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Caratteristiche generali del marxismo

Il pensiero di Marx, rappresentante una delle componenti intellettuali e politiche più importanti dell’età
moderna, non può essere ridotto alla dimensione puramente filosofica: esso si pone infatti come analisi
globale della società e della storia, investendo i diversi settori dello scibile con la tendenza ad indagare il
fatto sociale non a compartimenti stagni, ma nell’unità organica delle sue manifestazioni. Altra importante
componente del marxismo è la sua tendenza a fornire un’interpretazione dell’uomo e del mondo che sia
anche impegno di trasformazione rivoluzionaria.

La critica ad Hegel
Il punto di partenza della riflessione di Marx è Hegel e il suo concetto di razionalità, ovvero quello di una
ragione assoluta che procede dialetticamente (una posizione è sempre in riferimento a qualcos’altro che è il
suo polo opposto). Marx dà ragione al processo dialettico di Hegel dal punto di vista formale, ma non da
quello pratico. Secondo Hegel, l’idea preesiste alla realtà, a cui arriva tramite un processo dialettico
necessario, il contrasto tra tesi e antitesi che porta necessariamente alla sintesi, ovvero al superamento
della contraddizione.

Marx ritiene che Hegel utilizzi uno stratagemma facendo delle realtà empiriche delle manifestazioni
necessarie dello Spirito, ovvero facendo del concreto la manifestazione dell’astratto: dopo essersi costruito
il concetto astratto di Spirito partendo dalla realtà, Hegel finisce per fare della realtà la manifestazione dello
Spirito. Al metodo hegeliano, Marx oppone il metodo “trasformativo”, che consiste nel ri-capovolgere ciò
che l’idealismo ha capovolto, ossia nel riconoscere di nuovo ciò che è veramente soggetto e ciò che è
veramente predicato. Inoltre, Marx ritiene che il metodo di Hegel sia fallace non solo sul piano filosofico,
ma che sia anche conservatore sul piano politico, poiché porta a santificare la realtà, trasformando i dati di
fatto in manifestazioni razionali e necessarie dello Spirito, accettando le istituzioni statali vigenti e
sostenendo un atteggiamento reazionario.

La critica alla civiltà moderna e al liberalismo


Alla base delle teorie di Marx vi è la critica globale alla civiltà moderna e allo Stato liberale. Mentre nella
polis greca l’individuo si trovava in una unità sostanziale con la comunità, priva dell’antitesi tra ego privato
e ego pubblico, nel mondo moderno l’uomo è costretto a vivere due vite: una “in terra” come borghese, e
l’altra “in cielo” come cittadino, nella sfera superiore dello Stato e dell’interesse comune. La pretesa dello
Stato di porsi come organo universale che persegue l’interesse comune è falsa: non è lo Stato ad imbrigliare
la società elevandola al bene comune, ma piuttosto la società civile che imbriglia lo Stato abbassandolo a
strumento degli interessi particolari delle classi più forti.

Lo Stato post-rivoluzionario ha legalizzato la situazione di distacco tra singolo e tessuto sociale,


riconoscendo come diritto dell’uomo la libertà individuale e la proprietà privata e diventando la proiezione
politica di una società “asociale”. Il filosofo ha quindi in mente un’idea in cui esiste una compenetrazione
perfetta tra individuo e comunità. L’unico modo per realizzare questo modello di comunità solidale è
l’eliminazione delle disuguaglianze reali tra gli uomini, in particolare della proprietà privata, principio di
ogni diseguaglianza. Per tradurre nel completo questa democrazia, coincidente con il comunismo, è
necessaria una rivoluzione sociale che ha come soggetto esecutore il proletariato, ovvero la classe priva di
proprietà che soffre maggiormente di una condizione di alienazione.
La problematica dell’alienazione
L’alienazione è una condizione patologica di scissione, dipendenza e autoestraniamento di natura socio-
economica, in quanto si identifica con la condizione storica del salariato nell’ambito della società
capitalistica. Il lavoratore è infatti:

 Alienato rispetto al prodotto della sua attività, poiché produce un oggetto che non gli appartiene
 Alienato rispetto alla sua attività stessa, che prende la forma di un lavoro forzato, in cui l’uomo è
strumento di fini estranei
 Alienato rispetto al proprio Wesen, la propria essenza, poiché la sua prerogativa nei confronti
dell’animale è il lavoro libero e creativo, mentre nella società capitalistica il lavoro è forzato e
ripetitivo
 Alienato rispetto al prossimo, perché “l’altro” è il capitalista che lo tratta come un mezzo

La causa del meccanismo globale dell’alienazione risiede dunque nella proprietà privata dei mezzi di
produzione. La dis-alienazione si identifica pertanto con il superamento del regime della proprietà privata e
con l’avvento del comunismo.

