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R MA Un� metropoli

antica

IMPERIALE
A cura di Elio Lo Cascio

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Carocci
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Roma imperiale
Una metropoli antica
A cura di
Elio Lo Cascio

@
Carocd editore
Le traduzioni dei capitoli 2, 3 e , sono di Raffaella Biundo.

3• rist1UJ1pa, maggio 2006


1 • edizione, ottobre 2000
10 copyright 2000 by Carocci editore S.p.A., Roma

Finito di at1UJ1pare nel maggio 2oo6


per i tipi delle Arri Grafiche Editoriali Sri, Urbino

Riproduzione vietata ai sensi di legge


(art. 171 della legge 22 aprile 1941, n. 633)

Senza regolare autorizzazione,


è vietato riprodurre questo volume
anche parzialmente e con qualsiasi mezzo,
compresa la fotocopia, anche per uso interno
o didattico.
Indice

Premessa II

1. La popolazione 17
di Elio Lo Cascio
1.1. Introduzione 17
1 .2. Le basi documentarie per il calcolo della popolazione
di Roma 21
1.3. La popolazione in età repubblicana 27
1 .4. La popolazione in età imperiale 39
1.5. La popolazione di Roma era in grado di riprodursi? 43
1 .6. Dall'età di Commodo e dei Severi al v secolo 56

2. I grandi servizi pubblici a Roma 71


di Anne Daguet-Gagey
2.1. La prefettura urbana 73
2.2. La prefettura del pretorio 77
2.3. Le grandi curatele urbane 82
2.4. La prefettura dell'annona e le /rumentationes 93
2.5. La prefettura dei vigili 95

3. L'approvvigionamento di Roma imperiale: una sfida


quotidiana 103
di Catherine Virlouvet
3.1. L'approvvigionamento dell'Urbs: il fabbisogno e i
vincoli rn5
3.2. L'attuazione di una politica di approvvigionamento
(1 secolo a.C.-11 secolo d.C.) rn9
3.3. Dal n al v secolo d.C.: trasformazioni e ampliamento
del sistema di approvvigionamento 121

7
4. Il funzionamento degli acquedotti romani r37
di Christer Bruun
4. r. Premessa: gli acquedotti e le sette meraviglie del
mondo
4.2. La costruzione degli acquedotti
4. 3. Amministrazione e legislazione: la cura aquarum
4.4. Acqua per i pochi e per i molti: la distribuzione

5. Case e abitanti a Roma r73


di Andrew Wallace-Hadrill
5. r. Introduzione r73
5.2. La Roma più antica r76
5.3. Roma repubblicana r8o
5+ Dal Palatino al Palazzo r88
5. 5. La città imperiale r95
5.6. Il tardoantico 2I0
5.7. Conclusioni 2I2

6. Gli spazi della vita sociale 22I


di Filippo Coarelli
6.r. Stationes e amministrazione a Roma 223
6.2. Il Foro 230
6.3. I vici 233
6+ Gli edifici per lo spettacolo 235
6.5. La casa dell'aristocrazia 240
6.6. Terme, portici e giardini 2 43

7. L'edilizia pubblica e sacra 2 49


di Francesca de Caprariis e Fausto Zevi
7. r. La "grande Roma dei Tarquini" e la definizione dello
spazio urbano 2 49

7.2. Il tempio di Concordia e la città mediorepubblicana 255


7-3, Il Circo Flaminio e l'architettura trionfale 259
7.4. La porticus, edificio plurifunzionale 26r
7.5. La "Roma degli Emilii" 267
7.6. Le basiliche e l'edilizia forense 269
7.7. I progetti di Cesare e le realizzazioni di A ugusto:
nuovi fori e l'assetto del Foro romano 274

8
7.8. Augusto e Roma 277
7.9. L'età giulio-claudia 287
7.ro. I Flavi 292
7.II, Traiano 296
7.r2. Adriano 302

8. Architettura e urbanistica: dalla città-museo alla città


santa 3 r5
di Federico Guidobatdi
8.r. Fino ai Severi 3I5
8.2. L'età severiana 317
8.3. Dai Severi alla Tetrarchia 322
8.4. L'età tetrarchica e Massenzio 324
8.5. L'età costantiniana 328
8.6. La città autonoma dalla partenza di Costantino (326)
al rientro di Teodosio (386?) 333
8.7. Da Teodosio a Valentiniano rn 336
8.8. Da Petronio Massimo a Gregorio Magno 34r
8.9. Conclusioni 345

Gli autori 353

9
Premessa

Tra il n secolo a.C. e il 1v d.C. Roma è stata la più grande città del­
l'area mediterranea, senza rivali nell'occidente europeo e nel Vicino
Oriente. Il livello di popolazione e le dimensioni stesse dell'abitato
raggiunti da Roma non sono stati per di più superati che assai più
tardi, nelle regioni che erano entrate a far parte dell'enorme suo im­
pero come in quelle ad esse contermini: e sono stati superati solo a
seguito di quella modificazione radicale degli assetti produttivi e del-
1'organizzazione della società che è venuta con la rivoluzione indu­
striale. L'esperienza di Roma come metropoli preindustriale o méga­
pole, per usare un felice neologismo francese, appare dunque del tut­
to singolare nella storia del mondo occidentale.
L'espansione urbana di Roma si presenta tuttavia anche come
esemplare dell'espansione urbana del mondo antico. La scala dell'ur­
banizzazione raggiunta dall'impero romano ha ben pochi confronti
nella storia tanto dell'Occidente, quanto delle civiltà extraeuropee, e
non solo per il numero dei centri, ma anche per le dimensioni co­
spicue di alcuni di essi. Ancora una volta, è solo con l'avvio dell'in­
dustrializzazione che cominciano a esservi nuovamente grandi con­
centrazioni di molte centinaia di migliaia di abitanti. Nell'impero ro­
mano le città di queste dimensioni erano, viceversa, abbastanza nu­
merose, anche se nessuna poté mai ovviamente rivaleggiare con
Roma.
Roma metropoli antica è dunque, a un tempo, unica e tipica di
ciò che è stato il fenomeno urbano nel mondo romano: per un verso
è la manifestazione estrema dell'urbanesimo nell'antichità, per un al­
tro rappresenta il modello sul quale si costruisce, e si diffonde, la ci­
viltà urbana nelle regioni, segnatamente del Mediterraneo e del conti­
nente europeo, che non l'avevano conosciuta prima di entrare a far
parte dell'organizzazione politica romana. Peraltro, essendo il grande
impero territoriale un impero su base cittadina, il suo caput ne rap­
presenta come il microcosmo: Roma lo è, ad esempio, nelle sue rela-

II
ROMA IMPERIALE

zioni sociali fortemente sbilanciate, nelle quali assumono un ruolo


primario la schiavitù o i rapporti di patronato e clientela; e le istitu­
zionalizzate partizioni di una società strutturata per ordines, e non
per classi, trovano un'esemplare manifestazione nella separazione dei
posti nei luoghi di spettacolo tra i vari gruppi della società e tra gli
stessi due sessi, e un risvolto molto pratico e concreto nel differenzia­
to accesso all'utilizzazione di taluni servizi pur destinati all'intera po­
polazione, come l'approvvigionamento idrico. Per un altro rilevante
aspetto Roma è il microcosmo dell'impero: per la composizione mul­
tietnica della sua popolazione, che appare indicativa del carattere for­
se più peculiare dell'impero di Roma a paragone di altri imperi della
storia, la sua capacità di integrare l'altro, lo straniero, facendolo dive­
nire cittadino.
Questa natura di Roma come microcosmo dell'impero, come città
unica e tuttavia modello di tutte le altre città romane, è ciò che dà la
sua inconfondibile forma al "modo di vivere alla romana" nel centro
dell'impero, nella sua dimensione sociale e culturale: ai luoghi e alle
occasioni dello stare assieme per la massa della popolazione (dai ludi
alle terme alla stessa vita religiosa, connessa sin dalle origini coi ludi)
o alla dimensione "pubblica" e "privata" dello stile di vita dell'élite,
che si manifesta attraverso la forma e la struttura delle sue case. Non
solo sin quando venne garantita una partecipazione in qualche modo
effettiva del corpo civico alla decisione politica, ma anche successiva­
mente, Roma peraltro rappresentò anche il prototipo sul quale si co­
struivano le forme di autogoverno delle cellule locali dell'Italia e delle
province, rimaste vitali sino alla tarda antichità. Anche per questo
motivo, l'aspetto fisico della città poteva costituire il modello delle
migliaia di città dell'impero e nello stesso tempo appariva del tutto
sui generis, com'è ovvio, visto che si trattava della città che l'impero
aveva costruito, che all'impero aveva dato le sue forme durevoli di
governo e di amministrazione, che ne avrebbero garantito la sopravvi­
venza per molti secoli.
L'unicità di Roma si accentua, dopo l'ultimo convulso periodo
delle guerre civili, con l'avvento del nuovo regime del principato. li
momento augusteo è davvero un momento epocale su vari piani: su
quello dell'amministrazione, su quello della progressiva strutturazione
urbanistica e monumentale della città, su quello dei "servizi" offerti
alla sua popolazione. Le innovazioni di questi decenni sono destinate
a dare alla vita della città la sua forma per più secoli e molto oltre la
cesura rappresentata - per l'impero nel suo complesso - dalla crisi
del m secolo e dalla nascita del "nuovo stato" di Diocleziano e Co­
stantino.

I2
PREMESSA

Con l'avvio del principato l'amministrazione diviene più comples­


sa e articolata, assai meno "rudimentale" di com'era stata in età re­
pubblicana, ma nello stesso tempo si mantiene agile e capace di pie­
garsi alle contingenze: capace di rispondere ai problemi che a mano a
mano si affacciano. Assumono un rilievo che non avevano, come stru­
menti di governo e di amministrazione, i documenti scritti e la loro
conservazione in archivi. La struttura amministrativa si articola anche
per garantire una sempre più ampia varietà di "servizi", dall'approv­
vigionamento idrico, all'approvvigionamento alimentare, alla manu­
tenzione e pulizia delle strade e delle rive del Tevere, alla tutela del-
1'ordine pubblico. L'aspetto monumentale della città viene condizio­
nato a divenire momento e strumento essenziale di autorappresenta­
zione del princeps e della domus imperiale.
Le dimensioni della popolazione di Roma e il carattere stesso del­
la città come "padrona" dell'impero determinano, peraltro, già molto
prima della svolta augustea il ruolo che la città assume anche nella
vita economica dell'impero, con le sue propaggini (rappresentate dal­
le due città, Puteoli e Ostia, che devono in qualche modo la loro per­
sistenza di centri urbani di dimensioni cospicue al fatto di essere i
porti di Roma). La crescita esponenziale della popolazione con l'età
tardo repubblicana e poi la stabilizzazione con la prima età imperiale
ne fanno il massimo centro di consumo delle eccedenze alimentari di
vaste zone del Mediterraneo: si può dire che Roma assuma una fun­
zione di "acceleratore" di quella sia pure modesta crescita economica
che si realizza nell'età imperiale. Nello stesso tempo la posizione pri­
vilegiata di un settore della sua popolazione e la necessità, da parte
del governo imperiale, per garantire la pace sociale e il controllo del-
1'ordine pubblico, di preoccuparsi degli approvvigionamenti della cit­
tà, determinano pur cauti interventi del potere nella sfera economica.
In un orizzonte preindustriale una concentrazione urbana delle pro­
porzioni di Roma è destinata, dunque, a condizionare pesantemente
la forma delle relazioni economiche all'interno dell'impero, i flussi
commerciali, le vocazioni produttive di molte aree. Anche se gli studi
più recenti tendono a ridimensionare, e a ragione, il carattere sempre
più "dirigistico" che avrebbe assunto l'intervento dello "stato" nella
vita economica a partire dall'età severiana e insistono sul ruolo dei
privati e per esempio del commercio privato, non c'è dubbio che al­
cuni aspetti peculiari del modello imperiale romano (la sua fiscalità in
parte in natura e piegata a rispondere alle esigenze di consumo di
Roma, l'estendersi della proprietà imperiale e il ruolo del tutto singo­
lare che assume l'imperatore come massimo evergete e in qual�è

13
ROMA IMPERIALE

modo patrono della plebe urbana) condizionano in modo pesante la


parte che giocano gli attori economici privati.
Che l'abnorme consistenza della popolazione di Roma e di conse­
guenza le dimensioni del centro urbano e dei suoi edifici pubblici e
sacri siano un diretto portato dell'impero è ovvio. Rimane tuttavia da
chiedersi attraverso quali strumenti concreti si è garantita, in uno sce­
nario preindustriale, la sopravvivenza per molti secoli di Roma come
grande città; in quali modi il suo assetto urbanistico sia andato evol­
vendo e come è andato mutando, nei vari momenti, lo stile di vita dei
vari strati della sua popolazione - dai senatori ai cittadini beneficiari
delle distribuzioni gratuite di alimenti, ai peregrini, agli schiavi. È so­
stanzialmente a questi interrogativi che cercano di rispondere i vari
capitoli che compongono questo volume. Il primo tratta della storia
della popolazione della città, studiandone la composizione, indivi­
duando i momenti nei quali essa è cresciuta più rapidamente e ana­
lizzando le ragioni di questa crescita nonché della persistenza di un
elevato numero di abitanti sino al rv secolo d.C. Il secondo illustra la
maniera nella quale, nel corso della prima età imperiale, sono stati
assicurati alla popolazione di Roma alcuni servizi essenziali (dal man­
tenimento dell'ordine pubblico alla prevenzione e all'estinzione degli
incendi), mettendo in rilievo l'agilità e la capacità di adattamento alle
varie situazioni della struttura amministrativa creata per la città. Il
terzo capitolo individua le varie fasi attraverso le quali è stata posta
in essere un'organizzazione complessa e articolata per garantire la re­
golarità dell'approvvigionamento alimentare e la distribuzione soprat­
tutto del grano ai suoi abitanti. Il quarto ricostruisce la storia degli
acquedotti romani e il funzionamento del servizio del rifornimento
idrico in età imperiale, passando in rassegna le notizie delle fonti an­
tiche, e soprattutto il trattato di Frontino (fine del r sec. d.C.) dedica­
to a questo argomento, nonché la documentazione archeologica, quali
i resti monumentali degli acquedotti e i tubi di piombo che sono per­
venuti sino a noi. Il quinto capitolo studia come si sia andata modifi­
cando la struttura e la funzione delle case di Roma, dalle residenze
imperiali alle domur aristocratiche, agli edifici a più piani dove abita­
va la massa della popolazione, e come la maniera dell'abitare abbia
potuto costituire un elemento essenziale nella costruzione del proprio
ruolo sociale da parte dell'élite e una forma di autorappresentazione
anche per l'imperatore. Il sesto, dopo avere identificato gli edifici nei
quali erano verosimilmente le sedi di alcuni fra i dipartimenti ammi­
nistrativi della città e dell'impero, tratta degli spazi dove la popolazio­
ne si incontrava e dove si svolgeva· la vita sociale, dal foro, ai quartie­
ri, alle terme, alle strutture destinate alle attività di intrattenimento e
PREMESSA

agli spettacoli. Il settimo capitolo descrive com'è cambiato il volto


monumentale della città tra l'età di Servio Tullio e il III secolo d.C.,
individuando i vari momenti del suo sviluppo urbanistico e la storia
dei suoi edifici pubblici e sacri. L'ultimo capitolo analizza, infine, le
trasformazioni cui andò soggetto il tessuto urbano di Roma a partire
dall'età severiana e per tutto il corso dell'età tardoantica, soprattutto
in conseguenza dell'affermarsi della nuova religione.

Ij
I

La popolazione
di Elio Lo Cascio

I.I
Introduzione
C'è una caratteristica distintiva che apparenta le regioni del Mediter­
raneo e quelle dell'Europa centrosettentrionale che hanno fatto parte
dell'impero di Roma e che si manifesta, attraverso i resti materiali,
ancora oggi con tanto maggiore evidenza, quanto più radicali si rive­
lano le differenze delle varie regioni su altri piani: questa caratteri­
stica è il numero consistente e la capillare diffusione dei centri urbani
che risalgono all'epoca romana. Il grado di urbanizzazione dell'impe­
ro di Roma è certamente assai elevato anche a confronto di quello
che si è registrato nell'Occidente europeo medievale e moderno (oggi
peraltro collocato su un livello assai più alto di quanto si ritenesse in
passato) 1• Ciò che per di più è mancato all'Occidente medievale e
moderno sino quasi alle soglie dell'industrializzazione sono centri con
diverse centinaia di migliaia di abitanti: solo dopo il 1700 vi furono
tre città che superarono i 500.000 abitanti nei territori che facevano
parte dell'impero romano (Istanbul, Parigi e Londra). Nel 1 e nel 11
secolo d.C. le città molto popolate erano, viceversa, un numero abba­
stanza cospicuo: tra di esse si annoveravano Alessandria, Antiochia,
Seleucia, Cartagine, Efeso, Pergamo, ma soprattutto, ovviamente,
Roma.
La città di Roma è stata certamente la più popolata metropoli
in tutta la storia dell'Occidente europeo sino alla rivoluzione indu­
striale: con un numero di abitanti presumibilmente non lontano dal
milione se non addirittura superiore nel periodo dell'apogeo del­
l'impero, Roma sarebbe stata raggiunta solo agl'inizi del XIX secolo
da Londra. Una simile concentrazione urbana in un orizzonte
preindustriale poneva ovviamente una serie di problemi a chi la
abitava e a chi ne doveva garantire la funzionalità e la sopravviven-

17
ROMA IMPERIALE

za come centro urbano. La sistemazione abitativa della popolazione


richiedeva un'estensione delle aree edificate ovviamente senza co­
mune misura con gli altri centri, coi problemi che potevano deriva­
re dalla difficoltà e dalla lentezza degli spostamenti, oltre che dalla
numerosità dei veicoli che ne affollavano le strade anguste. L'ap­
provvigionamento alimentare e idrico e la stessa distribuzione di
cibo ed acqua all'interno della città richiedevano un'organizzazione
capillare. L'affollamento rendeva estremamente difficoltoso garantire
non solo condizioni igienico-sanitarie adeguate, ma anche il mante­
nimento dell'ordine pubblico e nello stesso tempo livelli accettabili
di socializzazione: in una parola una "qualità della vita" non infe­
riore a quella che si sperimentava nel resto dell'impero e semmai
superiore, e non solo per gli appartenenti ai ceti elevati.
La popolazione di Roma non era solo cospicua, ma era anche pe­
culiare nella sua composizione, come già notavano gli autori antichi:
la contraddistingueva la presenza, una volta che la città ebbe conqui­
stato l'impero, di immigrati stabili o anche temporanei provenienti in
primo luogo dalle aree più prossime dell'Italia, ma poi dalle regioni
più disparate e lontane dal centro. Non è anacronistico affermare che
Roma era, dal punto di vista della sua popolazione, multietnica e
multiculturale, e questo suo carattere era sottolineato dal fatto che a
Roma convergevano non solo le persone da tutto l'impero, ma anche
le cose: nell'orazione in lode di Roma che Elio Aristide pronunciò
davanti all'imperatore Antonino Pio, presumibilmente nel 143 2, il re­
tore greco osservava come tutto ciò che si produceva nell'impero po­
tesse trovarsi a Roma. La presenza degli stranieri, dei peregrini, era
peraltro in larga misura il prodotto di un'altra peculiarità della Roma
imperiale, a confronto delle concentrazioni urbane dell'Europa me­
dievale e moderna: la presenza cospicua degli schiavi soprattutto
orientali, impegnati in primo luogo, ma non solo, come servitù dome­
stica in ruoli estremamente differenziati nelle grandi e grandissime
domus dell'élite, come ci mostrano alcuni casi emblematici, quale
quello, ad esempio, di un esponente di rilievo dell'élite senatoria a­
gl'inizi dell'età imperiale, Pedanio Secondo, proprietario di 400 schia­
vi tutti presenti nella sua casa, quando fu assassinato da uno di loro 3•
Poiché la più significativa delle caratteristiche distintive della schiavi­
tù a Roma, rispetto ad altre società con una forte presenza di schiavi­
merce del mondo antico e del mondo moderno, era l'estrema facilità
con cui gli schiavi, specialmente quelli impegnati in attività diverse
dalla produzione agricola o dall'estrazione mineraria, venivano libera­
ti, il numero cospicuo degli schiavi presenti a Roma si traduceva in
un numero pure notevolmente cospicuo di liberti.

18
LA POPOLAZIONE

Gli schiavi liberati, per di più, a Roma divenivano immediatamen­


te anche cittadini, soggetti certo a qualche limitazione di diritti, che
tuttavia i loro figli nati dopo la manomissione non soffrivano più.
L'integrazione dei liberti e ancor più dei figli di liberti era a questo
punto automatica e a non ostacolarla giocava anche la pressoché tota­
le assenza di atteggiamenti o pregiudizi razzistici. Il peso dell'elemen­
to libertino ndla popolazione di Roma è stato considerato dalla ri­
cerca moderna, per alcuni periodi almeno, come quello tardorepub­
blicano, addirittura maggioritario: a prima vista le statistiche che si
possono derivare da quel complesso documentario impressionante
per le stesse sue dimensioni che sono le epigrafi funerarie parrebbero
testimoniare che l'elemento libertino costituisse addirittura la schiac­
ciante maggioranza della popolazione libera della città e che gli inge­
nui - i nati liberi - fossero una sparuta minoranza. In realtà, non è
legittimo per molte ragioni considerare il campione costituito dalle
epigrafi funerarie come rappresentativo della composizione della po­
polazione cittadina (è probabile che fra i liberti, per vari motivi, fosse
più frequente l'uso di porre una lapide funeraria iscritta ai propri
congiunti, di quanto non lo fosse tra gli ingenui soprattutto di condi­
zione economica più modesta). Ma sulla rilevanza anche quantitativa
dell'elemento libertino nella popolazione di Roma non si possono nu­
trire dubbi. Questa rilevanza aveva anche un altro importante effetto:
i liberti costituivano sicuramente l'elemento più dinamico della socie­
tà romana, quello più interessato a perseguire il proprio arricchimen­
to personale e più in grado di tradurre il miglioramento della propria
condizione economica in un'elevazione del proprio status sociale. La
presenza numericamente rilevante dei liberti contribuiva dunque a
rendere la società urbana di Roma assai più mobile di quelle delle
altre città dell'impero.
Le occasioni dell'ascesa sociale dei liberti erano indubbiamente
collegate con le molteplici attività economiche che si svolgevano in
una città come Roma. Il proletariato urbano, se è legittimo definirlo
così, era impegnato nelle molte attività necessitate dalla stessa pre­
senza di una così ingente popolazione: era impegnato in particolare
nell'edilizia. A questo proletariato doveva essere assicurata, anche per
garantire l'ordine pubblico, un'occupazione sia pure precaria. Una
precisa consapevolezza di questa esigenza emerge da un aneddoto
che racconta Suetonio, nella sua biografia di Vespasiano, un impera­
tore che si caratterizza, per la stessa sua estrazione familiare, come
esponente della nuova "borghesia", com'è stata definita 4, proveniente
dalle piccole città della penisola e che si fa portatrice delle doti del
suo ceto di provenienza, l'operosità, la frugalità, la parsimonia, di

r9
ROMA lMPERJALE

fronte alla sfrenata manifestazione del lusso che aveva caratterizzato


gli ultimi anni del principato dei Giulio-Claudii. Un ingegnere o ar­
chitetto (mechanicus) portò a Vespasiano un aggeggio che poteva es­
sere utilizzato per trasportare, risparmiando il lavoro umano, le co­
lonne sul Campidoglio. Vespasiano lodò e premiò l'inventore, ma
non fece nulla della sua invenzione: voleva che gli si consentisse di
continuare a «p/ebiculam pascere», "dare da mangiare al popolino" '·
L'aneddoto è stato variamente interpretato, ma sembra che se ne
debba necessariamente concludere che era la plebicula, e non l'ele­
mento servile della popolazione cittadina, a essere impiegata nell'in­
dustria delle costruzioni. Se ne dedurrà altresl che sarebbe eccessivo
definire Roma una città di nullafacenti e la sua popolazione libera
una popolazione del tutto parassitaria.
E tuttavia è vero che Roma era in un certo senso una città pa­
rassitaria: nel senso che riceveva - e non poteva essere altrimenti - i
suoi rifornimenti alimentari e non solo alimentari dall'esterno e da
molto lontano e non li pagava attraverso un'importante produzione
di manufatti destinati all'esportazione. Certo, l'industria laterizia nei
dintorni anche prossimi di Roma alimentava non solo l'attività edilizia
della città o di Ostia, ma anche produceva ad esempio per l'esporta­
zione nei centri urbani dell'Africa settentrionale 6• Ma si trattava co­
munque di un'attività in qualche modo connessa con le stesse esigen­
ze di approvvigionamento di Roma: i mattoni costituivano infatti for­
se il più importante dei carichi di ritorno per le navi che a Roma
trasportavano le derrate provenienti dalle province transmarine 7 • Di
altre attività, che possono avere comportato una produzione destinata
all'esportazione, visto che non sono superstiti resti materiali, è diffici­
le rilevare le tracce.
I rifornimenti per Roma provenivano dall'Italia, soprattutto cen­
trale, com'è ovvio, ma poi anche e anzi soprattutto dalle province
transmarine, per la stessa consistenza quantitativa delle derrate richie­
ste dalla sua popolazione e per l'incidenza rispettiva dei costi del tra­
sporto via terra, via fiume navigabile e via mare, che rendeva assai
meno costoso trasportare anche per lunghe distanze carichi di mode­
sto valore rispetto al loro peso, come ad esempio il grano, via mare
che non via terra per distanze assai più brevi (e anche se si è di re­
cente messo convincentemente in rilievo 8 che i trasporti via terra che
potevano sfruttare l'imponente rete stradale costruita in Italia con vie
che si distribuivano a raggiera da Roma devono essere stati meno
economicamente svantaggiosi e comunque quantitativamente più co­
spicui di quanto non si pensi generalmente: il trasporto via mare, ol-

20
LA POPOLAZIONE

tre tutto, non poteva essere effettuato in tutti i mesi dell'anno, ma


solo nella bella stagione).
Ma soprattutto essenziale era il fatto che in buona misura le im­
portazioni Roma non le pagasse, in quanto le amministrazioni della
res publica e poi del princeps si preoccupavano di far arrivare grano e
altre derrate di origine contributiva: vale a dire le imposte in natura
che pagavano le province e i canoni in natura dell'ager publicus pro­
vinciale e poi delle proprietà imperiali. Queste imposte e questi cano­
ni in natura alimentavano in primo luogo le distribuzioni alimentari
gratuite a un settore consistente della popolazione adulta maschile, e
in quantità tale da soddisfare le esigenze di base non solo del capofa­
miglia, ma anche almeno di un'altra persona (liberandosi in tal modo
risorse che le famiglie dei beneficiari potevano spendere per acqui­
stare altri beni alimentari o manufatti).
L'esistenza delle frumentazioni è anche ciò che ha determinato la
possibilità, per i moderni, di pervenire a stime sufficientemente solide
del numero degli abitanti della città. Nella documentazione che ci è
pervenuta a proposito delle frumentazioni non mancano dati quanti­
tativi abbastanza precisi e sicuramente affidabili, da cui partire per
valutare l'entità della popolazione residente a Roma, o quanto meno
di quella che vi risiedeva in pianta stabile e che beneficiava per l'ap­
punto delle distribuzioni gratuite: a partire dall'età cesariana, veniva
effettuata una periodica registrazione di questi cives Romani regolar­
mente residenti a Roma e che proprio per essere legittimamente resi­
denti avevano titolo a ricevere una razione mensile di cinque modii qi
grano.

I.2
Le basi documentarie
per il calcolo della popolazione di Roma
È facile rinvenire, negli scritti relativi alla storia economica del mon­
do antico, una considerazione in sé apparentemente banale, che bene
assolve alla funzione di premessa a una dichiarazione di metodo lar­
gamente condivisa: l'asserita impossibilità di fare storia autenticamen­
te quantitativa. Si dice normalmente, seguendo un'icastica formulazio­
ne di Hugo Jones, che non esistono statistiche antiche: e che questa è
appunto l"'ignominiosa verità", che rischia di gettare il discredito sui
nostri tentativi di ricostruire la storia economica dell'antichità 9 • A
maggior ragione una simile formulazione dovrebbe valere, apparente­
mente, per la ricostruzione del popolamento antico. In realtà, l'affer-

21
ROMA IMPERIALE

mazione nel suo carattere estremo è tutt'altro che rispondente alla


verità.
Anzitutto va osservato che il fatto che nella loro quasi totalità ci­
fre relative alle popolazioni antiche, alle loro dimensioni, alla loro
struttura e alla loro dinamica non siano pervenute, non vuol dire ne­
cessariamente che non venissero effettuate delle registrazioni di tipo
quantitativo e che tali registrazioni non venissero raccolte, soprattutto
in organismi complessi come era l'impero e per motivi molto pratici e
concreti 1 0• In realtà si può a buon diritto sostenere che un'organizza­
zione politica delle dimensioni e dell'articolata struttura di quella ro­
mana è stata non soltanto interessata a raccogliere, ma anche in gra­
do, entro certi limiti, di elaborare dati numerici relativi alla popola­
zione, per la risoluzione di problemi vitali legati alla sua sopravviven­
za (come per esempio il reclutamento e la fiscalità) e poi di renderli
pubblici, anche se ciò che è poi pervenuto sino a noi sono solo fru­
stoli di informazioni. E tuttavia questi frustoli di informazioni rap­
presentano, per i moderni, utili indicatori degli ordini di grandezza in
gioco, una volta che se ne sia filologicamente accertata in modo rigo­
roso l'attendibilità e se ne sia compreso il significato. Per la popola­
zione di Roma queste pur scarne indicazioni ci permettono di decide­
re se, al momento del suo massimo sviluppo, da collocare tra l'ultimo
secolo dell'età repubblicana e il secondo dell'età imperiale, essa sia
stata pari a duecentomila, a un milione o a due milioni di abitanti.
Le cifre che possediamo, soprattutto per il mondo romano, sono
peraltro un numero consistente, rispetto ad esempio a quelle che pos­
sediamo per l'Italia dell'età medievale u, e sono in linea di massima
attendibili (anche se va sottolineato che sono proprio le cifre quelle
che più facilmente possono guastarsi nella tradizione manoscritta).
Esse risultano da una serie di registrazioni cui hanno dato luogo esi­
genze di carattere eminentemente pratico e delle quali, per ragioni
parimenti pratiche, si è curata la conservazione in specifici archivi, la
cui natura e collocazione ci sono spesso note. Le registrazioni in que­
stione si basavano su dichiarazioni di varia natura e contenuto, richie­
ste a varie categorie di persone: i maschi adulti capi di famiglia o i
proprietari di immobili, ad esempio. Il fatto che le registrazioni si ba­
sassero su dichiarazioni di singoli e senza che sia sempre chiaro quale
possibilità concreta di verifica vi fosse da parte della comunque rudi­
mentale macchina statale, rende certamente probabile la presenza di
errori, come rende parimenti probabile, in determinate circostanze,
una forte sottoregistrazione. In più, proprio per il carattere eminente­
mente pratico, e non di mera indagine conoscitiva a fini statistici, di
tali registrazioni, le indicazioni numeriche che ci sono pervenute non

22
LA POPOLAZIONE

si riferiscono mai all'intera popolazione, comprensiva di tutti gli indi­


vidui di entrambi i sessi e di tutte le età, ma solo a una parte, defini­
ta, per l'appunto, in base al sesso e/o all'età, o in base alla condizione
giuridica personale. Si pone dunque il problema di individuare, a
partire da queste cifre indicative di una parte della popolazione, la
popolazione nella sua interezza, utilizzando uno strumentario estre­
mamente vario, che comprende anche alcuni dei procedimenti stati­
stici oggi in uso per individuare, a partire da dati parziali, la compo­
sizione per età e per sesso di popolazioni imperfettamente note
(come ad esempio quelle del Terzo Mondo, i cui dati censuali sono o
poco attendibili o carenti).
Anche per la popolazione di Roma si può andare al di là di mere
«educated guesses», "congetture erudite", come sono state definite 12•

E in ogni caso il complesso di cifre che ci sono state trasmesse relati­


vamente a Roma nel corso della sua storia non ha confronti con le
ben più esigue informazioni che possediamo per gli altri grandi centri
urbani dell'antichità. Pur in presenza di questa documentazione senza
paralleli, s'è acceso un dibattito plurisecolare sulle dimensioni della
popolazione di Roma al momento del suo apogeo: le valutazioni nu­
meriche proposte vanno da qualche centinaio di migliaia ai quattro
milioni ipotizzati da Giusto Lipsio nel Onquecento o addirittura ai
quattordici ipotizzati da Isaac Voss nel Seicento 1 3 • Nella sua classica
e ancora per molti aspetti insuperata opera complessiva sulla popola­
zione nel mondo greco-romano, del 1 886, Karl Julius Beloch indivi­
duò tre possibili strade per arrivare a una stima della popolazione di
Roma.

1 . La prima - che è anche quella che consentiva di arrivare a con­


clusioni più solide - conduce a una valutazione di un numero mini­
mo al di sotto del quale la popolazione di Roma non può essere an­
data: questo numero minimo era il numero dei beneficiari delle fru­
mentazioni e delle loro famiglie, che costituivano, entro la popolazio­
ne urbana, i residenti stabili di condizione libera e cittadina. Proprio
in questo senso si può parlare di un numero minimo: non entrano nel
computo né i peregrini, e cioè gli stranieri, né gli schiavi, né i cives
Romani solo temporaneamente residenti a Roma 1 4•
2 . La seconda strada è quella che parte da una valutazione dell'e­
stensione della città e consente di arrivare alla stima di un numero
massimo di abitanti che l'area edificata della città poteva contenere -
tenendo conto che l'indice di affollamento, che, come si vedrà, sarà
stato elevatissimo, non può comunque avere superato certi limiti: a
fornire un supporto documentario è certo prima di tutto la documen-

23
ROMA IMPERIALE

tazione materiale (le mura di epoca più antica e le mura di Aureliano


e l'area ddimitata dalle due cerchie, nonché i resti di strutture abita­
tive entro il circuito delle mura di Aureliano e anche al di là di esso),
ma è anche un documento singolare che risale al rv secolo, quello
rappresentato dai cosiddetti cataloghi regionari 1 ' , che ci forniscono
dati quantitativi sul numero di edifici di abitazione nelle quattordici
regiones (i moderni "rioni") in cui la città fu divisa a partire dall'età
augustea. Di questo singolare documento risultano estremamente
controverse la natura e la funzione: qualcuno ha potuto parlare, im­
propriamente e comunque anacronisticamente, di una sorta di guida
per turisti, anche se il documento in sé non ha nulla che lo configuri
come guida 16 • Se è vero che vi sono menzionati alcuni monumenti
della città nella loro localizzazione regione per regione, è vero pure
che non sono menzionati tutti i più importanti e la sdezione con la
quale sono stati identificati quelli da citare risulta sostanzialmente in­
comprensibile. Dobbiamo rassegnarci a non potere individuare la fi­
nalità dd documento, com'esso si presenta. E tuttavia si comprende
com'esso è stato costruito: a partire da documenti catastali che dove­
vano esistere e che peraltro sono quelli che hanno consentito la stessa
redazione della pianta sulla quale è stata esemplata la famosa pianta
marmorea dell'età severiana, di cui sono rimasti numerosi frammen­
ti 17• Un problema che si pone per quanto riguarda i singoli tipi di
edifici (pistrina, ho"ea, lacus, lupanaria ecc.) è la mancata corrispon­
denza, assai spesso, dd numero che si può calcolare sommando le
cifre rdative alle singole regiones e il numero complessivo che compa­
re nel documento riassuntivo (il hreviarium): ciò che rende più alea­
toria la possibilità di utilizzare queste cifre. Il problema più grave è
però rappresentato dal dato numerico relativo alle insulae, agli edifici
di abitazione a più piani e con più appartamenti, in tutta la città e
nelle singole regiones: un numero talmente devato, nd complesso e
per talune specifiche regiones, da risultare scarsamente credibile, qua­
lora attribuiamo a insula il significato, per l'appunto, di edificio indi­
pendente a più piani e diviso in più appartamenti. La soluzione dd­
l'aporia non è, come pure si è supposto da molti, il ritenere che il
termine di insula avesse un altro significato nd documento rispetto a
quello attestato nelle altre fonti - e cioè il senso di "piano" o di "ap­
partamento" , ma nd riconoscere nella parola il valore di termine tec­
nico per indicare l'unità di proprietà in quanto catastalmente registra­
ta, e tenendo presente il principio giuridico romano, che non conosce
eccezioni, secondo il quale tutto ciò che è costruito su un'area appar­
tiene e non può che appartenere al proprietario dell'area medesi­
ma 18 • La situazione individuata dai Regionari è evidentemente quella
LA POPOLAZIONE

FIGURA I
La divisione in regiones secondo F. Castagnoli

100

che risulta da un continuo, secolare processo di suddivisione della


proprietà delle aree urbane in unità piccole e piccolissime. È del tut­
to probabile, peraltro, che fra le insulae rientrino anche le aree pub­
bliche, con gli edifici che vi sono sopra costruiti, che devono avere
occupato, soprattutto nelle regiones centrali di Roma, una grande
estensione. L'utilità del documento, ai fini di una valutazione della
popolazione di Roma nel rv secolo d.C. o in precedenza, rimane mo­
desta: esso vale, tuttavia, ancora una volta a farci escludere le stime
più basse della popolazione di Roma che sono state avanzate.
3. La terza strada individuata dal Beloch è quella che cerca di rica­
vare da alcune poche indicazioni, peraltro cursorie e non sicuramente
affidabili, delle fonti letterarie l'ammontare complessivo dei consumi
di grano della città e di qui il numero di abitanti che potevano essere

25
ROMA IMPERIALE

alimentati da questo grano: anche in questo caso il valore che questi


sparsi accenni hanno in sé non è tanto quello di fornire una qualsiasi
stima numerica della popolazione, quanto di restringere l'arco di va­
lori possibili.

A queste tre strade se n'è aggiunta negli anni cinquanta una quarta,
utilizzata da Santo Mazzarino e da André Chastagnol 1 9 : il calcolo
della popolazione della Roma del IV e del v secolo a partire dalla
quantità di carne di maiale che perveniva a Roma come contribuzione
fiscale da alcune regioni dell'Italia meridionale e che veniva in lar­
ghissima misura distribuita gratuitamente a un settore cospicuo degli
abitanti della città in razioni il cui ammontare è noto. Le informazio­
ni in questione si ricavano da alcune leggi del Codice Teodosiano.
Questo complesso di dati numerici si rivela importante soprattut­
to perché consente verifiche incrociate che ci assicurano, se non della
correttezza delle singole valutazioni riferite ai singoli momenti della
storia della città di Roma nell'antichità, quanto meno dell'accettabilità
di un ordine di grandezza. Ci consente dunque di escludere le stime
esageratamente elevate fatte nel corso della storia del problema (e an­
cora in epoca da noi non lontana) 20 e quelle "ribassiste", ripetute
ancora di recente, e in base alle quali la popolazione di Roma non
avrebbe superato i 300.000-400.000 abitanti 2 1 • Altre indicazioni si
sono volute trarre per i periodi per i quali non abbiamo una docu­
mentazione cifrata (ed essenzialmente per l'età repubblicana) da altri
indicatori come il numero e la portata degli acquedotti, nell'ipotesi
che essi consentano di stimare il volume d'acqua condotto nella città
e di qui anche il consumo complessivo e pro capite. Ma la validità di
tali indicazioni è per lo meno dubbia: non solo è difficile stimare dal­
l'insieme della nostra documentazione il volume d'acqua che perveni­
va a Roma nei diversi momenti, ma la stessa quantità d'acqua com­
plessiva può dirci ben poco: in effetti le esigenze di consumo idrico
dipendevano dalle abitudini sociali e culturali e oltretutto potevano
variare nel tempo. Si può peraltro dimostrare che la quantità d'acqua
a disposizione della popolazione romana è stata, quanto meno a par­
tire dall'età augustea, di gran lunga maggiore di quella a disposizione
degli abitanti dei centri urbani della stessa Europa sino ad epoca a
noi assai vicina 2 2 •
La prima via delle tre "belochiane" è indubbiamente quella che
conduce ai risultati più affidabili e a un numero "minimo" di abitanti
al di sotto del quale difficilmente si può scendere, a meno di non
mettere in discussione la veridicità di una molteplicità di fonti che ci
danno indicazioni convergenti: possiamo in tal modo eliminare dal
LA POPOLAZIONE

novero delle possibilità le cifre più basse che sono state proposte, a
meno di non pensare a una composizione diversa, per età e per sesso,
del gruppo scelto dei beneficiari che sono, in linea di massima, i cives
Romani maschi oltre i diciassette anni, che hanno residenza stabile
nella città, ivi compresi i suoi immediati dintorni, sino al confine del
territorio dei centri urbani che circondano Roma 2 3 •
Tutti questi dati, nel loro complesso, concorrono, dunque, a darci
una "forchetta", un arco di valori entro cui si deve collocare la popo­
lazione della città nel periodo in cui è stata più elevata. Ma ci con­
sentono pure, entro certi limiti, con maggior precisione in alcune
epoche e minore in altre, di definire l'evoluzione quantitativa della
popolazione di Roma: un'evoluzione quantitativa determinata dall'in­
cremento o dal decremento naturale, ma soprattutto dall'immigrazio­
ne. Si può legittimamente sostenere che siamo in grado di identificare
i momenti nei quali c'è stato un repentino aumento della popolazione
per effetto di un accentuato movimento immigratorio e quelli nei
quali c'è stata una repentina diminuzione della popolazione, a segui­
to, sostanzialmente, di un movimento inverso: il caso emblematico è
quello della forte diminuzione della popolazione della città dopo il
sacco alariciano del 410 d.C.

1 .3
La popolazione in età repubblicana
Per la fase più antica della storia repubblicana di Roma non abbiamo
purtroppo dati cifrati nella tradizione per formulare stime della popo­
lazione della città. Possediamo, trasmesse dalla tradizione annalistica
confluita sostanzialmente in Livio e nelle periochae liviane, nonché
nella tradizione antiquaria, una quarantina di cifre indicanti i risultati
dei censimenti dall'età di Servio Tullio al I secolo a.C., di norma rife­
rite con quella che appare essere formula ufficiale: «censa sunt civium
capita tot» 24 • I civium capita computati in occasione dei censimenti
sono l'insieme dei cittadini, maschi adulti, che abitavano a Roma e
nell'ager Romanus: coloro che potevano prendere le armi, che paga­
vano i tributi e che partecipavano alla vita politica. La veridicità e la
significatività di queste cifre nel loro complesso, o almeno di quelle
che si riferiscono al periodo dal III secolo in avanti, non sembra che
possano essere seriamente messe in discussione, quale che sia il valore
che ha ciascuna, presa singolarmente. Da queste cifre non è possibile,
tuttavia, trarre indicazioni affidabili sulla popolazione che abitava nel­
la città, salvo, forse, per il periodo più antico, quando l'estensione
ROMA IMPERIALE

dell'ager Romanus era assai limitata. E tuttavia sono proprio le cifre


più antiche quelle della cui attendibilità si deve dubitare.
Queste cifre sono generalmente ritenute incredibili perché, se in­
tese come indicative dei maschi adulti, alla stregua di quelle successi­
ve dell'età repubblicana, configurerebbero un rapporto tra popolazio­
ne e territorio assurdo, una densità incredibilmente elevata di popola­
zione. E certamente a non deporre a favore della loro autenticità è
anche la difficoltà di ammettere che informazioni di questo tipo si
siano potute conservare per il periodo lungo di secoli che precede
l'avvio di una scrittura storica in forma di Annali a Roma: come
avrebbero potuto essere trasmesse queste cifre? attraverso quali cana­
li? Pur prevalendo un atteggiamento di grande scetticismo, non sono
mancati tentativi recenti di recuperare la credibilità di questi dati
numerici 2 ' .
Una delle ragioni certo più forti per ritenerli in qualche modo fe­
dedegni è il fatto che le cifre registrano una diminuzione dei civium
capita durante il v secolo, quando sappiamo che c'è stato effettiva­
mente un momento di riflusso, rispetto all'ultima fase della monar­
chia etrusca (un momento di riflusso confermato dalla documentazio­
ne materiale). È difficile credere che la tradizione, naturalmente por­
tata a sottacere quegli eventi e quegli sviluppi che potessero mettere
in discussione l'inarrestabilità della marcia di Roma verso il dominio
della penisola e poi dell'intero bacino del Mediterraneo, si sia inven­
tato un declino della popolazione 26 • Visto che le cifre risultano esse­
re inaccoglibili in sé perché troppo elevate e visto che risulta, vice­
versa, credibile l'evoluzione nel tempo che esse configurano, si è ten­
tato allora di individuare nei civium capita qualche cosa di diverso dai
soli maschi adulti. Secondo alcuni, queste prime enumerazioni avreb­
bero coinvolto l'intero corpo civico comprensivo delle donne e dei
fanciulli 27 • Secondo altri, il dato relativo ai civium capita, per questi
primi censimenti e sino alla metà del quarto secolo, sarebbe quello
relativo non solo ai cittadini romani, ma a tutti i maschi adulti delle
città della lega latina: Roma, dunque, e tutte le comunità che avevano
stretto un /oedus con Roma nei primi anni della Repubblica 28 • Che il
computo potesse riguardare il complesso delle comunità della lega la­
tina può essere ritenuto plausibile alla luce del fatto che la finalità
originaria del censimento dev'essere stata quella di individuare il nu­
mero di «qui arma /e"e possent» 29 , e dunque di tutti coloro che po­
tevano entrare a far parte dell'exercitus socialis, l'esercito federale, che
era appunto un esercito, dunque con reparti costituiti assieme da Ro­
mani e Latini, e che veniva comandato a turno da imperatores romani
e latini -'0 •

28
LA POPOLAZIONE

Quale che sia il credito che si dà alle cifre dei censimenti più an­
tichi, sembra comunque indubitato che il popolamento della campa­
gna romana nei pressi di Roma fosse, tra il VI e il v secolo, assai fitto:
i confronti che sono stati istituiti con la condizione della campagna
romana nel XVIII secolo, per dimostrare l'inattendibilità delle cifre dei
censimenti 3 1 , non tengono conto del fatto che il territorio attorno a
Roma, tra la fine dell'età monarchica e la prima età repubblicana,
non era né spopolato, né (come sarebbe stato nell'età moderna, sino
al XIX secolo) preda della malaria 32 • A confermare l'elevata densità di
popolazione dell'ager Romanus sono le notizie relative a difficoltà an­
nonarie determinate da un'insufficiente produzione delle aree attorno
a Roma e dunque all'acquisto del grano in zone più distanti rispetto a
quelle limitrofe. Le regioni dalle quali proveniva il grano in queste
circostanze eccezionali erano quelle dalle quali era più facile e più
spedito il traspono: }'Etruria meridionale, la pianura pontina e i colli
del Lazio meridionale, la Campania. Ma la tradizione ricorda anche,
più di una volta, la liberalità che i tiranni siracusani avrebbero dimo­
strato inviando grano a Roma 33 • Anche a non voler credere in tutti i
loro dettagli a queste notizie, non se ne possono mettere in discussio­
ne gli elementi fondamentali: le difficoltà annonarie e i tentativi per
risolverle. Un dato sicuro sembra essere perciò l'esistenza di una
pressione della popolazione sulle risorse, probabilmente anche deter­
minata dal ridursi del territorio disponibile con la caduta della mo­
narchia: la perdita dell'agro pontino avrebbe prodotto seri problemi
di approvvigionamento a Roma 34 •
Ma non era solo il territorio circostante la città a essere fittamente
popolato. Era il centro urbano stesso ad avere dimensioni cospicue e
di conseguenza una cospicua popolazione. Bastano a suggerire come
le dimensioni della città e della sua popolazione alla fine dell'età mo­
narchica fossero rilevanti le dimensioni del suo tempio più grande, il
tempio della Triade Capitolina 3' . Si è calcolato che l'area della città
serviana delle quattro regioni era pari a 285 ettari e l'area circondata
dalle mura costruite in cappellaccio che precedono, sullo stesso trac­
ciato, le mura cosiddette serviane (che includono entro la cinta il
Campidoglio e l'Aventino), era pari a 427 ettari 3 6: si tratta dell'area
urbana circondata da mura più grande del suo tempo in Italia. Se
l'indice di affollamento fosse stato analogo a quello successivo, una
tale area avrebbe potuto ospitare qualche centinaio di migliaia di abi­
tanti. È del tutto probabile, tuttavia, che questo indice di affollamen­
to fosse assai meno elevato: molte cinte murarie dell'Italia del tempo
racchiudevano ampi spazi vuoti, essendo il circuito delle mura deter­
minato da considerazioni strategiche. Ma anche ammessa l'esistenza

29
ROMA IMPERIALE

di ampie zone non abitate entro la cerchia delle mura, è difficile che
la popolazione della Roma già del vr secolo sia potuta essere inferiore
a 3 0.000-40.000 persone ed è probabile che sia stata assai più eleva­
ta 37 ,
Comunque, dopo il riflusso del quinto secolo, si ebbe la grande
espansione territoriale dello stato romano al di là del Tevere e l'occu­
pazione del territorio di Veio e poi della zona a sud di Roma. A par­
tire dalla seconda metà del IV secolo sicuro indizio di pressione consi­
stente della popolazione è la stessa rapida diffusione degli insedia­
menti coloniali di diritto latino. Il popolamento della campagna ro­
mana doveva essere ancora assai consistente. Semmai è proprio il
centro urbano ad avere registrato una stagnazione: le mura del quarto
secolo in tufo di Grotta Oscura, costruite dopo l'incendio gallico, se­
guono lo stesso tracciato delle vecchie, ciò che farebbe pensare che la
popolazione del centro urbano non si fosse accresciuta.
Ma le mura non ricompresero l'intero abitato che per poco tempo
e presto la città si espanse molto al di là di esse. Prima la sottomissio­
ne dell'intera penisola e poi l'esito del confronto secolare con Carta­
gine dovettero avere fra le loro conseguenze la crescita stessa della
popolazione urbana: cominciava un processo di immigrazione e pro­
prio negli anni in cui si assisteva alla trasformazione dell'economia
italica, con l'afflusso massiccio di schiavi soprattutto dall'Oriente e
con la creazione delle ville, le unità produttive specializzate nella pro­
duzione di olio e di vino. Roma cominciava a piegare alle esigenze di
consumo della sua plebe urbana i territori al di là del mare sui quali
esercitava il proprio dominio, le province, a cominciare dalla Sici­
lia 3s.
Del consistente fenomeno di inurbamento nel corso del II secolo
a.C. è però impossibile fornire una qualsiasi stima quantitativa. Si è
voluta trarre qualche indicazione sulla crescita della popolazione della
città dagli acquedotti e dall'accelerazione della loro costruzione 39 nel
II secolo, ma, come si è visto, l'incremento delle disponibilità d'acqua
a Roma potrebbe essere stato una delle manifestazioni del migliorato
standard di vita nella città. Se l'arrivo degli schiavi orientali comincia­
va a dare a Roma la sua impronta multietnica, sembra sicuro che in
massima parte ad alimentare l'immigrazione siano stati in questo pe­
riodo gl'Italici e in particolare gli abitanti delle colonie latine, formate
originariamente da cittadini romani che, per partecipare alla nuova
fondazione e ricevere un lotto di terreno, perdevano la cittadinanza
romana, divenendo cittadini della nuova comunità. L'immigrazione
degli abitanti delle colonie latine era incentivata dal fatto che i Latini
che migrassero a Roma acquisivano automaticamente la cittadinanza

30
LA POPOLAZIONE

romana. Da Livio sappiamo come in due occasioni, nel 187 a.C. e


dieci anni dopo, vi furono lamentele da parte delle comunità latine,
che dovevano dare il proprio contributo in uomini a Roma per l'e­
sercito e che si trovavano a mal partito dal momento che il numero
dei maschi adulti in queste comunità era scemato proprio a causa
dell'immigrazione a Roma 40• Il maggior affollamento di Roma è te­
stimoniato dall'episodio che racconta Livio, awenuto agli inizi della
guerra annibalica: un bue si gettò dal terzo piano di un edificio nel
Foro Boario, dove era salito 4 r ; è dunque attestata già alla fine del III
secolo l'esistenza di case a più piani.
È stata recentemente fatta l'ipotesi che l'entità dell'immigrazione a
Roma avrebbe impedito alla popolazione libera dell'Italia tra il III se­
colo e l'età augustea di crescere o ne avrebbe addirittura determinato
il declino 42 • Riprendendo una teoria che ha avuto molta fortuna,
quella secondo la quale la popolazione delle concentrazioni urbane
preindustriali, per le precarie condizioni igienico-sanitarie e alimenta­
ri, non sarebbe stata in grado di riprodursi, si sostiene che il numero
dei morti a Roma sarebbe stato costantemente più alto del numero
dei nati e che l'incremento della popolazione della città sarebbe stato
conseguito solo con un'immigrazione dalle dimensioni tali da deter­
minare la stagnazione o anzi il regresso della popolazione libera del­
l'Italia. Ci domanderemo più avanti se questa teoria sia dawero,
com'è stata considerata, una sorta di "legge ferrea" di natura che go­
verna la dinamica demografica delle grandi concentrazioni preindu­
striali. Ma quanto alla Roma dell'ultima età repubblicana si può di­
mostrare che l'ipotesi non coglie nel segno. Va intanto messo in rilie­
vo che l'immigrazione e la conseguente crescita della popolazione di
Roma non poteva essere in grado, essa sola, di determinare la sta­
gnazione o addirittura il declino della popolazione dell'Italia 43 • Ma è
soprattutto il punto di partenza della teoria che non è affatto sicuro:
quello secondo il quale la popolazione dell'Italia sarebbe declinata tra
il III e il r secolo a.C. L'ipotesi del declino si basa sull'interpretazione
che Beloch ha dato del salto nelle dimensioni delle cifre dei censi­
menti tra l'ultima cifra dell'età repubblicana e quella del censimento
effettuato da Augusto nel 2 8 : da circa 900.000 civium capita registrati
nel 70-69 a.C., si passa a più di quattro milioni registrati nel 28 44.
Secondo il Beloch questo salto non potrebbe interpretarsi se non
come il risultato di una modificazione dei criteri del censimento: in­
vece che conteggiarsi i soli maschi adulti, come aweniva in età re­
pubblicana, nel 2 8 e nei censimenti successivi sarebbero stati conteg­
giati tutti i cittadini romani di entrambi i sessi e di tutte le età. Ma la
tesi che vi sarebbe stata questa modificazione è del tutto ipotetica,

31
ROMA JMPERJALE

PJGURA 2
La città entro le Mura serviane

1
1\\11\\111\1\1 \

non trovando alcun appiglio nella documentazione che possediamo, e


per di più si può dimostrare che è del tutto implausibile 4' . Il salto è
piuttosto determinato dal fatto che i censimenti augustei sono stati
più efficaci e hanno dunque enumerato un maggior numero di citta­
dini, soprattutto perché non occorreva più che il cittadino capo di
famiglia venisse a Roma a effettuare la sua registrazione davanti al
censore, come accadeva in età repubblicana, ma poteva ormai farlo
nella sua comunità di residenza e davanti ai magistrati locali. In real-

32
LA POPOLAZIONE

tà, la popolazione dell'Italia negli ultimi due secoli dell'età repubbli­


cana alimentò una fortissima immigrazione a Roma, ma nello stesso
tempo fu in grado di crescere. Se si interpretano le cifre dei censi­
menti augustei come quelle che definiscono il numero dei soli maschi
adulti si dovrà arrivare alla conclusione che la popolazione libera del­
l'Italia nel suo complesso non era pari, nel 2 8 a.C., a circa 4 milioni,
ma a circa 1 2 e dunque che essa era cresciuta considerevolmente ri­
spetto al III secolo, e che era cresciuta nonostante l'immigrazione a
Roma 46 •
Già negli ultimi anni del n secolo Roma doveva essere assai affol­
lata: erano nella città, in condizioni precarie, molti contadini che ave­
vano perso la propria terra o comunque la possibilità di guadagnarsi
da vivere in campagna. Negli anni in cui i due fratelli Gracchi tenta­
rono, da tribuni della plebe, di avviare un progetto complessivo di
riforma sociale, l'affollamento di Roma fu la manifestazione più vi­
stosa del progressivo impoverimento del contadiname italico, che si
inurbava. Fu Gaio Gracco a introdurre le frumentazioni - le distribu­
zioni di grano a prezzo politico - come risposta (assieme al program­
ma agrario avviato dai due fratelli) all'affollamento di Roma 47 . Ma a
questo punto si avviò una sorta di circolo vizioso: l'inurbamento si
aggravava perché c'erano le frumentazioni e bisognava ritoccare le
frumentazioni in senso più favorevole perché era cresciuta la popola­
zione della città. L'inurbamento si sarà accentuato dopo la concessio­
ne della cittadinanza romana, alla conclusione della guerra sociale,
agli abitanti dell'intera penisola, esclusi quelli della pianura padana
oltre il Po. Anche questi novi cives, trasferendosi a Roma, potevano
rivendicare il diritto a ricevere il frumento dalla res publica.
È proprio attraverso il numero dei beneficiari delle frumentazioni,
noto o ricavabile dalla nostra documentazione, che possiamo perveni­
re ai primi dati abbastanza sicuri sulle dimensioni della popolazione.
Un primo dato indiretto è quello che deriva dalla testimonianza delle
Verrine ciceroniane sulla !ex Terentia Cassia, del 73, una legge che
stabiliva nuove norme per quel che riguardava l'esazione del grano
siciliano che arrivava a Roma come tributo, nonché per l'acquisto di
quote supplementari dagli agricoltori siciliani e per la distribuzione
verosimilmente gratuita di frumento a un certo numero di cittadini
beneficiari 48 • Dal testo di Ocerone sembra dedursi che questo nume­
ro era molto contenuto, circa 40.000 49 • Il dato ha sempre costituito
una difficoltà, soprattutto perché da un altro luogo delle Verrine è
possibile ricavare il convincimento che le disposizioni della !ex Te­
rentia Cassia, che avevano per finalità quella di ampliare la quota di
grano acquistata dallo Stato per approvvigionare Roma ' 0, implicasse-

33
ROMA [MPERIALE

ro la presenza nella città di un'assai più elevata popolazione. Il nume­


ro di 40.000 deve corrispondere a una quota modesta della popola­
zione urbana, quella cui andava direttamente e forse gratuitamente, il
frumento dello stato. Per isolare nel complesso dei cives Romani que­
sta minoranza di beneficiari si saranno verosimilmente presi in consi­
derazione coloro che risultavano registrati come appartenenti alle tri­
bù urbane, dunque escludendo gli immigrati recenti ' 1 • È probabile,
allora, che la !ex Terentia Cassia, che prevedeva la distribuzione di
frumento pubblico forse gratuito per 40.000 persone, prevedesse al­
tresì la vendita anche del frumento di origine contributiva, concor­
2
rendo in tal modo a calmierarne il prezzo sul mercato romano ' •

Una misura di Catone di dieci anni dopo è probabile che amplias­


se il numero di coloro che potevano ricevere grano a prezzo politico.
La misura aveva evidentemente di mira gl'immigrati recenti - si ri­
volgeva al sostegno degli indigenti e dei senza terra 1 3 - e poteva rap­
presentare un ulteriore incentivo all'inurbamento per i proletari delle
campagne italiche. Qualche anno più tardi, nel 58 a.C., con la legge
proposta dal tribuno Clodio, si ebbe l'introduzione o reintroduzione
della gratuità, e questa volta senza stabilire un limite numerico ai be­
neficiari '4, di cui non esisteva presumibilmente ancora alcun elen­
co ". La misura non poteva che ulteriormente aggravare la situazio­
ne: tanto sul piano delle finanze statali, quanto su quello dell'affolla­
mento della città.
È possibile calcolare quale fosse l'ordine di grandezza del numero
dei beneficiari, con la misura catoniana, dalle due notazioni plutar­
chee che ad essa si riferiscono e della cui attendibilità non sembra vi
sia ragione di dubitare. Nella vita di Catone Plutarco dice che il
provvedimento catoniano avrebbe determinato una spesa per lo Spito
per un ammontare pari a r . 2 50 talenti annui, ovverosia 30.000.000 di
sesterzi; nella vita di Cesare si dice che Catone avrebbe incrementato,
con la sua misura, le spese dello stato di 7.500.000 dracme (o, se­
condo una variante della tradizione manoscritta, di 5.500.000 drac­
me) ' 6 , pari, appunto, a 30.000.000 di sesterzi (o a 2 2 . 000.000). Se
ogni beneficiario aveva diritto a 60 modii l'anno e pagava per ogni
modio 6 assi e un terzo - la somma verosimilmente già fissata dalla
lex Sempronia frumentaria come prezzo politico ' 7 - la spesa da lui
sostenuta sarebbe stata di 95 sesterzi; se allo Stato questo frumento
costava 4 sesterzi il modio ' 8 , la spesa sostenuta dallo Stato per ogni
beneficiario sarebbe stata di 240 meno 95 sesterzi, dunque 145 se­
sterzi. Ne consegue che i beneficiari sarebbero stati pressoché
200.000.

34
LA POPOLAZIONE

Il calcolo, naturalmente, non può essere che meramente indicati­


vo, giacché non sappiamo con sicurezza a quale prezzo, mediamente,
lo stato comprava un modio di frumento e c'è in ogni caso da tenere
presente che in parte almeno il frumento che perveniva a Roma era
direttamente di origine contributiva e dunque non costava niente alla
res publica. Se il prezzo al quale lo stato comprava mediamente il fru­
mento fosse stato inferiore ai 4 sesterzi o se il grano di origine con­
tributiva destinato alle distribuzioni a prezzo politico fosse stato con­
siderevole, il numero dei beneficiari avrebbe potuto essere anche sen­
sibilmente maggiore; se il prezzo fosse stato, invece, più elevato di 4
sesterzi o se il prezzo politico richiesto ai beneficiari fosse stato infe­
riore ai 6 assi e un terzo, il numero dei beneficiari sarebbe stato infe­
riore a 200.000. Ancora, se si suppone che la notazione plutarchea si
riferisce al costo aggiuntivo determinato dall'allargamento del numero
dei beneficiari, si potrà ritenere che i 200.000 debbano addizionarsi ai
40.000 che presumibilmente ricevevano già il frumento gratuitamente
con la /ex Terentia Cassia. In conclusione possiamo dire che il nume­
ro di coloro che potevano acquistare il frumento al prezzo politico,
con la misura di Catone, dev'essersi enormemente accresciuto rispetto
al numero verosimilmente previsto dalla lex Terentia Cassia: ed è ov­
vio che, a questo punto, beneficiari non possono essere stati solo i
registrati nelle tribù urbane, ma devono essere stati anche gl'immi­
grati recenti, iscritti nelle tribù rustiche.
Va ribadito che questo numero complessivo di beneficiari non po­
teva in alcun modo trarsi da un elenco di cives Romani domiciliati
stabilmente a Roma, della cui esistenza non abbiamo alcuna notizia
sino all'età cesariana, o da un elenco specifico, e chiuso, di parteci­
panti alle distribuzioni frumentarie, che proprio l'incremento stesso
di questi anni testimonia come non esistesse ancora. È in questo sce­
nario che si devono interpretare gli accenni alla necessità di svuotare
la "sentina" che è diventata Roma che leggiamo, in più occasioni, in
Cicerone 5 9•
Il primo tentativo di soluzione del problema si ebbe durante la
dittatura di Cesare. In un luogo ben noto della biografia cesariana,
Suetonio ricorda il recensus che Cesare avrebbe compiuto a Roma
«non seguendo la consuetudine e nel luogo usuale», ma «quartiere
per quartiere» e «per mezzo dei proprietari delle insulae». In conse­
guenza di tale recensus il numero di coloro che ricevevano il frumen­
to pubblico sarebbe stato drasticamente ridotto da 320.000 a
15 0.000. Per evitare poi che in futuro scoppiassero sommosse «a cau­
sa della ricognizione censuale» dei cittadini, Cesare avrebbe introdot­
to il criterio del sorteggio fra coloro «che non erano stati censiti» per

35
ROMA IMPERIALE

colmare i vuoti lasciati dai morti nel numero dei beneficiari 60• Nem­
meno questa misura cesariana avrebbe tuttavia individuato un "nu ­
mero chiuso" di beneficiari delle frumentazioni: il criterio del sorteg­
gio sarebbe valso a colmare i vuoti lasciati dai morti tra un census o
un recensus e il successivo. Il numero chiuso dei beneficiari, se dob­
biamo credere a Cassio Dione, sarebbe stata un'innovazione augu­
stea 61 e sino al 2 a.C., data dell'innovazione, la p/ebs frumentaria de­
v'essere stata la stessa cosa della plebs urbana: il numero dei cittadini
maschi adulti oltre i 17 anni residenti legittimamente a Roma. Oltre
che i cives Romani presenti a Roma in una condizione precaria o solo
temporaneamente, la norma cesariana deve avere escluso dal benefi­
cio delle frumentazioni gli stessi proprietari delle insulae (cioè coloro
i quali provvedevano a "dichiarare" i propri inquilini, se dobbiamo,
come pare altamente probabile, riconoscere in questi proprietari il
gruppo di cittadini esclusi dalle frumentazioni da una norma della co­
eva legge cesariana che leggiamo in un celebre testo epigrafico da
Eraclea di Lucania 62 ).
Si è sostenuto in genere che unico scopo del recensus sarebbe sta­
to appunto questo: di consentire una riduzione della plebs frumenta­
ria (una riduzione, peraltro, sulle cui modalità i pareri dei moderni si
sono divisi). Si è voluta trovare una conferma a quest'idea di una
connessione esclusiva del recensus con le frumentazioni nel fatto che
lo stesso Suetonio adopera un'altra volta il termine di recensus, nella
vita di Augusto, sempre in riferimento alla popolazione urbana e al
problema delle frumentazioni 63 • In realtà, l'operazione cui allude
Suetonio, se deve avere avuto come conseguenza la drastica riduzione
del numero degli ammessi al beneficio del frumento pubblico, per
potere ottenere il quale presumibilmente bastava, prima della misura,
essere fisicamente a Roma al momento della distribuzione, non deve
essere stata effettuata esclusivamente a questo scopo. Il recensus in
questione, limitato alla popolazione urbana, deve avere rappresentato
una generale ricognizione di questa popolazione urbana: una ricogni­
zione analoga, nelle sue finalità, se non nelle sue forme, a un vero e
proprio census: una ricognizione della popolazione urbana effettuata
nel momento nel quale, presumibilmente per la prima volta, essa ve­
niva distinta, all'interno del corpo civico, per ciò che concerne la re­
gistrazione censuale, dai cittadini romani delle altre comunità della
penisola (i municipia, le coloniae, le praefecturae): Cesare avrebbe, in­
fatti, introdotto per gli abitanti delle comunità autonome d'Italia
quella procedura decentrata di registrazione che risulta regolamentata
dalla penultima sezione del testo epigrafico lucano già ricordato, la
Tabula Heracleensis 64. Anziché essere costretti a venire a Roma, i ci-
LA POPOLAZIONE

ves Romani di queste comunità capi di famiglia, cui competeva di


presentarsi davanti al censore per farsi registrare, avrebbero fatto la
loro pro/essio, la loro "dichiarazione", al magistrato di grado più ele­
vato della propria comunità. Le operazioni del censimento, a livello
municipale, sarebbero state condotte in concomitanza con quelle ef­
fettuate a Roma e a Roma sarebbero state inviate le tabulae coi ri­
sultati dei census locali: anziché muoversi le persone, per usare una
felice formula di Claude Nicolet 6 ' , avrebbero cominciato a muoversi
i documenti.
È tuttavia probabile che il recensus cesariano della popolazione
cittadina di Roma non si sia potuto accompagnare, in quest'occasio­
ne, alla registrazione dei cittadini di municipia, coloniae, prae/ecturae:
o per lo meno non dev'essere stato possibile concluderlo con la ceri­
monia di purificazione che chiudeva le operazioni, il lustrum, come
conferma Augusto nelle Res gestae 66• Ma si dev'essere comunque
trattato di un'indagine basata su pro/essiones e uno dei suoi risultati
dev'essere stata un'enumerazione dei civium capita, analoga a quella
del census. Le informazioni attinte dalla res publica attraverso il re­
census sarebbero state quelle che servivano a conseguire le tradiziona­
li finalità del census, e in più, presumibilmente, quelle che valevano a
risolvere taluni specifici problemi di una città che si awiava a essere
fatta oggetto di quel grandioso programma di ristrutturazione urbani­
stica, «de urbe augenda» 67, alla quale allude Suetonio 68 , come le in­
formazioni relative alla consistenza e al valore delle proprietà urbane,
in modo da potere imporre ai proprietari degli immobili urbani di
accollarsi taluni specifici oneri finanziari, come quello della manuten­
zione delle strade.
Quali che fossero queste informazioni, sembra comunque certo
che è questa la prima volta che abbiamo un dato numerico preciso e
sicuramente fededegno, che si riferisce a una porzione ben definita
della popolazione urbana: il numero dei beneficiari che continuano a
prendere il frumento, di r5 0.ooo, è il numero dei maschi adulti rego­
larmente residenti a Roma. Il beneficio del frumento tocca appunto ai
cives Romani in possesso dei diritti politici e astretti agli obblighi mi­
litari che risiedono stabilmente nella città e non è casuale che a pro­
cedere alla pro/essio siano i domini insularum, i proprietari delle case
nelle quali essi risiedono. Sono esclusi dalle frumentazioni e dunque
sollecitati ad allontanarsi da Roma i senza fissa dimora, coloro che
hanno una sistemazione precaria a Roma. Parte di costoro sarà torna­
ta nelle località di origine, buona parte si sarà trasferita nelle nuove
colonie fondate da Cesare fuori d'Italia (80.000, a detta di Sueto­
nio) 69• In più, sono esclusi dal beneficio, come si è visto, gli stessi

37
ROMA IMPERIALE

proprietari degli immobili urbani, che non saranno stati tuttavia più
di qualche migliaio.
Abbiamo dunque due dati numerici di rilievo per calcolare la po­
polazione cittadina a Roma prima e dopo la riforma cesariana (e nel­
l'ipotesi che coloro che avevano perso il beneficio delle frumentazioni
se ne siano effettivamente allontanati): 320. 000 e I 5 0.ooo maschi al di
sopra dei diciassette anni. È facile, a questo punto, stimare il numero
globale dei cittadini di entrambi i sessi e di tutte le età, facendo una
ragionevole supposizione, basata sui dati comparativi, su quale potes­
se essere la composizione per età e per sesso della popolazione della
città di Roma. I 320.000 corrispondono a una popolazione di condi­
zione cittadina, che non sembra potersi collocare a un livello inferiore
alle sette-ottocentomila persone, anche a voler ammettere una fortissi­
ma sproporzione nel rapporto dei sessi 70 e anche a voler ammettere
una presenza proporzionalmente più forte degli adulti 7 1 • Certo, è si­
gnificativo che, con questa stima, si accordi assai bene un dato che
ricaviamo da uno scolio ai versi 3 I 8-9 del I libro della Farsaglia di
Lucano, secondo il quale i consumi complessivi di Roma, nel periodo
in cui Pompeo ebbe la cura annonae (a partire dal 57, e dunque dopo
che la !ex Clodia aveva stabilito o ristabilito la gratuità del frumento),
sarebbero ammontati a 80.000 modii di frumento al giorno 72 • Il dato
dello scoliaste, posto che si voglia attribuire un qualsiasi valore a que­
sta testimonianza, può suggerire che la popolazione complessiva di
Roma, ivi compresi peregrini e schiavi, all'epoca di Pompeo doveva
superare ampiamente il mezzo milione di persone: 80.000 modii al
giorno, in termini di apporto calorico, sarebbero ben potuti bastare
per 700.000-750.000 persone, se tra queste erano computate persone
di entrambi i sessi e di tutte le età 7 3 •
In conseguenza della misura cesariana, il numero dei beneficiari
venne drasticamente ridotto di I 7 0.ooo. A fare le spese della riduzio­
ne furono i neoimmigrati sistemati in modo precario a Roma ed è
possibile che buona parte di loro sia tornata nei propri luoghi di ori­
gine: certo, è significativo che Suetonio ricordi una città vuota di po­
polazione, in conseguenza della riforma. Se tra i nuovi immigrati,
com'è plausibile, vi era una netta prevalenza dei maschi adulti e se vi
era una quota di peregrini, la riduzione a meno della metà del nume­
ro dei beneficiari non deve avere comportato una riduzione a meno
della metà della popolazione libera della città. Se ammettiamo, in
base a plausibili confronti, che i I 5 0.ooo maschi adulti ammessi alle
frumentazioni siano stati tra il 30 e il 3 5 % del numero complessivo
dei cives 74 , allora tale numero complessivo sarà stato dell'ordine di
430.000-500.000 (esclusi i domini insularum, con le loro famiglie).
LA POPOLAZJONE

1 .4
La popolazione in età imperiale
Suetonio ricorda un altro o altri recensus dei cives Romani di Roma
compiuti da Augusto, e il capitolo I 5 delle Res Gestae fornisce il nu­
mero dei beneficiari dei congiaria, i donativi in denaro del princeps
alla plebe urbana di Roma, tra il 44 e il 2 a.C. e per quest'ultimo
congiario del 2 a.C., dato nel momento in cui la plebe frumentaria
veniva "chiusa" (veniva stabilito, cioè, un numero chiuso che non do­
veva essere più superato nel futuro), Augusto affenna espressamente
che esso era andato alla plebe «che in quel momento (tum) riceveva
il frumento pubblico» n. Ora, il numero dei beneficiari dei congiaria
è variabile: è di \<non mai meno» di 25 0.000 nel 44, 29, 24 e I I a.C.,
è di 320. 000 nel 5 a.C., è di «poco più» di 200.000 nel 2 a.C. Anche
la maniera nella quale i beneficiari sono collettivamente indicati è, pe­
raltro, variabile, senza che si possa da questo soltanto ricavare una
conclusione cena circa la loro identità nelle varie occasioni. Questa
modulazione nel numero dei beneficiari è stata di solito considerata
indicativa del fatto che il numero stesso di coloro cui andavano le
distribuzioni gratuite di frumento dovette mutare più volte nel corso
del principato augusteo 76• Ma con la rifonna cesariana si era intro­
dotto un criterio sufficientemente restrittivo per l'ammissione, la sta­
bile residenza a Roma, e, in queste condizioni, è poco probabile che
vi fossero oscillazioni cosi vistose del numero dei beneficiari in anni
vicini tra loro come il 5 e il 2 a.C., a meno di non ritenere che anche
Augusto, come aveva fatto Cesare, avrebbe "ridotto" drasticamente
questo numero: ciò che sembra tuttavia escluso dalla maniera nella
quale Cassio Dione presenta la misura augustea. L'identità tra benefi­
ciari delle frumentazioni e beneficiari dei congiaria sembrerebbe do­
versi dedurre da un luogo ben noto di Frontone, dove si contrappo­
ne il populus Romanus universus, il "popolo romano nel suo comples­
so", cui sono diretti gli spectacula, alla plebs frumentaria, che ne fa
pane, e a cui sono diretti, singillatim, "individualmente", i congia­
rùz 77 , e quanto meno per il congiario del 2 a.C., che andava a poco
più di 200.000 persone circa, questa identità è dichiarata espressa­
mente dal capitolo delle Res Gestae. E tuttavia, non si può parlare di
un'assoluta equiparazione dei beneficiari delle frumentazioni coi be­
neficiari dei congiari: i primi potevano essere, talvolta, un numero in­
feriore rispetto ai secondi, perché i congiaria venivano estesi anche ai
minori, dunque a beneficiari solo potenziali delle frumentazioni. Sue­
tonio, proprio a proposito dei congiaria di Augusto, ci dice che, nella
distribuzione dei donativi in denaro, Augusto «non escluse nemmeno

39
ROMA IMPERIALE

i bambini più piccoli, benché non fosse consuetudine che ricevessero


qualcosa prima dell'undicesimo anno d'età» 7 8• L'affermazione può
solo significare che, di norma, i congiari venivano distribuiti ai ma­
schi oltre i dieci anni, ma che con Augusto si sono ammessi anche i
fanciulli al & sotto di questa età, laddove si beneficiava delle frumen­
tazioni a partire dall'assunzione della toga virile o, meglio, dall'iscri­
zione nelle liste del census, dunque, come sembra naturale, non molto
prima del compimento del diciassettesimo anno 79 • L'oscillazione nel
numero dei beneficiari dei congiaria non traduce, allora, un'oscillazio­
ne nella consistenza della plehs frumentaria, ma è semplicemente indi­
cativa delle classi d'età ammesse al beneficio 80•
Una riprova parrebbe venire dalla stima di quale potesse essere,
nel complesso della popolazione cittadina maschile, il numero dei
maschi al di sopra dei diciassette anni e al di sopra dei dieci. Per
pervenire a una tale stima, non possiamo che giovarci delle model sta­
hle populations, dei modelli di popolazioni stabili che sono stati co­
struiti dai demografi in questi ultimi decenni, a partire da una larga
base empirica. Le model stahle populations ci consentono, una volta
fatta una plausibile ipotesi circa la speranza di vita alla nascita, e cir­
ca il tasso dell'incremento, di una popolazione maschile o femminile,
di individuare la sua composizione per età. Se si assume che la spe­
ranza di vita alla nascita era pari a poco meno di 2 3 anni (un dato
ragionevole per il mondo antico) e la popolazione era stazionaria, la
percentuale dei maschi sotto i dieci anni nel complesso della popola­
zione maschile sarebbe stata circa il 24 % ; se la popolazione fosse sta­
ta in discesa dello 0,5 % annuo, la percentuale sarebbe stata poco più
del 2 1 % 8 ' . Ora il 24% di 320 .000 è poco meno di 77.000; il 2 1 è
poco più di 67 .ooo circa: come si vede si tratta pressoché della diffe­
renza che corre tra 3 20.000 e 250 . 000. Quanto ai maschi adulti oltre i
17 anni, nell'ipotesi di una speranza di vita pari a poco meno di 23
anni e di una popolazione stazionaria, essi sarebbero stati il 62 % cir­
ca, nell'ipotesi di una popolazione in decrescita dello 0,5 % annuo,
circa il 65 % , dunque, su una popolazione maschile complessiva di
320.000, i maschi adulti oltre i 17 anni sarebbero stati tra 198 .000 e
208.000, cioè pressoché la cifra dei beneficiari del frumentum puhli­
cum nel 2 a.C. Dati non molto diversi si ottengono, se si assume che
la speranza di vita alla nascita era poco più bassa o poco più alta.
Se ne potrà concludere che il numero dei cittadini, con le loro
famiglie, appartenenti alla plebs frumentaria, nel momento in cui per
la prima volta Augusto avrebbe "chiuso" il numero dei beneficiari a
poco più di duecentomila, sarebbe stato, nell'ipotesi di un rapporto
dei sessi favorevole ai maschi, attorno ai 600.000. Di questi, più o
LA POPOLAZIONE

meno 320.000 sarebbero stati i maschi, beneficiari, nel 5, del congia­


rio. Nei decenni anteriori del principato augusteo è possibile che
questo numero sia stato più basso, e forse anche sensibilmente più
basso: dei congiari precedenti sappiamo che non sono mai andati a
meno di 250.000 persone, ma non sappiamo se sempre siano stati li­
mitati ai maschi al di sopra dei dieci anni o se non abbiano anche
riguardato talvolta i bambini.
Intesi in questo modo, i dati che si ricavano dalle Res Gestae dan­
no un quadro perfettamente plausibile della consistenza e della stessa
dinamica della popolazione a Roma dopo il recensus cesariano. Nel
46 i maschi adulti regolarmente domiciliati a Roma erano 1 5 0.000; è
del tutto plausibile che, in occasione di successivi recensus della po­
polazione a Roma, che sono verosimilmente parte degli stessi census o
sono con essi collegati 82 , questo numero sia gradatamente salito a
poco più di 200.000 maschi oltre i diciassette anni: è questo il nume­
ro che la plebs frumentaria aveva raggiunto quando Augusto la
"chiuse".
La maniera nella quale Augusto presenta i dati relativi al numero
dei beneficiari dei congiaria implica che questo numero non è né una
cifra determinata in anticipo, né una cifra tonda: è questa un'ulteriore
prova così del fatto che la nozione di plebs frumentaria non era né
poteva in alcun modo essere "sganciata" dalla nozione di plebs com­
posta dai cives Romani che avevano domicilio a Roma, come ancora
del fatto che la "chiusura" della plebs frumentaria si effettuava pren­
dendo il dato relativo al numero di coloro che risultavano, in quel
momento («tum»), ricompresi nelle liste dei cives Romani domiciliati
a Roma: un numero ovviamente non tondo. Ci spieghiamo, allora,
perché Augusto possa dire che quei cittadini erano «poco più di due­
centomila» e non esattamente duecentomila: una considerazione che
conferma come i dati numerici che leggiamo nel capitolo delle Res
Gestae siano effettivamente tali da consentirci di dedurre quale fosse
l'ordine di grandezza dell'intera popolazione libera di condizione cit­
tadina, residente a Roma. Se il numero dei maschi adulti ricompresi
nella plebs frumentaria nei primi decenni del principato non era supe­
riore a duecentomila, la popolazione libera di condizione cittadina
non può essere stata molto più di seicentomila persone. Naturalmente
è possibile che una quota di cives Romani presenti a Roma non aves­
se stabile domicilio nella città: si è anzi recentemente supposto che
questo numero debba essere stato elevato per tutto il corso dell'età
imperiale e tardoantica 8 3 • Ma in verità non ne abbiamo alcuna prova
e l'ipotesi, in sé, non risulta molto plausibile. Quanto al numero dei
liberi di condizione peregrina o agli schiavi possiamo solo dire che

41
ROMA IMPERIALE

dev'essere stato cospicuo, senza poterci avventurare in una qualsiasi


stima.
A individuare il numero degli abitanti di Roma che non apparte­
nevano alla plebs frumentaria non si rivelano di grande ausilio nem­
meno tre altri dati cifrati che ci sono stati conservati dalla tradizione
antica e che sono stati tradizionalmente adoperati, e per lo più in
connessione tra loro, dagli studiosi moderni per pervenire a una sti­
ma della popolazione complessiva di Roma all'inizio dell'età imperia­
le. Si tratta di una notizia, che parrebbe circostanziata e fededegna,
di una fonte sia pure tarda quale l'epitome de Caesaribus, dalla quale
apprendiamo che, in età augustea, le imponazioni di grano dall'Egit­
to ammontavano a 20 milioni di modii l'anno 84, nonché di due nota­
zioni di Flavio Giuseppe, nel discorso che mette in bocca al re Agrip­
pa II, a proposito della situazione degli approvvigionamenti granari
della città negli ultimi anni del principato neroniano: dice Giuseppe
che gli abitanti delle regioni africane avrebbero nutrito la plebe di
Roma per otto mesi l'anno e poco dopo che il contributo granario
dell'Egitto sarebbe valso ad approvvigionare Roma per quattro
mesi 85 •
Le due notizie sono state spesso, e anche recentemente, combina­
te tra loro e si è dunque pervenuti a stimare il grano consumato a
Roma in età augustea in nientemeno che 60.000.000 di modii: una
quantità che sarebbe equivalsa al grano necessario, a cinque modii a
testa al mese, per 1 .000.000 di beneficiari, o a soddisfare per intero le
esigenze caloriche di più di 1 .500.000 persone. Da questa combina­
zione di fonti si sono fatte derivare le stime più elevate che siano sta­
te proposte per la popolazione della città in età augustea 86 • In verità,
come peraltro è stato spesso riconosciuto da altri studiosi, il procedi­
mento adottato non sembra legittimo; non tanto perché le informa­
zioni dell'una e dell'altra fonte siano, in sé, inattendibili, o perché,
nell'un caso, quello dell'Epitome, il riferimento sarebbe all'approvvi­
gionamento complessivo di Roma, e nell'altro, quello di Flavio Giu­
seppe, al solo grano delle frumentazioni, ma perché è del tutto pro­
babile che vi sia stata una modificazione nel ruolo rispettivamente
giocato dalle province africane e dall'Egitto nell'approvvigionamento
granario di Roma tra l'età augustea e l'età neroniana. Tra i due mo­
menti ci dev'essere stata, evidentemente, la grande espansione delle
proprietà imperiali in Africa 87 , che ha potuto consentire l'accresci­
mento consistente della quota di grano di origine contributiva prove­
niente da queste regioni, e la conseguente diminuzione del ruolo gio­
cato dall'Egitto. Si può, penanto, concludere che, se non abbiamo
elementi per stimare, a partire dai due luoghi di Flavio Giuseppe,

42
LA PDPOLAZJONE

quale fosse la consistenza demica cli Roma negli ultimi anni di Nero­
ne, il dato dell'Epitome risulta comunque coerente con le conclusioni
che è possibile trarre dalle notizie circa il numero dei beneficiari di
frumentazioni e congiaria in età augustea: i venti milioni di modii egi­
ziani consentivano cli soddisfare le esigenze cli consumo di pressoché
mezzo milione cli persone, in un momento nel quale, evidentemente,
il contributo granario egiziano doveva avere assunto il ruolo maggio­
ritario nell'approvvigionamento della città.

