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BRUM BRUM

254.000 chilometri in Vespa


GIORGIO B ETTINELLI
FELTRINELLI

© 2002, Feltrinelli Traveller S.r.l. - via Andegari 6 - 20121


Milano
Prima edizione maggio 2002
ISBN 88-7108-176-5

www.feltrinelli.it
Libri in uscita, interviste, reading, commenti e percorsi di lettura.

A Ya Pei Tseng, compagna di viaggio


da Kathmandu a Jakarta, e di vita poi

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1.

PRIMI CINQUE CONTINENTI, EN PASSANT


'92-'96

Alci acide

Dopo il viaggio da Roma a Saigon, andare in giro per il


mondo con uno scooter era diventata la mia professione, anche se
l'atteggiamento naif e per certi versi goliardico che ormai mi
riconoscevo come fattore cromosomico non si era modificato di
una virgola nel frattempo, e continuava a farmi riempire lo zaino
di libri, musicassette e cd, e lasciare a casa regolarmente una
torcia o un coltellino multiuso; continuava, per scaramanzia, a
non corredarmi di alcun kit medico se non una scatola di aspirine
effervescenti e una manciata di preservativi che avrei potuto
trovare dovunque, ma in compenso mi faceva trasportare in lungo
e in largo una scacchiera d'alabastro comprata in Indonesia
qualche anno prima, una chitarra di dimensioni naturali
affrancata al portapacchi posteriore in equilibrio precario e un
personal computer con due speaker multimediali, per passare di
continente in continente con la stessa adesione mentale e lo
stesso equipaggiamento che si potrebbe avere quando si affronta
un fine settimana all'isola del Giglio.
Un lavoro che non avevo cercato, all'inizio, e nemmeno
immaginato potesse diventare tale strada facendo, durante i sette
mesi e i 24.000 chilometri impiegati a raggiungere il Vietnam; ma
che pian piano si era imposto da solo una volta tornato in Italia,
quasi senza che me ne accorgessi. Si erano affiancati diversi

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sponsor, alcuni dei quali con un nome così prestigioso che per un
pomeriggio intero, mentre guardavo con la coda dell'occhio gli
adesivi policromi dei loro logo sulla scocca bianca di una Vespa
nuova fiammante, con il contachilometri ancora fermo su un
ineffabile 00014 e pronta per essere spedita ad Anchorage in
aereo, avevo alternato momenti in cui riuscivo a malapena a
trattenere un mezzo sorriso sotto i baffi ad altri in cui scuotevo
impercettibilmente la testa, a metà strada tra compostezza e una
vaga elettricità sottopelle, e mi ci era voluto un po' di tempo, una
volta arrivato in Alaska a mia volta e sdoganata la Vespa da un
hangar dell'aeroporto per sterzare entrambi in direzione
dell'Argentina, prima di abituarmi a guardarli con studiata
indifferenza.
Una rivista motociclistica mi commissionava articoli a
cadenza mensile e comprava le mie fotografie (fino a due anni
prima non ne avevo mai scattata una di mia spontanea volontà, né
avevo maneggiato una macchina fotografica se non quando un
gruppo di turisti o una coppietta d'innamorati mi chiedeva il
favore di un'istantanea; e per quanto riguarda l'aspetto
prettamente motociclistico, ancora ignoravo da che parte le leggi
della meccanica mandassero a finire il cavo di un freno che si tira
con una leva sul manubrio, o quale fosse l'esatto funzionamento
di un carburatore, o per quali imperscrutabili vie venisse a
sprigionarsi la scintilla di un avviamento elettrico; cose che del
resto ignoro tuttora). Così c'era stato un secondo raid su due
ruote, questa volta da Anchorage in Alaska a Ushuaia nella Terra
del Fuoco, 36.000 chilometri in "caduta libera" dai confini con
l'Artide a quelli con l'Antartide, tra il maggio del '94 e il gennaio
del '95.

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E poi ancora un terzo, dall'Australia al Sudafrica,
congiungendo Melbourne e Città del Capo lungo il ponte
naturale delle isole indonesiane e Singapore, l'Asia continentale
dalla Malesia alla penisola del Sinai e l'Africa dal Canale di Suez
al Capo di Buona Speranza: 52.000 chilometri dal settembre del
'95 al settembre del '96. Ormai la strada percorsa in tre viaggi
equivaleva a quasi tre volte la lunghezza dell'Equatore, attraverso
una sessantina di nazioni in cinque continenti. Per un attimo, mio
malgrado, avevo creduto che fosse già il momento di smontare
dalla sella e cominciare a guardarmi dietro le spalle e davanti agli
occhi per cercare di capire cosa mi fosse rimasto dentro di quegli
anni, prima di voltare pagina e buttarmi nell'avventura di una vita
diversa, che non avevo la minima idea da dove potesse partire né
dove potesse portarmi.
Ma poi c'era stato un quarto raid, dal Cile alla Tasmania via
terra, ripercorrendo cinque continenti in un viaggio solo: altre
novanta nazioni attraversate, altri tre anni e otto mesi passati con
due manopole di gomma zigrinata strette tra i palmi delle mani,
altri 144.000 chilometri percorsi... E i giri dell'Equatore erano
diventati più di sei.
Ricordo che da bambino, quando mi chiedevano: "Cosa vuoi
fare da grande?", rispondevo sempre: "Voglio andare in taxi!".
Quasi tutti pensavano che avessi voluto fare il tassista, e qualche
volta ridevano, con la distratta indulgenza che ostentano gli
adulti quando si accovacciano con le mani sulle ginocchia,
fingendo di trattare con un bambino da pari a pari. E allora, se
soltanto mi andava, gli spiegavo che no, che volevo andare in taxi
e basta, come passeggero, seduto dietro a fumare sigarette mentre
mi portavano nel deserto del Sàra ("Quello che c'è in Africa, lo
conosci?" chiedevo serissimo; "Come no!" rispondevano loro), in

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mezzo ai beduini che dondolavano sui cammelli, vestiti di blu; o
nelle steppe sconfinate come Michele Strogoff, con tutta la neve
che fuori faceva freddo ma dentro il taxi no; oppure nelle città
dell'India piene d'incantatori di serpenti e maragià nei palazzi
d'oro, con le odalische dietro i veli che ogni tanto facevano
scintillare i gioielli; o nelle praterie del Faruèst per guardare gli
indiani pellerossa e le misteriose parole fatte con le nuvole di
fumo di là dal finestrino. Vicino a me ci sarebbe stata Cristina,
che mi avrebbe tenuto per mano tutto il tempo parlando di questo
e di quello, prima di chiedermi quale sarebbe stata la prossima
tappa del nostro viaggio pieno di avventure e d'insidie da
raccontare poi agli altri sotto i portici. Era la figlia del droghiere
in piazza Fulcheria, e io ero innamorato di lei; faceva già la prima
media, il che la collocava su un piedistallo per me mitico, e aveva
gli occhi così verdi che non mi stancavo mai di guardarli, almeno
finché lei non si stancava di lasciarseli guardare e allora diceva
che doveva andare a comprare qualcosa per sua madre, o fare un
esercizio di algebra (mi piaceva quella parola, che sapeva di
minareti e triangoli scalfiti nella sabbia con un bastoncino), o che
aveva un appuntamento con Donatella che l'aspettava dietro
l'edicola.
A distanza di anni quel sogno infantile si era trasformato in
una realtà tutta sua, anche se al posto di un taxi c'era uno scooter,
e al volante c'ero io; anche se la Cristina originaria era diventata
altre Cristine dai nomi e dalle nazionalità diverse, sedute qualche
volta sulla sella dietro di me... Per quanto riguarda le sigarette; ne
fumo spesso mentre guido, grazie a un utilissimo e sempre
presente parabrezza che impedisce alla cenere di arrivarti negli
occhi, anche se stai sfrecciando controvento a tutto gas.

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Il viaggio dall'Alaska alla Terra del Fuoco, nonostante la
gratificazione degli sponsor con i loro sticker coloratissimi e le
sei pagine patinate mensilmente sulla rivista, era iniziato in un
modo che avrebbe potuto negarmi ogni ritorno alla realtà, e tutte
le centinaia di migliaia di chilometri che mi aspettavano dietro
l'angolo dei prossimi anni, mischiando una tragedia di alcune ore
a quella che adesso mi sembra una commedia diventata innocua, e
riesce persino a strapparmi un sorriso senza più rabbia quando mi
ritorna alla mente.
Ero arrivato ad Anchorage da un paio d'ore, e me ne stavo con
i gomiti appoggiati al banco di rame di un pub, davanti a un caffè
così annacquato da sembrare del tè un po' carico. Tre ragazze
eschimesi, ubriache fradice, stavano litigando tra loro con le voci
arrochite dall'alcol e dalle sigarette, in una scarica di fuck a
intermittenza, mentre nell'aria si diffondevano gli sdolcinati
accordi di una canzone country. A un certo punto la più
carismatica di loro, con un culo da Venere paleolitica sotto i
pantaloni di fustagno e un berretto dei Chicago Bulls in testa, se
ne va sbattendo la porta dopo aver gridato che fuck io me ne vado,
and fuck you! e prima che Roger ti porti a Fairbanks sulla sua
macchina nuova devi passare sul mio cadavere, fuck off!! Per un
attimo penso ad Amaranta e Rebeca in Cent'anni di solitudine,
poi sbadiglio e trangugio senza entusiasmo un altro sorso di caffè
dal boccale di ceramica con stampigliata la vetta di una montagna
coperta di neve, mentre Jason mi offre distrattamente un'ultra
light, che non accetto: non mi sono mai piaciute le sigarette
troppo leggere; o si fuma come si deve, mi sembra, o si smette di
fumare... Già dalla prima occhiata lui e Zikeya ("Come?", avevo
chiesto quando si era presentata; "Zikeya", aveva ripetuto lei
facendo vibrare le narici, minuscole branchie di un pesce rosato)

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mi erano sembrati una coppia male assortita. Lui era brutto come
la fame, con una faccia da seminarista piena di foruncoli seccati
sulle guance e gli occhiali dalle lenti spessissime che gli
ingigantivano grottescamente le iridi, facendolo sembrare una
caricatura; un leggero odore di animale bagnato gli emanava dai
vestiti, soprattutto quando si sporgeva un po' all'indietro per
sussurrarmi qualcosa all'orecchio. Era venuto da San Francisco e
si era trasferito in Alaska da quasi tre anni, prima vulcanizzando
camere d'aria, poi facendo bagordi senza più lavorare, anche se
non si era addentrato più di tanto nei particolari di questa nuova
condizione esistenziale. La sua prima frase, pronunciata di punto
in bianco con un tono volutamente melodrammatico, e ancora
prima di chiedermi da dove venivo o di annunciare al mondo che
lui si chiamava Jason e lei si chiamava Zikeya, era stata: "La amo
come un matto, lo sai? Lei ogni tanto si fa portare a casa (ah,
sono trenta buks, se t'interessa), e guarda la lampada sul
comodino senza nemmeno un sospiro". Voluta sinuosa di fumo
ultra light, con le gradazioni volteggianti dell'arcobaleno tra le
luci stroboscopiche.
Lei, senza essere bellissima, sembrava trasudare sesso da ogni
poro, come un pezzo di lardo trasuda unto. Un corpo
generosamente messo in mostra, i capelli corvini e lucidi, lunghi
fino alla vita, tracce evidentissime di sangue native o eschimese
nelle vene; gli zigomi alti, gli occhi a mandorla e le iridi che
brillavano come due golden topaz, di certo in virtù di un paio di
lenti a contatto colorate. Dopo avermi dato la mano non aveva
tolto per quasi un minuto le sue dita dalle mie, stringendole con
eloquenza e regalandomi mio malgrado una sgusciante erezione
contro il tessuto ruvido dei jeans. Era vestita con un body di

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ciniglia sotto la pelliccia bianca, le calze di nylon color carne e
nient'altro.
Io ero stanchissimo, anche se non avevo sonno; mi sembrava
di avere della bambagia al posto del cervello, gli occhi erano
pieni d'invisibili granelli di sabbia e il cuore ogni tanto mancava
un paio di battiti. Venti ore passate col contagocce in una sequela
di voli e attese in aeroporto, nelle sale sonnolente dei passeggeri
in transito, in partenza o in arrivo: Fiumicino, Francoforte,
Vancouver e Seattle, prima di atterrare ad Anchorage a
mezzanotte in punto. Avendo ancora le lancette dell'orologio
sull'ora italiana, per me erano le dieci di mattina del giorno dopo,
e non avevo chiuso occhio da un'eternità. Dopo essermi fatto
portare in un albergo qualsiasi dal primo tassista, avevo fatto una
doccia veloce ed ero uscito a bere qualcosa, perché sapevo di
essere troppo stanco per riuscire a dormire, e che se mi fossi
messo subito a letto non avrei fatto altro che rigirarmi nelle
lenzuola fino all'alba. Per strada, nonostante fossero ormai quasi
le due di notte, non c'era un buio vero e proprio, soltanto una
penombra un po' surreale che lasciava distinguere ogni oggetto in
lontananza. Attratto dalle note di una vecchia canzone dei Procol
Harum che arrivavano a volume incurante dell'ora tarda, ero
entrato all'Hub, in un angolo della Quarta strada, e avevo
incontrato Jason e Zikeya. Una delle due ragazze eschimesi
rimaste si alza barcollando e infila una moneta nel juke-box,
facendo partire un martellante pezzo da discoteca.
"E quando sei arrivato qui, Mr. Spaghèdi?" mi chiede Jason
con uno sguardo a bruciapelo. È davvero antipatico, soprattutto
quando cerca di essere simpatico.
"Questa notte."
"E che ci fai?"

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"Sto aspettando che arrivi domani per sdoganare una Vespa
all'aeroporto."
"È già domani... Una che?! "
"Una Vespa; uno scooter."
"A Vèèèspa! My father used to ride one... Poi quando la
sdogani che ci fai?"
"Parto per la Terra del Fuoco."
"E dov'è?"
"A sud della Patagonia, dopo lo Stretto di Magel..."
"Pa-ta-go-nia?"
"Sì, in Argentina."
"Stai scherzando! "
"No."
"Ehi, Ziky, hai sentito Mr. Spaghèdi? He's pulling my leg;
dice che va in Argentina a ballare il tango con una Vespa."
Sempre più spiritoso, l'amico.
" What a journey!" esclama Zikeya con una voce civettuola
che sembra non essere più la sua, e apparentemente estasiata mi
riprende una mano per qualche istante.
"E metti la moto sull'aereo, vero?", afferma Jason con
sarcasmo, più che chiedermelo. Evidentemente non gli sto troppo
simpatico nemmeno io.
"No, ci vado via terra."
"Dall'Alaska?"
"Dall'Alaska."
"E allora è meglio che stai attento; se un moose ti attraversa la
strada all'improvviso e tu ci vai a sbattere addosso con tutta la
Vespa, allora addio tango in Argentina. Sai cos'è un moose?"
Anche senza saperlo, a quel poco incoraggiante "andare a

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sbattere" contro qualcosa mi ero prodotto prontamente in un paio
di scongiuri digitali sotto lo sgabello, prima di rispondere: "No".
"Uno di questi qui, guarda!" e Jason punta con un dito
l'enorme testa di un alce impagliata sopra il banco, con delle
corna frastagliate la cui apertura è di almeno due metri, e mi fa
venire in mente quei lampadari viennesi nelle sale da ballo
dell'Ottocento. "Un alce" dico io.
"Qui si chiamano moose; sono animali stupidi, ti si piantano
in mezzo alla strada e finché non ci vai addosso non si spostano;
un mio amico, la settimana scorsa, si è ribaltato con la macchina
un bel po' di volte, per cercare di evitarne uno, e ci ha rimesso sei
costole. Poi c'è da stare attenti anche agli orsi: quando hanno i
piccoli vicino diventano aggressivi, e se gli capiti a tiro ti fan..."
"Piantala, Jason!" dice Zikeya evidentemente annoiata,
sistemando una spallina del reggiseno sotto il body di ciniglia e
lasciandoci vedere più del necessario.
"Ehi, Italiano," sussurra lui come un cospiratore dopo essere
stato in silenzio per un paio di minuti, improvvisamente
pensieroso "let's go tripping together, eh?"
Sulle prime non capisco, e sto quasi per rispondergli che il
mio viaggio è in solitaria; lui si spiega meglio, con un semplice
acronimo di tre lettere che ripete sottovoce come una cantilena,
guardandomi fisso negli occhi. Io allora capisco fin troppo bene,
e gli dico: "No, grazie; è proprio l'ultima cosa che mi va".
"Guarda che te lo regalo... "
Senza aggiungere altro, Jason mette una mano nella tasca
interna del giubbotto di lana scozzese ed estrae un cartoccetto di
stagnola; lo apre tenendolo nascosto tra le ginocchia e mi fa
vedere dei cristallini appuntiti, che sotto i riflessi dell'insegna al
neon reclamizzante Budweiser sembrano brillare per un attimo di

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luce propria. "Credevo fossero passati di moda, alla faccia di
Timothy Leery e dell'Lsd negli acquedotti! " dico sorridendo
tanto per dire qualcosa, e non riesco a distogliere lo sguardo dal
cartoccetto che tiene tra le mani.
"Io ne piazzo almeno una cinquantina ogni settimana; non mi
sembra siano poi così old fashion... Dai, ce ne facciamo uno
insieme, anche Zikeya. E poi, chissà; tu e lei, wuauu wuauu!"
Comincia a infastidirmi, e penso che tra qualche minuto me ne
tornerò in albergo, nonostante un secondo caffè insapore che
avevo ordinato nel frattempo e i continui sorrisi di Zikeya, che
stavano diventando sempre più provocanti, quasi ormai lei stesse
giocando a carte scoperte.
"Ehi, amore; ti piace l'Italiano?"
"Sì."
"E vuoi andare con lui a ballare in Argentina?"
"Why not?"
"E io?"
"Tu stai qui a schiacciarti i foruncoli da solo, honey." Bella e
cattiva, la mezza eschimese; carogna e irresistibile come la
Nefernefernefer di Sinhue l'Egiziano. A quel paese anche lei!
Guardo per qualche istante un vecchietto con i capelli bianchi
e radi raccolti in una coda, che imprecando dà un pugno sonoro
sul vetro della slot-machine davanti alla quale l'avevo visto
entrando e da dove non si era mosso per tutto il tempo; poi rigiro
soprappensiero la mia tazza di caffè tra le dita, la finisco in un
sorso e vado in bagno, prima di salutare Jason e Nefernefernefer e
provare finalmente a dormire.
Le pareti bianche della toilette sono un ginepraio di disegnini
erotici, numeri telefonici e messaggi che promettono perversioni
senza limiti: vengo a sapere, tra le altre cose, che una certa Fanny

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R. con relativo numero di telefono è la Regina di Sodoma;
chiamala e lo vedrai da te. Ho le braccia indolenzite da un
formicolio sgradevole, non riesco a deglutire come si deve; sento
crescere a dismisura un'irrequietezza piena di spilli, un affanno
che mi asciuga la saliva. Sarà meglio che mi butti a letto
davvero...
Quando ritorno al banco, Jason è sparito; è rimasta solo
Zikeya. "Se n'è andato a casa; era geloso, lo stupidino; ah, mi ha
raccomandato di dirti: Have a nice trip!" cinguetta lei con un
sorriso smagliante, riafferrandomi la mano. Le mie dita sembrano
incartapecorite, piene di capillari secchi e di rughe, mentre
tamburello nervosamente con i polpastrelli sul banco di rame. Il
formicolio alle braccia è diventato una morsa tenace, che mi
provoca continue convulsioni nei muscoli, come se una pinza mi
stringesse la carne. Sento che l'aria comincia a farsi irrespirabile,
zaffate di zolfo e di biancheria ammuffita mi feriscono le narici.
"Me ne torno in albergo anch'io; ciao, Zi... "
"Dove stai?"
"Al Days Inn, qua dietro... "
"Mi ci porti?"
La guardo, e i suoi occhi per un attimo sembrano
arrovesciarsi, con la luce di un sorriso sgangherato; le sue labbra
sono una ventosa di gomma viscida, sanno di sangue; sento la sua
lingua scavarmi nel palato, i suoi capelli m'imprigionano in una
ragnatela viscosa, la pelle della fronte le si copre di pustole
verdognole che sibilano prima di esplodere e inondarmi la faccia
di pus. All'improvviso la testa dell'alce si stacca dal muro e
schizza verso di me; con un terribile morso mi strappa la calotta
cranica, il cervello mi cola sulle guance, sento la sua mucillagine
dolciastra tra le labbra; le bottiglie si frantumano in un

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caleidoscopio di schegge acuminate, e il barista ha una
proboscide umidiccia che mi sfiora le guance. Poi sono fuori,
anche Zikeya è scomparsa, al suo posto è rimasta una striscia di
smalto che seziona l'aria come un raggio laser; le strade sono
gelate e coperte di cadaveri; io grido, un terrore sordo e
incommensurabile mi scuote in ogni muscolo, mi arroventa il
respiro; le mie mani sono spellate, le vene si aggrovigliano ai
tendini, vedo il mio cuore pompare sangue sul marciapiede, e un
gatto viene a leccarlo. Un tremito continuo mi squassa il torace,
non posso respirare; le gambe non mi appartengono più, corrono
all'impazzata verso una luce lontana; cado con la fronte su una
chiazza di benzina, l'asfalto si disintegra in un vapore
pestilenziale, come un enorme fungo di fumo senza vita, solo
ulcere sulla pelle e urla strazianti; i denti scricchiolano col
rumore di un gesso rotto sulla lavagna, e io mastico terra e voglio
vomitare, ma non ci riesco; voglio alzarmi, ma non posso
muovermi da lì; aspiro l'essenza pungente della benzina,
sentendomi colare brandelli di cervello nel naso, la gola ansima
come un mantice, i capelli mi scendono sugli occhi,
incandescenti, mi si conficcano nelle iridi facendole friggere in
un dolore spasmodico; divento asfalto, bitume bollente, la mia
saliva è catrame fluido che m'incolla la lingua a minuzzoli di
conchiglia, scheletri di foglie secche tra le pagine di un libro, il
rombo di un motore, il profumo di una crema che usava mia
madre prima di morire, passi che si avvicinano, parole; di certo
vogliono uccidermi, meglio nascondersi...
Otto ore così, Dio mio! Così e anche peggio!
Quando il delirio comincia ad affievolirsi, e pizzicandomi le
dita e il dorso delle mani riesco a ritrovare me stesso e la mia
carne, non più dieci appendici filiformi e gelatinose come le

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budellina di un agnello da latte o un disgustoso ammasso di carne
violacea; quando il respiro si fa meno affannoso, la sarabanda di
colori si spegne e le cose intorno a me riacquistano un aspetto
più o meno reale, ricordo ogni attimo, ogni dettaglio di
quell'agonia, di quell'eternità di sofferenza... e capisco, anche;
capisco tutto!
Il figlio di puttana, il grandissimo figlio di una troia! Non si
fa così, no davvero; non si ha il diritto di giocare così con la
gente, neanche per gelosia, stupidino, neanche se si è deficienti o
bastardi come te: uno può diventare matto, gli può scoppiare la
testa, soprattutto perché non sa di essere in acido; può non
tornare più indietro. "Have a nice trip!" Di certo me l'ha messo
nel caffè senza farsi vedere, o magari me ne ha messi anche un
paio, non è escluso; forse proprio quando stavo guardando il
vecchietto che s'incazzava con la slot-machine... È incredibile
come dopo una sbronza si dimentichino le cose, ci siano dei
buchi neri di ore e ore, ci si risvegli al mattino in un posto senza
sapere come si ha fatto ad arrivare fin lì; e come invece dopo un
acido si ricordi tutto così distintamente, ogni cosa rimanga nitida
e subito riconoscibile, come i contorni bianchi delle ossa in una
radiografia...
Ormai sono le dieci di mattina, le otto di sera per me, di mille
anni dopo. Ritrovo la mia camera, la 104 al primo piano, e mi
lascio andare sul letto a peso morto. Dopo un po',
soprappensiero, pigio un bottoncino sul piccolo telecomando
grigio e la Cnn fa scorrere le temperature registrate in varie città
del mondo, su un'insipida musichetta che le accompagna.
Rimango a guardare il soffitto per diversi minuti, con un cocente
senso di autocommiserazione che mi aggriccia la pelle. Con un
movimento meccanico alzo il ricevitore del telefono sul

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comodino e chiamo i miei in Italia, forse in cerca di qualche
parola buona, ma sbotto a ridere nervosamente quando mia zia,
riferendosi al volo da Roma, mi chiede se ho fatto buon viaggio...
Poi tutto diventa buio e silenzioso, e io sprofondo in un sonno
duro come la pietra, balsamico e senza sogni.
Cominciamo bene, Mr. Vespa: have a nice trip to Pa-ta-go-
nia; e buon tango al Caminito!

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Tequila, maionese e un piede

Nove mesi più tardi arrivavo a Ushuaia, la città più australe


della Terra, come sostengono gli argentini reclamizzandola con
suggestive fotografie da Fin del mundo sui loro dépliant turistici,
mentre i cileni giustamente ribattono che la città più a sud di
tutte, e la più vicina ai mari gelati dell'Antartide, è Puerto
Williams sull'isola di Navarino, nella parte della Terra del Fuoco
la cui capitale è Santiago e non Buenos Aires.
Avevo percorso 36.200 chilometri dal pomeriggio in cui,
dopo ventisette ore di sonno ininterrotto, ero ritornato in taxi
all'aeroporto di Anchorage con una lattina d'olio per motori a due
tempi, una tanica di plastica con 5 litri di benzina sottobraccio
(ogni liquido, come al solito, era stato tolto per la spedizione
aerea) e gli occhi ancora cerchiati da due aloni blu, come un
pugile che le ha prese di santa ragione. Pochi minuti, un paio di
firme e 11 chilometri erano stati sufficienti perché ritornassi al
Days Inn in sella alla Vespa, dopo aver sbagliato strada appena
fuori dall'aeroporto ed essermi trovato per qualche minuto nella
direzione opposta al flusso degli altri veicoli.
Passando davanti alle porte di legno dell'Hub, ancora chiuse a
quell'ora, mi ero accorto con una punta di delusione che il
rancore era già quasi scomparso del tutto, o perlomeno si era
affievolito considerevolmente. Neanche il caso di cercare un
Jason qualsiasi per spaccargli la faccia piena di foruncoli, o una
Zikeya dal body di ciniglia che forse nemmeno ti chiede i trenta
buks per farsi portare in camera; neanche il caso di andare dalla
polizia per sporgere chissà quale denuncia o semplicemente per
fare la spia; non ne vale la pena quando si hanno davanti tre

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Americhe da esplorare al rallentatore, e nomi carichi di promesse
come Tehotihuacàn o Machu Picchu, Nicaragua o Rio delle
Amazzoni, Colombia o Cordigliera delle Ande quali prossime
destinazioni su cui far correre le ruote, fumando beatamente
dietro il parabrezza.
Avevo mangiato qualcosa in un ristorante pieno di luci
soffuse sul lungomare; avevo bevuto un paio di birre e subito
dopo riempito la 104 con un'overdose di Prokof'ev, Cenerentola e
Giulietta e Romeo gli uni dopo l'altra, prima di spegnere la luce e
svegliarmi fresco e riposato l'indomani appena dopo le sei,
quando Anchorage era ancora avvolta in un sincopato russare tra
la carta velina delle camere contigue, e una foschia di vetri
appannati si dilatava dietro le tendine. Caricati i bagagli sui
portapacchi con l'aiuto di un portiere che sbadigliava in
continuazione e sembrava non guardarmi di buon occhio, forse
per averlo strappato così bruscamente dal sonno, dopo una
sommaria occhiata alla carta stradale avevo ingranato la prima
seguendo le indicazioni per Glenallen, tra semafori spenti e
homeless eschimesi addormentati sui marciapiedi con i pantaloni
chiazzati di orina, i visi tumefatti dall'alcol e dalle scazzottature,
in mezzo alle bottiglie andate in frantumi o scolate fino all'ultima
goccia. La solita storia, che mi riempie di vergogna e tristezza
ogni volta la tocco con mano: gli aborigeni in Australia, gli
indiani nelle riserve del Canada o degli Stati Uniti, gli eschimesi
di Anchorage... piccoli effetti collaterali dell'aver portato la
"civiltà" dove nessuno l'aveva richiesta, prendendosi in cambio
l'America, la terra nullius australiana, la dignità di chi abitava lì
da tempi immemorabili. Era l'inizio di maggio, e non faceva
troppo freddo, anche se d'inverno non deve essere facile vivere da
homeless o da alcolizzati a quella latitudine, quando il

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termometro arriva a cinquantacinque gradi sotto lo zero e i resti
che si raccolgono sui marciapiedi alla mattina non sono soltanto
quelli delle bottiglie andate in pezzi, o dei mozziconi di sigaretta.
In poco più di un mese, lungo la stessa strada che ripercorrerò
in senso contrario quattro anni più tardi durante il viaggio
attraverso cinque continenti via terra, cioè senza oceani di mezzo,
soltanto brevi corridoi acquatici di comunicazione tra le varie
aree geografiche o tra un continente e l'altro, mi ero già lasciato
alle spalle l'Alaska Highway, lo Yukon e la British Columbia
canadese, e dopo essere ritornato sulla costa del Pacifico ad
Astoria, nello stato di Washington, l'avevo seguita senza quasi
mai perderla di vista in Oregon e nel nord della California fino a
San Francisco. Proprio sotto le funi e le campate d'acciaio del
Golden Gate ho una delle forature più problematiche e difficili da
risolvere, e per lunghissimi minuti rimango immobile senza
sapere che pesci pigliare, tra lo sfrecciare minaccioso delle
automobili e con la macchia grigia di Alcatraz davanti agli occhi,
frastornato dai clacson senza posa di autisti che se la prendono
con me, come se fosse mia la colpa di non potermi muovere con
quel carico di moto e bagagli, troppo pesante da spingere con il
copertone così floscio. Rimango impalato senza riuscire ad
accostare al marciapiede, con la giacca a vento che mi frusta le
braccia a ogni vuoto d'aria creato dai Tir; finché qualcuno
coraggiosamente mi affianca con un pick-up, in fretta e furia mi
aiuta a togliere gli zaini, carichiamo la Vespa sul pianale della sua
vettura e mi deposita in salvo dall'altra parte del ponte.
Da lì in avanti, fino alla Terra del Fuoco e con l'esclusione di
pochi tratti dove non c'erano strade alternative, avevo seguito da
nord a sud un itinerario sostanzialmente diverso rispetto a quello
che mi farà attraversare le tre Americhe, da sud a nord, nel corso

24
della Worldwide Odyssey futura... Nel frattempo ci sarebbero
stati i 52.000 chilometri percorsi da Melbourne a Città del Capo,
in un "intermezzo" durato un anno esatto. Chiamare un viaggio
motorizzato Odissea era, a mio modo di vedere, dargli un nome
decisamente ridondante; l'idea era stata delle Relazioni esterne
della Piaggio, non mia. Un funzionario, sorridendo, mi aveva
fatto notare che il progetto, del resto, era decisamente ambizioso,
se non proprio ridondante; ricambiando il sorriso e cercando di
affettare meno falsa modestia possibile, avevo ribattuto dicendo
che una vera Odissea deve durare almeno dieci anni, e non solo
tre come era preventivato... Ma mentre lo dicevo me venuto da
pensare che quella di Leopold Bloom per le strade di Dublino
dura un giorno soltanto; e così il nome Worldwide Odyssey è
rimasto.
In quella prima settimana di giugno del '94, a ogni buon
conto, da San Francisco stavo scendendo verso Los Angeles e
San Diego, per entrare in Messico a Tijuana. Credo che poche
altre frontiere al mondo dividano con più precisione, corroborata
dall'asciuttezza inappellabile delle statistiche, due universi e due
filosofie di vita, oltre che due economie, così drammaticamente
lontani tra loro, catapultandoti in pochi istanti e pochi chilometri
dall'opulenza californiana alle baracche di legno della periferia di
Tijuana, dal vicino mondo scintillante di Mickey Mouse ai
bambini che giocano per strada con un pallone fatto di stracci o
immaginifiche biciclette in miniatura costruite con i ritagli delle
lattine di Coca-Cola; dalle superstrade a tre corsie per ogni senso
di marcia alla strisciolina d'asfalto approssimativo che da Tijuana
si arrampica sulle montagne in direzione di Mexicali e del
deserto di Altar.

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Appena dopo il confine, ricordo di essere entrato in un
piccolo ristorante sul ciglio della strada, con il tetto di zinco
arroventato dal sole e senza altri clienti seduti ai tre o quattro
tavolini che costituivano l'unico arredamento della stanza, e avevo
subito mandato giù un bicchierino di tequila, con mezzo lime in
una mano e un pizzico di sale sul dorso dell'altra. Era un'innocua
procedura che avevo sempre messo in atto, un indulgente vezzo
personale al quale mi ero sempre attenuto: la prima cosa che
facevo entrando in un nuovo paese era quella di bere un goccio di
qualcosa che lo caratterizzasse, che fosse parte dello stereotipo;
in Russia avrei bevuto della vodka, in Giamaica del rum, in
Brasile della cachaca, in Zimbabwe del chibuki o in Francia del
Pastis; e se non ci fosse stato niente di tipico in particolare, avrei
semplicemente buttato giù una birra di produzione locale, di
preferenza quella col nome più suggestivo; o del tè in un paese
rigorosamente musulmano.
Altre "innocue procedure" che scandivano i viaggi erano, per
esempio, quella di suonare il clacson tre volte e di alzarmi un
poco dalla sella gridando "Yeeaa!" quando il contachilometri
scattava sulla cifra di un nuovo migliaio, e di suonare il clacson
cinque volte e gesticolare a mezz'aria gridando "Yeeaa yeeaa
yeeaa!" quando scattava su una nuova decina di migliaia. Oppure
quelle, più encomiabili e meno fracassone, di scrivere un
racconto per ogni paese attraversato, e di registrare l'equivalente
di "grazie" nella lingua nazionale e in tutti i dialetti locali in cui
avessi dovuto imbattermi: finora ho collezionato un centinaio di
racconti, metà dei quali scritti a matita su un voluminoso
quaderno balinese che portavo sempre con me, e la parola
"grazie" tradotta in trecentodue espressioni diverse. Devo dire che
l'India o l'Africa sono scrigni inesauribili per una mania come

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quest'ultima: soltanto in Ghana, per esempio, ci sono oltre ottanta
dialetti, molti dei quali così diversi tra loro da appartenere
piuttosto a un altro gruppo di lingue. Oppure ancora, decisamente
stupida, la procedura di mettere l'orologio al polso sinistro nelle
nazioni in cui si guida a destra, sul polso destro in quelle in cui
si guida a sinistra, o di tenere il cinturino allacciato a un passante
dei jeans in quelle in cui si guida semplicemente dove si può, a
destra o a sinistra a seconda delle buche che rendono gli sterrati
tanto simili a un gruviera, come nella foresta pluviale del
Camerun o tra Jakutsk e Magadan in Siberia.
Per quanto riguarda un possibile nome di battesimo della
Vespa su cui di volta in volta ero seduto, devo dire che per il
primo viaggio non ci ho pensato, anche se sarebbe stato così
facile farlo, oltre che in perfetta sintonia con le precedenti
devianze. In compenso, però, almeno dal secondo viaggio in poi,
ho copiato pedissequamente un battesimo altrui, con la
progressiva speranza di riuscire a completare il trittico, cosa che è
poi successa addirittura con gli interessi: Nina mi ha portato
dall'Alaska alla Terra del Fuoco, Pinta da Melbourne a Città del
Capo; a Santa Maria è toccata la responsabilità del viaggio più
impegnativo, interrotto bruscamente in Congo, e a un'altra Vespa
senza nome quella di portarlo a termine in Tasmania... Innocenti
psicopatologie quotidiane che tengono un po' di compagnia, e
che non ho mai guardato con sospetto o con la sufficienza
intransigente di un giudizio adulto.
Dopo il bicchierino di tequila mi ero accorto d'aver fame, e
così avevo preso posto sotto il ventilatore che girava controvoglia
dal soffitto al centro della stanza, per mangiare qualcosa: c'era
solo l'imbarazzo della scelta per quanto riguardava le sedie, tutte
vuote. Fino a quel giorno non era mai uscita dalle mie labbra una

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frase in castigliano che fosse di senso compiuto; non ero mai
stato in Spagna, e in nessun paese dell'America Latina se non per
due settimane in Brasile, dove del resto si parla portoghese.
Nondimeno ero già entrato in piacevole conversazione col
cameriere, un ragazzo con una canottiera slabbrata sotto le ascelle
e una salvietta umida sulle spalle, che aveva appena passato sulla
cerata del tavolo.
In una lingua che non esiste in natura, una sorta di esperanto
confezionato sui due piedi pescando a casaccio in un calderone
di neolatinità, gli dico che oggi fa molto caldo, che quasi non si
può respirare, e gli chiedo come si chiama; ah: Rodrigo, piacere:
Giorgio. E poi ancora, dopo un po': quanti chilometri ci sono da
qui a Mexicali? Non lo sai? Be', guardando sulla carta stradale
direi più o meno trecento; "Mas o menos" conferma lui
portandomi un foglietto di bloc-notes che fungeva da menù; e io
allora, lasciandomi andare con le spalle contro lo schienale della
sedia e un sorriso da zitella ciarliera sulle labbra, lo metto al
corrente del fatto che ho molta fame, che oggi non ho neanche
fatto colazione e che vengo direttamente da San Diego senza una
sosta: vediamo cosa si può mangiare.
Perbacco! Sono italiano, parlo più o meno il francese e
ancora abbastanza bene il portoghese (ho vissuto per diversi mesi
in Mozambico al seguito di un progetto Fao, prima di quella
puntata velleitaria di quindici giorni a Rio de Janeiro, al seguito
di un progetto d'amore che non sapeva più cosa farsene di me); ho
studiato latino per dieci interminabili anni, passati così alla svelta
nel ricordo nostalgico dei banchi scolastici e dei primi esami
all'università... Cosa di più facile, allora, che parlare spagnolo al
primo colpo?

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Dopo aver dato uno sguardo al menù, scelgo pescado frito,
cioè pesce fritto, se la linguistica comparata non è un'opinione.
"Pescado frito!" annuncia Rodrigo con voce stentorea a qualcuno
che sta spignattando nella cucina dietro la tenda, e poi continua:
"Para beber?". Succo d'arancia, grazie, rispondo pacatamente
accendendomi una sigaretta.
Una decina di minuti più tardi, un lasso di tempo che avevo
impiegato per prepararmi altre frasi mentali in castigliano,
Rodrigo ritorna con un vassoio su cui sono posati una caraffa
piena di succo d'arancia, un bicchiere e un piatto coperto da una
poltiglia bianchiccia, dalla quale spuntano la coda e la branchia
dorata di un pesce.
E questo cos'è, chiedo io.
"Pescado frito. "
"Come pescado frito! Todo blanco?"
"Es con queso."
"Ah." E in effetti, nei giorni seguenti, mi accorgerò che in
altri ristoranti del Messico settentrionale il pesce fritto lo servono
proprio così, coperto da una patina di formaggio fuso, bollente e
gratinato. Più per la voglia di conversare che per il desiderio di
addentrarmi in disquisizioni gastronomiche, gli dico che in Italia
il pesce col formaggio è una bestemmia, ma quando mai? No, sul
serio; è una porcheria, i sapori non legano, capisci? Sarebbe
come, non saprei, come... Tomar un café con la maionesa, toh!
Sono molto soddisfatto del mio paragone, venutomi spontaneo e
molto appropriato, mi sembra, per esprimere l'innata
inconciliabilità culinaria di pesce e formaggio. Rodrigo dice
"Como usted quiere", ritira il piatto lasciando sul tavolo la brocca
e il bicchiere, sparisce in cucina e, dopo nemmeno cinque minuti,
solerte e un po' imbarazzato, ritorna reggendo tra le mani il

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vassoio su cui adesso ci sono una tazzina di caffè fumante... e un
vasetto di maionese!
In contemporanea col tramonto, dopo aver guidato tutto il
pomeriggio su e giù per le montagne tra una vegetazione che
sempre più diventava brulla e rinsecchita, arrivavo a Mexicali e
passavo un paio d'ore a sfogliare con il coscienzioso puntiglio
dell'autodidatta il dizionarietto Inglese-Spagnolo Spagnolo-
Inglese che avevo comprato appena dopo essere uscito dal
ristorante a Tijuana, in un negozio che vendeva bambole,
biciclette, prodotti cosmetici, articoli sportivi e riviste.
L'indomani di buon mattino ero già pronto a partire in direzione
del deserto di Altar, la punta nordoccidentale dello stato di
Sonora che s'incunea tra l'Arizona e la Baja California.
Quella zona tra Mexicali e Sonoyta, mi avevano detto, è piena
di bandoleros. All'inizio, naturalmente, avevo pensato fossero i
suonatori di una banda; ma erano bastate poche chiacchiere con i
poliziotti a un posto di blocco, mentre il mio castigliano faceva
passi da gigante sotto il sole, per farmi capire che si trattava
invece di briganti, assaltatori, ladri, criminali o che dir si voglia:
hanno buon gioco in questo territorio desolato e viaggiano alla
media, così mi si dice o così credo di capire, di un paio di agguati
al mese.
Al posto di blocco precedente, in una baracca disadorna con
soltanto una scrivania, una sedia e una piccola foto incorniciata
del presidente Salinas sul muro, un militare mi aveva raccontato
che soltanto una settimana prima la jeep di una coppia di
americani era sparita a un centinaio di chilometri da lì, con le
valigie e tutto; lui l'avevano trovato sul posto con la gola tagliata
da un orecchio all'altro, lei era ancora sotto shock dietro un

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cespuglio vicino, con dei segnacci sulla gola e i jeans abbassati
intorno alle caviglie.
Sembrava provasse un gusto impagabile a descrivermi il fatto
con dovizia di particolari, sottolineando il taglio da un orecchio
all'altro con il movimento del pollice sulla propria gola e uno
schiocco della lingua sul palato; mimando un gesto osceno
quando parlava della sorte di lei e rendendo pienamente
comprensibile tutta la storia, anche se il significato di alcune
parole mi rimaneva oscuro. Mentre lo ascoltavo ero colpito
soprattutto dal fatto che non avesse denti, né sopra né sotto,
soltanto un paio di moncherini marci che ogni tanto gli
spuntavano tra le labbra. Ricordo che per un attimo mi ero
chiesto se in Italia un militare di carriera potesse essere come lui,
o se invece l'avere denti fosse un requisito indispensabile per
l'idoneità al servizio: non ho mai avuto molta dimestichezza con
ciò che compete alle uniformi e alle loro regole...
E neanche a una ventina di chilometri più in là, davanti
all'ennesimo ALT che sbarrava la strada con delle transenne
arrugginite, un altro soldato, dopo una perquisizione quasi
distratta nell'atteggiamento ma comunque meticolosissima, mi
aveva sconsigliato di proseguire, perché su una motocicletta si è
un bersaglio anche troppo facile: "Carajo, italiano, mejor que te
vuelvas!". Ancora non sapevo cosa volessero dire "carakho" né
"mekhor", pronunciati entrambi di gola come quando si vuole
espettorare del catarro, e soltanto alla lontana ero riuscito ad
attingere ai fasti etimologici di quel "te vuelvas". Ma avevo già
capito tutto, e l'avevo capito nel profondo! Semantica universale
del mettere in guardia; comunicazione non verbale di sopracciglia
inarcate e bianco degli occhi che deborda da ciglia intimidenti,
lucide sotto il sole. Un suo collega che si era avvicinato a noi, e

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che parla un inglese dignitoso con un forte accento da cowboy,
mi dice all'incirca la stessa cosa, anche se in maniera più
elaborata e meno diretta.
"E allora come faccio a continuare verso Hermosillo? Mi
sembra non ci siano altre strade" gli dico guardando una mappa
del Messico che avevo sfilato dai tiranti tra la borsa e il
portapacchi.
"Ti conviene lasciar perdere, e tornare indietro verso Tijuana."
"E poi?"
"Poi scendi per la Baja California e prendi una nave per
Guaymas o Mazatlàn. "
L'idea non mi piace, e non tanto per la penisola della Baja
California, che dai racconti di alcuni amici so essere bellissima,
quanto per il passaggio in nave: la mia deontologia di viaggiatore
motorizzato, già cristallina all'inizio, era diventata di giorno in
giorno più ferrea, e da sempre si era ripromessa di fare ogni
chilometro del viaggio solo e soltanto seduto in sella, a meno che
proprio non ci fossero alternative, come era già successo per la
Birmania e per il Laos sulla strada verso Saigon, e come
probabilmente sarebbe stato di lì a qualche settimana per la
foresta impenetrabile del Darién, tra Panama e Colombia; e anche
in quel caso ero deciso a provarci prima su due ruote. Qui
un'alternativa c'era, seppure rischiosa. Inoltre mi accorgo, a pelle,
di non avvertire tutta l'apprensione che la recente immagine
mentale di una gola tagliata dovrebbe comunicare; e che anzi
quell'ipotesi di "rischio", più che spaventarmi, ha il richiamo di
una sfida, stupida ma a suo modo irresistibile. Del resto, mentre
stavo parlando con i soldati, una macchina era passata in
direzione di Sonoyta, e altre sicuramente ne sarebbero arrivate se
avessi dovuto andare a mia volta. Un paio di agguati al mese!

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Anche intorno alla stazione Termini o nella metropolitana di
Parigi ogni mese succede qualcosa di simile a un agguato, e
molto più spesso ci scappa un morto. E se in definitiva fosse
davvero troppo pericoloso, mi manderebbero indietro senza tante
storie; non si limiterebbero a sconsigliarmi di passare,
semplicemente me lo impedirebbero.
"Com'è la strada fino a Sonoyta?" gli domando
soprappensiero, mentre un altro militare, che aveva finito di
perquisire la macchina, si mette a studiare le bandierine adesive
di Alaska, Canada e Stati Uniti appiccicate finora sulla lamiera
bianca della mia compagna di viaggio.
"Asfalto messicano, tra una buca e l'altra. Quando non è
coperto dalla sabbia. "
"E c'è qualche villaggio in mezzo?"
"Dopo San Luis c'è un rancho a Pozo de Doña Victoria, una
casa a El Porto e un'altra a Los Vidrios: tre case in 200
chilometri."
"Di deserto."
"Deserto."
"E dove posso trovare una tanica di plastica?"
"Per la benzina? A San Luis; poi non trovi più niente fino a
Sonoyta. Allora, vuoi proprio andare?"
"Credo di sì."
"Cuidado, amigo. Portati qualcosa da bere."
"Ok." Lo ringrazio, saluto tutti e ingrano la prima, mettendo
in mostra una calma e una sicurezza che in quel momento non mi
appartengono; sento di essere abbastanza teso, ma so anche che
non tornerò indietro.
In una ventina di minuti raggiungo San Luis Rio Colorado,
dove riempio il serbatoio e una tanica da 5 litri comprata insieme

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a un pacchetto di biscotti e a un paio di bottiglie di Coca-Cola
che subito diventano caldissime; affranco tutto allo zaino sul
portapacchi posteriore, facendo poggiare il pacchetto sulla sella;
ci schiaccio contro la schiena e riparto.
Dopo qualche chilometro la vegetazione, che era già scarsa e
rinsecchita fin da prima di Mexicali, sparisce per incanto e il suo
posto viene preso da una distesa interminabile di pietrisco e
sabbia, dalla quale ogni tanto spunta un cactus isolato, nelle
forme più grottesche. Il sole che sta salendo allo zenit illumina il
paesaggio di una luce secca e abbagliante, come lenzuola appena
lavate, stese ad asciugare in una mattina senza nuvole; l'aria è
incandescente, immobile, senza un alito di vento: non devono
esserci meno di quaranta gradi all'ombra (quale ombra?). La
strada diventa sempre più accidentata, l'asfalto sempre più scarso
e corroso in una miriade di isolette granulose; la carcassa già
quasi completamente spolpata di un asino spande all'intorno, per
un centinaio di metri, l'odore acre della putrefazione, sotto un
nugolo ronzante di mosche. Arrivo al rancho di Pozo de Doña
Victoria, le cui porte di legno sono sprangate da travi e catene;
rallento fino quasi a fermarmi, ma non scorgo tracce di vita: i
resti arrugginiti del motore di un camion, un poncho sfilacciato
appeso a un chiodo, tre segmenti di una canna fumaria tra la
sabbia, e nient'altro.
Comincio ad avvertire un'agitazione fastidiosa; le parole dei
militari mi martellano in testa, suggestionandomi mio malgrado;
un paio di volte mi trovo persino a immaginare qualcuno nascosto
dietro gli arbusti o le rocce, che sta aspettando proprio me, e
cerco di zittire questo pensiero mettendomi a fischiettare un
motivetto qualsiasi, concentrandomi sui numeri del
contachilometri che sfilano con una lentezza esasperante, o sul

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modo di evitare le buche, procedendo a zigzag come sul percorso
di una gincana. Mi fermo per accendere una sigaretta, smonto
dalla Vespa e fisso a lungo l'orizzonte sabbioso, poi mi guardo
dietro le spalle; gli occhi mi si riempiono di fluttuanti macchie
nerastre, di piccoli punti impazziti nel chiarore abbacinante del
giorno. Non arriva una macchina, né in una direzione né in quella
opposta; sono almeno quaranta minuti che non passa nessuno; la
Toyota al posto di blocco, che mi aveva in un certo qual modo
tranquillizzato e fatto presagire un passaggio più o meno regolare
di vetture, sembra rivelarsi uno specchietto per le allodole, niente
di più. Nei dieci chilometri successivi le uniche cose che
rompono la monotonia del tracciato sotto le ruote, immutabile a
vista d'occhio nella distesa grigia che lo circonda, sono due cani
spiaccicati in mezzo alla strada a poca distanza l'uno dall'altro; il
primo ormai irriconoscibile, piatto come la buccia di una banana
e dal colore indistinto di una chiazza di vomito; l'altro con le
zampe anteriori e la testa quasi intatte, mentre metà del corpo è
uno scempio di budella sparpagliate e schegge di ossa che
spuntano dal pelo fulvo: sicuramente questa mattina era ancora
vivo. In entrambe le occasioni distolgo lo sguardo finché posso,
ma ugualmente mi sento attraversare da un brivido elettrico che
mi scuote le braccia per una frazione di secondo, e che anche
quella volta non riesco a controllare. Ero passato davanti a non so
quante centinaia di carogne di animali abbandonate sulla strada,
soprattutto nelle campagne dell'India o della Turchia: sempre
avevo distolto lo sguardo, e mai era successo che non mi sentissi
fendere i muscoli da un brivido irrefrenabile, a volte da una serie
di brividi a intermittenza, che mi facevano stringere gli occhi e
scuotere impercettibilmente la testa, quasi a voler scacciare
l'immagine che vedevo senza vedere.

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Il caldo è diventato insopportabile, e sotto il giubbotto
leggero comincio a sudare copiosamente; la maglietta madida mi
si appiccica alla pelle, pastosa come il gesso di un affresco.
A un certo punto vedo in mezzo alla strada qualcosa che
anche in lontananza non mi sembra la solita, misera carogna di
cane spiaccicato. Rallento, mi avvicino... e il sangue mi si gela,
non riesco a trattenere un grido di raccapriccio: quella cosa in
mezzo alla strada è un piede, scalzo, tagliato alla caviglia, in una
pozza rugginosa di sangue fresco.
Immagini fosche di briganti, di assassini rintanati dietro i
cactus giganteschi mi sfilano davanti agli occhi mentre accelero
al massimo sulla strada piena di buche, ancora rabbrividendo.

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Di notte a Sonoyta

Una doccia per togliersi la polvere di dosso, una camicia


pulita, quattro passi per le vie del centro. Chili con carne, nachos
e una Corona gelida con una fettina di limone schiacciata nel
collo della bottiglia, che più Messico di così non si può. Ritorno
in albergo tra lo sfavillio intermittente delle lucciole e un buon
profumo di pane che sta cuocendo; un mambo di Pérez Prado
arriva da una finestra aperta sotto uno spicchio di luna, mentre
una voce di donna grida: "Estudiantino, bajad la musica!".
"Ciliegi Rosa", come in un settantotto giri color cioccolato
rimasto chissà come in una scatola di vecchie cose, con la firma
di mia madre sulla copertina, in un inchiostro diventato tenue
insieme a una data, 1955: qualche fotografia, qualche fiore dai
petali incartapecoriti, qualche fazzoletto con le iniziali ricamate.
Mi siedo su uno spigoloso dondolo di ferro a prendere il
fresco sul balconcino, con una matita e il quaderno balinese che
per un po' lascio aperto sulle ginocchia, guardando giù nella
strada i pochi passanti e un vecchietto che sonnecchia con la testa
lasciata andare tra le braccia, sulla sua bancarella di frutta
caramellata: mele rosso fuoco come quelle di Biancaneve, acini
d'uva infilzati in un bastoncino, come segmenti di grosse collane
d'ambra, zuccherose. Un lampione stempera un cono di luce sulle
pazzie piene di ringhi e guaiti di due cani randagi, che si
contendono lacerandolo pian piano il tesoro di un sacchetto di
patatine vuoto. Estudiantino, che nome! Le scansioni di una
trama si fanno strada adagio tra i pensieri confusi e le sensazioni
di quella giornata; una traccia che colgo al volo, che perdo per un
po' e poi all'improvviso ritrovo, agitandomi impercettibilmente sul

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dondolo con un brivido che avevo già imparato a riconoscere. Le
campane della cattedrale suonano le undici; mi sembrava che le
dieci avessero finito di suonare soltanto da pochi minuti.
Inumidisco la punta della matita sulla lingua, poi la sua
striscia lucida comincia a dipanarsi sulla carta, con poche
cancellature e ripensamenti, come se si muovesse da sola.
Nel fresco delle lenzuola, poco prima di addormentarmi con
la luce accesa, mi dico con un mezzo sorriso che stiamo
viaggiando a una buona media, Mr. Spaghèdi: un trip che ti trovi
nel caffè senza saperlo, e un piede tagliato di recente sulla strada,
neanche 7000 chilometri più a sud, e che non saprai mai come
potesse trovarsi lì, né a chi fosse appartenuto, o cosa fosse
realmente successo, in quel tratto pericolosissimo di deserto tra
Mexicali e Sonoyta: chissà cos'altro ci aspetta prima di
parcheggiare Nina sul lungomare di Ushuaia e assaporare le
suggestioni da Fin del mundo delle brochure turistiche argentine!
Ma è già un parlare nel sonno, e dalla cattedrale suonano le tre.
Nel futuro immediato, comunque, mi aspettavano soltanto le
orchestre mariachi di Guadalajara, il Zócalo di Città del
Messico, le piramidi del Sole e della Luna a Tehotihuacàn, quella
di Palenque nel Chiapas, con l'esercito inviato da Salinas, come
un canto del cigno prima di lasciare il posto a Zedillo, a
presidiare la zona e a massacrare gli zapatisti; la frontiera col
Guatemala e tutto il Centroamerica fino a Panama e alla foresta
del Darién... Nicaragua, El Salvador: nomi che hanno riempito le
pagine dei giornali di tutto il mondo, tristemente, per più di un
decennio. 75.000 morti il bilancio della guerra civile
salvadoregna, 50.000 quello di rivoluzione e controrivoluzione in
Nicaragua. E anche Guatemala, Honduras o Panama non erano
certo tra le regioni più sicure della terra. Soltanto pochi anni

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prima un viaggio come questo, con una moto nei minuscoli e
incandescenti paesi centroamericani, sarebbe stato decisamente
rischioso o addirittura impossibile. Nel '94 non si può dire che i
problemi fossero risolti del tutto e le tensioni placate grazie a
governi stabili o a una pace duratura; ma almeno i focolai di
guerriglia erano concentrati in zone ben definite, i visti possibili
da ottenere, le comunicazioni terrestri ripristinate.
Io sfogliavo le carte stradali negli alberghetti messicani e
fantasticavo. Pensavo a Rigoberta Manchu e ai colori dei vestiti
delle donne maya, alle speranze dei sandinisti e al gioco sporco
di un mediocre attore americano diventato presidente, alle
cattedrali spagnole di El Salvador e a Mosquito Coast, a Somoza
e a Violeta Chamorro, al Lago di Managua (l'unico al mondo
dove ci siano gli squali, avevo letto da qualche parte) e a
Tegucigalpa, un nome che sembrava una parola magica; al Canale
di Panama e a Balboa, il primo navigatore a vedere l'Oceano
Pacifico... Di quando in quando davo una leccatina al sale sulla
mano sinistra, mordevo un po' di lime dalla destra, sorseggiavo la
tequila, e non vedevo l'ora di essere là.
Ci metterò due mesi, da La Mesilla in Guatemala a Puerto
Obaldia nell'estremità orientale di Panama, e ripenserò spesso a
quelle notti messicane profumate di Cuervo e Centenario, di
salsedine e di limoni.
Il presente è molto più vivo nel futuro, quando è già passato.

Il señor Estudiantino Diaz, uno dei più stimati commercianti


di vini e liquori della zona, se ne stava placidamente seduto
davanti al suo negozio nel centro di Guaymas, la cittadina di mare
tra il Rio Sonora e il Rio Jaqui dove erano nati i suoi nonni, i
suoi genitori e lui stesso, e dalla quale non si era più mosso da

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almeno tre lustri, da quando cioè suo figlio aveva preso a
occuparsi ormai completamente degli affari, che lo obbligavano a
frequenti viaggi a Guadalajara, o sulla costa est fino a Tampico o
Veracruz. Così lui ora poteva starsene in pace a godere l'autunno
della sua vita con le mani intrecciate sulla pancia, all'ombra della
tettoia di lamiera; chiacchierando con la gente, accumulando
denaro e ringraziando il Signore, senza chiedere di più né di
meglio; fumando spensieratamente un buon sigaro.
Quel giorno un pesante odore di pesce marcio giungeva dalla
baia e si amalgamava a quello aspro della polvere per le strade
della cittadina, impastandosi poi in un indefinibile aroma con le
nuvole di fumo che uscivano a intervalli regolari dalle labbra
lustre del señor Diaz, che aveva appena sbocconcellato una
tortilla trasudante olio e ora, pulendosi con indifferenza le dita
sui pantaloni leggeri di lino, stava salutando con un cenno del
capo la moglie del farmacista Ortega, che proprio in quel
momento alzava la saracinesca del suo negozio sull'altro lato
della piazza.
Cinque o sei ragazzini fecero irruzione da una via rincorrendo
il cerchio di ferro che il più grande di loro faceva girare con un
bastone, e sotto il sagrato si fermarono schiamazzando qualche
istante, per poi sparire di nuovo in un'altra viuzza, chiamandosi
per nome a voce alta e ridendo come solo i ragazzini sanno fare
quando stanno tra loro e si sentono i padroni del mondo.
Il señor Diaz li seguì con lo sguardo e sorrise dentro di sé,
scivolando delicatamente tra le nebbie dei propri ricordi; poi si
passò i polpastrelli sui baffi duri e brizzolati e sputò sul
marciapiede una bella chicca di catarro, che gli uscì dal profondo
come una poesia per finire vicino ai suoi sandali a riflettere i
raggi del sole. L'azzurro intenso del cielo contrastava col bianco-

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calce delle case, ed era una meraviglia lasciare che lo sguardo si
offuscasse per aver fissato troppo a lungo la nitidezza di quei
colori, asciutti e limpidi come panni appena lavati, stesi ad
asciugare.
A un tratto, dalla porta principale della chiesa, uscì una
vecchissima yaqui che il señor Diaz prima d'allora non aveva mai
visto in città; il suo corpo minuto, piegato in avanti, era avvolto
in un lungo scialle di lana grezza che le scendeva fino ai piedi
sfrangiandosi in una balza chiazzata di fango secco; le braccia
scheletriche spuntavano nude fino al gomito, seguendo con
movimenti sgraziati le oscillazioni incerte di quel passo, che
sembrava puntare proprio in direzione del señor Diaz. Quando la
vecchia fu a una decina di metri da lui cominciò a guardarlo
fissamente: le sue iridi violacee erano come immerse in una
sostanza gelatinosa, giallognola, e sprigionavano un magnetismo
inquietante, che penetrava rimanendo impenetrabile.
Estudiantino Diaz si sentì pungere in tutto il corpo da un
fastidioso formicolio, e di colpo fu preso da una tremenda voglia
di alzarsi, entrare nella bottega e chiudere la porta; ma non si
mosse da lì. La vecchia stava ormai davanti a lui; le labbra
screpolate erano schiuse in una smorfia e rivelavano il tenero rosa
delle gengive senza denti, luride di saliva. La pelle di quel viso
era una fittissima trama di rughe, poco più che un velo sul
teschio, e gli zigomi davano l'impressione di poter schizzare fuori
da un momento all'altro. Una sottile lanugine bianca spuntava
sulle tempie al di sotto del fazzoletto che le avvolgeva il capo, e
due grandi orecchini d'ottone le deformavano i lobi, tirandoli
come fossero caucciù fin quasi all'altezza del mento. Disse solo
poche parole, prima d'incamminarsi verso il cancello dei giardini

41
pubblici ciabattando scompostamente sul porfido della piazza. E
il sangue del señor Diaz gelò.
"Questa notte morirai; annegato nel mare."
Lui adesso avrebbe voluto alzarsi e inseguirla, farla parlare,
chiederle chi fosse, cosa significasse quello che aveva detto; ma
le sue forze erano annullate in una paura sorda, improvvisa, che
gli ottundeva il cervello impedendogli di agire. In altre
circostanze il señor Diaz avrebbe potuto benissimo accogliere
con un'alzata di spalle, magari con un secco scongiuro, l'augurio
malefico di quella che con ogni probabilità era soltanto una
vecchia pazza; e non dare al fatto alcuna importanza. Avrebbe
potuto riderci sopra, e raccontarlo poi a suo figlio per far ridere
anche lui; tutt'al più avrebbe potuto uscirsene con una sonora
bestemmia, prendere quella vecchia per le spalle e mandarla in
malo modo a fare l'uccello del malaugurio da qualche altra parte;
e poi sedersi di nuovo nella poltrona di vimini per tornare a
godersi la calma del pomeriggio, benedicendo la vita per i suoi
affari che andavano a gonfie vele. Invece, inspiegabilmente,
rimase come impietrito guardandola allontanarsi e sparire dietro
l'angolo di una casa. Era in preda a una sgradevolissima
agitazione che gli procurava delle strane contrazioni nei muscoli
di entrambi i polpacci. Prese a tamburellare con le dita sui
braccioli della poltrona, ma non riusciva a pensare a nient'altro,
non riusciva a distrarsi. "Questa notte morirai; annegato nel mare.
" Quelle parole gli martellavano in testa, ossessive; il tono di
voce col quale la vecchia le aveva pronunciate diventava nella sua
immaginazione un gutturale bisbiglio di megera, e gli faceva
accapponare la pelle. "Nel mare; annegato nel mare!"
A un tratto il señor Dìaz fu come folgorato da un'idea che lo
riempì di una gioia malsana, trionfante: "Nel deserto, subito!".

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Suo figlio Miguel in quei giorni era andato a Puebla, per trattare
degli affari con un produttore di tequila; meglio così: avrebbe
evitato di dargli spiegazioni. "Voglio proprio vedere come
qualcuno possa morire annegato nel mare, quando prende la sua
vecchia automobile e se ne va una cinquantina di chilometri
nell'entroterra, in pieno deserto!" Un sorrisetto nervoso gli
increspò le labbra, ma suo malgrado sentì le mani che tremavano
come foglie. "Questa notte stessa, eh? Già: voglio proprio vedere;
voglio proprio stare a vedere!
Senza soffermarsi un attimo di più a riflettere sulla propria
decisione, Estudiantino Diaz abbassò la saracinesca del negozio
e subito si recò nell'autorimessa dove la vecchia Ford T del '26,
che una volta era stata il fiore all'occhiello dei suoi successi di
uomo arricchitosi dal nulla, se ne stava da tempo a sonnecchiare
coperta da un velo di polvere, tra barili di petrolio che lasciavano
sul pavimento piccoli riflessi grassi e colorati come un
arcobaleno, tra casse vuote di birra e cianfrusaglie di ogni tipo.
"Le cose vecchie non ti tradiscono mai!" pensò quasi intenerito,
sentendo che il motore dell'automobile, già prima del terzo
tentativo, cominciava a tossicchiare spaesato, e subito dopo si
metteva a funzionare, senza perdere un colpo. Per rendere meno
dura la notte che aveva deciso di trascorrere nel deserto caricò
sulla macchina un paio di coperte di lana, una lampada a petrolio,
del cibo, una scatola di sigari e due bottiglie di rum.
Mezz'ora più tardi era già uscito da Guaymas in uno stato
d'animo combattivo, risoluto; e come in un gesto di sfida si mise
a cantare a voce alta un allegro motivo messicano, mentre puntava
senza indugi in direzione di Hermosillo e il paesaggio intorno a
lui diventava sempre più arido e desolato. "Questa notte stessa,
nel mare!" Il señor Diaz sentì un'irresistibile voglia di ridere; fu

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anzi talmente contento della sua idea di fuga nel deserto che si
diede un buffetto affettuoso sulla guancia. Nemmeno per un
attimo, infatti, aveva considerato la sinistra predizione di quella
vecchia come una cosa priva di fondamento; e subito invece aveva
impiegato le proprie energie per trovare il modo di mettersi in
salvo, piuttosto che per minimizzare la questione e rimanersene
tranquillo in casa ad aspettare gli eventi. Ora questa maniera di
aggirare l'ostacolo era stata trovata, e il señor Estudiantino non
poteva che essere soddisfatto di sé, estremamente soddisfatto!
Quando si fu allontanato di una buona cinquantina di chilometri
dalla costa fermò l'automobile e scese per sgranchirsi le gambe:
attorno a lui, fin dove arrivava lo sguardo, soltanto pietre, sabbia
e qualche arbusto rinsecchito.
Cominciava a imbrunire, e la temperatura stava scendendo
sensibilmente, con la sera. Sdraiandosi comodo sul sedile accese
un sigaro e stappò la prima bottiglia, dalla quale bevve un lungo
sorso. Verso mezzanotte, vinto dalle emozioni di quella giornata,
dalla stanchezza e da mezza bottiglia di rum, il señor Diaz si
addormentò profondamente, con la testa lasciata andare contro il
finestrino della vecchia Ford T, ben avvolto in due coperte di
lana...
Nel sogno la nave, dopo aver solcato il Golfo di California,
stava entrando nell'Oceano Pacifico, in una splendida mattina di
sole. Estudiantino non aveva più di vent'anni, e in quel momento
lucidava gli ottoni del boccaporto con la solerzia di un giovane al
suo primo imbarco, per il quale la vita è ancora tutta un'avventura.
Dalla stiva giungevano le voci di due marinai che sembrava
litigassero, e il brontolio continuo delle macchine. Sulla scia
spumosa che la nave lasciava al suo passaggio volteggiava uno
stormo di gabbiani.

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Le nuvole nere si addensarono improvvisamente all'orizzonte.
Dopo pochi minuti la pioggia cominciò a sferzare l'aria, con
una violenza inaudita; le onde sembravano urlare rovesciandosi
sulla nave, che veniva sballottata come un guscio di noce.
L'albero maestro fu divelto. Estudiantino Diaz e altri tre membri
dell'equipaggio furono spazzati via dal ponte, scaraventati
nell'acqua gelida che come una morsa li afferrò, trascinandoli
verso il basso. Estudiantino si dibatteva disperatamente tra i
marosi. Un rottame di ferro gli si conficcò nel collo, recidendogli
la carotide; il sangue e la spuma del mare gorgogliarono nella sua
gola. Le mani come artigli cercarono di aggrapparsi al vuoto e
poi, lentamente, il buio avvolse tutto.
"Buttalo giù" disse Pedro al suo compare "e guardagli
addosso se ha dei soldi."
Il señor Diaz fu spogliato del portafogli e dell'anello d'oro che
portava all'indice.
Pedro asciugò contro i pantaloni di cuoio il coltello con il
quale gli aveva appena tagliato la gola; finì in un sorso la
bottiglia di rum e mettendo in moto la vecchia Ford T del '26
disse a Esteban di seguirlo con i due cavalli fino al canalone,
dove li aspettavano gli altri della banda.
L'oceano inghiottì il relitto della nave, e una calma mortale
seguì il placarsi della tempesta.

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Cotopaxi

Prima di arrivare in Colombia non mi era mai successo di


venire fermato da un vigile urbano per "guida con casco". Durante
il viaggio da Roma a Saigon, l'uso del casco era quasi sempre
stato un optional, e chi lo portava piuttosto una mosca bianca che
la regola; dall'Alaska alla frontiera col Messico era stato
obbligatorio; poi facoltativo in quasi tutto il Centroamerica... ma
mai "sospetto" come in Colombia, e la ragione è facilmente
comprensibile. In un paese che da più di cent'anni vive guerre
civili senza fine e annovera al suo interno almeno dieci gruppi
diversi di guerriglieri antigovernativi (due realtà che nel corso dei
decenni hanno provocato più di un milione di morti, un
trentesimo della popolazione attuale); in un paese che produce ed
esporta l'80% della cocaina a livello mondiale, e in cui soltanto
per criminalità "spicciola" vengono liquidate all'incirca trentamila
persone all'anno, un casco integrale come il mio, che mi era stato
regalato da un concessionario di El Salvador e stavo usando più
per ripararmi da un acquazzone improvviso che come misura
precauzionale, diventa una sorta di passamontagna, copre il volto
rendendo irriconoscibili; né più né meno come se si stesse
rapinando una banca o preparando un attentato terroristico. Il
vigile in questione, bloccandomi in mezzo alla strada con un
vigoroso gesticolare e ricorrendo più volte al fischietto, all'inizio
ha usato un tono burbero, poi via via si è ammorbidito vedendo
che ero decisamente innocuo su "Esa motica!", cioè una moto
tanto piccola; ha provato timidamente a spillarmi un po' di soldi,
senza riuscirci, e alla fine mi ha salutato con un sorriso a suo

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modo autoritario e cordiale, facendomi ripartire quando il
semaforo era ancora rosso. E naturalmente a capo scoperto.
Questa del casco è solamente una delle mille cose che
testimoniano a favore del carattere speciale della Colombia... o
della "Locombia", il paese matto, come spesso la chiamano,
anagrammandone il nome, i suoi abitanti. Erano da poco
terminate le elezioni presidenziali, e dall'inizio di agosto il
candidato liberale Ernesto Samper aveva preso il posto
dell'uscente compagno di partito César Gaviria, dopo aver
ampiamente sconfitto i conservatori con una campagna politica il
cui obiettivo primario era la riduzione, almeno a parole,
dell'abisso esistente tra i pochissimi ricchi e i moltissimi poveri, e
la creazione di nuovi e mai materializzatisi posti di lavoro. Le
elezioni erano state momentaneamente eclissate dalla
partecipazione della nazionale colombiana alla World Cup di Usa
'94, e la precoce eliminazione di Valderrama e compagni, proprio
a opera della squadra ospitante, aveva creato ondate
incontrollabili di rabbia tra i colombiani, che si aspettavano
almeno una partecipazione alla finale se non addirittura la
conquista del titolo, portando poi indirettamente all'omicidio del
difensore Andrés Escobar, colpevole di aver segnato un autogol
durante la partita con gli Stati Uniti, costata alla Colombia
l'eliminazione. Avevo letto dell'assassinio del calciatore a
Guadalajara, e i giornali messicani non esitavano a titolare le
prime pagine con caratteri cubitali del tipo "Escobar, la prima
vittima", oppure: "Verranno eliminati tutti!", o ancora: "La
nazionale colombiana nel panico, ognuno adesso teme per la
propria vita! Questo assassinio con gli onori della cronaca
enfatizzava una situazione già esistente di paura e di grosse
problematiche sociali nelle aree urbane e rurali, che durante la

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campagna elettorale aveva portato a numerosi regolamenti di
conti e omicidi arbitrari in molte provincie della nazione.
Per quanto riguardava specificatamente il mio viaggio,
nell'ottica effimera di un problema personale, un'altra peculiarità
è stata che dal Centro al Sudamerica, cioè da Panama alla
Colombia, non esiste alcuna strada percorribile, e le due nazioni
sono di fatto divise da 200 chilometri di foresta impenetrabile: il
Tapón del Darién, o il Darién Gap, come avevo imparato a
conoscere, e in un certo senso a temere, in quei mesi. Avevo
anche saputo che qualcuno, anni prima, aveva provato ad
attraversarlo a bordo di veicoli con quattro ruote motrici, dal Mar
delle Antille al Pacifico, cioè da nord a sud e per una distanza
molto inferiore rispetto a quella che c'è da ovest a est, ma la
spedizione era fallita miseramente sulle montagne impraticabili
dell'istmo.
In Colombia, insomma, venendo dal Centroamerica con uno
scooter o con qualsiasi altro veicolo munito di ruote, ci si può
arrivare soltanto in aereo o in barca, perché la via di
comunicazione terrestre è interrotta da Yaviza (Panama) fino alla
cittadina colombiana di Turbo, e chissà per quanti anni ancora
non si parlerà di completare il tratto mancante. Sicuramente una
delle ragioni di questo blackout stradale è il fatto che gli Stati
Uniti, il cui controllo di Panama dopo l'apertura del canale è
pressoché assoluto, dall'economia alla massiccia presenza
militare, non vedono di buon occhio la creazione di un
congiungimento via terra attraverso il quale possano infiltrarsi nel
loro territorio flussi inarrestabili di immigranti sudamericani; poi
c'è il cronico problema del narcotraffico, che già adesso, senza
strada, trova il modo di mandare nel Nordamerica quantitativi
enormi di cocaina facendo arrampicare i propri uomini, come

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sherpa clandestini, sulle montagne e tra la foresta fittissima (e si
può facilmente immaginare cosa succederebbe se ci fosse una
highway a più corsie tra Turbo e il canale); o forse ancora, più
semplicemente ma con meno verosimiglianza, il governo di
Panama e quello colombiano non si mettono d'accordo circa la
costruzione della strada allo scopo di preservare il Parco naturale
del Darién, che nel 1980 è stato dichiarato dall'Unesco
patrimonio mondiale di riserva biologica.
Fatto sta che a Colón, la città panamense che il mio libro
guida segnala, con una pagina intera di warning, come una delle
più pericolose del continente, a ogni ora del giorno e della notte,
ho dovuto caricare me stesso e la Vespa su un'antidiluviana barca
di legno, senza una seria strumentazione a bordo, per raggiungere
Puerto Obaldia. Nove scali e quattro notti a dondolare nei porti
di altrettante isole dell'arcipelago di San Blas, che di isole ne ha
365, una per ogni giorno dell'anno, ed è abitato dagli indiani
cuna, una delle tribù indigene più "pittoresche" nei tratti somatici
e nel modo di vestire delle sue donne, e anche tra le più attaccate
alle proprie tradizioni. Erano già passati due anni dal
cinquecentesimo della scoperta dell'America, ma molti muri nei
villaggi cuna recavano ancora scritte del tipo "Cristóbal Colón
hijo de puta!", o la variante che lo fregiava con un lapidario:
"Cara de mierda!".
Da Puerto Obaldia, su una scialuppa velocissima dalla quale
debordavano le ruote del mio mezzo di trasporto sdraiato
malamente su un fianco, ero sbarcato ad Acandì in Colombia,
rischiando ogni cinque minuti di finire tra la spuma delle onde
inferocite, e tenendomi costantemente aggrappato alle staffe del
parabrezza, fradicio fino al midollo. Poi da Acandi, con un'altra
scialuppa e con un mare che verso sera, quasi per compensazione,

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era diventato calmissimo e rifletteva fino all'orizzonte l'arancione
oleoso del sole al tramonto, arrivo a Turbo, dove la
Panamericana, in teoria, riprende in direzione di Medellin: sei
giorni complessivi di navigazione per un tratto che, se ci fosse
stata la strada, si sarebbe potuto coprire in sei ore. E una volta a
Turbo comincia il divertimento, perché la Panamericana non è
altro che una pista sconnessa attraverso le montagne, e per 300
chilometri di fila, cioè metà della distanza fino a Medellin,
l'asfalto non esiste se non per tratti infinitesimali. Mi lamentavo
dei sei giorni in mare: eccomi accontentato con altri tre di
sobbalzi tra le buche.
Mi fermo due notti a tirare il fiato nella città che era stata la
sede dell'onnipotente cartel di Pablo Escobar, ucciso pochi mesi
prima dalla polizia in un'irruzione armata. Marvel, un'anziana
guajra che fa le pulizie nell'albergo, si rifiuta di credere che un
uomo todopoderoso come lui, che da solo si era offerto di pagare
il debito pubblico della nazione in cambio dell'incolumità, fosse
stato sorpreso in un appartamento modesto, in canottiera e con un
mazzo di carte in mano come nel corso di un innocente simposio
di amici. Riteneva più credibile la leggenda che dava il re del
narcotraffico ancora vivo e vegeto in una villa da sogno in
Messico, mentre quello eliminato dal blitz non era altro che uno
dei suoi luogotenenti, costretto da una plastica facciale a
diventare il sosia del patron. Per un attimo mi trovo a pensare che
tra due sosia c'è quasi sempre questa sostanziale differenza: che
uno dei due è il sosia dell'altro; poi con il suo sorriso in un nido
di rughe, Marvel mi chiede una piccola mancia per avere messo
delle lenzuola pulite, e non semplicemente rabberciato quelle
vecchie.

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Quando sto per lasciare le montagne frastagliate che
inglobano la città e le bidonville di Medellìn, anche l'orologio
che avevo al polso rimane dietro di me, e al suo posto si espande
una tumefazione giallo-violacea, con un sospetto di slogatura.
Avevo assistito in precedenza a qualche scippo effettuato da
gente motorizzata ai danni di un passante; ma mai mi era capitato
di vederne uno, né tantomeno di esserne vittima, perpetrato da un
passante ai danni di un motociclista! Ero fermo a un semaforo, su
un angolo di Parque de Bolìvar, quando tutto d'un tratto, come un
fulmine a ciel sereno, sento uno strattone violentissimo al polso,
e prima ancora di rendermene conto l'orologio è sparito insieme
al suo nuovo proprietario, che si è già dileguato tra la gente e le
macchine. Non provo nemmeno a gridare "Al ladro! ", come si
usa, o a cercare d'inseguirlo, sarebbero fiato e tempo sprecati.
Aspetto soltanto che diventi verde e ingrano la prima, mentre dal
polso parte una stilettata atroce. Fallo vedere da un orologiaio,
appena puoi: sembra che rimanga un po' indietro.
Risalgo a nord nella regione di Antioquia, e in un paio di
giorni ho già superato Cartagena e comincio a seguire la costa
atlantica fino a Barranquilla, Santa Marta e al confine col
Venezuela. L'idea è quella di raggiungere Caracas via Maracaibo,
continuare in direzione di Ciudad Guayana sulle rive
dell'Orinoco e da lì scendere in Brasile fino a Manaus e al Rio
delle Amazzoni. Da Manaus arrivare a Pòrto Velho lungo una
strada che la mia mappa segnala come non asfaltata (quella tra
Turbo e Medellìn era marcata con una linea rossa, cioè come
asfaltatissima!); attraversare tutto l'interno brasiliano passando
per gli stati di Rondônia, Mato Grosso e Goias, e sbucare sulla
costa atlantica a Rio de Janeiro. Calcolo che questo tragitto, a
occhio e croce, superi i 9000 chilometri, e le difficoltà e i disagi

51
che sicuramente troverò lungo le piste della foresta amazzonica
mi regalano in prospettiva una serie di motivazioni dal sapore
combattivo: ho sempre amato le cose difficili, e questa
sicuramente lo sarà.
Ma all'ambasciata brasiliana di Caracas, dove ero andato a
ritirare un permesso necessario per introdurre temporaneamente
veicoli nel paese, mi riservano una sorpresa coi fiocchi quando
dicono che il mio itinerario è da almeno cinque o sei mesi a
quella parte impossibile da realizzare via terra, e non solo per gli
800 chilometri da Boa Vista a Manaus, che sono difficilissimi
tanto la strada si è deteriorata, quanto piuttosto per gli altri 850
da Manaus a Pòrto Velho, che da quando la pista è letteralmente
scomparsa nella foresta si può raggiungere soltanto per fiume
lungo il Rio Madeira. Ammutolisco di colpo, e per un po' non so
cosa fare; chiedo persino di farmi consultare una mappa più
recente e circostanziata di quella che ho con me; finché mi
portano addirittura alcune carte topografiche e devo riconoscere
che hanno ragione loro.
Mi rendo subito conto che per continuare l'avvicinamento alla
Terra del Fuoco ho davanti a me soltanto tre alternative,
escludendone una quarta, visto che da Caracas non si può
raggiungere il Brasile lungo la costa, attraverso la Guyana ex
britannica, il Suriname e la Guayana Francese, perché non c'è
strada, tanto per cambiare (una cosa che comunque farò, in senso
inverso, quattro anni più tardi nel corso della Worldwide
Odyssey, candidandomi a uno dei mesi più "anfibi" e spezzettati
della mia vita). O farmi questi 850 chilometri in barca da
Manaus, ammesso che ci arrivi, fino a Pòrto Velho; o prendere
un'altra barca lungo il Rio delle Amazzoni da Manaus a Belém
(saranno almeno 2000 chilometri di fiume) e poi scendere la

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costa brasiliana fino a Porto Alegre, entrare in Uruguay a Chuy e
riprendere così l'itinerario iniziale; oppure ancora, terza
possibilità, ritornare in Colombia, possibilmente lungo un'altra
strada, superare Cali e scendere in Ecuador e in Perù. Una volta lì
avrei due scelte: o continuare in Cile, o deviare a est verso la
Bolivia, il Paraguay e Buenos Aires.
Verso l'una di notte, dopo essere rimasto chiuso nella camera
d'albergo per quasi cinque ore con davanti un ginepraio di carte
stradali spiegazzate e libri-guida, ho preso la mia decisione, e mi
sento pieno di quell'entusiasmo che qualche volta sanno dare le
novità: Colombia di nuovo, via Bucaramanga e Bogotà, questa
volta; Quito e Lima, il Lago Titicaca e La Paz, Santa Cruz de la
Sierra e il Chaco paraguaiano. Dovrò percorrere almeno 3000
chilometri in più rispetto a quelli preventivati da Anchorage a
Ushuaia, dovrò salire a oltre 5000 metri sulle Ande, dovrò
rinunciare alle suggestioni dell'Amazzonia e ai colori di Bahia;
ma in compenso "guadagnerò" Ecuador, Perù e Bolivia, che per
inciso sono gli stati più ricchi di storia e folklore di tutto il
Sudamerica; e non dovrò più prendere alcuna barca.
In meno di quattro giorni, da Caracas sono di nuovo alla
frontiera colombiana, tra San Antonio e Cùcuta. E lì succede una
cosa che ha dell'incredibile. Ho l'abitudine di trasportare la
macchina fotografica, con gli obiettivi e gli altri accessori, nella
custodia che tengo appesa al gancio sotto la sella, per averla
sempre a portata di mano; quando smonto dalla Vespa, per
sicurezza la sgancio e la porto con me. Così ho fatto anche quella
volta, dovendo sbrigare le formalità per l'Immigración e quelle
doganali in un'affollatissima bicocca di legno affumicato che
sembrava più un fienile che un posto di frontiera. Dopo dieci
minuti soltanto, e anche questo ha dell'incredibile, ho i timbri

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necessari su tutti i documenti, e riparto soddisfatto per essermela
sbrigata così presto. Faccio più di 15 chilometri in direzione di
Cùcuta, finché, abbassando casualmente lo sguardo per
controllare la spia dell'olio, m'accorgo che la macchina
fotografica non c'è più. Mi viene una scalmana, e sapendo di
essere in Colombia, non in Svizzera o in Scandinavia (dove con
ogni probabilità la macchina fotografica sarebbe sparita lo
stesso), sto già rassegnandomi a dirle addio e continuare, pieno
di rabbia e disappunto, dandomi dello stupido a più non posso,
quando quasi senza accorgermene mi armo di una tenuissima
speranza, e decido di tornare indietro. Dopo una buona mezz'ora
da quando me n'ero andato, rientro nel fienile-dogana... e la
macchina fotografica è ancora lì, sul banco dello sportello
"Passaporti", dove l'avevo dimenticata! Rimarrà sempre un
mistero, per me, il fatto che nessuno se la sia presa in tutta calma,
indisturbato, in un paese dove la vita di una persona vale così
poco che non si esita ad ammazzare qualcuno per rubargli un
orologio da polso, non soltanto a scipparglielo davanti a un
semaforo. Pochi giorni più tardi sono a Quito, la capitale
dell'Ecuador, dopo essere passato velocemente per Bucaramanga
e Bogotà ripensando a una frase di William Burroughs, quello di
Pasto nudo e La scimmia sulla schiena, che descriveva la
capitale colombiana come: "Alta, umida e fredda, quello stesso
freddo che sentono nelle ossa gli eroinomani". Scendo verso Cali,
supero Popayàn e Pasto ed entro in Ecuador a Tulcàn; poi Ibarra
e lo spettacolare mercatino di Otavalo... Ho macinato i 3200
chilometri che lungo questa strada separano Quito da Caracas in
una settimana esatta, alla media di 450 chilometri al giorno, e per
sette giorni consecutivi, senza mai dormire più di una notte nello
stesso posto. Questo è il tratto più lungo nel tempo più breve che

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abbia mai percorso da quando sono partito dall'Alaska,
esattamente cinque mesi prima; e senza peccare di presunzione o
di falsa modestia devo dire che la mia ormai già vaccinata schiena
di gomma si è comportata a meraviglia, senza penare più di tanto:
dodici ore di guida, quattro per guardarmi intorno e chiacchierare
con la gente, otto di sonno; una doccia veloce, e poi via di nuovo.
Una volta a Quito, però, mi concedo un giorno di relax
assoluto, senza nemmeno uscire a fare quattro passi o a curiosare
tra le vie di una città che è senz'altro tra le più belle del
Sudamerica: posta a 2860 metri di altezza ma soltanto 22
chilometri a sud dell'Equatore, gode di un clima eccezionale.
Semplicemente me ne sto sdraiato sul letto a occhi socchiusi,
ogni tanto sfoglio un libro sbocconcellando qualcosa, ascolto
della musica assaporando suggestioni un po' patetiche da riposo
del guerriero, in un'accidia tonificante di ventiquattro ore filate.
La mattina successiva, dirigendomi verso il confine col Perù, mi
trovo a zigzagare per ore e ore attorno alle falde del Cotopaxi
(5897 metri, il vulcano attivo più alto del mondo), tra villaggi
indio che sembrano tagliati fuori da tutto, donne coloratissime
con bombette da City londinese come copricapo, in un'atmosfera
rarefatta come l'aria che li circonda. Pensare che la mia compagna
di viaggio è stata fabbricata a Pontedera, sulle colline toscane, e
adesso vederla qui, ad arrancare sulla Cordigliera in Ecuador, non
può fare a meno che suggerirmi, ahimè, un deamicisiano... dagli
Appennini alle Ande.

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Guayaquil e il confine peruviano di Tumbes. L'architettura
ridondante della cattedrale di Piura, uno dei pochi edifici
coloniali sopravvissuti al terremoto che nel 1912 aveva distrutto
la città, e l'orizzonte sabbioso nel deserto di Sechura, sotto un
cielo violaceo di nubi che si rincorrono senza posa al di là del
parabrezza, come in un gioco d'anamorfosi. Ritorno sulla costa
del Pacifico a Chiclayo, per una breve visita al mercato dei
brujos, gli stregoni che espongono la loro parafernalia di denti
d'animali, pezzi di pellicce, erbe seccate e ossa in polvere tra le
bancarelle di frutta, musicassette pirata e Levi's d'imitazione; poi
continuo verso Trujillo e le rovine dell'antica città di Chan Chan,
la capitale dei chimu, un popolo della costa il cui regno fu
annientato dagli incas nella seconda metà del XIV secolo. Da un
punto di vista archeologico, questa zona nord del Perù,
pochissimo turisticizzata al confronto di altre destinazioni come
Machu Picchu o Cuzco, offre un buon numero di testimonianze
delle civiltà preincaiche ed è molto interessante da visitare,
regalandoti di quando in quando l'impressione di essere l'unico
straniero capitato lì, chissà come o perché. Venendo dall'Ecuador
via terra lungo la costa, chi si aspettasse di imbattersi subito in
immagini iconografiche da Ande peruviane, con i flauti di Pan, i

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lama sputacchianti e i poncho colorati come un arcobaleno,
rimarrebbe abbastanza deluso, perché per 1300 chilometri fino a
Lima è solo un lunghissimo deserto, bordato dalla foschia che
avvolge l'Oceano Pacifico da un lato, e ancora da dune e foschia
polverosa dall'altro.
Per un paio d'ore passeggio indisturbato e in perfetta
solitudine all'interno della cerchia muraria di Chan Chan, che era
divisa in dieci settori rettangolari lunghi fino a mezzo chilometro
e larghi 300 metri; i vari quartieri, autosufficienti e destinati
ognuno a un diverso ceto sociale, comprendevano le abitazioni,
una cisterna per l'acqua, un cimitero e una piramide religiosa, ed
erano tutti costruiti con mattoni di argilla essiccati al sole
(adobes) e un impasto di fango e paglia. L'aspetto fotografico del
viaggio, che era diventato via via più importante dopo la prima
Minolta compatta comprata a Istanbul due anni prima, senza
zoom, senza lenti intercambiabili e senza pretese (e che si era
ulteriormente ringalluzzito dopo la sponsorship della Canon, il
contratto con la rivista motociclistica e la sopravvivenza fortuita
dell'apparecchio dato per disperso sui banchi dell'Immigración
colombiana), mi fa consumare un paio di rullini tra gli antichi
adobes dei chimu, obbligandomi persino a sfoderare il cavalletto
telescopico per una fotografia con l'autoscatto, che immortala un
mio sorriso ebete e soddisfatto sullo sfondo di una piramide
rosicchiata dai secoli e dal vento. Tre giorni dopo, superata anche
Chimbote con l'odore ammorbante di pesce marcio che l'avvolge
come una cortina pestifera grazie alla presenza di un'industria
conserviera che processa prodotti ittici per l'esportazione, avvisto
in lontananza la periferia di Callao e le case fatiscenti dei suoi
barrios che si stagliano contro una cappa lattiginosa di smog.

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Altre due ore districandomi a fatica tra gli ingorghi di veicoli
strombazzanti, ed entro nel caos di Lima.

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Nazca "lies"

Il centro della città, con i balconi di legno intagliato attorno a


plaza de Armas, i sontuosi edifici coloniali e le cattedrali
spagnole, offre un colpo d'occhio irreale di eleganza e armonia,
che sembra quasi voler cancellare il ricordo della miseria che
abita nelle baraccopoli circostanti, dove vivono i due terzi della
popolazione; ma i mendicanti che a ogni angolo di strada ti
tendono le mani magrissime, a volte con dei sorrisi stupiti, altre
con una smorfia di durezza e quasi di sfida scolpita nei
lineamenti, sono lì a ricordartelo, caso mai il "colpo d'occhio" te
l'avesse fatto dimenticare per qualche istante.
E tra le molte bellezze architettoniche della capitale
peruviana, la prima vera meraviglia che vedo ha i capelli
inanellati color rosso tiziano, fluenti sulle spalle a incorniciare
due occhi blu e un viso dispettosamente pieno di lentiggini; è
vestita con una gonna da hippie che fa molto anni settanta, e un
cortissimo bolerino di pizzo bianco che a malapena riesce a
contenere il debordare di un seno abbronzato; ha una sfilza di
braccialetti d'argento indiano sugli avambracci e sta gettando sul
porfido della piazza manciate di grano per i piccioni che le si
affollando becchettando attorno ai sandali, sotto il monumento a
Pizarro. Ebbene sì: con tutte le atrocità che Pizarro ha saputo
commettere ai danni degli originari abitanti del Perù; con tutto il
dolore che ha saputo causare agli antenati dei suoi attuali
abitanti, Lima lo celebra come proprio fondatore e gli dedica una
statua imponente nel centro della città. Nello spazio di dieci
minuti, grazie al fascino latino di una Vespa piena di adesivi e
alla faccia tosta del suo guidatore, che innocentemente l'ha

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parcheggiata in fretta e in malo modo all'ombra lunga di Pizarro
subito dopo essere stato trafitto dagli occhi blu e dal bolerino,
dalle tette e da tutto il resto, siamo seduti al tavolo di un bar
all'aperto, immersi nello scampanio che arriva festoso dalla
cattedrale nella piazza, con davanti due birre meravigliosamente
gelate. Si chiama Mikhal, è israeliana, e con allegria mi comunica
che nella casa dei suoi genitori, a Tel Aviv, è custodito
provvisoriamente il suo Px150, bianco come il mio, che adesso le
manca tantissimo: "I miss him so much!!" (him, non it!), da
quando tre mesi prima ha cominciato a girare per l'Ecuador e il
Perù, all'inizio col suo ragazzo e altri amici, adesso da sola.
Inutile dire che divento attentissimo, fantasticando su chissà cosa
a quelle ultime parole.
Sembra traboccare freschezza e quel buonumore sfrontato che
si può avere soltanto quando si è così giovani; e che anche così
giovani, comunque, è rarissimo avere in dosi tanto massicce.
Parliamo senza sosta fino al tramonto, palleggiandoci l'un l'altra
gli argomenti di conversazione, senza uno solo di quei silenzi che
pesano come piombo tra due persone che si sono appena
conosciute. Mi mostra ridendo due polaroid di quando era sotto
le armi, vestita da capo a piedi come un marine e con una
mitraglietta a tracolla; mi chiede di parlarle dell'Iran,
dell'Indonesia e del Pakistan, che darebbe chissà cosa per poter
visitare e che invece forse non riuscirà mai a vedere, per via del
suo passaporto israeliano; e prima ancora delle nove di sera,
davanti a due piatti di cebiche de camarones, abbiamo già deciso
di continuare insieme il viaggio per un po', fino a Pisco e a
Nazca, fino ad Arequipa o a Cuzco, magari anche in Bolivia;
chissà.

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Il giorno dopo io devo sbrigare alcune delle solite
incombenze che accompagnano il viaggio, ritmandolo con
scansioni precise: sviluppare le diapositive, scrivere un articolo,
mandare fax in Italia e al manager italiano che da Buenos Aires
coordina le iniziative pubblicitarie per l'America Latina; insieme
a un impegno più prosaico e inderogabile: farmi togliere un dente
del giudizio che molto poco giudiziosamente avevo lasciato
marcire rimandando all'infinito un appuntamento dentistico,
prima in Canada, poi a Los Angeles e poi a Città del Messico,
per ridurmi alla fine a vedere le stelle in un cielo
improvvisamente coperto di nuvole lì, a Lima. Mikhal mi aspetta
in albergo studiando sui suoi libri della Lonely Planet e sulle mie
carte stradali l'itinerario della nostra luna di miele
prematrimoniale, imprevista per entrambi fino al giorno prima.
Man mano che i chilometri scorrevano sotto le ruote, la
mattina dopo sulla strada per Pisco, sempre più Mikhal diventava
allegra e si sentiva a suo agio, e sempre più io soccombevo a
quella sorta di fascinazione estatica che è così pericolosa quando
un uomo di trentanove anni si sta infatuando senza mezzi termini
di una ragazza che potrebbe essere non solo sua figlia, ma
addirittura la sorella minore di una sua figlia più grande.
Cominciavo a scrutare le sue reazioni con occhiate che non mi
conoscevo, quasi trepidanti; mi sentivo al settimo cielo quando le
scorgevo sulle labbra un sorriso di complicità; diventavo
taciturno e scontroso se soltanto m'immaginavo che si stesse
annoiando, e nei miei pensieri la facevo assomigliare di volta in
volta a Silvana Mangano in Riso amaro, alla fioraia di Luci della
Città, a Liv Ullman, a Faye Dunaway, a una ninfetta di Nabokov,
paragonando la sua bellezza allocroica ai movimenti capricciosi
di un caleidoscopio, al mutare delle stagioni... Insomma: stavo

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perdendo i colpi senza ritegno, e senza troppa speranza.
Rimaniamo a Pisco due giorni, stordendoci di sudore in una
camera d'albergo; passiamo una notte sulla spiaggia deserta di
Paracas, imbrattati di sabbia tra scoppi incontenibili di risa.
Nell'inchiostro tiepido del mare io le chiedo di venire con me in
Bolivia, e lei dice sì, in Argentina, in Italia, e poi cominciare
insieme un altro viaggio, e lei dice sì, Jiorj, sì; mi ascolto dire per
la prima volta dopo anni un improbabile "I lov... senza nemmeno
riuscire a finirlo perché le sue labbra appiccicate alle mie
sussurrano "Me too, me too", in un bacio salatissimo. Poi via di
corsa verso Ica, verso Nazca e le sue misteriose linee tracciate nel
deserto di pietrisco: il ragno, il condor, la scimmia, la mano.
Seduti all'ombra di un pergolato, Mikhal mi legge dal suo
libro qualcosa a proposito delle Nazca lines, e io la seguo
distrattamente, divorandola con due occhi un po' patetici e un po'
felici: "Questi enormi disegni geometrici sono visibili solo
dall'aria... La lucertola è lunga 180 metri... La scimmia ha una
curiosa coda a spirale... Il condor ha un'apertura alare di 130
metri... Le linee furono create tra il 900 a.C. e il 600 d.C. dalle
culture di Nazca e Paracas... Venivano rimosse dalla superficie
del deserto le pietre scurite dal sole, e la parte inferiore, di colore
più chiaro, veniva esposta alla luce per formare i disegni... Ci
sono solo teorie sul significato o sull'uso delle linee: un
calendario astronomico? Una mappa spaziale? Una pista di
atterraggio per extraterrestri?... I voli vengono effettuati la mattina
in piccoli aerei; i pomeriggi sono di solito troppo ventosi...
Controllate le tariffe alle varie compagnie (Aero-Condor, Aeroica
e Montecarlo) per i prezzi più scontati; c'è una grossa
competizione tra di loro e le tariffe variano sensibilmente"...

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Compriamo due biglietti dell'Aero-Condor per le sei di
mattina del giorno dopo, e inutile dire che qualche simpaticone,
forse uno straniero, si era preso la briga di scarabocchiare con
una bomboletta spray sul rudimentale cartellone pubblicitario
della compagnia, facendo diventare una "emme" la "erre" di
Condor.
Quella notte, in un bar vicino alla stazione degli autobus,
incontriamo un gruppo di israeliani che Mikhal conosceva già, e
con i quali due mesi prima era andata da Quito fino a Trujillo. In
certi periodi dell'anno, in Perù come a Bangkok o nel nord
dell'India, su dieci stranieri che incontri puoi stare certo che
almeno sei sono israeliani, solitamente gruppi di amici,
abbastanza chiassosi, tra i quali puoi trovare indistintamente le
persone più educate e gentili o quelle più sgradevoli e
attaccabrighe che esistano sulla faccia della terra. Gruppi che si
ritrovano di preferenza nei bar o nei ristoranti gestiti da israeliani
trasferitisi sul posto, locali un po' settari pieni di bandiere con la
stella di David, di scritte in ebraico e sul cui menù poi scegliere
tra falafel, pita, hummus e shwarma, come in una tavola calda a
Jaffa o a Tel Aviv... Sul muro di questo bar c'era una mappa
d'Israele dopo la Guerra dei sei giorni del '67, che la faceva
apparire stranamente grande assegnandole la Striscia di Gaza, le
alture del Golan, il West Bank, Gerusalemme orientale e tutto il
Sinai, e dava la misura di quanto presto mutino i tempi, di quanta
acqua possa passare sotto i ponti. Per almeno un'ora, Mikhal
chiacchiera esclusivamente con un ragazzo, presentandomelo poi
con un sorriso disinvolto come Shimon, il suo "ex", e senza
avermi fatto partecipe di una sola parola dei loro discorsi in
ebraico.

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All'alba suona la sveglia, ma Mikhal non vuole saperne di
alzarsi; "Non vieni?", "Non me la sento, vai tu"; "E il biglietto?";
"Se posso me lo faccio rimborsare" (per un attimo mi viene da
sorridere, avendoglielo pagato io); "Come vuoi"; "Divertiti";
"Ciao". Ho l'impressione che la Bolivia e l'Argentina, senza
parlare dell'Italia, stiano un po' allontanandosi, per noi; ma non
dico niente ed esco.
Alla pista di decollo del minuscolo aereo a tre posti della
Aero-Condor mi aspetta una sorpresa: il pilota è una biondissima
ragazza in minigonna, che dopo aver saputo della defezione
dell'altro passeggero mi fa salire di fianco a lei, accende i motori
e fa librare nell'aria l'aereo, leggero come un colibrì. "Yo soy
Pilar; mucho gusto!", e da quel momento inizia a parlare come
un torrente in piena, raccontandomi della tenuta dei nonni in
Andalusia, della sua casa a Lima, di sua sorella che ha appena
avuto un bambino con due guanciotte così, "Mi Juanito, tan
precioso!"; e poi giù un paio di barzellette di fila, decisamente
insulse; un torrente in piena che non provo nemmeno ad arginare,
impegnato come sono a sporgermi dal finestrino tra le raffiche di
vento per fotografare l'intrico dei disegni sottostanti.
Stiamo sorvolando la coda attorcigliata della scimmia quando
all'improvviso sento un urlo lancinante; mi volto di scatto e vedo
Pilar irrigidita, in preda alle convulsioni, che col viso stravolto mi
grida: "Pilotéalooo! Pilotéa tuuu, yo no puedooooo!".
Oh Cristo!
L'aereo sbanda paurosamente, come un colibrì in balia della
tormenta. Tremando da capo a piedi impugno la cloche del
doppio comando, col solo risultato di farlo sbandare ancora di
più. Vedo le linee concentriche della coda avvicinarsi in un
vortice che ci risucchia dentro di sé; e Pilar è sempre più rigida,

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immobile, con gli occhi stralunati; rantola qualcosa
d'incomprensibile, la bocca contorta in una grinza orribile, le
mani rattrappite ad artiglio sulle ginocchia nude... Finché sbotta a
ridere riprendendo il controllo dell'aereo, e con una faccia da
tirasberle mi chiede... se ho avuto paura!
"Tu eres una... una... una mentirosa!" le dico con finto orrore
e il respiro ancora un po' affannoso, anche se sento che tra un
paio di secondi mi sarei messo a ridere con lei.
"Ya lo sé", cioè che lo sa già, risponde lei innocentissima, con
il solito sorriso che mette in mostra dei denti così belli che
qualcuno potrebbe anche pensare siano finti. Per il resto del volo
la cloche la maneggio io, e lei aziona soltanto i pedali di
comando; mi diverto come un ragazzino sulle montagne russe al
luna park, prendo sempre più confidenza; e quando Pilar
riassume il controllo totale per l'atterraggio, mi sento molto
orgoglioso e soddisfatto della mia prima esperienza di copilota
senza brevetto. Quando ritorno nella nostra camera all'Hostal El
Sol, come avevo vagamente temuto nel corso della mattina, anche
se non avevo mai voluto crederci, Mikhal non c'è più.
C'è solo un biglietto di due righe sul comodino, strappato
dalla sua agenda con Snoopy e Charlie Brown a farsi le boccacce
in un angolo delle pagine. Poche parole soltanto, che mi parlano
di Shimon, mi chiedono scusa, mi dicono ciao, mi ringraziano di
tutto.
Con la smorfia di un sorriso straccio il biglietto, e per un
attimo sento un dolore forte alla bocca dello stomaco, che mi fa
sentire vecchio e inutile. Poi mi alzo dalla sedia, mi affaccio alla
finestra e comincio a regolare il respiro, secondo la tecnica di un
libretto divulgativo sull'arte del pranayama che avevo comprato a
Delhi mille anni prima in una bottega di libri usati, e studiato per

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qualche sera con la condiscendenza di un futuro yogi. Un
autobus pieno di gente passa strombazzando; io ripeto due volte,
sottovoce: "Tu eres una mentirosa; tu eres una mentirosa!",
scandendone le sillabe a una a una, assaporandone il veleno. Ma
non c'è più nessuna Mikhal che possa rispondermi: "Ya lo sé", o
come cazzo si dice in ebraico.

