiutasse in quel modo, perché non la considerasse una di
loro. Io non sapevo cosa dire. Da ormai due mesi frequentavo le
lezioni alla Casa del Popolo ed ero soddisfatta dei miei
progressi. Stavo imparando a scrivere a macchina e temevo che,
se Amelia avesse litigato con Lola, avrei dovuto smettere di
andarci.
Ma Amelia non si arrabbiò; le chiese semplicemente cosa
doveva fare per diventare socialista, per essere accettata da chi
aveva poco e soffriva tanto. Lola le promise che avrebbe parlato
con i suoi capi e le avrebbe dato una risposta.
Santiago sapeva dell'amicizia tra Amelia e Lola e non fece
obiezioni, ma ci fu una discussione quando Amelia gli annunciò
che, se l'avessero ammessa, sarebbe diventata socialista.
«Non ti considereranno mai una di loro, non illuderti» le
spiegò Santiago. «Non condivido le ingiustizie, e sai bene cosa
penso dei governi radicali-cedisti. Questa destra non è
all'altezza della situazione, ma non credo che la rivoluzione
possa essere la soluzione giusta. Se vuoi, un giorno ti porterò a
un'assemblea della Sinistra repubblicana: sono loro i migliori
per rappresentarci, Amelia, non Largo Caballero né Prieto.
Pensaci, non voglio che ti usino o che ti facciano del male.»

Nell'anno 1935 la destra aveva lanciato una campagna


denigratoria contro Manuel Azaňa. Santiago sosteneva che lo
facessero perché lo temevano, perché sapevano che era l'unico
politico spagnolo in grado di trovare una via d'uscita alla
situazione di stallo in cui si trovava la repubblica.
Amelia non riuscì a fare richiesta per essere ammessa tra i
socialisti, ma aiutava Lola come poteva e soprattutto era
d'accordo con lei che quelle continue crisi ministeriali e di
governo fossero la chiara dimostrazione che nemmeno i radicali
di Lerroux e tanto meno la CEDA di Gil Robles avevano la
soluzione ai problemi della Spagna.

Lola faceva parte della sezione più rivoluzionaria del Partito


socialista, la Largo Caballero, ed era una fervente ammiratrice
della rivoluzione sovietica. Finalmente un giorno esaudì le
insistenti richieste di Amelia e la portò a una riunione a cui
partecipavano alcuni importanti dirigenti socialisti.
Amelia tornò a casa emozionata, ma anche un po'
spaventata. Quegli uomini avevano una forza magnetica,
parlavano al cuore di chi non possedeva nulla, ma al contempo
non offrivano altre soluzioni che la rivoluzione. Pertanto
Amelia nutriva un sentimento contraddittorio nei confronti dei
socialisti.
Santiago, preoccupato dall'influenza che Lola esercitava su
sua moglie, cominciò a portarla ai comizi di Manuel Azaňa. E
Amelia era combattuta fra l'ammirazione profonda e lo sconc-
erto che le suscitavano politici tanto diversi, molto distanti, ma
altrettanto convinti della bontà delle proprie idee.
Amelia frequentava sia operai socialisti amici di Lola, sia
giovani comunisti, sia azaňisti convinti come la maggior parte
degli amici di Santiago. Cominciò a vivere in due mondi: il suo,
che le apparteneva per nascita e matrimonio, cioè quello di una
ragazza borghese, e quello di Lola, una sartina che voleva
abolire il regime borghese costituito e, in definitiva, i privilegi
di cui godeva Amelia.
Spesso la accompagnavo alle riunioni politiche insieme a
Lola, ma non sempre, perché Amelia non voleva che trascurassi
di perfezionare la mia istruzione alla Casa del Popolo.

Ai primi di marzo Amelia cominciò a sentirsi indisposta. Nausea


e vomito annunciarono la gravidanza. Santiago era felice:
avrebbe avuto un figlio e inoltre sperava che la maternità
potesse attenuare la passione politica di sua moglie. Ma in
questo si sbagliava. Il fatto di essere incinta non impedì ad
Amelia di continuare ad accompagnare Lola alle riunioni,
nonostante le proteste del marito e dei genitori. Il signor Juan e
la signora Teresa supplicarono infatti la figlia di lasciar perdere
la politica almeno durante quel periodo tanto delicato per lei.
Però fu tutto inutile: nemmeno sua cugina Laura riuscì a farla
ragionare, e lei aveva sempre esercitato un grande ascendente
su Amelia.
E un giorno accadde di nuovo. Santiago scomparve. Credo
che fosse il mese di aprile del 1935. Amelia era uscita per andare
alle sue lezioni mattutine e nel pomeriggio era passata a casa
delle cugine, che continuava a vedere spesso. Laura era sempre
la sua migliore amica. Anche lei si appassionava alla politica
quanto Amelia, ma le sue idee, come quelle di Santiago, erano
piuttosto di matrice azaňista.
Quando, a sera, Amelia rientrò a casa, attese Santiago per
cena, ma alle undici non era ancora tornato e in ufficio non
rispondeva nessuno. Amelia era preoccupata. In quei giorni i
disordini a Madrid erano frequenti, soprattutto i regolamenti di
conti fra partiti, perché c'erano elementi di estrema destra che
cercavano il confronto con la gente di sinistra, che a sua volta
rispondeva agli attacchi.
Aspettammo tutta la notte e il mattino seguente Amelia
telefonò al padre di Santiago.
Il signor Manuel le disse di non sapere dove fosse suo figlio,
ma che poteva essere partito, dal momento che aveva in
programma un viaggio a Londra per incontrare un fornitore.
Amelia ebbe un attacco di rabbia. Si buttò sul letto in
lacrime, gridando e giurando che non avrebbe mai perdonato al
marito un simile affronto. Poi sembrò calmarsi pensando che
magari aveva avuto un incidente e lo stava giudicando male.
Dovetti chiamare la signora Teresa, che accorse
immediatamente con Antonietta per gestire la situazione.
Anche Laura, che conosceva bene le reazioni della cugina,
giunse non appena apprese la notizia.
Santiago ricomparve quindici giorni dopo, e in quelle due
settimane Amelia cambiò per sempre. Ricordo ancora la
conversazione che ebbe con sua madre, la sorella Antonietta e
le cugine Laura e Melita.
«Se è stato capace di abbandonarmi incinta, di cosa non
sarebbe capace? Non posso fidarmi di lui.»
«Tesoro, non dire così, ormai conosci Santiago; la signora
Bianca te l'ha spiegato: come madre anche lei soffriva quando
suo figlio spariva, ma lui è fatto così, non lo fa con cattive
intenzioni.»
«No, non lo fa con cattive intenzioni, ma dovrebbe rendersi
conto di tutto il male che causa. Amelia è incinta e darle questo
dispiacere...» commentò Laura.
«Ma Santiago la ama» insisté Antonietta, che venerava il
cognato.
«Bel modo di dimostrarlo! Per poco non mi ammazza dal
dolore!» esclamò Amelia.
«Su, cara cugina, non esagerare» intervenne Melita. «Gli
uomini non hanno la nostra sensibilità.»
«Ma non per questo possono fare tutto quello che vogliono»
disse Laura.
«Agli uomini bisogna perdonare molte cose» spiegò
conciliante la signora Teresa.
«Dubito che papà ti abbia mai fatto quello che Santiago ha
fatto a me. No, mamma, non intendo perdonarlo. Chi ha
stabilito che gli uomini hanno il diritto di fare tutto quel che
vogliono con noi? Non glielo permetterò!»

A partire da quel momento l'interesse di Amelia per la politica


o, meglio, per il socialismo raddoppiò. Non partecipò più alle
riunioni né ai comizi del partito di Azaňa e, nonostante le
suppliche di Santiago, preoccupato per la gravidanza, diventò
una collaboratrice disinteressata di Lola in tutte le sue attività
politiche, pur avendo scoperto che l'amica non la ricambiava
con la stessa devozione. Un pomeriggio di maggio accompagnai
Amelia e la madre dal medico. Quando uscimmo
dall'ambulatorio, la signora Teresa ci invitò a passare da Viena
Capellanes, la miglior pasticceria di Madrid. Dovevamo
festeggiare il fatto che il medico aveva assicurato che la
gravidanza di Amelia procedeva bene. Stavamo per entrare nel
negozio quando, sul marciapiede di fronte, vedemmo Lola.
Andava di fretta e teneva per mano un ragazzino sui dieci o
dodici anni. Sembrava che lo stesse sgridando, perché il
bambino la ascoltava mogio. Amelia lasciò il braccio della
madre per invitare Lola a unirsi a noi.
Lola non nascose il suo disagio appena ci vide. Ma le più
sorprese fummo noi quando sentimmo il bambino che diceva:
«Mamma, chi sono queste signore?».
Malvolentieri, Lola ci presentò suo figlio.
«Si chiama Pablo, come Pablo Iglesias, il fondatore del
Partito socialista.»
«Non sapevo che avessi un figlio» disse Amelia, addolorata
dall'evidenza che la sua amica avesse dei segreti con lei.
«E perché avrei dovuto dirtelo?» ribatté Lola, infastidita.
«Be', mi avrebbe fatto piacere conoscerlo prima. Volete fare
merenda con noi da Viena?» propose Amelia.
Pablo rispose immediatamente di sì - non era mai entrato in
vita sua in una pasticceria così elegante -, tuttavia Lola sembrò
esitare. Anche la signora Teresa era a disagio a causa della
situazione e io ero preoccupata per le conseguenze che poteva
avere quella inattesa rivelazione. Alla fine Lola accettò di
concedere a suo figlio l'occasione di far merenda in un posto
tanto rinomato.
«Non sapevo che fossi sposata...» disse la signora Teresa per
avviare la conversazione.
«Non lo sono» ribatté Lola lasciandola attonita.
«Non hai marito? Ma allora...?» intervenne Amelia.
«Non serve un marito per avere figli, e io non ho voluto
sposarmi. Pablo è arrivato senza che lo cercassimo, ed eccolo
qui.»
«Ma avrà pure un padre...» insisté Amelia.
«Certo che ce l'ho!» esclamò Pablo seccato. «E si chiama
Josep! Sono mezzo catalano perché mio padre è catalano.
Adesso non è qui, ma viene a trovarci appena può.» Lola
squadrò suo figlio furibonda e, dal suo sguardo, intuimmo che
non gli avrebbe risparmiato una bella ramanzina quando
fossero stati soli. Ma Pablo decise di ignorare sua madre e di
continuare a parlare.
«Mio padre è comunista. Voi cosa siete?»
Senza che potessimo fare niente per evitarlo, Lola gli diede
uno schiaffo, intimandogli di tacere. La signora Teresa dovette
intervenire per placare il pianto del bambino e le ire della
madre.
«Su, su! Bevi la cioccolata che hai ordinato... E tu, Lola, non
picchiare il bambino, è piccolo e non ha fatto altro che
raccontare che ha un padre di cui si sente orgoglioso, non è
certo un motivo per sgridarlo.» La buona signora Teresa
cercava di calmare Lola.
«Gli dico sempre di tenere la bocca chiusa, di non raccontare
niente su di me né su suo padre; c'è gente che ha paura dei
comunisti e dei socialisti e che potrebbe metterci in pericolo.»
«Ma noi no! Io sono tua amica» affermò Amelia, addolorata.
«Certo, certo... ma comunque... Pablo, finisci la cioccolata e
la brioche, che dobbiamo andare.»
Il giorno dopo, mentre io e Amelia stavamo cucendo, Lola si
presentò a casa. Stavo per uscire dalla stanza, ma visto che
Amelia non mi chiese di andarmene preferii restare per
scoprire quello che Lola aveva da raccontare.
«Non ti avevo detto che ho un figlio perché non mi piace
mettere in piazza la mia vita con il primo che passa» si
giustificò Lola.
«Ma io non sono il primo che passa! Pensavo che ormai ti
fidassi di me, insomma, ti consideravo un'amica.»
Lola si morse il labbro. Era evidente che aveva rimuginato
molto su quanto stava per dire e non voleva lasciarsi trascinare
dal suo temperamento.
«Sei una brava persona, ma noi non siamo amiche... Devi
capirlo, io e te non siamo uguali...»
«E invece sì che siamo uguali, siamo due donne che provano
simpatia reciproca; tu mi hai convinta su diverse cose, mi hai
fatto vedere quello che c'è fuori da queste quattro mura, mi hai
fatta sentire una privilegiata e in colpa per esserlo. Cerco di
sostenere la tua causa perché credo che sia giusta, perché non
mi sembra bello avere tutto quando altri non hanno niente. Ma
a quanto pare a te non basta, e sai una cosa, Lola? Non intendo
chiedere scusa. No, non chiederò scusa perché ho dei genitori
stupendi, un marito affettuoso e una famiglia che mi protegge.
E quanto al denaro... Mio padre ha lavorato per tutta la vita,
proprio come i miei nonni e i miei bisnonni... E Santiago, tu hai
visto quanto sgobba: passa le giornate in fabbrica, si preoccupa
del benessere di chi lavora per lui. Nonostante questo, ammetto
che abbiamo più di quanto ci serva, e non è giusto che noi
abbiamo tanto mentre altri non hanno niente. Ma tu sai, Lola,
che non sfruttiamo nessuno e aiutiamo gli altri per quanto
possiamo: evidentemente questo non ti basta, ecco perché non
avrai mai fiducia in me.»

Litigarono, ma alla fine si riconciliarono, benché Amelia si


rendesse conto che tra lei e Lola c'era una barriera - quella dei
pregiudizi della stessa Lola - che sarebbe stato difficile
abbattere.
Nonostante questo, Amelia si dedicò ancora di più, se
possibile, all'attività politica: si offrì volontaria per insegnare in
una Casa del Popolo. Faceva lavori d'ufficio per il gruppo in cui
militava Lola e svolgeva diligentemente gli incarichi che le
venivano affidati.

La militanza politica di Amelia procedeva in parallelo a quella di


Santiago. Infatti, tra maggio e ottobre del 1935, Manuel Azaňa
partecipò a una serie di comizi, ottenendo l'appoggio di vasti
settori della società, e Santiago assisté a molti di quegli incontri
della Sinistra repubblicana. Era convinto che la soluzione dei
problemi della Spagna fosse rappresentata dall'ascesa di
Manuel Azaňa al governo del paese, immerso in una crisi
istituzionale ed economica sempre più profonda.
Nel resto del mondo le cose non andavano meglio. Hitler
preoccupava tutta l'Europa.
Una sera di aprile, in cui i genitori di Amelia erano ospiti a
cena dalla figlia e dal genero, il signor Juan commentò con
soddisfazione il fatto che la Società delle Nazioni avesse
condannato il riarmo della Germania.
«Sembra che finalmente si cominci a fare qualcosa contro
quel pazzo...» disse il signor Juan a Santiago.
«Non sarei così ottimista. In Europa c'è molta
preoccupazione per quanto è accaduto in Russia; temono il
contagio della rivoluzione dei soviet» replicò il genero.
«Sì, potresti avere ragione. Sembra che il mondo sia
impazzito, non fanno altro che giungere notizie di quanto sia
implacabile Stalin con i dissidenti» osservò il signor Juan.
Amelia intervenne con furia, sorprendendo suo padre e suo
marito. «Non dobbiamo credere alla propaganda dei fascisti! Il
fatto è che qualcuno ha paura di perdere i propri privilegi, ma i
russi per la prima volta conoscono la dignità, stanno costruendo
una repubblica di lavoratori, di uomini e donne uguali, liberi...»
«Ma, figlia mia, cosa dici?»
«Amelia, non agitarti, ricorda che sei incinta.» La signora
Teresa soffriva per la figlia.
«Sai, Amelia, mi preoccupa sentirti dire queste cose. Ti lasci
influenzare dalla propaganda dei comunisti.» Santiago
sembrava arrabbiato.
«Su, su, non litigate, non fa bene al bambino...» La signora
Teresa detestava le discussioni politiche, e adesso vi
partecipava anche Amelia.
«Ma non stiamo litigando, mamma. Il fatto è che non mi
piace che papà dica che in Russia le cose non vanno bene. E tu,
Santiago, dovresti desiderare che nel resto dell'Europa arrivi un
po' della rivoluzione sovietica: la gente non può aspettare in
eterno per essere trattata con giustizia.»
Quella sera Amelia e Santiago litigarono. Appena il signor
Juan e la signora Teresa se ne furono andati, la coppia iniziò
una discussione che si udì in tutta la casa.
«Amelia, devi smettere di vedere Lola! Ti sta mettendo certe
idee in testa...»
«Che cosa mi sta mettendo? Credi che io sia stupida, che non
sia capace di pensare con la mia testa, che non mi renda conto
di quanto succede intorno a me? La destra ci sta portando al
disastro... Anche tu ti lamenti della situazione, e mio padre...sai
bene quante difficoltà sta affrontando la mia famiglia...»
«La soluzione non è certo la rivoluzione. In suo nome si
commettono molte ingiustizie. Credi che la tua amica Lola
avrebbe pietà di te se qui scoppiasse una rivoluzione?»
«Pietà? E perché dovrebbe avere pietà? Io sosterrei la
rivoluzione!»
«Sei pazza!»
«Come osi darmi della pazza?»
«Mi dispiace, non volevo offenderti, ma mi preoccupa quello
che dici. Non hai idea di quanto sta succedendo in Russia...»
«Sei tu che non ne hai idea! Ecco cosa sta succedendo in
Russia: la gente mangia; sì, per la prima volta c'è da mangiare
per tutti. Non ci sono più poveri, hanno fatto fuori i capitalisti
che si comportavano come sanguisughe, e...»
«Ma, tesoro, non essere ingenua!»
«Ingenua io?»
Amelia uscì dalla stanza in lacrime sbattendo la porta.
Santiago la seguì fino in camera da letto, preoccupato che la lite
potesse nuocere al figlio che aspettavano.

Amelia era sempre più influenzata dalle idee di Lola o, meglio,


di Josep, suo compagno e padre di Pablo. Perché Amelia alla fine
l'aveva conosciuto.
Un pomeriggio in cui ci eravamo recate a casa di Lola, c'era
anche lui, appena arrivato da Barcellona.
Josep era un bell'uomo. Alto, aitante, con gli occhi neri e
l'aria fiera, aveva un modo di fare gentile e al contempo cauto,
senza sembrare diffidente come Lola.
«Lola mi ha parlato di te, so che l'hai aiutata. Se l'avessero
presa, di certo sarebbe ancora in carcere. Quegli schifosi fascisti
non sanno come ci si comporta con le donne. È un peccato che
non siamo riusciti a fare la rivoluzione. La prossima volta ci
prepareremo meglio.»
«Sì, è un peccato che le cose non siano andate bene» replicò
Amelia.
Per due ore Josep monopolizzò la conversazione, e sarebbe
stato così tutte le volte che l'avremmo visto. Ci raccontava
come stavano cambiando le cose in Russia, dove le persone non
erano più servi ma cittadini, dove Stalin stava consolidando la
rivoluzione, mettendo in pratica le promesse dei bolscevichi:
erano state soppresse le classi sociali e il popolo mangiava. Si
stavano avviando piani di sviluppo e i contadini ne erano
entusiasti.
Josep ci descriveva il paradiso, e Amelia lo ascoltava
affascinata, bevendosi ogni sua parola. Anch'io ero entusiasta di
quei racconti e mi ripromettevo di scrivere a mio fratello Aitor,
per convincerlo a riflettere e ad aprire la mente alle nuove idee
che arrivavano dalla Russia. Noi non eravamo signori, ma
contadini; la nostra gente era come Josep. Naturalmente sapevo
che Aitor non mi avrebbe dato retta; lui continuava a lavorare e
a militare nel Partito nazionalista basco e sognava una patria
basca, anche se evitava di dirlo apertamente.
In quel momento, non capii perché, mi accorsi che Josep
sembrava interessato ad Amelia, e durante il suo soggiorno a
Madrid mandò più volte Lola a chiamarci.
Amelia era entusiasta che un uomo come Josep la prendesse
sul serio. In effetti, a Barcellona, Josep era un leader comunista.
Faceva l'autista per una famiglia della borghesia catalana. Ogni
giorno portava il suo padrone alla fabbrica di tessuti a Mataró,
accompagnava la signora quando effettuava il suo giro di visite
di cortesia e portava i bambini a scuola. Prima aveva lavorato
come autista di autobus. Aveva conosciuto Lola durante un
viaggio dei suoi padroni a Madrid, e avevano avuto Pablo senza
che nessuno dei due intendesse sposarsi, o almeno così
dicevano; io però avevo il sospetto che Josep fosse stato sposato
prima di conoscere Lola. Avevano uno strano rapporto, perché
si vedevano solo quando Josep veniva a Madrid per
accompagnare il suo principale, il che succedeva ogni mese e
mezzo, visto che il padrone vendeva stoffe in tutta la Spagna e
aveva un socio nella capitale. Nonostante quella relazione
saltuaria, Lola e Josep sembravano molto affiatati e,
ovviamente, Pablo adorava suo padre.
A quanto diceva, Josep era in ottimi rapporti con i dirigenti
comunisti catalani.
Amelia si sentiva onorata che un militante comunista di quel
calibro fosse interessato a conoscere le sue opinioni e la
ascoltasse. Ma Josep dedicava buona parte del tempo che
passava con noi a indottrinarci, a portare acqua al suo mulino, a
convincerci che il futuro sarebbe stato dei comunisti e la
rivoluzione sovietica solo l'inizio di un grande sconvolgimento
mondiale a cui nessuna forza umana poteva opporsi.
«Sapete perché la rivoluzione trionferà? Perché noi siamo di
più. Sì, noi che non abbiamo niente siamo più numerosi, ma al
contempo possediamo un grande tesoro: la nostra forza lavoro.
Il mondo non potrebbe andare avanti senza di noi. Siamo il
progresso. Chi muoverà le macchine? Forse i signori ricchi? Se
sapeste come si vive nell'Unione Sovietica, i progressi ottenuti
in meno di vent'anni... A Mosca, da aprile, ci sono i treni
sotterranei, una rete metropolitana di ottantadue chilometri di
lunghezza. È un fatto importantissimo, ma la cosa più
importante è che le stazioni sono decorate da opere d'arte,
lampadari di cristallo, quadri e affreschi alle pareti... e tutto
questo per gli operai, per chi non ha mai avuto la possibilità di
ammirare un quadro né di essere illuminato da lampade di
cristallo pregiato... Ecco lo spirito della rivoluzione...»
Amelia non ebbe il coraggio di compiere un simile passo, ma
io chiesi a Josep di farmi da garante per entrare nel Partito
comunista. Cos'altro poteva diventare una ragazza come me,
nata sulle montagne, che lavorava da quando aveva memoria?
Un giorno Lola ci lasciò un messaggio a casa Con cui ci
invitava quella sera stessa a raggiungere lei, Josep e alcuni
compagni comunisti.
Amelia non sapeva come dire a Santiago che sarebbe uscita
di sera, soprattutto perché in quei giorni, nelle strade, c'erano
continui scontri fra sinistra e destra, che finivano sempre con
qualche ferito, se non addirittura qualche morto.
«Non avrei dovuto sposarmi» si lamentava Amelia «perché
adesso non posso fare nemmeno un passo senza consultare
Santiago.»
In realtà, non era vero che rendeva partecipe suo marito di
ogni sua attività politica, ma uscire di sera da sola andava al di
là delle sue possibilità. Amelia, però, era sempre stata molto
ostinata, perciò, appena Santiago entrò in casa, gli comunicò
apertamente la sua decisione di uscire per andare da Lola e
Josep a conoscere alcuni amici comunisti della coppia.
Ebbero una discussione che si risolse a favore di Santiago.
«Ma cosa pretendi? Credi che con quello che sta succedendo
permetterò che tu vada oltre Ventas, fino a casa di Lola, insieme
a gente che non abbiamo idea di chi sia? Se non ti importa di
me, se non ti importa nemmeno di te, almeno pensa a nostro
figlio. Non hai alcun diritto di metterlo in pericolo. Begli amici
quella Lola e quel Josep, che chiedono a una donna incinta di
andare in giro di notte per Madrid!»
Santiago non cedette, per quanto Amelia avesse cercato di
convincerlo con moine e smancerie, poi con le lacrime e
addirittura con le grida. Alla fine, comunque, non si azzardò a
uscire di casa senza il suo consenso.

La situazione politica era sempre più compromessa e, per


quanto si sforzasse, il presidente della repubblica Niceto Alcalá
Zamora era impotente e non riusciva a ottenere il minimo
consenso dalla sinistra e dalla CEDA.
Joaquín Chapaprieta, che era stato ministro del Tesoro,
ricevette da Alcalá Zamora l'incarico di formare il governo, ma
il tentativo fallì.
Ricordo che una domenica andammo a pranzo a casa dei
Carranza. Credo fosse ottobre, perché Amelia era alla fine della
gravidanza e non sopportava di vedersi grassa e impacciata.
Il signor Manuel e la signora Bianca avevano invitato tutti i
Garayoa, non solo i genitori di Amelia, ma anche il signor
Armando e la signora Elena, perciò erano presenti anche le
cugine, Melita e Laura, e il piccolo Jesús.
Ricordo quel pranzo, perché per poco Amelia non partorì
prima del previsto.
Il signor Juan era più preoccupato del solito, perché aveva
ricevuto una lettera da colui che fino ad allora era stato un suo
impiegato, Herr Helmut Keller, in cui si spiegava nei dettagli in
cosa consistessero le leggi di Norimberga, promulgate nel
settembre di quell'anno. Helmut era allarmato perché, secondo
il nuovo ordinamento, solo chi aveva sangue "puro" poteva
essere considerato tedesco; tutti gli altri diventavano cittadini
di seconda classe. Erano inoltre vietati i matrimoni tra ebrei e
ariani. Il signor Keller credeva che per Itzhak Wassermann e la
sua famiglia fosse giunto il momento di lasciare la Germania,
ma si lamentava perché non era ancora riuscito a convincerli a
farlo; parecchie famiglie ebree erano già emigrate, per paura di
quello che stava succedendo. Il signor Keller chiedeva al signor
Juan di cercare di convincere Herr Itzhak.
«Penso che andrò in Germania. Devo portare via di lì quel
brav'uomo di Itzhak e la sua famiglia. Temo per la loro vita» si
lamentò il signor Juan.
«Ma potrebbe essere pericoloso!» esclamò la signora Teresa.
«Pericoloso? Perché? Io non sono ebreo.»
«Ma Herr Itzhak sì, e guarda cos'è successo alla ditta: vi
hanno rovinato, è da molti mesi che nessuna azienda tedesca vi
compra e vi vende materiali, vi hanno perfino accusati di
frode.» La signora Teresa era davvero spaventata.
«Lo so, cara, lo so, ma non sono riusciti a provare niente.»
«Ma vi hanno comunque chiuso il magazzino.»
«Cerca di capire, devo andare.»
«Se mi permette, credo che sua moglie abbia ragione.» La
voce stentorea del signor Manuel si intromise nella discussione
tra il signor Juan e la signora Teresa. «Amico mio, dovrebbe
rassegnarsi alla perdita dei suoi affari in Germania: lei sta
patendo le conseguenze dell'avere scelto un socio inviso al
nuovo regime. Non credo che risolverà nulla andando laggiù;
sarebbe meglio che fossero loro a cercare di lasciare la
Germania.»
Iniziarono una discussione alla quale intervenne anche
Amelia, che appoggiò suo padre con enfasi assicurandogli che
l'avrebbe accompagnato lei stessa pur di salvare la vita a Herr
Itzhak e alla sua famiglia e sostenendo che era da codardi
abbandonarli al loro destino. Si alterò a tal punto che finì per
sentirsi male e tutti tememmo che, nel suo stato, potesse essere
pericoloso.

All'inizio di novembre nacque Javier. Amelia entrò in travaglio


all'alba del giorno 2, ma il bimbo venne al mondo soltanto
l'indomani. Come piangeva! La poveretta aveva sofferto
indicibilmente, anche se aveva potuto contare sull'assistenza
costante di due medici e di una levatrice.
Santiago aveva sofferto con lei. Pieno di rabbia, prendeva a
pugni la parete per scaricare il senso di impotenza che provava
per il fatto di non sapere come aiutare sua moglie.
Alla fine il bambino era stato estratto con il forcipe,
rischiando di morire. Javier era bellissimo, un bambino sano,
lungo e magro, che venne al mondo affamato, mordendosi
disperatamente i pugni.
Amelia aveva perso molto sangue durante il parto e ci mise
più di un mese a riprendersi, per quanto tutti la coccolassimo,
soprattutto Santiago. Niente gli sembrava abbastanza per sua
moglie, ma Amelia aveva l'aria triste e pareva indifferente a
quello che accadeva intorno a lei. Si rallegrava soltanto quando
veniva a trovarla sua cugina Laura oppure Lola. Allora gli occhi
tornavano a brillarle e si interessava alla conversazione. In quei
giorni Laura si era fidanzata con un giovane avvocato figlio di
amici dei suoi genitori e tutto faceva pensare che sarebbero
convolati a nozze. Quanto a Lola, ogni volta che arrivava,
Amelia ci chiedeva di lasciarle sole, e Santiago acconsentiva per
non contrariarla.
Lola le dava notizie di Josep e degli altri compagni che anche
lei aveva conosciuto. E Amelia le chiedeva come andavano i
preparativi della rivoluzione, di quella grande rivoluzione
mondiale di cui parlava Josep e a cui lei avrebbe voluto
partecipare.
Con il passare del tempo Lola sembrava fidarsi sempre più di
Amelia e la rendeva partecipe di piccole confidenze su Josep e
sulla sua importanza tra i comunisti catalani.
«E tu, perché sei socialista e non comunista?» le chiese una
volta Amelia, che non capiva per quale motivo la sua amica non
condividesse la militanza politica di Josep.
«Non c'è bisogno di essere comunisti per riconoscere i
risultati della rivoluzione sovietica; e poi sono socialista per
tradizione. Anche mio padre lo era, ha conosciuto Pablo
Iglesias... e sono sostenitrice di Largo Caballero, che pure
ammira i bolscevichi. Il fatto è che Prieto e altri leader socialisti
si oppongono a Largo Caballero; non essendo operai come lui,
non capiscono quello che vogliamo...»
Erano frammenti di conversazione che mi capitava di
ascoltare mentre servivo la merenda. Ero l'unica che poteva
interromperle, nemmeno Águeda aveva il permesso di entrare
nel salotto di Amelia.
Ah, Águeda! Era la balia di Javier. L'avevano fatta venire
dalle Asturie, perché Amaya, mia madre, non aveva trovato
nessuna bambinaia basca come sarebbe piaciuto alla signora
Teresa e alla stessa Amelia.
Águeda era una donna dalla corporatura robusta, alta, con i
capelli castani e gli occhi dello stesso colore. Non era sposata,
ma un ragazzo che lavorava in miniera l'aveva messa incinta e
purtroppo lei aveva perso il bambino appena nato.
Alcuni amici del signor Juan l'avevano raccomandata come
balia per Javier ed era arrivata una settimana dopo aver sepolto
il proprio figlio.
Era una brava donna, affettuosa e gentile, che trattava Javier
come se fosse figlio suo. Silenziosa e obbediente, Águeda
sembrava un'ombra benefica in quella casa, e ci affezionammo
tutti a lei. Santiago si sentiva sollevato nel vedere che il
bambino era così ben accudito, considerata l'apatia di Amelia,
da cui nemmeno suo figlio riusciva a scuoterla.

Visto il suo stato di debolezza, il Natale di quell'anno fu


festeggiato a casa del signor Juan e della signora Teresa. La
famiglia di Santiago comprendeva che era la cosa migliore per
Amelia, non ancora in grado di svolgere il suo compito di
padrona di casa in occasione di una festività tanto importante.
In realtà, la casa di Amelia e Santiago si trovava a tre isolati
da quella dei Garayoa, perciò per Amelia non fu un grosso
sforzo recarsi dai genitori.
Facevano invidia. Sì, facevano invidia tutti i Garayoa, anche
il fratello del signor Juan, il signor Armando, e sua moglie Elena,
con i figli Melita, Laura e Jesús, insieme alla famiglia Carranza, i
genitori di Santiago.
Con l'aiuto di mia madre, la signora Teresa si mise
d'impegno nel preparare la cena. Anche per me quel Natale fu
speciale, l'ultimo che trascorsi con mia madre. Era ormai
deciso: dopo l'Epifania sarebbe tornata alla cascina, e la sua
partenza significava che sarei rimasta sola a Madrid.
Il lavoro di mio fratello Aitor andava bene e lui insisteva
affinché nostra madre smettesse di servire gli altri per
occuparsi dei nostri nonni e del nostro piccolo appezzamento di
terra. Per mia madre la terra era importante tanto quanto lo
era per Aitor. Io a quell'epoca mi sentivo abbastanza comunista
per vedere il mondo con uno sguardo più ampio, dove tutto era
di tutti e per tutti, e la terra apparteneva al popolo. Non
importava dove si era nati, perché non c'era altra patria che il
mondo intero, né altri fratelli che tutti gli operai.
Ma per tornare a quella cena... Intonarono canti natalizi,
mangiarono e bevvero prelibatezze che non si servivano alla
mensa dei poveri, anche se chi lavorava in quella casa non
poteva certo lamentarsi: mangiavamo e bevevamo sempre le
stesse cose dei signori.
Ricordo ancora che c'era il tacchino con le castagne... E,
come succedeva ogni volta che le due famiglie si riunivano, si
discusse di politica.
«Sembra che il presidente Alcalá Zamora sia disposto a dare
a Manuel Portela Valladares l'incarico di formare un nuovo
governo» commentò il signor Juan.
«Non deve fare altro che indire una volta per tutte le
elezioni» replicò Santiago.
«Come siete impazienti voi giovani!» esclamò Armando
Garayoa. «Niceto Alcalá Zamora non vuole dare potere alla
CEDA, non si fida di Gil Robles.»
«E ha ragione!» intervenne il signor Juan.
«Be', non vedo via d'uscita a questa situazione... Non credo
che le elezioni risolveranno qualcosa, perché se vince la
sinistra, che Dio ci aiuti!» si lamentò Manuel Carranza, il padre
di Santiago.
«Ma cosa pretende? Che a governare sia questa destra
incapace di risolvere i problemi della Spagna?» Amelia guardò
suo suocero con ira.
«Amelia, figlia mia, non alterarti!» mediò sua madre.
«Mi fa arrabbiare che qualcuno continui a credere che la
CEDA possa combinare qualcosa di buono. La gente non
sopporterà questa situazione ancora per molto» proseguì
Amelia.
«Be', io temo un governo di sinistra» insisté il signor Manuel.
«E io uno di destra» ribatté Amelia.
«Ci vuole autorità. Credi che un paese possa andare avanti a
forza di scioperi?» chiese il signor Manuel alla nuora.
«Credo che la gente abbia il diritto di mangiare e di non
vivere male, come accade qui» rispose Amelia.
Santiago appoggiava sempre sua moglie, anche se cercava di
attenuarne gli estremismi. Come le ho già detto prima, lui era
azaňista, non credeva nella rivoluzione, ma nemmeno
difendeva la destra.
Tranne Amelia, che disse di essere stanca e rimase col figlio
Javier, placidamente addormentato in braccio ad Águeda, a
mezzanotte la famiglia si recò in chiesa per assistere alla messa
di Natale.
4

Il presidente Alcalá Zamora non riusciva a gestire la situazione


conflittuale che si era creata tra la destra e la sinistra, e in tutta
la Spagna aumentava il malcontento; pertanto non ebbe altra
scelta che indire le elezioni generali per il 16 febbraio 1936.
Nessuno di noi avrebbe potuto immaginare quello che sarebbe
accaduto in seguito...
Nel Partito socialista, Prieto sosteneva la necessità di
ricreare una grande coalizione di sinistra, mentre Largo
Caballero lottava per un fronte unico con i comunisti, ma non
seppe imporsi; inoltre, non so se lo sa, da Mosca suggerirono al
Partito comunista di allearsi con la borghesia di sinistra contro
la destra e il fascismo. Senza dubbio era una posizione più
realista. E così nacque il Fronte popolare.

«Amelia! Amelia! Oggi è nato il Fronte popolare!»


Santiago era euforico quando rientrò a casa il 15 gennaio
1936, sapendo che sua moglie sarebbe stata molto contenta
della notizia. Inoltre era convinto che la partecipazione della
Sinistra repubblicana al patto con i socialisti e i comunisti
l'avrebbe aiutato a riavvicinarsi ad Amelia, sempre più stregata
dall'ideologia della sua amica Lola e di Josep.
«Meno male! È una buona notizia. E cosa credi che faranno se
vincono le elezioni?»
«Da alcuni amici della Sinistra repubblicana ho sentito dire
che cercheranno di rilanciare quello che è stato fatto nella
legislatura dal 1931 al 1933.»
«Non basta!»
«Ma, Amelia, cosa dici? La cosa più ragionevole è proseguire
su quella strada. Senti, non mi piace contraddirti, ma sono
preoccupato per le idee che Lola e quel Josep ti mettono in
testa. Davvero credi che i problemi della Spagna si
risolverebbero con una rivoluzione? Vuoi che ci ammazziamo
tra noi? Non posso credere che tu sia così incosciente...»
«Senti, Santiago, so che ti dà fastidio che io non condivida le
tue idee, ma almeno rispetta le mie. Mi dispiace, non mi sembra
giusto che noi abbiamo tutto e invece altri... A volte penso a
Pablo, il figlio di Lola. Che futuro lo aspetta? Al nostro Javier
non mancherà mai nulla, e questo mi consola, ma non è giusto.»
La discussione fu interrotta da Águeda, allarmata dai
continui pianti di Javier.
«Non so cos'abbia il bambino, ma non vuole mangiare e non
la smette di piangere» spiegò la balia.
«Da quanto fa così?» volle sapere Santiago.
«Ha passato una brutta nottata, ma da stamattina non ha
smesso di piangere e adesso credo che abbia la febbre.»
Santiago e Amelia andarono subito nella stanza del figlio. Il
bambino piangeva disperato nella culla e, in effetti, aveva la
fronte che scottava.
«Amelia, chiama il dottor Martínez, Javier non sta bene. O
forse è meglio andare in ospedale, lì sapranno dargli cure
migliori.»
Amelia avvolse Javier in uno scialle e, stringendo il bambino
tra le braccia, andò con Santiago in ospedale.
Lo spavento era stato grosso, ma per fortuna non era niente
di grave. Javier aveva l'otite e piangeva per il mal d'orecchie. La
cosa, però, ebbe un grosso impatto su Amelia, che fino ad allora
non si era mai preoccupata di Javier, visto che Águeda lo
accudiva a tempo pieno, dal bagnetto alla pappa.
«Edurne, non sono una buona madre» mi confessò Amelia
quella sera, singhiozzando, mentre guardava il figlio nella culla.
«Non dire così...»
«È vero. Mi rendo conto che a volte sono più preoccupata di
quello che succede a Pablo, il figlio di Lola, piuttosto che di
Javier.»
«È normale, sai che a tuo figlio non manca niente, mentre a
Pablo, poverino, manca tutto.»
«Ma ha una cosa più importante: l'amore e l'attenzione
continua di sua madre.» Era la voce di Santiago.

Ci fece trasalire. Era entrato nella stanza così silenziosamente


che nessuna delle due se n'era accorta.
Amelia guardò Santiago con aria afflitta. Quello che suo
marito aveva appena detto l'aveva ferita profondamente,
soprattutto perché sapeva che aveva ragione.
Lei uscì dalla stanza in lacrime. Santiago andò a sedersi
accanto alla culla di suo figlio, deciso a passare la notte a
vegliarlo. Mi offrii di restare con Águeda ad accudire Javier, ma
Santiago rifiutò e ci mandò entrambe a dormire.
«Un figlio ammalato ha bisogno dei genitori; inoltre non mi
sentirei tranquillo, non potrei dormire pensando che il bambino
piange perché ha mal d'orecchie.»

Io andai a dormire, ma il giorno dopo venni a sapere che a


mezzanotte Águeda si era alzata per stare accanto a Javier. Lei e
Santiago avevano vegliato il piccino, in silenzio, attenti al suo
respiro.
Amelia si svegliò con gli occhi arrossati e gonfi a causa del
pianto e si disperò ancora di più quando venne a sapere che suo
marito e Águeda avevano passato la notte al capezzale del
bambino.
«Ti rendi conto, Edurne? Sono una pessima madre.»
«Su, non fartene una colpa...»
«Santiago ha passato la notte con nostro figlio, e anche
Águeda, e non è neanche suo. Lei è solo... solo...»
Sapevo che stava per dire che Águeda era solo una
cameriera, ma si trattenne, consapevole che avrebbe tradito le
sue idee rivoluzionarie se l'avesse fatto.
«Águeda è la balia» la consolai «ed è suo dovere prendersi
cura di Javier.»
«No, Edurne, non è obbligata a vegliare il bambino quando
sta male; per quello c'è sua madre. Cosa mi succede? Perché non
sono capace di dare il meglio di me a mio figlio e a mio marito?»

Amelia aveva ragione. Si comportava in modo eccezionale con


gli estranei, per i quali si prodigava fino all'inverosimile, e
invece riservava sempre meno attenzioni a Santiago e a suo
figlio, anche se Javier aveva soltanto pochi mesi di vita.
Non osai chiederle se amasse ancora Santiago, ma in quel
momento pensai che Amelia piangeva proprio per quello,
perché non si sentiva in grado di amare suo marito né di
provare la tenerezza che una madre dovrebbe avere verso i suoi
figli. Ma non la giudicai, perché in quel periodo, proprio come
lei, anch'io ero influenzata dalle idee rivoluzionarie e credevo
che quello che stava accadendo a me o a lei fosse un'inezia in
confronto a quello che succedeva al resto dell'umanità, e che
l'importante fosse costruire un mondo nuovo, come l'Unione
Sovietica, di cui Josep non faceva che parlarci.
«Signora, il bambino sta meglio. Stamattina l'ho allattato e
non ha rifiutato il latte. Ha smesso di vomitare e ora è più
tranquillo.»

Amelia osservava Águeda che cullava Javier. Era evidente che


quella donna amava il bambino, che riempiva il vuoto lasciato
dal figlio morto.

Il 16 febbraio il Fronte popolare vinse le elezioni, anche se con


un margine più ridotto del previsto rispetto alla CEDA e alle
altre forze di destra. Il Partito nazionalista basco, il Partito di
centro del presidente Alcalá Zamora e la Lega catalana si
divisero il resto dei voti.
Con simili risultati, Manuel Azaňa avrebbe faticato a
restituire al paese la calma di cui aveva bisogno.
La gente era stufa di passarsela male, di essere sfruttata, e in
Andalusia e in Estremadura i contadini cominciarono a
occupare le fattorie; poi ci furono alcuni scioperi che misero a
dura prova il nuovo governo e, come se non bastasse, i
rappresentanti della Falange, appena nata, fecero di tutto per
destabilizzare il Fronte popolare.
Azaňa ripristinò l'autonomia della Catalogna e Lluís
Companys tornò alla presidenza della regione. Poi ci fu un
braccio di ferro per cacciare il presidente Alcalá Zamora... E i
socialisti, o, meglio, il settore di Largo Caballero, si opposero
alla partecipazione di Prieto al governo... Fu un errore... Non
fecero le cose per bene, ma questo lo possiamo dire adesso che è
passato del tempo; noi quel momento lo stavamo vivendo e non
avevamo neanche un attimo per riflettere su quello che
facevamo, tanto meno sulle conseguenze. E sa una cosa,
giovanotto? Non abbiamo agito bene, noi che avevamo i
migliori ideali, che rappresentavamo il progresso, che stavamo
dalla parte della ragione: nemmeno noi abbiamo agito bene.

«Credo che dovresti andare per un po' a casa di tua nonna con il
bambino» propose Santiago ad Amelia. «Non mi piace come si
stanno mettendo le cose, e a Biarritz sarete più tranquilli.
Perché non chiedi a tua sorella Antonietta di accompagnarti?»
«Preferisco restare qui. Di cos'hai paura?»
«Non ho paura, Amelia, ma non mi piacciono le cose che
sento e preferirei che tu e Javier andaste via per un po'. Mi
avevi detto che da piccola non vedevi l'ora che arrivassero le
vacanze per poter andare a casa di tua nonna Margot.»
«È vero, ma adesso è diverso. Preferisco restare qui, non
voglio perdermi quello che sta succedendo.»
«Si tratta di anticipare un po' le vacanze, nient'altro, io vi
raggiungerò appena possibile. Sono preoccupato, le cose non si
mettono bene, e a tuo padre gli affari non vanno come sperava.
Le importazioni dagli Stati Uniti sono svantaggiose: non
possiamo più permetterci di far arrivare da laggiù i macchinari
e i pezzi di ricambio; le spese sono troppo alte.»
«Smetterete di fare affari con papà?» chiese Amelia
spaventata.
«Non si tratta di smettere di fare affari, ma di lasciar perdere
quella linea di importazione. Non è redditizia.»
«Qui c'è sotto lo zampino di tuo padre! Sai benissimo che mio
papà ha dovuto chiudere la ditta in Germania e che i nazisti gli
hanno espropriato ogni cosa, anche se ha fatto di tutto per
impedirlo... E, nonostante questo, a tuo padre interessano solo
gli affari.»
«Basta, Amelia! Smettila di accusare mio padre di tutti i mali
di questo mondo. La mia famiglia ti vuole bene e abbiamo
ampiamente dimostrato il nostro affetto verso la tua, ma non
possiamo continuare a perdere soldi, perché neanche a noi le
cose vanno tanto bene.»
«Proprio adesso che il Fronte popolare è al governo e sono
certa che le cose miglioreranno, voi avete deciso di
abbandonare mio padre...»
«No, Amelia, temo che sfortunatamente il Fronte popolare
non sia in grado di affrontare quello che sta succedendo.
Conosci la mia ammirazione per Manuel Azaňa; se dipendesse
da lui... Ma le cose non sono mai come vorremmo, e Azaňa ha
molte difficoltà da affrontare. Gli scioperi ci stanno
dissanguando...»
«Gli operai hanno ragione!» protestò Amelia.
«Su alcune cose hanno ragione, ma su altre... In ogni caso,
non si può sistemare in pochi mesi quello che non si è riusciti a
risolvere per secoli, ed è proprio quello che sta succedendo:
l'impazienza degli uni e il boicottaggio degli altri al Fronte
popolare ci stanno portando a una situazione impossibile.»
«Sempre così equanime, tu!» ribatté Amelia con ira.
«Cerco di vedere le cose come sono, in modo realistico.» Il
tono di Santiago tradiva la stanchezza per le continue
discussioni con la moglie.
«Il mio posto è qui, Santiago, con la mia famiglia.»
«Davvero vuoi rimanere per noi?»
«Cosa vorresti insinuare?»
«Che passi più tempo con i tuoi amici comunisti che in casa...
Da quando hai conosciuto Josep sei cambiata. Se davvero ti
importasse di noi, se pensassi anche solo a Javier, allora
acconsentiresti a passare un po' di tempo da tua nonna
Margot.»
«Come osi dire che non m'importa di mio figlio?»
«Oso perché Águeda passa più tempo di te con lui.»
«È la sua balia! Credi che lo ami di meno perché partecipo
alle riunioni politiche? Voglio aiutare a costruire un mondo
nuovo in cui Javier non debba patire nessuna ingiustizia. Ti
sembra una cosa tanto brutta da rinfacciarmela?»

Quelle discussioni sfinivano sia Amelia sia Santiago e li stavano


separando. Devo ammettere che a Santiago toccava la parte più
difficile, perché soffriva per la situazione in cui si trovavano;
mentre Amelia, attraverso la politica, stava vivendo la sua
storia, il marito faceva l'impossibile per salvare il loro
matrimonio.
Le liti diventavano sempre più frequenti, e tanto i Garayoa
quanto i Carranza erano consapevoli del logorarsi del rapporto
fra i loro figli.
La signora Teresa rimproverava Amelia, dicendole che non si
stava comportando come una buona moglie, ma lei considerava
sua madre "antiquata" e la accusava di non capire che il mondo
stava cambiando e che le donne non avevano più motivo di
sottomettersi ai mariti.
I Carranza cercavano di non immischiarsi nelle divergenze
della coppia, ma soffrivano nel vedere il figlio così preoccupato.
Una delle ormai rare occasioni in cui le due famiglie si
riunirono a cena fu il 7 marzo. Me lo ricordo perché il signor
Juan era in ritardo e Amelia era irritata all'idea di posticipare
l'inizio della cena.
Quando infine arrivò, comunicò una notizia che sembrava
averlo colpito in modo particolare.
«La Germania ha rioccupato la Renania» annunciò con voce
stanca.
«Sì, l'abbiamo sentito alla radio» replicò il signor Manuel.
«Ho cercato di parlare con Helmut Keller per tutto il giorno e
alla fine ci sono riuscito... Il pover'uomo è disperato e si
vergogna per quello che sta succedendo. Voi sapete che Helmut
è uno di buon senso, una brava persona...»

Il signor Juan parlava in maniera concitata. Dal momento che la


sua fortuna era finita il giorno in cui Hitler aveva preso il
potere, da allora seguiva le vicende della Germania con grande
passione, come se si trattasse del suo paese. Continuava a
cercare in ogni modo di portare fuori dalla Germania il signor
Itzhak, ma quest'ultimo insisteva che per niente al mondo
avrebbe lasciato la sua patria.
«Hitler ha violato il Trattato di Versailles» affermò Santiago.
«E quello di Locarno» aggiunse il signor Manuel.
«Ma cosa volete che gli importi se viola i trattati
internazionali? Un giorno le potenze europee si pentiranno di
non averlo fermato in tempo» si lamentò il signor Juan.

Il giorno seguente, l'8 marzo, Santiago partì di nuovo per un


viaggio senza avvisare e tornò diversi giorni dopo. A quanto
pareva, era andato a Barcellona a incontrare i soci catalani.
Amelia andò su tutte le furie e il secondo giorno di assenza
del marito decise che ormai non era più tenuta a rispettare
alcuna convenzione sociale.
«Se lui può andare e venire come gli pare, io farò lo stesso.
Perciò preparati, Edurne, perché stasera andiamo a casa di Lola,
dove c'è una riunione a cui partecipano alcuni amici di Josep.»
Ero tentata di dirle che non avremmo dovuto, che Santiago si
sarebbe arrabbiato, ma tacqui. Santiago non c'era e non
l'avrebbe scoperto se non qualche giorno dopo.
Amelia andò in camera di Javier a dargli un bacio prima di
uscire.
«Abbi cura di lui, Águeda, è il mio tesoro più grande.»
«Stia tranquilla, signora, sa che con me sta bene.»
«Sì, lo so, te ne prendi cura meglio di me.»
«Non dica così! Cerco solamente di dargli tutto ciò di cui ha
bisogno.»
Águeda aveva ragione: dava a Javier tutto ciò di cui aveva
bisogno, soprattutto l'affetto e la presenza che Amelia gli
lesinava. Non pensi che la stia giudicando, lei faceva quello che
credeva giusto. Eravamo convinte di dover contribuire con il
nostro granello di sabbia alla costruzione di un mondo migliore.
Eravamo tanto giovani, tanto inesperte, ed eravamo convinte
della bontà delle nostre idee.
Quella sera c'era più gente del solito a casa di Lola. E c'era
anche lui, Pierre.
Eravamo convinte che Josep non ci fosse, perché era partito
quindici giorni prima, ma il suo capo aveva dovuto recarsi con
urgenza a Madrid.
«Entrate... Vieni, Amelia, voglio presentarti Pierre» disse
Josep, che trattava Amelia sempre con particolare deferenza.
All'epoca Pierre avrà avuto circa trentacinque anni. Non era
molto alto e aveva i capelli color oro antico e grandi occhi grigi
come l'acciaio, che quando ti fissavano sembravano riuscire a
carpirti perfino i pensieri più nascosti.
Josep ce lo presentò come un compagno per metà francese,
di professione libraio, in visita a Madrid per motivi di lavoro.
Mentirei se non ammettessi che Pierre e Amelia provarono
immediatamente attrazione l'uno per l'altra. Quella sera Pierre
era stato invitato per spiegare la situazione dell'Unione
Sovietica e, soprattutto, il motivo per cui gli intellettuali
europei appoggiavano sempre più numerosi la Rivoluzione
d'ottobre. Ma, mentre parlava, non riusciva a fare a meno di
cercare lo sguardo di Amelia, che lo ascoltava in silenzio,
affascinata.
«Perché non vieni con me a Parigi?» le propose prendendola
da parte.
«A Parigi? Perché?» rispose Amelia, con una certa ingenuità.
«La rivoluzione ha bisogno di donne come te: c'è molto da
fare. Credo che potresti aiutarmi, lavorare con me. Lola mi ha
detto che parli francese e anche un po' di inglese e di tedesco,
vero?»
«Sì... la mia nonna paterna è francese e mio padre faceva
affari in Germania; la mia migliore amica è tedesca. L'inglese
l'ho imparato con la bambinaia, ma non lo parlo molto bene...»
«Ti rinnovo l'invito, anche se in realtà è un'offerta di lavoro.
Potresti essermi di grande aiuto.»
«Io... io non saprei in cosa.»
Pierre la guardò fisso, e quello sguardo era carico di parole
che solo lei poteva interpretare.
«Mi piacerebbe che venissi con me, non solo per lavoro,
pensaci.»
Amelia arrossì e abbassò lo sguardo. Nessun uomo le aveva
mai fatto una proposta così diretta. Io mi trovavo poco distante,
nel caso in cui avesse avuto bisogno di me, e avendo sentito
l'invito di Pierre mi avvicinai immediatamente.
«È tardi, Amelia, dovremmo andarcene.»
«Sì, hai ragione, si è fatto molto tardi.»
«Devi già andare?» volle sapere Pierre.
«Sì» mormorò lei, ma non si mosse. Era evidente che non
aveva alcuna voglia di lasciarlo.
«Penserai a quel che ti ho detto?» insisté Pierre.
«Venire a Parigi con te?»
«Sì. Mi fermo a Madrid per qualche giorno, ma non a lungo, e
non so quando potrò tornare.»
«No. Non posso venire a Parigi, ci vedremo in un'altra
occasione» disse Amelia sospirando.
«Cosa ti impedisce di venire con me?»
«Ha un marito e un figlio» risposi io, e me ne pentii
immediatamente, soprattutto perché Amelia mi rivolse
un'occhiataccia piena di rabbia.
«Sì, lo so che è sposata e ha un figlio. Chi non lo è?» replicò
Pierre senza scomporsi.
«No, non posso venire. Grazie per l'invito.»
Lasciammo la casa di Lola in silenzio. Amelia era arrabbiata
per la mia intromissione, ma non era tanto la sua collera che
temevo, quanto l'eventualità che potesse perdere la fiducia in
me.
Non parlammo fino a casa. Mentre stavo per ritirarmi nella
mia stanza, mi afferrò per un braccio e mormorò: «Se qualcuno
deve sapere qualcosa di me, sarò io a dirglielo. Sappilo, per la
prossima volta».
«Scusa, io... non avevo intenzione di intromettermi...»
«Ma l'hai fatto.»
Si voltò e mi lasciò lì, nell'ingresso, in un mare di lacrime.
Era la prima volta che si arrabbiava con me da quando ci
conoscevamo, la prima volta che la sentivo non un'amica, ma
un'estranea.
Il mattino dopo Amelia si alzò tardi. La cameriera ci disse che
aveva chiesto di non essere disturbata e, anche se io avevo il
privilegio di poter entrare nella sua camera, non mi azzardai a
farlo dopo l'incidente della sera prima.
Non vidi Amelia fino a mezzogiorno; sembrava febbricitante
e diceva di avere mal di testa. Sua madre, che era venuta per
pranzare con lei e vedere il nipote, attribuì l'indisposizione al
dispiacere per l'assenza di Santiago; ma io intuivo che la causa
della febbre non era il marito, bensì l'irruzione di Pierre nella
sua vita; nelle nostre vite, perché cambiò l'esistenza a
entrambe.
Antonietta arrivò verso le sei a prendere sua madre, e Amelia
fu sollevata che se ne andassero, perché quel pomeriggio
sembrava che nessuno riuscisse a distrarla.
Verso le sette si presentò Lola. Appena la vidi seppi che era
stata mandata da Pierre, perché mi chiese di incontrare Amelia
da sola. Non so di cosa parlarono, ma è facile immaginarlo,
perché mezz'ora dopo Amelia mi chiamò per dirmi che stava
per andare a una riunione politica con Lola, ma non voleva che
la accompagnassi. Protestai. Era contro le istruzioni di Santiago
che uscisse senza di me, ma soprattutto mi addolorava sentirmi
esclusa.
Amelia andò nella stanza di Javier. Il piccino era in braccio
ad Águeda, che gli stava cantando una canzone. Sorrideva e
tendeva le manine verso il volto della balia. Amelia baciò suo
figlio e uscì rapidamente, seguita da Lola.
Rimasi seduta nell'ingresso, ad aspettare che tornasse. Lei
arrivò sudata dopo mezzanotte, con il volto arrossato, e mi
sembrò che tremasse. Si irritò vedendomi lì e mi ordinò di
andare a letto.
«Amelia, voglio parlarti» la supplicai.
«A quest'ora? No, vai a riposare. Io non sto bene e ho bisogno
di dormire.»
«Ma, Amelia, sono preoccupata, per tutto il giorno ho sentito
come un peso sul petto... Vorrei che mi perdonassi per la
faccenda dell'altra sera... Io... io non volevo offenderti, né
immischiarmi nelle tue cose... Sai che... insomma, ho solo te e se
non ne vuoi più sapere di me non so che cosa farò.»
«Ma, Edurne, che dici! Cosa vuol dire che hai solo me? E tua
madre, e Aitor, e i tuoi nonni? Su, non dire sciocchezze e vai a
riposare.»
«Ma mi perdoni?»
Amelia mi abbracciò, dandomi qualche pacca affettuosa; era
sempre stata molto generosa e non sopportava di vedere
qualcuno soffrire.
«Non c'è niente da perdonare: la storia dell'altra sera è una
stupidaggine. Ho avuto un attacco di malumore, non dargli
importanza.»
«Ma stasera sei uscita senza di me... e... insomma... è la prima
volta che non ti accompagno. Sai che puoi fidarti di me, non
dirò né farò mai niente che possa nuocerti.»
«E cosa potresti dire?» ribatté, irritata.
«Niente, niente, di te posso dire solo cose belle.» Scoppiai a
piangere temendo di aver fatto un'altra gaffe.
«Su, non piangere! Siamo tutte e due molto nervose,
dev'essere a causa dei tempi e della tensione politica; le cose
non vanno bene, temo, per il governo del Fronte popolare.»
«Tua madre è molto preoccupata perché i contadini
occupano le terre in Andalusia e in Estremadura» replicai, tanto
per dire qualcosa.
«Mia madre è molto buona e, visto che si comporta bene con
tutti, si aspetta che gli altri facciano lo stesso, ma la gente vive
in condizioni terribili... Inoltre non si tratta di carità ma di
giustizia.»
«Te ne andrai?»
Non so perché le feci quella domanda, ancora oggi continuo
a chiedermelo. Amelia divenne seria e notai il tremito delle sue
mani e come cercava di non perdere il controllo.
«Ma dove credi che vada?»
«Non lo so... Ieri Pierre ti ha chiesto di accompagnarlo a
Parigi... Magari hai deciso di andare a lavorare lì...»
«E se lo facessi, cosa penseresti?»
«Potrei venire con te?»
«No, non potresti. Se me ne andrò, dovrò farlo da sola.»
«Allora non voglio che tu te ne vada.»
«Che egoista!»

Sì, aveva ragione, ero egoista; pensavo a me stessa, a cosa ne


sarebbe stato di me se lei se ne fosse andata. Abbassai il capo,
mortificata.
«Se vogliamo che la rivoluzione trionfi in tutto il mondo, non
possiamo pensare a noi stessi, dobbiamo sacrificarci.»
«Ma tu non sei comunista» riuscii a balbettare.
«Si può essere qualcos'altro?»
«Hai sempre simpatizzato con i socialisti...»
«Edurne, anch'io ero ignorante come te, ma ho aperto gli
occhi, mi sono resa conto di come stanno le cose e ammiro la
rivoluzione. Credo che Stalin sia una benedizione per la Russia e
voglio la stessa cosa per la Spagna, per il resto del mondo.
Sappiamo che è possibile riuscirci, in Russia ci sono riusciti, ma
sono in gioco molti interessi, quelli di chi non vuole cedere
nulla, quelli di chi difende i vecchi privilegi... Non sarà facile,
ma dobbiamo farcela. Adesso, grazie alla sinistra, noi donne
siamo considerate, prima non valevamo niente. Ma ancora non
basta, dobbiamo lottare per ottenere la vera uguaglianza. In
Russia non ci sono più differenze tra uomini e donne, sono tutti
uguali.»

Le brillavano gli occhi. Sembrava in estasi mentre mi parlava di


Stalin e della rivoluzione, e mi resi conto che era solo questione
di tempo, di giorni, di ore, prima che Amelia se ne andasse. Al
contempo cercavo di convincermi che non era possibile, che
non avrebbe avuto il coraggio di lasciare Santiago e di
abbandonare suo figlio.
5

Per diversi giorni Amelia continuò a incontrare Pierre a casa di


Lola. Mi permetteva di accompagnarla, ma a volte, appena
arrivate, mi mandava a fare commissioni per rimanere da sola
con lui.
Un pomeriggio i genitori di Santiago andarono a trovare il
nipotino e decisero di aspettare che Amelia rientrasse. Attesero
fin oltre le dieci di sera, e a quel punto Águeda e le altre
cameriere non ebbero altra scelta che confessare che a volte
tornavamo dopo la mezzanotte.
Il signor Manuel e la signora Bianca se ne andarono
scandalizzati, e Águeda ci raccontò di aver sentito la signora
Bianca dire al marito che dovevano parlarne con Santiago
quando tornava, prima che il suo matrimonio naufragasse.
Nel frattempo, il signor Manuel decise di parlare con il padre
di Amelia, esortandolo a mettere in riga sua figlia.
Il signor Juan e la signora Teresa mandarono un messaggio
ad Amelia, avvisandola di non uscire di casa perché sarebbero
passati a trovarla.
«Perché si intromettono nella mia vita?» si lamentava
Amelia. «Non sono una bambina!»
«Ma sono i tuoi genitori e vogliono il tuo bene» cercai di
calmarla.
«Allora che mi lascino in pace! La colpa è dei miei suoceri,
che complicano tutto. Perché vengono a trovare Javier senza
avvisare?»
«La signora Bianca ti aveva telefonato» le ricordai.
«Be', fa lo stesso, sono dei ficcanaso. Non solo non aiutano
mio padre, ma gli chiedono persino di parlarmi. Ma chi credono
di essere?»

I signori Garayoa vennero per merenda e, mentre la signora


Teresa si coccolava il nipotino, il signor Juan ne approfittò per
parlare con Amelia.
«Tesoro, i genitori di Santiago sono preoccupati e...
insomma, anche noi. Non voglio intromettermi nella tua vita,
ma capirai che non sta bene che tu vada e venga come se non
avessi alcun dovere. Sei una madre di famiglia, Amelia, il che
significa che non puoi fare tutto quello che vuoi, ma devi
pensare a tuo marito e a tuo figlio. Devi renderti conto che con
le tue uscite notturne metti in ridicolo Santiago.»
«E come la mettiamo con le sparizioni di Santiago? Se n'è
andato da dieci giorni e non so nemmeno dove sia. Forse lui non
ha doveri verso di me e verso suo figlio? Gli è tutto permesso
per il fatto che è un uomo?»
«Amelia, sai bene che Santiago ha l'abitudine di partire per i
suoi viaggi all'improvviso, anche sua madre glielo rimprovera.
Ma, figlia mia, che ti piaccia o no, non è la stessa cosa; lui è un
uomo e non mette in gioco la sua reputazione né la tua.»
«Papà, so che non puoi capirlo, ma il mondo sta cambiando e
le donne riusciranno a conquistare gli stessi diritti degli uomini.
Non è giusto che voi possiate andare e venire senza dare
spiegazioni, mentre noi siamo oggetto di maldicenze.»
«Anche se non è giusto, è così, e finché le cose non
cambieranno dovrai essere prudente, per rispetto verso tuo
marito, tuo figlio e noi.»
«Dimmi in che modo posso danneggiarvi andando a una
riunione politica?»
«Credo che tu sia troppo coinvolta e, per di più, con i
comunisti. Noi abbiamo sempre difeso la giustizia, ma non
condividiamo le idee dei comunisti, e tu, figlia mia, non sai in
che guaio ti stai cacciando.»
«Non sono una bambina!»
«Sì invece che lo sei, Amelia. Anche se sei sposata e hai un
figlio, non hai ancora compiuto diciannove anni. Non credere di
sapere tutto e non fidarti troppo degli altri. Sei un po' ingenua,
è normale alla tua età, e credo che quella Lola ti stia usando.»
«È la mia migliore amica!»
«Sì, non dubito che tu sia sua amica, ma davvero credi che lei
ti consideri allo stesso modo? Cos'è successo con tua cugina
Laura? Prima eravate inseparabili, e adesso trovi a malapena il
tempo di vederla. Perché?»
«Laura è fidanzata.»
«Lo so, ma non è un buon motivo per smettere di andare a
casa degli zii a visitare le tue cugine come hai sempre fatto; non
vieni nemmeno più da noi a trovare tua sorella Antonietta, e
quando lei viene a casa tua non ti trova mai. Mi dispiace doverti
dire queste cose, ma credo che tu non ti stia comportando come
una buona madre: anteponi la politica a tuo figlio, e questo,
Amelia, non lo fa nessuna donna perbene.»
Amelia scoppiò in lacrime. Le ultime parole di suo padre
l'avevano ferita profondamente. Si sentiva colpevole di non
essere in grado di dare a suo figlio quello che invece profondeva
nell'attività politica.
«Su, non piangere! So che vuoi bene a Javier, ma tuo figlio
passa più tempo con Águeda che con te, e questo non va bene.»
Amelia era squassata dai singhiozzi perché sapeva meglio di
chiunque altro di non essere una buona madre e se ne
dispiaceva, anche se non pensava di poter cambiare.
A volte entrava nella stanza di Javier e lo prendeva dalla
culla per baciarlo e stringerselo al petto come se volesse
trasmettergli tutto il suo amore, ma non faceva che spaventare
il piccino, che la sentiva estranea e scoppiava a piangere,
alzando le manine in cerca di Águeda.
Anche la signora Teresa prese da parte sua figlia per
ribadirle gli argomenti del marito, tuttavia non ottenne molto
di più che di acuire il senso di colpa di Amelia, che non
smetteva di piangere. Mentre se ne andavano, sentii la signora
Teresa dire al marito: «Credo che Amelia sia malata. Sembra che
l'abbiano stregata... Quella Lola è una brutta bestia, ci ha
portato via nostra figlia».

Due giorni dopo Amelia invitò sua cugina ad andare a trovarla;


Laura non si fece pregare e si presentò subito da lei. Le due
cugine continuavano a volersi bene e a confidare l'una
nell'altra.
Io stavo cucendo, seduta vicino alla finestra, e, visto che non
mi chiesero di andarmene, assistei alla conversazione.
«Come stai, cara cugina?» chiese Laura.
«Sono disperata e non so cosa fare... Ho bisogno del tuo
consiglio, sei l'unica che può capirmi.»
«Ma cosa succede?» Laura era preoccupata, soprattutto
vedendo Amelia dimagrita e in quello stato febbrile.
«Mi sono innamorata di un altro uomo. Sono così infelice!»
«Mio Dio! Ma com'è possibile... Santiago ti adora e tu... be',
credevo che lo ricambiassi.»
«Pensavo di amarlo, ma non è così. È solo il primo uomo che
ho conosciuto, che non mi ha trattata come una bambina, e
poi...Insomma, lo sai perché te l'ho confessato: Santiago mi
piaceva, ma volevo anche aiutare papà, poverino, che era in
difficoltà a causa della perdita dell'attività in Germania.»
«Lo so, lo so... ma mi avevi detto che lo amavi, che sposavi
Santiago per aiutare tuo padre, ma comunque lo amavi.»

Laura era davvero addolorata dalla scoperta improvvisa che sua


cugina non amava il marito; a lei Santiago era simpatico, e in
realtà era molto difficile non affezionarsi a lui. Santiago era un
vero gentiluomo, sempre attento e galante, beneducato, e poi
era così bello...
«Non so cosa fare, ma devo prendere una decisione.»
«Una decisione?»
«Sì, Laura, l'uomo che amo mi ha chiesto di andare via con
lui. Non sa che sono innamorata, vuole solo che lo aiuti per la
nostra causa, per far trionfare il comunismo, e credo di poterci
riuscire... Io, che non sono nessuno... ma lui crede in me...»
«E lui ti ama?»
«Non me lo ha detto, ma... so benissimo che è così... me ne
accorgo da come mi guarda, perché trema come me quando ci
sfioriamo, glielo leggo negli occhi... Ma è un gentiluomo, non
pensare che abbia cercato di prendersi delle libertà con me, al
contrario.»
«Se fosse un gentiluomo, non ti chiederebbe di lasciare la tua
famiglia per andare a fare la rivoluzione» obiettò Laura.
«Tu non capisci, cara cugina. Essere comunisti è... è come
una religione... Non si può raggiungere il paradiso senza
sacrifici, e chi ci crede non ha il diritto di porre i propri
interessi personali davanti a quelli dell'umanità.»
«Dio mio, Amelia, cosa dici? La carità comincia da se stessi...»
«Ma non si tratta di carità, bensì di giustizia! Non ci saranno
mai abbastanza mani per sostenere la rivoluzione. Dobbiamo
riuscire a rendere il mondo la patria dei lavoratori, seguire
l'esempio dell'Unione Sovietica.»
«Sai che a casa nostra non amiamo la destra e i miei genitori,
come i tuoi, sono sostenitori di Azaňa, che lavora per migliorare
il paese, ma il comunismo... Ho chiesto a papà di spiegarmi bene
tutto quello che sa sui comunisti e in realtà, Amelia, non sono
affatto sicura che la rivoluzione sia una buona cosa.»
«È solo perché non vedete tutti i cambiamenti positivi che
può portare il comunismo. Guarda cosa sta succedendo in
Germania con Hitler.»
«Da un estremo all'altro! Tu sei sempre stata un po'
esagerata! Ma su, raccontami chi è lui.»
«Si chiama Pierre, è francese, i suoi genitori hanno una
libreria vicino a Saint-Germain e lui li aiuta; inoltre scrive su
alcune pubblicazioni di sinistra. È molto attivo in politica, nel
comunismo, e a volte viene a Madrid a trovare i suoi compagni,
per capire come stanno le cose, per valutare la situazione.
Viaggia anche in altri posti e ne approfitta per comprare libri
per la libreria di suo padre, edizioni speciali, qualche rarità
bibliografica... Ma soprattutto è comunista.»
«Sì, questo me l'hai già detto. E cosa vuole da te?»
«Che lo aiuti, che lo accompagni nei suoi viaggi presso i
compagni di altri paesi, per conoscere le loro difficoltà, i loro
bisogni, per stilare i resoconti per l'Internazionale comunista e
lavorare per portare la rivoluzione ovunque...»
«E per questo devi lasciare tuo marito e tuo figlio?»
«Non metterla in questo modo! Non sopporterei che anche
tu me lo rinfacciassi, che non mi capissi. Sono innamorata, non
sai quanto. Non vedo l'ora di stare insieme a Pierre.»
«Amelia, non puoi abbandonare tuo figlio!»

Ogni volta che le parlavano di Javier, Amelia scoppiava a


piangere. Ma quel pomeriggio avevo ascoltato quanto bastava
per rendermi conto che, nonostante le lacrime, lei aveva già
deciso di abbandonare la sua casa, Santiago e il bambino, per
seguire Pierre. La febbre che sembrava non darle tregua non
aveva niente a che vedere con l'influenza, ma era causata dalla
passione che provava per quell'uomo. Il suo destino era ormai
deciso, e anche il mio.
Pur chiedendole di ripensarci, Laura promise a sua cugina
che, qualunque cosa avesse fatto, avrebbe sempre potuto
contare su di lei. Amelia si sentiva più tranquilla sapendo che
Laura non le avrebbe voltato le spalle.
«È sposato?» volle sapere Laura.
Amelia trasalì. Non aveva considerato quella possibilità. Lei
non gliel'aveva chiesto e lui non le aveva detto niente in
proposito.
«Non lo so» rispose Amelia articolando le parole in un
mormorio impercettibile.
«Dovresti chiederglielo. Per il tuo bene, spero che non lo sia.
Sai? Ho sempre temuto che finissi per innamorarti di Josep,
distruggendo la tua amicizia con Lola.»
Amelia chinò la testa, imbarazzata. Laura la conosceva bene
e capì di aver fatto centro: probabilmente, a un certo punto,
doveva essersi sentita attratta anche da Josep.
«Ammiro Josep, ma non mi sono innamorata di lui.»
«Direi che hai un debole per i comunisti. Non so cosa ti
raccontano, ma non c'è dubbio che tu ne sia affascinata.»
«Non ti ingannerei mai, e hai ragione, mi sento attratta da
quegli uomini. Li vedo così forti, così sicuri, così convinti sul da
farsi, disposti a qualunque sacrificio... Non so come fai a non
provare le stesse cose...»
«Be', non ne ho conosciuto nessuno che mi abbia
impressionato... Insomma... in realtà non mi ci vedo a
innamorarmi del meccanico che aggiusta l'automobile di papà.
Cos'ha a che vedere con me?»
«Ti credi migliore degli operai?» chiese Amelia.
«Né migliore né peggiore, soltanto non abbiamo alcun
interesse in comune. Non mi illudo, Amelia. Anch'io voglio un
mondo più giusto, ma questo non significa che debba sposarmi
con il meccanico. Naturalmente voglio che viva bene, che non
gli manchi niente, ma...»
«Ma lui a casa sua e tu a casa tua, vero?»
«Sì, più o meno.»
«Un giorno spariranno le classi sociali, saremo tutti uguali,
nessuno guadagnerà di più per il fatto di avere studiato o di
provenire da una famiglia borghese. Tutto ciò che ci differenzia
un giorno svanirà.»
«Tu sei borghese come me.»
«Ma mi sono resa conto che le classi sociali sono inique e
voglio rinunciare a tutti i nostri privilegi; non mi sembra giusto
che qualcuno abbia maggiori opportunità di altri, che non
siamo tutti uguali.»
«Mi dispiace, Amelia, non posso condividere le tue idee.
Certo, penso che tutti meritiamo le stesse possibilità, ma sai una
cosa? Sfortunatamente gli uomini non saranno mai uguali.»
«È stato così fino a ora. Ma Stalin ha dimostrato che è
possibile una società uguale per tutti.»
«Va bene, va bene, non discutiamo di politica e portami nella
stanza di Javier. Voglio dargli un bacio prima di andarmene.»

Quella sera Amelia andò a casa di Lola, o così mi disse, perché


non volle essere accompagnata. Mi assicurò che Pierre sarebbe
venuto ad aspettarla all'angolo sotto casa e promise di non
andarsene in giro da sola per strada. Tornò all'alba. Non so cosa
accadde quella notte, ma quando rientrò a casa Amelia non era
più la stessa.
Trascorse una mattinata agitata e si innervosì quando sua
madre avvisò che sarebbe venuta a pranzo con Antonietta, per
passare un po' di tempo con Javier.
Durante il pranzo sembrava distratta e verso le cinque pregò
sua madre e sua sorella di andarsene, con la scusa di dover fare
una visita. Mi stupii che le abbracciasse con trasporto,
trattenendo le lacrime.
Quando la signora Teresa e Antonietta se ne furono andate,
Amelia si chiuse in camera per mezz'ora. Poi uscì e si diresse
nella stanza di Javier. Il piccino dormiva e, accanto a lui, Águeda
lavorava all'uncinetto.
Amelia prese in braccio il bambino, svegliandolo, e scoppiò
in lacrime mentre lo baciava sussurrandogli: «Tesoro, amore
mio, perdonami, figlio mio, perdonami».
Io e Águeda la guardavamo in silenzio, sconcertate.
«Abbi cura di Javier, è il mio più grande tesoro» disse Amelia
rivolta ad Águeda.
«Sì, signora, sa che gli voglio bene come se fosse mio figlio.»
«Non fargli mancare nulla, coccolalo.»
Lasciò la stanza e io la seguii, consapevole che stava per
succedere qualcosa. Amelia tornò in camera sua e ne uscì con
una valigia che faticava a sollevare.
«Dove vai?» le chiesi tremante, pur conoscendo la risposta.
«Vado via con Pierre.»
«Amelia, non farlo!» la supplicai scoppiando a piangere.
«Zitta! O verrà a saperlo tutta la casa. Sei comunista come
me e puoi capire il passo che sto per fare... Vado dove posso
essere di aiuto.»
«Lascia che ti accompagni!»
«No, Pierre non vuole, devo andarci da sola.»
«E cosa ne sarà di me?»
«Mio marito è buono e ti permetterà di restare. Ecco,
prendi... avevo messo da parte dei soldi per te.»
Amelia mi mise in mano un fascio di banconote che cercai di
rifiutare.
«Edurne, non preoccuparti, non ti accadrà nulla, Santiago si
prenderà cura di te. E poi puoi sempre contare su mia cugina
Laura. Voglio che le consegni questa lettera. Le spiego dove
vado, cosa mi appresto a fare, e le chiedo di pensare a te. Non
darla a nessun altro se non a lei, promettimelo.»
«E cosa risponderò quando vedranno che non torni?
Chiederanno a me...»
«Di' che sono uscita a fare una visita e ti ho detto che sarei
rientrata tardi.»
«Ma tuo marito vorrà sapere la verità...»
«Santiago è ancora in viaggio. Quando tornerà, digli di
parlare con mia cugina Laura, lei gli spiegherà. Nella lettera che
ti ho dato le chiedo di annunciare alla famiglia che me ne sono
andata per sempre.»

Ci abbracciammo piangendo, finché Amelia non si scostò e,


senza darmi il tempo di dire niente, aprì la porta e uscì.
Non l'avrei più vista per molto, molto tempo.
Edurne sospirò. Era affaticata. Per tre lunghe ore aveva
parlato senza riprendere fiato. Io ero rimasto immobile,
affascinato da una storia che, a mano a mano che andava avanti,
mi interessava sempre di più.
Ero sorpreso: molto di quello che avevo ascoltato mi
sembrava inaudito. Ma lì c'era quella anziana signora, con lo
sguardo perso nel luogo in cui vivevano i suoi ricordi e con una
smorfia di dolore sul volto.
Sì, Edurne soffriva a descrivere i giorni nei quali la sua vita
era cambiata, anche se non mi aveva spiegato cosa le era
successo dopo.
Mi resi conto che non potevo forzarla a parlare ancora; era
troppo stanca, fisicamente ed emotivamente.
«Vuole che la accompagni da qualche parte?» chiesi, tanto
per dire qualcosa.
«No, non ce n'è bisogno.»
«Mi piacerebbe rendermi utile...»
Mi fissò con occhi stanchi, scuotendo la testa. Voleva solo
essere lasciata in pace, non obbligata a spremere la memoria
popolata dai fantasmi della sua giovinezza.
«Direi che abbiamo finito. Non sa quanto le sono grato per
tutto quello che mi ha raccontato. Mi è stata di grande aiuto.
Adesso ne so un po' di più sul conto della mia bisnonna.»
«Davvero?»
La domanda di Edurne mi stupì, ma non risposi, limitandomi
ad abbozzare un sorriso. Era molto anziana; mi resi conto che
aveva il pallore ceruleo di chi sta per intraprendere l'ultimo
viaggio e fui percorso da un brivido.
«Avverto le signore.»
«La accompagno.»
La aiutai ad alzarsi e attesi che si appoggiasse saldamente al
bastone che impugnava con la mano destra. Non immaginavo
come fosse Edurne in passato, ma adesso era una vecchina
estremamente magra e fragile.
Con le zie c'era Amelia Maria Garayoa. Sembrava inquieta e
appena ci vide entrare balzò su dal divano.
«Era ora, non si è accorto che Edurne è molto anziana? Se
fosse stato per me non le avrei permesso di restare tanto
tempo.»
«Lo so, lo so...»
«Le è stata utile la chiacchierata?» chiese la signora Laura.
«Sì, sono davvero molto sorpreso. Ho bisogno di pensarci su,
di mettere in ordine tutto quello che Edurne mi ha raccontato...
Non potevo immaginare che la mia bisnonna fosse comunista.»
Rimasero in silenzio, mettendomi a disagio, il che
cominciava a diventare un'abitudine.
Amelia Maria aiutò Edurne a sedersi, mentre la signora Laura
mi guardava come se si aspettasse che dicessi qualcosa. L'altra
vecchia signora, Melita, pareva assorta nei suoi pensieri. A volte
sembrava distaccata da quello che succedeva intorno a sé, come
se non fosse interessata a quanto stava vivendo.
Anch'io ero stanco, ma sapevo che per proseguire le mie
ricerche avrei dovuto parlare con loro.
«Bene, mi avete detto che avreste guidato i miei passi. Qual è
il prossimo? A pensarci bene, avrei bisogno di parlare con lei,
signora Laura, per farmi spiegare cos'è successo quando...»
«No, adesso no» mi interruppe la donna anziana. «È tardi. Ci
faremo sentire per dirle come continuare.»
Non protestai, sapevo che sarebbe stato inutile, soprattutto
perché lo sguardo di Amelia Maria mi stava chiaramente
indicando che, se avessi insistito, mi avrebbe cacciato via in
malo modo.
Quando arrivai a casa, fui combattuto fra la tentazione di
telefonare a mia madre per raccontarle tutto quello che avevo
scoperto sulla bisnonna e il desiderio opposto, di non dire
neppure una parola finché non avessi avuto la storia completa.
Alla fine decisi di andare a dormire e di rimandare la decisione
al giorno dopo. Mi sentivo confuso: la storia della mia bisnonna
si stava rivelando più complicata del previsto. Non sapevo se
avrebbe finito per diventare un romanzo d'appendice o se
invece mi avrebbe riservato altre sorprese.
Mi addormentai pensando che Amelia Garayoa, la mia
misteriosa antenata, era stata una romantica passionale, una
donna avida di esperienze, insofferente alle imposizioni sociali
della sua epoca, un po' incauta e con una chiara tendenza a
lasciarsi affascinare dall'abisso.
Il mattino dopo telefonai a mia madre, mentre sorseggiavo il
primo caffè della giornata.
«Bella telenovela quella della bisnonna!» esordii a mo' di
saluto.
«E così hai scoperto quello che è successo...»
«Tutto no, ma almeno in parte, e per quegli anni era davvero
una donna particolare. Insomma, se ne infischiava di quello che
pensavano gli altri.»
«Racconta...»
«No, non ti dico niente. Preferisco portare a termine le
ricerche e scrivere la storia come mi ha chiesto la zia Marta.»
«Mi sta bene che non lo racconti alla zia Marta, ma io sono
tua madre e ti ricordo che sono stata io a darti il primo indizio
suggerendoti di andare a parlare con don Antonio.»
«So che sei mia madre e, siccome ti conosco, sono sicuro che
non resisteresti alla tentazione di raccontarlo ai tuoi fratelli,
perciò non intendo dirti nulla.»
«Non ti fidi di me!»
«Certo che mi fido di te. Sei l'unica persona di cui mi fido, ma
per le cose importanti e, visto che questa non lo è, preferisco
non dirti nemmeno una parola, almeno per ora. Ma ti prometto
che sarai la prima a conoscere tutta la storia.»

Discutemmo un po', ma non le rimase altra scelta che accettare


la mia decisione. Poi telefonai alla zia Marta, più che altro
perché non credesse che stavo spendendo i suoi soldi senza
lavorare.
«Devi venire in ufficio a ragguagliarmi sui progressi delle
ricerche.»
«Non ti racconterò niente finché non ti avrò consegnato la
storia per iscritto, come mi hai chiesto. Sono riuscito a trovare
le tracce della bisnonna... di tua nonna, insomma, e finalmente
la famiglia scoprirà cos'è successo, ma ho bisogno di lavorare a
modo mio, senza pressioni.»
«Non ti faccio alcuna pressione, ti pago per indagare su una
storia e quindi devi rendere conto a me di come stai spendendo
i miei soldi.»
«Ti assicuro che non li spreco e ti darò perfino le ricevute dei
taxi, ma per ora, qualunque cosa tu dica, non intendo rivelarti
nulla. Ho appena iniziato le indagini e volevo solo comunicarti
che ho raccolto i primi frutti; insomma, sono sulle tracce di
Amelia Garayoa. Non penso di metterci molto per portare a
termine le ricerche; a quel punto scriverò il racconto e te lo
consegnerò.»
Non dissi a mia zia dell'accordo che avevo stretto con le
cugine della bisnonna: in cambio del loro aiuto avrebbero
potuto leggere il manoscritto e dare il consenso prima che lo
consegnassi alla mia famiglia. Avrei affrontato il problema in
seguito.
Avevo anche promesso a mia madre che sarebbe stata la
prima a conoscere tutta la storia della nostra antenata; fino ad
allora, volevo solo essere lasciato in pace.
La zia Marta, controvoglia, accettò. Poi telefonai di nuovo a
mia madre, perché ero sicuro che la zia l'avrebbe chiamata per
esporle una lista di lagnanze nei miei confronti.
PIERRE
1

Nei giorni che seguirono cercai di mettere nero su bianco, in


modo ordinato, tutto quello che mi aveva raccontato Edurne.
Aspettavo che le signore Garayoa mi telefonassero, visto che
senza di loro difficilmente sarei riuscito a portare a termine le
ricerche.
Pensavo che avrei dovuto cercare Lola, ma la poveretta
probabilmente era già all'altro mondo; quanto a Pierre, mi
incuriosiva moltissimo. "Bel furbacchione!" pensai. "Bisogna
avere una gran faccia tosta per soffiare la donna a un altro in
nome della rivoluzione."
Era difficile che Pierre fosse ancora vivo, visto che dal
racconto di Edurne mi era sembrato di capire che, quando
aveva conosciuto Amelia, lui fosse più vecchio di lei di parecchi
anni. Lei ne aveva diciotto e lui aveva passato la trentina.
Quando finalmente Amelia Maria Garayoa mi telefonò, tirai
un sospiro di sollievo; in realtà temevo che le due anziane
signore si fossero pentite della proposta e avessero deciso di
impedirmi di continuare le ricerche.
«Mia zia vuole vederla» esordì a mo' di saluto.
«Quale delle due?»
«Laura.»
«E sua zia Melita?»
«È molto raffreddata e non si sente bene.»
«Mi tolga una curiosità: la signora Amelia e la signora Laura
sono sorelle? A quanto ho letto nel diario della mia bisnonna e a
quanto mi ha raccontato Edurne, la migliore amica di Amelia
era sua cugina Laura. Sono un po' disorientato» dissi cercando
di rendermi simpatico.
«Forse è troppo per lei» ribatté lei, esprimendo la scarsa
fiducia che nutriva in me.
«Ammetterà che l'esistenza di così tante Amelia
confonderebbe chiunque» mi difesi io.
«In realtà, no. Una bisnonna delle mie prozie si chiamava
Amelia e sembra che fosse una donna molto bella e molto amata
da tutta la famiglia, al punto che i nipoti decisero di dare alle
loro figlie il nome della nonna. E così fecero Juan e Armando
Garayoa, chiamando le primogenite Amelia.»
«Che casino!»
«Sarà un casino per lei, ma per la nostra famiglia le cose
sono chiarissime.»
«Veramente anch'io sono imparentato con la sua famiglia...»
«Questo è ancora da dimostrare.»
«Ma le ho fatto vedere il certificato di battesimo di mio
nonno Javier!»
«Senta, su di lei ho dei dubbi, e se anche fosse il nipote del
figlio di Amelia Garayoa, come mai salta fuori proprio adesso
con questa stupida storia di volere scrivere un libro sulla sua
bisnonna?»
«Non ho detto che scriverò un libro, ma una cronaca che mia
zia Marta farà rilegare come regalo di Natale per tutta la
famiglia.»
«Commovente!» Il sarcasmo insito in quella risposta mi
infastidì.
«Ascolti, capisco le sue perplessità, ma sono stato sincero fin
dal primo momento e, inoltre, che le piaccia o no, siamo
parenti.»
«Ah, no! Su questo si sbaglia. Io e lei non siamo niente, per
quanti legami si sforzi di trovare. Non pretenderà che adesso, di
punto in bianco, i Garayoa si incontrino con i Carranza come se
si trattasse di un romanzo d'appendice?»
«Guardi, su questo ha ragione, perché in effetti la storia della
mia bisnonna ha tutta l'aria di essere una saga d'amore... Ma
non ho la minima intenzione di proporle di passare insieme il
Natale.»
«E non le venga neanche in mente di far conoscere le due
famiglie.»
«Non ci penso nemmeno. Ho già problemi a sopportare la
mia, di famiglia, senza aggiungere anche la vostra.»
«Lei è un villano!»
«No, non è vero, voglio semplicemente dire che sono
d'accordo sul fatto che il passato è passato.»
«Chiudiamo qui questa inutile conversazione. Mia zia la
aspetta domani a mezzogiorno. Non faccia tardi.»
Amelia Maria Garayoa riattaccò senza salutare. Le ero
davvero antipatico.

