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sotto il tiglio 9.

Tomás Spidlik

L’arte di purificare
il cuore

“È il tempo quando fiorisce il tìglio”

Lipa
«è»
© 1 9 9 9 Lipa Srl, Roma
prima edizione: febbraio 1999
prima ristampa: febbraio 2000
diciassettesima ristampa: marzo 2016
diciottesima ristampa: maggio 2017

Lipa Edizioni
via Paolina, 25
00184 Roma
© 06 4747770
fax 06 485876
e-mail: info.Lipa@lipaonline.org
http://www.lipaonline.org

In copertina: particolare di un mosaico di Marko I. Rupnik

Stampato nel maggio 2017


Abilgraph via Pietro O ttoboni, 11 - Roma

Proprietà letteraria riservata


Printed in Italy
codice ISBN 8 8 '8 6 5 1 7 '3 9 -4
Indice

Introduzione. . .. . .. . .. . .. . .. . .. . .. . .. . .. . .. . .. . .. . .. . .. . .. . 5

1. Il mistero del bene e del male.......................... 7


2. Il serpente nel paradiso del cuore...................... 11
3. La vigilanza del cuore. . .. . .. . .. . .. . .. . .. . .. . .. . .. . .. . .. 21
4. Il discernimento degli spiriti. .......................... 33

5. Gli otto pensieri cattivi................................ 43


6. L’esperienza personale... . .. . .. . .. . .. . .. . .. . .. . .. . .. . .. . 57
1. Il metodo psico-fisico degli esicasti.. . .. . .. . .. . .. . .. . .. . 65
8. Pregare “nel cuore” . .. . .. . .. . .. . .. . .. . .. . .. . .. . .. . .. . .. 79
Epilogo. . .. . .. . .. . .. . .. . .. . .. . .. . .. . .. . .. . .. . .. . .. . .. . .. . .. 91
Introduzione

Cominciamo con alcuni testi caratteristici:

«Questa sarà l’alleanza che io concluderò con la casa di


Israele dopo quei giorni, dice il Signore: Porrò la mia legge nel
loro animo, la scriverò sul loro cuore» (Ger 31,33).

«Che Cristo abiti per la fede nei vostri cuori e così, radi­
cati e fondati nella carità, siate in grado di comprendere con
tutti i santi quale sia l’ampiezza, la lunghezza, l’altezza e la
profondità, e conoscere l’amore di Cristo che sorpassa ogni
conoscenza, perché siate ricolmi di tutta la pienezza di Dio»
(Ef 3,17-19).

«Può essere che l’aria sensibile divenga meno presente


al respiro dei nostri sensi esteriori di quanto lo Spirito di Dio
divenga intimo al nostro cuore, alitandovi senza posa il suo
ricordo, dimorando sempre più in noi...» (Martyrius Sahdonà,
autore sirìaco del VII sec.).

«Puro di cuore è chi disprezza le cose terrene e cerca le


celesti non cessando mai di adorare e di vedere il Signore Dio
vero con cuore e animo puro» (san Francesco d!Assisi).

«Non è l’abbondanza della scienza che soddisfa Xanv


ma, ma sentire e gustare interiormente le cose» (sant’Igna-
»o di Loyola).

5
L'ARTE DI PURIFICARE IL C U O R E

«Il nostro cuore è davvero la radice e il centro della vita.


Esso mostra se lo stato dell’uomo è buono o cattivo ed inci­
ta le altre forze all’attività e, dopo che esse hanno realizzato
la loro opera, esso riceve dentro à sé il risultato à queste azio-
ni per rafforzare o indebolire quel sentimento che caratteriz'
za la disposizione permanente dell’uomo. Sembra, quindi,
che ad esso— il cuore— si dovrebbe concedere il governo
della vita—ed infatti è così presso molti e in maniera mino-
re presso altri—e può darsi che inizialmente fosse così. Ma
vennero le passioni e turbarono tutto. Quando esse sono pre­
senti, il nostro cuore non è un segnalatore sicuro, le nostre
impressioni non sono come dovrebbero essere, i gusti sono
perversi e conducono l’attività delle altre forze verso la dissi­
pazione. Il programma, quindi, è questo: tieni il cuore sotto
controlb e sottometti ad una severa critica tutti i sentimen­
ti, i gusti e le inclinazioni. Quando sarà purificato dalle pas­
sioni, esso potrà agire a suo agio» (Teofane il Recluso, au­
tore spirituale russo, f 1894).

«Se la religione è una relazione personale con Dio, allo­


ra il contatto con la Divinità non è possibile che nella profon­
dità del mio io, nella profondità del cuore, perché Dio, co­
me dice Pascal, è sensibile al cuore» (B. Vyseslavcev, teo­
logo russo, f 1954).

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1, Il mistero del bene e del male

DA DOVE PROVIENE IL MALE?_____________________

E la domanda che gli uomini si sono continuamente


fatti, pur rimanendo sempre convinti che il problema
del male ci pone davanti ad un mistero. Schematicamente,
prima del cristianesimo possiamo distinguere tre diverse
risposte fondamentali date a tale interrogativo:
1. Quella del dualismo cosmico: nel mondo ci sono
due tipi di forze che si combattono a vicenda: quelle del­
le divinità buone e quelle delle divinità malvagie, la
luce e le tenebre. Il bene appare più forte, ma la sua
lotta con il male è eterna.
2. Quella del dualismo antropologico: il bene e il ma­
le stanno nell’uomo stesso. La loro lotta si manifesta
come opposizione di carne e spirito. I desideri della
carne ci portano al male, lo spirito ci eleva verso l’alto.
Ma con l’ascesi l’uomo può indebolire l’influsso della car­
ne e fortificare così lo spirito.
3. Quella del dualismo morale: non è la carne in sé
che conduce al male, ma le “passioni”. La virtù consiste
allora nel vincere le passioni e vivere secondo ragione.

SI PUÒ ACCETTARE LA SPIEGAZION E DEL


DUALISMO C O S M IC O ?______________________________
Questa concezione, tipica delle antiche religioni orien­
tali, si riflette nelle favole che sono come i documenti
più antichi della letteratura umana. In esse ci sono le fa­

7
1

L'ARTE DI PURIFICARE II CUORE

te buone, le streghe cattive e i principi che vanno a com­


battere i draghi. I bambini ascoltano volentieri questi
racconti perché vi è una chiara distinzione fra ciò che
è bene e ciò che è male e alla fine si manifesta la fede
nella vittoria del bene. Eppure, in fondo, questa conce­
zione contraddice la rivelazione cristiana. Tutto ciò
che esiste è stato creato da Dio e tutto ciò che Dio ha
creato è buono. Non si può quindi ammettere l’esisten­
za di qualche forza del male indipendente da Dio, con­
temporanea a lui, né si può ammettere qualche essere
cattivo fin dall’inizio per sua natura.

M A NELLA NOSTRA CARN E, C O M E ATTESTA


SAN PAOLO (CF RM 7), È N A SC O ST O IL
PECCATO , LA CA RN E SI O PPO N E ALLO
SPIRITO. C O M E DOBBIAM O INTENDERE
QUESTA O PPO SIZIO N E?____________________________
Infatti, nella Bibbia e nella letteratura ascetica, la
“carne” è indicata come la sorgente del male. Ma que­
sto termine non deve indurci in errore. “Carne” non
significa il corpo umano, ma è un termine usato in sen­
so morale, che indica l’insieme delle tentazioni causate
dal peccato che ha già preso dimora in noi. Si chiama
anche “concupiscenza”, di cui si dice che «dal peccato
proviene, al peccato ci attira, ma in se stessa non è an­
cora peccato». Perciò sarebbe erroneo credere che il no­
stro corpo, la componente materiale dell’uomo, sia ma­
le. Il corpo di Cristo è santo e noi siamo chiamati a
santificare il nostro corpo in unione con Lui.

8
T. S P I D LÌ K

CO M E GLI ANTICHI FILOSOFI STOICI, A N CH E


LA MORALE CRISTIANA IN S EG N A A DOMARE
LE PASSIONI; S O N O D UN QUE QUEST'ULTIME
A DOVER ESSERE CONSIDERATE UN MALE?
Il termine “passione” si può intendere in due modi. Po­
sitivamente, come un desiderio sensibile buono, quando
indica una tendenza naturale: ad esempio il desiderio di
mangiare quando uno ha fame, la gioia di muoversi, la vo­
glia di sposarsi al tempo opportuno, ecc. Negativamen­
te, quando le passioni che eccedono la misura e sono dif­
ficilmente controllabili ci conducono al male.
Ma nemmeno le passioni in se stesse costituiscono
peccato. Con la grazia di Dio, l’uomo possiede normal­
mente la libertà e la forza di vincere le inclinazioni al
male. E se, per un’eccezione, la passione fosse così forte
che l’uomo perdesse la libertà o la conoscenza del bene
e del male, egli commetterebbe, come dicono i morali­
sti, un peccato “materialmente”, ma davanti a Dio tale
peccato risulta giustificato a causa dell’estrema debo­
lezza dell’uomo.

ALLORA CH E C O S A , S E C O N D O
L'INSEGNAMENTO CRISTIANO, DEV'ESSERE
CONSIDERATO "MALE" E CHI È RESPONSABILE
PER LA SUA VENUTA NEL M O N D O ?______________
Solo il peccato è vero male, cioè frutto di un libero ac­
consentire al male dato dall’uomo stesso. Quindi, solo l’uo­
mo è responsabile del male che s’impossessa del suo cuo­
re e attraverso di lui entra nel mondo. I Padri della Chie­
sa scrissero omelie sul tema “Dio non è causa dei mali”
(san Basilio). Apostrofano l’uomo con queste parole: «Non

9
L'ARTE DI PURIFICARE I L C U O R E _______________________________________

dare la colpa né a Dio né al diavolo, né al mondo, né al­


la carne con le sue passioni, ma da’ la colpa a te stesso e
solo a te stesso! » San Giovanni Crisostomo scrisse un trat­
tato dal titolo: Nessuno pud soffrire danno se non da se
stesso. Sembra una constatazione triste? Lo è? In un cer­
to senso sì, ma vi è anche il rovescio della medaglia: se
da un lato siamo stati noi stessi a causare il male, dall’al­
tro noi stessi possiamo cercare di ripararlo.

M A NEL M O N D O IN CON TRIAM O TANTI


GUAI DI CUI N O N SENTIAM O A LCU N A
COLPA!__________________________________________________
I Padri distinguono i cosiddetti mali “fisici” da quel­
li “morali”. Il male morale è il peccato. I mali fisici so­
no le malattie, la morte, le catastrofi naturali, le perse­
cuzioni ecc. Anche la loro lontana origine è nel pecca­
to, che risale alla prima disobbedienza di Adamo. I ma­
li fisici hanno un carattere punitivo. Ed è proprio per
questo che servono al bene: se si accettano in uno spi­
rito di penitenza. Le sofferenze ci mettono in guardia dal
cercare nel mondo la nostra felicità definitiva, per ri­
volgere la mente a Dio.

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2, Il serpente nel paradiso del cuore

DOVE CERCARE L'ORIGINE DEL PECCA TO ?


CO M E INTERPRETARE IL R A C C O N T O BIBLICO
SUL SERPENTE NEL PARADISO?____________________
Gen 3 racconta la storia del primo peccato: la ten­
tazione di mangiare il frutto proibito, il colloquio di
Èva con il serpente seduttore, il consenso di Adamo, la
cacciata dal paradiso. I Padri ritengono che l’esperien­
za di ciascuno confermi e prolunghi nella storia ciò che
la Genesi racconta nei primi capitoli. Ognuno di noi pos­
siede un paradiso, cioè il cuore creato da Dio in uno
stato pacifico. Ed ognuno di noi vive l’esperienza del ser­
pente, che penetra nel cuore per sedurci. Il serpente ha
la forma di un pensiero cattivo. Scrive Origene— e con
lui concordano tanti altri Padri— che «la sorgente e l’i­
nizio di ogni peccato è il pensiero» (in greco bgismos).

COM E MAI UN SEMPLICE PENSIERO PUÒ


CAUSARE IL MALE?___________________________________
Non si tratta di un semplice pensiero, ma di un pen­
siero impuro, cattivo. Ad essere sinceri, ciò che spesso
chiamiamo tentazioni non sono neppure veri pensieri,
piuttosto immagini della fantasia alle quali si aggiunge la
suggestione di realizzare qualche cosa di cattivo. San Mas­
simo il Confessore illustra questa situazione con esempi
tratti dalla vita quotidiana affermando, ad esempio, che
non è un male la facoltà di pensare e neppure lo è il

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pensare. Non è un male la donna. Né è un male pensa- j
re ad una donna. Eppure, nella mente di un uomo indi- |
ne alla sensualità, l’immagine di una donna non rimane j
sempre pura, ma si mescola ad un impulso carnale chi'
suggerisce un atto contro la legge di Dio. Allo stesso f
modo, il denaro e il vino non sono un male in sé, eppu­
re possono diventare pietra di inciampo a causa degli im­
pulsi impuri che si aggiungono ad essi. Diciamo così
“puro” ciò a cui non si aggiunge nient’altro, come par­
liamo, ad esempio, di oro puro, di acqua pura ecc. Così j
anche i pensieri sono puri finché non si aggiunge ad es­
si qualche impulso che induce a fare il male.

DA DOVE V E N G O N O TALI IMPULSI AL MALE?


I Padri paragonano il cuore umano ad una “terra pro­
messa”, nella quale i Filistei, i Babilonesi e altri popoli
pagani gettano lance e frecce, cioè cattive suggestioni.
Questi pensieri “diabolici”, “carnali”, “impuri” non
possono aver origine nel nostro cuore, dal momento che
esso è creato da Dio. Vengono quindi “dal di fuori”. Non
appartengono al nostro modo naturale di pensare. E fin­
ché rimangono al di “fuori” di noi, non sono peccato.
Costituiscono un male solo nel momento in cui li ac­
cettiamo consapevolmente e liberamente, quando cioè
ci identifichiamo con essi.

M A NEL VAN G ELO È SCRITTO CH E IL MALE


PROVIENE DAL CU O R E E N O N DALLE C O S E
ESTERNE [MT 15,19). E ALLORA?__________________
Certo, ma dobbiamo stare attenti a come spieghiamo

12
T. SPIDLÌK

questo testo. Dal cuore dell’uomo viene il peccato, perché


il consenso al male è dato dall’interno dell’uomo, dalla sua
libera volontà. I pensieri cattivi, i desideri passionali gi­
rano continuamente, per così dire, intorno a noi. Spesso
occupano la nostra fantasia e la nostra mente. Costitui­
scono la debolezza umana dopo il peccato dei primi an­
tenati. Ma in sé non sono ancora un vero male. La Chie­
sa afferma che la concupiscenza proviene dal peccato e at­
tira al peccato, ma in sé non è peccato.

MA ALLORA VIVIAMO IN U N O STATO


PERICOLOSO, SEMPRE ESPOSTI ALLE
TENTAZ IO N I..._________________________________________
La vita dell’uomo sulla terra è un combattimento, di­
ce Giobbe (7,1). E un proverbio aggiunge che chi non
vuol combattere, non dovrebbe nemmeno vivere. Ma
non dobbiamo esagerare la difficoltà di questa lotta.
Un antico autore mistico, lo Pseudo-Macario, parago­
na la nostra anima ad una grande città. Nel centro c’è
un bel castello, vicino c’è la piazza del mercato e intor­
no la periferia. Il nemico, cioè il peccato originale, ha
occupato la periferia, cioè i nostri sensi. Ed è perciò
che in quel punto spesso ci sentiamo turbati. Ma questi
turbamenti arrivano di frequente anche alla piazza del
mercato, cioè là dove si comincia a discutere se dob­
biamo o non dobbiamo accogliere un pensiero come no­
stro o se piuttosto dobbiamo rifiutarlo. Ma nel castello
interiore, dove è la nostra libertà ad essere il padrone,
il peccato non può penetrare se non gli apriamo la por­
ta con il nostro libero consenso.

13
L'ARTE DI PURIFICARE IL C U O R E

Anche santa Teresa d’Avila parla del “castello inte­


riore” della nostra anima, dove possiamo conversare con
il Signore, l’Ospite divino, senza che i turbamenti peri­
ferici ce lo impediscano in alcun modo.

C IÒ N O N O STA N TE SIAM O INTERNAMENTE


DIVISI. Q U ESTO N O N È PIACEVOLE, E FORSE
E ADDIRITTURA STA N CA N TE..._____________________
Gli uomini spirituali cercano non solo di evitare il
peccato, ma anche di purificare il cuore, perché così fa­
cendo l’anima può ritornare alla pace interiore. Gli au­
tori monastici chiamano l’ascesi con il termine greco
praxis, indicando così la pratica spirituale. Ma distin­
guono tra la “pratica esteriore”— che si concentra per
evitare gli atti peccaminosi— , e la “pratica interio­
re”—che ha come scopo la purificazione del cuore. Spes­
so, purtroppo, gli insegnamenti morali che si propon­
gono restano limitati solo alla pratica esteriore: «Non
si deve fare questo, si può fare quello». E questo può
forse spiegare perché tanto spesso, quando gli uomini si
sentono troppo turbati, non sanno più cosa fare e, dal
momento che l’applicazione di leggi esteriori in loro pos­
sesso non li aiuta, allora, in cerca di ulteriori soluzioni,
ricorrono ai metodi più disparati proposti da qualche fal­
so misticismo, ai medici, alle droghe...
Si dimentica spesso che la spiritualità cristiana offre
istruzioni efficacissime per acquistare la pace.

DOVE SI P O S S O N O TROVARE QUESTE


ISTRUZIONI?___________________________________________
I monaci che sceglievano una vita di solitudine era­

14
T. SPIDLÌK

no particolarmente esperti nell’acquisizione della pace


interiore. Cercavano la quiete fuggendo il mondo. Ma
ben presto facevano esperienza del fatto che la sola soli-
tudine in se stessa non pacifica. Sant’Antonio Abate,
ad esempio, si recò nel deserto, ma fu assalito dai “de­
moni”, cioè da una quantità di pensieri e di fantasie che
lo turbavano. Dovette quindi imparare a vincere questi
“demoni”. Solo dopo un lungo combattimento interio­
re acquistò l’arte di vincere le fantasie. Solo allora la sua
solitudine divenne un luogo di pace. Tale esperienza era
così comune, così nota, che una legge statale dell’impe­
ro bizantino proibì ai monaci di recarsi nei deserto, in so­
litudine, prima di aver vissuto nel monastero dieci anni
di vita ascetica. I monaci dovevano dunque, prima di
affrontare la vita eremitica, aver già imparato ad essere
padroni dei loro pensieri e delle loro fantasie.

MA QUESTE ESPERIENZE DEGLI ANTICHI


M ONACI S O N O A N C O R A ACCESSIBILI E
UTILI PER L'UOM O DI O G G I?_______________________
E interessante che ai nostri giorni— proprio perché
se ne sente particolare bisogno ed aumenta la loro ri­
chiesta—vengano tradotti e pubblicati testi dell’antica
spiritualità che riguardano il tema del combattimento
interiore. Per citare un esempio noto, basta ricordare co­
me ultimamente si moltiplichino le traduzioni della Fi-
localia di Nicodemo Agiorita. Il testo è una raccolta di
numerosi brani patristici in cui si insegna come acqui­
stare la purezza del cuore, che è condizione della pre­
ghiera e della tranquillità di vita.

