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Alessandro Rossi

Alessandro Rossi
Questa ricerca esplora la possibilità, anche in grazia di un percorso di aggiornamento
relativo alle acquisizioni delle discipline storico-economiche, archeologiche e linguisti-
MUSCAE MORITURAE
che degli ultimi decenni, di de-strutturare la costruzione ideologica delle fonti antiche
sul donatismo; si è tentato di superare la deformazione prospettica operata da Ottato
di Milevi e da Agostino, individuando l’attribuzione di senso e significato che agli avve- DONATISTAE CIRCUMVOLANT
nimenti diedero i protagonisti diretti. Ciò ha portato al riconoscimento di elementi della
costruzione identitaria donatista finora rimasti al margine della ricostruzione storiografi-
ca, e a una più approfondita conoscenza dei metodi di “normalizzazione” impiegati dalla la costruzione di identità “plurali”
catholica dopo la Conlatio cartaginese del 411.
nel cristianesimo dell’Africa Romana

MUSCAE MORITURAE DONATISTAE CIRCUMVOLANT


Alessandro Rossi formatosi presso l’Università degli Studi di Milano e perfeziona-
tosi col dottorato di ricerca presso l’Università degli Studi di Torino, si è finora occupato
in special modo di temi legati al cristianesimo africano dei primi secoli, su cui ha
pubblicato diversi contributi. Collabora con la cattedra di Storia del Cristianesimo Antico
dell’Università degli Studi di Milano (prof. R. Cacitti), ha in corso di pubblicazione uno
studio sui primi rapporti tra l’episcopato donatista e l’imperatore Costantino, ed è ora
impegnato nella traduzione completa di alcune delle fonti relative allo scisma donatista.

€ 34,00 www.ledizioni.it
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COLLANA DEL DIPARTIMENTO DI STUDI STORICI
UNIVERSITÀ DI TORINO

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Alessandro Rossi

Muscae moriturae
donatistae circumvolant:
la costruzione di identità “plurali”
nel cristianesimo dell’Africa Romana

(la citazione è tratta da Ps-Augustinus CFulg 14; cfr. Optatus 7, 4, 1)

Ledizioni

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© 2013 Ledizioni LediPublishing
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Alessandro Rossi, Muscae moriturae donatistae circumvolant


Prima edizione: Febbraio 2013

ISBN cartaceo 978-88-6705-085-7


ISBN epub 978-88-6705-092-5

Copertina e progetto grafico: ufficio grafico Ledizioni

Collana del Dipartimento di Studi Storici


dell’Università di Torino

Direttore della Collana: Adele Monaci

Comitato scientifico: Secondo Carpanetto, Giovanni Filoramo, Carlo Lippolis,


Stefano Musso, Sergio Roda, Gelsomina Spione, Maria Luisa Sturani,
Marino Zabbia

Nella stessa collana sono stati pubblicati in versione cartacea ed ePub:

1. Davide Lasagno, Oltre l’Istituzione. Crisi e riforma dell’assistenza psichiatrica


a Torino e in Italia
2. Luciano Villani, Le borgate del fascismo. Storia urbana, politica e sociale
della periferia romana
3. Alessandro Rossi, Muscae moriturae donatistae circumvolant:
la costruzione di identità “plurali” nel cristianesimo dell’Africa Romana

Il Dipartimento di Studi Storici dell’Università di Torino pubblica nella sua


Collana ricerche relative ai seguenti ambiti: la storia, dall’antichità all’età
contemporanea; le scienze archeologiche, storico-artistiche, documentarie e
geografiche.
I volumi sono disponibili sia in formato cartaceo sia in ePub consultabili sul
sito del Dipartimento.

Il volume è stato pubblicato con il sostegno del Dipartimento di Studi Storici


dell’Università di Torino.

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Ego proinde fateor
me ex eorum numero esse conari,
qui proficiendo scribunt
et scribendo proficiunt.
(Augustinus Ep 143, 2)

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Indice

Introduzione 13

1. Tra storia, storiografia e aggiornamenti 17


1.1. Qualche spunto critico 17
1.2. Premesse 18
1.2.1. «There is more continuity here than initially meets the eye»:
riflessioni preliminari 18
1.2.2. Nomina nuda tenemus? La questione terminologica,
o “dei donatisti e dei circoncellioni” 22
1.2.3. «Toujours le donatisme!» 25
1.2.4. «Il n’existe pas d’histoire objective, uniquement
une histoire tendancieuse: il faut en prendre conscience…» 28
1.3. Le tradizionali chiavi di lettura “religiosa”:
una disamina critica 31
1.3.1. «Chi fuor li maggior tui?» (Dante, inferno X, 42),
o della storiografia “teologica”: chi è il vero donatista? 31
1.3.2. Conclusioni provvisorie, o “del metodo,
dei padri e dell’oggi” 42
1.3.3. Superbae et tumidae cervices haereticorum:
il donatismo come dimensione patologica,
o “dell’ambizione e della follia” 44
1.4. Lingua, identità, resistenza 47
1.4.1. Aristoteles poenorum: il problema della lingua,
o “del donatismo e della questione etnica” 49
1.4.2. «A time for a paradigm shift?»
Sull’attualità dell’interpretazione del donatismo
come resistenza alla “romanizzazione” 59
1.4.3. Progenies vaesana Iubae: Firmo e Gildone
tra insurrezione etnica, politica mediterranea
e “barbari mitriati” 62
1.5. Crisi economica, tensioni sociali e rivolte 70
1.5.1. L’economia africana tra sviluppo e recessione 70

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8 MUSCAE MORITURAE DONATISTAE CIRCUMVOLANT

1.5.2. Il ruolo della civiltà urbana 71


1.5.3. L’ossimorica tela di Penelope:
crisi economica, “lotta di classe”, rivolta sociale 76

2. Le Origini 85
2.1. Premessa 85
2.2. L’elezione di Ceciliano alla cattedra cartaginese 87
2.2.1. Questioni preliminari di datazione 87
2.2.2. Quisquis igitur dicta considerat, perpendat etiam
cetera quae tacentur: gli oppositori di Ceciliano 94
2.2.3. Il bacio di Lucilla, Pecuniosissima tunc
et factiosissima femina 103
2.2.4. Interventor populo suae communionis apud
Carthaginem constituto 113
2.2.5. L’ordinazione di Maggiorino 118
2.2.6. Non accusator et reus steterunt in quaestione 121
2.3. Nella domus Faustae:
un anfitrione, i diciannove, una sentenza 127
2.3.1. Causa Donati et Caeciliani in medium missa est:
l’entrata in scena di Costantino 127
2.3.2. Un «tribunal d’évêques froidement impartial» 140
2.3.3. Eunomio, Olimpio e la ventilata deposizione
di Ceciliano 158
2.3.4. Sanctus Caecilianus [episcopus]:
dal suffragium totius populi alla testimonianza di Anullino 160
2.4. Tunc taedians iussit omnes ad sedes suas redire 165
2.4.1. Res apud Carthaginem gesta est 168
2.4.2. La persecutio Caecilianensis 168
2.4.3. Marculo, Isaac e Massimiano 171
2.5. Appunti per una prima sintesi 177

3. La chiesa sul monte: linee di ecclesiologia donatista 183


3.1. La comunità donatista romana 183
3.1.1. Vittore, un “cittadino in affitto” 183
3.1.2. Memoriis sanctorum communicantes:
la doppia successione episcopale romana in Ottato 187
3.1.3. La chiesa sul monte 193
3.2. Vindicta fuit, non persecutio: la questione
delle basiliche nell’autorappresentazione
identitaria episcopale 207
3.2.1. Cum securibus, gladiis et fustibus: l’assalto alle basiliche,
tra “plebi sante” e strategie ossidionali 207
3.2.2. L’edacitas vulturum e le columbae cattoliche (?) in Africa 213
3.2.3. Quidquid id est, timeo Danaos et dona ferentis:
Paolo e Macario, ministri operis sancti 217

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INDICE 9

3.2.4. Ab ovo: dal canovaccio narrativo


al modello comportamentale 224
3.3. Le dotes ecclesiae:
appunti di ecclesiologia donatista 230
3.3.1. Della pietra, dell’acqua e dello Spirito 230
3.3.2. Di calici, di codici e d’altari 232
3.4. Caminorum reperto compendio:
Gaudenzio di Thamugadi, Ambrogio di Milano
e Agostino di Tagaste dal canovaccio narrativo
alla prova d’autore 237
3.5. Hec sunt nomina martyrum:
il culto martiriale, tra affermazione
identitaria e liturgia sacramentale 245

4. Putrescentes sepeliebantur:
brandelli di esperienza circoncellionica 249
4.1. Victrix causa deis placuit, sed victa Catoni... 249
4.1.1. Ex Marculiano illo magisterio 254
4.1.2. Non ratione vel tempore competenti,
quo martyria celebrantur 259
4.1.3. Della moglie di Nevio Arpiniano,
o “del salto nel vuoto e della mano che spinge” 265
4.2. Usque ad tempus: l’uso simbolico della violenza 268
4.2.1. Ante raedam currere 269
4.2.2. “Balla coi lupi”: Salvio di Membressa 270
4.2.3. Subter cinere stercoreque:
Massimiano e il soffice atterraggio di Bagai 273
4.2.4. In gurgite caenoso:
Restituto di Vittoriano e l’abito molesto 277
4.2.5. Il tirocinio dell’oftalmologo:
calcem aceto permixto infundentes 279
4.2.6. Qualche considerazione riassuntiva 285
4.2.7. Dall’altra parte della barricata 289
4.3. Inter vagabundos greges 290
4.3.1. «False friends» 290
4.3.2. Di fossores, pennelli e cubicoli:
una catechesi circoncellionica a Roma? 298
4.3.3. «...qui son li frati miei che dentro ai chiostri /
fermar li piedi e tennero il cor saldo» 302
4.3.4. Per nundinas:
itinerari del “vagabondaggio” circoncellionico 310
4.3.5. Dei cristiani, diceva illos libenter mori solere 313
4.4. Protocolli per il ristabilimento dell’ordine 318
4.4.1. Nullum est sine nomine saxum 318
4.4.2. Le reliquie di Stefano 324

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10 MUSCAE MORITURAE DONATISTAE CIRCUMVOLANT

5. Conclusioni 331
5.1. Del confine tra storia e storiografia 331
5.2. Spunti di aggiornamento 332
5.3. Alla prova dei fatti 332
5.4. Contesti, cornici sfondi 333
5.5. Quod, si vita suppeditet… 334
5.6. Tabula gratulatoria 335

6. Bibliografia 339
6.1. Abbreviazioni 340
6.1.1. Opere collettive, enciclopedie, atlanti, repertori, collane 340
6.1.2. Abbreviazioni riviste 342
6.2. Fonti 345
6.2.1. Biblica 345
6.2.2. Classica et patristica 345
6.3. Studi 355

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Alessandro Rossi
Muscae moriturae
donatistae circumvolant:
la costruzione di identità “plurali”
nel cristianesimo dell’Africa Romana

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Introduzione

Audivi quod quidam sanctus homo, dum esset in choro,


vidit diabolum quasi sacco pleno valde oneratum.
Dum autem adjuraret dyabolum ut diceret ei quid portaret ait:
“hec sunt sillabe et dictiones syncopate et versus psalmodie,
que isti clerici in hiis matutinis furati sunt Deo;
hec utique ad eorum accusationem diligenter reservo”...1

Questo volume costituisce la ripresa, con gli opportuni aggiornamen-


ti bibliografici2, la riscrittura di alcune parti e soprattutto una generale
revisione del testo, della tesi di dottorato all’Università di Torino da me
conclusa nel 2010 e discussa nel maggio 2011.
Il progetto che presentai nel 2007 prevedeva un’indagine sull’eccle-
siologia “donatista”: per quanto poco mi convincesse questa formula-
zione, era ancora pur sempre quella che più pareva aderire al percorso
che avevo in mente all’inizio della mia esplorazione. Era del resto una
sorta di filo conduttore, un approssimativo portolano da usare in attesa
di poter affrontare il mare aperto; avevo già da tempo individuato nel-

1
 L’exemplum è tratto da uno dei Sermones Vulgares di Jacques de Vitry; non mi risulta
una loro edizione integrale, per cui il riferimento è ancora a Crane 1890, p. 6, in cui
l’exemplum è catalogato al nr. XIX. Per lo scioglimento delle abbreviazioni bibliogra-
fiche, cfr. la bibliografia finale.
2
  Nelle more del processo editoriale sono usciti alcuni studi di spiccato interesse, di
cui ho dovuto dar conto solo nelle note, al fine di salvaguardare la scorrevolezza del
percorso d’indagine presentato. Soprattutto merita qui un richiamo specifico l’im-
ponente opera di Shawa 2011, focalizzata su una chiave di lettura di tipo sociologico
che, per quanto lontana dal mio approccio, offre conclusioni di notevole interes-
se. La “lontananza” cui faccio qui riferimento è relativa non solo alla prospettiva
generale, sul piano metodologico, ma anche ad alcune prese di posizione per me
non condivisibili, che prendono le proprie mosse dalla sostanziale svalutazione
delle fonti extraafricane e dell’ultimo Agostino: esse riguardano l’interpretazione
del fenomeno circoncellionico, al quale questo autore nega qualunque dimensione
ascetico-monastica. Per ulteriori spunti rinvio alle note disseminate nei prossimi ca-
pitoli, ove ho inserito di volta in volta i rinvii più significativi.

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14 MUSCAE MORITURAE DONATISTAE CIRCUMVOLANT

le informazioni sulla comunità “donatista” di Roma una interessante


pista di ricerca, che pensavo potesse permettermi di superare le secche
di una vulgata ormai plurisecolare sull’elaborazione teologica africana
a proposito della chiesa. Grazie alla distanza prospettica indotta dal
tempo trascorso dopo quell’esordio e dal lavoro compiuto, stendere
ora queste poche righe di introduzione consente di mettere a fuoco la
chiave di lettura che, affinandosi progressivamente, ha guidato l’analisi
delle testimonianze proposta nei capitoli seguenti.
Focalizzare l’indagine sull’ecclesiologia presuppone, infatti, la con-
vinzione che proprio su questo piano si sia svolto il confronto tra le
due comunità africane, separate da uno scisma che, dopo aver preso le
mosse agli inizi del IV secolo, si protrasse almeno fino al crollo della
dominazione romana in Africa, sotto la pressione dei Vandali. Come
si vedrà nel corso della riflessione, questo orientamento è quello pres-
soché imposto alla ricerca moderna non solo da una lunga tradizione
storiografica che risale fino al XVI secolo, ma dall’elaborazione presen-
te nelle stesse fonti che ci sono pervenute. Ottato di Milevi e Agostino
svilupparono la propria polemica antiereticale precisamente a partire
da questo approccio: eppure esso era già anacronistico quando loro lo
adottarono, e seguirlo ancora rischia di restringere le possibilità di com-
prensione del fenomeno.

Il conflitto in terra d’Africa non esplose a proposito della elaborazione


teologica di quanto fosse da intendersi per “chiesa”: questa costruzione
semiotica è ben più tarda, e se ne trova traccia per la prima volta nell’o-
pera, ormai perduta, di Parmeniano, successore di Donato il Grande
sulla cattedra di Cartagine. Egli, con lucida coscienza, alla metà del
IV secolo elaborò in termini teologici una costruzione identitaria che
tuttavia gli era pervenuta già ben strutturata: la risposta di Ottato altro
non fece che praticare una sorta di praescriptio haereticorum, imposses-
sandosi dei risultati dell’ecclesiologia parmeniana (così come Agostino
fece con quella di Ticonio) e riorientandoli in chiave catholica. Questo
processo di trasformazione, alla cui luce quei testimoni hanno organiz-
zato – conservandole fino a noi – le informazioni sulle origini dello sci-
sma, ha generato una aberrazione prospettica, imponendo una chiave
di lettura (e un modo di porre domande ai testi) estranea ai meccanismi
di autocostruzione identitaria da cui quelle fonti sono sgorgate.
Il primo processo di attribuzione di senso e significato a quanto stava
avvenendo nelle comunità africane all’inizio del IV secolo non prese
le mosse dalla riflessione teologica, ma dall’elaborazione operata nel-
la catechesi e nella liturgia, entrambe a propria volta caratterizzate da
una chiave di lettura di impronta strettamente martirologica. La con-
ferma più interessante, da questo punto di vista, proviene dalle prime
fonti di marca “donatista”: si tratta di tre Passiones, quelle relative a
Isaac e Massimiano, a Donato e a Marculo. Le prime due costituiscono
una esemplare testimonianza esplicita dell’origine omiletica di questo

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INTRODUZIONE 15

genere di testi, attraverso la mediazione del genere epistolare: la loro


destinazione è chiaramente quella di incastonarsi in una celebrazione
liturgica, e il loro scopo è quello di offrire una catechesi che si fa teolo-
gia della storia e preparazione al martirio. Sono queste le categorie at-
traverso le quali le comunità nordafricane hanno elaborato una prima
interpretazione delle vicende dello scisma: la successiva riformulazione
teologica, in chiave di riflessione ecclesiologica, non è perciò sufficien-
te a dare ragione di quanto ci è pervenuto su quegli anni. Non si può
del resto dimenticare questo processo di filiazione, se si tiene conto che
l’opera stessa di Parmeniano di Cartagine, che ha dato origine alla rilet-
tura in chiave ecclesiologica dello scisma, era costituita da un gruppo
di tractatus, ossia dalla trascrizione e probabilmente dalla sistemazione
organica di alcune omelie: un «trait-d’union», dunque, con l’originaria
elaborazione semiotica delle comunità donatiste.
Prima di affidare al giudizio del lettore l’analisi così impostata, preme
ancora di sgombrare il campo da un possibile equivoco: quella che ho
proposto non è una distinzione che in qualche modo istituirebbe una
differenza “gerarchica” tra questi processi di elaborazione, una sorta
di pretesa che alla base della teologia “alta” si trovasse una costruzio-
ne semiotica proveniente dal “basso”, insomma una autocostruzione
identitaria generata dalla base dei fedeli e poi assunta - con una presa
di controllo radicale - dalle gerarchie, trasformandola in ecclesiologia
“alta”. Una lettura di questo genere richiamerebbe assai da vicino quel
“modello a due piani” di cui ha brillantemente parlato Peter Brown3,
e sarebbe una imperdonabile semplificazione. La dimensione liturgica
e quella della catechesi non sono infatti ambiti da cui le gerarchie ri-
sultino escluse: sono tuttavia quelli in cui più forte può presentarsi il
contributo collettivo delle comunità, e questo è tanto più vero là dove
ci si prenda briga di interpretare, liberi da sovrastrutture teologiche, le
informazioni che ci sono giunte sulle pratiche cultuali collegate al culto
dei martiri.
I lacerti estratti dalle fonti antiche, liberati dalla cornice interpretativa
in cui erano inseriti, possono dunque restituire una prospettiva diversa
sugli avvenimenti cui si riferiscono: è la prospettiva da cui i protagonisti
di quegli anni osservarono per la prima volta la propria storia, cercando
di riconoscervi un significato a partire dal quale costruire il senso futuro
del proprio cammino ecclesiale.

Dato in Milano, nel dies natalis di Perpetua e Felicita (7 marzo 2012)

 Cfr. infra, 2.2.3 nota 63.


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1. Tra storia, storiografia e aggiornamenti

1.1 Qualche spunto critico


A far data dalla fine del secolo scorso la pubblicazione di alcuni saggi
particolarmente stimolanti ha in qualche modo riaperto la vexata quae-
stio dell’interpretazione dello scisma donatista in Africa settentrionale1:
se infatti la ricostruzione degli avvenimenti, almeno sulla scorta dei do-

1
  “Africa settentrionale” è un termine molto impreciso: nel corso della plurisecolare
dominazione romana sul Mediterraneo, la costa meridionale ha visto notevoli va-
riazioni nelle linee di demarcazione tra le diverse province. Propriamente, “Africa”
andrebbe inteso solo in riferimento all’omonima provincia della Proconsolare, con
capitale Cartagine e corrispondente approssimativamente a una parte delle attuali
Tunisia e Algeria: ma, anche in questo caso, i confini sono variati nel tempo. Oltretut-
to, benchè l’organizzazione territoriale della chiesa cristiana abbia ricalcato approssi-
mativamente quella dell’amministrazione provinciale, non sempre ne ha seguito le
variazioni: ad esempio, è stata spesso fonte di errori tra gli studiosi del cristianesimo di
quest’epoca la situazione della diocesi di Ippona al tempo di Agostino, quando la cit-
tà risultava amministrativamente dipendere dalla Proconsolare (si trovava in un’area
chiamata, appunto, Numidia Consularis), mentre ecclesiasticamente dipendeva dal
primate di Numidia. Non è qui necessario offrire un quadro particolareggiato della
questione: a questo proposito, rinvio alla valida sintesi di Duvala 2006, pp. 121-123.
Quanto all’uso dei termini “Africa” e “Nord Africa” nella presente dissertazione, essi
vanno intesi come riferiti all’area geografica che dalla costa occidentale del golfo della
Sirte (antica Bizacena) si estende fino alle coste atlantiche: in altri termini, rimangono
escluse la Cirenaica e l’Egitto. Questa scelta è motivata, oltre che dalle necessità espo-
sitive, da due considerazioni di fondo: in primis, anche nel mondo antico era sentita la
differenziazione, non solo amministrativa, tra le due macroaree (a occidente di lingua
e cultura prevalentemente latine, a oriente greche), e d’altra parte il primate già nel III
secolo poteva convocare a concilio i vescovi di tutta quest’area; in secundis, è nell’area
occidentale che si localizza la questione donatista. Ho invece evitato l’uso, che si va
diffondendo, di termini moderni come “Maghreb”: non solo si tratta di una connota-
zione geografica troppo recente, ma essa è inscindibile da problematiche di carattere
ideologico che proiettano sul mondo antico le ombre di questioni contemporanee,
correndo il rischio di inquinarne involontariamente l’interpretazione (questo tema è
trattato più approfonditamente infra, § 1.4.3).

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18 MUSCAE MORITURAE DONATISTAE CIRCUMVOLANT

cumenti che ci sono pervenuti, può ormai basarsi su alcuni punti fermi,
è sull’interpretazione dei singoli episodi e dell’intero fenomeno che la
critica storica ha evidentemente ancora molto da dire. Pare perciò op-
portuno, in questa sede, ripercorrere a grandi linee le premesse metodo-
logiche della fioritura di studi sul donatismo che, specie dopo il secondo
dopoguerra, ha offerto chiavi di lettura molto diversificate e spesso tra
loro in polemica. Questo lavoro di ricostruzione critica si rende parti-
colarmente necessario, a mio avviso, proprio in funzione della quantità
di saggi pubblicati in questi ultimi anni, oltre che della varietà delle tesi
sostenute: il lettore troverà, nelle note a fondo pagina o nella bibliografia
finale, una sorprendente quantità di titoli, non tutti di immediata repe-
ribilità (e, a onor del vero, non tutti di utile consultazione…2).
Prima di entrare nel merito di questo lavoro, occorre comunque giu-
stificare al lettore l’adozione e l’impiego di alcune scelte di carattere
metodologico-critico.

1.2 Premesse

1.2.1 «There is more continuity here than initially meets the eye3»:
riflessioni preliminari sull’uso delle fonti in questo studio
È d’uso, in questo genere di indagine, dichiarare preliminarmente i
criteri secondo i quali le fonti antiche saranno escusse ed analizzate: di
solito, uno dei parametri principali consiste nel rispetto della successio-
ne cronologica nella composizione di questi testi. Per quanto riguarda
però l’oggetto del presente studio, questo criterio rischia di essere ste-
rile: se si eccettuano testi di secondaria importanza4, la maggior par-
te delle informazioni che ci sono pervenute risiede in opere di autori

2
  Andrebbero certo precisati anche i criteri con cui si definisce la categoria dell’inu-
tilità: ma questo aprirebbe la via a un atteggiamento polemico che mi pare fuori luo-
go in questo contesto. Di certo, la disamina critica di una parte considerevole della
bibliografia prodotta negli ultimi decenni non può non registrare la moltiplicazione
di studi caratterizzati da un impianto sostanzialmente compilatorio o compendia-
le, con una focalizzazione assai ristretta sulla produzione più recente (quando non
semplicemente monoautorale…).
3
  Eno 1993, p. 167.
4
  “Secondaria” è riferito al fatto che nessuna delle opere pervenute, composte da
esponenti della pars Donati, può al pari delle fonti avversarie essere considerata come
una riflessione di intento storiografico (sia pur caratterizzato dall’impostazione
polemica); in sostanza, quel che possediamo è categorizzabile sotto quattro rubriche:
- Passiones di martiri donatisti o “donatistizzate”
- Opere di carattere teologico (Ticonio), solo indirettamente utilizzabili per la
ricostruzione del conflitto
- Lacerti di opere di carattere polemico, ricostruibili solo a partire da quanto
riportato negli scritti di Ottato di Milevi e Agostino di Tagaste al fine di confutarle
- Omelie di attribuzione “donatista”, che consentono di ricostruire frammenti di
catechesi quotidiana, ma poco offrono sul piano della ricostruzione storiografica.

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1. TRA STORIA, STORIOGRAFIA E AGGIORNAMENTI 19

dichiaratamente e spesso programmaticamente ostili alla pars Donati.


Ora, sebbene questa sia la principale limitazione delle fonti su quasi tut-
ti i movimenti che nel corso dei primi secoli finirono col trovarsi ai mar-
gini, se non in aperta contrapposizione, con la Grande Chiesa, tuttavia
il caso della pars Donati presenta alcune particolarità che ne rendono
unica la condizione:
- malgrado la possibilità di individuare tracce di presenza donatista5
anche in altre aree del bacino mediterraneo occidentale, il fenome-
no è, nel suo sorgere e nei suoi sviluppi, strettamente legato all’area
africana. A partire da questa constatazione non sembrerebbe sbaglia-
to utilizzare, come discrimine per la selezione delle fonti, il criterio
geografico: eppure, come sarà possibile verificare nel corso della ri-
flessione, esso va usato con molta precauzione, perché proprio le ca-
ratteristiche teologiche ed ecclesiologiche della questione hanno reso
“trasparenti” molte altre informazioni, nel senso che esse risultavano
di secondaria o nulla importanza per i contemporanei, e come tali essi
le riferivano spesso in modo del tutto accidentale. Allora è possibi-
le ritenere che fonti extra-africane abbiano conservato informazioni
forse di seconda mano, ma non per questo meno attendibili o utili per
lo storico moderno: il fatto che queste informazioni non siano imme-
diatamente confrontabili con altre fornite da autori africani potrebbe
semplicemente dipendere dalla valutazione e dalla impostazione po-
lemica di questi ultimi.
- la cifra caratteristica dello scontro tra pars Donati e pars Caeciliani ri-
siede nelle rispettive ecclesiologie: questo comportò per gli eresiologi
coevi un notevole problema di ordine concettuale. La manualistica e
buona parte della trattatistica antiereticali antiche si ponevano come
obiettivo quello di fornire ai propri lettori/fedeli uno strumento di fa-
cile utilizzo, capace di consentire con semplicità l’individuazione di
tesi eretiche e la loro standardizzata confutazione6. Manuali ad uso
interno, dunque, più che opere destinate ad un pubblico “eretico” da
convertire: proprio questa impostazione ha fatto sì che per gli autori
antichi il donatismo presentasse difficoltà quasi insormontabili nel-
la sua descrizione e nella selezione delle informazioni da conservare.
Sul piano teologico, infatti, se si esclude un supposto, momentaneo
avvicinamento all’arianesimo di Donato il Grande del tutto privo di
conseguenze, fino a Agostino la pars Caeciliani ritenne di non avere
nulla da rimproverare ai propri avversari: anche quando, sull’onda
delle posizioni agostiniane e della legislazione imperiale, gli aderenti
al donatismo furono dichiarati haeretici, a venir loro rimproverata era
pur sempre una deviazione di carattere ecclesiologico, resa più grave
dall’obstinatio ormai perdurante da un secolo. Le fonti sull’ecclesio-
logia donatista sono per lo più indirette: si tratta di testi di polemi-

5
  Per l’uso di questo termine, cfr. § 1.2.2.
6
  Una rapida disamina delle caratteristiche di questo genere letterario è reperibile
in McClure 1979.

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20 MUSCAE MORITURAE DONATISTAE CIRCUMVOLANT

ca antieretica e di matrice cattolica, di manualistica antieretica della


stessa matrice, e di testi di origine donatista il cui focus interno non è
però centrato – almeno esplicitamente - sull’ecclesiologia. Perciò, nel
tentativo di ricavarne qualche informazione proprio su questo tema,
si è costretti con le fonti ad un uso i cui criteri guida sono inevitabil-
mente assai flessibili. Spesso fonti di diversa provenienza geografica
e di consistente distanza cronologica devono essere discusse insieme
per poter offrire qualche traccia della riflessione ecclesiologica carat-
teristica della pars Donati.
- benché la polemica tra le due partes abbia registrato una durata su-
periore al secolo, è da tenere sempre a mente che essa ha presentato,
dal punto di vista della riflessione teorica, una sostanziale immobili-
tà. Non solo il motivo del contendere rimase strettamente legato alle
contrapposte visioni ecclesiologiche, ma anche gli argomenti portati
a sostegno delle rispettive posizioni sembrano essersi cristallizzati nel
tempo. Specialmente dal punto di vista della pars Donati, tutto ricon-
duceva inevitabilmente al passato, al momento preciso dell’elezione
e consacrazione di Ceciliano a vescovo di Cartagine e primate della
provincia d’Africa: la continuità secolare nell’utilizzo delle medesime
argomentazioni e dei medesimi elementi di prova rende inevitabile,
per comprenderne esattamente la portata ed il significato, un con-
tinuo confronto di fonti pur tra loro cronologicamente distanti che
difficilmente può, allo stato attuale della documentazione, seguire
criteri rigidi e predeterminati.

I criteri fin qui esposti sono già stati enucleati, tutto sommato, dalle
ricerche precedenti: ma le caratteristiche della documentazione che
ci è stata trasmessa impongono un ulteriore salto di qualità nell’in-
dividuazione di una strumentazione concettuale capace di proporre
per quelle lontane vicende una interpretazione che vada oltre quella
offerta da Ottato di Milevi e Agostino di Ippona. Non è sufficiente,
insomma, riconoscere la dimensione polemica delle ricostruzioni
storiografiche antiche per liberarsi delle chiavi interpretative elabo-
rate dai loro autori: non si può semplicemente porsi in ascolto delle
fonti “come se fosse la prima volta” per sentirsi al riparo dalle attri-
buzioni di significato operate già da chi le ha trasmesse. Una attri-
buzione di significato è ormai contenuta nella stessa selezione delle
informazioni su cui basare la ricostruzione degli avvenimenti: dun-
que, occorre individuare quali operazioni di “sense-making7” siano
state praticate da Ottato e Agostino fin dalla raccolta dei materiali,
e perciò rischia di essere inutile un lavoro di riflessione critica che si
preoccupi solo di destrutturare il successivo processo di attribuzione
di senso, in chiave polemica, da parte di questi autori. Le notizie tra-
mandate sono state selezionate a discapito di altre: in questo modo,

7
  Utilizzo questo termine sulla base delle tesi di Karl Weick, per cui rimando al suo
principale testo di riferimento, Weick 1997, e al più recente Weick 2005.

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1. TRA STORIA, STORIOGRAFIA E AGGIORNAMENTI 21

il processo di attribuzione di significato ha orientato la ricostruzione


dei fatti ben prima del processo di interpretazione che si è tradotto
nel loro uso a fini polemici. Dunque il consueto lavoro di estrazione
delle informazioni, per liberarle dalla “cornice” in cui gli obiettivi
polemici le avevano contestualizzate, non è di per sé sufficiente a ga-
rantire il controllo critico nella attribuzione di significato: si rischia,
come purtroppo è accaduto ancora per tutto il Novecento, di por-
re alle fonti le stesse domande che posero loro Ottato ed Agostino,
finendo così per dare, quasi senza rendersi conto del corto circuito
metodologico, le stesse risposte.
Mi è parso estremamente istruttivo in questa ottica il lavoro di ri-
lettura delle interpretazioni storiografiche prodotte dal XVI secolo
fino alla fine del XVII, che ho sintetizzato nel paragrafo 1.3.1: da esso
risulta evidente come la storiografia contemporanea abbia radici as-
sai remote nel suo modo di procedere rispetto ad alcuni temi, e come
queste radici affondino in profondità proprio fino all’impostazione
degli autori antichi. Parafrasando una felice espressione di Mario
Mazza, si può sostenere che molti equivoci avrebbero potuto essere
evitati, anche nella storiografia moderna, con una più serrata anali-
si delle varie interpretazioni del donatismo e delle «raison d’être8»
loro, oltre che del donatismo stesso; prospettare perciò una rilettura
di quelle fonti con una rinnovata coscienza critica e un più attento
controllo metodologico può contribuire significativamente alla ri-
costruzione della autocomprensione da parte donatista delle vicen-
de africane del quarto secolo. Non ho proposto un analogo quadro di
sistema per quanto riguarda la letteratura scientifica degli ultimi due
secoli, trattandosi di un lavoro già ben svolto da altri9: mi è sembrata
tuttavia utile una messa a fuoco sulle principali chiavi interpretati-
ve proposte nel Novecento, perché il dibattito ha risentito dopo gli
anni ’70 di una certa sclerotizzazione nell’aggiornamento dei suoi
fondamenti10.

8
  Il riferimento è all’introduzione di Mazza 1973, p. VII.
9
  Per la disamina di status quaestionis precedenti, cfr. Romero 1982b (poco maneg-
gevole, data l’impostazione annalistica); Schulten 1984; Kriegbaum 1986, pp. 18-43;
Garcia Mac Gaw 1994; Cecconi 1998; Barnard 2008, pp. 121-125. Rimane poi fonda-
mentale, benchè circoscritto alle sole fonti ottaziane, Mazzucco 1993. In un’ottica
spiccatamente teologica (di ispirazione cattolica), e specificamente centrato sull’ela-
borazione agostiniana, può essere consultato Hakizimana 2006.
10
  Faccio mia, in questa premessa, la riflessione con cui Yves Modéran giustifica
l’ampiezza profusa nella disamina delle teorie precedenti: «… la seule démarche sa-
tisfaisante fut alors de revenir sur l’histoire proprement dite de chacune des théories
remises en question et sur les étapes de leur formation, pour retrouver les origines
des divergences qui nous séparaient et vérifier, en quelque sorte, le bien-fondé des
interprétations nouvelles proposées. Si ces scrupules ont parfois alourdi l’ouvrage,
ils ne nous semblent jamais avoir été gratuits et c’est même à plusieurs reprises à
l’effort qu’ils imposèrent que ce livre doit d’avoir, du moins nous l’espérons, quelque
originalité» (Modéran 2003a, pp. 20-21).

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22 MUSCAE MORITURAE DONATISTAE CIRCUMVOLANT

1.2.2 Nomina nuda tenemus? La questione terminologica, o “dei do-


natisti e dei circoncellioni”
… adduxit ea ad Adam, ut videret quid vocaret ea; omne enim, quod vocavit
Adam animae viventis, ipsum est nomen eius11: certo ad ogni storico che
si occupi della dissidenza religiosa piacerebbe trovarsi nell’adamitica
condizione di dare un nome nuovo a tutte le cose, o almeno a quelle
delle quali deve occuparsi. Invece è per lo più costretto a servirsi di una
terminologia formatasi attraverso la lenta concrezione di due progres-
sioni distinte, che tendono però ad intersecarsi: da una parte la pole-
mica antica, spesso giunta fino a noi unicamente nelle testimonianze
di una sola della parti in contesa; dall’altra, l’opera degli storici che lo
hanno preceduto: col loro lavoro essi non solo hanno già esplorato tut-
te le denominazioni possibili, ma hanno ormai caricato quei nomi di
significati da cui sarebbe utopistico liberarli.
Vorrebbe lo storico contemporaneo disporre, se non proprio dell’a-
damitica novità di tutte le cose, almeno dell’indipendenza di giudizio,
insomma di una salvaguardia dai pre-concetti di chi lo ha preceduto:
invece si trova costretto ad usare termini già carichi di giudizio, spesso
consumati da una ricerca storiografica e da una narrazione che traggo-
no le proprie origini fin dai Centuriatori di Magdeburgo o da Cesare
Baronio, cioè da quasi cinque secoli di stratificazioni semantiche talora
radicate ancora nella polemica contemporanea.
“Donatismo” è il termine più frequentemente usato per definire l’og-
getto di questa riflessione, specialmente nelle opere di carattere più ge-
nerale. Tuttavia, negli ultimi decenni lo sforzo operato dagli studiosi per
individuare un linguaggio che sapesse porsi in modo «historically cor-
rect» di fronte agli avvenimenti da esaminare ha condotto alla rimessa
in discussione di questo vocabolo. L’uso tradizionale degli eresiologi
antichi era quello di caratterizzare sette, movimenti ed eresie attraverso
nomi che si richiamassero a un fondatore eponimo del gruppo: in que-
sto modo, già dal punto di vista terminologico sarebbe risultato chiaro
al lettore come essi si differenziassero dall’ortodossia, il cui eponimo era
il Cristo stesso. Altre modalità di denominazione, meno frequenti ma
non meno significative, potevano far riferimento a specificità nel culto
(ad esempio, per gli Artotiriti12), all’origine geografica (Eresia dei Frigi,
Catafrigi…), a nomi derivati da scelte di carattere teologico (Patripassia-
ni, Monofisiti…).
Come è evidente, adottare oggi il medesimo criterio nell’attribuzione
dei nomi significa esporsi al rischio di una sorta di pre-comprensione
dei fenomeni, appiattendo il giudizio dei moderni su quello degli ere-
siologi antichi; è altrettanto evidente che nessuno storico moderno
degno di rispetto sarebbe così ingenuo da lasciarsi influenzare da un

11
  Gen 2, 19.
12
 Cfr. Tabbernee 2007, pp. 358-360.

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1. TRA STORIA, STORIOGRAFIA E AGGIORNAMENTI 23

nome «historically uncorrect», ma la questione è stata più volte posta


con forza: in gioco non è tanto l’influenza che il sostantivo “donati-
smo” potrebbe esercitare su un ricercatore moderno (o sui suoi letto-
ri), quanto il fatto che la scelta di un nome diverso può esprimere con
chiarezza il nuovo modo di intendere il fenomeno da parte di chi lo in-
daga. Nella tradizione storiografica l’uso del termine “donatista” e dei
suoi derivati ha finito con il consentire per un effetto di trascinamento
l’utilizzo del nome di “cattolici” per gli oppositori di questo movimen-
to, quasi scontatamente: questa però non è assolutamente una scelta
neutrale, specialmente se si tiene conto del fatto che in questo specifico
conflitto il termine “cattolico” indicava, pressoché in automatico, chi
fosse nel giusto; ad esempio ancora un secolo dopo l’inizio dello scisma
e nel pieno di quello che potrebbe essere considerato il momento più
alto del confronto, cioè alla Collatio cartaginese del 411, a più riprese i
contendenti rivendicano per sé il nome di “cattolici”, ovviamente ri-
fiutando di riconoscerlo all’avversario13 e rinfacciandogli invece la re-
sponsabilità dello scisma col richiamo al vero fondatore della “setta”:
pars Donati contro pars Caeciliani, cecilianisti contro donatisti…. En-
trambe le parti rivendicano dunque con forza il diritto a fregiarsi del
nome di “cattolici”, né i donatisti sono mai stati disponibili a rinun-
ciarvi14. Così Brent D. Shaw, molto recentemente, ha avanzato una pro-
posta apparentemente condivisibile15: focalizzando l’attenzione sulle
caratteristiche dei due schieramenti, ha proposto di lasciare ai vinci-
tori il nome di “cattolici”, volendo in ciò riconoscere, senza giudizio
di merito (in fondo, curiosamente, una posizione assai simile a quella
del presidente della Collatio, Marcellino), il loro continuo richiamo ad
una concezione di chiesa la cui universalità venisse intesa come una
comunione nell’ortodossia tra chiese geograficamente estese su tutto
il mondo; mentre ha proposto per quelli che comunemente sono chia-
mati “donatisti” l’adozione del termine “africani”, sottolineando così
la loro concezione di una chiesa che, se necessario, poteva anche essere
considerata come ristretta alla sola Africa, e comunque caratterizzata da
un più rigoroso radicamento nella tradizione locale. È una proposta che
tuttavia presenta molti lati discutibili: i “cattolici” non hanno mai ri-
nunciato alla rivendicazione della dignità e dell’autonomia della chiesa
africana, mantenendosi in questo nel solco della tradizione ciprianea;
né d’altra parte gli “africani” hanno mai rinunciato alla rivendicazione

13
  Benché mutili, ci sono pervenuti gli atti di questa Conferenza: i GestConlCart
sono stati editi nelle SChr (nr. 194, 195, 224 e 373) da Serge Lancel, Paris 1972/1991;
lo stesso ha curato l’edizione dei Gesta anche per il CCL (nr. 149A; Turnhout 1974).
14
  Una disamina recente e abbastanza completa, pur senza presentare novità inter-
pretative di rilievo, è reperibile in Pelltari 2009, che focalizza l’attenzione sull’uso
alla Collatio della definizione di ecclesia veritatis come possibile alternativa a catholi-
ca. Più recente, ma di nessun ulteriore apporto sul piano dell’aggiornamento biblio-
grafico, cfr. Grossi 2011.
15
  Shawa 1992.

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24 MUSCAE MORITURAE DONATISTAE CIRCUMVOLANT

per sé del nome di “cattolici”, attribuendogli certo un significato meno


legato all’espansione geografica della chiesa di quanto non facessero gli
avversari16. Insomma, se usato con poca prudenza anche questo modo
di indicare i due schieramenti rischia di tradursi in una pre-compren-
sione, in un pre-giudizio.
Poiché in ogni caso l’indagine storiografica non si traduce solo in
saggi specialistici, ma trova altresì il suo punto di cristallizzazione nelle
grandi raccolte enciclopediche, l’introduzione di termini che si allon-
tanino dalla tradizione rischia di generare più confusione di quanta
ne possa risolvere, pur anche escludendo le opere di divulgazione dal
perimetro della presente riflessione. Con quali termini allora indicare
l’oggetto di questo studio, cercando di sfuggire ai rischi di equivoci e di
pre-comprensioni? Sarebbe opportuno far riferimento a quegli appel-
lativi che i contendenti stessi riconoscevano come adeguati: ma in una
disputa di carattere teologico, proprio l’uso di queste denominazioni
non è neutro… come si è visto più sopra, qualificare il proprio avversa-
rio con un termine diverso da “cristiano” significa già averne affermato
l’estraneità alla vera religione: nessuno può accettare per sé un nome
che lo discrimini in tal modo. Solo gli avversari chiamavano così i cir-
cumcelliones, che per sé preferivano il nome di agonistici: eppure, solo
col primo termine si è sicuri di non essere fraintesi tra i lettori moderni,
mentre l’uso del secondo va sempre motivato, almeno con una peri-
frasi; quale nome può allora usare lo storico, senza che esso finisca col
fargli prendere parte in questa contesa? Nemmeno mi pare opportuno
utilizzare la definizione di “scismatica” in riferimento alla pars Donati,
perché anch’essa contenente quello che, da parte di uno storico, sareb-
be un giudizio a priori e per di più di merito.
Così, il lettore si troverà di fronte quella che mi è parsa la soluzione
più neutra per qualificare i contendenti, cioè quella che originariamen-
te essi stessi, polemicamente e reciprocamente, applicarono ai propri
avversari: pars Caeciliani per i sostenitori del successore di Mensurio
consacrato da Felice di Abthugnos, e pars Donati per i sostenitori di Ma-

16
  Dopo la stesura di queste considerazioni ho potuto consultare, grazie alla cortesia
dell’autore che me ne ha fatto pervenire copia, un interessante status quaestionis
curato da Giovanni Alberto Cecconi e altrimenti introvabile nelle biblioteche
italiane. A proposito della proposta avanzata da Brent D. Shaw, egli scrive: «… resulta
excesivo sostener que el uso de esta terminologia más convencional signifique,
automáticamente, tomar partido por una perspectiva historíográfica. La reserva
mayor tiene que ver, precisamente, con la ambigua alternativa de “cristianos de
África”: no sólo no me parece probable, como en cambio sostiene Shaw, que tal
fórmula hubiera sido aceptada por los donatistas (porque también ésa presupone
una limitación de la percepción de ellos mismos, que dudo que tuvieran), además, si
bien motivada con la tesis de la mayor radicación religiosa y cultural del donatismo
en la realidad norteafricana tardoantigua, ésa termina por asumir, a mi juicio en
términos controverdidos, una valencia ideológica y exclusiva tal vez no demasiado
eclatante, pero que tampoco hace justicia a la comunidad de Optato de Milevi, Augu-
stín y Aurelio de Cartago» (Cecconi 1998, p. 85).

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1. TRA STORIA, STORIOGRAFIA E AGGIORNAMENTI 25

iorino17, consacrato da Secondo di Tigisi e dai numidi18; donatistas nos


appellandos esse credunt cum, si nominum paternorum ratio vertitur, et ego
eos dicere possum, immo palam aperteque designo mensuristas et caeciliani-
stas esse, rivendica Petiliano di Costantina19.
Ho cercato soprattutto di evitare il termine “cattolico” che era per
l’appunto tra i protagonisti conteso; ma le necessità di chiarezza, talvol-
ta, mi hanno costretto ad un uso meno preciso, per cui l’immediatezza
della riflessione e la scorrevolezza del testo prevalessero sulla puntiglio-
sa neutralità della terminologia adottata. Di questo, in anticipo, devo
chieder venia20: trovandomi comunque in buona compagnia se già
Agostino, sedici secoli fa, risolveva in questo modo la discussione sulle
denominazioni col donatista Cresconio, affermando che
quanto minus nos laborare debemus de regulis derivandorum nominum,
quando sive illud sive illud dicamus, intellegitur sine ambiguitate quod
dicimus 21.

1.2.3 «Toujours le donatisme !»


L’esclamazione introduttiva di questo paragrafo costituisce più un’ap-
propriazione indebita che una citazione: è tratta dal titolo di un arti-
colo/recensione di Paul-Albert Février22 che, prendendo le mosse dalla
pubblicazione, due anni prima, di uno dei capisaldi degli studi sul do-
17
  A rigor di logica, sarebbe più opportuno parlare in questo caso di pars Maiorini:
ma la figura di Maiorino viene presto offuscata da quella di Donato il Grande, vero
organizzatore della sua chiesa. Già Ottato, con un anacronismo estremamente si-
gnificativo, parlava di pars Donati in riferimento al primo ricorso presentato a Co-
stantino, quando ancora era vivo Maiorino: si confronti il testo di Optatus 1, 22, 2
con l’informazione, corretta, offerta da Augustinus Ep 88, 2 e Augustinus BConl 3, 12,
24. Su questa parte, cfr. il commento di M. Labrousse nell’ed. critica di Optatus, vol.
I, p. 222-223 nota 3.
18
  Pertanto nel corso di questa ricerca “donatista” e “cecilianista” avranno solo il va-
lore di sinonimi rispettivamente di “appartenente alla pars Donati” e “appartenente
alla pars Caeciliani”.
19
  Cfr. Lancel 1972-1991, III p. 1004. Rifiutando il termine “donatisti”, durante la
Conferenza del 411 Petiliano di Costantina («Petilianus»: PCBE 1, pp. 855-868) affer-
ma: episcopos nos veritatis Christi domini nostri et dicimus et saepe actis publicis dictum
est; poco oltre l’exceptor dà lettura della notoria presentata il giorno prima dai vescovi
della pars Donati, in cui essi si dichiarano episcopi et defensores ecclesiae veritatis (cfr.
GestConlCart 2, 10 e 12; sui diversi significati assunti da catholicus nella controversia,
cfr. Schindler 1992a). Come si vede, anche l’unica definizione che la pars Donati si di-
mostra disposta ad accettare per sé stessa non è utilizzabile dallo storico, a pena della
rinuncia al proprio sforzo di neutralità… Cfr. anche infra, note 33 e 75.
20
  La questione delle denominazioni ha visto una recente polemica tra Brent D.
Shaw (Shaw 1992) e Robert A. Markus; riferendosi all’uso dei termini “cattolici” e
“donatisti”, Markus scrive in una ironica chiusa: «ho fatto, e continuo a fare così,
semplicemente, come un fatto di convenienza, usando i termini entro virgolette in-
visibili» (Markus 2007, p. 14 nota 4).
21
  Augustinus CCresc 2, 1, 2.
22
  Févrierb 1966a.

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26 MUSCAE MORITURAE DONATISTAE CIRCUMVOLANT

natismo a metà del secolo scorso23, richiamò gli studiosi alla necessità
di una contestualizzazione delle indagini che tenesse finalmente conto
della realtà socioeconomica e politica nella quale il movimento dona-
tista aveva espresso le proprie posizioni ecclesiologiche, prima ancora
che teologiche. Nel contempo, con una sostenuta vis polemica, Février
richiamava anche ad un attento confronto tra le risultanze degli studi
archeologici, linguistici, economici e di storia dell’agricoltura con i do-
cumenti letterari che ci sono pervenuti: a suo avviso,
«l’historien a besoin du théologien et le théologien a tout autant besoin
de l’historien.»
Banalità? Nelle brevi pagine della sua recensione, Février dimostrava
a più riprese come un accostamento “imprudente” a campi poco cono-
sciuti potesse condurre a risultati inattendibili: bersaglio preferito delle
sue critiche fu un altro studio di William H.C. Frend allora uscito da
poco e destinato, come si usa dire, a “fare epoca” 24. Février contestava a
Frend la tendenza a trarre conclusioni affrettate sulla base di assunzioni
criticamente indimostrate; ci sarà modo, nel corso della riflessione, di
tornare su questi temi: ora interessa mettere a fuoco l’impostazione sul-
la cui base si intende condurre il lavoro.
«Toujours le donatisme»… secondo Février, in sostanza, l’ottica con
la quale gli studiosi della metà del secolo scorso si volgevano all’analisi
delle condizioni sociali, politiche, economiche ed etniche dell’Africa
romana risentiva di una serie di pre-giudizi derivanti da una imposta-
zione prevalentemente “teologica” e filologica; ma, dietro lo stimolo
dei grandi studi di Frend e della scuola di orientamento marxista, nel
decennio successivo l’ottica teologica è stata trascurata in favore di un
approccio ritenuto più “scientifico”, almeno nel senso che allora si
dava a questo termine.

Così, si sono venuti affermando alcuni solidissimi luoghi comuni sul


donatismo che per forza d’inerzia, come spesso accade nell’indagine
scientifica, non solo hanno acquisito l’indiscutibilità delle verità carte-
sianamente ritenute chiare ed evidenti per sé stesse, ma mantengono la
propria granitica capacità di influenza sul pubblico non specialista. Di
seguito, in modo molto sintetico, prospetto un rapido elenco di questi
luoghi comuni che mi propongo di discutere con maggiore profondità
analitica nel corso di questo capitolo:

- donatismo come opposizione etnica: il donatismo, nella sua essenza,


rivelerebbe l’ostilità “etnica” dell’elemento autoctono berbero/nu-
mida nei confronti della dominazione romana. Le difficoltà riferite
da Agostino, costretto ad utilizzare un mediatore che conoscesse la
parlata delle popolazioni dell’interno, unite al rapporto equivoco tra

23
  Si tratta di Tengström 1964.
24
  Frend 1952b.

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1. TRA STORIA, STORIOGRAFIA E AGGIORNAMENTI 27

una parte della gerarchia donatista con un personaggio del calibro di


Gildone, prima comes imperiale e poi capo di una rivolta repressa nel
sangue, sarebbero i fondamenti di questa interpretazione.
- donatismo come rivoluzione sociale: una seconda linea interpretati-
va, spesso accostata alla precedente, vede nel movimento donatista,
ed in special modo nel discusso ed affascinante fenomeno dei circon-
cellioni, il segno di una rivolta sociale. Il mondo dei piccoli produt-
tori dell’interno, dei braccianti e degli stagionali rovinati dalla crisi,
dalle trasformazioni dell’economia e della proprietà agraria, avrebbe
presentato sotto le forme di uno scisma religioso la propria rivolta nei
confronti di uno sfruttamento divenuto intollerabile. Le notizie rife-
rite alle gesta dei circoncellioni costituirebbero allora, pur filtrate dal-
lo specchio deformante delle fonti antiche (ostili sul piano ecclesiasti-
co, impaurite su quello socioeconomico e incerte su quello politico),
la testimonianza di un vero e proprio tentativo rivoluzionario.
- donatismo come fenomeno rurale: infine, non si può dimenticare
questo terzo tentativo di spiegazione, che definirei per comodità “ge-
ografico”. Riassumendo i primi due, propone di interpretare lo scisma
come il segno più visibile della lacerazione, nel tessuto della società
nordafricana tardoantica, tra città e campagna, tra zone costiere urba-
ne (abitate in prevalenza dall’elemento romanizzato, ove si parlava il
latino e si concentravano proprietari terrieri, artigiani e commercian-
ti) e zone rurali interne (abitate in prevalenza da agricoltori, estranei
alla lingua latina ed alla romanizzazione quando non apertamente ad
essa ostili, impoveriti dalla concentrazione latifondistica e dalle crisi
economiche).