Il giorno dopo mi presentai puntuale all'appuntamento con un


mazzo di rose rosa. La domestica mi accompagnò in biblioteca,
dove mi aspettava la signora Laura.
Era seduta, con un libro sulle ginocchia.
«È già arrivato... si sieda» mi ordinò indicando la poltrona
vicino alla sua.
«Come sta sua sorella?» mi informai in tono preoccupato
porgendole il mazzo di rose. «Le ho portato questi fiori...»
«Mia sorella?» domandò con aria stupita.
«Sua nipote Amelia Maria ieri mi ha detto che la signora
Melita era raffreddata...»
«Ah, sì! Certo, è raffreddata, ma sta già meglio, da ieri non ha
più febbre. Siamo molto anziane, sa? Qualunque cosa ci
debilita... e l'influenza di quest'anno è molto pesante. Ma sta
meglio. Le dirò che ha chiesto di lei.»
Fece un gesto alla domestica per sistemare i fiori e le chiese
di servire il caffè per entrambi.
«Bene, cosa ne pensa di quello che le ha raccontato Edurne?»
mi domandò senza altri preamboli.
«In realtà, mi sembra che sua cugina fosse una ragazza un
po' sventata, ansiosa di diventare un'eroina» risposi tirando le
somme.
«Sì, in un certo senso è così, ma non solo. Mia cugina Amelia
è sempre stata una ragazza intelligente e inquieta, però era nata
nel secolo sbagliato; oggi sarebbe diventata una donna
importante, avrebbe potuto sviluppare tutto il suo talento, ma a
quell'epoca...»
«Il fatto di scappare con quel Pierre, convinta di doversi
sacrificare per la rivoluzione... insomma, mi è sembrata una
scusa puerile. È andata via con lui perché si era innamorata e
avrebbe fatto lo stesso, con o senza rivoluzione» conclusi sotto
lo sguardo inorridito della signora Laura.
«Giovanotto, mi sembra che lei non abbia capito niente. Sta
giudicando Amelia con troppa leggerezza. Forse non è la
persona giusta per scrivere la sua storia...»
Era chiaro che avevo commesso una gaffe. Come mi era
venuto in mente di spiattellare così di botto la mia opinione
sulla bisnonna! Cercai di rimediare.
«Per favore, non mi fraintenda! A volte noi giornalisti siamo
impulsivi, diciamo le cose in modo brutale, dimenticandoci le
sfumature, ma le assicuro che quando scriverò la storia lo farò
con affetto. In fin dei conti era la mia bisnonna.»
Temevo che mi intimasse di andarmene, ma non disse nulla.
Attese che la domestica, appena entrata nella stanza, ci servisse
il caffè.
«Bene, ha detto che aveva delle domande. Cos'altro vuole
sapere?»
«In realtà siete voi che dovete dirmi quale pista seguire.
Ammetto che, senza il vostro aiuto, sarebbe molto difficile
ricostruire la storia di Amelia. Mi piacerebbe anche che mi
raccontasse cosa accadde al ritorno di Santiago, il mio
bisnonno.»
«Non deve compatirlo. Santiago era un uomo tutto d'un
pezzo, che soffrì, certo, per la perdita di Amelia, ma riuscì a
superarla con grande dignità.»
«Proprio di questo vorrei che mi parlasse. In fin dei conti voi
eravate i suoi familiari più prossimi.»
«Bene, le racconterò qualche dettaglio, ma non ci faccia
l'abitudine. Non siamo noi a doverle dare informazioni, non è
questo l'accordo. Inoltre, ci sono cose che, anche volendo, non
potremmo raccontarle, perché non le conosciamo. Però, come
dice lei, sappiamo quale pista seguire. Le ho organizzato altri
incontri.»
Mi accomodai in poltrona, impaziente di ascoltare la signora
Laura, che era rimasta in silenzio, come se stesse pensando da
dove cominciare...

Il giorno dopo la fuga di Amelia, Edurne mi consegnò la lettera


scritta da mia cugina. Era una domenica di fine marzo del 1936
ed eravamo tutti in casa. Ce l'ho qui per mostrargliela. Amelia
diceva di essersi innamorata di Pierre, di non sopportare l'idea
che lui se ne andasse e di non rivederlo, e che preferiva morire
piuttosto che perderlo. Poi mi supplicava di spiegare ai suoi
genitori e a Santiago la sua scomparsa; insisteva che la vera
causa non fosse Pierre, ma gli ideali rivoluzionari. Chiedeva
perdono a tutti e mi pregava di fare il possibile per evitare che
suo figlio la odiasse, ma assicurava che un giorno o l'altro
sarebbe tornata a prendere Javier. E mi chiedeva anche di
occuparmi di Edurne, temendo che Santiago la licenziasse.
Si può immaginare la mia commozione quando lessi quella
lettera. Mi sentivo affranta, perduta e persino tradita, perché
Amelia, oltre che mia cugina, era la mia migliore amica. Fin da
piccole avevamo condiviso anche le confidenze più
insignificanti, eravamo più unite che con le nostre sorelle.
Edurne era letteralmente terrorizzata. Pensava, e non a
torto, che sarebbe rimasta senza lavoro, che sarebbe stata
costretta a tornare alla cascina. In lacrime, mi supplicava di
aiutarla. Io mi sentivo sopraffatta da quella situazione: a
diciott'anni, e in quei tempi, può ben immaginare quanto poco
sapessimo del mondo, e Amelia era fuggita delegando a me una
responsabilità per cui non ero affatto pronta. Per prima cosa,
cercai di tranquillizzare Edurne, promettendole che non le
sarebbe successo niente; le dissi di tornare a casa, e se qualcuno
le avesse chiesto di Amelia avrebbe dovuto rispondere che non
sapeva dove fosse. Poi andai da mia madre, che in quel
momento stava impartendo alla cuoca le istruzioni per la cena
di quella sera, perché avremmo avuto ospiti.
«Ho bisogno di parlarti.»
«Non puoi aspettare? Non credere che sia facile organizzare
una cena per dodici commensali.»
«Mamma, è molto urgente, devo parlarti» insistei.
«Come siete impazienti voi ragazze di oggi! Noi adulti
dobbiamo fare qualunque cosa per compiacervi. Insomma, vai
nel salottino, ti raggiungo subito.»
Mia madre ci mise un bel po' e quando arrivò mi ero già
rosicchiata tutte le unghie.
«Cosa succede, Laura? Spero che non si tratti di una delle tue
solite sciocchezze.»
«Mamma, Amelia se n'è andata.»
«Tua sorella? Certo che se n'è andata, è uscita per far visita
alla sua amica Elisa.»
«Non mi riferisco a Melita, ma a mia cugina.»
«Se non l'hai trovata, vuol dire che sarà a casa dei genitori o
a trovare qualcuno, magari è con quella Lola...»
«Se n'è andata per sempre.»
Mia madre rimase in silenzio cercando di assimilare quanto
aveva appena sentito.
«Ma cosa ti viene in mente! So che è arrabbiata con Santiago
per il suo ultimo viaggio... in effetti Santiago dovrebbe essere
più riguardoso e non andarsene così all'improvviso... ma Amelia
ormai sa com'è fatto suo marito...»
«Mamma, Amelia ha lasciato Santiago.»
«Ma che cosa stai dicendo, figlia mia? Smettila con queste
sciocchezze!»
Mia madre era diventata paonazza per l'agitazione. Stentava
a credere a quello che le stavo dicendo.
«Se n'è andata perché... perché crede nella rivoluzione e
vuole sacrificarsi per costruire un mondo migliore.»
«Mio Dio! Non posso credere che Lola abbia fatto un tale
lavaggio del cervello a tua cugina! Su, dimmi dov'è, avvertirò
suo padre. Dobbiamo subito andare a riprenderla... immagino
che stia da Lola.»
«È andata in Francia.»
«In Francia? Cosa stai dicendo? Spiegami cos'è successo.
Come fai a sapere che Amelia è andata in Francia?»
Mio padre entrò nella stanza richiamato dalle grida di mia
madre e si spaventò nel vederla andare su e giù per il salotto in
preda all'agitazione.
«Cosa sta succedendo? Elena, che c'è? Stai male? Laura,
spero proprio che tu non abbia dato un dispiacere a tua madre,
tanto meno oggi, che abbiamo ospiti a cena...»
«Papà, Amelia è scappata in Francia. Ha lasciato Santiago e la
sua famiglia, ma un giorno tornerà a prendere Javier.»
Parlai tutto d'un fiato, senza preamboli.
Mio padre rimase muto, a fissarmi, come se non capisse quel
che stavo dicendo. Mia madre piangeva sconsolata.
Raccontai la fuga di Amelia con parecchie omissioni,
cercando di non tradirla, senza mai nominare Pierre.
Mio padre non voleva credere che sua nipote, per quanto
scapestrata, fosse davvero andata in Francia a fare la
rivoluzione.
«Ma quale rivoluzione?» insisté mio padre.
«La rivoluzione. Sai che i comunisti vogliono portare la
rivoluzione ovunque...» risposi, senza troppa convinzione.
Per più di un'ora mio padre continuò a farmi domande,
senza darmi tregua, mentre mia madre non la smetteva di
parlare dell'influenza di Lola.
«Dobbiamo avvertire Juan e Teresa. Che dolore gli daremo! E
tu, Laura, fammi vedere la lettera che ti ha scritto Amelia»
ordinò mio padre.
Gli mentii. Dissi che, per colpa della tensione, l'avevo
strappata senza rendermene conto. Non potevo dargliela,
perché in quella lettera Amelia raccontava tutta la verità, cioè
che si era innamorata di Pierre.
«Non ti credo!» disse mio padre reclamando la lettera.
«Ti giuro che l'ho strappata senza rendermene conto»
insistei piangendo.
I miei zii Juan e Teresa arrivarono a casa nostra mezz'ora
dopo. Mio padre li aveva avvertiti che si trattava di una cosa
urgente. Per lui era una grossa sofferenza dover dire a suo
fratello che sua figlia era fuggita.
Mi chiese di raccontare ciò che sapevo, e io, tra le lacrime,
dissi quanto potevo.
Mia zia Teresa svenne e mia madre dovette soccorrerla, il
che permise a mio padre, allo zio Juan e a me di rifugiarci nello
studio, dove entrambi insisterono affinché raccontassi di più.
Non mi lasciai convincere e continuai a sostenere che Amelia
fosse fuggita a causa della rivoluzione.
«Bene» concluse lo zio Juan «allora andremo a trovare Lola,
visto che è stata lei a mettere in testa ad Amelia quelle idee
estremiste. Lei saprà dove si trova: non credo sia già arrivata in
Francia. In ogni caso, potrà darci qualche indizio. Ma prima
andremo a casa di Amelia: dobbiamo evitare di allarmare la
servitù. Spero che Edurne non abbia detto nemmeno una
parola.»
Mentre mia madre assisteva la zia Teresa, andai con mio
padre e mio zio a casa di Amelia. Ma non era il nostro giorno
fortunato, perché, quando arrivammo, scoprimmo che Santiago
era rientrato dal viaggio quella mattina stessa.
Santiago stava parlando con Edurne; o, meglio, Santiago
parlava e Edurne piangeva.
Fu stupito di vederci e io cominciai a tremare. Affrontare i
miei genitori e i miei zii era una cosa, ma affrontare Santiago...
Anche mio zio Juan era nervoso. Non doveva essere facile per
lui comunicare a suo genero una notizia del genere.
«Cos'è successo?» chiese Santiago in tono gelido.
«Possiamo parlare in privato?» propose lo zio Juan.
«Sì, certo. Seguitemi nello studio, e con te, Edurne... ne
parlerò dopo.»
Mentre ci avviavamo dietro di lui, dentro di me pregavo Dio
che facesse un miracolo e che Amelia ricomparisse
all'improvviso. Però quel giorno Dio non mi ascoltò.
Santiago ci invitò a sederci, ma lo zio Juan era così nervoso
che rimase in piedi.
«Mi dispiace per quello che sto per dirti... sono desolato... e ti
assicuro che non lo capisco, ma...»
«Signor Juan, prima mi spiega il motivo della sua visita
meglio è» tagliò corto Santiago.
«Sì... certo... mi dispiace per quanto è successo... ma,
insomma, non ho altra scelta che informarti che Amelia è
fuggita.»

Mi aggrappai alla mano di mio padre come se fosse un'ancora di


salvezza, perché il volto di Santiago espresse una collera senza
limiti.
«È fuggita? Dove? Perché?» Cercava di controllarsi, ma era
evidente che stava per esplodere.
«Non lo sappiamo... o, meglio... a quanto pare, è andata in
Francia.»
«In Francia? Che follia è mai questa?» disse con voce
alterata.
«Amelia ha scritto a Laura per spiegarglielo» riuscì a
replicare mio padre.
«Ah, sì? Bene, leggiamo questa lettera, allora» e mi fissò
negli occhi tendendo la mano, per farsi consegnare la missiva di
Amelia.
«Non ce l'ho» mormorai. «Nell'agitazione l'ho strappata...»
«Certo! E pretendi che ci creda?»
«È la verità!» Mi resi conto che non dovevo essere molto
convincente.
In realtà non sono mai stata brava a mentire.
«E cos'è che Amelia ti ha autorizzata a dirci?» Santiago
continuava a fare sforzi per trattenersi.
«Che è andata in Francia per contribuire alla rivoluzione.
Pare che lì siano meglio preparati per diffondere in tutto il
mondo i valori comunisti.»
Lo dissi tutto d'un fiato: avevo imparato bene la lezione.
«Laura, con chi è andata Amelia?» Nella voce di Santiago si
poteva percepire una sfumatura dura e tagliente.
Mi morsi le labbra fino a farmele sanguinare e gli occhi mi si
riempirono di lacrime.
«Rispondi, figlia mia» mi esortò mio padre.
«Non lo so...»
«Sì che lo sai. Tu e Edurne sapete esattamente quello che è
successo, quando e con chi se n'è andata» affermò Santiago.
Il signor Juan e mio padre si guardarono sconvolti, mentre
Santiago mi fissò negli occhi fino a farmi abbassare la testa,
imbarazzata.
«Laura, non stai facendo un favore ad Amelia se ci nascondi
la verità. Tua cugina, mal consigliata, ha commesso un errore,
ma se ci riveli tutto quello che sai possiamo ancora rimediare»
insisté mio padre.
«So solo che è andata a fare la rivoluzione...» risposi, quasi
singhiozzando.
«Non dire sciocchezze!» mi interruppe Santiago. «Non
prenderci per stupidi. La colpa è stata mia, perché ho permesso
ad Amelia di partecipare a quelle riunioni della Gioventù
socialista spagnola insieme a Lola. E mi sembrava divertente
che persino Edurne prendesse la militanza così sul serio. Amelia
una rivoluzionaria? Sì, una rivoluzionaria accompagnata dalla
cameriera, perché la signorina non si disturbava nemmeno a
rifarsi il letto, naturalmente.»
«Amelia non si è portata dietro Edurne» protestai ritrovando
un po' di coraggio.
«No, non l'ha portata, perché non gliel'hanno permesso.
Edurne mi ha raccontato che voleva accompagnarla, ma che
Amelia le ha detto che non era autorizzata a portare nessun
altro. Bene, siete venuti a raccontarmi quello che già sapevo,
che Amelia se n'è andata. Quando sono tornato a casa,
stamattina, ho chiesto di lei e nessuno ha saputo darmi notizie,
ma Edurne è scoppiata a piangere. È riuscita a dirmi soltanto le
stesse sciocchezze che mi hai propinato tu, Laura, che Amelia se
n'è andata in Francia a fare la rivoluzione.»
D'improvviso, Santiago sembrava stanco, come se tutta la
rabbia che stava cercando di contenere si stesse trasformando
in rassegnazione.
«Santiago, ti siamo vicini, siamo disposti ad aiutarti per
qualunque cosa, ma vorrei pregarti di perdonare mia nipote.
Non è che una ragazzina senza cattive intenzioni.» Le parole di
mio padre sembrarono riaccendere la collera di Santiago.
«Aiutarmi? Come potete aiutarmi? Non si illuda, signor
Armando, se Amelia se n'è andata è perché... c'è un altro
uomo.»
«No, non è possibile!» Mio zio Juan, offeso, andò a piazzarsi
davanti a suo genero. «Non ti permetterò di mancare di rispetto
a mia figlia. Amelia è una bambina, certo, ha commesso un
errore, ma andare con un altro uomo, mai! Non voglio
rimproverarti nulla, ma i tuoi viaggi senza preavviso non sono
stati certo un bel modo di prenderti cura del tuo matrimonio.»
Santiago strinse i pugni. Credo che, se non fosse stato per la
sua ottima educazione e perché sapeva controllarsi, avrebbe
picchiato mio zio Juan.
«Voglio sperare che Amelia abbia lasciato me e suo figlio per
inseguire un grande amore. Abbandonare Javier soltanto per la
rivoluzione? No, lei non la conosce. È vero che non si è mai
comportata come una madre premurosa con Javier, ma so che
gli vuole bene; quanto a me... credevo ne volesse anche a me.»
«Pensavamo di andare a casa di Lola» intervenne mio padre.
«Spero che ci accompagnerai.»
«No, signor Armando, non intendo accompagnarvi. Non
voglio cercarla. Se se n'è andata, lei saprà il perché e dovrà
accettarne le conseguenze.»
«Ma è tua moglie!» protestò lo zio Juan.
«Una moglie che mi ha abbandonato.»
«Ma tu sei appena tornato da un viaggio per il quale sei
partito senza nemmeno salutarla...!»
Santiago fece spallucce. Per lui era perfettamente normale
andare e venire senza dare spiegazioni, come se fosse un
comportamento di cui non doveva scusarsi.
«Preferiremmo che ci accompagnassi a casa di Lola» insisté
mio padre.
«Le ho già detto di no, signor Armando. E tu, Laura...»
Non disse una parola di più, ma mi fece sentire un'infame.
Quando lasciammo la casa di Santiago, eravamo distrutti.
Non c'era stato modo di parlare con Edurne, ma ne fui contenta,
perché non sapevo per quanto saremmo riuscite a sostenere la
nostra versione se avessero fatto pressione su entrambe.
Li portai a casa di Lola. Ci dirigemmo in fretta in calle
Toledo, fino all'appartamento nel quale lei viveva con il figlio
Pablo.
Era una mansarda a cui si accedeva attraverso una scala buia.
Io ero stata in quella casa soltanto poche volte, per
accompagnare mia cugina. In realtà, a me Lola non era
simpatica, né io lo ero a lei, perciò di solito ci trattavamo con
una freddezza che dispiaceva ad Amelia. Avrebbe voluto che
fossimo amiche e, soprattutto, che potessimo condividere tutte
insieme le sue avventure.
Il campanello non funzionava, perciò mio zio Juan bussò alla
porta. Venne ad aprirci Pablo. Il bambino era raffreddato e
sembrava avere la febbre.
«Cosa volete?»
«Pablo, stiamo cercando Amelia» riuscii a dire prima che mio
zio o mio padre potessero intervenire.
«Ma Amelia è andata via con Pierre. Sono partiti stanotte in
treno» rispose.
A quelle parole, mio zio Juan impallidì. «Possiamo entrare?»
chiese mentre lo scansava ed entrava.
Pablo fece spallucce guardandomi stupito. «Mia madre non
c'è, e nemmeno Josep.»
«Chi è Josep?» si informò mio zio Juan.
«Mio padre.»
«E lo chiami Josep?» chiese, stupito, ma il bambino non era
altrettanto sorpreso.
«Sì, tutti lo chiamano Josep, anche se a volte lo chiamo papà,
dipende come mi viene.»
A quel punto della conversazione ci trovavamo già nella
piccola stanza che serviva da salotto e da camera da letto di
Pablo. La mansarda aveva solamente due camere - quella in cui
ci trovavamo e una, ancora più piccola, dove dormivano Lola e
Pablo quando non c'era Josep - oltre a una minuscola cucina
illuminata da un piccolo abbaino. Non c'era il bagno; come gli
altri inquilini, dovevano usare un gabinetto situato sul
pianerottolo.
Mio zio Juan cercò con lo sguardo qualcosa su cui potersi
sedere. Io e mio padre restammo in piedi, mentre Pablo si
accomodò su una sedia, in attesa di sentire cosa volevamo.
«Bene, dicci esattamente dov'è Amelia» ordinò mio zio.
«Ve l'ho già detto: in Francia, con Pierre.»
«E chi è Pierre?» insisté mio zio.
«Il fidanzato di Amelia... be', non so se è il suo fidanzato,
perché Amelia è sposata, ma, se non lo è, è qualcosa di simile. Si
amano e Amelia lo aiuta.»

Mio zio Juan cominciò a sudare, mentre mio padre, attonito


davanti a quelle rivelazioni, decise di sedersi.
«Pablo, non dire queste cose... Amelia e Pierre sono solo
amici...Amelia lo aiuta a fare la rivoluzione» intervenni io
guardando angosciata il ragazzino e cercando di suggerirgli con
gli occhi di non lasciarsi scappare una parola di più.
«Zitta!» Mio padre mi interruppe di botto. «E tu, ragazzino»
aggiunse «adesso ci dirai tutto quello che sai.»
D'improvviso Pablo sembrò spaventato. Doveva essersi reso
conto di avere detto più del dovuto.
«Io non so niente!» riuscì a replicare.
«Certo che lo sai! E ce lo dirai.» Mio padre si era alzato ed era
andato a piazzarsi davanti al bambino, che lo guardava
terrorizzato.
«Prima ci racconterai quello che sai, prima ce ne andremo»
lo incalzò lo zio Juan.
«Ma non so niente! Per favore, Laura, digli di lasciarmi in
pace!»
Abbassai lo sguardo, imbarazzata. Non riuscivo a fare né a
dire nulla, e comunque mio padre e mio zio mi avrebbero
impedito di intervenire a favore del bambino.
«Mia madre dice che non sono uno schiavo, che non devo
umiliarmi davanti ai capitalisti di merda» disse Pablo cercando
di farsi coraggio.
«Se non ci racconti quello che sai, ti porteremo in
commissariato. La polizia cercherà tua madre e poi vedremo
cosa succede» minacciò mio padre.
Pablo, che aveva gli occhi sempre più lucidi per la febbre e la
paura, si mise a piagnucolare.
«Mia madre è una rivoluzionaria, e adesso non governano i
fascisti.» Fu l'ultimo tentativo di Pablo per evitare di parlare.
«Bene, andiamo al commissariato; a quanto ne so, tua madre
ha diverse faccende in sospeso con la polizia; per quanto sia una
rivoluzionaria, la legge è uguale per tutti» affermò mio padre.
Pablo cercò di nuovo il mio sguardo, chiedendo aiuto, ma
non potevo dire niente, anche se pregavo che il bambino non
desse altri indizi che potessero pregiudicare la fuga di Amelia.

«Amelia ieri sera è venuta qui, dove la stava aspettando Pierre.


Hanno detto che andavano a prendere il treno, che prima
sarebbero passati da Barcellona e poi sarebbero andati in
Francia.»
«Barcellona?» chiese mio zio Juan.
«Pierre deve incontrare alcuni amici di mio padre» riuscì a
dire Pablo.
«Dove abita tuo padre?» si informò mio zio.
«In una strada dell'Ensanche.»
«Come fa di cognome?» insisté mio zio.
«Soler.»
«Dimmi, chi è Pierre?» Adesso mio padre usava un tono
dolce, cercando di rassicurare Pablo.
«È un amico dei miei genitori, un compagno di Parigi. Lavora
per diffondere dappertutto la rivoluzione e ci sta aiutando.»
«È il fidanzato di Amelia?» Mio padre fece la domanda senza
guardare né me né lo zio Juan.
«Sì» borbottò Pablo. «Ieri, quando Amelia è arrivata, si sono
baciati. Lei piangeva tanto, ma lui le ha promesso che non si
sarebbe mai pentita di essere andata via con lui. Continuavano a
baciarsi, come si baciano i miei genitori... e Amelia gli ha detto
che l'avrebbe seguito fino alla morte.»

Cominciai a tossire. Era una tosse nervosa; l'unica cosa che


volevo era che Pablo smettesse di parlare, che non dicesse una
parola di più, e che mio padre e il povero zio Juan non
continuassero ad ascoltare quelle cose.
Lo zio era pallido e con il corpo così rigido da sembrare un
cadavere. Ascoltava Pablo sgranando gli occhi, in cui non c'era
soltanto sofferenza, ma anche vergogna e stupore. Come poteva
Amelia baciare un uomo che non fosse suo marito? Era davvero
possibile che lei si fosse impegnata con un altro uomo fino alla
morte? Non riusciva a credere a quanto stava sentendo;
sembrava che si stesse parlando di un'estranea, non di sua
figlia. D'improvviso si rese conto di non conoscerla: quella
donna non aveva niente a che vedere con la sua primogenita, la
sua bambina adorata.
Mio padre si avvicinò al fratello per esortarlo ad andarsene.
A stento mio zio riuscì ad alzarsi in piedi. Sembrava un automa.
Mio padre lo prese per un braccio aiutandolo a dirigersi verso la
porta. Uscirono senza rivolgere la parola a Pablo.
«Domani vado a Barcellona» mi disse il bambino a mo' di
saluto.
«A Barcellona? E vedrai Amelia?» chiesi sottovoce.
«Non lo so, ma mia madre dice che andiamo a vivere con mio
padre. È molto contenta. A me dispiace lasciare Madrid, anche
se qui non abbiamo nessuno. Be', mia nonna, però mamma con
lei non va d'accordo.»
«Se vedi Amelia, dille... dille che sia felice e che le voglio
molto bene.»
Pablo annuì senza dire una parola, e io uscii in fretta, per
raggiungere mio padre e mio zio.
Quando rientrammo a casa, la zia Teresa stava ancora
piangendo. Mia madre le aveva dato due tisane e un bicchierino
di calmante, che però non avevano sortito alcun effetto. Poi
aveva chiamato mia cugina Antonietta, che se ne stava seduta,
molto seria, senza aprir bocca.
«L'avete trovata?» domandò impaziente mia madre.

Mio padre le raccontò, senza perdersi in dettagli, che eravamo


stati da Santiago e poi a casa di Lola, e che sembrava che Amelia
fosse andata a Barcellona, anche se la sua meta finale era la
Francia.
Mia zia Teresa piangeva con maggiore intensità, in preda allo
sconforto, ascoltando il resoconto delle ultime ore, e riusciva
soltanto a chiedere che le restituissero sua figlia.
Non sapevamo cosa fare né cosa dire; fu il giorno più lungo
della mia vita.
A metà pomeriggio mio padre, Melita e io accompagnammo a
casa i miei zii e mia cugina. Eravamo in lutto, ma mia madre
aveva deciso che non poteva rimandare la cena di quella sera,
perché tra gli invitati c'era una coppia con due figli, uno dei
quali era il pretendente di mia sorella Melita, e sapevamo che
quella sera avrebbe chiesto ufficialmente il permesso di
corteggiarla.
Io sarei rimasta volentieri con i miei zii e con Antonietta,
tuttavia loro preferivano rimanere soli.
La cena fu un autentico incubo. Mio padre era distratto, mia
madre nervosa e mia sorella, sconvolta, prestava ben poca
attenzione al suo pretendente. Tuttavia il ragazzo non si fece
affatto scoraggiare da quell'atmosfera così poco invitante e,
sostenuto dal padre, chiese al nostro il permesso di iniziare a
frequentare mia sorella. Lui glielo concesse senza dimostrare
alcun entusiasmo. Anche se non c'entra con questa storia, le
dirò che, poco dopo l'inizio della guerra civile, Rodrigo sposò
mia sorella Melita e, anni dopo, riuscimmo a spiegargli cos'era
successo quel giorno.

Il mattino seguente Edurne si presentò a casa mia con la valigia.


Santiago le aveva dato una generosa somma di denaro perché se
ne tornasse alla cascina da sua madre e dai nonni.
«Non posso andarci, signorina Laura. Mia madre mi
ammazza se viene a sapere che il signor Santiago mi ha
licenziata.»
«Ma tu non hai colpa di quanto è successo, tua madre capirà»
le dissi io, poco convinta.
«A casa hanno bisogno dei miei guadagni, la cascina dà a
malapena di che vivere, e poi mia madre mi sta preparando il
corredo nel caso che un giorno mi sposi.»
«Il corredo può aspettare» intervenne mia madre «e tu là
potrai sempre dare una mano. Inoltre tuo fratello Aitor ha
raggiunto una buona posizione all'interno del Partito
nazionalista basco; mia cognata Teresa mi ha detto che lo
tengono in grande considerazione.»
«Ah, signora Elena, lei non conosce mia madre! Non sa
quanto si arrabbierà. Mi aveva chiesto di comportarmi con la
famiglia Garayoa come ha sempre fatto lei, e guardi cos'ho
combinato.»
Edurne piangeva sconsolata e mi afferrava la mano,
supplicandomi di non abbandonarla. Io ero combattuta tra
quello che mi aveva chiesto mia cugina Amelia, cioè di
prendermi cura di Edurne, e il peso della responsabilità di cui
mi caricavo. La lealtà verso mia cugina ebbe la meglio.
«Mamma, posso parlarti un attimo da sola?»
Mia madre mi guardò con aria diffidente; mi conosceva
molto bene e sapeva cosa le avrei chiesto, così cercò di
svicolare.
«Senti, Laura, non ho tempo da perdere, abbiamo troppi
problemi...»
«Ma solo un momento!» supplicai.
Uscimmo dalla stanza e andammo in camera mia. A quel
punto, mia madre era ormai di pessimo umore.
«Laura, cerca di essere ragionevole» esordì, ma la interruppi.
«Hai qualcosa di cui lamentarti riguardo a me? Ti ho mai
delusa?»
«Certo che no, tesoro, ma devi capire che non possiamo farci
carico di Edurne, che è proprio quello che stai per chiedermi.»
«Ma, mamma, non può tornare alla cascina! Sai che Amaya
ha un caratteraccio...»
«Amaya è sempre stata una cameriera leale. Magari Edurne
le somigliasse... non si sarebbe cacciata nei guai e non avrebbe
tanti grilli per la testa, con la storia della rivoluzione.»
«Te lo chiedo per favore, parlane con papà!»
«Non siamo ricchi, non possiamo accollarci una bocca in più
da sfamare. Non ti rendi conto di quello che sta accadendo? La
situazione politica sta degenerando: ci sono scioperi, disordini,
dei pazzi assaltano i conventi; non so cosa succederà... E tuo
padre è un ingenuo, sostiene Manuel Azaňa come suo fratello,
ma sono convinta che Azaňa non abbia la situazione sotto
controllo...»
«Non mi interessa la politica! Io voglio aiutare Edume! E non
mi dire che non possiamo trovarle un posto in casa. Potrebbe
dormire nella stanza della tua cameriera, a Remedios non
importerà. E poi Remedios ormai è anziana, le farà comodo un
aiuto.»
«No! Non voglio una cameriera comunista, non voglio
problemi a casa mia. Grazie ad Amelia, ne abbiamo già avuti
abbastanza.»
Mio padre bussò piano alla porta. Aveva sentito la voce
alterata di mia madre.
«Vado in ufficio, tornerò per pranzo. Cosa succede?»
«Santiago ha licenziato Edurne e tua figlia vuole portarla a
casa.»
«Per favore, papà!»
«Senti, quello che possiamo fare è parlare con i tuoi zii.
Andrò io stessa a trovare Teresa per spiegarle la situazione.
Dovrebbero essere loro a farsi carico di Edurne. In fin dei conti,
Edurne è la figlia di Amaya, che è stata al loro servizio per molti
anni. Loro sapranno cosa fare.»
Mia madre era ostinata come una mula.
«Non credo che sia una buona idea» disse mio padre, con
grande stupore mio e di mia madre.
«Perché no? Dimmelo, Armando. Edurne non è un nostro
problema.»
«Amelia è mia nipote e quello che ha fatto avrà delle
conseguenze anche per noi. Non possiamo lavarcene le mani.
Senti, Elena, per mio fratello e per Teresa sarebbe doloroso
dover accogliere Edurne. Lo farebbero, certo, per senso di
responsabilità, ma la sua presenza non farebbe che ricordare
loro di continuo il dramma che devono affrontare. No, non
voglio causare altro dolore a mio fratello e a mia cognata. Laura
ha ragione, non possiamo abbandonare quella ragazza, anche se
è una scriteriata.»
«È una comunista» ribatté mia madre con rabbia.
«Credi davvero che Edurne sappia cos'è il comunismo? E,
anche se così fosse, perché non dovrebbe essere comunista? La
vita le ha forse dato occasione di essere qualcos'altro?»
«Dovrebbe essere grata alla tua famiglia per tutto quello che
ha fatto per lei. L'hanno trattata come una di loro, proprio
come sua madre...»
«Grata? No, Elena, le cose non stanno così. L'hanno trattata
come un essere umano e nessuno dovrebbe ringraziare di
venire trattato per quello che è. Edurne ha svolto bene il suo
lavoro, come faceva Amaya; non ci devono niente.»
«Come puoi parlare così? A volte anche tu sembri
comunista!»
«Su, Elena, non esagerare! Non confondere il comunismo con
la giustizia. Ecco cosa manca al nostro paese, per questo
succede quel che succede. Qui la gente è stata tenuta in
schiavitù, e adesso molti si stupiscono che il popolo stia
reclamando quel che gli spetta.»
«E per questo devono bruciare le chiese? Giustifichi il fatto
che i contadini occupino le fattorie? Non gli appartengono!»
«Senti, smettiamola di discutere, devo andare in ufficio e
voglio passare a trovare mio fratello Juan. Lui e Teresa stanno
vivendo una tragedia con la fuga di Amelia e abbiamo il dovere
di dare loro una mano.»
La fermezza di mio padre ebbe la meglio.
«E cosa vuoi che facciamo?»
«Almeno per il momento, Edurne resterà da noi. Sistemala
dove meglio credi e dalle un lavoro.»
«Non voglio che influenzi le mie figlie con le sue idee...»
«Elena, non insistere, fa' come ho detto» tagliò corto mio
padre, perentorio. «E tu, Laura, spero che sarai giudiziosa. So
quanto eri legata a tua cugina, ma devi ammettere che si è
comportata male, molto male, con tutti: con suo marito, con suo
figlio e anche con te. Non voglio che tu esca con Edurne senza
l'autorizzazione di tua madre. In questa famiglia abbiamo avuto
già abbastanza guai con la politica.»
«Ti prometto, papà, che non ti darò motivo di lamentarti di
me.»
La discussione si risolse con l'arrivo di Edurne a casa nostra.
Il suo soggiorno, che doveva essere temporaneo, finì con il
diventare permanente. Da allora e fino a oggi, Edurne è sempre
rimasta con me.

La signora Laura fece un lungo sospiro. I ricordi sembravano


angosciarla e si passava la mano sulla fronte, come per cercare
di allontanarli.
«Forse lei sarà in grado di ricostruire, grazie alla sua
famiglia, cosa ne è stato di Santiago a partire da allora. In fin dei
conti è il suo bisnonno. Da quel momento, lui ruppe per sempre
con i Garayoa.»
«Non l'avete mai più visto?» domandai, sconcertato.
«Non ne voleva più sapere di noi. Suppongo che vederci gli
avrebbe ricordato continuamente l'umiliazione di essere stato
abbandonato da Amelia. Non ci ha mai permesso di andare a
trovare Javier, neanche ai miei zii, che in fin dei conti erano i
nonni del bambino.»
«Sconvolgente! E il signor Juan e la signora Teresa l'hanno
accettato?»
«Non avevano scelta. Erano imbarazzati e si sentivano in
colpa per il comportamento di Amelia. Non volevano acuire il
dolore di Santiago con la loro presenza. In realtà non ebbero il
coraggio di imporgliela. Santiago troncò ogni rapporto
commerciale con mio zio Juan, e le assicuro che questo per lui
comportò un grave tracollo finanziario. I miei zii erano
praticamente in rovina, dopo la chiusura dell'attività in
Germania, dunque perdere l'appoggio dei Carranza rappresentò
un colpo da cui mio zio Juan non si riprese mai più. Poi venne la
guerra e le cose andarono di male in peggio. Furono tempi
difficili per tutti... Allora, le ho fissato un appuntamento in
modo che possa continuare le ricerche.»
«Ah, sì? Con chi?» chiesi, senza nascondere il mio interesse.
«Con Pablo Soler.»
«Il figlio di Lola?»
«Esattamente. Ma, visto che lei è un giornalista, saprà chi è
Pablo Soler.»
«Io? Non ne ho idea. Perché dovrei saperlo?»
«Perché è uno storico, ha scritto diversi libri sulla guerra
civile, e negli ultimi anni ha partecipato a dibattiti in
televisione e pubblicato alcuni articoli sui giornali.»
«Il nome non mi è nuovo, ma in realtà non mi sono mai
interessato granché ai retroscena della guerra. In questi anni
sono stati pubblicati tanti libri, sono nate tante polemiche... È
stata un'atrocità, e io, in effetti, cerco di stare alla larga dalle
atrocità.»
«Che atteggiamento stupido.»
«Caspita, signora Laura! Lei non ha peli sulla lingua.»
«Ignorare la storia la fa sentire meglio? Pensa che se non la
conosce non sia esistita?»
«Almeno sto alla larga dalle polemiche.»
«Un atteggiamento incomprensibile per un giornalista.»
«Non ho mai detto di essere un bravo giornalista» mi difesi.
«Bene, lasciamo perdere questa discussione. Ecco, qui le ho
segnato il numero di telefono di Pablo Soler; gli ho parlato ed è
disposto a riceverla. Dovrà andare a Barcellona.»
«Lo chiamo subito per prendere un appuntamento.»
«Bene, allora pare che non abbiamo più niente da dirci,
almeno per ora.»
La signora Laura si alzò a fatica. Sembrava invecchiare un po'
ogni giorno, ma non osai offrirle il mio aiuto. Sapevo che
l'avrebbe rifiutato. Mi rendevo conto che, nonostante l'età, alle
Garayoa piaceva sentirsi autonome, indipendenti.
2

Quando arrivai a casa appuntai tutto quello che mi aveva


raccontato la signora Laura. Era ancora fresco nella memoria e
non volevo scordare alcun dettaglio.
Scrissi per ore, in compagnia di una bottiglia di ottimo
whisky. Stava albeggiando quando andai a letto, e dormii come
un bambino finché la suoneria del cellulare, che avevo lasciato
sul comodino, non mi riportò alla realtà.
«Ciao, tesoro, come stai?»
«Uffa, mamma, ti sembra l'ora di telefonare?»
«Ma sono le due. Non stavi mica dormendo?»
«Be', sì, in effetti stavo dormendo, ho lavorato fino a tardi.
Ieri mi hanno raccontato un sacco di cose sulla bisnonna e non
volevo dimenticare niente.»
«Proprio di questo volevo parlarti. Senti, Guillermo, sono
preoccupata per te. Mi sembra che tu stia prendendo troppo sul
serio questo incarico della zia Marta, trascurando la tua
professione. So che la zia ti ha offerto una paga generosa, ma
scrivere sulla bisnonna può andar bene come passatempo, non
deve distrarti e impedirti di cercare lavoro nel tuo campo, come
giornalista.»
Mi sentivo la testa ovattata, ma sapevo che, se mia madre
aveva deciso di farmi la predica, niente poteva fermarla, quindi
preferii arrendermi subito.
«Piacerebbe anche a me trovare un buon lavoro. Cosa credi,
che non mi stia muovendo in tutte le direzioni? Ma non mi
offrono niente, mamma. La destra non si fida di me perché mi
considera un "rosso" e la sinistra mi taglia fuori perché non
faccio il leccapiedi, quindi non ho molte possibilità.»
«Ma dài, Guillermo, non può essere così brutta come la
dipingi. Sei un bravo giornalista, e poi parli perfettamente
inglese e francese, e te la cavi con il tedesco... è impossibile che
con quel che vali non ti offrano nessun lavoro.»
«Mamma, valgo moltissimo per te, non per loro.»
«Ma i giornali non sono di proprietà dei politici.»
«È come lo fossero; sono in gioco molti interessi. Non senti la
radio? Non guardi la televisione?»
«Guillermo, non essere testardo e ascoltami!»
«Ti sto ascoltando! So che per te non è facile capire come
funziona il mondo del giornalismo, ma credimi, è così che
vanno le cose.»
«Promettimi che continuerai a cercare lavoro.»
«Te lo prometto.»
«Bene. Quando vieni a trovarmi?»
«Non lo so, lascia che mi alzi e mi organizzi, poi ti chiamo,
d'accordo?»
Superato lo scoglio della conversazione con mia madre, mi
infilai nella doccia per scuotermi dal torpore. Le tempie mi
pulsavano all'impazzata e avevo un nodo alla bocca dello
stomaco. Effetto del whisky.
Diedi un'occhiata in frigo e trovai del succo di frutta e uno
yogurt, sufficienti a recuperare le energie prima di telefonare a
Pablo Soler. Naturalmente feci prima qualche ricerca su di lui in
internet e con sorpresa scoprii che il professor Soler era uno
stimato storico, che aveva insegnato all'Università di Princeton
e che nel 1982 era tornato in Spagna con tutti gli onori. Aveva
pubblicato oltre una ventina di libri ed era considerato
un'autorità nel campo della guerra civile spagnola.
Cercai il numero di telefono che mi aveva dato la signora
Laura.
«Pablo Soler?»
«Sì, sono io.»
«Buongiorno, mi chiamo Guillermo Albi Carranza. Ho avuto
il suo numero dalla signora Laura Garayoa, credo che abbia
parlato con lei in merito alle ricerche che sto svolgendo.»
«È così.»
L'uomo non sembrava molto loquace, perciò continuai a
parlare io.
«Se non è troppo disturbo, mi piacerebbe incontrarla per
farle qualche domanda su Amelia Garayoa. Non so se la signora
Laura gliel'ha detto, ma era la mia bisnonna.»
«Sì, me l'ha detto.»
«Bene, allora, quando posso venire a trovarla?»
«Domani, alle otto.»
«Di sera?»
«No, del mattino.»
«Ah! Sì, be'... allora, se mi dà l'indirizzo, ci sarò.»
Era una vera sfortuna. Avrei preferito avere un po' di tempo
per riprendermi, ma non avevo altra scelta che infilare quattro
cose in valigia e imbarcarmi sul primo aereo per Barcellona.
Meno male che la zia Marta non lesinava sui fondi, perché avrei
dovuto dormire là e, considerato il mio stato, non ero disposto
ad andare in un albergo che avesse meno di quattro stelle.

Pablo Soler era un anziano signore alto e magro, molto


impettito e ancora sorprendentemente agile per la sua età, visto
che aveva superato gli ottanta. Venne lui ad aprirmi la porta di
casa, un attico in una zona residenziale di Barcellona.
"Alla faccia del comunismo!" pensai entrando
nell'appartamento ampio ed elegante. Alle pareti riconobbi un
Mompó, due disegni di Alberti, un Miró... insomma, un
patrimonio speso per l'arredamento.
«Le interessa la pittura?» mi domandò vedendo che ero
attratto dai quadri.
«Sì, sono un giornalista, ma ero in dubbio se studiare Belle
Arti.»
«E perché non l'ha fatto?»
«Per non morire di fame. So che mi manca il talento
necessario per fare qualcosa di grande... anche se nemmeno
come giornalista le cose mi vanno poi tanto bene.»
Pablo Soler mi condusse nel suo studio, le cui pareti erano
completamente rivestite di scaffali zeppi di volumi. Il ritratto di
una ragazza occupava l'unico spazio libero della parete in cui
non c'erano libri. Mi soffermai a guardare il quadro, perché la
modella sembrava mulatta.
«È mia moglie» disse lui.
«Ah!» mi limitai a replicare.
«Bene, veniamo subito al punto. Mi dica.»
«La signora Laura le avrà raccontato che...»
«Sì, sì» tagliò corto lui «lo so, sta cercando informazioni sulla
vita di Amelia.»
«Proprio così. Era la mia bisnonna, ma in famiglia non
sappiamo niente di lei, è sempre stato un argomento tabù.
Guardi, ho una copia di una vecchia foto. La riconosce?»
Pablo Soler osservò attentamente la fotografia.
«Era una donna molto bella» mormorò.
Poi suonò una campanella e immediatamente si presentò una
cameriera filippina, impeccabile nella sua uniforme. Io ero
sempre più stupito, perché ero convinto che fosse un
rivoluzionario. Le chiese di servire il caffè, cosa di cui gli fui
grato, visto che di solito alle otto del mattino non sono al
massimo della forma.
«Da dove vuole che cominci?» mi domandò senza tanti
preamboli.
«Pensavo che potesse dirmi se ha visto Amelia qui a
Barcellona, dopo che era scappata con Pierre. A quanto mi ha
raccontato la signora Laura, proprio in quei giorni lei si era
trasferito qui con sua madre. Insomma, se potesse dirmi chi era
davvero Pierre...»
«Pierre Comte era un agente dell'INO.»
«E che cos'è?» chiesi stupito, visto che non avevo mai sentito
quella sigla.
«Il dipartimento estero di intelligence, una sezione
dell'NKVD, che a sua volta derivava dalla Čeka creata nel 1917 da
Feliks Dzeržinskij. Sa di cosa sto parlando?»
Pablo Soler mi guardava incuriosito, dal momento che ero
rimasto scioccato dalla sua rivelazione. Avevo appena scoperto
che la mia bisnonna era fuggita con un agente segreto sovietico
come se fosse andata a passeggio.
«So chi era Feliks Dzeržinskij: un polacco incaricato del
servizio di sicurezza di Lenin. Fu lui a dar vita alla Čeka, un
corpo di polizia che aveva come scopo la persecuzione dei
controrivoluzionari.»
«Se vuole metterla così... Quando il potere e le funzioni della
Čeka aumentarono, si trasformò prima nel GPU, ovvero il
Direttorato politico di Stato, e poi nell' OGPU, la Direzione
politica di Stato generale. Finché, nel 1934, entrò a far parte
dell'NKVD . Ma le sarà più familiare la sigla KGB, che è il nome
che assunse a partire dal 1954. A quell'epoca, l' NKVD era
organizzato come un ministero, da cui dipendeva tutto: la
polizia politica, le guardie di frontiera, lo spionaggio estero, i
gulag. All'interno dell'NKVD c'era l'INO, un vero e proprio
esercito nell'ombra, che agiva in ogni parte del mondo. I suoi
agenti erano terribili.»
«Però, la bisnonna!»
«Quando Amelia fuggì con il compagno Pierre, non aveva
idea di cosa si occupasse. Josep e Lola non le avevano detto
niente su di lui, tranne che era un libraio di Parigi e un
compagno comunista; neanche loro sapevano che fosse un
agente sovietico. E sia Josep sia Lola erano comunisti convinti,
disposti a fare qualunque cosa venisse loro richiesta.»
«Credevo che sua madre fosse socialista.»
«All'inizio lo era, ma finì per militare con i comunisti; non le
piacevano le cose fatte a metà. Lola aveva un bel caratterino.»
«Mi stupisce che chiami i suoi genitori con il nome di
battesimo...»
«È meglio mantenere le distanze quando si tratta di
analizzare i fatti storici, ma nel mio caso ho cominciato a
pensare a loro come a Josep e Lola durante l'adolescenza. Erano
comunisti convinti, niente e nessuno sarebbe riuscito a far
vacillare le loro convinzioni. Erano tremendi. Lo sa? Non ho mai
smesso di ammirarli per la loro fede in una causa, per la loro
onestà, per il senso della lealtà e del sacrificio, ma non ho
nemmeno mai smesso di rinfacciare loro quanto fossero ciechi.»
«Mi scusi, professore, vorrei farle una domanda che forse
potrà sembrarle impertinente: lei è comunista?»
«Crede che avrei potuto insegnare a Princeton se lo fossi
stato? Mi sono bastati i miei genitori... No, non sono comunista,
e non ho mai condiviso la loro puerile idea del paradiso. Mi
sono ribellato ai miei genitori come fanno tutti i giovani; nel
mio caso, per motivi personali, soprattutto con mia madre, ma a
quell'epoca ero un bambino e per di più adoravo mio padre,
nutrivo per lui un'ammirazione sconfinata. Se vuole sapere cosa
penso, detesto tutti gli "ismi": comunismo, socialismo,
nazionalismo, fascismo... In definitiva, tutto quello che ha in sé
il germe del totalitarismo.»
«Ma avrà qualche ideologia...»
«Sono un democratico che crede nella gente, nell'iniziativa e
nella capacità di cavarsela senza tutele politiche né religiose.»
«Quindi lei è stato un "pacco" per i suoi genitori...»
«Come dice?»
«È un'espressione colloquiale. Suppongo che tutti i figli
finiscano per deludere i propri genitori: non siamo mai come
nei loro sogni.»
«Nel mio caso posso assicurarle che è proprio così.»
«Mi scusi se sono stato indiscreto, cercherò di non
interromperla più.»
Pablo cominciò a raccontare.

Josep ammirava Pierre. Credo che, pur non sapendo che fosse
un agente sovietico, ne intuisse l'importanza a causa dei suoi
spostamenti e della collaborazione con l'Internazionale
comunista, soprattutto perché era chiaro che Pierre raccoglieva
informazioni. Gli interessava tutto, da come si organizzavano i
comunisti spagnoli ai movimenti dei trockisti, alle forze della
gente della CNT, dei socialisti, o del governo di Azaňa. A volte, in
una conversazione affermava con disinvoltura di aver parlato
con un certo politico di sinistra, o di aver cenato con qualche
giornalista famoso.
Pierre aveva un alibi perfetto: libraio specializzato in testi
rari e antichi. La sua bottega a Parigi era un punto di
riferimento per chiunque cercasse edizioni rare, incunaboli o
libri proibiti. Il che gli permetteva di viaggiare in tutto il mondo
e di stabilire rapporti con parecchi intellettuali, gente sempre
inquieta e aperta alle novità, comprese quelle ideologiche.
Perciò nessuno si stupiva che ogni tanto quel libraio si trovasse
in Spagna e passasse del tempo tra Madrid e Barcellona, oppure
visitasse altre città spagnole.
Ero un bambino quando lo conobbi. Trovavo buffo il suo
accento francese, ma oltre allo spagnolo parlava anche l'inglese
e il russo. Sua madre era russa e aveva sposato un francese. Il
padre di Pierre condivideva la stessa ideologia del figlio, ma la
madre ringraziava Dio di essere scampata alla rivoluzione,
poiché molti suoi familiari erano scomparsi senza lasciare
traccia, vittime della politica repressiva di Stalin.
Nessuna donna riusciva a resistere a Pierre, perché era un
uomo galante ma soprattutto perché ascoltava, una cosa assai
rara in un'epoca in cui gli uomini, persino i rivoluzionari, non
andavano tanto per il sottile come al giorno d'oggi. Invece,
Pierre conosceva l'arte dell'ascolto; non c'era nulla che non gli
interessasse, niente che considerasse un aneddoto
insignificante. Sembrava che tutto quello che gli raccontavano
gli servisse e lo immagazzinasse nel cervello in attesa che
potesse tornargli utile. A volte mia madre rimproverava Josep
di non saperla ascoltare come faceva Pierre; e dire che anche
mio padre era portato per l'ascolto, tanto è vero che era riuscito
a convincere Amelia della bontà della rivoluzione.
Amelia si innamorò di Pierre senza volerlo. Lui era bellissimo
e diverso; pur non curando l'abbigliamento, era sempre
elegante, sprizzava simpatia e buon umore ed era
estremamente colto, senza mai essere pedante.
È vero, incontrai Amelia e Pierre a Barcellona all'inizio di
aprile del 1936. Io e mia madre arrivammo due giorni dopo di
loro.
Mio padre aveva deciso che fosse ora che andassimo a vivere
con lui. Aveva trovato un lavoro per mia madre come sarta
nella casa del suo capo.
La mansarda in cui abitava mio padre era più spaziosa di
quella in cui vivevamo a Madrid. Oltre alle tre camere e alla
cucina, c'era anche un piccolo gabinetto col lavandino, che
all'epoca era un lusso. Si trovava all'ultimo piano della casa del
principale di mio padre, che lo ospitava per averlo sempre a
disposizione, giorno e notte, in caso dovesse uscire
all'improvviso o accompagnare la signora da qualche parte.
Prima che gli mettessero a disposizione uno spazio tanto
grande, mio padre condivideva una camera con il
maggiordomo, in un'altra mansarda, ma aveva detto al capo che
voleva vivere con la famiglia e che aveva bisogno di un alloggio
dove sistemarla, altrimenti avrebbe dovuto lasciare il lavoro e
cercarne un altro.
Il principale gli aveva messo a disposizione la mansarda,
chiedendo però a mio padre di non dire a sua moglie che non
era sposato e che mia madre, Lola, non era la sua legittima
consorte, altrimenti avrebbero avuto entrambi dei problemi. A
lui non importava lo stato civile dei miei genitori; era un
commerciante pragmatico, soddisfatto di avere un autista a sua
disposizione ventiquattr'ore su ventiquattro, e soprattutto
discreto, visto che tutti i giovedì pomeriggio si faceva
accompagnare in una certa casa, dove ad aspettarlo c'era la sua
giovane amante; a volte, addirittura, quando andavano a
Madrid per affari, lei lo accompagnava. E così avevano
raggiunto un accordo: la mansarda grande, ma con una
riduzione di stipendio.
Pochi giorni dopo il nostro arrivo a Barcellona, andai
insieme a Lola a casa della signora Anita. Lì trovai Amelia. La
signora Anita era la vedova di un libraio e aveva ereditato dal
marito l'attività e le convinzioni comuniste, o forse era lui a
essere stato contagiato da lei. La signora Anita, prima di essere
trattata da "signora", faceva la stiratrice e tra i suoi clienti c'era
la famiglia del libraio. A quanto pare, all'epoca lei militava già
tra i comunisti. Era una ragazza sveglia e aveva finito per
ammaliare il figlio, sposandolo, ma lui era cagionevole di salute
ed era morto giovane a causa di un attacco cardiaco. Lei aveva
difeso con le unghie e con i denti il suo diritto di gestire la
libreria del marito, opponendosi ai suoceri, ed era riuscita ad
averla finalmente vinta. Si era messa a organizzare quelli che
chiamava i "pomeriggi letterari", riuscendo ad attirare molti
intellettuali, aspiranti scrittori, giornalisti e politici di sinistra.
Proprio in uno dei miei libri, quello su Aleksandr Orlov e sulla
presenza di agenti sovietici durante gli anni precedenti alla
guerra civile, faccio riferimento alla libreria della signora Anita:
era un posto in cui si lasciavano messaggi, ci si scambiava
informazioni e avvenivano discreti incontri fra gli agenti e i
loro supervisori.
La libreria della signora Anita comunicava per mezzo di una
scala interna con il suo appartamento, al primo piano di un
edificio nei pressi di plaza de San Jaime. Fu lì che ritrovammo
Amelia.
«Lola, Pablo, che gioia!» Amelia sembrava contenta di
vederci.
«Come stai? Va tutto bene?» si interessò Lola.
«Sì, sì, sono felice, anche se non riesco a smettere di pensare
a mio figlio e a...»
«Zitta! Zitta! Hai preso la decisione giusta. Tu e Pierre avete
una missione da compiere, e poi... vi amate. Amelia, hai deciso
di diventare una rivoluzionaria e per farlo dovevi abbandonare
la tua vita di frivola borghesuccia.»
Lola non usava molti riguardi nel rivolgersi ad Amelia. Col
tempo ho capito che segretamente la invidiava. Amelia era
bella, elegante, affabile, abbastanza colta e soprattutto aveva
quel non so che di chi è cresciuto circondato da cose belle: libri,
quadri, mobili... Lola era stata dapprima cameriera, poi
stiratrice e sarta, ma in fin dei conti era sempre una proletaria
piena di illusioni, convinta che fosse arrivata l'ora del riscatto
per chi, come lei, non aveva mai avuto niente.
«Non posso fare a meno di pensare a mio figlio. Voglio tanto
bene a Javier! Spero che il mio piccino un giorno capisca quello
che ho fatto... Comunque Pierre mi ha promesso che potrò
rivederlo, che è solo una separazione temporanea...»
Amelia voleva illudersi, ma Lola non glielo permetteva.
«A tuo figlio non mancherà mai niente, proprio come a tuo
cugino Jesús, che ha la stessa età di mio figlio Pablo... Ma ci sono
milioni di bambini che non avranno mai nemmeno un quarto di
quello che ha il tuo; è per quei bambini che devi sacrificarti.
Devi dimenticare te stessa e abbandonare il tuo egoismo
piccoloborghese. »

Quel pomeriggio non c'era molta gente a casa della signora


Anita, che, tra l'altro, si incupì appena mi vide. Anche se figlio
di Lola e Josep, ero pur sempre un moccioso e lei li detestava,
come disse senza tanti giri di parole.
«Quel bambino è di troppo.»
«Non so dove lasciarlo e Josep mi ha detto di venire qui per
incontrarmi con lui» replicò mia madre facendo spallucce.
Lola riconosceva nella signora Anita la proletaria che era
stata, nonostante la gonna di ottimo taglio, la camicetta di seta,
gli orecchini di perle e i capelli ben acconciati. Non si faceva
impressionare da una donna come lei.
«Oggi pomeriggio viene gente importante a trovare Pierre e
non voglio che siano disturbati» insisté la signora Anita.
«Pablo non disturba. Mio figlio è comunista dal giorno in cui
l'ho partorito ed è abituato alle riunioni politiche. E poi conosce
bene Pierre. Diglielo tu, Amelia.»
«Non si preoccupi, signora Anita, è un bambino molto
giudizioso e non darà fastidio.»

Josep rivestiva un ruolo importante fra i comunisti catalani;


non era un dirigente di primo livello, ma un uomo di fiducia dei
capi. Faceva il "postino", grazie al suo lavoro di autista e ai
frequenti viaggi a Madrid.
Per un bambino, quello non fu un pomeriggio divertente.
Seduto su una sedia, senza il permesso di muovermi, non
potevo fare altro che guardare. Quando arrivò Pierre, Amelia gli
andò incontro agitata.
«Sei molto in ritardo» si lamentò.
«Non sono riuscito a venire prima, dovevo vedere alcuni
compagni.»
«E non potevi incontrarli qui?»
«No, loro no. E adesso lasciami parlare con i signori che sono
appena arrivati, poi te li presento. Uno di loro è il segretario di
un membro del comitato esecutivo della Catalogna.»
«Ed è comunista?»
«Sì, ma il suo capo non lo sa. Ora taci e ascolta. Devi
imparare come muoverti a queste riunioni. Devi prestare
attenzione, e poi mi racconterai tutto. Voglio che ricordi ogni
cosa, anche se ti sembra insignificante. Guarda, cerca di parlare
con quel gruppo: i due a destra sono giornalisti molto influenti
in Catalogna e l'uomo con cui stanno discutendo è un dirigente
socialista. Sono certo che diranno cose che possono
interessarci. Chiedi alla signora Anita di presentarteli e fai come
ti ho detto: parla poco e ascolta molto. Sei bellissima e molto
dolce, si fideranno di te.»
Pierre la stava addestrando a diventare un'agente. Un'agente
che lavorasse per lui. Amelia era una giovane distinta,
beneducata, che sapeva come muoversi negli ambienti più
esclusivi senza dare nell'occhio. Pierre si era reso conto del suo
potenziale e pensava di usarlo a proprio vantaggio. Ma,
ovviamente, non aveva la minima intenzione di confidarsi con
lei, rivelandole di essere un agente dell'INO. Le aveva detto
qualche mezza verità: che faceva parte dell'Internazionale
comunista, che a volte la rappresentava in uno dei suoi viaggi,
portando messaggi ai compagni di altri paesi... e sapeva
presentarle come attività del tutto innocenti, tanto più agli
occhi di una donna inesperta come lei.
Amelia si avvicinò alla signora Anita e le sussurrò che Pierre
voleva che la presentasse agli uomini che discutevano
animatamente in fondo alla sala.
La signora Anita annuì, la prese sottobraccio e,
chiacchierando del più e del meno, la condusse verso i
giornalisti e il dirigente socialista catalano.
«Miei cari, vi ho presentato Amelia Garayoa? È un'amica di
Madrid in visita a Barcellona. Mi stava raccontando quanta
agitazione c'è nella capitale, vero, Amelia?»
«Sì, in effetti molta gente vorrebbe che il governo desse una
prova di forza per fermare i disordini e le provocazioni
dell'estrema destra.»
«Sì, bisognerebbe mettere loro i bastoni fra le ruote»
convenne il politico socialista.
«E cosa si dice del futuro del presidente Alcalá Zamora?»
chiese uno dei giornalisti.
«In realtà tutta l'attenzione è focalizzata su Manuel Azaňa.»
I tre uomini si guardarono, pensando che Amelia sapesse più
di quanto diceva, ma lei aveva cercato semplicemente di dire
qualcosa per togliersi d'impaccio. Non poteva certo immaginare
che due giorni dopo Alcalá Zamora sarebbe stato destituito
dall'incarico di presidente della repubblica. Infatti, era in atto
un'operazione politica per portare alla presidenza Manuel
Azaňa, e i tre uomini ne erano al corrente.
All'inizio, davanti ad Amelia parlavano con cautela, ma poi si
lasciarono andare. Lei si limitava ad ascoltare, annuendo e
sorridendo, e prestava grande attenzione a ogni singola parola
dei tre uomini, il che li faceva sentire al centro del mondo.
Quella fu una delle qualità che Amelia coltivò con grande
successo nel corso della sua vita, una qualità che Pierre aveva
saputo intuire, stimolare e plasmare.
Josep arrivò tardi, in compagnia di due dirigenti sindacali
che Pierre voleva conoscere. Perciò la serata si protrasse fin
oltre le dieci. Fummo gli ultimi ad andarcene, e ricordo che
Amelia mi diede un bacio, abbracciandomi con affetto. Lei e
Pierre erano ospiti a casa della signora Anita. Pierre aveva
preferito non andare in albergo, per non attirare l'attenzione su
Amelia, condividendo con lei la stanza. Sapeva che doveva
essere cauto affinché lei non si pentisse della decisione presa, e
per niente al mondo voleva esporla a un'umiliazione.
L'appartamento della signora Anita era abbastanza spazioso da
accoglierli senza dare fastidio alla padrona di casa, e avrebbero
trascorso lì quei primi giorni e molti altri nelle visite successive.
Proprio in quella casa avrebbero vissuto l'inizio della guerra
civile.
Non è difficile immaginare di cosa parlarono quella notte
Amelia Garayoa e Pierre Comte.

«E allora» chiese Pierre «cosa ti hanno raccontato i giornalisti?»


«Criticavano Alcalá Zamora perché ha sciolto il parlamento
due volte, e non è permesso dalla costituzione. E il socialista
diceva che non è escluso che l'incarico di formare il governo
finisca per essere affidato a Prieto. Poi si sono avvicinati Josep e
i sindacalisti, e uno di loro ha assicurato che Largo Caballero
non permetterà a Prieto di ottenere quel che vuole.»
«Largo Caballero non riesce a capire che non è ancora il
momento per un governo di sinistra: bisogna trovare un
accordo con la borghesia che non è fascista.»
«Ma sembra una contraddizione...»
«Non lo è, si tratta di agire tenendo presenti le circostanze
del momento. Non si può assestare il colpo fatale alla borghesia
prima del tempo, senza correre il rischio di perdere tutto. I non
fascisti non possono fare un passo senza di noi.»
«E noi senza di loro?»
«Sì, potremmo, ma il prezzo sarebbe più alto. Lasciamo che il
governo di Azaňa vada avanti, almeno per un po'...»

Rividi Amelia il giorno dopo, quando venne nella nostra


mansarda per parlare con Lola. Sempre affettuosa con me, mi
portò un pacchetto di caramelle al gusto di caffellatte, davvero
squisite. Sembrava felice, perché, come raccontò a mia madre,
Pierre le stava insegnando il russo.
«Sono portata per le lingue» disse.
Amelia e Lola passarono gran parte del pomeriggio a parlare
dei massimi sistemi; io le ascoltavo con attenzione, affascinato
dalle conversazioni degli adulti. E poi ero abituato a starmene
in silenzio, senza disturbare, durante le riunioni dei miei
genitori e dei loro compagni.
«Josep mi ha convinta a lasciare la Gioventù socialista. E non
sai quanto mi rincresce, perché mi piace quello che dice Largo
Caballero. Ma ha ragione, non possiamo starcene ognuno per
conto proprio, dobbiamo condividere tutto, ed è un momento
molto delicato. Ci sono cose che non potrebbe raccontarmi se io
fossi di un altro partito.»
«Fai bene, Lola. Mi sembra bellissimo poter condividere tutto
con l'uomo che ami! In fin dei conti, Largo Caballero non è poi
così lontano dal comunismo, vero?»
«Sì, ci sono delle differenze, anche se non tante come quelle
di Prieto con il Partito comunista. Prieto è troppo compiacente
con i borghesi.»
«Santiago era un simpatizzante di Prieto... Diceva che era un
politico onesto e si lamentava del potere di Largo Caballero.»
«Dimentica tuo marito! È acqua passata, adesso hai un'altra
vita; vivila senza guardarti indietro.»
«Vorrei che fosse così facile... Quello che provo per Pierre è
così intenso che mi brucia dentro, ma non riesco a smettere di
pensare a Santiago e al mio piccolo Javier... Gli voglio bene,
anche se a modo mio. Da quando me ne sono andata ho gli
incubi, non riesco a dormire. Appena chiudo gli occhi mi appare
il volto di Santiago, e se mi addormento mi sveglio di
soprassalto perché mi sembra di sentire il pianto di mio figlio.
Non posso farci niente, mi pesa sulla coscienza...»
«La coscienza è un'invenzione della Chiesa! È un modo facile
per dominare la gente. Se dominano la tua coscienza, dominano
anche te, perché non sei più libero. Da quando nasciamo, i preti
ci dicono quello che è giusto e quello che è sbagliato,
convincendoci che se non facciamo quello che vogliono
andremo dritti all'inferno. Ma l'inferno non esiste, è una favola
per gli stupidi, per tenere sotto controllo la povera gente.
Vogliono che soffriamo in terra per poi goderci il paradiso in
cielo, ma nessuno è mai tornato dall'aldilà per dirci cosa c'è. E
sai perché? Perché non c'è un bel niente, dopo la morte. I ricchi
hanno inventato Dio per dominare noi poveri.»
«Che cosa dici, Lola?»
«Dico la verità! Pensaci, pensa a dove vedi Dio. Forse Dio fa
qualcosa per i poveri? Se può tutto, perché permette tante
ingiustizie? Perché permette la sofferenza di tanti innocenti?»
«Non vorrai giudicare Dio o cercare di capirlo! Lui sa perché
ci obbliga a superare prove dolorose, e dobbiamo accettarlo.»
«Be', Dio potrà anche esistere, ma ti assicuro che non
intendo accettare che mio figlio sia inferiore al tuo, né che gli
sia negata l'educazione che avrà tuo figlio, oppure lo stesso cibo
o le stesse possibilità. Perché tuo figlio Javier e tuo cugino Jesús
devono avere dei vantaggi rispetto a Pablo? Su, dimmi perché.»

Lola aveva alzato la voce e guardava Amelia con aria di sfida. Il


sorriso di Amelia si era trasformato in una smorfia di dolore:
soffriva nel vedere quanto odio nutriva Lola, in parte rivolto nei
suoi confronti.
«Ho rinunciato a tutto per lottare per i più deboli. Ho
abbandonato mio figlio e mio marito, la mia casa, i miei
genitori, mia sorella, la mia famiglia, i miei amici, e l'ho fatto
perché credo che il mondo non sia giusto e nessuno abbia il
diritto di avere più di altri esseri umani. La mia rinuncia ti
sembra poco?»
«E credi che dobbiamo esserti grati per la decisione che hai
preso? L'avresti fatto se non ti fossi innamorata di Pierre?»

Amelia si alzò di scatto con gli occhi pieni di lacrime. Lola le


aveva appena inferto un colpo basso; in realtà aveva espresso a
voce alta quello che tutti sapevano, lei compresa: se non fosse
arrivato Pierre, si sarebbe limitata a flirtare con le idee
rivoluzionarie.
Mi spaventai vedendo Amelia e Lola guardarsi in silenzio. Dal
volto dell'una traspariva la rabbia, da quello dell'altra lo
stupore. Alla fine Amelia deglutì, fece un profondo respiro e
recuperò la calma che aveva perso.
«Credo sia meglio che me ne vada. La signora Anita ha
invitato alcuni amici a cena e devo essere lì prima per aiutarla.»
«Sì, da qui a casa sua c'è un bel pezzo di strada.»
Amelia mi baciò e mi passò una mano sul viso con tenerezza.
Poi se ne andò senza dire nulla. Lola sospirò. Josep si sarebbe
arrabbiato se avesse saputo che aveva litigato con Amelia. Se
Pierre l'aveva scelta, voleva dire che lei era importante per la
causa sacra del comunismo, ed era meglio non contrariarla, per
evitare che si pentisse di aver abbandonato marito e figlio. Ma
Lola era infastidita da Amelia, non aveva mai provato alcun
affetto per lei.

Anche se non fu il primo scontro fra loro, fu senz'altro quello


che scosse di più Amelia; al punto che non la rivedemmo nei
giorni seguenti, e fu Josep, rientrando a casa una sera, ad
annunciare che Pierre Comte e Amelia erano partiti per Parigi.
«È ancora offesa con me?» domandò Lola.
«Non lo so, non so nemmeno se ha riferito a Pierre la vostra
discussione. Lui non mi ha detto niente; quanto a lei, è stata
gentile come sempre. Sai che ti sei comportata male» disse
Josep.
«Io? Questo lo dici tu! Sono stufa di quella gattamorta, vi ha
abbindolati tutti... te compreso. Se non avesse incontrato
Pierre, avrebbe finito per farsela con te. Credi che non mi
accorgessi di come ti guardava imbambolata? E tu a
indottrinarla come se ne andasse della tua vita.»
«Su, Lola, non essere gelosa! Non mi piaci quando fai così.»
«Ah, no? Allora il signore mi dirà come gli piaccio e cercherò
di accontentarlo. Il signore vuole che abbassi gli occhi e
arrossisca quando mi guarda?»
«Smettila di dire idiozie!»
Si misero a urlare, senza accorgersi della mia presenza. Non
era la prima volta che litigavano, ma mai era andata in quel
modo. Lola era in preda alla rabbia. Era logico che lo fosse. Era
una donna coraggiosa, capace di grossi sacrifici per le sue idee,
però non sapeva sfruttare le sue doti femminili nel rapporto
con gli uomini. Li trattava alla pari, e in quella società, a quel
tempo, nonostante la gente di sinistra si riempisse la bocca con
il concetto di uguaglianza tra i sessi, gli uomini erano abituati al
fatto che le donne si sacrificassero.
Lola aveva lottato per guadagnarsi il rispetto e la
considerazione dei compagni, si era comportata con integrità e
coraggio durante i disordini seguiti allo sciopero generale
dell'ottobre del 1934. Era un'autentica rivoluzionaria, per
convinzione, per origini e perché la ragione le diceva che quella
era la via della liberazione per le donne come lei. La irritavano,
e intimamente li disprezzava, gli uomini che rimanevano
indifferenti al valore di ragazze come lei, mentre non sapevano
resistere alle donne come Amelia. Lola difendeva l'uguaglianza,
si era guadagnata il diritto di essere trattata alla pari, ma in
cuor suo la infastidiva che gli uomini si dimenticassero che
anche lei era una donna, non solo una compagna.
3

Amelia non fu molto fortunata con la sua nuova famiglia a


Parigi. Come faccio a saperlo? Come le ho detto, ho svolto
un'accurata ricerca sulle spie nel periodo della guerra civile
spagnola per scrivere quello che considero il mio libro migliore.
E Pierre era un agente molto speciale; apparentemente
collaborava con l'Internazionale comunista, il che gli
permetteva di entrare in contatto con i compagni di tutto il
mondo, ma in realtà, come le ho detto, faceva parte dell'INO.
È stato parecchio complicato ricostruire la sua vita per poter
contestualizzare l'importanza che Pierre ebbe all'interno del
movimento rivoluzionario e la sua presenza nella guerra civile.
Ho trascorso parecchi mesi a Parigi, parlando con gente che
aveva informazioni precise su di lui; alcuni l'avevano
conosciuto, altri avevano notizie di seconda o di terza mano. A
quanto pare, la sua liaison con Amelia non era un segreto, e ci
sono documenti che confermano la presenza a Parigi in quei
giorni della "bella spagnola".
La madre di Pierre, Olga, la accolse di malavoglia. Non
approvava che il figlio si legasse a una donna sposata. Il padre,
Guy, da buon francese, tollerava la situazione. Inoltre,
conosceva bene suo figlio e sapeva che non avrebbe mai
trascurato i suoi doveri di rivoluzionario, nemmeno per la
"bella spagnola". Guy Comte era al corrente della
collaborazione del figlio con l'Internazionale comunista: in fin
dei conti, se Pierre era comunista lo doveva a lui. Però ignorava
che fosse diventato un agente sovietico.
«E così hai abbandonato la tua famiglia per mio figlio» le
domandò Olga a bruciapelo, quando Pierre la ebbe informata
della situazione.
Amelia arrossì. Aveva percepito l'antipatia di Olga appena
varcata la soglia dell'appartamento che Pierre condivideva con i
genitori.
«Per favore, mamma, tratta più cortesemente la nostra
ospite!»
«La nostra ospite? Faresti meglio a dire "la mia amante". Non
si chiamano forse così le donne sposate che perdono la testa per
un uomo e abbandonano il focolare per vivere un'avventura
senza futuro?»
«Tesoro, non dire cose simili! Se Pierre ama Amelia, che sia
la benvenuta in famiglia, sarà dei nostri. E tu, figliola, non
lasciarti intimorire da mia moglie. Lei è fatta così, dice quello
che le passa per la testa senza pensarci, ma è una brava
persona. Vedrai, finirà per affezionarsi a te.» E, rivolto a Olga,
aggiunse: «È stato il nostro Pierre a sceglierla e dobbiamo
rispettare le sue decisioni».
«Amo Pierre, altrimenti... altrimenti non sarei stata capace
di fare quello che ho fatto... e poi... credo nella rivoluzione,
voglio aiutare...» balbettò Amelia con gli occhi pieni di lacrime.
Si sentiva umiliata e forse per la prima volta si era resa conto
che, agli occhi del mondo, la sua decisione la faceva apparire
una reietta.
«Mamma, Amelia è la mia donna: se non la accetti, ce ne
andremo seduta stante. Decidi tu. Ma se vuoi che restiamo, la
tratterai con la considerazione che merita una donna che ha
dimostrato coraggio e ha rinunciato a una vita comoda e agiata
per combattere per la rivoluzione mondiale. Non ha solo il mio
amore, ma anche il mio più profondo rispetto.»

Pierre guardava sua madre con ira e Olga si rese conto che, se
non voleva perdere suo figlio, avrebbe dovuto accettare quella
spagnola scriteriata. Avrebbe dovuto rassegnarsi ancora una
volta, come quando si era piegata al fatto che suo marito e suo
figlio fossero comunisti fanatici.
Olga aveva conosciuto Guy Comte quando faceva la dama di
compagnia di un'anziana aristocratica russa, una duchessa, che
passava dei periodi a Parigi. La vecchia signora era un'accanita
lettrice e amava comprare personalmente i libri, così era
diventata un'assidua cliente della libreria Rousseau, situata in
boulevard Saint-Germain, sulla sponda sinistra della Senna, e di
proprietà di monsieur Guy Comte.
Olga e Guy all'inizio si erano guardati di sottecchi. Poi Guy si
era messo a parlare con lei mentre la duchessa curiosava tra gli
scaffali, cercando libri. Più tardi Guy, con il permesso della
duchessa, aveva ottenuto un appuntamento con Olga. Se fosse
stato per lui, la relazione con Olga non sarebbe andata al di là di
una banale seduzione, ma la duchessa non era disposta a vedere
rovinata la reputazione della sua dama di compagnia, così
quando aveva scoperto che Olga era rimasta incinta li aveva
costretti a sposarsi. Lei stessa aveva fatto da madrina alla sposa,
dandole in dote una bella somma di denaro.
Forse per gli anni passati in mezzo all'aristocrazia, oppure
perché non le piacevano i rivoluzionari che rappresentavano
una minaccia per l'esistenza borghese del marito, Olga non si
era mai lasciata abbindolare da idee che, come diceva lei, non
sapeva dove potessero portare. Dunque, per Olga, Amelia non
era altro che una stupida ragazzina infatuatasi del suo attraente
figliolo, il quale l'avrebbe mollata non appena si fosse stancato
di lei. Finivano così tutte le storie di amori proibiti. Lei, che
come modelli di riferimento aveva Tolstoj, Dostoevskij, Gogol' e
i grandi classici russi, lo sapeva bene.
Pierre aveva a disposizione due stanze nella casa paterna;
l'una la usava come camera da letto e l'altra come studio.
Amelia passava più tempo nello studio di Pierre che nel salotto
di casa per non incontrare Olga. Le due donne si trattavano con
freddezza e cercavano di evitarsi.
Amelia si rendeva conto di quanto Pierre fosse legato ai
genitori e di come, nonostante le continue liti fra madre e figlio,
i due fossero uniti da un profondo affetto.
Amelia conobbe una Parigi diversa da quella che aveva
visitato con i genitori. Questa volta non passava le giornate
andando a trovare la sua prozia Lily, sorella di sua nonna
Margot, né visitando musei, come aveva fatto con la guida
paterna, insieme alla madre e alla sorella Antonietta. Le sarebbe
piaciuto andare a trovare la prozia, ma come poteva dirle che
aveva abbandonato la famiglia? La zia Lily non avrebbe capito,
di certo avrebbe disapprovato la sua decisione. Pierre sembrava
avere fretta di farle conoscere i suoi amici e, soprattutto, di
introdurla nell'attività politica di quella città così affascinante,
dove sembrava ci fossero rivoluzionari dietro ogni angolo.
Comunque, trovava sempre il tempo di portare avanti le lezioni
di russo che ad Amelia piacevano tanto.
Pochi giorni dopo il loro arrivo a Parigi Pierre perorò la sua
ammissione al Partito comunista, nonostante le perplessità di
alcuni compagni, che ritenevano una mossa troppo affrettata
accogliere tra loro una spagnola che conoscevano appena.
Fu Jean Deuville, un poeta, amico e compagno di partito di
Pierre, a opporsi con maggior fermezza all'ingresso di Amelia
nel Partito comunista francese.
«Non sappiamo chi è» argomentò davanti al comitato
parigino «per quanto il compagno Comte garantisca per lei.»
«Non è sufficiente il mio avallo? Ti ricordo che è bastato
perché tu diventassi uno di noi» contrattaccò Pierre.
Forse grazie al discreto intervento dell'ambasciata sovietica,
o perché Deuville alla fine aveva deciso di cedere per non
perdere l'amicizia di Pierre, Amelia Garayoa diventò una
militante del Partito comunista francese. Lei, una straniera,
senza altre credenziali che il ruolo di amante di un uomo
prezioso per i sovietici, convinto che la spagnola potesse
rivelarsi di grande utilità. Quello che Amelia non sapeva era
che, qualche settimana prima, il supervisore di Pierre gli aveva
trasmesso gli ultimi ordini giunti da Mosca da parte del capo
delle operazioni dell'INO: avrebbe dovuto trasferirsi in
Sudamerica per consolidare e ampliare le reti di agenti locali
che da poco erano state avviate laggiù.
Pierre era stato avvisato del carattere a volte focoso dei
sudamericani e aveva ricevuto l'ordine di scegliere con cura i
suoi collaboratori.
Continuava a pensare alla missione che si avvicinava e alla
necessità di disporre di una copertura più credibile rispetto a
quella di un libraio in cerca di gioielli bibliografici, che aveva
senso in Europa, ma non in quella parte del mondo, tanto
lontana quanto ignota.
Quando aveva conosciuto Amelia, aveva pensato che la
ragazza avrebbe potuto essergli utile. Non solo era dotata di una
bellezza delicata e di modi raffinati, ma era anche del tutto
ingenua, completamente malleabile, incapace di vedere al di là
delle proprie emozioni.
Fuggire con lei in Messico o in Argentina per sottrarsi alle ire
di un marito abbandonato sarebbe stata un'ottima copertura
che giustificava la loro presenza nel continente. E il fatto che lei
fosse spagnola rendeva il tutto ancora più credibile.
Consideri che Pierre era un agente sovietico, un uomo che
viveva unicamente per la rivoluzione, così accecato dalla sua
fede che gli esseri umani che incontrava sul suo cammino erano
per lui soltanto pedine da usare e sacrificare sull'altare dei
supremi ideali comunisti. E Amelia non faceva eccezione.
Da quando aveva deciso di coinvolgerla nel suo piano
sudamericano, Pierre cercava di non fare passi falsi con lei, e
recitava la parte del seduttore caduto nella rete dell'amore.
Per rafforzare la dipendenza di Amelia da sé, non esitava a
farsi accompagnare da lei a tutte le riunioni di amici in cui
potessero incontrare qualcuna delle amanti che l'avevano
preceduta, con le quali Pierre scambiava sguardi complici che
impensierivano la spagnola.
E così, fin dal giorno del suo arrivo, Amelia si vide trascinata
in un vortice di riunioni politiche, inframmezzate a cene con gli
amici di Pierre, alcuni dei quali commentavano alle sue spalle
che non capivano perché un uomo con le sue convinzioni e il
suo valore si fosse infatuato di una donna tanto bella quanto
inconsistente nella sua ingenuità.
In quei giorni le conversazioni giravano intorno a Léon Blum
e alle conseguenze dello scioglimento di Action Française, a
causa dell'aggressione che, nel febbraio del 1936, alcuni giovani
militanti avevano compiuto ai danni di Blum in occasione del
corteo funebre dell'accademico Bainville.
E fu proprio durante una cena alla Coupole per festeggiare il
compleanno di Pierre che avvenne il primo incontro tra Amelia
e Albert James.
Albert James era un giornalista statunitense di origine
irlandese che lavorava come freelance per diversi giornali e
riviste del suo paese. Alto, con i capelli castani e gli occhi
azzurri, era attraente e aveva grande successo con le donne. Gli
piaceva comportarsi da bon vivant, era un antifascista convinto,
ma non si era lasciato conquistare dal marxismo. Non era un
amico di Pierre, ma di Jean Deuville, perciò si avvicinò al
gruppo per salutare, attratto soprattutto dalla presenza di
Amelia.
Bevve con loro una coppa di champagne e fece di tutto per
mettersi accanto ad Amelia, che sembrava fuori posto.
«Cosa ci fa qui una ragazza come lei?» le chiese senza tanti
preamboli, approfittando del fatto che Pierre era impegnato a
dare il benvenuto a un altro amico che si era appena unito
all'allegra comitiva.
«E perché non dovrei essere qui?»
«Si vede che questo non è il suo ambiente. La immagino
dietro il vetro di una finestra, a ricamare, in attesa che il
principe azzurro arrivi a salvarla.»
Amelia scoppiò a ridere alla battuta di Albert James, che le fu
subito simpatico.
«Non sono una principessa, quindi sarà difficile che aspetti
ricamando l'arrivo del principe azzurro.»
«Francese?»
«No, spagnola.»
«Ma parla francese perfettamente.»
«Mia nonna è francese, del Sud; con lei parlavo sempre
francese; e poi passavamo l'estate a Biarritz.»
«Lo dice con nostalgia.»
«Nostalgia?»
«Sì, come se fosse una vecchietta che ricorda i tempi
passati.»
«Non lasciarti abbindolare da Albert» intervenne Jean
Deuville. «Anche se è statunitense, suo padre era irlandese e da
noi francesi ha imparato l'arte della seduzione. Come spesso
accade, l'allievo ha superato i maestri.»
«Oh, ma non parlavamo di niente di speciale!» si giustificò
Amelia.
«E poi, anche se non sembra, Pierre è geloso, e non mi
piacerebbe fare da padrino a un duello tra due cari amici»
continuò a scherzare Deuville.
Amelia arrossì. Non era abituata a battute così disinvolte.
Faticava ad abituarsi al ruolo di amante che le attribuivano
quegli uomini e quelle donne apparentemente senza pregiudizi,
che però la scrutavano e bisbigliavano alle sue spalle.
«È la fidanzata di Pierre?» domandò Albert James
incuriosito.
«Più che la sua fidanzata, è la donna che gli ha rubato il
cuore. Vivono insieme» commentò Jean Deuville, perché non ci
fossero dubbi, per l'americano, che non doveva andare oltre con
Amelia.
Lei si sentì a disagio. Non capiva perché Jean fosse stato
tanto esplicito, mettendola in una situazione che la faceva
sentire in imbarazzo.
«Capisco. Lei è una donna emancipata, il che mi stupisce
visto che è spagnola... Ma mi hanno raccontato che certe cose
sono cambiate in Spagna e che, grazie alla sinistra, le donne
cominciano a ricoprire ruoli importanti in tutti gli strati della
società. Anche lei è una rivoluzionaria?» domandò Albert James
con ironia.
«Non si prenda gioco di me» riuscì a dire Amelia, sollevata
nel vedere Pierre che si avvicinava.
«Cosa ti stanno raccontando queste due canaglie?» chiese
divertito, indicando Albert e Jean. «A proposito, Albert,
complimenti per quell'articolo uscito sul "New York Times"
relativo ai pericoli del nazismo in Europa. L'ho letto al mio
ritorno dalla Spagna e, francamente, mi ha sorpreso la tua
lucidità. Secondo te, Hitler non se ne starà buono entro le sue
frontiere, ma il suo obiettivo è l'espansione, e indichi come
primo bersaglio l'Austria, mentre pensi che Mussolini non farà
nulla per impedirlo, non solo perché anche lui è fascista, ma
perché sa che perderebbe contro la Germania.»
«Sì, ne sono convinto. Ho passato un mese in giro per la
Germania, per l'Austria e per l'Italia e le cose stanno proprio
così. Gli ebrei sono le principali vittime di Hitler, ma prima o
poi lo diventerà il mondo intero.»
«La questione non è combattere il nazismo perché
perseguita gli ebrei, ma perché è una piaga per l'umanità»
replicò Pierre.
«Però non si può trascurare quello che succede agli ebrei.»
«Io sono comunista e il mio unico fine è la rivoluzione, per
liberare tutti gli uomini dal peso del capitalismo che li schiaccia
e li sfrutta privandoli della libertà. E mi è indifferente che siano
ebrei o buddisti. La religione è un cancro, qualunque essa sia.
Dovresti saperlo.»
«Anche per non credere in Dio bisogna avere un'idea di Dio»
affermò Albert stringendosi nelle spalle.
«Se credi in Dio, non sarai mai un uomo libero: lascerai che
la tua vita sia dominata dalla superstizione.»
«E se sono comunista credi che sarò più libero? Non dovrò
piegarmi alle direttive di Mosca? In fin dei conti, Mosca vuole
salvare gli uomini dal male del capitalismo e molti di voi
finiscono per considerare il comunismo una nuova religione. La
vostra fede è più grande di quella dei nostri padri che recitano
la Bibbia. Non so se ti piacerà tanto il mio prossimo reportage
sull'Unione Sovietica, dove spero di andare presto. Come ben
sai, il ministero della Cultura sovietico ha preparato un tour per
mostrare ai giornalisti e agli scrittori europei i risultati della
rivoluzione; ma mi conosci, ho il difetto di analizzare e criticare
tutto quello che vedo.»
«Per questo non sei simpatico a nessuno.» L'affermazione di
Pierre tradiva quanto Albert lo infastidisse.
«Non ho mai pensato che i giornalisti debbano essere
simpatici, anzi, tutto il contrario.»
«Ti posso assicurare che ci riesci perfettamente.»
«Su, su, ragazzi!» li interruppe a quel punto Jean Deuville.
«Non ne vale la pena. Non farci caso, Amelia, questi due sono
fatti così: ogni volta che si incontrano si mettono a discutere e
non c'è modo di fermarli. Sono entrambi un po' polemici. Ma
oggi è il tuo compleanno, Pierre, e noi siamo qui per
festeggiare, vero?»

Albert si accomiatò, lasciando Pierre di malumore e Amelia


stupita. Aveva assistito in silenzio alla discussione, senza osare
intervenire. I due uomini sembravano impegnati in una disputa
che aveva origini lontane.
«È un povero diavolo, e rimarrà sempre un capitalista come
la maggior parte degli americani» commentò Pierre.
«Non essere ingiusto. Albert è una brava persona, solo che
non è stato folgorato sulla via di Damasco come san Paolo; e la
colpa è solo nostra, che non siamo stati in grado di convincerlo
a sostenere la nostra causa. Ma non ci è contrario, anzi, è vicino
a noi, perché odia i fascisti» replicò Jean Deuville.
«Non mi fido di lui. E poi ha parecchi amici trockisti.»
«E chi non conosce un trockista a Parigi?» lo giustificò Jean
Deuville. «Non diventiamo paranoici.»
«Caspita, come lo difendi!»
«Lo difendo dalla tua arbitrarietà. Siete entrambi
insopportabili quando volete avere ragione.»
«Non mi paragonare a lui!»
La voce di Pierre aveva un tono feroce, e Jean non replicò.
Sapeva che, se avesse continuato a parlare, avrebbero finito per
litigare, e ultimamente avevano già discusso a causa di Amelia,
per la quale adesso Jean nutriva una sincera simpatia, essendosi
reso conto che era del tutto inoffensiva.
«Su, Amelia, non c'è niente a cui non si possa rimediare con
una coppa di champagne» disse Pierre prendendo Amelia
sottobraccio e dirigendosi verso il tavolo a cui era seduto il
resto del gruppo.

Pierre organizzò con gran cura il viaggio in Sudamerica


ordinatogli da Mosca. La prima tappa sarebbe stata Buenos
Aires, dove il Partito comunista locale sembrava godere di una
grande credibilità presso i circoli culturali. Dal punto di vista
strategico, non si trattava di una zona fondamentale per gli
interessi sovietici, ma il capo dell' INO voleva avere occhi e
orecchie dappertutto. Nel corso del suo addestramento a Mosca,
gli istruttori dell'INO avevano insistito con Pierre
sull'importanza di saper ascoltare e di raccogliere qualunque
tipo di informazioni, per quanto insignificanti potessero
sembrare; a volte, si apprendevano notizie chiave a migliaia di
chilometri dal luogo in cui stavano per accadere determinati
eventi. Gli avevano anche spiegato quanto fosse importante
avvalersi di agenti che si muovessero nei settori strategici del
paese in cui bisognava operare. Non servivano a niente i
militanti entusiasti che lavoravano lontano dai centri di potere.
Mosca poteva contare già su un "residente" a Buenos Aires,
ma servivano agenti ben piazzati, in grado di trasferire
informazioni rilevanti.
Amelia non voleva lasciare Parigi e insisteva con Pierre per
restare ancora un po', perché faticava ad abituarsi all'idea di
essere tanto lontana da suo figlio. Non che avesse in mente di
tornare in Spagna, ma temeva che, andando a Buenos Aires, la
distanza sarebbe stata incolmabile.
Con molto tatto e molta pazienza, Pierre cercava di
convincerla che era meglio iniziare una nuova vita in un posto
in cui nessuno li conoscesse.
«Dobbiamo sapere se la nostra relazione è veramente forte.
Voglio stare da solo con te, senza nessuno che ci conosca
intorno.
Sono convinto che niente e nessuno riusciranno a separarci,
ma dobbiamo mettere alla prova il nostro amore, senza
interferenze, senza famiglia, senza amici.»