15
L'ARTE DI PURIFICARE IL C U O R E

SI È DETTO CH E IL VERO PECCATO SI HA


SO LO Q U A N D O INTERVIENE IL UBERO
C O N S E N S O C H E SI UNISCE AL PENSIERO
CATTIVO. MA C O M E FA CCIAM O A SAPERE
C O N SICUREZZA SE ABBIAMO
A C C O N SEN TIT O UBERAMENTE O N O ?
Esistono persone scmpolose che nella confessione si
accusano di “aver avuto pensieri cattivi”, ma non sanno
rispondere alla domanda se hanno loro acconsentito o
meno. Gli antichi monaci sapevano che una tale incer­
tezza è molto dannosa per la pace dell’anima. Perciò
proposero un’accurata analisi del processo mentale che si
verifica in occasione delle tentazioni interiori. Ordina­
riamente si distinguono cinque stadi di penetrazione
della malizia nel cuore: 1) la suggestione, 2) il colloquio,
3) il combattimento, 4) il consenso, 5) la passione.
Questo esige evidentemente una spiegazione.

CH E C O S 'È LA S U G G ESTIO N E?___________________


Questo primo grado si chiama anche “contatto”. E la
prima immagine fornita dalla fantasia, la prima idea, il
primo impulso. Così, ad esempio, un avaro vede dei
soldi incustoditi e gli viene un’idea: “potrei nasconder­
li”. Allo stesso modo possono imporsi a noi immagini
carnali, il pensiero di essere migliori di tutti, l’impulso di
smettere di lavorare, ecc. In questo caso non decidia­
mo ancora nulla, constatiamo semplicemente che ci si
offre la possibilità di fare il male, e il male si presenta
in una forma piacevole. I neofiti nella vita spirituale si
spaventano, confessano di aver avuto “pensieri cattivi”
anche in chiesa e durante la preghiera. Si racconta che

16
T. SPI d l ! k

sant’Antonio Abate avrebbe condotto sul tetto un suo


discepolo che si lamentava amaramente dei suoi pensieri
cattivi, e gli avrebbe ordinato di afferrare il vento con
la mano. Poi, dopo un po’, gli avrebbe detto: «Se non
puoi afferrare il vento, tanto meno prenderai in mano i
pensieri cattivi!». Voleva così dimostrare che in queste
prime suggestioni non c’è ancora nessuna colpa e che,
finché vivremo, non potremo liberarci dalle suggestio-
ni. Esse assomigliano alle mosche che ci molestano
tanto più quanto più diventiamo impazienti.

C HE C O S A SIGN IFICA "CO LLO Q U IO "?


Questo stadio ricorda il racconto di Gen 3, quando
Èva entra in colloquio con il serpente. Se lasciamo
perdere la prima suggestione, essa se ne va così com’è ve­
nuta. Ma l’uomo normalmente non lo fa, si lascia piut­
tosto provocare e comincia a riflettere. Così l’avaro di­
ce: «Se prendo quei soldi, li metto in banca». Poi gli vie­
ne in mente che questo non è onesto ed, oltre tutto, è
anche pericoloso, dal momento che questo suo gesto po­
trebbe venire a conoscenza di qualcuno. Allora pensa
che sarebbe meglio tenere la cosa nascosta. Non è ca­
pace di decidere nulla, ma tale questione dei soldi gli
rimane in testa per tutta la giornata. Lo stesso accade a
chi si è arrabbiato con qualcuno. Per lungo tempo si
occupa di chi lo ha fatto adirare. Si immagina di pic­
chiarlo, di offenderlo, poi di perdonarlo generosamente,
poi di nuovo riflette su che cosa gli potrebbe fare... Lo
dimentica solo dopo tanto tempo.
Qual è la colpa di questi “colloqui” interiori? Colui

17
L' ARTE DI PURIFICARE I L C U O R E ________________________________________

che non ha deciso nulla non può aver peccato. Ma quan­


to tempo e quanta energia vitale si perdono con questi
“dialoghi” interiori insensati!

PERCHÉ IL COMBATTIMENTO SI C O LLO C A


SO LO AL TERZO POSTO?___________________________
Siamo al terzo stadio. Un pensiero che, dopo un
lungo colloquio, si è insediato nel cuore, non si lascia scac­
ciare facilmente. L’uomo sensuale ha una fantasia così in­
quinata da immagini impure che non riesce a liberarse­
ne. E ancora libero di non acconsentire. Può e deve usci­
re vittoriosamente da questa sua lotta, ma gli costa tan­
ta fatica: deve combattere. La sua volontà deve star fer­
ma, deve ripetere a se stesso: «sento una forte attrazione
al peccato, eppure non voglio acconsentire, decido li­
beramente il contrario e sono capace di resistere.»

C O S 'È IL C O N S E N S O ? ______________________________
E il quarto stadio. Chi ha perduto la battaglia deci­
de di eseguire, alla prima occasione, ciò che il pensiero
maligno gli suggerisce, dà il suo libero consenso al sug­
gerimento della malizia. In questo stadio si commette il
peccato in senso vero e proprio. Ed anche se non si
concretizzerà esteriormente, il peccato rimane interior­
mente. Si tratta di ciò che la morale chiama “peccato
nel pensiero”. Purtroppo la gente non abbastanza istrui­
ta ed inesperta confonde i concetti. Crede che già il pen­
sare al peccato sia peccaminoso. Così tali persone di­
ventano scrupolose e confessano di non riuscire a libe­
rarsi dai “peccati nel pensiero”. Come uscire da questa

18
T. SPIDLÌK

confusione? Bisogna sapersi soffermare e dirsi: «Che


cosa sento, l’attrazione al peccato? Mi piace? Mi sento
sensibilmente molto attirato a compierlo? Lo farò? No!
Decido di non farlo». Quest’ultima decisione deve
consolarci. Nel momento in cui l’abbiamo presa, ab'
biamo scoperto la nostra libertà. L’uomo è essenzialmente
ciò che decide e non ciò a cui lo porta l’attrazione dei
sensi. In tali momenti, quando si dà il libero consenso al
male, si fa anche esperienza del peccato.

C QS'È LA PASSIONE?________________________________
È l’ultimo stadio, quello più tragico. Chi soccombe
ai pensieri maligni, spesso indebolisce progressivamente
il suo carattere. Nasce così una costante inclinazione al
male che può diventare forte a tal punto da essere mol­
to difficile resisterle. E proprio la passione che rende l’uo­
mo schiavo del bere, dell’abuso del sesso, dello scoppio
d’ira incontrollata, ecc. Si può dire che in un tale indi­
viduo la libertà sia già distrutta? Le opinioni a questo pro­
posito sono diverse. Recentemente, sia alcuni psicologi
che, spesso, anche alcuni giuristi hanno considerato anor­
mali gli uomini caratterizzati da forti passioni. Quindi non
li hanno accusati di altro se non di una debolezza esage­
rata. Al contrario gli antichi Padri, come ad esempio
san Giovanni Crisostomo, ripetono anche a questi tipi
di persone: «Basta volere!» Nell’ottica dei Padri, dunque,
anche l’uomo passionale e debole resta uomo, quindi la
volontà è ancora presente in lui. Ma è come se dormis­
se, e quindi bisogna svegliarla. In tal senso, un proble­
ma particolarmente attuale oggi è costituito da coloro che

19
L'ARTE DI PURIFICARE IL C U O R E

si drogano. L’esperienza dimostra che ci vuole una cura


speciale per svegliare e rafforzare in loro la volontà. Ma
ci vuole anche uno straordinario aiuto della grazia di Dio.
Ricordiamo che un antico monaco guarito da una forte
passione sessuale si considerava, per grazia di Cristo, co­
me uno risorto dai morti.

ALLORA IL VERO PECCATO ARRIVA SO LO AL


QUARTO STADIO?____________________________________
E utile ripeterlo: il vero peccato è condizionato da un
libero consenso. Questo deve consolare gli scrupolosi
che si spaventano dei pensieri e dei desideri di male
che non raramente confessano di aver avuto e che si rat­
tristano tanto quando tali pensieri si fanno di nuovo pre­
senti anche dopo la confessione. Che cosa fare allora, ■
quando ci sentiamo assaliti da tali tentazioni? Dobbia­
mo fermarci e dirci: “Che cosa voglio fare? Che cosa
decido?” Davanti a Dio, l’uomo è ciò che liberamente
vuole e non ciò che sente contro la propria volontà. La ,
scoperta della propria libertà è molto importante per il
progresso nella vita spirituale.
Ma resta vero che i pensieri malvagi che attirano la
nostra attenzione sono spiacevoli. Con quale mezzo si
potrebbero evitare? A questo proposito gli uomini spi­
rituali imparano la pratica che si chiama attenzione o
vigilanza del cuore, o sobrietà mentale.

20
3, La vigilanza del cuore

.SIATE VIGILANTI_____________________________________
«Vigilate, state saldi nella fede», scrive san Paolo ai
Corinzi ( 1Cor 16,13 ). Un portinaio vigile sta attento, cu­
stodisce il portone affinché nessun estraneo entri in ca­
sa. In senso spirituale, scrive Evagrio, bisogna mettere un
custode vigilante alla porta del cuore. Costui non chiu­
damai gli occhi, ma esamini ogni pensiero che si presenta
interrogandolo: «Sei dei nostri o dei nostri nemici?»
I cinque “stadi” o “gradi” di penetrazione che abbia­
mo appena descritto ci danno un senso di sicurezza
morale. Infatti, si è visto che il peccato non viene com­
messo subito al primo stadio, ma solo al quarto, quando
si ha il consenso. Prima, durante il “colloquio”, non pec­
chiamo, né lo facciamo durante il “combattimento”. Tut­
tavia va detto che in tali stadi abbiamo perso molto tem­
po e molta energia spirituale discorrendo con i pensieri
e resistendo debolmente alle loro suggestioni. Felice è
quindi l’uomo che riesce a vincere il pensiero cattivo fin
dalla prima suggestione.

L'ESEMPIO DI GESÙ___________________________________
Come si può scacciare il pensiero che viene da solo,
contro la nostra volontà? Dal punto di vista psicologi­
co è un grosso problema.
Ma può esistere qualcuno libero dalle suggestioni? Gli
asceti si chiedevano se Gesù stesso lo fosse, o se anche

21
L'ARTE DI PU RIFICARE IL C U O R E

lui ne fosse vittima. Chiaramente, per noi è difficile


entrare negli stati d’animo interiori del Salvatore. Però
il vangelo ci insegna una cosa: anche Cristo fu tentato
dal diavolo (Mi 4,1-11). E la sua tentazione è stata si­
mile alle nostre tentazioni che si presentano sotto forma
di suggestioni: «Di’ che questi sassi diventino pane... Get­
tati giù... Tutte queste cose io ti darò, se, prostrandoti,
mi adorerai». Nella nostra esperienza umana—come ab­
biamo già visto dalla descrizione del processo della pe­
netrazione del pensiero cattivo nel cuore— alla sugge­
stione segue assai spesso il “colloquio”, cioè il dialogo
con il pensiero. In tale colloquio si ponderano e si sop­
pesano le ragioni prò e contro una certa scelta. Gesù evitò
tale colloquio con la suggestione. Egli diede semplice-
mente una risposta pronta di rifiuto a ciò che venne sug­
gerito da satana. Fece come facciamo noi quando sia­
mo occupati e qualcuno ci propone, ad esempio, di usci­
re con lui. Senza esitare diciamo: «Non posso». Con la
nostra “contraddizione” il discorso è chiuso. Questo è l’u­
nico modo ragionevole di comportarsi in tali casi. In­
fatti, più la risposta è breve e decisa, più è efficace. Co­
sì come ci comportiamo con gli uomini che ci molesta­
no ingiustamente, allo stesso modo dobbiamo compor­
tarci con le suggestioni del maligno.

"CONTRADDIRE"______________________________________
Il termine greco per questa pratica del contraddire è
antirrhèsis. Divenne tradizionale, perché Evagrio scrisse
un libro dal titolo Antirrheticus (Istruzioniper contradàre).
L’autore notò che Gesù per rispondere al diavolo aveva

22
T. SPIDLIK

usato i testi della Sacra Scrittura: «Non di solo pane vi-


v l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio...
K[0n tentare il Signore Dio tuo... Adora il Signore Dio
pjoea lui solo rendi culto!» La Scrittura ci rivela la vo­
lontà di Dio. I suoi detti sono quindi un’arma contro le
insinuazioni diaboliche. Nei vangelo ne sono citati solo
ffe contro tre tentazioni specifiche. Tuttavia, nella vita
umana, le suggestioni al male si presentano in tante for­
me diverse. Ma, d’altra parte, anche la Sacra Scrittura
contiene moltissimi brani adatti per essere pronunciati
quando viene alla mente un pensiero cattivo. Evagrio ne
scelse i migliori e li ordinò secondo le otto categorie ge­
neriche dei pensieri malvagi: contro la gola, la lussuria,
l’avarizia, la tristezza, l’ira, l’accidia, la superbia. I mona­
ci li imparavano a memoria per essere sempre pronti a
controbattere quando si presentava loro una tentazio­
ne. Ad esempio, quando qualcuno è tentato di occupar­
si inutilmente degli affari degli altri, gli si consiglia di
dire ciò che Gesù disse a san Pietro che voleva sapere che
cosa succederà con san Giovanni: «Che importa a te? Tu
seguimi!» (Gv 21,22).
Non raramente si legge nei documenti agiografici che
un santo monaco «sapeva a memoria tutta la Sacra Scrit­
tura». Il lettore moderno non può crederlo. Come si po­
trebbero, ad esempio, ricordare le liste dei tanti nomi
contenuti nelle diverse generazioni di cui si parla nel­
l’Antico Testamento? Si tratta di un equivoco. L’e­
spressione “sapere a memoria tutta la Sacra Scrittura”
indica l’arte della direzione spirituale: quando ogni for­
ma di tentazione veniva rivelata al padre spirituale

23
L'ARTE DI PURIFICARE IL C U O R E

che, riconosciuto il tipo di tentazione, consigliava il te­


sto della Bibbia più adeguato a combatterla.

LA FORZA DEL N O M E DI G ESÙ ____________________


La pratica della contraddizione, l’anùrrhesis, si è dun­
que rivelata molto utile. Eppure alla gente semplice sem­
brava talvolta complicata. Ci si chiedeva allora: chi può,
ad un tratto, quando arriva una tentazione, ricordarsi
di un testo scritturistico adatto a combatterla? Non si po­
trebbe piuttosto semplificare la pratica trovando un uni­
co testo adatto per tutte le occasioni? I devoti si con­
vinsero a poco a poco che l’invocazione del nome di Ge­
sù “mette in fuga tutti demoni”. Per questo motivo si co­
minciò a ripetere spesso la cosiddetta “Preghiera di Ge­
sù”. La sua formula tradizionale in oriente è: «Signore
Gesù Cristo, Figlio di Dio, abbi pietà di me, peccatore!»,
Gli uomini spirituali la elogiano come forza liberatrice
del cuore, difesa facile ed efficace contro ogni tentazio­
ne e distrazione della vita.

N O N SI DOVREBBE DIRE PIUTTOSTO


PREGHIERA "A G ESÙ "?______________________________
Si tratta infatti di un’invocazione rivolta a Gesù
con la formula: «Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio,
abbi pietà di me, peccatore!» Si dice “Preghiera di Ge­
sù” perché così fu letteralmente tradotta dal greco. I mo­
naci orientali la recitano spesso, contando il numero del­
le invocazioni su una corona simile a quella del rosario
latino. Il famoso pellegrino russo la vuole armonizzare
unendola al battito del cuore e alla respirazione. La

24
T. SPIDIÌK

giudica essere il metodo più efficace per raggiungere la


preghiera incessante. Ma anzitutto essa serve come “ri­
sposta” ai pensieri cattivi. Quando, ad esempio, sorge
la suggestione di vendicarsi per un’offesa ricevuta, si ri­
sponde a questo pensiero dicendo: «Signore Gesù Cri­
sto, Figlio di Dio, abbi pietà di me, peccatore». E così si
fa in occasione di qualsiasi altra tentazione.

Si PUÒ DIRE CH E IN TAL M O D O V E N G O N O


RUMINATE LE SU G G ESTIO N I AL MALE?
Questo era supposto da certi quietisti. Ma i Padri
della Chiesa dicono il contrario. Il combattimento spi­
rituale è l’essenza dell’ascesi cristiana. Se ci sono momenti
di tregua, questi sono o un dono speciale di Dio o una
tentazione del nemico, che tenta di sedurre l’uomo fa­
cendogli falsamente credere di trovarsi al sicuro dalle sue
insidie. Giovanni Climaco lo spiega con questo esempio:
la volpe finge talvolta di dormire, affinché gli uccelli si
avvicinino sicuri, per poi saltare improvvisamente su di
loro; così fa anche il diavolo con le anime. Quindi, in
questa vita le suggestioni cattive sono inevitabili. Non
esistono un tempo o uno spazio così sacri da essere inac­
cessibili alle tentazioni. Ma l’uomo spirituale, esperto nel
combatterle, “risponde” loro con prontezza, acquista sem­
pre più la facilità del combattimento, al punto che alla
fine lo fa persino con un certo piacere, perché nel farlo
scopre la propria libertà e forza soprannaturale.

LA "SOBRIETÀ SPIRITUALE", L'ATTENZIONE


La pace del cuore non è duratura se non viene prò-

25
L'ARTE DI PURIFICARE IL C U O R E

tetta da una costante attenzione ai turbamenti che, prò- «


venienti “dal di fuori”, tendono ad infiltrarsi nell’uo- ■
mo. Perciò la vigilanza del cuore si chiama, nel voca- a
boiario degli asceti, anche “sobrietà spirituale” o sem- *
plicemente “attenzione”. Il vero atto umano è consa­
pevole e libero. Più diminuisce la consapevolezza, più i
si diventa vittime dell’immaginazione, dei sogni, delle
impressioni ossessionanti, di una sorta di “letargo”.
Anche a scuola, il successo dell’insegnante dipende dal ■
fatto che i bambini “siano attenti”.
La preghiera, elevazione della mente a Dio, è im­
pensabile senza attenzione. Gli autori greci usano un ¡.
co di parole che è intraducibile. Attenzione si dice in :
greco prosoche, preghiera proseuchè; due parole simili..
ciò dicono che la prima è madre della seconda. Nella;
liturgia bizantina prima di un momento importante, il
diacono canta proprio questa ammonizione: «Prosoche, \
state attenti!»

SI PUÒ ESSERE SEMPRE ATTENTI? CHI PUÒ


EVITARE LE DISTRAZION I?________________________
_______________________________________________
V
E difficile dire in che cosa consiste l’attenzione.
Una sua semplice definizione è “presenza psicologica a |
ciò che si fa”. Quando uno guida la macchina e non perv |
sa ad altro tranne a ciò che vede sulla strada, guida in |
modo sicuro. Ma, al contrario, può avere in mente una ;
grave preoccupazione familiare, cosicché, per quanto i
suoi occhi seguano ancora la strada, la sua “testa”, i
suoi pensieri sono altrove. In tali momenti un incider
te può succedere facilmente.