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Fin del mundo

Non dimenticherò mai del tutto la strada che da Arequipa


porta a Cuzco, anche se il suo ricordo si è già un po' sbiadito e
sembra adesso all'acqua di rose se lo paragono ai dodici giorni
impiegati ad attraversare 500 chilometri di Sahara in Mauritania,
per esempio, o ai 3000 chilometri consecutivi di sterrato in
Siberia e alle voragini sulle non-strade nell'Hadramaut yemenita:
realtà di sudore e imprecazioni che mi avrebbero aspettato di lì a
pochi anni, nel corso della Worldwide Odyssey dal Cile alla
Tasmania.
Un totale di 52 ore effettive di guida per la stessa distanza che
c'è, diciamo, tra Roma e Milano, alla media desolata di neanche
12 chilometri all'ora. Sapevo che la strada sarebbe stata
bruttissima e per il 90% non asfaltata, ma non mi sarei mai
aspettato potesse essere in condizioni tanto disastrate, con lunghi
tratti quasi folli per uno scooter.
Già il primo giorno, arrancando in una sabbia profonda che
per chilometri e chilometri passava al rallentatore sotto le ruote,
avevo rischiato di cadere non so quante volte, e in un paio di
occasioni ci ero riuscito davvero, ritrovandomi per terra col
parabrezza sulla faccia o la leva del freno a un millimetro dagli
occhi. Andavo sempre a passo d'uomo, e me l'ero cavata senza
serie ammaccature. Il secondo giorno, al risveglio in un posto di
polizia perso tra le nuvole a 4300 metri di altezza, dove avevo
trovato alloggio e rabbrividito di freddo tutta la notte davanti a un
fuoco anemico e a continui bicchierini di aguardiente in
compagnia dei miei anfitrioni in divisa, sono quasi tentato di
tornare indietro, una tentazione che prima di allora avevo avuto

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soltanto un'altra volta, per raggiungere le Valli Kalash e i kafiri
sul confine con l'Afghanistan, e alla quale avevo resistito.
Mi dico che dopotutto Cuzco e Machu Picchu sono soltanto
uno sfizio mio, un fiore all'occhiello del quale potrei benissimo
fare a meno, e non sono di strada verso la Bolivia... Ma poi penso
anche che essere in Perù e non andare a vedere la città perduta
degli incas è un po' come essere a Pisa e non degnare di uno
sguardo la torre, o ad Agra e non vedere il Taj Mahal; così decido
di proseguire. In quella giornata, dalle sei di mattina alle sette di
sera, percorro soltanto 90 chilometri, e mi fermo a dormire in un
villaggio sulle Ande il cui nome neppure è menzionato dalla carta
stradale. I suoi abitanti mi ospitano in una stanza dalle pareti di
fango pressato, dove subito mi addormento incurante di qualche
gallina che mi razzola intorno e di un fastidioso maialino nero
che ogni tanto viene ad annusarmi la faccia.
L'indomani di buon'ora lascio il villaggio, salutato da una
delegazione sorridente, con poncho policromi e cappellini dai
paraorecchie ciondolanti, e mi accorgo subito che lungo il
tracciato la sabbia è quasi scomparsa, ma al suo posto c'è
un'interminabile distesa di sassi appuntiti, sui quali per almeno
cinque ore sobbalzo in un grottesco ballo di San Vito, come sui
carboni ardenti o sulla superficie di una grattugia. Verso le prime
ore del pomeriggio, se Dio vuole, anche questo sussultare da
delirium tremens finisce, e la strada per qualche chilometro è in
condizioni più umane: piena di massi franati dalla montagne, ma
almeno non più simile a una grattugia. Alle otto di sera arrivo in
un paesino che si chiama El Descanso, cioè "il riposo"; e il nome
mi sembra molto appropriato per esprimere l'esigenza
inderogabile che sento negli istanti in cui percorro la via

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principale (o meglio: unica) in cerca di una sistemazione per la
notte.
So che Cuzco, ormai, non è più così lontana; so che da
Sicuani in poi la strada sarà asfaltata, e che il peggio è già
passato... Il pomeriggio successivo, infatti, dopo quel "descanso"
benedetto e dopo l'ennesimo rifornimento di benzina da vecchi
bidoni arrugginiti, entro a Cuzco sporco da non credere e di
nuovo stanco, ma con un buon sapore in bocca e un cipiglio
inoffensivo da conquistador tra le macchie di grasso e i capelli
scarmigliati: 560 chilometri in quattro giorni, non c'è male. Il
presidente Fujimori (in quegli anni, e per troppi altri dopo il '94,
i peruviani hanno avuto un presidente... giapponese!) ha fatto
asfaltare tutto il tratto di Panamericana all'interno del paese, che
dal confine con l'Ecuador a quello cileno è ormai in eccellenti
condizioni; ma per quanto riguarda le altre strade, e soprattutto
quelle secondarie dell'interno, intorno ad Ayacucho e alle altre
roccaforti di Sendero Luminoso, l'asfalto è ancora un regalo che
probabilmente verrà riservato solo alle prossime generazioni, e a
tutt'oggi rimane un lusso inarrivabile.
A dispetto della ricchezza archeologica della città, la più
antica di tutte le Americhe a essere stata abitata
continuativamente e il cui nome in quechua significa "ombelico",
cioè il vero centro del mondo e della vita dell'Impero degli incas,
mi trattengo a Cuzco un giorno soltanto, giusto il tempo per fare
due passi attorno alle gigantesche mura costruite con blocchi di
pietra perfettamente squadrati e posti l'uno sull'altro senza
cemento, da uomini che ignoravano la ruota e l'uso di animali da
tiro... E il tempo anche per incrociare di sfuggita Shimon che
passeggia sornione abbracciato a Mikhal: loro non mi vedono e
io non mi faccio vedere, mentre con un paio di accelerazioni

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cardiache ingrano la prima in direzione di Aguascalientes, il
"campo base" ai piedi di Machu Picchu, e dedico a Israele la
quotidiana razione di rimpianti e pensieri foschi.
Una notte spartana all'Hostal Los Caminantes, una manata
d'acqua gelida buttata frettolosamente sulla faccia, e alle cinque
di mattina del 3 novembre 1994 mi preparo, con altre centinaia di
persone dal volto congestionato dal sonno, come il mio, e
assiepate nella locale plaza de Armas, a vedere l'eclissi totale di
sole (il sud del Perù e parte della Bolivia erano i luoghi
privilegiati nel mondo intero per assistere al fenomeno); ma il
cielo è coperto di nuvole fino all'orizzonte, e così non vediamo
proprio nulla, peccato.
Mi rifaccio abbondantemente di questa delusione il giorno
dopo, a Machu Picchu, il più conosciuto e spettacolare sito
archeologico del continente e senza dubbio uno dei luoghi più
carichi di fascino in cui sia mai stato. Rimasta sepolta per secoli
da una fitta vegetazione e riportata alla luce soltanto nella prima
decade del Novecento dallo studioso di Yale Hiram Bingham, la
"Città perduta degli incas" offre un impatto visivo memorabile a
chi la guarda dalla collina su cui si giunge da Aguascalientes con
una breve arrampicata a piedi o a dorso di mulo, o al termine del
più impegnativo Inca Trail: le rovine delle simmetriche
costruzioni di pietra sembrano incastonate tra i picchi rocciosi e
gli sprazzi di verde, con il colore scuro della catena di montagne
alle loro spalle che le ingloba come nel fondale dipinto di una
scena a teatro.
Quel pomeriggio uno scialbo arcobaleno stava stemperando i
suoi colori tra il grigiore compatto delle nubi gravide di pioggia,
rendendo ancora più suggestiva la scena e calamitandomi lo
sguardo come fosse un simbolo, o perlomeno una coincidenza

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strana: un arcobaleno proprio lì, nel cuore dalla cultura degli
incas, l'unico popolo al mondo che adorava l'arcobaleno come
fosse un dio. Due giorni più tardi sono di nuovo a Cuzco, e
riprendo il viaggio in direzione del Lago Titicaca e del confine
con la Bolivia.
Supero la città di Juliaca e arrivo a Puno, sulle sponde del
lago navigabile più alto del mondo, a 3820 metri sul livello del
mare: a questa altitudine il cielo è straordinariamente chiaro e
l'aria pulita, e il blu profondo delle acque del Lago Titicaca
spicca intenso contro il giallo del mais nei campi che lo
circondano e i colori delle ampie polleras che rivestono le donne
indaffarate nei lavori agricoli sulle sue rive. Seguendo la strada
sulla costa occidentale, che qualche volta si allontana dal lago
per alcuni chilometri e altre lo contorna per lunghi tratti a pochi
metri dall'acqua, raggiungo il confine a Desaguadero e mi fermo
per la notte ingozzandomi di pisco e di racconti d'avventura con
una coppia di tedeschi che arrivavano da La Paz, e che tra pochi
giorni sarebbero stati di ritorno a Francoforte con un volo da
Lima. Gli sticker delle bandierine colorate sulla scocca di Nina
(che adesso sono già quattordici e comprendono: Alaska,
Canada, Stati Uniti, Messico, Guatemala, El Salvador, Honduras,
Nicaragua, Costa Rica, Panama, Colombia, Venezuela, Ecuador e
Perù) forniscono come al solito un buono spunto per attaccar
bottone e per chiacchierare a briglia sciolta, così fino alle due del
mattino, complici il pisco e l'aria indolente da posto di frontiera
non troppo frequentato che si respira a Desaguadero, le ore
passano piacevolmente con Thomas e Franzisca, prima che al
risveglio ognuno continui per la propria strada, con grandi
abbracci, verso un aereo dal Perù o due ruote infangate in
Bolivia.

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La definizione di quest'ultimo paese come il "Tibet delle
Ande" è abbastanza azzeccata, e non tanto per riferimenti politici
o religiosi (nessun esercito straniero, almeno in tempi recenti, è
venuto a invaderlo distruggendone sistematicamente l'identità, e il
cattolicesimo imperante, pur con le sfumature sincretistiche
dell'animismo indigeno, non è certo lamaismo tibetano o
buddismo tantrico), quanto per la quasi inaccessibilità delle sue
montagne, l'isolamento dei villaggi e i costumi degli abitanti, le
trecce lunghe delle donne e i volti scavati da rughe dei suoi
vecchi. Il 10 novembre arrivo a La Paz, dove vive oltre un settimo
dell'intera popolazione boliviana, metà della quale di discendenza
india; venendo dal Lago Titicaca, la vista di El Alto, prima un
sobborgo di La Paz e ora una città indipendente, inchioda lo
stomaco per il senso di miseria e di squallore che comunica; poi
la terra sembra sprofondare, e lì, in una valle che si apre 400
metri più in basso, sorge La Paz: una macchia enorme di tetti
rossi e grigi che si dilata come una colata di lava e si arrampica
sulle pareti di un canyon largo 5 chilometri da una sponda
all'altra. Benché Sucre ritenga il titolo di capitale amministrativa,
è a La Paz che si è concentrato il potere commerciale, finanziario
e industriale della nazione, ed è lì che negli anni recenti si sta
muovendo sempre di più anche quello governativo, rendendola di
fatto il cuore pulsante della Bolivia. Come il vicino Lago
Titicaca, anche La Paz ha un suo primato da Guinness in
relazione all'altitudine: a quasi 4000 metri sul livello del mare, è
la capitale più alta del mondo. Me ne accorgo subito dal fiato che
mi manca salendo le due rampe di scale per arrivare alla porta
della mia camera all'Hostal Repùblica: ogni gradino provoca
affanno, ogni piccolo sforzo toglie il respiro, e per la prima volta
dopo anni mi viene il disgusto a ogni boccata di sigaretta. Se un

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giorno volessi togliermi il vizio, adesso saprei dove andare a
vivere.
In un bar affollatissimo e con poca luce nei vicoli dietro plaza
Velasco, scambio quattro chiacchiere con Ruben, dopo essermi
trovato per caso seduto al suo tavolo, spintonato dalla ressa.
Ruben è un aymara di trentacinque anni, e per quasi dieci ha
lavorato nelle miniere di stagno di Cerro Rico, sull'altopiano; per
fare diventare ancora più grassi gli americani, mi dice con un
mezzo sorriso. Ha davanti una bottiglietta di aguardiente, e l'ha
già quasi finita; ha gli occhi stanchi, inaspettatamente dolci
quando sorride, e già un po' vitrei. Fuma una sigaretta dietro
l'altra, senza filtro; tabacco scuro, di poco prezzo. Mi racconta
che i polmoni li ha già lasciati nelle miniere di Cerro Rico, e che
adesso può fumare quanto gli pare. Ha la coscienza a posto
perché ha già dato a sua madre i soldi per le spese del proprio
funerale; i pochi che gli sono rimasti se li spende lì a La Paz,
nella prima e ultima vacanza della sua vita. Non ha paura.
Per chilometri e chilometri, tra Cochabamba e Santa Cruz de
la Sierra, il ciglio della strada è disseminato di lenzuola e teli di
plastica pieni di foglie stese a essiccare al sole, come le aie delle
cascine in Lombardia con i chicchi di granturco in estate. Solo
che qui non è mais: è coca.
Da almeno un paio di decenni, circa un terzo della forza
lavoro boliviana viene impiegato nella coltivazione illecita della
pianta e nella raffinazione della coca in cocaina, uno dei suoi
alcaloidi; o ancora nell'esportazione del prodotto base in altri
stati del Sudamerica, soprattutto in Colombia, dove le foglie
vengono poi lavorate. La coca è di gran lunga la voce più
importante dell'economia boliviana, e genera un profitto annuo di
oltre un miliardo e mezzo di dollari. Nel '90 il governo aveva

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offerto ai contadini circa duemila dollari a testa per la distruzione
delle loro piantagioni e la crescita di prodotti alternativi come
caffè o banane, ma la misura sembra aver avuto un effetto
irrilevante, visto che a tutt'oggi la coca viene coltivata all'interno
del paese su almeno 160.000 acri di terreno. L'uso di masticare le
sue foglie, del resto, risale a tempi immemorabili, e la leggenda
vuole che sia stato il mitico figlio del Sole Manco Kapac a
regalare all'umanità, sulle sponde del Lago Titicaca, questa
"divina pianta che allevia la fame, cancella la fatica e rafforza i
deboli". Ancora adesso, soprattutto nei villaggi sulle montagne, è
difficile incontrare un campesino che non abbia sotto una
guancia il suo bravo rigonfio di foglie di coca appallottolate;
anche nei mercati di La Paz, più o meno clandestinamente, la
coca viene venduta sulle bancarelle come fosse lattuga, e in ogni
ristorante, dopo mangiato, si può bere invece del caffè un mate de
coca, cioè l'infuso delle sue foglie.
Per quattro giorni litigo con le rampe di scale dell'albergo
dopo ogni passeggiata a saliscendi per le vie della città, e studio
in sieste protratte per interi pomeriggi un itinerario il più
possibile circostanziato che dalla Bolivia possa portarmi in
Argentina, via Paraguay; poi tiro dritto verso Oruro.
Lungo la strada si arriva a quota 5100 metri, come annuncia
un cartello che trovo prima di un valico, ma la mia respirazione si
è già un po' assuefatta alla scarsità d'ossigeno, e così l'altitudine
non mi provoca più troppi fastidi; Nina dal canto suo procede
quasi sempre in prima e manifesta i problemi di carburazione con
un borbottio asmatico del motore, senza per questo desistere
dall'avanzata imperterrita sulle salite i cui cigli sono ricoperti da
un abbondante strato di neve. Le poche persone che incontro,
famiglie di indios che vivono in capanne isolate, senza apparenti

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contatti con le città vicine, parlano quasi esclusivamente quechua
o aymara, e il loro castigliano non è molto migliore del mio; i
bambini non vanno a scuola, hanno i visi sporchissimi, gli occhi
cisposi velati da una luce che sembra già adulta e sono vestiti di
stracci: una delle loro parole più ricorrenti è "dinero, dinero!",
che gridano con insistenza al mio passaggio al rallentatore, o
cantilenano con sguardi imploranti a ogni sosta, senza un sorriso.
La Bolivia, dopo Haiti, è il paese più povero dell'America Latina,
e queste zone montagnose a sud di La Paz sembrano confermare
le statistiche che nel '94 parlavano di un reddito medio pro capite
inferiore ai venti dollari mensili, di un debito pubblico che
sfiorava i quattro miliardi di dollari e di una speranza di vita che
per gli uomini non arrivava ai sessant'anni.
Da Cochabamba in avanti il paesaggio e i costumi degli
abitanti sono totalmente diversi rispetto a quelli delle zone
andine, come se la Bolivia avesse due facce, distinte e molto
lontane tra loro: le montagne si fanno sempre più basse fino a
lasciare il posto a una pianura sterminata; spariscono il freddo e
la nebbiolina umida che si uniformava alle nuvole, e comincia a
fare sempre più caldo; spariscono anche, mano a mano, le
polleras scure con passamanerie colorate e i copricapo di feltro
delle donne aymara. Solo le foglie di coca stese a terra a essiccare
rimangono come denominatore comune tra queste due anime
della Bolivia.
Entro nella periferia di Santa Cruz de la Sierra, una città che
in pochi decenni è passata a essere da un isolato centro agricolo
di 30.000 abitanti un importante e cosmopolita nodo di trasporti
e commercio, con voli diretti in Europa e a Miami e una
popolazione in continua crescita, già vicina al milione. Seduto
indolente al tavolino di uno dei numerosi caffè all'aperto, con una

75
bibita e un libro davanti, mi preparo mentalmente ad affrontare i
700 chilometri di off road fino al confine di Yacuiba, tratto di
strada che più di una persona, descrivendone le reali condizioni e
seguendo in contemporanea con un dito la misera strisciolina
spezzettata sulle mie mappe, dice essere una vera pesadilla, cioè
un incubo. E in effetti, dopo quella piacevole tregua di bibite,
pigrizia e El amor en los tiempos del colera divorato in un paio
di pomeriggi, mi ci vorrà un'altra buona dose d'imprecazioni per
arrivarci, mentre dico a me stesso che di sterrati, per un po', non
ne voglio più sapere, dopo averne percorsi per oltre 2500
chilometri da quando quattro mesi prima avevo lasciato Panama
per aggirare il Darién Gap e sbarcare in Sudamerica.
Il Paraguay, che a fatica sta scrollandosi di dosso la
reputazione fosca di stato militare e di un'infame e onnipresente
polizia, offre pochissime occasioni di scatti fotografici lungo la
strada, soprattutto se si sta venendo da un paese assolutamente
"fotogenico" come la Bolivia. La gente veste all'europea, come del
resto in tutto il Cono del Sudamerica; le culture native che
abitavano quest'area geografica prima dell'arrivo dei
conquistadores, i guaranì e i guaycurù, non hanno lasciato
testimonianze che durassero nel tempo, e anche quello che
rimane dell'architettura coloniale è davvero poco; i suoi abitanti,
non molto abituati a vedere turisti, sono sì di una cordialità
speciale, disponibili e pronti a darti una mano quando hai
bisogno; ma la cordialità, al di là di qualche sorriso, è difficile da
fotografare.
Ricordo che un giorno, per la prima volta da quando avevo
iniziato il viaggio in Alaska, ero rimasto senza benzina in una
zona del tutto disabitata, tra San Juan Bautista e Posadas, dopo
aver sbagliato il conto dei chilometri che mi avrebbero portato al

76
prossimo villaggio. Per almeno venti minuti non passa una
macchina, poi finalmente arriva un pick-up che subito si ferma;
ma va a gasolio, e nonostante il conducente abbia con sé un
lungo tubo di gomma, proprio non può farmi succhiare benzina.
Mi dice che il distributore più vicino è a 18 chilometri; e cosa fa
il buon samaritano? Ci va. Mi fa cenno d'aspettarlo, e ci va. Poi
ritorna (18 e 18 fanno 36), mi riempie il serbatoio con una tanica
di plastica e nemmeno vuole essere pagato, benché io insista per
un po' con reiterati: "Por favor... Me averguenzo... Digame
quanto es!"; semplicemente mi batte una mano sulla spalle e mi
augura: "Feliz viaje!". Ho pochissimi altri ricordi del Paraguay,
dove sono stato solo cinque giorni, "di passaggio"
nell'avvicinamento alla Terra del Fuoco da La Paz. Su tutti, uno
abbastanza sgradevole, proprio il giorno dopo la performance
disinteressata del samaritano al volante del pick-up. Ero vicino a
Encarnación, sulla strada che porta alle cascate di Foz do Iguaçu.
Uno spettacolo che avevo già deciso di sacrificare per non
concedermi altre digressioni dall'itinerario più spedito, adesso
che mi sentivo quasi in dirittura d'arrivo; sarà per un'altra volta,
avevo detto tra me e me mentre tiravo dritto verso sud,
preparandomi a costeggiare per oltre 300 chilometri il confine
brasiliano dello stato di Rio Grande do Sul, prima di entrare in
Uruguay.
Era dall'inizio della mattina che venivo fermato in
continuazione da camionette di polizia lungo la strada, e ogni
volta dovevo mostrare i documenti e perdere una buona decina di
minuti a spiegare il "perché" di quel viaggio dall'Alaska a
Ushuaia, un perché che del resto non avevo ben chiaro nemmeno
io. Doveva essere successo qualcosa, dal momento che la
tensione era palpabile e la presenza di poliziotti e di soldati

77
davvero eccessiva, ma nessuno si decideva a spiegarmi quale ne
fosse il reale motivo, o cosa significassero quelle palette rosse, le
sirene ululanti, quel tripudio di divise e la via crucis di ALT. A
parte la più o meno eccezionalità di quella mattina, il Paraguay
era ancora fortemente militarizzato dopo la dittatura di Stroessner
durata la bellezza di trentacinque anni, dal 1947 al 1989, e
impostasi subito all'attenzione di tutti come una delle più brutali,
corrotte e repressive del continente. L'agosto del '94 aveva
segnato il primo anniversario del ritorno del paese a una
leadership di civili, ma i violenti scontri tra i contadini e le forze
governative continuavano a portare il caos in varie regioni
dell'interno.
Dopo due, tre, quattro volte non ne posso più, per cui
all'ennesimo controllo faccio finta di non aver visto il segnale di
ALT, approfittando di un attimo di distrazione del poliziotto che
stava ancora parlando con il conducente di una macchina fermata
in precedenza, e continuo a tutto gas dopo aver soltanto
rallentato.
Non l'avessi mai fatto! Mentre con la coda dell'occhio e la
coda di paglia sorveglio lo specchietto retrovisore, vedo
avvicinarsi una camionetta verde, a sirena spiegata, che mi
affianca, mi supera e mi s'inchioda davanti, con tre mitragliatrici
rivolte verso di me. Scendono quattro militari inferociti e uno di
loro mi dà subito un bel pugno nello stomaco, mentre gli altri tre
m'immobilizzano. Ben mi sta. Ho forzato un posto di blocco... e
in Paraguay, oltretutto! Per quasi mezz'ora, boccheggiando come
un pesce fuor d'acqua, cerco di spiegarmi, mi scuso; tolgo persino
dallo zaino gli articoli dei giornali che parlano del mio viaggio,
dico che non mi ero accorto dell'ALT, li prego di credermi. Loro
ripetono che se soltanto avessi commesso quella sciocchezza

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cinque anni prima mi avrebbero mitragliato dalla camionetta,
perché sotto la dittatura gli ordini erano questi; e finalmente,
convinti ormai della mia buonafede (che era semplicemente in
malafede), mi dicono che posso andarmene. Non me lo faccio
ripetere due volte, e un centinaio di metri più avanti, procedendo
in seconda sul chi vive, tiro un lunghissimo sospiro di sollievo.

Montevideo, Fray Bentos, Buenos Aires, la pampa, la


Patagonia, Puerto Madryn, Rio Gallegos... La sera del 31
dicembre 1994, a Ushuaia, il mio viaggio finisce poche ore prima
che l'anno nuovo cominci: sono passati 241 giorni da quando ho
lasciato Anchorage.
Tiro mezzanotte camminando avanti e indietro sul lungomare
con un'accozzaglia di pensieri in testa, aprendo una bottiglia di
champagne argentino (?) e brindando da solo ai chilometri
appena passati e a tutti quelli che ci saranno, anche se per il
momento non sapevo ancora né dove né quando. Poi mi aggrego a
un gruppo di argentini di Buenos Aires in vacanza nella Terra del
Fuoco, disperatamente ubriachi e con le voci ormai arrochite
dallo sforzo di essere allegri. Sotto uno scoppio dei mortaretti
Estrella e Laura improvvisano uno spogliarello sulla spiaggia;
una coppia di cui non ricordo il nome va ad abbracciarsi in

79
disparte tra gli scogli senza più dire una parola, e Manolo vomita
tutto quello che ha nello stomaco, rimanendo poi a frignare e a
lamentarsi che "Nadie me quiere, nadie me escucha", fin quando,
se Dio vuole, si addormenta. Una biondina che fino a quel
momento avevano chiamato Chuchu rolla un joint dietro l'altro, e
io per un po' faccio rimbalzare i sassi sul pelo dell'acqua, prima
d'impegolarmi fino all'alba con Alvaro e sua moglie, entrambi in
preda a una sbronza filosofica, in quelle discussioni inutili e
compiaciute sul senso dell'arte e della vita, dove si parla tanto e
non si dice niente, dove si spazia per l'universo sulla
ramificazione dei pensieri e alla fine si ritorna al punto di
partenza; dove può succedere di sentirsi più vicini di prima, tra le
scornate, o di detestarsi una volta per tutte, senza possibilità di
recupero.
Il mio castigliano, che di giorno in giorno era diventato quasi
dignitoso, quella sera supera se stesso in sofismi pieni di
sfumature, quasi che il vino l'avesse reso ormai la mia seconda
lingua madre. In quei mesi on the road avevo parlato con
un'infinità di gente latino-americana su un'infinità di cose, e
ricorrendo sempre di meno al dizionarietto comprato a Tijuana
dopo il caffè con la maionese, fino a non averne più bisogno se
non in rarissime occasioni, avevo letto in originale cinque o sei
libri di Garda Màrquez e il Don Quixote dalla prima all'ultima
pagina, con frequenti sorrisi autoironici quando mi veniva in
mente quel reporter iraniano vestito come un impresario delle
pompe funebri che su un quotidiano di Teheran si era divertito a
chiamarmi "Il Don Chisciotte dell'era moderna sul suo
Ronzinante metallico". Ci sono delle parole, in una bella canzone
indianeggiante dei Beatles, che dicono: "The farther one travels,
the less one knows"; più lontano si viaggia, meno si conosce. È

80
sicuramente una frase suggestiva e piena d'implicazioni,
considerando anche che il titolo della canzone è The inner light,
la luce interiore. Be', non è vera; o comunque è soltanto una
mezza verità, non una verità e mezza, giusto per scomodare Karl
Krauss. Se non altro, in quel viaggio ho imparato lo spagnolo; in
due viaggi precedenti il portoghese e l'indonesiano, in uno
successivo il russo. E soprattutto, basta che prenda il mio
quaderno, adesso so come si dice "grazie" in trecentodue modi
diversi.

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Canguri e karaoke

In un hangar dell'aeroporto di Melbourne, con la musica degli


Ac/Dc come sottofondo da una radiolina sulla scrivania di un
impiegato della Quantas Cargo, il 10 settembre 1995 sdogano la
mia nuova compagna di viaggio, Pinta, appena arrivata dall'Italia
con il contachilometri ancora fermo su 00005. Applico le scritte
adesive sulle fiancate: "From Australia to South Africa Overland"
da una parte, e i nomi dei ventitré paesi da attraversare dall'altra,
e sono così su di giri per l'inizio della nuova avventura che
imbocco la freeway verso il centro della città dondolandomi sulla
sella in una sconclusionata danza propiziatoria.
I conducenti delle automobili che mi vengono incontro si
sbracciano dietro i finestrini e mi fanno ripetuti segnali con le
mani: io li credo simpaticamente partecipi della mia allegria, e li
saluto trinciando l'aria con le braccia; finché... capisco. Stavo
andando contromano, e loro cercavano di farmelo capire da
almeno 500 metri! Comincio a sudare freddo, e pasticciando
senza logica tra lo sfrecciare continuo delle automobili e dei
camion strombazzanti cerco di ritornare indietro verso la rampa
d'uscita, per portarmi nel senso giusto di circolazione; soltanto
dopo una decina di minuti, durante i quali il confine tra la vita e
la morte è stato di una sottigliezza stupefacente, sembro riuscirci.
Sapevo benissimo, prima della partenza da Roma, che in
Australia si guida a sinistra; ma adesso so anche quanto
un'emozione profonda possa rendere profondamente distratti!
Quando lo spavento passa, e si comincia a fare un po' i gradassi
come spesso succede dopo essere scampati a un pericolo, mi
ricordo con un sorriso che anche l'anno prima, recidivo, uscendo

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dall'aeroporto di Anchorage era capitata la stessa cosa, convinto
com'ero, chissà perché, che in Alaska si guidasse a sinistra.
Grazie all'esperienza si può commettere per la seconda volta un
errore che prima, almeno, aveva il fascino dell'inesperienza. E
mentre entro in una stazione di servizio mi riprometto di avere i
prossimi istanti d'emozione, e sicuramente in un viaggio così
lungo ce ne saranno tanti, sempre dalla parte giusta della strada,
destra o sinistra che sia.
Poi riparto con il serbatoio pieno e un pacchetto di Winfield
da trenta sigarette nella tasca del giubbotto, seguendo
mentalmente le indicazioni per Città del Capo.
Mi fa un certo effetto, una notte, dormire in un motel sapendo
che la mia camera è perfettamente attraversata dal Tropico del
Capricorno. È andata a finire, anzi, che non ho dormito quasi per
niente, complici troppi caffè e una stanchezza esuberante, e ho
fantasticato invece per ore intorno a Henry Miller, al Capitano
Cook e ai libri dei Mari del Sud di Conrad. È successo vicino a
Rockhampton, sulla costa australiana del Pacifico che avevo già
seguito per oltre 3000 chilometri dal mattino in cui, sotto una
pioggia torrenziale, un gruppo di amici e di curiosi aveva tenuto a
battesimo la mia partenza dalla Little Italy di Lygon st., a
Melbourne. Per il privilegio evocativo che veniva offerto, la
camera in questione costava qualcosa in più rispetto alle altre, e
aveva una pergamena con le coordinate geografiche 23° 26' 30"
incorniciata sopra il letto. Anche poco prima di arrivare a Salta,
in Argentina, avevo attraversato la linea immaginaria del Tropico
del Capricorno, ma non me ne ero nemmeno accorto, anche
perché non c'era alcun cartello che lo segnalasse. E soprattutto
non mi era successo di starci comodamente sdraiato "sopra", con

83
le cuffiette del Walkman nelle orecchie e una lattina gelida di
Foster's in mano.
Nei tre giorni passati a Melbourne sono ospite di Sergio, un
ragazzo australiano figlio d'italiani, che ha nel garage
un'invidiabile collezione di scooter dei primi anni cinquanta,
perfettamente tirati a nuovo e funzionanti, per la maggior parte
Vespa o Lambretta (rigorosamente pronunciato: Lembrèda), e in
casa una bacheca piena di ogni gadget possibile e immaginabile
che abbia soltanto una lontana relazione con la loro storia: le
immancabili cassette di Vacanze romane, con Gregory Peck e la
Hepburn in sella attorno al Colosseo, e quella di Quadrophenia,
con i moods e la musica degli Who, ma anche Le notti di
Cabiria, e solo perché nell'ultima scena una piangente Giulietta
Masina è attorniata da ragazzi in Vespa che riescono a strapparle
un sorriso tra le lacrime, con larì larà in sottofondo (poco
importa che Sergio abbia soltanto un'idea vaga di chi sia Fellini;
la cassetta ce l'ha lo stesso). Grazie a lui vengo presentato a una
schiera sempre diversa di italiani che hanno attività commerciali
in Lygon st. o abitano nelle vicinanze, quasi tutti emigrati in
Australia nell'immediato dopoguerra, i cui figli parlano solo
inglese o una sorta di curioso italiano ormai quasi irriconoscibile
nello strettissimo slang aussie. Ricordo che sul menù del
ristorante Da Ciro's ho letto un disarmante "oso bucco" e un
ancor più bizzarro "spaghetti alle vongole voraci", mentre quello
del vicino Bella Napoli gli faceva eco con una squisita pizza ai
"fungi porchini".
Fino ai primi decenni del Novecento, i coloni australiani
erano nella quasi totalità di origine anglosassone, inglesi o
irlandesi; ma dal dopoguerra a oggi ci sono state continue
correnti di immigrazioni da ogni parte del mondo, e ora i 18

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milioni di abitanti possono essere ripartiti in misura diversa tra
anglosassoni, cinesi, vietnamiti, greci, turchi, italiani, slavi,
libanesi... e aborigeni, che da almeno ventimila anni vivevano qui
in un rapporto quasi perfetto di simbiosi con la natura, senza
conoscere alcol o malattie veneree, almeno fino alla "scoperta"
dell'isola-continente da parte degli europei, e per i quali questi
due secoli di storia attuale sono stati una sequela continua di
infamie e ingiustizie, così difficile da sopportare che sembra
quasi un miracolo, tra i cronici problemi indotti di etilismo e
disadattamento, ci siano ancora una dignità e una cultura del
popolo aborigeno, timidamente impegnate in una riaffermazione
di se stesse che va ben oltre la produzione artigianale di
djideridoo, boomerang o stoffe stampate a motivi geometrici. In
pochi giorni mi lascio alle spalle l'Opera House di Sydney e la
Gold Coast nei dintorni di Surfers Paradise, dove ha il suo
habitat naturale un certo tipo di australiano godereccio,
abbronzatissimo e pieno di muscoli, che conosce alla perfezione
decine di marche di birra e di anabolizzanti, che spesso si vanta
di non aver mai sciupato tempo a leggere un libro in vita sua e in
cui compagnia è decisamente più facile pensare a una dimensione
vacanziera ed epicurea, un po' meno a quella di un viaggio che
nell'immediato futuro avrà la sua brava razione di strade
impossibili, fango, disagi e arrabbiature, magari nello scenario di
una povertà abissale o di una delinquenza oltre i livelli di
guardia.
Supero i grattacieli di Brisbane e le fantasticherie in quella
camera di motel a Rockhampton; poi continuo a seguire la costa
lungo la barriera corallina fino a Townsville, da dove devio verso
l'interno e il confine del Northern Territory, distante ancora più di
1000 chilometri da percorrere nel nord del Queensland. Man

85
mano ci si allontana dalla costa, la terra diventa più arida e
assume il caratteristico colore rossastro del deserto australiano; le
città diventano più piccole e più distanti tra loro, e il traffico si
dirada a tal punto da farti incrociare sì e no due macchine
nell'arco di diverse ore. Tra Mount Isa nel Queensland e Three
Ways nel Northern Territory, per esempio, ci sono 650 chilometri
inframmezzati soltanto dalle poche case di Camooveal e da una
roadhouse a Barry Caves, che sembra uscita da un dagherrotipo
color seppia del tempo dei pionieri; tutto il resto è monotonia,
canguri maciullati dai camion in corsa e poi riposti pietosamente
da chissà chi a marcire sul ciglio della strada, ancora cartelli che
segnalano la massiccia presenza di marsupiali con un disegnino
da cartoni animati in campo giallo, e nient'altro.

Da Three Ways risalgo a nord verso Katherine e Darwin,


rinunciando alla lunga deviazione che scendendo a sud avrebbe
potuto portarmi ad Alice Springs, il centro più importante della
cultura aborigena in Australia, e alla non lontana Ayers Rock, il
meteorite lungo oltre 3500 metri che si staglia isolato in un
paesaggio piatto di vegetazione stentata, e nelle cartoline

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australiane è ripreso da ogni angolatura con i suoi colori che
cambiano da un profondo rosso-arancione quando il sole è al
tramonto a un grigio sfumato con le prime ombre della sera.
E in questa parte centrale del Northern Territory che la
"riaffermazione" di un'identità aborigena, la cui estrema
sofisticazione spirituale contrastava in modo netto con la
semplicità di una tecnologia quasi primitiva, sembra essere
ancora possibile; mentre gli aborigeni che incontro di lì a un paio
di giorni a Katherine, o che incontrerò qualche anno dopo in
Western Australia, offrono uno spaccato di vita dalle condizioni
agghiaccianti e apparentemente senza speranza, ciondolando
come zombie nei parchi della città, perennemente ubriachi e
litigiosi, con i vestiti impastati di sporco e le facce gonfie di
ematomi. Questi sono gli aborigeni che un australiano bianco su
due chiama invariabilmente bad people, e con i quali preferisce
avere meno contatti possibile, isolandoli nel loro limbo di
alcolismo e smacchiandosi la coscienza col pensiero che il
governo addirittura dà loro dei soldi per sopravvivere senza
lavorare, solo per il fatto di essere aborigeni. Soldi che finiscono
sistematicamente nelle casse dei gestori di bottle stores, tutti
bianchi, e che inaspriscono il problema invece di risolverlo, come
nella spirale di un circolo vizioso.
Poco prima di arrivare a Katherine incontro una ragazza
giapponese che sta camminando da sola e spinge un carrello del
supermarket con dentro una tendina canadese, un sacco a pelo,
un fornello a gas e qualche borraccia d'acqua: era partita quasi
quattro mesi prima da Adelaide, e a piedi aveva attraversato tutto
l'interno dell'Australia, contando di raggiungere Darwin. Non
solo: due anni prima aveva camminato lungo le principali isole
del Giappone, da Hokkaido a Nagasaki, e nel '94 aveva

87
attraversato da nord a sud la Nuova Zelanda, con la sponsorship
di una marca giapponese di scarpe da ginnastica. Mentre stiamo
cenando mi faccio raccontare nel suo inglese sorprendentemente
buono qualcosa delle esperienze relative al suo modo di
viaggiare, dove i concetti di spazio e di tempo sono così diversi
da quelli che mi sono familiari, e che peraltro sono già molto
dilatati rispetto a un modo di spostarsi più tradizionale. Non c'è
dubbio che insieme formiamo una coppia abbastanza strana: lei a
piedi col suo carrello del supermercato, che aveva quasi finito di
camminare per il deserto australiano; io appena partito da
Melbourne su due ruote, con l'idea di arrivare in Sudafrica!
Dopo aver salutato Yukiko e averle fatto gli auguri per il resto
del suo viaggio, raggiungo Darwin e mi preparo a spedire in aereo
me stesso e lo scooter fino a Kupang, sull'isola indonesiana di
Timor, uno dei pochi tratti d'acqua "consistenti" nel tragitto che
di lì a undici mesi porterà il contachilometri a segnare 52.400 per
le strade di Città del Capo. Speravo di trovare un ferry o almeno
una barca per il trasporto, ma in questa stagione i cicloni e le
tempeste di mare, insieme alle turbolenze politiche di un'area
cronicamente a rischio come Timor, impediscono un regolare
servizio marittimo di linea tra l'Australia e l'Indonesia, e così
devo ricorrere all'aereo e alle relative seccature che la spedizione
di un veicolo comporta. Atterrare a Kupang da una città come
Darwin presuppone un cambio nel modo di vedere le cose
analogo a quello che automaticamente s'innesca nella percezione
di chiunque raggiunga Tijuana da San Diego, e sembra quasi
impossibile che ci sia soltanto un'ora di volo tra due universi che
in realtà sono lontani anni luce tra loro. L'isola di Timor era
ancora sotto il controllo totale del governo di Jakarta, anche se di
fatto era sempre stata divisa in due parti quasi uguali come

88
estensione: Kupang era il capoluogo della parte ovest, Dili quello
della parte est, che era stata colonia portoghese fino alla metà
degli anni sessanta.
Quando i portoghesi finalmente se ne andarono, Timor Est
accarezzò per un breve periodo l'idea di diventare uno stato
indipendente, ma l'esercito di Soeharto invase l'isola nel 75 e
l'anno dopo l'annesse alle provincie della Republik Indonesia,
scatenando così la ribellione dei nazionalisti timorensi contro il
governo indonesiano; Dili era diventata il teatro di un conflitto
sanguinoso tra le due fazioni, che in pochi decenni provocherà
più di centomila vittime tra civili e militari. In quell'autunno del
'95, durante uno dei brevi periodi di tregua delle ostilità, era
possibile ottenere un permesso d'entrata a Dili e in altre parti di
Timor Est, ma la situazione era ancor ben lontana dall'essere
tranquilla, e i segni drammatici del conflitto in corso erano fin
troppo evidenti. A dispetto di ciò, le uniche due fotografie che
conservo di Dili sono il cromatismo acceso di alcuni vestiti stesi
ad asciugare sul davanzale di una finestra, vicini a una gabbia di
ferro dove due uccelletti tropicali si corteggiavano
incessantemente; e un bel sorriso senza incisivi da parte di una
bambina vestita solo con un paio di mutande da uomo, alla quale
avevo appena regalato un quaderno comprato qualche giorno
prima in un negozio di souvenir aborigeni a Darwin.
Passeggiando per le vie e nei mercati di Kupang, sfuggiti ai
razionamenti e alle atrocità della guerra, si ha subito un assaggio
illuminante di quella che è la vita in una città indonesiana del
Nusa Tenggara, il nome locale delle Piccole Isole della Sonda,
con i suoi odori, i suoni, i colori e il caos incessante di persone e
di veicoli, che si può descrivere con due parole soltanto,
antitetiche tra loro ma stranamente complementari: affascinante e

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insopportabile. Il fatto di parlare ancora bene l'indonesiano, dopo
i due anni trascorsi nell'arcipelago tra l'89 e il '92, mi aiuta come
una mano santa nel risolvere strada facendo la caterva di
contrattempi che presuppone il viaggiare da solo con una moto a
questa latitudine; e gli indonesiani sono molto compiaciuti
quando uno straniero parla la loro lingua, o semplicemente si
sforza di parlarla, e si fanno in quattro per aiutarti.
Un piccolo esempio, tra i tanti: ero arrivato all'aeroporto di
Kupang un sabato mattina, e durante il fine settimana le dogane
di quasi tutti gli scali del mondo sono chiuse e fino al lunedì
successivo è impossibile ritirare qualsiasi merce. Provo ad
armarmi di una faccia supplicante e chiedo al funzionario
dell'Imigrasi che mi aveva appena stampato il passaporto di darmi
una mano e farmi andare via dall'aeroporto non a piedi ma a
cavalcioni dello scooter, che aveva viaggiato nella carlinga dello
stesso aereo. Racconto del mio girovagare per il mondo su due
ruote, scandendolo ruffianamente con un paio di "aku cinta
Indonesia", che sarebbe come dire "amo tanto l'Indonesia", ed è
una frase che i suoi abitanti usano spesso abbreviandola
nell'acronimo ACI, proprio come la sigla del nostrano Automobil
Club. Gli parlo degli anni in cui ho vissuto tra Bali e le
Molucche, Sumatra e Sulawesi, gli mostro il carnet di passaggio
e gli altri documenti perfettamente in regola per lo
sdoganamento; finché, dopo quasi un'ora, forse intenerito o più
probabilmente stanco delle mie chiacchiere, lui espone ai suoi
colleghi il mio "caso", e insieme decidono di telefonare a un
superiore. Alla fine andiamo con una camionetta a casa del
capoufficio, che in canottiera e sarong era impegnato in una
partita a scacchi con un amico; lui si infila un paio di pantaloni e
una camicia caki con le mostrine, e torna con noi all'aeroporto,

90
chiavi in mano, per aprire l'ufficio e togliere da un cassetto il
timbro magico. Stampiglia il carnet augurandomi "Salamat
jalan", buon viaggio; così posso ritirare la Vespa, riassemblarla
come già avevo fatto a Melbourne, mettere benzina e olio nel
miscelatore, salutare tutti e andarmene via. Questo è successo in
Indonesia; in qualsiasi altro paese, ma quando mai? (anche se a
dire il vero succederà ancora una volta, in Argentina, due anni più
tardi).
Dopo un paio di giorni passati a Dili e in altre piccole città di
Timor Est, guardandomi intorno con una curiosità di certo
sgradevole e ascoltando i racconti drammatici di persone che
senza paura o peli sulla lingua mi parlavano della situazione
insostenibile in cui si trovavano a vivere, ritorno a Kupang per
prendere un ferry arrugginito e stracarico di gente, e in una notte
intera sotto un formicolio di stelle raggiungo Larantuka sull'Isola
di Flores: dodici ore senza chiudere occhio, sballottato sul ponte
insieme ai compagni di viaggio indonesiani che, dopo aver
cantato per un po' le canzoni del gracchiarne karaoke di bordo, si
erano addormentati come ghiri. All'alba sbarco nel porto, in
contemporanea con i rintocchi delle campane che arrivano dalla
chiesa cattolica e la voce nasale del muezzin che fa loro eco dalla
moschea verde sul lungomare. Mi butto un po' d'acqua sulla
faccia, centellino un tè caldo e nell'aria fresca del mattino, senza
perdere tempo, continuo subito per Maumere, 95 chilometri a
ovest di Larantuka, lungo una stradina piena di curve che per
lunghi tratti si perde tra le palme da cocco e il verde intenso delle
risaie.
Flores è costituita da una catena ininterrotta di vulcani, alcuni
spenti e la bellezza di quattordici ancora in attività, e fa parte di
una delle zone sismiche più attive della Terra; benché sia lunga

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375 chilometri, la strada che l'attraversa da un'estremità all'altra si
sviluppa per una lunghezza quasi doppia, essendo tutta
serpentine e tornanti, ed è impraticabile per molti mesi dell'anno
a causa delle piogge torrenziali e dei frequenti terremoti. Queste
difficoltà di comunicazione hanno contribuito, in parte, alla
diversità della cultura e delle tradizioni di Flores rispetto ad altre
isole del Nusa Tenggara; in alcune aree remote tra le montagne i
vecchi non parlano una parola di bahasa indonesia, la lingua
ufficiale delle oltre 13.000 isole dopo l'indipendenza dagli
olandesi, e le loro famiglie vivono in società puramente animiste,
senza il minimo contatto col cattolicesimo dominante nell'isola.
Guidare una moto su e giù per le salite e le discese intorno ai
vulcani è un'esperienza assolutamente spettacolare, ma anche
abbastanza pericolosa: la strada è quasi sempre così stretta che
due veicoli non possono passare contemporaneamente, e uno
deve lasciare il posto all'altro, invariabilmente il più piccolo; se si
prende male una curva, niente di più facile che andare a sbattere
contro il muso arrabbiato di un camion o di un autobus comparsi
all'improvviso proprio nel momento meno indicato, o che si
debbano fare paurose sbandate per cercare di evitarli. Quello che
c'è intorno alla strisciolina d'asfalto, comunque, ripaga dei rischi:
il mare e la costa suggeriscono immagini sdolcinate di isole
tropicali, la vegetazione è a dir poco lussureggiante, e la gente è
di una curiosità che toglie parecchio spazio alla privacy ma ti
regala, di tanto in tanto, macchiette di vita esilaranti. Basta
fermarsi un attimo per fumare una sigaretta o per mettere benzina
che si è subito attorniati da una moltitudine di persone (non di
rado tutti gli abitanti di un villaggio riversatisi dalle case) che
guardano curiose ogni dettaglio di te e del tuo mezzo di
locomozione, scuotono incredule la testa e, appena capiscono che

92
parli un po' indonesiano, ti fanno le tre domande canoniche (Dari
mana? Suda kawin? Berapa punya anak? cioè, nell'ordine: Da
dove vieni? Sei già sposato? Quanti figli hai?), e scoppiano nelle
risate più grasse se soltanto rispondi qualcosa di spiritoso.
Gli abitanti dei pochi villaggi tra una città e l'altra rimangono
come impietriti quando ti vedono passare, e probabilmente non
capiscono quale sia il motivo che spinge uno straniero ad
arrancare sulle montagne, sudatissimo sotto il sole o fradicio
sotto un diluvio. I mille bambini seminudi interrompono i loro
schiamazzi sul ciglio della strada per ammutolire alcuni istanti o
per gridarti in coro: "Alò mistèr!", e hanno reazioni che
competono insieme alla paura, allo sbalordimento e all'ilarità più
smodata.
Maumere, Ende, i tre laghi vulcanici di Keli Mutu, con i loro
colori verde fosforescente, rossastro e nero. Bajawa e Ruteng,
fino ad arrivare a Labuhanbajo. Dopo un pomeriggio passato
piacevolmente a bere Bir Bintang e a sonnecchiare sulla veranda
di una guest house costruita su palafitte, non solo sul mare ma
proprio nel mare, prendo il ferry per Sape, il villaggio
all'estremità orientale di Sumbawa, traboccante di carrettini tirati
da pony con pompon colorati e gualdrappe, che vengono chiamati
ben hur dall'omonimo film con Charlton Heston e fanno il
servizio esclusivo di taxi cittadini, circolando di gran carriera
nelle strade polverose con un continuo scalpiccio di zoccoli e
tintinnare di campanellini. Alcune isole indonesiane, come
Sumatra, Giava, Bali e le Piccole Isole della Sonda, costituiscono
una sorta di anello di congiunzione tra il Sudest asiatico e
l'Australia, una lunghissima "collana" di superfici emerse che
permette di andare via terra da Singapore a Darwin, con poche
interruzioni acquatiche da coprire in barca, o meglio, con gli

93
scalcinati ferry indonesiani, dalle comodità spartane e il karaoke
a tutto volume.
Il 31 ottobre 1995 sbarco nel piccolo porto di Padangbai,
sulla costa est dell'isola di Bali. Questo punto sulla mappa
dell'Indonesia, con la sua baia contornata di palme e di canoe con
la prora a forma di testa di pesce e grossi bilancieri di bambù sui
fianchi, ha per me un significato speciale e quasi il sapore di una
rimpatriata: qui avevo vissuto tra l'autunno del '91 e l'estate del
'92, e proprio qui ero venuto in possesso della prima moto della
mia vita, una scassatissima Vespa degli anni sessanta con cui, una
volta restaurata, ero andato fino a Medan nel nord di Sumatra, e
grazie alla quale aveva cominciato a frullarmi in testa l'idea di un
viaggio su due ruote dall'Italia al Vietnam.
Rivedo gli amici che mi avevano chiamato orang gila, cioè
matto, quando tre anni prima li avevo messi al corrente delle mie
intenzioni riguardo a Saigon, e che adesso, vedendomi arrivare
dall'Australia su uno scooter nuovo fiammante, con l'idea di
portarlo a Città del Capo attraverso l'Asia e l'Africa, non perdono
l'occasione di rincarare la dose chiamandomi poco
complimentosamente gila, gila sekali, cioè, all'incirca, matto
come un cavallo. Chiedo subito di Wayan e della sua famiglia, ma
mi rispondono con la parola trasmigrasi, spiegandomi che da
qualche mese si era trasferito con sua moglie e i figli a Biak in
Irian Jaya, dove il governo indonesiano sembrava avergli trovato
una casa e un lavoro in una piantagione di banane.
Wayan era stato il galeotto inconsapevole dello
stravolgimento dei miei programmi per il futuro, regalandomi (a
pagamento) la sua Vespa antidiluviana, che avevo accettato quasi
controvoglia, come saldo ironico di reiterati debiti da lui contratti
in precedenza, e che invece di lì a poche settimane avrebbe

94
cambiato la mia vita dal giorno alla notte, con la stessa intensità
che può dare una vincita al Totocalcio, o un'improvvisa pazzia, o
una travolgente storia d'amore.
La politica della trasmigrasi, cioè dell'emigrazione interna,
su cui il governo di Soeharto aveva da sempre posto un'enfasi
speciale, tende a trapiantare interi nuclei familiari, formati
perlopiù da contadini senza terra o dalle frange più povere della
società, dalle sovrappopolate Giava e Bali verso aree quasi
disabitate come Kalimantan e Irian Jaya, le parti indonesiane
delle isole del Borneo e della Nuova Guinea, con il miraggio di
una vita più dignitosa o addirittura la speranza di fare fortuna in
una terra lontana. Ricordo che Wayan, sempre in balia della sua
disastrata condizione economica che peggiorava ulteriormente
alla nascita di ogni nuovo figlio (ne aveva già sei, compresi due
gemelli e una neonata di pochi giorni, e non aveva ancora
compiuto venticinque anni), prima che partissi da Padangbai per
ritornare in Italia e organizzare il mio Roma-Saigon, mi avevo
detto: "Quando non ce la faccio davvero più, mollo tutto e mi
faccio fregare dalla trasmigrasi, così il bastardo sarà contento! ",
inutile dire che l'aggettivo era dedicato senza troppi complimenti
al presidente-dittatore di trent'anni di storia indonesiana. Ripenso
al suo sorriso dai denti bianchissimi, ai piccoli segni del vaiolo
sulle guance di Ni Made, sua moglie, perennemente incinta e
ancora più giovane di lui; ripenso alla Vespa che mi aveva
"regalato", e m'immagino la sua nostalgia di Bali tra le case col
tetto di zinco e le foreste fitte di Biak, m'immagino quanto debba
essergli costata la decisione di lasciare il posto in cui era nato e
dal quale non si era mai mosso in vita sua. Vado nelle case di un
po' di gente che conoscevo, con la speranza che qualcuno possa
darmi il suo indirizzo, ma tutti mi dicono che già da sei o sette

95
mesi, cioè da quando si era fatto fregare dalla trasmigrasi, Wayan
non mandava sue notizie e nessuno sapeva qualcosa di lui; così
per il momento non posso fare niente di più, e passeranno ancora
sei anni prima che riesca a fargli un regalo che sia davvero un
regalo, per aiutare i suoi figli a studiare e sdebitarmi così in
qualche modo della spinta che lui aveva dato, senza sospettarlo,
per fare della mia vita di allora, disordinata e senza arte né parte,
una vita migliore.
Usando come base Padangbai, e proprio lo stesso bungalow
di bambù sulla spiaggia dove avevo vissuto tempo prima, quando
ancora l'esistenza degli scooter non faceva parte del mio
orizzonte, giro l'isola in lungo e in largo visitando i templi di
Besakih e Tanah Lot, quello di Goa Gajah e le coste del Lago
Batur vicino a Kintamani, Singaraja e i villaggi di Trunian e
Tengganan, abitati dagli aborigeni balinesi che vivevano qui
prima dell'arrivo degli indù scacciati da Giava in seguito
all'invasione musulmana. Quasi ogni giorno m'imbatto in una
cerimonia o in una festa "autoctona", fatta dai balinesi per i
balinesi soltanto, con danze e orchestrine di gamelan e di gong.
Poi, dopo due settimane, a malincuore me ne vado da Bali
facendo sobbalzare le ruote su una pesante piattaforma di metallo
ondulato, e venti minuti a bordo di un ferry decisamente migliore
di quelli scalcinati in servizio nel Nusa Tenggara, senza lo strazio
gracchiante del karaoke di bordo, bastano a farmi approdare sulla
costa est di Giava.

96
Otto mesi in due parole

In poco più di cento giorni avevo già lasciato dietro di me lo


smog di Jakarta e le moschee di Sumatra, i grattacieli a ridosso
delle baracche nella Chinatown di Singapore e la Malesia
continentale, il sud della Thailandia e l'odore di fogne a cielo
aperto che permea Bangkok, Mandalay e il complesso
archeologico buddista di Pagan in Birmania, rigorosamente
appiedato perché in Myanmar, il nome attuale della Birmania,
grazie alla giunta militare al potere da troppi anni, via terra non si
entra. Così avevo dovuto spedire mestamente la Vespa in aereo da
Bangkok a Dhaka in Bangladesh, salvo poi concedermi quindici
giorni per mettere il naso in un paese bellissimo e così umiliato
da chi lo comanda: generali in uniformi austere, che hanno
recentemente aperto due "Ponti dell'Amicizia" con la Thailandia
ma poi te li lasciano transitare soltanto a piedi, senza veicoli se
non sei di nazionalità birmana o thailandese; che non fanno più
troppe difficoltà a rilasciarti un visto, a patto però che tu arrivi da
loro in aereo... E se c'è una logica, in tutto questo, dopo tre volte
in cui ho sbattuto la faccia e il parabrezza sulla frontiera chiusa
di Myanmar, devo dire che ancora non l'ho capita. Quindici
burmese days per fare qualche fotografia all'ombra della
Swedagon Pagode di Rangoon, che adesso si chiama Yangon,
sulle sponde del Lago Inle e nelle foreste delle "donne giraffa".
Incazzato nero per il fatto di essere a piedi, così come nel
precedente Roma-Saigon lo ero per aver dovuto spedire il mio
mezzo di trasporto, in senso inverso, dal Bangladesh a Bangkok,
rinunciando in quell'occasione all'esotismo della Birmania
(pardon, Myanmar) e al delirio della sua giunta militare.

97
Ero già passato attraverso gli ingorghi dei rickshaw per le vie
di Dhaka e la bestemmia dei "cavalli umani" nel centro di
Calcutta; avevo seguito la Grand Trunk road in Bihar e le rive del
Gange fino a Varanasi, dove per qualche giorno mi ero mischiato
ai milioni di pellegrini che ogni anno vengono qui a purificarsi
nelle acque del fiume sacro, tra le volute d'incenso, le collane di
fiori votivi, i canti e la musica dei cortei che vanno alle
cremazioni, gli altarini in onore di Shiva, l'ineffabile aura di
misticismo che fa dei suoi ghat, le gradinate di marmo sulla riva
occidentale del Gange nel centro antico della città, un'isola di
spiritualità quasi surreale nell'inquinamento da girone dantesco,
nella sporcizia e tra gli stracci sulla pelle dei suoi mendicanti.
Da Varanasi entro nello stato del Madhya Pradesh e
raggiungo Khajuraho, un villaggio di soli 7000 abitanti che però
è famosissimo per la particolarità piccante dei suoi templi, i cui
bassorilievi raffigurano in tre dimensioni l'arte del kamasutra, con
una dovizia di particolari, una fantasia erotica e un dispiego di
posizioni amatorie che farebbero gola al più spinto dei giornaletti
pornografici.
I templi furono edificati dalla dinastia Chandela in un secolo
di febbrile attività intorno all'anno 1000 d.C., e resta ancora
misterioso il perché della scelta, come loro sede, di Khajuraho,
che è sempre stata ed è a tutt'oggi lontanissima da ogni altro
centro d'interesse culturale, politico o religioso. In quanto a un
loro possibile uso rituale e al perché di tanto esplicito erotismo,
le teorie più accreditate sono quelle che vedono il complesso di
templi come una specie di "manuale" visivo di educazione
sessuale a uso e consumo dei giovani bramini o, più
probabilmente, come rappresentazioni del culto tantrico, secondo
cui la gratificazione degli istinti più bassi e carnali è una via per

98
espellere il male dal mondo e raggiungere la liberazione finale del
nirvana.
In un ristorante di Khajuraho, davanti a un piatto di chicken
tandoori e a una Kingfisher così calda da dover essere
annacquata con dei cubetti di ghiaccio (la qual cosa mi apre
sconfinati orizzonti inquisitivi: se hanno il ghiaccio, perché non
mettono le bottiglie di birra nella ghiacciaia?), incontro due
ragazze tedesche che si erano appena laureate in architettura in
un'università di Berlino, come mi racconta Monika, la più bionda
di loro, e da un paio di mesi a quella parte stavano girando per
l'India in visita ai luoghi archeologicamente più interessanti, in
una sorta di pellegrinaggio-studio-vacanza. Con Sabine, la meno
bionda a causa di bizzarre striature color turchino, ci sono subito
più simpatia e più occhiate significative, e così la mattina
successiva, mentre l'altra neoarchitetto parla senza interruzione
delle tecniche costruttive dell'Impero gandhara, di Le Corbusier e
di una sua cugina che era stata in classe con Schumacher, Sabine,
che già la notte prima mi aveva detto di non sentirsela di lasciare
l'amica da sola, le chiede di venire con noi fino a Jaipur, in tre
sulla Vespa, perché no? Monika è un po' sorpresa, sbotta a ridere
ma alla fine, sotto la carica delle nostre argomentazioni, ripete:
perché no?
Sistemiamo sui portapacchi, legandoli non so come con dei
tiranti di fortuna ottenuti tagliando a strisce una camera d'aria di
bicicletta, i loro zaini da almeno quindici chili ognuno insieme ai
miei bagagli, che già erano ingombranti, alla mia chitarra e a tutto
il resto; e quando dopo un'ora di tentativi abbiamo finito, un
piccolo scooter sembra trasformato per incanto in un carro di
Tespi traboccante di equipaggiamento, di persone, di gambe e di
braccia che spuntano da tutte le parti. Provo a mettere in moto, e

99
cautamente ad avanzare di qualche metro, puntellandomi con i
piedi e con gli avambracci tesi come due corde di violino; il
manubrio vibra minaccioso sotto quella carica disequilibrata, ma
basta un "Marsh!" altisonante di Sabine, che mi tiene strettissimo
schiacciata tra le mie spalle e il torace dell'amica, perché subito
io acquisti più confidenza e provi persino ad accelerare.

Ho l'osso sacro appoggiato alla punta della sella, le ginocchia


pressate contro la lamiera del cassettino frontale; non riesco
nemmeno a usare il pedale del freno, anche se in India
bisognerebbe poter frenare in continuazione, perché tutto sembra
attraversarti la strada all'improvviso: animali, carretti, bambini,
automobili, biciclette, rickshaw... Ma piano piano, non riuscendo
mai a fare più di 100 chilometri al giorno e guidando nel caos del
Madhya Pradesh e poi del Rajasthan come fosse un continuo
gioco alla roulette russa, in una settimana a Jaipur ci arriviamo
davvero, dopo aver creato lo scompiglio nei capannelli di indiani
che ci attorniavano sconcertati a ogni sosta (Monika, dalle parti
di Janshi, in un'occasione è riuscita a contare 83 partecipanti allo
spettacolo), e dopo aver rischiato due incidenti che avrebbero
potuto zittire per sempre la nostra goliardia, ed essere

100
sopravvissuti a entrambi. Sabine e io, con delicata ostinazione,
proviamo a innamorarci l'uno dell'altra, senza riuscirci.
Riparto dalle mura rosa di Jaipur da solo, più leggero e in un
assetto di guida decente, e arrivo a New Delhi giusto in tempo
per partecipare a una conferenza stampa organizzata dai manager
della LML India, che con un po' di telefonate e l'invio di qualche
fax organizzano anche un incontro con i monaci tibetani di
Dharamsala, dove proprio in quei giorni, come ogni anno nel
mese di marzo, il Dalai Lama tiene le sue lezioni e i discorsi per i
discepoli di fede buddista e per i simpatizzanti e gli studiosi
stranieri venuti da ogni parte del mondo. Dharamsala, alle
propaggini himalayane nello stato dell'Himachal Pradesh, è un
piccolo Tibet in India, una minuscola enclave con i costumi, la
religione, i colori, il dolore e la gente della lontana Lhasa. Qui si
è rifugiato in esilio il Dalai Lama con migliaia di tibetani che lo
hanno seguito, dopo l'invasione dell'esercito cinese nei primi anni
cinquanta e la proditoria annessione del Tibet alle provincie della
Repubblica Popolare.
Quella domenica pomeriggio, il 10 marzo 1996, tra la decina
di invitati nella piccola sala delle udienze nel monastero di
Dharamsala era presente anche l'attore americano Richard Gere,
non in una scintillante aura hollywoodiana ma come un semplice,
quasi dimesso seguace del buddismo, con un paio di jeans stinti e
una camicia bordò, concentratissimo nell'ascoltare le parole del
premio Nobel per la pace, suo maestro spirituale. Ancora adesso,
più che quelle parole specifiche o il loro significato, mi ricordo il
modo con cui il Dalai Lama le ha pronunciate, l'ironia che gli si
rifletteva negli occhi con una scintilla dispettosa, le sue risate di
cuore, il paio di barzellette con cui le ha farcite, il senso di
tranquillità e di appagamento che si respirava in sua presenza, a

101
dispetto della tragedia umanitaria sofferta dal popolo di cui è
portavoce e imprescindibile punto di riferimento; e ogni volta in
cui mi è capitato di raccontare questo episodio, la maggior parte
delle occasionali ascoltatrici femminili sembrava molto più
toccata dalla presenza di Richard Gere che da quella del Dalai
Lama...
Tre giorni più tardi, dopo essere entrato nello stato del
Punjab, mi lascio coinvolgere per qualche ora da un'altra
atmosfera rarefatta di serenità, quella che si avverte passeggiando
a piedi nudi sulle lastre di marmo attorno al Golden Tempie di
Amritsar, il massimo luogo di culto dei sikh; poi tiro dritto verso
Attari Border, l'unico entry point terrestre tra India e Pakistan,
due nazioni che dividono tra loro una frontiera di oltre 3000
chilometri. Sbrigo le formalità doganali, che comportano una
snervante ispezione di tutti i bagagli da parte dei soldati
pakistani, uno dei quali si diverte persino a spremere un po' di
dentifricio dal tubetto, come se avesse un senso importare droga
in Pakistan. Do un arrivederci al coloratissimo pantheon della
religione indù, e mi trovo subito in un contesto del tutto diverso,
rigorosamente monoteista, dove Allah non può essere
rappresentato visivamente, dove l'idolatria è un peccato
gravissimo e la carne di vacca, aborrita in India, può essere
mangiata; un universo che d'ora in avanti mi terrà compagnia nel
Beluchistan pakistano, in Iran, Turchia, Siria, Giordania ed
Egitto (e che mi avrebbe accompagnato anche in Sudan, se
soltanto fossi riuscito a entrarci via terra), con tantissime
sfaccettature ma con una sostanziale unità: il mondo dell'Islam e
dell'appartenenza alla fede musulmana, che proprio in alcune di
queste nazioni vive le sue realtà più integraliste e totalitarie.

102
Lahore, distante poche decine di chilometri dal confine di
Attari. Era uno dei centri culturali più importanti degli imperatori
Moghul, e poi lo è stato degli inglesi, in questa parte occidentale
della sterminata British India prima della Partition. I nomi di
Aurangzeb e di Kipling mi ronzano nelle orecchie mentre
girovago tra i negozietti di frutta secca e di tappeti del Mall e
nell'Arnakali Bazaar, sotto la Badshani Mosque e davanti al
cannone di Kim, il zamzama. Poi Faisalbad, la grossa città di
Multan e le rive dell'Indo. Con due tappe abbastanza impegnative
sulle montagne spelacchiate del Sulaiman Range, passo per Dera
Ghazi Khan e Loralai, che ha la fama di essere un altro centro
pakistano molto importante, questa volta per quanto riguarda il
brigantaggio organizzato, il contrabbando e la vendita delle armi
prodotte nella cittadina di Darra, vicino a Peshawar, e dell'oppio
che arriva dall'Afghanistan. Lungo la strada mi fermo diverse
volte a bere un chai speziato con gente armata di vecchi fucili,
che non ti stacca di dosso gli occhi incastonati in due righe di
kajal e non dice una parola per minuti interi, mettendoti un po' a
disagio; incrocio camion e autobus coloratissimi e pieni di
specchietti e bandierine, catarifrangenti e losanghe di metallo
sbalzato, adesivi e frange di plastica svolazzante, intarsi di legno
smaltati e disegni languidi da miniaturisti di corte sulle fiancate,
circondati di rose oppure aggressivi e dalle pennellate spicciole,
con le facce dipinte alla bell'e meglio delle star cinematografiche
locali, invariabilmente con gli occhiali da sole, l'espressione truce
e una ferita truculenta sulla fronte. Scansandomi sul chi vive al
loro passaggio accompagnato da clacson lancinanti, supero anche
Ziarat e arrivo a Quetta, la capitale del Beluchistan pakistano. E
lì rimango bloccato due settimane esatte, in attesa di ricevere dal
consolato il visto per entrare nella Repubblica Islamica dell'Iran.

103
Quetta, il cui nome deriva dalla parola pashto kwatkot, che
significa "forte", nel 1935 è stata quasi completamente distrutta
da un violento terremoto che aveva causato la perdita di oltre
25.000 vite, e adesso rimangono soltanto un paio di edifici che
siano più vecchi di quella data. Fasci di cavi elettrici a sezionare i
minareti e i tetti delle case, caprette pitturate di vernice fucsia a
rovistare tra le montagne di rifiuti, piccoli aquiloni triangolari
impigliati nei rami degli alberi, dental clinics che espongono
protesi allucinanti e cartelli dipinti a mano di bocche aperte in
sorrisi innaturali, sgangherati; notti fumose tra i carrettini su due
ruote che vendono datteri e noccioline; lanterne a petrolio e gente
sdraiata sui marciapiedi sotto le serrande abbassate dei negozi; il
profumo del deserto e dei bastoncini d'incenso, piramidi di
melegrane spaccate a metà e i megafoni che sparano musica
attaccati in coppia ai pali della luce.
Quasi ogni sera andavo a mangiare al Kyber Restaurant,
all'incrocio tra Jinnah road e Suraj Ganj road, vicino al piazzale
della stazione degli autobus. Un'enorme sala piena di tavoli e
sempre affollata di uomini intabarrati o avvolti in coperte, con un
turbinio di turbanti e papaline, sciarpe annodate sulla fronte e i
tradizionali cappelli chari, vagamente a soffietto, dei pashto.
C'era un'atmosfera che mi piaceva, un caleidoscopio di etnie
diverse che la rendeva affascinante: beluchi, pathan, sindi,
punjabi, azeri, uzbeki, afghani, kashmiri, kirghizi; ognuna di
queste abbastanza riconoscibile dal modo di vestire e dai tratti
somatici della sua gente. Seduti a un tavolo, quasi sempre lo
stesso, dalle sei e mezza alle sette, ogni volta mi capitava di
vedere cinque persone che m'incuriosivano più delle altre, e sulle
quali mi cadeva l'occhio in continuazione. Erano afghani, di etnia
pashto, ma c'era qualcosa nel loro comportamento e anche negli

104
abiti che li faceva sembrare dei pashto afghani di una specie che
non avevo mai visto, diversi da tutti quelli che avevo incontrato in
Pakistan finora.
Nella sobria monotonia di quelle sere al ristorante avevo
preso l'abitudine di scambiare quattro chiacchiere con un cliente
assiduo, e una volta sì e una no ci trovavamo seduti allo stesso
tavolo, dopo esserci mutuati vicendevolmente un cortese "Good
evening" o un "As salam aleikum", a seconda dell'estro
momentaneo. Era un commerciante di tessuti e aveva un bel
negozio in Jinnah road, l'unico che fosse di proprietà di un
beluchi tra sette negozi di fila che vendevano tappeti e artigianato
afghano, con i loro padroni di Kabul, Herat o Mazar-i-Sharif che
regolarmente stavano seduti sul marciapiede a gambe incrociate
sotto i larghi pantaloni a sbuffo, parlottando tra loro, masticando
tabacco e adescando i pochissimi turisti con l'offerta di un tè e di
un "Have a look; just looking, not important buy!" nel loro
negozio in penombra. Quella era la piccola frangia benestante
delle decine di migliaia di profughi afghani riversatisi a Quetta
negli ultimi due decenni; chi non vi apparteneva semplicemente
tirava a campare. Anche il mio beluchi, in quelle sere al
ristorante, mi aveva invitato nel suo negozio per un chai, e un
giorno, mentre gironzolavo tra i vicoli attorno all'Hotel Asia e
Market square, ero passato a trovarlo. Come sempre, quando ero
di fronte a lui, non potevo fare a meno di fissare la mastodontica
copia di Rolex in similoro che aveva al polso, di quelli che si
comprano sulle bancarelle di Pat Pong o Kahosan road a
Bangkok, e come d'abitudine lui trovava l'occasione di parlarmi
della Thailandia, dove era stato due volte per affari, come un
ragazzino potrebbe parlare di Disneyland o un assetato di una
gelida bottiglia di acqua minerale. Ricordo che nel corso della

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conversazione aveva fatto capolino anche un accenno ai cinque
pashto che vedevamo sempre al ristorante, e gli avevo chiesto se
sapeva chi fossero; il mio amico beluchi risponde che sono
studenti coranici e si chiamano taliban, una parola che in farsi, la
lingua persiana, significa appunto questo, e che fino a quel
momento non avevo mai sentito; studiavano nell'Università
islamica di Peshawar, ma in quei giorni erano a Quetta per un
incontro con un mullah di Kandahar; un seminario di studio o
qualcosa del genere, anche lui non lo sapeva di preciso. Ogni sera
venivano nel ristorante a mangiare nan e mutton curry, dahl e
mezze cipolle, come noi due e come tutti gli altri, perché il menù
offriva solo quello. I camerieri pakistani li trattavano con
deferenza, accorrevano a ogni loro gesto che esprimesse una
richiesta, accontentandoli solleciti con un cenno d'assenso del
capo; ma la cosa che mi aveva stupito era che nessuno degli altri
clienti si fermasse a parlare con loro; solo un tacito sguardo di
approvazione o di stima quando gli passavano a fianco, mai una
parola. Loro intingevano pacatamente dei pezzi di nan nel piatto
di ferro con il mutton curry, li piegavano tra le dita e li portavano
alle labbra.
Li vedevi lì, le barbe crespe e squadrate, il turbante
immacolato con una lunga banda che scendeva sulle giacche
marroni, sopra il camicione e i pantaloni larghi, altrettanto
bianchi; parsimoniosi nel mangiare, taciturni, e sembravano
persone perbene, un po' troppo serie per i miei gusti, ma
inoffensive e chiuse ermeticamente nel loro mondo spirituale.
Mi accorgerò che non erano poi così perbene e inoffensivi
quando una sera, uscendo dal ristorante tra la ressa di persone
che stavano pagando il conto alla cassa, pesterò senza
accorgermene il piede a uno di loro, urtandolo maldestramente e

106
facendogli cadere a terra, per il contraccolpo, i libri e la cartella
piena di fogli che aveva sottobraccio. Apriti cielo! Con una faccia
inferocita il taliban comincia a inveire, e se avesse potuto ridurmi
in cenere con un'occhiata sono sicuro che l'avrebbe fatto.
Raccoglie i libri continuando a imprecare; io cerco di aiutarlo ma
lui mi scansa in malomodo, si rialza con la fronte cremisi per la
rabbia, e quando fa per uscire ancora sprizzando scintille, visto
che il porgere l'altra guancia non fa parte dei precetti coranici,
facendo finta di niente mi dà uno spintone con la spalla
mandandomi a finire contro il muro. Poi se ne va con un sorriso
nervoso rivolto ai suoi compagni, che in silenzio avevano seguito
tutta la scena; apparentemente un po' più calmo dopo aver
sbollito la rabbia. L'anno successivo conquisteranno Kabul, e per
la popolazione afghana comincerà uno dei periodi più lugubri
della sua storia millenaria.
Appena ottenuto il visto dal consolato, passo a salutare il mio
amico pakistano-thailandese nel suo negozio in Jinnah road, me
ne vado da Quetta e inizio la lunga galoppata nel deserto del
Beluchistan verso il confine iraniano, su un tracciato di 650
chilometri che è nelle stesse condizioni disastrate di quando
l'avevo percorso tre anni prima in senso inverso, e che
probabilmente non è molto migliorato da quando vi erano passati
gli uomini di Alessandro Magno nella loro marcia verso l'India,
più di venti secoli fa. Gli unici quattro villaggi che incontro
(Nushki, Dalbandin, Yakmach e Nok Kundi) sono a una distanza
considerevole tra loro, e per la notte ci si deve accontentare di
letti di corda intrecciata, con le immancabili razioni di dahl, nan
o chappati come dieta unica a colazione, pranzo e cena. In
quattro giorni di marcia a rilento non vedrò una sola donna. Il
Beluchistan sembra essere popolato soltanto da uomini, perlopiù

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armati; da vecchi curvi che camminano appoggiandosi a un
bastone, con le barbe a punta arancioni per l'henné, e ragazzini
con caftani invariabilmente grigi o color carta copiativa e il piatto
cappellino circolare con un taglio a V capovolta sul davanti,
impegnatissimi a scacciarsi le mosche dal viso; le donne sono
segregate in casa, e quando si avventurano per le vie della città
sono coperte dalla testa ai piedi dai burka color lavanda, ruggine
e giallo intenso, con i forellini nella stoffa davanti agli occhi, che
lasciano vedere scampoli di un mondo quadrettato alle
prigioniere del loro sacco informe.
Taftan, l'ultima cittadina pakistana a ridosso della frontiera.
Entro in Iran e raggiungo la vicina Zahedan quella sera stessa,
su una strada meravigliosamente asfaltata, con tanto di
segnaletica orizzontale e cartelli, illuminazione e guardrail: un
altro mondo rispetto a quello che mi sono lasciato dietro soltanto
poche ore prima. Una reputazione fosca e scostante, e per certi
versi ampiamente meritata, fa pensare all'Iran come a un luogo di
fanatismo religioso e intransigenza, di libertà personale del tutto
inesistente e di donne lapidate nella pubblica piazza. Ma gli
iraniani che incontri per la strada e con i quali ti fermi a
chiacchierare, più a gesti che a parole, sembrano farsi in quattro
per lasciarti capire che l'anatema scagliato all'Occidente come a
un inferno di perdizione e di peccato è un'idea radicata e
inamovibile soltanto nella mente degli ayatollah e del governo
che ne è espressione, non certo nella loro di gente comune,
costantemente alle prese con l'inflazione, i prezzi che salgono, un
bilancio economico sempre più in rosso, e per la quale il modo di
vita nei paesi occidentali, tutt'al più, è un miraggio
irraggiungibile, un paradiso di libertà, un posto senza troppe
catene in cui puoi dire e fare quello che vuoi. La ricchezza si

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misura con quello che non hai, e per la maggior parte degli
iraniani l'Europa e l'America sono proprio questo. Altre "buone
notizie" provenienti dall'Iran, che timidamente e quasi con
circospezione sta aprendo le sue frontiere ai visitatori stranieri, se
non proprio a un turismo di massa, sono l'educazione e il senso
quasi sacro dell'ospitalità che hanno i suoi abitanti. Un esempio
stupido, ma indicativo: se in molte altre nazioni povere un
forestiero può aspettarsi di pagare almeno il doppio per qualcosa
come una bibita o un caffè, in Iran si aspetti di non pagare niente,
e di vederseli offrire da qualcuno che poi ti invita a casa per
presentarti la famiglia e magari per ospitarti due o tre giorni, solo
per il fatto di essere straniero.
Centocinquanta chilometri di deserto verso l'oasi di Barn e la
sua splendida cittadella medievale (Arg-e Bam) costruita con
mattoncini d'argilla e fango pressato, senza alcuna pietra portante.
Le tre settimane passate in Iran avranno le connotazioni piacevoli
di un ritorno, e andrò a trovare diverse persone che avevo
conosciuto durante il viaggio da Roma a Saigon: a Barn rivedo
Akbar e suo figlio Memed, e grazie a loro riesco a entrare con la
Vespa nelle mura di cinta del castello, per zigzagare poi a lungo
tra un labirinto di viottoli e costruzioni diroccate fino alla piazza
d'armi, ai palazzi degli aristocratici e alle torrette di guardia, da
cui si ha una vista mozzafiato sulle rovine dei quartieri sottostanti
che erano abitati dalla popolazione più umile, e sulle distese
delle piantagioni di datteri che stagliano il loro verde argentato
contro l'ocra della sabbia e l'azzurro intenso del cielo, come una
passamaneria. A Kerman rivedo Reza e Mehedi, e sarò ancora
ospite nella loro casa vicino ai porticati di Bazar-e Vakil, con i
martelletti degli artigiani cesellatori che riecheggiano a ogni ora
del giorno sui vassoi di rame; a Tehran passo due giorni con gli

109
amici della NMI, la società che commercializza la Vespa in Iran, e
Fatma ancora dirà "Sorry, I can't" quando distrattamente starò per
porgerle la mano, perché in Iran una donna non può stringere in
pubblico la mano a uno straniero... Ma noto che il suo chador è
già un po' più spostato indietro sulla fronte, come quello di molte
altre iraniane della capitale, e rischia di lasciare libera una ciocca
di capelli, cosa addirittura impensabile tre anni prima. Col tempo,
probabilmente, si sposterà sempre più indietro; finché un giorno,
Insciallah, cadrà del tutto. I riformisti di Khattami non avevano
ancora vinto le elezioni, lo faranno di lì a poco, ma a Tehran
c'erano già molte avvisaglie di un cambiamento in corso, graduale
anche se per certi aspetti "rivoluzionario" nei confronti di quello
che era stato lo spirito della rivoluzione islamica. La gente,
almeno quella comune, non ne poteva più, e questo era lì da
vedere, chiaro come il sole. Tra le migliaia di iraniani con i quali
mi è capitato di parlare durante i tre attraversamenti in moto del
loro paese ('92, '96 e 2000), ce ne saranno stati sì e no una decina
che avrei potuto catalogare come veramente invasati dalla
religione, fondamentalisti per una sorta di vocazione al
fondamentalismo, fanatici per forma mentis. Tutti gli altri non
facevano che subire la politica degli ayatollah al governo, come
avevano fatto con Khomeini dopo un breve entusiasmo iniziale
dovuto alla cacciata dello scià e come stavano facendo adesso con
il capo spirituale e politico Khamenei, ma non per la forza delle
loro convinzioni, piuttosto per la debolezza e la paura, o
l'impossibilità concreta, di ribellarsi. Nel passaggio iraniano
durante la Worldwide Odyssey, con i riformisti di Khattami ormai
saldamente al potere dopo aver rivinto proprio in quei giorni le
elezioni generali, nella Repubblica Islamica dell'Iran vedrò
moltissimi negozi di computer all'avanguardia per quanto

110
riguarda Internet e il cyberspazio, la copia pirata di film con i
masterizzatori e il download di programmi da ogni parte del
mondo. E quando Internet entra in un paese tradizionalmente
chiuso, austero e governato da religiosi, non solo con i siti hard
ma con un'informazione laica e senza troppe censure, allora
l'obbligo del chador sembra diventare ancora più anacronistico e
fuori dalla realtà, e un regime repressivo deve cominciare a fare
dei conti diversi, a introdurre variabili impreviste nella sua
intransigenza.
Da Tehran risalgo a nord verso la costa del Mar Caspio, che
poi non è un mare ma un lago, e la percorro in tutta la sua
lunghezza sul versante iraniano, dal confine col Turkmenistan a
quello con l'Azerbaigian. Il paesaggio che mi circonda è
monotono e piatto, l'architettura delle città e dei villaggi è quella
immutabile dell'altopiano, con il suo disordine urbanistico e le
basse costruzioni di fango tra i mulinelli di polvere delle
periferie, le acque del lago hanno un brutto colore e le poche
spiagge sono coperte d'immondizia. La cosa che più mi colpisce
avvicinandomi al confine turco dopo gli oltre 900 chilometri
percorsi lungo la costa del lago è lo sfilare continuo di camion
nei quali viaggiano i profughi del Daghestan e della vicina
Cecenia che hanno trovato asilo politico in Siria, ammassati gli
uni sugli altri come su un carro bestiame. Mi fermo diverse volte
a parlare con loro, soprattutto durante le pause per la preghiera
quando scendono dai camion e stendono i loro tappetini sui prati,
per prostrarsi con la fronte rivolta alla Mecca; e al di là delle
barriere linguistiche non ci vuole molto a intuire qualcosa del
calvario attraverso cui sono recentemente passati, della
preoccupazione per i familiari rimasti a casa e della malinconia
aspra e disillusa che incupisce i loro occhi.

111
Una volta arrivato sulle montagne dell'Anatolia orientale,
ancora coperte di neve giallastra e con altra neve fresca che per
tutta la giornata va ad accumularsi alla vecchia, la temperatura
scende di parecchi gradi sotto lo zero. Il bianco abbagliante è
punteggiato soltanto dal verde scuro dei carri armati, delle divise
dei militari e dei mezzi blindati, presenti come mosche sul
nevischio ghiacciato che ricopre la strada. In quei mesi la
tensione tra i guerriglieri curdi del Pkk e le forze regolari turche
aveva raggiunto livelli altissimi, e il governo di Ankara aveva
inviato l'esercito a presidiare la zona tra il Lago Van e Gaziantep.
Anche se ormai sono già passati cinque anni, durante i quali ho
attraversato una quindicina di nazioni alle prese con realtà di
guerriglia o di guerra vera e propria, ripenso ancora spesso a
quella notte in una cittadina di curdi vicino al confine siriano,
nella casa di una famiglia che mi aveva ospitato dandomi rifugio
da una tempesta di neve quando era già buio pesto, e senza
possibilità di pernottamento nelle vicinanze. Che aveva preparato
subito un caffè per riscaldarmi e mi aveva fatto conoscere altri
curdi di famiglie che abitavano nelle case vicine, insieme ai quali
abbiamo fatto le ore piccole chiacchierando a gesti, mostrandoci
un'infinità di fotografie e augurandoci la buonanotte con grandi
strette di mano...
E poi sapere di lì a qualche giorno dai giornali siriani,
quando ormai ero ad Aleppo, che proprio in quella stessa
cittadina, all'indomani della mia partenza, sessantatré curdi erano
stati uccisi dall'esercito di Ankara, e tra loro, quasi sicuramente,
qualche amico di quella notte, con la sua giacca rattoppata alle
maniche, la barba di qualche giorno e nessuna parola d'inglese tra
le labbra, il portafogli semivuoto e l'orgoglio un po' timido di
essere un curdo, senza una vera patria ma con un patriottismo

112
ideale che lo unisce ai suoi fratelli dispersi in Siria, in Iran,
sterminati da Saddam Hussein in Iraq o dediti a una vita di
pastorizia e nomadismo sulle montagne dell'Anatolia orientale.
Per fare il paio con la tempesta di neve in Turchia, neanche
quindici giorni più tardi ce ne sarà un'altra, questa volta di
sabbia, nel deserto tra Palmira e Damasco, in Siria; con un vento
bollente che toglieva il respiro e sembrava mettersi d'impegno per
risospingermi costantemente indietro, impedendomi d'ingranare
una marcia che non fosse la prima. Da Aleppo, dopo un
pomeriggio intero tra le bancarelle e nei meandri del suq, sotto le
cui volte si vende pressoché ogni cosa sia possibile comprare,
avevo proseguito verso il castello di Crac de Chevalier, così ben
conservato da far pensare che in questi novecento anni di storia,
da quando fu costruito dai crociati nel XII secolo per ospitare una
guarnigione di oltre 4000 uomini, siano successe poche cose, se
si escludono la comparsa di qualche cartello reclamizzante
pellicole Kodak, le Sprite nei chioschi di souvenir davanti al
portale d'ingresso, la sparizione dei soldati e le onnipresenti
gigantografie del presidente Hassad in posa da solo o insieme al
secondo figlio e al primogenito morto in un incidente stradale
(con un discutibile e un po' blasfemo senso dello humour, alcuni
siriani mi avevano fatto notare che quella era la loro santissima
trinità: padre, figlio e spirito santo). Supero Homs, e con una
deviazione verso l'interno raggiungo le rovine dell'antica città
romana di Paimira, annessa all'impero dopo essere stata per più di
mille anni un'importante città carovaniera degli assiri e un
avamposto greco in Medio Oriente. Faccio un po' di foto con
l'autoscatto davanti al tempio di Bel e al Grande Colonnato,
mangio dell'hummus con pita e cetrioli sottaceto, dormo una
notte all'Hotel Zenobia all'ingresso delle rovine, poi percorro a

113
rilento 250 chilometri sulla strada che collega Damasco a
Baghdad, presentandomi puntuale alla tempesta di sabbia e
arrivando nella capitale siriana sotto una crosta di polvere e
sudore, con gli occhi stralunati e i capelli di un colore indefinito,
duri e ritti al vento come quelli di un punk londinese degli anni
ottanta.
Ho ancora davanti a me Amman, che raggiungo da Damasco
con due brevi tappe, la città romana di Jerash e quella nabatea di
Petra, il fiore all'occhiello dell'industria turistica in Giordania; il
porto di Aquaba e una striscia di pochissimi chilometri in
territorio israeliano, passando per il Negev e la città di Eilath con
l'accortezza di non farmi vistare il passaporto e di chiedere che mi
mettano il timbro d'Israele su un foglietto a parte, avendo ancora
dei paesi arabi sul mio cammino. Poi sarà arrivato il momento di
lasciare questo tormentato angolo di Terra, con le speranze e gli
errori dei palestinesi e degli israeliani, con la parola "pace" tante
volte pronunciata nei summit internazionali e apparentemente
impossibile da applicare nella vita di tutti i giorni, e le cui
problematiche fanno apparire futile e priva di contorni la storia di
un viaggio a bordo di uno scooter. Sarà arrivato il momento di
andare via dall'Asia, un continente che ho sempre amato, dove ho
trascorso diversi anni della mia vita e sulle cui strade, per quanto
riguarda lo specifico di questo Melbourne-Città del Capo, avevo
macinato più di 27.000 chilometri in otto mesi, dopo quella
mattina piovosa a Lygon st., con le volute aromatiche di fumo che
uscivano dai ristoranti italoaustraliani specializzati in "oso
bucco" e "fungi porchini".
Durante il viaggio dal Cile alla Tasmania, i mesi del "capitolo
Asia" saranno sedici, dal dicembre del '99 al marzo del 2001, e i
chilometri percorsi per congiungere lo Yemen a Timor più di

114
35.000, un terzo dei quali soltanto per il periplo di una nazione-
continente-pianeta: l'India.

115
Il Cairo, andata e ritorno

Sotto un sole caldissimo che sembrava incendiare lo stretto


corridoio d'acqua tra le frontiere di quattro paesi: Arabia Saudita,
Giordania, Israele ed Egitto, il 15 maggio 1996 raggiungevo la
penisola egiziana del Sinai, a Taba. Quel giorno era il mio
compleanno, e non avrei potuto farmi una regalo migliore: da
allora, infatti, potevo dire di essere stato in tutti i continenti in
sella a una Vespa, e con la sola esclusione dell'Antartide, almeno
per il momento. Come avevo già fatto in due precedenti
occasioni, a Sumatra e nello Yukon canadese, festeggio questo
terzo genetliaco da centauro comprando una torta, in questo caso
una specie di marzapane trasudante miele, e piantandoci in mezzo
una candela con la linguella da dove escono le scintille
schiacciata nella pasta fresca, per soffiarci sopra un alito
immaginifico e farmi gli auguri da solo.
In tre giorni scarsi costeggio il versante orientale della
penisola del Sinai fino alla mecca del turismo di Sharm el
Sheikh, la risalgo lungo il Golfo di Suez fino a Ismailia e
attraverso il lungo tunnel che passa sotto il canale. Già, perché
dopo aver diviso l'Africa dall'Asia col bisturi di un canale, c'è
voluta la sutura di una galleria sotterranea per ricongiungerle.
Arrivo al Cairo verso il tramonto, con i cori dei muezzin che
si rincorrono dalle moschee e lo scivolare indolente delle feluche
sulle acque limacciose del Nilo; vado a colpo sicuro nelle
vicinanze del bazar di Khan al-Khalili, in una pensione ricavata
da un'antica casa di tufo con annessa una bettola che serve due o
tre piatti fissi per pranzo e cena, e una fila di decoratissime
shisha disposte davanti a una panca sempre piena di vecchietti

116
che fumano e ogni tanto lasciano cadere qualche parola
sonnolenta, mentre dal mangianastri a tutto volume arrivano le
canzoni accorate di Om Kalsun.
Saiima, la padrona dell'Al-Halwagry Hotel (l'ultima parola è
un po' pretenziosa per descriverne le reali condizioni), si ricorda
di me e mi fa grandi feste, facendo ballonzolare da un lato
all'altro della stanza i suoi fianchi enormi e ridendo in
continuazione, alzando al cielo le mani in gesto di sorpresa. Ero
stato da lei per la prima volta a vent'anni, quando ero scappato
dall'Italia con una ragazza di sedici: una romantica storia d'amore
osteggiata dai suoi genitori, con relativa Fuga in Egitto carica di
suggestioni, che mi era costata come previsto una denuncia per
sottrazione di minore e per plagio. Ero tornato altre tre volte nel
corso degli anni successivi, e adesso vi parcheggiavo davanti uno
scooter pieno di polvere e ascoltavo gli strilli gioiosi del suo
arabo sguaiato, aspirando le dolciastre emanazioni del wabli-
babla dai fornelli incandescenti degli avventori. La mattina dopo,
stabilito un contatto con Piaggio Egypt, vengo trasferito al
Mariott nel quartiere Zamalek, con aria condizionata, portieri in
livrea e fez, frigobar nella camera e una splendida vista sul Nilo;
ma per altre due volte nel corso della mia permanenza al Cairo
andrò a trovare Salima nella sua stamberga affumicata, dove mi
sento più a casa mia, e una notte non riuscirò a resistere alla
tentazione di dormire in una stanza al primo piano, quella piena
di ricordi e nostalgia in cui ero stato vent'anni prima con la mia
biondissima minorenne "sottratta", lasciando vuota la lussuosa
camera con vista a Zamalek.

117
Un pomeriggio in Vespa a Giza, sgattaiolando in prima tra le
piramidi di Cheope, Chefren e Micerino e fermandomi ogni
cinque minuti per scattare foto a raffica. Una volta mi siedo sulle
zampe della Sfinge per una posa con l'autoscatto; un'altra mi
fermo davanti a un egiziano ritto sul suo cammello bardato, che
in mezzo alle tre piramidi sullo sfondo e a me sorridente su Pinta
sembra formarne una quarta tutta sua, umano-animale-metallica.
In lontananza si dilata la foschia di una metropoli di 18 milioni
di abitanti, dove il nuovo, il nuovissimo, il vecchio e l'antico, il
retaggio di una mitica civiltà e le scansioni indolenti o concitate
del mondo islamico, l'opulenza di pochi e la povertà più o meno
sopportabile della maggioranza, sembrano convivere in una
specialissima "armonia" fatta di stridori e inaspettati angoli di
tranquillità, di modernissimi negozi Hi-Fi gomito a gomito con i
suonatori ambulanti di haud dalla forma di liuto, di tamburo e
strumenti a fiato lasciati dagli inglesi; bambini scalzi e con un
nugolo di mosche attorno agli occhi a succhiarne gli umori, che
giocano a palla davanti a un sofisticatissimo negozio di ottica o
alle colonne di marmo della Banque Misr.
E già all'indomani della "sessione fotografica" all'ombra delle
piramidi e della Sfinge arriva la prima brutta notizia:

118
all'ambasciata sudanese del Cairo mi dicono che, seppure sul mio
passaporto non figuri alcun visto d'Israele, l'essere entrato via
terra in Egitto dal confine di Taba significa aver attraversato
qualche chilometro di Neghev israeliano, aver passato qualche
dozzina di minuti in Israele, ed essere perciò infettato dal morbo
ebraico: ragion per cui, Mr. Butinalli, nella Repubblica del
Sudan non puoi entrare, neanche a pensarci. Indipendentemente
dalla presunta contaminazione sionistica, l'ingresso in Sudan
dall'Egitto era stata l'incognita maggiore, insieme a quella per
accedere in Birmania, pardon, Myanmar; il punto interrogativo
più grande nella pianificazione del viaggio a tavolino, prima
ancora che partissi dall'Italia.
Sapevo dell'impossibilità di andare via terra a Rangoon-
Yangon dalla Thailandia occidentale, e dell'estrema difficoltà di
raggiungere Kharthoum dal sud dell'Egitto, superate Assuan e
Wadi Halfa. Avevo anche ipotizzato un itinerario alternativo per
arrivare a Porth Sudan lungo la costa del Mar Rosso, e poi da lì
passare in Eritrea, che proprio in quegli anni stava vivendo un
periodo di effimera pace dopo una trentennale guerra fratricida e
la proclamazione dell'indipendenza. Comunque mi riservavo di
risolvere le difficoltà e i contrattempi che sicuramente ci
sarebbero stati per queste due nazioni una volta che fossi stato
davvero sul posto, a contatto diretto con gli impedimenti e i
bastoni tra le ruote, senza fasciarmi la testa prima ancora di
essere lì.
Queste quattro decadi di storia sono state per i sudanesi un
terribile, e spesso dimenticato dal mondo e dalle prime pagine dei
giornali, alternarsi di guerre civili, terrore, carestie e violazione
dei diritti umani, e hanno lasciato il paese con un debito estero di
tredici miliardi sterline, una cifra tre volte più grande del

119
prodotto interno lordo, in un'economia che registra il 90%
d'inflazione annua. Già dopo l'indipendenza dagli inglesi nel '56
erano cominciati gli scontri tra le due aree marcatamente distinte
di questo enorme paese, il più grande e tra i più poveri
dell'Africa: il sud a maggioranza cristiana e animista,
appartenente per più di un aspetto al cuore dell'Africa Nera, e il
nord quasi totalmente musulmano, gravitante nell'area del Mondo
Arabo: il Sudan era sprofondato in una guerra civile durata più di
diciassette anni. Nello scenario truculento di colpi di stato,
periodi di legge marziale, terrorismo religioso, guerre di potere e
isolamento internazionale, verso la metà degli anni ottanta un
quarto della popolazione sudanese fu vittima di una siccità che
portò i fragili equilibri economici della nazione sull'orlo della
bancarotta, provocando una carestia che costerà la vita a un
numero incalcolabile di persone, soprattutto tra i bambini in
tenera età e i neonati.
Le fotografie di questa tragedia sconvolsero per qualche
tempo l'opinione pubblica internazionale, ma furono presto
dimenticate dal cinismo di una memoria sempre a caccia di
novità, e passò quasi inosservato il fatto che nell'ottobre del '90 il
governo degli Stati Uniti sospendesse gli aiuti umanitari al
Sudan, i cui politici si erano apertamente schierati a favore
dell'Iraq durante la Guerra del golfo; che nel '91 bloccasse i
rifornimenti alimentari a più di 7 milioni di sudanesi minacciati
dalla fame e che nel '93 aggiungesse il Sudan alla lista degli stati
che supportano il terrorismo internazionale, con gli effetti
disastrosi che queste misure punitive ebbero sulla popolazione
civile, già così messa a dura prova e decimata dalla politica dei
suoi governanti e dalla carestia.

120
Dopo la puntata velleitaria e infruttuosa all'ambasciata
sudanese in Egitto, non ho alcun visto sul passaporto che mi
permetta di arrivare legalmente a Kharthoum, ma una buona dose
di cocciutaggine mi fa decidere di andare ugualmente a sud,
almeno fino al confine; poi si vedrà. E se anche non mi facessero
passare, come probabile, l'itinerario via terra dal confine nord del
Sudan alla non lontana Eritrea soffrirebbe del taglio di percorso
minore in termini di chilometri, tacitandomi la coscienza con il
contentino di un "Almeno ci ho provato! Lascio II Cairo
seguendo il corso del Nilo, in un traffico di veicoli molto
diradato e in alcuni tratti pressoché nullo: solo scassatissime
automobili egiziane, niente lussuosi autobus turistici o
fuoristrada affittati a stranieri; supero la città di Beni Suef e
prima di entrare nella periferia di Al Minya, 247 chilometri a sud
della capitale, vengo fermato da due jeep di militari che mi
"offrono" una scorta obbligatoria fino a Luxor, senza possibilità
di rifiuto da parte mia e senza avergliela richiesta. Una jeep
davanti e una dietro di me, alle quali verrà dato il cambio da altre
camionette ogni 20-30 chilometri lungo la strada, in una sorta di
staffetta con mobilitazione via radio dei posti di blocco della
zona. Per i successivi 500 chilometri, incapsulato da tanta
protezione, a volte me la ridevo senza sapere bene a cosa pensare,
altre sbuffavo sentendomi prigioniero, specialmente durante i
passaggi di testimone, quando una nuova auto della scorta
arrivava da chissà dove, magari con mezz'ora o più di ritardo dopo
averci lasciati tutti ad aspettare sotto il sole infernale. E io che
chiedevo di poter rinunciare alla protezione, che li pregavo di
farmi continuare da solo; e i militari che rispondevano: "Non si
può, sono gli ordini!".

121
La città di Al-Minya segna il punto d'ingresso nella regione
dell'Upper Egypt, l'Alto Egitto, che contrariamente a quanto
potrebbe far pensare il nome non sta a nord ma a sud del paese,
secondo la direzione in cui scorre il Nilo. Queste zone, negli
ultimi anni, non sono più considerate sicure a causa delle attività
terroristiche dei fondamentalisti islamici; i turisti sono ormai
rarissimi negli hotel, soprattutto ad Asyut, dove le prenotazioni
alberghiere e il giro d'affari relativo alla presenza di visitatori
erano scesi vertiginosamente dall'inizio dell'estate. Gli scriteriati
che come il sottoscritto si aggiravano qui con un veicolo proprio
(e per la verità non ne ho visti altri) non venivano rimandati
indietro al Cairo, cosa che sarebbe stata forse più logica, ma una
volta arrivati ad Al-Minya venivano forzosamente accompagnati
dai militari fino a Luxor e, cosa ancora più strana, del tutto gratis.
Un mese prima, il 18 aprile 1996, 18 turisti greci,
presumibilmente scambiati per israeliani, erano stati uccisi dal
Gruppo Islamico, e 21 erano rimasti feriti. Le operazioni
terroristiche contro civili e forze di sicurezza continuavano in
tutto il paese, ma specialmente intorno ad Al-Minya e Asyut: nei
primi mesi dell'anno, tra militanti islamici, civili e soldati
egiziani, 96 persone avevano perso la vita.
Al primo cambio-macchina, dalle parti di Mallawi, ricordo di
aver domandato abbastanza di malumore a un militare quanto
avessi dovuto pagare per il disturbo non richiesto, in una nazione
in cui la parola baksheesh, mancia o regalino, è tra le prime che
s'imparano e viene abitualmente usata per bilanciare ogni aiuto o
favore ricevuto. Ma lui sorridendo sotto un paio di baffoni color
pece aveva scosso la testa per farmi capire che: No, offre la casa.
Arrivati per la notte ad Asyut, i militari della scorta si ritirano in
una caserma per dormire, non prima però di avermi messo al

122
sicuro in un albergo gestito dal ministero del Turismo, da dove mi
vietano tassativamente di uscire, cosa che sarebbe stata comunque
difficile perché, ancora prima delle nove di sera, il pesante
cancello di ferro che dava sulla strada era già stato chiuso con un
grande dispendio di cigolii, come durante un coprifuoco. Il
pomeriggio successivo, se Dio vuole, arriviamo nella Tebe degli
antichi egizi, e i soldati mi comunicano che sono libero, che
posso andare dove e quando voglio, al Grande Tempio di Amon a
Karnak o al New Karnak Hotel, al Museo di Luxor o lungo la Via
delle Sfingi; anche sulla riva occidentale, per visitare le tombe
dei faraoni nella Valle dei Re, il Tempio di Hatshepsut, il
Ramesseum, i Colossi di Memnone, la Valle delle Regine, il
Tempio di Ramsete III... Questa dimensione vagamente
archeologica e turistica, nei tre giorni della mia permanenza in
città, sarà parecchio avvelenata dalle preoccupazioni riguardo
all'ingresso in Sudan, per il quale non nutro eccessive speranze se
non quelle aleatorie create dalla testardaggine e dalla voglia di
metterci il naso di persona, fin dove possibile.
Da Luxor, sempre costeggiando il Nilo, scendo ancora a sud e
arrivo ad Assuan, con l'idea di prendere un battello sul Lago
Nasser fino ad Abu Simbel e poi, chissà, fino a Wadi Halfa, la
prima cittadina sudanese al di là del confine, dopo aver
mercanteggiato in un modo o nell'altro una qualsiasi parvenza di
lasciapassare con il ricorso alla parola magica baksheesh. Avevo
fatto lo stesso tragitto in battello vent'anni prima, durante quella
fuga d'amore che dopo l'Egitto ci aveva portati in treno da Wadi
Halfa a Kharthoum e poi a Porth Sudan, da dove eravamo tornati
in Europa su un mercantile della Germania dell'Est carico di
noccioline, lavorando io come mozzo e lei come lavapiatti per
pagarci il passaggio.

123
Ricordavo ancora l'emozione fortissima alla vista dei colossi
di Abu Simbel di notte, con un faro stentato che li illuminava
dalla barca e ne rivelava la magnificenza tra pennellate di luci e di
ombre; noi eravamo abbracciati nei nostri galabja bianchi che
una brezza leggera gonfiava a suo piacimento, e ci sussurravamo
tra i capelli le promesse eterne di una vita insieme; che non c'è
stata.
Adesso invece, sulla Corniche el-Nil di Assuan, m'informano
che da qualche tempo il battello per Wadi Halfa ha sospeso il
servizio di linea a causa della situazione d'instabilità e di rischio
presente in Sudan, e non esiste il modo di arrivarci per quella via.
Mi consigliano comunque di ritornare a nord, e cercare a Suez un
cargo che navigando nelle acque del Mar Rosso mi possa portare
a Port Sudan. E il visto?, chiedo io. No problem: ne puoi
comprare uno falso dai sudanesi che lavorano nel porto di Suez;
fanno tutto loro, e per un centinaio di dollari ce l'hai perfetto, tale
e quale a quello uscito dall'ambasciata. Buono a sapersi.
Ringalluzzito da queste parole e con una nuova sferzata di
fiducia, ritorno a spron battuto lungo la stessa strada, sopporto
nuovamente lo stillicidio della staffetta dei veicoli di scorta tra
Luxor e Al-Minya, e in quattro giorni sono ancora al Cairo per
una notte nella bella camera al Mariott di Zamalek, questa volta a
mie spese perché i funzionari di Piaggio Egypt non sanno
nemmeno che mi trovi lì. Con una levataccia alle cinque di
mattina, per cercare di essere fuori dalla capitale quando ancora
non ci fosse stato troppo traffico, arrivo a Suez e comincio le mie
ricerche; ma è già sera da un pezzo quando decido di rimandare
tutto al giorno dopo, e sono ancora a mani vuote, sia per quanto
riguarda il cargo sia per il visto. Il venerdì successivo, dopo sei
giorni di mezzi sì e interi no, di barche che forse arrivano e poi

124
non arrivano più, o che forse partono e poi non partono mai; di
sudanesi che mi promettono di mettermi in contatto con certi
"loro amici" e poi spariscono nel nulla, e degli amici neanche
l'ombra; dopo una spola ininterrotta dalla mia stanza al porto e
dagli anfratti del porto al mio letto senza riuscire nemmeno a
dormire come si deve, mentre mi metto progressivamente la coda
tra le gambe e alla fine mi ritrovo sulla faccia una smorfia da cane
bastonato che ce l'ha con tutti e tutto; dopo sei giorni sono
ancora al punto di partenza, senza visto e senza trasporto, e Suez
diventa davvero insopportabile.
Finché una sera, parlando in una bettola sul mare con un
francese di mezza età che ha una bella cicatrice sulla fronte e
tutta l'aria di un veterano della legione straniera, riesco grazie a
lui a contattare una famiglia libanese specializzata in documenti
falsi, che in poche ore e per 150 dollari farà campeggiare sul mio
passaporto il timbro severo recante la scritta Jumhuriyat as-
Sudan, cioè Repubblica del Sudan. E soprattutto vengo a sapere
dell'esistenza di una terza alternativa, rischiosa ma non del tutto
impossibile, per entrare in Sudan di quei giorni: costeggiare il
Mar Rosso passando per Hurgada, Port Salaga, Quesir e Marsa
al'Alam, dove la strada costiera diventa brutta ma comunque
transitabile fino a Berenice, poi bruttissima e "forse" passabile
fino a Bi'r Shalatayn, anche se la carta della Kummerly+Frey che
ho con me la segnala come "strada dall'accesso negato". Poi
continuare, su un percorso apparentemente migliore, nella striscia
di territorio disputato tra Egitto e Sudan, segnata a righe rosa e
gialle sulla mappa, cioè come zona di nessuno e di tutti e due gli
stati insieme, e passare in Sudan a Ras Hadarba,
clandestinamente se non ci fosse posto di frontiera, con tutti i
crismi della regolarità datimi dal mio impeccabile visto falso se ci

125
fosse un controllo sul confine. Da Ras Hadarba, mi assicurano,
trovare una barca che mi trasporti a Port Sudan insieme allo
scooter è un gioco da ragazzi, previo il ricorso alla magia del
baksheesh; o forse c'è addirittura la possibilità di arrivarci via
terra, guerra civile permettendo; questo però non lo sanno di
preciso e non me lo possono assicurare.
Dopo la sosta forzata di una settimana a Suez mi sento in
vena di accumulare chilometri su chilometri, senza quasi degnare
di uno sguardo quello che mi circonda, soltanto per il gusto di
allontanarmi sempre di più dalle incertezze e dai dubbi che mi
avevano tenuto costante compagnia in quei giorni, anche se la
direzione presa porta ad altri punti interrogativi e ad altre
incognite. Un allontanarsi che ha il sapore della sfida, è pieno di
motivazioni, e sa regalarmi una buona dose di belligeranza
determinata, incurante delle difficoltà: una sensazione che ho
sempre amato e alla quale ogni volta ho trovato posto con
gratitudine. Con una tappa di dodici ore di guida pressoché no-
stop raggiungo Hurgada e mi addormento come un sasso in una
pensioncina persa tra i lussuosi alberghi semivuoti che proiettano
la loro ombra sulla spiaggia e le acque del Mar Rosso, contornate
dai profili irregolari delle montagne del Deserto Orientale.
Poi, senza seri intoppi, passo Port Sagafa e arrivo a Quesir,
una città medievale di 4000 abitanti, 140 chilometri a sud di
Hurgada.
Il manto stradale si deteriora sempre di più, e mi ci vogliono
quasi sei ore per percorrere gli altri 132 chilometri che portano a
Marsa al'Alam, dove riesco a ottenere dai militari un
lasciapassare per arrivare almeno fino a Berenice, altri 145
chilometri più a sud, per i quali mi ci vorrà una giornata intera.
Da lì in avanti non potrei più continuare, a meno di non ottenere

126
un altro permesso; ma divento sempre più ottimista a ogni
chilometro, e sono così sicuro di poter trovare un modo, più o
meno regolare, per proseguire, che la notte a Berenice passa
tranquillamente e senza troppi pensieri tra il fumo azzurrino di
una shisha, prima di mettermi a letto e dormire il sonno dei giusti
fino a tarda mattina.
Al risveglio mi preparo mentalmente per affrontare il tratto di
strada fino a Bi'r Shalatayn, che sarà sicuramente peggio di quelli
fatti finora, e che sulla carta stradale è marcato come pista o poco
più... Ma non avrò il tempo di constatarlo di persona, perché una
cinquantina di chilometri a sud di Berenice, davanti a tre
baracche circondate dal filo spinato e sotto un polverone di
sabbia che rende oscuro il cielo come in una moderna piaga
d'Egitto, cinque militari armati di tutto punto, con le facce
serissime e senza darmi il tempo di spiegare le mie ragioni o di
"trovare un modo", mi rimandano indietro indicandomi la
direzione con le canne delle mitragliette: e così addio Bi'r
Shalatayn e territorio disputato a strisce giallo-rosa; addio
passaggio in barca da Ras Hadarba e addio Port Sudan, alla
faccia del mio magnifico visto sul passaporto, così finto da
sembrare vero!
Cinque giorni più tardi sono di nuovo al Cairo, nella sala
passeggeri in partenza dall'aeroporto internazionale, e in meno di
due ore sorvolo tutto l'Egitto, che avevo attraversato a vuoto due
volte da nord a sud e altrettante da sud a nord nelle settimane
precedenti, alla ricerca di una via per Kharthoum o Port Sudan.
Guardo inebetito dal finestrino l'ocra delle dune del deserto della
Nubia e il turchese del mare, e pensando inviperito a Pinta
rimasta negli uffici della Piaggio Egypt in attesa di poter essere
spedita, e a chissà quando avrei potuto rivederla, atterro col

127
morale sotto i tacchi nell'aeroporto ancora in costruzione di
Asmara, in Eritrea.