Lei gli chiedeva tempo per abituarsi all'idea che iniziare una
nuova vita dall'altra parte dell'oceano fosse la cosa migliore.
Pierre non voleva forzarla, temendo che lei, in preda
all'angoscia, decidesse di tornare in Spagna.
A volte lo esasperava l'atteggiamento di Amelia, che in pochi
secondi passava dall'euforia allo scoramento. Spesso la trovava
in lacrime, che si lamentava di essere una pessima madre e di
aver abbandonato suo figlio. In altri momenti, invece, sembrava
felice e contenta e gli chiedeva di andare a divertirsi, a
passeggiare per le strade di Parigi, a perdersi come innamorati
nei meandri della città.
Sua madre, Olga, non contribuiva certo a rendergli più facili
le cose, convinta com'era di stare perdendo il figlio per colpa di
quella spagnola.
«Stai buttando alle ortiche la tua vita per quella donna! E
non se lo merita! Cosa ne faremo della libreria se non torni?
Tuo padre sta soffrendo, anche se non te lo dice» lo
rimproverava.
In realtà, Guy Comte si era rassegnato alla decisione di Pierre
di trasferirsi in Sudamerica. Nutriva una fiducia cieca in suo
figlio ed era convinto che, se Pierre aveva preso una simile
decisione, dovesse essere la migliore. Ciò nonostante, in cuor
suo si chiedeva come fosse possibile che il figlio sacrificasse così
tanto per una donna come Amelia, che trovava bella ma insulsa.

Il 4 giugno 1936 Léon Blum diventò il presidente del governo


del Fronte popolare in Francia. A quell'epoca Manuel Azaňa
aveva già assunto la presidenza della repubblica spagnola in
seguito a elezioni nelle quali la destra si era astenuta. Indalecio
Prieto non era riuscito ad andare al governo a causa del veto
posto da parte del Partito socialista fedele a Largo Caballero.
Amelia seguiva con inquietudine le notizie sulla Spagna
pubblicate dai giornali francesi e sapeva che la situazione era
ancora più burrascosa di quando aveva lasciato il paese.
Gli amici di Pierre sostenevano che in Spagna poteva
succedere qualunque cosa, considerato che i gruppi di estrema
destra non desistevano dalla loro politica fatta di violenza,
intimidazioni e provocazioni.
Pierre aveva previsto di partire per Buenos Aires alla fine del
mese di luglio. Avrebbero viaggiato in una cabina di prima
classe su una lussuosa nave che salpava da Le Havre.
«Sarà la nostra luna di miele» assicurava ad Amelia,
cercando di vincere le sue ultime resistenze.
Ai primi di luglio Pierre ebbe un incontro a Parigi con il suo
"supervisore", Igor Krisov. A vederlo, sembrava un tranquillo
ebreo britannico di origine russa, che si occupava di antichità;
non si sarebbe mai detto che Igor Krisov era in realtà il
supervisore di diversi agenti nel Regno Unito, in Francia, in
Belgio e in Olanda.
Krisov entrò al Café de la Paix e cercò con lo sguardo Pierre.
Lo vide, apparentemente assorto, che stava leggendo un
giornale e bevendo caffè. Si sedette al tavolo accanto al suo e
ordinò un tè al cameriere.
«Vedo che ha ricevuto il mio messaggio in tempo.»
«Sì» rispose Pierre.
«Bene, compagno, ho nuove istruzioni per lei. Mosca vuole
che si rechi in Spagna prima di intraprendere il suo lungo
viaggio.»
«In Spagna, di nuovo?»
«Sì, laggiù la situazione peggiora giorno dopo giorno e
vogliamo che parli con alcune persone. In questa busta ci sono
le istruzioni. Preferiamo che sia lei a svolgere questa missione,
si tratta di pochi giorni.»
«Mi crea qualche problema. Sa che mi sono trovato, come
copertura, una giovane spagnola: ebbene, lei non è molto
convinta del viaggio che stiamo per intraprendere e se la
lasciassi sola per qualche giorno potrebbe tirarsi indietro...»
«La credevo più persuasivo con le donne» rispose Krisov con
ironia.
«È una ragazzina. Ho avuto molta pazienza, fatto parecchi
sforzi con lei, e credo che diventerà una brava agente,
inconsapevole ma efficiente.»
«Non commetta l'errore di rivelarle di cosa si occupa» lo
avvertì Krisov.
«Per questo le dico che sarà un'agente "cieca", lavorerà per
noi senza sapere quello che fa. È un'inguaribile romantica ed è
convinta che il mio unico desiderio sia riuscire a diffondere il
comunismo nel mondo intero.»
«E non è così?»
Lo sguardo ironico di Krisov mise Pierre a disagio.
«Naturalmente, compagno.»
«Abbiamo approvato la sua idea di usare la signorina
Garayoa. Come lei, siamo convinti che, date le sue
caratteristiche, possa esserle utile, ma non si fidi troppo.»
«Non lo farò, compagno.»
«Bene, ci rivediamo quando torna dalla Spagna.»

Il 10 luglio Pierre e Amelia arrivarono a Barcellona e


alloggiarono di nuovo a casa della signora Anita. Pierre si
sentiva più tranquillo sapendo di poter contare sull'ospitalità
della vedova, dal momento che lei si prendeva cura di Amelia
durante le riunioni a cui lui doveva partecipare nel corso della
giornata. All'inizio aveva pensato di lasciare Amelia a Parigi,
affidandola ai suoi genitori, ma poi aveva scartato l'idea: suo
padre non avrebbe potuto fare nulla se Olga e Amelia avessero
litigato. Inoltre, Pierre cominciava a preoccuparsi, perché
giorno dopo giorno Amelia sembrava più pentita della decisione
presa, perciò era costretto a non perderla di vista.
Amelia aveva accolto con gioia la notizia del ritorno in
Spagna. Gli aveva chiesto di andare a Madrid per cercare di
rivedere suo figlio e Pierre non le aveva detto un no tassativo,
ma non aveva la minima intenzione di accontentarla.
«Bene, bene, ecco di nuovo qui la coppia felice!» esclamò la
signora Anita a mo' di benvenuto. «E questa volta per quanti
giorni potrò godere della vostra presenza?»
«Tre o quattro. Devo vedere un cliente che mi dice di aver
trovato un libro che cerco da anni. Se le cose vanno per il verso
giusto, magari riusciamo anche a fare un salto a Madrid»
rispose Pierre.
«E lei, Amelia, andrà a trovare la sua amica Lola García?
Qualche giorno fa è stato qui Josep; è un brav'uomo e dovrebbe
vedere com'è orgoglioso di quel moccioso di suo figlio.»

Amelia annuì, a disagio. Dopo la discussione che avevano avuto,


non moriva certo dalla voglia di vedere Lola. Anzi, cominciava a
nutrire una certa avversione nei confronti della sua vecchia
amica, che riteneva colpevole per la piega che aveva preso la
sua vita.
Il giorno dopo, appena Pierre la ebbe salutata per recarsi ai
suoi appuntamenti, Amelia comunicò alla signora Anita che
sarebbe andata a fare alcuni acquisti che le erano necessari per
il viaggio a Buenos Aires. La vedova non sapeva se lasciarla
andare da sola, visto che Pierre l'aveva pregata di controllarla,
ma quella mattina stava aspettando una spedizione di libri e,
anche se c'era un garzone che la aiutava, preferiva non lasciare
la libreria, perciò permise ad Amelia di uscire non
accompagnata.
«Però non faccia tardi o mi preoccupo» la avvertì.
«Non si preoccupi, signora Anita, non mi perderò. Sono certa
che troverò la stoffa che mi serve qui nei dintorni.»
«Sì, a due isolati da qui c'è la Sedería Inglesa, hanno un
assortimento molto ampio di stoffe.»
In realtà, Amelia aveva altri progetti: andare alla centrale dei
telefoni per chiamare la cugina Laura. Era ansiosa di avere
notizie della sua famiglia, del suo piccolo Javier. Da quando era
fuggita non si era mai messa in contatto con Laura, e ai suoi
genitori non osava nemmeno mandare una lettera per chiedere
perdono.
Da Parigi non aveva avuto il coraggio di telefonare a sua
cugina, temendo che Pierre cercasse di dissuaderla. Si rendeva
conto che, per la prima volta dalla sua fuga, avrebbe avuto del
tempo per stare sola.
Uscì dalla libreria della signora Anita e si mise in cammino,
pensando che stava per tradire la fiducia che Pierre riponeva in
lei. Poi si disse che, come lui, anche lei poteva avere qualche
segreto.
Amelia non poteva immaginare che la fortuna non sarebbe
stata dalla sua. Quando, alla centrale dei telefoni, si avvicinò a
un'impiegata per chiederle di metterla in contatto con il
numero della casa dei suoi zii a Madrid, non si accorse
dell'uomo accanto all'impiegata che la guardava fisso, con aria
stupita. Lei non se ne ricordava, lui invece sì. Nel suo
precedente soggiorno a Barcellona, Amelia aveva accompagnato
Pierre a una riunione con alcuni compagni, tra cui quell'uomo,
un militante locale del partito, piazzato in un posto strategico.
Lui fu sorpreso di vederla lì da sola e, soprattutto, tanto
nervosa.
Amelia si torceva le mani mentre aspettava ansiosamente
che le passassero la linea. Nel frattempo, l'uomo convinse la
collega a prendersi un attimo di pausa, visto che il collegamento
tardava.
«Non preoccuparti, me ne occupo io.»
«Grazie, è da un'ora che devo andare in bagno.»
L'uomo era deciso a non perdersi nemmeno una parola della
conversazione di Amelia, quindi intercettò la linea dal suo
telefono.
Quando la centralinista di Madrid lo avvisò che dal telefono
richiesto avevano risposto, fece cenno ad Amelia, che era
distratta, di entrare in una cabina dove prendere la
comunicazione.
«Potete parlare» disse la centralinista di Madrid.
«Laura? Vorrei parlare con Laura» bisbigliò Amelia.
«Chi la desidera?» si informò la cameriera che aveva risposto
al telefono.
«Amelia.»
«La signorina Amelia?» chiese allarmata la cameriera.
«Per favore, faccia presto! Avvisi mia cugina, non ho molto
tempo.»
Qualche minuto dopo Amelia sentì la voce di sua zia Elena.
«Amelia, grazie a Dio ti sei fatta viva! Dove ti trovi?»
«Zia, non ho molto tempo per spiegarti... Dov'è Laura?»
«A quest'ora è a lezione, lo sai bene. E tu? Dove sei? Pensi di
tornare?»
«Zia, io... io non posso spiegare... mi dispiace molto per
quello che è successo... Come sta il mio piccino? E i miei
genitori?»
«Tuo figlio sta bene. Águeda si prende cura di lui come una
madre, anche se non l'abbiamo più visto. Santiago... be',
Santiago ha preferito tagliare i ponti con la famiglia. I tuoi
genitori telefonano ad Águeda per avere notizie del bambino.»
«E mio padre? Come sta? Si sa qualcosa di Herr Itzhak?»
«Tuo padre... ecco, ha avuto un attacco di cuore quando te ne
sei andata. Ma non spaventarti, non è stato niente di grave, il
medico ha detto che era per la tensione. Si è già ripreso.»

Amelia scoppiò a piangere. D'improvviso si rese conto delle


conseguenze provocate dalla sua fuga. Non aveva voluto
pensare a ciò che si era lasciata alle spalle, aveva preferito
credere che tutto sarebbe rimasto uguale, che niente sarebbe
cambiato. Invece scopriva che Santiago impediva ai suoi
genitori di vedere Javier e che suo padre aveva avuto un attacco
di cuore... e tutto per colpa sua.
«Dio mio, cos'ho fatto! Non potrò mai perdonarmi!» disse,
tra le lacrime.
«Perché non torni a casa? Se lo fai, tutto si aggiusterà... Sono
sicura che Santiago ti ama ancora, e se gli chiedi perdono...
avete un figlio... non può negare il perdono alla madre di suo
figlio. Torna a casa, Amelia, torna... I tuoi genitori ne sarebbero
felici, non c'è giorno che non si affliggano per la tua assenza,
proprio come noi. Anche Laura si è ammalata per il dispiacere...
Sono sicura che, se torni, nessuno si arrabbierà con te. Ti
ricordi la parabola del figliol prodigo?»
«E Edurne?» provò a chiedere Amelia.
«Sta da noi. Tua cugina Laura ha insistito per tenerla qui...
Santiago non la voleva più...»
«Cos'ho fatto! Cos'ho fatto!»
«Tesoro, è colpa delle cattive compagnie! Quella Lola, quei
comunisti... Lasciali perdere, Amelia, lasciali perdere e torna a
casa.»
L'uomo decise di interrompere la comunicazione. Aveva
intuito che la giovane amante del compagno Pierre stava per
cedere alle suppliche della zia perciò era meglio che non
continuassero a parlare. Inoltre pensò di telefonare subito alla
signora Anita; lei avrebbe saputo cosa fare.
«Senta, senta! È caduta la linea!» gridava Amelia cercando di
attirare la sua attenzione.
«Un momento, signorina, vedo se riesco a ripassargliela,
aspetti in cabina.»
Invece chiamò la signora Anita spiegandole rapidamente
quello che aveva sentito.
«Trattienila, sarò lì tra meno di un minuto. Queste
borghesucce credono che la vita sia un gioco.»
Amelia aspettava impaziente nella cabina, sperando di
riuscire a riavere la linea con la casa degli zii. Avrebbe preferito
parlare con Laura, ma sua zia si era dimostrata affettuosa e
comprensiva. Se fosse tornata a casa... forse tutti l'avrebbero
perdonata.
D'improvviso si sentì trafitta da un paio d'occhi freddi. La
signora Anita si stava dirigendo verso la cabina.
«Amelia, cara, che coincidenza! Sono dovuta uscire per una
commissione e mi era sembrato di vederla dalla strada. Vuole
che le faccia compagnia? Con chi aspetta di parlare, figliola?»
Amelia provò il desiderio di correre via, di scappare, ma la
signora Anita le aveva già afferrato un braccio.
«Volevo parlare con la mia famiglia» ammise tra le lacrime
«Certo, certo! Aspetterò finché non le passano la linea.»
«Non si preoccupi, ci sono dei problemi, richiamerò.»
«Ma non c'è bisogno di venire qui. Può usare il telefono della
libreria, è uno dei pochi lussi che mi concedo.»
«Non volevo disturbare...» si giustificò Amelia.
«Disturbare, lei? Niente affatto! Lei e Pierre siete i benvenuti
a casa mia. Abbiamo un ideale comune. Cara, lei non sa com'è
fortunata che Pierre si sia innamorato di lei. Quante donne
vorrebbero essere al suo posto! Ed è così attento e galante con
lei... Si goda la vita e non rinunci a un amore così grande, glielo
dico io che ho esperienza.»

Amelia pagò il costo della chiamata e uscì dalla centrale


telefonica insieme alla signora Anita, che non le lasciava il
braccio.
«Bene, adesso la accompagno a comprare la stoffa,
d'accordo? E smetta di piangere, il naso le è diventato rosso
come un peperone e ha gli occhi gonfi per tutte quelle lacrime.
Come si rattristerebbe Pierre se la vedesse così! Su, andiamo.
Nel pomeriggio passeremo a trovare la sua amica Lola, sono
sicura che saprà come tirarla su di morale.»

La signora Anita non la lasciò più sola nemmeno per un minuto.


Dissimulando l'irritazione che provava all'idea di fare la
"guardiana" della "borghesuccia", come definiva Amelia, passò
il resto della giornata ad accompagnarla in giro senza meta per
la città. Quando, nel pomeriggio, si ritrovarono con Pierre, la
signora Anita ormai faticava a nascondere il malumore e
nemmeno Amelia faceva alcuno sforzo per tenere a bada la
tristezza che l'aveva assalita dopo la conversazione con la zia.
Pierre era già stato informato dall'uomo della centrale
telefonica della conversazione tra Amelia e la signora Elena.
«Come avete passato la giornata?» domandò, facendo finta di
niente.
«Bene, molto bene, abbiamo fatto acquisti. Amelia aveva
bisogno di alcune cose per il vostro viaggio a Buenos Aires»
rispose la signora Anita.
«Ottimo. Se siete d'accordo, vi porto fuori a cena. Ho
incontrato Josep e si uniscono a noi anche Lola e Pablo. Cenare
con gli amici è la cosa migliore dopo una giornata di lavoro. Su,
Amelia, fammi un sorriso e vai a prepararti; nel frattempo devo
parlare con la signora Anita del libro che sono venuto a cercare;
ho bisogno dei consigli di un occhio esperto.»
Amelia, obbediente, andò a chiudersi nella camera che
condivideva con Pierre. Le pesava l'idea di incontrare Lola,
soprattutto in un momento in cui aveva il morale sotto i piedi.
Ma non osava contrariare Pierre, quindi aprì l'armadio per
cercare un abito da mettersi.
Nel frattempo, Pierre e la signora Anita erano scesi in
libreria, per parlare lontani dalle orecchie di Amelia.
«So cos'è successo, mi ha avvisato il compagno López quando
ha avvertito te. A quanto mi ha raccontato, la chiacchierata con
sua zia è stata irrilevante» affermò Pierre.
«A me non ha detto di cos'hanno parlato, ma la ragazza ha
passato tutta la giornata a piagnucolare e a lamentarsi per suo
figlio. Non lo so, temo che avrai problemi con lei. È molto
giovane e secondo me è pentita di aver abbandonato la
famiglia» replicò la signora Anita.
«Se diventasse un problema, la rispedirò io stesso a Madrid.»
«Caspita, ti credevo innamorato di lei!»
Pierre non rispose. Lo irritava perdere il controllo su Amelia.
Era stufo di comportarsi come un innamorato, stanco di fingere
ogni giorno di essere un seduttore, irritato di dover controllare
qualunque minimo gesto. Quasi desiderava che lei gli dicesse
che tornava a Madrid. Se non fosse stato per il viaggio a Buenos
Aires, per affrontare il quale aveva bisogno di una copertura,
l'avrebbe mollata seduta stante, lì a Barcellona, e che si
arrangiasse come poteva per tornare a Madrid.
Amelia scese a cercarli e tutto in lei lasciava trasparire la sua
svogliatezza: l'atteggiamento, il modo di camminare, l'aria
assente.
Si diressero a piedi verso un piccolo ristorante di proprietà
di un compagno, nei pressi del Barrio Gótico, dove ad aspettarli
c'eravamo noi, io e i miei genitori.
«Siete in ritardo» si lamentò Lola. «Siamo qui da più di
mezz'ora. Pablo è affamato.»
Ci sedemmo a un tavolo appartato e durante la cena Pierre si
sforzò di rendere allegra l'atmosfera. Ma né Amelia né Lola
erano dell'umore giusto, e la signora Anita aveva i nervi a fior
di pelle dopo aver perso un'intera giornata dietro ad Amelia.
Josep cercò di dare una mano a Pierre, facendo il possibile
per animare la serata. Alla fine, i due uomini decisero di
arrendersi all'atteggiamento delle donne, immergendosi in una
conversazione sugli ultimi avvenimenti politici che sembravano
dimostrare la volontà di un settore dell'esercito di porre fine
all'esperienza repubblicana. Il nome del generale Mola era sulla
bocca di tutti.
Amelia non toccò cibo, al contrario della signora Anita e di
Lola, che avevano sempre un grande appetito.
Al termine della cena, Josep si offrì di accompagnarli per un
tratto verso la casa della signora Anita. Pierre e Amelia
camminavano davanti e, anche se parlavano a bassa voce, mi
arrivavano frammenti della loro conversazione.
«Che ti succede, Amelia? Perché sei triste?»
«Niente, niente.»
«Su, non mentirmi. Ti conosco bene, so che c'è qualcosa che
ti addolora!»
Lei scoppiò in lacrime, coprendosi il volto con le mani,
mentre Pierre le metteva un braccio sulla spalla, con fare
protettivo.
«Io ti amo, ma... credo di essere stata molto egoista. Ho
pensato solo a me, alla mia voglia di stare con te, e non mi sono
comportata bene. So di non essermi comportata bene» ripeté.
«Perché fai così, Amelia? Ne abbiamo già parlato altre volte.
Tu stessa mi hai detto che non si può fare una frittata senza
rompere le uova. So che non è facile tagliare i rapporti con la
famiglia, credi che non lo capisca? Per esempio, tu non vai
d'accordo con mia madre. Lei è mia madre e le voglio bene, però
sono convinto che dobbiamo darci l'opportunità di cominciare
una nuova vita e, come tu hai lasciato la tua famiglia, io ho
lasciato la mia, il mio negozio, il mio futuro.»
«Ma tu non hai un figlio!»
«No, non ce l'ho, ma spero che ne avremo quando la nostra
relazione sarà solida e definitiva. Niente mi darebbe una gioia
più grande. Il mio unico rammarico è che tu non possa portare
Javier con te, almeno per ora, ma non scartiamo la possibilità di
riuscire ad averlo con noi in futuro.»
«Non succederà mai! Santiago non lo permetterà, non lascia
nemmeno che i miei genitori vedano il bambino.»
«E come lo sai? Hai parlato con loro?»
Amelia arrossì. Senza volerlo si era tradita, ma poi pensò che
di certo la signora Anita avrebbe finito per dirglielo.
«Ho parlato con mia zia Elena. Avevo telefonato a mia cugina
Laura, ma non c'era, e ha risposto mia zia.»
«Hai fatto bene, non devi perdere il contatto con la tua
famiglia. So che starai più tranquilla se hai loro notizie»
affermò Pierre pensando esattamente l'opposto. «Dimmi di cosa
avete parlato.»
«Sa che Javier sta bene grazie ad Águeda, la balia. Santiago
non intende più avere contatti con la mia famiglia e non
permette loro di vedere il bambino. Mio padre si è ammalato
quando me ne sono andata, di cuore... per colpa mia... sarebbe
anche potuto morire.»
«Questo non posso accettarlo! Non permetterò che tu ti
assuma la responsabilità della malattia di tuo padre. Cerca di
essere razionale, andiamo, nessuno si ammala di cuore per un
dispiacere; se a tuo padre è venuto un attacco cardiaco, non ne
sei tu la causa. Quanto al fatto che tuo marito non gli permetta
di vedere il nipote, la trovo una crudeltà. Non gli fa onore, e non
mi sembra giusto che se la prenda con i nonni impedendogli di
vedere il bambino. No, Amelia, tuo marito non si sta
comportando bene.»
Le parole di Pierre aumentarono il piagnucolio di Amelia,
che invece cercava di giustificare il marito.
«Lui è molto buono e non è ingiusto, solo che vedere i miei
genitori gli ricorda me, e ha tutti i motivi per volermi
dimenticare. Mi sono comportata così male con lui! Santiago
non si meritava quel che gli ho fatto!»
Pierre passò la notte a consolare Amelia, cercando di lenire
la ferita aperta nella sua coscienza.

Il giorno dopo era il 13 luglio, una data che si sarebbe rivelata


cruciale per la storia della Spagna: quel giorno fu assassinato
José Calvo Sotelo, leader della destra monarchica.
Pierre decise di andare a Madrid, pur non avendo ricevuto
ordini specifici in proposito; si trattava di un avvenimento
abbastanza grave da giustificare un viaggio nella capitale per
prendere contatto con i compagni che puntualmente gli
passavano informazioni sul governo Azaňa. Anche se a Madrid
c'erano agenti che dipendevano dall'ambasciata sovietica,
adesso era Pierre che voleva valutare la situazione e mandare
un rapporto preciso a Mosca.
Amelia accolse con gioia la notizia del viaggio a Madrid.
Pierre le mentì, dicendole di aver preso quella decisione
pensando alla sofferenza che lei provava. In realtà non si fidava
a lasciarla da sola con la signora Anita, e Lola e Amelia
sembravano molto distanti, cosa su cui prima o poi avrebbe
dovuto indagare.
Il viaggio in treno sembrava non finire mai. Quando
finalmente arrivarono a Madrid, trovarono la capitale nel caos.
Pierre decise di alloggiare in una pensione che si chiamava La
Carmela, in calle Calderón de la Barca, nei pressi del
parlamento. I proprietari della pensione erano molto attenti
alla pulizia e all'identità dei loro ospiti. Erano orgogliosi di
avere come clienti anche alcuni deputati. C'erano soltanto
quattro stanze e furono fortunati a trovarne una libera.
«Ieri è partito il signor José, sa, il commesso viaggiatore di
Valencia che viene a trovarci una volta al mese. Credo che
l'abbia incontrato, qualche volta» disse la proprietaria, la
signora Carmela.
«Sì, credo di sì» rispose Pierre, che non aveva molta voglia di
chiacchierare.
«Non sapevo che fosse sposato» azzardò la signora Carmela,
incuriosita.
«Come vede...» replicò Pierre, senza dire né sì né no.
Pierre si preoccupava di cosa avrebbe fatto Amelia durante il
soggiorno a Madrid. Non poteva portarla con sé ovunque,
perché doveva incontrare agenti, avere conversazioni
confidenziali, il che sarebbe stato impossibile in sua presenza.
Ma, se la lasciava sola, era sicuro che avrebbe finito per cedere
all'impulso di andare a trovare la sua famiglia, con conseguenze
imprevedibili. Pertanto decise di prendere l'iniziativa:
organizzare l'incontro personalmente ed essere presente.

«Forse ora dovrebbe parlare con la signora Laura. Lei potrà


dirle meglio di me cos'è successo in quei giorni a Madrid. Poi
torni qui e continueremo la nostra chiacchierata» concluse
Pablo Soler con un sorriso compiaciuto.
Aveva parlato per più di quattro ore e io non avevo aperto
bocca. Stentavo ancora a crederci: la mia bisnonna era fuggita
con un agente francese dell'intelligence sovietica e si era
iscritta al Partito comunista francese. Un attimo prima era una
ragazzina scapestrata e l'attimo dopo si era trasformata in una
Mata Hari in erba.
«Ha mai rivisto Amelia?»
«Sì, certo, quando ripassarono da Barcellona. Le ho già detto
che uno dei miei libri migliori ha come oggetto gli agenti
sovietici in quegli anni, e Pierre era uno di loro. Perciò ho
dovuto indagare a fondo su di lui e sulla sua sorte. Era un uomo
molto interessante, un fanatico, anche se non lo dava a vedere.
Credo che dovrebbe leggere il mio libro, le sarebbe senz'altro
molto utile.»
«Parla della mia bisnonna?»
«No, non parla di lei.»
Pablo si alzò e prese da uno scaffale un libro piuttosto
voluminoso. Lo ringraziai per il regalo e gli promisi di
richiamarlo.
«Mi raccomando, in questi giorni non ho molto da fare, ho
appena mandato un libro in stampa, perciò adesso sono quasi in
vacanza.»
Mentre mi accompagnava alla porta, ci venne incontro sua
moglie.
«Non rimane a pranzo con noi?» propose sorridendo.
«Ah, Charlotte, non ti ho presentato il signor Albi.»
«Piacere di conoscerla, signora. Sono Guillermo Albi.»
«Signor Albi, devo ringraziarla per aver tenuto compagnia a
mio marito. Quando non scrive non sa cosa fare del suo tempo
e, visto che ha appena finito un libro, non ha altra scelta che
prendersi un attimo di respiro. Quindi lei è il benvenuto.»
«Grazie mille, spero di non dovervi disturbare troppo spesso,
anche se il signor Pablo mi ha invitato a tornare a trovarlo
presto.»
Pur con qualche anno in più, era evidente che Charlotte era
la stessa donna del quadro che aveva attirato la mia attenzione.
Sembrava americana, anche se parlava un ottimo spagnolo, con
un lieve accento del Sud, ed era simpatica; a giudicare dal
quadro, doveva essere stata molto bella e conservava ancora
qualche traccia dell'avvenenza di un tempo.

Tornai in albergo per telefonare in tutta tranquillità alla


signora Laura. Il compito che mi aveva assegnato la zia Marta
cominciava a divertirmi. Era una continua sorpresa, e già mi
immaginavo la scena del prossimo Natale, quando la mia
famiglia avrebbe letto la storia della bisnonna. Alla zia Marta,
che era di destra, sarebbe venuto un colpo nello scoprire che
sua nonna era stata l'amante di un agente sovietico.
Mentre mi dirigevo in albergo, riaccesi il cellulare. C'era un
messaggio urgente del caporedattore della cultura del giornale
on line con cui collaboravo. Gli telefonai subito.
«Guillermo, dov'eri finito? Avresti dovuto consegnare ieri la
recensione del libro di Pamuk. Così ci metti nei guai, perché
dalla casa editrice, quella che si fa pubblicità sul nostro sito, ci
hanno chiamato stamattina per sapere cosa sta succedendo.»
«Mi dispiace, Pepe, ho avuto da fare, te la mando subito.
Dammi un'ora.»
«Un'ora? Senti, questo è un giornale on line e devo
pubblicare la recensione adesso. Dove cavolo sei?»
«Sono a Barcellona per conoscere uno storico, Pablo Soler.»
«Caspita! Soler è uno degli storici più autorevoli, i suoi libri
sulla guerra civile sono tra i più seri e imparziali. Lui è
un'autorità nell'ambiente universitario americano.»
«Sì, lo so che è una grande personalità. Sai, ho avuto
l'occasione di conoscerlo e... be', mi è passata di mente la
recensione, ma ho letto il libro e non ci metto niente a scrivere
l'articolo e a mandartelo. Dammi il tempo di arrivare in albergo,
sono per strada.»
«Per questa volta, passi. Ah, senti, visto che conosci Pablo
Soler, chiedigli un'intervista; sarebbe un colpaccio, perché non
ama i giornalisti e non ne concede mai.»
«Va bene, ci proverò, sentiamo cosa mi dice.»
«Sì, provaci, se non altro al direttore passerà l'incazzatura
che gli hai fatto venire. Ah, e non metterci più di mezz'ora a
consegnarmi quel maledetto articolo.»
Alla fine aveva ragione mia madre: la storia della bisnonna
mi stava coinvolgendo ai punto di allontanarmi dalla realtà, che
poi non era altro che un misero impiego per un giornale on line
che mi pagava cento euro al pezzo. Da mesi non superavo i
quattrocento euro, che mi bastavano a malapena per comprare
le sigarette, l'abbonamento dell'autobus e poco altro. Se Pablo
Soler mi avesse concesso un'intervista, forse il direttore del
giornale si sarebbe finalmente convinto che poteva affidarmi
qualcosa di più della critica letteraria. Le interviste erano
pagate meglio. Ovviamente mi metteva in imbarazzo tornare a
casa del professor Soler per chiedergli un'intervista; una cosa
era che avesse acconsentito a parlarmi della mia bisnonna,
un'altra era rilasciare dichiarazioni alla stampa. Ma ci avrei
provato. La mia situazione economica non mi permetteva di
andare tanto per il sottile, anche se, finché conducevo le
ricerche su Amelia Garayoa, potevo contare sullo stipendio
della zia Marta.
4

Non avevo finito di leggere il libro di Pamuk, ma avevo


abbastanza esperienza da riuscire a scrivere una recensione
all'impronta, e così feci. Telefonai a Pepe per chiedergli se
aveva ricevuto l'articolo, così da stare tranquillo. Insisté
sull'intervista al professor Soler e promisi che ci avrei provato
Poi telefonai a mia madre.
«Tesoro, dove sei? È tutta la mattina che provo a chiamarti,
ma il cellulare era sempre spento.»
«Sono a Barcellona, per incontrare una persona che ha
conosciuto la bisnonna.»
«La bisnonna? Sarà una cariatide... Se la tua bisnonna fosse
viva, adesso avrebbe più di novant'anni.»
«Sì, è anziano in effetti, ma era un bambino quando l'ha
conosciuta.»
«E chi è?»
«Non te lo dico, mamma, non mi lascerò scappare niente
finché non avrò finito le ricerche. Però posso anticiparti che tua
nonna ha avuto una vita piuttosto movimentata. Vi
sorprenderà.»
«La zia Marta mi ha chiamata per lamentarsi. Dice che non
vuoi metterla al corrente dei progressi delle ricerche e non sa
se stai davvero lavorando o se ti dai alla bella vita a sue spese.»
«Hai una sorella adorabile.»
«Guillermo, è tua zia e ti è molto affezionata!»
«Davvero? Be', lo nasconde bene, perché non me ne sono mai
accorto.»
«Guillermo, non esagerare.»
«Va bene, mamma, non me la prenderò più del necessario
con la zia Marta. Allora, ti chiamavo per sapere come stai e se
mi inviti a cena stasera.»
«Certo, tesoro, non vedo l'ora che tu sia qui.»
«Bene, verrò alle dieci, puntuale come un orologio.»
Riattaccai pensando che mia madre aveva una pazienza
infinita con me.
Poi telefonai alla signora Laura; volevo farmi raccontare
cos'era successo ad Amelia nei giorni precedenti alla guerra
civile. Se non con lei, doveva dirmi con chi parlare, perché era
chiaro che non sapevo dove sbattere la testa.
La domestica esitò quando le dissi chi ero e che volevo
parlare con la signora Laura o con la signora Melita. Mi lasciò in
attesa e dopo qualche minuto sentii la voce della signora Laura,
che mi parve più spenta della volta precedente.
«Non mi sento tanto bene, ho avuto un calo di zuccheri»
mormorò.
«Mi dispiace disturbarla, ma il professor Soler mi ha
raccontato che Amelia era venuta a Madrid due o tre giorni
prima che scoppiasse la guerra civile e aveva intenzione di
mettersi in contatto con la famiglia. Prima di proseguire, mi ha
suggerito di parlare con lei, per sapere quello che è successo in
quei giorni. Ma se non sta bene... insomma, posso aspettare.
Oppure può indicarmi qualcun altro a cui possa rivolgermi.»

La signora Laura ribadì che non si sentiva molto bene e che il


medico le aveva raccomandato di stare a letto. Anche la signora
Melita era indisposta, quindi la cosa migliore era che parlassi
con Edurne.
«In realtà fu lei a vedere Amelia in quei giorni. Con me ha
passato sì e no un'ora. Venga domattina, ma cerchi di non
stancarla troppo, è molto anziana e ricordare è un grosso
sforzo.»
«Le prometto che mi tratterrò il minimo indispensabile.»
Mi rendevo conto che le mie "fonti" erano persone anziane,
ormai agli sgoccioli della vita. Dovevo lavorare in fretta, oppure
rischiavo che una di loro scomparisse dall'oggi al domani. Decisi
di concentrarmi sulle ricerche e, per non perdere il lavoro al
giornale on line, di privarmi di qualche ora di sonno.
Quando arrivai in aeroporto, per Madrid erano rimasti solo
posti in business class. Pensai di aspettare il volo successivo, ma
decisi che la zia Marta non sarebbe certo andata in rovina per
un biglietto un po' più caro.
Atterrato a Madrid, presi un taxi. Ero sulla strada di casa
quando lo squillo del cellulare mi riscosse dai miei pensieri.
«Guillermo, tesoro, dove sei finito? Sono più di due
settimane che non mi chiami.»
«Ciao, Ruth, sono atterrato ora a Madrid, vengo da
Barcellona.»
«Volevo invitarti a cena a casa mia, ho un meraviglioso foie
gras che ho comprato ieri a Parigi.»
Non ebbi neanche un attimo di esitazione. Avrei telefonato a
mia madre per disdire l'impegno con lei: una serata con Ruth
mi sembrava molto più emozionante, soprattutto se ci fossimo
guardati negli occhi al di sopra di un buon foie gras. Ruth faceva
la hostess per una compagnia aerea last minute e di solito era
assegnata al volo per Parigi, quindi ero sicuro che avremmo
gustato anche un ottimo vino di Borgogna. La notte si
prospettava molto piacevole.
Mia madre brontolò, ma non si arrabbiò. E quando mi
illustrò il menu che mi aveva preparato, fui felice di aver
accettato l'invito di Ruth. Mia madre era convinta che
mangiassi malissimo e così, ogni volta che pranzavo o cenavo da
lei, si ostinava a propinarmi verdura e pesce alla piastra senza
neanche un pizzico di sale.
Trascorsi una serata memorabile. Non mi ero reso conto di
quanto mi mancasse Ruth finché non la rividi. A dire la verità,
lei aveva una pazienza infinita con me e non faceva pressioni
perché ci sposassimo. Mi lasciava la mia libertà, non so se
perché mi considerava il suo uomo-oggetto da vedere solo ogni
tanto o perché davvero intuiva che non ero pronto per
impegnarmi. In ogni caso, era la relazione ideale.

Alle undici del mattino mi presentai a casa Garayoa. La


domestica mi informò che la signora Laura era ancora a letto e
la signora Melita era dal medico, per fare delle analisi. L'aveva
accompagnata la pronipote, Amelia Maria.
Edurne mi aspettava seduta in biblioteca. Non sembrava
contenta di vedermi.
«Non le è bastato quello che le ho raccontato?»
«Prometto di non arrecarle troppo disturbo, ma mi
piacerebbe sapere cos'è successo quando Amelia tornò a Madrid
con Pierre.
Doveva essere il 14 o il 15 luglio del 1936. La signora Laura mi
ha detto che lei la vide.»
«Sì, la incontrai» rispose Edurne con un filo di voce. «Come
dimenticarlo...»

Amelia e Pierre erano a Madrid da un paio di giorni. Lui aveva


chiesto a una coppia di amici di occuparsi di lei e di non
lasciarla sola. Amelia cercò di opporsi all'idea di stare con la
coppia, ma non ebbe altra scelta; però si sentiva così oppressa
dalla mancanza di libertà e dalla sfiducia che Pierre nutriva nei
suoi confronti che cominciò a pensare di abbandonarlo. A
quell'epoca, comunque, Amelia era così confusa che avrebbe
potuto decidere di mettere fine alla sua storia con Pierre e poi
cambiare idea vedendolo arrivare sorridente con una rosa in
mano.
A un certo punto lui si rese conto che non poteva rimandare
oltre l'incontro con la famiglia di lei. La mattina del 17, in
presenza di Pierre, Amelia telefonò a Laura. Non era in casa, era
uscita con i fratelli, Melita e Jesús, e con la madre, la signora
Elena. Non c'era nemmeno il signor Armando. Amelia,
angosciata, chiese di me. Voleva vedere i suoi genitori, ma non
osava presentarsi a casa loro senza prima sapere cosa
l'aspettava, soprattutto se con sé avesse portato anche Pierre.
Impazzii di gioia sentendo la sua voce, e lei mi chiese di
raggiungerla alla pensione La Carmela, dove alloggiava. Può ben
immaginare che ci andai di corsa: dopo qualche minuto ero lì.
Appena ci incontrammo, entrambe scoppiammo a piangere
per l'emozione. Restammo abbracciate a lungo, e Pierre non
riusciva a separarci.
«Su, su, smettete di piangere! Non avevate tanta voglia di
vedervi? Ecco, finalmente...»
Amelia mi chiese di raccontarle nei dettagli come stavano i
suoi.
«Il signor Juan sta meglio, si è ripreso bene dall'attacco di
cuore; la signora Teresa lo segue come un'ombra. Tua madre si
è presa un bello spavento, perché il signor Juan era con lei
quando ha avuto il malore. Meno male che ha avuto la
prontezza di spirito di chiamare l'autista che ha portato subito
il signor Juan all'ospedale. Gli ha salvato la vita. Ma tuo padre è
triste, non è più lo stesso da quando te ne sei andata. La signora
Teresa è invecchiata tutto d'un colpo, però non si perde
d'animo: è lei il sostegno morale della casa. Anche tua sorella
Antonietta ha sofferto, non ha smesso di piangere per
settimane.»
«Tu pensi che, se vado a casa, i miei genitori mi
perdoneranno?»
«Ma certo! Li renderai felici.»
«E cosa diranno di Pierre?»
«Lui verrà con te?»
«Certo. Pierre è... è... insomma, è come se fosse mio marito.»
«Ma non lo è!»
«Lo so, non ancora. Ho intenzione di divorziare da Santiago
per sposarmi con lui, è solo questione di tempo.»
«I tuoi genitori sono molto addolorati per l'accaduto... Non
potresti andare da sola a trovarli?»
Amelia lo avrebbe preferito, ma Pierre non era disposto a
lasciarle vedere la famiglia in sua assenza. Aveva paura di
perderla. In realtà, ci mancava poco.
«E mio figlio? Come sta Javier?»
«Abbiamo sue notizie da Águeda. Il signor Santiago non
vuole più saperne della tua famiglia. Ha detto che preferisce
tenere le distanze e in futuro deciderà se permettere loro di
vedere il bambino. Ma è una brava persona, perché lascia che i
tuoi genitori telefonino ad Águeda quando lui non c'è per essere
informati del nipote.»
«Tu non lo hai più visto?»
«No, non ne ho avuto il coraggio. Ma puoi stare tranquilla,
Águeda si prende molta cura di lui, lo ama come se fosse suo
figlio, lo sai.»
Amelia scoppiò a piangere: si sentiva in debito con Águeda
perché si prendeva cura di Javier, ma al contempo la addolorava
sapere che lei avesse preso il suo posto.
«Ma è mio figlio! È mio!»
«Sì, certo che è tuo figlio, però tu non ci sei.»
Quelle parole furono peggio di uno schiaffo. Mi guardò in
preda alla rabbia e al dolore.
«Voglio mio figlio!» gridò.
Pierre la abbracciò temendo che avesse una crisi isterica.
Non era proprio il caso, visto che alla pensione La Carmela
pensavano che fossero marito e moglie.
«Calmati, Amelia, nessuno mette in dubbio che Javier sia tuo
figlio, e riusciremo a riprenderlo, vedrai, ma a tempo debito. A
Buenos Aires avvieremo le pratiche per il divorzio, e poi verrai
a prendere Javier.»
«Vai a Buenos Aires?» domandai.
«Non lo so! Non voglio andare da nessuna parte!»
Mi accorsi che Pierre era stanco di quella situazione e credo
che fosse sul punto di dirmi di portare via Amelia.
«Non devi venire, se non vuoi. In realtà ho proposto di
andarcene per iniziare una nuova vita, lontani dal nostro
passato, ma se non mi ami...»
«Sì, sì, ti amo! Ma mi sembra di impazzire!»
«È meglio che ora vada, Edurne. Adesso sa dove trovarci. Lo
dica agli zii di Amelia e, se lo ritengono opportuno, andremo a
casa loro o dai genitori di Amelia. Voglio chiedere umilmente
scusa al signor Juan e alla signora Teresa per il dolore che ho
causato e voglio che sappiano che amo Amelia più della mia vita
e desidero solo renderla felice.»

Tornai a casa vivamente impressionata. Ammiravo Pierre dal


momento in cui l'avevo visto a casa di Lola. Era così
convincente, sembrava così sicuro... E non avevo alcun dubbio
che fosse perdutamente innamorato di Amelia. Al tempo stesso
mi rendevo conto che lei non era felice, che era pentita della
decisione presa e che, se fosse potuta tornare indietro,
l'avrebbe fatto senza esitazioni. Ma non sapevo in che modo
aiutarla, mi sentivo persa come lei.
La signora Elena e le sue figlie non arrivarono fino a
mezzogiorno, e appena dissi loro che Amelia si trovava a
Madrid, che era molto infelice e che voleva vederli, la signorina
Laura non esitò un secondo.
«Andiamo subito da lei!»
«Ma, tesoro, non possiamo presentarci in quella pensione,
dove lei è con quell'uomo!»
«E perché no? Non capisci che non ha il coraggio di venire
qui?»
«Qui è la benvenuta, ma senza di lui. È questo che Edurne
deve riferirle. Vogliamo vederla e la accompagneremo a casa
dei suoi genitori, ma deve venire da sola. Sarebbe una vergogna
che si presentasse con quell'uomo. Tuo zio Juan morirebbe dal
dispiacere. Amelia deve capirlo.»
«Mamma, non fare così!» protestò la signorina Laura.
«Non intendo ricevere quell'uomo a casa mia! Mai! È uno
svergognato, ha approfittato dell'innocenza di Amelia, e non
voglio avere a che fare con gentaglia come lui.»
«Mamma, Amelia è innamorata di Pierre!»
«Ah, allora adesso è innamorata, non è scappata per fare la
rivoluzione... Santiago aveva ragione.»
«Però, mamma...»
«Basta, faremo come dico io. Edurne, vai da Amelia e dille
che la aspettiamo. Quanto a quell'uomo, deve capire che una
famiglia perbene non può riceverlo. Tuo padre sta per arrivare
e sarà d'accordo con me.»

Tornai di corsa alla pensione La Carmela senza accorgermi che


la signorina Laura mi stava seguendo a breve distanza. Aveva
deciso di disobbedire a sua madre pur di incontrare Amelia;
temeva infatti che lei avrebbe rifiutato di vederli se non poteva
farsi accompagnare da Pierre. Mi raggiunse quando stavo per
entrare nel portone. Salimmo insieme alla pensione, che si
trovava al primo piano. Amelia e Pierre stavano mangiando in
una piccola sala da pranzo. Ricordo ancora che la proprietaria
della pensione aveva servito loro uova al tegamino con
peperoni.
Se Amelia aveva pianto vedendo me, quando scorse la
signorina Laura versò fiumi di lacrime. Le due cugine si
strinsero in un abbraccio interminabile.
Pierre era a disagio per la situazione, e inoltre la signora
Carmela entrava in sala da pranzo con qualunque pretesto, pur
di non perdersi nemmeno un dettaglio di quanto succedeva. Lui
propose di uscire, di cercare un posto dove potessimo parlare
senza testimoni. Ci portò in un caffè di plaza Santa Ana, dove ci
sedemmo tutti e quattro.
«Amelia, devi venire da noi. Mamma chiamerà i tuoi genitori
e ti accompagneremo da loro, ma devi essere da sola. Lei deve
capire che in questo momento non è il benvenuto, magari più
avanti...» disse Laura rivolgendosi a Pierre.
Amelia sembrava disposta a lasciarsi convincere da sua
cugina, ma la reazione di Pierre le fece cambiare idea.
«Farò quello che vuole Amelia, ma devo dirle, signorina, che
neanche per la mia famiglia è stato facile accettare la mia
relazione con una donna sposata. Per quanto bene voglia a mia
madre, le ho imposto questa situazione, mettendo bene in
chiaro che se dovessi scegliere tra lei e Amelia, non avrei dubbi,
sceglierei Amelia.»
A quelle parole, Amelia si sentì in dovere di schierarsi dalla
sua parte.
«Se lui non può accompagnarmi, non verrò nemmeno io»
rispose, in lacrime.
«Amelia, cerca di capire! Tuo padre ha avuto un attacco di
cuore. Se ti presenti con Pierre, non so cosa potrebbe
succedergli. Per non parlare di tua madre... è meglio andarci
piano. Prima vieni tu, poi, insieme, li convinciamo a ricevere
Pierre. Non puoi chiedere ai tuoi genitori, di punto in bianco, di
accettare un uomo che non sia tuo marito. Sai quanto tuo padre
apprezzi Santiago...»
Pierre abbracciò Amelia accarezzandole i capelli.
«Ce la faremo!» le disse con voce appassionata. «Non
preoccuparti, tutto si aggiusterà, ma dobbiamo dimostrare a
tutti che il nostro è vero amore.»
Amelia si sciolse dall'abbraccio e si asciugò le lacrime col
fazzoletto di Pierre.
«Di' ai tuoi genitori che io non andrò da nessuna parte senza
di lui. Intendo divorziare da Santiago e diventare la moglie di
Pierre. Se potete aiutarmi a fare in modo che i miei genitori mi
ricevano, sarò la donna più felice del mondo, altrimenti... mi
ritengo già soddisfatta di averti potuto abbracciare. Spero che
riuscirai a convincerli, ma se così non fosse... almeno
promettimi che non mi dimenticherai mai e che farai
l'impossibile perché un giorno mi perdonino. Adesso ti prego di
tornare a casa con Edurne e di provare con tutte le tue forze a
ottenere quello che ti ho chiesto.»

Si abbracciarono di nuovo, piangendo calde lacrime, e la


signorina Laura le promise che avrebbe cercato di convincere i
suoi genitori.
«Spero che almeno papà ci dia una mano. Magari sarà più
comprensivo di mamma. Né lei né tua madre sono favorevoli al
divorzio, ma se sapranno che avete intenzione di sposarvi forse
cederanno.»

Con estrema sorpresa, al nostro rientro a casa trovammo il


signor Armando in stato di grande agitazione a causa delle
notizie che arrivavano dal Nordafrica, dove si diceva che un
gruppo di militari fosse in rivolta.
In quelle prime ore le informazioni erano confuse e si
parlava di una possibile sedizione capitanata dai generali Mola,
Queipo de Llano, Sanjurio e Franco.
«Papà, devo parlarti» disse Laura al signor Armando.
«Tesoro, adesso non posso, devo andare in parlamento per
incontrare un mio cliente, un deputato; voglio sapere cosa sta
succedendo.»
«Amelia è a Madrid.»
«Amelia? Tua cugina?»
«Sì, Armando, tua nipote si trova qui, e Laura è scappata per
andare a trovarla. Stavo per dirtelo, ma non ne ho avuto il
tempo. Sei così in agitazione per questa rivolta...» aggiunse la
signora Elena.
La novità diede il colpo di grazia al signor Armando. Di tutti i
giorni possibili, quello era il meno adatto per affrontare un
dramma familiare. Il paese stava andando in pezzi e loro
dovevano preoccuparsi della situazione di Amelia.
«Bisogna avvisare i suoi genitori. Preparati, Elena, dobbiamo
andare a casa di mio fratello. Dov'è quella pazza?» chiese a sua
figlia.
«Alla pensione La Carmela, ed è insieme a Pierre.»
«Con quel disgraziato! Non importa, andremo a prenderla.
Dio mio! Doveva farsi viva proprio oggi!»
«Maledizione, papà, l'importante è che nostra cugina sia
qui!» lo rimproverò Melita, la figlia maggiore.
«No, la cosa davvero importante è che non sappiamo se è in
atto un colpo di Stato, il che, come potete immaginare, avrebbe
conseguenze terribili. Bene, facciamo quello che dobbiamo fare,
andiamo a prenderla.»
«No, papà, non possiamo farlo, a meno che non siate disposti
ad accettare Pierre» dichiarò Laura.
«Cosa? Accettare quello svergognato? Mai!»
«Papà, Amelia dice che verrà qui o andrà a casa dei suoi
genitori soltanto se Pierre potrà accompagnarla, altrimenti...»
«Come osa proporre una simile assurdità? Non riceveremo
quell'uomo. No, non intendo aprirgli le porte di casa mia»
intervenne la signora Elena.
«Spiegati, Laura» pretese il signor Armando, molto serio.
«O riceviamo tutti e due, oppure Amelia non metterà piede
in questa casa né in quella dei suoi genitori; lo ha detto molto
chiaramente. Papà, ti supplico di accettare anche Pierre. Edurne
mi ha riferito che lui intende portarla a Buenos Aires. Credo
che, se andiamo da lei e fingiamo di accettare anche lui,
riusciremo a convincerla a rimanere; altrimenti penso che la
perderemo per sempre.»

Il signor Armando era sopraffatto dagli avvenimenti, sia politici


sia familiari.
«Figlia mia, dopo quello che ha fatto, Amelia non può
imporre condizioni. Le porte di questa casa saranno sempre
aperte per lei, e non ho dubbi che anche mio fratello dirà la
stessa cosa se la figlia busserà alla sua porta. Ma lei non può
pretendere che accettiamo un uomo che ha portato una simile
disgrazia nella nostra famiglia. E non ho il coraggio di andare da
tuo zio a dargli un dispiacere comunicandogli che, se vuole
rivedere Amelia, deve accogliere quel Pierre in casa sua.
Sarebbe una crudeltà nei suoi confronti.»
«Lo so, papà. Ho cercato di far ragionare Amelia, ma è
impossibile. È... è come se avesse perso la volontà. Si è fatta
plagiare da Pierre.»
«E cosa facciamo?» volle sapere la signora Elena.
«Edurne tornerà alla pensione e spiegherà ad Amelia che
deve venire qui senza quell'uomo. Poi la accompagneremo a
casa dei suoi genitori» sentenziò il signor Armando.
«E se si rifiuta?» disse Laura con un filo di voce.
«Ci metterà in una situazione molto difficile. Dovrò spiegare
a mio fratello cosa succede, e temo che questo dispiacere avrà
ripercussioni sulla sua salute.»
«Papà, perché non vai tu a parlare con Amelia?» supplicò
Laura.
«Io? No, tesoro, mi sembra alquanto sconveniente incontrare
quell'uomo, che non si meriterebbe altro che una sfida a duello
per il modo in cui si è comportato.»

Come mi fu ordinato, tornai alla pensione La Carmela, ma non


trovai né Amelia né Pierre. La proprietaria mi informò che
erano usciti in tutta fretta, dopo che un giovanotto era passato
alla pensione per avvisare Pierre di una rivolta militare nel
Nordafrica. La signora Carmela mi disse di essere spaventata,
ma non ebbe comunque remore a chiedermi cosa succedeva tra
Pierre e Amelia, e perché lei non smetteva di piangere. Non le
risposi e mi limitai a chiederle se sapeva dove fossero andati o
quando sarebbero tornati, ma non ne aveva idea, perciò rientrai
a casa.
Quella sera Amelia telefonò a Laura. Il signor Armando e la
signora Elena erano andati a casa del signor Juan e non erano
ancora tornati. Laura cercò di convincere sua cugina a
incontrare la famiglia da sola, ma fu tutto inutile. Amelia le
annunciò che il giorno dopo sarebbe ripartita per Barcellona e
da lì per la Francia. Non sapeva se si sarebbero mai riviste.

Edurne rimase in silenzio, con lo sguardo assente, come quando


avevamo parlato la volta precedente. Sembrava che quei ricordi
la colpissero profondamente e non sapesse come controllarli.
«Questo è tutto?» domandai.
«Sì, è tutto. Amelia partì. La signora Teresa, il giorno dopo,
andò a cercarla alla pensione La Carmela, insieme ad
Antonietta, ma lei era già andata via. Non era stata una
decisione facile per la signora Teresa presentarsi lì, ma aveva
deciso che doveva strappare Amelia dalle grinfie di Pierre:
l'amore per sua figlia era più forte delle convenzioni sociali e
familiari. Non lo aveva detto al signor Juan, aveva
semplicemente preso una decisione e chiesto ad Antonietta di
accompagnarla, ma erano arrivate troppo tardi. Pianse
moltissimo, rammaricandosi di non aver agito con maggior
sollecitudine, uscendo al mattino presto o addirittura la sera
precedente.
Immagino che Pierre avesse pensato che fosse meglio
andarsene prima che la famiglia decidesse di presentarsi per
riprendersela.
Salutai Edurne, ringraziandola sinceramente per quello che
mi aveva raccontato e dicendole che speravo di non doverla più
disturbare. Ero piuttosto emozionato dalla piega che avevano
preso gli eventi e mi chiedevo che cosa era successo in seguito.
Era chiaro che avrei dovuto assolutamente parlare di nuovo con
Pablo Soler.
Nell'androne incontrai Amelia Maria con sua zia Melita. Che
confusione con tutte quelle Amelia!
«Sto andando via» dissi, prima che mi guardasse storto.
«Sì, sapevo che sarebbe venuto oggi.»
«Lei come sta?» domandai all'anziana signora, che
camminava lentissima, accompagnata, oltre che dalla sua
pronipote, anche da un'infermiera.
«Sono alla fine, figliolo, ma aspetterò di leggere il suo
racconto» mi rispose sorridendo. «Oggi mi sembra di stare un
pochino meglio, e i medici dicono che non ho nulla; come se
l'età non fosse una malattia... ma lo è, caro Guillermo, lo è. E il
peggio è che ti priva dei ricordi.»
«Su, zia, devi riposare. Accompagni mia zia all'ascensore»
disse all'infermiera.
Amelia Maria rimase per qualche secondo in silenzio a
guardare la zia che entrava in ascensore appoggiandosi
all'infermiera.
«Bene, Guillermo, come va la sua storia?»
«Una sorpresa dietro l'altra. La bisnonna ha avuto una vita
piuttosto movimentata.»
«Sì, non ho dubbi, ma c'è dell'altro?»
«Niente di speciale, sua zia Laura mi sta aiutando molto, mi
procura un sacco di contatti. Cos'ha detto il medico alla signora
Melita?»
«Che sta bene; tutto sommato gode di buona salute, ed è un
miracolo alla sua età. Da qualche giorno ho assunto
un'infermiera che stia in casa a prendersi cura delle mie zie. Se
succede qualcosa, lei sa come comportarsi.»
«Ha fatto bene. Allora, è stato un piacere vederla, zia.»
«Come dice?»
«Anche se la cosa non l'aggrada, siamo parenti, e per me lei
dovrebbe essere una lontana zia, giusto?»
«Lo sa, Guillermo? Lei non è affatto divertente.»
«Non è questa la mia intenzione, glielo assicuro.»
Mi divertiva infastidirla, perché mi ricordava molto mia zia
Marta.
Andai a casa di mia madre a mangiare le verdurine a cui
sapevo di non poter sfuggire, poi passai dalla redazione del
giornale a prendere il mio esiguo assegno e, da lì, mi recai
direttamente all'aeroporto. Il giorno dopo dovevo incontrare
Pablo Soler. Un tipo proprio mattiniero: mi aveva di nuovo dato
appuntamento alle otto in punto.
5

Charlotte mi aprì la porta e mi accompagnò nello studio di suo


marito.
«Preparo subito il caffè» disse in tono materno.
Qualche minuto dopo la cameriera entrò portando un
vassoio con una caffettiera, un bricco di latte e un piatto di pane
tostato. Pablo versò il caffè per entrambi, ma non toccò il pane
tostato, e io dovetti seguire il suo esempio, anche se ne avrei
volentieri gustato una fetta ben spalmata di burro e
marmellata.
«Allora, cosa le ha raccontato la signora Laura?» mi
domandò.
«Non sono riuscito a vederla, è un po' indisposta, ma ho
parlato con Edurne. Lei sa chi è.»
«La cara Edurne, certamente. La signora Laura le è molto
affezionata. A proposito, ieri sera l'ho sentita e mi ha assicurato
che si sente meglio. Quanto a Edurne... è stata una testimone
privilegiata di quello che è successo. Lola la apprezzava molto
più di quanto non apprezzasse Amelia; la riconosceva come sua
pari, una lavoratrice. Lola diceva spesso che i Garayoa facevano
la carità a trattare bene Edurne, mentre lei difendeva la
giustizia sociale.»
«Be', aveva ragione» risposi.
«Sì, in questo sì, ma Lola era alquanto arbitraria nei suoi
giudizi.»
«Non aveva avuto una vita facile» la giustificai.
«In effetti, no. Ma torniamo a noi.»
Gli riferii quello che mi aveva raccontato Edurne e lui mi
ascoltò attentamente, prendendo persino appunti, con mia
sorpresa. Poi, dopo aver bevuto l'ultimo sorso di caffè, Pablo
Soler riprese il racconto da dove l'aveva interrotto durante il
nostro primo incontro.

Pierre prese la decisione di tornare a Barcellona, dove voleva


mettersi in contatto con uno dei suoi informatori per poi
ripartire per la Francia e incontrare Igor Krisov. La rivolta
militare poteva mettere in crisi il governo della repubblica. In
qualità di agente, Pierre viaggiava ovunque, ma aveva contatti
preziosi in Spagna, quindi era possibile che i suoi capi di Mosca
prendessero la decisione di annullare il viaggio in Sudamerica.
La nave salpava a fine luglio e Pierre arrivò a Barcellona il 19,
mentre la città stava vivendo il primo giorno di quella che
sarebbe diventata una guerra civile.
Ricordo come se fosse oggi la sera in cui Lola e Josep mi
portarono a casa della signora Anita, che ospitava una riunione
con diverse persone, tra cui alcuni leader comunisti di
associazioni e corporazioni, giornalisti e dirigenti sindacali, una
ventina in tutto.
Amelia mi abbracciò affettuosamente. Mi colpirono il suo
pallore e gli occhi arrossati. La signora Anita la rimproverava
perché era dimagrita troppo in così pochi giorni. Josep
cominciò a fare il punto della situazione.
«La gente è preoccupata perché teme che anche qui
l'esercito insorga. Sembra che la rivolta stia trionfando in
Galizia, nella Vecchia Castiglia, in Navarra, in Aragona, in
alcune città andaluse e nelle Asturie; e si dice anche nelle
Baleari e nelle Canarie. Ma sono notizie non confermate, c'è
troppa confusione al momento. E tutto sembra indicare che
l'aviazione sia rimasta fedele alla repubblica.»
«E Companys cosa fa?» volle sapere Pierre.
A rispondere fu Marcial Lluch, un giornalista simpatizzante
del PSUC, il Partito socialista della Catalogna, amico di Pierre.
«Cerca di ingraziarsi i militari parlando con loro, ma a
quanto ne so non sa se può fidarsi di tutti quelli che gli
assicurano di restare fedeli alla repubblica.»
«E noi cosa stiamo facendo?» domandò Pierre a Josep.
«I nostri sono andati nelle diverse sedi a chiedere istruzioni.
Non c'è molto con cui approntare una difesa, ma qualcosa
abbiamo. Quelli della CNT sono meglio organizzati e non
sembrano avere problemi di armamenti. Ma fattelo raccontare
da Lola, che è stata testimone di alcuni scontri.»

Pierre guardò Lola con interesse. La vedeva dura come la pietra,


proprio il tipo di comunista di cui la rivoluzione aveva bisogno.
Lei era una che non esitava.
Lola deglutì prima di iniziare a parlare. Preferiva l'azione ai
discorsi.
«All'alba è partita una compagnia di militari dalle caserme di
Pedralbes e si è scatenato un pandemonio nella piazza
dell'università. Per fortuna, le squadre d'assalto hanno tenuto
loro testa con l'aiuto dei miliziani, ma non siamo riusciti a
evitare che si impadronissero della compagnia dei telefoni, del
circolo dell'esercito e dell'armata, e perfino dell'hotel Colón.
Noi miliziani eravamo male armati.»
«E tu eri lì?» domandò Pierre meravigliato.
«Insieme a un gruppo di compagni.»
«Il generale Llanos de la Encomienda era contrario alla
rivolta» affermò Marcial Lluch.
«Sì, però non ha alcuna autorità sui ribelli» commentò la
signora Anita.
«La sua presa di posizione è un monito per gli indecisi»
insisté il giornalista. «Il bello è che a mezzogiorno i militari
ribelli sono stati cacciati dall'edificio centrale dell'università; e
sono stati mandati via anche da plaza de Cataluna, e la
compagnia dei telefoni è stata riconquistata.»
«Dicono che Buenaventura Durruti abbia diretto l'assalto»
commentò la signora Anita.
«Proprio così» confermò il giornalista Marcial Lluch. «E l'ha
fatto senza l'aiuto di nessuno, soltanto con i miliziani della CNT.
Lui è davvero uno con gli attributi. E l'ultima notizia è che oggi
pomeriggio, verso le sei, il comando militare ha alzato bandiera
bianca. Credo che i miliziani volessero fucilare il generale
Goded, ma qualcuno dall'alto gliel'ha impedito.»
Parlarono per ore, analizzando la situazione e le decisioni
adottate dai comandanti comunisti.
Pierre era preoccupato, proprio come Josep; invece, Lola
sembrava euforica, quasi fosse convinta che il solo scontro
armato potesse annientare gli odiati fascisti. Lola ambiva al
paradiso, popolato da angeli proletari come lei. Josep, invece,
non aveva partecipato ad alcuna azione perché era arrivato a
Barcellona soltanto un'ora prima, da Perpignan, dove aveva
accompagnato il suo principale. Josep e Lola litigarono perché
lei mi aveva lasciato da solo in casa per andare a combattere. Gli
disse di averlo fatto affinché un giorno io potessi essere un
uomo libero e lo avvertì che niente e nessuno le avrebbero
impedito di combattere contro i fascisti. Arrivò persino a
minacciare di lasciarlo se avesse cercato di ostacolarla. Credo
che quel giorno Josep si fosse finalmente reso conto che l'unica
passione di mia madre era il comunismo e il suo unico obiettivo
sconfiggere il fascismo; tutto il resto non erano che dettagli
secondari, compresi lui e io.
Lola sembrava un'altra, sicura, rilassata, come se la lotta
avesse fatto affiorare la sua vera natura. Parlava con
disinvoltura e tutti notarono che in lei qualcosa era cambiato.
Mentre aiutavano la signora Anita a servire uno spuntino,
domandò ad Amelia se avesse visto la sua famiglia a Madrid.
«Ho visto mia cugina Laura, ma la mia famiglia non vuole
saperne di Pierre, perciò non ho potuto incontrare i miei
genitori né i miei zii» rispose lei cercando di trattenere le
lacrime.
«Sono dei borghesi conformisti, c'era da aspettarselo. Una
cosa è dire di credere nella libertà e un'altra dimostrarlo. La tua
famiglia non vuole permetterti di comportarti come meglio
credi» replicò Lola.
«Non si tratta di questo. Mio padre e mio zio sono sostenitori
di Azaňa, ma credono che io abbia sbagliato ad abbandonare
mio figlio e mio marito. Mio padre mi ha sempre parlato di
libertà responsabile...»
«Libertà responsabile! E che cos'è? Vuol dire che devi fare
quello che conviene agli altri? Tu stai con un rivoluzionario e
lui è convinto che potrai essere di grande aiuto alla nostra
causa. Magari è vero. In ogni caso, sei una privilegiata perché
puoi dimostrare che non sei come quella gentaglia di destra,
quegli ipocriti che parlano dei diritti degli altri, ma rifiutano di
perdere i propri privilegi.»
«I miei genitori non sono così! Mi dispiace che tu abbia
sofferto, che la vita ti abbia maltrattato, perché non riesci a
vedere la realtà. Giudichi tutto con lo stesso criterio: dividi il
mondo in buoni e cattivi e sei incapace di metterti nei panni
degli altri. Chiunque possieda qualcosa per te è malvagio, ma
quello che i miei genitori hanno se lo sono guadagnato con la
fatica, con il lavoro, senza sfruttare nessuno.»
«Capisco che tu difenda i tuoi, e ti fa onore, ma la realtà è
quella che è. Nel mondo ci sono sfruttatori e sfruttati e io lotto
per mettere fine a questa divisione, affinché tutti possiamo
essere uguali e nessuno abbia dei vantaggi perché è nato in una
determinata famiglia. Mia madre mi ha partorito da sola, con
l'aiuto della mia sorella maggiore. Sai quanti anni aveva mia
sorella? Otto. E il giorno stesso mia madre ha dovuto affidarmi a
lei per andare a fare le pulizie a casa di una famiglia borghese
che non aveva la minima considerazione per lei. Mio padre era
morto di tubercolosi due mesi prima, lasciandola con due figlie.
Vivevamo in una stanzetta, dormivamo sullo stesso materasso.
Per lavarci, mia madre andava alla fontana a riempire due
secchi; e lo faceva persino d'inverno, quando l'acqua era gelida.
Sai quando ho iniziato a lavorare? Alla stessa età di mia sorella:
a otto anni accompagnavo già mia madre a fare le pulizie. Lei
andava ogni giorno a svolgere i lavori pesanti in una casa:
lavare i pavimenti, pulire i vetri, svuotare gli orinali... Non
siamo mai potute andare a scuola, non avevamo nemmeno il
tempo di frequentare il catechismo. Guardami le mani, Amelia,
guardale e dimmi cosa vedi. Sono le mani di una sguattera. Sono
cresciuta provando invidia, sì, invidia di quelle case in cui mia
madre andava a fare le pulizie e dove le bambine della mia età
giocavano tranquille e beate con bambole che io non avrei mai
nemmeno potuto sognarmi. Una volta una signora mi regalò
una bambola della figlia. Non la voleva più, le mancavano un
braccio e un occhio, ma per me diventò un tesoro. Mi prendevo
cura di lei e la coccolavo come se fosse una creatura in carne e
ossa e le assicuravo che mai le avrei fatto del male come quella
bambina ricca. Di notte abbracciavo la bambola per scaldarla e a
volte arrivavo persino a cederle il mio posto sul materasso per
farla stare comoda, anche se per me significava dormire per
terra. Hai notato le mie ginocchia? Mi sono venuti i calli a forza
di stare inginocchiata a terra per lavare i pavimenti; non sai
quante ore ho passato a insaponare, a passare la cera, con la
paura che non fossero abbastanza lucidi e le signore mi
sgridassero o decidessero di pagarmi di meno. Una volta, a
Natale, in una delle case in cui andavamo a fare le pulizie
regalarono a mia madre la testa e le zampe del pollo che
avevano appena ammazzato per la cena. Le zampe, Amelia, non
le cosce. Le zampe rinsecchite con le unghie. Quelle e un filone
di pane. Ti immagini che banchetto? Quando avevo tredici anni,
il figlio maggiore del padrone si invaghì di me, e così dovetti
sopportare i suoi palpeggiamenti temendo che, se mi fossi
ribellata, avrebbero licenziato me e mia madre. A quell'epoca la
mia sorella maggiore era già morta di tubercolosi, come mio
padre. Mia madre era molto credente e mi diceva che dovevamo
accettare quello che Dio ci mandava, ma io le chiedevo
cos'avessimo fatto perché ci trattasse così. Per molto tempo mi
sono sentita in colpa, ero sicura che dovevamo aver fatto
qualcosa di davvero grave per essere condannate alla miseria,
ma poi cominciai a ribellarmi. Il parroco telefonò a mia madre
per dirle che ero diventata presuntuosa, che quando andavo a
confessarmi non facevo che rinfacciargli la nostra situazione,
che doveva insegnarmi ad accettare di buon grado quello che ci
mandava Dio. Dall'invidia passai alla rabbia. Smisi di invidiare
le signorine della casa e cominciai a odiarle. Sì, a odiarle.
Vivevano spensierate e protette, con l'unica preoccupazione di
trovare un buon marito che garantisse loro lo stesso tenore di
vita, le stesse comodità, la totale assenza di problemi. Mia
madre aveva insistito con il parroco affinché le beghine che
facevano la carità in parrocchia e insegnavano a cucire alle
ragazzine povere aiutassero anche me. Così, quando finivo di
pulire, andavo a imparare a cucire. La mia povera madre
sognava che diventassi una sarta e non dovessi continuare a
pulire. Sembrava che avessi un certo talento per il cucito, al
contrario di mia sorella, che aveva dovuto accontentarsi di fare
la sguattera. Sopportai quelle beghine finché ebbi imparato a
cucire e poi dissi al parroco che non avrei mai più messo piede
nella chiesa di quel Dio che mi puniva senza che gli avessi fatto
niente. Puoi immaginare come si scandalizzò. Mia madre, in
lacrime, mi supplicava di non cercare di capire Dio, perché lui
sapeva quello che faceva, ma ormai avevo preso una decisione e
non sarei più tornata indietro. Un giorno conobbi Josep; fu
sincero con me e mi raccontò che era stato sposato, ma che lui e
la moglie si erano allontanati. Lui mi ha insegnato cos'è il
comunismo, come incanalare la mia rabbia in modo costruttivo,
lottando per chi non ha niente, come me. Mi ha anche
insegnato a leggere, mi ha dato dei libri, mi ha trattato come
una sua pari. Ci siamo innamorati, è nato Pablo e siamo arrivati
fin qui. Io lotto affinché mio figlio non sia da meno del tuo.
Perché dovrebbe esserlo? Dimmi, perché?»

Amelia rimase in silenzio, guardandomi. Non trovava alcuna


risposta alle domande di Lola: perché io, Pablo Soler, dovevo
avere meno di Javier Carranza, suo figlio? Perché lui aveva il
futuro assicurato e io no? Amelia era una gran brava persona,
perciò, pur straziata dalle parole di Lola, le dava ragione, anche
se ciò comportava prendere le distanze da chi più amava, la sua
famiglia.
«Quando partite?» domandò Lola cambiando bruscamente
argomento.
«Non lo so, Pierre non me l'ha detto. Ma la nostra nave salpa
il 29 luglio da Le Havre, perciò non potremo fermarci molto, a
meno che non cambi i suoi piani.»
«E perché dovrebbe cambiarli?»
«Non lo so, ma quello che sta succedendo qui è importante,
non si conosce ancora la portata della rivolta.»
«In realtà, non poteva succedere di meglio. Adesso saremo
noi o loro, e noi abbiamo la ragione dalla nostra, quindi la
faremo finita con il fascismo una volta per tutte e creeremo una
repubblica di lavoratori. Sappiamo che è possibile, in Russia ci
sono riusciti.»
«E cosa ne farete di quelli che non sono comunisti?»
Lola piantò i suoi occhi neri su Amelia e sembrò esitare un
attimo prima di rispondere.
«Non avranno altra scelta che accettare la realtà. Aboliremo
le classi sociali: tuo figlio Javier non varrà più di Pablo.»

Amelia mi guardò con affetto. Me ne stavo seduto su una sedia,


vicino a loro, tranquillo. Ho passato l'infanzia in silenzio, per
non disturbare, mentre i miei genitori sognavano di fare la
rivoluzione.

Il presidente Lluís Companys aveva costretto il generale


Goded a parlare per radio alle truppe ribelli, incitandole a
disertare la rivolta. Il generale, capo riconosciuto dei ribelli
della città, non ebbe altra scelta che accettare, sebbene con
poco entusiasmo. Alla fine venne giustiziato.
Gli scontri armati continuarono per tutta l'intera nottata, e
le notizie, che correvano veloci come il vento, assicuravano il
trionfo delle forze fedeli alla repubblica. Sa, quelli della CNT
combatterono come leoni, e nei primi giorni il loro intervento
fu fondamentale.
Lunedì 20 luglio a Barcellona sembrò che fosse tornata la
calma. Le milizie della CNT pattugliavano la città. Il giorno dopo
la regione promulgò un decreto con cui creava il Corpo di
milizie cittadine, che aveva il compito di contrastare i fascisti e
difendere la repubblica. Da quel momento in poi le milizie
avrebbero costituito un vero e proprio contropotere e le
autorità non avrebbero potuto muovere nemmeno un passo
senza il loro appoggio.
Il Corpo delle milizie cittadine era diretto dal Comitato
centrale delle milizie antifasciste, in cui erano rappresentati
tutti i partiti e i sindacati. Lola entrò a far parte delle milizie,
così come Josep, ma bisogna dire la verità: la persona d'azione
era lei, mentre lui era più bravo come organizzatore, pertanto
passò a collaborare con il Comitato centrale, nell'assegnazione
del lavoro alle pattuglie. Lola invece diventò una combattente,
con la pistola alla cintola, ed entrò nelle pattuglie di controllo,
squadre che avevano lo scopo di mantenere l'ordine in città, di
arrestare i sospetti e di perquisire locali e abitazioni, alla
ricerca di qualunque indizio di insurrezione.
Me la ricordo ancora, con i capelli neri pettinati all'indietro,
tutti tirati, raccolti con le forcine in una crocchia improvvisata.
Mi piacevano i capelli neri di Lola. Da piccolo, quando mi
rifugiavo tra le sue braccia, respiravo il profumo di lavanda di
mia madre. Per questo piansi quando se li tagliò. Un mattino,
prima che uscisse in pattuglia, la vidi davanti allo specchio
intenta a tagliarsi con le forbici la lunga chioma.
«Ma cosa fai?» gridai.
«Voglio stare comoda, non è tempo di preoccuparsi dei
capelli. Mi danno fastidio, le forcine mi cadono; così starò
meglio.»
Stentavo a riconoscerla con i capelli tagliati alla bell'e
meglio, che non arrivavano nemmeno a coprirle le orecchie.
«Non mi piaci così, mamma!» le dissi con rabbia.
«Pablo, non sei più un bambino, quindi non farmi perdere
tempo con queste sciocchezze. Tua madre sta combattendo per
te» mi rispose baciandomi e abbracciandomi con forza. In realtà
combatteva per se stessa, per l'infanzia che non era riuscita ad
avere.
La signora Anita ci invitò alla cena d'addio che aveva
organizzato per Pierre e Amelia. C'eravamo soltanto noi, perché
sia Pierre sia la signora Anita credevano che Lola e Amelia
fossero legate da grande amicizia e che per lei noi fossimo quasi
come una famiglia.
Amelia sembrava rassegnata a partire, ma non nascondeva
l'apatia e la mancanza di entusiasmo, e Pierre preferiva far finta
di non accorgersene. Aveva organizzato ogni dettaglio del
viaggio in Sudamerica e Amelia faceva parte della copertura.
Non poteva rinunciare a lei. Ciò nonostante, pareva distaccato,
come se fosse stanco della situazione.

Amelia e Pierre arrivarono a Parigi il 24 luglio, dove avrebbero


avuto un altro incontro con Igor Krisov, il quale aspettava di
ricevere di prima mano le impressioni di Pierre sulla situazione
in Spagna.
Krisov gli chiese di portare anche Amelia e gli diede
appuntamento due giorni dopo al Café de la Paix. Avrebbero
finto di incontrarsi per caso e lui si sarebbe presentato come un
antiquario naturalizzato inglese, una falsa identità con cui a
volte frequentava la libreria Rousseau.
Il pomeriggio del 26 luglio Pierre invitò Amelia a fare una
passeggiata in città.
«Domani partiremo per Le Havre, sarà il nostro addio a
Parigi» disse.
Amelia accettò, indolente. Nulla le importava; aveva la
sensazione di essere diventata un oggetto in balia del destino, a
cui si piegava.
Camminarono con apparente noncuranza fino al Café de la
Paix, dove Pierre propose di entrare a bere qualcosa. Erano lì da
dieci minuti quando arrivò Krisov.
«Monsieur Comte! Come sta? Stavo appunto pensando di
passare nella sua libreria uno di questi giorni.»
«Che piacere vederla, signor Krisov! Mi permetta di
presentarle la signorina Garayoa. Amelia, Igor Krisov è un
vecchio cliente della libreria.»

Igor strinse la mano di Amelia e provò un'immediata simpatia


nei suoi confronti. Che fosse per la sua giovinezza, per la
bellezza o per l'aria indifesa, il fatto è che quella spia navigata
rimase affascinata da lei.
«Mi permettete di offrirvi un caffè? È il primo momento
della giornata in cui posso godermi una certa calma e la vostra
compagnia mi sarebbe assai gradita.»
«Ma certo, signor Krisov» accettò Pierre.
«Lei è spagnola?» domandò il signor Krisov rivolto ad
Amelia.
«Sì» rispose lei.
«Conosco poco il suo paese, ho visitato solo Madrid, Bilbao e
Barcellona...»
Fu Krisov a condurre la conversazione. All'inizio Amelia era
fredda e distaccata, ma il russo riuscì a farle abbassare la
guardia e a farla sorridere. Parlarono in francese finché Amelia
gli raccontò di avere studiato inglese e tedesco. Krisov allora
passò all'inglese e poi al tedesco in modo da verificare, in tono
scherzoso, se la ragazza conoscesse davvero quelle lingue come
diceva, e fu sorpreso di constatare che non solo le
padroneggiava egregiamente, ma aveva una buona dizione in
entrambe.
«Mio padre ha insistito a farci studiare inglese e tedesco, e
abbiamo trascorso alcune estati in Germania, a casa del suo
socio, Herr Itzhak Wassermann.»

Il russo le chiese di parlare di Herr Itzhak, e Amelia prese a


raccontare episodi della sua infanzia a Berlino, con l'amica Yla.
«Purtroppo l'ascesa di Hitler al potere ha inferto un duro
colpo all'attività di mio padre. Hanno tolto agli ebrei tutto ciò
che possedevano. Mio padre ha insistito con Herr Itzhak
affinché lasciasse la Germania, ma lui si è rifiutato, dice che è
tedesco. Spero che alla fine dia retta a mio padre; non voglio
immaginare Yla con una stella gialla cucita sulla giacca e
trattata come se fosse una delinquente.»
«Se c'è una cosa su cui sono d'accordo con il signor Comte, è
il pericolo che Hitler rappresenta per tutta l'Europa. È il lato
peggiore del fascismo» disse Krisov.
«Oh! È peggio del fascismo, glielo posso assicurare» ribatté
ingenuamente Amelia.
Un'ora dopo Pierre mise fine all'incontro dicendo che i
genitori li aspettavano per cena.
«Spero che ci rivedremo» disse Krisov salutando Amelia.
«Mio caro amico, sarà difficile, perché domani partiamo per
Le Havre, dove ci aspetta una nave diretta a Buenos Aires»
spiegò Pierre.
Quella sera, finito di cenare, Pierre accampò la scusa di una
riunione improrogabile con alcuni compagni.
«Mia madre può aiutarti a preparare le valigie...»
«No, preferisco farlo da sola. Tornerai molto tardi?»
«Spero di no, ma visto che andiamo a Buenos Aires voglio
sapere se posso essere utile alla nostra causa. Sai bene che
collaboro con l'Internazionale comunista.»
Amelia non sospettò che Pierre stesse mentendo; era quasi
sollevata di restare sola.
Pierre si incontrò con Igor Krisov, il suo supervisore, davanti
alla chiesa di Saint-Germain.
«Allora, cosa gliene pare?» domandò a Krisov.
«Triste e incantevole» rispose lui.
«Sì, non è facile starle accanto.»
«Be', amico mio, la invidio, è molto bella. Le sarà utile
ovunque vada: la sua innocenza è un'ottima garanzia. Ma faccia
attenzione, non è stupida, e prima o poi potrebbe uscire dal
letargo della malinconia...»
«Chi si occuperà dei miei contatti in Spagna?» volle sapere
Pierre, inquieto per la rivolta militare
«Non si preoccupi. A Mosca hanno già tutte le informazioni
su quello che sta succedendo. Adesso si concentri sul compito
che le è stato affidato.»
«Non discuto gli ordini ma, vista la situazione, non sarei più
utile in Spagna?»
«Questo, amico mio, non spetta a me deciderlo. Il
dipartimento ha deciso di ampliare la nostra rete di intelligence
in Sudamerica, ed è quello che bisogna fare.»
«Sì, ma, viste le circostanze, ritengo che potrei essere più
necessario in Spagna.»
«È Mosca a decidere dove lei è necessario. Non facciamo
questo mestiere per la nostra soddisfazione, ma per far
trionfare un'idea superiore. Ci sono cose a cui lei non deve
pensare; riceve degli ordini e obbedisce, è questa la regola
principale. Ah! Come già saprà, deve mettersi in contatto con
l'ambasciata sovietica, ma si prenda il tempo che le serve; tutto
deve sembrare casuale. Non può presentarsi all'ambasciata né
telefonare. Non le dirò come deve farlo, lei è un professionista e
troverà il modo.»
«Con tutto il rispetto, compagno, continuo a non capire
quale importanza abbia questa mia missione.»
«Ce l'ha eccome, compagno Comte. Mosca ha bisogno di
avere orecchie dappertutto. La sua missione consiste nel
reclutare agenti ben introdotti nei centri di potere,
preferibilmente al ministero degli Esteri. Persone con un lavoro
sicuro, funzionari, che non dipendano dagli intrallazzi della
politica. A Buenos Aires lavorerà in tutta tranquillità, dal
momento che non è considerata un terreno di gioco per gli
interessi delle grandi potenze. Tuttavia al ministero degli Esteri
argentino arriveranno comunicazioni degli ambasciatori di
tutto il mondo, che potrebbero rivelare piccoli segreti,
conversazioni con gli alti dirigenti degli altri paesi, analisi della
situazione. Tutte queste informazioni rappresentano materiale
importante per il nostro dipartimento. In questo momento né
gli Stati Uniti, né la Francia, né la Gran Bretagna, né la
Germania hanno alcun interesse strategico in zona, pertanto
non le sarà difficile portare a termine la missione con successo.
Le battaglie non si combattono solo al fronte.»

Nei primi giorni Amelia si godette la traversata. Alloggiavano in


un'elegante cabina di prima classe e passavano le serate in
compagnia di commercianti, uomini d'affari, famiglie e persino
una famosa cantante lirica, Carla Alessandrini, che fin
dall'inizio del viaggio fu al centro dell'attenzione dei passeggeri
e dell'equipaggio.
Durante il terzo giorno di navigazione, mentre passeggiava
in coperta, Amelia attaccò discorso con lei. La diva italiana era
una donna di una quarantina d'anni, pienotta ma non grassa,
alta, con i capelli biondi e gli occhi di un azzurro intenso. Era
nata a Milano, da padre italiano e madre tedesca; doveva
ringraziare quest'ultima se era diventata una cantante, perché
si era imposta contro tutto e tutti, perfino contro il volere del
marito, pur di aiutare la figlia a farsi strada e a diventare una
stella dell'opera.
Carla Alessandrini viaggiava insieme al suo agente, nonché
marito, Vittorio Leonardi, un romano sveglio che si occupava a
tempo pieno di far fruttare la voce di sua moglie.
Amelia e Carla erano appoggiate al parapetto, l'una accanto
all'altra, assorte nei loro pensieri, con lo sguardo perso in
lontananza, quando Vittorio, il marito della diva, le riportò alla
realtà.
«Le due donne più belle della nave sono qui, da sole e in
silenzio! Non è possibile!»
Carla si voltò sorridendo verso suo marito e Amelia fissò
incuriosita l'esuberante italiano.
«Guardando il mare ci si sente così insignificanti...» disse
Carla.
«Insignificante tu? Impossibile, cara. Persino il mare si è
arreso davanti a te: siamo salpati da tre giorni e non si è vista
nemmeno un'onda, sembra di navigare in un lago. Non è vero,
signorina?» disse rivolto ad Amelia.
«Sì, in effetti è calmo, ed è una fortuna, così non soffriamo il
mal di mare» rispose lei.
«Vittorio Leonardi, per servirla, signorina...»
«Amelia Garayoa.»
«Mia moglie, la divina Carla Alessandrini» disse Vittorio per
presentarla. «Viaggio di piacere, per andare a trovare la
famiglia, per affari?»
«Su, Vittorio, non essere indiscreto! Lo perdoni, signorina,
mio marito è solo curioso» intervenne Carla.
«Non si preoccupi, le domande non mi infastidiscono. Direi
che sono in viaggio verso una nuova vita.»
«E come mai?» continuò a interessarsi Vittorio, senza alcun
ritegno.
Amelia non seppe cosa rispondere. Si vergognava a dire che
era in fuga col suo amante e che in realtà non si aspettava
proprio niente dal futuro.
«Per favore, Vittorio, non mettere in imbarazzo la signorina!
Vieni, andiamo in cabina, si sta alzando il vento e non voglio
che mi danneggi le corde vocali. Lo scusi, signorina, e non pensi
che tutti gli italiani siano invadenti come lui.»
I due si allontanarono e Amelia riuscì a sentire la diva
sgridare affettuosamente il marito, che la guardava con aria
pentita.
Quella sera il capitano offriva un cocktail di benvenuto ai
passeggeri di prima classe e, con sorpresa di Pierre, Carla e
Vittorio si avvicinarono ad Amelia. Lei glieli presentò e Pierre si
dimostrò particolarmente simpatico, consapevole che la coppia
avrebbe potuto rivelarsi molto utile. Chiacchierarono
affabilmente e all'ora di cena Vittorio propose di sedersi allo
stesso tavolo.
Da quel giorno diventarono inseparabili. Vittorio, che era un
bon vivant, fece subito amicizia con Pierre, che sembrava
condividere con lui il gusto per le cose belle della vita. Carla,
che aveva una sensibilità melodrammatica, fu molto colpita
dalla storia d'amore di Amelia e Pierre, che li costringeva a
fuggire ad altre latitudini per ricominciare tutto da capo.
La diva aveva previsto di passare un mese a Buenos Aires,
per interpretare la Carmen al teatro Colón, cosa che senza
dubbio poteva favorire i piani di Pierre, convinto che la coppia
formata da Carla e Vittorio avrebbe potuto aprirgli molte porte.
Arrivarono a Buenos Aires in pieno inverno. Gli ultimi giorni
di navigazione non furono affatto piacevoli. Le onde sferzavano
la coperta e la maggior parte dei passeggeri era rinchiusa in
cabina a causa di un incoercibile mal di mare. Curiosamente, a
differenza dei rispettivi consorti, né Carla né Amelia ebbero
problemi. Vittorio si lamentava della sua sfortuna e giurava a
Carla di sentirsi morire. Pierre si limitava a restarsene in
cabina, senza quasi toccare cibo, nonostante l'insistenza di
Amelia. Quelle circostanze fecero sì che le due donne
rafforzassero la loro amicizia, e così, quando entrarono in
porto, Amelia pensò di aver trovato in Carla una seconda madre
e lei in Amelia la figlia che non aveva mai avuto.

«Bene, Guillermo, posso chiamarla per nome? A questo punto,


dovrebbe rivolgersi alla signora Veneziani e al professor
Muiňos» concluse Pablo Soler.
«E chi sono?» domandai, deluso.
«Francesca Veneziani è la più grande esperta mondiale di
opera. Ha scritto diversi libri su quel mondo e sui principali
protagonisti. In una biografia di Carla Alessandrini cita Amelia
Garayoa, per la sua amicizia con la diva. Il volume contiene
anche alcune fotografie che le ritraggono insieme.»
Probabilmente reagii con un'espressione idiota a quella
sorprendente rivelazione.
«Non si stupisca! Le ho parlato in un paio di occasioni, per
cercare di scoprire se Carla sospettò mai che Pierre Comte fosse
un agente sovietico, ma lei dice di non avere trovato nulla nelle
sue lettere né tanto meno nelle testimonianze di chi la conobbe.
In ogni caso, se fossi in lei, andrei a Roma a parlare con la
signora Veneziani, e poi a Buenos Aires, per incontrare il
professor Muiňos.»
«E chi è Muiňos?»
«Dal cognome direi che è di origini galiziane. È professore
presso l'Università di Buenos Aires; l'ho conosciuto a Princeton,
dove insegnava storia del continente iberoamericano. Ha
pubblicato vari libri, tra cui due particolarmente importanti per
chiunque voglia documentarsi sull'esilio dei gerarchi nazisti in
America Latina oppure sulla presenza delle spie sovietiche nella
zona.»
«È di destra o di sinistra?»
«Mi sembra che lei si preoccupi troppo di cosa pensano gli
altri...»
«È per sapere con chi vado a parlare e fare la tara a quello
che mi racconta.»
«Lei ha molti pregiudizi, signor Albi.»
«No, sono solo prudente. Vivendo in questo paese, il peso
delle ideologie si sente. Qui, o stai con gli uni o stai con gli altri,
se vuoi combinare qualcosa, e ovviamente la storia non la
raccontano tutti allo stesso modo. Lei dovrebbe saperlo meglio
di chiunque altro, visto che, oltre che uno storico, è stato un
testimone privilegiato di quello che è successo nel corso della
nostra guerra civile.»
«Il professor Muiňos è un erudito: lo troverà interessante. La
signora Laura è d'accordo con me sul fatto che sia
indispensabile che parli con lui. Mi sono preso la briga di
telefonargli ieri sera, dopo aver parlato con lei, e sarà felice di
riceverla.»