26
T. SPIDLÌK

Talvolta anche i santi che pregano intensamente so­


no ciechi e sordi rispetto a ciò che succede accanto a
loro- Di san Bernardo si legge che non sapeva rispon­
dere a come fosse il soffitto della cella in cui abitava. Evi-
dentemente aveva altro a cui pensare.
La capacità di concentrarsi pienamente facilita enor­
memente il lavoro. E un dono della natura e di Dio.
jyla questo non è da tutti. Anzi, spesso incontriamo
persone incapaci di concentrarsi. Aprono un libro e pen­
sano a mille altre cose, tranne a quello che leggono.
Quando parlano, saltano da un tema all’altro. Si può sup­
porre che a tali persone vengano in mente chissà quan­
te e quali strane cose quando cominciano a pregare!

C OME EDUCARSI AD ESSERE ATTENTI?


Esistono delle persone che soffrono di distrazioni in
modo anormale. Lasciando che siano dei medici pru­
denti a capire come si possono curare, si può tuttavia os­
servare che spesso la mancanza di concentrazione è il ri­
sultato di una cattiva abitudine. In questi casi, una for­
te volontà può procurare un miglioramento, anche ra­
pido. Uno psicologo aveva nella sua stanza un grande
acquario con vari tipi di pesci rari. Accanto c’erano al­
cune sedie su cui faceva accomodare i suoi pazienti in
cura perché incapaci di prestare attenzione alla lettura,
e poi chiedeva a ciascuno di loro di seguire con lo
sguardo i movimenti di un solo pesciolino. All’inizio non
ci riuscivano, ma dopo qualche esercizio ce la facevano
a non perdere d’occhio il proprio esemplare addirittura
per una mezz’ora. Dopo tali esercizi, i pazienti confessa­

27
L'ARTE DI PURIFICARE IL C U O R E

rono di poter seguire, senza distrarsi, il proprio corso di


lettura mentale anche per mezz’ora.
Ma ci sono momenti in cui per prestare attenzione ■
non serve minimamente fare degli esercizi. Ad esempio, :
un tifoso di calcio segue la partita per lungo tempo,
senza distrarsi, anzi se lo si volesse distrarre non sarebbe I
facile dal momento che è particolarmente difficile di­
strarre una persona deviando l’attenzione che ha già
focalizzato altrove. Giustamente, gli psicologi dicono che
l’attenzione è figlia dell’interesse.
Gli asceti cristiani affermavano lo stesso e, applicando
il principio alla preghiera, dicevano: la concentrazione
su Dio dipende dall’amore, che, secondo l’antico detto
» monastico, è il «fuoco ardente nel cuore che dispèrde,
dalla mente elevata al Signore, le nuvole dei pensieri
cattivi ed inutili».
Ciò ci conduce a trattare la questione della cosiddetta
apatheia, l’insensibilità per il male.

L'IDEALE DEH'APATHEIA DEI CRISTIANI


ORIENTALI______________________________________________
Il termine apatheia è di origine stoica, perciò ancor
oggi si dice “tranquillità stoica”. Nelle Odi di Orazio si
legge: «Conserva la mente tranquilla sia nelle diffi­
coltà che nella felicità!» Questa pace dell’anima è, se-
condo gli stoici, la più grande felicità umana. Come si
raggiunge? I cristiani insegnano a combattere i pensieri
cattivi. Gli stoici hanno in mente in particolare l’ulti­
mo stadio della penetrazione nel cuore, cioè quello del­
la passione. Passione in greco si dice pathos. La nega­

28
T. SPIDIÌK

zione si esprime con il prefisso “a”; così, dall’unione dei


due, sorge il termine apatheia, ad indicare lo stato di chi
^a eliminato le passioni, ed è «al di là di ogni paura,
tristezza, concupiscenza e voluttà» (Epitteto).

q u a t t r o p a s s i o n i f o n d a m e n t a l i ___________

La passione è un movimento sensibile di attrazione


o di repulsione verso qualcosa. Così si dice, ad esem-
pio, che un tale è un “appassionato giocatore di carte”,
o che un nazionalista sente un’“appassionata avversio­
ne” per il rappresentante di un altro popolo, o che un
uomo suona il violino “con passione”, o ancora che
“un giovane ama una ragazza con una forte passione”. Da
questi pochi esempi, vediamo che esistono tanti tipi di
passioni. Tutte turbano la serenità e diminuiscono la no­
stra libertà. Epitteto ripropone lo schema che gli stoici
avevano individuato per indicare “quattro passioni
fondamentali”. La nostra quiete, dicevano gli stoici, può
essere turbata sia da qualche cosa cattiva, sia da qual­
che cosa gioiosa, cioè sia dal male che dal bene che ci
eccitano. Se il male è presente, siamo tristi; se lo pre­
vediamo per il futuro, abbiamo paura. Quando godia­
mo delle cose buone del tempo presente, suscitiamo la
voluttà, quando pensiamo che potremo goderne in fu­
turo, nasce in noi la concupiscenza. Vi sono, quindi, quat­
tro passioni capitali: la tristezza, la paura, la voluttà e la
concupiscenza. Si possono paragonare a quattro donne
litigiose nella stessa casa. Non ci sarà pace finché non
verranno scacciate tutte e quattro.

29
L' ARTE DI PURIFICARE IL C U O R E

SI P O S S O N O ELIMINARE TUTTE LE PASSIONI?


E INOLTRE: SAREBBE UTILE DIVENTARE
COMPLETAMENTE INSENSIBILI?___________________
Quando i cristiani orientali adottarono il termine
apatheia per esprimere l’ideale della pace interiore, furo­
no severamente criticati da san Girolamo. Egli rimpro­
vera a questi autori di voler fare dell’uomo o un angelo
o un sasso privo di sentimenti. Ma gli angeli, come Dio,
non possono avere movimenti sensibili, perché questi so­
no legati al corpo. Al contrario, l’uomo non può vivere
senza percepire l’attrazione dei sensi, altrimenti sarebbe
0 come un sasso insensibile, o sarebbe malato. Non è for­
se naturale sentire la fame, la sete, l’attrazione a giocare,
ad amare? Perciò, anche gli autori scolastici rifiutano
ì’apatheia. Tuttavia bisogna distinguere le passioni buone,
cioè l’attrazione per il bene, dalle passioni cattive che ci
spingono al male. Quanto alle passioni buone, l’unica co­
sa che si chiede è che esse siano sotto il proprio control­
lo. In questo senso, anche la collera può essere buo
quando ad esempio in giusta misura uno si scaglia con­
tro il male, allo stesso modo di come Gesù fece scacciando
1venditori dal tempio (Mt 21,12ss).
Per evitare equivoci, bisogna prima determinare me­
glio che cosa s’intenda con il termine “passione”. Per
gli autori orientali esso indica l’inclinazione al male. Con­
siderate secondo queste accezioni, è quindi desiderabi­
le che tali “passioni” siano distrutte e che il cuore sia
totalmente puro da esse.
Al contrario, gli autori occidentali chiamano pas­
sione ogni attrazione sensibile sia al male che al bene.

30
T. SPIDLÌK

pistinguono quindi le passioni “ordinate” da quelle


“disordinate”- Di conseguenza, la perfezione consiste non
nell’estin331"6 o distruggere le passioni, ma solo nel con-
trollarle, nell’“ordinarle”. Le passioni sono dunque a>
me cavalli con le briglie: bisogna condurli sulla retta stra­
da, ma non indebolirli o ucciderli.

ALLORA, IN CHE S E N S O SI DEVE


COMPRENDERE L'APATHEIA TANTO LODATA
p a i r a d r i GRECI?____________________________________

Essa non è l’assenza di sofferenze o di sensibilità. Il “fa-


chirismo” in se stesso non è una perfezione umana. La de­
licatezza dei sentimenti naturali è un valore positivo. Non
si può pretendere che l’uomo perfetto sia libero dalle “sug-
f gestioni” dei pensieri cattivi. Si presentano anche a lui.
Ma—dice Evagrio—“non lo commuovono più”, non so­
no più pericolose per lui. Si può dire che un uomo tale sia
già impeccabile? Sarebbe dire troppo. Adamo ha pecca­
to anche nel paradiso. La scelta del bene o del male ri­
mane sempre libera. Ma per l’uomo che ha raggiunto
l’apatheia, la scelta del bene è facile e gioiosa. Equivale al­
la forza dell’anima pura. I ragazzi forti si rallegrano
quando possono combattere i più deboli, e quando sono
attaccati ridono. L’uomo libero di fronte ai pensieri cat­
tivi che gli vengono in mente sente una gioia simile. Di
tali pensieri se ne ride, non ha paura di venir da loro scon­
volto. Commentando questa forza interiore, san Giovanni
Climaco chiama l’apatheia «resurrezione dell’anima av­
venuta già prima della resurrezione dei corpi».

31
L' ARTE DI PURIFICARE il CUORE
--------------------------------------------------------------------
T
L'APATHEIA E LA C A R I T À ______________________
Lungi dall’essere una sorta di insensibilità cadaveri- *
ca, Yapatheia, insensibilità cristiana, è piuttosto un |
“fuoco divorante”, il fuoco divino nel cuore che brucia '
tutte le tentazioni appena queste si presentano. L’esetn- f
pio fornito da sant’Efrem è di stile molto popolare, ep­
pure molto espressivo. Dice così: quando la minestra è
calda, nessuna mosca può avvicinarsi, gli insetti vi ca­
dono solo quando si è raffreddata; allo stesso modo il cuo­
re che arde per l’amore di Dio distrugge i pensieri c k
vi si oppongono. «Se amiamo sinceramente Dio, la no­
stra stessa carità scaccia le passioni malvagie», dice san
Massimo il Confessore. E la carità che riunisce tutte le
forze dell’uomo sotto la direzione dello Spirito Santo.
E questo l’ideale incarnato, secondo Vladimir Losskij,
nella Vergine Maria, che «rappresenta il culmine della
santità... è stata senza peccato sotto il dominio univer­
sale del peccato»; «il peccato non ha mai potuto attua­
lizzarsi nella sua persona».

32
RIGETTARE I PENSIERI? CERTAMENTE N O N
TUHl]________________________________________
Finora abbiamo parlato dei pensieri cattivi che so­
no causa del peccato. Ma se è vero che ogni male co­
mincia da un pensiero, è ugualmente vero che anche il
bene ha il suo inizio da un pensiero, da un pensiero buo­
no detto “ispirazione”. Bisogna quindi saper distingue­
re tra questi due tipi di pensiero. Le biografie dei santi
raccontano di quante esperienze essi facessero in que­
sto campo e anche di quanti sbagli commettessero non
sapendo “distinguere gli spiriti”.

PERCHÉ SI PARLA DI "SPIRITI", SE SI TRATTA DI


PENSIERI?_______________________________________________
Il capitolo 12 dell’Apocalisse riprende e completa il
racconto della Genesi sull’origine del peccato, riassu­
mendo per sommi capi la dottrina della Bibbia sul de­
monio e sul suo ruolo nella storia della salvezza, e rap­
presentando lo scontro personale che oppone Cristo al
“seduttore”, al “principe di questo mondo”. In questa pro­
spettiva, i Padri interpretano diversi avvenimenti della
vita di Cristo. Anche la vita spirituale dei cristiani è vi­
sta come un combattimento contro i demoni. La Bibbia
presenta all’uomo delle scelte, a cui egli non può sottrarsi.
Queste scelte vengono però a volte ostacolate. Infatti, in
opposizione alla voce divina, alla voce della coscienza,

33
L' ARTE DI PURIFICARE IL C U O R E

un’altra voce si fa sentire: quella delle suggestioni al


male, di satana. Come discemere l’una dall’altra? Nelle
epistole del Nuovo Testamento è utilizzata esplicitamente
l’espressione “distinguere gli spiriti” ( ICor 12,10; cf
1 Gv 4,1). Dicendo “discernimento dei pensieri”, si vuol
indicare il campo dove il combattimento spirituale co­
mincia e dove fondamentalmente già si decide.

CHI È CAPACE DI DISTINGUERE I PENSIÈRI


BUONI DA QUELLI MALVAGI?______________ \
Testimoniare la voce di Dio è stato il compito dei pro­
feti, e i libri sapienziali sono stati scritti per insegnare a
distinguere la voce della sapienza da quella della follia.
Questo problema non cessa di occupare un posto di
primo piano nella letteratura spirituale. Ma l’arte di di­
scernere i pensieri è in primo luogo un dono di Dio.
Per san Giovanni l’esperienza spirituale è un’“unzio-
ne”, uno stato di luce (IGv 2,20.27). Sant’Antonio Aba­
te disse: «E necessaria molta preghiera e molta ascesi
affinché, dopo aver ricevuto dallo Spirito il carisma del
discernimento degli spiriti, si possa conoscere ciò che
concerne ciascun demone...» Questa conoscenza, inol­
tre, è frutto di una lunga osservazione. Con l’esperien­
za, infatti, si può acquistare un “senso” speciale, un’in­
tuizione spirituale, fino a divenire capaci di riconosce­
re dove ogni pensiero ci condurrebbe.

O G G I CI SO N O AN CO RA PROFETI CAPACI DI
INTERPRETARE LA V O C E Di DIO?_________________
La domanda è del tutto giustificata. Nell’Antico

34
T. SPI D L Ì K

Testamento si parla dei profeti, e anche nel Nuovo si fa


riferimento alla loro presenza nelle comunità cristiane.
Il dono della profezia era particolarmente apprezzato dai
padri della Chiesa. Perché allora oggi sembra che non
esistano più? La parola “profeta” ricevette un significa­
to peggiorativo a causa della diffusione di falsi profeti
emersi dalla setta dei montanisti. Ma se “profeta” signi­
fica qualcuno che parla in nome di Dio, tale carisma ri­
mane essenziale per la Chiesa. E interessante notare che
nelle Chiese orientali chiamavano profeta un buon pa­
dre spirituale. La sua principale funzione era infatti quel­
la di riconoscere e dire quale ispirazione è buona e qua­
le dev’essere invece considerata come una suggestione
del male. Perciò si consigliava, soprattutto ai giovani,
di rivelare al padre spirituale “ogni pensiero” e quindi la­
sciar decidere a lui ciò che si doveva fare.

MA CHI HA UN PENSIERO SOSPETTO N O N


LO DICE VOLENTIERI ALL'ALTRO!___________________
Infatti sant’Ignazio esprime questa esperienza con un
esempio. Un falso amante— dice— quando vuol sedur­
re una ragazza, vuole sempre restare nascosto e vuole che
tutto sia tenuto segreto. Perché, se la figlia lo rivelasse al
proprio padre, quello saprebbe come far finire la storia.
Allo stesso modo, anche il diavolo, quando suggerisce
un inganno, cerca di convincerci a non dirlo al padre
spirituale. Infatti, quando un pensiero cattivo viene ri­
velato, è facilmente superato. Per questo motivo si in- *
siste sulla necessità di aver un buon padre spirituale, cioè
di avere qualcuno a cui poter rivelare con assoluta fi-

35
L'ARTE DI PURIFICARE IL C U O R E

ducia i propri pensieri, soprattutto all’inizio del cammi­


no della vita spirituale, quando per un principiante il di­
scernimento è ancora estremamente difficile da fare.

M A C O M E È POSSIBILE RIVELARE AL PADRE


SPIRITUALE O G N I PENSIERO?_____________________
Bisogna evitare di cadere in un equivoco. Quando
parliamo di “pensiero”, qui non intendiamo tutto ciò che
pensiamo, ma indichiamo solo le suggestioni, cioè le ispi­
razioni che ci portano a decidere di fare o non fare una
certa cosa, a partire dal riconoscimento della sua bontà
presunta o reale. Perciò è prudente consigliarsi, non con
il primo venuto, ma ricorrere ad un “padre spirituale”,
cioè a qualcuno di cui non dubitiamo che abbia l’assi­
stenza dello Spirito Santo e la conoscenza dei cuori uma­
ni. Solo chi ha questi requisiti può dire, come un profe
ta, che cosa Dio desidera da noi.

S O N O POCHI GLI UOMINI C O S Ì?____________


E vero che non s’incontrano ad ogni passo, ma biso­
gna cercarli accuratamente. D’altra parte, già gli antichi
monaci si lamentavano di non riuscire a trovare un buon
padre spirituale. Venne quindi l’idea di stabilire certi prin­
cipi, certe regole, con cui riconoscere la bontà o la ma­
lizia dei suggerimenti interiori. Un esempio interessan­
te di questo sforzo lo si trova nel libro degli Esercizi Spi'
rituali di sant’Ignazio di Loyola. Egli sentiva un grande bi­
sogno della capacità di distinguere tra i due tipi di sug­
gerimenti, perché dopo la sua conversione aveva più vol­
te sbagliato, considerando come ispirazione divina eie

36
T. SPI DL Ì K

che era solo un’illusione. In seguito, guidato dalla propria


eSperienza, stabilì per sé e per gli altri alcune “regole per
discernimento degli spiriti”. Ma già prima di lui tanti
altri uomini spirituali fecero la stessa esperienza. Quin­
di alcune “regole” sono divenute tradizionali.

q UAL È LA REGOLA FONDAM ENTALE?


Quando sant’Antonio Abate si ritirò nel deserto,
fece la sua prima esperienza di discernimento dei pen­
sieri. Essi si possono distinguere secondo l’effetto che pro­
ducono. I buoni suggerimenti fanno nascere «una gioia
inesprimibile, il buon umore, il coraggio, il rinnovamento
interiore, la fermezza dei pensieri, la forza e l’amore per
Dio»; gli altri, invece, portano con sé «paura dell’anima,
turbamento e disordine dei pensieri, tristezza, odio
contro gli asceti, accidia, afflizione, ricordo dei parenti,
timore della morte e infine desideri cattivi, pusillanimità
per la virtù e disordine dei costumi». Questa regola è sta­
ta semplificata in un assioma: «Ciò che turba viene dal
diavolo, mentre Dio dà la pace al cuore.»

SI PUÒ SEMPRE APPLICARE QUESTA REGOLA?


In fondo vale sempre, però la sua applicazione non
può essere meccanica. Infatti, quando uno è quasi asso­
pito nelle sue cattive abitudini, allora scuoterlo e, in cer­
to senso, turbarlo è opera della grazia divina. Bisogna
quindi distinguere anche i diversi sentimenti di pace.
Non sempre la pace viene da Dio, c’è anche una pace il­
lusoria che viene dal mondo. Ma solo il vangelo ci pro­
mette la vera pace, che è duratura e conduce al bene.

