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INTERPRES

RIVISTA DI STUDI QUATTROCENTESCHI


FONDATA DA MARIO MARTELLI

XXXVI

(XXI DELLA II SERIE)

SALERNO EDITRICE · ROMA


MMXVIII
Direttore responsabile
Francesco Bausi

Vicedirettore
Paolo Orvieto

Comitato scientifico
Armando Bisanti, Stefano Carrai, Raffaella Castagnola,
Emanuele Cutinelli-Rèndina, Sebastiano Gentile,
Enrico Malato, Jean-Jacques Marchand, Paola Ventrone,
Paolo Viti, Raffaella Maria Zaccaria

Comitato di redazione
Stefano U. Baldassarri, Sondra Dall’Oco,
Enrico De Luca, Elisabetta Guerrieri, Nicoletta Marcelli,
Maria Domenica Muci, Maria Agata Pincelli, Alessandro Polcri

issn 0392-0224

Autorizzazione del Tribunale di Roma n. 463 del 9 ottobre 1998

isbn 978-88-6973-305-5
Tutti i diritti riservati - All rights reserved
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la ri­­pro­duzione, la traduzione, l’adattamento, anche parziale o per estratti, per
qual­sia­si uso e con qualsiasi mezzo effettuati, senza la preventiva autorizzazio-
ne scritta della Salerno Editrice S.r.l. Ogni abuso sarà perseguito a norma di
legge.
DIO (O IL DIAVOLO?) STA NEI DETTAGLI. MARTELLI
E LA FILOLOGIA, A DIECI ANNI DALLA MORTE*

Il saggio I dettagli della filologia fu pubblicato da Mario Martelli nel 2003,1


appena quattro anni prima della sua morte, e deve considerarsi una sorta di
summa della sua idea di filologia e del suo metodo critico e storiografico; al
tempo stesso, è il punto d’arrivo delle lunghe e a volte aspre polemiche che
lo opposero ad altri studiosi di Niccolò Machiavelli quali Gennaro Sasso e
Giorgio Inglese, entrambi direttamente chiamati in causa in quelle pagi­
ne. Come spesso gli accadeva, lo spunto gli venne fornito da un’occasione
esterna, ossia da un passo della Nota al testo della mia edizione critica dei
machiavelliani Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio (2001), dove mi disso­
ciavo da certe affermazioni di Sasso e di Inglese secondo cui la filologia,
almeno nel caso del Principe, conduce ad apportare solo piccole modifiche
formali al testo dell’opera: dettagli, in altre parole, che non incidono sulla
sostanza del testo e che dunque non possono condizionare la sua interpre­
tazione.2 Ma, da questa occasione, Martelli coglieva il destro per una lezio­
ne di metodo storico e per una specie di testamento spirituale e scientifico.
« Infinita è la violenza delle convinzioni acquisite »: questa frase dei Det-
tagli potrebbe essere la degna epigrafe non solo di quel saggio, ma dell’in­
tera produzione di Martelli, che altro non è se non una dura battaglia con­
tro le « convinzioni acquisite » della critica, della storiografia e della filolo­

* Queste pagine sono apparse come premessa alla traduzione spagnola del saggio di
Mario Martelli I dettagli della filologia, curata da Marcelo Barbuto e uscita su « Ingenium.
Revista Electrónica de Pensamiento Moderno y Metodología en Historia de las Ideas »,
xi 2017, pp. 230-306, con prefazione dello stesso Barbuto. Ringrazio Juan Manuel Forte,
direttore della rivista, per avermi concesso di ripubblicarle in italiano su « Interpres », con
titolo diverso e con alcune modifiche e aggiunte; e l’amico Barbuto per la sua generosa
opera di diffusione e valorizzazione (in Spagna e in rete) degli studi machiavelliani di
Martelli.
1. Su « Interpres », xx 2001, pp. 212-71; poi raccolto nel volume postumo M. Martelli,
Tra filologia e storia. Otto studi machiavelliani, a cura di F. Bausi, Roma, Salerno Editrice,
2009, pp. 278-335, donde si cita.
2. N. Machiavelli, Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio, a cura di F. Bausi, 2 voll.,
Roma, Salerno Editrice, 2001, ii pp. 865-66; e vd. G. Sasso, Machiavelli e gli antichi e altri
saggi, iv, Milano-Napoli, Ricciardi, 1997, p. 392; G. Inglese, Il ‘Principe’ e i filologi, in « La
Cultura », xxxviii 2000, pp. 161-66, a p. 163.