Pablo Soler mi diede un foglietto con l'indirizzo e il numero di


telefono di Francesca Veneziani a Roma e del professor Muiňos
a Buenos Aires.
«Con la signora Veneziani non ho ancora parlato, ma non si
preoccupi, lo farò.»
Nel frattempo, ero in dubbio se chiedergli o no l'intervista,
come mi aveva suggerito il caporedattore del giornale on line, e
anche se temevo che mi mandasse a quel paese trovai il
coraggio di proporglielo.
«Dovrei chiederle un favore, ma naturalmente non voglio
che si senta obbligato...»
«Giovanotto, a questo punto della mia vita, non mi sento
obbligato da niente e da nessuno, perciò mi dica pure.»
«Lei sa che sono un giornalista, e... be', sarebbe troppo
azzardato se la intervistassi per parlare dei suoi libri,
soprattutto di quello che sta per pubblicare?»
«Ah, i giornalisti! Non mi fido molto di voi... e poi non
concedo interviste.»
«Lo so, ma dovevo provarci» dissi arrendendomi senza
combattere.
«È tanto importante per lei questa intervista?»
«In effetti sì, mi farebbe guadagnare parecchi punti col mio
capo e mi aiuterebbe a conservare il mio precario impiego. Ma
mi rendo conto che non devo abusare della sua gentilezza, e lei
mi sta già aiutando molto con la storia della mia bisnonna, che
in fin dei conti è il motivo per cui sono qui.»
«Mi mandi un questionario e risponderò a tutte le sue
domande; cercherò di essere breve, ma la mia condizione è che
non spostiate una virgola né tagliate nemmeno mezza riga per
problemi di spazio. Se il suo capo accetta le mie condizioni,
appena mi manderà il questionario le risponderò.»

Non sapevo se abbracciarlo oltre a stringergli la mano, ma di


una cosa ero assolutamente certo: gli sarei stato per sempre
grato di quell'intervista.
Quando uscii dalla casa di Pablo Soler, telefonai a Pepe in
redazione per spiegargli che avrei ottenuto l'intervista solo se
ci fossimo impegnati a non cambiare nemmeno una virgola.
Insistei affinché lo riferisse al direttore, dal momento che non
volevo avere problemi con Soler.
«Senti, Pepe, lo conosco per motivi di famiglia e non posso
fare brutte figure con lui. Sai che non concede interviste e che
per noi significa molto, ma o facciamo come vuole lui o
preferisco non correre rischi.»
Pepe mi passò il direttore, il quale mi garantì che non
avrebbero tagliato nemmeno una parola dell'intervista.
«Se davvero riesci a ottenerla, potremo discutere del tuo
futuro qui» mi disse, per darmi un contentino.
«Per prima cosa dobbiamo parlare di quanto mi paghi,
perché non penserai di cavartela con cento euro.»
«No, certo che no. Se davvero riesci ad avere l'intervista te la
pagherò trecento euro.»
«Scherzi? Qualunque supplemento culturale o domenicale mi
darebbe più del doppio.»
«Quanto vuoi?»
«Non la faccio per meno di seicento euro.»
«D'accordo, mandamela appena è pronta.»

Mezz'ora dopo inviai il questionario a Soler via e-mail e lui mi


promise che mi avrebbe risposto al più presto.
Telefonai alla zia Marta per dirle che avevo bisogno di
denaro, perché dovevo andare a Roma e poi a Buenos Aires.
«Come sarebbe che vai a Roma e a Buenos Aires? Guarda che
non è mica come prendere la metropolitana... Dovrai darmi una
spiegazione.»
«Tua nonna Amelia, cioè la mia bisnonna, ha avuto una vita
alquanto movimentata e, se vuoi che scriva la sua storia, non ho
alternative, devo andare dove mi portano gli indizi. Non
credere che questa indagine sia una strada in discesa.»
«Non so se è in discesa, ma di sicuro è una strada piuttosto
dispendiosa.»
«Senti, sei tu che vuoi sapere che fine ha fatto tua nonna;
come potrai ben immaginare, a me non importa granché. Se
preferisci che lasci perdere, lo farò.»

La zia Marta sembrò incerta se liquidarmi, e io incrociai le dita


nella speranza che non lo facesse, perché mi stavo
appassionando sempre più alla storia di Amelia Garayoa.
«Va bene, ma dimmi perché devi andare a Roma e a Buenos
Aires.»
«Perché a Roma devo incontrare la massima esperta
mondiale di opera e a Buenos Aires un professore che sa tutto
sulle spie sovietiche e sui nazisti.»
«Ma che sciocchezze stai dicendo?»
«Dico che la nostra antenata non ha passato il tempo chiusa
in casa a ricamare, ma è stata coinvolta in storie allucinanti.»
«Non te le starai mica inventando per prenderci in giro?»
«Certo che no, zia; posso assicurarti che la mia
immaginazione non è all'altezza delle cose che ha fatto tua
nonna. Proprio un bel tipino!»

La zia Marta acconsentì a effettuare un altro bonifico sul mio


conto, ma non prima di avermi minacciato di farmela pagare se
l'avessi presa in giro.
«Parlerò con Leonora per dirle che non intendo permetterti
di scherzare sulla faccenda.»
«Fai bene a parlare con mia madre, perché lei vuole che lasci
perdere le ricerche; pensa che stia perdendo tempo.»

Mia madre si preoccupò quando la informai della mia


imminente partenza.
«Tesoro, mi sembra un'enorme sciocchezza. Di' alla zia
Marta che si tenga i suoi soldi e cercati un lavoro come si deve.»
«Non sei curiosa di sapere la storia di tua nonna?»
«Cosa vuoi che ti dica? Sì... ma non a costo di farti perdere
delle occasioni.»
6

Arrivai a Roma quella sera stessa e presi una stanza all'hotel


d'Inghilterra, nel centro della città, a pochi passi da piazza di
Spagna e dall'ambasciata spagnola davanti al Vaticano.
Era un albergo carissimo, ma me l'aveva consigliato Ruth.
Non sapevo se lei vi soggiornasse spesso, dato che la sua
compagnia low-cost non spiccava certo per la generosità
nell'alloggiare il personale in alberghi di lusso. Pensai di
telefonarle per sapere cosa stava facendo in quel momento, ma
poi decisi di non farlo, perché sarebbe potuto sembrare un
comportamento da fidanzato geloso e paranoico. Come si dice
sempre in questi casi, occhio non vede, cuore non duole.
Il mattino dopo chiamai Francesca Veneziani e lei mi
concesse un appuntamento il pomeriggio stesso. Il professor
Soler le aveva parlato di me.
Ero preparato alle sorprese, eppure rimasi di stucco quando
vidi Francesca: bellissima, alta, bruna, di circa trentacinque
anni, indossava un tailleur Armani che probabilmente valeva un
patrimonio. Mi ricevette a casa sua, uno stupendo attico in via
Frattina, poco distante dal mio albergo.
«E così lei sta indagando sulla vita di Amelia Garayoa...»
«Era la mia bisnonna» replicai, come per scusarmi.
«Interessante! Ma si tratta di una sua antenata, non conosce
già la sua storia?»
«Anche se può sembrarle strano, in famiglia non sappiamo
niente di lei. Un bel giorno è scomparsa piantandoci tutti in
asso, compreso il figlio di pochi mesi, mio nonno.»
«Io le posso parlare di Amelia Garayoa in relazione con Carla
Alessandrini. In realtà, mi sono interessata alla sua bisnonna
soltanto perché la grande Carla la trattava come una figlia.»
«Se lei fosse così gentile da raccontarmi tutto quel che sa,
gliene sarò grato.»
«Farò di meglio, le regalerò il mio libro sulla Alessandrini. Lo
legga e, se ha qualche dubbio, mi chiami.»
«D'accordo, ma visto che sono venuto fin qui non vorrei
andarmene senza niente...»
«Se ne va con il mio libro. Le sembra poco?»
«No, no, mi sembra meraviglioso, ma non potrebbe
raccontarmi qualcosa del rapporto fra Carla e Amelia?»
«Come le ho detto, è tutto nel mio libro. Ci sono persino delle
foto di Carla insieme ad Amelia. Vede? Questa è stata scattata a
Buenos Aires, quest'altra a Berlino, e queste a Parigi, a Londra, a
Milano... E al funerale di Carla Amelia lesse una poesia di addio.
Carla Alessandrini è stata una donna eccezionale, oltre che la
più straordinaria cantante d'opera di tutti i tempi.»
«Perché andava così d'accordo con Amelia?»
«Perché l'unica cosa che Carla non aveva avuto era un figlio.
Aveva sacrificato tutto per la carriera e, quando conobbe
Amelia aveva quell'età, passati i quaranta, in cui le donne si
chiedono cos'hanno combinato nella vita. Amelia aveva fatto
affiorare in lei un forte senso di protezione; era la figlia che
avrebbe potuto avere e la vedeva così indifesa che,
emotivamente, la adottò. La protesse, l'aiutò in diversi momenti
della sua vita, senza chiederle mai niente in cambio, tranne
quello che Amelia già le dava, un immenso affetto, un
attaccamento sincero. Carla le tendeva sempre la mano quando
la vedeva sul punto di affogare. Diventò un rifugio sicuro per
Amelia e, essendo una donna generosa, non le fece mai
domande a cui lei non potesse rispondere. In fondo non voleva
sapere altro al di fuori di quello che vedeva nella giovane
spagnola.»
«E il marito di Carla cosa pensava di questo rapporto?»
«Vittorio aveva una gran faccia tosta, ma era una brava
persona; bello e simpatico, oltre che furbo. Era il manager di
Carla, sapeva curare i suoi interessi, la coccolava
all'inverosimile e la conosceva molto bene. Sapeva che in certi
casi era inutile opporsi ai suoi desideri. Perciò accettò con
naturalezza Amelia, proprio come aveva chiuso un occhio sulle
avventure amorose di sua moglie. Prima di conoscere Carla,
Vittorio non possedeva altro che quello che aveva addosso, era
un giornalistucolo che non arrivava alla fine del mese, e da un
giorno all'altro si era ritrovato a vivere circondato da tutti i
lussi immaginabili, accanto a una donna adorata e desiderata da
tutti. Aveva fatto un bel salto di qualità e non mise mai in
pericolo la sua relazione con Carla; curiosamente, lui le fu
sempre fedele.»
«E cosa pensava Carla Alessandrini di Pierre Comte?»
«È proprio quello che voleva sapere il professor Soler quando
mi contattò, un paio d'anni fa; stava preparando una riedizione
del suo libro sulle spie sovietiche in Spagna. Ero davvero
lusingata che un'autorità accademica del calibro di Soler
chiedesse il mio parere. Be', per rispondere alla sua domanda, a
Carla non piaceva molto Pierre Comte e aiutò Amelia quando
decise di rompere con lui. Credo che non si fidasse di quel
francese, che, a quanto ho letto nei libri del professor Soler, era
niente meno che una spia sovietica. Carla non lo seppe mai, o
almeno non ci sono testimonianze né documenti che facciano
pensare che ne fosse a conoscenza. In ogni caso non le era
simpatico, e non perché fosse comunista, ma perché Amelia non
era felice; e forse non sa che Carla Alessandrini fu una donna
coraggiosa che prese posizione contro Mussolini. Una volta,
dopo un suo spettacolo a Milano, il Duce andò nel suo camerino
per complimentarsi con lei e Carla si rifiutò di riceverlo, con la
scusa di un forte mal di testa. Come comprenderà, a quell'epoca
nessuno si azzardava a contrariare Mussolini, seppur con un
pretesto. Carla sapeva di cosa si sarebbe occupata Amelia anni
dopo. E non perché lei glielo avesse detto, ma perché era una
donna perspicace.»
«E di cosa si occupò Amelia anni dopo?» chiesi innervosito.
«Ah! Questo dovrà scoprirlo da solo. Il professor Soler mi ha
detto che deve procedere un passo alla volta, come le è stato
ordinato. Non so di cosa si tratta, ma sembra che qualcuno
voglia che sia lei a completare il puzzle della vita di Amelia
Garayoa. Come le ho detto, per me ha un interesse relativo,
visto che l'oggetto delle mie ricerche era Carla Alessandrini. A
proposito, le piace l'opera?»
«Non ne ho mai vista una in vita mia e non possiedo
nemmeno un CD di musica operistica.»
«Che peccato! Non sa cosa si perde.»
«Come mai le interessa tanto?»
«Volevo diventare cantante, sognavo di essere la nuova Carla
Alessandrini, ma... in realtà non ho né la voce né il talento che
avevano lei e le altre grandi interpreti. È stata dura accettarlo,
ma ho deciso che, se non potevo essere la migliore, allora era
meglio lasciar perdere. Ho studiato musicologia e nel frattempo
prendevo lezioni di canto, e ho fatto parte del coro in tre o
quattro opere, senza infamia e senza lode. La mia tesi di
dottorato era incentrata sulla figura della Alessandrini, sugli
aspetti poco conosciuti della sua vita. Il professore che mi ha
seguita aveva buoni contatti con il mondo editoriale ed era
convinto che la mia tesi sarebbe potuta diventare un libro
interessante. E così è stato. Adesso scrivo di musica, soprattutto
libri sull'opera, e collaboro con i giornali di mezzo mondo. Sono
riuscita a diventare qualcuno, ed era quello che volevo. Bene,
adesso che sa quasi tutto di me, mi racconti qualcosa di lei.»
«Sono un giornalista senza lavoro per colpa degli intrallazzi
della politica. Non so come vanno le cose in Italia, ma nel mio
paese, se vuoi scrivere di politica, o stai con la destra o stai con
la sinistra oppure sei un separatista, altrimenti sei disoccupato.
Io faccio parte di quest'ultimo gruppo.»
«Non sta con nessuno?»
«Mi considero di sinistra, ma ho il difetto di pensare con la
mia testa e di non seguire gli ordini di nessuno, il che mi rende
una persona poco affidabile.»
«Non creda che in Italia sia molto diverso... Se fossi in lei mi
metterei a scrivere di altre cose, lascerei stare la politica.»
«Ci sto provando, ma purtroppo mi sono già fatto la fama
dell'indisciplinato e non si fidano di me neppure per scrivere
sulle pagine culturali.»
«Allora è messo davvero male.»
«Sì, è proprio così.»

Francesca ebbe compassione di me e mi invitò a fermarmi a


cena per continuare a parlare di Carla e Amelia.
«Si conobbero durante una traversata verso Buenos Aires. Mi
dica, cosa accadde quando arrivarono a destinazione?»
«Può immaginare la baraonda che si scatenò sul molo
quando la nave attraccò. Decine di giornalisti aspettavano
impazienti Carla Alessandrini. Lei non deludeva mai il suo
pubblico, quindi scese dalla nave avvolta in una pelliccia di
zibellino, sottobraccio a suo marito, il bellissimo Vittorio.
Presero una suite all'hotel Plaza, e nei quattro giorni seguenti
lei si dedicò alle prove, concesse interviste e partecipò a
qualche evento sociale. L'ambasciatore italiano offrì un cocktail
in suo onore a cui furono invitate tutte le personalità influenti
della città, i membri del corpo diplomatico di altri paesi e, su
indicazione di Carla, anche Amelia e Pierre. Le ho già detto che
Carla non simpatizzava con il regime di Mussolini, ma quando
viaggiava all'estero di solito accettava gli omaggi che le
venivano tributati da tutte le ambasciate italiane. Mi permetta
di insistere nel consigliarle di leggere il mio libro. Credo che il
professor Soler le abbia suggerito di andare a Buenos Aires a
parlare con il professor Muiňos e, a mio parere, con quello che
le racconterà Muiňos e quello che leggerà nel mio libro, riuscirà
a scrivere la sua storia.»
Accettai il consiglio di Francesca.

Mia madre mi svegliò alle otto del mattino strappandomi a un


sonno profondo.
«Mamma, ti sembra l'ora...» protestai.
«Non riesco a dormire pensando alla tua situazione. Senti,
tesoro, credo che tu la debba smettere con questa sciocchezza
di indagare sul passato della nonna. Per quanto possa essere
interessante, non puoi davvero permetterti di rovinarti la
carriera.»
«Quale carriera, mamma?»
«Non scherzare! Sei molto orgoglioso e credi che debbano
essere gli altri a venire a bussare alla tua porta, ma le cose non
funzionano così. Sei tu che devi presentarti alla porta delle
aziende per trovare lavoro.»
«Sono le otto, mi trovo a Roma, sono andato a dormire tardi
e ti ho già spiegato mille volte che mi fanno male le nocche a
forza di bussare alla porta delle aziende!»
«Ma tesoro...»
«Senti, mamma, ne parleremo un'altra volta, ti richiamo.»
Riattaccai, di pessimo umore. Mia madre non mi dava tregua
con la storia del lavoro. Decisi di partire il giorno stesso per
Buenos Aires; almeno lì mi avrebbe lasciato un po' in pace, visto
il costo delle telefonate intercontinentali.
Accesi il computer e mi collegai a internet per controllare la
posta elettronica. Con mia sorpresa, trovai le risposte del
professor Soler. Mi dissi che, nonostante mia madre, la giornata
non era cominciata affatto male. Mi misi immediatamente al
lavoro, scrissi un'introduzione all'intervista e un finale, scelsi
un titolo e mandai tutto quanto a Pepe, il caporedattore della
cultura del giornale on line, ricordandogli l'impegno preso con
il professor Soler.

Mi innamorai di Buenos Aires nel tragitto fra l'aeroporto e


l'albergo. Che città! Sentivo di dover essere grato alla zia Marta
per il compito che mi aveva affidato, perché, diciamo la verità,
stavo vivendo un'esperienza interessantissima, conoscevo
persone che altrimenti non avrei potuto incontrare e mi veniva
offerta l'opportunità di visitare una città come quella, in un
magnifico e tiepido mattino. Mentre in Spagna si avvicinava
l'estate, a Buenos Aires era appena iniziato l'autunno.
L'agenzia di viaggi mi aveva prenotato un albergo nella zona
centrale della città. Appena mi fui sistemato, telefonai al
professor Muiňos, che era già stato contattato dal professor
Soler. Mi diede appuntamento per il pomeriggio del giorno
dopo, e gliene fui grato, perché così avrei avuto modo di
superare il jet lag e visitare un po' la città.
Con la piantina che mi diedero alla reception dell'albergo mi
accinsi a scoprire gli angoli più suggestivi della capitale
argentina. Innanzitutto mi diressi verso plaza de Mayo, che
tante volte avevo visto in televisione, dove si erano svolte le
dimostrazioni delle madri coraggio dei desaparecidos, vittime
della dittatura militare.
Rimasi per un bel po' nella piazza, senza perdermi nemmeno
un dettaglio, riuscendo a percepire la forza di quelle donne con
i fazzoletti bianchi in testa che avevano sfidato, in modo
pacifico ma estremamente efficace, il branco di assassini che
aveva fatto parte della giunta militare.
Poi visitai la cattedrale e mi lasciai trasportare dalla fiumana
di gente per le strade bonaerensi, finché verso le sei del
pomeriggio la stanchezza mi impedì di proseguire. Fermai un
taxi e rientrai in albergo, mi infilai a letto e non mi svegliai fino
al giorno dopo.
Per prima cosa telefonai a mia madre, temendo che avesse
già chiamato l'Interpol per denunciare la scomparsa del suo
tanto amato figlio. Sono gli inconvenienti dell'essere figlio
unico, per di più cresciuto senza padre, visto che il mio morì
quando ero piccolo.

Il professor Muiňos abitava in una casa a due piani nell'elegante


quartiere Palermo. Appena si aprì la porta, mi arrivò alle narici
il profumo del legno incerato e dei libri che tappezzavano
completamente le pareti, andando a formare un'enorme
biblioteca che occupava tutta la casa.
Fui accolto da una cameriera boliviana, dall'aria timida, che
mi condusse subito nell'ufficio del professore.
Andrés Muiňos aveva il classico aspetto da vecchio
accademico. Indossava un informale golf di lana, portava i
capelli bianchi pettinati all'indietro, aveva l'aria distratta tipica
degli intellettuali e la cortesia di chi ha già visto tutto e non si
sorprende più di nulla.
«E così lei è il giornalista spagnolo!» mi disse a mo' di saluto.
«Ebbene sì... La ringrazio davvero molto per avermi
ricevuto» replicai.
«Me l'ha chiesto Pablo Soler, un caro amico e collega. Ci
siamo incontrati a Princeton.»
«Sì, me l'ha raccontato.»
«A proposito di vite straordinarie, quella di Pablo lo è, ma so
che l'oggetto delle sue ricerche è Amelia Garayoa, la sua
bisnonna, se non ho capito male.»
«Proprio così, era la mia bisnonna, ma in famiglia si sa
pochissimo di lei, praticamente niente.»
«Tuttavia è stata una donna importante, molto più di quanto
lei possa immaginare; ha avuto una vita densa di avventure e di
pericoli, degna di un romanzo di le Carré.»
«In effetti finora mi ha sorpreso molto. Ma devo confessarle
che quanto ho scoperto su di lei non la rende una donna
interessante, ma piuttosto una persona che si lasciava dominare
dagli eventi senza riuscire a controllarli.»
«A quanto mi ha detto Pablo, lei conosce la storia di Amelia
fino a quando è arrivata a Buenos Aires con Pierre Comte. A
quell'epoca aveva circa una ventina d'anni e, non so lei, ma io
non conosco nessuno che sia interessante a quell'età, e
nemmeno all'età che ha lei adesso: poco più di trent'anni,
giusto?»

Però, il professore! Non aveva peli sulla lingua. Con un sorriso,


mi stava dicendo che mai mi avrebbe scelto come compagno di
conversazione. Ma non era il momento di offendersi, così feci
finta di niente.
«Penso che abbia già parlato con la signora Francesca
Veneziani, o mi sbaglio?»
«Arrivo da Roma, dove l'ho incontrata e mi ha regalato il suo
libro su Carla Alessandrini.»
«Ho visto la signora Veneziani in un paio di occasioni. È una
donna interessante e furba; consapevole che non sarebbe mai
diventata una grande cantante, è riuscita comunque a farsi un
nome raccontando la storia dei divi della lirica. E i suoi libri non
sono affatto male, bisogna ammettere che sono ben
documentati. Ha già letto quello sulla Alessandrini?»
«L'ho cominciato in aereo, ma non l'ho ancora finito.»
«Anche Carla Alessandrini è stata una donna eccezionale, al
di là del suo talento come cantante. Era forte, coraggiosa, decisa
e se ne infischiava dell'opinione degli altri, ma per sua scelta,
non come la sua bisnonna, che si lasciò influenzare da Pierre
Comte. Sa, giovanotto, ormai non ho più molti impegni, perciò
le ho preparato un programma di visite nei posti che in qualche
modo sono collegati con la sua bisnonna; così potrà capire
meglio le sue avventure in questa città e ne approfitterà per
conoscere Buenos Aires, dove i miei genitori sono emigrati dopo
la fine della guerra civile. Mio padre era capitano dell'esercito
repubblicano e riuscì a fuggire dopo la guerra. Meno male!
Altrimenti l'avrebbero fucilato. All'epoca io avevo cinque anni.
Per questo, pur essendo nato a Vigo, mi sento di qui. Ma
torniamo al motivo della sua visita. Da dove vuole iniziare?»
«Mi piacerebbe sapere cos'è successo quando Pierre e Amelia
sono arrivati qui.»
«D'accordo» disse Muiňos sorridendo, mentre mi guardava
accendere il registratore.

Scesero al Castelar, che si trova in avenida de Mayo. Andremo a


visitarlo, perché è lì che alloggiò anche Federico García Lorca
tra l'ottobre del 1933 e il marzo del 1934.
Era un albergo confortevole, che ospitava spesso artisti e
scrittori di passaggio a Buenos Aires. Pierre Comte non aveva
intenzione di fermarsi a lungo in hotel, voleva trovare una casa
da dove poter svolgere la sua doppia attività di libraio e di spia.
Forse lei non lo sa, ma all'inizio del ventesimo secolo Buenos
Aires era una città alla moda, che aveva fatto il suo ingresso
nella modernità ispirandosi alla Francia, alla Parigi del barone
Haussmann. Non c'era artista di spicco che non si esibisse al
teatro Colón. Fu un italiano ad avviare il progetto, che venne
affidato a diversi architetti fino al termine dei lavori, nel 1908.
Al Colón si sono esibite vere e proprie leggende, del calibro di
Caruso, Toscanini, Menuhin, Maria Callas e, naturalmente, Carla
Alessandrini. Nel mondo dell'opera sono in molti ad assicurare
che, dopo la Scala di Milano, il Colón è il teatro con la migliore
acustica del mondo.
Pierre considerava un bel colpo di fortuna l'amicizia che
stava sbocciando tra Amelia e Carla. La diva era un ottimo
biglietto da visita in questa città, che letteralmente stravedeva
per lei.
Il nostro uomo non perse tempo e il giorno dopo lo sbarco
stava già cercando un posto adatto in cui sistemarsi. Si era
portato dietro diversi bauli pieni di libri rari ed edizioni
speciali, che senza dubbio avrebbero risvegliato l'interesse dei
bibliofili. Molti li aveva comprati in Spagna, quando aveva
cominciato ad accarezzare l'idea di fare di Amelia il suo alibi
per trasferirsi a Buenos Aires.
Mosca non lesinava i finanziamenti alle sue spie, ma non
permetteva che venissero sprecati; tutti dovevano rendere
conto fino all'ultimo centesimo di quanto avevano speso e c'era
molta diffidenza verso chi aveva le mani bucate. Non si poteva
sperperare invano il denaro del popolo.
Il secondo giorno dopo l'arrivo Carla li invitò al cocktail
offerto in suo onore dall'ambasciata italiana. Pierre non poteva
essere più soddisfatto di come stavano andando le cose e si
diceva che era stata proprio una buona idea farsi accompagnare
da Amelia.
Anche se Pierre aveva quindici anni più di lei, formavano
una coppia ben assortita. Amelia aveva una figura fragile, quasi
eterea, così magra e bionda. Lui aveva un portamento elegante
ed era un uomo di mondo.
Carla abbracciò Amelia appena la vide entrare
all'ambasciata.
«Ma perché non mi hai telefonato? Mi sei mancata, non ho
nessuno con cui parlare.»
Amelia si scusò, accampando il pretesto di aver passato i
primi due giorni a cercare casa, visto che non era facile trovare
quello di cui Pierre aveva bisogno.
«Ma ci sono qua io! Vero, Vittorio? Conosciamo sicuramente
qualcuno che vi possa aiutare nelle vostre necessità. Lascia fare
a me.»
Gli invitati al cocktail, l'alta società di Buenos Aires,
osservavano attentamente le dimostrazioni di affetto di Carla
nei confronti di Amelia.
Se la grande Alessandrini teneva sotto la sua protezione
quella coppia, voleva dire che erano persone importanti. Quella
sera Pierre e Amelia ricevettero diversi inviti a pranzi, cene,
serate musicali e alle corse dei cavalli. Pierre sfoderò tutto il
suo charme francese, e più di una signora rimase stregata da
quell'uomo galante dallo sguardo tanto seducente.
Sia Pierre sia Amelia erano avidi di notizie sulla situazione in
Spagna, e a fornire la risposta a quasi tutte le loro domande fu
un chiassoso napoletano, Michelangelo Bagliodi, sposato con
una segretaria dell'ambasciata italiana.
«Franco non è ancora entrato a Madrid, ma lo farà da un
momento all'altro. Tenete conto che i migliori generali spagnoli
sono impegnati nella rivolta, niente meno che Sanjurjo, Mola e
Queipo de Llano. Non ho il minimo dubbio che trionferanno per
il bene della sua patria, signorina Garayoa.»

Pierre stringeva con forza la mano di Amelia, per evitare che lei
replicasse in modo inappropriato. L'aveva istruita sul
comportamento da tenere - guardare, ascoltare e parlare poco -
ma lei si sentiva troppo coinvolta per riuscire a mantenere la
calma.
«E lei crede, signor Bagliodi, che l'Italia e la Germania
collaboreranno con i militari che si sono ribellati alla
Repubblica?» si informò Pierre.
«Amico mio, non c'è alcun dubbio che possano contare sulla
simpatia del Duce e del Führer! E se è necessario... Be', sono
certo che l'Italia e la Germania aiuteranno la grande nazione
sorella che è la Spagna.»
Michelangelo Bagliodi era felice di essere oggetto delle
attenzioni della coppia che gli era stata presentata dalla divina
Carla. Inoltre, i due davano l'impressione di apprezzare le sue
opinioni, cosa che gli sembrava naturale, considerata la sua
competenza nelle questioni di politica internazionale grazie al
matrimonio con la segretaria dell'ambasciatore. Lui, emigrato
molti anni prima dalla natia Napoli, aveva lavorato sodo per
diventare un agiato commerciante, elevandosi anche nella scala
sociale grazie alle nozze con Paola. Il lavoro della moglie gli
procurava sempre nuovi contatti e soprattutto la possibilità di
stare gomito a gomito con la crema della società bonaerense ne'
cocktail o nelle cene dell'ambasciata.
«E cosa fa il presidente Azaňa?» domandò Amelia.
«Un disastro, signorina, un disastro. La repubblica sta
permettendo ai civili di armarsi in sua difesa, perché oltre la
metà dell'esercito è con i generali che si sono ribellati alla
situazione. Gli esperti dicono che le forze sono praticamente
alla pari, ma a mio parere, signorina, non si possono paragonare
il genio e il valore militare degli uni con quelli degli altri. E poi
come possono mettersi d'accordo repubblicani, socialisti,
anarchici, comunisti e tutta la gente di sinistra? Vedrà che
finiranno per litigare tra loro. Mi auguro che il conflitto finisca
bene, con il trionfo di Franco, che è quanto di meglio possa
succedere alla Spagna.»
Il napoletano, soddisfatto della sua conversazione con
Amelia e Pierre, si offrì di aiutarli.
«Siete appena arrivati e non conoscete bene la città, perciò
non esitate a chiedermi qualunque cosa di cui abbiate bisogno.
Mia moglie e io ci sentiremmo molto onorati se voleste venire a
trovarci a casa, potremmo invitare qualche amico e organizzare
una serata...» si azzardò a proporre Bagliodi.
«Ne saremmo felici» assicurò Pierre.
Bagliodi gli diede il suo biglietto da visita e si appuntò su un
foglio l'indirizzo dell'albergo in cui alloggiava la coppia,
promettendo di far giungere loro al più presto un invito per la
serata.
«È un imbecille!» disse Amelia appena si furono allontanati.
«E non ho alcuna intenzione di andare a casa di quel fascista!
Non capisco come hai potuto dirgli che lo faremo!»
«Amelia, se appena arrivati proclamiamo subito le nostre
idee ci renderemo vulnerabili. Non conosciamo nessuno in
questa città e abbiamo assoluto bisogno di farci aprire delle
porte. Ti ho già detto una volta che, per quanto posso, collaboro
con l'Internazionale comunista, e torna sempre utile sapere
cosa pensano i nemici.»
«Neanche fossi una spia!» esclamò Amelia.
«Che sciocchezze dici! Non si tratta di spiare, ma di
ascoltare, perché quello che dicono ingenuamente i nemici ci
serve per essere preparati, per stare un passo avanti a loro.
Aspiro alla rivoluzione mondiale, a farla finita con i privilegi di
coloro che hanno tutto, ma naturalmente nessuno accetterà di
essere privato di ciò che possiede, perciò è necessario sapere
come la pensano, come si muovono...»
«Sì, me l'hai già detto. Comunque, non sono disposta a
frequentare quell'uomo insopportabile e la sua insipida
moglie.»
«Faremo quello che bisogna fare» concluse Pierre,
esasperato dal malumore di Amelia. «Inoltre, chi meglio di
quell'uomo può informarci sulla situazione spagnola? Credevo
che fossi ansiosa di avere notizie attendibili sul tuo paese.»

Il giorno dopo, Amelia ricevette una telefonata da Carla, che la


invitava a bere qualcosa al Caffè Tortoni.
«Ma vieni da sola, voglio parlare in tutta tranquillità. Finisco
le prove verso le sei. Non ti sarà difficile trovare il caffè. È in
avenida de Mayo e a Buenos Aires lo conoscono tutti.»

Pierre non ebbe niente da dire sul suo appuntamento e passò la


giornata continuando a cercare la sistemazione ideale che fino a
quel momento esisteva solo nella sua immaginazione.
Amelia trovò Carla nervosa; lo era sempre alla vigilia di una
prima, perché non si lasciava lusingare dagli elogi.
«Sono tutti gentilissimi, ma se poi prendo una stecca mi
mettono in croce e mi voltano le spalle con la stessa
disinvoltura con cui oggi si inchinano in mia presenza. Non
posso permettermi un errore: mi vogliono sublime, e così devo
essere.»

La sera della prima, su invito di Carla, Amelia e Pierre si


accomodarono in un palco. Amelia era bellissima, come
avrebbero riferito le cronache mondane sui quotidiani del
giorno dopo definendola "la migliore amica della divina Carla".
Carla fu magnifica, stando alle stesse fonti. Gli spettatori, in
piedi, le tributarono oltre mezz'ora di applausi e lei dovette
uscire diverse volte a ringraziare.
Dopo lo spettacolo Vittorio aveva organizzato una cena con
gli uomini più influenti di Buenos Aires, alcune personalità del
mondo della cultura e i direttori dei principali giornali, oltre
naturalmente ad Amelia e Pierre. Quella sera la fortuna sorrise
a Pierre quando un gentiluomo dal forte accento italiano gli
chiese dove fossero alloggiati e lui gli spiegò che stavano
cercando un posto da adibire ad abitazione e al contempo a
negozio per i suoi tesori bibliografici.
L'uomo si presentò come Luigi Masseti, proprietario di
diversi edifici e locali commerciali, e si offrì di aiutarlo a
trovare il posto adatto.
«Penso proprio di avere quello che fa per voi. Si trova al
piano terra di un vecchio palazzo situato in un'ottima
posizione, in calle Piedras. È molto luminoso perché ha una
grande vetrata che dà sull'esterno. Non è grandissimo, ma
credo che sia più che sufficiente a ospitare una coppia e il
negozio di libri. Perché non passa domattina dal mio ufficio,
così uno dei miei impiegati la accompagna a vederlo?»

Pierre accettò, pieno di gratitudine. Amelia, da parte sua, aveva


intorno a sé un buon numero di corteggiatori. A quel punto
ormai si sapeva, perché Pierre si era premurato di divulgarlo,
che erano fuggiti dalle rispettive famiglie, lei abbandonando il
marito e il figlio e lui una fiorente attività, per vivere
un'appassionata storia d'amore. Alcuni uomini si convinsero
che la spagnola fosse una facile preda, che stuzzicava la loro
abilità di seduttori, e cercarono di prendersi delle libertà che
sorpresero e al tempo stesso ferirono Amelia.
Carla Alessandrini, resasi conto della situazione, intervenne
un paio di volte, dichiarando che chiunque molestasse la sua
amica offendeva anche lei.
Pierre invece preferiva fare finta di niente, dal momento che
il suo obiettivo era quello di conoscere il maggior numero
possibile di persone nella raffinata e chiusa società bonaerense.
E lì ne era presente il fior fiore. Non avrebbe potuto essere più
fortunato di così.
Carla presentò loro una coppia a cui sembrava legata da
un'amicizia di vecchia data.
«Amelia, voglio farti conoscere Martin e Gloria Hertz. Sono i
migliori amici che ho a Buenos Aires.»

Martin Hertz era un ebreo tedesco giunto in città tre anni prima
per sfuggire alle persecuzioni naziste. Era otorino e aveva
conosciuto Carla a Berlino, quando la diva aveva avuto un
problema alla gola due giorni prima dell'esibizione al teatro
dell'Opera. Martin l'aveva curata facendo il possibile perché
potesse andare in scena e ricevere i meritati applausi. Da allora
Carla stravedeva per quel giovane medico tedesco che, arrivato
a Buenos Aires, si era innamorato di una ragazza di origine
spagnola, Gloria Fernández, e l'aveva sposata.
Amelia simpatizzò subito con i signori Hertz. Martin aveva
un'espressione bonaria che ispirava fiducia e Gloria sprizzava
simpatia e carattere.
«Dovete venire a visitare la mia galleria d'arte» li invitò
Gloria. «Adesso espone un giovane talento messicano a cui
auguro un brillante futuro. Cerco di rendere la mia galleria un
punto di riferimento per la nuova pittura, un posto in cui i
giovani abbiano la possibilità di esporre.»
Pierre promise di andare a visitare la galleria degli Hertz. E si
congratulò con se stesso per essersi portato dietro Amelia, un
prezioso talismano che gli stava aprendo le porte della società
bonaerense.
«Ho un'amica tedesca, di Berlino» commentò Amelia «anche
se forse adesso si trova a New York. Spero proprio di sì! Yla è
ebrea e suo padre, Herr Itzhak Wassermann, era socio del mio,
ma ha subito così tante intimidazioni da parte dei nazisti che la
ditta è fallita. Mio padre ha cercato a lungo di convincere Herr
Itzhak a lasciare la Germania, e... be', prima che venissi qui, mi
hanno detto che stavano pensando di emigrare a New York.»
«I nazisti non ci lasciano molta scelta: ci stanno derubando,
espropriano i nostri beni e gli uomini delle SS non ci danno
tregua. Prima ci hanno privato di alcuni diritti civili, poi con le
leggi di Norimberga ci hanno fatto diventare degli appestati. Io
me ne sono andato nel 1934, ben sapendo che, nonostante
quello che vogliono credere le comunità ebree in Germania, il
nazismo non sarà un fenomeno passeggero. Nel maggio del 1933
sono stato testimone di quel gesto vergognoso e terribile che è
stato il rogo pubblico di libri, opere scritte da ebrei, patrimonio
dell'umanità... È stato dopo quell'episodio che ho deciso di
andarmene: sapevo che una simile barbarie sarebbe stata solo
l'inizio, come purtroppo è successo. I miei genitori non hanno
voluto seguirmi; ho un fratello maggiore, sposato e con due
figli, e nemmeno lui ha voluto emigrare. Prego per i miei cari
ogni giorno e mi fa ribollire il sangue il solo pensiero che siano
tormentati dai loro stessi vicini.»
«Su, Martin, siamo a una festa...» protestò Gloria cercando di
tirare su il morale al marito.
«Mi dispiace, è stata colpa mia... Non avrei dovuto...»
«Non lo dica nemmeno! Mi fa piacere sapere che lei è una
persona sensibile che si rattrista per la situazione di altri esseri
umani» replicò Martin. «Ma Gloria ha ragione, non possiamo
rabbuiarci proprio alla festa di Carla. Lei vuole vederci felici.»

Mentre tornavano in albergo, Pierre si dimostrò affettuoso e


sollecito con Amelia. A guardarli, si sarebbe detto che
quell'uomo fosse perdutamente innamorato della fragile
fanciulla che gli camminava accanto.

Una settimana dopo Amelia e Pierre si trasferirono


nell'appartamento al pianterreno che avevano affittato da Luigi
Masseti. A Pierre era sembrato il posto perfetto: un enorme
portone dava accesso alla casa; superato un piccolo vestibolo, si
entrava in un salone di una cinquantina di metri, illuminato da
una grande vetrata sulla strada. In fondo, due camere, una
piccola cucina e un bagno costituivano quella che sarebbe stata
la loro dimora. Le finestre di quella parte della casa davano su
un cortile condominiale.
Amelia pulì a fondo il suo nuovo focolare. Pierre dimostrò di
essere un bravo falegname: comprò il legno e costruì una
grande biblioteca che occupava praticamente tutte le pareti
della sala. Quanto al resto della casa, non spesero molto per
l'arredamento, acquistando lo stretto necessario.
«Aspettiamo di vedere come vanno gli affari; ci sarà poi
sicuramente tempo per procurarsi dei mobili appropriati» disse
Pierre ad Amelia.

Non gli andò male. Buenos Aires era una città cosmopolita
affascinata dagli europei che cercavano rifugio tra le sue vie.
Pierre era francese, e Amelia una spagnola bella e delicata,
perciò non avevano problemi a farsi aprire qualunque porta.
L'unica cosa che sconcertava Amelia era la familiarità con cui
Pierre trattava Michelangelo Bagliodi, il marito della segretaria
dell'ambasciata italiana. I due sembravano diventati grandi
amici e spesso pranzavano insieme; o passavano tutti e quattro
la domenica in casa della coppia.
Se Martin e Gloria Hertz li avevano introdotti nel mondo
intellettuale della città, Bagliodi, attraverso la moglie Paola, era
riuscito a farli invitare ad alcuni eventi dell'ambasciata italiana,
durante i quali, con grande naturalezza, Pierre stabiliva contatti
con ambasciatori e diplomatici di altri paesi.
Amelia sembrava essersi abituata alla nuova situazione e non
era del tutto infelice, anche se continuava a preoccuparsi per la
guerra civile in Spagna. Il momento peggiore per lei fu la
partenza di Carla Alessandrini. La diva aveva concluso i suoi
impegni artistici a Buenos Aires e doveva tornare in Europa,
dove a dicembre avrebbe inaugurato la stagione della Scala di
Milano con il Falstaff, un'opera difficile e ambiziosa. Prima di
partire si incontrò di nuovo a tu per tu con Amelia al Caffè
Tortoni, che era diventato il loro posto preferito. Sedute ai
tavolini di rovere e marmo verde si scambiavano confidenze.
«Mi mancherai, cara Amelia... Perché non torni in Europa?
Se vuoi posso aiutarti...»
«E cosa potrei fare? No, Carla, ho preso una decisione di cui a
volte mi pento, ma ormai è troppo tardi per ripensarci. Mio
marito non mi perdonerà mai; quanto alla mia famiglia... li ho
fatti molto soffrire: come si comporterebbero con me se mi
ripresentassi? Chiedo solo a Dio che Franco perda la guerra e
torni la tranquillità. Ho paura per loro, anche se Madrid resiste
ancora...»
«E tuo figlio? Non ti rendi conto che, se non torni, lo
perderai? È ancora piccolo, ma un giorno vorrà sapere che fine
ha fatto sua madre, e cosa potranno dirgli? Amelia, torna con
me in Europa...»
Ma Amelia sembrava volersi convincere della decisione di cui
tante volte si era pentita. Inoltre, in quel momento non avrebbe
avuto il coraggio di affrontare Pierre. Tremava all'idea della sua
reazione se gli avesse detto che lo abbandonava.
«Mio figlio l'ho già perso e so che non mi perdonerà mai.
Sono la peggiore madre del mondo, forse è un bene che io non
sia con lui...» si rimproverò Amelia, senza riuscire a trattenere
le lacrime.
«Su, non piangere, a tutto c'è rimedio; basta volerlo. Hai il
mio indirizzo e quello dell'ufficio di Vittorio dove puoi sempre
mandarmi un messaggio; lì ti diranno dove sono e come
trovarmi. Se hai bisogno di me, non esitare a scrivermi, sai che
farò l'impossibile per aiutarti.»

Pierre lavorava di buona lena, ma ogni tanto anche lui si


lasciava prendere dalla malinconia. Entro la fine di ottobre
aveva già stabilito regolari contatti con il suo supervisore, il
segretario dell'ambasciatore dell'Unione Sovietica, a cui
passava le informazioni raccolte nei circoli intellettuali, ma
anche tra i commercianti e nella classe alta della città.
Preparava rapporti minuziosi, in cui non ometteva alcun
dettaglio, per quanto fosse insignificante.
E sottoponeva Amelia a veri e propri interrogatori quando
rientrava dagli incontri pomeridiani con le sue nuove amiche o
scambiava quattro chiacchiere con qualche personaggio
influente, durante un cocktail, un evento letterario o una cena.
Era un agente disciplinato, con una missione da compiere,
ma era convinto che il suo posto non fosse a Buenos Aires.
Comunque, dopo sei mesi aveva già "ingaggiato" un agente
addirittura al ministero degli Esteri, come gli avevano ordinato.
Miguel López era un funzionario del ministero, dalle
convinzioni comuniste, anche se non era iscritto a nessun
partito. Detestava l'alta società e si lamentava della situazione
in cui versavano molti suoi compatrioti che vivevano lontano
dalla capitale e che assistevano solo come spettatori all'ascesa
glamour della città.
Miguel López aveva trovato il suo lavoro da impiegato grazie
a uno zio che faceva il portiere al ministero. Costui era un uomo
affabile e un giorno aveva parlato bene del suo giovane nipote,
che era esperto di meccanografia e di tachigrafia e aveva
qualche rudimento di contabilità. Inoltre, era particolarmente
portato per le lingue, perché, pur senza averne studiata
nessuna a scuola, aveva imparato per conto suo il francese.
Doveva essere stato convincente, perché a Miguel López era
stato assegnato un posto da funzionario e, siccome era sveglio e
discreto, dopo un anno era stato promosso al ruolo di segretario
del capo del dipartimento Codici, dove si criptavano e
decifravano i messaggi. Nel tempo libero, López studiava legge,
perché sognava di diventare avvocato, una decisione che
sembrava rafforzare la buona opinione che i suoi capi avevano
di lui.
Amelia nutriva molta simpatia nei confronti di Miguel López
e non sospettava la natura del legame sempre più stretto fra lui
e Pierre. Per lei l'amicizia di quel ragazzo era una benedizione,
perché la aggiornava sulla situazione in Spagna, avvalendosi dei
dossier criptati dell'ambasciatore argentino a Madrid.
Una sera in cui Miguel era andato a cena a casa di Amelia e
Pierre, raccontò che la situazione in Spagna si stava aggravando
ora dopo ora.
«A quanto sembra» disse «nella retroguardia i fascisti
commettono ogni tipo di infamie: fucilano i militanti della
sinistra e si accaniscono contro i repubblicani. Ma la cosa più
importante è che i lavoratori spagnoli hanno organizzato una
vera e propria Resistenza contro i fascisti e, oltre all'esercito
della repubblica, si sono formate unità di milizie popolari. I
miliziani del battaglione Abramo Lincoln stanno già
partecipando alla lotta, e da ogni parte giungono uomini per
unirsi alle Brigate internazionali. A proposito» aggiunse «il
viaggio della delegazione di donne antifasciste in Messico inizia
a dare i suoi frutti. Il nostro ambasciatore laggiù dice che
continueranno a raccogliere fondi per i miliziani e per aiutare
la repubblica. Dal punto di vista della propaganda, il risultato
non potrebbe essere migliore: la maggior parte dei giornali
attacca i golpisti e sostiene il governo di Azaňa. E noi qui senza
poter fare nulla! Mi vergogno per i nostri politici!»

López nutriva un'intima soddisfazione per essere diventato un


agente dell'Unione Sovietica e sognava il momento in cui, come
ricompensa dei suoi servizi, l'avrebbero chiamato nella "patria
dei lavoratori" per restare là per sempre
Pierre gli aveva spiegato che non doveva attirare
l'attenzione, che doveva diffidare di chiunque e, soprattutto,
continuare a svolgere il suo grigio lavoro di funzionario.
Anche se Miguel López gli aveva raccontato che una sua
collega sembrava nutrire la stessa avversione verso il regime
del suo paese, facendo anche commenti negativi sul fascismo,
Pierre gli aveva proibito di fidarsi di lei.
Nonostante il buon lavoro di Miguel López, Pierre aveva
bisogno di un altro agente infiltrato nel ministero degli Esteri o
addirittura alla presidenza, come gli aveva indicato il suo
supervisore dell'ambasciata.
La fortuna sembrava essere dalla sua parte fin da quando era
arrivato a Buenos Aires; infatti, un giorno, Amelia gli disse che
Gloria, in galleria, le aveva presentato un'amica che stava
passando un brutto momento.
«Non immagini cosa deve sopportare quella poveretta per
colpa del suo lavoro presso la sede del governo, visto che è
un'accanita antifascista. Secondo Gloria, la sua amica Natalia ha
idee comuniste.»
Pierre non sembrò mostrare un grande interesse ma,
qualche giorno più tardi, insisté per invitare a cena Martin e
Gloria Hertz, e durante la serata accennò a ciò che gli aveva
raccontato Amelia.
«Oh, sì, povera Natalia! Per lei è molto difficile lavorare al
governo. Non che occupi un posto importante, a diretto
contatto con il presidente. È al dipartimento di traduzioni e
passa la giornata a tradurre documenti e lettere dall'inglese. E
se il presidente ha bisogno di un'interprete, si affida a lei.
Natalia parla perfettamente inglese, visto che suo padre era un
diplomatico e per un certo periodo è stato destinato in
Inghilterra, poi negli Stati Uniti e in seguito in Norvegia e in
Germania. Lei aveva cinque anni quando fu inviato in
Inghilterra ed è rimasta lì fino ai nove; successivamente il padre
venne mandato a Washington, e così per lei l'inglese non ha
segreti.»

Pierre si sforzò di mostrare un sincero dispiacere verso la sorte


di Natalia e suggerì di invitarla la prossima volta che si fossero
visti.
Ma ciò avvenne soltanto un mese più tardi, e per caso,
all'inaugurazione di una mostra alla galleria di Gloria.
Natalia Alvear era una cinquantenne di statura media, con i
capelli castani e un portamento elegante, pur non essendo
affatto una bellezza. Era zitella e annoiata, e frequentava
ambienti intellettuali e artistici dove veniva a contatto con
gente di sinistra. Trovava monotono il suo lavoro presso il
governo, e la mancanza di prospettive e ambizioni la
amareggiava.
Pierre intuì che c'era del potenziale per farne un'agente e
che quell'attività avrebbe potuto dare una scossa alla sua vita.
Ma decise di procedere per gradi e di aspettare che quella
zitellona fosse matura per affrontare il lavoro.
Due giorni più tardi, passando davanti al palazzo del
governo, fece finta di incontrarla per caso all'ora in cui lei gli
aveva detto che di solito usciva a pranzo.
«Cara Natalia, che sorpresa!»
«Signor Comte, è davvero una coincidenza...»
«Credo che potremmo chiamarci per nome, non le sembra?
Sono venuto a trovare un cliente che sta da queste parti e
adesso volevo fare un pranzo leggero perché dopo ho un altro
appuntamento in zona. E lei dove va?»
«Come lei, a pranzo.»
«Se non la considera una sfacciataggine da parte mia, sarei
felice di invitarla.»
«Oh, no! Non posso accettare.»
«Ha un altro impegno?»
«No, non è per questo, ma, insomma, non mi sembra il caso.»
«A Buenos Aires non è normale che due persone che si
conoscono pranzino insieme?» domandò Pierre facendo
l'ingenuo.
«Be', se sono amici, certamente sì.»
«Lei è amica di Gloria e gli Hertz sono tra i nostri migliori
amici, quindi non vedo il problema... Su, mi permetta di
invitarla a pranzo. Amelia si arrabbierà se le dico che l'ho
incontrata e sono stato così scortese da non farlo.»
Entrarono in un ristorante lì vicino e Pierre sfoderò il suo
savoir-faire da uomo di mondo. Riuscì a farla ridere e la
corteggiò anche un po'.
Natalia era troppo sola e stanca della sua grigia esistenza per
resistere a un uomo come Pierre.
Non fu l'unica occasione in cui fece finta di incontrarla per
caso e lei si lasciò invitare a pranzo. A poco a poco tra loro si
instaurò una relazione che agli occhi di un osservatore ingenuo
sarebbe potuta sembrare un semplice amore platonico tra due
persone che per senso del dovere non osano fare un passo in
più.
Pierre si faceva scudo della lealtà nei confronti di Amelia,
che per lui aveva abbandonato il marito e il figlio. E Natalia lo
ammirava ancora di più per questo, anche se in cuor suo
desiderava che si comportasse in modo meno onorevole.
Pierre confessò a Natalia di essere comunista e le disse che
soltanto lei poteva capire l'importanza della sua causa.
Senza che lei se ne rendesse conto, la convinse di quanto
fosse inopportuno restarsene con le mani in mano lasciando
che i fascisti di tutto il mondo l'avessero vinta. E arrivò il giorno
in cui le chiese di passargli qualunque informazione le
sembrasse importante per la "causa", in modo che lui potesse
farla arrivare alle persone giuste.
All'inizio Natalia esitò; allora Pierre fece un passo in più e un
pomeriggio diventò il suo amante.
«Dio mio, cosa abbiamo fatto!» si lamentò Natalia.
«Doveva succedere» la consolò lui.
«E Amelia?»
«Non voglio parlare di lei. Lasciami godere questo momento,
il più felice degli ultimi tempi.»
«Ci siamo comportati in modo orribile!»
«Potevamo evitarlo? Dimmi, Natalia, non abbiamo forse
cercato di resistere per tutto questo tempo? Non dirmi che sei
pentita, perché non lo sopporterei.»
Lei non era pentita, ma solo preoccupata per il futuro,
sempre che per loro due potesse essercene uno.
«Viviamo il presente, Natalia, quello che abbiamo; il
futuro...chi può sapere quello che succederà? Non ci unisce la
carne, ma un'idea, grande e liberatrice dell'umanità. E questa
idea sacra è più forte di qualunque altra cosa. Non importa quel
che sarà di noi, l'importante è che saremo sempre in sintonia
perché lottiamo per la stessa causa.»
Natalia non sapeva dell'esistenza di Miguel López, né lui
della sua. Erano entrambi controllati da Pierre, che a sua volta
faceva rapporto al suo supervisore, il segretario
dell'ambasciatore.
7

A Mosca sembravano soddisfatti del lavoro di Pierre Comte. O


almeno così gli aveva detto il suo supervisore. In poco più di sei
mesi aveva ingaggiato due collaboratori inseriti in posizioni
strategiche, ed entrambi si stavano dimostrando una miniera di
informazioni.
Amelia non sospettava nulla della relazione di Pierre con
Natalia e continuava a esserle amica. Non era raro che fosse
invitata a cena a casa della coppia, che li accompagnasse alle
mostre della galleria di Gloria Hertz o che nei giorni di festa
andassero tutti insieme in gita nei dintorni di Buenos Aires.
Diventarono un trio inseparabile e Pierre era eccitato dalle
scariche di adrenalina provocategli dall'idea di uscire con le sue
due amanti, una per lato, in perfetta armonia.
«Amelia mi fa pena» gli diceva sempre Natalia. «Quella
poverina è così innocente. Come fa a non rendersi conto che
ami me?»
«Meglio così, cara, non ho il coraggio di abbandonarla. Siamo
arrivati da poco a Buenos Aires e sono stato io a portarla fin
qui... Devi capirlo, ho bisogno di tempo.»
In realtà Pierre non poteva fare a meno di Amelia. La giovane
spagnola aveva una naturale capacità di farsi accettare da tutti;
grazie a lei Pierre si trovava spalancata ogni porta, e
soprattutto non dimenticava che la maggior parte delle sue
nuove amicizie erano collegate a Carla Alessandrini. Se la diva
avesse scoperto che voleva abbandonare Amelia o che la
tradiva, era più che certo che avrebbe fatto pressioni sulle sue
amicizie bonaerensi perché gli voltassero le spalle. Così Pierre
aveva imposto a Natalia una rigorosa discrezione affinché non
rivelasse a nessuno che erano amanti.
Pierre non trascurava neppure la sua amicizia con
Michelangelo Bagliodi e sua moglie Paola. Anche loro
continuavano a essere un'ottima fonte di informazioni. Di solito
Natalia si univa ai pranzi a casa degli italiani, che erano
entusiasti di avere tra loro una donna che lavorava a stretto
contatto con il presidente della repubblica. Inoltre, su consiglio
di Paola, Natalia aveva cominciato a curare di più il suo aspetto,
scegliendo abiti eleganti ma seducenti, cambiando pettinatura o
depilandosi le sopracciglia.
Durante uno di questi pranzi Bagliodi spiegò a Pierre il
sostegno deciso di Hitler e del Duce nei confronti del generale
Franco.
«Deve considerare che, al di là delle affinità ideologiche, il
Führer non può permettere l'esistenza di un regime
filosovietico in Spagna. Ha già il Fronte popolare francese di cui
preoccuparsi. Per questo, fin dal primo momento, Franco ha
potuto contare sugli Junkers-52 che Hitler gli ha mandato a
Tetuàn e sulla legione Condor. Con il supporto dei militari
tedeschi, il generale ha la vittoria assicurata. Non c'è nessun
altro esercito come quello tedesco.»
«Ah, Pierre! Ho qui per lei l'Enciclica Divini Redemptoris di
papa Pio XI in cui si condanna il comunismo ateo» intervenne
Paola porgendogli una cartellina.
«Come possono Azaňa e i comunisti del Fronte popolare
vincere la guerra se non hanno Dio dalla loro parte?» esclamò
Michelangelo Bagliodi, sotto lo sguardo infastidito di Amelia e
quello sorridente di Natalia.
«Lei crede che Dio stia con i fascisti?» domandò Amelia,
incapace di trattenersi.
«Ma certo, mia cara! Non crederà che Dio possa proteggere
chi lo insulta e brucia le chiese! Paola mi raccontava, qualche
giorno fa, che i miliziani della sinistra fucilano i sacerdoti e le
monache e profanano le chiese.»
«Non solo, caro, ci sono anche gruppi di miliziani che vanno
nei villaggi a uccidere le persone perbene, i cattolici e i militanti
o i simpatizzanti dei partiti di destra.»
«Però Franco non è ancora riuscito a conquistare Madrid»
sottolineò Amelia cercando di reprimere la rabbia.
«Ci riuscirà, mia cara, semplicemente non vuole affrontare
battaglie inutili. È vero che l'hanno fermato al Jarama, ma per
quanto tempo?»
«Il generale Miaja ha molto prestigio» ribatté Amelia.
«Ah! Colui che si reputa il grande difensore di Madrid»
commentò Bagliodi.
«Presiede la Giunta di difesa nazionale e dicono che sia un
militare capace» intervenne Pierre.
«Ma il governo è una gabbia di matti con Largo Caballero al
comando, e i comunisti e gli anarchici... Lei crede che
riusciranno a mettersi d'accordo? E addirittura Prieto è
diventato ministro della Marina e dell'Aviazione. Ma cosa ne sa
lui della guerra?»
Per Amelia quei pranzi erano un incubo e se ne lamentava
con Pierre.
«Non capisco come fai a sopportarli. I loro commenti sul
comunismo sono offensivi, ma tu non dici niente, come se non
ti riguardasse e non fossimo comunisti. L'hai dimenticato?»
«E cosa vuoi che faccia? Il dialogo con loro è inutile, ma sono
una buona fonte di informazioni e ci tengono al corrente di
quello che succede in Spagna.»
«Per quello ci sono i giornali.»
«Sì, ma loro sono più informati.»
«E a cosa ci servono quelle informazioni? L'Unione Sovietica
sta aiutando la repubblica, quindi conosce di sicuro la
situazione. Non c'è niente che possiamo raccontare ai nostri
compagni che già non sappiano» concluse Amelia.

Una sera d'aprile Miguel López si presentò a casa di Amelia e


Pierre senza preavviso. Lei stava scrivendo sotto dettatura,
perché Pierre continuava a darle ogni giorno lezioni di russo.
Miguel sembrava agitato, ansioso di parlare, ma Pierre gli
fece segno di non dire niente finché Amelia non li avesse
lasciati soli.
«Cara, perché non prepari qualcosa per cena? Nel frattempo,
io e Miguel ci beviamo un bicchierino e facciamo quattro
chiacchiere. Sono stanco di lavorare, perciò, amico mio, mi stai
dando la scusa che mi serviva per smettere.»
Amelia andò in cucina. Miguel le era simpatico, perciò non
aveva niente in contrario che si fermasse a cena.
«Cosa succede?» si informò Pierre.
«Oggi pomeriggio è arrivata una comunicazione dalla nostra
ambasciata a Madrid: la legione Condor ha bombardato
Guernica; è stata rasa al suolo. Non è ancora ufficiale, non credo
che i giornali ne parleranno domani.»
«Guernica è la patria spirituale dei baschi» borbottò Pierre.
«Lo so, e non hanno lasciato nemmeno una pietra intatta...»
affermò Miguel.
«Guernica diventerà un simbolo, e questo, amico mio, servirà
da incoraggiamento a coloro che combattono per la
repubblica.»
«Il generale Miaja può contare su aerei e carri armati
sovietici e, secondo il nostro ambasciatore, le due brigate
formate dai miliziani delle Brigate internazionali stanno
combattendo con successo.»
«E cosa fanno l'Inghilterra e la Francia?»
«Secondo la nostra ambasciata a Madrid, preferiscono non
intervenire ufficialmente nella guerra di Spagna; non vogliono
che il conflitto si espanda su scala internazionale. A loro poco
importa che l'Italia e la Germania stiano appoggiando i golpisti
fin dal primo momento. Inoltre, Franco gode del
riconoscimento diplomatico.»
«Qual è il parere della vostra ambasciata sull'andamento
della guerra?»
«Dicono che Franco sia in vantaggio.»
Miguel diede a Pierre una copia di alcuni dispacci ricevuti da
altre ambasciate. Documenti preziosi che servivano
all'avamposto sovietico di Buenos Aires per ottenere le
congratulazioni dei superiori moscoviti.
Amelia li chiamò a tavola, in cucina, dove mangiarono carne
alla griglia, avanzata dal pranzo, e un'insalata annaffiata da una
bottiglia di vino di Mendoza. Parlarono del più e del meno e,
come sempre, Amelia domandò a Miguel se avesse notizie
fresche dalla Spagna; lui guardò Pierre prima di rispondere.
«Dal 31 marzo sono iniziati i bombardamenti sui Paesi
Baschi; ad aver sofferto di più è stata Biscaglia, e... be', non è
ufficiale, ma la legione Condor ha distrutto Guernica.»
Miguel si rese conto dell'impatto che la notizia aveva avuto
su Amelia, che impallidì e allontanò il piatto.
«Amelia, siamo in guerra! Sai che queste cose succedono.»
Pierre cercò di calmarla, perché stava tremando.
«Io sono basca e... tu non sai cosa significa Guernica» replicò
lei con un filo di voce.
«Tu sei comunista, e la tua patria è il mondo; cosa importa se
hai il cognome basco? Vogliamo costruire un mondo senza
nazioni, l'hai dimenticato?»
«No, non l'ho dimenticato, ma non voglio nemmeno
rinnegare chi sono e da dove vengo. Quando ero piccola mio
padre mi diceva che essere basca era un'emozione...»

A luglio a Buenos Aires cominciò a fare un freddo intenso. Era


ormai da un anno che Pierre e Amelia avevano lasciato la
Spagna per raggiungere la capitale australe. A lei il tempo
trascorso sembrava un'eternità, ma lui pareva soddisfatto e
diceva di non provare nostalgia. I numerosi bauli pieni di libri
con cui aveva viaggiato rappresentavano la base della sua
attività, che aveva poi ampliato comprando edizioni di volumi
argentini e di altri paesi sudamericani. Suo padre, inoltre, gli
spediva qualche libro da Parigi. Pierre non faceva grossi affari,
ma la libreria gli permetteva di vivere agiatamente e di
mantenere la copertura da lui stesso progettata.
Amelia continuava a non nutrire alcun sospetto sulla
relazione tra Pierre e Natalia finché, un pomeriggio in cui si era
trovata con Gloria Hertz nella pasticceria Ideal, l'amica disse
una frase che le fece venire mal di stomaco, senza sapere
perché.
«Non trovi troppo assillante la presenza di Natalia? Le ho già
detto che vi dovrebbe lasciar respirare, è sempre in mezzo a voi
due, come il terzo incomodo. Faresti bene a tenere un po' le
distanze con lei. Io le voglio molto bene, ma non sopporterei
che si intromettesse fra me e mio marito.»

Amelia non sapeva cosa rispondere e si sfregò nervosamente le


mani.
«Scusami, non dare importanza a quello che ho detto» cercò
di tranquillizzarla Gloria. «Sai che sono molto gelosa, sono
troppo innamorata di Martin.»
Da quel momento, Amelia cominciò a osservare più
attentamente Natalia e soprattutto come Pierre si comportava
con lei. Dopo qualche settimana giunse alla conclusione che non
aveva niente di cui preoccuparsi. Natalia era una persona che
soffriva di solitudine e in loro aveva trovato rifugio. Pierre non
sembrava attratto da lei, che, pur essendo una donna elegante,
non aveva un fisico molto avvenente.
Ma Pierre e Natalia continuavano la loro relazione lontano
da sguardi indiscreti e ormai erano diventati veri esperti nel
fingere.
A fine agosto Pierre ricevette una comunicazione da Mosca:
si congratulavano con lui per il lavoro svolto e gli annunciavano
che a breve avrebbe ricevuto nuove istruzioni.
Un giorno, uscendo da casa di Natalia, Pierre incontrò
davanti al portone Igor Krisov.
All'inizio non seppe come reagire, ma il sorriso sornione del
russo lo incoraggiò ad abbracciarlo.
«Sembra che lei abbia visto un fantasma!» gli disse Krisov.
«Proprio così! La credevo a molte migliaia di chilometri da
qui, dall'altra parte dell'oceano...»
«E io la pensavo innamorato della dolce Amelia» replicò il
russo dandogli una pacca sulla spalla.
«Be', non è come crede...» cercò di discolparsi Pierre.
«Sì, sì, è come credo. Ha un'altra amante, si chiama Natalia
Alvear, lavora presso la sede del governo ed è una delle sue
agenti. Si sta sacrificando per la causa» disse Krisov ridendo.
«Sì, qualcosa del genere. Ma cosa ci fa qui?»
«È una lunga storia.»
«Una lunga storia? Cosa succede? Poco fa mi hanno fatto i
complimenti da Mosca, sono soddisfatti delle informazioni che
riesco a ottenere...»
«Sì, le avranno detto così. C'è un posto dove possiamo
parlare?»
«Non so... Andiamo a casa mia, lì potremo stare tranquilli. A
quest'ora Amelia sarà a trovare qualche amica.»
«Continua a ignorare la verità?» volle sapere Krisov.
«La verità? Ah! Ovviamente non sa nulla. Ma è preziosa,
davvero preziosa, riesce a farsi aprire tutte le porte, e la gente
più importante fa a gara per averla come ospite. Sapevo che era
la mossa giusta venire qui con lei.»

Arrivati a casa, con sorpresa di Pierre trovarono Amelia.


«Ah, pensavo fossi con le tue amiche!» le disse in tono di
rimprovero.
«Dovevo uscire, ma tu hai scordato che oggi dovevano venire
dei clienti a vedere l'edizione del Don Chisciotte del diciottesimo
secolo.»
«Hai ragione, me l'ero scordato!» si rammaricò Pierre.
«Mi sembra di conoscerla» disse Amelia a Krisov con un
sorriso, porgendogli la mano.
«In effetti, signorina Garayoa, ci siamo conosciuti a Parigi.»
«Sì, il giorno prima di lasciare la Francia...»
«Lo dice con nostalgia.»
«Sì, ho nostalgia di tutto quello che ho lasciato. Buenos Aires
è una città splendida, molto europea, non è difficile sentirsi a
proprio agio, ma...»
«Ma le mancano la Spagna e la sua famiglia, com'è naturale»
concluse per lei Krisov.
«Se non ti dispiace, Amelia, devo parlare di affari con il
signor Krisov...»
«Cercherò di non disturbarvi, ma preferisco restare. Non ho
più voglia di uscire di casa.»
Pierre fu infastidito dalla decisione di Amelia ma non disse
niente, mentre Igor Krisov sembrava apprezzare la presenza di
lei.
I due uomini rimasero da soli nella sala che fungeva da
libreria.
«E allora, cosa succede?» volle sapere Pierre.
«Ho disertato.» Nel fare questa affermazione, sul volto di
Krisov si dipinse una smorfia di dolore.

Pierre rimase colpito dalla notizia. Non sapeva cosa fare né cosa
dire.
«La sorprende, vero?» domandò Krisov.
«Sì, in effetti è così. La credevo un comunista convinto»
riuscì infine a dire Pierre.
«E lo sono. Sono comunista e morirò comunista. Nessuno
riuscirà a convincermi che esista un modo migliore di rendere
questo mondo un posto abitabile dove tutti siamo uguali e la
nostra sorte non dipenda dai capricci del destino. Non c'è una
causa più giusta, non ne ho alcun dubbio.»

La dichiarazione di Igor stupì ancor di più Pierre.


«Allora... non capisco.»
«Due mesi fa sono stato convocato a Mosca. Abbiamo un
nuovo capo, il compagno Nikolaj Ivanoviĉ Ežov. È l'uomo che ha
sostituito il compagno Genrich Grigor'eviĉ Jagoda al comando
dell'NKVD. Senza dubbio, il compagno Ežov non ha nulla da
invidiare al compagno Jagoda, quanto a crudeltà.»
«Il compagno Jagoda era un uomo capace, anche se credo che
negli ultimi tempi si fosse lasciato prendere la mano...» riuscì a
dire Pierre.
«Sa, erano più di otto anni che non mettevo piede in Russia
e, a quanto ho scoperto, Genrich Grigor'eviĉ Jagoda si è
comportato peggio di quanto mi avessero raccontato.»
«Il compagno Jagoda, in veste di capo dell' NKVD, godeva della
totale fiducia del compagno Stalin...» si azzardò a ribattere
Pierre.
«E non c'è da stupirsi che sia arrivato tanto in alto, fino a
ricevere ordini diretti da Stalin e a diventare il suo braccio
esecutivo, ma ha finito per bere la sua stessa medicina. Non ha
potuto sottrarsi al terrore che aveva creato. L'hanno arrestato,
e le assicuro che finirà per confessare quello che Stalin
desidera.»
«Cosa vuol dire?»
«Che è in prigione, sottoposto agli stessi interrogatori che
conduceva lui personalmente, insieme ad altri personaggi invisi
a Stalin e nemici dichiarati della rivoluzione. Non sarò certo io a
dispiacermi per la sorte di Jagoda, dopo i crimini che ha
commesso.»
«I criminali devono essere giudicati e chi tradisce la
rivoluzione è il peggiore di tutti» ribatté Pierre.
«Su, Pierre, non faccia l'ingenuo, sa anche lei che
nell'Unione Sovietica stanno epurando tutti coloro che Stalin
dichiara controrivoluzionari. Ma il fatto è: chi è a tradire la
rivoluzione? La risposta, amico mio, è proprio Stalin.»
«Ma cosa sta dicendo?»
«L'ho scandalizzata? Stalin ha ordinato di assassinare molti
compagni della vecchia guardia, quelli che erano in prima linea
nella lotta per la rivoluzione. A un tratto, uomini irreprensibili
sono diventati persone scomode a Stalin, che non accetta che
nessuno metta in discussione il potere assoluto di cui gode.
Qualunque critica o parere contrario ai suoi desideri viene
punito con la morte. Avrà sentito parlare dei processi contro
presunti controrivoluzionari...»
«Sì, contro gente che ha tradito la rivoluzione, che
rimpiange i vecchi tempi, borghesi che non si adattano alla
nuova situazione, a perdere i loro privilegi.»
«La credevo troppo intelligente, Pierre, per bersi tutta
questa propaganda. All'inizio anch'io la pensavo così, mi era
impossibile accettare che il mondo nuovo che stavamo
costruendo si fosse trasformato in una dittatura feroce, dove la
vita ha meno valore che ai tempi dello zar.»
«Non dica così!»
«Sono venuto a sapere di amici scomparsi, bravi bolscevichi
che gli agenti dell'NKVD arrestavano all'alba nelle loro case,
accusandoli di essere controrivoluzionari. Il compagno Jagoda
ha svolto con particolare abilità l'incarico di commissario del
popolo per gli Affari interni. Tutti coloro di cui Stalin voleva
disfarsi ricevevano la visita degli uomini di Jagoda.»
«Molti detenuti hanno confessato di aver cospirato contro
l'Unione Sovietica.»
«Non so cosa arriverebbe a confessare lei se la torturassero
per giorni interi riducendola a uno straccio.»
«Ma cosa vuole insinuare? Io non tradirò mai la
rivoluzione!»
«Nemmeno io tradirò mai i miei ideali, tutto ciò per cui ho
combattuto. Sono molto più vecchio di lei, Pierre, potrei essere
suo padre, e da ragazzo ero votato alla causa quando ho
partecipato alla rivoluzione. Ho ucciso e ho rischiato la vita,
perché credevo di contribuire alla creazione di un mondo
migliore. È Stalin che ha tradito tutto quello per cui abbiamo
combattuto.»
«Stia zitto!»
«Se vuole, me ne vado, ma dovrebbe starmi a sentire.»
Pierre ascoltava con i pugni chiusi, si sentiva dilaniato.
Aveva tanto ammirato Igor Krisov...
«Le epurazioni si estendono a tutti gli ambiti, nessuno è
immune dal rischio di essere dichiarato sospetto, nemmeno i
migliori ufficiali dell'Armata Rossa sono al sicuro. Nikolaj
Ivanoviĉ Ežov è sanguinario quanto Jagoda e farà la sua stessa
fine, perché Stalin non si fida di nessuno, nemmeno di coloro
che ammazzano in suo nome. Ežov sta epurando tutti quelli che
hanno lavorato con Jagoda. E sia io sia lei abbiamo lavorato per
Jagoda.»
«No! Io lavoro per l'NKVD . I nomi non importano, importa
l'idea: io servo la rivoluzione.»
«Sì, era proprio questo, servire un'idea superiore, ma le cose
non stanno così, Pierre, e stiamo lavorando per degli
psicopatici. Sa chi è stato fucilato recentemente? Il generale
Berzin, un bravo militare assegnato alla Spagna come
responsabile del GRU, il direttorato principale per
l'informazione. Si chiederà qual è stato il suo delitto, e la
risposta è nessuno, assolutamente nessuno. Molti suoi amici,
compagni, sono stati fucilati, quelli meno fortunati sono passati
prima dalla Lubjanka, altri sono stati deportati nei campi di
lavoro forzato dove il grande Stalin vuole rieducarli... Mosca è
una città in cui dilaga il terrore, dove nessuno si fida di
nessuno, dove si parla a voce bassa, dove gli amici si tradiscono
per guadagnare una settimana di vita. Gli intellettuali sono
sospetti, e lo sa perché? Perché pensano e perché hanno
creduto di potersi esprimere liberamente, che la rivoluzione sia
stata fatta per questo. Gli artisti devono seguire le direttive di
Stalin; la creatività può essere controrivoluzionaria se non si
attiene ai suoi criteri. Lo sa, amico mio, che gli omosessuali
sono considerati feccia, esseri perversi di cui la società deve
liberarsi?»
«Ed è questo che la tocca da vicino?» domandò in modo
brutale Pierre.
«Sì, sono omosessuale. Non lo sbandiero ai quattro venti, ma
nemmeno lo nascondo, non ne vedo il motivo. Nel mondo
nuovo che volevamo costruire nessuno poteva essere
discriminato per la razza, per le preferenze sessuali, né tanto
meno per il credo...Quando ho combattuto, nel 1917, nessuno
mi ha chiesto chi fossi, eravamo tutti compagni con lo stesso
sogno e le stesse idee. Essere omosessuale non mi ha impedito
di combattere, di patire la fame e il freddo, di uccidere e di
rischiare la morte; in effetti sono vivo per miracolo, un
proiettile mi ha attraversato una spalla, e mi è rimasta anche
una cicatrice in ricordo della ferita di baionetta che mi ha
trafitto una gamba.»

Igor Krisov si accese una sigaretta senza chiedere il permesso.


Non gli importava quello che poteva dirgli Pierre, che appariva
sgomento, come se lo stessero picchiando, o come un bambino
che d'improvviso scopre che Babbo Natale non esiste.
Senza dargli tregua, Krisov continuò a parlare.
«A Mosca si respira la paura, quella che impongono uomini
come Jagoda e adesso Ežov, meri esecutori delle follie di Stalin.
Sua madre è russa, e a quanto so non ha mai visto di buon
occhio la rivoluzione, ma certo avrà dei familiari e dei
conoscenti in Unione Sovietica. Ha chiesto se sono ancora vivi?»
«Per mia madre tutti i rivoluzionari sono pazzi. Lei era una
borghese e lavorava come dama di compagnia di
un'aristocratica» replicò Pierre in tono vagamente sprezzante.
«Quindi preferisce non sapere cosa ne è stato dei suoi
familiari in Russia e dà per scontato che si meritino quanto può
essere loro successo.. Non mi deluda, la credevo capace di
pensare con la sua testa.»
«Mi dica cosa vuole.»
«Ho incontrato Ežov e mi ha trattato con disprezzo, con
disgusto. Sa con quale nomignolo è conosciuto? Il Nano, sì, Ežov
è un nano, ma non sarebbe un problema se fosse un altro tipo
d'uomo. Mi ha chiesto di dargli la lista di tutti i miei agenti, di
chi collabora con me da tanti anni per l' NKVD . Voleva sapere
nomi, indirizzi, coperture, chi sono i loro familiari e
amici...Insomma, tutto, assolutamente tutto. E mi ha
rimproverato perché i miei rapporti non erano abbastanza
minuziosi in merito alla personalità dei miei agenti, perché
avrei dovuto essere meno conciso nello spiegare chi sono i
nostri collaboratori. In definitiva, pretendeva di conoscere
anche i minimi dettagli di tutti coloro che nel corso di questi
anni hanno collaborato con l' NKVD, perfino degli agenti
"ciechi". Lei sa che controllavo un gruppo di agenti, come lei,
ma anche collaboratori occasionali, persone che non avrebbero
mai acconsentito a diventare agenti ma erano disposte ad
aiutare occasionalmente la causa rivoluzionaria. Su questi
ultimi e sugli agenti "ciechi", Mosca non ha ancora
informazioni precise, ed era proprio quello che Ežov
pretendeva. Si chieda perché. Mi ha annunciato che aveva
pensato a una nuova destinazione per me, a Mosca. Gliel'ho
letto negli occhi, nei gesti, nel sorriso crudele a malapena
dissimulato, che io per lui ero il passato, e che appena avesse
ottenuto quello che voleva mi avrebbe spedito in una cella della
Lubjanka a subire torture finché non fossi morto. Dovevo
guadagnare tempo, perciò gli ho detto che tenevo nella
cassaforte di una banca londinese tutte le informazioni sui miei
agenti, alcuni dei quali a Mosca sono noti solo con il
soprannome e per il posto in cui sono infiltrati. Una banca
capitalista è il luogo più sicuro per nascondere segreti
comunisti, ho detto al compagno Ežov. Non mi ha creduto, ma
nemmeno poteva rischiare, quindi ha cambiato tattica,
sfoderando una gentilezza melensa. Mi ha invitato a pranzo, e,
d'improvviso, mi ha chiesto di lei. Non ne sono rimasto
sorpreso, perché lei ormai è un agente veterano nell' NKVD. In
realtà lei ha cominciato a collaborare con noi nell' OGPU.
Nemmeno Ežov mette in discussione che lei sia un agente
prezioso. La sua copertura come libraio le ha permesso di
viaggiare in tutta l'Europa e di stabilire contatti con le élite
intellettuali avvalendosi di collaborazioni importanti, ma
soprattutto ottenendo informazioni affidabili. Pochi come lei
conoscono la politica spagnola in modo tanto approfondito.»
«Cosa voleva sapere il compagno Ežov su di me?»
«Niente in particolare, ma il suo interesse per lei mi ha
stupito e anche il fatto che chiedesse a me se le sue convinzioni
comuniste fossero salde o se invece fosse solo uno dei soliti
intellettuali dilettanti. Le dirò il mio parere: lei non piace a
Ežov. Più tardi ho incontrato un vecchio compagno, Ivan
Vasiliev, che è stato relegato in un dipartimento
amministrativo dell'NKVD; era uno degli uomini di fiducia di
Jagoda e l'hanno messo da parte, ma almeno è contento di non
essere stato fucilato. Questo amico era stato fino a poco tempo
prima l'incaricato alla ricezione dei suoi rapporti da Buenos
Aires, e mi ha assicurato che lei godeva di enorme favore
perché era riuscito a ingaggiare due agenti nel cuore dello
Stato, quindi non si spiegava perché Ežov l'avesse presa di mira.
Ma sarebbe inutile cercare di comprendere l'anima di un
assassino.»
«Credo che lei stia cercando di allarmarmi senza alcun
fondamento. Mi sembra logico che il compagno Ežov chieda
informazioni sui suoi agenti: lei ha il dovere di rendere conto a
lui.»
«Pierre, lei non è più uno dei miei agenti, ormai vive qui, a
Buenos Aires, e ha un altro supervisore. Due giorni dopo l'amico
di cui le parlavo mi ha confermato quello che immaginavo: Ežov
voleva farmi fuori, mettere a capo della rete un uomo di sua
fiducia ed epurare chiunque venisse giudicato "tiepido" dal mio
sostituto. Il mio amico mi ha detto che a Ežov non piacciono i
borghesi, per quanto siano rivoluzionari, e che anche lei poteva
cadere in disgrazia, proprio come me. Ežov mi ha permesso di
andare a Londra, ma al mio arrivo ho trovato ad aspettarmi un
vecchio collega, un uomo con cui in passato avevo avuto da
ridire. Aveva ordini precisi: dovevo consegnargli tutte le
informazioni custodite in banca e poi rientrare a Mosca.
Quell'agente non doveva allontanarsi da me né di giorno né di
notte, finché non mi avesse imbarcato sull'aereo e, fino a quel
momento, si sarebbe installato a casa mia.»
«Ma adesso lei è qui...»
«Sì, faccio questo mestiere da troppi anni per non aver
pensato più di una volta a cosa fare se un giorno avessi dovuto
scappare, o perché i servizi segreti britannici avevano scoperto
che sono un agente sovietico, o per aver perso la fiducia di
Mosca, com'è successo ad altri colleghi. È libero di non
credermi, ma le assicuro che molti compagni che hanno
combattuto con me nella rivoluzione del 1917 sono morti,
vittime del terrore di Stalin. Altri sono stati mandati nei campi
di lavoro, e alcuni hanno così paura che non si sono azzardati a
parlare con me e mi hanno chiuso la porta in faccia con le
lacrime agli occhi, supplicandomi di andarmene per non
comprometterli con la mia presenza. E così, ancora prima di
lasciare Mosca, ho cominciato a pianificare la mia diserzione.
Sono riuscito a liberarmi dell'uomo che Ežov mi aveva messo
alle costole con del narcotico in un bicchiere di vino. Stavo per
berlo io, visto che sembrava diffidare delle mie buone
intenzioni quando gli ho proposto un brindisi per la gloriosa
Unione Sovietica e per il compagno Stalin. Appena si è
addormentato, l'ho legato al letto e l'ho imbavagliato. Ho
passato il resto della notte a contattare i miei agenti e ad
avvisarli di tenersi pronti a tutto. All'alba mi sono presentato in
banca, ho chiesto la cassetta di sicurezza in cui tenevo i soldi, i
passaporti falsi e i documenti e sono andato in Francia, dove,
proprio come lei, mi sono imbarcato per questa città. Nella
nostra cara Europa ero in pericolo, lì prima o poi sarebbero
riusciti a rintracciarmi, ma il Nuovo Mondo è immenso e, come
lei ben sa, non abbiamo ancora reti molto solide, perciò
l'America Latina è il posto migliore per sparire.»
«Dove andrà?»
«Questo, amico mio, non glielo dico. Se sono qui è perché
conservo ancora intatta parte della mia integrità di uomo e di
bolscevico, e mi sento in dovere di avvisarla che potrebbe
essere in pericolo. Ho un debito di lealtà verso i compagni che
hanno lavorato con me, che hanno dato il meglio di sé per
promuovere la rivoluzione e diffondere l'idea del comunismo.
Uomini che, come lei, si sono sacrificati e hanno rinunciato a
esistenze agiate perché credono che tutti gli esseri umani siano
uguali e meritino le stesse cose. Quando combatti in guerra, sai
quanto è importante essere leali e poter contare sulla fedeltà
dei compagni. Non sei niente senza di loro, né loro senza di te,
perciò ho fatto il mio dovere. Siccome la conosco bene, so che se
le avessi mandato una lettera non si sarebbe fidato di me. Le ho
già detto che durante la lunga notte della mia partenza mi sono
messo in contatto con gli agenti di Londra più impegnati,
uomini che prima o poi so che finiranno sulla lista nera di Ežov.
Li ho avvertiti della situazione, in modo che possano decidere
cosa fare. Prima di imbarcarmi ho mandato un altro agente a
casa mia a slegare l'uomo di Ežov. E ora sono qui. Credo che uno
di questi giorni riceverà un invito a recarsi a Mosca; se fossi in
lei non ci andrei, e tanto meno manderei Amelia Garayoa. A
Mosca la conoscono come agente "cieca" ma, a quanto ne so,
credono che Amelia sia solo un capriccio piccolo borghese, una
scusa che le permette di mantenere una relazione adulterina
con una donna. Amelia non vale niente per loro, perciò non la
esporrei alle elucubrazioni mentali di Ežov.»
«Mi sta dicendo che è venuto fino a Buenos Aires solo per
consigliarmi di disertare?»
«Io le sto esponendo la situazione, le ho dato informazioni e
ora sta a lei decidere come comportarsi. Io ho fatto il mio
dovere.»
«Non vorrà farmi credere che ha disertato, ma si è sentito in
obbligo di venire ad avvisarmi prima di sparire? È puerile» disse
Pierre alzando la voce.
«Avere una coscienza è un problema e io, amico mio, ne ho
una di cui non sono mai riuscito a liberarmi. Sono ateo, ho
cancellato dalla mia mente tutte le storie che i miei genitori mi
hanno raccontato da bambino e quelle che il pope si sforzava di
farci accettare come unica verità. No, non credo in niente, ma
in qualche angolo del mio cervello è rimasto un briciolo di
coscienza; le assicuro che mi sarebbe piaciuto farne a meno,
perché è la peggior compagna che un uomo possa avere.»
Pierre andava avanti e indietro per la stanza. Era fuori di sé,
spaventato e irritato al contempo. Non voleva credere a Igor
Krisov, ma nemmeno aveva il coraggio di non farlo.
D'improvviso i due uomini si accorsero che Amelia era sulla
soglia, immobile, pallidissima, con gli occhi che le si andavano
riempiendo di lacrime.
«Cosa ci fai qui?» le gridò Pierre. «Sei un'impicciona! Stai
sempre dove non dovresti!»
Amelia non rispose e restò immobile. Igor si alzò e la
abbracciò come si fa con i bambini, cercando di trasmetterle
conforto e sicurezza.
«Su, cara, non pianga! Non c'è niente a cui non si possa
rimediare. Da quanto era lì ad ascoltare?»

Amelia non riusciva a parlare. Igor la aiutò a sedersi e andò in


cucina a prendere un bicchier d'acqua mentre Pierre la
rimproverava per avere origliato la conversazione. Alla fine lei
riuscì a balbettare che era venuta solo ad avvisarli che la cena
era pronta e non era riuscita a evitare di ascoltare parte di
quello che aveva detto Igor.
«È orribile! Orribile!» ripeteva tra le lacrime.
«Ora basta! Smettila di comportarti come una bambina. Non
ti ho ingannato, sei stata tu che hai voluto farti ingannare» le
diceva Pierre, che non riusciva a tenere a freno la rabbia
scatenata dalle rivelazioni di Krisov.
«Dovrebbe controllarsi. Vedo che non è preparato per
affrontare una crisi; la credevo un uomo un po' più solido» lo
redarguì Krisov.
«Non mi faccia la predica!» continuò a gridare lui.
«Non ne ho alcuna intenzione. Ho fatto il mio dovere, adesso
me ne vado. Faccia come crede... Mi dispiace per lei, Amelia, so
che ha abbracciato sinceramente la causa del comunismo, ma
non lasci che quell'idea venga svilita dal pessimo uso che ne
hanno fatto alcuni uomini. È un'ideologia per cui vale la pena
lottare e sacrificarsi. Abbia cura di sé e prenda in mano le redini
della sua vita.»
«Lei dove va?» chiese Amelia cercando di trattenere le
lacrime.
«Cerchi di capire, non posso dirglielo. Per la mia sicurezza e
per la sua.»
«Se ne vada, prima che la denunci!» minacciò Pierre.
«So che lo farà; anzi, se rimarrà dalla loro parte, si metterà
senz'altro in contatto con l'ambasciata. Se invece decide di
pensare a quello che le ho detto, è meglio che non sappiano
cosa le ho raccontato. Ma la decisione è sua.»
Igor Krisov baciò la mano di Amelia e, senza aggiungere una
parola, lasciò la casa, scomparendo tra le prime ombre della
sera.

Pierre avvertì Amelia. «Non voglio rimproveri.»