I .5
La popolazione di Roma era in grado di riprodursi?
Che la popolazione cli Roma nel suo complesso sia continuata a cre­
scere sino agli anni sessanta del secondo secolo è probabile, anche se
ancora una volta non ci soccorrono prove certe. Dev'essere continua­
ta una notevole immigrazione da tutte le regioni dell'impero 88, anche
se non coi ritmi della tarda età repubblicana, ed è a questa immi­
grazione che dev'essere attribuito in misura sostanziale l'incremento
della popolazione.
Si sostiene, anzi, comunemente che senza una continua immigra­
zione, la popolazione cli Roma, analogamente a quella delle città
preindustriali, sarebbe stata destinata a decrescere, per via di quella
che si considera quasi una ferrea legge di natura: quella di una co­
stante e assoluta prevalenza delle morti sulle nascite e di una conse­
guente tendenza all'estinzione delle popolazioni urbane 89• Le condi­
zioni igienico-sanitarie a Roma sarebbero state, secondo questa teoria,
spaventose: in base a una peculiare interpretazione del dato offerto
da una specifica sezione (ammontante a più di duemila iscrizioni) del­
la documentazione epigrafica costituita dalle migliaia cli epitaffi che si
scaglionano nei primi tre secoli dell'età imperiale - quelle iscrizioni
che, oltre all'età in termini di anni, recano anche il numero dei mesi
e il numero dei giorni - due studiosi americani, Paine e Storey, han­
no sostenuto cli recente che la mortalità a Roma sarebbe stata una
mortalità "catastrofica" 90•
Gli storici dell'antichità che sostengono l'incapacità della popola­
zione di Roma cli riprodursi si basano dichiaratamente su quanto
sembra derivare dalla documentazione comparativa e soprattutto da
quella offerta dalla dinamica della popolazione a Londra nell'età mo­
derna 9 1 • Il fondamento della tesi, per Londra come per le altre città
dell'Europa, sono documenti quali i Bills o/ morta lity o i registri par­
rocchiali, che rivelano una netta prevalenza numerica, per lunghi pe-

43
ROMA IMPERIALE

riodi del XVII e del XVIII secolo, delle sepolture rispetto ai battesimi.
In anni a noi più vicini, tuttavia, tra gli stessi studiosi della popolazio­
ne dell'Europa moderna si sono cominciati a mettere in discussione
per un verso la spiegazione tradizionalmente offerta del fenomeno del
surplus di morti rispetto alle nascite, per un altro verso lo stesso ca­
rattere generale del fenomeno. Così, il modello, come viene definito,
dell'urban graveyard e/fect (l"'effetto cimitero urbano") o dell'urban
natural decrease ("decremento naturale urbano") è stato sottoposto a
critica radicale: non viene contestato che la mortalità urbana sia stata
più elevata di quella rurale, ma si ritiene che il modello dell'urban
natural decrease inverta il rapporto causale tra surplus di morti rispet­
to alle nascite e immigrazione. Quest'ultima, lungi dal riempire i vuo­
ti di popolazione che il decremento naturale provocherebbe, è essa
stessa responsabile del surplus delle morti rispetto alle nascite, dal
momento che è alimentata da persone che non solo vivono in condi­
zioni più precarie dei residenti stabili e hanno minore resistenza alle
malattie infettive, ma anche meno facilmente si sposano e hanno figli.
L'incapacità di riprodursi riguarderebbe dunque la popolazione degli
immigrati precari e temporanei, non coloro che hanno, o prendono,
residenza stabile 92 •
Va pure fatta un'osservazione di ordine ancor più generale. La
base documentaria rivelatrice del fenomeno, e su cui l'uno e l'altro
modello interpretativo sono costruiti, è rappresentata, per le città del­
l'Europa moderna, dalle registrazioni dei battesimi e delle sepolture:
ora, in un periodo di accentuata immigrazione è del tutto naturale
che le sepolture siano un numero maggiore dei battesimi, per il sem­
plice fatto che molti dei morti, nella città verso cui si dirige l'immi­
grazione, non vi sono nati, e questo indipendentemente dall'ipotesi,
pur estremamente plausibile, di una netta distinzione, nel profilo de­
mografico di una città preindustriale, tra residenti stabili e precari. A
determinare un incremento del tasso di mortalità e un decremento
del tasso di natalità dovrebbe bastare la semplice modificazione nella
struttura per età della popolazione che è comunque prodotta da un
consistente flusso immigratorio. Detto altrimenti e in modo schemati­
co: la presenza di forti movimenti migratori, specialmente se sono
unidirezionali (o quanto meno se individuano un saldo migratorio
dello stesso segno, come per esempio nel caso dell'immigrazione dal
resto dell'Inghilterra verso Londra nel corso dell'età moderna) per un
lasso di tempo considerevole, corrono il rischio di darci un'idea fuor­
viante della stessa differenza tra mortalità e natalità nelle due aree in­
teressate: quella da cui parte il flusso migratorio e quella dove arriva.
Vale a dire che tendiamo a sottostimare il tasso di mortalità e dunque

44
LA POPOLAZJONE

a sovrastimare l'incremento naturale della zona da cui parte il flusso


migratorio e viceversa a sovrastimare il tasso di mortalità e di conse­
guenza a sottostimare l'incremento naturale della zona che riceve il
flusso migratorio 93 •
L'urban graveyard e/feci è stato peraltro recentemente revocato in
dubbio, nel suo valore, per l'appunto, di fenomeno che non cono­
scerebbe eccezioni significative. Si tratterebbe piuttosto del peculiare
prodotto di un periodo di stagnazione della complessiva evoluzione
demografica europea tra il xvn e il XVIII secolo. Le presunte assai
peggiori condizioni igienico-sanitarie delle concentrazioni urbane non
sarebbero, in ogni caso, quelle che spiegano il surplus di morti ri­
spetto ai nati dove e quando quest'ultimo fenomeno si verifica: più
peso avrebbe avuto la minore fecondità, in conseguenza di una più
elevata età al matrimonio 94 .
Nonostante questa sua messa in discussione da parte degli storici
della popolazione dell'Europa preindustriale, l'idea secondo la quale
la popolazione urbana non era in grado di riprodursi continua a esse­
re una nozione comune tra gli studiosi del mondo antico e con parti­
colare riferimento a Roma. Si è già visto come si sia voluto attribuire
all"'effetto cimitero urbano" il presunto mancato incremento della
popolazione dell'Italia tra gli ultimi decenni del m e il I secolo a.C.,
ma come l'ipotesi non regga. Ma il problema si pone anche, o forse
soprattutto, per il periodo successivo, per l'età imperiale, per la quale
non abbiamo più indicazioni di fortissimi movimenti immigratori.
Una volta ridottasi l'immigrazione, la popolazione di Roma sarebbe
dovuta rimanere stazionaria o addirittura scendere. Ma si può davve­
ro concludere che sia rimasta stazionaria o sia scesa? Non c'è bisogno
di ribadire come non abbiamo una documentazione paragonabile a
quella su cui può contare lo studioso della città preindustriale euro­
pea in epoca moderna. Dobbiamo dunque ricorrere a indicatori di
plausibilità dell'una soluzione rispetto all'altra. E prima di tutto dob­
biamo chiederci sino a che punto sia legittimo considerare meccani­
camente l'esperienza di Roma come del tutto parallela a quella delle
città europee del XVII e XVTII secolo. V anno individuate somiglianze e
differenze soprattutto in riferimento all'affollamento, alle condizioni
igienico-sanitarie, alla quantità di cibo mediamente a disposizione e
dunque alle condizioni dell'approvvigionamento alimentare e dell'ac­
cesso della popolazione nel suo complesso alle risorse alimentari, al
regime della natalità, e dunque della fertilità, e non solo a quello del­
la mortalità e dunque, com'è ovvio, al rapporto dei sessi.
In verità, su tutti questi piani non abbiamo alcun elemento che
suggerisca che le condizioni della Roma imperiale dovessero essere

45
ROMA IMPERIALE

peggiori o anche solo parimenti gravi rispetto a quelle delle grandi


concentrazioni urbane del xvrr e del XVIII secolo. Semmai, tutt'al con­
trario, possediamo indicazioni, anche se ovviamente è impensabile un
qualsiasi tentativo di quantificazione, del fatto che la plebs frumenta­
ria godesse precisamente di quelle più favorevoli condizioni che si at­
tribuiscono alla popolazione stabile delle città dell'Europa moderna
in contrapposizione ai residenti temporanei.
Si tende in generale a dare un'immagine esasperatamente negativa
delle condizioni di affollamento, di promiscuità, di scarsa o nulla igie­
ne alle quali sarebbe stata soggetta la popolazione di Roma 9' . Pur
mettendosi in rilievo come le città romane, e Roma tra di esse, fornis­
sero certi servizi fondamentali, come latrine pubbliche e impianti ter­
mali e come sia innegabile un certo progresso in età romana per quel
che atteneva l'igiene pubblica, si nota innanzitutto come il livello di
affollamento fosse a Roma incredibilmente elevato e come in termini
di sicurezza di costruzione, di spazio e di confort abitativo, la situa­
zione nei grandi caseggiati di Roma fosse assai peggiore rispetto a
quella degli slums delle città contemporanee. Ma un'impostazione del
genere si rivela antistorica: come termine di confronto vanno conside­
rate altre situazioni del mondo preindustriale, non quelle delle città
contemporanee. Per conseguire un apprezzamento più obiettivo delle
condizioni di vita della popolazione di Roma, si deve forse andare al
di là delle sconvolgenti rappresentazioni della vita urbana che leggia­
mo in Marziale o in Giovenale, o degli aneddoti più curiosi di Sueto­
nio 96 , per esempio offrendo a confronto la testimonianza più equili­
brata di un Vitruvio 97 • Ma soprattutto quel che si deve fare è, in
primo luogo, considerare l'impatto che alcune specifiche caratteristi­
che dell'organizzazione della Roma imperiale possono avere avuto sul
profilo della mortalità, pur in presenza di un tasso di densità abitativa
che ha pochi confronti nella storia del mondo occidentale; valutare,
in secondo luogo, queste peculiari caratteristiche della Roma imperia­
le attraverso la comparazione con altre realtà preindustriali effettiva­
mente confrontabili e solo su questa base tentare, infine, una valuta­
zione del rapporto tra precarie condizioni abitative e igienico-sanita­
rie e livello della mortalità. In questa chiave il confronto più eloquen­
te e persino ovvio è quello con la Roma del xvrr e del XVIII secolo, in
termini di affollamento, di clima, di condizioni igienico-sanitarie, di
regime della mortalità e della natalità: per la Roma barocca e per
quella del secolo successivo disponiamo, in effetti, di una documenta­
zione che consente di dare risposte assai più certe, e solidamente
quantificate, rispetto a quelle che lo studio della Roma antica potrà
mai essere in grado di dare. Ora, è proprio la documentazione relati-
LA POPOLAZIONE

va alla Roma del xvn e del xvm secolo a suggerire di considerare


assai meno certo di come si suppone generalmente che la popolazio­
ne della Roma dell'età imperiale non fosse, in nessun periodo della
sua storia, in grado di riprodursi 9 •
8

Che il livello di affollamento della Roma imperiale abbia pochi


confronti nella storia dell'urbanesimo occidentale sembra incontrover­
tibile. Possiamo considerare un dato di fatto acquisito che l'affolla­
mento della città di Roma tra la tarda età repubblicana e il tardoanti­
co dev'essere stato dell'ordine di almeno 40 o 50.000 persone per
km 2 Si è sostenuto di recente, nell'ambito di una nuova discussione

sulle dimensioni della popolazione di Roma, che densità abitative così


elevate sarebbero implausibili per un centro urbano nella sua inte­
rezza 99 • E tuttavia chi ha presente lo stesso aspetto fisico dei centri
storici di molte città italiane, quali ad esempio Genova o Napoli o
Palermo, non potrà non considerare sostanzialmente irrilevante un si­
mile argomento. Senza bisogno di ricorrere al paragone con le spot
densities di talune città del Terzo Mondo, come Bombay o Hong
Kong o Calcutta, basterà rifarsi alla vicenda urbanistica e demografica
di città come Napoli o come la stessa Roma per rendersi conto che
densità abitative dell'ordine di 500, 600 o anche 700 persone per et­
taro sono tutt'altro che implausibili: così, per esempio, la densità di
alcuni rioni romani, nel r88r, superava le 800 persone per ettaro e
quella di alcuni quartieri napoletani addirittura le r.500 100•
Ora, densità dell'ordine di 50.000 abitanti per km2 configurano
già di per sé un paesaggio urbano ad alto rischio di mortalità. E però
lo stesso affollamento non dev'essere stato costante nelle varie aree
della città, nel corso dei secoli che vanno dalla fine dell'età repub­
blicana al tardoantico. Il progressivo estendersi, ad esempio, delle re­
sidenze imperiali, prima e dopo la costruzione della neroniana Domus
Aurea, nonché degli horti, determinò certo uno svuotamento di alcu­
ne delle regioni centrali della città, che vedeva peraltro allargarsi l'a­
bitato ben oltre la linea del pomerio di età flavia, corrispondente
grosso modo alla linea delle mura di Aureliano, soprattutto in dire­
zione ovest, nella xrv Regio, il Trastevere, e in direzione nord e nord
est (nelle regioni v, VI e vu). È virtualmente sicuro che il suburbio di
Roma fosse assai esteso e densamente abitato, ben al di là della linea
dei continentia, e certo è significativo che già Dionigi di Alicarnasso
potesse rilevare, certo iperbolicamente, come fosse difficile individua­
re i confini della città, tanto essa si estendeva nella campagna circo­
stante 101 • Lo stesso limite posto all'altezza degli edifici che davano
sulle strade, introdotto da Augusto e ulteriormente diminuito da
Traiano 102 , nonché soprattutto la regolamentazione che guidò la ri-

47
ROMA IMPERIALE

costruzione nelle zone lasciate libere dalla Domus Aurea, dopo l'in­
cendio del 64, che aveva distrutto completamente tre regioni centrali
(l'vm, la x e l'xi) e ne aveva interessato sette altre, testimoniano del
tentativo, come sembra, di una vera e propria pianificazione urbani­
stica che, attraverso l'allargamento delle strade e il loro allineamento
e l'apertura di nuove piazze, valeva inevitabilmente a diminuire l'af­
follamento, oltre che a rendere più sicure le strutture abitative di
fronte al pericolo di crolli o di incendi.
Va poi considerato che l'affollamento delle vere e proprie struttu­
re abitative sarà stato meno gravoso da tollerare per gli abitanti di
Roma, rispetto a quelli delle città preindustriali del Nord-Europa, per
un motivo: perché a Roma, come in generale nelle città mediterranee,
molto del proprio tempo veniva trascorso all'aperto, per esempio nei
parchi e giardini di cui era dotata la città, o in quelli che possiamo
definire i luoghi della socializzazione, e prima di tutto nelle Terme,
come osservava Pohlmann più di un secolo fa 1 03 •
Ma soprattutto a rendere la situazione igienico-sanitaria della
Roma imperiale, specialmente dopo la riorganizzazione urbanistica e
amministrativa della lunga età augustea, certo non peggiore e presu­
mibilmente assai migliore rispetto agli standard delle concentrazioni
urbane preindustriali, dev'essere stata la qualità e la quantità dei "ser­
vizi" dei quali poteva godere nel suo complesso e senza eccezioni la
popolazione della città, quale che fosse il suo status e la sua ricchezza
e dunque quali che fossero dimensioni e qualità dello spazio abitativo
individualmente disponibile. In primo luogo era stato creato sin dai
primi tempi della città un impianto efficiente di raccolta e di scolo
delle acque, che, se pure non aveva la funzione di smaltire i liquami,
impediva il ristagno malsano dell'acqua e consentiva di mantenere
pulite le strade, compito svolto da un personale alle dipendenze di
specifici funzionari. Con l'età imperiale la cura della manutenzione
delle cloache venne associata al controllo dell'alveo e delle rive del
Tevere, per neutralizzare o comunque rendere meno gravi gli strari­
pamenti del fiume 1 04 • La serie impressionante di acquedotti e l'orga­
nizzazione messa in piedi per la loro manutenzione, che si valeva di
un personale abbastanza numeroso, garantivano un approvvigiona­
mento idrico generosissimo, tale da assicurare una distribuzione, se
pure fortemente sbilanciata a favore dei privati più ricchi e dell'impe­
ratore, in grado tuttavia di assicurare, attraverso una fitta rete di fon­
tane pubbliche che sarebbero divenute sempre più numerose col tem­
po, una quantità media d'acqua per il singolo abitante della città sen­
za alcun possibile confronto con qualsiasi altra grande concentrazione
urbana prima della rivoluzione industriale, e che si rapporta assai
LA POPOLAZJONE

bene persino con le città europee del xix secolo 1 0' . All'acqua distri­
buita per il tramite della rete di fontane pubbliche, bisogna aggiunge­
re l'acqua destinata ad altre strutture pubbliche nonché ovviamente
quella destinata agli impianti termali. Pure la valutazione più bassa
avanzata di recente della quantità disponibile quotidianamente per gli
usi privati di ogni singolo abitante è decisamente superiore a quella
che veniva considerata come il minimo nelle città europee del secolo
scorso: 25-50 litri. Ma appunto il romano di tutte le condizioni socia­
li, al di là dell'acqua che andava ad attingere nella fontana localizzata
nei pressi della sua abitazione, utilizzava l'acqua che alimentava gli
impianti termali pubblici. Questi andarono divenendo sempre più im­
ponenti, ed erano, oltretutto, gratuiti o semigratuiti 106• /
Queste considerazioni inducono, pertanto, a ritenere che, nono­
stante la sua densità abitativa decisamente elevata, le condizioni igie­
nico-sanitarie di Roma non dovessero essere necessariamente peggiori
di quelle di altre città preindustriali che pure hanno sperimentato,
quanto meno in alcuni periodi della loro storia, un pur moderato in­
cremento naturale, a cominciare dalla stessa Roma del xvu secolo.
Ma recentemente si è voluto sostenere che ciò che avrebbe determi­
nato una più elevata mortalità a Roma, tale da giustificare uno squili­
brio tra nascite e morti, sarebbe stata l'incidenza notevolissima della
malaria, che, da sola o come concausa, sarebbe stata responsabile di
una percentuale elevatissima delle morti nella città. A dimostrare que­
st'incidenza della malaria viene invocata, al di là di un paio di te­
stimonianze di autori antichi che sembrano attestare esplicitamente la
presenza della malattia nella città e altre che più genericamente ri­
cordano l'insalubrità delle sue zone basse 1 07 , la documentazione epi­
grafica che si è ingegnosamente utilizzata per documentare Io specifi­
co fenomeno delle differenze stagionali nella mortalità 1 08• Le epigrafi
cristiane dichiarano spesso, diversamente dalle pagane, il giorno e il
mese della morte e dunque consentono di valutare quantitativamente
la mortalità nei vari periodi dell'anno. Ora si dimostra che la mortali­
tà è a Roma più elevata tra agosto e ottobre, diversamente, ad esem­
pio, che a Londra o in altre città preindustriali (e diversamente che
nei centri urbani dell'epoca più vicina a noi, quando le differenze sta­
gionali si riducono sino quasi ad annullarsi). E tuttavia rimane con­
troverso che di questo fenomeno (che comunque è attestato per la
Roma di quarto secolo e oltre e non è necessariamente generalizzabile
ai secoli precedenti) possa darsi una spiegazione monocausale.
Se si ritiene davvero che la stagionalità della morte a Roma debba
avere come causa prevalente la presenza endemica del Plasmodium
falciparum, bisognerà allora mettere in rilievo come, ancora una volta,

49
ROMA IMPERIALE

la documentazione offerta dai dati che possediamo per il xvn e il


XVIII secolo, mentre conferma la presenza importante della malattia
come causa di morte, non ne rivela comunque un'incidenza decisa­
mente superiore ad altre malattie infettive, quali il tifo o l'influenza, o
alle sindromi intestinali; in più, la malattia sembra riguardare in parti­
colare persone provenienti dall'Agro romano, che venivano a curarsi
negli ospedali della città. E in effetti la documentazione comparativa
non testimonia tanto l'esistenza di un serio problema di malaria nella
città, quanto nelle campagne circostanti, e testimonia altresì l'estrema
variabilità, nello spazio e nel tempo, dell'incidenza del fenomeno.
Dalla stessa documentazione antica sappiamo che, quanto meno in al­
cuni periodi della storia della città, le parti collinari di Roma, sede
non per caso delle abitazioni dell'élite, erano considerate più salubri
delle parti pianeggianti dove si affollavano le insulae nelle quali vive­
va il grosso della popolazione. L'estrema variabilità delle situazioni,
anche in ambiti locali ristretti o ristrettissimi, non consente di perve­
nire a conclusioni generalizzanti, a proposito dell'incidenza della ma­
laria sulla mortalità a Roma in tutto il corso della sua storia: nulla
vieta di pensare che le strutture materiali e amministrative deputate a
garantire il drenaggio delle parti basse della città possano essere state
più efficaci in determinati momenti piuttosto che in altri. Peraltro,
l'elevatissima occupazione del suolo e la coltivazione intensiva nel­
l'immediato hinterland della città, attestate dalle fonti e soprattutto
da una documentazione archeologica che va divenendo sempre più
ricca - un'occupazione del suolo di un'intensità tale da non avere
possibili confronti nella storia successiva di quest'area sino ad anni a
noi assai vicini - sembrano testimoniare la presenza di una popolazio­
ne assai densa, tra l'ultima età repubblicana e i primi secoli dell'età
imperiale, che è controintuitiva, qualora dovessimo pensare i dintorni
di Roma come uniformemente e perennemente affetti dalla malaria.
In conclusione, non abbiamo elementi probanti per ritenere in ge­
nerale le condizioni igienico-sanitarie di Roma così precarie da de­
terminare un costante e consistente squilibrio tra morti e nascite.
Certamente migliori rispetto a quelle delle altre città del mondo anti­
co e in generale della stessa Europa dell'età moderna dovevano essere
le condizioni nutrizionali. Non c'è bisogno di insistere sull'importan­
za che devono avere avuto, nell'assicurare quanto meno l'apporto ca­
lorico fondamentale a una parte assai consistente della popolazione
della città, le frumentazioni, che non bastavano solo per gli effettivi
beneficiari, ma coprivano i consumi grosso modo di due persone. Di­
venute gratuite, le frumentazioni liberarono le risorse per l'acquisto
di altri beni alimentari (oltre che di beni non alimentari). Con Augu-

50
LA POPOLAZIONE

sto in pianta stabile, si creò, peraltro, un'organizzazione degli approv­


vigionamenti complessa e articolata, che doveva prowedere non solo
al grano delle frumentazioni, ma in generale al grano e alle altre der­
rate che erano richieste dalla popolazione della città, nonché la co­
struzione di infrastrutture che avrebbero dovuto assicurare il regolare
funzionamento del sistema, come i due porti di Claudio e di Traiano.
In più si ebbe il progressivo accrescersi dei beni alimentari distribuiti:
nel corso del m secolo, dalla distribuzione mensile del grano si passò
alla distribuzione quotidiana del pane, e si aggiunsero l'olio d'oliva e
la carne di maiale, sicché si potrebbe dire che, alla parte della popo­
lazione di Roma che fruiva delle distribuzioni, veniva di f atto assicu­
rata l'assoluta gratuità dell'alimentazione, e al resto della popolazione
il regolare rifornimento delle derrate alimentari senza oscillazioni vi­
stose dei prezzi. Anche per questo aspetto l'esperienza di Roma come
metropoli preindustriale appare dawero senza paralleli.
C'è un ultimo elemento da considerare, nel confronto tra Roma e
le città preindustriali dell'Europa moderna: ed è quello del regime
della natalità e dunque della nuzialità. Si è visto che alcuni fra gli
studiosi contemporanei della demografia della città preindustriale at­
tribuiscono un maggior rilievo, nel determinare lo squilibrio tra morti
e nati, a una minore fecondità, piuttosto che a una maggiore mortali­
tà: minore fecondità che sarebbe a sua volta dovuta al fatto che la
nuzialità rimarrebbe assai bassa fra i residenti temporanei, anche per
lo squilibrio nel rapporto dei sessi all'interno della popolazione di
questi residenti temporanei. Non abbiamo ancora una volta elementi
quantitativamente valutabili, ma è del tutto probabile che, quanto
meno tra i residenti temporanei di condizione libera, i maschi fossero
assolutamente prevalenti (per quanto riguarda la popolazione servile
siamo ridotti a mere congetture). Una situazione che pure vede una
forte preponderanza dell'elemento maschile è quella della Roma del
xvrr e XVIII secolo: il rapporto dei sessi è fortemente squilibrato a fa­
vore dei maschi, anche se tende progressivamente a riequilibrarsi ro9,
Pur in presenza di questo squilibrio, la popolazione di Roma nella
seconda metà del Seicento sperimentò un sia pur modesto incremen­
to naturale: dobbiamo dunque concluderne che persino un rapporto
dei sessi fortemente squilibrato può coniugarsi con una prevalenza
delle nascite sulle morti. Va in ogni caso osservato che il tasso di ri­
produzione, nell'ipotesi di una popolazione che veda un rapporto dei
sessi squilibrato a favore dei maschi, tenderà a essere maggiore che in
una popolazione con un rapporto dei sessi più equilibrato, laddove,
nell'ipotesi di una popolazione che veda un rapporto dei sessi squili­
brato a favore delle femmine, tenderà a essere minore. Se è vero che

51
ROMA IMPERIALE

la popolazione di Roma non solo nella tarda età repubblicana, ma


ancora nell'età imperiale e tardoantica continuava a essere caratteriz­
zata da un rapporto dei sessi favorevole ai maschi, se ne concluderà
che il tasso di natalità sarà stato inferiore rispetto a quello di una
popolazione di identiche dimensioni complessive, ma con minore
squilibrio nel rapporto dei sessi, mentre sicuramente sarà stato supe­
riore rispetto a una popolazione (quale quella di molte delle città
preindustriali) nella quale lo squilibrio dei sessi fosse a favore delle
donne, che avrebbero dovuto competere, nel mercato matrimoniale,
per un minor numero di potenziali mariti.
Possiamo dire, in conclusione, che non sembrano esservi, né sul
versante della mortalità, né su quello della fecondità, delle ragioni a
priori per ritenere, in base alla documentazione comparativa, che una
prevalenza delle morti sulle nascite fosse un dato strutturale della sto­
ria della popolazione della città di Roma nell'antichità. Abbiamo, al­
lora, prove anche solo indirette dell'esistenza del graveyard e/fect?
Una lunga tradizione di studi ha cercato di costruire tavole di morta­
lità differenziate delle varie popolazioni dell'impero partendo dai dati
sull'età alla morte ricavabili dagli epitaffi, segnatamente per quelle
aree, come prima di tutto Roma con l'Italia, per le quali la documen­
tazione epigrafica superstite è davvero consistente. Tali tavole di mor­
talità presentano, tuttavia, peculiari caratteristiche: fermo restando
che esse sembrano confermare in larga misura che la speranza media
di vita alla nascita si collocava tra i venti e i trent'anni, dunque, su un
livello che è quello delle popolazioni che hanno preceduto la cosid­
detta "transizione demografica", esse tuttavia paiono rivelare, per un
verso, l'esistenza di spiccate differenziazioni regionali, per un altro
verso, una distribuzione apparentemente assai singolare della popola­
zione per età e per sesso: una distribuzione che non ha confronti con
qualunque nota, e sicura, distribuzione per età e per sesso di una po­
polazione contemporanea o storica. Questa singolare distribuzione è
dovuta alla qualità del campione, che risulta distorto in una misura
tale da essere sostanzialmente inutilizzabile per costruire, come si è
tentato di fare, tavole di mortalità 1 1 0• Le ragioni della distorsione,
per quanto attiene alla registrazione dell'età, sono le più varie. Una è,
com'è ben noto, la tendenza all'arrotondamento. Il numero dei morti
in età che terminano con zero o con cinque è enormemente più ele­
vato rispetto al numero dei morti delle età intermedie. Un altro moti­
vo di distorsione può essere rappresentato dal fatto che i genitori ten­
dono a commemorare i propri figli morti in età giovanile molto più
spesso: di qui il numero eccezionalmente elevato, in proporzione, del­
le iscrizioni che ricordano morti nelle età tra 1 e 19 anni. Un altro

52
LA POPOLAZIONE

fattore di distorsione è quello che deve stare alla base di un'altra sin­
golare caratteristica del campione tratto dalle epigrafi funerarie: e
cioè l'eccezionale sovrarappresentazione degli uomini rispetto alle
donne, che sarà potuta essere una caratteristica dei centri urbani e di
Roma in particolare, ma che non deve avere riguardato i villaggi e le
campagne, come dimostra la ben più affidabile documentazione offer­
ta dalle registrazioni censuali egiziane m.
Recentemente Paine e Storey hanno tentato di rivalutare il dato
offerto dalle epigrafi funerarie della città di Roma con l'età alla mor­
te, prendendo in considerazione quelle iscrizioni che, oltre all'età in
termini di anni, recano anche il numero dei mesi e il numero dei
giorni m. Queste iscrizioni rivelano un'assai minore distorsione per
quel che riguarda l'arrotondamento dell'età (questo è un fenomeno di
notevole interesse, che va spiegato supponendo che la conoscenza
dell'età a Roma fosse più precisa anche per la presenza di una più
precisa registrazione delle statistiche vitali). Ma questo più ristretto
campione non sembra darci una distribuzione per età diversa dal
campione complessivo, che è, va ribadito, una distribuzione che non
assomiglia in alcun modo a quella delle popolazioni contemporanee o
storiche per le quali possediamo informazioni numericamente precise
e affidabili. Per Paine e Storey la particolare distribuzione della popo­
lazione per età rivelata dal campione delle iscrizioni romane testimo­
nierebbe che, date le spaventose condizioni igienico-sanitarie della
città, la popolazione di Roma avrebbe sperimentato una mortalità
"catastrofica" , quale quella che gli antropologi e paleodemografi han­
no ritenuto di poter riconoscere in alcuni gruppi umani preistorici:
una mortalità, vale a dire, che risulta assai meno specifica per età e
che colpisce gli adulti delle classi di età più giovani in una misura
estremamente più accentuata che in una qualsiasi popolazione che
sperimenti una mortalità normale (e quale che sia la speranza di vita
alla nascita).
Contro quest'ultima ipotesi deve continuare a valere l'argomento
secondo il quale una particolare espressione del cosiddetto epigraphic
habit può avere distorto in una misura difficilmente valutabile il cam­
pione considerato: è significativo del genere di distorsione che può
presentare la documentazione degli epitaffi il fatto che, nel caso delle
epigrafi funerarie cristiane, si rilevi, ad esempio, che quelle poste da
uno dei coniugi all'altro siano il 4;% del campione, quelle poste dai
genitori ai figli siano il 43 % , mentre quelle poste dai figli ai genitori
siano solo il ; % , mentre ancor più significativo appare che gli epitaffi
posti dal marito alla moglie siano circa il 30% e quelli posti dalla
moglie al marito siano solo il r4,; % , in un campione nel quale, oltre-

53
ROMA IMPERIALE

tutto, la proporzione di maschi rappresentati non è di gran lunga


maggioritaria, come succede in generale con le epigrafi pagane, ma
rappresenta poco più del 50% 1 1 3 •
Ma c'è un'altra ragione per la quale le conclusioni di Paine e Sto­
rey non sembrano accoglibili: il campione che è stato individuato
contiene iscrizioni che si scaglionano in un arco temporale talmente
lungo (più di due secoli e mezzo) da occultare possibili enormi diffe­
renze nel regime della mortalità tra un periodo e l'altro. In particola­
re il campione tende a occultare la distinzione tra periodi di mortalità
normale e periodi di mortalità di crisi (una nozione assai più familia­
re allo studioso delle popolazioni del cosiddetto ancien régime demo­
grafico di quella di mortalità catastrofica). Anche qui basterà un solo
esempio tratto dalla documentazione comparativa per illustrare i pro­
blemi che pone questa peculiare utilizzazione delle epigrafi di Roma
con l'età alla morte: nella Toscana tra il 1580 e il 1 659 gli anni di
mortalità di crisi (calcolati come quelli in cui la mortalità supera del
50% la mortalità "normale") sono uno ogni nove anni circa 1 1 4 • Se
anziché poter contare su dati relativi alla mortalità anno per anno,
avessimo un insieme di dati cronologicamente indistinti per l'intero
periodo, costruiremmo una tavola di mortalità che sarebbe sensibil­
mente diversa da quella che sarebbe possibile costruire sui dati relati­
vi agli anni di mortalità normale e sensibilmente diversa da quella che
sarebbe possibile costruire sui dati relativi agli anni di mortalità di
crisi. Ci si deve chiedere, allora, se il peculiare profilo della mortalità
individuato da Paine e Storey non sia anche il portato dell'incidenza
che possono avere avuto, in particolare in un ambiente affollato come
quello della più grande concentrazione urbana del mondo antico, gli
anni di mortalità di crisi a seguito di scoppi epidemici, particolarmen­
te gravi, come sappiamo da altri tipi di documentazione, a partire da­
gli anni sessanta del n secolo d.C. e per tutto il secolo successivo.
Per trovare qualche indicazione sia pure indiretta in merito al
problema se la popolazione di Roma si riproducesse o meno, possia­
mo volgerci a considerare quel che sappiamo di un settore specifico
della popolazione romana, quello costituito dalla plebs frumentaria. Si
è visto che, nel 2 a.C., Augusto "chiuse" la plebs frumentaria, vale a
dire che stabili che il numero dei maschi adulti oltre i diciassette anni
di condizione cittadina e regolarmente domiciliati nella città, che in
quel momento godevano del beneficio, non dovesse essere più supe­
rato nel futuro. Da quel momento in poi il cittadino regolarmente
residente in Roma che arrivasse all'età per ricevere il frumento, per
potere essere registrato tra gli aventi diritto (i cosiddetti incisi), avreb­
be dovuto attendere che rimanesse un posto vacante lasciato da un

54
LA POPOLAZIONE

altro beneficiario morto. Sappiamo anche che il beneficio del frumen­


to, e più tardi del pane, era ereditario n,: ne erano dunque esclusi, in
linea di principio, gli immigrati di condizione cittadina, oltre che i
manomessi. Stando cosl le cose, si può dire che la plebs frumentaria
costituisse una "popolazione chiusa", di cui potenzialmente facevano
parte tutti i maschi di condizione cittadina, residenti nella città e di­
scendenti di beneficiari: per potere materialmente godere del benefi­
cio bisognava arrivare a diciassette anni e poi attendere che si libe­
rasse un posto.
È ovvio, a questo punto, che sono possibili diversi scenari: se si
ammette che la popolazione non si riproduce, vuol dire che si cree­
ranno posti vacanti; se la popolazione si riproduce, tutti i discendenti
dei beneficiari arriveranno, prima o poi, a godere del beneficio; se la
popolazione sperimenta un incremento naturale, bisognerà che vi sia
uno strumento attraverso il quale individuare chi dovrà godere del
beneficio: che dev'essere, in base al precedente di Cesare, evidente­
mente il sorteggio. Peraltro il sorteggio sarebbe stato comunque ne­
cessario, anche nell'ipotesi di una popolazione stazionaria, per stabili­
re l'ordine di priorità con il quale si veniva ammessi al beneficio.
Ora, la presenza di un meccanismo di trasmissione ereditaria del be­
neficio basato sul sorteggio presuppone evidentemente uno scenario
nel quale la plebs frumentaria è in grado di riprodursi. Se teniamo
presente il fatto che si tratta della popolazione stabile di Roma, che
gode di quei benefici che assicurano in buona misura la sua sopravvi­
venza, la cosa non deve stupire. E tuttavia sappiamo pure che esi­
steva un criterio di ammissione diverso dalla subsortitio e che esso
riguardava persone che non facevano parte, per discendenza diretta
da un beneficiario, della plebs frumentaria. Alcune fonti giuridiche so­
prattutto di età severiana, ma anche alcuni luoghi delle fonti letterarie
alludono all'acquisto della "tessera": all'acquisto, cioè, del diritto al
frumento, l'acquisto del diritto di entrare a far parte della plebs fru­
mentaria: era questo il modo attraverso il quale il cittadino di condi­
zione libertina acquisiva un diritto che altrimenti non gli sarebbe
spettato n 6• L'acquisto della tessera - e non da un privato che avreb­
be, altrimenti, rinunziato definitivamente al suo diritto, ma dalla stes­
sa amministrazione - implica, evidentemente, che c'erano momenti
nei quali il numero dei beneficiari morti superava il numero di coloro
che potevano ricevere il beneficio in quanto figli di beneficiari. Ne
dedurremo che, nei periodi nei quali si creavano posti vacanti che
potevano essere coperti solo attraverso la vendita delle tessere, la
plebs frumentaria non si riproduceva. E potrebbe essere significativo
che ciò sia attestato in particolare in età severiana, dopo alcuni de-

55
ROMA IMPERIALE

cenni nei quali la verosimile frequenza degli anni di mortalità di crisi


può avere determinato la diminuzione della popolazione della città.
La presenza congiunta, ma non contemporanea di due meccani­
smi per garantire il numero chiuso della plebs frumentaria - il sorteg­
gio e la "vendita" della tessera - sembrerebbe suggerire, in conclusio­
ne, come sia del tutto probabile che nel corso dell'età imperiale,
come dev'essere accaduto nella Roma del Seicento e del Settecento, si
siano alternati momenti nei quali la plebs frumentaria era in grado di
riprodursi e momenti nei quali non lo era. Sembra questo lo scenario
che meglio spiega come la popolazione della città nel suo complesso
abbia potuto mantenersi ai livelli dell'età augustea e forse ancora cre­
scere, nonostante che la stagione della grande immigrazione della tar­
da età repubblicana fosse ormai chiusa.

r.6
Dall'età di Commodo e dei Severi al v secolo
La situazione sembra cambiare con gli ultimi decenni dell'età antoni­
na, soprattutto per effetto dei grandi scoppi epidemici che colpiscono
l'impero a partire dagli anni sessanta del rr secolo, allorché i soldati
reduci dalla campagna partica di Lucio Vero portarono in quasi tutte
le contrade del mondo romano una rovinosa epidemia presumibil­
mente di vaiolo u 7 _ L'epidemia, che deve avere raggiunto anche
Roma già in questi anni us, certamente colpì drammaticamente le
province frumentarie: la documentazione papiracea sulla diffusione e
la gravità del contagio in Egitto (tanto nella zona del Delta che nel
Fayum) va divenendo impressionante n9 , Un nuovo scoppio di parti­
colare gravità è attestato a Roma tanto da Erodiano, quanto da Cas­
sio Dione per il r89: al dire di Dione la pestilenza avrebbe mietuto
120
più di 2.000 vittime al giorno nella città Le difficoltà dell'approv­

vigionamento e lo scoppio della pestilenza a Roma determinarono


una gravissima carestia a Roma nel r89-90, e, presumibilmente ad
essa connessa, una congiuntura inflazionistica, cui l'imperatore Com­
modo rispose con un calmiere u r, ma anche creando una nuova flotta
per il traspono del grano africano a Roma, per timore del venir meno
delle importazioni egiziane 122

Che i problemi annonari fossero considerati, d'altra pane, al cen­


tro dell'interesse imperiale, in un momento di così grandi difficoltà,
lo mostrano le notizie che ci dà il biografo dell'Historia Augusta, cir­
ca l'enorme quantità di grano, e di olio, che Settimio Severo avrebbe
lasciato al popolo romano: la quantità di grano sarebbe stata pari al
LA POPOLAZIONE

«canone di sette anni», alla quantità che arrivava, in sette anni, vero­
similmente come contribuzione fiscale o come rendita in natura dalle
proprietà imperiali, enormemente incrementatesi in conseguenza della
confisca dei beni dei seguaci di Clodio Albino, oppositore di Settimio
Severo nella guerra civile che contrassegnò la difficile ascesa al potere
del nuovo imperatore 1 2 1 • Tali notizie dimostrano, quale che ne sia la
credibilità 1 24, che esigenza primaria era considerata quella di creare,
dopo un periodo di gravissime difficoltà nell'approvvigionamento,
una consistentissima riserva di frumento imperiale o statale 1 2' (e for­
se non solo a Roma, a Ostia e a Pono, ma anche negli stessi porti di
panenza del grano provinciale).
Le informazioni che ricaviamo dalla biografia di Settimio Severo
si associano a un altro dato numerico trasmesso dall'epitome di Cas­
sio Dione che leggiamo in Xiphilino. Nel 202, per i suoi decennalia,
Settimio Severo distribuì ro aurei a testa «all'intera plebe che riceve­
veva il frumento», nonché ai pretoriani. Dione aggiunge che Settimio
Severo si gloriava di questa liberalità, il cui ammontare (pari a r . ooo
sesterzi) superava quello di ogni altro congiario dato in precedenza; e
fornisce l'importo globale della spesa, che sarebbe ascesa a
5 0.000.000 di dracme, owerosia 200.000.000 di sesterzi 1 2 • Sembre­
6

rebbe doversene dedurre che il numero dei beneficiari era di 200.000,


anche se questa volta a esservi ricompresi sarebbero stati anche i mi­
litari presenti a Roma (i pretoriani e presumibilmente pure le cooni
dei vigili e quelle urbane, ammesse alle frumentazioni, come, in un
certo senso, i pretoriani, da tempo, oltre che, possibilmente, i legio­
nari della seconda Panica, la nuova legione che Settimio Severo aveva
stanziato nei pressi di Roma). Che l'ammontare delle truppe stazio­
nanti nella città fosse stato quadruplicato da Settimio Severo, come
vorrebbe Erodiano 1 27 , è certo un'esagerazione us: è probabile, dun­
que, che i beneficiari "civili" del donativo imperiale assommassero a
r6o- r8o.ooo. Quanto alla somma globale della spesa per il donativo
indicata da Dione, non possiamo dire se la si debba considerare
come una cifra precisa, che consentirebbe di individuare in una cifra
tonda il numero dei beneficiari, 200.000. La notazione, poi, secondo
la quale il congiario sarebbe andato all'«intera plebs frumentaria» par­
rebbe suggerire che a beneficiarne possano essere stati, come nel caso
dei congiari augustei, anche i minori. Ne dedurremo che il numero
dei maschi oltre i diciassette anni appanenenti alla plebs frumentaria
dev'essere stato sensibilmente inferiore ai r6o.ooo- r8o.ooo e la popo­
lazione complessiva di Roma a un livello verosimilmente più basso
dell'età augustea.

57
ROMA IMPERIALE

Questa suggestione sembra confermata dall'altro dato numerico


che ci fornisce il biografo di Settimio Severo, quando parla dell'enor­
me riserva di grano lasciata dall'imperatore: il grano in questione sa­
rebbe stato una quantità tale da consentire un'erogazione giornaliera
pari a 7 5 . 000 moclii, una quantità sufficiente a coprire il fabbisogno
di 650-700.000 persone. L'interpretazione belochiana secondo la qua­
le i 75 .ooo modii giornalieri avrebbero costituito l'ammontare richie­
sto dai consumi globali della città e consentirebbero, per questa via,
di stimare l'entità della popolazione complessiva di Roma in età seve­
riana, sembra essere la più plausibile ed è stata in generale accettata.
La terminologia stessa adottata dal biografo (non solo canon, ma an­
che expendere) allude a realtà che conosciamo per il guano e quinto
secolo dalle consolidazioni giuridiche 12 9, ma che la notazione relativa
a un canon già esistente in età severiana debba necessariamente inter­
pretarsi come frutto di un grossolano anacronismo non è affatto cer­
to: può ben darsi che qualche cosa che assomiglia al canon (Jrumenta­
rius) della città di Roma, rivelato dalle disposizioni del Codice Teo­
dosiano 1 30, fosse già presente nell'organizzazione annonaria di età se­
veriana. La notizia del biografo può serbare una qualche memoria di
un fatto realmente avvenuto, e pienamente comprensibile dopo il dif-
ficilissimo periodo attraversato dall'annona di Roma in età commo­
diana: una riorganizzazione degli approvvigionamenti alimentari della
città sotto il diretto controllo dell'autorità imperiale. I 75 .000 modii
al giorno che possono "essere spesi" saranno allora quelli che devono
servire a coprire la quasi totalità dei consumi della città: se è cosl,
saremmo in grado di individuare in 650. 000-700.000 persone la po­
polazione complessiva della città 1 3 1 , una cifra inferiore rispetto a
quella dell'età di Augusto, ciò che sarebbe perfettamente comprensi­
bile dopo le epidemie degli anni di Marco e di Commodo, ma pur
sempre assai cospicua, e che giustifica il fatto che si continuino a co­
struire impianti termali delle dimensioni delle Terme di Caracalla.
È improbabile che la popolazione di Roma si sia ulterionnente ri­
dotta nel corso del m secolo, pur in presenza delle difficoltà cui andò
incontro l'impero nel suo complesso e dell'insorgenza di nuovi scoppi
epidemici che caratterizzarono in panicolare gli anni tra il 2 5 0 e il
270 . Ceno, è significativo che si sia continuata a mantenere in piedi
un'organizzazione complessa per garantire l'approvvigionamento della
città e che anzi i generi alimentari distribuiti siano stati ulterionnente
incrementati: alle distribuzioni mensili di grano trasfonnatesi tra gli
anni di Severo Alessandro e quelli di Aureliano in distribuzioni quoti­
diane di pane, si aggiunse l'olio e poi la carne di maiale e, con lo
stesso Aureliano, il vino cominciò a essere venduto a prezzo politico,
LA POPOLAZIONE

segno, assieme, del rilievo che alla popolazione urbana di Roma con­
tinuava ad essere riconosciuto dal potere imperiale, ma segno pure
delle difficoltà di tenere in piedi, in condizioni generali radicalmente
mutate, una concentrazione urbana dalle dimensioni ancora eccezio­
nali 3 Ancor più significativo è il fatto che la cinta muraria di
1 2

Roma, costruita in fretta e riutilizzando il materiale degli edifici rasi


al suolo per far posto alle mura, abbia ricompreso un'area molto este­
sa, ma certamente assai più piccola di quella edificata 1 33 , evidente­
mente non tutta difendibile in modo efficace. Ed è indicativo pure
che Diocleziano abbia costruito un nuovo impianto termale di colos­
sali dimensioni. Ma certo il N secolo vede determinarsi uno sviluppo
che è assai indicativo: in alcune aree della città, le insulae cedono il
posto a splendide domus, ciò che fa pensare che l'affollamento della
città dev'essere diminuito 1 34.
C'è una classe di testimonianze dalla quale è possibile inferire
qualche informazione circa la consistenza demica di Roma tra N e v
secolo: si tratta di alcune disposizioni che leggiamo nelle consolida­
zioni giuridiche tardoantiche, che si riferiscono al complesso meccani­
smo di importazione e di distribuzione della caro porcina, che arriva­
va a Roma da alcune regioni dell'Italia centro-meridionale, nonché
dalla Sardegna come contribuzione fiscale e che era destinata, in larga
misura, alle distribuzioni gratuite, riservate agli appartenenti alla plebs
frumentaria. Da una costituzione di Onorio del 419 (C. Th. XIV, 4, 1 0)
veniamo a sapere che l'ammontare di carne di maiale che viene dato
mensilmente a ciascun beneficiario è di cinque libbre, che la distribu­
zione viene effettuata per cinque mesi l'anno (evidentemente i mesi
invernali) e ancora che il numero delle razioni quotidianamente di­
stribuite è di 4.000: se ne può concludere che il numero di coloro
che ricevono la carne di maiale gratuitamente è di 1 20.000 nel 419.
Da altri due testi legislativi siamo altresì in grado di calcolare a quan­
to ammonta il canon suarius, la contribuzione complessiva che arriva
a Roma, nel 367 e nel 452: poco meno di 8.000.000 di libbre di carne
macellata nel 3 67 , il dato che può dedursi da una costituzione di Va­
lentiniano I (C. Th. xv, 4, 4), e poco più di 3 .600.000 libbre, il dato
che può ricavarsi da una Novella di Valentiniano III (36), nel 45 2,
una contribuzione che in quest'ultimo anno parrebbe quasi per intero
riservata alle distribuzioni gratuite. Se i circa 8.000.000 di libbre di
carne di maiale della prestazione fossero stati destinati alle distribu­
zioni gratuite, essi sarebbero potuti andare a circa 320.000 beneficia­
ri, un numero altissimo, a paragone dei beneficiari del frumento tra
l'età cesariana e l'età augustea. Sappiamo, peraltro, che le distribuzio­
ni di pane, sia pure per un breve periodo nel corso del 1v secolo, non

59
ROMA IMPERIALE

sono state gratuite: e il periodo in questione è proprio quello degli


anni sessanta, ciò che indurrebbe a supporre che nello stesso periodo
anche la caro porcina non sia stata distribuita gratuitamente rn, È cer­
to, comunque, che il canon /rumentarius di cui è menzione nelle co­
stituzioni non solo vale ad assicurare il grano necessario per il pane
delle distribuzioni, ma presumibilmente copre la totalità, o quasi tota­
lità, dei consumi r 3 6• Si deve supporre che la stessa cosa avvenisse
con il canon suarius, che anch'esso non fosse limitato alla carne ne­
cessaria per le distribuzioni gratuite e che perciò ai circa 8.000.000 di
libbre non corrispondano 3 20.000 circa beneficiari, che ricevono 2.5
libbre ciascuno per .5 mesi, ma un certo numero di beneficiari, cui si
aggiunge un certo numero di consumatori, che acquistano la carne
sul mercato, nel Foro Suario. Possiamo comunque concluderne che la
popolazione di Roma, ancora nel IV secolo, doveva essere pari a di­
verse centinaia di migliaia di persone.
È presumibilmente col sacco alariciano del 4 ro che essa diminui­
sce drasticamente. L'ammontare globale del canon suarius, che era di
8.000.000 di libbre nel 367, è ridotto a meno della metà nel 4.52. Il
numero dei beneficiari delle distribuzioni di carne di maiale, qualun­
que sia stato nel IV secolo, è nel 419 di 120.000, una cifra ben più
bassa del numero dei beneficiari del frumento in età severiana: e an­
drà tenuta presente la possibilità, suggerita dalla stessa quantità com­
plessiva del canon suarius nel 4.52, che le distribuzioni assorbano una
quota nettamente maggioritaria delle importazioni globali di carne, in
cui consiste il canon. ll punto più basso dovette raggiungersi proprio
subito dopo il sacco, quando buona parte degli abitanti di Roma la
abbandonò. Ma l'abbandono dovette essere per molti solo tempora­
neo. Racconta Olimpiodoro che nel 414, una volta che Roma si era
ripresa dal sacco dei Goti, il prefetto della città Albino scrisse a Ono­
rio per fargli presente come ormai non bastasse la quota di frumento
per il demos: evidentemente questa quota, fissata dopo il sacco di
Alarico, in un momento in cui la città era fortemente spopolata, non
corrispondeva più alle esigenze di consumo della popolazione ' 37 • E
tuttavia la crescita della popolazione dovette essere contenuta e co­
munque anch'essa solo temporanea: altri eventi traumatici avrebbero
colpito Roma nel corso di questo stesso v secolo ' 3 8 •
Solo qualche decennio più tardi, in età teodericiana, alla vigilia
della guerra greco-gotica, Cassiodoro avrebbe notato la grande diffe­
renza che separava la Roma a lui contemporanea da quella del buon
tempo antico: «Quanto grande sia stata la popolazione della città di
Roma appare dal fatto che dovesse essere saziata da approvvigiona­
menti provenienti anche da regioni lontane... Recano testimonianza

60
LA POPOLAZIONE

delle folle di cittadini l'amplissima cerchia delle mura, l'estensione


degli spazi per gli spettacoli, la mirabile grandiosità delle terme e la
numerosità dei mulini...» 1 39• L'occasione che dà spunto alla notazio­
ne di Cassiodoro, ministro di Teoderico, è una decisione del re per la
quale il contributo di Lucania e Bruzi, che provvedono ad alimentare
Roma di maiali e di manzi, viene ridotto da 1 .200 a 1 .ooo solidi au­
rei. Andrà messo in rilievo come, nel 452, il contributo della sola Lu­
cania era pari, se espresso in termini di moneta d'oro, a 5 .400 solidi:
il dato sembra suggerire che, ormai, la popolazione della città era sce­
sa, al più, a qualche decina di migliaia di persone. Roma aveva ormai
cessato di essere una metropoli.

Note
P. Bairoch, J. Batou, P. Chèvre, La popu/ation des 1111/es européennes,
1.

800-1850. Banque des données et analyse sommaire des résultats, Genève 1988; dr. P.
Bairoch, Urbanization and the Ecrmomy in Pre-industria/ Societies: the Findings of Two
Decades o/ Research, in "Joumal of European Economie History", 1 8 (1989) , pp.
239-9o.
2. Ael. Ar., 26; P. Desideri, La romaniU1J1.ione dell'impero, in A. Schiavone (a
cura di), Storia di Roma, II, 2, Torino 199 1 , pp . .577-626, a p . .587.
3. Tac., Ann., 14, 42-4.5.
4. S. Mazzarino, L'impero romano, Roma 19.56, p. 1'7 e passim.
.5. Suet., Vesp., 1 8 G. Bodei Giglioni, Lavori pubblici e occupazione nell'antichità
classica, Bologna 1974, p. 1 80 ss.; P. A. Brunt, Free Labour and Public Works at Ro­
me, in "Joumal of Roman Studies", 70 (1980), pp. 81-100.
6. H. Bloch, J bolli laten'r.i e la storia edilizia romana, Roma 1947; T. Helen, Or­
ganization ofRoman Bn'ck Production in the First and Secrmd Centuries A.D. , Helsinki
197.5; E. M. Steinby, L'industria laterizia di Roma nel tardo impero, in A. Giardina (a
cura di), Società romana e impero tardoantico. 2. Roma: politica, economia, paesaggio
urbano, luogo 1986, pp. 99-164, 438-46: mattoni bollati prodotti dalle figlinae attorno
a Roma si ritrovano a Cartagine e in genere nei centri urbani dell'Africa settentrio­
nale.
7. C. Pavolini, J commerci di Roma e di Ostia nella prima età imperiale: merci
d'accompagno e carichi di ritorno, in AA.VV., Misurare la terra: centun'a1.ione e coloni
nel mondo romano. Città, agricoltura, commercio: materiali da Roma e dal suburbio,
Modena 198.5, pp. 200-.5.
8. R. Laurence, The Roads o/ Roman ltaly. Mobility and Cultura/ Change, Lon­
don-New York 1999.
9. A. H. M. Jones, Ancient Economt'c History, London 1948, p. 3; dr. in partico­
lare M. I. Finley, Problemi e metodi di storia antica, trad. it., Roma-Bari 1987, pp. 4.5
ss.
10. CTr. ora i vari contributi raccolti in C. Nicolet (a cura di), La mémoire per­
due. A la recherche des archives oubliées, publiques et privées, de la Rome antique, Pa­
ris 1994, e in AA.VV., La mémoire perdue. Recherches sur l'administration romaine,
Roma 1998.

61
ROMA IMPERIALE

II. E. Lo Cascio, Popolaz,ume e risorse nel mondo anti«J, in Storia dell'economia


mondiale, [. Dall'antichità al medioevo, a cura di V. Castronovo, Roma-Bari 1996, pp.
27'-99.
u. J. E. Stambaugh, The Ancient Roman City, Baltimore-London 1988, p. 89.
13. Riferimenti in K. J. Beloch, Die Bevotkerung der griechisch-romischen Welt,
Lepzig 1886, p. 34 (trad. it. La popola;.ione del mondo greco-romano, in "Biblioteea di
storia economica", diretta da V. Pareto, IV, Milano 1909, p. 94). Sull'opera di Beloch,
per quanto riguarda la popolazione del mondo romano, L. Gallo, Beloch e la demo­
grafia antica, in L. Polverini (a cura di), Aspetti della storiografia di Giulio Beloch, Na­
poli 1990, pp. l 15-58.
14. N. Morley, Metropolis and Hinterland. The City o/ Rame and the Italian Eco­
nomy 200 B.C.-A.D. 200, Cambridge 1996 e soprattutto, non solo per la distinzione
tra residenti stabili e temporanei, ma anche per il rilievo numerico attribuito a questi
ultimi, N. Purcell, The City o/ Rame and the plebs urbana in the Late Repuhlic, in
Cambridge Ancient History', IX, Cambridge 1994, pp. 644-88; Id., Rome and Its Deve­
lopment under Augustus and His Successors, in Cambridge Ancient History', x, Cam­
bridge 1996, pp. 782-811; Id., The Populace o/ Rame in Late Antiquity: Problems o/
Classification and Historical Description, in W. V. Harris (ed.), The Transfarmations o/
Vrbs Roma in Late Antiquity, Portsmouth (R!) 1999, pp. 1 31-16r.
r5. Da consultare nell'ed. di A. Nordh, Ubellus de regionibus urbis Romae, in
Acta Inst. Rom. Regni Sueciae, m, Lund r948.
16. Cfr. ora J. Aree, El inventario de Roma: Curiosum y Notitia, in Harris (ed.),
The Transformations o/ Vrbs Roma in Late Antiquity, cit., pp. 1,--22 e i riferimenti ivi
alla letteratura moderna.
17. Cfr. i contributi di Coarelli, de Caprariis-Zevi e Wallace-Hadrill in questo
volume.
r8. E. Lo Cascio, Le procedure di recensus dalla tarda Repubblica al tardoantico e
il calcolo della popolazione di Roma, in La Rame impériale: démographie et logistique,
Roma 1997, pp. 58 ss., e F. Coarelli, La consisten:l.a della città nel periodo imperiale:
pomerium, vici, insulae, ivi, pp. 89-ro9; e cfr. il contributo di Wallace-Hadrill in que­
sto volume.
19. S. Mazzarino, Aspetti sociali del quarto secolo, Roma 1951, pp. 220 ss. con le
note a pp. 4u ss.; Id., Antico, tardoanti«J ed èra costantiniana, 1, Bari 1974, pp. 218
ss., n. 83, e A. Chastagnol, Le ravitaillement de Rame en viande au V' siècle, in "Rev.
Hist.", 210 (195 3), pp. 13-22,
20. In particolare I. Gismondi, G. Calza, G. Lugli, La papa/azione di Roma anti­
ca, in "Bull. comunale. Rassegne" (1941), pp. 141-65; cfr. gli ulteriori riferimenti in F.
G. Maier, Romische Bevolkerungsgeschichte und lnschriftenstatistik, in "Historia", 2
(1953), pp. 3 18-5 1 e in F. Kolb, Rom. Die Geschichte der Stadt in der Antike, Mw,­
chen 1995.
21. G. R Storey, Estimating the Population o/ Andent Roman Cities, in R R Pai­
ne (ed.), lntegrating Archaeological Demography: Multidisciplinary Approaches to Prehi­
storic Population, Center for Archaeological Investigations, Occasionai Paper No. 24
(1997), pp. 1or-30; Id., The Populati<Jn o/ Ancient Rome, in "Antiquity", 7r (r997),
pp. 966-78.
22. C. Bruun, Acquedotti e condizioni sociali di Roma imperiale: immagini e real­
tà, in La Rome impériale, cit., pp. 121-,.,. e il contributo in questo volume.
23. Quello che L. Homo, Roma imperiale e l'urbanesimo nell'antichità, trad. it.,
Milano 1976, p. 99, definisce il "comprensorio", un termine cui è difficile dare un
preciso contenuto giuridico-amministrativo. Il comprensorio è quel territorio che è
possibile definire, si potrebbe dire, solo in negativo, dai confini delle comunità conti-

62
I . LA POPOLAZIONE

gue a Roma (e che diversamente da Roma col suo "comprensorio", rientrano in una
delle regiones in cui Augwto divise il territorio italico e che sono i distretti nei quali
vengono accorpati i dati relativi ai censimenti effettuati nelle singole comunità); cfr.
ora S. Panciera, Dove finisce la cittJ, in La ferma della cittJ e del territorio. Atti del­
l'Incontro di studio - S. Maria Capua Vetere 27-28 novembre r998, a cura di S. Qui­
lici Gigli, Roma r999, pp. 9-r,-, a p. I I ,
24. U n elenco completo delle cifre e delle fonti che le registrano, per esempio, in
A. Toynbee, Hannibal's Legacy, Oxford r96,-, 1, pp. 438 ss.
2,-. F. Coarelli, Demografia e territorio, in A. Schiavone (a cura di), Storia di
Roma, r, Roma in Italia, Torino r988, pp. 3 r8-39; L. H. Ward, Roman Popuiation:
Territory, Tribe, City, and Army Size /rom the Republic's Founding to the Veientane
War, 509 B.C.-400 B.C. , in "American Joumal of Philology" , II r ( r990), pp. ,--39.
26. Anche se v'è chi ha supposto che una simile invenzione sarebbe anzi un ten­
tativo di razionalizzazione, operato dall'annalistica: C. Ampolo, La formazione della
cittJ nel Lazio. Le condizioni materiali della produzione. Agricoltura e paesaggio agrario,
in "Dialoghi di Archeologia", s. 2, r (r980), p. 27.
27. L'idea, che risale a O. Clason, Romische Geschichte seit der Verwiistung
Roms d.urch die Gallier, 1, Berlin r873, p. ,-4, è stata poi ripresa da T. Frank, Roman
Census Statistics /rom 509 to 225 B.C., in "American Joumal of Philology", ,- r , pp.
3 q -24, e più recentemente da Coarelli, Demografia e territorio, cit., p. 320.
28. Così il Niebuhr nel XIX secolo; per altri spunti più recenti in questa direzio­
ne cfr. J.-C. Richard, Les origines de la plèbe romaine, Paris r978, pp. 306 ss.
29, Liv., I, 44, 2; 3, 4, IO.
30. Fest., p. 276 L.: «[... ] populos Latinos consulere solitos, et imperium communi
consilic administrare: itaque quo anno Romanos imperatores ad exercitum mittere opor­
teret iussu nominis Latini [... ]»; e cfr. i luoghi liviani che si riferiscono tanto all'età
monarchica, quanto alla situazione del IV secolo, prima dello scioglimento della lega
latina: Liv., t, 52, 6; 8, 2; 8, 6, cfr. 8, I I .
3 r. Ampolo, La formazione della città nel Lazio, cit., p. 2 .
3 2 . Riferimenti in R. Sallares, Malattie e demografia nel Lazio e in Toscana nel­
l'antichità, in D. Vera (a cura di), Demografia, sistemi agrari, regimi alimentari nel
mondo antico, Bari r999, pp. r 3 r -88, il quale avanza, sulla scorta di alcuni luoghi
delle fonti antiche, la tesi di una notevole diffusione della malaria tanto nella campa­
gna attorno a Roma, quanto nella stessa città, che non sembra interamente condivisi­
bile: cfr. oltre.
H· P. Gamsey, Famine and Food Supply in the Graeco-Roman World. Responses
to R.ùle and Crisis, Cambridge r988 (trad. it. La carestia nel mondo antico. FJsposte al
rischio e alla crisi, Firenze r997 ), cap. I I per i riferimenti.
34. Coarelli, Demografia e territorio, cit., p. 3 2 r .
3,-. Cfr. i l contributo d i d e Caprariis e Zevi in questo volume.
36. K.J. Beloch, Romische Geschichte, Berlin und Leipzig r926, p. 2I ,-; cfr. il
contributo di de Cap rariis e Zevi in questo volume.
37. Coarelli, Demografia e territorio, cit., p. 3 26.
38. Liv., 26, 40, r,- ss.; cfr. G. Clemente, Considerazioni sulla Sicuia nell'Impero
romano (m sec. a.C.-v sec. d.C.), in " Kokalos" , 26-27 (r98 r), pp. r92-2r9.
39. P. A. Brunt, Italian Manpower 225 B.C.-A.D. c4, Oxford r97 r , p. 384.
40. Liv., 39, 3, 4-6; 4r, 8, 6.
4r. Liv., 2 r , 62, 3; cfr. il saggio di Wallace-Hadrill in questo volume.
42. Morley, Metropolis and Hinterland, cit., pp. 46 ss.
ROMA IMPERIALE

43. E. Lo Cascio, Popolazione e risorse agricole nell'Italia del n secolo a.C. , in


Ver11 (11 curu di), Demografia, sistemi agrari, regimi alimentari nel mondo flTltiCO, cit.,
pp. 21 7-45.
44. Beloch, Die Bevolkerung der griechisch-T0111ischen Welt, cit.; l'ipotesi è st11t11
ripres11 d11 Brunt, ltalian Manpower, cit.
45. E. Lo C11scio, The Size o/ the Rom1111 Population: Beloch flTld the Meaning o/
the Augustfl11 Census Figures, in "Joumal of Roman Studies", 84 (1994), pp. 23-40.
46. Id., La dinamica della popolazione in Italia da Augusto al 111 secolo, in AA.VV.,
L'ltalie d'Auguste à Dioclétien, Rom11 1994, pp. 91- 125 e Id., The Population o/ Ro­
mfl11 ltaly in Town rl11d Country, in Reconstructing Past Population Trends in Medi­
terrfl11efl11 Europe (3000 B.C.-A.D. I8oo), edited by J. Bintliff, K. Sboni11s, Oxford
2000, pp. 1 61 -7 1 .
47. Cfr. i l contributo di C . Virlouvet i n questo volume.
48. C. Virlouvet, Les lois frumentaires d'époque républicaine, in Le ravitaillernent
en blé de Rome et des centres urbains des débuts de la République jusqu'au Haut Empi­
re. Actes du colloque intemational de Nap/es I99I, N11ples-Rome 1994, pp. n -29, e il
contributo in questo volume.
49. Cicerone ufferm11 che, con 111 /ex Terentia Cassia, 33.000 medimni, e cioè
1 98.000 modii, costituiscono «plebis Romanae prope rnenstrua cibarill»: Cic., 2 Verr. ,
3, 72: il numero che se ne deduce degli appartenenti ull11 plebs Romana, se individui11-
mo in cinque modii la quantità d11t11 a ciascuno (Virlouvet, Les lois frurnentaires d'épo­
que répub/icaine, cit., p. 17), è appunto di 40.000.
50. Cic., 2 Verr., 3, 1 63.
5 1 . Lo Cascio, Le procedure di recensus dalla tarda Repubblica al tardoantico, cit.,
pp. 17 ss.
5 2 . Brunt, ltalian Mrl11power, cit., p. 378 con nota 6.
53. Plut., Cat. Min., 26, 1; cfr. Caes. , 8, 6.
54. Cic., pro Sestio, 55; Cass. Dio, 38, 13; Sebo/. Bobb., 132 St.; Asc., In Pison. ,
p. 8 c.
55. Come parrebbe mostrare il fatto che Pompeo, nel gestire la cura annonae,
dovesse provvedere ad effettuare un censimento dei liberti manomessi proprio in con­
seguenza della /ex Clodia: C11ss. Dio, 39, 24.
56. Plut., Cat. Min., 26, 1 ; Caes. , 8, 6.
57. Che 111 distribuzione fosse al prezzo gruccano di 6 11ssi e un terzo ulla vigilia
della /ex Clodia lo s11ppiamo da Cic., pro Sestio, 55 e da Asc., in Pison., p. 8 C.
5 8. È quest11 111 valutazione che viene più spesso duta del prezzo di mercato del
frumento in questo periodo.
59. Cic., de lege agrana, 2, 70; ad Att., 1 , 19, 4.
60. Suet., Div. lui. , 41, 3.
6 1 . L'uffermuzione di Cassio Dione, 55, 1 0, I (Xiph.) che prima della «chiusur11»
del 2 a.C. il :rcì..ft{>oç dei beneficiari sarebbe stllto a6Qimov, "non limitato" parrebbe
decisiv11.
62. P1RA 12 13 = Rornan Statutes, 24, Il. 17 ss.
63. Suet., Aug. , 40, 2.
64. P1RA 12 13 = Roman Statutes, 24, Il. 142 ss.
65. C. Nicolet, L'Inventano del mondo. Geografia e politica alle origini dell'Impe­
ro romano, trud. it., Rom11-Buri 1989, p. 130.
66. Quando considera avvenuto dopo quarantun anni dal precedente il lustrum
del 28 a.C.: Res Gestae 8.
67. Cic., ad Att. , 13, 20, 1 , cfr. 35, 36.
I . LA POPOLAZIONE

68. Suet., Div. lui. , 44; dr. in particolare Homo, Roma imperio/e e l'urbanesimo
nell'ontichitiJ, cit., pp. 54 ss. e Bodei Giglioni, Lavori pubblici e occupazione nell'onti­
chitiJ classico, cit., pp. 1 2 8 s.; oltre al contributo di de Caprariis e Zevi in questo vo­
lume.
69. Suet., Div. lui. , 42, 1 .
70. Sul problema del rapporto dei sessi in età augustea Lo Cascio, The Size o/
the Romon Population, cit., pp. 35 s.; Id., La dinamico della pupo/azione in Italia do
Augusto o/ m secolo, cit., pp. 1 01 ss.
7 1 , Beloch, IJie Bevolkerung der griechisch-riimischen Welt, cit., p. 401 [ = p. 368
trad. it.].
72. M. Annoei Luconi Phorsolio cum notts... , hrsg . von C. F. Weber, Leipzig
1 83 1 , p. 52 s. ad I 3 19: «PD111peius... proefectus onnonoe... mognus hobebotur; nec ;,,,.
men'to, quio Roma tJO!ebot omni die LXXX ,m1io modiorum annonae; et sic per hoc ac­
quisivit sibi multos clientes».
73. Dal momento che un modio di grano (pari a circa 9 litri) pesava, una volta
trebbiato, dai sei chili e mezzo ai sette chili (Plin., N.H. , 1 8, 66), si può calcolare che
trenta milioni di modii erano sufficienti a garantire le esigenze caloriche complessive
(se misurate mediamente in 2.500 calorie al giorno e considerando pari a 3.340 calorie
l'apporto di un chilo di grano) di pressoché 750.000 persone (calcoli operati sulla
base delle conclusioni di L. Foxhall e H. A. Forbes, Sitometreia: the Role o/ Grllin os
o Stgple Food in Classica/ Antiquity, in "Chiron ° , 12 (1982), pp. 41 -90).
74. Lo Cascio, The Size o/ the Romon Populolion, cit., pp. 36 ss.; Id., La dinami­
co della popolazione in Italia da Augusto al m secolo, cit.
75. Suet. Aug. 40. 2; i dati ricavabili dalle Res gestoe sono presentati e discussi
da C. Virlouvet, La plèbe frumentoire iJ l'époque d'Auguste. Une tentative de dé/inilion,
in A. Giovannini (a cura di), Nourrir lo plèbe, Actes du Colk,que en honneur de D.
Von Berchem, Genève 1989, Genève 1991, pp. 43-65, e nel contributo in questo vo­
lume.
76. Virlouvet, La plèbe frumentaire iJ l'ipoque d'Auguste, cit.; Ead., Tessera fru­
mentaria. Les procédures de dislribution du blé public iJ Rome iJ la fin de la République
et au début de /'Empire, Roma 1995, pp. 1 86 ss.
77. Fronto, Principio historioe 20 (p. 2 1 3 van den Hout).
78. Suet., Aug. , 4 1 , 2.
79. Lo Cascio, Le procedure di recensus dallo tarda Repubblica al tordoonlico, cit.,
p. 28, nota 86.
Bo. Ivi, pp. 28 s. e riferimenti.
8 1 . A. J. Coale, P. Demeny, Regiona/ Model Li/e Tab/es ond Stab/e Populolions,
Princeton 1966 (New York 1983'). I valori sono calcolati a partire dalle Model Ta­
bles, West, levels 2, 3, 4, per i maschi (con una speranza di vita alla nascita, rispetti­
vamente, di 20,444, di 22,852, e di 25,26).
82. Il luogo famoso di Dionigi, 4, 24, 5, sulle ragioni che spingevano i proprieta­
ri in età augustea a manomettere i propri schiavi, nonché il proposito, attribuito ad
Augusto da Suetonio (Aug., 42, 3), di abolire le frumentazioni, in occasione di una
gravissima crisi nell'approvvigionamento della città, che lo aveva spinto ad allontanare
da Roma i peregrini (salvo medici e precettori), nonché i gladiatori e gli schiavi in
vendita, sembrano confermare che la misura cesariana che aveva introdotto la subsor­
tilio, non aveva introdotto un numero chiuso dei beneficiari valevole es aei, ma un
numero chiuso valevole solo tra un recensus e l'altro. Peraltro, App., B.C., 2, 120,
parrebbe attestare l'afflusso a Roma, e ancora al suo tempo (e non in quello della sua
fonte), per la speranza delle frumentazioni, di disoccupati, mendicanti e vagabondi da
ROMA IMPERIALE

tutta l'Italia: sembrerebbe doversene dedurre che nemmeno la «chiusura» augustea


del 2 a.C. sia potuta davvero essere definitiva: ma cfr. oltre.
8 3 . Purcell, The City o/ &me and the plebs urbana in the !Ate Republic, cit.;
Id., &me and Its Development under Augustus and His Successors, cit.; Id., The Popu­
lace o/ Rame in !Ate Antiquity: Prohlems o/ Classification and Historical Description,
cit.
84. Epit. de Caes., r, 6.
8,-. Bellum, 2, 3 8 3 e 386.
86. Lo Cascio, Le procedure di recensus datla tarda Repubblica al tardDantico, cit.,
pp. 36 ss. e riferimenti.
87. Attestata, oltre che dalla ricchissima documentazione epigrafica, da un cele­
berrimo luogo pliniano (N. H. , r8, 31), dove si dice che Nerone avrebbe confiscato le
proprietà di sei grandi latifondisti che detenevano la metà del territorio africano: un'e­
vidente iperbole che comunque rivela in quali forme potesse essersi accresciuto in mi­
sura consistente il patrimonio imperiale nella regione.
88. Cfr. il luogo di Appiano citato sopra, nota 82.
89. Cfr. , ad es., Sallares, Malattie e demografia nel Lazio e in Toscana nell'anti­
chità, cit. , p. 89; O. F. Robinson, Ancient Rame. City Planning and Administration,
London & New York r992, p. r; H. W. Pleket, &me: A Pre-industrial Megalopolis,
in Th. Barker, A. Sutcliffe (eds.), Megawpolis: The Giant City in History, London
r993, p. r7; K. Hopkins, Rame, Taxes, Rents and Trade, in " Kodai, Journal of An­
cient History" , 6/7 ( r99,--96), p. 60.
90. G. R Storey, R R Paine, lAtin Funerary Inscriptions. Another Attempt at De­
mographic Analysis, in Xl Congresso Internazionale di Epigrafia greca e latina (Roma
18-24 settembre 1997), Atti, l, Roma r999, pp. 847-62.
9 r . Cfr. ad es. tra gli interventi più recenti R Finlay, Population and Metropolis:
the Demography o/ London, 1580-1650, Cambridge r98 r ; J. Landers, Mortality and
Metropolis: the Case o/ LondDn, 1675- 1825, in "Population Studies" , 4 r (r987), pp.
,-9-76; [d., Death and the Metropolis: Studies in the Demographic History o/ London,
1670-1830, Cambridge r993.
92. A. Sharlin, Natural Decrease in Early Modern Cities: A Reconsideration, in
"Past and Present", 79 (1978), pp. u6-38; [d., A Rejoinder, in "Past and Present" , 92
(r98r), pp. rn-80.
93. Un illuminante esempio è offerto dal caso di una retirement community negli
Stati Uniti dei nostri giorni: St. Petersburgh in Florida. Si è messo in rilievo come, in
questa comunità, il surplus delle morti rispetto alle nascite non riflette una minore
salubrità del luogo, ma il fatto che gl'immigrati, che sono in questo caso anziani pen­
sionati, hanno avuto i loro figli altrove, ma muoiono a St. Petersburgh: J. De Vries,
European Urhankation 1500-1800, Cambridge (MA) r984, p. 1 8 r .
94. A . M . van der Woude, Population Developments in the Northern Netherlands
(1 500-1800) and the Validity o/ the 'Urhan Graveyard' Effect, in • Annales de démogra­
phie historique", 1982, pp. ,,-n; che il modello dell'urhan immigration possa co­
stituire una plausibile spiegazione alternativa, rispetto al modello dell'urhan graveyard
e/fect, del surplus delle morti rispetto alle nascite e che questo stesso surplus sia feno­
meno che conosce eccezioni di rilievo sembrerebbe rivelarlo la comparativamente as­
sai informativa documentazione che possediamo sull'evoluzione demografica della cit­
tà di Roma tra il xvu e il xvm secolo: E. Lo Cascio, Did the Population o/ Imperia/
Rame Reproduce Itsel/?, rei. presentata alla sessione su Population and Preindustrial
Cities in Both New and Old Worlds, del 97th annua! meeting dell'American Anthro­
pological Association (Philadelphia, december 2-6, 1998), in corso di stampa.

66
r. LA POPOLAZIONE

91· Forse la presentazione più fosca delle condizioni della città di Roma si trova
nelle pag ine classiche di L. Mumford, The City in History, London 1961; ma cfr. so­
prattutto A. Scobie, Slums, Sanitation, and Mortality in the &man World, in "Klio",
68 (1986), pp. 399-43 3.
96. Vesp., 1, 4; cfr. Cass. Dio, 61 (66), r, 2: un cane, mentre Vespasiano sta
pranzando, porta dalla strada una mano e la deposita sotto la mensa.
97. Vitr., 2, 8, 17, mette in rilievo come gli abitanti delle insuiae fossero allogati
in modo confortevole; cfr. in generale R Laurcnce, Writing the Roman Metropolis, in
H. M. Parkins (ed.), Roman Urhanism. Beyond the Consumer City, London & New
York 1997, pp. 1-20.
98. Lo Cascio, Did the Popuiation o/ Imperia/ &me Reproduce ltset/?, cit., in
base alla documentazione fornita da C. Schiavoni, E. Sonnino, Aspects généraux de
l'évolution démographique à &me: r598-r824, in "Annales de démographie histori­
que", 1982 1 pp. 91- 109; E. Sonnino, Bilanci demografici di città italiane: problemi di
ricerca e risultati, in La demografia storica delle città italiane (Relazioni e comunicazio­
ni presentate al Convegno tenuto ad Assisi nei giorni 27-29 ottobre 1980) 1 Bologna
1982 1 pp. 47-108; Id., The Population in Baroque &me, in P. van Kessel, E. Schulte
(eds.), &me-Amsterdam. Two Growing Cities in Seventeenth-Century Europe, Amster­
dam 1997, pp. 10-70.
99. Storey, Estimating the Popuiation o/ Ancient Roman Cities, cit.; [d., The Po-
pulation o/ Ancient &me, cit.
100. Beloch, Die Bevotkerung der griechisch-romischen Welt, cit., p. 409.
101. Dion. Hal., 4, 13, 3-4.
102. Cfr. il saggio di Wallace-Hadrill in questo volume.
103. Cfr. R von Pohlmann, Die Obervolkerung der antiken Groftstiidten, Leipzig
1884, p. 73·
104, Cfr. il saggio di Daguet-Gagey in questo volume.
101, C. Bruun, The Water Supply o/ Ancient &me. A Study o/ &man Imperia!
Administration, Helsinki 1991, p. 104; [d., Acquedotti e condizioni sociali di Roma im­
periale: immagini e realtà, cit., pp. 126 ss.; e cfr. il saggio di Bruun in questo volu­
me.
106. Robinson, Ancient &me. City Planning and Administration, cit., pp. n3
ss.
ro7. [ luoghi che attestano l'insalubrità deUe parti basse della città sono Cic., de
rep., 2 1 6, II (che però attesta contestualmente la salubrità dei colli!); Hor., Epist., r,
7 1 8-9: cfr. Sallarcs, Malattie e demografia nel Lazio e in Toscana nell'antichità, cit.
108. B. D. Shaw, Seasons o/ Death: Aspects o/ Mortality in Imperia/ Rome, in
"Joumal of Roman Studies", 86 (1996), pp. roo-38; W. Scheidel, Lihitina's Bitter
Gains: Seasonal Mortality and Endemie Disease in the Ancient City o/ Rome, in "An­
cient Society" , 21 (1994), pp. 111-n; Id., Measuring Sex, Age and Death in the &­
man Empire, Ann Arbor (Ml) ("Joumal of Roman Archaeology" , suppi. n. 21) ( 1996),
cap. 4·
109. Schiavoni, Sonnino, Aspects généraux de l'évolution démographique à &me:
r598-r8:J.4, cit.
no. M. K. Hopkins, On the Prohahle Age Structure o/ the &man Popuiation, in
"Population Studies", 20 (1966-67), pp. 241-64.
u r . R BagnaU, B. Frier, The Demography o/ Roman Egypt, Cambridge 1994.
112. Paine, Storcy, utin Funerary lnscriptions. Another Attempt at Demographic
Analysis, cit.
n3. Shaw, Seasons o/ Death: Aspects o/ Mortality in Imperia/ &me, cit., p. 109;
e tav. 2 a pp. 137 s.
ROMA JMPERJALE

1 14. L. Del Panta, Le epidemie nella stona demografica italiana (secoli XJV-x1x),
Torino 1980; cfr. Sonnino in L. Del Panta, M. Livi Bacci, G. Pinto, E. Sonnino, La
popolazione italiana dal medioevo a oggi, Bari-Roma 1 996, pp. 91 ss.
n5. Lo Cascio, Le procedure di recensus dalla tarda Repubblica al tardoantù:o e ,1
calcolo della popolazione di Roma, cit., pp. 47 s., 11 proposito di H. A. Aurei., 35, 1 e
di C. Th. , XN, 17, 5.
n 6. Virlouvet, Tessera frumentaria, cit., pp. 2 0 5 ss.; L o Cascio, Le procedure di
recensus dalla tarda Repubblica al tardoantico e il calcolo della popolazione di Roma,
cit., p. 50.
n7. Cfr. ora R. P. Duncan-Jones, The lmpact o/ the Antonine Plague, in "Jour­
nal of Roman Archaeology", 9 (1996), pp. 108-36.
n 8. E. Lo Cascio, Ancora sugli "Ostia's Services to Rome": collegi e corporazioni
annonarie a Ostia, rei. presentata alla tavola rotonda su Vii/es et avant-ports: Rome­
Ostie-Pou1.1.oles, Athènes-Le Pirée-Délos, Ecole française de Rome, 29-30 novembre
1994, in corso di stampa.
n9. Id., Fra equilibrio e crisi, in A. Schiavone (a cura di), Storia di Roma, ll, 2 ,
Torino 1 991, pp. 707 ss.; Duncan-Jones, The lmpact o/ the Antonine Plague, dt.
120. Herod., 1 , 12 ss.; Cass. Dio, 72 (73), 14, 3-4 (Xiph.).
1 2 1 . «Vilitatem proposuit, ex qua maiorem penuriam fecit», dice il biografo di
Commodo, H. A. Comm. , 14, 3.
1 22 . H. A. Comm. , 17, 7: «Classem A/ricanam instituit, quae subsidio essei, si/or­
te Alexandrina frumenta cessassent».
1 23. H. A. Sev., 23, 2: «moriens septem annorum canonem, ita ut cottidiana se­
ptuaginta quinque mt1ia modium expendi possent, reliquit»; cfr. 8, 5 : «rei frumentanae,
quam minimam reppererat, ita consuluit, ut excedens vita septem annorum canonem
p(opulo) R(omano) relinqueret»: cfr. in particolare F. De Romanis, Septem annorum
canon. Sul canon populi Romani lasciato da Settimio Severo, in "Rendiconti dell'Acca­
demia dei Lincei", s. 9, 7 (1996), pp. 133-59.
124. Lo Cascio, Le procedure di recensus dalla tarda Repubblica al tardoantico e il
calcolo della popolazione di Roma, cit., pp. 40 ss., con la discussione delle tesi di De
Romanis, Septem annorum canon. Sul canon populi Romani lasciato da Settimio Seve­
ro, cit.; cfr. pure E. Lo Cascio, Canon frumentarius, suarius, vinarius: stato e privati
nell'llfJprovvigionamento de/fVrbs, in Harris (ed.), The Transfor,nations o/ Vrbs Roma
in Late Antiquity, cit., pp. 1 65 s.
125. M. Corbier, Trésors et greniers dans la Rome intpériale (1er-me sièc/es), in Le
Système palatial en Orient, en Grèce et à Rome, Actes du Colloque de Strasbourg 1985,
Strasbourg 1987, pp. 4n -43.
1 26. Cass. Dio 76 (77), 1, 1 (Xiph.); cfr. Herod., 3, 1 0, 2.
127. 3, 1 3 , 4·
1 2 8. Cfr. ad es. M11Zzarino, Aspetti sociali del quarto secolo, cit., p. 238, con p.
416, n. 49.
129. Cfr. C. Th., XN, 16, 2 ( = C.J., XI, 24, 1 ), relativa a Costantinopoli, dove
compare precisamente il nesso canon expendi: «lta enim debet canon ab inclytae me­
moriae Constantino praestitutus nec non a divo pietatis meae avo [Theodosio: C.J.] auc­
tus expendi [ ... ]».
130. Cfr. la rubrica di C.Th., XN, 15, de canone frumentario urbis Romae, e le
costituzioni dello stesso titolo.
1 3 1 . Swpra, n. 73, per il calcolo dell'apporto calorico.
132. Cfr. il saggio di C. Virlouvet in questo volume.
133. Un punto sul quale insiste particolarmente J. Carcopino, La vita quotidiana
a Roma all'apogeo de/l'impero, trad. it. Roma-Bari 1967', pp. 22 ss.

68
LA POPOLAZIONE

134. F. Guidobaldi, Le domus tardoantiche di Roma come "sensori" delle trasfor­


mazioni sociali e culturali, in Harris (ed.), The Transformations o/ Vrbs Roma in ute
Antiquity, cit., pp. n-68; cfr. il suo contributo a questo volume.
135. C.Th., xrv, 17, 5 è la costituzione che ripristina la gratuità.
136. Ciò che mi sembra doversi dedurre dalle leggi raccolte in C. Th. , XIV, 15.
137. Olympiod., fr. 25 Blockley, che deve riferirsi a coloro che, avendo abbando­
nato la città dopo il sacco di Alarico, vi tornano e si fanno nuovamente registrare: cfr.
E. Lo Cascio, Registri dei beneficiari e modalità delle distrihUWJni nella Roma tardoan­
tica, in AA.vv., UJ mémoire perdue. Recherches sur l'administratìon romaine, cit., pp.
365-85.
138. L'idea di una Roma ancora fittamente popolata nel quarto secolo, che subi­
sce una ferita mortale ell'inizio del quinto, col sacco alariciano, parrebbe confermata
da una più generale analisi della documentazione archeologica: R Hodges, D. White­
house, Mohammed, Charlemagne and the Origins o/ Europe. Archaeology and the Pi­
renne Thesis, London 1983, cap. 2, part. pp. 48 ss.
139. Cassiod., Var. , r r , 39.
2

I grandi servizi pubblici a Roma *


di Anne Daguet-Gagey

Se i Romani sono passati ai posteri in virtù del loro talento senza


eguali di giuristi, in virtù della loro espansione durevole e straordina­
ria nel Mediterraneo, essi meritano di restarvi per le qualità di ammi­
nistratori di cui hanno saputo ugualmente dar prova, sia a Roma che
nel resto dell'impero. Riguardo a ciò, è necessario attenuare giudizi
espressi troppo spesso e troppo in fretta, che tendono a fare dell'am­
ministrazione romana una pesante macchina burocratica e pletorica.
Se queste caratteristiche sono valide per l'epoca tarda, ma senz'altro
da attenuare, non sono assolutamente presenti nei primi tre secoli
dell'impero. Al contrario, studi recenti relativi ai diversi servizi, in
particolar modo dell'alto impero, testimoniano la notevole agilità del-
1'amministrazione romana, le sue capacità di adattamento in base alle
congiunture, a modificare, se necessario, le proprie strutture, ad in­
crementare o a ridurre il proprio personale secondo le necessità. È ,
pertanto, l'immagine di servizi dagli ingranaggi ben oliati, ma talvolta
inceppati, che bisogna conservare e non quella di un mostro tentaco­
lare, condannato all'immobilità dalla sua stessa imponenza.
Lo studio dei grandi servizi pubblici urbani può aiutare a convin­
cersi di questa realtà. Per far vivere il milione circa di abitanti che la
città eterna comprendeva e per pennettere ai suoi abitanti di dissemi­
narsi fra i sette colli, spettava allo Stato romano, a cominciare dal suo
capo, l'Imperator Caesar Augustus, che vi risiedeva, almeno quando
necessità impellenti non ne esigevano la presenza fuori dalle mura, di
fornire servizi amministrativi adeguati. Su questi ultimi ricadeva il
grave compito di assicurare l'ordine nella città e di farvi regnare, per
delega imperiale, la giustizia senza la quale i cittadini non avrebbero
potuto vivere in concordia; ma era necessario pure che essi fossero in
grado di rifornire i mercati della capitale di vettovaglie, di alimentare
le fontane, i ninfei e le condutture di piombo che circolavano nei sot­
terranei dell'Urbs, che essi pennettessero ai Romani di dedicarsi ai
propri divertimenti preferiti, costruendo o restaurando numerose
ROMA IMPERIALE

opere pubbliche profane e che permettessero ai loro sentimenti reli­


giosi di esprimersi, erigendo o rinnovando edifici sacri. Ciò presuppo­
neva che si gestisse nel miglior modo possibile uno spazio urbano
densamente popolato. Spetta al fondatore del principato il merito di
aver contribuito all'organizzazione di queste strutture amministrative
- prefetture urbana e del pretorio, grandi curatele urbane, prefetture
dell'annona e dei vigili -, che furono perfezionate dai suoi successori
e che attraversarono, non senza modifiche strutturali talvolta notevoli,
i cinque secoli di vita dell'impero della parte occidentale, comparen­
do ancora in primo piano nella Notitia dignitatum, un documento
amministrativo dei primi anni del v secolo della nostra era, di impor­
tanza capitale per chi cerca di comprendere le strutture amministrati­
ve del tardo impero '.
Senza dubbio Augusto non creò ex nihilo; magistrature di caratte­
re amministrativo, giudiziario, edilizio esistevano già in epoca repub­
blicana e fu ad esse che egli seppe ispirarsi. I limiti di queste ultime
erano stati raggiunti nel giorno in cui la piccola città del Lazio si era
trasformata in una città di milioni di abitanti, in cui essa aveva «solle­
vato la testa al di sopra delle altre» fino a divenire la mégapole che
conosciamo, la città-mondo, l'Urhs aeterna. Essendosi queste istituzio­
ni rivelate ormai insufficienti, Augusto le trasformò, avviando servizi
che i suoi successori finirono di organizzare. Egli seppe rendere per­
petue, in modo mirabilmente pragmatico e con notevole abilità, delle
funzioni concepite originariamente come temporanee e seppe fare dei
loro titolari non più dei magistrati, ma dei funzionari, nominati da lui
e retribuiti dall'erario pubblico; se la maggior parte esercitava colle­
gialmente i propri incarichi - finzione repubblicana agevole da con­
servare e priva di pericolo -, era chiaro che questi alti responsabili e i
servizi che essi gestivano agivano per conto dell'imperatore; essi era­
no i rappresentanti dell'imperatore, incaricati di amministrare la sua
città, una «città di mattoni» che egli aveva trasformato in una «città
di marmo», una città di montes e di pagi, divenuta la città delle quat­
tordici regioni I cambiamenti nello spazio e nell'amministrazione,
2

dunque, furono profondi; fu il trionfo del nuovo ordine augusteo,


una nuova concezione del potere, l'esercizio di un nuovo tipo di au­
torità, in uno spazio ideologicamente, amministrativamente e urbani­
sticamente rinnovato.
Se la capitale dell'ecumene fu l'oggetto di tanta attenzione da par­
te del potere imperiale, fu in gran parte perché essa costituiva il luo­
go di residenza abituale dell'imperatore. Per questa ragione, e perché
essa era la culla dell'espansionismo romano, legami particolarmente
stretti la univano all'arbitro dei destini dell'impero. Essa aveva il do-

72
2 . I GRANDI SERVIZI PUBBLICI A ROMA

vere di essere il riflesso della sua dignità, della sua maestà, e ancor
più del suo imperium. Poiché è anzitutto e principalmente a Roma -
domi - che l'imperatore esercitava il suo potere supremo, che gli era
stato rimesso dal senato nel giorno della sua investitura, poiché è da
Roma, "centro del mondo " civilizzato, che partivano ogni giorno
quantità notevoli di uomini e di direttive, che rappresentavano il po­
tere imperiale o promanavano direttamente da esso, destinate alle re­
gioni più lontane dell'impero, era necessario che gli organi direttivi
della «grande città vestita di porpora e di scarlatto» 3 fossero più
competitivi possibile, e che testimoniassero da soli non solo la voca­
zione di vincitori propria dei romani, ma anche il loro talento di or­
ganizzatori. Se le innumerevoli città del mondo romano aspiravano a
essere delle "piccole Rome", da parte sua il loro modello aveva il do­
vere di essere come un impero su scala ridotta; i suoi servizi ammini­
strativi che cercavano di rendere la vita politica e materiale dei suoi
abitanti possibile, se non sempre piacevole, dovevano dar prova di
una razionalità, di un senso dell'organizzazione, di un pragmatismo
fuori del comune. Da queste qualità risultava un'efficacia, che la pre­
senza in urbe del principe imponeva. Nessun abitante della città eter­
na avrebbe immaginato e tantomeno tollerato che un principe, pa­
drone del suo impero, non fosse in grado di esercitare il suo impe­
rium, direttamente o per mezzo di rappresentanti nominati da lui, a
causa della disorganizzazione dei servizi urbani. Il buon principe, am­
ministratore illuminato, doveva assicurare, o far assicurare a suo
nome, la polizia diurna e notturna, la giustizia civile e criminale, la
lotta contro gli incendi, l'approvvigionamento della città di acqua, di
grano, di olio, la distribuzione ai più bisognosi degli alimenti primari,
l'abbellimento monumentale della capitale. E la vocazione di Roma
era certo di essere lo specchio del principe e del mondo, e non un
volgare vetro deformante.
Consapevoli di questa necessità, gli imperatori si preoccuparono
di creare e di far evolvere a Roma stessa strutture amministrative ade­
guate, di cui è opportuno descrivere la natura, il modo di funziona­
mento, la finalità.

2.I
La prefettura urbana
Questa carica, che esisteva già sotto i regimi precedenti, conobbe il
suo momento di gloria durante l'impero 4• Per comprenderne le ca­
ratteristiche in quest'epoca, è necessario ricorrere a Suetonio: «Quo-

73
ROMA IMPERIALE

que p/ures partem administrandae rei publicae caperent, noua officia ex­
cogitauit: curam operum publicorum, uiarum uariarum, aquarum, aluei
Tiberis, frumenti populo diuidundi, praefecturam urbis, triumuiratum
legendi senatus et alterum recognoscendi turmas equitum, quotiensque
opus esset» '· È ad Augusto, si è detto, che spetta il merito di aver
riorganizzato l'amministrazione urbana e di aver in particolare gettato
le basi di questo grande servizio che sarebbe divenuto la prae/ectura
Urbis. Non vi è alcun dubbio che il fondatore del principato abbia
voluto mettere un limite all'autonomia municipale della capitale che
accoglieva la propria residenza, e che abbia cercato di riservarsi dei
poteri che precedentemente spettavano ai magistrati o al senato. Le
sue usurpazioni si realizzarono progressivamente e la prefettura urba­
na non fu il primo servizio creato dal principe. Prima di questa, Au­
gusto aveva preso sotto la sua ala protettrice l'approvvigionamento di
grano di Roma, la cura degli acquedotti, dei lavori pubblici, la manu­
tenzione dell'alveo del Tevere e delle cloache. È soltanto in un se­
condo tempo che egli assunse la direzione della polizia urbana, che
affidò ad un rappresentante nominato da lui. Il primo prae/ectus
urbi 6 attestato è Valerio Messala Corvino, chiamato a ricoprire que­
sta carica dall'imperatore nel 26 a.C. All'inizio la carica fu tempora­
nea: solo in assenza del principe si procedeva a nominare un prefetto.
Tale carica divenne permanente soltanto nel 13 d.C.; è ciò che si de­
duce, quanto meno, dalle parole di Tacito: «Primusque Messa/a Co­
ruinus potestatem et paucos intra dies finem accepit, quasi nescius exer­
cendi; tum Taurus Statilius, quamquam prouecta aetate, egregie tole­
rauit; dein Piso, uiginti per annos pariter probatur, publico funere ex
decreto senatus celebratus est» 7 • Da allora, fino al basso impero inclu­
so, della prefettura urbana si occupò regolarmente l'imperatore. In
seguito, Severo Alessandro è ricordato dalla tradizione come colui
che istitul, connesso con la prefettura, un consiglio di quattordici cu­
ratores urbis, senatori di rango consolare, uno per ogni regione 8 ; ma
A. Chastagnol ha dimostrato che si trattava di un'invenzione dell'au­
tore e lo stesso vale per l'affermazione che lo stesso sovrano avrebbe
accordato al senato il diritto di proporre candidati a tale carica 9 •
Una cosa è dunque sicura: la nomina del prae/ectus urbi promana­
va sempre dall'imperatore, e la sua permanenza in carica dipendeva
esclusivamente dal volere imperiale 10• Le sue funzioni cessavano nel
momento in cui il suo successore aveva ricevuto i suoi codicilli e
dopo che il senato era stato avvertito della nuova nomina. Il principe
sceglieva soltanto membri dell'aristocrazia senatoria di rango elevato,
quelli, cioè, che avessero raggiunto il rango consolare. Sin dall'origi­
ne, la carica costitul il gradino più alto della carriera senatoria 1 1 • Pa-

74
2 , 1 G!IANDI SERVJZI PUBBL]Cl A !IDMA

recchi titolari della carica ricoprirono contemporaneamente un secon­


do consolato Prefettura urbana e secondo consolato erano gene­
12

ralmente ricopeni 20/25 anni dopo il primo consolato 1 3 • Il prefetto


era considerato un funzionario e non un ufficiale, benché forze di po­
lizia fossero sotto la sua autorità. Per questa ragione egli vestiva gli
abiti civili propri dell'ordine senatorio, e in particolar modo 1a toga.
Nel corso della sua lunga storia, la prefettura urbana «simboleggian­
do ciò che restava delle vecchie tradizioni repubblicane» rimase, dun­
que, «accanto alle antiche magistrature senatorie, le cui attribuzioni
erano cadute in desuetudine, come espressione della dignità civile,
aspetto che era evidenziato soprattutto dalla toga e dalla lunula» 1 4,
Peraltro, il prefetto aveva diritto a due fasci ed era preceduto da lit­
tori, ogni qual volta si spostava 1' .
Che dire delle sue funzioni? Si è messo in rilievo come il ruolo
principale del prefetto consistesse nel mantenere l'ordine pubblico
nella città in nome dell'imperatore. Ma le funzioni del prefetto non si
limitavano a questa attività. Nel corso dei primi due secoli della no­
stra èra, le sue competenze si svilupparono, per quanto si restrinsero
geograficamente.
Il prefetto interveniva principalmente in tre settori: la polizia diur­
na, 1a giurisdizione criminale e, in misura minore, la giurisdizione ci­
vile. È in ciò che consisteva la sua cura urbis, che più di un autore
ama ricordare, come Seneca a proposito di L. Pisone: «L. Piso custos
urbis... o/ficium suum, tutela urbis continebatur, diligentissime admini­
strauit», e ancora Ulpiano: «1.nitio eiusdem epistulae [ad Fabium Cilo­
nem] scriptum est: "cum urbem nostram fidei tuae commiserimus":
quidquid igitur intra urbem admittitur, ad prae/ectum urbi uidetur per­
tinere. Sed et si quid intra centesimum miliarum admissum sii, ad prae­
/ectum urbi pertinet» 1 6•
Come ricorda Chastagnol, «il prefetto urbano era, dunque, sia per
la sua azione personale, sia attraverso l'intermediazione del personale
subalterno o dei burocrati, il responsabile supremo della tranquillità
pubblica a Roma» 1 7 • E non solo luoghi pubblici erano sotto il suo
controllo, ma anche persone. Fu, infatti, incaricato, sembra a partire
dal n secolo 1 8, di sorvegliare i luoghi degli spettacoli pubblici 1 9, i
20
mercati e altri luoghi destinati al commercio ma anche i membri di
,

corporazioni professionali incaricate dell'approvvigionamento della


città, gli schiavi, le persone poco raccomandabili (cortigiane, mezzani,
osti... ), la gioventù studentesca, in una parola tutti quei gruppi che
erano in grado di provocare disordini nella capitale. Per far regnare
la tranquillità e la sicurezza pubblica, il prefetto dispose, sin dall'ori­
gine, di una forza militare di 1 .500 uomini, che erano accasermati nei

75
ROMA [MPER[ALE

castra urbana, nella regio vn, lì dove era situato il mercato della carne
suina (forum suarium). Queste tre coorti di 500 uomini, sotto il co­
mando di tribuni di rango equestre, divennero quattro sotto Domizia­
no o, al più tardi, sotto Traiano. Nel corso del n secolo, modifiche
importanti, ma molto male note, riguardarono le coorti urbane, che
gli imperatori cercarono di avvicinare alle loro consorelle del preto­
rio. Sembra, infatti, da un'iscrizione, che al più tardi sotto Antonino
Pio le coorti urbane passarono sotto il comando dei prefetti del pre­
torio 2 t , prima di ritornare sotto quello del prefetto urbano all'epoca
di Settimio Severo, in seguito alla riforma che quest'ultimo impose ai
pretoriani; «il tentativo di assimilazione fatto per più di un secolo vie­
ne abbandonato; le coorti urbane tornano ad essere truppe di polizia,
mentre i pretoriani conservano un ruolo militare e politico» 22•
Tuttavia, l'attività del prefetto non si limitava a questi compiti di
polizia; gli fu concesso di avocare, a quanto sembra a partire da
Adriano, alcune cause civili (protezione degli schiavi, intervento con­
tro tutori e curatori disonesti, processi che riguardavano banchieri) 2 3 •
Ma soprattutto, egli si vide affidare una parte della giurisdizione cri­
minale, di cui furono spogliate a poco a poco le istanze giurisdiziona­
li abituali, il senato e, ancor più, i pretori, presidenti delle quaestiones
perpetuae, che decaddero a partire dal r secolo della nostra era per
sparire, infine, sotto Caracalla. In questo campo, l'ambito delle sue
competenze non cessò di accrescersi. Non solo egli poté esercitare la
coercizione nei confronti dei fomentatori di disordini, ma anche rice­
vere le accuse criminali; il suo tribunale finì per diventare la più im­
portante corte di giustizia criminale di Roma: «Omnia omnino crimi­
na prae/ectura urbis sibi uindicavit» 24• Egli era considerevolmente av­
vantaggiato dal fatto di disporre, per punire i colpevoli, del ius gladii,
di cui erano sprovviste le altre autorità giurisdizionali della capitale.
Nessuna legge fissava i limiti dell'azione prefettizia. Costui interveniva
là dove l'utilità e l'interesse pubblico erano in gioco. Così poteva sia
trattare le cause di schiavi maltrattati dai loro padroni, sia giudicare il
crimen expilatae hereditatis o tutt'altro tipo di crimini. Nella maggior
parte dei casi, nei confronti di una sentenza del prefetto, si poteva
fare appello al principe.
Se le competenze del prefetto a poco a poco si accrebbero, in
cambio esse si restrinsero geograficamente. Infatti, per tutto il r seco­
lo d.C., il prefetto urbano esercitava le sue funzioni giurisdizionali e
di polizia certamente a Roma e nel resto dell'Italia, almeno in teoria.
Ma, in seguito alle riforme istituzionali di Adriano e di Marco Aure­
lio, il campo d'azione dei prefetti si ridusse alla Roma delle quattor­
dici regioni augustee, ampliata per un raggio di cento miglia a partire
2 , I GRANDI SERVIZI PUBBLICI A ROMA

dalle antiche mura serviane. Sappiamo, infatti, che Adriano volle ri­
durre l'autonomia delle città della penisola italiana e che, a questo
scopo, istituì quattro consulares, che Marco Aurelio, intorno al 164,
trasformò in quattro iuridici, senatori di rango pretorio, ai quali affi­
dò la giurisdizione civile 25 • Certamente nello stesso tempo, egli affidò
ai prefetti al pretorio la giurisdizione criminale. Restò, dunque, di
competenza del prefetto urbano Roma e il territorio entro le cento
miglia dalla città che Ulpiano definisce urbica dioecesis, al di fuori
della quale il prefetto abbandonava la sua potestas 26•
Non c'è alcun dubbio che il prefetto disponesse, per svolgere il
proprio incarico, di locali e di un personale subalterno. Sembra che
la sede della prefettura urbana sia cambiata diverse volte. Secondo
Giovanni Lido, che cita un frammento perduto di Suetonio 27 , la
prae/ectura urbana «inizialmente, sotto Augusto, ebbe la sua sede in
una basilica costruita da questo imperatore e che deve essere o la ba­
silica Iulia o, piuttosto, un edificio incluso nel Foro di Augusto» 2 8 •
Coarelli, da pane sua, pensa che a partire dai Flavi, la prefettura
ebbe la sua sede nel tempio della Pace, là dove fu affissa sotto Setti­
mio Severo una nuova versione della Forma Urbis: «L'insieme del
Foro della Pace probabilmente era stato creato per costituire la sede
della Prae/ectura Urbi, ampliata in seguito in direzione delle Cari­
nae» 29• È chiaro, dunque, che la prefettura urbana si è installata nel
pieno centro di Roma, non lontano dal foro repubblicano, dai fori
imperiali e dal Colosseo. Da Il poteva comodamente sorvegliare le
zone centrali dell'Urbs e, all'occasione, mettervi ordine.

