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Mirko Goddi 27 gennaio 2011 17:39

Caro prof. Losurdo,nel giorno della memoria constato con estrema tristezza che a sinistra si moltiplicano
coloro che mettono sullo stesso piano nazismo e comunismo.
Leggo nella rete sempre molti commenti che ripropongono la narrazione da guerra fredda della politica
sovietica malgrado questa sia finita da anni ormai. Lo Stalin antisemita è diventato un classico,cosi come il
mettere sullo stesso piano le morti per carestia in Ucraina e lo sterminio pianificato della Shoah. Addirittura
ho letto persone che indicavano gli Stati Uniti come fiancheggiatori della Cina nello "sterminio" del popolo
tibetano. Siamo ormai al ridicolo. Non penso che la colpa sia tutta delle persone che scrivono queste
cose,perchè anch' io sono stato spesso vittima di false informazioni,penso tuttavia che sia determinante il
ruolo di molti intellettuali che magari si rivendicano come liberi di fronte a qualsivoglia idea di partito o
movimento e di fatto sono sgherri prezzolati del sistema.
La saluto

DL Delle leggende relative all’«antisemitismo» di Stalin e all’Ucraina mi sono ampiamente occupato nel libro
su Stalin, e della leggenda relativa al Tibet mi sono ampiamente occupato nel libro su «La non-violenza». Dà
da pensare il fatto che nessuno ha provato a smentirmi… Per quanto riguarda il giorno della memoria, è
giusto e doveroso rendere omaggio alle vittime della «soluzione finale», ma occorre tener presente che non
ci sono vittime eterne e carnefici eterni. E’
quello che in particolare ho sottolineato nel mio libro «Il linguaggio dell’Impero» (Laterza). In questo libro ho
fatto notare che oggi il popolo martire per eccellenza è il popolo palestinese. Certo, non siamo in presenza di
una nuova «soluzione finale». Per fortuna la storia non è l’eterno ritorno dell’identico! Ma non per questo è
lecito bagattellizzare quella che un grande intellettuale palestinese
(Said) ha definito la tragedia delle vittime delle vittime.
Riporto un paragrafo da «Il linguaggio dell’Impero»:

« Di questa caccia alle streghe è parte integrante l’accusa al popolo palestinese di far ricorso alla violenza:
potrebbe agire diversamente?
Sull’«International Herald Tribune» dell’agosto 2004 si poteva
leggere: «Per la maggior parte dei 37 anni dell’occupazione israeliana della West Bank e di Gaza i
Palestinesi sono stati non violenti, e hanno conseguito ben poco. Israele si è semplicemente trincerato
nell’occupazione della terra palestinese, spostandovi in modo illegale centinaia di migliaia di coloni». Le
innumerevoli pacifiche manifestazioni di protesta, gli scioperi della fame non solo non hanno conseguito
alcun risultato concreto ma non sono riusciti neppure ad attrarre l’attenzione dei media occidentali. D’altro
canto, anche quando ristagnano gli attacchi contro Israele, «i palestinesi continuano a morire
quotidianamente», senza che ciò susciti in Occidente particolari emozioni. Occorre guardare in faccia la
realtà:

In Sud Africa la protesta non violenta aiutò a sconfiggere l’apartheid per il fatto che un numero crescente di
bianchi si unì ai neri e alla popolazione di colore nel prendere posizione contro il regime, collocandosi in
prima linea e rischiando la galera o la morte. Gli israeliani, persino se di estrema sinistra, sono ben lontani
dall’assumere tale posizione contro l’occupazione della terra palestinese che dura da 37 anni .

Come sappiamo, le autorità israeliane equiparano a terrorismo anche il lancio di pietre e persino il lancio di
pietre effettuato da bambini e lo trattano di conseguenza. In tali condizioni la resistenza armata diventa
inevitabile, ma vediamo in che modo essa è fronteggiata, dando la parola ad un testimone diretto, che ha
servito a lungo nell’esercito di occupazione:

Nove mesi fa la Corte Suprema di Israele ha vietato all’esercito israeliano di usare civili [palestinesi] come
scudo umano allorché faceva irruzione nelle case per arrestare combattenti palestinesi. La scorsa settimana
il quotidiano israeliano «Haaretz» ha riferito che la conseguenza di questa decisione è stata di collocare i
civili palestinesi in una situazione di pericolo più grave: i soldati non entrano più nelle case per cercare i loro
bersagli; l’esercito usa bulldozer per abbattere le case .