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martelli e la filologia, a dieci anni dalla morte

gia. Basti pensare – per limitarsi a pochi esempi, relativi al solo Segretario
fiorentino – quanto a lungo egli si impegnò per cercare di dimostrare (e
non conta, qui, la maggiore o minore persuasività dei risultati) l’apocrifia
del Discorso o dialogo intorno alla nostra lingua o la datazione al 1518 della re­da­
zione definitiva del Principe, oppure, da ultimo, per sostenere la datazione
al 1504 della prima stesura della Mandragola. Ma soprattutto, e piú in gene­
rale, tutti i suoi lavori machiavelliani si prefiggono di abbattere la “statua”
innalzata a Machiavelli nella cultura occidentale a partire dall’Ottocento
per trasformarlo in uno dei padri e dei numi tutelari del mondo moderno:
la statua del Machiavelli raffinato umanista (scaltrito padrone delle lingue
antiche e profondo conoscitore dei classici greci e latini, oltre che dotato di
una cultura enciclopedica), del Machiavelli grande filosofo, del Machiavel­
li antimediceo e repubblicano integerrimo e incrollabile, del Machiavelli
uomo tutto di un pezzo, fedele per tutta la vita e a qualunque costo alle sue
idee e alle sue amicizie, mosso solo da pure e disinteressate passioni e da
nobili ideali, alieno da qualunque compromesso e da qualunque calcolo
opportunistico, e non disposto in alcun modo a venire a patti con le proprie
convinzioni.
I dettagli della filologia mette a nudo, valorizzando appunto una serie di
“dettagli” filologici ed eruditi, le fragili basi del “monumento” Machiavel­
li, che ha dato vita a una vulgata critica ormai impostasi non solo nella cul­
tura comune e scolastica, ma anche presso larghe fasce di studiosi; e de­
nuncia le insidie di un metodo che, procedendo all’opposto di come si do­
vrebbe fare negli studi storici rigorosi, parte da un’idea preconcetta del­
l’oggetto del discorso, per poi andare alla ricerca, nell’oggetto medesimo,
solo di ciò che può confermare tale idea, ad essa piegando anche quei dati
che in realtà la contraddicono, oppure – laddove questo non sia possibile
– ignorandoli, sottovalutandoli o addirittura rimuovendoli. Cosí, osserva
Martelli, alcuni studiosi negarono o misero in dubbio la paternità machia­
velliana di testi che potevano incrinare l’immagine integralmente repub­
blicana del Segretario (il poemetto in terza rima noto come Capitolo pasto-
rale e l’epitaffio “in vita” di Piero Soderini; ma anche, aggiungo io, i sonetti
scritti dal carcere a Giuliano de’ Medici nel febbraio del 1513);3 altri hanno
sostenuto che certe affermazioni di Machiavelli – ad esempio quella, con­

3. Cfr. F. Bausi-A. Corsaro, Un capitolo della fortuna ottocentesca di Machiavelli: i sonetti


dal carcere a Giuliano de’ Medici. Testo e commento, in « Interpres », xxix 2010, pp. 96-150.