128
Fine del mondo?

Le mie previsioni più pessimistiche alla vigilia del viaggio si


erano puntualmente avverate: Birmania e Sudan, che sapevo
essere i paesi più ermeticamente chiusi a un ingresso via terra e
per i quali, seppure tra gli sbalzi di umore e le improvvise
scariche di fiducia, in definitiva nutrivo poche speranze, sono
stati anche gli unici in cui non mi sia stato possibile portare le
ruote della Vespa, tra le ventitré nazioni attraverso le quali si è
snodato l'itinerario di questo Australia-Sudafrica. Benché in
Birmania ci sia stato a piedi, e le abbia provate tutte per quanto
riguarda il Sudan, che il mio tragitto avrebbe toccato soltanto a
nordest per una parte marginale della sua estensione, tra l'Egitto e
l'Eritrea.
Per un pomeriggio intero, nella pensione di Saiima, avevo
persino fantasticato sulla possibilità di aggirare le frontiere
sudanesi passando per la Libia, il Ciad, la Repubblica
Centrafricana, il nord dello Zaire (che ancora non si chiamava
Congo Democratico, con l'ironia un po' cinica di quel
"democratico") e l'Uganda fino a Kampala, da dove avrei potuto
entrare in Kenya e riprendere il cammino originale verso Città del
Capo. Ma anche la frontiera tra Libia e Ciad era chiusa in seguito
a una disputa territoriale tra il regime di Tripoli e quello di
N'Djamena, e il Ciad era ancora tagliato fuori dal mondo a causa
della lunghissima guerra civile che da anni stava sconvolgendo il
paese, anche se da qualche settimana cominciavano a giungere
notizie cautamente ottimistiche sulla base degli accordi di pace
firmati il 13 marzo, nella città gabonese di Franceville, da
quattordici gruppi di ribelli e dalle forze governative ciadiane: i

129
confini rimanevano intransitabili. E proprio in quei giorni la
situazione nella Repubblica Centrafricana era sprofondata nel
caos: bancarotta del regime al potere, ammutinamento dei militari
che il 18 maggio avevano catturato l'arsenale di Kisai e si erano
riversati per le strade, insurrezione armata che si era estesa a tutte
le province del paese. Ciad e Rcf: due attraversamenti idilliaci
per un viaggio in Vespa. La differenza, come sempre, sta proprio
qui: un conto è volare nelle capitali dei paesi cosiddetti difficili
durante i momenti di tensione, e trovarsi direttamente negli
aeroporti di Bangui o N'Djamena; un altro è andarci via terra con
un veicolo di cui sei alla guida, vuoi perché dalle frontiere non ti
fanno passare, vuoi perché nelle capitali non ci arriveresti
comunque... Senza contare le migliaia di chilometri sulle piste
del Sahara in Libia, i gruppi di guerriglieri nello Zaire e le
improvvise febbri rivoluzionarie o controrivoluzionarie
disseminate a piene mani in questo angolo del continente. Torna
a parziale onore della mia voglia di cose complicate l'aver
comunque considerato per qualche giorno l'ipotesi di aggirare il
Sudan, ingolfandomi in lunghe consultazioni delle carte stradali
e nelle varie ambasciate al Cairo, prima di salire mogio la scaletta
di un minuscolo aereo per Asmara; e ci torna meno parzialmente
il fatto che pochi anni dopo, nel corso della Worldwide Odyssey,
in Africa ci sia stato per tredici mesi di fila, abbia attraversato in
Vespa trenta nazioni diverse, la metà delle quali con gli stessi
problemi del Sudan, del Ciad o dell'allora Zaire; abbia arrancato
a spinta nel Sahara in Mauritania e mi sia trovato in mezzo a
colpi di stato e improvvise febbri rivoluzionarie o
controrivoluzionarie un mese sì e uno no.
Il 19 giugno arrivo ad Asmara, e l'atmosfera piacevole, il tono
vagamente easy-going e rilassato che sembra pervadere la città mi

130
riconcilia in parte con il disappunto provato nelle ultime notti
insonni tra le lenzuola egiziane, bucherellato dalle zanzare.
Parlare di piacevolezza in una nazione appena uscita da trent'anni
di conflitto armato, il più lungo di questo secolo nella polveriera
Africa, può sembrare perlomeno fuori luogo, tanto più che le
ferite della guerra erano ancora evidenti per le vie della capitale e
sui corpi martoriati delle persone che l'avevano combattuta,
insieme a quelle più paradossali della pace, come per esempio la
condizione di migliaia di eritrei che fino a poco tempo prima
erano impiegati nell'esercito e che ora si aggirano per la capitale
senza un'occupazione o la speranza più remota di trovarne una...
Ma per quanto fuori luogo e quasi incredibile, nell'estate del '96
Asmara sembra davvero una delle città più tranquille e vivibili di
tutto il continente, con i suoi boulevard all'occidentale contornati
da palme, l'interminabile schiera di bar e caffè che servono
cappuccini, vermut e sambuca dalle marche sconosciute; con i
vestiti dei suoi abitanti, che sembrano usciti da un film del
neorealismo italiano degli anni cinquanta e non avrebbero
stonato sui set di Ladri di Biciclette o di Miracolo a Milano.
Due anni più tardi sarebbe scoppiata una nuova guerra con
l'Etiopia.
Proprio la sera del mio arrivo la città è imbandierata per la
commemorazione dei caduti e dei martiri della liberazione, e un
corteo di decine di migliaia di eritrei sfila alla luce tremolante di
candeline, intonando canti sulla melodia aspra e ipnotica della
musica tigrinya, accompagnando con battiti di mani le danze per
Libération avenue, sotto la bella cattedrale edificata quando
l'Eritrea era una colonia non dell'Etiopia e della dittatura di Hailé
Selassiè e di Menghistu poi, ma degli italiani che avevano
consolidato il loro dominio in questa parte del Corno d'Africa

131
dalla penultima decade dell'Ottocento, e vi erano rimasti fino al
1941. In sessant'anni di presenza nel paese non sembrano aver
lasciato un ricordo negativo, per quanto possano essere poco
negative le memorie associate a qualsiasi regime coloniale. Il
governo italiano aveva costruito arterie di comunicazione stradale
e ferroviaria, fabbriche e porti, e dato un grande incentivo
all'agricoltura locale, che prima d'allora era pressoché inesistente.
In effetti, a ben guardare, è opinabile che l'Italia, a differenza di
ogni altra potenza coloniale, abbia tratto un netto beneficio dai
suoi investimenti in Eritrea. "Gli italiani hanno fatto Asmara, le
strade e le scuole. Italiani brava gente! " ti dice ancora qualche
vecchietto sorseggiando il suo bicchiere seduto ai tavolini
all'aperto, in un italiano quasi perfetto, come del resto quello
della maggior parte degli abitanti di Asmara, che ancora parla
bene la lingua di questi anomali coloni "brava gente".
Pinta arriverà dal Cairo, imballata in una cassa di legno e
parecchio smontata come al solito, con un ritardo considerevole
rispetto alla data in cui avrebbe dovuto essere spedita dagli amici
di Piaggio Egypt, per una serie di problemi burocratico-tecnici
che l'avevano immobilizzata alla dogana egiziana. Ma
stranamente l'attesa di dieci giorni non pesa più di tanto, non mi
comunica la solita insopportabile impazienza e la fregola di
essere in sella, due sensazioni che ormai conoscevo bene ed
erano state estremamente fastidiose in circostanze analoghe, in
altre parti del mondo. Me ne rimango calmo a passeggiare per la
città, incontro gente, vengo invitato a tre matrimoni e a molte più
serate per il caffè, la cui preparazione ha per gli eritrei le
scansioni di una ritualità; conosco Frewini, una ragazza che
lavora come segretaria al Centro italiano e durante le cene a lume
di candela mi racconta dei suoi genitori e di suo fratello più

132
grande, tutti morti durante le offensive degli etiopi, con un dolore
smorzato dal tempo e una dignità orgogliosa nella voce per il suo
popolo che ha vinto una guerra che sulla carta doveva essere
persa in partenza. "Gli americani hanno aiutato l'imperatore Hailé
Selassiè fino al '62; poi i russi hanno aiutato Menghistu, che
aveva uno degli eserciti più forti dell'Africa: e noi da soli contro
tutti, con quattro armi, le donne che combattevano come gli
uomini e le montagne per nasconderci." Sulla sua Seicento color
sedano, piena di ammaccature, mi porta a trovare dei parenti a
Massawa, destreggiandosi per ore tra i tornanti a serpentina su
precipizi che mi facevano trattenere il fiato, così concentrata nella
guida da sudare impercettibilmente e da tenere molto spesso,
senza accorgersene, la punta della lingua di lato tra le labbra,
come uno scolaretto alle prese con un esercizio particolarmente
difficile. Poi viene con me per una breve escursione in barca nelle
isole dell'Arcipelago Dhalak, per passare interi pomeriggi con
maschera e boccaglio a scrutare i coralli sui meravigliosi fondali
del Mar Rosso, o per cuocere sotto il sole sdraiati sulla sabbia,
con una temperatura che sfiora i quarantatré gradi.
Quando finalmente arriva la Vespa, Frewini organizza con i
suoi amici una cena di "Buon viaggio" nel piccolo giardino della
sua casa, io ripeto come un mantra "yakanielle", cioè grazie, e le
poche altre parole di tigrinya che avevo imparato in quei giorni;
brindiamo con una bottiglia di Ferrari che chissà come era stata
trovata sugli scaffali mezzi vuoti del supermarket di fronte alla
cattedrale, e all'alba della mattina successiva, dopo un lungo
abbraccio a Frewini che tra il sipario delle sue mille treccine
davanti agli occhi non riesce a nascondere il luccichio di una
lacrima che la fa arrabbiare, ingrano la prima e parto da Asmara

133
in direzione di Dekemhare e Senafe, l'ultimo villaggio eritreo al
confine con l'Etiopia.
Dopo formalità doganali sorprendentemente sbrigative sia al
gabbiotto di zinco che funge da posto di frontiera eritreo sia a
quello di legno e mattoncini dell'Immigration etiope, supero
Adigrat e procedo nella provincia del Tigré in direzione della
capitale Addis Abeba, distante ancora più di 1000 chilometri di
un altopiano che si mantiene a un'altezza media di 2000-2500
metri sul livello del mare, ma che in alcuni punti arriva a sfiorare
i 4000. Pochini se ripenso ai 5100 raggiunti sulle Ande boliviane
neanche due anni prima, ma comunque di tutto rispetto quando si
è seduti sulla sella di uno scooter. In soli tre giorni archivio 315
chilometri di sterrato sulle montagne tra la Macallè d'italiana
memoria e Waldya; mi lascio alle spalle Dese e alcuni villaggi
senza nome i cui abitanti avevano regolarmente in spalla
kalashnikov e fucili a canna lunga, ma a differenza di quanto
avveniva in Beluchistan, anche sorrisi "disarmanti" tra le labbra, e
una curiosità esuberante che ti faceva rivolgere le domande più
astruse, perlomeno dopo un'iniziale diffidenza in cui venivi
scrutato dalla testa ai piedi. Ricordo che una mattina di nebbia e
nuvole basse a sfaldarsi tra la vegetazione come zucchero filato,
subito dopo essere partito da Dese, per la prima volta avevo visto
davanti a me diverse persone sedute placidamente in mezzo alla
strada a chiacchierare pulendosi i denti con un bastoncino,
avvolte in coperte da cui spuntavano i caricatori, le cartucciere e
le canne delle loro armi, fumando sigarette che si facevano
passare l'un l'altro e sorseggiando caffè da una fiaschetta di
terracotta a forma di ampolla. Sentendomi arrivare si alzano di
scatto e rimangono immobili, bloccando il passaggio; senza
lasciarmi immaginare nulla delle loro intenzioni. È in attimi come

134
questi che devi decidere il più in fretta possibile cosa fare, e
preferibilmente decidere la cosa migliore. In questo caso c'erano
solo due scelte: o tornare indietro, o continuare. Rallento fin
quasi a fermarmi, e rimango a guardarli a un centinaio di metri di
distanza. Avevano l'aria di un'improbabile Armata Brancaleone o
di uno scalcinato manipolo di disertori in fuga, ma forse erano
semplicemente gli uomini di un villaggio vicino in un attimo di
pausa prima di riprendere il lavoro nei campi o la cura del loro
gregge di pecore magrissime; avrebbero potuto aggredirmi
indisturbati o lasciarmi passare, magari dopo avermi offerto un
tiro di sigaretta o un goccio di caffè: ancora non lo sapevo.
Lentamente mi avvicino e spengo il motore; metto la Vespa sul
cavalletto, dico: "Denaneh?", come va?, in amarico, già imparato
insieme al canonico "grazie": amasaganelle. Non rispondono, ma
dopo qualche istante mi regalano il primo dei loro sorrisi, che
giunge inaspettato come un regalo sulla faccia poco rassicurante
che me lo rivolge di punto in bianco. E per almeno mezz'ora ogni
cosa fornisce lo spunto per domande, stupore, incredulità: la
carta stradale, che viene vivisezionata con gli sguardi alla ricerca
di nomi familiari; la macchina fotografica, che provoca un moto
di genuina sorpresa quando il flash scatta in alto da solo e
illumina di luce propria il nostro gruppetto in posa. C'era stato
anche un telegrafico attimo di tensione, quando avevo tolto il
cavalletto pieghevole dallo zaino: vedendo qualcosa di metallico
far capolino da una custodia, uno di loro aveva istintivamente
messo mano al suo fucile, per un riflesso condizionato, forse
credendo che avessi voluto estrarre una mitraglietta o chissà cosa.
Conservo ancora una fotografia goliardica in cui le canne di due
fucili sono puntate a una spanna dalle mie tempie, con il ghigno
dei due presunti assalitori studiatamente truce e la mia faccia a

135
bocca aperta in un terrore da melodramma, reso ancora più
credibile dal vento che mi rizzava i capelli sulla testa.

Per giorni interi mangio soltanto njera col wat, un pane


fermentato e spugnoso con dei pezzettini di carne in un sugo
piccante e qualche volta della verdura: la versione etiope dello
zighinì eritreo; dormo in camere che mai costavano più di
quindici birr a notte (ce ne volevano nove per fare un dollaro
americano); e dopo aver venduto con rammarico la chitarra, un
walkman della Sony e gli scarponi da viaggio, per continuare con
dei sandali da fraticello, arrivo ad Addis Abeba con in tasca un
biglietto unto e bisunto da cinque birr, tutta la mia fortuna.
Mi precipito subito nella banca di piazza Menelik II, dove da
una settimana stavano sonnecchiando 1000 dollari ricevuti
dall'Italia. Era andata così: ad Asmara, sapendo che in Eritrea e in
Etiopia una carta di credito aveva lo stesso valore di un pezzetto
di plastica, e non si poteva ricevere cash advance né pagare un
albergo, mi ero fatto mandare del contante dall'Italia, tramite
un'agenzia di trasferimento celere di valuta. Con una
sollecitudine encomiabile mio padre, dopo essere ritornato

136
dall'agenzia e aver sbrigato la pratica, mi comunica per telefono il
codice del trasferimento, e mi dà un numero di Asmara al quale
devo chiamare e chiedere delucidazioni sul ritiro dei soldi, che
dovrebbero essere già arrivati in tempo reale nella capitale eritrea.
Io chiamo, e risponde Addis Abeba. I soldi sono lì, ma ci sono
1000 chilometri di mezzo per andarseli a prendere.
"E non potreste inviarli ad Asmara?"
"No, con l'Eritrea non abbiamo più alcun rapporto
commerciale. "
"Allora cosa faccio?"
"Faccia quello che vuole: i soldi li possiamo tenere qui per un
mese, oppure cancellare la transazione."
"Ah... E la vostra compagnia proprio non opera in Eritrea?"
"Le ho già detto di no! "
"Allora me li tenga pure lì, prima o poi passerò a prenderli."
Per un attimo mi figuro la faccetta di certo non molto sveglia di
un'impiegata che dall'agenzia in Italia, quasi nemmeno fosse
esistita la tragedia di trent'anni di guerra fratricida per la
secessione dall'Etiopia e la creazione di uno stato indipendente,
avrà sicuramente pensato a cuor leggero che Addis Abeba fosse
ancora la capitale di... Asmara! Così mi metto in cammino per
quei 1057 chilometri con un unico biglietto superstite da dieci
dollari più venticinque birr (in quel momento l'Eritrea non aveva
ancora una propria moneta, e usava quella etiope come prima
dell'indipendenza), cioè all'incirca altri due dollari e sessanta
centesimi. Frewini mi avrebbe di certo aiutato, se soltanto
l'avesse saputo; ma mi ero guardato bene dal farglielo sapere, e
con il sacrificio di poche cose voluttuarie ad Addis Abeba ci ero
arrivato lo stesso.

137
Da lì in avanti (nell'Etiopia meridionale, in Kenya, in
Tanzania e a Zanzibar, in Malawi, Mozambico, Swaziland e
lungo la costa orientale del Sudafrica fino a Città del Capo)
seguirò per oltre 15.000 chilometri, da nord a sud, un itinerario
quasi identico a quello che tra l'inizio d'agosto e la fine di
novembre del '99 percorrerò nella direzione contraria in uno dei
tratti africani del viaggio verso la Tasmania.
Il 2 settembre 1996, sotto la stessa, immutabile pioggia
torrenziale che aveva salutato la partenza da Melbourne, un anno
esatto e 52.400 chilometri prima, arrivavo a Città del Capo
"scortato" da oltre trenta vespisti che mi erano venuti incontro a
un centinaio di chilometri dalla linea di traguardo; e davanti agli
obiettivi pieni di ditate di due o tre televisioni locali, ai
giornalisti e a una piccola folla di curiosi, mi resi subito conto
che dovevo fare grandi sforzi per sembrare allegro e atteggiare la
faccia a un'espressione soddisfatta e fiera da: "I made it, I made
it!" rispondendo alle domande dei reporter sudafricani; in realtà
non ero allegro per niente, un po' perché intuivo a pelle che la
mia carriera di vespista di lungo raggio difficilmente avrebbe
potuto avere, dopo quell'arrivo a Città del Capo, un'altra
destinazione verso cui indirizzare le ruote, e un po' anche perché
la malinconica sindrome dell'arrivo sembrava già essermi
diventata stranamente familiare, e si ripeteva tale e quale ogni
volta, fosse nella piazza centrale di Saigon o sul lungomare di
Ushuaia, o come adesso a un tiro di schioppo dal Capo di Buona
Speranza.
Avevo già attraversato i cinque continenti, avevo già percorso
più di 110.000 chilometri in cinquantanove nazioni, avevo già
fatto abbondantemente il giro del mondo in tre viaggi; dove altro
potevo andare se non sulla Luna, come spesso mi ero sentito

138
dire? In Vespa sulla Luna, why not? Sapevo soltanto di non
averne ancora abbastanza, di non aver ancora raggiunto quella
pace dei sensi che invece, dopo più di 900 giorni complessivi
passati a stretto contatto con uno scooter e tutte le migliaia di
chilometri macinati, secondo ogni pronostico avrebbe dovuto
accompagnare la fine di quel terzo raid, e mandarmi felicemente
in pensione. D'altra parte, ero perfettamente consapevole che un
secondo giro del mondo sarebbe stato una sorta di doppione,
benché in teoria si possano fare molti giri del mondo senza
ripercorrere gli stessi itinerari, e la Terra possa essere sbucciata
né più né meno come un'arancia, soltanto cambiando latitudini e
percorsi. E poi: la stessa espressione "giro del mondo" è un po'
pretenziosa e non molto rispondente alla realtà, quando si
riferisce a una motocicletta che cammina e che, per forza di cose,
non può attraversare on the road né l'Oceano Pacifico, né
l'Atlantico né quello Indiano, cioè almeno i due terzi di un
tracciato che preveda il completamento della circonferenza
terrestre, a qualunque latitudine lo si immagini.
Prima di andare a dormire diedi ancora un'occhiata alla
mappa del mondo pacific centred, cioè con l'Australia e il Sudest
asiatico nel mezzo, l'Europa e l'Africa a sinistra e le Americhe a
destra, che avevo comprato a Sydney e sulla quale avevo segnato
con pennarelli dai colori diversi i due itinerari percorsi in
precedenza e quello completato quel giorno. Scrissi un
malinconico "2 settembre" sotto il minuscolo nome di Città del
Capo, e dopo aver spento la luce mi buttai sul letto con un nido
di pensieri confusi a ronzarmi in testa, insieme a dei flash di
viaggio che formicolavano con i loro colori nel buio compatto,
apparentemente senza logica interna, accavallandosi a caso gli
uni agli altri; ma non riuscii a chiudere occhio. Provai a contare

139
le pecorelle, a infilarmi un paio di jeans e scendere al bar
dell'albergo per bere una birra; telefonai a un'amica in Italia, mi
misi a leggere un capitolo dei Buddenbrook, senza riuscire a
concentrarmi su una sola frase; mi ributtai vestito sul letto, mi
spogliai di nuovo e feci una doccia. Finché, verso le tre di notte,
zac!... ecco l'idea... ecco il prossimo viaggio! Mi precipitai
davanti alla piccola scrivania e cominciai a guardare come
inebetito le sagome frastagliate dei continenti, divise tra loro da
tre oceani, sì; ma anche unite in un'enorme massa di terra emersa
da alcuni "ponti naturali" come lo Stretto di Bering tra l'Alaska e
la Siberia, quello di Gibilterra tra la Spagna e il Marocco, il
Golfo di Aden tra Gibuti e lo Yemen, lo Stretto di Hormuz tra gli
Emirati Arabi e l'Iran, le isole indonesiane fino all'Australia! Era
possibile andare dalla Terra del Fuoco alla Tasmania
attraversando soltanto tratti infinitesimali d'acqua, era possibile
congiungere i cinque continenti via terra smontando dalla sella in
pochissime occasioni, e per una percentuale di chilometri
bassissima rispetto all'intera economia del percorso. Calcolai
subito, sulla base del chilometraggio e della tempistica dei tre
viaggi effettuati, che non sarebbero stati meno di 140-150.000
chilometri, che avrei impiegato grosso modo tre anni, se non di
più, per coprire quella distanza, e che avrei attraversato almeno
ottantacinque o novanta paesi diversi, a seconda dei cambiamenti
d'itinerario e delle deviazioni impostisi strada facendo per
aggirare le difficoltà impreviste all'inizio: frontiere che al
momento erano aperte ma che tra qualche anno avrebbero potuto
essere sbarrate, nazioni che al momento erano in pace ma che tra
pochi mesi avrebbero potuto esplodere come bombe, o nazioni
che adesso erano in guerra ma che nel futuro avrebbero potuto
ritornare alla normalità. Tra l'altro, mi piacque molto l'idea di

140
congiungere tra loro due isole, la Terra del Fuoco e la Tasmania,
con tutta quella strada da percorrere senza oceani tra le ruote.
Mi rivestii in preda a una piacevolissima agitazione, scesi per
strada con le suole delle scarpe che sembravano non toccare
l'asfalto, mi rintanai nel primo bar ancora aperto e davanti alla
schiuma di una nuova birra lanciai quasi senza accorgermene un
"Tat tat taaaat!" lunghissimo e straziante contro il soffitto,
facendo sfrecciare in aria un pugno teso nel silenzio calato come
una cappa di piombo tra i pochi avventori con i gomiti appoggiati
sul banco.
Poi ci misi almeno cinque minuti per spiegare a un poliziotto,
apparso come per incanto davanti alla porta, che non ero ubriaco,
né matto, né tantomeno pericoloso: soltanto felice.

141
2.

ON THE ROAD AGAIN


'97-'98
Preparativi

Pochi giorni più tardi ritornavo in Italia; aprivo la porta di


una casa che era stata chiusa per tutto quel tempo, toglievo
qualche ragnatela agli angoli dei muri, mi guardavo intorno
abbastanza perplesso e poi uscivo a fare un po' di spesa,
incontrando per strada persone che non vedevo da oltre un anno e
che di lì a qualche mese, se tutto fosse andato per il verso giusto,
mi sarei preparato a lasciare di nuovo, e per un periodo tre volte
più lungo. Nei giorni seguenti, agli amici che sorridendo mi
chiedevano: "Adesso basta, eh?", alcuni con bonomia e
sinceramente contenti per quella che immaginavano fosse la mia
realizzazione, e che in parte lo era, altri con un pizzico d'invidia
che il sorriso invece di mascherare rendeva ancora più palese,
potei mostrare, sorridendo con loro, il tratto serpeggiante di una
linea nera che si snodava sinuosa dal Cile alla Tasmania, e sulla
carta faceva sembrare sconfinato un mondo che invece, basta
incontrare qualcuno dove non ci si aspetta di trovarlo, non si
esita a definire "piccolo". Il Belgio in effetti non era più grande di
una lenticchia, l'Australia aveva la forma e le dimensioni di un
pugno chiuso, l'India quella di un cuoricino di gallina squartata,
la macchia gialla della Russia era sì di gran lunga la più grande,
ma non arrivava a misurare due spanne; l'Argentina e il Cile
sembravano la proboscide arricciata di un elefante in miniatura, il
lunghissimo Marocco non era più lungo di un pollice teso... ma

142
la linea nera che attraversava tutto, sulla mappa centrata al
Pacifico, in cui un centimetro equivaleva a 300 chilometri
contorcendosi a volte su se stessa o seguendo per lunghi tratti le
coste, perdendosi all'interno di chiazze di colore diverso o
contornando brevi appendici che si spingevano nell'azzurro
chiaro degli oceani, faceva sembrare enorme il concetto stesso del
mondo, amplificava i frammenti policromi e bidimensionali di cui
era composto, per amalgamarli in una totalità che non era
soltanto la somma delle sue parti ma un qualcosa di più, che
sfuggiva alla percezione nello stesso istante in cui veniva
percepita, con le stesse dinamiche di un messaggio di pubblicità
subliminale. Era il progetto più ambizioso a cui avessi mai
pensato da quando la Vespa di Wayan era entrata nella mia vita,
era la degna conclusione prima del "pensionamento", e la
destinazione Luna poteva aspettare un altro po', c'era ancora tanta
Terra prima di appendere al chiodo, metaforicamente, una Santa
Maria che per il momento nemmeno avevo visto.
Durante i mesi successivi fui impegnato nella stesura di due
libri, un resoconto scritto del primo viaggio da Roma a Saigon e
un diario di bordo fotografico con più di quattrocento immagini,
che descriveva per aree geografiche i cinquantanove paesi
attraversati fino a quel momento; ma non credo sia passato un
solo giorno, mentre me ne stavo per ore davanti alla tastiera di un
computer o a una scrivania piena di negativi in un ufficio grafico,
senza che abbia pensato anche solo per un attimo al mio progetto
di cinque continenti via terra, e letteralmente, ogni volta, non
stavo più nella pelle all'idea di poterlo prima o poi tradurre in
realtà, di poter partire dalla Terra del Fuoco non più tardi della
metà di ottobre del 1997 e arrivare a Hobart in Tasmania
all'incirca nel novembre del 2000. Ancora non potevo sapere del

143
ritardo di oltre sette mesi che avrei accumulato durante il viaggio,
e che a Hobart ci sarei arrivato soltanto nel maggio del 2001; ma
già quelle due date, "1997-2000", mi parevano esprimere un lasso
di tempo incommensurabile, proiettare il punto d'arrivo ad anni
luce di distanza da quello di partenza e circoscrivere un'intera vita
dentro di esse, non solo una tappa come le altre in un percorso
esistenziale o una parentesi che si apre e poi è destinata a
chiudersi, come quella del servizio militare o di un corso di
laurea.
Nonostante la voglia di partire al più presto, c'erano da
rispettare delle scansioni climatiche ben precise, e l'itinerario
doveva essere ritmato con le stagioni più adatte, per cercare di
essere nel posto giusto nel momento meno sbagliato (l'Alaska o la
Siberia d'inverno, con un veicolo scoperto, non devono essere
molto piacevoli). Ottobre, cioè l'inizio dell'estate australe, era un
buona data per partire dall'estremo sud del mondo, dall'ultima
propaggine di terra abitata prima dell'Antartide, e contare di
raggiungere l'Alaska all'inizio di maggio dell'anno successivo,
avendo così almeno quattro mesi estivi per attraversare con
condizioni meteorologiche decenti la Siberia fino agli Urali e alla
Russia europea. Poi ci sarebbe stato l'inverno in Europa, diciamo
dalle repubbliche baltiche alla Spagna; ma visto che almeno per
una volta una stagione sbagliata avrei dovuto trovarla, allora
meglio Budapest con tre gradi sottozero che Novosibirsk con
trentacinque. A parte il fatto che per la Siberia, con una moto,
non c'erano alternative: o d'estate o forget it!
Le cose da organizzare, del resto, non erano poche, e almeno
tre mesi interi volarono quasi senza che me ne accorgessi tra
trafile burocratiche per ottenere i vari documenti, i visti e i
permessi; per i contatti con gli sponsor, le iniziative pubblicitarie,

144
i ritardi e i contrattempi, le telefonate, gli appuntamenti, i fax, le
e-mail, gli andirivieni tra Roma e Milano, tra Pontedera e Torino
e Firenze, e poi di corsa di nuovo a Roma, e poi ancora a Milano
o Firenze nell'arco di poche ore. Tanto che alla fine, dopo quelle
settimane di stress continuo, di mani che avevano preso a tremare
per troppi caffè di giorno e troppo poco sonno di notte, davvero
non vedevo l'ora di arrivare a Ushuaia e di montare in sella per
iniziare una volta per tutte questa Worldwide Odyssey, così
almeno mi sarei riposato un po'. Anche per i tre viaggi effettuati
in precedenza, dal '92 al '96, la fase organizzativa non era stata
all'acqua di rose, e aveva comportato un impegno di volta in volta
pari alla durata e al chilometraggio di ogni singolo raid. Mai però
mi aveva portato sull'orlo di una crisi di nervi come in questa
occasione; mai mi aveva regalato due occhi da psicopatico, da
serial-scooterist come quelli che mi ritrovavo in quei mesi,
mentre mi scapicollavo da un ufficio all'altro con le mani piene di
scartafacci e l'agendina traboccante di numeri telefonici e
annotazioni sulle cose ancora da fare, con questo "ancora" che
sembrava non finire mai, nemmeno quando la partenza vera e
propria distava ormai solo una manciata di ore.
Per viaggi così lunghi a latitudini così diverse,
l'equipaggiamento dovrebbe essere mirato e scelto con cognizione
di causa, anche se nel mio caso persiste quell'atteggiamento
d'improvvisazione che, come ho già detto, mi fa trasportare per
decine di migliaia di chilometri una chitarra invece di cose più
utili come una bomboletta spray per gonfiare le gomme o una
torcia, una valigetta di pronto soccorso o un coltello svizzero a
più lame. A quest'innocua sprovvedutezza, che strada facendo era
diventata quasi un vezzo personale e una misura scaramantica,
supplivo in parte avendo nel mio bagaglio un computer provvisto

145
di modem, una digitai camera insieme al corredo fotografico più
tradizionale, un set di carte stradali sempre impeccabili, le
migliori che si potessero trovare in commercio, parecchi libri-
guida sui paesi da attraversare e... una dozzina di musicassette di
Stravinskij e di vecchi Pink Floyd per tenermi un po' di
compagnia in aree desolate e monotone da attraversare. Per
quanto riguarda i documenti, insieme a un passaporto,
possibilmente nuovo di zecca e nel formato a quarantotto pagine,
alla patente internazionale da rinnovare ogni anno e al libretto di
circolazione con validità per l'estero, è indispensabile un carnet
di passaggio in dogana, che è un po' il passaporto del veicolo e
anch'esso è rinnovabile annualmente: i suoi fogli devono essere
timbrati all'entrata e all'uscita dai vari stati, né più né meno come
quelli di un documento d'identità personale. Benché qualcuno
sostenga il contrario, un libretto sanitario internazionale e un
certificato comprovante le vaccinazioni fatte (cioè nessuna, per
quanto mi riguarda) non sono obbligatori in alcun paese africano,
asiatico 0 sudamericano: a me non è mai stato chiesto di mostrare
né l'uno né l'altro, tranne in Senegal e in Angola, ma in quei casi
la preoccupazione delle autorità di confine era quella di spillarmi
qualche soldo aggrappandosi alla mancanza di libretto giallo, non
certo quella di tutelare la sanità del loro paese o la mia.
La voce abbigliamento è sempre stata liquidata da due paia di
jeans, qualche camicia, dei maglioni e una giacca a vento; ma se
avessi voluto portarmi una tuta termica, degli stivali da
motociclista, una fascia elastica, dei guanti, una tuta in pelle
rinforzata nei punti strategici e un giubbotto di goretex sono
certo che nessuno me l'avrebbe impedito. Come del resto avrei
potuto corredarmi di un Gps o di un telefono satellitare, così due
anni più tardi, mentre i ribelli del Congo mi stavano buttando in

146
una cella con la punta gelida di un kalashnikov piantata negli
occhi, avrei potuto telefonare in Italia per chiedere aiuto e
consigli! Anche una semplice bussola non ha mai fatto parte della
mia forma mentis, e mi sono sempre dimenticato di averla con me
o di imparare a usarla; figuriamoci allora un Gps o un
satellitare... Fermo restando che ognuno si organizza i suoi viaggi
come vuole, e una forma mentis vale l'altra.
Il 28 ottobre 1997, nella sala partenze dell'aeroporto di
Linate, dopo aver abbracciato forte alcune persone ed essermi
persino lasciato sfuggire dalle labbra un "A presto" che non aveva
alcuna rispondenza alla realtà, salgo la scaletta di un aereo diretto
prima a San Paolo, poi a Buenos Aires e Ushuaia, dove tra
qualche giorno ritroverò Santa Maria arrivata nel frattempo
dall'Italia, e che fino ad allora avevo visto soltanto poche decine
di minuti a Pontedera in occasione di un servizio fotografico,
prima che venisse imballata in una cassa di legno e ritirata dalla
fabbrica. Adesso che tutto è pronto, anche se con due settimane
di ritardo rispetto a quanto avevo preventivato; adesso che i
bagagli e i documenti sono preparati e l'incubo di un ulteriore
ritardo è fugato una volta per tutte; adesso che posso camminare
tranquillamente verso l'aereo pronto per il decollo, accarezzando
di tanto in tanto il biglietto per Ushuaia che tengo in un taschino
proprio sopra il cuore, come un feticcio di buon auspicio, adesso
posso finalmente smettere di pensare ai fax e ai contrattempi, alla
spola schizofrenica tra Roma e Milano, ai visti e ai contratti con
gli sponsor, alle notti frenetiche davanti a una tastiera e alle
trafile burocratiche per i permessi, e concentrarmi a occhi
socchiusi sulle meraviglie o sui disagi, sulle emozioni e sulla
pelle d'oca, sulle piacevolezze o sui problemi, sui rischi o sui
begli incontri che sicuramente ci saranno in Messico o a

147
Zanzibar, a Singapore o a San Pietroburgo, in Brasile o nello
Yemen.
Buon viaggio, Mr. Vespa; e che Allah, Vishnu, Buddha,
Cristo, Confucio, Manitù, Auro-Mazda e Maometto siano con te;
ci rivediamo nel 2000 (che poi sarà 2001). E chissà mai che una
volta arrivato in Tasmania non ci sia più la minima traccia di
malinconia, ma solo la gioia profonda derivante dalla
consapevolezza di un "Missione compiuta!"; chissà mai che non
arrivi davvero il momento di smetterla di girare per il mondo con
uno scooter, e di corteggiare il fascino discreto della stanzialità;
di avere un moglie e una famiglia, di considerare chiuso un
capitolo in movimento e senza fissa dimora mentale, per iniziarne
un altro con meno spostamenti, e forse più appagante; chissà!
A parte il fatto che l'idea per un quinto viaggio ce l'avevo già,
prima ancora di salire la scaletta dell'aereo e iniziare il quarto. E
non dico sulla Luna, ma qui, da noi.

148
Pa-ta-go-nia

Una leggenda, tra le molte che narrano della creazione del


mondo, dice che quando Dio ebbe finito di formare i cinque
continenti principali, starnutì spruzzando dalle labbra alcune
gocce di saliva: da quello sputo casuale caduto sul globo
terracqueo si originò la catena contorta e frastagliata delle isole
che formano la Terra del Fuoco, un arcipelago di 76.000
chilometri quadrati circondato dalle acque turbolente
dell'Atlantico meridionale, da quelle più orientali dell'Oceano
Pacifico e dallo stretto che lo separa dall'estremità sud della
Patagonia continentale; un arcipelago che lo stesso Magellano
definì "una landa irrigidita dal freddo eterno" e a proposito del
quale uno studioso scozzese del secolo scorso, descrivendone sul
posto le tempeste incessanti e le lunghe notti invernali, mandò un
telegramma a Buenos Aires dicendo: "Vorrei che Dio non avesse
mai sputato! ". Charles Darwin, quando vide gli indiani yaghan
che abitavano le rive rocciose del canale in seguito chiamato
Beagle, dal nome della nave inglese di cui era a bordo nel 1828,
dubitò perfino della loro appartenenza alla razza umana, e
probabilmente alcune osservazioni sugli yaghan confluirono poi
nell'Origine delle specie, a proposito della teoria di un "anello
mancante" nella catena dell'evoluzione dell'Uomo. Dalle cronache
dei primissimi esploratori e di quelli che l'avevano visitata in
tempi più recenti, la Terra del Fuoco emergeva inevitabilmente
come un luogo inospitale e desolato, dalle acque gelide e
pericolose, abitato da selvaggi cannibali.
Il nome sembra quasi contraddittorio se si pensa alla sua
collocazione geografica vicino all'Antartide e al rigore delle sue

149
temperature, per gran parte dell'anno sotto lo zero, ma qui
l'etimologia è un'altra, e naturalmente non ha nulla a che fare con
climi torridi e solleoni cocenti: le originarie tribù degli ona e
degli haush, degli yaghan e degli alacaluf, discendenti dai popoli
asiatici che avevano attraversato lo Stretto di Bering durante
l'ultima glaciazione e popolato tutto il continente americano, a
dispetto delle condizioni climatiche proibitive vivevano
praticamente nudi, e per riscaldarsi passavano gran parte del loro
tempo attorno a grandi falò; quando nel novembre del 1530 gli
uomini della flotta spagnola di Magellano, che proprio qui trovò
un passaggio navigabile tra l'Oceano Atlantico e il Pacifico nella
ricerca di una via più breve verso le spezie delle Molucche,
videro dalle navi la costa pullulare di grandi fuochi, pensarono
bene di battezzare con quel nome la terra che incontrarono lungo
la sponda sud del corridoio d'acqua poi conosciuto come lo
Stretto di Magellano, e di aprire ai conquistadores e ai
missionari la strada per sterminare sistematicamente i suoi
abitanti, introducendo malattie e disperazione. Intorno alla metà
degli anni venti, nella Terra del Fuoco c'erano ancora
centocinquanta indiani alacaluf, adesso non ne sopravvive
nemmeno uno; gli yaghan erano una cinquantina, dei quali nel
1965 sopravvivevano soltanto una donna anziana e due vecchi
sanguemisto; gli haush non erano più di tre o quattro e gli ona
circa una sessantina, prima che due epidemie di morbillo
consecutive ne sterminassero più della metà. Oggi, tra i 130.000
abitanti della Terra del Fuoco, considerando la popolazione
combinata della parte cilena e di quella argentina, non vive alcun
superstite delle tribù originarie.
Benché la gran parte delle isole che compongono l'arcipelago
appartenga al Cile, sono le città argentine di Ushuaia e Rio

150
Grande ad avere il maggior numero di abitanti, mentre il territorio
cileno, tranne piccole cittadine distanti tra loro come Cerro
Sombrero, Porvenir o Puerto Williams, è quasi totalmente
disabitato: Ushuaia, il capoluogo del Territorio Nacional de
Tierra del Fuego, Antartida e Islas del Atlantico Sur, è diventata
una città di quasi 50.000 abitanti, dal piccolo villaggio di 3500
persone che era tre decenni fa e dopo essere stata la sede di un
famigerato penitenziario nel quale venivano segregati i prigionieri
politici. In continua espansione urbanistica e demografica, è al
centro del recente boom turistico che in qualche anno ha
trasformato la tipologia stessa del visitatore di questo angolo
remoto di terra australe: da una sorta di avventuriero solitario in
cerca di luoghi appartati e sensazioni estreme, a intere famiglie
sistemate negli hotel migliori per una vacanza organizzata di
quindici giorni, lì dove le acque di due oceani si mischiano e il
mondo finisce, nello scenario di una città che è tra i più
drammatici che esistano, con le montagne perennemente innevate
e i picchi glaciali a nascere direttamente dal mare per raggiungere
subito i 1500 metri; con i relitti di navi semisommerse nella baia
del centro e i moli di legno vocianti di gabbiani, il vento gelido
che riempie la faccia di spilli e butta nelle narici gli odori di
catrame e di carne cotta nelle churrasquerias, di pesce marcio e
salsedine, degli effluvi di creme abbronzanti per assecondare gli
effetti dell'effimero sole estivo, della fragranza del pita o dei
gyros degli immigrati greci e libanesi, nei piccoli fast-food sul
lungomare.
L'ultimo giorno di ottobre, in un pomeriggio di foschia un po'
surreale che fumigava dalle acque plumbee del porto, entravo in
una camera dell'Hostal Malvinas, nel centro di Ushuaia, per la
seconda volta in tre anni, la prima alla fine di un viaggio e adesso

151
all'inizio di un altro; guardavo dalla finestra i tetti delle basse
case colorate, disposte a scacchiera tra le varie quadras
degradanti nel mare, e mi accendevo una sigaretta alla faccia
piena di foruncoli di un Jason qualsiasi e delle sue poco rosee e
ormai vecchie previsioni di andare a sbattere contro qualcosa non
ancora uscito dai confini dell'Alaska. Islas Malvinas è il nome
argentino delle Isole Falkland, sulla disputata sovranità delle
quali si scatenò una guerra con il Regno Unito quando il 2 aprile
1982 le truppe argentine, agli ordini della giunta militare del
generale Galtieri, invasero e occuparono le isole, politicamente
una colonia britannica ma da oltre centocinquant'anni rivendicate
dall'Argentina. Il giorno seguente all'invasione, il Consiglio di
sicurezza delle Nazioni Unite ordinò alle forze argentine di
ritirarsi, mentre la Gran Bretagna inviava immediatamente sul
posto le forze del suo esercito. Dopo alcuni giorni di conflitto
brutale, almeno mille soldati erano morti tra le due opposte
fazioni; le truppe argentine, male equipaggiate e ancora meno
motivate a una guerra, ben presto si arresero e le isole, dopo la
breve occupazione, ritornarono sotto la sovranità britannica il 14
luglio. A dispetto della sconfitta e dello scontento seguito alla
stupida euforia nazionalistica contemporanea all'invasione, sul
muro esterno di un asilo davanti alle finestre dell'albergo
sopravvive una scritta fatta con le bombolette spray, che a
caratteri cubitali annuncia: "Las Malvinas son argentinas".
Le raffiche di vento fanno tremare i vetri e scuotono
impercettibilmente le tendine stampate ad anemoni, mentre
vestito mi lascio andare sul letto a occhi socchiusi, dopo aver
aperto una bottiglia di Quilmes e averla scolata in tre sorsi. Per
almeno mezz'ora rimango a fantasticare in una sonnolenza piena
di colori e confusione, prima di ustionarmi sotto una doccia che

152
era passata in una frazione di secondo dall'acqua fredda a quella
bollente, di rivestirmi e scendere a mangiare un incongruo
wurstel & crauti nel pub sottostante, con la voce di Carlos Gardel
su una fisarmonica struggente in sottofondo e gli occhi
profondamente azzurri di una barista, ridenti e fuggitivi tra i
riflessi delle bottiglie dietro il banco, da cui non riuscivo a
distogliere i miei.
La mattina successiva, la prima cosa che faccio appena
sveglio è quella di telefonare a Buenos Aires a un funzionario
italiano della Piaggio Argentina il cui numero mi era stato dato
prima della partenza insieme a quelli di tutti gli altri importatori
in America, Asia, Africa e Oceania. Ci sono brutte notizie per
quanto riguarda la spedizione della Vespa, arrivata regolarmente a
Buenos Aires all'indirizzo dell'importatore argentino, ma bloccata
lì in un hangar della dogana senza che si possa ritirarla; "E
perché?" chiedo io; "Perché ci hanno detto che siccome è
intestata a te, devi venire qui tu con il tuo passaporto, se vuoi che
te la inoltrino a Ushuaia"; "E non basta una fotocopia? Te la
mando per fax. Che cazzo ci vengo a fare a Buenos Aires di
persona, è tremila chilometri più a nord. Scusa per il cazzo, mi è
scappato"; "Figurati, comunque ne riparliamo lunedì"; "Come
lunedì?"; "È mezzogiorno di sabato; già tanto che siamo aperti
stamattina..."; "Ah, sì. Buon fine settimana"; "Anche a te". Fine
della comunicazione.
Giro un po' a vuoto per le vie di Ushuaia, tra le immutabili
folate di vento che gonfiano i vestiti, poi rientro nel pub sotto
l'Hostal Malvinas e riprendo a corteggiare la mia barista. Un
giorno e mezzo così, con poche varianti di copione e forse troppe
Quilmes nello stomaco, prima di cominciare ad annoiarmi della
città Più A Sud Di Tutte, che poi non è neanche vero, e di

153
sentirmi dire da Carmen, dall'alto dei suoi occhi azzurri come i
nontiscordardimé, che è fidanzata con un ragazzo di Comodoro
Rivadavia e poi non sono nemmeno il suo tipo: "Lo siento,
Yorghio".
Quando finalmente arriva lunedì mattina e posso telefonare di
nuovo a Buenos Aires, le notizie sono quasi le stesse, anche se
c'è una piccola speranza di non dovermi scapicollare nella
capitale con i documenti in mano, forse possono fare loro da lì.
"E quando mi fate sapere qualcosa?"; "Al più presto". Queste
ultime parole, non so perché, mi richiamano alla mente gli ahora,
gli ahorita, gli ahoritita e i manana dei messicani, che a seconda
del modo con cui vengono pronunciati vogliono dire cose molto
diverse: i primi, che alla lettera significano "adesso, tra
pochissimo", possono indistintamente voler dire "tra un'ora, tra
due, tra tre, tra quattro, ecc."; gli ultimi, alla lettera "domani", in
certe situazioni possono benissimo riferirsi a un tempo indistinto
nel futuro prossimo o remoto, avvolto nella foschia
dell'incertezza. Nel mio caso, per farla breve, "Al più presto"
significherà un'attesa di dodici giorni, prima che possa scardinare
le assi di una cassa di legno arrivata dalla capitale col mio nome
scritto a pennarello tra i chiodi; dodici giorni sempre sul punto di
dover andare a Buenos Aires in tutta fretta col primo aereo, e
senza andarci mai perché di volta in volta non c'era più bisogno
della mia presenza, durante i quali il fascino di Ushuaia mi era
andato progressivamente di traverso, mentre me ne stavo seduto
su una panchina del porto e con uno sguardo stolido fissavo le
acque del Pacifico e dell'Atlantico che si mischiavano davanti a
me, senza Carmen e senza buonumore, come un vecchio
pensionato con nessuno che lo aspetti a casa e possa riattaccargli
un bottone penzolante dalla camicia. E le giornate si

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consumavano in un lento vagolare a vuoto per le strade umide del
centro, sotto un improvviso nevischio color catarro che sferzava
l'aria decantandosi perfido sulla pelle bollente del collo.
Il 10 novembre, alla buon'ora, era arrivata la comunicazione
che stavo aspettando, e grazie alla quale vengo a sapere che Santa
Maria sta viaggiando su un camion argentino attraverso la
Patagonia, e che tra due o tre giorni al massimo potrà arrivare a
Ushuaia. Cosa che puntualmente accade nel tardo pomeriggio del
14, con la precoce oscurità di un temporale che aveva già fatto
accendere qualche lampada negli uffici del porto. Ma c'è ancora
un ultimo ostacolo, tano, parola che in Argentina sta per italiano:
il 14 novembre è un venerdì, e le dogane di tutto il mondo
(comprese quella di Kupang a Timor e quella della Fin del
mundo a Ushuaia) il venerdì pomeriggio chiudono. Ma per una
sorta di corsi e ricorsi, nella microstoria di un viaggio
motorizzato, succede la stessa cosa capitata in Indonesia qualche
anno prima, anche se con delle modalità e un linguaggio diversi:
le assi di legno si schiudono come le porte nelle montagne sotto
la forza evocativa di un Apriti Sesamo, dopo che una macchina
con i bracci metallici era venuta a scaricare la cassa, perché un
sentimento di compassione tra i funzionari della dogana li aveva
fatti decidere di ritardare di un'ora la chiusura degli uffici per
mettermi sui documenti tutti i timbri di cui avevo bisogno, per
poi augurarmi, scuotendo la testa un po' dubbiosi: "Buen viaje,
tano; te felicito!".
Mi presento davanti al Malvinas con un'aria quasi
strafottente, cantando a voce alta una canzone di Cat Stevens
come gli antichi greci i loro peana di guerra o gli apache di notte
davanti ai fuochi; ma basta incrociare lo sguardo azzurro di

155
Carmen, ancora in borghese che sta entrando nel pub, per farmi
abbassare il tono e la cresta.
"Qué tal, Yorghio?"
"Todo bien, y tu?"
"Muy bien. Ehi, hombre: al fin llegó la moto!"
"Si, hace poco. "
"Te felicito," senza il tano. Fine della comunicazione.
All'alba sono già pronto a partire, dopo una notte agitata e
piena di pensieri dove inaspettatamente Carmen troverà poco
posto; mi vesto in fretta e saluto il padrone dell'albergo, con il
quale nei pomeriggi precedenti avevo fatto lunghe partite a
scacchi per vincere la noia e la frustrazione, e per perderle quasi
tutte. L'aria del mattino è pungente e sembra stringerti le tempie
con una tenaglia, nonostante un passamontagna di lana e una
sciarpa attorno al collo; le strade sono deserte e il sole è ancora
nascosto dietro le nuvole violacee sulla baia: la mia Worldwide
Odyssey, quasi senza che me ne renda conto, alle prese come
sono con il freddo e la voglia di trovare un bar aperto per bere un
caffè, sta iniziando davvero.
Già quindici chilometri dopo essere partito da Ushuaia, sulla
Ruta 3 in direzione di Rio Grande, l'asfalto finisce tra i bulldozer
di un "Lavori in corso" e comincia uno sterrato che con poche
interruzioni mi terrà compagnia fino allo Stretto di Magellano,
zigzagando tra l'Argentina e il Cile nella Isla Grande della Terra
del Fuoco. Costeggio la Laguna Escondida e poi le distese di
ghiaccio del Lago Fagnano, in una steppa disabitata e senza
animali, costantemente frustata dal vento; mi fermo a pranzo in
una locanda di Tolhuim, sulla punta occidentale del lago, per un
enorme churrasco al sangue e quattro chiacchiere in un inglese
stentato con la padrona del locale e sua sorella, discendenti da

156
una famiglia di gallesi trasferitasi alla metà del secolo scorso
prima a Trelew in Patagonia, poi nel centro del nulla lì a
Tolhuim, dove erano nati i loro figli che ormai di gallese non
avevano nemmeno il cognome.
Poco prima del tramonto arrivo a Rio Grande, un'anonima
città che grazie ai proventi ricavati dal commercio del petrolio e
della lana sta cercando di darsi un volto migliore, con il lifting di
nuovi edifici e aree di verde tra i casermoni degli anni sessanta,
ma il cammino per diventare una bella città sembra ancora lungo,
e l'anonimato rimane il motivo conduttore delle poche centinaia
di metri percorse tra le sue vie alla ricerca di un albergo. Ceno in
compagnia di un argentino abbastanza ubriaco e con delle
squame di forfora sulla testa arrossata, che senza troppi
complimenti si era seduto al mio tavolo, non invitato, e aveva
cominciato a parlare a briglia sciolta, con la lingua impastata ma
con un'ampollosa proprietà di linguaggio, dei bei tempi andati,
dell'ordine che regnava sotto il regime del generale Videla, della
montatura dei desaparecidos, una fandonia inventata per mettere
in cattiva luce il governo al potere, "Tal cual dell'Olocausto, che
non è mai esistito nella realtà" diceva guardandomi negli occhi
con una luce penetrante e maliziosa; poi era passato a parlarmi
degli strilli in malafede delle madri di plaza de Mayo, donne
prezzolate dai comunisti per mantenere viva la fandonia dei
desaparecidos... Ma a questo punto, dopo l'incredulità iniziale,
non lo sto già più a sentire: pago il conto, lo ringrazio per le sue
lezioni di teoria politica e salgo la rampa di scale per rintanarmi
in camera, con un brutto sapore in bocca e una rabbia un po' triste
a farmi prudere le mani.
Tolgo dallo zaino la carta stradale N. 44 della serie
Automapa, Patagonia y Tierra del Fuego in scala 1:2.500.000;

157
ripercorro con la punta di un pennarello nero la strada che quella
giornata avevo fatto in sella e scrivo "15 nov.", la data del mio
primo pernottamento sulla strada verso la Tasmania, di fianco al
nome di Rio Grande, con la stessa seriosità solenne di un
avvocato o di un sacrestano; poi mi riscatto con un breve sorriso
autoironico, m'infilo sotto le lenzuola con Revolver dalle cuffiette
e mi addormento quasi subito, nonostante le parole dell'argentino
mi ronzino ogni tanto nelle orecchie tra quelle di For no one e
Tomorrow never knows, lasciando un'impressione sgradevole,
come quando si ha un sassolino nella scarpa o un nome sulla
punta della lingua che non si riesce a ricordare.
Rasato di fresco, riposato e sotto i raggi scialbi di un sole tra
le nuvole, nelle prime ore della mattina sono pronto a partire per
San Sebastiàn e il confine cileno che divide quasi a metà la
superficie della Isla Grande. Lo raggiungo ancora prima di
mezzogiorno per una fotografia di rito davanti a un grosso
cartello verde che tra due stemmi rossoblù con una stella in
mezzo ti augura: Bienvenido a Chile, e che avevo già fotografato
tre anni prima dalla stessa angolatura. Su un tracciato di
brecciolino e ghiaia grigia dove le ruote di uno scooter avanzano
con qualche difficoltà, tra una vegetazione di arbusti rinsecchiti e
sotto un cielo che sembra di madreperla, supero le poche case di
Cullen, una cinquantina di chilometri più a nord, e poi quelle di
Cerro Sombrero, dove mi fermo a mangiare la canonica,
mastodontica bistecca alla brace. A metà del pomeriggio arrivo
davanti allo Stretto di Magellano. Un ferry, anch'esso dipinto a
strisce rossoblù, in pochi minuti lo attraversa da una riva all'altra
per farmi sbarcare sulla spianata di cemento davanti al faro di
Punta Delgada, l'ultima cittadina cilena in questo tratto di Terra
del Fuoco. Altri 80 chilometri di ghiaia mi porteranno a ritornare

158
in Argentina a Monte Aymond, nella regione di Santa Cruz, e a
entrare nel territorio che viene comunemente chiamato Patagonia,
un nome anche fin troppo carico di seduzione per il "niente
assoluto" di casa nell'enorme altopiano desertico che degrada dal
versante orientale delle Ande fino all'Atlantico, per il suo suolo
arido di terra marrone, i suoi cespugli spinosi che il vento strappa
dal pietrisco sabbioso in cui affondano le radici e fa volare per
chilometri: un'area grande come un terzo dell'Argentina, ma con
meno del 3% della sua popolazione.
Sembra sia stato Magellano a chiamare patagones i primitivi
indiani tehuelche che abitavano questa parte del Cono d'America,
un nome che dovrebbe significare "piedi grandi" (benché nel
castigliano non esista un suffisso -gón inteso in questo senso), e
che i primi esploratori sembrano confermare quando descrivevano
i tehuelche come "creature di statura gigantesca". Un'altra teoria
fa derivare il nome dal greco patagos, cioè "muggito" o "stridore
di denti", ricordando che anche Pigafetta scrisse di questa tribù di
selvaggi ostili come di "una mandria di tori mugghiami"; ma più
probabilmente l'origine del nome Patagonia si riallaccia al Grand
Patagon, il mostro di un romanzo di cavalleria popolare agli inizi
del XVI secolo. Qualunque sia l'origine del suo nome, questa
terra di ampi spazi e d'incredibili conformazioni di nuvole ha
eccitato la fantasia di molta gente in ogni parte del mondo, poi
confluita qui a formarne la popolazione: gli agricoltori gallesi
nella valle del Chubut, i gauchos cileni che attraversavano le
Ande per lavorare nelle sue praterie, gli emigrati jugoslavi e russi;
gli svizzeri e i tedeschi che si stabilirono nel familiare scenario
alpino di Nequen o Bariloche, i boeri che dal Transvaal si
trasferirono nelle pianure attorno a Sarmiento, famiglie dal
Sudest asiatico in ondate migratorie più recenti, gli allevatori

159
scozzesi e australiani che stabilirono le prime estancias e la
pastorizia su larga scala... Tutti, meno gli argentini, sembrano
averne subito il fascino. Per la maggior parte dei porteños di
Buenos Aires, la Patagonia non è altro che quel "niente assoluto"
di cui parlava anche Borges, o al massimo una vaga destinazione
di turismo estivo o di campi da sci invernali, poco di più.
La mattina del 18 novembre, dopo due notti passate in un
motel di Punta Delgada e in una stazione di servizio di
Piedrabuena, dove mi avevano fatto dormire su una brandina
improvvisata vicino al banco di mescita, i numeri del
contachilometri scattano sulla cifra 1000, tonda tonda; con le
onde inferocite dell'Atlantico che si abbattono sulla spiaggia alla
mia destra e gli immutabili arbusti che vengono sradicati dal
vento alla mia sinistra, a metà strada tra Puerto San Juliàn ed El
Salado. I primi 1000 chilometri di questo viaggio,
indicativamente un centoquarantesimo della distanza totale
preventivata. Mi sento abbastanza soddisfatto, avendoli percorsi
in nemmeno quattro giorni su un asfalto approssimativo,
costantemente sferzato dal vento e con quasi 300 chilometri di
sterrato nella Terra del Fuoco; ma per il resto provo poca
emozione al simbolismo di quel numero, forse perché avevo già
imparato a non dare troppo peso ai chilometri già fatti né a quelli
ancora da fare, a considerarli quasi un dettaglio irrilevante, e
lasciare piuttosto che il viaggio si sviluppasse da solo, giorno per
giorno, tra le dinamiche di un interminabile e continuo
"presente". Anche se il clacson lo suono lo stesso, tre volte di
fila, gesticolando un po' sulla sella col pugno teso in aria e uno
"Yeeaa" in gola, come da copione. Verso sera, nella trattoria piena
di fumo e Quilmes di una pensione sul ciglio della strada, leggo
un trafiletto del "Clarìn" con la notizia della strage nel tempio di

160
Hatshepsut a Luxor, avvenuta il giorno prima; e tutte le mie
pantomime celebrative mi sembrano di colpo prive di senso, così
dissonanti rispetto alla disarmonia che governa il mondo.
Sessanta turisti, soprattutto stranieri, erano stati uccisi dai
militanti del Gruppo Islamico, nell'atto di terrorismo più cruento
dall'inizio della loro attività. Molte vittime erano state sgozzate.
Ripenso a quella scorta obbligatoria di militari tra Al-Minya e
Luxor, alle soste sotto il sole feroce in attesa del cambio-
macchina; ripenso alla mia visita nel tempio della regina
Hatshepsut, la figlia di Tutmosi I che si era proclamata faraone,
che aveva governato l'Egitto per vent'anni. Una mattina uguale
alle altre, così come doveva esserlo anche quella del 17 novembre
1997, che per sessanta persone è stata diversa da tutte. Vivere non
si chiede; vivere succede.
Venendo dallo Stretto di Magellano, la tabella delle distanze
tra un villaggio e l'altro è la seguente: 230 chilometri da Rio
Gallegos a Piedrabuena (e in mezzo soltanto quello a cui
accennava Borges), 140 da Piedrabuena a San Juliàn (e in mezzo
la stessa cosa); 330 da San Juliàn a Comodoro Rivadavia (e in
mezzo soltanto i tetti di zinco di tre fattorie, la cifra 1000 che
scattava sul conta-chilometri, le propaggini di un bosco
pietrificato 150 milioni di anni fa e le poche case di Caleta
Oliva).
Due giorni di sosta a Comodoro Rivadavia, la più grande città
della Patagonia, per tirare un po' il fiato e concentrarmi su alcuni
aspetti marginali del viaggio: comprare dei calzini e qualche paio
di mutande, fare inserire nel laptop un programma per giocare a
scacchi da solo, sviluppare le diapositive e scrivere un articolo
per il giornale satirico con il quale collaboro settimanalmente,
prendendomi in giro da solo (tomàndome el pelo, come si

161
direbbe in Argentina) tra le caricature di politici italiani e le
frecciate sul malcostume di casa nostra, che la mia Odissea ha
proiettato al di là dell'Atlantico. Poi risistemo i bagagli sui
portapacchi e mi allontano dal profumo di benessere e di petrolio
che si respira a Comodoro, nella cui area si estrae oltre un terzo
del greggio per la compagnia YPF, Yacimentos Petroliferos
Fiscales, prima nazionale e recentemente privatizzata come gran
parte delle risorse argentine ("El Turco se vendió lodo!", mi
dicono nel negozio di computer mentre installano il cd rom con
l'imbattibilità di Kasparov; dove El Turco sta per il presidente
Menem, che nonostante le sue origini siriane viene comunemente
chiamato "turco", così come il giapponese Fujimori per i
peruviani è semplicemente El Chino; e dove todo significa
davvero tutto o quasi tutto: le linee telefoniche, le riserve
energetiche, i trasporti e la terra; tutto venduto alle multinazionali
straniere da Menem e compagni). Devio a ovest verso Sarmiento,
con l'intenzione di raggiungere San Carlos de Bariloche e da lì
attraversare la Cordigliera per passare in Cile a Osorno.
Il vento aveva soffiato costantemente fin da quando ero
partito da Ushuaia, ma nella mattina del 21 novembre, lasciata
Sarmiento, diventa così forte da togliere il respiro e far lacrimare
gli occhi. Forte come non avevo mai immaginato potesse
diventare, e in continuazione mi butta fuori dal manto stradale,
sulla banchina di brecciolino, dove ogni volta sbando
minacciosamente e soltanto per miracolo riesco a non cadere. Il
motore, investito senza tregua da folate a raffica che l'indomani
saprò essere arrivate a oltre 140 chilometri l'ora, si spegne spesso
e ogni volta devo sudare sette camicie per farlo ripartire. In
un'occasione proprio non ci riesco, per quanti sforzi faccia, e
rimango bloccato sulla ghiaia. E a questo punto apro una piccola

162
parentesi, che getta un po' di luce sulla mia abissale ignoranza in
fatto di cose meccaniche: a Ushuaia, dopo aver tolto lo scooter
dalla cassa di legno, avevo pensato bene di mettere dell'ottima
acqua distillata nella batteria nuova confezionata a parte in una
scatola di cartone, e non l'apposito acido per batterie, una cosa
che nemmeno sapevo esistesse. Ebbene: dalla Terra del Fuoco
fino a Santiago del Cile, l'accensione del motore ha dovuto essere
sempre a colpi sul pedale della messa in moto, perché
l'avviamento elettrico era stato irrimediabilmente compromesso
dalla mia pensata geniale. Soltanto una volta arrivato nella
capitale cilena, nel Piaggio Center dove ero aspettato da alcuni
giorni, mi viene sostituita la batteria rovinata con una piena di
sacrosanto acido, e poi ci facciamo tutti quattro risate, alle quali
partecipo più sonoramente degli altri, all'indirizzo della mia
dabbenaggine. Tornando alla banchina di brecciolino e al motore
spento contro il muro d'aria: la tormenta è così forte che se
alzassi la gamba destra per cercare di pigiare sul pedale della
messa in moto, perderei miseramente l'equilibrio e volerei via; le
gambe mi servono tutte e due, e ben puntate per terra come leve;
di provare a mettere la Vespa sul cavalletto non se ne parla
nemmeno, e l'esito sarebbe ancora più disastroso.
Come sempre, quando non so cosa fare, sto fermo e aspetto.
Cerco di concentrarmi sul modo di mantenere l'equilibrio e di
non cadere a terra, con i muscoli di braccia e gambe
grottescamente tesi nello sforzo. Dopo un'eternità, un puntino
scuro si materializza in lontananza, tra la terra marrone, gli
arbusti dalla forma di corallo e le nuvole impazzite in un cielo
macchiato di blu; diventa via via più grande fino ad acquistare i
contorni indistinti di un'automobile, si avvicina, riesco a sentire il
ronzio regolare del suo motore. Altri due o tre minuti, e poi il

163
conducente, vedendomi in chiara difficoltà, accosta e apre la
portiera. Al rallentatore, con i vestiti gonfiati dal vento e
camminando come un astronauta sulla Luna per non volare via a
sua volta, mi viene in aiuto collaborando a mantenermi in
posizione verticale; per almeno cinque minuti formiamo un
comico gruppo statuario, senza che nessuno dei due sappia
esattamente cosa fare per uscire da quello spaccato di teatro
dell'assurdo, con sua moglie che se la ride dietro al finestrino e
brandelli di frasi smozzicate tra i capelli e nelle orecchie l'uno
dell'altro, avvinghiati come antichi lottatori: "Esperà, no te
muevas", "Gracias, de verdad, gracias", "No lo digas" "Pula
mierda, tan fuerte!", "Es siempre asì", "Discùlpame...", "Pero
qué, no lo digas!".
Alla fine arriva anche un camion, che naturalmente si ferma.
Il suo autista, con la tipica solidarietà della gente che vive in
posti quasi disabitati, in Patagonia come in Western Australia, in
Alaska come nel Wyoming, si offre di affiancarmi controvento per
farmi da scudo nei prossimi chilometri, finché la bufera non si sia
placata un po'. A fatica faccio partire il motore ingolfato, con
affannose pompate sul pedale; ringrazio tutti distribuendo a
destra e sinistra quei sorrisi buffi da persona riconoscente ("No
se preocupe; no es nada!") e cautamente proseguo verso Las
Pulgas e il bivio in direzione di Los Tamariscos, protetto per una
cinquantina di chilometri dalla fiancata del camion con le sue
ruote infangate a una spanna dalla tempia, e poi da solo una volta
che il vento ritorna nei limiti abituali, cioè fortissimo ma non più
da tregenda. E nel resto della giornata, benché rimanga in sella
altre quattro ore, non potrò avanzare che di 120 chilometri, per
trovare alla fine un pernottamento di fortuna in una estancia di
Nueva Lubecka, ospite di un allevatore di pecore e della sua

164
numerosa famiglia: gli unici esseri umani in un raggio di molti
chilometri in ogni direzione... Il nome "Patagonia" sarà anche
ricco di suggestioni e altamente evocativo, ma la realtà geografica
che designa, attraversata in sella a uno scooter, lo è un po' di
meno, e le mitiche immagini letterarie di Chatwin e Sepulveda
non di rado cedono il posto a una monotonia senza limiti, a ore e
ore passate sullo sfondo di uno scenario immutabile e ostile, per
raggiungere una casa e sperare che i suoi abitanti possano
procurarti qualche litro di benzina, magari qualcosa di caldo da
bere o se non altro darti la possibilità di fare quattro chiacchiere
dopo tutto un pomeriggio trascorso in completa solitudine a
parlottare da solo, a mordere il vento e a fare giochetti cabalistici
con i numeri del contachilometri che girano lenti come lumache.
In alcuni tratti ci sono anche 300 chilometri tra una casa e l'altra,
non tra un villaggio e l'altro; del vento sapevo già qualcosa, e
ricordavo anche che durante l'altro viaggio in Patagonia, da nord
a sud, il parabrezza alla fine si era spezzato scricchiolando, dopo
essere rimasto piegato di quarantacinque gradi all'indietro per
quasi un mese; adesso stavo venendo da sud a nord, e mi ero
illuso di avere il vento a favore, che avrebbe potuto trasformare il
parabrezza in una vela tesa e farmi andare spedito come un fuso
addirittura col motore spento. Macché: in Patagonia il vento ce
l'hai sempre contro, in qualunque direzione tu vada!
Il pomeriggio successivo entro nella regione di Rio Negro a
El Bolsón, dopo aver attraversato la parte occidentale del Chubut
per tutta la sua lunghezza. Già da qualche ora, almeno da Esquel
in avanti, il paesaggio era molto cambiato, e la distesa arida a cui
mi ero abituato in Patagonia, per lo più rugginosa o color sale e
pepe, piatta fino all'orizzonte, aveva lasciato il posto a boschi di
conifere sulle pendici delle montagne, a frutteti di meli e ciliegi e

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a filari di pioppi lungo il ciglio della strada. Il fatto che El
Bolsón si autoproclami con gran dispendio di cartelli "comune
denuclearizzato" e "municipalità ecologica" è una piacevole
differenza rispetto all'esagerato spirito mercantile della non
lontana San Carlos de Bariloche, dove i cartelli sono più
aggressivi o insinuanti, e l'etica che domina la vita dei suoi
abitanti, soprattutto dopo il boom turistico di qualche anno fa,
sembra essere soltanto quella commerciale. Arrivo a Bariloche
prima di mezzogiorno, con una breve tappa di 150 chilometri da
El Bolsón, in una splendida mattina di sole caldo che mette di
buonumore e fa sorridere le persone che incontro per le vie della
città, moltissime delle quali stranieri in vacanza, impegnati a fare
acquisti in avenida Bartolomé Mitre o seduti a raggiera ai tavoli
dei ristoranti all'aperto. Mi accorgo subito che non è un caso se
Bariloche viene soprannominata ironicamente "Brasiloche",
perché il maggior afflusso di visitatori sembra proprio venire dal
più grande paese sudamericano, quello che confina con tutti gli
stati del continente meno l'Ecuador e il Cile. Con le gambe
scoperte delle sue ragazze e il profilo pensieroso di Senna sulle
magliette, con un'allegria geneticamente fracassona e senza
troppa saudade della patria che rivedranno di li a qualche giorno.
Le montagne e i laghi di Bariloche, i negozi esclusivi, le
costruzioni in stile europeo del centro, le attività sciistiche, i
ristoranti di lusso e la possibilità di escursioni sembrano attrarre
particolarmente le agenzie brasiliane, quasi che un peso
equiparato a un dollaro da Menem e un reai equiparato a un
dollaro da Cardoso abbiano unito le due popolazioni, i due
compagni di sventura in un tacito patto d'alleanza economica e
vacanziera. Dopo pranzo, o meglio, dopo la solita enormità di un
churrasco alla griglia, mentre i numeri che ho davanti agli occhi

166
scattano sulla cifra di un secondo migliaio ("Yeeaa"), inizio a
seguire la Ruta 231 verso il valico dell'Angostura, zigzagando
sulla Cordigliera tra nuove foreste di conifere e pioppi altissimi.
Poi aggiungo altri 80 chilometri alla mia lista di off road, arrivo
sul posto di frontiera ed entro in Cile per la seconda volta in
pochi giorni.
Contornando le falde del vulcano Osorno, che ogni anno
provoca frane e smottamenti tali da rendere la strada un
frammentario percorso a ostacoli in perpetuo stato di riparazione,
raggiungo la cittadina omonima, 100 chilometri più a nord di
Puerto Montt e delle isole di Chiloé. La cima ricoperta di neve
del vulcano, dalla perfetta forma conica, fa da sfondo al centro
abitato di Osorno, e per minuti interi, mentre procedevo a tutta
velocità dopo i rallentamenti forzati, aveva calamitato il mio
sguardo. Passo tra le brutte costruzioni in cemento armato della
periferia, con poche infrastrutture, una teoria di balconcini pieni
di panni stesi ad asciugare e così simili nel loro degrado a quelli
di ogni altra periferia in ogni altra parte del mondo. A un
semaforo spento giro in avenida Ramirez e comincio a cercare
una sistemazione per la notte, dando un'ultima occhiata alle mie
spalle verso le montagne della Cordigliera, verso la Patagonia al
di là delle sue cime irregolari, sotto una coltre di nuvole color
carta da zucchero. Che avevo già lasciata dietro di me.

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Natàu in Brasìu

Seduto in un bar di fronte al palacio de la Moneda, dove ha


sede il governo cileno e dove i sicari di Pinochet avevano
"suicidato" il presidente Allende dopo il colpo di stato militare
dell'11 settembre 1973, apro a caso un libro di Maruja Torres che
mi avevano regalato la sera prima, e leggo: "Una piccola rassegna
dei metodi repressivi usati in quel momento - dedicata a quanti
sostengono che il Cile sia migliorato sotto Pinochet - comprende
il telefono (tenere la testa in un secchio d'acqua), la graticola
(legarli, bagnati, a una branda elettrificata), l'introduzione di topi
nella bocca e nell'ano, le finte fucilazioni e la roulette russa...Tre
anni più tardi, quasi alla fine del viaggio verso la Tasmania,
visitando il museo degli orrori della ex scuola S21 a Phnom
Penh, in Cambogia, constaterò che i khmer rossi, nel delirio dei
loro anni al potere, avevano usato dei metodi molto simili a quelli
dalla giunta militare cilena, semplicemente integrandoli con una
sofisticazione e una brutalità tutte orientali. Poso il libro, dò uno
sguardo di sfuggita alle colonne color biscotto della Moneda, e
ripenso alle parole di Marcelo, di sua sorella Ursula, che mi
aveva regalato il libro, e del loro amico Victor, la sera prima in
una taverna piena di fumo, di gente in maniche di camicia e di
chiacchiere ad alta voce, davanti a enormi boccali di birra sempre
vuoti e subito sempre pieni, come per magia.
Appena salita al potere, la junta aveva ordinato l'arresto di
tredicimila persone, molte delle quali in seguito persero la vita:
nel 1990 furono scoperte fosse comuni nel deserto di Atacama, e
nell'anno successivo una commissione aveva stabilito che oltre
quattromila cileni, tra il 73 e il '90, erano stati uccisi dal governo.

168
Victor era riuscito a scappare in Canada, e con i due esami che gli
mancavano per finire filosofia aveva trovato un posto come
manovale in un'impresa di costruzioni a Winnipeg. Aveva vissuto
da lontano gli anni del terrore, nell'ovattato consumismo di un
paese al quale era riconoscente ma che non riusciva ad amare, e
non aveva mai smesso di pensare al suo Cile, che era stato anche
quello della rivoluzione di Allende, e a come l'avevano
trasformato. Ai suoi due fratelli non era andata così bene; erano
scomparsi nel nulla durante i mesi della repressione, scatenatasi
dopo il fallito assassinio del dittatore, che vide sequestri,
pestaggi, perquisizioni, torture, arresti, processi arbitrari. Sua
madre, forse troppo stanca per continuare a vivere, aveva preferito
lasciarsi morire di crepacuore, e così quando Victor era potuto
ritornare in Cile, a casa non c'era più nessuno. Marcelo invece era
rimasto a Santiago, e aveva lavorato come meccanico in
un'officina motociclistica, prima di diplomarsi e aprire uno studio
di commercialista, dove la sorella gli faceva da segretaria. La sua
passione per le moto lo portava ancora a gravitare nel "mundo
escùter", come lui lo chiamava, e a essere amico di Raul,
l'importatore della Vespa in Cile; cioè, alla lontana, a diventare
anche amico mio. Victor, che lo conosce dalle elementari, è
grande e grosso, con i muscoli che sembrano schizzare dalla
canottiera e una faccia da buttafuori in discoteca; il naso
schiacciato, gli zigomi alti, i capelli a spazzola. Ma mentre sta
parlando di sua madre, con quel sentimentalismo disarmante che
spesso hanno le persone dal fisico massiccio, non riesce a
impedirsi che gli occhi gli diventino lucidi, e Ursula gli viene in
aiuto cambiando discorso.
La serranda della taverna è già abbassata per tre quarti, ma
noi continuiamo a conversare al nostro tavolo vicino alla finestra,

169
finché il padrone ci fa capire che dobbiamo togliere il disturbo e
lasciarlo chiudere del tutto. Dopo venti boccali di birra in
quattro, alzarsi non è troppo difficile, anche se un paio di sedie le
rovesciamo lo stesso; il problema è balzare in sella agli scooter e
ingranare la prima senza cadere, dare gas senza sbandare più di
tanto, stare dritti sulle ruote; Ursula seduta dietro di me, Marcelo
e Victor su una Primavera verniciata a nuovo e piena di fari e
catarifrangenti. Fin dal primo viaggio verso Saigon mi ero
ripromesso di non toccare una goccia d'alcol durante le giornate
di guida, neanche una birra ghiacciata sotto il solleone,
rinunciando alla sua indicibile piacevolezza; una promessa che
avevo sempre mantenuto rigorosamente, interrompendola soltanto
per pochi secondi quando entravo in un paese nuovo e assaggiavo
qualcosa di tipico, vodka o rum o Pernod che fosse. Quella non
era una "giornata di guida", per me; era una sosta tra le tappe, e
nel pomeriggio ero uscito con Marcelo e gli altri per andare un
po' in giro per Santiago; ma adesso, dopo quelle cinque o sei ore
in taverna, ci ritroviamo tutti e quattro a sfarfallare tra le galassie
extragalattiche senza nemmeno rendercene conto. Non avevo
pensato per un attimo alla Vespa parcheggiata di fuori, né al fatto
che avrebbe dovuto riportarmi a casa; e quando ci sono a
cavalcioni, dopo l'abbrivio farraginoso, sfreccio come un matto
per le vie illuminate, Ursula allarga le braccia come ali e si mette
a cantare, la Primavera mi supera e poi si fa superare, Victor
sorride beato, io li sento amici e sono amico del mondo, i
pensieri foschi sulla giunta militare sono avvolti nella nebbia,
stilettate di gioia mi mordono lo stomaco, e ho la pelle d'oca sulle
braccia. Ci fermiamo davanti a un semaforo rosso, che mischia la
sua luce vermiglia tra le mie palpebre acquose; metto giù una
gamba per mantenere l'equilibrio... ma la gamba non regge, e si

170
piega come una barra di plastilina. Mi ritrovo a terra con la faccia
tra i capelli biondi di Ursula, dopo essermi spaccato il naso
contro l'asfalto e averglieli riempiti di sangue. Bel colpo, amico:
hai già fatto 115.000 chilometri sulle strade più improbabili, in
tutte le parti del mondo e senza un serio incidente, se si esclude
un mezzo volo sugli speed-breakers subdoli dell'India, per poi
cadere da fermo e massacrarti il setto nasale davanti a un
semaforo; complimenti!
Ursula non ha nemmeno un graffio, solo una smagliatura sulle
calze di nylon e una gran voglia di ridere: Marcelo si unisce a lei,
Victor si unisce a loro, io mi aggrego a tutti e tre, e insieme ci
contorciamo con le mani sulla pancia, abbracciandoci, sentendoci
amici. E ognuno sa quanto è bello provare sensazioni analoghe.
Rimettiamo in piedi Santa Maria, Victor dà alcune manate sul
parafango per raddrizzarlo, e senza altri inconvenienti arriviamo a
casa di Marcelo, dove sono ospite per quei giorni.
Il sabato ci incontriamo con una decina di altri adepti del
"mundo escùter" locale, con i quali partiamo per un fine
settimana a Viña del Mar, la stazione balneare più famosa del
paese, soprattutto dopo la costruzione della linea ferroviaria tra
Santiago e Valparaìso. I cileni la chiamano Ciudad Jardin e sulla
sua spiaggia, a mezzanotte in punto, con il naso tumefatto che
travasa sangue pesto sotto le occhiaie e un formicolio di stelle
australi sopra di me, provo a fare un timido bagno nelle acque del
Pacifico, rischiando l'assideramento. Poi tiriamo mattina nei
locali del centro (a piedi), e per qualche ora mi lascio sopraffare
da quell'atmosfera vagamente sibarita che non ho mai guardato di
buon occhio e nella quale mi sono sempre sentito a disagio, ma
che qui, fino all'alba, non suona fastidiosa, fresco di tutta la
solitudine della Patagonia e nel contesto attuale del Cile, che

171
dopo Pinochet ha già avuto Aylwin e Frei come presidenti, ma in
cui è ancora così vivo il ricordo di sedici anni di dittatura, di
coprifuoco alle otto di sera e di paura nelle altre ore del giorno.
"Gracias a la vida", sembrano dire con Violeta Parra i cileni
della capitale riversatisi per il fine settimana a Viña del Mar, che
si divertono e olvidan, invitano a cena lindas chicas su macchine
lucidate a specchio e ballano tra i riflessi delle luci
stroboscopiche, che dicono buena onda e ti sorridono anche se
non ti conoscono.
Una volta ritornati a Santiago mi aspetta una piccola
sorpresa: negli uffici di Raul arriva una copia del mio libro
fotografico, che in Italia era uscito a metà novembre e che non ero
ancora riuscito a vedere. Lo sfoglio attorniato dagli impiegati e
dalle segretarie, che ogni tanto dicono: "Oh!" e ogni tanto: "Qué
bàrbaro!"-, poi rimetto le mie cose negli zaini, piego la poca
biancheria che Ursula aveva persino stirato, e mi preparo a
salutare tutti per ritornare sulla Cordigliera, lasciare il Cile e
proseguire verso Mendoza e Buenos Aires. Marcelo e Victor mi
abbracciano, Ursula mi dà un bacio, e io penso con un languore
da fotoromanzo a questo aspetto conflittuale del viaggio: incontri
gente alla quale ti affezioni, e che poi lasci per incontrarne altra
alla quale ti affezioni e che lasci di nuovo, come un cane che si
morde la coda ed è sempre sul piede di partenza. Mi ero già
ripetuto mille volte che bisogna mettere tutto sui piatti della
bilancia, guardare da che parte pende quello più pesante e poi
cercare di agire di conseguenza, possibilmente con pochi
rimpianti e senza il ricatto del senno di poi; ma spesso era molto
più facile dirlo che farlo.
Da Santiago risalgo a nord in direzione di Los Andes, dove
imbocco la Ruta 60 verso il valico di confine. E tra la neve di un

172
bianco abbacinante sotto il sole, ho due attimi di distrazione che
rischiano di far naufragare miseramente la pretenziosità
intercontinentale di questo viaggio, e per i motivi più stupidi.
Distrazione numero uno: mi dimentico di aggiungere olio
nella vaschetta del miscelatore durante il rifornimento all'ultimo
distributore prima del valico sulle Ande, per poi trovarmi a secco
d'olio per motori a due tempi nella solitudine più gelata, a 3000
metri di altezza, nascosto in un banco di nebbia e col rischio di
fondere il motore a ogni metro. Alla prima baracca di legno e
lamiera mi offrono un goccio d'olio di un colore mai visto, forse
da cucina, forse per camion, con il quale comunque procedo
sbuffando fumo nero fino al primo vero distributore, con il
pistone di certo sofferente ma non crepato del tutto. E nello
stesso pomeriggio, per non farmi perdere l'abitudine, distrazione
numero due. Era successa una cosa analoga all'inizio del raid da
Roma a Saigon, quando in un self Service sul Raccordo anulare,
dalla parti della Salaria, un benzinaio avventizio di origini
bangladesi mi aveva riempito il bocchettone dell'aria sotto la
sella, anziché svitare il canonico tappo con su scritto Benzina...
In Cile la benzina si chiama bencina, pronunciato "benssìna"
quasi come da noi, mentre in Argentina si chiama nafta, proprio
come il gasolio nostrano; ebbene: mentre compro una lattina
d'olio e riempio il serbatoio a Puente del Inca, sul versante
argentino delle Ande, un benzinaio che sicuramente non aveva
troppa dimestichezza con gli scooter mi chiede: "Nafta?", e io,
distratto da queste sillabe che mi fanno pensare al puzzolente
gasolio, e come se nemmeno avessi avuto sulle spalle tutti i
chilometri percorsi in Argentina fino a quel momento, dico:
"Nooooo! ". Così alla fine mi trovo il serbatoio pieno di
maleodorante nafta, nel senso del nostro gasolio o del gasoil

173
locale, e non di profumata benzina dai riflessi rossastri, come i
capelli di un'irlandese. Con un tubo succhio tutto fino all'ultima
goccia, aspetto che il retrogusto e la puzza evaporino
completamente e poi, in una sfilza d'imprecazioni nella lingua
madre, mi scrollo dalle spalle distrazioni e disappunti e procedo
imperterrito verso Mendoza, che raggiungo quando è già buio da
un pezzo. Dopo la solita bistecca vado subito a letto per mettermi
alla pari con i bagordi di Santiago e Viña del Mar,
accarezzandomi ogni tanto con l'indice la radice del naso, come
una lingua che batte dove il dente duole.
Riparto all'alba, trovandomi immerso in un paesaggio meno
drammatico di quello andino del giorno prima, con le montagne
che degradano in colline ondulate, grandi vigneti e villaggi più
vicini tra loro. Un'altra notte a San Luis, poi supero Mercedes e
abbandono la Ruta 7 per raggiungere Villa Maria,
sull'immaginaria linea di confine con la verde estensione della
pampa. Continuo a est verso Rosario, la città dove nel 1928 era
nato Ernesto "Che" Guevara, il rivoluzionario in Guatemala, a
Cuba e in Bolivia, i cui ideali per una società più giusta sono
quasi passati in secondo piano nella commercializzazione di
troppe magliette e cappellini con il suo viso, l'avana tra i denti e il
basco con la stella a cinque punte. Del suo viaggio in moto
attraverso il Sudamerica avevo ripercorso alcune tappe durante il
raid dall'Alaska alla Terra del Fuoco, e adesso, in questa città
industriale sulla riva ovest del Paranà, avevo un appuntamento
con i ragazzi del club locale che avevano seguito, con telefonate
quotidiane agli importatori di Santiago e Buenos Aires, il mio
avvicinamento dalla costa del Pacifico alla foce del Rio de la
Piata.

174
Del pomeriggio passato in loro compagnia conservo un po' di
fotografie davanti al colossale Monumento nacional a la Bandera,
e il ricordo delle risate esplosive di Ignacio; la grinza di carne
lucida sulla faccia di Rigoberto, che da piccolo era sopravvissuto
per miracolo a un incendio, e un paio di sue barzellette spietate
all'indirizzo del Turco che: "in pochi anni si era venduto
l'Argentina e l'aveva fatta diventare un pezzo d'America nel buco
del culo del mondo". Era la prima volta che sentivo un argentino
parlare in termini così crudi e disillusi del suo paese: di solito
dicevano che l'Argentina era la nazione più sviluppata del
Sudamerica, che c'era più cultura lì che in tutte le altre parti del
continente messe insieme; che Buenos Aires era come Parigi e le
sue ragazze ancora più belle delle francesi; che viverci era come
vivere in Europa, tale e quale, solo che c'erano più spazio e più
mucche; che c'erano stati tempi difficili ma che adesso tutto
andava a gonfie vele: l'inflazione non c'era più, un peso valeva un
dollaro e si poteva comprare a rate (quotas) anche un paio di
scarpe, perché l'economia era stabile e tutti facevano credito.
Avevo imparato a non contraddirli più di tanto, e a tenere per
me le critiche a quel diffusissimo complesso d'inferiorità-
superiorità che li faceva sentire europei a tutti gli effetti, nati sì in
un posto sbagliato, ma anche in un posto che in poche
generazioni avevano fatto diventare il più "giusto" del mondo.
Come aveva osservato Borges, il rapporto di certi argentini con il
loro paese sembra quello che molti ebrei hanno con le nazioni in
cui vivono: se ne sentono cittadini, eppure sanno anche di essere
qualcosa di meno e di più. Per i ragazzi argentini di buona
famiglia, il viaggio in Europa, a Madrid, a Roma, a Parigi e
ultimamente anche a Londra, è sempre stato parte integrante
dell'educazione, mentre le destinazioni di altri paesi del

175
Sudamerica, eccetto forse il Brasile, non rientrano nei loro piani
e rimangono abbastanza nebulose (ricordo che una volta avevo
dovuto spiegare che Quito è la capitale dell'Ecuador, e mostrare
sulla mappa dov'era esattamente). Ma per quanto consapevoli del
loro retaggio europeo, danno quasi l'impressione di volersi
persuadere a tutti i costi che le loro vere radici sono qui, non a
Madrid o a Roma.
Il 4 dicembre raggiungo la periferia ovest di Buenos Aires,
dopo una tappa relativamente breve rispetto a quelle a cui mi ero
abituato nell'ultima settimana; pigio il campanello su un portone
azzurro che riconosco al primo sguardo, dove campeggia un logo
familiare, azzurro anch'esso; la porta si apre e mi aspetta una
calorosa accoglienza, con abbracci e pacche sulle spalle, strette di
mano e una raffica di domande; rivedo persone che avevo
conosciuto durante il precedente viaggio nelle Americhe; una
segretaria porta una torta con uno scooter di pasta di mandorle al
centro, volano i tappi di qualche bottiglia e l'indomani a pranzo,
con tranci sanguinolenti di carne asada su una tavolata da trenta
persone allestita nel magazzino, tra gli scaffali dei pezzi di
ricambio, altri brindisi e altre strette di mano da parte dei
rivenditori argentini arrivati negli uffici della capitale per dire
"Bienvenido!" e commuovermi mio malgrado con una pergamena
in una cornice d'argento, firmata da tutti loro. Sembra quasi una
contraddizione in termini, ma non ho mai conosciuto così tanta
gente come da quando ho cominciato a viaggiare... in solitaria!
Nei quattro giorni trascorsi a Buenos Aires, tra qualche
impegno con i giornalisti e due cene "ufficiali" e abbastanza
noiose nelle case dell'aristocrazia porteña dei quartieri Palermo e
Ricoleta, a cui la mia qualifica anomala di viaggiatore consente di
presenziare senza giacca e cravatta e di sudare un po' meno degli

176
altri, ho modo di girare in lungo e in largo per la città, dove
orientarsi è più semplice di quanto lascino supporre le sue
dimensioni intimidenti, una volta prese come punto di riferimento
le zone pedonali di Lavalle e Florida nel microcentro e la
lunghissima avenida 9 de Julio, che corre senza interruzione da
plaza Constitución ad avenida del Libertador e agli esclusivi
barrios della zona nord.
La capitale dell'Argentina, il cui nucleo originario, nel 1536,
furono le tende dell'accampamento degli uomini di Pedro de
Mendoza su una scogliera a ridosso del Rio de la Piata, è
conosciuta dai suoi abitanti come Capital Federai, e forma un
distretto autonomo che non fa parte della provincia di Buenos
Aires. L'immigrazione degli europei nella seconda metà
dell'Ottocento (italiani e spagnoli su tutti, e basta consultare un
elenco telefonico per accorgersene subito) aveva fatto crescere la
popolazione da 90.000 abitanti nel 1852 a oltre un milione verso
la fine del secolo, quando Buenos Aires era la più grande città
dell'America meridionale e l'Argentina eguagliava la prosperità
del Canada tra gli undici paesi più ricchi del mondo; "Poi il culto
spagnolesco per un caudillo ci ha messo a terra con la dittatura di
Juan Perón, mentre il nostro senso del mistero femminile si
sfogava con Evita. Risultato: una crisi su tutti i fronti e il ristagno
economico", mi aveva detto Rigoberto sotto La Bandera, e poi
aveva aggiunto: "Adesso siamo soltanto degli italiani che parlano
spagnolo e vestono come gli inglesi! ".
Il barrio popolare della Boca e le case di legno dai colori
accesissimi del Caminito furono tra i primi insediamenti degli
emigrati d'Oltreoceano, ed è nelle loro cantine che nacque il
tango, attirandosi subito l'anatema delle autorità religiose per il
carattere erotico delle sue figurazioni. In Europa il tango è

177
considerato semplicemente come un ballo popolare, mentre in
Argentina, e particolarmente a Buenos Aires, è una forma d'arte
celebrata nelle liriche dei poeti; nelle sue "cattedrali", a Charcas e
Telcahuano, si eseguono concerti con la stessa serietà composta
che in altre parti del mondo compete ai concerti di musica da
camera: i musicisti appaiono sulla scena vestiti rigorosamente di
nero e con le scarpe lucidate a specchio, il silenzio tra un numero
e l'altro è interrotto soltanto da colpi di tosse trattenuti, e il
cantante alterna un repertorio che tocca le corde più svariate nella
sensibilità degli ascoltatori, tanghi d'amore e tanghi tristi, tanghi
criminali e tanghi struggenti.
Il giorno prima di partire da Buenos Aires, in plaza de Mayo,
assisto a una manifestazione delle madri dei desaparecidos, che
urlano la loro rabbia senza risposta e agitano i cartelli con le
fotografie dei figli, vestite di nero sotto un sole accecante.
Ripenso al viso spettrale di Videla, più un teschio che una faccia,
di cui avevo appena visto un'immagine su una rivista in una
libreria di Corrientes; penso alle uniformi dei generali e alla
follia di un intero continente, passato per mezzo secolo da una
dittatura all'altra, da una giunta militare all'altra, da una tirannia
all'altra; riascolto con fastidio le parole di quell'argentino pieno
di forfora, secondo il quale anche l'Olocausto era stata una
montatura dei sionisti per farsi compatire... Poi mi rintano nella
bella sala da tè del Molino, su un angolo di Callao, e ricambio
con uno sguardo inappetente un'occhiata che sotto le ciglia finte
offriva con eloquenza una prestazione sessuale in cambio di un
po' di pesos. Consolación, e non saprò mai se fosse un nome
d'arte o proprio il suo, deve avere un po' di tempo libero, oppure
pensare che nessuno, se provocato, possa resistere alle sue
attrattive; perché con la scusa di farsi accendere una sigaretta

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raccoglie la piccola borsa di vernice a forma di cuore e fa trasloco
dal suo tavolo per sedersi al mio. Come biglietto da visita,
inaspettatamente ciarliera e di buon umore, mi racconta che è
sulla strada da nemmeno un anno, "Y sabes porqué?". Era
fidanzata con un japonés, un pezzo grosso della filiale Toyota di
Mar del Piata, e stavano per sposarsi. Erano persino andati in
vacanza ai Caraibi, alle Barbados: Consolación, che non era mai
uscita da Buenos Aires, sembrava toccare il cielo con un dito
("muy macanudo, tano"); ed era rimasta subito incinta.
Macanudo è un'espressione tipicamente argentina, che come qué
bàrbaro o qué rico significa qualcosa di particolarmente bello e
piacevole. Solo che dopo nove mesi, mentre cullavano insieme i
sogni più belli di una vita familiare, "Me nació un negrito!", e il
giapponese si era giustamente volatilizzato nel nulla, forse con la
morte nel cuore e comunque senza lasciarle un soldo. Lei cosa
doveva fare? Non lo biasimava, no di certo; ma il pensiero di aver
mandato tutto a monte per un attimo di debolezza sulle spiagge
delle Barbados ancora la tormentava, "Qué làstima!". Insomma:
sono cinquanta pesos in camera sua, mi troverò bene e mi farà
tutto; cento se voglio restare un po' di più, e sorride con
intenzione, lanciandomi uno sguardo assassino e arrendevole tra
il mascara. Pago il suo doppio martini e il mio liquado di banana,
le auguro le cose più belle e me ne torno a piedi all'Albergo
Callao.
Arrivo a Montevideo dopo aver aggirato la foce del Rio de la
Piata risalendo un bel po' più a nord di Buenos Aires, e averla
attraversata lungo il Ponte internazionale tra Guayguachu e Fray
Bentos: ancora una volta non avevo voluto ricorrere a tratti di
ferry quando non era strettamente indispensabile, e per
raggiungere via terra la capitale dell'Uruguay, che in linea d'aria

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dista poche decine di chilometri da quella argentina, i chilometri
saranno più di 600, con la tappa di una notte sul crocevia di
Cardona, e faranno scattare le tacche numerate che costantemente
tengo d'occhio sulla cifra del quinto migliaio dalla partenza da
Ushuaia.
Schiacciato tra due colossi come il Brasile e l'Argentina, il
piccolo stato dell'Uruguay (che comunque è grande più della metà
dell'Italia, anche se ha soltanto un ventesimo della sua
popolazione), sembra ancora più piccolo, e la debolezza che ho
sempre avuto d'immaginare contorni antropomorfi nelle tessere
policrome degli stati su una mappa, o tra le masse cangianti delle
nuvole nel cielo, non perde l'occasione di farmi pensare che la
sua verdeggiante estensione a forma di goccia "sembra una
minuscola lacrima che cola dal tumefatto occhio brasiliano
sull'appuntito naso argentino".
A Montevideo, durante il viaggio di tre anni prima, avevo
conosciuto Nando Parrado, uno dei sedici sopravvissuti al
disastro aereo di un charter Fairchild che venerdì 13 ottobre 1972
si era schiantato sulle Ande. Parrado, dopo oltre settanta giorni,
allo stremo delle forze e tentando il tutto per tutto, si era
arrampicato sulle montagne con il compagno Roberto Canessa, e
insieme avevano raggiunto un villaggio cileno da cui poi erano
partiti i soccorsi per il recupero di tutti gli altri, che aspettavano
vicino ai rottami dell'aereo. Tabù ancestrali, carne umana,
antropofagia, imprescindibile istinto di sopravvivenza,
sensazionalismo, film americani, libri diventati best-seller.
Adesso non c'è alcun incontro emozionante o immaginifico, ma
non per questo la capitale uruguagia, pure in una sosta frettolosa
di appena un giorno, smette di sembrarmi una bella città,
dall'atmosfera rilassata e ancora a misura d'uomo, che senza

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essere spettacolare come certi quartieri di Buenos Aires ospita tra
le sue strade e il lungomare una vita più tranquilla e un pacato
viavai di abitanti con la boccetta di legno piena di erba mate in
mano, la bombilla di metallo per succhiarne il succo amarognolo
e il thermos d'acqua calda sottobraccio, per riempire
reiteratamente la boccetta. Questa dell'erba mate è una delle
abitudini più appariscenti della gente che abita l'Argentina, il sud
del Brasile e il Paraguay (dove però si sorbisce un mate freddo),
ma è soprattutto in Uruguay che sembra dominare la vita a ogni
ora del giorno: per le strade e negli uffici, nei cinema o nelle
banche, nei supermarket o allo stadio, un uruguagio su due ha
l'immancabile boccetta tra le mani, e chupar yerba mate fa parte
della sua esistenza alla stessa stregua del cibo o del sonno.
Anche la dittatura militare, come in Argentina o in Cile, in
Bolivia o in Paraguay, in Brasile o in Ecuador, per alcuni decenni
ha fatto parte della sua vita. Nel 1966 il presidente Pacheco aveva
dichiarato fuorilegge i partiti della sinistra, chiuso i giornali e
invocato lo stato d'assedio a causa delle attività del Movimiento
de Liberación Nacional, comunemente conosciuto come
Tupamaros, che aveva rapito e ucciso l'agente della Cia Dan
Mitrione (un episodio poi raccontato nel film Stato d'assedio di
Costa Gavras) e scatenato un'evasione di massa dalle carceri del
paese. Pacheco si era rivolto ai militari per far fronte alla
situazione, e nel 1971 il suo successore Bordaberry li aveva
direttamente chiamati a una partecipazione nel governo: poco per
volta i militari avevano occupato ogni posizione di potere nello
stato di sicurezza nazionale, e le detenzioni arbitrarie, le torture e
le sparizioni degli oppositori erano diventate all'ordine del
giorno. Soltanto nel 1984, con la presidenza di Julio Maria
Sanguinetti, ci fu un accordo tra l'esercito e i leader politici per il

181
ritorno a un governo costituzionale e alle tradizioni
democratiche; e l'accordo sembra essere andato oltre, visto che
durante il suo primo mandato Sanguinetti si era reso responsabile
di una controversa amnistia per i reati di violazione dei diritti
umani commessi dai militari negli anni del loro potere.
Dalla centralissima plaza Independencia vado a piedi fino alla
Ciudad Vieja, il centro coloniale di Montevideo, dove i rifugiati
dalle aree rurali più povere vivono ammassati nei conventillos,
grandi case suddivise in abitazioni multifamiliari, perlopiù
fatiscenti e con la sporcizia "pittoresca" tipica dei bassifondi; poi,
con uno di quegli scarti repentini che nel giro di poche ore ti
portano da un mondo all'altro, e che ho sempre apprezzato come
lezione di vita all'interno di un viaggio, in quella stessa serata
raggiungo Punta del Este, uno dei centri balneari più esclusivi e
famosi di tutto il Cono d'America. Le case elegantissime sul
mare, un porticciolo per gli yacht, gli hotel a cinque stelle e i
ristoranti di lusso ne fanno quasi un'enclave a parte, assimilabile
all'universo dorato di una Biarritz di seconda mano, di un Porto
Cervo proiettato nell'emisfero australe. Il 13 dicembre sono a
Chuy, l'ultima cittadina uruguagia che dall'altro lato della
frontiera ha la controparte brasiliana di Chui, con uno spelling
leggermente diverso; smetto di hablar castigliano e comincio a
falar portoghese, mentre il timbro d'ingresso nella Republica
Federativa do Brasil (pronunciato Brasìu) echeggia sonoro nella
stanza della dogana, in contemporanea col boato di un gol
("Góóóóóóóuuuu!") che arriva dalla radiolina sulla scrivania; e
subito dopo ho tra le mani un bicchierino di cachaca, sotto un
tetto di frasche polverose.
La prima notte nel paese di Doña Flor e dei suoi due mariti,
di Teresa Batista stanca di guerra e di Gabriella garofano e

182
cannella trascorre in un albergo dimesso nella periferia di Santa
Vitória do Palmar, una piccola città sonnolenta sull'appendice
meridionale della Laguna Mirim, che non offre una sola di quelle
immagini stereotipate di samba e musica fino al mattino, di belle
donne dalla pelle color caffelatte e di sfrenata voglia di vivere:
alle nove di sera sono già a letto, anche perché ho in programma
una tappa di oltre 600 chilometri per il giorno dopo, fino a Porto
Aiegre, la capitale dello stato di Rio Grande do Sul.
Il 24 dicembre, con altri 3000 chilometri percorsi negli stati
di Santa Catarina, Paranà, San Paolo e Rio de Janeiro, arrivo
davanti al Pan di Zucchero e alle braccia allargate del Cristo
Redentore, per un Feliz Natal (pronunciato Natàu) all'ombra
delle palme e dei grattacieli sulle spiagge, per le strade del centro
brulicanti di gente seminuda, di splendide brasiliane dalla pelle
caffelatte, liquirizia, caramello, bianco latte e caffè scuro, che
indossano tanga tanto risicati e rivelatori da meritarsi
l'appellativo popolare di fio dental (pronunciato dentàu): filo
dentale.

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Ley marcial

Notte, quasi l'una e tre quarti; non c'è in giro un'anima.


"Allora d'accordo" fa Marcelo. "Io prendo la scatola, la
riempiamo di merda e poi la svuotiamo sullo zerbino davanti al
comando de los zorros".
L'idea l'ha lanciata Ernesto; adesione euforica. "Però non
potrò metterci la materia prima" aveva detto. "L'ho appena fatta a
casa, e due volte in poche ore, per uno stitico come me, è
un'impresa impossibile. Se volete poi ci vado io a svuotarla sullo
zerbino, ma dentro la scatola dovete farla voi!"
D'accordo.
Portano la scatola in una via buia; ridono come scemi.
"Mi piacerebbe vedere la faccia che faranno los zorros
domani, quando arriveranno al comando e troveranno lo zerbino
pieno. Così imparano a darci diecimila pesos di multa per niente,
brutti figli di puttana!"
"Cioè, proprio niente no: eravamo in quattro su un motorino"
puntualizza Juan con la voce petulante di una vecchia zitella.
"E allora?"
"Era anche controsenso."
"Callate, mi amor!", ed Ernesto manda un bacio scanzonato,
sulla punta delle dita, a Juan-Avogado del Diablo.
Via buia, neanche un cane.
"Comincia tu, Marcelo; e mi raccomando: tutta quella che
puoi!" Marcelo si tira giù i pantaloni, gli altri non guardano.
Stanno appoggiati alla saracinesca di un negozio e si sentono
amici.
"Viene?"