2.2
La prefettura del pretorio
Se la prefettura urbana costituiva il grado più alto della carriera sena­
toria, la prefettura al pretorio rappresentava, da pane sua, il fastigio
della gerarchia equestre, almeno a partire dall'epoca flavia 30• La sua
creazione risale, anch'essa, all'epoca di Augusto, e le sue competenze
si sono ampliate col tempo, come quelle della sua consorella romana.
Le sue origini si situano alla fine della repubblica, quando gli impera­
tores presero l'abitudine di destinare una coone alla propria difesa
personale e a quella del loro quartiere generale (praetorium) 3 1 • Otta­
vio non fece eccezione alla regola, costituendosi una guardia compo­
sta esclusivamente di italici, in base a un tipo di reclutamento che
resterà invariato fino a Settimio Severo. Costituita da cinque cooni ad
Azio, la guardia imperiale passò a nove quando Augusto la istituzio-

77
ROMA IMPERIALE

nalizzò. Come sottolinea M. Durry, «ma perché nove? Perché dieci


avrebbero ricordato troppo una legione, e sarebbero state presto de­
signate col nome di legio praetoria... , e ancora mai era stata accaser­
mata una legione a Roma» 3 2 • D'altronde, bisogna osservare che sol­
tanto sotto Tiberio la guardia imperiale ebbe definitivamente i suoi
quartieri a Roma, in quei castra praetoria, costruiti fuori della Porta
Viminalis, che furono il luogo dell'acquartieramento per tre secoli H .
Ma se l'origine delle coorti risale alla fine della repubblica, bisogna
attendere il 2 d.C. perché Augusto fornisse loro dei capi: in quell'an­
no, secondo Cassio Dione, il princeps nominò due uomini provenienti
dall'ordine equestre perché comandassero, in suo nome, la guardia
imperiale 34• Q. Ostorius Scapula e P. Salvius Aper furono i primi
due prefetti del pretorio dell'epoca imperiale, i primi di una lunga
serie. Con queste nomine, Augusto gettò le basi e pose i princìpi di
un'istituzione il cui ruolo avrebbe ricoperto un'importanza spesso ca­
pitale: la designazione promanava dal principe, l'ambito di origine era
l'ordine equestre 3 1 , la carica era collegiale. Certo, è possibile che tal­
volta vi sia stato qualche strappo alla regola, ma questa rimase più o
meno immutabile. Non vi è alcun dubbio che il principe conservasse
il comando supremo della sua guardia, di cui nominava i capi: è lui
stesso che rimetteva ai tribuni delle coorti pretorie il signum; d'al­
tronde sui diplomi militari non c'è alcuna menzione del prefetto,
mentre c'è quella dell'imperatore e dei soldati qui in praetorio meo
militauerunt 36•
La maggior parte dei prefetti erano membri del secondo ordine e
al più tardi in epoca tlavia ne divennero anche le figure di spicco,
titolari di un posto che rappresentava, ormai, il grado più alto della
carriera. Tra costoro, c'erano sia dei civili sia dei militari. Molti pro­
venivano dai ranghi, e non è da sottovalutare il numero di coloro
che, dopo alcuni anni di servizio, ottenevano delle procuratele e
avanzavano così progressivamente nella gerarchia delle cariche eque­
stri sino ad occuparne la sommità. Tuttavia, non c'erano solo militari
di carriera tra i prefetti al pretorio, malgrado sia evidente che in alcu­
ne epoche si preferirono questi hahitués della res mi litaris. Alcuni
prefetti erano dei semplici civili, che non avevano neanche svolto le
mi litiae equestres, con le quali si apriva tradizionalmente il cursus, al­
meno per coloro che non provenivano dai ranghi. Piuttosto rari nel r
secolo 3 7 , i casi si moltiplicarono a partire dal n e dal m secolo.
Se è vero che numerosi giuristi divennero prefetti al pretorio nel
III secolo, tuttavia non si deve credere che tutti i prefetti di quest'e­
poca siano stati uomini di legge. Gli imperatori continuarono a fare
ricorso ad uomini il cui valore militare - se non l'origine militare -
2. I GRANDI SERVIZI PUBBLICI A ROMA

non necessitava più di esser dimostrato. Dal momento che alle fron­
tiere cresceva l'instabilità, era indispensabile che i comandanti della
guardia imperiale, le cui funzioni erano sensibilmente aumentate, fos­
sero in grado di rivelarsi, se necessario, valorosi generali.
Non si può concludere questa trattazione delle origini e della car­
riera dei prefetti al pretorio senza far cenno alla possibilità che fu
offerta ad alcuni di essi di passare nell'ordine senatorio. Ancor prima
che si prospettasse loro l'ipotesi di poter entrare a far parte dell'ardo
senatorius, alcuni prefetti ottennero di portare gli ornamenti propri
dei senatori, pretorii o consolari. Tuttavia, questo elemento di distin­
zione non li rendeva membri dell'ordine 3 8 ; perché ciò avvenisse era
necessario che l'imperatore accordasse loro una adlectio, attraverso la
quale essi divenivano senatori e quindi, al tempo stesso, clarissimi.
Sono noti numerosi casi di questo genere: tuttavia, non bisogna tene­
re in alcun conto le parole della Historia Augusta, che sostiene che la
prefettura al pretorio, a partire dal regno di Severo Alessandro, sa­
rebbe stata esercitata da clarissimi: «Prae/ praetorii suis senatoriam
adJidit dignitatem, ut uiri clarissimi et essent et dicerentur... Alexander
autem idcirco senatores esse uoluit prae/ praet., ne quis non senator de
Romano senatore iudicaret» 39 • Il biografo, in questo passo, anticipa
una realtà che sarà effettiva solo all'epoca di Costantino 40 • Fino a
questa data, i prefetti al pretorio continuarono ad essere scelti in seno
all'ordine equestre.
La loro prima funzione, si è visto sopra, consisteva nel comandare
la guardia imperiale. Con questa, essi dovevano garantire la sicurezza
del principe e perciò tenere sotto controllo la capitale 4 1 • Questo uffi­
cio faceva di costoro i funzionari più vicini alla persona del principe,
i suoi ausiliari più diretti e più immediati. Questa vicinanza spiega
l'importanza sempre maggiore che tale carica assunse, dal momento
che i suoi titolari godevano della fiducia del principe, che, tuttavia,
rischiavano di perdere, in caso di abuso di potere. Tali relazioni basa­
te sulla fiducia che poteva degenerare in sfiducia, e persino in aperta
ostilità, spiegano l'ascesa rapida di alcuni alti dignitari e la caduta,
non meno spettacolare, cui poterono andare incontro; i casi di Seia­
no, sotto Tiberio, e di Plauziano, sotto Settimio Severo, sono senza
dubbio i due più eloquenti esempi di questi bruschi voltafaccia del­
l'imperatore, che, dopo aver elevato alcuni personaggi, poteva abbat­
terli brutalmente. I princìpi istituiti da Augusto - designazione da
parte dell'imperatore di due prefetti provenienti dall'ordine equestre -
non poterono impedire l'insuccesso doloroso di alcune collaborazioni.
L'estensione dei poteri attribuiti ai prefetti non poteva che sfociare in
tali situazioni. Tuttavia, non bisognerebbe trarre conclusioni generali

79
ROMA lMPERJALE

soltanto in base ad alcune eccezioni; la maggior pane dei prefetti


esercitarono le loro funzioni senza avere gli occhi puntati su un trono
sul quale aspiravano a sedersi, e senza sperimentare la fine drammati­
ca di un Sciano, di un Perenne 42 o di un Plauziano.
Se i poteri del prefetto furono in un primo tempo essenzialmente
militari, ben presto essi acquistarono delle responsabilità civili, so­
prattutto giurisdizionali, che finirono per fare di loro dei "vice-impe­
ratori".
All'origine, dunque, i prefetti furono designati per comandare le
coorti pretorie che costituivano la guardia imperiale. Nove coorti fu­
rono create da Augusto (numerate dalla 1 alla IX), che peraltro creò
tre coorti urbane (numerate dalla x alla XII). È probabile che il nu­
mero dei pretoriani variasse a seconda delle epoche; tuttavia, è quasi
certo che «dopo Domiziano o probabilmente dopo Traiano, le coorti
pretorie sono dieci e le urbane quattro» 43 • Progressivamente, altri
corpi della guarnigione romana passarono sotto la tutela dei prefetti
al pretorio: nel II secolo, e fino alle riforme di Settimio Severo, cosi
fu per le coorti urbane; creato senza dubbio sotto i Flavi, il numerus
degli equites singulares, cavalieri di origine germanica o pannonica, fu
ugualmente sotto la tutela dei prefetti al pretorio, pur conducendo
un'esistenza indipendente da quella dei pretoriani. Per le altre truppe
di guarnigione a Roma, bisogna ricorrere a un passo di Cassio Dione,
malgrado contenga degli anacronismi 44 • Ancora, i prefetti comanda­
vano i /rumentarii deputati, supernumerarii, accasermati nei castra pe­
regrina agli ordini di un princeps peregrinorum. Verosimilmente, essi
non avevano, invece, sotto il proprio comando le due flotte pretorie
di Miseno e Ravenna - eccetto i distaccamenti romani di queste due
squadre - e neanche le sette coorti dei vigili, incaricate di spegnere
gli incendi, né forse la legio 11 Parthica istituita da Settimio Severo e
stanziata ad Albano 4,.
È indiscutibile che i pretoriani costituissero l'élite della fanteria
romana, come testimonia il loro stipendio, tre volte maggiore rispetto
a quello dei legionari, doppio rispetto a quello dei soldati che serviva­
no nelle coorti urbane; a ciò bisogna aggiungere i donativa accordati
dai principi, al momento della loro ascesa alla dignità imperiale e in
alcune fortunate circostanze. In cambio, i pretoriani dovevan o anzi­
tutto garantire la sicurezza dell'imperatore a Roma e in caso di suoi
spostamenti. Una coorte stazionava permanentemente al Palatino:
«questa coorte vestiva abiti civili, la toga, tuttavia non senza armi;
essa montava al palazzo tutti i giorni all'ora ottava, ufficiali in testa,
dopo la siesta e prima della cena» 46• Quando l'imperatore lascia il
palazzo, sono sempre i pretoriani che lo scortano; essi lo accompa-

80
2 . I GRANDI SERVIZI PUBBLICI A ROMA

gnano, inoltre, in tutti i suoi spostamenti, assistendo a tutte le ceri­


monie a cui il principe partecipa. Oltre alla sicurezza imperiale, i pre­
toriani garantiscono altri servizi, polizia nelle strade, sorveglianza oc­
casionale di alcuni luoghi pubblici... Le loro funzioni, i loro emolu­
menti, il loro luogo di residenza, il loro ruolo politico potenziale, tutti
questi elementi contribuivano a fare dei pretoriani dei cittadini che
godevano di una considerazione particolare.
Quando l'imperatore partiva per una campagna, prefetti e preto­
riani lo accompagnavano, potendo partecipare, all'occasione, alle ope­
razioni e, nel caso dei prefetti, condurre battaglie, come capitò con
Tarrutienus Patemus che nel 178 riportò una vittoria sul Danubio,
grazie alla quale Marco Aurelio ricevette la sua decima ed ultima sa­
lutazione imperatoria 47 •
Oltre al comando delle coorti pretorie, i prefetti esercitavano un
potere di disciplina militare, disponevano di una giurisdizione sui sol­
dati semplici, in particolar modo, capitale. Essi avevano il potere di
nominare i pretoriani a posti subalterni, inferiori al centurionato. Tut­
tavia, la loro influenza, in questo campo come in altri, andò aumen­
tando al punto che essi furono in grado di influenzare la direzione
generale degli eserciti.
Ancor più che nel campo militare, è in quello civile, e soprattutto
giurisdizionale, che le loro responsabilità si accrebbero. Più in gene­
rale, fu loro richiesto di esercitare competenze di carattere ammini­
strativo.
In materia di giurisdizione criminale, i prefetti avevano il diritto
di giudicare in prima istanza. Come si è visto sopra, nel I secolo e nel
primo terzo del n secolo, questa giurisdizione, che si estendeva non
solo a Roma ma a tutta l'Italia, spettava al prefetto urbano. A partire
dalle riforme di Adriano e di Marco Aurelio, si ebbe una divisione
delle competenze tra prefetto urbano e prefetti al pretorio; questi ul­
timi ora si videro affidare la giurisdizione criminale sull'Italia, al di là
delle cento miglia che erano lasciate alla competenza del prae/ectus
Urbi 48 • Ma ancor più le loro competenze si ampliarono per quel che
riguarda la giurisdizione d'appello, poiché «se il prae/ectus urbi acco­
glie gli appelli civili che provengono da Roma, a partire dai Severi
tutti gli appelli civili che vengono dal resto dell'impero vengono pre­
sentati davanti al prefetto al pretorio. La stessa suddivisione viene ri­
spettata per gli appelli criminali» 49 •
Infine, i prefetti fecero sempre più frequentemente parte del con­
silium principis, soprattutto quando quest'ultimo si istituzionalizzò e
si specializzò a partire dal regno di Adriano. Da allora, o al più tardi
sotto Marco Aurelio, i prefetti ne sono regolarmente membri ' 0• Nel-

81
ROMA IMPERIALE

l'ambito di quest'ultimo venivano giudicate le cause che l'imperatore


aveva avocato; quest'ultimo poteva, inoltre, affidare ai prefetti al pre­
torio la responsabilità di giudicare in sua vece, vice sacra o vice princi­
pis, ovvero senza appello, sentenze pronunciate dai governatori di
provincia. Si comprende, quindi, perché i prefetti sono essenzialmen­
te considerati dei giudici e perché sono chiamati così nel tardo im­
pero.
A queste funzioni giurisdizionali, i prefetti aggiunsero alcuni inca­
richi civili complementari, che potevano consistere, per esempio, nel­
la custodia dei cittadini inviati a Roma per esservi giudicati.
L'insieme di questi poteri era esercitato per delega imperiale. La
loro crescita fu progressiva, fino a completarsi nel m secolo. Il pre­
stigio e l'importanza che la carica aveva erano tali che, nel corso del II
secolo, i prefetti furono qualificati come viri eminentissimi, un titolo
che, salvo eccezioni, furono i soli a poter portare ' 1 • Ci si è interrogati
sulle ragioni di una siffatta crescita delle funzioni dei prefetti al preto­
rio, che divennero i comandanti in capo dell'esercito, i giudici, per
così dire, supremi della corte d'appello, in una parola dei viceimpera­
tori. La risposta sta nel fatto che essi venivano tutti nominati dall'im­
peratore, che la loro carica era collegiale e meno specificamente cen­
trata sulla città di Roma di quella del prae/ectus Urbi, mentre la loro
origine equestre li rendeva meno temibili del loro confratello dell'am­
plissimus ordo. Inoltre, e soprattutto, essi erano, in nome delle loro
funzioni, i compagni accreditati dell'imperatore e i suoi collaboratori
più diretti '2. In questo modo si possono comprendere i tempi glorio­
si che la prefettura al pretorio conobbe, fino a quando Costantino
non la trasformerà in una carica puramente civile e amministrativa.

2.3
Le grandi curatele urbane
Se erano i custodi della sicurezza pubblica e i giudici supremi dei
Romani della capitale, gli imperatori dovevano parimenti assicurare la
vita quotidiana ai loro sudditi, permettendo loro di avere acqua da
bere in misura sufficiente, di alimentarsi, di dedicarsi alle loro attività
abituali, professionali o di svago, infine, dando loro la possibilità di
venerare gli dei del pantheon greco-romano, presenti nella città. È an­
cora di Augusto il merito di aver dato vita a due dei tre grandi servizi
amministrativi incaricati rispettivamente della cura degli acquedotti
che rifornivano l' Urbs di acqua, della cura del Tevere, che permetteva
alle navi di trasportare, via acqua, da Ostia le derrate di prima ne-

82
2. I GRANDI SERVIZI PUBBLICI A ROMA

cessità; e, infine, della costruzione e del restauro degli edifici profani


e sacri eretti sul suolo pubblico di Roma. Questi tre servizi, affidati a
dei curatori provenienti dall'ordine senatorio, sono generalmente de­
nominati, per questo motivo, "le grandi curatele urbane". Ne ricorde­
remo soltanto due, quella dei lavori pubblici e quella del Tevere, poi­
ché la cura aquarum è l'oggetto di un contributo specifico in questo
stesso volume 1 3 •

LA CURA ABDIUM SACRAR.UM ET OPBR.UM PUBLICOR.UM

Meno vitale della cura aquarum, ma tuttavia essenziale, era la curatela


dei lavori pubblici e degli edifici sacri '4. Questo servizio creato da
Augusto era preposto alla supervisione dell'occupazione del suolo
pubblico a Roma, oltre che della costruzione e del restauro di edifici
sacri e profani. Da solo, tale servizio riesce a far luce molto bene su
"l'inversione dei segni", che caratterizza il passaggio dalla repubblica
al principato: durante la repubblica, in effetti, erano numerosi coloro
che, da una parte, potevano erigere edifici pubblici e, dall'altra, si oc­
cupavano, tra le loro funzioni, della costruzione o del restauro dei
monumenti, sia che si trattasse di edifici profani che di edifici religio­
si. I censori in particolar modo ebbero la cura degli opera puhlica; ed
erano essi che dovevano occuparsi di intraprendere lavori di interesse
generale, dopo aver preso accordi preliminari, relativamente ai fondi,
con il senato, che attingeva dall'aerarium Saturni le somme necessarie.
I consoli e i pretori potevano ugualmente intervenire in tale campo,
mentre alcune competenze erano ugualmente riconosciute ai propre­
tori, ai proconsoli e ai dittatori, che potevano, alla vigilia di una bat­
taglia, per esempio, fare il voto di erigere un tempio e, di ritorno nel­
l' Urhs, incaricarsi di farlo costruire. Ma soprattutto gli edili giocavano
un ruolo di primo piano, accanto ai censori e, ancor più, in loro as­
senza; essi disponevano, infatti, di una cura Urhis, di una procuratio
aedium sacrarum, in virtù delle quali sorvegliavano gli edifici, sacri e
profani, e si occupavano anche di questioni relative all'occupazione
del suolo pubblico. Come si vede, in questo settore poteva essere im­
pegnato un numero notevole di magistrati, di promagistrati e persino
di privati. Se si aggiunge a questo quadro lo sviluppo considerevole
che ebbe a Roma l'edilizia pubblica, a partire dal n secolo a.C., si
comprende come le insufficienze delle strutture amministrative si sia­
no presto rivelate evidenti.
Fu, tuttavia, Ottaviano Augusto, che tentò di colmare tali insuffi­
cienze, affidando ad Agrippa l'edilità, ricoperta dopo il consolato (33

83
ROMA IMPERIALE

a.C.). Quest'ultimo, durante l'incarico, si preoccupò sia del rinnovo e


dello sviluppo delle infrastrutture urbane (acquedotti, cloache, ponti),
sia della costruzione e della manutenzione di edifici pubblici, serven­
do, così, la causa e il prestigio del princeps, inauguratore di un nuovo
secolo dell'oro e rinnovatore della capitale-mondo. La sua scomparsa,
nel 12 a.C., lasciò un grande vuoto, che Augusto cercò di colmare. È
certamente in quest'epoca che concepì il nuovo o/ficium che sarebbe
divenuto la curatela dei lavori pubblici e degli edifici sacri. Le fasi
iniziali di tale curatela sono scarsamente note, dal momento che il
primo curatore è attestato soltanto sotto Tiberio. Augusto, a quanto
pare, affidò la cura a un collegio di cinque curatori, uno consolare, gli
altri quattro di rango inferi ore.
L'avvio di tale servizio conobbe qualche tentennamento dal punto
di vista strutturale ed è probabilmente sotto Oaudio che esso assunse
il carattere che conservò, con qualche modi.fica, per tutto l'alto impe­
ro. Ormai, il numero dei curatori era fissato a due, reclutati dall'im­
peratore esclusivamente tra i senatori consolari. Questo collegio bice­
falo aveva, nei limiti delle quattordici regioni se non oltre, come com­
pito principale quello di destinare parcelle di suolo pubblico alla co­
struzione di monumenti, più spesso pubblici, ma talvolta anche priva­
ti. Per espletare tale incarico, i curatori ebbero a disposizione, a par­
tire da una data indeterminata, assistenti scelti, in un primo tempo,
nell'ambito dei liberti imperiali e, in un secondo tempo, nell'ordine
equestre: si tratta di adiutores o di subcuratores attestati dopo l'epoca
flavia. Inoltre, fu loro affidato tutto un personale subalterno: persona­
le amministrativo e finanziario impiegato nella stessa statio, di cui si
ignora, d'altronde, l'esatta localizzazione, personale tecnico distaccato
dall'amministrazione centrale e preposto alla custodia di uno o più
monumenti.
Dunque, l'iniziativa augustea ebbe importanti sviluppi, a prezzo
di modifiche e di aggiunte strutturali. L'evoluzione avvenne nel senso
di un consolidamento delle prerogative imperiali: si constata, infatti,
che i lavori pubblici, a partire da Oaudio, furono eseguiti ex auctori­
tate Caesaris, molto di meno ex senatus consulto, e mai più da parte
di privati. Il potere imperiale s'era arrogato le competenze un tempo
ricadenti sui magistrati e le delegava a persone di sua scelta: il campo
dell'edilizia pubblica, intesa nel senso ampio del termine - cioè sia
della costruzione che del restauro - diveniva uno degli accessori del
potere, serviva la sua causa e quella del suo capo.
L'urbanistica concepita sotto Augusto e i suoi successori ebbe, sin
da allora, diverse valenze, una delle quali, e non la meno importante,
era quella ideologica. Gli imperatori si servivano dello spazio urbano
2.. I GRANDI SERV[Z[ PUBBLtC[ A ROMA

per consolidare la loro autorità! Decidendo di erigere chi un arco


trionfale, chi delle terme o un luogo di spettacolo, chi un tempio, essi
cercavano di riempire di ammirazione e di orgoglio gli abitanti del­
l' Urhs, di attirare la loro simpatia, di soddisfare la loro sete di religio­
so. Attraverso il servizio dei lavori pubblici era possibile dar corpo e
vita alle iniziative imperiali e assicurarne l'eternità. Inoltre, attraverso
le costruzioni di cui aveva la supervisione, l'ufficio degli opera publica
faceva sì che si instaurasse un nuovo tipo di rapporto tra il potere e
coloro che erano amministrati. Dal momento che si spogliava il popu­
lus Romanus della maggior parte delle sue prerogative politiche, era
necessario stabilire un nuovo tipo di relazione tra il principe e i suoi
sudditi. I luoghi pubblici, e soprattutto quelli di spettacolo, servivano
ad avvicinare la popolazione al suo capo; è là che essa poteva manife­
stare all'imperatore ora la sua devozione ora la sua disapprovazione,
coprirlo di applausi o di fischi, entusiasmarsi o lamentarsi. È là, anco­
ra, che essa poteva "avvicinare" il governo della città, prae/ectus Urbi,
prae/ectus praetorio, senatori e altri cavalieri, tutti questi grandi servi­
tori dello Stato, che, non solo difendevano la causa imperiale durante
il loro incarico, ma anche la esaltavano nell'arena. Il nuovo aspetto
assunto dal potere centrale e il nuovo gioco politico che ne risultò
richiedevano nuovi spazi: era l'amministrazione dei lavori pubblici e
degli edifici sacri che se ne doveva occupare, era ad esse che spettava
il compito di gestire uno spazio urbano che doveva esaltare la perso­
na del cosmocrator. )
Il compito nol'l era certo di poco conto. L'attività principale dei
curatori responsabili del servizio consisteva nell'assegnare delle aree
pubbliche ai monumenti, la cui costruzione era stata decisa dall'impe­
ratore o dal senato. Li vediamo operare principalmente in questo
campo e sono numerosi i cippi che ci conservano una traccia delle
assegnazioni e di coloro che le hanno effettuate: la formula locus adsi­
gnatus a ... , seguita dal nome del o dei curatori coinvolti, è quella che
ritorna più frequentemente. La natura del luogo in questione giustifi­
cava l'intervento dell'uno o dell'altro curatore: se si trattava di un
luogo consacrato pubblicamente, e perciò considerato come sacro,
era competente il curator aedium sacrarum; se il luogo era soltanto
pubblico e profano, era al curator operum locorumque puhlicorum che
spettava di procedere all'assegnazione. Quest'ultima veniva annotata
in registri (matricula, commentarii, tahulae), conservati nella statio, e
che rappresentavano, in certo modo, la memoria del suolo n. La
maggior parte delle assegnazioni che si sono conservate riguardano
però concessioni di terreno fatte a privati. In alcune circostanze, in­
fatti, costoro potevano beneficiare di un'area pubblica, occupata a
ROMA JMPERJALE

scopo privato. I beneficiari di questo genere di favore imperiale ver­


savano allo Stato un canone (solarium) , in cambio del quale essi otte­
nevano il permesso di costruire e di trasmettere la parcella ai loro
eredi ' 6 •
L'attuazione della procedura di assegnazione presuppone che vi
fosse anche, nella sede dell'amministrazione, un piano catastale, tale
da permettere ai curatori o al loro personale subalterno di attingere
rapidamente le informazioni relative agli spazi ancora liberi nella cit­
tà. Si può avere un'idea di un documento simile grazie alla Forma
Urbis, la pianta di Roma, che esistette senza dubbio sin dall'inizio
dell'impero, sul muro di una delle aulae del Foro della Pace, che, con
tutta probabilità, ospitava la Prae/ectura Urbis. Sicuramente esisteva
un esemplare analogo di questa pianta nella statio operum publicorum
e su un supporto molto meno ingombrante.
Se i curatori si occupavano attivamente di gestire lo spatium
Urbis, al contrario, non risulta da nessuna parte che essi fossero abili­
tati a determinare i limiti tra il suolo pubblico e suolo privato e nep­
pure che dirimessero controversie relative all'occupazione di loca pu­
blica. Detto in altri termini, i curatori non avevano né potere di ter­
minatio, né potere di iudicatio.
Una volta presa la decisione di costruire o di restaurare, una volta
assegnata la parcella di suolo adeguata, restava da realizzare il lavoro.
Il compito dei curatori, la cui posizione era del tutto onorifica, non
era altro che quello di sovrintendere a tali lavori; a questo punto era­
no i loro assistenti che si occupavano dell'impresa. Questi ultimi, al­
i' origine reclutati tra i liberti imperiali, furono soppiantati da cavalie­
ri, che avevano la qualifica di adiutores o di subcuratores operum pu­
blicorum. Ma a questo livello, appare una delle specificità del servizio
dei lavori pubblici che mostra più chiaramente l'agilità e il pragmati­
smo di cui l'amministrazione romana sapeva dar prova. Infatti, quan­
do le circostanze lo richiedevano, ovvero soprattutto all'indomani di
catastrofi (incendi, piene del Tevere, terremoti), gli adiutores o subcu­
ratores nominati dai curatori potevano essere temporaneamente sosti­
tuiti da un procurator operum publicorum, nominato dall'imperatore, e
incaricato da quest'ultimo di sovrintendere all'insieme dei lavori di ri­
costruzione e di restauro, finanziati dall'aerarium Populi Romani e
sempre più dal fiscus Caesaris, desideroso o costretto a partecipare, se
non ad assumere interamente il finanziamento dei lavori. Dal momen­
to che il principe interveniva con moneta sonante, era in diritto di
esigere di nominare il funzionario incaricato dei lavori. Un esempio
di tale stato di cose è rappresentato dal cavaliere M. Aquilius Felix,
nominato in seguito a due violenti incendi verificatisi durante il regno

86
2 . I GRANDI SERVIZI PUBBLICI A ROMA

di Commodo, procurator operum publicorum et fiscalium Urbis sa­


crae :n ; la sua carica gli fu confermata da Settimio Severo, ma non
sappiamo per quanto tempo la ricopri. La sua titolatura testimonia
che egli doveva occuparsi dei lavori finanziati sia dall'aerarium (opera
publica) che dal fisco imperiale (opera fiscalia). Ma questa non era la
sola modifica strutturale possibile; sappiamo, infatti, che altri cavalie­
ri, di diversa importanza e remunerazione, potevano ugualmente, al­
l'occorrenza, essere incaricati di missioni eccezionali e temporanee:
nominati anch'essi dall'imperatore, erano incaricati del restauro di
uno o più monumenti. Sono noti numerosi casi, che si ascrivono tutti
alla serie di misure prese dal potere centrale per cancellare gli effetti
degli incendi: quello del 69, quello dell'Bo, quelli del regno di Com­
modo, e quello del 2 1 7 che colpì l'anfiteatro flavio 5 8 • Queste diverse
nomine testimoniano mirabilmente le capacità di adattamento del­
l'amministrazione romana, così come l'ingerenza crescente del potere
imperiale nel campo dei lavori pubblici.
È il caso di soffermarsi un istante su questa creazione di cariche
temporanee, poiché là risiede l'originalità della curatela dei lavori
pubblici, rispetto alle sue consorelle romane. Infatti, se il curator
aquarum disponeva permanentemente di un procuratore equestre, no­
minato e licenziato dal principe, i curatori dei lavori pubblici dispo­
nevano, per espletare il proprio compito, come i loro omologhi re­
sponsabili del Tevere, di personale subalterno ugualmente scelto nel­
l'ambito del secondo ordine, ma che essi stessi designavano; la crea­
zione di incarichi eccezionali che aveva luogo in particolari circostan­
ze è sconosciuta per le due amministrazioni degli acquedotti e del
Tevere. Sembra dunque che l'ufficio degli opera publica abbia dovuto
dar prova di capacità di adattamento superiori a quelle dei suoi omo­
loghi. Ciò non è affatto sorprendente e viene a confermare l'ipotesi
che le catastrofi, fra le quali al primo posto compaiono gli incendi,
ricorrevano con una temibile regolarità e senza dubbio molto più fre­
quentemente di quanto gli autori antichi lascino intendere. Più che le
piene del Tevere, più che le precipitazioni così violente da sfondare
gli acquedotti e da far traboccare le fontane, sono gli incendi, questi
flagelli degni del loro nome, che si abbattevano, per così dire, quoti­
dianamente sull'Urbs e sulla sua popolazione, mettendo in discussio­
ne la sua eternità, e facendo dubitare del favore degli dei. 11 fuoco,
che anneriva l'azzurro mediterraneo, era l'angoscia degli abitanti di
Roma, la ragione d'essere dei vigili, e l'elemento perturbatore della
cura operum publicorum. A quest'ultima toccava non solo di lottare
contro l'usura del tempo, ma anche contro le devastazioni del fuoco.
ROMA IMPERIALE

Una volta sgombrate le macerie che questo lasciava, appariva uno


spazio libero, disponibile per nuove imprese urbanistiche. Queste ul­
time erano effettuate in diversi modi. I lavori di modesta importanza
potevano essere realizzati dagli stessi impiegati della statio. D'altronde
è ciò che avveniva nell'ambito dell'amministrazione degli acquedotti,
una realtà di cui è testimone Frontino '9 • Per i lavori di maggiore am­
piezza, il servizio dei lavori pubblici poteva ricorrere sia agli artigiani
romani, sia agli appaltatori. Sembra, infatti, che collegi di artigiani la­
vorassero per conto dell'amministrazione dei lavori pubblici, cosa che
in sé non è affatto sorprendente. Così, il collegium fabrorum tignua­
riorum, di cui facevano parte non solo i carpentieri, ma anche tutti gli
operai edili, appare a più riprese come legato alla statio degli opera
publica, fino a giungere, negli ultimi anni del m secolo, a scegliere
come patrono uno dei due curatori 60• È con il subalterno dei curato­
ri che gli artigiani romani o suburbani dovevano trattare. Quando
un'opera era completata, in seguito al lavoro, simultaneo o successi­
vo, di uno o più artigiani, spettava all'assistente dei curatori di riceve­
re il cantiere, cioè di controllare l'esecuzione e la qualità delle pre­
stazioni richieste.
Ma l'amministrazione dei lavori pubblici poteva anche decidere di
affidare un cantiere ad un appaltatore (redemptor), che si faceva cari­
co dell'intera organizzazione e realizzazione dei lavori, sicché i re­
sponsabili del servizio non dovevano far altro che ricevere il cantiere.
I testi che ricordano questi contratti pubblici e le malversazioni che
frequentemente li accompagnavano sono numerosi. Cicerone è, a tal
riguardo, una fonte preziosa, dal momento che le indicazioni che
fornisce nella seconda azione contro Verre, relativamente al tempio
dei Castori, sono certamente ancora valide in epoca imperiale. È a lui
che dobbiamo la nostra conoscenza, assai precisa, della maniera in
cui si concludevano i contratti (/ex locationis). Messa a punto la !ex
(accordo bilaterale che fissa i termini di un contratto, in particolare la
durata dei lavori e la remunerazione del redemptor), veniva bandita,
attraverso un araldo (praeco), una gara d'appalto; il fortunato benefi­
ciario del contratto pubblico era colui che proponeva il miglior rap­
porto qualità/prezzo. Effettuati i lavori, i curatori o i loro assistenti
procedevano alla probatio, ovvero alla verifica della buona realizzazio­
ne dell'opera e della sua conformità rispetto ai termini della legge.
Il nuovo monumento, appena costruito, doveva ancora essere de­
dicato. La cerimonia spesso doveva aver luogo prima della fine dei
lavori, com'è d'altronde sempre attestato. C'è incertezza per quanto
attiene all'identità del dedicante: secondo la regola generale, soltanto
i magistrati forniti di imperium avevano il potere di dedicare, e a

88
2. I GRANDI SERVIZI PUBBLICI A ROMA

Roma sono i pretori, i consoli e, ben inteso, l'imperatore, ma non i


curatori. Quindi siamo in diritto di chiederci chi, in pratica, proce­
desse alla dedica e se, in alcune occasioni, i curatori non abbiano be­
neficiato di una delega dell'imperium.
Una volta costruiti o restaurati gli edifici pubblici, sacri e profani,
della capitale, bisognava provvedere alla loro conservazione e alla loro
regolare manutenzione; durante la repubblica erano gli edili che ne
avevano la responsabilità. Durante l'impero, a quanto pare, la custodia
dei monumenti pubblici era rientrata nelle competenze della cura ope­
rum publicorum; il caso di Adrastus, il custode della colonna antonina
citato sopra, fa propendere per questa ipotesi, dal momento che co­
stui si dichiara chiaramente [ex officio] operum publ(icorum). Al con­
trario, sembra che la manutenzione di alcuni edifici sacri sia stata ap­
paltata. Dunque risulta, in definitiva, che nel passaggio dalla repub­
blica all'impero c'è stato un trasferimento di competenze, a vantaggio
dei curatores aedium sacrarum et operum puhlicorum, dal momento che
costoro erano chiaramente gli eredi di alcune responsabilità, fino ad
allora attribuite agli edili. D'altronde, ci si può interrogare sulla natura
delle relazioni che i curatori intrattenevano con gli edili, dal momento
che, in effetti, a questi ultimi non era rimasta altro che la sorveglianza
delle strade, delle piazze, degli edifici e di altri luoghi pubblici, e so­
prattutto il controllo delle attività che vi si svolgevano. Quanto alla di­
sciplina publica, diurna e notturna, badare ad essa era compito rispet­
tivamente del prefetto urbano e del prefetto dei vigili. Dunque, rispet­
to all'epoca repubblicana, si è realizzata una rigida ripartizione delle
responsabilità, che mirava a una maggiore efficacia.
Roma disponeva, dunque, in materia di lavori pubblici, di un'am­
ministrazione dagli ingranaggi ben oliati, che serviva la causa imperia­
le, arricchendo, per le esigenze di quest'ultima, il patrimonio monu­
mentale dell' Urbs e preoccupandosi della sua conservazione. In virtù
di questo servizio, la città poteva giocare pienamente il suo ruolo di
specchio del principe, concorrendo alla conservazione e al manteni­
mento della crescita del suo prestigio.

LA CURA ALVEI TIBERIS ET CLOACARUM

L'ultima delle tre curatele romane non è la più conosciuta; o almeno


non vi sono studi particolarmente recenti sull'argomento 6 1 • Tuttavia,
varrebbe la pena occuparsene maggiormente, poiché questo asse di
navigazione ebbe un'importanza capitale nell'antichità, facendo con­
fluire, fino al cuore stesso di Roma, viaggiatori, merci, corrisponden-
ROMA I MPERIALE

za. Senza il Tevere, Roma non sarebbe esistita. Era necessario dun­
que che un'amministrazione vegliasse su questo asse di comunicazio­
ne vitale, su questo legame che univa Roma a Ostia e pertanto al re­
sto dell'impero.
Per lungo tempo si è creduto che la creazione della curatela del­
l'alveo del Tevere e delle sue rive (cura aluei Tiberis et riparum) risa­
lisse, come le curatele precedenti, ad Augusto. Questa opinione si
fondava sul testo già citato di Suetonio; ma J. Le Gall ha potuto mo­
strare che l'iniziativa andava attribuita a Tiberio. Infatti, le parole di
Suetonio sono in contraddizione con un passo di Cassio Dione, che
attribuisce a Tiberio la costituzione, nel 15 d.C., di una commissione
di cinque senatori destinati a sorvegliare permanentemente la portata
del fiume che era straripato di nuovo 62 • Quanto a Tacito, egli men­
ziona anche questa inondazione e i danni che causò a più monumenti
dell'Urbs 63 ; precisa che Tiberio incaricò due senatori, Ateio Capito­
ne, allora curatore delle acque, e L. Arrunzio di trovare "un rimedio
adatto a contenere il fiume". L'inchiesta condotta dai due uomini re­
stò apparentemente vana dal momento che le loro proposte non rice­
vettero un'eco favorevole. Ma è probabile che Tiberio abbia appro­
fittato dell'occasione per istituire una commissione di curatori, a
quanto sembra, estratti a sorte.
Tale curatela, come le sue omologhe, del principio repubblicano
conservava soltanto la collegialità. Dei cinque senatori che la compo­
nevano uno solo era di rango consolare; gli altri quattro, assistenti
curatori, occupavano una posizione subordinata ma di dignità equiva­
lente. La prova ne è fornita da cippi che fiancheggiavano le rive del
Tevere e che erano destinati a delimitare la proprietà pubblica e le
proprietà private. Su questi cippi, il primo nome è sempre quello del
presidente della commissione e, in un ordine che può variare, quelli
degli assistenti; questa variabilità dei tipi di elencazione prova che il
rango di questi ultimi era equivalente; l'importante era citare per pri­
mo il curatore di rango consolare .
Si ignora fino a quando si conservò il principio della collegialità; è
certo che sparl alla fine del 11 secolo, poiché si conosce, verso il 1 So,
un cavaliere qualificato come adiutor curatoris aluei Tiberis et cloaca­
rum, termine quest'ultimo che designava le fogne di Roma, la cui cura
era stata ugualmente affidata al curatore del Tevere, e questo sin dal­
l'origine, secondo la motivata ipotesi di L. Homo. Per J. Le Gall,
questa sparizione sarebbe sopravvenuta nel corso dell'ultimo terzo
del I secolo, poiché a partire da quest'epoca un unico curatore è no­
minato sui cippi. Sempre secondo questo autore è possibile che I' e­
strazione a sorte sia stata sostituita nello stesso momento, dal princi-
2 . 1 GRANDI SERVIZI PUBBLJCI A ROMA

pio, della nomina e della revoca imperiale. Ora, l'esame dei cippi di
confine impone una data più alta. Infatti, la menzione ex S(enatus)
c(onsulto) è attestata per l'ultima volta su alcuni cippi dell'età di
Oaudio; e del resto, nella stessa epoca, compare la formula ex aucto­
ritate imperatoris o Caesaris. Non c'è, dunque, alcun dubbio che è
sotto Oaudio che al principio dell'estrazione a sorte, cara ai senatori,
si è sostituito quello della nomina imperiale, conforme alle ambizioni
di questo imperatore.
La curatela del Tevere figura, come le altre due, tra le cariche più
prestigiose che si potessero esercitare. La sua posizione nell'ambito
del cursus senatorio si trova in seno a funzioni che seguono immedia­
tamente il consolato. Essa è, a nostro avviso, di dignità quasi equiva­
lente a quella della cura operum publicorum, poiché nel cursus questi
due posti non si succedono mai, salvo in un caso che si data al primo
terzo del IV secolo. Al contrario, è possibile passare dal Tevere agli
acquedotti, come fece C. Caesonius Macer Rufinianus, curatore del
Tevere verso il 2 1 0, poi legato di Germania Superiore, curatore delle
acque e proconsole d'Africa. Suo figlio, L. Caesonius Lucillus Macer
Rufinianus, fu curatore del Tevere verso il 234-235 e, di seguito, cu­
ratore delle acque. È dunque indiscutibile che quest'ultima cura occu­
passe una posizione preminente rispetto alle altre due.
Molto probabilmente, le attività dei curatori si estendevano lungo
tutto il corso del fiume; altrimenti sarebbe stato difficile regolarne la
portata, compito che spettava loro come precisa Cassio Diane (57,
14). Il loro compito consisteva anche nel controllare il confine del
fiume nel senso della larghezza, il cui limite era quello raggiunto dalle
acque alte. Di qui derivava un'altra competenza: sorvegliare e impedi­
re che i privati occupassero abusivamente le rive del fiume o che ne
deviassero una parte delle acque a loro vantaggio; tuttavia avevano la
possibilità di autorizzare alcuni ad occupare una parcella di questo
suolo considerato pubblico. Come per i loro confratelli dei lavori
pubblici, essi stessi procedevano alle assegnazioni e le facevano sicu­
ramente annotare nei registri adeguati.
Delimitare il letto del Tevere, badare al rispetto delle sue rive, au­
torizzare privati o collegi professionali ad occuparne una porzione
non costituiva la totalità delle responsabilità di tale curatela. Era ne­
cessario, ancora, che essi provvedessero a far regolarmente pulire il
suo letto e le sue sponde, attività che, in età repubblicana, era senza
dubbio data in appalto e che, durante l'impero spettava al personale
di servizio 64• I curatori dovevano, inoltre, far eseguire i lavori neces­
sari, in particolar modo quelli che miravano a restaurare le banchine.
Queste ultime facevano parte dei mercati pubblici, che la capitale

91
ROMA IMPERIALE

dell'impero offriva. Infine, sembra sicuro che i curatori controllasse­


ro, nel rr secolo o più tardi, le corporazioni dei battellieri che naviga­
vano sul fiume e trasportavano gli alimenti indispensabili per la so­
pravvivenza degli abitanti della mégapole. È principalmente questo
approvvigionamento, come si sarà compreso, che i curatori dovevano
rendere possibile, garantendo la navigazione fluviale, difendendola
contro gli attacchi della natura o dell'uomo. Controllare il corso del
fiume, e soprattutto il suo corso inferiore, dal centro di Roma, non
era cosa agevole. li servizio ebbe anche, a partire da una data inde­
terminata, un corrispondente a Ostia; questa statio ostiense sembra
essere stata sotto la tutela di prae/ecti o di adiutores, provenienti dal­
l'ordine equestre.
Non è ingiustificato parlare delle "tre grandi curatele urbane",
come si fa abitualmente, in modo forse troppo generalizzante. È chia­
ro che questi tre grandi servizi amministrativi erano strettamente lega­
ti, e in relazione senza dubbio costante. Pur senza avere un'organizza­
zione totalmente identica, la loro struttura presentava numerose somi­
glianze. Create in date alquanto ravvicinate, conobbero tutte e tre
una direzione collegiale, che sparì un giorno per lasciare il posto ad
una autorità monocefala, o bicefala nel caso un po' particolare della
cura dei lavori pubblici (sacri e profani), emanazione del principe di
cui essa era la rappresentante. È al livello dei subalterni che le diffe­
renze strutturali sono più nette: infatti, i curatori delle acque e del
Tevere avevano assistenti permanenti e non suscettibili di sparire a
vantaggio di un funzionario nominato a titolo temporaneo, come ac­
cadeva nel caso dei curatores operum puhlicorum. Infine, questi tre
servizi erano intimamente legati dalle loro attività: essi dovevano ba­
dare al rispetto del suolo pubblico di Roma allo stesso modo, sia che
si trattasse di terreni su cui si ergevano gli archi degli acquedotti, sia
che si trattasse delle rive del fiume o dei luoghi adatti ad accogliere
monumenti profani o edifici sacri. Per questa sola ragione essi dove­
vano essere frequentemente in relazione. Tuttavia, sarebbe errato
pensare che questi tre servizi costituissero un'entità amministrativa
autonoma e autosufficiente. Ognuno di essi era legato ad altri uffici
della capitale, e tutti ai magistrati che, con gli edili e i pretori, aveva­
no competenze edilizie e giurisdizionali. Si possono menzionare ad
esempio i legami che si erano intessuti tra il servizio delle acque e
quello delle /rumentationes, o il legame che esisteva tra l'amministra­
zione del Tevere e quella dell'annona. Per assicurare l'approvvigiona­
mento della capitale e alimentarne i mercati urbani era in effetti ne­
cessario che il Tevere fosse navigabile!
2 . I GRANDI SERVIZI PUBBLICI A ROMA

2 .4
La prefettura dell'annona e le /rumentationes
Non ci si dilungherà su questo aspetto dell'amministrazione urbana,
poiché ad esso è stato riservato un contributo in questa stessa opera
(dr. CAP. 3). Vorremmo solamente sottolineare quegli aspetti che la
prefettura dell'annona condivideva con gli altri servizi amministrativi
di Roma, e i legami che potevano unirla ad alcuni di questi 6' .
In effetti, assicurare l'approvvigionamento della città e le distribu­
zioni agli aventi-diritto della capitale presupponeva l'esistenza di una
stretta collaborazione tra prefettura dell'annona, servizio della Minu­
cia e un certo numero di altri servizi urbani.
La prefettura dell'annona condivideva con più settori dell'ammini­
strazione urbana il privilegio di essere stata istituita da Augusto in
persona; come si è visto, le prefetture urbana e del pretorio, la cura­
tela degli acquedotti e quella dei lavori pubblici divennero, per inizia­
tiva del fondatore del principato, organi amministrativi permanenti e
competenti. Nell'g d.C. Augusto istituì la prae/ectura annonae, che af.
fidò, da accorto amministratore, non a un senatore, ma a un dignita­
rio equestre. Alla prefettura dell'annona doveva spettare la terza posi­
zione nella gerarchia delle funzioni che costituivano il cursus equestre,
dopo quella del pretorio e quella d'Egitto, subito prima di quella dei
vigili. Ora, non è inutile sottolineare i legami che si intrecciarono ne­
cessariamente tra il prefetto dell'annona e i suoi omologhi d'Egitto e
dei vigili. Il primo, che era in carica ad Alessandria, doveva ammini­
strare «il più grande emporio del mondo», e non poteva fare a meno
di interessarsi ai procuratori dei granai ad Mercurium e di Neapolis,
che lavoravano «essenzialmente per gli interessi dell'annona di
Roma» 66• Quanto al secondo, che doveva lottare contro il fuoco e i
furti, nessuno dubita che abbia operato di comune accordo con il
prefetto dell'annona: «una collaborazione si instaurò, a tal riguardo,
col servizio dei vigili, corpo dei pompieri e polizia notturna. La ri­
partizione topografica delle caserme dei vigili e degli excubitoria o po­
sti di guardia a Roma permetteva un intervento rapido in caso di
pericolo» 67•
Ma parallelamente, si avviarono altre collaborazioni: col curatore
del Tevere, si è visto, che doveva assicurare la navigabilità del fiume.
Il buon funzionamento del servizio annonario dipendeva, in effetti, in
larga misura dallo stato del fiume. Inoltre, era necessario controllare
la circolazione delle naues caudicariae che trasportavano le merci fino
al ponte Sublicio. Si imponeva allora, in questo campo, una riparti­
zione dei compiti o un'azione congiunta. Sicuramente, i legami tra i

93
ROMA IMPERIALE

due servizi si stabilirono più facilmente dato che l'uno e l'altro di­
sponevano di un corrispondente (statio) a Ostia, ciò che, senz'altro,
non è il frutto di un caso. Situati alla foce del fiume, i due uffici con­
correvano, con i servizi centrali romani, e ciascuno a suo modo, al­
l'approwigionamento di questo enorme mercato di consumo che era
allora Roma, e, così facendo, al mantenimento dell'ordine pubblico.
Un fiume non navigabile poteva minacciare il trasporto delle derrate,
scontentare gli abitanti dell'Urhs, inquieti nel vedere la carestia profi­
larsi all'orizzonte, e poteva provocare l'impopolarità del principe, giu­
dicato imprevidente dai suoi sudditi. Sia le difficoltà di navigazione
che i ritardi nell'arrivo delle merci rischiavano di compromettere pro­
prio la pax urbana.
Un'altra amministrazione aveva senza dubbio regolarmente a che
fare con la prefettura dell'annona: si tratta di quella dei lavori pub­
blici. Infatti, era necessario assolutamente prowedere affinché fosse
adeguatamente curata la manutenzione degli horrea, in cui venivano
immagazzinate soprattutto le granaglie, senza contare quelli che veni­
vano costruiti ex novo; gli autori antichi menzionano frequentemente
i nuovi granai edificati per le iniziative degli imperatori, e soprattutto
di quelli buoni che, da sovrani accorti, badavano allo stoccaggio delle
derrate 68 • Tutti questi horrea si trovavano su parcelle di suolo pub­
blico e competevano, a questo titolo, alla cura degli opera puhlica. La
scelta della loro ubicazione, annotata nei registri della statio, la loro
edificazione, data o no in appalto, il loro eventuale restauro spettava­
no, molto probabilmente, al curatore dei lavori pubblici, che doveva,
a tal fine, sollecitare il parere del prefetto dell'annona.
Il prae/ectus annonae aveva la responsabilità del trasporto e del­
l'immagazzinamento delle merci. Di queste, una parte era prelevata e
destinata alle /rumentationes, cioè alle distribuzioni, soprattutto di
frumento, che esistevano già in epoca repubblicana e che gli impera­
tori conservarono. Il funzionamento del servizio che se ne occupava
non poteva evidentemente realizzarsi senza una stretta collaborazione
con il responsabile dell'annona. Ma, come per quest'ultimo, si allac­
ciarono dei rapporti tra i prae/ecti frumenti dandi e i funzionari posti
dall'imperatore alla testa di altre amministrazioni. Per cominciare, era
necessario assicurare l'ordine nell'ambito delle distribuzioni; certo,
anche le coorti urbane erano chiamate a contribuire perché le distri­
buzioni si svolgessero in tranquillità e affinché non si attentasse alla
disciplina puhlica. Inoltre, era importante che i luoghi che ospitavano
le Jrumentationes fossero in buono stato, compito che spettava alla
curatela dei lavori pubblici. Pensiamo in particolar modo agli incendi
che potevano danneggiare le due porticus Minuciae, la Vetus e la /ru-

94
2 , l GRANDI SERVIZI PUBBLICI A ROMA

mentaria, così come altri edifici che abbiano potuto servire, all'occa­
sione, da luoghi di distribuzione 69 • Fu così che l'incendio degli anni
1 9 1 - 1 92 devastò, tra gli altri edifici, la zona cosiddetta di Largo Ar­
gentina, dove si svolgevano in parte le frumentationes. Non c'è dub­
bio che queste ultime ne furono turbate e che fu necessario predi­
sporre altri luoghi per le distribuzioni, in attesa che i restauri fossero
portati a termine. Questi compiti non potevano svolgersi senza una
stretta collaborazione tra i servizi della Minucia e dei lavori pubblici.
Si ricorderà, a proposito di questo incendio degli ultimi due anni del
regno di Commodo, che esso fu seguito da una riorganizzazione del­
l'ufficio delle frumentationes, che si fuse allora con la cura aquarum.
È evidente, dunque, che le amministrazioni della mégapole roma­
na non operavano in assoluta autonomia, ma intrattenevano relazioni
frequenti, se non addirittura quotidiane, con le loro omologhe. Esse
ne guadagnarono in efficacia e contribuirono così alla popolarità del­
l'imperatore, capace di garantire ai suoi sudditi aquam, panem et cir­
censes, per parodiare il celebre verso di Giovenale.

2 .5
La prefettura dei vigili
Mantenere l'ordine pubblico e prevenire gli incendi che potevano so­
praggiungere di notte, questo era il compito affidato ai vigili 70 • La
loro creazione come corpo di pompieri risale anch'essa ad Augusto.
Prima di allora, molti magistrati erano responsabili della lotta e della
prevenzione degli incendi: per la cura che esercitavano sulla città, gli
edili erano i primi ad essere coinvolti. Quando gli incendi assumeva­
no proporzioni realmente inquietanti per la sopravvivenza della città i
consoli davano loro il cambio. Infine, potevano intervenire, occasio­
nalmente, anche i tribuni della plebe, per verificare che l'azione dei
magistrati si svolgesse senza incidenti spiacevoli per la popolazione
romana.
La lotta effettiva contro gli incendi, cioè a dire l'intervento sul
campo, era di competenza di magistrati inferiori, specialmente i
triumuiri nocturni e i triumuiri capitales, che avevano ai loro ordini
un numero indeterminato di schiavi pubblici. Questo evidente frazio­
namento delle responsabilità e l'insufficienza dei mezzi materiali de­
terminarono la caduta e la rovina dell'amministrazione repubblicana;
dopo aver a lungo ponderato, Augusto istituì nel 6 d.C. una forza di
sette coorti di liberti, responsabili ognuna di due regiones, poste sotto
il comando di un prefetto di rango equestre. Questa iniziativa, che in

95
ROMA lMPERlALE

origine fu concepita come temporanea, perdurò per tutto l'impero. I


suoi inizi mostrano perfettamente il pragmatismo che presiedette al­
cune decisioni imperiali, soprattutto per quanto attiene all'ammini­
strazione del territorio urbano. Si ignora il numero esatto degli effet­
tivi dei vigili prima del III secolo. Si sa, al contrario, che a partire dal
regno di Commodo o al più tardi di Settimio Severo, le coorti conta­
rono mille uomini. Rapidamente il reclutamento superò il quadro dei
liberti non cittadini (i Latini luniam), i quali, dopo la lex Visellia del
24, poterono accedere alla cittadinanza dopo sei anni di servizio.
I prefetti che esercitavano il comando superiore delle coorti erano
cavalieri, che avevano abbandonato l'ambito delle procuratele per en­
trare in quello delle prefetture; un numero non trascurabile di co­
storo concluse la propria carriera con la prefettura del pretorio, le cui
funzioni al tempo stesso militari e giudiziarie non divergevano di
molto. Se la missione principale ed essenziale dei prefetti e dei vigili
consisteva nella lotta contro gli incendi, essa si estese rapidamente ad
altre competenze, a cominciare da quella di polizia - nella città e in
alcuni luoghi pubblici come le tenne - e del mantenimento dell'ordi­
ne notturno. Da questi incarichi derivarono delle funzioni giurisdizio­
nali: spettava al prefetto di giudicare i colpevoli degli incendi - dolosi
o colposi - senza per questo poterli condannare a morte, poiché con
tutta probabilità egli non disponeva del ius gladii. Doveva anche giu­
dicare i ladri sorpresi durante le ronde notturne, gli schiavi fuggitivi.
Per quanto attiene alla giurisdizione civile, il prefetto era incaricato di
giudicare diverse cause, in virtù del diritto di perquisizione, che gli
era riconosciuto. La sua giurisdizione civile si accrebbe nel corso dei
secoli, man mano che perdeva il suo carattere militare per rivestire
l'aspetto di un funzionario.
Salvo eccezioni, non era, naturalmente, il prefetto che lottava in
prima persona contro gli incendi, e che faceva le ronde notturne per
prevenire e assicurare il mantenimento dell'ordine. È al suo subalter­
no, il subprae/ectus uigilum e più ancora ai soldati delle sette coorti
che spettava questo grave compito. Costoro calzando le loro tradizio­
nali caligae, annati di torce, di asce, di secchi e di qualche altro stru­
mento (rampini, coperture imbevute di aceto), fomiti di pompe (si­
phones), misuravano a grandi passi di notte il selciato romano, sia per
prevenire gli incendi che per tentare di spegnerli. A tal riguardo oc­
corre sottolineare la collaborazione che doveva necessariamente esi­
stere tra il servizio dei vigili e la cura aquarum; non si poteva pennet­
tere che l'acqua, che non sempre era sufficiente a spegnere gli incen­
di, venisse a mancare o a non sgorgare, quando ve ne era un bisogno
pressante e vitale; era necessari o che le fontane fossero in buono sta-
2 . 1 GRANDl SERVJZl PUBBLlCl A ROMA

to, gli acquedotti pronti a essere svuotati se necessario... : per fare ciò,
un'azione congiunta dei due servizi era indispensabile.
Il lavoro dei vigili non cessava con il sorgere del giorno; se la re­
sponsabilità di perlustrazione e di polizia diurna passava allora alle
coorti urbane e pretorie, i vigili avevano l'obbligo di intervenire in un
punto qualsiasi delle due regiones che ogni coorte aveva sotto con­
trollo; alcune delle loro funzioni non potevano, d'altronde, esercitarsi
che di giorno: verificare che i privati fossero informati e muniti di
strumenti di base per la lotta contro il fuoco, allenarsi, assicurare il
servizio di polizia nelle terme, senza contare i compiti amministrativi
che contribuivano al buon funzionamento del servizio. Avevano anco­
ra un'ultima competenza che costringeva alcuni di loro ad allontanar­
si temporaneamente da Roma: la sorveglianza del porto di Ostia e
probabilmente di quello di Pozzuoli, che i vigili assicuravano dall'e­
poca flavia: «I soldati dei vigili "discendevano" a Ostia alle idi di di­
cembre, aprile e agosto e "risalivano" a Roma quattro mesi più tardi
quando arrivava il cambio» 7 1 • Vi svolgevano un compito assai simile
a quello che era di loro competenza a Roma; questo era tanto più
importante in quanto Ostia e Pozzuoli, porti di Roma, dovevano fun­
zionare regolarmente e con meno ostacoli possibili, al fine di non in­
tralciare l'approwigionamento di Roma e, dunque, di non mettere in
difficoltà gli abitanti dell'Urbs; ne andava della disciplina publica e
della popolarità del principe. A tal riguardo, non ci si meraviglierà
che i tre servizi che assicuravano il trasporto delle merci fino a Roma,
via fiume, e che ne garantivano, in certo modo, la sicurezza dei di­
versi empori in cui esse venivano immagazzinate, impedendone la di­
struzione da parte del fuoco o dei furti, disponessero di uffici (statio­
nes) a Ostia. La loro efficacia, oltre alla soddisfazione del principe e
dei suoi sudditi, non ne fu che accresciuta. Si tocca cosl con mano la
sollecitudine degli imperatori nei confronti degli abitanti dell'Urbs e
ancor più il loro desiderio di imbavagliare una plebe facilmente ira­
scibile.
In definitiva, non si può che ammirare il talento con cui i Romani
seppero elaborare, adattare, trasformare ogni volta che era necessario
servizi amministrativi destinati a facilitare la loro vita quotidiana e a
dare del principe l'immagine di un sovrano generoso, vigile e pieno
di sollecitudine verso il suo popolo. Queste differenti amministrazioni
erano ampiamente espressione delle virtù imperiali del buon principe:
uirtus dei vigili che lottavano contro il flagello endemico che era il
fuoco, clementia dei servizi che assicuravano l'alimentazione della po­
polazione, soprattutto per favore imperiale, iustitia alla quale contri­
buivano, per delega del principe, le amministrazioni responsabili dei

97
ROMA IMPERIALE

diversi servizi, pietas, infine, che poteva prosperare grazie alle innu­
merevoli aedes sacrae erette sul suolo pubblico dell'Urbs. Dietro a cia­
scun ufficio centrale si cela il principe, benefattore della sua città, pa­
drone di questa e del suo impero. Siamo lontani dall'epoca repub­
blicana in cui i poteri edilizio, di polizia, giudiziario erano divisi tra
molteplici mani che si sforzavano, con esito più o meno fortunato, di
far funzionare il corpo. Questo corpo ha ormai una testa che delega
alle membra una parte delle sue prerogative, senza per questo rinun­
ciarvi. I tempi non sono compiuti, ma i segni sono invertiti !

Note
* Desideriamo ringraziare il professor CL Nicolet per i numerosi suggerimenti e
consigli che ci ha offerto. È a lui che dobbiamo questo capitolo, per il quale ci siamo
ampiamente ispirati alle sue ricerche sulla mégapole romana e sull'inversione dei segni
che caratterizza il passaggio dalla repubblica all'impero. Lo ringraziamo caloros11.111en­
te per aver voluto, inoltre, rileggere queste pagine.
1. Ed. Seeck, Berolini 1876; G. Clemente, lA "Notitia Dignitatum", Cagliari
1968.
2. Cfr. A. Fraschettl, Roma e il principe, Roma-Bari 1990, pp. 2n-60.
3. Io. , Apoc. , 17, 4 e 18.
4. Su questa 11.111ministrazione cfr. in particolar modo P.-E. Vigneaux, Errai rur
l'hirtoire de la prae/ectura urbir à Rome, Paru. 1896; G. Vitucci, Rkerche rulla Prae­
fectura urbis in età imperiale (secoli I-lll), Roma 1956; A. Chastagnol, lA pré/ecture
urbaine à Rome rour le Bar-Empire, Paris 1960; O. F. Robinson, Ancient Rome. City
Planning and Adminirtration, London-New Yorlc 1992.
5. Suet., Aug., 37: «Perché più numerosi fossero i partecipanti all'11.111ministrazio­
ne della cosa pubblica escogitò nuovi uffici: la cura delle opere pubbliche, delle vie,
delle acque, dell'alveo del Tevere, della distribuzione del frumento al popolo, e la
prefettura dell'Urbe, e un triumvirato per l'elezione dei senatori e un altro triumvirato
che facesse la rassegna dei cavalieri tutte le volte che fosse necessario» (trad. it. di G.
Vitali, Bologna 1982).
6. In greco rnaQxoç tflç n6À.Ewç oppure 'PdJµt]ç,
7. Tac., Ann., 6, u: «Per primo Messala Corvino ricevette quell'autorità, e do­
vette deporla nel giro di pochi giorni, come incapace di esercitarla; poi Tauro Statilio,
benché di età avanzata, la sostenne onorevolmente; infine Pisone, dopo averla tenuta
per venti anni con altrettanta approvazione, ebbe, per decreto del senato, gli onori del
funerale a spese pubbliche» (trad. it. di A. Arici, Torino 1983). L. Pisone morì nel 3 2
d.C. (Cass. Dio, 5 8 , 16); fu dunque designato alla prefettura urbana nel 1 3 ; a ragione
Th. Mommsen, Staatrrecht, u, p. 1o61 ( = Droit Public, v, Paris 1896, pp. 362-3) preci­
sa che «Pisone deve essere entrato in carica, quando Augusto e Tiberio lasciarono
Roma, nel corso dell'anno 1 3 , e poi nuov11.111ente nel maggio o giugno del 14, ed in
seguito deve aver assunto la carica ogni qualvolta la assunse Tiberio, Ed in effetti, tale
carica divenne pettnanente, quando Tiberio si allontanò dalla capitale nel 26, senza
più farvi ritorno».
8, SHA, Alex. Sev., 33, 1; A. Chastagnol, Notes chronologiquer rur l'Hirtoire Augu­
ste et le l.Aterculur de Polemiur Silviur, in "Historia", 4, 19n, pp. 184-8; cfr. anche S,
2 . I GRANDI SE RVIZI PUBBLICI A ROMA

Panciera, Ancora tra epigrafia e topografia, in L'Urbs: espace urbain et Histoire, Roma
1987, pp. 78-80.
9. SHA, Alex. Sev., 19: «Praef praet. sibi ex senatus auctoritate constituit. Praef
urbi a senatu accepit»: «Con l'autorizzazione del senato, provvide alla scelta del pre­
fetto del pretorio. Per il prefetto di Roma accettò la scelta del senato» (trad. it. di P.
Soverini, Torino 1983). ar. Chastagnol, La pré/ecture urbaine, cit., p. 190: «La scelta
del prefetto spettava soltanto al principe. Quando il biografo di Severo Alessandro
sostiene, nella Historia Augusta, che questo imperatore avrebbe ceduto la sua preroga­
tiva al senato, si lascia andare all'immaginazione ed esprime una falsità lampante ...
Infatti, l'imperatore era il solo padrone della propria scelta: in talune circostanze po­
teva assecondare la volontà implicita - o anche esplicita - del senato, nominando un
personaggio che sapeva stimato dai membri dell'assemblea. ..».
ro. Quattro prefetti furono verosimilmente in carica sotto Commodo; tra il 196 e
il 2 n , ve ne furono senza dubbio due o tre, tra cui L. Fabius Cilo (pm•, F 27), che fu
in carica tra 202-203 e 2 n ; tra 2 1 8 e 2 24, se ne conoscono almeno sette. La durata
della carica era allora senza dubbio variabile. Su questo punto, cfr. W. Eck, Beforde­
rungskriterien innerhalb der senatorischen Laufbahn, dargestetlt an der Zeit von 69 bis
138 n. Chr., in ANRW, Il, 1 , Berlin 1974, pp. 209 ss.; G. Alfoldy, K.onsulat und Senato­
renstand unter den Antoninen, Bonn 1977, p. 2 3 ; P. M. M. Leunissen, Konsuln und
Konsulare in der Zeit von Commodus bis Severus Alexander (180-235 n. Chr.). Prosopo­
graphische Untersuchungen zur senatorischen Elite in romischen Kaise"eich, Gieben,
Amsterdam, 1989, pp. u-3.
n. In quanto membro dell'orda senatorius, il prefetto è qualificato come u(ir)
c(larissimus) a partire dal regno di Marco Aurelio; cfr. G. Barbieri, L'albo senatorio da
Settimio Severo a Carino, 193-285, Roma 19p.
u. Così Ti. Plautius Silvanus (PlR.2 , P 480), prefetto sotto Vespasiano, console
per la seconda volta nel 74 durante la sua prefettura (crr., XIV, 3608); Aufidius Victori­
nus (pm• A 1393), console per la seconda volta e prefetto urbano nel 183; Q. Maecius
Laetus (cfr. H. G. Ptlaum, Carrières Procuratoriennes, Pari& 1960, n. 2 19, pp . .5 8 1-3),
prefetto del pretorio di Caracalla, divenuto in seguito prefetto urbano, carica che cu­
mulò con un secondo consolato; L. Marius Maximus (PlR', M 308), prefetto nel 2 r7 e
console per la seconda volta nel 2 23.
13. Cfr. M. Christol, Essai sur l'évolution des ca"ières sénatoriales dans la seconde
f.
moitié du ccl" siècle ap. C., Pari& 1986, p. 2 3 e liste alle pp. 2.5 ss.
14. Chastagnol, La pré/ecture urbaine, cit., p. 198.
1.5. S u questo punto, cfr. Vigneaux, Essai, cit., p. 9 2 , e Vitucci, Ricerche, cit., pp.
17-8 e 20- 1 . ll prefetto riceveva ugualmente un salario versato dalla cassa centrale del
fuco. Ignoriamo quale fosse l'ammontare e le poche informazioni di cui disponiamo
riguardano più che altro l'epoca tarda; cfr. Chastagnol, La pré/ecture urbaine, cit., pp.
209-13.
16. Seneca, Ep. ad Lucilium, 83, 14, r e Dig., r , u, 1 , 4: «" Poiché ti abbiamo
affidato la cura della nostra città": dunque, la conoscenza di tutti i delitti che si com­
mettono nella città sono di competenza del prefetto della città. È lo stesso per quelli
che sono commessi al di fuori della città, alla distanza di cento miglia, ma la sua giuri­
sdizione non si estende al di là».
17. Chastagnol, La pré/ecture urbaine, cit., p. 2 64. Cfr. anche W. Nippel, Au/ruhr
und "Polizei" in der romischen Republile, Stuttgart r988, pp. r6.5-7.
18. Cfr. Vigneaux, Essai, cit., p. 67.
19. Dig., r, u, r, u: «Quies quoque popularium et disdplina spectaculorum ad
prae/ecti urbi curam pertinere videtur» («La quiete pubblica e la disciplina che deve
essere osservata durante gli spettacoli sono di competenza del prefetto urbano»).

99
ROMA IMPERIALE

20. Dig., 1, 12, 1, u: «Cura c11rt1is omnis ut iusto p,etio p,aebeat1'r ad curam
p,ae/ecturae pertinet, et ideo et forum suarium sub ipsius cura est» («Il prefeno urbano
deve aver cura che la carne sia venduta ad un prezzo ragionevole. Il mercato della
carne suina è di sua competenza»).
2 1 . QL VJ, 1 009 ( = ns 2012).
22. M. Durry, Les cohortes p,étoriennes, Paris 1938, p. 167.
23. Queste funzioni e quelle che sono citate più in basso sono attestate dal passo
fondamentale di U)piano De officio p,ae/ecti urbi, Dig., 1 , 12.
24. Dig., 1 , 1 2 , 1 : «Il prefetto urbano ha competenza su tutti i crimini».
2.5. CTr. W. Eclc, Die staatliche Organisation ltaliens in der hohen Kaiserr.eit,
Miinchen 1979, pp. 247-66 (trad. it. L'Italia nell'impero romano. Stato e amministra­
zione in epoca imperiale, Bari 1 999, pp. 2H·7.5),
26. Dig., 1, 1 2 , 3: «Prae/ectus urbi cum terminos urbis exierit, potestatem non ha­
bet: extra urbem potesi iubere iudicare» («Il prefetto urbano non ha potere di coerci­
zione fuori dai confini della sua giurisdizione; tuttavia, fuori dalla città, egli può nomi­
nare dei giudici che giudichino al suo posto»).
27. Lyd., De mag. , 1, 34.
28. Chastagnol, La p,éfecture urbaine, cit., p. 2.50.
29. F. Coarelli, Guida Archeologica di Roma, Roma-Bari 199.5 (nuova ed.), p.
14.5.
30. CTr. W. Ensslin, RE, 22, 2, s.v. Praejeel1's p,aetorio, c. 2397.
31. Sulle coorti pretorie in epoca repubblicana, cfr. A. Passerini, Le coorti preto­
ne, Roma 1969, pp. 3-40.
32. Durry, Les cohortes p,éton'ennes, cit., pp. 77-8.
33. Tac., Ann., 4, 2, 7; Cass. Dio, .57, 19, 6; Suet., Tib., 37. Esse stazionarono li
a partire dal 23 d.C.
34. Cass. Dio, .5.5, 10, 1 0; cfr. Passerini, Les cohortes p,étoriennes, cit., pp.
2 1 6-20.
3.5. Questo principio era ancora in vigore nel II secolo, poiché, secondo l'Histo­
ria Augusta, a Marco Aurelio sarebbe dispiaciuto non poter nominare il futuro impe­
ratore Pertinace alla prefettura al pretorio, a causa della sua appartenenza al rango
senatorio: « ... doluitque palam M=s quod senato, esset, p,aef. p,aet. fieri a se non
posse»: «e Marco si lamentava spesso in pubblico di non poterlo nominare prefetto al
pretorio, a causa del fatto che egli era senatore» (SHA, Pert., 2, 9).
36. aL XVJ , 2 1 , 9.5, 98, u4, 13.5 per esempio.
37. CTr. per esempio Comelius Laco, ex assessore p,. p,aetorii, prefetto di Galba:
Tac., Hist., 1 , 1 3 ; Suet., Go/ba, 14, 2,
38. CTr. H.-G. Pilaum, Carrières Procuratoriennes, cit., 247, p. 666: «... essi non
sono, infatti, che uiri eminentissimi, malgrado la concessione degli ornamento consula­
na da parte di Caracalla, non determinando questo ano ipso facto l'adlectio in amplis­
simum ordinem. Questo si ricava chiaramente dal passo di Cassio Dione, il quale so­
stiene che Macrino continuava ad appartenere all'ordine equestre, pur vestendo la
porpora».
39. SHA, Alex. Seu., 2 1 , 3 e .5: «Ai suoi prefetti del pretorio conferi in aggiunta la
dign ità senatoria, affinché entrassero nel rango dell'"Eccellenza" e ne ricevessero l'epi­
teto ... Alessandro, invece, volle che i prefetti del pretorio avessero la dignità senatoria,
al fine che nessuno che non fosse senatore lui stesso avesse a giudicare un senatore
romano» (trad. it. P. Soverini, Torino 1983).
40. Su questo argomento cfr. A. Chastagnol, Le Sénat romain à l'époque impma­
le, Paris 1992, pp. 234-9.

1 00
2 . I GRANDI SERVIZI PUBBLICI A ROMA

4r. Nippel, Au/ruhr und Polk,ei, cit., p. 161; cfr. anche Robinson, Ancient Rome,
cit., pp. 182 ss.
42. PIR, T 146.
43. Durry, Les cohortes prétoriennes, cit. , p. 1 3 .
44. Ca.ss. Dio, ,-2, 24.
4,-. Cfr. Durry, Les cohortes prétoriennes, cit., pp. 168-9; L. L. Howe, The Preto­
rian Prefect /rom Commodus to Diocletian (A.D. r80-305), Chicago 1942, pp. 22-3 ; R
Sablayrolles, Lihertinus miles. Les cohortes de vigiles, Roma 1996, pp. 100-r.
46. Durry, Les cohortes prétoriennes, cit., p. 275.
47. Ca.ss. Dio, 71, 33, 3 . Cfr. Howe, The Pretorian Pre/ect, cit., pp. 2 1 - 3 , discute
della natura dei comandi che i prefetti ricevevano regolannente da parte degli impera­
tori e che essi esercitavano su tutto l'esercito. L'autore opta per l'idea che i prefetti
acquistarono, nel corso del III secolo, «a generai delegation similar to that which he
[the prefect] held in the judicial [sphere]» (p. 28).
48. Cfr. supra; Howe, The Pretorian Pre/ect, cit., p. 34.
49. Durry, Les cohortes prétoriennes, cit., p. 172; cfr. anche Howe, The Pretorian
Pre/ect, cit., p. 31.
,-o. Cfr. sHA, M. Aur., rr, ro; Howe, The Pretorian Prefect, cit. , p. 32.
,- 1 . In greco ÈsoXW"ta'tGç. Cfr. Passerini, Le coorti pretorie, cit., p. 222.
'2· Su questa questione, cfr. Howe, The Pretorian Prefect, cit. , pp. 1,- ss.
H· Cfr. CAP. 4·
14. Su questo argomento, cfr. principalmente E. De Ruggiero, Lo stato e le opere
pubbliche in Roma antic4, Torino 192,-; L. Homo, Rome impériale et l'urbanisme dans
l'Antiquité, Paris 197 1 ; A. Kolb, Die kaiserliche Bauverwaltung in der Stadt Rom. Ge­
schichte und Au/bau der cura operum publicorum unter dem Principat, Stuttgart 1993;
cfr. ancora il nostro lavoro, Les opera publica à Rome (r80-305 ap. J.-C.). O:mstruction
et administration, Paris 1997.
,,-. Questi documenti amministrativi potevano essere prodotti in ca.so di conflitto
che opponesse un privato, beneficiario di una parcella pubblica, a un altro privato o
un'amministrazione. Di questo tipo di conflitto si ha una traccia attraverso la lis ful/o­
num, un processo che oppose al fisco certamente dei fulloni accusati di non versare
allo Stato il canone dovuto: C!L VI, 266.
,-6. Un eccellente esempio è rappresentato dal custode della colonna antonina, il
liberto imperiale Adra.stus, che, nel 193, ottenne che gli venisse assegnata un'area sulla
quale potesse far costruire una habitatio e che potesse trasmettere ai suoi eredi; in
cambio Adrastus si impegnò a pagare un solarium sicut caeteri; ca, VI, 1,-85 a e b
( = !LS ,-920).
,-7. AE, 194,-, 80 (Cannae, Apulia); ca, x, 66,-7 ( = rLS 1 3 87, Antium).
,-a. Per l'incendio del 69, cfr. Tacito, Hist., 4, 53: «Curam restituendi Capito/ii in
L. Vestinum confert, equestris ordinis virum, sed auctoritate famaque inter proceres:»
(«L'incarico di ricostruire il Campidoglio viene conferito a L. Vestino, personaggio tra
i più eminenti per autorità e fama, sebbene appartenesse soltanto all'ordine equestre»;
trad. it. A. Arici, Torino 1983); per quello dell'8o, cfr. Suet., Tit., 8, 10: «Urbis incen­
dio nihil pub/ice nisi perisse testatus, cuncta praetorium suorum omamenta ex operihus
ac templis destinauit praeposuitque compluris ex equestri ordine, quo quaeque matun'us
peragerentu.r» («Dopo aver reso noto che lo stato non aveva subito nessuna perdita
dall'incendio, egli destinò ai monumenti e ai templi tutti gli oggetti d'arte delle sue
ca.se di campagna e affidò la direzione dei lavori a diversi cavalieri, affinché ognuno
fosse portato a termine più in frena»); per i due incendi del regno di Commodo, cfr.
Q. Acilius Fuscus, procurato, operis theatri Pompeiani intorno al 202: C!L VIII, 1439 (e
1,-2,.,. = a.s 1430), Thubursicu Bure (Afr. Proc.); ca. XIV, 154 ( = rr.s 43 1 ) , Ostia; cfr.

IO I
ROMA IMPERIALE

H.-G- Pflaum, CP 291. Per l'incendio che danneggiò il Colosseo, cfr. C. Attius Alci­
mus Felicianus, curator operis amphitheatn' intorno al 237-238: OL Vili, 822, cfr. 1 234:s
( = 23963 = ILS 1347), Munidpium Aurelium Commodianum. . . (Afr. Proc.); aL Vili,
23948 (Abir Cella, Afr. Proc.); OL xm, 1797 (Lugdunum); cfr. Pflaum, Carrierès Pro­
curatoriennes, cit., n. 327. Sui diversi incendi menzionati, cfr. R. Sablayrolles, Liberti­
nus mi/es. Les cohortes de vigi/es, Roma 1 996, pp. 793-:s, 797-9.
:S9· Frontin., Aq., u7 riguardo agli impiegati di servizio, lastricatori ... : « ...ad ea
quae non sunt magnae mo/itionis, maturum tamen auxi/ium videntur exigere» (« . . . per i
lavori di non grande importanza, ma per i quali è evidente la necessità di un pronto
intervento»).
60. CTr. at VI, 1 673 (cfr. 3 1 901 a = ru u u ). Il curatore in questione è L. Aelius
Helvius Dionysius, in carica nel 287. Durante la sua curatela, il personaggio sovrinten­
dette al rifacimento dei portici del teatro di Pompeo distrutti dal violento incendio
del 283 e che furono ribattezzati in quest'occasione, porticus lovia et Hercu/ia.
61. La principale opera è quella di J. Le Gall, Le Tibre, f/euve de Rome dans
l'Antiquité, Paris 1 9;s3. Cfr. anche Robinson, Andent Rome, cit., pp. 83-94.
62. Suet., Aug., 37. Cfr. n. :S ·
63. Casa. Dio, :S 7 , 14: «. . .b1.etvoç b è bfl voµtoaç E K :n:o),:u:n:Ì..'1]91aç vaµatwv au­
'tÒ yeyovévm :n:év'te àel flouì..E'U'tàç KÀTJQW'tOÌlç empeì..eta9m tO'O :n:otaµoO :rtl)O<Jé­
on
ta;ev, tva llfl'tl! tO'O XElf.&awoç :n:ì..eovc:'ltn µfile 'tO'O 9éQOVç e>J..el.7tn, àì..ì..' i.ooç
µàì..1.crta àet l?én» («[Tiberio], pensando che [l'inondazione] fosse stata causata dal­
l'abbondanza della portata, ordinò che cinque senatori, nominati a sorte, sorvegliasse­
ro permanentemente che non vi fosse troppa acqua in inverno, né fosse scarsa in esta­
te, e che la sua portata restasse sempre il più stabile possibile»).
64. Le Gall, Le Tibre, cit., pp. 178-9.
6;s . Su questo servizio, cfr. H. Pavis d'Escurac, La préfecture de /'annone, service
administratif impéria/ d'Auguste à Constantin, Roma 1 976; Robinson, Andent Rome,
cit., pp. 144-:s9; sulle frumentationes rese possibili dall'approvvigionamento della città
principalmente di grano e di olio, cfr. C. Virlouvet, Tessera frumentaria. Les procédu­
res de la distribution du b/é pub/ic à Rome, Roma 199:s. Non si farà cenno qui a quei
legami che univano in particolar modo la prefettura dell'annona e il servizio della Mi­
nucia, dal momento che di essi si è occupata in questo stesso libro C. Virlouvet (cfr.
CAP. 3),
66. Pavis d'Escurac, La préfecture de /'annone, cit. , p. 1 39.
67. Ivi, pp. 249-;so. È probabile che qualche soldato appartenente ai corpi dei
vigili fosse distaccato permanentemente presso gli h°"ea.
68. Fu questo, per esempio, il caso di Severo Alessandro; cfr. SHA, Alex. Seu.,
39, 3-4: «H°"ea in omnibus regionibus pub/ica fedi, ad quae conferrent bona bi, qui
privatas custodias non haberent. Balnea omnibus regionibus addidit, quae /orte non ha­
bebant» («Fece costruire in tutti i quartieri della città granai pubblici, nei quali po­
tessero depositare i loro beni coloro che non disponevano di magazzini privati. Prov­
vide tutti i quartieri che se ne trovassero sprovvisti di stabilimenti termali»; trad. it. di
P. Soverini, Torino 1983).
69. Per esempio il tempio del Sole dove avevano luogo le distribuzioni di vino
istituite da Aureliano; cfr. Virlouvet, Tessera frumentaria, cit., pp. :s i ss.
70. Sull'argomento cfr. Sabl ayrolles, 1.Jbertinus miles, cit. Sul ruolo di polizia cfr.
»
anche Nippel, Aufruhr und "Poliui , cit., pp. 1 67-7 1 .
7 1 . Sablayrolles, Libertinus miles, cit., p . 383.

102
3
L' approwigionamento di Roma imperiale:
una sfida quotidiana
di Catherine Virlouvet

La Roma di Augusto contava come minimo 800.000 anime, più vero­


similmente un milione di abitanti o più ancora e, secondo quanto si
può ragionevolmente supporre dai rari dati cifrati di cui disponiamo,
probabilmente mantenne invariata una popolazione di tale ordine di
grandezza fino al 1v secolo d.C. Alla metà del v secolo, la stima della
popolazione totale rasentava forse ancora le 3.50.000 persone Que­ 1

sto sta a significare che, per tutta la durata dell'impero, e persino in


un'epoca in cui essa ha ormai perduto il suo statuto di capitale,
l'Urbs è una mégapole per cui la cura del suo approvvigionamento
2
,

non può essere lasciata completamente al caso o alle sole iniziative


private. E, in effetti, l'antichità non ha conosciuto né la rivoluzione
della produzione agricola, né la rivoluzione dei mezzi di trasporto,
che accompagnarono nel xix secolo la crescita delle città dell'Europa
moderna, permettendo loro di raggiungere di nuovo, per la prima
volta, dei livelli di popolazione che soltanto un numero estremamente
esiguo di città antiche aveva già conosciuto, Roma in testa.
Il problema dell'approvvigionamento dell'Urbs in epoca imperiale
è al centro di un dibattito ancora aperto che oppone gli specialisti
dell'economia antica. Lo si può riassumere in due domande molto
semplici: qual è il ruolo giocato dallo stato da un lato, e dai privati
dall'altro, nell'approvvigionamento di questo milione di bocche? È
possibile scorgere un'evoluzione nel ruolo rispettivo giocato da stato
e privati? Le ricerche recenti hanno avuto il merito di superare la
contrapposizione manichea, che caratterizzava gli studi precedenti, tra
il "liberalismo antonino" e il "totalitarismo statalista del basso impe­
ro", e di evidenziare, al contrario, gli aspetti di continuità che caratte­
rizzano la politica imperiale per quanto attiene all'approvvigionamen­
to 3 • Tuttavia, gli studiosi non si mettono d'accordo riguardo all'inter­
pretazione d'insieme da dare a questa politica. Tra quelli che attribui­
scono al governo imperiale una vera e propria politica di economia
diretta, non lasciando che un ruolo del tutto secondario al commer-

1 03
ROMA IMPERIALE

do privato 4 e quelli che limitano strettamente l'intervento dello stato


a una politica sociale di distribuzioni gratuite o a prezzi ridotti di
derrate essenziali alla sopravvivenza dei ceti più modesti ', vi è lo
spazio, mi sembra, per una visione d'insieme più sfumata e, allo stes­
so tempo, più complessa.
È bene anzitutto intendersi sul senso dei vocaboli e distinguere
accuratamente due ambiti certo strettamente connessi tra loro, ma
che non devono essere confusi: da una parte, quello del mercato, che,
per dirla in breve, qualificheremo come privato, essendo senza dub­
bio consapevoli del fatto che uno degli obiettivi delle ricerche attuali
è proprio quello di determinare il grado di intervento del potere poli­
tico su tale mercato; dall'altra pane, quello delle distribuzioni gratuite
di derrate alimentari, disposte dallo stato in favore di una porzione
della popolazione cittadina. È su quest'ultimo aspetto che le fonti an­
tiche forniscono la maggior parte delle testimonianze, cifrate o no,
per cui la nostra visione d'insieme riguardo all'approvvigionamento è
troppo spesso estrapolata o quanto meno dipendente dalle nostre co­
noscenze relative alle distribuzioni gratuite. Tuttavia, non bisogna ri­
durre l'annona imperiale esclusivamente a questo ruolo. Userò, nel­
l'ambito di questo capitolo, il termine di annona nel senso ampio di
cura posta da pane dello stato nell'approvvigionare l'intera città di
alcune derrate considerate di prima necessità 6 • È questo, d'altronde,
il significato che il termine aveva nell'espressione cura annonae, per
designare l'incarico di approvvigionare l'Urbs, che, alla fine della re­
pubblica, veniva eccezionalmente affidato ad un uomo politico noto,
ed è significativo osservare, nello stesso ordine di idee, che la cura
delle distribuzioni gratuite di grano in sé e per sé non rientrava tra le
competenze del prefetto dell'annona, o, ancora, che costui dovette
occuparsi dell'approvvigionamento di olio della città sin dal rr secolo
d.C., laddove fu solo in epoca severiana che furono istituite per la
prima volta distribuzioni gratuite regolari di questa derrata.
Il mio intento, dunque, è di fare il punto delle nostre conoscenze
sull'argomento, basandomi sui risultati delle ricerche recenti 7 • Dopo
un quadro generale di quanto si può sapere del fabbisogno alimenta­
re della città e dei vincoli a cui era soggetto il suo approvvigiona­
mento, mostrerò quella che fu l'attuazione, nel r secolo d.C., di una
politica di approvvigionamento, che pone le basi, in maniera durevo­
le, di nuove strutture, di cui esaminerò, infine, l'evoluzione e le tra­
sformazioni fino all'inizio del v secolo d.C. Non c'è, in realtà, si è già
detto, una cesura netta tra la politica di approvvigionamento di Roma
nell'alto impero e quella nel basso impero.

104
3 · L'APPROVVIGIONAMENTO DI ROMA IMPERIALE: UNA SFIDA QUOTIDIANA

3. r
L'approvvigionamento dell' Urbs: il fabbisogno e i vincoli
IL FABBtsOGNO

Determinare il fabbisogno di derrate alimentari della città, prima an­


cora di tentare di sapere in che misura fosse soddisfatto, è un proce­
dimento certo encomiabile, ma, confessiamolo subito, poco realizza­
bile in pratica. La letteratura romana non è certo priva di racconti di
banchetti o di ricette culinarie. Ma queste testimonianze non ci forni­
scono informazioni che sui pasti d'eccezione o sui consumi tipici sol­
tanto di un'esigua parte privilegiata della popolazione romana, laddo­
ve desidereremmo avere, invece, un'idea generale dell'alimentazione
media di una popolazione costituita da uomini, donne e bambini, da
liberi e schiavi, da giovani e vecchi, da ricchi e poveri.
Generalmente si sostiene, e certamente a ragione, che la base del­
l'alimentazione della popolazione romana, come quella di tutte le po­
polazioni d'Ancien Régime, fosse costituita di cereali, che potevano
essere consumati sotto forma di farinata, ma che furono sempre più
spesso panificati nel corso dell'impero. Tuttavia, è alquanto difficile
farsi un'idea precisa del consumo medio di cereali per abitante 8 • Le
ipotesi avanzate a tal proposito poggiano su una quantità molto esigua
di testimonianze letterarie, che sono passibili di interpretazioni diver­
se 9 • Generalmente si considera sufficiente una quantità di tre modii
di grano (l'equivalente di circa 2r kg) per persona al mese. Diciamo
che tale quantità costituisce una base comoda per fare dei calcoli, che
non possono rappresentare, ad ogni modo, che delle stime grossolane.
Ammettendo che l'Urhs contasse, all'inizio del regno di Augusto, una
popolazione di circa un milione di abitanti, ciò significa che il fabbi­
sogno annuo di cereali della città doveva essere vicino alle 25 0.000
tonnellate. Inseriamo questa cifra media nell'arco delle differenti pos­
sibilità, che vanno dalle 200.000 tonnellate, se si attribuisce a Roma
una popolazione piuttosto vicina a 800.000 abitanti, alle 300.000 ton­
nellate se invece le si attribuiscono r . 200.000 anime. Se poi si ritiene
che il consumo medio di cereali dei Romani fosse di 4 modii (28 kg)
al mese, quantità che mi sembra essere la massima possibile, si va dal­
le 260.000 tonnellate alle 430.000 tonnellate.
Ma è necessario insistere sul fatto che l'approvvigionamento di
Roma non si limitava al trasporto di quantità, per quanto impressio­
nanti, di cereali verso la capitale. Questo prodotto, che si può definire
di prima necessità, ha sempre attratto, a ragione, la massima attenzio­
ne degli studiosi che si occupano dell'approvvigionamento dell' Urhs.

ro5
ROMA IMPERIALE

In realtà, le fonti sia letterarie che archeologiche attestano che i Ro­


mani avevano un'alimentazione molto più variata, e dunque si dovrà
tener conto del loro consumo di olio d'oliva, di vino, di carne (in
particolar modo di maiale), di latte e formaggio, di diversi legumi.
André Tchernia ha tentato recentemente una stima del fabbisogno
di olio e di vino di Roma 1 0• Il calcolo, basato sulle anfore dello scari­
co del Testaccio, che servivano al trasporto dell'olio dalla Betica e
dall'Africa, permette di supporre che la quantità di olio che arrivava
a Roma ogni anno nelle anfore fosse di 15 0.000 hl. Ma questa è una
cifra minima che andrebbe arrotondata con i ritrovamenti di tutte
quelle anfore che non sono finite in questo scarico e con la parte di
olio proveniente dalla Sabina in recipienti di altro tipo di cui non si è
conservata traccia. Cosicché, le stime fatte a partire dai resti del Te­
staccio sono forse da raddoppiare, secondo André Tchernia JI.Si ri­
corderà inoltre che l'olio non veniva utilizzato soltanto in cucina, ma
per l'illuminazione, nello sport, nella medicina ... Per quanto riguarda
12
il vino, riprendendo le cifre già proposte da Tchernia nel suo libro
e adattandole ad un arco di valori di popolazione che va da 800.000
a 1 .200.000 abitanti, si giunge ad una quantità compresa tra
1 . 170.000 hl e 1 .460.000 hl nel primo caso, e tra 1.750.000 hl e
2.200.000 hl nel secondo caso.
In compenso, non è stata mai tentata, per quanto io ne sappia,
una stima della carne consumata a Roma, dal momento che non si
dispone che di una sola cifra: la quantità delle razioni di maiale che
riceveva la plebe frumentaria a Roma nel 1v secolo d.C., ossia 25 lib­
bre (12,5 kg) all'anno. Riferita ad un intero anno, si tratta di una ma­
gra razione, ma la distribuzione si concentrava soltanto in cinque
mesi 1 3 • È un errore credere che tale quantità potesse rappresentare il
consumo medio di un individuo in un anno. Anche nell'Europa del
xvm e dell'inizio del XIX secolo, nella quale la razione di carne è
molto inferiore a quella del Medioevo, paesi come la Germania e l'O­
landa hanno un consumo annuo di carne fresca che raggiunge i 20 kg
per abitante; quello della Francia è stimato 23,5 kg. E si sa che tale
consumo diviene sempre più importante nelle città 1 4 • Se si rapporta
la razione di carne di maiale concessa alla plebe frumentaria con l'ar­
co di valori della popolazione proposta per l'Urbs, si ottiene un con­
sumo annuo compreso tra le 10.000 tonnellate, per 800.000 abitanti,
e le 15.000 tonnellate, per 1.200.000 abitanti. Questa è una stima mi­
1
nima, che deve essere al di sotto della realtà se la si paragona ai
',

periodi di più basso consumo dell'Europa preindustriale. Si ricorde­


rà, d'altronde, che il mercato romano offriva anche carne di agnello o

106
J , L 'APPROVVIGIONAM ENTO Dl ROMA IMPERIALE: UNA SFIDA QUOTIDIANA

di manzo, di cui furono organizzate, talvolta, almeno nel v secolo,


distribuzioni, sulle quali non abbiamo ulteriori informazioni 1 6•
Non bisogna sottovalutare, d'altra parte, l'importanza dei legumi
nell'alimentazione dei romani. Diversi studi hanno sottolineato recen­
temente il ruolo che dovevano avere gli orti intorno a Roma. Ma ri­
guardo a questo ambito non possediamo purtroppo alcun dato sulle
cifre. Quali che ne fossero le dimensioni, l'approvvigionamento di
derrate di questo tipo non doveva porre gli stessi problemi tecnici:
era il suburbio di Roma 1 7 che contribuiva a rifornire la città di tali
prodotti. La constatazione di F. Braudel per le capitali dell'Europa
moderna potrebbe essere certamente valida anche per Roma antica: i
privilegi di una capitale dipendono anche dalla diversificazione delle
derrate alimentari che vi si trovano. Quest'ultima osservazione sareb­
be, è vero, da sfumare secondo le diverse categorie sociali, cosa che
non è agevole fare.
Quale conclusione trarre da questo troppo breve inventario? An­
zitutto mi sembra si debba insistere sul fatto che una parte non indif­
ferente dell'approvvigionamento dell'Urbs si sottrae di fatto, almeno
fino al basso impero e per alcune derrate su tutto il periodo, a qual­
siasi intervento dello stato. Su tutto il periodo, è il caso dei legumi,
complemento prezioso e senza dubbio sottostimato (per mancanza di
fonti) nel "menu" quotidiano dei romani. Ma in buona pane è anche
il caso della carne e del vino, almeno fino all'inizio del m secolo d.C.
Insomma, nell'alto impero, la politica dello stato riguardo all'approv­
vigionamento, la cura annonae, si è limitata ai cereali e in misura mi­
nore all'olio: certamente perché si trattava di due derrate che costitui­
vano la base dell'alimentazione romana, ma anche perché, in partico­
lare per questi due prodotti, la produzione delle campagne italiane
era notoriamente insufficiente, per cui Roma doveva necessariamente
ricorrere a massicce importazioni d'oltremare, il che implicava l' orga­
nizzazione di un commercio a lunga distanza.
È soltanto nel caso in cui è lo stato ad occuparsi dell'approvvigio­
namento che le nostre fonti sono più abbondanti; ed è allora soprat­
tutto tramite le derrate di cui esso si è andato poco a poco occu­
pando che si può studiare l'approvvigionamento della città. Far giun­
gere queste derrate implica il sorgere di un certo numero di diffi­
coltà, che è necessario esaminare.