Come si vede, le spiegazioni riconducono il fenomeno donatista a


una sorta di sovrastruttura, marxianamente parlando, a una apparenza
di più o meno scarsa consistenza autonoma sotto cui si celerebbero real-
tà assai più concrete e “storiche”. Osservate a distanza di tre/quattro de-
cenni, queste ipotesi manifestano la stretta dipendenza dal mondo che
le ha formulate: uno studioso non è certo estraneo all’epoca nella quale
vive… Così, la scuola marxista ha insistito nella ricerca degli aspetti ri-
voluzionari, almeno per quanto potessero essere rinvenuti in una socie-
tà preindustriale, mentre molti studiosi di area occidentale dimostraro-
no una sensibilità sui temi etnici e politici che evidentemente derivava
anche dall’attualità caratterizzata, negli anni del secondo dopoguerra,
dalle lotte per l’indipendenza delle ex colonie, con il loro corollario di
rifiuto della lingua e della cultura dei dominatori europei. La storiogra-
fia recente del donatismo africano, com’è del resto prevedibile, ci rac-
conta molto della storia europea del secondo Novecento: ma, in special
modo, ci racconta del tentativo tipicamente novecentesco di spiegare i
fenomeni religiosi senza far ricorso alle categorie della religione25.

  Si veda a questo proposito la chiusa della durissima presa di posizione di Mandouze


25

1986 nei confronti di Frend 1952b: «l’origine rurale des donatistes en général et des

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Volume Muscae moriturae Donatistae circumvolant.indb 27 21/03/13 09:29


28 MUSCAE MORITURAE DONATISTAE CIRCUMVOLANT

Ho parlato, all’inizio di questo paragrafo, di una “appropriazione


indebita” nei confronti di Février: egli infatti lamentava il peso della
tradizionale interpretazione «théologique et philologique», che a suo
avviso costituiva una vera e propria precomprensione degli aspetti so-
cioeconomici ed etnici del fenomeno; in qualche modo ribaltando il
suo pensiero, credo sia oggi giunto il momento di liberare gli studi sul
donatismo dall’ingombrante fardello costituito non da queste ricerche,
ma da quella sorta di vulgata che anche tra gli studiosi si è venuta costi-
tuendo e che ha finito con lo stemperare le possibilità di spiegazione e
interpretazione del fenomeno attraverso le categorie religiose che, non
lo si dimentichi, erano le sole cui coscientemente si richiamavano i pro-
tagonisti del tempo. Proprio negli anni della fioritura delle interpreta-
zioni etnico/socio/economiche, Clifford Geertz ricordava agli studiosi
la necessità di considerare il modo in cui non solo l’universo religioso
potesse costituirsi come espressione simbolica della vita concreta e del-
le sue esigenze, ma anche che esso, già nel suo costituirsi, diveniva uno
degli attori principali nel modellare la realtà stessa26.
Si direbbe anche che più i sentieri sono battuti, più sono numerosi
coloro che vi si avventurano senza che se ne tragga alcun profitto per lo
storico,
ammoniva Février27 : ma a partire dalla fine del Novecento la compar-
sa di alcuni studi di grande interesse ha consentito di riportare gradual-
mente il centro dell’attenzione sugli aspetti più strettamente religiosi
del fenomeno donatista. Di questi studi si discuterà in seguito, ma qui
meritano di essere ricordati cursoriamente almeno i lavori di Maureen
A. Tilley e Remo Cacitti28, che a mio avviso hanno il merito principale
di questo risultato. Malgrado la ricca bibliografia ormai disponibile sul
fenomeno donatista (buona parte della quale sembra purtroppo con-
fermare il giudizio di Février), può essere ancora utile incamminarsi su
sentieri già battuti.

1.2.4 «Il n’existe pas d’histoire objective, uniquement une histoire ten-
dancieuse : il faut en prendre conscience…» 29
Le polemiche di carattere metodologico lasciano spesso al lettore la
sensazione di trovarsi di fronte a processi di astrazione scarsamente

circoncellions en particulier est-elle apparue à Frend et à ses émules comme un


principe pouvant servir à expliquer l’ampleur du phénomène en question» (p. 195).
26
  Geertz 1966.
27
  «On dirait même que plus le sentiers sont battus, plus nombreux sont ceux qui s’y
aventurent sans que le profit pour l’historien soit toujours évident» Févrierb 1966a,
p. 228.
28
  Tilley 1991b; Tilley 1997a, che costituisce una anticipazione del successivo e più
ampio Tilley 1997b; Tilley 2001. Cacitti 2006 e Cacitti 2007.
29
  Tratto da Deman 1975, pp. 14-15.

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Volume Muscae moriturae Donatistae circumvolant.indb 28 21/03/13 09:29


1. TRA STORIA, STORIOGRAFIA E AGGIORNAMENTI 29

controllabili, indistinguibili per il profano da questioni di lana capri-


na; nel contempo, però, la storia degli studi sullo scisma africano ha
presentato un terreno di esercizio per la critica storiografica capace di
suscitare grandi interessi ed altrettanto estesi dibattiti, incomprensibili
senza una visione d’insieme.
Due sono stati in sostanza i padri nobili della ricerca sul donatismo
e sul movimento circoncellionico: da una parte il dibattito teologico
sull’ecclesiologia all’interno della lunga «querelle» interconfessionale
nell’Europa moderna, dall’altra l’applicazione di metodi e conclusioni
delle cosiddette “scienze esatte” all’indagine storiografica, che prese le
sue mosse nell’età positivistica e ancora fa sentire il proprio, non sem-
pre benefico, influsso. Prima di affrontare la disamina di questi due per-
corsi di sviluppo della ricerca, è opportuno offrire al lettore un iniziale
punto di partenza con qualche pretesa di solidità.
Così come è proprio di molti aspetti della storia antica, occorre infatti
tenere presenti le caratteristiche peculiari delle fonti di cui disponiamo
su fenomeni tanto distanti nel tempo e nello spazio: ci si potrà così ren-
dere conto di come non solo quasi tutte le informazioni su cui si esercita
l’acribia degli storici siano di fonte letteraria, ma anche di come esse si-
ano in buona misura espressione di una sola delle parti in causa, quella
cattolica. Esse, inoltre, coprono frammentariamente un arco cronologi-
co di circa un secolo, per cui anche solo la pretesa di incrociarle tra loro
fa correre il rischio di uno stravolgimento anacronistico: quella che un
grande storico del mondo antico quale Moses I. Finley ha definito una
“tecnica aneddotica consistente nel pescare un esempio o due, come se
essi potessero costituire solide prove30”. Purtroppo, il fatto di disporre di
un così ridotto numero di fonti costringe anche a questo genere di ope-
razioni: ma occorre sempre tenere presente, in termini metodologici, il
rischio che si sta correndo.
Fonti letterarie, si diceva: intendendo con questa espressione un in-
sieme piuttosto eterogeneo di testi intenzionalmente messi per iscritto,
e destinati ad ampia circolazione. Questo significa che quei testi sono
redatti secondo convenzioni stilistiche, intenzioni e preoccupazioni
decisamente distanti da quelle del moderno studioso: molti compor-
tamenti, costumi, atteggiamenti, argomenti e tesi potevano assumere
significati diametralmente opposti a seconda del contesto in cui si po-
neva il narratore; spesso il lettore moderno (e con lui lo storico) finisce
col restare abbagliato dalla retorica antica, e con il lasciarsi sfuggire il
modo in cui l’informazione è stata confezionata.
Per non lasciare nel regno dell’astrazione questo caveat, mi pare uti-
le ricorrere ad un esempio concreto: in uno studio abbastanza recente,
Carlin A. Barton analizza il ruolo svolto nella società romana da quelli
che definisce «savage miracles» nel consentire di recuperare l’onore a
chi lo avesse perso nelle vicende personali, politiche o militari, com-
prese anche le azioni criminali. Il caso di studio è costituito inizialmen-

  Finley 1974, p. 16.


30

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Volume Muscae moriturae Donatistae circumvolant.indb 29 21/03/13 09:29


30 MUSCAE MORITURAE DONATISTAE CIRCUMVOLANT

te da quei condannati che, nell’arena, venivano destinati ad una sorta


di sacra rappresentazione: indossato un adeguato costume, e con una
ricostruzione scenica conveniente, per avere salva la vita i condanna-
ti dovevano replicare il nobile gesto di Muzio Scevola, e bruciare da sé
stessi la propria mano destra tenendola sul braciere. La forza di volontà
dimostrata in un gesto tanto autodistruttivo avrebbe in qualche modo
consentito al condannato di recuperare il proprio onore: su questa stes-
sa linea Barton si offre di interpretare anche i nobili suicidi di Socrate,
Catone e Seneca, piuttosto che le straordinarie azioni di asceti e martiri
cristiani. Tuttavia, nota acutamente Barton, non esisteva alcun automa-
tismo, alcuna garanzia circa il funzionamento di questo meccanismo31:
dunque, non si può dimenticare che in una lotta tanto accesa quanto
quella tra le due chiese d’Africa i comportamenti ascritti a colpa dell’av-
versario potrebbero aver ricevuto una lettura completamente opposta
dai loro protagonisti, riscuotendo ben altra, positiva considerazione se
compiuti dalla propria gente (talvolta, come si vedrà, è dimostrabile che
questo sia accaduto). Il fatto di disporre della versione dei fatti di una
sola delle parti in causa deve perciò, metodologicamente, mantenere
in allarme lo storico: non dovrebbe essere una novità, dopo l’epocale
opera di Walter Bauer32, ma nel passaggio a posse ad esse purtroppo non
semper valet consequentia…33
La seconda metà dell’Ottocento ha visto nascere nuove metodologie
d’indagine anche in campo storiografico, sostenendo progressivamen-
te il ridimensionamento delle fonti letterarie a favore di sorgenti d’in-
formazione più “oggettive”, almeno nel modo in cui questo termine
poteva essere inteso in epoca positivistica. Se si tiene conto del contem-
poraneo processo di colonizzazione che, per quanto riguarda l’area di
sviluppo dello scisma, è stata quasi interamente condotta dai francesi,
si può comprendere come le campagne di scavo avviate dagli archeolo-
gi d’oltralpe, intensamente supportate dalle autorità coloniali, abbia-
no riversato sugli studiosi grandi quantità di dati. È di quest’epoca la
formulazione di quei grandi repertori epigrafici che ancora oggi costi-

31
  Bartonb 1994, spec. pp. 50-51: «it was not a particular act but the emotion ascri-
bed to that action which determined whether an act was valiant or cowardly, di-
sciplined or licentious. There was no act that could not be interpreted as either or
both… The very pleasure in suffering that the Romans admired in the gladiator, in
a Regulus or Scevola, they might mock in a Christian…Self-mutilation could result
in disgust as easily as admiration: the self sacrificing, self-castrating, self-flagellating
Galli, worshoppers of Cybele, were often models, for the Romans, of all extremes of
license and objects of contempt».
32
  Bauer 1934.
33
  Poneva con forza la questione David Benedict, pastore battista americano della se-
conda metà del XIX sec. che in uno studio del tutto ignorato finora (Benedict 1875),
eppure ricco di spunti interessanti, richiamava il lettore alla necessità di non lasciar-
si influenzare, nella ricostruzione degli avvenimenti, dalla parzialità e tendenziosità
delle fonti. La sua disamina, a tratti perfino aspra nei confronti di Agostino, merita
una rivalutazione.

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1. TRA STORIA, STORIOGRAFIA E AGGIORNAMENTI 31

tuiscono una pietra miliare negli studi antichistici; ma si pensi anche


agli scavi intrapresi alla ricerca di informazioni su edifici, aree urbane e
necropolari.
Tuttavia si ricordi anche che lo spirito di grande collaborazione tra
gli studiosi europei subì una pesante battuta d’arresto in occasione del
primo conflitto mondiale34, e che le vicende relative al secondo, con il
successivo processo di decolonizzazione, hanno portato ad avere tra le
mani grandi quantità di informazioni, eppure ancora molto parziali e
frammentarie. Ad esempio, le rovine di Cartagine hanno nuovamente
attirato molte missioni di scavo, appena le condizioni politiche postco-
loniali lo hanno consentito; ma l’esplorazione archeologica dell’inter-
no, dei sistemi di coltivazione antichi o di quelli di irrigazione, tanto
per fare un esempio, ha ancora un carattere poco sistematico, e trar-
re conclusioni dai dati oggi in possesso è quantomeno problematico
(come si vedrà del resto nel seguito di questa riflessione).

1.3 Le tradizionali chiavi di lettura “religiosa”: una di-


samina critica

1.3.1 «Chi fuor li maggior tui?» (Dante, Inferno X, 42), o della storio-
grafia “teologica”: chi è il vero donatista?
Nell’incontro con Farinata degli Uberti, nobile fiorentino di parte
ghibellina della generazione precedente, come avviene in ambiente ari-
stocratico Dante Alighieri si qualifica dichiarando la propria ascenden-
za; durante la terza seduta della Collatio cartaginese del 411, con assai
maggior veemenza ed insistenza, Petiliano di Costantina chiedeva ad
Agostino di Tagaste quis te ordinavit ut episcopus esses35? È ancora a partire
da una attribuzione di ascendenza che mille anni dopo il donatismo
torna ad essere interessante: essa prende le mosse da una interrogazione
assai più simile a quella di Petiliano che a quella dell’Alighieri, ed è una
differenza che occorre mettere a fuoco. Quando risponde a Farinata,
Dante rivendica con orgoglio la propria ascendenza («io ch’era d’ubi-
dir disideroso, / non gliel celai, ma tutto gliel’apersi»: Inferno X, 43-44),
mentre Petiliano con la sua insistita richiesta intende portare un attac-
co ad Agostino36. Il richiamo ad una ascendenza ritenuta squalificante
(i “figli dei traditori” davanti ai “figli dei martiri”) viene usato da Petilia-
no come arma polemica nel dibattito: è su questa linea che nel corso del
34
  Sono significative le vicende che interessarono l’edizione dei Supplementa al CIL
VIII, fino alla pubblicazione separata di nuovi reperti in altre raccolte che seguivano un
criterio di ripartizione geografica basata sui confini coloniali e post-coloniali moderni,
invece che su quelli antichi così come il CIL concepito da Theodor Mommsen. Per una
rapida disamina della questione, cfr. Irmscher 1986, spec. pp. 327-328.
35
  GestConlCart 3, 238; 3, 243; 3, 244; cfr. Augustinus 3, 7, 9.
36
  L’ipponense, in modo un po’ omertoso, così riferisce l’episodio: nescio quas, sicut
iactabatur, calumnias praeparantes (Augustinus BConl 3, 7, 9).

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32 MUSCAE MORITURAE DONATISTAE CIRCUMVOLANT

XVI e XVII secolo si muoverà la riscoperta storiografica del donatismo,


in un reciproco scambio di accuse tra cattolici “papisti” e mondo rifor-
mato (nella sua più ampia accezione), o all’interno di quest’ultimo.
Avrebbe tuttavia ben ragione il lettore di chiedersi se esista una qual-
che utilità nel ripercorrere quei lontani dibattiti: in fondo, uno degli
status quaestionis più accurato finora disponibile37 prende le mosse
dalla fine del XVII secolo, focalizzando la sua attenzione su opere di
carattere storiografico e tralasciando quelle che ancora conservavano
l’eco di antiche polemiche confessionali. Eppure sono convinto che
questo sia un errore, e che sia invece estremamente istruttivo chieder-
si, parafrasando Dante, “chi fuor li maggior nostri”, chi siano cioè i
nostri antenati, chi abbia con le proprie scelte improntato le nostre
appartenenze ed il nostro modo di accostarci alle vicende africane
del IV-V secolo. Come si vedrà, l’analisi consente di individuare al-
cune modalità caratteristiche di approccio all’indagine che, applicate
a partire dal XVI secolo, ancora influenzano in modo considerevole
la ricerca del XXI. Ad esempio, e questo potrebbe sembrare a prima
vista banale, l’utilizzo più frequente del donatismo come paradigma
polemico consiste nel perverso gioco delle analogie: l’antico – decon-
testualizzato – per comprendere, spiegare e giudicare il moderno, in-
somma. Uno degli esempi didatticamente più efficaci potrebbe essere
ricavato dall’opera di Thomas Stapleton38, che in un libello polemico
dedica alla questione l’intero libro primo dal titolo interminabile, le
cui ultime indicazioni sono: ostenditur quinam sint veri donatistae, ca-
tholici an protestantes. Al capitolo sedicesimo, dal titolo In quot articulis
protestantes donatistae sint, Stapleton inizia una meticolosa disamina
delle caratteristiche salienti del donatismo, e ad ognuna di esse asso-
cia come conclusione l’analogia con comportamenti e tesi del mondo
protestante. L’antico per comprendere e giudicare il presente, s’è det-
to: se l’uso del procedimento per analogiam non rappresenta né una
novità né tantomeno uno scandalo, questo capitoletto di una ventina
di pagine è assai più significativo, poiché dimostra come si vada as-
sestando in tutta Europa la cognizione del donatismo, dopo circa tre
decenni di polemica interconfessionale. L’analisi delle fonti è ovvia-
mente presto fatta: Ottato ed Agostino, decisamente più il secondo
del primo. Non solo Agostino gode di assai maggior fama, ma costi-
tuisce una autorità per tutti i contendenti: questo evidentemente ne
giustifica il più esteso impiego. Eppure, questo uso acritico della sua
testimonianza anticipa i modi in cui, almeno fino alla metà del XX se-
colo, l’impiego delle fonti agostiniane ha continuato ad essere spesso
appiattito sulle posizioni dell’ipponense…

  Il riferimento qui è a Kriegbaum 1986, pp. 18-21.


37

  Stapleton 1561, 1, 16. Si tratta di un fecondo teologo e polemista inglese di parte


38

cattolica, le cui numerose opere sono state ripetutamente ristampate in tutta Europa
nel XVII secolo; prosopografia in Mühlek 2000.

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1. TRA STORIA, STORIOGRAFIA E AGGIORNAMENTI 33

Quanto insomma risulta significativo è il modo di organizzare la ma-


teria, che si è cristallizzato a partire dal XVI secolo: per riprendere Sta-
pleton, cui si attribuisce qui un valore prototipico, il donatismo viene
caratterizzato solo da quegli aspetti che evidentemente risultano ade-
guati alla polemica antiereticale; il primo passaggio di una certa consi-
stenza individua nella tendenza alle scissioni interne una delle sue ma-
trici. Lo spunto polemico è visibilmente tratto da Agostino, ma non è
questo che qui più interessa; proseguendo, Stapleton tratta l’argomento
secondo questa scansione:

- quella che potremmo chiamare la “questione del numero”: se la diffu-


sione tra le masse sia cioè da considerarsi quale prova della ortodossia
del movimento;
- la rissosità e la propensione alla calunnia;
- ciò che potrebbe essere riassunto come la “questione geografica”: se la
vera fede possa considerarsi quella diffusa su tutto l’orbe o invece deb-
ba essere riconosciuta in quella limitata ad una sola area [l’Africa per
i Donatisti, Ginevra e Wittemberg (due città, nemmeno le rispettive
regioni...) per i protestanti];
- l’accusa di uso distorto e capzioso delle fonti;
- la pretesa ispirazione divina;
- il rifiuto delle decisioni conciliari;
- la questione della successione episcopale come garanzia dell’ortodos-
sia;
- l’uso della violenza, con tratti di insistita crudeltà;
- il culto di falsi martiri, e la pretesa del loro valore probativo nella po-
lemica;
- la dimensione di ribellione politica.

L’intera seconda parte del capitolo si gioca su un aspetto a prima vi-


sta sconcertante per la sensibilità moderna: rispondendo ad accuse di
parte protestante, Stapleton rifiuta l’identificazione tra cattolicesimo e
donatismo proclamando con fermezza che mai i cattolici hanno soste-
nuto il diritto alla libertà di coscienza, mai hanno ad essa sacrificato il
diritto dell’autorità politica alla repressione delle devianze. Dopo aver
sottolineato che per i cattolici questa autorità si esercita legittimamente
solo sotto la guida della gerarchia e dei concili, Stapleton rinfaccia ai
suoi interlocutori la medesima accusa da cui si è appena difeso:
annon haec et Lutheranorum in Germania, sicut etiam in Anglia, dum haere-
sis adhuc in cunis vagiret, vox communis erat?
Di questo tema, tuttavia, si tratterà più avanti nel paragrafo.

Davvero sarebbe ingeneroso muovere ai nostri antenati del XVI se-


colo l’accusa di essere troppo dipendenti da Agostino, la cui autorità
era indiscussa; ma non si può dimenticare che l’ipponense fu coinvolto
per decenni nella lotta con il donatismo: i suoi scritti hanno fini po-

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34 MUSCAE MORITURAE DONATISTAE CIRCUMVOLANT

lemici e propagandistici, non sono una testimonianza neutra. Al più


noto fratello Marco Tullio, impegnato in campagna elettorale, Q. Tullio
Cicerone suggeriva nel suo delizioso manualetto di aver cura a che nei
confronti degli altri candidati
circoli un sospetto di infamia, per crimini, lussuria, sperperi, in accordo
con la loro condotta di vita39.
Nulla di male, in fondo: in politica e nelle contese religiose, come in
amore e in guerra, tutto è permesso. Agostino, nella polemica antiere-
tica, usava tutti i procedimenti che la retorica e l’arte della diatriba gli
mettevano a disposizione40: non scriveva di storia, non era ovviamen-
te una fonte neutra né si peritava di esserlo. Nelle sue lettere, come ad
esempio quella famosa al comes Bonifacio41 nella quale riassume all’il-
lustre interlocutore le caratteristiche dei suoi avversari donatisti, non si
pone come obiettivo una narrazione imparziale: deve convincere, non
informare.
Anche i nostri più recenti antenati, gli intellettuali che nel XVI secolo
si riaccostarono alla questione donatista, avevano gli stessi fini: nessun
interesse a una ricostruzione critica del fenomeno donatista, ma lotta
con un nemico presente, sentito come mortale. Alla consonanza di fini,
poteva far riscontro la consonanza dei metodi: Agostino andava bene
così com’era, e poteva essere assunto acriticamente come materiale per
la polemica.
Il problema è successivo: quando tra XVIII e XIX secolo nasce una sto-
riografia moderna, tesa alla ricostruzione fedele ed alla comprensione
del passato. Chi si accosta alle fonti (sempre quelle, inevitabilmente) lo
fa sulla base di una tradizione interpretativa che si è ormai assestata: a
poco serve smettere di citare i predecessori, cercare di ricostruirsi una
sorta di verginità primigenia. Il modo di accostarsi alle fonti risente di
quel “peccato originale”, insensibilmente ancora all’opera; si può, ad
esempio, scorrere l’indice di un’opera per molti versi innovativa nei
suoi contenuti, ed abbastanza trascurata in seguito per la sua imposta-
zione teologica ormai demodé, per riconoscere l’impianto cinquecente-
sco ancora in essere: centralità della posizione agostiniana, articolazio-
ne dei contenuti secondo la struttura della polemica dell’ipponense. Il
riferimento, in questo caso, è all’opera del reverendo William J. Spar-
row Simpson42, pubblicata all’inizio del XX secolo, il cui indice (da cui
escludo alcuni capitoli di excursus centrati sulle elaborazioni teologiche
di Agostino) è così strutturato:

39
  Cicerob CP 13,52: existat aut sceleris aut libidinis aut largitionis accomodata ad eorum
mores infamia; sulle questioni critiche relative alla contestata attribuzione di questo
scritto, è sempre utile Nardo 1970.
40
  Cfr anche infra, § 1.3.3.
41
  Augustinus Ep 185; cfr. Diesner 1963, pp. 100-126.
42
  Sparrow 1910: si tratta peraltro di un testo non privo di intuizioni, che meriterebbe
una rivisitazione.

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1. TRA STORIA, STORIOGRAFIA E AGGIORNAMENTI 35

1. The Beginning of Donatism; 2. The Donatists and the Emperor


Constantine; 3. The Donatists under the Constantine’s Successors; 4.
St. Optatus’ Reply to the Donatists; 5. Internal Troubles of the Donatists;
6. St. Augustine and the Donatists; 8. The Councils and the Donatists;
10. The Great Conference; 11. After the Conference; 14. St. Augustine
on Toleration.
Come si può osservare, l’impianto ricorda molto da vicino i criteri
di narrazione usati quasi quattro secoli prima da Stapleton, rivisti però
secondo un principio diacronico: dimensione politica del problema
(capp. 2, 3), questione del diritto alla repressione da parte del potere
secolare supportato dalla Chiesa (cap. 14), rapporto con le deliberazioni
conciliari (capp. 8-10), tendenza alle divisioni interne.
Occorre ora riprendere la disamina dalla interpretazione per analo-
giam: sempre procedendo attraverso riferimenti a opere che possano
offrire esempi significativi, un passaggio fondamentale per la materia è
offerto, circa un secolo dopo Stapleton, da Swen G. Dietz. Nell’introdu-
zione a una delle prime opere specificamente dedicate ai circoncellioni
dalla indagine storiografica europea (anche in questo caso, un’opera del
tutto compilatoria che si limita a riassumere le informazioni fornite da
Ottato e da Agostino), egli si chiedeva retoricamente quale senso potes-
se avere prestare attenzione a
questa stirpe di settari, di cui perfino il ricordo, se non addirittura gli
stessi nomi, risulta ormai coperto dall’oblio43.
A tale dubbio significativamente rispondeva con un richiamo all’at-
tualità, sostenendo l’assimilabilità tra gli errores ed i facinora di quegli
antichi eretici e le azioni «della setta degli anabattisti»; insomma pro-
poneva di applicare una chiave di lettura moderna ad un fenomeno di
tredici secoli prima e, viceversa, di leggere l’attualità alla luce di quei
lontani eventi: una forma di anacronismo in cui l’argomentazione per
analogia trova come s’è visto il proprio spazio naturale. In questa sua
posizione, pur senza citarlo esplicitamente, Dietz dipendeva da un pre-
cedente lavoro di Lambert Daneau44: nel trattare del donatismo, ed in

43
  Id genus sectarios, quorum omnis memoria, quin imo ipsa nomina quibusdam sepulta
iam oblivione esse videantur (Dietza 1690, proemio); la prima opera dedicata ai cir-
concellioni mi risulta essere Staphylus 1548 (non vidi). Per quanto riguarda più in
generale la storia del donatismo, la prima opera specificamente dedicata all’argo-
mento mi risulta essere la dissertazione, già di notevole spessore, di Valesius 1659:
si tratta dell’edizione, di riconosciuto valore filologico, dell’eusebiana Historia Ec-
clesiastica più volte ristampata fino alla sua inclusione nella Patrologia Graeca (20,
Paris 1857).
44
  Ne cita però un altro titolo in seguito, dimostrando di conoscerne l’opera; si tratta
di Danaeus 1573, pp. 117-120 (= 15933, pp. 100-102). Su di lui cfr. Fatio 1976; Bautz
1990i; Strohm 1996. Nell’opera, come d’uso al tempo, la materia è organizzata in cen-
turiae, radunando cioè le “eresie” per secolo di appartenenza (notevole la distinzio-
ne tra età pre- e post-costantiniana); rispetto alla prima edizione, che ne è priva, la
seconda appare anche corredata da indici di apprezzabile modernità: uno in cui la

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Volume Muscae moriturae Donatistae circumvolant.indb 35 21/03/13 09:29


36 MUSCAE MORITURAE DONATISTAE CIRCUMVOLANT

special modo della questione del ri-battesimo di chi provenisse dalla ca-
tholica, anche quest’ultimo associava “l’errore” donatista alle posizioni
degli anabattisti: nihil novum…
Del resto anche nell’edizione dell’agostiniano De haeresibus da lui cu-
rata nel 1595 Daneau, dopo aver parlato della repressione del donati-
smo, aggiunge:
…tuttavia questa eresia sarebbe stata stroncata, se i disgraziati e folli
anabattisti non l’avessero richiamata ai nostri tempi dall’Infero nel quale
si trovava…45.
Sicuramente egli aveva ben presente il lungo, appassionato e dram-
matico dibattito scatenato dal rogo ginevrino di Michele Serveto del
1553, sulla cui eco Sébastien Castellion si fece portavoce dello sconcerto
suscitato in ambito riformato dall’uso della forza nella repressione della
devianza religiosa: quella per cui Calvino, già nel titolo della sua repli-
ca, aveva accusato Serveto di prodigiosi errores, sostenendo che gli ereti-
ci meritassero una repressione fondata sulla pena capitale46. Nel con-

materia è organizzata appunto in centuriae, l’altro invece in cui le eresie esaminate


sono catalogate in ordine alfabetico.
45
  Daneau 1595, pp. 209-210 (nota 1 di commento al cap. 69 del De haeresibus di Ago-
stino): postea tamen iugulata est haec haeresis, atque conquieverat, nisi miseri et insani
Anabaptistae eam ab inferis hoc nostro saeculo revocassent. I riferimenti alla repressione
degli anabattisti proseguono nelle pagine seguenti, con approfondimento del dirit-
to all’uso della forza nei loro confronti da parte di chi utriusque Dei tabulae custos est
verus piusque magistratus, poiché ... ipsum (cioè l’argomentazione usata dai donatisti
contro il ricorso alla forza delle armi imperiali da parte dei cattolici), sed alii verbis,
Anabaptistae nobis hodie reponunt ... Che l’istituzione di un nesso tra anabattisti e
donatisti fosse funzionale alle polemiche di quegli anni è testimoniato anche dal
contemporaneo giudizio del teologo luterano Lucas Osiander: posset ne etiam Apel-
les quispiam Anabaptistarum mendacem et furiosum spiritum accuratius depingere: quam
sese in Donatistis seu Circumcellionibus ipse depixit? (Osiander 1595, p. 192); su di lui,
cfr. Ehmer 1993.
46
 J. Cauvin, Defensio orthodoxae fidei de sacra Trinitate contra prodigiosos errores Mi-
chaelis Serveti Hispani; ubi ostenditur haereticos iure gladii coercendos esse et nominatim
de homine hoc tam impio iuste et merito sumptum Genevae fuisse supplicium, Genevae
1554. Il dibattito seguito a questa vicenda è sicuramente troppo lungo per essere
investigato in questa sede: come primo orientamento, suggerisco la consultazione
di Valente 2004; Mereu 20073, pp. 74-79; De Greef 2007, pp. 160-165. In ogni caso,
meriterebbe una ripresa a sé stante almeno il De haereticis. An sint persequendi che Ca-
stellion pubblicò a Basilea (l’indicazione in ultima pagina di Magdeburgo come luo-
go di stampa era fittizia) nel 1554: ne ha offerto una ristampa anastatica con ampia
introduzione Sape Van der Woude, Genève 1954. Ancora un secolo dopo, Melchior
Leidekker sentiva il bisogno di tornare sulla questione spiegando come, a differen-
za dei papisti, la chiesa riformata si limitasse a perseguitare “giustamente” solo la
blasfemia congiunta al rischio di disordini pubblici: ecclesia reformata … illam legem
Dei secutam, quando blasfemias cum publicae pacis perturbatione junctas, non reliquit
impunitas (Leydekker 1690, tomo 2, pp. 338; ma cfr. tutta l’argomentazione alle pp.
337-339). Accanto a quest’ultimo lavoro vale la pena di ricordare quello del teologo
calvinista Herman Wits, che ne dipende in certa misura: la sua principale attrattiva

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1. TRA STORIA, STORIOGRAFIA E AGGIORNAMENTI 37

testo di questa polemica il precedente della repressione nei confronti


dei donatisti, con l’autorevole avallo dell’agostiniano compelle intrare,
giocava evidentemente un ruolo di primo piano47. Significativo, a que-
sto proposito, è anche il lavoro di ricostruzione storiografica del pastore
anglicano Thomas Long, che a distanza più di un secolo dalle vicende
ginevrine dedicava un corposo volume, non più un semplice pamphlet,
alla storia del donatismo48: si tratta di un’opera apparentemente scoor-
dinata, che risente dell’indecisione dell’autore sulla scelta tra una nar-
razione diacronica degli avvenimenti ed una analisi per temi. Gli spunti
polemici sono ben dissimulati all’interno del testo49; solo qua e là, con
una certa «nonchalance», Long fa uso del metodo analogico riferendosi
ai «levellers50» o ai quaccheri51 e, forse unico tra gli autori del suo tempo,
sente la necessità di motivarne l’uso:
il metodo di confutazione di uno scisma consiste nel ricondurlo alla sua
origine primigenia52.
Due passaggi dimostrano però un inaspettato “cambio di marcia”,
quando l’attenzione si concentra su Costantino53. Nel primo di que-
è quella di costituire probabilmente la prima dispensa universitaria sull’argomento
(cfr. Wits 1692, pp. 591-595).
47
  Si noti come, alla luce di questo dibattito, si espliciti in tutta la sua portata il senso
del già richiamato Stapleton, e la sua rivendicazione del diritto del potere politico
alla repressione dell’eresia: addirittura questa rivendicazione diventa, sia per lui sia
per i suoi interlocutori, uno dei discrimini della ortodossia.
48
  Long 1677.
49
  Tuttavia, Long aveva in qualche modo già messo sull’avviso il lettore della ne-
cessità di tenere in considerazione una interpretazione di tipo analogico dell’intera
trattazione, inserendo nella prima di copertina questo caveat: mutato nomine de te,
Anglia, narratur. D’altra parte, nell’epistola dedicatoria premessa alla sua esposizione
Long esplicitava ancor meglio questo criterio: «if it be considered how exactly every
scene of that horrid tragedy, which was first acted in the churches of Africa, hath
been acted over, and (if I may so speak) over-acted in the church of England, it can-
not be denied, that they who destroyed the church of England, and its defender,
were the most natural off-spring of those donatists … or that the present sectaries,
who so tenaciously adhere to the principles, and follow the practices of them that
brought such confusion on the land in the former age, are their proper successors».
50
  Long 1677, p. 104.
51
  Long 1677, p. 136.
52
  Long 1677, ultima parte dell’epistola dedicatoria: «the means to confute schism,
is to reduce it to its original».
53
  L’aggettivazione che qualifica Costantino è interessante, soprattutto perché per-
mette di seguire nella sua formazione il mito che sottende ancora oggi tante inter-
pretazioni dell’operato di questo imperatore: egli è «the good Constantine» che i
donatisti «perpetually vexed» (dedicatoria); incontra grandi difficoltà nel gestire la
situazione benché sia «wise and valiant» (p. 37), e subisce molte critiche per la sua
«too great indulgence» (p. 38). È già operativo dunque lo schema storiografico che
vede Costantino sollecitamente preoccuparsi della pace della chiesa, e solo contro-
voglia costretto all’uso della repressione, condotto a questo doloroso passo dalla pro-
tervia e dalla pervicacia degli scismatici sui quali soltanto deve ricadere la responsa-

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38 MUSCAE MORITURAE DONATISTAE CIRCUMVOLANT

sti passaggi, gli interventi imperiali con la convocazione della sino-


do romana e poi del Concilio di Arles vengono usati per confutare
le pretese “papiste” di controllo sul potere politico54, nel secondo
viene riaffermato il diritto/dovere da parte dell’autorità politica di
reprimere la dissidenza religiosa55, e a sostegno di questa tesi Long
aggiunge una lunga appendice in cui riporta, organizzandola su
base diacronica, la legislazione imperiale antidonatista. È alla luce
di queste esigenze che la struttura del libro diventa esplicita nella
funzionalità al dibattito suo contemporaneo. Sempre in quest’ottica,
possono essere richiamati:
- per l’area area anglofona, l’opera del puritano Thomas Edwards che,
nella chiusa della introduttiva Epistle to the Reader, dichiaratamente
riprende l’impianto argomentativo dell’ipponense giungendo a teo-
rizzare esplicitamente l’erroneità della posizione di quanti invocasse-
ro libertà di coscienza56;
- in area francofona, l’analoga rivendicazione, questa volta formulata
da parte cattolica contro i protestanti, avanzata dal giansenista Phi-
lippe Goibaud-Dubois (già celebre per le sue traduzioni di Agostino),
che pubblicò il suo pamphlet nello stesso anno della revoca dell’Editto
di Nantes57. Il suo intervento condensa a questo proposito l’elabora-
zione della scuola di Port-Royal in quegli anni.

Né i centuriatori di Magdeburgo, né il cardinal Baronio si erano sco-


stati, nel loro commento, dalla ricostruzione agostiniana degli avveni-
menti antichi; anche nella polemica tra Francis Baudouin e Calvino,
l’uso dei materiali ottaziani ed agostiniani è più in chiave di dibattito
storiografico anche se, nella lettera a Joanni Lucanio, alias Calvino che
Baudouin premise alla sua prima edizione di Ottato, l’implicita accusa
di “donatismo” al riformatore ginevrino sembra trasparire in più pagi-
ne, come ad esempio nell’invocazione:
en quo statim Africanae illius reformationis tragoedia evasit? Utinam nostra
aetas similem epitafin non videat aut catastrophen suae fabulae58!

bilità dell’azione repressiva dello stato. La colpevolizzazione delle vittime non solo
assolve i carnefici, ma ne esalta l’operato: è lo stesso Long a riprendere in chiusura
con grande evidenza (pp. 149 ss.) la riflessione agostiniana, già tuttavia enunciata
dallo stesso Costantino, del dovere da parte dell’autorità e dei vescovi di “correg-
gere” i propri sottoposti; la stessa riflessione aveva del resto aperto l’opera, quando
(nella dedicatoria) l’autore aveva sottolineato come «doubtless those bishops and
clergymen were no persecutors, they did what was their duty, and by a reasonable
restraint of men of corrupt principles, preserved the true christians in peace».
54
  Long 1677, pp. 22-30.
55
  Long 1677, pp. 148-151; l’impianto ideologico è dichiaratamente desunto da Agostino.
56
  Edwards 1647.
57
  Dubois 1685.
58
  La lettera a Calvino era già contenuta nella prima edizione dell’opera di Ottato
da parte di Baudouin (= Balduinus), comparsa a Parigi nel 1569 ; l’editio princeps è

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1. TRA STORIA, STORIOGRAFIA E AGGIORNAMENTI 39

L’uso delle vicende africane all’interno della polemica interconfessio-


nale ebbe particolare rigoglio in area anglosassone, ove la contiguità fi-
sica tra anglicani e cattolici e il mutevole appoggio dell’autorità politica
stimolarono evidentemente questa pratica; a titolo di esempio vanno
almeno ricordati, per le posizioni espresse:
- lo scambio di pamphlet tra il puritano George Gifford e il congre-
gazionista “browniano” Henry Barrow, interrotto dalla esecuzione
capitale di quest’ultimo nel 1593; tra gli argomenti del dibattito, an-
che il diritto-dovere del sovrano di imporre ai sudditi recalcitranti la
retta fede59;
- l’interessante, seppur brevissimo, pamphlet di parte “papista” appar-
so anonimo nel 168660, che istituiva non solo un prevedibile e ormai
scontato parallelo tra donatisti e protestanti, ma una più stretta asso-
ciazione tra la nobildonna cartaginese Lucilla, una delle prime atti-
viste dello scisma, e la regina Elisabetta. Nel corso dello stesso anno,
il noto teologo e polemista anglicano William Sherlock diede alle
stampe una sapida risposta, ritorcendo sui cattolici l’accusa di essere
scismatici: Sherlock, già nel sottotitolo, individuava in Elisabetta la
sovrana
che possiede l’autorità, nel suo proprio regno, di riformare la chiesa61,

comunque quella maguntina di J. Dobneck (= Cochlaeus) del 1549. Su Baudouin,


cfr. Turchetti 1984; sul conflitto con Calvino, cfr. anche De Greef 2008, pp. 195-196.
59
  Cfr. almeno Gifford 1590 e Barrow 1591; su questo dibattito, è utile Carlson 1966,
pp. 365-367.
60
  Lucilla 1686; a p. 4 l’anonimo polemista conclude icasticamente, dopo aver sin-
teticamente trattato la posizione di Agostino sulla cattolicità della Chiesa: «have
prelatical Protestants of Great Britain and Ireland any visible communion, in the
Eucharist or other Divine Service, with any Christian Church on earth? If they have
not, as undeniable, they are not in the Catholic Church…. Their schism is more
contumacious, their calumnies against the Catholic Church more horrid, and their
defection by heresy as well as schism, wider than was the Donatists».
61
  «Who had authority, in her own Kingdoms, to reform the Church»: Sherlock
1686. Ribaltando il primo degli argomenti del suo avversario, ad esempio, Sherlock
sottolineava che «an Anti-Bishop is one set up against another Lawfull Bishop, in
the same Diocese». Insistendo sull’ordinazione “legittima” del vescovo, egli asseri-
va la dipendenza di questa condizione dalla fonte giuridica della legittimità stessa,
cioè dalla volontà del sovrano: in questo modo, si può osservare come il dibattito
cinque-seicentesco finisse con l’intersecare anche il percorso di formazione teore-
tica dell’assolutismo moderno. Già Stapleton, del resto, poteva dare per scontata
l’associazione tra eresia e reato di lesa maestà. Per Sherlock, dunque, la macchia di
illegittimità ricadrebbe sui vescovi fedeli a Roma, come quelli che «the Papists have
in Ireland, as the Donatists had». D’altra parte per Sherlock la responsabilità del-
lo scisma deve ricadere sui cattolici, che oltretutto avrebbero introdotto «new and
strang Worship» nel Concilio di Trento: «and this is the reason not of our separating
from, but of their flinging us out of their communion» (ibidem, p. 4). Cfr. anche
Leydekker 1690, pp. 497 e 504; inoltre, proprio sulla base dei metodi usati dai papisti
il medesimo autore li può associare ai donatisti, riservando alla propria pars la legit-
tima eredità agostiniana: lector… intelleget, pontificios vere donatistas, at protestantes

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40 MUSCAE MORITURAE DONATISTAE CIRCUMVOLANT

cosa che non solo la differenziava da Lucilla, ma implicitamente ne


poneva l’azione sullo stesso piano di quella di Costantino;
- a testimonianza della ricchezza di spunti offerta dalla riscoperta delle
vicende d’Africa, infine, si può citare l’opera del presbitero anglicano
Simon Lowth che, partendo da una disamina dei rapporti tenuti da
Costantino e poi da Costanzo II nei confronti della chiesa, sostenne
la necessità della sua autonomia dal potere politico62; nell’approfon-
dimento del lavoro di documentazione storica delle sue tesi, egli pub-
blicò pochi anni dopo un altro studio, dove la ricostruzione della crisi
donatista trova ben più ampio risalto63.

I donatisti rimasero paradigma negativo anche nel XVIII secolo,


quando secondo lo stesso modello John Trevor, dopo una breve quanto
ripetitiva ricostruzione storica dello scisma africano, istituì un polemi-
co parallelo tra il predicatore metodista George Whitefield da una parte,
«il superbo fariseo» e «lo scismatico donatista» dall’altra64. All’interno
del dibattito nella chiesa riformata delle isole britanniche, l’uso analo-
gizzante del donatismo a fini polemici dimostra la propria fecondità:
mi pare utile ancora richiamare qui almeno una delle opere più signifi-
cative di un prolisso e farraginoso polemista episcopaliano, John Agate.
Lo schema della sua riflessione, per quanto riguarda l’uso del donati-
smo, è abbastanza scontato: essendo stato assimilato dai suoi avversari
a due negatività paradigmatiche (nel curioso accostamento tra i gesuiti
e gli scismatici africani), egli ribatte ripagando i suoi interlocutori del-
la stessa moneta nel corso di un parallelo protratto meticolosamente
per dodici pagine65; la novità, nel recupero dell’antico a fini polemici,
consiste nell’accostamento tra l’atteggiamento dei suoi interlocutori
moderni66 e quello dei donatisti alla Collatio cartaginese del 411 (letto
acriticamente, come di consueto, alla luce di Agostino).
Evidentemente questi spunti polemici in area anglosassone avevano
una loro buona ragion d’essere se di nuovo, tra XIX e XX secolo, l’uso
strumentale della crisi africana tardo-imperiale in termini di polemica

omnino augustinianos esse [ibidem, p. 562 (si tratta della Dissertatio tertia, per cui cfr.
in bibliografia)]. Su Sherlock, prosopografia in Wennecker 1995.
62
  Lowth 1696, dove la questione donatista è toccata solo in funzione del presunto
rifiuto di Costantino a giudicare dei vescovi, in occasione della sinodo romana del
313 e del concilio di Arles del 314.
63
  Lowth 1704.
64
  Trevor 1741.
65
  Agate 1708, pp. 90-101; l’impianto dimostrativo segue molto da vicino l’organiz-
zazione già data alla materia da Stapleton, per cui cfr. supra, nota 38. Nel giro di poco
tempo, le accuse di “donatismo” e di “gesuitismo” gli furono polemicamente ritorte
contro da Withers 1708.
66
  Agate 1708, pp. 98 ss.: si riferisce ad una serie di conferenze/dibattito con i suoi
interlocutori. A titolo di curiosità segnalo come almeno alcuni di questi dibattiti,
in consonanza coi tempi, si sarebbero tenuti in coffee houses o in sale da the: cfr. pp.
21-22.

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1. TRA STORIA, STORIOGRAFIA E AGGIORNAMENTI 41

contemporanea offrì un altro esempio assai significativo a partire da un


articolo del cardinale Nicholas P. S. Wiseman apparso nel 183967, che
suscitò notevole scalpore68 e che sarebbe stato all’origine del percorso di
conversione al cattolicesimo del pastore anglicano John H. Newman69,
passando per la reazione anglicana che cercò di rigettare sui cattolici
l’accusa di “donatismo” lanciata da Wiseman70.
Tuttavia, un significativo cambiamento metodologico si avverte in
molti lavori che appaiono a partire dalla metà del XIX secolo: è pos-
sibile infatti osservarvi un rovesciamento dell’interpretazione analogi-
ca. Non più il donatismo come categoria per interpretare e giudicare il
presente, ma quest’ultimo (o il più recente passato) per comprendere
ed interpretare l’antico: anche in questa circostanza, ritengo sufficiente
il ricorso ad un caso esemplare, di epoca ancora più vicina alla presen-
te ma evidente erede di questa tradizione. Ronald A. Knox, scrivendo
alla metà del XX secolo, è capace di un’impresa non comune: nel breve
giro di poche pagine, può associare i donatisti contemporaneamente
ai metodisti71, agli eretici medievali e agli anabattisti; riesce a definire
i circoncellioni «i dervisci dello scisma», continua nelle analogie chia-
mando in causa i giansenisti, i camisardi e i puritani. Illuminante infine
il giudizio conclusivo:
[il donatismo] potrebbe essere stato designato dalla provvidenza per
riflettere come in uno specchio, e ingranditi, i pericoli che avrebbero cir-
condato la cristianità72.
Concludendo, sia pur in un contesto scevro di contenuti polemici mi
pare significativo ricordare il passaggio di un teologo presbiteriano afri-
cano contemporaneo, Steven Paas:

67
  Wiseman 1839, poi ripetutamente ripubblicato a partire dalla raccolta curata dallo
stesso Wiseman 1853, vol. 2 pp. 201-262. L’articolo si inseriva nel dibattito avviato
con il Movimento di Oxford, di cui era ispiratore l’allora reverendo Newman.
68
  A puro titolo di esempio, cfr. l’immediatamente successivo Palmera 1840.
69
  Per il peso che i suoi studi storici ebbero nel percorso che lo portò alla conver-
sione, cfr. almeno Fergusonb 2003; per quanto riguarda la presente riflessione, cfr.
specialmente pp. 658 ss.
70
  Anche in questo caso, a puro titolo di esempio cfr. Gore 1905, e Lacey 1914, spe-
cialmente pp. 135-149; pur chiaramente schierato da parte cattolica, per avere un
quadro delle modalità di questa discussione è comunque interessante, anche per la
vivacità della verve polemica, il breve Fortescue 1917.
71
  Attraverso l’analogia tra la nobildonna cartaginese Lucilla e Selina Shirley Ha-
stings, contessa di Huntingdon (1707-1791) e fondatrice di un movimento ancora
presente nel Regno Unito. Conclude con sarcastica, ostentata benevolenza Knox:
«possa la terra non pesare su di lei: non fu l’ultima del suo genere».
72
  I diversi passaggi cui si fa riferimento sono contenuti nel capitolo dedicato al do-
natismo in Knox 1950, pp. 73-99. Mezzo secolo dopo, uno sconcertante Shawb 1996
sostiene che i circoncellioni «introduced in the story of African church history the
kind of violent witness to the kingdom of God that would resurface in a later centu-
ry in Black liberation theology and its attendant movements of revolution» (p. 51).

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42 MUSCAE MORITURAE DONATISTAE CIRCUMVOLANT

il donatismo sopravvisse, benché in forme differenti e sotto altre deno-


minazioni, nei movimenti medievali che esprimevano la necessità di una
riforma. Nei tempi moderni, le idee donatiste si ritrovarono nell’anabat-
tismo o nell’ala radicale della Riforma in Europa. Tuttavia, questa succes-
sione in area europea non deve far dimenticare come il donatismo abbia
rappresentato un fenomeno originalmente africano73.
A parte l’orgoglio africano, si vede come il donatismo continui a co-
stituire anche ai nostri giorni un paradigma interpretativo basato più o
meno esplicitamente sul principio dell’analogia…

In questa sede è infine opportuno ricordare uno studio ottocentesco


che, proprio per la sua origine caratterizzata dalla marginalità confes-
sionale e geografica, non ha goduto di alcuna fortuna nella storiografia
europea dei secoli successivi: si tratta del lavoro di un pastore battista
statunitense, David Benedict, raramente citato e mai veramente con-
siderato74. L’autore, caratterizzato da un dichiarato feeling con il mo-
vimento donatista75 e da un durissimo giudizio polemico contro l’uso
della forza a repressione della libertà religiosa (pur senza dimostrare co-
noscenza delle polemiche cinque/seicentesche sopra richiamate), rela-
tivamente alla critica delle fonti poneva una serie di questioni di note-
vole modernità; soprattutto problematizzava finalmente l’attendibilità
e l’affidabilità dell’ipponense.

1.3.2 Conclusioni provvisorie, o “del metodo, dei padri e dell’oggi”


La disamina fin qui condotta permette di gettar luce su alcune carat-
teristiche dell’indagine storiografica rimaste finora implicite: come è
emerso, il fuoco dell’attenzione di chi si è occupato del donatismo e dei
circoncellioni fino al XIX secolo è stato centrato su tre aspetti fonda-
mentali, consonanti con l’impostazione delle fonti antiche; l’interesse
per questa indagine, altrimenti confinabile a una curiosità erudita, è

73
  «Donatism lived on, although in different forms and with different names, in
medieval movements that demanded reform. In the Modern Time Donatist ideas
continued in the Anabaptist or radical wing of the Reformation in Europe. This
European sequel does not deny that Donatism originally was an African phenom-
enon» (Paas 2005, p.32). Si tratta comunque di un’opera divulgativa di buon livello:
malgrado la bibliografia estremamente datata e ristretta all’area linguistica inglese
ed olandese, ho ritenuto ugualmente di citarlo perché presenta alcune interessanti
riflessioni. Il paradigma della fine del cristianesimo africano antico viene chiamato
in causa da Botha 1986, allo scopo di esortare alla riflessione circa la possibile fine
del cristianesimo in Sud Africa: un intervento significativo se si pensa che fu scritto
negli ultimi anni di vigenza della politica dell’apartheid in quel paese.
74
  Benedict 1875.
75
  I cui aderenti sono ripetutamente chiamati, con evidente simpatia, «reformers»:
ad es. Benedict 1875, pp. 186; contrariamente alla consuetudine storiografica, viene
sottolineata elogiativamente la tendenza donatista alla resistenza passiva: «nowhere
in all Church history can be found a more non-resisting people under the assaults of
their enemies except by arguments» (Benedict 1875, p. 35).