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"Quasi."
"Sentilo come spinge!"
"Venuta?"
"Un po'... Mi sembra di essere una capra: la faccio a
pallottoline." "Dai, sbrigati!"
"Oye, non è colpa mia. Più di così non mi viene; meglio che
ci provi qualcun altro."
Marcelo si rimette a posto i pantaloni di velluto verde e Juan
allora, con la faccia da "avanti il prossimo", va ad accucciarsi
sulla scatola.
"Senoras y senores: alla vostra sinistra potete ammirare Juan
Carranza nel compimento di un atto tanto umano: la maternità!
Moltiplicazione per segmentazione: stronzo adulto che partorisce
i piccoli!" "Se mi fate ridere non mi viene."
"Dai, concentrati."
"Io se vedessi la mia ragazza sulla tazza del cesso, anche se le
voglio un bene da morire mi andrebbe via tutta la poesia. La mia
donna è angelicata, non fa di queste porcherie."
"Sono perfettamente d'accordo: le donne del Dolce Stilnovo
non possono andare di corpo!" sospira Ernesto.
"Certo che no!"
"E allora com'è che la tua dolce Laura, ieri, durante l'ora di
latino, ne ha mollata una pestifera? Parola! Lo so perché sta nel
banco dietro di me, ed è diventata tutta rossa quando Juan ha
cominciato a far finta di asfissiare."
"Non ci credo."
"E allora vai a cagare... A proposito, Juan: ti viene?"
"Non c'è male."
Dopo qualche minuto Juan ritorna con la scatola in mano, e
orgoglioso fa vedere a tutti un bel mucchietto fumante, che odora

185
di stalla. Tocca a Victor; e dopo qualche altro minuto i mucchietti
sono due.
"Eh eh, caro Victor, en la soledad silenciosa de América
Latina abbiamo sentito dei rumorini sospetti; cos'erano, sospiri?"
"Ebbene sì. Ma non andate a dirlo in giro che sono così
sentimentale: perderei la mia reputazione di duro."
"Tu, Ernesto, non ci vuoi proprio provare?"
"Ve l'ho già detto: è inutile. Ci sono appena andato a casa, e
ho fatto anche gli arretrati di una settimana. Comunque, se
proprio ci tenete..."
"No, lascia stare; provo ancora io, forse adesso me ne viene
un po' di più; sento l'intestino farsi via via più disponibile", e
Marcelo prende di nuovo la scatola.
"Spingi con amore e sarai premiato."
" Mggmmmmmmmm. "
"Viene?"
"Sììììì!"
"Vittoria!"
"Hasta la vittoria siempre!"
"Fa' un po' vedere."
Tutti si portano vicino a Marcelo e si mettono a sbirciare tra
le falde del suo cappotto marrone a spina di pesce.
"Hey, hombre, hai mangiato i topi marci?"
"Perché, puzza?"
"No, no: esala fragranze di gelsomino."
"Io penso che basti."
"Tutti e tre i parti insieme saranno almeno mezzo chilo;
sufficiente, no?"
"Sembra anche a me; andiamo?"
"Andiamo!"

186
Ernesto prende la scatola, e muovendosi come la Pantera
Rosa fa cenno agli amici di seguirlo; la processione si snoda
lungo il marciapiede, umido di nebbia.
Davanti al comando, in una via poco illuminata tra due file
d'ippocastani, si riuniscono stretti stretti in un gruppetto mistico,
come cospiratori, con l'alito che fuma per il freddo. Ernesto
riceve l'incarico di svuotare la scatola sullo zerbino;
dignitosamente accetta e tira su col naso.
Suonano le due.
"Forse le cose sublimi si chiamano escatologiche proprio
perché hanno a che fare con 'scatola', che nella dolce lingua dei
miei avi napoletani significa caja; eh?"
"Probabilmente; dai, sbrigati." E allora anche quelle che
hanno a che fare con la merda si chiamano scatologiche per lo
stesso motivo, continua tra sé Ernesto seguendo il flusso dei
propri pensieri, prima di essere richiamato alla realtà da Marcelo
e dal suo: "Svuotala; presto!".
"Mi tremano un po' le mani."
"Anche a me."
Le luci si accendono all'improvviso, abbacinanti.
I fari illuminano la piazza come fosse giorno: una luce secca.
Dagli altoparlanti una voce grida: "Arrendetevi! ".
"Oh Cristo..."
Le sirene suonano all'impazzata.
Ancora la stessa voce: "Arrendetevi!".
I carri armati rivelano la loro sagoma sinistra.
Ernesto e Victor riescono a fuggire.
Cinque celerini piombano addosso a Juan; lo immobilizzano.
Marcelo viene raggiunto da un proiettile, che gli dilania il cuore.
L'odore acre dei lacrimogeni toglie il respiro.

187
Dopo sette ore di tortura, Juan sviene senza avere rivelato il
nome dei suoi complici.
Sulla pubblica piazza, il giorno della sua esecuzione, aleggia
un enigmatico odore di merda.

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Abandonados

Nel grande edificio coloniale in largo de Pelurinho, da


qualche anno sede della "Casa da Cultura" intitolata allo scrittore
Jorge Amado, fino al 1835 si frustavano pubblicamente gli
schiavi: l'etimologia di pelurinho, del resto, si ricollega alla pelle
che si stacca sotto i colpi della frusta e alle schiene scarnificate e
sanguinolente. Salvador de Bahia era la città più ricca del
Brasile, e le navi cariche di canna da zucchero, tabacco, liquori e
più tardi oro partivano dal suo porto verso l'Europa, incrociando
in mare quelle che dal vecchio continente arrivavano cariche di
schiavi, di fucili e di generi di lusso per rendere agiata la vita dei
padroni bianchi. Era anche rinomata, nelle corti portoghesi, per la
depravazione, la libertà sessuale e la decadenza della sua vita
pubblica, tanto che ben presto, al nome originale di Bahia
d'Ognissanti, fu aggiunto quello di "E quasi tutti i peccati". Agli
inizi del XVIII secolo era conosciuta come la terra della sifilide, e
la malattia aveva provocato devastazioni anche nei monasteri,
tant'è che un cardinale aveva scritto indignato ai superiori
dicendo di vivere "nei sobborghi di Gomorra e nelle vicinanze di
Sodoma! ".
Adesso ragazzini neri di undici anni, come stormi di
gabbiani, girano tra i turisti e i tavolini dei bar elemosinando un
avanzo di cibo e qualche centavos, con i vestiti a brandelli, le
braccia secche come fiammiferi, la pelle bruna opacizzata da una
patina di sporcizia atavica e gli occhi vellutati dallo scintillio
torbido del mastice da calzolaio sniffato. Le piazzette del
Pelurinho sono una grande casa di tolleranza a cielo aperto, dove
un settantenne europeo bianco come un cencio sotto i bermuda a

189
fiori, con la pelle floscia e le gambe piene di groppi di varici blu,
può scoparsi per una manciata di reais una meraviglia di diciotto
anni, che lo accarezza con distratta lascivia tra una birra e l'altra e
ogni tanto lo fa sentire uno sciupafemmine, un adorabile
malandrino, mandandolo in brodo di giuggiole mentre gli arruffa
maliziosamente i capelli radi, prima di farsi portare in camera.
Bangkok e Pattaya uniti a Bahia dal turgido filo del turismo
sessuale, pagode buddiste e case di candomblé e macumba,
ninfette thailandesi e adolescenti brasiliane in vendita, venute in
tempi immemorabili dalle coste dell'Africa, forse strappate dalle
rive del Gambia come le radici di Kunta Kinte, forse dai villaggi
di capanne dell'Angola o del Mozambico.
Il primo carico di schiavi fu portato dalla Guinea nel 1538, e
mezzo secolo più tardi lo storico Gabriel Soares stimava che la
popolazione di Salvador de Bahia fosse così ripartita: 5000
schiavi negri, 8000 indiani "convertiti" al cattolicesimo e 14.000
bianchi. Fino al 1850, quando il commercio degli schiavi fu
ufficialmente abolito, quasi quattro milioni di africani furono
mandati a lavorare nelle piantagioni di canna da zucchero del
Brasile: il 38% del numero totale di quelli che arrivarono nel
Nuovo Mondo. Le loro famiglie venivano regolarmente divise dai
padroni, che mischiavano nuclei di tribù diverse per impedire
ribellioni collettive, e venivano decimate in poco tempo dalle
malattie, dal lavoro durissimo (che durante la stagione del
raccolto arrivava a 18 ore giornaliere), e dalla nostalgia
intollerabile per i propri affetti e per l'Africa, che spesso
culminava in un lento suicidio; molti documenti dell'epoca
parlano di schiavi che smettevano volontariamente di mangiare
fino a morirne, di madri che uccidevano i loro figli, che cercavano
di fuggire e venivano finite a bastonate. Gli schiavi dell'Africa

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islamica, superiori per cultura ai padroni portoghesi, erano
particolarmente temuti e a loro venivano assegnati i lavori più
massacranti, per piegarli con la lobotomia di una fatica continua.
Anche i bianchi più poveri avevano uno o due schiavi, che un
detto popolare chiamava "le loro mani e i loro piedi". Le relazioni
sessuali tra schiavi e padroni erano così frequenti che ben presto
emerse una numerosa popolazione mulatta; nelle piantagioni del
sertào, con la scarsità di donne bianche, i coloni vivevano con
compagne occasionali nere o indiane, la cui unica garanzia di
sopravvivenza era quella di continuare a essere concubine o
prostitute. I baroni dello zucchero passavano una parte del tempo
nella casa grande della piantagione e un'altra nella seconda casa
in città, dove spesso mantenevano amanti mulatte. Le loro mogli,
che solitamente avevano non più di quattordici o quindici anni al
momento del matrimonio, vivevano segregate nella casa grande,
senza contatti col mondo se non tramite i figli e i servitori;
altrettanto solitamente morivano giovani...
Oggi, tra gli oltre due milioni di abitanti di Salvador, almeno
la metà è di discendenza africana, e le tradizioni di quel
continente al di là dell'Atlantico, dove erano nati i loro trisavoli
catturati dai toubab mercanti di schiavi e portati in catene per
essere venduti e frustati in largo de Pelurinho, si sono radicate
così profondamente nel contesto di Bahia che la sua capitale è
considerata il "cuore africano" del Brasile. Il 1 novembre 1501,
quando Amerigo Vespucci si trovò davanti alla nuova baia sulla
costa brasiliana, era il giorno di Ognissanti, e così Bahia si
chiamò "de Todos os Santos"; se fosse stato il giorno dopo, forse
adesso sarebbe conosciuta con un nome più lugubre, ma forse più
rispondente alla realtà di chi vive nelle favela in periferia, con la
plastica nera dei sacchetti per l'immondizia a fargli da tetto, e a

191
trent'anni ne dimostra cinquanta; di chi è senza lavoro e senza
casa, e non può far altro che stordirsi con la cachaça più scadente
e a buon mercato, così almeno la fame gli passa e il cervello si
spappola senza sentire più niente; degli spettri allampanati dei
meninos de rua, alcuni dei quali sono sulla strada da tre
generazioni: nipoti di una ragazzina che ha partorito a quattordici
anni e la cui figlia li ha partoriti alla stessa età, perché a Bahia
non è impossibile essere nonne prima ancora di avere trent'anni.
Misteri della toponomastica, capricci del calendario; e Bahia
rimane quello che è, con tutti i santi e quasi tutti i peccati.
La notte di quel 31 dicembre, comunque, potrebbe benissimo
chiamarsi "De Todas as Festas": falò sulle spiagge, musica al
massimo, gente che balla, cachaça e birra e liquori a fiumi,
tamburi che martellano senza tregua, clacson spiegati, gente che
si spoglia, schiene e natiche lucide, tremolanti al ritmo della
samba. Le feste e l'allegria sfrenata, come la frutta fresca di
stagione e le cicale, a volte mi danno l'idea della fugacità del
tempo, a volte della sua pienezza; dipende da che tempo fa nella
mia anima, e stanotte il suo barometro sembra proprio segnare
alta pressione, mentre il 1998 sta facendo il suo ingresso in un
botto di fuochi artificiali e i numeri del contachilometri scattano
su 10.000, con i primi tre "Yeeaa" di fila in questo viaggio. Le
tacchette di plastica non si sono ancora allineate perfettamente,
con l'uno apparso solo per metà, quando parcheggio davanti a un
chiosco che vende noci di cocco gelate, con una cannuccia per
sorbirne l'acqua dolce e acidula; ne prendo una anch'io, e il
ragazzo con in mano un coltello da macellaio, benché sia
indaffaratissimo a servire i clienti, mi promette che di tanto in
tanto darà un'occhiata allo scooter. A piedi mi lascio inghiottire
per qualche ora dalla baraonda, dal bagno di folla esagitata che si

192
riversa sulla città come una scarica elettrica; poi fino alle prime
luci dell'alba scorrazzo per le vie della cidade alta e della baixa
seguendo un Maggiolino e una Fiat Uno, che in Brasile si chiama
Fiat Mille, dai cui finestrini ogni tanto qualcuno si sporge per
fare le boccacce a me e alla loro amica Gloria, seduta in sella a
prendere un po' d'aria, vestita col tradizionale costume bahaiano,
il turbante voluminoso rosso fuoco, il bolerino di trine, le gonne
ampie e inamidate; le gambe di lato. Buon anno, anno nuovo
brasiliano.
Da Santa Vitória avevo seguito la costa tra il verde tenero
delle risaie e i fenicotteri rosa nelle lagune che quasi senza
soluzione di continuità rendevano il paesaggio simile a quello di
una zona alluvionata: Lagoa Mangabeira, Lagoa Mirim, Lagoa
dos Patos, la laguna più grande del Brasile, alla cui estremità
nord c'è Porto Alegre.
Entro nella città verso l'una di notte, dopo quella tappa
faticosa di oltre 600 chilometri a cui mi ero preparato andando a
letto così presto; ma prima ancora che possa arrivare in centro e
cercare un albergo mi faccio sorprendere da un bel temporale
estivo, che per più di un'ora mi tiene bloccato sotto il cemento
rumoroso di un ponte della tangenziale, con la pioggia che
impedisce di vedere a un palmo dal naso e, nebulizzata dal vento,
arriva a bagnarti fino al midollo nonostante la protezione di
fortuna.
Porto Alegre non è mai stata un punto strategico del Brasile
coloniale; è una città moderna che si è sviluppata soprattutto nel
XX secolo, quando vi si stabilirono gli immigranti tedeschi e
italiani, e il suo benessere è fondato soprattutto sul commercio. È
la capitale dei gauchos, i cowboy brasiliani del sud,
rigorosamente a cavallo con i copripantaloni svolazzanti di cuoio,

193
gli stivali a punta, il cappello a larghe tese e il foulard che ricade
sulla giubba corta di velluto. Vicino a Rio Grande, nella stretta
lingua di terra tra la Lagoa Mirim e l'Atlantico, avevo incontrato
diversi gauchos, immobili sul ciglio della strada come statue
equestri, e per il privilegio di una fotografia ogni volta mi era
stata chiesta una sigaretta: messa dignitosamente tra le labbra,
accesa con un fiammifero; un "Obrigado" a bassa voce, e poi via
al galoppo.
Passo due giorni a Porto Alegre, una città che sembra fare
onore al suo nome con la voglia di divertirsi, di fare acquisti e di
vendere dei suoi abitanti, con le frotte di ragazzini che
trasformano in strumento musicale una latta d'olio o in occasione
di danze per le strade il suono di un piccolo mangianastri tenuto
su una spalla. Nonostante gli enormi problemi in cui si dibatte il
paese, nonostante le favela e la criminalità, la disoccupazione e
l'inquinamento, la crescita demografica senza controllo e il
progressivo immiserirsi di una fascia sempre più larga della
popolazione, nonostante i garimpeiros e l'Amazzonia che sta
morendo, la droga e i bambini abandonados; nonostante tutto
questo, e al di là della retorica, i brasiliani sono davvero gente
allegra, e che il ciel li aiuti. In altri due giorni, con la tappa di una
notte a Umbituba, la deviazione per un pranzo sull'isola di
Florianopolis e 800 chilometri complessivi percorsi di gran
carriera, arrivo a Curitiba (pronunciato Curiciibbh), la capitale
del Paranà; il 19 dicembre sono a San Paolo (pronunciato
Saupaulh) e il 21 ad Araraquara (difficilmente pronunciabile al
primo colpo), ospite nella fazenda di una coppia di brasiliani che
avevo conosciuto quasi due anni prima in Birmania, appiedato e
di malumore.

194
La strada è perfettamente asfaltata, ma trafficatissima e
pericolosa; tutti sembrano avere un vero e proprio culto della
velocità, e nel loro modo di guidare vige la legge del più forte:
inutile dire che un camion lungo venti metri, con altrettante ruote,
che sfreccia a 120 all'ora sorpassando un altro camion
ugualmente lungo e munito dello stesso numero di pneumatici,
sia più forte di uno scooter con due ruote soltanto, nemmeno
troppo grandi, e che il più debole debba continuamente cedere il
passo in una salva di anatemi smozzicati tra i denti all'indirizzo
del più forte. Quasi a compensare quest'aspetto negativo, c'è un
altro lato notevole del carattere dei brasiliani: insieme al culto
della velocità, pare proprio abbiano estrema simpatia per tutto ciò
che è strano, fuori dal comune, inconsueto; e anche qui è inutile
dire che una Vespa piena di bagagli, di adesivi e con una strana
targa, inconsueta lo sia davvero. Forse in nessuna delle nazioni
attraversate fino ad allora avevo collezionato un campionario così
nutrito di pollici alzati in segno di apprezzamento dalle auto e dai
camion che mi sorpassavano; di urla e di saluti, di fotografie
scattate dai passeggeri delle auto in corsa, che si sporgevano
pericolosamente dai finestrini affiancandomi; di chiacchiere, di
domande e di caffè offerti a ogni sosta alle stazioni di servizio o
ai ristoranti lungo la strada. E questa cordialità, con la simpatia
ciarliera e la curiosità per scooter e scooterista, ha sortito un altro
effetto, estremamente pratico: a furia di chiacchiere e di
domande, di caffè e di risposte, il mio falar portoghese, che era
parecchio arrugginito, in pochi giorni è ritornato come nuovo,
lucidato a specchio. Mi fermo a San Paolo una notte soltanto,
ansioso di uscire il più in fretta possibile da questa megalopoli di
20 milioni di abitanti, la più grande del Sudamerica e una delle
città più popolate del mondo; ma non dimenticherò mai un

195
incontro avuto proprio qui, appena uscito dall'ufficio postale in
praça du Correio.
San Paolo è il motore industriale dell'economia brasiliana, e
trenta delle cinquanta principali compagnie del paese vi hanno la
loro sede; è anche la più inquinata del Brasile, la più violenta
insieme a Rio, e in certi suoi quartieri abita una miseria
difficilmente immaginabile. Hans vive qui da otto anni, durante i
quali è tornato in Danimarca solo una volta. Sta fumando una
sigaretta davanti a un tavolino pieno di scartafacci, in un bar con
poca luce e la temperatura soffocante di un vagone della
metropolitana; a ogni boccata le guance scarne gli entrano
all'indietro, creando due buchi come se le tenesse strette tra i
molari.
Ci sono persone che incuriosiscono al primo sguardo, senza
motivo; Hans si accorge che lo stavo guardando, e semplicemente
mi sorride e m'invita a sedermi al suo tavolo, scostando qualche
foglio; il suo portoghese ha un accento aspro, con le erre arrotate
tra i denti, e la sua storia è questa. Era venuto in Brasile per la
prima volta nell'inverno del '90; una vacanza di qualche settimana
per dimenticare un matrimonio finito male e mettere un po'
d'ordine nella confusione che aveva in testa: un lavoro che non
amava, una città nella quale non si riconosceva più, gli amici che
avevano preso strade diverse, "Le solite cose che possono
succedere quando arrivi a quarant'anni". Una notte era a Rio, e
stava tornando al suo albergo con una ragazzina che aveva
rimorchiato a Copacabana, ubriaco fradicio. Si ferma a pisciare
su un mucchio d'immondizia, e vede il cadavere di un bambino di
poche ore, ancora imbrattato di sangue, che sembra di cera tra le
bucce di banana e i fondi di caffè, con un pezzettino di cordone
ombelicale rinsecchito e un grosso ematoma bluastro su una

196
tempia. Non riesce a impedirsi di gridare; un urlo da ubriaco,
pieno d'orrore; la ragazzina prende paura e scappa, e la vita di
Hans da quel momento è cambiata. Torna a Copenaghen, vende la
casa, ritira i pochi soldi che aveva in banca e vola di corsa in
Brasile, dove compra un vecchio capannone d'officina nella
periferia di San Paolo e apre un centro di raccolta per i meninos
de rua brasiliani; perché non vuole più vedere, finché campa, un
altro bambino gettato nella spazzatura; perché vuole darsi da fare
per impedirlo. Adesso, dopo otto anni, la "Casa Teresa" (Teresa
era il nome della giovane prostituta trovata sulla spiaggia di
Copacabana) ospita mediamente una ventina di ragazzi: alcuni
scappano e non si fanno più vedere, altri rubano tutto quello che
possono; ma Olindo, per esempio, ha già quasi preso il diploma
di geometra, "E pensa che quando è arrivato non riusciva neanche
a parlare per tutta la colla che aveva tirato su dal naso"; Balduina
adesso si sposa con un carrozziere di Belo Horizonte, a va a stare
là, "Mi ha appena mandato una fotografia della casa; due stanze
più la cucina, e il televisore in ogni stanza! ".
Hans sorride, gli occhi azzurri sembrano riempirsi di luce; poi
si rattrista improvvisamente, e la luce si spegne: "In Brasile ci
sono più di 15 milioni di abandonados che vivono per strada. Le
squadre della morte vanno a dargli la caccia e li stanano come
fossero roditori; molti bambini vengono torturati e uccisi, perché
i vigilantes delle squadre sono convinti che una volta grandi
sarebbero comunque diventati dei criminali, e allora è meglio
ucciderli adesso; molto scientifico, non trovi?". Gli chiedo cosa
sono tutte quelle carte che ha davanti e sta firmando; lui alza le
sopracciglia, sospira e risponde che la burocrazia brasiliana sta
facendo di tutto per farlo diventare matto; poi dice che deve
proprio scappare; aveva un appuntamento in questura per le dieci,

197
ed è già in ritardo. "Sai come sono i poliziotti: quando tu hai
bisogno di loro non arrivano mai, quando loro hanno bisogno di
te devi essere puntualissimo"; m'invita ad andare a trovarlo a
"Casa Teresa", ma devo scappare anch'io, perché nel pomeriggio
sono atteso nella fazenda degli amici di Araraquara, e mancano
ancora 230 chilometri per arrivarci. "Até a proxima", Hans: buona
fortuna e grazie per la birra che a tutti i costi hai voluto offrire tu.
Rimango a guardarlo mentre si allontana, non riuscendo a
scacciare dalla testa l'immagine di quel piccolo cadavere
imbrattato di sangue, che sembrava già di cera tra i fondi del
caffè.

198
Menta & benzina

Due aerei e nove barche in poco più di un mese, per coprire


un tratto relativamente breve dal nord del Brasile alla frontiera
col Venezuela, passando per la Guayana Francese, il Suriname, la
Guyana ex britannica e Trinidad e Tobago. Per un viaggio via
terra non c'è male, e quando finalmente arrivo a Caracas mi
prendo in giro da solo lasciandomi sfilare davanti agli occhi i
recenti ricordi di bagnarole e piccoli aerei, con gli specchi
scintillanti degli acquitrini a luccicare sotto le ali o gli spruzzi a
bagnare la faccia e il parabrezza in una piroga nella quale ero
entrato a malapena. Sapevo in precedenza che seguendo la costa
atlantica avrei scelto l'itinerario più difficile e frammentato, ma
non avrei potuto immaginare, nemmeno facendo professione di
pessimismo a oltranza, che da Belém al Venezuela potesse essere
così difficile e snervante, pieno di ostacoli liquidi (fiumi, torrenti,
paludi, acquitrini, foci, delta, baie), di foreste e di tratti senza
alcuna comunicazione terrestre a frapporsi tra le ruote e il
proseguimento di questo viaggio overland con destinazione
Tasmania, diventato improvvisamente overwater. Dalla Terra del
Fuoco fino a Belém avevo coperto una distanza di quasi 13.000
chilometri in due mesi esatti, a una media addirittura superiore a
quella di 5000 al mese che mi ero prefisso alla vigilia della
partenza, e che quasi sempre avevo mantenuto anche nei tre
viaggi precedenti. E da Belém al Venezuela, per nemmeno 2000
chilometri, impiegherò la bellezza di trentacinque giorni,
costantemente alle prese con barche di contrabbandieri e
pescatori, uffici doganali e aeroporti, attese interminabili per

199
trovare una canoa o una zattera, cambi di programma e
arrabbiature.
Da Rio de Janeiro in avanti, almeno per tre settimane, tutto
era filato liscio. Avevo passato una bella vigilia di Natale tirando
mattina in un party improvvisato sulla spiaggia di Ipanema, e non
mi era successo nulla nonostante la reputazione di assoluta
pericolosità che hanno le spiagge di Rio, specialmente di notte.
Ero andato in Vespa sulla cima del Corcovado, fin sotto le
braccia aperte in segno di benvenuto della statua di mille
tonnellate del Redentor. A 705 metri sul livello della città, si ha
una vista spettacolare di tutta la baia sottostante, in quello che
giustamente viene considerato il più bel panorama del mondo;
anche se una popolare canzone carioca dice che il Cristo
dovrebbe avere le braccia serrate sul petto, perché la durezza di
Rio offre tutto meno che un benvenuto a moltissima della gente
che arriva qui. Ne ho la riprova quello stesso pomeriggio, quando
non resisto alla tentazione di "visitare" di persona una favela.
Mi perdo in un labirinto di catapecchie arrampicate sulla
collina, fatte di casse d'imballaggio, di cartoni, di lamiera
ondulata, collegate tra loro da strette passerelle malferme, sopra
le acque di scolo e d'inquinamenti chimici; raramente hanno più
di una stanza, e quelle più miserabili sorgono sulla parte ripida
del pendio. Chi le abita è completamente in balia della fame
dovuta alla disoccupazione, delle malattie provocate dal
sovraffollamento; non ci sono scuole, non ci sono dottori, non c'è
lavoro. La droga e la violenza sono la legge; quella della polizia è
soltanto corruzione. Giro inebetito tra il fango e gli escrementi
delle galline, tra la puzza insopportabile delle fogne a cielo
aperto; ho in tasca una macchinetta fotografica, ma mi vergogno a
estrarla. Le famiglie in capannelli davanti alle porte smettono di

200
parlare per qualche istante; una battuta volgare, una risata piena
di catarro, per il resto soltanto sguardi carichi di diffidenza. Me li
merito, perché nei miei c'è senz'altro una scintilla di curiosità
morbosa, come in quelli di chi è davanti a un incidente stradale
appena avvenuto. Dei ragazzi stanno giocando a pallone ai piedi
della collina; sulla maglietta piena di buchi di uno di loro c'è
scritto Ronaldinho col pennarello. Tra le finestre sgangherate
riesco a vedere il disordine di poche cose ammassate le une alle
altre: la rete di un letto, un materasso arrotolato, delle pentole,
delle istantanee attaccate alle assi di legno con dei chiodi; e
dappertutto bambini, a schiamazzare tra la sporcizia, prosciugati
dalla dissenteria, malnutriti, con le labbra attaccate come ventose
ai capezzoli delle madri, a guardarti immobili tenendosi per
mano, a frignare rannicchiati in un angolo, a camminare spavaldi,
con le croste sui crani rasati. Sulla lamiera di una baracca, tra una
fila di panni stesi, qualcuno aveva scarabocchiato uno slogan
filogovernativo, con un paio di refusi nascosti da una crocetta e
poi corretti: "La miseria e la fame sono i regali del comunismo;
morte a Cuba, viva Usa! ".
In quattro giorni, con tappe mai inferiori ai 400 chilometri,
avevo superato Campos e Vitória, Itamaraju e Ilhéus, e la sera del
29 dicembre arrivavo a Salvador.
Dopo la baldoria del Capodanno, e una trentina d'ore per
smaltirla in una pigrizia inconcludente e piacevolissima, mi
stacco a malincuore dalla capitale di Bahia, che di giorno in
giorno mi era sembrata una delle città più belle in cui fossi mai
stato, con i colori pastello dei palazzi coloniali attorno a largo de
Pelurinho, le chiese e le cattedrali spagnole, gli stretti vicoli
lastricati di porfido, le salite ripide e le discese affollate di gente,
le orchestrine di strumenti a percussione, gli indovini vestiti di

201
bianco come sciamani dell'Africa, le bahiane in costume, con i
sorrisi che la pelle scura rende ancora più luminosi. Dò un'ultima
occhiata all'intorno ripromettendomi di ritornarci prima o poi, e
per un periodo più lungo, e riprendo il viaggio verso nord in
direzione di Aracaju.
In un giorno solo passo attraverso due piccoli stati brasiliani,
il Sergipe e l'Alagóas, e prima del tramonto raggiungo Recife, la
capitale dello stato di Pernambuco, che con un po' di
pretenziosità e senza troppa rispondenza al vero è chiamata la
"Venezia del Brasile", per via dei numerosi ponti sulle
diramazioni e i canali del Rio Capibaribe, nel centro della città.
Ho già finito di cenare in un ristorante all'aperto, quando
vedo passare cinque ragazze, una più appariscente dell'altra, che
entrano nel cinema all'angolo, sotto uno sfarfallio di neon
turchino. La vista di una bella donna ha sempre toccato una corda
nascosta dentro di me, anche nei momenti di maggior apatia, di
macerato disamore nei confronti della vita; figuriamoci poi quella
di cinque tutte insieme, e in un momento in cui era in corso
soltanto una tranquilla digestione, senza apatia né disamore: pago
il conto e mi affretto a seguirle. Pago anche un biglietto e mi
trovo nella penombra di una sala a luci rosse.
Ci sono pochi spettatori, seduti il più lontano possibile l'uno
dall'altro. Dallo schermo, su una pellicola sgranata, arriva tra i
gemiti la scena di una penetrazione ripresa tanto da vicino da
sembrare quasi un'altra cosa, il pulsare di un protozoo alla luce di
un microscopio, lo sbattere di una palpebra piena di orzaioli.
Quando mi abituo un po' di più all'oscurità, riesco a riconoscere
la testa di una delle mie amiche, e i suoi capelli biondo platino. È
seduta di fianco a uno degli spettatori. A un certo punto la sua
testa sparisce dalla poltroncina. Mi guardo in giro, e riconosco

202
un'altra delle ragazze, quella con una criniera crespa, come
Angela Davis; stessa storia: dopo qualche minuto anche la sua
testa sparisce sotto lo schienale. E allora capisco.
Esco e vado a fare due passi per avenida Martin de Barros,
girando tutto intorno al promontorio di Santo Antonio e
sorridendo tra me per quell'industriosa attività sulle poltroncine
di velluto sintetico. Sulla strada verso l'albergo mi ritrovo a
passare davanti al cinema, che sta spegnendo le luci al neon e
abbassando la saracinesca, e le incontro di nuovo mentre stanno
uscendo in strada, fracassone e un po' fru fru, civettuole e a tratti
sguaiate. Biondo Platino, che è simpaticissima e piena di
esuberanza, mi chiede se le offro qualcosa da bere, e con una
strizzata d'occhi fa capire alle amiche che sono invitate anche
loro. E così davanti a qualche bottiglia di birra, Antàrtica bem
gelada, vengo a sapere che sono cinque reais a colpo, e che in
due proiezioni di fila riesce a farne anche venti in una sera, tutto
con la testa che si abbassa dalla poltroncina e un nebulizzatore di
menta piperita da spruzzarsi in bocca dopo ogni colpo.
Stavano già giocando a beach volley sulla bella spiaggia di
Natal (pronunciato Natàu come la festività religiosa), e dal
balconcino di calcestruzzo, sgraziato come un bunker, li guardavo
tuffarsi in pose plastiche, intingevo la punta di un croissant nel
caffelatte, ascoltavo i gabbiani e mi preparavo mentalmente a
portare giù i bagagli, rimandando il momento della partenza di
qualche minuto ancora, crogiolandomi negli sbadigli. Nei giorni
precedenti avevo collezionato un buon numero di stati brasiliani
del Nordeste, la regione più povera del Brasile, dove le
testimonianze del passato coloniale e gli influssi dell'origine
africana sono più evidenti: Bahia, Sergipe, Alagòas, Pernambuco,
Paraìba (nella capitale Joào Pessoa mi avevano rubato la chitarra,

203
sfilandola dalla custodia di stoffa lacerata in più punti, ammuffita
dalle piogge dei giorni scorsi e sporchissima; se fossero stati
meno schizzinosi e avessero preso tutto, in un taschino della
custodia avrebbero trovato cinquecento reais, circa un milione di
lire al cambio brasiliano di quel momento, che tenevo di riserva
in un rotolino avvolto nella plastica e fermato con un elastico), e
avevo raggiunto Rio Grande do Norte, dove non riuscivo a
schiodarmi dal bunker sulla splendida spiaggia di Natal.
Era uno dei momenti della giornata che amavo di più:
rimanere un po' a sognare a occhi aperti davanti alla carta stradale
e a un caffè, ancora intontito dal sonno; decidere un itinerario,
leggendo sottovoce i nomi di paesini per lo più sconosciuti che
punteggiavano il tragitto tra due grandi città; poi finire di
svegliarsi del tutto, caricare i bagagli e partire.
Da Natal devio a ovest staccandomi dalla costa, e prima di
mezzanotte ho archiviato più di 500 chilometri, un terzo dei quali
sotto la pioggia torrenziale che da quasi una settimana mi tiene
compagnia per diverse ore al giorno. Con gli occhi fuori dalle
orbite e così fradicio da non farci nemmeno più caso, mi fermo a
dormire vicino a Fortaleza, nello stato del Cearà, in un bungalow
di legno a pochi metri dalla spuma del bagnasciuga, perso fra i
tronchi inclinati delle palme sferzate dal vento, con alle spalle
altissime dune di sabbia bianca: c'è una storia nel Nordeste che
ricollega il nome Cearà a quello di Sahara, e quando non piove e
le dune sono prosciugate dal sole, cioè per gran parte dell'anno,
un certo parallelismo ci dev'essere. Il 9 gennaio sono a Teresina,
la capitale dell'ennesimo stato brasiliano del mio percorso nel
Nordeste, il Piauì, e mi fermo due giorni di fila in una pousada
del centro per lasciare che i bagagli inzuppati d'acqua si
asciughino, per comprare una nuova chitarra e riposarmi un po'

204
prima dei 1000 chilometri fino a Belém, da dove so già che la
strada finisce e dovrò ricorrere alla prima barca della serie per
aggirare l'isola di Marajó e approdare nuovamente sulla
terraferma a Macapà, sull'estuario del Rio delle Amazzoni.
A Teresina ci sono pochissimi turisti, e ce ne sono ancora
meno nel sertào all'interno del Piauì; forse è per questo che i suoi
abitanti conservano il "calore" enfatizzato dagli opuscoli
promozionali dell'ufficio turistico: ("Teresina: calda come la sua
gente!"); e non solo perché, in termini meteorologici, la loro è la
città più calda del Brasile. In quei giorni pioveva, ma a ben
guardare anche la pioggia e il vento erano stranamente caldi!
Questa parte orientale del Nordeste sembra un altro mondo
rispetto al sud del Brasile: il traffico di camion e autobus di linea
si era diradato progressivamente fino quasi a scomparire, e le
facilitazioni per chi viaggia erano scese a livelli bassissimi; la
cucina, per esempio (che del resto non è mai molto varia in tutta
la nazione, nonostante le fantastiche ricette di Doña Flor possano
far sperare il contrario), qui decade al monotono e immutabile
alternarsi di arroz, riso, e feijoada, zuppa di fagioli neri, qualche
volta accompagnati da una fetta contorta di carne fritta che i
brasiliani sembrano proprio non saper friggere, perché
inevitabilmente è anche dura come il cuoio. Con quarantott'ore
tonificanti di ozio sulle spalle lascio Teresina e dopo pochi
minuti entro in un altro stato, il Maranhào, l'unico di cui non
vedrò la capitale, Sào Luis, che presuppone una deviazione
inutile a nord e non è di strada verso Belém, e l'ultimo prima di
lasciare la regione del Nordeste ed entrare in quello che
politicamente e amministrativamente è il Nord, cioè l'area
occupata dalla foresta amazzonica, che copre il 42% dell'intero

205
territorio del Brasile, e comprende tra gli altri i grandi stati di
Para e Amazonas.
Questa è la regione meno abitata del paese, e al suo interno
vive la quasi totalità della popolazione india sopravvissuta alle
brutalità dei garimpeiros, alle epidemie importate dai bianchi e
allo stravolgimento del loro ambiente naturale, dovuto alla
costruzione della Transamazzonica e al taglio sistematico della
foresta pluviale. All'inizio degli anni novanta, almeno un
quindicesimo della sua area totale era già stato spogliato, e il
delicatissimo ecosistema era compromesso senza possibilità di
ritorno. Il bacino amazzonico, 6 milioni di chilometri quadrati di
fiume e giungla, è il più grande del mondo in termini volumetrici
e di area di drenaggio; la sua portata d'acqua è dodici volte
superiore a quella del Mississippi e i circa 13 miliardi di litri
d'acqua fresca che ogni minuto scorrono nel fiume sarebbero
sufficienti per supplire al fabbisogno idroelettrico di una città
come Milano per diversi anni.
Due tappe abbastanza faticose di oltre 400 chilometri ognuna,
e il 12 gennaio arrivo a Belém. La prima persona che incontro è
Armando, centocinquanta chili trasteverini purosangue trasferitisi
nel Nord brasiliano da una quindicina d'anni, prima a Manaus e
adesso lì nel Para, per cambiare un po' aria e "faje girà la testa a li
sbirri, st'infamoni, che mo' nun me ponno più cacà 'r cazzo!" mi
dice subito con un fare da gentleman in disarmo, stravaccato sulla
sedia dentro una canottiera enfiata allo spasimo; senza peli sulla
lingua e senza che gli abbia chiesto niente delle sue vicissitudini
nella Città Eterna. È il padrone del Carpe Die (sic), un bar-tavola
calda dietro il centralissimo Teatro da Paz, e sugli avambracci ha
una ragnatela di tatuaggi bluastri, rudimentali, con l'immancabile
cuore trafitto tra due iniziali e un "Mamma". Sua moglie è una

206
mulatta di Roraima, così fragile e mingherlina che anche senza
volerlo ti trovi a pensare alle dinamiche delle loro notti, e a
chiederti come faccia a mantenere un sorriso così sereno tra le
strisce carnose del rossetto. Mi consigliano un albergo lì vicino,
dove al piano di sopra "ce stanno pure delle pischelle, se te
'nteressa"; e dopo un po' di complimenti per la Vespa, un po' di
"Te pòssino!" e un po' di "Nun ce se crede", ci diamo
appuntamento per la cena al Carpe Die; cucinerà lui, apposta per
la grande occasione: "Una ma-tri-cia-na che te faccio svenì,
parola de Armanno!". Prima di andarmene a dormire, ripensando
ai consigli del mio anfitrione e non riuscendo a digerire il
retrogusto rancido del sugo, sono quasi tentato di abbandonare
l'itinerario che prevede di raggiungere Caracas dalle tre Guayane,
e di risalire invece il Rio delle Amazzoni in barca fino a Manaus,
per entrare in Venezuela a Boa Vista lungo la bellissima strada
recentemente asfaltata che è "'na favola", e che Armando mi
raccomanda vivamente perché aveva appena visto un servizio al
telegiornale. Ma poi, dopo un'occhiata sommaria alla carta
stradale, come al solito non mi piace l'idea di mettere la Vespa su
una barca per 2000 chilometri e di seguire un fiume, per quanto
maestoso e pieno di suggestioni possa essere, quando invece c'è
la possibilità di arrivare a Caracas via terra passando per Caienna,
Paramaribo e Georgetown, con la semplice interruzione di confini
fluviali e altri pochi tratti d'acqua... Se avessi saputo qualcosa
delle tribolazioni che mi aspettavano nelle settimane a venire,
avrei tolto mentalmente qualsiasi connotazione ottimistica e
fiduciosa a quel "via terra", a quel "semplice" e a quei "pochi"!
Innanzitutto, il 15 gennaio, la Vespa viene caricata a braccia
su un traghetto e legata a un palo di legno della stiva con una
corda filacciosa. Il ponte e l'enorme dormitorio sono riempiti da

207
mille amache policrome su cui è distesa gente in pigiama che
gioca a carte, litiga, ascolta le radioline a transistor, culla bambini
di pochi giorni e, vedendomi unico straniero, invariabilmente mi
offre qualcosa: un mango sbucciato, un uovo, un'arancia o un po'
di feijoada con arroz pescata in un sacchetto di cellophane. Per
tutta la notte navighiamo lungo un ramo del Rio delle Amazzoni,
e sbadiglio, senza riuscire a prendere sonno, sulla mia amaca di
nylon fucsia che penzola dai ganci del ponte, tra il russare
polifonico dei miei compagni di viaggio, lo sciabordio delle
acque sulla chiglia e il pianto lamentoso o disperato di mille
lattanti che si svegliano di soprassalto. Con le prime luci dell'alba
mi alzo e stropicciandomi gli occhi guardo davanti a me: il
panorama è da mozzare il fiato. Rimango per quasi un'ora con i
gomiti appoggiati al parapetto di legno, nell'aria frizzante del
mattino, mentre il traghetto costeggia la riva occidentale dell'isola
di Marajó e da lontano si comincia a scorgere l'intrico bianco
delle case di Macapà, con la sottile punta del faro. La maestosità
do Rio Amazonas, incendiata dall'oro liquido del sole, mi scorre
davanti come un fiume di zucchero caramellato, in una sarabanda
da foresta equatoriale. Tolgo i gomiti dalla balaustra di legno e mi
accendo una Gudang Garam, quelle deliziose sigarette con i
chiodi di garofano mischiati al tabacco e la vaniglia sul filtro, che
nel Nordeste brasiliano si possono trovare tranquillamente nei
chioschetti agli angoli delle piazze, come nella madrepatria
Indonesia. Una bella voluta di fumo speziato affumica l'aria fresca
del mattino, e facendo inconsapevolmente il verso ad Armando
mi trovo tra le labbra, insieme al dolce della vaniglia,
l'allitterazione stupita di un: "Ammàzza che è sto Rio delle
Amazzoni, aó!".

208
Mi perdo in fantasticherie fissando di tanto in tanto il volo
scomposto dei gabbiani e le loro brevi planate chiassose sulla
scia disegnata dalle eliche, in cerca di rifiuti; tiro un'ultima
boccata dalla Gudang Garam e con poco senso civico butto il
mozzicone nelle acque sporchissime del porto, in sintonia col
rimbombo sonoro di una fiancata della barca contro il molo, le
voci dei marinai a torso nudo che stanno gettando gli ormeggi, il
tramestio della gente che si prepara a scendere. In pochi minuti
quattro braccia muscolose scaricano Santa Maria; io sistemo i
bagagli sui portapacchi e vado verso il centro, mentre alcuni dei
miei conoscenti di una notte ancora mi offrono chi un uovo, chi
un mango, chi un biscotto. Da nemmeno mezz'ora avevamo
attraversato tutti insieme la linea dell'Equatore; per me era la
prima volta nel corso di questo viaggio, e rimanevo
sornionamente in attesa delle altre tre. Mentre esco dal porto
lancio ancora un'occhiata alle acque rugginose del fiume, che
hanno già percorso 6280 chilometri da quando hanno iniziato il
loro flusso sulle Ande peruviane e che adesso sono arrivate alla
fine del viaggio attraverso la foresta. Davvero: che cosa non è
questo Rio delle Amazzoni!
Appena partito da Macapà, sulla BR 156, le condizioni della
strada diventano pessime e peggiorano progressivamente man
mano che avanzo, anche a causa della pioggia che non smette di
rovesciarsi a scrosci dal cielo. Mi separano solo 700 chilometri
da Oiapoque, l'ultima cittadina brasiliana sul fiume omonimo al
di là del quale c'è St. Georges de l'Oiapoque, nella Guayana
Francese, ma impiegherò una settimana intera per percorrerli, su
uno degli off road più accidentati che mi fossi mai trovato sotto
le ruote fino a quel momento: fango profondo due spanne, buche,
smottamenti, pietrisco, brecciolino, massi caduti dalle montagne,

209
alberi divelti, frane, terriccio color cacca di cane. In un giorno
intero di guida arrivo soltanto a Porto Grande, che su una mappa
sembra vicinissimo a Macapà, ma su una sella ti spacca la
schiena; le cime delle montagne si alzano nella foschia umida
della foresta pluviale, e per arrivare a ogni valico sono ore e ore
di salite a passo d'uomo, con i piedi costantemente puntati per
terra e la gomma delle manopole che guizza tra i palmi sudaticci;
dai valichi in poi sono altre ore di discese ancora più lente,
rischiando di cadere in continuazione, graffiandosi i polpacci
contro la lamiera del poggiapiedi e fermandosi ogni pochi
chilometri per sgranchirsi le gambe, per accendersi una sigaretta
speziata guardandosi intorno con un'espressione da imbecille
stampata sulla faccia. E quando alla sera, dopo una doccia
improvvisata con un mestolo e un bidone pieno d'acqua, segno
col pennarello il breve tratto percorso nella giornata, mi faccio
prendere da un po' di sconforto, anche perché mi dicono che da lì
in avanti sarà tutto molto più difficile.
Nel vocabolario mentale di un vespista di lungo raggio la
parola "sterrato" è una delle più temibili, e purtroppo anche una
delle più ricorrenti a molte latitudini. Anche solo 100 chilometri
di fuoristrada, che per un enduro o una moto da cross sono un
piacere da andarsi a cercare disertando l'asfalto, per le ruote
piccole di uno scooter sono una faticaccia che ha poco da spartire
con qualsiasi sospetto di piacevolezza, e diventano un incubo
vero e proprio quando i chilometri invece di 100 sono 700 come
adesso, o addirittura 3000 come succederà in Siberia: l'unico
piacere (ma posso assicurare che si tratta di un piacere selvaggio
e di una gioia puramente animale) si prova quando finalmente lo
sterrato finisce e ritorni sull'asfalto. Quando non riesci a spostare
la lancetta del tachimetro oltre la soglia della cifra 10, e sudi sette

210
camicie per mantenere almeno quella velocità; quando sai di
avere davanti a te altre centinaia di chilometri così e ti metti a fare
i conti di quanto tempo ti ci vorrà, le ore che ti aspettano non
sembrerebbero peggiori se dovessi passarle sulla poltrona del
dentista. L'unico segreto è non fare mai i conti e mettersi
d'impegno per sbirciare il meno possibile verso la luna piena del
contachilometri. Col tempo ho messo a punto un paio di strategie
che si sono rivelate sempre molto efficaci: pensare una parola e
subito dopo pensarne un'altra che inizi con la stessa sillaba con
cui finisce la parola precedente, e così via all'infinito come in una
catena di Sant'Antonio o in quella filastrocca del re seduto sul
sofà che dice alla sua serva raccontami una storia, la serva
incominciò: c'era una volta un re seduto sul sofà che disse, ecc.
Una seconda tecnica personale è quella di recitare ad alta voce
una poesia per cinque volte di fila, poi un'altra per quattro volte,
un'altra ancora per tre, una quarta per due e infine una quinta per
una volta sola: arrivati lì ci si può fermare qualche minuto a tirare
il fiato, poi via di nuovo a declamar versi. Una delle mie liste
preferite è: L infinito, Chiare, fresche dolci acque, San Martino,
Canto notturno di un pastore errante in Asia, S'i fossi foco;
un'altra è tutta di poesia ermetica del Novecento, molto adatta
nelle mattine nuvolose.
Il secondo giorno, poco prima del tramonto, arrivo a
Tartarugaizinho, un nome buffo che non mi fa sorridere per
niente, perché so anche fin troppo bene di non aver coperto
nemmeno un terzo della distanza fino al confine. Gli abitanti
della manciata di case senza intonaco, fatte di mattoni grezzi cotti
al sole e tavole di legno non piallato, si riversano nella malandata
stazione di servizio che sembra un improbabile Far West
equatoriale, dove mi aspetta una brutta sorpresa, tra un ennesimo

211
mango offerto e una salva di sorrisi bianchissimi: hanno finito la
benzina, la loro cisterna è vuota come il mio serbatoio, e il
camion del rifornimento che doveva partire da Macapà tre giorni
prima non è ancora arrivato, né si sa quando potrà essere lì.
Rimango sveglio tutta la notte aspettando il passaggio di una
macchina e chiacchierando con i tiratardi; poi verso le cinque di
mattina mi lascio andare sul materassino gonfiabile che mi
avevano preparato in cortile, sotto il trespolo di uno splendido
pappagallo, pregando la padrona della pompa di svegliarmi non
appena qualche veicolo fosse apparso all'orizzonte. Mi
addormento subito, con la voce catarrosa del pappagallo che a
intermittenza mi dice "filho da puta"; ma nel primo pomeriggio
sono già sveglio, da solo, senza che nessuno mi abbia chiamato o
che l'orizzonte si sia lasciato turbare in entrambe le direzioni.
Notte numero due a Tartarugaizinho: altre chiacchiere svogliate
fino a tardi, altra gonfiata di materassino, altre offese gratuite del
pappagallo e nuova delusione al risveglio, sotto il sole cocente
che fa tremolare l'aria in lontananza sulla terra, con una sinuosità
impalpabile. Verso le quattro, quando stoicamente stavo già
rassegnandomi alla possibilità di un Tartarugaizinho n. 3: colpo
di scena! Arriva tutto, e tutto insieme. Passa il camion con la
benzina e il rifornimento di altre cose per la regione; il suo
guidatore si offre di darmi un passaggio, dicendo che potremmo
incastrare Santa Maria tra una cinquantina di bombole di gas, e
io avrei potuto benissimo dormirci sopra, su una fetta di lamiera
ondulata. Sai che divertimento, tra gli scossoni e i mezzi
ribaltamenti tra le buche, con le bombole (piene) che ti volano
addosso da tutte le parti. Arriva anche un ragazzo ungherese in
bicicletta, e subito si sente unito a me da un comune destino di
difficoltà e dall'esuberante consapevolezza di essere impegnato in

212
una cosa strana, avventurosa. Lui del resto se la sta passando
meglio di me, con la bicicletta leggera e le ruotine che vanno
senza problemi tra il fango: quando proprio non ci riesce più, può
sempre mettersi la bicicletta in spalla e arrampicarsi a piedi. Un
altro vantaggio è che Thomas finora non era mai uscito
dall'Europa, che questo è il suo primo viaggio "importante", al
quale aveva dedicato mesi di preparazione e risparmi; e più tutto
diventa difficile, più si sintonizza con il suo desiderio di cose
estreme.
Declino l'invito del camionista, gli offro una birra e riempio
di benzina il serbatoio e una tanica supplementare; Thomas
decide di fermarsi lì per la notte, e io riprendo subito il cammino
per sfruttare le ore di sole rimaste e cercare di raggiungere il
villaggio di Amapà prima del buio. Da lì in avanti altri tre giorni
di sconforto e l'assenza totale di villaggi sulla BR 156 dopo il
bivio di Calcene, solo poche baracche isolate con i cani che
ringhiano e ti mostrano i denti scintillanti quando ti vedono
passare, e in due delle quali mi fermerò a dormire pagando pochi
reais.
E quando finalmente arrivo a Oiapoque e penso che il peggio
sia passato, quando mi presento davanti al fiume che segna il
confine tra il Brasile e la Guayana Francese, ecco che la storia
infinita di barche, piroghe e aerei comincia sul serio, dopo
l'aperitivo fornitomi dal ferry tra Belém e Macapà, e per qualche
settimana mi terrà costante compagnia, sfumando la destinazione
Caracas in una nebbiolina di incertezze e contrattempi.

213
Tre Guayane e un Carnevale

Ancora più dei Territori d'Oltremare (Tahiti, Nuova


Caledonia, ecc.), i Dipartimenti francesi d'Oltremare (Guayana,
Martinica, ecc.) sono Francia vera e propria, suolo e vita francese
al cento per cento, e Caienna è una città dove si fumano
Gauloises e Gitanes né più né meno come a Lione o Parigi, dove
si beve pastis e Pernod come a Marsiglia, dove la vita costa
spropositatamente cara come a Saint Tropez; lasciti coloniali di
un maltempo che fu, retaggi anacronistici di atlanti polverosi. Il
confinante Suriname e la vicina Guayana con capitale
Georgetown hanno ottenuto l'indipendenza rispettivamente da
Olanda e Regno Unito; ma la Guayana Francese, come del resto
lascia intendere il nome, è ancora Francia che più Francia non si
può, è un'ombra lunga proiettata dalla Torre Eiffel sulle palme
equatoriali, sulla pelle nera come l'inchiostro e i denti bianchi
come spuma degli ex schiavi africani, sulla pelle color inchiostro
di seppia dei discendenti degli autoctoni cacicchi, sulla pelle rosa
come cotenna dei francesi di mezza età in divisa verdastra da
gendarmerie, che gironzolano per St. Georges de l'Oiapoque con
degli orribili pantaloncini corti e il kepi in testa, scolandosi litri
di birra e corteggiando le mignotte brasiliane vestite a festa,
patetiche pendolari tra quella Francia distante solo pochi metri di
fiume e la loro disastrata economia di là dal confine, nell'altra
Oiapoque con capitale Brasilia, non Parigi.
In attesa di trovare un modo per raggiungere Caienna (non c'è
una via di comunicazione tra St. Georges e Regina, per un buon
centinaio di chilometri nell'interno della foresta; e nemmeno c'è
un corso d'acqua che zigzagando ti possa portare da un punto

214
all'altro), preferisco rimanere nell'Oiapoque brasiliana dove l'aria
che si respira, oltre a essere decisamente più economica, è mille
volte più simpatica della faceta seriosità gaulois, delle divise e di
una certa arroganza da legione straniera che nemmeno le
suggestioni dell'Equatore e della frutta esotica riescono a
mitigare. Nei due giorni passati a leggere e a poltrire in un'amaca
nel giardino della Pousada Amapaense, in una tregua sacrosanta
dopo l'incubo degli ultimi 700 chilometri, vado a St. Georges
soltanto una volta "pour demander des informations", e senza
Vespa attraverso il fiume nella piroga di un Caronte dalle gengive
sdentate e lucidissime, che, mentre spinge al massimo il motore,
mi racconta delle sue tre mogli morte una in fila all'altra e della
buseta di diciassette anni con cui sta adesso, guardandomi ogni
tanto con gli occhietti maliziosi e aspettandosi come minimo che
gli dica condoglianze o che muoia dall'invidia per la buseta. Le
informazioni che ricevo nei begli uffici della gendarmerie
francese sono meno belle: a Caienna ci posso arrivare soltanto in
aereo, "il niy a pas d'autre alternative".
Attraverso a piedi le poche case della cittadina, e all'aeroporto
mi dicono che ci sono solo i minuscoli bimotori a elica della Air
Guayane a fare il servizio fino alla capitale, e che il primo con un
sedile libero è di lì a quattro giorni. Ammutolisco per un po'; poi
mi riprendo e con un filo di voce riesco a chiedere: "E la Vespa?".
Non capiscono; e devo spiegarmi meglio per sentirli rispondere:
"Si tu as de la chance ti troviamo posto nello stesso aereo col
quale voli tu". Altrimenti? Altrimenti aspetti a Caienna finché
riusciamo a mandartela. Mi dicono anche che sono stato tres bet,
cioè scemo, perché avrei potuto prendere un aereo da Belém o
Macapà, senza arrivare fin lì in mezzo alla foresta. Li ringrazio,
ma ormai non ci penso proprio a tornare indietro.

215
Altri dieci minuti di piroga, in compagnia di un Caronte
diverso e meno ciarliero, mi riportano alla Pousada Amapaense,
dove mi lascio andare nell'amaca con la coda tra le gambe
pensando alle seccature che avrei dovuto affrontare nei prossimi
giorni, perché spedire un veicolo in aereo non è mai indolore o
semplice, anche quando si è in un paese transalpino-equatoriale
che elegge un rappresentante al senato francese, uno
all'assemblea costituente e un altro al parlamento europeo.
Fino agli inizi degli anni sessanta, la Guayana Francese era
conosciuta soltanto come la sede di un'infame colonia penale
dove erano stati rinchiusi tra gli altri il capitano Dreifuss del
famoso Affaire, ingiustamente condannato per alto tradimento nel
1894, e in tempi più recenti il "Papillon" del romanzo di Henri
Charrière; ma nel 1964 il governo francese aveva scelto 1000
chilometri quadrati di terreno sulla riva occidentale del fiume
Kourou, a ovest di Caienna, come sede del Centre Spatial
Guayanais, perché era vicino all'Equatore, in un'area scarsamente
popolata e lontano da zone sismiche o cicloniche. Adesso questo
remoto dipartimento d'oltremare è diventato quasi sinonimo dei
missili spaziali Arianna, e dalla base di Kourou (dove lavora uno
su cento dei residenti in Guayana Francese) si effettuano dagli
otto ai nove lanci all'anno.
Trasloco con la Vespa sdraiata nella piroga dall'Amapaense
brasiliano al Chez Modestine francese di St. Georges, e il 27
gennaio, dopo quattro giorni di noia mortale, diciotto minuti di
eliche vorticose e ipnotiche sull'intrico verde bottiglia della
foresta sono sufficienti per farmi atterrare a Caienna; e siccome
ho avuto "de la chance", Santa Maria ha volato con me.
L'indomani la strada riprende per 260 chilometri fino al confine
fluviale col Suriname, passando davanti al modello in scala

216
ridotta dell'Arianna nel centro spaziale di Kourou e alle case
coloniali di St. Laurent Du Maroni; e lì ci vuole un breve
passaggio in barca per arrivare ad Albina, subito dopo la
frontiera, e poi un altro ancora fino alla capitale Paramaribo,
giusto per non farti perdere l'abitudine.
Il Suriname, che prima dell'indipendenza ottenuta nel 1974
era stato una colonia olandese e in seguito, per vent'anni, un
membro autonomo dei Paesi Bassi, è un bizzarro mélange di
tradizioni, culture, religioni e razze diverse, che vivono fianco a
fianco senza darsi troppi scossoni, e apparentemente in armonia
tra loro; in poche migliaia di chilometri quadrati sono
concentrate l'Africa e l'Europa, l'Asia e l'America, e per le vie di
Paramaribo, indaffaratissime di giorno ma stranamente silenziose
dopo le nove di sera, si mischiano i botteghini di fumante satay
degli indonesiani e i brodi aromatizzati al coriandolo dei
ristoranti cinesi, il pan degli indiani e il Drum o il Van Nelle
degli olandesi; gli antillani e i bush negroes (i discendenti degli
schiavi che erano riusciti a fuggire sulle montagne dell'interno,
mantenendo viva più di altri la loro cultura africana), i giamaicani
e i francesi, gli amerindi e i pakistani, i Kentucky fried chicken e
le noci di cocco, i mulatti e i vietnamiti. Un pomeriggio,
passeggiando per Kaiserstraat con una lattina di birra Parbo in
mano, ricordo di essermi imbattuto in una sinagoga costruita a
una ventina di metri da una moschea, quasi a testimoniare una
tolleranza religiosa impensabile in altre aree geografiche: la stella
di David e la mezzaluna crescente a guardarsi da vicino, tra le
palme e gli ontani che punteggiano l'erba rasata di un prato
all'inglese; quattro minareti simmetrici a inglobare una cupola a
forma di goccia, e altrettante colonne severe di marmo sormontate
da un frontone inciso con gli esili caratteri dell'alfabeto ebraico; e

217
in mezzo un pacato viavai di gente vestita nei modi più diversi,
con sarong o giacche a doppiopetto, con caftani o punjabi dress,
con pantaloni di raso da laotiana o trecce da rasta a gonfiare i
copricapo di lana colorata come la bandiera etiope.
Rimango a Paramaribo due giorni, vedendo quasi tutto quello
che c'è da vedere, fotografando le case di legno a due piani che
stanno andando a pezzi sulle sponde del fiume e gli imponenti
palazzi olandesi che fanno ombra ai grandi spiazzi erbosi del
centro; imparo qualche parolaccia di taki-taki, il principale
dialetto creolo locale; faccio lunghe chiacchierate in indonesiano
con Agus, un giavanese nato a Rotterdam, cresciuto a Curagào ed
emigrato lì da qualche anno, che fa le pulizie all'Hotel
Krasnapolsky e il cui sogno è quello di visitare Giava, un giorno
o l'altro; mi faccio spedire del contante dall'Italia, perché anche in
Suriname con una carta di credito non si può ricevere cash
advance, e i soldi arrivano in tempo reale proprio a Paramaribo,
non ad Addis Abeba o a Pyongyang... Poi lascio la città e
continuo per altri 200 chilometri di strada asfaltata fino a Nieuw
Nickerie e all'ennesimo confine fluviale, questa volta con la
Guyana ex britannica, dove l'ennesima barca è lì che mi aspetta
per superarlo.
Con un paio d'ore di navigazione a rilento nella baia che
s'incunea tra i due paesi come una ferita profonda dai lembi
coperti di mangrovie, qualche isolata palafitta tra gli acquitrini e
una fittissima vegetazione tropicale, sbarco nel porticciolo di
Springlands per le formalità doganali, e prima di sera sono nella
capitale Georgetown, previo naturalmente l'immancabile traghetto
per superare una nuova e minuscola baia tra New Amsterdam e
Rosignol. Il nome guayana, in una lingua amerinda precedente
l'arrivo dei coloni europei, significa "terra dalle molte acque", e

218
non potrebbe descrivere meglio la miriade di fiumi e fiumiciattoli
che frastagliano questo tratto di costa atlantica, tra il delta
dell'Orinoco e quello del Rio delle Amazzoni. Non vedevo l'ora
di lasciarmi alle spalle le tre Guayane e la loro enclave
multietnica: il francese, l'olandese, il taki-taki e l'inglese, per
approdare finalmente sulla terraferma venezuelana e ricominciare
a parlare spagnolo; ma al di là di tutta la rabbia e la frustrazione
delle attese, delle incognite sul modo di proseguire e del ricorso
continuo a mezzi di trasporto alternativi, dovevo anche
riconoscere di esserne affascinato e di considerarle tra i paesi più
particolari del continente, con l'impronta marcata dei loro lasciti
coloniali diversi e la cultura sfaccettata che sembra più caraibica
che sudamericana.
Georgetown è una delle città più pericolose del Sudamerica.
Il libro della Lonely Planet che ho con me dice testualmente: "I
furti per le strade, spesso accompagnati da violenza, sono
comunissimi; i blackout elettrici frequenti, e l'illuminazione delle
vie è pessima anche in condizioni normali. Evitate di andare da
qualunque parte dopo il tramonto, e state allerta anche durante le
ore del giorno. Mai, per nessun motivo, entrate nell'area di Tiger
Bay (tra Church st. e Main st.) o in quella di Albouystown (a sud
di Bent st.). Anche per lo spostamento di poche centinaia di
metri, chiedete sempre alla reception dell'hotel che via sia
chiamato un taxi!".
Leggo queste righe sdraiato in mutande sul letto di una brutta
camera, dietro la facciata di legno di un albergo infimo ma
estremamente pittoresco, trasudante quell'iconografia di vizio e
angiporto, di pirati e guance sfregiate, di bassifondi e malavita da
cui mi sono sempre sentito particolarmente attratto. Le trovo un
po' eccessive e paranoiche, e per l'ennesima volta mi viene da

219
pensare che l'unica aggressione veramente seria, con annesso un
pestaggio gratuito, calci nello stomaco e la ripulita del portafogli
e di tutto il resto, rimaneva quella subita qualche anno prima in
via Marsala, a Roma, a poche centinaia di metri da casa. Durante
i viaggi, anche in posti con una pessima nomea, fino ad allora mi
era successo poco o niente di sgradevole: una matta che si chiama
Cobadonga e mi ruba la macchina fotografica mentre dormo, a
Georgetown sull'isola di Penang in Malesia (già: un'altra
Georgetown), l'orologio strappato dal polso a Medellìn, la
chitarra sparita a Joào Pessoa in Brasile; niente di più. Ero
lontanissimo dal pensare che proprio durante quel viaggio, di lì a
pochi mesi, sarebbe cominciata una serie di furti e aggressioni
così consistente da far passare in secondo piano la mia
disavventura di via Marsala. Lascio il libro aperto sul letto,
annodo un asciugamano sui fianchi e mi affaccio al balconcino di
ferro battuto al quale mancano un paio di sbarre, per accorgermi
subito con un mezzo sorriso di essere proprio sull'angolo di
Church st. e Main st., cioè nel cuore di Tiger Bay. Era un vizio
che non mi era mai riuscito di correggere: le informazioni della
guida le leggevo sempre dopo, mai prima.
Nei giorni seguenti, in Vespa e non in taxi, comincio a darmi
da fare per capire in quale modo posso andare avanti, perché fino
al Venezuela non c'è uno straccio di strada tra la foresta e le
paludi, e i due paesi sono di fatto separati dal delta a forma di
ventaglio dell'Orinoco, e non c'è una frontiera terrestre
transitabile legalmente. Mi consigliano di andare a Charity, tre
ore di barcone sull'Essequibo più un'ottantina di chilometri di
sterrato, per cercare di convincere i contrabbandieri guayanesi
(gli unici che facciano un "regolare" servizio di linea) a
contrabbandarmi con Santa Maria fino a Ciudad Guayana o

220
Ciudad Bolivar in Venezuela, dove posso regolarizzare i
documenti all'Immigración e agli uffici della dogana. Ci vado
senza perdere tempo, e per la cifra di cinquecento dollari
americani (un'enormità, ma prendere o lasciare), dopo lunghe
discussioni con i barcaioli e un fantomatico direttore del piccolo
porto di Charity, un contrabbandiere alla fine si decide a portarmi
a Ciudad Guayana; quasi controvoglia, affettando sussiego, con
un'apprensione e una paura evidenti, ma con un'ancor più
evidente acquolina in bocca per la somma che è riuscito a
spillarmi. Ma poi, per una settimana intera, vengo preso in giro
con mille pretesti smaccati: ritardi, operazione di carico non
completata, scuse di guasti meccanici, maree sempre sbagliate; e
prima mi si dice che possiamo partire sicuramente lunedì, poi
mercoledì, poi sicuramente venerdì, poi probabilmente sabato e
poi forse domenica.
Finché capisco una volta per tutte che i contrabbandieri
hanno paura a contrabbandarmi in Venezuela. Hanno già troppi
fastidi con i guardiacoste e la polizia, e uno straniero con un
veicolo a bordo i fastidi li accresce esponenzialmente: sono certo
allettati dai cinquecento dollari, per questo tentennano tutto quel
tempo senza dirmi subito di no, ma pian piano la paura sembra
prendere il sopravvento e diventano sempre più vaghi,
accampando scuse che ormai non stanno né in cielo né in terra. E
prima ancora che mi dicano qualcosa di definitivo loro, con un
cipiglio feroce mi faccio ridare, strappandoli da mani ad artiglio
che non li volevano mollare, i duecento dollari che avevo lasciato
come anticipo, ringrazio tutti per il disturbo mormorando tra i
denti una parolaccia terapeutica, e me ne vado dal porticciolo di
Charity per tornare nella Tiger Bay di Georgetown, dove avevo

221
cominciato a sentirmi a casa mia; rassegnandomi a prendere il
secondo aereo della serie "da Belém a Caracas".
Quella sera sono affacciato al mio balconcino di ferro e
sbocconcello distrattamente un samosa di patate al curry,
guardando giù nella strada, quando vedo una scena che mi fa
passare il poco appetito e m'inchioda la bocca dello stomaco. Una
vecchia mulatta gira l'angolo e costeggia a piccoli passi il
marciapiede di fronte all'albergo; è vestita in una maniera vistosa
e del tutto fuori posto nel caldo soffocante del tramonto;
agghindata come una nobildonna decaduta, con vestiti
raccogliticci e senza alcuna logica tra loro; una piuma
voluminosa sul cappello a larghe tese, il parasole chiuso che fa
ondeggiare sul fianco, una borsetta civettuola e sventrata che
tiene stretta tra le mani, un corpetto di velluto nero con un
sottogola di pizzo pieno di fronzoli, la gonna ampia di raso, che
fruscia mentre cammina. Parlotta da sola, con un sorriso beato
sulle labbra, e ogni tanto abbassa la testa con degnazione, come
per salutare qualcuno che non c'è. In tutto il suo modo di fare c'è
una nota stridente, sgraziata; tutti i suoi vestiti sono
incredibilmente sporchi, stazzonati, e la balza strappata della
gonna ogni tanto le si incastra sotto i tacchi delle scarpe
scalcagnate, facendola barcollare e procedere a strappi: deve
essere completamente pazza, forse anche ubriaca. A un certo
punto, dall'angolo opposto, arrivano due ragazzi su una
motocicletta che fa un rumore d'inferno. L'affiancano e uno di
loro le strappa la borsetta, poi spariscono a tutto gas, con un urlo
da mascalzoni e una risata. La mulatta rimane immobile tra i suoi
fronzoli; solo la faccia le si contorce in una smorfia orribile; poi
alza la testa al cielo, e nella luna piena del cappello una vocina
straziante grida: "My Frankie would bave never allowed it;

222
never!". Il suo Frankie non avrebbe mai permesso che le
succedesse questo; mai!
La mattina presto sono già all'aeroporto, ma c'è un'altra
difficoltà da superare, perché da Georgetown non esistono voli
diretti per il Venezuela, e la connessione più conveniente è quella
di volare a Port of Spain, la capitale di Trinidad e Tobago. Altro
problema: questa volta è obbligatorio costruire una cassa di legno
per imballare lo scooter (da St. Georges a Caienna, per esempio,
non lo era stato), e così per un pomeriggio intero sono alle prese
con travi, chiodi, seghe, metri da falegname e sedicenti
carpentieri, ognuno dei quali con un consiglio diverso per farmi
risparmiare tempo e materiale, e alla fine perdere entrambi.
Quando all'una di notte l'aereo per Trinidad atterra sulla pista, e
io ho già fatto il check-in, spedito i bagagli e mi sto dirigendo a
piedi verso la scaletta, ultimo problema: la cassa è troppo grande,
non passa dagli sportelloni. Me ne accorgo per caso, all'ultimo
momento, e bloccandomi col piede sul primo gradino rimango a
guardare con orrore gli uomini del cargo che stanno facendo di
tutto per incastrarla nella carlinga dell'aereo, provando a rigirarla
da tutte le parti: ma per quanti sforzi facciano non ci riescono.
Allora depongono la cassa a terra e tornano a occuparsi degli altri
bagagli; se non me ne fossi accorto in tempo mi sarei trovato a
Trinidad senza di lei, e chissà quando l'avrei rivista.
Mi precipito giù dalla scaletta e corro verso di loro, pestando
i piedi di qualche passeggero e facendo cadere un po' di bagagli a
mano; comincio a imprecare, supplicare, far valere le mie ragioni;
e l'aereo è lì pronto a partire, col ronzio regolare dei motori
accesi. Gli uomini del cargo s'arrabbiano e iniziano a gridare,
cercando di mandarmi via; arriva uno steward con un sorriso
conciliante e prova ad appianare la situazione con un paio di

223
consigli stupidi; io non ne voglio sapere di lasciare lì la cassa, e
anche se i miei due zaini sono già nell'aereo, da Georgetown non
parto di sicuro. Arrivano tre doganieri dagli uffici, con
un'espressione che non sembra molto soddisfatta; io comincio ad
arrabbiarmi e a gridare a mia volta; tutte le facce da questo lato
dell'aereo sono appiccicate ai finestrini con gli occhi rivolti verso
di noi... Finché un elegantissimo capitano con la giacca blu piena
di mostrine dorate si affaccia sulla scaletta come un dio greco e
consiglia ai doganieri, subito ammansiti, di far smantellare la
cassa di legno che mi avevano obbligato a costruire. Gemiti di
assi che si sradicano dai chiodi, che si spezzano sotto i colpi di
martello, stridere di piedi di porco tra gli interstizi e un'efficienza
encomiabile da parte degli uomini del cargo, ammansiti anche
loro e adesso quasi sorridenti: in pochi minuti Santa Maria, nuda
e sdraiata su un fianco, entra giusta giusta nella pancia dell'aereo,
e io con un sospiro di sollievo ho vinto la mia piccola battaglia.
Salgo la scaletta avvolto da una nuova vampata di fiducia e
d'ottimismo, distribuendo sorrisi e saluti urbi et orbi alle facce
appiccicate alla plastica dei finestrini, e in meno di
quarantacinque minuti sono a Trinidad.
E così anche i Caraibi, inaspettatamente, fanno una breve
apparizione nel corso di questo viaggio, come una tappa
intermedia del tutto imprevista all'inizio, ma diventata pressoché
obbligatoria nell'avvicinamento al Venezuela. Trinidad è l'isola
più meridionale, e la più vicina al continente sudamericano, di
quella mezzaluna di isole che da Porto Rico arriva al delta
dell'Orinoco, passando per St. Kitts e Nevis e Guadalupa,
Dominica e Martinica, Santa Lucia e Grenada, e che fa parte
dell'arcipelago caraibico delle Piccole Antille. Con l'isola di
Tobago forma una repubblica autonoma che soltanto

224
recentemente si è staccata dal Commonwealth britannico, e i suoi
abitanti sono una curiosa mescolanza di indiani (non amerindi ma
indiani dell'India, che rappresentano circa il 50% della
popolazione e hanno nello scrittore V.S. Naipaul uno dei loro
figli più famosi), di discendenti degli schiavi africani, di bush
negroes e di una minoranza di cinesi ed europei, soprattutto
cittadini di Hong Kong e del Regno Unito.
Arrivo a Port of Spain in piena notte, e mi faccio portare da
un taxi all'albergo più vicino all'aeroporto, in un sobborgo della
capitale dove non c'è acceso nemmeno un lampione e in
lontananza si sentono i cori stonati di un gruppo di ubriachi.
Devo aspettare fino alle dieci della mattina successiva perché
aprano gli sportelli dell'Air Guayana Cargo e possa presentare i
documenti e la carta copiativa rossastra dell'airway bill. I
doganieri mi confessano di non avere mai visto un carnet di
passaggio né uno straniero che avesse inviato la sua moto a
Trinidad; perciò le formalità sono abbastanza lunghe e si deve
girare da un ufficio all'altro davanti a funzionari che scrutano con
diffidenza il carnet, telefonano ai superiori per chiedere
delucidazioni, e cercano in tutte le uova un pelo che proprio non
c'è, prima di farsi convincere dalle mie argomentazioni ed elargire
una firma svogliata, quasi fossero risentiti e offesi: è pericoloso
cogliere in flagrante reato d'ignoranza l'onniscienza mal pagata di
una divisa!
Pensavo di rimanere a Trinidad il meno possibile, giusto il
tempo di prendere un ferry per la vicinissima penisola di Paria,
sulla terraferma venezuelana che in quelle settimane aveva
assunto delle connotazioni da miraggio; e invece è andata a finire
che mi ci fermerò cinque giorni di fila, un tempo spropositato
visto il ritardo sulla tabella di marcia che mio malgrado ho già

225
all'attivo, e vista anche la smania di essere in sella, così
penalizzata nelle ultime settimane da tutte quelle interruzioni
acquatiche. Cinque giorni di ulteriore ritardo, e non tanto per
l'atmosfera decisamente esotica, ed erotica, che si respira a Port
of Spain, quanto perché ho davanti a me solo due scelte,
entrambe relazionate alla tabella delle partenze dei ferry: o
andarmene il 21 febbraio (cioè due giorni prima dell'inizio del
Carnevale) o il 25, cioè il giorno dopo la chiusura ufficiale del
Mardi Gras. Senza pensarci due volte compro un biglietto per il
21... Ma poi, parlando con la gente di Port of Spain e con i turisti
che si sono riversati sull'isola in quella settimana, mi sento dare
del matto a lasciare Trinidad così in fretta, dopo esserci capitato
per caso proprio alla vigilia di un evento così importante e in
grande stile, non solo per quanto riguarda i Caraibi; una festa che
richiama ogni anno migliaia di giapponesi, statunitensi,
australiani, europei e sudamericani, e per presenziare alla quale
viene spesa una valanga di dollari in biglietti aerei e soggiorni in
hotel esclusivi. Io mi ci ero trovato senza saperlo, spendevo
l'equivalente di trentamila lire per una camera più che
confortevole vicina all'aeroporto, e volevo andarmene così sui due
piedi?
Per tutto un pomeriggio ci sto a pensare, ma non so
decidermi. Poi alla fine rinsavisco, e mandando indietro
l'impazienza d'ingranare le marce, cambio la prenotazione del
ferry per il 25.
Già quella notte cominciano i preparativi, e anche i sobborghi
della città sono in fermento. Il lunedì mattina, andando in Vespa
verso il centro di Port of Spain, mi trovo coinvolto in
un'eccitazione incredibile, immerso in una folla di persone
abbigliate con un gran dispendio di paillette, tulle e lustrini, che

226
danzano al ritmo frenetico di grossi amplificatori montati sui
camion, di orchestre di tamburi; che cercano di superarsi nel
chiasso e nei balli più orgiastici, strusciando con eloquenza
sessuale i corpi nudi sotto le strisce di cuoio di un gonnellino da
antichi romani, una tunica da faraone, le parrucche elaborate di
una Colombina o le maschere della Commedia dell'arte. Tutti si
uniscono all'onda frenetica e schiamazzante, tutti si riversano
nelle strade ballando senza sosta; come impazziti, in costumi
confezionati con i risparmi di un anno; l'aria sembra riempirsi
con le vibrazioni sonore di un uragano, e per due giorni interi il
pulsare tambureggiante non cessa mai; tutti sfilano per le strade e
si dirigono verso l'ippodromo Savannah, dove si contenderanno il
titolo ambitissimo di gruppo folcloristico dell'anno. In un angolo,
parzialmente nascosti da un cassonetto dell'immondizia, vedo due
ragazzi che stanno facendo l'amore al ritmo martellante delle
percussioni; lui disteso per terra con in mano un'arpa di
cartapesta, lei seduta sopra di lui, con la schiena inarcata e i
capezzoli coperti da due tappi di Coca-Cola.
Martedì è il gran giorno. La parata dura tutto il pomeriggio, e
i gruppi più numerosi impiegano anche mezz'ora a sfilare. I
momenti finali, quando vanno a occupare l'enorme piattaforma di
fronte alla tribuna d'onore dell'ippodromo, sono il risultato di
mesi di preparazione; i loro costumi devono essere accurati e al
tempo stesso tali da calamitare gli sguardi, l'impatto dei colori e
dei suoni deve essere stupendo.
E già il tramonto, il gruppo vincitore è stato portato in trionfo
dai suoi seguaci deliranti, ma la sabbia dell'ippodromo formicola
ancora di folla, di vestiti sgargianti, di ballerini che saltano più
debolmente, con movimenti meccanici e gli occhi vitrei dalla
fatica. La festa durerà ancora tutta la notte. Mi unisco a un fiume

227
di persone in abito da pellerossa e cowboy, che stanno lasciando
l'ippodromo per tornare a piedi in città. Qualcuno mi grida: "Ehi,
gringo; non puoi andare a dormire adesso!".
In disparte, dietro un mucchio di noci di cocco svuotate, un
ragazzo nero si fa in pace il suo carnevale da solo, risolvendo con
la matita uno schema di parole crociate sulla pagina strappata a
un vecchio quotidiano. È vestito con una canottiera sporca e i
jeans accorciati al ginocchio, senza orlo. Ma in testa ha uno
splendido cilindro fatto di cartone ondulato, dipinto di bianco e
con una fascia rossa di carta crespa.

228
Le mutandine di Miss Universo

Arrivo nel piccolo porto di Guiria, il punto più orientale da


cui parta o termini una strada sulla costa del Venezuela e l'unica
cittadina di un certo rilievo nella penisola di Paria, dove era
approdato Cristoforo Colombo nell'agosto del 1498 venendo da
Trinidad nel corso del suo terzo viaggio nelle Americhe. Come
lui sono tentato di chinarmi a baciare la terra, dopo i nove
passaggi su barche, ferry, piroghe e i due voli aerei, il tutto per
coprire la breve distanza tra il nord del Brasile e la penisola di
Paria, inframmezzata da un migliaio di chilometri percorsi via
terra; e senza pensarci su troppo m'inginocchio e la bacio
davvero, con gli occhi esageratamente ispirati, per far ridere un
marmocchio che da qualche minuto mi stava fissando con
curiosità. Mi ritrovo dei pungenti minuzzoli di conchiglia sulle
labbra; poi mi alzo e porto il soldo di cacio a fare un giretto su
Santa Maria, il cui nome quel giorno mi sembrava
particolarmente appropriato; lui si abbarbica con le piccole
braccia alla mia camicia e trattiene il fiato, mentre suo padre ci
sorride tra il fumo delle pannocchie che sta arrostendo e gli dice:
"Cuidado, Miguelito!". Prima di sera sono a Casanay, un
villaggio esattamente alla confluenza delle due penisole di Paria e
Araya, che si dipartono simmetriche dalla costa come piccole ali
spiegate e sono racchiuse a est da Trinidad e a ovest da Isla de
Margarita, una delle destinazioni balneari più famose del
Venezuela, che attrae frotte di turisti locali e stranieri con le sue
spiagge bianche, i fondali perfetti per lo snorkelling e le
immersioni subacquee, e con il fatto di essere una zona franca,

229
con dei prezzi decisamente inferiori a quelli dei negozi di
Caracas.
La prima sorpresa piacevole offerta dal Venezuela a uno
straniero che viaggia con un veicolo suo è il prezzo bassissimo
della benzina, che nonostante i recenti rincari rimane sempre
inferiore ai cinque cent di dollaro al litro, cioè all'incirca cento
lire italiane. Soltanto in Iran ricordo di aver pagato ancora meno,
quando ogni volta riempivo il serbatoio con l'incredibile cifra di
trecentoventi lire, cioè quaranta lire al litro! La moderna storia
venezuelana, come quella dei paesi del Golfo, è stata
drammaticamente influenzata dal petrolio; fino al 1970, il
Venezuela era il primo esportatore mondiale di greggio; nel 1974,
come cofondatore dell'OPEC, determinò la crescita vertiginosa
del prezzo al barile, che si quadruplicò e accrebbe di quattro
volte i suoi guadagni: nel 1982 i proventi derivati dal petrolio
avevano raggiunto il loro tetto massimo, e con quasi venti
miliardi di dollari rappresentavano il 96% dell'esportazione
nazionale. Poi ci fu la recessione mondiale e il crollo dei prezzi
nella prima metà degli anni ottanta, e anche per il Venezuela i
guadagni dell'esportazione del petrolio scesero vertiginosamente,
non arrivando a sfiorare i sette miliardi di dollari nel 1987. Gli
anni del benessere hanno lasciato nel paese la migliore rete
stradale di tutto il Sudamerica, un'infrastruttura turistica a livelli
occidentali e una spettacolare architettura urbanistica, soprattutto
a Caracas e a Maracaibo; anche se la recessione, come sempre
avviene dopo un periodo di vacche grasse, ha fatto crescere
esponenzialmente la criminalità e il malcontento. Nel profondo
interno del paese, poco toccato dal boom ma messo a terra dalla
crisi economica, la gente si arrabatta per far quadrare bilanci
familiari cronicamente in rosso, e quando non ci riesce più

230
emigra sulla cintura hambriente, la cintura della fame, dei
barrios di Caracas, che non hanno nulla da "invidiare" alle favela
del Brasile.
Proseguo lungo la costa del Mar dei Caraibi passando piccoli
villaggi di pescatori e calette contornate di palme, e nella tarda
mattinata del giorno dopo sono a Cumanà, dove l'importatore di
Caracas aveva organizzato il primo appuntamento con la rete dei
venditori venezuelani e la stampa sulla mia strada verso la
capitale. Questi tipi di incontri, così come quelli con i vari Vespa
Club, pur rientrando decisamente nella sfera "professionale" del
viaggio (e di cui a volte avrei fatto volentieri a meno), alla fine si
rivelavano sempre piacevoli e lasciavano un buon ricordo:
incontravo persone che mi trattavano con cordialità e mille
attenzioni, spesso con una sorta di malcelato rispetto, facendomi
quasi sentire un'incarnazione dei loro sogni di libertà, di un modo
di vivere che li attraeva con le sue lusinghe ma che nello stesso
tempo non riuscivano a concepire o a considerare possibile,
anche se la mia corporatura gracile e il piccolo mezzo di cui ero
alla guida erano così poco intimidenti da far sembrare ancora più
labile il confine tra quello che si vorrebbe fare e quello che si può
fare se lo si vuole davvero; semplicemente mettendosi in
condizioni d'ingranare la prima e continuare ad andare.
E proprio a Cumanà arriva la seconda sorpresa venezuelana,
di cui non avevo sentito parlare né avevo letto sui giornali, perché
da almeno due settimane, alle prese con le difficoltà acquatiche
della Guayana e con i contrabbandieri di Charity, ero all'oscuro di
tutto quello che mi stava succedendo intorno: alle tre di quel
pomeriggio, 26 febbraio 1998, dalle coste venezuelane si può
ammirare l'ultima eclissi totale di sole del millennio, nel luogo
più privilegiato del mondo per assistere al fenomeno, così come

231
lo erano il Perù e alcune parti della Bolivia nel novembre del '94.
Con una differenza sostanziale, però: che allora il cielo era
coperto di nuvole nere e non si vedeva niente; adesso è libero e
lucido come smalto, senza neanche la più piccola nube sfilacciata
a sporcarlo. Con un paio di lenti affumicate guardo la Luna che
lentamente copre il disco solare, guardo il giorno oscurarsi e
Giove e Mercurio apparire in un cielo surreale, formicolante di
riflessi come in un'aurora boreale, di un turchino profondo che le
grasse ditate sulle lenti, invece di svilire, rendono ancora più
inquietante.
Poco dopo essere rimontato in sella, quasi a voler suggellare
quel pomeriggio con un'altra cosa che ricorderò, il
contachilometri scatta su 16.000, e fa entrare Cumanà nei
centoquarantaquattro nomi di villaggi, cittadine, città o metropoli
(o semplicemente campagna, steppa o deserto riferiti alla città più
vicina) dove le tacche del contachilometri sono passate sulla cifra
di un migliaio tondo tondo nel corso di questo Ushuaia-Hobart, e
io ho gridato la mia parola magica suonando il clacson tre volte.
Rimango altre quattro ore in sella, e guido finché il sole è già
quasi tramontato, secondo una sana abitudine che da tempo ero
stato costretto a perdere, prima di fermarmi in un villaggio
qualsiasi per passare la notte. È una delle sensazioni che ho
sempre amato di più, e che così spesso mi ha dato l'illusione di
essere libero e padrone della mia vita: quel grappolo di minuti
dalla consistenza indefinibile, quando non è ancora buio e non è
già più giorno, e tu entri in un posto che non hai mai sentito
nominare, con la consapevolezza che domani sarai già lontano, e
che per altri mesi, per altri anni, per altri grappoli di minuti della
stessa intensità continuerai ad allontanarti, assecondando il
dipanarsi di una matassa il cui filo ti si srotola tra le mani senza

232
farsi accorgere, e finisce dall'altra parte del mondo. A Caracas
sono ospite di una famiglia d'italiani, titolare di Motocom
Venezuela, che tra le altre cose importa Vespa nel paese, e che
avevo già conosciuto durante il precedente viaggio americano.
Rivedo Fabio, col quale avevo passato un paio di serate nei locali
notturni della capitale a corteggiare, con uno studiato
atteggiamento da aventurero trotamundo, le sue amiche un po'
snob e una più bella dell'altra; nel frattempo lui ha affiancato il
padre in molte attività dell'azienda, e sembra aver messo su
qualche chilo perché Astrid, la sua nuova fidanzata, lo fa "Stare
in riga e cucina da dio". Rivedo sua madre, che è cilena e benché
viva in Venezuela si sente la più italiana di tutta la famiglia;
grazie a lei, nei tre giorni passati a Caracas, mi vedrò sfilare
davanti agli occhi saltimbocca alla romana e trenette col pesto,
prosciutto San Daniele e olive all'ascolana, osso buco
pronunciato e cucinato come si deve e peperonata, Chianti e
mozzarella di bufala: tutte cose della cui esistenza mi ero
dimenticato da molto tempo e alle quali tra qualche mese penserò
con uno svenevole languore, davanti agli immutabili pilminie un
po' rancidi che sono la dieta base sugli sterrati della Siberia.
Rivedo anche Arianna, una cugina che quattro anni prima aveva
le movenze acerbe di una fanciulla in fiore proustiana e alla quale
scherzando avevo detto, in ginocchio: "Aspettami, Arianna;
espérame por favor, regresaré por ti". Naturalmente non si era
sognata d'aspettarmi, e adesso era incinta di sei mesi e
felicemente sposata, ancora più bella di prima, con la pelle
traslucida e gli occhi gravi e sognanti di una giovane donna che
sta aspettando un bambino.
L'aggettivo "bella", riferito alle ragazze venezuelane, ricorre
con particolare frequenza, e non è un caso che in poche righe mi

233
sia trovato a usarlo due volte; come soprattutto non è un caso che
con una continuità sorprendente le ragazze venezuelane vincano
il titolo di Miss Universo o di altri concorsi internazionali di
bellezza, concentrando nelle loro lacrime di gioia, con la
coroncina di perle sulle prime pagine dei giornali, le aspettative
di milioni di loro coetanee in tutto il mondo; facendo dimenticare
per un attimo la crudeltà e le dinamiche assurde, l'esibizione di
cosce come a una fiera di bestiame e i valori travisati di
competizioni analoghe. Il Venezuela è una terra di sanguemisto, e
la commistione delle razze è una tavolozza che spesso sa produrre
capolavori: il 70% della popolazione ha nelle vene una miscela di
origini europee, africane e indiane; o almeno due di queste tre.
Astrid, per esempio, oltre a cucinare da dio, ha una madre che
discende da una famiglia svedese e un padre i cui trisavoli
venivano dell'Africa occidentale, forse dal Benin, forse dal
Senegal, e progressivamente si erano mischiati con amerindi,
brasiliani e venezuelani bianchi.
Guardando il suo corpo snello, i capelli ondulati come un
flusso di miele, la sua carnagione scura e le iridi gialle come
quelle di un gatto, non viene difficile immaginarla tra le finaliste
date in pasto ai fotografi, o addirittura col diadema di perline
sulla fronte.
Per due mattine di fila Fabio monopolizza il mio viaggio
indossando i panni di ufficio stampa a tempo pieno; mi fa
partecipare a due interviste televisive, a dieci (!) radiofoniche e
mi stupisce con una pagina intera sul principale quotidiano del
Venezuela: questo avrà poi una piacevole ripercussione sui 1000
chilometri successivi fino al confine con la Colombia, perché
molti gestori di chioschi di benzina o di ristoranti, riconoscendo
il trotamundo e la motìca, non faranno pagare né all'uno né

234
all'altra il rifornimento o il pranzo, il cambio d'olio e il caffè;
siamo a posto così e buon viaggio, amigo!
Attraverso le città di Valencia e San Carlos; poi comincio a
inerpicarmi sulle Ande per la terza volta in poco più di tre mesi.
La temperatura scende sensibilmente e devo comprare un
maglione e dei guanti di lana; per lunghi tratti mi trovo avvolto da
una nebbia appiccicosa che impedisce completamente la visuale,
e ci metterò due giorni interi per arrivare a Mérida attraverso la
Sierra Nevada, dove sono concentrate le più alte montagne
venezuelane: il Pico Bolìvar, 5007 metri; il Pico Humboldt e il
Pico Bompland, entrambi vicini ai cinquemila. Mérida è una
delle città più belle del paese; è sede dell'antica Università delle
Ande, e la sua comunità accademica, il gran numero di studenti e
di backpackers stranieri le danno un tocco culturale e vagamente
bohémien; è anche una delle città meno care, meno pericolose e
con più facilitazioni turistiche di tutto il Venezuela. Mi ci fermo
una notte soltanto, poi proseguo per El Vigia, dove il venditore
locale ha organizzato un'escursione di due giorni con una
quindicina di vespisti nei boschi di Lagunillas, con tende da
campeggio sulla riva di un torrente, bivacchi e schitarrate sotto le
stelle; una cosa che mi riporta alla memoria le lontanissime uscite
di reparto quando ero un boy-scout, e che da allora non mi era
più capitata.
E la domenica sera, sul bivio del Tovar, ci salutiamo con una
fanfara cacofonica di clacson: loro girano a sinistra per ritornare
a El Vigia, io tiro dritto verso San Cristóbal e il confine
colombiano. Prima di arrivare a La Grita, quando è già buio da un
pezzo e sta piovendo che Dio la manda, ho una foratura e
rimpiango di non avere con me almeno una torcia, perché dovrò
cambiare la ruota facendomi luce con l'accendino per localizzare i

235
bulloni, e coprendo costantemente la sua fiamma con una mano
perché non si spenga sotto il diluvio. Ci metterò più di un'ora,
spaccandomi le mani contro la lamiera tagliente, succhiando
sangue e grasso e, per completare l'opera, piantandomi il gancio
di un tirante nella coscia, quando cerco di risistemare gli zaini.
Metto in moto e in un modo o nell'altro riesco ad andarmene
e a entrare nelle case mezzo addormentate di La Grita, accostando
davanti alla prima pensione dove vedo un po' di luce. Dal
movimento capisco subito che è un albergo a ore, ma non sto
certo a formalizzarmi e per duemila bolivares, neanche cinque
dollari, trovo addirittura una matrimoniale, senza bagno ma
all'apparenza pulitissima. Quando scendo a mangiare qualcosa, il
Venezuela mi riserva l'ennesima sorpresa. Dietro il bancone c'è
una ragazza che sta passando uno straccio umido tra le bottiglie,
e la sua bellezza è così fuori dal comune, così indescrivibile che
per un attimo mi lascia senza fiato. Penso a Remedios, Remedios
la Bella; penso a una creatura che non è fatta per questa terra, e
per la quale gli uomini possono ammazzare, e uccidersi. Lei non
si accorge dei miei occhi sgranati, e continua a lucidare tra le
bottiglie. Se ne accorge invece suo padre, il padrone dell'albergo,
che entra nella piccola sala del ristorante dopo aver regolato i
conti con una coppia in partenza, e mi rivolge un sorriso furbo,
quasi di complicità.
Cominciamo a parlare, e lui mi racconta di Viola, e di cosa
vuol dire avere per figlia un milagro. Anche i suoi parenti, non
soltanto i suoi amici, se la mangiano con gli occhi, cabrones! e
lei non ha ancora compiuto sedici anni; Viola non dà spago a
nessuno, ci mancherebbe, ma por Dios è sempre piena di lividi,
tutti provano a metterle le mani addosso, e si prendono dei begli
schiaffi. Sua moglie l'ha già iscritta a un concorso di bellezza a

236
San Juan de Colón, e come ridere Viola l'ha vinto; "Ecco, vedi
quel piatto d'argento sulla credenza? È il trofeo, c'è scritto il suo
nome; la prossima tappa è la manifestazione di luglio a San
Cristóbal, poi tutte le strade sono aperte e non la ferma più
nessuno: quando diventa Reginetta della Provincia, e ci diventa
quanto è vera la Madonna, per arrivare a Caracas non ci mette più
niente". Lui racconta, e io lo sto a sentire inserendo qua e là
qualche parola, davanti a una costoletta d'agnello nella sala
vuota; bevo un po' di vino, e il padre di Viola mi fa compagnia
mettendo sul tavolo un fiasco da un litro.
Sua moglie fa capolino per qualche istante, poi sparisce al
piano superiore a rifare i letti. Alfonso, il marito, continua a
parlare, e a volte mi afferra un braccio per sottolineare le sue
affermazioni. Loro non covano sogni, sono gente con i piedi per
terra; hanno soltanto certezze, perché la realtà è lì da vedere, e la
certezza è che Viola in un paio d'anni sarà Miss Venezuela; e poi,
por Dios, poi non ci vuole niente a diventare Miss Universo! Io
non mi sento di contraddirlo, anche perché la bellezza di sua
figlia è davvero straordinaria; ma comincio a stancarmi un po'
della sua enfasi roboante, della sua vanità, del suo modo di usare
Viola per le proprie speranze, per quanto siano dorate; tanto più
che ormai è decisamente alticcio, e io non vedo l'ora di buttarmi a
letto. Ma Alfonso sembra non accorgersene, ed è sempre più
affascinato dalle sue stesse parole. Sono anni che è convinto del
fatto suo, sono anni che non ha mai dubitato delle sue certezze,
fin da quando Viola era ancora una bambina. A un certo punto mi
lancia uno sguardo acquoso, arrossato dal vino, e mi chiede se
voglio vedere una cosa.
Io non so come dirgli di no, e mi faccio trascinare per un
braccio in un'altra stanza, mentre una coppietta imbarazzatissima

237
apre la porta e Alfonso grida: "Alina, hay gente!". Entriamo nella
loro camera da letto, dove c'è una grossa bambola seduta in
mezzo ai cuscini, con le gambe allargate. Alfonso apre l'anta di
un armadio, e da sotto una pila di lenzuola estrae una piccola
cornice. Tra due vetri c'è un paio di mutandine di cotone, con una
macchia scura al centro, come un fondo di caffè; Viola le
indossava quando le sono venute le mestruazioni per la prima
volta. Quando sarà Miss Universo varranno un bel po' di milioni
di bolivares. Sua moglie gli ha detto di non lavarle perché adesso,
col dna, ne sanno una più del diavolo.

238
Panama City

Sul confine tra San Antonio e Cùcuta mi dicono che non


avrei potuto scegliere un momento peggiore per arrivare in
Colombia.
Il giorno dopo, domenica, ci sarebbero state le elezioni per la
nuova maggioranza legislativa, e le azioni terroristiche dei
guerriglieri, in quell'ultima settimana, avevano raggiunto i livelli
di una vera e propria guerra civile. Il venerdì scorso, in una
provincia vicino a Cùcuta, trenta persone erano morte in un
attacco armato tra esercito regolare e un gruppo di guerriglieri,
compresi diversi civili. Le strade sono presidiate dai soldati, in
gran parte ragazzini con fucili più grandi di loro, e la tensione
che c'è nell'aria si può tagliare con un coltello. Mi viene
sconsigliato di proseguire: è rischioso avventurarsi nella regione
di Santander, l'epicentro dei disordini, che del resto si erano
estesi a tutta la Colombia; meglio aspettare qualche giorno a
Cucuta, stare chiuso in albergo e non mettere il naso fuori dalla
finestra. Arrivo davanti alla cattedrale di Cucuta e mi sistemo
all'Hotel Central, su un angolo della piazza; chiedo altre
informazioni a degli uomini che stavano giocando a carte nel bar,
ma dopo un po' di reticenza iniziale, con occhiate diffidenti tra il
fumo acre dei sigari, tutti mi dicono la stessa cosa: meglio stare
buono per un po', e aspettare che la situazione si normalizzi. I
due principali gruppi della guerriglia, le Forze armate
rivoluzionarie della Colombia (FARC) e l'Esercito di liberazione
nazionale (ELN), nei giorni scorsi avevano fatto di tutto per
disturbare le elezioni con continui sabotaggi, aggressioni e

239
scontri armati; adesso si aspettava la domenica con un misto di
sfiducia e paura di nuove rappresaglie.
Sembrava quasi che il mio destino motociclistico fosse quello
di arrivare in Colombia sempre in contemporanea con un clima
elettorale: o prima delle parlamentari come adesso, o poco dopo
le presidenziali come nel '94. Quella notte, mentre sto leggendo e
fatico a prendere sonno, sento due spari in lontananza, poi un
silenzio sepolcrale interrotto soltanto dall'abbaiare dei cani; e poi
più niente fino all'alba. Quando apro gli occhi sono già le dieci di
mattina, e tutto sembra tranquillo; mi affaccio alla finestra e
guardo le famiglie di Cucuta attraversare la piazza per recarsi ai
seggi elettorali con addosso i vestiti migliori. Non ci sono
disordini, le votazioni procedono regolari; flussi di persone
sempre diverse vanno avanti e indietro per la piazza, e le campane
della cattedrale suonano regolarmente ogni mezz'ora.
Me ne rimango buono tutta la domenica, annoiandomi dietro
le tendine della finestra o scendendo a fare due passi per la città.
Verso sera i tavoli rotondi dei bar all'aperto sono pieni di
movimento; due bambini giocano sul sagrato con una palla da
tennis, lanciandosela a turno e afferrandola ognuno con delle
buffe evoluzioni che provocano le loro risa. Ascolto per radio i
primi risultati delle elezioni, che hanno registrato una
sorprendente affluenza alle urne rispetto alle due votazioni
precedenti, e che nonostante i disordini e i morti della vigilia si
sono svolte senza incidenti di rilievo in tutto il paese. Con il suo
slogan "Un voto per la pace" sembrava che il Partito liberale
avesse mantenuto il vantaggio, anche se con un margine parecchio
ridotto. Altra notte a leggere di malavoglia, ma senza spari in
lontananza. Il lunedì mattina capisco che non mi va più di stare
fermo ad aspettare che si normalizzi una situazione già

240
apparentemente normale, e scendo per fare colazione al bar e
chiedere altre informazioni a un carabinero elegantissimo in una
divisa impeccabile, che avevo adocchiato dalla finestra mentre
stava pontificando davanti a un capannello di ascoltatori.
Gli dico che vorrei proseguire per Bucaramanga quel giorno
stesso, e gli domando se sia rischioso e basta oppure troppo
rischioso. Incontrando come risposta soltanto un'alzata di
mostrine e un'espressione seria ma non allarmata, decido di
pagare il conto della pensione, caricare i bagagli sui portapacchi
e mettermi in viaggio, anche se la sera prima avevo risposto "Dos
o tres" al "Cuàntas noches mas?" rivoltami dal faccione
intonacato di cipria della padrona, dietro il gabbiotto della
reception. Adesso sembra sorpresa, ma senza ulteriori commenti
cerca il resto nel cassetto e me lo porge tra le unghie vermiglie;
poi rimane a guardarmi mettere in moto e girare dietro l'angolo.
Tengo incrociate le dita sulle manopole e sopporto
stoicamente gli stop dei soldati sulla strada quasi deserta; c'è un
posto di blocco almeno ogni 15 chilometri, ma i soldati sembrano
più stupiti che minacciosi, e in un paio di occasioni prima di
arrivare a Barrancavermeja si mettono in posa armati di tutto
punto per una foto di gruppo. Soltanto quattro giorni prima
c'erano stati trenta morti non lontano da lì, e adesso quei ragazzi
con le cartucciere a tracolla e i capelli rapati come skinhead
facevano gli spiritosi insieme a uno straniero su una motica, con
una bandana a fiori in testa. Una volta di più mi viene da pensare
che i colombiani sono tanto abituati alla violenza e alle uccisioni
da non farci caso più di tanto, o perlomeno da dimenticarsele in
fretta. Durante il viaggio precedente, m'era capitato di vedere una
pagina di "El Espectador" con a tutto campo una fotografia del
corridore ciclistico Lucho Herrera (eroe nazionale al pari dello

241
scrittore Garcìa Màrquez o del pibe Valderrama) e in un trafiletto
di poche righe la notizia del massacro di dieci contadini da parte
di un gruppo paramilitare. In un'altra pagina, di fianco alle curve
di una provocante pin-up di Bogotà, c'era un trafiletto ancora più
piccolo che parlava di un autobus assaltato dai guerriglieri tra
Armenia e Cali, dell'autista ucciso e del saccheggio di ogni
oggetto di valore. Arrivo a Bucaramanga sano e salvo, dopo aver
salito e ridisceso una sequela di montagne nella regione di
Santander, e aver assaggiato per la prima volta, in una baita-
restaurante-gasolinera fatta di masonite e zinco sul ciglio della
strada, la prelibatezza della hormiga culona, una grossa formica
fritta e trasudante olio di cui gli abitanti della regione sono
ghiotti.
"In posa con militari" sarà comunque il motivo conduttore dei
chilometri fino a Medellin: facce strafottenti o ingenue sullo
sfondo delle foglie di banani, pose irrigidite sull'attenti tra i
poncho di lana bianca e cappelli a larghe tese dei campesinos in
un villaggio, sorrisi trattenuti a stento o facce comprese di dignità
sotto le visiere dei berretti; e dappertutto il grigio-verde delle
uniformi, le macchie delle tute mimetiche, dappertutto il manico
della mia chitarra che spunta tra le canne dei fucili o i caricatori
delle mitragliette. Fermo davanti a un semaforo nella periferia est
di Medellin, memore di un passato non troppo lontano, tolgo
l'orologio dal polso e me lo metto in tasca.

242
Dopo una sosta di quarantotto ore in città, cinque delle quali
impiegate a filmare un servizio di due minuti per il telegiornale
colombiano, risalgo a nord verso Turbo con una nuova
connotazione di locura da associare all'immagine che mi ero fatta
di questo paese: credo che in pochissimi altri, a tre giorni dalla
chiusura delle urne per un'elezione nazionale e dall'escalation di
violenze che l'aveva caratterizzata, le news serali avrebbero
mandato in onda anche solo un istante di registrazione relativo
alla bandana a fiori di un trotamundo. Mi ricordavo il tratto da
Turbo a Medellin come uno scempio pieno di buche, e l'idea di
doverlo percorrere un'altra volta, in senso inverso, mi tornava
gradita come il fumo negli occhi; ma già dai primi chilometri
noto con piacere che nel frattempo è stato asfaltato, e si presenta
come una dignitosissima strada a due corsie, un laccio di
liquirizia nera e lucida tra la vegetazione e le nuvole basse, con
tanto di segnaletica orizzontale e guardrail lungo i tornanti. La
velocità media è di gran lunga più elevata, e con una sola tappa
intermedia per la notte, contro le tre dell'altra volta, archivio con
estrema facilità quei 600 chilometri rimasti così sgradevolmente

243
impressi nella mia memoria, e arrivo sulla spiaggia piena
d'immondizia di Turbo. Ma lì ci si ferma, adesso come allora.
Se i disagi acquatici delle tre Guayane erano stati il frutto di
una scelta, e avrebbero potuto essere evitati scegliendo un
itinerario diverso, il blackout stradale che c'è tra Colombia e
Panama era e rimane imprescindibile: solo foresta e montagne nel
Tapón del Darién. Durante il raid dall'Alaska alla Terra del
Fuoco l'avevo aggirato con una barca presa a Colón (Panama) e
cinque notti passate a dondolare all'ancora nei porticcioli dei
villaggi cuna; adesso, con tutto il ritardo accumulato sulla tabella
di marcia e la prospettiva fastidiosa di aumentarlo ulteriormente,
decido di sveltire la procedura. Carico Santa Maria su una
piccola lancia fino ad Acandì, l'ultimo villaggio colombiano, e
poi su una piroga fino a Puerto Obaldia, il primo villaggio
panamense.
Da lì alla capitale ci sarà il volo aereo più corto e in
proporzione più caro della mia vita: pochi minuti in un
minuscolo velivolo a elica privato, così minuscolo che i due
sedili posteriori devono essere tolti perché Santa Maria possa
trovarvi posto senza parabrezza, portapacchi e bagagli. Il
proprietario dell'aereo è un americano pieno di tatuaggi, con i
capelli lunghi raccolti in una coda e un giubbotto di jeans dalle
maniche strappate sotto le ascelle, tempestato di patch di stoffa.
Si chiama Rupert e da qualche anno bazzica Panama, dopo essere
rimasto a Saigon fino all'arrivo dei nordvietnamiti; quasi ogni
giorno è nello spiazzo erboso che funge da pista d'atterraggio tra
le palme della spiaggia di Puerto Obaldia, aspettando di attirare
nella ragnatela delle sue eliche qualche straniero che va di fretta,
e offrirgli un passaggio fino a Yaviza o al Ponte delle Americhe.
Mi rilasso sul seggiolino di plastica rattoppata, con quattrocento

244
dollari in meno nella tasca e una leva del freno della Vespa tra le
mie spalle e quelle di Rupert, con una sacca laterale di lamiera
dietro di me, perfettamente modellata sulla rotondità della
carlinga, con gli zaini su cui poggio i piedi, le ginocchia contro il
mento e la consapevolezza che fino all'Alaska e allo Stretto di
Bering non ci sarebbero state altre interruzioni stradali, solo una
lunga strisciolina di pennarello nero sulle mappe del
Centroamerica, del Messico, degli Stati Uniti e del Canada.
Due sigarette e sono a Panama City.