I VINCOLI

La crescita demografica senza precedenti che Roma conobbe negli ul­


timi due secoli della repubblica la obbligò a dover contare, per il
ROMA IMPERIALE

proprio approvv1g1onamento, su territori sempre più lontani, sotto­


messi, nel corso del tempo, alla sua autorità; una conquista territoria­
le che accompagnò, inoltre, uno sviluppo urbano ad essa strettamente
legato. Anzitutto la Campania, poi la Sicilia, la Sardegna e l'Africa
del Nord, divennero i granai della Roma della fine della repubblica.
ll ricorso all'Egitto, prima della conquista del territorio da parte di
Ottavio, era ancora soltanto occasionale. L'imposta pagata da alcune
province, ad esempio la Sicilia, era una decima in natura, frequente­
mente raddoppiata con quella che veniva chiamata la seconda deci­
ma: i contribuenti erano costretti a vendere a Roma un altro decimo
del loro raccolto ad un prezzo fissato dallo stato romano e vantaggio­
so per quest'ultimo rs.
In linea di principio tale pratica garantiva la presenza sui mercati
di cereali ad un prezzo ragionevole. Ma solo in linea di principio.
Bastava che sopraggiungessero uno o più anni di cattivi raccolti in
questi territori, perché la capitale fosse in preda a gravi carestie.
D'altronde, il problema maggiore risiedeva nel trasporto di queste
derrate su distanze notevoli. Nelle condizioni tecniche del tempo, il
trasporto dei materiali pesanti si effettuava essenzialmente per via
d'acqua, mare, fiumi e canali. Ma i metodi restavano più che artigia­
nali: la capienza delle navi d'alto mare non superava in generale le
200-300 tonnellate. Queste imbarcazioni non erano in grado di af­
frontare le temibili tempeste mediterranee, frequenti nella cattiva sta­
gione. C'era dunque un periodo dell'anno, da ottobre a marzo, du­
rante il quale il mare era, per tradurre alla lettera l'espressione latina
mare clausum, "chiuso alla circolazione marittima". Questo non vuol
dire che nessuna nave navigasse durante questi mesi d'inverno, ma
che, se lo faceva, era a suo rischio e pericolo. Le circa 250.000 ton­
nellate di cereali necessarie al consumo annuo di Roma dovevano
dunque essere trasportate da un numero impressionante di navi, data
la capacità limitata di ciascuna, sostanzialmente in sei mesi dell'anno.
Ciò presupponeva che, nel punto di sbarco, vi fossero notevoli capa­
cità di immagazzinamento, per riporre nei depositi il grano che sa­
rebbe stato venduto durante tutto l'anno.
Nonostante tutto, è evidente la debolezza di un tale sistema: sa­
rebbe bastato che una tempesta d'estate (sono frequenti nel Mediter­
raneo) distruggesse alcune navi, che il fuoco attaccasse i granai o che
questi ultimi, spesso costruiti in prossimità delle vie d'acqua, fossero
inondati, perché la capacità della città di nutrire la sua popolazione
venisse compromessa per un anno intero. Senza contare il vantaggio
che gli avversari di Roma potevano trarre da una tale situazione: du­
rante le guerre civili che caratterizzarono gli ultimi anni della repub-

108
3 . L'APPROVVIGJONAMENTO DI ROMA IMPERJALE: UNA SFJDA QUOTJDIANA

blica, Sesto Pompeo riuscì ad affamare l'Urbs perché controllava la


Sicilia e lo stretto di Messina, impedendo così alle navi di passare.
Questa debolezza era peggiorata dal fatto che Roma non possede­
va un vero e proprio porto d'alto mare nelle sue vicinanze. La città è
situata, è bene ricordarlo, sul Tevere, a meno di trenta chilometri a
monte dalla sua foce. È lì che, dal IV secolo a.C., si sviluppò la colo­
nia romana di Ostia, che aveva vocazione naturale ad essere il grande
porto per l'approvvigionamento di Roma. Ora, il porto di Ostia non
disponeva di alcun bacino in acque profonde, in grado di accogliere
navi d'alto mare. Per di più, bisogna tener conto dei depositi alluvio­
nali del Tevere in questa zona: Ostia antica, ai nostri giorni, si trova
più all'interno della linea di costa (ca. 3 km) e non si trova più inte­
ramente fiancheggiata dal letto del Tevere, che in questo punto piega
con un gomito considerevole a nord. Il porto che accoglieva, almeno
fino alla fine del 1 secolo d.C., le navi d'alto mare, che trasportavano
le derrate alimentari necessarie a Roma, era in effetti a 235 km più a
sud: si tratta di Pozzuoli, non lontano da Napoli. Così, i convogli che
trasportavano cereali per la capitale arrivavano dapprima a Pozzuoli,
dove il grano veniva in parte scaricato nei granai della città, in attesa
di essere rispedito successivamente verso Roma, e in parte trasborda­
to subito su navi più piccole, che risalivano lungo la costa fino ad
Ostia. Nella stessa Ostia il grano seguiva nuovamente questo doppio
itinerario, poiché una parte era temporaneamente depositata sul po­
sto, l'altra risaliva immediatamente il Tevere fino ai granai romani, in
grandi barche a fondo piatto. Certamente il moltiplicarsi delle opera­
zioni di manutenzione, cui dovevano sottostare i carichi, moltiplicava
anche i rischi di perdita, dell'intero quantitativo o di parte soltanto,
dei cereali trasportati, a causa di catastrofi naturali o di dolo (era ne­
cessario premunirsi contro i furti).

3 .2
L'attuazione di una politica di approvvigionamento
(1 sec. a.C.-11 sec. d.C. )
I PRIMl TENTATIV1 REPUBBUCANI

Le difficoltà di approvvigionare una città il cui peso demografico è,


dall'epoca della seconda guerra punica, del tutto eccezionale se para­
gonato agli standard del tempo, sono tali che i rappresentanti della
classe politica hanno dovuto occuparsi del problema con sollecitudine
e precocemente. È indubbio, quindi, che le opere intraprese a Roma,

1 09
ROMA IMPERIALE

tra la fine del III e l'inizio del u secolo a.C., dalla famiglia degli Scipio­
ni e degli Aemilii, riguardo ali'emporium e alla porticus Aemilia, rien­
trino in questa preoccupazione 19• Tuttavia, in tale caso si trattava di
interventi ad hoc e in parte privati, nell'ambito, si potrebbe dire, del­
l"'evergetismo" delle famiglie dirigenti romane. Il tentativo di Gaio
Gracco è invece di un altro ordine, nella misura in cui inaugurò un'as­
sunzione regolare di responsabilità da parte dello stato, relativamente
ad una parte dell'approvvigionamento di grano.
Nel 123 a.C., quando la notizia di una carestia in Africa provoca
disordini in seno alla popolazione di Roma, che teme una penuria di
viveri '0 , la legge frumentaria del tribuno della plebe Gaio Gracco
rappresenta un tentativo di rispondere in modo complessivo al pro­
blema dell'approvvigionamento del grano. Ma conosciamo molto ma­
le la legislazione graccana, trasmessa spesso da fonti frammentarie ' •.
Non se ne percepisce che l'aspetto più spettacolare, quello che su­
scitò sin dall'antichità le più vive polemiche in seno agli ambienti po­
litici », cioè la norma che introduceva distribuzioni di grano a prezzo
ridotto per i cittadini maschi adulti che abitavano nell'Urhs ' 3 • Questi
ultimi avevano il diritto di comprare ogni mese, per una somma che
non era certo simbolica, ma corrispondeva, come generalmente si cre­
de, almeno alla metà del prezzo medio sul libero mercato, fino a cin­
que modii (ca. 35 kg) di grano, quantità che probabilmente oltrepas­
sava i loro bisogni personali, ma che, tuttavia, non copriva il fabbiso­
gno di un'intera famiglia o anche di una coppia ' 4•
Gli aspetti politici di tale legge sono stati ben commentati da tem­
po: tale vantaggio offerto al corpo civico può essere interpretato
come una sorta di indennizzo per la sua partecipazione alle assem­
blee, che gli impediva di attendere alle sue attività lucrative, allo stes­
so modo del misthos (indennità in denaro) nell'Atene classica ''· Dal
punto di vista economico, come è stato sottolineato più di recente ' 6 ,
tale misura rappresentava anche un tentativo di avviare un inizio di
controllo regolare da parte dello stato nell'approvvigionamento della
città, che diveniva più problematico a mano a mano che questa cre­
sceva. Questo aspetto della legislazione frumentaria graccana è molto
meno documentato per la carenza di fonti. Tuttavia, è chiaro che or­
mai il potere pubblico era stato costretto ad intervenire in modo re­
golare nel trasporto, nello stoccaggio e nella distribuzione di una par­
te del grano consumato dalla capitale. Le innovazioni che la legge
frumentaria comportava, come la creazione di una rete di granai, mo­
strano la preoccupazione più generale del legislatore di regolamentare
nel suo insieme l'approvvigionamento di grano dell'Urbs ' 7 •

I IO
3 . L ' APPROVVIGIONAMENTO DI ROMA IMPERIALE: UNA SFIDA QUOTIDIANA

Tuttavia, nel corso del tempo, la legge di Gaio Gracco perse il


suo significato primario. Anzitutto perché tale legge frumentaria era
stata concepita per una popolazione urbana destinata a restare stabile
o anche a diminuire leggermente, in connessione con la riforma agra­
ria dello stesso tribuno, che doveva porre termine all'esodo rurale e
ricondurre al lavoro della terra una notevole quantità di cittadini di
recente sbarcati in città. Ora, gli avversari politici, che portarono
Gaio Gracco a morte, svuotarono anche la legge agraria del suo con­
tenuto. Cosicché, l'afflusso di popolazione verso Roma continuò, ac­
centuato anche dalla speranza di queste persone di alimentarsi a bassi
costi. E nelle agitazioni che caratterizzarono l'ultimo secolo della re­
pubblica romana le /rumentationes furono il terreno di una competi­
zione all'interno dell'oligarchia per guadagnarsi i favori del popolo.
Nel 58 a.C., le distribuzioni divennero gratuite 28 ; esse erano concesse
ad un numero sempre più cospicuo di beneficiari, poiché l'ammini­
strazione non controllava più chi fossero gli aventi diritto. All'indo­
mani della prima guerra civile tra Cesare e Pompeo, le persone am­
messe al privilegio delle frumentazioni erano circa 3 2 0.000. È indub­
bio che provvedere all'approvvigionamento gratuito di una tal massa
di persone, riguardo alla quale nulla lasciava presagire che non avreb­
be continuato ad aumentare negli anni seguenti, doveva comportare
reali problemi materiali ed economici alle autorità romane.
Così, divenute un'arma nelle lotte politiche della repubblica ago­
nizzante, le distribuzioni regolari non potevano più contribuire a ri­
solvere le difficoltà per l'approvvigionamento dell'Urbs, visto che
queste, nel disordine del momento, continuavano ad aggravarsi. Gli
ultimi decenni della repubblica rappresentano uno dei periodi di
maggiore agitazione popolare in relazione a questo problema. La clas­
se politica nel suo insieme sembrava aver compreso l'importanza del
problema; e, in effetti, possediamo numerosi indizi dell'esistenza di
misure intese ad affrontare la politica frumentaria in modo più com­
plessivo, rispetto alle semplici distribuzioni frumentarie. Questi indizi
sono purtroppo documentati in modo molto frammentario, poiché i
testi antichi si interessano in generale molto di più dell'aspetto politi­
co (e le /rumentationes si trovano al cuore di questo) che dell'aspetto
economico della questione. Alcuni, ricordiamolo in breve, come il tri­
buno Clodio, tentarono, in continuità con la politica graccana, di
conciliare distribuzioni gratuite e cura dell'intero approvvigionamento
della città. Le nostre fonti a questo proposito sono chiare, anche se
non forniscono dettagli: la legge di Clodio non introduceva soltanto
la gratuità delle razioni di grano pubblico distribuite mensilmente agli
aventi diritto; essa creava nello stesso tempo, a vantaggio del tribuno

III
ROMA IMPERIALE

o di qualcuno dei suoi collaboratori, una sona di curatela dell'anno­


na, cioè di tutela generale dell'approvvigionamento 29; allo stesso
modo, il progetto di lex alimentaria di Curione, tribuno nel 50, dove­
va abbracciare un campo più vasto di quello delle sole /rumentatio­
nes, come testimonia la denominazione stessa di /ex alimentaria 30•
Invece, altre personalità politiche, che si collocavano, e ciò non
meraviglierà, nella linea degli avversari del tribuno del 123, tentarono
di limitare o di opporsi alle /rumentationes, per occuparsi in modo
migliore dell'approvvigionamento di grano, dell'annona in generale.
Tale è cenamente il senso della politica di Silla, anche se ne cono­
sciamo male i dettagli: la sua monetazione, in cui si incontrano nume­
rosissime cornucopie, testimonia la preoccupazione del dittatore in tal
senso, ma sappiamo da Sallustio che probabilmente egli sospese le di­
stribuzioni gratuite 3 1 • Quanto a Pompeo, nominato dal senato cura­
tore dell'annona per cinque anni con poteri eccezionali, alla fine del
57, in piena crisi per l'aumento del prezzo del grano, le sue compe­
tenze di ceno superarono ampiamente l'ambito delle distribuzioni
gratuite, riguardo alle guaii, al contrario, egli cercò probabilmente di
rimettere ordine, limitandole 32 •
Così, progressivamente la cura dell'annona si separava dalle /ru­
mentationes. Sarà Augusto a istituzionalizzare realmente questa sepa­
razione, creando un ufficio per le distribuzioni frumentarie distinto
da quello dell'annona. È tempo ora di esaminare la politica che il pri­
mo imperatore seguì in relazione all'approvvigionamento. Se è vero
che Augusto fu l'erede dei tentativi degli uomini politici delle ultime
generazioni della repubblica, che ho ricordato troppo brevemente, è
vero altresì che egli gettò le basi di un sistema che doveva perdurare,
nelle sue linee generali, per tutta l'età imperiale.

L'OPERA Dl AUGUSTO

Il giovane Ottavio non aveva tardato a comprendere, a proprie spese,


durante il periodo del secondo triumvirato, l'assoluta necessità per il
potere politico di assicurare all'Urbs un approvvigionamento regolare
di cereali a prezzi contenuti. Durante il blocco dei mari instaurato da
Sesto Pompeo, che ho ricordato prima, la popolazione romana in
preda alla carestia, si diede al saccheggio delle case più ricche e se la
prese anche con i propri dirigenti: Antonio, e ancor più Ottavio, lapi­
dati in pieno foro, dovettero la propria salvezza solo all'intervento
dell'esercito 33 •

1 12
3 . L'APPROVVJGJON AMENTO DI ROMA lMPERlALE: UNA SFJDA QUOTlDJANA

Quando Ottavio divenne Augusto, il popolo di Roma considerò la


cura dell'approvvigionamento come uno dei suoi principali compiti.
Tuttavia, in tale cura, il principe non fece che ereditare il compito
che in precedenza spettava collettivamente ai notabili che si divideva­
no il potere sotto la repubblica. Ma con una dimensione supplemen­
tare, che dipendeva senza dubbio dal carisma legato alla nozione stes­
sa di princeps: questi appariva realmente come il garante dell'abbon­
danza in relazione all'approvvigionamento. Così, nel 22 a.C. i Romani
ritennero che la carestia che allora infieriva in città dipendesse dal
fatto che Augusto non esercitava più la carica di console, come era
solito fare ogni anno dall'inizio del principato. Essi obbligarono i se­
natori, tenuti prigionieri nella curia che minacciavano di incendiare, a
proporre all'imperatore la dittatura e l'incarico eccezionale di curato­
re dell'annona H.
Se rifiutò la dittatura (il ricordo della fine di Cesare era troppo
vicino), Augusto non si sottrasse ai suoi doveri relativi all'approvvi­
gionamento. In quest'occasione, e poi successivamente nel 6-8 d.C.,
all'epoca di un'altra carestia ancora più grave, egli cercò in modo
molto pragmatico, rispondendo alle difficoltà incontrate volta per vol­
ta, di migliorare le strutture dell'approvvigionamento esistenti.
Per fare ciò, aveva a disposizione delle buone cane: la conquista
di Alessandria, il 1 ° agosto del 30 a.C., aveva permesso a Roma di
entrare in possesso di quel favoloso granaio che era allora l'Egitto.
Esso divenne da allora, assieme all'Africa 35 , uno dei principali forni­
tori di Roma. Lo statuto amministrativo eccezionale della provincia,
d'altronde, si spiega in pane col ruolo che esso gioca nell'approvvi­
gionamento di Roma. L'Egitto è governato da un cavaliere che ha il
titolo di prefetto, un uomo vicino all'imperatore, la cui nomina, revo­
cabile in qualsiasi momento, promana dallo stesso imperatore 3 6•
Ma l'Egitto, sebbene sia così strettamente controllato, resta una
fonte d'approvvigionamento aleatoria. Il raccolto del grano e il suo
traspono sono precari, soggetti alle irregolarità della piena del Nilo,
ai moti di malcontento e di dissenso in seno alla popolazione locale,
ai pericoli di un lungo viaggio per mare. È per questo che l'Africa
del Nord, più vicina, romanizzata da più tempo, dai raccolti più re­
golari, non perse mai, durante l'alto impero, il ruolo essenziale che
giocava, già in epoca repubblicana, nell'approvvigionamento di Roma.
E da considerarsi un caso il fatto che tra i senatori che furono vittime
delle epurazioni politiche nella seconda pane del regno di Nerone vi
siano i sei più grandi proprietari terrieri dell'Africa? La confisca delle
loro proprietà accrebbe considerevolmente le proprietà imperiali in
questa pane dell'impero.

113
ROMA IMPERIALE

Infine, accanto all'Egitto e all' Africa, è probabile che la Spagna e


la Sardegna, forse la Sicilia, fornissero, durante l'impero, contribuzio­
ni in grano. Tuttavia, questo punto è ancora oggetto di discussioni
tra specialisti, che non giungono ad un accordo sull'importanza ri­
spettiva, per quanto riguarda l'imposta versata dalle province, delle
contribuzioni in natura e di quelle in denaro 37 • Del resto, accanto a
queste contribuzioni, sappiamo che lo stato procedeva talvolta a delle
requisizioni di grano, che in linea di principio pagava (ma in realtà
non era sempre così), per completare l'approvvigionamento di Roma
o provvedere all'alimentazione delle truppe.
Augusto ampliò considerevolmente gli effettivi del servizio anno­
nario. Durante la repubblica il compito dell'approvvigionamento
spettava, insieme a numerose altre funzioni, agli edili che costituivano
un collegio di quattro magistrati, rinnovato annualmente. Non biso­
gna dimenticare inoltre l'importanza del quaestor Ostiensis, questore
incaricato in particolare delle relazioni tra Roma e il suo porto, che
aveva certamente competenze frumentarie. Questa povertà di stru­
menti d'intervento regolari fa comprendere perché il senato abbia do­
vuto far ricorso, quando il bisogno si faceva sentire, a delle commis­
sioni frumentarie o abbia dovuto affidare ad uno dei suoi membri
l'incarico eccezionale di curatore o prefetto dell'annona. Cesare aveva
aggiunto due magistrati regolari ai quattro già esistenti, gli edili cert'a­
les che, come indica il loro nome (Cerere era tra l'altro la dea dei
raccolti), dovevano consacrarsi anzitutto alle questioni annonarie. Ma
è il regno di Augusto che vide la creazione di un'amministrazione
permanente, incaricata del rifornimento di cereali dell'Urbs.
Verosimilmente è solo nell'ultima parte del suo regno, nell's d.C.,
alla fine di una crisi particolarmente dura che per più di due anni
aveva generato, nonostante le misure eccezionali prese dall'imperato­
re, vivaci moti di malcontento in seno alla popolazione, che Augusto
affidò la cura regolare dell'approvvigionamento a un funzionario di
rango equestre, il prefetto dell'annona 3 •8

Nominato dall'imperatore senza limiti di tempo, revocabile in


qualsiasi momento, questo prefetto era dunque un cavaliere scelto
per le sue competenze, dal momento che proveniva da un ambiente
in cui l'esperienza degli affari non era cosa rara. È solo progressiva­
mente, nel corso dei primi due secoli dell'impero, che questi si cir­
condò di un personale subalterno di assistenti e procuratori, cavalieri
e liberti, adibiti in particolar modo al servizio nei porti di Ostia e di
Pozzuoli o nei granai. Nelle province i suoi soli rappresentanti per­
manenti furono collocati nei punti strategici per il rifornimento di
Roma, vale a dire Alessandria e la Nwnidia; altrove gli affari si rego-
3 · L APPROVVIGIONAMENTO or ROMA IMPER[ALE: UNA SFlDA QUOTID IANA

lavano tramite le funzioni del governatore di provincia o tramite l'in­


vio di funzionari per una missione di durata limitata.
È necessario insistere sul numero verosimilmente assai limitato,
nonostante tutto, dei funzionari dipendenti dalla prefettura dell'anno­
na. L'enorme macchina amministrativa, necessaria a nutrire la città di
un milione di abitanti, non avrebbe potuto esistere senza una stretta
collaborazione tra i servizi dello stato e un certo numero di privati,
trasportatori, commercianti, facchini, addetti alla misurazione del gra­
no, mugnai, panettieri ecc., con i quali in quel tempo l'amministrazio­
ne imperiale stipulava dei contratti, mentre solo in seguito, senza
dubbio a cominciare col regno di Traiano, intrattenne rapporti co­
stanti attraverso il sistema dei corpora 39 •
Il compito principale del prefetto dell'annona riguardava il tra­
sporto e lo stoccaggio del grano consumato a Roma, almeno nel r se­
colo d.C., dal momento che l'olio entrò nel suo ambito di compe­
tenza soltanto a cominciare dal rr secolo d.C. Certamente si tratta di
grano fiscale, tratto dall'imposta, e il problema sta nel valutare che
parte abbia quest'ultimo nell'ambito del consumo di cereali della
città.
La competenza delle distribuzioni gratuite non ricadeva sul pre­
fetto dell'annona, ma era affidata ad un praefectus frumenti dandi di
rango senatorio, assistito, a partire da Traiano, da un procuratore
equestre, il procurator ad Minuciam 4 , dal nome del portico nel quale
0

veniva effettuata la consegna delle razioni. Il praefectus frumenti dandi


non era assolutamente soggetto al prefetto dell'annona, dal momento
che le due cariche erano del tutto indipendenti. Il prefetto dell'anno­
na era solamente incaricato di versare al praefectus frumenti dandi la
quantità di grano necessario alle /rumentationes.
D'altronde Augusto, una volta impiantato saldamente il suo pote­
re a Roma, riprese, dopo Cesare, una politica di riduzione del nume­
ro dei beneficiari. Questi ultimi, infatti, avevano raggiunto la cifra di
3 20.000. Egli agì verosimilmente allo stesso modo di suo zio e padre

adottivo, riportandoli ad una cifra compresa tra 1 5 0.000 e 200.000 e


fissando delle regole strette perché questa cifra non venisse più supe­
rata 4 ' . D'ora innanzi i partecipanti sarebbero stati estratti a sorte tra
i cittadini forniti dei requisiti richiesti, soltanto in sostituzione di be­
neficiari morti o che avevano lasciato Roma. Una tale procedura am­
metteva certamente delle eccezioni, se ne ha qualche esempio, ma il
potere si riservava di controllarle strettamente, e riuscì in quest'im­
presa, poiché il numero degli aventi diritto si mantenne intorno ai
200.000 fino al rv secolo.

1 15
ROMA IMPERIALE

DA TIBERIO A TRAIANO: I MIGLIORAMENTI PROGRFSSM DEL SISTEMA

Le misure prese da Augusto non fecero sparire d'un sol colpo tutti i
problemi. Anzitutto, l'ufficio della prefettura dell'annona era ancora
del tutto in embrione all'inizio del I secolo, come ho sottolineato più
sopra, e fu solo nel corso del tempo che il prefetto dell'annona si
vide circondato di collaboratori che, in ogni caso, non furono mai
troppo numerosi. Inoltre, restava ancora irrisolta tutta una serie di
problemi di ordine naturale, ricordati nella prima parte di questo ca­
pitolo, come l'assenza di un porto capace di accogliere le navi d'alto
mare a Ostia. Infine, la situazione politica ancora precaria, per certi
aspetti, provocò, talvolta, delle difficoltà nel rifornimento, simili a
quelle che i Romani avevano vissuto nell'ultimo secolo della repub­
blica, come fu ad esempio nel caso della crisi generata probabilmente
dalla rivolta di Oodio Macro in Africa, alla fine del regno di Nero­
ne 42 • Molti degli imperatori del I secolo fecero le spese di questa
precarietà, che persisteva, in relazione all'approvvigionamento del
grano. Così, nel 51, la folla, spinta all'estremo dalla grave carestia che
infieriva allora nell'Urbs, se la prese con Oaudio in pieno foro, prima
ingiuriandolo verbalmente, poi fisicamente ricoprendolo.... di croste
di pane! 43 Più tardi Nerone, nonostante il suo amore per gli spetta­
coli, rinunciò per la prima volta a esibirsi in Acaia, quando si rese
conto che la plebe temeva, in sua assenza, una penuria di grano 44 •
Si ritrova in quest'occasione una reazione del popolo romano che
si era già constatata a proposito della carestia del 22 a.C.: l'idea, fon­
data su un certo buon senso ma anche su un attaccamento irrazionale
alla persona del principe, che solo la presenza fisica dell'imperatore
poteva mettere la città al riparo dalla carestia. Nelle nostre fonti, la
preoccupazione dell'approvvigionamento rientra in prima linea nel ri­
tratto convenzionale del buon imperatore, mentre, nel caso del catti­
vo imperatore, gli autori antichi non mancano mai di biasimare la ne­
gligenza, anzi la malevolenza, di cui dà prova il principe in relazione
all'approvvigionamento. Caligola, o Nerone alla fine del suo regno,
furono al centro di accuse di tal genere. A Roma cattivo imperatore
fa rima con affamatore.
Si comprende allora, date queste condizioni, la preoccupazione
quasi costante manifestata dai principi del 1 secolo d.C. di migliorare
una situazione che restava delicata.
I loro sforzi si volsero in due direzioni, mirando, da un lato, a
stringere relazioni tra lo stato e quelli che potremmo chiamare i "pro­
fessionisti" dell'approvvigionamento, dall'altro lato a migliorare le in­
frastrutture, porti e granai anzitutto.

II6
3 . L ' APPROVVIGIO NAMENTO DI ROMA IMPERIALE: UNA SFIDA QUOTIDIANA

Una moltitudine di mestieri, dai più importanti ai più umili, ave­


vano a che fare, da vicino o da lontano, con l'approwigionamento
della città. In primo luogo, c'erano i trasportatori di ogni genere, dai
grandi navicularii che assicuravano il trasporto d'alto mare, ai caudi­
carii e altri piccoli lenuncularii che permettevano alle derrate di risali­
re il Tevere. Dietro a questi termini, derivati dai tipi di navi, operano
persone molto differenti: proprietario dell'imbarcazione e capitano
della nave (più quest'ultima è grande e meno c'è la possibilità che le
due funzioni siano concentrate in una stessa persona), semplici mari­
nai... Per essere veramente esaustivi bisognerebbe fare un cenno ai
mulattieri e agli altri responsabili del trasporto terrestre. Inoltre, c'e­
rano tutte le professioni concernenti la manutenzione delle derrate:
un'infinita varietà di facchini (i saccarii, con i loro sacchi sulle spalle, i
phalangarii, che trasportavano in quattro i carichi più voluminosi,
come le botti di vino, poggiandoli su due pertiche poste sulle loro
spalle), di personale preposto alla misurazione delle merci per verifi­
carne la quantità a ogni spostamento. Infine, alcuni mestieri prowe­
devano alla trasformazione delle derrate in alimenti di consumo,
come i mugnai o panettieri per i cereali, i macellai per la carne. E
ancora, alle due estremità e in tutte le tappe di questa catena, si tro­
vavano i commercianti, grandi e piccoli, che procedevano alla vendita
e all'acquisto delle derrate, all'ingrosso e al dettaglio. Questa troppo
rapida enumerazione permette almeno di rendersi conto della diversi­
tà dello statuto sociale e giuridico di tutte queste persone: schiavi o
liberi, cittadini romani o di diritto latino o peregrini, ricchi uomini
d'affari o modesti "impiegati", questi uomini intrattenevano, nell'am­
bito della loro professione, anche rapporti diversi con lo stato.
Ad esser precisi, restano ancora molte questioni aperte per quan­
to attiene all'organizzazione dei mestieri relativi all'approvvigiona­
mento durante l'impero, anche se alcuni di questi, e in particolar
modo i trasportatori, sono stati recentemente oggetto di studi di no­
tevole importanza ·0 • Generalmente si sostiene che essi formavano,
durante l'impero, dei collegi nati dall'iniziativa privata 46, talvolta le­
gati allo stato da contratti 47 , anche se è soprattutto per il rr secolo
d.C., a partire dal regno di Traiano, che si possiedono testimonianze
della loro esistenza 48 • Insomma, si è indotti ad attenuare fortemente
l'opposizione che si prospettava un tempo tra l'assenza quasi totale
d'intervento delle autorità politiche nel commercio delle derrate ali­
mentari all'inizio dell'impero e, al contrario, l'interventismo dello sta­
to nel basso impero 49 • TI sistema dei corpora, così come lo conoscia­
mo per la fine del periodo, si instaura progressivamente, senza rottu­
ra. A più riprese, i Giulio-Claudii presero, in favore di armatori e tra-

I I7
ROMA lMPERIALE

sportatori, misure per incoraggiare la fabbricazione di navi, così come


la navigazione durante i mesi invernali. I vantaggi concessi in questo
campo andavano dal semplice rimborso dei danni patiti da coloro
che si arrischiavano a navigare in periodi di mare clausum, alla con­
cessione di privilegi più duraturi: così fecero Claudio e Nerone, che
accordarono uno statuto privilegiato e degli sgravi fiscali notevoli agli
armatori. Tali misure, certamente quelle di Claudio, perdurarono sot­
to i loro successori -' 0•
Favorendo i consumatori, per ragioni politiche evidenti, in modo
da garantire prezzi contenuti sul mercato del grano, nello stesso tem­
po le autorità si preoccuparono dei commercianti, indispensabili al
buon funzionamento dei circuiti di approvvigionamento. Così, in pe­
riodi di aumento dei prezzi, quando lo stato fissava un prezzo massi­
mo per la vendita del grano, capitava che concedesse un indennizzo,
in cambio, ai commercianti -' 1 •
Si vorrebbe conoscere con più precisione che ruolo giocasse Io
Stato, al di là dell'organizzazione delle distribuzioni gratuite destinate
a una parte privilegiata della plebe, nella vendita delle derrate alimen­
tari in un periodo di rifornimento normale. Per fare l'esempio meglio
documentato del grano, sicuramente i canoni delle proprietà imperiali
e l'imposta dovuta in natura da alcune province oltrepassavano i sem­
plici bisogni dello stato per provvedere alle distribuzioni gratuite. L' e­
pitome de Caesaribus ci informa che la sola provincia d'Egitto, all'e­
poca di Augusto, inviava a Roma annualmente circa venti milioni di
modii di grano -' Anche se non è certo che questo grano sia stato
2

interamente il prodotto delle imposte versate dall'Egitto, queste ulti­


me ne dovevano costituire una buona parte. Cosl, i canoni egiziani,
da soli, oltrepassavano ampiamente i bisogni per soddisfare le /ru­
mentationes, che si possono calcolare, con una precisione relativa, tra
i 9 e i 12 milioni di modii l'anno, secondo che il numero dei benefi­
ciari fosse più vicino a 1 5 0.000 o a 2 00.000 persone. Ora, le "entra­
te" in grano nelle casse dello stato provenienti dalle imposte e dai
canoni sulle proprietà dovevano essere, secondo ogni verosimiglianza,
superiori a 20 milioni di modii l'anno. D. van Berchem n le ha stima­
te oltre i 27 milioni di modii all'epoca di Settimio Severo e tale cifra
è tanto bassa da poterla considerare un minimo plausibile -' 4•
A che serviva questo surplus stimabile attorno ai 15 milioni di mo­
dii l'anno? Certamente doveva essere usato per diversi scopi. Era ne­
cessario che lo stato immagazzinasse riserve di una certa consistenza,
per il periodo di mare clausum e per far fronte agli anni difficili du­
rante i quali siamo sicuri che le autorità politiche intervenivano sul li-

II8
3 . L APPROVVJGJONAMENTO Dl ROMA JMPERJALE: UNA Sf'lDA Q U OTIDIANA

bero mercato, come si è già detto. Bisognava provvedere anche all'ap­


provvigionamento delle truppe, almeno quelle stazionate a Roma ": le
truppe pretoriane beneficiarono del grano gratuito a partire dal regno
di Nerone. Bisogna anche tener conto della percentuale della merce
che si avariava. Le condizioni di conservazione lasciavano sicuramente
molto a desiderare ' 6 • Infine, il grano fiscale poteva essere spedito, tal­
volta, verso altre destinazioni, allorché i bisogni dell'Urbs erano soddi­
sfatti e, al contrario, una carestia infieriva in un'altra regione dell'im­
pero. Sappiamo, ad esempio, che Tiberio non accettò di buon grado
la decisione di Germanico, che si trovava in Egitto, di concedere alla
provincia, in preda ad una carestia, una parte del suo grano ' 7 : ma
l'ira dell'imperatore verosimilmente riguardava anzitutto l'abuso di
potere commesso dal nipote nel prendere la decisione, piuttosto che il
contenuto della decisione in sé.
Tuttavia, mi sembra che tutti questi usi possibili del grano fiscale
non esauriscano le quantità che lo stato aveva a disposizione. Ciò si­
gnifica che quest'ultimo rivendeva certamente una parte del suo gra­
no. Come? A chi? Un passo di Suetonio, di interpretazione molto
difficile, ha fatto pensare che le autorità romane organizzassero, oltre
alle distribuzioni gratuite, anche delle vendite di grano a prezzo ri­
dotto. Lo storico fa notare che spesso, in periodi difficili per l'ap­
provvigionamento, Augusto procedette a delle distribuzioni di grano
a prezzo ridotto o gratuito (quindi oltre alle regolari /rumentationes),
e raddoppiò le tesserae nummariae ' 8 • La prima parte del testo con­
ferma che il surplus dello stato veniva commercializzato a bassi prezzi
o distribuito gratuitamente in periodi di crisi; ma la seconda parte
sembra fare riferimento ad un'istituzione regolare, quella delle miste­
riose tesserae nummariae, cli cui Augusto si sarebbe accontentato di
raddoppiare il numero o il valore in caso di carestia. P. Veyne, ri­
prendendo un'ipotesi di Mommsen, traduce l'espressione con "bi­
glietti a pagamento", e suppone l'esistenza, accanto alle /rumentatio­
nes, di regolari distribuzioni a prezzo ridotto in favore di un'altra
parte della popolazione cittadina che viveva a Roma '9 • Ma non pos­
sediamo nessun'altra testimonianza che permetta di dare credito ad
un'ipotesi di tal genere ed ho avuto già modo di spiegare altrove per
quali motivi questa supposizione mi sembra, formulata in questo
modo, azzardata 60• Anche se le autorità romane non si occupavano
esse stesse della vendita regolare dei cereali, senza dubbio esse riven­
devano regolarmente una parte delle loro scorte a dei commercianti,
cosa che permetteva loro di influire indirettamente sul prezzo di ven­
dita del grano ai privati. Non abbiamo testimonianze in questo senso
ROMA IMPERIALE

per l'inizio dell'impero, ma mi sembra possibile fare un confronto su


questo punto con ciò che sappiamo riguardo al pane venduto a prez­
zo politico, il panis fi,scalis, nella Roma del rv secolo 6 c . In ogni caso,
non possiamo avere dubbi sulle possibilità dello stato romano di in­
tervenire sul libero mercato sin dall'alto impero, anche se è ancora
difficile distinguerne le forme esatte.
Infine, i primi imperatori cercarono anche di sviluppare le capaci­
tà di accogliere e di immagazzinare le derrate alimentari destinate al­
l'Urbs. Durante la repubblica la preoccupazione maggiore, a partire
dal n secolo a.C., era stata quella di aumentare le capacità di imma­
gazzinamento 62 : la maggior parte dei granai di Roma e probabilmen­
te buona parte di quelli di Ostia risalgono nella loro prima fase ai
due secoli avanti la nostra era. In questo ambito, l'impero non do­
vette far altro che prolungare questo impulso inaugurando nuovi gra­
nai e soprattutto migliorando le capacità di stoccaggio dei complessi
già esistenti.
D'altro canto, la difficoltà risiedeva, lo abbiamo già detto, nell'as­
senza di un porto d'alto mare in prossimità di Roma. Progettata da
Cesare, la sistemazione di Ostia cominciò sotto Claudio e i lavori si
protrassero fin sotto Nerone. Sicuramente si trattava, date le condi­
zioni del tempo, di un'impresa ardua, che aveva fatto indietreggiare
Cesare e che non fu condotta a termine in modo del tutto soddisfa­
cente dagli ultimi imperatori giulio-claudi. Il bacino, destinato ad ac­
cogliere le navi di grande tonnellaggio che provenivano dalle provin­
ce d'oltremare, fu infatti minacciato di insabbiamento sin dal momen­
to della sua creazione. D'altronde, nello stesso tempo, Nerone pro­
gettò l'apertura di un canale dal lago d'Averno, a Pozzuoli, fino ad
Ostia. n progetto non vide mai la luce e fu annoverato nella serie
delle follie dell'imperatore dai suoi detrattori; in realtà, la realizzazio­
ne di tale progetto avrebbe permesso il collegamento tra Pozzuoli e
Ostia in ogni stagione, laddove via mare, la navigazione costiera era
più soggetta alle intemperie. Non potendo sistemare Ostia in modo
soddisfacente, si trattava di avvicinare Pozzuoli a Ostia, trasformando
la prima in un vero e proprio avamporto di Roma.
In realtà si sarebbe dovuto attendere l'inizio del rr secolo d.C.
perché le difficoltà proprie dell'Urbs, per quanto attiene alle infra­
strutture portuarie, trovassero una soluzione più soddisfacente. In
quegli anni, Traiano fece apprestare, sulla costa a nord di Ostia, un
porto d'alto mare. Egli riutilizzò in realtà il complesso troppo vasto
costruito all'epoca di Claudio, facendovi scavare, più all'interno, un
bacino esagonale, e aprendo un canale di accesso a tale bacino, men-

120
} · L APPROVVIG IONAMENTO DI ROMA IMPERIALE: UNA SFIDA QUOTIDIANA

tre lasciava il resto del complesso claudiano al suo progressivo insab­


biamento. Peraltro, la costruzione e l'ampliamento di numerosi ma­
gazzini aumentavano chiaramente le capacità di stoccaggio della zona.
Portus, questo era il nome di tale complesso portuale, fu alla fine in
grado di assumere il ruolo che soltanto Pozzuoli aveva potuto giocare
fino ad allora, senza che tuttavia ciò significasse l'arresto delle attività
di quest'ultima. In realtà, si ha l'impressione che i due porti conti­
nuassero a funzionare parallelamente, anche se lo sviluppo di Portus
segnò una relativa diminuzione della prosperità di Pozzuoli, dal mo­
mento che il complesso Ostia-Portus si affermava sin da allora come
il primo centro d'affari 63 ,

Il bilancio riguardo all'approvvigionamento della città è dunque nel


suo insieme positivo all'inizio del rr secolo della nostra era. A partire
da questa epoca fino al basso impero, le nostre fonti testimoniano più
raramente difficoltà di rifornimenti per la città di Roma 64 • Ma un ri­
sultato del genere ha richiesto ripetuti sforzi da parte dell'ammini­
strazione imperiale, cosa che si spiega facilmente con lo statuto di
mégapole che l' Urbs possedeva.

3.3
Dal rr al v secolo d.C.: trasformazioni e ampliamento
dd sistema di approvvigionamento
Non c'è, come si è a lungo affermato, una rottura, ma, al contrario,
una continuità nel modo in cui, durante i secoli, si è assicurato il ri­
fornimento di viveri dell'Urbs, continuità che non vuol dire assenza
di evoluzione nel sistema.
Non condurrò l'indagine oltre la fine del rv secolo. Con le inva­
sioni barbariche dell'inizio del v secolo la città entra, in effetti, in una
fase di calo demografico, anche se questo si realizzò per tappe. Nel
500 essa è divenuta una semplice capitale di regione, con una popola­
zione senza dubbio dieci volte inferiore a quella del 400. Anche se in
una Roma simile perdura la preoccupazione del rifornimento di vive­
ri, essa non ha più nulla a che vedere con ciò che rappresentava l'ap­
provvigionamento di una mégapole. Per contro, come si è già detto
all'inizio di questo capitolo, Roma nel rv secolo, anche se non è più
la sola capitale, conserva un livello di popolazione paragonabile a
quello dei secoli precedenti. E il suo approvvigionamento continua ad
essere assicurato, lo si vedrà, allo stesso modo che in passato.

I2I
ROMA IMPERIALE

DAGLI ANTONINJ ALLA TETRARCHIA: AMPLIAMENTO DELLE COMPETENZE


E INTENSIFICARSI DEL CONTROLLO DELL' AMMINISTRAZJONE IMPERIALE

Il recente studio di Sirks ha avuto il merito di dimostrare che l'inten­


sificarsi del controllo delle autorità imperiali sulle "professioni" che
attengono all'approvvigionamento della città è certamente più preco­
ce di quanto non si pensasse, ma che, nello stesso tempo, questa evo­
luzione non sfocia nel "dirigismo" di stato che un tempo si attribuiva
al basso impero. Bisogna diffidare, in questo ambito, della nostra di­
pendenza da un tipo di documentazione che, per il periodo tardo,
proviene essenzialmente da fonti giuridiche, che offrono un quadro
normativo che probabilmente deforma la realtà: il legislatore imperia­
le tratta soprattutto ciò che riguarda l'amministrazione pubblica e
non fornisce assolutamente informazioni sulla sfera privata. Ma, se
l'appartenenza ai corpora naviculariorum delle province diviene un
munus a partire dal 200 d.C., ciò non impedisce allo stato di conti­
nuare a stipulare contratti con trasportatori indipendenti, né impedi­
sce ai ricchi armatori dei corpora di continuare a occuparsi dei propri
affari personali, una volta che essi abbiano adempiuto il loro impegno
verso lo stato.
Tre nuove derrate alimentari entrano a far parte, in questo perio­
do, delle competenze delle autorità politiche romane. Si tratta dell'o­
lio, della carne e del vino. Questa evoluzione è senza dubbio da met­
tere in relazione, da un lato, con la crescita delle proprietà imperiali,
che si accelera durante il regno di Commodo e soprattutto all'epoca
di Settimio Severo 6', dall'altro lato, con l'intensificazione progressiva
delle imposte sul territorio dell'Italia: il dazio di Roma, seppure risale
ad Augusto, si afferma nel periodo tra i Flavi e i Severi e trova la sua
apoteosi urbanistica, se mi si perdona l'espressione, nella cinta mura­
ria di Aureliano. Infine, anche la comparsa, a partire dalla tetrarchia
e poi nel Iv secolo, di un'imposizione in natura in Italia, facilitò que­
sta evoluzione.
L'approvvigionamento di olio dell'Urbs entrò a far parte delle
competenze del prefetto dell'annona a partire dalla fine del regno di
Adriano o all'inizio di quello di Antonino 66• La prefettura doveva
badare alla buona riuscita del trasporto fino a Roma dell'olio che
proveniva dalla Betica e dall'Africa, come imposta o come canone
sulle proprietà imperiali, e, in generale, all'approvvigionamento rego­
lare della città di questo prodotto di prima necessità. Questa cura
spiega come i trasportatori e i venditori d'olio abbiano beneficiato
degli stessi vantaggi fiscali dei "professionisti" impegnati nel commer­
cio del grano 67 • Le distribuzioni gratuite di olio furono attuate in

122
J . L'APPROVVIGIONAMENTO DI ROMA IMPERIALE: UNA SFIDA QUOTIDIANA

maniera regolare soltanto col regno di Settimio Severo 68, mentre gli
imperatori precedenti avevano talvolta effettuato distribuzioni ecce­
zionali, per esempio nel periodo di aumenti dei prezzi 69 • Queste di­
stribuzioni quotidiane, effettuate in mensae oleariae distribuite nel
complesso della città, subirono diverse vicissitudini prima di essere
reintrodotte in maniera definitiva, ma forse non gratuitamente 70, da
Aureliano.
Fin dall'inizio del m secolo d.C., è attestata la presenza di un
controllo da parte delle autorità pubbliche sul mercato della carne di
maiale. Non è il prefetto dell'annona, ma il prefetto urbano ad esser­
ne incaricato 7 1 • Per questo periodo abbiamo notizia di distribuzioni
eccezionali 72 • A partire dal regno di Aureliano, la carne di maiale co­
mincia ad essere distribuita gratuitamente in maniera regolare, duran­
te una parte dell'anno 7 3 • Prima dell'introduzione del munus suarium,
l'imperatore comprava della carne dai commercianti, quando aveva
intenzione di distribuirne, cosa che per lui era forse un modo cli con­
trollare il prezzo.
Secondo Suetonio 74, Augusto, nonostante le preghiere della plebe
romana, aveva rifiutato di intervenire sul mercato del vino per abbas­
sarne il prezzo, rispondendo con umorismo che Agrippa, suo genero,
aveva fatto costruire abbastanza acquedotti per spegnere la sete del
popolo. Certamente vi era un pregiudizio sfavorevole, una condanna
morale da parte delle categorie superiori della società romana, riguar­
do a distribuzioni cli tal genere. Allo stesso modo, circa tre secoli più
tardi, quando Aureliano pensò di offrire gratuitamente vino al popolo
di Roma, «un gran numero cli storici sostiene che egli fu dissuaso,
riguardo a tale progetto, dal prefetto del pretorio che gli avrebbe det­
to: "Se diamo vino al popolo, non ci resterà che dargli polli e
oche"» n. Tuttavia, a partire dal m secolo d.C., le autorità politiche
si preoccuparono cli controllare i prezzi sul mercato del vino 7 6, ed è
ancora il prefetto urbano, non quello dell'annona, che ne ha l'incari­
co. Questa ripartizione cli competenze può essere spiegata con una
differenza tra derrate provenienti dall'Italia e derrate importate d'ol­
tremare? 77 Non del tutto: se è vero che la carne cli maiale proveniva
interamente dall'Italia (in particolare dall'Apulia e dai Bruttit), i vi­
gneti della penisola non erano sufficienti a soddisfare il consumo di
Roma, che doveva ricorrere, ma in misura senza dubbio molto mino­
re rispetto a quella di grano e cli olio, alle importazioni dei vini spa­
gnoli e delle regioni nord-adriatiche. Tuttavia, le distribuzioni cli vino
a prezzo ridotto introdotte forse a partire dal regno di Aureliano 7 8
sono state effettuate soprattutto con vini provenienti dall'Italia: è la
stessa situazione che si ritroverà più tardi nel IV secolo d.C. 79, in

123
ROMA IMPERIALE

un'epoca in cui, a dire il vero, dopo le riforme di Diocleziano, il ter­


ritorio dell'Italia è ormai sottoposto al tributo come il resto dell'im­
pero, diversamente da quanto avveniva in precedenza 80 • Nel momen­
to in cui, sotto Aureliano, vengono introdotte distribuzioni regolari,
gratuite o a prezzo ridotto, di vino e di carne di maiale, lo stato, per
organizzarle, deve forse contare sui proventi del da.zio e su quelli del
canone sulle proprietà imperiali nella penisola, e ricorrere, inoltre, ad
acquisti. L'autore della Vita di Aureliano, anche se queste dichiarazio­
ni sono da considerare con prudenza, scrive che l'imperatore avrebbe
progettato, in un primo tempo, di acquistare terre incolte in Etruria,
lungo la via Aurelia, per farvi piantare delle vigne, il cui prodotto
sarebbe stato distribuito gratuitamente alla plebe romana. Queste di­
stribuzioni gratuite in definitiva non ebbero mai luogo, ma il vino fu
venduto ad un prezzo inferiore di un quarto rispetto a quello del li­
bero mercato, fatto che implica che l'amministrazione imperiale si te­
neva regolarmente al corrente sul corso di quest'ultimo 8 r. Per quanto
riguarda la carne di maiale, sappiamo che il governatore di provincia
fissava, ogni anno, il prezzo d'acquisto di questa carne, dai contadini,
in funzione del corso medio sui mercati locali 82 •

TRASFORMAZIONE DELLE FRUMBNTATIONES

Questo periodo è caratterizzato dall'estensione del beneficio del gra­


no pubblico ad altre categorie di beneficiari, essenzialmente fanciulli
e soldati. Questa estensione, se è senza dubbio importante dal punto
di vista simbolico, non comportò, come conseguenza materiale, una
crescita considerevole, nuovamente, del numero dei beneficiari, e, da
questo punto di vista, si può dire che questa istituzione non ricadde
nelle incertezze che aveva conosciuto alla fine della repubblica. Sap­
piamo, infatti, che durante il regno di Settimio Severo il numero de­
gli aventi diritto era ancora inferiore a 200.000 8 1 . Sicuramente i fan­
ciulli ammessi al beneficio del grano pubblico furono sempre in nu­
mero limitato 84 e formavano, almeno in alcuni casi, dei gruppi di­
stinti, come le puellae Faustinianae di Antonino e di Marco Aure­
lio 8 ' . Quanto ai soldati, è necessario distinguere nettamente il caso
dei vigili e quello del resto dell'esercito, di cui, d'altronde, essi non
fanno formalmente parte 86 • Se i primi entravano direttamente nelle
file della plebe frumentaria al termine di tre anni di servizio, almeno
nel periodo compreso tra la metà del rr secolo e il regno di Settimio
Severo 87 , gli altri non ebbero mai diritto alle /rumentationes. È vero
che progressivamente i differenti corpi dell'esercito, a cominciare dai
J · L " APPROVVIGIONAMENTO DI ROMA IMPERIALE: UNA SFIDA QUOTIDIANA

soldati della guardia pretoriana durante il regno di Nerone, per ter­


minare con i legionari nel loro complesso a partire da Settimio Seve­
ro, ottennero gratuitamente razioni di grano che essi in precedenza
dovevano pagare con detrazioni effettuate sul proprio stipendio 88 ;
ma ciò avviene soltanto per la durata del loro servizio senza che li si
possa in alcun modo ricollegare ai beneficiari di grano pubblico 89 •
Sotto il regno di Aureliano, è la stessa procedura di distribuzione
di razioni di grano agli aventi diritto che subisce un cambiamento ra­
dicale: d'ora in avanti costoro percepiscono il loro beneficio sotto for­
ma di pane del peso di due libbre che è consegnato loro quotidiana­
mente 90, senza dubbio sin dall'origine in una moltitudine di luoghi
sparsi per Roma 9 1 • Questo cambiamento, le cui ragioni profonde in
pane ci sfuggono per mancanza di fonti, ratifica certamente una solu­
zione che auspicavano i beneficiari: sappiamo che i cereali erano sem­
pre più consumati sotto forma di pane durante l'impero.
Così, nel n e soprattutto nel m secolo, si realizza un quadro del-
1' approvvigionamento della città che rimane immutato, nelle sue linee
principali, nel 1v e nel v secolo, anche dopo che la residenza dell'im­
peratore si è trasferita a Costantinopoli: le autorità politiche assicura­
no a un numero di beneficiari che resta all'incirca stabile distribuzio­
ni gratuite o a prezzo ridotto di derrate sempre più varie, olio, vino,
carne, accanto al grano e poi al pane. Accanto a queste distribuzioni
civiche, l'annona si preoccupa di favorire un approvvigionamento re­
golare di tutto il mercato. Tale approvvigionamento è assicurato dalle
distribuzioni a prezzo controllato, se esse esistono proprio a partire
da quest'epoca, poiché vedremo che esse dalle fonti non sono che
attestate a partire dal IV secolo, e anche, senza dubbio, dal commer­
cio libero, in una misura difficile da precisare.

L'APPROVVIGIONAMENTO DELLA ROMA TARDOANTICA

Bisogna rinunciare all'idea, un tempo accettata, secondo la quale la


creazione di Costantinopoli, stornando a vantaggio della nuova capi­
tale una parte delle imposte in natura, a cominciare dalle contribuzio­
ni dell'Egitto, si sarebbe realizzata a detrimento dell'approvvigiona­
mento dell'Urbs. Non abbiamo testimonianze esplicite che mostrino
la città in preda a difficoltà di approvvigionamento maggiori e le di­
stribuzioni gratuite proseguono come in passato, ma vi ritornerò. È
solo alla fine del secolo, con la ripresa dei disordini alle frontiere del­
l'impero e della minaccia delle invasioni barbariche che sorgono diffi­
coltà più gravi 92 •

125
ROMA IMPERIALE

Questa constatazione merita del resto che ci si soffermi. Perché la


cessazione dell'arrivo delle merci da una delle principali "province
frumentarie" dell'impero romano non ebbe conseguenze disastrose
sul rifornimento della città, dal momento che il numero dei suoi abi­
tanti non sembra essere sensibilmente diminuito? Sono i nostri calcoli
della popolazione di Roma in quest'epoca che vanno rivisti? È vero
che questi ultimi provengono il più delle volte da dati estrapolati dal
numero dei beneficiari delle distribuzioni gratuite. Poiché tale nume­
ro non varia, si suppone che la stessa cosa avvenga per la popolazio­
ne nel suo complesso. Ciò significa ammettere a priori che la percen­
tuale degli aventi diritto in rapporto agli abitanti nel loro insieme è
invariabile. Tuttavia, non si può scartare del tutto l'idea che le altre
categorie della popolazione, in preda a difficoltà d'approvvigionamen­
to sul libero mercato, abbiano abbandonato la città. Ma penso che se
tale fenomeno avesse assunto una qualsiasi rilevanza, le fonti antiche
non avrebbero tralasciato di parlarne.
Siamo costretti a fare delle congetture per tentare di comprendere
la scarsa incidenza, che si rileva, della sparizione della fonte di rifor­
nimento egiziana. Sono le riserve pubbliche che ne hanno risentito?
Le fonti di cui disponiamo, in ogni caso, non ne parlano in modo
diretto. È vero che la comparsa, in questo periodo, di un'arca fru­
mentaria, riguardo alla quale J. M. Carrié ha dimostrato che essa fun­
zionava come un fondo di previdenza municipale, destinato ad ovvia­
re alle minacce di carestie con acquisti di grano 9 3 , lascia pensare for­
se che lo stato non era più in grado come in passato di contare su
dei granai ben forniti, in previsione di giorni cupi.
Bisogna scorgere in tale quadro un elemento di sostegno alla teo­
ria di D. Rathbone? 94 Quest'ultimo, in effetti, sostiene che, nella mi­
sura in cui l'imposta in grano avrebbe ecceduto di molto i bisogni
dello stato per le Jrumentationes 9' , si deve ritenere che queste impo­
ste non venivano riscosse o, piuttosto, erano riscosse in denaro. Ma
mancano le testimonianze a sostegno di una tale ipotesi, e un certo
numero di altre procedure seguite ordinariamente dalle autorità poli­
tiche, per quanto attiene all'approvvigionamento, contraddicono una
simile ipotesi, mi sembra, a cominciare dall'esistenza di vendite a
prezzo controllato, che abbiamo supposto per l'alto impero e che
sono chiaramente attestate nel basso impero, come si vedrà tra un
momento. La mancanza apparente di una conseguenza della perdita
delle risorse egiziane sull'approvvigionamento di Roma conforta piut­
tosto, a mio avviso, l'ipotesi secondo cui la città ha conservato, du­
rante tutto questo periodo, un libero mercato, la cui importanza non
doveva essere del tutto trascurabile. D'altronde, la sottoposizione del

1 26
3 , L ' APPROVVIGIONAMENTO DI ROMA IMPERIALE! UNA SFIDA QUOTIDIANA

territorio dell'Italia al pagamento dell'imposta a partire dalla tetrar­


chia ha potuto compensare in parte lo storno del canone frumentario
egiziano verso Costantinopoli.
La vendita di pane a prezzo ridotto, conosciuto col nome di panis
Ostiensis o fiscalis, è una realtà nel rv secolo, come testimoniano le
fonti giuridiche 96 • Mi sembra che si debba seguire l'ipotesi convin­
cente di Carrié, quando, contrariamente alla maggior parte dei suoi
predecessori che considerano la vendita a prezzo ridotto un'alternati­
va, in base ai periodi, alle distribuzioni di pane gratuito 97 , sostiene
che lo stato, fornendo, indipendentemente dalle distribuzioni gratuite,
cereali a prezzo ridotto sul libero mercato, imponeva ai pistores per il
pane fabbricato con questi cereali, un prezzo di vendita fisso e van­
taggioso per il consumatore. È per questo che, più che di distribuzio­
ni a prezzo controllato, bisogna parlare di vendite a prezzo controlla­
to, perché non è della distribuzione che si assume la responsabilità
l'autorità, né la vendita si rivolge, a differenza del panis gradilis, ai
soli cittadini beneficiari, ma all'insieme della popolazione della cit­
tà 98 • Questa pratica, che costituiva per il potere politico il mezzo più
sicuro per assicurare all'insieme della popolazione di Roma un "giu­
sto prezzo" per le derrate di prima necessità, è attestata con certezza
solo per questo periodo. Ci si può domandare, tuttavia, se essa non
esistesse già, come ho supposto più sopra, nell'alto impero 99 • Infine,
un'ultima parte del canone era venduta al prezzo di mercato ai pi­
stores 100• Lo stesso sistema valeva probabilmente per la carne di
maiale.
Le distribuzioni gratuite di pane eredi delle /rumentationes dell'al­
to impero, anche se talvolta furono soggette a delle interruzioni 101
e
anche se talvolta l'amministrazione speculava sul peso del pane, cosa
che è senza dubbio il riflesso di una congiuntura non del tutto favo­
revole, continuarono a riguardare una parte privilegiata della plebe
romana. I beneficiari dovevano d'ora innanzi presentarsi ogni giorno
in un certo numero di luoghi precisi sparsi per la città, come aweni­
va per le mensae oleariae adibite alla distribuzione di razioni d'o­
lio102
Le fonti menzionano i famosi gradus, ma gli specialisti non

sono giunti a capire precisamente di che tipo di edifici si tratti10 3


Mi•

sembra che, in assenza di tracce archeologiche, il ragionamento di D.


van Berchem resti il più seducente: si tratterebbe di strutture leggere,
forse di legno, costituite da un podio al quale si accedeva salendo
una scala, come per il suggestum su cui troneggiava l'imperatore du­
rante i donativi al popolo 104
In ogni caso, la distribuzione doveva

avere luogo non lontano dai panifici pubblici, ma allo scoperto, per­
ché tutti potessero vedere e sapere. Su ogni gradus era affissa una ta-

1 27
ROMA IMPERIALE

vola cli bronzo in cui erano riportati i nomi dei beneficiari che dove­
vano ricevere il loro pane in quel luogo. Così, in questo periodo tar­
do, le distribuzioni gratuite restavano strettamente legate alla vita ci­
vica della città, in uno spirito paragonabile a quello che aveva presie­
duto al consolidamento dell'istituzione sotto il regno di Augusto.
È con questa impressione dominante cli continuità nella politica
dell'approvvigionamento della città da Augusto al v secolo che vorrei
concludere. Ed anche con la riflessione seguente: data l'ampiezza dei
bisogni alimentari dell'U,bs, c'è posto, mi sembra, per un settore pri­
vato non indifferente, accanto al quale non si può negare il ruolo as­
solutamente essenziale dell'amministrazione imperiale. Questa, lungi
dal preoccuparsi soltanto delle distribuzioni gratuite, si prese cura
dell'approvvigionamento della città nel suo insieme e giocò verosimil­
mente un ruolo preponderante per quel che riguarda le derrate cli
prima necessità come i cereali. Questa preoccupazione manifestata
dallo stato non ci rivela nulla su un eventuale pensiero economico dei
romani, ma appartiene all'ambito dei rapporti politici tra un dirigente
e il suo popolo. I concetti di "liberalismo" e di "dirigismo" sono to­
talmente anacronistici per definire la preoccupazione che manifestaro­
no gli imperatori di garantire un approvvigionamento a prezzi mode­
rati alla loro capitale.

Note
1 . CTr. J. Durliat, De la ville antique à la ville /ryZJJntine. Le problème des subsi­
stances, Roma 1990, p. u7; E. Lo Cascio, Le procedure di recensus dalla tarda repub­
blica al tardo antico e il calcolo della popolazione di Roma, in La Rame impéria/e. Dé­
mographie et logistique, EFR, Roma 1997, pp. 3-76. Il vero declino di Roma cominciò
dopo tale data: nel 530, la cinà comprendeva soltanto 60.000 abitanti.
2. Secondo il significato del termine che è stato definito nell'ambito del "projet
Mégapo/es" CTr. Les mégapoles méditerranéennes. Geographie urbaine rétrospective,
sous la direction de C. Nicolet, R. Ilben, J.-Ch. Depaule, Paris 2000.
3. CTr. su questo punto J. M. Carrié, Les distributions a/imentaires dans /es cités
de /'Empire romain tardi/, in "Mélanges de )'�cole Française de Rome. Antiquité", 87
(197.5), pp. 995-uo1 ; Id., Les échanges commerciaux et l'État antique tardi/. in Econo­
mie antique. Les échanges dans l'Antiquité: le role de l'État, "Entretiens d'Archéologie
et d'Histoire", 1 , Saint-Benrand-de-Comminges, Toulouse 1994, pp. 175-2u .
4 . CTr. in panicolare Durliat, De la ville antique à la v,1/e /ryZJJntine. Le problème
des subsistances, cit.
5. Tra gli altri, B. Sirks, Food /or Rame. The Legai Structure o/ the Transportation
and Processing o/ Supplies /or the Imperia/ Distributions in Rame and Constantinople,
Amsterdam 199 1 .
6 . CTr. su questo punto H . Pavis d'Escurac, La préfecture de /'annone: service
administrati/ impérial d'Auguste à Constantin, Roma 1976, e contra Sirks, Food /or Ra­
me. The Legai Structure o/ the Transportation and Procming o/ Supp/ies /or the Jmpe-

128
3 . L .APPROVVlGIONAMENTO DI ROMA lMPERlALE: UNA SFIDA QUOTIDIANA

rial Distn"butions in Rome 11nd Cons111111inople, cit., p. 4. Cenlllllente la posizione di


quest'ultimo si giustifica del tutto, se si tiene conto delle fonti che ha privilegiato,
ovvero la regolamentazione giuridica delle distribuzioni gratuite o II prezzi ridotti. Ma
tale posizione, 11 mio avviso, implica l'accettazione dell'ipotesi, che rest11 da dimostra­
re, secondo cui lo Stato si sarebbe preoccupllto unicamente di tiùi distribuzioni, de­
stin11te essenzialmente alla plebe frumentaria, e non dell'11pprovvigionamento nel suo
insieme.
7. La bibliografia è pletorica. Tra le pubblicazioni degli ultimi venti IIJUli, biso­
gna citare tra gli !Ùtri: A. Carandini, Honensia. Orti e frutteti intorno 11 Roma, in Mi­
surare la terra: centunazione e coloni nel mondo rom11110. Città, 11grico/1uro, commercio:
m111eri11/i do Roma e dal suburbio, Moden11 198.5, pp. 66-74.; Clll'rié, Les dislributions
11/imen111ires dons /es cités de /'Empire romoin tordi/. cit.; Id., Les échonges commer­
cioux et l'É1111 11nlique tordi/. cit.; L. Cracco Ruggini, L'annona di Roma nell'età impe­
rio/e, in Misurare la terra: centuriazione e coloni nel mondo rom11110, cit., pp. 232 ss.; J.
Durli11t, De la ville 1111tique à la ville byZ1111tine. Le problème des subsistonces, cit.; P.
Gllfflsey, Fomine 1111d Food Supply in the Gr11eco-Rom1111 World. Responses to R.jsk 11nd
Crisis, C11111bridge 1988; A. Giardina, Le distribuzioni 11/imentori per la plebe rom111111
in età imperio/e, in L'11limen111zione nel mondo antico. I Romani. Età impenille, Roma
1987, pp. 17 ss.; E. Lo Cascio, Gli alimenta, l'agn·co/tura italico e l'gpp,owigionamento
di Roma, in "Rendiconti dell'Acc11demi11 dei Lincei", 33 (1978), pp. 3 1 1 -.52; Id., L'or­
g1111iwvone 1111nonoria, in Civiltà dei Romani, 1 , 11 cur11 di S. Settis, Torino 1 99 1 , pp.
229-48; Id., Canon frumentarius, suarius, vinarius: staio e privati nel/'gpprovvig,01111-
mento dell'Vrbs, in W. V. H11rris (ed.), The Tr1111sform111ions o/ Vrbs Roma in Late
Antiquity, Ponsmouth (Rl) 1 999, pp. 1 63-82; Nicolet, Subsist1111ces et mégapoles méd,�
terr1111éennes, Méggpoles méditerronéennes, cit., pp. 732-.50; Pavis d'Escurac, Lo pré­
/ecture de /'annone: service administrotif impénill d'Auguste à Constantin, cit.; G. Puc­
ci, J consumi alimentari, in A. Schiavone (11 cura di), Storia di Roma, N, Einaudi, Tori­
no 1989, pp. 369-88; G. Rickman, The Com Supply o/ Ancient Rome, Oxford 1980;
Sirks, Food far Rome. The Legai Structure o/ the Tr1111sportation and Processing o/ Sup­
plies /or the Imperia/ Dislributions in Rome 1111d Const1111tinople, cit.; A. Tchemia, Le
vin de l'Itolie romaine. Essai d'histoire économique d'après /es amphores, Rom11 1 986;
Id., Subsistances à Rome: problèmes de qu11111ific11t1on, in Méggpoles méditerranéennes,
cit., pp. 7.51 -6o; E. Tengstrom, Bread far the People. Studies o/ the Com-Supply o/
Rome during the Late Empire, Stockholm 1 974; P. Veyne, Le pain et le cirque, Paris
1976; C. Virlouvet, Fomines et émeutes à Rome des origines de la République à /11 mort
de Néron, Roma 198.5; Ead., Tessera frumentaria. Les procédures de la distribution du
blé public à Rome, Rom11 199.5.
8. Cfr. C. Virlouvet, La consommohon de céréoles d1111s la Rome du Haut-Empire:
/es difficultés d'une gpproche qu1111titative, in "Histoire et Mesure", 1 0, 3-4 (1995), pp.
261-7.5, e specialmente pp. 26.5-7.
9. Cfr. C11t., de agric., .56, in cui l'autore consiglia, nell'ambito dello sfruttamento
di un proprietà viticola, di dare quattro modii o quattro modii e mezzo di grano agli
schiavi che lavorano nei c11111pi, e tre modii II coloro che svolgono lavori fisici meno
spossanti. Penso che la razione mensile distribuita gratuitamente ai beneficiari di gra­
no pubblico, cinque modii iii mese, non possa servire come base per il c!Ùcolo del
consumo individuale, nonostante il tent11tivo fatto di recente d11 F. De Romanis, Se­
ptem annorum canon. Sul canon populi Romani /amato do Settimio Severo, in "Rendi­
conti dell'Accademia dei Lincei", s. 9, 7 (1996), pp. 1 33-59. Se è possibile supporre
che i romani mangiassero di più, in media, degli schiavi di C11tone (cosa che resta da
dimostrare), si può anche pensare che la loro alimentazione fosse più variata e che il
loro regime alimentare fosse composto in modo meno esclusivo di cereali.

129
ROMA IMPERIALE

10. Cfr. Tchemia, Suhsistances à Rame: probtèmes de quantification, cit. Per


quanto riguarda l'olio, cfr. anche Panella, I commerci di Roma e di Ostia in età impe­
riale (secoli c-ac): le derrate alimentari, in Misurare la terra: centuriazione e cowni nel
mondo romano, cit. , pp. 180-9.
t t. Cioè 300.000 hl circa.
u. Cfr. Tchernia, Le vin de l'Italie romaine. Essai d'histoire économique d'après
les amphores, cit., pp. 2 1 ss.
t 3. ,. libbre al mese distribuite per cinque mesi. Cfr. C. Th. , XIV, 4, 10. Queste
distribuzioni regolari di carne erano state introdotte da Aureliano.
14. F. Braudel, Civilisation matérielle, Economie et capitalisme (xvè-xvucè siècle),
tome t, Les structures du quotidien, Paris 1979, p. 16,-.
1,-. È probabile che si debba raddoppiare la cifra calcolata partendo dalle razio­
ni gratuite di carne di maiale.
16. Cfr. A. ChastagnoL Le ravitaillement de Rome en viande au vè siècle, in "Re­
vue Historique", 2 1 0 (19n), p. 20; Id., La préfecture urbaine à Rame sous le Bas­
Empire, Paris 1960, pp. 32,- ss.
17. Cfr. su questo punto Pucci, l consumi alimentari, cit.
18. Sul grano della Sicilia in epoca repubblicana ls fonte principale è Cicerone,
Second4 azione contro Verre, libro m. Sul dibattito imposta in natura-imposta in dena­
ro, in base alle province, cfr. infra.
19. Cfr. F. Zevi, Le grandi navi mercantili, Puteoli e Roma, in Le ravitaillement
en blé de Rome et des centres urbains des débuts de la Répuhlique jusqu'au Haut-Empi­
re, Actes du colloque international de Naples (199 1 ) , Roma-Napoli 1994, pp. 6 1 ss.
20. Cfr. Appian., Pun., 136.
2 r . Le fonti e ls bibliografia recente su questa legislazione si trovano in C. Vir­
louvet, Les wis /rumentaires d'époque répuhlicaine, in Le ravitaillement en blé de Rome
des centres urbaines des débuts de la Répuhlique jusqu'au Haut-Empire, cit., pp. I I ss.
22. Cosl Cicerone, che insiste spesso sulle conseguenze dannose della legislazione
graccsns per il tesoro pubblico che questa, se gli si presta fede, avrebbe mandato in
rovina (de off., 2, 72; Tusc., 3 , 48). Queste riB.essioni sono da ricollegare slls polemica
nata riguardo alle leggi frumentarie successive.
23. Non è sicuro che quest'ultimo punto vi fosse sin dall'origine.
24. L'idea che vi fosse sin da quest'epoca una quantità massima di grano stabilita
per persona non è accettata da tutti; cfr. su ciò Virlouvet, Les wis /rumentaires d'épo­
que répuhlicaine, cit., pp. 17-8. Al contrario, si è sicuri del prezzo di 6 assi e r/3 per
modio (cfr. Liv., Per., 60); lo si confronterà, per esempio, con le distribuzioni eccezio­
nali di grano nella Roma della fine del m e dell'inizio del n secolo s.C., per le quali il
prezzo del modio di grano oscillava tra due e quattro assi.
2,. Cfr. D. Van Berchem, Les distributions de blé et d'argent à la ptèbe romaine
sous /'empire, Genève 1939; C. Nicolet, Les Gracques. Crise agraire et révolution à
Rome, Pari& 1967; Id., La polémique politique au cce siècle av. J.-C, in Demokratia et
A
Aristoleratia. propos de Caius Gracchus: mots grecr et réalités romaù1es, dir. par C.
Nicolet, Psris 1983 , pp. 4,--,0.
26. Cfr. P. Gamsey, D. Rsthbone, The Background to the Grain Law o/ Gaius
Gracchus, in "Joumsl of Romsn Studies", 71 (1981), pp. 20-1; Virlouvet, Famines et
émeutes à Rome des origines de la Répuhlique à la mort de Néron, cit., pp. 10, ss.
27. Sulla realizzazione di una rete di granai pubblici, cfr. Fest., p. 392 L.
28. Legge del tribuno Clodio: le fonti su questa legge sono raccolte in Virlouvet,
Les wis frumentaires d'époque répuhlicaine, cit., p. 28.
29. Cfr. ls testimonianza tra gli altri di Cic., de domo, 2,.
3 . L 'APPROVVIGION AME NTO DI ROMA IMPERIALE: UNA SFIDA QUOTIDIANA

30. E non frumentaria. A dire il vero il titolo di questo progetto di legge, che
non vide mai la luce, è tutto ciò che si sa di esso, cfr. Cic., Fam., 8, 6, 5.
J I, Cfr. Sallust., Hist., 1, n; F. Hinard, Sytla, Paris 198.1, p. 2n,
32. Cfr. Cass. Dio, 39, 24, 1.
3J. App., BC, 5, 67-68; Cass. Dio, 48, 3 1 , 1.
34. Res Gestae 5; Cass. Dio, -'4, 1, 3-4.
35. Si ritiene genera.lmente che l'Egitto soddisfacesse, alla fine del l secolo d.C.,
quasi un terzo del fabbisogno di cereali di Roma (cfr. Ios., Bell. Iud., 2, 386). Lo
stesso Flavio Giuseppe scrive poco prima (383) che in quell'epoca l'Africa nutriva la
plebe di Roma per otto mesi, ma, senza dubbio, si tratta qui soltanto di quantità ne­
cessarie alle distribuzioni gratuite (cfr. F. De Romanis, Septem annorum canon. Sul
canon populi Romani lasciato da Settimio Severo, cit., p. 150).
36. E stato giustamente messo in evidenza il legame che intercorre, nell'ambito
della carriera equestre, tra la carica del prefetto dell'annona e quella del prefetto d'E­
gitto, che, nell'alto impero, coronano il crnsus honorum dei cavalieri, per poi passare
in secondo rango dietro alla prefettura al pretorio. Non vi è dubbio sul fatto che il
prefetto d'Egitto fosse uno specialista nelle questioni frumentarie. Cfr. Pavis d'Escu­
rac, La préfectrne de !'annone: seroice ad.ministrati/ impèrial d'Auguste à Constantin,
cit.; S. Demougin, L'ordre équestre sous les julio-claudiens, Roma 1988.
37. ll punto su questa questione controversa è in J. Andreau, L'Italie impériale et
les provinces. Déséquilihre des échanges et fl,ux monétaires, in L'Italie d'Auguste à Dio­
clétien, Actes du colloque international de Rome (mars 1992), Roma 1994, pp.
175-203.
38. Su quest'ultimo, bisogna consultare sempre Pavis d'Escurac, La préfecture de
!'annone: service ad.ministrati/ impèrial d'Auguste à Constantin, cit.
39. Cfr. infra.
40. Cfr. Pavis d'Escurac, La préfecture de !'annone: service ad.ministrati/ impèrial
d'Auguste à Constantin, cit., pp. 3 3 ss.
41. Sulle qualifiche richieste per essere d'ora innanzi beneficiario, cfr. C. Virlou­
vet, La plèbe frumentaire à l'époque d'Auguste: une tentative de définition, in Nornrir
la plèbe, A. Giovannini ed., Basel-Kassel 1991, pp. 43-63; Ead., Tessera frumentaria.
Les procédures de la distribution du blé public à Rome, cit.
42. Tac., Hist., 1, 73.
43. Tac., Ann. , 12, 43, 1-2; Suet., Cl. , 18, 3 -4; 19.
44. Tac., Ann. , 1.1, 3-4.
45. Sirks, Food far Rome. The Legai Structure o/ the Transportation and Proces­
sing o/ Supplies far the Imperia/ Distributkms in Rome and Constantinople, cit.; L. De
Salvo, Economia privata e pubblici servizi nell'impero romano. I corpora naviculario­
rum, Messina 1992. Su questo soggetto si consulteranno sempre i lavori dedicati non
direttamente a queste professioni, ma al fenomeno associativo in generale, da J. P.
Waltzing, Étude historique srn /es corporations professioneties chez /es Romains, 1-lV,
Lovanio 1895-1900, fino a L. Cracco Ruggini, Le associazioni professionali nel montki
romano-bizantino, in Artigianato e tecnica nella società dell'Alto medioevo occidentale,
I, Spoleto 1971, pp. 59-74.
46. Contra Sirks, Food far Rome. The Legai Structure o/ the Transportation and
Processing o/ Supplies far the Imperia! Distributions in Rome and Constantinople, cit.,
che ritiene, piuttosto, che siano gli imperatori ad aver preso l'iniziativa di creare delle
corporazionL Ma L. De Salvo (Economia privata e pubblici servizi nell'impero romano,
cit.) critica quest'opinione in maniera convincente.
47. Possediamo testimonianze indirette dell'esistenza di contratti simili sin dall'e­
poca repubblicana, almeno durante i periodi di crisi, come ad esempio durante la

131
ROMA IMPERIALE

C'llf'a annonae di Pompeo (dr. Cic., Fam., 13, 75, 1 -2: contratto stipulato nel 'J7 a.C.
tra Pompeo e gli Avianii Flaccii di Pozzuoli).
48. Cfr. tuttavia la documentazione epigrafica sui navicularii del I secolo d.C.
analizzata da De Salvo, Economia privata e -pubblici servizi ne/l'impero romano, cit.,
pp. 376-8, e lo studio recente di M. G. De Fino, Dedica dei nauc/arii ad un duoviro di
Ostia, in Epigrafia e Territorio. Politica e Società, lll, a cura di M. Pani, Bari 1994, pp.
37-,0, che conferma l'esistenza di un collegio di nauclarii a Ostia già all'epoca di
Augusto.
49. Cfr. a tal proposito la messa a punto di J. M. Carrié, Les échanges commer­
CÙJux et l'Étal antique tardi/, cit.
,o. Cfr. P. Pomey, A. Tchemia, I/ tonnellaggio massimo delle navi mercanti/i ro­
n
mane, in "Puteoli , 4-, (1980-81), pp. 29-57; Virlouvet, Tessera frumentaria. Les p,o­
cédures de la distribution du b/é pub/ic à Rome, cit., p. 101 e n. 43. Per le misure
prese da Claudio, cfr. Suet., Cl. , 1 8, 4-19; per quelle di Nerone, dr. Tac., Ann., 13,
51, 3 . Su1 perdurare di tali misure in seguito, cfr. Gai., Jnst., 1, 32 C; Ulp., 3 , 6.
5 1 . Se ne ha la prova almeno all'epoca dell'aumento dei prezzi del 19 d.C. (Tac.,
Ann. , 2, 87).
52. Ep. de Caes., 1, 6.
53. Van Berchem, Les distributions de blé et d'argenl à la plèbe romaine sous
/'empire, cit., pp. 1 06-8.
54. A meno che non si condivida il punto di vista di D. Rathbone (The Ancient
Econorrry and Graeco-Roman Egypt, in L. Criscuolo, G. Geraci, Egitto e storia antica
da/l'ellenismo all'età araba, Bologna 1989, pp. 173-4), che sostiene che una parte delle
imposte previste in natura erano in realtà versate in denaro. Tuttavia, condivido, a
questo proposito, i dubbi di Carrié, Les échanges commerciaux et l'État antique tardi/,
cit., p. 1 83 .
5'· Gamsey, L'app,ovisionnement des armées e t de la ville de Rome, in L e ravi­
tail/ement en b/é de Rome et des centres urbaines des débuts de la Répub/ique jusqu'au
Haut-Empire, cit., pp. 32-4, ha mostrato che il sistema dei campi militari alle frontiere
aveva consentito di non mettere a repentaglio i trasporti delle derrate verso la città di
Roma.
56. Tchemia, Subsistances à Rome: prob/èmes de quantification, cit., ha insistito
recentemente, sulla scia di Geraci, L'Egitto provincia frumentaria, in Le ravitai//emenl
en b/é de Rome des cenlres urbaines des débuts de la Républiquejusqu'au Haut-Empire,
cit., sull'importanza dell'avariarsi delle merci, che Ridunan, Prob/ems o/ Transport and
Developmenl o/ Pori, in Nourrir la plèbe, cit., p. n 1 , aveva stimato pari a un quarto o
a un teno delle quantità totali.
57. Tac., Ann., 2, 59, 1-3; Suet., Tib., 52, 2 .
,5 8. Suet., Aug., 4 1 , 5 .
59. Cfr. Th. Mommsen, Die romischen Tribus in administrativer Beziehung, Alta­
na 1 844, p. 1 86; Veyne, Le pain et le cirque, cit., p. 'j26, n. 36,.
60. Del resto neanche io sono giunta a proporre una spiegazione soddisfacente
dell'espressione tessera nummaria; cfr. Virlouvet, Tessera frumentaria. Les procédures
de la distribution du blé pub/ic à Rome, cit., pp. 3 u -8.
61. Cfr. infra.
62. Cfr. supra.
63. Cfr. R. Meiggs, Roman Ostia, Oxford 1973 2 •
64. Cfr., tuttavia, le difficoltà menzionate, ad esempio, sotto Antonino, qui sotto
n. 69, e la carestia del 1 89 sotto il regno di Cotnmodo.
65. Cfr. Lo Cascio, Le procedure di recensus dalla tarda repubblica al tardo antico
e il calcolo della popo/avone di Roma, cit. Indubbiamente ciò spiega in parte l'impor-

132
1
3 . L APPROVVIGIONAMENTO DI ROMA IMPERIALE: UNA SFIDA QUOTIDIANA

tanza delle riserve di grano che questo imperatore lasciò alla sua morte, anche se il
senso preciso del passo della Historia Augusta (Sev. , 2 3 , 2) da cui è tratta questa parte
resta ancora oscuro.
66. Cfr. Pavis d'Escurac, La pré/ecture de ['annone: seroice administrati/ ùnpèrial
d'Auguste à Constantin, cit., pp. 188 ss.
67. Dig., 50, 4, 5.
6 8 . SHA, Sev., 18, 3 ; Chastll8nol, La pré/ecture urbaine à Rome sous le Bas-Empi­
re, cit., p. 3 2 1 .
69. Cfr., ad esempio, il c aso d i Antonino, che i n periodo d i difficoltà nell'ap­
provvigionamento effettuò distribuzioni di vino, olio e grano (sHA, Pius, 8, r r ), sebbe­
ne questo trittico rifletta forse anzitutto le preoccupazioni dell'epoca delle Vite, come
ha suggerito Tchemia, Le vin de l'ltalie romaine. Essai d'histoire économique d'après
les amphores, cit. , p. 27. Cfr. anche altre distribuzioni alla fine del regno di Marco
Aurelio, aL, 6, 34001 = ILS 9022.
70. Chastll8nol, La préfecture urbaine à Rome sous le Bas-Empire, cit., p. 3 2 1 .
71. Cfr. in u n rescritto d i Settimio Severo, Dig., 1 , u, 1 1 r r .
7 2 . Cfr. numerose distribuzioni sotto Severo Alessandro, SHA, Sev. Al., 2 5 , 2.
73. SHA, Aurei. , 35, 2; 48, 1 ; Aurei. Vict., Caes., 35, 7. Cfr. infra.
74. Suet., Aug., 42, r .
7 5 . SHA, Aurei. , 4 8 , 1.
76. Cfr. Chastagnol, La préfecture urhaine à Rome sous le Bas-Empire, cit., p.
3 26.
77. Non bisogna forse scorgervi anche l'inizio dell'evoluzione che porterà alla
subordinazione del prefetto dell'annona al prefetto urbano nel rv secolo d.C.?
78. SHA, Aurei., 48, 1-4. Tuttavia, Durliat, De la ville antique à la ville hyzantine.
Le prohlème des suhsistances, cit., p. 48 dubita che Aureliano, che aveva dis posto che
venissero introdotte queste distribuzioni, ne abbia visto realmente la realizzazione nel
corso dd suo regno.
79. Cfr. Chastagnol, La pré/ecture urhaine à Rame sous le Bas-Empire, cit., p.
322; L. Ruggini, Economia e società nelt'«ltalia annonaria". Rapporti fra agricoltura e
commercio dal IV al \Il secolo d. C., Milano 196 1 , pp. 38-50. In questo periodo era
soprattutto l'Italia a nord di Roma ad essere specializzata nel rifornimento di vino per
la città di Roma, e soprattutto le regioni affacciate sul mare, lungo la via Aurelia, e,
più all'interno, quelle lungo la via Flaminia.
80. Questa imposta (chiamata annona) si versa in natura, sulla terra e sulle per­
sone, tranne per gli abitanti delle città la cui imposta è in denaro. La popolazione di
Roma non vi è soggetta.
8 1 . Lo Cascio, Canon frumentarius, suarius, vinarius: stato e privati nell'approvvi-
gionamento dell'Vrbs, cit.; C. Th. , xr, 2, 2, 36,.
82.c. Th. , XIV, 4, 2, 324; 4, 3, 362.
83. Cass. Dio, 76, 1, 1.
84. Sappiamo, per esempio, da Plinio il Giovane (Paneg., 26; 28, 4; ,r, 5) che
Traiano ne ammise un gruppo di 5.000.
8,. È difficile sapere p recisamente come fossero organizzati questi gruppi di fan­
ciulli ammessi ad ottenere il grano pubblico, a che età essi entrassero nel "corpo" , in
base a quali criteri, fino a che età essi venissero mantenuti, e se essi continuassero a
far parte della plebe frumentaria da adulti. Mi occupo di questo argomento in un
libro in preparazione, che comprende l'edizione ed il commento storico dd corpus
ddle iscrizioni dei beneficiari delle frumentationes romane.
86. Sui vigili disponiamo ora dello studio recente di R. Sablayrolles, Libertinus
miles. Les cohortes des vigiles, Roma 1996.

13 3
ROMA IMPERIALE

87. È l'arco cronologico a cui appartengono i documenti epigrafici che testimo­


niano ciò, ma è possibile che il beneficio delle frumentationes fosse stato concesso
prima dagli imperatori a questi pompieri che erano, per la precisione, anche guardiani
dei granai contro le minacce del fuoco. L'ultima iscrizione che attesta l'appartenenza
di vigili alla plebe frumentaria si data al 203 d.C.; si tratta di un documento unico,
una tavola di bronzo, molto solenne, dedicata dai vigili agli imperatori, e mi chiedo se
essa non segni la fine del privilegio frumentario per questi ultimi, che sarebbero ri­
tornati ad una condizione comune, proprio quando il grano gratuito fu concesso al­
l'intero esercito; mi occupo di ciò nel mio libro in preparazione citato alla n. 8.5 .
88. Anche questo stipendio, come quello dei funzionari, fu sempre più pagato in
natura.
89. Van Berchem, Les distributi'ons de b/é et d'argent d la p/èbe romaine sous
/'empire, cit., pp. 39-40; Virlouvet, Tessera frumentaria. Les procédures de la distribu­
tion du b/é pub/ic à Rome, cit., pp. 271 ss.
90. Cfr. SHA, Aurei., 3.5, 1 -2; C. Th. , XJV, 17, 3; Zos., .5, 39. È possibile che tale
cambiamento sia avvenuto poco prima, ma la prima attestazione di distribuzione di
pane risale al regno di Aureliano (cfr. Carrié, Les distributions a/imentaires dans /es
cités de /'Empire romain tardi/, cit., p. 1038, nota 1 ) .
91 . Anche se i gradus non sono attestati prima della seconda metà del IV secolo
d.C., non è possibile immaginare che la porticus Minucia frumentaria venisse utilizzata
per le distribuzioni quotidiane alla plebe frumentaria nel suo complesso. Cfr. Virlou­
vet, Tessera frumentaria. Les procédures de la distribution du b/é pub/ic à Rome, cit., p.
2. D'altronde essa dovette continuare ad esistere come sede dell'amministrazione delle
frumentationes almeno fino alla fine del m secolo d.C. CTr. Chastagnol, La préfecture
urbaine à Rome sous le Bas-Empire, cit., p. .56.
92. CTr. J.R. Palanque, Famines à Rome à la fin du Ne sièc/e, in "Revue des
Études Anciennes" , 33 (193 1 ), pp. 346-.5.5 .
93. Carrié, Les distributions a/imentaires dans /es cités de /'Empire romain tardi/,
cit., pp. 1 0.5.5 88.
94. Rathbone, The Ancient Econo,ny and Graero-Roman Egypt, cit.
9.5. Egli giunge, attraverso altri calcoli che possono sembrare contestabili (cfr.
Carrié, Les échanges commerciaux et /'État antique tardi!, cit., p. 1 83), alla stessa stima
di 1 .5 milioni di modii in eccedenza.
96. C. Th. , XIV, 1 .5 , 1; XIV, 17, .5 ; XIV, 19, l ,
97. G . Cardinali, art. Frumentatio, in De Ruggiero, Divonario Epigrafico, t . 3 ,
1906, p . 287. Contra, Carrié, Les distributions a/imentaires dans /es cités de /'Empire
romain tardi/, cit., pp. 1 037 ss.
98. Sono d'accordo con Carrié, Les distributz'ons a/imentaires dans /es cités de
l'Emp;,e romain tardi/, cit. , che riprende d'altronde una tesi classica, secondo cui l'e­
spressione panis Ostiensis è utilizzata alternatamente con quella di panis fisca/is per
qualificare il pane venduto a prezzo controllato, ottenuto dal grano ceduto dallo Stato
ai panettieri: questo pane è qualificato in tal modo perché proviene in maniera mag­
gioritaria dal grano fiscale scaricato e conservato a Ostia, e non perché sarebbe stato
riservato agli abitanti di questa città.
99. CTr. supra, pp. 1 1 8 ss.
1 00. C. Th., xm, 1 .5 , 1 costituzione citata e interpretata da Lo Cascio, Canon fru­
mentarius, suarius, vinarius: stato e privati ne/l'approvvigionamento de//'Vrbs, cit.
1 0 1 . Una interruzione delle distribuzioni gratuite di pane è chiaramente attestata
per il 369 da C. Th. , XIV, 17, .5 che prevede una ripresa, in quell'anno, delle distribu­
zioni gratuite.

1 34
3 . L ' APPROVVIGIONAMENTO DI ROMA IMPERIALE: UNA SFIDA QUOTIDIANA

102. I gradus, il cui numero è sconosciuto per Roma, mentre si sa che a Co­
stantinopoli sono 1 1 7 (Notitia urms Contantinapolis, p. 139, 21 dell'ed. Reise dei
Geogr. Latini minores), sono senza dubbio meno numerosi delle mensae, che sono
2.300 se si sommano i dati menzionati nei Cataloghi Regionari.
103. CTr., tra gli altri, van Berchem, Les distributions de blé et d'argent à la plèbe
romaine sous /'empire, cit., pp. 91 ss.; Tengstrom, Bread /or the people. Studies o/ the
Corn-Supply o/ Rome during the Late Empire, cit., pp. 82 ss.; A. Giardina, Il pane nel
drco. Una scena dell'atrio termale di Filosofiana, in " Opusn , 2 (1983), pp. .573-80.
1 04. Cosl come testimoniano le rappresentazioni sulle monete che commemora­
no donativi, e forse un bassorilievo ritrovato a Heidelberg. CTr. Virlouvet, Tessera
frumentaria. Les procédures de la distribution du blé public à Rome, cit., tav. vm, fig.
n; tav. Xl.