37
L'ARTE Di PURIFICARE I L C U O R E ____________________________________

INFATTI SPESSO CI SENTIAM O TURBATI. È


NORM ALE?_____________________________________________
Le prime esperienze non sono facilmente percepibi­
li. Normalmente ci rendiamo conto del nostro stato in­
teriore solo quando è, in certo senso, più duraturo. Al­
lora diciamo agli altri: «Lasciatemi in pace, sono di cat­
tivissimo umore, e non passa subito !» I libri spirituali non
parlano di cattivo umore, ma usano la parola “desola­
zione”. Osservano come essa influisce sulle nostre rela­
zioni con Dio e sulPadempimento dei doveri religiosi. Ne­
gli Esercii sant’Ignazio la descrive così: «Chiamo deso­
lazione... l’oscurità dell’anima, il suo turbamento, l’in­
clinazione alle cose basse e terrene, l’inquietudine do­
vuta a vari tipi di agitazioni e tentazioni, quando l’ani­
ma è sfiduciata, senza speranza, senza amore e si trova tut­
ta pigra, tiepida, triste e come separata dal suo Creatore
e Signore». In termini moderni si può tradurre questo par­
lando di disgusto, frustrazione, dubbi su tutti e su tutto.

C O M E COMPORTARSI IN UN TALE STATO DI \


DESO LAZIO N E INTERIORE?________________________
Tutti dicono: «si deve reagire, l’uomo non deve la­
sciarsi trascinare dal suo turbamento. » Ma come e da do- I
ve cominciare? Il primo passo è acquistare fiducia nella
propria libertà. Il cattivo umore ci insinua una quan­
tità di progetti sbagliati. Ed è logico. È come quando la
bilancia è guasta: non pesa rettamente. Per questo mo- |
tivo, dobbiamo essere fermi e non cambiare la decisio- |
ne presa in precedenza, quando ci sentivamo bene. Fa- |
cendolo, si vive una bella esperienza: scopriamo di es- ì

38
T. SPIDLÍK

sere forti e capaci di fare il contrario di ciò che ci insi­


nua di fare il cattivo umore presente.

MA IL DISGUSTO INDEBOLISCE, TOGLIE LA


VOGLIA DI RESISTEREI_______________________________
Eppure in tali momenti dobbiamo risvegliare proprio
questa voglia di resistete, di fare il contrario di ciò che
saremmo naturalmente propensi a compiere. Sant’Ignazio
propone un esempio che può sembrare banale, ma espri­
me bene l’idea. Dice che il diavolo si comporta verso
di noi come una donna litigiosa. Quando gli si resiste fer­
mamente, tace. Al contrario, quando uno si perde d’a­
nimo e comincia a fuggire, essa lo perseguita con più
ferocia.

PERCHÉ SI V IV O N O TALI STATI D'ANIM O C O S Ì


SPIACEVOLI?___________________________________________
Gli autori spirituali ricordano, per affrontare questa
circostanza, la narrazione biblica su Giobbe. Tutte le sue
sofferenze divennero prova della sua virtù. La desola­
zione spirituale è dunque una dura prova, soprattutto per
quelli che vogliono dedicarsi alla vita di preghiera. Un
esempio è dato da santa Teresa d’Avila, monaca con­
templativa, che ne soffrì per parecchi anni, ma in seguito
fu ricompensata con grandi visioni. Tuttavia ogni cri­
stiano ha bisogno di essere in qualche modo provato dal­
le desolazioni. Solo così infatti si rende ben conto che la
vera devozione non si può misurare solo con l’intensità
dei bei sentimenti provati. Non va tutto bene solo quan­
do ci sentiamo bene.

39
L'ARTE DI PURIFICARE IL C U O R E

M A LE PROVE N O N D EV O N O ESSERE
ESAGERATE!__________________________________________
Infatti Dio non prova gli uomini mai oltre la giusta
misura e dà sempre una forza speciale per superare le dif­
ficoltà esteriori ed interiori. Nella desolazione, inoltre,
ci deve essere sempre la speranza che il difficile momento
presente è uno stato che passerà.
Si è addirittura individuata una certa regola nell’e­
voluzione spirituale. Quando uno decide di incammi­
narsi sulla strada della vita spirituale, all’inizio, normal­
mente, si sente incoraggiato e pieno di entusiasmo. Poi
viene uno stato di aridità dell’anima, di disgusto per le
cose spirituali, ma successivamente viene una consola­
zione più solida e duratura della precedente.

O G N U N O HA LE SUE DEBOLEZZE
PERSONALI. MOLTI SI S C U S A N O DICEN DO :
«Q U ESTO È IL M IO CARATTERE». M A SI
P O S S O N O VINCERE I PROPRI DIFETTI?
Così come ci sono le malattie corporali, esistono
anche le debolezze dell’anima. Uno tende ad essere'
malinconico, l’altro si arrabbia facilmente, un altro è pi­
gro di natura. Anche a questo punto, possiamo ricorda­
re un esempio di sant’Ignazio. Egli dice che il diavolo si
comporta come un capo militare che vuol impossessar­
si di un castello. Prima analizza quali ne sono i punti
deboli, per poi attaccare partendo proprio da lì. Come
un buon difensore mette i suoi migliori soldati nelle
postazioni di guardia che prevede siano attaccate, così
dobbiamo fare anche noi: concentrare l’attenzione là do­
ve più facilmente sbagliamo e dove quindi siamo più vul­

40
T. SPI D I Ì K

nerabili* Perciò dobbiamo conoscerci bene per proteg'


gercibene.

MA C O M E U N O PUÒ C O N O S C E R E SE
STESSO?_________________ ^ ____________________________
L’esperienza insegna ad ognuno. A questo proposito
è importante l’esercizio noto come “esame di coscien­
za”, che si raccomanda di fare soprattutto alla sera, prima
di andare a dormire. Ma è sbagliato credere che in esso
l’attenzione si debba concentrare solo sui peccati. E an­
cora più importante porsi queste domande: «Oggi quali
pensieri mi appesantivano il cuore e mi occupavano i pen­
sieri? Che cosa producono nella mia mente? La turbano
0 le danno pace? Dove vogliono condurmi?» I pensieri
sono come gli amici. Ben presto si impara tra di loro a di­
stinguere i veri dai falsi. Così i santi dicevano di ricono­
scere i suggerimenti buoni da quelli cattivi già dal loro
“odore”, dal modo in cui essi si presentano.

1SANTI H A N N O SPESSO DESCRITTO LE LORO


ESPERIENZE PER I DISCEPOLI. DOVE SI
PO SSO N O LEGGERE?_______________________________
Sul “discernimento degli spiriti” hanno parlato
molti autori spirituali.
Già nel V secolo Diadoco di Fotica ha raccolto ciò
che dicevano i Padri su tale argomento. Abbiamo già ci­
tato sant’Ignazio di Loyola che, dopo aver fatto espe­
rienza praticamente da solo, trascrisse ciò che aveva vis­
suto, stabilendo alcune regole di condotta per il discer­
nimento degli spiriti.
Anche Scupoli espone i principi del discernimento

41
L'ARTE DI PURIFICARE IL C U O R E

in un libretto intitolato Combattimento spirituale. Ma più


famoso divenne il catalogo di Evagrio (della fine de]
IV sec.) sugli “otto spiriti di malizia”, in cui si ha un elen­
co, che cerca di essere completo, dei vari tipi di tenta­
zioni che di sicuro conducono al male.

42
5, Gli otto pensieri cattivi

È POSSIBILE FARE UN CATALO GO DI TUTTI I


PENSIERI CATTIVI?____________________________________
A prima vista sembra impossibile. Infatti le suggestioni
del male sono così numerose e diverse che nessuno rie-
sce ad enumerarle completamente. Ma va anche detto
che certi vizi sono frequenti. Perciò già la letteratura di
epoca ellenistica offre cataloghi di vizi. D’altra parte, fin
dal Nuovo Testamento ne troviamo diversi esempi. Fu
alla fine del IV secolo che Evagrio propose l’elenco de­
gli otto “pensieri generici” che divenne poi tradiziona­
le, perché in esso si possono collocare e descrivere le
varie tentazioni che di solito attaccano la persona.

QUAL È QUINDI Q U ESTO CATA LO GO


TRADIZIONALE?_______________________________________
Nel suo Trattato pratico Evagrio lo propone così: «Ot­
to sono in tutto i pensieri generici che comprendono tut­
ti i pensieri [cattivi]: il primo è quello della golosità,
poi quello della fornicazione, il terzo quello dell’avarizia,
il quarto quello della tristezza, il quinto quello della
collera, il sesto quello dell’accidia, il settimo quello
della vanagloria, l’ottavo quello dell’orgoglio».

MA È IDENTICO A QUELLO DEI "SETTE VIZI


CAPITALI"..._____________________________________________
Infatti è lo stesso. Però san Gregorio Magno cambiò

43
L'ARTE DI PURIFICARE IL C U O R E

l’ordine. La superbia è messa al primo posto come radi­


ce di tutti i vizi. Inoltre vanagloria e superbia sono
considerate come un unico vizio, e così il numero è ri­
dotto a sette. Il termine greco di “accidia” non si com­
prendeva bene, perciò si parlò semplicemente di “pigri­
zia”. La tristezza completamente perversa che si mani­
festa quando ci rattristiamo, invece di godere, per il suc­
cesso del nostro prossimo, venne definita “invidia”,
termine che nel catalogo latino sostituì quello di “tri­
stezza”. Giungiamo così all’elenco presentato dai nostri
catechismi. Poco importa se il catalogo è proposto in
questo o un altro ordine. L’importante è che gli autori
spirituali cerchino di analizzare in che cosa consistono
questi vizi, quali pensieri ci suggeriscono e quali rimedi
si possono usare per combatterli.

IN CH E C O S A CO N SISTE LA GO LO SITÀ ?
Un detto popolare dice: «Non si vive per mangiare,
ma si mangia per vivere». Lo scopo per cui si mangia è
dunque la salute del corpo. Ma il corpo dev’essere man­
tenuto in tale stato per poter servire l’anima. I bisogni
corporali sono diversi a seconda della propria costitu­
zione, di quale lavoro si esegue, delle circostanze in cui
il cibo viene assunto. La natura stessa, negli animali e
nelle piante, ci indica come dobbiamo comportarci.
Infatti piante e animali cercano e prendono dalla natu­
ra quello di cui hanno bisogno, niente di più e niente
di meno. San Basilio dimostra la validità di questa leg­
ge naturale con molti esempi concreti. L’uomo deve dun­
que seguirla consapevolmente, liberamente, con lo

44
T. SPIDLÌK

scopo voluto da Dio. Il pensiero cattivo della golosità,


scrive Cassiano, ci suggerisce di mangiare prima del tem­
po stabilito, ci incita a mangiare troppo e ci fa ricercare
i cibi non secondo la loro utilità vera, ma solo per sod­
disfare la ghiottoneria. Si dice che l’uomo educato, a
tavola, dia l’impressione di poter, in ogni momento, es­
sere chiamato altrove e di potersi alzare volentieri. Per
il cristiano possiamo anche aggiungere che ciò che lo ca­
ratterizza è il fatto di essere sempre pronto a dare la
precedenza, davanti ai piaceri sensibili, allo spirito.

LA FO RN ICAZIO N E___________________________________
A Buddha si attribuisce il detto: «Il pungolo dell’i­
stinto sessuale è più acuto della punta che si usa per
domare gli elefanti selvaggi, brucia più del fuoco e pos­
siede un dardo che penetra sino all’anima». Non stupi­
sce l’intensità di tale istinto, trattandosi dell’istinto di
conservazione del genere umano. Tuttavia, va precisa­
to che gli uomini devono conservarsi e moltiplicarsi in
modo umano, con decisioni libere e morali. Le appli­
cazioni della continenza sessuale sono, nella vita prati­
ca, numerosissime. Di esse sono zeppi i libri di morale.
Il primo e più importante sostegno per conservare
la castità è imparare a distinguere bene. A consolazio­
ne di coloro che si sentono turbati e invasi dai dubbi,
la Chiesa non si stanca di ripetere ciò che ha stabilito:
«la concupiscenza viene dal peccato e spinge verso il pec­
cato, ma essa non è peccato». Il non sentire tentazioni
contro la castità è un eccezionale dono di Dio. Quando
ci vengono suggestioni che ci spingono ad atti immo­

45
L'ARTE DI PURIFICARE IL C U O R E

rali, quando la fantasia ci presenta immagini impure,


dobbiamo imparare a soffermarci e dirci: «Che cosa
voglio e decido io? Il contrario della suggestione!» Esi­
stono anche dei mezzi che si raccomandano per aiutare
a prevenire un eccesso di sentimenti sessuali: la custodia
dei sensi, la preghiera, ma in particolare il lavoro co­
stante. Se l’ozio è il padre dei vizi, il lavoro li fa dimen­
ticare e tranquillizza l’anima.

L'AVARIZIA____________________________________________
La parsimonia è una virtù. Non è facile, però, dire
quando essa si trasforma in avarizia. Si indicano quat­
tro regole che mettono in guardia ed avvertono chi ri­
sparmia troppo.
1. Non è permesso appropriarsi delle cose contro la
legge, contro il Decalogo, per mezzo di un furto.
2 . 1 beni possono essere acquisiti onestamente. L’a­
varo pensa che tutto ciò che ha conquistato è suo in mo­
do assoluto e che non è obbligato a dare a nessuno nul­
la, neanche ciò che è superfluo.
3. L’uomo laborioso cerca dove poter guadagnare sol­
di. L’avaro lo fa in modo tale che, alPinfuori del guada­
gno, perde interesse per gli altri valori. Cerca solo quel­
le attività dalle quali vengono vantaggi di lucro.
4. Non solo i religiosi, ma anche i laici devono pra­
ticare in un certo modo la virtù della povertà, devono
cioè cercare il benessere che è conveniente al loro sta­
to, senza esagerare. Gli avari ripongono troppa fiducia
nei loro soldi, dimenticano Dio, sono duri verso il pros­
simo e così, infine, ne soffre anche la loro stessa vita. Al-

46
T. SPiDUK

J’infuori dei soldi non hanno interessi, né culturali, né


altri, legati ad un sano divertimento. Custodiscono il lo­
ro tesoro sulla terra e non in cielo (cf Mi 6,19ss).

lA TRISTEZZA, L'INVIDIA_____________________________
Quando siamo tristi, esprimiamo la convinzione che
qualcosa non ci dovrebbe essere, che desideriamo che
non ci sia. E quindi una specie di odio. Ma il cristiano de-
ve odiare, come unico vero male, il peccato. Se, al con-
trario, ci assale la tristezza per la vita come tale, per la
compagnia degli altri, per il fatto che siamo soli ecc., al­
lora c’è sempre qualche mancanza di fede nella Provvi­
denza di Dio e nella sua opera. La tristezza è pericolosa.
Paralizza il coraggio di proseguire nel lavoro, nella pre­
ghiera, ci rende antipatici i nostri vicini. Gli autori mo­
nastici, che dedicano una lunga descrizione a questo vi­
zio, lo chiamano il nemico peggiore della vita spirituale.
Ci sono diversi tipi di tristezza. Uno di essi è vizioso
sin dall’inizio: è la tristezza per il bene di cui gode un
altro uomo. Tale tipo di tristezza si può definire anche
invidia. Secondo san Giovanni Crisostomo, l’invidioso
è peggiore dell’avaro. Infatti, se quest’ultimo si accon­
tenta di quanto ha, l’invidioso si affatica affinché gli
altri non possiedano niente: «Lui stesso forse non si al­
za perché è pigro, ma è capace di saltare per far cadere
l’altro che sta in piedi». Se è vero che spesso si vivono
sottili sentimenti di dispiacere quando un altro ha suc­
cesso, bisogna stare attenti e impegnarsi con un po’ di
buona volontà per non cedere ad essi.

47
L' ARTE DI PURIFICARE IL C U O R E

È LECITO CERCARE DI SUPERARE IL S U C C ES SO


DI UN ALTRO?________________________________________^
Non si può negare che la vita nell’attuale società
sia un continuo combattimento per aumentare il pro­
prio successo lavorativo, economico, sportivo, ecc. L’im­
portante è che tutto ciò si faccia onestamente, senza ri-
sentimenti di antipatia verso gli altri. Quando poi si trat­
ta di gareggiare per un maggior possesso dei beni spiri­
tuali, questo tipo di emulazione è raccomandabile. Co­
sì leggiamo di sant’Antonio Abate che retrocedeva a tut­
ti in tutto, solo nelle virtù voleva superare tutti. Ma bi­
sogna che si tratti davvero di virtù autentiche, affinché
l’emulazione non degeneri.

L'IRA________________________________________________
La collera comincia con sentimenti di avversione :
contro ciò che—realmente o solo nell’immaginazioi
si presenta come ostacolo al nostro cammino. Così ab- ;
biamo subito voglia di metterlo in disparte. Ci viene un’i- :
dea di come farlo. Nasce così l’ira, che può essere giù- ;
sta o ingiusta.
Quale ira si può considerare giusta? L’unico vero osta­
colo al bene è il male. Possiamo e dobbiamo quindi ac- :
cenderci d’ira contro il male. Ma esso deve essere un ma- ;
le reale e non immaginario. Nel pieno senso della pa­
rola dobbiamo quindi adirarci contro il peccato, contro ;
il diavolo, contro i pensieri cattivi. Quando si tratta 1
degli uomini, l’ira è giusta solo se conduce al bene, alla |
sconfitta del male e quindi va a beneficio del prossimo, ■
non a suo danno. Cimmagine di un’ira giusta è, come ab- !

48
T. s p i d l Ik

biamo già ricordato, Cristo che scaccia i venditori dal


tempi0 (Me ll,15ss; Gv 2,14ss). S’intende che la col­
lera deve essere commisurata, controllata, moderata.

l'IRA INCONTROLLATA_______________________________
Quale ira è da considerarsi ingiusta? Dal sentimen­
to di dispiacere nasce spesso l’odio e la voglia di vendetta,
proviamo piacere per la disgrazia di un altro, lo umilia­
mo con le parole e lo denigriamo davanti agli altri. Poi
si passa agli atti. Più spesso l’ira si manifesta con l’e­
splosione di sentimenti che sono più forti del sano giu­
dizio. Un uomo così è, secondo san Giovanni Clima-
co, un folle, un epilettico volontario. Non si può parla­
re con lui finché l’impulso d’ira non è cessato. Il consi­
glio migliore da dargli è ciò che affermano alcuni detti
popolari: «respirare profondamente», «contare fino a
dieci», «spaccare la legna, ma non sulla testa dell’altro».
Molto più pericolosa è l’ira che rimane nell’anima
anche quando l’esplosione dei sentimenti è già passata.
Allora si comincia con freddezza a riflettere sulla ven­
detta, si rifiuta di perdonare. Secondo san Gregorio di
X issa, un uomo che si comporta in tal modo si separa dal
regno di Dio. A lui stesso non sarà perdonato, perché
non perdona gli altri; Dio non interverrà in suo favore,
perché vuol farsi giustizia da solo.

COME VIN CERE L'ESPLOSIONE DELL'IRA?