Lei si strofinò gli occhi, cercando di asciugarsi le lacrime. Era
annichilita da quello che aveva sentito. Non sapeva cosa fare né
cosa dire, ma era pienamente consapevole che si stava
svegliando da un sogno, e la realtà che aveva davanti la
atterriva. Rimasero per un bel po' in silenzio, sforzandosi di
recuperare la serenità necessaria ad affrontarsi. Fu Pierre a
romperlo.
«Non c'è motivo che cambi qualcosa, a te non deve
importare il mio grado di collaborazione con l'Unione Sovietica.
Adesso, però, poiché lo sai, sei esposta a maggiori pericoli. Per
la tua stessa sicurezza devi dimenticare quello che hai sentito
oggi; non potrai confidarlo a nessuno e non ne parleremo
nemmeno tra noi. È meglio.»
«È così facile?» domandò Amelia.
«Possiamo renderlo facile, dipende da te.»
«Allora, mi dispiace informarti che non sarà possibile,
perché non potrò dimenticare quel che ho sentito oggi.
Pretendi che non dia importanza al fatto che mi hai ingannata,
manipolata, al fatto che sei una spia e che la tua vita, e anche la
mia, dipenda da uomini che stanno a Mosca. No, Pierre, mi stai
chiedendo la luna.»
«Ma deve essere così, altrimenti...»
«Altrimenti, cosa? Cosa farai se non accetto quello che vuoi
impormi? A chi lo racconterai? Cosa mi faranno?»
«Basta, Amelia! Non rendere tutto più difficile di quanto già
non sia.»
«Non sono io la responsabile di questa situazione! Sei solo tu
il colpevole. Mi hai ingannata, Pierre, e lo sai. Ti avrei seguito lo
stesso, non mi importava chi fossi, avrei abbandonato mio figlio
e mio marito per te anche se fossi stato il demonio in persona.
Ti amavo tanto!»
«Non mi ami più?» domandò Pierre in tono allarmato.
«Be', non lo so, se devo essere sincera. Mi sento svuotata,
incapace di provare emozioni. Non ti odio, ma...»
A Pierre venne una sorta di attacco di panico. L'unica cosa
che non aveva previsto era che Amelia smettesse di amarlo e di
essere la ragazza bella e obbediente che gli dimostrava una
devozione assoluta. Si era abituato al suo amore e la sola idea di
perderla gli sembrava all'improvviso del tutto insopportabile.
In quel momento si rese conto di amare quella ragazza che
l'aveva seguito fino all'altro capo del mondo e di non poter
immaginare il resto della sua vita senza di lei. Si avvicinò ad
Amelia e l'abbracciò, ma sentì il corpo di lei irrigidirsi e ritrarsi.
«Perdonami, Amelia! Ti supplico di perdonarmi. La mia unica
preoccupazione era di non metterti in pericolo...»
«No, Pierre, non ti importava. Non so perché mi hai
trascinata fin qui, ma so che non è stato perché mi amavi come
ti amavo io» replicò lei divincolandosi dal suo abbraccio.
Pierre si rese conto che quella sera Amelia aveva smesso di
essere una ragazza per diventare una donna, e quella che aveva
davanti era una sconosciuta.
«Non dubitare del mio amore. Credi che ti avrei chiesto di
abbandonare la famiglia e di venire con me se non ti amassi?
Credi che non mi importi dell'opinione dei miei genitori? E
nonostante tutto...»
«Sono io che ti ho amato e ho creduto che anche tu mi
amassi con la stessa passione. Stasera ho scoperto che la nostra
relazione si basa su una menzogna e mi chiedo quante altre tu
me ne abbia raccontate.»
«Non mettere in dubbio quanto sei importante per me!»
Amelia si strinse nelle spalle; sentiva che ormai più niente la
legava a quell'uomo per cui aveva sacrificato tanto.
«Ho bisogno di riflettere, Pierre. Devo decidere cosa fare
della mia vita.»
«Non ti lascerò mai!» esclamò lui cercando di nuovo di
abbracciarla.
«Non si tratta solo di quello che vuoi tu, ma anche dei miei
desideri, ed è su questo che devo riflettere. Se non ti dispiace
dormire sul divano, resterò qui, altrimenti chiederò a Gloria di
ospitarmi a casa sua per qualche giorno.» Pierre fu tentato di
rifiutarsi, consapevole però che in quel momento non avrebbe
potuto vincere nessuna battaglia.
«Mi dispiace di averti ferita e spero solo che potrai
perdonarmi. Dormirò sul divano e cercherò di non disturbarti
con la mia presenza. Ti chiedo solo di ricordarti che ti amo, che
non riesco a immaginare la mia vita senza di te.»

Amelia lasciò la sala e andò a chiudersi in camera da letto.


Avrebbe voluto piangere, ma non ci riuscì. Con sua sorpresa, si
addormentò all'istante.
Da quella sera, tra loro si instaurò una routine carica di
silenzi. Anche se Pierre si mostrava estremamente rispettoso,
cercavano di evitarsi.
Una delle rare conversazioni la ebbero quando Amelia gli
chiese se avesse denunciato Krisov.
«Era mio dovere segnalare la sua presenza qui: Krisov è un
disertore.»
Lei lo guardò con un certo disprezzo e Pierre, di malumore,
la aggredì.
«Se non avessi detto nulla saremmo diventati dei sospetti,
complici di un disertore! Non sarò mai un traditore!»
«Krisov si è comportato in modo corretto con te» mormorò
Amelia.

Qualche giorno dopo, Natalia si presentò a casa loro. Era


preoccupata perché Pierre aveva smesso di andarla a trovare,
persino di telefonarle, e non poté fare a meno di rallegrarsi in
cuor suo quando si rese conto della crisi che la coppia stava
attraversando in quel momento.
«Scusate se mi sono presentata senza avvisare, ma sentivo la
vostra mancanza» disse a mo' di saluto quando Amelia aprì la
porta.
«Entra, Natalia, Pierre è in sala che lavora. Vuoi un tè?»
«Con piacere, fa freddo. Come stai? Non sei venuta al pranzo
a casa di Gloria e la tua assenza si è notata.»
«Come ho detto a lei, sono un po' raffreddata.»
Natalia osservò Amelia, che non presentava alcun sintomo,
ma non disse nulla; invece, si preoccupò per il saluto glaciale di
Pierre.
«Oh, non ti aspettavamo! Come mai da queste parti?»
«Be', mi mancavate, è da una settimana che non ho più
vostre notizie e tutti mi chiedono cosa è successo al "trio
inseparabile"...»
Pierre non rispose e assunse un'aria infastidita quando
Amelia disse che andava in cucina a preparare un po' di tè.
«Io non voglio niente, devo lavorare» disse, senza celare il
disappunto.
«Non mi fermo molto» replicò Natalia, sempre
manifestamente più a disagio.
Appena Amelia fu uscita dal salotto, Natalia guardò Pierre,
per chiedergli una spiegazione.
«Vuoi dirmi cosa succede?»
«Niente.»
«Come, niente? Ho informazioni importanti da trasmetterti e
tu non ti sei messo in contatto con me. E poi... be'... mi manchi»
sussurrò.
«Stai zitta! Non voglio che tu dica niente qui dentro, ti
telefono io.»
«Ma quando?»
«Appena posso.»
Amelia entrò portando un vassoio con una teiera e tre tazze,
oltre a una torta di mele che aveva comprato al Gato Negro, un
negozio di proprietà di uno spagnolo in cui si poteva trovare di
tutto.
Nonostante i tentativi di Natalia per animare la
conversazione, né Amelia né Pierre sembravano disposti a
venirle incontro. La tensione tra loro era evidente, come il fatto
che evitassero di parlarsi direttamente. Natalia decise che era
meglio lasciarli soli. Prima di andarsene, però, mentre Amelia
era andata a prenderle il cappotto, fece segno a Pierre che
aveva urgente bisogno di vederlo. Lui annuì senza dire una
parola.
Quando Natalia fu uscita, Amelia andò a sedersi davanti alla
scrivania di Pierre.
«Ho preso una decisione e credo che, prima te la dirò, meglio
sarà per entrambi. Gli amici chiamano e vogliono sapere perché
non accettiamo i loro inviti. Come vedi, persino Natalia si è
presentata a casa preoccupata.»
«È un'impicciona» ribatté Pierre.
«No, non lo è. Ha ragione, era sempre con noi, quindi non
capisce cosa sta succedendo. Be', se non ti spiace, credo che sia
arrivato il momento di parlare.»

Pierre chiuse il registro di contabilità su cui stava lavorando,


accingendosi ad ascoltare Amelia. Per niente al mondo avrebbe
voluto contrariarla. In quei giorni si diceva che senza di lei si
sarebbe sentito perso.
«Torno in Spagna. Il mio paese sta affrontando una terribile
guerra civile e non voglio continuare a vivere ignorando quello
che sta succedendo laggiù. Non ho più avuto notizie della mia
famiglia da quando siamo arrivati e non sopporto l'idea che
possa essere successo qualcosa a qualcuno dei miei cari. So che
non perdoneranno mai il mio comportamento capriccioso ed
egoista ma, anche se decidessero di non parlarmi mai più, mi
accontenterò di stare vicino a loro. Dubito che mio marito mi
permetterà di vedere mio figlio, ma almeno potrò guardarlo da
lontano: ho bisogno di vederlo crescere, correre, ridere,
piangere... e forse un giorno potrò avvicinarmi a lui e chiedergli
perdono...»
«Non puoi andartene» mormorò Pierre con la faccia tesa.
«Se ti preoccupi per quello che so, puoi stare tranquillo, non
dirò mai a nessuno che sei una spia sovietica. Manterrò il
segreto. Non voglio nuocerti, voglio solo tornare a casa.»
«Non posso permetterti di andartene...»
«E cosa farai? Mi denuncerai all'ambasciata sovietica? Io non
sono un'agente.»
«Mi dispiace, Amelia, ma lo sei stata senza saperlo. Sei quella
che chiamiamo un'agente "cieca", una persona che lavora per
noi senza essere a conoscenza del fatto. Ti ho portata qui come
copertura per sistemarmi senza destare sospetti. Era più facile
che si aprissero le porte a una coppia che aveva abbandonato la
famiglia per amore. Mosca ha approvato il mio piano e, di fatto,
è stato un successo. Grazie alla tua amica Carla Alessandrini, e
ai contatti che ci ha procurato, siamo riusciti a conoscere gente
molto utile per la nostra causa. La mia missione era costruire
una rete di agenti: di solito ci vuole tempo, ma grazie a te ci
sono riuscito in pochi mesi. Hai sentito Igor Krisov, a Mosca
apprezzavano i miei rapporti, grazie alle informazioni fornite
dai miei agenti.»
«Sei un miserabile!» esclamò Amelia.
«È vero. L'unica cosa che posso dirti è che ti amo e che mi
dispiace di essermi servito di te. Devi sapere che tu significhi
tutto per me. Ti amo, Amelia, molto più di quanto io stesso
immaginassi. Non puoi andartene, siamo uniti da una causa, tu
fai parte del piano di Mosca a Buenos Aires. Non ti lasceranno
andare via così.»
«Neanche Mosca riuscirà a impedirmi di andarmene, a meno
che non decidano di ammazzarmi» ribatté Amelia alzandosi.
8

Amelia era decisa a lasciare Pierre, anche se non aveva soldi e


dipendeva completamente da lui. Quella circostanza le permise
di rendersi conto di quanto fosse importante disporre di mezzi
propri per riorganizzarsi la vita. Era passata dalla tutela
familiare a quella del marito, e poi a quella di Pierre. Non le era
mai mancato niente, ma nemmeno aveva mai avuto qualcosa di
davvero suo, e capì che per seguire il consiglio di Krisov e
prendere in mano la propria vita non aveva altra scelta che
mettersi a lavorare. Pierre non le avrebbe dato i soldi per
comprare il biglietto di ritorno in Europa, e lei non se la sentiva
di chiedere un prestito a qualcuno, perciò decise di cercarsi un
impiego.
Il giorno dopo la discussione Amelia si presentò alla galleria
di Gloria Hertz.
«Ho bisogno di lavorare. Puoi aiutarmi?»
«Cosa succede? La libreria non va bene?»
«Al contrario, va benissimo, meglio di quanto Pierre avesse
previsto... Ma qui si tratta di me, voglio essere indipendente e
disporre del mio denaro.»
Gloria non ci mise molto a capire che quella richiesta era
frutto di una crisi tra Amelia e Pierre.
«Hai litigato con lui?» indagò Gloria.
«Voglio lasciarlo e tornare in Spagna, e per farlo ho bisogno
di lavorare» rispose con semplicità.
«Scusa se mi intrometto, ma non si tratterà solo di una
burrasca passeggera? Dopo tutto quello che avete passato per
stare insieme...»
«Voglio tornare nel mio paese. Non riesco a non pensare alla
guerra, a come sta mio figlio, a cosa ne è stato della mia
famiglia.»
«Non ami più Pierre?»
«Non lo so... A dire il vero, se mi guardo indietro mi stupisco
di aver preso la decisione di fuggire con lui e persino di averlo
amato. Ma non posso lamentarmi di quello che ho fatto in
passato, non ho il potere di cambiarlo, però posso essere
padrona del mio futuro.»
Gloria era sorpresa di sentir parlare Amelia in quel modo;
d'improvviso le sembrò una donna matura e non la ragazzina
ingenua e gentile di cui tutti cercavano la compagnia.
«Cosa ne pensa Pierre?» insisté Gloria.
«Non vuole che me ne vada, ma è una decisione che non
dipende da lui. Ormai ho fatto la mia scelta e mi servono i soldi
per tornare a casa.»
«Lui... insomma... non vuole aiutarti?»
«Pierre non mi renderà le cose facili, quindi devo farcela da
sola. Mi serve un lavoro. Puoi aiutarmi a trovarne uno?»
«Non è facile... ma forse possiamo prestarti noi i soldi.»
«No, non voglio avere debiti. Preferisco lavorare.»
«Ma cosa potresti fare?»
«Qualunque cosa, non mi importa, voglio solo guadagnare il
denaro per comprare il biglietto.»
«Parlerò con Martin, magari gli viene in mente qualcosa...
ma... ne sei sicura? Tutte le coppie litigano, anch'io a volte ho
avuto voglia di separarmi, ma alla fine quello che conta è
l'amore. Se in una coppia c'è l'amore, tutto il resto non ha
importanza.»
«L'hai appena detto, dev'esserci l'amore, e io non ne ho
abbastanza per continuare a stare con Pierre. Voglio tornare in
Spagna» insisté Amelia.

Trascorse il resto della mattina a girare per la città in cerca di


qualche annuncio di lavoro. Quando ormai stava tornando a
casa, notò un cartello sulla porta di una pasticceria: CERCASI
COMMESSA.
Amelia non ci pensò su due volte ed entrò. Era un locale
piccolo, arredato con semplicità e buon gusto, e i proprietari
erano una coppia ormai in là con gli anni. Entrambi spagnoli,
erano emigrati da un paesino nei dintorni di Lugo alla fine del
diciannovesimo secolo e avevano lavorato molto per mettere su
quel negozietto, di cui si sentivano orgogliosi. Non avevano figli
e, anche se all'inizio la signora Sagrario se ne lamentava, alla
fine si era rassegnata ad accettare quelli che chiamava "i
disegni del Signore". Al signor José, invece, mancavano
davvero, ma non l'aveva mai detto a sua moglie.
Il signor José era ammalato, aveva avuto due attacchi di
cuore, e l'ultimo aveva avuto conseguenze anche sul cervello
lasciandolo paralizzato dal lato sinistro del corpo. La signora
Sagrario non aveva abbastanza tempo per prendersi cura sia del
marito sia del negozio che dava loro da mangiare, per questo
aveva deciso di assumere qualcuno che si occupasse della
pasticceria.
Le due donne simpatizzarono subito e la signora Sagrario fu
felice di sapere che Amelia era una brava cuoca e aveva qualche
rudimento di pasticceria.
«Potrai aiutarmi anche a preparare le torte e i pasticcini,
oltre che a venderli» le disse la donna.
Il salario non era molto alto, ma Amelia calcolò che in
qualche mese sarebbe riuscita a risparmiare quanto bastava per
comprare un biglietto su una qualunque nave diretta in Francia
e di lì in Spagna. Questa volta non le importava viaggiare in
terza classe, senza lussi né comodità.
La signora Sagrario le propose di fermarsi il giorno stesso a
lavorare e Amelia accettò di buon grado. Si mise dietro il
bancone, e quando non c'erano clienti andava nella cucina
comunicante con il negozio per aiutare la signora Sagrario a
impastare le torte. Il signor José le osservava senza dire una
parola, ma la signora Sagrario aveva assicurato ad Amelia che
era contento che l'avesse assunta.
Si stava facendo buio quando Amelia rientrò a casa, dove
Pierre, nervoso, la stava aspettando.
«Ma dove ti eri cacciata? Mi hai fatto preoccupare! Gloria ha
telefonato un attimo fa per dirmi che forse ha un lavoro per te.
Vuoi spiegarmi cosa significa questa storia? Non mi hai
nemmeno consultato, e fin d'ora ti dico che puoi anche
scordartelo.»
Ma Amelia non era più la dolce ragazza che Pierre aveva
conosciuto. Gli rispose bruscamente, difendendo il cammino
appena intrapreso verso l'indipendenza.
«Non sono di tua proprietà! Del resto, che io sappia, è un
concetto a cui sei contrario, e di certo non puoi possedere un
essere umano. Ho deciso di lavorare, di guadagnare dei soldi e
comprarmi un biglietto per una qualunque nave che mi porti in
Francia. Avevo chiesto a Gloria se sapeva di qualche lavoro, ma
ho avuto fortuna e ne ho trovato uno da sola. Ho cominciato
oggi.»

Pierre la ascoltò in silenzio e ogni parola gli fece l'effetto di un


pugno nello stomaco.
«Amelia, ti ho chiesto perdono... ti ho spiegato anche quello
che, per la tua sicurezza, non dovresti sapere... cos'altro vuoi?
Non ti basta che ti ami? Mi dicevi che era l'unica cosa che ti
importava...»
«La situazione è cambiata, Pierre, io sono cambiata. Non puoi
pretendere che, dopo avermi ingannata in quel modo, non ci
siano conseguenze. Mi stimi così poco? Certo... sicuramente hai
motivi sufficienti per considerarmi un'idiota. Mi hai manipolata
come un burattino, ti ho seguito ciecamente, senza riflettere,
ma adesso mi sono svegliata. Il tuo amico Krisov mi ha riportata
alla realtà, e non credere che incolpi te più di quanto non
incolpi me stessa. Mi disprezzo per tutto quello che ho fatto,
perciò devi accettare che disprezzi anche te.»
«E i nostri ideali? Non dovevamo cambiare il mondo?»
«Erano i tuoi sogni e i tuoi ideali, Pierre, ma non sono più i
miei; adesso l'unica cosa che voglio è tornare nel mio paese e
stare con i miei. So che né mio padre né mio zio avranno
assecondato chi si è ribellato alla repubblica e ho paura per
loro, come per Santiago e per mio figlio.»
«Non lasciarmi, Amelia» la supplicò Pierre.
«Mi dispiace ma, appena possibile, me ne andrò.»

Gloria e Martin insistevano per invitarli a cena. Erano


preoccupati e convinti che i loro dissapori fossero passeggeri.
Amelia non voleva, ma alla fine cedette e, una sera, dopo il
lavoro alla pasticceria, raggiunse Pierre a casa degli Hertz.
Ad Amelia piaceva parlare con Martin in tedesco. Lui aveva
insistito a farla esercitare in quella lingua perché non la
dimenticasse.
«Hai davvero un ottimo accento» commentò Martin.
«Me lo diceva anche la mia amica Yla, ma se non fosse per te
avrei finito per dimenticarmelo.»
«Sai, ho ricevuto una lettera da un mio zio che è riuscito a
raggiungere New York. Se vuoi gli dico di rintracciare Yla e i
suoi genitori, ma dovresti darmi qualche dato per capire da
dove cominciare a cercarli.»
«Non lo so, Martin, mia cugina Laura mi ha detto solo che
Herr Itzhak si era arreso all'evidenza del pericolo che Hitler
rappresenta per gli ebrei e che stava preparando il viaggio di
Yla a New York. Spero tanto che ci sia riuscito!»

Parlarono del più e del meno, ma nonostante gli sforzi degli


Hertz né Amelia né Pierre erano di buon umore e non
riuscivano a nascondere la grande freddezza che c'era tra loro.
A poco a poco, Pierre si abituò alla nuova routine imposta da
Amelia. Dormivano separati, lui sul divano e lei nella stanza che
avevano condiviso fino alla sera in cui era comparso Igor
Krisov.
Amelia si alzava all'alba, lasciava la colazione pronta per
Pierre e si recava in pasticceria, dove la signora Sagrario le
stava insegnando tutto ciò che sapeva sull'arte dolciaria. A volte
doveva mandare avanti il negozio da sola, perché il signor José
non stava bene o perché, com'era successo un paio di volte, era
stato ricoverato in ospedale.
Quando rientrava a casa, salutava Pierre, ma senza
intrattenersi a chiacchierare con lui, senza nemmeno
domandargli come era andata la giornata. In genere arrivava
esausta e non vedeva l'ora di riposare.
Pierre, dal canto suo, continuava la relazione amorosa con
Natalia. Andava a trovarla più spesso da quando lui e Amelia
dormivano separati.
Raccontò a Natalia che il rapporto con Amelia non andava
bene e la donna ne approfittò per riempire tutti gli spazi lasciati
liberi dalla spagnola. Natalia rischiava sempre di più sottraendo
i documenti dalla sede del governo per dimostrare a Pierre che
per lui era disposta a qualunque follia.
Miguel López continuava a essere una fonte di informazione
privilegiata, perché riusciva a procurarsi i rapporti cifrati degli
ambasciatori argentini in tutto il mondo.
Il supervisore di Pierre, che lavorava come segretario per
l'ambasciatore, si congratulava con lui, assicurandogli che a
Mosca erano soddisfatti del suo lavoro. Anche se non gli aveva
più detto che doveva recarsi laggiù, Pierre non riusciva a
dominare l'ansia all'idea che glielo proponesse: le parole di
Krisov avevano fatto presa sul suo animo, terrorizzandolo.

Fu soltanto a Natale del 1937 che arrivò qualche novità nella


vita di Amelia e di Pierre.
Amelia manteneva una corrispondenza con Carla
Alessandrini e conservava le sue lettere come un bene prezioso.
La diva le raccontava i suoi successi o si dilungava sugli
inconvenienti di uno dei suoi movimentati viaggi, ma
soprattutto le dava il suo parere sull'andamento della guerra
civile in Spagna, dove Carla aveva alcuni amici.
Nella sua ultima missiva, Amelia le aveva chiesto di cercare
di mettersi in contatto con sua cugina Laura Garayoa, per avere
notizie della sua famiglia.
Pierre, senza che Amelia lo sapesse, leggeva quelle lettere
quando lei era al lavoro. Temeva di perdere del tutto il
controllo su di lei e si giustificava con se stesso dicendo che lo
faceva per proteggere Amelia, in caso confidasse alla diva
qualcosa che non doveva.
Aspettava sempre che Amelia le avesse lette, prima di andare
a frugare nel comò in cui le conservava.

Gloria e Martin li invitarono a cena il 24 dicembre per


festeggiare la vigilia di Natale. Pur essendo ebreo, Martin aveva
accettato di buon grado le ricorrenze cattoliche e di solito
scherzava con la moglie, dicendole che loro si godevano le feste
più di tutti gli altri.
Anche se Amelia non aveva alcuna voglia di festeggiare il
Natale, non volle offendere gli amici e accettò di partecipare
alla cena insieme a Pierre.
Gli Hertz avevano invitato una dozzina di persone, tra cui
c'era il dottor Max von Schumann, amico d'infanzia di Martin e
medico come lui.
«Amelia, voglio presentarti Max, il mio migliore amico» disse
Martin rivolgendosi ad Amelia in tedesco.
Lei rispose nella stessa lingua e i tre iniziarono una
conversazione che irritò Pierre, visto che non capiva.
«Chi è quel vostro amico?» domandò il francese a Gloria.
«Il nostro caro Max... il barone von Schumann. Lui e Martin
si conoscono fin da bambini e hanno studiato insieme medicina.
Max è chirurgo, il migliore, secondo Martin.»
«E così è un aristocratico...»
«Sì, è barone e medico militare per tradizione di famiglia. Ma
soprattutto è una gran brava persona.»
«E sua moglie?»
«Non è ancora sposato, ma lo sarà tra poco. È fidanzato con
la figlia di alcuni amici dei suoi genitori, la contessa Ludovica
von Waldheim.»
«E cosa ci fa a Buenos Aires?»
«È venuto a trovare Martin. Max ha fatto l'impossibile per
aiutarlo a lasciare la Germania e ha dato una mano alla sua
famiglia e a molti altri suoi amici ebrei. Si vogliono bene come
fratelli e siamo molto contenti che sia venuto a trovarci.»

Pierre non toglieva gli occhi di dosso ad Amelia, che sembrava


entusiasta di parlare con il barone von Schumann, e fu
infastidito dalla proposta di Gloria di farli seder vicini, a tavola,
con la scusa di permettergli di parlare nella sua lingua.
Max von Schumann fu colpito da Amelia. Lo commuoveva la
sua fragilità, la tristezza che emanava.
Parlarono per tutta la sera e Gloria si rallegrò nel vedere la
sua amica di buon umore, e soprattutto nel vederla ridere, ma si
sentì in dovere di avvisare Amelia.
«Era da molto tempo che non ti vedevo così contenta» le
disse sottovoce in un momento in cui Max era impegnato con
Martin.
«Sai, non avevo voglia di venire, ma adesso sono felice di
averlo fatto» le confessò Amelia.
«Ti piace Max?» le chiese Gloria, sorridendo nel vedere che
Amelia arrossiva.
«Cosa vuoi insinuare? È molto gentile, simpatico, e...
insomma, mi fa sentire bene.»
«Sono contenta! Ma... ricordati che sta per sposarsi con la
contessa Ludovica von Waldheim. Martin dice che è una ragazza
molto affascinante e formano una bella coppia.»
Gloria non voleva che Amelia si sentisse attratta da Max e
subisse un'altra delusione, pertanto aveva preferito mettere
subito la sua amica di fronte alla realtà.
«Grazie, Gloria» rispose Amelia, disturbata
dall'avvertimento.
«Volevo solo che lo sapessi... insomma... sembrate andare
così d'accordo.»
«Visto che mi avete fatta sedere accanto a lui perché parlo
tedesco, ho cercato di essere gentile.»
«Non voglio che tu soffra!»
«Non vedo perché dovrei soffrire, dato che sto solo parlando
con il tuo ospite» ribatté Amelia con voce tagliente.
«Max appartiene a un'antica famiglia prussiana e ha un forte
senso del dovere.»
«Sì, l'ho capito dalla conversazione che abbiamo avuto
durante la cena.»
Martin e Max si avvicinarono alle due donne e subito
iniziarono a parlare della difficile situazione che stava
attraversando la Germania.
«È Natale e dovremmo pensare a cose più allegre!» protestò
Gloria.
«Sono scomparsi tanti amici! A quanto mi ha raccontato
Max, il paese si sta lasciando trascinare sempre di più dalla
follia di Hitler...» si lamentò Martin.
«E Chamberlain sta conducendo una politica di distensione
con Hitler e Mussolini, il che fa sentire il Führer sempre più
sicuro.»
«Ma gli inglesi non possono appoggiare i nazisti» replicò
Amelia.
«Il fatto è che Chamberlain non vuole problemi, e questo
lascia campo libero alle aspirazioni di Hitler» commentò Max.
«Come può prestare servizio nell'esercito di Hitler?»
domandò Amelia senza nascondere una certa animosità.
«Io presto servizio nell'esercito tedesco, non in quello del
Führer, come hanno fatto mio padre, mio nonno e il mio
bisnonno... La mia è una famiglia di soldati, e il mio dovere è
continuare la tradizione.»
«Ma lei mi ha detto che odia Hitler!» si lamentò Amelia.
«Ed è così. Nutro un profondo disprezzo nei confronti di quel
caporale austriaco e delle sue squinternate manie di grandezza,
e temo per la mia patria.»
«Allora lasci l'esercito!» lo spronò Amelia.
«Sono stato educato a servire il mio paese a prescindere
dalle circostanze. Non posso andarmene perché non mi piace
Hitler.»
«Lei stesso mi ha raccontato le persecuzioni di cui sono
vittime gli ebrei...»
Max era a disagio e Martin decise di cambiare argomento.
«Amelia, a volte ci vediamo obbligati a fare cose che non ci
piacciono e a cui, purtroppo, non siamo in grado di sfuggire, per
quanto lo desideriamo. La vita di tutti gli uomini è piena di
ombre... Lasciamo che il mio amico Max si goda il Natale o non
vorrà mai più passarlo con me.»
«Mi dispiace, ma provo un odio immenso per Hitler»
confessò Amelia.
«Il tempo è bellissimo e domani pensavamo di fare
un'escursione fuori città; se tu e Pierre volete unirvi a noi, ci
farebbe molto piacere...» intervenne Gloria.

Amelia e Pierre non parteciparono alla gita organizzata da


Gloria, perché, quando rientrarono a casa all'alba trovarono un
biglietto sotto la porta. Il supervisore di Pierre gli ordinava di
mettersi immediatamente in contatto con lui.
Alle nove del mattino seguente Pierre uscì di casa e si diresse
verso l'edificio Kavanagh, un grattacielo di trenta piani
inaugurato nel 1936, di cui gli abitanti di Buenos Aires si
sentivano particolarmente orgogliosi.
Sul retro del palazzo, un vicolo dava su calle San Martin,
all'altezza della chiesa del Santissimo Sacramento; era quello il
luogo dell'appuntamento di Pierre con il suo supervisore.
Il russo era seduto nell'ultima fila e sembrava intento a
seguire su un breviario la messa che in quel momento un
sacerdote stava officiando per una trentina di persone, i volti
delle quali riflettevano la stanchezza dovuta agli eccessi
gastronomici della vigilia.
Pierre si sedette accanto al supervisore e attese che gli
parlasse.
«Deve andare a Mosca» gli annunciò il russo.
«Quando?» Dalla risposta di Pierre trapelava la paura.
«Al più presto. Il ministero della Cultura sta organizzando un
congresso di intellettuali europei e statunitensi per far
conoscere la gloriosa realtà dell'Unione Sovietica. Lei farà parte
del comitato organizzatore. Si tratta di un evento molto
importante, sa bene che ci sono gruppi di fascisti che fanno di
tutto per screditare la rivoluzione. I nostri migliori alleati sono
gli intellettuali europei.»
«E io cosa posso fare?»
«Lei conosce molti intellettuali francesi, spagnoli e
britannici, qualche tedesco... Insomma, si è sempre mosso in
questi ambienti. Ci servono informazioni personali su di loro...
Tutti hanno un punto debole...»
«Punto debole? Non capisco...»
«Glielo spiegheranno a Mosca. Si prepari per il viaggio.»
«E cosa dirò alla gente di qui?»
«I suoi collaboratori dovranno passare a me le informazioni.
Quanto ai suoi amici... le verrà in mente qualcosa, in fin dei
conti lei ha sempre viaggiato alla ricerca di edizioni speciali.»
«E Amelia?»
«Verrà con lei.»
«Ma potrebbe non essere d'accordo... Ultimamente è molto
preoccupata per l'andamento della guerra in Spagna. È in
pensiero per la sua famiglia...»
«Un comunista non pensa ai propri desideri personali, ma a
quello che serve alla rivoluzione, alla nostra causa. Credevo che
fosse una buona comunista...»
«Lo è! Non ne dubiti!»
«Allora non ci saranno problemi con la compagna Garayoa.
Partirà anche lei. E sarà onorata di visitare Mosca.»
Quando Pierre tornò a casa, Amelia lo stava aspettando davanti
a una tazza di caffè. Prima che dicesse qualcosa, lei riuscì a
cogliere l'angoscia nel suo sguardo, il sorriso contratto con cui
la salutò.
«Cosa ti hanno detto?» domandò, senza aspettare che Pierre
si fosse seduto.
«Mi hanno ordinato di andare a Mosca. Devo partire tra
quindici o venti giorni.»
«Krisov ha detto...»
«Lo so cos'ha detto quel traditore!» Dal tono di voce di Pierre
trapelava la sua preoccupazione, mista a paura.
«Perché vogliono che tu ci vada?»
«Stanno preparando un congresso di intellettuali, a cui
inviteranno scrittori, giornalisti e artisti di tutto il mondo. Gli
intellettuali sono i migliori propagandisti della rivoluzione,
grazie all'autorità morale di cui godono nel loro paese. A Mosca
vogliono che collabori con il comitato che sta organizzando il
congresso.»
«Certo. Ti mandano via da Buenos Aires, dove hai messo su
una rete di spionaggio, e ti spediscono a Mosca a far parte di un
comitato... Non andarci, Pierre.»
«Non posso rifiutarmi.»
«Sì che puoi, digli che non ci andrai e... molla tutto,
riprenditi la tua vita.»
«La mia vita? A quale vita ti riferisci?»
«Digli che non vuoi continuare a fare l'agente, che sei stanco,
che hai già fatto fin troppo...»
«Credi che sia così facile? No, Amelia, non si entra e si esce
quando si vuole. Una volta dentro, devi andare fino in fondo.»
«Hai il diritto di vivere un'altra vita.»
Pierre la guardò con aria stanca: si sentiva vecchio e
amareggiato.
«Ho dedicato tutta la mia esistenza al comunismo. Non ho
mai avuto altro scopo che servire la rivoluzione. Amelia, non
saprei fare altro.»
«Krisov ti ha detto quello che potrebbe succederti se vai a
Mosca.»
Lui fece spallucce. Non poteva che affrontare il proprio
destino.
«Vogliono che tu venga con me» mormorò.
«Sì, lo immaginavo. Non vogliono lasciare niente in sospeso.»
«Ma tu non verrai. Ci ho pensato, farò credere loro che mi
accompagnerai, ma il giorno della partenza ti ammalerai,
diremo che hai avuto un attacco di appendicite e ti farò
ricoverare in ospedale. Dirò che mi raggiungerai più avanti. Ti
darò dei soldi per andare in Spagna o dove vuoi; forse saresti
più al sicuro dalla tua amica Carla, almeno per un po' di tempo.
Ai miei capi di Mosca non farà piacere e...»
«E potrebbero decidere di farmi fuori, no?»
«Non mi fido a saperti in Spagna, sai che là c'è un comando
sovietico che aiuta la repubblica.»
«Krisov mi ha dato un consiglio che ho seguito senza indugio
fin dal pomeriggio in cui è venuto qui. Adesso sono io ad avere
in mano le redini della mia vita.»
«Non voglio che ti succeda niente. Ti amo, Amelia. So che
non mi credi, che non vuoi perdonarmi, ma lascia che ti aiuti.»
«Decido io per me, Pierre.»
Nei giorni seguenti Pierre incontrò Natalia e Miguel per
annunciare loro il suo viaggio a Mosca e per istruirli su come
mettersi in contatto con il supervisore sovietico.
Natalia ebbe una crisi di nervi quando Pierre le disse che
sarebbe stato lontano per mesi.
«Non puoi lasciarmi!» si lamentò «Voglio venire con te!»
«Mi piacerebbe, ma non è possibile. Devi capirlo. Non starò
via più di cinque o sei mesi...»
«E io cosa farò?»
«Le stesse cose che fai adesso. Non avrai problemi a passare
al supervisore le informazioni che riuscirai a ottenere.»
«Non mi fido di nessuno, soltanto di te. E se mi seguono?
Possono sospettare di me se mi vedono con un russo...»
«Ti ho spiegato come fare per evitare che ti seguano e ti ho
già detto che non è necessario che vi vediate, a meno che non
succeda qualche evento straordinario. Quando hai qualcosa di
importante da comunicargli, metti sul lato sinistro della
finestra il vaso di gerani che ti ho portato. Non spostarlo da lì
per tre giorni. Il terzo giorno infila il tuo rapporto tra le pagine
di un qualunque giornale e all'ora di pranzo vai a fare una
passeggiata al giardino zoologico. Lì, nella zona degli uccelli,
siediti su una panchina a osservarli, e quando te ne vai lascia lì
il giornale.»
«E se lo prende qualcun altro?»
«Non succederà.»

Non fu facile per Pierre convincere Natalia a continuare a


collaborare con i sovietici. L'interesse della donna per la
rivoluzione era direttamente proporzionale al coinvolgimento
con il suo amante.
Mentre Pierre passava più tempo del solito con Natalia,
Amelia continuava a lavorare e trascorreva i suoi rari momenti
liberi con gli Hertz.
Gloria e Martin erano consapevoli dell'attrazione tra Amelia
e Max e temevano di incoraggiare una relazione che sapevano
impossibile. Amelia era sposata, in Spagna; inoltre, viveva con
l'amante. E il loro caro amico Max von Schumann era quel tipo
d'uomo che avrebbe preferito morire piuttosto che non
rispettare un impegno o macchiare quello che lui definiva
l'"onore familiare". Per quanto potesse essere innamorato di
Amelia, non avrebbe mai rotto il fidanzamento con la contessa
Ludovica von Waldheim, pertanto il rapporto con la giovane
spagnola non aveva futuro. Pierre giunse alla stessa
conclusione, anche se all'inizio si era preoccupato per
l'interesse che il medico tedesco e Amelia evidentemente
provavano l'uno per l'altra.
Nonostante questo, Pierre cercava di accompagnare Amelia
quando sapeva che doveva incontrare gli Hertz, anche se a volte
lei non lo avvisava di quegli incontri.
Una sera in cui Pierre era dovuto andare a casa di Natalia
perché lei gli aveva telefonato piangendo disperata, Amelia ne
approfittò per accettare l'invito di Max.
"Parto tra qualche giorno e mi piacerebbe cenare da solo con
te, una volta; non so se è corretto o se ti creo problemi con
Pierre, ma se potessi..." le aveva chiesto Max.
Quando ebbe finito la giornata di lavoro in pasticceria,
Amelia salutò la signora Sagrario con premura maggiore del
solito. La pasticciera si accorse che gli occhi le brillavano in
modo particolare.
«Vedo che oggi sei contenta. Forse festeggi qualcosa di
speciale con Pierre?»
Amelia sorrise, senza rispondere. Non voleva mentire a
quella brava donna, che era stata tanto comprensiva quando
aveva scoperto che Pierre non era legalmente suo marito, ma
nemmeno voleva dirle che aveva un appuntamento con un altro
uomo; chissà cosa avrebbe potuto pensare di lei.
Max la aspettava al Caffè Tortoni per un aperitivo prima
della cena in un ristorante.
Se Amelia era nervosa, Max non era da meno. Entrambi
sapevano che, con quell'incontro da soli, stavano superando
ogni limite a loro consentito.
«Sono contento che tu abbia accettato di cenare con me.
Parto tra una settimana, non posso prolungare ancora il mio
soggiorno a Buenos Aires.»
«Lo so, Gloria mi ha detto che devi riprendere servizio nella
tua unità.»
«Sono un privilegiato, Amelia, ho potuto trascorrere questa
lunga vacanza a casa dei miei migliori amici, ma neppure
l'influenza della mia famiglia può prolungare la mia
permanenza qui» replicò Max ridendo.
«Perché sei venuto a Buenos Aires? Solo per vedere Martin?»
«Ti sembra strano?»
«Be', in effetti, sì...»
«Non andresti a New York se sapessi dove trovare Yla? Mi
hai detto che è la migliore amica della tua infanzia, oltre a tua
cugina Laura.»
«Sì, certo che ci andrei!»
«Ecco, io ho fatto la stessa cosa, sono venuto a trovare il mio
migliore amico, che ha dovuto lasciare il nostro paese per colpa
di quei pazzi. Volevo assicurarmi che stesse bene, che qui...
insomma, volevo sapere se era felice. Non è facile abbandonare
la propria patria, la casa, gli amici, smettere di respirare l'aria
che hai sempre respirato... Tu lo puoi capire, perché sei nella
stessa situazione.»

Amelia si incupì. Negli ultimi mesi, ogni volta che pensava alla
Spagna sentiva contrarsi la bocca dello stomaco e veniva
sopraffatta dal dolore.
«Ma non rattristiamoci! Non voglio che l'unica occasione che
abbiamo di stare soli si trasformi in un mortorio.»
«Non preoccuparti, non ho questa intenzione.»
Andarono a cena ed entrambi si sforzarono di mantenere la
conversazione su binari piacevoli; arrivati al dolce, però, Amelia
non poté fare a meno di chiedergli del suo futuro nell'esercito.
«Dimmi: come fai a sopportare di stare agli ordini di chi è
convinto che ci siano esseri umani di diversa categoria, di chi
perseguita gli ebrei e ruba loro tutto ciò che possiedono?»
«Ne abbiamo già parlato...»
«Sì, ma... fatico a immaginarti agli ordini di Hitler.»
«Adesso è cancelliere, ma non lo sarà per sempre, mentre la
Germania continuerà a essere la Germania. Io non servo Hitler,
ma il mio paese.»
«Però è Hitler a comandare in Germania!»
«Purtroppo è così, ma cosa vuoi che faccia? Ha vinto le
elezioni.»
«Comunque...»
«Sono un soldato, Amelia, non un politico. Adesso voglio
parlarti di un'altra cosa, so che non dovrei, ma lo farò.»
«Per favore, preferirei che...»
«Devo farlo, per correttezza. Mi sono innamorato di te e ti
giuro che ho fatto l'impossibile perché non succedesse. Non
volevo partire senza dirtelo.»
«Credo che anche a me sia successa la stessa cosa. Ma non ne
sono sicura... mi sento così confusa...»
«Credo che tutti e due ci siamo innamorati, ed è la peggior
cosa che potesse accadere, visto che per noi non c'è futuro.»
«Lo so» mormorò Amelia.
«Non posso rompere il fidanzamento con Ludovica...
Insomma, le nozze saranno celebrate al mio ritorno. E tu hai
sacrificato molto per stare con Pierre... e poi non voglio
illuderti, anche se rompessi il fidanzamento con Ludovica, la
mia famiglia non ti accetterebbe: per loro saresti sempre una
donna sposata.»

Amelia si sentì avvampare, come non le succedeva da quando


aveva abbandonato la famiglia per scappare con Pierre.
«Non intendevo offenderti... mi dispiace... Voglio essere
sincero con te, anche a costo di sembrare brutale» si scusò Max.
«Meglio parlare chiaro» replicò Amelia tirandosi giù la
gonna con un gesto distratto, quasi a volersi coprire dalla
vergogna che le provocavano le parole di Max.
«Ho bisogno che tu mi capisca, che tu mi dica cosa pensi e se
credi che per noi ci sia un'altra via d'uscita.»
«No, Max, non c'è. La verità fa male, ma la preferisco alla
menzogna. Non avrei potuto sopportare che incoraggiassi le
mie illusioni e poi... So chi sono: una donna sposata che ha
abbandonato il marito, il figlio e la famiglia, per fuggire con un
altro uomo. Agli occhi degli altri questo mi rende una donna
poco rispettabile, e mi rendo conto che i tuoi genitori non
potrebbero mai accettarmi. E non ti chiederei nemmeno di
rompere il fidanzamento con Ludovica, so che, con il tuo senso
dell'onore, ne soffriresti al punto di non perdonarmi per averti
fatto mancare alla parola, anche se non me lo diresti mai.
Lasciamo perdere. Abbiamo trascorso insieme giorni molto
speciali, ma ho sempre saputo che dovevi partire e che non
avremmo avuto alcun futuro. Solo che... be', mi hai fatto
ritrovare la voglia di vivere. Non vedevo l'ora di uscire dal
lavoro per andare dagli Hertz e incontrarti, o speravo che
squillasse il telefono e la voce di Gloria mi invitasse a passare il
fine settimana in campagna. lì sarò sempre grata per questi
giorni, perché, sai, credevo di essere morta.»
Lui l'accompagnò a casa. Camminarono l'uno accanto
all'altra, senza osare sfiorarsi, in silenzio.
«Ci vedremo ancora prima che io parta» le disse Max.
«Ma certo, so che Gloria ti sta organizzando una festa
d'addio.»
Con grande sollievo di Martin e Gloria Hertz, non si rividero
più. Amelia non andò alla festa d'addio per Max e si limitò a
mandargli un biglietto in cui gli augurava buona fortuna.
Quella breve e sfortunata relazione lasciò un segno profondo
in Amelia, l'ennesimo. Perse l'allegria che sembrava aver
recuperato accanto a Max, e i suoi amici la trovavano sempre
più pensierosa e taciturna.

Il 5 febbraio era la data prevista per la partenza di Pierre verso


Mosca. A mano a mano che quel giorno si avvicinava, lui
diventava sempre più nervoso: l'avvertimento di Krisov gli
rodeva dentro con tanta forza da togliergli il sonno, perché
sognava di essere imprigionato e torturato dai suoi compagni. A
volte si svegliava da un incubo gridando, e Amelia accorreva,
sollecita, a portargli un bicchiere d'acqua. Lui le afferrava la
mano come un bambino che sa di essersi perso.
La paura di Pierre risvegliò l'istinto di protezione di Amelia.
Cominciò a preoccuparsi per lui come se fosse un figlio. Quando
finiva di lavorare, rientrava a casa in fretta per stare con Pierre.
Continuavano a non condividere il letto, ma lei si prendeva cura
di lui con tenerezza. L'atteggiamento di Amelia era così
sollecito che gli amici di entrambi pensarono che si fossero
riconciliati. Lui, un sofisticato uomo di mondo, si lasciava
guidare da lei e la guardava pieno di gratitudine; inoltre,
sembrava nervoso quando lei non gli era accanto. In quei giorni
tra i due si creò un legame speciale.
Anche se Pierre aveva ribadito ad Amelia che non sarebbe
andata con lui, e insisteva sul piano iniziale di far finta che si
ammalasse il giorno prima della partenza, entrambi avevano
ufficialmente annunciato a tutti gli amici che avrebbero fatto
un viaggio in Europa, durante il quale sarebbero certamente
passati da Mosca. Nessuno fu sorpreso che Pierre volesse far
visita ai suoi genitori a Parigi, approfittandone per procurarsi le
edizioni speciali che poi vendeva così care. Il giorno prima della
partenza, Pierre osservava Amelia che si affannava a preparare
i bagagli.
«Mi mancherai moltissimo» disse sottovoce pensando che lei
non sentisse.
«Non credo» ribatté Amelia fissandolo.
«Certo che mi mancherai, fai parte di me, sei il meglio che mi
è capitato nella vita, anche se me ne sono reso conto troppo
tardi» si lamentò Pierre.
«Non ti mancherò perché verrò con te.»
«Ma cosa dici? Non puoi!»
«Sì che posso. Non mi sembri in grado di affrontare quello
che sta per succedere.»
«Cosa vuoi dire?»
«Che hai paura, e a ragione. Che le tue grida di notte
spaventano anche me. Non sai cosa ti aspetta a Mosca e hai
bisogno di avere qualcuno accanto.»
«Sì, ho paura di quello che potrebbe succedere. Si
raccontano cose terribili sul compagno Ežov.»
«Come sul compagno Jagoda.»
«Tu non devi correre rischi, ti sei sacrificata fin troppo per
me. È la tua occasione per tornare in Spagna, per essere libera.»
«Sì, ma non voglio lasciarti solo. Verrò con te, vedremo cosa
succede a Mosca; se Igor Krisov ci ha detto la verità, almeno
sarò al tuo fianco. Se non è così, appena potrò farò ritorno in
Spagna.»
«No, Amelia, non posso chiederti questo.»
«Non me lo stai chiedendo tu, l'ho deciso io. Sto solo
posticipando di qualche mese i miei piani. Ti ho amato molto,
Pierre, e, nonostante il male che mi hai fatto, non sopporto di
vederti in questo stato. Domani partirò con te e voglia Dio che
Krisov si sia sbagliato e possiamo tornare entrambi...»

Il professor Muiňos tacque, assorto nei suoi pensieri. Quel


silenzio mi riportò al presente.
«Però, la bisnonna!» esclamai, sbalordito, accorgendomi che
cominciava a diventare un intercalare.
Avevo passato tre giorni in giro con il professor Muiňos,
perché era deciso a mostrarmi tutti gli angoli della città
frequentati dalla mia bisnonna: non mi aveva lasciato neanche
un attimo di respiro.
«Bene, siamo arrivati alla fine del percorso, adesso deve
andare a Mosca» mi disse il professore con aria assente.
«A Mosca?»
«Sì, figliolo. Le ho raccontato tutto quello che sapevo sul
soggiorno di Amelia Garayoa a Buenos Aires, ma se vuole
saperne di più dovrà continuare a indagare, e la prossima tappa
è Mosca.»
«Pensavo che lei, insomma... potesse raccontarmi la fine
della storia.»
Il professore rise di gusto, come se avessi detto qualcosa di
buffo.
«Vedo che nemmeno il mio caro amico, il professor Soler, ha
tutte le informazioni su Amelia Garayoa. Giovanotto, lei ha
appena cominciato a grattare la superficie della sua storia. Le
assicuro che la vita di quella donna è stata appassionante e
difficile, soprattutto difficile. Dovrà recarsi a Mosca per
proseguire le sue ricerche.»
«A Mosca?»
«Esatto, come le ho detto, la sua bisnonna seguì Pierre Comte
a Mosca. Non mi guardi con quella faccia. Le ho fissato un
appuntamento con la professoressa Tania Kruvkoski. È una
donna eccezionale e, a mio parere, una storica indipendente,
una vera e propria autorità per quel che concerne la Čeka, il
GPU, l'OGPU, l'NKVD e il KGB. La professoressa Kruvkoski è la
persona più indicata per raccontarle tutto ciò che riguarda la
permanenza di Amelia a Mosca. È una delle poche persone a cui
è stato concesso, seppur entro certi limiti, di dare un'occhiata
agli archivi del passato, dagli anni Trenta fino alla fine della
Seconda guerra mondiale. Il KGB è lo scheletro su cui è stato
costruito il nuovo Stato, quindi neanche lei ha potuto indagare
su quello che è successo dopo il 1945. Le ho telefonato proprio
stamattina e, anche se non è esattamente entusiasta, ha
acconsentito a riceverla, in nome della sua amicizia con il
professor Soler e con me. Ma le consiglio di essere prudente nel
trattare con lei: Tania Kruvkoski ha un carattere impossibile e,
se non si conquista il suo rispetto, non ci penserà due volte a
mandarla a quel paese.»

Tornai in albergo pensando a cosa fare. Era chiaro che il


professor Muiňos considerava conclusi gli incontri con me e
inoltre mi aveva fissato un appuntamento a Mosca due giorni
dopo.
Decisi di telefonare a mia madre, al giornale e a mia zia
Marta, in quest'ordine, per sapere se potevo prendere il volo
per Mosca.
Ero stanco: in meno di una settimana ero stato a Barcellona,
a Roma e a Buenos Aires e, se la zia Marta mi dava il permesso,
già mi vedevo in volo verso Mosca.
Come mi aspettavo, mia madre mi rimproverò. Non la
chiamavo da quattro giorni e mi disse che, a causa mia, le era
venuto il mal di stomaco.
Neppure la conversazione con Pepe, il caporedattore del
giornale, fu molto piacevole.
«Guillermo, ma dove ti eri cacciato? Senti, va bene che
l'intervista con il professor Soler è stata un colpaccio, ma da lì a
credere che ti daranno il Nobel... Ti ho mandato a casa tre libri
da recensire urgentemente e non hai dato segni di vita.»
«Hai ragione, Pepe, ma non farmi la predica. Senti, i libri
possono aspettare, perché ho qualcosa di meglio per il giornale.
Ti ho detto che sarei venuto a Buenos Aires, e in questi giorni
qui c'è la Fiera del Libro, che, insieme a quella di Guadalajara, in
Messico, è una delle più importanti dell'America Latina.»
«Ehi, che lusso! E così sei a Buenos Aires.»
«Sì, ti manderò dei pezzi sulla fiera, e pure qualche intervista
con gli autori, senza che tu debba accollarti la nota spese. Però
voglio che me li paghiate meglio delle critiche letterarie, va
bene?»
Pepe borbottò per un po' ma poi accettò, intimandomi di
mandargli il primo articolo entro un'ora.
Non gli dissi né sì né no e telefonai alla zia Marta, che come
al solito era di malumore.
«Ti stai divertendo?» mi chiese con ironia.
«Ebbene sì, parecchio. Buenos Aires è una città sconvolgente,
dovresti venirci in vacanza.»
«Piantala con le idiozie e dimmi cosa stai combinando!»
Le feci un riassunto delle ricerche senza entrare troppo nei
dettagli, il che la irritò ancora di più; quando le annunciai che
dovevo recarmi a Mosca, la sua risposta fu lapidaria: mi attaccò
il telefono in faccia.
Decisi di prendermi una pausa per riflettere sul da farsi e, nel
frattempo, andai a visitare la Fiera del Libro per scrivere gli
articoli che avevo promesso. La cosa più difficile sarebbe stata
convincere qualche scrittore a concedermi un'intervista. In fin
dei conti non ero accreditato in fiera e nessuno mi aspettava.
Di certo dovevo avere un angelo custode, perché, appena
entrai nella sede espositiva in cui si svolgeva la manifestazione,
incontrai due giovani scrittori spagnoli, invitati a partecipare a
una tavola rotonda predisposta dagli organizzatori. Mi
appiccicai a loro come una patella, assistendo al dibattito sulle
ultime tendenze letterarie, e dopo feci una dozzina di domande
a testa, che avrei usato per le interviste; a costo di essere
considerato uno scocciatore, non mi staccai da loro neanche per
un attimo, e così conobbi quattro scrittori argentini, un editore,
un paio di critici letterari e qualche giornalistucolo come me.
Quando rientrai in albergo, avevo materiale sufficiente per
fare bella figura con il giornale e guadagnare tempo, sempre
che alla fine fossi riuscito a partire per Mosca.
Ritelefonai a mia zia.
«Sai che ore sono qui?» mi chiese urlando.
«In realtà no...»
Non me lo disse, si limitò a riattaccare. Perciò decisi di
svegliare mia madre e chiederle un prestito per andare a Mosca
per conto mio, ma neanche lei era disposta ad aiutarmi, visto
che continuava a incolparmi per il suo mal di stomaco.
"Fine della corsa" mi dissi. In realtà mi dispiaceva
moltissimo, perché la vita di Amelia Garayoa stava diventando
un'ossessione. Il fatto che fosse la mia bisnonna mi era
indifferente, ma si stava rivelando una storia troppo
appassionante.
Lasciai passare qualche ora per non svegliare nessun altro in
Spagna, dopodiché chiamai la signora Laura.
La domestica mi fece aspettare quasi dieci minuti al telefono
e tirai un sospiro di sollievo quando sentii la voce della signora.
«Mi dica, Guillermo, dove si trova?»
«A Buenos Aires, ma devo darle una brutta notizia: non posso
continuare le ricerche.»
«Come? Cos'è successo? Il professor Soler mi ha assicurato
che le stanno indicando la strada da seguire e che ha un
appuntamento a Mosca.»
«È proprio questo il problema. Mia zia Marta non vuole più
finanziare le ricerche, pertanto non posso andare a Mosca.
Insomma, mi dispiace, volevo solo dirglielo. Domani o
dopodomani tornerò in Spagna e, se non le dispiace, passerò da
casa sua per ringraziarla per l'aiuto che mi ha dato. In effetti,
senza di lei non sarei riuscito a fare nemmeno un passo.»

La signora Laura non sembrava ascoltarmi. Era rimasta in


silenzio, anche se dall'altra parte della cornetta riuscivo a
sentire il suo respiro agitato.
«Signora Laura, mi sente?»
«Ma certo. Guillermo, voglio che continui le ricerche.»
«Lo desidero anch'io, ma non ho mezzi, perciò...»
«Pagherò io le spese.»
«Lei?»
«Sì, insomma, noi. All'inizio ci era sembrato... Be', non ci
aveva fatto una gran buona impressione, ma qualcuno doveva
pur scrivere questa storia, e adesso siamo convinte che lei sia la
persona adatta. Deve andare avanti. Mi dia un numero di conto
e le verseremo il denaro per coprire le spese. A partire da
questo momento, ovviamente, lavora per noi; il che significa
che la storia che scriverà non la potrà dare né tanto meno far
leggere a sua zia Marta e al resto della sua famiglia.»
«Ma... io... non so proprio cosa dire... Non mi sembra giusto
che paghiate voi le indagini. No, non mi sentirei a mio agio.»
«Sciocchezze!»
«Signora Laura, non posso accettare. Mi dispiace.»
«Guillermo, è stato lei a presentarsi a casa nostra a chiedere
aiuto per poter scrivere su Amelia. Ci è costato prendere una
decisione, ma da quando ci siamo risolte a fidarci di lei non
abbiamo mai smesso di sostenerla... Insomma, come ha detto
bene lei, senza di noi non sarebbe riuscito a scoprire niente.
Quello che non sa è che, be', ha messo in moto un meccanismo
che non si può più fermare. Quindi accetti di lavorare per noi,
scriva tutto ciò che apprenderà sulla vita di Amelia Garayoa e
poi si dimentichi di lei per sempre.»
«Ma perché questo improvviso interesse verso la vita di
vostra cugina? Voi di certo saprete cos'è successo...»
«Non faccia domande e risponda: lavorerà per noi, sì o no?»
Esitai per qualche secondo. In realtà sebbene non avessi
voglia di interrompere le ricerche, non mi faceva piacere
accettare i soldi delle Garayoa.
«Non lo so, mi lasci riflettere.»
«Voglio una risposta adesso» mi incalzò la signora Laura.
«D'accordo, accetto.»
Scrissi un'e-mail alla zia Marta, annunciandole che avrei
continuato le ricerche con un altro "finanziatore" e, come
prevedevo, poco dopo mi telefonò in preda alla rabbia.
«Tu sei pazzo! Hai perso la testa! Credi che permetterò che
uno sconosciuto ti paghi per indagare su mia nonna? Guillermo,
facciamola finita con questa storia. La mia idea si è rivelata più
complicata del previsto. Torna a Madrid, raccontami cosa hai
scoperto e poi deciderò il da farsi, ma, come puoi capire, non
posso certo finanziare i tuoi viaggi per il mondo.»
«Mi dispiace, zia, ormai con queste persone mi sono
impegnato a continuare e a consegnare loro i risultati delle
ricerche.»
«Ma chi sono queste persone? Non ti permetterò di lavare i
panni sporchi della famiglia davanti a chissà chi.»
«Su questo sono d'accordo con te, ma Amelia Garayoa, oltre a
essere tua nonna, aveva altri parenti che sono interessati
quanto te a sapere che fine ha fatto, quindi tutto resterà in
famiglia.»

Mia madre mi telefonò subito dopo per chiedermi se avevo


intenzione di rovinarle l'esistenza. Aveva appena litigato con
sua sorella, a causa mia. Ma ormai avevo preso una decisione e
cominciavo a pensare che lavorare per la signora Laura e per la
signora Melita fosse la cosa migliore. In fin dei conti, senza di
loro non avrei fatto nemmeno una mossa giusta. Inoltre, ero
stufo di dover mendicare dalla zia Marta ogni centesimo di cui
avevo bisogno.
9

Non so che temperatura ci fosse a Mosca nella primavera del


1938, ma in quella del 2009 faceva un freddo glaciale.
Ero felice di trovarmi in una città che si preannunciava
interessante e misteriosa. La signora Laura mi aveva richiamato
dicendomi di aver effettuato un bonifico sul mio conto corrente
e di avermi prenotato una stanza all'hotel Metropol, perciò
tutto sembrava andare a gonfie vele.
"Che lusso!" pensai entrando nella hall dell'albergo. Senza
dubbio, la città che avevo intravisto dal finestrino del taxi non
aveva niente da invidiare a New York, Parigi o Madrid, anzi, in
pochi minuti avevo visto più Maserati e Jaguar che in tutta la
mia vita. "Caspita, questi ex comunisti non hanno perso tempo
nel mettersi al passo con il capitalismo!" mi dissi.
Quando mi fui sistemato in camera, mi misi al lavoro e
telefonai alla professoressa Tania Kruvkoski.
La professoressa, per fortuna, parlava inglese e ci capimmo
subito, ma mi lasciò di stucco quando mi disse che, se preferivo,
avremmo potuto parlare spagnolo. Fissammo un appuntamento
per il giorno seguente, a casa sua; non era lontana dal Metropol,
perciò avrei potuto andarci a piedi.
Dedicai il resto della giornata al turismo: visitai la tomba di
Lenin e la cattedrale di San Basilio, passeggiai nella piazza Rossa
e vagai per le vie animate e piene di bar, ristoranti e negozi di
abbigliamento delle marche più sofisticate.
Non avevo idea di come fosse Mosca prima del crollo del
regime comunista, ma quello che vedevo davanti a me era la
quintessenza del capitalismo. Non sembrava la città che mi
aveva descritto mia madre: grigia, povera e triste. È pur vero
che lei aveva fatto un tour in Unione Sovietica in piena era
comunista e se avesse visitato Mosca ora le sarebbe sembrato di
avere le traveggole.

L'appartamento in cui viveva la professoressa Kruvkoski era


piccolo ma confortevole: in sala le pareti erano tappezzate di
scaffali di legno ricolmi di libri, c'erano tende di cretonne, un
divano, due poltrone di velluto verde e un tavolo da pranzo
ingombro di fogli. La professoressa era proprio come mi
aspettavo: una donna avanti con gli anni, in carne, con i capelli
bianchi raccolti a crocchia sulla nuca. Mi stupirono il vestito a
fiori, quasi giovanile, e lo scialle di lana che portava sulle spalle.
Ma dietro quell'aspetto da dolce nonnina si nascondeva una
donna energica, decisa a non regalarmi nemmeno un secondo
in più del suo tempo. A questo scopo, aveva preparato diversi
dossier su Pierre e Amelia.
«I miei colleghi, il professor Soler e il professor Muiňos, mi
hanno chiesto di spiegarle cos'è successo a Pierre Comte e ad
Amelia Garayoa quando sono arrivati a Mosca nel febbraio 1938.
Bene, non so se prende appunti...»
«Preferirei registrare la conversazione, visto che lei parla un
ottimo spagnolo» le risposi, per lusingarla.
«Faccia come vuole. Non ho molto tempo. Le dedicherò la
mattinata, ma non un minuto di più» mi avvertì.
Io annuii e avviai il registratore.
«Come saprà, la perversione del compagno Stalin non aveva
limiti. Nessuno era al sicuro, a quell'epoca, chiunque era
sospetto, e le purghe erano all'ordine del giorno. A poco a poco
Stalin aveva tolto di mezzo gli uomini che avevano combattuto
in prima linea per la rivoluzione, bolscevichi leali e devoti che
furono accusati di tradimento. Nessuno poteva considerarsi
escluso. Per la sua politica criminale, Stalin poteva contare su
uomini senza scrupoli, disposti a strisciare e a commettere le
peggiori atrocità solo per servirlo, credendo così di guadagnarsi
il diritto di vivere, ma molti di quegli esseri immondi fecero una
brutta fine, perché Stalin non era grato né riconoscente verso
nessuno.»
«A giudicare dalla sua età... insomma... pensavo che lei fosse
una rivoluzionaria in gioventù.»
«Sono una sopravvissuta. Quando cresci sotto un regime di
terrore, l'unica cosa a cui aspiri è strappare un giorno di vita in
più, e chini la testa; non vedi, non senti, quasi non provi
sentimenti, per paura che si accorgano di te. Il terrore annulla
ogni umanità e, pur di sopravvivere, si è disposti a lasciar
scatenare i peggiori istinti. Ma non si tratta della mia vita, bensì
di quella di Comte e Garayoa.»
«Sì, scusi l'interruzione, pensavo che lei fosse una comunista
convinta.»
La professoressa si strinse nelle spalle e mi guardò con
un'espressione poco amichevole, quindi decisi di tacere.
«La mia famiglia aveva partecipato alla Rivoluzione
d'ottobre, ma questo non ci garantì nulla; mio padre e alcuni zii
e cugini morirono nei gulag perché a un certo punto osarono
dire a voce alta quello che era evidente: il sistema non
funzionava. Credevano ancora fermamente che il comunismo
avesse le risorse adeguate per costruire un mondo migliore, ma
pensavano che chi dirigeva il paese non lo facesse nel modo
giusto. Stalin condannò migliaia di contadini a morire di fame...
Ma questa è storia, e non è la storia che lei è venuto a cercare.
Le ho già detto che, per sopravvivere, si finisce per adattarsi
alle circostanze, e nella mia famiglia abbiamo imparato a
chinare la testa e a tacere. Possiamo continuare?»
«Certo, mi scusi.»

Amelia e Pierre erano ospiti a casa della zia Irina, la sorella della
madre di lui. Era sposata con un funzionario del ministero degli
Esteri, Georgij, un uomo privo di incarichi o ruoli importanti.
Avevano un figlio, Mikhail, giornalista, più giovane di Pierre e
sposato con Anushka, una bellezza che lavorava in teatro. La
casa aveva due stanze e un piccolo salottino, che diventò la
camera da letto di Pierre e Amelia.
Il giorno dopo il suo arrivo, Pierre si presentò alla sede
dell'NKVD in piazza Dzeržinskij, tristemente nota come la
Lubjanka...
Non venne accolto da nessun funzionario importante; al
contrario, un funzionario di basso livello lo informò che a
partire da quel momento era a totale disposizione dell' NKVD e
che gli sarebbe stato assegnato un incarico. Nel frattempo,
doveva scrivere una relazione dettagliata sulla rete di Krisov, di
cui aveva fatto parte, specificando nomi e dati di tutti gli agenti
"ciechi" che collaboravano in Europa con l'NKVD .
Pierre protestò. Si trovava lì, disse, per aiutare a organizzare
un congresso con intellettuali di tutto il mondo. Il funzionario
non andò tanto per il sottile e lo minacciò: o eseguiva gli ordini
oppure sarebbe stato considerato un traditore.
Pierre non osò continuare a discutere e accettò controvoglia
di seguire le istruzioni dell'uomo.
«Lei lavorerà presso il dipartimento di Identificazione e
Archivio, alle dipendenze del compagno Vasiliev.»

In quel momento Pierre si ricordò che Igor Krisov gli aveva


parlato di un amico caduto in disgrazia, un certo Ivan Vasiliev, e
si chiese se fosse la stessa persona.
Ivan Vasiliev aveva all'epoca trentacinque anni. Era un uomo
alto, magro, molto robusto, e aveva lavorato per il dipartimento
estero dell'NKVD fin dalla sua creazione.
L'ufficio che ospitava il dipartimento di Identificazione e
Archivio era ubicato in uno dei sotterranei della Lubjanka, e per
accedervi bisognava scendere una rampa di scale dove non era
raro incontrare detenuti che camminavano a testa bassa,
consapevoli che da quel luogo raramente si usciva vivi.
Vasiliev indicò a Pierre il tavolo dove avrebbe lavorato,
illuminato da una potente lampadina. C'era a malapena lo
spazio per muoversi perché enormi archivi coprivano ogni
centimetro delle pareti.
«Lei era amico di Igor Krisov?» gli domandò Pierre appena si
fu seduto.
Ivan Vasiliev lo guardò con durezza, rimproverandolo con gli
occhi per aver pronunciato quel nome. Poi deglutì e cercò con
cura le parole per rispondergli.
«So che lei era uno degli agenti del compagno Krisov, un
traditore della peggior specie.»
Pierre sobbalzò nel sentire la risposta e stava per ribattere,
ma con lo sguardo Vasiliev gli intimò di tenere la bocca chiusa.
Vasiliev si immerse nelle sue carte e di tanto in tanto si
alzava per andare alla scrivania di altri colleghi che come lui
lavoravano in silenzio. In una di quelle occasioni, passando
accanto alla scrivania di Pierre, fece scivolare un foglietto. Lui,
stupito, lo aprì.

Non sia stupido e non faccia domande che potrebbero compromettere


entrambi. Distrugga subito questo messaggio. Appena possibile le
parlerò.

Quando Pierre tornò a casa della zia Irina, nel pomeriggio


inoltrato, Amelia lo aspettava impaziente.
«Cos'è successo? Perché non hai telefonato per dire che stavi
bene?» lo rimproverò in preda all'angoscia, in francese, lingua
in cui potevano capirsi anche con gli zii di Pierre.
Lui raccontò ad Amelia e agli zii ogni dettaglio della sua
giornata, senza tralasciare il suo senso di angoscia e delusione.
Quella non era la "patria" a cui aveva dato il meglio di sé. Sua
zia Irina lo esortò a parlare più piano.
«Non alzare la voce o finiremo tutti alla Lubjanka!» lo
rimproverò.
«Ma perché? Non si può parlare liberamente?» domandò
Amelia con una certa ingenuità.
«No, non si può» sentenziò lo zio Georgij.
D'improvviso, Pierre e Amelia si resero conto che il mito per
cui si erano tanto sacrificati era un mostro spietato che avrebbe
potuto divorarli senza che nessuno riuscisse a muovere un dito
per evitarlo.
«Quindi ti hanno fatto venire qui con l'inganno» disse lo zio
Georgij.
«A quanto dice, è evidente» commentò la zia Irina.
«Krisov ti aveva avvertito» gli ricordò Amelia.
«Chi è Krisov?» volle sapere la zia Irina.
«Un uomo per cui ho lavorato...» rispose Pierre.
«Il suo supervisore» spiegò Amelia.
«Non è il momento dei rimproveri, ma... insomma... fare la
spia non è certo un bel lavoro.» La zia Irina non nascondeva il
disgusto per quello che aveva fatto suo nipote. «Impicciarsi
negli affari degli altri e denunciarli...»
«Non ho mai denunciato nessuno!» protestò Pierre. «Il mio
unico compito era quello di ottenere informazioni che
potessero rivelarsi utili per l'Unione Sovietica e la rivoluzione.»
«Pierre non ha fatto niente di male» lo difese Amelia.
«Spiare è un atto disonorevole!» insisté la zia Irina.
«Su, cara, non agitarti. Tuo nipote è uno dei tanti ingenui
che hanno creduto nella rivoluzione; anche noi ci abbiamo
creduto e abbiamo fatto del nostro meglio» intervenne lo zio
Georgij.
«Certo che l'abbiamo fatto, ma Stalin è...»
«Zitta! Adesso sei tu l'imprudente. Sai che i muri hanno
orecchie, vuoi farci arrestare tutti?» le ricordò lo zio Georgij.
La zia Irina tacque e intrecciò le mani per nascondere
l'irritazione. Avrebbe preferito non dover ospitare il nipote, ma
Olga era la sua unica sorella e la sola speranza nel caso in cui un
giorno fossero riusciti a evadere dall'immensa prigione nella
quale si stava trasformando la loro patria.
Poco dopo arrivò Mikhail e si unì alla conversazione. Il
giovane sembrava infastidito dai commenti di Pierre.
«State esagerando!» protestò Mikhail in russo. «Certo che ci
sono dei problemi! Stiamo costruendo un nuovo regime, una
Russia in cui non ci siano più servi, ma uomini liberi, e
dobbiamo imparare a diventare responsabili di noi stessi.
Ovviamente si commettono degli errori, ma l'importante è aver
intrapreso la strada giusta. Si viveva forse meglio ai tempi dello
zar? No, e lo sapete bene.»
«Io invece vivevo meglio sotto Nicola II» affermò Irina
fissando il figlio con aria di sfida. «Adesso guardati intorno, e
non vedrai altro che povertà. La gente muore di fame, non lo
vedi? Nemmeno tu, che sei dei loro, hai qualcosa in più degli
altri disgraziati di questo paese. Sì, figlio mio, io vivevo meglio
ai tempi dello zar.»
«Ma tu non rappresenti tutte le persone della Russia, tu eri
una borghese privilegiata, mamma: adesso siamo tutti uguali,
abbiamo le stesse possibilità.»
«La gente muore di fame e scompare nelle carceri per aver
protestato; Stalin è peggio dello zar» ribatté Irina.
«Se non fossi mia madre...»
«Mi denunceresti? Stalin è riuscito a far marcire l'anima
della Russia, perché non saresti il primo figlio che denuncia i
genitori. Stalin non è certo l'unico colpevole, lui è solo l'abile
discepolo di Lenin, che voi considerate un dio. Con lui la dignità
umana ha perso ogni valore.»
«Basta, Irina! Non voglio sentire simili discussioni in questa
casa. E tu, figliolo... un giorno vedrai la realtà per come è, al di
là delle tue illusioni e dei tuoi sogni. Sono stato un bolscevico,
ho combattuto per la rivoluzione, ma oggi non la riconosco. Me
ne sto zitto, perché voglio vivere e non intendo danneggiarti, e
perché sono un vigliacco.»
«Papà!»
«Sì, figlio mio, sono un vigliacco. Ho combattuto per la
rivoluzione e non ho avuto paura nemmeno quando ho
rischiato la vita. Ma adesso tremo al pensiero che possano
portarmi alla Lubjanka per confessare un delitto inesistente
com'è successo ad alcuni amici, o che mi mandino in uno di quei
campi di lavoro in Siberia da cui non si torna più.»
«Io credo nella rivoluzione» ribadì Mikhail.
«E io l'ho fatta, la rivoluzione, ma la Russia di oggi è solo un
incubo architettato da Stalin.»
«Stalin veglia affinché nessuno si distolga dagli obiettivi
della rivoluzione!» gridò Mikhail.
Rimasero in silenzio, esausti, senza guardarsi in faccia.
Amelia e Pierre erano atterriti da quello che avevano appena
sentito.
Irina prese la mano di Amelia, cercando di tranquillizzarla.
«Non temere, sono discussioni in famiglia. Mikhail ci vuole
bene e non alzerebbe mai un dito contro di noi.»
Tacquero sentendo il rumore della chiave nella serratura.
Anushka tornava dal lavoro e, anche se era sposata con Mikhail,
né Irina né Georgij parlavano liberamente in sua presenza.
«Uffa! Dalle vostre facce direi che avete litigato di nuovo»
disse lei entrando in sala.
«I miei genitori sono troppo critici verso la rivoluzione»
replicò Mikhail.
«Sono anziani e non capiscono che, per non distoglierci dagli
obiettivi della rivoluzione, bisogna estirpare i suoi nemici.»
Amelia non disse nulla, ma non era sicura che Anushka
avesse ragione.

Quella notte, mentre tutti dormivano, Amelia si avvicinò a


Pierre. Condividevano un materasso sistemato per terra.
«Dobbiamo andarcene da qui» gli sussurrò all'orecchio.
«Dalla casa dei miei zii?»
«Dall'Unione Sovietica. Siamo in pericolo.»
«È impossibile. Non ci lasceranno andare via.»
«Ci faremo venire in mente qualcosa, ma dobbiamo scappare.
Mi sento soffocare. Ho paura.»
Pierre le strinse la mano. Lui ne aveva ancora di più.

La zia Irina cominciò a dare lezioni di russo ad Amelia. Era


rimasta sorpresa scoprendo la padronanza con la quale la
giovane spagnola si esprimeva in quella lingua.
«In realtà non ho granché da insegnarti, te la cavi molto
bene» le disse.
«Pierre è stato un buon maestro» replicò la ragazza.
Amelia dimostrò di essere una buona allieva, dotata di una
notevole attitudine per le lingue, e inoltre le lezioni la
aiutavano a sopportare la situazione.
Irina si rivelò una donna piacevole, che vegliava sulla
famiglia e si dedicava ai lavori di casa da quando, sei mesi
prima, era sopravvissuta a un delicato intervento al cuore.
All'inizio di marzo, lo zio Georgij annunciò ad Amelia che
aveva trovato un lavoro per lei.
«Al ministero c'è un dipartimento dove arrivano da tutto il
mondo i giornali e le riviste in cui si parla dell'Unione Sovietica.
Lì si leggono gli articoli, si classificano, e quelli che meritano di
più vengono tradotti in russo per farli leggere al ministro
Molotov.»
«Ma io non padroneggio il russo» si schermì Amelia.
«Non si tratta di tradurre, ma semplicemente di leggere la
stampa spagnola, tedesca e francese, e, se c'è qualcosa che vale
la pena, passarlo al capo del dipartimento, il quale lo farà
tradurre, benché io sia convinto che potresti farlo anche tu. È
un lavoro come un altro; non puoi restare a casa, non sta bene.»
«Ma sono straniera...»
«Sì, spagnola, e membro del Partito comunista francese. Una
rivoluzionaria internazionale» rispose con ironia lo zio Georgij.
Amelia non osò rifiutarsi e Pierre, da parte sua, la incoraggiò
ad accettare la proposta.
«È meglio che lavori. Qui se non fai qualcosa ti considerano
subito un sospetto: potrebbero accusarti di essere una
controrivoluzionaria. »
Così Amelia cominciò a recarsi tutte le mattine al ministero
degli Esteri, insieme allo zio Georgij, e rientrava a casa nel
pomeriggio inoltrato. All'inizio non si trovò bene, pur
cavandosela egregiamente con la lingua, perché i colleghi di
lavoro la guardavano con diffidenza. Il capo del dipartimento le
spiegò che non poteva parlare con nessuno del contenuto degli
articoli pubblicati sulla stampa straniera e, se ne compariva
qualcuno critico verso l'Unione Sovietica, doveva consegnarlo a
lui personalmente.
Il 13 marzo lo zio Georgij arrivò a casa in preda a una grande
agitazione.
«Hitler ha annesso l'Austria alla Germania!» annunciò.
«Lo so, papà» rispose Mikhail. «Quell'uomo rappresenta un
pericolo e qualcuno dovrà fermarlo.»
«E saremo noi a farlo?» si informò Anushka.
«Può darsi» affermò lo zio Georgij «anche se per ora la
nostra politica è quella di osservare senza intervenire.»
Quella sera Pierre disse sottovoce ad Amelia di essere
riuscito a parlare con Igor Vasiliev.
«È successo all'uscita dall'ufficio, abbiamo finto di
incontrarci per caso e fatto un pezzo di strada insieme.»
«Perché non ne hai parlato a cena?»
«Perché non mi fido di Mikhail. Nonostante sia mio cugino, è
un fanatico, e Anushka non è molto meglio di lui. Sono membri
del partito che possono contare sulla fiducia dei loro superiori.»
«E cosa ti ha detto Ivan Vasiliev?»
«Mi ha consigliato prudenza. A quanto pare, in questo
momento mi stanno osservando e vogliono mettermi alla prova
perché non si fidano di me, visto che ero uno degli agenti del
compagno Igor Krisov. Vasiliev crede che per un paio di mesi mi
terranno nel dipartimento e poi decideranno cosa fare; lui
sostiene che la cosa migliore che potrebbe succedermi è che si
dimentichino di me.»
«Quando pensa che ti lasceranno tornare a Buenos Aires?»

Pierre rimase in silenzio e strinse con forza la mano di Amelia


prima di rispondere.
«Non lo sa, forse mai più.»
«Ma i tuoi genitori possono reclamarti!»
«Sanno che ho famiglia qui: la zia Irina, lo zio Georgij... Se i
miei genitori protestassero, potrebbero prendersela con i miei
zii, per rappresaglia, perciò si aspettano che non lo facciano.»
«Pierre, sei un cittadino francese, andiamo all'ambasciata di
Francia.»
«Non ci lasceranno nemmeno avvicinare; secondo Vasiliev,
mi seguono.»
«Ma tu non fai niente di male... Cos'altro ti ha detto
Vasiliev?»
«Che forse mi sottoporranno a un interrogatorio e devo
essere preparato; c'è chi non li supera.»
«No, Pierre, non possono torturare un cittadino francese.
Quanto a me... sono spagnola. Non possono trattenerci contro la
nostra volontà. Voglio che ce ne andiamo. Sei venuto come ti
hanno chiesto, se avessi cospirato contro l'Unione Sovietica non
saremmo qui, dunque non hanno motivo di diffidare. Sono loro
che ti hanno ingannato dicendo che avresti partecipato al
congresso di intellettuali che avrà luogo in giugno.»
«Parla più piano o Mikhail e Anushka ci sentiranno» la pregò
Pierre.
«Non devi aver paura di loro.»
«Invece sì, e anche tu dovresti averne. Non credere che
Anushka sia tua amica, lei cerca soltanto di estorcerti
informazioni.»

Ivan Vasiliev aveva ragione. Un pomeriggio, mentre Pierre


stava uscendo dall'ufficio per tornare a casa, gli si avvicinarono
due uomini.
«Venga con noi, compagno» gli ordinò uno di loro.
«Dove?» chiese Pierre tremando.
«Le domande le facciamo noi, lei si limiti a obbedire.»

Pierre passò tre giorni e tre notti in una cella della Lubjanka
senza che nessuno gli dicesse perché si trovava lì. Poi, il quarto
giorno, due uomini lo portarono nella stanza degli interrogatori
dove lo aspettava un uomo di bassa statura, ma di corporatura
robusta, con i capelli radi e lo sguardo gelido.
L'uomo gli indicò una sedia e, senza guardarlo, si mise a
leggere alcune carte che erano sul tavolo. A Pierre quei minuti
sembrarono eterni.
«Compagno Comte, ha la possibilità di rendere le cose facili o
difficili.»
«Io... io non capisco cosa sta succedendo.»
«Ah, no? Invece dovrebbe saperlo. Lei ha lavorato per un
traditore.»
«Io... io... non sapevo che il compagno Krisov fosse un
traditore.»
«Davvero? È strano, visto che lui la considerava uno dei suoi
migliori agenti; lei era uno degli uomini in cui riponeva la
massima fiducia.»
«Sì, be', facevo quello che lui mi chiedeva, era il mio
supervisore, nient'altro. Non siamo mai stati amici.»
«E non le ha mai confidato che intendeva disertare?»
«Mai! Come le ho detto, non eravamo amici; inoltre, quando
ha disertato, io non lavoravo più ai suoi ordini, mi trovavo già a
Buenos Aires.»
«Sì, lo so, e so anche che il compagno Krisov è venuto a
trovarla. Curioso, no?»
«Ho informato il mio supervisore di Buenos Aires della visita
di Krisov e di quel che mi aveva detto.»
«So anche questo. Un modo per tutelarsi se qualcuno l'avesse
vista con Krisov. Avete avuto modo di preparare quello che lei
avrebbe detto al suo supervisore.»
«Niente affatto! Krisov si è presentato all'improvviso e
abbiamo avuto una discussione, l'ho anche chiamato traditore.»
«Vogliamo sapere dove si trova il compagno Krisov.»
«Non lo so, non me l'ha detto.»
«E pretende che le creda? Vediamo: un agente veterano
come Krisov scappa e si prende la briga di andare fino in
Argentina solo per dirle che aveva deciso di fuggire? Ci prende
per scemi?»
«Ma è andata così... lui... insomma, ha detto che si sentiva
responsabile dei suoi agenti, di tutti quelli che avevano lavorato
con lui. E poi... ha insinuato che il posto migliore per
scomparire fosse l'America Latina.»
«Il traditore Krisov aveva molti amici tra i seguaci del
compagno Trockij.»
«Non ne avevo idea, non abbiamo mai parlato di faccende
personali, non so chi fossero i suoi amici...»
«Compagno Comte, voglio che si rinfreschi la memoria e mi
dica dove si trova il traditore Krisov. Sapremo ricompensarla
per questa informazione... Altrimenti...»
«Ma io non lo so!»
«La aiuteremo a ricordarlo.»
L'uomo si alzò e uscì dalla stanza, lasciando Pierre tremante.
Un minuto dopo entrarono due uomini che lo riportarono nella
cella in cui era rimasto rinchiuso nei tre giorni precedenti.
Pierre cercò di protestare, ma un forte pugno nello stomaco lo
lasciò senza fiato. Pianse accasciato sul freddo pavimento di
quella buia cella della Lubjanka.

La prima notte che Pierre non fece ritorno a casa degli zii,
Amelia attese impaziente fino all'alba; quando non riuscì più a
tollerare l'angoscia, andò a svegliare Mikhail.
«Tuo cugino non è rientrato.»
«E mi svegli per questo? Si starà ubriacando con qualche
amico, o amica... i francesi sono fatti così» ribatté Mikhail in
tono seccato.
«Conosco Pierre e, se non è rientrato, vuol dire che gli è
successo qualcosa.»
«Non preoccuparti e torna a dormire. Vedrai che quando si
farà vedere avrà una buona scusa.»
Amelia tornò al materasso su cui dormiva e contò i minuti
che passavano, finché sentì alzarsi lo zio Georgij.
«Zio, Pierre non è rientrato, sono preoccupata.»
«Io e Irina non abbiamo chiuso occhio pensando a lui.
Cercherò di scoprire cos'è successo.»
Amelia non voleva andare a lavorare, minacciava di
presentarsi alla Lubjanka a chiedere di Pierre, ma la zia Irina la
convinse a lasciar perdere.
«Non essere incosciente, la cosa migliore che possiamo fare è
aspettare.»
«Ma non è normale che non sia rientrato!» si lamentò
Amelia.
«No, non lo è, ma in Russia non c'è più niente di normale.
Aspettiamo che Georgij ci dica qualcosa e... be', chiederò anche
a Mikhail di cercare di scoprire cos'è successo.»
Nel pomeriggio, tornando dal lavoro, Amelia pregava di
trovare Pierre a casa degli zii. Ma Irina le disse che non sapeva
ancora niente di lui, perciò le due donne si sedettero in silenzio
ad aspettare che arrivasse Georgij, il quale però confessò di non
essere riuscito a scoprire nulla. Aveva telefonato a un amico il
cui cognato lavorava alla Lubjanka, ma appena gli aveva detto
di cosa si trattava l'uomo aveva riattaccato intimandogli di non
chiamarlo mai più.
Mikhail e Anushka arrivarono poco dopo. Lui stupì Amelia
dicendole che, a causa del troppo lavoro, non aveva avuto
nemmeno il tempo di preoccuparsi per l'assenza di Pierre.
«Ma come puoi comportarti in questo modo?» gli urlò
Amelia. «Pierre è tuo cugino!»
«E perché dovrei preoccuparmi per lui? Ormai è un uomo
adulto. Se non è rientrato è perché non vuole. E se ha fatto
qualcosa, allora deve accettarne le conseguenze.»

Amelia uscì di casa sbattendo la porta. Era decisa a presentarsi


alla Lubjanka e a chiedere di Pierre. Lo zio Georgij le andò
dietro, cercando di convincerla a essere prudente, altrimenti
avrebbe rischiato di mettere nei guai tutti loro.
«Famiglie intere sono vittime di rappresaglie perché uno dei
membri è considerato un controrivoluzionario. Li mandano nei
campi di lavoro, nelle miniere di sale, perfino in ospedali da cui
escono completamente frastornati. Non metterci in pericolo,
Amelia, ti prego.»
Ma lei non gli diede ascolto e continuò per la sua strada.
Camminava in fretta, in preda alla paura e alla rabbia, quando
notò un uomo che le si avvicinava.
«Per favore, svolti all'angolo e mi segua. Voglio aiutarla.»
«Lei chi è?» domandò Amelia sobbalzando.
«Ivan Vasiliev. È tutto il pomeriggio che aspetto nei pressi di
casa sua, non osavo salire.»
Amelia obbedì all'uomo, rammaricandosi di non aver
pensato subito di andare da lui. Se c'era qualcuno che poteva
dirle dove si trovava Pierre, era Vasiliev.
Lo seguì per un buon tratto di strada, fino a un edificio tetro
in cui l'uomo entrò. Salì rapidamente le scale che portavano al
primo piano. Lì introdusse una chiave in una serratura ed entrò
in un appartamento, seguito da Amelia.
«Non possiamo stare qui per molto» la avvertì Ivan Vasiliev.
«Non è casa sua?» domandò Amelia, stupita.
«No, qui abita un amico che adesso è fuori Mosca. Potremo
parlare tranquillamente.»
«Dov'è Pierre?»
«L'hanno arrestato, lo tengono in una cella della Lubjanka.»
«Ma perché? Non ha fatto niente. Pierre è un buon
comunista.»
«Questo lo so, ma non c'è bisogno di essere un cattivo
comunista per farsi arrestare. Vogliono Krisov e sono convinti
che Pierre sappia dove si trova.»
«Ma non lo sa! Non gliel'ha detto.»
«Igor Krisov è stato uno dei miei migliori amici, abbiamo
combattuto insieme e... be', avevamo un rapporto molto
speciale.»

Amelia guardò stupita Ivan Vasiliev. Krisov aveva confessato a


Pierre di essere omosessuale, e dalle parole di Vasiliev si
deduceva che anche lui poteva esserlo. L'uomo sembrò leggerle
nel pensiero.
«Non mi fraintenda. Siamo stati buoni amici, nient'altro. Poi
lui è partito per Londra. Aveva una copertura perfetta, perché
sua nonna era irlandese. Parlava bene l'inglese, così come il
francese e il tedesco, era molto portato per le lingue. Pierre mi
ha detto che lo è anche lei. Insomma, nonostante la
separazione, abbiamo sempre mantenuto vivi l'affetto e
l'amicizia, anche se loro credono che ci odiassimo.»
«Loro?»
«Sì, i capi del dipartimento estero dell' NKVD. Igor diceva che
il modo migliore per proteggerci era di farci passare per
acerrimi nemici, e per anni abbiamo portato avanti quella farsa.
Sono stato io ad avvisarlo che aveva perso la fiducia dei capi.»
«Lo so, l'ha detto a Pierre. Perché Krisov è tanto
importante?»
«Era uno dei principali agenti in Europa e sa troppo: nomi,
codici, conti correnti, modus operandi... Temono che venda
tutte quelle informazioni a qualcuno.»
«Perché?»
«Perché sono degli schifosi assassini e loro lo farebbero,
perciò pensano che anche gli altri siano capaci delle stesse
infamie.»
«E chi potrebbe comprare quelle informazioni?»
«Chiunque, l'Unione Sovietica ha molti nemici. L'Inghilterra
sarebbe disposta a pagare molto per conoscere i nomi degli
agenti sovietici che operano sul territorio. Il governo britannico
è preoccupato per il successo che il comunismo sta riscuotendo
tra i giovani universitari del paese.»
«Ma Krisov...»
«Igor era disgustato da quello che succede qui, come tutti
quelli che hanno un minimo di decenza. Dalla sera alla mattina
chiunque può diventare un "nemico del popolo", basta una
denuncia, un sospetto. Stanno ammazzando la gente senza
pietà.»
«Chi?»
«Lo fanno in nome della rivoluzione, per difenderla dai
nemici. E non pensi che se la prendano solo con i borghesi; qui
nessuno è immune dall'accusa di essere un
controrivoluzionario, perseguitano perfino i contadini. Sa
quanti mugik sono stati assassinati?»
«Chi sono i mugik?»
«Gliel'ho detto, contadini, piccoli proprietari che si tengono
stretta la terra, rifiutandosi di abbandonarla o di attuare gli
stupidi piani dei comitati di partito.»
«Cosa faranno a Pierre?»
«Lo interrogheranno finché non confesserà quello che
vogliono. O magari si convinceranno che non sa niente di
Krisov. Nessuno esce vivo dalla Lubjanka.»
«Ma Pierre è francese!»
«E russo da parte di madre.»
«Molta gente è al corrente che siamo qui. A loro non
conviene che il mondo sappia che a Mosca le persone
scompaiono.»
«E chi crederà a una cosa simile? Come può dimostrare che
lo tengono alla Lubjanka?»
«Lei...»
«No, mia cara, assolutamente no! Io negherò di averle detto
qualsiasi cosa, e se è necessario dirò che ci siamo trovati in
questo appartamento per un incontro galante.»
Amelia lo guardò inorridita e capì che Ivan Vasiliev era
disposto a tutto pur di sopravvivere: non gli importava chi o
cosa avrebbe dovuto sacrificare.
«Cosa posso fare?» chiese Amelia in tono disperato.
«Niente. Non può fare niente. Con un po' di fortuna,
condanneranno Pierre ad andare in qualche campo di lavoro; se
non si tratta di molti anni e se riesce a sopravvivere, sarà
fortunato.»
Rimasero in silenzio. Amelia avrebbe voluto mettersi a
piangere e a gridare, ma si trattenne.
«Cosa ne sarà di me?»
«Non lo so. Può darsi che si accontentino di Pierre. Nel suo
dossier c'è scritto che lei è una comunista entusiasta e
un'agente "cieca", quindi si suppone che non sappia niente.»
«Non so cosa vogliono, ma di loro so quello che non avrei
mai voluto sapere.»
«Quando si è giovani, si ha l'arroganza di credere di poter
cambiare il mondo e... guardi cosa abbiamo fatto qui: abbiamo
trasformato il nostro paese nell'anticamera dell'inferno» cercò
di consolarla Ivan Vasiliev.
«Hanno tradito la rivoluzione» sentenziò Amelia.
«Lo crede davvero? No, Amelia. Lenin e tutti coloro che,
come me, l'hanno seguito ciecamente erano convinti che non si
potesse fare una rivoluzione senza sangue, che fosse necessario
il terrore. La nostra rivoluzione è partita da una premessa: che
la vita umana non è niente di straordinario e santificarla è
tipico delle religioni, mentre qui abbiamo decretato la morte di
Dio.»
«Mi arresteranno?»
«Non lo so, spero di no. Ma segua il mio consiglio: quando
parla con i suoi colleghi di lavoro, finga di essere una comunista
fanatica, convinta che bisogna epurare chiunque non esegua
alla lettera la volontà di Stalin. Non esprima dubbi, si dimostri
convinta che il partito ha sempre ragione.»
«Mi permetteranno di andarmene?»
«Forse sì, forse no.»
«Non mi sta dando una risposta.»
«Non ce l'ho.»
«Cosa posso fare per Pierre?»
«Niente. Nessuno può fare niente per lui.»
Si misero d'accordo per vedersi una settimana dopo nello
stesso posto. Ivan promise che avrebbe cercato di ottenere
qualche notizia su Pierre.
Mentre si dirigeva verso casa, Amelia pensava a quello che
avrebbe detto agli zii di Pierre, ma soprattutto a Mikhail e ad
Anushka. L'unica cosa certa era che, per nessun motivo, doveva
rivelare di aver parlato con Ivan Vasiliev.