1 35
4
Il funzionamento degli acquedotti romani *

di Christer Bruun

4. r
Premessa: gli acquedotti e le sette meraviglie del mondo
Per un osservatore moderno potrebbe sembrare strano che gli acque­
dotti di Roma non siano mai stati citati nell'antichità fra le sette me­
raviglie del mondo classico. Negli elenchi delle meraviglie figurava,
per esempio, il colosso di Rodi (distrutto già durante il nr secolo
a.C.), la statua di Zeus ad Olimpia (rimossa e portata a Costantinopo­
li e poi distrutta da un incendio nel v secolo d.C.), e altre opere ben
note, che, con l'eccezione delle piramidi ', sono scomparse totalmente
o quasi nel corso dei secoli 2

Inoltre, nessuna delle "meraviglie" del mondo antico si può giu­


stificatamente paragonare, per l'importanza che ebbero nella vita so­
ciale, agli acquedotti di Roma antica. Dopo il declino dell'impero ro­
mano d'Occidente e il conseguente tracollo dell'approvvigionamento
idrico di Roma, ci volle più di un millennio, fino ai secoli recentissi­
mi, prima che la nostra cultura industriale sapesse realizzare imprese
simili 3 ,
Ma gli acquedotti non sono soltanto impressionanti testimonianze
del genio romano. Le fonti a nostra disposizione per capire il funzio­
namento e l'amministrazione idrica di Roma antica sono di una ric­
chezza unica (almeno se si eccettua l'Egitto, noto dalla documentazio­
ne papiracea), grazie al trattato de aquaeductu di Frontino, alle iscri­
zioni, in particolare a quelle sulle fistulae plumbee, e alle scoperte ar­
cheologiche, che si integrano a vicenda. Così, studiando la cura aqua­
rum e gli acquedotti ci avviciniamo il più possibile alle mentalità e
alle pratiche della società romana.
Qual era il segreto della civiltà romana? Come funzionava l'ap­
provvigionamento idrico di Roma antica? Nelle pagine che seguono si
cercherà di chiarire quattro questioni che riguardano il nostro tema:

r37
ROMA IMPERIALE

costruzione degli acquedotti, amministrazione del rifornimento idrico,


distribuzione dell'acqua, e, prima di tutto, origine dell'approwigiona­
mento idrico della città di Roma. Malgrado la ricerca negli ultimi de­
cenni abbia mostrato un interesse sempre crescente per gli acquedotti
romani, opere scientifiche che trattino il tema da tutte queste pro­
spettive praticamente non esistono 4 •

4.2
La costruzione degli acquedotti
Non mancano opere che dimostrano le influenze greche ed ellenisti­
che sull'Italia antica e le analizzano. Queste influenze sono ben note
nell'architettura, nella ritrattistica, nella letteratura, nella filosofia, per
menzionare solo alcuni dei temi che sono stati trattati recentemente.
Ma come si presenta la situazione per l'arte di condurre acqua in
condotte artificiali? I lavori moderni sugli acquedotti romani lasciano
da canto, con poche eccezioni, la questione delle origini degli acque­
dotti romani '. Un'illustrazione del problema viene però da alcuni re­
centi studi sulla civiltà etrusca, i quali ci fanno meglio comprendere
come siano nate la scienza e la pratica idraulica romana 6• Non è pe­
raltro nemmeno da escludere l'influenza di maestranze e tecniche gre­
che 7 • Sorprendentemente, gli acquedotti romani sono invece quasi
completamente assenti dagli ultimi lavori complessivi sulle influenze
ellenistiche 8 •
Il primo acquedotto, l'Aqua Appia, la cui costruzione fu voluta
dal famoso censore Appio Claudio Cieco nel 312, purtroppo non è
ancora stato scoperto (tranne, forse, brevi tratti entro la città). Sap­
piamo solo che i Romani individuavano la sua lunghezza in 19 km e
che il suo percorso era quasi completamente sotterraneo (Frontino,
aq. 5, 1 -5 ) 9 • L'Aqua Appia fu, a quanto sembra, il primo grande ac­
quedotto della penisola 1 0• Dato il suo percorso sotterraneo, i proble­
mi tecnici che si presentavano erano in linea di principio gli stessi
che si ponevano quando si costruivano cunicoli per drenare le acque,
oppure i grandi emissari dei laghi dei Colli Albani, per non parlare
della Cloaca Maxima a Roma stessa, datata al v secolo a.C. dal
Bauer n. Da questo punto di vista, l'impresa dei tecnici impiegati dal
censore Appio Claudio non nasce dal vuoto, ma si può spiegare come
la derivazione di una tecnica ben collaudata per convogliare acqua
per lunghe distanze. La novità per Roma consisteva nell'utilizzare la
galleria sotterranea per portare l'acqua potabile in un centro urba­
no 1 2 .

138
4. JL FUNZJONAMENTO DEGLJ ACQUEDOTTJ ROMANJ

Individuare la ragione precisa per cui a Roma nel 3 1 2 a.C. si deci­


se di investire in un acquedotto extraurbano è più difficile. Ovvia­
mente, le risorse naturali (il Tevere, le sorgenti naturali, l'acqua pio­
vana) non bastavano più, ma da quale punto di vista? Qui non si può
essere del tutto soddisfatti della risposta sommaria data ad esempio
dallo stesso curator aquarum imperiale Sesto Giulio Frontino nel suo
De aquaeductu (e ripetuta spesso dai moderni) 1 3 , secondo il quale la
ragione sarebbe stata semplicemente la crescita della città: Roma ver­
so la fine del IV secolo a.C. avrebbe raggiunto dimensioni tali che le
risorse naturali non avrebbero potuto più soddisfare i bisogni 4, Ma
1

di quali bisogni parliamo? Gli scopi per i quali si poteva utilizzare


l'acqua erano numerosi: per bere, per ludi e spettacoli, per scopi in­
dustriali, per irrigazione di giardini e campi coltivati, per terme e ba­
gni, per sciacquare le cloache...
Nel caso dell'Aqua Appia, si è di recente postulato che la ragione
principale sarebbero stati i bisogni "industriali" del Porto Tiberino al
Velabro, il luogo dove l'acquedotto finiva 1
Come giustamente os­
'.

serva l'Evans, la distribuzione urbana dell'acquedotto potrebbe forni­


re un'indicazione dei motivi che spinsero alla sua costruzione. Se il
percorso terminava vicino alla riva del fiume, ci deve pur essere stata
una ragione per questo fatto. Comunque l'ipotesi dei bisogni "indu­
striali" è problematica 16 e in nessun caso può essere la sola spiega­
zione. Secondo un'altra ipotesi motivi religiosi, ovvero i culti in riva
al Tevere (specialmente quello di Ercole), indussero i costruttori a
portare l'acquedotto fin lì 1 7 • Probabilmente la costruzione dell'Aqua
Appia fu determinata da un insieme di ragioni, oggi difficilmente in­
dividuabili 1 8 •
Sullo sfondo della costruzione del primo acquedotto di Roma v'è
anche la dimensione politica da considerare: affidandosi per l'approv­
vigionamento idrico a una condotta extraurbana, una città si rende
vulnerabile agli attacchi di un nemico. Potrebbe sembrare addirittura
sorprendente che Roma nel 3 1 2 a.C., nel bel mezzo della seconda
guerra sannitica (327-304), avesse tali risorse economiche e tale fidu­
cia in sé da intraprendere un progetto simile. La costruzione della
Via Appia, senza dubbio strategicamente importantissima, viene data­
ta nello stesso anno. Si potrebbe ipotizzare che l'avvio simultaneo dei
due progetti comportasse qualche vantaggio di sinergia e il lavoro re­
cente di Michel Humm ha fornito buoni argomenti per questa ipote­
si. La Via Appia attraversava le Paludi Pontine, il che non era possi­
bile senza estensivi lavori di drenaggio: infatti la costruzione di un
canale fra Forum Appii e Feronia (menzionato nella Suda) lungo più
di quindici miglia dovrebbe datarsi a questi anni. Per il canale e gli

1 39
ROMA IMPERIALE

altri lavori di drenaggio connessi, come per l'Aqua Appia, gli inge­
gneri di Appio Claudio facevano uso della stessa tecnica dello scavo
di cunicoli e dell'apprestamento di corsi d'acqua artificiali. Per quan­
to riguarda la partecipazione di eventuali maestranze etrusche, si noti
che ancora nel 3 1 2 v'era pace con i vicini del nord. Nel 3 r r invece
venne meno l'armistizio con Tarquinii e Falerii r9,
Fiduciosi o meno nella propria situazione, i costruttori dell'Aqua
Appia collocarono la condotta completamente sotto terra. I costrutto­
ri futuri avrebbero creato, viceversa, monumenti magnifici anche a
vedersi.

LA COSTRUZIONE

La costruzione del secondo acquedotto di Roma, chiamato Anio (Ve­


tus), venne iniziata nel 272 a.C. e terminata due anni dopo. Anche in
questo caso la connessione con eventi_!llilitari è di un certo interesse.
Il nostro informatore Frontino ci qlce esplicitamente che la costruzio­
ne dell'acquedotto fu awiata dal censore M'. Curio Dentato ex manu­
biis de Py"ho captis (aq. 6, r), con il bottino della guerra contro il re
Pirro dell'Epiro (280-275 a.C.) 20• Inoltre l'acquedotto traeva l'acqua
dalla valle dell'Aniene, una regione nella Sabina che era stata conqui­
stata dallo stesso Dentato solo poco tempo prima 2 r .
A proposito delle influenze culturali su Roma è il caso di osserva­
re che il trionfo del Dentato per la vittoria su Pirro fu il primo nel
quale siano state esposte opere d'arte e oggetti di lusso ellenistici 22•
Sarebbe interessante sapere se la venuta in contatto di M'. Curio
Dentato con la cultura ellenistica della Magna Grecia abbia influenza­
to la sua decisione di costruire un acquedotto.
Il corso del condotto è abbastanza ben noto (anche se non sem­
pre è facile individuare i vari acquedotti che in alcuni luoghi corrono
vicinissimi nella valle dell'Aniene) e la lunghezza dell'Anio Vetus è
molto maggiore di quella dell'Aqua Appia (64 km). Nella costruzione
i romani cominciarono a mostrare il loro genio tecnico edificando al­
cuni ponti e arcate per realizzare la discesa continua che era necessa­
ria per un acquedotto a pelo libero 2 3 •
Un passo di Livio (40, 5 1 , 7) ci informa del successivo progetto
per convogliare acqua a Roma. Nel 179 a.C. i censori M. Emilio Le­
pido e M. Fulvio Nobiliare progettarono la costruzione di un acque­
dotto, ma l'impresa urtò contro la volontà di M. Licinio Crasso, che
non volle accettare che l'acquedotto passasse per le sue terre. Si è
sempre pensato che l'atteggiamento di Crasso avesse impedito la co-

140
4. IL FUNZIONAMENTO DEGLI ACQUEDOTTI ROMANI

struzione dell'acquedotto, ma recentemente Martin Pennitz ha avan­


zato un'ipotesi partendo anche da un passo di Pesto, secondo cui si
trattava di un acquedotto extraurbano, presumibilmente per l'irriga­
zione dei campi, che comunque sarebbe stato costruito 2 4 • Essendo
extraurbano, l'acquedotto non è menzionato da Frontino.
Oltre cento anni dopo l'Anio Vetus si ebbe la costruzione del ter­
zo acquedotto urbano, l'Aqua Marcia (incominciata nel 144 a.C.), e
poi quella dell'Aqua Tepula, nel 125 a.C. Di epoca triumvirale è il
condotto successivo, l'Aqua lulia (nel 33 a.C.), mentre due acquedotti
furono sicuramente progettati ed edificati sotto il primo imperatore:
l'Aqua Virgo (19 a.C.) e la Alsietina (2 a.C.). Passarono pochi decenni
e fu deciso di investire ulteriormente nell'approvvigionamento idrico:
sotto Oaudio furono inaugurati l'Anio Novus e l'Aqua Claudia (sem­
bra che la loro costruzione fosse stata progettata già sotto Caligola).
Seguirono ancora due acquedotti che prendevano il nome dall'impe­
ratore in carica, l'Aqua Traiana ( 1 09 d.C.) e l'Aqua Alexandri(a)na
sotto Severo Alessandro. In questo modo il numero degli acquedotti
era salito a undici intorno al 225 d.C. 2
'.

Con il progresso del tempo le costruzioni andarono divenendo


sempre più sofisticate. La seconda condotta, l'Anio Vetus, correva al
di sopra del livello della campagna (su una substructio) per soli 2 2 1
passi (Frontin. aq. 6 , 6), ma già per l'Aqua Marcia Frontino nota che
nella campagna erano state impiegate arcate per attraversare le valli
per un totale di 463 passi (aq. 7, 8: opere arcuato), mentre una volta
raggiunto il settimo miliario il condotto si trasferiva completamente
sopra il livello della campagna, utilizzando una substructio per poco
più di 5 00 passi, e delle arcate per oltre 6.400 passi (Frontin. aq. 7,
8). La Tepula e la lulia utilizzarono le stesse substructiones e arcate
della Marcia, mentre per la Virgo Frontino nota che per 540 passi il
condotto procedeva su una substructio e per 700 sull'opus arcuatum
(Frontin. aq. 10, 7 ). La Claudia e l'Anio Novus correvano per distan­
ze considerevoli su arcate nella valle dell'Aniene (per 3.076 e 2.300
passi, rispettivamente), e raggiunto il settimo miliario utilizzavano in­
sieme (lo speco dell'una sopra l'altro) 609 passi di substructio e 6.491
passi di opus arcuatum (Frontin. aq. 14, 4, 15, 6). I resti archeologici
ancora visibili dimostrano che anche la Traiana e la Alexandri(a)na
correvano su arcate nelle vicinanze di Roma 2 6•
Non è questo il luogo per parlare in dettaglio degli aspetti tecnici
della costruzione degli acquedotti di Roma antica 2 7 • Alcuni di essi
sono comunque importanti per meglio comprenderne il funzionamen­
to. La manutenzione degli acquedotti richiedeva sforzi continui, an­
che nel caso che fossero stati costruiti solidamente (il che non sempre
ROMA lMPERIALE

accadde, come ci raccontano i Romani stessi) 2 8 • La documentazione


archeologica mostra numerosi interventi di riparazione e di restauro
degli acquedotti di Roma 29 , Le forze della natura (sole, pioggia, gelo,
vegetazione) agivano sulle substructiones e le arcate, come anche sugli
spechi sotterranei, mentre i canali veri e propri avevano bisogno di
essere puliti ad intervalli regolari, a causa dello strato di calcare che si
formava dentro lo speco e che poteva ridurre anche in misura dra­
stica la portata del condotto. Una illustrazione della situazione ce la
danno le ricerche recenti sulle incrostazioni calcaree della cosiddetta
Aqua Antoniniana, il ramo dell'Aqua Marcia che riforniva le Terme di
Caracalla. Gli studiosi hanno potuto stabilire che durante il periodo
2 I7-537 il flusso «fu con ogni probabilità interrotto due volte per un
periodo considerevole», e che alla fine il volume dell'acqua aveva su­
bito una riduzione del 60% a causa delle incrostazioni calcaree 3 • 0

La manutenzione degli acquedotti non comportava solo il com­


battere le forze della natura. Frequenti erano i danni provocati dall'a­
zione umana. Un costante e rilevante problema era rappresentato dai
tentativi di prelevare acqua dagli acquedotti clandestinamente messi
in opera da varie persone non autorizzate, che per farlo perforavano i
condotti e altre strutture 3 1 • Secondo Frontino, gli addetti alla cura
aquarum erano spesso coinvolti in queste imprese (aq. 3 r, 4-33, 3 ; 37,
r; 87, 2; no, 2; 1 1 2 , 2-5; n4, r: <<aquariorum intolerabilis /raus»;
n5 ).

COSTRUIRE ACQUEDOTTI E IDEOLOGIE ANTICHE E MODERNE

Le arcate degli acquedotti nella campagna circostante Roma (soprat­


tutto in direzione sudest) - un elemento essenziale dello scenario del­
la Urbs aeterna - non hanno mai cessato di avere un profondo effetto
sui visitatori di Roma. La letteratura europea degli ultimi due secoli
ne rivela numerosi esempi, e lo dimostra pure chiaramente la pittura
del periodo del Romanticismo 3 2 •
Gli stessi Romani erano fieri dei conseguimenti dei loro ingegneri
e della loro amministrazione delle acque, come testimoniano passi di
numerosi autori a cominciare dal primo periodo imperiale 3 3 • Per
loro, tuttavia, ciò che importava era la funzionalità pratica, meno il
fatto estetico. I Romani erano pragmatici nella costruzione dei loro
acquedotti e adoperavano ponti e arcate impressionanti solo quando
questi costituivano il modo più pratico per attraversare un fiume o
una valle. Nondimeno nel passato una tendenza nella ricerca storica
ha assunto questo modo di costruire come punto di partenza per ipo-
4. IL FUNZIONAMENTO DEGLI ACQUEDOTTI ROMANI

rizzare una fondamentale differenza di mentalità fra Greci e Romani.


Prima del dominio romano, i Greci usavano far passare i loro acque­
dotti lungo le pendici dei monti, scendendo lentamente verso la meta.
Tipici per molti acquedotti di Roma (e altrove nel mondo romano)
sono invece i ponti che attraversano fiumi e valli e le gallerie che per­
forano i monti. Invece di rendersi conto che la differenza rispecchia
uno sviluppo della tecnologia, alcuni studiosi hanno interpretato la
differenza come una indicazione della mentalità conquistatrice dei ro­
mani, che si contrappone alla mentalità "greca", più in armonia con
la natura. Questa teoria è stata ripetuta in una forma un po' diversa
anche di recente, allorché si è parlato di "imperialismo del paesag­
gio", ipotizzando che le grandiose strutture siano state almeno occa­
sionalmente costruite soprattutto per sottolineare il dominio della cul­
tura romana sulle terre conquistate (ad esempio nella Francia meri­
dionale e in Spagna), non perchè fosse necessario costruire in questo
modo H. E tuttavia considerazioni di natura tecnica ed economica (i
costi di trasporto, le risorse locali ecc.) sembrano fornire una più
convincente motivazione del perché i Romani qualche volta preferis­
sero costruire ponti, laddove in altre occasioni abbiano utilizzato, per
attraversare una valle, i cosiddetti "sifoni inversi" con fistule di piom­
bo, meno spettacolari.

COSTRUZIONE E PRESTIGIO PERSONALE

Quali erano le procedure per costruire un acquedotto extraurbano?


Durante la Repubblica, la costruzione di un acquedotto era regolar­
mente affidata a un magistrato, mentre in età imperiale furono gli
stessi imperatori a pagare le spese e perciò ad essere formalmente re­
sponsabili della costruzione. Accomuna i due periodi il fatto che la
costruzione di un acquedotto venisse usata per accrescere il prestigio
e la stima sociale della persona che se ne assumeva l'onere.
La costruzione sia dell'Aqua Appia che dell'Anio Vetus fu avvia­
ta - e cioè si effettuò la locatio operis, l'appalto - da magistrati or­
dinari, i censori. Questi sicuramente agivano su ordine del senato,
perché era necessaria una decisione del senato per l'erogazione dei
mezzi finanziari. Un certo elemento di iniziativa privata sembra co­
munque entrare nel quadro già per il primo condotto, perché, a
detta di Frontino, Appio Claudio fece di tutto per prolungare il pe­
riodo di esercizio della sua censura in modo da essere in grado di
vedere la conclusione dei lavori essendo ancora in carica. Riuscì ad­
dirittura a far abdicare prima di tale conclusione il suo collega C.

1 43
ROMA IMPERIALE

Plauzio, e cosl si spiega perché l'acquedotto sia stato chiamato


Aqua Appia (aq. 5, 3) 3' .
L'iniziativa privata è cospicua nella costruzione dell'Anio Novus.
Tutto il progetto è intimamente connesso con le vicende di Curio
Dentato. Le manubiae che furono usate per la costruzione costituiva­
no la parte del bottino di guerra che era proprietà personale del co­
mandante 36 • Si può supporre che Curio abbia donato la sua porzione
del bottino al popolo romano, per poi poter disporre, in veste di cen­
sore, del denaro rispettando le usanze tradizionali. L'impressione di
un accordo fra Curio e gli organi dello stato viene rafforzata dal fatto
che l'elezione della coppia dei censori (suo collega fu L. Papirio Cur­
sore) nel 272 a.C. ebbe luogo solo tre anni dopo l'elezione della cop­
pia precedente e dunque con un anticipo di due anni. La spiegazione
potrebbe essere la volontà dell'impaziente Curio di utilizzare le ma­
nubiae riportate dalla vittoria di Malventum (Benevento) nel 275
a.C. 37,
Due anni più tardi, quando l'acquedotto non era stato ancora
completato, il senato nominò lo stesso Curio Dentato e un nuovo col­
lega, Fulvio Fiacco, duumviri aquae perducendae (Frontin. aq. 6, 2-3).
È questa la prima volta che sentiamo parlare di una commissione
speciale nell'ambito degli acquedotti romani. Considerando gli sforzi
di Curio Dentato, che avevano senza dubbio l'obiettivo di rafforzare
la sua posizione nello stato, sembra strano che l'acquedotto non ab­
bia preso il nome dal suo effettivo mecenate. La notizia di Frontino,
secondo la quale Curio Dentato morì solo due settimane dopo essere
stato eletto duumvir (aq. 6, 4), forse spiega perché ebbe, da questo
punto di vista, meno fortuna di Appio Oaudio.
Iniziativa privata e controllo comunitario s'intrecciano anche nelle
vicende dell'Aqua Marcia. Quando Marcio Re nel 144 a.C. fu praetor
qui inter cives ius dicebat, il senato decise di affidare a lui il compito
di restaurare i due esistenti condotti, già malandati, e di portare altra
acqua a Roma. Per questo compito gli fu erogata la somma conside­
revole di 180 milioni di sesterzi (Frontin. aq. 7, r -4: è questo uno dei
pochi casi in cui le fonti parlano dei costi della costruzione di un
acquedotto a Roma 3 8) . Alla proposta di condurre l'acqua fin sul
Campidoglio reagirono comunque negativamente i sacerdoti che ave­
vano il compito di interpretare i libri Sibillini e Marcio Re impiegò
tre anni per superare le loro obiezioni. Alla fine l'acqua vi fu condot­
ta, a quanto sembra sboccando in una fontana, o in qualcosa di simi­
le, con una decorazione allusiva del costruttore Marcio, la cui fama
diventò eterna grazie al nome Aqua Marcia del nuovo acquedotto 39,

1 44
4, IL FUNZIONAMENTO DEGLI ACQUEDOTTI ROMANI

FIGURA 3
Moneta che cdebra la co!>lruzione ddl'Aqua Traiana, con probabile raffigurazio­
ne della mostra terminale dell'acquedotto

La ragione per la quale il pretore Marcio Re fu incaricato della co­


struzione di un acquedotto ci sfugge, ma il fatto è degno di nota,
tanto più perché il condotto successivo, l'Aqua Tepula, fu di nuovo
opera di censori (C. Servilio Cepione e L. Cassio Longino; Frontin.
aq. 8, 1).
L'Aqua Iulia fu costruita quando Augusto era già prossimo al po­
tere assoluto. Il costruttore, l'edile Agrippa, fedele seguace di Augu­
sto, diede all'acquedotto un nome che faceva riferimento al gentili­
cium adottivo del futuro imperatore (Frontin. aq. 9, 1-2). Frontino
aggiunge che Agrippa nello stesso tempo fece restaurare gli altri ac­
quedotti (aq. 9, 9: restituit). Non sappiamo se i lavori siano stati effet­
tuati con denaro pubblico, oppure se Agrippa personalmente sia sta­
to responsabile del loro finanziamento. Forse si può pensare a un
coinvolgimento personale, dato che quattordici anni dopo fu ancora
Agrippa, che allora era già stato tre volte console e non deteneva più
nessuna magistratura, a condurre l'Aqua Virgo a Roma (Frontin. aq.
ROMA IMPERIALE

ro, r). L'Aqua Alsietina, nota anche presso i contemporanei come


Aqua Augusta (Frontin. aq. 4 , 3 ; r r , r ) , fu condotta a Roma quando
Agrippa era ormai morto da una decina da anni e la gestione degli
acquedotti era stata affidata ai curatores aquarum e ad altri addetti
loro subordinati. A questo punto dell'evoluzione del principato, an­
che a prescindere dal nome Aqua Augusta, non si può più dubitare
che Augusto abbia personalmente pagato le spese per l'acquedotto 4 • 0

La stessa situazione vale per gli altri quattro acquedotti costruiti più
tardi durante l'impero: furono pagati dal principe. Nella maggioranza
dei casi (Iulia, Alsietina-Augusta, Cla,udia, Traiana, Alexandri(a)na) i
nomi degli acquedotti del principato contengono un riferimento di­
retto al costruttore, cioè all'imperatore. I nomi dell'Aqua Virga e del­
l'Anio Novus sono privi di un riferimento diretto 4 , ma possiamo es­
r

sere certi che la corte imperiale faceva del suo meglio per ricordare al
popolo della capitale a chi dovesse ascriversi il merito delle adduzioni
d'acqua 4 2 •

4.3
Amministrazione e legislazione: la cura aquarum
GARANTrRE L'ACQUA ETERNA: L'AMMINISTRAZIONE REPUBBLICANA

Per garantire il funzionamento regolare degli acquedotti i Romani si


affidarono durante la Repubblica a diversi magistrati del popolo ro­
mano, e, dopo l'inizio dell'epoca imperiale, a una specifica ammini­
strazione delle acque (la cura aquarum). La legislazione in materia for­
mava la base per la loro attività.
In età repubblicana, non sembra che ci sia stata una regola fissa
per la ripartizione delle competenze tra i vari magistrati annui per
quel che concerneva l'approvvigionamento idrico di Roma. Le fonti a
nostra disposizione menzionano censori, pretori, questori ed edili.
Frontino racconta che ai censori competeva dare il permesso di allac­
ciare un condotto privato alla rete idrica pubblica, ma nel caso che
non fossero in carica, il permesso veniva dato dagli edili (aq. 95) 4 3 •
Similmente, era necessario il permesso degli edili o dei censori per
riempire d'acqua il Circo Massimo, e questo ancora durante il primo
periodo imperiale (aq. 97, 1 -2). Inoltre, agli edili spettava organizzare
l'erogazione dell'acqua pubblica nei vid della capitale (aq. 97, 8). Per
il mantenimento dei singoli acquedotti si usava far ricorso a impren­
ditori privati, il cui lavoro era controllato dai censori o dagli edili, ma
4. IL FUNZIONAMENTO DEGLI ACQUEDOTTI ROMANI

qualche volta anche dai questori (aq. 96 col riferimento a un senatus


consultum del rr6 a.C.) 44,
Infine, anche i pretori di Roma avevano compiti da svolgere nel­
l'ambito dell'approvvigionamento idrico, ma le fonti sono relative ad
acquedotti fuori Roma 4', con un'eccezione: la lex Quinctia del 9 a.C.
specifica che nel caso in cui nessun curator aquarum sia in carica, toc­
ca al praetor peregrinus rimpiazzare il curatore (Frontin. aq. r29, .5).

L A CURA AQUARUM DALLE RIFORME D I AUGUSTO A FRONTINO

La situazione cambia radicalmente nell'rr a.C., un anno dopo la mor­


te di Agrippa, che aveva gestito questo settore amministrativo per
conto di Augusto 46 • A questo punto le grandi riforme amministrative
di Augusto, che in parte erano rivolte all'amministrazione della capi­
tale, erano già state avviate 47 • Varie decisioni del senato furono prese
con l'obiettivo di organizzare l'amministrazione dell'approvvigiona­
mento idrico 48• Queste decisioni ebbero senza dubbio l'approvazione
di Augusto, e la creazione della cura aquarum (attestata sia dalle leggi
che dal materiale epigrafico) costituisce un'illustrazione quanto mai
significativa della genesi del principato, col mantenimento delle forme
repubblicane entro una radicale trasformazione in conseguenza del
trasferimento del potere al principe 49 •
Due anni piu tardi, nel 9 a.C., si ebbe una legge popolare, la lex
Quinctia, a completare il quadro '0 • Inoltre la funzione della cura
aquarum fu regolata a varie riprese da decisioni imperiali, sulle quali
tornerò più avanti ' 1 •
L'istituzione della carica di curator aquarum per la capitale fu
una rilevante novità. Secondo Frontino, lui stesso curator aquarum a
cavallo dell'anno roo d.C., l'ufficio si poteva quasi paragonare a una
magistratura regolare (aq. 99, 4: «insignia eis [scil. curatoribus] quasi
magistratibus concessa») 12• Un senatus consultum dell'rr a.C. parla di
curatores aquarum al plurale (Frontin. aq. roo) e Frontino ci informa
che Augusto chiamò uno dei maggiori personaggi del periodo, il
consolare Valerio Messalla Corvino, a essere il primo titolare della
carica, mettendogli a fianco due senatori di rango più basso, proba­
bilmente nella veste di curatores adiutores, assistenti (aq. 99, 4). Men­
tre è fuor di dubbio che il curator aquarum fin dall'inizio sia stato
nominato dal principe (nonostante la sua posizione formalmente fos­
se regolata dal senato) ' 3 , meno sicuro è se il sistema con più curato­
res sia divenuto permanente. Frontino ci fornisce una lista di curato­
ri unici, tutti meno uno di rango consolare, fino alla sua ascesa (aq.

1 47
ROMA IMPERIALE

102), ma forse non si può escludere che occasionalmente siano esi­


stiti adiutores di rango più basso, anche se Frontino non li degnò di
una menzione '4.
I compiti dei curatores e della cura aquarum possono essere deli­
neati sotto quattro rubriche, seguendo l'ordine della trattazione di
Frontino: a) supervisione delle erogazioni d'acqua a beneficiari priva­
ti, e competenza sull'accesso del grande pubblico all'acqua (aq.
103-u5); b) controllo del personale adibito alla cura aquarum (aq.
u 6- u 8); e) tutela delle strutture degli acquedotti (aq. u9-129); d)
compiti giudiziari. Secondo la /ex Quinctia del 9 a.C., al curator aqua­
rum spettava di decidere nelle liti che coinvolgevano il suo ambito
amministrativo (Frontin. aq. 129, 5, 9-u) ''·
Naturalmente l'approvvigionamento dell'acqua non dipendeva
solo dal curator aquarum, ma vari livelli più bassi di amministrazione
erano di pari, se non addirittura di maggiore, importanza. Frontino ci
informa che sotto l'imperatore Oaudio (41 -54 d.C.) si ebbe un pro­
curatore imperiale di rango libertino (un Augusti libertus) addetto
alla cura (aq. 105,1-2}. Numerose testimonianze epigrafiche ci presen­
tano sia liberti imperiali, sia, a partire dal regno di Traiano (98-u7
d.C.), personaggi di rango equestre in veste di procuratori connessi
con gli acquedotti ' 6 • Quanto al livello al di sotto di quello dei procu­
ratori, dobbiamo dare per scontata l'esistenza di vari tecnici come ar­
chitecti, scribae e librarii. Queste occupazioni sono menzionate da
Frontino nell'ambito della cura aquarum (aq. 100, 1), ma le testimo­
nianze epigrafiche sono finora mancate 57• Varie iscrizioni ci fanno in­
vece conoscere preposti e lavoratori qualificati, per esempio vilici, ca­
stellarii, circitores ecc. ' 8 • Secondo Frontino la manodopera a disposi­
zione del curator aquarum consisteva di due équipe o /amiliae. La pri­
ma era la familia publica aquaria (servi e liberti dello stato), che in
origine era stata proprietà privata di Agrippa e fu utilizzata da lui
quando era responsabile degli acquedotti. Augusto, avendo ereditato
la /amilia aquaria di Agrippa, la donò allo stato romano (Frontin. aq.
98, 3-99, 1 : hanc Augustus ... publicavit); consisteva di 240 uomini
(Frontin. aq. u 6, 3). Al suo fianco l'imperatore Oaudio istituì un'al­
tra familia aquaria, consistente di 460 uomini, tutti servi e liberti im­
periali (Frontin. aq. u 6, 3-4: familia aquana Caesans).

GARANTIRE L'ACQUA ETERNA: LA LEGISLAZIONE

La più antica legge (in senso lato, ivi compresi, oltre alle leges populi
Romani, anche i senatus consulta) sugli acquedotti che sentiamo no-
4. IL FUNZIONAMENTO DEGLI ACQUEDOTTI ROMANI

FIGURA 4
Iscrizioni sepolcrali in cui sono ricordati due vilici aquae Claudiae (cIL, vr, 8495)

minare (eccetto, naturalmente, le deliberazioni relative alla costruzio­


ne dei vari acquedotti) trattava della distribuzione dell'acqua. Questa
legge, alla quale Frontino fa un breve riferimento, senza purtroppo
fornirne la data, stabiliva che ai privati era interdetto prelevare acqua
pubblica tramite un condotto, tranne quella porzione che scolava via
dalle fontane pubbliche (chiamata aqua caduca), e anche in questo
caso solo per il funzionamento di bagni pubblici o di fulloniche e
soltanto dietro pagamento (aq. 94, 3 -4) 19 • Nelle antiche disposizioni
legislative non meglio specificate (in isdem legibus) Frontino trovava
anche un divieto di inquinare le fontane pubbliche rifornite dagli ac­
quedotti. Nel caso di una infrazione della legge, il colpevole veniva
multato di 10.000 sesterzi (aq. 97, 5 -6) 60• Altre leggi dell'epoca re­
pubblicana stabilivano che quando l'acqua pubblica era stata usata
illegalmente per l'irrigazione di un campo, il campo veniva confiscato
dallo stato. Uno schiavo che fosse stato coinvolto nella frode veniva
multato (aq. 97, 3-4). Troviamo anche impliciti riferimenti in Fronti­
no a leggi repubblicane che regolavano le procedure da seguire quan­
do lo stato aveva intenzione di costruire un acquedotto su terra pri­
vata (aq. 128, 1; discusse sotto nel più vasto contesto augusteo).
Per la legislazione sotto Augusto conosciamo sia le date esatte che
i testi delle leggi, almeno in gran parte tramandatici da Frontino. Per
ROMA IMPERIALE

cominciare, una disposizione del senato tratta la struttura e le prero­


gative della cura aquarum (aq. 100, 1 - 101, 1), di cui si è già detto
sopra. In secondo luogo, alcuni senatus consulta regolano il ius du­
cendae aquae in privatis (aq. 1 04, 1 -2; 106, 1-2; 108), e ad essi bisogna
aggiungere norme emanate dall'imperatore sulla capacità delle fistule
(aq. 33, 3) e mandata imperiali (aq. 1 I I ). Su questo torneremo più
avanti.
Infine, troviamo nel trattato di Frontino due senatus consulta e la
lex Quinctia pertinenti alla tutela ductuum. Un primo intervento del
senato si ebbe in connessione con le attività di ripristino intraprese
sotto la direzione di Augusto. Per facilitare la costruzione degli ac­
quedotti, la legge dà il permesso di prelevare e utilizzare materiale di
qualunque tipo (pietra, sabbia, legna ecc.) dalle terre private che fian­
cheggiano il corso del condotto, a condizione soltanto che queste
azioni non nuocciano ai possessori delle terre (sine iniuria privato­
rum). Inoltre si stabilisce il diritto di passaggio per facilitare il tra­
sporto del materiale, a patto che ciò si verifichi sine iniuria (aq. 125).
Una seconda legge stabilisce che un tratto di quindici passi a destra e
altrettanti a sinistra dei condotti costruiti a cielo aperto rimanga libe­
ro sia da costruzioni che da vegetazione. Nei luoghi dove gli acque­
dotti corrono sotto terra, la zona libera sarà invece di cinque passi da
ambedue le parti 61 • Se al momento della promulgazione della legge
vi fossero alberi al di qua del limite previsto, tali alberi devono essere
abbattuti tranne se compresi dentro le mura di una villa. Chi sarà
condannato per avere infranto la legge sarà multato di 10.000 sester­
zi. Nel caso in cui il colpevole fosse individuato con l'aiuto di un
informatore (accusator), il premio di costui sarà la metà della multa,
mentre il resto sarà versato nell'aerarium (aq. 127). La lex Quinctia
(aq. 1 29) di due anni dopo è molto più esplicita e sottolinea l'impor­
tanza della tutela del tratto di terra lungo gli acquedotti e le costru­
zioni pertinenti alla distribuzione dell'acqua pubblica, sia dentro la
città che fuori nella campagna. Troviamo anche un riferimento alla
terminatio (aq. 1 29, 7), cioè alla demarcazione del tratto protetto tra­
mite cippi iscritti, una prassi di cui abbiamo una conferma dalle sco­
perte archeologiche ed epigrafiche (ma solo fino al regno di Clau­
dio) 62 • La multa per i trasgressori è salita a 100.000 sesterzi e nel
caso in cui un servo sia colpevole, sarà il suo padrone a pagare que­
sta somma (aq. 1 29, 4, 6) 63 ,
Dato che il territorio fuori di Roma per il quale dovevano passare
gli acquedotti normalmente era di proprietà privata (Frontin. aq. 124,
4: «/ere omnes specus per privatorum agros derecti erant»), sia la legi­
slazione repubblicana sulla costruzione dei condotti che la legislazio-

150
4. IL FUNZIONAMENTO DEGLI ACQUEDOTTI ROMANI

ne augustea sulla tutela ductuum riguardano la proprietà fondiaria


privata. Si è discusso molto, in particolare fra gli studiosi del diritto
romano, sulla capacità dello stato di effettuare espropri di terreni di
privati in occasione della costruzione di un acquedotto 64 • Riassumen­
do, possiamo rilevare che lo stato agiva in modo flessibile, invocando
soprattutto il concetto di utilitas publica, ma anche quello di aequitas.
In alcune situazioni si ricorreva a un esproprio senza indennizzo (ma
anche senza iniuria privatorum), in altre invece indennizzando i pro­
prietari. Secondo Frontino (aq. 1 2 8), durante la Repubblica lo stato
aveva il potere di disporre di una proprietà fondiaria privata se lo
richiedeva l'utilitas publica che comportava la costruzione di un ac­
quedotto pubblico. Non si trattava comunque di un semplice espro­
prio senza indennizzo ma di un sistema più equo (aq. 1 2 8, 1 : admira­
bili aequitate). Se il proprietario non era disposto a vendere il tratto
che serviva per il condotto, lo stato aveva la facoltà di acquistare I' a­
gro intero, per poi rivendere al proprietario le parti che non serviva­
no per l'acquedotto 6' . Vediamo dunque, in teoria, lo stato e l' utilitas
publica avere una posizione di preminenza sulla proprietà privata, an­
che se l'effettivo atteggiamento dello stato sembra cambiare nel tem­
po. A parte la resistenza privata che i censori del 1 79 a.C. incontraro­
no, che forse impedì del tutto la costruzione, è stato rilevato da De
Robertis (sulla base dei testi tramandati da Frontino) che la legisla­
zione augustea sulla materia ha un tenore conciliatorio, mentre sotto
Traiano si usano termini più severi come eripere, "confiscare" 66 •

IL "MANUALE" DI FRONTINO E LA REALTA DELLA CURA AQUARUM

Su nessun settore amministrativo siamo altrettanto bene informati


come sull'amministrazione degli acquedotti di Roma. Questo è me­
rito di Frontino e del suo libro sugli acquedotti, un'opera unica
nella letteratura antica, cui si è già ampiamente fatto cenno anche
nel presente testo. Iscrizioni di vari tipi contribuiscono notevolmen­
te alle nostre conoscenze e il materiale archeologico si rivela spesso
di grande importanza. Ma il numero di domande che ci poniamo è
in proporzione alle fonti più cospicuo del solito e la ricerca mo­
derna è lungi dall'aver chiarito tutti gli aspetti della cura aquarum
di Roma antica.
Per spiegare la situazione paradossale che si presenta alla ricerca
moderna, occorre prendere le mosse proprio dal de aquaeductu di
Frontino. L'opera viene spesso chiamata "il manuale del curator aqua­
rum di Roma" e le informazioni date da Frontino sono state da molti
ROMA IMPERIALE

ritenute canoniche. In effetti, non si può negare che Frontino sia sta­
to uno scrittore di una scrupolosità poco comune per un dignitario
imperiale del più alto livello. A suo favore depone la notizia secondo
la quale egli avrebbe personalmente ispezionato gli acquedotti e
avrebbe stabilito un nuovo regolamento per le due Jamiliae aquarum,
dopo che era riuscito a scoprire numerosi atti di disonestà fra gli ad­
detti ai lavori 67 •
Ma prescindendo dal fatto che il libro fu composto intorno all'an­
no roo d.C. 68 , e che perciò poco può dire della situazione dell'epoca
posteriore, sta di fatto che l'etichetta di "manuale pratico" non ri­
specchia il vero carattere del de aquaeductu. Si tratta anche di un'o­
pera letteraria, scritta da un homo novus (a quanto sembra un pro­
vinciale dalla Gallia Narbonensis) che dopo l'iniziale carriera militare
era diventato un perno dell'amministrazione imperiale e che infine
aveva cominciato a scrivere, certamente anche per aumentare la pro­
pria fama 69 • È importante mettere in rilievo che il suo trattato ha
occasionalmente un carattere programmatico e prescrittivo, non de­
scrittivo come si è soliti pensare. Ricerche recenti hanno dimostrato
che numerosi passi del libro mal si adattano a un manuale, ma invece
contengono materiale per sottolineare l'importanza degli acquedotti e
della loro funzione come prova della grandezza di Roma. Le informa­
zioni che Frontino trasmette sono spesso di interesse storico, mentre
sarebbero di poco valore per un curatore che veramente avesse avuto
il bisogno di capire come funzionava la cura aquarum 70• Basti citare
come esempi la sua trattazione della bollatura delle fìstule, oppure
delle fontane pubbliche, i sa lientes, che desta perplessità per il nume­
ro di esse che viene riportato, o ancora la trattazione del rifornimento
idrico dei lacus, dalla quale non si capisce bene se essi venivano ap­
provvigionati usando fìstule di dimensioni legali o illegali 7 r.
Se, di conseguenza, il de aquaeductu ci fornisce un minor numero
di informazioni sulla funzione della cura aquarum di quanto si è pen­
sato, alcuni aspetti vengono chiariti da altre fonti, che talvolta con­
traddicono l'impressione che si ha leggendo Frontino. A giudicare
dalle vicende di Frontino i compiti del curator aquarum erano molte­
plici e ardui, e richiedevano un'attenzione continua. Ma in realtà nor­
malmente non era così. Ricerche prosopografìche sulle carriere dei r7
curatori nominati da Frontino (aq. ro2) mostrano piuttosto che il po­
sto di curator aquarum era una carica onorifica, spesso data a un se­
natore già anziano, dal quale sicuramente non ci si aspettava che se­
guisse le attività della sua amministrazione con un impegno quotidia­
no. In più, per alcuni curatori possiamo stabilire che furono addi­
rittura assenti dalla capitale per lunghi periodi durante l'esercizio del-

152
4· [L FUNZIONAMENTO DEGL[ ACQUEDOTTl ROMAN[

la carica 7 2 • Al loro confronto, Frontino fu senza dubbio un curator


aquarum di una diligenza poco comune.

PROCURATORES AQUARUM E PROCURATORI SULLE FISTULE ACQUARIE

Dato che la maggior parte dei curatori trattava il loro posto come
una carica onorifica, chi era in effetti responsabile per le attività della
cura aquarum? Verrebbe di pensare ai procuratori, sia a quelli eque­
stri che a quelli scelti fra i liberti imperiali. Ma qui, ancora una volta,
le fonti epigrafiche creano qualche perplessità. Il titolo di procurator
aquarum (o simile) appare nelle iscrizioni solo per 6 amministratori,
mentre nei bolli sui tubi di piombo, le fistulae, rinveniamo la menzio­
ne di più di 40 procuratori a Roma (piu di 12 altri funzionari, forse,
in alcuni casi, procuratori anch'essi) 7 3 • Durante il regno di alcuni im­
peratori, in particolare sotto Domiziano e Adriano, il numero dei
procuratori a noi noti è così grande da farci nascere il sospetto che
quelli delle fistule non fossero procuratori della cura aquarum ma fos­
sero responsabili di qualche altro ambito amministrativo. A questa
conclusione si perviene quando si ponga mente al fatto che secondo
la communis opinio ogni settore amministrativo poteva impiegare solo
un procuratore equestre (e/o un liberto imperiale). Questo procurato­
re, specialmente se si trattava di un liberto imperiale, era quello che
era responsabile per la continuità nell'amministrazione. I senatori,
formalmente al comando nei vari settori dell'amministrazione impe­
riale, raramente erano specialisti, mentre i procuratori erano più pro­
fessionisti e rimanevano nella stessa carica più a lungo 74•
Se tutti i procuratori delle fistule appartenessero alla cura aqua­
rum, saremmo di fronte a una contraddizione, perché avremmo in­
dubbiamente "troppi" procuratori. Questa conclusione risulta obbli­
gata quando si consideri che sicuramente conosciamo solo una parte
minoritaria dei procuratori che dovevano comparire sulle fistule di
Roma antica (essendo andata perduta la maggior parte dei pezzi anti­
chi). Visto che conosciamo 8 o 9 procuratori per i r6 anni di regno
di Domiziano, e 7 (6 equestri e un liberto imperiale) per i 2 r anni di
Adriano, si dovrà ritenere che il totale nell'antichità deve per forza
avere superato gli anni di regno del relativo imperatore 71• Ma stando
in carica mediamente meno di un anno (molto meno di quanto stette­
ro in carica quasi tutti i curatores aquarum), non ci sarebbe stato tem­
po per i procuratori delle fistule di arrivare a una conoscenza appro­
fondita dell'amministrazione delle acque.

r5 3
ROMA IMPERIALE

154
4, IL FUNZIONAMENTO DEGLI A C QUEDOTTI ROMANI

La situazione paradossale si spiega ipotizzando che, in genere, i pro­


curatori delle fistule non fossero procuratores aquarum. Quei procura­
tori che mettono il loro nome sulle fistule sembra che siano stati piut­
tosto i responsabili di singoli edifici a Roma o di tenute extraurbane,
oppure dipendenti dall'amministrazione del patrimonium imperiale 7 6•
Le fistule di Roma ci danno così informazioni importanti e che non ci
provengono da nessun'altra fonte sulla composizione dell'organico
dei procuratori imperiali (e in questo campo ci sono ancora molte
cose da indagare), ma ci dicono poco su quali persone fossero re­
sponsabili dell'attività quotidiana della cura aquarum.
Così l'amministrazione degli acquedotti al livello superiore ci è
meno nota di quanto si sia soliti pensare. Solo 6 procuratori imperiali
sono inequivocabilmente da attribuire all'amministrazione delle ac­
que, e cronologicamente coprono il periodo da Domiziano all'inizio
del IV secolo. Conosciamo 17 curatores aquarum dall'anno n a.C.
fino a Frontino, 103 d.C. ca. Dopo di lui, per quasi tutto il n secolo
d.C., le fonti finora non ci hanno restituito il nome di nessun curato­
re. Se questo sia un fatto fortuito o se rispecchi qualche riforma am­
ministrativa non è chiaro 77 • Nell'ultimo decennio del n secolo appare
poi un amministratore di rango consolare con il titolo di curator aqua­
rum et Minuciae 78 • Sembra che si tratti del successore del "semplice"
curator aquarum, cui sono stati affidati ancora altri compiti. Che cosa
si voglia indicare con l'aggiunta alla titolatura del termine Minucia
non è del tutto chiaro, ma presumibilmente questo termine fa riferi­
mento alla distribuzione del grano che aveva luogo nella porticus Mi­
nucia (frumentaria) 79 • Conosciamo un totale di 16 consolari con que­
sta carica, l'ultimo di loro attivo verso la fine del regno di Costantino.
Più tardi, soltanto fonti sporadiche ci danno nomi e cariche di ammi­
nistratori dell'approvvigionamento idrico 80•

1L FUNZIONAMENTO DELLA CURA AQUARVM

Quando nell'anno 537 gli Ostrogoti di Vitige interruppero l'adduzio­


ne delle acque, Roma era stata servita da acquedotti per più di 800
anni. Più di mezzo millennio era trascorso dalla creazione augustea
della cura aquarum. Più importante di sapere chi sia stato nominal­
mente a capo della cura sarebbe ricostruire come funzionava l'ammi­
nistrazione stessa.
Ancora una volta è la descrizione di Frontino a fornirci la più
grande mole di informazioni. Le due familiae aquariae avevano insie­
me un totale di 700 uomini (aq. 1 1 6, 3-4), un numero che forse non è

1 55
ROMA lMPERIALE

casuale, ma sta in rapporto con le 1 4 regioni della capitale. Sembra


che ai tempi di Frontino la differenza di status tra servi/liberti pub­
blici e servi/liberti imperiali avesse poca importanza (tranne che per
la cassa centrale che pagava le spese 8 ' ) , e così possiamo ipotizzare
che 50 uomini fossero collocati in ogni regione, anche se Frontino
nulla dice in proposito. Da Frontino ricaviamo invece la notizia che
gli uomini furono stanziati sia dentro che "fuori" della città (aq. r r7,
8
2: extra urbem) 2, per poter immediatamente entrare in azione se un

condotto aveva bisogno di riparazioni. Chiaramente l'amministrazione


di Frontino era responsabile per tutta la lunghezza di un acquedotto
(aq. roo, r; ror, 3 -4 : nobis circumeuntibus rivos), ma non è possibile
stabilire fin dove gli addetti della cura aquarum erano stanziati "fuori
città" 8 3 •
Con la sua manodopera qualificata, l'amministrazione delle acque
doveva essere in grado di effettuare riparazioni minori agli edifici e ai
condotti (Frontin. aq. r r9, 2). Ma non sempre valeva la pena di uti­
lizzare il proprio personale (aq. r r9, 3: domesticos artifices). A pre­
stare fede a Frontino, era il curator aquarum a decidere personalmen­
te quando l'amministrazione dovesse far ricorso a imprenditori privati
per restauri più ampi (aq. r 19, 3 : redemptores). È di un certo inte­
resse notare che questa utilizzazione da parte di un "ente statale"
quale la cura aquarum di imprese private rassomiglia in qualche modo
a una prassi che si sta sviluppando nei paesi occidentali industrializ­
zati. Tale prassi non era senza problemi. Si correva addirittura un du­
plice rischio: che si avviassero iniziative di una portata troppo ampia
(così incrementando il profitto dell'imprenditore) (aq. r r9, 2-3), ovve­
ro che i lavori risultassero di bassa qualità (aq. 1 20) 84. Purtroppo
sappiamo poco su questi redemptores; l'unica fonte a nostra disposi­
zione indica che erano imprenditori privati (mentre ci si sarebbe for­
se aspettati che venissero utilizzati altri membri della vasta organizza­
zione finanziario-imprenditoriale imperiale) 8 ' . Ancora più difficile è
individuare i responsabili dei giganteschi lavori di costruzione di un
nuovo acquedotto. Che l'imperatore utilizzasse le risorse della cura
aquarum almeno per la progettazione è possibile, ma al momento non
siamo in grado di dire altro 86 •
In teoria, con una simile organizzazione del lavoro, l'approvvigio­
namento idrico avrebbe dovuto essere sotto controllo, ma nella realtà,
ci dice Frontino, non era così. Per ragioni che non vengono meglio
spiegate, la disciplina era venuta a mancare nella cura aquarum in ma­
niera clamorosa: «questo gran numero di uomini dell'una e dell'altra
familia, solito, per parzialità e negligenza degli addetti, ad essere im-
4• IL FUNZI ONAMENTO DEGLI ACQUEDOTTI ROMANI

piegato in lavori privati [. . .]» 87 : con parole franche Frontino descrive


la situazione che trovò al momento di assumere la carica.
Questo passo di Frontino ci dà un'immagine impressionante di
che cosa accadesse nella realtà di tutti i giorni in un settore della
rinomata amministrazione romana. Per di più, ci sono nel suo trat­
tato numerosi altri esempi di attività illegale del personale della
cura aquarum 88• Questi atti illegali riguardavano in generale, come
abbiamo visto sopra, il prelievo dell'acqua da destinare a singoli
privati e i procedimenti dell'istallazione dei loro condotti. In condi­
zioni normali, quest'attività costituiva una pane imponante dei do­
veri del personale.
Sotto la direzione di Frontino la disciplina della cura aquarum
cambiò comunque in meglio, perché fu istituito un mansionario che
prevedeva istruzioni giornaliere per ogni membro delle Jamiliae aqua­
n'ae (aq. u7, 4). Le istruzioni giornaliere agli addetti della cura indi­
cano l'esistenza di un'attività di archiviazione di documenti. Ma non
solo questa prassi avrebbe reso necessario un qualche genere di attivi­
tà burocratica. Già a partire dalla prima costruzione di un acquedot­
to a Roma, dobbiamo ipotizzare l'esistenza di descrizioni o piante
geografiche e topografiche, e naturalmente non potevano mancare in­
formazioni sulla ponata dei singoli acquedotti (aq. 65-73). Possiamo
essere certi che almeno a partire dall'epoca di Agrippa siano esistiti
elenchi dei concessionari privati, dal momento che Frontino a questo
proposito si riferisce ai commentarli di Agrippa (aq. 99, 3). Molto più
spesso sono menzionati i commentan'i "imperiali" (Caesaris, principis,
o principum) per tutti gli aspetti qui menzionati (3 1, 2-3; 33, 3; 34, 2;
64-74 passim; ro9, 1 ). È da presumere, perciò, che questi commenta­
n'i saranno stati in origine redatti da Agrippa, ma dopo la sua mone
diventarono la base per l'attività dell'amministrazione imperiale delle
acque.
Senza dubbio sarebbe stato opponuno un aggiornamento conti­
nuo dell'archivio, ma qui incontriamo qualche problema. Sembrereb­
be logico che almeno a partire dall'istituzione della cura aquarum au­
gustea ci fossero disponibili piante di tutti gli acquedotti. Nondimeno
Frontino dichiara di aver curato lui stesso l'elaborazione di queste
piante (aq. u7, 3: /ormas quoque duduum Jacere curavimus) 89• Anche
le indicazioni precise fomite da Frontino (e citate sopra) circa la lun­
ghezza dei vari tratti dei singoli acquedotti non pervenivano da una
ricerca d'archivio, ma erano il risultato di ricerche personalmente
condotte sul posto (aq. 17, 1). Questo si spiega forse piuttosto con lo
zelo del nuovo curator aquarum, anche se la sua critica agli (anonimi)
predecessori per inertia ac segnitia non agentium o/ficium (aq. ro1 , 2)

157
ROMA IMPERIALE

fa venire il sospetto che la prassi burocratica dell'amministrazione


avesse conosciuto un periodo di declino prima di Frontino 90•
Dobbiamo così ipotizzare l'esistenza di un archivio contenente in­
formazioni geografiche, topografiche, sul volume d'acqua e sui con­
cessionari privati. Infine, copie delle leggi, dei senatus consulta e dei
mandata dei principi che regolavano il funzionamento dell'ammini­
strazione dovevano per forza essere conservati da qualche parte, e
sembra logico che le citazioni di Frontino di tali documenti vengano
dall'archivio della cura stessa.

1
L EN[GMA DELLA SEDE CENTRALE DELLA CURA AQUARUM

Anche se dunque ci possiamo fare una certa idea del materiale che
doveva contenere l'archivio della cura aquarum, non sappiamo dove i
documenti fossero collocati. Sembra naturale che l'archivio fosse pre­
servato nella sede centrale dell'amministrazione, ma anche l'ubicazio­
ne di questa sede, la cosiddetta statio aquarum, è incerta. Questa ca­
renza di informazioni non sorprende, d'altra parte, perché in generale
sappiamo pochissimo su quale aspetto avevano le sedi amministrative
e come fossero organizzati gli archivi nel mondo romano. Sintetizzan­
do la ricca discussione su questi temi che si è svolta negli ultimi
anni 9 ' , si può dire che dobbiamo soprattutto discostarci, nella nostra
ricostruzione, dal confronto coi più sviluppati modelli burocratici dei
paesi industrializzati, modelli che spesso implicitamente hanno condi­
zionato le ricerche e le ipotesi degli studiosi. D'altra parte si commet­
te forse un errore nella direzione opposta quando si afferma che «no
ancient office building and no ancient desk will ever be discove­
red» 92 •
Chiaro è comunque che l'amministrazione, anche quella imperiale,
aveva un carattere molto più "personale" dell'anonimo sistema buro­
cratico capitalistico-tecnocratico. Per esempio, è probabile che il cura­
tor aquarum svolgesse i suoi compiti nella parte "pubblica" della sua
domus, invece di recarsi in "ufficio" (qualunque cosa si voglia com­
prendere con questo termine). In secondo luogo, è ben noto che i
templi romani spesso funzionavano come archivi e depositi 9 3 • Si po­
trebbe ipotizzare che anche l'archivio della cura aquarum in parte o
nella sua totalità fosse conservato presso un tempio. Ma un tempio di
quale divinità? Dall'inizio del secolo la ricerca si è incentrata sulla
ninfa Iuturna, perché lo scavo dell'edicola di Iuturna, situata accanto
al più noto tempio di Castore e Polluce sul Foro romano, ha portato
alla luce alcune iscrizioni menzionanti curatores aquarum et Minuciae

158
4• IL PUNZIONAMENTO DEGLI ACQUEDOTTI ROMANI

e una tabella con la dedica Genio stationis aquarum 94• Ma le iscrizio­


ni indicano solo che Iuturna era una divinità importante per gli ad­
detti dell'amministrazione delle acque, mentre non possono provare
l'esistenza di un ufficio centrale in quel luogo. Così affermò già il
Lanciani subito dopo le scoperte 9' e nella stessa direzione sembrano
puntare gli scavi recenti del lacus Iuturnae 96, come anche l'analisi re­
cente dell'insieme delle fonti epigrafiche, letterarie e archeologi­
che 97 •
In particolare bisogna sottolineare che la parola statio non è affat­
to testimonianza della presenza di una sede di ufficio. Statio poteva
assumere sia il significato astratto di "amministrazione" che quello
concreto di postazione o succursale 98 •
Per la localizzazione del quartiere generale della cura aquarum
un'altra proposta è stata avanzata di recente. Partendo dalla sua iden­
tificazione del "tempio A" dell'Area sacra di largo Argentina come il
tempio di Iuturna in Campo Martio, Filippo Coarelli ha proposto che
la statio aquarum fosse originariamente localizzata nella Porticus Mi­
nucia vetus (il che spiegherebbe come più tardi sia nata la funzione
del curator aquarum et Minuciae: dalla connessione topografica fra la
cura aquarum e le distribuzioni frumentarie che avevano luogo nell'a­
diacente Porticus Minucia frumentaria). L'ipotesi non è da scartare
anche se molti a.spetti rimangono oscuri 99 •

4.4
Acqua per i pochi e per i molti: la distribuzione
I documenti dell'archivio contenevano, tra l'altro, i nomi dei conces­
sionari di condotti privati. Ma chi erano costoro, e come era regolata
la distribuzione dell'acqua in generale? Rimane, infine, da esaminare
se l'amministrazione delle acque fosse capace di soddisfare i bisogni
della città più grande del mondo antico.
In breve, la capacità degli undici acquedotti, quando tutti funzio­
navano, era impressionante (anche se non ha mai potuto raggiungere
le dimensioni così elevate e troppo ottimistiche che vengono citate
ancora in opere scientifiche recenti). Per di più, gli abitanti avranno
continuato ad utilizzare pure acqua piovana e acqua presa dal Tevere
o da sorgenti naturali anche dopo la costruzione degli acquedotti. Si­
curamente la gente comune a Roma disponeva di un volume d'acqua
più grande di quello che era a disposizione degli abitanti delle città
europee più progredite ancora nel tardo Ottocento 100•

r5 9
ROMA lMPERIALE

Citare cifre indicative del consumo medio degli abitanti di Roma


ha poco senso, dati gli usi vari ai quali l'acqua veniva destinata. Una
prima osservazione che va fatta è che, in particolare durante l'impero,
la costruzione di un nuovo acquedotto spesso fu in rapporto con l'e­
rezione di nuove terme imperiali, o, nel caso dell'Aqua A/sietina-Au­
gusta e della Naumachia in Trastevere, di una costruzione per spetta­
coli pubblici. Questo rapporto, che si è potuto verificare anche altro­
ve nell'impero romano, giustificherebbe l'aggiunta dell'acqua all'e­
spressione «panem et circenses», con la quale già Giovenale sintetizzò
felicemente il sistema adottato dagli imperatori per mantenere con­
tento il popolo di Roma 101 •

Nel parlare dell'erogazione dell'acqua Frontino fa riferimento a


una tripartizione di destinazione: per l'usus pub/icus, nomine Caesaris,
e privatis1 02 •
Lasciando da parte il problema del volume assoluto
d'acqua che Frontino assegna alle rispettive destinazioni, è importan­
te rilevare le percentuali: per i bisogni dell'imperatore si erogava il
17% del totale, ad alcuni privati andava il 38%, mentre per il pub­
blico restava il 44 % (aq. 78, 3). I privati e la corte imperiale (con le
sue varie necessità) usavano condotti di piombo di loro proprietà per
le erogazioni d'acqua ad essi destinate, ma il grande pubblico era co­
stretto a recarsi alle fontane pubbliche o alle cosiddette mostre ac­
quatiche (del tipo dell'Acqua Paola sul Gianicolo) 3 , 10

Sia nel trattato di Frontino che nell'opera dell'architetto Vitruvio,


che scriveva più di un secolo prima, s'incontra l'affermazione che la
cosa che più stava a cuore ai responsabili dell'approvvigionamento
idrico era il rifornimento del grande pubblico 1 04
Questa affermazio­

ne si vede ripetuta anche da scrittori moderni In parte è vera, ma


1 05 •

in parte crea una falsa immagine della situazione a Roma.


Frontino afferma che durante l'epoca repubblicana «omnis aqua
in usus pub/icos erogabatur» (aq. 94, 3), con la sola eccezione dell'ac­
qua che scolava via dalle fontane pubbliche. Ma anche questa acqua
veniva erogata solo per bagni pubblici e fulloniche, una pratica lodata
da Frontino perché in tal modo il grande pubblico poteva approfitta­
re anche dell'acqua concessa ai privati (aq. 94, 4-5). Frontino aggiun­
ge però nello stesso tempo e contraddittoriamente che alcuni perso­
naggi potenti avevano ricevuto il diritto di condurre acqua nelle pro­
prie case (aq. 94, 6).
Questi condotti repubblicani furono istallati con il permesso degli
altri senatori (ibid. ) (che poi fossero in uso condotti privati illegali
durante la Repubblica è un'altra storia, per la quale esistono più te­
stimonianze 106). Durante il periodo 33-12 a.C., quando Agrippa era
responsabile delle acque, le concessioni ai privati vennero assegnate

1 60
4• IL FUNZIONAMENTO DEGLI ACQUEDOTTl ROMANI

da lui (aq. 98, 2). Dopo la sua morte la situazione cambiò in modo
radicale e permanente. Il permesso di istallare un condotto privato
diventò un privilegio concesso dall'imperatore, un bene/icium princi­
pis (aq. 3, 2; 74, 4; 88, 2; 99, 3; rn3, 2-3; rn5, 1 ; 109, 5- 1 n, 1). Che
sia stato effettivamente così lo si è potuto dimostrare studiando i
nomi dei proprietari che appaiono sulle fìstule plumbarie. Fra i circa
300 nomi preservati c'è una chiara predominanza non solo dei sena­
tori, ma dei consolari, vale a dire di quei senatori che erano stati pro­
mossi al consolato dall'imperatore, godevano della sua fiducia e per­
ciò erano in buona posizione per avere un privilegio quale il permes­
so di allacciare un condotto privato 107 •
Malgrado Frontino indichi che l'acqua destinata al grande pub­
blico era importante per l'amministrazione e i legislatori, lo spazio
che dedica nel suo trattato alle questioni riguardanti le concessioni
private è molto più grande (indubbiamente un riflesso dello status so­
ciale e delle aspirazioni di Frontino e dei suoi lettori). Leggiamo dei
moduli per erogare l'acqua privata (aq. 37-63), leggiamo del giusto
modo di istallare un condotto privato (aq. 36; n3) 108 , viene sottoli­
neato che si può erogare l'acqua privata soltanto a seguito di litterae
del principe (aq. rn3, 2; rn5, 1), e sentiamo parlare, in termini in
parte poco chiari, del procedimento per allacciare e stampigliare il
tubo privato (aq. 105-rn6; rn9, 6; 1 12) 1 09• Malgrado l'acqua fosse un
bene/idum, sembra che i beneficiari dovessero pagare per il privilegio
(aq. nB, 1: «vectigalium reditu ad ius aquarum perlinentium»). Fronti­
no dedica spazio pure alla complicata questione del destino di una
concessione privata dopo la morte del concessionario. Sembra che in
origine una concessione sia subito scaduta dopo tale eventualità (con
eccezione delle concessioni ai bagni pubblici), mentre ai giorni di
Frontino si poteva sperare che il principe concedesse l'acqua agli ere­
di (aq. rn7-109).
Tutta questa attenzione riservata alle concessioni private ne fa in­
tendere l'importanza per i ceti più elevati a Roma. Infatti, per mante­
nere un tenore di vita adeguatamente lussuoso nell'epoca imperiale,
un approvvigionamento abbondante d'acqua era una conditio sine
qua non. L'acqua trovava uso negli horti e nei balnea privati dei ric­
chi e nobili, nelle loro fontane e giuochi d'acqua. L'acqua era neces­
saria anche per usi "industriali" che potevano interessare i ceti supe­
riori o i loro dipendenti, ad esempio per le fulloniche, i bagni pub­
blici, la lavorazione dell'argilla e, fuori della città, per l'irrigazione dei
campi. In un documento di epoca tardoantica sentiamo parlare del-
1'acqua erogata ai mulini ad acqua (C.Th. XIV, 15, 2 del 398 d.C.:
pensiones aquae molarum).
RO MA IMPERIALE

Frontino non registra il numero dei privati privilegiati, ma tramite


vari calcoli è possibile pervenire a una stima approssimativa fra i mil­
le e i duemila no. Si tratta di una cifra sproporzionata, dato che il
38% dell'acqua condotta a Roma veniva erogato a questo sparuto
gruppo di privati, mentre la popolazione nel suo complesso doveva
essere soddisfatta con quasi lo stesso volume, col 44 %. Nonostante
l'enorme quantità concessa ai privati, non tutti quelli che desiderava­
no un condotto privato venivano soddisfatti. ll numero dei detentori
di questo privilegio imperiale era ristretto. Le ampie testimonianze di
Frontino delle pratiche illegali in connessione con la distribuzione ne
sono la dimostrazione 1 u .

Come descrivere in poche parole il funzionamento dell'approvvigio­


namento idrico di Roma? ll sistema repubblicano, che funzionava in
larga misura secondo principi ad, hoc, fu seguito dalla creazione della
cura aquarum sotto Augusto. Con l'avvento della nuova amministra­
zione molte cose cambiarono. Per il regime imperiale gli acquedotti
furono parte dei provvedimenti con i quali si cercò di rafforzare il
potere accontentando sia i ceti alti che le grandi masse della popola­
zione. Ai ceti alti la cura aquarum offriva posti prestigiosi nell'ammi­
nistrazione e concessioni di condotti privati. Per la generalità degli
abitanti di Roma gli acquedotti garantivano l'acqua quotidiana, ma le
terme imperiali e gli spettacoli acquatici formavano una parte impor­
tante della politica popolare degli imperatori.
Gli acquedotti erano in grado di condurre un volume enorme
d'acqua a Roma, ma la legislazione severa sull'uso dell'acqua e le nu­
merose menzioni nelle fonti di "criminalità acquatica" sono testimo­
nianza del fatto che l'acqua rimase sempre una comodità relativamen­
te scarsa. Tenendo in mente questi aspetti, la cosa che forse più col­
pisce è la capacità degli imperatori di tenersi in equilibrio nella loro
politica di approvvigionamento idrico di Roma antica.

Note
* Ringrazio cordialmente Elio Lo Cascio e Fausto Zevi per gli utili consigli sul
contenuto e il curatore Lo Cascio per la revisione del mio italiano.
r. Le piramidi, a dire il vero, rappresentavano un'impresa alquanto scomoda per
l'amor proprio dei Romani, come viene evidenziato nel ben noto commento polemico
e sprezzante di Sesto Giulio Frontino (aq. r6): «A tante costruzioni, necessarie per
così ingenti quantità di acque, si potrebbe paragonare le piramidi veramente superflue
o altre opere dei greci, improduttive ma rese celebri dalla fama?» (trad. in P. Pace,
Gli acquedotti di Roma, Roma 1983, p. 250).

162
4, IL FUNZIONAMENTO DEGLI ACQUEDOTTI ROMANI

2. Sulle sette meraviglie del mondo antico cfr. di recente W. Ekschmitt, Die Sie­
ben Weltwunder, Mainz am Rhein r993 9 ; P. A. Clayton, M.J. Price (eds.), The Seuen
Wonders of the Ancient Wortd, London-New York t988. Nella civiltà ellenistico-ro­
mana s'incontrano ancora più varianti della lista delle sette meraviglie. La lista "cano­
nica" con le piramidi, i giardini pensili di Babilonia, il tempio di Diana ad Efeso, il
mall8oleo di Alicamasso, la statua di Zell8 ad Olimpia, il colosso di Rodi e il faro di
Alessandria sembra fissarsi solo durante il Rinascimento (così Clayton, Price, eds., The
Seuen Wonders of the Ancient Wortd, cit., p. ,-).
3. Per il rifornimento idrico nell'Europa medievale cfr. AA.VV., Die Wasseroersor­
gung im Mittelalter (Geschichte der Wasseroersorgung 4), Frontinll8-Gesellschs.ft ed.,
Mainz am Rhein t99 t. Cfr. anche B. Glie in M. Daumas (ed.), A History o/ Techno­
/,ogy and lnnouation, r, London t969 (ed. or. frane. t962), pp. ,-46 ss., n r , ,-,9; B.
Glie in M. Daumas (ed.), A History of Technol.ogy and lnnouation, u, London t980
(ed. or. frane. t964), pp. t t8-22, 5 u-30.
4. C. Bruun, The Water Supply of Ancient Rome. A Study of Roman Imperia/
Administration ( = WSAR), Helsinki r99t, non copre il periodo repubblicano e perciò
non tratta la senesi dell'approvigionamento idrico. Per la bibliografia generale degli
srudi sulla cura aquarum cfr. le note seguenti.
5. L'eccezione è costituita dalla esposizione ampia ma piuttosto senerale di A. T.
Hodge, Roman Aqueducts & Water Supply, London t992, pp. t9-47. Nulla si trova
sulle origini in R. Lanciani, Le acque e gli acquedotti di Roma antica, Roma r975 (ri­
stampa di Topografia di Roma antica. I commentarti di Frontino intorno le acque e gli
acquedotti. Silloge epigrafica aquaria, in "Memorie dell'Accademia dei Lincei", 4, t88o,
pp. 2 r5-6r6); Th. Ashby, The Aqueducts of Ancient Rome, Oxford r935 (trad. it. Gli
acquedotti dell'antica Roma, Roma t99r); AA.VV, Wasseroersorgung im antiken Rom,
Frontinus-Gesellschs.ft ed. , Miinchen-Wien r982; H. B. Evans, Water Distribution in
Ancient Rome. The Euidence o/ Frontinur, Ann Arbor t994. Brevi commenti in E. B.
Van Deman, The Buitding of the Roman Aqueducts, Washington (oc) t934, pp. 4 ss.;
G. Panimolle, Gli acquedotti di Roma antica, 1, Roma t984, p. 47; G. Pisani Sartorio,
A. Liberati Silverio (a cura di), Il Trionfo dell'acqua. Acqua e acquedotti a Roma N sec.
a.C.-xx sec. , Roma r986, p. 27.
6. Fra i lavori degli ultimi decenni che hanno portato a una migliore conoscenza
delle tecniche idrauliche affermatesi nell'Italia antica spiccano, a proposito delle opere
di drenaggio degli etruschi, J. B. Ward-Perkins, Etruscan Engineering: Road Building,
Water Supply, and Drainage, Hommage à A. Grenier, m, Bruxelles t96t, pp. t636-43,
in part. pp. t64t-43; S. Judson, A. Kahane, Underground Drainageways in Southern
Etruria and Northern Latium, in "Papers of tbc British School at Rome" , F (t963),
pp. 74-99. Brevemente anche in K. Grewe, Etruskische und romische Tunnelbauten in
ltalien, in "Mitteilungen des LeichtweiB-Instituts fiir Wasserbau der TU Braunsch­
weig" , to3 (t989), pp. IF·H, in part. pp. 134-7. Per gli antichi emissari del Lazio
cfr. V. Castellani, W. D ragoni, Opere arcaiche per il contro/I.o del territorio: gli emissari
sotte"anei artificiali dei laghi albani, in M. Bergamini (a cura di), Gli etruschi maestri
di idraulica, Perugia r99t, pp. 43-60; F. Coardli, Gli emissari dei laghi laziali: tra mito
e storia, ivi, pp. 3'-4t. L'opera edita da M. Bergamini contiene anche altri scritti pre­
sevoli sulle opere idrauliche degli etruschi. Contro l'idea di influenze ettll8che sulle
opere di drenaggio a Roma in età arcaica cfr. T. J. Cornell, The Beginnings of Rome.
ltaly and Rome /rom the Bron:ze Age to the Punic Wars (c. 1000-264 B.C.), London­
New York t995, pp. t64 s.
7. Coarelli, Gli emissari dei laghi laziali, cit., p. 40, che mette a confronto gli
emissari laziali con la famosa galleria di Eupalinos (Herod. 3, 60) a Samo. Anche
ROMA J MPERJALE

Hodge, Roman Aqueducts & Water SllfJply, cit., pp. 27-30 con altra bibliografia. I det­
tagli del confronto rimangono però da stabilire.
8. Cfr. di recente P. Guldager Bilde, I. Nielsen, M. Nielsen, Aspects o/ Hellenism
in ltaly: Towards a Cultura/ Unity? (Acta Hyperborea, 5, 1 993). In P. Zanker (Hrsg.),
Hellenismus in Mittelitalien, 1-2 (Abh. der Akad. der Wissenschaften in Gottingen.
Phil.-hist. Klasse. 3. Folge, 97), Gottingen 1976, va segnalato solamente F. Zevi, Ala­
tri, pp. 84-96, con alcuni commenti sull'acquedotto a pressione e le famose fetulae
solidae di Betilienus Vaarus (czz. x 5 807 = JLS 5348). La costruzione dell'Aqua Appia
(e della via Appia) come espressione di una nuova ideologia ellenistica intesa a ma­
gnificare il magistrato che ne era responsabile viene invece sottolineata da M. Humm,
Appius Claudius Caecus et la construction de la Via Appia, in"Mélanges de l'École
Française de Rome. Antiquité", 108 (1996), pp. 693-746, in part. p. 744.
9. Sul percorso dell'Appia e su alcune ipotetiche scoperte del tratto urbano cfr.
A. Mucci, in Pisani Sartorio, Liberati Silverio (a cura di), Il Trionfo dell'acqua cit., pp.
30-2; cfr. Lexicon Topographicum Urbis Romae, a cura di E. M. Steinby, 1, Roma 1993
(d'ora in avanti LTIJR) 1, pp. 61 ss.
10. Cosi anche M. Torelli in W. Eder (Hrsg.), Staat und Staatlichkeit in der friihen
riimischen Republik, Stuttgart 1990, p. 304. L'acquedotto sotterraneo antico di Ae­
semia (Isernia) sembra di poco più recente dell'Aqua Appia in base alle indagini di V.
Castellani, La struttura sotterranea dell'antico acquedotto di Aesernia asernia), in "Riv.
di Topografia Antica", 1 , 1991, pp. I I 3-28. Per l'acquedotto pre-romano di Ponte del
Ponte nell'ager Faliscus cfr. Ward-Perlcins, Etruscan Engineering, cit., p. 1 643. Va
menzionata anche la scoperta recente di un acquedotto sotterraneo della città etrusca
Musama, cfr. H. Broise, V. Jolivet, "Mélanges de l'École Française de Rome. Anti­
quité", 1 09, 1 997, pp. 445 s., che però dovrebbe essere posteriore all'Aqua Appia.
I I . H. Bauer, Cloaca, Cloaca Maxima, in 1, LTIJR, pp. 2 88-90. Ma la Cloaca Maxi­
ma correva come un canale scoperto nell'area del foro ancora nel tardo lii secolo a.C.
secondo Plaut., Cure. 476 e S. Platner, Th. Ashby, A Tapographica/ Lexicon o/ Ancient
Rome, Oxford 1929, p. 1 2 6.
12. Un'interessante illustrazione del rapporto fra emissari e acquedotti è rappre­
sentata dalle attività di M'. Curio Dentato, il costruttore del secondo acquedotto di
Roma (cfr. infra). Dopo aver prima svuotato il lago Velino con l'aiuto di un emissario,
procedette a costruire l'acquedotto Anio Vetus; cfr. RE, IV, 1 (1901), coll. 1 841-5, in
part. 1 842 (Miinzer).
13. Così, ad es., Pisani Sartorio in Trionfo dell'acqua, cit., p. 28; Evans, Water
Distribution, cit., p. 147.
14. Frontin. aq. 4, 1: «Ab urbe condita per annos quadringentos quadraginta unum
contenti fuerunt Romani usu aquarum, quas aut ex Tiberi aut ex puteis aut ex fontibus
hauriebant».
15. Evans, Water Distribution, cit., pp. 68 s. Ma su questo cfr. C. Bruun, "Phoe­
nix ", 49, 1995, p. 281.
16. Per di più Evans, Water Distn"bution, cit., p. 68 erroneamente dà per sconta­
to che l'antico toponimo Salinae indichi che si sarebbe estratto sale in questo luogo.
Invece secondo Platner, Ashby, A Topogrr;phical Lexicon, alle Salinae si trovavano solo
dei magazzini per il sale che veniva trasportato su per il fiume.
17. F. Coarelli, Il Foro Boario: dalle origini alla fine della repubblica, Roma 1988,
p. I I I .
1 8. S i può anche ricordare che l'Appia fu l'acquedotto più basso di Roma e per­
ciò era abbastanza naturale convogliare l'acqua in posti bassi, ad es. in riva al fiume.
19. Il rapporto fra la costruzione della via Appia e quella del canale delle Paludi
Pontine è stato evidenziato da Humm, Appius Claudius Caecus, cit., pp. 724-31. Sulla
4. IL FUNZIONAMENTO DEGLI ACQUEDOTTI ROMANI

storia di Roma durante la seconda guerra sannitica cfr. T. J. Cornell, in Cambridge


Ancient History•, vn. 2 , Cambridge r989, pp. 368-73.
20. Per un altro esempio di come il bottino di guerra veniva usato per la co­
struzione di un acquedotto cfr. Liv. 43, 4, 6: nel r70 a.C. il pretore Lucrezio fece
costruire un acquedotto per la città di Anzio ex manuhiis.
2 r . Sulla vita di M'. Curio Dentato cfr. Miinzer, RE, rv. r (r9or), coll. r84r-45.
22. M. Aberson, Temples votift et butin de guerre dans la Rome Repuhlicaine (Bi­
bliotheca Helvetica Romana 26), Rome-Genève r994, p. r95.
23. In generale sulla tecnica per condurre acqua cfr. Hodge, Roman Aqueducts
& Water Supply, cit., pp. 2 r 5-45.
24. M. Pennitz, Der "Enteignungs/att• im romischen Recht der Repuhlik und des
Prinzipats, Wien-Kèiln-Weimar r99 r , pp. 68-72. Il passo di Livio (40,5 r ,6) dice «ha­
huere [scil. censores] et in promiscuo praeterea pecuniam: ex ea communiter locarunt
tlljuam adducendam /ornicesque /aciendos. Impedimento operi /uit M. Udnius Crassus,
qui per /undum suum duci non est passus». Dal passo, in combinazione con il luogo di
Fest. 3 56 (L) «Retricihus cum ait Cato in ea, quam scripsit, cum edissertavit Fulvi Nohi­
lioris censuram, significat tlljuam eo nomine quae est supra viam Ardeatinam inter lapi­
dem secundam et tertiam; qua inrigantur horti infra viam Ardeatinam et Asinariam us­
que ad Latinam», si può dedurre che l'acquedotto fu in realtà costruito. L'impedi­
mentum causato da Licinio Crasso fu un ostacolo, ma non impedi ai censori di realiz­
zare l'impresa (cfr. l'uso del verbo locarunt). In passato si è invece sempre pensato
che l'acquedotto non fu realizzato, cfr. F. De Robertis, La espropriazione per pubblica
utilità nel diritto romano, Bari r936 (ed. anastatica Roma r972), pp. 6o-4 con ampia
discussione; anche Ashby, A Topographical Lexicon, cit. , pp. ro ss.; O. Robinson, The
Water Supply o/ Rome, "Studia et Documenta Historiae et Iuris", 46 (r980), pp.
44-86, in part. p. 49.
25. Alcuni rami maggiori per la distribuzione nell'urbe e nelle sue immediate vi­
cinanze presumibilmente avranno tratto in inganno molti osservatori già nell'antichità,
inducendoli a pensare che il numero degli acquedotti fosse più grande. Così troviamo
una lista contenente r9 acquedotti nei Cataloghi Regionari del rv secolo d.C., cfr. A.
Nordh (ed.), LJhetlus de regionihus urhis Romae, Lundae r949, pp. ror ss., e r4 ac­
quedotti elencati da Procopio, BG r ,r9,r3; cfr. anche Lancia.ni, Le acque e gli acque­
dotti di Roma antica, cit., pp. 397 ss.; Platner, Ashby, A Topographical Lexicon, cit.,
pp. 20-9; L ITJR I, pp. 42-5 ; pp. 60-73.
26. Per questi acquedotti Frontino naturalmente non ci può fornire dati, ma i
resti archeologici parlano da sé, cfr. lt Trionfo dell'acqua, cit., pp. r r 3-23; LITIR I, pp.
60 s.; pp. 70-2. Per l'Aqua Antoniniana e l'Aqua Alexandri(a)na bisogna ora tenere
conto delle suggestive proposte di R Coates-Stephens, The Watls and Aqueducts o/
Rome in the Early Middle Ages, A.D. 500-rooo, in "Journal of Roman Studies " , 88
(r998), pp. r66-78, in part. pp. r75 s.
27. Basti il riferimento generale allo studio esauriente di Hodge, cit.
28. Frontin. al/· uo: culpa male /acti operis.
29. Per gli interventi documentati archeologicamente cfr. le opere generali sugli
acquedotti romani citate sopra; per le fonti epigrafiche anche G. Lugli, (a cura di),
Fontes ad topographiam Veteris Urhis Romae pertinentes II, Roma r9:n, pp. r6r-2r5
passim.
30. G . Garbrecht, H. Manderscheid, Etiam fonte novo Antoniniano. L'acquedot­
to Antoniniano alle Terme di Caracalla, in "Archeologia Classica", 44 (r992), pp.
r93-234, in part. p. 2 3 r.
3 r. Su questo si ritornerà in seguito (cfr. PAR. 4.4).
ROMA JMPERIALE

32. Cfr. P. Hoffmann in Il Trionfo dell'acqua, cit., pp. 9-14; e le schede, ivi, pp.
15-22.
33. Testimonianze antiche sono Dian. Hai., 3, 67, 5 ; Strab., 5, 3, 8; Plin., N.H.,
36, 123; e ancora nella tarda antichità in Cass., Var. , 7, 6, 2-6.
34. A. V. Van Buren, Wasserl�iungen, in RE, VJJJA (19.55), coll. 453-85, in part.
465; ispirato da E. Curtius, Die stiidtischen Wasserbauten der Hellenen, in "Gesam­
melte Abhandlungen", 1, Berlin 1 894, pp. u 7-47, in part. p. 137: «Der AnschluB an
die Natur war also fiir die Technik der hellenischen Wasserleitungen das Charalueri­
stische im Gegensatz zu den Romem, welche in ihrer imperatorischen Weise deni
Bergquell die gerade Linie als Weg zur Hauptstadt vorzeichneten und Prachtbauten
hentellten, die von allen Bedin gungen des Bodenreliefs unabhiingig waren». Contro,
di recente Ph. Leveau, Research on Roman Aqueducts in the Past Ten Years, in A. T.
Hodge (ed.), Future Cu"ents in Aqueduct Studies, Leeds 1 99 1 , pp. 149-62, in part.
pp. 159 ss. Cfr. però N. Purcell, The Creation o/ Provincia/ Landscape: the Roman
lmpact on Cisalpine Gaul, in T. Blagg, M. Millett (eds.), The Early Roman Empire in
the West, Oxford 1990, pp. 7-29, in part. p . 7; Hodge, Future C°"ents in Aqueduct
Studies, cit., p. 7.
35. Secondo T. P. Wisenian, Clio's Cosmetics. Three Studies in Greco-Roman Li­
terature, Leicester 1979, pp. 86 s., il comportamento deplorevole che la tradizione
attribuisce al censore Appio Claudio è probabilmente un prodotto della ben nota tra­
dizione storiografica antidaudia della tarda Repubblica romana. In generale su Appio
Claudio, dr. di recente T. J. Comell, The Rise o/ Rome to 220 B.C., in Cambridge
Ancient History', VIJ.2., Cambridge 1989, pp. 395-9; Humm, Appius Claudius Caecus,
cit.
36. Sul significato di manubiae, di cui si è discusso ripetutamente, dr. da ultimo
Aberson, Temples voti/, pp. 89- 1 01 .
37. Su tutto questo dr. Abenon, Temples voti/, cit., pp. 193-8.
38. Un'altra notizia proviene da Plinio il Vecchio e ri guarda i costi per l'Aqua
Claudia e l'Anio Novus, che raggiungevano i 350 milioni di sesterzi (N.H., 36, 122).
Una valutazione dei costi (nel denaro di allora) è presentata da Lanciani, Le acque e
gli acquedotti di Roma antica, cit., pp. 564 s.
39. Per le obiezioni dei decemviri che interpretavano i libri Sibillini e il prolun­
gamento della costruzione Frontin. aq. 7, 5 , Per il monumento terminale dr. OL Ili, p.
846; Platner, Ashby, A Topographical Lexicon, cit., p. 26; M. G . Morgan, The lntro­
duction o/ the Aqua Marcia into Rome, 144-140 B.C., in "Philologus", 1 22 (1978), pp.
25-58, in part. pp. 25 s. (ma contra L71JR li, 1995, pp. 229 ss. [E. Papi]).
40. Nelle sue Res Gestae Augu sto dice «rivos aquarum compluribus /ocis vetusta/e
labentes refeci, et aquam quae Marcia appellatur duplicavi fonte novo in rivum eius in­
misso» (cAP. 20, 3). Si noti la prima persona «io rifeci...». Alla fine del testo vi fu
aggiunto dopo la morte dell'imperatore: «refecit... aquarum rivos» (App. 3).
41 . Si noti comunque che secondo Cass. Dio, 54, u , 7 anche l'Aqua Virgo fu
chiamata Augusta. Inoltre ci sono alcuni rami per la distribuzione II Roma che cele­
brano il nome dell'imperatore. Frontin. aq. 5, 6 ci informa che un nuovo ramo della
Appia fu chiamato ramus Augustae (aquae); per un cippo iscritto di questo condotto
scoperto di recente dr. G. Alfoldy, Studi sull'epigrafia augustea e tiberiana di Roma,
Roma 1992, pp. 59-64. Una nuova fonte della Marcia fu chiamata Aqua Augusta
(Frontin. aq. 12, 1), mentre in Frontin. aq. 2 1 , 2 troviamo lo specus Octavianus dell'A­
nio Vetus. Sotto Caracalla, la Marcia fu fornita di un nuovo /ons Antoninianus (aL VI
1245), mentre la derivazione dalla Marcia per le terme imperiali fu denominata Aqua
Antoniniana (LTVR 1, p. 69).