L’interpretazione della religione in chiave sociale


Rompendo con l’interpretazione di Feuerbach, che vedeva l’uomo come essenza atemporale fornita di
proprietà immutabili, Marx sostiene che l’individuo è reso tale dalla società storica in cui vive. Ogni discorso
sull’uomo si risolve quindi in un discorso su società e storia, preparando il passaggio dalla problematica
antropologica all’indagine storica e socio-economica.

Altra differenza con Feuerbach è l’interpretazione religiosa di Marx, che vede le radici del fenomeno
religioso non nell’uomo in quanto tale, ma in una determinata tipologia storica di società. Marx definisce la
religione come Opium des Volkes, prodotto di un’umanità alienata e sofferente a causa delle ingiustizie
sociali, che cerca illusoriamente nell’aldilà ciò che le è negato nell’aldiquà. L’unico modo per eliminare la
religione è quindi la trasformazione rivoluzionaria della società che distrugga le strutture sociali che la
producono.
Ecco perché un altro limite di fondo del pensiero di Feuerbach risiede nella tendenza al contemplativismo e
teoreticismo, trascurando completamente l’aspetto della praxis rivoluzionaria. I filosofi, secondo Marx,
hanno fino a quel momento solo interpretato il mondo in modi diversi, senza preoccuparsi di mutarlo.

La concezione materialistica della storia


Successivamente, Marx applicherà in sede economica gli schemi critico-dialettici già utilizzati dal filosofo in
campo politico. L’economia borghese è considerata da Marx l’espressione teorica della società capitalistica,
e la accusa di “eternizzare” il sistema capitalistico invece di collocarlo in una prospettiva storico-
processuale, ovvero di non considerarlo un sistema economico tra i tanti della storia, ma come il modo
naturale.

Nella sua opera L’ideologia tedesca, Marx tenta di cogliere il movimento reale della storia, al di là delle sue
interpretazioni ideologiche che ne hanno velato da sempre le forze motrici. L’approccio di Marx è quindi
storico-materialistico, con una basilare contrapposizione tra “scienza reale e positiva” e “ideologia”.
L’ideologia è considerata una falsa rappresentazione della realtà e fornisce un’immagine deformata dei
rapporti reali tra gli uomini. Marx si propone di svelare la verità sulla storia mediante il raggiungimento di
un punto di vista obiettivo sulla società.
La storia si configura come un processo materiale fondato sulla dialettica bisogno-soddisfacimento, in cui
l’umanità è una specie evoluta composta da individui associati che lottano per la sopravvivenza. La
caratteristica che umanizza l’uomo è l’azione materiale di produrre i propri mezzi di sussistenza. Alla base
della storia vi è dunque il lavoro, inteso come creatore di civiltà e cultura, ciò attraverso cui l’uomo si rende
tale.

Struttura e sovrastruttura
Secondo Marx, nella “produzione sociale dell’esistenza” che costituisce la storia, i due elementi di fondo
sono le forze produttive e i rapporti di produzione.

 Per forze produttive si intendono tutti gli elementi necessari al processo di produzione, ovvero la
forza-lavoro, i mezzi di produzione (mezzi utilizzati per produrre) e le conoscenze tecniche e
scientifiche per organizzare e migliorare la produzione
 I rapporti di produzione sono i rapporti che si instaurano tra gli uomini nel corso della produzione e
trovano la loro espressione giuridica nei rapporti di proprietà

Forze produttive e rapporti di produzione costituiscono il “modo di produzione” di un certo periodo


storico, costituendo la “struttura”, ovvero lo scheletro economico della società.

La “sovrastruttura” (Überbau) indica invece i rapporti giuridici, le forze politiche, le dottrine etiche,
artistiche, religiose e filosofiche, che sono espressioni più o meno dirette dei rapporti che definiscono la
struttura di una certa società storica. Di conseguenza, non sono le leggi/lo Stato/le religioni, ecc… a
determinare la struttura economica della società, ma viceversa. Questo concetto viene detto materialismo
storico: le vere forze motrici della storia non sono di natura spirituale, bensì socio-economica.

Le forze produttive e i rapporti di produzione, oltre a rappresentare la chiave di lettura della statica della
società, si configurano anche come strumento interpretativo della sua dinamica, molla propulsiva del suo
divenire. Un determinato grado di sviluppo delle forze produttive tende infatti a corrispondere con
determinati rapporti di produzione e di proprietà. Ogni qualvolta che le forze produttive si sviluppano più
velocemente dei rapporti di produzione, si crea una situazione di frizione che genera un inevitabile scontro
e un’epoca di rivoluzione sociale.