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miscellanea

tenuta nella sua epistola a Francesco Vettori del 26 agosto 1513, in cui egli
dichiara di non conoscere la Politica aristotelica –4 non vanno prese alla let­
tera, anzi vanno intese al contrario, perché un grande teorico della politi-
ca come Niccolò non poteva non aver letto e lungamente meditato Aristote­
le; altri ancora ritennero che spostare all’indietro di sei anni (non di sei
giorni o di sei mesi!) la datazione dell’importante e celebre lettera machia­
velliana nota come Ghiribizzi al Soderino – a lungo assegnata erroneamente
al 1512, poi anticipata con assoluta certezza al settembre 1506 – e identificar­
ne il destinatario non piú col gonfaloniere perpetuo Piero Soderini, bensí
con suo nipote Giovan Battista, fossero acquisizioni del tutto marginali ed
esterne, “dettagli”, appunto, tutto sommato poco significativi, se non del
tutto irrilevanti, e tali da non obbligare a un ripensamento dell’interpreta­
zione di questo scritto e del complessivo profilo biografico e culturale del­
l’autore.
« I fatti son fatti », diceva Giosue Carducci:5 ed è sui “fatti” che Martelli si
concentra, piccoli “dettagli senza importanza” (per molti), capaci però di
scardinare interpretazioni correnti e convinzioni ormai radicate. Fare que­
sto, per lui, implicava necessariamente la polemica contra personam, che era
una delle modalità piú caratteristiche del suo essere uomo, prima e oltre
che studioso: una polemica che qui, come già detto, si esercita senza remo­
re e con sapido sarcasmo contro alcuni dei suoi bersagli favoriti nel campo
degli studi machiavelliani, ossia Gennaro Sasso, Giorgio Inglese, Carlo Dio­
nisotti e Roberto Ridolfi. Polemiche spesso aspre, che gli guadagnaro-
no nel tempo inimicizie e ostilità; ma queste polemiche, oltre a tutto il re­
sto, erano il seme di quel suo stile colorito, saporoso e brillante che anche
qui fa bella mostra di sé, e che rende non infrequentemente i saggi e i libri
mar­telliani ben piú piacevoli da leggere della maggior parte dei volumi dei

4. N. Machiavelli, Tutte le opere, a cura di M. Martelli, Firenze, Sansoni, 1971, p.


1156a: « Né so quello si dica Aristotile delle repubbliche divulse; ma io penso bene quello
che ragionevolmente potrebbe essere, quello che è, et quello che è stato ».
5. G. Carducci, Discorso su la persona a cui fu indirizzata la canzone ‘Spirto gentil’, e quando,
e su gli avvenimenti ai quali si riferisce (1876), in Id., Opere, Edizione Nazionale, xi, Bologna,
Zanichelli, 1952, pp. 187-224, a p. 216 (cit. da Martelli nel suo Carducci e la letteratura italiana
da Petrarca a Poliziano, in Carducci e la letteratura italiana. Studi per il centocinquantenario della
nascita di Giosue Carducci. Atti del Convegno di Bologna, 11-13 ottobre 1985, Padova, Ante­
nore, 1988, pp. 193-211, a p. 203, dove egli le definisce « sante parole, degne di figurare in
epigrafe in fronte alla raccolta dei suoi scritti critici »).

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martelli e la filologia, a dieci anni dalla morte

suoi colleghi. Basti ricordare, qui, certe pagine da scrittore vero – da scrit­
tore legato alla grande tradizione toscana dei Fucini, dei Montanelli, dei
Ridolfi –, come quella sui nostalgici dei Lorena nella Toscana di inizio
No­vecento (cui mancava solo, per dichiarare le loro opinioni, di proclama­
re apertamente il loro « Viva Leopoldo! », come a Machiavelli, dopo il 1512,
il suo « Viva i Medici! »):
Quando ero appena un ragazzotto sui dieci o i dodici anni, e i Lorena erano stati
messi in mobilità da appena un ottantennio – anzi da un ottantennio scarso –,
circolava nella mia patria un modo di dire legato al suo non remoto passato. E il
modo di dire era questo: se qualcuno, pensando qualcosa che lo avrebbe compro­
messo, quello che pensava non voleva dire apertamente, eppure gli sembrava di
averlo detto in maniera abbastanza scoperta per chi, volendo capire, capire avesse
potuto, a chi gli chiedeva ancora che cosa pensasse e di dirlo piú chiaramente di
quanto non lo avesse fino ad allora detto, rispondeva infine: « Ma che vuoi, in­
somma? Vuoi proprio che dica “Viva Leopoldo”? ». Bene, questo modo di dire mi
torna spesso in mente, quando vedo che, altro non facendo, dal ’12 in poi, Machia­
velli se non battersi per i Medici, dedicar loro le sue opere, essere in stretti rappor­
ti con chi – Vettori o Guicciardini – dai Medici, pontefici e cardinali di Santa Ro­
mana Chiesa o principi civili di Firenze o duchi d’Urbino che fossero, riconosce­
vano ogni loro fortuna; quando vedo che, a dispetto di santi e di dannati, ci si in­
testardisce a dire che i Medici, da lui mal sofferti, soffrire non lo potevano; quan­
do vedo che perfino un preparatissimo filologo ed un espertissimo studioso di
Machiavelli come Giorgio Inglese – il cui lavoro, pur non condividendone i risul­
tati (né di lui condivido, come abbiam visto, l’idea di una filologia al dettaglio),
non per questo stimo di meno –, quando vedo che anche lui, constatando come
la postuma pubblicazione a stampa dei Discorsi fosse iniziativa medicea (Giovanni
Gaddi, Filippo Strozzi, ecc. ecc., e, piú in alto di tutti, Clemente VII), invece di
considerare tutto questo un’ennesima prova di quale fosse la reale posizione po­
litica di Machiavelli tra 1512 e 1527, invece di domandarsi se la lettura a lui cara dei
Discorsi sia corretta, invece di proporsi il problema se di Machiavelli e di Discor­-
si capissero piú i medicei di allora o, oggi, lui, insiste tutt’al contrario a chiedersi
perché mai quella accolita di Medici e di medicei promovesse la stampa di quell’o­
pera machiavelliana; ebbene, quando vedo tutto questo, mi sembra di sentir Ma­
chiavelli che esclama: « Ma che volete, insomma, che dica, “Viva Leopoldo”? ».
Viva Leopoldo!, allora; e il suo aperto, spiegato, inequivocabile « Viva Leo­pol­
do! » Machiavelli finí, appunto, per dirlo col Capitolo pastorale;6