245
3.

VERSO NORD
'98
Nella hall di Miranda

Dodici frontiere, 3000 chilometri e sei nazioni diverse nello


spazio risicato di sedici giorni: da Panama al Guatemala
passando per Costa Rica e Nicaragua, Honduras ed El Salvador.
Dalle chiuse di Miraflores alle bidonville di San José, dalla
cattedrale spagnola di Leon ai surfisti americani in vacanza a La
Libertad, dalle rovine maya di Tikal al mercatino, sempre maya,
di Chichicastenango. I sette paesi dell'America Centrale (il Belize
è l'unico in cui non sia entrato nel corso di questo viaggio)
occupano un'area relativamente piccola, non arrivando tutti
insieme nemmeno alla metà della superficie del solo Messico. La
loro storia attuale, in compenso, potrebbe occupare e occupa
decine di volumi, per la cronaca di guerre civili, rivoluzioni,
ingerenze d'interessi e capitali delle potenze straniere; per
dittatori fantoccio e presidenti di comodo, per le calamità naturali
a cui piace accanirsi con particolare violenza proprio in alcune di
queste zone, e spazzare via quel poco che è stato risparmiato
dalla guerra, dalle armi comprate con i soldi di chi ha interesse,
di volta in volta, a stabilizzare o destabilizzare la situazione.
Inondazioni e uragani che fanno volare in aria interi villaggi
portando ciclicamente nel baratro le fragili economie di un'area
geografica tra le più povere del mondo. Il terremoto di Managua,
El Nino, l'uragano Mitch... Non si può proprio dire che Dio sia
stato di manica larga, da queste parti.

246
E una volta arrivato qui, nella microstoria di una stesura
d'impressioni di viaggio quando il viaggio è già finito da un paio
di mesi e me ne sto con una tazzina di Nescafè a Milano, davanti
a una tastiera spesso frenetica e spesso sparagnina, porto il
cursore del mouse sull'icona di stampa, e per la prima volta da
quando ho iniziato a scrivere, alla voce "Pagine", dicco "Tutte".
Le rileggo in un pomeriggio, e mi stupisco, ma neanche tanto,
vedendo con quanta frequenza siano punteggiate da guerre, armi,
violenze, polizia, posti di blocco, ingiustizie, militari... Mi
ritornano alla mente le parole di Joseph, un ragazzo della Sierra
Leone che era riuscito a rifugiarsi in Guinea Conakry con la sua
gamba artificiale arrangiata in grande economia e il braccio
tagliato al gomito, senza protesi perché nell'ambulatorio del
centro di accoglienza non avevano i soldi per fargliela. Eravamo
sotto le frasche di una bottega di vestiti usati a Kissidougou, e
raccontandomi della follia di Freetown da cui era riuscito a
scappare attraversando a piedi la frontiera, ma accomunandola
idealmente a tutte le altre follie che gli uomini sanno infliggersi a
vicenda, gli erano venuti gli occhi lucidi e un labbro aveva preso
a tremargli mentre diceva che questo è un mondo di merda, e che
la vita fa schifo. Credo che neanche i matti o i religiosi più
squinternati avrebbero avuto il coraggio di parlargli in quel
momento degli uccelletti e degli arcobaleni, della primavera e
dell'amore incommensurabile del nostro Creatore, delle
meraviglie che adornano il suo creato per la nostra gioia di
uomini, e via discorrendo. Per quanto mi riguarda, gli ho messo
un braccio attorno alle spalle, sfiorando inavvertitamente il
moncherino sotto la manica floscia, e tra tutte le cose che avrei
voluto dirgli non ho saputo fare altro che starmene zitto.

247
Il 19 marzo 1998 guardavo i grattacieli di New Panama dalle
costruzioni fatiscenti sul molo di Casco Viejo, i loro profili ultra-
moderni tremolare nella foschia, mentre una bambina mi bussava
timidamente sulla schiena ripetendo "Señor, señor" e chiedendo
gli spiccioli per comprare un gelato da un vecchio che aspettava lì
di fianco a noi, con una scatola di ferro a tracolla e uno sguardo
distratto, ma fiducioso. Cammino intorno al promontorio, lungo
le mura costruite dagli spagnoli per proteggere la città; seguendo
un sentiero ripido mi arrampico sulla cima delle mura e vedo in
lontananza la fila delle navi che stanno aspettando il loro turno
per l'ingresso nel canale, e la figura elegante del Ponte delle
Americhe arcuarsi sopra le macchie squadrate dei loro container,
da una riva all'altra.
Sulla punta estrema del promontorio, in plaza de Francia,
passo qualche minuto a leggere su una grande placca di piombo
la storia del ruolo svolto dai francesi nella costruzione del canale.
La piazza è dedicata alla memoria dei ventiduemila lavoratori, la
maggior parte dei quali uccisi dalla febbre gialla e dalla malaria.
Poi torno a piedi all'Hotel Colonial, un vecchio edificio
sull'angolo di parque de Bolivar, che supplisce alla mancanza di
comfort e alla tetraggine delle scale interne, perennemente in
ombra, con una buona dose di atmosfera e i balconcini che dalle
camere guardano sulla piazza e sui ritagli di mare tra gli edifici di
fronte. L'uomo alla reception ha una voce cavernosa che ti mette a
disagio quando raggiunge i picchi afoni di un falsetto, e la benda
di cuoio che ha sull'occhio destro, unitamente agli zigomi
sporgenti e al naso di un uccello rapace, non avrebbe stonato
nelle illustrazioni a pastello sui libri che divoravo da bambino, in
una storia di bucanieri, ammutinamenti e tesori nascosti su isole
deserte.

248
Mentre sto entrando vedo un ragazzo smontare dal taxi,
sudatissimo e affossato da due zaini sulla schiena più due borse a
mano. Lo sento chiedere al conducente, con un fortissimo
accento tedesco, se avrebbe potuto pagarlo in dollari, perché era
"Ciàzt komm frrom zi èèèrrport" e non aveva in tasca neanche
uno spicciolo di moneta locale. Il tassista si mette a ridere, e
anch'io sto ancora sorridendo quando chiedo al bucaniere le
chiavi della camera. La valuta di Panama si chiama ufficialmente
balboa, dal nome del navigatore spagnolo che nel 1513 "scoprì"
l'Oceano Pacifico per annetterlo alla corte del Re di Spagna, ma
in pratica non si tratta altro che di biglietti verdognoli con la
faccia di Lincoln, Jefferson o Franklin, e chiedere a Panama City
di poter pagare in dollari equivale a chiedere di poter pagare in
rubli a Mosca, o in dollari a New York. Faccio una doccia veloce
e poi vado in Vespa a Miraflores, per assistere sbadigliando alle
sofisticate manovre di passaggio delle navi tra le chiuse del
canale, che poi è la principale attrazione di Panama, come
Disneyland a Orlando o l'Opera House a Sydney.
"Una delle più grandi meraviglie dell'ingegneria di tutti i
tempi", secondo quanto dicono i dépliant illustrati in
distribuzione gratuita nel museo di Miraflores, il Canale di
Panama è lungo 80 chilometri e collega l'Atlantico al Pacifico
con una serie di tre chiuse che consentono l'affluire e il defluire
calcolato delle acque per superare i 16 metri di dislivello tra i due
oceani e consentire il passaggio delle navi. Nei cantieri navali di
tutto il mondo si costruisce avendo ben presenti le misure
massime delle chiuse di Miraflores e Pedro Miguel sul Pacifico,
e quella di Gatun sull'Atlantico: 305 metri di lunghezza, 33,5
metri di larghezza. L'importo pagato dalle navi per l'utilizzo del
canale varia a seconda del loro peso, e mediamente è di trentamila

249
dollari per un grande mercantile. Nel dicembre del 1989, la
Queen Elizabeth II aveva pagato la cifra record di 117.285
dollari, mentre quella più bassa rimane di 36 cent, sborsata nel
1928 da Richard Halliburton, che aveva attraversato il canale a
nuoto, da Colón a Panama City.
La possibilità di un canale navigabile attraverso l'istmo era
stata intravista già pochi decenni dopo lo sbarco degli europei nel
Nuovo Mondo, e nel 1524 il re Carlo V di Spagna aveva ordinato
un sopralluogo della zona, ma i dettagli logistici riportati dalla
spedizione non furono considerati soddisfacenti, e l'idea fu
abbandonata per oltre due secoli. Nel 1878 il governo della
Colombia, di cui il territorio dell'attuale Panama era una
provincia, assegnò l'appalto per la costruzione del canale a
Lucine Wyse, che più tardi vendette la concessione al
diplomatico francese Lesseps, fresco di trionfi in relazione al
Canale di Suez. I lavori iniziarono nel 1880, ma solo nove anni
dopo la compagnia di Lesseps dichiarò fallimento, lasciando
nelle paludi panamensi i corpi dei ventiduemila lavoratori
commemorati con la lapide a Casco Viejo. Nel 1903 la Francia,
incapace di completare il canale, vendette la concessione agli
Stati Uniti; fu ingaggiata una manovalanza di settantacinquemila
persone, e dopo dieci anni ininterrotti di lavori, mentre la malaria
e la febbre gialla venivano progressivamente debellate, il 15
agosto 1914 la prima nave solcò le chiuse strappate alle
montagne dell'istmo, e da allora le sorti di Panama, che nel
frattempo aveva proclamato l'indipendenza dalla Colombia e la
dipendenza incondizionata dalle stelle e strisce della bandiera
statunitense, furono strettamente intrecciate con quelle del canale
e della zona creata attorno a esso.

250
Il giorno dopo quella visita veloce a Miraflores, parto
dall'Hotel Colonial e salgo sul Ponte delle Americhe seguendo la
Carretera 1 in direzione di San Carlos. Era una bella mattina di
sole, ma dopo pochi chilometri, improvvisamente, mi si erano
addensati sulla testa i nuvoloni di un temporale estivo, screziati
dai diagrammi nervosi dei lampi, e con un gran rimbombare di
tuoni si erano aperte le cateratte del cielo. In un attimo il
parabrezza diventa una cortina impenetrabile, non vedo nulla se
non gli aloni dei fari che gli automobilisti mi sparano negli occhi,
ma non c'è uno straccio di casa o di tettoia dove ripararsi, e non
mi resta che continuare alla cieca sotto gli scrosci della pioggia.
Finalmente vedo delle costruzioni circondate da un muro bianco,
con una casa che all'apparenza è quella di un guardiano, e sulla
stradina di ghiaia dell'ingresso c'è un palo di ferro alzato per
metà. Deve essere un villaggio turistico, e la sua architettura mi
richiama alla mente certi ingressi nelle oasi Valtur sulle coste
siciliane; incoraggiato passo sotto la sbarra, in attesa di vedere il
guardiano e chiedergli di farmi asciugare un po' da lui; o magari
fermarmi addirittura lì per una notte, in un bungalow sul mare
aspettando che spiova, tra ricchi vacanzieri in bermuda, con un
cocktail in una mano e un sigaro nell'altra; poi, prima di andare a
dormire, una puntatina al casinò.
Sto cullando tra me e me queste fantasie sotto la pioggia
quando sento un secco "Get out of here!", che le tronca di netto.
Non capisco, comunque spengo il motore. Ancora un "Get out of
here!!", assolutamente inferocito. Una figura sbuca da una
garitta, coperta da una cerata che le gocce fanno ticchettare come
uno scoppio di mortaretti. Due parole soltanto, e in fretta faccio
dietrofront uscendo da quella poco ospitale base militare
americana, per andare a finire di bagnarmi sulla strada. Mezz'ora

251
più tardi raggiungo una stazione di servizio a Chorrera, e quello
che era sembrato un fugace temporale estivo mi tiene compagnia,
senza un sospetto di schiarita all'orizzonte, fino alle quattro del
pomeriggio. Prima del tramonto mi fermo a El Palamar, una bella
spiaggia a est della periferia di San Carlos, e il giorno successivo,
con una tappa di tutto rispetto, passo attraverso la provincia di
Veraguas, l'unica che abbia una costa sia sull'Atlantico sia sul
Pacifico, e quella di Chiriquì, lasciandomi dietro anche la grossa
città di David e passando la notte a litigare con le zanzare sul
posto di frontiera di Paso Canoas, dove finisce il tratto
panamense della Carretera Interamericana. Non faccio in tempo a
svegliarmi che sono già in Costa Rica.
Dopo l'overdose di soldati-ragazzini con relative fotografie e
la monocromia verde marcio delle divise al nord della Colombia;
dopo le basi militari americane a Panama e la massiccia presenza
di poliziotti sulle sue strade, entrare in un paese come il Costa
Rica ha un sapore particolare. Questa è una delle pochissime
nazioni al mondo a non avere un esercito permanente né la figura
giuridica del "servizio di leva" a inquinare il futuro immediato dei
suoi ragazzi in età idonea; i poliziotti e persino i vigili urbani
sembrano essere del tutto inesistenti, e la loro non-presenza
conferisce alle città costaricensi una caratteristica unica rispetto
agli altri paesi del Centroamerica: quasi non si avverte
l'inconfondibile corruzione dovuta allo strapotere di un'uniforme.
Non dovendo sostenere spese militari, il governo di quando in
quando può permettersi dei programmi perlomeno stravaganti se
visti in un'ottica più tradizionale: all'inizio degli anni novanta,
per esempio, il 24% del budget nazionale era stato investito...
nell'istruzione! E benché lo standard della vita sia il secondo più

252
alto dell'America Centrale, dopo Panama, nel 1998 un abitante
del Costa Rica su cinque viveva sotto la soglia di povertà.
Bastano pochi minuti per accorgersi che le piantagioni di
banane e gli imperi di Del Monte, Dole o Chiquita sono
profondamente radicati nel paesaggio e nell'economia della
nazione; miliardi di caschi di banane verdi, protetti da un velo
sottile di plastica azzurrina, ti sfilano attorno come uno sciame di
locuste dovunque tu sia: sulla catena di montagne vulcaniche che
attraversa il paese a mo' di spina dorsale, sull'altopiano della
meseta central, sulla poco ondulata costa caraibica o
sull'ondulatissima costa pacifica. Se non sono banane, è caffè; se
non è caffè, sono turisti. Il recente boom di viaggi organizzati e
soggiorni a basso costo in magnifici complessi alberghieri era
stato minacciato nel 1986 dai ribelli contras del Nicaragua, che
volevano usare alcune zone orientali del Costa Rica come un
paradiso d'impunità; ma l'allora presidente Oscar Arias era
riuscito a impedirlo con la caratteristica diplomazia che gli aveva
già fatto svolgere un ruolo centrale di negoziatore nelle guerre
civili di Nicaragua ed El Salvador, e che l'anno successivo gli
varrà il premio Nobel per la pace. In quel periodo era in corso un
altro contenzioso col Nicaragua, una disputa territoriale per la
zona ecologica del fiume San Juan, che nuovamente aveva
minacciato l'industria turistica costaricense: molte prenotazioni
erano state cancellate, ma le agenzie di viaggio, ritoccando i
prezzi, erano riuscite comunque a riempire gli alberghi.
Contrariamente a quanto succede in altre località dove ci sono
molti turisti, i ticos e le ticas del Costa Rica, cioè i suoi abitanti
maschi e femmine, sono ancora molto cordiali e disponibili, con
un calore e un'ospitalità verso gli stranieri che a volte lascia
sorpresi: chiedere una semplice informazione per strada quasi

253
sempre equivale a vedersi rivolgere degli aperti sorrisi, e a capire
che l'interpellato ha il desiderio genuino di darti una mano. Per
quanto riguarda la mia abitudine di arrivare in clima pre o post
elettorale: si erano da poco concluse le votazioni, e Miguel Àngel
Rodrìguez Echeverrìa, dall'alto dei suoi molteplici nomi, era
diventato il nuovo presidente del Costa Rica.
In quattro ore di guida, dopo una notte passata a San Isìdro
de El General, raggiungo San José, la capitale, dove "faccio
rapporto" negli uffici dell'importatore Piaggio e sento una
segretaria mormorare a una collega: "Tan flaco!", dopo essersi
stupita al primo sguardo che l'atteso avventuriero
intercontinentale avesse un fisico più da campo di
concentramento che da palestra di culturismo. Mi sistemano nel
migliore hotel del centro, mettendomi più in imbarazzo che a mio
agio: non ho mai amato il lusso, soprattutto in un paese in cui
troppa gente è povera; non sono mai stato nemmeno masochista,
e ho sempre preferito concedermi qualche comfort quando c'era la
possibilità di scelta, almeno un bagno in camera e il letto pulito;
per centinaia di notti la scelta non c'è stata, e allora ho fatto buon
viso a quello che passava il convento, ai bacarozzi sulle lenzuola
e a un cesso in comune. Ma una camera da duecento dollari a
notte, in una nazione in cui metà degli abitanti non li guadagnava
in tre mesi, non ha mai fatto parte dei miei gusti, benché non li
pagassi io; sarà retorico e populista, ma è sempre stato così.
Scendo a fare una passeggiata, è proprio il caso di dirlo visto
le sue dimensioni, nella hall dell'hotel, curiosando davanti ai
negozi scintillanti di souvenir, al coiffeur e all'estetista, alle
vetrine piene di libri illustrati; guardando imbambolato i giochi
d'acqua di una fontana circondata da più piante tropicali che un
orto botanico, salutando con compostezza la gente vestita per la

254
sera, le donne piene di gioielli, come se anch'io facessi parte del
club, come se il solo fatto di essere lì mi conferisse a pieno titolo
un certificato di membership. A un certo punto, seduto su un
divano con una posa languida da esistenzialista, lo sguardo
attentissimo sul foglio che ha davanti (un po' meno alla sua
modella, una ragazzina piena di lentiggini che ogni tanto sbuffa e
dice alla madre: "Mamy, still long?"), vedo un ritrattista
abbigliato come un pittore di Montmartre del secolo scorso, con i
pantaloni e una blusa di velluto nero, un basco di tre quarti sui
capelli lunghi e una sottile barba a punta. Mi fermo una decina di
minuti alle sue spalle, unendomi agli sguardi di approvazione di
qualche villeggiante che ritorna dalla cena; poi vado al casinò per
una puntata unica sul 23, che naturalmente non esce. Verso le
undici sono nella penombra del bar per un Martini prima di
andare a dormire, e incontro ancora il ritrattista, seduto da solo
su uno sgabello con il brogliaccio di fogli sulle ginocchia e i
gomiti sul banco; mi riconosce e sorride, io faccio altrettanto.
Cominciamo a chiacchierare, mentre l'orchestrina esegue
svogliatamente un mambo e il cantante non vede l'ora di staccare
il microfono e andarsene a casa. Mi chiede se voglio un ritratto,
ma gli dico di no con più cortesia possibile; poi chiedo a lui se
vuole bere qualcosa, e lui dice sì. È belga, di Bruxelles, e aveva
sposato una ragazza di San José incontrata durante una vacanza.
Era stato un amore di quelli folli, incuranti di tutto il resto; aveva
lasciato perdere l'accademia e si era trasferito in Costa Rica,
contando che i suoi gli dessero qualche soldo per aprire
un'attività qualsiasi; un chiosco di crèpes, come gli sarebbe
piaciuto, o una bottega d'antiquariato, come sarebbe piaciuto a
Miranda; e nel frattempo continuare a dipingere. I suoi erano
morti e gli avevano lasciato solo degli spiccioli che non

255
bastavano né per le crèpes né per i mobili d'epoca; tutto il resto a
un suo fratello più grande. Poi era morta anche Miranda, in un
incidente stradale. Lui guidava e se l'era cavata con un femore
rotto; lei era morta sul colpo. Aveva deciso di rimanere in Costa
Rica, e uno dei manager dell'hotel, un loro amico, gli aveva
lasciato fare i ritratti ai clienti, dopo averla spuntata col direttore
che non ne voleva sapere. Adesso erano già due anni che faceva
questa vita, e non aveva più voglia di stare lì, ma ancora meno di
tornare a Bruxelles. Tutte le sere verso le nove arrivava nella hall,
vestito come un clown, e fino alle undici o a mezzanotte ritraeva
a carboncino i visi di donne grasse, magre, brutte, belle; di
vecchie con i capelli dai riflessi violacei, di bambine capricciose
o ragazzini dal viso tormentato dall'acne, di signori col doppio
mento o lo sguardo austero di rubacuori in disarmo; tutte le sere
la stessa cosa. Poi qualche volta andava al bar a bere un whisky,
oppure tornava direttamente a casa. Si cambiava, toglieva il
lenzuolo dalla tela, prendeva la tavolozza e cominciava a
dipingere lo stesso viso fino all'alba. Da quando Miranda è
morta, le ha già fatto più di cento ritratti.

256
Córdoba, lempira; colón, quetzal

È buio da un pezzo quando arrivo alla di frontiera di Penas


Blancas, sul confine col Nicaragua. Ero sicuro di esserci prima
del tramonto, e avevo lasciato San José soltanto a mezzogiorno;
ma la strada era stata più brutta del previsto, e in più avevo perso
almeno un'ora perché il motore si spegneva in continuazione.
Salvo poi accorgermi che il cappellotto di gomma della candela
era fuori posto, e le scintille andavano e venivano a seconda delle
buche che ne regolavano l'assetto. Alla dogana perdo un'altra ora
a compilare tutti i fogli necessari per introdurre temporaneamente
un veicolo con targa straniera in Nicaragua, e soltanto alle undici
riesco ad andarmene. Ma Penas Blancas è solo un posto di
frontiera, non una città, e non c'è alcun posto dove dormire. Così
devo fare altri 37 chilometri di strada pessima per raggiungere
Rivas; e il Nicaragua, per inciso, ancora oggi non è il luogo più
tranquillo o meno rischioso in cui guidare di notte, anche se la
tragedia di due guerre civili consecutive appartiene ormai al
passato.
A mezzanotte in punto trovo rifugio all'Hospedaje Coco
vicino alla stazione degli autobus, e mi butto sul materasso
gibboso ascoltando fino all'alba reiterati sospiri e un roco
ansimare di passioni altrui, uno scricchiolio di letti che cigolano;
tutti meno il mio, casto e affollato di solitudine. Mi ero sempre
riempito la bocca dicendo all'incirca: "Sono stato da solo per
migliaia e migliaia di ore seduto su uno scooter, ma
complessivamente non credo di essermi sentito solo per più di
cinque minuti"; invece le dinamiche di quella notte, senza alcuna
ragione, sembravano ribaltare le statistiche. La solitudine che ci

257
si può spiegare, del resto, è una solitudine a metà: quella vera
non ha motivi. L'indomani mi aspetta una tappa relativamente
breve lungo la costa occidentale del Lago di Nicaragua, con i suoi
squali d'acqua dolce lunghi fino a tre metri e l'isola di Ometepe a
bucare le nuvole e la foschia con la cima perfettamente conica del
vulcano Concepción. Mi fermo per un plato tìpico nella bella
città coloniale di Granada, seduto su una panca di legno e
improvvisamente blu per i riflessi del sole su una tenda di
plastica; plato tìpico, qui come in tutti gli altri stati del
Centroamerica, è una combinazione di uova o carne, fagioli e
riso, cetrioli e tortillas; l'unica variante nicaraguese è che molto
spesso non si trova proprio nient'altro: ricordo che nel viaggio del
'94, per una settimana di fila avevo avuto plato tìpico a colazione,
a pranzo e a cena: non c'erano più i razionamenti degli anni bui,
le porzioni erano abbondanti; ma c'era solo quello. Nel primo
pomeriggio sono a Managua, dove il contachilometri scatta su
20.000, celebrato con cinque colpi di clacson e tre "Yeeaa!".
Mi rendo subito conto che la capitale è stata
abbondantemente ricostruita dopo il terremoto che nel 1972
l'aveva rasa quasi completamente al suolo, risparmiando soltanto
pochi edifici, uccidendo seimila persone e lasciandone
trecentomila senza tetto; mi era rimasta impressa come una strana
città senza un centro vero e proprio, come un disordinato
ammasso di case recenti, baracche e provvisorie costruzioni di
legno e calcestruzzo, perché dopo il terremoto il centro non era
stato ricostruito, ma piuttosto "decentrato" in periferia; adesso
però vedo nuovi quartieri residenziali, shopping center che
sembrano una copia in scala ridotta di quelli di Singapore,
palazzi d'acciaio e vetro e un'impronta di consumismo che spazia
da McDonald's a Benetton, dalle stazioni di servizio nuove

258
fiammanti di Texaco e Shell agli sportelli automatici delle
banche. Questo la dice lunga sull'inversione di tendenza nella
politica interna, inaugurata qualche anno prima dai mille sorrisi
pacificanti e togli-sanzioni della presidentessa Violeta Chamorro.
Non più inflazione galoppante e accorato pessimismo, piuttosto
un'inflazione al trotto e il cauto ottimismo di chi non ci crede
ancora, ed è convinto che la fregatura sia lì ad aspettarlo dietro
l'angolo; troppa dittatura passata sotto i ponti, troppe illusioni e
delusioni, troppi panni sporchi lavati in famiglia.
Nel 1948 il presidente americano Franklin D. Roosevelt
diceva di Somoza, il dittatore nicaraguese già al potere da undici
anni: "Sarà anche un figlio di puttana, ma è uno dei nostri!". E
così la dinastia dei Somoza aveva potuto accumulare un'enorme
fortuna personale, e il Nicaragua diventare virtualmente un suo
possedimento. Prima c'era stato il comandante Anastasio Somoza,
che nel '34 aveva fatto uccidere il leader della guerriglia Augusto
Sandino, colpevole di aver sconfitto le truppe dei marine
americani che occupavano il Nicaragua, obbligandole alla ritirata
nel '33. Nel '37 Somoza era diventato presidente, governando il
paese con un pugno di ferro e un nepotismo vergognoso fino al
suo assassinio, nel '56. Poi c'era stato suo figlio Luis, che si
alternò con amici fidati nella presidenza fino al '67, l'anno della
sua morte; poi ancora suo fratello Anastasio Somoza Debayle,
fino al luglio del '79. Nel frattempo l'opposizione del Frente
sandinista de liberación nacional, guidato da Carlos Fonseca, e
dell'Unión democràtica de liberación, guidata dall'editore del
quotidiano di Managua "La Prensa", Pedro Joaquin Chamorro,
era diventata sempre più forte e radicata. Il terremoto del 23
dicembre 1972 aveva aperto gli occhi alla gente: i soldi degli aiuti
internazionali che avevano invaso il Nicaragua dopo la tragedia

259
erano sistematicamente finiti nella casse della famiglia Somoza e
dei suoi associati, mentre le persone che ne avevano bisogno
continuavano a morire o a sopravvivere in condizioni
drammatiche; gli ovvi abusi dell'amministrazione al potere erano
sotto gli occhi di tutti, e i nicaraguesi di tutte le classi sociali,
anche nella ristretta cerchia dell'oligarchia che non aveva
partecipato alla spartizione del bottino, cominciavano ad averne
abbastanza.
Nel dicembre del 74 i sandinisti avevano sequestrato i
membri più in vista della famiglia Somoza, guadagnando riscatti
e la liberazione di prigionieri politici in cambio del rilascio degli
ostaggi. Il governo aveva risposto con una campagna di terrore e
l'assassinio capillare degli oppositori: nel 76 fu assassinato
Carlos Fonseca, con altre migliaia di nicaraguesi, nel 78 venne
tolta di mezzo la voce di Pedro Chamorro e del suo giornale, e
questa fu la goccia che fece traboccare il vaso. Dimostrazioni di
massa, scioperi generali, tafferugli nelle strade di Managua e
cariche della polizia, manganelli, gas lacrimogeni e omicidi
arbitrari. I sandinisti lanciarono la loro offensiva finale,
conquistando città su città con l'appoggio incondizionato dei
civili; Somoza abbandonò la presidenza e scappò dal paese, per
essere assassinato a sua volta ad Asunción, in Paraguay, l'anno
dopo. Il 19 luglio 1979 i sandinisti marciarono vittoriosi nella
capitale, in un tripudio di folla delirante. Il futuro sembrava
roseo, gli ideali e le aspettative erano al settimo cielo per la
vittoria della rivoluzione, e l'ottimismo era sfrenato, non cauto:
c'erano mille problemi da risolvere, c'era da rimboccarsi le
maniche per ricominciare, ma in generale il Nicaragua di quegli
anni era un paese pieno di speranza. Fu nazionalizzata la terra
della famiglia Somoza e dei latifondisti vicini alla dittatura, per

260
un'estensione totale pari a quella dell'area del confinante El
Salvador, e furono create cooperative di contadini; fu lanciata una
campagna di vaccinazione che debellò la poliomielite e ridusse di
un terzo la mortalità infantile; fu introdotto un massiccio
programma d'istruzione di base che in pochi anni portò il livello
di analfabetismo dal 50 al 12%.
Tutti segnali per far capire che le promesse di mantenimento
di un'economia mista, di una politica estera non allineata e di un
pluralismo politico, annunciate dai sandinisti di Daniel Ortega al
momento di assumere il governo del Nicaragua, avrebbero potuto
non essere mantenute, e che la strada intrapresa sembrava girare
bruscamente verso Cuba e l'Unione Sovietica.
Gli Stati Uniti se ne accorsero per primi. Avevano appoggiato
la dittatura dei Somoza fino all'ultimo anno, e il successo di una
rivoluzione popolare contro un governo supportato dagli Usa era
estremamente pericoloso, forniva alle altre nazioni del
Centroamerica un esempio che non doveva essere seguito:
arrivavano notizie di un piccolo paese boccheggiante, ereditato
dai sandinisti con mezzo milione di senzatetto e i cadaveri di
trentamila persone uccise nella guerra civile, senza infrastrutture
e annichilito dalla povertà; un paese che tutto d'un tratto aveva
alzato la cresta sbarazzandosi di un governo foraggiato dagli
americani, e che stava facendo rapidissimi progressi per
migliorare le condizioni di vita dei suoi abitanti. Bisognava
rimetterlo in riga, e al più presto. Nel 1981, tre mesi dopo la sua
installazione alla Casa Bianca, il presidente Reagan aveva
annunciato la sospensione degli aiuti economici al governo
sandinista, e fatto pressione su altre banche mondiali, incluse la
Inter-American Development Bank e la World Bank, perché
bloccassero i prestiti al Nicaragua, che era già alle prese con un

261
debito di quasi due miliardi di dollari lasciato dalla dinastia dei
Somoza. Per far vedere chi era il più forte, nello stesso anno
l'amministrazione Reagan stanziò una cifra cinque volte superiore
per l'organizzazione di un gruppo militare controrivoluzionario, i
contras, che accerchiassero il Nicaragua su ogni lato delle sue
frontiere, per spezzare le gambe al governo sandinista.
Per tutta la durata dell'amministrazione Reagan, il Congresso
americano approvò lo stanziamento di altri miliardi di dollari
ogni anno per finanziare i contras, che il presidente chiamava
"Combattenti della libertà"; ma a dispetto delle difficoltà interne
create da una nuova guerra su vasta scala e dalle sanzioni
americane, il partito di Daniel Ortega vinse con il 67 % dei voti
le elezioni del 1984. Il futuro non sembrava tuttavia più così
roseo, e il pessimismo era tornato a prevalere: l'embargo stava
strangolando la fragile economia del Nicaragua sandinista, e gli
Stati Uniti si preparavano a vincere la battaglia. Nemmeno gli
scandali dell'affare Iran-contras, quando fu scoperto che la Cia
vendeva di nascosto armi all'Iran per finanziare la guerriglia dei
contras, o quello conosciuto come guns for drugs, dove le armi
venivano pagate con la cocaina, riuscirono ad arrestare il
processo. Nel 1988 l'inflazione del córdoba nicaraguese aveva
raggiunto il 30.000%, c'erano razionamenti alimentari, scarsità di
medicinali, i trasporti avevano smesso di funzionare e il paese
stava dichiarando bancarotta.
Nel 1990 i sandinisti tolsero il disturbo, aprendo la strada
alla vedova di Pedro Chamorro, alla riconciliazione nazionale e
soprattutto agli Stati Uniti, che si preparavano a ridiventare gli
amici di un tempo; l'economia era migliorata e il cauto ottimismo
si era riaffacciato negli sguardi delle persone; nel 1996 il
conservatore Alemàn aveva vinto le elezioni, e la politica sterzava

262
un'altra volta; Daniel Ortega era stato il suo principale avversario.
Poi, nell'ottobre del 1998, era arrivato l'uragano Mitch, e tutto era
stato spazzato via di nuovo: novemila vittime, due milioni di
persone rimaste senza casa, quasi la metà della popolazione
totale, e un danno economico di dodici miliardi di dollari, più di
quanto Reagan aveva speso per l'organizzazione iniziale dei
contras. Ascolterò la notizia dal telegiornale a Banska Bystrica,
in Slovacchia, dove il mio viaggio attraverso cinque continenti
aveva fatto tappa in quei giorni; assisterò alle immagini
apocalittiche di villaggi sommersi, di gente rifugiatasi sui tetti
delle case, di cadaveri estratti dalle macerie, di strade sventrate;
mentre il telefono squilla e una delle ragazze a percentuale con la
reception mi offre con una vocina suadente la sua compagnia per
la notte. "Déjame en paz, por favor!" mi trovo a risponderle
senza rendermene conto, dimenticandomi di essere a Banska
Bystrica e che lei stesse sforzandosi di parlare in inglese.
Una sosta di due giorni a Managua, poi continuo a nord verso
Leon, una città che conserva un centro coloniale ancora più bello
di quello di Granada ed è la seconda del Nicaragua come
importanza e numero di abitanti. Per oltre tre secoli ne fu anche
la capitale, ed è stato proprio a causa delle continue rivalità fra le
tradizioni liberali e progressiste di Leon e quelle clericali e
conservatrici di Granada che nel 1857 il governo della nuova
repubblica nicaraguese scelse la soluzione alternativa di una
capitale a Managua, a metà strada tre le contendenti. Scatto
qualche fotografia davanti alla splendida cattedrale settecentesca,
che aveva già bisogno di restauri allora e sulla quale la violenza
dell'uragano avrebbe di certo fatto man bassa di lì a pochi mesi;
davanti ai leoni di marmo che nelle piazze fanno onore al nome
della città e a un gruppetto di bambini che per una decina di

263
minuti ha trasformato la Vespa in un parco giochi,
arrampicandosi sulla sella, scalmanandosi in pose da kung fu
sulla pedana, schiacciando ogni bottone fosse possibile trovare e
immobilizzandosi intorno a essa come in una piramide al circo,
per una foto da gran finale.
Appena fuori dal centro di Leon, tra le pompe di benzina di
un distributore, incontro una ragazza che avrebbe tutta l'aria di
fare l'autostop, se soltanto ci fossero delle auto ferme a far
rifornimento. Ha sulle spalle un piccolo zainetto di corda, dal
quale spunta la lana scozzese di una coperta arrotolata; è in
compagnia di una ragazzina più giovane, sicuramente sua sorella,
e di un bambino con un costume da cowboy, il cappello dalle tese
all'insù, la frangia sui pantaloni e il manico di una pistola di
plastica a spuntare dalla cintola.
"Dove stai andando?" le chiedo dopo aver riempito il
serbatoio, mentre il terzetto non mi toglie gli occhi di dosso per
un solo istante.
"Guatemala! " risponde la sorella più giovane, senza essere
stata interpellata.
"Anch'io." Silenzio per qualche secondo, mentre finisco di
pagare il benzinaio. Poi, come quando si sta mangiando e si dice
"Vuol favorire?" a un nuovo venuto, chiedo così per chiedere:
"Vuoi un passaggio?", aspettandomi di sentire: "No, grazie".
"Si, si; Conchita, vete con él! Bruuum bruuum!" cinguetta il
cowboy, al settimo cielo.
"Qué suerte, hermana; vete ahora mismo!" tiene dietro la
sorellina, improvvisamente seria.
Conchita rimane a pensarci un attimo, poi sorridendo dice:
"Bueno... Entonces... " e si siede a cavalcioni sulla sella, un po'
timida e un po' contenta, tra gli urletti di giubilo degli altri due.

264
Stava andando a Ciudad de Guatemala per cercare un lavoro
di domestica che a Leon non riusciva a trovare. Aveva in tasca
una lettera di raccomandazione di una vecchia signora dove aveva
lavorato per qualche mese prima che questa morisse, lasciandole
solo quel foglio di quaderno come eredità; lei l'aveva piegato in
quattro e custodito come un prezioso lasciapassare. Non aveva
altre carte, tantomeno un passaporto; solo un documento
d'identità scaduto da diversi anni, con una fotografia che
sembrava appena uscita dalla lavatrice e che avrebbe benissimo
potuto essere di qualsiasi altra bambina nicaraguese con i capelli
neri e l'incarnato olivastro; aveva il foglio della signora e una
banconota da cento córdobas per le spese del viaggio,
ugualmente piegata in quattro; meno di cinque dollari americani.
Mi racconta queste cose mentre imbocchiamo la strada per
Chinandega, che dista solo 50 chilometri; a ogni sguardo nello
specchietto retrovisore trovo riflesso un sorriso, e vedo che anche
lei sta guardando me. Mi sembra di scorgerle una luce di
riconoscenza negli occhi, quando non sono nascosti dalle frange
di capelli mosse dal vento; ma probabilmente sto solo
scambiando per qualcos'altro il suo leggerissimo strabismo, che
come spesso succede le dona un tratto di sfuggevolezza
interessante, invece di sembrare un difetto. Avverto anche che
non tiene le mani sui miei fianchi per una sorta di modestia, non
per ritrosia o per un calcolato gioco di seduzione, e questo mi
piace. Quando ci fermiamo a bere una Coca-Cola sotto una
tettoia di lamiera sghimbescia tra le foglie dei banani, Conchita
mi chiede di me, prendendo sempre più confidenza, e un paio di
volte dice "Increìble!" smistando le occhiate tra Santa Maria e la
mia faccia cotta dal sole. Mettendosi a ridere mi confessa che non
era mai salita su una moto in vita sua, ecco perché era un po'

265
emozionata; "Mentira!" dico io; "Verdad!" risponde lei con
l'espressione di chi è stato sorpreso a rubare nella credenza:
"Nunca en mi vida!". Poi si rannuvola, e mi chiede se non ho
cambiato idea, se non ho paura di portarla così, senza documenti.
Le rispondo di no, ritrovandomi senz'altro tra le labbra una
sgradevole smorfia vanesia.
"Però, scusa; non potevi rinnovare la carta d'identità?"
domando con leggerezza, senza pensare che cento metri di corsa,
se si è zoppi, sono difficilissimi da fare. Infatti lei risponde
subito: "Muy caro por los papeles; faltava el dinero". Suo padre
non se lo ricorda nemmeno, da tanti anni che se n'è andato via da
casa; sua madre è morta da appena un mese (gli occhi le
diventano lucidi, e tira su col naso); i fratellini adesso staranno
con la nonna finché lei non riesce a trovare un lavoro, ma
naturalmente anche dalla nonna falta el dinero; due sue amiche
erano andate a Managua a fare las putas con gli stranieri (si
confonde, come chi non è abituato a parlar spinto), ma lei non ci
era riuscita, anche se per forza aveva dovuto considerare
l'eventualità. Le era andata meglio che alle sue amiche, per il
momento. Mentre la guardo non riesco a impedirmi il lusso di
un'immagine letteraria, e penso a Sonja di Delitto e Castigo,
figlia di ubriaconi e figliastra di tisiche, l'eterna Sonja di sempre;
poi strizzo gli occhi per tornare davanti alla Coca-Cola; accendo
una sigaretta dopo averne offerta una a lei ("No, gracias; jamàs
he fumado") e le chiedo "Vàmonos?". Mentre mettevo in moto mi
ripromisi di fare tutto il possibile per aiutare il suo tentativo,
forse l'ultimo che avrebbe saputo fare, per non diventare una puta
in più, e continuare ad arrossire quando parlava spinto.
Arriviamo al bivio di Chinandega, e le chiedo se voglia
fermarsi lì per la notte; lei dice che se a me sta bene possiamo

266
continuare fino al confine con l'Honduras, così giro a destra e per
un paio d'ore, fino al tramonto, seguiamo la Ruta 24 incrociando
qualche carrettino tirato da cavalli, e pochissime automobili. Sta
già diventando buio quando entriamo a Somotillo, l'ultima
cittadina nicaraguese prima del confine; passiamo davanti a un
po' di hospedajes dalla facciata squallida, finché vedo in
lontananza le mura giallo paglierino di una costruzione
nuovissima, che con i suoi tre piani stona come un pugno
nell'occhio tra la doppia fila di case basse lungo la via principale.
E decisamente the best in town, e mi sembra un buon regalo
dopo aver sfrecciato sudaticci per quasi quattro ore, tra nugoli di
moscerini che si erano decantati sul parabrezza come una melma
nerastra, mentre i più intraprendenti avevano trovato la loro
strada nelle nostre orecchie e tra le nostre palpebre. Mi stupisco
io per primo, si stupisce la signora alla reception e sembra
stupirsi anche Conchita, sentendomi chiedere due camere con
bagno, e non tanto per il bagno, naturalmente, quanto per il due.
Dopo aver scaricato i bagagli, saliamo le scale con un colpetto di
tosse a testa, mentre la mia passeggera dice: "Grazie di tutto,
verdad; muchas gracias!", e sfoderando un sorriso ammaliatore
confida di non essere mai stata a dormire in un albergo, "Y tan
maravilloso!" come questo; le faccio una carezza e vado a destra
verso la 117, lei a sinistra verso la 135.
Sotto l'acqua gelida della doccia, benché mi senta attratto
dalle forme intraviste sotto la canottiera e i jeans di una marca
sconosciuta; benché me la immagini per un istante vestita di veli
come una Primavera botticelliana un po' abbronzata, e sorridendo
tra me senta un languore di desiderio dilatarsi tra le passate di
sapone, mi dico che è meglio così, e mi sento quasi orgoglioso,
anche se non so di cosa.

267
Ci ritroviamo per cena, giù nella sala pretenziosa e kitsch del
ristorante. Conchita chissà come è riuscita a trovare nello
zainetto un vestito lungo di cotonina; di poco prezzo, ma che le
sta bene, con un tentativo di spacco sui fianchi. Si è sciolta i
capelli sulle spalle, e sfoggia una righina di matita blu sotto gli
occhi. Per la prima volta mi rendo conto che ha il dono
impagabile e discreto di diventare bella, e più bella quanto più la
guardi.
Prima di andare a dormire, con un'altra leggera schiarita di
gola a due, le nostre strade si dividono sulla moquette grigio topo
del primo piano.
"Estàs cansado?" chiede Conchita.
"Mas o menos"
"Entonces... Buenas noches."
"Buenas noches." Di lì a poco ci incontriamo a metà del
corridoio, ognuno col suo pretesto poco verosimile; e le due
camere diventano una. L'indomani ci aspettano quattro stop nei
posti di frontiera e tre unità monetarie diverse nel giro di poche
ore: dai córdobas nicaraguensi ai lempiras dell'Honduras e ai
colones di El Salvador. Subito dopo essere partiti da Somotillo,
mentre Conchita aspetta pazientemente sulla sella sfogliando un
fotoromanzo estratto dallo zainetto magico, io cerco di
impietosire tre o quattro divise con lo spaccato di vita di una loro
connazionale costretta a cercare lavoro all'estero, e i cui
documenti sono quasi in regola, anzi: solo scaduti. Ci riesco
quando estraggo da un portafogli altrettanto magico un biglietto
da venti dollari, e allora possiamo proseguire per una manciata di
chilometri fin dall'altra parte del confine, dove ci sono gli uffici
di "Bienvenido a Honduras". E lì la procedura è un po' più
lunga, ma sorprendentemente meno cara: bastano dieci dollari e

268
una firma di Conchita sulle pagine scarabocchiate di un registro,
con la quale s'impegna a transitare dallo stesso posto di confine
entro i prossimi sei mesi, e a ritornare in Nicaragua.
Quando ce ne andiamo, salutati dai sorrisi affabili della gente
che si era affollata attorno alla Vespa, sento due braccia che da
dietro la schiena mi stringono fino a farmi mancare il fiato, e una
voce carica d'intenzione che caldissima mi dice dietro il
padiglione auricolare, facendomi venire la pelle d'oca sugli
avambracci: "Grazie Hiò, grazie. Nunca lo olvidaré!". Hiò perché
Giorgio non le veniva fin dall'inizio, e al massimo era arrivata a
uno Shiòisho che la faceva sembrare giapponese. Rimaniamo in
Honduras soltanto poche ore, seguendo la Panamericana senza
deviare a nord verso la capitale Tegucigalpa; passiamo Choluteca
e Nacaome e nel tardo pomeriggio siamo alla frontiera di El
Amantillo, al di là della quale c'è El Salvador.
Niente piramidi maya di Copàn o isole idilliache sulla costa
del Mar dei Caraibi; niente palme da cocco e barriera corallina di
Bay Island, la più grande del mondo dopo quella australiana;
niente paludi e foreste tra le suggestioni di Mosquito Coast;
soltanto la strada più breve verso il miraggio di un posto di
lavoro, di uno strofinaccio e un secchiello con dentro una scopa
per rispondere Signorsì o Signornò nella casa di una famiglia di
ricchi guatemaltechi o di lavoratori a contratto stranieri,
bravissimi a far man bassa di tutti i privilegi offerti da un paese
del Terzo mondo; tecnici o capimastro mandati dalla ditta in
quella sede "disagiata", che una volta in Guatemala assumono due
domestiche tutte insieme e passano le sere al Club del tennis, per
combattere il disagio e non svuotare nemmeno un posacenere.
Ancora una volta, come già durante il viaggio dall'Alaska alla
Terra del Fuoco, ho modo di stupirmi delle condizioni

269
incredibilmente buone dell'asfalto in Honduras: le strade sono
sempre una delle cartine di tornasole più fedeli dell'economia o
della situazione politica di un paese; più il paese è povero e la
politica instabile, più le strade tendono a essere deteriorate o a
non esistere del tutto. L'Honduras è sempre stato uno dei paesi
più poveri dell'America Latina, e arriverà a conquistare la poco
invidiabile prima posizione di lì a qualche mese, con i disastri e i
danni incalcolabili dell'uragano Mitch; ma le strade principali,
almeno fino al 1998 e nella parte sud della nazione, sono state
sempre le migliori del Centroamerica. In compenso i pochi
sterrati che mi ero trovato a percorrere nelle stradine secondarie a
nord di Tegucigalpa, erano disastrosi giusto per usare un
eufemismo.
In una bottega di alimentari dalle parti di La Joyada, dove ci
eravamo fermati a prendere un tè con dei biscotti, avevo visto una
cosa che mi aveva fatto chiedere alla signora dietro la cassa il
permesso di scattare una fotografia; lei era rimasta perplessa ma
mi aveva lasciato fare: tra i sacchetti di riso e le scatolette di
tonno c'erano delle lattine sulle quali campeggiava la scritta
"Dono del Governo e del Popolo Italiano"; lì ammonticchiate in
bell'ordine e vendute sugli scaffali insieme alle altre cose.
Passiamo sotto un corto tunnel nella costruzione di mattoni
della dogana, che ricordavo intonacata d'azzurro e che invece
adesso è ocra, con lo stemma nazionale dell'Honduras a salutarci
da un lato e quello di El Salvador a darci il benvenuto dall'altro;
una mucca indolente ci si accosta, e rimane per un po' ad
annusare gli zaini senza curarsi delle persone che la urtano
passando indaffarate con i documenti in mano, dentro e fuori
dagli uffici. Questa volta uscire in due è un po' più caro, e
comunque è sempre meno della metà di quello che dobbiamo

270
pagare dopo aver superato la lunga fila di camion parcheggiati tra
la dogana di El Amantillo e quella salvadoregna. Conchita
comincia a sentirsi in colpa, e lo manifesta diventando sempre
più silenziosa. "C'è qualcosa che non va?" le chiedo mentre sto
seguendo le indicazioni per Santa Rosa de Lima, e da un autobus
che ci sorpassa arriva il martellare di una salsa con i bassi sparati
al massimo. "Sì, nascere poveri", risponde lei soprappensiero,
senza staccare la guancia dalla mia spalla. Da lì in avanti, fino
alla capitale, è un tripudio di santi: Santa Rosa, San Miguel, San
Vicente, Santo Domingo, San Salvador, e quasi ognuna di queste
città è costruita alle falde di un vulcano dallo stesso nome. Grazie
alla lava e alle ceneri vulcaniche, il suolo di El Salvador, il paese
più piccolo ma anche il più densamente popolato del
Centroamerica, è così fertile che è difficile trovare un'area priva
di coltivazioni; per sfruttare ogni spazio possibile i campesinos
spesso vivono in una striscia di pochi metri tra la strada e le
piantagioni di caffè, tra i campi di mais e i binari del treno, in
piccole capanne di fango e di lamiera ondulata. Il 90% della
popolazione è mestizo, un incrocio di sangue spagnolo e indiano,
un 5% è costituito da puri indiani e il rimanente 5% da puri
discendenti europei; continuando a parlare di percentuali si può
dire che tutti i salvadoregni, indistintamente, stanno soffrendo un
tasso di disoccupazione che ha superato il 50%.
Come per il vicino Nicaragua, anche per El Salvador questi
ultimi decenni sono stati terribili. La matanza dei militari nel
1932 (trentamila vittime), gli infami esquadrones de muerte della
destra al governo nei primi anni settanta (altre migliaia di vittime,
decapitate e fatte a pezzi), la guerra civile iniziata nel 1980 e che
in certe aree del paese continua ancora adesso, dopo aver
provocato un bagno di sangue nel quale hanno perso la vita più di

271
settantacinquemila persone; un'escalation di criminalità che nel
1997 ha registrato sessantamila reati in un'area di soli 21.040
chilometri quadrati, facendo di El Salvador il paese con più reati
"prò capite" al mondo. Ma non necessariamente il più povero,
perché la ristrettissima fascia di ricchi, discendente dalle
"quattordici famiglie" che formavano l'oligarchia terriera, oggi
guida Ferrari e trascorre le vacanze a Miami, ha ville sulla costa e
una casa lussuosa in città, e i suoi bilanci influiscono
abbondantemente su un'altra statistica "prò capite", benché la
maggior parte della popolazione viva in baracche e guadagni due
dollari al giorno se è così fortunata da avere un lavoro.
Poco prima di sera arriviamo a San Salvador, e siamo attesi da
Mr. Hernàndez, la stessa persona che quattro anni prima mi aveva
regalato un casco integrale che diventerà così sospetto in
Colombia; l'avevo avvisato per telefono durante una sosta per la
benzina a San Vicente, dicendogli che sarei stato lì tra qualche
ora con un'amica. Lui nel frattempo ha preparato senza dirmi
niente la piccola sorpresa di un rinfresco con gli impiegati e i
meccanici, che scrutano la Vespa in ogni dettaglio e mi fanno
domande tecniche alle quali non so rispondere. Conchita parla
dei nostri giorni insieme, di come ci siamo incontrati a Leon e
dell'Honduras attraversato in fretta e furia; ma per pudore o per
non mettermi in imbarazzo tace sulla mancanza di documenti e
sulle mancette sottobanco ai funzionari non proprio incorruttibili
che hanno scandito con regolarità gli oltre 800 chilometri
percorsi dal Nicaragua.
Quella sera, a cena da Mr. Hernàndez, incontro un pugliese di
mezza età con un esilarante parrucchino messo di sghimbescio
sulla testa, come una frittella. È buffo come certa gente si ostini a
correggere la mancanza veniale di capelli con il peccato mortale

272
di capelli posticci, o di un riporto vertiginoso da una tempia
all'altra, e sembri non accorgersi delle occhiate altrui, o
pretendere addirittura che gli altri non si accorgano del falso. Si
chiama Pappalettera Erminio, con l'Erminio rigorosamente dopo
il Pappalettera, e segue sul posto i lavori di una ditta di Foggia
che installa piscine nelle ville sorte come funghi tra le zone
residenziali di fianco alle bidonville. Prima del caffè è già tutto
combinato: Conchita può entrare in servizio quando vuole, anche
da domani: sono millecinquecento colones al mese, poco meno di
duecento dollari; e visto che il Pappalettera è un cuor d'oro, e per
di più alticcio dopo tutti quei bicchierini di tik-tak ("El licor
nacional de los salvadorenos!"), le offre addirittura due mesi
anticipati. Conchita in estasi ripete "por supuesto, senor; por
supuesto", e gli occhi le brillano come se invece di un
parrucchino color carota avesse davanti un'apparizione della
Madonna. Mi stringe una mano sotto il tavolo, e nei suoi occhi
impercettibilmente strabici riesco a leggere una riconoscenza che
ci unisce profondamente, una complicità che fa felici entrambi,
anche se da domani non ci vedremo più. Tra qualche giorno potrà
mandare alla sorella, al cowboy e alla nonna almeno trecento,
forse anche trecentocinquanta dollari; e le sembra troppo bello
per poterci credere.
Il Pappalettera ci invita a casa sua per la notte, e tiriamo tardi
sul bordo della piscina a forma di arachide, incastonata come un
turchese tra le palme e le luci soffuse del suo giardino in quella
zona disagiata del mondo; saluto Mr. Hernàndez e la moglie che
non ha detto una parola per tutta la sera, promettendo di ripassare
da San Salvador una volta o l'altra; poi verso le tre è ora di andare
a dormire. La mattina dopo mi sveglio tardi; scendo nello
splendido soggiorno e vedo che Conchita ha già uno straccio in

273
mano, e mentre spolvera i mobili chiacchiera allegramente con
un'altra domestica, che mi dà una mano morta da stringere. Il
padrone di casa è già al lavoro, e ha lasciato un biglietto sul
tavolo per augurarmi buon viaggio, firmato soltanto Erminio.
Carico i bagagli sui portapacchi, mentre Conchita mi dice
"Esperà!" e corre in camera. Dopo un paio di minuti ritorna con
una medaglietta di rame di San Cristoforo in un laccio di cuoio,
che emozionata mi appende al collo. "Era per me; ma adesso es
tuya!" Come amo, per un attimo, l'enfasi solenne di quel es tuya!,
e la piega infantile che hanno preso le sue labbra! Poi, con un
colpo di scena, Conchita mi avvicina le labbra a un orecchio per
sussurrare, scandendo le parole: "Sabes qué? Se un giorno mi
sposo e ho un bambino, lo chiamo Shiòshio, come te!". Mi viene
da sorridere, anche se non vorrei, e tutto quello che so dire è:
"Chiamalo Hiò, fai prima".
Poi le dò un bacio e me ne vado, facendo una breve
deviazione a sud verso le onde fragorose di La Libertad, dove
passo la sera in un'amaca sistemata sul tetto dell'Hotel Amor y
Paz, ascoltando le risate di tre americani appena tornati dalla
spiaggia con tre catenine d'oro al collo, tre tavole da surf
sottobraccio e tre ragazzine salvadoregne per mano. Bevo qualche
tik-tak e prima delle dieci sono già addormentato. Il San
Cristoforo è ancora con me, dopo avermi accompagnato in
Tasmania; e il cuoio, a furia di sudare, è diventato duro e lucido
come una stecchetta di afghano nero.
Non volevo assolutamente mancare il mercatino domenicale
davanti al duomo di Chichicastenango, e le processioni che in
occasione del primo giorno della Semana Santa sarebbero di
certo sfilate per il paese con il loro cattolicesimo esuberante,
tanto fuso agli elementi delle religioni precolombiane da

274
diventare spesso irriconoscibile. Ero arrivato a Guatemala City il
giovedì mattina, dopo una tappa di appena 70 chilometri dal
posto di frontiera di Valle Nuevo. Avendo tre giorni "liberi"
decido di lasciare la Vespa al concessionario della capitale, per
andare quel pomeriggio stesso in aereo al sito archeologico di
Tikal nella giungla di El Petén all'estremo nord del Guatemala, al
centro del precisissimo rettangolo formato dai confini politici del
Belize e dello Yucatàn messicano. Un giorno soltanto, qualche
fotografia, qualche arrampicata sulle scalinate delle piramidi, per
poi ritornare a Guatemala City il venerdì sera; passare
velocemente da Antigua e dal Lago Atitlàn per essere puntuale a
Chichicastenango il sabato pomeriggio. Non avevo mai fatto un
programma tanto dettagliato, con simili scansioni da coincidenza
ferroviaria o da pullman carico di giapponesi che in tre giorni
vanno a Milano, Venezia, Firenze e Roma no stop; ma per un
attimo mi compiaccio della mia tabella di marcia un po'
schizofrenica, che se non altro ha il sapore della novità.
Il Fokker dell'Aerovìa atterra nel piccolo aeroporto di Santa
Elena, una cittadina collegata all'isola di Flores con un ponte di
mezzo chilometro sul Lago Petén Itzà. Passo la notte in un
albergo brutto e decisamente caro, non solo per gli standard
guatemaltechi, e all'alba sono già seduto su un minibus
scintillante che fa servizio privato per l'albergo, in compagnia di
gringos attempati con le sahariane e il cappello da esploratore,
delle loro mogli grasse o rinsecchite, ciarliere o musone, alle
prese con i ventagli, e sono in perfetto orario e sintonia con le
modalità del primo e probabilmente ultimo viaggio organizzato
della mia vita: Flores-Tikal-Flores, 140 chilometri andata e
ritorno. In due ore arriviamo al parcheggio davanti all'ingresso
delle rovine, e durante il tragitto l'autista non fa altro che

275
raccontarmi qualche aneddoto scabroso della sua vita e lasciar
cadere commenti poco complimentosi sugli altri passeggeri,
girandosi ogni tanto con quel berretto da pizzardone e un sorriso
furbastro, parlando ad alta voce con il tono più innocente del
mondo, sicuro che i gringos non capiscano un parola di
spagnolo. Salvo poi ammutolire di colpo e confondersi quando
un distinto signore, da lui appena descritto come un sacco di
merda rivestito di soldi, posa gli occhiali sul libro che stava
leggendo e dice, in un castigliano perfetto anche se un pochino
accademico e con un forte accento americano: "Sono molto
colpito dalla sua descrizione, giovanotto. Piacere, Herbert
Brown, docente di archeologia all'Università di Minneapolis; e
adesso la pregherei di stare un po' zitto e andare a farsi fottere! ".
Nonostante le mie aspettative della vigilia, la mattina sarà
poco memorabile e la visita a Tikal abbastanza deludente,
soprattutto perché continuo a paragonare le emozioni ricevute in
quella giornata dalla Grande piazza, dal Tempio delle iscrizioni e
dalle piramidi torreggianti sulla giungla, al ricordo dello stupore
provato qualche anno prima davanti alle piramidi (preazteche) di
Tehotihuacàn o al complesso archeologico (maya) di Palenque, in
Messico. Dovevo arrivare fin lì per capire una volta di più che i
ricordi non devono mai essere confrontati, solo custoditi e messi
via senza lasciare che interferiscano nel delicatissimo
meccanismo dello stupirsi. La guida illustrata che avevo comprato
nell'albergo di Flores dice: "Niente può eguagliare il fascino di
Tikal", o ancora: "Queste costruzioni strappate alla giungla
dall'ingegno dei maya a partire dal 500 a.C. riempiono oggi il
visitatore di meraviglia e ammirazione". Sotto la spessa crosta di
retorica, tutto è senz'altro vero; semplicemente non lo è stato per
me in quel giorno, anche perché un fastidioso raffreddore mi

276
faceva girare la testa imbambolata dal sole cocente, riempiendo la
poesia del luogo con la prosa di un naso congestionato.
Nel pomeriggio sono di ritorno a Ciudad de Guatemala, e la
mia tabella di marcia per l'indomani recita all'incirca: "Sveglia e
partenza per Antigua; pranzo tipico; a seguire le sponde del Lago
Atitlàn e poi trasferimento a Chichicastenango, cena e
pernottamento". Antigua Guatemala, come suggerisce il nome, è
una delle città più vecchie di tutto il Centroamerica; la sua
collocazione, tra i picchi di tre vulcani, è spettacolare; quello
chiamato Fuego di notte è facilmente riconoscibile per la macchia
di riflessi rossastri che si espande dal suo cratere contro il nero
del cielo, come braci sotto la cenere.
Dalla sua fondazione, nel 1542, è passata attraverso sedici
terremoti e una serie di incendi e di alluvioni; gli edifici coloniali
che sono sopravvissuti, come in una sorta di selezione naturale
della specie, vengono adesso intelligentemente restaurati,
fortificati con iniezioni di cemento e invisibili travature d'acciaio,
e con i loro colori accesi e bene accostati formano degli angoli
architettonicamente perfetti nelle stradine e sotto le chiese
attorno al parque Central, la piazza principale della città. Qui,
tutte le mattine, si riversano dai villaggi sulle montagne le donne
in costume tradizionale, che camminano curve sotto il peso di
una cesta di vimini tenuta ferma dalla banda di paglia sulla
fronte, e vendono ai turisti coperte dai disegni intricati, bambole,
ceramiche e piccoli articoli di bigiotteria fatti con semi e perline.
Il "pranzo tipico" consiste come al solito di riso con zuppa di
fagioli neri, ma è arricchito quest'oggi dalla variante di un
cheeseburger in un nuovissimo McDonald's, che sembra del tutto
fuori posto tra i balconi pieni di fiori di un palazzo del Seicento e
il campanile di una chiesa barocca. Per un attimo non so

277
decidermi se modificare il programma e fermarmi ancora qualche
giorno lì ad Antigua, perché le sue celebrazioni per la Semana
Santa sono famose in tutto il Guatemala e due ragazze danesi che
frequentavano un corso di spagnolo in un istituto della città,
incontrate davanti al cheeseburger, mi avevano detto che la festa è
"immancabile se si ha la fortuna di essere ad Antigua in quei
giorni": la gente sfila per la città abbigliata in panni rossi e
porpora in ricordo della crocefissione, e il porfido delle vie è
coperto da mosaici fatti con sabbia colorata e petali di fiori,
calpestati ogni sera dalle scarpe dei partecipanti alla processione,
ma tenacemente rifatti di notte per essere di nuovo perfetti la
mattina dopo. Alla fine decido di non modificare la scaletta, e nel
primo pomeriggio parto da "La muy noble e muy leal ciudad de
Santiago de los Caballeros de Goathemala", come era
conosciuta Antigua nei primi anni della sua fondazione, e
proseguo per una strada secondaria in direzione del Lago Atitlàn.
Mi ci vogliono più di tre ore per coprire poche decine di
chilometri, e quando arrivo a Panajachel, sulla sponda nord del
lago, mi trovo subito assalito da una frotta di venditori, di ragazzi
che offrono sistemazioni negli alberghi della cittadina, ognuno
dei quali è il migliore e il più economico, di bambine nei costumi
azzurri con le elaborate passamanerie della loro tribù, che per
mettersi in posa con l'eleganza civettuola di piccole indossatrici
chiedono qualche quetzal, la moneta guatemalteca che prende il
nome dall'uccello sacro della mitologia maya. "Pana" ha sempre
avuto una certa dimestichezza con gli stranieri: negli anni
sessanta e settanta c'erano diversi hippie americani che vivevano
in comuni sulle montagne, con i loro capelli lunghi, le chitarre, i
cilom di terracotta, le camicie a fiori e i ciondoli di ferro che
esortavano all'amore e non alla guerra. Quando la guerra civile,

278
alla fine degli anni settanta e all'inizio della decade successiva,
trasformò Pana in un posto pericoloso e perlomeno "paranoico",
gli hippie se ne andarono senza lasciar traccia; ma negli anni
successivi c'è stata una nuova, timida ondata migratoria di turisti
dagli Usa, dall'Europa e da altre nazioni del Centroamerica, e
così Pana è di nuovo nel mirino di forestieri in vacanza, con
meno chitarre sulle spalle ma più quetzales nei portafogli.
Alle sette in punto, mentre il sole sta tramontando dietro una
piccola chiesa intonacata di bianco e le bancarelle sulla piazza
sono chiuse e sonnolente, in attesa di risvegliarsi di soprassalto
la mattina dopo per il trambusto del mercato domenicale, come da
copione arrivo a Chichicastenango, abbreviato in "Chichi" dai
suoi abitanti per risparmiare sul nome troppo lungo. Cena e
pernottamento.
La prima persona che vedo girando l'angolo del duomo è una
ragazzina vestita con una gonna lunga, una blusa ricamata a
motivi floreali e uno scialle, colorato come un arcobaleno, di
traverso su una spalla. Ha i capelli lunghi, spettinati, e un profilo
uguale a quelli scolpiti sui bassorilievi nei templi maya, o
raffigurati nei disegni dei calendari astronomici. La riconosco
subito, anche se non ricordo il suo nome: quattro anni prima
l'avevo fotografata insieme a un'amica poco più grande, che aveva
già un bambino sulle spalle e lo sosteneva con l'arcobaleno del
suo scialle, mentre una testolina rotonda e serissima faceva
capolino sotto una berretta di lana. Da quando avevo ricevuto il
libro fotografico a Santiago, l'avevo rivista altre decine di volte,
perché la fotografia di quel giorno, davanti a un portone di legno
grezzo, era stata pubblicata su una pagina intera, e i lineamenti
delle due bambine e del neonato mi erano rimasti impressi nella
memoria con una nitidezza sorprendente. Anche lei mi riconosce,

279
di certo in virtù della Vespa, e si avvicina con un sorriso che
mette in mostra i suoi denti pieni di problemi, con i canini
accavallati agli incisivi: ricordavo anche questo. "E la tua
amica?", le chiedo.
"Quién, Laurita?"
"Quella della foto, te acuerdas?"
"Laurita!"
"Se la vai a chiamare vi faccio vedere una cosa. È un segreto!
Aspetta, c'era anche un bambino."
"Àngel, il figlio di Laurita. Adesso ha quasi cinque anni."
"Tu come ti chiami?"
"Filomena, te lo sei già dimenticato? Se vuoi puoi chiamarmi
Filo." Quel "già" mi fa sorridere.
"Ci riesci a trovare Laurita e Àngel e a ritornare qui con
loro?" "Por supuesto!", e Filo corre attraverso la piazza, lieta e
superba d'avere una commissione segreta da eseguire, coma la
Bettina mandata da Renzo a Lucia.
Dopo pochi minuti arriva Àngel tenuto per mano da Laurita,
che è più smunta e mingherlina di quanto non lo fosse nella
fotografia, e che invece di essere cresciuta sembra diventata più
bassa di statura; non credo abbia più di ventidue o ventitré anni,
ma dimostra un'età indefinita, come se fosse passata direttamente
dall'adolescenza a un'appassita maturità; arriva anche Filo con
una decina di altre amiche, giusto perché era un segreto. Io nel
frattempo avevo già tolto dallo zaino il libro e lo tenevo sulla
sella, aperto alla pagina fatidica. Non dimenticherò mai la scena
che prenderà il via di lì a una manciata di secondi. Filomena
sgrana gli occhi, e indicando la fotografia col dito non farà altro
che ripetere, come in trance: "Soy yo, soy yo; aquélla soy yo!";
Laurita è lì a bocca aperta, con un filo di saliva rimasto sospeso

280
tra le labbra; prende in braccio il figlio perché possa vedere
meglio tra la calca delle amiche, e gli dice: "Mira, Angelito: eres
tu!". Commenti, meraviglia, riconoscimento di particolari: quei
sandali, quella berretta in testa ad Àngel, quel borsellino di
paglia tenuto in mano da Filo; e tutto era finito in un libro, tutto
era stato stampato sulla carta con questi colori così meravigliosi.
Nel profilo maya di Filomena, che adesso è alta come Laurita
anche se nella foto le arrivava soltanto alle spalle, c'è una
tavolozza di emozioni che si spalleggiano l'una con l'altra, senza
che nessuna sappia prendere il sopravvento per più di qualche
secondo di fila: timidezza, vanità, orgoglio, incredulità, gioia.
Io sarei anche pronto per cercare una sistemazione e fare una
doccia, ma per un'altra ora non posso muovermi da lì, perché
Laurita va a chiamare i genitori, che ritornano con un altro po' di
parenti; poi è la volta di Filo, che si ripresenta accompagnata da
una delegazione di uomini e donne col suo stesso viso misterioso
di tempi immemorabili, poi le amiche vanno a chiamare altre
amiche, altri curiosi si aggregano ai curiosi, e prima che diventi
buio una buona parte degli ottomila abitanti di Chichicastenango
sembra essere sfilata davanti alla fotografia. Filomena, la più
intraprendente e la prima depositaria del segreto, trova la
spigliatezza per chiedermi se può fare una fotocopia della pagina.
E il silenzio cala come un pesante drappo di velluto quando io mi
trovo a dire "Es tuyo!", ripensando con affetto a una ragazza
nicaraguese intenta a spolverare i mobili; e poi lo correggo con il
plurale di un "Ve lo regalo". Poco più tardi sono sotto la doccia
in una camera del Maya Lodge, ma anche aprendo al massimo i
rubinetti esce soltanto un rigagnolo stentato, che poi si blocca del
tutto. Alla reception mi avevano detto che in quei giorni c'era un
razionamento d'acqua per dei lavori alle tubature comunali; me ne

281
ricordo soltanto quando sono già insaponato dalla testa ai piedi,
viscido come un'anguilla e con una melma azzurra di shampoo tra
i capelli, mentre l'ultima goccia rimane aggrappata per un po' a un
bucherellino, e poi cade sulle piastrelle con un solitario "plink".
Alla mattina la città è in fermento. L'acciottolato dei vicoli in
salita sulle montagne e le tegole rosse dei tetti sono avvolte dalla
foschia, e dai villaggi vicini arrivano cortei di persone con pesanti
carichi sulla testa. Le donne vendono fiori sulle gradinate di
pietra sconnessa del sagrato della chiesa di Santo Tomàs, tra le
volute d'incenso che offuscano a tratti le tonalità accese dei loro
vestiti ricamati con una ragnatela policroma di disegni
geometrici, figure umane stilizzate, animali e piante che si
uniformano ai petali gialli, rossi e arancioni dei gladioli e li
superano per intensità di colori; gli uomini con cappelli a larghe
tese fanno ondeggiare i turiboli e cantano formule magiche in
onore dei santi cattolici e dei loro antenati maya, quiché e
cakchiquels. È proprio nel monastero domenicano di fianco alla
chiesa che nel XVIII secolo furono trovati i manoscritti del Popol
Vuh, la cronaca della mitologia maya che narra della creazione
del mondo, delle gesta degli dei e della storia del popolo quiché e
dei suoi sovrani. Oggi, tra gli otto milioni di abitanti del
Guatemala, quasi il 70% è di puro sangue indio, la più alta
percentuale d'indiani puri dell'America centrale; discendenti
diretti della civiltà maya misteriosamente scomparsa alla fine del
X secolo, orgogliosissimi delle loro origini culturali, di cui
mantengono con fierezza le tradizioni, il linguaggio e lo studio
del calendario astronomico... Ma naturalmente è la minoranza di
origine europea ad avere in mano le redini del paese: meno di
duecento famiglie di mestizos e di europei possiedono il 90%
della terra fertile, e a loro, più che a ogni altro indio delle tribù

282
guatemalteche, va il controllo del governo e la voce in capitolo
nelle questioni amministrative. Per quanto riguarda un altro
numero, che sembra di rigore quando si parla del turbolento
passato dei paesi centroamericani: oltre centomila persone furono
uccise negli anni della guerriglia tra il 1980 e il 1989, e altre
quarantamila risultarono disperse. Ma quella domenica mattina
Chichicastenango è così colorata e piena di movimento che si fa
davvero fatica a pensare ai massacri o alle ingiustizie sociali.
Sui marciapiedi e per le vie, davanti alle bancarelle e sotto le
tende che vendono abiti, pelletteria, articoli religiosi e
d'artigianato, mobili, amuleti per il malocchio e verdura, fin dalle
prime ore c'è una ressa vociante di compratori che rende difficile
camminare; ogni tanto dalla chiesa arriva il fragore degli
strumenti a fiato di una banda, e sui gradini della Capilla del
Calvario, di fronte a Santo Tomàs, gli uomini vendono grossi
blocchi di legna da ardere e fascine di ramaglia, e fumano
chiacchierando pacatamente tra loro, incuranti delle urla degli
altri venditori, del brusio di sottofondo e degli improvvisi
attacchi della banda. Verso le undici comincia la processione, che
si snoda dietro la statua dalle fattezze grossolane di un Cristo di
gesso, con uomini incappucciati di nero e fusciacche rosso
sangue in vita; lamenti strazianti e rullio di tamburi, preti in abito
talare e gente vestita da giaguaro, ostensori e petardi, litanie e
biglietti della lotteria.
Il mio programma circostanziato di una tre giorni turistica
finisce lì, ed è il momento di riprendere il viaggio. Verso le due
del pomeriggio, salutato da Laurita e da suo figlio, dal corteo
delle amiche e da Filomena, che nel frattempo, in perfetta
sintonia con l'atmosfera religiosa, mi ha regalato una statuina
della Madonna, di quelle che diventano viola o turchine a

283
seconda del tempo, ingrano la prima in direzione di La Mesilla e
del confine messicano.

284
Quella sono io!

Era almeno la quinta volta, quel pomeriggio, che Margherita


passava davanti alla vetrina del Laboratorio fotografico Cav.
Martinelli & Figlio e sbirciava ora con gioia, ora con orgoglio,
ora con tenerezza, una piccola immagine in bianco e nero
raffigurante una bambina sui pattini, con un mazzo di fiori tra le
braccia.
"Quella sono io! Sono proprio io!" pensava, e a stento
riusciva a trattenere l'emozione.
Una volta però non aveva saputo frenarsi, e dimenticando la
sua abituale timidezza aveva dovuto dire a due anziane signore
che proprio in quel momento si erano fermate davanti alla vetrina:
"Vedete quella bambina? Sono io! ", indicando di sfuggita la
piccola fotografia tra il ritratto ovale di un austero signore con i
baffi e decine di immagini color seppia di sposi, bambini nudi
carponi su morbidi tappeti di lana, famiglie riunite in gruppi
innaturali.
"Ma che bella bambina! Uhh: i pattini!" disse una delle due
signore, socchiudendo gli occhi come fanno le persone molto
miopi quando vogliono mettere a fuoco un'immagine, e al di là
del vetro pieno di ditate puntò la fotografia con il manico
dell'ombrellino ancora sgocciolante, perché anche l'amica la
individuasse subito tra le molte altre.
"Sì!" cinguettò Margherita esultante. "Era il concorso
'Gioventù sui Pattini', e io l'ho vinto. Vede? Il mazzo di fiori! "
"Oh che brava. E sei proprio tu!"
"Sì, proprio io. Lì avevo le treccine perché mi dà fastidio
pattinare con i capelli sciolti; quando pattino la mamma mi fa

285
sempre le trecce...»
Poi le due signore, salutando la bambina con un buffetto sulle
guance e un sorriso profumato di mentine, se ne andarono
scalpicciando tra le pozzanghere e raccontandosi chissà cosa con
quelle loro vocette acute e un po' querule.
Margherita rimase lì ancora a lungo, gongolante, con le mani
intrecciate dietro la schiena, in attesa che qualche altra persona si
fermasse davanti alla vetrina e lei potesse farla partecipe della
gioia, dell'emozione che le riempiva il cuore.
Passò molta gente, in tutto quel tempo...
E ancora adesso, se vi capita di fermarvi davanti allo
splendido negozio di arredamenti per ufficio sul quale l'insegna
Laboratorio fotografico Cav. Martinelli & Figlio è stata sostituita
da una fredda scritta al neon, ancora adesso non potete fare a
meno di incrociare con lo sguardo quella scialba fotografia
incorniciata, messa di sbieco come soprammobile su uno scrittoio
dallo stile avveniristico in acciaio e pelle azzurra; e magari poi, a
vostro comodo, lasciar cadere qualche moneta tra le mani di una
vecchina che con uno strano sorriso vi sussurra all'orecchio:
"Quella sono io!".

286
Il vento suona la sua armonica

Avevo trascorso il Natale a Rio de Janeiro, l'ultimo dell'anno


a Bahia, il Carnevale a Trinidad e adesso stavo arrivando ad
Acapulco per la domenica di Pasqua: niente male come potere
evocativo di località per passarci le feste, soprattutto perché non
era stata una scelta calcolata ma una semplice casualità.
Da Chichicastenango, con una tappa di quasi 250 chilometri
percorsi tra le piantagioni di caffè sulle montagne più occidentali
del paese, arrivo a La Mesilla sotto una bella stellata che buca
l'inchiostro compatto del cielo come una lampadina accesa sotto
un colapasta nero, e sopporto con una pazienza che non mi
conoscevo le lungaggini dei doganieri sul versante guatemalteco.
Quando mi presento dall'altra parte, il mio passaporto viene sì
timbrato da un giovanotto dell'Immigración messicana che
sembra abbastanza di malumore e non mi degna di uno sguardo;
ma devo aspettare fino al giorno dopo perché i doganieri mettano
il loro nullaosta sui documenti relativi alla Vespa: la domenica
sera gli addetti all'immigrazione lavorano, ma i loro colleghi
aduaneros no, e bisogna aspettare fino al lunedì mattina.
Così devo fermarmi per la notte a Ciudad Cuauhtémoc, la
prima cittadina messicana dopo le transenne del posto di
frontiera, tra le bandiere tricolori con lo stemma dell'aquila, del
cactus e del serpente; a ogni buon conto, stanco come sono e con
la notte illuminata soltanto dalle stelle quando i cinque lampioni
finiscono insieme alle ultime case, non sarei andato da nessuna
parte. Neanche il caso di pensare di raggiungere Comitàn de
Dominguez per dormire in un letto come si deve, poi tornare
indietro per far timbrare i documenti e ripassare un'altra volta da

287
Comitàn sulla strada per San Cristóbal de las Casas, con un giro
a vuoto di quasi 200 chilometri: meglio rimanersene sdraiato
sulla brandina di ferro in un comedor che per pochi pesos affitta
delle camere-cella al primo piano, l'unica possibilità di
pernottamento lì alla frontiera, sgranocchiando delle patatine e
riempiendo di mozziconi un barattolo che una volta conteneva
salsa di pomodoro e adesso funge da portacenere. Alla luce
stentata di una lampadina da pochi watt leggo un libro sulla
storia del Messico precolombiano, che portavo con me fin da
quando l'avevo comprato a Buenos Aires ma che mi ero riservato
di togliere dal cellophane soltanto quando fossi stato in Messico:
una qualsiasi tra le mille manie scaramantiche che mi hanno
sempre tenuto compagnia.
Mi perdo affascinato nei nomi dal suono di un mantra della
lingua nahuatl, nell'albero genealogico dei re aztechi e di quelli
olmechi e maya prima di loro, nelle raffigurazioni degli dei, nelle
citazioni da Bernal Diaz e da Cortés: Tenochtitlàn con i suoi
ponti protesi sulle acque del Lago Texcoco e le strade larghe
tanto "da permettere il passaggio di otto cavalieri affiancati"; il
mitico serpente piumato Quetzalcóatl, Nezahualcóatl il poeta-
architetto che regnava sulla città di Tlacopan; Cuitlàhuac, il cui
successore Cuauhtémoc aveva un nome profetico che significava
"Aquila che cade" ed era stato l'ultimo imperatore azteco,
sconfitto e giustiziato da Cortés nel 1525; Izcóatl "Serpente di
ossidiana", il primo degli imperatori; Huhitzilopochtli, la divinità
solare venuta dall'oceano, che per un tragico errore di Montezuma
Xocoyotzàn fu identificata con Cortés... Immagini di cuori
strappati durante i sacrifici umani, di ferro scintillante e di
mosaici fatti di piume, di perizomi e mantelli e corazze dei
conquistadores, di città rase al suolo e di roghi dell'Inquisizione

288
mi sfilano confuse sotto le palpebre appesantite dal sonno, con il
mistero e gli sbadigli di quelle poche ore passate sulla punta
dell'iceberg della storia messicana.
Con tutti i timbri in regola sul carnet di passaggio, la barba
rasata di fresco e il morale alto per il fatto di ritrovarmi
nuovamente in Chiapas, lo stato più povero del Messico ma
indubbiamente anche uno dei più belli, l'indomani di buon'ora mi
metto in cammino per i 165 chilometri che separano Ciudad
Cuauhtémoc da San Cristóbal de las Casas. In Chiapas ci sono
pochissime industrie, e quasi la metà delle case nei villaggi non
ha la luce elettrica; le tribù indiane rappresentano un quinto della
popolazione totale, ma anche qui, come avviene in Guatemala, i
loro appartenenti sono considerati cittadini di second'ordine in
termini economici e politici, e la terra assegnata alle varie tribù è
la più povera e la più improduttiva dello stato. Il loro mosaico di
tradizioni e costumi è estremamente composito: ci sono circa
150.000 tzotzil nei dintorni di San Cristóbal, famosi per la
qualità e l'elaborata tessitura delle loro stoffe; ci sono più di
200.000 tzeltals, 80.000 chols nell'area intorno a Palenque e
almeno 20.000 zoques tra Tapachule e Ciudad Cuauhtémoc. Ci
sono anche diverse decine di migliaia di rifugiati indiani dal
Guatemala, che dall'inizio degli anni ottanta si riversarono in
Chiapas per sfuggire ai massacri dell'esercito di estrema destra e
alle rappresaglie dei guerriglieri; tra il '92 e il '94 almeno
trentamila di loro avevano fatto ritorno nel loro paese, ma un
numero due volte superiore si era ormai stabilito in Messico, e
non aveva alcuna intenzione di ritornare. E poi ci sono le poche
centinaia di superstiti lacandoni, l'unico gruppo etnico che fosse
riuscito a resistere pressoché incontaminato al processo di
europeizzazione, rimanendo per secoli il vero erede delle antiche

289
tradizioni maya nella foresta orientale del Chiapas. In quattro
decadi, complici i missionari nordamericani e i mestizos affamati
di terra che hanno invaso e lottizzato la foresta, i lacandoni sono
cambiati più di quanto non lo fossero in quattrocento anni.
Ricordo che in un villaggio a metà strada tra la frontiera e
Comitàn, mi ero fermato a bere un tè e a comprare un pacchetto
di sigarette a un botteghino di lamiera sul ciglio della Nacional
190, il proseguimento della Panamericana. Su una panca di
legno, in disparte da altri uomini che stavano giocando a dadi, un
ragazzo lacandone riconoscibilissimo nella sua tunica bianca di
lana grezza, con i capelli lunghi sulle spalle e i piedi scalzi, stava
balbettando qualcosa di sconclusionato, ubriaco fradicio,
spruzzandosi il mento di saliva, lo sguardo perso davanti a sé.
Qualcuno dei giocatori, ogni tanto, gli diceva: "Callate,
hombre!", e tutti ridevano per un po', prima di tornare a occuparsi
dei dadi e delle banconote accartocciate sul tavolo.
Quando arrivo a San Cristóbal de las Casas è in corso una
manifestazione di campesinos, che ha bloccato il zócalo di plaza
31 de Marzo con una folla di dimostranti, di striscioni rossi e di
cartelli che inneggiano senza farne i nomi al subcomandante
Marcos e all'esercito zapatista, gridano "Ya basta!" a caratteri
cubitali e accusano il presidente Zedillo e il governo di
corruzione, di falsità e di menefreghismo, e i suoi gruppi
paramilitari del massacro di quarantacinque campesinos indiani,
avvenuto solo tre mesi prima nella municipalità di Chenalho.
Agli angoli di ogni via d'accesso alla piazza, davanti
all'ufficio turistico e ai sempreverdi dell'Hotel Santa Clara, un
cordone di poliziotti per il momento sta a guardare immobile;
sembra fremere ma ancora non interviene. Ogni uomo ha le
braccia incrociate dietro gli scudi di plastica, le gambe divaricate

290
e lo sguardo indecifrabile. Dal 1 gennaio 1994 l'Esercito
zapatista di liberazione nazionale (EZLN) aveva dichiarato la sua
guerra al governo federale, chiedendo maggiore giustizia e più
benessere per i poveri del Chiapas, le cui condizioni erano
ulteriormente peggiorate con l'entrata in vigore del NAFTA, il
trattato di libero commercio e libera circolazione delle merci tra
Stati Uniti, Canada e Messico. Questo ha significato, per il paese
economicamente più debole dei tre, cadere dalla padella alla
brace: migliaia di contadini sono stati ridotti alla fame non
essendo più in grado di presentare dei prezzi competitivi rispetto
ai prodotti agricoli offerti dalle altre due nazioni nordamericane,
e centinaia di piccole aziende sono fallite chiudendo le loro
fabbriche. I giornali di tutto il mondo hanno cominciato a
conoscere uno strano personaggio con il volto coperto da un
passamontagna e un linguaggio poetico e sarcastico; più vicino a
un pacato portavoce delle comunità indigene che a uno spietato
capo guerrigliero. Nel '96 erano stati firmati gli accordi di San
Andrés sui diritti delle culture indigene, per arrivare ai quali
c'erano voluti venticinque mesi di negoziazioni tra il governo
federale e l'EZLN; ma la loro applicazione era rimasta lettera
morta, c'era stata una nuova sospensione del dialogo e i disordini
erano ricominciati insieme ai massacri e alle manifestazioni di
piazza dei campesinos.
Poco lontano, all'ombra della cattedrale, le donne tzotzil e
tzeltals venute dai villaggi vicini, alcune con bluse bianche
ricamate a fiori rossi, altre con tuniche blu fermate in vita, altre
ancora con poncho azzurri dalle vistose decorazioni, e moltissime
con un bambino placidamente addormentato sulla schiena, hanno
steso sui mattoncini del selciato la loro mercanzia di coperte,
broccati, abiti e ceramiche, con disegni e colori diversi a seconda

291
del loro villaggio d'origine; le bambine con grosse trecce raccolte
sulle spalle seguono per lunghi tratti i pochi turisti, offrendo
collanine di semi, moderni braccialetti dai colori fosforescenti,
orecchini di piume e qualche parolaccia risentita se si vedono
trattate con sufficienza o non riescono a vendere nulla.
Tre giorni a San Cristóbal, e ore intere a chiacchierare in un
giardinetto davanti alla chiesa di Santo Domingo, sulla cui
facciata rosa troneggia l'aquila bicipite degli Asburgo, simbolo
della monarchia spagnola, e nell'adiacente monastero che ora è
sede del museo e della splendida esposizione, e vendita, dei
prodotti tessili della Sna Jolobil, un'associazione di
seicentocinquanta donne tessitrici di telaio a mano delle
principali tribù della vallata; assisto a un'altra dimostrazione di
contadini e un pomeriggio vado in Vespa a San Juan Chamula, un
villaggio a una decina di chilometri a nordovest di San Cristóbal.
I chamulani sono uno dei gruppi più numerosi della tribù
tzotzil, e sono famosi in tutto il Chiapas per l'unicità delle loro
pratiche religiose. Sono circa in quarantamila; gli uomini
indossano tuniche senza maniche, di lana o completamente nera o
completamente bianca, tenute ferme in vita, e cappelli bianchi a
larghe tese; le donne vestono con lunghe sottane e scialli le cui
gradazioni vanno dal blu più cupo all'azzurro più chiaro, e con i
quali si coprono il volto davanti ai forestieri. Quel giorno
siedono in grandi gruppi su panche di legno sistemate intorno
alla piazza, sgranando pannocchie di mais con un incongruo
disco rosso della Coca-Cola a fare loro da sfondo, come un sole.
Le loro case, di solito senza finestre, sono costruite su terrazze
tagliate nei pendii delle montagne; le più tradizionali sono
capanne di canniccio intonacato con ripidi tetti coperti d'erba,
che ricordano le strutture di pietra a cresta sulla sommità di

292
alcuni templi maya; la maggior parte della popolazione è
estremamente povera, e molti adulti sono costretti ad
abbandonare il villaggio per sei mesi all'anno e lavorare nella
piantagioni di caffè di Soconusco o negli stati di Oaxaca e
Veracruz.
Un terzetto di uomini sta accordando in disparte delle grandi
arpe con una cassa armonica orizzontale di legno grezzo simile a
una bara, e dei giovanotti con l'aria innocente da vitelloni, vestiti
di bianco dal cappello ai sandali, stanno corteggiando goffamente
delle ragazze inginocchiate per terra davanti a un telaio. Sulla
porta della chiesa un cartello chiede ai visitatori di pagare cinque
pesos all'ufficio turistico nella piazza, e questo suona un po'
fuorviarne, sembra dare un'atmosfera di artificiosità e di
attrazione turistica che la chiesa di Chamula non ha
assolutamente: basta entrare nella penombra sotto la piccola
navata per rendersi conto della genuinità, e non credere ai propri
occhi. Il pavimento è cosparso di paglia e fieno, con alcune
galline che vi razzolano, ed è disseminato di una fila di candeline
accese, tra bottiglie vuote di tequila, lattine di Pepsi e Coca
offerte per riappacificare il Dio del Sole, Gesù Cristo, con le
divinità del mondo moderno; le immagine dei santi sono
circondate da specchietti, pizzi e lustrini, e i fedeli vi si prostrano
fino a pressare la fronte sulla paglia, lamentosamente ubriachi,
piangendo e scolando la tequila. In un angolo poco illuminato ci
sono le statue di sette santi accostate in disordine le une alle
altre, coperte di polvere, e un uomo vi sta davanti scagliando
invettive, piagnucolando, arrabbiandosi, dicendo parole in lingua
tzotzil che non capisco ma suonano inequivocabilmente
offensive; poi sputa per terra con disprezzo, fa il segno della
croce ed esce dalla chiesa.

293
Ritorno a San Cristóbal nel pomeriggio, e rimango per un po'
in ozio in una cantina dello zócalo, con una bottiglietta di
Corona Extra tra le mani. Attacco discorso con alcuni avventori e
parlo anche di quello che ho visto nella chiesa di Chamula
riguardo alle sette statue, che mi ha lasciato perlomeno perplesso.
Un signore con dei baffoni a punta, sorridendo come quando si
vuole compatire qualcuno che sta lontano e interessare qualcuno
che sta vicino, mi racconta la loro storia: prima le statue dei santi
erano venerate in un'altra chiesa, che naturalmente avrebbero
dovuto proteggere con la loro presenza; ma la chiesa era stata
distrutta da un incendio, e le statue dei santi erano state messe in
castigo nella chiesa di Chamula, per punirli di quella
disattenzione e leggerezza; i fedeli sfogavano contro di loro la
rabbia e il disappunto, infamandoli con male parole e
manifestando il massimo rancore verso le statue di gesso di quei
santi traditori!

L'indomani proseguo per Tuxtla Gutiérrez, la capitale del


Chiapas, e verso sera raggiungo San Mateo del Mar nello stato di
Oaxaca (pronunciato Huahàha), dopo aver attraversato l'istmo di
Tehuantepec, dove i due oceani si avvicinano maggiormente nel
tratto di terra più stretto di tutto il Messico. Prima di arrivare a

294
Tuxtla Gutiérrez, una città sorprendentemente moderna se
paragonata a San Cristóbal de las Casas, con palazzi di dieci
piani e quartieri pulitissimi, faccio una breve deviazione dalla
Nacional 190 e mi fermo un paio d'ore in un altro villaggio
tzotzil, Zinacantàn: qui gli uomini indossano delle particolari
tuniche a larghe strisce rosse e bianche (che con i numerosi
lavaggi diventano spesso di un rosa indistinto) e piatti cappelli di
foglie di palma, adornati di nastri vistosissimi se l'uomo è
scapolo, un po' più sobri quando è già sposato. Nonostante un
cartello attaccato a una pianta davanti all'ingresso del villaggio
annunci in spagnolo e in un inglese dallo spelling fantasioso che:
"È stryctelley proibito fare fotografie!", conservo almeno una
decina d'istantanee di abitanti di Zinacantàn attorno alla Vespa,
intenti a indicare con i corti bastoncini che sempre hanno con sé i
particolari del motore e della carrozzeria, le bandierine adesive, i
bagagli e la chitarra: fotografie non rubate di nascosto né
strappate col ricatto di pochi pesos, semplicemente scattate con
naturalezza, senza sotterfugi da parte mia e senza commenti o
proteste da parte loro. Quando poi entro nel piccolo spaccio
all'angolo della chiesa, che vende granaglie, articoli da
ferramenta, attrezzi agricoli e alimentari, e ne esco con due
confezioni di penne Bic da cinquanta pezzi a pacchetto, per
distribuirle ai bambini del villaggio improvvisamente
moltiplicatisi e vocianti con una raggiera di manine tese in avanti,
le facce impenetrabili degli uomini di Zinacantàn si sciolgono in
un sorriso, e metto in moto per andarmene circondato da
composti cenni d'assenso e da un paio di "gracias" sussurrati con
serietà. Per qualche minuto, dopo essere ritornato sulla strada
principale, sono quasi pentito della mia performance con le
penne a sfera, che ricorda molto quella di vecchie signore

295
benestanti in escursione tra i "locali", con un'espressione
paternalistica negli occhi e i gioielli prudentemente lasciati nella
cassetta di sicurezza dell'albergo. Mi dico che simili gesti plateali
non servono, sono un'inutile e poco meritevole carità personale
fatta sotto gli occhi di tutti; mi ricordo anche una frase asciutta,
intransigente e abbastanza stupida di un amico, che a proposito
di una situazione analoga aveva detto che "è sbagliato innescare il
desiderio di consumismo in ragazzini che forse non l'hanno
ancora" (sic)... Ma poi faccio spallucce, ricorro alla panacea
schietta di un romanesco "'sticàzzi! " bofonchiato tra i denti, e
seguo le curve della strada senza più dubbi. I bambini di
Zinacantàn potranno scrivere sui loro quaderni per qualche
giorno, o cambiare subito le penne con delle caramelle
all'emporio di fianco alla chiesa; e il ricordo delle loro mani che
si facevano largo tra le mani e i gomiti altrui rimarrà con me, per
riaffiorare in qualche altra parte del mondo quando meno me
l'aspetto: meglio di niente.
Prima di sera mi ritrovo sul Pacifico, che non vedevo più da
quando ero partito da La Libertad in El Salvador, 1200 chilometri
prima. Avevo deviato verso sud al bivio di Tehuantepec, su una
stradina secondaria, lasciando la 190 che proseguiva in direzione
della capitale Oaxaca e delle vicine località archeologiche di
Monte Alban e Mitla, una più bella dell'altra; ci ero stato durante
l'altro viaggio nelle Americhe, e adesso decido di punto in bianco
di aver voglia di un po' di mare, e della novità di altri posti con un
nome ugualmente suggestivo, anche se per motivi molto diversi:
Puerto Escondido e Acapulco. È uno dei vantaggi del muoversi
con un veicolo proprio, una libertà di spostamento che ho sempre
apprezzato in modo particolare: decidi di andare da A a B,
diciamo dal Guatemala al Texas; e se alla fine lo fai, poco

296
importa per dove sei passato e quanti zigzag ti sei inventato sul
momento. Quando arrivo a San Mateo del Mar, nonostante sia
ancora abbastanza presto e potrei continuare tranquillamente per
un altro centinaio di chilometri prima che diventi buio, decido al
primo colpo d'occhio di passare la notte lì, perché oltre al mare
che stavo cercando ci sono anche due lagune a confluire l'una
nell'altra, perdendosi poi tra le onde dell'oceano sulla magnifica
spiaggia: un mio amico di Milano, al quale penso per un attimo
con un sorriso, avrebbe di certo usato il suo tipico "Fuori di
tèèèsta! " per riferirsi allo spettacolo del sole al tramonto tra tutte
quelle increspature d'acqua. Dopo aver mangiato un pescado al
mojo de ajo che avrebbe dovuto essere freschissimo in virtù
dell'ubicazione di San Mateo, ma che stranamente non lo era,
faccio qualche partita a domino in una cantina che ha dei tavoli
di legno sulla piazza, ascolto le note struggenti che un violinista
ambulante dedica per pochi pesos a una coppietta d'innamorati e
salgo in camera a fantasticare guardando la carta stradale del
Messico.
La linea di pennarello nero con cui segno di giorno in giorno
i tratti percorsi sembra avanzare al rallentatore, e la distanza fino
al confine con gli Stati Uniti appare enorme, per non parlare di
quella che mentalmente mi separa dalla Tasmania; ma quasi senza
rendermene conto mi viene da considerarla una procedura che si
sbrigherà da sola col tempo, il filo di una matassa che si
avvolgerà su se stesso con il passare delle stagioni, e al quale
guardare con bonomia e interesse senza però concedergli
eccessiva importanza. Avevo già fatto il callo a essere spiazzato in
continuazione dall'interdipendenza sfuggente di concetti come lo
spazio e il tempo, che a volte mi faceva sembrare vecchia di una
settimana la mia partenza da piazza del Popolo per Saigon quasi

297
sei anni prima, e volati in un lampo gli oltre 130.000 chilometri
percorsi nel frattempo; e altre invece avvolgeva nelle nebbie di
una remota lontananza sensazioni recentissime, facendo
invecchiare di anni una settimana soltanto, e apparire diluiti allo
spasimo tratti di pochi chilometri.
Sono assorto sulle ombre frastagliate della Sierra Madre del
Sur che incupiscono il giallo del Messico sulla mappa, e quasi
senza accorgermene scarabocchio su un angolo una frase sibillina
che io stesso sulle prime non so spiegarmi: "Pochi giorni fa era
Natale, adesso è già Pasqua; di sei anni dopo", quando
all'improvviso rimango come folgorato ascoltando dal bagno nella
stanza vicina, sotto gli scrosci della doccia, una voce di donna
che canta: "Messico e nuvole, la faccia triste dell'America, il
vento suona la sua armonica..." e poi di seguito un "Porca Èva!!"
che accompagna il tonfo sordo di una bottiglia di plastica, forse
shampoo, forse bagnoschiuma.
Mi sarei aspettato altre cose da San Mateo, dopo il suo pesce;
ma non un Jannacci d'annata dove non c'era l'ombra di un turista.
Per curiosità vado a sedermi sul balconcino che guarda da un lato
sulla piazza e dall'altro sul corridoio, dritto in faccia al numero
19 da cui continuavano a uscire sprazzi ovattati di canzone.
E quando la porta si apre: folgorazione bis!
Eravamo al ginnasio insieme; poi lei aveva dovuto trasferirsi a
Torino con i genitori, e naturalmente ci eravamo persi di vista. È
parecchio cambiata, in tutti questi anni; ma del resto sono
cambiato anch'io. Ci riconosciamo quasi subito, rimestando in
pochi secondi tra i ricordi che sembrano essere passati indenni
attraverso il tempo, per me e credo anche per lei; ci abbracciamo
in una commozione senza parole, cercando di essere disinvolti.
Era in vacanza ad Acapulco con Avventure nel Mondo: "Cioè:

298
prima Yucatan e Chiapas; Acapulco soltanto da qualche giorno".
Aveva litigato con il marito quando ancora stavano a Oaxaca, e
fino ad Acapulco non si erano più detti una parola. Lei l'aveva
mandato "affanbagno" insieme al capogruppo e a tutto il resto;
era venuta lungo la costa in autostop "come ai bei tempi" e nel
pomeriggio si era trovata a San Mateo senza nemmeno sapere che
esistesse un San Mateo sulla faccia della Terra. "Adesso si vedrà;
mi finisco la vacanza da sola e poi si vedrà." Era una storia che
stava finendo: sposati da quasi vent'anni, non avevano figli e da
un bel po' non funzionava più: "Sai com'è". Poi cambia discorso e
dice: "Piccolo il mondo, vero?". Vorrei risponderle: "No, Patrizia;
il mondo è grandissimo", ma annuisco con un sorriso.
Non si stupisce che sia lì con una Vespa; l'aveva letto da
qualche parte su un giornale e faceva il tifo per me. Poi due
bicchierini di tequila come aperitivo, poi una cena insieme in un
ristorante sul mare, poi una bottiglia di Centenario che ci
facciamo incartare e portiamo via. Qualche sigaretta sul balcone,
qualche lacrima tra il suo rimmel turchino, qualche racconto
d'avventura, qualche rimpianto e poche certezze; ci troviamo
addormentati senza nemmeno averci fatto caso, come due persone
che non chiedono niente e si danno quello che possono,
tenendosi per mano. Mentre facciamo colazione, Patrizia mi fa
sapere che in vent'anni di matrimonio non aveva mai dormito con
un'altra persona; io non riesco a starmene zitto e le dico col cuore
in mano: "Cazzo, Patri: dovevi proprio venire a San Mateo di
Oaxaca per farlo; con un italiano!". Un attimo di silenzio, durante
il quale io rimpiango di aver parlato; ma poi lei comincia a
sussultare con la tazzina di caffè in mano, io tiro il fiato e alla
fine scoppiamo a ridere insieme, più amici di quanto lo fossimo
mai stati al ginnasio. Le chiedo se vuole che la porti fino a Salina

299
Cruz, dove può prendere un aereo per Acapulco sperando che
Avventure nel Mondo sia ancora lì; Patrizia ci pensa su un po' e
dice: "Ok".
Un mese più tardi, tra le Cascate del Niagara e Cleveland,
trovo una e-mail con la quale mi dice di essere innamorata persa
di un avvocato di Parma, di volere un figlio se ancora fa in tempo
ad averlo o altrimenti di adottarlo; di averla fatta finita col marito
quel giorno stesso ad Acapulco e di volersi comprare al più
presto uno scooter "però meglio senza marce", perché non si era
mai divertita così tanto come da San Mateo a Salina Cruz, col
vento a farle impazzire i capelli. "E a suonare la sua armonica",
mi viene da pensare con affetto mentre chiudo Hotmail e le
auguro le cose più belle.
In appena due giorni, seguendo la costa degli stati di Oaxaca
e Guerrero nella direzione opposta a quella dell'autostop di
Patrizia, rubo altri 700 chilometri alla matassa e mi lascio dietro
Puerto Àngel, Puerto Escondido e Pinotepa, per arrivare ad
Acapulco nel pomeriggio di Pasqua, senza celebrazioni religiose
indianocattoliche ma con una veranda sul mare, tra le palme da
cocco e un viavai continuo di stranieri in pareo e bermuda a fiori.
A Puerto Àngel ho avuto la terza foratura dalla partenza, a
una media che avrei sottoscritto di buon grado alla vigilia: più di
8000 chilometri tra una ruota bucata e l'altra. Con le mani
sporche di grasso e colando sudore a profusione, all'ombra misera
di un ulivo a strapiombo sulla baia che s'intravede in lontananza,
non ho tempo di farmi incantare dalla sua bellezza e appena
posso tiro dritto sulla statale, senza deviare al bivio e lasciando
perdere Puerto Àngel. Mezz'ora più tardi sono davanti a un altro
bivio, quello tra la Ruta 200 per Acapulco e una stradina in
discesa che arriva nel centro di Puerto Escondido. Non fosse

300
altro che per la suggestione del nome, decido di deviare. Avevo
letto il bel libro dal titolo omonimo, e mi era capitato di vedere
anche il film che ne era stato tratto; così adesso, arrivando per la
prima volta in questa città con pochi viottoli pavimentati,
arrampicata tra la collina e il mare e con un afflusso di visitatori
che probabilmente per qualche anno sarà ancora a misura d'uomo,
ho quasi l'impressione di esserci già stato.
Per Acapulco, invece, il discorso di un turismo discreto o di
uno sviluppo armonioso dell'urbanistica sembra si sia già chiuso
da un pezzo: anche qui rimane il fascino del nome, mitico come
quelli di Bora Bora o Santo Domingo, ma oltre al nome e a
qualche spiaggia su La Costerà, ci sono solo complessi
alberghieri, motel, casermoni di cemento, grattacieli sorti senza
piani regolatori, ristoranti, discoteche, sale giochi, night-club e
centri commerciali; il tutto circondato da negozi di ricambi per
automobili, un fiume dalle acque stagnanti, gommisti, le
bidonville a El Verdadero (soltanto pochi mesi prima un uragano
si era abbattuto sulla città uccidendo centinaia di persone e
lasciandone decine di migliaia senzatetto, soprattutto tra la gente
che viveva nelle baracche sulle colline a ridosso degli hotel a
cinque stelle e dei campi da golf); cartelloni pubblicitari
sventrati, monolocali traboccanti di famiglie, polvere, code di
autobus, camion avvolti in nubi nere di gas di scarico che
arroventano gli occhi...
L'indomani è una giornata durissima, con una tappa di 465
chilometri attraverso la Sierra Madre del Sur: da Acapulco a Città
del Messico in nove ore di guida pressoché ininterrotta. La faccia
è sferzata da folate bollenti che mi fanno pensare a un
asciugacapelli, e il vento non smette un attimo di suonarmi nelle
orecchie.

301
Qué viva Mexico!

Là dove un tempo sorgeva la favolosa Tenochtitlàn, che aveva


fatto sgranare gli occhi dalla meraviglia ai primi conquistadores e
ispirato ai loro cronisti frasi del tipo: "Sembrava una leggenda
incantata... non riuscivamo a pronunciar parola, a credere che
fosse tutto vero quello che appariva alla vista", adesso si estende
una compatta nube di smog sotto la quale vivono, si muovono e
respirano venti milioni di messicani della capitale. Forse
addirittura venticinque milioni; nessuno sembra saperlo di
preciso. I maggiolini-taxi punteggiano il traffico da girone
dantesco attorno allo zócalo, verdi come una manciata di piselli
gettata sull'asfalto, tra le cattedrali spagnole e i chioschetti di
perros calientes, la versione locale degli hot-dog dei gringos; tra
le chitarre basso e i violini dei suonatori di mariachi che
affollano plaza Garibaldi fino all'alba; tra i cumuli di rifiuti
ammonticchiati sui marciapiedi e il flusso oleato delle luci in
paseo de la Riforma, tra le ombre silenziose di fantasmi aztechi,
olmechi, toltechi che si aggirano furtive sui volti segnati dei
vecchi mestizos. Città del Messico, che i suoi abitanti chiamano
semplicemente "De Efe" dalle iniziali di Distrito Federai, è un
posto che sembra più facile amare o odiare senza mezze misure di
quanto non lo sia passarci attraverso con indifferenza, senza farsi
sfiorare. È l'area metropolitana più grande del mondo (2018
kmq), con il meglio e il peggio del paese combinati insieme e
rimestati infinite volte nel calderone di questa valle a oltre 2000
metri sul livello del mare, dove l'anidride solforosa ristagna
nell'aria, ma di tanto in tanto, e non si capisce da dove, arriva
come un profumo di fiori.