Quando entrò in casa, la zia Irina stava preparando la cena e lo


zio Georgij discuteva con il figlio Mikhail, mentre Anushka si
smaltava le unghie fingendo indifferenza.
«Dove sei stata?» le chiese Mikhail, senza nascondere
l'irritazione.
«A fare un giro. Avevo bisogno d'aria.»
«Sei andata alla Lubjanka?» insisté lui.
«No, ma lo farò domani, qualcuno deve pur cercare di
scoprire qualcosa su Pierre.»
«Può darsi che lui non sia come credi» replicò Mikhail
facendo il misterioso.
«Non so cosa vuoi dire...» rispose Amelia.
«Magari mio cugino non è un buon comunista e ha tradito il
partito.»
«Sei pazzo! Non conosci Pierre, sacrificherebbe tutti noi
piuttosto che tradire il comunismo.»
«Non esserne tanto sicura, Amelia» insisté Mikhail.
La zia Irina, sentendo le parole del figlio, si avvicinò
indignata.
«Mikhail, come osi accusare tuo cugino? Che cosa sai per dire
una cosa simile?» domandò la donna.
«Niente, non so niente. Era solo una supposizione. L'Unione
Sovietica ha molti nemici, mamma, gente che non capisce la
portata della nostra rivoluzione. Ma non preoccupiamoci,
magari Pierre è dovuto partire per un viaggio e tornerà tra
qualche giorno.»
«Non è possibile, Mikhail, Pierre non sarebbe mai partito
senza dirmelo» affermò Amelia.
«Come sei ingenua» intervenne Anushka.
«Può anche darsi, ma, sai, credo di conoscere l'uomo per cui
ho abbandonato la mia famiglia e mio figlio, e ti assicuro che
Pierre non è un bevitore né tanto meno un uomo che se ne va
via di casa se non vi è costretto.»
«Magari è proprio così... ma non preoccupiamoci, tornerà»
insisté Anushka.
«E se così non fosse?» domandò Amelia.
Mikhail fece spallucce e andò a sedersi accanto alla moglie.
«Mikhail, dov'è Pierre?» domandò la zia Irina piazzandosi
davanti al figlio.
Lui rimase in silenzio, in dubbio se rispondere oppure no alla
madre, e di nuovo si strinse nelle spalle.
«Non lo so, mamma.»
«È uscito per recarsi al lavoro come ogni giorno, ed è finito
alla Lubjanka. Dobbiamo andare a chiedere là. Se è dovuto
partire per un viaggio, come dici tu, là ce lo diranno.»
Anushka si guardava le unghie, soddisfatta di come si era
data lo smalto. Sembrava estranea alla conversazione, tranne
nei momenti in cui scambiava un'occhiata con Mikhail; dal suo
sguardo era evidente che lo incoraggiava a mantenere quella
posizione.
«Domani andrò alla Lubjanka. Voglio informazioni su Pierre,
voglio vederlo» dichiarò Amelia.
«Sarà una fatica inutile, cara Amelia. Non esporti compiendo
gesti avventati che potrebbero compromettere il resto della
famiglia» replicò Mikhail.
«Compromettere? Perché? Per aver chiesto notizie di Pierre?
Se vi comprometto per questo, allora lascerò la vostra casa
domani stesso. Mi cercherò una stanza, così non dovrete più
temere di essere compromessi dalla mia presenza qui.»
«Su, Amelia, non essere melodrammatica!» la interruppe
Anushka. «Ti ricordo che qui l'attrice sono io, e anche molto
brava, tra l'altro. Mikhail ha ragione, se ti presenti alla
Lubjanka e chiedi di Pierre puoi crearci dei problemi, in fin dei
conti lui ti ha detto che non sa nulla. Cos'altro vuoi?»
«Voglio sapere dov'è Pierre.»
«Non pensi che possa avere un'altra donna?» insinuò
Mikhail ridendo.
Amelia stava per gridargli tutto il suo disprezzo, ma si
trattenne. Non poteva rivelare ciò che le aveva raccontato Ivan
Vasiliev, perciò strinse i pugni fino a farsi male. Qualunque
indiscrezione poteva costare cara a Vasiliev, ma anche a lei e a
Pierre.
Invece, era certa che Mikhail non avrebbe esitato ad
accusarla di chissà cosa, facendola passare per una "nemica del
popolo". Si stupiva che non avesse ancora denunciato Irina e
Georgij, visto che in quei giorni era normale che i figli
denunciassero le "deviazioni" dei genitori. Non di rado la
polizia faceva irruzione in una fabbrica, in una casa, in
qualunque posto, per arrestare qualcuno denunciato da un
familiare, da un amico, dalla moglie, dal marito o dall'amante.
In casa degli zii di Pierre si parlava ancora con insolita
libertà, ma Amelia pensò che fosse solo questione di tempo
prima che Mikhail o Anushka li denunciassero.
Pertanto Amelia deglutì e in cuor suo si odiò per non aver
detto quello che pensava.
«Figliola, è meglio che resti qui, è quello che vorrebbe Pierre.
E sta' tranquilla per noi, non ci dai alcun fastidio» ribadì la zia
Irina.
«La ringrazio e, viste le circostanze, considerato che sto
lavorando, contribuirò alle spese della casa.»
«Non preoccuparti per questo» disse lo zio Georgij.
«Amelia ha ragione, deve contribuire, in fin dei conti lavora
anche lei. Sai, mia cara, sembri più furba di quello che si
direbbe a prima vista» concluse Anushka.
10

Con l'assenza di Pierre, le giornate cominciarono a sembrare


eterne. Amelia imparò a nascondere i propri sentimenti, a
fingere in presenza di Mikhail e Anushka. Non esprimeva mai il
suo parere nelle discussioni che Irina e Georgij intavolavano
con il figlio Mikhail. Restava in disparte, come se non le
interessasse quanto succedeva intorno a lei. Cercava anche di
non cedere alle provocazioni di Anushka, che non nutriva
alcuna fiducia in lei.
Una settimana dopo si recò all'incontro con Ivan Vasiliev.
Lui sembrava più inquieto della volta precedente.
«Sono venuto perché temevo che altrimenti avrebbe cercato
di mettersi in contatto con me, ma devo dirle che non ci
vedremo più. Credo che la sorveglino, e forse tengono d'occhio
anche me.»
«Come lo sa?»
«Dimentica che lavoro alla Lubjanka? Ho degli amici, ascolto
conversazioni, leggo documenti... Qualche giorno fa hanno
chiesto il suo dossier, forse Pierre ha detto qualcosa su di lei.»
«Non c'è niente da dire, io non sono mai stata al corrente
delle sue attività, ho scoperto per caso che era un agente.»
«Alla Lubjanka la gente è capace di confessare qualunque
cosa.»
«Mi dica, cosa sa di Pierre?»
«Non molto di più di quello che le ho detto la settimana
scorsa. Lo interrogano, lo riportano in cella, lo interrogano
ancora... E continueranno così finché non confesserà quello che
vogliono.»
«Non può dire quello che non sa. Krisov non gli ha rivelato
dove pensava di nascondersi.»
«La verità non ha alcuna importanza, continueranno a
interrogarlo finché non si saranno stancati.»
«Cosa succederebbe se mi presentassi alla Lubjanka a
chiedere notizie di Pierre?»
«Potrebbero arrestarla.»
«Lei è riuscito a vederlo?»
«No, e non ci ho nemmeno provato. So... insomma, immagino
che lo stiano torturando e non dev'essere in buone condizioni.
Adesso dobbiamo andarcene. Esca lei per prima, io resterò qui
ancora un po'.»
«Quando la rivedrò?»
«Mai più.»
«Ma...»
«Ho già corso troppi rischi, non posso fare di più. Se le cose
dovessero cambiare, so dove trovarla.»

Pierre cercava di ripararsi la testa con le mani nel vano


tentativo di evitare il manganello di gomma che il suo aguzzino
usava con tanta precisione.
Quanti colpi aveva già ricevuto quella mattina? L'uomo che
lo interrogava sembrava particolarmente furioso. L'alito gli
puzzava di vodka, e quell'odore si mescolava al fetore che
emanavano le sue ascelle ogni volta che alzava il braccio per
colpirlo.
«Parla, cane, parla!» gli urlò.
Ma Pierre non aveva niente da dire e non poteva fare altro
che emettere urla di dolore che persino a lui sembravano
disumane.
Quando il torturatore si fu stancato di picchiarlo con il
manganello di gomma, lo spinse a terra e gli infilò un lungo
straccio tra i denti; poi ne afferrò le estremità e, facendogliele
passare dietro la schiena, gliele legò alle caviglie.
Non era la prima volta che lo sottoponevano a quella tortura
che lo trasformava in una ruota, con la schiena inarcata
all'indietro, mentre i suoi aguzzini lo prendevano
selvaggiamente a calci.
Se avesse saputo dove si trovava Krisov lo avrebbe
confessato; in effetti avrebbe detto qualunque cosa, ma niente
di ciò che sapeva interessava a quegli uomini, a loro importava
solo scoprire dove fosse Krisov.
Il nome di lui gli martellava le tempie e malediceva il giorno
in cui l'aveva incontrato. Malediceva anche se stesso per aver
creduto nel comunismo.
Da due giorni non beveva una goccia d'acqua e aveva la gola
secca e la lingua gonfia. Non era la prima volta che lo punivano
lasciandolo in quel modo. I carcerieri si divertivano
particolarmente a far mangiare acciughe salate del mare di
Azov alle vittime per poi negare loro l'acqua per diversi giorni.
Non sapeva se era notte o giorno, né che giorno fosse, né da
quanto tempo stava subendo quell'inferno, ma aveva capito
l'eternità del tempo ora che desiderava con ansia la morte.
Pregava, sì, pregava che uno dei colpi del suo torturatore gli
facesse perdere conoscenza per non svegliarsi mai più.
All'inizio pensava ad Amelia e si rammaricava di averla
convinta ad abbracciare una causa che si era rivelata un incubo
infernale. Ma ormai non gli importava più di Amelia, né dei suoi
zii, né dei suoi genitori, né di nessun altro che conoscesse.
L'unica cosa che desiderava era smettere di soffrire.

Lo zio Georgij dava ad Amelia notizie sull'andamento della


guerra in Spagna. Disponeva di informazioni di prima mano,
visto che l'Unione Sovietica aiutava i repubblicani. E così, alla
fine di aprile, Amelia venne a sapere che Franco aveva sferrato
una grande offensiva nella valle dell'Ebro, fino al Mediterraneo,
dividendo in due il territorio controllato dalle truppe della
repubblica. Inoltre, lo zio Georgij le spiegò che, purtroppo,
Franco era in netto vantaggio, potendo disporre di uno
spiegamento di forze superiore a quello delle truppe
repubblicane.
Amelia si chiedeva che fine avessero fatto i suoi genitori, i
suoi zii e soprattutto suo figlio. Javier era il protagonista di tutti
i suoi incubi, in cui lo vedeva morire schiacciato sotto i crolli
delle case. Ogni tanto scriveva lunghe lettere a sua cugina Laura
e le affidava allo zio Georgij, nella speranza che lui potesse farle
arrivare nella Madrid assediata dalla guerra.
Odiava con tutte le sue forze Franco e coloro che si erano
ribellati alla repubblica, e al contempo nutriva un freddo
disprezzo nei confronti del comunismo.
Lei, che con tanto ardore e tanta innocenza aveva professato
quella fede, che aveva abbandonato suo figlio, suo marito e la
sua famiglia per Pierre, certo, ma anche perché era convinta di
essere destinata a contribuire alla genesi di una nuova società,
aveva scoperto la crudeltà di chi si diceva comunista. E lei non
era come Krisov, non riusciva a separare gli uomini dalle idee,
perché queste ultime le si erano presentate con una brutalità
inimmaginabile attraverso fanatici come Mikhail o Anushka, o
alcuni suoi colleghi di lavoro. Ma il peggio era stato vedere con i
propri occhi che il paradiso promesso dalla rivoluzione non era
altro che un incubo.
Anche se era decisa ad andarsene, si sentiva trattenuta dalla
situazione di Pierre. Non poteva fare niente per lui, ma lasciare
Mosca le sembrava un tradimento imperdonabile verso un
uomo che si trovava alla Lubjanka.

A giugno fu convocata nell'ufficio del supervisore del suo


dipartimento. Amelia, spaventata, si presentò chiedendosi
quale errore potesse avere commesso.
L'uomo non la invitò a sedersi, si limitò a darle un ordine.
«Compagna Garayoa, come lei sa, era previsto un grande
congresso di intellettuali a Mosca, che è stato rinviato a
settembre. Arriveranno decine e decine di giornalisti, scrittori e
artisti di tutto il mondo, e vogliamo che abbiano un'immagine
reale dell'Unione Sovietica. Li porteremo a visitare le fabbriche,
parleranno con i nostri artisti, viaggeranno per tutto il paese, in
totale libertà, ma guidati da persone competenti che possano
spiegare e mostrare loro i risultati della rivoluzione. La
compagna Anna Nikolaievna Kornilova ha parlato bene di lei.
Come saprà, la compagna Kornilova fa parte del comitato
organizzatore del congresso e ha chiesto che lei entri nel
gruppo di compagni che collaboreranno con il comitato, di
qualunque cosa ci sia bisogno: accompagnare i nostri ospiti,
fornire loro le informazioni richieste, mostrare tutto ciò che
vogliono vedere... naturalmente, previo consenso del comitato.
Lei parla spagnolo, francese e tedesco, e il suo russo è
accettabile, quindi è adatta per il lavoro. Sarà alle dipendenze
della compagna Kornilova. Si presenti domani nel suo ufficio al
ministero della Cultura.»

Amelia annuiva con partecipazione alle parole dell'uomo, senza


far trapelare lo stupore provocatole dalla notizia che Anushka
era una persona influente al ministero della Cultura. Pensava
che fosse un'attrice che godeva della totale fiducia del partito e
niente di più, ma in realtà non la conosceva affatto. Inoltre, non
avrebbe mai immaginato che potesse intercedere per lei. Perché
l'aveva fatto?
Quando tornò a casa, riferì alla zia Irina l'incarico che aveva
ricevuto grazie ad Anushka.
«È una persona molto particolare. Neanch'io so esattamente
cosa faccia. Credo che una volta fosse un'attrice, ma adesso fa la
regista teatrale o qualcosa del genere. Mi sembra che lavori
presso un dipartimento che si occupa di decidere le opere che
possiamo vedere. Sono contenta che abbia parlato in tuo favore,
se l'ha fatto si è esposta per te.»
Amelia pensò che forse Anushka non era una persona così
cattiva come supponeva, ma comunque non riusciva a superare
il senso di diffidenza.
Quella sera, Mikhail e Anushka sembravano di buon umore,
quasi contenti. Amelia ringraziò Anushka di essere intervenuta
in suo favore, ma la giovane minimizzò il suo gesto.
«Il congresso è molto importante, vogliamo che gli
intellettuali abbiano la migliore visione possibile dell'Unione
Sovietica. Ci serve gente con cui si sentano a loro agio, che parli
la loro lingua. Tu sarai bravissima. Domani in ufficio ti darò i
dettagli, non mi piace parlare di lavoro a casa.»

A metà settembre Amelia si trovava all'aeroporto insieme a un


gruppo di funzionari in attesa che atterrassero i voli su cui
viaggiavano i partecipanti al congresso. Era nervosa, non
vedeva l'ora di incontrare quegli sconosciuti che per lei
rappresentavano una porta aperta sul mondo che aveva
abbandonato, ma in cui era ansiosa di tornare.
Il congresso fu inaugurato il 20 settembre alla presenza di
alcuni ministri e di vari membri del Comitato centrale. Era
previsto che per quindici giorni gli intellettuali europei e russi
dissertassero di musica, arte, teatro eccetera.
Gli ospiti stranieri avrebbero assistito a rappresentazioni di
teatro e di danza, e avrebbero visitato fabbriche e fattorie
modello. Tra i partecipanti si vociferava che da un momento
all'altro Stalin avrebbe potuto fare la sua comparsa.
Ad Amelia fu affidato il compito di accompagnare un gruppo
di giornalisti a un incontro con i colleghi russi, per discutere dei
limiti della libertà di espressione.
Mentre si dirigeva con loro alla sala dove avrebbe avuto
luogo l'incontro, si sentì chiamare per nome.
«Ma lei è... Amelia? Amelia Garayoa?»
Lei si voltò e si trovò di fronte un uomo che all'inizio non
riconobbe. Le parlava in francese e la guardava stupito.
«Sono Albert James, ci siamo conosciuti a Parigi, alla
Coupole. Ci ha presentati Jean Deuville, e lei era insieme a
Pierre Comte. Si ricorda?»
«Sì, adesso sì, mi scusi se non l'ho riconosciuta subito, ma lei
è l'ultima persona che pensavo di incontrare qui» replicò
Amelia.
«Be', neanch'io avrei mai pensato di vederla a Mosca, tanto
meno alle dipendenze dei sovietici. Ha già visto Jean Deuville?»
«No, non sapevo che fosse invitato al congresso.»
«Be', è un poeta, per di più comunista, non poteva mancare.
Ma mi dica: e Pierre? È qui con lei?»
Amelia impallidì. Non sapeva cosa rispondere. Aveva notato
gli sguardi di alcuni giornalisti, ma soprattutto quelli dei
funzionari sovietici, molto attenti alla conversazione che stava
intrattenendo con Albert James.
«Sì, è qui.»
«Stupendo, suppongo che lo incontreremo. Oltre a Jean, ci
sono diversi amici di Pierre invitati al congresso.»

Nel corso dell'incontro tra giornalisti russi ed europei, Albert


James si dimostrò particolarmente combattivo. Al contrario dei
suoi colleghi sovietici, favorevoli all'interventismo dello Stato
in veste di garante degli interessi generali nell'ambito dei mezzi
di comunicazione, Albert James difendeva la libertà di
espressione senza limiti né tutele. Le sue posizioni erano
scomode per i sovietici e a un certo punto il dibattito assunse
toni accesi.
Quando la seduta fu terminata, Albert James si avvicinò ad
Amelia, che non gli aveva mai tolto gli occhi di dosso.
«Con chi è d'accordo, con loro o con me?» le domandò lui,
consapevole di metterla in difficoltà.
«Preferisco l'assoluta libertà» rispose lei, pur sapendo che gli
altri funzionari sovietici non si perdevano una parola di quello
che stavano dicendo.
«Meno male! Non l'hanno ancora rovinata del tutto.»
«Andiamo, signor James, è ora di pranzo» lo incalzò lei «e
dopo il dibattito continua.»
«Uffa, per me è troppo! Preferirei farmi un giro per Mosca.
Ho già parlato abbastanza oggi. Perché non mi accompagna?»
«Perché adesso non è previsto che né lei né nessun altro se
ne vada in giro per la città. Bisogna continuare il dibattito dopo
pranzo e lei deve seguire il programma» rispose Amelia.
«Non sia così rigida... capirà che venire a Mosca era
un'occasione che non potevo lasciarmi scappare, ma questo
congresso mi annoia, ho già capito che non servirà a niente.»

Quella sera Amelia rivide Albert James a teatro, durante la


rappresentazione del Lago dei cigni. Albert era insieme a Jean
Deuville e i due uomini la stavano cercando.
Jean la abbracciò e la baciò. Era contento di vederla, ma
soprattutto voleva notizie del suo amico.
«Dov'è Pierre? Voglio vederlo al più presto. Appena finisce lo
spettacolo possiamo accompagnarti a casa e fargli una
sorpresa» propose Jean.
«No, non è possibile. Lo vedrete in un altro momento»
replicò Amelia, a disagio.
«Voglio fargli una sorpresa» insisté Jean.
«Oggi no, Jean, magari domani.»
Alcuni funzionari avevano notato la familiarità con cui
trattava i due uomini, perciò, a metà del balletto, Amelia sentì
una mano sulla spalla, e quando si voltò vide Anushka che le
sussurrò di seguirla fuori dal palco.
«Chi sono quegli uomini?» le domandò.
«Albert James è un giornalista e Jean Deuville un poeta, ma
tu dovresti saperlo, li avete invitati voi.»
«Perché li conosci?»
«Sono amici di Pierre, li ho incontrati a Parigi. Insistono per
vederlo. Ma non solo loro; tra i partecipanti al congresso ci sono
altre persone che lo conoscono e, vedendomi, mi chiedono tutti
di lui.»
Anushka si rammaricò di aver scelto Amelia per quel lavoro,
visto che la sua presenza si stava rivelando un problema.
«Tu come hai risposto?»
«Vogliono accompagnarmi a casa per fare una sorpresa a
Pierre, ma gli ho detto che oggi non è possibile, che lo vedranno
in un altro momento.»
E, pronunciando quelle parole, Amelia si rese conto che la
situazione poteva rivelarsi molto scomoda per i sovietici se gli
amici di Pierre avessero insistito a vederlo senza riuscirci.
«Di' loro che è fuori Mosca, che è tornato a Buenos Aires» le
ordinò Anushka.
«Mi dispiace, ormai ho detto che era qui e che potranno
vederlo in un altro momento, non mi è venuto in mente
nient'altro» rispose Amelia, cercando di sembrare innocente.

Quando tornò nel suo palco, Amelia fissò sfacciatamente Albert


James cercando di attirare la sua attenzione. Lui si accorse del
suo sguardo e le sorrise; poco prima che finisse lo spettacolo le
si avvicinò. Anushka, che non li perdeva di vista, accorse
immediatamente. Non sapeva perché, ma i rapporti di Amelia
con quell'uomo la inquietavano.
«Ha cambiato idea e mi farà vedere Mosca, anche se di
notte?»
«Impossibile, domattina i lavori iniziano presto.»
«Noto qualcosa di strano in lei, Amelia, e non so di cosa si
tratta...»
Lei lo guardava cercando di comunicare senza parole, ma
Albert James non riusciva a capire quello che voleva dirgli.
«È felice?» le chiese in modo spontaneo.
«No, non lo sono.»
Lui rimase interdetto da quella risposta e non seppe cosa
dire. Anushka li ascoltava, seccata. Come Amelia, parlava
francese alla perfezione, quindi non si era persa nemmeno un
dettaglio della conversazione e decise di intervenire.
«Ma cosa dice la nostra cara Amelia! Certo che è felice, tutti
noi le vogliamo bene.»
Albert James si voltò a guardare chi li avesse interrotti e vide
una donna giovane e attraente, bionda, alta e magra, con
immensi occhi verdi. Subito capì che si trattava di una delle
organizzatrici del convegno.
«Ah! Lei è...»
«Anna Nikolaievna Kornilova, direttrice del dipartimento
delle Arti del ministero della Cultura.»
«Nonché attrice e regista teatrale» aggiunse Amelia.
«Ho sentito parlare di lei! Credo che domani sera
assisteremo a un'opera da lei diretta, o mi sbaglio?» si informò
Albert James.
«Proprio così, per me sarà un onore mostrarvi il mio lavoro.»
«Čechov, mi sembra...»
«Esatto. E adesso che lo spettacolo è finito, noi dobbiamo
tornare al lavoro, dobbiamo riaccompagnarvi in albergo.
Amelia, credo che il tuo gruppo stia già dirigendosi verso gli
autobus.»
«Anch'io faccio parte del suo gruppo» disse Albert James.
«Bene, non fate tardi. Amelia, noi ci vediamo in albergo e poi
torniamo insieme a casa. Ci accompagna Mikhail. Va bene?»
Amelia annuì e insieme ad Albert James si avviò verso l'atrio
dove li aspettavano gli altri giornalisti.
«Una donna importante e molto bella. Lei ha ottime
relazioni.»
«È la moglie del cugino di Pierre. Viviamo tutti insieme.»
«Ah, sì! La madre di Pierre è russa, vero?»
«Sì, e sua sorella Irina ci ospita a Mosca.»
«Scusi l'insistenza, ma lei mi sembra strana e la sua
confessione di non essere felice... Davvero, mi ha stupito.»
«Voglio lasciare l'Unione Sovietica ma non posso, forse lei
potrebbe aiutarmi» sussurrò Amelia guardandosi intorno nel
timore che qualcuno li ascoltasse.
«Di cos'ha paura?» volle sapere lui.
«Dovrei spiegarle così tante cose per farle capire. Pierre mi
ha detto che lei non è comunista.»
«No, non lo sono. Non si preoccupi, non sono nemmeno
fascista. Amo troppo la libertà per lasciare che qualcuno diriga
la mia vita. Credo negli individui al di sopra di ogni altra cosa.
Ma le confesso che ero curioso di conoscere l'Unione Sovietica.»
«Non se ne andrà deluso» sentenziò Amelia.
«Ne è così sicura?»
«Lei, come tutti gli altri, vedrà quello che vogliono loro. Ma
non può immaginare quello che succede qui.»
Smisero di parlare appena salirono sull'autobus. Amelia andò
a sedersi lontano da Albert James. Temeva che, se la vedevano
passare troppo tempo insieme al giornalista, avrebbero potuto
decidere di assegnarla a un altro gruppo di invitati e allora non
avrebbe avuto la possibilità di portare avanti il piano che
cominciava a maturare nella sua testa.
Sulla strada verso casa, scortata da Mikhail e Anushka,
Amelia cercava di dominare il nervosismo.
«Chi è quel giornalista?» insisté Anushka.
«Si chiama Albert James, è un antifascista statunitense amico
di Pierre. A Parigi erano inseparabili» mentì Amelia «ed è deciso
a incontrarlo.»
«Sarà un problema» affermò Mikhail.
«Lo so, ma né lui né gli altri invitati si accontenteranno della
scusa che Pierre non vuole vederli per impegni di lavoro o
perché è dovuto partire all'improvviso. Le cose non vanno così
in Europa. Dovete fare qualcosa.»

Anushka rimase in silenzio, consapevole del fatto che,


effettivamente, il caso di Pierre poteva mandare a rotoli
l'operazione di immagine orchestrata dai ministeri degli Esteri
e della Cultura. Aveva intenzione di andare a parlare con i suoi
superiori il mattino seguente, ma sapeva che si sarebbe
compromessa, poiché Pierre era il cugino di Mikhail e,
soprattutto, perché era stata lei a proporre Amelia per quel
lavoro.

Il mattino dopo, quando arrivò al convegno, Amelia scoprì che,


come temeva, il suo superiore le aveva assegnato un altro
gruppo, questa volta di pittori. Non protestò e accettò il cambio
con apparente indifferenza, ma era decisa a cercare Albert
James appena possibile. L'occasione si presentò all'ora di
pranzo, quando i vari gruppi di lavoro si ritrovarono davanti a
un ricco buffet.
Amelia pensò che se i cittadini sovietici avessero potuto
vedere quel banchetto avrebbero fatto qualsiasi cosa per
parteciparvi, visto che loro dovevano sopportare stoicamente la
carestia e la fame. Stando a quel congresso, sembrava che
nell'Unione Sovietica ci fosse cibo in abbondanza.
«Ci ha abbandonato» la rimproverò Albert James quando la
vide.
«Mi hanno assegnato a un altro gruppo, sono preoccupati
che parli con lei o con Jean Deuville. Può anche darsi che
decidano di togliermi questo incarico, quindi non c'è molto
tempo per le spiegazioni. So che lei e Pierre non eravate grandi
amici, ma le chiedo di salvargli la vita.»
«Come dice?» Albert James la guardava sbalordito.
«È prigioniero alla Lubjanka e da lì si esce soltanto morti o
per essere mandati in un campo di lavoro da cui di solito non si
torna più.»
«Ma cos'ha fatto?» chiese Albert James in tono incredulo e
nervoso.
«Le giuro che non ha fatto niente, la supplico di credermi.
Vogliono un'informazione che Pierre non ha su... su una
persona che ha conosciuto e che a quanto pare era un agente
che ha disertato. L'hanno dichiarato nemico del popolo.»
«Dio mio, Amelia, in che guaio è andata a cacciarsi!»
«Per favore, abbassi la voce! Non credo che mi
permetteranno ancora di parlare con lei. Solo se lei, Jean e altre
persone insisterete per vedere Pierre, c'è qualche probabilità
che lui si salvi. Insistete, per favore. Quanto a me, se le venisse
in mente qualcosa per convincerli che devo partire con voi...
Qui sto morendo.»
«Quello che mi racconta è così strano...»
«Non posso fornirle ulteriori dettagli, le chiedo solo di fidarsi
di me. So che non mi conosce, ma le assicuro che non sono una
cattiva persona...»

Un funzionario del dipartimento di Amelia si avvicinò con aria


poco amichevole.
«Compagna Garayoa, sta trascurando il suo lavoro» la
ammonì.
«Mi dispiace, compagno.»
Amelia si allontanò a occhi bassi.
Albert James non sapeva cosa fare. La confessione di Amelia
lo aveva scioccato. Non capiva cosa stava succedendo e tanto
meno il motivo per cui Pierre era stato arrestato. In realtà non
sapeva perché lui e Amelia fossero venuti a vivere a Mosca. La
loro cerchia di amici di Parigi li pensava a Buenos Aires.
Nonostante tutte le domande a cui non trovava risposta, era
rimasto impressionato dall'angoscia di Amelia, che lei sembrava
dominare trasformandola in una gelida calma. Pensò di
raccontare tutto a Jean Deuville, ma il suo amico poeta era
innamorato della rivoluzione e per lui sarebbe stato un duro
colpo scoprire che Pierre era stato arrestato e, soprattutto, che
le autorità lo consideravano un "nemico del popolo". Si sentì le
mani umide di sudore e cercò un posto dove sedersi a pensare.
«Soddisfatto della giornata di lavoro?»
Anushka era davanti a lui e gli sorrideva con calore. James
pensò che quella bellezza bionda sembrava più una principessa
delle fiabe che una funzionaria del Partito comunista.
«Voglio vedere Pierre Comte» rispose lui e notò che il sorriso
le si congelava sulle labbra, lasciando il posto a un'espressione
sconcertata.
«Pierre? Be', non è possibile, è in viaggio. Amelia non gliel'ha
detto?»
«No, Amelia ci ha detto che si trovava qui. Capirà che ci
sembra molto strano che il nostro amico non sia venuto a
salutarci. A questo congresso partecipano decine di persone che
lo conoscono.»
«Ah! E non capite che, per quanto sia un vostro caro amico,
ha un lavoro? Purtroppo è dovuto partire per un viaggio. Se
torna prima che finisca il congresso, vorrà vedervi senz'altro.»
«Ma Amelia...»
«Dev'essersi confusa. Pierre è fuori casa da qualche giorno
per motivi di lavoro.»
«Sa, non so perché, ma non le credo.»
«Come dice?»
«Che non le credo, compagna Kornilova, né io né gli amici di
Pierre che sono qui con me.»
«Mi sta offendendo, ci sta insultando...»
«Ah, sì? Perché?»
«Mette in dubbio la mia parola.»
«Temo che, se non riusciremo a vedere Pierre, i vostri sforzi
per convincerci a lodare i risultati della rivoluzione saranno del
tutto inutili...»
Anushka girò i tacchi e se ne andò, furibonda. Era decisa a
farla pagare cara ad Amelia per non aver detto su Pierre quello
che le aveva ordinato.
Cercò Amelia e, quando l'ebbe trovata, la prese in disparte.
«Cosa stai cercando di fare?» gridò Anushka.
«Io? A cosa ti riferisci?»
«Ti avevo ordinato di dire che Pierre era via per lavoro.»
«E io ti avevo detto chiaramente che non avevo nessuna
intenzione di farlo. No, Anushka, non voglio mentire; non che
mi importi farlo, è che se mento peggiorerò la situazione di
Pierre.»
«Non ho il potere di tirarlo fuori dalla Lubjanka.»
Amelia fece spallucce e la guardò con una certa aria di sfida.
«Qualcosa potrai fare. Voglio solo salvargli la vita e andarmene
da qui.»
«Con Pierre? Sei pazza! Non lo lasceranno mai andare via.
Quanto a te... Sì, credo che sarà possibile sistemare le cose
perché tu possa andartene.»
«Non intendo trattare, Anushka, non sto chiedendo la mia
libertà in cambio di quella di Pierre, voglio quella di entrambi.
Sai cosa succederà se i suoi amici non lo vedranno? Immagina i
titoli dei giornali: Noto intellettuale francese scompare a Mosca. E
Parigi, Londra e New York non hanno niente a che vedere con
Mosca: là la libertà di stampa esiste. Non vi piacerà affatto
quello che si dirà su questo congresso, te l'assicuro.»

Il giorno dopo, alla segretaria del ministro degli Esteri


Maxim Litvinov arrivò uno scritto firmato da una ventina di
intellettuali invitati al congresso che chiedevano di incontrare
immediatamente Pierre Comte. Il testo non lasciava dubbi:
sapevano che il libraio parigino si trovava a Mosca e, alle loro
reiterate richieste di incontrarlo, avevano ricevuto risposte
evasive che facevano sospettare che fosse successo qualcosa di
strano; pertanto chiedevano al ministro una spiegazione
coerente, oltre alla possibilità di incontrare monsieur Comte.
Albert James si era impegnato al massimo per convincere gli
amici a firmare quella lettera. Aveva parlato con Jean Deuville e
lui aveva definito Amelia una ragazza affascinante, ma
squinternata, rifiutandosi di considerare la possibilità che
Pierre fosse in stato di arresto e tanto meno che l'avessero
dichiarato "nemico del popolo". Fu tale l'insistenza di James e,
soprattutto, la velata minaccia della pubblicazione sui giornali
statunitensi della "strana scomparsa di Pierre Comte", che Jean
Deuville alla fine acconsentì a firmare la lettera e accettò di
aiutarlo a convincere altri scettici.
"Mi auguro che tu sappia cosa stai facendo, Albert, quello
che ti ha detto Amelia mi sembra così strano... Spero che non ci
stiano usando per una manovra di discredito dell'Unione
Sovietica. Sai che sono comunista e ho delle responsabilità a
Parigi."
"Lo so, Jean, ma so anche che, nonostante la tua fede
incrollabile, hai mantenuto una certa autonomia di pensiero. Se
fosse una trappola, me ne assumo tutta la responsabilità."
"I miei compagni non mi perdonerebbero mai se, anche
involontariamente, facessi gli interessi dei fascisti."

Al congresso partecipavano quasi duecento invitati, e fu un


successo raccogliere le firme di venti di loro.
I responsabili furono costretti a trovare una soluzione e
Anushka fu incaricata di metterla in pratica.

Il torturatore entrò nella cella e Pierre si svegliò cercando di


rannicchiarsi, scoppiando a piangere per la paura di un'altra di
quelle interminabili sedute in cui desiderava con tutte le sue
forze di morire. L'avevano appena riportato in cella e si era
profondamente addormentato dopo quarantott'ore passate
seduto su una sedia, legato mani e piedi; diversi individui si
erano avvicendati nel corso delle ore, infliggendogli ogni tipo di
crudeltà mentre gli chiedevano del compagno Krisov.
Sentì che il torturatore lo alzava da terra e, a calci, lo
obbligava a camminare.
Pierre non poteva, voleva soltanto morire, e si mise a
supplicare che lo ammazzassero. Invece lo portarono in
un'infermeria dove una donna corpulenta vestita di bianco gli
praticò un'iniezione che lo fece piombare in un sonno profondo.
Quando si svegliò, credette di vedere il volto sfocato di un
uomo che lo osservava.
«Si sente meglio?» gli chiese.
Pierre non riusciva a parlare, neanche a muovere la testa.
Credeva di sognare; doveva davvero essere un sogno perché
nessuno lo stava picchiando.
«Adesso la aiuterò ad alzarsi, deve fare una bella doccia. Poi
le sistemeranno i capelli e le daranno degli abiti puliti.»
«Dove mi trovo?» chiese con un filo di voce.
«All'ospedale. Sono il medico che l'ha in cura. Non si
preoccupi, si riprenderà.»
«All'ospedale?»
«Sì, certo, all'ospedale. Lei ha avuto un incidente, ha perso la
memoria, ma per fortuna si sta riprendendo. La sua famiglia
verrà presto a trovarla, appena starà meglio.»
«La mia famiglia?»
Pierre pensò a sua madre, alle morbide mani di Olga quando,
da piccolo, gli accarezzava la fronte prima di dargli il bacio della
buonanotte. Sua madre che lo abbracciava, gli sorrideva, gli
stringeva la mano per attraversare ogni strada. Sarebbe venuta
sua madre?

Nel pomeriggio si sentiva più lucido, anche se non aveva


sensibilità in alcune parti del corpo. Il dottore gli spiegò che, a
causa dell'"incidente", aveva un braccio paralizzato e non
sarebbe mai più riuscito a muoverlo. Aveva perso diverse dita e,
purtroppo, anche l'occhio destro. E Pierre ricordò la notte in cui
uno di quegli uomini gli aveva piantato un cacciavite
nell'occhio e lui era svenuto dal dolore. Di quale incidente
parlava il dottore? Ma non fece domande, non disse nulla, si
sentiva esausto e felice tra quelle lenzuola pulite, che
profumavano di disinfettante.
Quanto ai testicoli, lo informò il dottore, il colpo subito
nell'incidente era stato così forte da causarne la perdita. Pierre
rivide ancora il suo torturatore che gli afferrava e gli
schiacciava con le tenaglie prima un testicolo e poi l'altro. Ma il
dottore gli stava dicendo che li aveva persi a causa
dell'incidente", e lui annuì, confortato dalle parole dell'uomo
vestito di bianco.

Erano passati sei giorni da che Amelia aveva affrontato


Anushka. Quando si vedevano a casa, si rivolgevano a malapena
la parola. Neppure Mikhail le nascondeva la sua crescente
ostilità; lo aveva perfino sentito discutere con la madre, alla
quale aveva chiesto di mandarla via, ma la zia Irina si era
opposta e gli aveva detto che lei sarebbe rimasta a casa loro
finché Pierre non fosse tornato.
Una sera Mikhail e Anushka rientrarono a casa poco dopo
Amelia. Si erano visti durante il giorno al congresso, ma lei si
era stupita che Anushka se ne fosse andata nel primo
pomeriggio.
Mikhail si schiarì la voce e chiese ai suoi genitori e ad Amelia
di sedersi perché Anushka doveva fare un annuncio.
La zia Irina si asciugò le mani nel grembiule e lo zio Georgij
mise via il giornale. Amelia cercò di nascondere il tremito che la
scuoteva dalla testa ai piedi. Temeva il peggio.
Anushka li guardò tutti in silenzio, abbassò la testa e poi la
rialzò facendo oscillare la sua splendida chioma bionda. Quel
gesto melodrammatico accrebbe l'attenzione su di lei.
«Pierre è vivo e sta bene» disse.
La zia Irina e Amelia chiesero all'unisono dove si trovasse e
quando potevano vederlo.
«Calme, calme. Sapete, per noi è stato molto doloroso
nascondervi l'accaduto» disse prendendo la mano di Mikhail
«dal momento che temevamo che non si sarebbe salvato.»
«Ma cos'è successo?» gridò la zia Irina.
«Pierre ha avuto un gravissimo incidente, in cui per poco
non ha perso la vita. Il peggio è che fino a poco tempo fa ha
sofferto di una grave amnesia ed era ricoverato in un ospedale,
ma non riuscivamo a trovarlo perché nessuno sapeva chi
fosse...»
«Un incidente? Dove?» domandò Amelia sapendo che
mentiva.
«Mia cara Amelia, quello che sto per dire sarà
particolarmente spiacevole per te, ma... ecco, è mio dovere
farlo. Non credere che io e Mikhail non abbiamo cercato di
scoprire dove si trovasse Pierre, ma, quando ci siamo riusciti,
abbiamo temuto di darti un dispiacere. Pierre aveva un'altra
amante; una sera sono usciti insieme, viaggiavano sull'auto di
lei diretti alla sua dacia, nei dintorni di Mosca. Pierre pensava di
telefonarti adducendo la scusa che aveva molto lavoro e sarebbe
tornato tardi, ma purtroppo hanno avuto un incidente. A
quanto pare, c'erano dei lavori in corso sulla strada, e una gru si
è schiantata sulla macchina dell'amica di Pierre. Lei è morta sul
colpo e lui... be', ha riportato ferite gravissime e inoltre ha
perso la memoria. Per tutto questo tempo è stato ricoverato in
ospedale e ti assicuro che è un miracolo che sia ancora vivo,
anche se in uno stato...Insomma, puoi immaginare...»
«No, non posso, e voglio vederlo.» Il tono di voce di Amelia
era glaciale. Avrebbe voluto dare della bugiarda ad Anushka e
soprattutto schiaffeggiarla, ma sapeva di doversi trattenere, di
dover accettare il ruolo dell'amante umiliata.
«Come ti dicevo, è in uno stato terribile, potrebbe anche non
riconoscerti» affermò Anushka.
«Voglio vederlo» insisté la giovane spagnola.
«D'accordo, domani ti accompagneremo all'ospedale»
acconsentì Anushka.
«Amelia, devi scusarci se non ti abbiamo detto dell'amante di
Pierre, ma non volevamo offenderti e aumentare la tua
sofferenza per la sua scomparsa» disse Mikhail guardandola
impietosito.
«Ma io non credo che Pierre avesse un'amante!» esclamò la
zia Irina. «È impossibile! So quanto teneva ad Amelia.
Dev'esserci un'altra spiegazione.»
«No, mamma, non c'è. La cosa peggiore è che la donna che lo
accompagnava era... È una vergogna scoprire che ancora oggi,
nell'Unione Sovietica, esistono le prostitute. Nessuno ha
reclamato il suo corpo, a quanto pare non aveva parenti, e visto
che Pierre non sapeva dirci chi era...»
«E come l'hanno trovato? Come fanno a sapere che è
Pierre?» insisté la zia Irina.
«Ma certo che è lui. Domani andremo tutti a trovarlo. Non
preoccuparti per il lavoro, Amelia, ho già avvisato che farai
tardi e, date le circostanze, sono stati comprensivi. Inoltre,
domani porteranno i nostri ospiti a visitare alcune fabbriche
modello.»
Anushka e Mikhail faticavano a rispondere alle incessanti
domande della zia Irina. Lo zio Georgij invece quasi non aprì
bocca. Aveva capito che, per un motivo che gli sfuggiva,
qualcuno aveva deciso di far ricomparire Pierre, e non aveva il
coraggio di chiedere dove fosse stato né cosa gli avessero fatto.
Andarono a letto presto. Anushka disse di avere mal di testa e
Mikhail di essere stanco. In realtà, non sopportavano le
domande di Irina né le sue chiacchiere interminabili.
Amelia non riuscì a chiudere occhio per tutta la notte. Si
rigirava sul materasso pensando al giorno dopo. "Credono
davvero che ci berremo la scusa dell'incidente?" si chiese; ma al
contempo era sollevata di saperlo vivo.

Il medico li guidò attraverso un lungo corridoio e si fermò


davanti a una porta, la aprì e li invitò a entrare. Prima li aveva
istruiti su come dovevano comportarsi con il malato. Nessuna
domanda. Pierre stava recuperando la memoria e la sua mente
era in stato confusionale.
All'inizio non lo riconobbero. Amelia si precipitò verso il
letto pensando che li avessero ingannati, portandoli da un
uomo che non era Pierre. Ma era lui, solo che sembrava
invecchiato di decenni. Non aveva quasi più capelli in testa, e i
pochi che gli erano rimasti erano completamente bianchi. Gli
mancavano alcune dita delle mani e una parte del corpo
sembrava paralizzata. Una benda gli copriva il buco che un
tempo era riempito dal suo occhio destro.
Amelia scoppiò a piangere, e anche la zia Irina non riuscì a
trattenere le lacrime. Perfino Mikhail sembrava impressionato
dall'aspetto del cugino.
«È un miracolo che sia riuscito a sopravvivere all'incidente»
disse il medico. «Meno male che non si ricorda quello che gli è
successo.»
«Non ricorda nulla?» chiese la zia Irina.
«No, non ricorda. Inoltre, lo stiamo sottoponendo a un
trattamento per aiutarlo a cancellare i pensieri negativi.»
«Un trattamento? Cosa gli state facendo?» indagò Amelia,
allarmata.
«Cerchiamo di alleviare le sue sofferenze, nient'altro.» Il
medico trovò inopportuna la domanda di Amelia.
Lei prese la mano di Pierre e gli accarezzò una guancia. Lui
aprì l'occhio sinistro, ma aveva lo sguardo assente, sembrò non
riconoscerla.
«Pierre, sono io, Amelia» gli sussurrò lei all'orecchio, senza
ottenere risposta.
«Non la riconosce» dichiarò il medico cercando di
allontanare Amelia dal francese.
Ma lei sentì quella mano a cui erano rimaste solo tre dita
aggrapparsi alla sua. Lo guardò di nuovo, benché il suo occhio
sembrasse sempre assente.
«Non importa se non mi riconosce, so che gli fa piacere
avermi vicino.»
«Non dobbiamo stancarlo» insisté il medico.
«Su, Amelia, adesso l'hai visto, puoi tranquillizzarti, qui si
prendono cura di lui» disse Anushka afferrandola per un
braccio.
«Voglio stare da sola con Pierre.» Amelia non lo stava
chiedendo, dava per scontato che nessuno avrebbe potuto
impedirglielo.
«È impossibile» assicurò il medico.
«No, non lo è. Pierre ha sofferto moltissimo, so che non mi
riconosce, ma sono sicura che gli farà bene avere accanto una
presenza amica.»
Anushka guardò il medico. Entrambi uscirono dalla stanza e
lei rientrò un minuto dopo.
«Ho convinto il dottore a lasciarti rimanere con lui per un
po', ma devi capire che Pierre ha bisogno di riposare.
Promettimi che non lo forzerai a parlare.»
«Non farò niente che possa nuocergli.»
La zia Irina baciò dolcemente il nipote, lo zio Georgij non osò
toccarlo. Mentre uscivano dalla stanza, Anushka le annunciò
che sarebbe tornata a prenderla dopo qualche minuto.
Amelia accarezzò la testa di Pierre e credette di vedere
affiorare un sorriso sulle sue labbra. Ogni tanto lui apriva
l'occhio sinistro, ma non la cercava con lo sguardo, sembrava
incantato dal bianco della parete che aveva davanti.
«Ho sofferto molto per la tua assenza, ma ora mi rendo conto
che il mio dolore dev'essere stato un'inezia in confronto a
quello che hai dovuto passare tu... Dio mio, cosa ti hanno fatto!
Ti porterò via di qui, torneremo a Parigi, là ti rimetterai, vedrai,
fidati di me» gli diceva a voce bassissima temendo che qualcuno
li ascoltasse.
Ogni tanto un'infermiera entrava nella stanza e si avvicinava
al letto guardando diffidente Amelia, come se lo stato in cui si
trovava Pierre fosse colpa sua.
Più tardi, Anushka si presentò insieme al dottore.
«Cara Amelia, dobbiamo tornare al lavoro. Puoi venire
stasera a trovarlo.»
Lei lo baciò sulle labbra, che erano fredde come quelle di un
cadavere.
«Non preoccuparti, tornerò» gli disse, ma lui non sembrò
averla sentita.
Quando furono in corridoio, Anushka le disse che il dottore
voleva parlare con loro. Andarono nel suo ufficio. Lui le invitò a
sedersi e poi guardò Amelia con un'espressione diffidente.
«Compagna Garayoa, mi dispiace doverle dire che il
compagno Comte è molto grave» annunciò il medico.
«Questo è evidente» ribatté Amelia sarcastica.
«È un uomo forte, ma comunque... nell'incidente ha perso i
testicoli» le comunicò fissandola negli occhi per farla sentire in
imbarazzo.
«Ah, sì? Bene, a quanto ne so, si può vivere senza.»
«I colpi subiti... come sa, gli è caduta addosso una gru...
insomma, gli hanno provocato lesioni irreversibili.»
«Sono consapevole del suo stato, compagno.»
«Anche il cervello è rimasto danneggiato, e le sue facoltà
mentali... Non credo che potrà mai più tornare a essere una
persona normale. Deve prepararsi al peggio, compagna»
sentenziò il medico.
«Davvero? Ci può essere qualcosa di peggio di quello che gli è
già successo?»
«Le assicuro che abbiamo fatto tutto il possibile» insiste il
medico «ma deve tenere presente che... ecco, non era stato
curato a dovere.»
«Voglio portarlo a Parigi, dai suoi genitori» annunciò Amelia
in tono di sfida.
«Impossibile!» esclamò Anushka.
«Perché? Non ha senso che restiamo qui. Pierre ha bisogno
di cure specialistiche, ha bisogno della sua famiglia.»
«Anche noi siamo la sua famiglia, Amelia» la rimproverò
Anushka.
«I suoi genitori sono a Parigi, ed è lì che Pierre vuole e deve
stare.»
«Non so se, nelle sue condizioni, sarà possibile trasferirlo...»
Il medico guardava preoccupato Anushka.
«Le assicuro che migliorerà notevolmente appena lo porterò
fuori di qui» replicò Amelia trattenendo a stento la rabbia.
«Ho pensato che forse potrebbe venire a trovarlo quel
giornalista, Albert James, e anche il poeta, Jean Deuville»
suggerì Anushka.
«Un gesto molto gentile da parte tua. Ma ti chiedo anche,
compagna Anna Nikolaievna Kornilova, di procurarmi i
permessi necessari per portare Pierre a Parigi. Ho intenzione di
tornare laggiù con gli intellettuali che partecipano al
congresso.»

Anushka strinse i denti e l'espressione del volto si indurì.


L'atteggiamento della spagnola la irritava, ma sapeva che non
era il momento di discutere con lei.
Nonostante le insistenze di Amelia a voler rimanere al
capezzale di Pierre, il medico fu inflessibile. Non avrebbe potuto
rivederlo fino al giorno dopo, perché dovevano fargli altre
analisi. Poteva tornare l'indomani mattina presto, insieme agli
amici di Pierre.
Quella sera Amelia partecipò alla cena di chiusura che il
Comitato centrale offriva agli intellettuali che avevano
partecipato al congresso.
L'atmosfera era tesa: il 30 settembre era giunta la conferma
dell'accordo siglato a Monaco da Hitler e Mussolini con Édouard
Daladier, a nome della Francia, e Neville Chamberlain, a nome
della Gran Bretagna. Le due potenze avevano ceduto di fronte
alla determinazione di Hitler di impossessarsi del territorio dei
Sudeti, in Cecoslovacchia.
«È una vergogna!» affermava Albert James. «Francesi e
inglesi pagheranno caro il loro errore. Permettono a Hitler di
fare il bello e il cattivo tempo, senza rendersi conto che si
stanno allevando una serpe in seno.»

Gli anfitrioni sovietici ascoltavano le conversazioni degli ospiti,


ma limitavano prudentemente i commenti. Preferivano farsi
un'idea delle opinioni di quel gruppo di uomini che
rappresentavano una parte del mondo intellettuale europeo.
Amelia si avvicinò al gruppo in cui si trovava Albert James e
gli fece segno di volergli parlare in privato.
«Cosa succede?» si informò il giornalista.
«Voglio ringraziarla per quello che avete fatto per Pierre.
Oggi sono riuscita a vederlo; grazie a Dio è vivo, anche se in
pessime condizioni.»
«Dov'era? Cosa gli è successo?»
«Lo vedrà domattina e... be', stenterà a riconoscerlo. L'hanno
torturato, ma a lei diranno la stessa cosa che hanno detto a me,
che ha avuto un incidente, che gli è caduta addosso una gru.»

Gli raccontò la storia che i sovietici avevano inventato per


giustificare lo stato di Pierre e lo pregò di non mancare
all'appuntamento del giorno dopo per andare all'ospedale con
Jean Deuville.
«Io e Anushka passeremo a prendervi alle otto in punto.
Adesso vorrei chiederle un altro favore.»
«Caspita! E adesso di cosa si tratta?»
«Voglio che dica ad Anushka che Pierre deve tornare a
Parigi, e che lei e Jean Deuville mi aiuterete ad assisterlo
durante il viaggio. Deve insistere sul fatto che dobbiamo venire
con voi.»
«Possono opporsi.»
«Ma se lei fa pressione... Si sono visti costretti a farlo
ricomparire, dopo che avete richiesto di vederlo, e non hanno
alcuna intenzione di far scoppiare uno scandalo durante questo
congresso, grazie al quale si aspettano che tutti voi tessiate
grandi elogi al sistema. D'altronde, vi hanno invitato per
questo.»
«Mi sembra incredibile che sia stato agli arresti per tanto
tempo...»
«Torturare e ammazzare in nome del popolo è una pratica
normale. Se qualcuno viene dichiarato nemico della
rivoluzione, si merita qualunque cosa possa accadergli. La gente
ha paura, fa la fame, c'è la censura, i figli denunciano i padri, gli
zii i nipoti e gli amici si guardano con diffidenza. Stalin ha
instaurato un regime di terrore, anche se la colpa non è
soltanto sua: il seme di tutta questa barbarie l'aveva piantato
Lenin.»
«Ha abbandonato la fede comunista?»
«Ho vissuto qui il tempo sufficiente per capire di voler
fuggire da quello che chiamano comunismo. Ma quello che
penso io non ha importanza, adesso bisogna salvare Pierre.»

Jean Deuville non riuscì a trattenere un'esclamazione inorridita


quando entrò nella stanza di Pierre. Anche Albert James era
impressionato, ma, con sollievo di Anushka, non disse nulla. Il
medico li informò della gravità del suo stato, insistendo sul
fatto che si trattava di un miracolo che fosse sopravvissuto
all'incidente con la gru.
«Pierre, amico mio, cosa ti è successo?» domandò Jean
facendo uno sforzo per trattenere le lacrime.
L'unico occhio sano di Pierre era rimasto aperto, ma non
sembrava vederli. Amelia lo trovò più intontito del giorno
precedente e, per quanto possibile, riuscì a percepire la paura
che Pierre provava.
«Lo porteremo a Parigi» dichiarò Albert James. «Verrà con
noi. Prima si riunirà con la sua famiglia, prima si riprenderà.»
«Non credo che... insomma, può darsi che la sua salute
mentale rimanga compromessa per sempre. Come potete
vedere, è poco più di un vegetale» affermò il medico.
«Verrà comunque con noi» replicò Jean Deuville in tono
deciso. «Sua madre non mi perdonerebbe mai se lo lasciassi
qui.»
«In nessun altro posto potrà ricevere le cure che gli vengono
prestate in un ospedale dedito alla salute del popolo» aggiunse
Anushka.
«Non sono d'accordo, compagna Kornilova, in nessun altro
posto al mondo si sta meglio che a casa propria» affermò Jean.
«L'Unione Sovietica è la patria di Pierre e di tutti i lavoratori.
Inoltre, le ricordo che il compagno qui ha una famiglia» ribadì
Anushka.
«Anna Nikolaievna Kornilova, come amici di Pierre e
rappresentanti dei suoi genitori, insistiamo per portarlo a
Parigi. Non riusciamo a capire perché vi ostiniate tanto a
impedire il suo ritorno...» disse Albert James.
«Il compagno Comte non è in condizioni di viaggiare»
assicurò il medico «non posso nemmeno essere sicuro che...»
«Affronterà il viaggio» assicurò Jean Deuville. «So che può
farcela.»
Albert James e Jean Deuville non lasciarono scelta al medico
e ad Anushka, i quali acconsentirono a preparare i documenti
necessari, avvertendoli però che, se a Pierre fosse successo
qualcosa durante il viaggio, sarebbe stato sotto la loro
responsabilità. Amelia era rimasta in silenzio, consapevole che
non spettava a lei combattere quella battaglia.

Amelia era felice mentre preparava i bagagli. Anushka le aveva


finalmente annunciato che poteva tornare a Parigi con il
gruppo di Albert James e Jean Deuville e portare anche Pierre.
La zia Irina l'aiutava a mettere i vestiti in valigia e intanto le
dava consigli su come trattare il malato durante il viaggio.
«Mia sorella Olga non mi perdonerà mai quello che hanno
fatto a suo figlio» si lamentava. «Non l'ho protetto come
dovevo...»
«Lei e lo zio Georgij vi siete comportati molto bene con
Pierre e con me, non avete niente da rimproverarvi, è colpa di
questo maledetto sistema...»
«Non sono mai stata una rivoluzionaria» assicurò la zia Irina
«ma Georgij lo era e, be', sono arrivata a credere che avesse
ragione, che il popolo avrebbe vissuto meglio, che avrebbero
costruito una società più libera, ma adesso regna molta più
paura che ai tempi dello zar. Mikhail si arrabbia quando lo dico,
ma è la verità.»
«Si riguardi, zia Irina.»
«Credi che mio figlio sarebbe capace di denunciarmi?»
«Non ho detto questo.»
«Però lo pensi, Amelia, so che lo pensi. Ma non lo farà. So che
molti figli hanno denunciato i genitori e... Mikhail ha una
fiducia incrollabile nel comunismo, ma è un bravo figlio. Non
devi diffidare di lui.»
Amelia non volle contraddire la donna. Inoltre, in quel
momento le importava solo chiudere la valigia e andare
all'hotel Metropol, dove la aspettavano Albert James e Jean
Deuville. Anushka aveva promesso che una macchina li avrebbe
portati in ospedale a prendere Pierre e da lì sarebbero andati in
aeroporto.
La zia Irina pianse mentre si salutavano.
«Prenditi cura di Pierre e consegna la mia lettera a Olga.»
«Lo farò, e lei stia attenta.»

Jean Deuville era nervoso e Albert James sembrava di


malumore.
«Se qualcuno mi avesse detto che avrei vissuto tutto questo,
gli avrei dato del pazzo» si lamentò Deuville.
Anushka arrivò all'ora stabilita con una macchina grande,
così disse, per sistemare al meglio Pierre. Sembrava inquieta e
non aveva voglia di parlare.
Arrivati all'ospedale, Anushka chiese loro di aspettare
mentre andava a cercare il direttore sanitario per farsi firmare
la dimissione di Pierre.
Amelia acconsentì nervosa. Sapeva che in Unione Sovietica le
lungaggini burocratiche potevano essere eterne.
Mezz'ora dopo Anushka tornò con il medico curante di
Pierre.
«Seguitemi, per favore» disse il medico. «Il compagno Comte
è peggiorato. Questa mattina all'alba ha avuto una crisi
cardiaca. Stiamo facendo tutto il possibile per salvargli la vita e,
ovviamente, in questo momento gli è impossibile viaggiare.»
Lo seguirono nervosi. Amelia si sentiva il cuore battere forte
mentre Jean Deuville e Albert James si guardavano sorpresi.
Il medico aprì la porta della stanza in cui si trovava Pierre;
intorno al letto c'erano due infermiere e altri due medici.
«Mi dispiace, compagni, il paziente ha appena avuto un
arresto cardiaco» disse uno dei medici. «Purtroppo non c'è
stato niente da fare. È morto.»
Amelia si avvicinò al letto e li spinse via. Il volto di Pierre era
teso, come se nei suoi ultimi istanti avesse provato una grande
sofferenza. Scoppiò a piangere, all'inizio senza emettere alcun
suono, poi lasciandosi sfuggire un grido acuto. Abbracciò il
corpo inerte di Pierre. Il corpo di un anziano. Il corpo di un
uomo torturato.
Albert James si avvicinò al letto e cercò di separare Amelia
da Pierre, ma lei non voleva, aveva bisogno di sentire quel
corpo stretto al suo e di sussurrargli che non avrebbe amato
nessuno come aveva amato lui.
Con l'aiuto di Jean Deuville, Albert James riuscì a trascinare
via Amelia. I due uomini erano impressionati dalla scena.
«Mi dispiace» assicurò il medico.
«Le dispiace? Voi l'avete...»
Albert James impedì ad Amelia di continuare a parlare.
Sapeva che era sul punto di dire la stessa cosa che sospettava
lui: che avevano ucciso Pierre.
«Per favore, Amelia! Dobbiamo andare. Non possiamo fare
più nulla per lui» le disse duramente.
«Voglio che gli facciano l'autopsia! Voglio portare il suo
cadavere a Parigi, e là fargli fare l'autopsia per sapere com'è
morto!» gridava Amelia.
«Amelia, non stai bene, forse dovresti rimanere qui per
riprenderti dalla perdita di Pierre» affermò freddamente
Anushka. Le sue parole avevano un tono minaccioso.
«È comprensibile che si comporti così, si metta nei suoi
panni» disse Albert con voce neutra.
«Su, Amelia, non possiamo più fare niente qui» ripeté Jean
Deuville passandole un braccio intorno alle spalle.
«Dovete tener conto che era reduce da un terribile
incidente» disse il dottore.
«Sì, ne teniamo conto. È un miracolo che sia sopravvissuto
fino a oggi» replicò Albert James in tono ironico.
Amelia si rifiutò di salutare Anushka, e lei promise a Jean
Deuville e ad Albert James di occuparsi del funerale.
«Non dimentichi che Pierre qui ha una famiglia» insisté
Anushka «e sarà sepolto come merita.»
Per un attimo, Amelia si chiese se dovesse restare per il
funerale, ma Albert James insisté affinché partisse con loro.
«Venga con noi, non ha più senso che rimanga qui. Lui non
avrebbe voluto che restasse.»
Lei rifiutò di stringere la mano del medico che aveva curato
Pierre. Abbracciata a Jean Deuville, non smetteva di ripetere
"assassini" in spagnolo, una lingua che credeva che nessuno dei
presenti conoscesse.
Lasciarono l'ospedale per dirigersi direttamente
all'aeroporto. Era il 2 ottobre 1938...

La professoressa Kruvkoski tacque e mi fissò.


«Questo è tutto quello che posso raccontarle.»
«Sono senza fiato.»
«Come dice?»
«Sono molto impressionato. I crimini dello stalinismo fanno
venire i brividi. Deve essere stato un periodo terribile.»
«Sì. Il sistema si reggeva sul terrore, così sono riusciti a
dominare l'intero paese. È stato atroce, sono morti milioni di
innocenti, assassinati per ordine di Stalin.»
«Mi dica, come fa a sapere con tanta precisione quello che è
successo? Non sarà stato facile scoprire cosa succedeva alla
Lubjanka.»
«Alcuni documenti e archivi sono stati resi accessibili a
studiosi e ricercatori.»
«Sembra incredibile che non vi siate ribellati a Stalin e
soprattutto che al giorno d'oggi ci sia gente che lo rimpiange.»
«Chieda ai suoi genitori perché non si sono ribellati a
Franco» ribatté seccata la professoressa e questo fece scendere
tra noi un silenzio imbarazzante.
Poi la professoressa Kruvkoski sospirò e sembrò rilassarsi.
«È difficile che possiate capire quello che è successo. Quanto
al rimpiangere Stalin... Si sbaglia, il popolo russo non ha
nostalgia di lui, quello che non sopporta è non essere più una
potenza, non avere più il rispetto degli altri paesi. L'Unione
Sovietica è stata grande, temuta da tutti, e questo era motivo
d'orgoglio per i russi. La caduta del muro di Berlino ci ha
lasciati sconcertati. Eravamo poveri, indeboliti, tutto crollava
intorno a noi... L'Occidente ci considerava vinti e i russi si
sentivano umiliati.»
«Riconoscerà che è meglio la democrazia della dittatura.»
«Certo, giovanotto, è fuor di dubbio, ma noi russi siamo
orgogliosi e non sopportiamo di essere disprezzati. L'Occidente
ha sbagliato con la Russia.»
«Fate parte dell'Europa.»
«È proprio questo l'errore. Facciamo parte dell'Europa, ma
non del tutto. La Russia è di per sé un continente, con le sue
peculiarità. Per questo non riuscite a capire perché Putin abbia
tanta credibilità qui. La ragione è che ha restituito ai russi
l'orgoglio. Però adesso non voglio farle una lezione di
geopolitica né spiegarle com'è fatto il mio popolo.»
«La ringrazio per quello che mi ha raccontato sulla mia
bisnonna.»
«E stata una donna eccezionale e molto coraggiosa.»
«Penso proprio di sì.»

Non avevo scuse per restare a Mosca, anche se mi dispiaceva


non poter prolungare il mio soggiorno di un paio di giorni. Mi
sarebbe piaciuto molto andare a San Pietroburgo, ma visto che
adesso erano le anziane signore Garayoa a finanziarmi non me
la sentivo di abusare della loro fiducia. Approfittai del resto
della giornata per visitare la città. Il mattino seguente, di
buon'ora, dovevo ripartire per la Spagna. Ero impaziente,
perché non riuscivo a immaginare quali strade avesse
intrapreso la mia bisnonna una volta tornata a Parigi. E mi
chiedevo chi avrebbe scelto adesso la signora Laura per guidare
i miei passi.
ALBERT
1

Mia madre mi fece una scenata e non ebbe pietà nemmeno


quando le raccontai che in meno di quindici giorni ero stato a
Roma, a Buenos Aires e a Mosca.
«Lascia perdere le storie del passato e mettiti al lavoro!»
«Ma se non faccio altro che lavorare.»
Per mia madre, però, se un impiego non aveva un orario di
entrata e uno di uscita non poteva considerarsi un lavoro. Per di
più, mi intimò di abbandonare le ricerche sulla bisnonna.
«Tua zia Marta è sempre stata un'eccentrica: ti ha coinvolto
in questo pasticcio e adesso vuole tirarsene fuori, ma credo che
sia meglio così. Non mi piace che tu continui con questa storia.»

Mi raccontò che, per colpa mia, aveva litigato con sua sorella e
non si parlavano da una settimana. Poi tornò a insistere che
mettessi la testa a posto e mi cercassi un buon lavoro.
«Guillermo, tesoro, non capisco perché altri che valgono
meno di te vanno in televisione. Guarda Luis, che ha studiato
con te ed è sempre stato uno smidollato, e invece presenta un
telegiornale, ed Esther... be', quella ragazza non vale niente, e
invece, è una star della televisione... e Roberto... era il più
scemo di tutti i tuoi amici e l'hanno promosso direttore
generale.»
«Mi dispiace, mamma, ma ho un difetto: non so stare zitto,
ed è una cosa che ai capi non piace.»
«E perché i tuoi amici socialisti non ti danno una mano? In
campagna elettorale dicevano che volevano giornalisti
indipendenti.»
«E tu ci hai creduto? Dài, mamma, non essere ingenua! I
politici detestano chi pensa con la propria testa e chiunque non
serva ai loro interessi finisce per essere emarginato. E in questo
la destra e la sinistra sono uguali. Siccome io me la prendo con
tutti, ecco il risultato.»
Trovo sempre inutili le discussioni con mia madre. Lei crede
ciecamente a tutto quello che i politici dicono in televisione e
non le entra in testa che poi fanno esattamente il contrario di
quanto dichiarano.
Senza dubbio, la migliore qualità di mia madre è la fiducia
nell'essere umano.
Telefonai alla signora Laura per informarla del mio ritorno a
Madrid. Mi disse che mi avrebbe richiamato lei per indicarmi
come proseguire, perciò approfittai del tempo libero per vedere
Ruth, la mia ragazza, per andare alla redazione del giornale, per
bere qualcosa con gli amici e per litigare ancora con mia madre.
La signora Laura mi chiamò soltanto dopo una settimana.
«Deve telefonare al professor Soler. Sarà lui a guidarla.»

Quando sentii la sua voce dall'altra parte della cornetta, ebbi


l'impressione di parlare con un vecchio conoscente.
«La signora Laura mi ha chiesto di continuare a orientare le
sue ricerche. Non sarà facile, ma, tra quello che so io e alcune
cose che potrà raccontarmi lei, riuscirò a guidarla, pur non
entrando nei dettagli. Adesso deve andare a Parigi. Parlerà con
un vecchio amico, Victor Dupont; lui ha conosciuto Amelia
quando era un adolescente poco più grande di me.»
«Chi è?»
«Il figlio di un attivista, un comunista. I nostri genitori erano
amici, e per un periodo abbiamo vissuto a casa loro a Parigi, alla
fine della guerra civile.»
«Lei ha vissuto a Parigi?»
«Sì, con mio padre.»
«E sua madre?»
«Non so che fine abbia fatto, forse l'hanno fucilata i
franchisti. Si era rifiutata di venire in Francia; era disposta a
continuare a combattere anche dopo che Franco avesse vinto la
guerra. Io fuggii con mio padre.»
«E cosa può sapere il signor Dupont di Amelia Garayoa?»
«Più di quanto immagini. Ha conosciuto lei e anche Jean
Deuville e Albert James.»
«E pensa che si ricordi quello che è successo allora?»
«Ma certo. Inoltre, Victor è un documentarista e figlio di un
giornalista che, quando è morto, gli ha lasciato tutte le sue
carte. Ma non voglio anticiparle niente. Vada a Parigi, Victor
Dupont la riceverà subito.»

A Parigi pioveva, cosa che non mi stupì perché raramente sono


andato nella capitale francese senza prendermi qualche
acquazzone. Ma c'era nell'aria un profumo di primavera che mi
rinvigorì.
Avevo prenotato una stanza in un albergo sulla rive gauche,
vicino all'abitazione di Victor Dupont.
Fui sorpreso quando lo incontrai, perché, pur essendo molto
avanti con gli anni, era un uomo ancora pieno di energia.
Documentarista e archivista di professione, il signor Dupont
era un erudito senza la tipica aria svampita.
Dal suo aspetto fisico dedussi che in gioventù doveva essere
stato un bell'uomo; alto, con gli occhi azzurri, adesso aveva i
capelli bianchi e il portamento impettito da vecchio rubacuori.
«E così sta facendo ricerche sulla storia della sua bisnonna...
si è andato a cacciare in un bel ginepraio!» disse il signor
Dupont mentre appoggiava sul tavolo due bicchieri di Bordeaux
per accompagnare un piatto di formaggio.
«Sì, lo dice anche mia madre.»
«Figliolo, ci sono cose che è meglio non andare a rivangare,
soprattutto le storie di famiglia. Ma, contento lei... Farò quello
che posso per aiutarla, perché me l'ha chiesto il mio caro amico
Pablo. Da dove vuole che cominci?»
«Dunque, a quanto so, Amelia Garayoa tornò a Parigi
all'inizio di ottobre del 1938 insieme a Jean Deuville e ad Albert
James, che rientravano da un congresso di intellettuali tenutosi
a Mosca.»
«Sì, un congresso organizzato a uso e consumo della
propaganda sovietica, che però fu molto efficace in quel
momento.»
Non osai chiedergli se fosse comunista, visto che suo padre lo
era stato e inoltre era amico del padre di Pablo Soler, anch'egli
comunista, ma Dupont sembrò avermi letto nel pensiero.
«Sono stato comunista, e non immagina con quale ardore. I
comunisti hanno fatto cose riprovevoli, ma anche del bene. E
tra le loro file c'era gente piena di abnegazione, credenti,
persone buone che si impegnavano ad aiutare gli altri. Ho
abbandonato la militanza ormai da anni e questo mi ha
permesso di analizzare la mia vita con una prospettiva e una
sincerità di cui non sarei stato capace se fossi ancora coinvolto.
Ma non è di me che dobbiamo parlare. Sa che la sua bisnonna ha
vissuto a casa mia?»
Rimasi a bocca aperta, anche se, a pensarci bene, a questo
punto non dovevo più stupirmi di niente. Dupont continuò il
suo racconto...

Jean Deuville era amico di André Dupont, mio padre. Gli


telefonò per chiedergli se voleva affittare una stanza a una sua
amica, perché sapeva che avevamo una camera libera in casa di
mia nonna, dove vivevamo. Era una casa grande, e inoltre mia
nonna era morta qualche mese prima.
Fu mia madre, Danielle, a prendere la decisione di accogliere
Amelia. Fino a qualche mese prima, mia madre aveva lavorato
in una cartoleria, ma il proprietario era morto e i figli avevano
chiuso il negozio, quindi i pochi franchi in più dell'affitto della
stanza ci avrebbero fatto comodo.
Anche per Amelia era una scelta conveniente, perché quando
arrivò a Parigi aveva alloggiato per un paio di giorni in albergo,
ma non voleva sprecare i pochi soldi che aveva e Jean pensò che
affittare una stanza per lei sarebbe stato meno gravoso.
A quell'epoca avevo quindici anni e le confesso che mi
innamorai di Amelia appena la vidi. Non sembrava una donna
reale, era magrissima e aveva un aspetto etereo.
Mia madre volle sapere per quanto tempo sarebbe rimasta,
ma Amelia disse di non sapere ancora cosa avrebbe fatto.
«Signora Dupont, voglio tornare in Spagna, ma non so se
sarà possibile. Perciò credo che dovrò cercarmi un lavoro.»
«Ma non può andare in Spagna!» esclamò mia madre.
«Il legittimo governo della repubblica controlla ancora
Madrid, la Catalogna, Valencia... ma non credo che si possa
essere ottimisti. A luglio il generale Rojo è riuscito a fermare
Franco all'Ebro, ma non ce l'ha fatta a mantenere la posizione.
Non credo che tornare in Spagna sia una buona idea»
intervenne mio padre.
Amelia si strinse nelle spalle. Sembrava rassegnata a fare
tutto il possibile, ma senza sfidare la sorte.
Pur essendo riservata e parca nei sorrisi, aveva molta
pazienza con me e aiutava mia madre nelle faccende di casa.
Io ascoltavo le conversazioni dei miei genitori, quelle che
intrattenevano con altri compagni come Jean Deuville.
Jean aveva raccontato loro quello che era successo a Mosca.
Per lui era stato uno shock enorme, che aveva intaccato la sua
fede nel comunismo. Non aveva il coraggio di lasciare il partito,
ma a Mosca aveva perso la verginità ideologica, oltre a Pierre, il
suo migliore amico.
Dire ai genitori di Pierre che il loro figlio era morto non fu
facile né per Amelia né per Jean Deuville. Il giorno dopo il loro
arrivo a Parigi, i due, insieme ad Albert James, si recarono a
casa dei Comte. A quanto ne so, la scena andò più o meno così.
Olga, la madre di Pierre, aprì la porta e vedendo Amelia
lanciò un urlo e chiese dove fosse suo figlio. Jean cercò di
abbracciare la donna per farle le condoglianze e spiegarle
l'accaduto, ma Olga lo respinse.
«Dov'è Pierre? Cosa gli hai fatto?» chiese ad Amelia.
Albert James dovette sorreggere Amelia, che aveva
cominciato a tremare al punto di fargli temere che non avrebbe
sopportato l'emozione. Fu proprio lui a prendere in mano la
situazione, perché sia Amelia sia Jean erano troppo coinvolti.
Il padre di Pierre accorse nell'ingresso, allarmato dalle grida
della moglie.
«Ma cosa succede? Cosa ci fate qui? E tu, Amelia...? Dov'è
Pierre?»
Amelia gli raccontò l'accaduto, senza nascondere nulla. Né il
fatto che Pierre fosse un agente sovietico né i dettagli della sua
vita a Buenos Aires, l'ordine di recarsi a Mosca, i mesi trascorsi
nella capitale russa, la scomparsa di Pierre, la prigionia alla
Lubjanka, le torture che gli avevano inflitto e la sua convinzione
che l'avessero ucciso. L'unica cosa che non rivelò, e che non
aveva detto nemmeno ad Albert James e a Jean Deuville, fu che
era stata informata dell'arresto di Pierre da Ivan Vasiliev. Non
voleva mettere in pericolo l'uomo che, se non altro, l'aveva
aiutata a scoprire dov'era Pierre.
Olga piangeva sconsolata mentre ascoltava il racconto di
Amelia e il padre di Pierre sembrava invecchiare a mano a
mano che scopriva gli orrori che il figlio aveva dovuto
affrontare.
«È colpa tua! Tu e le tue maledette idee sul comunismo che
hai messo in testa a nostro figlio! Non hai voluto ascoltarmi e
adesso Pierre è morto. Anche tu l'hai ucciso!» gridò Olga al
marito.
«Per favore, signora Comte, si calmi! » la pregò Albert James.
Ma non c'era modo di controllare l'ira e il dolore di Olga né
di trovare le parole per consolare il padre di Pierre. E nemmeno
Jean Deuville era di grande aiuto, perché non era in grado di
trattenere le lacrime.
Olga li cacciò di casa maledicendo Amelia, dicendole che non
voleva mai più vederla.
Furono Jean Deuville e Albert James a prendersi cura di lei.
Sembravano sentirsi responsabili nei suoi confronti. In quel
momento la Francia era governata da Édouard Daladier e gli
stranieri, soprattutto gli spagnoli, cominciavano ad avere
problemi a risiedere legalmente nel paese, a causa delle leggi
antiprofughi promulgate dall'amministrazione francese,
travolta dal massiccio esodo di persone in fuga dalla guerra
civile.
Perciò, sia Jean Deuville sia Albert James dovettero fare
ricorso a tutte le loro conoscenze per ottenere un permesso di
soggiorno per Amelia. Nessuno si stupì del fatto che Albert
James l'avesse assunta come segretaria. Fino a quel momento
non ne aveva avuto bisogno, ma era un modo di aiutarla senza
offenderla. Quanto a Jean, in pratica diventò la sua ombra:
passava a prenderla a casa e la obbligava ad andare a passeggio,
a teatro, a sentire musica. Amelia si lasciava guidare, come un
automa, come se niente di quello che succedeva intorno a lei le
importasse davvero.
I miei genitori si chiedevano perché un giornalista come
Albert James avesse deciso di occuparsi di Amelia. Il caso di Jean
Deuville era diverso, era stato il miglior amico di Pierre ed
erano compagni nel Partito comunista, ma Albert James non era
mai stato vicino a Pierre né ad Amelia. Eppure la aiutava come
poteva.
Albert James collaborava con alcuni giornali e riviste
statunitensi, e anche con qualche quotidiano britannico. Per i
gusti dei miei genitori era troppo indipendente, loro erano
convinti che nell'epoca in cui gli era toccato vivere bisognasse
prendere posizione. L'obiettività di James li irritava e
discutevano apertamente con lui. In realtà Albert James si
rifiutava di essere un "compagno di viaggio" del partito, il che
faceva di lui un personaggio scomodo. Nonostante questo era
rispettato, aveva un'enorme influenza e i suoi articoli erano
tenuti in considerazione dai governi statunitense, britannico e
francese.
Quel che scrisse sul congresso di intellettuali a Mosca fu
deludente per i suoi anfitrioni sovietici. James affermò che i
villaggi e le fabbriche che avevano visitato sembravano messe
in scena realizzate apposta per convincere i forestieri che
nell'Unione Sovietica era tutto rose e fiori; inoltre criticò
l'impossibilità di viaggiare per conto proprio nel paese e di
visitare qualsiasi cosa fuori programma. In uno dei suoi articoli
scrisse che nel "paradiso comunista" non si respirava aria di
libertà. Insomma, le sue critiche furono una doccia fredda per le
autorità sovietiche, mentre naturalmente furono accolte con
grande favore da altri intellettuali europei.
Amelia si recava ogni mattina presto nell'ufficio di James,
dove si occupava della corrispondenza, riordinava gli archivi,
gli organizzava l'agenda, copiava in bella i suoi scritti e teneva
la contabilità.
Forse il momento di gioia più grande fu quando passò da
Parigi Carla Alessandrini. La diva sarebbe rimasta per quindici
giorni in città, per interpretare La Traviata all'Ópera Garnier. Il
suo arrivo fu un grande evento.
Jean Deuville promise di accompagnare Amelia all'opera ad
ascoltare la sua amica.

Ricordo ancora la sera della prima. Amelia era dotata di


un'eleganza naturale e, anche se a quell'epoca non aveva a
disposizione abiti adatti, sembrava una principessa nel suo
vestito nero, senza fronzoli.
Carla Alessandrini fu magnifica; gli spettatori si alzarono in
piedi e la applaudirono per venti minuti. Come ci raccontò Jean,
Amelia pianse dall'emozione e alla fine dello spettacolo andò
nel camerino di Carla, convinta che le avrebbero permesso di
vederla, ma i responsabili del teatro avevano dato disposizioni
affinché potesse passare soltanto chi era stato espressamente
invitato dalla cantante.
«Le dica che c'è la sua amica Amelia Garayoa» disse a un
ometto scettico che le impediva di passare.
Comunque il messaggio fu recapitato e pochi minuti dopo le
venne incontro Vittorio Leonardi, il marito della cantante.
Vittorio strinse Amelia tra le braccia, la sgridò per
l'eccessiva magrezza, salutò Jean come se fossero amici da tutta
la vita e li condusse nel camerino.
Le due donne si abbracciarono per quella che sembrò
un'eternità. A quanto mi hanno detto, Carla stimava davvero
Amelia e la considerava come una figlia.
«Ma perché non mi hai avvisata che eri a Parigi? Non sai
quanto ero preoccupata. Gloria e Martin Hertz mi hanno detto
che tu e Pierre eravate partiti per un viaggio di qualche mese,
ma poi non siete più tornati né avete dato notizie. Lasciati
guardare... sei troppo magra, bambina mia e... non so... mi
sembri diversa. Dov'è Pierre?»
«È morto.»
«Morto? Non sapevo che fosse malato» disse Carla.
«Non lo era. Lo hanno ucciso.»
Carla e suo marito furono molto colpiti dall'annuncio di
Amelia. La diva l'abbracciò come una madre abbraccerebbe sua
figlia per proteggerla.
«Devi raccontarmi tutto!»
Amelia le presentò Jean Deuville, che era rimasto in silenzio
a osservare la scena. Era impressionato dal fatto che le due
donne fossero tanto amiche. Dopo tutto, Carla Alessandrini era
un personaggio di fama mondiale, una delle donne più
affermate dell'epoca.
Durante la permanenza a Parigi non ci fu giorno in cui Carla
non vedesse Amelia. Io e i miei genitori andammo per la prima
volta all'opera su invito della Alessandrini, e per noi fu un vero
e proprio evento stare in mezzo ai ricchi e ai borghesi che
sembravano vivere al di fuori della realtà, ridendo e bevendo
champagne come se nulla di quanto accadeva nella vita
quotidiana li toccasse.
Amelia andava a trovare Carla in albergo oppure, dietro suo
invito, partecipava a pranzi e cene con gente importante; e un
giorno fu Carla a venire a trovare Amelia a casa nostra. Rimasi
dietro la porta del salotto a spiarle, non perché mi importasse
ciò che dicevano, ma perché ero molto affascinato da quella
donna, che aveva sostituito Amelia nelle mie fantasie di
adolescente.
«Bambina mia, devi decidere cosa fare, e vorrei che pensassi
alla possibilità di venire con noi. Non credo che in Francia ci sia
un futuro per te, guarda come si stanno mettendo le cose per gli
stranieri. Ho parlato con Vittorio ed è d'accordo con me che la
cosa migliore sia che tu venga con noi.»
«Voglio tornare in Spagna. So che adesso non posso a causa
della guerra, ma prima o poi finirà. Voglio avere notizie della
mia famiglia, voglio stare con mio figlio.»
«Lo capisco, ma pensi che tuo marito te lo permetterà?»
«Non lo so, ma devo chiedergli perdono e lo supplicherò di
lasciarmi vedere Javier. Non potrà rifiutarsi, è pur sempre mio
figlio.»
Carla rimase in silenzio. Riteneva difficile che il marito
spagnolo perdonasse la moglie fuggita con l'amante. Ma non
voleva deludere le speranze di Amelia, particolarmente fragile
dopo l'incubo vissuto a Mosca.
«Mi rendo conto che tu voglia tornare in Spagna ma, come
hai detto tu stessa, adesso non è possibile. Potresti venire a
stare da noi e, quando sarà il momento, ti aiuteremo a tornare a
Madrid.»
«Tu e Vittorio siete molto generosi con me, ma qui ho un
lavoro che mi permette di mantenermi, mentre se venissi con
voi non so cosa potrei fare.»
«Niente, non devi fare altro che stare con noi. Non hai
bisogno di lavorare, devi solo farci compagnia.»
Ma Amelia era orgogliosa e per niente al mondo avrebbe
accettato di dipendere da qualcuno, senza guadagnarsi il pane.
Cercò il modo di dirlo senza offendere Carla.
«Non mi sentirei a mio agio a guardarvi lavorare senza fare
niente.»
«Va bene, allora puoi fare da segretaria a Vittorio.»
«Ma non ha bisogno di un'altra segretaria!»
Parlarono per un bel po' e Carla le fece promettere almeno
che sarebbe ricorsa a lei in caso di bisogno.
Quando la Alessandrini partì da Parigi, lasciò un gran vuoto
in tutti noi.
Un giorno Amelia rientrò a casa in lacrime. Mia madre cercò
di consolarla.
«Io... io... avevo una prozia che viveva a Parigi, la zia Lily.
Oggi mi sono fatta coraggio e sono andata a casa sua, nella
speranza che mi ricevesse e mi desse notizie della mia famiglia,
ma il portiere mi ha detto che è morta qualche mese fa.»
Era ansiosa di avere notizie dei suoi e diceva a mia madre che
pregava affinché la perdonassero.
Aveva nostalgia dei genitori, di suo figlio, dei cugini, perfino
del marito.
«Sono stata così cattiva con lui! Santiago non si meritava
quello che gli ho fatto» si rammaricava.

Il 7 novembre il segretario dell'ambasciata tedesca a Parigi,


Ernst von Rath, fu vittima di un attentato. Due giorni dopo, in
Germania ebbe luogo la tristemente famosa Notte dei cristalli.
Oltre trentamila ebrei furono arrestati, vennero distrutte 267
sinagoghe e saccheggiati più di 7500 negozi. Albert James diceva
sempre che il peggio doveva ancora arrivare e aveva ragione. I
governi europei non volevano ammettere di trovarsi di fronte a
un mostro, e lo lasciarono fare...
In quei giorni della fine del 1938 sembrava che il mondo
intero fosse sul punto di crollare. A dicembre, Franco mise in
atto una grande offensiva militare conto la Catalogna che in
pratica avrebbe deciso la fine della guerra e il trionfo dei
fascisti.
Poco prima di Natale, Albert James partì per l'Irlanda. Anche
se era statunitense, i suoi genitori erano irlandesi e visitavano
spesso il paese natale, dove avevano ancora molti parenti. La
famiglia si riunì a Dublino per trascorrere le feste natalizie. Non
so se il mio caro amico Pablo Soler gliel'ha spiegato, ma Albert
James proveniva da una famiglia benestante e vantava antenati
illustri. Il nonno di James era stato a servizio presso la corte
della regina Vittoria. A quell'epoca, altri membri della sua
famiglia occupavano posti di responsabilità nel governo
britannico, credo che un cugino di sua madre ricoprisse un'alta
carica al ministero degli Esteri e uno zio da parte di padre
lavorasse presso l'Ammiragliato.
Il viaggio di Albert James accrebbe ancor di più la nostalgia
di Amelia e il giorno di Natale i miei genitori, Danielle e André
Dupont, invitarono Jean Deuville a pranzo da noi per cercare di
tirare su di morale la ragazza.
Parlarono della Spagna. Il capo del governo Juan Negrin
credeva ancora che fosse possibile resistere. Invece era soltanto
una pia illusione. Inoltre, la Gran Bretagna e la Francia
sembravano intenzionate a mostrarsi concilianti con Hitler;
questi e Mussolini erano i principali sostenitori di Franco
all'estero.
Il 26 gennaio 1939 Barcellona cadde in mano alle truppe di
Franco, ma ormai da giorni era iniziato un esodo di massa verso
la Francia. Il governo francese cercò di evitare che centinaia di
migliaia di rifugiati spagnoli passassero la frontiera, tuttavia fu
sopraffatto dagli eventi e dovette aprirla.
I giornali della destra più reazionaria pubblicarono articoli
xenofobi contro gli esiliati spagnoli; gliene farò leggere
qualcuno, così potrà farsi un'idea precisa dell'atmosfera che si
respirava in Francia in quel momento.
Albert James decise di recarsi alla frontiera per fare un
reportage sull'arrivo degli esiliati e chiese ad Amelia di
accompagnarlo in qualità di assistente.
«Quattro occhi vedono meglio di due e poi mi aiuterai con la
lingua. Fatico a capire lo spagnolo se parlano molto in fretta.»