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Volume Muscae moriturae Donatistae circumvolant.indb 42 21/03/13 09:29


1. TRA STORIA, STORIOGRAFIA E AGGIORNAMENTI 43

motivato dal fatto che questi tre “peccati originali” ancora insensibil-
mente influenzano la ricerca moderna.
Così, riassumendo, si è visto come una prima lente focale, con cui
nel XVI secolo ci si è accostati alla crisi africana del IV, ha puntato la
propria attenzione al movimento circoncellionico sull’onda delle pro-
blematiche angosciosamente sollevate dall’esperimento anabattista di
Münster e dalle rivolte contadine in Germania: queste problematiche
sollecitarono la riflessione sulle questioni poste da movimenti che solo
in parte, e talora per nulla, accettavano una guida da parte delle gerar-
chie (cattoliche o riformate che fossero), ed erano pronte a passare dalla
protesta di carattere religioso alla rivoluzione di carattere sociale e poli-
tico. L’ansiosa necessità della disamina dell’avventura circoncellionica
non poteva essere disgiunta dalla inevitabile condanna: in questo caso,
«of course», l’impostazione offerta da Ottato ed Agostino si dimostrava
perfettamente funzionale a bisogni di tal genere.
Viene poi la seconda lente prospettica che è stata individuata nelle
pagine precedenti: nel corso dei rivolgimenti portati dalla Riforma, le
diverse chiese si trovano a doversi confrontare con la questione dei rap-
porti col potere politico, e soprattutto con la liceità dell’uso di questa
alleanza per sfruttarne la forza a fini repressivi. Il dibattito tra Calvino
e Castellion è esemplare da questo punto di vista: anche in tal caso, è
completa la consonanza tra le intenzioni degli autori delle fonti anti-
che, cioè ancora Ottato ed Agostino, e le esigenze dei loro interpreti più
moderni.
Infine, soprattutto in ambito anglosassone, si presenta la terza len-
te prospettica: il riconoscimento da parte della monarchia visto come
fonte di legittimazione di una gerarchia contrapposta a un’altra, nel di-
battito tra due chiese più che tra due teologie. Non è necessario, pure
in questo caso, dilungarsi ancora: si tratta anche qui di una preoccupa-
zione del tutto analoga a quella di Ottato e di Agostino, e ciò finisce con
lo spiegare come mai la ricostruzione storiografica del donatismo e del
movimento circoncellionico abbiano finito con il ritrovarsi appiattite
sulle loro fonti.

Queste tre vie di approccio hanno finito con il condizionare la ricerca,


mi pare, fino alla fine del XX secolo: benché la storiografia novecente-
sca si sia sforzata di porre interrogativi nuovi alle fonti, secondo criteri
che verranno escussi nel paragrafi successivi, non appena si volgesse lo
sguardo agli aspetti più tipicamente religiosi si è tornati a formulare le
stesse domande enunciate nei secoli precedenti, quasi secondo le stesse
modalità, ottenendo perciò risposte del tutto ripetitive.
Quando il già richiamato Février76 lamentava la necessità di svin-
colare la ricerca storiografica da chiavi di lettura troppo influenzate
dalla teologia, evidentemente, possedeva più di una buona ragione;
ma le proposte avanzate nel corso del XX secolo, avendo in buona

 Cfr. supra, nota 22.


76

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44 MUSCAE MORITURAE DONATISTAE CIRCUMVOLANT

parte smarrito la dimensione tipicamente religiosa (e soprattutto cri-


stiana) del fenomeno, hanno a mio avviso condotto a risultati quanto
meno provvisori. Nei paragrafi seguenti, senza ripetere il lavoro già
svolto da altri77, si offrirà invece una panoramica degli sviluppi nelle
conoscenze in campi come la storia dell’economia antica, l’antropo-
logia, la linguistica, l’analisi sociologica, l’archeologia e le discipline
antichistiche, che negli ultimi decenni hanno avuto un poderoso svi-
luppo: è interessante osservare come, nell’ambito degli studi di storia
del cristianesimo antico, la meritevole prosecuzione delle indagini
sortite nella prima metà del XX secolo dal tentativo di raccordo con
altre branche della ricerca abbia per decenni continuato a ruotare su
acquisizioni che potevano costituire lo “stato dell’arte” negli anni
Cinquanta/Settanta, ma che ora manifestano nelle discipline di riferi-
mento una assodata obsolescenza.
L’obiettivo di questo studio, come si vedrà nei capitoli successivi, è
infine quello di tentare un’uscita da questo circolo vizioso e di legge-
re le fonti cercando di liberare la riflessione da domande e risposte già
formulate da tempo; posto che la chiave di lettura principale su cui in-
tendo basarmi è fornita dal ritorno ad una interpretazione in chiave
storico-religiosa, le domande e le risposte da cui occorre liberarsi, come
si è visto, attraversando tre secoli di conflitto religioso in Europa sono
giunte a noi intatte nella formulazione loro data da Ottato di Milevi e
da Agostino di Ippona nel corso del IV secolo.

1.3.3 Superbae et tumidae cervices haereticorum78: il donatismo


come dimensione patologica, o “dell’ambizione e della follia”
Tipico della storiografia antica, retoricamente e moralisticamente im-
postata, è il ricorso a categorie psicologiche come l’invidia, l’influenza
di matrone potenti o dissolute, la sete di denaro o di potere, la rabbia o
la follia per spiegare i comportamenti dell’avversario79. Tuttavia, se non
fa specie trovare già operante in Ottato o Agostino la vituperatio, impo-
stata sulla contrapposizione tra la rabida furoris audacia dei donatisti e
la paterna/paternalistica mansuetudo dell’imperatore Costantino80, è
interessante osservare l’evoluzione che questo genere di spiegazione ha
avuto fino ai nostri giorni: si muove così dal riutilizzo di materiale po-
lemico ereditato dal mondo pagano, con l’accusa di follia81, passando
per la testardaggine che sembra caratterizzare l’immagine dei donati-

77
 Cfr. supra, nota 9.
78
  Augustinus Bapt 2, 3, 4.
79
  Per un breve quadro dell’impiego di queste tecniche, cfr. du Toit 1994; rimane in-
dispensabile anche la consultazione dell’ormai classico Jacques 1982.
80
  Basti, anche qui a titolo di esempio, verificare la frequenza con cui in Augustinus
CGaud ritornino termini come dementia o furor.
81
  Sull’utilizzo di questa accusa cfr. almeno Ruggiero 2002b ; in ambito romanistico,
è fondamentale Zuccotti 1992.

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1. TRA STORIA, STORIOGRAFIA E AGGIORNAMENTI 45

sti come recepiti dalla critica storiografica82 almeno fino alla metà del
XX secolo: la presentazione consuetudinaria dei donatisti, e a maggior
ragione dei circoncellioni, attraverso la categoria etico/psicologizzante
del “fanatismo” risponde ancora a questo modello.
Come acutamente notava Jacques Bels, in uno studio che comunque
risente di un’impostazione abbastanza confessionale, già nella riflessio-
ne dell’ipponense
in nessun momento il concetto di “follia” suggerisce l’idea di una scu-
sante o di una assenza di colpa per incapacità. Essa al contrario designa il
concetto di responsabilità legata ad una scelta volontaria. “Follia” indica
il rifiuto cosciente del vero messaggio di Dio83.
Tuttavia molta della storiografia moderna non ha tenuto conto di que-
sta distinzione nell’accogliere le accuse di Agostino o, quand’anche
l’abbia fatto, le ha acriticamente portate alle estreme conseguenze: ad
esempio risulta significativo, alla metà del secolo scorso, l’imbarazzante
Vincenzo Monachino quando parla di
ostinazione cieca e furente contro la verità conosciuta84,
o dei donatisti che
prendono sempre più l’aspetto di forsennati ciechi ad ogni evidenza,
ostinati nel partito preso, sordi ad ogni voce della coscienza, della giusti-
zia, della verità e del dovere85;
d’altronde, a suo avviso,
i capi del periodo 316-321 certamente non erano in buona fede86…
e
non bisogna andare troppo per il sottile e richiedere coerenza di prin-
cipi e di condotta ai capi donatisti: essi sono semplicemente degli oppor-
tunisti87.
Credo sia appropriato riportare qui il rapido riassunto che Paolo Ma-
standrea offre dell’uso da parte donatista di questa stessa terminologia:
82
  Così anche Seeck 1920-1922, vol. 3 (1921) pp. 318-380.
83
 Bels 1975, p. 177: «à aucun moment, la notion de folie ne suggère l’idée d’excu-
se ou d’irresponsabilité. Elle désigne tout au contraire l’idée de responsabilité sous
l’emprise d’un choix volontaire. La folie consiste à rejeter sciemment le vrai message
de Dieu».
84
  Monachino 1950-1951, p. 115.
85
  Monachino 1950-1951, p. 109; ma tutto l’articolo risente del peso assegnato
ai motivi di rivalsa personale, specialmente da parte dei vescovi numidi, come
motore e causa prima della vicenda. Significativo, a p. 155, il passaggio nel quale
Monachino, riaffermando la propria visione, la definisce «sentenza»: tanto per
restare nell’ambito delle interpretazioni psicologizzanti, si potrebbe parlare di un
lapsus freudiano…
86
  Monachino 1950-1951, p. 115.
87
  Monachino 1950-1951, p. 117.

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46 MUSCAE MORITURAE DONATISTAE CIRCUMVOLANT

ben nutrito il repertorio dell’ingiuria verso il persecutore… vi possono


entrare le accuse di rabies, di furor, soprattutto di insania, che toccano di-
rettamente Macario – il persecutore per eccellenza – in PaMar 4.16, e scan-
discono poi le tappe salienti del secondo racconto: sono insana le armi
dell’imperatore (a sua volta identificato con il diavolo), è una insania la
pretesa di unire le due chiese con la forza, la diuturna furoris insania dei
traditori si oppone alla tolerantiae pertinacia del santo88.
Evidentemente entrambe le parti in conflitto facevano uso del me-
desimo lessico polemico, e richiamare l’attenzione su questi aspetti
parrebbe quasi una caduta nella banalità; tuttavia, anche nel XXI seco-
lo sembra rendersi necessario un richiamo metodologico al manteni-
mento delle distanze dall’apologetica, soprattutto nell’aggettivazione
utilizzata: qualificare ad esempio come «stolid» la posizione dei dona-
tisti e come «subtly» la risposta agostiniana89, specie tenendo presen-
te che solo di quest’ultima disponiamo, mi sembra appartenere più a
quest’ambito che a quello della storiografia.
Lo stesso valga per il ricorso alle motivazioni di tipo psicologico, pe-
culiari della letteratura moralista: ad esempio ancora Kenneth Noakes
può scrivere che
non può essere trascurata l’importanza delle antipatie personali nel
contribuire a delineare il corso degli avvenimenti. Noi sappiamo quanto
siano stati importanti i sentimenti personali e le rivalità nelle prime fasi
dello sviluppo del donatismo90;
mentre
… la loro opposizione [dei donatisti] derivava da una miscela di fattori
basati sull’avversione nei confronti di Agostino91…
Ammesso e non concesso che si possano usare categorie di questo
genere nell’indagine storiografica, è significativo che ad essere trasci-
nati dalle antipatie personali nelle proprie posizioni polemiche siano
sempre e solo i donatisti, mentre i controversisti cattolici risulterebbe-
88
  Mastandrea 1995, p. 46.
89
  Noakes 2006, p. 86. Sempre a titolo di esempio, mi pare si possa richiamare in que-
sta sede la curiosa contraddizione in cui cade uno studioso di norma assai prudente
e spesso richiamato nel corso della presente riflessione, Paolo Mastandrea, quando,
nella recensione a Maierb 1987, dopo aver correttamente sostenuto che: «l’attitudine
razionale e distaccata con cui lo storico dovrebbe osservare i fatti lontani cede talora
il passo ad una inquietante tendenziosità… il sospetto… va addebitato in qualche
misura ad un appiattimento per sovrapposizione narrativa con le fonti di parte cat-
tolica», finisce però poche righe più sotto con l’affermare che «il fanatismo protervo
dei settari non richiede sottolineature» (Mastandrea 1988, p. 88).
90
  «The importance of personal antipathies in helping to shape the course of history
must not be overlooked. We know how important such personal feelings and rival-
ries were in the very earliest days of the development of Donatism» (Noakes 2006,
p. 83).
91
  «Their opposition (dei donatisti) were a mixture of factors caused by animosity
towards Augustine» (Noakes 2006, p. 86).

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1. TRA STORIA, STORIOGRAFIA E AGGIORNAMENTI 47

ro immuni da questi sentimenti, tutti compresi invece nella paterna (o


piuttosto paternalistica) disponibilità di marca costantiniana.

1.4 Lingua, identità, resistenza


Si deve a William H. C. Frend uno degli studi più significativi ed esau-
stivi sul fenomeno del donatismo: apparso per la prima volta nel 1952,
ad esso va riconosciuto il merito di aver esplorato con grande dispiego
di mezzi il contesto nel quale lo scisma ha preso le mosse e si è svilup-
pato. Nella sua lunga vita di studioso, Frend ha dedicato ripetutamente
attenzione al movimento donatista, producendo una bibliografia im-
ponente e tutt’ora imprescindibile, soprattutto per la sua visione d’in-
sieme. Fino alla metà del secolo, anche a suo avviso, il percorso della
ricerca storiografica era rimasto bloccato nelle secche del dibattito teo-
logico; egli propose perciò di riconoscere, alla radice dello scisma, l’in-
fluenza di un sistema di concause così articolate:

- la tensione etnico-linguistica tra l’elemento berbero-libico dell’in-


terno e quello romanizzato della costa: essa avrebbe marcato non
solo una difficoltà comunicativa, ma una ostilità spinta fino alla
vera e propria resistenza culturale nei confronti della colonizzazio-
ne romana92;
- ampiamente sovrapponibile alla precedente, ma non coincidente, la
tensione tra i grandi proprietari terrieri e una vasta categoria di lavo-
ratori agricoli impoveriti dalle crisi del III secolo. A questi andrebbero
aggiunti i numerosi esponenti del ceto medio, rovinati dalla stessa
crisi: costretti ad una discesa nella scala sociale, spesso espulsi dalle
città a causa della loro precarietà economica, essi avrebbero in buona
parte ripudiato il loro anelito all’integrazione nel mondo romano, e
si sarebbero saldati alla base della protesta antiromana93;
- il ruolo della crisi economica del III secolo avrebbe influenzato la
concezione donatista della santità, dal cui perimetro sarebbero stati
esclusi gli elementi privilegiati della società, i grandi possidenti agrari
e in generale i divites; Frend sostiene esplicitamente che
la Bibbia e il vangelo cristiano devono aver avuto nelle contrade me-
diterranee del terzo secolo lo stesso effetto che ha oggi il comunismo
marxista nell’Europa centrale94;

92
  Secondo Frend 1952, p. 58, Agostino avrebbe genericamente definito “punica” la
parlata locale, che lui identifica con il berbero/libico. Parte delle sue tesi era già stata
avanzata in Frend 1942, e la prevalenza del berbero sul punico era stata poi sostenuta
anche da Courtois 1950. Dopo la pubblicazione di Green 1951, una adeguata sintesi
fu offerta da Simonb 1955, che sulla scorta di quest’ultimo studio espresse la propria
posizione a favore della continuità del punico, e soprattutto dell’esattezza del
riferimento agostiniano a questa parlata. A tutt’oggi, questa posizione è ancora
condivisa dagli studiosi, specie dopo la pubblicazione di Millar 1968.
93
  Riassume bene questa parte Kotula 1976, pp. 347-348.
94
  «The Bible and the Christian gospel may have had the same electric effect in Me-

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48 MUSCAE MORITURAE DONATISTAE CIRCUMVOLANT

- le caratteristiche tradizionali del culto punico di Baal/Saturno: la ro-


manizzazione di questo culto avrebbe spinto nella seconda metà del
III secolo grandi folle di numidi verso il cristianesimo, percepito nei
suoi caratteri messianici come culto ostile all’impero95; in questo pas-
saggio, tuttavia, il sostrato tradizionale avrebbe conservato un peso
notevole, tale da determinare in seguito il sorgere dello scisma dona-
tista e, soprattutto, lo sviluppo del movimento circoncellionico, da
Frend visti come intimamente connessi. È all’interno di questo con-
testo, per esempio, che lo studioso inquadra la speciale importanza
assunta nella contesa dal culto dei martiri96.

L’analisi di Frend si basa su due assunti di base che, nei decenni suc-
cessivi, sono stati a più riprese e secondo ottiche diverse rimessi in di-
scussione: da una parte l’interpretazione del plurilinguismo in Africa e
Numidia come segno e strumento di una contrapposizione etnica, cul-
turale ed economico-politica; dall’altra il ruolo della crisi economica
nella seconda metà del III secolo e delle successive trasformazioni come
generatrici di una profonda contrapposizione che, riducendo il peso
del ceto medio, avrebbero polarizzato la società africana tra il ristretto
numero dei latifondisti, dei mercanti e dei funzionari, rimasti domi-
nanti nella zona urbanizzata costiera, e la grande maggioranza degli
abitanti dell’interno, progressivamente spossessati e respinti ai margini
del mondo romanizzato. Nella sua analisi, a onor del vero, Frend non
proponeva interpretazioni originali, poiché in buona parte le chiavi di
lettura da lui proposte erano già state avanzate nei decenni precedenti;
due meriti gli vanno però sicuramente ascritti: una sistemazione estre-
mamente efficace di queste interpretazioni, e l’ampiezza dell’indagi-
ne a loro supporto. Per farsi un’idea di quale potesse essere la vulgata
corrente tra gli studiosi prima della comparsa del suo studio nel 1952,
è possibile ad esempio riferirsi al lavoro altrimenti superato di Robert
Pierce Beaver, che nel 1935 così sintetizzava le cause dello scisma:
gli strati più deboli della popolazione videro nella causa donatista una
giustificazione morale e spirituale per la propria rivolta, e il donatismo ap-
profittò di questa rivolta che pure non era compresa nel suo programma
originario97.

diterranean countries in the late third century a.d. as Marxian Communism has in
Central Europe today» (Frend 1952, p. 110-11 nota 5).
95
  Frend 1952, pp. 81-86 ; 99-111. Cfr. specialmente p. 105-106: «when the cult of Saturn
itself became romanized, Christianity would make an additional appeal to these indi-
viduals. Perhaps official favour was as ruinous to the African national religion in the
third century as was official favour shown by Constantine to the Catholics in a.d. 312».
96
  Frend 1952, p. 107: «martyrdom was their means to victory, in itself an act of ven-
geance, for martyrdom gave them hope of revenge thereafter, as the judges of the
pagans».
97
  «The distressed element of the population saw in the Donatist cause a spiritual
and moral justification for its insurrection, and Donatism made willing use of that
revolt wich had not been a part of its original policy» (Beaver 1935, p. 125).

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1. TRA STORIA, STORIOGRAFIA E AGGIORNAMENTI 49

1.4.1 Aristoteles Poenorum98: il problema della lingua o “del dona-


tismo e della questione etnica”
In questo paragrafo si prenderà in esame lo sviluppo degli studi che
hanno focalizzato la propria attenzione sull’aspetto linguistico ed etni-
co, lasciando ai paragrafi successivi l’aggiornamento sugli altri campi
della ricerca storiografica.
Pochi anni dopo la pubblicazione di The Donatist Church, Arnold H.
M. Jones faceva già notare che, a quel che ne sappiamo, l’intera pro-
duzione teologica e polemica donatista si sviluppa in lingua latina99:
dunque, questa lingua non poteva essere semplicemente sentita come
quella dell’oppressivo dominatore coloniale. Nel 1974, ad un congresso
madrileno i cui atti furono pubblicati due anni dopo, André Mandouze
poteva già tracciare un primo, importantissimo status quaestionis sul
dibattito seguito alla pubblicazione dell’opera maggiore di Frend100: è
significativo che, in un campo così marcato dal riferimento agli studi di
sociologia ed etnolinguistica, il rapporto con queste altre branche della
scienza si sia fossilizzato a questo punto per gli storici del cristianesi-
mo. Oltre ai tre testi già citati, la questione della lingua vede, in ambi-
to cristianistico, il ricorso più o meno sporadico agli articoli di Marcel
Simon, Jean Lecerf, Peter Brown, Fergus Millar, Francesco Vattioni101, e

98
  È la sprezzante definizione che, in riferimento alla sua “africanità”, attribuirebbe
ad Agostino il pelagianista Giuliano di Eclano: Augustinus CIul 3, 199.
99
  Jonesa 1959a, pp. 282-286 (tesi poi confluita in Jonesa 1964, esemplare per la
consueta linearità: «non vi è neppure molto di significativo nell’adesione del-
la popolazione di lingua berbera e punica alla causa donatista. Qualsiasi chie-
sa che includesse le masse contadine era obbligata ad avere una maggioranza
da loro costituita e i donatisti non erano orgogliosi di questo fatto. I loro capi
erano di lingua latina, la loro letteratura era in latino, come pure le iscrizioni,
perfino nelle chiese di campagna (p. 1420)». Le obiezioni di Jones all’idea che
si potesse riconoscere nella formazione della dissidenza religiosa l’affermazione
di una identità nazionale furono riprese, pochi anni dopo, da Meslin 1964: per
quanto riguarda il donatismo, cfr. specialmente le pp. 10-11. Lo studioso france-
se fa risalire le origini di questa chiave di lettura all’opera di Arnold 1699-1703,
che avrebbe influenzato la visione di Gibbon 1776-1789 a questo proposito; va
inoltre ricordato, tra i creatori del “paradigma del naufragio”, Montesquieu 1734:
nel secolo dei Lumi che andava costruendo la propria identità sull’antitesi con i
«secoli bui», il tema della fine dell’impero romano poneva evidentemente inter-
rogativi di forte impatto. Su quest’ultimo aspetto, ha scritto con la consueta bril-
lantezza Momigliano 1963a. Mario Mazza definisce Gibbon «un punto di approdo
… piuttosto che un punto di partenza» (Mazza 1973, p. 520 nota 19), facendo
risalire il paradigma della crisi fino all’Umanesimo (Mazza 1973, p. 19); sul tema
della «Dekadenzidee» merita almeno un richiamo il classico Mazzarino 1954, su
cui cfr. Tessitore 2000, pp. 197-218.
100
  Mandouze 1976.
101
  Gli autori sono citati in ordine di pubblicazione: Simonb 1946; Lecerf 1955; Simonb
1955; Brown 1968; Millar 1968; Vattioni 1968. Si possono aggiungere a questo elenco
il quasi sempre ignorato Saumagne 1959 (sulle stesse posizioni di Simon nella critica

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50 MUSCAE MORITURAE DONATISTAE CIRCUMVOLANT

alla raccolta di passi agostiniani analizzati da William M. Green102: si-


gnifica, in sostanza, essersi fermati ai risultati già acquisiti alla metà de-
gli anni ’70, quando divampò la polemica tra Marcel Bénabou e Yvon
Thébert sull’interpretazione delle specificità africane in termini di “re-
sistenza” al dominio romano103. Dal punto di vista delle fonti disponibi-
li, nel frattempo, qualcosa è cambiato: ad esempio, rispetto alla raccolta
di Green e solo per restare nell’ambito letterario, oltre alle nuove lette-
re di Agostino pubblicate da Johannes Divjak alla metà del decennio
successivo104 sono state individuate ulteriori testimonianze provenienti
da altri autori105, e una diversa sensibilità ha condotto alla riscoperta di
una serie di epigrafi bilingui latino-puniche di cui, in anni precedenti,
era stata edita la sola versione latina106. Il quadro che emerge dai nuovi
studi107 muta sostanzialmente l’interpretazione tradizionale della que-

all’ipotesi “berbera” di Courtois) e, scarsamente citato in ambito storiografico ma


ben noto tra i linguisti, Févriera 1956.
102
  Green 1951. Ancora su queste basi si muove, ad esempio, la pur lucida sintesi con-
tenuta nell’introduzione di Sears 2007, pp. 14-15; cfr. anche l’analisi offerta da Lepel-
ley 2005b.
103
  Bénabou 1976; Thébert 1978; Bénabou 1978. Un utile e stimolante quadro del dibat-
tito e delle prospettive che ha aperto è fornito da Sebaï 2005, pp. 40 ss.; ma cfr. anche
Mattingly 1995, pp. 169-170. Può ancora essere interessante confrontare questi due
ultimi studi con lo status quaestionis offerto un quarto di secolo fa da Fentress 1982;
cfr. inoltre le riflessioni polemiche della stessa studiosa sulla necessità di abbando-
nare una lettura eccessivamente “statica” dello sviluppo economico e dei rapporti
con le popolazioni locali durante il lungo dominio romano: Fentress 1983. Thébert
è poi tornato sulla questione in un lavoro dalla mole sterminata, pubblicato postu-
mo e che idealmente riassume la sua lunga carriera di studioso (Thébert 2003): «le
phénomène qui nous paraît essentiel est que la Grèce n’hellénise personne, et que
Rome ne romanise personne. Ces deux centres, qui devinrent successivement les
deux pôles majeurs du monde méditerranéen, sont simplemement les lieux essen-
tiels d’elaboration d’une culture qui correspond aux besoins des sociétés méditer-
ranéennes. Mais cette diffusion ne s’effectue pas dans l’abstrait, dans un milieu so-
cial idéalement homogène: elle prend des formes et une intensité differéntes suivant
le niveu de développement des diverses régions et selon les classes sociales» (p. 27).
104
  A proposito della questione linguistica in queste lettere, cfr. Opelt 1985.
105
  Fernándezb 1991, in uno studio assai più dipendente da Millar 1968 e Vattioni
1968 di quanto non lasci intendere, segnala il passaggio da 18 testi presi in esame
da Green 1951 (ma Fernández erra nel conteggio, sono 23) ai 33 su cui conduce la
propria analisi.
106
  Per un rapido sguardo d’insieme, cfr. Adams 2003, pp. 200 ss.; sull’importanza di
questo contributo d’insieme, anche in termini di accessibilità per i non specialisti,
cfr. la lusinghiera recensione di Dickey 2003. Per l’edizione delle epigrafi puniche e
bilingui, cfr. le raccolte in IPT; KAI (in quest’ultima raccolta, passim¸ sono riportate
alcune iscrizioni assenti in IPT) e IAM. Molti di questi materiali sono ora accessibili,
grazie al lavoro di alcuni studiosi dell’università olandese di Leiden, agli indirizzi
web:
http://website.leidenuniv.nl/~jongelingk/projects/neopunic-inscr.html e
http://website.leidenuniv.nl/~jongelingk/projects/latpun/lpintro.html.
107
  Per una bibliografia recente degli studi sulla civiltà fenicio-punica, cfr. Egea 2004.

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1. TRA STORIA, STORIOGRAFIA E AGGIORNAMENTI 51

stione linguistica africana nel IV secolo: proprio l’analisi delle fonti epi-
grafiche consente di ricostruire una condizione di multilinguismo nella
quale non si può semplicisticamente parlare di una lingua dei vinti e di
una dei vincitori, o di una forma di “resistenza” di carattere identitario
veicolata dalla lunga durata delle parlate preromane.
Sami Bargaoui riassume in modo molto chiaro le opposte chiavi di
lettura con cui sono state interpretate le fonti pervenute: da una par-
te chi, fino agli anni ‘60/’70 del secolo scorso, parlava di “persistenze/
sopravvivenze”, capaci di testimoniare una sorta di carattere indigeno
legato a una
identità berbera di fondo, invariabile e duratura, e tuttavia pronta a sot-
tomettersi alle culture superiori come quelle punica, greca, latina, araba
ed infine francese108;
dall’altra chi, a partire dal processo di decolonizzazione, vedeva nella
continuità delle parlate pre-romane il segno più evidente di una sorda,
incrollabile e soprattutto cosciente “resistenza”, capace di manifestarsi
anche sul piano culturale oltre che su quello militare109. Non sarebbe
corretto ridurre il dibattito ad una pura questione lessicale: se le “so-
pravvivenze” testimoniano della visione otto/novecentesca eurocen-
trica e colonialista, che considerava l’incontro tra romanità e culture
locali nei termini dell’affermazione di una civiltà superiore su una in-
feriore110, e se la “resistenza” parla il linguaggio della faticosa costru-
zione identitaria nordafricana durante e soprattutto dopo le lotte di
indipendenza del XX secolo, non si può dimenticare come l’interesse
per il mondo berbero sollevato da Bénabou111 sia stato declinato, dalla

108
  «… personnalité berbère de base, immuable et continue, mais prête cependant
à s’effacer devant des cultures supérieures, punique, grecque, latine, arabe et fina-
lement française»: Bargaoui 2004, pp. 203-204. Per uno status quaestionis recente e
complementare, cfr. Jaïdi 2004, pp. 24 ss. La posizione tradizionale, tipicamente “co-
loniale”, è ben espressa in Pottiera 2006, p. 18 (si tenga presente che queste pagine
sono state composte alla fine degli anni ’30 del secolo scorso): «les Berbères portent
en eux un désir de pérennité qui les pousse à résister passivement à l’envahisseur.
Puis, peu à peu, ils prennent leur revanches…».
109
  Brett 1997, p. 50 invita a non cadere nella trappola «of simply telling the story of the
victims of Roman imperialism, as if there were no other role for the Berbers to play».
110
  Chiaramente funzionale, questa interpretazione, alla giustificazione ideologica
dell’imperialismo colonialista che si presentava come erede della “missione civiliz-
zatrice” di Roma nei confronti delle culture “inferiori”, prive di autonoma capacità di
sviluppo: è a questo proposito significativo, sul piano semantico, l’uso di un concetto
quale “acculturazione”, capace di esprimere contemporaneamente un giudizio nega-
tivo sia sulla cultura indigena, sia sul livello superficiale dell’assimilazione passiva di
una civiltà “superiore” (cfr. Webster 2001, p. 105). Su tutta la questione si consulti la di-
samina ancora attuale di Mackendrick 1980; oltre alla lucida sintesi in Mattingly 1995,
si vedano anche Webster 2001, pp. 210-211 e infine Mattingly 2011, pp. 3-42.
111
  Non sarebbe corretto dimenticare, tra i “padri nobili” di questa rivalutazione del
mondo berbero, il precedente Laroui 1970 (che ha ricevuto diverse riedizioni: la più
recente, Rabat 20014).

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52 MUSCAE MORITURAE DONATISTAE CIRCUMVOLANT

storiografia successiva, in direzione di una costruzione identitaria ma-


ghrebina concorrenziale rispetto al modello panarabo contemporaneo.
A questo proposito credo sia significativo richiamare a titolo di esem-
pio l’impianto che Salem Chaker assegna alla voce «arabisation», da lui
curata nell’Encyclopédie Berbère112: viene essenzialmente esclusa la conti-
nuità del neo-punico fino al momento della conquista araba, mentre si
insiste su una nozione di “lingua berbera” che avrebbe implicitamente
conservato caratteri di sostanziale uniformità dall’età romana fino ai
nostri giorni in funzione di resistenza identitaria113.
È evidente come molti aspetti di questo dibattito abbiano intersecato
lungamente la riflessione sulla “romanizzazione” dell’Africa, di cui si
parlerà nel prossimo paragrafo; qui va tuttavia ricordato come, sebbe-
ne in ambito storiografico e in quello degli studi di antropologia lin-
guistica gli speculari concetti di “sopravvivenza” e “resistenza” siano
stati prudentemente abbandonati, nel campo dell’indagine storico-re-
ligiosa essi mantengano ancora la vitalità degli anni ’70: a un congresso
di pochi anni fa, Santiago Fernández Ardanaz poteva ancora esordire
sostenendo la radicale polarizzazione linguistica tra cattolici-latini e
donatisti-punici114. Secondo questo studioso, la più decisiva iniziativa
112
  Chaker 1989. Sarebbe tuttavia ingeneroso banalizzarne in questo modo l’attivi-
tà: Salem Chaker è infatti uno dei più importanti e stimati studiosi di linguistica
maghrebina; il focus della sua analisi, centrato sull’indagine di stampo linguistico
delle parlate berbere, dal punto di vista storiografico cerca di ricostruirne l’evoluzio-
ne nel corso di una storia di lunga durata [in Chaker 20002 sostiene una antichità del
berbero che andrebbe ben oltre la prima colonizzazione punica, risalendo fino alla
preistoria. Contra, cfr. ad esempio Galand 1996; lo stesso Lionel Galand ha recente-
mente rinnovato il suo invito a una maggior prudenza, sottolineando come, oltre
alle difficoltà di datazione delle testimonianze finora ritrovate, occorra distinguere
in termini metodologici tra “scrittura” e “alfabeto”: la presenza di semplici segni,
anche se apparentemente corrispondenti a lettere dell’alfabeto, su supporti di vario
genere non dimostrerebbe automaticamente l’esistenza di una vera e propria forma
di “scrittura” (Galand 2007, specialmente p. 235)]. Nei suoi studi successivi, come
ad esempio Chaker 2002/2003, il tema della lunga durata come segno di una opposi-
zione identitaria a invasori e migranti è irrilevante rispetto alla disamina scientifica.
Merita infine di essere citata, almeno a titolo di curiosità, la tesi di Slauti Taklit 2004
che fa derivare da forme berbere, attraverso la mediazione del punico, tutti gli alfa-
beti mediterranei.
113
 La questione è stata, anche in questo caso, adeguatamente riassunta da Sebaï
2005, pp. 47 ss.; quel che preme sottolineare è che rimane fuorviante continuare a
ragionare esclusivamente in termini di confronto/conflitto, quando occorre tener
conto, come già sottolineava Thébert 1978, che l’interazione tra le diverse culture e
lingue del Mediterraneo era operante da molti secoli, e che l’influsso della cultura
greco-ellenistica si era esercitato sia sul mondo punico-cartaginese sia su quello nu-
mida ben prima che i romani conquistassero l’area. Sui rapporti tra libico-berbero e
punico è ancora utile la sintesi di Lancel 1981, p. 273; diversi studi recenti, comun-
que, sostengono che la spinta espansiva del neo-punico si sarebbe esaurita nel corso
del III secolo, per cui vedi infra.
114
  Fernándezb 2004, p. 409: «los católicos hablaban en latín y solo en latín, las igle-
sias donatistas contrarias a la cultura latina e imperial estaban profundamente en-

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Volume Muscae moriturae Donatistae circumvolant.indb 52 21/03/13 09:30


1. TRA STORIA, STORIOGRAFIA E AGGIORNAMENTI 53

di Agostino sarebbe stata quella di comprendere e far comprendere ai


cattolici la necessità di una penetrazione negli strati popolari basata ap-
punto sull’utilizzo del «púnico o africano115».
L’avanzamento degli studi in ambito sociologico e antropologico ha
impostato in modo nuovo la conoscenza e i metodi di indagine per
quanto riguarda le società caratterizzate dalla contemporanea presenza
di più lingue: questo ha sostanzialmente imposto l’abbandono di sche-
mi basati su contrapposizioni troppo nette, poiché le infinite sfuma-
ture attraverso le quali avviene il contatto tra lingue e culture diverse
non si lasciano rinchiudere nell’economia binaria della dominazione e
dell’asservimento.
La cultura romana è contemporaneamente unitaria e molteplice, nel
senso in cui non c’è una sola cultura romana, cioè quella di Roma, che tut-
te le province si sforzerebbero di imitare … ma una varietà di modi nell’es-
sere romani116:
è sulla base di questo approccio che anche nel campo di questa inda-
gine mi propongo di prendere in esame la questione del punico/libico
in relazione allo scisma d’Africa.
I romano-punici che nelle epigrafi dimostrano di possedere nomi pu-
nici nei testi in quella lingua, e nomi propriamente romani nella ver-
sione latina, già presentano ben più di una semplice “traduzione117”:

carnadas en su pueblo y habían adoptado, como única lengua, la materna, el púnico


o africano». Questa tesi era già stata formulata dallo stesso autore in Fernándezb 1997.
115
  Mi pare d’altra parte eloquente l’incertezza lessicale di Santiago Fernández Ar-
danaz nella definizione di questa lingua, specialmente alla luce degli sviluppi che
la questione punico/berbera ha assunto negli ultimi cent’anni [essa annovera tra i
propri padri nobili, oltre al già citato Frend, anche studiosi precedenti come Renan
1878 e Gsell 1920 (favorevoli all’ipotesi punica), o Courtois 1950 (sostenitore dell’i-
potesi berbera)].
116
  «La culture romaine est à la fois une et multiple, en ce sens qu’il n’y a pas une
culture romaine, qui serait celle de Rome, et que toutes les provinces de l’empire
s’efforceraient de copier … mais une moltitude de manières d’être romain»: Bargaoui
2004, p. 204.
117
  Cfr. almeno, per uno sguardo generale, Lassere 1988. Sulle «traduzioni» nelle epi-
grafi neo-puniche, cfr. anche Bertinelli 1970 e De Simone 2003. «En dépit de la variété
des substrats indigènes, punique, libyque, numide, berbère, de la diversité chro-
nologique de l’évolution des statuts municipaux, l’identité africaine multiple s’ex-
prime dans le cadre de l’onomastique romaine. Au fur et à mesure que les analyses
s’affinent, les diagnostics de “résistance autochtone” pour qualifier les marques
indigènes comme ceux de “collaboration de classe ” pour le nomenclatures appa-
remment italiennes qui, en fait, portent fréquemment une marque indigène non
décelée, s’averent inadaptés; ils reflètent les idéologies de la fin du colonialisme. …
La nécessité d’adaptation à un répertoire linguistique et à une nomenclature ono-
mastique importés n’a constitué ni un obstacle à la romanisation ni une contrainte
violente: un système onomastique n’a pas chassé l’autre, les deux se sont imbriqués.
Cette conciliation constitue la vraie acculturation dont l’onomastique, symbole de
la société, est le révélateur: au IIIe siècle, un magistrat, curateur de la colonie de Car-
thage, ne s’appellait-il pas M. Virrius Flavius Jugurtha?» (Dondin 2005, p. 177).

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Volume Muscae moriturae Donatistae circumvolant.indb 53 21/03/13 09:30


54 MUSCAE MORITURAE DONATISTAE CIRCUMVOLANT

ma ancor più significativa è la tendenza a superare la logica della tra-


duzione, che è pur sempre indice dell’alterità rispetto alla lingua nella
quale si traduce, per passare al tentativo di rendere i medesimi concetti
attraverso le espressioni idiomatiche tipiche di ciascuna delle due lin-
gue118. Si tratta evidentemente di un processo di implementazione che
conduce alla costruzione di una identità poliedrica, ma non irrisolta
nelle sue componenti: quella a sud del Mediterraneo si dimostra essere
una civiltà afro-romana119, un modo specificamente regionale di essere
e sentirsi “romani120”, e questo rende poco attendibile la chiave di let-
tura che proponeva di vedere nella persistenza del punico una forma
di resistenza identitaria contro la dominazione romana, e soprattutto
di postularne la naturale convergenza verso la dissidenza religiosa della
pars Donati.
Non è questo il luogo per una disamina approfondita dei risultati del-
la ricerca sociolinguistica ed etnografica degli ultimi trent’anni: ma è
indispensabile almeno riassumerne le conclusioni più significative per
la contestualizzazione dello scisma donatista. In primo luogo, occor-
re accettare la rimessa in discussione del diffuso luogo comune di una
marcata differenza a livello sociale tra chi parlava il latino e chi il neo-
punico: le testimonianze epigrafiche sopra ricordate raccontano di pro-
118
  Per tutta questa parte, cfr. Adams 2003, pp. 200-246. Mi pare significativo richia-
mare un esempio spesso citato, sia pure senza trarne tutte le conclusioni: Agosti-
no chiama il proprio figlio “Adeodatus”, nome teoforico di chiara origine punica.
Esso infatti corrisponde al punico “Mutumba’al/Iatanba’al” (= “dono del Signore”,
“dono di Baal”); tuttavia, la resa più corrente in latino era offerta da “Saturninus”
(per l’acquisita corrispondenza tra il punico Baal e il latino Saturno) o dal più sin-
tetico “Donatus”. Dunque, la scelta di Agostino fu quella di un corrispondente la-
tino che, pur conservando l’origine punica, testimoniasse di una precisa coscienza
filologica: attestazione questa del raggiungimento di un livello sociale e culturale
capace di esprimere una sintesi cosciente, più che il semplice appiattimento su una
“traduzione” allofona. È altrettanto interessante il processo di resa epigrafica dei ter-
mini latini indicanti cariche pubbliche civili e militari, ove si rileva la stessa varietà
di soluzioni, anche sofisticate (comparatio - translatio – transcriptio), già rilevate per
il greco: cfr. Bertinelli 1970, pp. 33-56 e 84-88. Secondo Lassere 2000, p. 125 i nomi
teoforici in Africa avrebbero visto l’apice dell’impiego durante l’alto impero, per
poi registrare una «sensibile disaffezione». Rimane in ogni caso evidente il rischio
insito nel sovrapporre “latinizzazione” (in senso strettamente linguistico) e “roma-
nizzazione” in senso più ampiamente “culturale”; questo rischio diventa più chiaro
quando si analizzino le trasformazioni nella vita materiale: per questo, cfr. infra in
questo stesso capitolo.
119
  Traina 2006, p. 153 osserva che «non a caso si è parlato di una “civiltà dell’Africa
romana” … o, più di recente, di “romano-africani”, ma i protagonisti di questa ci-
vilisation non sono mai stati definiti “afro-romani”, a differenza dei “gallo-romani”
celebrati dalla tradizione degli studi e considerati più o meno esplicitamente come
più sviluppati».
120
  D’altronde il latino stesso risponde a varianti di tipo regionale, segno evidente
della sua vitalità in contesti diversi da quelli di origine: per una rapida disamina di
questi fenomeni, cfr. Adams 2008, che tratta della situazione africana alle pp. 259-
270 e 516-576.

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Volume Muscae moriturae Donatistae circumvolant.indb 54 21/03/13 09:30


1. TRA STORIA, STORIOGRAFIA E AGGIORNAMENTI 55

cessi di ascesa sociale che nell’arco di tre-quattro generazioni potevano


dirsi completati, ma è interessante anche notare come la progressiva
latinizzazione dei testi e dell’onomastica non corrisponda ad un brusco
abbandono, ad un rinnegamento dell’identità precedente121; anzi, pro-
prio la presenza numericamente significativa di epigrafi bilingui dimo-
stra la conservazione delle interazioni sociali pregresse e il desiderio di
confermarne la validità. Del resto, se la lunga durata del punico fosse da
attribuirsi ad una “resistenza” antiromana risulterebbero inspiegabili
trasformazioni come l’introduzione di una forma scritta corsiva con in-
serimento delle vocali, e poi il passaggio ad una scrittura che faceva uso
dell’alfabeto latino per rendere testi in punico122; epigrafi bilingui non
sono poi esclusiva dei ceti più abbienti, quanto meno per un fenomeno
di mimesi culturale da parte dei ceti medi ed emergenti: anche in que-
sto caso occorre dunque sfumare le più radicate convinzioni in materia.
Deve inoltre essere ricordato come le interazioni sociali in area nor-
dafricana, non diversamente da molte altre regioni dell’impero, non
fossero ristrette a due sole lingue: almeno nelle regioni costiere non è
da trascurarsi la conoscenza del greco123, in quelle dell’interno è certa la

121
  È interessante la figura del grammaticus Victor, che nei Gesta apud Zenophilum con-
sularem tramandati tra le appendici dell’opera di Ottato (non rientrando nell’edizio-
ne di Labrousse, occorre far riferimento ancora a Ziwsa 1893; il passo in questione
si trova a p. 185, linee 4-13), richiesto di declinare la propria identità risponde con
orgoglio di essere un professor romanarum litterarum, grammaticus latinus; figlio di un
decurione cirtense, nipote di un militare del comitatus imperiale, Vittore termina la
declinazione delle proprie generalità affermando che origo nostra de sanguine Mauro
descendit, ove chiaramente si avverte l’assenza sia di una qualsiasi “vergogna” nei
confronti di questa origine, sia al contrario di una rivendicazione identitaria anti-
romana («Victor 1»: PCBE 1, pp. 1152-1153; «Victor» in Kaster 1988, pp. 372-373; cfr.
l’analisi della sua figura in Modéran 2003a, pp. 529-530.
122
  Per quest’ultimo caso occorre riferirsi a quella parte di epigrafi bilingui che ini-
zialmente erano state attribuite a una parlata che, a seconda degli studiosi, doveva
essere più genericamente “libica” o più specificamente berbera: cfr. da ultimo sulla
questione Adams 2003, pp. 230-235. Sono comunque testimoniate epigrafi bilingui
punico/libiche: Millar 1968 aveva sostenuto la necessità di una maggior prudenza
circa l’attribuzione di questi scarni lacerti di testo a una forma antica di berbero; cfr.
anche Adams 2003, pp. 245-246. Per la definizione di “neo-punico” a partire dalle
variazioni nella sua forma scritta dipendo da Jaïdi 2004, p. 22 ; le problematiche rela-
tive all’uso di queste definizioni sono state affrontate da Sznicer 1978.
123
  È stata da tempo abbandonata, tra gli studiosi, la percezione del greco come lin-
gua della cultura la cui conoscenza sarebbe da ricercarsi solo tra gli strati più elevati
della società. Oltre al caso degli schiavi di lingua greca, per cui abbondano le testi-
monianze epigrafiche, occorre ricordare come questa lingua fosse diffusa in tutti gli
scali commerciali che avessero un qualche rapporto con il Mediterraneo orientale.
Inoltre, benché del tutto minoritaria, è pur sempre attestata epigraficamente nell’ar-
co dei secoli la presenza di etruschi, celti, siriani, balcanici: cfr. le rispettive indi-
cazioni bibliografiche in Mattingly 1995, pp. 172-173. Per la significativa presenza
giudaica, spesso chiamata in causa per il suo presunto e persistente antiromanismo,
cfr. la rapida ma circostanziata disamina di Solin 1991, che tra l’altro insiste sull’a-
vanzato grado di “romanizzazione” degli ebrei d’Africa e sulla assenza da parte loro

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56 MUSCAE MORITURAE DONATISTAE CIRCUMVOLANT

presenza di parlate tribali di ceppo camito-semitico, sebbene sia ancora


oggetto di discussione se vedere in queste parlate una forma unitaria e
strettamente affine al berbero moderno, e soprattutto se la loro durata
possa essere considerata una forma di cosciente resistenza culturale al
dominio romano.
È necessario infine tener conto che in una società caratterizzata dalla
presenza di molti individui bilingui non necessariamente il rapporto
con la seconda lingua risponde per tutti alle stesse esigenze, allo stesso
vissuto o alle medesime costruzioni identitarie: significativo è l’uso del
greco in questa chiave. La presenza di fenomeni di «code-switching»
nelle epigrafi del Mediterraneo occidentale, nelle quali compaiano sin-
goli termini o espressioni greche, è spesso collegata all’affermazione
identitaria in termini professionali, piuttosto che etnici: essa caratteriz-
za in modo speciale due gruppi socialmente molto diversi come i medi-
ci e le prostitute124.
Non sempre i rapporti tra lingue diverse devono poi essere letti in ter-
mini di competizione: esistono infinite gradazioni in cui una seconda
lingua possa essere conosciuta ed impiegata e, quanto meno, c’è una
differenza talvolta poco considerata tra la capacità di scrivere in una
lingua diversa dalla propria e quella di esprimersi oralmente125. A pro-
posito delle epigrafi africane bilingui del III/IV secolo è stato da tempo
osservato e discusso come, all’interno del processo di latinizzazione
onomastica126, i nomi propri latini siano spesso correttamente con-
servati al nominativo nel testo latino, e invece riportati al vocativo in
quello punico. Secondo l’analisi di James N. Adams, soggetti di lingua
madre neo-punica avrebbero appreso il proprio nome latino per via
orale, non scritta: poiché nella parlata i nomi dovevano essere espres-
si nella maggioranza delle situazioni al vocativo, è declinata in questo
caso che essi assunsero la propria connotazione identitaria nella parlata
neo-punica127. Si tratta evidentemente di una platea di soggetti in grado
di parlare latino a un livello sintattico e lessicale probabilmente molto
povero, ma coscientemente intenzionati a lasciarne memoria: eppure
questo non significa che ci si trovi di fronte a persone in grado di par-
lare indifferentemente due lingue. È stato osservato che in ambienti e
società bilingui spesso i due idiomi sono utilizzati per aree di significa-

di posizioni antiromane; secondo Pietri 1990, il precoce uso del latino nella chiesa
africana sarebbe il risultato della già avvenuta latinizzazione linguistica delle comu-
nità della diaspora, a partire dalle quali si sarebbe costituito un duraturo giudeo-
cristianesimo nella regione.
124
  Adams 2003, pp. 356 ss.
125
 Cfr. Lentin 2004, p. 342-343.
126
  Per un aggiornamento in questo campo, cfr. Amadasi 2002/2003.
127
  Adams 2003, pp. 218-219 e 512-515. Ho utilizzato Adams perché più recente: ma il
dibattito interpretativo su questo aspetto risale ai primi decenni del XX secolo, per
cui cfr. almeno le indicazioni bibliografiche nello stesso Adams 2003, p. 219 nota 429
e p. 513 nota 296.