Coloro che sopravvivono a questi assalti e che vanno a far compagnia alle migliaia di prigionieri palestinesi
(compresi donne e ragazzi), non possono dirsi propriamente fortunati. Nel 2002 l’«International Herald
Tribune» informava che «l’esercito israeliano ha a lungo fatto sistematico ricorso alla tortura contro i
palestinesi»; sì, nel settembre del 1999 la Corte Suprema aveva vietato alcune pratiche, ma altre
continuavano ad essere in uso . Sulla «Stampa», una corrispondenza da Tel Aviv descriveva in modo
asciutto un complesso carcerario installato nel deserto («Ansar-3») già dopo l’esplosione della prima Intifada
e ormai famigerato:
Composto principalmente da tende militari, non offre infatti agli internati la necessaria protezione dalla
escursione termica. Di giorno, d’estate, si rasentano i 40 gradi, mentre di notte si può arrivare a zero gradi.
Le condizioni igieniche – aveva rilevato una commissione delle Nazioni Unite, nel 1994 – erano del tutto
insoddisfacenti, così come le cure mediche «quasi inesistenti». Caldo, frustrazione, affollamento, brutalità
dei soldati: questi gli elementi costanti nei racconti fatti dai circa 15 mila palestinesi che hanno trascorso
periodi più o meno lunghi tra quei recinti.