302
In una cantina impregnata di fumo e di sudore vicino al
mercato de La Merced rimango a lungo a guardare i volti cotti dal
sole di Emiliano Zapata e Pancho Villa, incorniciati sopra le
bottiglie in due piccole fotografie color seppia; i loro occhi fissi,
sotto il riflesso scuro del sombrero, sembrano seguirmi dovunque
volga lo sguardo, e mi fanno pensare a quelli delle immagini ovali
e lucide sulle lapidi di un cimitero. Sono persi tra una collezione
di banconote di tutto il mondo attaccate al muro con delle
puntine da disegno; sul banco viscido vengono lanciati in
continuazione i bicchierini di pulque, come in un saloon del Far
West. Tra le strisce di plastica colorata dell'ingresso fa capolino il
viso ecclesiastico e sorridente di Zedillo, che ha monopolizzato il
muro di fronte con una sfilza di manifesti collosi appena
appiccicati, che annunciano ovvietà del tipo: "Nuovi posti di
lavoro", e ancora: "Scuola gratuita per 500.000 bambini"; ma
passandogli davanti nessuno sembra credergli più, forse
ricordandosi fin troppo bene che prima della sua presidenza un
dollaro valeva tre pesos, e adesso ce ne vogliono quasi undici. Un
muratore con la tuta sporca di calcina, che sedeva su uno sgabello
di fianco al mio e accompagnava l'alcol con delle tortillas
arrotolate tra le dita e poi intinte in una salsa piccante,
vedendomi alternare lo sguardo tra le due fotografie sopra le
bottiglie e i grandi poster sulla strada si sporge un poco di lato
per sussurrarmi all'orecchio, con un fare ieratico e un alito che
evapora i fumi di una distilleria: "Ricordati, amico; la buena
gente ti aspetta sempre davanti agli occhi, mai alle spalle; magari
con un fucile e la cartucciera, ma siempre miràndote en la
cara!". Poi un amico lo chiama per una partita a domino; lui si
alza senza nemmeno salutare, rovescia lo sgabello e barcolla
mentre si allontana, privandomi di altre perle della sua saggezza.

303
Chiedo qualcosa da mangiare, e gli sguardi di Zapata e Villa sono
ancora inchiodati ai miei.
Per un giorno intero, due ragazzi del Vespa club locale con le
rispettive fidanzate, bionde come svedesi e sedute dietro di loro
sulle sella, mi fanno da ciceroni tra le vie della metropoli, dalle
otto del mattino quando ci troviamo per l'appuntamento sotto
l'Àngel fino a notte fonda per un'ultima tequila in un bar della
Zona Rosa, e in paio di occasioni li sento dire, senza paura di
essere smentiti, che il De Efe è il posto più bello del mondo e che
non andrebbero a vivere da nessun'altra parte. La stessa cosa, tale
e quale, si ripeterà a Guadalajara di lì a tre giorni, solo che le
fidanzate saranno entrambe more come messicane,
l'appuntamento sarà davanti all'albergo e l'ultima tequila in plaza
de los Mariachis; in quanto alla loro opinione sulla città, mi
comunicheranno più modestamente che Guadalajara è senza
dubbio il posto più "messicano" di tutto il Messico.
Dopo esserci incontrati sotto l'altissimo monumento a la
Independencia, la statua dorata di una Libertà in volo che i
chilangos, cioè gli abitanti del De Efe, chiamano semplicemente
El Àngel, Mauricio & Lola e Ricardo & Susy partono a spron
battuto come se volessero farmi vedere il massimo nel tempo
minimo, e così della giornata in loro compagnia ho dei ricordi
frammentari, dei flash confusi di chiese, piazze, monumenti e
notizie: succede quasi sempre così quando invece di guidarti da
solo hai un cicerone che ti guida. Questa è la Glorieta
Cuauhtémoc, questo il monumento a los Ninos Héroes, questa è
la fermata del metro di Insurgentes; e poi ancora: questo è il
parco dell'Alemada, dove venivano bruciati gli eretici; quella
circondata dalle colonne è la statua di Benito Juàrez, questo
naturalmente è lo zócalo; quello è il palazzo delle Belle Arti,

304
quello è il palazzo del Governo, e proprio da quel balcone su in
alto ogni 16 settembre, il giorno dell'indipendenza ("Che è anche
il mio cumpleanos!" annuncia Susy civettuola), il presidente
della repubblica si affaccia e grida: "Qué viva Mexico!".
Durante una pausa, davanti a due bottiglie rinfrescanti di
Manzanita, una gassosa edulcorata alla mela e a tre di Toronja,
che ha quasi lo stesso sapore anche se è edulcorata all'uva,
Mauricio ha un'idea geniale, che mi procurerà delle conseguenze
disastrose di lì a un mese esatto, all'ombra romantica e svenevole
dei Ponti di Madison County, nello Iowa.
Rispondendo alle solite domande che mi ero sentito rivolgere
centinaia di volte in quegli anni ("Quanti chilometri fai al giorno?
Come fai a sapere la strada? Dove dormi? Hai mai incontrato
animali feroci? Ti porti qualcosa da mangiare? Quanto fai con un
pieno?") avevo detto che mi sembrava di consumare un po' troppo
con quel 200 di cilindrata, rispetto al 125 con cui ero andato in
Vietnam e ai due 150 guidati poi; che quando c'era molto vento,
come in Patagonia o anche sulla autopista da Acapulco fin lì,
non riuscivo a fare più di 100 chilometri con il serbatoio pieno, e
spesso dovevo avere con me una tanica di riserva. Mauricio
s'illumina d'immenso, e dall'alto della sua profonda conoscenza
della meccanica mi rivolge un sorriso compassionevole e
m'informa che risolvere il problema è un gioco da ragazzi:
cambiando soltanto una piccola vite piena di bucherellini nel
carburatore, e mettendone una con i bucherellini più piccoli, mi
può far consumare molto di meno. "Muy simple, hombre"; ci
vorranno appena cinque minuti.
Io mi fido come un discepolo si fida del suo guru, e
l'indomani parto per Guadalajara rendendomi subito conto che

305
Mauricio aveva ragione, e che con un pieno faccio quasi una
sessantina di chilometri in più rispetto a prima.
Avevo deciso di non passare dalle piramidi del Sole e della
Luna a Theotihuacàn, un po' per la paura di modificare il ricordo
che mi avevano lasciato, e un po' perché ricordavo fin troppo
bene il traffico delirante in cui ci si doveva tuffare per arrivarci: la
volta precedente avevo impiegato quasi quattro ore per fare
appena 50 chilometri, e se fossi stato in macchina e non in
scooter ci avrei messo tutta la giornata; adesso non avevo
intenzione di fare il bis soltanto per scattare un po' di fotografie.
Esco a fatica dalla periferia ovest del muestro di case,
fabbriche e catapecchie sparse senza soluzione di continuità nella
valle di Città del Messico; raggiungo la città di Toluca e devio a
nord seguendo la 55 fino al bivio di Atlacomulco. Il paesaggio
che mi circonda è di una monotonia sconcertante, con
spelacchiate ondulazioni di terreno e poca vegetazione; passo
villaggi di quattro case dai muri di calce bianca arroventati dal
sole, schivo capre e asini che spaesati attraversano la strada al
rallentatore, saluto i guidatori delle poche macchine che incrocio,
venendo salutato a mia volta. Poi devio ancora a ovest ed entro
nello stato del Michoacàn; la vegetazione diventa più fitta, le
ondulazioni montagne vere e proprie, e dopo aver superato la
capitale Morelia comincio a incontrare famiglie di indiani
purépechan, una tribù che gli antropologi non sono ancora
riusciti a inquadrare perfettamente in alcuno degli alberi
genealogici degli indiani d'America, e che parla una lingua
correlata ad alcuni dialetti quechua del lontano Perù. Erano
apparsi misteriosamente in questa regione all'inizio del 1300; e
nelle due incursioni che gli spagnoli fecero nella zona tra il 1522
e il 1529, alla ricerca di uno tra i tanti mitici El Dorado che

306
accompagnarono la loro conquista del continente, gli indiani
purépechan erano stati uccisi o ridotti in schiavitù per lavorare
nelle miniere, e il loro re fu bruciato vivo dal conquistador Nuno
Guzmàn come esempio agli insubordinati. La crudeltà di Guzmàn
verso gli indiani fu così efferata che la Chiesa stessa e il governo
di Spagna vollero metterle un freno, inviando sul posto il
cardinale Vasco de Quiroga per predicare gli ideali della
cristianità, cosa che sembra aver avuto più effetto sulle anime
vergini dei purépechan che su quelle incallite dei padroni di
miniere o dei latifondisti spagnoli. Quiroga stabilì un vescovado
e fondò una comunità di villaggi indiani regolata da principi
umanitari simili a quelli dell'Utopia di Thomas Moore,
incoraggiando gli abitanti di ogni villaggio sulle rive del Lago
Pàtzcuaro a specializzarsi in un settore dell'artigianato, una
tradizione che continua ancora adesso, mentre il ricordo di Vasco
de Quiroga si è sublimato in una sorta di beatificazione
spontanea per acclamazione popolare, e in ogni città o villaggio
del Michoacàn puoi star sicuro di trovare almeno una via, una
piazza, un ristorante o un albergo con il suo nome.
Mi fermo per la notte a Pàtzcuaro, una cittadina con le
atmosfere di un villaggio indiano e lo splendore regale
dell'architettura spagnola, a 5 chilometri dalle rive del lago
omonimo. Per la cifra irrisoria di centocinquanta pesos, cioè
all'incirca venticinquemila lire italiane ("irrisorio", in questo
caso, è un termine più relativo della relatività di Einstein, e per
troppi abitanti di Pàtzcuaro potrebbe avere la stessa valenza
semantica di "impossibile"), trovo alloggio nel bellissimo Hotel
los Escudos che naturalmente è in plaza Vasco de Quiroga,
costruito sopra un porticato del Seicento, con le camere disposte
attorno a due patios pieni di piante, affrescate da murales con

307
scene di vita del periodo coloniale, moquette, tv parabolica,
frigobar, camino in camera e due finestre luminose che danno sul
monumento (ci mancherebbe altro!) del vescovo Quiroga.
Seduta sul marciapiede davanti all'ingresso, con la
pigmentazione del viso marezzata da una malattia della pelle e i
polpacci deformati dalla gotta, una vecchia chiede la carità
biascicando una giaculatoria, con un sorriso salivoso. Lascio
cadere qualche peso cercando di non guardarla e di resistere
all'odore che emana dai suoi vestiti, mentre ripenso a quel
ragazzo della Sierra Leone e alle sue parole su questo shitty place
pieno d'ingiustizie: ma sappiamo già tutto fin nei minimi dettagli,
anche se cerchiamo di pensarci il meno possibile; come il meno
possibile pensiamo alla morte, altrimenti la vita sarebbe
insopportabile. Qualcuno riesce a fare di più, qualche altro di
meno; c'è chi prende un aereo e va nei lebbrosari di Calcutta, e c'è
chi si trova a entrare nel foyer di Los Escudos e prende una
camera e una birra gelata. L'importante, credo, sia non fingere;
giocare la partita con le carte che si hanno in mano cercando di
essere più buena gente che hijo de puta, sentendosi più vicini
alla nobiltà di chi ha perso che all'arroganza di chi ha vinto, e più
lontani dalla meschinità di chi ha perso che dalla generosità di
chi ha vinto.
Quando entro nello stato di Jalisco, le montagne e le
piantagioni di mais del Michoacàn cedono progressivamente il
posto alle distese sconfinate di agave, il cactus con le foglie
lanciformi dalla cui distillazione si ottiene la tequila. Qui ha sede
la Sauza, il colosso messicano delle distillerie, e per chilometri e
chilometri in ogni direzione non vedi altro che un mare dai
riflessi azzurrini, grigio metallico, verde veronese e verde
militare, scintillante sotto il sole o incupito in macchie nerastre al

308
passaggio delle nuvole. Arrivo a Guadalajara poco prima di
mezzanotte, dopo aver percorso in due tappe sostenute i quasi
900 chilometri che la separano dal De Efe lungo la strada
secondaria che avevo scelto per passare da Pàtzcuaro. Telefono ai
miei prossimi ciceroni di Jalisco, che mi aspettavano nel
pomeriggio e con i quali mi scuso per aver fatto tardi;
simpaticamente Hernàn (come Cortés, dico io: come Cortés, dice
lui) minimizza aggiungendo che tutto sommato venivo dalla Terra
del Fuoco, e un ritardo di qualche ora ci poteva pure stare. Il
nome di Hernàn, con relativo numero di telefono, è uno dei 1225
punti di riferimento del mundo escùter che avrò collezionato in
nove anni on the road attraverso i continenti, tra punti vendita e
importatori, officine e meccanici, club e simpatizzanti, amici e
amici di amici; alcuni con un biglietto da visita, altri con un
pezzo di carta scarabocchiato a penna.
Passo un paio d'ore a studiare la terza lezione di russo della
mia vita (tritzi urok), poi mi addormento con le cuffiette nelle
orecchie e la luce accesa. Spakoinie noci, buonanotte. Prima di
partire da Città del Messico avevo comprato un corso per
autodidatti, con audiocassette, grammatica e manuale di
conversazione, perché non volevo farmi trovare impreparato per la
Siberia, dove con ogni probabilità nessuno avrebbe parlato una
parola che non fosse russo; non ambivo leggere i Karamazov in
originale, ma almeno poter chiedere dove avrei potuto trovare
della benzina o un posto per passare la notte. Giorno per giorno
ci prenderò sempre più gusto, e a Vancouver sarò già arrivato alla
sciestidisiàti urok: sessantesima lezione.
Alle otto di mattina, Hernàn è davanti all'albergo con la sua
ragazza su una Primavera rosso fuoco ("Mucho gusto"; "Teresa,
encantada") e una coppia di amici mezzi punk, con un dispendio

309
di chiodi e spille e i capelli rosa shocking per lui, e fluenti e
castano naturale per lei, che in compenso ha tatuata una rosa
sulla guancia (Garcìa e Manola: "Qué tal, todo bien?"). Teresa
suona la chitarra in un conjunto femminile di musica mariachi,
Las Tapatitas; e quella sera hanno uno spettacolo in un locale-
pub-birreria del centro; naturalmente siamo tutti invitati. La
parola mariachi probabilmente deriva dal francese marriage, e le
orchestrine erano originariamente invitate per intrattenere i
banchetti di nozze. Adesso le bande di suonatori mariachi, vestiti
di nero con alamari dorati, i baffi spioventi e i pantaloni stretti
con la banda, i sombreri voluminosi o un cappellaccio da cowboy
in testa, affollano fino a tardi la piazza a loro dedicata nel centro
di Guadalajara, cantano con la voce roca e struggente
accompagnati dalle trombe, dai violini e dalle chitarre, e come i
posteggiatori napoletani a Posillipo adescano le coppiette che
cenano tra le luci soffuse dei ristoranti, o offrono una serenata
agli innamorati che passeggiano e ai gruppi di festaioli che li
noleggiano appositamente per una canzone a richiesta. Anche
alcune delle Tapatitas vestono da cowgirl, e sembrano delle
Calamity Jane quando imbracciano violini e chitarre-basso
anziché fucili; altre hanno un vestito lungo a gonne sovrapposte,
un vitino di vespa sotto un décolleté vistoso, e fiori tra i capelli.
Dopo una giornata intera in giro per la città, che magari non sarà
la più "messicana" ma è sicuramente una delle più piacevoli di
tutto il Messico; dopo un andirivieni di tequila e una notte brava
con i miei amici e tre Tapatitas, che quando finisce lo spettacolo
hanno ancora voglia di andare a ballare, sono in grado di
proseguire il viaggio soltanto alle due del pomeriggio successivo,
ma mi risveglio presto sotto le folate di vento tiepido, e prima di
essere fuori da Guadalajara sono già fresco come una rosa; un po'

310
appassita e dai petali penduli, ma pur sempre una rosa. C'è chi
funziona ad Alka Seltzer, chi preferisce un caffè col limone o una
bustina di bicarbonato; a me sembrano bastare pochi chilometri
in quarta su una strada libera, dando morsi all'aria e sentendo
sotto la pelle il formicolio di una libertà dapprima intontita, poi
sempre più autorevole ed elettrizzante.
Prima di mezzanotte raggiungo Zacatecas, dopo una tappa di
310 chilometri sulla Nacional 54 percorsi in un traffico molto
diradato e incrociando cittadine distanti tra loro anche 70 o 100
chilometri. Con una sveglia all'alba per compensare i bagordi
recenti, macino 450 chilometri in un giorno solo e arrivo a
Monterrey: dodici ore di fila in un movimento di veicoli che a
furia di diradarsi spariva del tutto, con cittadine ancora più
isolate nel deserto di pietrisco, di cactus e capre della Valle del
Salado. Grazie alla pensata di Mauricio riesco a evitare di
rimanere a secco, e per due volte raggiungo in extremis un bidone
da dove pescare benzina a San Andrés, e un distributore come si
deve a Concepción del Oro. Quando arrivo a Monterrey mangio
qualcosa controvoglia, troppo stanco per avere appetito, e poi
decido di andare a vedere un film per distrarmi un po' dopo tutta
quella desolazione di sabbia e polvere.
Era almeno dal Venezuela che in ogni città, specialmente la
domenica pomeriggio, vedevo delle code lunghe centinaia di
metri davanti alle porte dei cinema dove si proiettava Titanic in
prima visione; e dappertutto, in Colombia come in Nicaragua o in
Guatemala, i mercati traboccavano di magliette con i profili
assorti di Kate Winslet e Leonardo Di Caprio o con la loro
silhouette a braccia spiegate in un tramonto insanguinato dal
computer; dappertutto montagne di poster con il sorriso di
Leonardo dall'adolescenza a Jack Dowson, da ogni angolo di

311
strada la canzone ruffiana di Céline Dion, da ogni muro la prora
del transatlantico a solcare i manifesti. Un paio di volte mi ero
messo in coda, non volendo accontentarmi della diffidenza che
per carattere nutrivo verso i roboanti colossal hollywoodiani, né
dell'opinione aprioristica che mi ero fatto del film: l'ennesima
storia d'amore strappalacrime, piena di effetti speciali ma
comunque melensa e plateale. Farsi un'opinione non era difficile,
perché in quei mesi, a quella latitudine come in ogni altra parte
del mondo, eri costantemente bombardato dal Titanic. In
entrambe le occasioni, a Caracas e a Panama City, la fila era
troppo lunga per i miei gusti, e un fiume di persone mi divideva
dal botteghino; così dopo nemmeno un quarto d'ora ero già
stanco e desistevo, senza eccessivo rammarico. Adesso, a
Monterrey, era arrivato il momento di vedere il film che aveva
preso lo stesso numero di Oscar di Ben Hur. Non c'è quasi coda
per i biglietti, anche se la sala è piena. Una maschera, con la
tipica seriosità della categoria, mi fa passare a tastoni tra le file e
mi deposita sano e salvo al mio posto, di fianco a un giovanotto
in canottiera che non mi toglie gli occhi di dosso per un po' con
un'espressione di disistima, fino a quando tossisco con
intenzione e gli faccio capire di guardare da un'altra parte. Anche
il suo alito, tanto per fare una cosa nuova, esala gli effluvi aciduli
di una distilleria. Sullo schermo una pubblicità di Pollo
Camperò; poi della Toronja e infine, ovviamente, della Coca-
Cola. Inizia il film, e scorre via liscio come l'olio, con la
spettacolare scena di animazione grafica della nave che si dilata
in panoramica. A un certo punto il fidanzato di Rose è stravolto
dalla gelosia, e rovescia un tavolo con tutte le chincaglierie della
colazione. Il mio vicino di poltrona ha ancora gli occhi
appiccicati a me.

312
"Gringo de mierda" dice sottovoce, e penso si riferisca al
film. Lo guardo di sfuggita, a disagio; e lui ancora: "Gringo de
mierda", e questa volta capisco che il complimento è indirizzato a
me.
"Mira: yo soy italiano."
"Italiano de mierda." Ha proprio voglia di attaccar briga,
gratuitamente e senza che gliene abbia dato il motivo. C'è pieno
di gente così, e ne avevo già incontrata parecchia sul cammino:
qualche rotella che non gira per il verso giusto, fronte bassa e
mani grosse, più pericolosi di una bomba che sta per esplodere.
"Callate" gli dico mantenendo la calma.
"Italiano de mierda" Mi prende un po' di carne da un
braccio, e comincia a pizzicare.
"Smettila."
"Italiano de mierda!"
"Smettila!"
"Italiano de m-i-e-r-d-a!!" e il pizzico fa così male che gli
occhi mi diventano lucidi, come quelli di Rose che sta piangendo
a tutto campo. Non ci vedo più, in tutti i sensi, e in un eccesso di
stizza gli dò una gomitata tra le costole, forse più forte di quanto
avrei voluto. Non l'avessi mai fatto! Lui grugnisce come un
animale ferito e mi si avventa addosso, afferrandomi per il collo
con gli occhi fuori dalle orbite, iniettati di sangue. Non molla
più, e mi sento soffocare. Cerco di colpirlo in faccia, di morderlo,
gli schiaccio due dita negli occhi; ma lui non allenta la presa.
Nelle poltroncine intorno a noi la gente si agita, si alza e
comincia a gridare. Noi siamo avvinghiati; cerco di divincolarmi
ma lui mi trascina sul pavimento: "Te mato! Te mato! Maricón, te
mato aqui mismo!". Qualcuno si intromette e cerca di separarci,
qualcun altro fischia e ci incita alla lotta, come se invece di un

313
cinema a Monterrey fosse il Colosseo. Si accendono le luci, Di
Caprio va in dissolvenza sullo schermo; improvviso silenzio, poi
dei passi pesanti che corrono, poliziotti, manette, spintoni.
Titanic è un film che non dimenticherò mai, una pietra miliare
nella mia storia del cinema, anche se non ho mai finito di vederlo.
La macchina corre a perdifiato, rischiando di provocare un
incidente; io sono seduto dietro, gomito a gomito con il mio
amico, le mani inerti tra le ginocchia. Le mie generalità sanno di
sangue mentre le sillabo tra le labbra peste, gonfie come se
fossero siliconate. Domande; diffidenza; risposte, ancora
diffidenza, occhiate sospettose. Essere straniero sembra non
aiutarmi, peggiora la situazione. Anche un "fanculo" smozzicato
tra i denti, che mi ero lasciato scappare in una pausa
dell'interrogatorio, complica di parecchio le cose, perché sembra
non ci sia una parola italiana più comprensibile, e tutti diventano
iene e mi minacciano col pugno, dicendomi di stare attento a
come parlo. Il bastardo ribadisce la tesi del maricón e sostiene
che gli ho messo una mano tra le gambe. Ci buttano in due celle
diverse; a me tocca la compagnia di un ragazzo con due pupille
non più grandi di uno spillo, che hanno appena arrestato e che
subito mi prende in simpatia, con la solidarietà enfatica e
disarmante degli eroinomani. Mi hanno tolto tutto: portafoglio,
documenti, orologio, chiavi dell'albergo; hanno lasciato solo le
sigarette, senza accendino. Passano le ore; cerco di parlare con
qualche secondino, ma nessuno mi dà retta. Arriva una retata di
puttane, e le celle che danno sul corridoio si animano di colpo:
gesti osceni tra le sbarre, parolacce, risate piene di catarro.
All'alba mi vengono a chiamare, mi fanno altre domande, ma
questa volta non stanno nemmeno a sentire le risposte. Mi
ridanno tutto, dicendomi che posso andarmene; il bastardo sta

314
russando su una panca come un angioletto, sezionato dalla
simmetria delle sbarre, e non mi degna di uno sguardo.
Fuori l'aria del mattino è fresca; i lampioni sono ancora
accesi. Fermo un taxi e mi faccio portare in albergo, il cui nome
grazie a Dio è scritto sul portachiavi, altrimenti non sarei mai
riuscito a ritrovarlo. Il taxista è stanchissimo dopo la notte in
bianco, ma trova l'interesse o l'altruismo sufficiente per
domandare: "Qué pasó?" guardandomi la faccia tumefatta e i
segnacci sul collo.
I poliziotti devono avere telefonato alla reception, perché il
portiere fa delle allusioni chiarissime, e non capisco se voglia
prendermi in giro o darmi il benvenuto. Salgo in camera e lascio
correre l'acqua della doccia.
Poi mi affaccio sul balconcino a guardare un sole anemico
che sembra non ce la faccia a bucare le nuvole all'orizzonte; e
all'improvviso mi faccio sopraffare da un'idea cretina, da un
impulso irrefrenabile, da un desiderio di celebrazione della mia
indipendenza di uomo e della mia ritrovata libertà.
Mi schiarisco la gola, alzo un pugno al cielo e grido: "Qué
viva México!!".

315
The lost continent

I quarantacinque giorni passati negli Stati Uniti continentali,


tra la fine d'aprile e la metà di giugno del '98, con gli oltre 12.000
chilometri percorsi in trentuno dei suoi states dal Texas a New
York, da New York a San Francisco e da San Francisco a Seattle,
mi sono scivolati addosso lasciando poche tracce, e la loro eco,
per usare una frase grossolana ma efficace, mi è entrata da un
orecchio per uscire subito dall'altro. Giorni perlopiù senza
passione, che mi hanno riempito di noia in cittadine e motel dove
ho trovato tutto quello di cui non avevo bisogno, e dove la gente
sembrava troppo cordiale e troppo poco felice. Settimane quasi
sempre uguali a se stesse, con le ore di guida durante il giorno e
le audiocassette di russo o qualche birra svogliata di notte. La
noia dilata il senso di piccole unità di tempo, e può rendere
interminabile un'ora, una giornata; ma tutto un periodo trascorso
sotto la sua influenza, quando poi lo si guarda globalmente a
distanza, appare molto, molto più breve di quanto in effetti sia
stato, perché poche cose sono venute a vitalizzarlo, a ritmarlo con
scansioni che sanno farsi ricordare; e quarantacinque giorni,
allora, possono sembrare un unico giorno, monotono, indolente.
Le altre due settimane in cui rimarrò bloccato in Alaska,
aspettando di ricevere da Mosca tutti i permessi necessari e di
trovare il modo per passare in Russia, saranno un po' più
divertenti e più varie con la loro atmosfera da Last Frontier e la
caterva di cose da fare; ma tutto sommato anche quelle sono
"entrate di qui e uscite di là", benché conservi dei ricordi
abbastanza piacevoli nel marasma delle frustrazioni che di solito
accompagnano le prolungate attese burocratiche o il dover

316
ricorrere a trasporti integrativi per superare l'ostacolo di due
continenti "scollegati" tra loro.
Gli Stati Uniti non avevano mai abitato dentro di me, né
trovato una collocazione che andasse al di là degli stereotipi più
scontati; non avevano mai vissuto di vita propria nella mia
immaginazione di ragazzo e di adulto, né avuto una località che
diventasse per me memorabile. Qualche brano di jazz, la
Rhapsody in Blue, il Diario indiano di Ginsberg, tre canzoni di
Bob Dylan, qualche poesia di Corso e Ferlinghetti, qualche film
in bianco e nero: la mia fascinazione americana finiva lì.
Avevo incontrato Gregory Corso dal vinaio all'angolo di
Campo de' Fiori, a Roma, nell'inverno dell'87, e ci eravamo visti
quasi tutte le sere per una settimana di fila, prima che lui sparisse
nel nulla così come era venuto; in quel periodo era quasi sempre
ubriaco e io non ero quasi mai sobrio, e avevamo legato subito.
Era venuto a dormire a casa mia un paio di volte con una ragazza
che ciondolava spesso sotto la statua di Giordano Bruno e sapeva
recitare a memoria il suo The Last Warmth of Arnold, la qualcosa
lo lusingava immensamente, anche se si schermiva e faceva gesti
con la mano come per dire: Basta, that's enough. Gli avevo
prestato una Olivetti portatile della quale diceva di aver bisogno
per scrivere in quei giorni lì a Roma; poi ce ne siamo dimenticati
entrambi e non l'ho più rivista. In compenso conservo ancora il
tovagliolino di carta su cui ha scritto una poesia col pennarello,
prima di regalarmela. L'ha intitolata POEM, e a meno che non
l'avesse già scritta per qualcun altro, ma non credo, questa è la
prima volta che compare in un libro: "So I did not live. / In
between I did not die / maybe I gulped / on air / and came down
/ for more!" Firmato: Gregorio Nunzio Corso, in italiano, con
una sbavatura d'inchiostro sulla "i" di Nunzio e una strizzata dei

317
suoi occhi furbi sotto i capelli spettinati, mentre me la
consegnava. Gregory Corso è tornato a Roma il 5 maggio 2001,
quando l'urna contenente le sue ceneri è stata seppellita davanti
alla tomba di Shelley.
Non era mai stato uno dei miei sogni adolescenziali quello di
attraversare gli Usa coast to coast, e anche la mitica Route 66
non era mai stata eccessivamente mitica per me, come invece lo
erano la Via della Seta e la Grand Trunk road, per fare due nomi.
I miei amici, e grosso modo tutti quelli che appartenevano alla
mia generazione, potevano essere divisi in due categorie: da una
parte c'era chi si sentiva attratto dagli States, e dall'altra chi era
attratto dall'India e dall'Oriente. Io sono sempre stato tra quelli
del secondo gruppo, e a diciassette anni il mio primo viaggio vero
è stato a New Delhi e non a New York, con un bus che
chiamavano Magic e partiva da Londra per attraversare sul suo
cammino l'allora attraversabilissimo Afghanistan, un reame d'altri
tempi che sarebbe sopravvissuto ancora per un anno soltanto,
prima di essere rovesciato e sprofondare nel bagno di sangue
delle faide tribali, dell'invasione sovietica, delle guerre di potere,
della diaspora dei profughi, della follia invasata degli studenti
coranici. Negli Stati Uniti non avevo mai messo piede fino al raid
dall'Alaska a Ushuaia, e se non fosse stato per quello avrei
probabilmente aspettato un altro po' a farlo: c'erano tante nazioni
che m'interessavano di più; il Nordamerica era parecchio
distanziato nella lista e poteva aspettare, così poco esotico come
me l'ero sempre dipinto. Naturalmente da ragazzo avevo letto On
the Road e sognato a occhi aperti, ma quello che mi era rimasto
dentro era il fascino della "strada" in sé, non degli States.
Questione di gusti; e un gusto vale l'altro.

318
Forse perché mi piacevano i viaggi disagevoli, le cose
complicate, i percorsi poco oliati e quella che s'insiste a chiamare
avventura; forse perché mi sentivo a mio agio nelle nazioni in cui
si era il più lontano possibile dallo stile di vita nel quale ero
cresciuto, e che pur con le sue mille sfaccettature mi stupiva
sempre di meno. Nazioni dove le strade principali erano a dir
poco secondarie nell'accezione comune e spesso erano
semplicemente le uniche, come in certe parti dell'Africa e
dell'Asia; dove la sensazione della vacanza o del viaggio di
piacere si attutivano fino quasi a scomparire. L'America non è di
certo un paese facile; ma nessuno può venirmi a dire che sia
difficile viaggiare sulle sue arterie a più corsie, sostare nei
drugstore fornitissimi, trovarsi un albergo sulla destra e un
distributore di benzina sulla sinistra; o che ci sia dell'avventura
in un viaggio verso il lontano West; c'era al tempo dei pionieri,
non adesso. In un paio di occasioni mi è capitato di vivere
l'emozione profonda di alcune scene di Easy Rider, in spazi aperti
e apparentemente incontaminati, sotto bizzarre conformazioni di
nuvole e un sole tremolante che sembrava sciogliersi nel cielo,
mentre un malinteso senso di libertà e di gioia sfrontata mi si
dilatava nel torace fino a diventare doloroso. Ma per il resto:
pochi richiami e poche risposte, tutto troppo easy.
I paesaggi sono spesso splendidi, la gente quasi sempre
disponibile; ma il coinvolgimento vero, quello nel quale mi
riconosco e quando sono lontano ritorna a galla con improvvise
botte di nostalgia, quello per me non c'è stato quasi mai. Tutt'al
più una partecipazione disattenta e un'allegria che finiva la
mattina dopo; una rabbia nuova che andava a incasellarsi nel
palmares delle cose fatte a cinquecento tribù di pellerossa, ai
discendenti degli schiavi, agli hobo e agli homeless, alle

319
minoranze e ai diversi; o una scena inaspettata di solidarietà che
mi lasciava senza parole: tutte cose che di volta in volta
m'inferocivano o m'intenerivano, ma non per questo venivano ad
"abitare" dentro di me.
E stato qualcosa come essere a letto per quarantacinque notti
con una donna che non ti attira sessualmente, ma con la quale
ogni tanto devi far l'amore per salvare le apparenze; e t'inventi mal
di testa che non hai, fumi in continuazione, non vedi l'ora di
raccogliere le tue cose e rivestirti, salutarla con un affetto
distratto e andartene via. L'itinerario stabilito prima della
partenza prevedeva di arrivare a New York lungo la costa
atlantica, attraversare gli States fino alla California e poi salire in
Canada lungo la costa del Pacifico; e io lo stavo semplicemente
seguendo, il più in fretta possibile per non perdere
l'appuntamento con l'estate siberiana.
Dopo el grito sul balconcino della camera a Monterrey e un
po' d'impacchi di acqua ghiacciata, carico i bagagli e cerco di
atteggiare gli ematomi che ho sulla faccia a un'espressione
concentrata, anche se sento uno sciame d'api ronzarmi in testa, le
ossa a pezzi e i muscoli che fanno male soltanto a ingranare le
marce. Le montagne della Sierra Madre Oriental si sbiadiscono
dietro la schiena in una foschia azzurrognola, ed entro in una
vasta pianura sezionata da un rettilineo nero le cui linee si
uniscono in un punto remoto all'orizzonte, come due rette
parallele all'università. Incrociando soltanto due villaggi in oltre
230 chilometri, e per il resto soltanto prati e bestiame, attrezzi
agricoli arrugginiti e pompe di benzina a manovella, nel tardo
pomeriggio arrivo a Nuevo Laredo, l'ultima città messicana prima
dell'omonima Laredo, in Texas.

320
Le acque fangose del Rio Grande segnano il confine, e la
netta impressione di un taglio di bisturi tra due economie, di una
brusca sterzata tra l'opulenza e la povertà, qui a ridosso della
costa atlantica, è la stessa che mi aveva impressionato a Tijuana
sulla costa del Pacifico, ed è addirittura amplificata dalla grave
crisi monetaria che attualmente complica le cose in Messico,
quasi ce ne fosse bisogno. Per chi sta da una parte, c'è la speranza
di attraversare clandestinamente il fiume tenendosi aggrappati a
copertoni di camion; per chi sta dall'altra c'è da fare solo pochi
chilometri su un ponte, e poi si è nei bordelli, nei night-club e
nella zona a luci rosse, che è lontana appena dieci minuti ma è
già in un altro paese, e lascia intatta la rispettabilità della
sonnolenta Laredo americana. Per i messicani è quasi impossibile
entrare in Texas legalmente, se la loro intenzione è quella di
cercare un lavoro dignitoso e di non essere semplicemente degli
schiavi reclutati da una mafia simile a quella che porta in Italia
gli albanesi o le prostitute nigeriane; ma per i possessori di
passaporto e dollari americani è steso un tappeto rosso, e sono
muy bienvenidos i pendolari tra il perbenismo texano dalle regole
rigide e la permissività esuberante di Nuevo Laredo.
Due annotazioni prese in quei giorni lasciano trasparire in
modo inequivocabile l'apatia con cui stavo vivendo le cose che mi
circondavano, la mancanza di stimoli con cui mi rapportavo alle
realtà racchiuse in nomi peraltro carichi di significato, di storia e
d'implicazioni emotive: Texas, Louisiana, Florida, Georgia.
Un'indifferenza che spesso mi mandava in bestia, anche se
riuscivo a fare ben poco per combatterla. Avevo amici che
avrebbero dato chissà cosa per fare lo stesso tragitto: io c'ero in
mezzo e non me ne importava nulla, come chi ha il pane ma non i
denti, o i denti ma non il pane: "In due giorni raggiungo Houston,

321
dopo aver attraversato tutta la parte meridionale del Texas sulla
Highway 59. Vicino a Victoria ci sono cinque corsie per ogni
senso di marcia, e i Tir mi fanno sbandare in continuazione
risucchiandomi verso le ruote o spingendomi contro il guardrail.
Lascio la 59 e imbocco l'Interstate 10. Supero Beaumont ed entro
in Louisiana. Notte a Lafayette e cena a base di catfish, con
un'orchestrina di musica cajun a esibirsi nel ristorante, scandendo
il ritmo con degli urletti alla Michael Jackson. L'indomani le
paludi degli swamps appena fuori da Lafayette, qualche ora a
Baton Rouge e la notte a New Orleans. Una passeggiata nel
vecchio Quartiere Latino sulle sponde del Mississippi; poi fino a
tardi nei pub e nei locali luminosi di Bourbon Street. Slot-
machine e suonatori di banjo e clarini, vecchi neri vestiti come
stelle del jazz ormai tramontate, un pungente odore di
depravazione, di droga; cuori solitari in disarmo con il grasso a
scappare a rotoli dalle giarrettiere. Gironzolo a vuoto per un po'.
La sera dopo farò lo stesso. Poi via di corsa, passando per Mobile
in Alabama e Pensacola in Florida".
Basta, tutto qui. E nel frattempo avevo attraversato niente di
meno che il Texas, lo stato più grande degli Usa dopo l'Alaska,
con i suoi pozzi petroliferi nel deserto e i grattacieli di Houston
addossati gli uni agli altri; con la pena di morte e le condanne
eseguite, la dinastia dei Bush e quella delle telenovela. C'era
stato il profondo Sud con i ricordi della Guerra di secessione, le
piantagioni di cotone e gli spiritual, con il razzismo che non c'è
più ma è quasi lo stesso di prima, immutato dalle gonne vaporose
di Rossella O'Hara alle attuali catapecchie nere con televisore e
frigorifero; c'era stata una città incredibile come New Orleans,
con la sua euforia incessante piena di jazz, dove non rimane
tempo per dormire e la parola d'ordine sembra essere una sola:

322
divertirsi, divertirsi e ancora divertirsi; New Orleans con il suo
fascino malinconico sotto la sarabanda di luci e il Festival che
attira ogni anno settemila musicisti da ogni parte degli States e
del mondo; c'erano stati Mark Twain e i battelli a vapore sul
Mississippi; il ricordo di una Billie Holiday ormai senza più
voce, e per questo più struggente e incantatrice, che con più
eroina che sangue nelle vene cantava Stars Fell on Alabama e
Georgia on My Mind.
E ancora: "In una settimana soltanto, dopo aver lasciato New
Orleans, macino più di 3000 chilometri in dieci stati:
Mississippi, Alabama, Florida, Georgia, South e North Carolina,
Virginia, Maryland, Delaware e New Jersey. Avevo continuato
sulla Interstate 10 fino a Tallahassee, la capitale della Florida.
Poi sulla Highway 31 avevo tagliato la penisola da ovest a est per
ritornare sull'Atlantico a Savannah, in Georgia. Percorro qualche
centinaio di chilometri sulla Interstate 95 in South Carolina, poi
la lascio e comincio a seguire la costa su una strada secondaria,
passando per Charleston, Wilmington e i fiordi frastagliati del
North Carolina, per il tunnel sottomarino che congiunge Norfolk
in Virginia al Maryland, per la baia di Chesapeake e il ferry tra il
Delaware e il New Jersey. Il 6 maggio arrivo a New York". That's
all. E nel frattempo ero passato per Savannah, una città che Bill
Bryson nel suo libro The lost continent definisce "seducente",
dove era rimasto "incantato dalla piazza: Lafayette square, con i
suoi sentieri pavimentati di mattoni, le fontane zampillanti e gli
alberi verde scuro carichi di bromeliacee". Avevo visto Lafayette
square e le bromeliacee con i loro fiori in spighe, i palazzi storici
e le fontane zampillanti, ma ero subito ripartito senza registrarle
nella memoria o, per essere più sentimentali, nel cuore.
Succedeva sempre così, dovunque mi trovassi e con pochissime

323
eccezioni: guardavo e dopo pochi chilometri tutto si era già
sbiadito fino a perdere i contorni.
Ed ero arrivato, soprattutto, in una metropoli come New
York.
Avevo fatto una sosta di due giorni, per perdermi nel
caleidoscopio multietnico che si muove concitato nella Quinta
strada e a Chinatown, o si rilassa sornione a Central Park; avevo
passeggiato sui marciapiedi di Wall Street e a Broadway; ero
andato in battello a Liberty Island per una visita all'enorme statua
donata dai francesi nel 1886 in segno di "buona volontà", e
diventata un po' il simbolo dell'America, come la Torre Eiffel lo è
della Francia. Una mattina plumbea uguale alle altre migliaia di
mattine plumbee in cui intirizziti emigranti con le valigie di
cartone guardavano dalle navi la fiaccola avvicinarsi e bucare la
nebbia con l'enigmatico presagio di un futuro ancora troppo
pieno di passato; avevo mangiato uno sfilatino con del profumato
prosciutto "St. Danièlle" in piedi sul marciapiede davanti alla
salumeria Filippo's nella Little Italy di Manhattan, sorseggiando
da un bicchierino di plastica bianca un Chianti nerissimo che
allappava la lingua; avevo preso alloggio in una stamberga
ammobiliata e affascinante in un vicolo del Bronx, sentendomi
dopo tanto a casa mia tra ballatoi e scale di metallo che correvano
sulle facciate degli edifici, tra facce poco rassicuranti e un
palpabile alone di pericolosità e di vizio, di racket e coltelli a
serramanico nelle tasche dei jeans, che non avrebbero stonato sul
set di Taxi Driver o come sottofondo ai litigi di Jack La Motta
con la moglie, prima di salire sul ring. Poi subito in sella verso
una luna di miele solipsistica tra lo spumeggiare delle Cascate
del Niagara.

324
"Metti la lancetta sui novanta e vai! " sembrava essere
diventato il mio motto di quei giorni, mentre quasi ogni volta
percorrevo 500 o anche 600 chilometri dall'alba al tramonto,
sull'asfalto ineccepibile lungo il quale si snodava l'itinerario. Gli
americani, come spesso si sente dire, saranno anche ignoranti su
tutto quello che esula dalla loro specializzazione settoriale (per
quanto mi riguarda, ricordo un agghiacciante: "Ohhh Italy; I love
its capital: Paris!", piovutomi sulla testa a ciel sereno nel corso
di una conversazione casuale con due fidanzatini in un Burger
King a Myrtile Beach; e sempre secondo Bryson, su ottomila
studenti delle scuole superiori a cui fu somministrata una serie di
test, "oltre i due terzi non sapeva quando avesse avuto luogo la
Guerra civile, né chi fossero Stalin o Churchill, e neppure l'autore
dei Racconti di Canterbury. La metà pensava che la Prima guerra
mondiale fosse iniziata prima del Novecento. Un terzo credeva
che Roosevelt fosse presidente mentre era in corso la guerra del
Vietnam, e che Colombo fosse approdato in America dopo il
1750"); saranno anche pieni di "americanate" e materialisti allo
spasimo, ma in quanto a rete stradale meglio lasciarli perdere e
proprio niente da dire, in quanto a profluvio d'asfalto e di
segnaletica orizzontale/verticale sul loro vasto paese, tanto di
cappello, zio Sam! Un'occhiata alla mappa degli Stati Uniti, e lo
sguardo si perde in una miriade di vene, arterie e capillari:
freeway, intentate, highway, strade principali, strade secondarie,
stradine di campagna, superstrade; dall'Atlantico al Pacifico, dai
Grandi Laghi al Messico, che per contro sembra attraversato da
un paio di vene soltanto e da una misera manciata di capillari.
Le notti trascorrono immancabilmente in motel sul ciglio
della strada, alcuni tanto simili a quelli di Psycho da avere quasi
paura a farci la doccia, altri che sembrano l'incarnazione del

325
consumismo più confortevole e selvaggio, dove basta premere un
bottone perché il cinesino del ristorante a fianco ti porti un
vassoio di spling lolls, o una carta di credito vomiti dollari cash
advance da uno sportello automatico vicino alla macchinetta
delle bibite, o cinquemila canali televisivi ti presentino in tutte le
salse il gesticolare ipnotico di piazzisti imbonitori che
magnificano le doti di invenzioni per il comfort della casa e per il
fai-da-te, che sembrano l'oggettistica di scena di una commedia
demenziale o il gabinetto del dottor Calligaris.
In uno di questi motel, dalle parti di Bowling Green in Ohio,
incontro tre ragazzi pieni di frange sul giubbotto, toraci villosi e
tatuaggi, pantaloni di pelle e stivaletti a punta, che stravaccati
sulle selle concave delle loro Harley Davidson si fanno quattro
sane risate all'indirizzo mio o di Santa Maria quando mi vedono
parcheggiare sulla ghiaietta del cortile in cerca di una camera; mi
chiedono da dove vengo con that thing e non mi credono quando
parlo del Sudamerica e del coast to coast da New York; si
guardano tra loro beffardi, mi fanno domande più per mettermi in
imbarazzo che per stare a sentire le risposte, e insinuano che gli
sticker degli sponsor li può benissimo fare chiunque col
computer. Dubitano di me d'acchito e gratuitamente, mettono in
mostra sufficienza e disinteresse, e quando ci ritroviamo al
ristorante per la cena non mi invitano al loro tavolo, anche se
eravamo gli unici quattro motociclisti nel raggio di chilometri, e
socializzare sarebbe stato il minimo. Ma conosco già i tipi: ti
trattano con sarcasmo e ti evitano per il semplice motivo che stai
facendo tranquillamente una cosa della quale nei loro pub
avranno parlato sì e no mille volte di fare, con enfasi e colpi di
grancassa; e invece sanno già che non faranno mai. Per un attimo
sono quasi tentato di mostragli il libro di fotografie che viaggia

326
con me nello zaino, o i ritagli dei giornali con le interviste in un
bel po' di lingue e almeno dieci alfabeti diversi; poi ricorro al mio
amato "'stìcazzi!" e addento con appetito un hot-dog gonfio di
senape. Ma non mi dispiace poi tanto, alla mattina, quando due
delle Harley non si mettono in moto, e i tre centauri si danno da
fare con cacciaviti e imprecazioni, sporchi di grasso, dopo aver
smontato uno un carburatore e gli altri due la pompa dell'olio;
mentre that thing si avvia meravigliosamente al primo colpo e io
passo davanti con fare innocente, augurando "Safe journey"
prima di accelerare a tutto gas.
Del resto di lì a poco, per una nemesi imperscrutabile,
toccherà a me essere nei loro panni.
Da un cybercafè sulla strada per Iowa City, nell'insulsaggine
di uno stato d'animo che in alcuni giorni era decisamente al nadir,
avevo inviato questa e-mail a un'amica di Roma, che non è
indulgente né verso di me come globetrotter né soprattutto verso
una nazione che molte persone amano profondamente, conoscono
come le proprie tasche o soltanto sognano di visitare, un giorno o
l'altro: "Cara Federica, eccomi qui nel centro esatto degli States,
piccolo punticino a due ruote che disegna una linea immaginaria
e zigzagante in questo paese pieno di hamburger; eccomi qui
mentre procedo spedito verso Des Moines e il piattume dello
Iowa, da dove poi continuerò verso il South Dakota e le facce di
quattro presidenti rubate alla roccia, verso il Montana e il piccolo
grande uomo di Little Big Horn, verso i laghi salati dello Utah e i
casinò del Nevada, verso i saliscendi di San Francisco e il nord
della California, verso i leoni marini dell'Oregon e i capelli, ora
bianchi e radi, dei figli dei fiori con la marijuana che è diventata
crack nelle tasche dei figli e l'amore libero che si mette
preservativi fin sulla lingua. A New York ero stato per un

327
pomeriggio a Central Park: c'era un viavai di ragazze incinte,
alcune romboidali come solo le americane sanno essere, e di
mamme che andavano a spasso con le carrozzine; c'era qualche
coppietta di pensionati sulle panchine, a guardare incredula
nell'aria davanti a sé, forse pensando che la vecchiaia è un premio
che si riceve, o un pegno che si paga; e c'era anche un
monumento a John Lennon, vicino al Dakota Building dove è
stato ucciso. M'è venuta un po' di nostalgia di Imagine e di Let
the sunshine in, di Twiggy e dei vagabondi del Dharma, delle
visioni di Cody e di quell'avana tra i denti di Che Guevara, in un
poster vicino a James Dean; e perfino del vecchio Siddharta.
Troppa polvere sul Vietnam, sui Beatles e sui Rolling Stones,
troppi specchi andati in pezzi, troppi sogni marciti nei cassetti;
caro pachouli, è passato così tanto tempo! Avanzo imperterrito
evitando le fagocitanti freeway e interstate per immergermi nelle
stradine che sezionano le praterie, disertate dalle macchine e
fruscianti di campi di segale fino all'orizzonte. Macino chilometri
e chilometri in paesini con appena un ufficio postale, un emporio,
un motel e un distributore di benzina, tra le baracche delle riserve
indiane o i grattacieli svettanti nella loro elusività illusoria, che
da lontano ti sembrano altissimi ma quando ci sei sotto non te ne
accorgi neanche; tra minuscole città piene di diffidenza e luoghi
di culto luterani, anabattisti, testimoni di Geova, evangelici,
mormoni, ammanniti, avventisti del settimo giorno: tante
sfumature diverse per un Dio che stringi stingi, da queste parti,
sembra avere sulla testa il simbolo luminoso del dollaro anziché
il triangolo delle illustrazioni bibliche; scusa la retorica. Compro
hot-dog e chewing-gum nei drugstore, galloni di benzina nei self
Service, Carnei e Pepsi dalle macchinette... e intanto non vedo
l'ora di essere in India, che in questi giorni tiene banco nelle

328
notizie di Cnn e Usa Today per le porcherie in Kashmir e le
sanzioni americane; ma ci vorranno ancora due anni come
minimo. L'India che nel mio immaginario vespistico e nella mia
fame di esotico colorato a oltranza è assimilabile a Kim Basinger,
mentre gli States assomigliano piuttosto a Tina Pica. In un giorno
solo attraverso sfrecciando l'Indiana, l'Illinois e metà Iowa, il
ventesimo stato della collezione iniziata a Laredo; ancora dieci
continentali, ancora l'Alaska proiettata lontano dall'ombra del
Canada, e poi bye bye America, mentre nelle steppe dell'Asia
centrale di Borodin, e per qualche mese anche un po' mie, sarò
già più vicino ai sitar e alle tablas, ai sari di seta dai colori
mozzafiato, ai beedis profumati d'incenso e sterco d'animale e alle
sputacchiate rugginose del pan. Non so nemmeno io il perché di
tanto disinteresse per le stelle e strisce, che pure ondeggiano su
meraviglie come il Canyon e le Montagne Rocciose, Raquel
Welch da giovane e Microsoft, il Rio Colorado e il deserto
dell'Arizona. So soltanto che per un chicken tandoori cambierei
tutti i Kentucky fried chicken di questa terra, per un piatto di
samosa in Rajasthan tutti gli hamburger degli States, per il suono
sognante di un sitar tutte le chitarre country, per un sorriso di
Bombay tutti quelli di Bill, per la faccia di un venditore di
noccioline sotto il Taj Mahal tutte le facce ingrugnate e vanesie
di Wall Street, per una notte sulla spiaggia di Fort Cochin tutte le
notti in un pub della Grande Mela. E forse non è un caso che fin
dal cinema all'oratorio, tra cowboy e apache o sioux, la mia
simpatia di undicenne, il mio fare il tifo e il mio infantile
batticuore siano sempre andati... agli indiani! Ti mando un bacio
e ti voglio bene. PS. Salutami i tuoi".
Due giorni più tardi sono davanti ai Ponti di Madison
County, e li fotografo come Clint Eastwood saltellando su e giù

329
dai piccoli declivi erbosi per prendere l'inquadratura,
inginocchiandomi ogni tanto e tergendomi professionalmente il
sudore, senza un contratto con "National Geographic" né una
Meryl Streep a guardarmi rapita e conflittuale, in piedi vicino alla
macchina.
Poi per una settimana intera non potrò più muovermi da lì, e
non certo per la melassa di sentimento e di sospiri che gronda
sopra i ponti; non certo per una mia scelta, alla faccia di quel
"procedere spedito" verso il South Dakota e Mt. Rushmore!
In una cabina telefonica di Iowa City, nella più grande
pianura dell'America, dove fino ad affaticarti gli occhi
sull'orizzonte più lontano non vedi altro che America e pianura,
finalmente arriva la notizia che stavo aspettando da almeno un
mese con un misto di trepidazione e di dita scaramanticamente
incrociate, di vaga sfiducia e pochi rimasugli di ottimismo, e nei
confronti della quale, soltanto fino a pochi giorni prima, avevo
perso quasi tutte le speranze: le autorità di Mosca, dopo un lungo
tentennamento, hanno concesso l'autorizzazione necessaria e un
visto di tre mesi perché possa attraversare via terra i nove fusi
orari che sbucciano la Siberia fino agli Urali e poi la Russia
europea fino a San Pietroburgo. Devo mandare al più presto le
fotocopie del passaporto e di tutti gli altri documenti, e al
massimo tra due settimane, durante le quali dovrò sbrigarmi ad
arrivare in Canada o addirittura ad Anchorage, mi arriverà la
busta con dentro tutte le scartoffie in cirillico, vidimate, timbrate,
firmate e perfettamente in ordine per aprirmi la porta del paese
delle balalaike, dei gulag, delle matrioske, della vodka e del
Cremlino.
In Italia avevano penato parecchio per trovare la strada, e alla
fine ci erano riusciti tramite funzionari amici di funzionari che

330
conoscevano funzionari che lavoravano a Mosca, i quali con la
parola giusta nell'orecchio giusto di un funzionario giusto che
lavorava tra le scrivanie di un ufficio competente, erano riusciti a
sentirsi rispondere un solare e definitivo "Da!" dopo una lunga
serie di mezzi "Nièt!" nuvolosi. Quando ancora mi trovavo a New
York, una settimana prima, l'ultima notizia arrivatami era di
tutt'altro tenore, e diceva all'incirca: "Spiacente, se vuoi
attraversare la Russia via terra da est a ovest devi farlo in due
settimane, perché di più non possiamo concederti". E come si
possano attraversare con uno scooter quasi 10.000 chilometri di
taiga e steppa nell'arco striminzito di 360 ore è un quesito che
compete ai grandi misteri della vita e della burocrazia russa. La
penultima notizia, ricevuta mentre telefonavo in Italia dal North
Carolina, era ancora più disarmante e poneva fine una volta per
tutte alle mie velleità: nièt e poi nièt!: anche se ci hai mandato un
itinerario circostanziato specificando i pernottamenti in ogni città
o villaggio (e questa lista l'avevo vergata più con autoironia che
con convinzione, sapendo benissimo che sarebbe stato
impossibile rispettarla); anche se la tua Odissea in cinque
continenti ha l'imprimatur dell'ufficialità e ci sono arrivati dieci
fax di una grande azienda che garantisce per te, a Magadan e
Jakutsk con uno scooter non ti facciamo andare, mettiti il cuore
in pace e scordatelo.
E così avevo cominciato a scordarmelo davvero, ipotizzando
una sorta di rivoluzione russa nell'economia dell'itinerario, e
studiando mio malgrado un percorso alternativo che dall'Alaska
mi potesse portare in Giappone, in Corea e in Cina, per poi
arrivare in Europa attraverso le repubbliche ex sovietiche
dell'Asia centrale e la Turchia, e riprendere l'itinerario originale
passando in Africa da Gibilterra. Per addolcirmi la pillola, da

331
Pontedera mi avevano detto che riguardo alla Cina non ci
sarebbero stati problemi, perché i manager italiani della fabbrica
di Foshan avrebbero pensato a tutto, e a me non restava che
comunicare la data d'ingresso e mandare un po' di fotocopie. Due
anni più tardi, a Kathmandu, mi accorgo che non sarà così
semplice e così privo di problemi.
Questo inaspettato cambio di programma, tra le altre cose,
toglieva l'urgenza "climatica" alla mia tabella di marcia da una
costa all'altra degli States, perché se era indispensabile arrivare in
Siberia nei primi mesi estivi, in Giappone e in Cina avrei potuto
indifferentemente arrivarci in ogni stagione, con pochi disagi
relativi alle condizioni climatiche che avrei incontrato lungo la
strada. Così, da New York in poi, anche se con un diavolo per
capello e una cocente delusione ad avvelenarmi le giornate,
perché ero a dir poco ansioso di mettermi alla prova riguardo alla
Siberia ed ero già arrivato alla tridzàti vtaròi urok (trentaduesima
lezione), me la prendo più comoda e mi concedo la deviazione
turistica alle Cascate del Niagara, prevedendo per l'immediato
futuro una tranquilla passeggiata lungo la costa meridionale del
Lago Eire in Pennsylvania e nell'Ohio. E invece, una volta
arrivato a Iowa City, nuovo cambio di programma: la Siberia non
è più un miraggio ma di nuovo una realtà, e il manuale di
conversazione russa torna a lasciarsi sfogliare con rinnovato
entusiasmo; il Giappone sarà per un'altra volta, arigato.
Dopo due tappe abbastanza brevi, con pernottamenti ad
Ashtabula in Ohio e a Michigan City (che a dispetto del nome è
in Indiana e non in Michigan, proprio sulla linea di confine con
lo stato che ha per capitale Detroit), già mi stanco di andare a
rilento e in un giorno solo archivio qualcosa come 700
chilometri, con una delle tappe più lunghe che abbia mai fatto

332
nell'arco di ventiquattro ore: Indiana, Illinois e Iowa in un colpo
solo, come dicevo ciberneticamente a Federica. Era dall'inizio
della mattina che la Vespa non andava bene, e benché non avessi
la minima idea di quale potesse essere il problema, il mio
orecchio clinico, diventato ormai infallibile, mi diceva che
qualcosa non funzionava. A ogni sosta per il rifornimento facevo
fatica a mettere in moto, e dovevo rinunciare all'avviamento
elettrico per pompare affannosamente sul pedale; soltanto dopo
parecchi sforzi riuscivo a farla partire. In un'occasione il motore
si era spento mentre stavo andando: un camionista inorridito
aveva suonato le trombe sorpassandomi all'ultimo momento, e
prima che fossi riuscito ad accostare avevo già rimediato un po' di
pugni chiusi con il medio svettante, e un lancinante "What the
bloody hell 're you doing?!" dal guidatore di un'auto in corsa. In
un modo o nell'altro arrivo a Iowa City, ricevo la bella notizia per
telefono e mi dimentico completamente dei possibili guai
meccanici; salvo ricordarmelo la mattina dopo quando sono già
pronto a partire, e ci metterò più di mezz'ora per riuscire a
sprigionare una nube bianca e mefitica, sudato da far schifo
mentre il motore emetteva un borbottio malaticcio. Avevo deciso
di andare a vedere una delle poche attrazioni della contea, i ponti
coperti diventati famosi dopo il libro e il film che li celebravano
come muto e imperscrutabile scenario alla loro storia; avevo
studiato in fretta un percorso e in quattro ore, percorrendo la
Interstate 80 fino alla capitale Des Moines, imboccando la 35
fino a Bevington e poi la stradina secondaria contrassegnata da
pietre miliari col numero 92 (e soprattutto stando attentissimo a
non fermarmi mai completamente e a non lasciar spegnere il
motore) arrivo a Winterset e chiedo informazioni per raggiungere
i Ponti di Madison County a una signora ritta davanti alla porta

333
della sua fattoria, mentre con un sorriso dò un'occhiata alla
custodia della macchina fotografica appesa al gancio sotto la
sella. Mi indica una strada sterrata, che si perde bianca tra i
campi di grano, ma a differenza di quanto accade nel film non si
offre di accompagnarmi.
Soprappensiero spengo il motore (prima o poi avrei dovuto
farlo comunque), mi travesto da reporter di "National
Geographic" per una ventina di minuti, e quando sono pronto a
ripartire la Vespa non vuole più saperne di mettersi in moto, per
quanti sforzi faccia e per quanto mi disidrati nella lotta, sotto il
sole. Quasi un'ora di pompate inverosimili sul pedale, col
polpaccio sinistro che progressivamente si anestetizza e diventa
un pezzo di carne amorfa; poi non ce la faccio più e mi sdraio
sull'erba boccheggiando come un pesce fuor d'acqua, aspettando
che arrivi qualcuno. Finalmente arrivano due fidanzatini in
pellegrinaggio nel romanticismo del luogo; lui gentilmente si
offre di sostituirmi nella fatica, ma dopo pochissimo desiste
allargando le braccia: Santa Maria non dà più segni di vita, non
risponde alle stimolazioni; il diagramma è piatto. I fidanzatini
possono fare questo, se credo: ritornare a Winterset, cercare un
meccanico e dirgli di passare a prendermi con un pick-up. Li
ringrazio e mi siedo su un sasso accendendo una sigaretta per
ingannare l'attesa e sbirciando ogni tanto i ponti coperti, con uno
sguardo carico d'odio. Con calma, prima del tramonto, un
furgoncino mi si ferma davanti; scende un uomo impiastrato di
grasso, con un berrettino da baseball e una tuta con il marchio
Caterpillar; ha una faccia simpatica e sbotta subito a ridere
guardando il mio mezzo di locomozione e tutti i suoi bagagli, poi
confessa di non averne mai visto uno simile prima d'allora, e che
con le moto in genere non ha molta dimestichezza, perché si

334
occupa soprattutto di camion e di trattori. Ma è l'unico meccanico
della zona, e promette di darmi una mano.
Dopo aver provato a mettere in moto, auscultando
attentamente i singulti del motore e la sintomatologia che gli
andavo rivelando, gli basta poco per capire qual è il guaio, sulla
base delle leggi universali della meccanica che bene o male sono
le stesse per ogni motore e in ogni parte del mondo: "You fucked
the piston, man!" mi dice solidale con uno sguardo di
compassione. "Is it serious?", gli chiedo sentendomi venire una
scalmana che mi asciuga la saliva. "Qui in Iowa, with that thing, è
più che serio: è un dramma!" Ci risiamo con that thing! Si chiama
Jimmy, e ha un amico che forse ci capisce qualcosa di più; quello
che possiamo fare è caricare lo scooter sul furgoncino e portarlo
all'officina, poi lì si smonterà tutto e si vedrà: "Don't panic,
man". "l'm not pa-ni-king: I am just sad!"
Il giorno dopo sarebbe stato il mio compleanno. Quello, a
quanto pare, era il regalo, e non potevo proprio lamentarmi dei
festeggiamenti.
Verso sera, mentre stanno facendo a pezzi Santa Maria,
telefono al direttore della rivista motociclistica per la quale scrivo
mensilmente, e mi sento dire "bravo furbo" quando racconto della
vitarella del carburatore che era stata cambiata: "Città del
Messico è a 2000 metri di altezza; se metti un jet più piccolo
passa meno benzina di sicuro, ma quando arrivi in pianura e l'aria
è meno rarefatta, surriscaldi il motore e bruci tutto!". Buono a
sapersi, e nemmeno mi rimane la soddisfazione di riuscire a non
fare la spia, perché parlo subito di Mauricio addossandogli la
colpa; come un vigliacchetto che non sa prendersi le sue
responsabilità e gioca a scaricabarile: "Pensavamo fosse una
buona idea!"; "Infatti si è visto! Mi meraviglio solo che tu ci sia

335
arrivato fin lì"; "Se fosse successo prima sarebbe stato meglio;
qui ci sono solo campi di segale e nessuno ha mai visto una
moto"; "Chiamami se hai bisogno di qualcosa"; "Ho bisogno di
tutto, se è per questo"; "Fammi sapere"; "Lo farò". Mezza scheda
da dieci dollari per quasi venti minuti di conversazione, grazie
alle magie di AT&T; mi viene da pensare che due anni prima ad
Asmara, con le linee telefoniche ancora in riparazione dopo i
disastri della guerra, tre minuti di telefonata in Italia li avevo
pagati quarantacinquemila lire.
Il responso finale di Jimmy & Co. non è dei più allegri: il
motore è fuso che più fuso non si può, servono pistone, fasce e
anelli nuovi; quando dovessi farglieli avere, loro proverebbero a
montarli e a mettermi in condizione di ripartire. Mi rendo conto
subito che fondere il motore di uno scooter nella desolazione
dell'Iowa è come rimanere senza acqua in pieno Sahara (una cosa
che succederà puntualmente di lì a nove mesi, in Mauritania).
Per un giorno intero, prima di affrontare la situazione e di
prendere il toro per le corna, non riesco a far altro che mugugnare
qualche imprecazione tra i denti e rimandare le telefonate che
devo fare, stando sdraiato in camera a leggere The Old Curiosity
Shop, o andando a vedere tutto quello che c'è da vedere nella
zona: vado alla casa di John Wayne, vado a Des Moines (in
autobus) per un'occhiata alla cupola di rame e oro dello State
Capitol, una passeggiata sul fiume e una visita veloce al Des
Moines Art Center; finché grazie a Dio mi scuoto dall'inedia, mi
scrollo di dosso il torpore come un cane appena uscito dall'acqua
e comincio a rimboccarmi le maniche.
In un primo momento penso di farmi mandare i pezzi
dall'Italia, ma poi mi viene in mente di contattare Brian e Rolf dei
Vespa club di San Francisco e Los Gatos, dei quali ero stato

336
ospite per una settimana durante il viaggio precedente, e che
adesso mi stavano aspettando per un nuovo passaggio
californiano prima dell'Oregon. Con un'efficienza e una
disponibilità che mi lasciano senza parole, Brian organizza con
un suo amico dello Scooter Service, Eric, la preparazione e l'invio
di tutto il materiale, che al massimo in tre giorni dovrei ricevere lì
a Winterset. E quando il pacco arriva davvero, unitamente a
qualche fotocopia delle pagine di un Users's Manual e a una
lettera d'istruzioni per il montaggio vergata da Brian con qualche
disegnino approssimativo, Jimmy & Co. si mettono al lavoro
pieni di entusiasmo. Si sbagliano un paio di volte, mettono
alcune viti in posti che non erano i loro; si correggono e
consultano gli schizzi; il tutto mentre io faccio la spola tra
l'officina e il wine shop per portagli confezioni di birra da sei,
che finiscono in un battito d'ali con le mani sporche di grasso.
Alla fine, con una breve stimolazione sul pulsante
dell'avviamento elettrico, Santa Maria riapre gli occhi come al
risveglio da un coma profondo, e i battiti cardiaci del pistone
sulla testa riassumono un ritmo quasi normale: ci sarà una
convalescenza di 1000 chilometri, ci sarà da averne cura e da
diffidare strada facendo di nuovi Mauricios maldestri e saccenti,
ma ormai è fuori pericolo, o meglio: è risorta come Lazzaro sul
banco unto e pieno d'attrezzi di un'officina specializzata in
trattori, sotto gli sguardi amorevoli di un camioncino che le sta
davanti su un ponticello elevatore ad aria compressa. "Sembra che
faccia un po' troppo fumo" azzardo timidamente. "Don't panic,
man!", e Jimmy soddisfattissimo del suo lavoro mi dà una manata
sulla spalla che per poco non mi fa volare addosso a un omino
gonfiabile della Michelin.

337
Quando finalmente posso partire da Winterset, senza superare
i 60 all'ora almeno per i primi 1000 chilometri, come mi avevano
detto di fare Eric e Brian da San Francisco, proseguo sulla 92
fino a Omaha, in Nebraska; poi raggiungo Fremont e imbocco la
77 fino a Sioux City. Poche ore sulla Interstate 92 mi portano a
passare la notte a Sioux Falls, all'incrocio dei confini di
Minnesota e Iowa, Nebraska e South Dakota. Il contachilometri,
alla buon'ora, scatta su 30.000, dopo essere stato immobilizzato
per una settimana sul 29.709; avevo giocato una specie di terno
secco sulla Lottery di Des Moines: 29, 70, 9, senza troppa
fortuna. Il padre di Jimmy, che sembrava l'incarnazione del tipico
agricoltore del posto, con il collo rosso pieno di rughe, la tuta di
jeans e il berretto da baseball, mi aveva detto che qualche anno
prima uno straniero di passaggio con una moto, same as you,
aveva vinto un milione di dollari alla Lottery di Des Moines, poi
aveva lasciato lì la moto ed era tornato in Colorado con una
limousine, eh eh eh. Ma Jimmy alle prese con pistone e testata mi
strizza l'occhio eloquentemente, come aveva già fatto altre volte
all'indirizzo del suo old guy, che da quando aveva rimediato un
ictus s'inventava storielle come questa quando gli veniva
l'ispirazione, giusto per far sapere che c'era anche lui e poteva
ancora dire la sua.
Sioux City, Sioux Falls. Adesso sono due anonime cittadine
della grande pianura, ma basta il loro nome per darmi una scossa.
Nemmeno centocinquant'anni fa i sioux scorrazzavano per le
praterie in piccole bande, cacciavano il bisonte e vivevano nei
tepee il cui pavimento rappresentava la terra, le pareti di pelle il
cielo e la forma circolare la sacralità della vita, che non ha inizio
né fine. E che invece, per molti versi, era finita. Oggi la maggior
parte dei sioux vive in povertà nelle riserve del North e South

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Dakota, e la loro è una delle tante storie di lotte e di sconfitte.
Prima della Guerra di secessione, sulle carte geografiche degli
Stati Uniti era segnato un enorme spazio vuoto, che andava dai
confini col Canada agli altipiani aridi dell'Arizona e dalle rive del
Mississippi alle Montagne Rocciose, e che era denominato
semplicemente Territorio Indiano. Questa era la casa dei sioux e
delle altre tribù di indiani delle praterie, e quello che è rimasto
sono pochi metri quadrati di baracche di legno, con un frigorifero
che non sta dritto sul pavimento di assi; qualche movimento di
protesta, qualche contentino delle autorità federali, i figli che
emigrano verso le grandi città e qualche fumata folcloristica della
pipa della pace: il fornello di pietra rossa è il simbolo della carne
e del sangue, il fumo è l'alito di Wakan Tanka, il Grande Spirito,
e il profilo fiero di un sioux che la sta fumando sotto gli scatti a
mitraglia di un gruppo di turisti in pullman è una cosa che stringe
il cuore.

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Procedo a rilento in direzione di Rapid City, con il latte alle
ginocchia per il fatto di andare così adagio su strade così belle;
passo un'ora in un'assurda località a metà strada tra un museo e
Disneyland, che è la ricostruzione perfetta di una cittadina
americana del secolo scorso, durante la Corsa all'oro. Qui erano
state girate alcune sequenze del film Balla coi lupi, e da certe
angolature il senso di falsità cede il posto a un'emozione reale,
con la chiesa bianca sullo sfondo tra due file di basse case di
legno, il saloon, il negozio del barbiere, l'hotel, le cisterne per
l'acqua, la fangosa via centrale piena di pozzanghere, una
locomotiva sullo spezzone di un binario; perfino il kitsch di una
mucca finta!
In quello stesso pomeriggio mi trovo a zigzagare sulla
stradina che porta alle spettacolari conformazioni rocciose dei
canyon di Badlands, sotto minacciose nuvole nere come la pece
che tingono il cielo di strani riflessi viola e lasciano presagire un
acquazzone imminente, e di quelli da tregenda. "Come l'inferno
ma senza il fuoco", erano state definite le rocce di Badlands, in
inglese "terre cattive", che i sioux chiamavano mako sica e i
francesi mauvaises terres, cioè esattamente la stessa cosa. Da
oltre sessanta milioni di anni, il vento, la pioggia e i fenomeni
erosivi hanno scavato gole e cuspidi nella roccia, creando un
paesaggio tormentato e inquietante che contrasta in modo
bizzarro con l'uniformità verde della prateria circostante.

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Le prime gocce, ticchettando come proiettili di gomma sul
parabrezza, cominciano a cadere quando ho già raggiunto la
periferia di Rapid City, e poi un vero e proprio finimondo di
fulmini, vento ululante, alberi sbatacchiati e raffiche di pioggia
torrenziale mi sorprende... nel caldo di una stanza ben riscaldata.
La mattina dopo ci sarà la breve deviazione d'obbligo verso una
delle principali attrazioni americane, che dopo aver visto mille
volte in ogni salsa sui giornali, nelle pubblicità e sui libri
illustrati, avevo deciso di andare a vedere di persona durante
l'avvicinamento al Pacifico: Mt. Rushmore, sul versante orientale
delle Black Hills. Scolpiti nel fianco della montagna, tra gli alti
abeti e le lussureggianti foreste di conifere, i profili di Abramo
Lincoln e George Washington sono alti oltre 20 metri ognuno, e
racchiudono i volti di Theodore Roosevelt e Thomas Jefferson in
un quartetto di espressioni pietrose, tra le più rappresentative e
cariche d'implicazioni della storia (e della monetazione)
americana. Prima d'iniziare i lavori, negli anni antecedenti la
Depressione, lo scultore Gutzon Borglum aveva detto: "Non c'è
un monumento che sia più grande di una tabacchiera, in questo
paese! ", rispondendo alle critiche di chi sosteneva che non si può
interferire nel lavoro di Dio, né tantomeno migliorarlo; Borglum
aveva preso lo scalpello e nel '41 i quattro volti erano completati;
poi gli Stati Uniti erano entrati nella Seconda guerra mondiale, e
il progettato bassorilievo dei corpi presidenziali non fu mai
completato.
Visto che ci sono, da Mt. Rushmore continuo per un paio
d'ore sulla US 385 e raggiungo il meno famoso ma mille volte più
impressionante Crazy Horse Memorial, uno dei "lavori in corso"
più grandi e stupefacenti che ci siano sulla faccia della terra. Il
monumento alla memoria di Cavallo Pazzo, il famoso guerriero

343
lakota pugnalato alle spalle nel 1877 da un soldato bianco, fu
iniziato nel 1947 come una risposta "indiana" a Mt. Rushmore, e
non sorprende che non abbia ricevuto un dollaro di stanziamento
iniziale da parte del governo americano. Lo scultore di origini
polacche Korczak Ziolkowski continuò l'impresa da solo per
molti anni, e alla fine rifiutò una somma di dieci milioni di
dollari dallo stato del South Dakota, con un atteggiamento degno
di Cavallo Pazzo quando diceva no a tutte le offerte di trattati o si
rifiutava di chiudere i suoi giorni in una riserva. L'opera è portata
avanti dai dieci figli di Ziolkowski: l'intera testa e un braccio di
Cavallo Pazzo sono già stati strappati alla roccia, e quando il
progetto sarà completato, se mai lo sarà, il guerriero lakota
staglierà il suo torso muscoloso nel cielo, alto 169 metri fino alla
cintola! Nel pomeriggio ritorno sulla Interstate 90 e la seguo fino
a entrare nelle pianure disabitate del Wyoming, passando per
minuscoli villaggi davanti ai quali cartelli verdi annunciano il
nome e popolazioni di 16, 28, 82 anime. Tiro dritto verso il
Montana, e trascorro la notte nella riserva dry degli indiani crow
a Little Big Horn, ospite nella casa dello sceriffo locale, un
grassone con quintali di simpatia per ogni chilo e le trecce lunghe
fino alla schiena sotto il cappello d'ordinanza a tese larghe. Lui e
tre delle sue sette figlie mi avevano rimorchiato scendendo dalla
macchina davanti a un drugstore, l'unica luce accesa nel raggio di
chilometri, dove stavo convincendo il padrone a farmi dormire nel
retrobottega, in mancanza di altre sistemazioni.
"Are you lost, man?"
"Sort of... "
"Follow us!" E così, invece dei sacchi di farina e dei bidoni
d'olio, mi toccherà una squisita zuppa di cereali con le risate
curiose di sette squaw, un album di fotografie color seppia degli

344
antenati, i racconti dello sceriffo-Grande Capo e di sua moglie,
che potrebbe chiamarsi Palla di Lardo, e poi un letto soffice al
piano di sopra, tra il russare sincopato di tutta la famiglia. Little
Big Horn è una pietra miliare della storia degli Stati Uniti, uno
degli episodi più drammatici nel conflitto tra nativi americani e
governo federale, e segna una delle grandi ed effimere vittorie dei
sioux, guidati da Toro Seduto e Cavallo Pazzo, e dei cheyenne
che combattevano al loro fianco: il 25 giugno 1876, cinque
compagnie del 7° cavalleggeri all'ordine del generale Custer
furono annientate in poche ore. Lapidi di marmo bianco e un
sobrio monumento eretto sulla fossa comune, con incisi i nomi
dei caduti, commemorano le vittime dell'esercito americano; per
le vittime sioux e cheyenne non è rimasto nemmeno un numero
imprecisato, perché le famiglie e gli stessi combattenti avevano
immediatamente rimosso i cadaveri dal campo di battaglia. Mt.
Rushmore, Crazy Horse Memorial e Little Big Horn, tutto in un
giorno solo; meglio di un pullman di giapponesi organizzatissimi!
La notte fatico a dormire, e dopo averci pensato e ripensato
decido di proseguire direttamente per Seattle, seguendo la 90 fino
al nordovest del Montana, in una striscia di Idaho e nello stato di
Washington, risparmiando così almeno 2000 chilometri rispetto
all'itinerario originale, che prevedeva di ritornare in Wyoming
dopo la puntata a Mt. Rushmore, scendere in Utah e Nevada e
arrivare a San Francisco, per poi risalire la costa californiana e
l'Oregon. Avevo accumulato un'ulteriore settimana di ritardo per i
postumi di un'idea geniale che qualcun altro aveva avuto a Città
del Messico, ed era già la fine di maggio: adesso che ero sicuro di
poter entrare in Russia non avevo tempo da perdere, altrimenti
l'estate sarebbe passata e mi sarei trovato senza accorgermene in
mezzo alla Siberia d'autunno, e sugli Urali in pieno inverno.

345
Avevo anche un debito di gratitudine nei confronti di Brian, che
avrei perlomeno voluto ringraziare di persona, e dei suoi amici
vespisti che mi stavano aspettando a San Francisco; ma ero sicuro
che avrebbero capito e non se la sarebbero presa per la mia
apparente ingratitudine dell'ultima ora. Al risveglio la squaw più
grande mi regala un amuleto fatto di piume soffici e denti di cane,
tenuti insieme da una collanina di semi marroni. L'avvolgo in un
pezzo di carta e lo metto in una tasca laterale dello zaino: fino al
Congo rimarrà lì a proteggermi a distanza; poi non so che fine
abbia fatto.
Prima di lasciare Little Big Horn telefono a Brian dal
drugstore, e capisco subito che ci sta rimanendo male, che è
dispiaciuto per la mia improvvisa defezione; mi dice che capisce i
miei motivi, che ho ragione, che devo sbrigarmi... ma dice anche
che aveva preparato i festeggiamenti e qualche intervista. "Don't
worry, Giorgio; se credi ti convenga andare subito a Seattle, è
giusto così; really, don't worry". Ma il tono della sua voce, che
lui lo voglia o no, mi fa sentire un verme. "Grazie di tutto, Brian";
"Don't mention it!", "Salutami gli altri. Ringrazia anche Eric";
"D'accordo" "See you next time, then" (e i miei next time, durante
i viaggi, hanno sempre avuto dei tempi molto lunghi); "Safe
journey". Le monete finiscono troncando altre lungaggini
imbarazzanti per entrambi. Per un attimo ho la sensazione di
essere stato colto a rubare e, quello che è peggio, di essere stato
perdonato.
Tiro su col naso, faccio spallucce e ingrano la prima verso
Billings. Ma la coscienza mi rimorde sempre di più. Pochi
chilometri dopo, a una stazione di servizio, provo a richiamare,
ma il telefono di Brian è sempre occupato, e così rimonto in
sella. Supero Billings, e sto già proseguendo per Butte quando

346
tutto d'un tratto faccio una brusca deviazione verso sud e una
strada secondaria indicata con 310, sterzata che mi procura gli
anatemi di un vecchietto sulla sua Ford, riuscito a inchiodare a
una spanna dalla mia ruota anteriore. Ritorno in Wyoming e
attraverso tutto lo stato da nord a sud; una notte a Lander e una a
Everston, dove incrocio nuovamente la Interstate 80 lasciata in
Iowa: 700 chilometri complessivi nel territorio meno popolato
degli Stati Uniti, dove le mucche sono di gran lunga più delle
persone. Entro in Utah e passo davanti agli specchi cristallini dei
laghi salati attorno alla capitale, Salt Lake City, dove è
concentrata la maggioranza dei mormoni che vivono negli Usa.
Dopo molte persecuzioni da parte delle autorità ufficiali, anche a
causa della loro legittimazione della poligamia, alla metà
dell'Ottocento i mormoni si erano rifugiati nelle regioni montuose
e quasi inesplorate dello Utah: "Ecco il luogo!" aveva esclamato
di fronte alla terra promessa Brigham Young, che era diventato
loro capo dopo la morte del fondatore Joseph Smith. Oggi Salt
Lake City è dominata dal tempio mormone, un grande edificio
gotico con sei guglie all'esterno e un monumentale organo a
canne all'interno, e le attività commerciali, gli alberghi, le banche,
le testate giornalistiche, le televisioni e i programmi radiofonici
sono monopolizzati dai mormoni e gestiti in modo tale da
servirne gli interessi. Per quanto mi riguarda: una passata veloce
nel Grande Deserto dei Laghi Salati, qualche fotografia alla loro
superficie traslucida sotto un cielo di bambagia, e nessun
pernottamento.
Wells, Elko, Emigrant Pass.
Battle Mt., Golconda, Lovelock, Reno.
Mi lascio alle spalle le brulle distese pianeggianti e le slot-
machine tra il neon abbagliante delle notti in Nevada, dove il

347
gioco d'azzardo, la prostituzione legalizzata e la facilità ad avere
licenze matrimoniali e divorzi sono diventati una grossa industria
quando i filoni d'oro e d'argento hanno cominciato a esaurirsi.
M'arrampico sulle Montagne Rocciose californiane che sono
ancora coperte da un metro di neve, il termometro scende sotto lo
zero e il mio abbigliamento è del tutto insufficiente; comincio a
battere i denti e a tremare come una foglia, avvolto dalle nubi
basse e dal mio alito fumoso, finché verso sera trovo rifugio in
uno splendido chalet a Truckee, accogliente come un nido col
suo camino acceso nella hall e caro come un incubo al risveglio.
E in soli cinque giorni da quando ho sterzato a Billings sono già
su uno spiazzo erboso sotto le campate rossastre del Golden
Gate.
Brian, Eric, Rolf, Angela, Liza e altri ragazzi che ancora non
conoscevo mi danno il benvenuto con grandi abbracci e domande
a raffica. Brian dice solo "Thanks", ma adesso il tono della sua
voce, che l'abbia voluto o no, mi fa sentire una persona come si
deve.
Andiamo strombazzando nel centro di San Francisco, in un
pub che è il loro ritrovo, e dove un'altra ventina di amici ci sta
aspettando davanti a grandi boccali di birra. Poi, con un gesto
concordato in precedenza, si tolgono tutti i giubbotti di pelle e le
giacche a vento, e rimangono con una T-shirt bianca su cui è
stampato " Welcome Vespaman" attorno a una mia fotografia. La
sala è piena di fumo, e non c'è niente come il fumo per farti
venire gli occhi lucidi. Ho sottratto cinque giorni all'estate
siberiana (anzi di più, perché adesso devo ancora arrivare a
Seattle lungo la costa); ho accumulato altro ritardo, ma le ruote
della mia compagna di viaggio, una volta di più, sono andate dove
le ha portate la strada più giusta, e la mia coscienza adesso è

348
tranquilla. Molti americani considerano San Francisco la città
più bella e vivibile degli Stati Uniti, e non c'è da stupirsi che
venga chiamata Everybody's Favourite City, i suoi abitanti lo
sanno e ne sono orgogliosi, come sono orgogliosi della propria
tradizione democratica: la controcultura americana è sempre stata
la cultura di San Francisco, dalla Beat Generation degli anni
cinquanta alla Summer of Love della decade successiva agli
attuali movimenti velleitari di ricerca interiore che mischiano i
ritmi dell'acid jazz alle filosofie buddiste, e riciclano o rigettano i
sogni del passato; l'anti-establishment è quasi diventato
establishment per la gente della City by thè Bay, l'unica città
americana nella quale riuscirei a vivere senza troppi rimpianti
orientali; non per un periodo lunghissimo, ma almeno per un po'.
Mi dice Cindy, una bella ragazza di colore che mi siede a fianco
nel pub e ha già detto che in quei giorni posso essere ospite da
lei, se voglio: "Qui da noi, i neri sono fieri di essere neri, gli
omosessuali di essere omosessuali, gli homeless di essere
homeless, e tutti difendono il proprio modo di vivere e fanno
quello che vogliono senza crearsi troppi problemi". Invece, come
programmato, sarò ospite di Brian e di sua moglie, una ragazza di
origini coreane che avevo già conosciuto nel viaggio precedente,
quando erano ancora fidanzati. Adesso hanno un bambino di due
anni, che si chiama Nathaniel; "Come Hawthorne" dico io; "Be',
anche; ma soprattutto come il nonno", risponde Kary
accentuando nel sorriso il taglio dei suoi occhi a mandorla.
Passo due notti in interminabili party e in visite illuminate
dai fanali degli scooter a North Beach e al quartiere The Mission,
all'incrocio tra la Haight e la Ashbury, al Presidio e a Vista Point,
alla Japantown di Nihonmachi e alla Chinatown di Grant avenue,
dove vive la più grande comunità cinese fuori dall'Asia, con una

349
popolazione di centoventimila abitanti, e mi rendo conto che
aveva ragione Frank Lloyd Wright, l'architetto statunitense delle
celebri Prairie Houses, quando diceva: "Quello che più mi piace
di San Francisco è San Francisco"; guardo scattare il
contachilometri su 34.000, già 4000 in più dopo la risuscitazione
del motore, e il 1 giugno riprendo il viaggio verso nord, lungo la
National 1 che corre parallela alla costa californiana. Supero
Bodega Bay ricordandomi alcune sequenze da incubo degli
Uccelli di Hitchcock, che era stato girato qui; arrivo a Fort Bragg
(niente a che vedere con l'omonimo Fort Bragg in North Carolina,
dove il comando delle operazioni speciali dell'esercito americano
addestra i Rambo alla guerra), poi a Eureka e a Crescent City, ed
entro in Oregon ad Astoria.
Cormorani, leoni marini, foreste a strapiombo su spiagge di
dune, rocce che spuntano dall'acqua nelle forme più strane, onde
spumeggianti e la foschia causata dalla diversa temperatura tra il
mare gelido e l'aria tiepida; tutto questo fa esclamare estasiati agli
autori di Oregon Handbooh. "E uno di quegli angoli benedetti
del mondo dove ti imbatti in un piccolo pezzo di paradiso
dovunque tu vada" (sic). Con due lunghissime tappe percorse
senza staccarmi quasi mai dalla costa, in due giorni raggiungo
Seattle e rivedo Victor, Mark, Lucilie, Simon. Poi in una
manciata d'ore sono a Vancouver, dove incontro Kathy, Zoltan,
John, Sandra... In certi momenti quasi mi vergogno a chiamare "in
solitaria" i miei viaggi da solo.

350
Alaska Highway

La British Columbia e lo Yukon sul filo dei ricordi,


ritrovando luoghi e persone, impressioni e continuità,
cambiamenti drastici e paesaggi immutati da millenni. Avevo già
percorso la stessa strada in senso inverso, e adesso è piacevole
fermarsi in posti che mi erano rimasti impressi nella mente e
scattare le stesse fotografie dalle stesse angolature, corteggiare la
memoria assecondando continui "richiami del cuore" che, per
quanto mi sforzi di contenere nei limiti di una retorica non
troppo svenevole, a volte mi emozionano e si accavallano senza
coesione interna ai ricordi di Brasile e Australia, di Kenya e
Birmania, di Iran e Bolivia, in un immutabile oggi zigzagante tra
passato e futuro, in quattro viaggi sovrapposti come quattro
pellicole proiettate simultaneamente, e non sai di preciso dove
finiscano i contorni di un'immagine e dove comincino quelli di
un'altra.
Rimango a Vancouver una notte soltanto, ospite di Kathy e
Zoltan. Lei di discendenze armene, lui ungheresi, vissuti per anni
lei a Zurigo e lui a Lisbona, sposatisi una prima volta lei a
Londra con un pakistano e lui a Rio de Janeiro con una
portoghese, e finalmente messisi insieme lì in Canada dopo tanto
peregrinare: "E adesso vogliamo stare qui per sempre!" dice
Kathy con sicurezza; "Who knows?" puntualizza Zoltan con più
verosimiglianza. Dopo cena la casa si riempie di gente; visto che
è sabato si tira mattina senza troppe difficoltà. Avevo già in
programma di partire, e così all'alba carico i bagagli e saluto tutti,
defilandomi da un'atmosfera che probabilmente avrebbe fatto il
paio con quella rilassata e festaiola di San Francisco. Sono

351
ansioso di arrivare in Alaska, e da lì in Russia, il più in fretta
possibile e senza ulteriori ritardi rispetto a quello già
considerevole accumulato mio malgrado.
Cinque ore di guida, inframmezzate soltanto da una breve
sosta per riempire il serbatoio e centellinare un "capuchino"
bollente come lava, mi fanno passare Whistler e 100 Mile House,
Williams Lake e Quesnel, e arrivare nel tardo pomeriggio a
Prince George, dove mi butto sul primo letto che trovo e dormo
per altre quindici ore filate, con un rapporto di tre a uno.
Passando per Williams Lake mi era capitato di assistere a un
rodeo in cui tutti i cowboy erano... indiani; ricordo che mi aveva
fatto effetto, appartenendo a una generazione che si era sorbita
nella sua infanzia una quantità di film western in cui la dicotomia
tra cowboy-buoni e indiani-cattivi era più manichea di un
testimone di Geova, vedere sobbalzare sui cavalli e sui tori
imbizzarriti, con un cappellaccio a grandi falde in testa, pantaloni
di pelle con balze sfrangiate lungo tutta la gamba, foulard al
collo, cinturoni ai fianchi e stelle da sceriffo appuntate al petto,
dei ragazzi dalla pelle scura, gli zigomi alti e gli occhi orientali, i
cui bisnonni erano stati probabilmente massacrati da gente con
un cappellaccio a grandi falde in testa, foulard al collo, cinturoni
pieni di borchie e magari stelle da sceriffo sulla giubba.

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Da Prince George a
Dawson Creek, dove
l'Alaska Highway inizia e dove era terminata per me quattro anni
prima, dopo che l'avevo percorsa per 2460 chilometri da
Anchorage: gli stessi che ora ho davanti da sud a nord. "You are
now entering the world famous Alaska Highway", dice un
cartello a forma di mezzaluna all'imbocco dell'autostrada (si fa
per dire) a Dawson Creek, sotto il quale non perdo l'occasione di
una nuova foto con l'autoscatto. L'Alaska Highway, chiamata
anche "Alcan" dall'acronimo delle prime sillabe di Alaska e
Canada, fu costruita dai prigionieri americani all'inizio degli anni
quaranta e congiunge Dawson Creek nella British Columbia
canadese a Fairbanks in Alaska, passando per il territorio
spopolato dello Yukon: una strisciolina d'asfalto approssimativo
su e giù per le montagne, quando l'asfalto c'è e non è stato
mangiato via dal gelo invernale, lasciando al suo posto soltanto
un tracciato di fango e un viavai di bulldozer, rulli compressori e
operai dei lavori in corso nelle fosforescenti tute arancioni; uno
stretto nastro nero lucido di pioggia, in mezzo a laghi e ghiacciai
eterni, tra orsi neri, alci e caribù, dentro foreste di conifere così
fitte che il sole a malapena riesce a bucare con la sua luce, in un
continuo serpeggiare di curve che ti danno l'illusione di essere su

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Da Prince George a Dawson Creek, dove l'Alaska Highway
inizia e dove era terminata per me quattro anni prima, dopo che
l'avevo percorsa per 2460 chilometri da Anchorage: gli stessi che
ora ho davanti da sud a nord. "You are now entering the world
famous Alaska Highway", dice un cartello a forma di mezzaluna
all'imbocco dell'autostrada (si fa per dire) a Dawson Creek, sotto
il quale non perdo l'occasione di una nuova foto con l'autoscatto.
L'Alaska Highway, chiamata anche "Alcan" dall'acronimo delle
prime sillabe di Alaska e Canada, fu costruita dai prigionieri
americani all'inizio degli anni quaranta e congiunge Dawson
Creek nella British Columbia canadese a Fairbanks in Alaska,
passando per il territorio spopolato dello Yukon: una strisciolina
d'asfalto approssimativo su e giù per le montagne, quando
l'asfalto c'è e non è stato mangiato via dal gelo invernale,
lasciando al suo posto soltanto un tracciato di fango e un viavai
di bulldozer, rulli compressori e operai dei lavori in corso nelle
fosforescenti tute arancioni; uno stretto nastro nero lucido di
pioggia, in mezzo a laghi e ghiacciai eterni, tra orsi neri, alci e
caribù, dentro foreste di conifere così fitte che il sole a malapena
riesce a bucare con la sua luce, in un continuo serpeggiare di
curve che ti danno l'illusione di essere su una pista del
motomondiale.
Superato Fort St. John, pochi chilometri a nord di Dawson
Creek, le colline coperte di fiori gialli e le grandi fattorie piene di
bestiame della British Columbia meridionale sembrano sparire
quasi per incanto; tutto diventa più aspro, meno bucolico; i
villaggi si diradano considerevolmente e una tanica
supplementare di benzina diventa imprescindibile, insieme alla
pazienza, per superare gli sconforti di centinaia di chilometri tra
una casa e l'altra, esattamente come nella lontana Patagonia e

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corso degli anni, altre persone hanno seguito il suo esempio, e
adesso le targhe delle macchine, i cartelli con i nomi delle città e
le indicazioni chilometriche sono più di ventiduemila, infissi su
tronchi e paletti in un fitto labirinto, e formano una foresta vera e
propria, scintillante di colori, di numeri e di nomi. Avrei voluto
contribuire intrufolando tra un Clarksville, Arkansas e un
Vermont 5-679 il mio AC 89532; ma poi non avrei saputo con
che targa andare in giro fino in Tasmania.
La popolazione dello Yukon è composta al 25% da natives
americani, molti dei quali con i cronici problemi di etilismo e
disadattamento di ogni popolo la cui cultura è stata calpestata
con pochi scrupoli quando importunava il cammino e gli interessi
dei più forti. Gli innumerevoli pub di Whitehorse, la capitale e in
assoluto la città più grande del Territorio, con i suoi
ventiquattromila abitanti, offrono uno spettacolo di risse
continue, di gente che stramazza a terra, di prostitute indiane
schiamazzanti tra i tavoli, di corpi abbandonati sul marciapiede:
spettacolo che purtroppo mi era già familiare. Dopo due giorni
interi passati a Whitehorse, la prima vera sosta da quando avevo
lasciato San Francisco, 3000 chilometri prima, proseguo
sull'Alcan fino alla frontiera con l'Alaska, tra paesaggi così belli
che dopo un po' non ci fai nemmeno più caso; costeggio il Lago
Kluane, arrivo tra le due case che portano il nome poco
confortante di Destruction Bay, dormo una notte a Burwash
Landing e la mattina dopo supero il posto di confine a Beaver
Creek ed entro nello stato più grande degli Usa. Nemmeno 10
chilometri più avanti, eccolo lì, il primo alce in carne e ossa della
mia vita.
Mi capita davanti all'improvviso, quando sono appena uscito
da una lunga curva in discesa, e devo pigiare sulle leve dei freni

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La popolazione dello Yukon è composta al 25% da natives
americani, molti dei quali con i cronici problemi di etilismo e
disadattamento di ogni popolo la cui cultura è stata calpestata
con pochi scrupoli quando importunava il cammino e gli interessi
dei più forti. Gli innumerevoli pub di Whitehorse, la capitale e in
assoluto la città più grande del Territorio, con i suoi
ventiquattromila abitanti, offrono uno spettacolo di risse
continue, di gente che stramazza a terra, di prostitute indiane
schiamazzanti tra i tavoli, di corpi abbandonati sul marciapiede:
spettacolo che purtroppo mi era già familiare. Dopo due giorni
interi passati a Whitehorse, la prima vera sosta da quando avevo
lasciato San Francisco, 3000 chilometri prima, proseguo
sull'Alcan fino alla frontiera con l'Alaska, tra paesaggi così belli
che dopo un po' non ci fai nemmeno più caso; costeggio il Lago
Kluane, arrivo tra le due case che portano il nome poco
confortante di Destruction Bay, dormo una notte a Burwash
Landing e la mattina dopo supero il posto di confine a Beaver
Creek ed entro nello stato più grande degli Usa. Nemmeno 10
chilometri più avanti, eccolo lì, il primo alce in carne e ossa della
mia vita.
Mi capita davanti all'improvviso, quando sono appena uscito
da una lunga curva in discesa, e devo pigiare sulle leve dei freni
per non prenderlo in pieno. Sbando sulla strada ghiacciata, e
m'immagino già a terra pieno di ammaccature pronto a essere
raccolto e risollevato dalle sue formidabili corna come da una
ruspa, per poi essere infilzato a dovere. Invece non cado, e senza
nemmeno sapere come riesco a fermarmi a non più di tre metri da
lui, col cuore in gola come un morso di mela andato di traverso.
Per un attimo ho paura che il rumore del motore possa
infastidirlo e renderlo aggressivo (di colpo quel "tue tue tue tue"

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Sto già per abbracciare il partito dell'inversione a U, e della
conseguente fuga a ritroso, quando l'alce che fino a quel
momento non aveva battuto ciglio decide per me, e dopo avermi
guardato ancora per qualche istante con indifferenza, e una
smorfia sul muso che a me sembrava straordinariamente
sprezzante, sbuffa un paio di volte e impettito se ne ritorna nella
foresta, quasi non mi consideri degno di ulteriori attenzioni, di
altre perdite di tempo. Io ingrano in fretta la prima, voltandomi in
continuazione per spiarlo mentre sparisce nella foresta, dove ben
presto si mimetizza. Poi riprendo la mia marcia regolare lungo
l'Alaska Highway; anche un po' offeso, dopotutto.
Prima di Tetlin Junction devio su uno sterrato di pochi
chilometri, e mi fermo nel villaggio indiano di Nabesna. Non ci
sono tepee o totem, calumet della pace o danze piene di colori,
ma soltanto baracche con i tetti di lamiera e cumuli di sporcizia
ammonticchiata dappertutto, in uno squallore deprimente;
roulotte e camper sventrati, cani che ringhiano tirando allo
spasimo le catene di ferro. Gli abitanti di Nabesna all'inizio mi
circondano di un'atmosfera ostile, ed è una faticaccia riuscire a
strappargli soltanto l'ombra di un sorriso; cerco di fare un po' il
pagliaccio con i bambini che rimangono a spiarmi appoggiati alle
porte delle baracche o dietro le cataste di legna, ma appena provo
ad avvicinarmi tutti scappano. Credo di non avere mai avuto
l'istinto del voyeur, per cui, vedendomi così respinto e dovendo
limitarmi a guardare senza partecipazione, sto già per rimontare
in sella e andarmene via, quando una bambina che finora era
rimasta a fissarmi da dietro la carcassa di una Chevrolet già
spolpata di tutto quello che si poteva portar via, e lasciata lì ad
arrugginire di fianco allo scheletro di una lavatrice, mi si avvicina
impavida ma quasi soprappensiero, senza guardarsi intorno, col

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continuazione per spiarlo mentre sparisce nella foresta, dove ben
presto si mimetizza. Poi riprendo la mia marcia regolare lungo
l'Alaska Highway; anche un po' offeso, dopotutto.
Prima di Tetlin Junction devio su uno sterrato di pochi
chilometri, e mi fermo nel villaggio indiano di Nabesna. Non ci
sono tepee o totem, calumet della pace o danze piene di colori,
ma soltanto baracche con i tetti di lamiera e cumuli di sporcizia
ammonticchiata dappertutto, in uno squallore deprimente;
roulotte e camper sventrati, cani che ringhiano tirando allo
spasimo le catene di ferro. Gli abitanti di Nabesna all'inizio mi
circondano di un'atmosfera ostile, ed è una faticaccia riuscire a
strappargli soltanto l'ombra di un sorriso; cerco di fare un po' il
pagliaccio con i bambini che rimangono a spiarmi appoggiati alle
porte delle baracche o dietro le cataste di legna, ma appena provo
ad avvicinarmi tutti scappano. Credo di non avere mai avuto
l'istinto del voyeur, per cui, vedendomi così respinto e dovendo
limitarmi a guardare senza partecipazione, sto già per rimontare
in sella e andarmene via, quando una bambina che finora era
rimasta a fissarmi da dietro la carcassa di una Chevrolet già
spolpata di tutto quello che si poteva portar via, e lasciata lì ad
arrugginire di fianco allo scheletro di una lavatrice, mi si avvicina
impavida ma quasi soprappensiero, senza guardarsi intorno, col
labbro superiore segnato da una bella striscia di moccio verde-
giallo... e mi offre una gomma americana! Una meravigliosa
gomma americana allo spearmint offertami da una meravigliosa,
piccola squaw alta come un soldo di cacio: un regalo contro ogni
logica di un attimo prima, e che non mi sarei mai aspettato; un
regalo che spezza l'incantesimo e fa ridacchiare un paio di
bambini seduti su un muretto, e poi altri ancora, e poi vedendo la
piccola squaw che cerca di arrampicarsi sulla Vespa ma non ci

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figli come in un villaggio indiano dell'India; e che un semplice
veicolo a due ruote potesse procurare tanta gioia, tanto
entusiasmo, tanta voglia di partecipare e tanti schiamazzi!
Quando riesco finalmente a prendere congedo ho con me altre
sette listarelle di chewing-gum, che alcuni dei miei passeggeri
hanno voluto a tutti i costi infilarmi nelle tasche del giubbotto
nonostante io mi schermissi; e il villaggio di Nabesna coi suoi
abitanti saluta il luna park che alza le tende, e che saluta a sua
volta.
La notte a Tanacross trascorre in un'interminabile battaglia
ingaggiata con gli animali più feroci che a tutt'oggi conosca
dell'Alaska, le zanzare, e dalla quale esco abbondantemente
sconfitto. Zanzare grosse come modellini d'elicottero, e numerose
soltanto come potrebbero esserlo in un film dell'orrore; zanzare
così fameliche e assatanate che nemmeno sembravano avvertire le
esalazioni mefitiche di tre zampironi accesi contemporaneamente
intorno al letto, esalazioni che per contro stavano avvelenando
me. Avevo sempre associato la presenza di questi insetti al caldo,
ai tropici, ai miasmi delle paludi; e mi risultava difficile pensare
all'Alaska, con i suoi ghiacciai eterni, le temperature sottozero e
la purezza ineffabile dell'aria, come a un vero paradiso terrestre
per le zanzare, e a un inferno dantesco per i loro bersagli di
carne. In un attimo insperato di tregua, quando dalla finestra
filtra già il chiarore dell'alba, sono tanto stanco che decido di
rimanermene a letto almeno fino a mezzogiorno, rafforzato in
questo anche dalla consapevolezza che comunque avrei potuto
recuperare il tempo perso, se solo avessi voluto, guidando per
tutta la notte alla luce lattiginosa delle estati in Alaska.
Sto per addormentarmi, finalmente, quando la padrona viene
a bussare alla porta della mia baita fatta con tronchi squadrati, un

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abitanti saluta il luna park che alza le tende, e che saluta a sua
volta.
La notte a Tanacross trascorre in un'interminabile battaglia
ingaggiata con gli animali più feroci che a tutt'oggi conosca
dell'Alaska, le zanzare, e dalla quale esco abbondantemente
sconfitto. Zanzare grosse come modellini d'elicottero, e numerose
soltanto come potrebbero esserlo in un film dell'orrore; zanzare
così fameliche e assatanate che nemmeno sembravano avvertire le
esalazioni mefitiche di tre zampironi accesi contemporaneamente
intorno al letto, esalazioni che per contro stavano avvelenando
me. Avevo sempre associato la presenza di questi insetti al caldo,
ai tropici, ai miasmi delle paludi; e mi risultava difficile pensare
all'Alaska, con i suoi ghiacciai eterni, le temperature sottozero e
la purezza ineffabile dell'aria, come a un vero paradiso terrestre
per le zanzare, e a un inferno dantesco per i loro bersagli di
carne. In un attimo insperato di tregua, quando dalla finestra
filtra già il chiarore dell'alba, sono tanto stanco che decido di
rimanermene a letto almeno fino a mezzogiorno, rafforzato in
questo anche dalla consapevolezza che comunque avrei potuto
recuperare il tempo perso, se solo avessi voluto, guidando per
tutta la notte alla luce lattiginosa delle estati in Alaska.
Sto per addormentarmi, finalmente, quando la padrona viene
a bussare alla porta della mia baita fatta con tronchi squadrati, un
posto che sulle Dolomiti avrebbero usato per metterci le mucche,
e che qui in mancanza di alternative avevo pagato ottanta dollari
per una notte in bianco. Ero già un po' abituato ai costi eccessivi
non solo di alberghi e ristoranti, in Alaska, ma della vita in
genere. Con quella popolazione irrisoria la mano d'opera è
carissima, e inoltre si produce ben poco, se non petrolio e pesce,
perciò ogni cosa deve arrivare da fuori, dal resto degli Stati Uniti

360
bardati come trappers d'altri tempi, che la stanno caricando in
fretta e furia sul loro camper, dopo averla avvolta in una coperta i
cui fiorellini, al centro, ben presto s'inzuppano di sangue. Avevo
rallentato fino quasi a fermarmi, dopo aver sentito lo sparo,
guardandomi intorno un po' perplesso per cercare di capire da
dove potesse essere arrivato. Quando dopo nemmeno un
chilometro avevo visto il camper sul ciglio della strada e il
movimento intorno a esso, mi ero fermato del tutto, curioso come
sempre.
I due cacciatori all'inizio sono tesi, e sembrano avere più
paura di me di quanta devono averne avuta dell'orsa, freddata con
un colpo precisissimo in mezzo agli occhi. Poi però capiscono
che sono innocuo, sono straniero e non andrò certo a spifferare la
cosa. Lo farei volentieri, perché non mi è mai piaciuto chi va a
caccia di animali protetti; ma purtroppo mi piacciono ancora di
meno le spie. Così diventano di colpo sbruffoni e scanzonati,
elogiando le dimensioni dell'orsa che hanno appena finito di
sistemare in un angolo del camper, dentro una cassapanca che di
certo era stata progettata per quello scopo.
"Questa mattina ne abbiamo ucciso anche un altro, vicino a
Tanacross; uno piccolo, guarda! " così dicendo uno dei cacciatori,
che aveva una pipa ricurva e puzzolente tra i denti, apre lo
sportello di un piccolo frigorifero e mi mostra il bello spettacolo
di un orsacchiotto (non quelli di peluche: un orsacchiotto vero)
tagliato a pezzi e non ancora scuoiato, col pelo nerissimo e
lanoso che risaltava contro il bianco delle pareti del frigorifero e
le venature viola della carne scoperta.
"Vuoi assaggiare?" Nel frattempo aveva aperto il cassetto del
freezer, pieno di pezzi di carne ghiacciata, avvolta nella pellicola
trasparente; ne estrae un pezzo che sembra filetto di manzo, senza

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movimento intorno a esso, mi ero fermato del tutto, curioso come
sempre.
I due cacciatori all'inizio sono tesi, e sembrano avere più
paura di me di quanta devono averne avuta dell'orsa, freddata con
un colpo precisissimo in mezzo agli occhi. Poi però capiscono
che sono innocuo, sono straniero e non andrò certo a spifferare la
cosa. Lo farei volentieri, perché non mi è mai piaciuto chi va a
caccia di animali protetti; ma purtroppo mi piacciono ancora di
meno le spie. Così diventano di colpo sbruffoni e scanzonati,
elogiando le dimensioni dell'orsa che hanno appena finito di
sistemare in un angolo del camper, dentro una cassapanca che di
certo era stata progettata per quello scopo.
"Questa mattina ne abbiamo ucciso anche un altro, vicino a
Tanacross; uno piccolo, guarda! " così dicendo uno dei cacciatori,
che aveva una pipa ricurva e puzzolente tra i denti, apre lo
sportello di un piccolo frigorifero e mi mostra il bello spettacolo
di un orsacchiotto (non quelli di peluche: un orsacchiotto vero)
tagliato a pezzi e non ancora scuoiato, col pelo nerissimo e
lanoso che risaltava contro il bianco delle pareti del frigorifero e
le venature viola della carne scoperta.
"Vuoi assaggiare?" Nel frattempo aveva aperto il cassetto del
freezer, pieno di pezzi di carne ghiacciata, avvolta nella pellicola
trasparente; ne estrae un pezzo che sembra filetto di manzo, senza
neanche un filo di grasso. Comincia a tagliarne alcune fette con
un coltello seghettato, dal quale sprizzano come scintille le
schegge di ghiaccio.
"Fanne cuocere un po' anche per me" dice l'altro, e poi
accende una radiolina a transistor dalla quale subito arrivano le
schitarrate di una canzone country. Dopo qualche minuto un
profumo delizioso si spande all'interno del camper, mentre la

362
ti accorgi con raccapriccio di aver perso l'accendino, come stava
succedendo a me in quel momento. Finalmente vedo in
lontananza una piccola macchia rossa, che pian piano diventa un
distributore di benzina; di quelli vecchi che stanno cadendo a
pezzi, fatti di assi di legno e con l'insegna Texaco che cigola al
vento.
"Where are you going, man?" mi chiede il gestore di quella
malandata stazione di servizio mentre sto facendo rifornimento
self Service.
"Tasmania." "What?" "Tasmania." "Yes, yes. You'd better fill
the tank!"
Pago e riparto con il mio accendino nuovo.
Glenallen, Eureka Lodge, lo spettacolare ghiacciaio di
Matanuska, che adesso è incendiato dai raggi obliqui del sole, a
mezzanotte in punto; altre due ore, e poi ubriaco di sonno mi
ripresento davanti al Days Inn di Anchorage dopo quattro anni,
come se il tempo non fosse passato, come se fossi uscito soltanto
un'ora prima a comprare il giornale. La Russia e l'Asia sono lì a
portata di mano, ma ci sarà ancora un ostacolo da superare prima
che 9000 chilometri, un terzo dei quali di off road senza
soluzione di continuità, mi possano sfilare davanti agli occhi
sulle strade siberiane e a ovest degli Urali; un impedimento
grande come una casa prima di poter gridare ai muri rossi del
Cremlino e all'indirizzo della burocrazia ex sovietica: "Ce l'ho
fatta, Siberia; in perfetta solitudine, senza alcun veicolo
d'appoggio, con le ruote piccole di uno scooter! ", E poi tirare
dritto verso San Pietroburgo.