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1. TRA STORIA, STORIOGRAFIA E AGGIORNAMENTI 57

zione diverse: la lingua degli affetti, ad esempio, rispetto a quella delle


relazioni sociali; la lingua degli affari rispetto a quella dell’amministra-
zione della giustizia, o nel caso tardo-romano quella dell’esercito rispet-
to a quella della società di provenienza o a quella di acquartieramento.
Non è solo una questione di contenuti: la scelta di esprimersi in una
lingua piuttosto che in un’altra, o il fenomeno del «code-switching»,
cioè dell’uso di espressioni più o meno idiomatiche in una lingua di-
versa da quella di riferimento (in questo caso, ad esempio, proprio l’u-
so del termine «code-switching» costituisce, autoreferenzialmente, un
fenomeno di «code-switching»…128), possono costituire a seconda dei
contesti sia una strategia di esclusione di una parte degli ascoltatori, sia
al contrario un mezzo per aumentare la comprensibilità della comuni-
cazione.
Per concludere, nel caso specifico della situazione nordafricana tra IV
e V secolo si possono indicare alcuni elementi ormai acquisiti, che mo-
dificano il quadro tradizionale di una stretta alleanza in funzione anti-
romana tra chiesa donatista e popolazione di madrelingua neo-punica:

- la situazione sul terreno varia in modo considerevole all’interno delle


singole province. Quel che è certo è che non si può pensare ad aree di
rigida monoglossia;
- nelle aree più densamente popolate, che si tratti delle città o delle
campagne a coltivazione più intensiva, non è corretto neppure par-
lare semplicemente di “bilinguismo”. È piuttosto più aderente alla
realtà considerare la presenza di elementi capaci di parlare, se non
scrivere, o almeno intendere il greco o le parlate tribali, con tutte le
gradazioni di asimmetria immaginabili nei diversi contesti129;

128
  Nell’ambito degli studi di sociolinguistica, il termine ha ricevuto definizioni
diverse; tuttavia, per l’uso che se ne è fatto in questo paragrafo, credo che sia suffi-
ciente l’esplicazione piuttosto generica che ne ho fornito. Per un approfondimen-
to, oltre al più volte citato Adams 2003, pp. 18 ss., cfr. anche la messa a punto di
Nilep 2006.
129
 Cfr. Lentin 2004, pp. 346-347. Simonb 1946, pp. 93 ss. ritiene che punico e libico
convivessero nelle stesse aree, e che non ci siano elementi sufficienti per decidere
tra competizione, sostituzione o sovrapposizione; ma rimane incerta tra gli studiosi
la valutazione sull’area di diffusione del neopunico e dei suoi rapporti con il libico-
berbero specialmente nel IV secolo: ad esempio, Sznicer 1996 (ripreso quasi letteral-
mente in Sznicer 2002/2003) considera che la testimonianza agostiniana sia valida
per l’area attorno a Ippona, ma che questo non sia necessariamente indicativo per la
situazione nel resto del nord Africa. Ritiene in espansione il libico-berbero, e in arre-
tramento il neo-punico Chaker 2002/2003, cui rinvio per una rapida disamina delle
numerose varianti nelle parlate e soprattutto nelle modalità di scrittura; segnalo, a
titolo esemplificativo, la riflessione di questo autore sull’uso contemporaneo nelle
stesse aree di alfabeti diversi: giudicando inadeguate le spiegazioni tradizionali ba-
sate o sul concetto geografico di “aree di sovrapposizione” o su quello cronologico,
egli propone come chiave interpretativa la differenza sociale dei dedicatari. Mi pare
infine doveroso sottolineare come tra gli studiosi di linguistica sia più frequente, ri-
spetto agli antropologi e agli etnologi, la tendenza a interpretare il multilinguismo

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58 MUSCAE MORITURAE DONATISTAE CIRCUMVOLANT

- da sottolineare che, proprio in base alle risultanze epigrafiche, non si


può parlare di una polarizzazione tra un elemento urbano di lingua e
cultura latine e un elemento di lingua e cultura punico/libiche130 atte-
stato nelle zone rurali131;
- se per una parte delle persone di elevata cultura le lingue locali (come
il neo-punico nel nostro caso) sono espressione di provincialismo,
per altri membri degli stessi gruppi di potere132 esse godono di una
propria dignità e di uno status di alto livello culturale, come è possi-
bile evincere, tra gli altri, dalla discussione tra Agostino e Maximus,
grammaticus della città di Madaura133;

in termini di competizione per il predominio piuttosto che di coesistenza e recipro-


co influsso tra parlate diverse.
130
  Si è fatto fin qui di simili termini, in vista degli obiettivi piuttosto limitati di que-
sta rassegna, un uso abbastanza generico; essi andrebbero meglio definiti tenendo
almeno conto delle mutazioni indotte dalla diacronia: ad esempio, c’è differenza
tra “punico” inteso come individuo proveniente dalla Fenicia ed appena installato
su suolo africano, o come discendente da più generazioni da un simile antenato.
Però anche le varianti diatopiche non dovrebbero essere sottovalutate: se non è così
semplice tracciare il confine tra autoctoni e lontani discendenti da immigrazioni
distanti nel tempo, c’è anche differenza tra chi proviene dalla Fenicia e chi, pur qua-
lificato come “punico” per lingua e cultura, provenga da altre zone di colonizzazio-
ne come la Sardegna, la Sicilia o la penisola iberica (per tutta questa parte, rinvio
alla lucida messa a punto di Ghaki 2005). Sull’annosa questione dell’etimologia di
“berbero”, come derivata dal classico barbarus (su cui si era già espresso a più riprese
Simon), segnalo la breve comunicazione di Colin 1954/1955, che rafforzando questa
ipotesi nota come da quella radice greco/romana gli arabi abbiano tratto una serie
di termini consimili per denominare diversi popoli eteroglossi con cui sono entrati
in contatto in aree geografiche molto lontane tra loro (Maghreb/Nubia/Somalia).
131
  Lo poteva considerare già scontato Millar 1968, p. 130; ma cfr. ancora Gasparri
1998, p. 34: «l’alterità della chiesa donatista nei confronti delle città è la spia più
chiara della sua estraneità alla tradizione greco-romana».
132
  Sulla presenza, costante e proporzionalmente rilevante almeno fino a tutto il III
secolo, di membri dei ceti più elevati in possesso di competenze bilingui, cfr. Jaïdi
2004, pp. 25-27. Credo si possa ormai considerare superata la posizione di Brown
1968, che vedeva nella valutazione positiva del punico da parte di Agostino soltanto
il riconoscimento che si tributa a uno strumento di provvisoria utilità.
133
  Augustinus Ep 16 e 17. «Maximus 3»: PCBE 1, pp. 733-734; «Maximus 28»: PLRE 1,
p. 585; Mastandrea 1985; «Maximus» in Kaster 1988, p. 311. A titolo di curiosità, data
la limitata attinenza con la presente riflessione, segnalo qui la rivendicazione di una
“identità berbera” per Agostino operata, sotto forma di romanzo storico, da Ferrah
2004. Come nel caso di Akkache 2006, la riscoperta dell’ “africanità” in chiave iden-
titaria contemporanea dimostra, in area maghrebina, un significativo connubio con
un genere letterario – il romanzo storico – programmaticamente rivolto alla forma-
zione dell’opinione pubblica. Anche il già richiamato Pottiera 2006 (prima edizione
1945) pp. 24-25, muovendo da obiettivi affatto opposti affermava senza esitazioni
che Agostino «parlait aussi le berbère» e odiasse i conquistatori romani (pp. 56 ss.);
ma, dopo aver utilizzato il tramite di Agostino per dimostrare l’iscrizione nel proget-
to provvidenziale del dominio francese sull’Algeria, concludeva (pp. 264-265) invi-
tando ad offrire una traduzione berbera dell’ipponense come infallibile veicolo per
la cristianizzazione dei berberi islamici…

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Volume Muscae moriturae Donatistae circumvolant.indb 58 21/03/13 09:30


1. TRA STORIA, STORIOGRAFIA E AGGIORNAMENTI 59

- Agostino dimostra a più riprese di conoscere il punico134: tuttavia, ri-


conosce la differenza tra un uso colloquiale o quello di citazioni ed
etimologie all’interno di un discorso preparato e condotto in latino, e
invece la conduzione un dibattito teologico direttamente in punico,
per cui richiede la presenza di un interprete (cfr. punto successivo);
- se l’episodio di Fussala135 dimostra la difficoltà di trovare ecclesiastici
in grado di usare il punico come lingua della catechesi e del culto, nel
caso delle plebi massaliensi - per cui Agostino propone al vescovo do-
natista Crispino di Calama un dibattito con contestuale traduzione
in neo-punico per renderlo comprensibile agli astanti136 - occorre ri-
cordare che la popolazione contesa tra i due vescovi, di lingua madre
neo-punica, era in origine cattolica. Solo l’imposizione del vescovo
donatista, nella sua acquisita qualità di conductor del fondo agricolo
in questione, aveva potuto indurre quei fedeli al ribattesimo e al pas-
saggio alla pars Donati137.

1.4.2 «A time for a paradigm shift?»138 Sull’attualità dell’interpreta-


zione del donatismo come resistenza alla “romanizzazione”.
È stato tutto sommato piuttosto arbitrario occuparsi in maniera se-
parata della questione linguistica in relazione al movimento donati-
sta, come se essa potesse costituire un ambito a sé stante rispetto al
tema più ampio della presunta resistenza “ culturale” all’occupazione
romana. Se rimane un errore di prospettiva la proiezione sul passato
delle istanze di carattere identitario tipiche della contemporaneità,
è altrettanto pericoloso ridurre alla dimensione etnica la complessa
e proteiforme costruzione di identità individuali e sociali139, e tanto
più di quelle religiose; la questione del rapporto tra lingue autocto-
ne e lingua dei conquistatori è diventata sintomatica solo dopo la
conquista coloniale del Nordafrica, e deriva con uno stretto rapporto
di causa-effetto dalla volontà cosciente delle potenze europee di im-
porre la propria lingua ai popoli sottomessi. È in questa stessa ottica
che è stato elaborato, a partire dagli inizi del XX secolo, il concetto
di “romanizzazione”140: proposto originariamente dagli storici dell’ar-

134
 Cfr. Green 1951, pp. 185 e 190.
135
  Augustinus Ep 209, 2-3 e 20*, 3.
136
  Augustinus Ep 66, 1-2; Augustinus LitPet 2, 83, 184; sulla vicenda, cfr. Frend 1983;
Lancel 1983; Merdinger 1999 ; O’Daly 2004.
137
  Sintesi in Fernándezb 1991, p. 144.
138
  Riprendo qui la provocatoria domanda con cui Mattingly 2002 riassume la pro-
pria riflessione.
139
 Cfr. Jonesb 1997, specialmente per la considerazione dell’etnicità come uno dei
diversi fattori attraverso i quali le società costruiscono la propria identità. Cfr. anche
Sheldon 1982, pp. 103 ss.; Fentress 1982 ; utile sintesi critica in Whittakerb 2009.
140
  Questione ben riassunta in Le Roux 2004, p. 296: «sur la romanisation plane
depuis l’origine l’ombre des expériences coloniales européennes, principalement

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60 MUSCAE MORITURAE DONATISTAE CIRCUMVOLANT

te, alla sua base si trovava l’idea che un modello culturale sostanzial-
mente unitario si fosse affermato sovrapponendosi a culture inferio-
ri, soggetti passivi in questo processo141. Pur aggiornato dopo la metà
del secolo, attraverso il riconoscimento del concetto di imitazione/
assimilazione che restituiva agli autoctoni una dimensione attiva nel
processo di acculturazione142, questo modello è stato rimesso in di-
scussione sulla spinta esercitata dagli studi etnografici, antropologici,
sociologici e linguistici: non solo la scuola marxista ha individuato il
ruolo delle differenze sociali nel marcare le diversità indigene di ri-
sposta alla “romanizzazione”, ma è sostanzialmente entrato in crisi
un modello che vedeva interagire due sole entità monolitiche come la
cultura romana e quella nativa. È divenuto lecito ad esempio chiedersi
“quale” cultura romana fosse quella con cui gli autoctoni entrassero
in contatto, e si è reso necessario riconoscere l’influenza esercitata nei
processi di interazione dalle differenze di status sociale e dai rapporti
di forza tra i protagonisti. D’altra parte, gli studi antropologici più re-
centi hanno messo in discussione il significato stesso dell’adozione di
una cultura - o anche solo di alcuni dei suoi costituenti – come indi-
catore di una omogeneizzazione: specialmente per quanto riguarda i
risultati della ricerca archeologica, è divenuto chiaro che l’adozione
di elementi della cultura materiale non comporta necessariamente
adesione ai significati e ai valori di cui essi sono portatori nell’ambien-
te originario143. Insomma anche il dibattito, sopra ricordato, avviato
dalla proposta di “decolonizzare” la storia, che ebbe il suo epicentro in
Francia a partire dagli anni ’70 del Novecento, non avrebbe poi avuto
i caratteri di novità che molti allora gli attribuirono, poiché rimaneva

anglaises et françaises… Le succès du mot a pris naissance dans le contexte d’une


vision européocentrique triomphante de l’histoire, influencé aussi par le modèle de
la russification imposée par les tsars à leur empire. Ensuite, la mise en question d’u-
ne romanisation réussie et civilisatrice a logiquement accompagnée le temps de la
libération des peuples colonisés et des revendications nationales et identitaires de la
décolonisation».
141
  Cfr. Webster 2001, p. 209; Mattingly 2004, pp. 5-7. In polemica con quest’ultimo
studioso, Cecconi 2006a, p. 88 segnala che «il dato che più lascia perplessi è che in
quest’inizio di XXI secolo si affermi o si dia per scontato che continuano a prevalere
visioni stereotipe e tradizionali sui benefici dell’impero romano come civiltà supe-
riore impostasi sui popoli più arretrati oppure visioni sostanzialmente nazionaliste
e filoimperialiste. Tali affermazioni sono in genere mal supportate da referenze bi-
bliografiche precise di qualche rilevanza, mentre sono assai frequenti i richiami alle
elaborazioni teoriche di Haverfield, di circa un secolo fa, anziché di suoi eventuali
epigoni, come sarebbe sensato fare».
142
  Millett 1990. Nell’icastica formulazione di Sheldon 1982, p. 106, «la “romaniz-
zazione” ha negato l’importanza delle culture locali, la “resistenza” ha mascherato
le loro divergenze e “l’acculturazione” ha negato le relazioni esistenti fra potenza
politica ed economica, che condizionavano le due culture».
143
  Benchè focalizzate sull’area britannica, sono interessanti dal punto di vista teo-
rico le osservazioni di Cooper 1996 sui processi di adozione di elementi della cultura
materiale nella transizione romano/sassone.

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1. TRA STORIA, STORIOGRAFIA E AGGIORNAMENTI 61

in fondo prigioniero della medesima concezione conflittuale tra due


culture monolitiche, quella romana e quella indigena: la semplice in-
versione dei rapporti di forza, che valorizzava la capacità di “resisten-
za” dell’elemento indigeno, non stava però mettendo in discussione il
paradigma dualistico sotteso al concetto di romanizzazione144.
Anche in questo caso, ovviamente, non è questa la sede per tracciare
uno status quaestionis su un dibattito tanto ampio e ancora sostanzial-
mente in corso145; è però significativo che esso si svolga tra due estremi
di diseguale portata: da una parte la proposta radicale di David Mattin-
gly, che invita provocatoriamente all’abbandono dell’uso di un termi-
ne ormai irrimediabilmente segnato dalla propria evoluzione semanti-
ca146, dall’altra il tentativo ancora in corso di una risemantizzazione del
termine, capace di escluderne le implicazioni imperialistiche moderne
pur mantenendo la capacità di riassumere le caratteristiche fondamen-
tali della civiltà romana147. In quest’ultima direzione è da prendere in
considerazione il caveat lanciato da Richard Hingley: secondo questo
studioso la chiave di lettura più attuale, basata sull’utilizzo del paradig-
ma della globalizzazione per interpretare la negoziazione delle identità
antiche, rischia semplicemente di condizionare nuovamente in senso
eccessivamente contemporaneo il focus dello sforzo di comprensione
dello storico148.
Più che il paradigma della globalizzazione, sembra essere utile uno
strumento come quello proposto da Jane Webster, studiosa che mutua
dall’antropologia moderna il concetto di “creolizzazione”, ad indicare
non solo il prodotto della reciproca influenza tra due culture, ma anche
la pluralità di significati che, a seconda dei contesti sociali e dei rapporti
di potere, può assumere un medesimo aspetto di cultura materiale o lin-

144
  Le Roux 2004, p. 294. Webster 1996b è utile per la rapida sintesi offerta dell’ipotesi
metodologica che, abbandonando la dicotomia tra storia “coloniale” e storia “de-
colonizzata”, si propone di rileggere l’esperienza romana alla luce di un paradigma
“post-coloniale”, capace di superare l’eurocentrismo e la gabbia concettuale costitu-
ita dall’opposizione rigida tra passività e resistenza; un lucido ed aggiornato quadro
metodologico è offerto in Mattingly 2011, pp. 3-42.
145
  Oltre ai già citati Le Roux 2004 e Mattingly 2004, cfr. anche Crawley 2003; sono
inoltre di grande utilità le riflessioni di Cecconi 2006a e Traina 2006.
146
  Mattingly 2002, p. 540. Significativa delle incertezze ancora vive tra gli storici è
l’ambiguità, su un tema tanto importante, riscontrabile nelle diverse posizioni as-
sunte dai redattori in Keay 2001.
147
  In aggiunta ai già citati Le Roux 2004, che dà al proprio intervento un carattere
ancora interlocutorio, e Cecconi 2006a, è da segnalare l’interessante tentativo opera-
to in questa direzione da Revell 2009.
148
 Cfr. Hingley 2003, sebbene mi sembri eccessivo sostenere che questa chiave di let-
tura «have been introduced to our studies without any explicit discussion» (ibidem,
p. 118); queste riflessioni sono state in seguito riprese con maggior approfondimen-
to in Hingley 2005, spec. p. 14 ss. Segnalo, per una riflessione critica, le perplessità
sul modus operandi di questo studioso espresse da Cecconi 2006a, p. 88 nota 40 e p.
90 nota 51.

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62 MUSCAE MORITURAE DONATISTAE CIRCUMVOLANT

guistica149. Il dibattito seguito a questa recente proposta è ovviamente


ancora alle sue prime battute: tuttavia, mi pare sia sfuggito ad alcuni
commentatori come la proposta di Webster sottolinei che i processi di
creolizzazione di una cultura operano sempre a partire da «rapporti di
forza asimmetrici150», il che mi pare depotenziare l’accusa che le è stata
mossa di
attenuare, sino a perderla, la componente dominante romana151.
Patrick Le Roux ha evidenziato il valore euristico di questa chiave di let-
tura, se applicata alla storia dell’impero romano, proprio perché essa sal-
vaguarda le fondamentali sfumature che caratterizzano un «adattamen-
to accompagnato da resistenze152». Anche quest’ultimo studioso, dopo
aver offerto attraverso il paradigma del meticciato un nuovo tassello al
tentativo di comprensione dei processi culturali antichi, ha posto con
forza la necessità di ridefinizione del concetto di “romanizzazione”: una
ridefinizione tuttavia ancora lontana, per ora, dal momento della sintesi.
1.4.3 Progenies vaesana Iubae153: Firmo e Gildone tra insurrezione
etnica, politica mediterrranea e “barbari mitriati”
Questo assai rapido excursus sull’attuale dibattito storiografico con-
sente ora di riprendere in modo più costruttivo la vexata quaestio di una
attribuzione di significato allo scisma donatista in chiave di resisten-
za antiromana. Tradizionalmente l’argomento più forte a supporto di
questa tesi viene riconosciuto, oltre che nella questione linguistico/
etnica discussa nel paragrafo precedente, nel ruolo avuto da Ottato, ve-
scovo donatista di Thamugadi, a fianco di Gildone154 nel corso della sua
rivolta. Si tratta di un argomento la cui estrema debolezza è già stata
riconosciuta da tempo155, ma che stenta ad affermarsi nell’opinione co-

149
  Webster 2001.
150
  Webster 2001, p. 218: «asymmetric power relations».
151
  Cecconi 2006a, p. 89.
152
  Le Roux 2004, p. 300. Risulta utile, per una riflessione metodologica di più ampio
respiro, anche Barrett 1997; infine, può essere utile affiancare a queste proposte la
chiave di lettura basata sul concetto di “discrepancy”, ben sintetizzata in Mattingly
2011, pp. 29 e 213.
153
  Claudianus Gild, v. 332.
154
  «Gildo»: PLRE 1, p. 395-396; «Gildo 1»: PCBE 1, p. 539. «Optatus 2»: PCBE 1, pp.
797-801. Il principale sostenitore di questa tesi è stato Frend 1952b, pp. 208-226; è ad
esempio ancora il quadro proposto senza varianti da Gasparri 1998, p. 37: «Gildone
finì … per guidare la rivolta in Nordafrica contro l’Impero, in stretto contatto con il
vescovo numida Optato di Thamugadi, che all’epoca era il vero capo dei donatisti.
Espressione dell’ala estrema del movimento, Optato organizzò militarmente i cir-
cumcellioni, facendone una forza considerevole, in grado non solo di terrorizzare,
ma anche di controllare interi territori».
155
  Un quadro generale della questione è offerto nello studio di grande spessore cu-
rato da Modéran 1989.

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1. TRA STORIA, STORIOGRAFIA E AGGIORNAMENTI 63

mune degli storici del donatismo: come si vedrà tra poco, proprio l’uso
che ne fa Agostino lascia intendere che la posizione del «barbare mitré»,
come lo definì il cattolicissimo Paul Monceaux156, non fosse condivisa
a livello generale dall’episcopato donatista. Credo tuttavia che la prova
più decisiva risieda nella revisione del significato da attribuirsi alle scel-
te politiche dei figli di Nubel157 che successivamente capeggiarono due
rivolte in terra africana, e del terzo che forse non ebbe la medesima oc-
casione perché prudentemente fatto sopprimere da Stilicone158 prima
che essa gli si potesse presentare. Firmo159, Gildone e Mascezel160 erano
tra i figli di questo eminente iubaleno, già inserito nel gioco politico
provinciale, forse figlio a sua volta di un vir perfectissimus e titolare del
comando di un corpo militare romano161; essi salirono a turno rapida-
mente nella carriera amministrativa e militare romana: il primo, pro-
babilmente responsabile dell’assassinio di un altro fratello, Sammac162,
che aveva stabilito stretti legami con il comes Africae Romano163, tro-
vandosi sbarrata da quest’ultimo la via di un riconoscimento da parte
dell’imperatore Valentiniano164 si mise a capo di un’insurrezione quasi

156
  Monceaux 1901/1923, 4 p. 65: «Vrai barbare mitré, sans mesure ni scrupule, tout
à ses passions sauvages: tyran impitoyable, cruel et farouche, mais d’une énergie in-
domptable, conducteur d’hommes, chef résolu, devant qui tous tremblaient. Opta-
tus fut le conseiller de Gildon, son âme damnée, et souvent l’exécuteur de ses hautes
oeuvres…»
157
  «Nubel»: PLRE 1, p. 633-634 e PCBE 1, p. 785. Per la discussa identificazione con
«Nuvel»: PLRE 1, 635-636 cfr. infra, nota 161.
158
  «Flavius Stilicho»: PLRE 1, pp. 853-858.
159
  «Firmus 3»: PLRE 1, p. 340; «Firmus 1»: PCBE 1, p. 457; «Firmus 2»: Divjak 2004,
coll. 29-30. Curiosamente, l’Augustinus-Lexikon non prevede una voce per suo fra-
tello Gildone, il cui legame col donatismo è stato più frequentemente chiamato in
causa proprio a partire dall’ipponense.
160
  «Mascezel»: PLRE 1, p. 566 e PCBE 1, p. 712.
161
 Cfr. Modéran 1989, pp. 840-841 e Blackhurst 2004, pp. 64-65. Una iscrizione tro-
vata a Rusuguniae associa Nubel alla deposizione di un frammento della vera cro-
ce (CIL VIII 9255 = ILCV 1822; una simile reliquia è ricordata, insieme a terra pro-
veniente dai luoghi santi, anche in CIL VIII 20600 = ILCV 2068), segno probabile
dell’inserimento di questo personaggio in un circuito politico vicino alla dinastia
regnante. In PLRE 1, 635-636 viene però posta in discussione l’identificazione del
dedicante Flavius Nuvel con il Nubel padre di Firmo e Gildone (PLRE 1, 633-634; cfr.
le importanti osservazioni di Le Bohec 2004, p. 289), sebbene questa scelta sembri
poco convincente a Matthews 1974, p. 104. L’identificazione è stata sostenuta per
primo, credo, da Gsell 1902 ; è stata ribadita da Camps 1984, p. 185, il quale dedica
alcune vivaci pagine alla ricostruzione dell’avanzamento nella carriera provinciale
di questa gens che pure non rinuncia alla propria identità maura, così come dimostra
l’onomastica delle sue diverse generazioni ; infine, è stata acriticamente riproposta
da Shawa 2011, p. 39.
162
  «Sammac»: PLRE 1, p. 801.
163
  «Romanus 3»: PLRE 1, p. 768; «Romanus 1»: PCBE 1, pp. 997-998.
164
  «Flavius Valentinianus 7»: PLRE 1, 933-934.

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64 MUSCAE MORITURAE DONATISTAE CIRCUMVOLANT

certamente nel 372-373165, che sembra aver interessato solo le due Mau-
retanie. È stata lungamente negata a Firmo la qualifica di usurpatore,
ritenendolo semplicemente un capotribù: in altri termini, si è visto nel-
la sua rivolta un episodio della “resistenza” indigena nei confronti del
potere imperiale166, piuttosto che un episodio dei conflitti di potere in-
terni alla società provinciale afro-romana. La sua rivolta, secondo molti
storici, sarebbe poi stata appoggiata dai circoncellioni e sostenuta dal
risentimento diffuso per l’onerosa tassazione167. Mi pare sintomatico il
modo abbastanza scontato con cui è ancora proposto il sostegno dona-
tista/circoncellionico a Firmo: ad esempio Maureen Tilley, in un lavoro
recente che pur avendo molti meriti pecca di qualche approssimazio-
ne, parla a questo proposito di una «alleanza mauro-circoncellionico-
donatista168», mentre l’unica fonte169 che associa i donatisti a Firmo,
senza però far menzione dei circoncellioni, si limita a riferire di come
essi si fossero rivolti a lui, che in quel momento era l’unica autorità ef-
fettiva sul terreno, per ottenere dalla forza pubblica la repressione dello
scisma interno capeggiato da Rogato di Cartenna (vescovo?)170. Tilley,
165
  La datazione non è ancora stata esattamente ricostruita: cfr. per i riferimenti
bibliografici Gebbia 1987, p. 118 nota 11. Blackhurst 2004, pp. 63-64 suggerisce che
la rivolta di Firmo sia sostanzialmente stata determinata dagli interessi di Romano
prima, e di Teodosio “il Vecchio” poi, che con la loro azione avrebbero provocato la
crisi degli equilibri di potere nella regione («Flavius Theodosius 3»: PLRE 1, pp. 902-
904; «Romanus 3»: PLRE 1, p. 768).
166
  In questi termini lo giudica ad esempio Kotula 1970; ma cfr. anche Rubin 1995,
secondo il quale la testimonianza di Ammiano renderebbe «perfectly clear that it
was fundamentally an ethnic uprising, fuelled by the dynastic rivalries within one
family of superficially Romanized Moorish kinglets» (p. 168).
167
  È quest’ultima la motivazione offerta da Zosimus IN 4, 16, 1-3 e da Ammianus RG 21,
5, 2 e 8, poi entrata nella nozione comune.
168
  Tilley 1997a, pp. 94 ss., con qualche ulteriore imprecisione (la repressione della
rivolta fu opera del magister equitum Teodosio “il Vecchio”, inviato in Africa ad arre-
stare il comes Romano, inviso per le sue responsabilità e la sua inerzia nella vicenda,
oltre che accusato di malversazioni; Teodosio fu a sua volta giustiziato a Cartagine
nel 275: cfr. sinteticamente Curran 2008, p. 88). Analoga posizione è stata sostenu-
ta da Gasparri 1998, pp. 37-41, anche in questo caso con qualche approssimazione
(viene ad esempio omesso il ruolo di Gildone nella repressione di Firmo, e quello di
Mascezel alla guida delle forze inviate da Stilicone. Cipriano collocato – p. 31- nel II
secolo, invece, deve essere il risultato di un refuso).
169
  Augustinus EpPar 1, 10, 16 e 1, 11, 17; Augustinus LitPet 2, 83, 184; Augustinus Ep
87, 10.
170
  Augustinus LitPet 1, 2, 16-17 e 2, 23, 53, da cui si evince chiaramente che l’azio-
ne del vescovo di Thamugadi è supportata dai militari e si svolge in un contesto di
impiego della forza pubblica per la repressione dei dissidenti (… cum intolerabili po-
tentatu etiam militibus sibi comitantibus …); si veda inoltre Augustinus CCresc 4, 58,
69. Del tutto tradizionale, in questo caso, il commento di Congar 1963b, p. 729-730:
significativa la patente di fedeltà al potere imperiale che egli rilascia a Rogato senza
alcuna prova, in questo imitato da Divjak 2004, col. 29 e Blackhurst 2004, p. 75. Per
la sostanziale estraneità donatista all’insurrezione di Firmo sono ancora valide le
considerazioni di Tengström 1964, pp. 79-83. «Rogatus 5»: PCBE 1, pp. 990-991, ove

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1. TRA STORIA, STORIOGRAFIA E AGGIORNAMENTI 65

a sostegno del ruolo circoncellionico, offre solo un generico rinvio alle


violenze attribuite ai donatisti in un paragrafo di Ottato di Milevi171 che
tuttavia non ha alcun riferimento con l’insurrezione di Firmo: si tratta
evidentemente di una inconscia proiezione su Firmo del sostegno che
vent’anni dopo il vescovo donatista Ottato di Thamugadi avrebbe offer-
to alla rivolta di Gildone. Insomma, con evidente circolarità, sulla base
della postulata alleanza sistematica tra donatisti e insorgenti diviene
possibile riconoscere prove di questa coalizione anche là dove le fonti
tacciono172.
Valentiniano173 inviò in Africa il magister equitum Flavio Teodosio174,
con il compito di sedare la rivolta: con lui collaborò attivamente uno
dei fratelli di Firmo, Gildone. Pochi anni dopo il futuro imperatore
Teodosio175, memore dei rapporti intercorsi tra Gildone e il proprio
omonimo padre, lo fece rientrare in scena nel gioco politico africano,
mentre l’indebolito Augusto occidentale, il troppo giovane Valenti-
niano II176, si trovava messo in discussione dalla rivolta nelle Gallie
di Magno Massimo177; nel complesso, la posizione di Gildone nei
confronti di quest’ultimo sembra essere stata perlomeno ambigua178.
Dopo la sconfitta di Massimo, comunque, Gildone risulta comes et ma-
gister utriusque militiae per Africam179 e, con riconoscimento ulteriore
sul piano della politica matrimoniale, imparentato alla famiglia im-
periale180; ma il quadro dei suoi rapporti con il vertice romano sembra

si sottolinea (nota 1) come l’attribuzione di una carica episcopale a questo personag-


gio sia solo il risultato di una - pur attendibile - deduzione logica.
171
  Tilley rinvia a Optatus 2, 18-19, il quale riferisce di diversi episodi di violenza che
verranno discussi infra, capitolo 4.
172
  L’errore prospettico sarebbe ancora più evidente se avesse ragione, come cre-
do, Modéran 1989, pp. 822 ss. che ritiene del tutto diverse le motivazioni e le
prospettive politiche delle due sollevazioni. Il mito dell’“eterno Giugurta” (così
ancora Gebbia 1987, p. 129: per una disamina di questo ormai insostenibile topos
storiografico, cfr. Modéran 2003a, pp. 5 ss.; l’autore problematizza inoltre criti-
camente l’identificazione ormai usuale tra Mauri antichi e Berberi: ibidem p. 11
nota 36) e quello del donatismo come manifestazione di aspirazioni indipenden-
tistiche finiscono con il costituire, autoreferenzialmente, l’uno l’improbabile so-
stegno dell’altro.
173
  «Flavius Valentinianus 7»: PLRE 1, 933-934.
174
  Si tratta del padre del futuro imperatore, «Flavius Theodosius 3»: PLRE 1, 902-904.
175
  «Flavius Theodosius 4»: PLRE 1, pp. 904-905.
176
  «Flavius Valentinianus 8»: PLRE 1, pp. 934-935.
177
  «Magnus Maximus 39»: PLRE 1, pp. 588.
178
  Per una disamina della posizione assunta da Gildone in occasione delle usurpa-
zioni di Magno Massimo e di Eugenio, cfr. da ultimo Gaggero 1996.
179
  Così gli è indirizzata una norma sull’adulterio in CTh 9.7.9. Dallo stato delle
fonti, non è precisabile con sicurezza la datazione delle sue titolature: ad esempio,
potrebbe aver ricoperto la carica di comes Africae già dal 385; per questo nelle righe
precedenti ho utilizzato una formula estremamente generica.
180
 Secondo Hieronymus Ep 79; Ep 123, 17 una figlia di Gildone sarebbe andata in spo-

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66 MUSCAE MORITURAE DONATISTAE CIRCUMVOLANT

essersi guastato dopo la morte di Teodosio il Grande: nel 397-398 in-


terruppe i rifornimenti cerealicoli a Roma e, dichiarato hostis publicus
dal senato, fu sconfitto da un corpo d’armata inviato da Stilicone agli
ordini di un altro figlio di Nubel, Mascezel, cui Gildone aveva fatto
assassinare due figli.
Rispetto all’interpretazione più tradizionale, negli ultimi decenni si
è progressivamente affermata una lettura degli avvenimenti che vede
nella traiettoria politica dei tre fratelli (o almeno degli ultimi due, Gil-
done e Mascezel181) uno stretto inserimento nei giochi politici che le
due corti ormai definitivamente separate, Ravenna e Costantinopoli,
intrecciano a più livelli sul palcoscenico mediterraneo. Gildone, lega-
to prima a Teodosio il Grande e poi al figlio e suo successore orientale,
Arcadio, più che pensare ad una usurpazione effettiva sarebbe stato ten-
tato dalle sirene bizantine, e la sua azione avrebbe avuto come scopo la
sottrazione dell’Africa dall’orbita occidentale per condurla verso quella
orientale182; suo fratello Mascezel, a propria volta, avrebbe rappresen-
tato gli interessi di chi intendeva mantenere il legame con Ravenna, e
soprattutto avrebbe consentito a Stilicone di riprendere l’Africa senza
porsi in aperto contrasto con Costantinopoli, visto che l’azione di Ma-
scezel poteva essere presentata come una vicenda interna ad una dina-
stia di reguli alleati.
All’interno dell’azione di entrambi i fratelli spesso viene sostenuta
la fondamentale capacità di stabilire legami efficaci con la costellazio-
ne di tribù stanziate sui due versanti del limes: del resto, agli ordini
di Teodosio il Vecchio lo stesso Gildone aveva assicurato la defezio-
ne di molti alleati autoctoni che prima sostenevano suo fratello Fir-
mo, determinandone la sconfitta qualche decennio prima. Tuttavia
Yves Modéran ha brillantemente dimostrato come l’immagine di un
Gildone capace di coalizzare attorno a sé in funzione antiromana le
tribù maure e africane (lungo un fronte di più di 4000 km) sia il risul-
tato dell’elaborazione poetica di Claudiano, basata sull’imitazione di
Lucano (da cui deriva l’elenco delle tribù alleate a Gildone, ricalcato

sa a un nipote della prima moglie di Teodosio («Salvina»: PLRE 1, p. 799; «Nebridius


3»: PLRE 1, p. 620).
181
  Per una netta distinzione tra la rivolta di Firmo e quella di Gildone si è pronun-
ciato da ultimo Modéran 2003a, pp. 477-480. Il ruolo giocato da Mascezel sulla scena
politica della corte d’occidente, come rappresentante degli interessi di chi in Africa
restava legato al governo di Onorio, e i suoi legami con il “partito milanese” sono
stati lungamente sottovalutati, a partire dalla notizia sulla soppressione dei suoi fi-
gli: una interessante rilettura è stata proposta da Melani 1996.
182
  È la tesi sostenuta, da ultimo, da Blackhurst 2004; ma cfr. almeno Camerona 1970,
specialmente pp. 103-123. Modéran 1989 preferiva vedere invece in Gildone un «ex-
traordinaire arriviste» (p. 865), estremamente abile nel costruirsi una carriera ed una
ricchezza privata fuori del comune, ma limitato nel progetto politico ai suoi soli in-
teressi personali. Così i suoi complici, quei satellites tra cui era annoverato Ottato di
Thamugadi, sarebbero stati componenti di una societas Gildoniana che secondo questo
studioso andrebbe tradotta in termini moderni come «maffia gildonienne» (ibidem).

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Volume Muscae moriturae Donatistae circumvolant.indb 66 21/03/13 09:30


1. TRA STORIA, STORIOGRAFIA E AGGIORNAMENTI 67

sulle notizie riferite a Giuba) e di Sallustio per quanto riguarda le no-


tazioni etnografiche183. Tutto quello che è possibile ricostruire dalle
fonti, una volta depurate dell’elemento di amplificazione retorica, è
riconducibile al sistema di alleanze epicoriche con cui l’autorità ro-
mana si assicurava usualmente contingenti di ausiliari locali: la con-
ferma, del resto, verrebbe proprio dall’epilogo della vicenda quando
Gildone, indebolito dalla defezione dei reparti regolari che si posero
agli ordini di Mascezel, venne immediatamente abbandonato anche
dagli alleati indigeni, che evidentemente non riconoscevano più in
lui quel rappresentante dell’autorità romana verso cui avevano assun-
to i propri impegni184.
Insomma, se pur sono presenti elementi del sistema tribale, essi sono
tuttavia inquadrati nella tradizionale politica di gestione del territorio
applicata da Roma nelle province di confine: personaggi dell’alta aristo-
crazia locale, come i tre figli di Nubel, trovano in questa politica lo spazio
per le proprie ambizioni personali, tese a ritagliarsi un ruolo in un oriz-
zonte più propriamente mediterraneo che semplicemente africano185. La
propaganda politica di Claudiano, cantore della grandezza di Stilicone e
Onorio186, trasforma Gildone in un alter Hannibal187, ma questo non ha
nulla a che vedere con una espressione di autonomismo africano: il si-
stema delle analogie messo in campo dal poeta compara sì lo iubaleno
all’antico nemico africano di Roma, ma nello stesso tempo lo accosta an-
che ad Atreo per quanto riguarda le sofferenze imposte ai suoi conterranei
e familiari, dimostrando in questo modo la dimensione esclusivamente
retorica di questi raffronti188. D’altronde, nell’opera di Claudiano godrà
in seguito del prestigioso accostamento con Annibale anche il goto Alari-
co189 che, se difficilmente può essere considerato un campione dell’iden-
tità africana, aveva a propria volta aggredito Roma come Gildone aveva
fatto affamandola con il blocco della flotta annonaria.

183
  Modéran 1989, pp. 835-840.
184
  Modéran 1989, pp. 842-843; sulla defezione degli alleati alla battaglia dell’Arda-
lio, ibidem pp. 854-859.
185
  Merita un richiamo qui un aspetto particolare del successo di questa scalata fa-
miliare: dopo la morte di Gildone e la soppressione di Mascezel, le donne della gens
continuano a vivere circondate da grande rispetto alla corte imperiale, e i termini
con cui Girolamo ne parla indicano ancora una influenza non disprezzabile; cfr.
Modéran 1989, pp. 843-844.
186
  «Fl. Honorius 3»: PLRE 1, 442.
187
  L’epiteto si trova nella praefatio di Claudianus ConsSt 3, vv. 21-22 (alter / Hannibal
antiquo saevior Hannibale); l’associazione è presente anche in Claudianus Gild, v. 83:
ma nell’opera anche Brenno e Porsenna hanno un ruolo nelle similitudini, e nessu-
no dei due è assimilabile a pretese identitarie africane.
188
  Ware 2004. Si veda il giudizio dell’ormai classico Cameron 1970: «Anyone who
has given the countless historical allusions in Claudian’s work (especially his later
work) more than passing attention will have recognized at once that his interest in
the past is not historical at all, but rhetorical».
189
  Dewar 1994.

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68 MUSCAE MORITURAE DONATISTAE CIRCUMVOLANT

Nel caso di Gildone, le testimonianze di Agostino affermano


esplicitamente il ruolo di sostegno svolto da un vescovo donatista,
quell’Ottato di Thamugadi di cui si è fatto cenno all’inizio. Tutta-
via, lo stesso Agostino sembra trattare con una certa prudenza l’ar-
gomento, nella sua polemica con i donatisti190: riconosciuto Ottato
come Gildonis satelles in tutta l’Africa, la sua protervia è usata come
argomento polemico contro la pretesa donatista di conservare la
comunione solo con i puri191. Agostino rimprovera agli avversari di
aver conservato la comunione con Ottato, e chiede retoricamente se
in questo modo essi non debbano essere considerati macchiati delle
sue stesse colpe192. Il vescovo di Thamugadi è anche annoverato tra
gli esempi di pastori macchiati dal peccato in altri passi193; si afferma
che sia morto in carcere, in seguito all’appoggio offerto all’usurpa-
tore194. Decisamente troppo poco, a mio avviso, per dedurne un’al-
leanza sistemica sulla base di un comune sentimento antiromano195:
forse Ottato di Thamugadi non sarà stato il solo vescovo a sostene-
re apertamente Gildone, ma risulta evidente dai cenni di Agostino
che la sua posizione doveva essere rimasta abbastanza isolata. D’al-
tra parte, il topos che associa l’eretico/scismatico all’usurpazione e
all’eversione politica è scontato in Africa almeno dai tempi di Ci-
priano196, e non è quindi difficile riconoscere lo scopo delle insinua-
zioni agostiniane, al di là delle esplicite prese di posizione sul piano
ecclesiologico.
L’aperto schieramento del vescovo di Thamugadi si rivela infine una
scelta individuale indotta da questioni di opportunità politica197 e di in-

190
 Anche de Veer 1968, pp. 781-783 sostiene che Agostino tratti la questione come
un argomento ad hominem. Sulla dubbia adesione di Ottato di Thamugadi al percor-
so politico di Gildone, e sulle motivazioni della rivolta di quest’ultimo, si vedano le
complessivamente condivisibili pagine di Shawa 2011, pp. 36-46 e 54-60.
191
  Augustinus EpPar 2, 4, 8.
192
  Augustinus Ep 87, 4-5; argomentazione simile in Augustinus LitPet 2, 101, 232:
quotquot ab Optato baptizati redierunt, Optati facti sunt.
193
  Augustinus EpPar 2, 15, 34; Augustinus CCresc 3, 13, 16.
194
  Augustinus LitPet 2, 92, 209.
195
  Fra i tanti sostenitori di questa tesi, merita una menzione almeno Congar 1963a,
p. 20 (nella stessa sede, contra De Veer 1968, pp. 781-783); in tutto questo paragrafo
ho lasciato sullo sfondo, pur avendolo indicato come uno dei padri di questa teoria,
Frend 1952b, secondo il quale Ottato avrebbe addirittura trascinato con sé buona
parte dei donatisti di Numidia: la sua tesi era già stata serratamente sottoposta
a critica da Tengström 1964, pp. 84-90, secondo il quale andrebbe anche sfumato
perfino il sostegno ottaziano all’usurpazione di Gildone.
196
  Jacques 1982.
197
  Questa posizione è stata sostenuta da Diesner 1962b; Tengström 1964, pp. 84-90 lo
considera del tutto isolato rispetto ai suoi colleghi nell’episcopato. Del resto, l’unica
azione “militare” specificamente attribuitagli è una spedizione in Bizacena allo sco-
po di soffocare lo scisma massimianista, riportando all’obbedienza i vescovi recalci-
tranti di quella provincia: cfr. Augustinus LitPet 1, 10, 11 e Augustinus CCresc 4, 24, 31.

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1. TRA STORIA, STORIOGRAFIA E AGGIORNAMENTI 69

teressi privati, forse anche sostenuta da legami di sangue, di parentela o


di clan: ma nulla pare autorizzare anche in questo caso la convergenza
sistematica tra donatismo e identità etnica animata da un sentimento
antiromano.
Sul piano politico-culturale, dunque, si possono trarre alcune sche-
matiche conclusioni:

- se è divenuto poco produttivo, per gli studiosi, continuare ad usare il


paradigma della “resistenza alla romanizzazione” per spiegare le ca-
ratteristiche e le contraddizioni della società africana, ancor meno ef-
ficace risulta questo modello per spiegare i motivi del successo e della
durata dello scisma donatista;
- una interpretazione libera da preconcetti dimostra come anche spe-
cifici episodi, tali quello relativo a Ottato di Thamugadi, siano da
considerarsi inadeguati a caratterizzare un atteggiamento program-
maticamente ostile della pars Donati nei confronti del potere politico
romano.

Mi sembra interessante concludere questo paragrafo con un ri-


chiamo al già citato Ahmed Akkache: esponente di spicco del parti-
to comunista algerino, impegnato nella lotta contro l’occupazione
francese e per questo condannato a morte nel 1957, protagonista poi
della vita politica del suo paese fino alla contemporaneità e autore
di diversi saggi sulla storia “rivoluzionaria” del suo popolo198, in un
recente romanzo storico199 egli offre un’interpretazione che si pre-
senta come la naturale, estrema conseguenza della chiave di lettura
qui analizzata. Nella sua visione non è difficile riconoscere l’esigen-
za identitaria del suo stesso progetto politico: così il tradizionale
ruolo delle aristocrazie tribali nelle campagne algerine, quello delle
avanguardie rivoluzionarie e quello delle guide religiose locali con-
temporanee sono riconosciuti rispettivamente nei capi delle rivolte
antiche, nei circoncellioni200 e nell’episcopato donatista uniti nella
lotta contro l’oppressore. L’indipendenza attuale del suo paese sa-
rebbe per lui il frutto di una ininterrotta resistenza alla dominazio-
ne coloniale straniera e di una lotta specificamente condotta contro
i suoi “complici” indigeni; alla conclusione dell’opera, trattando
dell’incapacità bizantina di riconquistare l’interno dopo aver abbat-
tuto il regno dei vandali, scrive:
i contadini in armi, i guerrieri delle tribù sono tornati nell’oscurità.

198
  La chiave identitaria è stata fondamentale per questo autore: oltre al testo di cui
si discute qui, cfr. almeno Akkache 1968.
199
  Akkache 2006.
200
  Illuminante la seguente riflessione: «quand bien même il n’y aurait pas eu – ce
qui semble probable – de liaisons organisées entre les Numides et les autres peuples
opprimés par Rome, on ne peut contester l’existence d’une direction insurrectionel-
le centralisée» (Akkache 2006, p. 89).

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70 MUSCAE MORITURAE DONATISTAE CIRCUMVOLANT

Essi hanno compiuto la loro missione. Fedeli al messaggio degli ante-


nati, essi non hanno lasciato requie al nemico. Grazie a loro Giugurta,
Tacfarinas, Gildone e tanti altri combattenti senza paura potevano final-
mente riposare in pace. La terra dell’Algeria antica era libera. L’impero
romano d’Africa era crollato. Della sua presenza lungo sei secoli restano
ormai soltanto le pietre delle città in rovina e la parola “roumi” che per
lungo tempo, un tempo lungo fino ai giorni nostri, continuerà a indi-
care il colonizzatore straniero201.

1.5 Crisi economica, tensioni sociali e rivolte

1.5.1 L’economia africana tra sviluppo e recessione202


Lo sviluppo degli studi sul processo di dissoluzione della struttura po-
litico-amministrativa dell’impero ha posto da molto tempo in evidenza
l’importanza delle trasformazioni economiche e della struttura sociale
nelle aree soggette alla dominazione romana: mentre il paradigma della
crisi ha lasciato il posto a quello delle trasformazioni di lungo periodo, è
contestualmente stata elaborata una chiave di lettura che ha spezzato lo
schema illuministico dei tre evi sviluppando un modello di periodizza-
zione che riconosceva nel concetto di “tardo-antico” il proprio cardine.
Anche su questo modello, negli ultimi anni, si è aperta una discussione
critica di grande interesse, ma che sarebbe fuori luogo seguire in questo
contesto203; ovviamente, più che su una questione di periodizzazione (si-
gnificativa forse solo in un’ottica eurocentrica) qui interessa invece foca-
lizzare l’attenzione sulla questione della presunta “crisi” che l’economia
africana avrebbe attraversato tra IV e V secolo, individuata da molto tem-
po204 come uno dei fattori essenziali, se non il primo in assoluto, delle
tensioni cui il donatismo avrebbe dato visibilità storiografica.
Il paradigma della crisi è stato messo in discussione proprio a partire
dall’elaborazione di un modello storiografico che, basandosi sulla “lun-
ga durata”, ha preferito sostituirlo con quello della progressiva trasfor-
mazione: a differenza della prima, accusata di portare con sé la duplice
valenza della frattura più o meno repentina e della decadenza, questa
seconda chiave interpretativa intende salvaguardare l’idea di un proces-

201
  Akkache 2006, p. 157.
202
  Benchè rimanga del tutto arbitraria la distinzione tra gli aspetti culturali (lingua,
cultura materiale, mentalità, religione) e quelli strutturali (economia, commerci,
organizzazione sociale, struttura della proprietà agraria etc.), ho seguito questa via
nell’organizzazione dei § 1.3 e 1.4 per una questione di praticità espositiva. Nel farlo,
mi sono ispirato alle ironiche considerazioni di Fentress 2006.
203
  La più recente discussione sulla periodizzazione e sul concetto stesso di “tardo-
antico” ha preso le mosse dalla polemica, quanto circostanziata, posizione espressa
in Giardina 1999; al dibattito che ne è seguito è stata dedicata una tavola rotonda nel
2000, i cui atti sono stati pubblicati nel numero 45 (2004) della rivista “Studi Stori-
ci”: cfr. Bowersock 2004; Cracco 2004; Marcone 2004; Giardina 2004.
204
  Un classico sostenitore di questa tesi fu Martroye 1904/1905.

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1. TRA STORIA, STORIOGRAFIA E AGGIORNAMENTI 71

so evolutivo di lungo periodo, depotenziato nei suoi aspetti drammatici


e anzi valorizzato nella sua capacità di generazione di nuove strutture
di organizzazione sociale e di produzione/distribuzione della ricchezza.
Tuttavia, mentre in Europa i secoli centrali del primo millennio d.C.
venivano riletti come la culla della formazione degli stati nazionali e
del mondo moderno (in cui qualcuno ha creduto di riconoscere, non
senza ragione, l’ideologica proiezione nel passato di un baricentro per-
fettamente sovrapponibile alla geografia della nascente Unione Euro-
pea205), l’interpretazione delle vicende africane è rimasta durevolmente
inchiodata al paradigma del naufragio: la lunga crisi donatista, insom-
ma, rimaneva per gli interpreti il preludio ad una netta cesura, alla fine
del cristianesimo e della romanità in terra d’Africa; non la sola causa,
certo, ma comunque il segno di un rifiuto rispetto al mondo romano
che si identificava col cattolicesimo, e di una estraneità alla “civiltà” dei
conquistatori che, in termini economici e sociali, si sarebbe tradotta nel
rigetto del modello di sfruttamento del territorio e di organizzazione
del lavoro portato dalla colonizzazione d’oltremare.
Gli studi più recenti hanno rimesso in discussione le basi su cui questa
visione si fondava: nei seguenti paragrafi, in una scansione piuttosto
arbitraria ma resa indispensabile dalla necessità di chiarezza espositi-
va, verranno successivamente trattate le questioni relative all’ormai
abbandonato modello della crisi urbana e all’impoverimento/asservi-
mento delle masse contadine nel corso del IV secolo.

1.5.2 Il ruolo della civiltà urbana


Se è innegabile che il modello di sfruttamento del territorio e di ge-
nerazione/concentrazione della ricchezza su cui si basava il mondo el-
lenistico/romano aveva il proprio perno nella città, molti studi hanno
rivalutato il precedente processo di urbanizzazione punico e quello au-
toctono206: all’arrivo dei conquistatori romani, l’Africa non era insom-
ma un’immensa distesa di pascoli abitata da nomadi, ma le forme dello
sfruttamento agricolo, del latifondo e della stanzializzazione delle po-
polazioni erano in alcune regioni già avviate da lungo tempo207. Questo
è tanto più vero se si considera la lentezza della trasformazione delle
istituzioni urbane puniche in quelle romane: si tratta di un conserva-

205
  Per una brillante disamina di questi sviluppi, cfr. Athanassiadi 2006.
206
  Per una visione d’insieme e un rapido aggiornamento bibliografico, cfr. Mattin-
gly 1995, pp. 184 ss.; l’attenzione sulle città a magistratura sufetale era già vivace ne-
gli anni ’70 del secolo scorso: cfr. a titolo di esempio Kotula 1973. Lo stesso studioso
in quegli anni aveva sottolineato la necessità di una revisione della diffusa convin-
zione di un declino dei curiales nelle città d’Africa: cfr. Kotula 1974.
207
  Leveau 1983 offre un panorama delle diverse modalità di organizzazione dello
spazio rurale, articolate su modelli autoctoni (centrati sul sistema dei villaggi) e “ro-
mani” (centrati sul sitema delle città irradiantesi attraverso le villae) che corrispon-
derebbero appunto all’opposizione tra mondo “urbano/romano” e mondo della
resistenza culturale indigena (specialmente pp. 932-933).

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72 MUSCAE MORITURAE DONATISTAE CIRCUMVOLANT

torismo che esprime, più che una resistenza al conquistatore, l’efficacia


della macchina/città già esistente nello sviluppo e nello sfruttamento
del suo territorio. Dunque, in modo analogo al resto dell’occidente,
l’affermazione del modello urbano non può semplicisticamente essere
considerata il risultato della ”romanizzazione”, né il suo declino l’esito
di un rigetto identitario.