6. Martelli, I dettagli della filologia, cit., pp. 316-17.

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miscellanea

o quella sulla decadenza italiana causata dalla divisione politica e dall’assen­


za, a partire dal Rinascimento, di un forte potere centrale (con gli italiani
costretti poi, nell’Ottocento, ad andare a « rovistare in soffitta per ritrovare
l’elmo di Scipio con cui cingersi la testa », onde recuperare nella storia anti­
ca, o per dir meglio nella retorica patriottica, un minimo di storia, di iden­
tità e di radici comuni):
Mi ricordo che durante la discussione di una delle ultime tesi di laurea, a cui,
prima della mia ritirata in pensione, sono stato chiamato come correlatore, il
candidato, venuto a parlare della morte di Gian Galeazzo Visconti avvenuta nel
1402, quando, ormai signore di Siena di Perugia di Bologna e di tutto il resto, si
trovava ad un passo dalla conquista di Firenze e dalla fondazione di un vasto re­
gno d’Italia che si sarebbe esteso dalle propaggini meridionali della ex repubblica
senese fino ai confini settentrionali del ducato di Milano, il candidato – dicevo –
disse di quella morte che essa si era verificata « fortunatamente ». Per chi, chiesi?
Né potei astenermi dal fargli osservare che Francia e Spagna soprattutto, ma alla
fin fine anche Inghilterra, le quali quella fortuna non avevano avuto e si erano
sfortunatamente costituite fin d’allora in massicce monarchie assolute ed assolu­
tamente ignare di repubblica, di libertà, di democrazia, si erano tuttavia rispar­
miate, proprio grazie alla mancanza di quella fortuna, tre o quattro secoli di op­
pressione straniera, di dominio spagnolo, di dominio austriaco, di dominio an­
che, sebbene durato pochi anni, francese. « Fortunate senex! », esclamava Virgilio
del vecchierello Coricio; ed io: « Fortunati quei principati! »: fortunati a non avere
avuta quella fortuna, loro ricchi, loro padroni di mezzo mondo, loro diffusori
della loro lingua, della loro civiltà, della loro cultura, e noi che stavamo lí a rovi­
stare in soffitta per ritrovare l’elmo di Scipio con cui cingerci la testa.7

I dettagli della filologia consentono, con l’andamento di un godibile racconto,


di vedere all’opera quella gioiosa macchina da guerra che era il Martelli
destruens, il Martelli che trovava entusiastica conferma della validità del pro­
prio lavoro ogni volta che i “fatti” – e soprattutto, appunto, i “dettagli” da
molti colpevolmente negletti –8 impietosamente e beffardamente sgreto­

7. Ivi, pp. 318-19.


8. Come scrive Adorno, infatti, « quello che viene lasciato passare come un dubbio
insignificante può indicare l’obiettiva mancanza di valore del tutto » (T.W. Adorno, Mi-
nima moralia. Meditazioni della vita offesa, trad. di R. Solmi, intr. di L. Ceppa, Torino, Einau­
di, 1979, p. 92): una massima, questa, che ben potrebbe sintetizzare l’intera attività scien­
tifica di Mario Martelli, e costituire il “marchio” stesso della sua personalità intellettuale
ed umana.