Nelle Vite dei Padri del deserto si racconta che un iro­
sovenne guarito in questo modo. Gli fecero ripetere que­
sto tipo di preghiera: «Ti ringraziamo, Signore, per non

49
L' ARTE DI PURIFICARE IL C U O R E

fjj
aver bisogno di te, perché la giustizia ce la procuriamo da Í
soli». San Doroteo paragona Tirato ad un cane che ?
morde il sasso e, nella sua cecità, non vede l’uomo che ha >

gettato quel sasso. Bisogna quindi cercar di ragionare.
«Nell’ira, non peccate!» leggiamo in san Paolo (Ef
4,26). L’apostolo delle nazioni aveva un temperamento
esplosivo. Conosceva per esperienza come si può anda­
re in collera quando all’improvviso si incontrano il ;
male, la disonestà, le difficoltà espressamente combi­
nate. Ma quest’impulso non deve portarci al peccato, per
non giungere a cacciare un male con un altro. Del resto,
san Paolo stabilisce un tempo prudente per calmarsi, fi- ?
no al tramonto: «Non tramonti il sole sulla vostra ira» !
(Ef 4,26). L’ira guarisce definitivamente con le virtù con­
trarie: la mitezza, la pazienza, la fede nella provvidenza,

L'ACCIDIA_____________________ .________ _ j
Il termine greco akédìa ha un senso più ampio del suo [
corrispondente latino, “pigrizia”. Significa uno stato f
generale di disgusto, di stanchezza, di disinteresse, la “tie- ¡
pidezza”. Lo chiamano anche “demone di mezzogior- ¡
no” (cf Sai 90,6), quello che assale il monaco a metà gior- [
nata, quando cioè passa l’ardore, la voglia di lavorare. I j
monaci, infatti, si alzavano molto presto al mattino e [
quindi a mezzogiorno arrivava la stanchezza. In modo al- j
legorico, lo stesso vale anche per il “mezzogiorno della j
vita”, quando svanisce l’entusiasmo giovanile. Evagrio è j
convinto che questo sia un “demone pericolosissimo”,
perché il disgustato e il pigro non hanno voglia di resi- f
stere, e dunque il nemico trova in essi facili prede.

50
T. SPI D L Ì K

[A PIGRIZIA SPIRITUALE______________________________
Così gli autori latini chiamano l’accidia. Ludovico
pa Ponte ne enumera nove manifestazioni: 1) una
paura esagerata degli ostacoli che si possono incontra'
re; 2) l’avversione a tutto ciò che costa fatica; 3) la ne-
gligenza nell’osservare i comandamenti, l’ordine, le re­
gole; 4) l’instabilità nel bene, nel mantenimento dei pro­
positi; 5) l’incapacità di resistere alle tentazioni; 6)
l’avversione verso coloro che sono zelanti e che diven­
gono odiosi a causa della loro diligenza e dell’osservan­
za delle regole; 7) la perdita di tempo prezioso; 8) la li­
bertà che viene concessa ai sensi, alla curiosità, al pia­
cere di divertirsi e di usare tutto; 9) la negligenza nei prin­
cipali doveri del proprio stato, la dimenticanza del fine
ultimo, la trascuratezza dei motivi religiosi nell’agire.

LA TIEPIDEZZA S E C O N D O SAN BERNARDO


Per san Bernardo, la “tiepidezza” è “ombra della mor­
te”; il tiepido assomiglia ad una vigna non coltivata, ad
una casa senza porta e finestre. La tiepidezza priva l’uomo
della gioia spirituale. Aumenta la fatica della giornata e,
nello stesso tempo, ne diminuisce i meriti. E come un ver­
me che alla radice divora dal di dentro le virtù principa­
li, anche se fuori tutto continua come sempre. Il pigro na­
sconde i suoi talenti nella terra (Mt 25,25ss). Non desi­
dera essere né troppo buono né troppo cattivo. Perciò
gli si applicano le parole : «Conosco le tue opere: tu
non sei né freddo, né caldo. Magari tu fossi freddo o cal­
do! Ma poiché sei tiepido, non sei cioè né freddo né
caldo, sto per vomitarti dalla mia bocca» (Ap 3,15-16).

51
L'ARTE DI PURIFICARE IL C U O R E

LA SUPERBIA________________________________________
Tutti sono concordi neU’affermare che la superbia è
quello che si potrebbe definire il colmo di tutti i vizi e
peccati. D’altra parte, anche i buoni confessano di ave­
re “pensieri di orgoglio” che non possono essere così ma­
ligni. Quindi distinguiamo, anche senza rendercene con­
to, una doppia superbia: grave e meno grave. Gli autori
orientali parlano di due vizi simili, eppure tanto diver­
si: la vanità e la superbia.
In ambedue i casi ci attribuiamo qualche bene e,
per questo, vogliamo essere stimati: ma quel bene non
è merito nostro. Cerchiamo la gloria. Ma questa gloria
può essere seria o “vana”: possiamo cioè vantarci di qual­
cosa che è degno di ammirazione o amiamo essere lodati
per delle cose piccole, ridicole, vane.
Agli occhi degli asceti, l’unica cosa che merita la glo­
ria è la grazia, la partecipazione alla vita di Dio. E solo
il Signore che ci rende partecipi della sua gloria, perciò
il cristiano non la attribuisce a sé. Crede fermamente che
sia un dono di Dio non meritato. L’immagine classica
della superbia è quindi il fariseo che prega: « 0 Dio, ti
ringrazio che non sono come gli altri uomini, ladri, in­
giusti, adulteri e neppure come questo pubblicano» (Le
18,11). L’orgoglioso esige ammirazione e venerazione per
ciò che, senza meriti, ha ricevuto da Dio e, per questo, si
considera migliore degli altri.

LA SUPERBIA— "ULTIMO DEM ONE"


Giustamente si avverte che, proprio quelli che si sfor­
zano di condurre una vita spirituale, sono maggior­

52
T. SPIDLÌK

mente esposti al pericolo del vero orgoglio. Tale vizio è


l’“ultimo demone” che attacca quelli che si sono libe­
r ti dai “sette precedenti”. Ed è più forte di tutti gli al­
tri. Ispira alla coscienza la superiorità sul prossimo a cau-
sa delle proprie buone opere, della conoscenza teologi­
ca, della vocazione allo stato religioso.
Si dice che l’orgoglio precede la caduta. L’orgoglio­
so cade facilmente nel peccato. Il teologo superbo delle
sue conoscenze alla fine professa errori. «L’autosufficienza
del proprio giudizio» è, secondo Teodoreto di Ciro, la più
grave malattia degli intellettuali che hanno perduto l’u­
miltà. «Essi disprezzano ogni iniziativa e i consigli degli
altri. Il loro detto preferito è: O si fa come voglio io, o ri­
fiuto di collaborare».

LA VANAGLORIA______________________________________

La vanità è un vizio molto minore. C ’è chi si lascia


ammirare per i suoi folti capelli, chi per la bella voce, chi
per le sue capacità intellettuali, chi per le sue nobili
origini; chi cerca la gloria nelle cose “vane”, di poco con­
to in confronto ai veri valori della vita. San Francesco
di Sales dice che, benché si tratti di una “passioncina”
ridicola (nonostante ciò, la gente riesce a vantarsi!),
ha una vita dura: muore, si dice, “solo mezz’ora dopo la
morte dell’uomo”. Fino all’ultimo respiro siamo legati al
rispetto umano. Nel suo stato più evoluto, la vanità con­
duce alla mancanza di sincerità, alle menzogne, suscita
contese, fa sperperare il denaro. In tal caso si chiama an­
che “rispetto umano”, ma nel senso deteriore: per non
perdere l’ammirazione, la gente commette vizi e, per

53
L'ARTE DI PURIFICARE IL C U O R E

essere lodata dai peccatori, commette anche i peccati.


Gli autori spirituali paragonano la vanagloria ad un
ladro che accompagna un viaggiatore fingendo di avere
la sua stessa destinazione, ma poi, inaspettatamente, lo
deruba. Il vanitoso spesso lavora, osserva i comandamenti,
frequenta la chiesa. Più è zelante, più desidera essere lo­
dato. Ma alla fine, perde i meriti acquisiti per le sue
buone opere perché, di fatto, non le ha compiute per Dio,
ma per vanagloria. Perciò si verifica spesso ciò che scri­
ve san Paolo: che «Dio ha scelto ciò che nel mondo è
stolto per confondere i sapienti, Dio ha scelto ciò che nel
mondo è debole, per confondere i forti, Dio ha scelto
ciò che nel mondo è ignobile e disprezzato e ciò che è nul­
la per ridurre a nulla le cose che sono, perché nessun
uomo possa gloriarsi davanti a Dìo» (ICor 1,27-29).

SI PUÒ DIRE CHE LA SUPERBIA È LA RADICE DI


TUTTI GLI ALTRI VIZI?_________________________________
Lo afferma san Gregorio il Grande. Perciò nel suo ca­
talogo la mette al primo posto. Per Evagrio il fondamento
di tutti gli otto vizi è l’amore di sé (in greco philautia), al­
tri lo chiamano “volontà propria”.

MA È VERAMENTE UN MALE AMARE SE STESSI?


A questo proposito, bisogna fare attenzione a non ca­
dere in un equivoco. Il vangelo ci ordina di amare il pros­
simo come se stessi (cf Mt 22,39), non dice invece di
“non amare se stessi”. Gli scolastici ripetevano l’ada­
gio: «Chi non è buono verso se stesso, non potrà essere
buono neanche per gli altri». Il cristianesimo vuol uni­

54
T. S P I D LÌ K

re ambedue gli amori, di sé e dell’altro, in un unico amo­


re. Chi rifiuta questa unione possiede l’amore di sé, ma
esso da solo è egoistico, perverso. Amando sé, l’egoista
anche distrugge se stesso, perché rompe le relazioni
con gli altri e con ciò diminuisce il suo essere “perso­
na”. San Massimo il Confessore definisce la philautia:
“amore di sé contro di sé”. L’amore vero è la sorgente
di tutte le virtù, l’egoismo è la radice dei vizi.

MA C O M E SI FA A N O N AVERE VO LO N TÀ
PROPRIA?_______________________________________________
Anche usando questo termine, bisogna stare attenti
a non equivocare. La volontà libera è uno dei più gran­
di doni di Dio. «Per salvarsi—scrive san Giovanni Cri­
sostomo— basta volere». Indebolire la volontà significa
rendere l’uomo meno capace sia del lavoro umano che
della perfezione spirituale a cui l’uomo stesso è teso. In
questo contesto, sembrano quindi strane le esortazioni
di san Doroteo di Gaza, di san Benedetto e degli altri che
ammoniscono severamente di “distruggere totalmente
la propria volontà” per poter accettare la volontà di
Dio o la volontà del legittimo superiore.
Abbiamo già detto che l’origine di ogni male è un
pensiero cattivo, una suggestione al peccato. Ad essa si
unisce un’attrazione verso l’oggetto proibito: l’inclina­
zione all’avarizia, al desiderio di bere ecc. Sappiamo
che possiamo e dobbiamo resistere a queste suggestio­
ni. Ma, talvolta, ci viene voglia di accettarle in modo
che sembrino lecite. Allora, ad esempio, si cerca di giu­
stificare l’avarizia con la necessità di risparmiare, si co­

55
L'ARTE DI PURIFICARE IL C U O R E

mincia a chiamare il rifiuto di perdonare “senso per la


giustizia” ecc. Vari autori chiamano “volontà propria”
questa tendenza a giustificare l’inclinazione al male
con pretesti sacri. Va da sé che, presa in questo senso, de­
ve essere distrutta prima ancora che diventi origine di
tutti i guai. L’uomo corrotto non solo commette crimi­
ni, ma riesce a giustificarli tutti. E una situazione triste,
e lo è ancor di più quando si ha il caso di persone appa­
rentemente devote che amano giustificare la propria ipo­
crisia addirittura utilizzando testi della Sacra Scrittura.
L’unico rimedio a questa perversione è cercare sincera­
mente la volontà di Dio e sottomettersi a chi la trasmette
spiritualmente.

56
6. L’esperienza personale

le TENTAZIONI SOTTO L'APPARENZA DEL BENE


Il catalogo degli otto pensieri malvagi (o dei sette vi­
zi capitali) è come il fondamento dei manuali di mora­
le cristiana dove si cerca di enumerare tutti i casi che co­
stituiscono peccato in modo “oggettivo”, valido per tut­
ti. I pensieri che suggeriscono tali azioni sono certamente
immorali. Ma non tutti i pensieri che ci vengono in men­
te sono così chiaramente determinati. Gli autori esper­
ti nella vita spirituale notano che il demonio prende tal­
volta la forma dell’angelo della luce (cf 2Cor 11,14) e
inganna sotto l’apparenza del bene. Così, ad esempio, un
suggerimento all'inizio appare buono, solo inseguito, con
la propria esperienza, si vede che ci ha condotto al ma­
le. A sant’Ignazio, poco dopo la sua conversione, sem­
brava un santo proposito praticare un digiuno radicale.
Ma il risultato fu una grave malattia allo stomaco. Igna­
zio riconobbe in seguito che si era lasciato imbrogliare,
non riconoscendo l’inganno nascosto sotto una falsa ap­
parenza di bene. Ciò accadde perché la sua anima, co­
me egli stesso confessa, era ancora inesperta nell’arte del
combattimento spirituale.

N O N È TROPPO TARDI Q U A N D O CI SI È RESI


C O N TO DI AVER FATTO QUESTA TRISTE
ESPERIENZA?__________________________________________
Certo, ed è proprio per tale motivo che si raccomanda

57
L'ARTE DI PURIFICARE IL C U O R E

di confrontare i suggerimenti che si percepiscono inte­


riormente con i consigli del padre spirituale. Gli uomi­
ni esperti nella vita spirituale acquistano un senso più fi­
ne e riescono a distinguere il pensiero angelico da quel­
lo demoniaco dal suo “profumo”. E lo stesso con gli uo­
mini. Una persona mi disse: «Io all’inizio non faccio
attenzione a ciò che uno dice, ma ascolto piuttosto la sua
voce. Così, raramente mi lascio ingannare dai bei di­
scorsi. E dalla voce stessa che sento se vi è qualche in­
ganno». E interessante notare che tali osservazioni si pos­
sono fare anche per i pensieri che ci vengono. Sant’I-
gnazio parla delle regole “di un maggiore discernimen­
to degli spiriti” adatto a quelli che hanno già compiuto
un certo progresso nella vita interiore. In questi casi si
sta meno attenti a ciò che il pensiero1suggerisce, ma si
presta più attenzione al modo in cui il pensiero si pre­
senta all’anima. In questo modo anche sant’Antonio
Abate imparò a distinguere gli spiriti: notando i diversi
stati psicologici che i pensieri producono nell’anima.

ABBIAM O G IÀ NOTATO LA REGOLA


FONDAMENTALE: C IÒ CHE TURBA VIENE DAL
D EM O N IO ...________________________________________
Ma abbiamo anche notato che il principio non si può
applicare meccanicamente. Inoltre, il turbamento che
si vive può essere molto fine, non osservabile facilmen­
te... Sant’Ignazio afferma: «A quelli che procedono di
bene in meglio, l’angelo buono tocca l’anima dolcemente
e soavemente, come una goccia d’acqua che entra in una
spugna; mentre il cattivo la tocca acutamente con stiv-

58
T. SPI DL Ì K

pito e inquietudine, come quando la goccia d’acqua ca­


tte sulla pietra».

MA SE Q U ESTO TURBAMENTO N O N SI NOTA


SUBITO?________________________________________________
Bisogna seguire lo sviluppo del pensiero. Ignazio lo
descrive così: «Dobbiamo fare molta attenzione al cor­
so dei pensieri; se il princìpio, il mezzo e il fine sono
tutti buoni e tendono unicamente al bene, è un segno
dell’angelo buono. Ma se il corso dei pensieri che si han­
no porta verso una cosa cattiva o futile, oppure meno
buona di quella che l’anima si era proposta di fare pri­
ma, o indebolisce, inquieta e conturba l’anima, to­
gliendo la pace, la tranquillità e la calma che prima ave­
va, è un segno chiaro che ciò proviene dal cattivo spi­
rito, nemico del nostro bene e della salute eterna».

C'È UN 'ESPRESSIONE CHE ESIGE UNA


SPIEGAZIONE: IL PENSIERO PORTA VERSO
UNA C O S A CATTIVA O FUTILE. QUANTE
COSE FUTILI CI PASSANO IN MENTE! S O N O
TANTO D A N N O SE?__________________________________
L’autore spirituale russo Teofane il Recluso giudica
questi pensieri severamente. Pensa davvero che possa­
no essere più dannosi dei pensieri espressamente catti­
vi. Non ammette che l’uomo onesto si occupi troppo nel
pensare a progetti peccaminosi. Quanto tempo prezio­
so spesso si perde fantasticando su cose inutili! Di certe
persone si dice che vivono concentrate a tal punto da
non avvertire ciò di cui si parla. Teofane commenta
ironicamente dicendo: “Concentrate, sì, ma sulle stu­

59
L'ARTE DI PURIFICARE IL C U O R E

pidaggini!” Dunque, se in ciò non c’è una vera e pro­


pria tentazione al male, è pur vero che in tal modo si per­
de tanto tempo prezioso. Ancora di più: a ciò seguono
un senso di vuoto nel cuore e una crescente malinco­
nia che indebolisce le forze dell’anima.

LA FANTASIA È UN A FORZA NATURALE CH E SI


SVILUPPA S E C O N D O LEGGI PROPRIE?___________
Infatti! Un giorno un medico mandò ad un suo col­
lega una paziente accompagnandola con una lettera in
cui aveva scritto: «A me pare che la povera donna non
sia per niente malata, se non nella sua fantasia». A ciò
il destinatario rispose: «La sua è una malattia molto se­
ria, dal momento che è malata la fantasia, una facoltà
importantissima nella nostra vita». Dello stesso parere è
l’autore spirituale già citato, Teofane, che giudica par­
ticolarmente pericoloso il lasciar correre, senza con­
trollo nella mente, le immagini della fantasia. Le im­
magini interiori o esteriori sono come il “materiale grez­
zo” che deve servire a costruire un’opinione sana, un giu­
dizio. L’architetto costruttore è la ragione. Se questa re­
sta inattiva, le immagini, il “materiale grezzo”, si accu­
mulano nella confusione. Non costruiscono un “castel­
lo interiore” nella mente, ma una specie di ammasso di
rovine intellettuali. Gli uomini affetti da questa malat­
tia si riconoscono facilmente: non riescono né a parla­
re, né a pensare con disciplina, saltano da un tema al­
l’altro, essendo incapaci di seguire nel discorso una linea
coerente.

60
T. SPIDLÌK

N O N SO LO LE IMMAGINI DELLA FANTASIA,


MA A N CH E I RAGIONAM ENTI P O SS O N O
ESSERE FUTILI!_________________________________________
Senza dubbio. Teofane ci avverte anche di questo pe­
ricolo. Ancor più che la fantasia, la ragione è un dono
preziosissimo di Dio che ci deve guidare sul cammino
della vita. Non deve quindi perdere questa sua funzio­
ne vitale. Teofane provò a distinguere, di seguito ai Pa­
dri greci e alla filosofia idealistica tedesca, i due termi­
ni: “ragione” e “intelletto”. La “ragione”— afferma—
lavora meccanicamente. Distingue il vero dal falso, ma
non si preoccupa del valore che ha per la vita il suo
giudizio. Invece P“intelletto” giudica il valore dei pen­
sieri che ci occupano la mente.
Secondo Teofane, il “razionalismo” è un’altra epi­
demia pericolosa del nostro tempo, simile a quella pro­
vocata dall’abuso della fantasia. Il “razionalista”, nel sen­
so peggiorativo della parola, spreca molta fatica ponen­
dosi problemi che la sola ragione non può risolvere od
occupandosi di questioni che non gli spettano. Frat­
tanto perde il senso di ciò che lo riguarda direttamente
nella vita. Così, nella vita religiosa, i razionalisti desi­
derano risolvere i misteri della fede, ma non si pongo­
no la domanda di come viverli per salvarsi.