La diffusa percezione di una repentina crisi dell’urbanizzazione clas-


sica è stata rimessa in discussione dai risultati delle campagne di scavo
condotte a partire dagli anni ’70 del secolo scorso: il quadro che ne è
emerso muta radicalmente il contesto nel quale si muovevano i prota-
gonisti dello scisma in Africa. In primo luogo, ci si è resi conto di come
le campagne di scavo precedenti la seconda guerra mondiale avessero
operato sulla base di un radicato pregiudizio classicista, semplicemente
ignorando o addirittura rimuovendo gli strati superiori degli sterri rite-
nendoli insignificanti ai fini della ricerca208. Inoltre, nessuna attenzione
veniva un tempo prestata agli elementi di cultura materiale, destinati
alla rimozione senza essere registrati in alcuna forma: questo ha reso
estremamente difficoltosa la ricostruzione delle trasformazioni econo-
miche, limitando per decenni le fonti materiali all’epigrafia e ai resti
monumentali. Negli ultimi due decenni del secolo scorso è tuttavia
stato messo in discussione il concetto stesso di una cesura netta nella
storia dell’urbanizzazione in Africa, lasciando spazio all’idea di una
trasformazione della città tardo antica caratterizzata da modelli diversi
da quelli del passato, tanto da sfuggire così nel suo significato alla disa-
mina degli archeologi precedenti. Nemmeno in questo caso è possibile
tracciare qui uno status quaestionis, se non in maniera estremamente
approssimativa209: non solo è stata vivacissima la discussione a livello
teorico, ma la pubblicazione dei risultati delle campagne di scavo degli
ultimi trent’anni ha prodotto una quantità di materiale sterminata, di
cui sarebbe impossibile anche solo dare un panorama superficiale210. Ci

208
  Di certo, oltre al pregiudizio classicista occorre ricordare almeno cursoriamente
l’influenza determinante nell’archeologia nordafricana sia delle ideologie coloniali,
sia della formazione militare di buona parte dei ricercatori tra fine XIX e inizio XX
secolo: vale la pena di consultare, a questo proposito, almeno Févrierb 1985a e Mat-
tingly 1996.
209
  Per quanto riguarda il dibattito teorico, incardinato anche in questo caso sulla con-
trapposizione tra continuità e decadenza, mi limito a suggerire per un aggiornamento
la consultazione di Thébert 1990; Ward-Perkins 1998. Liebeschuetz 2001b, proponendo
un recupero critico della nozione di decadenza, richiama l’attenzione sul legame tra
lo schema continuista, che afferma la scarsa significanza dei momenti di frattura e
discontinuità, e le aspirazioni delle moderne società occidentali alla realizzazione di
modelli d’interazione multiculturale (infine, cfr. Liebeschuetz 2006). Dal punto di vista
dell’ipotesi continuista, oltre a Cameronb 2003 si può utilmente consultare il recen-
tissimo Sears 2007, che offre tra l’altro uno sguardo molto attento all’influenza che la
crisi donatista ha esercitato sulla trasformazione urbanistica delle città africane.
210
  In un lavoro di grande spessore recentemente pubblicato, pur escludendo dall’a-

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Volume Muscae moriturae Donatistae circumvolant.indb 72 21/03/13 09:30


1. TRA STORIA, STORIOGRAFIA E AGGIORNAMENTI 73

si limiterà pertanto, nello spirito di questo capitolo, a fornire gli ele-


menti utili per un aggiornamento della “cornice” in cui situare lo stu-
dio dello scisma africano.
Al di là delle idee preconcette che in qualche modo precedevano la
stessa indagine archeologica, va sottolineato come la nozione di crisi
del modello urbano trovasse il proprio fondamento nell’oggettivo de-
clino delle tradizionali zone foranee a partire dalla metà/fine del IV se-
colo211, spesso successivamente trasformate in zone artigianali quando
non in necropoli: gli scavi e le osservazioni più recenti hanno consen-
tito di cogliere però in questo degrado il segno di una trasformazione
di lungo periodo, iniziata allora e proseguita anche successivamente
alla conquista araba. In effetti, dopo una forte azione di restauro ini-
ziata in età tetrarchica e proseguita almeno nelle prime fasi della do-
minazione costantiniana, la città classica vede lentamente spostarsi il
baricentro della vita civile e monumentale dal complesso foro/basilica/
capitolium a quello degli edifici costituito da terme/teatri/ippodromi/
anfiteatri/archi trionfali, sui quali si concentrano l’evergetismo privato
e l’investimento pubblico212. Alcuni di questi impieghi (si pensi a uno
dei più onerosi, secondo le testimonianze letterarie: il finanziamento
dei giochi circensi) lasciano ben poche tracce archeologiche; ma, in
contemporanea, va segnalata anche la tendenza a una forte crescita del-
le dimensioni e delle decorazioni degli edifici privati. La diffusione di

nalisi la Numidia e le due Mauretanie, Anna Leone ha raggiunto per le sole indi-
cazioni bibliografiche le 51 pagine (Leone 2007, pp. 291-342). Il quadro riassuntivo
che qui presento dipende in buona parte dal lavoro di questa studiosa, e riprende in
sostanza le sue conclusioni (ibidem, pp. 281-287); credo che per un panorama più
completo siano comunque da consultarsi il fondamentale Lepelley 1979/1981, che
con una vasta ricerca condotta su fonti prevalentemente letterarie ed epigrafiche
ha contribuito in maniera determinante all’individuazione del IV secolo come un
periodo di grande sviluppo urbano in Africa; Lepelley 1992a ; Liebeschuetz 2001a , cui
va riconosciuto il merito di aver riportato il dibattito sulla trasformazione di lunga
durata nel quadro di un complessivo declino della città classica; Kleinwächter 2001,
per cui rinvio alla lusinghiera recensione di Gros 2002; Lepelley 2006, ove lo studioso
francese, pur avendo trovato conferma alle sue tesi espresse un quarto di secolo pri-
ma, riconosce nell’ultima fase del dominio romano, all’inizio del V secolo, l’avvio
della lenta decadenza (su cui, peraltro, si era già espresso in Lepelley 1981b); Duvala
2006, con un quadro centrato soprattutto sugli aspetti architettonici, ma ben co-
struito anche per quanto riguarda la contestualizzazione, seppur limitatissimo (pro-
grammaticamente: cfr. p. 120) sul piano della bibliografia.
211
  In una regione tanto fortemente urbanizzata, sono del tutto comprensibili diffe-
renze anche marcate tra una città e l’altra sia in termini di diacronia, sia in quelli di
diatopia. In ogni caso, nel tentativo di riconoscere linee di tendenza, il passaggio da
IV a V secolo costituisce un discrimine fondamentale: cfr. Leone 2007, pp. 82 ss. Sul
rischio costituito da generalizzazioni troppo semplicistiche ha richiamato l’atten-
zione Cecconi 2006c.
212
  Kleinwächter 2001 ha offerto una visione molto interessante dello sviluppo di un
vero e proprio policentrismo nella città africana tardoantica, riconoscendovi anche
una prosecuzione delle tradizionali funzioni giudiziarie ed amministrative.

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Volume Muscae moriturae Donatistae circumvolant.indb 73 21/03/13 09:30


74 MUSCAE MORITURAE DONATISTAE CIRCUMVOLANT

ambienti destinati specificamente al ricevimento di clienti e visitatori,


comprensibile nelle abitazioni dei maggiorenti ma ben attestata anche
in quelle del ceto medio, testimonia di un trasferimento nell’ambito del
privato delle esigenze di prestigio che un tempo venivano tradotte nella
monumentalità delle costruzioni pubbliche213. Anche la tendenza alla
riduzione dimensionale degli impianti termali, iniziata nella seconda
metà del IV secolo214 e proseguita ancora in età bizantina, viene ormai
interpretata in chiave di espressione di nuove esigenze sociali, più che
di ridimensionamento delle risorse finanziarie disponibili o di calo
demografico nelle zone urbane: le terme diventano luogo di aggrega-
zione identitaria e incontro di gruppi già organizzati all’interno della
comunità cittadina, espressione al contempo del prestigio rivendicato
da queste stesse associazioni215.
Occorre inoltre considerare che il IV secolo vede l’esplosione
dell’attività edilizia di un nuovo soggetto (duplice, nel caso africa-
no), costituito dalla chiesa: l’edificazione di grandi basiliche e dei
complessi immobiliari ad esse attigui non si limita a costituire un
nuovo modo di allocazione delle risorse destinate agli edifici monu-
mentali, ma riorganizza lo spazio urbano216; solo a partire dalle leggi
teodosiane di fine secolo si comincerà – senza troppa convinzione,
del resto - a costruire sopra i templi pagani, tradizionalmente posi-
zionati nell’area foranea217: nella maggior parte dei casi, le costruzio-
ni dedicate al culto cristiano sorgono sulle antiche aree necropolari
(in stretto rapporto, evidentemente, con il culto dei martiri) o nel
suburbio, accelerando l’abbandono e la decadenza degli antichi mo-
numenti in centro città.
Infine, anche per quanto riguarda la spoliazione dei vetusti edifici
foranei e dei templi dopo la loro chiusura al culto occorre considera-
re che questa attività non necessariamente comporta una decaden-

213
  Per l’analisi di questo processo, cfr. Leone 2007, pp. 45-66; per il IV secolo e le abi-
tazioni del ceto medio, cfr. specialmente pp. 52 ss.
214
 Secondo Thébert 2003, pp.482-483 i prodromi di questo processo risalirebbero
addirittura all’età severiana.
215
  Leone 2007, pp. 66-82 e 93-96.
216
  Thébert 1983, pp. 106-107 e 110- 112; Lepelley 2006, p. 19; più specificamente, Leo-
ne 2006 e Leone 2007, pp. 37-39; Sears 2007, specialmente pp. 99-116.
217
  Interessante la disamina di questi processi contenuta in Sears 2007, pp. 93 ss.;
sebbene non sia ricostruibile su base documentaria una differente propensione di
donatisti o cattolici nei confronti del riuso di templi pagani, secondo questo autore
probabilmente la competizione tra le due confessioni è da annoverarsi tra le cause
di questo riutilizzo, avendo generato una accresciuta necessità di spazi edificabili e
di localizzazioni di prestigio. Tuttavia, lo stesso Gareth Sears ritiene che per la me-
desima ragione potrebbero essere state le posteriori necessità della chiesa ariana,
sostenuta dai conquistatori vandali, ad accelerare il fenomeno: oltretutto, i nuovi
dominatori sarebbero stati sicuramente più liberi rispetto alle resistenze esercitate
dal patriziato urbano, antico committente di costruzione e restauro dei templi fora-
nei e ad essi probabilmente ancora legato in termini di prestigio.

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1. TRA STORIA, STORIOGRAFIA E AGGIORNAMENTI 75

za dell’intera città: il reimpiego di materiali da costruzione pregiati


e della produzione statuaria precedente sembra aver corrisposto alle
esigenze di decoro e prestigio delle nuove costruzioni, pubbliche e pri-
vate. D’altra parte, si va rafforzando l’ipotesi che queste attività fosse-
ro accuratamente disciplinate e controllate dalle autorità, almeno in
epoca bizantina218.
Il quadro che emerge, dunque, è quello di un fenomeno urbano che,
ripresosi dalla stasi seguita all’età severiana219, per tutto il quarto seco-
lo offre un panorama di ricchezza e di trasformazione; sono stati an-
che ridimensionati gli effetti della presunta fuga dei maggiorenti dagli
incarichi delle istituzioni cittadine220. Solo dopo l’invasione vandala
è dato di registrare un lento processo di decadimento, dovuto anche
alle confische che colpirono i tradizionali finanziatori dell’evergeti-
smo cittadino, cioè gli aristocratici e i vescovi cattolici221: ma, benché
ancora poco si sappia dell’evoluzione urbana sotto la dominazione dei
nuovi venuti, dopo la riconquista bizantina il tessuto urbano è anco-
ra in grado di manifestare una ripresa e, in alcuni casi, uno sviluppo
significativo222.

218
  Leone 2007, pp. 284-286.
219
  Il concetto di stasi, piuttosto che di crisi, per quanto riguarda il III secolo in Afri-
ca è stato proposto da Thébert 1983; sta ultimamente facendosi strada la percezione
di una risposta africana decisamente diversa a questa crisi: essa avrebbe costituito
l’occasione per un salto di qualità nella produzione e esportazione dell’industria
ceramica, con un effetto trainante su tutta l’economia della regione (per un aggior-
namento, cfr. Ben Moussa 2007, pp.74-76). Thébert 2003, pp. 411-418 torna sulla que-
stione sostenendo apertamente che il III secolo abbia rappresentato per l’Africa un
periodo di grande espansione economica: «ce siècle est celui où le Maghreb établit
définitivement sa suprématie sur l’Occident romain et noue des relations, decisive
pour l’avenir, avec l’Orient» (ibidem, p. 412); interessante la prospettiva di Di Paola
1999, pp. 86-95, che lega le caratteristiche e lo sviluppo del cursus publicus africano
alle trasformazioni economiche in atto, traendone come conclusione la conferma di
una fase di sviluppo economico nel corso del IV secolo.
220
  Le istituzioni amministrative centrali e periferiche erano ancora in efficienza alla
vigilia della conquista vandala, sebbene la corruzione sembri aver costituito il segno
più evidente dell’incipiente crisi: cfr. Lepelley 1981a; Lepelley 2002. Per un quadro ge-
nerale aggiornato, cfr. Cecconi 2006b.
221
  Lepelley 2006, pp. 19-20; una utile sintesi sulla problematica periodizzazione del-
lo sviluppo urbano in Africa si trova anche in Lepelley 2005a. L’interpretazione dei
dati archeologici, ancora limitati, relativi al periodo della dominazione vandalica
è tutt’ora oggetto di forti contrapposizioni: per un rapido sguardo d’insieme, cfr.
Cecconi 2006b, p. 287 nota 8.
222
  Forse è troppo ottimistica la presa di posizione di Modéran 1996 (cfr. Lepelley
2006, p. 21); però i forti investimenti giustinianei comportarono comunque una ri-
presa, anche se l’amplificazione che ne danno le fonti letterarie è da prendere con
molta prudenza alla luce delle risultanze archeologiche. Sulla sostanziale continuità
in questo campo tra tardo impero e dominazione vandala, caratterizzata da un lento
e probabilmente impercettibile declino senza particolari fratture, cfr. Leone 2007, pp.
127-165 e 281 ss.

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76 MUSCAE MORITURAE DONATISTAE CIRCUMVOLANT

1.5.3 L’ossimorica tela di Penelope: crisi economica, “lotta di classe”,


rivolta sociale
L’elemento di gran lunga più importante nell’offrire sostegno al pa-
radigma della crisi è stato individuato nei processi di concentrazione
latifondistica, di indebolimento della media e piccola proprietà agraria
e di progressiva riduzione alla condizione di “servitù della gleba” dei
coloni africani223. Il lettore che intenda seguire la panoramica offerta
nelle pagine che seguono, scorrendo anche le note a piè di pagina, avrà
il diritto di sentirsi un po’ disorientato: solo a dar retta agli studi degli
ultimi cinque decenni, e confidando nel prestigio dei molti autori, il
quadro dell’economia africana nel IV secolo si presenta più come una
sistematica trama di contraddizioni che altro. Le campagne africane, e
in special modo quelle numidiche, sarebbero state minacciate secondo
gli uni dalla pressione dei nomadi, che per altri invece sarebbero stati
ben integrati nel meccanismo dello sfruttamento delle risorse natura-
li; folle di disoccupati senza terra, eredità di un’esplosione demografica
del III secolo (non ancora riassorbita come forza lavoro per carenza di
opportunità224), avrebbero per alcuni vagato senza meta nelle pianure
coltivate, insieme a contadini spossessati dalla accumulazione latifon-
distica; per altri invece i coloni, nel corso del IV secolo, sarebbero stati
trasformati in servi della gleba per reagire alla carenza di manodopera
dovuta al crollo demografico…
Le problematiche connesse alle trasformazioni, intimamente lega-
te al processo di mutazione della società tardo antica e della forma
stessa del potere nel quale essa si esprimeva, hanno suscitato da lun-
go tempo l’appassionata discussione di studiosi di ogni scuola, ren-
dendo assolutamente velleitaria qualsiasi ambizione, in questa sede,
di una disamina che anche solo da lontano voglia offrire un panora-
ma adeguato: perciò, ancor più che nei paragrafi precedenti, si ren-
derà necessaria una schematizzazione molto accentuata, con rimandi

223
  Per una disamina critica di questa tendenza è ancora valido Carrié 1982; a partire
da un’analisi di carattere lessicale, Eibach 1977 ha offerto un quadro molto ampio del-
la varietà di forme che genericamente vengono riportate sotto la voce «colonato».
Offrendo un quadro della produzione storiografica sovietica della prima metà del
secolo scorso, Pierre Gacic affermava che «en Afrique du Nord – à partir du IIe siècle
et jusqu’au Ve – s’est crée une ‘infrastructure’ représentée par une classe de mécon-
tents de leur situation économique et sociale. Cette classe englobait la plus grand
partie de la population paysanne. Il y avait une mesure commune qui caractérisait
tous les rustici, les paysans ayant perdu leur liberté, les tribus indigènes dépossédées
et tous les colons sans distinction d’origine: c’était l’esclavage et la misère (Gacic
1957, p. 655)»; sulla linea di un vero e proprio conflitto di classe tra i grandi proprie-
tari e coloni progressivamente assimilati alla condizione servile, cfr. Mazza 1973, pp.
205-216. In ogni caso, è all’opera di Frend 1952b che va riconosciuta, se non certo la
paternità di questa teoria, il suo successo nell’ambito degli studi sul donatismo: cfr.
almeno Mandouze 1986, p. 196.
224
  Su questa base Mazzarino 1962, p. 419 spiega il movimento circoncellionico.

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1. TRA STORIA, STORIOGRAFIA E AGGIORNAMENTI 77

bibliografici ridotti all’indispensabile. Il fuoco dell’interesse rimane


centrato sull’area nordafricana, con le sue particolari specificità, e sul
IV secolo: quel che occorre in sostanza appurare è se i nuovi approcci
storiografici all’economia e alla società di quell’area e di quel tempo
offrano ancora sostegno a teorie che spiegavano il successo e la durata
dello scisma donatista come espressione in chiave religiosa delle ten-
sioni generate da irrigiditi contrasti sociali in ordine alla produzione e
distribuzione della ricchezza.
Schematizzando all’estremo, le fratture che ancora nei decenni cen-
trali del secolo scorso venivano riconosciute nella società africana pos-
sono così essere riassunte:
- una significativa dicotomia225, in parte già trattata nei paragrafi pre-
cedenti, tra città (abitata dai grandi possidenti agrari e dall’elemento
“romanizzato” della popolazione) e campagna: qui essa verrà trattata
non più come luogo per eccellenza dell’identità etnica e linguistica,
secondo l’ottica in cui queste sono state affrontate sopra, ma secondo
quella dello sfruttamento crescente di masse contadine vieppiù im-
poverite e indirizzate verso la servitù della gleba;
- una dicotomia in voga fra XIX e XX secolo, ancora riconosciuta da mol-
ti, vedeva la contrapposizione nelle campagne tra elemento più o meno
“romanizzato”, ma caratterizzato dalla stanzializzazione, e elemento no-
made (anche in questo caso portatore di istanze identitarie autoctone)
respinto con alterne vicende verso sud, cioè verso le montagne e le terre
più aride, o rinchiuso in vere e proprie “riserve indiane”: il crollo del si-
stema difensivo lungo il limes ne avrebbe determinato la rivincita;
- intermedia tra le due precedenti, la supposta dicotomia “geografica”
tra montagna e pianura: in sostanza, tra aree assoggettabili allo svi-
luppo agricolo e aree su cui era possibile solo un’economia di caratte-
re nomade o seminomade, basata sulla pastorizia.

Attraverso queste chiavi226, è stata spesso proposta una lettura secon-


do il paradigma della crisi dell’economia africana227: una crisi legata,

225
  È a questo proposito che Mandouze 1986 coniò la felice espressione «le
manicheisme historiographique des deux Afriques» (p. 197). Rubin 1995 sostiene
la tesi dell’importanza prevalente della spiegazione socioeconomica (e della stretta
connessione tra città/possidenti/latinofoni/chiesa cattolica), fino a vedere in Axido
e Fasir «the chiefs of a well organized gang of brigands that gained popularity in the
Numidian countryside by its Robin Hood tactics» (p. 167).
226
  Una sintesi particolareggiata di queste tesi è rappresentata da Deman 1975, special-
mente alle pp. 64 ss.; commentando la straordinaria ricchezza dei senatori di origine
africana, l’autore ne deduce che «la classe sénatoriale africaine est un simptôme ma-
jeur du sous-développement africaine». Le tesi di questo autore, fondate sull’idea di
un sostanziale sottosviluppo africano generato dall’avidità romana, hanno sollevato
la dura e circostanziata polemica di Lassère 1979: si tratta di un lungo articolo, molto
interessante soprattutto per le importanti questioni di metodo che vengono sollevate.
227
 Una esposizione classica, comunque caratterizzata dal consueto equilibrio
dell’autore, è offerta da Jonesa 1964, pp. 246-1258.

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78 MUSCAE MORITURAE DONATISTAE CIRCUMVOLANT

oltre ai fattori interni appena elencati, a presunte mutazioni climati-


che, alla pressione dei nomadi di provenienza orientale e allo spopo-
lamento generalizzato dell’impero, che facendo mancare le braccia da
lavoro avrebbe costretto anche la fiorente agricoltura di quelle terre a
un vero e proprio «downsizing». La somma concomitante di questi fat-
tori, il cui peso è stato variamente riconosciuto a seconda delle scuole
di pensiero, avrebbe generato nella società africana tensioni assai più
elevate che nei secoli precedenti: in questo quadro, lo scisma sarebbe
stato l’espressione in chiave religiosa di una crisi sociale, a sua volta più
o meno associata da parte dei diversi storici alle istanze identitarie e in-
dipendentistiche di cui si è già trattato228.
Fin dagli anni ’70, con la progressiva presa di coscienza dell’influenza
che l’esperienza coloniale aveva esercitato sull’interpretazione dei feno-
meni del IV secolo, la questione della frattura tra campagne sottoposte
a sfruttamento stanziale e montagne confinate alla pastorizia229 è stata
rimessa in discussione con dovizia di argomenti230: è in primo luogo pos-
sibile riconoscere l’influenza delle chiavi di lettura elaborate per il territo-
rio europeo altomedievale e incautamente applicate all’Africa del basso
impero231. A questa prima considerazione occorre aggiungere le difficol-
tà incontrate dai coloni francesi nello sfruttamento delle risorse agrarie
nordafricane: l’impostazione capitalistica della messa a coltura delle pia-
nure algerine aveva tracciato un confine ideale che inevitabilmente ri-
sentiva delle peculiarità tecnologiche dell’agricoltura moderna, mentre
le caratteristiche di sfruttamento antico dei terreni vedevano una forte
compenetrazione tra gli stanziali e i nomadi dediti alla pastorizia232.
Anche per quanto riguarda il contrasto frequentemente richiamato
tra nomadi e sedentari, il filtro ideologico ha oscurato e deformato la
realtà antica233: in effetti, non solo dei nomadi si aveva bisogno come
lavoratori stagionali al momento del raccolto, ma le stesse teorizzazioni
agronomiche latine davano grande importanza allo sfruttamento delle

228
  Fu la tesi, fra gli altri, di Martroye 1904/1905; tra i più rappresentativi sostenitori
si considerino almeno Frend 1952b, Diesner 1954 e Diesner 1962a. Contra, si pronun-
ciarono tra gli altri Jonesa 1959a e Tengström 1964; per una rapidissima ricostruzione,
cfr. Lepelley 1990b, pp. 347-348.
229
  Tra i più significativi sostenitori di questa tesi, cfr. almeno Courtois 1955.
230
  Rimane fondamentale, nella sua fulminante concisione, Leveau 1977. Cfr. anche
gli importanti lavori di Févrierb 1985a; Leveau 1986 (utile soprattutto sul piano meto-
dologico) e Leveau 1988.
231
  Carrié 1982; Carrié 1983, p. 230.
232
  La meccanizzazione agricola trovava, ancora negli anni ’50, forti limiti sui ter-
reni in pendenza ed era sostanzialmente inefficace su suoli il cui strato fertile fos-
se molto ridotto in profondità: ma le tecnologie più arcaiche di cui si faceva uso
nell’antichità risentivano assai meno di questi limiti, e la ricerca archeologica ha
confermato l’estensione delle coltivazioni in età romana ben oltre i confini delle
aree ad esse dedicate sotto la dominazione francese.
233
  Sono basilari, a questo proposito, i lavori già richiamati di Ph. Leveau, per cui cfr.
le indicazioni alla nota 230.

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1. TRA STORIA, STORIOGRAFIA E AGGIORNAMENTI 79

terre coltivate poste a riposo e dei terreni marginali attraverso la pasto-


rizia, a sua volta forma di creazione di ricchezza234.
Quanto alla questione del mutamento di condizione giuridica, e so-
prattutto di vita materiale, negli ultimi tre decenni si è sviluppato un
dibattito di grande spessore, troppo spesso ignorato nei suoi sviluppi
dagli storici del cristianesimo, sull’interpretazione del fenomeno che
va sotto il nome di “colonato”. Due sono le direzioni in cui questo di-
battito si è incanalato: da una parte, l’individuazione nei processi di
fissazione alla terra dei contadini liberi (innescata dalla legislazione
dioclezianea) di un fenomeno comparabile alla servitù della gleba235;
dall’altra, sempre a partire dal medesimo processo, l’individuazione di
un mutamento non tanto nelle dimensioni della ricchezza prodotta,
quanto nei modi della sua redistribuzione236. Insomma, chi non crede
in un impoverimento complessivo dell’Africa vede tuttavia un impove-
rimento drammatico delle masse contadine spossessate, se non della

234
  Si consulti ad esempio, già degli anni ’70, Whittakera 1978; Hitchner 1994 analiz-
za le trasformazioni apportate all’economia di tipo nomade o seminomade (nelle
diverse articolazioni che questa modellizzazione prevede: cfr. una rapidissima sin-
tesi in Mattingly 1992, pp. 40-41) a seguito dei rapporti di interdipendenza instau-
rati col modello stanziale applicato dai romani. Benché focalizzato su un territorio
estremamente limitato del nord Italia, è inoltre decisamente molto interessante sui
criteri di conduzione delle zone pabulari e forestali all’interno di aziende di grandi
dimensioni Dall’Aglio 2008 (l’area in questione è significativa perché assai atten-
tamente studiata a partire dal ritrovamento della celeberrima Tabula alimentaria di
Veleia, per cui sono fondamentali i lavori curati da Nicola Criniti e dalla sua scuola:
per un primo approccio, oltre alla bibliografia in Criniti 2006, Criniti 2007b, Criniti
2008, pp. 74-80, sono utili gli aggiornamenti annui pubblicati dallo stesso studioso
in “Ager Veleias”, rivista attiva dal 2006 e consultabile online all’indirizzo http://
www.veleia.it). I rapporti conflittuali tra nomadi e sedentari secondo la visione tra-
dizionale si sarebbero basati su un limes impermeabile, almeno nelle intenzioni,
e sul contenimento basato principalmente sull’impiego della forza militare; negli
anni ’70 del Novecento le tesi avanzate da Edward Luttwak hanno comportato, nel
vivace dibattito che ne è seguito, una rimessa in discussione di questo modello, in-
dividuando una molteplicità di relazioni e soluzioni nei rapporti tra tribù nomadi,
popoli di confine, barbari e autorità imperiale: cfr. Barbero 2006 e, più specificamen-
te centrato sull’area africana, Mattingly 1992. Sebaï 2005, p. 8 richiama la funzione
delle strutture del limes come strumenti di canalizzazione dei flussi di transumanza,
a fini di controllo e tassazione, più che di difesa militare; il meccanismo della nomi-
na di praefecti gentium come strumento di assimilazione, ancora efficiente alla fine
del IV secolo, era stato già ben analizzato da Lepelley 1974.
235
  De Martino 2001, nel tracciare una breve sintesi di questa ipotesi storiografica
(da cui si discosta), ne individua l’origine negli studi dei grandi umanisti “Cuacio e
Gotofredo, senza dimenticare Irnerio e la Glossa accursiana” (cfr. pp. 821-822).
236
 Secondo Vera 1992, il primo elemento di squilibrio del sistema economico afri-
cano andrebbe riconosciuto nell’estensione smodata della proprietà imperiale; le
forme di frazionamento e affido in affitto o enfiteusi avrebbero perciò finito con
il costituire una sorta di redistribuzione della ricchezza. Tuttavia, osserva l’autore,
«non è detto che questa redistribuzione servisse anche a livellare le disparità interne
della società africana» (p. 482).

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80 MUSCAE MORITURAE DONATISTAE CIRCUMVOLANT

terra, del frutto del proprio lavoro secondo rapporti di forza progressi-
vamente sbilanciati a favore dei grandi possidenti.
Alcune considerazioni di carattere agronomico possono offrire una
utile possibilità di orientamento: le modalità stesse dello sfruttamento
agricolo dei suoli africani richiedevano, insieme a un’abbondante dispo-
nibilità di operarii nelle stagioni del raccolto, anche quella di manodope-
ra specializzata nelle colture che, a partire dal I sec. d.C., costituiscono
una delle più spettacolari forme di sviluppo dal mondo antico: l’ulivo e
la vite237. Si tratta di coltivazioni che richiedono un discreto investimento
di capitale iniziale, e la cui resa comincia a diventare interessante solo
dopo alcuni anni: ma nel corso di tutto il ciclo di vita delle piante, er-
rati trattamenti possono compromettere l’annata se non addirittura le
piantagioni stesse. Dato lo straordinario sviluppo di queste coltivazioni,
è agevole comprendere come, pur in presenza di estese proprietà, il pano-
rama agricolo africano vedesse un impiego di manodopera schiavile de-
cisamente meno intenso rispetto ad altre aree del Mediterraneo; inoltre,
diventa comprensibile come le forme più convenienti di gestione della
proprietà agraria si siano realizzate secondo modalità che consentivano
la compartecipazione diretta dei contadini a quote del reddito prodotto,
quando non alla partecipazione diretta nell’investimento iniziale238.

237
  Sulla viticultura africana è utile Lequément 1980, e curiosa risulta l’appendice sulla
continuità di produzione e consumo, secondo modalità tipicamente “romane”, fino
allo sbarco francese in Algeria. Sulla produzione e sui commerci di queste due fonda-
mentali derrate, cfr. almeno Amouretti 1993; Brun 1999. Il volume delle esportazioni
comportò contestualmente un forte aumento della produzione di ceramiche, e quin-
di una attività di carattere manifatturiero che a sua volta ebbe una incidenza spesso
sottovalutata sul prodotto interno lordo e sulla necessità di manodopera in Nordafri-
ca; inoltre, il peso delle esportazioni d’olio rispetto a quelle complessive sta venendo
rivisto al ribasso, in considerazione dei nuovi studi proprio sulle ceramiche da traspor-
to: senza negare i notevoli volumi dell’olio, viene ormai riconosciuta l’importanza
del vino e delle trasformazioni alimentari a base di pesce, compreso il garum, la cui
produzione e commercio avrebbero avuto come base specialmente la Mauretania. Per
quest’ultima parte, cfr. almeno Bonifay 2003 e Bonifay 2004; in generale, sull’agricoltu-
ra romana cfr. Marcone 2011, qui specialmente alle pp. 67-73 e 183-193.
238
  Questa tesi è stata avanzata in modo molto circostanziato da Kehoe 1988, special-
mente pp. 71-116; se ai contadini poteva essere richiesto un investimento di capitale
proprio, ne derivano due conseguenze:
- non si dà investimento di capitale senza prospettiva di un ritorno adeguato: gli
utili prodotti da quelle coltivazioni dovevano, sia pure in parte, remunerare il
capitale dei coloni;
- perché i coloni potessero disporre di capitale proprio da reinvestire, è necessario
che precedentemente i loro guadagni avessero superato la semplice sussistenza,
consentendo quella che Adam Smith definiva una “accumulazione primaria”.
È evidente che una tesi di questo genere si fonda, in fin dei conti, sulla convinzione
che lo sfruttamento agricolo si basasse su criteri di razionalità generale, se non pro-
prio sui migliori principi agronomici; contro questa ipotesi De Martino 2001, pp.
814-819 individua nella scarsa razionalità del sistema di sfruttamento, che avrebbe
portato a un rapido impoverimento della fertilità dei suoli, le cause della generale
bassa produttività delle campagne nel IV secolo. Tuttavia, mi pare che questa secon-

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1. TRA STORIA, STORIOGRAFIA E AGGIORNAMENTI 81

Anche la diffusa percezione di una particolare estensione del latifon-


do come forma della proprietà terriera in Africa andrebbe rivisto: già
negli anni ’50 Jones aveva riconosciuto239 la necessità di trarre adeguate
conclusioni dalla presenza di una forte frammentazione/parcellizzazio-
ne anche nei patrimoni terrieri di notevole consistenza; sarebbero nu-
merose le testimonianze che portano a ricostruire un panorama costi-
tuito da innumerevoli fondi di modesta superficie, su cui sarebbe stato
difficile praticare una coltivazione di tipo estensivo, tipica del latifondo
a conduzione schiavile. Infine, va ricordato come la percezione distorta
di una forte concentrazione delle terre in poche mani sia stata favorita
dalla legislazione tardo imperiale: se per motivi fiscali si faceva carico ai
grandi proprietari dell’esazione/garanzia sul gettito fiscale di aree mol-
to estese (rendendoli così capitularii), ciò non significa affatto che que-
sti soggetti le possedessero sotto tutti i punti di vista240.
È proprio per motivi fiscali, d’altra parte, che la legislazione tardo im-
periale finì con l’imporre quella fissazione ai suoli dei coloni che da molti
viene considerata come la vera origine della servità della gleba: ma, senza
considerare la variabilità con cui questa legislazione venne messa in pra-
tica a seconda delle esigenze, essa non sembra aver mai oltrepassato la sua
natura di carattere fiscale241. La tesi di un legame alla terra in funzione de-
gli interessi dei grandi proprietari terrieri si basa infine sulla convinzione
che si sia verificato un drammatico calo demografico: a sua volta, questo

da ipotesi, piuttosto diffusa in passato, risenta di una fondamentale ignoranza dei


processi agricoli: un terreno sottoposto alla monocoltura cerealicola senza rotazio-
ne, sovescio o concimazione da deiezioni animali perde la capacità di restituire al-
meno la semente impiegata e l’equivalente del sostentamento di chi la lavora entro
i primi tre anni, quindi prima anche delle scadenze più brevi nei contratti di affitto
tra privati, che prevedevano la durata di un lustro; dunque, il processo di abbando-
no di terre divenute improduttive non avrebbe potuto protrarsi per un intero secolo.
Per la tendenza all’impiego di contadini liberi, attraverso contratti di affitto basati
sul pagamento di una rendita, sia in forma monetaria sia sotto la fattispecie del tribu-
to in natura, cfr. le analisi di Vera 1983 (specialmente pp. 502 ss.) e, più propriamen-
te dedicato all’area africana, Vera 1986. Per questo studioso, inoltre, anche in quei
casi in cui si ha testimonianza di un elevato numero di schiavi occorre considerare
che essi venivano impiegati sui fondi «non in squadre, bensì come coloni. Questa è
la specificità tardoantica della servitù rurale» (p. 508); in altri termini, dal modello
della concentrazione schiavile negli ergastula si sarebbe passati alla parcellizzazione
dei fondi e della manodopera sulla base del nucleo familiare, con corresponsioni di
fitti in denaro o natura (cfr. anche Carlsen 1991b). Già Jonesa 1958 aveva sostenuto
questa convergenza, ma nella opposta direzione di un «quasi-servile status» in cui
sarebbero precipitati i coloni (p. 300); contro questa interpretazione, ancora molto
diffusa, cfr. Carrie 1982 e Carrie 1983.
239
  Jonesa 1958, pp. 294 ss.; molto lucido Vera 1986, pp. 284-286.
240
  Carrié 1983, pp. 217-218.
241
  Lepelley 1989, p. 263 invita però a sfumare questa convinzione, basandosi sull’a-
nalisi di documenti contenuti negli Spuria di Sulpicio passati inosservati. Contro
questa tesi si schiera anche De Martino 2001, pur sottolineando la mancanza di con-
tinuità tra il colonato tardoantico e la servitù della gleba altomedievale.

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82 MUSCAE MORITURAE DONATISTAE CIRCUMVOLANT

viene desunto dall’insistenza con cui la legislazione tardo imperiale fa ri-


ferimento agli agri deserti, cioè a terre una volta coltivate e poi abbandona-
te242; questa tesi, evidentemente, contrasta con la visione di masse sposses-
sate, espulse dalla terra e condannate a un ritorno al nomadismo243.
In conclusione: se è certo che, nel pieno accordo di tutti gli studiosi, il
IV secolo abbia visto una profonda trasformazione dell’economia africa-
na, pochi altri sono i punti su cui è possibile trovare un consenso suffi-
cientemente ampio. Si può però prendere atto, anche e soprattutto grazie
all’interesse che l’archeologia va vieppiù mostrando nei confronti degli
elementi di cultura materiale244, che in quell’epoca sia giunta a compi-
mento la trasformazione da un’agricoltura prevalentemente cerealicola
a una in cui una frazione consistente della ricchezza prodotta dipendeva
dalle colture viticole e olearie; si può dare per assodata la progressiva par-
cellizzazione delle aziende agricole245, e la tendenza da parte dei proprie-
tari e dei conductores ad assicurarsi rendite fisse, scaricando sui contadini
il rischio delle fluttuazioni provocate dall’andamento dei raccolti e da
quello dei prezzi. Le condizioni di vita materiale delle masse contadine
non sembrano quantomeno essere significativamente peggiorate, se non
in presenza di andamenti climatici molto negativi: quanto alla mutazio-
ne dei rapporti tra liberi coloni e domini, essa sembra comunque essere sta-
242
  Jonesa 1964, comunque, ritiene che l’impatto di questi abbandoni sulla ricchez-
za complessiva dell’economia tardo-romana non debba essere sopravvalutato. Essi
sarebbero dovuti all’eccessiva tassazione, che avrebbe reso antieconomica la colti-
vazione delle terre meno fertili e produttive: cfr. anche il precedente e più specifico
Jonesa 1959b. Una delle tesi più innovative (e discusse) di Kehoe 1988 individua invece
nel sistema delle imposizioni e degli sgravi fiscali una leva intelligentemente usata
per indirizzare l’incremento della produzione o la scelta delle coltivazioni da im-
piantare. Pur con qualche “ingenuità”, Cataudella 1988 parla ancora di un «quadro
drammatico di crisi», ma ritiene che, a causa del crollo demografico, l’immutato po-
sitivo rapporto tra produzione e popolazione abbia potuto veder confermata nella
percezione degli antichi la prosperità dell’Africa; offre una visione decisamente più
ottimistica Lepelley 1967a, che ritiene gli agri deserti limitati semplicemente alle nor-
mali condizioni naturali (p. 230).
243
  A conferma, cfr. Vera 1986. Si può qui citare, «en passant», anche l’innovativa in-
terpretazione di Ørsted 1994 che vede, accanto ad una gestione delle terre più ricche in
termini «market oriented», la presenza di assegnazioni in chiave di criteri socio-assi-
stenziali di terre meno appetibili, sia da parte pubblica sia da parte privata: «normally
we label this combination (di criteri economici e criteri sociali) euergetism, but I do
not believe this socio-economic conduct was exclusively restricted to urban areas. In
my view, euergetism is an economic measure that functioned in a way not dissimilar
from our modern public sectors (pp. 123-124)». Senza spingersi fino a questo punto,
Vera 1992 sottolinea come appezzamenti marginali o esigui, privi di interesse per i
locatari di alto profilo economico, fossero invece fondamentali per l’integrazione del
reddito, anche a fini di semplice sopravvivenza, sia per i fittavoli nullatenenti sia per
coloro che invece possedessero terre proprie di ridotta estensione.
244
  Già citato più volte, in questo caso rimando nuovamente al quadro offerto in
Mattingly 1995; si può anche consultare il più breve Lepelley 1995.
245
  Tuttavia, va almeno segnalata la posizione contraria espressa, in una sintesi re-
cente, da De Martino 2001, pp. 814-819.

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1. TRA STORIA, STORIOGRAFIA E AGGIORNAMENTI 83

ta meno penalizzante di quanto la legislazione imperiale, anche nell’in-


terpretazione più restrittiva, sembri suggerire246. Insomma, non certo un
quadro idilliaco247: ma nemmeno un panorama catastrofico, capace di
generare quelle polarizzazioni sociali, economiche ed etniche che si vo-
gliono troppo spesso vedere come causa/spiegazione del donatismo e, in
special modo, del movimento circoncellionico.
Questo era, in ultima analisi, lo scopo della tanto lunga quanto inevitabi-
le disamina condotta in questi paragrafi: ricondurre l’analisi di un fenome-
no religioso, in prima istanza, entro i confini della sua stessa storia. È certo
innegabile che i donatisti fossero immersi nella vita economica e sociale
del proprio tempo: mi pare però si possa concludere, dopo più di un seco-
lo di dibattito, che istituire dei rapporti di causa/effetto sia una forzatura.
Così, al termine di questa carrellata, credo si possa riproporre quanto Jones
aveva già definito mezzo secolo fa, e fare di questa formulazione la più pre-
cisa cornice delle analisi che verranno condotte nei prossimi capitoli:
è abbastanza verosimile che i contadini i quali formavano le bande reli-
giose dei circoncellioni fossero lieti di approfittare della lotta religiosa per
intimidire e strapazzare gli agrari e gli usurai che per caso erano cattoli-
ci… ma questi incidenti erano soltanto parte di una campagna più ampia
di terrorismo, nella quale gli incidenti principali erano il sequestro delle
chiese cattoliche e il rapimento e il maltrattamento dei chierici cattolici.
Vi era abbondanza di proprietari terrieri donatisti248, i quali difficilmen-
te sarebbero rimasti fedeli alla causa se fossero stati assoggettati a un tale
trattamento. E vi sono testimonianze che i proprietari cattolici non erano
molestati se permettevano ai propri fittavoli libertà di culto249.
246
  Lepelley 1983a affronta un caso di episcopalis audientia gestito da Agostino a proposito
di una causa in cui era in questione lo stato di libertà/schiavitù di alcuni coloni. Lo
studioso francese ne conclude un irrigidimento delle condizioni di vita dei ceti più
umili, che né le leggi né i principi religiosi riuscivano a temperare più di tanto. Credo
che la situazione possa essere interpretata anche in modo opposto: ancora un secolo
dopo l’inizio del processo di fissazione dei coloni alla terra, innescato da Diocleziano, è
possibile a chi senta messa in pericolo la propria condizione di ingenuità ricorrere in
sede giuridica e vedere riconosciuti i propri diritti. Il fatto che, per il tardo antico, noi
si sia più informati su casi del genere non significa che essi fossero più numerosi; e se
anche lo fossero, la reazione dei ceti umili attraverso gli strumenti messi a disposizione
dalla giurisprudenza dimostra la precisa coscienza del possesso di diritti garantiti dalla
legge e dallo stato. Come sostiene Vera 1992, «la conflittualità tra conduttori e fittavoli
doveva essere un fenomeno fisiologico, costante, anche se la tensione esplodeva solo
sporadicamente in forme aperte» (p. 475).
247
  Può essere utile la sintesi offerta da Marcone 2001, con specifico riferimento all’A-
frica alle pp. 828-832; pur molto prudente nelle prese di posizione, l’autore rimane
convinto assertore di una generalizzata condizione di vita miserevole per i contadi-
ni. Un’altra sintesi criticamente ben strutturata, sebbene purtroppo meno aggiorna-
ta, è reperibile in Marcone 1998: l’importanza della prospettiva africana negli studi
sul colonato è trattata alle pp. 27-47.
248
  A supporto di questa significativa considerazione, è da richiamare almeno lo stu-
dio di Lepelley 1990b.
249
  Jonesa 1964, p. 1424. A conclusioni consimili giunge, per altra e meno convincen-
te via, Cataudella 1991.

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2. Le origini

2.1 Premessa
La disamina delle notizie sulle prime fasi della crisi donatista, cui que-
sto capitolo è dedicato, si articola su tre pilastri: la contestata elezione di
Ceciliano alla cattedra episcopale cartaginese, l’intervento di Costan-
tino (con il corollario delle prime decisioni conciliari), infine la prima
repressione militare dello scisma. Si tratta di un arco di tempo ridotto,
che va dal 307 (se si fa riferimento alla datazione più alta fra quelle pro-
poste per l’avvio delle procedure di elezione del nuovo vescovo di Car-
tagine) fino al 321, quando l’imperatore decise di sospendere l’impiego
della forza, rivelatosi controproducente. È questa, evidentemente, una
scansione del tutto tradizionale: occorre dunque motivare una scelta
che può apparire, lecitamente, in aperta contraddizione con quanto
sostenuto nella prima parte del capitolo precedente. In effetti si è la-
mentato come una tale tradizionale scansione nella disamina di questi
avvenimenti risenta di una impostazione che, codificata a partire dal
XVI secolo, affonda le proprie radici nell’organizzazione dei materiali
offerta dalle stesse fonti. La ricostruzione del percorso di formazione di
questa prassi non è però stata fine a se stessa: in conclusione il vero pro-
blema non risiede tanto nel modo di organizzare i materiali, sul quale la
capacità di intervento di uno storico moderno è ormai fatalmente limi-
tata, quanto nella invarianza delle domande suggerite da questa stessa
organizzazione.
La struttura data alle informazioni da Ottato e Agostino è stata co-
struita attorno alle questioni cui essi dovevano dare risposta nell’am-
bito della polemica loro contemporanea. Hanno perciò focalizzato l’at-
tenzione su quanto era dibattuto negli ultimi quattro decenni del IV
secolo e nel primo del V: lo sguardo da essi gettato sugli avvenimenti del
307-321 era perciò inevitabilmente “anacronistico”. Mentre ad esem-
pio indagavano sulle origini della contestazione a Ceciliano, entrambi
si trovarono a dover rispondere non solo alle obiezioni degli avversari,
ma a farlo tenendo conto delle chiavi di lettura strutturate dalla catholi-

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86 MUSCAE MORITURAE DONATISTAE CIRCUMVOLANT

ca nella riunione romana del 313 e negli interventi immediatamente se-


guenti. Dunque, l’attenzione si concentrò solo sulle accuse a Ceciliano
dibattute in quelle sedi: ma questo non significa che esse fossero il vero
motore iniziale dello scisma. Quando Ottato ed Agostino scrissero, l’ar-
gomento di maggiore attualità era il ruolo assunto dal potere politico,
impersonato rispettivamente da Costante I e da Onorio1, nel riprendere
la repressione dello scisma manu militari; Agostino sarà poi l’anima del-
la richiesta di intervento alla corte di Onorio alla fine del IV secolo2. La
narrazione dei precedenti interventi costantiniani, per entrambi gli au-
tori, rispondeva alla necessità di giustificare su quella base la situazione
loro contemporanea e, sul piano del dibattito polemico, di dimostrare
come gli stessi donatisti avessero in origine riconosciuto il ruolo arbi-
trale dell’imperatore.
Una simile impostazione rispondeva perfettamente alle necessità
argomentative di Ottato e di Agostino; ma, per restare a quest’ultimo
esempio, gli storici attuali che persistessero nell’interrogare le fonti in
vista di una conferma che la pars Donati avesse sollecitato a Costanti-
no un tale arbitrato continuerebbero a pagare lo scotto di quel lontano
“peccato originale”: darebbero cioè per scontato che quello reclama-
to a Costantino fosse appunto, fin dall’inizio, un intervento arbitrale.
In questo modo si smarrirebbe la percezione del processo evolutivo
nell’azione costantiniana: si postulerebbe una linearità dell’interven-
to imperiale che, quanto meno, dovrebbe invece costituire il risultato
dell’indagine, non il suo punto di partenza. Così facendo, infine, si
attribuirebbe alla richiesta donatista un significato che deriva dalle
problematiche successive, e che non avrebbe potuto essere già presen-
te nel 313.

Almeno in questa fase dell’indagine, dunque, non si può sfuggire a


un limite: poiché i materiali pervenuti hanno ricevuto una disposizio-
ne accuratamente orientata in funzione delle domande da suscitare nel
lettore, è al momento quasi impossibile prescindere da questa scansio-
ne; ma, sulla base della presa di coscienza critica elaborata nel capitolo
precedente, credo sia possibile uscire dal circolo vizioso delle domande
indotte da Ottato e Agostino, e provare a offrire una ricostruzione dei
fatti liberata dall’anacronismo interpretativo imposto da questi due ve-
scovi anche alla storiografia moderna. Una delle risposte che dovrebbe-
ro emergere alla fine dell’analisi è relativa a una diversa formulazione
critica della domanda circa le sollecitazioni della pars Donati a Costan-
tino: in altri termini, ci si chiederà se sia esistita, e sia ricostruibile, una
differenza specifica tra donatisti e cattolici, nei primi due decenni del
IV secolo, nel modo di intendere i rapporti con l’autorità politica. Così
come le differenze sul piano ecclesiologico derivano da una diversa te-

1
  «Fl. Iul. Constantius 8»: PLRE 1, p. 226; «Fl. Honorius»: PLRE 1, p. 442.
2
  Offre un sintetico quadro delle corrispondenze tra l’elaborazione agostiniana e i
provvedimenti legislativi Spagnuolo 2007.

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2. LE ORIGINI 87

ologia della storia, quel che sarà indagato in questo capitolo è se queste
dissonanze si siano manifestate fin dalle origini dello scisma sul piano
di una vera e propria teologia politica.

2.2 L’elezione di Ceciliano alla cattedra cartaginese

2.2.1 Questioni preliminari di datazione


Nel primo scorcio del IV secolo, alla morte del vescovo cartaginese
Mensurio3 (nei cui confronti già si erano manifestate tensioni all’inter-
no delle chiese d’Africa, come si vedrà tra poco), l’elezione come suo
successore del diacono Ceciliano4 scontentò molti; secondo la ricostru-
zione che due generazioni dopo ne offre il vescovo cecilianista Ottato
di Milevi, tra questi delusi si sarebbero trovati due altri aspiranti alla
cattedra episcopale, Botro e Celestio5, almeno una parte degli anziani
della chiesa cartaginese e una ricca matrona, Lucilla, cui Ottato attri-
buisce grande influenza sulla comunità6, o almeno su una consisten-
te parte di essa. Di sicuro, l’elezione di Ceciliano presenta diversi lati
oscuri: nella ricostruzione ottaziana sarebbe stata proprio l’iniziativa di
Botro e Celestio ad accelerarne i tempi, per impedire ai vescovi numidi
di influenzarla ed assicurarsi così la successione a Mensurio; ma questa
azione avrebbe registrato un pesante insuccesso, portando alla cattedra
episcopale quello che la successiva polemica ci presenta come uno dei
collaboratori più stretti di Mensurio, il diacono Ceciliano. All’elezione
di quest’ultimo sarebbe seguita la scoperta di un ammanco tra i beni
che erano stati affidati agli anziani dal suo predecessore, e l’intervento
di Lucilla avrebbe fatto da catalizzatore allo scontento: Lucilla, Botro e
Celestio avrebbero a questo punto della vicenda inviato messi a Secon-
do di Tigisi7, primate di Numidia, per richiederne la presenza a Cartagi-
ne e un intervento risolutore.
Questo racconto di Ottato presenta molti aspetti oscuri, alcuni dei
quali dipendono sicuramente dalla esiguità delle notizie; ma anche la
successione secondo la quale le informazioni presenti sono state ripor-
tate contribuisce a generare oscurità e fraintendimenti, il più delle volte
intenzionalmente. L’analisi di queste sequenze può portare a far luce
non solo su alcuni aspetti dei fatti accaduti all’origine dello scisma, ma
anche a rendere ragione delle sue caratteristiche più profonde finora
colte solo in modo frammentario. Per questo, pare opportuno riportare
nella loro interezza i capitoli 17 e 18 del libro I:

3
  «Mensurius 1»: PCBE 1, p. 748; Hettinger 1993.
4
  «Caecilianus 1»: PCBE 1, pp. 165-175; cfr. anche Kriegbaum 1992b.
5
  «Botrus»: PCBE 1, p. 163; «Celestius»: PCBE 1, p. 204.
6
  Optatus I, 16-19. L’opera di Ottato ci è giunta con titoli diversi, e la scelta da parte
dei critici oscilla continuamente: per tutta questa questione, cfr. Mazzucco 1993, p.
59. «Lucilla 1»: PCBE 1, p. 649; PLRE 1, p. 517.
7
  «Secundus 1»: PCBE 1, pp. 1052-1054.