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martelli e la filologia, a dieci anni dalla morte

lavano interpretazioni correnti, giudizi ampiamente condivisi e formule o


generalizzazioni ormai unanimemente accolte. Né egli si comportava di­
versamente con le proprie tesi, rinnegandole senza rimpianti qualora nuo­
ve scoperte o nuovi approfondimenti le rivelassero ai suoi occhi infondate.
Indicativo, a questo riguardo, è proprio il caso del Capitolo pastorale, che in
un suo vecchio lavoro egli aveva proposto di datare a una ipotetica « prei­
storia medicea » di Machiavelli (intorno al 1493-1494, cioè),9 e che poi riten­
ne piú plausibile spostare ad anni assai piú tardi (fra 1515 e 1518), identifi­
candone il dedicatario non piú, come aveva fatto prima, con l’adolescente
Giuliano, ma con Lorenzo de’ Medici il Giovane, e vedendo cosí in esso un
« atto di dichiarata adesione allo “stato” mediceo », analogo a quello com­
piuto nello stesso torno di tempo scrivendo il Principe.10
Per tutto questo, I dettagli della filologia è a mio parere una delle cose mi­
gliori e piú alte di Martelli: una sorta di “compendio” della sua attività e del­
la sua personalità di studioso, nel quale convergono armonicamente erudi­
zione, buon gusto, vis polemica, sagacia intellettuale e brillante eleganza di
scrittura. Un saggio che dovrebbe essere inserito nei programmi di tutti i
corsi universitari di filologia (qualunque filologia, non soltanto quella mo­
derna e quella italiana) e diffuso tra gli studenti « quasi un catechismo »,11 per
iniettare nei giovani una massiccia dose di salutare antidoto contro ogni dog­
matismo metodologico, culturale e ideologico, e per restituire alla filologia
stessa – liberandola dalle vesti polverose con cui molti, anche tra gli stessi
filologi, continuano ad abbigliarla – la sua piena dignità di strumento prin­
cipe per la ricerca del vero, una ricerca affidata eminentemente allo iu­dicium
(guidato dal buon senso, dalla cultura e dall’intelligenza) e non a pro­cedi­
menti meccanici che la riducano, mortificandone la portata “gnoseologica”
ed “eversiva”, a un « ludo di astratta logica formale ».12 Martelli, in queste

9. M. Martelli, Preistoria (medicea) di Machiavelli, in « Studi di Filologia Italiana », xxix


1971, pp. 377-405.
10. Martelli, I dettagli della filologia, cit., p. 318.
11. L’espressione è di Giorgio Pasquali (Storia della tradizione e critica del testo, prem. di D.
Pieraccioni, Firenze, Le Lettere, 1988 [rist. anast. della seconda ed., Firenze, Le Mon­
nier, 1952], p. 10), che la adotta a proposito delle regole dettate da Johann Jakob Gries­
bach nella terza sezione dei Prolegomena da lui apposti alla sua seconda edizione del Nuo­
vo Testamento (Halle, apud Jo. Jac. Curtii haeredes, 1796).
12. M. Martelli, Filologia e storia negli studi di Lucia Cesarini Martinelli, in « Interpres »,
xxxiv 2016, pp. 244-53, a p. 246.

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pagine, dimostra come “fare filologia” non si esaurisca infatti nell’allestire