363
4.

DALLA TAIGA AL SAHARA


'98-'99
Elizabeth

In attesa di ricevere il visto per la Russia, mentre ogni giorno


che passa mi comunica un'apprensione nuova e va ad aggiungersi
al ritardo per sottrarsi automaticamente all'estate, faccio buon
viso a cattivo gioco e cerco di non pensarci troppo, imponendomi
la pazienza di un certosino e la disponibilità a incontrare gente e
a girare per le strade, invece di starmene rinchiuso in camera di
malumore. Conosco Elia, un italiano che ha appena spedito una
moto Bmw ad Anchorage e adesso si appresta con la sua ragazza
a scendere fino alla Terra del Fuoco; aveva letto puntata per
puntata, sul giornale motociclistico, del mio viaggio di quattro
anni prima lungo la stessa strada, e adesso mi chiama la sua
"musa ispiratrice", anche se non è sicuro che la qualifica possa
riferirsi a un uomo. In tre con due moto andiamo per un fine
settimana prima a Steward e poi a Homer sulla Penisola Kenai,
ingozzandoci di paesaggi memorabili, di mari profondamente blu
circondati dal ghiaccio, di foreste di conifere sotto un
abbondante strato di neve, con un sole che costantemente splende
nel cielo e mitiga la temperatura: Ingrid, la ragazza di Elia, una
biondina di Zurigo con l'immancabile musica dei Clash e dei Sex
Pistols nelle cuffiette, per fare un po' la fanatica un pomeriggio
intero viaggia in costume da bagno sulla Bmw, e non stupisce
nessuno quando alla sera comincia a tossire e la mattina dopo
avrà una febbre da cavallo. Appena ritornati ad Anchorage, a un

364
distributore di benzina con annesso un drugstore, per la serie
what a small world! incontro una mia vecchia conoscenza.
Sta smontando da un macchinone 4 x 4, di quelli all'ultimo
grido e che costano un bel po' di soldi; è vestita con una sobria
eleganza che la rende vagamente sexy ma non volgare: un
pellicciotto corto, un paio di jeans attillati, degli stivali al
ginocchio; e soprattutto un ginepraio di oro a macularle il corpo:
anelli, orecchini, catenine, braccialetti. Dal sedile posteriore fa
scendere un bellissimo bambino, e lo prende per mano mentre
entra a far spesa. La riconosco quasi subito, anche se per il vero
questi quattro anni hanno prodotto in lei un cambiamento
notevole; e decisamente per il meglio, a quanto pare.
"Zikeya!"
Lei si ferma e sembra non ricordarsi, poi ci pensa su e alla
fine sorride, dandomi la mano e dicendo sobriamente "Hi, how's
going?", ma non sono sicuro che per il momento mi abbia
riconosciuto o sia riuscita ad associare la mia faccia alle lontane
luci stroboscopiche dell'Hub; troppa acqua sotto i ponti, troppi
cambiamenti di vita, e sono lì da vedere. In piedi davanti al
drugstore, rispondendo con pacatezza alle mie domande, mi
racconta che si è sposata con un architetto di Fairbanks, e dopo
un periodo là con lui, da due anni sono ritornati a vivere ad
Anchorage; vedi quella casa giallina sulla montagna, là a destra?
(io mi giro e penso: alla faccia della casa giallina; è una villa di
tre piani col parco). Il bambino si chiama Jim e non mi dà troppo
spago, nonostante abbia provato per un po' a ingraziarmelo. Le
chiedo anche di Jason, ma lei ci mette un po' a ricordarselo,
nell'oblio distratto della rispettabilità, "Ohhhh, him!", dice alla
fine, e grazie alle poche parole che aggiunge, svagatamente e
quasi controvoglia, vengo a sapere che questi anni hanno

365
prodotto un bel cambiamento anche per lui, che adesso sta in
prigione e ne avrà ancora per un bel po'. Anche se ho sempre
avuto una sorta di diffidenza per le galere o i sistemi carcerari,
per i tribunali e le misure punitive, sento che non mi dispiace per
niente, "Have a nice stay", stupidino. Poi dice che adesso deve
proprio scappare, le ha fatto piacere incontrarmi di nuovo e tutto
il resto, e sempre di più ho la netta impressione che non mi abbia
riconosciuto. Con tenerezza la guardo entrare nel negozio,
tenendo Jim per mano, poi riempio il serbatoio ed elargisco
risposte volutamente vaghe alla curiosità selvaggia di Elia nei
confronti di quella bella donna e dei suoi occhi misteriosi. E
brava Ziky!
Una notte faccio una puntatina all'Hub, forse per nostalgia.
Sul marciapiede, davanti alla porta che si apre come quelle di
un saloon d'altri tempi, c'è un uomo che saltella su e giù, con le
braccia rattrappite attorno al torace, e fa frullare le mani come
piccole ali per riscaldarsi. È completamente ubriaco. Qualche
volta grida con voce beffarda che sta benissimo e che muore dal
caldo, qualche altra chiama come un lamento un nome di donna:
Elizabeth. Lentamente arriva una macchina della polizia,
scendono due agenti in maniche di camicia e tutto l'armamentario
di manette e pistole alla cintola; poche domande, poche risposte
salivose, una resistenza ebbra, e l'uomo viene caricato senza
troppi complimenti sul sedile posteriore. La macchina se lo porta
via a sirena spiegata, con le luci blu che sfarfallano come faretti
da discoteca, e sul marciapiede rimangono soltanto le lattine
accartocciate di Budweiser, una chiazza di vomito poco lontana, e
l'assenza di Elizabeth.

366
Camminava a casaccio per le vie della città quasi deserta, in
una sera di luci asciutte che si frantumavano proprio al centro dei
suoi bulbi oculari, come un caleidoscopio di schegge elettriche.
Da tre settimane non toccava una goccia d'alcol; forse questa
volta ce l'avrebbe fatta. Doveva farcela!
Il caldo insopportabile di quell'ultimo periodo non lo stava
certo aiutando: quante volte aveva dovuto stringere un labbro tra i
denti per resistere alla tentazione di entrare in un bar e ordinare
una birra gelata, o un bicchiere di whisky... Il ticchettio ambrato
dei cubetti di ghiaccio contro il vetro; la patina fresca che avvolge
come un'ombra la trasparenza di un boccale, rigato di schiuma...
Sudava in modo innaturale, continuamente, e la bocca era sempre
impastata da un odore di cane bagnato, quando alitava sulle
narici nella coppa di una mano. Comunque, per quanto a fatica,
quelle tre settimane erano già passate, e Nathaniel ormai sentiva
di avere superato il periodo critico, i giorni in cui sarebbe stato
più facile ricadere: adesso era solo questione di tenersi
saldamente aggrappato a quella nuova e timida fiducia che
rinvigoriva in lui; di non lasciarsela sfuggire tra le dita. Non
poteva concedersi il lusso di distrarsi; doveva ripetersi in
continuazione che ce la stava facendo, e convincersi ogni giorno
di più che Nat McCoy poteva smettere di bere; o meglio: che
aveva già smesso.
Attraversando i giardini davanti al Chattanooga Pub si fermò
a lungo su una panchina a guardare tre bambinetti che giocavano
con una palla da tennis, lanciandosela a turno e afferrandola
ognuno con delle comiche evoluzioni che provocavano le loro
risa. Anche Nathaniel, involontariamente, si trovò sulle labbra
qualcosa che assomigliava ancora a un sorriso, dopo tanto, e suo
malgrado si agitò sulla panchina, quasi schermendosi. La ghiaia

367
sotto le suole delle scarpe sembrò farne le spese, lasciandosi
scomporre dal movimento brusco del suo stupore pieno di
nostalgia e di promesse. Poi i bambini se ne andarono, e lui
rimase un altro po' seduto sulla panchina pensando a Elizabeth,
che l'aveva lasciato tre mesi prima... "Non posso più vivere con te,
Nat; non ce la faccio più! " Le sardine nella scatoletta slabbrata
erano rimaste a lungo a guardarlo con una smorfia di sarcasmo,
prima che lui si fosse deciso a gettarle nella pattumiera e a pigiare
il telecomando sul primo notiziario regionale senza di lei, e poi
sui milioni di puntini impazziti di fine trasmissione, che gli
avrebbero tenuto compagnia fino all'alba.
Avevi ragione, Elizabeth; ma adesso è cambiato tutto, vedrai.
Ancora un paio di settimane, ancora un mese forse, e poi
Nathaniel ti verrà a cercare, e anche tu dovrai convincerti che
questa volta non erano solo parole, che ci è riuscito veramente. Si
accese una sigaretta, e mentre stemperava sul palato il sapore
corposo delle prime boccate l'immagine di Elizabeth gli strinse
dolcemente lo stomaco. L'amava ancora, l'amava più di ogni altra
cosa al mondo; e aveva fatto di tutto per perderla. Si alzò dalla
panchina e uscì dai giardini, dirigendosi verso casa sua. Stava
facendosi buio.
Comprò una confezione di lattine di Coca-Cola e dei
chewing-gum alla fragola nell'emporio di Frank, col quale
s'intrattenne una decina di minuti a parlare dell'incredibile ondata
di caldo che si era abbattuta sulla città dalla metà di luglio.
Ormai Frank non si stupiva più che Nathaniel comprasse
qualcosa di liquido che non fosse whisky, o birra, e in cuor suo
era contento per lui; sinceramente, malgrado i propri interessi.
Lo conosceva da molti anni, almeno una dozzina. Da quando
Nathaniel si era trasferito in quella città lasciando la prima

368
moglie a Detroit... Come ora Elizabeth aveva lasciato lui: la vita
in un modo o in un altro trova sempre il modo di pareggiare le
cose.
E Frank aveva finito con l'affezionarsi a quello strano tipo,
mezzo intellettuale mezzo buono a nulla, e in ogni caso
alcolizzato; durante le frequenti visite di Nathaniel al wine shop
aveva avuto modo di venire a sapere alcune cose abbastanza
intime della sua vita: specialmente quando era ubriaco, infatti,
Nat McCoy si lasciava andare con voce lamentosa a parlare del
suo passato, della vita idealizzata nel Michigan, del lavoro
d'entomologo che aveva abbandonato insieme alla moglie... Poi
era venuta Elizabeth, e Nathaniel aveva diradato le sue visite,
s'intratteneva sempre di meno; comprava le sue bottiglie e se ne
andava, quasi frettolosamente, come un colpevole.
Poi anche Elizabeth se n'era andata.
Uscì col pacco delle lattine sottobraccio, e Frank rimase
soprappensiero a guardarlo allontanarsi, tra le strisce di plastica
colorata della vetrina.
Poche persone giravano per le strade; la città dava veramente
l'impressione di essere stata abbandonata. Soltanto davanti al
Cafè Jamaica c'era un po' di movimento, e i camerieri
scodinzolavano tra i tavolini all'aperto con vassoi pieni di bibite
ghiacciate, di cocktail con fette zuccherose di limone conficcate
sull'orlo dei bicchieri, di elaborate composizioni di frutta e
gelato, luminescenti sotto le luci al neon.
Nathaniel non ricordava di aver mai sentito tanto caldo in vita
sua; faticava a respirare, benché ormai fosse sera; e sudava,
sudava terribilmente. Un'arsura continua lo prendeva alla gola,
asciugandogli la saliva; specialmente di notte diventava un
tormento, aggiungendosi al peso dei suoi pensieri... Troppe volte,

369
in quelle tre settimane, era già spuntato il mattino tra le lame
delle imposte, senza che Nathaniel fosse ancora riuscito a
chiudere occhio.
S'incamminò lungo il viale alberato alla fine del quale, in una
piccola via male illuminata, c'era casa sua. Un improvviso
profumo di mughetto, che non fu in grado di capire da dove
potesse giungere, gli riportò alla mente una scena sbiadita della
sua giovinezza; quando ancora studiava. O meglio sarebbe dire:
quando ancora non beveva... Sharon!
Avrà di certo smesso di baciare i ragazzi nei cinema all'aperto,
dopo tutto questo tempo! E di farli innamorare con i capelli
profumati di mughetto; di far sobbalzare le ruote delle Ford o
delle Lincoln o delle Chevrolet dei genitori, prestate per una sera,
tra le pozzanghere delle stradine secondarie, prima di stampare
l'impronta di un capezzolo sbadato sul vetro dei finestrini, e
offrire la palude appiccicosa dei suoi sospiri alla pelle dei
ribaltabili che mugghiavano sfregati dalla carne e dal sudore, e
non si abbassavano mai come avrebbero dovuto... Gli anni
all'università appartenevano ormai a un passato talmente lontano
che Nathaniel non riusciva più a riconoscersi tra le nebbie che li
avvolgevano; a volte dubitava persino che fosse stato lui a viverli;
a volte sinceramente pensava che molti suoi ricordi fossero di
altre persone, le quali glieli avessero solo raccontati. Fu proprio
allora che cominciò a bere, durante i primi mesi dell'università;
da lì in avanti la nebbia diventava ancora più fitta.
Era arrivato in fondo al viale.
Voltò a destra, sistemando il pacchetto delle lattine sotto il
braccio e plasmando tra gli incisivi la pasta fresca di un chewing-
gum, in geroglifici senza storia. Una piccola fetta di luna
stemperava il suo alone nel cielo, e per un attimo il frinire delle

370
cicale tra l'erba fu l'unica voce a sovrapporsi al ronzio del
silenzio; ma bastò soltanto accorgersene, e i mille rumori della
città ripresero di nuovo corpo, accavallandosi gli uni agli altri in
un canone senza coesione interna. Quanti anni sprecati! E quante
occasioni, quante persone buttate via! Ma adesso ricominciava un
nuovo capitolo; aveva smesso e non doveva, non doveva ricaderci
più. Nemmeno un bicchierino ogni tanto; anche se il senso di
vuoto fosse diventato più totale; anche se Elizabeth non avesse
più voluto saperne di lui: nemmeno allora!
La luna sparì dietro un pezzo sfilacciato di nuvola; rimase
solo la trasparenza del suo alone.
Nathaniel non ebbe il tempo di accorgersi di nulla.
Fu un colpo violento. Un'esplosione di luce.
Il ragazzo che sedeva al volante della macchina aprì a fatica lo
sportello e scese barcollando, ubriaco fradicio. Avrà avuto sì e no
diciott'anni.
Gli ci vollero alcuni secondi per rendersi conto, tra i fumi
della sbronza, di quello che aveva fatto.
Vomitò singhiozzando addosso a Nathaniel, che in una pozza
di sangue sembrava ancora non capire; gli occhi sbarrati nei quali
si frantumava la luna.
E così si avverò la profezia di Elizabeth: "L'alcol ti
ucciderà!"... Poco importa se per farlo l'alcol abbia voluto servirsi
di un ragazzo astemio fino al giorno prima, che l'amichetta aveva
piantato.

371
Siberia, a marcia indietro

Negli ultimi giorni di giugno, subito dopo la gita alla


Penisola Kenai, ricevo l'ennesima tegola burocratica sulla testa, la
più conflittuale e difficile da risolvere tra le molte che mi avevano
accompagnato fino a quel momento, scandendo i viaggi con una
regolarità esasperante. Il visto russo mi arriva puntuale con un
corriere di posta celere alla reception dell'albergo; è composto di
due fogli scritti in cirillico, una mia fotografia in bianco e nero
dall'espressione poco rassicurante e una collezione nutrita di
timbri e marche da bollo. È validissimo e mi consente di
girovagare per lo sconfinato paese durante tre mesi esatti, come
era stato chiesto e come alla fine era stato accordato. Ma posso
arrivare in Russia e sbrigare le formalità per lo sdoganamento del
veicolo solo a Mosca o a San Pietroburgo, e in nessun'altra città!
Io credo di non aver capito bene o di aver letto una cosa per
l'altra, nonostante le audiocassette, le grammatiche e le ore serali
di studio, e mi precipito negli uffici dell'Aeroflot di Anchorage,
dov'ero già andato qualche giorno prima a chiedere informazioni
su un volo per Magadan.
Mi faccio tradurre per la terza volta da una bella impiegata
russa quel mesto messaggio che campeggia in tre righe
sottolineate sopra la fotografia e gli scarabocchi di qualche firma
in cirillico. Proprio così, italianiz, leggi qui se non ci credi:
Maskvà e Sankpìt, pronunciati alla russa; se provi ad arrivare a
Magadan come volevi tu, e con questo visto, non fai a tempo a
mettere il piede a terra che i poliziotti gentilmente ti sbattono in
galera, o perlomeno ti rispediscono indietro senza tante storie;
quella è Russia, mica il paese dei balocchi, che ti credi? Telefono

372
subito a Mosca, negli uffici della società italiana contattata da
Pontedera, che tra mille difficoltà era riuscita a farmi avere il
visto di tre mesi; anche loro sono meravigliati, ma non sanno
spiegarmi come mai, nonostante io abbia mandato un itinerario
circostanziatissimo del mio passaggio in Russia e loro lo abbiano
inviato tale e quale, insieme alle necessarie carte d'invito e di
responsabilità presa nei miei confronti all'ambasciata russa di
Roma, a me sia arrivato lì in Alaska un visto con quelle due
odiose clausole: o Mosca o San Pietroburgo.
"E non si può cercare di avere un nuovo visto con registrato il
nome di Magadan?" chiedo con poca saliva in bocca.
"Si potrebbe anche provare, ma ci vorrebbe almeno un mese
per ottenerlo, forse due; e non è nemmeno sicuro che ci si riesca.
" Per me due mesi persi vogliono dire attraversare mezza Siberia
in inverno, la qual cosa, a cinquanta gradi sotto zero e con un
veicolo scoperto, sarebbe abbastanza problematica. Per tutto un
pomeriggio giro inebetito tra le vie di Anchorage, lambiccandomi
il cervello con il morale sotto i tacchi. Non ho molte alternative, a
essere sinceri: o ripiegare sul volo aereo fino a Tokyo, e poi
andare verso ovest a una latitudine molto più bassa di quella
siberiana, rinunciando così all'intera Russia come avevo già
pensato mio malgrado negli Stati Uniti, quando il visto non
arrivava mai; oppure volare a Mosca o San Pietroburgo come mi
viene imposto, e poi subito cercare di rispedire la Vespa a
Magadan, andarci a mia volta e da lì ritornare indietro via terra
fino alla capitale russa; oppure ancora, andare verso est da Mosca
a Magadan, per congiungere idealmente, in senso inverso,
l'itinerario spezzato da quella rasoiata di entry point obbligatori,
e poi da Magadan, dopo 9000 chilometri di Siberia percorsi da
ovest a est, rivolare a Mosca e proseguire per San Pietroburgo e

373
la Finlandia. Più che un gioco a incastro tra i punti cardinali, mi
sembra il delirio di uno psicopatico che si è appena preso una
sbronza, e nessuna di queste tre alternative mi convince del tutto.
Ma per la prima volta, così brutalmente, mi sento messo con le
spalle al muro e non so che pesci pigliare, mentre il discorso è
purtroppo identico all'antipaticissimo modo di dire "o mangi
questa minestra, o salti dalla finestra". E pensare che prima della
partenza avevo addirittura ipotizzato di andare da Anchorage a
Nome, sul tracciato di oltre 1000 chilometri che d'inverno ospita
la corsa dell'Iditarod, con i cani e le slitte, ma che d'estate con
uno scooter mi avrebbe portato via qualche settimana; da Nome
noleggiare un aereo da un privato per sorvolare gli 80 chilometri
dello Stretto di Bering e sbarcare in Russia a Providencija o ad
Anadyr, e poi perdermi nel nulla segnato sulle carte fino a
Magadan, senza una strada né un sentiero o la minima
comunicazione terrestre. Per quanto fossi andato il più veloce
possibile nelle tre Americhe, man mano che i mesi passavano mi
ero rassegnato a modificare il progetto iniziale, abbastanza
fantasioso e velleitario, e ad accorciare il percorso di un paio di
mesi almeno, volando direttamente da Anchorage a Magadan.
Adesso nemmeno questo sembrava possibile. Apro una piccola
parentesi, col sapore sgradevole di una polemica: al ritorno dal
viaggio Alaska-Terra del Fuoco ('94-'95) avevo pensato che il raid
successivo avrebbe potuto essere da Roma a New York
"utilizzando" ("Forse per la prima volta dopo l'ultima
glaciazione!" avevo detto una volta con un sorriso autoironico) il
passaggio dello Stretto di Bering d'inverno: pensavo a una tuta
termica, a delle gomme chiodate, a qualche altra diavoleria per
rendere possibile l'impresa, a una benzina e un antigelo speciali,
e contavo che il ponte naturale di ghiaccio non si sarebbe

374
sbriciolato sotto il peso di una moto così piccola né di un
cavaliere così magro. Ne avevo parlato a diversi funzionari
dell'Overseas e del marketing, a molti amici "del settore" e in
qualche intervista ai giornali; per poi rendermi conto che al di là
della suggestione non era un'idea fattibile, e che comunque era
più forte il richiamo del viaggiare in sé piuttosto che del soffrire
per compiere un'impresa sensazionale; così avevo accantonato
l'idea ripiegando, dall'altra parte del mondo, sull'itinerario da
Melbourne a Città del Capo, e chiamando il viaggio Overland.
Salvo poi sapere che, due anni dopo, un convoglio di camion
dell'Iveco con una capillare organizzazione al seguito ha fatto
proprio lo stesso percorso, da Roma a New York passando per lo
Stretto di Bering; non da Francoforte a San Paolo o da Berna a
Città del Messico: proprio Roma-New York, Overland. Non
esiste certo un copyright su idee come queste o su
un'individuazione degli itinerari, e la strada è di tutti; ma un po'
di amaro in bocca mi è rimasto lo stesso, perché sono convinto
che la mia idea folle è stata copiata e resa fattibile. Chiuse
parentesi e polemica.
Dopo un paio di giorni di telefonate frenetiche in Italia, alla
società moscovita e all'ambasciata russa, agli amici e alla mia
famiglia, mi viene consigliato da tutti, anche da Elia e fidanzata
costipata lì sul posto, di optare per la terza soluzione, a dispetto
del suo astruso zigzagare avanti e indietro attraverso 8 fusi orari
(che alla fine diventeranno 24 in poco più di due mesi: 16 in
aereo inframmezzati da 8 percorsi via terra, dai muri del Cremlino
ai gulag di Magadan, dai colori pastello della cattedrale di San
Basilio alle tinte fosche dello sterminio di dissidenti sovietici).
La sera del 3 luglio arrivo nell'aeroporto Sheremetievo 2, a
Mosca. Sono rimbecillito dal sonno ma provo subito a darmi da

375
fare con i pochi impiegati rimasti negli uffici, per sapere qualcosa
riguardo alla Vespa che aveva viaggiato col mio stesso aereo.
Tutti mi dicono che per il momento è inutile chiedere
informazioni, e di ripassare la mattina dopo, dasvidània. Ho con
me soltanto la custodia del computer portatile, più una piccola
borsa a tracolla con dentro macchina fotografica, spazzolino,
dentifricio, mutande, calzini e una copia intonsa di Anna
Karenina; il resto dei bagagli l'avevo lasciato nella cassa di legno
insieme allo scooter.
Al parcheggio dei taxi mi faccio irretire da un abusivo con
una vecchia Lada a strisce verdi e limone e una faccia simpatica,
che si offre di portarmi in un albergo qualsiasi del centro per soli
cento rubli (nemmeno venti dollari al cambio di quel periodo, e
comunque una cifra non bassissima considerando un salario
medio in Russia), contro il doppio chiestomi dai suoi colleghi
più qualificati e con una faccia più fiscale.
"Shto éta, kampiùter?" mi chiede dopo un po' di minuti che
siamo in macchina, guardando dallo specchietto retrovisore.
Domanda retorica, perché con una custodia così non ci si può
sbagliare, e ci può essere dentro solo un laptop. "Da, éta
computer "Màlincik", cioè piccolo, continua lui senza staccare
gli occhi dallo specchietto; "Màlincik", ripeto io; per forza
màlincik. è un portatile. Poi per un po' non parliamo più.
Passiamo lungo un paio di viali alberati nella sera che sta
diventando notte, con l'alone spugnoso che pochi lampioni
stemperano sul cemento dei casermoni in tipico stile
architettonico sovietico, deprimenti e quasi lugubri; il traffico
rarefatto è composto di Lada e Moskovic, Ziguli e Niva, ma di
quando in quando si fa largo una Bmw e addirittura una Porsche,
esigendo rispetto. Lui chiama qualcuno col telefonino, ma

376
capisco solo poche parole, tra le quali un paio di volte viene
ripetuto kampiùter. Mi guardo intorno, e l'atmosfera che permea
le strade sembra quella di un altro mondo rispetto all'Alaska che
avevo lasciato alle otto di sera, per arrivare alle otto e venti della
stessa sera lì a Mosca in un'ineffabile corsa contro il tempo, o più
prosaicamente in un'indigestione di time zones. Tra due edifici
dall'intonaco scrostato vedo le cupole di rame di una cattedrale
ortodossa, lucidate a nuovo; non fa freddo, e qualcuno gira in
maniche di camicia. Più che altro giubbotti di pelle, qualche
pelliccia; neanche un colbacco. Voltiamo un angolo davanti al
teatro Bolsoj, poi ci perdiamo in un altro po' di stradine, fino a
passare sotto un imponente palazzo a punta. "Stalin!" mi informa
il conducente: era una delle cinque costruzioni, quasi uguali tra
loro, che il dittatore georgiano aveva fatto edificare in cinque
parti diverse della capitale. Squilla ancora il telefonino, e dopo
pochi istanti il taxista si ferma di fronte a un'insegna dimessa con
scritto "Gastìniza Baikal"; ma del resto gli avevo detto io di non
cercare un posto esclusivo.
"Età karasciò?", cioè se va bene, mi chiede.
"Russkij gastìniza ili... ho-tel?" m'informo così per fare
conversazione, senza che me ne importi più di tanto: gastìniza è
l'equivalente russo di hotel, albergo o pensione, ma il più delle
volte si riferisce a un alloggio spartano con una specie di cerbero-
donna delle pulizie a ogni pianerottolo, che si chiama dejurnàia e
dalla quale devi ritirare la chiave prima di entrare in camera;
mentre un albergo un po' più in creanza viene indicato
semplicemente come hotel, all'occidentale. Tutto questo lo sapevo
già dalle pagine divulgative di un pretenzioso Learn Russian in
50 hours, comprato ad Anchorage per aggiungersi alla collezione
di materiale didattico iniziata in Messico e arricchitasi

377
considerevolmente nelle librerie degli Stati Uniti, tanto da avere
ormai tre o quattro chili di russo nello zaino.
Lui sembra non capire la mia sottile distinzione imparata di
seconda mano (come del resto quasi tutto quello che s'impara), e
taglia corto con un: "Otell, otell òcin karasciò". Poi dice che
dovrei entrare alla reception per chiedere se c'è una stanza libera;
intanto lui mi aspetta lì ed eventualmente mi porta da un'altra
parte. Per fare il brillante gli chiedo se vuole essere pagato
subito; potrebbe essere più fiducioso, ma risponde "Dà"; così gli
passo dal finestrino una banconota da cento rubli, mi metto a
tracolla borsa e custodia ed entro nell'albergo.
Dopo un paio di minuti sono già fuori, perché alla reception
mi dicono che le camere sono tutte occupate; e quando arrivo
sulla strada il taxi non ce più. Non faccio in tempo a guardarmi
intorno, che qualcuno mi passa a fianco e sento un dolore
insopportabile agli occhi, come se vi avessero versato del piombo
fuso, o gli artigli di un'aquila me li stessero cavando lentamente;
uno strattone violento alla spalla, e la custodia con dentro il
computer màlincik mi viene sfilata dal braccio; io non vedo più
niente, solo un dolore atroce, più devastante di un gas
lacrimogeno. Nemmeno riesco a pensare ad altre cose se non a
tamponarmi gli occhi, a pressare le dita sulle palpebre, sentendo
dilatarsi nei bulbi la sostanza che li sta bruciando come acido, e
ci vuole una mezz'ora buona prima che il dolore diventi più
tollerabile e io possa fare tanto di cappello all'azione combinata
di taxista e passante, con una sincronia davvero encomiabile di
telefonini cellulari e bombolette spray, quelle che solitamente usa
la polizia per neutralizzare i criminali e che qualche volta due
criminali utilizzano per neutralizzare uno sprovveduto, che

378
nemmeno ha visto in faccia l'aggressore né ha fatto caso alla
targa.
Mi rimane la fragile speranza di poter identificare il taxista
tramite i suoi colleghi all'aeroporto, tanto più che il giorno dopo
devo andarci per ritirare la Vespa; ma per il resto mi tengo lo
smacco e il bruciore agli occhi, con un bel po' di file che non
avendo salvato su dischetto sono andati persi per sempre. Il
prossimo appuntamento della serie "furti e aggressioni" sarà in
una notte a Varsavia, di lì a quattro mesi.
Appena riesco a intravedere qualche ombra tra il velo liquido
che ho sulle cornee come cateratte, cammino sul marciapiede fino
ad arrivare all'angolo della via, salgo una scala in penombra
seguendo le indicazioni di un cartello ed entro in un corridoio
con una scrivania in fondo, dove una dejurnàia in grembiule
grigio e con i capelli pieni di colpi di sole mi apre le porte del
regno di una camera che più squallida di così sarebbe difficile
immaginare, con un lavandino davanti al letto, la carta da parati
lacerata in più punti, le coperte piene di buchi e un odore
irrancidito di vodka e vomito nel materasso. Mi ci butto sopra
sofferente e incazzato, ma per fortuna m'addormento quasi subito.
L'indomani, con gli occhi gonfi e prominenti come una
mosca, contatto gli uffici della società che mi aveva aiutato ad
avere il visto, e sono fortunato perché proprio in quei giorni,
nella capitale, ci sono due funzionari Piaggio che conoscevo da
alcuni anni, i quali subito prendono a cuore la mia situazione e
hanno parole buone per lenire la mia rabbia malinconica da post-
furto. Mi vengono a prendere nello squallore della gastìniza e mi
fanno traslocare all'Hotel Rossìja, proprio davanti alla cattedrale
di San Basilio e alla Piazza Rossa, dove alloggiano anche loro. Il
Rossìja ha tremiladuecento stanze, con quasi seimila posti letto,

379
ed è uno degli alberghi più grandi del mondo, anche se il prezzo
di cinquanta dollari a notte è più che accessibile confrontato a
quello degli esclusivi Metropol o National, che costano dieci
volte di più. È una sgraziata costruzione monolitica degli anni
sessanta che ospitava i burocrati e i dirigenti del Kgb, con un
grande dispendio di cemento armato, dai lati di oltre 250 metri di
lunghezza e 15 chilometri di corridoi interni. Nel '94 era stato
parzialmente chiuso per una disinfestazione di topi e scarafaggi,
poi rinnovato e diviso in quattro alberghi e sette ristoranti con
gestione diversa. La statistica che più impressiona dell'hotel,
comunque, è che per seimila potenziali clienti ci sono
quattrocento ragazze registrate regolarmente alla reception come
prostitute, e uno straniero non fa in tempo a entrare in camera che
se ne accorge subito, perché prima ancora di togliersi la giacca
sente squillare il telefono, e una vocina suadente da gatta gli
chiede se ha bisogno di compagnia.
Nel primo pomeriggio, con una segretaria che per quei giorni
aveva ricevuto l'incarico di aiutarmi nello sdoganamento, andiamo
in macchina al cargo dello Sheremetievo Dva; ma già dopo poche
ore e una sequela di uffici visitati, capiamo subito entrambi che
non sarà facile, e non riusciremo a sbrigarcela tanto presto. Infatti
ci vorranno quattro giorni interi, dall'orario di apertura a quello di
chiusura, mentre Svetlana mostrava in continuazione lettere di
appoggio e di garanzia da parte della sua società, e io sfoderavo
per impietosirli tutto il russo imparato in quei mesi. Poco per
volta, scrollatasi di dosso la patina di formalità, Svetlana smette
le vesti di segretaria per rivestire quelle di angelo custode,
complice, alleata, amica; e quando alla fine riusciamo a togliere
Santa Maria dalla cassa, a caricare i bagagli e ad andarcene via
dall'aeroporto, lei rinuncia al taxi per ritornare in centro con me e

380
gridare "Urrrrààà! " col pugno svettante in aria; seduta con le
gambe di lato come si usava negli anni cinquanta, sinceramente
contenta di essermi stata utile; o meglio: indispensabile. Per
quanto riguarda la caccia al taxista del mio benvenuto a Mosca:
già dal primo giorno, nel piazzale davanti agli Arrivi, avevamo
provato a chiedere informazioni ai suoi colleghi abusivi o meno,
sperando che qualcuno si ricordasse di me o che io mi ricordassi
di qualcuno di loro, ma non ne avevamo cavato un ragno dal
buco, vuoi per una sorta di omertà a salvaguardia della categoria,
che in malafede li faceva scuotere la testa e dire "Nie shnàiu, nie
shnàiu"; vuoi per una buonafede reale.
Miss Svetlana Kramitushuskìna (e mi ci vorrà qualche minuto
per imparare a memoria lo scioglilingua di quel cognome, dopo
averlo appuntato sul tovagliolino di carta di un bar) è già molto
bella di suo, e il fatto che sembri non accorgersene, o perlomeno
si comporti dando l'impressione di considerarlo un dettaglio
irrilevante, sulle prime la rende ancora più bella; poi, una volta
capito il trucco, più o meno irresistibile. Che suoni l'arpa e si sia
laureata con una tesi su Puskin aggiunge senza dubbio qualche
ingranaggio al meccanismo della seduzione, che parli cinque
lingue anche; che con tutto quel talento recondito e visibile
debba lavorare come segretaria per pagarsi un appartamento di 30
metri quadrati e vivere da sola, fa brillare una scintilla di
concretezza nelle sue iridi stranamente viola, come quelle di Liz
Taylor. Me la immagino in un tinello dai mobili raffazzonati, con
la nebbia che incupisce le finestre e un bastoncino d'incenso a
bruciare su uno scaffale della libreria, da sola alle prese con lo
spartito del Concerto in do maggiore K.299, senza flauto e senza
orchestra, con le dita che come piccoli tentacoli corrono sulle
corde o si rilassano indolenti sulle ginocchia nei momenti di

381
pausa; me la immagino rispondere al telefono sulla scrivania
dell'ufficio e parlare tedesco con quel cliente di Amburgo, inglese
con quella ditta di Manchester o rumeno con quell'importatore di
Bucarest; e avrei voglia di tutto meno che di chiederle quanti
cucchiaini di zucchero vuole nel caffè, e stare lì a guardarla con
un tavolino importuno tra noi.
Quella sera al Rossìja, nel ristorante La Gioconda gestito da
una famiglia di calabresi e affollato da italiani che lavorano a
Mosca, ringrazio tutti, funzionari Piaggio e manager russi,
ristoratori e clienti, soprattutto Svetlana; e durante un brindisi,
con un viso serissimo e le dita strettamente incrociate sotto il
tavolo, formulo tra me e me una promessa sacrosanta: "Fino a
Magadan, quanto è vero Dio! ". Ho in tasca un visto che è valido
ancora sessantaquattro giorni (entro il 9 settembre devo uscire
tassativamente dal paese, e quasi un mese di validità se n'era già
andato perché il visto mi arrivasse ad Anchorage, per organizzare
il volo dall'Alaska e poi per lo sdoganamento lì a Mosca); siamo
nel pieno dell'estate, le strade dovrebbero essere asfaltate o
almeno decenti per i due terzi del percorso, che a occhio e croce
calcolo tra gli 8 e i 9000 chilometri più un tratto di altri 1000 sul
fiume Lena. Cioè meno della media, tranquilla e intervallata da
numerose soste, di 5000 chilometri al mese che mi ero sempre
imposto e che quasi sempre avevo rispettato. Senza contare che
quando l'asfalto esiste, e facendo professione di stakanovismo,
400 chilometri per sei giorni alla settimana riesco a farli più o
meno agevolmente, e fanno quasi 10.000 chilometri in un mese
soltanto... Nasdròvia!
Ancora prima dell'alba sono pronto a partire dalla capitale,
senza degnare di un ulteriore sguardo una metropoli che,
nonostante venga poco spontaneo associare il suo nome a quello

382
di città universalmente considerate "belle" come Roma o Città del
Capo, Praga o Sydney, in certi suoi angoli è davvero tra le più
spettacolari del mondo. Seguo la lunghissima Volgogradsky
prospekt fino nei quartieri periferici fuori dal "raccordo anulare"
esterno moscovita (Moskovskaya Koltsevaya Avtomobilnaya
Doroga, giusto per avere un nome semplice), quartieri che per
contro sono i più anonimi, grigi e severi tra le periferie a ogni
latitudine; seguo le indicazioni per Kolomna e mi lascio alle
spalle gli ultimi condomini squadrati come pacchetti di sigarette,
per imboccare deciso la M5 in direzione di Rjazan e Penza;
Mosca può aspettare, se ne parlerà al ritorno da Magadan.
In quel giorno percorro 460 chilometri, smontando dalla sella
solo per fare rifornimento in quelle intimidenti stazioni di
servizio russe, con le pompe nascoste in gabbiotti di ferro dalla
forma di container, dove devi prima consegnare il denaro a un
cassiere invisibile dietro la grata di ferro che lo protegge come un
bunker, e poi riempire il serbatoio da solo. Evidentemente le
rapine ai chioschi di benzina erano una realtà così quotidiana da
costringere i gestori a misure precauzionali; e questo scomodo
sistema di fare il pieno mi terrà compagnia per tutto
l'attraversamento della Russia, creandomi qualche difficoltà
perché non riuscivo mai a quantificare esattamente i litri e i rubli
di cui avessi bisogno per ripartire a full tank. Prima ancora di
lasciare Mosca mi ero già accorto che parlare qualcosa di russo e
leggerne l'alfabeto è quasi indispensabile per chiedere
un'informazione e soprattutto per capire le indicazioni stradali
con i nomi delle città, che sono scritti rigorosamente in cirillico:
non avere dimestichezza con le sue lettere significherebbe un
dubbio amletico a ogni incrocio, e una serie di giri a vuoto
attorno a enigmatici cartelli.

383
Continuo a seguire la M5, superando la città di Rjazan e
Sack, per passare la notte a Niznij Lomov in una massiccia
costruzione di legno, acciaio e vetri rotti che forse una volta era
una fabbrica, e che adesso è una gastìniza con corridoi oscuri e
finestre da ospedale. Per la prima volta assaggio i pilminie, dei
tortelli ripieni di carne che ricordano i ravioli a vapore dei
ristoranti cinesi; sul momento mi sembrano squisiti, ma ben
presto non li potrò più sopportare e avrei dato chissà cosa per
variare la dieta di cui costituiscono la base immutabile, dopo la
sciacquatura del borsch con un pezzo di burro a galleggiare nel
piatto, e prima dell'acido kompòt, con un pezzo di pera a
galleggiare nello zucchero cotto. Il giorno successivo mi aspetta
una tappa ancora più lunga, che mi fa attraversare il Volga a
Togliattigrad e raggiungere Samara dopo essere sfrecciato per ore
tra enormi distese di girasoli che sezionavano l'orizzonte ai lati
della strada, punteggiate a volte da villaggi di minuscole isbe col
tetto di zinco. La temperatura nel pomeriggio è soffocante, e tale
rimarrà fino a Omsk e Novosibirsk, per diventare mite e
comunque mai gelida fino a Jakutsk e alla regione del Kolyma
alle propaggini della Kamciatka: se mi avessero detto che di lì a
un mese avrei guidato in maniche di camicia nel cuore della
Siberia, come succederà tra Krasnojarsk e Kansk, mi sarebbe
stato difficile crederlo, sapendo perfettamente che d'inverno il
termometro precipita a meno sessanta, che tutto diventa
ammantato di neve e sui rami degli alberi il ghiaccio si
cristallizza in intricati arabeschi, come nell'iconografia più
classica delle immagini siberiane.
Anche le strade, fino a quel momento, erano state in
condizioni eccellenti, e mi avevano fatto archiviare senza troppa
fatica quasi 1000 chilometri in due giorni, comunicandomi una

384
buona dose di fiducia per quanto riguardava il raggiungere prima
o poi Magadan, anche se non mi facevo troppe illusioni su quello
che avrei potuto incontrare nelle migliaia di chilometri al di là
degli Urali, perché dalle carte stradali che avevo con me sapevo
già che da Lensk a Jakutsk l'asfalto sarebbe stato inesistente per
lunghi tratti; che da Jakutsk a Magadan sarebbe sparito del tutto,
e allora per coprire la stessa distanza avrei impiegato anche due
settimane, non soltanto due giorni.
Ancora una tappa di quasi 500 chilometri, e la sera dopo sono
a Ufa, la città sul versante occidentale della catena montuosa che
segna il confine tra la Russia europea e la sconfinata massa di
terra emersa che comunemente si chiama Siberia, Sibir in russo,
un nome derivato da un'antica lingua di ceppo mongolo della
regione di Altaj, e il cui significato è "la terra addormentata". Ufa
è la capitale della Repubblica autonoma dei Baschiri, un
territorio di montagne coperte di foreste, di fiumi, di ruscelli e di
oltre mille laghi, che fu trasformato nel centro chimico
industriale più importante dell'ex Unione Sovietica. Adesso le
foreste sono annerite dallo smog, i laghi inquinati e i fiumi
rivestiti da una schiuma silenziosa di residui chimici; in tempi
non troppo lontani l'acqua potabile di Ufa era stata contaminata
dal fenolo, un acido velenosissimo necessario alla produzione di
esplosivi e materie plastiche, e molte persone che l'avevano
bevuta erano morte o si erano ammalate gravemente. Dopo lo
smembramento dell'Urss e la ventata di rivoluzioni
nazionalistiche, il milione o più di baschiri odierni, come del
resto gli abitanti tatari della confinante repubblica autonoma, o i
buriati e i ceceni, i mordvini o gli jakuti, prendono sempre più
coscienza della loro identità nazionale e si sentono lontani dal
governo centrale di Mosca, cominciano a reclamare diritti e a

385
pretendere una reale autonomia dalla Federazione Russa. "In altre
parole, alla prima fase di decolonizzazione, riguardante l'ex
Unione Sovietica, ne segue una seconda: la decolonizzazione
dalla Federazione Russa. Federazione nel cui ambito, infatti,
vivono oggi una ventina di popoli e tribù non russe, che sempre
più chiaramente manifestano opposizione a Mosca e con sempre
maggior insistenza sottolineano la diversità dei propri interessi,"
scrive Ryszard Kapuscinski nel suo libro Imperium.
A Celjabinsk, la prima grande città siberiana dopo gli Urali,
mi fermo a riposare per ventiquattro ore filate senza aggiungere
un solo chilometro alla lista, dopo averne già percorsi 1900 da
quando ero partito da Mosca, soltanto cinque giorni prima, ed
essere arrivato complessivamente alla cifra 42.150 (su per giù la
lunghezza dell'Equatore), con uno "Yeeaa" e tre colpi di clacson
proprio in quel pomeriggio, dalle parti di Satka. Entrando nel
centro della città mi metto in posa per una foto con l'autoscatto
davanti alle colonne neoclassiche del bel Teatro dell'Opera, ma
per il resto lascio sonnecchiare Santa Maria nel garage in
penombra dell'albergo, e arrivo alla parte sesta di Anna Karenina
cadenzando la lettura con bicchierini di vodka e tartine di krashni
ikran, il caviale rosso e lumacoso che si scioglie sulla lingua
insieme al burro e al pan carré, e che al bar davano per colazione
al posto di un più convenzionale croissant. Anche quella notte,
prima di andare a dormire, telefono a Svetlana, e mi fa piacere
sentire la sua voce, i suoi incoraggiamenti, il suo modo di dire
atlìchna o maladièz, cioè all'incirca "splendido!" e "ma tu
guarda!", sapendomi già a Celjabinsk, oltre gli Urali. Questa
catena montuosa, che si estende come una cicatrice dal confine
col Kazakistan al Mare Artico di Kara, benché famosissima per il
significato simbolico di linea divisoria tra Europa e Asia (intese

386
entrambe in senso lato) e di vitale importanza per lo sviluppo
dell'industria mineraria e metallurgica della Russia, è abbastanza
modesta per dimensioni e spettacolarità, non avendo una sola
montagna che arrivi a quota duemila.

L'avevo attraversata quasi senza accorgermene, passando con


pochi scossoni da una pianura sterminata all'altra, ma prima del
valico mi ero fermato quasi un'ora in contemplazione di una
piccola chiesa ortodossa costruita interamente in legno,
sorseggiando bicchierini di chai alla moda russa, con un pezzo di
zucchero tra i denti a lasciar filtrare il liquido caldo, e
chiacchierando con una vecchietta seduta vicino a un'enorme
stufa a legna, spenta, che con un fazzoletto bianco in testa e uno
sguardo trasognato mi racconta del suo passato di ballerina, di un
Lago dei cigni nel Teatro nazionale di Ekaterinburg, e in prima
fila c'era un giovane Podgornij che non era ancora un pezzo
grosso della nomenklatura, e l'aveva corteggiata come uno
scolaretto innamorato, facendole trovare un mazzo di rose nel
camerino per tre sere di fila. Mi piacerebbe che Svetlana fosse lì
con me, per ascoltare insieme la tenerezza e la malinconia di

387
questo spaccato di vita, e magari tenerci per mano. Da quando ci
siamo salutati continuo a pensare a lei, e me ne accorgo dal fatto
che in mille occasioni, soprattutto mentre sto viaggiando da solo
e vedo qualcosa che mi colpisce o che semplicemente mi piace o
mi diverte, vorrei averla seduta sulla sella vicino a me, con le
gambe di lato, per farla partecipe e per sentirla dire atlìchna o
maladièz: una delle sintomatologie più chiare e languide di un
innamoramento a distanza, o perlomeno di qualcosa che gli
somiglia.
Le linee telefoniche russe, soprattutto quando si chiama dagli
alberghi, sono fatte di un'altra pasta rispetto alle magie
supereconomiche dell'AT&T americana, anche se per fortuna non
arrivano ai livelli dell'Eritrea di qualche anno prima. Così, al
momento di saldare il conto, la voce relativa al telefono è spesso
più cara di quella per la camera; e pagandola non vedo l'ora che
arrivi un'altra notte e io possa scialacquare di nuovo per una
causa così buona, che mi capita così di rado. Italianiz
sentimentale, con la parte destra dell'anima rivolta alla Siberia e
quella sinistra rivolta a una ragazza in minigonna dietro una
scrivania a Mosca; maladièz!

388
Forse nessun altro nome, nel variegato lessico geografico,
suggerisce immagini cupe di terre inospitali e lugubri come fa il
trisillabo "Siberia". Le enormi distese della tundra, della taiga e
della steppa, gelate e ricoperte di ghiaccio per nove mesi all'anno;
i campi di lavoro forzato della Russia zarista, i gulag e le
epurazioni di massa del regime sovietico, che qui avevano il loro
teatro naturale: la Siberia è sempre stata per i russi e per gli altri
abitanti delle repubbliche dell'ex Urss un luogo da temere, al
quale guardare con apprensione e paura. Lo scrittore Maksim
Gor'kij interpretò il sentimento popolare quando scrisse della
Siberia come di "una terra di catene e ghiaccio", e basta leggere
Arcipelago Gulag di Solzenicyn perché le lande di terra attorno a
Magadan e al fiume Kolyma si rivestano di tinte ancora più
fosche e comunichino una desolazione più intensa. La Siberia è
enorme, e anche dopo il disfacimento dell'Unione Sovietica, che
le ha sottratto i milioni di chilometri quadrati del Kazakistan e
delle altre repubbliche asiatiche, è ancora un'area geografica di
gran lunga più grande di ogni altra nazione del mondo, e occupa
uno spazio di 14 milioni di chilometri quadrati. I suoi abitanti
sono poco più di trentadue milioni, il 22% della popolazione
russa concentrato nel 75% del suo territorio.
A parte i binari della Transiberiana, esiste solo una strada che
l'attraversa lungo tutta la sua lunghezza, e anche questa linea di
comunicazione terrestre è interrotta per alcuni tratti, e in
condizioni allucinanti per molti altri. La latitudine a cui si
sviluppa è interamente a sud del Circolo Polare Artico, ed è
compresa all'incirca tra quella dell'Europa centrale e della
Scandinavia: Magadan, per esempio, è sullo stesso parallelo di
Stoccolma. Perciò le temperature estive sono molto meno terribili
di quanto si immagini, e nei mesi di luglio e agosto possono

389
arrivare anche a trenta gradi sopra lo zero. La maggior parte delle
grandi città (Celjabinsk, Ekaterinburg, Omsk, Novosibirsk,
Krasnojarsk; ognuna tra il milione e il milione e mezzo di
abitanti) è concentrata a sud, sul percorso della ferrovia e
dell'unica strada transiberiana; la taiga dell'altopiano centrale, a
parte Jakutsk e Magadan, è scarsamente popolata e non ha città
di rilievo o una strada che sia degna di questo nome, mentre la
tundra che si affaccia sulle sponde del Mare Artico, al di là del
Circolo Polare, è quasi totalmente disabitata.
Fu soprattutto durante la dittatura di Stalin che la Siberia
divenne sinonimo di morte: mentre Iosif Visarionovic sedeva al
Cremlino, più di venti milioni di uomini furono sterminati nei
gulag, spesso per l'unica colpa di essere ebrei o artisti, o
semplicemente di essere conoscenti di un ebreo o di un artista; le
loro mogli potevano già considerarsi vedove al momento
dell'arresto. L'ironia della storia, o meglio la sua essenza
sardonica, ha fatto sì che proprio Stalin fosse tra i tre capi di
governo che a Yalta segnarono la fine del Terzo Reich e
dell'olocausto di altri sei milioni d'innocenti. La storia
dell'umanità sembra essere soltanto la cronistoria efferata dei
crimini che gli uomini commettono contro altri uomini, con
un'invenzione, un capolavoro o un avanzamento reale qua e là, a
brillare isolati su una montagna di cadaveri. Alcuni storici
calcolano che nel quarantennio tra il 1918 e il 1958, sui fronti
delle due guerre, nei lager e nelle prigioni, siano morti
complessivamente da ottanta a cento milioni di cittadini sovietici.
Verso la fine degli anni cinquanta, comunque, per i giovani
russi la Siberia aveva cominciato ad acquisire un significato
diverso, quello di una nuova e avventurosa frontiera con le
connotazioni di terra promessa del tempo dei pionieri americani,

390
un moderno Far East dove potevano unire il senso di
realizzazione personale e indipendenza al servizio dello stato,
rispondendo alle chiamate di manifesti che dai muri di Mosca e
di altre città a ovest degli Urali esortavano: "Vai a Est, giovane!
Aiuta a sviluppare in fretta la ricchezza del nostro paese! Aiuta a
costruire nuove industrie nelle nuove terre!". E i giovani vi
andavano spontaneamente, non più forzati, attratti dal "rublo
lungo" di salari più alti, dal senso di avventura, dalla speranza di
far fortuna in una terra ricca, immensamente ricca: il 25% del
legname mondiale, il 90% del carbone dell'intera Russia,
abbondanza di oro e diamanti, metalli e minerali, enormi riserve
di petrolio e gas naturali, un potenziale idroelettrico illimitato.
Forse anche a causa di questa ricchezza veramente prodigiosa,
per più di sessantanni la Siberia era stata mantenuta nascosta e
allontanata dall'attenzione degli stranieri, almeno fino all'avvento
della glasnost e della perestrojka di Gorbaciov, due termini che a
loro tempo avevano fatto scalpore e sui quali adesso i russi
sorridono con sufficienza, trattandoli come fossilizzati reperti
archeologici; nei più recenti periodi di cosiddetta apertura (vedi il
delirio di dover volare a Mosca dall'Alaska, per poi ritornare
indietro), sembra che gli stranieri si tengano alla larga da soli, e
la situazione per altri versi è la stessa di prima. A meno che non
sia solo un caso che durante i due mesi di viaggio sulla strada
dagli Urali a Magadan non abbia incontrato un solo visitatore,
non parliamo poi di un turista nell'accezione più comune del
termine.
Dopo la sosta di un giorno a Celjabinsk, riprendo a seguire la
M 5, diventata M 51 da Kurgan in avanti, e passo il confine con il
Kazakistan, che dopo l'indipendenza dall'Urss include 250
chilometri di M 51 nel suo territorio settentrionale, transitabili

391
senza bisogno di visto e senza che i gai (i poliziotti in uniforme
grigioazzurra che sono una delle costanti più riconoscibili sulle
strade russe), dopo avermi comunque fermato davanti a una
transenna che segna il confine, mi chiedano di vedere il
passaporto o qualsiasi altro documento prima di lasciarmi
continuare; apparentemente più per fare due chiacchiere che per
altro. Trascorro la notte a Petropavl (Petropavlovsk in russo), la
città più a nord del Kazakistan, a soli 60 chilometri dal confine
russo e sulla confluenza di Transiberiana e autostrada in
direzione di Omsk. La finestra della camera guarda su ulitsa
Lenina, un bel viale alberato nella zona pedonale del centro,
pieno di negozi, uffici di cambio, chioschi di hot-dog e birra alla
spina, e i suoi marciapiedi sono contornati dal viavai vociante di
una delle più grandi concentrazioni di belle ragazze che abbia
mai visto tutte insieme in vita mia: tratti vagamente orientali
mischiati a una biondissima esuberanza siberiana, capelli neri e
liscissimi a incorniciare due occhi azzurri o verde intenso,
lineamenti di etnie dell'Asia centrale e pelle di un bianco
traslucido; il tutto tra minigonne all'inguine e stivali di pelle al
ginocchio, pantaloni così stretti che avrebbero rivelato anche il
più piccolo foruncolo, camicette dalle scollature vertiginose e
canottiere larghe sotto le ascelle, perlomeno rivelatrici: un
insieme non molto elegante e un po' troppo provocatorio, ma tale
da attirare qualsiasi sguardo da qualsiasi finestra, e da tenerselo
incollato per un po'.
Questo sarà quasi tutto quello che mi rimane di una notte in
Kazakistan, nel passaggio sulla M 51 che lo attraversa in un
tratto infinitesimale della sua enorme superficie di 2.717.300
chilometri quadrati; insieme a una futile osservazione di carattere
monetario: in russo i soldi si chiamano dinghi, ma la valuta della

392
Russia è il rublo; in Kazakistan, più per le spicce, i dinghi sono
sia la moneta locale sia i soldi in senso generale: come secoli fa
in Italia, quando i soldi si contavano in soldi e il denaro in
denari. L'indomani di buon'ora parto da Petropavl, raggiungo la
cittadina di Bulajevo, supero una nuova frontiera senza frontiera
e ritorno in Russia, con la stessa sensazione di quando da
bambino, nei pacchetti di figurine comprati dal giornalaio di
piazza Fulcheria, ne trovavo una che mancava alla mia collezione,
e l'appiccicavo sull'album: Kazakistan. Le poche case, le isbe e i
prati fioriti, i villaggi e i boschi di conifere che incrocio tra le
cittadine di Isil'kul' e Mar'janovka sono un rigoglio di foglie
scintillanti e di sole, di balconi pieni di gerani, di giardini, di
aiuole e orti curatissimi: siamo nel pieno dell'estate, e sembra
proprio che in questo periodo dell'anno i siberiani mettano a
nudo il lato più romantico della loro anima russa, la loro
passione per piante e fiori; ogni casa, ogni ufficio, ogni
appartamento in condominio e anche ogni ingresso di fabbrica ha
vasi di piante e fiori sui davanzali delle finestre. In questo
scenario vagamente idilliaco, con ragazzini in costume da bagno
che si lavano sotto le pompe dell'acqua e contadine col fazzoletto
in testa che pascolano il bestiame o aprono il sacchetto del
pranzo all'ombra di alberi frondosi, tra gli scoiattoli e i vocianti
uccelli della taiga (un'atmosferica bucolica disturbata soltanto
dalla massiccia presenza di zanzare e nugoli di moscerini), arrivo
a Omsk.
Le immagini mentali che associavo al nome di questa città
erano intrise di atmosfere cupe e desolate rimastemi dalle pagine
di Memorie di una casa di morti, alle quali si sovrapponeva il
profilo sofferente e malaticcio di un Dostoevskij che qui aveva
passato quattro anni di lavori forzati durante la sua detenzione

393
siberiana, tra il 1849 e il 1853, prima di essere trasferito a
Semipalatinsk nell'odierno Kazakistan. E invece conserverò un
bellissimo ricordo dei due giorni passati a Omsk, e di Olag e
Mascia, incontrati per caso sul marciapiede che porta alla
stazione ferroviaria mentre stavo fissando la buffa statua di
bronzo di Stepàn che sbuca da un tombino, caschetto in testa e
chiave inglese vicina, ed è così realistica da farti venire in mente
quegli ambulanti immobilizzati in pose da manichino o da robot
per le strade, che sorridono impercettibilmente sotto il cerone
quando fai cadere qualche soldo nel cesto che hanno ai piedi.
Stepàn, invece, è di bronzo e basta, e non si scompone quando lo
stai a guardare, con solo il tronco di bronzo in vista sotto la tuta
di bronzo e le mani di bronzo intrecciate sul bordo del tombino
di bronzo scoperchiato.
Oleg lavora in una fabbrica di avvolgimenti elettrici, e da
oltre nove mesi non riceve lo stipendio: continua a lavorare nella
speranza che un giorno o l'altro la sua ditta gli riconosca gli
arretrati, e nel frattempo se la cava chiedendo qualche prestito
alla banca e agli strozzini. Mi dice che non è poi così sfortunato,
perché altri suoi amici lo stipendio non lo ricevono da più di un
anno, alcuni anche da due. Mascia insegna pianoforte, e rimane
estasiata quando le dico che Skrjabin, a mio modo di vedere, è un
grande. Mi portano a passeggiare sul ponte alla confluenza dei
fiumi Om e Irtis, dove ripenso nuovamente a Dostoevskij, ma in
una luce più dolce: è proprio a Omsk sulle rive dell'Irtis che
nell'epilogo di Delitto e Castigo l'anima indurita di Raskolnikov
si scioglie alla commozione e si apre a una nuova luce, mentre lui
scoppia a piangere abbracciando le ginocchia di Sonja che l'aveva
seguito nella prigionia. Mi accompagnano, visto che siamo in
tema, al piccolo museo dedicato a Dostoevskij, che sempre più

394
sta diventando una sorta di leitmotiv del mio passaggio russo, e
poi a una serata al Teatro municipale, per un Lago dei cigni che
mi sembra una coincidenza strana e mi fa sorridere, visto che
soltanto pochi giorni prima ne avevo parlato con un'antica
ballerina, che raccontava di quando in prima fila c'era un
Podgornij non ancora mummificato dalla carriera statale e il
massacro della famiglia Romanov a Ekaterinburg era molto più
vivo di adesso nella memoria degli spettatori. Mi invitano a cena
nella casa di alcuni amici, e la vodka si spreca insieme alle
chiacchiere, alle domande sul mio viaggio, alla zuppa acidula del
borsch, alle risate, a una fugace canzone popolare suonata su una
balalaika e accompagnata dal battito dei piedi sul pavimento, al
krashni ikran lumacoso sul palato, a più convenzionali brani di
pop russo sparati forte dalle casse del giradischi, e naturalmente a
una porzione fumante di pilminie.
Per compensare in negativo queste passate piacevolezze, alla
partenza da Omsk la strada asfaltata che costeggia i binari della
Transiberiana sparisce di punto in bianco per quasi metà degli
800 chilometri fino a Novosibirsk, e per lunghissimi tratti diventa
una striscia di brecciolino a sezionare le foreste di betulle, dritta
e immutabile fino all'orizzonte col rumore di maracas che fanno i
pneumatici avanzando a fatica tra la coltre di ghiaia grigiastra;
chilometri che mi costeranno due giorni di gambe indolenzite e
doloranti per averle costantemente usate come puntelli per
cercare di mantenere l'equilibrio e non cadere. In tre occasioni, a
distanza di parecchi chilometri l'una dall'altra, ricordo di aver
fermato una Niva, un trattore e un carro tirato da cavalli, per
chiedere quanto sterrato ci fosse ancora da fare prima che la
strada ritornasse a essere asfaltata; e tutte e tre le volte mi sono
sentito rispondere: "Sto pidisiàt!", 150 chilometri, come se la

395
distanza rimanesse kafkianamente la stessa nonostante gli
avanzamenti, e il raggiungere l'asfalto fosse un'inutile fatica di
Sisifo. Dormo una notte a Vengerovo, un'altra a Kargat, in una
gastìniza dove si era scatenata una rissa terribile ed erano dovuti
arrivare i gai per dividere i contendenti, uno dei quali aveva
un'arcata sopracciliare che dopo aver impregnato il fazzoletto
continuava a spillare sangue per inerzia, come una botte; e il 18
luglio arrivo a Novosibirsk, la più grande città siberiana. Scatto
in controluce una fotografia al gruppo statuario di Lenin con un
soldato e una giovane coppia di operai o contadini che additano
il futuro socialista con ampi gesti immobili da vigili urbani; giro
intorno alla cupola dorata e al grande portico del Teatr Oper' i
Balieta e mi guardo un po' in giro tra i parallelepipedi regolari dei
casermoni dove la gente vive ammassata come in una scatola di
sardine, con tutto lo spazio che c'è in Siberia; tra i binari dei tram
e le gru di palazzi in costruzione, tra le staccionate e i fumi neri
delle ciminiere; sposto le lancette dell'orologio su un nuovo fuso
orario, il quarto da quando sono partito da Mosca, e imbocco
ulitsa Ordzhonikidze in cerca di un posto per dormire. Ancora
quattro aggiustamenti delle lancette e ce l'abbiamo fatta.
Novosibirsk fu fondata nel 1893 sulla congiunzione della
linea ferroviaria Transiberiana col fiume Ob, ed è la più giovane
tra le grandi città siberiane. Ben presto, soprattutto a partire dagli
anni venti, cominciò a ingrandirsi con un ritmo sempre più
vertiginoso, diventando un centro industriale siderurgico e tessile
di grande importanza, e un attivissimo nodo ferroviario in una
zona cruciale per l'approvvigionamento e lo smistamento delle
materie prime nell'enorme estensione dell'impero sovietico:
capolinea della ferrovia Turk-Sib che la collega al Kazakistan e
all'Asia centrale, e della linea che allaccia la Transiberiana al

396
bacino carbonifero e metallurgico di Kuzbass a est, e ai depositi
minerali della regione degli Urali a ovest. Oggi è una città di un
milione e mezzo di abitanti che si estende su entrambe le rive
dell'Ob, e per certi versi conserva un'impronta marcatamente
"sovietica": un po' troppo grigia e troppo poco trasgressiva, un po'
troppo piena di uffici e di burocrati, di insoddisfatti e di
alcolizzati, di edifici intimidenti e di case storte di legno che
cadono a pezzi a pochi isolati dall'asettica simmetria del centro, e
che con il fango del disgelo e le chiazze sudice della neve nei
lunghissimi inverni devono essere tutto meno che un paradiso
terrestre. La tendenza dell'uomo a concentrarsi in agglomerati
urbani traboccanti di sporcizia, desolazione, inquinamento
atmosferico, poco spazio personale e il sudore di sopportarsi a
vicenda, quando tutt'intorno ci sono spazi aperti, distese di larici
e di abeti, di fiumi contornati da pioppi e di storioni che saltano
sul pelo dell'acqua, è visibile e stridente a Novosibirsk più che in
altre città della Russia, e al di là del semplicismo di una simile
contrapposizione infernale-idilliaca e dell'utopia di poter
prescindere dalle ferree leggi economiche e dalle dinamiche di un
sedicente progresso, così "a pelle" lascia perlomeno sconcertati e
prospetta degli interrogativi senza risposta.
Il bel tempo e il caldo, in questo angolo di terra con una
reputazione decisamente brutta per quanto riguarda le condizioni
climatiche, continuano a essere una sorpresa piacevolissima, e
una volta di più mi fanno sorridere mentre esco in maniche di
camicia da una breve visita nella cappella di San Nicola in
Krasny prospekt, dove avevo passato mezz'ora tra le volute
d'incenso e le icone sulle pareti, ad ascoltare le pacate
giaculatorie di tre vecchie sedute in tre banchi distanti tra loro,
mentre il sole filtrava dalle vetrate in fasci di luce polverosa.

397
Sapevo a priori, quando ancora ero in Alaska nel mese di giugno,
con una temperatura costante di quindici, venti gradi durante le
ore del giorno, che avendo a disposizione luglio, agosto e metà
settembre per attraversare la Siberia non avrei dovuto incontrare
un freddo eccessivo; ma non avrei mai pensato che certi
pomeriggi avrebbero potuto essere così caldi.
La mattina del 20 luglio, dopo aver già percorso quasi 4000
chilometri relativamente facili da quando ero partito da Mosca,
soltanto due settimane prima, mi lascio dietro le spalle la
periferia della più grande città siberiana e procedo verso est in
direzione di Kemerovo e della lontana Krasnojarsk, che dista
ancora un migliaio di chilometri. Il mio visto russo scade il 9
settembre, e perciò ho a disposizione esattamente cinquanta
giorni per percorrere i rimanenti 6000 chilometri che mi separano
da Magadan, e che di certo saranno i più difficili di tutto il
passaggio siberiano: 1500 di strada asfaltata solo a tratti, alla
moda locale di cui avevo già avuto un esempio illuminante da
Omsk a Novosibirsk; 1000 sul fiume Lena da Ust-Kut fino a
Lensk (d'estate non c'è altra via di comunicazione tra le due città,
anche se d'inverno il fiume ghiaccia per una profondità di quasi 5
metri, ed è il tracciato del Lena stesso a essere usato come
"strada" per il traffico convenzionale dei pochi veicoli con catene
che mantengono la comunicazione terrestre tra questi due punti
uniti soltanto dalla linea blu e serpeggiante del fiume); altri 1500
di sterrato che le carte lasciano intendere in condizioni proibitive,
da Lensk fino a Jakutsk; e infine poco meno di 2000 da Jakutsk a
Magadan, su un percorso che so essere ai limiti della follia e che
già mi figuro sarà uno dei tratti più terribili della mia intera
carriera su due ruote.

398
Non avevo mai dubitato di riuscirci (o perlomeno quasi mai),
anche se a volte dovevo guardare le cose in faccia e rendermi
conto che sarebbe diventato tutto molto più difficoltoso e
problematico quanto più mi fossi inoltrato a est, fino forse a
rivelarsi un terno al lotto o un continuo punto di domanda una
volta lasciato il percorso a ridosso della Transiberiana per
perdermi nella taiga della Jacuzia (che adesso si chiama
Repubblica di Sakha) e della regione di Kolyma; ma ricordo che
partendo da Novosibirsk, davanti a un bicchiere di tè e con un
pezzo di zucchero stretto tra i denti, per la prima volta così
intensamente fui del tutto sicuro che ce l'avrei fatta, e che nei
cinquanta giorni a disposizione sarei arrivato a Magadan, anche
se tutto avesse dovuto diventare dieci volte più difficile di quanto
non lo fosse stato finora, anche se avessi dovuto ammazzarmi di
fatica e di disagi, anche se a volte fossi riuscito a continuare
soltanto per la paura di desistere e di tornare indietro: e questa
consapevolezza di mettermi alla prova, per un attimo, mi regalò
un gusto indicibile, mi fece fremere sotto la stoffa della giacca a
vento con l'idea determinata di rimboccarmi le maniche a più non
posso, anche se avessi dovuto spellarmi le braccia per farlo fino
in fondo. I problemi non mi erano mai stati antipatici, anche
perché mi erano sempre state simpaticissime le soluzioni, e
queste ultime di necessità presuppongono i primi: da Ust-Kut a
Magadan, prestando fede alla mancanza di linee di
comunicazione tracciate sulla carta, sarebbe stato tutto un unico
problema, senza soluzione di continuità; e io ero quasi contento,
con una sfumatura d'incongruo masochismo, che fosse così. Del
resto, che piacere c'è nel risolvere uno schema di parole crociate
facilitate, come era stato per certi versi il recente passaggio negli
Stati Uniti e in Canada?

399
Con una tappa di tutto rispetto, in una sola giornata di guida
archivio un lungo tratto d'asfalto granuloso, cado su una chiazza
d'olio sparpagliando i bagagli tra l'erba rasata di fresco su un
ciglio della strada, riparto con una bella botta sul ginocchio,
supero Jurga, Topki e la città di Kemerovo, dove trovo la voglia di
mettermi in posa per una zoppicante fotografia con l'autoscatto,
cavalletto telescopico e timer, all'ombra di una bella chiesa bianca
come una colomba e con quattro gonfie cupole dipinte di blu e
tempestate di stelle d'oro, come una miniatura di fiaba orientale.
Quando sta cominciando a imbrunire arrivo per la notte a
Marijnsk, trovando alloggio in una tetra gastìniza sulla via
principale, davanti all'iperdecorata costruzione del municipio e a
una statua di bronzo di Lenin questa volta senza
accompagnamento di operai o contadini, austero e in perfetta
solitudine con un libro ostentato sottobraccio. Il fiato della
dejurnàia, nel corridoio in penombra del secondo piano, puzza
terribilmente di aglio.
Un'altra strisciolina di taiga per l'indomani, lunga "soltanto"
250 chilometri e parallela ai binari della ferrovia, passando per
villaggi dai nomi astrusi e facilmente dimenticabili di Tjazinskij,
Berezovskoje e Novocernorjechenskij, e per l'unica cittadina di
un certo rilievo di tutto il tratto, Acinsk. Prima del tramonto sono
a Krasnojarsk, la capitale dell'omonimo territorio ricco di foreste
e giacimenti minerari, che si estende fino alla tundra gelata e alle
sponde del Mare Artico; una bella città attraversata dal fiume
Jenisej, moderna e piena di vita (almeno in estate), che grazie alla
scoperta dell'oro nel secolo scorso, all'allaccio della
Transiberiana, alla creazione di fabbriche durante la Seconda
guerra mondiale e a una diga idroelettrica sul fiume, è passata a
essere una città di oltre un milione di abitanti, dal piccolo forte

400
cosacco quale era nel XVII secolo. Fino a un decennio fa, l'area
di Krasnojarsk era chiusa ai visitatori stranieri a causa dell'alta
concentrazione di impianti correlati al sistema difensivo
sovietico, come quelli che producevano armi nucleari e missili a
lunga gittata; adesso la produzione si è alquanto diversificata, o
perlomeno porta una maschera esterna che la rende
irriconoscibile, e alcune fabbriche producono su licenza
audiocassette BASF e televisori Samsung.
L'unico ricordo del giorno passato a Krasnojarsk è il gruppo
di mendicanti e storpi che come in un quadro di Bruegel mi
tendevano la mano sul marciapiede davanti all'ingresso della
cattedrale dell'Intercessione, un bellissimo esempio di
architettura russa del Settecento, con la facciata color mattone,
fregi bianchi lungo i muri e le cupole rigorosamente dorate.
L'unico ricordo di quella notte è una lunga telefonata a Svetlana
da una cabina sghimbescia vicino all'ufficio postale, che ingoiava
gettoni con un ritmo vertiginoso; i suoi atlìchna e il suo essere
simpaticamente orgogliosa di me, perché non aveva mai
conosciuto qualcuno che fosse stato a Krasnojarsk di persona,
davvero, tantomeno con una moto così piccola; e non vedeva l'ora
che ritornassi a Mosca per stamparmi un bacio balsciòi sulla
bocca. Era la prima volta che parlava di baci, e per quanto mi
riguarda era soltanto la seconda che le dicevo di pensarla in
continuazione. Per molti moscoviti l'oriente della Siberia è
ancora avvolto nel mistero e proiettato a una distanza
incommensurabile; così come per molti italiani sentimentali sotto
la scorza, la prospettiva di un bacio a venire, da parte di una
persona che ti è diventata improvvisamente cara e non hai ancora
sfiorato con un dito, è un buon motivo per fantasticare fino

401
all'alba, con i nervi illanguiditi e un sorriso beato di fissità nel
buio compatto della stanza.
Nella tarda mattinata ricomincio a seguire l'unica strada
asfaltata che porta a est, e che nel frattempo è diventata M53, in
questa regione centrale della taiga dove nel raggio di un migliaio
di chilometri sono concentrate quattro delle cinque repubbliche
nominalmente autonome della Siberia: Respublika Altaj,
Respublika Tuva, Respublika Khakassia e Respublika Burjatia,
al crocevia dei confini tra Kazakistan, Cina e Mongolia; la
frontiera occidentale della quinta, la vastissima Respublika
Sakha, non è molto più lontana, tra Ust-Kut e Lensk. Ognuna di
queste repubbliche prende il nome dalle tribù di siberiani che
vivevano qui prima della russificazione e sovietizzazione di
massa venuta di là dagli Urali, e i loro abitanti conservano
tradizioni e costumi che vanno indietro nel tempo fino alle orde
degli unni e alle conquiste di Gengis Kahn; sono stati
naturalmente perseguitati durante le epurazioni staliniste, alla
stessa stregua degli zingari in Europa durante gli anni del Terzo
Reich, e adesso sono fonte di continue preoccupazioni per il
governo centrale di Mosca con le loro richieste di un'autonomia
più concreta, o addirittura con focolai di aspirazioni
secessionistiche. In quattro ore di guida raggiungo Kansk, dove
ricevo il benvenuto da un enorme segnale triangolare di cemento
montato su transenne, lungo almeno 5 metri e alto 3, con la
scritta stilizzata di Kansk in cirillico e una grossa falce e martello
di ferro a colare ruggine sul cemento. Mangio un piatto di
pilminie, scambio quattro chiacchiere con gli avventori della
trattoria, declino l'invito a unirmi a loro nella vodka, rimonto in
sella e prima di sera sono a Tajset, dopo aver percorso
esattamente 393 chilometri da Krasnojarsk.

402
Nell'immutabile scenario di foreste, casette di legno dai
davanzali pieni di fiori, spartani distributori di benzina e tè con
pezzi di zucchero cincischiati tra i denti a ogni sosta, il giorno
dopo rimango incollato all'asfalto approssimativo della M 53
dalle dieci di mattina alle sei del pomeriggio, immagazzinando
altri 280 chilometri e arrivando al bivio di Tulun poco prima del
tramonto. Lì la strada si biforca, e in teoria avrei davanti a me due
scelte: o risalire a nord verso Bratsk lungo una diramazione
secondaria (segnata in giallo sulla mappa e perciò sicuramente
non asfaltata), e poi da lì raggiungere il fiume Lena a Ust-Kut,
secondo l'itinerario preventivato. Oppure continuare più
agevolmente a sud lungo la M 53 fino a Irkutsk e al Lago Baikal
(segnata in rosso e cioè come forse asfaltata), magari fino a Ulan-
Ude e a Cita sulla M 55... Ma poi la linea rossa sulla carta si
tronca bruscamente, e da Cita non saprei più come continuare
l'avvicinamento a Magadan, e dovrei per forza tornare indietro.
Per un attimo sono tentato di fare almeno una puntatina al Lago
Baikal e anche, perché no?, arrivare sul confine con la Mongolia,
visto che ormai sarei lì a due passi, poi fare dietrofront e
ripercorrere la stessa strada fino a Bratsk. In altre occasioni non
avrei resistito al richiamo, ma adesso l'imperativo categorico di
macinare strada su strada senza distrazioni dall'obiettivo finale
della mia "missione Siberia" è più forte di ogni altra
considerazione, e così, dopo un'occhiata al calendario e a quel 9
settembre evidenziato con un cerchietto di pennarello rosso,
rinuncio stoicamente alle meraviglie di un lago che molti
ritengono sia il più suggestivo del mondo; rinuncio a mettere il
naso sul confine della Mongolia, una nazione tra le più
misteriose e piene di fascino dell'intera Asia, benché sia lì a
portata di mano, e proseguo a nord verso la città decisamente

403
brutta di Bratsk, dove è concentrato un incredibile numero di
palazzi fatiscenti dell'era brezneviana, con una ragnatela di cavi
elettrici ad arabescare i muri scrostati, i panni stesi da un balcone
all'altro; disperatamente bisognosi di ristrutturazioni che forse
non arriveranno mai. E, per inciso, mi ci vorranno 225 chilometri
di pena prima di giungere ad ammirarli, senza un solo centimetro
quadrato d'asfalto e previa un'altra indigestione di foreste, questa
volta con pochissimi tè, casette di legno e un solo distributore
alla russa, perché in tutto quel tratto incrocio solo il minuscolo
villaggio di Ilir e sfioro, senza entrarci, quello di
Novoaleksandrovka, che presuppone una deviazione di qualche
chilometro dalla strada "principale".
Con le ciminiere della sua fabbrica di alluminio, la più
grande del mondo, e dell'altrettanto imponente fabbrica di
cellulosa, l'area di Bratsk è tra le più inquinate della Russia; le
foreste sono morte o stanno morendo in un raggio di almeno 100
chilometri intorno alla città, e le foglie degli alberi sono
incartapecorite sotto uno strato di polvere nera che sembra
velluto. Una freddura di cattivo gusto ha inventato un metodo
imbattibile per il controllo delle nascite e il freno ragionato della
crescita demografica, che per altro in Russia è tra le più basse del
mondo: bastano tre anni di soggiorno nel mega complesso di
fusione dell'alluminio, e quattro persone su cinque diventano
sterili come per miracolo. Nonostante questo, le brochure
pretenziose e dalle pessime fotografie in vendita nell'ufficio
dell'Intourist, al primo piano dell'Hotel Taiga, non esitano a
magnificare la bellezza del Mare di Bratsk, il lago artificiale
creato nel 1955 con la costruzione dell'omonima stazione
idroelettrica e della diga sul fiume Angara, con una faccia tosta e
una malafede di tipica derivazione sovietica.

404
I 400 chilometri da Bratsk a Ust-Kut, quasi per darmi un
assaggio esplicativo di quanto mi aspettava nelle prossime
settimane, si faranno archiviare soltanto al prezzo di tre tappe
massacranti, una nuova caduta a passo d'uomo in una buca che
avrebbe ingoiato un vitello, due forature a distanza di un giorno e
gli occhi costantemente resi vitrei dalla tensione. E in occasioni
come queste che un mio antipaticissimo conoscente di Mentana,
nel bar vicino al cinema dove è solito stazionare per pomeriggi
interi, mi avrebbe detto: "Hai voluto la bicicletta?...", e poi giù il
suo sorriso tirasberle, magari insieme al solito: "Peppe, mezzo
Averna!".
Una volta a Ust-Kut, dove anche lo sterrato sparisce e l'unica
via di comunicazione verso oriente è il trasporto fluviale sul
Lena, mi viene detto che il prossimo battello passeggeri parte
soltanto tra una settimana, forse anche tra dieci giorni, nessuno lo
sa di preciso, e che se voglio andarmene prima l'unica possibilità
è quella d'imbarcarmi su un rimorchiatore privato che spinge le
chiatte fino a Lensk: partirà forse quella notte stessa o al
massimo il giorno dopo, e dovrebbe impiegare solo tre notti per
raggiungere quest'ultima cittadina, da dove un timido tentativo di
strada ricomincia in direzione di Mirnij (230 chilometri) e poi di
Jakutsk, avvolta nelle nebbie di altri 1200 chilometri di
lontananza lungo lo stesso timido tentativo, passando per Njurba
e i villaggi lungo i mille affluenti del Lena che frastagliano questa
parte di taiga. Naturalmente decido di andarmene col
rimorchiatore, e prima del tramonto, dopo aver mercanteggiato
per un po' il prezzo del trasporto e aver contribuito a issare a
braccia la Vespa per legarla a un gancio sul parapetto, tra una
botola bullonata e un groviglio di catene d'ormeggio, sono già
sistemato in un bugigattolo vagamente a forma di cabina,

405
assegnatomi proprio di fronte all'enorme chiatta piena di
container che screziano l'oblò con la loro forma squadrata e le
macchie di ruggine a mangiarsi il metallo.
Il rimorchiatore galleggia sornione sul pelo dell'acqua, nel
rosso sangue del tramonto sul fiume e sui tetti di zinco delle isbe,
mentre due dei tre marinai dell'equipaggio mi offrono reiterati
sorsi di vodka; il terzo è sulla brandina con una colica, mi
spiegano. Verso le otto ceniamo con borsch e pesce fritto, più un
po' di kompòt con la sua frutta cotta nello zucchero, e a continue
chiacchiere corali e risate di gruppo alle quali partecipo
controvoglia, pur essendo bene o male al centro dell'attenzione.
Siamo in nove, sul rimorchiatore che senza troppa fantasia si
chiama Lena: il capitano e sua moglie, che fa la cuoca, loro figlia
Anna, che ha il viso tormentato dall'acne e l'arroganza di una
ragazza che si crede bella senza esserlo, e finisce così per
diventare quasi brutta; i tre marinai-mozzi-scaricatori-tuttofare:
Yuri, che sicuramente ha una tresca con Anna anche se i genitori
sembrano non accorgersene, Dmitri, che non ho ancora visto per
colpa della colica, e Piotr. C'è anche una signora vestita con
un'eleganza che testimonia tempi migliori ed è una parente della
cuoca o di suo marito; sta andando a Lensk insieme alla figlia,
una bambina di otto o nove anni, che quasi per essere in tema col
fiume e la barca si chiama Lenochka: per almeno un'ora rimane in
contemplazione degli adesivi policromi delle bandierine sulla
scocca di Santa Maria, mi sorride con curiosità e la malizia
innocente di un soldo di cacio, poi va subito in cabina a prendere
un quaderno per farmi vedere alcuni suoi disegni; in quei giorni
diventeremo amici. Finisce la cena, mi butto sulla brandina,
ascolto un po' di musica dalle cuffiette, ma il rimorchiatore non si
decide a partire; finché mi addormento. All'alba il capitano mi

406
dice che c'è stato un contrattempo; che deve arrivare altra merce e
bisogna aspettare, "nie problem?". E così i tre giorni ipotetici di
navigazione sono già diventati quattro prima ancora di
cominciare. Il pomeriggio successivo, se Dio vuole, terminano le
operazioni di carico e possiamo lasciarci dietro il piccolo porto
di Ust-Kut, tra le cui basse case e alti abeti avevo passeggiato per
tutta la giornata, con Lenochka che mi trottolava dietro riuscendo
persino a trascinare la mamma con sé, e mi raccontava
cinguettando avvenimenti di enorme importanza nella sua giovane
vita, mentre Galia, la mamma, annuiva con simpatica
condiscendenza e mi scroccava una sigaretta dietro l'altra;
spasìba per lei e pajàlsta per me.
Rimango fino a notte fonda con le braccia appoggiate al
parapetto, guardando nella penombra le rive scure sfilare al
rallentatore sulle acque quasi nere del fiume, e allontanarsi ogni
tanto per diventare vicinissime poco dopo, quasi da darti
l'impressione di poterle toccare allungando una mano. Qualche
luce isolata, il bagliore sinistro di un incendio in lontananza,
l'abbaiare di un cane e la musica continua dalla radio a transistor
nella cabina dei tre marinai, che fanno festa insieme ad Anna
intrufolatasi di soppiatto. Notte sul Lena numero due, e la voglia
di telefonare a Svetlana. La mattina mi sveglio presto, ma fino a
tardi non riesco ad alzarmi dal letto, cullato dallo sciabordio di
piccole onde sulla chiglia e dai fiorellini dell'orribile carta da
parati che mi sta davanti agli occhi sotto l'oblò, e che tra un po' di
tempo conoscerò in ogni petalo. Dopo pranzo vado un po' a
passeggiare avanti e indietro sul ponte, e Yuri mi dice che le case
di legno che sto guardando sulla riva sinistra sono quelle di
Kirensk, mentre Lenochka apparsa come per incanto mi dice:
"Dobri dien; kak dielat?", buon giorno, come stai?. Quando

407
ritorno in cabina e guardo sulla carta stradale, mi viene un colpo:
siamo a poche ore dalla notte numero tre, e Kirensk sembra
ancora vicinissima a Ust-Kut, e ancora ad anni luce da Lensk! Mi
metto il cuore in pace e chiacchiero con Galia e il convalescente
Dmitri, davanti a un pacchetto di Carnei appena aperto e messo lì
alla mercé di tutti.
Quella sera dopo cena (borsch, pesce pieno di spine e
kompòt), mentre la barca procede silenziosa sotto una stellata da
capogiro e Dmitri ormai ristabilito dalla colica maneggia
fischiettando il timone e mi aiuta a finire un nuovo pacchetto di
sigarette, chiacchiero per un paio d'ore con Asafàny, il capitano
del Lena. Era stato in Afghanistan, nel 1987; poi aveva rimediato
un numero impressionante di ferite per lo scoppio di una granata
ed era stato rispedito a casa, coperto di bende come una mummia.
La faccia è punteggiata di cicatrici, ma mi assicura che su altre
parti del corpo è ancora peggio. Aveva ucciso un po' di gente
(normalnya!), aveva imparato a fumare l'oppio ma appena
ritornato a Odessa, la sua città natale (Adièssa), era ritornato
anche al suo primo amore: la vodka, nascia russki vadà, la nostra
acqua russa. Dopo Gorbaciov è cambiato tutto, dice, ma gira gira
tutto è lo stesso di prima: la stessa corruzione, la stessa mafia, gli
stessi poveri che diventano sempre più poveri, la stessa volgarità
che diventa sempre più volgare, gli stessi appartamenti divisi da
una tenda dove abitano le stesse famiglie di prima, come al tempo
dello zar, gli stessi dissidenti di allora che sono diventati i
funzionari politici o i dissidenti di adesso. In poche frazioni di
secondo mi sfilano davanti agli occhi i servi della gleba, la
nobiltà che parlava francese e dava grandi ricevimenti, i cadetti
dell'esercito e i novizi nei monasteri ortodossi, gli impiegati
statali di Cecov, il dottor Zivago, le troike che sfrecciano sull'erba

408
gelata e Krusciov che martella con una scarpa sul tavolo, Gagarin
e il Kgb, le catene dei forzati e i missili a Cuba, i lampadari nelle
sale da concerto e le prostitute col biglietto giallo,
l'Internazionale e i cosacchi del Don, Chicikov e le anime morte,
gli ussari e la nomenklatura, le betulle arabescate di gelo e i
campi di girasoli, le cupole del Cremlino e Puskin: tutto in poche
frazioni di secondo, grande madre Russia! "Sai quanto riesco a
guadagnare in un mese?" mi chiede. "Nie shnàiu." "Prova a dirlo".
"Non saprei" ripeto timidamente per non metterlo in imbarazzo
con una cifra che già immagino più bassa di quanto si dovrebbe.
"Novecento rubli al mese; il padrone del rimorchiatore non mi dà
un rublo di più. " Centocinquanta dollari: un sproposito se
riferito al costo della vita nell'economicissima Indonesia, per
esempio; una miseria per quello nella carissima Russia. Ed era
capitano, non apprendista garzone di bottega. Mi impressiona il
modo in cui riesce a bere, non solo per la quantità, che è
sorprendente, quanto per la velocità: riempie il bicchiere di vetro
sbreccato, lo guarda per un attimo soprappensiero, lo porta alle
labbra e lo finisce in un sorso: e nel frattempo dice qualcosa a
Piotr, o accarezza la pancia della bottiglia che una volta
conteneva sciampanska, come dice ancora l'etichetta, o spiaccica
nel posacenere un mozzicone fumato fino al filtro. Prima di
mezzanotte saluto tutti e mi butto sulla mia brandina sfatta,
ascoltando le chiacchiere e le risatine sottovoce di Anna e Yuri,
che erano riusciti a rintanarsi in un angolo buio appena sotto il
mio oblò, e di nascosto dagli occhi del mondo parlavano d'amore
nel brusio caldo del fiume, sentendosene i padroni.
Deve essere già molto tardi quando vengo svegliato di
soprassalto da un botto fortissimo e da uno stridio di rottami,
mentre i container sulla chiatta rimbombano fragorosi cozzando

409
tra loro, e la mia brandina dà un paio di scossoni che sembrano
squassarla dai cardini. Penso subito a una tempesta di mare, ma
ci vuole pochissimo perché mi ricordi di essere su un fiume. Il
secondo pensiero, lucido come il bagliore di un lampo, corre a
un'immagine sfocata di Asafàny così come l'avevo già visto la
notte prima, da solo al timone quando tutti erano già andati a
dormire e diverse bottiglie di sciampanska piene di vodka si
erano già trasfuse nel suo sistema sanguigno, a canticchiare a
sprazzi un motivo guardando fisso il vuoto davanti a sé. Non
avrei potuto immaginare meglio e più veridicamente.
Passi pesanti sul ferro del ponte, un faro che si accende
all'improvviso e illumina l'alone verde e spugnoso di un cespuglio
nella nebbiolina, una sonora imprecazione di Asafàny, la voce
acuta di Lenochka che grida: "Mamà, paidiòm, paidiòm,
andiamo a vedere!; altre voci, altre imprecazioni, io che m'infilo i
pantaloni e corro su dalla scaletta, nell'aria frizzante della notte;
poi una calma e un silenzio stupito, disturbato soltanto dal
concerto dei grilli. Ci eravamo incagliati sul fondale, nel centro
esatto del nulla, apparentemente a centinaia di chilometri da
qualsiasi cosa. Il capitano trova l'animo per arrabbiarsi con chissà
chi, per battere un pugno sul banco della strumentazione e per
rispondere a un paio di domande, mentre sua moglie lo guarda
senza dire niente, con una pietà infinita e una voglia di difenderlo
contro ogni evidenza, così intense che mi addolciscono la rabbia
e per la prima volta dopo anni mi fanno desiderare di essere
sposato. Tre giorni di navigazione diventati già quattro prima di
partire dal porto di Ust-Kut; e che adesso diventeranno chissà
quanti altri ancora.
Un'ora più tardi sono di nuovo sulla mia brandina, ma fino
all'alba non riesco più a chiudere occhio. Quando con la prima

410
luce guardo fuori dall'oblò: calma piatta, silenzio e quiete su tutti
i fronti. La cronistoria concisa del prossimo centinaio di ore
prevede, nell'ordine: niente di fatto per quella giornata, se non
qualche chiamata via radio, del tutto infruttuosa. Notte sul Lena
numero tre. Calma piatta anche l'indomani, apparentemente senza
altre chiamate. Notte sul Lena numero quattro. Quinto giorno:
vengono sciolte le funi che legavano il rimorchiatore alla chiatta,
ed entrambi non si spostano di un millimetro; chiedo a Yuri il
perché di tale manovra, e lui con un sorriso sibillino mi risponde
che presto dovrebbe arrivare un rimorchiatore a disincagliare il
rimorchiatore. Lena by night numero cinque. Mentre stiamo
cenando, a fatica riesco a carpire ad Asafàny la nostra posizione,
e vengo a sapere che siamo all'incirca tra Castyh e Rys'ja, la qual
cosa non mi dice niente perché quando vado di corsa a consultare
la mia mappa non trovo né un nome né l'altro. Mi viene in aiuto
Piotr, con il quale fino a quel momento avevo scambiato sì e no
tre parole: siamo non lontani dal confine occidentale della
Repubblica di Sakha, su per giù a metà strada tra Ust-Kut e
Lensk. Notte numero cinque, e le sigarette sono già finite da un
paio di giorni.
Nelle prime ore della mattina, un battello che sta arrivando da
Jakutsk prova a tirarci fuori dalla secca, ma dopo diverse ore di
inutili tentativi e di bestemmie altisonanti desiste e se ne va per la
sua strada. Calma piatta fino alla sera.
Il sole è già tramontato, quando da Rys'ja arriva il piccolo
rimorchiatore che stavamo aspettando; rinvigoriti da una nuova
fiducia ci diamo tutti da fare maneggiando le funi e le pesanti
catene di ferro: stessa storia, e ancora prima delle undici i nostri
soccorritori se ne tornano a Rys'ja con la coda tra le gambe,
lasciandoci davanti a una cena diventata fredda, senza voglia di

411
scambiare una parola. L'unica cosa buona è che sono riuscito a
comprare una stecca di Benson & Hedges da un giovanotto con
una maglietta del Titanic e i denti verdi come un'alga, pagandola
il quintuplo di un qualsiasi prezzo decente al mercato nero. I due
giovani amanti, felici per la loro luna di miele che si sta
prolungando così inaspettatamente, sono gli unici che conservano
il buonumore, e quando Anna finisce di lavare i piatti è puntuale
sotto l'oblò per il consueto scambio di parole dolci con Yuri, di
fiati affannosi, di mani a scorrazzare maldestre e bollenti sotto i
vestiti. Sesta notte, e Lensk è ancora un miraggio. Intanto i giorni
passano spappolati in un'attesa che mi risucchia le energie dal
cervello, e non riesce più nemmeno a inviperirmi, semplicemente
mi fa passeggiare avanti e indietro sul ponte di ferro,
accarezzando ogni tanto la sella di Santa Maria, sospirando forte,
leggendo per ore la stessa pagina di un libro, sonnecchiando in
un torpore acido e pieno di scatti inconsulti.
Finalmente, verso mezzogiorno del 2 agosto, si sente una
sirena dietro l'ansa del fiume, alle nostre spalle. È un barcone
carico di trattori, trebbiatrici e altri attrezzi agricoli, e va diretto a
Lensk. Non ci sto a pensare un attimo: scarichiamo la Vespa dal
Lena e la carichiamo sul Kirensk II. Lascio tutti i soldi ad
Asafàny senza stare a discutere o a pretendere un rimborso,
stringo un po' di mani e strizzo l'occhio a Yuri, abbraccio
Lenochka e regalo la mezza stecca rimasta a sua madre, faccio le
presentazioni con i miei nuovi compagni di viaggio, mi sento
travolgere da una nuova vampata di energia nel cervello prima
lobotizzato, butto giù un bicchierino di vodka offertomi tra
qualche manata sulle spalle, e guardo dritto davanti a me verso
Lensk, verso il risveglio, verso il disgelo, verso la fine di un
incubo, verso un telefono per sentire atlìchna da Svetlana, verso

412
un'indigestione di movimento dopo tutto il letargo sulla
brandina... Arriviamo a Lensk la mattina del 5 agosto. E da lì in
avanti, fino a Magadan, tutto sarebbe diventato cento volte più
difficile, non soltanto dieci come avevo preventivato lasciando
Novosibirsk; tutto avrebbe saputo mettere a dura prova la mia
voglia di rimboccare le maniche fino a spellarmi le braccia.

413
Magadan

Lensk-Jakutsk, 1442 chilometri: undici giorni e dieci notti.