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88 MUSCAE MORITURAE DONATISTAE CIRCUMVOLANT

[17] 1. In quei medesimi tempi [Ottato ha appena riferito del richiamo


di Ceciliano a Lucilla8], un certo diacono di nome Felice fu chiamato in
causa per un pamphlet diffamatorio, di cui non so altro, che accusava un
imperatore di usurpazione (per famosam nescio quam de tyranno imperatore
epistulam); temendo di andare incontro ad una condanna (periculum ti-
mens), si dice che si fosse posto sotto la protezione del vescovo Mensurio9.
Avendo Mensurio rifiutato pubblicamente di consegnarlo, benché gli fos-
se stato richiesto, furono richieste istruzioni all’imperatore. Fece seguito
un rescritto che ordinava, nel caso Mensurio non avesse consegnato il
diacono Felice all’autorità, di arrestarlo e tradurlo alla residenza imperiale
(ut ad palatium dirigeretur). La convocazione comportava preoccupazioni
non da poco; infatti la chiesa possedeva un grandissimo numero di or-
namenti (quam plurima ornamenta) d’oro e d’argento, che il vescovo non
poteva nascondere sotto terra o portare con sé. 2. Li affidò a degli Anziani,
ritenendoli allora persone affidabili (quasi fidelibus senioribus), dopo aver
redatto un inventario (commemoratorium) che - si dice - affidò ad una tale
vecchietta; le sue istruzioni prevedevano che, se lui stesso non avesse fatto
ritorno, una volta cessata la persecuzione (reddita pace christianis) la vec-
chietta avrebbe dovuto consegnarlo a colui che avesse trovato seduto sulla
cattedra episcopale. Partito, affrontò il processo10. Ricevuto l’ordine di ri-
partire (iussus est reverti), non gli riuscì di rientrare a Cartagine.
[18] 1. La tempesta suscitata dalla persecuzione giunse al suo culmi-
ne, e ne fu fissato il termine. Obbedendo alla volontà di Dio, fu restituita
ai cristiani la libertà di culto grazie all’ordine di Massenzio (iubente Deo,
mittente Maxentio). Secondo una tradizione orale (ut dicitur) Botro e Cele-
stio, desiderosi di ricevere l’ordinazione a Cartagine, fecero in modo che
nell’assenza di quelli numidi venissero convocati solo i vescovi vicini, al
fine di far loro celebrare l’ordinazione a Cartagine. 2. In quella situazione,
per voto unanime del popolo venne scelto Ceciliano, che fu consacrato
con l’imposizione della mano da Felice di Abthugnos. Botro e Celestio
restarono delusi nella loro ambizione (de spe sua deiecti sunt). Secondo le
istruzioni di Mensurio, quando Ceciliano si trovò a sedere [sulla cattedra
episcopale] gli fu consegnato l’elenco degli ori e degli argenti, di fronte a
testimoni. Furono convocati i sopraddetti Anziani che, con i morsi dell’a-
vidità, avevano bevuto fino all’ultima goccia di ciò che era stato loro affi-
dato, e che essi avevano considerato proprio bottino (qui faucibus avaritiae
commendatam ebiberant praedam). 3. Poiché li si voleva costringere alla
restituzione, si allontanarono dalla comunione (subduxerunt communio-
ni pedem), [fecero] cioè la stessa scelta di quelli che avevano inutilmente
brigato per ottenere fraudolentemente l’ordinazione; ed anche quella di
Lucilla, che tempo prima non aveva potuto sopportare il richiamo disci-
plinare e, donna potente e pronta a porsi a capo di una fazione (potens et
factiosa femina), circondata da tutti i suoi rifiutò di trovarsi unita [a Ceci-
8
  Cfr. § 2.2.3; nel tentativo di ricostruire la successione degli avvenimenti e la loro
collocazione temporale, è stato osservato (Lancel 1979, p. 227) come la formula ii-
sdem temporibus collochi il libellus di Felice tra l’inizio della persecuzione (303) e l’in-
dulgenza di Massenzio (non situabile certamente prima del 306/307).
9
  Apud Mensurium episcopum delituisse: l’espressione delitescere in alicuius auctoritate
ha il significato tecnico-giuridico di “porsi sotto la protezione di qualcuno”; cfr.
ThLL 5,1 pp. 467,33-469,17, specialmente pp. 468,81-469,13.
10
  Causam dixit: letteralmente: “sostenne la propria difesa”.

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2. LE ORIGINI 89

liano] nella comunione. Così, con il concorso di tre cause e gruppi d’in-
teresse (tribus convenientibus causis et personis) avvenne che il male venisse
portato a compimento.
In questa narrazione è possibile individuare già ad una prima lettu-
ra una serie di intenzionali omissioni da parte di Ottato: ad esempio,
appare evidente l’imbarazzata eliminazione di ogni particolare sulla
questione della lettera attribuita al diacono Felice11. Ottato parla di un
quidam diaconus, cercando di lasciare sullo sfondo il personaggio; costui
avrebbe scritto una epistula de tyranno imperatore, di cui Ottato afferma
di non sapere nulla (nescio quam). Infine, il contenuto: il pamphlet12
avrebbe assunto anche una dimensione politica e, probabilmente dato
il suo successo, avrebbe provocato le conseguenze giudiziarie cui Ottato
accenna senza andare oltre. Non è questo il solo elemento di ambigui-
tà: nella narrazione si lasciano nel vago il tempo in cui la vicenda ac-
cadde, i motivi della resistenza di Mensurio all’ordine di consegnare il
diacono, quelli per cui l’imperatore avrebbe dovuto farlo tradurre fino a
Roma invece che lasciarlo giudicare dalle autorità locali a ciò preposte,
l’esito del procedimento giudiziario e molto altro ancora che nel corso
dell’analisi sarà possibile riscontrare. Sono omissioni coscientemente
volute, o possono essere attribuite a carenze nel materiale documenta-
rio da cui Ottato trae le sue informazioni? Le spie lessicali sopra eviden-
ziate sembrano tradire l’intenzionale reticenza del vescovo di Milevi,
che può essere confermata dall’apparente disordine nel quale egli rime-
scola la successione degli eventi.
Certo, poter inserire le notizie riferite da questa fonte in un contesto
cronologico più preciso consentirebbe di meglio comprenderne il signi-
ficato nella polemica antidonatista; ma, purtroppo, proprio la colloca-
zione temporale degli avvenimenti rimane oscura. Tradizionalmente,
11
  «Felix 10»: PCBE 1, p. 413; da segnalare la posizione di Duvalb 2000, pp. 216-221
che, riproponendo una sintesi di questi avvenimenti, solleva alcuni dubbi di me-
todo i quali a mio avviso non incidono in modo significativo sull’interpretazione
dei dati. Ad esempio (p. 218), è corretto notare come nella notizia ottaziana non si
parli di una convocazione esplicitamente “romana”, e che il termine palatium in età
tetrarchica si applica a qualsiasi residenza imperiale: ma non si può tralasciare lo
stretto legame amministrativo istituito da Diocleziano tra la diocesi d’Africa e la Pre-
fettura del Pretorio a Roma (cfr. Porena 2003, pp. 167-168), che rende abbastanza im-
probabile immaginare una convocazione di Mensurio a Treviri o a Milano. Quanto
all’«affaire» del diacono Felice, Yvette Duval propende per una sostanziale carenza
di informazioni da parte di Ottato, che del resto impiega questa scarsa informazione
solo al fine di introdurre la partenza e morte di Mensurio (p. 220).
12
  Famosa significa, nel linguaggio giuridico del IV secolo, “diffamatoria”. In riferi-
mento alla paternità di Felice per questo scritto ho preferito parlare di “attribuzione”
invece che “composizione”, poiché l’espressione tecnica libellus famosus indicava
appunto, sul piano giurisprudenziale, composizioni anonime di carattere diffama-
torio: cfr. il posteriore Edictum de accusationibus costantiniano (del 21 ottobre 328:
CTh 9.34.4), che imponeva la distruzione di questi libelli e la punizione degli autori,
se scoperti. Per una disamina della questione all’interno della legislazione costanti-
niana e tardo imperiale, cfr. almeno Santalucia 1999 e Giglio 2002.

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90 MUSCAE MORITURAE DONATISTAE CIRCUMVOLANT

gli eventi riferiti nei due paragrafi in questione venivano attribuiti agli
anni 311-312; riprendendo una lettura avanzata per la prima volta in
epoca moderna e senza particolare approfondimento da Otto Seeck13,
altri hanno in seguito riaffermato con forza e dovizia di argomenti una
datazione più alta, ponendo fra il 306 e il 308 la morte di Mensurio e
l’elezione di Ceciliano14.
Un breve quadro delle complesse vicende in cui si declinò la crisi del
modello tetrarchico consente di inquadrare meglio la questione: dopo
l’abdicazione di Diocleziano e Massimiano15 nel maggio del 305, la
struttura tetrarchica era ancora articolata su due Augusti (Galerio e Co-
stanzo Cloro16) e due Cesari (Massimino Daia e Flavio Severo17); ma la si-
tuazione in occidente precipitò alla morte di Costanzo Cloro, avvenuta
il 25 luglio del 306, vedendo contrapposta la successione per via di co-
optazione, come quella disegnata dai tetrarchi, a una per via dinastica:
al legittimo nuovo Augusto d’occidente, Flavio Severo, si contrappose
Costantino18, figlio illegittimo del defunto Costanzo Cloro, proclamato
imperatore dalle truppe stanziate in Britannia (poi riconosciuto come
Cesare), mentre a Roma si proclamava imperatore Massenzio19, figlio

13
  Seeck 1920-1922, 3, p. 323; la tesi è stata poi rilanciata da Barnes 1975. Ma, a dimo-
strazione di quanto talora la ricerca proceda a spirale, va ricordato che l’anno 306
era stato indicato per la consacrazione di Ceciliano già da Baronius 1588-1607, ad
annum 306.
14
 Secondo Barnes 1975, che identifica nel tyrannus imperator il padre di Massenzio
(l’Augusto Massimiano), la morte di Mensurio andrebbe collocata nel 305 e la du-
plice consacrazione di Ceciliano e Maggiorino nel 307; l’ipotesi è stata oggetto di
diverse critiche, per cui cfr. almeno Frend 1977b. Rilanciata da Birley 1987, consenti-
rebbe di anticipare la datazione dello scisma addirittura al 304: la successiva rottura
tra Massimiano e il figlio Massenzio, nel 305, avrebbe portato al rilascio romano di
Mensurio, la cui morte andrebbe collocata nel 305. Timothy D. Barnes ha in ogni
caso avuto il merito di rimettere in discussione l’identificazione tra Massenzio e il
tyrannus imperator della narrazione ottaziana: sulla base di questo assunto, sono state
ipotizzate altre identificazioni (Costanzo Cloro, Severo: cfr. la breve sintesi in Lancel
1979, pp. 228-229), ma rimane prevalente l’ipotesi Massimiano. Tuttavia, anche in
questo caso, resta da comprendere chi abbia in seguito rilasciato Mensurio: chia-
ramente, chi aveva autorità su Roma, cioè Costanzo (forse: non è chiaro in quale
momento del 305 abbia rinunciato all’Italia e all’Africa in favore di Flavio Severo),
Flavio Severo (nel 305/306, tenendo l’usurpazione di Massenzio come terminus ante
quem), Massenzio (dal 306 al 312) o Costantino (dal novembre 312), poiché da que-
sto dipendono la datazione della morte di Mensurio e della conseguente elezione di
Ceciliano.
15
  «C. Aur. Val. Diocletianus 2»: PLRE 1, pp. 253-254; «M. Aur. Val. Maximianus si-
gno Herculius 8»: PLRE 1, pp. 573-574.
16
  «C. Galerius Valerius Maximianus 9»: PLRE 1, pp. 574-575; «Fl. Val. Constantius
12»: PLRE 1, pp. 227-228.
17
  «Galerius Valerius Maximinus Daia 12»: PLRE 1, p. 579; «Fl. Val. Severus 30»: PLRE
1, pp. 837-838.
18
  «Fl. Val. Constantinus 4»: PLRE 1, pp. 223-224.
19
  «M. Aur. Val. Maxentius 5»: PLRE 1, p. 571.

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2. LE ORIGINI 91

dell’Augusto dimissionario Massimiano. Flavio Severo mosse contro


Massenzio alla testa delle truppe ereditate da Massimiano, ma al mo-
mento dello scontro queste passarono al fronte opposto (è forse signi-
ficativo per gli sviluppi successivi che molti di quei soldati fossero di
origine maura) e Flavio Severo, riparato a Ravenna, fu costretto alla resa
e poi eliminato (aprile 307). In questo modo Massenzio si trovava a con-
trollare l’Italia e l’Africa almeno dalla primavera del 307, avendo inoltre
a disposizione la forza di un esercito tetrarchico: ma, nel 308, la ribel-
lione del vicarius Africae Domizio Alessandro20 sottrasse al suo controllo
l’Africa e la Sardegna, interrompendo quindi non solo l’esportazione di
grano verso Roma, ma anche le comunicazioni amministrative e giu-
diziarie; solo la sconfitta di Domizio Alessandro ad opera del prefetto
del pretorio Rufio Volusiano21, avvenuta nel 310, avrebbe riaperto que-
ste comunicazioni. Poiché Massenzio fu sconfitto da Costantino il 28
ottobre del 312 e quest’ultimo, come si vedrà, ebbe rapporti già nella
primavera del 313 con Ceciliano, successore di Mensurio sulla cattedra
cartaginese, gli avvenimenti relativi a questa successione devono essersi
sviluppati in uno dei due archi temporali nei quali – cessata la persecu-
zione - Roma (che poi si trattasse di Costanzo Cloro, di Flavio Severo o
di Massenzio qui poco importa) aveva il controllo dell’Africa, cioè fra il
306-308 o il 310-312, altrimenti non si spiegherebbe il trasferimento ol-
tremare del presule. L’interpretazione tradizionale degli elementi offer-
ti da Ottato propendeva, tra queste due ipotesi, per la data più tarda22,
mentre negli ultimi anni ha preso consistenza la datazione più alta23.
Nell’interpretazione del comportamento del vescovo cartaginese
l’opzione tra le due datazioni proposte non è neutrale: scegliendo la da-
tazione più alta, il 306-308, l’impossibilità di rientro in Africa da parte
di Mensurio sarebbe motivata dall’interruzione dei contatti seguita alla
usurpazione di Domizio Alessandro e, probabilmente, la permanenza
in Italia potrebbe essersi protratta per diversi mesi prima della sua mor-
te; accogliendo invece la datazione più bassa, i tempi sarebbero stati
assai più ristretti. Questi sono però solo alcuni degli aspetti che il cam-
bio di datazione rimette in discussione, forse i più immediati e meno
significativi: mentre l’opzione “alta” consente di lasciare alcuni anni
allo sviluppo dell’ostilità fra il neo eletto Ceciliano e i suoi opposito-
ri, ostilità che dispiegherebbe le sue dure conseguenze solo in seguito
20
  «L. Domitius Alexander 17»: PLRE 1, p. 43.
21
  «C. Ceionius Rufius Volusianus 4»: PLRE 1, pp. 976-978; su di lui, da ultimo, cfr.
Porena 2003, pp. 259-272.
22
  Così ad esempio Frend 1977b.
23
  È la tesi sostenuta, ad esempio, da Kriegbaum 1986, pp. 135-149. Una disamina ab-
bastanza accurata, con puntuale riferimento alla bibliografia precedente, si trova in
Maierb 1987, pp. 131-133: questo autore propende per la datazione più bassa. Pur con
diverse interpretazioni circa la successione degli eventi fino alla morte di Mensurio,
comunque compressi nell’arco di un triennio, va ormai affermandosi la datazione
più alta: cfr. Lancel 1979; il commento dello stesso autore in GestConlCart, vol. 4 pp.
1553-1557 e il successivo Lancel 1999, col. 608; infine Alexander 2000, p. 952.

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92 MUSCAE MORITURAE DONATISTAE CIRCUMVOLANT

(cioè nella contestazione delle decisioni costantiniane del 313), quella


più bassa comprime la disputa sull’elezione episcopale e le contromosse
degli oppositori in un breve lasso di alcuni mesi (dal 28 ottobre 312 –
morte in battaglia di Massenzio – alla primavera del 313, quando giun-
gono al proconsole Anullino le disposizioni costantiniane in materia
di cristianesimo24). Di certo questione più importante e più difficile da
decidere è l’alternativa tra le due datazioni, che non è neutrale rispet-
to all’interpretazione dei rapporti che evidentemente Mensurio aveva
intrattenuto con le autorità civili: seguendo la datazione alta, rimane
più probabile che sia stato Massenzio non solo a convocare a Roma il
vescovo cartaginese, ma anche a decidere per un sostanziale non luo-
go a procedere nei suoi confronti, con conseguente rilascio. In tal caso,
come ha sostenuto Daniel De Decker25, occorrerebbe ammettere che il
rifiuto alla consegna del diacono Felice alle autorità si sarebbe basato
sulla certezza di Mensurio che Massenzio, avendo appena avviato la
propria innovativa politica di avvicinamento ai cristiani non solo con
la sospensione delle persecuzioni nei loro confronti, ma addirittura con
l’emanazione di un provvedimento di tolleranza, non avrebbe dato se-
guito all’atteggiamento minaccioso assunto, e avrebbe rilasciato senza

24
 Secondo Carotenuto 2002, pp. 59 ss., le due lettere che Costantino invia in Africa
a Anullino e al vescovo Ceciliano non sarebbero ancora segno di una presa di co-
scienza da parte dell’imperatore nei confronti del problema donatista. Solo con la
documentazione fornita dai donatisti per contestare l’elezione di Ceciliano, allegata
alla lettera di accompagnamento del proconsole datata all’aprile 313, Costantino
sarebbe venuto a conoscenza delle dimensioni del problema.
25
  Sulla politica di avvicinamento ai cristiani, con la sospensione delle persecu-
zioni da parte di Massenzio, cfr. la notizia di Eusebius HE 8, 14, 1, oltre a Optatus
1, 18, 1 (cfr. Corcoran 2000, p. 185). Per un quadro complessivo della politica di
Massenzio è ancora interessante De Decker 1968; per queste vicende, cfr. special-
mente le pp. 522-525, sebbene l’individuazione di Felice con un diacono cirten-
se (p. 522) susciti qualche dubbio [anche la sua tesi di un “Massenzio cristiano”
(p. 496) ha suscitato diverse perplessità; cfr. almeno le critiche mossegli da Duvalb
2000, pp. 222-223. La politica massenziana di favore verso i cristiani era già stata
richiamata all’attenzione in Pincherle 1929 e, pur senza particolari originalità, in
Pezzella 1967]. De Decker si dimostra critico sulla ricostruzione sostenuta ad esem-
pio da Frend 1952b, pp. 15 ss., centrata sulla possibilità di interpretare la lettera del
diacono Felice come la prova di uno schieramento da parte dei cristiani africani
con Alessandro e contro Massenzio; ma a me pare da sfumare anche la sua tesi di
una sorta di equidistanza, per cui Mensurio sarebbe partito per Roma senza alcun
patema e già certo della benevolenza di Massenzio, che anche secondo questo stu-
dioso sarebbe l’autore dell’ordine di rientro del vescovo a Cartagine: quanto meno,
l’ordine di traduzione a palazzo è espresso da Ottato con un verbo al passivo, che
mi pare chiaramente contenere una costrizione fisica (ad palatium dirigeretur: let-
teralmente “venisse inviato”; ma quando è un’autorità giudiziaria a “inviare” un
imputato per un processo, normalmente si effettua una traduzione sotto scorta).
Sulla politica religiosa di Massenzio, che non ha ricevuto interesse specifico da
molti studiosi, oltre al classico Schoenebeck 1939, pp. 4-27 e al già citato De Decker
1968, si veda da ultimo Kriegbaum 1992a; sul tendenzioso ritratto che Eusebio offre
dell’usurpatore, cfr. Drijvers 2007.

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2. LE ORIGINI 93

conseguenze il vescovo; la convocazione a Roma sarebbe dunque da


intendersi solo come una sorta di manifestazione muscolare del pote-
re, e di una successiva e già programmata propagandistica clemenza.
Se invece si adottasse la cronologia più tarda, ci si troverebbe con un
Mensurio ancora sotto procedimento giudiziario salvato dalla vittoria
costantiniana a Ponte Milvio: a questa sarebbero succeduti la liberazio-
ne del vescovo e il suo previsto rientro a Cartagine, fallito per una morte
comunque naturale.
Come si vede, la posizione del vescovo nei confronti del potere poli-
tico risulta di difficile decifrazione: stando alla datazione più alta, egli
avrebbe difeso il proprio diacono senza schierarsi apertamente contro
Massenzio; essendosi sviluppati gli accadimenti prima della rivolta di
Domizio Alessandro, il libello di Felice testimonierebbe di una ostilità
nei confronti di un imperator, chiunque vi si voglia identificare, ma
in ogni caso non avrebbe potuto costituire una presa di posizione a
favore di Costantino. Se invece fosse da accogliere la datazione più tar-
da, il libello di Felice sarebbe stato composto durante l’usurpazione di
Domizio Alessandro (quindi tra il 308 e il 310) e a suo favore, e l’arre-
sto del diacono sarebbe stato richiesto dal comandante delle truppe di
Massenzio sbarcate in Africa (il prefetto del pretorio Rufio Volusiano):
invece che un processo direttamente a Cartagine, la scelta di una tra-
duzione a Roma del vescovo riluttante a consegnare il suo diacono26
avrebbe a che vedere con l’imbarazzo di Massenzio allora interessato
a conservare l’appoggio dei cristiani contro Costantino che stava pre-
parandosi a scendere in Italia. Questo consentirebbe anche di indi-
viduare proprio nel novembre 312 il momento nel quale Costantino
sarebbe entrato in un primo contatto con le questioni africane, aven-
do preso il controllo di Roma dopo la morte di Massenzio; ma non
si può dimenticare come, secondo un’ipotesi storiografica abbastanza
attendibile, tra Costantino e Domizio Alessandro sarebbe stata stipu-
lata un’alleanza27, che tuttavia non salvò quest’ultimo dalla disfatta
26
  Il rifiuto di Mensurio a consegnare il diacono Felice, e soprattutto la rinuncia delle
autorità locali a impiegare la forza in questa vicenda, sembrano nella narrazione di
Ottato prefigurare il riconoscimento del diritto di asilo presso il vescovo: tuttavia,
questa interpretazione risulterebbe decisamente anacronistica. Infatti, può benis-
simo darsi che Felice abbia cercato protezione presso Mensurio, e che questi l’abbia
accordata: ma non è credibile che un magistrato pagano, agli inizi del IV secolo e
(se si trattasse di Rufio Volusiano) nel pieno di quella che le fonti descrivono come
un’epurazione, abbia trattenuto le proprie truppe davanti al vescovo. Se dal punto
di vista legislativo il primo riconoscimento di questo diritto risale all’iniziativa di
Teodosio del 392 (CTh 9.45.1), la prima formulazione da parte ecclesiastica è da rin-
tracciarsi nei Canoni 8-10 del concilio di Sardica del 343-344. Per tutta la questione,
cfr. Ducloux 1994, pp. 5-51: secondo questa studiosa, anche quello che è considerato
il primo riferimento al diritto di asilo (Sulpicius, VMar 2, 1-3), episodio la cui discus-
sa datazione non risalirebbe comunque prima del 327, non è da considerarsi come
testimonianza di quest’uso (Anne Ducloux non prende altresì in esame la vicenda
di Mensurio e Felice).
27
  L’ipotesi dell’esistenza di un patto fra i due si basa su elementi di carattere epigra-

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94 MUSCAE MORITURAE DONATISTAE CIRCUMVOLANT

del 310: in tal caso, la liberazione di Mensurio nel 312 sarebbe stata
non solo un gesto di clemenza del nuovo padrone di Roma, ma un atto
dovuto nei confronti di un proprio indiretto sostenitore. Se dunque
fosse riconoscibile nella liberazione di Mensurio un rapporto già sta-
bilito con la corte costantiniana, e specialmente con i suoi consulenti
religiosi28, i successivi interventi legislativi sulle questioni della chiesa
africana riceverebbero nuova luce.
Tuttavia, anche per gli ulteriori motivi che verranno discussi nel para-
grafo 2.3.2, credo che la datazione più alta sia da preferirsi: senza inol-
trarsi nel dibattito sul posizionamento di ogni singolo avvenimento,
per cui rinvio alla bibliografia citata nelle note precedenti, mi pare che
essa lasci un lasso di tempo più ragionevole per dar conto della situa-
zione già abbastanza nettamente delineata con la quale Costantino si
troverà a confrontarsi dal 313.

2.2.2 Quisquis igitur dicta considerat, perpendat etiam cetera quae ta-
centur29: gli oppositori di Ceciliano
Già da tempo ci si è resi conto che la morte di Mensurio, quale che
sia la datazione adottata, non può essere considerata come il “punto
zero” della crisi: in modo un po’ colorito, ma decisamente efficace,
Kriegbaum parla di una vera e propria “preistoria” dello scisma30. In
effetti la chiesa cartaginese era già attraversata da forti tensioni se ad
esempio, dando credito a Ottato, il rimprovero di Ceciliano che sarebbe
stato all’origine dell’ostilità della clarissima Lucilla risalisse a poco pri-
ma delle persecuzioni, quindi al 303.
Un documento molto significativo, risalente a quest’epoca ma di cui
abbiamo notizia solo perché fu letto alla Collatio cartaginese del 411, è
costituito dallo scambio di lettere tra Mensurio e il primate di Numidia,
quel Secondo di Tigisi che convocherà il concilio cartaginese terminato

fico (l’ormai noto miliario forse di Sicca Veneria, nella Proconsolare: CIL VIII, 22183
= ILS 8936; cf. AE 1969/1970, 205) e numismatico, mentre le fonti letterarie igno-
rano la notizia, forse anche per reticenza. Si dimostra dubbioso su questa alleanza,
ritenendola più una «boutade» di Domizio Alessandro a fini di propaganda interna
che un fatto reale, Andreotti 1969; invece Aiello 1988 si schiera per il riconoscimento
di un’alleanza, poi tradita da Costantino che avrebbe lasciato massacrare Domizio
Alessandro in base a un calcolo di convenienza.
28
 Cfr. infra, note 183 e 184. Anche in questo caso, tuttavia, le conclusioni devono
essere sfumate: giustamente Carotenuto 2002, pp. 59 ss. sottolinea come nulla, fino
alla lettera esplicitamente indirizzata a Ceciliano e trasmessa da Eusebius HE 10, 6,
1-5, consenta di affermare positivamente che Costantino avesse già elaborato una
propria posizione sulle vicende della chiesa d’Africa. Anche per quanto riguarda la
lettera a Ceciliano, poi, a suo avviso non è così scontato che Costantino avesse co-
scientemente e specificamente di mira i donatisti, mentre offriva al vescovo il sup-
porto delle strutture statali contro i suoi avversari.
29
  Ammianus RG 29, 3, 1.
30
  Kriegbaum 1986, pp. 59-95; era già la tesi di Monceaux 1901/1923, vol. 5 pp. 4 ss.

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2. LE ORIGINI 95

con la deposizione di Ceciliano e l’ordinazione di Maggiorino. Anche


in questo caso, mi pare opportuno riportare l’intero passo:
… in quella lettera [cioè la lettera di Mensurio a Secondo] sembrava che
Mensurio ammettesse esplicitamente il suo crimine, lui che tuttavia non
aveva scritto di aver consegnato i sacri codici, ma invece di averli prele-
vati e posti in luogo sicuro (abstulisse atque servasse) per impedire che
fossero trovati dai persecutori, e di aver abbandonato al loro posto (di-
misisse) nella basilica delle Nuove certe false scritture di eretici affinché i
persecutori, trovandole e portandole via, non gli chiedessero altro; però,
scriveva che alcuni uomini di spicco della chiesa cartaginese31 in seguito
avevano fatto sapere per vie traverse (suggessisse) al proconsole che quelli
che aveva mandato con l’incarico di sequestrare le Scritture dei cristiani
e di darle alle fiamme erano rimasti vittima di un inganno (illusi fuerant),
poiché non avevano trovato se non alcune cose estranee al loro mandato
(nescio qua ad eos non pertinentia), mentre gli oggetti della loro missione
erano custoditi nella stessa residenza episcopale, da cui avrebbero dovuto
sequestrarle e bruciarle; ma il proconsole non volle dare quest’ordine32.
In quelle lettere, inoltre, si poté leggere che Mensurio aveva disapprova-
to e aveva diffidato i cristiani dal prestare onore a coloro che si offrissero
spontaneamente alle persecuzioni, pur senza essere stati arrestati, e che in
sovrappiù dicessero di possedere Scritture con l’intenzione di rifiutarsi di
consegnarle33, senza che tutto ciò fosse stato il risultato di un’inchiesta (a
quibus hoc nemo quaesierat). E in quella medesima epistola si accusavano
alcuni in debito col fisco di un comportamento da delinquenti34, poiché

31
  Carthaginensis ordinis viros: ordo è termine tecnico nel linguaggio ecclesiastico già
a quest’altezza, e mi pare che faccia qui riferimento alla struttura gerarchica della
chiesa cartaginese, specialmente alla luce di quanto accadrà dopo la morte di Men-
surio (cioè al ruolo giocato dai seniores); ma va notato come lo stesso termine, nella
risposta di Secondo di Tigisi riportata subito sotto, indichi inequivocabilmente le
autorità cittadine. Nella lettera di Mensurio, però, un intervento delle autorità citta-
dine contro il vescovo sembra improbabile: a quale titolo sarebbero state informate
dell’espediente del vescovo, e sul luogo in cui questi avrebbe nascosto le Scritture?
Solo due ipotesi possono essere avanzate: o i componenti di questo ordo erano con-
temporaneamente membri influenti della chiesa, o avevano ricevuto da costoro la
segnalazione circa lo scambio dei libri; come si vede, in entrambi i casi prospettati è
dall’interno della comunità cristiana che parte l’iniziativa della delazione al procon-
sole. Va almeno menzionato in questa sede il parere difforme di Kriegbaum 1986, p.
61, secondo il quale si sarebbe trattato di «curiali pagani»: tuttavia, questa afferma-
zione non è da lui supportata con altri argomenti.
32
  Ad hoc eis consentire noluisse: la traduzione proposta dalla NBA suona: «su questo
non volle dargli retta». La differenza non è trascurabile: secondo la mia interpreta-
zione, il proconsole viene a sapere dell’espediente di Mensurio ancora durante la
persecuzione, e decide di soprassedere; la traduzione proposta dalla NBA lascia inve-
ce indefinita la datazione di questo episodio, che potrebbe così essersi svolto anche
subito dopo la cessazione della persecuzione.
33
 … quas non traderent: ho scelto di dare alla relativa un valore finale, che mi è parso
più aderente all’intenzione agostiniana.
34
  Il testo, quidam … facinorosi arguebantur fisci debitores, andrebbe a mio avviso
corretto in quidam … facinoris arguebantur fisci debitores, conservando la forma
classica arguere aliquem facinoris che significa «accusare qualcuno di un delitto». Per-

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96 MUSCAE MORITURAE DONATISTAE CIRCUMVOLANT

cogliendo l’occasione della persecuzione cercavano di tenersi lontano da


una vita appesantita dai troppi debiti, o pensavano di poter scontare e per
così dire riscattare i propri delitti35, o comunque pensavano di procurarsi
ricchezze e di godere in carcere delle delizie derivanti dalla venerazione
dei cristiani. Tuttavia i donatisti non accusavano Mensurio d’altro, se
non di aver consegnato le Scritture; dal momento che sostenevano avesse
mentito negando che si trattasse dei sacri codici e avesse cercato di na-
scondere la sua colpa, benché comunque essi giudicassero condannabile
anche quella stessa messa in scena (quamvis et ipsam fictionem criminaren-
tur). Diedero anche lettura delle lettere con cui Secondo di Tigisi rispose
a Mensurio senza rompere la comunione (rescripta Secundi Tigisitani ad
eundem Mensurium pacifice data), nelle quali egli a sua volta descrisse le
azioni compiute dai persecutori in Numidia, e [quelle di] quanti, arrestati
e rifiutatisi di consegnare le Scritture, subirono molte angherie e furono
torturati con gravissimi supplizi e uccisi, e li lodò ritenendoli a buon dirit-
to degni dell’onore tributato per il martirio (eosque honorandos pro martyrii
sui merito commendavit), comparandoli, per non aver consegnato le sacre
Scritture, all’esempio di quella donna che a Gerico si rifiutò di consegnare
ai persecutori i due esploratori, nei quali erano figurati i due Testamenti, il
Vecchio e il Nuovo36. Ma d’altra parte questo esempio, se gli si vuole dare
questa interpretazione figurata, suonava piuttosto a favore di Mensurio.
Infatti nella sua lettera Mensurio rimproverava coloro che, pur non con-
segnandole, confessavano tuttavia di possedere le sacre Scritture, cosa che
non fece quella donna; infatti essa non ammise neppure che si trovassero
presso di lei quegli esploratori che erano ricercati, ma anzi lo negò espli-
citamente. Secondo scrisse inoltre che anche a lui erano stati mandati dal
curatore e dall’ordine [dei decurioni] un centurione e un soldato bene-
ficiario, al fine di confiscare i sacri codici da dare alle fiamme, e che lui
rispose loro: “sono un cristiano e un vescovo, non un traditore”; e poiché
essi gli richiedevano almeno un qualche libro apocrifo o qualunque altro
oggetto37, [Secondo scrisse] di non aver consegnato neanche questo, se-
condo l’esempio di Eleazaro il Maccabeo che non volle nemmeno simu-
lare di mangiare carne di porco per non offrire agli altri un esempio di

ciò ho assegnato alla relativa che segue un valore causale.


35
  Purgare … et quasi abluere facinora sua: abluere ha un significato molto forte in am-
bito cristiano, rimandando al perdono delle colpe che si ottiene col battesimo. Ho
tuttavia preferito mantenere in traduzione un’accezione più ampia, poiché mi pare
che qui sia da intendersi in riferimento ad un riscatto sociale, attraverso un proce-
dimento simile a quanto descritto da Barton 1994, per cui cfr. supra, cap. 1 nota 31.
36
  Si tratta della prostituta Raab: Gs 2, 1-21; Gs 6, 17-25; Eb 11, 31; Gc 2, 25.
37
 … cum ab eo vellent aliqua ecbola aut quodcumque accipere ...: ho scelto di tradur-
re con “libro apocrifo” il termine §κβολ±, da cui chiaramente deriva per traslittera-
zione ecbola utilizzato da Secondo di Tigisi, perché il significato del termine greco
rimanda ad un’area semantica che ha a che vedere con l’espulsione, il bando, il get-
tare qualcosa fuori dalla nave o l’aborto: riecheggia At 27, 18-19, quando a rischio
di naufragio i marinai che trasportano Paolo verso Creta iniziano a gettare in mare
il carico. Mi pare innegabile che qui Secondo stia strutturando un paragone tra il
proprio comportamento e quello di Mensurio che, pur non consegnando le Sacre
Scritture, aveva fatto trovare agli incaricati dall’autorità giudiziaria dei testi di ereti-
ci, cioè qualcosa da scartare, che può essere gettato fuori bordo (Mensurio li aveva
definiti, del resto, reproba).

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2. LE ORIGINI 97

collusione (praevaricatio)38. I cattolici ascoltarono pazientemente finché


non fosse terminata la lettura di queste lettere di Mensurio e di Secondo,
benché essi avessero fatto mettere a verbale che già le conoscevano e le
ritenevano non attinenti alla causa della chiesa39.
Occorre evidentemente tener conto che Agostino offre delle lettere
una sintesi, del resto resa palese dall’uso del discorso indiretto; ed oc-
corre anche tener conto di come i suoi riassunti siano spesso tendenzio-
si40. È d’altra parte evidente la direzione in cui egli vuole accompagnare
il lettore: i suoi interventi redazionali sottolineano come nella lettera
del cartaginese
sembrava che Mensurio confessasse il suo crimine: tuttavia egli non
aveva scritto di aver consegnato i sacri codici;
che i donatisti
non accusavano Mensurio d’altro, se non di aver consegnato le Scritture;
infine che
Secondo di Tigisi rispose a Mensurio senza rompere la comunione41.
La lettera di Mensurio contiene però altre informazioni, che Agosti-
no ha riportato pur cercando di distoglierne l’attenzione dei lettori: il
cartaginese giustifica non solo l’espediente dello scambio di volumi,
38
  2Mc 6, 18-31. Nel lessico giuridico, si tratta di un «delitto consistente nella propo-
sizione dolosa di un’accusa, avanzata per prevenirne una più grave e favorire l’accu-
sato» (DGR, s.v.); tale delitto, per concretizzarsi, deve essere commesso in collusione
con l’accusa, o comunque tra le parti in lite: cfr. ThLL 10, 2 pp. 1987,35-73. Tuttavia,
il termine si carica di valenze assai più significative se si tiene conto del suo uso in
ambito cristiano ove, oltre al più generico significato di “peccato”, esso rinvia più
specificamente all’apostasia (ThLL 10, 2 p. 1088,40-52) e al peccato originale (ThLL
10, 2 p. 1089,1-21).
39
  Poiché la lettura avvenne nella terza giornata, i cui verbali ci sono giunti mutili
in GestConlCart 3, rimane di questa lettera il riassunto datone da Augustinus BConl
3, 13, 25 (da cui è tratta la citazione) e Augustinus CGaud 1, 37, 47; ne resta, inoltre,
il riassunto contenuto nei Capitula redatti su ordine di Marcellino: GestConlCart
3, 334-342. Cfr. Lamirande 1965, p. 728. Secondo Bernhard Kriegbaum, questi do-
cumenti sarebbero rimasti ignoti ad entrambe le parti in causa fino a poco tempo
prima della Collatio; d’altra parte, questo studioso rileva nell’atteggiamento di Se-
condo di Tigisi delle ambiguità per cui mi pare risentire, in realtà, dell’impostazione
agostiniana (Kriegbaum 1986, pp. 74-75; cfr. infra, nota 52). Nell’espressione delle sue
preoccupazioni pastorali Mensurio riecheggia, volutamente, Cyprianus Ep 5.
40
  Credo sia sufficiente il rimando, a questo proposito, a Lancel 1994 e Alexanderson
2002.
41
  È questo il modo in cui mi è sembrato sensato tradurre l’avverbio pacifice, in rife-
rimento ad una pax ecclesiae intesa non più nei confronti del mondo esterno quanto
piuttosto nelle proprie dinamiche interne: si pensi semplicemente all’uso di pax in
Augustinus PsPDon; cfr. inoltre anche Congar 1963b, pp. 711-713. Si veda, comunque,
anche un altro esplicito passo ottaziano, riferito ai responsabili dello scisma: dum
docerent pacem adhuc pacifici vocabantur … et dividendo ecclesiam noluerunt esse pacifici
(Optatus 7, 5, 5).

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98 MUSCAE MORITURAE DONATISTAE CIRCUMVOLANT

ma anche le proprie prese di posizione nei confronti della venerazione


tributata dai suoi fedeli a martiri sulla cui reputazione e sulle cui moti-
vazioni interiori egli getta un grave discredito. La risposta di Secondo,
che a dar retta ad Agostino non andrebbe intesa come una rottura del-
la comunione, segue lo schema delle argomentazioni del collega car-
taginese rovesciandone però le prospettive: mentre nella descrizione
di Mensurio non vi è traccia di un rapporto diretto tra lui e i soldati
incaricati del sequestro (per indicare il posizionamento dei libri nella
cattedrale, Mensurio utilizza il verbo dimittere, che lascia intendere un
“abbandonare”), Secondo viene direttamente interpellato; esponendo-
si in prima persona, egli dichiara implicitamente di possedere le Scrit-
ture, non avendo alcuna intenzione di consegnarle, mentre Mensurio,
a parte l’espediente dello scambio, aveva criticato chi affermava di pos-
sederle anche se poi rifiutava di tràdirle alle autorità42.
Mentre infine Mensurio getta discredito sui presunti martiri, Secondo
afferma che chi soffre per la fede è degno di onore43.
Il passaggio più interessante in questo contrappunto di Secondo è
però quello nel quale descrive il suo scambio di battute con i militari:
dopo il suo rifiuto alla traditio, sono proprio loro a suggerirgli l’espe-
diente che chiuderebbe la questione senza danno. Si tratta, significa-
tivamente, dello stesso stratagemma posto in atto da Mensurio: offrire
qualcosa di scarso valore per un cristiano, ma che “assomigli” ai libri
ricercati. Mi pare che questo, insieme ad una lettura diversa delle parole
di Secondo sulla sequenza di sofferenze patite da confessori e martiri,

42
  Tutta questa parte del confronto tra i due vescovi non può essere compresa se non
si tiene sullo sfondo un documento coevo, di cui entrambi dovevano ragionevol-
mente aver contezza: si tratta della Passio sancti Felicis episcopi, che narra del glo-
rioso martirio del vescovo di Thibiuca capace di resistere, nel 303, alla richiesta di
traditio fino alle estreme conseguenze. In questo caso, il curator Magniliano aspettò
il ritorno del vescovo, che si era recato a Cartagine (una situazione che richiama
da vicino quella di Felice di Abthugnos, il consacratore di Ceciliano: si direbbe una
strategia non episodica); atteso il ritorno del vescovo, e fattolo comparire dinnan-
zi a sé, Magniliano gli ingiunse di consegnare libros vel membranas. Estremamente
significativa la scarna risposta di Felice di Thibiuca: habeo sed non do (PaFel 12-13).
Allo stesso modo rispose pochi giorni dopo al legato a Cartagine, dove era stato tra-
sferito: habeo, sed non dabo (PaFel 25); ribadì anche davanti al proconsole Anullino le
stesse parole: non sum ea daturus (PaFel 28). Come si è visto, nello scambio epistolare
con Secondo di Tigisi «Mensurio rimproverava coloro che, pur non consegnandole,
confessavano tuttavia di possedere le sacre Scritture», mentre Secondo sosteneva di
essersi rifiutato di consegnare alcunché, compresi gli ecbola, benché richiesto dalle
autorità: ma Agostino, nell’offrire il proprio riassunto delle lettere, omette di indica-
re a chi i due stessero facendo riferimento nel loro confronto, depotenziando così gli
argomenti contro il discusso atteggiamento di Mensurio.
43
  A quest’ultimo proposito, credo sia un errore considerare la sequenza delle pro-
posizioni coordinate che descrivono i patimenti di chi rifiuta di tradire come una
progressione di carattere temporale: è piuttosto un elenco, una sorta di catalogo del-
le diverse modalità con cui le autorità civili dosavano l’uso della forza nei confronti
dei cristiani.

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Volume Muscae moriturae Donatistae circumvolant.indb 98 21/03/13 09:30


2. LE ORIGINI 99

getti una luce assai interessante sulle modalità con cui le autorità im-
periali misero in atto gli editti di persecuzione: lo scopo dell’editto di
Diocleziano che prevedeva il sequestro e la distruzione di libri e suppel-
lettili era non tanto la distruzione fisica degli oggetti sacri o quella dei
renitenti, quanto l’annichilimento dell’identità cristiana; sulla base di
questa impostazione anche le autorità locali dimostrano qui di eseguire
gli ordini ricevuti44. Come dimostra non solo il comportamento degli
agenti davanti a Secondo, ma anche il rifiuto di Anullino a procedere
nuovamente contro Mensurio, all’autorità era sufficiente l’apparenza
della traditio: disarticolata l’identità cristiana attraverso questo espe-
diente, ai sudditi dell’impero non sarebbe rimasto che riassumere sul
piano identitario le modalità e gli usi che rispondevano ai valori del
mos maiorum. Quella configurata da queste testimonianze doveva esse-
re la prassi amministrativa più diffusa nell’esecuzione degli editti, alme-
no in Africa.
Quanto la questione potesse risultare imbarazzante per la pars Caeci-
liani è dimostrato dal tentativo di neutralizzare la portata delle parole
di Secondo operata in un altro documento, cioè nel falso protocollo del
cosiddetto “Concilio di Cirta” esibito dal diacono donatista Nundina-
rio al processo da lui intentato nel 320 contro il proprio vescovo, Silva-
no di Cirta (che finì condannato all’esilio)45. Che si tratti di un falso,
prodotto insieme ad altri dallo stesso Nundinario, è tanto palese che lo
stesso Agostino, per poterlo utilizzare, sentì il bisogno di giustificarne
l’esistenza in modo un po’ pretestuoso46; comunque, in quella sede l’ag-
gressivo Silvano di Cirta, per stornare da sé le conseguenze dell’accusa

44
  Per un primo approccio, è sufficiente Kolb 1988.
45
  Questa correlazione si desume direttamente da Optatus 1, 14, 2-3. «Nundinarius»:
PCBE 1, pp. 788-789; «Silvanus 1»: PCBE 1, pp. 1078-1080. Secondo Duvalb 2000, pp.
16-17, questo documento però non sarebbe stato utilizzato nel corso del processo,
e non si dovrebbe neppure dare per certo che fosse allegato agli atti. Alla luce della
testimonianza ottaziana, tuttavia, la posizione di Yvette Duval a questo proposito
pare decisamente fragile.
46
 Cfr. Augustinus CCresc 3, 27, 31 secondo il quale l’attendibilità del documento
deriverebbe proprio dalla doppiezza dei protagonisti: focalizzando l’attenzione sul-
le caratteristiche “psicologiche” degli avversari, questa spiegazione rientra a mio
avviso integralmente nei canoni della polemica, e non ha alcuna credibilità sul
piano storiografico. Il protocollo cirtense, presentato alla Collatio del 411, venne
comunque contestato come falso dai donatisti: cfr. Augustinus CDon 14, 18; Lancel
1972/1991, vol 1, pp. 94-97. In tempi moderni ha sostenuto per primo l’inaffidabilità
del documento Völter 1883, pp. 92-100; cfr. poi Barnes 1975, col quale concordo.
Contra si è schierata Duvalb 2000, pp. 205 ss., rinviando ai lavori di de Veer 1968, pp.
796-798 e de Veer 1976, che tuttavia mi paiono posare su una base assai fragile: la
mancata reazione dei numidi al processo cirtense, che sarebbero insorti se si fosse
trattato di un falso. Questa affermazione si basa sul silenzio delle fonti, che però ci
sono arrivate mutile in questa sezione: d’altra parte, il racconto di Agostino sopra
richiamato narra proprio del rigetto donatista, alla Collatio, di questo documento in
quanto falso. Su tutta la questione, cfr. inoltre le sensate osservazioni di Garcia Mac
Gaw 2008, pp. 215-216 nota 3.

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Volume Muscae moriturae Donatistae circumvolant.indb 99 21/03/13 09:30


100 MUSCAE MORITURAE DONATISTAE CIRCUMVOLANT

di traditio, avrebbe rinfacciato al suo primate, Secondo di Tigisi, proprio


l’episodio della mancata consegna sia delle Scritture, sia di qualsivoglia
ecbola, insinuando un accordo sottobanco con le autorità:
tu come ti comportasti, mentre eri sotto la custodia del curator e delle
autorità cittadine, che intendevano costringerti a consegnare le Scritture?
In qual modo riuscisti a farti rilasciare da loro, se non perché consegnasti
o ordinasti di consegnare ogni cosa (o “una cosa qualsiasi”)?47
Secondo lo stesso protocollo, Marino di Acquae Tibilitanae avrebbe
affermato di aver consegnato, sull’esempio degli ecbola di Mensurio,
delle chartulae, salvando i propri codices; Donato di Calama avrebbe
consegnato dei testi di medicina; Vittore di Rusicade48, pur avendo con-
segnato testi sacri, spiegava che essi erano ormai illeggibili (deletitia49).
Come si vede, l’intero testo è costruito in modo da controbilanciare
l’operato di Mensurio (e così verrà sfruttato dalla polemica successiva):
anche altri vescovi, poi confluiti nella pars Donati, avrebbero operato
in modo simile, mentre su Secondo di Tigisi viene gettato un risentito
sospetto…

Credo infine sia significativo tracciare un confronto tra le informazio-


ni offerte dallo scambio epistolare tra Secondo e Mensurio con quanto
riferito da Ottato, ed analizzato nel paragrafo precedente, a riguardo
delle suppellettili preziose della chiesa cartaginese: nella sua lettera
il primate cartaginese descrive lo stratagemma dei libri “sacrificabili”
perché eretici, spiegando di aver messo al sicuro (servasse) le Scritture;
quando riferisce della denuncia al proconsole, aggiunge che i delatori
avrebbero specificato trovarsi i sacri codici nella residenza episcopale
(in domo episcopi). È chiaro che, per considerare “sicuro” il primo luogo
dove avrebbe dovuto svolgersi una perquisizione subito dopo quella del-
la basilica, Mensurio doveva poter contare su un comportamento con-
cordato da parte della autorità: ma questo, tutto sommato, è secondario
per il seguito di questa disamina. Più interessante è chiedersi per quale
motivo Mensurio avrebbe potuto considerare “sicura” la residenza epi-
scopale quando si era trattato di mettere al riparo le Scritture, mentre
nel caso degli oggetti preziosi, ormai scemante la persecuzione ma in

47
  Il presunto verbale faceva inizialmente parte di GestZen; tra le parti perdute di
questi atti, è però conservato da Augustinus CCresc 3, 27, 30, da cui è tratto il brano
citato: Tu quid egisti, qui tentus es a curatore et ordine, ut scripturas dares? Quomodo te
liberasti ab ipsis, nisi quia dedisti aut iussisti dari quodcumque? Per l’uso di questo ma-
teriale alla Collatio del 411, cfr. anche Augustinus BConl 3, 15, 27: secondo lui, esso
non fu commentato da parte cattolica, ma solo letto al fine di screditare Purpurio e
Secondo; nel Breviculus, tuttavia, l’ipponense si discosta da questo atteggiamento e
rafforza le critiche a Secondo che possono essere tratte dal testo.
48
  «Marinus 1»: PCBE 1, pp. 702-703; «Donatus 1»: PCBE 1, pp. 289-290; «Victor 2»:
PCBE 1, p. 1153.
49
  Deleticius/deletitius nel significato di “testo ormai illeggibile” si trova in Dig.
37.11.4 (Ulp. 42 ad ed.).

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2. LE ORIGINI 101

procinto di partire per Roma, gli sarebbe sembrata miglior soluzione la


dispersione presso i seniores della sua comunità. Credo che la notizia ot-
taziana del rifiuto dei seniores alla riconsegna dei beni loro affidati vada
riconsiderata: quelli che essi rifiutano di consegnare sono beni di cui
“normalmente” hanno la custodia50, e tutta la romanzesca descrizione
dell’inventario consegnato alla vecchierella (l’umile ed obbediente vec-
chierella è un doppio narrativo speculare all’ambiziosa Lucilla?) è una
pura finzione letteraria che serve all’autore per accreditare l’avarizia
dei seniores come uno dei motori dello scisma. Del resto, proprio que-
sti seniores risultano tra i sostenitori dell’avversario di Ceciliano, cioè
di Maggiorino: dunque a lui devono aver consegnato quanto ricevuto
in affidamento, altrimenti non si comprenderebbe la loro permanenza
nella chiesa della pars Maiorini.
Infine, un’ultima considerazione merita a questo punto una delle af-
fermazioni che Agostino inserisce nella sua relazione: secondo lui, in-
fatti, i donatisti ancora nel 411 rinfacciavano a Mensurio solo di aver
consegnato le Scritture (crimen tamen donatistae non ingerebant Mensurio
nisi de codicibus traditis). L’interpretazione che i donatisti, alla Collatio
del 411, avrebbero offerto delle epistole scambiate dai due presuli un
secolo prima è però testimoniata solo da Agostino51 poiché, come s’è
visto, questa parte dei verbali è andata purtroppo perduta: sarebbe inte-
ressante poter verificare questa informazione, perché sembra probabile
che Agostino abbia invece “addomesticato” questa parte del dibattito.
La lettura delle epistole fu richiesta dalla pars Donati; esse, indubbia-
mente, facevano perciò parte di un dossier, e questo doveva essere in
circolazione da tempo: Agostino infatti conclude le relazione di questa
fase spiegando che i cattolici ben le conoscevano (familiares esse)52, ma
che le consideravano non attinenti alla questione dibattuta, cioè quale
fosse la vera chiesa. Ne consegue che questi stessi testi non dovevano
far parte dei dossier cattolici: la via più semplice per poterne essere già
informati, quindi, passa dalla lettura delle raccolte della parte avversa.
Questo non era un comportamento fuori dell’ordinario, visto l’eclatan-
te esempio offerto dai vescovi della pars Donati quando, alla medesima
conferenza, chiesero a sostegno delle proprie tesi la lettura dell’opera di
Ottato53.
  La formazione di un patrimonio specificamente ecclesiastico, e le modalità della
50

sua gestione, sono oggetto di indagini ancora in fase iniziale. Per uno status questio-
nis recente, cfr. Leone 2006, secondo la quale è sensato ipotizzare che la formazione
di questo patrimonio sia iniziata a partire dall’età di Cipriano (p. 96), mentre è an-
cora difficile individuare chi e secondo quali criteri si occupasse di tutte le attività
gestionali.
51
  Augustinus BConl 3, 13, 25.
52
  Benché risultassero sconosciute ad Ottato, che non vi fa cenno. In questo, pro-
prio sulla base delle informazioni di Agostino e del confronto con il “protocollo di
Cirta”, non condivido il parere di Kriegbaum per cui cfr. supra, nota 39.
53
 Cfr.; GestConlCart 3, 374; 3, 476; 3, 478-484; 3, 530-537. Cfr. inoltre Augustinus
BConl 3, 16, 29.