Il Manifesto del partito comunista


Nel suo Manifesto, Marx fornisce una stringata summa della sua concezione del mondo. I punti salienti del
Manifesto sono:

 Analisi della funzione storica della borghesia, in cui vengono sintetizzati i suoi meriti e limiti. La
borghesia è costituzionalmente dinamica, poiché costretta a rivoluzionare continuamente
strumenti di produzione e rapporti sociali. Le moderne forze produttive si ribellano però ai vecchi
rapporti di proprietà, generando crisi che mettono in forse l’esistenza stessa del capitalismo. Il
proletario, oppresso dalla borghesia, non può fare a meno di mettere in opera una dura lotta di
classe volta al superamento del capitalismo.
 Concetto della storia come “lotta di classe”
 Critica ai socialismi non-scientifici: il socialismo reazionario, che attacca la borghesia secondo
parametri conservatori (socialismo feudale, socialismo d’estrazione piccolo-borghese), il socialismo
conservatore, che si propone di rimediare agli inconvenienti del capitalismo senza distruggerlo
completamente, e il socialismo utopistico, che fa appello a tutti i membri della società per una
pacifica azione di riforme.
Il capitale
Nel suo saggio Il capitale, Marx mette in luce i meccanismi strutturali della società borghese, cercando di
svelare la legge economica del movimento della società moderna. In contrapposizione con l’economia
classica, Marx è convinto che non esistano leggi universali dell’economia e che ogni formazione sociale
abbia caratteri e leggi storiche specifiche. Oltre ad essere un libro di economia, Il capitale rappresenta
anche una fotografia critica della civiltà capitalistica intesa come struttura complessiva.

La caratteristica specifica del modo di produzione capitalistico è quella di essere produzione generalizzata di
merce. Essa:

 Possiede un valore d’uso, ovvero serve a qualcosa


 Possiede un valore di scambio, che le garantisce la possibilità di essere scambiata con altre merci.
Il suo valore di scambio discende dalla quantità di lavoro socialmente necessaria per produrla. La
produttività sociale varia in differenti periodi storici.
Il valore di una merce non si identifica del tutto con il suo prezzo. Su quest’ultimo influiscono infatti
altri fattori, come l’abbondanza o la scarsità (anche se Marx è convinto che la somma complessiva
dei prezzi della merce esistente in una determinata società equivalga alla somma complessiva del
lavoro contenuto in essa). Il prezzo non corrisponde quindi al valore ma ha il valore alla propria
base.

La convinzione che alla radice di tutto ciò si trovi il lavoro porta Marx a contestare il cosiddetto “feticismo
delle merci”, ovvero il considerare le merci come entità aventi valore di per sé, dimenticando che esse sono
frutto dell’attività umana.

La caratteristica peculiare del capitalismo è costituita dal fatto che in esso la produzione non è finalizzata al
consumo, bensì all’accumulazione di denaro. Il ciclo economico del capitalismo non può essere descritto
dalla formula schematica M.D.M. (merce-denaro-merce), ovvero il doppio processo in cui una certa
quantità di merce viene trasformata in denaro e poi di nuovo in merce, ma con la formula D.M.D’. ( denaro-
merce- più denaro), in quanto nel capitalismo il soggetto (il capitalista) investe denaro in una merce per
ottenere più denaro di quanto non ne abbia già investito.

Questo surplus monetario, il plusvalore, non può provenire né dal denaro in se stesso, che è un semplice
mezzo di scambio, né dallo scambio, poiché gli scambi hanno luogo sempre tra valori equivalenti. L’origine
del plusvalore va quindi ricercata a livello della produzione capitalistica. Il capitalista ha infatti la possibilità
di “comprare” una merce particolare, in grado di produrre valore: la merce umana, ovvero l’operaio. La
forza-lavoro viene pagata come una qualsiasi merce, ovvero secondo il valore corrispondente alla quantità
di lavoro socialmente necessario a produrla (nel caso dell’operaio è pari a quello dei mezzi che gli sono
necessari per vivere, lavorare e generare), il cosiddetto salario. Tuttavia l’operaio ha la capacità di produrre
con il proprio lavoro un valore ben maggiore di quello che gli è corrisposto con il salario. Il plusvalore è
quindi l’insieme del valore da lui gratuitamente offerto al capitalista.

E’ questa quindi la spiegazione “scientifica” dello sfruttamento capitalistico, che egli identifica con la
possibilità da parte dell’imprenditore di utilizzare la forza-lavoro altrui a proprio vantaggio.

Per “saggio del plusvalore” Marx intende il rapporto tra il plusvalore e il capitale variabile (cioè il capitale
investito nei salari). Tale rapporto, espresso in percentuale, esprime dunque il plusvalore conseguito in
rapporto al capitale variabile investito. Il capitale variabile non è però l’unica spesa del capitalista.