Giorni di muscoli doloranti, rifornimenti d'arrembaggio e
pilminie, di ore interminabili senza incontrare un essere umano o
un animale, di borsch e di sforzi per mantenere l'equilibrio, di un
continuo arenarsi nella ghiaia o tra le buche, e kompòt. Spingere,
sudare, fermarsi sotto un albero e guardarsi intorno stupito,
chiedendosi cosa diavolo ci stai a fare lì. Notti in topaie e
gastìnize che ti deprimono nel profondo dell'anima con il loro
squallore, con i cessi in comune pieni di stronzi altrui e le pareti
delle stanze a sbriciolarsi in macchie d'umidità. Con le strisce di
pennarello sulla mappa prima di dormire, e le strisce sembrano
avanzare con il contagocce, e la distanza che ancora rimane da
coprire sembra sempre molto più grande di quella che già era
stata coperta. Poi non si dorme mai come si deve perché si è
sempre troppo stanchi; e al risveglio ancora giorni di muscoli
doloranti e ghiaia; e quando fa buio altre notti di cessi in comune
e pareti scrostate. Anche una notte in prigione, ad Asyma! E non
perché avessi fatto qualcosa di riprovevole o contrario alla legge,
ma semplicemente perché in quel piccolo villaggio perso nel
cuore della Siberia orientale non c'erano altre "sistemazioni"
possibili: l'oscurità era già troppo fitta per cercare di proseguire
su quel tracciato di gara da cross fino a Berdigestjah, dove mi
avevano detto che c'era una gastìniza, e i poliziotti si erano offerti
di farmi dormire in una cella libera, su un pagliericcio duro come
un sasso.
La cosa singolare è che la porta della cella l'avevano anche
chiusa a chiave, senza spiegarmi il perché. Salvo poi svegliarmi

414
alla mattina con grandi sorrisi e un bicchiere di chai fumante con
due gallette così friabili da sembrare di gesso, e rimettermi in
libertà augurandomi buon viaggio. Asyma è un ammasso
disordinato di case di legno, isbe, cancelli sghimbesci e pochi
edifici in muratura, senza alberghi e un solo restoran così
impregnato dai fumi della vodka e del tabacco che basta entrarci
per sentirsi storditi; ma anche se ci sono quattro case, stai pur
sicuro che un posto di polizia c'è sempre! Di lì a qualche
settimana, a Kudjusun sulla strada per Magadan, si ripeterà la
stessa cosa, con pochissime varianti, regalandomi l'esperienza
della mia seconda notte nelle carceri siberiane, anche se la porta
della cella questa volta rimarrà aperta e le gallette del risveglio
saranno meravigliosamente calde di forno.
La Jacuzia, adesso Respublika Sakha, è uno dei luoghi più
inospitali dell'intera Federazione Russa; copre un'area di oltre 3
milioni di chilometri quadrati, all'incirca la stessa estensione
dell'India, metà della quale è all'interno del Circolo Polare Artico
e l'altra metà è ghiacciata per otto mesi all'anno. La città di
Verkhojansk, 700 chilometri a nord della capitale Jakutsk,
detiene il record di luogo abitato più freddo del mondo, con una
temperatura registrata di settantatre gradi sotto lo zero; sulle
vicine e disabitate montagne di Oymyakon si può arrivare anche a
meno ottantacinque! Agosto è forse l'unico mese in tutto l'anno in
cui le condizioni climatiche siano decenti (al di là dei rigori
proibitivi degli otto mesi invernali, dalla fine di settembre alla
fine di maggio, anche giugno e luglio sono decisamente
disagevoli, con le piogge pesanti, il fango del disgelo e
l'improvviso caldo umido ronzante di insetti), e grazie a Dio,
nell'ottica egoista che rende così miopi quando si è interamente
concentrati verso il raggiungimento di uno scopo personale, è

415
proprio nella prima settimana di agosto che mi trovo a portare le
ruote all'interno dei suoi confini. La repubblica ha una
popolazione attuale di oltre un milione di abitanti, 33% dei quali
di nativi jacuti e il resto di russi, ucraini o altre nazionalità
indigene dell'impero sovietico. Durante il rigido programma di
russificazione attuato da Stalin, la lingua e le tradizioni
autoctone degli jacuti subirono una forte persecuzione, ed erano i
russi a ricevere le occupazioni migliori e ogni sorta di privilegi.
Adesso che nella Repubblica di Sakha c'è una rinascita
nazionalista, sono i russi a trovarsi in chiara difficoltà. Molti
vivono qui da due o tre generazioni e si sentono a casa loro,
anche se il governo autonomo non perde occasione per farli
sentire stranieri. Ai figli delle coppie miste tocca in sorte
un'identità particolarmente confusa, dal momento che per gli
jacuti essi sono mezzi russi, e per i russi essi appaiono
decisamente jacuti, anche se magari parlano solo russo e non
sanno niente delle tradizioni native. In generale, qui come in
molte altre parti dell'ex Unione Sovietica, la questione etnica è
ben lontana dall'essere risolta...
Appena sbarcato nel piccolo porto fluviale di Lensk, mi
concedo giusto il tempo di regolare i conti col capitano del
Kirensk II, un aitante vecchio con i capelli bianchi come zucchero
filato, che quasi per compensazione col suo omologo del Lena
sembrava essere totalmente astemio; di riempire il serbatoio e
comprare kliep & sciokolat, pane e delle tavolette di cioccolato
fondente; poi punto senza indugi a nord verso Mirnij che tra i
mille indugi provocati dalle condizioni del tracciato raggiungo in
due giorni, con la tappa intermedia di una notte a Doroznij: non
ci sono altri villaggi in questo tratto di 231 chilometri, solo un
tortuoso nastro di ghiaia a sezionare la foresta e diversi ponti

416
sull'acqua spumosa dei ruscelli, che arpeggia sui sassi levigati in
un mormorio molto più festoso del mio brusco "clopt clopt" di
marce scalate o ingranate in fretta e furia al passaggio traballante
sulle loro assi di legno.
La cittadina di Mirnij, quarantacinquemila abitanti, è il cuore
dell'industria diamantifera della Repubblica di Sakha; ma come
per quanto accade con i diamanti della Sierra Leone o
dell'Angola, sembra che ben poca prosperità rimanga sul posto.
Altre ricchezze del sottosuolo che, chissà come, trovano la loro
strada nelle tasche di gente che ha così poco da spartire col luogo
in cui vengono generate, sono l'oro delle miniere della sperduta
Aldan e il carbone scavato nella regione di Neryungri. Fino a
pochi decenni fa, il suolo della Jacuzia, soprattutto intorno alla
sua capitale, a ogni disgelo rivelava con macabro cinismo un'altra
"ricchezza" tipica della zona, i cadaveri dei dissidenti che
avevano cercato la fuga dai gulag. Jakutsk era un enorme prigione
a cielo aperto, che non aveva bisogno di sbarre né di catene,
circondata com'era da milioni di chilometri quadrati di foreste
paludose e infestate da insetti, che diventavano un'impenetrabile
distesa di ghiaccio per otto mesi all'anno: chi provava a scappare
non poteva andare molto lontano, e il suo corpo regolarmente
ritornava alla luce in primavera, tra la neve che si stava
sciogliendo e il ghiaccio che allentava la sua morsa sulla terra.
I 400 chilometri fino a Njurba mi portano via altri tre giorni e
mezzo, e forse un paio di chili lasciandomi con le guance
particolarmente scavate, gli occhi cerchiati e l'alito pesante come
quello di un cane appena dopo una corsa. Un tripudio di torrenti
e fiumiciattoli, l'immutabile foresta di abeti e betulle, il
brecciolino grigio e le tappe intermedie a Krestjan ed El'gjaj. A
Njurba c'è un piccolo aeroporto, e per qualche ora sono tentato di

417
andare a chiedere informazioni per un possibile trasporto mio e
dello scooter fino a Jakutsk; ma poi faccio spallucce e non cedo
alle lusinghe, passo una notte tranquilla in un albergo dalla
facciata bellissima e dall'interno che andava a pezzi, qualcosa
come mettere la polvere sotto i tappeti, e al risveglio mi sento
preda di una nuova carica di determinazione, con le maniche
metaforicamente rimboccate come si deve. Risultato: una tappa di
135 chilometri fino a Verhneviljuskj (non me ne voglia chi
dovesse leggere, ma certi nomi siberiani sanno essere così
astrusi!), una notte tranquilla e un nuovo tratto di 158 chilometri
per l'indomani, il più lungo che abbia fatto in un giorno solo da
quando sono partito da Lensk, con un pomeriggio pieno
d'incontri: un'amazzone siberiana, bionda come il miele, che
sbuca dai cespugli sul suo destriero e mi sorride prima di sparire
tra i tronchi degli alberi all'orizzonte, senza dire una parola; un
vecchio contadino seduto su un sasso a sbucciare una cipolla col
coltello, vestito come un muzhik di Tolstoj a Yasnaya Polyana;
due bambini che stanno prendendo a sassate una grossa marmotta
agonizzante tra l'erba, e che quando mi vedono arrivare
rimangono immobili con le braccia a mezz'aria e mi lanciano uno
sguardo di sfida. Per il resto, un tranquillo star da solo pieno di
pensieri, ricordi, fotografie con l'autoscatto, riflessioni e
sbandamenti sulla buccia di banana del brecciolino. Poi è ora di
arrivare per la notte ad Hampa, un nome così semplice da
sembrare irreale. E nel frattempo, come era già successo mille
volte in situazioni analoghe, mi ero già abituato alla stradaccia e
a furia di recitare cinquine di poesie non ci facevo nemmeno più
caso: i primi due o tre giorni erano stati duri, a volte durissimi;
poi quasi senza rendermene conto avevo cominciato a
considerarli l'unica condizione esistente al mondo, che così era

418
perché così doveva essere, e pian piano avevo smesso di
lamentarmi; intanto i chilometri passavano da soli finché, con un
po' di stupore, mi ero accorto di essere arrivato sull'asfalto.
L'uomo è un animale che sa abituarsi davvero a tutto, non solo
agli sterrati; e sono convinto che se un giorno i baffi dovessero
cominciare a crescere al contrario, ben presto ci si sarebbe già
assuefatti a quell'impercettibile solletico sulle gengive, al
principio così fastidioso.
Altre due tappe, a Ilbenge e nella cella chiusa a chiave di
Asyma; una nuova foratura a Magaras (ormai il pneumatico
posteriore è costellato di cinque pezze adesive, e da gonfio è
pieno di bozzi come un salame nostrano), un altro po' di
solitudine e un altro po' d'incontri fuggevoli sulla strada, e
quando meno me lo aspetto sono di nuovo sulla riva del Lena,
dove sorge Jakutsk: 1442 chilometri di ghiaia e taiga archiviati
come bere un bicchier d'acqua... a patto di non staccare le labbra
dall'orlo del bicchiere per undici giorni di fila.
Poco prima di entrare in città, in uno spiazzo erboso lungo il
ciglio della strada che da qualche metro era diventata asfaltata, mi
metto in posa davanti a una grandissima scritta con i caratteri in
cirillico del nome Jakutsk, alti ognuno quanto me e fatti di
cemento bianco: sono impolverato dalla testa ai piedi, sono
stanco ma riesco a sorridere, e soprattutto sono vestito soltanto
con un paio di pantaloni leggeri di velluto a coste e una giacca a
vento sottile e viscida come un preservativo: niente male per un
posto che ha l'escursione termica annua più allucinante del
mondo, cento gradi, con un minimo di meno sessantacinque in
inverno e un massimo di più trentacinque in estate. Durante la
Corsa all'oro alla fine dell'Ottocento, Jakutsk fu invasa da
cercatori, avventurieri e compagnie di minatori che avevano

419
bisogno di una base per lo sfruttamento della ricchezza mineraria
recentemente scoperta nel bacino del fiume Lena; divenne una
sorta di Selvaggio Est nel cuore della Siberia, come controparte
delle versioni americane del Klondike o di Dodge City. Fu
installata una fabbrica per la produzione della vodka, e per molti
decenni rimase l'edificio più imponente della città; vennero fatti
arrivare sciami di prostitute da Mosca e dall'Europa, e nelle
bettole locali c'era probabilmente la stessa atmosfera di un saloon
ai tempi di Billy the Kid, dove la figura di uno sceriffo era
marginale e la legge amministrata dalle pistole di chi era più
bravo a sparare. Oggi, di quel rocambolesco splendore, di quei
mitici anni di azzardo e di vita vissuta ai limiti, rimane qualche
scialba fotografia color seppia incorniciata nelle hall degli
alberghi, e Jakutsk è una città deprimente, dove tutto è
addormentato in inverno, e sbadiglia sonnolento in estate.
Mentre sto cenando nel ristorante dell'Hotel Lena (tanto per
cambiare), in ulitsa Lenina (per amor di novità), una cameriera
con degli splendidi capelli neri raccolti in una coda, a spezzoni si
ferma a chiacchierare in piedi davanti al mio tavolo, e quando la
cassiera la chiama sgarbata per ritirare le ordinazioni sopra il
banco, professionalmente se ne va regalandomi uno sbuffare
impercettibile nei confronti dell'"Autorità", e uno dei sorrisi più
tristi che abbia mai visto in vita mia. Sempre a spezzoni saprò che
si chiama Irina, che è nata a Yekaterinburg e che già da tre anni
lavora lì a Jakutsk, che è divorziata e che adesso il suo ex marito
sta con la figlia di un mafioso di Mosca e hanno una Jaguar lunga
così, e che la sua bambina è morta di polmonite soltanto pochi
mesi prima.
Quando il suo turno finisce m'invita a casa, un monolocale di
pochi metri che ha arredato con il cattivo gusto roboante e pieno

420
di tenerezza delle persone che fanno fatica a mettere insieme il
pranzo con la cena, ma hanno un cuore d'oro. Insieme sfogliamo
il mio libro di fotografie che avevo portato con me, forse per fare
colpo su di lei, e che da quando me l'avevano rimandato dall'Italia
era ormai pieno di ditate grasse sulla sovraccoperta, di macchie
sulle pagine e di orli strapazzati. Guardando i colori accesi delle
immagini relative a Guatemala, Pakistan o Kenya, gli occhi di
Irina diventano lucidi. Le chiedo se qualcosa non va, e lei mi
risponde che il mondo potrebbe essere così bello, con un
condizionale che avevo già imparato a conoscere nella lingua
russa. Poi si dà una scossa e mi versa qualcosa da bere,
raccontandomi che quando a Jakutsk il termometro arriva sotto i
cinquanta, respiri per strada e ogni tanto senti un piccolo
"crikkk" elettrico: è il tuo fiato che gela. E poi una cosa che trovo
poetica: quando d'inverno gridi qualcosa a un amico e lui non
può sentirti, è perché le parole si sono ghiacciate nell'aria;
quando però arriva la primavera e le parole si sciolgono, basta
ritornare lì nel momento giusto e puoi sentire tutto quello che è
stato detto mesi prima. E poi ancora, quasi buttata lì con
nonchalance, una cosa che mi fa gelare il sangue, e che non aveva
mai detto a nessuno da quando era stata decisa, pochi giorni
prima. Parliamo ancora per ore, e so già che tutto quello che dico
non serve, come non serve una duna di sabbia nel deserto o una
goccia di mare nell'oceano; ci abbracciamo con le guance
incandescenti, sento sulle labbra il sapore salato delle sue
lacrime, e una volta di più capisco che chiunque potrebbe essere
padrone della propria vita, ma che soltanto qualcuno a volte ci
riesce, senza più curarsi delle scelte, giuste o sbagliate che siano;
cristallino come un pezzo di ghiaccio, da ammirare in silenzio
senza sciupare tra le dita. Il giorno dopo, Irina ha il suo turno di

421
riposo al ristorante, e seduta sulla Vespa mi accompagna a vedere
quel poco che c'è da vedere a Jakutsk. Andiamo in ploshad
Pobedi, piazza della Vittoria, anche se lei non sa contro chi, per
un'occhiata alla bella statua equestre in legno di Manchari, un
eroe locale e una specie di Robin Hood degli jacuti; andiamo in
ulitsa Ushakova per l'imponente cattedrale, sempre in legno, con
le sue sei cupole sormontate da croci ortodosse; andiamo al
mercatino delle pulci domenicale di ploshad Komsomolskaya, e
poi sulla strada verso l'aeroporto a vedere il quartiere delle case
vecchie di legno decorato, che stanno andando a pezzi e sono
coperte di polvere e di smog, sghimbesce, sventrate e piene di
rottami, ma hanno dei bellissimi fiori sul davanzale; andiamo al
bioskop vicino al Museo di storia e cultura a sgranocchiare
caramelle davanti a uno stupido film americano. E per tutto il
pomeriggio non diciamo una sola parola in relazione a quanto
avevamo già detto. Quando l'accompagno a casa, lei mi fa capire
senza dirlo che sarebbe contenta se partissi il più presto
possibile, e non m'invita a salire da lei.
Il 17 agosto 1998 lascio Jakutsk, e tutto ha perso sapore,
tutto sembra diventato triste come questa regione piena di morte e
dolore; Irina scende un attimo dal ristorante col suo grembiule
bordato di pizzo, mi prende per mano e mi fa promettere di non
telefonarle mai, di cancellarla dal mio ricordo di quei giorni con
un colpo di spugna, di non perdere tempo a pregare qualcuno che
non esiste e di non essere arrabbiato con lei. Per l'ultima volta le
chiedo di ripensarci, di cambiare idea, di trovarsi un uomo, di
non essere indulgente verso la propria stanchezza; arrivo persino
a dirle che la vita è bella, senza crederci più di tanto nemmeno io;
lei dice "dà dà" distrattamente, come un bambino che ascolta le
prediche paterne e in buona fede di un genitore, ma è chiaro che

422
non lo sta a sentire. Mi volto ancora a guardarla prima di girare
l'angolo di una nuova via; poi attraverso il ponte Yunosti
seguendo le poche indicazioni per Nizni Bestjah: ho davanti a me
quasi 2000 chilometri difficilissimi.
Il 10 maggio 1999 è l'anniversario della morte di Olga, la
figlia di Irina; io sono a Onitsha, in Nigeria, e senza bisogno di
telefonare sono sicuro che lei sia riuscita a mettere in atto quel
suo progetto dolcissimo e terribile, proprio per quel giorno.
Ricordo che nel monolocale a Jakutsk, parlando quasi per
scherzo ma serissima sul "modo", aveva detto che al primo
anniversario della morte di Olga avrebbe scaldato il forno, aperto
lo sportello e infilato dentro la testa. Io l'ascoltavo con una
leggera smorfia di orrore stampata mio malgrado sulle labbra,
anche se cercavo di accompagnarla nello scherzo, e avevo
ironizzato dicendo che non era una maniera molto femminile, che
allora addio capelli con la coda, che la faccia sarebbe diventava
una schifezza abbrustolita e irriconoscibile; che c'erano mille altri
modi per farla finita, molto più raffinati, meno truculenti. La mia
stessa voce mi ronzava nelle orecchie mentre lo dicevo. Il 12
maggio, in un disastrato ufficio telefonico sul confine col
Camerun, non resisto e telefono al numero dell'Hotel Lena, che
avevo evidenziato in verde su un'agendina e poi avevo sempre
evitato di guardare; parlo proprio con la cassiera che aveva
assistito burbera al nostro incontro. Mi dice che era successo tre
giorni prima. Riagganciando penso con gratitudine al fatto che
Irina abbia cambiato idea, non abbia ridotto a uno scempio il suo
bel volto e i capelli splendidi; che abbia usato dei sonniferi. Poi
scoppio a piangere tra le pozzanghere della strada, e un ragazzino
vestito di stracci tace all'improvviso e si lascia scappare di mano
il cerchio di ferro con cui stava giocando.

423
La costruzione della strada tra Jakutsk e Magadan fu ordinata
da Stalin e portata ostinatamente avanti tra mille interruzioni, con
un prezzo altissimo di vite dei forzati che vi lavoravano. In
primavera il disgelo imbeve d'acqua la terra e trasforma la strada
in una palude fangosa; in inverno il ghiaccio indurisce la taiga e
la strada diventa una levigata lastra di marmo. Si ricominciavano i
lavori, si interrompevano di nuovo, centinaia di altre persone
morivano e si ricominciava da capo. Alla fine venne chiamata,
con un po' di cinismo, la "Via delle Ossa", e percorrere la sua
sconnessa superficie in agosto, con un veicolo scoperto, è quasi
impossibile; la qual cosa, a ben guardare, significa solo che
essendo preparati a sacrifici enormi è possibile. In qualsiasi altro
mese dell'anno resta fuori discussione.
Non c'è un servizio di autobus di linea che faccia questo
tragitto, e la via viene usata soltanto dai camion che trasportano
le merci, e anche questo saltuariamente. Tra gennaio e marzo, i
rari camion scompaiono del tutto. In compenso ci sono decine e
decine di villaggi lungo il percorso, e questo, insieme alle
condizioni climatiche ottimali, mi dà la fiducia di cui ho bisogno
come il pane; anche se partendo da Jakutsk so già per certo che le
prossime settimane saranno perlomeno campali, e che anche
stando in sella dieci o dodici ore al giorno, soltanto in
pochissime occasioni riuscirò a fare più di 100 o 150 chilometri
dall'alba al tramonto, e molto più spesso neppure la metà di
quella stima.
Da Jakutsk ad Handyga, 410 chilometri: tre giorni senza
risparmiarsi e mangiando poco o niente, con due pernottamenti
intermedi a Curapca e in un'isbà abbandonata nella foresta, dopo
aver passato da qualche ora le case di Ytyk-Kiuél' ed essermi
fatto sorprendere dal buio in una zona senza luci né gente. Non

424
ho una tenda con me, non l'ho mai avuta fin dal primo viaggio
verso Saigon, e se non voglio passare la notte all'addiaccio devo
cercare di raggiungere ogni volta un centro abitato, o un fienile o
un'isbà come in questo caso. Il sorriso triste di Irina si
sovrappone spesso alle fiamme di un bivacco di fortuna, e il suo
pensiero è come una spada di Damocle che mi pende sulla
coscienza; vorrei fare qualcosa per lei, ma davvero non so cosa né
da dove cominciare, tanto più che mi sto allontanando, adagio ma
inesorabilmente, e lei vuole che mi allontani. Il sapore aspro
dell'impotenza mi fa rimpiangere di averla incontrata; m'impongo
di non pensare, ma per quanti sforzi faccia non ci riesco. Mangio
una scatoletta di carne in scatola tolta dallo zaino, ammesso che
fosse carne; fumo una sigaretta dietro l'altra guardando
abbacinato lo sfavillio delle braci e poi mi sdraio sulle assi mezzo
scardinate del pavimento, avvolto in un sarong indonesiano che
mi regala un sospetto di tepore, con due maglioni uno sopra
l'altro; e provo a dormire.
Altri 778 chilometri da Handyga a Susuman: otto giorni.
A ogni risveglio la terra è coperta di banchi di nebbia
luminescente che si diradano soltanto verso le dieci del mattino,
quando il sole opaco è già un po' più alto nel cielo. Il copertone
posteriore è ormai liscio come un pezzo di bachelite; inverto le
ruote mettendo come posteriore quella che stava davanti, il cui
copertone è un po' meno consumato perché quasi tutto il peso di
motore, centauro e bagagli grava dietro: non so quanto possa
durare, ma per il momento non ho alternative. Spero di poter
trovare qualcosa lungo la strada. Poco dopo avere superato
Handyga, in quello che dalle mappe so essere l'ultimo villaggio
che incontrerò in un tratto di 330 chilometri, compro un altro po'
di scatolette di carne e tonno, del pane in cassetta, una bottiglia

425
di vodka, un plaid di lana scozzese e un bidoncino di plastica con
dentro 10 litri di benzina; poi incrociando le dita per quanto
riguarda la salute di copertoni e camere d'aria, mi metto in marcia
per quel lungo tratto di desolazione. Prima di partire, dal piccolo
ufficio postale e nonostante la promessa, avevo telefonato a Irina,
che mi liquida frettolosamente dicendo di essere occupata ai
tavoli; avevo chiamato anche Svetlana a Mosca, ma mi dicono che
non è in ufficio; così me n'ero andato col muso lungo e una
buona dose di autocommiserazione a tenermi compagnia. Grazie
a Dio, nei tre giorni impiegati a raggiungere Jucjugej, a metà
strada tra Handyga e Susuman, in mancanza di villaggi degni di
chiamarsi tali e di figurare con un nome sulla carta stradale,
incontrerò gente che vive isolata nella taiga ai margini di
quell'unica via di comunicazione, e che mi ospiterà per la notte,
per offrirmi un tè o qualcosa di caldo da mangiare nelle sue case
o capanne o isbe o tende di cacciatori che avrebbero potuto
trovare posto nella scenografia di Dersu Uzala. E per tre giorni
non vedrò altro che la foresta impenetrabile di pini, larici e abeti
rossi intorno a me, quella di cui Cecov aveva scritto: "Dove
finisce? Lo sanno soltanto gli uccelli migratori". Di notte
comincia a fare fresco, ma la coperta scozzese e due maglioni
sono quasi sempre un viatico sufficiente per farmi scivolare nel
sonno senza troppi problemi, o troppi brividi.
Una volta devo caricare lo scooter su un carretto tirato da due
pony, adagiarlo su una montagnetta di fieno e farlo trasportare
così per quasi 10 chilometri, perché la benzina era finita; poche
decine di rubli e una grande stretta di mano al contadino che non
smetteva di ridacchiare vedendomi trotterellare al suo fianco; poi
nella fattoria di un suo vicino (lontano altri 10 chilometri a
piedi), succhio con un tubo da una vecchia Lada ferma da tempo

426
immemorabile, e riesco a procurarmi qualche litro per continuare
un altro po' (10 chilometri-bis per ritornare appiedato alla Vespa).
Un'altra volta avevo dovuto aspettare un intero pomeriggio perché
arrivasse qualcuno ad aiutarmi a sollevare Santa Maria e gli zaini,
che in precedenza erano finiti insieme a me in una piccola
scarpata sul ciglio della strada, e si erano arenati contro il tronco
di un albero un paio di metri più in basso. Un'altra volta ancora,
mentre sto guadando i sassi del ghiaione alla confluenza dei
fiumi Suntar e Kjuentes, si rompe il cavo della frizione e
nonostante abbia con me il pezzo di ricambio impiego oltre tre
ore per sostituirlo, andando dapprima ad armeggiare alla cieca tra
gli ingranaggi del cambio, che proprio non avevano alcuna
responsabilità dell'accaduto, poi a cincischiare dall'altra parte
vicino a carburatore e candela, quasi che nemmeno avessi sulle
spalle gli oltre 150.000 chilometri percorsi fino a quel momento.
Dormo sotto le stelle soltanto una notte, in un concerto notturno
della popolazione animale della taiga, rannicchiato al caldo nella
mia coperta come un baco dentro al bozzolo, mentre il riverbero
del fuoco sprigiona le figure ondeggianti di un sabbah infernale
tra i miei occhi arrossati dal fumo. Finalmente raggiungo
Jucjugej, faccio rifornimento e mi lascio incantare per un attimo
dalla facciata di una gastìniza che promette un letto pulito e un
ristorante come si deve (anche se "come si deve", da queste parti,
probabilmente significa solo pilminie e carne dura come una
suola); ma è solo il primo pomeriggio, e così decido di
continuare. Ben mi sta! A Kudjusun, che dista soltanto 65
chilometri ma che grazie all'ennesima foratura e a uno sterrato
diventato ancora più allucinante del solito raggiungo solo quando
è già buio, in mancanza di altre sistemazioni mi aspetta la notte

427
nelle carceri siberiane numero due. Ancora tre giorni e sono a
Susuman.
Devo far ricoprire di gomma entrambe le ruote, dopo aver
provato inutilmente a usare il copertone di una carriola almeno
per quella posteriore; ma non era della misura giusta. Un garzone
dell'officina dove mi verrà fatto il lavoro (vulcanizzatore,
elettrauto, fabbro ferraio, maniscalco, ecc.) era stato
sguinzagliato per tutta Susuman alla ricerca di due copertoni che
potessero fare al caso mio, ma era ritornato a mani vuote; così
l'unica cosa che rimane da fare è unire in un amplesso
appiccicoso la superficie pelata dei miei copertoni a quella del
copertone pelato di una ruota di Lada fatto a strisce, e sperare che
insieme resistano per altri 639 chilometri di sassi e buche fino a
Magadan. Dalla partenza da Jakutsk non ho mai dormito due
notti nello stesso posto, sono sempre stato in movimento, ho
riavvolto al rallentatore la pellicola dello sterrato in una
testardaggine e una voglia di farcela che non ha conosciuto attimi
di sosta o di debolezza. E una volta a Susuman avrei bisogno di
una tregua, anche di un giorno soltanto, di quindici ore di sonno
ininterrotto e di un po' di comfort; ma sono così carogna nei miei
confronti che non me la concedo, e con le ruote ancora calde tiro
dritto verso la cittadina di Jagodnoe.
Sposto l'orologio sull'ottavo fuso orario da quando ho
lasciato Mosca, che sembra lontana anni luce da questo sperduto
angolo di Far East russo, anche se in realtà dista "soltanto" 9000
chilometri più 1000 sul fiume Lena. Poi altre cinque stazioni da
via crucis in altrettante gastìnize lungo la strada, mentre una
sfilza di villaggi mi passa davanti pian piano e verso la fine si ha
l'impressione che la grande città sia sempre più vicina: Strelka,

428
Mjakit, Atka, Jablonevij, Karamken, Palatka, l'aeroporto di
Sokol...
E il 2 settembre, addirittura con un paio di giorni d'anticipo
rispetto a quanto avevo preventivato, raggiungo lo squallore
annichilente di Magadan, sinonimo per decenni di gulag,
internamenti arbitrari e atrocità, ma che nondimeno ha per me
suggestioni da Terra Promessa, da meta verso la quale per più di
due mesi sono state tese tutte le mie energie, tra mille difficoltà,
momenti belli e altrettanti disagi. Mi sono spellato la braccia a
furia di rimboccarmi le maniche, ma ho vinto la mia scommessa;
ho ricongiunto l'itinerario originale alla faccia di tutte le
burocrazie del mondo, in perfetta solitudine, senza scorta e senza
niente: un piccolo puntino a due ruote, impazzito in un mare di
steppa. E per tre giorni interi, con una piacevole sindrome da
guerriero vittorioso ad addolcirmi il respiro, la bruttissima
Magadan mi sembrerà la città più bella di questa Terra.

429
Capo Nord, da Capo Horn

Ritorno a Mosca su un Boeing dell'Aeroflot nel quale


all'ultimo momento ero uscito a fare entrare anche la Vespa, nuda
e cruda senza cassa d'imballaggio; Svetlana mi viene a prendere
all'aeroporto con il suo bacio balsciòi e la copia di una rivista
moscovita su cui era apparsa nel frattempo un'intervista fatta
prima di partire dalla capitale, con un paio di fotografie: "Italiano
alla conquista della Siberia, da solo con una moto". Dai chili
persi e dalla faccia patibolare che mi ritrovo, appare evidente che
ho pagato la "conquista" a caro prezzo, come minimo con due
buchi in più fatti nella cinghia con un cacciavite a stella. Ho
ancora cinque giorni prima che il visto scada e debba uscire dalla
Russia, e voglio impiegarli nel modo migliore lì a Mosca e poi a
San Pietroburgo, cioè per dormire il più possibile e per non fare
assolutamente nulla, prima di dire dasvidània e arrivare a
Helsinki. Ma Svetlana si metterà d'impegno per farmi cambiare,
almeno in parte, il programma; nella sua voglia esuberante e a
tratti un po' sciovinista di farmi capire che Mosca è una delle
città più belle del mondo, mi farà scorrazzare sulla sua Suzuki
Vitara o passeggiare in lungo e in largo per il centro e la periferia,
per le strette vie di Kitai Gorod e i negozi sofisticati della Gum,
per la Piazza Rossa ormai orfana della statua di Vladimir Ili'ic e
sulle rive del fiume Moscova; tra le mura del Cremlino e davanti
al teatro Bolsoj, nelle sale della galleria Tretyakov e nel labirinto
della metropolitana, con le porte che si aprono nei muri e tu sei
già dentro al treno; a naso in su verso le cupole a forma di
turbanti di San Basilio, tra le aiuole del Gorky Park con grandi
tavolate di scacchisti, concentratissimi nel gioco sotto la tenda a

430
strisce di un padiglione; lungo i muri verdi della Bielorusskaya
Vaksal, al conservatorio Ciaikovskij e tra le bancarelle e i
ritrattisti di ulitsa Arbat.
Mosca, la "Terza Roma" fino a metà del Seicento, erede di
Costantinopoli e dell'urbe di San Pietro; Mosca, messa a fuoco
dai suoi stessi abitanti per costringere i francesi a ritirarsi, e che
né Bonaparte né Hitler riuscirono a conquistare; la "Mosca dalle
cupole d'oro", dei poeti slavi, Mosca, offuscata da San
Pietroburgo durante il regno di Pietro il Grande e considerata un
luogo di provincia retrogrado e selvaggio; Mosca, ritornata
capitale con i bolscevichi, diversa da ogni altra capitale europea,
così orientale e così vicina all'Occidente; la vecchia Mosca di
Turgenev e la "nuova", invincibile, monumentale, potente e severa
Mosca di Stalin, il legno e il cemento armato, le icone e i
bulldozer. E una sua figlia infaticabile e rigorosamente in
minigonna; bella con le iridi viola come quelle di Liz Taylor; una
notizia per ogni luogo, un'informazione, una curiosità; Svetlana
maladièz!
Seduti in un piccolo caffè-gazebo, ai margini del parco
immortalato da Bulgakov nelle pagine profetiche e deliranti della
fiaba tra un maestro e Margherita, più passano i minuti e più
scopriamo che una strana corrispondenza di "affinità elettive"
sembra legarci, al di là dei confini e dell'autoironia che compete a
una simile consapevolezza. Uno dei suoi film preferiti,
stranamente, è Amarcord di Fellini, anche uno dei miei; uno dei
compositori che ama di più è Sostakovic, e altrettanto
stranamente lo stesso vale anche per me; il suo libro preferito è
Prestuplèrrya y Nakazanye, che tradotto in Delitto e Castigo è il
mio libro da una vita; il dovere che credo trascuriamo
maggiormente è quello di essere in pace con noi stessi, anche per

431
lei; tra tutte le utopie sociali, quella che sente più vicina è
l'anarchia, anch'io. Un altro compositore che amo è Monteverdi,
stranamente anche lei; un altro film nella mia lista potrebbe
essere Ultimo tango a Parigi, anche per lei; un altro suo libro
indimenticabile è Cent'anni di solitudine, anche per me.
Parliamo anche di Irina e della sua decisione, ma con un
pragmatismo che per qualche secondo ci discosta dalle affinità, e
che ancora non le conoscevo, Svetlana mi dice che non sono fatti
miei, e che è una perdita di tempo pensare al destino di una
persona che ci ha soltanto sfiorati lungo il cammino; poi cambia
bruscamente discorso mettendosi a parlare dell'attuale caduta a
picco del rublo.
Proprio in quei giorni la Russia sta vivendo uno dei momenti
più difficili della sua travagliata storia recente; per le vie della
capitale c'è una tensione palpabile, molti negozi di alimentari
sono vuoti, e la gente sfila in continui cortei di protesta, scanditi
dalle voci secche dei megafoni e dagli slogan martellanti.
Dall'oggi al domani, in maniera del tutto inaspettata e con delle
dinamiche incomprensibili agli occhi della quasi totalità della
popolazione (probabilmente anche a quelli di tanti operatori
economici), il rublo aveva perso gran parte del suo valore
svalutandosi in maniera drammatica nei confronti del dollaro: se
fino a tre giorni prima un dollaro valeva sei rubli, adesso ne vale
nove alla sera, dodici la mattina dopo, diciotto la notte e ventuno
il mezzogiorno successivo. Alla fine dell'anno l'inflazione aveva
raggiunto l'84%, il prodotto interno era sceso del 5 % e il rublo
aveva perso il 71 % del suo valore, attestandosi a 20,65 nei
confronti del dollaro, contro il 5,96 con cui aveva aperto l'anno.
Quest'imprevisto stato di cose aveva generato un'ondata
incontrollabile di panico, e chi ne aveva la possibilità si faceva in

432
quattro per acquistare valuta americana, chi non poteva rimaneva
lì a fissare il vuoto davanti a sé, come chi si sta buttando da una
rupe nel precipizio sottostante. Tra le altre cose, un salario medio
russo, valutabile attorno ai cento dollari al mese, come potere
d'acquisto diventava di punto in bianco di venti dollari soltanto;
la gente sembrava non capire, non capacitarsi, non credere ai
propri occhi e alle proprie tasche; aveva solo paura di svegliarsi
alla mattina e non trovare più niente.
Le incertezze sulla salute di Eltsin, che sempre meno appariva
di persona in occasioni pubbliche e che di lì a un mese, durante
una visita ufficiale in Asia centrale, sarà visto barcollare
chiaramente ubriaco tra i dignitari stranieri, confuso e con un
sorriso assente di scusa mentre firmava documenti di vitale
importanza; le resistenze della Duma a eleggere prima Kiriyenko
e poi, una volta silurato questo, il redivivo Cernomirdin e poi
ancora Primakov; le paure degli investitori stranieri che ritiravano
i capitali dalla Russia, le insubordinazioni delle Repubbliche di
Tatarstan e Kalmykia che annunciavano sospensioni del
pagamento di tasse alla Federazione Russa, della Repubblica di
Burjatia che ordinava alle filiali locali di banche moscovite di
non trasferire denaro al di là dei confini regionali, della
Repubblica di Sakha che dichiarava di assumersi direttamente il
controllo della propria produzione d'oro e di tagliare le
commissioni al governo federale; i massacri che continuavano in
Cecenia, l'escalation della criminalità, le tensioni aggravate dalla
scarsità del raccolto, che nel '98 fu il peggiore degli ultimi
quarant'anni. Il futuro all'orizzonte era coperto di nuvole nere, e
la situazione presente appariva perlomeno catastrofica. Nel mese
di giugno, inaspettatamente, Eltsin aveva presenziato a San
Pietroburgo alla sepoltura dei resti dell'ultimo zar di Russia e

433
della sua famiglia, il cui eccidio da parte dei bolscevichi aveva
definito come uno degli atti più vergognosi della storia russa. Un
osservatore profetizzò che la parabola di Eltsin sarà ricordata per
due cose soltanto: il rovesciamento del comunismo e la sepoltura
degli zar.
Con un orecchio attaccato al telefonino cellulare, i capelli a
spazzola e il naso generalmente camuso, gli scagnozzi della
nuova mafia e dei vecchi racket gironzolano sui marciapiedi
davanti ai bar, catene d'oro al collo e giacche aperte, sempre
troppo aderenti; commentano la situazione, lasciano cadere
imprecazioni ansiose, archiviano una chiamata e subito ne
digitano un'altra, scansano con un gesto impaziente una
vecchietta che chiede l'elemosina e montano sbattendo la portiera
su una Mercedes che ha tutta l'aria di essere stata rubata da poco.
Gli yuppie rampanti della nuova Russia sembrano fare altrettanto,
con giacche che calzano meglio e una tipologia più variegata di
setti nasali.
Il mio visto scade fra tre giorni, e il confine con la Finlandia
dista ancora più di 1000 chilometri, inframmezzati da una città
piena di storia come Novgorod e da una punta di diamante che
meriterebbe una visita di chissà quanti giorni e che invece, nella
mia imposta urgenza di lasciare in fretta e furia la Russia, devo
contenere in appena poche ore, quelle che a fatica riuscirò a
strappare al sonno: San Pietroburgo.
Sergio Canciani, il corrispondente della Rai a Mosca, realizza
una breve ripresa televisiva dedicata al mio viaggio, da inserire in
un programma che stava preparando sulla presenza di "prodotti"
italiani nello scenario della capitale russa di quei giorni; ceniamo
insieme a La Gioconda, ed è piacevole sentirlo raccontare delle
sue esperienze in giro per le zone calde del mondo, e raccontargli

434
le mie; verso le undici Svetlana mi porta con la Vitara a trovare
sua madre, che vive per undici mesi all'anno in una dacia a una
trentina di chilometri da Mosca, e poco prima dell'alba mi
deposita nel garage del Rossìja, dove era custodita la Vespa che
in pochi minuti appronto in assetto di viaggio, con gli zaini e
tutto il resto. Le dò una carezza sulla plastica fredda del
contachilometri; saluto Svetlana con un abbraccio pieno di
promesse e d'incertezze, e con due copertoni nuovi fiammanti,
due camere d'aria altrettanto nuove e una candela alle prime
scintille, imbocco la M 10 in direzione di Tver e raggiungo
Novgorod dopo una tappa di dieci ore durante le quali percorro
quasi 600 chilometri. Strada facendo, fatico abbastanza a trovare
benzina, perché molte stazioni di servizio erano state prese
d'assalto nei giorni precedenti e avevano finito il carburante
rimanendo a secco esattamente come me; un paio di volte avevo
dovuto chiedere aiuto a degli autisti che cortesemente (e
facendomi comunque pagare il triplo del suo valore reale) mi
avevano fatto succhiare dai serbatoi delle loro macchine, con un
tubo di gomma, il puzzolente viatico per proseguire.
Novgorod significa "città nuova", ma a dispetto del suo nome
è una delle più antiche della Russia. Fu fondata nel IX secolo
dopo Cristo, e nel 1200 raggiunse il suo massimo splendore
politico e culturale come un principato democratico eletto
liberamente dalla popolazione, patrocinatore di arti e architettura
religiosa e secolare. Per altri seicento anni rimase di vitale
importanza nei destini dell'impero; fu risparmiata dall'invasione
dei mongoli e soffrì per mano degli stessi zar russi, e più tardi
delle truppe naziste: Ivan ili l'attaccò e l'annesse a Mosca nel
1477; Ivan il Terribile la saccheggiò uccidendo sessantamila suoi
abitanti; i soldati del Terzo Reich la raserò quasi completamente

435
al suolo, e non è un caso che il Cremlino di Novgorod (kremlin è
il centro fortificato delle città medievali russe), per la sua
importanza storica e artistica, sia stato tra i primi progetti di
ricostruzione affrontati dal governo sovietico alla fine della
guerra. Cena, telefonata fiume e pernottamento.
Il pomeriggio successivo sono a San Pietroburgo, che con uno
scooter dista quattro ore da Novgorod. Appena entrato in città,
seguendo un consiglio che mi aveva dato Svetlana a Mosca, vado
a colpo sicuro nel centralissimo Hotel Maskvà, pronunciato alla
russa, che lei riteneva "Accogliente, non troppo caro e con tante
camere da averne sempre una libera in ogni periodo dell'anno"...
E me la trovo davanti: Svetlana, intendo dire. Seduta nella hall
con un sorriso birichino a incresparle le labbra, una matrioska
colorata come un caleidoscopio da regalare a me e un semplice
"Sdràsvuitie" come risposta al mio stupore, cioè un formale
"Salve!" esalato insieme al fumo di una sigaretta. Senza dirmi
niente aveva preso un aereo, e così la gita guidata continuerà
piacevolmente anche nella capitale di Pietro il Grande, sui ponti
che attraversano i canali della città e fanno pensare a Venezia,
davanti all'Ermitage e al collegio navale dell'Admiralty, sulla
Nevsky prospekt e al Palazzo d'inverno, alla Fortezza di Pietro e
Paolo e ai Giardini d'Estate. E poi ancora in una sorta di
pellegrinaggio sui luoghi dove si svolge il nostro romanzo
preferito, seguendo il vagabondare di Raskolnikov lungo la Neva,
nel Mercato del fieno, la Sennaya, all'isola Vasilevsky; ricalcando
ogni volta da un luogo all'altro, tenendoci per mano con risatine a
stento trattenute ma anche con un po' di solennità,
settecentotrenta passi scanditi a mezza voce, gli stessi che
separavano una stanza-armadio, tanto soffocante da far concepire
sogni napoleonici e omicidi, dalla casa di un'usuraia con i capelli

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cosparsi di grasso e il collo secco e rugoso come una zampa di
gallina.
Sempre più sgradita diventa la consapevolezza di essere
arrivato ormai al mio ultimo giorno in Russia, una nazione che
con tutti i suoi problemi, la criminalità e la mafia, la crisi
economica e il fardello di un passato scostante, gli oggettivi
disagi che comporta un suo attraversamento e i due buchi in più
nella cinghia, è stata senz'altro una delle più interessanti e
rivelatrici tra quelle in cui mi aveva portato finora la mia Odissea.
E di essere arrivato all'ultimo giorno anche con Svetlana; adesso
che sembravamo innamorati come ragazzini e stavamo appiccicati
tutto il tempo, adesso che mi si stringeva il cuore a ogni ora che
passava, come in un romanzo d'appendice o in un film di soldati
che partono per il fronte. Ci rivedremo a Minsk, in Bielorussia,
di lì a qualche settimana, poi avremmo dovuto incontrarci ancora
a Lisbona e forse addirittura sposarci on the road e continuare il
viaggio insieme, come un po' per scherzo e un po' sul serio
avevamo cominciato a dirci nelle telefonate di quei giorni; ma le
carte erano già state mischiate diversamente.
Da San Pietroburgo, seguendo la E 18, in poche ore
raggiungo Vyborg, un porto sulla riva orientale del Golfo di
Finlandia, e sono ormai a un passo dal confine, che
cronometricamente supero il 9 settembre come da copione, dopo
le previste, lunghissime formalità sul versante russo, e senza
nemmeno un timbro sul passaporto negli uffici finlandesi, grazie
alla reciproca appartenenza a un paese dell'Unione Europea.
Prima di sera arrivo a Helsinki, sotto un bell'acquazzone
improvviso di cui cominciavo a sentire la mancanza, dopo le
ultime settimane senza una goccia di pioggia; da lì, secondo
l'itinerario stabilito, avrei dovuto prendere un battello per Tallinn,

437
la capitale dell'Estonia. Ma quella notte, sfogliando le carte
stradali dell'Europa orientale e della Scandinavia, un'idea
comincia a ronzarmi in testa, dapprima confusa e poi sempre più
forte delle resistenze che provavano a zittirla, fino a imporsi
definitivamente in un cambio di programma, o perlomeno in una
considerevole digressione dal percorso: Capo Nord è
relativamente vicino, perché non andarci?
Non fa ancora troppo freddo e le strade saranno senz'altro in
perfette condizioni; perché non aggiungere un altro Capo al
palmares di questo viaggio, dopo Capo Horn e in attesa di quello
di Buona Speranza? Prima, però, quarantotto ore di balsamico far
niente: sonnecchiare, dormire, risvegliarsi, sognare, appisolarsi di
nuovo. E così due giorni più tardi, non appena la prima luce
s'intrufola tra le imposte, carico tutto e con l'entusiasmo di un
boy-scout in partenza per un campo estivo indirizzo le ruote non
verso il porto di Helsinki e il ferry della Viking che in poco più
di un'ora mi avrebbe portato in Estonia, ma verso il nord della
Finlandia, verso la Svezia e il Circolo Polare Artico, verso la
Norvegia e i fiordi di Nordkapp.
Inizio a risalire la costa occidentale della Finlandia sul golfo
omonimo, passando per la bella città di Turku, la più vecchia del
paese e conosciuta in passato col nome di Àbo, quando era la
capitale non dei finnici ma degli svedesi, due popolazioni i cui
destini sono sempre stati strettamente incrociati; visito
abbastanza in fretta il museo dedicato a Jan Sibelius, il più
importante compositore finlandese, presente in una postazione
abbastanza alta nella classifica dei "preferiti" di Svetlana e miei,
rispettivamente al quinto e al settimo posto; fischietto tra me e
me sprazzi del Valse triste girando tra gli strumenti musicali che

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gli appartenevano e tra le lettere e gli spartiti autografi
incorniciati alle pareti.
Poi riprendo di buonumore il mio viaggio, sbocconcellando
un pane caldo. In quella stessa giornata supero anche Pori e
Vaasa, e verso sera entro nel centro di Kokkola, dopo aver
percorso 570 chilometri da quando ho lasciato Helsinki, in una
marcia spedita che sembra sbiadire nella memoria gli
arrancamenti a fatica tra Jakutsk e Magadan, quando per
percorrere una distanza analoga mi ci voleva almeno una
settimana. Il paesaggio intorno a me è una tavolozza di colori
dalle accese sfumature di giallo, rosso e marrone, nella
policromia suggestiva che l'autunno sa stemperare sulla
vegetazione a questa latitudine, prima di cedere il passo alla
compattezza della neve, che tra poco meno di un mese uniformerà
lo scenario di gran parte della penisola scandinava in una
monocromia bianca e immutabile, fino alla primavera successiva.
Altri 300 chilometri a ridosso della costa mi portano prima a
Oulu e poi a Kemi, le uniche due città di un certo rilievo prima
del confine svedese, che supero il 14 settembre dopo aver
compiuto in soli due giorni un notevole avvicinamento al Circolo
Polare e alla punta di Capo Nord sul Mare Artico, lontana adesso
soltanto 1000 chilometri.
La temperatura comincia a scendere sensibilmente, così come
sempre di più si diradano i villaggi e aumentano le ore passate
nella più completa solitudine, cosa che non mi tocca più di tanto
e per la quale ho già le spalle abbastanza larghe, grazie
all'esperienza siberiana; una luce un po' inquietante si diffonde
nell'aria in un surreale crepuscolo che sembra accompagnare ogni
ora della giornata, e mi fa sprecare almeno un paio di rullini di
diapositive con delle esposizioni del tutto sbagliate, prima che

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impari il trucco e il risultato sia più decente. Mi trattengo solo
una notte in questa parte della Svezia, la più settentrionale della
nazione, attraversando a ritmo sostenuto le poche centinaia di
chilometri che mi separano dal confine con la Norvegia e
fermandomi soltanto per una sosta di qualche minuto prima della
città svedese di Gallivare, mettendomi in posa davanti a un
cartello blu su cui campeggia la dicitura "Arctic Circle" scritta in
cinque lingue diverse; esito fotografico: bruttino e un po' troppo
scuro, ma non completamente inutilizzabile per gli articoli
mensili e per il prossimo libro fotografico di un non-fotografo.

Poche ore più tardi, superata anche Kiruna e trovandomi


sempre più immerso nei colori pastosi, ocra-ruggine dell'autunno
scandinavo, e sempre più infreddolito per la sera che sta
scendendo e abbassa la temperatura a due gradi sotto lo zero, mi
presento negli uffici della dogana norvegese e prima che diventi
buio del tutto raggiungo la cittadina di Narvik, situata in una
posizione mozzafiato su un fiordo che mi fornisce un primo
assaggio dell'assoluta spettacolarità delle altre centinaia di fiordi
che mi aspettano nei giorni seguenti in quest'ultima propaggine di

440
Europa prima di Capo Nord. Nella tundra della Norvegia
comincerò a mettermi alla pari con tutto il freddo che non ho
sofferto nella taiga siberiana dell'estremo oriente; e in posti così
poco esotici come la Svizzera o il sud della Francia rabbrividirò
letteralmente per ore e ore prima di trovare rifugio in una
rifornitissima stazione di servizio per un punch al mandarino, o
in una baita falsamente rustica per una tazza di cioccolata calda,
o in una zimmer non più frei per colpa mia, con il piumone
stampato a ginestre.
Lungo la stradina a saliscendi sui fiordi avevo ritrovato nella
mente alcune immagini del Knut Hamsun di Vagabondi e di Un
viandante canta in sordina, in una nazione in cui mettevo il naso
per la prima volta ma che già mi sembrava di conoscere grazie alle
descrizioni e alle atmosfere evocate dalle sue pagine. Hamsun è
uno scrittore che nella mia graduatoria sta al numero cinque,
nonostante le nubi che offuscarono gli ultimi anni della sua
lunghissima vita con le accuse, provate, di collaborazionismo
nazista e l'internamento in un ospedale psichiatrico,
ultranovantenne e forse ormai del tutto indifferente alla gloria del
Nobel che gli era stato conferito tanti anni prima; ed è anche uno
scrittore che nella classifica di Svetlana, stranamente, nemmeno
figura.
Dopo un giorno intero di sosta a Narvik, per lo più passato a
leggere e a stupirmi in continuazione, non appena entro in un
negozio o in un ristorante, per gli altissimi costi dei generi
voluttuari in Norvegia (non mi era mai successo prima di pagare
l'equivalente di nove dollari per una lattina di birra in un
supermarket, o di altrettanti per un pacchetto di sigarette),
continuo la marcia verso nordest sfiorando la città di Tromso,
sede dell'università più a nord di tutto il mondo e decisamente

441
più viva di altre sobrie cittadine abbondantemente al di là del
Circolo Polare, con musica live per le strade, happening e più
pub "prò capite" di ogni altra località della Norvegia; zigzagando
tra i fiordi e le baie che frastagliano la costa in una miriade di
insenature e lingue di terra che si intrufolano nel grigio plumbeo
del mare. Oltre che la bellezza innegabile del paesaggio, tengo
costantemente d'occhio il contachilometri, le cui cifre si stanno
avvicinando a una nuova decina di migliaia, e aspetto con una
punta di infantile impazienza che scattino sulla cifra tonda tonda,
non riuscendo come al solito a fare a meno di sbirciare in
continuazione verso il lento incedere di quelle tacchette
numerate, anche se avrei dovuto sforzarmi di concentrare lo
sguardo sulla stretta strada sinuosa che mi stava sotto le ruote, e
dalla quale un vento costante e sempre più impetuoso sembrava
volesse sbattermi fuori a ogni minuto.
Tra prati ricoperti di una vegetazione stentata, villaggi di
pescatori e renne che pascolano indisturbate sul ciglio della
strada obbligandomi ogni tanto a usare i freni a più non posso per
cercare di schivarle, il 18 settembre sono a Honningsvàg, dopo un
passaggio di pochi minuti su una barca per superare un tratto
d'acqua senza comunicazione terrestre. Questa piccola cittadina,
con le sue case di legno arroccate sui contrafforti delle montagne,
è il "campo base" da cui partire per Capo Nord, risalendo gli
ultimi 40 chilometri lungo uno stretto sentiero a serpentina che si
perde in una desolazione lunare sulle rocce nerastre e porose, a
strapiombo sul mare. Avvolto da folate di vento gelido avvisto in
lontananza la costruzione di ferro, un po' triste e simile a
un'antenna parabolica, che si erge sul luogo più settentrionale e
più appartato del continente; e proprio mentre sto avvicinandomi
allo spiazzo di cemento del parcheggio e il vento mi rimbomba

442
nelle orecchie ululando tra gli scogli e le onde, proprio mentre le
tacchette di plastica stanno finendo di girare sulla nuova decina
di migliaia... zac!: da una curva a gomito spunta all'improvviso il
muso bombato di un furgoncino Volkswagen, e per evitarlo sono
costretto a sterzare bruscamente, andando a sbattere con la testa
contro un fanalino posteriore che era già spaccato di suo, e che
mi affetta una guancia. Il parabrezza si rompe a metà, un mio
incisivo anche, sento in bocca un sapore di sangue e ferro, tutto
sembra offuscarsi in macchie fosforescenti nella penombra del
pomeriggio. Il furgoncino inchioda, si spalancano le portiere,
sento una forte zaffata di hashish, delle voci preoccupate che si
accavallano alla propria eco; sono tedeschi, una ragazza dice
shaise; mi sono intorno, guardo in su verso le loro teste bionde,
in una prospettiva capovolta, confusa come le immagini di una
pellicola sfuocata.
E i miei investitori-soccorritori di certo non capiscono, o
probabilmente pensano che sia sotto shock per la botta, quando
raccogliendomi da terra tutto ammaccato e ciondolante, mi
sentono mormorare tra i denti un flebile "Yeeaa yeeaa yeeaa! ".
Poi sorrido debolmente, e svengo.

443
Tallinn-Tangeri, con Svetlana

La cosa strana è che il parabrezza me l'hanno riparato,


traforandolo di bucherellini su entrambi i lati della ferita e poi
cucendolo con un filo da pescatore, come un cotechino. Che mi
abbiano rivestito la scheggia d'incisivo rimasta con una capsula di
ceramica è un po' più banale, ma che nell'occidentalissima e ricca
Norvegia abbiano perso quasi due ore a ricamarmi un pezzo di
plastica, invece di mandarmi a quel paese dicendo "Non
possiamo", oppure "Non si aggiustano parabrezza, qui", questo è
abbastanza inconsueto e mi stupisce. Sarebbe stato normale
nell'industriosissima e indigente Africa, dove partendo da un
grumo di ferro qualsiasi riescono a farti con lima e martello anche
il pezzo di ricambio più complesso; qui tra i fiordi norvegesi mi
giunge come un regalo inaspettato che mi fa dire "tak, tak, tak" in
continuazione, ticchettando come un pendolo, ai due ragazzi
dell'officina di Honningsvàg che solerti stanno facendo il lavoro,
con la pazienza di miniaturisti: grazie.
La Vespa, da Nordkapp a lì, l'aveva guidata Franz, mentre io
me ne stavo al caldo sul furgoncino insieme a Erika, Kurt e
Meschtild, sorseggiando una tazza di tè bollente e ritornando
piano piano in me nella coltre fumosa di marocchino condensata
come acquerugiola sui finestrini. Diventeremo amici, e quando di
lì a qualche settimana passerò da Amburgo, andrò a trovarli e sarò
ospite nella casa che dividono insieme, come una comune d'altri
tempi.
Nei quattro giorni seguenti, rimessomi in sesto e col
parabrezza fresco di chirurgia plastica, percorro di gran carriera
altri 2000 chilometri tra il caleidoscopio dei laghi che

444
punteggiano la parte orientale della Finlandia, e ritorno a
Helsinki lungo un altro itinerario.
Il pomeriggio è splendido, il sole brilla luminoso in un cielo
di lapislazzulo, le ragazze e i ragazzi finlandesi, di un biondo
quasi bianco, girano tra i tavoli dei numerosi caffè all'aperto di
Etelàesplanadi, con T-shirt aderenti e jeans stinti, giacche larghe
da intellettuale, borse di corda e brillantino indiano alla narice: e
dappertutto un profumo penetrante di cultura, di benessere, di
buon gusto, di controcultura alternativa, di musica, di arte;
dappertutto mani da pianista e barbette a punta da filosofo, libri
voluminosi e spartiti sottobraccio, vestiti casual firmati,
un'eleganza naturale, senza ostentazione; dappertutto una
consapevolezza discreta di essere nati, e non soltanto per le
coordinate geografiche, nel Nord del mondo, quello che si
contrappone al Sud delle carestie, della fame, dell'acqua rubata
con le mani a un buco nella terra, dei bambini coi ventri gonfi
come otri, le ernie ombelicali atroci a vedersi, e gli occhi sbarrati;
delle guerre civili, delle bidonville, dei moribondi sui marciapiedi
di Calcutta, delle epidemie di colera, degli avvoltoi che scrutano
sornioni dall'alto, pronti a gettarsi in picchiata.
Rintanato in un angolo del Café Kappeli, davanti a una
coloratissima carta stradale dell'Europa, passo un paio d'ore a
decidere un itinerario da seguire in questo passaggio nel vecchio
continente, così nuovo per me. L'unico "viaggio" europeo, fino a
quel momento, era stato un Milano-Copenaghen da solo in
autostop, a quattordici anni: il mio regalo di promozione, come
per altri compagni di classe poteva essere stato un motorino
(anche l'Italia è decisamente a Nord, pure col suo clima
mediterraneo). Egitto a quindici anni, Tunisia a sedici, India a
diciassette: da allora era sempre stato Asia o Africa, qualche volta

445
Sudamerica; mai Europa di nuovo, se non per fine settimana
sporadici in Olanda o in Germania a trovare una ragazza
conosciuta in giro per il mondo; amicizie erotiche che resistevano
indenni al trascorrere del tempo facendoci scoprire via via più
amici che amanti, con la voglia di vedersi ogni tanto ma senza
troppi rimpianti nel lasciarsi di lì a qualche giorno e magari per
un tempo lunghissimo, fino al prossimo squillo di telefono. Poi
era venuta l'Indonesia con la Vespa di Wayan, e già un'ottantina di
paesi diversi si era lasciata attraversare al rallentatore sfilando
sotto le ruote; ma di questa ottantina, prima della Scandinavia,
l'unica nazione europea era stata la Grecia, sulla strada per
Saigon. Adesso c'era un misto di curiosità e disinteresse, di
voglia d'aggiungere nomi nuovi alla lista e di fantasticherie
sull'inverno, sulla neve e le strade ghiacciate che mi aspettavano
dietro l'angolo.
Con una traversata di poche decine di minuti sul Golfo di
Finlandia, da Helsinki raggiungo Tallinn, la capitale dell'Estonia,
la più settentrionale e la più piccola delle tre repubbliche
baltiche. Lungo lo stesso tratto d'acqua, il 14 settembre 1994, si
era verificato un tragico incidente, l'affondamento del traghetto di
linea Estonia davanti all'isola finlandese di Uto; il più grave
disastro in mare, per numero di vittime, dopo quello del Titanic:
ottocento persone avevano perso la vita. Sul ponte del traghetto,
sferzati da continui spruzzi d'acqua e dalle litanie di Enya che
arrivano dagli altoparlanti, una coppia di finlandesi che era
scampata alla tragedia, e che in seguito, accantonando traumi e
superstizioni, aveva fatto diverse altre volte la medesima
traversata per ragioni di lavoro, mi racconta ogni dinamica
dell'incidente, lasciandomi sbalordito per l'allucinante
accavallarsi di coincidenze sfavorevoli che avevano fatto

446
assumere all'affondamento proporzioni così drammatiche, e
spingendomi istintivamente a guardare diverse volte in tralice il
fumo di Londra venato di turchese delle onde intorno a noi...
Dopo aver scambiato il loro biglietto da visita, minuzioso e
asettico come la corsia di una clinica, col mio pezzettino di carta
velleitario dove avevo scarabocchiato l'indirizzo di posta
elettronica e il numero di telefono di una casa che rimarrà chiusa
ancora per anni, stringendoci la mano sbarchiamo nel porto di
Tallinn e ci salutiamo per sempre.
Già fin dagli albori della sua indipendenza dall'Urss, ottenuta
nell'agosto del 1991, la transizione dell'Estonia dal socialismo a
un'economia di mercato e a uno stile di vita più occidentale ha
avuto le connotazioni di un vero e proprio miracolo, di un
successo folgorante che ha offuscato il timido barcamenarsi di
altre vicine nazioni dell'Est. Etnicamente e linguisticamente gli
estoni e i finlandesi sono cugini, ed è in parte dovuto agli stretti
legami esistenti tra i due paesi se il passaggio al capitalismo
dell'Estonia è stato più rapido e meno farraginoso di quanto non
sia successo ai suoi due vicini baltici, la Lettonia e la Lituania. Il
passato splendore del XIV e XV secolo sopravvive
architettonicamente intatto nel centro medievale di Tallinn, tra le
sue strette vie rivestite di porfido, davanti alle cattedrali
ortodosse e alle coloratissime case in stile germanico, in continua
e attenta opera di restauro, tra le mura di cinta e le torri appuntite
delle chiese e dei palazzi nobiliari. "Una meraviglia! " mi dico
gironzolando a vuoto e guardandomi intorno con un sorrisetto
estatico per quasi un'ora, prima di decidermi a parcheggiare di
fronte a un balconcino di pietra che mi ricorda quello di Giulietta
a Verona, e chiedere a una florida signora sorridente dietro il
banco se ha una camera libera per la notte.

447
L'itinerario deciso nel caffè di Helsinki è parecchio
modificato rispetto a quello iniziale, che prevedeva di arrivare a
Gibilterra il più in fretta possibile e per la strada più breve,
sacrificando così la maggior parte dei paesi europei con una
sciabolata in linea retta dall'Estonia alla Spagna. Con le
Relazioni esterne della Piaggio avevamo concordato una
partecipazione al Motorshow di Bologna, per l'inizio di
dicembre. L'idea di un pit stop di un fine settimana in Italia non
mi dispiaceva affatto; il problema era che mancavano ancora più
di due mesi. Sembrava essere arrivato il momento di dare un po'
di tempo e spazio al continente in cui finora, a dispetto delle mie
origini, avevo passato meno tempo in sella a uno scooter; di
zigzagare sulle sue strade e stare a guardare a occhi aperti quello
che arrivava dentro, prima di sentirsi definitivamente e in modo
inappellabile un balinese nato nel posto sbagliato, o una
banderuola inappagabile per la quale l'erba delle terre lontane,
soprattutto a Oriente, è sempre la più verde. Era l'occasione per
dare un'occhiata dal vivo a questo angolo di terra che immaginavo
senza conoscere, alla sua cultura che amavo profondamente ma
che per me non aveva alcun fascino o richiamo emotivo durante
un viaggio in Vespa, alla sue scansioni di affannosa modernità
nelle quali mi ero sempre sentito a disagio. Un'altra
considerazione, di ordine vagamente flagellatorio, mi fa
apprezzare un lungo vagabondaggio europeo prima dello sbarco
in Africa: voglio provare, per la prima volta nelle mie
peregrinazioni su due ruote, a trovarmi nel posto sbagliato
durante la stagione sbagliata... Fino a quel momento ero stato in
Alaska e in Siberia d'estate, e nelle nazioni dell'emisfero australe
durante il nostro inverno, cioè la loro estate; ero stato in India e
nel Sudest asiatico sempre nel periodo migliore, cioè mai nella

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stagione dei monsoni, e lungo la costa orientale dell'Africa
quando le condizioni climatiche erano ideali, e non faceva troppo
caldo né le piogge erano troppo intense. Ebbene: un inverno
europeo in Bielorussia e in Polonia, la neve sulle Alpi e sui
Pirenei, probabilmente mi avrebbero messo alla pari con tutte le
temperature miti che mi avevano tenuto piacevole compagnia in
Russia e in Canada, nella Terra del Fuoco e in Alaska.
Tutta la sera a passeggiare per Tallinn: la collina di Toompea
e le torri della Porta di Viru; il monastero domenicano del 1246 e
l'edificio di quattro piani dall'intonaco color cammello che era
stato il quartier generale del Kgb; la vicina torre della chiesa
Oleviste, che nelle cartoline è l'indiscusso simbolo della città e le
antiche mappe, gli archibugi e le armature del museo Kiek-in-de-
Kòk, una delle innumerevoli torri costruite nel XV secolo il cui
nome, mi dicono, significa "sguardo nella cucina" in tedesco
antico, anche se poi non sanno spiegarmi la ragione di questa
etimologia. Il mezzogiorno successivo, dopo aver ricambiato i
saluti ipertroficamente cordiali della signora alla reception e aver
telefonato a Svetlana senza trovarla come al solito, proseguo per
Tartu, la seconda città dell'Estonia, 200 chilometri a sudest dalla
capitale. La raggiungo in quattro ore, passando attraverso pianure
che si estendono a perdita d'occhio, sostanzialmente disabitate in
una nazione che peraltro conta soltanto un milione e mezzo di
abitanti. Tartu è stata la culla del nazionalismo estone del secolo
scorso, ed è considerata la capitale culturale del paese, con
un'università che annovera oltre ottomila studenti, il gotico della
sua cattedrale e l'impronta classica della città vecchia,
massicciamente ricostruita dopo essere stata distrutta da un
incendio nella seconda metà del Settecento. L'indomani sono a
Riga, la capitale della Lettonia (Latvia secondo lo spelling

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internazionale). Una tappa di nemmeno 300 chilometri ma
costantemente accompagnata da una pioggerellina odiosa, e
un'ora persa in lungaggini alla frontiera tra Valga (Estonia) e la
quasi omonima Valka (Lettonia), per le canoniche formalità
doganali che sembrano essere uno dei lasciti più difficilmente
estirpabili dell'amministrazione sovietica, e che in questo caso
nemmeno avrebbero dovuto esserci, perché il visto preso a
Helsinki era valido per tutte e tre le repubbliche baltiche e mi
consentiva di circolare liberamente dall'una all'altra,
saltabeccando tra le frontiere a mio gusto e piacimento, o quasi.
Le passate influenze dei luterani tedeschi e degli svedesi, dei
cattolici polacchi, degli ortodossi russi e dell'establishment del
Partito unico sono amalgamate tra loro nella composita
architettura degli edifici della vecchia e della nuova Riga, il
"gigante" dove vive circa un terzo della popolazione lettone. Una
città di quasi un milione di abitanti, un po' severa e per certi versi
quasi intimidente, meno bella ma anche meno provinciale di
Tallinn. Alle prese con le prossime elezioni, un referendum, il
problema della minoranza russa, il deteriorarsi delle relazioni con
Mosca e una situazione economica non brillante, influenzata
pesantemente dalla caduta del rublo, l'atmosfera di Riga in quei
giorni è ben diversa dal rampante ottimismo dell'attigua Estonia,
che era appena stata inclusa nella lista dei paesi sulla "via rapida"
per una futura membership all'Unione Europea, insieme alla
Polonia e alla Repubblica Ceca. Una piccola particolarità della
Lettonia rispetto a tutti gli altri paesi che avevo attraversato
finora in Vespa: è il primo in cui la moneta locale, il lats, ha un
valore nominale superiore a quello del dollaro americano, che
viene cambiato a 0,52 lati. Questo naturalmente non ha nulla a
che vedere con l'effettivo potere della valuta nazionale, e

450
comunque ci penserò con un mezzo sorriso di lì a qualche mese a
Luanda, in Angola, quando per un biglietto da dieci dollari mi
daranno trentacinque milioni di kwanzas!. Da Riga al vicinissimo
confine con la Lituania, passando per il crocevia di Panevezys e
arrivando a Vilnius quando è già buio da un pezzo; da Vilnius
all'altrettanto vicino confine con la Bielorussia, sulla strada per la
capitale Minsk, che dista soltanto poche ore. Quattro nazioni
europee (Estonia, Lettonia, Lituania e Bielorussia) in altrettante
giornate di guida, per la serie "vai in fretta e non vedi niente di
quello che ti circonda", cioè l'esatto contrario di quello che avrei
voluto fare all'inizio. L'itinerario prevedeva le tre repubbliche
baltiche e Minsk, dove le statue di Lenin invece di essere tolte di
mezzo come nella Piazza Rossa moscovita sono lucidate e
rimesse a nuovo, e poi nell'ordine: Polonia, Slovacchia, Ungheria,
Austria, Repubblica Ceca, Germania, Olanda, Belgio,
Lussemburgo, Francia, Svizzera, forse Italia; ancora Francia,
Spagna, forse Portogallo e Gibilterra, per un passaggio europeo
che calcolavo superiore ai 10.000 chilometri, durante tutto
l'inverno; già cominciavo a sentirmelo sotto i guanti, che
ingranavano le marce con un ritmo forsennato.
Un caffè bollente in una stazione di servizio persa nella
nebbia sul confine lituano, e i poster di Al Bano e Romina
attaccati con quattro puntine da disegno sopra il flipper. Poi via
di nuovo fin dove la strada finisce e si deve girare da qualche
parte, secondo l'estro momentaneo della segnaletica verticale.
Se Tallinn è una bella città, Vilnius da certi suoi angoli riesce
a esserlo ancora di più. Gli stretti vicoli del centro sono
contornati da edifici barocchi e classici generalmente a tre piani,
colorati come una scatola di cioccolatini, con aiuole fiorite,
portici medievali e sagrati d'innumerevoli chiese. Con la vicina

451
Polonia, la Lituania un tempo faceva parte di un impero che si
estendeva dalle rive del Baltico a quelle del Mar Nero, e ancora
oggi divide la fede nel cattolicesimo romano, fatto questo che la
distingue da Estonia e Lettonia, dove quello che è resistito
all'ateismo del periodo sovietico è di prevalente fede luterana. Un
anziano liutaio che mi aveva invitato per un tè nel suo laboratorio
dietro la chiesa di Santa Teresa, pieno di casse armoniche ancora
scoperchiate, di torni e presse, di riccioli di violino e di gatti che
facevano le fusa, parlandomi dei suoi connazionali mi dice che,
con il loro romanticismo, il loro amore per la musica e la poesia,
la loro loquacità cordiale, il loro passato di occupazioni straniere
e a volte la loro ostinazione, i lituani possono essere descritti
come gli italiani del Baltico. A parte l'ovvia inaffidabilità di ogni
stereotipo, dopo soli due giorni passati a Vilnius devo
riconoscere che in questa frase qualcosa di vero c'è. I nazionalisti
lituani avevano dichiarato l'indipendenza per la prima volta il 16
febbraio 1918, ma nel 1940, a seguito del Patto Molotov-
Ribbentrop col quale la Germania di Hitler e l'Urss avevano
stipulato un accordo di non-aggressione reciproca e si erano in
pratica spartiti l'est europeo, la Lituania si era trovata a far parte
dell'impero sovietico: nello spazio di un anno, quarantamila
lituani furono uccisi o deportati; altri trecentomila, soprattutto
ebrei, morirono nei campi di concentramento e nei ghetti durante
l'occupazione nazista dal 1941 al 1944; e nei sette anni
successivi, con il controllo sovietico totalmente ristabilito nella
regione, altre duecentomila persone furono deportate nei lager
siberiani e persero la vita. Oltre mezzo milione di vittime in poco
più di un decennio, in una nazione che attualmente conta tre
milioni e mezzo di residenti. Una diaspora di proporzioni
bibliche ha portato un altro milione di lituani a vivere all'estero,

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soprattutto negli Stati Uniti. Dopo aver proclamato
l'indipendenza nel marzo del '90, riportando in vigore la vecchia
costituzione del 1918; dopo essere stata invasa dalle truppe
sovietiche l'anno seguente, la Lituania, con gli altri stati baltici,
guadagnò un'effettiva indipendenza in seguito al fallito colpo di
stato di Mosca dell'agosto 1991, e poche settimane più tardi fu
riconosciuta come stato sovrano da tutti i governi occidentali.
A pochi chilometri a est di Vilnius, dove il giorno prima
avevo ottenuto il visto per la Bielorussia, lascio la Lituania e
continuo sulla M 12 in direzione di Minsk, lontana soltanto un
paio d'ore. Quasi per fare onore al suo nome di Russia Bianca, in
contemporanea col mio arrivo nella capitale la neve comincia a
cadere a larghe falde, e in poche ore Minsk diventa bianchissima.
Lascio la Vespa nel garage dell'Hotel Belarus e vado in taxi
all'aeroporto a prendere Svetlana. Alla reception avevo appena
cambiato del contante alla rata di settantamila rubli bielorussi per
dollaro; il taxista mi offrirà subito un cambio al mercato nero di
centonovantamila rubli per ogni banconota americana con la
faccia di George Washington, cioè più del doppio di quello
ufficiale. Questo la dice lunga sulla condizione economica del
paese, che nel frattempo diventava sempre più ammantato di neve.
Sarà un fine settimana bellissimo, e scivolerà via così in fretta
che quando ci sembra appena iniziato lei deve già rivolare a
Mosca. C'è soltanto un piccolo neo, che però mi colpisce con la
stessa intensità di un cazzotto sulla faccia: all'improvviso mi
rendo conto che non è buona, e non è indulgente; due talenti
naturali che per me contano più di ogni affinità di gusti, di
classifiche letterarie o musicali. La bontà e l'indulgenza
"primarie", intendo dire; quelle che vanno al di là del populismo
di seconda mano o dell'erudizione dell'anima, e arrivano nel

453
profondo delle cose sentendo anche senza sapere; quelle che si
hanno o non si hanno, ma non si potrà mai fingere di avere.
Stavamo camminando davanti ai negozi di praskpet Skaryny,
quando sul marciapiede di fronte, seduta sul gradino di un
portone, una vecchia barbona avvolta in una coperta sudicia e con
un cane addormentato sulle gambe, circondata dalle buste di
plastica della sua casa ambulante, ci rivolge un sorriso folle e
ubriaco, e di punto in bianco si spurga addosso una cloaca di
vomito gelatinoso, venato di frattaglie di cibo, con un verso
gutturale che fa accapponare la pelle. Il viso di Svetlana diventa
duro e contratto, mentre la sento dire: "Che schifo!". Avesse
almeno aggiunto qualche altra cosa, una cosa qualsiasi; fosse
almeno stata zitta e non avesse detto niente. Dice solo: "Che
schifo!", e tirandomi per un braccio mi obbliga a camminare più
in fretta. Non saremmo mai ritornati sull'argomento.
Avevamo combinato un nuovo appuntamento in Portogallo,
quando lei avrebbe avuto una settimana libera dal lavoro.
Domenica sera lo stesso tassista ci riporta all'aeroporto, lei mi
dice grazie per averle offerto quei giorni a Minsk e brindiamo con
due bicchieri di vino frizzante, a Lisbona e a noi due. Il ritardo di
venti minuti del suo volo Aeroflot sarà l'ultimo sprazzo di tempo
che passeremo insieme, e non la rivedrò mai più. I bicchieri, a
quanto pare, si erano già incrinati senza che noi lo sapessimo.
Rimango a Minsk fino a martedì mattina, ciondolando per la
città senza voglia di stare lì e senza voglia di ripartire; poi mi dò
un colpo di reni e carico i bagagli sui portapacchi. È già buio da
qualche ora quando arrivo a Brest, sul confine con la Polonia,
dopo essermi divertito per un po' ad acchiappare al volo i fiocchi
di neve con la lingua e sentirli sciogliere sul palato come volatili
gocce di etere.

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I due mesi e mezzo successivi saranno pieni di freddo, di
chilometri, di capitali, di monumenti, di chiese, di piazzole di
sosta negli autogrill sulle autostrade e di telefonate a Mosca.
Due vespisti di Varsavia, che avevano seguito le pagine del
sito internet della Piaggio e ai quali avevo mandato due e-mail
nelle settimane precedenti, il primo in un nuovissimo cybercafé
di Tallinn e il secondo chiedendo di usare per qualche minuto il
computer della reception all'Hotel Belarus (permesso accordato
dopo lunghi tentennamenti e la chiamata in causa del direttore
generale), mi vengono incontro a una trentina di chilometri a est
della capitale polacca, e quando li vedo lì fermi davanti al
guardrail della E 30, imbacuccati nelle giacche a vento, con le
loro Px lucidate a specchio e un piccolo striscione su cui è scritto
"Welcome in Poland, Mr. Vespa!" (in, non to), un po' mi
commuovo e un po' mi viene da ridere. Beviamo qualcosa di forte
in una fumosa trattoria lì vicino, poi vengo scortato nel centro
della città, unendomi ogni tanto ai loro clacson suonati a più non
posso, secondo un copione che mi era già diventato familiare e si
ripeteva con pochissime varianti a ogni incontro con i Vespa club
di tutto il mondo. A Varsavia un nuovo tassello nel puzzle "furti
& aggressioni", con una precisione chirurgica e senza il
grossolano dispendio di calci nelle reni o gragnuole di pugni.
Dopo una cena teutonica a base di wùrstel e crauti, patate
lesse e birra scura, mi avevano riaccompagnato in albergo, ma
verso mezzanotte ero uscito di nuovo a fare due passi, perché
avevo la testa confusa e non riuscivo a prendere sonno. Le vie in
quella parte della città erano ancora illuminate, con una teoria di
negozi dalle serrande abbassate o accesi da riflessi al neon, tra le
vetrine chiuse e le losanghe delle grate di ferro: manichini,
orologi, valigie di pelle, libri, torte nuziali e ritratti di Mozart

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sulle confezioni di cioccolatini. Nel parco vicino, soltanto
qualche raro lampione a stemperare la sua macchia di luce umida,
e il singhiozzo sincopato dei motori di macchine invisibili, che
sfrecciano sulla tangenziale nascosta da una barriera tristissima
di case popolari. Cammino a ridosso di un muro coperto di
manifesti strappati, che all'apparenza sembra quello anonimo di
una fabbrica o di un mattatoio. All'improvviso sento dei gemiti
che vengono da un vicolo cieco, dietro il chiosco di un'edicola
sulla cui saracinesca sono scarabocchiati minacciosi slogan
neonazisti, con qualche svastica di contorno. Tendo l'orecchio,
svolto l'angolo lasciandomi alle spalle l'alone indistinto delle luci
avvolte nella nebbia appiccicosa. C'è qualcuno rannicchiato per
terra; è una ragazza con la gonna sollevata fin sopra i tiranti del
reggicalze e le gambe completamente scoperte; si lamenta, scossa
dai singhiozzi; mi chino verso di lei e le scosto i capelli; un viso
minuto che stranamente non è solcato dalle lacrime, ed è più
giovane di quanto pensassi. Sento dei passi che si avvicinano
dalla via, e sono contento che qualcun altro sia lì con me per
aiutarla; guardo in su e vedo un impermeabile grigio, una pistola
puntata e un sorriso odioso, strafottente e inappellabile. Senza
una parola vengo ripulito dalla testa ai piedi, anche la giacca a
vento e le Timberland nuove di zecca, il portafogli con tutte le
carte di credito, i pochi sloti che avevo alla rinfusa nelle tasche;
anche gli orecchini d'oro, che la ragazza mi sfila con una
delicatezza di cui le sono riconoscente; poi intimandomi un
"Sssstttt" con la canna della pistola, se ne vanno insieme in tutta
calma, voltandosi un paio di volte a guardarmi.
Anche qui, come a Mosca per il furto del computer màlincik,
non mi resta che fare i complimenti per l'organizzazione, che in
questo caso probabilmente è passata attraverso dinamiche del

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tipo: avvistare qualcuno che ha scritto in fronte "straniero" e
passeggia da solo tra la via illuminata e il parco, magari fare uno
squillo di telefonino alla partner che lo aspetta già pronta ad
agire, attirarlo in un vicolo buio con l'esca di una ragazza dalle
gambe scoperte, facendo leva sulla sua libidine o la sua pietà, poi
zittirlo con la minaccia di un'arma e portargli via tutto. Non fa
una grinza, e con pochi rischi si può ripetere ogni sera in un
vicolo o in una città diversa, come le repliche di una tournée
teatrale. Buona fortuna, Bonny & Clyde da strapazzo; e al di là
di tutto lei aveva delle gambe bellissime.
Ritorno in albergo in camicia, con l'anima gelata e i calzini
bordò intrisi dalla fanghiglia di mille pozzanghere; il portiere mi
regala uno sguardo più di disistima che di compassione, ma
molto professionalmente si fa i fatti suoi e non mi chiede nulla. Il
numero di Svetlana è occupato per più di un'ora, e quando forse
avrebbe potuto essere libero, io sono già addormentato. Fino a
Lambaréné, in Gabon, nessuna nuova tessera verrà ad aggiungersi
al puzzle; poi il disegno sarà completato brutalmente in pochi
giorni, prima di essere incorniciato per bene e messo da parte a
riempirsi di polvere, perché fino alla Tasmania non ci saranno più
furti né aggressioni, solo una strada apparentemente infinita che
più diventava lunga e più si accorciava; che pian piano ti finiva
tra le mani e ti faceva capire di non averne ancora abbastanza, di
voler ripartire...
La periferia di Varsavia, il gioiello architettonico di Wroslaw,
il cattolicesimo di Cracovia, con un'enorme dipinto di Wojtyla
per il ventennale del suo pontificato; un pomeriggio in trance ad
Auschwitz: le matasse di capelli, i sandali e gli scarponi, le
bocche annerite dei forni crematori e il delirio di un ometto con
due baffi alla Charlot, il cinismo di un Arbeit Macht Frei, il

457
lavoro rende liberi; fantasmi di visi allampanati, la pelle poco più
che un velo sul teschio; poi il confine di Zacopane sulle
montagne Tatra, e sono già in un'altra nazione, conservando un
ricordo sbiadito e poco gioioso della terra di Chopin e
Copernico, inzuppata di sangue, grigia e indurita dagli inverni,
dilaniata dalle spartizioni a tavolino fino a scomparire dalle carte
geografiche; rimessa insieme, saccheggiata di nuovo e soltanto
adesso, per la prima volta dopo decenni, percorsa da una ventata
di cauta euforia, di ottimismo nei confronti del futuro. Banska
Bystrica con le notizie dell'uragano Mitch e la tristezza di una
telefonata mercenaria; una striscia anonima e veloce di
Slovacchia senza passare dalla capitale Bratislava, puntando a
filo di piombo verso la frontiera ungherese. Poi Budapest e
Vienna, col termometro che diverse volte scende sotto lo zero e
una pioggia a scrosci che un giorno sì e uno no mi tiene
compagnia.
Così tanta storia e così tanta cultura che alla fine non faccio
più caso né all'una né all'altra, e vedo solo la striscia lucida
d'asfalto che sembra liquirizia, la foschia grondante, lo scintillio
dei fanali in un pomeriggio precoce, attaccato al poco sole della
mattina con un mastice acquoso.
Praga, nel centro della Boemia, esattamente a metà strada tra
Vienna e Berlino; Praga, che Goethe chiamava "la più bella
gemma della corona di pietra del mondo", che due secoli più tardi
l'Unesco ha dichiarato Patrimonio mondiale dell'umanità; la
Praga di Dubcek, dei carri armati sovietici, e quella che ogni
anno milioni di visitatori riversatisi nelle piazze immortalano nel
ricordo e innervano con l'inevitabile "calo di bellezza" di un
esasperato turismo di pullman rombanti nei piazzali, frettolosi di
ripartire. "Pamela: àra che bèla césa!"; "Dal bù: l'é bèla bé! ", in

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un dolce scioglilingua di stupori valpadani. Arrivo nella capitale
della Repubblica Ceca poco prima di mezzanotte, dopo aver
lasciato Vienna soltanto nel pomeriggio e aver percorso oltre 400
chilometri passando per la città austriaca di Strockerau e quella
boema di Jihlava, gli unici due veri agglomerati urbani in una
vasta distesa di valli e pianure, punteggiate da qualche isolata
fattoria e ricoperte a volte, sul versante della Boemia, da una
vegetazione rinsecchita e surreale, devastata dalle piogge acide di
solfuro-diossido che hanno causato un disastro ambientale di
proporzioni tragiche in tutta la regione.
Cammino nella città vecchia fino all'alba, poi m'ingozzo di
caffè per assolvere all'impegno mensile con la rivista
motociclistica, che devo sbrigare entro la mattina, prima che in
redazione si chiuda il numero. Come al solito mi riduco ad
aggrapparmi all'ultimo momento utile, e forse per la stanchezza
non trovo di meglio da fare che scrivere: "Camminando a ridosso
delle facciate di pietra dei palazzi nobiliari di Mala Strana, nel
cuore dell'antico quartiere di Staré Mèsto o lungo le arcate di uno
dei diciassette ponti che attraversano la Moldava, con le guglie
del castello visibili da quasi ogni punto della città, ancora oggi si
ha l'impressione che il tempo si sia fermato al XVII secolo, e che
Praga sia come una lezione di storia diventata realtà, un libro di
architettura aperto alle pagine più esaltanti di gotico e barocco,
miracolosamente sfuggite alla devastazione della Seconda guerra
mondiale, a differenza di quanto è successo a Varsavia o a
Berlino...". Poi, senza chiedere scusa a nessuno, per esorcizzare
in qualche modo la caffeina spezzo tra le unghie una pastiglia di
Tavor da 2,5; soprappensiero trangugio insieme le due metà,
sorridendo poi tra me sull'inutilità dell'averle prima divise, e mi
lascio andare sul letto nel trambusto polifonico di Staré Mesto

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che si sta svegliando. Mezza pagina prima, parlando di Budapest,
avevo saputo ricordarmi soltanto dei ragazzi della Via Paal, con il
grande Botha e il piccolo Ernesto Nemegek, del Danubio che
scorre tra Buda e Pest, dei violini tzigani e della lingua magiara
imparentata con il finlandese e forse con l'etrusco: milleduecento
anni di storia liquidati in tre righe, mentre tutto quello che avevo
scritto di Vienna era stato il suo nome, dopo aver cancellato due
fugaci riferimenti al costo eccessivo della vita in Austria e alla
corte imperiale ai tempi di Mozart e Salieri. Sembrava quasi che
tutta la stanchezza accumulata tra Lensk e Magadan stesse
riaffiorando senza preavviso due mesi e mezzo più tardi, in
un'alba traslucida tra le tendine di una finestra a Praga, con una
penna Bic in mano.
Un motivo della Moldava di Smetana mi ronza in testa come
un basso continuo, cadenzando l'ossessivo pulsare del sangue
nelle vene, prima che tutto svanisca nell'oblio e un'overdose di
campane mi strappi subito dal sonno. Vado di corsa a mandare il
fax, manoscritto in mancanza di computer; poi mi sento troppo
giù di corda per continuare quel giorno e mi faccio un altro paio
di ore di lezione di storia diventata realtà, di libro di architettura
aperto alle pagine più esaltanti di questo e di quello, prima di
ributtarmi a letto con la fronte in fiamme: se ne riparlerà domani.
Quando finalmente riesco a lasciare Praga e a proseguire
verso nord in direzione di Teplice e del confine tedesco, la cosa
che mi colpisce maggiormente avvicinandomi alla frontiera è la
schiera interminabile, il cordone umano di prostitute ceche in
abbigliamento a dir poco discinto nonostante il freddo intenso e i
vapori umidi delle nuvole basse sulle montagne; ragazze quasi
sempre belle e molto giovani che con gesti osceni o
ammiccamenti languidi degli occhi m'invitano a fermarmi da loro,

460
in alcove improvvisate con tendine canadesi sul ciglio della
strada o negli innumerevoli piccoli motel disseminati sul
cammino come le casette di un presepe. A Santa Maria non era
mai successo di essere adescata così tante volte in pochi
chilometri, con una regolarità di almeno un adescamento ogni
trenta metri! L'economia locale sta facendo passi da gigante sulla
"via rapida" dell'avvicinamento all'Europa occidentale; ma
evidentemente, a tutt'oggi, la differenza di potere d'acquisto tra il
marco tedesco e la corona ceca è tale da spingere centinaia di
ragazze seminude ad avvicinarsi al confine dell'onnipotente
Germania per offrire i propri servigi ai tedeschi in macchina che
ritornano a casa da Praga o ai vespisti italiani che procedono
indefessi verso l'Africa e la Tasmania. Poche ore più tardi sono a
Dresda, nel cui centro fervono i lavori di restauro con le gru e i
bulldozer che sovrappongono le loro sagome alle rovine di
splendide costruzioni, di palazzi sventrati e muri portanti a
svettare nel cielo come monoliti, tra i mucchi di mattoni, le
collinette di cemento in polvere e le benne che macinano
infaticabili.
L'antico sfarzo culturale della capitale della Sassonia, che nel
Settecento era conosciuta in tutta Europa come la Firenze del
Nord, e la non lontana nel tempo austerità a quattro ruote di una
Trabant della Germania Democratica, che bisognava richiedere
con dieci anni d'anticipo, se bastavano, prima di poterne
impugnare il volante. Nel febbraio del '45, affollata di rifugiati e
con le ultime atrocità di una guerra che già stava finendo, quasi
tutta la città fu distrutta dai bombardamenti angloamericani, che
in pochi giorni causarono la morte di trentacinquemila persone;
durante gli anni del dopoguerra e del regime comunista, molti
edifici barocchi del centro furono restaurati, ma il capolavoro

461
settecentesco di Frauenkirche, la chiesa di Nostra Signora a
poche centinaia di metri dall'ansa meridionale dell'Elba, è ancora
al primo stadio di una laboriosa ed enormemente cara opera di
ristrutturazione, e si calcola che ci vorranno ancora due decenni
prima che possa essere completata.
Una fetta di strudel lungo la strada, 194 chilometri, un vento
gelido ad anestetizzarmi le guance e farmi gocciolare gli occhi, i
clacson dei Tir con i vetri appannati per il riscaldamento al
massimo, e io vestito a strati come una cipolla, due pantaloni uno
sopra l'altro e tre maglioni sotto un nuovissimo giaccone
imbottito di piume d'oca, gonfio e romboidale come l'omino della
Michelin; poi i rallentamenti forzati ai semafori, una macchina
della polizia a sirene spiegate, un viale alberato, le case che
diventano sempre più fitte: Berlino. Un nuovo incontro con i
ragazzi del club locale, ma senza striscioni di benvenuto e senza
che mi vengano a prendere fuori dalla città; un pomeriggio in loro
compagnia, davanti alle colonne e ai quattro cavalli di bronzo
della Porta di Brandeburgo, attorno ad Alexanderplatz,
sfrecciando davanti al Palazzo della Repubblica, alla Colonna
della Vittoria; poi una passeggiata dietro le sbarre dorate del
cancello di Charlottenburg e sotto la fotografia del giovane
soldato russo in perfetta uniforme al Checkpoint Charlie, tutto
quello che resta del confine tra Berlino Est e Berlino Ovest,
questa "città enclave" nella città, una farsa nella tragedia,
geograficamente nel territorio della ex DDR ma circondata per
quasi trent'anni da un muro lungo 162 chilometri, a dividere un
isolato avamposto del mondo occidentale dallo sterminato
grigiore racchiuso nella Cortina di Ferro. Adesso la città è alle
prese con un lifting intensivo, in attesa di ritornare a essere la
capitale della Germania riunificata, con buona pace degli abitanti

462
di Bonn; e vibra con i martelli pneumatici, la tosse secca delle
ruspe e l'alacrità vociante di un cantiere.
Mi sistemo nel quartiere di Kreuzberg, all'Hotel Transit, che
nonostante la parola hotel è più un ostello dall'atmosfera
simpatica, affollato di stranieri che scendono le scale con le guide
della Lonely Planet sottobraccio o passano ore tra i tavolini del
caffè al secondo piano sfogliando Let's Go Europe o
immergendosi in apnea in un paperback preso dalla piccola
libreria vicino alla finestra, generalmente un best-seller
americano di mille pagine con la copertina malandata. Molti
berlinesi ti parlano di Kreuzberg (alcuni con bonomia, altri con
una faccia da tirasberle), come della terza città turca al mondo,
dopo Istanbul e Ankara. In effetti, la maggioranza dei bar, dei
negozi e dei ristoranti è gestita da turchi, che in centinaia di
migliaia abitano questa parte della città. Non perdo occasione
d'ingozzarmi di shish-kebab e turkish pitsa, annaffiando i pezzetti
di carne bruciaticela e le cipolle calde con innumerevoli
bicchierini di chai zuccheroso, mentre risfodero le poche frasi di
turco che conosco, facendo sorridere di degnazione gestori e
clienti. Il pacco che stavo aspettando, contenente un nuovo laptop
mandatomi da Ibm Italia, arriva puntuale nella reception
dell'ostello; mezz'ora più tardi ho già messo tutto negli zaini e
ingranato la prima.
Amburgo, con una cena nella comune anacronistica di Franz
& Co.: due stanze disordinate, piene di letti sfatti e buste
d'immondizia; la cucina con una pila di piatti incrostati di sugo, e
il tutto che sembra un inno disordinato alla musica techno, alle
cartine Ritzla e ai posacenere stracolmi di filtri, con l'esuberanza
maldestra e genuina dei padroni di casa e i ricordi del nostro
incontro a Capo Nord.

463
Brema e subito dopo Groningen, passato il confine olandese.
In quattro giorni attraverso l'Olanda, il Belgio e il Lussemburgo:
nessun pernottamento ad Amsterdam, nessuna puntatina nei
coffee-shop o passeggiate voyeuristiche nel quartiere a luci rosse,
semplicemente tiro dritto per Den Haag e mi fermo per un fine
settimana nella casa di un'amica che avevo conosciuto a Giava, e
che a suo tempo aveva fatto un paio di migliaia di chilometri
seduta in sella con me, da Semerang a Giacarta, su una Vespa le
cui fiancate recavano scritto: "From Australia to South Africa".
Poi Rotterdam e il Belgio. Dal minuscolo e agiato Lussemburgo,
dove anche i poveri sembrano ricchi e le case sono pulite,
ordinate e confortevoli, ritorno in Germania, a Coblenza; fa
sempre più freddo, e non posso percorrere che poche centinaia di
chilometri ogni giorno, una penitenza sempre uguale a se stessa,
ai limiti del congelamento. Francoforte, Strasburgo; Friburgo e
l'Alsazia francese fino a Besangon, con una gelida manina e un
quando vien lo sgelo in un mediocre allestimento della Bohème
nelle sale perfettamente riscaldate di un teatro in periferia. Il
confine svizzero, sulla strada per Losanna, è l'unico in Europa
dove i poliziotti mi abbiano perquisito gli zaini dopo avermeli
fatti togliere dai portapacchi, abbiano svuotato il portafogli e
infilato il passaporto e la patente internazionale dentro un
aggeggio a luci infrarosse che ne garantisse l'autenticità... Salvo
non accorgersi che la patente era scaduta da diversi mesi, e che
avrei già dovuto rinnovarla quando ancora ero in Siberia. In una
cittadina poco dopo la frontiera mi metto in posa con la Vespa
sotto una grondaia dalla quale pendono dei candelotti di ghiaccio
lunghi più di un metro, fitti come i fanoni di una balena; la neve
caduta di recente non era ancora stata spalata dalle strade e si era
subito trasformata in una pellicola di gelo sulla quale le ruote

464
hanno pattinato per tre ore di fila, a una media inferiore ai 20
chilometri all'ora. Montreux, il Gran San Bernardo, la Val d'Aosta
e di corsa al Motorshow di Bologna, per una partecipazione di
due giorni che non era stata prevista alla partenza dalla Terra del
Fuoco ma che adesso mi fa piacere; abbracci, un po' di
commozione quando sfrego una guancia contro i baffi duri e
candidi di mio padre, un po' di firme sulle cartoline, una fetta di
panettone mangiata con qualche settimana d'anticipo; gli amici, le
cene a casa di mio fratello, la calda vicinanza di persone alle
quali sei abituato a voler bene da lontano; nuovi saluti, nuovi "A
presto" illogici, nuovi abbracci lunghi e silenziosi; e poi col
morale alle stelle via verso San Remo, Montecarlo, Marsiglia,
Montpellier, Perpignan e i Pirenei. E a questo punto l'Africa è
davvero lì a due passi.
Il lungofiume di Girona, con i riflessi delle case dipinti a
spatola sotto i ponti ricurvi: Girona, non più Jerona sulle targhe
automobilistiche e i cartelli stradali, con una piccola vittoria
dell'autonomia catalana; le guglie bitorzolute della Sagrada
Familia in perenne opera di restauro, tra un groviglio di
impalcature e tubi innocenti che sembra concepito dagli azzardi
architettonici dello stesso Gaudi; la Rambla e il Barri Gótic, i
musei dedicati a Picasso e Mirò, in una Barcellona che continua
a espandersi e rinnovarsi dopo i Giochi olimpici e sempre più
scavalca posizioni nella lista delle grandi città del mondo. Una
volta arrivato alla periferia nord di Valencia, senza entrare nel
centro della città, devio verso l'interno e la provincia di Castilla la
Mancha, nel cuore della Spagna e nella patria di Don Chisciotte,
contando di raggiungere Madrid in un paio di giorni. Ricordo che
passando davanti ai resti di un mulino a vento nella pianura
disabitata, tra Utiel e Motilla del Palancar, stringendo forte la

465
gomma zigrinata delle manopole-briglia del mio Ronzinante
metallico, mi sono sentito per una manciata di secondi, senza
motivo, perfettamente felice, mentre i peli si rizzavano sulla pelle
d'oca delle braccia, granulosa come la buccia di un'arancia. Pochi
secondi soltanto, per i quali vale la pena di vivere.
Quattro giorni a Madrid, ospite di Silvia e Alberto. Due anni
prima, quando ancora non si era trasferita in Spagna col marito e
lavorava negli uffici di via Andegari a Milano, Silvia mi aveva
proposto di raccontare in un libro la storia del mio viaggio in
Vietnam, cosa che in meno di tre mesi, con un febbrile
corteggiamento della memoria, avevo fatto in un volume
intitolato, da lei, In Vespa. Le partite a scacchi con Alberto, le
parole di euskadi, la lingua basca, insegnatemi da sua madre, e
quelle dure di un suo cugino sull'estradizione di Pinochet e
sull'attività dell'Età, che aveva da poco sequestrato e ucciso un
ragazzo infiammando la coscienza e lo sdegno degli spagnoli; i
luoghi di ritrovo intorno alla calle de Alcalà e alla Puerta del Sol,
il vino rosso e lo Jamón serrano, il Chilometro Zero, le cantine
dove si suona il flamenco, le feste in casa di amici sempre nuovi.
Quando sono pronto a partire in direzione di Salamanca e del
confine col Portogallo, il termometro precipita nuovamente sotto
lo zero, e prima di raggiungere Àvila una bufera di neve fresca mi
farà sbandare sui tornanti della Sierra di Guadarrama,
decantandosi sui miei baffi in un grottesco strato di ghiaccio.
Quasi ogni giorno avevo telefonato a Mosca, e molto più
raramente avevo ricevuto chiamate quando ero stato in grado di
dare un recapito; il tenore delle nostre conversazioni era andato
di pari passo con le condizioni meteorologiche, e da un bel po' di
tempo non era mai stato sereno o splendente di sole; sempre
qualche nube, sempre troppo freddo. A Salamanca, da una cabina

466
di fronte alle mura dell'antica università, Svetlana mi fa sapere
che forse non può venire a Lisbona, per impegni di lavoro. In uno
dei caffè che riempiono di sedie e tavolini i lati di plaza Mayor,
mi dice che sicuramente non ci riesce; a Ciudad Rodrigo, in
Portogallo, mi dice tutto il resto: che lui è un nipote di Luskov, il
sindaco di Mosca, e tra i possibili candidati del dopo-Eltsin; che
ormai la storia è iniziata da un mese e che lui le ha appena
regalato una Golf nuovissima perché la Suzuki Vitara stava
andando a pezzi; che non si era sentita di dirmelo per telefono
(come se adesso stesse facendo un'altra cosa), e che comunque
aveva un ricordo bellissimo della gita a San Pietroburgo e a
Minsk. E io? Come andava? La Vespa, tutto bene?
Lisbona è una città perfetta per sentirsi solo e malinconico.
Mi crogiolo nella sua patina di passato splendore, di ricchezza
coloniale svanita da tempo; prendo il fresco seduto sulle
panchine, nelle piazze piene di piccioni che becchettano attorno
al piedistallo di una statua equestre o al monumento di un
letterato con un grosso tomo sottobraccio; i palazzi fatiscenti, le
risate bianche come schiuma e le giacche sempre fuori misura
degli immigrati dal Mozambico, da Capo Verde o dall'Angola,
alcuni odori che mi ricordano Maputo e le città della costa
mozambicana, e mi fanno immaginare una Luanda che mi aveva
sempre affascinato dalle pagine di Luandino Viera, che ancora
non conoscevo e dove rimarrò bloccato per tre settimane di lì a
qualche mese. La Lisbona del fa do di Amalia Rodrìguez e dei
Madredeus di Teresa Salgeiro, di Pessoa e di Tabucchi, di Wim
Wenders e dell'Art Déco, del Rossio e della Baixa; e che per me
sarà solo gonfia di magone, inospitale come lo scenario di un
brutto sogno. Quando è ora di partire, attraversando il
lunghissimo ponte sul Tago, mi riprometto di tornare in

467
Portogallo con la testa libera, e di concedere più tempo, meno
sindrome da abbandono e più disponibilità a questo angolo
lontano e un po' dimenticato d'Europa.
Setubal e Sines, Tavira e un nuovo confine spagnolo ad
Ayamonte. L'Andalusia, gli splendori di Siviglia e l'Alhambra di
Granada; la Sierra Nevada e le spiagge spudoratamente turistiche
o sorprendentemente selvagge della Costa del Sol, Màlaga e il
promontorio di Gibilterra, Algeciras e il traghetto che in pochi
minuti mi porta a Ceuta, che con la non lontana Melilla è tutto
ciò che rimane dell'onnipotente impero coloniale europeo in
Africa: due minuscole enclave spagnole sulla costa marocchina,
estreme propaggini del Vecchio Continente che mi sono appena
lasciato alle spalle, dopo più di cento giorni e 12.000 chilometri
attraverso diciotto nazioni diverse, dall'Estonia al possedimento
britannico sullo Stretto di Gibilterra. Tre mesi invernali per
capire una volta di più, e mai dopo averlo sperimentato così a
lungo e così in profondità, di essere un vespista europeo che si
sente di passaggio in Europa, e a casa sua in quasi tutto quello
che Europa non è.
Verso sera mi ritrovo a gironzolare nella medina di Tangeri, e
non sto più nella pelle al pensiero di avere tutta l'Africa davanti a
me, giù a occidente fino a Città del Capo e su a oriente fino a
Gibuti; e poi ancora l'Asia da ovest a est, dallo Yemen
all'Indonesia. Un tè con un ciuffo di menta, la musica araba per le
strade, il fumo dolciastro di un narghilè; e il brutto sapore
lasciatomi dall'ultima telefonata a Mosca sta già mischiandosi
con altri, e quasi non fa più male. La cosa bella delle cose brutte
è che prima o poi cominciano a finire; e se è vero che al cuor non
si comanda, è anche vero che si può fare a meno di obbedirgli.

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Medine e miraggi

Il blu intenso dell'Oceano Atlantico alla mia destra, l'ocra


tenue del deserto alla sinistra: per giorni interi questo è lo
scenario che mi accompagna, superati i palmizi delle pianure
costiere di Agadir e le montagne dell'Anti Atlante marocchino a
Tan-Tan, in direzione di Laayoune e Dakhla nell'ex Sahara
spagnolo, e del confine con la Mauritania. Oltre 2000 chilometri
di una stretta strada a una corsia, con l'asfalto granuloso coperto
a tratti da lingue di sabbia trasportate dal vento, prima che la
stradina sparisca poco a nord di Nouadhibou in un susseguirsi di
dune assolate e notti solitarie tra una coperta scozzese e il
brulichio delle stelle, e riaffiori soltanto 540 chilometri più a sud,
nell'ammasso di baracche coperte di polvere che segna l'ingresso
nella capitale mauritana, Nouakchott.

Fino al 1975, il Regno del Marocco di Hassan II, succeduto


al padre Mohammed V nel '61, sei anni dopo l'indipendenza
ottenuta dai francesi, finiva vicino a Tarfaya sul Capo Juby,
all'incirca sullo stesso parallelo dell'isola di Las Palmas nelle
Canarie: a sud c'era il possedimento spagnolo del Sahara

469
Occidentale, 300.000 chilometri quadrati di deserto ricchissimo
di fosfato, racchiusi tra la costa dell'Atlantico e i confini politici
di Mauritania e Algeria. La Spagna aveva mostrato poco interesse
per questa sua colonia sabbiosa fino alla scoperta dei giacimenti
di fosfato negli anni sessanta, e quando cominciò a farlo si trovò
subito a fronteggiare un altro aspetto locale, la resistenza
nazionalista dei residenti saouarhis, che nel '73 costituirono il
fronte di liberazione popolare conosciuto come Polisario, e
cominciarono ad attaccare i gruppi di ricerca, e i militari spagnoli
sul posto, con attività di guerriglia. La situazione di estrema
difficoltà creatasi alle porte di casa non passò inosservata agli
occhi di Hassan II, che pressato dai problemi interni cercava un
pretesto per rialzare la sua popolarità in ribasso, e il re seppe
cogliere la palla al balzo. Nel 75, rivendicando l'appartenenza
storica del Sahara Occidentale al Marocco, rivendicazione
abbastanza fiacca o perlomeno soltanto in parte legittima,
organizzò una marcia di trecentocinquantamila marocchini
volontari e non armati, la Marcia Verde, all'interno della colonia;
i militari non spararono un colpo e poco dopo la Spagna ritirò
tutte le sue forze, rinunciando alla sovranità e lasciando la
questione territoriale in mano ai governi di Marocco e
Mauritania. Così gli uomini del Fronte Polisario, che avevano
combattuto per anni contro gli spagnoli, si trovarono a
combattere contro i nuovi padroni africani, e la disputa
territoriale continua tuttora, dopo un quarto di secolo di attentati,
migliaia di vittime su entrambi i fronti, una semina capillare di
mine antiuomo e anticarro, scambi di prigionieri, promesse di
referendum sull'autodeterminazione, trattative di pace e invii di
consiglieri delle Nazioni Unite.

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Rimango a Tangeri due notti, poi parto verso Rabat offrendo
un casto passaggio a una ragazza berbera che sbarcava il lunario
in uno dei mille bar di Petit Socco, facendosi offrire da bere e
ricambiando l'offerta con sorrisi eloquenti e pieni di tacite
promesse, più patetici che ammaliatori. In quei giorni stava
pensando di prendere un autobus per andare a trovare i genitori e
i suoi bambini che non vedeva da mesi; cinque anni il più grande,
tre anni la bambina; due padri diversi che non sapeva dove
fossero; ventitré anni ancora da compiere per lei. E invece
dell'autobus ci sarà una Vespa per Namira, in arte Joséphine, con
i palmi delle mani arabescati di henné e le piccole spalle nella
giacca a vento che le avevo prestato, spalle così larghe nel
sopportare gli sguardi duri di disapprovazione dei suoi
connazionali a ogni sosta lungo la strada, che impietosamente la
divoravano con gli occhi e si mettevano d'impegno per farla
sentire una puttana. Cosa che più o meno era, e che le serviva
come il pane essere. L'accompagno fin sotto casa, augurandole
tutto il bene del mondo e stringendo a lungo l'intrico color
ruggine delle sue mani; forse dopo averle lasciato qualche dubbio
sulla mia virilità o i miei gusti sessuali, per non avere approfittato
di lei e di una cosa così facile da prendere al volo; o forse solo un
bel ricordo, non so. Metto in moto salutato dal suo sorriso e
dallo schiamazzo di una frotta di bambini che per un po' mi
rincorre gesticolando; lascio quel quartiere periferico fatto di
fango e calcestruzzo, con qualche carcassa di automobile, i pali
della luce storti, una piccola moschea bianca e le donne sedute a
gruppi sui gradini delle case, che al mio passaggio coprono il
volto con il velo e ridacchiano sommessamente.
Senza entrare nel centro di Rabat, la capitale marocchina il
cui profilo di alte costruzioni, in lontananza, si annuncia

471
sorprendentemente moderno a dispetto di una storia che va
indietro di duemilacinquecento anni, al tempo delle incursioni
delle navi fenice sulla costa mediterranea e atlantica del
Nordafrica, ritorno sulla tangenziale frastornato da continui
clacson suonati senza alcuna necessità, per puro amore della
musica, e punto dritto verso sud e Casablanca, il centro
industriale e commerciale più importante del paese, che dista
appena 100 chilometri da Rabat. Un paio d'ore a espellere polvere
e tossine in un hamman della medina, una sistemazione in un
auberge de jeunesse poco lontano, che per soli cinque dollari e
incurante dei dati anagrafici offre camere austere come le celle di
un convento; la carne e le verdure nella terracotta bollente di una
tajine per cena, tè e menta fino alle dieci e poi qualche pagina di
un libro, finché si deve rileggere la stessa frase dieci volte, e poi
le parole si mischiano tra loro, e ci si scuote e si ritorna sulla
stessa frase, e alla fine ci si addormenta con il libro in mano e la
lampada accesa sul comodino: una delle sensazioni che amo
particolarmente dopo una giornata di viaggio.
Dall'alba a mezzogiorno non mi stacco di un centimetro dalla
costa; supero Azemmour, El-Jadida e Oualidia, con i loro
anonimi complessi turistici e gli scheletri di cemento armato di
nuovi alberghi che stanno sorgendo sulla spiaggia; arrivo a Safi e
da lì devio all'interno lungo una strada secondaria, sulle colline
che si estendono tra il mare e le montagne dell'Alto Atlante,
alcune delle quali rimangono coperte di neve per tutto l'anno e
sono tra le più alte dell'Africa. Centosessantamila chilometri,
qualche villaggio di pastori, qualche capretta terrorizzata in
mezzo alla strada, una bambina che rimane immobile a guardarmi
qualche istante, con un diadema di monetine sulla fronte e un
velo color porpora, un ragazzo dalla pelle chiara e gli occhi

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verdissimi, un rifornimento di benzina, uno spuntino di brochette
e focaccia calda; e prima del tramonto sono a Marrakech.
Giusto il tempo di una doccia veloce, poi a piedi mi districo
nel labirinto del suq col passo cauto ma sicuro di un rabdomante,
e sbuco nell'enorme piazza di Djemaa el-Fna proprio quando uno
degli spettacoli più bizzarri e fascinosi del mondo sta iniziando,
come ogni sera. Tra le fila di bancarelle che cuociono cibo,
spremono succhi di frutta, arrostiscono pannocchie; tra le
montagnette di limoni, di pesce, di pezzi di carne, di ghiaccio
tritato e di frutti di mare; tra le volute di fumo che fanno venire
l'acquolina in bocca, le zaffate di sudore e la ressa di persone...:
saltimbanchi, indovini, mangiatori di fuoco, incantatori di
serpenti, musicanti, dentisti-stregoni davanti a mucchietti di
molari e canini, maghi, cantastorie, ballerini, acrobati, pazzi
tenuti con una catena al collo, mendicanti, ladri, ruffiani,
borsaioli, venditori di chincaglierie; tutti insieme dispiegano il
loro repertorio di grida e imbonimenti, di merce e oggetti
divinatori, di esibizioni e meraviglie, tutti insieme in una
sarabanda infernale, con bagliori di fuochi e rullio di tamburi, tra
gruppi di turisti impauriti o in estasi, con gli occhi sgranati e i
flash che scattano a mitraglia: Marrakech si trasforma in un circo
senza tende, nella grottesca follia collettiva di un quadro di
Hieronymus Bosch. Per quattro sere di fila non riuscirò a
mancare allo spettacolo, riuscendo con molta fatica, ogni volta, a
schiodarmi dalla fantasmagoria di Djemaa el-Fna soltanto quando
i fuochi erano già spenti e rimanevano solo le braci, e la piazza
era ormai quasi deserta. Quattro mattine e altrettanti pomeriggi
pieni di sbadigli, di sole, di succhi di melagrana, di datteri, di
passeggiate nella medina e di appuntamenti ambulatoriali con un

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dentista come si deve in un palazzo signorile della nouvelle ville,
per un totale di tre otturazioni.
La città musulmana tradizionale (medina) era circondata da
mura con portoni che venivano chiusi al tramonto; quando
spagnoli e francesi colonizzarono il Marocco, costruirono le loro
città all'esterno della medina, lasciandola sostanzialmente
inalterata e "araba"; questa è la ragione per cui centri importanti
come Fès o Rabat, Tangeri o Marrakech possiedono tutti una
"città vecchia" con gli stretti vicoli, i mercati coperti, le antiche
moschee e le case costruite attorno a cortili interni, e una "città
nuova" con ampi viali alberati e una miscellanea di stili
architettonici, dal coloniale più classico all'ultramoderno più
sfrenato. Ogni giorno, quando la ressa dell