COM E POSSIAM O SAPERE IN ANTICIPO SE


UN PROBLEMA È O N O N È IMPORTANTE PER
LA NOSTRA VITA?_____________________________________
Gli autori spirituali ci danno un consiglio pratico, ma
saggio: «Age quod agis», occupati di ciò che devi fare ades­
so! Ogni momento ha la sua esigenza. Il momento del-

61
L'ARTE DI PURIFICARE I L C U O R E __________________________________

la preghiera non è adatto per pensare al lavoro. Ma an­


che un lavoro preciso esige che l’attenzione sia tutta
destinata alla sua esecuzione e non a ciò che si dovrà
fare più tardi. Quando parliamo con qualcuno, è bene
concentrarsi su ciò che dice, ma questo è meglio di­
menticarlo quando andiamo a letto. Nei ricordi di un
padre spirituale si legge che un giovane monaco gli chie­
se perché non riuscisse a vivere con tranquillità nel mo­
nastero. Il padre spirituale gli disse: «Non sarai mai tran­
quillo, non troverai pace. Quando è inverno pensi con
impazienza a quando verrà la primavera. A pasqua pen­
si ai lavori nei campi d’estate. Quando si lavora sei preoc­
cupato e pensi a quando il lavoro finirà e, quando è ve­
nuto il tempo del riposo, ti spaventi di quanto lavoro ti
aspetta. Insomma, la tua testa non sta mai con te, corre
in avanti e non riesci mai a raggiungerla».

DA C IÒ SEG U E CH E B ISO G N A CONSIDERARE


N OCIVI I PENSIERI C H E N O N S O N O
COEREN TI C O N LA VITA?__________________________
Infatti, questo è un importante principio del discer­
nimento degli spiriti. Lo si può spiegare con un’analogia
tratta dall’ambito artistico. Un professore dell’Accade­
mia di Belle Arti stava dando i voti ai disegni presenta­
ti dagli allievi. Uno di questi disegni fu giudicato pessi­
mo. Ad un inesperto che assisteva a tale valutazione, il
giudizio del professore sembrava ingiusto, il disegno con­
siderato così negativamente gli piaceva, rappresentava
una ragazza con un mazzo dei fiori, finemente traccia­
to. Allora il professore gli spiegò i motivi del suo giudi'

62
T. SPIDLÌK

zio, apparentemente così severo. Coprì con un pezzo di


carta una parte del disegno, lasciando allo spettatore il
compito di indovinare quale potesse essere l’età della per­
sona di cui era visibile solo la mano con il mazzo di fio­
ri. Era la mano di una ragazza. Ma ripetendo poi lo stes­
so procedimento per altre parti del corpo raffigurato,
risultò che il piede sembrava quello di una donna adul­
ta e le spalle si sarebbero dette addirittura di un uomo.
In altre parole, ogni particolare sembrava bello, ma
non era armonizzato con la persona. Allo stesso modo,
i progetti incoerenti con la vocazione personale di­
struggono l’immagine di Dio di cui la persona stessa è
portatrice. Nel romanzo I fratelli Karamazov, il raziona­
lista Ivan finisce folle, con una doppia personalità. Ben
diverso il risultato a cui portava il suggerimento, spesso
ripetuto, che Teofane il Recluso dava ai suoi figli spiri­
tuali: unire la testa al cuore, pensare all’identità spiri­
tuale data dallo Spirito che risiede nel cuore. Perciò i mi­
gliori padri spirituali sono quelli che possiedono la car-
diognosia, cioè la conoscenza dei cuori. Ed è perciò che
possono giudicare quali sono i pensieri da conservare e
quali quelli da rigettare.

ALLORA, PER DISTINGUERE BENE L'UTILITÀ O


LA DAN N OSITÀ DEI PENSIERI, B ISO G N A
C O N O S C E R E LA PROPRIA IDENTITÀ?____________
Sì, ma nel senso spirituale, cioè identità intesa co­
me vocazione divina. Quando si parla di vocazione in
“senso profano”, la si considera come una scelta del la­
voro, del posto nella società, del modo di vivere, scelta

•63
L'ARTE DI PURIFICARE IL CUORE

7. Il metodo psico-fisico degli esicasti


fatta in età matura. Ma agli occhi di Dio la nostra vo­
cazione precede la nostra esistenza. Dio crea gli uomini
avendo in mente la loro vocazione specifica, l’opera al­
la quale sono chiamati. Quelli che la seguono fedelmente,
dipingono, per così dire, un quadro perfetto, un’imma­ U N O Y O G A CRISTIANO?___________________________
gine di Dio nella sua perfezione. L’esempio classico è da­
Oggi ci sono parecchie persone— anche in ambito eu­
to dalla vita di Maria Santissima: prescelta per essere la
ropeo, non solo dell’estremo oriente—che praticano lo
Madre di Dio, seguì nella sua vita tutto ciò che corri­
yoga ed assicurano che si tratta di un esercizio efficace per
spondeva a questa chiamata.
acquistare la pace dell’anima. La Sacra Congregazione
M A C O M E SI PUÒ C O N O S C E R E LA PROPRIA
per la Fede si è sentita obbligata ad avvertire dei perico­
V O C A Z IO N E ?________________________ _______________ li che sono ad esso legati. È chiaro che il fedele non può
accettare alcune delle teorie che spesso si accompagna­
Non si può dare una risposta in poche parole. Però si
no allo yoga, se queste contraddicono l’insegnamento cri­
può indicare il principio fondamentale dal quale seguo­
no le altre applicazioni concrete: è la voce del cuore pu­ stiano. Ma ciò non vale per lo yoga se praticato come una
ro che indica la strada che Dio ci ha destinato a seguire. specie di esercizio ginnico utilissimo per l’uomo che vi­
Le voci della malizia che cercano di deviarci da questo ve nelle città ed ha ormai perduto il contatto con la vi­
proposito provengono “dal di fuori”. Tale principio, evi­ ta naturale. Inoltre, l’uomo della nostra società tecnica
dentemente, ha bisogno di essere ulteriormente spiega­ pensa di poter esercitare il corpo in diversi tipi di atti­
to. Lo faremo gradualmente. Sarà più facile descrivere in­ vità sportiva indipendentemente dal considerare l’anima
nanzitutto come un pensiero viene “dal di fuori”, per e, inversamente, ritiene di potersi dedicare alle attività
poi riuscire a comprendere la voce interiore del cuore. dell’anima dimenticando e disprezzando il proprio corpo.
A questo proposito, chi pratica lo yoga vuole ristabilire
l’unità perduta tra questi due elementi. E chiaro che ciò
ha implicazioni anche nell’ambito della preghiera. Quan­
do uno prega intensamente, degli atteggiamenti sba­
gliati del corpo producono stanchezza e anche nevrosi.
A l contrario, una giusta posizione corporale aiuta la con­
centrazione nella preghiera. Quali conclusioni pratiche
ne possiamo trarre?

64 ó5
L'ARTE DI PURIFICARE IL C U O R E

LA PACE DEL C O R PO ______________________________ ^


Dobbiamo ammettere che, nelle considerazioni psi­
cologiche degli autori greci antichi, così come nel lin­
guaggio degli asceti cristiani, emerge un punto debole:
l’atteggiamento negativo verso la realtà corporea. I cri­
stiani non potevano considerare la materia come male.
D’altra parte, gli asceti rimasero sempre convinti che il
corpo creato da Dio rimane, dopo il peccato, la sfera
più esposta alle tentazioni del diavolo. La rinuncia al cor­
po è quindi oggetto costante di esortazioni ascetiche. Ma
sulP“uso” del corpo e sulle sue disposizioni nella preghiera
non si trovano che brevi cenni in note occasionali.
Da questo punto di vista, dunque, il “metodo fisico”
dei monaci del Monte Athos dei secoli XIV-XV rap­
presenta un progresso. Gli antichi esicasti dell’Egitto e
del Sinai non dubitavano che la pace dell’anima si ir­
radiasse sul volto e pacificasse le passioni del corpo. Il
metodo fisico vuol mettere in rilievo l’aspetto opposto:
i pacifici esercizi delle funzioni corporee tranquillizza­
no l’anima e la dispongono alla preghiera.

IL M OVIM EN TO DEGLI ESICASTI__________________


Per molti contemporanei è stata una scoperta venire
a sapere che molti degli esercizi yoga erano praticati già
parecchi secoli fa dai monaci cristiani. Abbiamo accen­
nato a quelli viventi al Monte Athos. Essi fanno parte
di una grande corrente di spiritualità orientale chiama­
ta “esicasmo”. Il termine greco hesychia significa: calma,
pace, riposo, tranquillità. Fin dall’inizio, fra i Padri del de­
serto egiziano, vi erano molti “esicasti” che considera­

66
T. SPIDLIK

vano come propria vocazione il dedicarsi interamente al­


la preghiera, non preoccupandosi di altro. Considerava­
no come condizione necessaria per una tale vita la pace
esteriore ed interiore. Perciò vivevano nella solitudine
e praticavano il controllo dei pensieri, la “vigilanza in­
teriore”, intesa come abbiamo già spiegato.
Più tardi questa tendenza trovò una calda accoglien­
za sul Monte Athos dove, all’inizio del secolo XIV, un
monaco d’origine calabrese, Niceforo, inventò un “me­
todo fisico” per facilitare la preghiera, utilizzando alcu­
ne posizioni del corpo. In realtà il risveglio di questo ti­
po di preghiera si ebbe grazie alla diffusione della Filoca­
lìa, un’antologia di testi dei Padri e degli autori esicasti
curata da Macario di Corinto (f 1805) e da Nicodemo
Agiorita (t 1809). Ora, tale opera è molto conosciuta an­
che in occidente. Inoltre, grazie alle numerose edizioni
dei Racconti di un pellegrino russo, l’occidente ha fatto
conoscenza con la “Preghiera di Gesù”, tipica giaculato­
ria del metodo esicasta. E attraverso queste pubblicazio­
ni che è cresciuto l’interesse per tale sistema che promette
l’acquisto della pace per mezzo di un “metodo fisico”.

IL PELLEGRINO RUSSO_______________________________
Cominciamo con questo scritto piuttosto tardivo.
Contiene l’istruzione del metodo corporale esposta in
modo piuttosto rudimentale. Il suo autore è sconosciu­
to. Nel 1881 furono pubblicati a Kazan’, in Russia, quat­
tro racconti in cui un devoto pellegrino narrava la sua
ricerca per l’acquisizione del dono della preghiera in­
cessante, cercato ripetendo senza posa la Preghiera di

67
Gesù. Più volte ristampati in russo e tradotti in altre lin­
gue, questi racconti sono divenuti non solo ima delle più
note opere della letteratura spirituale, ma anche una fon­
te di grande importanza per lo studio della spiritualità.

IL M ETO D O DELLA PREGHIERA IN CESSAN TE


DEL "PELLEGRINO RUSSO"________________________ _
Il metodo di questa preghiera si può seguire tappa
per tappa nei Racconti. La narrazione comincia col pro­
porre il problema capitale della preghiera continua: co­
me “pregare incessantemente” (ITes 5,16)? Il pellegrino
incontra uno starete, cioè un padre spirituale, esperto nel­
la “Preghiera di Gesù”. Riceve da lui l’ordine di recitare
tremila giaculatorie al giorno per acquistare l’abitudine
di recitare la preghiera di Gesù con la bocca, affinché
tale ripetizione divenisse un’abitudine spontanea, an­
che se ancora puramente esterna, un movimento delle
labbra. Quindi lo starets gli ordinò di recitare seimila pre­
ghiere al giorno. Il pellegrino riuscì a malapena a farlo,
ma in seguito si esercitò a tal punto in questa ripetizio­
ne che l’abitudine passò dallo stato di veglia al sonno.
Le labbra si movevano anche se lui dormiva.
Il pellegrino si sentiva felice e cominciò a credere di
essere arrivato alla preghiera senza interruzione. Ma fe­
ce un nuovo, ulteriore passo. Per nascondere il fatto di
pregare in presenza degli altri, smise di muovere le labbra
e provò a dire la preghiera muovendo soltanto la lin­
gua. Alla fine gli sembrò di essersi abituato. Ma il pro­
cesso non poteva finire lì. La preghiera doveva arrivare
allo stadio in cui l’invocazione di Gesù si sarebbe unita
T. SPI D L Ì K

al battito del cuore. Ecco come fece lui stesso e come, più
tardi, insegnò tale metodo ad un cieco: «Immagina il tuo
cuore, volgi gli occhi come se tu guardassi attraverso il
petto così vivacemente come puoi, ed ascolta con l’o-
recchio teso come esso batta un colpo dopo l’altro. Quan­
do ti sarai abituato, cerca di adattare ad ogni battito del
cuore, sema perderlo di vista, le parole della preghiera.
Ossia, col primo battito dirai o penserai: “Signore”, col
secondo “Gesù”, col terzo “Cristo”, col quarto “abbi pietà”,
col quinto “di me”, e ripetilo molte volte».
Legata al battito del cuore, la preghiera è, per così di­
re, inseparabile dalla vita stessa. Almeno così la capì il
pellegrino e in questa maniera trovò la sua felicità: «Quan­
do uno mi insulta, non penso che alla benefica preghiera
di Gesù. Immediatamente collera o pena svaniscono del
tutto. Il mio spirito è diventato semplice, veramente.
Non mi do pena di nulla, nulla mi occupa, nulla di quan­
to è esteriore mi trattiene... Quando un freddo violen­
to mi colpisce, recito la preghiera con maggior atten­
zione e ben presto mi sento caldo e confortato. Se la
fame si fa troppo insistente, invoco più spesso il nome di
Gesù Cristo e non ricordo più di aver avuto fame».

IL TESTO C LA SSIC O DI N IC EFO R O ________________


Il testo del pellegrino è, come abbiamo detto, tardi­
vo. Inoltre, ciò che si chiama “metodo fisico”, cioè l’u­
so dei mezzi corporali per raggiungere la concentrazio­
ne mentale, vi è esposto solo parzialmente. L’esposizione
tradizionale completa si trova nell’opuscolo del mona­
co atonita Niceforo Sulla sobrietà e custodia del cuore. Il

69
L' ARTE Di PURIFICARE IL C U O R E

brano famoso, ripreso dalla Filocalia, dice: «Siediti in una


cella tranquilla, in qualche angolo remoto e fa’ quel
che ti dico io: chiudi la porta, leva lo spirito al di là di
ogni oggetto vano e temporale. Poi appoggia la barba sul
petto, volgi lo sguardo dell’occhio corporale con tutta
la tua mente in mezzo al ventre, ossia sull’ombelico, trat­
tieni il respiro dell’aria che passa per il naso, così che tu
non spiri facilmente, e cerca mentalmente dentro le
tue viscere, per trovare là il luogo del cuore, dove risie­
dono le facoltà dell’anima. All’inizio troverai tenebre e
spessore impenetrabile. Ma se perseveri, se fai questo eser­
cizio giorno e notte, allora troverai, oh miracolo!, una fe­
licità senza fine. Quando lo spirito troverà il luogo del
cuore, vedrà subito cose mai conosciute prima, vedrà l’ae­
re che esiste nel mezzo del cuore, vedrà se stesso tutto lu­
minoso, pieno di discernimento. Da quel tempo, qual­
siasi pensiero [malvagio] si presenterà, prima che si svi­
luppi e prenda forma, sarà messo in fuga dall’invocazio­
ne del nome di Gesù, che lo scaccia e lo distrugge. Da
quel momento lo spirito, pieno di avversione ai demo­
ni, s’infiammerà con quell’ira che è secondo natura, cioè
per combattere i nemici spirituali. Il resto lo imparerai
con l’aiuto di Dio, quando ti eserciterai nella custodia
della mente, ritenendo Gesù nel cuore, perché fu detto:
“siedi in cella e questa ti insegnerà tutto”».

IL SIMBOLISMO DEL C O R PO _______________________


Nel metodo del pellegrino russo abbiamo incontra­
to praticamente due elementi “fisici” della preghiera: il
battito del cuore e la respirazione.

70
T. SPIDUK

Da Niceforo ne vengono segnalati altri: la posizione


del corpo (notiamo che per lo yoga sono le “posizioni”
che contano e non i movimenti, come nella ginnastica
classica), la fissazione dell’attenzione a certe parti del cor­
po (il cuore, l’ombelico), il controllo della respirazione,
l’ambiente adatto. Questi elementi “fisici” vengono mes­
si in relazione diretta con certi effetti “psichici”: visioni
luminose (gli esicasti parlano della “luce del Tabor”),
prontezza del discernimento, santa ira contro i demoni.
I seguaci dello “yoga cristiano” trovano in questo bra­
no vari punti di appoggio e sono convinti che il meto­
do di Niceforo possa essere sviluppato con l’aiuto delle
esperienze indiane o giapponesi. Fino a che punto si può
seguire questo cammino? Crediamo che sia importante
fare una nota previa. Fu notato giustamente che il rap­
porto fondamentale verso la realtà è diverso in oriente
e in occidente. L’occidentale, qualsiasi evento avven­
ga, concentra la sua attenzione nello scoprire la rela­
zione fra causa ed effetto. L’atteggiamento degli orien­
tali è diverso. Davanti a ciò che succede, essi si chiedo­
no: «Che cosa significa ciò che osserviamo? Di quale
realtà nascosta può essere simbolo?»
Questi due atteggiamenti ci sono anche quando si par­
la del metodo fisico nella preghiera. Un occidentale nor­
malmente chiede: «Che effetto produce la respirazione
rallentata? E il fissare l’attenzione al cuore?» Di conse­
guenza, il metodo fisico diventa per gli occidentali una
sorta di cultura ginnica adatta per i contemplativi.»
Gli orientali, al contrario, vivono anche qui del sim­
bolismo e si chiedono: «Che significato si può dare al

71
L'ARTE DI PURIFICARE IL C U O R E

battito del cuore? E alla respirazione? E al sentimento


di calore?» Questo era l’atteggiamento dei Padri che
difendevano il culto delle sacre immagini e la contem­
plazione della natura visibile. Tale dev’essere l’atteggia-
mento da assumere nei confronti della funzione del
corpo nella preghiera, di modo che l’orante, come scri­
ve Origene, «porti nel corpo l’immagine dei sentimen­
ti dell’anima». Si deve, insomma, essere capaci di com­
prendere anche i diversi stati e i sentimenti corporali co­
me “immagini” dello stato spirituale dell’anima.
Fino a un certo punto lo facciamo tutti. Congiun­
gere le mani, inginocchiarsi, fare un inchino profondo
sono segni tradizionali della preghiera. Ma perché il sim­
bolismo dovrebbe finire qui? Non possiamo dare un sen­
so simbolico e spirituale anche al respiro, al battito del
cuore, alla concentrazione sul cuore? I difensori del
metodo fisico sono convinti che questo sia un mezzo
efficace per raggiungere la preghiera continua, poiché in
tal modo essa viene associata alle funzioni vitali che non
V

s’interrompono mai. E sotto quest’aspetto che possia­


mo considerare i singoli elementi corporali, tanto rac­
comandati dagli esicasti, come adatti alla preghiera.