Più preciso per misurare il profitto del capitalista è il saggio del profitto. Esso è il rapporto tra il plusvalore e
la somma di tutte le spese del capitalista, ossia la somma di capitale variabile (spesa in salari) e capitale
costante (spesa in macchinari), ed è sempre minore del saggio del plusvalore.
Tendenze e contraddizioni del capitalismo
Il capitalismo ha come fine strutturale l’aumento del plusvalore. Ciò porta al caratterizzarsi come società
retta dalla logica del profitto privato anziché dalla logica dell’interesse collettivo.
Per accrescere il plusvalore, il capitalista per prima cosa aumenta la giornata lavorativa dei propri operai
(plusvalore assoluto). Questa dilatazione di orario presenta dei limiti invalicabili; per questo, il capitalismo
punta alla riduzione di quella parte di giornata lavorativa necessaria a reintegrare il salario (plusvalore
relativo). Ovviamente ciò si può ottenere solo con un aumento della produttività, e da ciò discende la
necessità strutturale di introdurre in continuazione nuovi e più efficienti metodi e strumenti di lavoro.

La grande svolta nel modo di produzione capitalistico è la nascita dell’industria meccanizzata, capace di
aumentare enormemente la quantità di merce prodotta nello stesso tempo con lo stesso numero di operai,
e quindi di erogare maggior plusvalore relativo. Inoltre, non avendo bisogno di risposo, le macchine
rendono possibile l’aumento anche del pluslavoro assoluto, prolungando la giornata lavorativa.

Tuttavia proprio l’aumento della produttività genera il fenomeno ciclico della crisi di sovrapproduzione (nel
passato generate da scarsità dei beni), che dipende da una sovrabbondanza delle merci. Questo è dovuto
ad un’anarchia della produzione, in cui i capitalisti si precipitano alle cieca nei settori dove il profitto è più
alto, saturandolo velocemente. Ciò genera la crisi, che ha effetti come la distruzione capitalistica dei beni e
la disoccupazione. Poiché con il progresso tecnologico il capitale costante aumenta, il saggio del profitto
diminuisce costantemente. Questa legge viene chiamata “caduta tendenziale del saggio di profitto” una
legge dei rendimenti decrescenti, ed è per Marx il grande difetto strutturale del capitalismo.

La somma di questi fenomeni produce una tendenza della società a scindersi in due sole classi antagoniste:
una piccola minoranza di capitalisti sfruttatori, detentori di tutta la ricchezza e di tutti i mezzi di produzione,
e una grande maggioranza di proletari sfruttati.

La dittatura del proletariato


Queste contraddizioni nella società borghese pongono per Marx la base della rivoluzione del proletariato
che, impadronendosi del potere politico, attua un passaggio da capitalismo a comunismo. Il proletariato è
quindi investiti di una specifica missione storico-universale: mentre nelle rivoluzioni precedenti trionfavano
nuovi modi di produrre e distribuire la proprietà, la rivoluzione comunista si propone di abolirla del tutto,
dando origine a un’epoca nuova nella storia del mondo. Lo strumento tecnico della trasformazione
rivoluzionaria è la socializzazione dei mezzi di produzione e di scambio, passandoli dalle mani del privato a
quelle della comunità in modo da porre fine al fenomeno del plusvalore e dello sfruttamento di classe.

Secondo Marx la rivoluzione – violenta o pacifica che sia- deve mirare ad abbattere lo Stato borghese e le
sue forme istituzionali: il compito del proletariato non è quindi quello di impadronirsi della macchina
statale borghese, manovrandola per i propri scopi, ma quella di spezzarne i meccanismi istituzionali di
fondo.

La lotta delle classi conduce necessariamente ad una dittatura del proletariato, diversa dalle altre
storicamente esistite: sarà una dittatura di maggioranza di (ex) oppressi su una minoranza di (ex)
oppressori. Questa dittatura è una misura politica fondamentale per arrivare dal capitalismo al comunismo,
ma è solo di transizione: essa mira al superamento di sé medesima e di ogni forma di stato.
La società comunista
Marx nei suoi scritti si limita ad accennare in modo frammentario alla futura società comunista. Nei
Manoscritti, Marx distingue tra un comunismo “rozzo” e uno superiore e autentico.

In quello rozzo, la proprietà, invece di venire totalmente soppressa, viene trasformata in proprietà della
comunità, che assume il ruolo di grande capitalista, e gli uomini sono ridotti ad operai con il medesimo
salario. Questa fase si rivela però ancora di tipo borghese, in quanto non tiene conto delle differenze
individuali tra gli uomini, limitandosi a livellare astrattamente, ed è inoltre ancora dominata dalla mentalità
proprietaria e dalla categoria dell’avere.

Il comunismo autentico, ovvero l’effettiva soppressione della proprietà privata, si realizza quando l’uomo
cessa di intrattenere con il mondo rapporti di puro possesso e consumo, in una forma di uguaglianza e
comunismo che tenga conto dei bisogni, e non solo delle capacità, degli individui, che sono esseri
onnilaterali che esercitano in modo creativo le loro capacità.