E’ anche accaduto che, per punizione, il comandante della prigione abbia «ordinato che 40 reclusi fossero
stipati in una cella di due metri per due». In questa «anticamera dell’inferno» – secondo la definizione dello
scrittore palestinese Ghassan Abdallah, che vi fu internato nel 1988 – succede che gli stessi ufficiali
israeliani chiamati a far da aguzzini avvertano il bisogno di ricorrere ai tranquillanti .
Si comprendono allora le centinaia e centinaia di migliaia di profughi palestinesi. L’esodo non pone fine alla
tragedia. A migliaia si contano i palestinesi nel settembre 1970 massacrati in Giordania dal regime filo-
occidentale. Dodici anni dopo in Libano, a Sabra e Chatila, nei campi dove sono rifugiati i profughi
palestinesi irrompono le squadracce falangiste che collaborano con l’esercito israeliano di occupazione e
godono della sua protezione: fa seguito un pogrom spaventoso con migliaia di vittime, un piccolo contributo
allo «sterminio di non ebrei appartenenti al seme di Amalek» invocato da certi circoli israeliani. Per i
palestinesi che, nonostante tutto, restano abbarbicati alla loro terra, la vita ¬– come riconoscono voci
autorevoli provenienti dallo stesso mondo ebraico – è divenuta una «tortura» (supra, cap. I, § 12) ovvero «un
inferno quotidiano» .
Incessantemente espropriato della sua terra, colpito in modo ricorrente da punizioni collettive che lo privano
della casa o di servizi essenziali, controllato in tutti i suoi movimenti, preso di mira da esecuzioni extra-
giudiziarie, bersagliato da targeted killings che in realtà comportano estesi «danni collaterali» anche tra
bambini e donne innocenti, oppresso e umiliato, il popolo palestinese è oggi il popolo martire per eccellenza.
A spiegare tutto ciò è il carattere sostanzialmente «fascista» e persino «nazista» della politica di Israele? Ad
argomentare in tal modo non sono soltanto gruppi palestinesi o filo-palestinesi di orientamento radicale.
Abbiamo visto la Arendt accusare nel 1948 Begin, responsabile della strage di Deir Yassin e futuro primo
ministro, di dirigere un partito «strettamente imparentato coi partiti nazionalsocialisti e fascisti». Più
recentemente, un teologo ebraico ha scritto che «i palestinesi hanno subito ad opera degli ebrei una tragedia
non dissimile dalle tragedie della storia ebraica» e uno scrittore israeliano, Yechayahou Leibovitz, ha
condannato la «mentalità giudeo-nazista» di cui darebbero prova alcuni circoli israeliani . Per fare un ultimo
esempio, nel 2003 su una prestigiosa rivista statunitense, molto aperta alle voci della cultura ebraica, si
poteva leggere un’analisi che parlava di fascismo a proposito dell’atteggiamento dell’allora vice-primo
ministro Ehud Olmert, che «non escludeva l’opzione dell’assassinio del presidente eletto dell’Autorità
Palestinese» . Pur autorevoli, queste prese di posizione prestano il fianco a due obiezioni. Non c’è dubbio
che Israele è una democrazia viva e vitale. D’altro canto, se per un verso rischia di essere troppo severo nei
confronti dello «Stato ebraico», per un altro verso il ricorso alla categoria di fascismo o nazismo si rivela
assai indulgente nei confronti dell’Occidente liberal-democratico: come se l’oppressione razziale avesse
atteso il fascismo e il nazismo per manifestarsi e non caratterizzasse invece in profondità la storia
dell’Occidente liberaldemocratico e, in particolare del suo odierno paese-guida! In altra occasione, per
descrivere questa storia, ho parlato di Herrenvolk democracy, e cioè di «democrazia per il popolo dei
signori»: il governo della legge e le garanzie costituzionali si sono sviluppati di pari passo con le pratiche di
asservimento, di decimazione (e talvolta persino di annientamento) a danno dei popoli coloniali. Il motivo
Herrenvolk è stato ripreso e radicalizzato dal
nazismo: ma il passaggio dalla democrazia per il popolo dei signori alla dittatura al servizio del popolo dei
signori non è stato un processo spontaneo e indolore bensì una svolta drammatica mediata dall’avvento
della guerra totale e dello stato d’eccezione permanente, oltre che dal trionfo di un’ideologia particolarmente
barbara. Alla categoria di «democrazia per il popolo dei signori» giustamente fa ricorso un professore di
sociologia dell’Università ebraica di Gerusalemme per spiegare la tragedia del popolo palestinese: Israele è
ormai «una Herrenvolk democracy, un regime nell’ambito del quale i cittadini godono pieni diritti e i non
cittadini ne sono del tutto privi», un paese caratterizzato dal «doppio sistema legale» e dal «terrorismo di
Stato» a danno degli esclusi .
Ancora una volta: non si tratta di abbandonarsi al gioco delle analogie. La tragedia dei palestinesi non può
essere assimilata né a quella degli ebrei (agli occhi di Hitler l’agente patogeno da sterminare in modo
sistematico ai fini della salvezza della civiltà), né a quella dei neri (per secoli gli schiavi per eccellenza) nè a
quella dei pellerossa (da espropriare delle loro terre e da rimuovere, se non da decimare o annientare in
quanto popolazione superflua e ingombrante). Certo, non è difficile riscontrare qualche punto di contatto con
le ultime due vicende cui qui ho accennato: nei circoli della società israeliana in cui si fa avvertire
maggiormente il peso del razzismo coloniale è evidente la tendenza a trattare i palestinesi per un verso alla
stregua dei pellerossa (da espropriare della loro terra e da deportare), per un altro verso alla stregua nei neri
(da confinare nei segmenti inferiori del mercato del lavoro). E, tuttavia, la storia non è mai la ripetizione
dell’identico e, pur tra contraddizioni di ogni genere e paurose battute d’arresto e regressioni, l’umanità si
rivela in grado di apprendere dalle grandi tragedie storiche sia pure in modo parziale e contraddittorio.
Peculiarmente tragica si rivela oggi la condizione del popolo palestinese. Su di esso continua a pesare una
vicenda, quella del colonialismo classico con la sua sequela di successive espropriazioni e di progressivo
strangolamento economico, che non trova più termini di paragone nel mondo d’oggi. A rendere possibile
tutto ciò provvede un’occupazione militare in atto da decenni; e questa lunga durata, in un’epoca che pure
non si stanca di rendere omaggio al principio dell’autogoverno e dell’autodeterminazione, costituisce un altro
elemento peculiare, con scarsi paralleli e precedenti nella storia.
Infine, la «tortura» e l’«inferno quotidiano», che pesano sul popolo palestinese, hanno luogo non nel corso di
una terribile guerra mondiale, bensì di un periodo di sviluppo relativamente pacifico, che ha fatto seguito alla
fine non solo dei due conflitti mondiali ma anche della guerra fredda: e di nuovo emerge la peculiarità di ogni
situazione storica».