Amelia accettò senza esitazioni. Era un'occasione per


avvicinarsi alla Spagna e credo che in cuor suo sperasse di
incontrare qualcuno di famiglia.
Arrivarono il 28 gennaio e si trovarono davanti a uno
spettacolo desolante. Donne, vecchi, bambini, ammalati, gente
di ogni condizione in fuga dai franchisti. Persone disperate, che
affrontavano l'esilio senza sapere se un giorno sarebbero
riuscite a tornare indietro.
Le autorità francesi, sopraffatte dalla massa di profughi,
avevano improvvisato alcuni ricoveri nel dipartimento dei
Pirenei orientali. Il primo venne creato a Rieucros, nei pressi di
Mende (nel dipartimento di Lozère); poi ne sorsero altri, sulle
spiagge di Argèles e Saint-Cyprien, ad Arles-sur-Tech...
Albert James scrisse alcuni degli articoli più sentiti di tutta la
sua carriera; ne conservo qualcuno di quelli pubblicati sulla
stampa inglese.
In quei giorni Amelia gli fece da interprete e intervistarono
decine di rifugiati che descrissero nei dettagli le sofferenze
patite e assicurarono che la guerra era ormai irrimediabilmente
persa.
La sera del 5 febbraio, il giorno dopo che le truppe franchiste
avevano conquistato Girona, il governo francese si vide
costretto a lasciare entrare una nuova ondata di persone,
questa volta gruppi di militari, a cui però fu imposto di lasciare
le armi.
Fu un miracolo che, in mezzo a quel caos, Amelia fosse
riuscita a incontrare Josep Soler e suo figlio Pablo. Sembra che
lei e Albert James stessero parlando con alcuni rifugiati quando
la donna si sentì toccare la spalla. Si voltò e vide Josep che
teneva per mano Pablo. Per Amelia fu un duro colpo.
«Mio Dio, siete vivi! Come sono felice! E Lola?»
«Non è voluta venire, la conosci. Non c'è stato modo di
convincerla» spiegò Josep.
«Mia madre ha detto che nessun fascista la manderà via dalla
Spagna» disse Pablo.

Amelia li prese in disparte. Era impressionata dall'eccessiva


magrezza di Pablo e dall'invecchiamento prematuro di Josep.
«Prima di tutto andiamo a mangiare qualcosa» propose.
«Sarà difficile, i francesi non vogliono che ci sparpagliamo»
disse Josep.
Ma Amelia non era affatto disposta ad abbandonare Josep e
Pablo al loro destino. I soldi hanno sempre fatto miracoli, e
persino in quella disperazione disperata non tutti i rifugiati
subivano la stessa sorte. Per chi aveva denaro, gioielli, oggetti di
valore o amici, c'era qualche probabilità di evadere dai campi.
Josep e Pablo non possedevano nulla, ma avevano incontrato
Amelia, il miglior lasciapassare per sfuggire al caos...

Victor Dupont si versò l'ultimo bicchiere di vino rimasto nella


bottiglia.
«Credo che per oggi possa bastare. Forse dovremmo
telefonare al nostro amico Pablo Soler, così sarà lui a
raccontarle quello che accadde dopo, in fin dei conti è stato
protagonista di quegli eventi.»
«Lo farò al mio ritorno in Spagna. Mi stupisce molto quel che
mi ha detto, che il professor Soler abbia rivisto Amelia.»
«Lo immagino. Glielo racconterà lui stesso. Le va bene
domani?»
«Domani?»
«Sì, arriva domattina presto a Parigi, perciò, se lei non ha
niente di meglio da fare, dopo pranzo possiamo trovarci tutti e
tre.»
Victor Dupont scoppiò a ridere vedendo la mia espressione
incredula. Lo divertiva essere riuscito a sorprendermi.
«Pablo e Charlotte ogni tanto vengono a Parigi e avevano
programmato questa visita da tempo.»
«Non mi ha detto niente...»
«Lo so, ma non ce n'era motivo, non le sembra?»
Non importava come la pensassi, pertanto seguii docilmente
le istruzioni di Victor Dupont e il giorno dopo alle tre del
pomeriggio mi incontrai con loro due. Anzi, con loro tre, perché
quando arrivai a casa di Dupont c'era anche Charlotte.
«Non vi disturberò, ho intenzione di andare a fare shopping,
quindi vi lascio. Sarò di ritorno verso le sette, va bene?» disse la
donna a mo' di saluto.
«Bene, Guillermo, il mio amico Victor mi ha aggiornato su
quanto le ha raccontato.»
«In effetti, questa storia si sta rivelando una continua
sorpresa, professore» replicai con ironia.
«È il bello delle ricerche» osservò con noncuranza.
«Quindi lei ha rivisto la mia bisnonna...»
«Le ho già detto che ho vissuto a casa di Victor Dupont.»
«Sì, è vero.»
«E come crede che ci sia arrivato?»
«Suppongo che adesso me lo spiegherà.»
«Infatti» disse il professor Soler.

Amelia ci sistemò in una stanza dell'albergo in cui alloggiava


perché pensava di convincere il prefetto che eravamo suoi
parenti e che si sarebbe presa cura di noi, ma fu Albert James a
vincere le resistenze delle autorità francesi. Era un giornalista
importante e nessuno voleva venire citato in uno dei suoi
articoli sulla stampa britannica o su quella statunitense. In ogni
caso, non eravamo sicuri di poter scampare all'internamento.
«Raccontami cosa sta succedendo, se davvero abbiamo perso
la guerra» chiese Amelia a Josep.
«Credi che sarei qui se non fosse così? È inutile continuare a
combattere, abbiamo perso.»
«Ma perché?»
«Loro hanno ricevuto più aiuti.»
«Ma noi potevamo contare sulle Brigate internazionali e sul
sostegno di Mosca» insisté Amelia.
«Ti sbagli, eravamo soli. L'Europa ci ha voltato le spalle e la
Francia e la Gran Bretagna sono rimaste a guardare da lontano
quel che succedeva, senza compromettersi. Certo, è venuta
gente da tutto il mondo a sostenere la repubblica, hanno
profuso sforzi e sacrifici, ma non è stato sufficiente. Franco
aveva dalla sua la Germania e l'Italia, ma soprattutto ha
approfittato della passività dell'Europa. Non hai idea di cos'è
stata la battaglia dell'Ebro... È lì che ci hanno dato il colpo di
grazia. Sono morti a migliaia, da entrambe le parti, però loro
hanno vinto.»
«È un ottimo stratega» commentò Albert James.
«Chi? Franco?» Amelia sembrava stupita da
quell'affermazione.
«Sai, Amelia? È impossibile sconfiggere il nemico se non
riconosci le sue doti.»
«Come puoi dire che Franco ha delle doti? È un traditore
della repubblica, ha distrutto la Spagna» ribatté Amelia
arrabbiata.
«Visto l'esito della guerra, ha dimostrato di essere un ottimo
stratega militare. Ma ammetterlo non cancella il fatto che sia
un fascista e una disgrazia per la Spagna. Sei più tranquilla se
faccio queste precisazioni?»
«Non devi mica farmi un favore, ma dire come stanno le
cose.»
«Allora, ecco un aspetto della realtà che immagino non ti
piacerà. Tutto quello che ha detto Josep è vero, ma ci sono stati
altri problemi, come l'enorme spreco di energie da parte dei
repubblicani nel combattere tra loro» sentenziò Albert James.
Josep abbassò la testa. Sembrava non voler ascoltare le
parole del giornalista.
«Cosa intendi dire?» domandò Amelia con astio.
«Voglio dire che, mentre l'esercito fascista aveva un chiaro e
unico nemico, per i repubblicani non è stato così. Mi sbaglio,
Josep, se affermo che voi comunisti avete sprecato molte
energie perseguitando la gente del Partito operaio di
unificazione marxista, il POUM, e che ci sono state continue liti
tra socialisti, anarchici e comunisti? Chi ha ucciso Andreu Nin?»
«Sì, ci sono stati dei problemi» ammise Josep.
«Perciò, mentre Franco aveva un solo obiettivo, cioè farla
finita con la repubblica per instaurare un regime fascista, la
sinistra combatteva contro di lui e al contempo era impegnata
nelle lotte intestine. La guerra civile tira fuori il peggio dalle
persone, Amelia.»
«Tu non conosci bene il mio paese. Franco è un traditore,
come tutti gli insorti.»
«Sì, Franco è un traditore, ma ciò non toglie che io abbia
ragione» replicò James.
«Non abbiamo perso la guerra solo per le divergenze
all'interno della sinistra» intervenne Josep.
«Certo che no, sarebbe un'affermazione semplicistica. Ho
solo detto che i difensori della repubblica hanno sprecato
energie indispensabili per affrontare un nemico che doveva
combattere soltanto loro e che poteva contare sull'aiuto della
Germania e dell'Italia» precisò Albert James.
«Cosa sta succedendo a Madrid?» domandò Amelia
angosciata.
«Madrid resiste, e una parte della Mancia e Valencia sono
ancora in mano ai repubblicani, ma non so per quanto
tempo...Credo che non riusciranno a resistere ancora per
molto» rispose Josep.
«Lo so che... è improbabile che tu sappia qualcosa, ma hai
notizie della mia famiglia? Avete visto Edurne o mia cugina
Laura?»
«No, Amelia, non so niente di loro. Noi siamo rimasti a
Barcellona per quasi tutta la durata della guerra.»
«E adesso cosa pensa di fare?» domandò Albert James a
Josep.
«Non so, per ora vivere. Secondo lei, come si comporterà
Franco con i comunisti?»
Albert e Amelia rimasero in silenzio. Josep non aveva
bisogno di una risposta; sapeva meglio di chiunque altro cosa
sarebbe toccato ai suoi compagni.
«Può darsi che mi arruoli nella Legione Straniera. Mi hanno
detto che è l'unico modo per scampare a quei maledetti campi
di internamento» confessò Josep.
«E Pablo? È un bambino... lui...» Amelia non mi toglieva gli
occhi di dosso.
Josep fece spallucce. «Dovrebbe stare con Lola, è sua madre.
Ma dal momento che le cose stanno così, ci arrangeremo.»
Amelia convinse Albert James ad aiutare me e Josep; voleva
farci arrivare a Parigi, risparmiandoci così l'internamento nei
campi. Non era facile, perché i prefetti della zona volevano
appunto evitare che i rifugiati si spostassero altrove e
soprattutto verso la capitale, ma Amelia ancora una volta diede
prova del suo talento nell'affrontare situazioni impossibili.
Aveva sfidato i sovietici a Mosca, ottenendo la liberazione di
Pierre, e adesso era decisa a salvare i suoi amici.
L'albergo in cui alloggiavano apparteneva a una coppia con
due figli, il maggiore dei quali per lavoro trasportava frutta e
verdura con un camioncino. Amelia gli chiese di nasconderci tra
le cassette di ortaggi e di portarci a Parigi. Lei sarebbe venuta
con noi, in caso ci fossero stati problemi. Naturalmente gli offrì
una cospicua somma di denaro, tutti i suoi risparmi. Il ragazzo
esitò, ma alla fine decise di accettare.
Albert James non riuscì a dissuaderla dal mettere in atto quel
piano folle, neppure ricordandole che, se ci avessero arrestato,
nonostante lei avesse i documenti in regola, era pur sempre una
straniera - spagnola, in quel momento il peggio che poteva
capitarti in Francia - e sarebbe potuta finire in un campo di
rifugiati.
Ma andò tutto bene e arrivammo a Parigi senza
contrattempi. Amelia ci portò a casa dei Dupont.
Danielle non sapeva cosa fare quando, aprendo la porta, si
ritrovò davanti Amelia con un bambino per mano e accanto a lei
Albert James e uno sconosciuto. Invitò a entrare quello strano
gruppetto guardandolo con apprensione.
La famiglia in quel momento stava cenando, e la sorpresa di
André Dupont e di Victor fu ancora più grande, se possibile.
«Lasciate che vi spieghi» disse Amelia, decisa a risolvere la
situazione. «Josep è un vecchio amico, un compagno, e lui è suo
figlio Pablo. Sono riusciti a fuggire dalla Spagna. Franco ha
vinto la guerra e io... voglio aiutarli.»

Albert James raccontò ad André Dupont i particolari del viaggio


dal Sud della Francia a Parigi e gli chiese di accoglierci finché
fossero riusciti a trovarci un posto in cui vivere. Lui stesso si
impegnò a cercare di ottenere i documenti necessari a
permetterci di restare nella capitale.
André Dupont rimase in silenzio. Non sapeva cosa rispondere
né come sottrarsi alla richiesta di Amelia e James. Infine prese
una decisione.
«D'accordo, possono stare qui per un po', ma non è una
buona soluzione.»
Amelia tirò un sospiro di sollievo e Albert James, con
discrezione, fece un gesto a Danielle e le consegnò una busta.
«È per contribuire al mantenimento degli amici di Amelia» le
sussurrò all'orecchio.
«Non... non ce n'è bisogno» replicò lei, un po' imbarazzata.
«E invece sì, non potete prendervi un impegno simile» disse
James, considerando chiuso l'argomento.
Josep dovette dormire sul divano e Victor cedette parte della
sua stanza a quello spagnolo, adolescente come lui, che aveva
appena fatto irruzione in casa sua.

Col passare dei giorni, Josep continuava a insistere che la sua


sola via d'uscita fosse arruolarsi nella Legione Straniera. L'unico
problema ero io; non sapeva cosa fare di me. Il 9 febbraio 1939
Franco promulgò la legge di Responsabilità politica, che
preannunciava le epurazioni e le persecuzioni.
Ma per tutti noi fu un colpo ben più duro il fatto che la
Francia e la Gran Bretagna avessero deciso di riconoscere il
governo di Franco insediato a Burgos. In quel periodo, fine
febbraio, Albert James annunciò ad Amelia che sarebbe andato
in Messico. Aveva chiesto da tempo un'intervista a Lev Trockij e
finalmente il politico russo gliel'aveva concessa. A quell'epoca
viveva in Messico, l'ultima tappa di un lungo esilio che era
iniziato in Kazakistan e, passando dalla Turchia, dalla Francia e
dalla Norvegia, si era concluso laggiù.
Io accompagnavo Amelia in ufficio da James e me ne stavo lì
buono buono in un angolo a leggere per non disturbare. Mio
padre usciva al mattino presto per andare a cercare un lavoro
con cui mantenerci e grazie all'aiuto di alcuni compagni
francesi ogni tanto riusciva a ottenere qualche impiego. Un
giorno assistei a una discussione tra Amelia e Albert James.
Lui era chiuso nel suo ufficio a scrivere quando ricevette una
telefonata che gli comunicava la data in cui Trockij l'avrebbe
ricevuto per l'intervista. Era prevista per dieci giorni dopo e lui
avrebbe dovuto confermare subito se poteva recarsi in Messico.
Ovviamente, non esitò.
«Amelia, andiamo in Messico» annunciò uscendo dall'ufficio.
«Cosa? E perché devi andare fin laggiù?» domandò Amelia.
«Ho detto "andiamo", io e te. Mi hanno appena telefonato e
Trockij ha accettato di ricevermi. Non sai quanto ho dovuto
faticare per ottenere questa intervista. Dobbiamo essere là tra
dieci giorni.»
«Ma io non posso andarmene, e poi... be', non credo di
poterti essere utile là.»
«Ti sbagli, avrò molto bisogno di te. Sarai la mia interprete,
come quando siamo andati alla frontiera con la Spagna.»
«Ma Trockij parla francese...»
«Sì, però io non parlo spagnolo e in Messico si parla
spagnolo. Non voglio intervistare solo Trockij, ma anche la
gente che gli ha dato asilo laggiù e persino i suoi nemici del
Partito comunista.»
Discussero per un bel po'. Amelia non voleva lasciare soli me
e Josep, ma Albert James fu irremovibile e le ricordò che quel
viaggio faceva parte del suo lavoro.
Amelia disse a Danielle che doveva partire e che non sarebbe
tornata prima di un mese. Sapeva di mettere i Dupont nei
pasticci, affidandoci a loro, ma non aveva altra scelta, non
potendosi permettere di perdere il lavoro con James. Ad André
Dupont la notizia non fece affatto piacere, ma neppure lui aveva
alternative. Al suo ritorno, disse Amelia, ci avrebbe cercato una
sistemazione o, meglio, si sarebbe presa cura di me con tutte le
conseguenze, visto che Josep stava per arruolarsi nella Legione
Straniera.

Il professor Soler considerò concluso il racconto, così


d'improvviso, e devo ammettere che la cosa mi infastidì.
«Mio caro Guillermo, lei dovrà andare in Messico, io non so
cosa sia successo laggiù» annunciò lasciandomi sconcertato.
«Ma professore, che importanza ha? Mi racconti cosa
avvenne quando Amelia e James tornarono dal Messico.
Insomma: saranno andati, avranno fatto l'intervista e via.»
«Ah, no! Così non va. Le signore Garayoa l'hanno assunta
perché vogliono sapere nei minimi dettagli tutto ciò che
riguarda la vita di Amelia. Come avrà capito, le ricerche
storiche non sono un compito facile, tutt'altro.»
«Ma...»
«Niente "ma", Guillermo, lei deve colmare tutte le lacune.
Non sappiamo cos'è successo davvero in Messico, ma sarà
d'accordo con me che intervistare Trockij ha avuto la sua
importanza.»
«D'accordo, ci andrò, ma perché non mi racconta cos'è
successo al ritorno di Amelia? Poi, quando comincerò a scrivere,
metterò in ordine gli avvenimenti.»
«No, lei deve procedere un passo alla volta, mi dia retta. La
signora Laura mi ha chiesto di guidarla, ed è quello che sto
facendo. E adesso le dico che deve andare in Messico.»
Mi rassegnai a seguire i suoi consigli, anche se il viaggio si
fosse rivelato una perdita di tempo. In realtà non avevo idea di
come cercare le tracce di Amelia in Messico. Ma la fortuna era
dalla mia parte, perché mi telefonò Pepe, il caporedattore del
giornale, per annunciarmi che mi avrebbe mandato a casa dei
libri da leggere e recensire al più presto.
«Senti, tu non sei stato trockista?» gli domandai.
«Sì, e cosa c'entra adesso?» mi rispose stizzito.
«Trockij ha vissuto in Messico, vero?»
«Sì, è lì che l'hanno assassinato.»
«Credi che ci sia ancora qualche trockista in Messico?»
«Ma che scemenze! Cosa vuoi che me ne importi?»
«Mi serve un contatto con qualche trockista messicano.»
«Tu sei fuori di testa! Sono vent'anni che ho lasciato perdere
quella roba.»
«Va bene, ma sono sicuro che conoscerai qualcuno che mi
può aiutare. Cerco un trockista in Messico, mica un marziano
nel centro di Madrid.»
«Puoi dirmi perché? Non so in quali guai ti sei cacciato, ma
mi sto innervosendo...»
«Ti chiedo un aiuto, non credo che ti costi molto.»
Discutemmo per un bel po', ma alla fine lo convinsi a darmi
una mano. Mentre organizzavo il viaggio oltre oceano,
attendevo impaziente la telefonata di Pepe, che finalmente
arrivò.
«Ho perso tutto il pomeriggio per trovare qualcuno che
conoscesse qualche compagno in Messico. Alla fine mi è venuto
in mente un amico che ha lavorato per un certo periodo presso
la segreteria per le relazioni internazionali della LIGA. Lui ha
dato il numero di telefono di un giornalista messicano che
dev'essere più vecchio di Matusalemme. Chiamalo, ma non
coinvolgermi nei tuoi casini, non so nemmeno perché ti sto
aiutando.»
«Perché, pur essendo uno sfruttatore, pure tu hai un cuore.»
«Guillermo, non prendermi in giro che non sono
dell'umore!»
«Il nostro caro direttore ti sfrutta, anche se non quanto fa
con me, ma almeno ti paga meglio.»
«Senti, niente pistolotti! Prima mi mandi le recensioni dei
libri meglio è.»
In effetti, fui fortunato, perché telefonai al giornalista
messicano e lui si dimostrò entusiasta di aiutarmi.
Il vecchio collega si rivelò molto efficiente. Quando lo
chiamai dall'albergo per dirgli che ero arrivato, mi aveva già
fissato un appuntamento.
«Domani la aspetta il signor Tomás.»
«Ah, sì? Ottimo... e chi è il signor Tomás?»
«Un uomo sorprendente. È molto anziano, più di me,
quest'anno ne compie cento.»
«Cento anni?»
«Esatto, ma non si preoccupi, ha una memoria prodigiosa. Ha
conosciuto Trockij, Diego Rivera, Frida Kahlo...»
2

Tomás Jiménez si rivelò davvero sorprendente. A quasi


cent'anni, aveva ancora uno sguardo vivo e una memoria
straordinaria. Viveva a Coyoacán, una delle sedici delegazioni
amministrative di Città del Messico, con uno dei figli e la nuora,
che mi sembrarono vecchi quanto lui. Mi assicurò di avere più
di venti nipoti e una dozzina di bisnipoti.
Aveva dedicato la vita alla pittura e frequentato alcuni artisti
del gruppo di Diego Rivera e Frida Kahlo, anche se non aveva
fatto parte della cerchia di amici intimi della coppia.
La casa in cui abitava il signor Tomás era una vecchia
dimora, con un cortile interno che profumava di gelsomino
ombreggiato da diversi alberi da frutta. In realtà, rimasi
affascinato da Coyoacán, un'oasi di bellezza in mezzo al caos
della capitale messicana.
La signora Raquel, nuora del signor Tomás, mi raccomandò
di non stancarlo.
«Mio suocero gode di buona salute, ma ormai non è più un
ragazzino, perciò confido nel suo buon senso» mi avvertì.
«E così lei è il bisnipote di Amelia Garayoa. Bella donna,
sissignore, molto bella» mi disse il signor Tomás appena mi
vide.
«Lei l'ha conosciuta?»
«Sì, per caso. Lei arrivò a Città del Messico nel marzo del
1939 con un giornalista gringo. A quell'epoca ero un trockista e
cercavo di tenermi aggiornato su quel che succedeva intorno al
mio leader.»
«Frequentava Trockij?»
«Un po'. Aveva paura, Stalin aveva cercato di ammazzarlo
diverse volte e non si fidava di nessuno. Arrivare a lui non era
facile, anche se qui aveva molti sostenitori, tra cui io. Deve
visitare la Casa Azul.»
«La Casa Azul?»
«Sì, dove Trockij viveva con la moglie Natalia. Era la casa di
Frida Kahlo e adesso è un museo. Quando la sua bisnonna e il
giornalista arrivarono a Città del Messico, le cose non andavano
bene tra Trockij, Diego Rivera e Frida. Diego era un genio e
aveva un caratteraccio. Agiva in modo impulsivo e, pur
dichiarandosi trockista convinto, polemizzava apertamente con
lui. Litigarono perché Diego non aveva appoggiato Lázaro
Cárdenas, a cui, ovviamente, Trockij doveva molto. In realtà,
Trockij non si fidava troppo di Diego, lo ammirava come artista,
ma non lo considerava un politico. Dopo quello screzio, Trockij
e Natalia lasciarono la Casa Azul, ma rimasero a Coyoacán, in
una casa che oggi è diventata il Museo Lev Trockij.»
«Come ha conosciuto Amelia Garayoa?»
Il signor Tomás si prese il suo tempo prima di rispondere.
Tirò fuori una sigaretta, la accese e aspirò il fumo, poi continuò
il suo racconto.

Nel marzo 1939 alcuni galleristi che conoscevo mi invitarono a


partecipare a una mostra collettiva. Come può immaginare, per
me era molto importante. All'inaugurazione vennero molti
amici, soprattutto compagni trockisti, e uno di loro era in
compagnia di Amelia Garayoa e del giornalista statunitense
Albert James. Si chiamava Orlando, era anche lui un giornalista
e un dirigente del partito; faceva parte della cerchia di Trockij e
sembra che fosse l'intermediario di James per l'intervista.
Vede, era impossibile non notare la sua bisnonna perché era
bellissima. Sembrava molto fragile, quasi eterea; risvegliò
subito la mia curiosità e quella dei miei compari, anche se in
questo paese non ci piacciono particolarmente le donne magre.
Ma lei era speciale. Le confesserò che non l'ho dimenticata
anche perché lei ebbe il coraggio di dire che nella mia pittura
non c'era niente di geniale. Come può immaginare, quel giorno
ricevetti solo congratulazioni ed elogi niente affatto sinceri, ma
la sua bisnonna non si fece alcun problema a dirmi la verità. Il
mio amico Orlando ci presentò, senza rivelare che ero io
l'autore dei quadri che continuava a magnificare. A me sembrò
che Amelia facesse una smorfia e guardasse i dipinti con
indifferenza.
«Non le piacciono i quadri?» le domandai.
«Credo che il pittore padroneggi la tecnica del ritratto, ma
gli manca l'"anima"; no, non credo che sia un genio.»
Restammo tutti in silenzio, senza sapere cosa dire. Albert
James guardò infastidito Amelia e il buon Orlando rimase
sconcertato quanto me.
«Ah, le donne! Adesso danno il loro parere su tutto. Be',
signorina, anche se lei non se ne intende di pittura, lasci che le
dica che Tomás è uno dei migliori» la riprese il mio amico.
«Non sarò un'esperta, ma converrà con me che tutti siamo in
grado di capire quando ci troviamo di fronte a un'opera d'arte
geniale. E questi quadri, per quanto ben fatti, non sono niente
di speciale» insisté Amelia, che sembrava continuare a non
accorgersi che l'autore dei dipinti ero io.

I suoi commenti mi infastidirono, così li piantai in asso e andai a


sentire le lodi degli altri invitati. Era la mia giornata e lei me
l'aveva appena rovinata!
La rividi tre giorni dopo, a casa del mio amico Orlando, che
aveva organizzato una cena a cui disse che avrebbe partecipato
Trockij. Io avrei voluto parlargli, ma alla fine non venne. Come
le ho già detto, era ossessionato dalla sicurezza, perché Stalin
aveva cercato di ammazzarlo in più di un'occasione, e come sa,
alla fine ci riuscì.
Albert James era euforico. Aveva ottenuto l'intervista prima
del previsto.
«Pensavo che mi avrebbe fatto aspettare per giorni, e invece
me l'ha concessa appena arrivato. È un personaggio molto
interessante, peccato che continui a difendere gli eccessi della
rivoluzione» disse James.
«Eccessi? Crede che sia possibile far crollare un regime senza
spargere sangue? Vuole dirmi come hanno fatto gli statunitensi
a liberarsi dalla tirannia britannica? E cos'ha dovuto affrontare
il suo adorato Lincoln per mettere fine alla schiavitù? Mio caro
amico, senza il sangue la storia non avanza» dissi io convinto,
incitato dal mio amico Orlando.
«In Russia non c'era alternativa che farla finita con gli zaristi
e con tutti gli elementi controrivoluzionari, altrimenti sarebbe
stato impossibile per i lavoratori impadronirsi del paese.»
«Il problema non è la rivoluzione, ma il fatto che il
compagno Stalin non voglia condividere il potere con nessun
altro. Ha tolto di mezzo tutti i vecchi compagni bolscevichi»
aggiunse Orlando.

Oltre al gringo, Amelia era l'unica a conoscere bene l'Unione


Sovietica. Ma lo sa che soltanto in seguito mi resi conto di
quanto era stata prudente nei suoi commenti? Nonostante le
nostre domande su come si viveva a Mosca, Amelia non mosse
alcuna critica e non disse niente che potesse darci un indizio su
come stessero realmente le cose. Ci descrisse Mosca come
avrebbe fatto una guida turistica.
Le domandai come le era sembrato Trockij, visto che aveva
accompagnato Albert James per l'intervista.
«Credo che stia soffrendo molto. Non dev'essere facile vivere
in esilio sotto una costante minaccia di morte. Questo lo rende
estremamente prudente, diffidente; ha tutti i motivi per esserlo.
Mi ha impressionato di più Natalia.»
«Davvero? A me non è sembrata niente di speciale» replicai,
stupito che la moglie di Trockij avesse attirato la sua
attenzione.
«Immagino che a prima vista Natalia non sembri una donna
speciale, ma lo è; ha seguito il marito in esilio, si prende cura di
lui, lo coccola, lo protegge e lo perdona» affermò Amelia.
«Ah, le hanno già raccontato i pettegolezzi su Trockij!»
esclamò Orlando. «Mi creda, può aver avuto qualche avventura,
come qualunque uomo, ma non è un donnaiolo.»
«Io credo che vivere con un uomo come lui e in simili
circostanze sia un atto eroico» sentenziò Amelia.

Come lei sa, si dice che Trockij e Frida Kahlo avessero una
relazione. Una cosa senza importanza per entrambi, visto che
per Frida non esisteva nessun altro oltre a Diego e di certo
Trockij aveva bisogno di Natalia. Ma le donne non capiscono gli
uomini e li giudicano superficialmente. Frida era molto speciale
e... come avrebbe potuto Trockij resistere a una donna così?
Amelia e Albert James rimasero ancora per qualche giorno a
Città del Messico. Il giornalista voleva saperne di più sulla
polizia messicana e ottenne perfino un'intervista con il
presidente Lázaro Cárdenas; inoltre incontrò alcuni spagnoli
arrivati qualche mese prima. Fui proprio io a metterlo in
contatto con alcuni di quegli esiliati, tra cui il mio amico José
María.
José María Olazaga era basco ed era scappato attraversando
la frontiera con la Francia poco dopo che le truppe di Franco
avevano sconfitto le forze repubblicane e conquistato le
Asturie, Santander e i Paesi Baschi.
Era arrivato a Città del Messico insieme alla moglie, al figlio,
e a un ragazzo che gli faceva da segretario. Facevano parte dei
nazionalisti baschi e, pur non avendo rivestito ruoli importanti
nel partito, erano entrambi molto noti.
Proposi ad Albert James di incontrare José María, perché lui
avrebbe potuto raccontargli come si stava organizzando l'esilio
spagnolo in Messico. James accettò subito e lo accompagnai
all'appuntamento con il mio amico che, come Trockij, si era
stabilito a Coyoacán.
Oggi Coyoacán è uno dei tanti sobborghi di Città del Messico,
ma all'epoca era un piccolo paesino distante dieci chilometri dal
centro della capitale. Il mio amico aveva messo su una
tipografia che andava piuttosto bene, dove gli esiliati
stampavano la loro propaganda e i manifesti.
José María ci aspettava ansioso perché gli avevano detto che
il giornalista statunitense era in compagnia di una spagnola.
Non immagina che spavento quando, appena entrati in casa del
mio amico, sentimmo Amelia lanciare un urlo tremendo. Era di
sorpresa, di gioia. Insieme a José María c'era un ragazzo, il suo
segretario, che si chiamava Aitor. Lui e Amelia si conoscevano;
come ci raccontarono in seguito, la sorella di Aitor era stata la
cameriera di Amelia.
«Mio Dio! Non può essere!» gridò Amelia.
Si abbracciarono e Amelia scoppiò in lacrime, mentre Aitor
tratteneva le sue.
«Ma cosa ci fai qui? TI pensavo con tua madre alla cascina...»
gli disse Amelia.
«Sono scappato. Ho aiutato il signor José María e la sua
famiglia a passare la frontiera. Ricordi quando ti insegnai i
sentieri dei pastori che andavano in Francia? Siamo riusciti a
percorrerli per miracolo. Passato il confine, pensavo di tornare
indietro, ma...»
«Ma io gli ho consigliato di non farlo» intervenne José María.
«Era troppo rischioso. La gente sapeva che lavorava con noi ed
era in pericolo. Sa cosa sta succedendo: i fascisti vanno nei
villaggi e c'è sempre qualcuno disposto a denunciare il vicino.
Stanno ammazzando molta gente, non pensi che tutte le perdite
avvengano al fronte.»
«E tu cosa ci fai in Messico? Edurne ci ha detto.... Be', so che
sei andata in Francia» disse Aitor, un po' in imbarazzo.
«Sì. Immagino che ti avranno raccontato tutto.»
Aitor chinò il capo e mormorò un "sì" quasi impercettibile.
Sia lui sia Amelia parevano molto a disagio.
«Mia sorella è sempre da tua cugina Laura» spiegò Aitor.
«Credo che stiano bene, anche se ormai è da molto tempo che
non ho più notizie di loro.»
«E tua madre, i tuoi nonni?» si preoccupò Amelia.
«So che sono sempre alla cascina. Li hanno portati alla
caserma della Guardia Civil per interrogarli, ma poi li hanno
rilasciati. Li conosci, sai che non si sono mai occupati di
politica.»
«Dimmi le ultime notizie che hai avuto a proposito della mia
famiglia...»
«Le cose per loro non vanno tanto bene. Tuo marito... be', si
era arruolato con le truppe repubblicane e, a quanto ne so, era
stato ferito, ma poi è guarito ed è tornato a combattere al
fronte; adesso ignoro che fine abbia fatto. Anche tuo padre e tuo
zio sono stati richiamati, mentre le donne sono rimaste a
Madrid. Mia sorella è con tua cugina Laura e... sai che è
diventata socialista o comunista?»
«Lo so. Hai qualche notizia di mio figlio?»
«L'ultima cosa che ci ha raccontato Edurne è che a volte
accompagna tua cugina Laura a vederlo quando la balia, credo
si chiami Águeda, lo porta a passeggio. Tuo marito non vuole
più saperne della tua famiglia, ma sembra che quell'Águeda sia
una brava donna e di nascosto permette ai tuoi genitori e ai tuoi
zii di vedere Javier. Visto che il bambino ormai parla e Águeda
teme che lo dica a suo padre, si sono messi d'accordo in modo
che lo guardino da lontano quando lei lo porta fuori a
passeggio, ma senza avvicinarsi, perché sanno che, se tuo
marito venisse a saperlo, licenzierebbe la povera Águeda.»
Amelia tratteneva a stento le lacrime. Non bisognava essere
particolarmente perspicaci per capire che si sentiva umiliata. Le
tremava il labbro inferiore e si tormentava le mani.
«Tornerai in Spagna?» domandò Aitor.
«E come? È impossibile, può darsi che mi abbiano schedata
come comunista, non lo so.»
«È iscritta al partito?» volle sapere José María.
«Be', sono iscritta al Partito comunista francese, in Spagna
non mi sono mai tesserata.»
«Allora non è schedata. Magari le permetteranno di
rientrare» spiegò José María.
Credo che proprio in quel momento la possibilità si fece
strada nella testa di Amelia.
«E tu? Resterai a vivere in Messico?»
Aitor tacque, ma José María parlò per lui.
«Suppongo che siate persone fidate, perciò possiamo essere
sinceri. Per ora è meglio restare qui: a quanto sappiamo, il
governo francese si sta comportando male con gli spagnoli, al
contrario di quanto avviene in Messico. Dovremmo aiutare
coloro che sono rimasti in patria e chi vuole scappare, ora che
la Francia ha deciso di chiudere le frontiere. Proprio di questo
stavamo parlando ieri: Aitor conosce i valichi e, anche se è
molto rischioso, forse lui è più utile alla frontiera con la Spagna.
Ma non abbiamo ancora deciso nulla. Prima dobbiamo capire
cosa sta succedendo esattamente e se questa maledetta guerra
finirà una volta per tutte.»
«I fascisti stanno vincendo» assicurò Amelia.
Guardammo tutti Albert James, in attesa che confermasse
quello che diceva Amelia e ci informasse sulla situazione reale.
«Amelia ha ragione, la repubblica ha perso la guerra. È
questione di settimane perché finisca» disse il giornalista.
«Cosa pensa che succederà?» domandò José María.
«Non lo so, ma è difficile pensare che Franco possa
perdonare quelli che hanno combattuto per la repubblica. I
sopravvissuti di entrambe le fazioni dovranno ricostruire un
paese distrutto e affrontare un'altra battaglia, questa volta
contro la miseria e la fame.»
«E le potenze europee?» domandò Aitor.
«Non hanno mai considerato la guerra di Spagna come un
loro problema. La Francia e la Gran Bretagna hanno ormai
riconosciuto il governo di Burgos; la Germania e l'Italia sono
alleate di Franco. No, non fatevi ingannare: la Spagna è sola, lo
era durante la guerra e lo sarà a partire da adesso. Non è una
priorità per nessuno» disse James.
«Allora forse dobbiamo cambiare programmi e Aitor deve
rientrare quanto prima. Abbiamo degli amici dall'altra parte del
confine, in Francia; là non avrà problemi e potrà aiutare la
gente a passare o magari organizzare la Resistenza
all'interno...» rifletté José María.

Eravamo rimasti sconvolti dalla crudezza del racconto di Albert


James. José María e Aitor non erano certo ingenui, ma
probabilmente nutrivano ancora la segreta speranza di poter
salvare la Spagna, e se stessi, da Franco.
Nei giorni seguenti, Amelia e Aitor passarono insieme tutto il
tempo che poterono. José María fu stupito di sentirli parlare in
basco. Nessuno di noi li capiva, nemmeno lui. L'euskera di allora
si parlava nelle campagne e non era certo una lingua che ai
borghesi interessava conoscere, al contrario, perciò sembrava
strano che Amelia l'avesse imparata.
«Vedo che non hai dimenticato» le disse Aitor.
«In realtà non sapevo di ricordarmelo, è da così tanto tempo
che non lo parlo...»
«Mia madre diceva che eri molto portata per le lingue.»
«La mia cara Amaya! È sempre stata così buona e affettuosa
con me...»

Tomás Jiménez chiuse gli occhi e mi spaventai al pensiero che


gli stesse succedendo qualcosa. Ma li riaprì subito.
«Non si allarmi, Guillermo: se chiudo gli occhi ricordo meglio
e posso vedere Amelia e i miei amici. Aitor e José María diedero
ad Amelia vari numeri di telefono e indirizzi di compagni del
Partito nazionalista basco che erano riusciti a rifugiarsi in
Francia. Aitor disse ad Amelia che se fosse tornato l'avrebbe
cercata. Suppongo che l'abbia fatto, perché due mesi dopo se ne
andò. José María rimase in Messico e non fece mai più ritorno in
Spagna. Purtroppo è morto prima di Franco.»
La signora Raquel mi salutò raccomandandosi che tornassi a
trovarli prima di lasciare Città del Messico.
Non mantenni la promessa, perché ero così coinvolto dalla
storia della mia bisnonna che pensavo solo a scrivere il
racconto e a trovare qualcuno che mi rivelasse il seguito.
Telefonai a Victor Dupont: non sapevo se Pablo Soler e
Charlotte si trovassero ancora nella capitale francese. Mi
confermò che avevano fatto ritorno a Barcellona. Era chiaro che
il filo conduttore della mia storia continuava a essere lo storico,
perciò la mia prossima meta era la Spagna.
«La invito domani a pranzo, così avremo tutto il pomeriggio
per parlare» mi propose Soler quando gli telefonai.
Arrivai puntuale all'appuntamento con il professore.
Ammetto che mi stava diventando simpatico e ormai ogni volta
che ci vedevamo mi stupiva con qualche rivelazione. Durante il
pranzo gli descrissi la mia trasferta messicana e lui attese il
dolce per raccontarmi quello che accadde quando Amelia e
Albert James rientrarono a Parigi...

Fummo contenti di riavere Amelia tra noi. Danielle Dupont


diceva che si era abituata alla "piccola spagnola" e che la casa
sembrava vuota senza di lei. Anche il signor Dupont era
d'accordo sul fatto che bisognasse festeggiare. Credo che per
Josep fu un sollievo che fosse tornata: lei era il suo angelo
custode, la sua protettrice. Amelia volle essere messa al
corrente della situazione in Spagna.
«A Madrid, il generale Casado, appoggiato da Julián Besteiro,
ha preso il controllo della situazione, esautorando il governo di
Negrin. Sembra che stia negoziando con il governo di Burgos
per mettere fine alla guerra e che sia ormai questione di giorni»
riferì Josep con un filo di voce.
La previsione si rivelò errata, perché appena il giorno dopo,
il 28 marzo 1939, le truppe nazionaliste entrarono nella
capitale. Per Amelia e Josep fu una mazzata. Pur aspettandosi la
notizia, in realtà non erano pronti a riceverla.
Il peggio accadde quando il 1° aprile Albert James si presentò
a casa con un foglio in mano.
«Mi dispiace, l'ho appena ricevuto: è l'ultimo bollettino di
guerra.»
«Leggilo» lo pregò Amelia.
«"Oggi, dopo aver catturato e disarmato l'esercito rosso, le
truppe nazionaliste hanno raggiunto gli ultimi obiettivi militari.
La guerra è finita." È firmato dal generale Francisco Franco.»
Amelia scoppiò a piangere e neppure Josep riuscì a
trattenere le lacrime. Anche la signora Dupont, Victor e io
fummo contagiati. Solo mio padre e Albert James riuscirono a
controllarsi.
«Andrò in Spagna» disse James ad Amelia. «Chiederò i
permessi necessari per recarmi a Madrid.»
«Vengo con te» replicò Amelia asciugandosi le lacrime con il
dorso della mano.
«Non mi sembra una buona idea, non sappiamo cosa può
succedere» fece notare Albert James.
«Allora ci andrò da sola! Voglio tornare a casa mia, voglio
avere notizie dei miei. Ho un figlio, dei genitori, un marito...»
disse singhiozzando.
«Vedrò quello che posso fare.»
Albert James se ne andò con la promessa di tornare più tardi
con altre notizie e anche mio padre uscì per incontrare alcuni
compagni e cercare di avere informazioni.
Quella sera, dopo aver cenato tutti insieme, restammo a
parlare fino all'alba.
Josep disse che non aveva altra scelta che arruolarsi nella
Legione Straniera; non voleva tornare in uno di quei campi di
rifugiati dove si assiepavano migliaia di spagnoli in fuga dalla
guerra. Chiese ad Amelia di riportarmi in Spagna e di provare a
rintracciare Lola.
«Con sua madre starà meglio.»
«Ma potrebbero averla arrestata, o magari è scappata»
ipotizzò Amelia.
«Ci avrebbe trovati. Conosco Lola, so che è rimasta per
combattere fino alla fine. Vi ho già raccontato che le ho chiesto
di passare la frontiera con noi, ma non ha voluto. Comunque,
anche se non trovi Lola, sua madre può occuparsi di Pablo. Vive
a Madrid, all'angolo di plaza de la Paja. È una brava donna e non
si è mai cacciata nei guai, non credo che i fascisti se la
prenderanno con lei.» Il tono di Josep non ammetteva repliche.
Io dissi che non volevo separarmi da mio padre per andare a
stare da mia nonna, e Danielle, che era un donna molto
generosa, si offrì di badare a me finché la situazione in Spagna
non si fosse chiarita, ma Josep fu inflessibile. Sapeva che, in
quel momento, per noi non c'era futuro in Francia. Le notizie
che ci arrivavano sui campi profughi erano terribili, i francesi
erano sopraffatti dalla valanga di rifugiati. Nel campo di Bram
avevano sistemato gli anziani; ad Agde e a Riversaltes c'erano i
miliziani, soprattutto catalani; a Sepfonds e Le Vernet avevano
concentrato operai e intellettuali, come a Gurs.
Albert James ottenne il permesso per recarsi in Spagna. Era
pericoloso perché, anche se la guerra era finita, i franchisti
volevano farla pagare a chiunque avesse combattuto dalla parte
dei repubblicani. James temeva per Amelia, ma lei diede prova
di grande coraggio. Assicurò a Danielle che, se fosse tornata in
patria con un giornalista statunitense, i franchisti non le
avrebbero fatto niente, ma nemmeno Albert James ne era sicuro
al cento per cento.
Amelia, Albert e io raggiungemmo in auto la frontiera. Albert
guidava una buona macchina per l'epoca, ma il viaggio da Parigi
mi sembrò eterno.
Alle otto del mattino del 10 maggio arrivammo a Irún.
C'erano soldati e guardie dappertutto. Due guardie di frontiera
ci ordinarono di scendere dall'auto. Albert James non se la
cavava bene con lo spagnolo, perciò Amelia prese in mano la
situazione.
«Dove andate?» domandò la guardia.
«A Madrid.»
«E perché ci andate?» insisté la guardia mentre il suo collega
esaminava i nostri passaporti.
«Il signor James è un giornalista americano e vuole scrivere
un reportage sulla Spagna dopo la fine della guerra.»
«E lei invece chi è?»
«Sono l'assistente del signor James, la sua interprete. Come
le ho detto, è americano, lo può vedere dal suo passaporto.»
«E il ragazzino? Perché viaggia con voi?»
«Sono amica dei suoi genitori e, siccome vivo a Parigi,
l'hanno mandato a stare da me per evitargli i disastri della
guerra; adesso lo riporto dai suoi, che spero siano vivi.»
«I genitori sono dei nostri?» volle sapere la guardia.
«Sono bravissime persone, onesti e lavoratori, e hanno
combattuto strenuamente per la Spagna.»
«E dove sono i documenti che attestano che il bambino è
affidato a lei?» domandò la guardia.
«Crede forse che durante la guerra qualcuno si sia
preoccupato dei suoi documenti? È già tanto che siano riusciti a
mandarlo a Parigi per metterlo al sicuro.»

Le guardie parlarono tra loro per un bel po' e alla fine dovettero
arrivare alla conclusione che un giornalista americano, una
giovane donna e un ragazzino non potevano essere pericolosi,
quindi ci lasciarono passare.
Amelia, che da poco aveva iniziato a fumare, si accese una
sigaretta appena risalimmo in macchina.
«Sei molto abile a evitare le domande» le disse Albert James.
«Come fai a saperlo se non capisci lo spagnolo?»
«Lo capisco abbastanza, ma fatico a parlarlo. Hai un notevole
autocontrollo! Naturalmente me ne ero già accorto a Mosca.»

Impiegammo quasi dodici ore a raggiungere Madrid, non solo a


causa del pessimo stato delle strade, ma perché c'erano truppe
ovunque.
Arrivati in città, Albert James ci portò in un albergo nei
pressi della Gran Via, il Florida, raccomandatogli da un collega.
Il Florida era stato il luogo di ritrovo dei giornalisti stranieri
che facevano informazione dalla parte repubblicana. L'albergo
aveva subito le devastazioni della guerra e non era in buono
stato, perciò Albert James si ricordò di un altro indirizzo, quello
di una pensione non lontana, dove un fotografo americano suo
amico aveva alloggiato per buona parte del conflitto.
La proprietaria era una donna minuta e così magra da
sembrare denutrita. Ricordo che ci accolse piena di gratitudine.
«Non ho nemmeno un ospite, perciò potete scegliere la
stanza. Non vi garantisco di riuscire a darvi da mangiare,
perché in giro non si trova nulla, a meno di non provare al
mercato nero. Ah, mi chiamo Rosario.»
Le camere erano pulite e i balconi si affacciavano proprio
sulla Gran Via.
Quando Albert James spiegò alla donna che eravamo andati
da lei dietro segnalazione di un altro giornalista statunitense, la
signora Rosario sembrò guardarci con più simpatia.
«Bisogna stare attenti a chi ci si mette in casa, e soprattutto
a quel che si dice, perché adesso si rischia di finire in carcere
per il minimo commento.»
La signora Rosario ci raccontò che suo marito era stato un
funzionario del ministero delle Finanze e che, fino allo scoppio
della guerra, non le era mai mancato niente.
«Vivevamo bene, vedete com'è comodo questo
appartamento, ma poi il mio povero marito è stato arruolato ed
è morto al fronte, proprio sulla Sierra di Guadarrama. E in
guerra di qualcosa bisognava pur vivere, così ho iniziato a
prendere ospiti. Me l'ha consigliato una cugina che affittava due
stanze ai giornalisti stranieri e che mi ha mandato alcuni amici
dei suoi ospiti. Così, come potete vedere, sono sopravvissuta
grazie a quest'attività.»
«Lei è repubblicana?» le domandò Amelia.
«Ah, figliola, ormai fa lo stesso! Adesso dobbiamo adeguarci
alla situazione ed è meglio non fiatare. Prima della fine della
guerra Franco ha approvato la legge di Responsabilità politica, e
molta gente finisce in carcere; insomma, chiunque sia anche
solo sospettato di aver parteggiato per l'altra fazione viene
arrestato. Non perdonano.»
Erano quasi le dieci quando Amelia ci disse che sarebbe
andata a casa dei suoi genitori.
«Non posso aspettare fino a domani, non riuscirei a
dormire.»
«Ma è pericoloso uscire da sola a quest'ora» la ammonì
Albert. «Non sappiamo ancora com'è la situazione là fuori,
potrebbero arrestarti. Meglio se aspetti.»
Faticò a convincerla, ma ci riuscì. Quella notte Amelia non
chiuse occhio e all'alba ci svegliò.
Albert James disse che per prima cosa doveva accreditarsi
come giornalista presso le autorità franchiste. Voleva rendersi
conto di come stavano le cose, ma non aveva alcuna intenzione
di lasciarsi vincolare dalla censura franchista. Il suo obiettivo
era vedere e ascoltare per poi scrivere i suoi reportage sulla
Spagna del dopoguerra.
Propose ad Amelia di accompagnarlo, poi l'avrebbe portata a
casa dei suoi genitori e più tardi a cercare Lola, ma lei rifiutò.
Era nervosa e voleva andare subito a casa a chiedere notizie dei
suoi. Alla fine lui cedette e decisero che io sarei andato con lei a
casa dei genitori, mentre lui si organizzava per cominciare a
lavorare sui reportage.
Ricordo ancora l'impressione che mi causò la Madrid
dell'epoca. La miseria e la disperazione erano palpabili, ma
ugualmente evidente era l'euforia dei vincitori.
A piedi percorremmo la Gran Via verso Cibeles e da lì ci
inoltrammo nel quartiere di Salamanca, dove viveva tutta la sua
famiglia.
Ricordo come tremava mentre suonava il campanello della
casa dei genitori. Nessuno rispose alle sue chiamate impazienti.
Scendemmo le scale in cerca del portinaio, che non avevamo
visto entrando, e invece lo trovammo proprio nella guardiola.
«Signorina Amelia! Dio mio, che sorpresa!» L'uomo rimase a
bocca aperta quando la vide.
«Salve, Antonio, come sta? E sua moglie e i suoi figli?»
«Bene, tutti bene. Siamo sopravvissuti e ci riteniamo
soddisfatti.»
«A casa mia non c'è nessuno?»
Il portinaio, nervoso, si tormentò le mani prima di
rispondere. «Non lo sa?»
«Cosa dovrei sapere?»
«Be', nella sua famiglia sono successe certe cose...» rispose il
portiere, a disagio.
Amelia arrossì, umiliata di dover chiedere notizie della sua
famiglia. «Si spieghi, Antonio.»
«Senta, è meglio che vada a casa di suo zio. Lì le diranno
tutto.»
«Dove sono i miei genitori?» insisté Amelia.
«Non ci sono più, signorina Amelia. Suo padre... be', non lo
so con certezza, e sua madre... mi dispiace, ma la signora Teresa
è morta. L'hanno sepolta qualche mese fa.»

Il grido di Amelia fu lacerante. Si piegò su se stessa e temetti


che stesse per cadere. Io e il portiere la sorreggemmo. Rimase
inerte, in preda a un tremito convulso, e, anche se non faceva
per niente freddo, batteva i denti.
«Vede perché non volevo essere io a dirglielo...? Queste cose
è meglio venirle a sapere dalla famiglia» si lamentò il portiere,
spaventato di fronte a quella scena.
Con gli occhi pieni di lacrime, Amelia chiese di sua sorella.
«E Antonietta dov'è?»
«E andata a stare dagli zii, aveva problemi di salute.
Immagino che sia ancora lì.»
L'uomo ci fece entrare nella guardiola e offrì un bicchiere
d'acqua ad Amelia, che sembrava non riuscisse a riprendersi.
Era così fredda, così pallida, aveva un'aria così indifesa...
Andammo a piedi a casa dei suoi zii, a pochi isolati da lì.
Amelia, che non smetteva di piangere, mi teneva per mano, e
ricordo ancora la forza con cui me la stringeva.
Salimmo in fretta le scale. Amelia era ansiosa di sapere
cos'era successo ai suoi. Questa volta ci aprirono la porta alla
prima scampanellata e ci trovammo davanti Edurne, la figlia
della balia Amaya, la donna che si era presa cura delle bambine
Garayoa fin dalla più tenera età.
L'incontro tra le due donne fu emozionante. Amelia
abbracciò Edurne e lei, vedendola, scoppiò a piangere.
«Amelia! Che gioia, che gioia! Meno male che sei tornata.»
Le voci di Amelia e di Edurne fecero accorrere nell'ingresso
la signora Elena. La zia di Amelia per poco non svenne vedendo
la nipote.
«Amelia! Sei qui! Dio mio! Laura, Antonietta, Jesús, venite!»
La signora Elena prese Amelia per mano e la condusse in
salotto. Io le seguii spaventato. Mi sentivo un intruso.
Antonietta entrò nella sala seguita dai cugini Laura e Jesús.
Amelia cercò di abbracciare sua sorella, ma lei si ritrasse.
«No, non baciarmi, sono malata; ho avuto la tubercolosi e
non sono ancora del tutto guarita.»
Amelia la guardò sgomenta e d'improvviso si accorse
dell'aspetto sciupato di sua sorella.
Era magrissima e sul volto incredibilmente pallido
spiccavano gli occhi grandi e luminosi. Ma, per come era fatta
Amelia, ci sarebbe voluto ben più della tubercolosi per
impedirle di abbracciare sua sorella. Per un bel po' non ci fu
verso di separarla da Antonietta, che baciò accarezzandole i
capelli senza smettere di piangere. Laura si avvicinò alle cugine
unendosi al loro abbraccio.
«Quanto sei cresciuto, Jesús! E hai sempre l'aria così seria»
disse Amelia a suo cugino, che aveva all'incirca la mia età e
sembrava molto timido.
«Anche lui è stato male. Ha l'anemia. Abbiamo sofferto la
fame! E continuiamo a patirla» spiegò la signora Elena.
«E papà? Dov'è papà?» chiese con un filo di voce.
«Tuo padre è stato fucilato una settimana fa» mormorò la
signora Elena «e tua madre... mi dispiace Amelia, ma tua madre
è morta di tubercolosi prima della fine della guerra. Grazie a
Dio, Antonietta sembra stia guarendo, anche se è ancora molto
debole.»
Amelia ebbe una crisi isterica. Si mise a gridare, chiamando
"fascisti di merda" i nazionalisti, maledicendo Franco, giurando
che avrebbe vendicato suo padre. Sua cugina Laura e Antonietta
cercarono di calmarla.
«Cara, se qualcuno ti sente fucileranno anche te!» le disse la
signora Elena, angosciata, supplicandola di abbassare la voce.
«Ma perché? Perché? Mio padre era l'uomo più buono del
mondo!»
«Abbiamo perso la guerra» replicò piangendo Antonietta.
«Abbiamo fatto il possibile per ottenere un indulto» spiegò
Laura «ma è stato tutto inutile. Non sai quante volte ho scritto
implorando clemenza; abbiamo anche chiesto aiuto agli amici
che abbiamo tra i nazionalisti, ma non sono riusciti a fare
niente.»

A quel punto Amelia crollò, si buttò a terra e rimase con le


ginocchia strette al petto, piangendo sempre più forte. Laura e
Jesús la sollevarono e la aiutarono a sedersi sul divano. La
signora Elena si asciugò le lacrime con un fazzoletto e io mi
aggrappai alla mano di Edurne, perché mi sentivo perso in quel
dramma che sembrava non avere fine: come annunciò Laura a
sua cugina, anche la nonna Margot era morta.
«Aveva un problema di cuore, ma credo che si sia ammalata
per il dolore. La sua cameriera Yvonne ci ha detto che se ne è
andata nel sonno, l'ha trovata morta nel letto la mattina dopo.»

Quando Amelia sembrò avere recuperato il controllo di sé, la


signora Elena le spiegò cos'era successo.
«Abbiamo passato un periodo terribile, senza cibo, quasi
senza medicine... Antonietta si è ammalata e tua madre l'ha
curata giorno e notte, contagiandosi. Aveva l'anemia, era molto
debole, e quando c'era qualcosa da mangiare se lo toglieva di
bocca per darlo ad Antonietta. Non si è mai lamentata, è stata
forte fino all'ultimo. Inoltre, ha dovuto affrontare l'arresto di
tuo padre ed è stata la cosa peggiore. Ogni giorno andava alla
prigione a portargli qualcosa da mangiare, ma non sempre
riusciva a vederlo, purtroppo.»
«Perché l'hanno arrestato?» domandò Amelia con voce roca.
«Qualcuno l'ha denunciato; non sappiamo chi. Tuo padre è
stato al fronte, come tuo zio Armando, ed entrambi sono
rientrati a Madrid dopo essere stati feriti» spiegò la signora
Elena.
«Mio padre è in carcere» aggiunse Laura.
«In carcere? Perché?» Amelia sembrò alterarsi di nuovo.
«Per lo stesso motivo di tuo padre. È stato denunciato come
"rosso"» spiegò Laura.
«Ma né mio padre né lo zio sono mai stati rossi, erano della
sinistra repubblicana» replicò Amelia, consapevole di dire
un'ovvietà per tutti i presenti.
«Per Franco fa lo stesso, in questo momento l'unica cosa che
conta è da che parte stavi» disse Laura.
«Sono degli assassini» dichiarò Amelia.
«Assassini? Sicuramente, ma non sono stati soltanto i
nazionalisti; anche gli altri hanno ammazzato molti innocenti»
ribatté la signora Elena cercando un fazzoletto per asciugarsi le
lacrime.
Amelia rimase in silenzio, interdetta da quanto aveva appena
detto sua zia.
«Io sono monarchica, come tutta la mia famiglia, lo sai, e
come la tua povera madre. Vuoi sapere come è morto il mio
fratello maggiore? Come sai, Luis era zoppo e non era stato
chiamato alle armi. Un giorno è arrivato in paese un gruppo di
miliziani chiedendo se c'erano fascisti ed è stata loro indicata la
casa di mio fratello. Luis non era mai stato fascista, di destra e
monarchico sì, ma non fascista. A loro non importava, sono
andati a casa sua e, davanti alla moglie e al figlio, l'hanno
ammanettato e poi l'hanno portato via per sparargli un colpo in
testa, poco lontano. Suo figlio Amancio ha sentito lo sparo, è
uscito di corsa da casa e ha visto suo padre a terra, con un
proiettile in testa. Sai cosa gli ha detto il capo dei miliziani? Che
quella era la fine che avrebbero fatto tutti i nazionalisti e perciò
che facesse attenzione. Sì, ha detto una cosa simile a un
bambino di dodici anni.»
La signora Elena sospirò e bevve un sorso d'acqua dal
bicchiere che Edurne aveva messo sul tavolino del salotto.
«Ma ti racconterò di più, Amelia, perché sono sicura che ti
ricordi mia cugina Remedios, la suora. Quando eravate piccoli,
una volta vi abbiamo portati a trovarla al convento, vicino a
Toledo. Credi che mia cugina abbia mai fatto del male a
qualcuno? Si trovava in convento da quando aveva
diciott'anni... Una sera è arrivato un gruppo di miliziani, truppe
irregolari... Hanno violentato le dodici suore e poi le hanno
uccise. Solo perché erano suore.»
«Non posso crederci» affermò Amelia.
«È vero, è tutto vero» disse Laura.
«Posso citarti altri casi, di qualcuno più vicino a te... per
esempio, tua zia Montse.»
Amelia sussultò e si irrigidì. La zia Montse era l'unica sorella
di sua madre e lei e Antonietta le volevano molto bene. Non si
era mai sposata e passava lunghi periodi a Madrid insieme a
loro. Antonietta e Amelia adoravano le visite della zia, perché le
coccolava e le viziava più dei genitori.
«Si era rifugiata a Palamós, presso la masseria dei cugini. La
poverina pensava che in campagna non avrebbe patito la fame.
Non hai idea delle ristrettezze che abbiamo sofferto. La
disgrazia della tua famiglia catalana era che non erano
comunisti, né socialisti, né anarchici, né sostenitori di
Companys... Quei poveracci erano di destra! Erano brave
persone, onesti e lavoratori. Ma questo non importava a chi li
ha fucilati. I miliziani si sono presentati al villaggio e hanno
chiesto a quelli che stavano dalla loro parte se ci fossero dei
nazionalisti. Qualcuno gli ha indicato la masseria dei cugini di
tua madre e di Montse. Li hanno uccisi sul posto, la coppia di
anziani, i loro tre figli e tua zia. Dimmi, Amelia, non credi che
anche questo sia stato un assassinio?»
«Mamma, non dire queste cose!» Laura protestò per la
durezza del tono della signora Elena.
«Voglio solo che sappia che qui i nazionalisti hanno
assassinato i rossi e i rossi i nazionalisti, anche fuori dal campo
di battaglia, anche fuori dalla guerra. Chi devo odiare io,
Amelia? Dimmelo. Mio marito è imprigionato dai nazionalisti,
mio fratello è stato ucciso dai rossi. Chi devo odiare di più? Sai
una cosa? Li odio tutti» sentenziò la signora Elena.
«Dove si trova lo zio Armando?» domandò Amelia,
impressionata da quanto aveva sentito.
«Nel carcere di Ocaňa. L'hanno condannato a morte proprio
come tuo padre e abbiamo chiesto un indulto, abbiamo rivolto
ogni tipo di suppliche a Franco. Se è necessario, mi butterò ai
suoi piedi e lo implorerò per mio marito, non mi importa; se è
quello che vogliono, lo farò.»
«Mamma, calmati!» disse Jesús prendendole la mano.
«Mi dispiace, mi dispiace... io...»
«Tu te ne sei andata e non hai idea di quello che è successo
qui. Non so se sei stata felice o disperata, ma ti assicuro che
niente di quello che hai passato può essere peggio di quello che
abbiamo vissuto noi.»
Amelia abbassò la testa, umiliata dai rimproveri della zia.
Non era difficile intuire che si sentiva colpevole per aver vissuto
al sicuro a Buenos Aires, dove arrivavano solo gli echi della
guerra.
«E mio figlio? Sapete qualcosa di Javier...?» domandò
guardando Laura, perché non sopportava lo sguardo inquisitore
della zia.
«Javier sta bene. Águeda si prende cura di lui e lo adora.
Adesso è a casa dei nonni con il signor Manuel e la signora
Bianca. Loro... be', sai che erano di destra e adesso non corrono
alcun pericolo, ma Santiago...»
Laura sembrava non avere il coraggio di continuare. Sapeva
che sua cugina era allo stremo delle forze, che non avrebbe
sopportato altre brutte notizie, e dirle che Santiago era in
prigione sarebbe stato come darle il colpo di grazia.
«Anche Santiago è in prigione» disse infine Laura.
«Come vedi, questo paese è davvero impazzito. Santiago, così
come tuo padre e tuo zio, non è mai stato un radicale, né un
comunista, ma questo non l'ha salvato dalla prigione» aggiunse
la zia Elena.
«Anche lui si trova a Ocaňa?» si informò Amelia, sempre più
pallida.
«Sì, è là» rispose Laura.
«E i suoi genitori non possono fare nulla?» domandò Amelia.
«Hanno delle amicizie...»
«Credi che non stiano muovendo mari e monti per Santiago?
Stai certa di sì. Il signor Manuel era stato arrestato dalla polizia
segreta sovietica e si è salvato per miracolo. Sembra che
l'abbiano torturato. Sua moglie Bianca è riuscita a mandare un
messaggio a Santiago per avvisarlo dell'arresto del padre.
Santiago era al fronte, con il grado di comandante, e a quanto
pare era un ufficiale molto apprezzato dai superiori, che si sono
mobilitati per ottenere il rilascio del signor Manuel. Ma non è
stato facile. Pensa come sono andate le cose: il figlio al fronte
che combatte per la repubblica e il padre imprigionato da chi
diceva di difenderla. Sappiamo tutto questo da fonti indirette, è
stata Águeda a raccontarcele» spiegò la zia Elena.
«Tuo figlio è bello e molto simpatico. Siamo riusciti a
convincere Águeda a farcelo vedere quando lo porta a
passeggio, e lei ha accettato; di solito lo accompagnava vicino a
casa dei tuoi genitori, in modo che facessero finta di incontrarsi
per caso. Ma adesso che il bambino è cresciuto ed è diventato
un chiacchierone, lo guardiamo solo da lontano. Águeda ha
paura che Javier dica ai nonni che vede altre persone. E noi non
vogliamo compromettere quella brava donna. Javier le è molto
affezionato» spiegò Laura.
«Voglio vederlo, potete aiutarmi?» supplicò Amelia.
«Manderò Edurne ad aspettare nei dintorni della casa dei
tuoi suoceri e quando vedrà Águeda le chiederà se puoi vedere
tuo figlio» propose Laura.
Era ora di pranzo quando la signora Elena considerò finita la
conversazione. Fino a quel momento, io ero rimasto zitto
accanto a Edurne, senza azzardarmi a dire nemmeno una
parola. Pur essendo solo un adolescente, ero in grado di intuire
l'enorme sofferenza di Amelia.
Furono servite patate con un pezzo di lardo. Amelia non
toccò cibo e la zia Elena dovette obbligare Antonietta a
mangiare.
«Bambina, devi nutrirti, altrimenti non guarisci.»

Amelia spiegò che lavorava per un giornalista americano e che,


grazie a lui, avevamo passato la frontiera senza problemi. Li
informò anche che doveva rintracciare Lola per affidarmi a lei.
«Quella donna è stata la fonte di tutte le tue disgrazie»
proclamò senza mezzi termini la signora Elena. «Se non l'avessi
conosciuta e non ti avesse messo in testa le sue idee
rivoluzionarie, non te ne saresti mai andata.»
«No, zia, la colpa non è di Lola; sono io l'unica responsabile
delle mie azioni. So di essermi comportata male, di essere stata
egoista, me ne sono infischiata di tutto, senza pensare ai miei e
alle conseguenze. Nessuno mi ha obbligata a fare quel che ho
fatto.»
«Quella donna ti ha messo il diavolo in corpo, era piena di
risentimento, invidiosa, ti ha sempre odiato. O credi forse che
provasse simpatia per te, che rappresentavi tutto quello contro
cui combatteva?» insisté la signora Elena.
«Non gliene faccio una colpa» replicò Amelia.
Laura mi guardò e chiese a sua madre di cambiare
argomento. La signora Elena accettò controvoglia.
«Non vi ho chiesto di Melita, dov'è?»
«Tua cugina si è sposata. Non eri qui, perciò non l'hai
saputo.»
«Con chi?»
«Con Rodrigo, ti ricordi di lui? È un bravo ragazzo, in guerra
si è ritrovato dalla parte dei nazionalisti.»
«Ma quando si sono sposati?»
«Poco dopo l'inizio della guerra. Sono andati a vivere a
Burgos, lui è di quelle parti. Possiede dei terreni e una farmacia.
Stanno bene.»
«Scusa, non ricordo come si chiama lui...»
«Rodrigo Losada.»
«Hanno figli?»
«Sì, una bambina.»
«Non l'avranno chiamata Amelia, saremmo troppe...»
«L'hanno chiamata Isabel, come la madre di suo marito. Non
la conosciamo ancora, ha un anno» spiegò Laura.
«Bene, e adesso cosa pensi di fare?» volle sapere la signora
Elena.
«Non lo so, quello che è successo è orribile... Non avrei
potuto immaginare niente di quello che mi avete raccontato, la
morte dei miei genitori...»
«Abbiamo vissuto una guerra» ribatté la signora Elena,
accigliata.
«Lo so, zia, e capisco il tuo stato d'animo. Pensi che non mi
senta colpevole di non essere rimasta qui a condividere con voi
ogni disgrazia? Non mi perdonerò mai per la morte di mia
madre e per non aver fatto nulla per evitare che mio padre
fosse fucilato. Mi prenderò cura di Antonietta; torneremo a
vivere a casa, immagino che ci appartenga ancora, no?»
«Credi di poterti occupare di tua sorella? Antonietta ha
bisogno di cure, di assistenza continua che non penso tu sia in
grado di darle.» La signora Elena era dura come la pietra.
«Lavorerò per aiutare mia sorella: è quello che avrebbero
voluto i miei genitori.»
«No, Amelia, tua madre, il giorno in cui è morta, mi ha fatto
giurare che mi sarei presa cura di Antonietta e che sarebbe
rimasta a vivere con noi. Le ho chiesto cosa dovevo fare se
prima o poi tu fossi tornata e lei mi ha detto che, anche in
questo caso, Antonietta doveva restare con noi, con una
famiglia che la proteggesse.»

Amelia si alzò da tavola in lacrime. Non riusciva a sopportare le


parole della zia, le sembravano coltelli che le laceravano la
pelle. Laura e Antonietta la seguirono e io rimasi seduto e zitto,
senza alzare gli occhi dal piatto. Temevo che in qualunque
momento la signora Elena avrebbe potuto prendersela con me.
Quando tornarono, Amelia continuava a piangere.
«Zia, ti ringrazio per tutto quello che hai fatto per noi.
Capisco che mia madre non si fidasse di me e temesse per
Antonietta, perciò resterà qui finché non riuscirò a dimostrare
che sono in grado di prendermi cura di lei.»
La signora Elena non rispose. Era affranta, perché si rendeva
conto di aver ferito Amelia. Voleva bene a sua nipote, ma le
sofferenze patite durante la guerra l'avevano privata della
dolcezza che l'aveva caratterizzata in passato.
«Mamma, Amelia ha bisogno del nostro aiuto, ha già
abbastanza problemi» disse Laura.
«Mi dispiace, avrei dovuto parlarti in un altro modo. Hai
perso i genitori e sei sconvolta, e io... Sono davvero dispiaciuta,
Amelia. Sai che ti vogliamo bene e puoi contare su di noi per
qualunque cosa...»
«Lo so, zia, lo so» replicò lei, in lacrime.
«Domani andremo a trovare lo zio Armando» disse
Antonietta per cambiare argomento.
«In prigione?» domandò Amelia.
«Sì, in prigione, e andrò anch'io. Finora non sono uscita di
casa perché non mi sentivo bene, ma la zia Elena ha detto che
domani mi permetterà di accompagnarle. Se vuoi unirti a noi...»
suggerì Antonietta.
«Ma certo!»
Poi la signora Elena si interessò a quelli che erano i progetti
di Amelia. Voleva sapere se si sarebbe fermata a Madrid e dove,
e le offrì generosamente una stanza. Amelia spiegò alla zia che
lavorava per un giornalista statunitense che non parlava bene
lo spagnolo e che non avrebbe gradito di essere lasciato solo
alla pensione. Fu Laura che ebbe l'idea di ospitare in casa anche
Albert James.
«Possiamo affittargli una stanza allo stesso prezzo della
pensione. Un po' di soldi ci farebbero comodo, adesso che
riusciamo a stento a mantenerci» propose Laura.
La signora Elena ci pensò su. Senza dubbio la infastidiva non
poter accogliere il giornalista come ospite a casa sua, come
avrebbe fatto prima della guerra, ma la necessità e le sofferenze
subite l'avevano fatta diventare una donna pratica.
«Potrebbe dormire nella camera di Melita, che è chiusa da
quando si è sposata... E il bambino può stare nella stanza della
cameriera, in fin dei conti non abbiamo più persone a servizio, a
parte Edurne. Lo metterei insieme a Jesús, ma non sta ancora
bene e ha bisogno di riposare. Sì, c'è spazio a sufficienza per
ospitarvi tutti» acconsentì la signora Elena.
Amelia promise di parlarne ad Albert James. Per lei era un
sollievo stare con la sua famiglia, soprattutto in un momento in
cui la disgrazia si era abbattuta su tutti loro.
Laura ci accompagnò alla pensione della signora Rosario, per
aiutarci con i bagagli. Lì trovammo Albert James piuttosto
arrabbiato.
«È da mezzogiorno che ti aspetto!» rimproverò Amelia non
appena la vide.
«Mi dispiace... mi sono successe tante cose in queste ore.»
Amelia in lacrime gli raccontò l'accaduto: la morte dei
genitori, la malattia della sorella, gli altri eventi infausti che la
famiglia aveva affrontato. Lui sembrò calmarsi, ma non accolse
di buon grado l'idea di trasferirsi a casa della signora Elena.
«Vai tu, è normale che tu voglia stare con la tua famiglia, ma
io preferisco avere una certa indipendenza e mi troverò bene
qui, oppure prenderò una stanza in albergo. Visto in che stato è
il Florida, andrò al Ritz.»
Fu Laura, superando la vergogna che provava, a spiegare a
James che per loro sarebbe stato un aiuto affittargli una stanza,
dove gli garantì che nessuno l'avrebbe disturbato e avrebbe
potuto essere indipendente come se fosse stato in casa della
signora Rosario.
Lui esitò, ma alla fine si lasciò convincere. Non era difficile
capire che perfino le famiglie a cui in passato non mancava
niente adesso faticavano a mantenersi.
Così prendemmo le nostre cose e raggiungemmo a piedi la
casa degli zii di Amelia.
Era ormai tardi quando ci fummo tutti sistemati, ma Albert
James propose ad Amelia di andare a casa di Lola per affidarmi a
lei.
Non vedevo l'ora di rivedere mia madre. Lola era una donna
forte, decisa, con cui ero sicuro non potesse succedermi niente
di brutto. E poi volevo restare in Spagna: non volevo tornare in
Francia dove, nonostante tutto, o meglio, grazie ad Amelia, io e
mio padre eravamo sopravvissuti in modo dignitoso.
Arrivati a casa di Lola, nessuno seppe darci delle notizie. Lei
non si era più fatta vedere da quando, all'inizio della guerra,
eravamo andati a Barcellona, quindi Amelia propose di provare
all'indirizzo che Josep le aveva dato, in plaza de la Paja, dove
abitava mia nonna, la madre di Lola. Cominciai a tremare: non
osavo dirlo, ma preferivo restare con Amelia piuttosto che con
mia nonna. Dolores, mia nonna si chiamava così, non andava
d'accordo con mia madre e ricordavo che, tutte le volte che
andavamo a trovarla, le due litigavano sempre per le sue idee
politiche.
Fu abbastanza facile trovare la casa di mia nonna.
Suonammo il campanello, ma nessuno rispose e fu una vicina a
darci notizie dell'anziana donna.
«Dolores è all'ospedale. Soffre di asma e ha avuto una crisi
che per poco non l'ha uccisa. Sta molto male, povera donna. E
ha subito tante privazioni...»
Amelia le chiese se sapesse qualcosa di Lola, ma la vicina
assicurò di non averla vista da prima della guerra.
«Lola non si è mai preoccupata molto di sua madre, per lei
veniva prima la rivoluzione. Del nipote di Dolores, Pepe, si dice
che sia stato ammazzato dai comunisti perché era del POUM»
mormorò, guardandosi intorno nel timore che qualcuno potesse
sentirla.
Andammo all'ospedale e una suora ci condusse nella stanza
dove era ricoverata mia nonna. Me la ricordavo a malapena, e
mi fece impressione sapere che quella vecchia con i capelli
bianchi e lo sguardo assente era lei.
La poverina non mi riconobbe e scoppiò a piangere quando
Amelia le disse chi ero.
«Lei è la signorina amica della mia Lola! E lui è mio nipote?
Come si è fatto alto! Dov'è tua madre? Sono mesi ormai che non
ho sue notizie, spero che non l'abbiano fucilata; i nazionalisti
stanno ammazzando tutti quanti. Nemmeno i rivoluzionari
sono stati da meno. L'avevo detto a Lola: non posso perdonarvi
di aver ammazzato il mio Pepe solo perché era del POUM. I
rivoluzionari che ammazzano altri rivoluzionari... dove si è mai
vista una cosa simile? Lola odiava il POUM, diceva che erano
traditori.»
L'anziana donna promise di prendersi cura di me appena
fosse uscita dall'ospedale.
«Sono vecchia e ammalata, ma per mio nipote farò tutto il
necessario.»
La signora Elena sembrò rassegnarsi all'idea che stessi da
loro finché mia nonna Dolores non fosse uscita dall'ospedale,
soprattutto quando Albert James assicurò che avrebbe
provveduto al mio mantenimento per tutto il tempo che sarei
rimasto in quella casa.
Il mattino dopo Albert accompagnò la signora Elena, Laura,
Amelia e Jesús in carcere a far visita al signor Armando.
James voleva vedere da vicino una prigione spagnola e
sperava che la sua presenza non causasse problemi.
Dovette corrompere due funzionari per avere il permesso di
entrare in un lungo corridoio in cui, separati da una grata, i
detenuti e i loro familiari avevano a disposizione pochi minuti
per parlarsi. Il signor Armando si emozionò vedendo Amelia.
Zio e nipote non riuscirono a trattenere le lacrime
rammaricandosi della perdita del padre di Amelia, il signor
Juan, e di sua madre, la signora Teresa.
«È orribile, zio! Papà, mamma, la nonna Margot, la zia Lily...
e tutti gli altri membri della famiglia che abbiamo perso. Non so
come farò a sopportarlo» disse Amelia piangendo.
«Ce la faremo, tuo padre è stato forte fino all'ultimo
momento e, mentre lo portavano via, mi ha chiesto di baciarvi
da parte sua e di dire a te e ad Antonietta quanto vi voleva
bene.»
«Credi che mi avesse perdonato?»
«Ma certo, tuo padre ti voleva molto bene e, anche se non ha
mai capito il tuo comportamento, ti ha perdonato. La cosa che
più gli dispiaceva era che avessi abbandonato tuo figlio, era un
grande cruccio per lui. Si rammaricava tanto di non potersi
godere il suo unico nipote...»
Il signor Armando rivelò l'incertezza e la paura che
attanagliavano tutti i detenuti.
«Ogni giorno portano via qualcuno per fucilarlo... e a volte
perdi la speranza che arrivi l'indulto. Quante lettere avete
scritto chiedendo clemenza?»
«Papà, non ci arrenderemo» assicurò Laura.
«Non ci arrenderemo nemmeno quando saremo morti»
replicò rassegnato il signor Armando.
«Domani andiamo a trovare gli Herrera. Pedro Herrera era
un tuo amico, sei stato il suo avvocato e hai vinto per lui un
caso importante, ricordi? Adesso gode di molta influenza presso
Franco, sembra che abbia un nipote colonnello al quartier
generale dell'esercito e un cognato che ricopre un'alta carica
nella Falange. Anche a lui le cose vanno bene, credo che stia
facendo affari con il nuovo governo. Sono stata a casa sua e ho
parlato con la moglie, Marita, che mi ha promesso di
intercedere presso il marito. È stata di parola, perché ieri mi ha
mandato a dire che ci riceverà domani dopo le otto di sera,
quando torna dal lavoro. Vedrai che riusciremo certamente a
fare qualcosa» disse la signora Elena.

Uscita dal carcere, affranta, Amelia accompagnò Albert James


agli incontri che aveva fissato per il reportage. Rientrarono a
casa della signora Elena soltanto a tarda sera. A quel punto, io
avevo ormai trovato in Edurne la protezione che fino a quel
momento mi aveva offerto Amelia. Edurne mi consolava,
dicendomi che mia madre era una donna coraggiosa e che non
avrei mai dovuto dimenticarla. Feci anche amicizia con Jesús;
avevamo all'incirca la stessa età e, pur essendo lui un ragazzo
molto timido, che cercava di passare inosservato, scoprii ben
presto che aveva un gran senso dell'umorismo.
Due giorni dopo che ci eravamo trasferiti dalla signora Elena
Edurne rientrò a casa molto agitata.
«Águeda mi ha detto di trovarci oggi pomeriggio verso le
cinque all'ingresso principale del parco del Retiro. Lei si farà
trovare lì a passeggio con Javier. Mi ha anche raccontato che
rilasceranno Santiago, è questione di giorni. L'ha sentito dire
dal signor Manuel, che a quanto pare ha amici molto vicini a
Franco.»
Amelia scoppiò a piangere quando seppe che avrebbe potuto
rivedere suo figlio. La signora Elena decise che Laura,
Antonietta, Jesús, Edurne e io l'avremmo accompagnata.
Temeva che la nipote potesse avere una reazione inconsulta in
presenza del bambino.
Alle cinque in punto eravamo all'ingresso principale del
parco del Retiro. Aspettammo impazienti finché, mezz'ora
dopo, scorgemmo Águeda che teneva per mano Javier.
Laura cercò di fermare Amelia, ma lei corse verso il bambino
e lo abbracciò in lacrime. Non smetteva di baciarlo e il piccino si
spaventò e scoppiò a piangere.
«Per favore, signora, lo lasci!» disse Águeda, temendo che
qualche conoscente assistesse alla scena e soprattutto che Javier
raccontasse ai nonni che una signora l'aveva abbracciato fino a
farlo piangere.
Ma Amelia non le diede retta e tenne stretto Javier
riempiendolo di baci.
«Il mio bambino! Il mio bambino! Ma come sei bello! lì
ricordi della mamma? No, povero piccolo, come puoi ricordarti?
Ma io ti voglio tanto bene, figlio mio...»
Con l'aiuto di Antonietta, Laura riuscì a strappare Javier
dalle braccia di sua madre e a restituirlo ad Águeda.
«Ah, signora, cosa succederà se il signor Manuel e la signora
Bianca verranno a saperlo?» si lamentò Águeda.
«Ma io sono sua madre! Non potete negarmi di vedere mio
figlio» rispose in lacrime Amelia.
Javier, terrorizzato, non la finiva più di piangere.
«È meglio che ve ne andiate. Lo rivedrete un altro giorno,
adesso lo porto a passeggio, per tranquillizzarlo» aggiunse la
donna, francamente spaventata.
La cugina Laura e Antonietta riuscirono ad allontanare
Amelia da Águeda e dal bambino, che corse via spaventato.
Amelia era in lacrime e non riusciva ad ascoltare le parole di
conforto di sua cugina e di sua sorella.
Edurne, Jesús e io restammo in silenzio, senza sapere cosa
fare né cosa dire.
Di ritorno a casa della signora Elena, Antonietta obbligò la
sorella a bere una tisana di tiglio, molto carica, ma neanche
quella bastò a calmarla, tanto grande era il suo dolore. Solo
Albert James riuscì a farla reagire. Di solito la trattava con un
certo distacco, ricordandole che erano a Madrid per lavoro e
che non doveva lasciarsi abbattere dalle circostanze. A quel
tempo lo giudicavo un uomo duro, senza cuore; adesso capisco
che quel suo comportamento risvegliava in Amelia la paura di
restare senza lavoro, il che la stimolava a riprendersi perché
non se lo poteva permettere, né per se stessa, né per
Antonietta, né per il resto della famiglia.
Un esempio fu la decisione di Albert James di assistere alla
parata che Franco aveva organizzato il 19 maggio, nonostante le
proteste di Amelia.
«Io mi trovo qui per lavorare, e anche tu» le ricordò.
A quel punto Amelia tacque, consapevole di quanto fosse
prezioso per lei, e per tutti noi, il denaro che guadagnava
lavorando come interprete e segretaria del giornalista.
Alla parata ci recammo tutti, come aveva deciso la signora
Elena, timorosa che i vicini ci denunciassero per essere rimasti
a casa invece di dimostrare il nostro sostegno al Caudillo, come
ormai si faceva chiamare Franco. L'idea ci ripugnava; io, pur
essendo ancora un adolescente, odiavo Franco con tutte le mie
forze perché per colpa sua ero rimasto solo al mondo, e quindi,
come Amelia, Laura e Edurne, protestai, finché la signora Elena,
con l'aiuto di Albert James, non ci ordinò di tacere.
Il Paseo de Recoletos, dove avrebbe avuto luogo la parata,
non era lontano da casa, perciò ci andammo a piedi, in tempo
per prendere i posti.
In lontananza riuscimmo a distinguere Franco e Amelia
mormorò che le sembrava un "nano", ma la signora Elena le
diede un pizzicotto sul braccio intimandole di tacere.
Quel giorno Franco venne insignito della Gran Cruz Laureada
de San Fernando, che doveva essere l'unica decorazione che
non aveva e la più apprezzata nell'ambiente militare.
Albert James osservò ogni cosa con grande interesse e chiese
ad Amelia di tradurgli i commenti della gente intorno a noi. Fu
sorpreso dall'entusiasmo degli spettatori. Più tardi ci chiese
come fosse possibile un simile fervore da parte di una città che
era stata l'ultima a cedere a Franco. La signora Elena glielo
spiegò.
«Per paura, figliolo. Cosa vuole che faccia la gente? Abbiamo
perso la guerra, anche se ormai non so più se l'abbiamo persa o
l'abbiamo vinta. Nessuno vuole mettersi in mostra, ora, nessuno
è così spavaldo da osare criticare Franco. Non so se gliel'hanno
spiegato, ma la legge di Responsabilità politica punisce
chiunque abbia avuto qualcosa a che fare con i repubblicani e
può immaginare che, chi più o chi meno, tutti abbiamo parenti
da entrambe le parti.»
Amelia era molto scossa. Si era commossa nel vedere suo
figlio e non diede tregua a sua zia finché lei, seppur
malvolentieri, non acconsentì a mandare di nuovo Edurne a
parlare con Águeda per fissare un altro appuntamento.
Edurne tornò con buone notizie. Non aveva dovuto aspettare
molto che Águeda uscisse di casa e l'aveva seguita
discretamente finché non si erano allontanate abbastanza da
essere sicure che nessun conoscente le avvistasse. Águeda le
aveva detto che Santiago era stato rilasciato il giorno prima e
che era dimagrito e invecchiato, ma in fin dei conti era sano e
libero. Javier non si separava dal padre e quella notte aveva
dormito con lui.
Santiago aveva deciso di tornare a casa e di non restare dai
genitori. Quelle erano le buone notizie. Le cattive erano che
Águeda non si fidava a organizzare un altro incontro con
Amelia, per paura che Javier ne parlasse con suo padre. Non che
il bambino potesse davvero spiegare chi fosse quella signora
che lo abbracciava, ma Santiago poteva intuire che si trattava di
Amelia e Águeda temeva la sua reazione. L'unica possibilità era
che Amelia li guardasse da lontano, promettendo di non
avvicinarsi.
Ad Amelia le condizioni di Águeda parvero umilianti e prese
una decisione che ci spaventò tutti.
«Andrò a trovare Santiago. Gli chiederò perdono, anche se so
che non me lo accorderà mai, e lo supplicherò di lasciarmi
vedere mio figlio.»
La signora Elena cercò di dissuaderla. Anche Albert James le
suggerì di pensarci ancora un po', ma Amelia fu irremovibile e
accettò soltanto di farsi accompagnare a casa del marito.
3

Credo che fosse il pomeriggio del 22 o del 23 maggio quando


Amelia si presentò a casa del marito. Águeda trasalì quando si
trovò davanti le tre signorine Garayoa.
«Voglio vedere il signor Santiago» disse Amelia con un filo di
voce.
Águeda le lasciò nell'ingresso e andò di corsa a chiamare il
padrone di casa. Nel frattempo arrivò Javier, che si fermò a
osservare con curiosità le tre donne. Amelia cercò di prenderlo
in braccio, ma il bambino scappò via ridendo. Lei lo seguì e si
trovò faccia a faccia con Santiago.
«Cosa ci fai qui?» le domandò, livido di rabbia.
«Sono venuta a parlare con te...» rispose Amelia balbettando.
«Fuori da casa mia! Io e te non abbiamo niente da dirci.
Come osi presentarti qui? Non sai cos'è il rispetto? Vattene e
non tornare mai più!»
Amelia tremava. Cercava di trattenere le lacrime, conscia
che suo figlio Javier la stava guardando.
«Ti supplico di ascoltarmi. So di non meritare il tuo perdono,
ma almeno permettimi di vedere mio figlio.»
«Tuo figlio? Tu non hai figli. Vattene.»
«Per favore, Santiago! Ti supplico! Lasciami vedere il mio
bambino!»
Santiago la afferrò per un braccio e la spinse verso la porta,
dove Antonietta e Laura stavano aspettando nervose, dopo aver
udito la conversazione.
«Ah, sei venuta in compagnia! Fa lo stesso, nessuna è la
benvenuta in questa casa!»
«Non togliermi mio figlio!» supplicò piangendo Amelia.
«Hai pensato a tuo figlio quando sei scappata in Francia con
il tuo amante? No, vero? E allora adesso non so di quale figlio mi
parli. Vattene!»
Le cacciò di casa senza un briciolo di compassione per
Amelia. Santiago l'aveva amata con tutta l'anima; il suo dolore
era tanto intenso quanto lo era stato il suo amore e gli impediva
di perdonarla.
Dopo quel traumatico incontro, Amelia ebbe le convulsioni e
passò tre giorni a letto senza mangiare. Reagì solo quando la
signora Elena entrò nella sua stanza in lacrime per dirle che i
signori Herrera le avevano comunicato di non essere riusciti a
ottenere l'indulto per Armando Garayoa. C'era soltanto una
possibilità, le avevano detto in gran segreto, ed era parlare con
un uomo molto influente presso il nuovo regime che, in cambio
di denaro, procurava qualche indulto; purtroppo non sempre ci
riusciva, e in ogni caso non restituiva i soldi.
Albert James, che in quel momento era l'uomo di casa,
promise che avrebbe parlato con le autorità per cercare di fare
pressioni sfruttando il suo status di giornalista straniero, ma la
signora Elena e sua figlia Laura decisero di provare a rivolgersi
alla persona di cui avevano parlato gli Herrera, il cui nome era
Agapito Gutiérrez.
Costui aveva combattuto con i nazionalisti e aveva parenti
nelle alte sfere del regime e della Falange. Prima della guerra
era stato un trafficone senza arte né parte, ma sveglio, privo di
scrupoli e abile a sopravvivere; così non aveva avuto alcun
problema a farsi una posizione nell'esercito, intrallazzando con
l'intendenza e chiedendo favori a destra e a manca in quegli
anni di miseria e di ristrettezze.
In apparenza, ad Agapito Gutiérrez non mancava niente. Si
era sistemato in un ufficio di calle Velázquez, situato in un
vecchio palazzo signorile. Si potrebbe dire che fosse una specie
di "ufficio raccomandazioni", anche se formalmente si occupava
delle condizioni di chi era in carcere.
Una donna bruna, con una scollatura audace per l'epoca, che
disse di essere la segretaria (anche se sembrava piuttosto una
soubrette) fece accomodare la signora Elena, Laura e Amelia in
una sala dove aspettavano con impazienza altri postulanti, per
la maggior parte donne.
Rimasero lì per circa tre ore, in attesa del loro turno di
incontrare Agapito Gutiérrez.
Si trovarono davanti un ometto basso e grassoccio, con un
completo a righe e la cravatta fermata da uno spillo, scarpe di
vernice e un grosso anello d'oro alla mano destra.
Agapito lanciò una rapida occhiata a tutte e tre e fermò il suo
sguardo su Amelia. Anche se magra, era una bellezza bionda ed
eterea, che in qualsiasi altra circostanza sarebbe stata
irraggiungibile per un uomo come lui.
Le ascoltò con aria annoiata, ma senza togliere gli occhi di
dosso ad Amelia, con uno sguardo così bramoso da mettere a
disagio le tre donne.
«Bene, vedrò cosa posso fare, anche se, a quanto mi dite,
quel rosso di suo marito è messo male e io miracoli non ne
faccio. Le mie intercessioni costano molto, perciò valutate se
siete in grado di pagare oppure no.»
«Pagheremo qualunque cifra» rispose subito Laura.
«Sono cinquantamila pesetas, sia che ottenga l'indulto sia in
caso contrario. Tutti quelli che vengono da me mi supplicano
per certa gentaglia, delinquenti che hanno arrecato molti danni
alla nostra nazione. Se non fosse che ho il cuore tenero...»
La signora Elena era livida. Non aveva cinquantamila pesetas
né sapeva come procurarsele, ma non disse niente.
«Se siete d'accordo, portatemi le cinquantamila pesetas, poi
tornate tre giorni dopo e vi farò sapere. Non serve che veniate
tutte; aspetto lei, signorina Garayoa» disse, rivolto ad Amelia.
«Me?» si stupì lei.
«Sì, in fin dei conti è la nipote e non è direttamente
coinvolta. Non è la prima volta che quando comunico cattive
notizie mi fanno certe scenate che non giovano alla mia
reputazione.»
Amelia arrossì e la signora Elena fu sul punto di dirgli che
non avrebbe mai mandato sua nipote, ma tacque. Era in gioco la
vita di suo marito.