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102 MUSCAE MORITURAE DONATISTAE CIRCUMVOLANT

Agostino dunque, relazionando sulla lettura delle epistole, interviene


in termini redazionali su tre fronti:
- dapprima focalizza l’attenzione del lettore sulla questione della tra-
ditio, lasciando seminascosta la vera accusa mossa a Mensurio dai do-
natisti: non quella cioè di aver consegnato le Scritture, ma quella di
aver orchestrato, d’accordo con le autorità, una squalificante messa
in scena (Secondo di Tigisi la definisce praevaricatio). È notevole, nella
ricostruzione offerta da Mensurio, la sua presumibile assenza al mo-
mento del sequestro dei libri nella cattedrale: gli inviati si limitano a
trovare e ad asportare i codici, ma lui non ritiene necessario riferire
di alcuna risposta fornita alle loro interrogazioni. Invece Secondo di
Tigisi riporta la propria replica ai militari incaricati della perquisizio-
ne (exploratores) in forma di discorso diretto, per darle più forza: ma
Agostino lascia del tutto tra le righe il fatto che questa risposta ai mili-
tari è anche, come si è visto, una contestazione dello stratagemma del
cartaginese;
- a questo scopo si manifesta il secondo intervento redazionale di Ago-
stino, con il depotenziamento del durissimo giudizio di Secondo che
viene seminascosto attraverso un avverbio introduttivo dal velenoso
sottinteso: quelle di Secondo sarebbero state comunque lettere54 pacifi-
ce data, che ho proposto più sopra di tradurre in riferimento al mante-
nimento della comunione con Mensurio. Ora, sottintende Agostino,
mentre Secondo, pur critico nei confronti di Mensurio, ha ritenuto di
mantenere con lui la comunione, come può essere accolta la sua po-
steriore iniziativa nei confronti di Ceciliano, che neppure era impu-
tabile della medesima colpa? Non è facile, e neppure troppo corretto,
attribuire ad un autore argomenti ed intenzioni che egli non esplicita:
ma occorre richiamare alla mente le caratteristiche del Breviculus, da
cui deriva il brano in esame. Al termine della Collatio del 411 venne
disposta la pubblica affissione e lettura nelle chiese di tutti i verbali:
un materiale troppo pesante e confuso per un uditorio spesso analfa-
beta. Agostino dunque decise di redigere il Breviculus al fine di rendere
fruibile il contenuto del dibattito cartaginese in cui i donatisti erano
risultati, secondo la sentenza del tribunus Marcellino, «confutati dai
cattolici nell’analisi di ciascuno dei documenti»55: dalla lettura della
sua sintesi doveva perciò risultare chiaro ai destinatari come ognuno
dei testi prodotti dalla controparte fosse stato smascherato nella sua
pretestuosa valenza anticattolica, ed avesse anzi dimostrato la falsità
delle accuse e l’odiosità delle motivazioni degli avversari;
- in terzo luogo, Agostino interviene redazionalmente con l’afferma-
zione conclusiva: tutta la questione non avrebbe comunque a che

54
  Nel testo viene usato un plurale, rescripta: la sintesi agostiniana ha operato una
sorta di “copia/incolla” di più testi, e questo fa ancor più rimpiangere la perdita dei
verbali originali della terza giornata della Collatio.
55
 … confutatos a catholicis donatistas omnium documentorum manifestatione pronun-
tians: Augustinus BConl 3, 25, 43.

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Volume Muscae moriturae Donatistae circumvolant.indb 102 21/03/13 09:30


2. LE ORIGINI 103

vedere con la causam ecclesiae. Correttamente, egli attribuisce questo


giudizio ai vescovi cattolici, ma è da notare come proprio questo giu-
dizio chiuda il capitolo, senza replica della pars Donati: in tal modo, la
sentenza dei cattolici è quanto resta alla mente dell’uditore.

Nel gioco delle notizie che, pur riportate, sembrano non avere alcuna
conseguenza sul dibattito, finisce con il passare inosservata la secon-
da delle accuse che già ai tempi di Secondo veniva rivolta a Mensurio:
il trattamento manchevole nei confronti di martiri e confessori. In ciò
che resta dei rescripta del primate numida questa accusa occupa uno
spazio pari alla questione della traditio: ma già nella sua lettera Mensu-
rio aveva ritenuto di spiegare il suo atteggiamento, che evidentemente
aveva sollevato l’ostilità di almeno una parte dei membri della sua chie-
sa. La posizione del vescovo di Cartagine si basa su tre pilastri:
- attenta disamina dei fedeli imprigionati, per evitare chi intendesse
approfittare della pietà dei cristiani;
- dissuasione dalla ricerca volontaria del martirio;
- contestuale dissuasione dei fedeli dal prestare atti di culto a martiri di
tal fatta.

Però Agostino, al termine della lettera di Mensurio, come s’è visto so-
stiene che questo fosse accusato dai donatisti solo per la traditio… che
le cose siano andate diversamente sembra essere dimostrato, infine,
dallo svolgimento successivo del dibattito alla Collatio: su iniziativa ed
insistenza dei donatisti, si dà lettura del dispositivo emesso dal concilio
cartaginese presieduto proprio da Secondo di Tigisi, nel quale si con-
dannava il successore di Mensurio, il diacono Ceciliano, per essere sta-
to ordinato da vescovi traditori e soprattutto perché, quand’era ancora
diacono, su ordine di Mensurio aveva impedito che venisse portato del
cibo ai martiri detenuti in carcere56. Come si vede, lo stesso impianto
delle accuse mosse dal medesimo primate di Numidia a Ceciliano nelle
lettere citate da Agostino.

2.2.3 Il bacio di Lucilla, pecuniosissima tunc et factiosissima femina57


Dopo questo iniziale confronto dei documenti trasmessi da Ottato e
da Agostino sulle prime fasi dello scisma, risulta evidente come i temi
su cui si focalizzava il dibattito, almeno da parte cattolica, fossero co-
stituiti dalla polemica sulla traditio e dalle sue conseguenze sul pia-
no ecclesiologico: è opinione unanime degli studiosi, del resto, che
proprio la questione ecclesiologica costituisca il nucleo centrale dello
scisma e della contrapposizione delle due chiese in Africa. Sistema-

56
  Quia, cum esset diaconus, victum afferri martyribus in custodia constitutis prohibuisse
dicebatur: Augustinus BConl 3, 14, 26. Questa notizia va posta in relazione con le accu-
se contenute in PaAbit 20; per l’importanza dei rapporti che i fedeli intrattenevano
con i martiri incarcerati, cfr. Bourrit 2008, pp. 454-461.
57
  Augustinus EpPar 1, 3, 5.

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104 MUSCAE MORITURAE DONATISTAE CIRCUMVOLANT

ticamente, sia Ottato sia Agostino tendono a lasciare sullo sfondo la


questione dei martiri, che anche nelle ricostruzioni più recenti fini-
sce con lo svolgere un ruolo ancillare, se non addirittura marginale
rispetto all’elaborazione ecclesiologica. L’obiettivo di questa parte
dell’indagine è invece quello di analizzare il significato che la questio-
ne martirologica aveva assunto, ancor prima della supposta traditio di
Mensurio, nel conflitto che dilaniava la chiesa cartaginese alla vigilia
delle persecuzioni dioclezianee. S’è visto, nella disamina della noti-
zia ottaziana sull’elezione di Ceciliano quale successore di Mensurio,
che tra gli avversari del nuovo vescovo veniva annoverata una ricca
matrona (appartenente a una gens di rango senatorio), Lucilla. Ottato
relega questa figura ad un ruolo stereotipato: l’orgoglio di una donna
ricca, intrigante e prepotente si sarebbe alleato all’ambizione di Botro
e Celestio e all’avidità dei seniores che non volevano restituire i beni
loro affidati; questi soggetti consociati, connotati nella narrazione da
una terminologia eversiva, sarebbero all’origine dello scisma58. Non è
difficile riconoscere all’opera, in questa ricostruzione, il classico stere-
otipo di origine apocalittica basato sulla triade donne-potere-denaro;
ma Ottato, per rendere conto dell’implacabile ostilità che Lucilla ma-
nifesta nei confronti di Ceciliano, punta alla dimostrazione della su-
perstiziosa malafede della matrona.
I fatti sono riferiti ad un’epoca molto anteriore all’elezione del nuovo
vescovo59, quando l’allora diacono l’avrebbe ripresa per un uso parali-
turgico di cui Ottato riferisce con esplicito disprezzo:
si diceva che accostasse le labbra, davanti alle specie consacrate, a un
osso di non so quale martire, e non so nemmeno se davvero si trattasse di
un martire; e poiché insisteva ad anteporre al calice di salvezza l’osso di un
ignoto defunto, e se anche si poteva trattare di un martire, questo non era
ancora stato riconosciuto come tale ufficialmente, censurata e vinta nella
sua presunzione si era allontanata con grande collera.60.
È immediatamente distinguibile il procedimento elusivo di Ottato,
che non dà alcuna indicazione sul presunto martire; la concessione
nella seconda parte della notizia (et si martyris sed necdum vindicati) la-
scia supporre che l’ignoto defunto fosse considerato martire non solo
da Lucilla, ma anche da una parte dei fedeli. Il richiamo ottaziano alla
vindicatio martyrum, sebbene anacronistico, conduce a uno dei temi che

58
  Optatus 1, 19, 1. Che fosse qui all’opera un topos era già opinione del primo editore
ottaziano: cfr. Balduinus 1569, Annotationes, p. 84.
59
  Optatus 1, 16, 1: ante concussam persecutionis turbinibus pacem, cioè prima delle per-
secuzioni dioclezianee.
60
  Optatus 1, 16, 1: ... quae ante spiritalem cibum et potum os nescio cuius martyris,
si tamen martyris, libare dicebatur, et cum praeponeret calici salutari os nescio cu-
ius hominis mortui, et si martyris sed necdum vindicati, correpta cum confu-
sione irata discessit. Rispetto alle traduzioni correnti, che vedono in ante un avverbio
di tempo, accolgo qui il suggerimento di Remo Cacitti, traducendo con un avverbio
di posizione che meglio salvaguarda la dimensione liturgica del gesto di Lucilla.

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Volume Muscae moriturae Donatistae circumvolant.indb 104 21/03/13 09:30


2. LE ORIGINI 105

si dimostreranno essere fondamentali nella maturazione delle diverse


ecclesiologie africane: il controllo delle gerarchie sul culto dei martiri61.
Sembra dunque identificabile una delle motivazioni che possono aver
attratto su Ceciliano l’ostilità di una parte dei fedeli cartaginesi: un at-
teggiamento non privo di una certa durezza (Ottato accenna alla donna
che avrebbe dato in escandescenze e a una sua punizione disciplinare
subito sospesa per l’inizio della persecuzione) nei confronti di un in-
controllato culto martiriale, capace di superare il confine tra devozione
personale e prassi paraliturgica. Tale durezza è sempre stata posta dagli
studiosi in relazione con quanto Mensurio dichiarava nella sua lettera
a Secondo di Tigisi, e soprattutto con le accuse rivolte a Ceciliano alla
Collatio del 411, relative alla proibizione di portare finanche il cibo ai
fedeli detenuti durante la persecuzione62.
Peter Brown, in uno studio di grande respiro, ha inquadrato il “bacio”
di Lucilla all’interno della sua ricostruzione dei processi di trasforma-
zione del culto dei santi sotto l’influsso di quella particolare, caratteri-
stica forma di organizzazione sociale che era il patronato tardoantico;
a suo avviso nel rapporto tra Lucilla, la reliquia e Ceciliano si potrebbe
riconoscere una delle prime fasi di questo processo:
chiaramente documentata è piuttosto la tensione prodotta dal modo
in cui le esigenze di una nuova élite di cristiani benestanti laici – uomini e
donne – entrarono in collisione con la determinazione propria di una éli-
te altrettanto nuova di vescovi, spesso provenienti dalla stessa classe, nel
pretendere di diventare essi ed essi soli i “patroni” di comunità cristiane
pubblicamente insediate. Non da un dialogo sulla “superstizione” tra la
“minoranza” che disapprovava e la “gente comune” dobbiamo prendere
le mosse, bensì da un conflitto più plausibile per uomini della tarda roma-
nità, cioè un conflitto tra sistemi rivali di patronato63.
È per questo che, secondo Brown,
il comportamento di Lucilla aveva conferito una forte espressione ri-
tuale al conflitto tra l’accesso “privatizzato” al santo e la partecipazione a
forme religiose condivise dalla comunità in generale64.
L’analisi di Brown è estremamente efficace nell’individuare uno dei
significati del conflitto tra Lucilla e Ceciliano: in effetti la ricca matrona
può, attraverso la sua donazione di 400 folles e l’elezione episcopale di
un uomo a lei riconducibile (il lettore Maggiorino), ben figurare come
patrona del sorgente movimento donatista. Così certo essa era vista dai
cecilianisti: la precoce raccolta degli interventi costantiniani sulla que-

61
  Un controllo, tuttavia, le cui modalità iniziali di affermazione non sono ancora
ricostruibili, se si esclude il criterio ciprianeo dell’inserimento nel calendario litur-
gico della loro memoria: cfr. Duvalb 1982, pp. 481-482. Per la fase successiva, cfr. infra
la disamina contenuta nel § 4.4.
62
 Cfr. supra, nota 56.
63
  Brown 1981, p. 47.
64
  Brown 1981, p. 48.

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Volume Muscae moriturae Donatistae circumvolant.indb 105 21/03/13 09:30


106 MUSCAE MORITURAE DONATISTAE CIRCUMVOLANT

stione ha fors’anche il significato di confrontare polemicamente i due


patronati, quello imperiale e quello della matrona cartaginese, rivelan-
do l’inanità del secondo.
Mettere infatti in relazione:

- i 400 folles di Lucilla con i 3000 di Costantino65 (aumentati nella loro


efficacia propagandistica dall’ulteriore disponibilità di spesa assicurata
dai funzionari africani, su ordine dello stesso imperatore: cfr. § 2.3.1),
- l’ospitalità dei seniores e della stessa Lucilla con la domus Faustae mes-
sa a disposizione per la sinodo romana che giudicherà la questione
sollevata dai donatisti66,
- i numidi radunati a Cartagine con i vescovi radunati a Roma,

significa, in buona sostanza, mettere a confronto due sistemi di pa-


tronato.

Tuttavia, mi pare che la lettura in chiave di storia sociale offerta da


Brown smarrisca un’altra delle cifre ermeneutiche con cui decifrare
il comportamento di Lucilla: limitare il suo conflitto con Ceciliano
ad una lotta tra patronati concorrenti significa perdere di vista la di-
mensione liturgica della questione, e con ciò smarrirne il più profon-
do significato sul piano religioso. Si deve qui richiamare proprio la
formulazione di quello che Brown chiama il “modello a due piani”:
secondo lui,
applicato al tipo di mutamento religioso della tarda antichità, il “mo-
dello a due piani” incoraggia lo storico a supporre che un cambiamento
nella pietà dell’uomo tardo antico come quello connesso all’origine del
culto dei santi debba essere stato il risultato della capitolazione delle éli-
tes illuminate della chiesa cristiana di fronte ai modi di pensare che in
precedenza erano diffusi soltanto tra il “volgo” … esso presuppone che la
religione del “volgo” sia uniforme, senza tempo e senza volto e che possa
produrre cambiamenti imponendo i propri modi di pensare all’élite, sen-
za tuttavia cambiare essa stessa67.
Ora, se effettivamente non è corretto vedere nel “bacio” di Lucilla
un comportamento dettato da una forma di “superstizione popolare”,
d’altra parte finisce con l’essere riduttivo interpretarlo solo alla luce di
un conflitto tra aspiranti patroni. È significativo rilevare, nuovamente,

65
  Questa correlazione è suggerita anche da Calderone 1962, p. 144. Hogrefe 2009, p.
289, nota l’assenza di questo particolare nella produzione polemica di Agostino, che
pure dimostra di possedere informazioni di prima mano sulla relatio Anullini e sul-
la documentazione di archivio; lo studioso tedesco interpreta questa assenza attri-
buendo all’ipponense l’obiettivo di focalizzare l’attenzione sulle accuse di carattere
personale mosse a Ceciliano dai donatisti, passando sotto silenzio la rivendicazione
dei beni ecclesiastici e dei donativi imperiali.
66
 Cfr. infra, § 2.3.
67
  Brown 1981, pp. 26-27.

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2. LE ORIGINI 107

come proprio questa sia l’intenzione delle fonti a nostra disposizione:


quando Ottato definisce Lucilla
cum suis potens et factiosa femina
sta intenzionalmente usando il linguaggio tradizionale della discor-
dia e dell’intrigo politico, come dimostrano quei
complures novi atque nobiles … factiosi domi, potentes apud socios
che nel racconto di Sallustio dall’interno dell’esercito romano inci-
tano il numida Giugurta all’assassinio del fratello e alla corruzione dei
governanti dell’Urbe68. Malgrado la sua attrazione per la prosa sallustia-
na69, quando Agostino riprende la notizia preferisce, come si è visto,
mettere in risalto il ruolo eversivo e corruttore di Lucilla sottolineando
la sua profusione di ricchezza allo scopo di comprare i numidi: i super-
lativi pecuniosissima et factiosissima mi pare richiamino, in modo abba-
stanza felice, la pessimistica e generalizzante descrizione che Cicerone
offriva di quanti, incapaci di affermare le proprie ragioni con gli stru-
menti della legge e della retorica, preferivano affidarsi al sopruso della
corruzione70; si tratta di un linguaggio che nella chiara ascendenza cice-
roniana della sua valenza politica richiama la factio come speculare alla
concordia: e quando l’ipponense scrive, l’eco della rivolta di Gildone71
non si è ancora spenta. Inoltre, factio aveva fin dal I secolo assunto un
ulteriore significato relativo alle tifoserie circensi72, con il loro corolla-
rio di scontri per bande spesso espressione dei conflitti di potere tra le
aristocrazie che le sostenevano: anche in questo caso, le connotazioni
hanno a che vedere con la pericolosità per l’armonica vita della comu-
nità sociale sotto la guida imperiale.

In fondo, mi pare che Brown senza volerlo applichi in questo caso


proprio una tipica lettura a “due piani”: il comportamento di Lucilla
viene decifrato a partire dalla sua appartenenza all’élite sociale cartagi-
nese, lasciando dietro l’orizzonte quel che il rituale osculatorio potreb-
be aver significato per gli altri fedeli.

68
  Sallustius BIug 8; per l’associazione ricchezza/faziosità, cfr. anche ibidem, 54, 6.
Ottato scrive a ridosso della ribellione di Firmo (per cui cfr. supra, § 1.4.3): il linguag-
gio dell’usurpazione politica ha intenzionalmente, nei suoi giorni, un significato
che rimanda all’immediata attualità.
69
  Cfr. almeno Marin 1999.
70
  Cicero Off 1, 64: existunt in re publica plerumque largitores et factiosi. È del resto chi,
potens et factiosus, sostiene pretestuosamente sia meglio affidarsi ad un re piuttosto
che a leggi malvage a suscitare, per un palese conflitto di interessi (propter potentiam
eius), quella che Cicerone (o chi per lui) definisce atrox suspicio: Ps-Cicero RetHer 2,
40, 16-18. Ma cfr. anche l’esplicita citazione sallustiana in Augustinus Civ 3, 17, 1, ove
ritornano i pauci potentes in un contesto sedizioso favorito dalle ricchezze smodate.
71
 Cfr. supra, § 1. 4. 3.
72
  Cfr. a titolo di esempio, Svetonius, VitCaes 8 (Domitianus), 7, 1; cfr. anche Camerona
1976 e, per il IV-V sec., Cracco 1999.

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108 MUSCAE MORITURAE DONATISTAE CIRCUMVOLANT

Il primo elemento da prendere in considerazione per sfuggire a que-


sto rischio è specificamente il possesso della reliquia: l’interpretazione
offerta da Brown avrebbe coerenza se questo possesso fosse già di per sé
il segno di una distinzione sociale, di quello che in termini foucaultiani
si potrebbe chiamare “un discorso di potere”73. Tuttavia, proprio a que-
sto proposito, occorre ricordare come la tradizione africana assai pre-
cocemente abbia visto la formazione di processi di “produzione” delle
reliquie che coinvolgono gli stessi martiri ancor prima dell’esecuzione:
all’inizio del III secolo, poco prima di perdere conoscenza, Saturo chie-
de alla guardia che si stava convertendo, e che si trovava vicino ad una
delle uscite dell’arena, il suo anello; lo bagna nel proprio sangue, e lo
restituisce come
haereditatem, pignus relinquens illi et memoriam sanguinis74.
Alla metà dello stesso secolo ai piedi di Cipriano, in attesa dell’e-
secuzione, i fedeli gettano linteamina et manualia, affinché essi pos-
sano raccoglierne il sangue75; quanto fosse diffusa questa pratica76
è testimoniato ancora da un testo su cui sarà necessario tornare,
il più tardo Peristephanon liber di Prudenzio: nel carme dedicato a
Vincenzo,
molti raccolgono con panni di lino il sangue che cola, per riservare
nella propria casa una simile protezione da lasciare in eredità ai di-
scendenti 77;
in quello dedicato al vescovo Fruttuoso di Tarracona e ai suoi due dia-
coni Augurio e Eulogio,
vengono raccolte le ceneri di quei santi corpi e le ossa bagnate col vino78,
che con impazienza ciascuno rivendica per sé; così grande era il desiderio
dei fratelli di portarsi a casa l’offerta sacrificale delle ceneri ancor calde dei
santi, o di portarle in seno come pegno di fede79,
e sono gli stessi martiri a dover apparire ai fedeli per evitare la comple-
ta dispersione dei miseri resti:

73
  Per un primo approccio, mi limito a segnalare il lavoro collettivo curato da Straz-
zeri 2003.
74
  PaPerFel 21, 5.
75
  ActCyp 4, 2.
76
  Per un rapido quadro, è sufficiente Duvalb 2006, specialmente pp. 49-51.
77
  Prudentius Per 5, vv. 341-344: plerique vestem linteam / stillante tingunt sanguine, /
tutamen ut sacrum suis / domi reservent posteris.
78
  L’uso di bagnare di vino quel che restava delle ossa del defunto dopo i riti di inci-
nerazione era assai antico e diffuso: cfr. Billiard 1913, p. 231. Alcuni casi si possono
trovare, ad esempio, in Petronius Sat, 65, 11; ibidem, 77, 7; per un primo orientamen-
to, cfr. Magnani 2008 e Sandei 2008.
79
  Prudentius Per 6, vv. 130-135: tum de corporibus sacris favillae / et perfusa mero le-
guntur ossa, / quae raptim sibi quisque vindicabat; / fratrum tantus amor domum referre /
sanctorum cinerum dicata dona / aut gestare sinu fidele pignus.

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2. LE ORIGINI 109

vengono scorti rivestiti di nivee stole, ordinano che sia restituita la ce-
nere indivisibile (dei tre), di farne oggetto di culto, e che sia chiusa in un
sarcofago di marmo80.
Lo stesso atteggiamento è riscontrabile nelle volontà dei 40 martiri di
Sebaste81, il cui lascito testamentario ordina che
nessuno si procuri per proprio conto e per sé parte anche minima delle
nostre ceneri quando verranno estratte dalla fornace82.
Già questi pochi riferimenti, che si estendono per un arco temporale
di circa due secoli e certificano perciò di un fenomeno di lunga durata,
testimoniano di come il possesso di un frammento di reliquia potesse
essere diffuso tra un vasto pubblico di fedeli: il mondo tardo antico ha
elaborato inoltre ulteriori modalità di produzione delle reliquie, attra-
verso il contatto tra oggetti di vario genere (principalmente pezzuole
di lino) con reliquie già venerate e accessibili83. Perciò l’interpretazione
del “bacio” di Lucilla a mio avviso non può essere limitata a un sem-
plice “discorso di potere”: come del resto lucidamente ha colto Brown,
nella prassi questo discorso si articola sul piano cerimoniale e su quello
edilizio, a partire dalla costruzione di tombe di famiglia ad sanctos che
tendono ad inglobare quella del martire fino all’edificazione di santuari
pubblici; mentre nel caso di Lucilla ci si trova di fronte a una reliquia di
dimensioni estremamente contenute e a un uso paraliturgico che trova
il proprio spazio all’interno di una celebrazione comunitaria e che non
pare in alcun modo avere una funzione discriminante nei confronti de-
gli altri astanti.

Dunque il cosiddetto bacio di Lucilla sembra nascondere un si-


gnificato assai più profondo, che costituisce la chiave di volta per la

80
  Prudentius Per 6, vv. 139-141: cernuntur niveis stolis amicti: / mandant restitui cavoque
claudi / mixtim marmore pulverem sacrandum. Si potrebbe anche vedere in questo inter-
vento soprannaturale la sanzione, da parte degli stessi martiri, di una sepoltura monu-
mentale legata al riconoscimento di un patronato, laico o episcopale che fosse.
81
  Il testo, se autentico, risalirebbe agli stessi martiri, caduti durante un irrigidimen-
to della politica anticristiana di Licinio dopo la sua rottura con Costantino; esso te-
stimonia di come la dispersione delle reliquie potesse costituire un problema anche
nell’area orientale del Mediterraneo.
82
  TXLMar 1, 3 (la trad. utilizzata è quella di S. Ronchey, in AtPass, p. 345). Tuttavia,
la dispersione delle reliquie fu solo rimandata: ne portò frammenti a Brescia uno dei
più vivaci discepoli di Ambrogio, il vescovo Gaudenzio (cfr. Gaudentius Tract 17, 14-17).
83
  Così Gregorio di Tours ad esempio riferiva nel VI secolo, per la tomba di Pietro a
Roma, di un uso analogo chiaramente risalente a molto tempo prima, e ormai ac-
cettato senza riserve; in questo caso l’effettiva consacrazione, dipendente dalle pre-
ghiere e dalla devozione del fedele, era testimoniata dall’aumento di peso del pallio-
lum che aveva assorbito dalle reliquie un potere divino: si fides hominis praevaluerit,
a tumulo palliolum elevatum ita imbuitur divina virtute, ut multo amplius, quam prius
pensaverat, ponderetur (Gregorius Turonensis GlorMar 27). Per il culto delle reliquie in
Africa, cfr. Duvalb 1982, pp. 542 ss.

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110 MUSCAE MORITURAE DONATISTAE CIRCUMVOLANT

decifrazione del ruolo svolto dalla polemica africana sui martiri nel
corso dell’intero IV secolo e fino alla conquista vandala. In un saggio
di notevole interesse pubblicato tra le due guerre mondiali84 Franz Jo-
seph Dölger, dopo aver sostenuto la necessità di tradurre il verbo libare
con un’espressione che avesse inequivocabilmente a che vedere con il
contatto delle labbra (il “bacio”, per l’appunto), aveva focalizzato la
propria attenzione sull’origine e sul significato di questo atto di culto.
Nella sua ricostruzione, il bacio della reliquia avrebbe una duplice ra-
dice: da una parte il bacio all’eucaristia, che all’epoca ne avrebbe pre-
ceduto l’assunzione (a ragione Dölger escludeva invece l’analogia con
il bacio all’anello episcopale), dall’altra un significato apotropaico
del gesto, analogo a paralleli usi pagani; in una rapida disamina della
letteratura del IV-V secolo, lo studioso tedesco ha potuto dimostrare
come del resto la prassi osculatoria nei confronti delle reliquie fosse
diffusa e spesso problematizzata.
Credo tuttavia che Dölger abbia commesso un errore nel collegare
direttamente con l’eucaristia il bacio alla reliquia: esso è invece liturgi-
camente modellato prima di tutto su un altro tipo di bacio, quello che
i fedeli si scambiavano a suggello della comunione reciproca, segno di
appartenenza alla comunità dei santi e prodromo alla cena eucaristica.
Il bacio di comunione è, nella visione liturgica di Lucilla, assai più che
un semplice rito di pacificazione: si tratta della tangibile ammissione al
banchetto celeste, in compagnia dei santi85. Così, trovandosi in posses-
so di una reliquia “privata” (caso assolutamente non raro, come si è vi-
sto e come lo stesso Dölger dimostra), è col martire in cielo che diretta-
mente essa stabilisce la sua comunione: una eucaristica partecipazione
al banchetto celeste che automaticamente sembra relegare in secondo
piano il ruolo della gerarchia ecclesiastica, ridotta a mera dispensatrice
del pane consacrato.
Del resto, anche la proposta di Dölger finisce con il restringere l’area
di significato della testimonianza ottaziana: la pregnanza del verbo
libare, utilizzato nella narrazione ottaziana, va ben oltre il semplice
accostamento delle labbra, comunemente reso come “bacio”. Il ver-
bo rinvia chiaramente alla libazione sacra86: col suo gesto, Lucilla non
solo partecipa al banchetto celeste, ma in una sorta di cortocircuita-
zione liturgica rende il martire presente alla celebrazione terrena. Li-
bare indica, nel suo significato originale, il prendere a piccoli morsi,
lo staccare con le labbra: escludendo che l’oggetto di questa azione
potesse essere l’osso stesso, penso si potrebbe ipotizzare qui anche una

84
  Dölger 1932.
85
  Non va del resto sottovalutato il ruolo della libatio classica come rito introdutti-
vo all’ambito del sacro: cfr. il provocatorio saggio di Veyne 1990, specialmente pp.
26-29.
86
  Sia, quindi, alla aspersione del defunto durante i riti funebri, sia all’aspersione
delle are prima del sacrificio. Per un quadro generale in epoca classica, esteso a tutto
il mediterraneo, cfr. sintesi in Simona 2004.

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2. LE ORIGINI 111

modalità di assunzione del pane eucaristico mediata dal contatto con


la reliquia87.
Che il legame tra la reliquia e le specie eucaristiche fosse non solo tan-
to stretto, ma avesse una valenza specificamente liturgica, è dimostrato
dalla lunga durata di questa notizia: dopo un prolungato silenzio, a cau-
sa del quale non è possibile seguirne il lento percorso, essa riemerge a
distanza di quattro secoli in oriente, ove a metà del secolo VIII Giovanni
Damasceno la riporta, pur con varianti molto significative:
I donatisti hanno origine in Africa da Donato, quello che ha trasmes-
so (paradedwkÒtoj) loro un certo osso (Ñstoàn ti), che loro tengono
con forza (kratoàntaj) sulla mano prima di manifestargli devozione
(¢sp£zesqai), e prender parte solo allora (thnikaàta) all’offerta delle obla-
zioni, tutte le volte che (¹nika) queste sono portate (proskom…zesqai)88.
Rispetto alla notizia di partenza, sono evidenti le trasformazioni subite
dalla narrazione: Donato ha sostituito Lucilla, e l’osso sembra sarcasti-
camente trasformato in una sorta di lascito ereditario (parad…dwmi cor-
risponde a tradere, in tutta la sua area di significati: ho adottato, in tra-
duzione, quella che mi è parsa più “neutrale”); ma è interessante notare
come, pur così declinata, permanga la nozione di un legame profondo
fra l’osso e il contesto liturgico dei riti eucaristici. Proskom…zw, nella sua
ambivalente forma medio/passiva, può indicare sia i riti eucaristici (la di-
stribuzione delle due specie, visto che «oblazioni» è al plurale), sia quelli
dell’offertorio; ma potrebbe anche riferirsi al “prendere per sé”, “prende-
re per portare via” il pane eucaristico, uso un tempo diffuso. In ogni caso,
a una significativa distanza cronologica e spaziale (Giovanni Damasceno
scrive il de Haeresibus già in tarda età, e la sua morte si colloca nel 750,

87
  Credo sia importante collegare questa notizia con i risultati dell’indagine archeo-
logica a Belezma, per cui cfr. infra, § 3.5. Quanto al “morso”, devo a Matteo Dalvit la
preziosa segnalazione di una testimonianza di Egeria secondo la quale, durante una
liturgia in presenza del vescovo gerosolimitano durante la Settimana Santa, presbi-
teri e diaconi avrebbero con ogni prudenza offerto al bacio dei fedeli un frammento
della vera croce; le cautele adottate in questo frangente sarebbero state giustificate,
secondo Egeria, da un episodio di cui mi pare che essa (o i suoi informatori) abbia
frainteso l’originario significato: un fedele ignoto, infatti, avrebbe cercato di staccare
con un morso un frammento della preziosa reliquia, onde trafugarlo (quoniam nescio
quando dicitur quidam fixisse morsum et furasse de sancto ligno, ideo nunc a diaconibus,
qui in giro stant, sic custoditur, ne qui veniens audeat denuo sic facere: Egeria It 37). È forse
più probabile che si possa qui ravvisare la testimonianza di una modalità arcaica di
libatio ormai caduta nell’oblio, sostituita – come ancora è tradizione presso le chiese
orientali – dal semplice bacio.
88
  Iohannes Dam. , 95. Ho tradotto un po’ liberamente ¢sp£zesqai, che rinvia al sa-
luto affettuoso (“baciare”, “abbracciare con affetto”, ma anche “salutare con entu-
siasmo un’autorità”), e proskom…zesqai, che rinvia all’essere “portati avanti”, ma
anche al “prendere per sé”. Si tratta indubbiamente di una scelta discutibile, ma mi
è sembrato utile lasciare il più aperte possibile le ipotesi interpretative che una tra-
duzione più tradizionale (legata al “bacio” dell’osso e alla distribuzione dell’eucare-
stia) avrebbe inevitabilmente ristretto.

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112 MUSCAE MORITURAE DONATISTAE CIRCUMVOLANT

quando il vicino oriente è già da tempo sotto la dominazione islamica),


pur con tutte le deformazioni/incertezze rilevate, rimane indiscutibile
la conservazione di una memoria eresiologica che mantiene inalterato
il legame specificamente liturgico tra la reliquia, sprezzantemente ridot-
ta ad “osso” senza nemmeno più la dubitativa esitazione ottaziana, e la
consacrazione eucaristica: comunque si voglia tradurre il passo, sembra
impossibile negare che esso si riferisca ad un contatto fisico tra la reliquia
e il pane eucaristico.

È contro questa prassi liturgica che Ceciliano era intervenuto: il malde-


stro tentativo ottaziano di spostare l’attenzione sulla dubbia qualifica di
martire del defunto, cui l’osso era un tempo appartenuto, ha precisamente
lo scopo di far passare sotto silenzio la vera questione in causa. Lucilla non
è l’arrogante, ricca, faziosa femina di cui la propaganda cecilianista ha tra-
mandato l’immagine89: è invece l’esponente laica più in vista di un gruppo,
all’interno della chiesa di Cartagine, che vede al centro dalla chiesa, della
liturgia e della prospettiva escatologica la figura ed il corpo fisico del marti-
re. È una ecclesiologia che si esplica sul piano della liturgia, della quale non
abbiamo testimonianza in termini teologici formali, ma non per questo
priva di un proprio spessore e di una propria dignità: prima ancora di subi-
re le accuse di traditio, è contro questa concezione che il diacono Ceciliano
e il suo vescovo, Mensurio, si sono schierati apertamente.
La situazione richiama da vicino quanto mezzo secolo prima Cipria-
no aveva dovuto affrontare durante la sua assenza da Cartagine: saltan-
do la mediazione delle figure gerarchiche, i fedeli si rivolgevano diret-
tamente ai martiri e ai confessori in carcere per ottenere il perdono e
la riammissione nella chiesa90. Per quanto possa suonare paradossale
rispetto agli studi finora prodotti sull’argomento, dal “bacio” di Lucilla
sembrerebbe di poter dedurre che alle origini dello scisma, o - per ri-
prendere la felice formulazione di Kriegbaum - nella sua “preistoria”, i
veri eredi di Cipriano fossero da questo punto di vista Mensurio e Ce-
ciliano: se mai ce ne fosse bisogno, un richiamo ulteriore alla necessità
di evitare le generalizzazioni e i luoghi comuni nell’interpretazione di
quelle lontane vicende africane.

89
  Per un esempio di “propaganda cecilianista” a proposito della prassi osculatoria
di Lucilla, si veda lo sprezzante giudizio in Monceaux 1901/1923, vol. 3 pp. 105-106:
«chez beaucoup de chrétiens de la contrée, le culte des saints touchait alors à l’i-
dolâtrie, presque au fétichisme. Lucilla, cette grande dame de Carthage qui joua un
rôle si important dans les origines du donatisme, Lucilla avait coutume d’embrasser
avant la communion un “os de je ne sais quel martyr, si encore c’était un martyr”;
plutôt que de renoncer à son os, elle déclara la guerre à l’archidiacre, à l’évêque, à
tout le clergé, et fomenta un schisme». L’immagine di Lucilla che non vuole «rinun-
ciare al suo osso» richiama assai più il dantesco conte Ugolino (Inferno 33, 77-78: «ri-
prese ‘l teschio misero co’ denti / che furo all’osso, come d’un can, forti») piuttosto
che una analisi critica delle fonti…
90
 Cfr. Cyprianus, Ep 14; 15; 16; 17; 23; 27. Sulla vicenda, ampiamente dibattuta, mi
limito a rinviare al classico Saumagne 1975, p. 70, e al più specifico Grattarola 1984.

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2. LE ORIGINI 113

2.2.4 Interventor populo suae communionis apud Carthaginem


constituto
Riferendo ai suoi corrispondenti del dialogo avuto a Thubursicum
con il vescovo donatista Fortunio91, Agostino accenna anche ad un’af-
fermazione di quest’ultimo, secondo la quale i primi vescovi che si oc-
cuparono della successione a Mensurio avrebbero preso l’iniziativa di
nominare una sorta di commissario per governare la chiesa cartaginese
nella fase di transizione. Anche in questo caso, vale la pena di riportare
le parole di Agostino:
[Fortunio] si mise infatti a raccontare che proprio mentre si veniva de-
lineando lo scisma i suoi predecessori, poiché tentavano, pur di evitare
lo scisma, di far dimenticare la colpa di Ceciliano, avevano nominato un
reggente per quei fedeli che a Cartagine si erano uniti a loro nella comu-
nione. Ma aggiunse che questo reggente era stato ucciso dai nostri mentre
si trovava radunato coi suoi92.
Fortunio introduce la notizia, che Agostino abbrevia notevolmente,
nel contesto di una serie di critiche che muove alla pars Caeciliani. In
questa parte del dialogo, almeno come lo riferisce, l’ipponense è impe-
gnato a confutare una sequenza di accuse legate allo spargimento del
sangue, che secondo Fortunio verrebbero a costituire il discrimine tra
la vera chiesa e i suoi persecutori. Agostino mette in dubbio questa vi-
cenda, sostenendo di non averne mai sentito parlare (numquam antea
prorsus audieram), e poi riprendendo il suo argomento principale nel-
la disputa: il rifiuto di ogni automatismo che porti a riconoscere come
santi i donatisti perseguitati. Qui si esaurisce l’accenno all’interventor
nominato a Cartagine nelle prime fasi dello scisma: credo sia interes-
sante notare come Agostino elida l’informazione, attirando l’attenzio-
ne sulla questione dell’omicidio del reggente e distogliendola dalla sua
funzione. L’interventor rimane anonimo, ma l’ammissione di ignoranza
dell’ipponense dovrebbe limitarsi alla questione dell’omicidio; gli altri
fatti, che Fortunio deve aver riferito con maggior dovizia di particolari

91
  «Fortunius 2»: PCBE 1, pp. 500-503.
92
  Augustinus Ep 44, 4, 8: Narravit etiam in ipsa schismatis novitate maiores suos, cum co-
gitarent culpam Caeciliani, ne schisma fieret, quoquo modo velle sopire, dedisse quendam
interventorem populo suae communionis apud Carthaginem constituto, antequam Maio-
rinus adversus Caecilianum ordinaretur. Hunc ergo interventorem in suo conventiculo a
nostris dicebat occisum. Non si trascuri, infine, che una sentenza attribuita al vescovo
numida Marciano («Marcianus 1» : PCBE 1, p. 691) - pronunciata proprio in occasio-
ne del concilio che depose Ceciliano - manteneva pur sempre aperta la possibilità
di un reintegro dei traditores nella comunità, purché preceduto da pubblica confes-
sione e adeguata penitenza. Proprio la mancanza di questo processo porta, secondo
Marciano, alla impossibilità di riconoscere la comunione con Ceciliano: … turificati,
traditores, abhorrentes deo in ecclesia dei manere non possunt, nisi cognito ululatu suo per
paenitentiam reconcilietur. Unde Caeciliano in schismate a traditoribus ordinato non com-
municare oportet (Ps-Augustinus CFulg 24, linee 16-19).

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114 MUSCAE MORITURAE DONATISTAE CIRCUMVOLANT

tanto più quanto Agostino potesse essersi dimostrato all’oscuro della vi-
cenda, vengono riassunti in poche parole abbastanza ambigue.
Ad esempio, cosa significa l’asserita intenzione dei maiores, cioè dei
predecessori donatisti di Fortunio, di sopire la colpa di Ceciliano? D’al-
tra parte, populus constitutus suae communionis farebbe pensare ad uno
scisma già compiuto: ma la nomina sarebbe avvenuta, secondo la nar-
razione di Fortunio, proprio agli inizi della vicenda, anche perché sa-
rebbe impossibile immaginare una qualsiasi forma di mediazione dopo
la lacerazione definitiva. La sintesi agostiniana tuttavia non ha alcu-
na intenzione di informare su questo episodio, ma solo di dimostrare
come anche in questo caso debba essere rigettata l’accusa ai cattolici di
essere dei persecutori.
È lo stesso Agostino, più di un decennio dopo, a offrire l’unica altra at-
testazione della nomina di uno o più interventores nelle prime fasi dello
scisma:
la setta di Donato è uscita dalla Numidia. Furono loro a prendere l’ini-
ziativa di gettarsi nella divisione, nella rivolta e nello scandalo, mentre in-
dagavano sulla natura dell’offesa. Furono i numidi a prendere l’iniziativa.
Fu Secondo di Tigisi a prenderla. Dove sia Tigisi, è risaputo. Quei chierici
che furono inviati crearono un’assemblea estranea alla chiesa, rifiutarono
la comunione con i chierici di Cartagine, nominarono un reggente, e fu-
rono sostenuti da Lucilla. L’unico responsabile di questo intero disastro fu
un eretico numida93.
In questo caso, la nomina di visitatores/interventores sembra essere av-
venuta quando ormai lo scisma si era consumato, già in presenza di Se-
condo di Tigisi e degli altri numidi: ma l’arrivo a Cartagine di Secondo e
dei suoi è, nella narrazione di Ottato, seguente alla frattura e porta alla
consacrazione di Maggiorino quale vescovo della capitale proconsola-
re. Quindi, anche in questo caso, occorre tener conto di una sintesi che
non ha lo scopo, nella polemica sviluppata da Agostino, di narrare gli
avvenimenti e i loro sviluppi in ordine cronologico, ma solo quello di
depotenziare gli argomenti dei suoi avversari. La notizia sui visitatores è
inserita in un contesto nel quale Agostino si sforza di demolire l’affer-
mazione donatista di una salvezza che verrebbe dalla Numidia: proprio
da dove, secondo lui, sarebbero invece giunti lo scandalo e lo scisma.
Il compito di un interventor, nella tradizione africana, consisteva
nell’assicurare l’amministrazione di una sede vacante, organizzando
l’elezione del nuovo vescovo94; un illustre precedente consente però
di ampliare la comprensione delle funzioni di questa figura: Cipria-
no, intervenendo nel conflitto che stava dilaniando la chiesa di Roma

93
  Augustinus Serm 46, 39: de Numidia nata est pars Donati. Ipsi missi sunt primo in dis-
sensionem et tumultum et scandalum, quaerentes ingenium vulneri. Numidae miserunt.
Secundus Tigisitanus misit. Ubi sit Tigisi, notum est. Qui missi sunt clerici, extra congre-
gaverunt ab Ecclesia, et clericos Carthaginis accedere noluerunt, visitatorem posuerunt, a
Lucilla excepti sunt. Auctor totius huius mali Numida haereticus fuit.
94
 Cfr. Sabw 2000, pp. 75 ss.

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2. LE ORIGINI 115

subito dopo l’elezione episcopale di Cornelio (nel 251) contestata da


Novaziano, dopo che entrambe le parti lo avevano interpellato decise
di inviare nell’Urbe due vescovi africani, Caldonio e Fortunato, quali
interventores al fine di accertarsi della situazione, informare il prima-
te africano e favorire la soluzione del conflitto. Come ha sostenuto
Maurice Bévenot in questo modo Cipriano, benché fosse stato eletto e
ordinato Cornelio, continuava evidentemente a trattare Roma come
sede vacante95 finché non avesse potuto prendere una decisione sul
suo riconoscimento.

Quanto accadde a Cartagine alla morte di Mensurio può acquisire


coerenza interna se letto alla luce di questo precedente: la chiesa roma-
na, sessanta anni prima, trovandosi in difficoltà si era rivolta al prima-
te africano, in quanto vescovo più autorevole tra quelli accessibili e da
tempo fraternamente legato a quella comunità, così come la chiesa car-
taginese all’inizio del IV secolo si rivolse al primate di Numidia nel mo-
mento del bisogno. Non è però facile ricostruire la cronologia di que-
sto intervento: l’esempio romano appena richiamato farebbe supporre
che l’invio del reggente possa essere avvenuto anche dopo l’elezione di
Ceciliano, visto che Secondo di Tigisi non l’aveva ancora riconosciu-
ta; oppure, l’arrivo a Cartagine dell’interventor potrebbe aver preceduto
l’elezione del nuovo vescovo e forse essere stato l’elemento scatenante
delle dinamiche frettolose di cui si è parlato nel § 2.2.1, come suggerisce
Fortunio nella sua testimonianza96.
Tuttavia qualche punto fermo nella ricostruzione degli avvenimenti
può finalmente essere riconosciuto:

- I prodromi della crisi si manifestano già sotto l’episcopato di Men-


surio: elementi di spicco della sua comunità, scandalizzati dallo stra-
tagemma delle false Scritture fatte ritrovare nella perquisizione della
basilica, ne hanno dato informazione allo stesso proconsole. È assai
probabile che abbiano fatto altrettanto col primate di Numidia, ri-
chiedendone l’intervento (in questo caso si potrebbe pensare a una
iniziativa dei seniores, come avverà in seguito nel caso di Primiano97):
questo sarebbe alla base dello scambio epistolare tra Secondo di Tigisi
e Mensurio. Può anche darsi che la notizia della delazione al procon-
sole e del suo disinteresse sia un espediente retorico di Mensurio per

95
 Cfr. Bévenot 1977, con rapida scansione cronologica degli avvenimenti.
96
  Forse è a proprio proposito di questa elezione avvenuta senza attendere l’arrivo
dell’interventor che i numidi lamentavano di aver ricevuto “grave offesa”.
97
  Nel conflitto che, all’interno della pars Donati, opporrà massimianisti e primiani-
sti all’inizio dell’ultimo decennio del IV secolo, sono i seniores di Cartagine a convo-
care un concilio per deporre Primiano: his itaque permoti seniores Ecclesiae supradic-
tae, ad universum chorum litteras legatosque miserunt, quibus non sine lacrymis deprecati
sunt ut ad se ferventius veniremus, quo perpenso libramine, intentationibus exploratis,
existimatio Ecclesiae purgaretur (Augustinus EnPs 362, 20).

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116 MUSCAE MORITURAE DONATISTAE CIRCUMVOLANT

screditare i suoi accusatori: egli avrebbe cercato in questo modo in-


durre Secondo a non dare troppo credito alle loro rimostranze.
- È sempre sotto l’episcopato di Mensurio che la questione del rapporto
da tenere con i confessori e i martiri diviene fonte di scontro all’in-
terno della chiesa cartaginese. Anche in questo caso, la durezza del
dibattito porta all’esterno il conflitto, chiamando in causa il primate
di Numidia98.
L’intervento di Secondo dimostra una finora insospettata prudenza:
malgrado i toni durissimi nei confronti del collega, non interrompe
la comunione con lui. Quando si pone il problema della successione,
la chiesa cartaginese lo interpella nuovamente: poiché l’ostilità che si
manifesta nei confronti di Ceciliano, così strettamente legato al prede-
cessore, potrebbe generare una crisi molto grave, Secondo invia un pro-
prio interventor - o forse più di uno - al fine di dirimere la questione; nel
ricordo di Fortunio, la nomina di questo reggente manteneva ancora
questo significato.

Agostino, nella prima delle testimonianze riportate, conserva la no-


tizia dell’omicidio dell’interventor, che nei passi successivi respinge con
derisione. Certo un “assassinio nella cattedrale” avrebbe lasciato traccia
assai più significativa nella letteratura posteriore, ma credo che l’analisi
lessicale, ancora una volta, possa offrire spunti interpretativi interessan-
ti. Proprio nella polemica africana del IV secolo ricorrono termini legati
all’omicidio per significare la cancellazione della dignità episcopale99, e
analogo significato questi termini assumevano in ambito carismatico,
ove si riferivano al mancato riconoscimento dell’ispirazione pneumati-
ca: così ad esempio l’Anonimo Eusebiano scrive che i montanisti
ci hanno chiamati anche uccisori di profeti, dato che non abbiamo ac-
colto i loro loquaci profeti100.
Tuttavia, forse anche Fortunio ne aveva perso l’originario significato
e pensava ad un vero omicidio, dato il contesto della discussione con
Agostino, poiché a sua volta aveva riferito di questo episodio mentre
accumulava prove dell’accusa ai cattolici di essere persecutori; in ogni
caso, è in questa accezione che l’ha intesa e rigettata Agostino.
Mi pare che un altro aspetto della notizia debba essere ripreso: al fine
di evitare lo scisma, il compito dell’interventor sarebbe stato quello di
sopire culpam Caeciliani. Dunque, nella prospettiva della parte più rigo-
rista della chiesa cartaginese, Ceciliano portava responsabilità proprie
98
  Christel Butterweck ha recentemente sostenuto che alla base dello scambio epi-
stolare tra Mensurio e Secondo si troverebbe proprio la questione del riconoscimen-
to della qualifica martiriale a chi avesse resistito apertamente all’ordine imperiale
della traditio: l’iniziativa sarebbe stata assunta da Secondo di Tigisi, che avrebbe sen-
tito la necessità di confrontarsi col primate cartaginese sulla questione (Butterweck
1995, pp. 125-129).
99
 Cfr. Optatus 2, 21; ibidem 2, 24; ibidem 25 (specialmente i §§ 10 ss.).
100
  Riportato in Eusebius HE 5, 16, 12.

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2. LE ORIGINI 117

oltre a quelle del predecessore; ma, nella prospettiva dei numidi, questa
culpa non era sufficiente per una sua espulsione: è proprio per evitare i
rischi di uno scisma che viene inviato un reggente. Cosa significa esat-
tamente sopire? Nella traduzione che ho proposto (“far dimenticare”),
l’intervento dei numidi sembrerebbe teso a guadagnare tempo, speran-
do che le contestazioni rientrassero; ma il seguito dei fatti parrebbe in-
vece accreditare per il reggente il compito di mettere a tacere le polemi-
che sulla culpam Caeciliani favorendo una candidatura diversa, in grado
di evitare la spaccatura della comunità, e sopire avrebbe il significato di
“depotenziare nelle sue conseguenze la colpa di Ceciliano”.
La ricostruzione di quel che accadde, in ogni caso, è a questo punto
più facilmente ipotizzabile: Ceciliano e i suoi sostenitori rifiutarono
la mediazione numida, e procedettero alla consacrazione. Acquisisce
più senso in questa ipotesi di ricostruzione la fretta delle operazioni
di cui Ottato, come s’è visto, cerca di attribuire la responsabilità ad
altri (Botro e Celestio), pur confermando che la causa principale di
questa impazienza fosse da ricercarsi nel tentativo di precedere l’in-
tervento di Secondo di Tigisi101. Ceciliano, indipendentemente dal
numero e dalla qualità dei suoi sostenitori, disponeva del controllo
della basilica episcopale; il gruppo che si era raccolto attorno ai se-
niores, che in Africa sembra aver giocato altre volte un ruolo di con-
trollo sul vescovo e di garanzia della tradizione102, si dovette riunire
in qualche altra sede, probabilmente una proprietà privata (forse
messa a disposizione dalla stessa Lucilla), e chiese un intervento più
deciso a Secondo di Tigisi.