1 66
4• IL FUNZIONAMENTO DEGLI ACQUEDOTTI ROMANI

42. Cfr. , a parte le Res Gestae di Augusto, rutte le iscrizioni ricord1111ti interventi
ai condotti dell'Urbe, ad es. sotto Trai11110 OL VJ 1260 «aquam Traianam pecunia sua
in urbem perduxti e,,rptis locis». (Per le testimonianze in generale, cfr. Lugli, a cura di
Fontes, cit.) Notevole è che i nomi dei curatores aquarum non appaiano mai in con­
nessione con lavori pubblici agli acquedotti, con l'eccezione dei cippi menzionanti il
curatore A. Didio Gallo e due colleghi subordinati sotto Claudio (aL VJ, 1248, 31 559;
AE 1973, 35), e la fisrula CJL xv, 7330: «Aurelius Dionysius lib. Jec. I Imp. domini
nos(tri) Pii Fel. Antonini Aug. I succura Sulpici Prisci c. v. cur. aquarum». Per le ultime
novità cfr. ora D. Nonnis, Un patrono dei dendrophori di Lavinium. Onori e munife­
cenza in un dossier epigrafico di età severiana, in "Rendiconti della Pontificia Accade­
mia Romana di Archeologia", 68 (1 995-96) [ma 1999), pp. 235-62, in part. pp.
239-47.
43. Dopo che era stato edile nel 33 a.C., M. Agrippa continuò a essere responsa­
bile degli acquedotti ed a lui competevano anche le concessioni d'acqua ai privati
(Frontin. aq. 98,2).
44. Il riferimento di Frontino al senatus consultum del u6 a.C. probabilmente
indica che vi fu regolata la competenza dei questori. Si confronti Cic., Vat. 12 (del 56
a.C.) con la menzione della provincia aquaria che toccava a un questore.
45· QL X 4842 I. 1 6 ( = ILS 5743); QL X 8236; cfr. Bruun, WSAR, pp. 145 ss.
46. Frontino lo chiama operum suorum et munerum velut perpetuus curator (aq.
98.1), «curatore quasi a vita delle sue opere e munera» (trad. in Pace, Gli acquedotti
di Roma, cit.).
47. «Nova officia exrogitavit» dice Suetonio (Aug., 37) di Augusto, e la più parte
delle cariche menzionate concerne la capitale. In generale sulle riforme di Augusto
cfr. W. Eck, Augustus' administrative Reformen: Pr11gm11tismus oder s-ystematisches Pla­
nen?, ora in Id., Die Verwaltung des Romischen Reù:hes in der Hohen Kaismeit. Aus­
gewiihlte und erweiterte Beitriige, 1, Basel-Berlin 1995, pp. 83-102.
48. I senatus consulta sono citati in Frontin., aq. 1 00, 1 - 1 0 1 , 1 ; 1 04, 1 -2; 106, 1-2;
1 08; 125; 127; accompagnati nel testo di Frontino dal suo commentario.
49. Cfr. in dettaglio Bruun, WSAR, pp. 179-83.
50. Frontin. aq. 1 29.
5 1 . Alcuni atti di Augusto: Frontin. aq. 99, 3-4; di daudio: aq. 1 05 , 2; epistu/11
imperiale: aq. 105, 1 , 1 09, 6; mandata imperiali: no, 2-n 1 .
5 2 . Per i vari compiti assegnati ai curatores cfr. Frontin. aq. 1 00, 1 - 1 01 , 3 .
5 3 . Cfr. anche uno dei senatus consulta dell' n a.C.: «qui curatores 11qu11rum pu­
blù:arum ex consensu senatus 11 C11es11re Augusto nominati esseni» (Frontin. aq. 1 00, 1 ;
similarmente 104, 2).
54. Ancora sotto Claudio, cippi acquari menzionano tre curatores aquarum (CIL
1 248. 3 1 559; AE 1973, 35). Sulla questione, che comporta l'analisi di un materiale epi­
grafico e prosopografico di difficile interpretazione, cfr. Bruun, WSAR, pp. 160 s.; pp.
1 69-73; pp. 237-44. Cfr. anche W. Eck, Tra epigrafia prosopog,afia e archeologia. Scritti
scelti, rielaborati ed aggiornati (Vetera 10), Roma 1996, pp. 47 s. (scritto nel 1974); cfr.
pp. 90 s. (aggiunta).
55. La legge stabilisce anche che, nel caso che non ci fosse nessun curato, aqua­
rum, il compito toccava al praetor peregrinus (Frontin. aq. 129, 5).
56. I loro compiti e la loro funzione, che in verità sono abbastanza problematici,
verranno discussi più avanti.
57. Degli addetti che probabilmente erano impiegati in un ufficio della cura
aquarum conosciamo solo un 11 rommentariis 11qu11rum e due tabularli. Per le fonti epi­
grafiche cfr. Bruun, WSAR, p. 1 94.
ROMA IMPERIALE

58. Per le testimonianze cfr. Bruun, wsAR, p. 191. Per un quadro generale sui
vilici cfr. J.
ora Carlsen, Vilici and Roman Estate Managers unttl AD J84, Roma 1995,
in part. pp. 3 7 s. Frontin. aq. r r7, 1 menziona altri lavoratori qualificati non ancora
noti da iscrizioni.
J.
59. Sulla legge cfr. ora A Crook in M. H. Crawford (ed.), Roman Statutes, li,
London 1996, pp. 729 s., dove soltanto il passo in aq. 94, 3 viene considerato (mentre
vengono escluse le regolamentazioni relative a bagni e fulloniche e il vectiga/).
60. Crook (cfr. nella nota precedente) è indeciso se la cifra di 10.000 sesterzi
della multa rispecchi la situazione originale del n secolo a.C. o se sia stata moderniz­
zata.
6 r . Alcune fonti epigrafiche di epoca più tarda confermano l'esistenza della zona
vuota di 30 piedi, cfr. aL VI 1260 (109 d.C., riguardante l'Aqua Traiana); C. Th. xv, 2,
1 (un rescritto di Costantino del 3 3 0 d.C.).
62. Per i cippi cfr. Ashby, A Topographical Lexicon, cit., p. 57 (Amo Vetus), p.
93 (Marcia), p. 129 (Marcia Tepula [ulia) , pp. 161 s. ([ulia), p. 170 (Virgo). Per i soli
cippi trovati a Roma cfr. Lugli, Fontes ad Topographiam, cit., pp. 161-2 1 5 passim. Ci
sono anche scoperte più recenti, in particolare fuori Roma, cfr. ad es. Z. Mari, Nuovi
cippi degli acquedotti aniensi. Considerar.ioni sull'uso dei cippi acquari, in "Papers of
the British School at Rome" , 59 (199 1 ) , pp. 1 5 1 -75. Lo stesso autore (p. 168) ribadi­
sce comunque che non sempre i cippi avevano la funzione di terminatio. In particolare
più lontano da Roma spesso se ne trova uno solo, che piuttosto aveva il compito di
indicare la distanza.
63. Per una nuova edizione e trascrizione, la traduzione in inglese e un commen­
to cfr. ora Crawford (ed.), Roman Statutes, cit., pp. 793-800.
64. Per una sintesi più ampia rinvio alla sezione relativa nel mio Water Legisla­
tion in the Ancient World (c. JJOo a.e-e. A.D. 500), in 6. Wikander (ed. ) , Handhook o/
Ancient Water Technology, Leiden-Boston-Koln 2000, pp. 537-604, in part. pp.
5 9 5 -8.
65. Brevemente sull'espropriazione di terreno privato per gli acquedotti già Lan­
ciani, Le acque e gli acquedotti di Roma antica, cit., pp. 597 s.; in generale De Ro­
bertis, La espropriazione, cit., pp. 60-4, 69-72, 95-9, 122-36, 140-2; più di recente Pen­
nitz, Der �Enteignungsfall", cit., pp. 72-104.
66. Per gli eventi del 179 a.C. si veda sopra a n. 19. Sugli atteggiamenti sotto
Augusto e sotto Traiano rispettivamente dr. De Robertis, La espropriazione, cit., pp.
I I 6, l 34, l 36-42.
67. L'importanza della conoscenza personale del settore amministrativo viene
sottolineata nel preambolo, cfr. Frontin. aq. 1-2. Per pratiche disoneste scoperte da lui
stesso cfr. i passi citati a p. 142.
68. Il testo dimostra che alcune parti furono scritte sotto Nerva (aq. 1 ) , che morì
nel 98, mentre altrove è già menzionato Traiano (aq. 9 3 , 4).
69. Le altre sue opere comprendono gli Stratagemata (conservati), un lavoro di
teoria militare (perduto), e un lavoro sull'arte gromatica (conservato parzialmente).
Cfr. Frontin. aq. 2 , 3 : «in a/iis autem libris, quos post experimenta et usum rompo­
sui».
70. In generale per la natura del de aquaeductu cfr. Bruun, WSAR, pp. 1 3 -9;
Evans, Water Distribution, cit., pp. 53-64; anche J. De Laine, "De aquis suis? The
rommentarius of Frontinus" , in C. Nicolet (éd.) , Les littératures techniques dans l'anti­
quité romaine. Statut, public et destination, tradition (Entretiens Fondation Hardt 42),
Genève 1996, pp. r r7-45 (con la discussione ivi).
7 r . Per la bollatura delle fistule cfr. Bruun, WSAR, pp. 39-62 (incorrettamente
A. M. Ramieri, [ servizi pubblici (Vita e costumi dei Romani antichi 19), Roma 1996,

168
4. IL FUNZIONAMENTO DEGLI ACQUEDOTTI ROMANI

p. 68, secondo cui i bolli dovevano contenere il nome del funzionario responsabile
della concessione); per i salientes, cfr. Bruun, WSAR, pp. 104-6; per il rifornimento dei
lacus, cfr. ivi, pp. 106 ss.
72. Per un riassunto, cfr. Bruun, WSAR, p. 176.
7 3 . Per le iscrizioni menzionanti procuratores aquarum cfr. Bruun, WSAR, p. 231
(un liberto imperiale sotto i Flavi, quattro cavalieri del li e m secolo, un caso del IV
secolo). Per la lista dei funzionari sulle fistule cfr. Bruun, WSAR, pp. 2 10-2; per i fun­
zionari non qualificati come procuratori cfr. ivi, p. 2 1 3 .
74. Soltanto un procuratore per settore: cfr. ad es. H.-G. Pffaum, Procurator, RE
xxm. 1 (19,-7), coli. 1240-79, in part. col. 12,-7. Sulla questione degli specialisti e dei
non specialisti cfr. di recente W. Eck, La riforma dei gruppi dirigenti. L'ordine seMto­
rw e l'ordine equestre, in Storia di Roma n.2. L'impero mediterraneo. l principi e il
mondo, Torino 1991, pp. 7 3 - r r 8 , in part. p. 104; E. Lo Cascio, Le tecniche dell'ammi­
nistrav'one, in Storia di Roma n.2, cit., pp. r r9-9 1 , in part. p. 186 (rist. in Id. , li prin­
ceps e il suo impero. Studi di storia amministrativa e finan'/,Ì4ria romana, Bari 2000, pp.
1 3 -79, in part. p. 74).
71. Per calcoli della proporzione delle fistule sopravvissute cfr. Bruun, WSAR, pp.
63-72; per i procuratori sotto Domiziano, ivi, pp. 214-7; sotto Adriano, ivi, pp.
2 2 1 -3.
76. Su questo cfr. Bruun, WSAR, pp. 207-36; pp. 374-80, ora in parte accettato da
W. Eck, Oherlie/erung und historische Realitat: ein Grundprohlem der prosopographi­
schen Forschung, in W. Eck (Hrsg. ), Prosopographie und So'/,Ì4/geschichte, Koln-Wei­
mar-Wien 1993, pp. 36,--96, in part. pp. 387-92; Eck, La riforma dei gruppi dirigenti,
cit., p. 9 1 .
77. Sull'assenza dei curatores aquarum dalle fonti del n secolo d.C., cfr. l a di­
scussione in Bruun, WSAR, pp. 187-9; pp. 374 s.
78. Per la lista dei curatores e consul,zres aquarum et Minuciae si veda A. H. M.
Jones, J. R. Martindale, J. Morris, The Prosography o/ the Later Roman Empire, I,
Cambridge 1971, I, p. ro,-9.
79. Per le frumentatwnes a Roma cfr. in generale D. Van Berchem, Les distrihu­
twns de hlé et d'argent a la plèhe romaine sous /'Empire, Genève 1939; G. Rickman,
The Corn Supply o/ Ancient Rome, Oxford 1980. Per l'amministrazione del IV secolo,
cfr. A. Chastagnol, La pré/ecture urhaine t1 Rome sous le Bar-Empire, Paris 1960. Per
l'origine dd titolo curator aquarum et Minuciae cfr. C. Bruun, Acquedotti e condi'l.ioni
sociali di Roma imperiale: immagini e realtà, in La Rome impéria/e: démographie et
wgistique, Roma 1997, pp. 1 2 1 -n, in part. pp. 149-13.
80. Consul,zres aquarum in CII. VI 3866 = 3 1963 (36,- d.C.) e aL VI 386,- (381
d.C.); due comites formarum (CCL VI 176,-, inizio v sec.; la carica è menzionata anche
nella Notitia Dignitatum, 0cc. IV, ,- , ed. Seeck, p. r r 3 ) ; un trihunus aquarum (ccL xv
7260, v sec.).
8 r . Frontino narra che la /amilia puhlica fu pagata dall'aerarwm (aq., r r8 , 1),
mentre le spese della familia C'.aesaris venivano coperte dal fiscus (aq. r r8, 4). Sull'esi­
ste112.a di due entità nelle finanze di stato cfr. Lo Cascio, Le tecniche dell'amministra­
'l.ione, cit. , pp. 123 s.; pp. 160-73 ( = p. r7; pp. ,-0-62).
82. Si è discusso molto sul concetto antico della acittà di Roma". Lo studio at­
tento dd testo di Frontino mostra che per lui la città finiva al settimo miliario. Per la
discussione e questa conclusione cfr. Bruun, WSAR, pp. 147 s.
83. L'unica indicazione topografica viene da un'iscrizione che nomina un aqua­
rius dell'Anw Vetus stazionato al castellum Viae Latinae contra dracones (CCL VI, 234,-),
da localizzare al quarto miglio della via Latina secondo LTUR I, p. 4,- (Z. Mari). Ma in
termini frontiniani", questo castello era ancora intra urhem (cfr. nota precedente).
9
ROMA IMPERIALE

84. Incontriamo il tema dell'imprenditore edilizio disonesto 1111che in Liv., ,, 3 , 6


e Plin., ep., 1 0, 38 (in Asia Minore).
8,. Per l'uso di redemptores dur1111te l'epoca repubblic111111 dr. Frontin. aq. 96.
L'iscrizione OL XIV, 3530 ci fa conoscere un certo L. Paquedius Festus, redemptor
operum Caesar(is) et p'4f)licorum (sic), il costruttore della galleria dell'Aqua Claudia
sotto il Mons Aejlanus vicino II Tivoli; altri redemptores connessi con la costruzione
degli acquedotti non sono noti.
86. Sulla questione in generale dr. Bruun, WSAR, pp. 198-206; pp. 237-244.
87. Frontin. aq. n7, 4; trad. in Pace, Gli acquedotti di Roma, cit., p. 306.
88. Per le attività illegali in connessione con 111 distribuzione d'acqua agli utenti
privati, dr. più avanti.
89. Purtroppo nessuna traccia di queste pi1111te ci è pervenuta. Per una pianta di
un condotto suburb11110 con erogazioni II privati si veda m V1 1261 con Liberati Sil­
verio in Il Trionfo dell'acqua, cit., pp. 174 s. Al posto di una pianta abbiamo 111 de­
scrizione della distribuzione d'acqua in un centro urbano iscritta su una tabella trova­
ta II Lucus Feroniae (AE 1978, 296), raffigurata in W. Eck, Die Wasserversorgung im
romischen Reich: sozio-politische Bedingungen, Recht und Administration, in Die Was­
serversorgung antiker Stiidte (Geschichte der Wasserversorgung 2), 11 cura della Fronti­
nus-Gesellschaft, Mainz am Rhein 1987, pp. 49- 1 01 , in part. p. 86. Sul concetto di
forma cfr. anche C. Moatti, Archives et partage de la terre dans le monde romain (n.
siècle avant - I. siècle après ].-C.), Coll. de l'École Française de Rome, 173, Rome
1993, pp. 43-8 con 111 pianta II p. 47.
90. Invece che i volumi dei singoli acquedotti misurati da Frontino raramente
fossero congruenti con le cifre nei commentarli (aq. 65-73 passim) non si spiega ne­
cessariamente come 111 conseguenza del fatto che le notizie d'archivio erano antiquate,
ma con l'impossibilità durante l'epoca romana di misurare esattamente i volumi di
acqua corrente.
9 1 . Bruun, WSAR, pp. 1 94-6; e su vari aspetti della prassi di archiviazione cfr. ora
Moatti, Archives et partage, cit.
92. N. Puree!!, The Arts of Government, in J. Boardman et al. (eds.), The Oxford
History of the Classica! World. The Roman World, Oxford 1986, pp. 150-80, in part.
p. 175. CTr. infatti K. G. Holum, lnscriptions /rom the Imperia/ Revenue Office o/ By­
zantine Caesarea Palaestina, in AA.VV., The Roman and Byzantine Near East: Some Re­
cent Archaeologica! Research ("Joumal of Roman Archaeology", Suppi. 14), Ann Ar­
bor 1995, pp. 333 -45 per 111 scoperta II Cesarea di Palestina di un locale che «likely
housed part of the officium of the proconsul» (p. 333), una conclusione b11s11t11 su
iscrizioni tardoantiche.
93. CTr. in generale J. Stambaugh, The Function of Roman Temples, in Aufslieg
und Niedergang der Romischen Welt, 11, 1 6, 1 (1978), pp. 554-608, in part. p. 582.
94. Le iscrizioni sono presentate e ristudiate da M. K11j11v11, Le iscrizioni ritrovate
nell'area del lacus luturnae, in E. M. Steinby (ed.), Lacus luturnae, !, Roma 1989, pp.
34-56, in part. i numeri 1 , 6, 9, 10.
9.5. CTr. la lettera di Lanciani nella rivista inglese "The Athenaeum", ora ripub­
blicata in R. Lanciani, Notes /rom Rame, edited by A. L. Cubberley, British School at
Rome 1988, p. 328 (tenera del 9 febbraio 1901): «lt 11ppears from these inscriptions
that the neighbourhood of the spring of Jutuma WIIS selected by the offìcers of the
Department of Waters as II suitsble piace for the erection of their votive records; but
this fact does not imply that the seat of the department was 11ctually in that room».
96. CTr. E. M. Steinby, " Gnomon", 62 (1990), p. 3.5.5; End., LTIJR 111, Roma 1 996,
p. 170, s.v. Lacus luturnae.

1 70
4• IL FUNZIONAMENTO DEGLI ACQUEDOTTI ROMANI

97. e. Bruun, • Statio aquarum", in Steinby (ed.), Lacus luturnae, 1, cit., pp.
1 27-47; Bruun, WSAR, pp. 19.5 ss.
98. Bruun, •Statio aquarum", cit., pp. 14.5 s. C'è da augurarsi che investigazioni
future e la pubblicazione finale degli scavi del /acus luturnae possano risolvere, in
modo positivo o negativo, la questione della localizzazione dell'ufficio della cura aqua­
rum presso il /acus.
99. Cfr. F. eoarelli, L'area sacra di Largo Argentina, in F. eoarelli et al., L'area
sacra di Largo Argentina, 1 , Roma 1981, pp. 9-.5 1 , in pan. pp. 42-9. Per una revisione
critica, Bruun, •Statio aquarum", cit., pp. 139-41. Inoltre è da tenere presente che
recenti scopene archeologiche sul Gianicolo indicano un altro tipo di rappono fra gli
acquedotti e l'approvvigionamento di grano. Si tratta di mulini ad acqua dell'inizio
del m secolo, cfr. M. Beli (m), Mulini ad acqua sul Gianicolo, in • Archeologia Lazia­
le" I I (1993), pp. 6.5-72; Id., An Imperia/ F/our Mili on the Janiculum, in Le ravitaille­
menl en blé de Rome et des centres urbains des débuts de la Rfpublique jusq'au Haut
Empire (Actes colloque Naples 1991), Naples-Rome 1994, pp. 73-89. Si potrebbe per­
ciò ipotizzare una motivazione funzionale piuttosto che topografica per la nascita della
cura aquarum et Minuciae, cfr. Beli, Mulini ad acqua, cit., p. 72; Beli, An Imperia/
Flour Mili, cit., pp. 8.5-7. I dati più recenti (scavi 1 998-99) verranno pubblicati da
A. I. Wilson.
1 00. L'opera di Frontino contiene ampie informazioni sulla capacità dei nove
primi acquedotti (aq. 6.5-86), che comunque hanno solo un valore relativo, dato che i
romani non conoscevano un metodo esatto per misurare il volume di acqua corrente.
Per i calcoli del volume d'acqua e le difficoltà metodologiche cfr. Bruun, "Statio
aquarum", cit., pp. 126-30.
1 0 1 . Per il rappono fra acquedotti e balnea, cfr. la sintesi in Leveau, Research on
Roman Aqueducts, p. 1 .5 8; anche Hodge, Roman Aqueducts & Water Supply, cit., pp.
4 s.; Bruun, Acquedotti, cit., pp. 12.5 s. per i rapponi fra acquedotti e terme imperiali
a Roma.
1 02 . Per la tripartizione ad es. Frontin. aq. 78, 3. Anche in Vitruvio (8, 6, 2) si
parla di una tripanizione della distnbuzione urbana, per lacus e sa/ientes, le balneae, e
le domus p,ivatae. Il trattato di Vitruvio non è comunque molto significativo per
Roma, sia perchè riguarda una città senza la presenza della eone imperiale, sia perché
in pane teorico; cfr. su questo e. Ohlig, Vitruvs castellum aquae und die Wasserver­
sorgung im antiken Pompeji, in "Schriftenreihe der Frontinus-Gesellschaft", 19 (199.5),
pp. 124-47; Id., Neue Erkenntnisse uber die Wasserversorgung im antiken Pompeii, in
"Schriftenreihe der Frontinus-Gesellschaft", 22 (1997), pp. .57- 1 02, in pan. pp. .5 8-63;
mentre meno valido e in pane erroneo è A. T. Hodge, In Vitruvium Pompeianum:
Urban Water Distribution Appraised, in "American Joumal of Archaeology" , 1 00
(1996), pp. 261-76. L'erronea idea che della raccomandazione di Vitruvio, 8, 6, 2 sul­
la distribuzione d'acqua si possa trovare una verifica a Pompei è dura a morire, cfr.
ancora R. Laurence, Roman Pompeii Space and Society, London-New York 1994, pp.
44-6. Su questo cfr. il lavoro definitivo di C. Ohlig di prossima pubblicazione, pre­
sentato all'Università di Nijmegen come tesi di dottorato nel 2000.
1 03. In generale sull'approvvigionamento idrico a Roma e la situazione dei vari
ceti sociali cfr. Bruun, Acquedotti, cit.
1 04. Frontin. aq. 1 04, 2: «uti in usum populi funderent»; Vitr., 8, 6, 2.
1 0.5 . Eck, Die Verwaltung des Romisches Reiches, cit., p. 234.
I 06. Durante la repubblica, troviamo menzioni di appropriazioni illegali d'acqua
dagli acquedotti anche nel 1 84 a.e. (Liv., 39, 44, 4; Plut., Cato, 19), nel 144 a.e.
(Frontin. aq. 7, 1 ) e nel .50 a.C. (Frontin. aq. 76, 1 -2, su cui cfr. R. H. Rodgers, Fronti-
ROMA IMPERIALE

nus Aq. 76,2: An Unnoticed Fragment o/ Caelius Ru/us?, in • American Journal of Phi­
lology" , 103 , 1982 , pp. 333-7).
107. W. Eck, Die fistu/.ae "'l_uariae der Stadi Rom. Zum Ein/luft des sovakn Status
au/ administratives Handeln, in S. Panciera (a cura di) , Epigrafia e ordine senatorio, I
(Tituli :s), Roma 1982, pp. 197-22:s, in part. p. 207 per il predominio dei consolarL Si
confronti Bruun, WSAR, pp. 77-9:s; Bruun, Acquedotti, cit., pp. l4:S·9·
108. Sul calix, finora non trovato a Roma, cfr. Bruun, WSAR, pp. 41-4; nello stes­
so senso H. B. Evans, •American Joumal of Archaeology" , 98 (1994), p. 176; incor­
rettamente Ramieri, I serviz.i puhblici, cit., p. 69.
109. Sulla prassi di stampare le fistule cfr. Bruun, WSAR, pp. 39-62.
no. Sul metodo per arrivare a tale stima cfr. Bruun, WSAR, p. 70; Bruun, Acque­
dotti, cit., p. 146.
I I I . Per le pratiche illegali cfr., a parte la testimonianza di Frontino citata a p.
142, Tac., ann. , r:s, 43: <ttJlllua privatorum licentia intercepta». Fuori Roma i proprietari
fondiari perforavano gli acquedotti, cosi Plin., N.H. , 3 r , 42.
5
Case e abitanti a Roma
di Andrew Wallace-Hadrill

5.1
Introduzione
Oggi è possibile sostare alla sommità di via in Selce, subito prima di
piazza San Manino ai Monti, là dove era l'antico Clivus Suburanus, e
osservare la facciata di una casa dell'alto impero: alla base vi sono
cinque pilastri di grandi blocchi di travertino, che sostengono la mu­
ratura in laterizi delle entrate a negozi tamponate nel medioevo, so­
pra cui si allineano gli archi, anche loro tamponati, di una fila di :fine­
stre. È possibile individuare gli stessi cinque pilastri in travertino sui
frammenti della pianta marmorea della città dell'inizio del terzo seco­
lo 1 • Si può anche comprendere che tale costruzione è stata trasfor­
mata in una delle sontuose aule absidate tipiche della tarda antichità,
prima di divenire proprietà della chiesa e, infine, il convento di Santa
Lucia in Orpheo ". È possibile, seguendo il toponimo medievale, ren­
dersi conto della vicinanza dell'antico lacus Orphei, una fontana orna­
mentale pubblica individuabile sulla pianta marmorea e debitamente
inserita nelle liste del guano secolo dei Cataloghi Regionari della cit­
tà 3 • Il lacus era pochi metri più su, di fronte alla chiesa di San Marti­
no ai Monti. È possibile leggere gli epigrammi di Marziale che la­
menta la fatica di salire su per il Clivus Suburanus, tra la sporcizia, la
confusione e il fragoroso passaggio dei carri carichi di pietre da co­
struzione, che, senza dubbio, provenivano dalle cave di Tivoli diretti
ai continui lavori imperiali di costruzione nel Foro, e immaginare la
precisa posizione della casa del suo amico e patrono Plinio il Giova­
ne, anch'essa individuabile sulla pianta marmorea 4 • A tal punto il
tessuto urbano dell'antichità è presente, quasi sommerso nelle struttu­
re successive di una città che non conosce soluzioni di continuità nel
suo abitato, e tuttavia ancora percepibile allo sguardo informato.
Potenzialmente, le abitazioni private della città di Roma sono co­
nosciute in modo migliore rispetto a quelle di altre città dell'impero

1 73
ROMA IMPERIALE

romano, comprese Pompei, Ostia e Timgad. Sono meglio note, poi­


ché sono documentate da un insieme convergente di diversi tipi di
testimonianze, una situazione unica: ricorrenti descrizioni nelle fonti
letterarie, le quali, sia in termini generali che nei dettagli, sottolineano
ripetutamente il ruolo centrale che le abitazioni private giocavano
nella vita pubblica della metropoli; un'abbondanza di iscrizioni, che
includono dozzine di nomi su ./istulae di piombo che permettevano
all'antico operaio, e permettono ancora a noi, di identificare la pro­
prietà privata di un singolo '; registrazioni ufficiali, sia piante che li­
ste, di un'amministrazione cittadina che considerava la conoscenza
dettagliata della localizzazione degli abitanti un fondamentale stru­
mento di controllo 6; e ancora gli infiniti resti archeologici di antiche
strutture sepolte sotto una città che si è trasformata nel tempo, trami­
te continue modifiche e accrescimenti, conservando residui delle sue
stesse origini.
Questo capitolo non può far altro che cercare di cogliere il tessu­
to urbano della metropoli e il senso delle sue trasformazioni. E ciò
può farsi con difficoltà, poiché, malgrado l'abbondanza di fonti, tale
aspetto della città è forse quello meno ampiamente analizzato e stu­
diato. Sebbene negli ultimi anni siano stati esaminati specifici elemen­
ti, alcuni con efficaci risultati, tuttavia non esiste una sintesi sul tema,
a cui il lettore possa essere rinviato 7 • La ragione per la quale gli stu­
diosi hanno trascurato questo tema risiede solo in parte nella diffi­
coltà di fare i conti con una documentazione estremamente frammen­
taria. Probabilmente ne è maggiormente responsabile l'immagine stes­
sa che noi abbiamo della città imperiale: la città degli imponenti mo­
numenti, delle impressionanti strutture pubbliche, che facevano con­
siderare poco importante la sordida particolarità delle strutture do­
mestiche private, che si addicevano di più a città minori come Pom­
pei e Ostia. Se non fosse per questa immagine, non riusciremmo a
spiegarci la distruzione gratuita, avvenuta ancora nel 1948, di un inte­
ro quartiere della città, che era emerso durante la ricostruzione della
stazione Termini e di piazza dei Cinquecento 8• È difficile pensare
che un monumento pubblico a Roma avrebbe subito, senza esitazio­
ne, un trattamento così sbrigativo.
La nostra documentazione sarà anche frammentaria e imprecisa,
eppure non possiamo comprendere la Roma imperiale senza di essa.
Una città senza le sue abitazioni è spopolata, senza vita, alla mercè
delle affermazioni retoriche di autorità dei grandi monumenti. Persi­
no questi stessi monumenti perdono significato senza il loro contesto
domestico. Comprendere la città di Roma vuol dire cogliere una con­
tinua tensione: da un lato, una popolazione in fermento, alla ricerca

1 74
5 . CASE E AB[TANTI A ROMA

dei propri interessi, noncurante del bene comune, commercianti che


si riversano dagli usci delle loro porte sul suolo pubblico, speculatori
che costruiscono abitazioni a caso per massimizzare il profitto in uno
spazio ridotto (Marziale 7, 6 1, r- ro); dall'altro, la spinta poderosa al­
l'ordine pubblico di una città imperiale, che vede nel suo volto urba­
no lo specchio della maestà dell'impero 9•
La medesima tensione è percepibile anche nell'assetto viario. Da
una parte, dettato dalla complessità topografica dei pendii di tufo in­
terrotti da corsi d'acqua che discendono alla piana del fiume soggetta
alle inondazioni, si nota un coacervo di strade tortuose, che, già nella
tarda Repubblica oggetto di derisione da parte di coloro che cono­
scevano le grandi città regie dell'oriente ellenistico, ancora continua a
lasciare traccia considerevole sulla pianta marmorea di età severiana,
e continua con la via in Selce a snodare il proprio percorso in salita
ancora nel medioevo e sino al presente 10 • Dall'altra, i grandi piani
rettilinei delle autorità, che desideravano dimostrare il proprio potere
e fare della città un monumento dell'imperialismo, dai grandi dinasti
repubblicani, attraverso Cesare, fino a Sisto v o ai vincitori del Ri­
sorgimento o, in quanto romano, come intendeva essere, a Mussolini.
Ma la realtà della città imperiale non è rappresentata né dall'intrec­
ciarsi delle attività di un formicaio umano, né dalla grandiosità delle
strade da parata, ma dal dialogo cangiante nel tempo tra le due
cose.
Un ultimo punto deve essere considerato in apertura. È vero che
Roma rivela, forse più di ogni altra città, una straordinaria continuità
nell'abitato in un'area densamente concentrata, per un periodo di
quasi tre millenni. Tale continuità limita costantemente le scelte degli
abitanti, che possono raramente cominciare dal nulla, come nel caso
di un'area non edificata. Ma, sebbene le possibilità di scelta siano ri­
strette, l'enfasi è sempre diversa, cosicché ogni periodo possiede un
tratto che è fondamentalmente differente da quello che lo precede.
Questi cambiamenti nel modo in cui si forma il tessuto urbano ri­
specchiano, con sorprendente fedeltà, i mutevoli imperativi politici
quotidiani: dalla frenetica competizione individualistica della nobiltà
della fine della Repubblica, alla preoccupazione imperiale per il con­
trollo delle masse urbane, tramite un abitato regolare e una sorve­
glianza amministrativa, al riemergere, nel tardoantico, dello splendore
dei nobili con il ritiro dell'ombra della presenza imperiale dalla capi­
tale. Questo capitolo tenterà di seguire questi ampi mutamenti degli
imperativi politici, mentre guarda al tessuto urbano nel suo comples­
so, nella relazione tra le case dei potenti dei ceti dirigenti e le struttu­
re utilitarie degli artigiani e del proletariato, e ancora tenterà di indi-
ROMA IMPERIALE

viduare i rapporti del privato con il pubblico, del profano con il sa­
cro, tenendo presente che ogni periodo incorpora letteralmente fram­
menti dei passati, dai quali esso stesso si è sviluppato.

5 .2
La Roma più antica

Guardando indietro dal punto di osservazione dell'età augustea, era


preservata un'immagine di un lontano passato, un'età di innocenza e
semplicità, che era l'immagine riflessa dell'età d'oro augustea, con i
suoi edifici di marmo splendente. La capanna di Romolo era il sim­
bolo di questo mondo primitivo, essendo Romolo l'ultimo di una se­
rie, che risaliva ad Evandro, di capi-tribù sul Palatino, che tra bo­
schetti e grotte e luoghi sacri giacevano su pelli di animali stese sul-
1'erba a bere in coppe di legno e sorvegliavano il gregge che belava
nel foro e alle eleganti Carinae (Aeneid., 8, 361). Le superstiti buche
di pali di capanne dell'età del ferro, che appaiono congruenti con il
modello costruttivo di un'urna a capanna d'impasto, avvalorano il
mito successivo, confermando l'esistenza di insediamenti dell'età del
ferro sulla sommità del Palatino, dell'Esquilino e dell'Aventino n. Ma
è anche importante, per comprendere l'età storica, il fatto che la ca­
panna di Romolo sia stata accuratamente conservata come reliquia
storica, sul cui metro progresso o declino avrebbero potuto esser mi­
surati con adeguata riflessione morale 12 • I Romani sin dall'inizio vive­
vano in mezzo alle tracce visibili del loro passato.
Se la capanna di Romolo fu custodita gelosamente come una reli­
quia di un passato pre-urbano, allo stesso modo la casa del suo suc­
cessore Numa fu una reliquia della fase proto-urbana. La leggenda
attribuiva diverse ubicazioni alle case di ciascuno dei sette re, quella
del sabino Tito Tazio sul Campidoglio, quella di Tullo Ostilio sulla
Velia, quella di Tarquinio Prisco vicino alla Porta Mugonia, quella di
Servio Tullio sull'Esquilino e così via 1 3 • Ciascuna di queste case era
situata dove in seguito sorgerà un luogo sacro: quella di Numa di­
venne la Regia, al termine del Foro. Gli scavi americani della Regia
hanno evidenziato quattro principali fasi di costruzione, tra la fine del
VlI e la fine del V1 secolo, su un gruppo di capanne dell'età del ferro.
Sebbene le quattro fasi mostrino cambiamenti sostanziali, esse hanno
in comune un modello caratterizzato da un gruppo di tre stanze che
si aprono su un irregolare cortile colonnato 1 4 • I confronti con i coevi
"palazzi" etruschi di Acquarossa o di Murlo conferman o che Roma

176
5 . CASE E ABITANTI A ROMA

qui, come in altri aspetti della cultura materiale, riflette gli sviluppi
dell'Italia centrale.
Lo stesso si può dire per quanto riguarda le domus aristocratiche
evidenziate dagli scavi di A. Carandini alle pendici del Palatino 1' . Il
quadro che emerge è quello di una sequenza di case, di forma all'in­
circa rettangolare, di dimensioni notevoli (ca. 900 m2 ), che risalgono
alla fine del VI secolo e continuano a essere ininterrottamente, a
quanto sembra, utilizzate, fino alla tarda Repubblica. In base alla ri­
costruzione che ne viene fatta, la forma di tali case è, sin dall'inizio,
comparabile a quella della classica casa ad atrium, con uno stretto
ingresso fiancheggiato da negozi, che si apre su un ampio cortile con
la caratteristica disposizione cruciforme di un'area centrale di ricevi­
mento (tablinum) con ai due lati degli ambienti (alae). Nella ricostru­
zione proposta, i cortili presentano un impluvium centrale, che sugge­
risce tetti spioventi verso l'interno. Le fondazioni sono in pietra vul­
canica locale, cappellaccio, e presumibilmente sostenevano muri di
fango e argilla battuta; questi sopravvivono fino alla fine del m seco­
lo, quando si ha una ricostruzione su ampia scala in opus caementi­
cium.
Malgrado la inevitabile frammentarietà della documentazione, è
possibile tuttavia rendersi conto che queste strutture domestiche si
inquadrano nel modello del contemporaneo mondo etrusco, con la
Casa dell'Impluvio di Rosellae di VI secolo, o con le case di Regis­
villae dello stesso periodo, o le ben documentate strutture della Mar­
zabotto del v secolo 1 6• Il fatto che Roma continui a procedere di
pari passo con gli sviluppi in Etruria e in Italia centrale, dalle sue
urne a capanna, attraverso i suoi palazzi arcaici, fino alle prime abita­
zioni ad atrium, ha per noi la rassicurante conseguenza di garantirci
che, per quanto la documentazione a nostra disposizione sia scarsa,
possiamo essere ragionevolmente certi del quadro generale. Ciò tende
anche a confermare il quadro offerto dagli scrittori del 1 secolo a.C.,
che esplicitamente consideravano la casa ad atrium come una struttu­
ra tradizionale, ed attribuivano la sua forma alla diretta influenza
etrusca. Il quadro è inoltre confermato dalla scoperta di una grandio­
sa villa, Il dove la via Flaminia attraversa il Tevere (il sito adibito alla
costruzione dell'odierno Auditorium), con un'evidente struttura ad
atrium, databile al III o 1v secolo a.C., mentre le strutture precedenti
risalgono sino al sesto secolo con mura imponenti di costruzione iso­
domica di conci ben tagliati 1 7 •
La cosa più difficile è procedere da simili tracce e confronti per
giungere a un quadro delle strutture sociali e familiari sottese ad essi.
Gli autori successivi non solo consideravano la forma della casa ad

1 77
ROMA IMPERIALE

atrium come una tradizione antica, ma la associavano anche esplicita­


mente ad alcuni aspetti caratteristici di strutture sociali romane pre­
sumibilmente tradizionali. La prima è la /amilia, costituita attorno al
ruolo dominante del pater/amilias (una parola che Vitruvio e altri
considerano equivalente a "padrone di casa"), con il suo corrispettivo
nella mater/amilias, ed il suo incontrastato potere su quelli in pote­
state: i figli, gli schiavi e, salvo che non ne fosse dispensata, la moglie.
La stretta connessione di domus e /amilia trova espressione simbolica
in diversi aspetti caratteristici e rituali: la posizione del letto matrimo­
niale, lectus genialis, nell'atrium centrale di fronte all'ingresso; o l'a­
spettativa fortemente sottolineata che la mater/amilias circolasse visi­
bilmente nell'area centrale, leggendariamente colta nel tessere nottur­
no di Lucrezia, espressivo di per sé della cura per il benessere dell'in­
tera famiglia, opposta alla forza distruttiva dell'adultero tiranno Sesto
Tarquinio 18•
Se la domus aristocratica di sesto o quinto secolo esprimeva l'indi­
pendenza e l'autosufficienza dell'unità familiare, non può aver rappre­
sentato allo stesso tempo la gens. È necessario sottolineare tale punto,
a causa della disinvoltura con cui parliamo di case degli "Octavii" o
"Claudii" o "Domitii". L'esposizione dei ritratti di famiglia, imagines
maiorum, tutti collegati in una linea di discendenza, che nelle descri­
zioni letterarie costituiscono una parte così straordinaria dell'immagi­
ne della casa, sembrerebbe suggerire discendenti di illustri gentes che
continuano ad avere un'unica sede. Si dice che nella tarda Repub­
blica un ristretto numero di famiglie avesse conservato l'usanza tradi­
zionale di vivere insieme in unità familiari estese: Plutarco (Aemilius
Paullus 5.4) racconta che nella casa degli Aelii Tuberones, vivevano
insieme sedici parenti, "tutti Aelii", con le rispettive famiglie. Ma
neanche qui si tratta di una gens, quanto piuttosto di un gruppo fa­
miliare esteso.
La gens è qualcosa di fondamentalmente diverso dalla /amilia e
anche da moderne nozioni di "famiglia aristocratica", per quanto nu­
merosi siano i membri che la compongono 1 9 • Essa è costituita da un
gruppo legato da antenati comuni, associato da un nome comune, co­
muni diritti e pratiche rituali, la cui funzione nota più importante era
di costituire, nella strutturazione formale dello stato cittadino, l'unità
intermedia tra la famiglia e la curia. Non vi sono prove e non è nem­
meno plausibile che la gens vivesse in comune in una singola struttu­
ra. E non è neanche facile comprendere in che modo rami che si de­
finivano come tali di gentes, come i Cornelii Scipiones o i Domitil
Ahenobarbi, possano aver conservato una singola "sede familiare"
per più di alcune generazioni, a meno che le loro strategie riprodutti-

178
5. CASE E ABITANTI A ROMA

ve non fossero in grado, per caso o di proposito, di assicurare che


non vi fosse mai più di un pater/amilias all'interno della famiglia nello
stesso momento.
Quindi, se fosse vera l'ipotesi che le domus sul Palatino erano
quelle delle minores gentes di Tarquinio il Superbo, allora dovremmo
sostenere o che le unità sociali alle quali le domus servivano siano
cambiate radicalmente nel corso del tempo, o che le domus siano sta­
te concepite fin dall'inizio per una /amilia dominante all'interno di
una gens. Il confronto con le costruzioni di Marzabotto, che ha la
classica forma di una città coloniale in cui la famiglia autonoma rap­
presenta l'unità base, non favorisce l'idea che la domus romana, così
come è attestata sul Palatino, fosse qualcosa di diverso dalla casa di
una famiglia 20

La seconda struttura sociale tradizionalmente connessa con la for­


ma della casa ad atrium era la clientela. In età storica, è evidente che
la disposizione dello spazio della casa ad atrium facilitasse alcune del­
le caratteristiche che definivano i rapporti rituali tra patrono-cliente.
L'enorme porzione di spazio riservata a quelle che noi chiameremmo
"aree aperte", quelle non separate da porte, ma che permettevano la
circolazione di chiunque avesse oltrepassato la soglia di casa, e che
consisteva nell'atrio stesso e nella triade di "spazi aperti" collegati ad
esso, il tablinum e le alae, senza dubbio facilitava quella specie di ri­
cevimento pubblico in massa, individuato nelle descrizioni del rituale
della salutatio mattutina della fine della Repubblica e dell'inizio del­
l'impero 2 1 • L'effetto dell'organizzazione architettonica era che la vista
dalla porta d'ingresso, attraverso le fauces, nel cuore della casa funge­
va da magnete visivo per attirare il passante; ciò coincide bene con il
desiderio competitivo del candidato alle cariche di ampliare il suo en­
tourage, descritto da Cicerone 22

Ma anche in questo caso, il problema è che le stesse strutture del-


1'architettura domestica, che nella tarda Repubblica avevano una fun­
zione sociale, possono aver risposto ad altre finalità in periodi prece­
denti. In verità, parte del mito romano relativo al patronato sosteneva
che quest'ultimo era un'istituzione introdotta da Romolo, e che defi­
niva il Romano 2 3 • Ma se così è, e se quindi la casa ad atrium serviva
a facilitare tale istituzione, perché troviamo strutture identiche in
Etruria e altrove in Italia? Forse anche in tali zone esistevano rituali
strettamente affini al patronato romano; ma allora stiamo parlando di
una koiné centro-italica, sia a livello di usanze sociali, sia di cultura
materiale, e non di un'espressione peculiare delle famiglie aristocrati­
che romane, come il loro stesso mito pretende.

1 79
ROMA IMPERIALE

Roma arcaica, dunque, conserva tracce del cambiamento delle


proprie strutture domestiche, dalla capanna al palazzo arcaico alla do­
mus, sufficienti a rassicurarci che essa si inserisce nel cangiante conte­
sto culturale dell'Italia centrale. Sebbene si tratti di meri frammenti,
tuttavia il loro valore è accresciuto dall'elemento della continuità: non
solo vennero preservate la capanna di Romolo e la Regia di Numa in
tutta la loro singolarità, ma le domus mostrano una continuità di abi­
tazione dal vi al 1 secolo a.C. Tale persistenza sembra implicare una
continuità nella pratica sociale che potrebbe pennetterci di leggere
all'indietro, dal periodo storico conosciuto a quello preistorico scono­
sciuto. Se è così, allora, possiamo immaginare l'arcaico pater/amilias
circondato dai suoi figli in potestate e dalle loro mogli, dai suoi schia­
vi e dipendenti, e naturalmente dai suoi clienti.
Ma questa supposizione potrebbe essere ingannevole: il fatto stes­
so che i Romani del periodo più tardo preservassero e onorassero con
così tanta cura le strutture materiali del passato e si proclamassero
così devoti nel custodire le strutture sociali e i mores dei loro antenati
dovrebbe metterci in guardia dai pericoli della mitizzazione. L'insi­
stenza romana sul fatto che le fonne tradizionali dell'architettura ab­
biano funzioni sociali tradizionali è retorica: come nelle loro storie
essi fecero a propria immagine e somiglianza i propri antenati così
fecero con le proprie strutture materiali 24• Sulla realtà di Roma arcai­
ca conosciamo meno di guanto i nostri informatori vorrebbero farci
credere.

5.3
Roma repubblicana
È quando ci spostiamo in età storica, con le guerre puniche, che dalle
fonti scritte emerge un quadro più chiaro, non solo riguardo alle do­
mus nobiliari, ma anche all'intero tessuto urbano; nello stesso tempo
il dato archeologico comincia ad offrire una documentazione più co­
spicua, per quanto frammentaria. Sono le case dell'aristocrazia sena­
toria ad assorbire tutta la nostra attenzione, poiché ricoprono un ruo­
lo sostanziale nel gioco politico; è però essenziale esaminarle in un
più ampio contesto di traffici e di commercio 2' . Accanto alla casa
come teatro di ostentazione sociale, dovremmo sempre tener presenti
le strutture domestiche, che servono al mondo del lavoro nel suo
complesso, in tutta la sua particolarità pratica. Dalla fine del 111 seco­
lo, l'interconnessione tra il mondo dell'ostentazione e quello del lavo­
ro è evidente, anche se ciò che riusciamo a cogliere più chiaramente è

1 80
:, . CASE E AB tTANTI A ROMA

l'inizio di un processo di "epurazione", che tendeva a separare i due


mondi, cercando di fare del centro della città una zona di pura e
semplice esibizione, incontaminata, lontana dal mondo del lavoro,
che è invece spinto ai margini.
L'immagine che ci si offre del Foro nel terzo secolo è ancora
quella della piazza di una città-mercato, circondata da abitazioni pri­
vate e negozi ordinari, vicinissimi ai templi e alle antiche aree sacre.
Negli incendi ricordati da Livio, numerosi negozi, case private ed
edifici pubblici come l'atrium regium presero fuoco. I negozi su en­
trambi i lati, tahernae veteres a sud, novae a nord, che più tardi furo­
no soppiantate dalle basiliche, sono ricordate come un imbarazzante
aspetto tipico del passato ' 6• Le macellerie, lanienae, sono particolar­
mente fatte oggetto di menzione: la presenza di una laniena permette
a Verginio di salvare sua figlia dalle importune attenzioni del decem­
viro Appio Claudio (Livio, 3, 48, 5), e ancora all'inizio del n secolo,
la casa di Scipione Africano ha accanto alla propria porta una ma­
celleria, fino a quando essa non viene demolita per fare spazio alla
Basilica Sempronia (Livio, 44, r6, ro). La concentrazione di macelle­
rie in quest'area è sicuramente connessa con la concentrazione di
templi: i templi richiedono sacrifici e carne. Varrone considera la so­
stituzione di tali lanienae con banche, argentariae, come un primo
passo verso l'accrescimento di dignità del Foro (de vita populi Roma­
ni 2, fr. 72, ap. Nonius, 5 3 2 M). Questa notazione è eloquente atte­
stazione dell'ideologia che indusse alla progressiva espulsione del
commercio e delle abitazioni private dal centro, e alla sostituzione
con sontuosi edifici pubblici, che si completa con il r secolo a.C.
È ricorrente l'idea che l'immagine urbana di Roma repubblicana
fosse in qualche modo indegna di una capitale. Alla ricostruzione di
Roma dopo il sacco gallico, con la supposta mancanza di supervisio­
ne e pianificazione urbanistica, venne rimproverata l'assenza di strade
rettilinee, la mancanza di connessione tra sistema viario e sistema fo­
gnario, e un tracciato urbano «più tipico di un insediamento di abu­
sivi che di una città opportunamente pianificata» (Livio, 5, 55). All'i­
nizio del rr secolo, i cortigiani macedoni di Filippo v potevano scher­
nire l'aspetto di una città «non ancora abbellita nei suoi spazi pub­
blici né in quelli privati» (Livio, 40, 5, 7), mentre ancora alla metà
del r secolo, Cicerone poteva opporre l'eccellente impianto urbani­
stico di Capua nella sua pianura a quello di Roma, «adagiata su colli
e valli, edificata con elevati piani superiori, con stretti vicoli piuttosto
che con ampie strade» (de leg. agr., 2 , 96). Questo senso di un obbli­
go per Roma e, nello stesso tempo, di un'incapacità di vivere all'altez­
za delle proprie pretese di capitale è un tema ricorrente, che giustifi-

I8I
ROMA IMPERIALE

ca nella sua reincarnazione tarda gli "sventramenti" di Mussolini. Va


ricordato che il fatto che ampie strade si alternino a piccole e tortuo­
se vie è una caratteristica inevitabile della topografia dei sette colli.
Ogni governo forte si batte, talvolta con successo, talvolta con esito
negativo, per limitare quanto più può l'intricato e disordinato settore
privato che, naturalmente, si sviluppa in questa particolare situazione
ambientale.
Già nel III secolo possiamo immaginare la città caratterizzata da
case che si elevano molto più in alto rispetto al tipo della casa ad un
solo piano dell'Italia romana. Sappiamo di un prodigio avvenuto all'i­
nizio della guerra annibalica, quando un bue nel Foro Boario sali al
terzo piano di un edificio e si lanciò giù, tra la costernazione degli
abitanti (Livio, 2 1 , 62 , 3). Piani superiori di legno (contignationes) ve­
nivano utilizzati comunemente, molto prima che l'introduzione del
conglomerato cementizio permettesse di costruire solidi edifici a più
piani. È questo il tipo di costruzione che viene descritto da Vitruvio,
al tempo dei nuovi sviluppi di età imperiale (2, 8, 17) 2 7 :

Ma data la maestà dell'Urbe e le messe degli abitanti, c'è necessità di svi­


luppare molte abitazioni; e poiché mancherebbero le aree per une sì grande
estensione in pieno delle città, è giocoforza compensare coll'altezza degli edi­
fici; e così, con pilastrate di pietre, con strutture di coccio e muri di calce­
struzzo si tende in alto; e con spesse travature (contignationes) ben collegate
insieme si sovrappongono, con somma utilità, e con belle vista, i pieni supe­
riori. Così le mure vengono moltiplicate e senza limiti in pieni differenti, e il
popolo romeno ha belle abitazioni in quantità.

Senza dubbio possiamo immaginare che i caseggiati di mattoni del­


l'impero fossero più solidi e durevoli, ma essi sostituiscono simili e
più instabili strutture, che erano un tipo ben affermato alla fine della
Repubblica 28•
È su questo sfondo che dobbiamo immaginarci l'esibizione delle
case dell'élite, riguardo alle quali i loro stessi occupanti sono cosi vo­
gliosi di informarci 2 9• Non era, essi affermano, la seduzione del lusso
privato, ma l'obbligo degli uffici pubblici a richiedere al romano in
vista una ragguardevole dimora. «La mia casa è praticamente sotto lo
sguardo dell'intera città», si vantava Cicerone (de Domo, 100). La vi­
sibilità pubblica era un imperativo che determinava sia la posizione
che l'architettura. Le localizzazioni preferite per le case della classe
politica si concentravano attorno al Foro: il colle Palatino primeggia
con un ampio margine, seguito dalla stessa area del Foro, dalla Velia,
dalle Carinae, mentre alcune erano disseminate sul Quirinale, sul Vi-
, . CASE E ABITANTI A ROMA

minale e sul Celio. Aree su cui, durante la Repubblica, non sono atte­
state presenze senatorie sono da un lato l'Aventino, con le sue tradi­
zionali connotazioni plebee, anche a non voler considerare la stessa
sua distanza dal centro, dall'altro, il Campidoglio, per il quale c'era
un tabu (strettamente per i patrizi), che veniva spiegato con la leg­
genda di Manlio Capitolino e con la distruzione della sua casa dopo
il fallito suo tentativo di instaurare la tirannide. Che si eviti il Campi­
doglio è evidentemente un fatto rituale: si tratta di un luogo troppo
perfetto, è il colle degli dei, non dei senatori 30•
Una posizione centrale vicino al foro di per sé non era sufficiente:
la struttura stessa della casa doveva accrescerne l'accessibilità e il no­
bile profilo. Velleio ripona un dialogo tra Livio Druso, tribuno della
plebe del 9 1 a.C., e il suo architetto: rifiutando l'offerta di privacy,
costui insisteva: «tu dovresti ricorrere alla tua abilità per predisporre
la mia casa in modo che qualsiasi cosa io faccia possa essere visibile a
chiunque» (Vell. Pat., 2, 14, 3). Vi sono elementi nella tradizionale
casa ad atrium italica che si prestano in modo naturale a tale ideolo­
gia. Il carattere aperto dell'attività che si svolgeva al centro, e dello
spazio dell'atrium per la circolazione, accresciuto dalle ulteriori aree
aperte del tablinum e delle alae, che erano privi di porte di separazio­
ne; sottolineato dalla posizione centrale della porta d'ingresso sull'as­
se di atrium e tablinum, tutti questi elementi garantivano un alto gra­
do di visibilità, che non trova molti confronti in altre società. La tra­
dizione secondo la quale le porte della casa nobiliare erano completa­
mente aperte per accogliere il pubblico era un segno ed una garanzia
di questa visibilità. Ma all'architetto di Livio era stato chiesto di fare
qualcosa di più che costruire una casa ad atrium standard: l'archi­
tettura domestica della tarda Repubblica sviluppa una serie di tecni­
che per accentuare la visibilità, dagli aggiustamenti delle proporzioni
dell'atrium, alla diffusione dei peristili alle spalle dell'atrium che ne
accrescono la trasparenza, allo sviluppo della sequenza prospettica
che da un'area all'altra cattura il visitatore.
Viene valorizzato soprattutto il senso della spaziosità. Sebbene le
singole stanze possano restare di piccole dimensioni, le gigantesche
proporzioni dell'atrium, la visione di colonnati che si susseguono a
colonnati visti attraverso la finestra del tablinum sottolineano la prio­
rità che si vuol dare allo spazio accessibile pubblicamente, rispetto
allo spazio disponibile per le esigenze individuali.
Visibilità e spaziosità sono la diretta conseguenza dei rituali sociali
della classe senatoria. Che l'architettura sia la diretta conseguenza
della pratica sociale è messo in evidenza in un famoso passo di Vi­
truvio. L'architetto deve avere presente la classe e l'occupazione di
ROMA IMPERLALE

coloro per i quali costruisce, sia che essi siano agricoltori, banchieri,
avvocati, che detentori di pubblici uffici. Il popolo comune non ha
bisogno di grandi vestiboli, né di atria e tablina. l magistrati, al con­
trario, hanno bisogno che le proprie case siano quanto più possibile
spaziose, altere e regali. Per Vitruvio è di primaria importanza pren­
dere in considerazione chi riceve visite e da parte di chi; e sono so­
prattutto coloro che hanno folle di visitatori, che devono distinguere
tra spazi privati e appartati e «spazi in cui la gente comune può en­
trare di diritto senza invito» (6, 5, r-2).
Si può sintetizzare ciò di cui Vitruvio sta parlando, facendo riferi­
mento ai rituali sociali del patronato, ma il riferimento sarebbe ridut­
tivo. Certo, il patronato qui c'entra, ma nel più limitato senso quoti­
diano, i rituali della sa lutatio mattutina non bastano di per sé a spie­
gare l'esplodere delle dimensioni dell'architettura domestica che, alla
fine della Repubblica, diviene più sofisticata. I rituali sociali della
classe politica, così come sono descritti da Cicerone, determinati dalla
veemenza della competizione per le cariche, trasformano, in questo
periodo, le visite di cortesia in riunioni di folle di persone. L'uomo
politico soppesa la propria popolarità con la densità della folla pre­
sente nel suo atrium, della folla che lo scorta fino al foro, che saluta
le sue partenze e accoglie i suoi ritorni. La sensazione di sentirsi se­
minudi senza una moltitudine intorno emerge chiaramente nella di­
scussione sulle dimensioni che si addicono alla casa di un notabile
(Cicerone, de o/ficiis, r, 1 39):

nella casa di un uomo famoso, in cui molti visitatori devono essere ricevuti, e
una moltitudine di uomini di ogni tipo deve essere ammessa, si dovrebbe
fare attenzione alla spaziosità. Ma, per il motivo opposto, una casa dispersiva
può rappresentare un disonore se all'interno c'è solo il vuoto, soprattutto se,
quando questa apparteneva ad un altro proprietario, era stata sempre affol­
lata.

È l'intensità di questo bisogno di attrarre le moltitudini che spiega sia


la concentrazione delle case della classe senatoria nei dintorni del
Foro, sia la inesorabile espansione delle dimensioni e dell'opulenza
che caratterizza gli ultimi due secoli a.C.
I contemporanei erano fin troppo consapevoli di questa vertigino­
sa competizione che minacciava di abbatterli tutti. Cornelio Nepote,
alla fine della repubblica, presentava una statistica, secondo cui la
casa del console del 7 8 a.C., Lepido, la quale, nel suo momento di
gloria, durante il consolato di quello, era considerata la casa più ele­
gante a Roma, trenta anni più tardi non rientrava neppure tra le pri-
5 . CASE E ABITANTI A ROMA

me roo (Plinio, N.H. , 36, no). I continui progressi nelle tecniche di


costruzione, che caratterizzano questo periodo, con l'apporto di ma­
teriali esotici e di abili artigiani presenti a livello locale, rendono que­
sti dati più che credibili. In effetti, il senso dell'accesa competizione
per stabilire chi fosse il proprietario della casa più pregevole è una
caratteristica essenziale per comprendere quale fosse la tendenza ge­
nerale di questo periodo.
Il fenomeno è illustrato da una ricca serie di aneddoti, molti dei
quali conservati in Plinio il Vecchio, che era particolarmente interes­
sato a documentare il progressivo aumento del lusso. Un episodio si­
gnificativo coinvolge i due censori del 92 a.C., l'oratore Lucio Crasso
e Gneo Domizio Enobarbo. Si dice che in quel tempo Crasso abitava
una delle case più lussuose di Roma, anche se superata da quelle di
Quinto Catulo e dell'awocato di rango equestre Gaio Aquilio. Quan­
do Domizio censura ufficialmente il suo collega per il suo tenore di
vita troppo lussuoso e valuta un milione di sesterzi la casa di quello,
Crasso risponde accettando la valutazione, ma escludendo i sei alberi
di loto, che rappresentavano l'orgoglio del giardino. Domizio rifiuta
la casa senza gli alberi, e, a questo punto, Crasso lo censura a sua
volta per aver attribuito siffatto valore a dei semplici alberi (Plin.,
N.H., r7, r, r-4). Ciò che l'aneddoto rivela è il modo in cui le case
sono divenute l'argomento del giorno. In larga misura la loro rilevan­
za sta nel fatto che se ne parli: nei confronti per stabilire quale, tra la
casa di x e quella di y, fosse più lussuosa, quale ne fosse il valore,
quanto fosse indicativo della morale contemporanea vigente il fatto
che i valori delle case fossero saliti così tanto. Un milione di sesterzi
deve esser sembrato un prezzo irrisorio una generazione più tardi: Ci­
cerone pagò 3,5 milioni la sua casa sul Palatino, Autronio Peto, sfor­
tunato candidato al consolato del 65 a. C., vendette la sua per r3,4
milioni (Cic., ad Att., r, r3, 6), mentre il record fu raggiunto da Clo­
dio, che si dice abbia pagato la sua r4,8 milioni (Plinio, N.H., 36,
103).
Individuare i dettagli della crescente ricchezza di abbellimenti,
quali colonne e rivestimenti di marmo od ornamenti scultorei o mo­
saici e pitture, vuol dire seguire un'ampia sezione della storia dell'arte
della fine della Repubblica. Un tema ricorrente è quello della inter­
cambiabilità tra pubblico e privato. La rivoluzione nell'architettura
domestica procede di pari passo con quella nell'architettura pubblica.
Essa è occultata da un atteggiamento a parole condiviso, ma nei fatti
contraddetto: «odit populus Romanus privatam luxuriam, publicam
magnificentiam diligit» (Cic., Pro Mur., 76). Esattamente le stesse ca­
ratteristiche potevano glorificare tanto le strutture private quanto

185
ROMA JMPER J/\LE

quelle pubbliche, ma spendere per strutture pubbliche significava


spendere per la gloria e il piacere del popolo romano, non di un sin­
golo. L'esempio classico di questo interscambio è rappresentato dal
trasferimento da parte di Marco Scauro, dopo la sua spettacolare edi­
lità del 5 8 a.C., di 360 colonne di marmo, che avevano adornato la
scena del suo teatro temporaneo, per abbellire la sua casa privata: la
sistemazione delle colonne più alte, 38 piedi romani, nell'atrium della
sua abitazione sul Palatino fu considerata scandalosa (Plin., N.H. , 36,
2, 5 -6). Per quanto possa essere stata scandalosa, non ne ridusse la
desiderabilità, e fu per questa casa che dodio pagò il suo prezzo re­
cord non molto prima della sua morte (Asconius in Mii., 32-3). Ma,
infine, Augusto fece rimuovere le colonne per abbellire il nuovo Tea­
tro di Marcello.
La casa di Scauro è un paradigma sia della straordinaria con­
gruenza delle informazioni, che ci permettono di penetrare in pro­
fondità il modo dell'abitare a Roma, sia della loro frammentarietà.
Con una ragionevole serie di deduzioni, siamo in grado di ricostruire
l'aspetto di questa casa, almeno nel suo piano terra. Ai piedi dell'arco
di Tito, dove il Clt'vus Palatt'nus si diparte dalla vt'a Sacra, si trovano i
resti ben conservati del piano inferiore di una casa tardorepubblica­
na, caratterizzata da una serie di celle che si dispongono lungo stretti
corridoi, insieme ad un bagno; al livello superiore vi sono le tracce di
un atrium. Non solo la posizione si accorda bene con quella che le
fonti ci forniscono per l'abitazione di Scauro, ma anche le dimensioni
corrispondono esattamente alla nostra documentazione. Un atrium te­
trastilo con colonne di 38 piedi di altezza vuol dire, se seguiamo le
proporzioni descritte da Vitruvio e attestate a Pompei, un atrium di
dimensioni eccezionali, all'incirca 60 x 90 piedi (poco meno di
1 8 x 26,5 m). Non vi sono difficoltà a ricostruire un atrium di tali
dimensioni al di sopra delle celle in questione, che probabilmente
rappresentano i resti del quartiere servile di una casa repubblicana di
notevoli dimensioni, piuttosto che il lupanare dell'immaginario po­
polare :P .
Altre tracce di abitazioni lussuose di questo periodo sono appena
sufficienti a darcene un'impressione. La Casa dei Grifi sul Palatino
non è altro che il frammento di una serie di ambienti sotterranei sot­
to l'impluvium di un atrium, ancora visibile al di sopra. Le false mar­
morizzazioni del suo schema decorativo coincidono con le mode in
uso fuori di Roma nel 1 secolo a.C. La cosiddetta "Casa di Livia" è
probabilmente il nostro esemplare di casa tardorepubblicana meglio
conservato. Data la tenacia di Livia nel preservare la memoria di suo
marito, e il noto conservatorismo di Augusto riguardo ai migliora-

1 86
5 , CASE E ABITANTI A ROMA

menti apportati alla propria casa, non è impossibile che quanto vedia­
mo, accuratamente conservato dalle generazioni successive degli im­
peratori, sia una delle case tardorepubblicane, come quella di Orten­
sio, che Augusto acquistò (la costruzione dei muri sembra datarsi alla
prima parte del secolo). La zona che attira la nostra attenzione è rap­
presentata da un gruppo di tre ambienti allungati, posti in serie e co­
municanti tra loro, che si aprono su un cortile infossato; essi sono
decorati con pitture di "secondo stile" della migliore qualità. Ma si­
curamente siamo di fronte alla parte posteriore della casa, al suo li­
vello inferiore. La dozzina di stanze di piccole dimensioni poste su
tre lati di un rettangolo, collocate sul retro di questi ambienti, si spie­
ga meglio come livello inferiore dell'atn'um originario (proprio come
possiamo osservare nella casa di Scauro e dei Grifi). Tutto l'insieme
costituisce una casa di notevoli, ma non eccezionali dimensioni.
Lontano dal Palatino diventa ancora più difficile scorgere case re­
pubblicane; ma una serie di acute congetture può permetterci di arri­
vare a ricostruire un frammento del vicus Patricius, la prestigiosa stra­
da repubblicana che saliva gradatamente lungo la sella tra Quirinale
ed Esquilino, con un corso che è quello seguito dalla odierna via Ur­
bana. Un ben noto frammento della pianta marmorea di Roma, che
mostra fianco a fianco tre case di notevoli dimensioni a pianta rettan­
golare, con una struttura all'apparenza ad atrium e Jauces circondate
da negozi, è stato convincentemente identificato con il vicus Patri­
cius 32 • Ancora in vita in età severiana, queste case risalivano sicura­
mente alla fine della Repubblica. Sul lato opposto della strada, la
pianta mostra una casa ad atrium di dimensioni di gran lunga mag­
giori; fu precisamente qui, sul pendio dell'Esquilino, che fu trovato
nel r 848 il fregio costituito da ro scene dell'Odissea, ora conservato
in Vaticano e noto come il fregio dell'Odissea dell'Esquilino. È evi­
dente che queste scene sono soltanto un frammento di un ciclo com­
pleto dell'Odissea, che, è stato calcolato, nella sua interezza doveva
comprendere fino a roo scene di questo tipo. Ogni scena è incorni­
ciata dalle colonne di un falso portico, e sicuramente costituivano il
muro interno di un enorme complesso porticato. Il fregio rappresen­
tava solo la parte superiore della decorazione parietale: sotto vi era
dipinto un calendario. Aspetti tipici del calendario pre-giuliano con­
fermano una datazione precedente agli anni 40 a.C. 33 •
Vi sono alcuni elementi epigrafici che suggeriscono di identificare
il proprietario in Papirio Cursore. Che sia o meno corretta questa
identificazione, il fatto è che residenze decorate in maniera cosl opu­
lenta possono essere appartenute a una qualsiasi delle centinaia di fa­
miglie fiorite in secoli di espansione imperiale. Piuttosto che lasciarci
ROMA IMPERIALE

condizionare, dalla frammentarietà di quanto rimane, a sottovalutare


le dimensioni del modo di abitare aristocratico nella tarda Repubbli­
ca, dovremmo ricordare che questo periodo rappresenta un momento
decisivo per l'architettura domestica romana e per la cultura materia­
le. L'immagine del potere e del successo sviluppatasi in questo perio­
do lasciò il suo segno ancora per molto tempo e fu visibile a lungo,
ora riflesso nelle abitazioni "borghesi" di Pompei, ora soprawissuto
nell'insieme delle case della Roma severiana e dell'Ostia tardoantica.
Il pendant della estrema esibizione al pubblico delle residenze ur­
bane dell'aristocrazia è rappresentato dallo sviluppo di lussuosi horti,
come luoghi appartati all'interno della città stessa 34• Gli horti, in ori­
gine, e senza dubbio nella consuetudine successiva, consistevano in
una fitta serie di piccoli lotti sparsi, per la coltivazione, per la produ­
zione di ortaggi destinati al mercato e alla tavola. Ma nella tarda Re­
pubblica la loro immagine muta totalmente, allorché nelle mani di
Lucullo, Sallustio o Mecenate essi divengono luoghi per ville urba­
ne 3 5 • Non tutti gli horti tardorepubblicani si configuravano come vil­
le lussuose e classificare ciascun appezzamento che Cicerone menzio­
na, nella ricerca di un posto adatto a commemorare sua figlia, come
se si trattasse di una villa rinascimentale non aiuta. Ma i più famosi
horti, che in seguito passano in mano imperiale e divengono parte
dello splendore imperiale della città, danno vita ad un nuovo model­
lo, alla fine del I secolo. Si tratta di luoghi in cui ci si ritira dalla vita
pubblica, quasi in un distacco epicureo. Se la domus è un luogo in
cui l'uomo politico espone se stesso alla gente, l'hortus è il luogo in
cui egli si rifugia. Tuttavia, la spinta del lusso competitivo comporta
che Lucullo o Mecenate fossero preoccupati di impressionare i visita­
tori nei loro horti allo stesso modo di un qualsiasi proprietario di una
casa sul Palatino 3 6•
Fu soprattutto la frenetica competizione per eccellere a fare del­
l'abitazione privata un luogo di significato pubblico, che sottende al­
l'intero sviluppo di età imperiale del Palatino. Gli imperatori doveva­
no entrare in competizione e anche riuscire ad aver successo, prima
di essere in grado di proiettare l'idea della propria casa come quella
che aveva una significazione pubblica di carattere unico 3 7 •

5.4
Dal Palatino al Palazzo
L'accanita contesa tra Clodio e Cicerone relativa alla casa di quest'ul­
timo sul Palatino portò ad un altro livello il dibattito riguardo ai con-

r 88
5 . CASE E ABITANTI A ROMA

fini appropriati tra pubblico e privato. Distruggendo la casa di Oce­


rone, e dedicando H luogo alla Libertas, dodio collocava deliberata­
mente H suo gesto neJJ' alveo deJJa tradizione simbolica deJJa punizio­
ne che spettava ai tiranni 38 • Tale modeJJo è stabilito, nel primo anno
deJJa Repubblica, da Valerio Publicola, che demolisce volontariamen­
te la propria casa sulla sommità deJJa Vella, vista come minacciosa
dttadeJJa tirannica, un'arx, per ricostruirla su di un terreno concesso­
gli dal popolo, alle pendici deJJo stesso colle 39• Ogni aspirante tiran­
no deJJa leggenda, Spurio Cassio, Spurio Mello, Manlio Capitolino e
Vitruvio Vacco, vede segnata la propria disgrazia dalla distruzione
deJJa propria casa 4 • In un'ideologia di questo tipo, la casa del ti­
0

ranno è una roccafone inespugnabHe che incombe sul Foro, minac­


ciosa e inavvicinabile: è l'immagine rovesciata deJJa casa nobile con le
sue pone apene e le sue prospettive trasparenti. Categorie di tal ge­
nere sono, per la loro stessa natura, manipolabili in senso retorico:
Cicerone, che occupava la casa di Livio Druso, il simbolo deJJa tra­
sparenza architettonica, si ritrova rappresentato come un tiranno nel­
la sua roccafone 4 •1

NeJJ'ambito deJJa dialettica tra spazi chiusi tirannici e spazi aperti


democratici, un ruolo essenziale è giocato dallo spazio sacro. L'altare
deJJa Libertas trasforma la casa di Cicerone in uno spazio pubblico, e
a Cicerone costa grandi sforzi annullare la dedica con piena autorità
religiosa. Ma abitare uno spazio semi-sacro poteva essere un grande
vantaggio ideologico. Cesare, trasferendosi neJJa domus publica del
ponti/ex maximus, si collocò in una eccezionale posizione di forza:
non solo localizzata in una posizione centrale, sulla via Sacra al confi­
ne del Foro, ma anche fruente deJJa protezione divina. Il pubblico
conferimento a Cesare nel 44 di un /astigium, posto sopra alla sua
pona d'ingresso, rappresentò un significativo (e controverso) passo
verso la fusione di sacro e profano 42 • Il /astigium era il frontone che
contrassegnava il tempio di un dio, anche se poteva essere impiegato
in un ambito ordinario, come aspetto decorativo deJJ'architettura an­
che domestica 43.
È ne11a cornice di questo dibattito, tra tirannico e democratico,
pubblico e privato, sacro e profano, che dobbiamo porre il contribu­
to cruciale di Augusto neJJa creazione di un nuovo linguaggio relati­
vamente al palazzo 44• È significativo che gli onori del 2 7 a.C., che
definivano il nuovo principato, fossero cosi chiaramente collocati nel­
la residenza sul Palatino di colui che veniva ora denominato Augusto
(Res Gestae, 34):

quo pro merito meo senatus consulto Augustus appellatus sum et laureis postes
ROMA IMPERIALE

aedium mearum vestiti pub/ice coronaque civica super ianuam meam fixa
est....

I rami di alloro sugli stipiti delle porte e la corona di quercia sull'ar­


chitrave prendevano il posto delle spoglie di guerra che tradizional­
mente contrassegnavano la casa di un grande conquistatore 4' . Secon­
do un modello che possiamo individuare anche nel caso degli archi
di trionfo, le commemorazioni di successi e le affermazioni di gloria
private fanno posto agli onori formalmente votati dal senato. Questa
trasformazione segna un nuovo rapporto tra pubblico e privato: non
è più il privato cittadino che rivendica per il tramite della propria
casa un importante ruolo pubblico, ma è lo stato che dà la sua bene­
dizione e legittimazione al ruolo pubblico che il privato cittadino ha
de facto acquisito 46•
La stretta connessione con il divino rafforza la legittimazione di
un ruolo, per un privato cittadino, che altrimenti rischierebbe di rien­
trare nella categoria del "tirannico". Quasi contemporanea agli onori
pubblici posti sulla porta di casa è la dedica di un tempio ad Apollo,
sul sito di quelle case private, che il vincitore della guerra civile aveva
accaparrato. Ancora molto resta da comprendere per quel che riguar­
da i resti archeologici della cosiddetta casa di Augusto e le sue rela­
zioni col tempio 47• Si è voluto sostenere che nell'appartata "sala delle
maschere", nella serie di ampie stanze che si aprono su un peristilio,
e nell'"oecus corinzio" splendidamente decorato, al di sotto del tem­
pio con la rampa di scale che sale alla piattaforma del tempio, possia­
mo riconoscere i quartieri privati della casa dell'imperatore, che van­
no distinti dai quartieri pubblici, ora obliterati sotto le costruzioni
domizianee a ovest del tempio 4 • 8

Ma non vi sono prove per sostenere che quartieri pubblici e quar­


tieri privati fossero così nettamente separabili e ciò non concorda
neanche con il quadro che ci fornisce Vitruvio della profonda pene­
trazione dell'elemento "pubblico" nell'ambito della privacy della casa
aristocratica romana. Senza recuperare l'intera planimetria della casa
di A ugusto, è troppo azzardato postulare l'esistenza di contrasti di tal
genere. Ciò è confermato dalla notizia secondo cui, dopo esser dive­
nuto ponti/ex maximus nel 1 2 a.C., egli dichiarò pubblica parte della
sua casa e accolse lì Vesta (Cassio Dione, 54, 27, 2-3): "pubblica" qui
è inteso nel senso stretto di proprietà del populus Romanus, non nel
senso di parte di una casa privata accessibile al pubblico. Tuttavia, la
dichiarazione dell'intera casa come proprietà pubblica, dopo l'incen­
dio del 3 a.C. (Cassio Dione, 55, 1 2 , 4 - 5 ) , ci dice persino di meno
riguardo all'articolazione degli spazi pubblici e di quelli privati, seb-
5 , CASE E AB ITANTI A ROMA

bene sia eloquente attestazione dell'ambivalente posizione che lo stes­


so Augusto occupava e del suo voler fondere categorie antitetiche.
Quel che si può affermare è che i frammenti sopravvissuti del pa­
lazzo di Augusto sono compatibili con un elemento essenziale del
quadro che le fonti ci forniscono: e cioè il fatto che Augusto conti­
nuò a vivere come un nobile della tarda Repubblica, senza preoccu­
parsi troppo di abbellire lussuosamente la propria abitazione. Certo,
le stanze che ancor oggi sopravvivono sono coerenti con gli standard
dell'architettura e della decorazione della tarda Repubblica. L'oecus
corinzio è discretamente sontuoso, ma di un tipo ben attestato in
case pompeiane, come la Casa del Labirinto. Allo stesso modo la de­
corazione pittorica in secondo stile non ci offre nulla che non trovi
immediati paralleli in una città provinciale, in particolar modo nella
Villa dei Misteri a Pompei.
È possibile che esageriamo la modestia di Augusto: e certo a chi
ha presenti gli sviluppi di età fl.avia, il Palatino dell'inizio dell'impero
appare sobrio. Ciò che, a quel tempo, rendeva questo complesso di­
verso dall'abitazione di un qualsiasi cittadino, oltre agli onori sulla
porta di casa, erano la sua estensione sempre crescente e l'incorpora­
zione del sacro. L'immediato precedente è Clodio, con la creazione di
una domus multiplicata, un graduale accumulo, avvenuto tramite l'ac­
quisizione delle proprietà vicine, o di Cicerone o di Scauro, e con il
suo tentativo di incorporare un santuario pubblico, quello della Li­
bertas, all'interno della sua proprietà.
Le acquisizioni di Augusto sul Palatino non possono essere indivi­
duate topograficamente né calcolate, ma devono aver superato di
molto quelle di Clodio. La casa, al cui interno erano sia Apollo che
Vesta, rappresenta un notevole passo in avanti rispetto a quella che
incorporava l'altare della Libertas.
Si è voluto riconoscere un parallelo nel complesso regio, di età
ellenistica, di Pergamo, caratterizzato dalla sua combinazione di pa­
lazzo reale e santuario 49• Modelli ellenistici erano già penetrati nel­
l'architettura privata della tarda Repubblica e i giardini di Lucullo at­
tingevano alle forme caratteristiche dei complessi con santuari '0 •
Non c'è, quindi, contraddizione nell'affermare che Augusto, mentre
imitava lo stile regale ellenistico, pur tuttavia restava entro i limiti
della tradizione della nobiltà repubblicana. Questa è l'immagine che
Ovidio, che aveva ogni motivo per adulare, ci lascia nelle Metamorfo­
si: l'Olimpo è lo specchio del Palatino, una sequenza di nobili abita­
zioni a destra e a sinistra, con le porte completamente aperte per ac­
cogliere i visitatori, che culmina nella residenza del capo sulla sommi­
tà del colle, così come avviene con quella di Giove (Met., r,

191
ROMA JMPERJALE

1 68- 176). Un'immagine simile dei magni Palatia caeli sarebbe stata ir­
riconoscibile cinquant'anni dopo ' 1 •
La graduale acquisizione di ulteriori proprietà sul Palatino conti­
nua sotto i successori di Augusto, senza che questo porti alla costitu­
zione di un complesso unitario. Al contrario, la tendenza sembra
quella di mantenere l'area come una serie di unità separate, quasi un
riflesso della composizione della famiglia imperiale stessa con le sue
componenti. Oggi si sa che l'ampia struttura rettangolare sotto gli
Orti Farnesiani, nota come domus Tiberiana, si riferisce ad uno svi­
luppo di età flavia; ma il soprawivere del nome Tiberiana, accanto a
quello di Augustana o Augustiana, allude ad un periodo più antico,
quando i diversi membri della famiglia avevano residenze separate ' 2 •
E il quadro che ci viene descritto con precisione da Flavio Giuseppe,
nel suo racconto dell'uccisione di Caligola: gli assassini scappano at­
traverso la casa di Germanico, padre di Caligola, che comunicava con
il palazzo principale, «perché il palazzo che prima era un unico com­
plesso, era stato ampliato con continue aggiunte ad opera di coloro
che, di volta in volta, giungevano al potere, il che fece sl che si desse
a queste parti dell'edificio il nome di coloro che le avevano fatte co­
struire o avevano dato inizio ad esse» (Ant. , 19, n7). Siamo ancora
nel mondo di dodio e della domus multiplicata ' 3 •
Il contributo personale di Caligola in tale processo di crescita fu,
secondo la leggenda, il tentativo di estendere e collegare la residenza
imperiale al Campidoglio (Suet., Cal., 22, 4), il che dimostrava la sua
incapacità di comprendere il giusto limite tra gli dei e l'uomo o di
rispettare il tabu in vigore fin dall'episodio di Manlio Capitolino. In
effetti, quel che resta dell'età di Caligola, conservato nelle strutture in
laterizi di S. Maria Antigua, ha l'apparenza di una sorta di vestibolo
monumentale del palazzo; se ciò è vero, rende intellegibile la storia
secondo cui egli avrebbe esteso il palazzo fino al Foro e avrebbe fatto
del tempio di Castore e Polluce (immediatamente adiacente a questa
struttura) il suo vestibolo (Suet., Cal. , 22, 2) H.
La trasformazione di un complesso caratterizzato da questo svi­
luppo graduale in un complesso unitario è opera soprattutto di Nero­
ne. Le tracce che restano sul Palatino della domus Transitoria, co­
struita per collegare i complessi del Palatino e dell'Esquilino, e in
particolar modo di un elaborato ninfeo e di una spaziosa latrina, non
riescono a farci comprendere fino a che punto Nerone sia riuscito ad
imporre un'unità architettonica e funzionale al complesso "· Fu l'in­
cendio del 64 che rese possibili radicali trasformazioni: infatti il sim­
bolo della definitiva scomparsa delle abitazioni repubblicane sul Pala­
tino può essere considerato l'incendio dei sei alberi di loto cui Crasso
-' · CASE E AHITANTJ A ROMA

e Domizio avevano attribuito tanto valore e che, nel frattempo, erano


passati a Cecina Largo, che li aveva serbati e curati e segnalati a Pli­
nio il Vecchio quand'era giovane (N.H., 17.6).
Le ambizioni monumentali di Nerone, che miravano ad una rico­
struzione in blocco dopo l'incendio, sono vividamente illustrate dai
superstiti livelli di fondazione della Domus Aurea sul colle Oppio ' 6•
Le dimensioni enormi del complesso impianto simmetrico non hanno
precedenti nell'architettura domestica repubblicana, nemmeno tra le
ville, cui tale palazzo rassomiglia di più che alle case urbane. La gran­
de sala ottagonale, che rappresentava un tempo il centro assiale di
questa parte del complesso, potrebbe essere, come anche non essere,
la cenatio rotunda descritta dalle fonti, con il suo soffitto a semicupo­
la che ruotava e liberava fiori e profumi (Suetonio, Ner. 3 I }. Certa­
mente siamo di fronte ad uno spazio architettonico di eccezionale
immaginazione e potenza, ben lontano dalle tradizioni della casa ad
atn·um. Il confronto più pertinente che si può fare è quello con gli
impianti termali pubblici; tale architettura indica la via alla fertile im­
maginazione della villa di Adriano. È quindi ora che possiamo parlare
per la prima volta dell'architettura palaziale come di una forma del­
l'architettura domestica che stabilisce nuovi modelli suoi propri, piut­
tosto che portare al limite le esistenti tradizioni delle abitazioni no­
bili 7 •
'j

Di gran lunga il più grande costruttore sul Palatino fu Domiziano:


il suo nuovo complesso obliterò quello di Nerone e di tutti i suoi
predecessori, preservando soltanto i frammenti della residenza prece­
dente, che siamo stati in grado di individuare ' 8• La costruzione do­
mizianea sfida la temporaneità, la instabilità e la molteplicità che ave­
vano caratterizzato i suoi predecessori: infatti essa si erge solida,
come definitiva residenza imperiale urbana, fino alla fine dell'impero.
È un'ironia della sorte il fatto che Domiziano sia stato il primo
imperatore ad essere assassinato all'interno del palazzo dai membri
del suo personale: ma ciò riflette la misura in cui la corte imperiale si
è istituzionalizzata, è divenuta una potenza in sé, che non esprime
soltanto la volontà dell'imperatore. Suetonio racconta del fulgido
marmo nero con cui Domiziano rivestiva i muri nei corridoi perché
riflettesse un eventuale assassino in agguato (Dom., 14, 4). Plinio il
Giovane descrive il palazzo di Domiziano come il rifugio di un ti­
ranno, I' arx inaccessa, in cui costui si ritirò, dietro strette entrate e
barriere, appartate stanze da letto e crudeli ripari (Pan., 49, 1-3); è il
tema repubblicano dell'uomo pubblico che deve usare la propria casa
per esporre se stesso alla vista comune e non per mettersi al riparo

1 93
ROMA IMPERlALE

da essa; e vediamo che Traiano tiene ancora fede a questo ideale


(Pan., 83 , r):

L a prima caratteristica della illustre fortuna è che essa non ammette ripari né
nascondigli; nel caso degli imperatori essa apre, non soltanto le loro case, ma
addirittura le loro camere da letto e i loro intimi ripari, ed espone tutti i
segreti (arcana) alla luce della celebrità.

Sia Plinio che Suetonio, come cortigiani, conoscevano tale edificio a


fondo e si saranno resi conto che la sua architettura permetteva tutte
le possibilità, dalla totale esposizione dell'imperatore alla pubblica vi­
sta, al suo completo occultamento.
L'edificio, così come lo conosciamo oggi, può esser diviso in due
segmenti principali. Il primo serviva probabilmente per ricevere un
pubblico di dimensioni alquanto notevoli: e ciò rientra nella tradizio­
ne repubblicana di esporre gli abitanti di una casa alla vista comune.
L'ingresso monumentale, che sosteneva un architrave alla maniera di
un tempio (nella tradizione del Jastigium di Cesare), conduceva ad
una successione di tre principali sale di ricevimento comunicanti tra
loro: al centro, l'enorme Aula Regia absidata; su di un lato, la più
piccola Basi lica; sull'altro lato il Lararium, relativamente appartato (le
denominazioni sono invenzioni moderne). Sebbene la vecchia struttu­
ra ad atrium sia stata abbandonata, quest'area aveva certamente la
funzione di un atrium e può anche esser stata descritta così. Le fonti
sottolineano come vi fosse una forte pressione a essere presenti alla
salutatio mattutina dell'imperatore; secondo quanto ci dice Plinio, un
indizio delle relazioni serene che intercorrevano tra Traiano e i suoi
senatori era il fatto che l'imperatore non richiedeva giustificazioni da
parte di chi non era stato presente alla salutatio (Pan., 48, 2). I frene­
tici giri di visite per la salutatio reciproca, descritti da Marziale, e ne­
cessitati dal fatto che, prima di ricevere i propri visitatori, ciascun pa­
trono doveva fare le proprie visite, rappresentano un sistema che si
propaga al di fuori del palazzo. Non stupisce il fatto che "fuga e di­
serzione" caratterizzassero le "ammissioni mattutine" di Domiziano
(«nec salutationes tuas fuga et vastitas sequitur», Pan., 4 8, 3 ) ; sotto
Traiano, se i visitatori bighellonavano e chiacchieravano, significava
che stavano trascurando i propri visitatori.
Questa estesa area per i ricevimenti pubblici è immediatamente
accessibile dalle porte e sicuramente rappresenta uno dei luoghi chia­
ve dei rapporti sociali della Roma imperiale. Dietro di essa, dopo un
vasto peristilio con un'elaborata fontana al centro, c'è la sala da pran­
zo principale, forse la Cenatio Iovis. Ancora una volta, come luogo

1 94
5 . CASE E ABITANTl A ROMA

adibito al grandioso ricevimento imperiale, quest'area era ampiamente


visibile ed accessibile, sottolineando il ruolo essenziale giocato nella
vita sociale romana da tali conviti ' 9•
Il secondo segmento principale del palazzo, collegato al primo
tramite il suo grandioso peristilio, è l'area tradizionalmente conosciu­
ta come Domus Augustana. Qui, un complesso di stanze più piccole e
di sequenze di stanze si dispone su vari livelli, attorno al profondo
pozzo di luce di un cortile. Talvolta interpretato come la parte "pri­
vata" del palazzo, questo complesso deve aver avuto una funzione as­
sai più ampia rispetto a quello che in genere intendiamo per "priva­
to". Una corte complessa richiedeva alloggi ed uffici, per i membri
della famiglia imperiale o per lo sterminato staff di liberti e schiavi.
Come funzionasse è impossibile oggi ricostruirlo. Ciò che è importan­
te è che ciò che veniva messo a disposizione era ampio e flessibile.
Piuttosto che la parte privata, questa area era il lato relativamente ap­
partato in cui gli arcana imperii, il lato nascosto al controllo pubblico,
avevano luogo. Nel suo cuhiculum, che si trovava alla fine di lunghi
corridoi, l'imperatore poteva organizzare i suoi incontri confidenziali
o tenere processi, convocare prigionieri in catene per interrogarli o
semplicemente attendere con timore il coltello dell'assassino 60 •

5.5
La città imperiale
Era nell'interesse degli imperatori non solo migliorare le condizioni
della residenza imperiale, ma anche garantire che la gente in città
avesse buoni alloggi. Pane e giochi nel circo erano senza dubbio il
segreto per mantenere una moltitudine serena: conoscere e controlla­
re la città, zona per zona, quartiere per quartiere, strada per strada,
casa per casa, fu il punto di partenza che permise ad una megalopoli,
con tutta probabilità di un milione di anime, di sopravvivere 6 r. Sono
straordinarie la velocità e le dimensioni del cambiamento, rispetto
alla Repubblica, che invece quasi non conosce un simile controllo.
Il primo passo è conoscere la propria città. Cesare, durante la sua
dittatura, introdusse una novità nella procedura del censo della città,
«non nel modo e nel luogo usuale, ma per vici, tramite i proprietari
dei caseggiati» (nec more nec loco solito, sed vicatim per dominos insu­
la.rum, Suet., lui., 41, 3). La conseguenza immediata fu la riduzione
del numero dei beneficiari delle distribuzioni pubbliche di grano da
3 2 0.000 a 1 5 0 . 000, un dato che rivela il disordine causato da falsi
aventi diritto, data l'inesistenza di liste di abitanti fatte su base locale

19 5
ROMA IMPERIALE

(le tribù del census convenzionale non avevano fondamento nella to­
pografia della città). Quartieri, vici, strettamente collegati ai collegia,
certamente esistevano come raggruppamenti informali prima di Cesa­
re e vennero sfruttati da Catilina e Clodio nei loro tentativi di orga­
nizzare il sostegno popolare 62 •
La formalizzazione di questi raggruppamenti avviene ad opera di
Augusto: la divisione della città in 14 regiones, ciascuna con i suoi
determinati vici, e ciascun vicus con la sua struttura locale di magi­
strature e di rituali, è la caratteristica fondamentale dell'ordine impe­
riale della città 63 • L'orgoglio locale, implicito negli altari e nei monu­
menti di questi vicomagistn·, e la frequenza di liberti tra di loro, ri­
chiama validamente alla memoria, quando si gu arda a questo micro­
livello, quanto Roma fosse una città di negozianti, commercianti e ar­
tigiani, che sono poi le persone che incontriamo continuamente nelle
tombe e nei columban'a fuori dalle mura 64. Orgoglio e dignità locale
sono la salda base per la costituzione di un più ampio ordine.
Anche la definizione dei confini locali favorisce la sicurezza. La
storia della creazione da parte di Augusto delle 14 regiones è stretta­
mente connessa con i progressivi esperimenti fatti per la prevenzione
degli incendi. La iniziale squadra di pompieri viene sostituita con 7
coorti di vigiles, distribuite in modo sistematico tra le regiones. Que­
ste caserme divennero una parte importante del nuovo paesaggio ur­
bano 6' . E oltre alle caserme c'è l'esperienza dei comandanti locali
dei vigiles, che hanno potere legale di entrare in un appartamento
nella loro zona e di assicurarsi che gli abitanti siano fomiti dei secchi
e del materiale antincendio necessari (Dig., 1, 15, 3, 4) 66 • Il potere di
entrare implica la conoscenza degli agglomerati abitativi: non solo vi­
cus per vicus, o insula per insula, ma cenaculum per cenaculum. Que­
sta complessiva necessità di conoscenza d'un colpo trasforma il domi­
nus insulae, e con lui il suo agente senza dubbio liberto o schiavo,
l'insularius, in una :figura chiave: non un semplice proprietario, ma la
persona responsabile di tenere informata l'amministrazione locale ri­
guardo a chi vivesse nella sua proprietà, e responsabile entro certi
limiti della loro condotta e della loro sicurezza: non è un caso che la
negligenza dell'insulan·us fosse punibile con una severa fustigazione
(Dig. , ibid.).
La diretta conseguenza di questa nuova necessità amministrativa
di conoscenza è rappresentata dalla produzione di due documenti
che mostrano, nella maniera più vivida, la città a questo microlivello:
la pianta marmorea e i Cataloghi Regionari 67 • La principale pianta
marmorea sopravvissuta può ben essere severiana, ma frammenti più
antichi confermano quello che altrimenti andrebbe dedotto, cioè che
5 . CASE E ABITANTI A ROMA

esistevano piante dettagliate della città almeno a partire dal regno di


Augusto 68 • Non dovrebbe sorprendere il fatto che una pianta della
città sia stata uno degli esiti dell'edilità di Agrippa nel 33 a.C.: il suo
interesse per la creazione di una pianta dell'impero mostra lo stesso
tipo di sensibilità 69 • L'esibizione monumentale della mappa sul mar­
mo è il prodotto secondario di una documentazione che doveva esse­
re stata conservata in forma cartacea, probabilmente nell'ufficio del
Prae/ectus Urbi nel Forum Pads. È il prodotto di un enorme, e ne­
cessariamente continuo, lavoro di rilevazione: fu ai militari che il go­
verno fece ricorso per arruolare i propri agrimensori, e questo può
aver rappresentato un'importante funzione della presenza dei militari
in città da Augusto in poi.
Non è possibile servirsi delle piante senza l'aiuto delle liste che le
accompagnano. Tuttora è acceso il dibattito riguardo a che tipo di
relazione intercorra tra i Cataloghi Regionari di quarto secolo e le li­
ste ufficiali: le posizioni vanno da quella di chi crede ottimisticamente
in una effettiva trascrizione da un documento ufficiale, a quella di chi
rigetta scetticamente tali documenti, considerandoli il prodotto di
una retorica iperbolica, volto ad esaltare l'importanza della città con
falsi dati 70• Il dibattito non tiene conto, però, del fatto che, da un
lato, la produzione di un catalogo regionario sarebbe inconcepibile,
se questo non traesse le proprie informazioni dai censimenti fatti lo­
calmente e, dall'altro lato, che l'informazione disponibile ufficialmen­
te deve essere stata molto più estesa e dettagliata e in continuo cam­
biamento nel corso del tempo. Quel che abbiamo è, nel migliore dei
casi, un sommario, con tutte le imprecisioni a cui sommari di tal ge­
nere sono esposti.
Ma malgrado le loro carenze, le liste dei Regionari, insieme alla
pianta frammentaria, ci danno un'idea di quel che doveva essere il
tessuto urbano della città, in un modo che non ha pari in nessun al­
tro centro dell'antichità. Se però si passa alle cifre in dettaglio, ecco
che i Regionari ci deludono: riportano un totale dei vici di 42 3 o 424,
laddove la somma degli elenchi dei vici per singole regioni dà un to­
tale di 303 o 307. Nulla di più semplice che, nella trasmissione di
testi basati essenzialmente su liste di numeri, si siano insinuati degli
errori. Ma, se siamo disposti ad accontentarci di impressioni generali,
le liste rivelano molto riguardo al tessuto urbano della città.
Il vicus è il nucleo sul quale si costruisce l'espansione della città.
Mentre le regioni restano costantemente 14 da Augusto fino al tardo
impero, così come la distribuzione di 48 vicomagistri, 2 curatores e un
excubitorium di una coorte di vigiles, i vici stessi sono distribuiti in
modo irregolare tra le regioni e il loro numero cambia nel corso del

19 7
ROMA IMPERIALE

tempo, cenamente in conseguenza del cambiamento della densità del­


la popolazione. Plinio il Vecchio fornisce, per l'età di Vespasiano, un
totale di 265 vici; iscrizioni di diversa cronologia, provenienti dalle
singole regioni, indicano una crescita considerevole, anche se ad un
differente ritmo nelle differenti aree; una correzione plausibile per il
totale fornito dalle liste di quarto secolo è 323, che coincide con la
cifra offena da una fonte bizantina 7 1 •
Dopo i vici, sono elencati i vari edifici e le varie strutture di servi­
zio della regione. Le case private predominano: le insulae sono decine
di migliaia, mentre, con una cifra molto più bassa, meno di 2.000,
compaiono le domus (sulla definizione di insulae e di domus si torne­
rà più avanti). Gli ho"ea, depositi per l'immagazzinamento del grano
e di altre merci, sono enumerati a parte: la cifra è piuttosto bassa, in
media meno di uno per vicus. I panifici, pistrina, viaggiano agli stessi
livelli. Le strutture connesse con l'acqua sono più comuni: oltre un
migliaio di lacus rappresentano i principali punti di distribuzione di
acqua a livello locale, mentre le cifre elevate, poco meno di un mi­
gliaio, per i bagni, balinea, ci ricordano che le monumentali thermae
imperiali costituivano solo una pane di una fitta distribuzione, per lo
più in mano a privati, di strutture termali. A questi dati in dettaglio,
distribuiti regione per regione, i sommari aggiungono due ulteriori
totali globali, che siano attendibili o meno, per le latrine pubbliche
(/atrinae) e i lupanari (/upanaria).
Ci si aspetterebbe che una lista simile per le moderne Londra o
Roma fornisse tutta una serie di dettagli che in ogni caso non abbia­
mo: il numero dei locali pubblici o bar sono spesso stati considerati
come dati essenziali; ancora, ci si aspetterebbero indicazioni sulla
quantità di negozi, imprese e fabbriche o manifatture. E cenamente
Roma non era priva di negozi e bar: dovunque si guardi sulla pianta
marmorea, le strade sono affiancate da unità di singoli ambienti che
si aprono direttamente sulla strada, chiaro segno che si tratta di edifi­
ci ad uso commerciale. Ma il sistema di categorie romano è differen­
te. Quel che si vuole documentare non è un'analisi dell'uso dello spa­
zio, ma delle unità di proprietà 72 • Il principio giuridico romano, se­
condo cui la proprietà del suolo implica il possesso di qualsiasi cosa
vi sia al di sopra, è la condizione che rende improbabile che un nego­
zio, di per sé, possa mai rappresentare un'unità di proprietà 73 • La
mancata enumerazione di imprese e manifatture è il risultato della
stessa situazione che incontriamo a Pompei o ad Ostia, in cui produ­
zione e commercio sono integrati nell'agglomerato abitativo e non
sono distinguibili come categoria a se stante. Se un'eccezione viene
fatta per magazzini e forni, è perché essi sono, già dal punto di vista
5 . CASE E ABITANTI A ROMA

strutturale, unità distinte; tuttavia ha anche rilievo, senza dubbio, il


fatto che lo Stato si occupa in prima persona delle riserve di grano e
dei panifici, per garantire l'approvvigionamento della città 74 • Anche i
lupanari, se realmente le liste avevano conoscenza di essi, possono ri­
flettere un interesse ufficiale, poiché lo stato imponeva tasse sulle
prostitute e richiedeva la loro registrazione davanti agli edili 75 • Le la­
trina e, dopo l'introduzione della tassa sull'urina da parte di Vespasia­
no, rientreranno nella stessa categoria 7 6•
Abbiamo a che fare, allora, con le unità di proprietà che venivano
dichiarate dal proprietario all'apparato amministrativo dello stato. E
di ciò bisogna tener conto, quando andiamo a considerare l'aspetto
più dibattuto di queste liste, il numero delle domus e delle insulae.
Numerosi passi nelle fonti mostrano chiaramente che "domus" e "in­
sulae" sono espressioni esaustive per indicare l'intero agglomerato
abitativo, e quindi la maggior parte dei tipi di proprietà private: cosl
nel grande incendio del 64 d.C., Tacito sostiene che un'innumerevole
quantità di domus, insulae e templi andò bruciata (Ann., 1 5 . 4 1 ) , men­
tre Suetonio più precisamente dice che, a prescindere da un immenso
numero di insulae, molte domus di eroi repubblicani, con le loro spo­
glie di guerra, andarono perdute (Nero, 3 8, 2 ) . Ogni edificio privato,
allora, o è una domus o è un'insula, e ciascuna possedeva un dominus
identificabile, in grado di dichiarare i residenti al census, o, come Ta­
cito più avanti ci spiega, di raccogliere le sovvenzioni offene da Ne­
rone per la ricostruzione 77 •
La definizione di insula ha causato molte difficoltà. La ragione è
semplice: quando si vanno a dividere le cifre fornite dalle liste, sia
per l'intera Roma (tra 44.000 e 46. 000), sia per le singole regioni, per
la superficie del suolo disponibile, si ottengono aree cosl piccole, che
è impossibile conciliarle con l'originario significato del termine, un'"i­
sola" costruita che è separata da ogni altro edificio. Nei diversi calcoli
dell'area disponibile per le costruzioni private, l'insula media, presen­
te nelle liste, non può essere più grande di 200 m2 mentre alcune
,

regioni (soprattutto VIII e x) sono cosl densamente affollate che la


media scende a 75 m2 7 8 • È sufficiente la pianta marmorea a confer­
mare che le dimensioni medie dell'edificio autonomo erano molto più
ampie. Allo stesso modo, non è una soluzione sostenere che le unità
calcolate debbano essere state singoli appartamenti, o pone d'ingres­
so, perché ciò è in contrasto con ogni significato conosciuto del ter­
mine insula. La soluzione deve essere che insula ha precisamente il
significato di "unità di proprietà", cosl come si è visto nei passi con­
siderati sopra, e come costantemente si incontra nei testi giuridici del
Digesto 79•