Albert James si indignò quando fu messo al corrente


dell'accaduto. Disse che sarebbe andato a prendere a pugni quel
disgraziato, ma le tre donne lo supplicarono di non farlo. Non
potevano permettersi di mandare a monte la loro unica
possibilità di salvare lo zio Armando. Invece, la signora Elena,
rossa di vergogna, chiese a James di aiutarla a trovare
cinquantamila pesetas.
«Non mi resta altro che quello che c'è in questa casa e alcuni
terreni al paese; è tutto quello che posso offrirle in cambio, ma
le assicuro che quando mio marito sarà libero e si rimetterà al
lavoro le restituiremo fino all'ultima peseta.»
Amelia propose di dargli la casa dei suoi genitori in cambio
di quelle cinquantamila pesetas.
Perfino per Albert James era una cifra troppo alta, ma
promise che avrebbe fatto il possibile. Il giorno dopo, con
l'aiuto di Edurne, le donne si misero in contatto con un
ricettatore che diede loro mille pesetas per una coppia di
candelabri d'argento, la cristalleria veneziana, alcune statuette
di porcellana e due lampade di bronzo. Albert James non lo
disse, ma dopo molti sforzi riuscì a mettersi in contatto con i
suoi genitori, a cui chiese di depositare in banca un "pagherò"
del valore di cinquantamila pesetas che potesse riscuotere in
Spagna. Era una cifra così spropositata che suo padre all'inizio
si rifiutò di prestargliela.
«Te li restituirò, ma da qui non posso fare altro e ho bisogno
urgente di quella somma per salvare una vita. Mettiti in
contatto con una banca, con la nostra ambasciata, con chi vuoi,
papà, ma fammi arrivare quei soldi o non te lo perdonerò mai»
lo minacciò il giornalista.
Qualche giorno dopo il previsto, Amelia si presentò con il
denaro da Agapito Gutiérrez. Albert James la accompagnò fin
sulla porta dell'ufficio, temendo che la rapinassero per strada,
vista la somma che aveva con sé.
Agapito aveva una nuova segretaria: questa volta era una
ragazza con i capelli tinti di rosso e una scollatura ancora più
profonda di quella sfoggiata da colei che l'aveva preceduta.
L'uomo indossava lo stesso completo a righe, ma con una
cravatta diversa e una camicia su cui spiccavano i gemelli d'oro
massiccio.
«Però, non credevo che sareste riuscite a trovare
cinquantamila pesetas! Molte persone vengono da me sperando
che faccia loro la carità, ma nel campo degli affari sono molto
serio e chi vuole qualcosa deve pagare.»
Agapito la invitò a sedersi sul divano accanto a lui e, mentre
le parlava, le mise una mano sul ginocchio. Amelia si spostò, a
disagio.
«Non sarai una gattamorta?»
«Non so cosa vuol dire.»
«Una di quelle signorine leziose che non vedono l'ora che
l'uomo faccia quello che deve fare, ma lo nascondono dandosi
arie da grandi dame.»
«Sono venuta a portarle i soldi per l'indulto di mio zio.»
«Ma come? Fai la frigida con me? E se mi rifiuto di
intercedere per voi?»
«Ma cosa vuole?»
Nonostante le resistenze di Amelia, che lo graffiò, Agapito
Gutiérrez le si avvicinò e la baciò.
«Che gatta selvatica! Non fingere che non ti piaccia quanto
piace a me, non me la dai a bere!»

Amelia balzò in piedi e lo guardò con rabbia e disgusto, ma non


osò andarsene, temendo che Agapito si rifiutasse di sbrigare le
pratiche necessarie a ottenere l'indulto per suo zio Armando
Garayoa.
Il ruffiano si alzò e, guardandola negli occhi, sorrise, poi la
abbracciò.
«Mi lasci! Come osa? Lei è un mascalzone!»
«Non più di te. Ho preso informazioni su di voi e mi hanno
detto che sei una puttana che ha lasciato il marito e il figlio per
scappare con un francese. Quindi non fare la recita con me.»
«Ecco i soldi» gli disse Amelia consegnandogli un grosso
involto di carta da pacchi che conteneva le cinquantamila
pesetas. «Mantenga la sua promessa.»
«Io non ho promesso niente. Vedremo se concederanno
l'indulto a tuo zio, che non se lo merita perché è rosso.»
L'uomo prese la busta, la aprì e contò i soldi, una banconota
dopo l'altra, mentre Amelia lo osservava cercando di trattenere
le lacrime. Quando ebbe finito di contare, la guardò
freddamente, sorridendo.
«Il prezzo è aumentato.»
«Ma lei aveva detto cinquantamila pesetas! Non abbiamo
altro...»
«Pagherai tu. Dovrai fare quello che ti chiedo o tuo zio non
uscirà di galera e sarà fucilato. Mi occuperò io stesso di farlo
giustiziare al più presto.»
Amelia stava per crollare, voleva uscire da quell'ufficio che
puzzava di sudore misto a colonia scadente. Ma non lo fece,
sapeva che in quel caso suo zio Armando sarebbe stato
condannato.
Lui si rese conto di averla in pugno.
«Vieni qui, adesso io e te facciamo delle cose...»
«No, non facciamo un bel niente. Le lascio i soldi e, se mio zio
esce di prigione, allora...»
«Ma che puttana! Come osi pormi delle condizioni?»
«Verrò il giorno in cui mio zio uscirà di prigione.»
«Certo che verrai! Non credere che non mi pagherai!»
Amelia uscì dall'ufficio e attraversò la stanza in cui la
segretaria stava parlando al telefono limandosi le unghie. La
rossa le fece l'occhiolino con aria complice.

«Cosa ti è successo?» le chiese Albert James, preoccupato,


quando la vide uscire dal portone con le guance arrossate e gli
occhi pieni di lacrime.
«Niente, niente, quell'uomo è un mascalzone, non si
accontenta delle cinquantamila pesetas e non dà garanzie
sull'indulto di mio zio.»
«Salgo a dirgli un paio di cose. Vediamo se ha il coraggio di
dire a me che si tiene le cinquantamila pesetas per niente.»
Ma lei non glielo permise. Non gli disse nemmeno ciò che
quel miserabile pretendeva da lei. Sapeva che ormai il suo
destino era segnato e che solo un miracolo avrebbe potuto
salvarla dalle grinfie di quell'uomo.
L'attesa fu eterna. Amelia e Albert James uscivano al mattino
presto per andare a lavorare e a volte non rientravano fino al
pomeriggio inoltrato, sempre con qualcosa da mangiare
comprato alla borsa nera: una scatola di biscotti, una dozzina di
uova, un pollo, dello zucchero... La signora Elena continuava a
mandare avanti la casa con quel poco che aveva e io cercavo di
passare inosservato insieme a Edurne, che seguivo ovunque. In
un paio di occasioni, lei mi portò all'ospedale a trovare mia
nonna, ma la donna non migliorava, perciò la mia permanenza
a casa della signora Elena si protrasse.
Edurne aveva di nuovo parlato con Águeda e l'aveva
convinta a lasciare che Amelia vedesse da lontano il piccolo
Javier. La donna accettò, nonostante la paura che aveva di
Santiago, e Amelia rispettò l'impegno di non avvicinarsi al
bambino. Lo osservava a distanza, dominando il desiderio di
correre verso di lui e abbracciarlo.
Un giorno, di buon mattino, la signora Elena ricevette una
telefonata da Agapito Gutiérrez. L'uomo le annunciò che quella
mattina avrebbero firmato l'indulto per il signor Armando e che
il pomeriggio stesso sarebbe stato rilasciato, ma prima doveva
mandare Amelia nel suo ufficio. La signora Elena domandò
quale fosse il motivo, ma Agapito non diede spiegazioni, solo
l'ordine categorico di far venire la nipote, altrimenti il foglio
dell'indulto sarebbe andato perso.
La signora Elena scoppiò a piangere di gioia. La povera donna
era esausta per l'incertezza e la sofferenza. Per festeggiare, ci
permise di mettere un cucchiaio intero di zucchero nell'orzo.
«Non capisco cosa vuole quell'uomo... insiste che tu vada nel
suo ufficio da sola, perché deve parlarti di una cosa. E non vuole
dirmi il motivo, magari pretende più soldi...»
Albert James insisté per accompagnare Amelia
all'appuntamento con Agapito Gutiérrez, ma lei rifiutò.
«Hai un'intervista con l'ambasciatore britannico e non
voglio che la rimandi per me.»
«Ma non voglio lasciarti sola.»
«Non preoccuparti, l'unica cosa che? conta adesso è che mio
zio esca di prigione.»
Anche se controvoglia, Albert James non ebbe altra scelta
che accettare. Amelia era più nervosa di sua zia, e lui non
voleva contribuire ad alterare il delicato equilibrio che lei
dimostrava da quando era tornata in Spagna. La perdita dei
genitori, quella di suo figlio, oltre alle condizioni in cui aveva
trovato il suo paese, in preda alla miseria e, peggio ancora,
all'odio, avevano lasciato un segno nella sua anima.
Nel primo pomeriggio Amelia uscì per recarsi nell'ufficio di
Agapito Gutiérrez, mentre la signora Elena ordinò a me e a
Edurne di accompagnarla alla prigione, insieme a Laura, Jesús e
Antonietta, visto che era giorno di visita ed era possibile che
avessimo la sorpresa di tornare a casa con il signor Armando se
l'indulto fosse arrivato al direttore del carcere. Prima che
uscissimo, telefonò a Melita a Burgos per avvisarla che suo
padre sarebbe stato rilasciato.
Ciò che accadde quel pomeriggio nell'ufficio di Agapito
Gutiérrez Amelia lo raccontò alla cugina Laura, ma io, che avevo
l'udito fine e volevo tanto bene ad Amelia, non riuscii a
resistere e origliai da dietro la porta.

Amelia non dovette fare anticamera in quell'occasione. Quando


arrivò, la segretaria, la stessa rossa della volta precedente, le
fece l'occhiolino e, mentre la accompagnava nell'ufficio del suo
capo, le sussurrò all'orecchio: «Chiudi gli occhi e pensa che sia
un altro, anche se la cosa peggiore è l'odore, sentirai quanto
puzza di sudore».
Agapito era seduto dietro la scrivania di mogano e non la
degnò di uno sguardo. Continuò a leggere le sue carte senza
invitarla a sedersi. Dopo un po' la fissò dritto negli occhi.
«Sai per cosa sei venuta. O paghi o tuo zio non esce di
galera.»
«Le abbiamo già dato cinquantamila pesetas.»
«Stanno aspettando che telefoni per recapitare il documento
dell'indulto, vedi tu...» disse lui facendo spallucce.
«Allora telefoni.»
«No, prima devi pagare.»
«Pagherò quando avrà telefonato, dopo che l'avrò sentita
dire che recapitino l'indulto...»
«Non sei in condizioni di pretendere niente!»
«Adesso non ho niente, quindi non perderò niente; so quello
che vuole e pagherò, ma dopo che avrà telefonato.»
Agapito la guardò con disprezzo. Sollevò il ricevitore e fece
una telefonata. Parlò con un uomo che gli confermò che
l'indulto per Armando Garayoa era stato firmato e che sarebbe
stato mandato subito alla prigione.
Quando riappese, squadrò Amelia da capo a piedi.
«Spogliati.»
«Non è necessario...» balbettò lei.
«Fa' quello che ti ho detto, zoccola!»
Si avventò su di lei, schiaffeggiandola fino a farla cadere a
terra, poi le strappò i vestiti e la issò sulla scrivania di mogano,
dove la violentò.
Amelia oppose resistenza alla brutalità dell'uomo, ma lui era
un pazzo che si eccitava a farle del male. Quando ebbe finito, la
scaraventò di nuovo a terra. Amelia si rannicchiò, cercando di
nascondere il suo corpo a quel farabutto.
«Non mi è piaciuto, non me la sono goduta con tutti quei
piagnistei. Non servi nemmeno come puttana, frigida che non
sei altro.»
Amelia si alzò e si rivestì in fretta, temendo che la picchiasse
ancora. Nel frattempo, lui si riannodò la cravatta e la insultò.
«Posso andarmene?» chiese Amelia, tremante.
«Sì, vattene. Non so perché mi sono preso la briga di far
uscire tuo zio di galera; i rossi stanno meglio al cimitero.»

Quando Amelia tornò a casa, noi non eravamo ancora rientrati.


Quando arrivammo, Laura la trovò nella vasca da bagno, in
lacrime. Lei raccontò alla cugina le violenze subite, il disgusto
nel sentire l'alito ripugnante di quell'uomo, le botte ricevute, le
parole volgari che le aveva rivolto; a poco a poco, descrisse a
sua cugina tutto quello che aveva passato, ma lei non sapeva
come consolarla.
Laura obbligò Amelia a mettersi a letto. La signora Elena non
capiva quello che stava succedendo, o forse non voleva capirlo,
perché il volto di Amelia in realtà era fin troppo eloquente.
Nervosa, non la smetteva di parlare, annunciando che il giorno
dopo suo marito sarebbe uscito di prigione, come le era stato
confermato quel pomeriggio. Ordinò a Laura e ad Antonietta di
aiutare Edurne a pulire la casa, affinché il signor Armando
trovasse tutto com'era prima della guerra.
Amelia non volle alzarsi per cena e quando Albert James
insisté per vederla e per parlare con lei, Laura lo pregò di
lasciarla riposare fino al giorno dopo. La signora Elena mandò
tutti a letto per risparmiare sulla bolletta della luce, e James
andò a bussare delicatamente con le nocche alla porta della
stanza di Amelia. Io lo udii e saltai giù dal letto per sentire se
Amelia gli raccontava l'accaduto.
Mi giunsero i singhiozzi di lei e le parole di lui che cercava di
consolarla. Amelia gli disse quello che aveva fatto per salvare
suo zio e lui si rammaricò di non averla accompagnata per
affrontare quel porco. Giurò che il giorno dopo sarebbe andato
a vendicarsi di quel farabutto, ma Amelia lo supplicò di non
farlo, perché avrebbe potuto mettere in pericolo la sua famiglia.
Poi smisi di origliare, ma credo che lui l'abbia abbracciata per
confortarla e che quell'abbraccio fu il preludio a quanto
accadde qualche giorno dopo, quando diventarono amanti.

Il signor Armando uscì di prigione il mattino del 10 giugno. La


signora Elena lo aspettava emozionata e quando se lo ritrovò
davanti si strinsero all'ingresso del carcere. Lei piangeva, lui
tratteneva le lacrime.
Noi li aspettavamo a casa. Laura era nervosa e impaziente;
Antonietta era allegra come sempre, anche se in quei giorni
sembrava un po' più debole.
Laura si gettò tra le braccia del padre, che la strinse a sé
emozionato. Poi fu la volta di Jesús, di Antonietta, di Amelia e
infine di Albert James, che ringraziò per avere procurato le
cinquantamila pesetas.
«Può considerarmi ben più di un amico, perché le devo la
vita. Lei non mi conosceva affatto e ha pagato per la mia
scarcerazione: non saprò mai come ringraziarla. Stia sicuro che
le restituirò tutto; avrò bisogno di tempo, ma lo farò. Spero di
poter tornare a esercitare come avvocato, altrimenti farò
qualunque altro lavoro pur di mantenere la mia famiglia e
pagare il mio debito.»
I primi giorni dopo la scarcerazione furono pieni di
euforia. Melita, la figlia maggiore del signor Armando e della
signora Elena, venne da Burgos con il marito Rodrigo e la figlia
Isabel per festeggiare il rilascio del padre. La famiglia era felice,
e la piccola Isabel fu al centro delle attenzioni di tutti. Solo
Amelia non riusciva a scuotersi dallo sconforto di cui era preda
fin dal suo arrivo in Spagna.
Il signor Armando si godeva ogni momento e, mentre
assaporava le patate con il lardo o le lenticchie in umido, era
entusiasta di mangiare di nuovo "come un essere umano".
«In prigione mangiavamo fave con i vermi» ci raccontava
ridendo. «Galleggiavano nel brodo, ed è meglio che non
sappiate che gusto hanno i vermi, fortunate voi.»
Albert James aveva dato dei soldi a Edurne per comprare un
po' di provviste per festeggiare la scarcerazione del signor
Armando. Non che ci fosse granché ma, anche se a prezzi molto
alti, sul mercato nero si trovava sempre qualcosa.
Alla fine di giugno del 1939 James disse che tornava a Parigi.
«Ho finito il mio lavoro qui, adesso devo rientrare e
mettermi a scrivere. Amelia ha deciso di continuare a lavorare,
perciò viene a Parigi con me.»
La signora Elena protestò dicendo che il posto di Amelia era
a Madrid, vicino ai suoi, ma la nipote le spiegò le ragioni per cui
doveva partire.
«Qui non posso fare nulla. Ho un lavoro come segretaria di
Albert, uno stipendio adeguato e con quei soldi posso aiutare
voi e mia sorella. Voglio che ad Antonietta non manchino le
medicine di cui ha bisogno per curarsi e voglio che mangiate
qualcos'altro, oltre alle patate.»
«E tuo figlio?» osò domandare la signora Elena.
«Santiago non mi permetterà mai di stare con lui. Me lo
merito. Verrò ogni tanto a trovarvi e proverò ad avvicinarmi a
Javier; magari un giorno riuscirò a chiedergli perdono e lui me
lo concederà.»
Il signor Armando ammise che la nipote aveva ragione. Che
cosa avrebbe potuto fare Amelia a Madrid? Laura, che aveva
studiato da maestra, non trovava lavoro perché era la figlia di
un rosso e si era dovuta accontentare di un posto da bidella nel
collegio di suore in cui aveva studiato, la cui madre superiora,
in considerazione dell'affetto che nutriva per lei, l'aveva
assunta per l'anno successivo. Avrebbe dovuto spazzare, pulire
le aule, badare ai più piccoli nell'ora dell'intervallo e svolgere le
commissioni, il tutto per poche pesetas.
Quanto al signor Armando, le autorità gli dissero
chiaramente che non poteva più esercitare la sua professione,
almeno per il momento. Era meglio passare inosservato agli
occhi dei regime. Il brav'uomo cercò un modo dignitoso per
guadagnarsi da vivere, ma non fu facile, e dovette subire
l'umiliazione di accettare un impiego da praticante presso lo
studio legale di un franchista, un uomo di fiducia dei vincitori
che aveva bisogno di qualcuno che conoscesse le leggi e
lavorasse molto guadagnando poco, senza lamentarsi.
Amelia firmò una delega allo zio perché vendesse
l'appartamento dei suoi genitori e pagasse il debito con Albert
James, ricavando inoltre un po' di soldi per alleviare le
ristrettezze della famiglia. All'inizio il signor Armando rifiutò
l'idea della nipote, sostenendo che l'appartamento era l'eredità
per lei e Antonietta, ma le due sorelle insisterono affinché
trovasse un buon compratore, sicure che ci fosse gente che
faceva affari e poteva permettersi un appartamento nel
quartiere di Salamanca.
Il giorno in cui Amelia e Albert James partirono andammo a
salutarli alla stazione del Nord. Piangevamo tutti, soprattutto
Antonietta, che dovemmo strappare dalle braccia della sorella,
in modo che Amelia potesse salire sul treno.
Per noi che restavamo era cominciata una nuova vita; per
Amelia, anche.

Il professor Soler finì il suo racconto, si alzò dalla poltrona e si


sgranchì le gambe passeggiando un po' per la stanza. Era ormai
scesa la sera e Charlotte, sua moglie, era già venuta una volta a
socchiudere la porta per vedere se stessimo ancora parlando.
«Professore, mi scusi, ma ho una curiosità: perché non scrive
lei la storia di Amelia?»
«Perché io ne conosco soltanto alcune parti; è lei che sta
completando il puzzle.»
Devo confessare che, più cose scoprivo sulla mia bisnonna,
più rimanevo stupefatto. Dalla mia prima impressione su
Amelia, che avevo giudicato una ragazza viziata e poco
interessante, avevo ormai cambiato parere. Ora mi sembrava un
personaggio tragico, destinato a soffrire e a causare sofferenza.
«Bene, adesso deve continuare le ricerche» mi annunciò. Era
proprio quello che temevo.
Come le altre volte, aveva già previsto la pista che dovevo
seguire.
«Da Madrid andarono a Parigi, ma non si fermarono per
molti giorni. Albert James decise di partire per Londra e portò
Amelia con sé, quindi dovrà recarsi laggiù. Ho parlato con la
signora Laura ed è d'accordo, ma la chiami anche lei. Le ho
trovato un contatto a Londra: il maggiore William Hurley, un
militare in pensione che fa l'archivista.»
«Lei lo conosce?»
«Il maggiore? No, non lo conosco. In realtà è stato il mio
amico Victor Dupont a suggerirmi il nome di Hurley, che ha
incontrato a un congresso di documentaristi. Credo che potrà
aiutarla a seguire le tracce di Albert James.»

Prima di andare a Londra passai da Madrid per vedere come


stava mia madre. Questa volta era arrabbiata sul serio, me ne
accorsi appena aprì la porta.
«Sei impazzito? Cosa diavolo credi di fare? Ho già detto a mia
sorella che è tutta colpa sua. Ha avuto proprio una bella idea! A
chi importa cos'ha fatto la tua bisnonna? Ci cambierà forse la
vita?»
«La zia Marta non ha più niente a che vedere con questa
faccenda» risposi.
«Ma è stata lei a metterti la pulce nell'orecchio. Senti,
Guillermo, per quanto mi riguarda, non me ne importa un fico
secco della vita di mia nonna. Ma ti dirò di più: o lasci perdere
queste sciocchezze oppure non contare più su di me. Non sono
disposta a stare a guardare mentre ti rovini la vita. Invece di
cercarti un buon lavoro, indaghi sul passato di quell'Amelia
Garayoa che... che... insomma, perfino da morta continua a dar
fastidio alla famiglia.»
Non riuscii a convincere mia madre che le mie indagini
stavano cominciando ad avere un valore. Era inflessibile e me lo
dimostrò avvertendomi di non chiederle nessun prestito,
perché non intendeva più aiutarmi finché non avessi rinunciato
a quelle che definì "pazzie".
Mi rimase la cena sullo stomaco e me ne andai di malumore,
ma deciso a continuare le ricerche su Amelia. Curiosamente,
non era una questione personale: l'interesse che aveva
risvegliato in me non aveva niente a che vedere col fatto che
fosse la mia bisnonna. La sua vita era più interessante di quella
di tante altre persone che avevo conosciuto e su cui avevo
scritto come giornalista.
La signora Laura fu entusiasta dei miei progressi e non fece
obiezioni al mio viaggio a Londra.
4

Arrivai nella capitale inglese una mattina in cui non pioveva,


non c'era nebbia e non faceva freddo. Non splendeva certo il
sole, ma almeno l'atmosfera mi parve migliore di altre volte. In
realtà ero stato a Londra solo una volta, da adolescente, quando
mia madre si era ostinata a farmi fare uno di quei soggiorni per
imparare l'inglese.
Il maggiore William Hurley mi sembrò un vecchio
brontolone, almeno al telefono.
«Venga a trovarmi domani alle otto e sia puntuale; voi
spagnoli avete la sgradevole abitudine di arrivare in ritardo.»

Quell'allusione mi irritò, così mi ripromisi di domandargli


quanti spagnoli conoscesse e se tutti arrivassero tardi agli
appuntamenti con lui.
Alle otto in punto del mattino seguente suonai il campanello
di una villa vittoriana a Kensington. Venne ad aprirmi una
giovane cameriera in uniforme. Doveva essere caraibica;
nonostante la rigidità che si respirava sulla soglia, mi fece un
largo sorriso e mi disse che avrebbe annunciato subito il mio
arrivo al maggiore.
William Hurley mi aspettava seduto davanti al caminetto, in
un'immensa biblioteca. Sembrava assorto nella contemplazione
di un ciocco di legno che bruciava, ma saltò subito in piedi e mi
chiuse la mano in una stretta forte come l'acciaio, che per poco
non mi stritolò le dita.
«La ricevo su richiesta del signor Dupont» mi ricordò.
«E gliene sono grato, maggiore Hurley.»
«Mi è stato detto che vuole informazioni sulla famiglia
James.»
«Esatto. Mi interessa scoprire tutto ciò che riguarda un
membro di quella famiglia, Albert James, che a quanto ho capito
aveva parenti al ministero degli Esteri e all'Ammiragliato.»
«È così, altrimenti non sarei qui.»
«Come dice?»
«Giovanotto, ho dedicato buona parte della mia vita a
studiare gli archivi militari, soprattutto quelli relativi alla
Seconda guerra mondiale, e in effetti un James era in servizio
presso l'Ammiragliato, a quell'epoca. Lord Paul James era un
ufficiale a capo di una delle sezioni di controspionaggio, e uno
dei suoi nipoti ha sposato lady Victoria, una nipote di mia
moglie; donna eccezionale, grande giocatrice di golf, oltre che
storica. Ha riordinato tutti gli archivi della sua famiglia e anche
quelli della famiglia del marito. Dunque» concluse «cosa sta
cercando?»
Gli spiegai chi ero e gli raccontai che un'amante di Albert
James, Amelia Garayoa, era la mia bisnonna, e il mio unico
interesse era ricostruire la sua storia per la mia famiglia.
«Una donna singolare, la sua bisnonna.»
«Ah! Sa qualcosa di lei?»
«Io non ho tempo da perdere. Il signor Dupont mi ha
telefonato chiedendomi di incontrarla e spiegandomi il motivo
delle sue ricerche, perciò ho controllato negli archivi
dell'Ammiragliato, quelli consultabili, perché naturalmente c'è
ancora molto materiale top secret che non sarà mai reso
pubblico. Durante la Seconda guerra mondiale c'era un'agente
indipendente, una spagnola, Amelia Garayoa, che collaborava
con i servizi segreti britannici. Il suo garante era Albert James,
nipote di lord Paul James, anch'egli un agente, e tra i migliori,
direi.»
Rimasi a bocca aperta. La mia bisnonna era una continua
sorpresa.
«Un'agente indipendente? Cosa significa?» domandai
cercando di riprendermi dallo stupore.
«Non era inglese, non apparteneva ad alcuna agenzia, ma
come molte altre persone in tutta Europa ha collaborato con i
servizi di intelligence per sconfiggere il nazismo. In guerra
c'erano due fronti, e quello dello spionaggio è stato importante
come quello militare.»
Il maggiore Hurley mi impartì una lezione magistrale sul
funzionamento dei servizi segreti durante la Seconda guerra
mondiale. Quell'uomo sembrava contento di esibire il suo
sterminato sapere e io lo ascoltai con grande interesse. Come
giornalista, ho imparato che tutti apprezzano di essere ascoltati
con attenzione, e se si ha la pazienza e l'umiltà di stare a sentire
senza interrompere, si possono scoprire cose incredibili.
Alle dieci in punto la cameriera caraibica bussò leggermente
alla porta per annunciare al maggiore che c'era un'auto ad
aspettarlo davanti alla porta.
«Ah! Ho un appuntamento con un vecchio amico al club.
Bene, giovanotto, chiederò a lady Victoria di riceverla, può
darsi che lei sappia darle informazioni sugli aspetti più...
diciamo personali del rapporto fra Albert James e Amelia. Da
parte mia, la ragguaglierò sulla sua attività come agente. Le
telefono in albergo.»
Lasciai la casa del maggiore Hurley entusiasta. La storia di
Amelia si stava arricchendo di particolari inaspettati.

Lady Victoria mi ricevette due giorni dopo. Era una donna


attraente, anche se, pensai, doveva avere più o meno l'età di
mia madre.
Alta, magra, con i capelli ramati, gli occhi azzurri e la pelle
diafana punteggiata di lentiggini, lady Victoria sfoggiava
l'eleganza tipica delle donne di classe privilegiata che hanno
avuto tutto senza fare nulla, pur essendo stata una studentessa
modello all'università di Oxford, dove si era laureata in storia.
«Che impegno lodevole indagare sul passato della sua
bisnonna! Senza radici non siamo niente, è come se non
avessimo i piedi saldamente ancorati alla terra. È terribile non
sapere chi siamo, e ovviamente possiamo saperlo solo se
conosciamo la storia dei nostri antenati.»

Non ribattei a quelle affermazioni un po' semplicistiche, perché


avevo bisogno di lei.
«Deve sapere, giovanotto, che negli archivi di famiglia ho
trovato un mucchio di cose sulla sua bisnonna. Lettere, accenni
a lei nel diario della madre di Albert James; insomma, credo che
quello che sto per raccontarle potrà esserle d'aiuto. Anche se,
naturalmente, sarà lo zio William a rivelarle la parte più
sostanziosa. La sua bisnonna era una spia e ha rischiato la vita
combattendo i nazisti! Mio caro, deve sentirsi orgoglioso di
avere avuto in famiglia una donna come lei.»

Come avevo fatto con il maggiore William, lasciai che fosse


l'aristocratica a prendere le redini della conversazione. La cosa
migliore era stare ad ascoltare, e poi lady Victoria non
sembrava abituata a essere interrotta. Si accese una sigaretta e
cominciò.

Albert James e la sua bisnonna arrivarono a Londra a metà del


luglio del 1939. Proprio un mese prima era stata approvata
l'istituzione dell'Ejército de Tierra feminile... ma non andiamo
fuori tema. Andarono ad abitare nella casa che Albert possedeva
a Kensington, un tipico appartamento da scapolo, ampio e
comodo. I genitori di Albert avevano una casa poco distante da
quella del figlio... in realtà, la casa esiste ancora e oggi ci vive un
loro nipote. Non si sorprenda. Poi le parlerò del nipote, ma
adesso non è importante.
I genitori di Albert in quel momento si trovavano nella casa
di famiglia in Irlanda, a Howth, vicino a Dublino, dove si
recavano tutte le estati, pur vivendo negli Stati Uniti per il resto
dell'anno. Forse non lo sa, ma i James discendono da un'antica
famiglia della nobiltà rurale. Paul James era il fratello maggiore
e fu lui a ereditare la casa di famiglia; il padre di Albert, Ernest,
decise di andare negli Stati Uniti per fare fortuna, e in effetti ci
riuscì! Si arricchì come commerciante, ma non dimenticò mai le
sue radici e quando, ormai anziano, si ammalò, tornò in Irlanda
a morire. Ernest avrebbe voluto che suo figlio nascesse in
Irlanda, ma lui era nato prematuro, quindi si era dovuto
rassegnare al fatto che Albert fosse newyorkese. Be', non è poi
così male nascere a New York, non crede?
Albert scrisse a sua madre per annunciarle che sarebbe
andato in Irlanda insieme ad Amelia Garayoa; ho trovato la
lettera fra le carte di lady Eugenie, così si chiamava la madre di
Albert. Nei giorni che trascorsero a Londra, però, non rimasero
inattivi. Può immaginare la situazione politica in quel
momento: Chamberlain aveva fatto tutto il possibile per andare
incontro a Hitler, convinto che fosse la cosa migliore, ma si
sbagliava, certo.
Lo zio di Albert, Paul James, lavorava presso l'Ammiragliato;
una sera invitò il nipote e la bellissima Amelia a cena a casa sua
insieme ad altri amici e la conversazione fu quasi tutta
incentrata sulle intenzioni di Hitler. Tra gli invitati c'era chi era
convinto che la Germania avrebbe finito per far scoppiare una
guerra in Europa e chi, ingenuamente, credeva fosse possibile
fermarlo. L'evento più singolare di quella serata fu che Amelia
Garayoa rivide un vecchio amico, Max von Schumann, che era
in compagnia della moglie, la baronessa Ludovica von
Waldheim. Non sono supposizioni: sono imparentata con i
James e mia nonna ha partecipato a quella cena; a noi nipoti
raccontava spesso degli anni della guerra.
Albert presentò Amelia come sua assistente; non osò
aggiungere altro visto che lei era sposata, ma fu chiaro a tutti
che la relazione tra i due non era solo professionale.
La sua bisnonna era una donna molto bella, lo so perché ho
visto alcune sue foto conservate fra i documenti di famiglia, e
pare che tutti i presenti a quella cena fossero stati conquistati
dal suo fascino. Bella, intelligente, poliglotta, non sembrava
spagnola. Non si offenda, ma donne come la sua bisnonna,
soprattutto se spagnole, a quei tempi erano rare.
L'ultima cosa che si aspettavano, sia Max sia Amelia, era
incontrarsi a quella cena discreta ed esclusiva a casa di Paul
James.
«Amelia, che gioia! Permettimi di presentarti mia moglie
Ludovica, la baronessa von Waldheim. Ludovica, lei è Amelia, ti
ho parlato di lei; ci siamo conosciuti a Buenos Aires a casa dei
miei amici, gli Hertz.»

Ludovica strinse la mano ad Amelia e a nessuno sfuggì il fatto


che le due donne si stessero soppesando con lo sguardo.
Entrambe bionde, magre, eleganti, con gli occhi chiari e
bellissime... sembravano due valchirie.
Se per Albert fu una sorpresa che Amelia conoscesse il
tedesco, lo fu ancor di più per suo zio Paul James.
Max von Schumann si trovava a Londra per una missione
segreta: cercare di convincere il governo britannico a
combattere le aspirazioni sempre più pericolose di Hitler. Von
Schumann rappresentava un gruppo di oppositori del nazismo
formato da intellettuali, attivisti cristiani e qualche militare,
che da tempo cercava, senza successo, di convincere le potenze
occidentali a smettere di scendere a patti con Hitler e a
riconoscere che rappresentava una minaccia per la pace in
Europa. Non era un gruppo numeroso, ma molto attivo, e in uno
degli ultimi e disperati tentativi di attirare l'attenzione della
Gran Bretagna aveva mandato von Schumann a Londra.
Il barone era un militare e apparteneva al corpo medico
dell'esercito, il che dava un valore aggiunto alla sua presenza lì.
Amelia presentò Albert a Max e a sua moglie Ludovica, e per
un po' i quattro chiacchierarono del più e del meno. Fu evidente
a tutti che Schumann cercava l'occasione di parlare da solo con
Amelia, ma Ludovica non era disposta a rendere le cose facili al
marito.
Paul James si rese subito conto delle qualità di Amelia e,
anche se sul momento non disse nulla, pensò che la spagnola
poteva essere di grande aiuto in futuro, se alla fine fosse
scoppiata la guerra, cosa di cui lui era convinto.
«Albert, che programmi hai?» chiese lord Paul James a suo
nipote.
«Per il momento, scrivere alcuni reportage sulla Spagna, e
poi andare a trovare i miei genitori in Irlanda. Voglio che
conoscano Amelia.»
«Posso chiederti se siete fidanzati?»
Albert tossicchiò, ma decise di dire la verità a suo zio.
«Amelia è separata dal marito e temo che per il momento
non potremo rendere ufficiale la nostra relazione. Ma sono
innamorato di lei. È una donna speciale: forte, intelligente,
decisa... Ha dovuto affrontare situazioni terribili; se sapessi cosa
è stata capace di fare in Unione Sovietica per salvare un uomo
dalla morte... Suo padre è stato fucilato dai franchisti e lei ha
perduto diversi familiari in guerra... Non ha avuto una vita
facile.»
«Tua madre ci rimarrà male, sai che vuole vederti
sistemato... e, insomma, è meglio che te lo dica: ha invitato lady
Mary e i suoi genitori a passare le vacanze in Irlanda. A quanto
ne so, partono domani da Londra per andare a casa vostra.»
Paul James non avrebbe potuto dare una notizia peggiore al
nipote, ma in quel momento i suoi contrattempi sentimentali
erano l'ultima preoccupazione. Convinto che la guerra fosse
imminente, aveva dei progetti in cui sperava di coinvolgere
Albert.
«Dopo le vacanze, prevedi di andare da qualche altra parte?»
si informò.
«Forse in Germania... Vorrei vedere da vicino quello che sta
facendo Hitler.»
«Ah! È un'ottima cosa.»
«Perché, zio?»
«Perché, sebbene il ministero si ostini a non guardare in
faccia la realtà, in Europa sta per scoppiare una guerra. Lord
Halifax sembra nutrire cieca fiducia nei rapporti che ci manda
da Berlino il nostro ambasciatore, sir Neville Henderson, e non
ti nascondo che sono eccessivamente compiacenti con Hitler.
Chamberlain ha dedicato troppo tempo a rabbonire Hitler per
ammettere che la guerra è inevitabile.»
«E tutto questo cos'ha a che vedere con me?» domandò
Albert diffidente.
«Sei irlandese, ma sei nato negli Stati Uniti, e in questo
periodo avere un passaporto statunitense può rivelarsi molto
utile...»
«Non so a cosa stai pensando, ma non contare su di me. Sono
un giornalista e non mi lascerò mai coinvolgere nei tuoi intrighi
di spionaggio.»
«Non te l'avrei mai chiesto se le circostanze non fossero
eccezionali. Tra poco tutti dovremo scegliere da che parte stare;
non sarà possibile rimanere con le mani in mano e dichiararci
neutrali. Non potrai farlo nemmeno tu, Albert, per quanto lo
desideri. Anche gli Stati Uniti dovranno schierarsi, è solo
questione di tempo.»
«Zio Paul, sei molto pessimista.»
«Nel mio lavoro le illusioni sono pericolose, meglio lasciarle
ai politici.»
«In ogni caso, non contare su di me, qualunque cosa tu abbia
in mente. Io prendo sul serio il mio mestiere, tanto quanto te.»
«Non ne dubito, caro Albert, ma purtroppo sono sicuro che
ne riparleremo.»

In un altro momento della serata, Max von Schumann trovò


finalmente il modo di parlare in privato con Amelia. La moglie
di Paul James, lady Anne, aveva coinvolto Ludovica in una
conversazione con un'altra signora, e la baronessa non avrebbe
potuto liberarsi dalle sue interlocutrici senza attirare
l'attenzione.
«Ti trovo cambiata, Amelia.»
«La vita lascia il segno.»
«Albert James è il tuo...?»
«Il mio amante? Sì.»
«Scusa, non volevo metterti in imbarazzo.»
«Non preoccuparti, Max. In che altro modo si può descrivere
la mia relazione con Albert? Sono una donna sposata, quindi se
sto con un altro uomo vuol dire che è il mio amante.»
«Perdonami, volevo solo sapere come stai. Non ti ho mai
dimenticata da quando ci siamo conosciuti a Buenos Aires. Ho
chiesto tue notizie a Martin e a Gloria Hertz, ma nelle loro
lettere continuavano a ripetermi che eri andata con Pierre a un
congresso di intellettuali a Mosca e non eri più tornata. Poi
Gloria mi ha scritto per dirmi che il padre di Pierre era andato a
Buenos Aires per chiudere la libreria e occuparsi delle cose del
figlio, ma di te non ha voluto parlare. Non so se devo chiederti
di Pierre...»
«L'hanno ammazzato a Mosca.»
Max non sapeva come reagire di fronte a quella rivelazione.
La donna che aveva davanti non sembrava affatto la ragazzina
indifesa che aveva conosciuto in Argentina.
«Mi dispiace.»
«Grazie.»
Sembravano non sapere più cosa dirsi. Max era a disagio
perché sentiva su di sé gli sguardi inquisitori di sua moglie;
quanto ad Amelia, probabilmente era delusa, forse ferita per
aver trovato Max sposato. Non aveva certo sperato che lui
rimanesse fedele al suo ricordo, rompendo il fidanzamento con
Ludovica, ma una cosa era saperlo e un'altra, ben diversa,
vederlo con i propri occhi.
«Ti fermi per molto tempo a Londra?» volle sapere lui.
«Non lo so, siamo appena arrivati. È Albert a decidere. Oltre
a essere la sua amante, lavoro per lui, sono la sua assistente, la
sua segretaria, faccio un po' di tutto. È lui che mi ha salvato, a
Mosca, a Parigi, a Madrid; mi è stato vicino quando ne avevo
bisogno e mi ha sempre teso la mano, senza che gli chiedessi
niente.»
«Lo invidio per questo.»
«Davvero? Sai, Max, mi sei mancato molto dopo che sei
partito e all'inizio sognavo di rivederti, un giorno. Poi a Mosca
ho smesso per sempre di sognare. Ho imparato a pensare
soltanto al momento che sto vivendo.»
«Hai sofferto molto...»
Amelia fece spallucce con un gesto che voleva trasmettere
fatalismo e indifferenza.
«Mi piacerebbe rivederti» disse lui.
«Perché?»
«Per parlare, per... Non farmi sentire come un adolescente, è
così difficile capire che mi importa di te?»
«Mio Dio, ma cosa dici?»
«Puoi rimproverarmi molte cose ma, anche se non lo accetti,
per me continui a essere importante.»
«Se il caso non ci avesse fatto incontrare qui, oggi, non
avremmo mai più saputo niente l'uno dell'altra...»
«Ma il caso ha voluto il contrario e adesso eccoci qui. Posso
invitarti a prendere un tè domani al Dorchester?»
«Non lo so, non posso promettertelo. Dipende da Albert.»
«Hai bisogno del suo permesso?»
«Ho bisogno di lui.»
«Alle cinque sarò all'hotel Dorchester, spero di trovarti lì.»
La baronessa Ludovica von Waldheim si avvicinò decisa.
«State ricordando i vecchi tempi?» chiese con ironia.
«Ho invitato la signorina Garayoa a prendere il tè e spero che
accetterà il mio invito. Chissà quando ci rivedremo!»
«Oh, il destino è molto capriccioso! Non crede, mia cara?»
disse la baronessa fulminando Amelia con lo sguardo.
«Cerco di non fare mai affidamento sul destino » replicò lei.

Albert James non fu sospettoso come Ludovica riguardo


all'invito di von Schumann, visto che il giorno dopo fu lui ad
accompagnare Amelia al Dorchester.
«Verrò a riprenderti fra un'ora» le disse dandole un bacio
sulla guancia dopo aver salutato il barone.
«Sono felice che tu sia venuta» disse Max quando furono
rimasti soli.
«Albert trova naturale che prendiamo il tè insieme, visto che
ci siamo conosciuti a Buenos Aires e abbiamo amici in comune.»
«Molto comprensivo, il signor James.»
«È un uomo straordinario, il migliore che abbia mai
conosciuto» replicò Amelia in tono irritato.
Parlarono dei cambiamenti delle rispettive vite. Lui le
raccontò il motivo per cui si trovava a Londra e come avesse
fallito nell'intento di convincere i britannici a fermare Hitler.
«Non sono riuscito a farmi ascoltare, ma continueremo a
provarci. Un altro membro del nostro gruppo arriverà a Londra
tra qualche giorno e farà un ulteriore tentativo con importanti
membri del governo britannico.»
«Ma l'altra sera lord Paul James ha pubblicamente
manifestato la sua convinzione che Hitler provocherà una
guerra in Europa. Come puoi dire di avere fallito?»
«Lord Paul è un uomo intelligente, in grado di comprendere
la realtà, senza ostinarsi a considerare le cose come vorrebbe
che fossero. Purtroppo non dipende da lui che il governo
britannico prenda in considerazione i nostri timori.»
«Sai, mi stupisce che tu venga in Gran Bretagna a chiedere
agli inglesi di fermare Hitler... Ti credevo un militare devoto
alla patria, incapace di fare alcunché contro la Germania.»
«È proprio perché sono un patriota che faccio quello che
faccio. Non credere che sia stato facile ottenere il permesso di
viaggiare in un momento simile, ma suppongo che la vecchia
nobiltà conservi ancora certi privilegi, nonostante Hitler ci odi.
Inoltre, avevo una scusa: Ludovica ha una cugina sposata con un
conte inglese e, ufficialmente, siamo venuti al battesimo del
loro primo figlio.»
Poi Max le spiegò che aveva cercato di scoprire che fine
avesse fatto Herr Itzhak Wassermann, il socio del padre di
Amelia, ma tutti i suoi sforzi erano stati vani. L'impiegato di
Herr Itzhak, Helmut, giurava di non sapere dove si trovasse.
«Quel brav'uomo aveva paura, non si fidava di me. Di questi
tempi, tutti sono diventati diffidenti in Germania. Ti avevo
scritto per dirtelo, ma immagino che già non ti trovassi più a
Buenos Aires, perché non hai risposto alla mia lettera.»

Un'ora dopo Albert James passò a prendere Amelia. Max lo


invitò a fermarsi per un tè, perché voleva conoscere il suo
parere su quello che stava succedendo in Europa, e si stupì nel
sentire che il giornalista voleva recarsi in Germania.
«Ludovica e io saremo felici di ospitarvi, e se possiamo
esservi di qualche aiuto...»
Amelia rimase in silenzio: anche per lei era una grossa
sorpresa scoprire che Albert aveva intenzione di andare a
Berlino, ma preferì non pronunciarsi.
Più tardi lui le comunicò che, appena avesse finito di scrivere
i reportage sulla Spagna, sarebbero andati in Irlanda a passare
qualche giorno con i suoi genitori e poi sarebbero partiti per la
Germania.
«Molti giornali americani vogliono saperne di più su Hitler e
se è vero che ha salvato il paese dalla crisi economica. Verrai
con me?»
«Ma certo, per niente al mondo mi perderei un viaggio a
Berlino. Chissà, magari riuscirò a ottenere qualche notizia da
Herr Helmut, l'impiegato di mio padre e di Herr Itzhak. Penso
spesso a Yla!»

Il soggiorno di Albert e Amelia in Irlanda non si poté definire un


successo. Lady Eugenie, la madre di Albert, era una donna molto
testarda e, anche se accolse Amelia con un sorriso, fece ben
presto capire che non la considerava la persona adatta a suo
figlio. Inoltre, come aveva annunciato Paul James, stava per
arrivare la famiglia Brian, la cui figlia Mary, a giudizio di lady
Eugenie, aveva tutte le qualità per diventare la moglie di Albert.
Alcuni passaggi del diario di lady Eugenie chiariscono quanto
accadde in quei giorni.

Amelia è affascinante, non posso negarlo, ma è sposata, pertanto Albert


non avrà altra scelta che rompere con lei. Quanto a Mary, mi sembra
perfetta per lui. È bella, beneducata, appartiene a un'ottima famiglia e
con eccellenti relazioni. Mary è rimasta molto delusa nel vedere Albert
tanto innamorato di Amelia, e anche i suoi genitori sono a disagio per la
situazione, per questo ho deciso di intervenire. Domani parlerò con
Albert e poi lo farò con i Brian; loro non sanno che Amelia è sposata e
intendo dirglielo. Quanto a Ernest, non so se potrò contare su di lui; mi
ha chiesto di non fare la ruffiana e di rispettare la decisione di nostro
figlio, anche se nemmeno lui apprezza la sua relazione con Amelia.
Ernest, però, sta diventando troppo americano e dimentica che ci sono
valori e tradizioni che vanno rispettati. Un figlio deve capire che sposarsi
non è una decisione esclusivamente sua, ma che coinvolge l'intera
famiglia. E in questo caso non si tratta nemmeno di scegliere se sposare
Mary o Amelia, perché la spagnola è già sposata.

La conversazione con Albert non è stata facile. Credo che averlo


cresciuto negli Stati Uniti l'abbia fatto diventare un uomo poco
convenzionale. Gli ho detto che Amelia mi è simpatica, ma che la sua
relazione non ha futuro.
«Rinuncerai ad avere figli?» gli ho domandato.
Albert è rimasto zitto: credo che non ci avesse mai pensato o che
semplicemente non avesse voluto pensarci fino a ora.
«Se avrai dei figli, farai di loro dei bastardi. È questo che vuoi?»
Poi gli ho ricordato i suoi doveri verso la famiglia, essendo figlio
unico. Purtroppo, non ho potuto avere altri figli, e spetterà a lui
tramandare il cognome e gestire le nostre proprietà, anche se dice di
essere statunitense e di non credere alle classi sociali. Che gli piaccia
o no, è pur sempre un James.

Nemmeno la conversazione con i Brian è stata facile. Ho spiegato loro


che la relazione di Albert con Amelia non è altro che una sciocchezza da
ragazzi. Credo si siano tranquillizzati sapendo che, anche se volesse,
Albert non potrebbe sposare Amelia perché è già sposata e, con Franco
alla guida della Spagna, le possibilità di ottenere il divorzio sono nulle.
Sono stati molto discreti a non fare commenti mordaci su Amelia. A
Mary ho chiesto di avere un po' di pazienza e le ho detto che a volte gli
uomini perdono momentaneamente la testa per una donna, ma le signore
come noi devono accettare la situazione con eleganza. Meglio far finta di
niente che fare una scenata o affrontare una conversazione diretta in cui
si possono dire cose sconvenienti. E poi sono sicura che, per quanto gli
costi e per quanto si senta americano, Albert farà il suo dovere con noi.

Albert si rese conto che era meglio non prolungare il soggiorno


in Irlanda, per non arrivare a uno scontro diretto con sua
madre, e decise di passare da Parigi prima del viaggio a Berlino.
Il 22 agosto 1939 Hitler, in un discorso rivolto agli alti
comandi tedeschi, mise bene in chiaro la sua intenzione di
invadere la Polonia. Il giorno dopo Amelia e Albert erano a cena
a casa di Jean Deuville. Amelia aveva mantenuto l'amicizia con
il migliore amico di Pierre. Gli era grata, proprio come ad
Albert, per l'aiuto che le aveva prestato a Mosca per cercare di
salvare Pierre. La morte dell'amico aveva lasciato un segno in
Jean, che era riuscito a superare a fatica l'esperienza moscovita,
sconvolto dalla scoperta di un aspetto del comunismo che gli
faceva orrore.
Come se non bastasse, quello stesso giorno era giunto il duro
colpo che la Germania e l'Unione Sovietica avevano firmato un
patto di non aggressione. Come tanti altri comunisti si sentiva
inerme, incapace di trovare argomenti per difendere il patto
Ribbentrop-Molotov.
Hitler perseguitava con accanimento i comunisti in
Germania, e Jean non riusciva a capire perché Stalin,
contravvenendo a qualunque principio, gli stesse dando corda.
«Come fai a essere così ingenuo?» gli disse Amelia. «Non ti
rendi conto che Stalin sta prendendo tempo?»
«Tempo? Ma se non sta facendo altro che regalare tempo a
Hitler» si lamentò Jean Deuville.
«Finiranno per scontrarsi, non dubitare, è solo una mossa
tattica» insisté Amelia.
«E i principi? Io non sono di quelli che credono che il fine
giustifichi i mezzi.»
«Sei sempre stato un romantico» intervenne Albert, che
apprezzava sinceramente Deuville, dopo aver condiviso con lui
tanti affanni a Mosca.
«Non si possono compromettere le idee. Come faccio a
spiegare quel patto ai miei amici, dopo averli convinti che il
comunismo è l'unica idea in grado di costruire un mondo
nuovo? Come posso chiedere loro di continuare a combattere
contro il fascismo se Stalin scende a patti con Hitler?»

Jean Deuville era avvilito e nessuno degli argomenti addotti da


Amelia e Albert riuscirono a placare la sua angoscia. Era un
uomo ideologicamente puro e gli sembrava del tutto
incomprensibile che, quali che fossero i motivi, Stalin fosse
sceso a patti con Hitler.
Quando, a mezzanotte passata, lasciarono casa sua, Jean
abbracciò Amelia per qualche minuto, come se volesse
trattenerla, e mentre salutava Albert con una forte stretta di
mano gli affidò un incarico.
«Mi dai la tua parola d'onore che ti prenderai cura di lei,
vero?»
«È quello che penso di fare, prendermi cura di Amelia per il
resto della mia vita» rispose Albert in tono solenne.
«Mi sento più tranquillo.»
Amelia era inquieta per l'angoscia di Jean Deuville e,
soprattutto, per il modo in cui li aveva salutati.
«Non dovremmo lasciarlo solo» disse ad Albert appena
furono usciti dal suo appartamento.
«Non preoccuparti. Non gli succederà niente, ma è un
irreprensibile e non coglie le astuzie politiche. Per questo non
può capire il patto Ribbentrop-Molotov. A proposito, sei stata
generosa a cercare di giustificarlo, considerando cosa pensi di
Stalin.»
«Jean è buono e non volevo affondare il coltello nella piaga.»
Due giorni dopo Amelia e Albert arrivarono a Berlino e scesero
all'hotel Adlon. Lei non riusciva a nascondere l'emozione che
provava nel tornare nella città che aveva conosciuto da piccola,
quando andava in Germania con i genitori.
Non faticò molto a convincere Albert ad aiutarla a cercare i
Wassermann. Sperava che qualcuno potesse darle notizie di
Herr Itzhak e di sua moglie Judith o, almeno, della figlia Yla.
Amelia lo portò nella Oranienburger Strasse, nei pressi della
Neue Synagoge, la più grande sinagoga di tutta quanta la
Germania.
«È davvero impressionante!» commentò Albert
contemplando l'edificio dall'aspetto moresco.
«È vero, ricordo ancora quello che ci spiegò Herr Itzhak sulla
sinagoga... È stata inaugurata nel 1866 ed è opera di Eduard
Knoblauch, un allievo di Karl Friedrich Schinkel.»
«Che memoria!»
«Mi sono sempre interessate la storia e l'arte.»
Nessun vicino seppe dar loro informazioni precise su Herr
Itzhak e sulla sua famiglia. Amelia insisté per bussare a tutte le
porte del palazzo in cui aveva vissuto la famiglia Wassermann,
ma l'unica cosa che riuscirono a scoprire fu che erano
scomparsi all'improvviso.
Amelia percepiva la diffidenza dei pochi che avevano avuto il
coraggio di aprire la porta. Quel palazzo, un tempo abitato da
famiglie borghesi, sembrava ora trasandato e cupo.
«Di certo i Wassermann hanno lasciato la Germania. Tu
stessa mi hai raccontato che tuo padre aveva molto insistito.»
«Sì, ma Herr Itzhak non voleva, diceva che questa era la sua
patria.»
«Ma visto come sono andate le cose, quel brav'uomo non
avrà avuto altra scelta che andarsene. Se non ricordo male, mi
hai detto che i nazisti gli hanno chiuso l'attività, mandando in
rovina anche tuo padre.»
«Infatti, ma nonostante tutto Herr Itzhak non voleva lasciare
la Germania.»
Amelia non si diede per vinta, perciò insisté fino a
convincere Albert che dovevano parlare con Helmut, il
contabile del signor Wassermann.
«Se lo troviamo, sono certa che saprà darci informazioni sui
Wassermann.»
«Non ti arrendi mai, vero?» disse ridendo Albert.
Amelia non rispose e lo portò alla Stadthaus, dove chiese
dello Zur Letzten, il ristorante più antico della città. Un uomo le
spiegò che era lì vicino e gli indicò come arrivarci.
«So che Herr Helmut viveva da queste parti, la sua casa non
era lontana dal ristorante più antico di Berlino.»

Dopo vari giri, identificarono il palazzo. Il portiere, dopo averli


osservati con attenzione, li informò che Herr Helmut era in
casa.
Albert dovette correre dietro ad Amelia, che si era lanciata
su per le scale veloce come il vento.
Suonarono il campanello e attesero impazienti, finché venne
ad aprire un uomo ormai anziano e con l'aria stanca.
«Cosa volete?» chiese guardandoli con diffidenza.
«Herr Helmut, sono Amelia Garayoa! Non mi riconosce?»
«Fräulein Amelia, mio Dio! È diventata una donna!»
Dopo la sorpresa iniziale, il tedesco li invitò a entrare in casa.
«Prego, entrate, vi farò un po' di caffè. Purtroppo mia moglie
è a letto con la febbre, ma ci penserò io.»
«Non vogliamo disturbare... Desideravo solo sapere come sta
e chiederle dei Wassermann» si scusò Amelia.
Ma Herr Helmut sembrò non ascoltarla. Li condusse in
salotto e li fece accomodare in attesa del caffè.
«Sembra un brav'uomo» disse Albert.
«Certo che lo è. Mio padre si fidava molto di lui.»
Helmut tornò con un vassoio e non volle rispondere alle
domande di Amelia finché non la vide sorseggiare il caffè che
aveva preparato.
«Mi racconti di suo padre, è da tanto che non ho sue notizie.
Ho saputo che ha combattuto contro Franco... Gli ho scritto, ma
senza ottenere risposta.»
«Mio padre è morto, è stato fucilato poco dopo la fine della
guerra.»
«Quanto mi dispiace! Suo padre, proprio come Herr Itzhak,
era un buon principale, giusto e rispettoso... Faccia le mie più
sentite condoglianze a sua madre e a sua sorella Antonietta, mi
ricordo di voi due da piccole...»
«Anche mia madre è morta e mia sorella Antonietta, sebbene
ammalata, grazie a Dio è viva» rispose Amelia, cercando di
controllare l'emozione e le lacrime.
Herr Helmut rimase scioccato dal racconto delle disgrazie
subite dalla famiglia Garayoa. Non sapeva quali parole usare per
esprimere il suo dispiacere. Amelia gli chiese notizie dei
Wassermann.
«Le posso dire ben poco, proprio come spiegai a suo padre, il
signor Juan. Da quando Hitler è salito al potere è stata avviata
una politica antiebraica. Lei era troppo giovane per
ricordarsene, ma nel 1933 è stato proclamato il primo
boicottaggio contro gli ebrei tedeschi e centinaia di picchetti
organizzati dai nazisti hanno chiuso i negozi e le imprese di
proprietà dei cittadini ebrei. Poi hanno cominciato a privarli dei
diritti legali e civili e, con le scuse più svariate, a rubare loro
tutto ciò che possedevano. Li hanno espulsi dagli incarichi
pubblici, dalla carriera giudiziaria, dagli ospedali, dalle
università, dai teatri, dai giornali...Alcuni hanno preferito
andarsene, ma la maggioranza, come Herr Itzhak, si è rifiutata.
Erano tedeschi, perché dovevano lasciare il loro paese? Poi sono
arrivate le leggi di Norimberga... All'inizio, il governo
nazionalsocialista preferiva che gli ebrei se ne andassero per
impossessarsi di tutti i loro beni; ma sa cos'è successo, molti
paesi si sono rifiutati di accoglierli e così siamo arrivati alla
situazione attuale: arresti in massa, distruzione delle sinagoghe,
espropriazione dei beni, ritiro dei passaporti... A suo padre e a
Herr Itzhak hanno espropriato l'attività. Non so se suo padre
gliel'ha raccontato, ma alla fine del 1935 hanno fatto
un'ispezione nella ditta e hanno detto che c'erano degli errori
contabili. Non era vero, ero io che tenevo la contabilità e le
assicuro che i conti quadravano. Ma non c'è stato modo di
difendersi dalle accuse e sia Herr Itzhak sia suo padre hanno
perso tutto. So che per loro è stato un duro colpo.»
«Ne sono al corrente, Herr Helmut, ma vorrei sapere cos'è
successo ai Wassermann» insisté Amelia.
«Ha sentito parlare della Notte dei cristalli?»
«Certo.»
«Non immagina quanti ebrei sono stati arrestati da allora. Li
portano nei campi di lavoro e, una volta lì, non c'è modo di
sapere più niente di loro.»
«Per favore, mi dica dove sono i Wassermann!»
«Non lo so. Herr Itzhak è riuscito a mandare Yla fuori dalla
Germania, credo da certi parenti di Frau Judith negli Stati Uniti.
Yla non voleva andarci, ma Herr Itzhak e Frau Judith sono stati
irremovibili, non volevano che continuasse a subire le
umiliazioni imposte a tutti gli ebrei tedeschi. Ma loro sono
rimasti qui, convinti che il paese sarebbe rinsavito, che Hitler
fosse solo un brutto sogno, che gli ebrei sarebbero stati di
nuovo considerati bravi tedeschi... Cercavano di sopravvivere
con il poco che era rimasto loro, e io facevo il possibile per
aiutarli, ma un giorno... be', Herr Itzhak è scomparso; Frau
Judith è quasi impazzita quando abbiamo scoperto che
l'avevano mandato in un campo di lavoro.»
«E lei dov'è?»
«Hanno portato via anche lei.»
Amelia scoppiò a piangere. Herr Helmut tacque,
guardandola, senza sapere cosa fare.
«Per favore, Amelia, calmati! Possiamo cercare di scoprire
dove si trovano e magari fare qualcosa per loro» disse Albert
per consolarla.
«Almeno Fräulein Yla sta bene. So che ha scritto ai genitori
quando è arrivata a New York.»
L'uomo disse di non conoscere l'indirizzo dei parenti di Frau
Judith a New York ma, fra tante disgrazie, Amelia si
tranquillizzò nel sapere che almeno la sua amica d'infanzia era
sana e salva.
«Cosa ne è stato della ditta?» volle sapere Amelia.
«L'hanno confiscata; per un certo periodo mi hanno
permesso di dirigerla, poi mi hanno detto che apparteneva allo
Stato e adesso è in mano a un membro del Partito nazista. Ma
sono riuscito a salvare parte dei macchinari, per questo avevo
scritto a suo padre. Non sapevo cosa dovevo farne.»
«Funzionano ancora?» si informò Amelia, stupita.
«Erano ottime macchine, signorina, e ho pensato che, visto
che non potevo venderle, almeno potevo affittarle; e così ho
affittato un telaio a un piccolo fabbricante di maglie e le
macchine da cucire a una famiglia che ha aperto un laboratorio
per confezionare abiti per i negozi. I guadagni non sono alti, lo
so perché tengo la contabilità, ma sono qui, in caso un giorno
Herr Itzhak tornasse o... insomma, suo padre ormai è morto...
Certo che... lei è sua figlia, ha diritto a una parte di quei soldi.»
«E lei, adesso, che lavoro fa?» domandò Albert.
«Mi guadagno la vita come posso. Tengo la contabilità della
fabbrica di maglie e del laboratorio di confezioni; non guadagno
molto, quanto basta per vivere con mia moglie. E mi occupo di
tenere in buono stato i macchinari del signor Juan e di Herr
Itzhak. Il mio figlio maggiore è sposato e da anni è entrato
nell'esercito; non ha bisogno di niente.»

Il signor Keller insisté perché Amelia accettasse parte dei


proventi dell'affitto dei macchinari.
All'inizio lei fece resistenza, poi capitolò.
«Quei soldi sono di suo padre, perciò spetta a lei
amministrarli come meglio crede. Le darò i libri contabili.»
5

Amelia fu di nuovo di grande aiuto ad Albert grazie alla sua


conoscenza del tedesco.
«È una fortuna che tu sia così portata per le lingue!»
«Be', come sai, parlo francese perché la mia nonna paterna,
la nonna Margot, era di Biarritz; quanto al tedesco, ti ho già
raccontato che da piccola ho passato le vacanze qui, ospite dei
Wassermann. La loro figlia Yla ha la mia stessa età. Mio padre
ha sempre insistito affinché io e Antonietta imparassimo il
tedesco e un po' di inglese che, come ben sai, è la lingua che
parlo peggio.»
«Niente affatto, con l'inglese te la cavi bene, ti manca solo un
po' di vocabolario. Ecco cosa faremo: invece di continuare a
parlare francese tra di noi, d'ora in poi passeremo all'inglese,
così ti eserciterai.»
E così fecero. Albert James era convinto che la Germania si
preparasse alla guerra e che le minacce di Hitler alla Polonia
non fossero soltanto un'altra delle sue spacconate.
Berlino era vivace e animata, ma era un'allegria isterica, lo si
capiva a prima vista.
Nonostante le proteste di Amelia, Albert insisté per
telefonare a Max von Schumann. Come giornalista gli
interessava conoscere le opinioni di un militare. Albert non
sembrava sospettare che in passato tra Amelia e Max fosse
sbocciato un sentimento a cui le circostanze avevano impedito
di germogliare.
Max von Schumann invitò la coppia a cena a casa sua, in
centro città.
Era una villa a due piani, circondata da un giardino
rigoglioso. Un maggiordomo aprì loro la porta e li condusse
nella biblioteca, dove Max e Ludovica li stavano aspettando.
«Sono felice che siate venuti, anche se, viste le circostanze,
forse non è il momento migliore per visitare la Germania...»
«Su, caro, non spaventare i nostri invitati!» lo interruppe
Ludovica.
«In realtà, Berlino mi ha sorpreso» confessò Albert.
«È impossibile non amare questa città» disse Ludovica.
«Crede che Hitler metterà in atto la minaccia dell'invasione
della Polonia?» volle sapere Albert.
Max tossicchiò, a disagio, ed evitò di rispondere alla
domanda, ma ad Albert non sfuggì lo sguardo che il barone
rivolse alla moglie.
Da quel fugace scambio di occhiate riuscì a capire che
l'invasione si sarebbe presto concretizzata.
Albert confessò di aver letto alcuni discorsi di Hitler e di non
riuscire a capacitarsi del fatto che i tedeschi si lasciassero
abbindolare dal Führer.
«Ho l'impressione che tratti i tedeschi come dei bambini.»
«Oh, lei non ha idea dello stato in cui si trovava la Germania
prima dell'avvento del Führer! Non contavamo niente, per non
parlare della mancanza di lavoro, di soldi, di futuro... Hitler ha
restituito alla Germania la dignità; adesso in Europa ci
rispettano e, come può vedere lei stesso, il nostro è diventato
un paese fiorente. In Germania non c'è disoccupazione. Chieda,
chieda per la strada: per le classi lavoratrici Hitler è una
benedizione, e anche per noi, che eravamo sull'orlo della
rovina» spiegò Ludovica.
«A chi si riferisce quando dice "noi"?» domandò Albert.
«Alle famiglie che per secoli hanno contribuito allo sviluppo
della nostra patria. Gli industriali tedeschi stavano fallendo, e
so di cosa parlo, visto che la mia famiglia possiede alcune
fabbriche nella Ruhr.»
Max sembrava a disagio mentre sua moglie parlava. Amelia
credette di scorgere una smorfia contrariata sul volto del suo
amico mentre Ludovica esaltava la figura di Hitler e pensò che
quella coppia dovesse avere profonde divergenze.
«Molti tedeschi non la pensano come Ludovica» sentenziò
Max, incapace di trattenersi oltre.
«Ma, caro, sono solo i comunisti, i socialisti e tutta quella
gentaglia a non ammettere che, grazie al Führer, la Germania è
tornata a essere una grande nazione. Ma noi buoni tedeschi
siamo molto riconoscenti a Adolf Hitler.»
«Io sono un buon tedesco e non ho nulla di cui essergli
grato» ribatté Max.
«Dobbiamo ringraziarlo per aver sistemato gli ebrei nel
posto che si meritano. Gli ebrei erano le sanguisughe della
Germania.»
«Basta, Ludovica! Non tollero che parli così in mia presenza.
Sai che alcuni dei miei migliori amici sono ebrei.»
«Mi dispiace, caro, ma, anche se sei mio marito, non posso
condividere le tue opinioni sugli ebrei. Non sono come noi,
appartengono a una razza inferiore.»
«Ludovica!»
«Max, cerca di essere coerente. Non sei tu che difendi la
libertà? Allora lascia che mi esprima liberamente. Spero di non
avere scandalizzato i nostri ospiti... Non è così, vero, Amelia?»

Amelia abbozzò un sorriso. Non capiva come Max avesse potuto


sposare quella donna. Non aveva niente in comune con la
baronessa, tranne il fatto che entrambi provenivano da famiglie
di antica nobiltà e che si conoscevano fin da bambini. Provava
compassione per lui.

Quattro giorni dopo, il 1° settembre 1939, la Germania invase la


Polonia. Albert telefonò a Max per cercare di fissare un altro
appuntamento, questa volta senza Ludovica.
«Oggi mi è impossibile incontrarla, cerchi di capire» si scusò
Max.
«Va bene, ma nei prossimi giorni?»
«Senz'altro; per ora resterò a Berlino, troverò il tempo di
vederla.»
Due giorni dopo, il 3 settembre, la Gran Bretagna, la Francia,
l'Australia e la Nuova Zelanda dichiararono guerra alla
Germania. Così ebbe inizio la Seconda guerra mondiale. Il 5
settembre gli Stati Uniti si dichiararono neutrali, il che permise
ad Albert di rimanere a Berlino senza problemi; lo stesso fu per
Amelia, che era di nazionalità spagnola.

Max von Schumann fece ben più che incontrare di nuovo Albert
James: gli presentò alcuni amici che erano contrari a Hitler.
Era un gruppo formato da professori, avvocati, qualche
piccolo commerciante, due pastori protestanti e persino un
altro aristocratico cugino di Max. In definitiva, uomini della
borghesia illuminata che disapprovavano quello che Hitler
stava facendo alla Germania.
Albert simpatizzò con Karl Schatzhauser, un vecchio
professore di medicina che era stato insegnante di Max nel suo
corso di studi.
Schatzhauser abitava in un palazzo in Leipziger Strasse,
pericolosamente vicino al quartier generale della Gestapo, il che
comunque non sembrava intimorirlo quando si trattava di
riunire gli amici del gruppo clandestino di opposizione a Hitler.
«Perché non vi coordinate con i socialisti e i comunisti?»
domandò Albert al professor Schatzhauser.
«Dovremmo farlo, ma ci sono tante cose che ci separano...
Non credo che si fiderebbero di noi, e la sfiducia è reciproca. No,
non è il momento di agire insieme. I comunisti non sanno cosa
fare dopo il patto con i russi firmato dal ministro Ribbentrop.
Per loro questo patto è una tragedia: qui Hitler arresta e
perseguita i comunisti e, da parte sua, Stalin ha fatto finta di
niente e firmato con la Germania. Inoltre, quello che vogliono i
comunisti tedeschi è trasformare la nostra patria in un'altra
Unione Sovietica, mentre noi vorremmo che la Germania
tornasse alla normalità.»
«Ma questo vi rende più deboli nell'opporvi a Hitler» insisté
Albert.
«Noi vogliamo una Germania cristiana, democratica, in cui
tutti siamo soggetti alla legge e non ai capricci di quel caporale
impazzito che abbiamo fatto diventare cancelliere. E non pensi
che non conosca la parte di responsabilità che i partiti moderati
hanno avuto nel permettere a Hitler di arrivare al potere. Non
si può essere condiscendenti con personaggi come lui: l'errore
non è stato commesso solo dai tedeschi, ma anche dalle altre
nazioni europee.
«Per poter essere incisivi dobbiamo passare inosservati. Per
questo insisto con i nostri amici che dobbiamo essere come
camaleonti» disse Schatzhauser. «Per esempio, Max voleva
lasciare l'esercito, ma l'ho convinto a non farlo perché ci è
molto più utile dall'interno, così sappiamo cosa pensano i capi
militari, quanti possono simpatizzare per noi, quali sono i piani
di Hitler... Tutti dobbiamo restare ai nostri posti; non c'è
bisogno di dimostrare entusiasmo per il Führer, ma neppure
possiamo esporci al punto di finire nelle galere della Gestapo.
Laggiù non saremmo di alcuna utilità per il nostro paese.»

Albert era impressionato dalla risolutezza e dalla lucidità del


professor Schatzhauser, mentre Amelia pensava che Max, il
professore e i suoi amici fossero troppo pusillanimi per
affrontare con efficacia un mostro come Hitler.

I berlinesi sembravano estranei alle sofferenze della guerra, e


Berlino continuava a essere la città della musica e dei teatri.
«Albert, qui dicono che Carla Alessandrini interpreterà il
Tristano e Isotta alla Deutsches Opernhaus tra quindici giorni!»
«La tua amica Carla viene a Berlino? Mi avevi detto che era
un'antifascista convinta.»
«E lo è! Ma Carla, oltre a essere la miglior cantante d'opera
del mondo, è italiana, quindi non mi stupisce che la chiamino da
Berlino. Io e te siamo qui, no? I nazisti pensano che, visto che
sei statunitense e il tuo paese si è dichiarato neutrale, non sei
un elemento pericoloso, e io sono spagnola, perciò saranno
convinti che sia franchista.»
Albert non commentò. Sapeva quanto Amelia apprezzasse
Carla Alessandrini e qualunque critica avrebbe provocato una
discussione.
«Ma è qui!» esclamò Amelia.
«Come dici?»
«Carla alloggia all'Adlon, lo dice il giornale. Chiedo al
centralino di mettermi in contatto con lei.»
Qualche minuto dopo, Amelia sentì la voce allegra di Vittorio
Leonardi, il marito di Carla.
«Amelia, cara! Come stai?»
Amelia gli disse che anche lei era ospite dell'albergo e che
non vedeva l'ora di incontrarli. Vittorio non si fece pregare.
«Carla è impegnata nelle prove. Adesso vado a prenderla a
teatro e poi possiamo vederci e cenare insieme.»
Quando si trovarono nell'atrio dell'albergo, Carla
Alessandrini abbracciò Amelia. Nel frattempo, Vittorio
chiacchierava con Albert come se lo conoscesse da sempre,
anche se in realtà l'aveva appena intravisto a Parigi. Ma
Vittorio era un uomo di mondo e capì subito che
l'accompagnatore di Amelia era qualcosa di più di un caro
amico.
Cenarono tutti e quattro nel ristorante dell'albergo e Carla si
interessò molto delle ultime peripezie della vita di Amelia.
«Cara! Sembra proprio che le tragedie ti perseguitino! E non
lo capisco, perché sei talmente bella... Purtroppo, così è la vita,
adesso l'importante è che tu stia bene e che Albert si prenda
cura di te; ed è meglio che lo faccia, perché altrimenti dovrà
vedersela con me» disse puntando un dito minaccioso verso
Albert James.
La diva spiegò che, anche se odiava i nazisti, Vittorio aveva
insistito che rifiutandosi di cantare a Berlino si sarebbero
esposti troppo, visto che in Italia governavano i fascisti. Si
rammaricò che molti amici ebrei, musicisti, direttori
d'orchestra, gente di teatro, fossero stati costretti ad andare in
esilio.
«Non lasciarti ingannare dalle apparenze, questa città non è
più quella di un tempo, i migliori sono dovuti fuggire. E non
credere che qui mi senta a mio agio...»
«Ma, Carla, amore! Non è prudente esprimere così
apertamente le tue preferenze politiche. A Milano ha osato
disdegnare il Duce quando ha cercato di salutarla dopo averla
vista nella Traviata. Dopo lo spettacolo, Carla si è chiusa in
camerino e mi ha ordinato di dirgli che aveva un mal di testa
così forte che le impediva di parlare. Naturalmente il Duce non
ci ha creduto e poi da alcuni amici abbiamo saputo che ha
ordinato di tenerci sotto controllo. Se ci fossimo rifiutati di
venire a Berlino, cosa credi che avrebbe pensato Mussolini? Non
potevamo accampare alcuna scusa per annullare questo
impegno.»
«Odio i fascisti, e i nazisti ancor di più!» dichiarò Carla, senza
badare agli sguardi stupiti dei commensali seduti agli altri
tavoli.
«Cara, ti prego, non gridare!» la redarguì Vittorio.
«Anch'io provo le stesse cose» disse Amelia prendendo la
mano dell'amica.
«La pensiamo tutti allo stesso modo, ma Vittorio ha ragione,
bisogna tenere un basso profilo» commentò Albert.
«E, così facendo, la prudenza finisce per diventare
collaborazionismo» disse Amelia.
«No, hai torto. Penso che sia meglio poterci muovere per
Berlino e parlare con la gente, per poi raccontare al mondo il
pericolo rappresentato da Hitler. Se adesso mi alzo e comincio a
inveire contro i nazisti, non otterrò altro che essere arrestato, e
alla fine non potrò scrivere sui giornali quello che sta
succedendo qui» fu la conclusione di Albert.
«E poi dicono che gli uomini non sono calcolatori e pratici»
commentò Carla.
Vittorio li informò che, due giorni dopo, i responsabili della
Deutsches Opernhaus avrebbero offerto un cocktail seguito da
una cena in onore di Carla e promise di chiedere di invitare
anche loro.
«Sarà meglio, perché altrimenti sarò io a non partecipare al
cocktail» sentenziò Carla.

Il patto tedesco-sovietico aveva una portata superiore a quella


che molti avevano immaginato in un primo momento. I
protocolli segreti cominciarono a diventare di pubblico dominio
con il passaggio alle vie di fatto e il 17 settembre le truppe
sovietiche entrarono in Polonia.
Il giorno dopo Amelia e Albert parteciparono a una riunione
a casa di Karl Schatzhauser. Il medico chiese agli altri membri
del gruppo di mantenere la calma.
«Si sono spartiti la Polonia» si lamentò Max «e il governo
britannico non ha mosso un dito in sua difesa.»
«La Gran Bretagna non sembra avere le idee chiare sulla
strada da prendere» commentò Albert.
«I polacchi dovrebbero essere loro alleati, ma in realtà li
hanno abbandonati nelle grinfie di Hitler e di Stalin!» ribatté
Amelia.
Alla riunione partecipava anche un pastore protestante che
cercava di arginare lo sconforto che sembrava dilagare nel
gruppo, pronunciando parole di speranza.
«Possiamo ancora fare qualcosa, non ci arrenderemo. C'è
molta gente contraria a Hitler» assicurò il religioso, che si
chiamava Ludwig Schmidt.
Il pastore disse di conoscere una persona vicina
all'ammiraglio Canaris, il capo del controspionaggio tedesco;
secondo quell'uomo, l'ufficiale della marina non condivideva le
idee del Partito nazista al potere; anzi, sembrava che
l'ammiraglio fosse disponibile ad aiutare come poteva
l'opposizione a Hitler, purché non venisse coinvolto.
Max von Schumann confermò l'informazione aggiungendo
che il colonnello Hans Oster, capo dell'ufficio di
controspionaggio degli Alti Comandi delle Forze Armate,
insieme ad altri capi militari, era contrario a Hitler.
«Dovreste unire le forze!» insisté Albert.
«Non dobbiamo fare passi falsi, è meglio che ogni gruppo
agisca come crede opportuno; poi, al momento giusto,
decideremo le alleanze» ribatté Karl Schatzhauser.
«Lei dirige il nostro gruppo, professore, e io accetto la sua
strategia, ma credo che il nostro amico Albert James abbia
ragione» intervenne Max.
Il pastore Ludwig Schmidt illustrò ad Albert i fondamenti del
nazismo.
«Ci sono tre libri che lei dovrebbe leggere per capire su cosa
si basa la sua follia: il Mein Kampf, dello stesso Adolf Hitler, Il
mito del XX secolo di Alfred Rosenberg e Das Manifest zur Brechung
den Zinsknechtschaft des Celdes di Gottfried Feder. Lei non
immagina quello che Feder è arrivato a scrivere sul modo di
risanare la nostra economia. Quanto al libro di Rosenberg, è una
stupidaggine, con l'obiettivo di dimostrare la superiorità delle
popolazioni nordiche. Attacca anche i fondamenti del
cristianesimo, perché non dobbiamo dimenticare che i nazisti
disprezzano Dio. Ma legga il Mein Kampf e vedrà chiaramente
quello che si propone Hitler.»
«Finora, le principali vittime sono state gli ebrei» disse
Amelia.
«Ha ragione, ma oltre a volere sterminare gli ebrei,
l'obiettivo del nazionalsocialismo è cancellare le radici cristiane
della Germania, creare un paese senza Dio né religione» precisò
il pastore Schmidt.
Amelia approfittò di un momento in cui Albert stava
parlando con il professor Schatzhauser per cercare di
convincere Max ad aiutarla a rintracciare i Wassermann.
«Un nostro amico ci ha informato che li hanno portati in un
campo di lavoro. Ci sarà pure un registro dove figurino i loro
nomi...»
«Non sarà facile scoprirlo, ma farò quello che posso.»
«Tu sei un ufficiale, a te lo diranno.»
«Un ufficiale che diventerà sospetto agli occhi del partito se
si interessa agli ebrei. La situazione non è semplice, vedrò se
tramite un amico del servizio di controspionaggio riesco a
scoprire qualcosa.»
In un altro momento della riunione, Amelia chiese a Max di
Ludovica.
«Come puoi immaginare, non sa nulla di queste riunioni.
Non esiterebbe a denunciarci.»
«Ludovica è nazista, vero?»
«L'hai sentita. Per mia sfortuna, ho una moglie
nazionalsocialista convinta. Proviene da una famiglia di
imprenditori e industriali della Ruhr che, come molti altri,
hanno appoggiato Hitler. Volevano un governo forte, un
dittatore. Molti di coloro che lo hanno sostenuto adesso dicono
che pensavano di poter esercitare un'influenza su di lui, ma è
solo una scusa accampata da gente che pensa solo ai propri
interessi, alla quale non importa affatto il degrado morale in cui
viene trascinata la Germania.»
«Mi dispiace per quello che stai passando...»
«Puoi immaginare quanto sia doloroso il fatto che Ludovica
sia nazista. Ovviamente non mi fido di lei, e il nostro rapporto si
è deteriorato. Ormai salviamo solo le apparenze.»
«Perché non ti separi?»
«Non posso, sono cattolico. In questo paese a maggioranza
protestante ci sono anche dei cattolici, e io e Ludovica lo siamo.
Siamo condannati a restare insieme.»
«Ma è orribile!»
«Non saremo né la prima né l'ultima coppia che si trova in
questa situazione. E poi, anche se volessi separarmi, Ludovica
non me lo permetterebbe, perciò entrambi ci siamo adattati alle
circostanze. Non pretendo di essere felice, ma sono ossessionato
dall'idea di togliere di mezzo Hitler.»
Karl Schatzhauser, insieme ad Albert, si avvicinò.
«Mia cara Amelia, sto cercando di convincere Albert a
riferire al governo britannico che la Germania non è impazzita
del tutto, e che ci sono uomini e donne disposti a combattere
contro Hitler, ma abbiamo bisogno di aiuto. I britannici, però,
devono considerare che non tradiremo mai il nostro paese,
vogliamo solo far cadere Hitler e impedire che la guerra si
trasformi in una tragedia più grande di quella che si è verificata
nel conflitto precedente.»

Albert disse che li avrebbe aiutati, trasgredendo per la prima


volta un principio a cui si era sempre mantenuto fedele:
raccontare ai suoi lettori quello che come giornalista vedeva e
sentiva, ma senza alcun coinvolgimento politico.
A fine settembre, la Polonia si arrese alla Germania. Il paese
venne diviso in zone: le province occidentali furono annesse
alla Germania, mentre quelle orientali andarono all'Unione
Sovietica. Milioni di polacchi pagarono le conseguenze del
trovarsi sotto il dominio del Reich. Le prime vittime furono gli
ebrei.

La prima di Tristano e Isotta fu un successo. Il pubblico in


visibilio applaudì Carla Alessandrini facendola uscire a salutare
oltre dieci volte. Quella sera Joseph Goebbels assisté allo
spettacolo, insieme ad altri gerarchi del Partito nazista. Alcuni
di loro non esitarono a mandare mazzi di fiori alla diva italiana,
chiedendole un appuntamento o invitandola direttamente a
cena. Ma Carla non degnava di un'occhiata quegli omaggi e
ordinava alla sua cameriera di lasciarli fuori dal camerino.
«Persino i fiori, se sono nazisti, puzzano» osservava.
Dopo lo spettacolo, Vittorio e Carla invitarono a cena in
albergo un gruppo di amici, tra cui Amelia e Albert. Terminata
la cena, Carla si congedò dai suoi ospiti, con il pretesto della
stanchezza, e chiese ad Amelia di accompagnarla nella sua
suite.
«Non abbiamo avuto occasione di stare da sole neanche un
minuto e volevo chiederti se la storia con Albert James è una
cosa seria.»
Amelia meditò sulla risposta. Lei stessa si chiedeva quanto
fosse importante la relazione con il giornalista.
«Albert mi ha salvata in diverse occasioni. È l'uomo più
generoso che abbia mai conosciuto e non mi ha mai chiesto
niente in cambio.»
«Ti ho chiesto se lo ami, nient'altro.»
«Sì, penso di sì.»
«Uff, che risposta! Vuol dire che non lo ami.»
«Sì, lo amo. Ma non come ho amato Pierre... Credo che non
amerò mai più nessuno a quel modo. Mi ha fatto davvero
soffrire tanto!»
«Dimentica Pierre! È morto, e quel che è fatto è fatto, non si
può tornare indietro. Non fare come quelli che si crogiolano
nell'autocommiserazione lamentandosi del passato. Devi
guardare al futuro e cercare il più possibile di goderti il
presente. Ti darò il mio parere: Albert è un brav'uomo, ti ama
ed è disposto a fare qualunque cosa per te. Forse proprio per
questo non lo apprezzi quanto dovresti.»
«Ma so benissimo che è un uomo eccezionale!»
«Che ti ama e si fida di te, senza condizioni. Vittorio è così e,
come vedi, non saprei vivere senza di lui, ma per egoismo. È mio
marito, certo, ma è anche colui che mi protegge le spalle. Credo
che Albert sia come Vittorio: uomini del genere meritano
qualcosa di più di quello che noi possiamo dare loro. È un
peccato, ma così è la vita!»
«Non mi piace che pensi che non apprezzo Albert.»
«Ma certo che lo apprezzi! Solo che non sei innamorata di lui
e potresti lasciarlo in qualunque momento. Cosa c'è invece fra
te e il barone tedesco, Max von Schumann?»
«Niente, io e Albert abbiamo cenato a casa sua e l'abbiamo
rivisto altre volte.»
«Mi sembra di ricordare che mi avessi scritto quanto ti
sentivi attratta da lui.»
«È vero... però Max è sposato, ho conosciuto sua moglie, la
baronessa Ludovica, bellissima ma terribile. È nazista. Max non
è felice con lei.»
«Guai in vista! Cadrai tra le sue braccia.»
«No, non voglio, e lui nemmeno. Max è un uomo d'onore e il
suo matrimonio con Ludovica è per sempre. Sono cattolici.»
«Sciocchezze! Anch'io sono cattolica, e non penso affatto di
lasciare Vittorio, ma... se incontrassi il grande amore? Cosa
sarei disposta a fare? Finora gli uomini che ho conosciuto e
amato non meritavano che lasciassi Vittorio, e più passano gli
anni più mi sembra difficile che arrivi un principe su un cavallo
bianco con cui voglia fuggire. Ma se arrivasse? L'unica cosa che
non dobbiamo fare è mentire a noi stesse. Vedo che il barone ti
attrae ancora. Insomma, spero solo che tu non soffra troppo.
Non dimenticare che, se le cose ti andassero male, potrai
sempre contare su di me, tanto più adesso che hai perso i tuoi
genitori. A proposito, hai notizie della tua famiglia?»
«Mia sorella Antonietta è sempre cagionevole.»
«Quella ragazza ha bisogno di mangiare, perché non la porti
in Italia? Potete venire a casa mia a Milano, o meglio, sai che ho
una villa a Capri, lì guarirebbe respirando l'aria pura del mare.»
«Sai che non posso, devo lavorare. Non voglio accettare altri
soldi da Albert che non siano quelli per il mio lavoro. Con quel
denaro riesco ad aiutare la mia famiglia, mio zio Armando
guadagna il minimo indispensabile per mantenerli tutti. Inoltre,
Pablo, il figlio di Lola, è sempre a casa dei miei zii. Sua nonna
non si è ancora ristabilita ed è in ospedale. Hanno molte bocche
da sfamare.»
«E tu sei così orgogliosa che ti rifiuti di accettare il mio
aiuto!»
«Non è orgoglio, Carla, ti assicuro che se non fossi in grado di
guadagnare i soldi per i miei con il mio lavoro, piuttosto che
farli vivere in miseria li chiederei a te, ma per ora riesco a
mandare loro abbastanza denaro, e per me non spendo niente.»
«Sì, me ne sono accorta. Andremo a fare acquisti, non puoi
rifiutare un regalo, perché, lasciatelo dire, sembri Cenerentola.»

Alcuni giorni dopo il professor Karl Schatzhauser telefonò ad


Albert convocandolo urgentemente. Insisté perché si facesse
accompagnare da Amelia.
Si recarono a casa sua nel tardo pomeriggio e lì trovarono
anche Max e un altro uomo. Karl Schatzhauser andò dritto al
punto.
«Mia cara Amelia, Max mi ha detto che lei è amica di Carla
Alessandrini.»
«È vero» rispose Amelia, perplessa.
«Forse può aiutarci a salvare una ragazza.»
«Non capisco...»
«Mi permetta di presentarle padre Müller.»
Il professor Schatzhauser si rivolse all'uomo che fino a quel
momento era rimasto in silenzio. Il sacerdote, che non
dimostrava più di trent'anni, sembrava nervoso.
«Padre Müller è un sacerdote cattolico, membro del nostro
piccolo gruppo di opposizione a Hitler. Sta con noi a titolo
personale, non come rappresentante della Chiesa cattolica.»
Amelia e Albert osservarono con interesse il prete, il quale a
sua volta li guardò con aria preoccupata.
«Non c'è bisogno che vi spieghi la situazione degli ebrei
tedeschi, sottoposti alle persecuzioni. Molti di loro sono
scomparsi dalla sera alla mattina, mandati