edizioni critiche e tanto meno nel ricorrere a certe procedure tecniche (de­
scrivere codici, disegnare stemmi, costruire apparati, applicare metodi pre­
stabiliti, ecc.), ma consista piuttosto nel portare alla luce, nel valorizzare
debitamente e nel “far parlare” certe minime informazioni testuali, stori­
che, biografiche ed erudite che possono contribuire a spezzare le catene
del luogo comune e a costruire su basi piú solide l’interpretazione di un
passo o di un episodio: e tutto questo per favorire la comprensione del te­
sto, e attraverso il testo, del suo autore, comprensione che per Martelli –
sempre alieno da qualunque compiacimento tecnicistico e da ogni interes­
se astrattamente teorico o metodologico – resta il vero scopo della filo­
logia.
Per questo, non è improprio affermare che Mario Martelli, in virtú del­
lo spirito libero e anticonvenzionale che lo caratterizzava, fu, in ogni sua
pagina, intimamente “filologo”, e della filologia senza dubbio incarnava la
vera e profonda essenza, se per filologia intendiamo in prima istanza l’atti­
tudine a praticare l’esercizio perenne del dubbio, a non iurare mai in verba
magistri, a sottoporre tutto alla verifica dei documenti e del ragionamento,
come magnificamente scrisse Joseph Bédier con parole nelle quali un con­
vinto non-lachmanniano quale era Martelli si riconosceva senza alcuna ri­
serva:
la philologie n’est pas le tout, ni la fin, ni le principal de la critique; elle n’en est
pas non plus l’accessoire; elle en est – simplement – la condition. En effet, elle
suppose moins l’apprentissage de certaines recettes et de certains procédés de
recherche, qu’une discipline générale de travail, une habitude intellectuelle, un
esprit: et c’est essentiellement la volonté d’observer avant d’imaginer, d’observer
avant de raisonner, d’observer avant de construire; c’est le parti pris de vérifier
tout le vérifiable, de chercher toujours plus de vérité, en se rappelant, comme le
dit l’un de nos maîtres, « qu’il n’y a pas de moindres vérités, de vérités indifféren­
tes, ou de vérités négligeables ».13

La citazione finale è tratta dal discorso funebre per Gaston Paris pronun­
ciato il 12 marzo 1903 da Ferdinand Brunetière all’Académie Française; e
vale la pena di leggere l’intero passo in questione:

13. J. Bédier, Avant-propos a Id., Ètudes critiques, Paris, Armand Colin, 1903, pp. vii-xi, a
p. ix (corsivo dell’autore).

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martelli e la filologia, a dieci anni dalla morte

Il [scil. Gaston Paris] savait que nulle part la vérité n’est plus fuyante, je veux di­-
re: plus difficile à saisir et surtout à fixer qu’en histoire; et il savait aussi qu’il n’y a
pas de moindres vérités, de vérités indifférentes, ou de vérités négligeables. Ni la
recherche d’une date, ni l’établissement d’un texte, ni la détermination de la va­
leur d’un mot ne lui paraissaient des objets indignes de toute son application,
quelque labeur qu’il lui en pût coûter.14

Parole, anche queste, che definiscono come meglio non si potrebbe la rea­
le natura, il senso ultimo e anche, direi, la profonda portata filosofica ed
etica della ricerca filologica, come di qualunque vera e seria ricerca storica.
Di conseguenza, e piú in particolare, per “filologia” deve intendersi innan­
zitutto lo studio storicamente impostato della letteratura, attento in primo
luogo ai dati concreti e “materiali” e alla loro piena valorizzazione ai fini
del­l’interpretazione: storia della tradizione, varia lectio, cronologia, lingua,
metrica, retorica, modelli e fonti, struttura, elaborazione redazionale, que­
stioni attributive, biografia e cultura dell’autore.15 La passione di Martelli
per simili ordini di problemi – cui egli dedicò la maggior parte dei suoi stu­
di, compresi quelli sulla letteratura moderna e contemporanea – è il segno
di una filologia “integrale” dispiegata quale rimedio non solo contro una
critica letteraria da lui spesso vista come il dominio di un arbitrio esegetico
talora sconfinante nella chiacchiera dilettantistica e disinformata, ma an­
che, e non meno, contro una filologia puramente “meccanica” e for­ma­li­
stica, paga di procedure astratte ancor piú astrattamente applicate. Una cri­
tica e una filologia, insomma, poco o punto attente a ciò che invece a Mar­
telli piú premeva: capire i testi, parola per parola, senza nulla lasciare a zone
d’ombra o ad ambiguità che non fossero spiegabili o come accidenti della
tradizione, o come imperfezioni espressive e formali degli autori.16
Tradurre e ripubblicare I dettagli della filologia nel decimo anniversario