1 99
ROMA IMPERIALE

F[GURA 6
Pianta generale del complesso di piazza dei Cinquecento (dalla mostra Le antiche
stanze)

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/,

Se poi ciò sia sufficiente a far considerare attendibili tali cifre, come
le cifre di un censo ufficiale della proprietà a Roma nel rv secolo
d.C., questo è un altro discorso. Troppe speranze sono state riposte
in queste cifre. Se l'intento è, come è stato per molti studiosi, calcola­
re il numero degli abitanti della città, allora bisogna dire che finché
non sarà possibile calcolare il numero degli abitanti per unità di pro­
prietà, senza avere accesso alle statistiche che Cesare cominciò a rac­
cogliere, non possiamo giungere a nulla. Forse possiamo, più signifi­
cativamente, apprendere qualcosa riguardo al tessuto urbano della
città, considerato come una serie di proprietà. Comparando i blocchi
di proprietà rappresentati nella pianta marmorea, o quelli attualmente

200
5 . CASE E ABITANTr A ROMA

scavati, con l'implicito elevato numero di unità di proprietà, possia­


mo renderci conto del fatto che le proprietà, dopo la loro costruzione
unitaria, devono essere state progressivamente suddivise: e questo,
probabilmente, è sufficientemente in accordo con quanto sappiamo
sulle modalità della trasmissione ereditaria romana e sulla forte spinta
a distribuire legati ao.
Ciò è a sua volta connesso con il funzionamento della città dal
punto di vista commerciale, oltre che come luogo di residenza dei
privati: ci si trova di fronte ad una molteplicità di proprietari che ten­
tano di massimizzare il profitto di piccoli lotti di proprietà urbana di
eccezionale valore. Era un luogo comune che a Roma gli affitti fosse­
ro esorbitanti: ragione sufficiente, per Giovenale, per abbandonare la
città: con la cifra corrispondente all'affitto di un anno di una soffitta
buia a Roma si sarebbe potuta acquistare una casa a Sora, a Fahrate­
ria o a Frusino ( 3 , 223-5). Affitti elevati fruttavano la migliore rendita
possibile in un investimento, se non fosse per i rischi di incendio
connessi (Aula Gellio, r5 , r) 8 1 • Ma se le cifre dei cataloghi regionari
sono in qualche modo da seguire, proprietà di tal genere dovevano
essere piccole e suddivise. Non è un mondo in cui i supermercati o i
grandi centri di produzione avrebbero avuto la possibilità di decolla­
re, ma era il mondo ideale per il piccolo commerciante, per il singolo
imprenditore a caccia di un rapido profitto e di una confortevole nic­
chia in una società snob. Tale interpretazione trova conferma nelle
migliaia di monumenti funerari appartenenti a liberti.
Gli imperatori, dunque, cercavano di tenere sotto controllo la
propria città, tramite una conoscenza capillare, quartiere per quartie­
re, proprietà per proprietà. È da considerare anche il fatto straordi­
nario che la pianta marmorea della città rappresenta demarcazioni in­
terne entro le proprietà, anche se in modo insufficiente. Una simile
conoscenza è, in genere, il privilegio degli archeologi e va ben al di là
del campo d'azione dei geometri che dipendono dalle autorità locali.
L'altra procedura usuale, con cui le autorità locali controllano le cit­
tà, è la regolamentazione dell'attività edilizia: attraverso l'imposizione
di piani regolatori per lo sviluppo, la definizione delle attività lecite
entro le diverse zone, e il controllo e la supervisione di metodi e
standard di costruzione. Sino a che punto gli imperatori erano in gra­
do di dar forma allo sviluppo di Roma? In alcune aree, l'intervento
imperiale è fermo e risoluto; ma esso ha anche i suoi limiti, e siamo
ben lontani da uno stato pianificato centralmente 82 •
Al volgere del millennio, Roma è considerata una città caratteriz­
zata da incendi e speculatori edilizi. Plutarco descrive come Crasso
fece la propria fortuna in seguito alle proscrizioni sillane, accaparran-

20I
ROMA I MPERIALE

do le proprietà dei proscritti e quelle danneggiate dai frequenti in­


cendi, con l'ausilio della sua squadra di 500 schiavi architetti e co­
struttori per edificarle (Crassus, 2, 3-4). Strabone descrive la città ai
tempi di Augusto come una città in continua costruzione, a causa de­
gli incessanti crolli, incendi e vendite, aggiungendo che una vendita
era considerata positivamente così come un crollo, tanto era il deside­
rio di costruire (5, C235 ). La soddisfazione del proprietario in caso di
crollo è confermata da Cicerone, che racconta del crollo di due nego­
zi: non solo i suoi residenti, ma anche i topi erano scappati. Ma gra­
zie alla consulenza del suo amico uomo di affari Vestorio, la perdita
sarebbe stata volta in profitto (ad Att., 1 4, 9, 1).
A dire il vero, questa attività di costruzione speculativa, entro cer­
ti limiti, era controllata 83 • Strabone racconta che Augusto impose un
limite di 70 piedi di altezza per le proprietà che si affacciavano sulle
strade pubbliche come misura di prevenzione contro gli incendi (5,
C235). Le limitazioni imposte da Nerone dopo il "grande incendio"
sono molto maggiori: l'altezza fu ridotta ulteriormente a 60 piedi, le
strade furono ampliate e furono prese misure per le aree aperte (cioè
le piazze), furono aggiunti portici a protezione delle facciate delle in­
sulae, furono presi provvedimenti per assicurare l'approvvigionamen­
to di acqua di un pubblico molto numeroso, assicurando che questa
non venisse deviata a fini privati, fu imposto l'utilizzo di materiali da
costruzione resistenti al fuoco, in particolare la pietra di Gabii e di
A lba, furono vietate le pareti comuni sui confini delle proprietà (Ta­
cito, Ann., 15, 43). Gli ultimi imperatori continuarono a rafforzare o
a modificare queste norme.
Ciò ha tutta l'aria di essere una rivoluzione nel tessuto urbano; e
veniva messo in evidenza con tale insistenza il contrasto tra le tortuo­
se strade di Roma, così come fu ricostruita dopo il sacco gallico e la
nuova Roma di Nerone (ibid.), che si prospettò l'idea che Nerone
avesse incendiato la città deliberatamente perché «offeso da tanta
bruttezza degli edifici e dall'angustia delle strade tortuose» (Suetonio,
Nero, 38, 1). Ma la Roma post-neroniana fu davvero una città dagli
ampi corsi, dagli ombrosi portici e dagli isolati ben progettati e co­
struiti secondo la regola? Soltanto in parte. Mezzo secolo più tardi,
Giovenale si lamenta ancora di venir bloccato e oppresso negli ingor­
ghi, nelle strette e tortuose strade (3, 237). Se osserviamo la pianta
della Roma severiana, quello che sorprende è l'alternanza tra aree re­
golarmente progettate e l'intrico di strade tortuose e appezzamenti ir­
regolari. Le case lungo il rettilineo vicus Patricius seguono perfetta­
mente un allineamento rettangolare; ma se si sale su per il clivus Su­
buranus, le strade si intrecciano di nuovo e piegano, fino ad essere

202
5 . CASE E ABITANTI A ROMA

bruscamente interrotte dalla regolarità della Porticus Liviae. 11 fatto


che strade tortuose vengano obliterate dalla Porticus mostra che esse
si datano prima che Augusto costruisse questo edificio pubblico, sulle
parcelle precedentemente occupate dalla splendida casa di Vedio Pol­
lione 84 • Allo stesso modo possiamo notare che nel Campo Marzio,
effettivamente un'area verde edificata per la prima volta in maniera
notevole sotto Augusto, mentre i monumenti pubblici sono piuttosto
regolari, il disegno delle strade immediatamente dietro al Teatro di
Balbo si disintegra nell'irregolarità delle parcelle.
I limiti del controllo imperiale, allora, sono evidenti. Se da un lato
gli imperatori spingono per imporre l'ordine, dall'altro, le costruzioni
private sono nelle mani di tutta una serie di speculatori privati, e dal
momento che il ritmo delle costruzioni è in larga misura irregolare,
sono costretti a seguire il vecchio disegno urbano di questa città abi­
tata senza soluzione di continuità. Né gli imperatori hanno il benché
minimo interesse a pianificare la distribuzione delle aree entro la cit­
tà. Se l'avessero fatto, sarebbero stati più interessati a raccogliere i
dati relativi ai negozi e alle attività economiche. Questi ultimi restano,
invece, pienamente integrati nell'agglomerato abitativo, seguendo le
leggi del libero mercato. Non è un ambiente ostile al commercio e ai
traffici, tutt'altro; soltanto non cerca di controllarli o di regolarli.
Le tracce sopravvissute delle abitazioni di età imperiale sono suf­
ficienti almeno a darci qualche esemplificazione riguardo alla gamma
dei moduli abitativi disponibile. Costruzioni a più piani di laterizi e
conglomerato cementizio divennero presto la norma nel 1 secolo d.C.
Ostia ci offre gli esempi meglio visibili di strutture di tal genere, e
non si può fare a meno di pensare, su questa base, che l'insula ret­
tangolare regolarmente progettata rappresentasse il tipo standard 85 •
E infatti, insulae simili erano frequenti anche nella Roma metropolita­
na: la pianta marmorea testimonia la presenza di complessi regolari
simili in molte zone, soprattutto nel Trastevere.
Sembra che una serie di complessi di tale tipo si trovasse lungo la
via Lata, al di là del Campo Marzio, lungo la linea dell'attuale via del
Corso. Gli scavi effettuati alla fine del secolo scorso per costruire la
Galleria Colonna hanno rivelato un complesso rettangolare, di età
adrianea, che segue quasi esattamente il profilo dell'attuale Galleria.
La pianta del piano terra mostra la fila di negozi che erano tutt'intor­
no 86• Sul lato opposto di via Lata, nella cripta della chiesa di Santa
Maria in via Lata, si sono conservate frammentariamente simili strut­
ture regolari 87 • Poche centinaia di metri più a est, in via dei Maroniti
e in via in Arcione, la costruzione di alcuni edifici, intorno agli anni
sessanta del novecento, ha rivelato i resti cospicui di tre fabbricati: le

203
ROMA IMPERIALE

due strade che li dividevano corrono esattamente parallele alla via


Lata, il che rivela l'esistenza in quest'area di una struttura rettilinea.
Il grande vantaggio di poter osservare insieme tre complessi è che ne
viene illustrato il carattere eterogeneo. L'edificio A, quello più occi­
dentale, è costituito da una fila di sei negozi che si aprono sulla stra­
da, con uno stretto passaggio pedonale che corre dietro; l'edificio Br
è in massima parte costituito da un'ampia aula absidata ornata da
una splendida decorazione marmorea; l'edificio B2 prevede una serie
di stanze comunicanti, molte delle quali hanno pavimenti splendida­
mente decorati in opus sectile policromo 88 • Siamo di fronte ad una
mistione tra lussuose abitazioni private e il modello standard delle
unità commerciali.
La parte meridionale del Campo Marzio soprattutto è l'area della
città nella quale è meglio possibile dimostrare la continuità tra il di­
segno delle strade della città imperiale e quello che si è preservato
attraverso il medioevo sino al presente . La connessione intuitivamen­
te stabilita tra alcuni frammenti della pianta marmorea che mostrano
una curva particolare e via delle Zoccolette, che segue una curva del
Tevere, ha reso possibile collocare i frammenti che stanno attorno,
caratterizzati da una griglia rettilinea e dal nome della strada, il Vi­
cus [Sta]blarius, poco più a sud del Teatro di Pompeo 89 • Lo scavo
più notevole qui, nel Rione Regola (che riflette il toponimo antico,
Arenula) è quello di un complesso di case in prossimità della Chiesa
di S. Paolo alla Regola, con fasi visibili che appartengono ai periodi
domizianeo, severiano e costantiniano 90• Qui pure si può rintraccia­
re una continuità di abitazione che si estende per quasi due millenni.
Ma le strade attorno sono stipate di chiese, palazzi e botteghe visi­
bilmente edificate su abitazioni antiche dalla Chiesa di S. Salvatore
in Onda, alla casa dirimpetto a Palazzo Capodi ferro, agli impressio­
nanti mosaici sotto Palazzo Spada e Palazzo Farnese 9 1. Il quadro
che suggeriscono i resti frammentari è quello di un'area altrettanto
densamente abitata nell'antichità quanto lo è oggi; e il superstite coa­
cervo di chiese, grandi palazzi, fabbricati di appartamenti e botteghe
di artigiani può riflettere una situazione non dissimile da quella del­
l'antichità.
Quindi, complessi rettilinei esistevano sicuramente, specialmente
nelle aree come Campo Marzio e Trastevere, che in età repubblicana
si erano sviluppate solo in parte. Ma il carattere particolare di Roma
emerge meglio dalle parcelle irregolari, e dall'ingegnosità degli archi­
tetti nel tentare di dare un'apparenza di regolarità. Il miglior esempio
superstite di un fabbricato a più piani di appartamenti, non solo a
Roma, ma dovunque nel mondo romano, è l'insula portata alla luce

204
5 . CASE E ABITANTl A ROMA

dalle demolizioni di epoca fascista, negli anni venti, alle pendici del
Campidoglio, immediatamente adiacente alla scalinata di Santa Maria
in Aracoeli. Solo qui è possibile vedere, sia in piano che in alzato, un
complesso a più piani su cinque livelli, con alcuni indizi di un sesto.
La posizione e la struttura dell'insula sono notevoli: occupano infatti
una stretta e irregolare lingua di terra che segue il banco di tufo ver­
ticale di fronte al Campidoglio, cosicché, mentre la facciata presenta
un'apparente regolarità, i piani retrostanti si innestano nel fianco irre­
golare della collina 92 •
Al piano terra, ampie sale a volta, dietro un portico ad archi, co­
stituiscono l'usuale linea di negozi; un mezzanino, che si innesta al
livello delle volte, dà vita ad uno spazio vivibile al piano superiore,
sopra ai negozi. Il terzo livello sembra costituire un unico grande ap­
partamento, con un'unica fila di ampie stanze comunicanti, illunùnate
direttamente dalle finestre che danno sulla strada. I due livelli supe­
riori penetrano più in profondità nel fianco della collina e seguono
una differente disposizione: una serie di suites di tre stanze, separate
da corridoi che si dipartono dalla facciata, unite sul retro da un corri­
doio di raccordo. L'effetto è di creare una serie di unità indipendenti,
ciascuna caratterizzata da una stanza principale, illunùnata diretta­
mente da una doppia finestra in facciata, e da due stanze di più pic­
cole dimensioni, illuminate indirettamente dal corridoio, che termina
su una terza finestra. Si tratta di una documentazione particolarmente
preziosa, poiché ci aiuta a comprendere come funzionasse il sistema
delle finestre anche altrove, in quegli edifici che sopravvivono soltan­
to in facciata. Gruppi di tre finestre disposte in fila, l'una vicino al-
1' altra, possono riflettere anche in altri casi la disposizione tipica degli
appartamenti con corridoi che portano verso il retro della facciata.
Tuttavia, anche le tre stanze del piano sottostante hanno tre finestre,
sicché non c'è una formula facile che possiamo seguire.
L'insula all'Aracoeli illustra in modo particolarmente efficace la
natura eterogenea di un edificio di appartamenti in affitto, proprio
come emerge dalle fonti giuridiche 93 • I casi presenti nel Digesto mo­
strano che era comune per un affittuario prendere in affitto un'intera
insula ad un unico prezzo e poi subaffittare le singole parti che la
componevano per trame profitto. Emerge anche il fatto che, dal pun­
to di vista sociale, l'affitto era un fenomeno pluristratificato, che coin­
volgeva una gamma che andava dai poveri, umili commercianti e ope­
rai, ai membri delle stesse classi elevate. Anche se per un senatore
come Vitellio dare in affitto la propria domus e prendere in affitto un
cenaculum meritorium a Roma per la propria fanùglia era un segnale
dell'esistenza di problenù di carattere finanziario (Suetonio, Vit., 7,

205
ROMA IMPERIALE

2 ) , numerosissimi altri senatori sono attestati come affittuari 94 • Quin­


di era tipico di un'insu/,a alloggiare un'intera gamma sociale, dai be­
nestanti in spaziosi cenacu/,a equestria, ai commercianti nelle loro ta­
bernae con mezzanini, alle povere famiglie in cenacu/,a uniti da un
corridoio, ai piani elevati. L'attico era visto come la soluzione meno
desiderabile: dormire sotto le tegole con i piccioni non solo significa­
va arrampicarsi per interminabili scale (i proverbiali 200 gradini di
Marziale 7, 20, 20) , ma anche scappare per ultimi quando l'apparta­
mento del vicino prendeva fuoco (Giovenale, 3, I 9 8 -20I ) .
Un altro fabbricato di appartamenti simile è ancora visibile, in­
trappolato come una mosca nell'ambra, nella chiesa dei SS. Giovanni
e Paolo sul Celio, sul ripido pendio del clivus Scauri (di nuovo una
strada antica che segue, ancor oggi, il suo antico corso) 9 ' . La chiesa
più recente conserva il primo piano dell'insu/,a, nel proprio basamen­
to, e la parte principale della facciata, nel proprio muro occidentale.
L'insu/,a è doppiamente irregolare: da una parte perché segue un ripi­
do ed erto pendio, dall'altra perché l'impianto stradale le impone la
forma di un cuneo. Al piano inferiore incontriamo la formula nota,
costituita da un portico con arcate che conduce ai negozi costruiti nel
basamento a volta. Sembra che in seguito i negozi siano stati oblitera­
ti e trasformati in stanze private decorate. Un cortile posteriore servi­
va da presa di luce e tromba delle scale; nella sua fase più tarda un
attraente nymphaeum ne ornava la parte finale. Dei due piani superio­
ri sono visibili solo le finestre in facciata: la distribuzione di queste
ultime, che possono essere singole, ma anche in gruppi di due o tre,
indica la presenza di diversi appartamenti di differenti dimensioni.
Tuttavia, il fatto che molte di queste finestre fossero già state tampo­
nate in antico e fossero state sostituite da finestre più alte e strette è
indice del fatto che, qualsiasi fosse la struttura originaria, venivano
fatte modifiche in continuazione.
Un ultimo efficace esempio di un gruppo di insu/,ae, distrutto in
occasione della costruzione della stazione Termini, è stato recente­
mente riproposto in una importante mostra 96 • Si possono intravedere
i frammenti di circa cinque insu/,ae. Ancora una volta possiamo essere
impressionati dalla struttura irregolare, dettata dalla linea non retta
delle mura serviane. L'insu/,a conservata meglio è la E, ed è caratte­
rizzata da una pianta a forma di prora di nave. Nella parte terminale
di questo triangolo, un'abile architettura è riuscita ad inserire una ele­
gante domus simmetrica, di 430 m': essa è concepita attorno a un
cortile centrale con una fontana nel mezzo; l'ingresso offre una vista
su un'abside semicircolare; una grande sala absidata si apre su di un
lato, mentre dall'altro lato si disloca una fila di piccole stanze qua-

206
1 · CASE E AB ITANTI A ROMA

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207
ROMA IMPERIALE

drate, decorate da mosaici floreali in bianco e nero di buona qualità.


Le stanze di servizio sono nascoste sul retro, nella parte irregolare. La
domus costituisce un'unica unità strutturale con un ampio e splendi­
do complesso termale, probabilmente uno dei numerosi bagni di pro­
prietà privata, ma di uso pubblico. Tra la domus e il complesso bal­
neare vi è un ingresso indipendente, che immette in un'ampia rampa
di scale che conduce ai piani superiori. Piuttosto che escludere la
possibilità che si tratti di un cenaculum con inquilini, sopra una resi­
denza cosi elegante, e considerare allora le scale come un accesso di
servizio al tetto del complesso balneare 97 , dobbiamo considerare
benvenuta l'attestazione di come il mondo dei cenacula stesse gomito
a gomito con quello dell'elegante domus. Ancora, si può notare la
presenza di una fullonica, costituita da una sola stanza ricavata in uno
stretto spazio tra le stanze dei bagni. Si riesce a cogliere sufficiente­
mente la volontà di trarre profitto da un edificio urbano in affitto
(bagni, appartamento, fullonica), accanto alla casa dominante che
ostenta l'utilizzazione di questo profitto.
La costruzione di questa insula si data all'inizio del secondo seco­
lo, probabilmente in età adrianea, ed è connessa strettamente con la
costruzione di un'altra insula dall'altra parte della strada, che, a giu­
dicare dal sistema fognario in comune, può far parte di un progetto
unitario. L'insula consiste di due edifici, C e D, posti ad angolo ottu­
so e in linea con l'andamento della strada. Essi sono caratterizzati da
una forma che si incontra spesso nella pianta marmorea: una stretta
striscia con due :file di negozi ad una sola stanza, connessi attraverso
le pareti posteriori e che si aprono sulle strade su entrambi i lati. Un
vicolo stretto pavimentato con mattoni separa i due edifici forse solo
al pianterreno. In ciascun edificio, un'ampia rampa di scale di tra­
vertino conduce direttamente dalla strada agli appartamenti ai piani
superiori. Le tabernae avevano probabilmente mezzanini in legno (al­
meno una mostra tracce di una scala interna), mentre l'intera insula
dovrebbe essere stata di almeno tre piani. Se realmente questa insula
fu originariamente edificata dal costruttore dell'edificio che compren­
deva la domus con il complesso balneare, allora le sue quattordici ta­
bernae con i cenacula al piano superiore devono aver fruttato una
considerevole rendita 98 • Fistulae di piombo con i nomi di Marco Au­
relio e di Aurelia Sabina indicano che si tratta di proprietà privata
della famiglia imperiale 99,
Simili frammenti del tessuto edilizio urbano offrono non più che
un campione, sufficiente, tuttavia, a rievocare un centro abitativo
densamente affollato, in cui ogni metro quadrato rappresentava un
profitto, e dove i grandi progressi tecnologici, apportati dallo svilup-

208
5 . CASE E ABITANTI A ROMA

po di un'ampia produzione laterizia e dall'uso del resistente conglo­


merato cementizio, faticavano a compensare gli inconvenienti di un
sito di particolare irregolarità topografica, un centro in cui la conti­
nuità dell'abitato, nel corso dei secoli, ha reso davvero arduo ogni
tentativo di modifica nell'impianto stradale. Inoltre, quello che emer­
ge è il carattere profondamente eterogeneo di un siffatto centro. Le
ricche domus, con i loro rivestimenti marmorei, pavimenti a mosaico
e sale di ricevimento absidate, stanno accanto a file di negozi, alla
confusione dei complessi balneari o agli sgradevoli odori della ful/o­
nica.
È allettante immaginare una Roma suddivisa in aree più ricche e
aree più povere. L'immagine ovidiana del cielo diviso tra un "Palati­
no" per i nobili e altre aree per la p lebs, riflette evidentemente realtà
augustee contemporanee; ed è usuale riferirsi alla Suburra come a
una sona di slum, e all'Aventino come alla tradizionale roccafone
"plebea" In qualsiasi città, la geografia umana è costantemente in
movimento, ed è evidente che ormai, nell'alto impero, gli imperatori
avevano espulso la nobiltà dal Palatino, e che il carattere "plebeo"
del'Aventino era a tal punto venuto meno che lo stesso Traiano pote­
va avere i suoi privata in quell'area e che fossero traianei o meno i
vari frammenti di residenze lussuose che sono stati scavati nell'area, è
abbastanza evidente che l'area non era uno slum. Si è suggerito, sulla
base di localizzazioni note di case senatorie in età imperiale che quel
che vediamo è uno spostamento dei ricchi sui colli, Quirinale, Esqui­
lino, Celio e Aventino, che lascia ai meno nobili le aree più basse
attorno al Foro, al Campo Marzio e a Trastevere 1 00• È ben possibile
che sia riconoscibile davvero qualcosa del genere, anche se dobbiamo
evitare di attribuire soverchia imponanza alla distribuzione dei nomi
sui tubi di piombo, che è in pane condizionata dalla vicenda dello
sviluppo successivo della città e dunque del recupero archeologico.
Ma in ogni caso dobbiamo guardarci dall'immaginare una qualsiasi
zona come destinata esclusivamente o anche solo prevalentemente o
ad abitazioni dei ricchi o ad abitazioni dei poveri. I paralleli di altre
città preindustriali e la chiara testimonianza della pianta marmorea
suggeriscono che il modello è sempre quello di una mescolanza di
case di rappresentanza, abitazioni ordinarie e intraprese commerciali,
e sia i cataloghi regionari sia la pianta marmorea indicano l'esistenza
di una mescolanza di domus e insu'ltie in tutte le regioni.
L'idea che il ricco vivesse separato è incoraggiata dalla natura
frammentaria della documentazione: spesso i resti di una ricca abita­
zione possono essere trovati in una zona non estesa, in particolare
sotto una chiesa, come la casa con il grande peristilio conservata sot-

209
ROMA IMPERIALE

to S. Maria Maggiore, con i suoi frammenti di un calendario e un


fregio che ricorda quello dell'Esquilino, sebbene molti secoli
dopo 10' . Della casa del secondo secolo sull'Aventino, attribuita a
Traiano, sopravvive solo una serie di stanze a volta al piano terra, con
una decorazione delicata su sfondo bianco: non sappiamo nulla della
sua estensione o del suo immediato contesto 102 • La splendida casa
affrescata, scoperta nel XVIII secolo sotto Villa Negroni, fu scavata
isolatamente, fuori da ogni contesto rn 3 • Case di tal genere sono viste
fuori dal loro contesto urbano, ma basterebbe consultare la pianta
marmorea della città per scoprire che non c'era luogo dove l'isola­
mento fosse possibile.

.5 . 6
Il tardoantico
La maggior parte delle strutture domestiche che vediamo oggi risal­
gono al rr e all'inizio del III secolo. In ogni tempo, i Romani hanno
continuato ad abitare strutture molto più antiche, per tutto il tempo
in cui queste restavano in buono stato: l'insula all'Aracoeli fu abitata
con continuità fino al suo sventramento nel r929. Il tardo III secolo
rappresenta un periodo in cui l'imponente concentrazione delle risor­
se imperiali nella capitale si era esaurita e la città viveva, per così
dire, sugli allori. Se il rv secolo porta una ripresa, è solo in un campo
limitato: l'aristocrazia metropolitana, libera dalla sorveglianza della
continua presenza imperiale e avvantaggiata da nuovi privilegi econo­
mici in Italia, investe nei suoi palazzi privati ad un livello che, dalla
tarda Repubblica, non aveva precedenti r n4,
Così come viene rievocata dalla penna satirica di Ammiano, la
Roma tardoantica è una città caratterizzata da contrasti, in cui il ricco
e il povero sono accomunati soltanto dal loro degrado morale. I ric­
chi si attorniano di un corteggio abbagliante, si adornano con vesti
sgargianti, si circondano di cuochi, eunuchi, fanciulle danzanti, gioca­
tori d'azzardo, aurighi, astrologi, ricevono visite di eventuali clienti,
ma sono sprezzanti, si lamenta lo scrittore, nei confronti degli uomini
di cultura, di filosofia e di musica ( I4, 6, 9-24). Ma Ammiano non ha
nemmeno simpatia per il povero che abita in città. Se costoro " delle
più indegne condizioni" spendono le loro notti nelle osterie o al ripa­
ro sotto le tende di un teatro, ciò non è dovuto, nella sua visione, al
fatto che essi sono vittime della mancanza di alloggi, ma perché han­
no scelto di bere e giocare d'azzardo ( r4, 6, 25). Sappiamo che i no­
bili di quarto secolo erano molto più fini di quanto Ammiano sosten-

2 IO
5 . CASE E ABITANTI A ROMA

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FIGURA 8
Carta archeologica del Cispio

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ga e possiamo supporre che il povero avesse molto meno scelta su
dove dormire.
Le tracce visibili sottolineano l'opulenza delle case dei benestanti
e sono indicative del fatto che l'importanza di attrarre ampie folle di
dipendenti e visitatori non è mai cessata. Una casa di quarto secolo
particolarmente mirabile è conosciuta, nel suo livello di fondazione,
sopra alla cisterna delle terme di Traiano, nota come le Settesale 10' .
La sua struttura si basa su una sequenza di splendide sale da ricevi­
mento: configurazioni rettangolari si congiungono a cerchi e semicer­
chi. Una grandiosa aula absidata costituisce il contrassegno delle ric­
che abitazioni di questo periodo. Oltre a ciò, vi è un complesso esa­
gonale ancora più ambizioso, con un'alternanza di stanze absidate e

2II
ROMA lMPERIALE

stanze rettangolari, che si aprono sull'esagono centrale come i petali


di un fiore. La decorazione tipica di questi splendidi spazi di ricevi­
mento è ovunque il marmo policromo.
Tutti questi aspetti, l'enfasi riposta nel ricevimento, l'aula absida­
ta, i rivestimenti in marmo, e il riutilizzo di edifici precedenti di di­
verso genere sono il marchio distintivo di questo periodo 106 •
Il mo­
dello della trasformazione di insulae o di edifici pubblici in palazzi è
stato notato da tempo per l'Ostia del IV secolo. Il processo a Roma
sembra iniziare prima, come mostra la trasformazione, nel III secolo,
di due insulae di età flavia nella Domus Gaudenti, sul Celio 1 07 . Non
bisogna dimenticare anche che, come per Pompei, la natura di una
città densamente popolata è tale da poter determinare modificazioni
in un senso o nel senso opposto per quanto riguarda il cambiamento
dei confini di proprietà: case grandiose possono derivare dall'unione
di più case di piccole dimensioni, ma, allo stesso modo, possono
frammentarsi in parti più piccole. Anche così, la frequenza a Roma,
nel 1v secolo, di ricche case di notevoli dimensioni coincide con l'evi­
denza storica che attesta un risorgere dell'aristocrazia senatoria.
L'altra sorprendente peculiarità di questo periodo è il rapporto
ambivalente con le strutture cristiane. Alcune splendide aule absidate,
come quella di Giunio Basso sull'Esquilino, sono esclusivamente pa­
gane nella loro funzione: lo stile architettonico delle chiese di IV seco­
lo ha origine direttamente dallo stile del contemporaneo mondo pa­
gano 108 •
Ma la frequenza con cui sontuose case private vengono sco­
perte sotto le basiliche cristiane, con lo stesso orientamento e costi­
tuendo spesso le sostruzioni della costruzione successiva, mette in
evidenza tale continuità. Talvolta, come nella casa sotto la chiesa dei
SS. Giovanni e Paolo, si riesce a seguire la continuità di funzione.
L'insula plurifamiliare del II secolo dapprima è trasformata in una
casa sontuosa, con il blocco dei negozi elegantemente decorato, e con
un raffinato nymphaeum che rende più signorile il cortile comune; in
seguito, al piano sottostante, viene inserita una con/essio decorata con
scene di martirio; infine la casa è letteralmente incorporata nella
struttura della basilica <>s>.
1

5 .7
Conclusioni
Le abitazioni di Pompei o di Ostia ci sembrano più comprensibili
grazie al loro stato di conservazione, bloccate in un orizzonte crono­
logico dalla distruzione e dall'abbandono, non disturbate dallo svi-

212
5 . CASE E ABITANTI A ROMA

luppo dei secoli successivi. A Roma le abitazioni sembrano più im­


percettibili, in quanto inserite in un continuum di vita: l'insula all'A­
racoeli o il complesso dei mercati di Traiano apparentemente sem­
brano appartenere ad un solo orizzonte cronologico, a causa degli
"sventramenti" che hanno distrutto l'evidenza di successivi riutilizzi e
successive abitazioni. Eppure, la continuità in sé e per sé rappresenta
la caratteristica della metropoli. Percorrendo via del Corso/via Lata,
via dei Coronari/via Recta, via in Selce/clivus Suburanus, via Urbana/
vicus Patricius o il clivus Scauri, che ancora conserva il suo nome an­
tico, percepiamo la continuità di un millennio e mezzo dopo l'anti­
chità. La continuità è anche importante per comprendere l'antichità
stessa. Strade che risalgono al 400 d.C. potrebbero avere avuto ori­
gine addirittura un millennio prima. Le case aristocratiche sul Palati­
no della fine del r secolo a.C. nacquero sulle strutture di quelle del
sesto secolo. La linea delle mura arcaiche della città condizionava an­
cora la pianta dell'agglomerato abitativo dell'età di Adriano. Le basi­
liche paleocristiane si originano sulle tracce dei palazzi dell'inizio
dell'impero.
Una simile continuità non privava affatto la città di vigore innova­
tivo. Dalla capanna di Romolo alle sale di ricevimento absidate della
tarda antichità, si passa attraverso trasformazioni fisiche altrettanto
sostanziali delle trasformazioni delle società che le hanno prodotte.
Le tracce dei primi sette secoli di vita della città sono così difficili da
riconoscere, perché gli edifici imperiali, con le loro imponenti fonda­
zioni, tagliarono profondamente gli strati dei secoli precedenti. È
dove i frammenti del passato venivano fatti oggetto di venerazione,
come nel caso della capanna di Romolo o della Regia di Numa o an­
che della prima casa sul Palatino di A ugusto, che riusciamo, ancor
oggi, a coglierli con più facilità.
Nella continuità e nella trasformazione, alcuni temi sono costanti.
Uno è rappresentato dai rapporti che intercorrono tra pubblico e pri­
vato. Il mondo delle abitazioni private, in un certo senso, è in aperto
contrasto con quello dei monumenti pubblici. Il pubblico è sempre
privilegiato: la città si identifica con i suoi /ora e templi e luoghi di
pubblico intrattenimento; i ricchi che contribuiscono ad accrescere
gli spazi pubblici vengono applauditi, mentre il singolo privato che
ostenta troppa magnificenza nel privato viene minacciato dall'umilia­
zione rituale, a cominciare dal prudente trasferimento di Valerio Pu­
blicola dalla Velia al Foro, alla distruzione delle case sul Campidoglio
di Manlio Capitolino e di altri aspiranti tiranni, alla demolizione, da
parte di Clodio, della casa di Cicerone, alla sostituzione, operata da
Augusto, del sontuoso palazzo di Vedio Pollione con la Porticus di

213
ROMA JMPERJALE

Llvia, per finire con l'obliterazione di età flavia della Domus Aurea
neroniana in favore delle terme e dell'anfiteatro. Ma, nello stesso tem­
po, la separazione ideologica tra pubblico e privato è costantemente
superata, perché è usando il linguaggio del pubblico che il privato
enfatizza il proprio potere.
11 secondo tema che rimane costante è il rapporto tra il ricco e il
povero, e tra il mondo dell'ostentazione e del ricevimento e quello
della produzione e del commercio. Una suddivisione in zone si può
percepire solo limitatamente. Specialmente il Palatino rappresenta
qualcosa di peculiare: «qui abita la nobiltà» - come ricorda Ovidio -
<1Jlebs habitat diversa lods». L'affollata Subura e le eleganti Carina e
erano viste come mondi totalmente separati. E ancora, zone periferi­
che come l'Esquilino o il Pincio, con i loro immensi giardini imperia­
li, avevano un aspetto del tutto differente rispetto al centro affollato,
mentre le aree sviluppatesi relativamente tardi, come il Campo Mar­
zio o Trastevere, potevano sembrare più simili a nuove città che a
parti di un centro ingarbugliato. Ma al di là di tutti questi contrasti,
resta l'impressione che ricco e povero, esibizione e commercio, possa­
no essere trovati gomito a gomito. Le case nobili repubblicane sulla
via Sacra erano affiancate da negozi; la domus adrianea sotto la stazio­
ne Termini si è sviluppata assieme ad un complesso commerciale.
Ogni insula rappresenta potenzialmente un microcosmo sociale, dai
commercianti agli abitanti di lussuosi appartamenti. I ricchi non pote­
vano fuggire troppo lontano dai poveri, dal momento che avevano bi­
sogno sia dell'omaggio della sa lutatio, sia degli affitti.

Note
1. Sulla Forma Urbis Romae, cfr. infra.
2. R. Krautheimer et al., Corpus Basi/icarum Christi1111arum Romae: the Early
Christi1111 basilicas o/ Rome, voi. 11, Città del Vaticano 19,9, pp. 1 86-90; F. Guido­
baldi, L'edilizia abitativa unifamiliare nella Roma tardoantica, in A. Giardina, A. Schia­
vone (11 cura di), Società romana e i111pero tard011ntico, 2, Roma-Bari 1986, pp.
1 88-92.
3. Sui Cataloghi Regionari, cfr. infra.
4. La topografia di questa zona è stata brillantemente ricostruita da E. Rodri­
guez-Almeida, Forma Urbis marmorea, nuove integrazioni, in "Bull. Comm. n, 82
(1970-7 1), pp. ID' ss.; Id., Aggiornamento topografico dei colli Oppio, Cispio e Vimina­
te secondo la Forma Urbis Marmorea, in "Rend. Pont. Ace. Romana di Archeologian ,
48 (197,-76), pp. 263 ss.; Id., Qualche osservazione sulle Esqui/iae patnve e il Lacus
Orphei, in L'Urbs. Espace urbain et histoire, Roma 1987, pp. 415-28.
, . Cfr. W. Eck, Die fistulae aquariae der Stadt Rom, in "Eos n , 1 , (1982), pp.
197-22, e C. Bruun, The Water Supp/y o/ Ancient Rome. A Study of Roman lmpenal
Administration, Soc. Scient. Fennica, Comm. Hum. Litt. 93, Helsinki 1 99 1 . Molte

214
5 . CASE E ABITANTI A ROMA

centin11i11 di 11ttribuzioni, inserite sotto lii voce "domus• nel Lexicon Topographicum
Urbis Romae, voi. 11, pp. 64-2 17, dipendono d11i nomi presenti sulle fistulae. li Lexicon
offre un contributo import11nte IÙ.)11 conoscenza delle domus, seppure limit11to dall'or­
g11nizzazione alf11betic11.
6. Cfr. infra.
7. Sul t11rdo11ntico, Guidobaldi, L'edz1izia abitativa unifamiliare nella Roma tar­
doantica, cit.; Id., Roma. Il tessuto abitativo, le domus e i tituli, in Storia di Roma, 3,
L'etrJ tardoantica. 11. I luoghi e le culture, Torino 1993, pp. 69-83, e Id., Le domus
tardoantiche di Roma rome "sensori» delle trasformazioni culturali e sodali, in W. V.
H11rris (ed.), The Transformations of Vrbs Rom11 in Late Antiquity, Portsmouth (RJ)
1 999, pp. n-68, è molto utile. Altrimenti ci si può rivolgere ai lavori generali di L.
Homo, Rome ifflfJériale et l'urbanisme dans l'antiquité, Paris 196 1 ; J. E. Stambaugh,
The Ancient Roman City, Baltimore 11nd London 1988, pp. 1 57-97, e F. Kolb, Rom.
Vie Geschichte der Stadt in der Antike, Miinchen 1995.
8. Cfr. il catalogo della mostra Antiche Stanze. Un quartiere di Roma ifflfJeriale
nella zona di Termini. Museo N11zionale Rom11no, Terme di Dioclezi11no, Roma, di­
cembre 1 996-giugno 1997, Roma 1996.
9. Cosi J. P. More!, La tapographie de l'artisanat et du commerce dans la Rome
antique, in L'Urbs. Es:pace urbain et histoire, cit., pp. 127-55 .
10. Cfr. N. Purcell, Rome and lts Development under Augustus and His Succes­
sors, in Cambridge Andent Histoif, voi. 10, Cambridge 1 996, pp. 782-8I I , sul ruolo
dell11 topogrllfia.
I I . Cfr. P. Pensabene, Casa Romuli sul Palatino, in "Rend. Pont. Ace:, 63
(1990-91), pp. n5 ss.; P. Brocato, Le capanne del Cermalus e la Roma quadrata, in A.
Carandini, La nascita di Roma, Torino 1997, pp. 6 1 8-22.
12. Dion Hai., Ant., 1, 79, n; Carandini, La nascita di Roma, cit., p. 70.
13. Cfr. F. Coarelli, Roma sepolta, Roma 1984, pp. 36-63.
14. F. E. Brown, La protostoria della Regia, in "Rend. Pont. Ace:, 47 (1974-75),
pp. 15 ss.; R. T. Scott, Regia-Vesta, in "Arch. Laziale• 9 (1988), pp. 1 8 ss.
15. A. Car11ndini, Schiavi in Italia, Roma 1988; Id., Palatino. CafflfJagne di scavo
alle pendid settentrionali, in "Bollettino di Archeologia•, 91 (1990), pp. 159 ss.; Id.,
Domus aristocratiche sopra le mura e il pomerio del Palatino, in M. Cristofani (a cura
di), La Grande Roma dei Tarquini, Catalogo della mostra, Roma, Palazzo delle Esposi­
zioni, 12 giugno-30 settembre 1 990, Roma 1 990, pp. 97-9; A. Car11ndini, P. Carafa,
Palatium e Sacra Via, 1: Prima delle mura, l'etrJ delle mura e l'etrJ case arcaiche, in "Bol­
lettino di Archeologia•, 3 1 -32-33-34 ( 1 995), 2 voll.
1 6. L. Donati, La Casa dell'lffl/Jluvium: Architettura Etrusca a Rosei/e, Roma
1994; G. Colonna, Urbanistica e architettura, in M. PIÙ)ottino et al., Rasenna. Storia e
civiltrJ degli Etruschi, Mil11no 1986, pp. 371-530.
17. A. Car11ndini, C. Ricci, M. T. D'Alessio, C. De Davide, N. Terrenato, La
Villa de/l'Auditorium dall'etrJ arcaica all'età ifflfJeriale, in "Romische Mitteilungen•, 1 04
(1997), PP· n7-48.
1 8. A. WIÙ)ace-Hadrill, Engendering the Roman House, in D. E. E. Kleiner, S. B.
Matheson (eds.), I Claudia. Women in Ancient Rome, New Haven 1996, pp. 1 04- 1,, e
Id., The Roman Family, in P. Jones, K. Sidwell (eds.), The World of Rome. An lntro­
duction to Roman Culture, Cambridge 1997, pp. 208-34.
19. A. Drummond, Early Roman Clientes, in A. WIÙ)ace-Hadrill (ed.), Patronage
in Andent Society, London & New York 1989, pp. 89-n,.
20. G. Sassatelli, La cittrJ etrusca di Marzabotto, Bologna 1989.
2 1 . Cfr. infra.

215
ROMA IMPERIALE

22. F. Coarelli, Architettura sacra e architettura privata nella tarda Repubblica, in


Architecture et Société, Rome 1983, pp. r 9 1 -2 r7; A. Wallace-Hadrill, Patronage in Ro­
man Society: /rom Republic to Empire, in Id. (ed.), Patronage in Ancient Society, cit.,
pp. 63-87.
23. Dian. Hai., Ant. , 2, 9 - n .
24. A . Wallace-Hadrill, Rethinking the Roman Atrium House, in R Laurence, A.
Wallace-Hadrill (eds.), Domestic Space in the Roman World: Pompeii and beyond,
Portsmouth (RI) 1997, pp. 2 19-40.
21, J. P. Morel, La topographie de l'artisanat et du commerce dans la Rome anti­
que, cit.; N. Purcell, The City o/ Rome and the plebs urbana in the Late Republic, in
Cambridge Ancient History•, voL 9, Cambridge 1994, pp. 644-88.
26. S. Platner, Th. Ashby, A TopographictJI Lexicon o/ Ancient Rome, Oxford
1929, pp. 104-1, s.v. tabernae.
27. Trad. it. di S. Ferri, Roma 1960 [N.d. T. ].
28. N. Purcell, Rome and Its Development under Augustus and His Successors,
cit., p. 784.
29. Coarelli, Architettura sacra e architettura privata, cit.; T. P. Wiseman, Con­
spicui postes tectaque digna dea. The Public Image o/ Aristocratic and Imperia! Houses
in the Late Republic and Early Principate, in L'Urbs. Espace urbain et histoire, cit., pp.
393-41 3; A. Wallace-Hadrill, Houses and Society in Pompeii and Herculaneum, Prince­
ton r994, e, in particolare, lo studio di prossima uscita di Guilhembet.
30. J. P. Guilhembet, Habitavi in oculis. Recherches sur la résidence urbaine des
classes dirigeantes romaines des Gracques à Auguste, tesi di dottorato, Université de
Provence 1996, in corso di stampa.
3 1. Coarelli, Architettura sacra e architettura privata, cit.; Carandini, Schiavi in
Italia, cit.; ma cfr. M. A. Tomei, Domus oppure lupanar? I materiali dallo scavo Boni
della •casa repubblicana" a ovest dell'arco di Tito, in •Mélanges de l'École française de
Rame. Antiquité", 107, 2 (1991), pp . .149-619, per l'ipotesi di una caupona.
32. E. Rodrfguez-Almeida, Forma Urbis Marmorea. Aggiornamento generale 1980,
Roma 1980.
33. F. Coarelli, The Odyssey Frescos o/ the via Graziosa: a Proposed Context, in
"Papers of the British School at Rome", 66 (1998), pp. 2 1-37.
34. Le Tranquilk Dimore degli Dei. La residenza imperiale degli horti Lamiani,
Venezia 1986; Horti Romani. Atti del Convegno Internazionale Roma, 4-6 maggio
1995, a cura di M. Cima ed E. La Rocca, Roma 1998.
31. E. La Rocca, in Le Tranquilk Dimore degli dei, cit., pp. 3-31,
36. A. Wallace-Hadrill, in Horti Romani, cit., pp. 1 - 12.
37. M. Royo, Domus Imperatoriae. Topographie, formation et imaginaire des pa­
lais impériaux du Palatin, Coll. Ec. Fr. Rame 330, Roma 1999.
38. Guilhembet, Habitavi in oculis. Recherches sur la résidence urbaine des classes
dirigeantes romaines des Gracques à Auguste, cit., c. 6.
39. Ivi, Appendice D.
40. Ivi, Appendice E.
41. Ivi, c. 8.
42. Cicero, Phil. , 2, no; Suet., Dw. fui. , 8 r , 7; Guilhembet, Habitavi in oculis.
Recherches sur la résidence urbaine des classes dirigeantes romaines des Gracques à Au­
guste, cit., C, l I .
43. Wallace-Hadrill, Houses and Society in Pompeii and Herculaneum, cit. , pp.
19-20.
44. Wiseman, Conspicui postes tectaque digna dea, cit.

216
5 . CASE E ABITANTI A ROMA

45. Guilhembet, Hahitavi in oculis. Recherches sur la résidence urhaine des classes
dirigeantes romaines des Gracques à Auguste, cit., c. 4.
46. A. Wallace-Hadrill, Roman Arches and Greek Honours, "Proceedings Cam­
bridge Philological Society" , Cambridge 1990.
47. Domande a. cui non risponde G. F. Ca.rettoni, Das Haus des Augustus auf
dem Palatin, Ma.inz 1983. Cfr. anche P. Zanker, Der Apollontempel auf dem Palatin,
in Città e architettura in Roma imperiale, Ana.lecta Romana. Instituti Da.nici, suppi. ro
(1983), pp. 2 1-40 e Id., Augusto e il potere delle immagini, tra.cl. it. Torino 1989, pp.
56 ss.
48. Cfr. Ca.rettoni, Das Haus des Augustus auf dem Palatin, cit.
49. Za.nker, Der Apoltontempel auf dem Palatin, cit.; L Nielsen, Hellenistic Pala­
ces. Tradition and Renewal, Ae.rhu6 1994, pp. 171 ss.; Guilhembet, Hahita.vi in oculis.
Recherches sur la résidence urhaine des classes dirigeantes romaines des Gracques à Au­
guste, cit., c. u.
50. Coarelli, Architettura sacra e architettura privata, cit., pp. 191-2 17.
5 1 . Wallace-Ha.drill, The lmperial Court, cit., pp. 285-7.
52. C. Kra.use et al. , Domus Tiheriana, Zi.irich 1985; Royo, Domus Imperatoria.e.
Topographie, formation et imaginaire des palais impériaux du Palatin, cit., pp. 209 ss.
H· T. P. Wisema.n, Roman Studies, Uterary and Historical, Liverpool 1987, pp.
167 ss.; Royo , Domus Imperatoria.e. Topographie, /ormation et imaginaire des palais
impériaux du Palatin, cit., pp. 275 ss.
54. H. Hurst, Nuovi scavi nell'area di S. Maria Antiqua, in •Archeologia Laziale",
9 (1988), pp. 13 ss.
15. F. L. Ba.stet, Domus Transitoria I, in "Bulletin Antieke Besha.ving" , 46 (1971),
pp. 144 ss.
56. D. Hemsoll, The Architecture o/ Nero's Golden House. Architecture and Ar­
chitectural Sculpture in the Roman Empire, Oxford 1990.
57. W. L. Ma.cDona.ld, The Architecture o/ the Roman Empire. An lntroductory
Study, ed. riv., I, New Ha.ven 1982, pp. 2 1 -46.
58. H. Finsen, La résidence de Domitian sur le Palatin, in • Ana.lecta. Roma.ne.
Inst. Dan.", suppi. ,- (1969); C. F. Giuliani, Domus Flavia: una nuova lettura, in
"Rom. Mitt. " (1977), pp. 84 ss.; Id., Note sull'architettura delle residenze imperiali dal
I al m secolo d.C. , in Aufttieg und Niedergang der Rò'mischen Welt, 2, 1 2 . 1 , Berlin­
New York 1982, pp. 2 3 3 56.; Royo, Domus Imperatoria.e. Topographie, formation et
imaginaire des palais impériaux du Palatin, cit., pp. 303 ss.
J.
59. S. Gibson, DeLa.ine, A. Cla.ridge, The Triclinium o/ the Domus Flavia: A
New Reconstruction, in "Pa.pers of the British School et Rame", 62 (1994), pp.
67-97.
60. M. Tamm, Auditorium and Palatium: A Study on Assemhly-rooms in Roman
Palaces, Lund 1963.
61. Sull'importanza della. conoscenza. topografica per mantenere il controllo, C.
Nicolet, L'inventario del mondo. Geografia e politica alle origini dell'impero romano,
trad. it. Roma-Bari 1989.
62. Purcell, The City o/ Rame and the plebs urbana in the Late Repuhlic, cit., pp.
673 ss.
63. Nicolet, L'inventario del mondo, cit., pp. 233 66.
64. Zanker, Augusto e zt potere delle immagini, cit., pp. 136 ss.
65. J. S. Rainbird, The Pire Stations o/ lmperial Rame, in "Papers of the British
School at Rame" , 54 ( 1986), pp. 147-69; R Sahla.yrolles, Libertinus Miles. Les Co­
hortes de Vigiles, Co!L Ec. Fr. Rame, 224 (1996), Rame.
ROMA IMPERIALE

66. O. F. Robinson, Ancient Rome. City Planning and Administration, London


1992, pp. 1 05 ss.
67. C. Nicolet, La table d'Héraclée et /es origines du cadastre romain, in L'Urbs.
Espace urbain et histoire, cit., pp. 1 -25 per il collegamento.
68. Sulla pianta marmorea severiana, cfr. G. Carettoni, A. M. Colini, L. Cozza,
G. Gatti, La pianta marmorea di Roma antica, Roma 1960; E. Rodriguez-Almeida, For­
ma Urbis Marmorea. Aggiornamento generale 1980, cit.; sulle piante precedenti, F.
Coarelli, Le pian de via Anicia. Un nouveau fragment de la Forma Marmorea de Rome,
in F. Hinard, M. Royo (eds.), Rome. L'espace urbain et ses répresentations, Paris 199 1 ,
pp. 65-81 .
69. Nicolet, L'inventario del mondo, cit., pp. 95 ss.
70. A. Nordh, Libellus de regionibus urbis Romae, Lund 1949. Per un rapporto
con i dati ufficiali, Nicolet, La table d'Héraclée et /es origines du cadastre romain, in
L'Urbs. Espace urbain et histoire, cit.; in favore dell'esattezza dei dati, Coarelli, La con­
sisten1.11 della città nel periodo imperiale: pomerium, vici, insulae, in La Rome impéria­
le: démographie et logistique. Actes de la table ronde (Rome, 25 mars 1994), Roma
1997, pp. 89-1 09; più scettico, G. Hermansen, The Population o/ Imperia/ Rome: the
Regionairies, in "Historia", 27 (1978), pp. 129-68; J. Aree, El inventario de Roma:
Curiosum y Notitia, in W. W. Harris, The Transformations o/ Vrbs Roma in Late An­
tiquity, cit., pp. 15-22.
7 1 . Coarelli, La consisten1.11 della città nel periodo imperiale: pomerium, vici, insu­
lae, cit.
72. Cfr. Coarelli, La consisten1.11 della città nel periodo imperiale: pomerium, vici,
insulae, cit. ed E. Lo Cascio, Le procedure di recensus dalla tarda repubblica al tardo­
antico e il calcolo della popolazione di Roma, in La Rome impériale: démographie et
logistique, cit., pp. 3-76.
73. J. M. Rainer, Bau- und nachbarrechtliche Bestimmungen im klassischen rom,�
schen Rechi, Graz 1987; C. Saliou, Les lois des batiments. Voisinage et habitat urbain
dans /'Empire romain, Beirut 1994.
74. G. Rickman, The Com Supply o/ Ancient Rome, Oxford 1980, pp. 134 ss.,
240 ss.
75. Robinson, Ancient Rome. City Planning and Administration, cit., pp. 137 ss.
76. Ivi, pp. 1 1 9 ss.; R. Neudecker, Die Pracht der Latrine. Zum Wandel offentli­
cher Bedurfnisanstalten in der kaiserzeitlichen Zeit, Miinchen 1994, pp. 92 ss.
77. G. Calza, La popolazione di Roma antica, in "Bullettino Comm. Archeologica
Comunale di Roma", 69 (1941), pp. 1 42-6,5.
78. J. P. Guilhemhet, La densité des domus et des insulae dans /es XIV régions de
Rome se/on /es Régionnaires: rq,resentations cartogruphiques, in "Mélanges de l'École
française de Rome", 1 08 (1996), pp. 7-26.
79. Cosl Coarelli, La consisten1.11 della città nel periodo imperiale: pomerium, vici,
insulae, cit.
80. G. Lugli, Il valore topografico e giuridico dell'insula in Roma antica, in "Rend.
Pont. Ace. Rom.", 1 8 (1941-42), pp. 191-208, cerca di identificare le unità sulla pianta
marmorea, con suddivisioni multiple.
8 1 . P. Gamsey, Urban Property lnvestment, in M. I. Finley (ed.), Studies in Ro­
man Property, Cambridge 1976, pp. 1 23-36.
82. Rohinson, Andent Rome. City Planning and Administration, cit., pp. 33 ss.;
A. Zaccaria Ruggiu, Spazio privato e spazio pubblico nella dttà romana, Roma 1996,
pp. 1 81 ss.
83. Rohinson, Andent Rome. City Planning and Administration, cit., pp. 34 ss.
84. Zanker, Augusto e il potere delle immagini, cit., pp. 147 ss.

218
5. CASE E ABITANTI A ROMA

85. J. E. Packer, The lnsu/ae o/ Imperia/ Ostia, "Mem. American Academy Ro­
me", 31 (1971), in particolare pp. 65-79 sul legame con Roma.
86. G. Gatti, Caratteristiche edilizie di un quartiere di Roma del 11 secolo d. C. , in
"Quaderni 1st. Storia dell'Architettura", 3, 48 (1961), pp. 49 ss.
87. F. Coarelli, Roma. Guide Archeologiche Laterza, nuova edizione, Roma 1995,
p. 293.
88. L. Lissi Caronna, Un complesso edilizio tra via in Arcione, via dei Maroniti e
vicolo dei Maroniti, in "Roma, Archeologia nel Centro", 2 (1985), pp. 360-5; F. Astol­
fi, J/ quartiere romano di via in Arcione, in "Forma Urbis", 1998, 4 (aprile), pp.
3 2 ·9·
89. Rodriguez-Almeida, Forma Urbis marmorea, nuove integrazioni, pp. 1 05-35;
L. Quilici, 1/ Campo Marzio occidentale, in Città e Architettura nella Roma Imperiale,
"Analecta Romana Instituti Danici", 1 0 (1983), pp. 59-85.
90. L. Quilici, Roma. Via di S. Paolo alla Regola. Scavo e recupero di edifici anti­
chi e medioevali, in "Notizie Scavi", 40-41 (1986-87), pp. 175-416.
91. Id., Strutture antiche e medioevali nelle case a/l'imbocco di via Capodiferro, in
"Bullettino Comm. Archeologica Comunale di Roma", 88 (1982-83), pp. 225-68; P.
Virgili, Scavi in Via delle Zoccolette e adiacenze, in "Archeologia Laziale", 8 (1987),
pp. 102-8; Id., Via di S. Paolo alla Regola. Recupero e restauro di edifici antichi e me­
dioevali, in "Bullettino Comm. Archeologica Comunale di Roma", 95 (1993), pp.
204-9; H. Broise, Nei sotterranei di Palau.o Farnese, in "Forma Urbis", 4 (aprile
1997), pp. 17-2 1 ; C. Pavia, Guida di Roma sotterranea: gli ambienti più suggestivi del
sottosuolo romano, Roma 1998; M. Rinaldoni, S. Scarponi, Edifici antichi nei sotterra­
nei di Palazzo Spada, in "Forma Urbis", 1999, 3 (marzo), pp. 4-13.
92. A. Mufioz, Campidoglio, Roma 1930, pp. 30, 45-52; J. Packer, La Casa di via
Giulio Romano, in "Bullettino Comm. Archeologica Comunale di Roma", 81
(1968-69), pp. 127 88.
93. B. W. Frier, Landlords and Tenants in Imperia/ Rome, Princeton 1980.
94. Ivi, pp. 39 ss.
95. A. M. Colini, Storia e topografia del Celio ne/l'antichità, "Memoriedella Ponti­
ficia Accademia Romana di Archeologia", 3, 7, 1944, pp. 149 ss.; C. Mocchegiani Car­
pano, C. Pavia, Roma Sotterranea e Segreta, Milano 1985, pp. 62 ss.; Coarelli, Roma.
Guide Archeologiche Laterza, cit., pp. 251 ss.
96. Antiche Stanze, cit.
97. Cosl R. Paria, in Antiche Stanze, cit., p. 7 1 .
98. B . Pettinau, in Antiche Stanze, cit., pp. 179-90.
99. R. Paris, in Antiche Stanze, cit., pp. 61 ss.
100. W. Eck, Cum dignitate otium: senatoria/ domus in imperlai Rome, in "Scri­
pta Classica Israelica", 1 6 (I 997 ), pp. 1 62-90.
101. F. Magi, J/ calendario dipinto sotto S. Maria Maggiore, in "Att. Pont. Ace. ",
3 (1972), pp. II ss.; F. Coarelli, Roma sepolta, cit., pp. 1 81-9; I. Levin, A Reconsidera­
tion o/ the Date o/ the Esqui/ine Calendar and o/ lts Politica/ Festiva/s, in "American
Joumal of Archaeology", 86 (1982), pp. 429-35; P. Liverani, in C. Pietrangeli (ed.),
Santa Maria Maggiore a Roma, Firenze 1988, pp. 45-52.
102. M. J. Vermaseren, C. C. van Essen, The Excavation in the Mithraeum o/ the
Church o/Santa Prisca in Rome, Leiden 1965; Coarelli, Roma sepolta, cit., pp. 157-65,
P. Chini, I Privata Traiani sull'Aventino, in "Forma Urbis", 1999, 10 (ottobre).
1 03. R. Paris, in Antiche Stanze, cit., pp. 29-35 ss.
104. Guidobaldi, L'edilizia abitativa unifamiliare nella Roma tardoantica, cit., p.
229.

219
ROMA IMPERIALE

10,-. L. Cozza, I recenti scavi delle Settesale, in "Rend. Pont. Ace.''; 47 (1974-7.1 ),
pp. 79 ss.; Guidobaldi, L'edi/kia abitativa unifamiliare nella Roma tardoantica, cit.
1o6. Ivi, pp. 206 ss.
107. C. Pavolini, et al., La topografia antica della sommità tkl Celio, in "Rèim.
Mitt." , 100 (1993), pp. 448 ss.
ro8. Liverani, in Pietrangeli, (ed.), Santa Maria Maggiore a Roma, cit., p. H·
109. Colini, Storia e topografia tkl Celio nell'antichità, cit.

220
6

Gli spazi della vita sociale


di Filippo Coarelli

La clistinzione tra sociale e politico si realizzerà, nel mondo antico,


solo tramite un processo cli lungo periodo, che non si spingerà mai
fino al grado di separatezza che è caratteristico delle società moder­
ne. Lo stesso livello di inclifferenziazione si nota in origine nei rap­
porti tra sfere per noi nettamente autonome, come l'economia e la
religione.
Conseguenza cli tale situazione cli fatto è, tra l'altro, la scarsa di­
stinzione degli spazi della vita politica, economica e sociale nella città
antica, e in particolare nella città romana, che si riflette clirettamente
nelle tipologie architettoniche, di cui è sempre molto clifficile identifi­
care la natura e distinguere le articolazioni, quasi mai espressione di­
retta di funzioni specifiche.
Basterà qui ricordare, a questo proposito, le difficoltà che trovia­
mo nel definire l'ambito di utilizzazione di un edificio come la basili­
ca, che per l'appunto era destinato a una molteplicità di impieghi, in
particolare in ambito giucliziario ed economico, che in definitiva non
fanno che riprodurre quelli che normalmente si svolgevano nel foro:
in altri termini, la basilica non può essere definita dal punto di vista
funzionale, ma è in pratica da identificare con una sorta di "foro co­
perto"
Naturalmente, lo sviluppo economico e sociale del mondo roma­
no, particolarmente accelerato a partire dalla tarda repubblica, de­
terminerà l'emergere di bisogni sempre più complessi ed articolati,
che sono a loro volta all'origine di tipi edilizi più specializzati, ed in
generale di un'articolazione degli spazi più accentuata, secondo un
processo tutto compreso affine a quello che possiamo osservare tra il
medioevo e l'età moderna. Si tratta comunque di un fenomeno limi­
tato, coerentemente con lo sviluppo limitato dell'economia antica, il
cui ruolo resta di conseguenza sotterraneo, poco visibile, e sistemati­
camente mediato dall'ideologia dominante, prima religiosa, poi poli­
tica.

221
ROMA IMPERtALE

È per questo che la maggior parte degli edifici pubblici della cit­
tà antica (e di Roma in particolare) ci si presenta sotto la forma ap­
parente di strutture di rappresentanza, tranne per l'appunto i templi
e i luoghi destinati alla politica, gli unici la cui funzione si manifesta
in forme del tutto palesi. Gli edifici per lo spettacolo, ad esempio,
non sono altro, in origine, che appendici degli edifici di culto 1,

quando non luoghi di culto essi stessi; mentre i mercati specializzati,


2
come i macella (mercati alimentari) e i venalicia (mercati di schia­
vi) 3 appaiono solo relativamente tardi, a conclusione di un prolun­
gato processo di sviluppo.
Colpisce in particolare a Roma l'apparente assenza di strutture ar­
chitettoniche destinate all'attività amministrativa, e questo ancora in
piena età imperiale, quando invece le fonti letterarie e le iscrizioni ce
ne attestano in qualche forma l'esistenza.
In pratica, non siamo quasi mai in grado di identificare gli edifi­
ci destinati ad ospitare la macchina dell'amministrazione imperiale,
tutto compreso abbastanza complessa e articolata: ma ciò deriva,
più che da una reale assenza di testimonianze, dalle forme, diverse
da quelle a noi familiari, in cui tali edifici si presentano, e inoltre
dalla divisione del lavoro tra storici e archeologi, che inseguono
problematiche spesso divergenti. Se un tempo ciò era il risultato
delle scelte tradizionali dell'archeologia classica, "monumentale",
oggi si tratta piuttosto di una combinazione di tecnicismo speciali­
stico e di primitivismo economico, che periodicamente ci ripropone
un'immagine della società romana come struttura sostanzialmente ar­
caica, priva di strumentazioni tecniche, di uffici amministrativi, di
archivi ecc. 4• Ancora una volta, e con paradosso solo apparente,
accademismo classicistico e tecnicismo pseudomoderno convivono
senza problemi, basati entrambi, come sono, su visioni settoriali e
specialistiche, abituate a sezionare la realtà antica secondo limiti che
riproducono solo le competenze disciplinari.
In realtà, almeno la documentazione epigrafica (per non parlare di
quella papirologica) ci attesta senza possibilità di dubbi l'esistenza a
Roma di una complessa infrastruttura amministrativa e di servizi, che
era del resto indispensabile in una città di quelle dimensioni, anche a
non considerare le funzioni della capitale di un impero esteso dal­
l'Eufrate al Tamigi. La sopravvivenza quasi miracolosa di un trattato
come quello sugli acquedotti di Frontino ci permette di conoscere nei
minimi dettagli storia e strutture di almeno uno dei rami di tale am­
ministrazione e di ricostruire, per analogia, ma anche in base ad altre
testimonianze frammentarie, situazioni analoghe per gli altri settori
meno documentati.

222
6. GLI SPAZI DELLA VITA SOCIALE

Qudlo che finora è mancato quasi del tutto è la ricerca indirizzata


all'identificazione ddla necessaria proiezione spaziale ed edilizia di
queste infrastrutture. In quali luoghi e in quali condizioni lavoravano
le migliaia di servi publici ed imperiali, e i funzionari che li dirigeva­
no? Dove tenevano i loro strumenti di lavoro, le loro pratiche e i loro
dossier? Dove ricevevano il pubblico per le infinite operazioni che
dovevano realizzare, come in ogni città di una certa dimensione, la
quotidianità di ogni sistema burocratico?
Sono domande, queste, alle quali in genere non si è dato risposta,
quando non si è semplicemente negata la stessa legittimità ddle que­
stioni. Caratteristica, a tale riguardo, è la discussione recente sul ter­
mine statio, nel quale si rifiuta di identificare la definizione del luogo
"fisico" degli uffici amministrativi, nonostante essa risulti chiaramente
da numerosi testi, come ad esempio quello già citato di Frontino '.
Beninteso, la mancata soluzione del problema non dipende solo da
preconcetti moderni, ma piuttosto dal sommarsi di questi con precon­
cetti antichi. È caratteristico infatti il silenzio quasi totale in proposito
delle fonti letterarie (tranne casi eccezionali, come qudlo già menzio­
nato di Frontino), che riflette un atteggiamento anch'esso tipico: una
visione del mondo pochissimo interessata alle strutture economiche e
sociali, che poggia su un'ideologia dominante sostanzialmente aristo­
cratica. Per superare questo schermo opaco, che molti scambiano con
la "realtà antica", è necessario da un lato un minuto lavoro di analisi
sull'intera documentazione (in particolare qudla epigrafica ed archeo­
logica), guidata da una chiara coscienza del problema; ma è anche ne­
cessario un riesame di strutture monumentali, perfettamente note e
studiate, che vengono ritenute in genere edifici di pura rappresentanza
e intrattenimento, ma che a un esame più attento ci si rivelano come la
facciata visibile di strutture profonde invisibili.

6. r
Stationes e amministrazione a Roma
Lo stretto collegamento che caratterizza alle origini il culto e l'orga­
nizzazione amministrativa ddla città emerge con evidenza dal fatto
che le sedi ufficiali di quest'ultima si trovavano in alcuni templi. Il
caso più antico e più noto è qudlo ddl'Aerarium Saturni, ufficio che
assume il nome stesso ddl'edificio in cui aveva sede, il tempio di Sa­
turno nel Foro 6• L'identità originaria si stempera successivamente,
quando accanto al tempio verrà costruito un edificio (nel luogo in
seguito occupato dal Portico degli Dei Consenti) resosi indispensabile

223
ROMA IMPERIALE

per ospitare le numerose funzioni dell'Erario, che si erano enonne­


mente accresciute in seguito all'introduzione della moneta, a panire
dalla fine del IV secolo a.C. Il fenomeno si andrà accentuando alla
fine della repubblica, con la realizzazione del Tabularium, l'archivio
pubblico dello stato romano, in origine ospitato anch'esso nel tempio
di Saturno. Nulla meglio di questo progressivo ampliarsi di un nu­
cleo, che in origine è solo un edificio di culto, pennette di compren­
dere modi e tempi del processo di estensione, anicolazione, crescita
complessiva della società romana. Ma è al contempo caratteristico
che solo il tempio venga menzionato dalle fonti letterarie, come unica
sede del tesoro e degli archivi, mentre gli edifici annessi, puramente
funzionali, non sono mai ricordati esplicitamente.
Situazioni del tutto analoghe sono riconoscibili, sempre in età re­
pubblicana: è il caso dei templi di Giutuma, sede della statio aqua­
rum 7 ; di Vulcano, probabile sede dei tn·umviri capita/es o nocturni, e
in seguito della prae/ectura vigilum, da cui dipendevano i vigiles,
pompieri e polizia notturna della città 8; delle Ninfe, sede e archivio
delle /rumentationes, le distribuzioni semigratuite e poi gratuite di
grano; di Cerere, probabile sede della prae/ectura annonae 9 • Anche
l'atn·um Libertatis, l'ufficio dei censori, con i suoi importantissimi ar­
chivi con le liste dei cittadini romani, era dedicato a un'apposita divi­
nità funzionale, la Llbertas, patrona del diritto di cittadinanza, cui
nell'edificio doveva essere dedicato un sacello 10•
Accanto a ognuno di questi templi, utilizzati in genere come ar­
chivi, doveva trovarsi un edificio più modesto, destinato ad ospitare il
personale amministrativo e ad assolvere a funzioni più specifiche, in
particolare ai rapporti con il pubblico degli utenti. Tali edifici ci sono
noti solo eccezionalmente, come nel caso del complesso scavato al
largo Argentina, identificabile con la porticus Minucia vetus, il luogo
cioè utilizzato per le distribuzioni di grano in età repubblicana (e poi
ampliato, probabilmente da Domiziano, con l'aggiunta di un secondo
portico, dal nome "funzionale" di porticus Minucia frumentaria) 1 1 •
Lo spazio compreso tra i due templi più settentrionali (identificati
con quelli di Giuturna e della Fortuna huiusce diei) è occupato da
una grande costruzione, originariamente a più piani, che presenta va­
rie fasi, tra la tarda repubblica e l'impero avanzato: si tratta proba­
bilmente degli uffici destinati all'amministrazione delle acque (la sta­
tio aquarum), illustrata dal testo di Frontino, di cui l'adiacente tempio
di Giutuma costituiva la sede ufficiale e l'archivio.
Sotto Massenzio gli uffici delle acque furono traslocati nel Foro
romano, nel corso di una radicale ristrutturazione di tutta l'ammini­
strazione romana, quando la praefectura urbi assume ormai il ruolo

224
6. GLI SPAZI DELLA VITA SOCIALE

centrale (come vedremo più avanti). Il luogo scelto per la nuova sede
non è altro che il lacus luturnae, dedicato alla stessa divinità delle
sorgenti cui apparteneva il tempio del Campo Marzio. L'identificazio­
ne dell'edificio e l'epoca della sua trasformazione sono assicurate da
varie iscrizioni, tra le quali spicca quella dedicata alla divinità protet­
trice dell'ufficio, il Genius stationis aquarum 12 •
Si tratta degli unici esempi di edifici di carattere amministrativo
identificabili con sicurezza. La modestia delle loro strutture riflette lo
scarso prestigio ideologico delle funzioni che vi si svolgevano e con­
tribuisce a spiegare le difficoltà che si frappongono all'identificazione
di essi, in mancanza di documenti epigrafici espliciti.
È probabile, ad esempio, che il complesso noto con il nome mo­
derno di Mercati Traianei debba identificarsi con una struttura dello
stesso genere. Un indizio che potrebbe permetterne l'identificazione è
forse da riconoscere nelle funzioni particolari della vicina Basilica Ul­
pia, nel Foro di Traiano: sappiamo che questa sostituisce, almeno in
parte, l' atrium Libertatis, la primitiva sede dei censori, distrutta da
Traiano insieme alla sella che univa Quirinale e Campidoglio, come
ricorda l'iscrizione della Colonna Traiana 1 3 • Ciò risulta in primo luo­
go dalla scritta in parte conservata nel frammento della pianta mar­
morea severiana che rappresenta il monumento, collocata nella sua
abside orientale (Libertatis, da completare con atrium, evidentemente
iscritto in corrispondenza dell'altra abside); inoltre, dalla posizione
stessa dell'edificio, che coincide approssimativamente con quella del­
]' atrium Libertatis, e dalle caratteristiche complessive del settore nord
del Foro Traiano, costituito, oltre che dalla Basilica, da due bibliote­
che, che dovevano avere anche funzione di archivi. Ora, l' atrium Li­
bertatis, ricostruito da Asinio Pollione, comprendeva per l'appunto
una basilica (la basilica Asinia) e due biblioteche, che avevano proba­
bilmente inglobato il primitivo tabularium dei censori. Sappiamo inol­
tre che la Basilica Ulpia era utilizzata per la cerimonia della liberazio­
ne degli schiavi, che avveniva in precedenza nell'atrium Libertatis, e
per i congiaria.
Non è escluso, di conseguenza, che i Mercati Traianei, immediata­
mente retrostanti e collegati al Foro Traiano, debbano essere identifi­
cati con l'ufficio dove avevano luogo le operazioni amministrative che
avevano sede, in precedenza, nell'edificio repubblicano, quello cioè
collegato in origine con l'attività dei censori: dal censimento agli ap­
palti pubblici alla vigesima libertatis, la tassa cioè sulla manumissione
degli schiavi, che era una delle più importanti della città. La com­
plessa articolazione dei cosiddetti Mercati, che comprendono, oltre a

225
ROMA IMPERIALE

una serie di taberne, grandi ambienti isolati e una sorta di basilica


centrale, si addice perfettamente a tale identificazione.
La funzione di sedi amministrative assunta da alcune basiliche in
età imperiale coincide con le caratteristiche polivalenti di questi edifi­
ci ed è identificabile in almeno altri due casi. Il primo di questi è
stato rivelato di recente da un'iscrizione trovata ad Efeso, che docu­
menta l'organizzazione dei portoria, e cioè degli appalti delle dogane
dell'Asia Minore, gestite dai puhlicani: veniamo a sapere così che la
sede degli uffici centrali di questa amministrazione, dove ne erano
conservati gli archivi, era la Basilica Giulia 1-4-.
L'altro caso è quello della praefectura urbi, l'ufficio creato da Au­
gusto con compiti di amministrazione, particolarmente criminale, del­
la città: sappiamo da uno scrittore bizantino, Giovanni Lido, che essa
era inizialmente ospitata in una basilica, che è da identificare quasi
certamente con la Basilica Fulvia 1 ' .
L'importanza di questo ufficio andò progressivamente accrescen­
dosi nel corso dell'età imperiale, fino ad assumere, a partire dal IV
secolo d.C., con il trasferimento della capitale a Costantinopoli, la to­
talità dell'amministrazione della città. Conseguenza diretta di tale svi­
luppo è il progressivo ampliamento degli uffici, che si estesero fino
ad occupare gran parte della Velia e delle retrostanti Carinae 16• Due
edifici della zona, parzialmente conservati, attestano ancora oggi le di­
mensioni di questo processo.
Il primo di questi è il templum Pacis. Come in molti casi analoghi,
le funzioni di questo grandioso complesso, realizzato da Vespasiano
dopo il trionfo giudaico, sostanzialmente ci sfuggono. L'assimilazione
corrente con i vicini Fori Imperiali è certamente impropria: non si
tratta infatti di un foro, ma di un tempio, anche se dotato di un'am­
pia piazza antistante. L'interpretazione alternativa, come semplice
luogo di diporto a disposizione del pubblico, pur cogliendo un aspet­
to secondario dell'edificio, non basta a chiarirne le caratteristiche, che
sono assai più complesse. Il confronto che normalmente si propone
con i portici pompeiani del Campo Marzio non fa che confermare i
dubbi: si dimentica infatti che il complesso pompeiano era destinato
fin dalle origini a funzioni molteplici, tra l'altro politiche (come dimo­
stra la presenza della Curia Pompeia) e giudiziarie: si trattava cioè di
una sorta di foro sui generis, anche se l'aspetto ludico (teatro e giar­
dini) e l'aspetto religioso (presenza di un gruppo di templi in summa
cavea) erano compresenti.
Che qualcosa di analogo si debba riconoscere anche nel templum
Pacis sembra confermato da alcuni indizi non trascurabili 1 7.

226
6. GLI SPAZI DELLA VITA SOCIALE

Il primo di questi emerge dal confronto con un edificio di Atene,


la cosiddetta Biblioteca di Adriano, forma e dettagli della quale pre­
sentano tali affinità con il Tempio della Pace da far postulare una
derivazione diretta da quest'ultimo. Ora, nel caso del monumento
ateniese sembra cogliere nel segno una vecchia proposta di identifica­
zione, che vi riconosceva la sede del governatore di Acaia a partire da
Adriano, che dovette trasferirla da Corinto ad Atene rs . La biblioteca,
che ha dato il nome moderno all'edificio, costituisce solo una parte di
esso, e doveva contenere anche gli archivi dell'ufficio, analogamente
al caso, già esaminato, della Biblioteca Ulpia di Roma.
La sede del governatore provinciale si presenta, di conseguenza,
come una proiezione di un edificio di Roma, il Tempio della Pace,
nel quale, come vedremo, si può riconoscere la sede del prae/ectus
urbi, e cioè di colui che potremmo definire come il "governatore"
della città.
L'indizio principale in proposito è costituito dalla presenza, in
un'aula del tempio, di una grande pianta marmorea della città, a scala
r :250, eseguita in età severiana, ma che sostituiva certamente un
esemplare più antico, vespasianeo, distrutto nell'incendio dell'edificio
avvenuto all'epoca di Commodo 1 9• Non si tratta infatti, come in ge­
nere si ritiene, di una semplice decorazione priva di significato: il do­
cumento deriva certamente da un rilievo catastale accuratissimo, il cui
originale, fatto eseguire probabilmente da Augusto, e aggiornato in
seguito, doveva trovarsi nello stesso settore del Tempio della Pace.
Dobbiamo dunque riconoscere in quest'ultimo un vero e proprio uf­
ficio catastale, la cui presenza si può spiegare solo se esso era inserito
nella sede della prefettura urbana, come si era supposto già alla fine
del secolo scorso. La presenza di una tabula picta sulla parete anti­
stante alla pianta marmorea (di cui ci sono pervenuti alcuni frammen­
ti) 20 , da identificare con una carta geografica di una parte almeno
dell'Italia, conferma l'ipotesi, dal momento che la competenza del
prefetto urbano, a partire dall'età severiana, si estendeva a tutto il
territorio entro cento miglia da Roma. Le due carte contrapposte era­
no destinate ad illustrare, simbolicamente, gli ambiti di competenza
del funzionario. Allo stesso modo, dobbiamo identificare nella biblio­
teca del Tempio della Pace l'archivio della prefettura.
Il secondo edificio che qui ci interessa è la Basilica di Massenzio
che, addossandosi al lato orientale del Tempio della Pace, si estende
fino ad occupare gran parte della Velia. Le funzioni del monumento,
nonostante le sue dimensioni e la sua notorietà, sono tutt'altro che
chiarite. La totale assenza di studi in questa direzione è probabilmen­
te dovuta al fatto che l'edificio occupa un'area relativamente prossima

227
ROMA l MPERlALE

al Foro, ciò che ha portato a una tacita assimilazione di esso alle basi­
liche forensi.
In realtà, la basilica non è situata nel Foro, ma sulla Velia: è com­
pletamente sfuggito il rapporto diretto con la prefettura urbana, sia
nella sua estensione più ridotta del 1 secolo d.C., rappresentata dalla
Basilica Emilia e dal Tempio della Pace, sia nella sua redazione tar­
doantica, assai più ampia, che si estendeva all'area adiacente delle
Carinae.
La conclusione sembra inevitabile: il monumento non può essere
altro che la basilica giudiziaria della prefettura urbana, utilizzata, sen­
za soluzione di continuità, fino alla fine dell'impero 2 1•
Ma l'area più densamente occupata da sedi amministrative era
probabilmente il Campo Marzio. L'importanza di essa è il risultato
della sua utilizzazione precoce, accanto al Foro, come centro di attivi­
tà politiche: i comizi elettorali e le operazioni del censo.
I primi avevano luogo in una sede particolare, i Saepta 2 2 , un'e­
stesa piazza, in seguito chiusa da portici, suddivisa in corsie parallele
da staccionate lignee, destinate a ospitare, nel corso delle operazioni
di voto, le lunghe file dei cittadini suddivisi nelle circoscrizioni eletto­
rali delle centurie o delle tribù. L'aspetto particolare che ne risultava
aveva suggerito il nome popolare con cui veniva designato il com­
plesso, Ovile.
Le operazioni del censo, che si svolgevano ogni cinque anni, aveva­
no luogo in un'area adiacente ai Saepta, la villa Publica 3, che compren­
2

deva un edificio, destinato tra l'altro ad accogliere le ambascerie stranie­


re. L'originaria funzione militare del censimento spiega il collegamento
della villa Publica con l'ara Mortis, che sorgeva nei pressi, e che dava
nome a tutta la pianura compresa tra il Campidoglio e il Tevere, de­
stinata fin dalle origini alle esercitazioni militari, il Campo Marzio.
Queste più antiche funzioni dell'area spiegano la concentrazione
in essa di molte delle istanze amministrative collegate con le preroga­
tive della cittadinanza, come le /rumentationes e le altre distribuzioni
gratuite o semigratuite che si aggiunsero in seguito. L'archivio degli
aventi diritto alle /rumentationes si trovava, ancora una volta, in un
luogo di culto, il tempio delle Ninfe, che era situato all'interno della
porticus Minucia frumentaria, in cui dobbiamo riconoscere, di conse­
guenza, la sede dell'ufficio relativo 2 4•
Le distribuzioni gratuite di grano spettavano infatti esclusivamen­
te ai cittadini romani residenti nella città. Ma, come abbiamo visto,
già in precedenza l'amministrazione delle acque, anch'essa dipendente
dall'attività dei censori, aveva trovato sede nella stessa zona.
Altri uffici vennero successivamente ad aggiungersi a questo nu-

228
6. GLI SPAZI DELLA VITA SOCIALE

eleo iniziale: ad esempio, la prae/ectura vigilum, che aveva probabil­


mente sede nella crypta Balbi, collegata all'omonimo teatro, in rappor­
to con il quale sorgeva il tempio di Vulcano, patrono dei vigiles, dove
doveva trovarsi l'archivio della prefettura 2' . Il complesso, adiacente
alla porticus Minucia frumentaria e alla porticus Minucia vetus (sedi
rispettivamente delle /rumentationes e della statio aquarum), veniva
così a costituire un vero e proprio quartiere amministrativo integrato,
realizzato, certo non a caso, entro uno spazio compreso, in origine,
nella villa Publica, e quindi di pertinenza dei censori.
La definitiva sistemazione amministrativa della città, opera di Au­
gusto e dei suoi immediati successori, è illustrata da altre situazioni,
che trovano anch'esse sede nel Campo Marzio. Una di queste è il cur­
sus publicus, l'organizzazione della posta imperiale.
Vari indizi inducono a riconoscerne la sede ufficiale nella portù:us
Vipsania, iniziata da Agrippa e dalla sorella di questi, e terminata da
Augusto 26• A questo edificio, ancora una volta, non è stata ricono­
sciuta alcuna funzione specifica, all'infuori di quella di semplice luogo
di diporto e di rappresentanza. E tuttavia, la presenza in esso di una
carta del mondo romano, dipinta sulle pareti interne del portico, ri­
corda troppo da vicino la pianta marmorea severiana, e la probabile
Italia picta che la fronteggiava nel Tempio della Pace, per non far
presumere un analogo ruolo simbolico di essa, e quindi una funzione
non generica dell'edificio in cui si trovava. Tanto più che alla carta
dipinta anche in questo caso doveva corrispondere un documento
scritto, i commentarii di Agrippa e di Augusto, contenenti tra l'altro
la lista completa delle città dell'Italia e dell'impero: documento di cui
sarebbe difficile negare il carattere amministrativo.
Alcune strutture scoperte alla fine del secolo scorso per la costru­
zione della Galleria Sciarra sembrano corrispondere ai resti della por­
ticus Vipsania: si tratta di un duplice portico colonnato, non lontano
dalla via Lata e addossato all'acquedotto Vergine, anch'esso costruito
da Agrippa. Ora, è proprio questa la situazione del monumento che
si desume dalle testimonianze antiche. Di esso fanno certamente par­
te altre strutture, adiacenti alla prossima chiesa di S. Marcello: questa
sorge sul luogo tradizionale della morte del santo, che, secondo il Li­
ber ponti/icalis, sarebbe avvenuta all'interno del Catabulum, l'ufficio
dei trasporti pesanti, collegato al cursus publicus 27 •
Sembra quindi inevitabile attribuire a quest'ultimo il complesso di
edifici circostanti a S. Marcello e alla Galleria Sciarra, di cui faceva
parte anche la porticus Vipsania: questa doveva costituire, di conse­
guenza, la sede ufficiale di questo ramo dell'amministrazione imperia­
le, che, certamente non a caso, risulta situato lungo il primo tratto

229
ROMA I MPERIALE

della via Flaminia, la più importante delle strade in partenza da


Roma, interamente ristrutturata da Augusto in persona. La presenza
della carta dipinta dell'impero ci appare dunque come un'allusione
simbolica alla funzione che aveva sede nell'edificio, parallelamente a
quanto abbiamo visto nel caso della pianta marmorea severiana. È
probabile che un'idea del suo aspetto si possa ricavare dalla Tabula
Peutingeriana, una rappresentazione su rotulo di età alto-medioevale
(derivata certamente da un modello più antico) del mondo romano,
con le strade, le città e le stazioni di posta lungo di esse: proprio
quanto ci aspetteremmo nella sede della posta imperiale.
L'importanza dell'area sulla destra della via Flaminia (che corri­
sponde alla settima regione di Roma) per l'organizzazione ammini­
strativa della città è confermata dalla presenza all'interno di essa di
altri uffici: oltre alle caserme della prima coorte dei vigiles, da collo­
care in prossimità della piazza SS. Apostoli, e delle coorti urbane, la
polizia diurna (presso piazza di Spagna), vi avevano sede il forum
Suarium, luogo di distribuzione della carne di maiale a "prezzo politi­
co", e il templum Solis, destinato a un'analoga funzione per il vino.
Ambedue queste istituzioni, opera di Aureliano, si perpetuarono per
gran parte del periodo tardoantico, e costituirono, accanto alle tradi­
zionali distribuzioni di grano (sostituite forse dallo stesso Aureliano
con distribuzioni di pane), una delle più tipiche organizzazioni della
città.
Il tempio del Sole, in particolare, costituisce una conferma evi­
dente del modello tradizionale di "ufficio amministrativo" che è
emerso dall'analisi precedente: ancora nel Il1 secolo d.C. le strutture
burocratiche della città continuano ad avere le loro sedi ufficiali in
edifici sacri, naturalmente affiancati da costruzioni utilitarie. In questo
caso, i portici del tempio del Sole funzionavano in modo analogo alla
porticus Minucia frumentaria: essi dovevano essere fomiti di cripto­
portici, forse sottostanti, per ospitare le botti (cupae) che venivano
sbarcate in un apposito porto del Tevere, chiamato Ciconiae (forse
per la presenza di macchine per sollevare dalle chiatte i pesanti con­
tenitori del vino, analoghe alle moderne gru) e trasportate fino al
tempio del Sole da appositi facchini, i Jalancarii.

6. 2
Il Foro
L'emergere di un vero e proprio luogo geometrico della città, princi­
pale punto di aggregazione politico-religiosa ed economico-sociale è

230
6. GLI SPAZI DELLA VITA SOCIALE

certamente il risultato di un processo più volte secolare, che conosce


però momenti puntuali di esplicita sanzione, determinati dalla volontà
politica di "segnare" lo spazio per destinarlo a scopi definiti. La peri­
feria e il centro dell'abitato vengono di conseguenza designati attra­
verso precise formule rituali, che hanno l'effetto di creare dal nulla
realtà efficaci, il pomerio (il limite esterno) e il mundus (il centro geo­
metrico) della città. Quest'ultimo si trovava certamente nell'area del
Foro, in prossimità del Comizio, di cui veniva cosi determinata la
centralità rispetto al resto dello spazio urbano. L'operazione, attribui­
ta a Romolo dalla tradizione, dovrebbe in realtà datarsi all'epoca del­
la monarchia etrusca, quando per la prima volta vennero a crearsi le
condizioni storiche per l'esistenza di un abitato coerente, esteso all'in­
sieme dei sette colli 2 8 •
Fin dall'inizio, l'area del Foro venne distinta in due parti: lo spa­
zio ritualizzato del Comizio, destinato all'attività politica e giudiziaria,
e quello più ampio, riservato alle attività sociali ed economiche, luogo
di incontro principale, se non unico, della cittadinanza in quanto en­
tità strutturata. Cosi, fin dalle origini, i lati lunghi della piazza vengo­
no occupati dalle botteghe dei macellai e degli altri rivenditori di ge­
neri alimentari, mentre alcuni templi, per lo più con funzioni politi­
che e amministrative, oltre che religiose, come quelli dei Castori e di
Saturno, si inseriscono fin dagli inizi della Repubblica negli spazi re­
sidui.
A partire dalla seconda metà del IV secolo a.C. assistiamo a una
radicale riqualificazione della piazza, conseguenza diretta del segmen­
tarsi sempre più accentuato delle sue funzioni, destinate a soddisfare
le esigenze di una società più complessa ed articolata.
Cosi le botteghe dei generi alimentari cedono il posto ad attività
più "nobili", come i negozi dei cambiavalute (tabernae argentariae),
spostandosi in aree più marginali, dove daranno origine a nuovi edifi­
ci specializzati, come il Macellum. Poco più tardi appariranno le basi­
liche, ampie aule coperte, sostenute da colonne, destinate ad ospitare
le attività forensi (processi, operazioni finanziarie) durante la cattiva
stagione.
La concentrazione delle principali attività collettive nel Foro fa sl
che questo rimanga, ancora per gran parte dell'età repubblicana, il
luogo principale della vita sociale, in tutti i suoi aspetti. Un quadro
prezioso, anche se caricaturale, della situazione intorno al 200 a.C. si
ricava da un noto passo di Plauto (Curculio, vv. 470 ss.).

Chi vuol incontrare uno spergiuro, vada al Comizio; chi un bugiardo e fanfa­
rone, presso il sacello di Cloacina. Mariti ricchi e disposti a rovinarsi li trovi

23 1
ROMA IMPERIALE

sotto la basilica; nello stesso luogo le puttane in disarmo e gli affaristi. I col­
lezionisti di inviti a pranzo stanno presso il mercato del pesce. All'estremità
del Foro passeggiano gli uomini dabbene e ricchi; al centro, presso il canale,
i millantatori incalliti; al di sopra del lacus Curtius gli impudenti, i chiac­
chieroni e le malelingue, che sparlano degli altri sfacciatamente e senza moti­
vo, essi che sono i primi che, con più motivo, potrebbero esser pagati con la
stessa moneta. Sotto le tabernae veteres stanno coloro che prestano denaro o
che cercano di ottenerlo; dietro il tempio di Castore quelli di cui è meglio
non fidarsi. Nel vicus Tuscus troverai quelli che vendono se stessi. Nel Vela­
bro, fornai, macellai, aruspici, i voltagabbana o quelli che li favoriscono.

Nonostante la sua preminenza, non dobbiamo ritenere che il Foro


fosse l'unico luogo dove si accentrava la vita sociale della città. Tutta
l'ampia facciata rivolta al Tevere, occupata dal porto fluviale e da una
serie di piazze di mercato (Foro Boario, Foro Olitorio) doveva pre­
sentare occasioni molteplici di incontro, anche al di fuori delle cor­
renti attività economiche. Non a caso in quest'area, compresa tra l'A­
ventino e il Circo Flaminio, si concentrarono le principali istituzioni
plebee, intorno ai tradizionali santuari della plebe, da quello di Diana
sull'Aventino a quello di Cerere.
li Circo Flaminio 2 9 , fondato da un eroe della plebe, C. Flaminio,
finì per diventare la sede dei concilia plebis, mentre l'Aventino resterà
sempre, dalle prime secessioni dell'inizio della Repubblica fino alla
repressione del movimento graccano, la vera e propria acropoli della
plebe, alternativa e conflittuale rispetto al Campidoglio.
Al centro di quest'area, l'antichissimo santuario dell'Ara Maxima
di Ercole 3 0 detenne sempre un ruolo particolare, collegato con la vo­
cazione originaria, inizialmente commerciale e poi trionfale del culto:
qui si svolgevano i grandi banchetti collettivi, legati all'uso della deci­
ma da offrire al dio, in occasione di grandi successi commerciali o
militari.
li carattere eminentemente popolare del luogo, come anche del
vicino Circo Massimo, comportava anche aspetti deteriori, come la
presenza di un gran numero di prostitute, prolungamento laico di
un'arcaica prostituzione sacra, collegata al vicino emporio e ai suoi
santuari, di cui cogliamo forse la traccia nella leggenda di Acca La­
renzia, il nobilissimum scortum del Velabro, e nei suoi collegamenti
con il culto di Ercole. La pruderie moralistica della società repubbli­
cana aveva tentato di esorcizzare il fenomeno, moltiplicando le fonda­
zioni di culti tutelari della moralità femminile, da quello di Venere
Verticordia a quello della Pudicitia Patricia, che vediamo sorgere nel­
l'area compresa tra Foro Boario e Circo Massimo.

232
6. G L I SPAZI DELLA VITA SOCIALE

Il fenomeno sembra del resto prolungarsi ben al di là del periodo


antico, attraverso il medioevo e fino all'età moderna, come ci attesta
il ricordo del "burdelletto" della sebo/a Graeca, esistente nel xv seco­
lo presso S. Maria in Cosmedin.
La dimensione raggiunta dai banchetti, in particolare da quello
offerto da Cesare dopo il suo trionfo del 46 a.C., è stupefacente. Sap­
piamo da Plutarco 3 ' che furono allora preparati ben 22.000 triclini,
ognuno destinato ad ospitare nove persone: ciò significa che il nume­
ro totale dei partecipanti raggiunse la cifra impressionante di 198.000
persone, sensibilmente analoga a quella degli aventi diritto alle distri­
buzioni di grano.
La superficie richiesta per un tale nwnero di triclini non dovreb­
be essere inferiore a venti ettari e corrisponde in pratica a un qua­
drato di 450 m di lato: è probabile che una tale superficie fosse di­
sponibile solo nella parte non costruita del Campo Marzio corrispon­
dente alla villa Publica, zona utilizzata per i censimenti e per le /ru­
mentationes, e quindi particolarmente adatta per un banchetto che
coinvolgeva in pratica la totalità della plebe urbana.