SEDERE IN UNA PO SIZION E UMILE______________


Il corpo, in modo consapevole o inconscio, prende
parte ai movimenti dell’anima, ai pensieri, ai desideri, ai
sentimenti, alle decisioni. Vi è però una grande diffe­
renza fra il movimento del corpo e la sua posizione. Il
movimento è il simbolo di un atto che passa. Alziamo
ad esempio la mano per dire agli altri: «State attenti a

72
T. SPIDLÌK

ciò che dico!» La posizione è, al contrario, segno di


yno stato che perdura. Quando ci mettiamo comoda-
niente a sedere, diciamo agli altri che vogliamo restare
in quel luogo. Il corpo, costretto a restare in una posi­
zione, accomoda, non si sa come, i nervi, i muscoli, la
circolazione a questo stato.
L’ideale della preghiera orientale, e soprattutto di quel­
la esicasta, è arrivare ad uno stato (katastasis), ad una di­
sposizione stabile del cuore, ad uno “stare semplicemen­
te con il Signore”, a sentire la sua presenza. Chi si met­
te a sedere in una posizione umile, simboleggia e raffor­
za con questo gesto una tale disposizione e spontanea­
mente ripete: «Signore, abbi pietà di me, peccatore!»

LA CELLA CHIUSA, LA LUCE SCARSA_____________


Chiudere la porta della stanza vuol dire che vogliamo
essere soli. Gli esicasti conducevano una vita eremitica,
solitaria. Perciò ripetevano spesso il consiglio: «Resta nel­
la tua cella, essa ti insegnerà tutto». Volevano quindi ri­
cevere istruzioni non dagli estranei, ma dalle ispirazioni
che nascono nel cuore. Sarebbe però erroneo credere che
la solitudine spirituale nasca dalla sola assenza di un con­
tatto con gli altri uomini. Ancora più importante è la “so­
litudine del cuore”, che riesce ad eliminare i “discorsi”
prodotti dai pensieri che turbano. Essi sono suscitati an­
che dai diversi oggetti che vediamo intorno a noi. La stan­
za scarsamente, illuminata è un ambiente che perde for­
me e colori. Diventa quindi un invito a cercare Dio al
di là delle immagini o dei concetti ed invita a sentirlo co­
me una pura luce che invade il cuore.

73
L'ARTE DI PURIFICARE IL C U O R E

LA RESPIRAZIONE_________________________________
La regolarità del respiro coordinata con la preghiera
è un esercizio naturale per chi non desidera altro che
gustare le parole della preghiera nel ritmo della propria
vita. I termini “respirare” e “vivere” nelle diverse lingue
sono anche linguisticamente parenti. In slavo la parola
per “verità” (istituì) dice originariamente “ciò che esiste
e respira”. Chi unisce il nome di Gesù ad ogni respiro de­
sidera sentire come la realtà di Cristo penetra e dà vita
a tutto ciò che esiste. Ma chi respira regolarmente sente
il bisogno di rallentare il ritmo e anche di arrestarlo. La
vita spirituale si svolge sulla terra ed è allo stesso tempo
vita eterna. Dio è padrone del tempo e l’uomo in unio­
ne con lui cerca di arrestare ciò che passa. Coloro che pra­
ticano lo yoga dicono che il rallentamento del respiro ral­
lenta il ritmo biologico della vita e l’invecchiare. Il cri­
stiano può con questo metodo vivere l’esperienza del “tem­
po escatologico”: non vuol valutare il corso della vita
secondo l’orologio, ma secondo la vicinanza di Cristo.
Il respiro comporta tre fasi: inspirare, ritenere, espi­
rare. Chi inspira vive la dipendenza dal mondo. Unire
questa fase con la preghiera di Gesù significa sentire la
dipendenza da Lui, che è la Vita del mondo nel senso
spirituale. Espirare è il sollievo di chi si sente in pieno
possesso della medesima vita e vuol donarla, distribuir­
la intorno a sé.

FISSARE L'ATTENZIONE SUL LU O G O DEL CUORE


Nello yoga si attribuisce una notevole importanza al­
la localizzazione del pensiero, unendolo con un organo

74
che gli dovrebbe corrispondere secondo la struttura
psicofisica delluomo. Si suppone che i diversi pensieri
i abbiano la loro “sede naturale” in certi organi. Gli esi-
casti affermano che la preghiera dev’essere concentrata
nel cuore anche in senso materiale, fissando il petto, leg­
germente a sinistra.
Un vescovo orientale— che era anche medico— , di­
fensore della preghiera del cuore, cercò di fare ima sin­
tesi dei suoi studi su questo problema. Distingue quat­
tro localizzazioni. Afferma che il pensiero può essere
localizzato 1) nel centro cranico cerebro-frontale; 2) nel
centro orofaringeo; 3) in quello pettorale; 4) nel cen­
tro cardiaco.
Il centro cranico cerebro-frontale è situato fra le so­
pracciglia. Corrisponde al pensiero astratto di un’intel­
ligenza pura. Può essere un pensiero molto intenso, lu­
cido, ma anche molto instabile. Una concentrazione
di questo tipo esige molta forza di volontà, che comporta
fatica e dissipazione di energie.
Collocato nel centro orofaringeo, il pensiero perde il
suo carattere astratto ed entra nel dinamismo della vi­
ta. Ma è ancora instabile.
Il pensiero situato nel centro pettorale, in mezzo al
petto, partecipa alla respirazione; acquista quindi un rit­
mo più stabile.
Ma una maggiore stabilità si ottiene quando la lo­
calizzazione è fissata proprio nel cuore.
Secondo lo yoga, la respirazione è più unita all’“idea”,
mentre il cuore lo è al “sentimento”. Per i monaci russi,
il “sentimento del cuore” dice una disposizione stabile,

75
L'ARTE DI PURIFICARE IL C U O R E

quindi uno “stato” di preghiera. Perciò gli autori ammo­


niscono spesso: «Scendere dalla testa nel cuore!»

IL CALORE__________________________________________ _
La respirazione regolata produce effetti di calore
che dal petto si diffondono in tutto il corpo e creano
un senso di gioia. La pulsazione si fa più forte e potreb­
be essere accompagnata da fenomeni di visioni lumi­
nose. Ma tutti gli autori spirituali in queste occasioni am­
moniscono severamente: si tratta di effetti naturali, non
è la grazia! Sarebbe un errore pericoloso credere che si
tratti dell’esperienza mistica. Il valore di questi senti­
menti dipende dall’uso che se ne fa per il bene della pre­
ghiera. Sia il calore che la luce sono immagini dello Spi­
rito Santo. Come immagini possono servire all’eleva­
zione della mente verso la realtà che rappresentano.
Ma cercarle per se stesse sarebbe pura idolatria.

S EN S O DI PACE E DI ARM ONIA________________


Il metodo fisico ben esercitato produce la calma ar­
monizzando secondo lo stesso ritmo le diverse funzioni
vitali: il battito del cuore, la respirazione, il cammino, la
preghiera vocale e i pensieri buoni che la seguono.
Tutto questo fa pensare alla pace di Dio che è un dono
messianico (cf Le 2,14; 19,38; ecc.). Ma il senso di pa­
ce procurato con il metodo fisico potrebbe facilmente
degenerare nel quietismo, in cui uno pretende la pace
senza ulteriori scopi. Quest’armonia deve invece essere
intesa come disposizione di uno che concentra tutte le
sue forze per meglio ascoltare la voce di Dio e che si pre­

76
T. SPiDLÌK

dispone a combattere, come se fosse in un castello in­


teriore, i “demoni” che vengono “dal di fuori”.

IL CO N TRO LLO DELL'ENERGIA VITALE____________

La respirazione ben regolata permette, come dice lo


voga, di portare la quantità di pràna, di cui l’uomo dispo­
ne, al grado di massima intensità. Allora la nutrizione con
il cibo esterno è ridotta al minimo. Anche gli esicasti
cristiani sono persuasi che il metodo fisico suppone la pra­
tica del digiuno, talvolta assai rigoroso, ma nello stesso
tempo gioioso, accompagnato da un senso di libertà in­
teriore rispetto ai bisogni del corpo. Quanti esempi di
ciò si trovano nelle biografie dei santi monaci!

I PERICOLI DA EVITARE______________________________
Forse sembra esagerata l’insistenza con cui alcuni
autori cristiani permettevano la pratica del metodo fisi­
co solo sotto la sorveglianza di un esperto padre spiri­
tuale. Perché tante precauzioni? Il metodo è semplice!
Ad un tale che scrisse, preoccupato in tal senso, al ve­
scovo russo Ignazio Brjancaninov, fu risposto: «Il meto­
do è semplice, ma non lo sei tu! » Non tutti gli uomini so­
no capaci in egual modo di vivere ed approfondire il sim­
bolismo, non tutti sono capaci di passare dal segno alla
realtà spirituale che si cerca. Succede qui come per le ico­
ne: soffermarsi senza passare oltre significa fare dell’im­
magine un idolo, della via un ostacolo di elevazione
della mente a Dio. Vivere il proprio corpo come simbo­
lospirituale è ancor più difficile, perché potrebbe dege­
nerare nel culto del corpo e dei sentimenti carnali. Cer­

77
L'ARTE DI PURIFICARE IL C U O R E

ti esercizi “fisici” producono quasi automaticamente sen­


timenti che assomigliano alle consolazioni spirituali: la
calma, la gioia di essere soli, fenomeni di luce e calore.
Confonderli con le vere consolazioni spirituali sarebbe
una delle deviazioni più temute dagli autori spirituali e
sforzarsi di dar loro un significato mistico, quando la vi­
ta dell’uomo non corrisponde a un tale grado, una spe­
cie di schizofrenia che conduce ad aberrazioni mentali.

UN AVVISO PRATICO______________________________
Comunque non si deve esagerare neppure con le pre­
cauzioni. Qualcosa di semplice si può tentare anche da
soli. Stiamo, ad esempio, in un ambiente tranquillo. La
mano destra prenda la sinistra per sentire il ritmo del pol­
so. Cerchiamo di armonizzare il respiro o anche il cam­
mino con lo stesso ritmo. Quando ci siamo riusciti, ri­
petiamo una breve preghiera giaculatoria adatta al no­
stro stato d’animo, ai sentimenti che ci dominano. Pre­
gando così, per qualche tempo, l’esperienza ci inse­
gnerà come approfittare di questo stato pacifico per ren­
der più intenso il dialogo con Dio Padre.
In questo modo, la preghiera si semplifica al massi­
mo, ma d’altra parte coinvolge tutto il nostro essere,
l’anima e il corpo. Così l’uomo si sente unito in se stes­
so e con Dio. La cultura tecnica di oggi è divenuta estre­
mamente “analitica”. Perciò, l’uomo nel suo subconscio,
si sente attratto da ciò che lo aiuta a vivere nella propria
integrità, per arrivare, così, almeno in certi momenti,
“ad uno stato nel quale si possiede, nel corpo mortale,
un’immagine della felicità eterna” (Cassiano).

78
r
8. Pregare “nel cuore”

L'ELEVAZIONE DELLA MENTE O DEL C U O R E?


La definizione tradizionale della preghiera dice che
essa è “l'elevazione della mente a Dio”. La sua origine ri'
sale fino a Platone. Gli autori cristiani l'hanno adotta-
ta, ma anche interpretata affinché diventasse più coni'
pietà. Non è solo la mente ad essere attiva nell'orazio'
ne, ma l'uomo intero, anche se il ruolo decisivo spetta
all'anima. In essa distinguiamo tre facoltà: l'intelletto, la
volontà, il cuore. Ciascuna di queste tre “facoltà” può es­
sere più o meno dominante nei vari tipi di preghiera. Co­
nosciamo la preghiera intellettiva, riflessiva. La preghiera
“attiva”, quella che si realizza a partire da una decisio­
ne della volontà che formula buoni propositi. Ma la
più perfetta, secondo gli autori dell'oriente cristiano, è
quella in cui predominano i “sentimenti del cuore”. Scri­
ve ad esempio Teofane il Recluso: «Quando pronun-
ciate la vostra preghiera, cercate di fare in modo che esca
dal cuore. Nel suo vero senso, la preghiera non è altro
che un sospiro del cuore verso Dio; quando manca
questo slancio, non si può parlare di preghiera».

PERICOLO DI SENTIMENTALISMO?________________
Se non pericoloso, sembra almeno banale dire che la
vera preghiera e la religione devono soprattutto colti­
vare i “sentimenti del cuore”. L'uomo prudente riflette
e decide secondo la sana ragione. I sentimenti sono

79
L'ARTE DI PURIFICARE IL C U O R E

reazioni secondarie e molto mutevoli. Infatti la Chiesa


condannò la sentenza dei “modernisti” del secolo scor­
so che affermava che la religiosità avrebbe origine nel
subconscio, nei sentimenti irrazionali. Per rispondere a
questa grave obiezione, bisogna chiarire bene che cosa
intendiamo con il concetto di cuore e dei suoi sentimenti.

IL C U O R E NELLA BIBBIA__________________________
Il linguaggio moderno distingue tre diverse attività
della nostra anima: pensare, volere, sentire. Abbiamo
quindi tre facoltà separate: l'intelletto, la volontà, il
cuore. Questa terminologia non si può applicare ai testi
biblici. In essi non si fanno tali distinzioni psicologiche.
Si parla in modo spontaneo, in maniera simile a come
fa il popolo semplice anche oggi. L'uomo si può osserva­
re esternamente, come si manifesta nel corpo. Ma tutti
sanno che il suo valore interno può essere diverso. Ad
esempio, egli può parlare in un modo caritativo, ma nel
suo cuore nutrire odio. Con il termine “cuore”, voglia­
mo dire tutta la sua vita interiore. Perciò anche nella Bib-
-bia si dice che l'uomo nel suo “cuore” riflette, decide, rea­
gisce di nascosto. Quando conserva qualche cosa nel cuo­
re, significa che non può dimenticarla. In conclusione:
il cuore, in questi testi, non significa una delle facoltà del­
l'anima, ma l'uomo intero, nell'integrità di tutte le sue fa­
coltà e del suo atteggiamento fondamentale verso gli
uomini, verso Dio, verso il mondo. Quando la Scrittura
dice che dobbiamo amare Dio «con tutto il cuore», ciò
vuol dire «con tutta l'anima e con tutta la tua mente» (Mt
22,37), «con tutta la forza» (Me 12,30; Le 10,27).

80
r
T. SPIDLÌK

Questa integrità umana può essere considerata sot­


to un duplice aspetto: uno “statico”, l'altro “dinamico”.
Ciò, evidentemente, ha bisogno di essere spiegato. Ri­
cordiamoci la nostra esperienza comune. Un giovane, ad
esempio, ama la sua ragazza con tutto il cuore, non pro­
va nessun sentimento contrario, decide di sposarla in
piena libertà. Tale è la sua disposizione oggi. Sarà così
anche domani? Non ne siamo sicuri. Chiamiamo “sta­
tico” questo atteggiamento di oggi, la disposizione del
momento presente. In seguito il giovane sposa la sua
ragazza e come marito le è fedele e la ama per tutta la
vita. Possiamo chiamare “dinamica” questa disposizione
stabile, duratura lungo tutte le peripezie di vita.

L’INTEGRITÀ UM ANA CONSIDERATA IN


M O D O "STATICO"____________________________________
Cerchiamo di spiegarlo ulteriormente con un esem­
pio concreto. Sono molto occupato, perché devo finire
un lavoro urgente. Sfortunatamente, mi viene a trova­
re un visitatore importuno. Cosa devo fare? Mandarlo
via sgarbatamente? So che ne sarebbe rattristato. Per­
ciò decido di fare un sacrificio e lo ricevo con una gen­
tilezza liberamente scelta, ma forzata. Quando si fa
questo spinti dalla carità, si compie un atto certamente
meritorio. La vita ci costringe a tali sacrifici. Ma sen­
tiamo che non sono atti pienamente normali poiché,
dentro di noi, c'è una divisione. Facciamo il bene, ma
non “con tutto il cuore”. L'ideale è saper superare que­
ste divisioni ed agire in modo spontaneo, “con tutta
l'anima”.

81
L'ARTE DI PURIFICARE IL C U O R E

LA PREGHIERA DEL CU O RE SO TTO L'ASPETTO


"STATICO"___________________________________________
Quante volte siamo internamente divisi durante la
preghiera! Con buona volontà prendiamo il salterio
per recitare i salmi. Ma l'intelletto vola e ci vengono tan­
ti pensieri disparati. E cosa dire dei sentimenti? Preghiamo
per la salvezza del nostro prossimo, ma nello stesso
tempo sentiamo antipatia verso di lui. Come sarebbe bel­
lo pregare con tutto il cuore! E possibile? Gli autori spi­
rituali sono convinti che tale ideale di preghiera si può
raggiungere. 1 diversi “metodi di meditazione” non sono
altro che un esercizio in questo campo. Ricordiamo il
metodo di meditazione ignaziana. Vi si raccomandano
molti elementi: mettersi alla presenza di Dio, scegliere
la posizione del corpo adatta alla preghiera, immagi­
narsi il luogo (ad esempio, quando meditiamo sul mi­
stero natalizio, la grotta dove Gesù è nato), riflettere
sul senso delle parole del vangelo o del testo della pre­
ghiera, decidere quali conclusioni ne seguiranno per la
nostra vita, farlo con tutto l'affetto e chiedere la grazia
a Dio con l'intercessione dei santi. Si noti che vengo­
no esposti in modo analitico diversi aspetti della nostra
attività, ma lo scopo è che nella preghiera tutti siano uni­
ti. L'uomo allora prega tutto intero, con grande inten­
sità e con una grande pace.

LA PREGHIERA DEL CU O RE SO TTO L'ASPETTO


"DINAM ICO"__________________________________________
Il cuore sotto l'aspetto “dinamico” significa l'unità
della persona nel corso della vita. Che cosa sono io? Ciò

82
r
T. 4
SPIDL K

che ho deciso ieri o ciò che mi aspetto domani? Come


si è “nel cuore”, così si è abitualmente, sempre, non
soltanto nel presente, ma in qualsiasi determinato istan-
te. La preghiera, in questo senso, significa una disposi-
zione stabile, duratura. Tale preghiera è per sua natura
continua, inseparabile dalla persona. Il miglior esem­
pio di questo stato ci è descritto nella biografia di san
Francesco d'Assisi, dove si legge: «Tutta la sua intuizio­
ne e tutto il suo affetto rivolgeva al Signore... così (che
si può dire) non era tanto un uomo che prega, quanto
piuttosto egli stesso tutto trasformato in preghiera vi­
vente». In questo senso, anche san Tommaso d'Aqui­
no definisce la devozione come “inclinazione della vo­
lontà ad ogni bene”. Così si deve, senza dubbio, inter­
pretare anche il testo nella meditazione ignaziana che
esorta perché alle riflessioni razionali e ai propositi
concreti della volontà sia aggiunto “affetto”. Certamente
con ciò non si intende qualche banale sentimento, ma
10 sforzo compiuto affinché la verità meditata diventi
la nostra mentalità normale. Così come ci aspettiamo
che un vero amante della musica suoni il suo strumen­
to in ogni occasione che si presta allo scopo, allo stesso
modo ci si aspetta che colui che è umile di cuore mani­
festi questo suo atteggiamento in tutte le circostanze. E
chi ha acquisito l'abitudine di pregare nel cuore eleva
11suo spirito a Dio in ogni momento.