14. F. Brunetière, Funérailles de M. Gaston Paris, Paris, Académie Française, 1903, p. 6.


15. Cfr. il mio Martelli filologo, in « Filologia e Critica », xl 2015 (num. monografico Per
Mario Martelli), pp. 174-97.
16. Benché i due non si amassero affatto, Martelli avrebbe certo approvato pienamen­
te quanto scrisse Carlo Dionisotti in una lettera a Giovanni Pozzi del 2 agosto 1965: « Mai
piantare lí i testi, se di edizioni si tratta che invitino veramente a leggere i testi, a commen­
tarli. Siamo stanchi e sazi di apparati stratosferici, di stemmi fasulli, di araldica filologia,
di quisquilie grafiche, ma siamo affamati di commenti » (C. Dionisotti-G. Pozzi, Una
degna amicizia, buona per entrambi. Carteggio 1957-1997, a cura di O. Besomi, Roma, Edizioni
di Storia e Letteratura, 2013, p. 84).

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miscellanea

della sua scomparsa (avvenuta il 13 luglio 2007) è stato il piú degno omaggio
alla memoria di questo studioso,17 anche perché molti saggi di Martelli, a
causa del suo carattere e del suo modo di vivere e di lavorare (quello di un
uomo estraneo alle corporazioni accademiche, editoriali e politiche, indi­
pendente e solitario nella ricerca, uso a esprimersi con franchezza e talora
con durezza di giudizio), hanno spesso avuto una risonanza assai inferiore
a quella che meritavano, e per questo corrono il rischio, col passare degli an­-
ni, di cadere nell’oblio. Penso, in particolare, al suo ultimo libro, il monu­
mentale Zapping di varia letteratura, uscito nel 2007 presso una piccola casa
editrice toscana:18 un libro che, se fosse stato scritto da un critico “ben intro­
dotto” nei circuiti della cultura e della comunicazione, sarebbe certo sta­-
to pubblicato da un grande editore, avrebbe avuto recensioni sui maggio­-
ri quotidiani e gli avrebbe guadagnato prestigiosi premi e riconoscimenti,
e che invece è passato, in sostanza, pressoché inosservato.19 Ma tutto va co­
me deve andare, e come, alla fine, è giusto che vada: non solo i libelli, ma
anche gli uomini habent sua fata, e questi fata sono conseguenza del modo
in cui scelgono di vivere, soprattutto se ad esso restano fedeli in ogni stagio­
ne della loro esistenza.

Francesco Bausi
Università della Calabria
fbausi@libero.it

17. Accanto al già citato, meritorio numero monografico di « Filologia e Critica » a lui


dedicato e riservato (vd. supra, n. 15).
18. M. Martelli, Zapping di varia letteratura. Verifica filologica. Definizione critica. Teoria
estetica, Siena-Prato, Gli Ori, 2007. Il volume raccoglie, in 700 pagine, 263 schede (per lo
piú brevi, talora brevissime: la lunghezza media è di circa due pagine e mezzo) contenen­
ti osservazioni di vario genere – in prevalenza filologico-erudite, ma non di rado anche
critiche ed estetiche – su un gran numero di testi e di autori antichi e moderni, italiani e
stranieri. Le pp. 1-43 si possono leggere ora – per gentile concessione dell’editore – sul­
la pagina online di « Academia » dedicata a Martelli (https://independent.academia.edu/
Mar­telliMario) e curata da Marcelo Barbuto.
19. Nel 2007, il libro concorse al Premio Viareggio nella sezione della saggistica, ma
non vinse; il premio andò a Buio di Paolo Mauri. Martelli, mentre la giuria stava deciden­
do, giaceva sul letto dell’ospedale di Siena dove sarebbe morto di lí a poco; e fu questa
l’ultima amarezza della sua vita e della sua carriera.

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martelli e la filologia, a dieci anni dalla morte

Il presente contributo torna a riflettere, in occasione della traduzione spagnola


uscita nel 2017 a cura di Marcelo Barbuto, sul saggio di Mario Martelli I dettagli della
filologia (2003), che può considerarsi insieme una summa della sua idea di filologia, del
suo metodo storiografico e della sua stessa concezione della ricerca letteraria.

On the occasion of the Spanish translation, published in 2017 by Marcelo Barbuto, of the
essay by Mario Martelli The details of philology (2003), the present contribution meditates
on Martelli’s essay, which can be considered as a summa of his idea of ​​philology, of his historio-
graphical method and of his personal conception of literary research.

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