6. 3
I vici
A questa socialità centralizzata, espressione unitaria della struttura ur­
bana, se ne affianca un'altra decentralizzata, riflesso delle partizioni
della stessa struttura, i vici.
Il latino utilizza lo stesso termine, vicus, per designare tre cose
diverse: il quartiere, la sua via principale e il villaggio. Tale polisemia
sembra potersi spiegare come effetto della genesi della città italica, e
in particolare di Roma, dall'unione di più entità originariamente auto­
nome, i vici appunto e i pagi in cui questi si raggruppano 3 ' . Tale
processo è stato confermato, nelle grandi città dell'Etruria meridiona­
le, dalla ricerca archeologica recente, e la tradizione antica sembra
suggerire anche nel caso di Roma un analogo sviluppo, riconoscibile
tramite alcuni culti e cerimonie arcaiche, come la processione degli
Argei e il sacrificio del Septimontium, che testimoniano l'esistenza di
organismi preurbani, destinati a collegare le entità ancora parzialmen­
te autonome, che daranno poi origine alla città.
L'autonomia dei vici si esprimeva per mezzo di organizzazioni di
quartiere, che si raccoglievano intorno al compitum, il crocicchio
principale del vicus, consacrato ai Lares compita/es. La creazione di
questo sistema, non a caso, era attribuita al re "plebeo" Servio Tullio,

233
ROMA JMPERJALE

in cui si riconosceva l'autore della definitiva sistemazione della città,


nella forma che poi conserverà fino alla riorganizzazione augustea.
La ricca e complessa vita che si svolgeva a livello di quartiere in
gran parte ci sfugge. Sappiamo comunque della frequenza di feste e
spettacoli di carattere teatrale, mentre all'inizio dell'anno veniva cele­
brata la grande festività collettiva dei Compitalia, occasione per giochi
molto popolari.
Non stupisce che di questa struttura capillare dei quartieri, cui si
collegava quella dei collegia professionali e religiosi, abbiano appro­
fittato i tribuni rivoluzionari della fine della Repubblica, e in partico­
lare Oodio, per tentare l'inquadramento della plebe urbana in una
vera e propria organizzazione politica di massa, alternativa a quella
dominante, in cui si è riconosciuto, a ragione, qualcosa di simile a un
moderno partito politico 33 •
La reazione dell'establishment senatorio a questo tentativo, che ne
poneva in pericolo la stessa esistenza, non poteva che essere durissi­
ma, e provocò una serie di torbidi e di scontri armati, che sconvolse­
ro la vita della città nei decenni centrali del I secolo a.C. I collegia
vennero sciolti, tagliando cosi il fenomeno alla radice: solo con Augu­
sto essi saranno ricostituiti, ma su fondamenta del tutto nuove, ten­
denti a creare una larga base di consenso popolare al nuovo regime,
in stretto collegamento con l'istituzione del culto imperiale.
L'operazione è direttamente collegata con l'imponente riorganiz­
zazione urbanistica, avviata da Augusto a partire dal 12 a.C. 34 : la cit­
tà venne divisa in quattordici regioni, a loro volta ripartite in vid
(265 secondo Plinio il Vecchio), ognuno dei quali dotato di un sa­
cello (compitum) in cui si veneravano, al posto dei primitivi Lares
compita/es, i Lari di Augusto, accanto al Genio dell'imperatore. A
ognuno di questi sacelli erano preposti dei magistri (per lo più liberti)
e dei ministri (di estrazione servile).
L'intero sistema, che fondeva un modello ellenistico (testimoniato,
ad esempio, ad Alessandria, dove santuari di quartiere erano dedicati
a membri divinizzati della famiglia regale) con elementi della più anti­
ca religione romana, mirava a istituire un controllo capillare dello
spazio urbano, sotto il segno del culto imperiale. Non si trattava solo
di un controllo ideale: il sistema dei vid venne utilizzato da Augusto,
e prima di lui da Cesare, per un nuovo tipo di censimento, destinato
in primo luogo a redigere la lista degli aventi diritto alle distribuzioni
gratuite di grano; ma anche a realizzare un inventario minuto di tutta
la complessa realtà urbana. Non è un caso che il censimento di Cesa­
re si sia basato sui proprietari di casamenti di affitto: ciò significa, in
primo luogo, che di questi esisteva un regesto completo, da identifi-

2 34
6. GLI SPAZI DELLA VITA SOCIALE

care con un vero e proprio catasto delle proprietà urbane che dovette
assumere, almeno a partire da Augusto, l'aspetto di una dettagliatissi­
ma pianta a grande scala, modello della celebre Forma Urbis marmo­
rea di età severiana; in secondo luogo, la volontà di coinvolgere nel-
1' operazione, accanto agli strati inferiori della popolazione, i ceti pos­
sidenti, dal momento che i proprietari di stabili erano obbligati a di­
chiarare i nomi dei loro inquilini.
La funzione dei magistri vici creati da Augusto non dovette essere
troppo diversa, in fondo, da quella dei portieri del periodo fascista:
essi dovevano esercitare un'oculata sorveglianza, per conto del gover­
no, su quanto avvenisse nel quartiere: il fatto che questa poco nobile
attività assumesse forme esteriormente religiose è perfettamente coe­
rente con la mentalità del mondo antico.
Il sistema mirava, come è ovvio, a trasformare l'intera plebe urba­
na in clientela dell'imperatore 3' : nella stessa direzione andava l'inten­
sa attività edilizia avviata da Augusto e proseguita dai suoi successori,
destinata a dotare la città di strutture, come gli edifici per lo spetta­
colo e le grandi terme, utili a intrattenere gli strati meno ricchi della
popolazione; allo stesso fine tendeva il diretto controllo dell'annona,
delle /rumentationes e delle altre distribuzioni di generi alimentari,
nonché la realizzazione delle immense infrastrutture indispensabili
per realizzarle.
In un certo senso, veniva così ripreso il progetto di dodio, ma su
una scala enormemente più ampia, e soprattutto di segno opposto,
dirigendolo non all'eversione politica, ma al controllo sociale. La ri­
presa dei giochi e degli spettacoli di quartiere, anch'essi sotto il segno
del culto imperiale, costituisce un'ulteriore manifestazione di questo
programma di integrazione, che si estese anche fuori di Roma, a tutto
l'impero, attraverso l'istituzione in ogni città dei collegi degli Augu­
stali.

6 .4
Gli edifici per lo spettacolo
Lo spettacolo a Roma, come in Grecia, è in origine, e resta a lungo,
una funzione del culto: questo dato innegabile, quanto trascurato o
addirittura rimosso, va posto al centro di ogni analisi del fenomeno,
di cui altrimenti resterebbero incomprensibili la struttura e la storia.
L'approccio tradizionale, filologico al teatro latino, che vi riconosce
un mero fatto letterario, o nel migliore dei casi genericamente sociale,

2 35
ROMA tMPER [ALE

è responsabile di numerosi equivoci e di una sostanziale incompren­


sione, diffusa ampiamente nella cultura media 3 6 •
Come è ovvio, la componente religiosa, dominante alle origini, si
andrà stemperando e affievolendo nel corso del tempo, sotto la spinta
delle profonde trasformazioni in senso "laico" della società romana
della tarda Repubblica, senza però mai dissolversi del tutto. Un'ana­
loga trasformazione del teatro si può del resto seguire tra medioevo e
rinascimento.
Per questo, tempo e spazio dello spettacolo sono essenzialmente
gli stessi del culto: i ludi (circensi e teatrali) sono in effetti vere e
proprie cerimonie religiose, e gli edifici in cui essi si svolgevano (cir­
chi e teatri) sono spesso semplici appendici dei templi. Ma anche i
munera (e cioè gli spettacoli gladiatori) fanno parte in origine della
sfera rituale, e più precisamente di quella funeraria 37 ; la loro genesi è
infatti da spiegare come pratica sostitutiva di originari sacrifici umani
sulla tomba del defunto, diffusi in tutto il mondo mediterraneo: basti
ricordare la descrizione omerica dei funerali di Patroclo.
La celebrazione di questi spettacoli in relazione a cerimonie fune­
bri (come ad esempio quelle in onore di Emilio Paolo, in cui fu rap­
presentata anche l'Hecyra di Terenzio) e in luoghi comunque collega­
ti con il sacro, come il Foro e il Circo Massimo, solo assai più tardi
troverà sede in appositi edifici, gli anfiteatri, la cui apparizione non è
più antica del r secolo a.C., e nei quali peraltro non erano assenti
sacelli dedicati a culti particolari, come quello di Nemesi, caro ai
gladiatori.
Le più antiche strutture dedicate allo spettacolo sono i circhi, la
cui esistenza è testimoniata fin da età arcaica: è questo il caso del
Circo Massimo 3 , che sarebbe stato realizzato, con impalcature li­
8

gnee, già dai Tarquinii. Le pitture delle tombe etrusche, come la tom­
ba delle Bighe di Tarquinia, ci restituiscono una vivida rappresenta­
zione di queste più antiche installazioni.
Per quanto riguarda i teatri, non abbiamo nessuna informazione
precisa fino alla fine del m secolo a.C.: è probabile che le più antiche
strutture lignee o a terrapieno, realizzate appositamente per gli spet­
tacoli teatrali, apparissero al momento dell'introduzione dei ludi sce­
nici, che ebbe luogo nel 240 a.C., con la rappresentazione delle prime
pièces "alla greca", dovute a Livio Andronico 39•
Le due sedi destinate a questo scopo, che ci sono note a Roma,
sono i templi di Apollo e di Cibele, il primo nel Campo Marzio, il
secondo sul Palatino, davanti ai quali, in occasione dei giochi dedicati
alle due divinità (i ludi Apollinares e i ludi Megalenses) avevano rego-
6. GLI SPAZI DELLA VITA SOCIALE

1armente luogo rappresentazioni teatrali, a partire dalla fine del m se­


colo a.C.4 •
0

È caratteristico che quasi tutti i teatri di età repubblicana cono­


sciuti in Italia sorgessero davanti ad edifici templari, dei quali costi­
tuivano evidentemente delle vere e proprie appendici. Lo stesso Pom­
peo, per giustificare la realizzazione del primo teatro in pietra a
Roma, affermò, riferendosi alla presenza del tempio di Venere Vinci­
trice alla sommità della cavea, di avere in realtà costruito un tempio
preceduto da una scalinata. È comunque notevole il fatto che, nel
corso del tempo, le cavee teatrali assumessero dimensioni sempre più
grandi, a detrimento dei relativi templi, sempre più ridotti, fino a di­
venire piccoli sacelli in summa cavea, e infine a scomparire: sarebbe
difficile immaginare, sul piano architettonico, una più precisa corri­
spondenza al progressivo ridursi dell'aspetto religioso nello spettacolo
teatrale 4 1 •
Nonostante la relativa precocità di questi spettacoli, una tenace
opposizione senatoria riusci ad impedire la costruzione a Roma di
teatri stabili in muratura fino alla fine della Repubblica, mentre altro­
ve in Italia questo tipo di edifici è diffuso almeno a partire dal 11 se­
colo a.C.
Un tentativo dei censori del 154 a.C. di realizzare un teatro in
muratura alle pendici del Palatino, nel luogo tradizionale, antistante
al tempio di Obele, venne bloccato da un deciso intervento senato­
rio: si dovrà attendere cent'anni prima che, nel 55 a.C., la città possa
dotarsi del primo teatro stabile, quello costruito da Pompeo nel Cam­
po Marzio (seguito da due realizzazioni di età augustea, i teatri di
Marcello e di Balbo, sempre nel Campo Marzio).
I motivi di tale testarda resistenza sono in parte moralistici, in
parte politici (senza che tra i due aspetti si possa tracciare una preci­
sa discriminante, come è tipico dell'ideologia romana). La presenza
promiscua di uomini e donne e il carattere spesso poco castigato del­
le rappresentazioni erano ritenuti un pericolo per il costume tradizio­
nale (come lamenteranno all'infinito i polemisti cristiani, eredi del re­
sto di molti moralisti pagani); inoltre, come spiega più volte Cicero­
ne, il teatro, favorendo la concentrazione di grandi masse di popolo,
rappresenta un potenziale focolaio di sedizione. Nelle città greche
esso normalmente è la sede dell'assemblea popolare (ekklesia), invisa
all'oligarchica repubblica romana, dove il voto aveva luogo nei comi­
tia, rigidamente inquadrati secondo istanze timocratiche (i comizi
centuriati) o territoriali (i comizi tributi), che garantivano il controllo
assoluto da parte della classe dirigente. Caratteristiche sono alcune
espressioni di Cicerone nella pro Fiacco ( 1 6-7): «Ma tutti gli stati gre-

2 37
ROMA IMPERIALE

ci sono amministrati dalla temerità di un'assemblea seduta ... Uomini


inesperti, incolti e ignari di tutto si riunivano nel teatro, dichiaravano
guerre inutili, eleggevano sediziosi alle cariche dello stato, cacciavano
dalla città uomini benemeriti».
Nulla sarebbe più errato che considerare gli edifici per lo spetta­
colo come luoghi destinati semplicemente all'intrattenimento, anche
se questo aspetto è ovviamente significativo, accanto all'originaria
funzione religiosa. La differenza profonda rispetto alla concezione
moderna del teatro emerge con assoluta evidenza dalla distribuzione
stessa del pubblico, quale si venne a determinare nel corso della Re­
pubblica, per concludersi con Augusto.
La selezione dei posti a sedere è collegata ai nostri giorni a un
concetto meramente economico: sedere nei posti migliori dipende
esclusivamente dal denaro che si è disposti a spendere per il biglietto;
almeno sul piano teorico, nulla impedirebbe all'avvocato Agnelli di
scegliersi un posto in loggione, o a un operaio della FIAT di assistere
in platea a una prima della Scala, se è disposto a spendere i suoi ri­
sparmi. Lo spettacolo moderno è quindi apparentemente interclassi­
sta, in realtà basato sulla centralità del criterio economico, che co­
stituisce la vera discriminante.
Anche nella società romana il teatro fornisce uno spaccato preciso
della società e dei suoi valori costitutivi, che però non sono, se non in
via molto mediata, quelli economici: in una società di ordini, la gerar­
chia dei posti a sedere non può che riflettere rigidamente la gerarchia
sociale, soprattutto a partire dalla tarda Repubblica, quando insorgo­
no distinzioni sociali molto più accentuate, e si assiste a una definitiva
"serrata del patriziato".
È probabile che in origine solo i posti dell'orchestra (la proedria)
fossero riservati ai magistrati e ai sacerdoti; ma all'inizio del II secolo,
a quanto sembra per iniziativa di Scipione l'Africano, venne introdot­
ta la separazione dell'ordine senatorio, al quale venne riservato un
primo ordine di gradini, separandolo dal resto del pubblico. Più tar­
di, nel 67 a.C., un'altra legge sanzionò la distinzione dell'ordine eque­
stre, prepotentemente emerso nei decenni precedenti, a partire dall'e­
tà dei Gracchi: a esso vennero riservati, non senza proteste e reazioni
anche violente, i quattordici gradini della cavea successivi a quelli oc­
cupati dai senatori.
Il processo si concluse con Augusto, che fece intervenire un ulte­
riore criterio di distinzione, questa volta di carattere moralistico, ba­
sato sulla discriminazione delle donne che, separate dagli uomini,
vennero relegate sui gradini più alti della cavea.
6. GLI SPAZI DELLA VITA SOCIALE

Un'illustrazione più che evidente dei motivi che determinarono la


decisione di Augusto si ricava implicitamente da un passo di Ovidio,
in cui si illustrano le possibilità offerte dai teatri e dai circhi (in cui
non era stata introdotta la separazione delle donne dagli uomini) per
fare nuove conoscenze femminili (Ars amatoria, vv. 89 ss., trad. C.
Vivaldi).

Ma tu va' soprattutto a caccia nei curvi teatri / che sono i luoghi meglio
adatti ai tuoi desideri. / Vi trovi quella da amare, quella con cui levarsi / un
capriccio, quell'altra buona per una sveltina, / quella da tenere a lungo [ ... ] /
Vengono per vedere ma anche per essere viste, / il luogo è pericoloso per il
casto pudore. / [... ] Non perderti le corse dei nobili cavalli, / l'ippodromo
affollato presenta gran vantaggi. / Non hai bisogno di esprimere con le dita
messaggi / segreti, né accennando col capo far sapere / che hai avuto un
biglietto. Lì puoi andarti a sedere / vicino alla tua bella, nessuno te lo proi­
bisce, / e congiungere fianco a fianco fin dove puoi. / E i posti sono stretti e
se anche non volessi / devi toccare per forza la ragazza: è la legge / del luo­
go. A questo punto avvia un po' il discorso / partendo dalle cose banali di
tutti i giorni. / Cerca accuratamente di saper di chi siano / i cavalli che avan­
zano, tifa con decisione / per il suo favorito chiunque possa essere. / Ma
quando verrà avanti la grande processione / con le statue di avorio dei cele­
sti tu applaudi / festosamente Venere protettrice e padrona. / Se, come acca­
de, nel grembo della ragazza è caduta / un po' di polvere, tu spazzala via
con le dita: se polvere non c'è fingi lo stesso di toglierla, / qualsiasi opportu­
nità sia buona per la tua causa. / Se il manto allentato striscia un poco per
terra / raccoglilo premuroso, toglilo dalla sporcizia; / così quale compenso
alla tua gentilezza / potrai guardarle le gambe senza che lei si offenda. / Sta'
attento inoltre a quelli seduti dietro di voi, / non vi sia chi ne prema con le
ginocchia la schiena / delicata. Piccole cose seducono mobili cuori. / Per
molti è stato assai utile sprimacciare un cuscino / con mano premurosa, ma
ha servito ugualmente / farle un poco di vento agitando il programma / o
sottoporre un panchetto al piede delicato.

Nonostante le remore moralistiche, l'età augustea cost1tu1sce senza


dubbio, in Italia, il periodo più fecondo per l'architettura teatrale:
nella stessa Roma, come abbiamo visto, due altri edifici si affiancano
a quello realizzato da Pompeo; quasi tutte le città che ne erano prive
e quelle di nuova fondazione si dotano allora di un teatro. Si è potu­
to calcolare che, nel periodo compreso tra la metà del I secolo a.C. e
la metà del I secolo d. C., circa 60 siano gli edifici teatrali di nuova
costruzione 4 •2

Ora, è curioso che ciò avvenga in un periodo in cui la produzione


letteraria per il teatro si è praticamente esaurita, come pure la possi­
bilità di sfruttare i ludi per la propaganda elettorale. Si è giustamente

2 39
ROMA IMPERIALE

affermato che «in una società in cui le strutture decisionali [...] sfug­
gono definitivamente al popolo, il teatro sembra essere percepito
come il solo luogo dove era ancora possibile organizzare fisicamente
l'incontro tra i potenti e i loro amministrati [ ... ]. Ci si può spingere
fino ad affermare che se il teatro, in quanto monumento, si è cosl
rapidamente imposto nella più antica urbanistica imperiale, è proprio
perchè non vi si faceva più vero e proprio teatro, nel senso greco o
ellenistico del termine. Da quel momento in poi quella forma, an­
ch'essa vuota, era pronta ad accogliere tutti gli aspetti della festa uffi­
ciale, giochi scenici, gare musicali, mimi o conei trionfali» 43 •
11 teatro, in altri termini, diviene il luogo di elezione del culto im­
periale, come dimostra in panicolare l'aspetto delle grandi scene a più
piani colonnati sovrapposti, destinate alla presentazione delle statue
degli imperatori e delle loro famiglie. In sostanza, esso sostituisce il
foro nella funzione di sede principale dell'attività politica, dell'unica
cioè ancora possibile dopo la scomparsa delle libenà repubblicane.

6 .5
La casa dell'aristocrazia

Contrariamente a una tesi radicata, la domus tradizionale romana non


costituisce affatto uno spazio separato dall'esterno e gelosamente ri­
servato alla vita familiare. Ciò è panicolarmente evidente nel caso
dell'abitazione senatoria, il cui aspetto e le cui caratteristiche sono
perfettamente adeguati al ruolo "pubblico", che ne costituisce una
delle funzioni più notevoli.
Un testo di Vitruvio ci fornisce la definizione più sintetica e com­
prensiva di questo fatto, e delle conseguenze che ne derivano, sul pia­
no architettonico (de arch., 6, 5 , 1 - 2 , trad. L. Migotto).

Rispettati i principi delle disposizioni riguardo ai punti cardinali, si deve te­


ner conto anche di criteri particolari per realizzare le stanze riservate ai pa­
droni di casa e quelle frequentate da persone estranee alla famiglia. Infatti
negli ambienti considerati come personali non è permesso a chiunque l'ac­
cesso, se non dietro esplicito invito, come nel caso delle camere, dei triclini,
dei bagni e di altre stanze destinate ad analoghe funzioni. Invece negli altri
ambienti considerati comuni, quali i vestiboli, i cortili, i peristili e tutti quei
luoghi adibiti a simili funzioni, chiunque, anche tra la gente del popolo, può
accedere a buon diritto anche senza esplicito invito. È logico che alle perso­
ne comuni non servono vestiboli o tablini o splendidi atri, dato che sono
loro a rendere visita di omaggio ad altri, piuttosto che riceverne [. .. ] . Se­
gu endo sempre il criterio della funzionalità, a banchieri e pubblicani occor-
6. GLl SPAZI DELLA VITA SOCIALE

rono 1UDbienti spaziosi, accoglienti e al sicuro dai ladri, mentre ad avvocati e


retori si addicono locali eleganti e comodi per ospitare riunioni di più perso­
ne. I personaggi di alto lignaggio che nella gestione di cariche e magistrature
devono adempiere ai loro doveri verso lo stato avranno abitazioni dotate di
vestiboli alti e regali, atri e peristili molto spaziosi, giardini e viali lunghi e
maestosi; inoltre vi dovranno trovare spazio biblioteche, pinacoteche, e basi­
liche che ricalchino la stessa magnificenza delle opere pubbliche perché spes­
so nelle abitazioni di tali personaggi si tengono pubblici consigli e si discuto­
no cause private.

È caratteristica la menzione dei "vestiboli alti e regali" e degli "atri e


peristili molto spaziosi", destinati alle salutationes dei clienti, che af­
fluivano già dall'alba alle case dei loro patroni, per presentare il loro
omaggio. Ancora nella prima età imperiale il fenomeno poteva assu­
mere dimensioni impressionanti, come ci rivelano alcune espressioni
di Seneca (benef, 6, 34, 4): «Se verrai a casa di qualcuno di costoro,
la cui salutatio mette sottosopra l'intera città, sappi che, anche se ve­
drai i quartieri assediati dalla folla innumerevole e le vie invase dalle
schiere dei clienti diretti in senso opposto, tu sei arrivato in un luogo
pieno di uomini, non di amici».
La struttura della domus repubblicana aristocratica è il riflesso di
tale funzione "pubblica" 44 • 1n particolare, il vestibulum è un ambien­
te che, essendo destinato all'attesa dei clientes, è esterno alla casa, pur
facendone parte. Ne troviamo la definizione precisa in scrittori della
media e tarda età imperiale, come Gellio e Macrobio, quando onnai
questo particolare ambiente era scomparso, insieme alla funzione che
ne aveva determinato la nascita (Gell., 1 6, 5): «Il vestibolo non è nel­
la casa né è parte della casa, ma è un ambiente vuoto, posto davanti
alla porta dell'abitazione, attraverso il quale vi si accede dalla via».
Altri ambienti della domus facevano parte dei communia ricordati
da Vitruvio, destinati ad accogliere gli estranei, come l'atrio e il peri­
stilio. Le case dei nobili comprendevano poi strutture analoghe a
quelle degli edifici pubblici, tra le quali basiliche, in cui dovevano
riunirsi vere e proprie folle in occasione, ad esempio, di processi, non
solo privati (ad esempio, il processo al re Deiotaro, nel 45 a.C., ebbe
luogo nella dimora di Cesare).
Si viene così a creare una sorta di gerarchia degli ambienti, de­
stinati a ricevere visitatori via via più intimi. Ancora Seneca (benef, 6,
34, 4) ricorda che

è antica consuetudine dei re o di quelli che lo vogliono sembrare di dividere


in categorie tutto un popolo di amici, ed è caratteristico dell'orgoglio consi­
derare un privilegio l'entrare o anche solo il calpestare la soglia e concedere
ROMA IMPERIALE

come un onore di sedersi più vicino alla porta, di entrare per primo nella
casa, in cui si trova una serie di porte, destinate ad escludere anche le perso­
ne ricevute. A Roma per primi Gaio Gracco e poi Livio Druso iniziarono a
suddividere la massa dei visitatori, alcuni dei quali venivano ricevuti nell'inti­
mità, altri in piccoli gruppi, altri tutti insieme. Costoro ebbero quindi amici
di primo grado e di secondo grado, mai amici veri.

L'accenno ai "re" e a "quelli che volevano sembrarlo" allude chiara­


mente ai potenti della tarda Repubblica, in grado di riunire schiere
innumerevoli di clientes. Da Gaio Gracco in poi diviene necessario
suddividerne la massa in categorie via via più selezionate, ognuna del­
le quali si riuniva in ambienti di dimensioni più ridotte. Ciò corri­
sponde alle informazioni disponibili sulle domus tardorepubblicane,
dotate di atri di dimensioni impressionanti, adatti a ricevere la massa
indiscriminata dei clientes di seconda scelta. Proprio a partire dall'età
graccana appare a Pompei un tipo nuovo di dimora aristocratica, do­
tata di due atri disposti parallelamente 4': questo particolare dispositi­
vo è stato spiegato, giustamente, con la necessità di separare e di do­
tare di ingresso autonomo il settore della casa destinato a un'attività
"pubblica" Nell'esempio più notevole che ci sia conservato, la Casa
del Fauno, il grande atrio tuscanico permette l'accesso a una serie di
ambienti di dimensioni assai più grandi e dotati di una raffinatissima
decorazione musiva, che manca del tutto nell'altra parte della casa,
quella "privata", cui si accede dall'atrio tetrastilo.
È ancora Vitruvio a fornirci informazioni dettagliate su questi a­
trii, i più grandi dei quali arrivavano a misurare roo x 60 piedi (ca.
2 9 ,5 x 17,70 m). È probabile che egli si riferisca, nel caso specifico, a
quella che fu certamente la più grande casa di Roma di epoca repub­
blicana, quella di Scauro, nel cui atrio tetrastilo erano collocate quat­
tro colonne alte 38 piedi (r r ,24 m), ciò che, considerati i rapporti
proporzionali, permette di restituire le dimensioni al suolo di quest'a­
trio in circa 60 x 90 piedi. Aggiungendo a/ae e tahlinum, si può rico­
struire una superficie di circa 542 m 2 sufficiente ad ospitare non
,

meno di 2 . 500 persone 46•


È facile comprendere i motivi che indussero Clodio - la cui clien­
tela comprendeva, come abbiamo visto, gran parte della plebe urbana
- ad acquistare questa dimora, pagando il prezzo più alto che ci sia
noto per un'abitazione di Roma: 14.800.000 sesterzi. Dopo l'uccisione
del tribuno, avvenuta sulla via Appia ad opera di Milone, il suo cada­
vere venne esposto nell'atrio della casa da poco acquistata e «una fol­
la enorme, composta dall'infima plebe e da schiavi in lutto, vi si rac­
colse intorno al corpo» (Ascon. Ped., in Scaur., p. 27 Clark). Una ce-
6. GL! SPAZ! DELLA V!TA SOCIALE

rimonia apparentemente di carattere privato si trasforma così in una


dimostrazione politica, che si concluderà di lì a poco con la crema­
zione del cadavere all'interno della Curia, simbolo del potere senato­
rio, che venne rasa al suolo dall'incendio che ne conseguì.
Le funzioni "pubbliche" della dimora senatoria di età repubblica­
na troveranno poi più ampia espressione nella dimora imperiale, la
cui genesi occupa l'intero r secolo d.C. e trova la sua realizzazione
praticamente definitiva nel palazzo costruito da Domiziano, conserva­
tosi sostanzialmente, con poche variazioni ed aggiunte, fino alla fine
dell'impero. La necessità di spazi adeguati alle varie funzioni della
corte trovano espressione, analogamente a quanto abbiamo osservato
per la domus tardorepubblicana, in una divisione in due blocchi di­
stinti, il primo dei quali, la cosiddetta Domus Flavia, destinata alle
funzioni ufficiali e di rappresentanza, presenta pochi, grandiosi am­
bienti disposti intorno a un peristilio: sostanzialmente una "basilica",
probabilmente utilizzata per le riunioni del consilium prindpis; una
grandiosa aula, che si affaccia sull'area Palatina, destinata alle udienze
di massa; infine, un immenso triclinio, sede dei banchetti ufficiali 47 •

6.6
Terme, portici e giardini
In età imperiale la vita di società della popolazione romana, privata
ormai delle sue prerogative politiche, con la soppressione dei comitia,
e delle sue prerogative militari, con la provincializzazione dell'eserci­
to, ruota intorno ad altri centri di interesse, ad altre occasioni di in­
contro. Anche se è errata, nella sua assolutezza, la visione tradizionale
di una città del tutto parassitaria e oziosa - dal momento che sono
numerosissime le testimonianze di un'intensa attività non solo nel­
l'ambito del commercio e dei servizi, ma anche della produzione -
resta il fatto che la plebe urbana gode di privilegi particolari, scono­
sciuti al resto della popolazione dell'Italia e dell'impero: le distribu­
zioni gratuite e semigratuite di generi alimentari, i periodici congiaria,
i numerosissimi spettacoli offerti in occasione di festività religiose, di
vittorie, di anniversari della famiglia imperiale moltiplicano le occa­
sioni di incontro e di divertimento collettivo, che non si potrebbero
comprendere senza la disponibilità di una quantità notevole di tempo
libero.
Del resto, anche al di fuori degli spettacoli e della routine mensile
delle distribuzioni, le occasioni di intrattenimento e di svago doveva­
no essere numerose. La munificenza dei nobili della tarda repubblica

24 3
ROMA IMPERIALE

- e poi la liberalità imperiale avevano messo a disposizione del popolo


una serie di spazi di grande qualità - portici, giardini, passeggiate -
accessibili a tutti. Il Campo Marzio in particolare, già sede di attività
politiche e paramilitari, aveva assunto l'aspetto di un'area monumen­
tale omogenea, di grande livello architettonico, disponibile per il tem­
po libero della plebe romana, che qui trovava gli spazi aperti e il ver­
de del tutto assenti nei vecchi quartieri entro le mura, sovraffollati e
caotici. È comprensibile di conseguenza la scelta di Strabone, che nel
capitolo della sua Geografia dedicato a Roma concentra il suo inte­
resse quasi esclusivamente sul Campo Marzio, di cui fornisce la più
vivida descrizione che ci sia pervenuta (5, 3 8).

La straordinaria grandezza della pianura pennette senza impaccio le corse di


carri e ogni altro esercizio ippico e insieme gli esercizi con la palla e il cer­
chio, e la lotta. Le opere d'arte disposte intorno, il suolo erboso per tutto
l'anno e la corona di colline che si avanzano fino alle rive del fiume e offro­
no un colpo d'occhio scenografico inducono a distoglierne lo sguardo solo a
malincuore. Accanto a questa pianura se ne trova un'altra, con portici dispo­
sti in cerchio, boschetti, tre teatri e un anfiteatro, templi sontuosi prossimi
tra loro: tutto il resto della città, a confronto, sembra quasi un'appendice di
questa. Cosi, ritenendo questo luogo il più sacro di tutti, costruirono qui i
monumenti funerari degli uomini e delle donne più illustri: il più notevole è
quello chiamato Mausoleo, un grande tumulo sorgente su un basamento di
marmo bianco, situato accanto al :fiume, coperto fino alla sommità di alberi
sempreverdi: in cima vi è l'immagine bronzea di Cesare Augusto e all'interno
del tumulo si trovano la sua urna e quelle dei suoi parenti e degli amici più
intimi, mentre dietro si estende un grande recinto alberato con splendidi
porticati.

Nulla di comparabile ci è stato trasmesso dalla letteratura latina, che


invece insiste di più, con i poeti della media età imperiale, come Mar­
ziale e Giovenale, sui malanni dell'urbanesimo intensivo. Solo talvolta
troviamo descrizioni sintetiche di itinerari, con elencazioni di monu­
menti, che però sono di scarsa utilità per ricostruire l'aspetto reale
della città.
Le folle che, nella buona stagione, dovevano invadere le piazze e
le passeggiate pubbliche rifluivano d'inverno negli edifici termali. Le
dimensioni e il lusso raggiunti da questi veri e propri "palazzi del
popolo" sono inauditi per una mentalità moderna. Gli otto più grandi
stabilimenti pubblici (sugli undici conosciuti) coprivano tutti insieme
una superficie di circa 47 ettari, pari alle dimensioni di una città me­
dio-grande. Esisteva inoltre un numero straordinario di balnea privati,
sparsi in tutti i quartieri della città: ben 856 nel 1v secolo d.C. !
6. GLI SPAZ[ DELLA VtTA SOCIALE

Studi recenti hanno permesso di valutare con precisione gli aspet­


ti quantitativi del meglio conservato dei tre complessi più grandi, le
Terme di Caracalla 4 • La portata dell'acquedotto di servizio poteva
8

arrivare a 20.000 m 3 al giorno, quantità sufficiente ad una moderna


città di 70.000 abitanti; almeno 3 .500 m di tubazioni di piombo, pe­
santi 550 tonnellate, distribuivano l'acqua nei vari ambienti; 49 forni
li riscaldavano, consumando non meno di 10 tonnellate di legna al
giorno, ciò che richiedeva magazzini per 2.000 tonnellate, la scorta
per sette mesi.
Quanto al numero degli utenti, i calcoli moderni confermano la
cifra fornita da una fonte antica, r.600: tuttavia, si tratta solo di un
turno della durata di due ore, ciò che permette di valutare tra 6.500
e 8.000 il numero dei bagnanti che utilizzavano il ciclo completo del­
le terme, e a circa 10.000 gli ingressi quotidiani.
Partendo da questa base, è possibile calcolare il numero di perso­
ne che utilizzavano quotidianamente l'intero sistema delle terme e dei
bagni privati, che poteva raggiungere le 150.000 persone: una cifra
grosso modo corrispondente a quella degli aventi diritto al frumento
pubblico e che autorizza a parlare di una vera e propria "cultura ter­
male" che, in queste dimensioni, non conosce paralleli in nessuna
epoca della storia.
Gli enormi edifici delle terme non erano utilizzati solo per il com­
plesso rituale del bagno: nelle loro forme più evolute, che appaiono
per la prima volta con le Terme di Traiano sul colle Oppio (e la cui
invenzione è probabilmente dovuta ad Apollodoro di Damasco, l'ar­
chitetto del Foro Traiano), esse presentano, intorno al corpo centrale
dove erano situati gli impianti balneari, un ampio recinto, occupato
da giardini e, ai margini, da costruzioni di vario genere, comprenden­
ti luoghi per lo spettacolo, biblioteche e anche santuari. Si trattava in
sostanza di strutture polivalenti, nelle quali folle di utenti potevano
passare il tempo facendo ginnastica, passeggiando, leggendo o assi­
stendo a rappresentazioni di vario genere 49 •
La vita quotidiana nelle terme, normale occupazione della popola­
zione, specie in periodo invernale, è descritta assai spesso da scrittori
dell'età imperiale, da Petronio a Marziale a Seneca. Quest'ultimo ci
ha lasciato forse la più vivace descrizione di essa, venata, come al so­
lito, da notazioni moralistiche (epirt. , 56).

Mi circonda da ogni parte un chiasso indiavolato: abito proprio sopra uno


stabilimento termale. Imm aginati ora ogni sorta di voci che possono frastor­
nare le orecchie. Quando i campioni si allenano a sollevare palle di piombo
e si affaticano o fingono di affaticarsi, io li sento gemere; e ogni volta che

245
ROMA IMPERIALE

emettono il fiato trattenuto, sento i sibili del loro respiro affannato. Quando
capita qualcuno di più pigro, che si contenta di una comune frizione, sento
la mano che massaggia le spalle, con un suono diverso a seconda che si muo­
va aperta o concava. Se poi sopraggiungono quelli che giocano a palla e co­
minciano a contare i punti fatti, è finita. Aggiungi poi l'attaccabrighe o il
ladro colto sul fatto, o quello a cui piace ascoltare la propria voce mentre fa
il bagno, poi il fracasso provocato da quelli che saltano nella piscina. Oltre a
questi, le cui voci, se non altro, sono normali, pensa al depilatore che, per
farsi notare, parla in falsetto e non sta mai zitto, se non quando depila le
ascelle e costringe altri a urlare in sua vece. Infine c'è il venditore di bibite,
con i suoi richiami sempre diversi, il salsicciaio e il pasticciere e tutti i garzo­
ni delle bettole, ognuno dei quali per vendere la sua merce usa una partico­
lare inflessione di voce.

Note
1 . J. A. Hanson, Roman Theater-Temples, Princeton 1959; F. Coarelli, J santuari
del Lazio in età repubblicana, Roma 1987.
2. C. De Ruyt, Mace/lum, Louvain-la-Neuve 1983.
3. F. Coarelli, L'"Agora des ltaliens" a De/o: il mercato degli schiavi?, in "Opu-
scula Instituti Romani Finlandiae", 2 (1982), pp. n9-45.
4. C. Nicolet, L'inventaire du monde, Paris 1988.
5. Ch. Bruun, Stadio aquarum, in Lacus luturnae, 1, Roma 1989, pp. 127-47.
6. M. Corbier, Aerarium Saturni et aerarium militare, Rome 1974; Lexicon Topo­
grtrphicum Urbis Romae, 1, 1991, pp. 345 s. (abbreviato in seguito LTUR).
7. F. Coarelli, in L'area sacra di Largo Argentina, 1, Roma 1981, pp. 12-5 1 .
8 . Id., Il Campo Marzio. Dalle origini alla fine della Repubblica, Roma 1997, pp.
222 ss.
9. LTUR, N, 1999, pp. 345 S,
I O. LTIJR, l, 1999, pp. 133-5,
1 1 . Coarelli, li Campo Marzio, cit., pp. 275-92; 296-345.
12. Id., L'"Agora des ltaliens" a Delo, cit. Contra, Bruun, Statio aquarum, cit.
13. LTUR, I, pp. 233-5; F. Coarelli, La Colonna Troiana, Roma 1999.
14. AE, 1989, 681; 1991 , 1501 .
1 .5 . Lyd., mag. , 1, 34. LTUR, 4, pp. 1.59 s.
1 6. lbid.
17. lbid. e pp. 69 s.
18. A. Sisson, in "Papers of the British School at Rome", I I (1929), pp. 50-72.
19. G. Carettoni, A. M. Colini, L. Cozza, G. Gatti, La pianta marmorea di Roma
antica, Roma 1960; F. Coarelli, Le pian de via Anicia. Un nouveau fragment de la For­
ma Marmorea de Rame, in Rome. L'espace urbain e/ ses représentations, cit., p. 194,
nota 49.
20. L. Cozza, in Garettoni, Colini, Cozza, La pianta marmorea, cit., p. 194, nota
49.
2 1 . Coarelli, cit. a nota 15.
22. LTUR, JV, pp. 229 s.; Coarelli, li Campo Marzio, cit., pp. 155-63.
23. LTVR, 1v, 1999, pp. 202-5; Coarelli, J/ Campo Marzio, cit., pp. 1 63 -75.
6. GLJ SPAZI DELLA VITA SOCIALE

24. C. Nicolet, Le tempie des Nymphes et /es distributions frumintaires à Rome


d'gprès /es découvertes récentes, in "Comptes rendus de l'Academie des inscriptions et
belles-lettres n (1976), pp. 29-,z. Contra E. Lo Cascio, in La Rome itnpértale: démogra­
phie et logistique, Rome 1997, pp. 4-8.
25. Cfr. nota 8.
26. L1VR, IV, pp. 151-3 .
27. LTUR, I, p . 2,6.
28. L1VR, llJ, 1996, pp. 288 s.
29. L1VR, 1, pp. 269-71; Coarelli, Il Campo Marzio, cit., pp. 363-74.
30. LTUR, Ili, pp. 15-7.
3 1 . Plm., Caes., 55, 4. J. D'Anns, in 100 Annua/ Meeting, Archaeological lnsti­
th

tute o/ America, Abstracts, 22, 1998, pp. 133-,.


32. L1VR, IV, pp. 8 s.
33, J.-M. Flambart, Clodius, /es collèges, la plèbe et /es esclaves, in "Mélanges de
l'École française de Rome. Antiquitén , 89, 1977, pp. 133-44.
34. Nicolet, L'inventaire du monde, cit.; A. Fraschetti, Roma e il principe, Roma-
Bari 1990.
35. Z. Yavetz, Plebs and Pn·nceps, Oxford 1969.
36. N. Zorzetti, La pretesta e t1 teatro latino arcaico, Napoli 1980.
37. G. Ville, La gladiature en Occident, Rome 1981.
38. J, H. Humphreys, Roman Circuses, London 1986.
39, Coarelli, Il Campo Marzio, cit., pp. 603-6.
40. LTUR, IV, pp. 206-8.
4 1 . Cfr. nota 1 .
42. P . Gros, Les théatres en ltalie au r siècle de notre ère: situation et /onctions
dans l'urbanisme impérial, in L'ltalie d'Auguste à Dioclétien, Rome 1994, pp. 28,-307;
Id., L'architecture romaine ,. Les monuments pub/ics, Paris, pp. 272-307.
43. Gros, Les théatres en ltalie, cit., p. 288.
44. Gros, Architecture et sodété, Bruxelles 1978, pp. 81 -,; F. Coarelli, Revixit
ars, Roma 1996, pp. 344-,9; A. Wallace Hadrill, Houses and Society in Potnpeii and
Herculaneum, Princeton 1994.
45. H. Lauter, in Neue Forschungen in Pompeji, Recklinghausen 1975, pp.
147·52 ·
46. Coarelli, Revixit ars, cit.; A. Carandini, Schiavi in Italia, Roma 1988, pp.
366-73; LTUR, 2, 1995, p. 26.
47 , L1VR, U , pp, 42-, ,
48. L. Lombardi, A. Corazza, Le Terme di Caracalla, Roma 1995.
49. I. Nilsen, Thermae et Balnea, Aarhus 1990.

247
7
L'edilizia pubblica e sacra
di Francesca de Caprariis e Fausto Zevi

Presentare una sintesi sui principali edifici civili e religiosi di Roma


significa di fatto enucleare le tappe principali dello sviluppo urbani­
stico, edilizio e, soprattutto, istituzionale e culturale di una città che
ha conosciuto nel corso dei secoli un'evoluzione senza precedenti ri­
spetto alle altre realtà del mondo antico. La straordinaria ricchezza
delle testimonianze e l'importanza dei temi rendono impossibile offri­
re un quadro completo e approfondito: nei limiti dello spazio impo­
sto da questo volume cercheremo piuttosto di evocare alcune delle
principali e più significative linee di sviluppo dell'architettura e della
storia urbana, e di offrire al lettore alcuni strumenti per un appro­
fondimento 1 •

7. r
La "grande Roma dei Tarquini"
e la definizione dello spazio urbano 2

A partire dagli ultimi decenni del vn secolo a.C. si può cogliere una
struttura che si va organizzando come città, secondo il modello della
polis imposto in Occidente dalla colonizzazione greca. La composita
tradizione dell'età regia valorizza le componenti plurietniche della
cultura romana arcaica: ai re sabini e latini seguono re, come i Tar­
quini, legati all'Etruria, ma che rivendicavano un'origine greca dall'a­
ristocratica stirpe dei Bacchiadi di Corinto. La cronologia "alta" della
cacciata dei Bacchiadi da Corinto (metà del vn secolo a.C.), premessa
della migrazione a Tarquinia del Bacchiade Demarato, costituisce un
convincente riferimento per il periodo dei Tarquini a Roma, che la
tradizione faceva iniziare nel 616 a.C. con il primo Tarquinio figlio di
Demarato. Ma degno di attenzione è un altro aggancio alla storia co­
loniale greca, che attinge, attraverso rielaborazioni posteriori, a tradi­
zioni locali di Massalia (Marsiglia): la gioventù di Focea, che dalla
ROMA lMPERIALE

Ionia asiatica migrava in Occidente per fondare la città, approdata


alle foci del Tevere aveva stretto amicizia con i Romani 3• Situato da­
gli antichi al tempo di Tarquinio Prisco (616-578 a.C.) l'avvenimento
si pone in perfetta concomitanza con la fondazione di Marsiglia (600
a.C.) 4 e con la creazione dell'emporio tarquiniese di Gravisca '·
Dunque attorno al 600, Roma, sotto un dinasta che si riteneva
greco, era considerata dai Greci la città che aveva già il controllo di
tutto il basso corso del Tevere fino al mare, allacciando da pari rap­
poni durevoli con la grecità d'Occidente, e specificamente con l'ele­
mento foceo, che significava possibilità di contatto con il più avanza­
to " sapere tecnico" del tempo, nonché con merci ed oggetti greci e
d'Oriente. Le ricche stipi votive, solo in pane esplorate, ma con pre­
senza cospicua di ceramica greca di imponazione (che negli strati più
antichi dello scavo è presente fin dall'vm secolo a.C.), e i resti della
decorazione fittile architettonica del santuario arcaico di S. Omobo­
no, situato nel Foro Boario presso l'approdo tiberino, attribuito a
Servio Tullio e dedicato a Fonuna e a Mater Matuta, hanno confer­
mato la precoce apenura di Roma verso il commercio greco (e feni­
cio? l'ipotesi è riaffiorata più volte), ma anche verso il mondo etru­
sco. In altre parole, l'archeologia continua a dare conferme di quella
che, oltre mezzo secolo fa, è stata definita la "Grande Roma dei Tar­
quini" e che già allora, e forse a miglior titolo che nel tardo IV secolo
quando le venne effettivamente attribuito 6, avrebbe meritato l'appel­
lativo di polis hellenis ( "città greca"). Quando la costruzione delle
mura, che la tradizione assegnava a Servio Tullio, verso la metà del VI
secolo venne a precisarne l'estensione urbana, Roma, con circa 300
ha di superficie e un ampio territorio, rivaleggiava con le maggiori
città etrusche e con non poche fra quelle della Magna Grecia e della
Sicilia.
La cinta muraria nota come "serviana" risale in massima pane alla
prima metà del rv secolo, cioè alla ricostruzione realizzata frettolosa­
mente nel periodo successivo al saccheggio gallico. Le mura infatti
sono in opera quadrata di tufo di Grotta Oscura, provenienti dalle
cave presso Veio (il che presuppone l'avvenuta conquista di quella
città, nel 396 a.C. secondo la tradizione) con grande agger sul lato
orientale, dove mancavano difese naturali. Il percorso è noto per la
massima pane del perimetro, con qualche difficoltà di ricostruzione
per l'affaccio sul Tevere, tra Aventino e Campidoglio. L'influenza
dell'architettura delle città greche d'Occidente sembra trovare una
conferma particolare nelle mura di Roma, dove si è persino ipotizza­
to, senza troppo fondamento, l'intervento diretto di manodopera ma­
gno-greca siracusana. Una passata tendenza ipercritica verso le tradi-

250
7, L'HDILJZIA PUBBLJCA E SACRA

zioni sulla storia di Roma arcaica, che negava la presenza di una cer­
chia muraria continua prima del IV secolo, è oggi superata; riprende
credito invece l'interpretazione dei resti in vari punti del circuito di
mura nel friabile tufo (il "cappellaccio") estratto dallo stesso sotto­
suolo romano, come pertinenti ad una fase anteriore della cinta, quel­
la regia, quando sembrano essersi definiti, da un lato con le opere
infrastrutturali e la definizione degli spazi pubblici, dall'altro con le
mura, i grandi elementi che caratterizzano la città antica.
Nulla conosciamo delle porte della fase arcaica, ma la loro dispo­
sizione, spesso in corrispondenza di naturali percorsi vallivi tra le mo­
deste alture su cui sorge la città, fa supporre che, salvo eccezioni,
quelle del IV secolo abbiano ricalcato le precedenti. Per una porta in
particolare, la Carmentale, abbiamo indicazioni più stringenti: unica
porta doppia della cinta serviana, prendeva nome dalla dea Carmenta
(da carmen, nel senso di presagio poetico); sappiamo infatti che su di
essa gravava un "carme" antichissimo, dall'interpretazione del quale
dipendeva la scelta del passaggio giusto (o sbagliato) per uscire e per
rientrare, come aveva tragicamente sperimentato la potente gens dei
Fabii, usciti con tutti i loro clientes alla guerra contro Veio per la via
sbagliata, andando incontro allo sterminio al fiume Cremera nel 474
a.C.
Era infatti da Porta Carmentale che aveva inizio la processione
del trionfo, un'istituzione di cui la tradizione sottolineava l'origine
etrusca e della cui introduzione a Roma accreditava i Tarquini. Va
sottolineato, al riguardo, come lo svolgimento della pompa trionfale
presupponesse le operazioni di bonifica tramite canalizzazioni e cloa­
che, ascritte anch'esse ai Tarquini, e che ancora in età imperiale era­
no riguardate come una delle grandi realizzazioni della storia "civile"
della città. Il foro stesso, la valle che si estende tra i colli della città
primitiva, e che le fonti ci presentano ab initio come sede delle attivi­
tà cittadine, era in realtà parzialmente praticabile e solo le bonifiche
consentiranno di utilizzarlo pienamente anche sul lato meridionale,
dove la valle trapassava nella palude del Velabro. Il prosciugamento
della valle forense consenti la creazione, sul lato meridionale del foro,
del vicus tuscus (la "via degli Etruschi", ma anche: il "quartiere etru­
sco"); di qui partiva la strada carraia che giungeva alla valle fra Pala­
tino e Aventino, sistemata ab antiquo come spazio circense (Circo
Massimo) dove si svolgevano i Ludi Romani instaurati essi pure dai
Tarquini; oltre il circo, la strada contornava il piede del Palatino e,
risalendo la sella della Velia, ritornava alla valle del foro (la "sacra
via") per salire poi al Campidoglio: sarà questo, a partire da Porta
Carmentale fino al tempio di Giove, il percorso del trionfo. Nell'età
ROMA IMPERIALE

252
7 . L 'EDILIZIA PUBBLICA E SACRA

dei Tarquini Roma disponeva dunque di un completo circuito carreg­


giabile, un'infrastruttura fondamentale di cui non può sfuggire il si­
gnificato per le grandi costruzioni e gli sviluppi futuri della città.
Un forte potere centrale è dunque sotteso a queste realizzazioni, e
soprattutto alla creazione della maggior architettura della Roma arcai­
ca, il tempio di Giove Capitolino. In posizione dominante (veramente
"di acropoli") il tempio rappresenta un'esplicita affermazione di uni­
ficazione urbana e di accentramento del potere politico tendenzial­
mente esteso a tutto il Lazio; mentre sull'Aventino sorgerà un grande
santuario federale latino dedicato a Diana, con espliciti richiami al
mondo greco-orientale e all'Artemide venerata ad Efeso.
Il tempio capitolino dedicato a Giove, Giunone e Minerva com­
prendeva tre celle contigue ma separate, destinate a sede delle divini­
tà della triade, circondate su tre lati da una peristasi a colonne con
trabeazione lignea e rivestimenti fittili. Il lato posteriore era chiuso da
un muro continuo, secondo la disciplina augurale romana, che pre­
scriveva che lo spazio inaugurato fosse accessibile dal solo ingresso
frontale: è la nascita di quello che Vitruvio definirà peripteros sine po­
stico, una forma templare romana che associava un alto podio con
scala frontale, e quindi l'assialità imposta dal rito romano, con la pe­
ristasi di matrice greca, ma limitata alla fronte e ai lati lunghi. Si trat­
ta dunque di un'elaborazione creativa, una nuova tipologia architetto­
nica che costituirà modello per il futuro.
Le innovazioni del tempio capitolino verranno proseguite nella
più antica architettura repubblicana: cacciati i Tarquini, il patriziato
romano non porrà indugi nell'appropriarsi delle loro realizzazioni, a
cominciare proprio dal tempio capitolino, grandioso edificio poliadi­
co dei re, ma la cui data di dedica (o piuttosto di ridedicazione) verrà
fatta coincidere con l'inizio della Repubblica, di cui la Triade capito­
lina cosl diveniva protettrice e garante. D'ora in avanti, le realizzazio­
ni politico-militari dell'aristocrazia si sostanzieranno in nuovi templi,
quale espressione tangibile del potere delle gentes (più tardi potremo
dire: dei gruppi politici) che li avevano fondati. Tuttavia nei primi
decenni della repubblica la distribuzione dei nuovi edifici templari si­
gnificativamente evita le sommità dei colli (potenziali "acropoli" cari­
che di reminiscenze "regie" e "tiranniche"), instaurando anche sul
piano urbanistico una cesura rispetto all'età regia. I nuovi templi sor­
geranno soprattutto al piede dei colli e nelle maggiori zone pianeg­
gianti della città arcaica, imprimendo con la loro monumentalità un
suggello definitivo alla vallis Murcia tra Palatino e Aventino e soprat­
tutto alla valle tra i colli Palatino, Viminale e Campidoglio, da tempo

25 3
ROMA IMPERIALE

organizzata come foro della città. Nella leggenda delle origini, infatti,
era qui che si era svolto lo scontro armato tra Romani e Sabini, con­
clusosi con la fusione delle due città di cui il Foro venne a costituire
il centro geografico, ma soprattutto la sede delle attività cittadine,
specialmente (ma non solo) politiche, alle quali era adibito, sul lato
settentrionale della piazza, il complesso curia-comitium.
L'opposto lato minore del foro era occupato dal santuario di Ve­
sta, con il tempio rotondo della dea e la casa delle vergini sacerdo­
tesse addette al culto, e dalla Regia, che in età repubblicana era la
sede ufficiale del Pontefice Massimo, ma il cui nome rinvia alla sacra
residenza dei re, ritualmente conservata con la sua originaria denomi­
nazione, ma "pubblicata" (nel senso di: resa pubblica) acciocché vi si
potessero svolgere riti che spettavano al re, anche se a Roma l'istitu­
zione stessa era stata abolita: come è stato dimostrato 7 , anche la Villa
Publica che sorgeva in Campo Marzio e rivestiva funzioni pubbliche
di varia natura, doveva essere in origine la proprietà di campagna dei
Tarquini, "pubblicata" e dedicata a Marte dopo la loro cacciata (di
qui prende nome il Campo Marzio). Nella Regia cogliamo una mani­
festazione interessante del conservatorismo religioso romano: rico­
struito varie volte, dall'avanzato VII secolo a.C. fino alla riedificazione
di età triumvirale, l'edificio mantenne la sua struttura planimetrica e
le sue dimensioni, che, con gli appena r 20 m2 di superficie, già nel VI
secolo a.C. doveva apparire affatto fuori scala per una abitazione
(tanto più per la residenza di un re! ) quando le case aristocratiche
della Via Sacra sembra superassero i 700 m2 Gli edifici della valle

forense degli inizi del v secolo a.C., il tempio di Saturno e soprattut­


to il gran tempio dei Castori presso la fonte Giuturna si legano di­
rettamente all'esercizio del potere aristocratico. È importante rilevare
l'abbandono dell'antico orientamento astronomico per gli edifici della
valle, di cui i due templi citati vengono a definire il lato lungo occi­
dentale, assando così il Foro sul Campidoglio: una soluzione che re­
sterà definitiva.
Quanto al Palatino, un colle del cui assetto arcaico conosciamo
pochissimo, le costruzioni templari inizieranno solo a partire dalla
fine del rv secolo e si concentreranno, non a caso, su quella fronte
sud-occidentale del colle dove la tradizione poneva le sacre memorie
dell'Urbe, la grotta della lupa con i Gemelli (Lupercale), la scala di
Caco, la casa Romuli (capanna di Romolo): gli stessi anni in cui gli
Ogulnii dedicavano la lupa con i gemelli nel foro (2 9 6 a.C.), sorge
qui il tempio della Vittoria, eretto da Postumio Megello nel 2 94, for­
se accanto a quello di Iuppiter Victor innalzato dai Fabi (una gens al

2 54
7, L ' EDILIZIA PUBBLICA E SACRA

tempo all'apogeo del potere, e strettamente collegata con la tradizio­


ne romulea) dopo la vittoria di Sentina (29 5 a.C.), che aveva dato a
Roma la signoria praticamente su tutta l'Italia peninsulare, e, tra il
204 e il 1 9 1 , s'innalzerà l'edificio più significativo, il tempio della Ma­
gna Mater voluto dagli Scipioni, che, dedicato come era alla Gran
Madre degli Dei del Monte Ida, significava la sacralizzazione della
leggenda troiana di Enea sul colle stesso di Romolo e delle memorie
delle origini di Roma.

7. 2
Il tempio di Concordia e la città mediorepubblicana 8
Nel foro, il processo edilizio riprende solo nell'età di Camilla col
tempio della Concordia. Nel rifacimento tiberiano si tratta di uno dei
rari edifici a cella trasversale, una tipologia architettonica particolare,
che in genere si considera un espediente per sopperire, dislocando
ortogonalmente la cella, all'inadeguatezza dello spazio disponibile; l'e­
dificio che lo ha preceduto immediatamente, la ricostruzione del con­
sole L. Opimio del r 2 r a.C., era un grandioso periptero sine postico
ottastilo di pianta canonica, e riguardo al tempio camilliano, quanto
ne rimane è insufficiente ad ogni ricostruzione. In ogni caso, la scelta
dello scenario forense e la collocazione al piede del colle capitolino
sottolinea la forte valenza politica di questo impianto templare, dove
la Concordia camilliana esemplifica la soluzione giuridico-formale del­
le lotte tra patrizi e plebei raggiunta nel 367 a.C. con le leggi Licinie­
Sestie, e il tempio consacra la pace sociale conseguita, esempio preco­
ce di quella divinizzazione di concetti astratti, di natura politica, che
il mondo greco sviluppò a partire dal v secolo a.C.
Collocata in modo da «guardare verso il Foro e il Comizio»,
come dice Plutarco 9 , l'aedes Concordiae costituiva un fondale di altis­
sima efficacia rappresentativa per chi, affacciandosi nel foro dalla sel­
la tra Palatino e Velia, seguiva il percorso trionfale della Via Sacra, e
restava l'immagine polarizzante per tutto l'attraversamento della valle,
fin verso la curva con cui si imboccava la salita del clivo per il tempio
di Giove: solo in età imperiale i nuovi monumenti orienteranno di­
versamente l'asse visuale della piazza, fino all'ingombro prepotente
dell'arco di Settimio Severo. Ma per trecento anni dopo questo im­
pianto il foro non conoscerà altri edifici sacri architettonicamente ri­
levanti: quello di Concordia resterà l'ultima grande costruzione tem­
plare forense, quasi che la raggiunta concordia delle classi sociali

2 55
ROMA IMPERIALE
7 . L 'EDlLIZlA PUBBLICA E SACRA

(concordia ordinum) avesse definitivamente suggellato gli assetti istitu­


zionali; si interverrà semmai per dare alla piazza un carattere più no­
bile, eliminando i commerci minuti, sistemando le taberne, più tardi
costruendo alle spalle del foro il primo vero edificio da mercato, il
Macellum (209 a.C.). Non a caso, la grande edilizia di carattere sacro,
a parte restauri e rifacimenti anche importanti, riprenderà qui solo
coi templi degli imperatori divinizzati a cominciare dal tempio del
Divo Giulio, nel quadro di una trasformazione in chiave di teologia
dinastica di una sede forense sempre di alta rappresentatività colletti­
va, ma ormai priva di effettiva rilevanza politica.
L'attenzione dei grandi protagonisti della storia di Roma mediore­
pubblicana si sposta invece precocemente all'ampia pianura del Cam­
po Marzio, sottolineando così l'importanza crescente del ruolo dell'e­
sercito, che nel Campo si costituiva formalmente con il censo, tenuto
nella Villa Publica, e si esprimeva politicamente con i comizi e le ele­
zioni magistratuali che si tenevano nel "recinto" per antonomasia (in
latino Saepta), con l'annesso diribitorium, il locale per lo spoglio dei
voti. Si tratta per lo più di monumenti innalzati dai trionfatori con le
manubiae, cioè la parte del bottino che spettava all'imperator.
È noto come, a partire dalla tarda età repubblicana, la rivalità tra
i protagonisti della vita politica si estrinsecasse anche in una competi­
zione di edifici di sempre maggiore sontuosità che, mentre contribui­
vano ad abbellire la città, esprimevano tangibilmente l'entità della
conquista e la nuova ricchezza apportata al popolo romano. In alcuni
punti privilegiati, che è possibile mettere in relazione con luoghi si­
gnificativamente "politici" del Campo Marzio, e lungo i percorsi della
pompa trionfale (prima di raggiungere il pomerio, e perciò sempre in
relazione con la natura militare del Campo) vengono così a costituirsi
serie di templi che, pur innalzati con distacchi temporali considerevo­
li, finirono talvolta per comporre monumentali sequenze di facciate
contigue: è il caso dei templi del largo Argentina, che forse continua­
vano verso ovest, comprendendo altri edifici sacri oltre i quattro di
cui sono stati riportati in luce i resti; e di quelli del Foro Olitorio,
schierati all'uscita da Porta Carmentale a formare una quinta monu­
mentale verso il fiume prima dell'ingresso in città. I principi aggrega­
tivi di tali sequenze templari, comunque, non confluiscono in un'au­
tentica progettualità urbana, ma rimangono iniziative individuali di
cui volta a volta i moderni hanno tentato di riconoscere le motivazio­
ni: ad esempio un rapporto col voto pronunziato o con la natura dei
luoghi, ovvero esser frutto di un'ostentazione gentilizia, sia nel senso
di una continuità nei trionfi, sia di una particolare ritualità.

25 7
ROMA IMPERIALE

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7. L'EDIUZIA PUBBLICA E SACRA

7. 3
Il Circo Flaminio e l'architettura trionfale 10

La grande censura di C. Flaminio, nel 22 3, segna una svolta: pur non


potendosi parlare di vera pianificazione, il tracciato della via Flami­
nia, la nuova arteria militare verso i teatri di guerra e di espansione
nel nord della penisola, condizionerà (e tuttora condiziona, con la
odierna via del Corso) tutta la storia urbanistica del Campo Marzio,
che avrà a limite meridionale il tracciato dell'antica via della Porta
Carmentale, monumentalizzata nel suo tratto parallelo al Tevere dalla
creazione di un nuovo circo per i Ludi Plebei allora istituiti. In breve
volgere di decenni, l'area circostante al Circo Flaminio finirà per at­
trarre quasi tutte le principali costruzioni templari del tempo e la
coerenza sostanziale di tali iniziative si rivela come un fenomeno for­
temente awertito nel contesto urbanistico della città, tanto da dar
vita ad un'autonoma denominazione comprensoriale (in circo Flami­
nio, o semplicemente in circo) che col tempo soverchierà quella origi­
naria di Campo Marzio. Vi erano naturalmente delle preesistenze,
templi antichissimi come Apollo Medico e Bellona, ma tutti quelli
successivi prendono a uniformarsi alla direttrice del circo stesso,
creando per la prima volta a Roma, lungo l'area circense, uno spazio
monumentale di altissima rappresentatività celebrativa.
Si tenga presente che nel Circo Flaminio avevano luogo i prepara­
tivi per i cortei trionfali, di qui muoveva la pompa per l'ingresso in
città. La maggior parte degli edifici del Circo Flaminio, come ora li
conosciamo, ci appaiono nella forma acquisita in seguito ai rifacimen­
ti imperiali: Augusto volle che gli edifici nuovi, o ricostruiti secondo i
canoni architettonici del principato, venissero quasi tutti intitolati a
membri della sua famiglia, la sorella Ottavia (porticus Octaviae), il
suocero Marcio Filippo (porticus Philippi con il complesso di Hercu­
les Musarum), il nipote Marcello: così la Roma augustea, mentre so­
stituiva con apparati marmorei i vecchi edili.ci repubblicani di tufo, o
stabilizzava in pietra col teatro di Marcello l'originario teatro tempo­
raneo che dal 2 1 2 a.C. ogni anno il pretore faceva erigere davanti il
tempio di Apollo per i Ludi Apollinares, contestualmente eliminava
una toponomastica legata alle gesta delle grandi famiglie repubblica­
ne, riconducendola tutta a membri della propria famiglia. Si può rite­
nere tuttavia che l'area occupata dagli edifici imperiali e probabil­
mente anche l'assetto planimetrico siano rimasti invariati, sì da po­
terne inferire indicazioni sulla concezione architettonica dei loro pre­
decessori del n secolo a.C.

259
ROMA lMPERlALE

Nel complesso di Hercules Musarum innalzato da Fulvio Nobilio­


re con il bottino di Ambracia nel 187 a.C. e più ancora nelJa porticus
di MetelJo, eretta nel 146, appare un tipo architettonico nuovo, espli­
citamente mutuato dal mondo elJenistico, in cui i templi appaiono in­
seriti in spazi regolari conclusi, circondati da portici e sistemati a
giardini, con bacini d'acqua e fontane; nascono così interi complessi
di grande ricercatezza e di altissima qualità estetica, che presuppon­
gono una derivazione daJJ'architettura delJe corti elJenistiche. 1n alcu­
ni casi, sappiamo i nomi degli artisti che, giunti al seguito dei trionfa­
tori romani, trapiantarono a Roma esperienze puramente greche, in
primis un'architettura templare interamente di marmo che, in assenza
di cave locali, imponeva l'approntamento in Grecia di tutti gli ele­
menti per la realizzazione delJ'edificio e necessitava poi delJa presenza
in loco di maestranze esperte: in altre parole, il fenomeno rigu ardava
non solo il trapianto di modelJi elJenici, ma di quanto occorreva per
la loro realizzazione in Roma.
In ambito romano, tuttavia, i paradigmi greci si incontravano con
realtà culturali preesistenti e talvolta condizionanti. Nel campo dell'e­
dilizia sacra, la consequenzialità organica delJa fi gura architettonica
del tempio, fissata dai teorici ellenistici, doveva adattarsi in Roma a
differenze rituali, che comportando una diversa strutturazione delJ'or­
ganismo templare, necessariamente riassumevano, per trasferirli nel
nuovo insieme che si andava a comporre, anche elementi delJ'archi­
tettura tradizionale romana (o etrusco-romana). Ma nella seconda me­
tà del II secolo la volontà di ellenizzazione delJa nobilitas, cui si lega
l'attività in Roma dell'architetto Ermodoro di Salamina, sembra spin­
gere verso un completo adeguamento a forme greche: fenomeno pe­
raltro non durevole, cui presto subentrerà quella che è stata definita
la "disaffezione" delJ'aristocrazia n nei confronti di un filoellenismo
senza barriere. Tuttavia, nel frattempo, il brillante intermezzo "greco"
aveva prodotto a Roma i templi interamente marmorei di Giove Sta­
tore, entro la porticus di Metello, quello periptero di Marte in Circo,
legato al trionfo di Bruto Ca11aico (ne restano elementi sotto la chiesa
di S. Salvatore in Campo), e infine la magnifica tholos corinzia del
Foro Boario, detta "tempio di Vesta", ma dedicata ad Ercole, giunta
quasi intera sino a noi.
Siamo in quel tempo, dopo il 148 (trasformazione in provincia
delJa Macedonia, cioè quel che era stato il regno di Alessandro) e il
146 (distruzione di Cartagine e di Corinto, riduzione della Grecia a
provincia), quando scrittori dell'età augu stea da11a raffinata cultura,
come Orazio, potranno dire che «la Grecia conquistata conquistò a
sua volta il suo selvaggio vincitore e introdusse le arti nel Lazio agre-

260
7, L ' E D ILIZIA P U B B L ICA E SACRA

ste» u; sulla loro scia, i moderni hanno presentato il fenomeno del­


l'ell enizzazione di Roma come un esempio di acculturazione in senso
antropologico, semmai estendendo temporalmente e dilatando nei
contenuti il concetto fino a farlo praticamente coincidere con l'intera
storia dell'Italia antica. Se non fa dubbio la validità sostanziale del-
1' affermazione, resta tuttavia il fatto che, nell'epoca che ci interessa, il
fenomeno dell'ellenizzazione deve essere riguardato come prodotto di
una larga consapevolezza culturale, costituendo anzi, sotto certi ri­
guardi, il perno su cui ruotavano contrasti ideologici e lotta politica
all'interno dell'aristocrazia romana: perché l'adesione alla cultura elle­
nistica significava in primo luogo l'appartenenza al mondo delle rela­
zioni e degli scambi mediterranei, laddove il suo rifiuto si coniugava
con la politica conservatrice di chi proponeva a modello la società
contadina delle origini.
Un caso particolarmente indicativo è proprio quello dell'architet­
tura templare in marmo, che abbiamo vista introdotta per la prima
volta in Roma da architetti greci nella seconda metà del II secolo a.C.
Ebbene, paradossalmente, vari decenni prima un architetto romano,
D. Cossuzio, era stato prescelto dal re di Siria, Antioco rv Epifane,
per portare a termine l'incompiuto tempio di Zeus Olimpio (Olym­
pieion) di Atene, uno dei più grandi edifici templari dell'antichità;
egli eresse colossali colonnati marmorei con l'ordine corinzio portato
in esterno, imponendo un modello che dominerà tutta l'architettura
romana, e, di qui, tutta l'architettura europea fino ai nostri tempi. Si
deve concludere che se nello stesso periodo l'edilizia sacra a Roma si
rifa a opzioni diversamente orientate, ciò rileva non da incapacità, ma
da scelte precise; e la "disaffezione dell'aristocrazia" all'architettura
marmorea ellenistica ha certamente motivazioni ideologiche comples­
se, da cercarsi al di fuori delle semplici mode architettoniche.

7.4
La porticus, edificio plurifunzionale
Ma l'elemento fortemente innovativo nell'architettura, o piuttosto nel­
l'urbanistica romana di questo tempo, è rappresentato dalla porticus,
ed è qui che si colgono gli sviluppi e i condizionamenti dell'archi­
tettura a Roma sotto la pressione culturale dell'ellenismo. Con nume­
rose varianti, la porticus è il tipo edilizio che più domina il paesaggio
urbano a partire dal II secolo a.C. Manca una definizione funzionale
univoca, né è possibile ricostruirne una linea evolutiva dai primi
esempi alle realizzazioni più mature. In quanto struttura architettoni-

261
ROMA IMPERIALE

ca definita, infatti, la porticus è già affermata in Roma agli inizi del II


secolo con la porticus Aemilia, struttura funzionale di cui riparleremo.
Ma il tipo di porticus che prevale in prosieguo di tempo è profonda­
mente diverso; pur mantenendo la caratteristica planimetrica fonda­
mentale di uno sviluppo in lunghezza superiore alla larghezza, con
apertura su uno dei lati lunghi, la porticus del n secolo a.C. è so­
stanzialmente una trasposizione della stoà, presente nella architettura
greca sin dalle origini e divenuta poi il maggior strumento di qualifi­
cazione dello spazio architettonico. Il carattere fondamentale della
stoà greca è la fronte a colonne, che implica un sistema di costruzio­
ne trilitico, con sostegni verticali e architravi, e quindi il rifiuto delle
possibilità offerte dall'arco e dalla volta: è stato detto che in queste
sequenze di colonnati il valore ritmico della teoria di colonne supera
la funzione portante per imprimere all'edificio una impronta di sa­
cralizzante nobiltà. La prima testimonianza sicura di una porticus mo­
numentale risale al 1 66 con la porticus Octavia, eretta da Cn. Ottavio
per la vittoria navale su Perseo di Macedonia 1 3 • Due ne erano le ca­
ratteristiche considerate ancora in età imperiale meritevoli di menzio­
ne: l'articolazione planimetrica (porticus duplex: "a due navate"), se­
condo uno schema diffuso nei grandi monumenti dell'Asia ellenistica,
e la decorazione del colonnato con capitelli bronzei (dove in metallo
erano almeno le foglie che rivestivano il kalathos). Il portico doveva
bordare a nord il lato orientale del Circo Flaminio; riedificato da Au­
gusto e integrato nell'insieme monumentale della prima età imperiale,
conservò il suo nome perché opera di un Octavius, la gens originaria
di Augusto stesso.
La porticus Metelli rappresentò al suo tempo il modello più son­
tuoso di portico repubblicano. Costruita nel circo Flaminio pochi de­
cenni più tardi di quella di Cn. Ottavio, celebrava un altro grande
trionfo macedonico, quello di Q. Cecilio Metello 1 4 nel 148. L'edificio
di Metello era, già nella fase originaria, un quadriportico a pianta
quadrangolare, di proporzioni leggermente minori della successiva
porticus Octaviae e, a quanto sembra, privo del propileo sud-occiden­
tale. Il quadriportico racchiudeva un tempio già esistente, di Giunone
Regina, e un altro contemporaneo alla costruzione, dedicato a Giove
Statore, il primo tempio di marmo dell'urbe, opera di Ermodoro di
Salamina. In modo analogo, attorno a un edificio templare preesisten­
te 1 -' verso la fine del n secolo sorgerà la porticus Minucia, monumen­
to trionfale di Q. Minucio Rufo che, a giudicare dalla ricostruzione di
età imperiale (nota dalla Forma Urbis), era ancor più grandiosa di
quella di Metello.
FIG URA 1 2
L'area ponuale di Te.taccio e la porticus Aemilia
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ROMA IMPERIALE

FIGURA r 3
La porticus Octaviae e la porticus Philippi nella Forma Urhis severiana

Caratteri peculiari e di grande novità nel contesto urbano presentano


i portici di Pompeo nel Campo Marzio: sotto certi aspetti, lo svilup­
po in estensione dell'insieme, il colossale impegno edilizio rappresen­
tato specialmente dall'enorme teatro, la valenza anche politica del
complesso (teatro, curia), l'esaltazione "personale" del committente
7. L ' E D ILIZIA PUBBL ICA E SACRA

con il tempio della sua divinità protettrice in posizione dominante, ne


fanno una creazione originalissima che, se da un lato si apparenta alle
porticus con giardini, sotto altri aspetti appare il precedente immedia­
to dei Fori imperiali. Il complesso comprendeva il primo teatro in
muratura di Roma: ispirato a quello di Mitilene, non era però appog­
giato al pendio di una collina, come erano solitamente i teatri greci,
ma interamente sostruito elevandosi per un'altezza di ben 45 m sulla
pianura del Campo Marzio: qui non solo l'ingegno vinceva la natura,
ma, nella circostanza, Pompeo aveva sostituito la natura, creando dal
piano una pendice artificiale r 6 e quasi una nuova acropoli. La nota
ostilità dell'aristocrazia romana alla costruzione di teatri stabili, in
quanto potenziali luoghi di raduni popolari al di fuori delle sedi isti­
tuzionali, veniva superata presentando il teatro come una cavea ante­
posta ad un tempio, forzando (ma non troppo) una formula ben nota
nell'architettura dei santuari italici (e con paralleli anche nell'Oriente
greco) del rr e r secolo. Il tempio pompeiano era quello di Venus Vic­
trix, che sorgeva al sommo della cavea, collegato ad altri culti del me­
desimo complesso (Honos et Virtus, Felicitas, Victoria). Il quadriporti­
co dietro la scena, grandiosa piazza di 180 x 135 m, terminava, all'e­
stremità opposta al teatro, con una grande esedra che ospitava la Cu­
ria Pompeia. Lungo il lato maggiore del quadriportico, due Cornelii
Lentuli, Spinther e Crus, costruirono la porticus Lentulorum o Ad Na­
tiones, con le statue colossali che personificavano le 14 genti (natio­
nes) sottomesse da Pompeo, che prolungava il complesso pompeiano
fino a raggiungere i Saepta: l'interpretazione prevalente la identifica
con il portico che nella Forma Urbis compare con il nome di Hecato­
stylum, "il portico delle cento colonne". Parte integrante del com­
plesso, dunque, il quadriportico aveva tuttavia un'autonomia funzio­
nale ed estetica: noto in massima parte dalla Forma Urbis, presentava
un'area centrale occupata da due elementi allungati, separati da un
viale centrale, in asse con il tempio di Venere Vincitrice e con la
grande esedra della curia. Così, nel giro di poco più di un secolo,
tutto il Campo Marzio si awierà a divenire un continuum di viali e
parchi alberati, di "luoghi di delizie" (i poeti d'amore del tempo, da
Catullo ad Ovidio, ne canteranno gli incontri galanti) e, al tempo
stesso, modelli di educazione alla greca, dove la passeggiata, l'eserci­
zio sportivo, più tardi la ritualità del bagno nelle terme, si accompa­
gnavano all'esibizione di opere d'arte di artisti celebri, spesso traspor­
tate a Roma come preda di guerra.
Già nel rv e soprattutto nel m secolo si era andata aprendo una
certa divaricazione tra le attività dei censori e, in anni non censorii,
degli edili, che curavano opere di natura utilitaria, e quelle dei gene-
ROMA IMPERIALE

rali trionfanti, le cui esibizioni più smodate i moralisti compresero


sotto il termine di luxuria, quella "lussuria" che si diceva importata in
Roma dall'armata d'Asia, dopo la battaglia di Magnesia (190 a.C.):
nasce già ora quella retorica del bello correlato all'utile, che attraver­
serà i secoli fino all'impero, quando un Plinio o un Frontino parago­
neranno le opere autenticamente romane, come ponti, acquedotti,
strade, cloache, positivo strumento del vivere civile e vera manifesta­
zione della grandezza di Roma, con le "oziose" (otiosae) piramidi
d'Egitto o le altrettanto vacue e inutili realizzazioni dei Greci 1 7 •
Tornando all'età repubblicana, gli sviluppi delle porlicus di tipo
greco non debbono farci dimenticare che le prime attestazioni con­
cernono edifici di carattere utilitario. I primi portici noti a Roma, in­
fatti, furono realizzati nel 193 a.C. dagli edili curuli M. Emilio Lepi­
do e M. Emilio Paolo: uno presso Porta Trigemina 1 8, un altro fuori
Porta Fontinale. Nel primo caso la porticus ha carattere funzionale ed
è in connessione con i lavori che portarono allo sviluppo dell'empo­
rio: l'edificio è da identificare con la porlicus Aemilia, completata dai
censori del 174 (Q. Fulvio Placco e A. Postumio Albino), essi pure
impegnati nello sviluppo del nuovo porto tiberino e nella pavimenta­
zione delle strade. È unanime l'identificazione con il complesso a sud
dell'Aventino che, con le sue misure di ben 487 x 60 m e una su­
perficie coperta di circa tre ettari, rimase sempre, anche nel confron­
to con i giganti edilizi dell'età imperiale, tra le maggiori costruzioni di
Roma. Costruita in opera incerta (uno dei primissimi esempi di tale
tecnica), presentava uno spazio suddiviso in 50 ambienti a pianta al­
lungata formati da muri perpendicolari con aperture ad arco sostenu­
te da pilastri, ambienti che si affacciavano sul Tevere digradando su
quattro livelli.
La prima porticus nota dalle testimonianze letterarie e dai resti sul
terreno è dunque un edificio utilitario collegato con un'area portuale:
considerando quanto sappiamo delle altre porticus realizzate a partire
dagli anni sessanta del 11 secolo, è notevole che il primo edificio noto
con questo nome presenti in realtà caratteristiche cosl particolari e
atipiche per funzione e sviluppo architettonico: viene da pensare che
questa forma architettonica, sviluppata e modificata in senso romano
già all'indomani della seconda guerra punica, abbia subito un pro­
cesso di ellenizzazione che, sdoppiando di fatto una tipologia edilizia
che si continuò tuttavia a designare con uno stesso nome, ha fatto
preferire, per le porticus di rappresentanza, le forme consacrate dalle
stoai ellenistiche. Nella generale difficoltà dei dati a disposizione, si
direbbe dunque che il carattere utilitario delle prime porlicus romane,
opere pubbliche per nulla trionfali, fosse legato all'agibilità della ripa
7. L ' EDILIZIA PUBBLICA E SACRA

fluviale e alla sistemazione della viabilità, magazzini in bordura di


piazzali o percorsi "coperti" che facilitavano i contatti con le nuove
zone nevralgiche della città. Quanto all'importanza della zona di Por­
ta Trigemina in connessione col porto tiberino, diremo subito che qui
sembra di cogliere, indirettamente, uno dei pochi significativi nessi
urbanistico-progettuali nella storia di Roma come organismo urbano,
di cui sia dato intravvedere il retroterra ideologico e politico.

7.5
La "Roma degli Emilii" • 9
L'edilità dei due cugini Emilio Paolo e Emilio Lepido, che Livio defi­
nisce "insigne" (insignis aedilitas), cade nel 193 a.C., un momento in
cui il potere del "partito" di Scipione, vincitore di Cartagine, pur for­
temente contrastato, è al suo culmine: anche gli Emili sono legati a
lui ed è sotto i suoi auspici che si svolgono gli esordi delle loro car­
riere, esemplari nella storia della Roma del II secolo a.C. pur così ric­
ca di grandi personalità. Le opere realizzate nell'edilità del 193 dove­
vano dunque inquadrarsi entro il "progetto" scipionico. Ora, uno dei
maggiori problemi con cui si trovava confrontato lo Stato romano era
certamente quello dell'organizzazione portuaria e commerciale della
città. Fin dall'età dei re il sistema si era imperniato su una struttura
portuale alla foce del Tevere (Ostia), distante una trentina di chilo­
metri via fiume, di cui le imbarcazioni potevano risalire a traino o a
remi il corso per raggiungere il porto situato subito a monte del Pon­
te Sublicio dirimpetto all'isola tiberina: i templi "emporici" di Fortu­
na e Mater Matuta e il tempio repubblicano tuttora superstite detto
della Fortuna Virile (ma in realtà il tempio di Portunus, il dio del
porto stesso), segnano approssimativamente due punti-limite della in­
senatura fluviale.
L'ampliamento dei mercati e la crescente frequentazione di stra­
nieri aveva potenziato la funzione di scalo della riva tiberina, con
un'estensione dell'area commerciale fuori della cinta serviana forse
già in età molto antica: emblematica è la columna Minuda, innalzata
alla metà del v secolo fuori Porta Trigemina in onore di L. Minucio,
che aveva risolto positivamente una crisi granaria. L'episodio sembra
indicare nell'area fuori Porta Trigemina un luogo deputato ab antiquo
al commercio e alle distribuzioni del grano, ma certamente il ruolo
mercantile dell'area conobbe un fortissimo incremento dopo la secon­
da guerra punica, forse non senza ulteriori specializzazioni artigianali
e merceologiche. D'altro canto, il difficile passaggio dell'Isola Tiberi-
ROMA IMPERIALE

na, nonché la serie di ponti che, a monte dell'antichissimo Ponte Su­


blicio fabbricato con legno e cordami, erano tutti in pietra a comin­
ciare dal Ponte Emilio (forse iniziato già da M. Emilio Lepido nel
179 e completato da Scipione Emiliano nel 1 42 ) , e soprattutto la dif­
ficoltà di approdi lungo una riva densamente costruita favorirono la
distinzione di due zone di attracco, una a sud, per i battelli risalenti il
fiume da Ostia, e una a nord per le barche discendenti a Roma dal
bacino tiberino, con approdi lungo l'ansa del Tevere al Campo Mar­
zio: sistema di scali fluviali che, grosso modo, corrisponde a quello
che, con i due "porti" di Ripagrande a sud e di Ripetta a nord, re­
sterà in uso fino in età moderna. Tuttavia, per ben congegnato che
fosse, questo sistema non poteva sopperire alle necessità di una capi­
tale mediterranea, in particolare riguardo all'approdo di navi di gran­
di dimensioni quali quelle, alessandrine e siciliane soprattutto, diffuse
dal m secolo a.C.
La soluzione allora trovata per ovviare a tale stato di cose fu
un "progetto d'insieme" 20 che si cominciò a realizzare tra 194 e
1 93 a.C. imperniato su due poli operativi, da un lato Roma stessa,
dall'altro i Campi Flegrei, a oltre 200 km di distanza. Qui infatti,
nel quadro di un'ampia operazione coloniaria condotta su estese
zone del litorale tirrenico (lo scopo era di proteggere le coste da
attacchi dal mare) venne fondata, nel 194 a.C., la colonia di Putea­
li ( odierna Pozzuoli), un sito le cui potenzialità marittime erano
ben note; alla fondazione seguirà la costruzione a Roma della porti­
cus Aemilia in cui riconosceremo allora un grande deposito pub­
blico destinato ad accogliere il grano per il popolo romano, con
annesso un emporio, cioè un luogo giuridicamente organizzato e
protetto per il commercio. Correlativamente, a Pozzuoli si costituirà
un emporio gigantesco, una struttura mercantile paragonabile al­
l'emporio panmediterraneo di Delo (verso il 120 a.C. Lucilio defi­
nirà Pozzuoli una Delus minor), con cui Roma si apriva a tutto il
mondo ellenistico, vero luogo del commercio tirrenico che filtrava
ali'emporium romano solamente quanto aveva diretta attinenza con
le esigenze della città. In tal modo, agli inizi del n secolo a.C. si
dava avvio a quel sistema portuario che, nonostante i suoi inconve­
nienti, soddisferà le esigenze di Roma per 250 anni, dove Pozzuoli
rappresentava per così dire il terminale delle rotte delle grandi navi
del Mediterraneo orientale, soprattutto alessandrine, le cui mercan­
zie venivano poi reimbarcate alla volta di Ostia e di Roma su bar­
che più piccole adatte al trasporto fluviale. Colpisce la capacità tec­
nica di creare il grande complesso puteolano: la padronanza di
quel "sapere professionale" necessario alla costruzione di darsene,

268
7 . L'EDILJZJA PUBBLICA E SACRA

moli, edifici granari, certamente facilitato dall'afflusso in Roma di


tecnici greci di origine o di formazione, ma anche dall'acquisita di­
mestichezza della classe dirigente con lo stile di vita delle grandi
capitali ellenistiche.
A buon diritto, dunque, si può proporre la formula la "Roma
degli Emilii" per indicare lo sviluppo della città nel periodo delle
guerre d'Oriente, anche se i «resplendent Aemilii», come li hanno
definiti R. Syme e T. P. Wiseman, non sono certo i soli protagoni­
sti sulla scena dell'Urbe. Ma va sottolineata, più che la portata o la
qualità di questo o quel monumento, la vocazione a una progettua­
lità globale, che incide in modo profondo su tutte le forme, anti­
che o nuove, dell'architettura pubblica del tempo: sacra nei vari
esempi già citati, incluso il tempio capitolino e altri templi di nuo­
va costruzione in circo e in Campo; annonaria e commerciale, con
la porticus Aemilia (più controversa è la cronologia del pons lapi­
deus, il primo ponte di pietra della città che pure prenderà nome
dagli Emilii); infine forense, nella forma della basilica di cui dob­
biamo ora occuparci.

7 .6
Le basiliche e l'edilizia forense 21

Le basiliche sono considerate tra i più importanti edifici civili della


vita pubblica romana; quasi un prolungamento del Foro, costituiro­
no al principio uno spazio dove si potevano svolgere al coperto at­
tività giudiziarie, economico-commerciali o semplicemente affari pri­
vati: il sempre più complesso articolarsi della società romana si ri­
flette in questa tipologia monumentale, che, a livello di centro degli
affari, rappresenterà il corrispettivo dei magazzini e dell'emporio
che andavano sorgendo sulle rive del Tevere. Infatti, se deriva i
suoi aspetti formali dalla stoà greca, la basilica romana perviene a
una realizzazione architettonica nuova, articolata spazialmente all'in­
terno con una grande sala centrale fiancheggiata da navate minori.
Di fatto non è però possibile stabilire con precisione una definizio­
ne strutturale della basilica («evanescente» secondo P. Gros 22
che
),

poteva variare in relazione ai molteplici usi cui era destinata. Da


altri esempi appare evidente come non vi fosse in età repubblicana
una tipologia definita: si tratta generalmente di aule a pianta rettan­
golare con una navata centrale più ampia e sopraelevata rispetto
alle navate laterali.
ROMA IMPERIALE

L'importanza della basilica nella vita pubblica romana ha da


sempre attirato l'attenzione sulle sue origini e sul suo sviluppo. Il
nome non è che la trascrizione dell'aggettivo greco hasi liké, cioè
"regale", ed è stato a lungo ricondotto alla stoà hasi leios, portico
dell'agorà di Atene del VI secolo a.C., che tuttavia non ha analogie
planimetriche e architettoniche con le basiliche. Un altro filone di
ricerca ne ha indicato i precedenti diretti nelle sale ipostile dell'E­
gitto tolemaico. Si è così a lungo tentato di fare luce sull'origine
della basilica attraverso l'analisi formale dei monumenti noti, conci­
liando i due diversi filoni di ricerca col riconoscere un tipo "orien­
tale" (con peristasi interna e accesso da uno dei lati lunghi) e un
tipo "greco" (a tre navate e ingresso sul lato breve: quello che sarà
poi lo schema delle basiliche cristiane). Studi più recenti hanno
spostato l'attenzione sulla documentazione letteraria per individuare
il diretto precedente della basilica civile. La prima basilica di Roma
fu, secondo Livio 2 3, la Porcia, costruita nel 184 dal censore M.
Porcio Catone tra curia Hostilia e vicus La.utumiarum, sul luogo di
due preesistenti atria privati; un passo di Plutarco 24 ne fa la sede
dell'attività dei tribuni della plebe. In realtà il termine è attestato
già in commedie di Plauto databili tra il 194 e il 191 a.C.: dal
contesto dei passi plautini 2 ' la basilica e i suoi frequentatori (i
"subbasilicani") vanno collocati nel foro presso il forum piscatorium
(il futuro Macellum), il luogo che sarà occupato dalla basilica Emi­
lia. Proprio in questa zona si trovava un enigmatico edificio, l'a­
trium regium, devastato nel 2 ro a.C. da un incendio e ricostruito
l'anno successivo 26•
Il termine "basilica" sarebbe quindi una locuzione che sostitui­
sce, ellenizzandolo, il vecchio nome atrium regium: le basiliche sop­
piantarono gli atria (privati ma a uso pubblico) a cortile, attorno ai
quali si articolavano spazi dedicati a mercati specializzati. Emble­
matico della centralità delle basiliche nella vita pubblica di Roma
repubblicana è il carattere ufficiale della loro costruzione: opera di
censori nella maggior parte dei casi, ciò che a priori le inseriva
nella categoria delle opere "utilitarie", la serie di basiliche realizzata
nel corso del II secolo a.C. riflette, al di là della volontà di auto­
promozione dei singoli costruttori, pure presente in massimo grado,
un coerente programma pubblico di sistemare e monumentalizzare
il centro della vita cittadina.
Nel 179 fu eretta dal censore M. Fulvio Nobiliore 2 7 la basilica
Fulvia sul luogo della basilica "plautina" nell'area settentrionale del
Foro. Restaurato o ultimato dal collega di Fulvio nella censura, M.
Emilio Lepido, l'edificio in seguito resterà noto come basilica Emi-
7, L ' E D ILIZIA PUBBLICA E SACRA

PIGURA r4
Pianta schematica del Foro Romano in età repubblicana

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lia. Sul lato meridionale del Foro, di fronte alla Fulvia-Emilia, il


censore Ti. Sempronio Gracco costruì nd 169 la basilica Sempro­
nia, dopo avere acquistato e demolito diversi edifici privati, tra cui
la casa appartenuta a Scipione l'Africano: essa occupò tutto il lato
della piazza tra i due templi antichissimi dei Castori e di Saturno,
fin quasi all'inizio dd clivo capitolino; alcuni resti dell'edificio e
delle case a cui si era sovrapposta sono stati rinvenuti sotto la più
tarda basilica Giulia. L'ultima basilica di rr secolo fu costruita da
Lucio Opimio ' 8 , autore anche di un consistente restauro dd tem­
pio di Concordia: ancora attestata nella prima età imperiale, la ba­
silica dovrebbe essere localizzata nelle vicinanze del tempio, ma di
essa, così come della Porcia, sfugge per intero l'aspetto monumen­
tale. Ciò ha condotto a immaginare per queste basiliche una defini­
zione edilizia più fluida e un'articolazione planimetrica più vicina a
quella delle stoai che alle "tipiche" basiliche repubblicane e impe­
riali.
ROMA IMPERIALE
7 . L 'EDILIZIA PUBBLICA E SACRA

Dalla stessa natura irregolare dello spazio forense appare evi­


dente una posizione preminente (e non solo per le dimensioni) del­
le due basiliche longitudinali, Fulvia-Emilia e Sempronia. Tuttavia
anche per queste ultime, di cui pure sono noti alcuni resti, non
abbiamo dati sufficienti ad una ricostruzione. Per l'Emilia si è ipo­
tizzata un'articolazione non troppo dissimile da quella della succes­
siva basilica imperiale. In mancanza di dati sicuri in genere ci si
riferisce alle considerazioni di Vitruvio " 9 sulla basilica canonica,
nonché a basiliche repubblicane conservate in centri minori (Cosa,
150 a.C. ca.; Pompei, 120- 100 a.C., e altre), che ragionevolmente si
suppone abbiano avuto a modello gli edifici urbani.
Diffusa più tardi in quasi ogni città dell'Impero, paradossalmen­
te la basilica in età imperiale riscuoterà scarso successo proprio
nell'Urbe. Il motivo va ravvisato nella circostanza che i Fori impe­
riali ne superavano lo schema sia per caratteristiche funzionali che
per impatto monumentale; la più nota e grandiosa delle basiliche
imperiali, la Ulpia, era parte integrante del Foro Traiano: lo sche­
ma planimetrico riprendeva, in proporzioni accresciute e con alcu­
ne novità, altri impianti basilicali già noti. Una perdita del carattere
funzionale oltre che monumentale delle basiliche urbane è testimo­
niata anche dal fatto che sono noti come basiliche diversi edifici
della Roma imperiale, che pure non presentano caratteristiche ar­
chitettoniche assimilabili (Basilica Neptuni, Basilica Argentaria
ecc.).
Con la creazione della Basilica Giulia, che sostituiva la Sempro­
nia, e con il restauro della Basilica Emilia (in seguito riedificate
dopo l'incendio del 14 a.C.) si chiude definitivamente la storia del­
le