CO M E CI PO SSIAM O RENDERE C O N T O
DELLO STATO DEL C U O R E?__________________________
Ciò costituisce un problema antico e sempre attua-

83
L'ARTE DI PURIFICARE IL C U O R E

le. I libri morali ci aiutano a distinguere i singoli atti e


possiamo quindi giudicare il loro valore: rubare è male,
fare l'elemosina è bene, ecc. Un confessore, anche se
10 vediamo per la prima volta, può dirci, giudicando se­
condo i criteri tradizionali, se in un caso concreto ab­
biamo agito bene o male. Tace però, quando gli rivolgo
la domanda: «Come sono io agli occhi di Dio? Quale è
11 mio stato davanti all'eternità?» Il cuore resta un mi­
stero, è la parte nascosta dell'uomo, quella che Dio so­
lo conosce. D'altra parte, anche l'uomo deve conoscere
se stesso, misurare il suo progresso nella vita spirituale.
Può farlo, gli autori ci assicurano che l'anima è presen­
te a se stessa e l'uomo, a seconda del grado della pro­
pria innocenza, della limpidezza interiore, ha un'intui­
zione diretta di sé.
Secondo Teofane il Recluso, la nozione di cuore in­
clude questa forma di conoscenza integrale e intuitiva di
sé. Si tratta dei “sentimenti del cuore”. «La funzione
del cuore consiste nel sentire tutto ciò che tocca la no­
stra persona». Evidentemente, non tutti i “sentimenti”
hanno lo stesso valore. La loro infallibilità e la loro uti­
lità per la vita spirituale dipenderanno dalla purezza del
cuore stesso.

IL C U O R E— FONTE DI RIVELAZIONE______________
Il cuore ha quindi una voce che si fa sentire. Scrive
lo stesso Teofane: «Di conseguenza, sempre e conti­
nuamente, il cuore sente lo stato dell'anima e del corpo,
come pure le impressioni multiformi prodotte dalle azio­
ni particolari, spirituali e corporali, gli oggetti che ci cir­
condano o in cui c'imbattiamo, la nostra situazione este-

84
T. S PI D L Ì K

riore e, in generale, il corso della nostra vita». Vedia-


mo e pensiamo molte cose, ma solo il cuore ci dice
quale valore esse hanno per la vita.
Il cuore assicura la giustezza della fede. I credenti non
sono in grado di provare la loro fede in Cristo con ar­
gomenti di ragione. Ma il sentimento del cuore dà loro
la certezza di essere sulla giusta strada della salvezza: «Chi
crede nel Figlio di Dio, ha questa testimonianza in sé. »
(lGv 5,10).
Il cuore puro ci fa anche conoscere gli altri. I famosi
padri spirituali, come gli starisi russi, sorprendevano per
la loro conoscenza dei cuori (cardiognosia). Di san Se­
rafino di Sarov dicevano che leggeva nei cuori degli uo­
mini come in un libro aperto. Ed è interessante che non
consideravano ciò come un dono miracoloso. Dio ci ha
creati, dicevano, affinché ci conosciamo a vicenda. Il pec­
cato costruisce un muro fra le persone. Per chi arriva al­
la purezza del cuore, i cuori degli altri sono aperti. Dun­
que, dato che il cuore viene purificato soprattutto dal­
l'amore, solo chi ama l'altro lo comprende.

IL CU O R E PURO FONTE DI CONTEM PLAZIONE


DI DIO___________________________________________________
«Vedere Dio in tutte le cose»— con queste parole gli
autori orientali definiscono la contemplazione cristia­
na. È un ideale alto, ma d'altra parte è un programma per
tutti i cristiani. Giustamente però ci si chiede come ar­
rivarci. La parola contemplazione, in greco theoria, dice
“vedere”, e ogni uomo desidera vedere la realtà con cui
viene in contatto. Vi sono però diversi modi di vedere.

85
L'ARTE DI PURIFICARE IL C U O R E

Il primo è con gli occhi. In tal modo non si può vedere


Dio, dato che Egli è invisibile. Il nostro intelletto, che
formula idee chiare e principi astratti, ci offre una visio­
ne superiore. Ma nemmeno su questo cammino si arri­
va a Dio, dal momento che Egli supera ogni intelligenza
umana. Eppure Cristo ci ha promesso la visione di Dio:
«Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio» (Mt 5,8).
Scrive un mistico siriaco, Martyrius Sahdònà: «Ah,
l'occhio limpido del cuore che vede all'aperto, grazie
alla sua purezza, Colui alla cui vista i serafini si copro­
no il viso! Dove, dunque, [Dio] sarà amato se non nel
cuore? E dove si manifesterà, se non lì? Beati i cuori
puri perché vedranno Dio».
Dato che il cuore puro è quello che ama, scrive giu­
stamente un autore orientale recente, è profetica rispetto
ad ogni intellettualismo moderno, questa espressione
di Leonardo da Vinci: «Un grande amore è figlio di
una grande conoscenza», uno ama il bello che ha co­
nosciuto. Eppure noi cristiani possiamo dire il contrario:
«Una grande conoscenza è figlia di un grande amore».
«Dio è amore» (lGv 4,8). Senza la carità è quindi im­
possibile conoscerlo.

IL CU O RE C O N O S C E DIO PER M EZZO DELLE


ISPIRAZIONI INTERIORI______________________________
Abbiamo visto che l'uomo è spesso invaso da una
moltitudine di pensieri. Per giudicare la loro utilità per
la vita, bisogna esaminare non solo ciò che dicono, ma
anche da dove vengono. Sotto quest'aspetto, i Padri cer­
cano in primo luogo di distinguere se vengono “dal di

86
r
_____________________________________________________________________________________ T. SPI D L Ì K

fuori” o “dal di dentro”. I pensieri che ci provengono dal


di fuori hanno cause molto varie: abbiamo visto qualche
cosa che ci fa pensare, udito un racconto, un interlocu­
tore ci ha “suggerito” un'idea. Gli autori spirituali spe­
rimentarono che anche il demonio suggerisce varie idee
per distruggerci. D'altra parte, siamo convinti che anche
Dio ci parla attraverso le ispirazioni. Lo Spirito Santo in­
fatti ci suggerisce delle idee. Ma il suo modo di avvici­
narci è diverso da quello del nemico, la sua voce, infat­
ti, si fa sentire “dal di dentro”.
Gli autori siriaci descrivono questa esperienza con
una metafora. Il cuore, dicono, assomiglia ad una fon­
tana. Se è pura, il cielo si riflette in essa. Similmente nel
cuore puro si riflettono i pensieri divini. Chi è abituato
a sentirli, non ha bisogno di altri insegnamenti. Gli au­
tori chiamano “preghiera del cuore” ascoltare le ispira­
zioni divine nel proprio interno.

LA PREGHIERA DEL CU O RE DESCRITTA DAI


SANTI OCCIDENTALI_________________________________
Spesso si dice che la “preghiera del cuore” sarebbe ti­
pica della Chiesa orientale e che gli occidentali non la
conoscono. Eppure è interessante paragonare ai testi
orientali la brevissima, ma ben riuscita, descrizione di
sant'Ignazio di Loyola inserita negli Esercizi Spirituali, là
dove parla della distinzione degli spiriti. Afferma: «So­
lo Dio nostro Signore può dare consolazione all'anima
senza causa previa, perché è proprio del Creatore en­
trare, uscire e fare mozione in essa, elevandola intera­
mente all'amore della sua divina grandezza. Dico senza

87
L'ARTE DI PURIFICARE IL C U O R E

causa, cioè senza nessun precedente sentimento o co­


noscenza di un determinato oggetto...» L'arte è di saper
accogliere le reali mozioni.
Di san Francesco si legge nell'antica biografia che
spessissimo aveva tali intuizioni e che non se le lascia­
va sfuggire. Al contrario, le accettava con molta atten­
zione. Così, quando camminava con gli altri, se gli ve­
niva un’“illuminazione”, lasciava andare avanti gli altri
e si soffermava ad ascoltare questa voce del Signore. Si
dice ancora che, in questi momenti, ponesse una mano
sul cuore (gesto che viene raccomandato dagli esicasti)
«e ivi parlava con il Signore, ivi rispondeva al suo giu­
dice, ivi supplicava suo Padre, ivi conversava con l'A­
mico, ivi si compiaceva [la sua anima] con il suo Sposo».

C O N O S C E R E SE STESSI PER C O N O S C E R E
DIO_______________________ V ___________________________ _
Il pensiero cristiano ha ripreso e sviluppato il motto
scolpito sul tempio di Delfi, trasmesso a noi da Socrate:
«Conosci te stesso!» Ma per gli autori cristiani che co­
sa significa esattamente conoscere se stessi? Non si
tratta di una conoscenza psicologica, piuttosto di quel­
la che si dice “morale”: si tratta di sapere quale bene
siamo capaci di realizzare, quale virtù dobbiamo prati­
care. Ma san Basilio parla di una conoscenza di sé an­
cora più sublime, “teologica”: conoscere Dio, contem­
plando la sua immagine nella nostra anima e sentendo
la voce dello Spirito nel proprio cuore. E quest'ultima
che si esercita nella cosiddetta “preghiera del cuore”.

88
T. S PI D L Ì K

L'ATTUALITÀ DELLA PREGHIERA DEL CUORE


A proposito di questa preghiera “del cuore”, spesso si
dice che essa sarebbe un privilegio degli asceti orienta-
li, mentre gli occidentali non la conoscerebbero.
È vero che gli orientali ne parlano spesso. Il teologo
russo B. Vyseslavcev scrive: «Se la religione è una rela­
zione personale con Dio, allora il contatto con la Divi­
nità non è possibile altrove che nella profondità del
mio “io”, nella profondità del cuore, perché Dio, come
dice Pascal, è sensibile al cuore». Eppure, cosa sorpren­
dente, una delle migliori descrizioni, anche se brevissi­
ma, di questa preghiera la troviamo nel testo già citato di
sant'Ignazio di Loyola sui pensieri e gli atteggiamenti che
non hanno “una causa esteriore”. Viviamo in una società
tecnica e ci siamo abituati a pensare che tutto ciò che
succede abbia una causa esterna, ogni movimento un im­
pulso da un'altra forza. Gli psicologi positivisti ci hanno
insegnato che l'anima del bambino è una tabula rasa, in
cui troveremo solo ciò che gli altri vi scriveranno. Perciò
la società cerca di “indottrinarci”, nel senso buono o cat­
tivo del termine. Quindi, l'uomo si è abituato ad ascol­
tare solo gli altri, non fa più attenzione alle ispirazioni nel
cuore, che vengono dallo Spirito. È un privilegio degli ar­
tisti quello di avere delle “ispirazioni”, ma non esclusi­
vamente. Nella vita spirituale ognuno dev’essere “arti­
sta” e comporre la propria vita sotto la guida dell’“Arti­
sta” supremo. «Puri di cuore—afferma san Francesco d'As­
sisi— sono coloro che disprezzano le cose terrene e cer­
cano le celesti non cessando mai di adorare e di vedere
il Signore, Dio vero, con cuore e animo puro».

89
Epilogo—Paul Claudel: il cuore

«Chi non avrebbe seguito con apprezzamento e con


simpatia, durante un concerto, la mimica del direttore
d'orchestra? (E può darsi che per gioirne completa­
mente sarebbe preferibile essere sordo! ) Il popolo dei suoi
sottoposti sta in fila davanti a noi, una fila dopo l'altra,
ciascuno obbedientissimo ad ogni suo sussurro silenzio­
so. Ma noi, purtroppo, non vediamo se non il suo dor­
so, non possiamo approfittare del suo sguardo inquieto,
disperato o trionfante, severo, supplicante, insistente,
minaccioso, persuasivo, lo sguardo che passa dai violini
ai contrabbassi e alle trombe. La sua mano destra tiene
come un raggio di fulmine l'arco che suona lo strumen­
to umano, mentre la mano sinistra, imperiosa o bene­
dicente, con le cinque dita aperte e con il palmo deli­
cato e vibrante, carezza, come la capigliatura, come i pe­
li di un cane male addomesticato, l'animale intelligen­
te e multiforme che lo ascolta, e dalla sua pupilla fa
scaturire il suono. La mano destra dà la misura con au­
torità e con dolcezza, ma la mano sinistra, in dettagli va­
riatissimi, dà il sentimento. Essa insinua il tocco».
Così succede anche nella struttura spirituale dentro
di noi. C'è un dirigente della nostra "macchina organi­
ca", che ci indica la misura, ma nello stesso tempo for­
ma dentro di noi, esprime e qualifica il sentimento. E il
cuore, questo apparecchio dotto e complicato, munito
di molte chiavi, ventilazioni e scaffali. Esso è chiamato
L'ARTE DI PURIFICARE IL C U O R E

a dirigere dentro di noi un'orchestra organica, a darle


la misura della vita. Esso pulsa, ma nello stesso tempo
ascolta. Non è a caso che è stato dato alle sue parti su-
periori il nome di “orecchietta”. Esso ha ricevuto l'im­
pulso in Adamo, duraturo e circolare, dal Soffio dalla
bocca dell'Eterno. Ma non s'accontenta di esso, conti­
nua a dare impulsi nuovi...
“Imeni cor meum!" dice il Profeta. Ho trovato il mio
cuore! Che scoperta! Niente di meno che il mio cuore!
Niente di meno che il nodo della mia persona. Qual­
che cosa che esisteva prima di me, qualche cosa nel
mio petto che continua la pulsazione di Adamo. Qual­
che cosa che sa più di me stesso e chiede di essere in­
terrogato diversamente che con le parole. Qualche co­
sa che in mezzo a noi è incaricato della cura dell'essere,
che dell'essere si interessa e a cui risponde. Qualche
cosa che compariamo a un Roveto ardente, a quel Ro­
veto che brucia senza consumarsi...
Quando il Maestro dice: “Dammi il tuo cuore!”, ciò
vuol dire: “Figlio mio, dammi ciò che è centro di te
stesso, la tua causa, il principio regolatore della tua vi­
ta, il tuo ritmo sensibile, affettivo e intelligibile. Rag­
giungi la tua sorgente! Pulsa insieme con Me!”»

92
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Questo libro, pubblicato per la prima volta quasi 40 anni fa, ha un


approccio insuperato. Quando ci viene presentato un mondo di
fede e di santità sconosciuto, da cui ci separa una distanza sia di
tempo che di cultura, oltre che una onesta e seria ricerca che ci
spieghi il senso di espressioni, gesti e parole a cui non abbiamo un
accesso diretto, c’è bisogno di qualcuno che ci faccia cogliere il suo
senso esistenziale per noi. Le introduzioni di p. Spidlik ai singoli
capitoli sono proprio questo: un viaggio in un mondo di santità e
di fede non come turisti, né come archeologi, ma valorizzandolo
come qualcosa di originario del cristianesimo, importante non solo
per la Chiesa particolare che esprime, ma per la Chiesa universale
e per la vita della Chiesa di oggi.
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LA RIVELAZIONE
DELLA PERSONA
Collana: P u b b l ic a z o n i del C en tr o A letti

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L a vera secolarizzazione è avvenuta con una cultura centrata


sull'ind ivid uo. L’individuo è lo scoglio con tro il quale si è
frantum ata ogni im postazione teologica, pastorale, della vita
spirituale, dell’ecclesiologia, di tutto. E ogni tentativo di aggiustare
l’individuo, di sottolineare il mistero dell’uomo, di mettere al
centro la solidarietà, la comunità, la condivisione - tutte queste
realtà si sono dimostrate impotenti perché non sono in grado di
superare ontologicam ente l ’individuo.^ Si sono semplicemente
spostate a livello dei valori desiderabili. E come se avessimo paura
di ripartire dalla teologia nel senso squisito e di ripensare il nostro
approccio al mistero fondante che è la Trinità, dove l’amore, la
solidarietà, la condivisione, la comunione non sono valori etico­
m orali da raggiungere, ma sono la realtà fondante di ciò che
teologicamente viene chiamata persona. Kallistos di Diokleia ha
colto dal didentro la crisi verso la quale la nostra cultura, la nostra
storia ci portano sempre più decisamente ed ha avuto il coraggio
esemplare di ripartire dal mistero centrale della nostra fede.
Proprio per la sua capacità comunicativa, egli rende fruibile in
modo gustoso le grandi aperture che fanno respirare una visione
dell’uomo organica, unitaria, divino-umana, dove la comunione è
veramente l’ontologia dell’antropologia.
• T.SPIDLÍK
VITA E DETTI
DI SAN PORFIRIO
Collana: Il M a n tello di E lia
V it a e d e t t i XVI + 2 6 4 PAGINE • PREZZO 2 0 6
d i sa n P o r f ir io
“P e r c h é t u t t i s ia n o u n o ”

Upa
T

San Porfirio è uno dei santi contemporanei più amati dal popolo
greco. Nasce nel 1906 in un villaggio nell’isola di Eubea, in Grecia,
in una famiglia di contadini con molte difficoltà a mantenere la
famiglia numerosa. Per questo il piccolo Evangelos, all’età di 7
anni, va prim a a lavorare a Chalkida in una bottega e poi si
trasferisce al Pireo, in un negozio di alimentari di proprietà di un
parente. A 12 anni fogge di nascosto per il M onte Athos, mosso
dal desiderio di imitare san Giovanni il Calibita, al quale era
particolarmente affezionato da quando aveva letto la sua biografia.
L a grazia di D io lo co n d u ce a ll’erem o d i san G io rg io , a
Kafsokalyvia, sotto l’obbedienza di due anziani, che lo introdu­
cono nella vita monastica. Riceve ben presto carismi straordinari,
che non lo portano al compiacimento di sé, ma a stupirsi di Cristo.
A 19 anni si ammala gravemente, tanto da dover abbandonare
PAthos. Ordinato sacerdote nel 1926, nel 1940 diviene cappellano
del Policlinico di Atene. Q ui rasserena gli animi e attutisce il
dolore, offrendo in silenzio una consolazione che apre ad un altro
mondo. N el dicembre del 1991, Dio gli concede di tornare a
morire nella cella in cui era stato consacrato monaco.
Le sue ultime parole furono quelle che tanto amava e tanto spesso
ripeteva: “Perché siano una cosa sola” (Gv 17,11).
Il 27 novembre 2013, il Sinodo del Patriarcato di Costantinopoli
ha deciso l’inclusione formale di Porfirio di Kafsokalyvia nella lista
dei santi. L a sua memoria si celebra il 2 dicembre.