Il secondo brano di Agostino riportato in questo paragrafo dimostra


come l’interventor, i seniores e successivamente i vescovi numidi si sia-
no rifiutati di incontrare Ceciliano nella sua cattedrale: questo, eviden-
temente, avrebbe significato implicitamente un suo riconoscimento
come vescovo. L’alternativa, per come si erano messe le cose, era com-
portarsi ancora come se la sede fosse rimasta vacante: per questo Ce-
ciliano fu convocato al cospetto dei numerosi vescovi numidi giunti
nella capitale della Proconsolare. Prima però di studiare quegli avveni-
menti ed il loro significato ai fini di questa indagine, occorre almeno
accennare a un aspetto poco considerato da buona parte della ricerca
novecentesca, cioè alla possibile identificazione di quel reggente che
Agostino lascia anonimo, asserendo nell’Epistola 44 di non sapere chi
fosse (quemdam interventorem). Sul finire del XIX secolo, due studiosi
tedeschi avanzarono l’ipotesi che potesse trattarsi proprio di Donato

101
  Questa fretta era già stata attribuita a Ceciliano da Gibbon 1776-1789, vol 3 cap.
21: «the advantage which Ceacilian might claim from the priority of his ordination
was destroyed by the illegal, or at least indecent, haste with which it had been per-
formed, without expecting the arrival of the bishops of Numidia».
102
 Cfr. Kriegbaum 1986, pp. 127-129.

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118 MUSCAE MORITURAE DONATISTAE CIRCUMVOLANT

di Casae Nigrae103: mi pare un’ipotesi molto suggestiva, che renderebbe


conto dell’importanza assunta da questo personaggio nel seguito delle
vicende.
In effetti, questo spiegherebbe il suo ruolo nelle vicende romane del
313, alla guida della delegazione che accusava Ceciliano: si sarebbe trat-
tato della persona meglio informata sulle convulse fasi che precedette-
ro la contestata ordinazione di Ceciliano, stante l’assenza di Maggio-
rino e grazie al suo precedente ruolo di interventor. L’ipotesi fu accolta
anche da Monceaux: componendo una biografia in cui notizie certe e
ricostruzioni per via di induzione si sommano con voli di fantasia senza
alcuna soluzione di continuità, Monceaux però ritenne che Donato si
fosse trasferito a Cartagine per fuggire da una cattiva reputazione procu-
ratasi in Numidia durante la persecuzione, e si fosse poi trasformato in
una sorta di “agente” di Secondo di Tigisi incaricato di spiare Mensurio,
ancora vivente, e di fomentare lo scontento nei suoi confronti. Que-
sta interpretazione si basa sull’affermazione agostiniana secondo cui al
“concilio” di Roma del 313 Donato sarebbe stato accusato con successo
di aver provocato lo scisma quando “Ceciliano era ancora diacono”104:
l’informazione, tuttavia, si concilia pienamente con la ricostruzione
sopra proposta, senza bisogno di ricorrere ad una spiegazione che, oltre
a complicare inutilmente il quadro, risulta di pura fantasia.

2.2.5 L’ordinazione di Maggiorino


Dunque, le accuse rivolte a Ceciliano prima della sua ordinazione
non sembrano essere state la causa più immediata dello scisma: a ren-
dere inevitabili le conseguenze è stata la sua ordinazione stessa, recepita
come un’offesa da chi, pur avendo inviato un interventor, era stato po-
sto di fronte al fatto compiuto. Significativa a questo proposito sarà la
sententia dell’altrimenti sconosciuto vescovo numida Marciano105 che,
sostenendone la deposizione e scomunica nel concilio dei settanta, de-
finirà Ceciliano
ordinato dai traditori dentro uno scisma106.
La scelta di Ceciliano di sfidare i suoi accusatori, invitandoli a espri-
mere pubblicamente le accuse nei suoi confronti107, sottintende la
volontà di avviare un contraddittorio da una posizione di forza, ov-

103
  Völter 1883; Thümmel 1893; cfr. Kriegbaum 1986, pp. 103-104. L’identificazione di
Donato di Casae Nigrae con Donato il Grande non è sempre stata accolta con cer-
tezza: cfr. Chapman 1909 e la disamina di Alexander 1980, ripresa in Alexander 2001b,
coll. 640-641 con ulteriore bibliografia.
104
  Etiam Donatus a Casis Nigris in praesenti convictus est, adhuc diacono Caeciliano
schisma fecisse Carthagine: Augustinus BConl 3, 12, 24.
105
  «Marcianus1»: PCBE 1, p. 691.
106
  In schismate a traditoribus ordinato: Ps-Augustinus CFulg 26.
107
  Si est quod in me probetur, exeat accusator et probet: Optatus 1, 19, 2. Probare qui signi-
fica, tecnicamente, “esibire le prove” nel senso di documenti ufficiali.

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2. LE ORIGINI 119

viamente respinto dai numidi; nella sequenza del racconto ottaziano


appare qui per la prima volta il riferimento ad una nuova accusa, se-
condo la quale l’ordinazione sarebbe stata nulla perché operata da un
vescovo a sua volta colpevole di traditio, Felice di Abthugnos108. Dopo
aver sfidato gli avversari a provare quest’accusa, nel racconto ottaziano
Ceciliano avanza un’offerta quantomeno sorprendente, visti i succes-
sivi sviluppi del dibattito ecclesiologico: propone ai numidi, se non ri-
tengono valida la consacrazione operata da Felice, di riconsacrarlo con
le loro mani109. La notizia è riportata anche da Agostino, che la riprende
inserendola nel quadro della convocazione di Ceciliano, cui venne in-
timato di comparire davanti al concilio radunato da Secondo al fine di
giudicarlo: l’ipponense, tuttavia, meglio di Ottato coglie chiaramente
le conseguenze che potevano essere tratte da questa affermazione e ne
depotenzia la pericolosità, riducendola a una «boutade» sarcastica lan-
ciata da Ceciliano per schernire le pretese dei numidi.
Malgrado l’agostiniano sforzo di accomodamento, la notizia ha mol-
te probabilità di essere vera: Ottato specifica anche che fu il popolo a
trattenere Ceciliano, temendo per la sua incolumità; sebbene il raccon-
to si colori di particolari romanzati110, credo che l’indicazione di questo
intervento abbia un significato che va al di là della semplice cronaca,
per rivestire il ruolo di conferma della legittima consacrazione di Ce-
ciliano. Dal punto di vista dei numidi, tuttavia, questa offerta non fa-
ceva altro che peggiorare la situazione: se l’elezione e la consacrazione
di Ceciliano erano considerate un atto di forza, per cui lamentavano
una grave offesa (cfr. supra, § 2.2.4), questa nuova presa di posizione
rasentava davvero l’irrisione. Credo che Giuseppe Nicotra abbia colto
con chiarezza, in uno studio rimasto inosservato, il significato di questo
passaggio: il momento preciso che può essere considerato come l’inizio
dello scisma è costituito dal rifiuto di Ceciliano di sottoporsi al giudizio
del concilio riunito a Cartagine da Secondo di Tigisi111.
Anche in questo caso, l’iniziativa di Secondo sembra essere stata
all’insegna della tradizione: richiesto di intervenire a Cartagine, aveva
nominato un reggente; al precipitare della situazione, aveva scelto di

108
  «Felix 2»: PCBE 1, pp. 409-410. Sulla individuazione in Proconsolare, e non in
Bizacena, di questa località, e sulla restituzione “Abthugnos” invece del più tradizio-
nale “Abthugni”, cfr. AE 1995, 1655 e Ferchiou 1993-1994; tuttavia segnalo come in
AE 2003, 1889 sia ripreso il toponimico “Abthugni”.
109
  Iterum a Caeciliano mandatum est ut, si Felix in se sicut illi arbitrabantur nihil contu-
lisset, ipsi tamquam adhuc diaconum ordinarent Caecilianum: Optatus 1, 19, 2. Sul giu-
dizio di Agostino, cfr. Augustinus BConl 3, 16, 29.
110
  Come le minacce di Purpurio di Liniata: cfr. Optatus 1, 13, 3-4 e 1, 19, 2. Si tratta di
notizie su cui esercitare l’ermeneutica del sospetto, visto che la violenza nei confron-
ti dei familiari e la crudeltà arbitraria sono fra i tratti tipici nella descrizione psicolo-
gica dell’usurpatore (cfr. Jerphagnon 1984, pp. 43-45); in questa chiave, le supposte
minacce di Purpurio risultano funzionali alla costruzione della sinistra fama che lo
ha accompagnato nella tradizione storiografica fino a tempi recentissimi.
111
  Nicotra 1942, p. 19.

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Volume Muscae moriturae Donatistae circumvolant.indb 119 21/03/13 09:30


120 MUSCAE MORITURAE DONATISTAE CIRCUMVOLANT

convocare un concilio per dirimere la controversia. Fu questo concilio


a deporre Ceciliano ordinando al suo posto Maggiorino, lettore della
chiesa di Cartagine e domesticus di Lucilla, almeno nella sarcastica no-
tazione di Ottato112: in questo modo, la resistenza di Ceciliano e la re-
azione dei numidi113 avevano condotto alla contemporanea presenza,
nella capitale della Proconsolare, di due vescovi reclamanti la titolarità.
Tecnicamente, lo scisma era definitivamente compiuto, sebbene forse
nessuno al momento fosse davvero cosciente delle conseguenze di lun-
go periodo che avrebbe comportato114.
L’elezione di Maggiorino115 fu, secondo le accuse dei cattolici, favori-
ta da una cospicua donazione di Lucilla: si parlò di 400 folles, una uni-
tà di conto che subì nel corso del IV secolo pesantissime svalutazioni
(ma già in età costantiniana le oscillazioni furono violentissime), per
cui è abbastanza difficile farsi un’idea del suo effettivo valore. Jones ha
prodotto comunque una stima attendibile, fissando un’equivalenza
all’interno della banda 1-1,5 libbre d’argento (approssimativamente
dunque la donazione avrebbe avuto la consistenza di 131-196 kg d’ar-
gento, corrispondenti all’epoca a circa 3-5 kg d’oro)116. La notizia pro-
viene dalla documentazione esibita in un processo di cui ci è giunta
solo una parte degli atti, ma è abbastanza credibile: del resto, in quello
stesso torno di tempo la munificenza117 imperiale aveva messo a dispo-
sizione delle chiese d’Africa 3.000 folles, promettendone altri alla bi-

112
  Optatus 1, 19, 4.
113
  Frend 1978, ripreso da Bernardini 2003, p. 136 nota 67, rileva che la frequenza del
numero 70 ad indicare i partecipanti a concili africani potrebbe essere un riflesso di
Num 11, 16 e riferirsi, più che a un dato quantitativo, a un numero “simbolico di una
pienezza di partecipazione”.
114
  Il giudizio è di Sparrow 1910, p. 10.
115
  «Maiorinus 1»: PCBE 1, pp. 666-667.
116
  Jones 1959c, pp. 332-334: si tratta di una storia di questa unità di conto che dedica
alla donazione di Lucilla e a quella successiva di Costantino solo un breve, quanto
interessante excursus. Contro le stime di Jones si pronunciò, in un misconosciuto
eppure circostanziato contributo, Cracco 1961, le cui conclusioni sono poi state ri-
proposte in Cracco 1995, p. 375 nota 457. Per ulteriori rimandi, cfr. la bibliografia
citata in Maierb 1987, p. 140 n. 8; il più recente Lassère 1991, pp. 311-312, ha tentato
di ricostruire il valore del follis sulla base di un cenno in MirSteph 1, 14, ma non ha
raggiunto conclusioni univoche. La notizia della donazione di Lucilla, di per sé at-
tendibile, si trova in un documento da considerare con maggior prudenza di quanto
non si sia fatto finora, una lettera di Forte (vescovo altrimenti sconosciuto) prodotta
come prova in GestZen. In questa fonte, i 400 folles sono presentati come il prezzo
della consacrazione di Maggiorino; nel successivo interrogatorio dei testimoni da
parte di Zenofilo, si afferma che questo denaro non sarebbe poi stato destinato ai
poveri. GestZen ha ricevuto una ampia disamina da parte di Duvalb 2000, pp. 21-209;
l’analisi dei passi sopra citati si trova a pp. 173-175.
117
  L’uso di questo termine non è generico: privo di connotazione morale, esso de-
signa una donazione effettuata per tramite di un atto giuridico, attenendo alla sfera
della politica assai più che a quella della generosità personale. Fondamentale, a que-
sto proposito, Carrié 1992.

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2. LE ORIGINI 121

sogna; fatte le debite proporzioni, quella di Lucilla era una donazione


di tutto rispetto. Sembra meno attendibile l’accusa ai numidi di essersi
spartiti il denaro, ma di questo si tratterà più avanti; ancor meno pro-
babile risulta l’intenzione simoniaca di Lucilla: qui sono chiaramente
all’opera le deformazioni proprie della polemica antiereticale, e non
pare il caso di soffermarvi troppo l’attenzione. È invece utile, ripren-
dendo quanto detto a proposito della potens et factiosa Lucilla, notare
come anche nel caso dei seniores il lessico adottato per qualificare i so-
stenitori di Maggiorino richiami indirettamente quello dell’eversione
politica, dato che essi con la loro avarizia avrebbero consumato nel
vino (ebiberant) quanto ricevuto in affido; il linguaggio si fa politico
nella misura in cui l’ubriachezza nella storiografia tardo imperiale ri-
sulta uno dei connotati dell’usurpatore, del tyrannus118. Le scelte lessi-
cali costituiscono un interessante punto di vista sulla vicenda: almeno
da parte cecilianista, lo scisma guidato dai numidi veniva presentato
come una usurpazione, una ribellione all’autorità legalmente costi-
tuita del vescovo; di riflesso, è altamente probabile che fosse proprio
sotto questa luce che i cecilianisti riuscirono a presentare Maggiorino
e i suoi all’imperatore.
I numidi, com’era prassi al termine di un concilio, inviarono lettere a
tutte le chiese d’Africa e alle transmarine per comunicarne gli esiti e so-
prattutto la destituzione di Ceciliano: è pertanto abbastanza probabile
che non solo Roma, ma anche i vescovi dell’entourage di Costantino ne
fossero posti al corrente nei mesi immediatamente seguenti.

2.2.6 Non accusator et reus steterunt in quaestione119


Nella sostanziale fissità delle argomentazioni che le due parti in con-
flitto elaborarono a sostegno delle proprie posizioni, solo con Agosti-
no viene mosso al concilio dei settanta il rimprovero relativo alla con-
danna in absentia di Ceciliano. In effetti, Ottato si limita a riportare
la permanenza di Ceciliano nella propria cattedrale, circondato dalla
sua plebs, e l’inefficace invito a comparire davanti ai settanta, avanzato
minacciosamente da Purpurio di Liniata120; dunque, l’individuazione
della valenza polemica di questo spunto risulta di specifica ascendenza
agostiniana.
Più volte richiamato nelle opere antidonatiste dell’ipponense, esso
evidentemente rivestiva un ruolo specifico nell’impianto argomenta-
tivo da lui elaborato: è inoltre possibile identificare due fasi ben precise
nel suo impiego, il cui discrimine è costituito dallo sfruttamento del-
la crisi che travagliò la pars Donati dal 392. Nell’ultimo decennio del
IV secolo Massimiano, diacono cartaginese e discendente di Donato il
Grande, contrapponendosi al vescovo donatista Primiano ne ottenne

118
  Cfr. almeno Jacques 1982 e Jerphagnon 1984, p. 46.
119
  Augustinus PsPDon 76.
120
 Cfr. supra, note 109 e 110.

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122 MUSCAE MORITURAE DONATISTAE CIRCUMVOLANT

l’incriminazione in un concilio121 che riunì una quarantina di vescovi


della pars Donati, e una successiva condanna al concilio di Cebarsussa
del 393122, che raccolse infine il consenso di un centinaio di vescovi; Pri-
miano, radunato nel 394 un concilio ancor più numeroso a Bagai, forte
di 310 vescovi123, ottenne però una conferma della propria posizione, la
deposizione di Massimiano e la condanna di quanti intendessero rima-
nere in comunione con lui.

Fin dal Psalmus contra partem Donati del 394124, il suo primo interven-
to nella questione donatista, Agostino impiega la condanna in absentia
di Ceciliano per dimostrare come i settanta abbiano operato in modo
irrituale e perciò privo di valore canonico:
... non si riunirono come giudici tanti sacerdoti, nel modo
in cui son soliti riunirsi per giudicare nelle questioni di grande im-
portanza,
l’accusatore e l’accusato non furono posti a confronto nell’inchiesta …125
Si tratta di un testo indirizzato specificamente ad un pubblico in-
traecclesiale, cioè alla pars catholica: dunque è nei confronti di questo
pubblico che l’argomento dell’absentia doveva costituire, nella logica
dell’autore, uno degli elementi determinanti nel far convergere il di-
scredito sul giudizio dei numidi contro Ceciliano. Resta da comprende-
re come mai l’absentia di Ceciliano avesse avuto un così scarso peso in
Africa fino a una generazione prima (Ottato scrive fra il 364 e il 385126),
e invece fosse divenuta significativa almeno a partire dal 394, anno di
composizione del Psalmus agostiniano. Se il contesto specificamente
africano non offre, allo stato attuale delle conoscenze, alcun elemen-

121
  Significativo il fatto che questo concilio sia stato convocato dai seniores della
chiesa di Cartagine: cfr. supra, nota 97.
122
  Tenuto fuori Cartagine, ove i sostenitori di Primiano avevano ripreso il controllo
della situazione. Cfr. per tutta questa parte Frend 1952b, p. 213 ss.; Weidmann 1998 e
Kriegbaum 2002.
123
  Augustinus CCresc 4, 58, 69. L’ipponense testimonia del valore attribuito dai suoi
avversari al numero molto maggiore dei sostenitori di Primiano rispetto a quelli di
Massimiano: cfr. Augustinus EnPs 362, 23. Su questa parte, cfr. Lamirande 1965, pp.
690-693; 697; 715-716. Che in caso di posizioni conflittuali assunte da diversi con-
cilii il numero dei partecipanti fosse un argomento utilizzato nelle contestazioni è
confermato da una lettera di Liberio di Roma all’imperatore Costanzo del 353/354,
a proposito della questione atanasiana: cfr. Liberius Obsecro 2 (unde contra divinam
legem visum est etiam, cum episcoporum numerus pro Athanasio maior existeret, in parte
aliqua commodare consensum).
124
  Segnalo qui, una volta per tutte, la mia dipendenza da Trapè 2006 per la determi-
nazione della cronologia delle opere di Agostino, così come delle date più significa-
tive della sua vita.
125
  Augustinus PsPDon 74-76: …non iudices consederunt tot sacedortes de more / quo so-
lent in magnis causis congregati iudicare, / non accusator et reus steterunt in quaestione…
126
  Cfr. l’introduzione di Mireille Labrousse a Optatus, vol. 1 pp. 12-14.

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2. LE ORIGINI 123

to di interpretazione127, è invece possibile ricondurre l’origine di que-


sto argomento alla polemica antiariana dei decenni precedenti. La sua
prima elaborazione sembra risalire alla lettera che il vescovo romano
Giulio scrisse nel 340/341 ai colleghi orientali128 in difesa di Atanasio
di Alessandria, recatosi nell’Urbe in cerca di sostegno nella lotta contro
gli ariani. Condannato prima al concilio di Tiro del 335 e poi da una
commissione d’inchiesta riunitasi nella Mareotide, davanti ai quali si
era rifiutato di comparire, Atanasio cercò appoggio in occidente: nel-
la sua lettera, Giulio di Roma per ben tre volte afferma l’irricevibilità
delle decisioni orientali, prese in assenza di contraddittorio. È lo stesso
Atanasio a conservare questa lettera, in un contesto che lo vede spesso
riprendere la medesima argomentazione: si tratta dell’Apologia contra
arianos che, pubblicata in diverse fasi, vide la sua definitiva sistema-
zione prima del 350129; l’argomentazione avrà considerevole fortuna e,
dopo essere stata ripresa da diversi autori occidentali130, sempre in fun-
zione antiariana, fornirà il titolo ed il tema principale di uno dei più
duri «pamphlet» di Lucifero di Cagliari, il Quia absentem nemo debet iu-
dicare nec damnare sive De Athanasio131, pubblicato nel 358 e che costitu-
127
  Come si vedrà tra poco, Agostino scrisse il Psalmus a soli due anni di distanza
dall’inzio dello scisma massimianista, che sconvolse la pars Donati: nel corso di quei
due anni vennero comminate, dalle parti in causa, reciproche condanne in absentia.
Tuttavia nel Psalmus l’ipponense non esplora la possibilità di sfruttare l’analogia tra
queste due situazioni, come farà in seguito: se ne deduce che, forse per non aver ben
chiaro cosa stesse accadendo nel fronte avverso, egli non avesse ancora preso co-
scienza di questa opportunità. Dunque, non è in questo ambito che può essere cer-
cata l’origine dell’argomentazione de absentia: l’ipotesi presentata in queste pagine
dovrebbe rendere ragione del suo primo utilizzo, mentre il suo impiego sistematico
sarà decisamente influenzato dal conflitto tra Primiano e Massimiano.
128
 Cfr. Schima 2003, pp. 432-434; Gwynn 2007, pp. 89 ss.
129
  Per la datazione dell’opera cfr. Barnes 20013, pp. 192-195; Gwynn 2007, pp. 69-87;
per una disamina complessiva è ancora utile Orlandi 1975. La lettera di Giulio di
Roma venne recapitata al clero orientale in occasione della dedicazione della chiesa
ottagonale di Antiochia, alla presenza dell’imperatore Costanzo II e di 96 vescovi,
nel gennaio 341: cfr. Barnes 20013, p. 57. Anche i paragrafi di Athanasius ApAr 21-35,
che hanno consevato questa lettera, sarebbero stati allegati alla composizione nel
corso del 341 (Barnes 20013, pp. 194-195). Il riferimento di Giulio alla condanna pro-
nunciata in absentia contro Atanasio si trova ai §§ 23, 3; 27, 4.
130
  Per un rapido elenco, cfr. Corti 2004, p. 62 nota 94. Una bibliografia affidabile e
costantemente aggiornata su Atanasio è reperibile all’indirizzo http://www.athana-
sius.theologie.uni-erlangen.de/bibliographie; una sintesi recente della sua traietto-
ria teologica e letteraria è reperibile in Brakke 2000, ma rimane fondamentale Barnes
2001, pp. 192 ss. Quanto all’influenza di Atanasio su Agostino, cfr. Brakke 1999.
131
  Una panoramica complessiva dell’impegno e del significato dell’opera di Luci-
fero è stata offerta da Corti 2004, da cui dipendo anche per la datazione dell’opera
(pp. 185 e 251-268); alle pp. 184-191 si trova un agile riassunto di questo «pamphlet».
Sulla crisi luciferiana, cfr. la sintesi di Pérez 2008. Il tema della condanna in contu-
macia è ripreso pressochè alla lettera in un documento, Quae gesta sunt inter Libe-
rium et Felicem Episcopos, su cui si tornerà nel prossimo capitolo: si tratta di un breve
«pamphlet» composto da un anonimo ursiniano, e conservato nella raccolta che va

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124 MUSCAE MORITURAE DONATISTAE CIRCUMVOLANT

isce il suo più esteso sforzo letterario in difesa del collega alessandrino.
In esso, «absens ricorre 36 volte, inauditus 31 volte ed innocens ben 70
volte, tutti riferiti solo ad Atanasio … per ben 9 volte i tre aggettivi sono
raccolti nella stessa frase»132.
Non è necessario qui ripercorrere la fortuna ulteriore di questo argo-
mento: è sufficiente averne colto la diffusione e l’importanza per i nice-
ni occidentali impegnati nel confronto con l’arianesimo orientale, che
era supportato dalle pressioni dell’imperatore Costanzo II (dall’agosto
del 353 rimasto unico signore dell’impero e fautore di una politica di
conciliazione progressivamente ostile all’episcopato filoniceno della
pars occidentis133).
La chiesa d’Africa, che vedrà presentarsi una penetrazione ariana del
tutto minoritaria solo alla fine del IV secolo134 (e si confronterà poi dura-
mente con l’arianesimo sotto la dominazione vandala), pur filonicena
rimase sostanzialmente estranea al dibattito di quegli anni135: ma Ago-
stino visse la propria conversione nella Milano di Ambrogio, tra il 384
e il 388, e proprio al febbraio 386 risale la crisi delle basiliche che vide
contrapposto il niceno Ambrogio alla corte filoariana di Valentiniano
II in un duello che ebbe vasta eco136. È assai probabile che in quella fase
Ambrogio ed il suo «entourage» abbiano dato fondo a tutto l’impianto
argomentativo sviluppato nei decenni immediatamente precedenti, e
che dunque anche la condanna in absentia di Atanasio abbia giocato un
ruolo non secondario nella disputa.

sotto il nome tradizionale di Collectio Avellana. Esso conserva notizia della violenta
azione operata da Damaso contro i suoi oppositori romani; nell’introduzione, che
offre un breve quadro degli avvenimenti al tempo di Costanzo II, si dice di quest’ul-
timo che … Athanasium episcopum resistentem haereticis persecutus est et, ut damnaretur
ab omnibus episcopis, imperavit. Quod etiam metu principis facere temptaverunt omnes
ubique pontifices inauditum innocentemque damnantes …(GestLibFel 1).
132
  Corti 2004, p. 186 nota 56.
133
  «Fl. Iul. Constantius 8»: PLRE 1, pp. 226-227. Sia sufficiente, in questa sede, il rinvio
al già richiamato Corti 2004, che offre una ricostruzione attenta degli avvenimenti ed
una scrupolosa disamina del significato assunto dalle diverse posizioni in gioco. Per
un quadro dell’arianesimo occidentale, è ancora fondamentale Meslin 1967.
134
  Per una sintesi recente, cfr. Vian 2002; rimangono classici gli studi di Pincherle
1925a e Foillet 1963. Gli interventi agostiniani in materia (su di essi è ancora esau-
stivo Simonetti 1967) sono sostanzialmente legati al dibattito con il vescovo illirico
Massimino, giunto in Africa al seguito delle truppe gote inviate da Ravenna a repri-
mere la rivolta del comes Bonifacio («Bonifatius 3»: PLRE 2, p. 237-240, da integrare
con Delmaire 1983, p. 84; Markus 1992; Morgenstern 1993, pp. 110-112. Per un quadro
sintetico di questa complessa vicenda cfr. Mathisen 1999).
135
  Sia il presunto avvicinamento di Donato alle tesi ariane del Concilio di Sardica
del 343 (cfr. Augustinus Ep 44, 3, 6; Zeiller 1934), sia il ruolo assegnato a Restituto di
Cartagine nella ingloriosa delegazione filonicena inviata all’imperatore Costanzo
dai padri conciliari riuniti a Rimini nel 359, non lasciano alcuna traccia nel dibatti-
to teologico africano di quegli anni, evidentemente tutto compreso dalla questione
donatista.
136
  Per questa vicenda, cfr. infra, 3, 4.

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2. LE ORIGINI 125

Rientrato in Africa nel 388 e ordinato sacerdote nel 391, Agostino


potè così poco dopo sommare alla sua ricerca di argomenti contro i do-
natisti l’esperienza antiariana di cui era stato testimone a Milano: ecco
comparire il tema dell’invalidazione del giudizio dei settanta contro
Ceciliano, a causa dell’assenza di quest’ultimo e dunque della sua im-
possibilità a difendersi. È ancora un argomento di limitata efficacia: nel
394, quando Agostino lo impiega per la prima volta, esso consente sol-
tanto di associare indirettamente il donatismo a un’eresia ormai aper-
tamente definita come tale, cioè l’arianesimo, ma sostanzialmente an-
cora estranea all’esperienza dell’Africa latina. Assai chiara a livello delle
gerarchie, la distinzione tra le due comunità, quella cattolica e quella
donatista, risultava meno nitida nei gradi inferiori: il Psalmus agostinia-
no non aveva solo lo scopo di illustrare ai fedeli le colpe donatiste, ma
quello di rinsaldarne la coesione sul piano identitario, e in quest’ottica
la condanna in absentia di Ceciliano consentiva di suggerirne l’implici-
to paragone con le vicende di Atanasio, senza tuttavia mai citarlo aper-
tamente. In effetti, il possibile accostamento di Donato all’arianesimo,
esplorato nel successivo colloquio con il donatista Fortunio (vescovo
di Thubursicum) e testimoniato da una lettera del 396/397137, si rivele-
rà una forzatura di scarsa efficacia: meglio dunque limitarsi a sfruttare
l’effetto “alone” che la condanna in absentia portava con sé come eco di
mezzo secolo di conflitto antiariano.

Il salto di qualità si avrà solo quando Agostino avrà associato l’absentia


di Ceciliano a quella dei donatisti Primiano e Massimiano, contendenti
alla cattedra cartaginese, imputati e deposti in concili cui non aveva-
no partecipato e susseguitisi, appunto, fino al 394. Al termine di questa
convulsa vicenda le argomentazioni sviluppate dalle due parti, che re-
ciprocamente si rinfacciavano le rispettive condanne in absentia, offri-
rono ad Agostino l’occasione di sfruttare appieno le potenzialità dell’ar-
gomentazione: già nell’Epistula 43, scritta tra il 396 e l’inizio del 397
e indirizzata ad alcuni esponenti donatisti, egli riassunse un dibattito
pubblico nel quale aveva impiegato ripetutamente il tema dell’absen-
tia di Ceciliano quale prova dell’irregolarità del procedimento istruito
contro di lui da Secondo di Tigisi. È interessante come nella prima fase
di questo dibattito l’attenzione fosse concentrata sugli avvenimenti di
inizio secolo, e soprattutto come la presentazione agostiniana della vo-
lontà di Secondo ne facesse dipendere l’azione dalla forzatura operata
dai veri “traditori”, cioè dai vescovi numidi che si sarebbero autoassolti
al concilio cirtense del 305/306138; il cedimento di Secondo alle pressio-

  Si tratta ancora del passo citato supra, nota 135.


137

  La datazione di questa riunione è controversa, e di difficile soluzione; ho adot-


138

tato quella più diffusa, ma l’unica certezza è che i vescovi numidi si devono essere
riuniti, in quella occasione, prima che scoppiasse la questione della successione a
Mensurio. Per un quadro esaustivo delle diverse ipotesi, cfr. da ultimi Duvalb 2000,
pp. 120-137 e soprattutto Hogrefe 2009, pp. 355-361; è ormai superato Fischer 1986.

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126 MUSCAE MORITURAE DONATISTAE CIRCUMVOLANT

ni dei malvagi ricorda da vicino il fosco quadro descritto da Lucifero


all’inizio del suo pamphlet, quando rimproverava l’Antichristus139 Co-
stanzo II per le sue pressioni:140 141
Agostino Lucifero140

…cum etiam Secundus ipse concilii Cogis nos, Constanti, absentem


eiusdem principatum teneret, ubi absen- damnare consacerdotem nostrum
tes quasi traditores per eorum sententias religiosum Athanasium, sed divina
damnavit, quibus praesentibus et confes- id facere prohibemur lege … an
sis ignovit. divinitus poteris adserere per-
missum absentem inauditum et,
quod est maximum, innocentem
damnari?141
Solo dopo aver a più riprese richiamato la vicenda di Ceciliano142, alla
fine del dibattito (e conseguentemente della narrazione epistolare) Ago-
stino sfrutta fino in fondo lo spunto polemico, giocando per la prima
volta la carta dell’associazione tra la condanna in absentia di Ceciliano
e quella di Primiano ai due concili massimianisti di fine secolo. Dun-
que, questa associazione viene impiegata dall’ipponense a partire dal
396/397: essa viene riproposta a più riprese143 fino al terzo giorno della
Collatio del 411144 ove, secondo una posteriore ricostruzione di Agosti-
no, «non sapendo più cosa dire e ridotti ad un terribile imbarazzo145»
i suoi avversari avrebbero cercato scampo in principi giuridici che, se-
condo il narratore, si sarebbero comunque ritorti loro contro. Lascia
piuttosto perplessi questo stupore, generato da un argomento con cui i
donatisti erano chiamati a confrontarsi da quindici anni di polemica…

Uno sviluppo ulteriore dell’analisi di questa argomentazione, per mo-


tivi di opportunità espositiva, viene rinviato al § 2.3.4 di questo studio.

139
  Per questo giudizio di Lucifero, cfr. la raccolta di citazioni in Corti 2004, p. 188
nota 73.
140
  Augustinus Ep 43, 2, 3.
141
  Lucifer Ath 1, 3, 6-13.
142
  Augustinus Ep 43: 2, 5; 3, 7; 3, 8; 3, 11; 6, 18.
143
  Fra il 397 e il 400: Augustinus Ep 70, 1-2; Nel 400: Augustinus EpPar 1, 3, 5; 1, 4,
8-9. Nel 403: Augustinus EnEp 36, 2, 19; 36, 2, 21-22. Tra il 405 e il 411: Augustinus
CCresc 3, 40, 44; 3, 62, 68; 4, 7, 9. Tra la fine del 409 e l’agosto del 410: Augustinus
Ep 108, 4, 13.
144
  Augustinus BConl 16, 28–29; 17, 31. La stessa argomentazione viene del resto im-
piegata anche nell’edictum cognitoris del 26 giugno 411, conservato all’inizio dei ver-
bali della terza giornata: cfr. GestConlCart III, linee 23-28.
145
  Augustinus CDon 3, 3 (il testo è del 412): quia ergo diximus eis, sic illud non obesse
Caeciliano, quemadmodum hoc non obest Primiano, quoniam contra absentes facta sunt
ambo concilia, continuo non invenientes quod responderent, et horribiles angustias passi…
Lo stesso sconcerto è riferito in Augustinus Ep 141, 6, 8 (dello stesso anno). La questio-
ne dell’absentia è riproposta in Augustinus Serm 359, 6 (del 411/412) e nella sua ultima
opera antidonatista, Augustinus CGaud 2, 7, 7.

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2. LE ORIGINI 127

2.3 Nella domus Faustae: un anfitrione, i diciannove,


una sentenza

2.3.1 Causa Donati et Caeciliani in medium missa est146: l’entrata in


scena di Costantino
La posizione di Costantino è una sorta di iceberg nell’indagine storio-
grafica sul cristianesimo antico: qualunque sia stata la prudenza con cui
si è tracciata la rotta, prima o poi quella sagoma si delineerà all’orizzon-
te. La disamina proposta nel primo capitolo dovrebbe aver schiarito un
poco il panorama anche in questo caso, ma occorre mettere a fuoco con
chiarezza secondo quale ottica si intenda procedere147.
Fra le molte pregiudiziali che hanno costantemente influenzato l’in-
dagine su questi primi atti dell’intervento imperiale in materia di cri-
stianesimo, almeno due vanno richiamate in questa fase:
- in primo luogo, l’esigenza dei successivi polemisti cattolici africani
di giustificare il ricorso alla forza militare e all’apparato repressivo e
giudiziario per risolvere lo scisma: per questa parte, si riveda il § 2.1. In
questa chiave proiettare su Costantino una scelta di campo, operante
fin dalle prime battute della vicenda, assumeva una valenza chiara-
mente inscrivibile nella polemica antidonatista;
- in secondo luogo, fin dal dibattito medievale sull’operato costanti-
niano (si pensi al noto lamento dantesco in Inf. XIX, 115-117) gli atti
di questo imperatore sono stati inquadrati come fondamento autore-
vole della definizione dei rapporti tra impero e chiesa: ma, per quanto
riguarda le vicende africane, credo si tratti di un anacronismo. Non
si può pensare che già nel 313 – indipendentemente dalla posizione
critica che si intenda assumere circa la sua celebrata “conversione”
- Costantino avesse delineato un chiaro programma di azione, né è
del tutto lecito proiettare all’indietro le sue strategie successive per in-
terpretare alla loro luce quelle prime mosse148: mi pare che le vicende

146
  Optatus 1, 24, 1.
147
  La sterminata bibliografia al riguardo non può essere qui nemmeno cursoria-
mente richiamata. Come punto di partenza, credo sia sufficiente indicare almeno il
classico Calderone 1962 e i più recenti e aggiorrnati Marcone 2003 e Girardet 2006:
ma va confessato l’imbarazzo nella selezione di indicazioni comunque insufficienti
in un campo tanto vasto. Circa gli aspetti giurisprudenziali dell’intervento costanti-
niano sul donatismo è recentemente intervenuto Banfi 2005, pp. 15-59: uno studio
di respiro apparentemente ampio, che tuttavia costituisce uno di quei misteriosi in-
cidenti di percorso che gettano sinistra luce sul futuro dell’accademia italiana. Per
una disamina più approfondita, cfr. infra in questo stesso paragrafo.
148
  Quel che va certamente riconosciuto fin dall’inizio è il filo conduttore dell’at-
teggiamento costantiniano, sintetizzato molto bene da Calderone 1967, p. 231: «su
quale presupposto politico poggia il modo con cui Costantino trattò la vertenza do-
natista? su una distinzione assoluta e totale delle due sfere di azione? o piuttosto
su una determinazione della competenza della Chiesa nel quadro dello Stato, che

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128 MUSCAE MORITURAE DONATISTAE CIRCUMVOLANT

del 313 riguardanti la chiesa africana, se tolte dalle ombre di questi


anacronismi interpretativi, consentano esegesi di una certa novità, e
permettano anche di superare alcune delle forzature presenti ancora
nel dibattito del XXI secolo.

Dopo l’ordinazione di Maggiorino, su cui si è chiuso il § 2.2.5, le fonti


non offrono altre notizie fino all’entrata in scena di Costantino: perciò,
se si accetta per la morte di Mensurio una datazione alta, il lasso di tem-
po tra questi due avvenimenti potrebbe essere lungo alcuni anni (ma la
consacrazione di Maggiorino potrebbe anche essere posteriore di parec-
chi mesi a quella di Ceciliano), mentre nell’ipotesi della datazione più
bassa tutto si giocherebbe in un breve intervallo. In ogni caso, la scin-
tilla per il nuovo incendio fu originata proprio dall’iniziativa imperiale,
precedente al presunto editto milanese del giugno 313149; per comodità
del lettore, sembra opportuno richiamare qui in forma sintetica le fonti
di cui si propone la disamina in questo paragrafo150:
- lettera di Costantino al proconsole d’Africa Anullino, datata all’inver-
no tra il 312 e il 313. Si ordina di procedere alla restituzione dei beni
sequestrati durante la persecuzione dioclezianea, limitando però alla
sola «chiesa cattolica» il godimento di questi benefici151;

della Chiesa, in conseguenza, facesse un organo, particolare e particolarmente fun-


zionante, dello Stato? Già ‘a priori’ s’intende come da parte costantiniana e, in gene-
re, da parte dello Stato, solo quest’ultima posizione potesse assumersi e difendersi».
Tuttavia va rimarcato come un conto sia riconoscere il “presupposto” dell’azione
costantiniana, un altro pensare che fin dall’inizio questo “presupposto” si fosse con-
cretizzato in linee di azione predeterminate e organiche: quest’ultima è ad esempio
la posizione di Simonetti 2002a, p. 28 ss.; cfr. anche Simonetti 2002b.
149
 Anche in questo caso, il dibattito ha assunto dimensioni tali da indurre alla
prudenza perfino nell’indicare dei riferimenti: del resto, poiché l’argomento non
riguarda direttamente questa ricerca, intendo limitarmi a qualche richiamo genera-
le. Un primo approccio può già essere costituito dal classico, ed ancora stimolante,
Calderone 1962; cfr. anche la sintesi offerta da Girardet 2006, pp. 41 ss.
150
  Sul dibattito relativo alla autenticità di queste fonti, cfr. Mazzucco 1993, pp. 73-
94.
151
  Conservata nella traduzione greca da Eusebius HE 10, 5, 15-17 (Silli 1987, pp. 1-2);
cfr. il classico Jones 1954 e Corcoran 2000, p. 153. Secondo Carotenuto 2002, pp. 71
ss., la traduzione in greco non sarebbe opera dello stesso Eusebio, ma di qualche
membro della cancelleria imperiale a Cesarea. La datazione di questo testo è solita-
mente focalizzata sulla persona del suo destinatario, il proconsole Anullino, spesso
identificato con l’omonimo Prefetto dell’Urbe nominato da Massenzio poco prima
della battaglia di Ponte Milvio e rimasto in carica fino al novembre 312; perciò, solo
dopo tale data egli avrebbe potuto assumere il proconsolato d’Africa. Questa iden-
tificazione è stata tuttavia sensatamente messa in discussione da molto tempo: cfr.
l’accurata messa a punto in Porena 2003, pp. 237-254, che esclude la coincidenza dei
due personaggi ritenendoli membri omonimi della stessa gens, quella degli Annii.
Ancor meno probabile è l’identificazione dell’Anullino proconsole d’Africa del 313
con quello in carica nel 303-304, durante la persecuzione dioclezianea: ho già dato
un sunto delle linee principali di questo dibattito in Rossib 2005, pp. 183-184 nota
13, cui rimando anche per le indicazioni prosopografiche. Ciò tuttavia non ha reale

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2. LE ORIGINI 129

- lettera di Costantino indirizzata a Ceciliano (indicato esplicitamen-


te come vescovo di Cartagine), di poco successiva alla precedente152:
l’imperatore informa il presule di aver destinato una ingente somma
(3.000 folles) al sostegno delle chiese d’Africa, e lo invita a control-
lare che questa somma sia distribuita secondo una lista compilata
da un certo Ossio, solitamente individuato con il celebre vescovo di
Cordova153;
- lettera di Costantino indirizzata di nuovo al proconsole Anullino,
con la quale si concedono una serie di privilegi al clero della «chiesa
cattolica a cui è preposto Ceciliano154»;
- lettera redatta dai vescovi della pars Maiorini, anche questa di poco
seguente alla precedente, consegnata al proconsole Anullino come
accompagnamento di due libelli che si chiede vengano inoltrati
all’imperatore per via gerarchica. Questi avrebbero contenuto le ac-
cuse mosse a Ceciliano, e i vescovi avrebbero richiesto a Costantino la
nomina di iudices dati tra i vescovi della Gallia, affinché arbitrassero la
questione155;
- lettera di accompagnamento redatta dal proconsole Anullino, re-
lativa all’inoltro della documentazione consegnatagli dalla pars
Maiorini156;

influenza sulla datazione della lettera di Costantino: essa comunque precede quella
del maggio 313, indirizzata al vescovo romano Milziade e conservata sempre in Eu-
sebius HE 10, 5, 18-20.
152
  Eusebius HE 10, 6; cfr. Silli 1987, pp. 3-4.
153
 Cfr. infra, nota 183.
154
  Eusebius HE 10, 7; cfr. Silli 1987, pp. 11-12.
155
  Conservata in Optatus 1, 22, 2. Secondo Ottato, sarebbe stata firmata da un grup-
po di vescovi (i cui nomi ritornano tra i donatisti presenti al Concilio di Arles del
314) e da ceteris episcopis partis Donati: è evidente l’errore cronologico (già rilevato
da Valesius 1649, p. 293), visto che al momento della stesura doveva essere ancora
regnante Maggiorino. La lettera è stata considerata completamente falsa a partire da
Völter 1883 e Seeck 1889; si dichiarò invece sostanzialmente favorevole all’autentici-
tà, esercitando notevole influenza sugli studi successivi, Duchesne 1890, pp. 608-611
(con argomentazioni assai discutibili). La lunga storia di questo dibattito è riassunta
in Mazzucco 1993, pp. 73 ss.; Scholz 1993 (quest’ultimo decisamente centrato sulla
letteratura di lingua tedesca); Hogrefe 2009, pp. 282- 284. Sono comunque fonda-
mentali sull’argomento gli studi di Klaus M. Girardet, che ha riproposto con dovizia
di argomenti l’ipotesi di Völter, per cui da ultimo cfr. Girardet 1989b. Kriegbaum 1989
ha suggerito, per risolvere le difficoltà comportate da questa lettera, di spostarne la
redazione dopo il “concilio” di Roma e prima di quello di Arles: per le aporie che
questa proposta solleverebbe a propria volta, cfr. Scholz 1993, pp. 7-8.
156
  Il testo è conservato in Augustinus Ep 88, 2: Scripta caelestia Maiestatis vestrae ac-
cepta atque adorata Caeciliano et his, qui sub eodem agunt, quique clerici appellantur, de-
votio mea apud acta parvitatis meae insinuare curavit eosdemque hortata est, ut unitate
consensu omnium facta, cum omni omnino munere indulgentiae Maiestatis vestrae liberati
esse videantur, catholicae custodita sanctitate legis debita reverentia ac divinis rebus inser-
viant. Verum post paucos dies exstiterunt quidam adunata secum populi multitudine, qui
Caeciliano contradicendum putarent quique fasciculum in aluta signatum et libellum sine

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Volume Muscae moriturae Donatistae circumvolant.indb 129 21/03/13 09:30


130 MUSCAE MORITURAE DONATISTAE CIRCUMVOLANT

- lettera di Costantino a Milziade, vescovo di Roma, con la quale l’im-


peratore inoltra il materiale trasmessogli da Anullino e ne ordina
l’esame da parte di una commissione episcopale da lui convocata
nell’Urbe157;
- elenco dei vescovi partecipanti ai lavori di questa commissione (il co-
siddetto “concilio” di Roma, ottobre 313) e notizie sul suo svolgimen-
to, con la Miltiadis sententia158.

I primi due documenti costituiscono di per sé una delle tante cruces su


cui esercitare nuovamente l’analisi critica: è abbastanza evidente che,
al momento della loro redazione, la questione tra la pars Caeciliani e la
pars Maiorini si trovava a uno stato molto fluido; proprio l’intervento
imperiale pare aver costituito un potente catalizzatore che, radicaliz-
zandole, irrigidì e definì le posizioni dei due schieramenti.
Occorre in questa sede dedicare un po’ di attenzione all’analisi preli-
minare dell’intervento imperiale:
- già le fonti antiche riportano la notizia strutturandola all’interno di
una tesi basata sulla deferenza imperiale nei confronti dei vescovi:
Costantino, ansioso di porsi al servizio della chiesa, avrebbe imme-
diatamente delegato ai vescovi la gestione di un problema da lui ri-
conosciuto di pretta natura ecclesiale. Esemplare, per i sostenitori di
questa teoria, il moto di stizza con cui egli avrebbe ricevuto la petizio-
ne donatista: «chiedete un giudizio a me in questo mondo, mentre io
stesso aspetterò il giudizio di Cristo»159;
- sul ruolo giocato dal tema dell’intervento dello stato in questioni di
carattere religioso nel dibattito e nella ricostruzione storiografica cin-
que-seicenteschi, si veda il capitolo precedente;
- la storiografia moderna ha, anche in questo caso, un grande debito
nei confronti di quel “padre nobile” che fu Edward Gibbon, e del suo
The Decline and Fall of the Roman Empire. Nel paragrafo dedicato alle
vicende africane, egli offrì una chiave di lettura che ancora influenza
gli storici moderni: «la buona fede dell’imperatore fu sfruttata dalle
insidiose astuzie del suo favorito Ossio»160. Sulla suggestione di questo

signo obtulerunt dicationi meae atque impendio postularunt. Ut ad sacrum ac venerabilem


comitatum Numinis vestri dirigerem, quae manente Caeciliano in statu suo subiectis eo-
rumdem actis, quo cuncta Maiestas vestra possit dignoscere, parvitas mea dirigere curavit.
Transmisi libelli duo, unus in aluta suprascriptus ita: “Libellus Ecclesiae catholicae, crimi-
num Caeciliani, traditus a parte Maiorini”, item alius sine sigillo cohaerens eidem alutae,
datus die XVII Kalendas Maias, Carthagine Domino nostro Constantino Augusto III. Cfr.
anche Augustinus Ep 93, 4, 13; Augustinus CCresc 3, 61, 67.
157
  Riportata in Eusebius HE 10, 5, 18; cfr. Silli 1987, pp. 5-6.
158
  Optatus 1, 23-24.
159
  Optatus 1, 23, 1: petitis a me in saeculo iudicium cum ego ipse Christi iudicium expectem.
160
  Gibbon 1776-1789, vol. 3 cap. 21 (a.D. 312): «the credulity of the emperor had
been abused by the insidious arts of his favourite Osius». Gibbon riprese, comun-
que, una posizione già espressa da Parmeniano di Cartagine: cfr. Augustinus EpPar 1,
4, 7: 1, 5, 10; 1, 8, 13.

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2. LE ORIGINI 131

Rasputin iberico è cresciuta negli ultimi tre secoli l’idea di una diretta
influenza episcopale sul primo imperatore cristiano, fino a parlare di
Ossio come di un consigliere alla stessa stregua dei componenti del
consistorium.

Tutte queste interpretazioni presentano una aporia che sorge dalle


loro stesse radici, muovendo acriticamente dall’accettazione dell’im-
postazione data alla questione dai primi polemisti della pars Caeciliani;
Ottato è del resto esplicito, quando introduce il suo racconto riportan-
do le parole del suo avversario Parmeniano:
dite su di noi: “cosa hanno in comune i cristiani con i re, o cosa i vescovi
con il palazzo imperiale?”161.
All’esplicita accusa, rivolta alla pars Caceciliani, di aver delegato all’au-
torità imperiale una questione di carattere strettamente ecclesiastico,
Ottato annuncia di poter ribattere provando che la prima richiesta di
intervento fu presentata a Costantino proprio dalla pars Donati: nel de-
scrivere poi l’azione imperiale, che si rivelerà tanto favorevole a Ceci-
liano, egli omette intenzionalmente tutti quegli aspetti che potrebbero
fare risaltare l’autonomia d’azione di Costantino, e soprattutto un suo
pregiudiziale atteggiamento antidonatista.
La questione non si lascia liquidare tanto rapidamente, se Ottato è
costretto a tornarvi mentre racconta dei tempora Macariana: davanti
ai messi imperiali, Donato il Grande li avrebbe apostrofati chiedendo
loro: «cosa ha a che vedere l’imperatore con la chiesa?»162. La risposta
ottaziana ha imbarazzato più di un interprete: «non è infatti lo stato
nella chiesa, ma la chiesa nello stato, cioè nell’impero romano163».

Chiaramente, le alternative percorribili da Ottato al fine di circoscri-


vere la valenza dell’argomento usato dagli avversari si riducono a due
soltanto: da una parte, si è visto, gli è necessario dimostrare che pro-
161
  Optatus, 1, 22, 1: nam quod de nobis dicitis: quid christianis cum regibus, aut quid
episcopis cum palatio? Inglebert 1988 ha dedicato uno specifico studio all’utilizzo
agostiniano dei termini rex e imperator. Secondo questa analisi, mentre imperator
sarebbe usato sempre in senso positivo, rex sarebbe spesso riferito ai persecutori
(ma la distinzione rex/imperator in chiave oppositiva costituiva un luogo comune
dell’oratoria romana: per l’età repubblicana, cfr. Combès 1966; per l’età imperiale, cfr.
Lassandro 2000). Hervé Inglebert rileva come quest’uso, attraverso Petiliano, fosse
comune anche ai donatisti (ibidem, p. 454-456), ma questa testimonianza di Ottato
consente di risalire almeno al suo predecessore Parmeniano, e probabilmente di at-
tribuire alla pars Donati la paternità di questa impostazione. Va rilevato comunque
il precoce impiego, negli autori cristiani africani del III secolo, del termine tyrannus
per connotare il sovrano persecutore (cfr. Barnes 1996, pp. 57-60), mentre solo da
Costantino in poi connoterà l’usurpazione politica (Barnes 1996, pp. 60 ss. e Neri
1997), riprendendo un uso meno “tecnico” già conosciuto per l’età repubblicana
(Hellegouarch’s 19722, pp. 561-562).
162
 Cfr. infra, § 3.3.3.
163
  Optatus 3, 3, 5: non enim respublica est in ecclesia, sed ecclesia in republica.

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132 MUSCAE MORITURAE DONATISTAE CIRCUMVOLANT

prio la pars Donati è responsabile della chiamata in causa delle autorità


civili, con ciò avendone legittimato l’intervento arbitrale; dall’altra gli
occorre sostenere che esso si è svolto conformemente al disegno divi-
no. Questa seconda opzione lo costringe a rispondere in due tempi: se
e come il giudizio imperiale corrisponda a quello divino, e se il conse-
guente uso della forza sia lecito. Alla prima di queste domande, che è
quella che qui interessa, Ottato sceglie di replicare dimostrando come il
giudizio dell’imperatore sia dipeso strettamente da quello espresso dai
vescovi transmarini; quanto alla seconda domanda, occorre rimandare
la questione ai paragrafi successivi.

Focalizzato in questo modo il progetto argomentativo di Ottato, sul cui


canovaccio si innesta qui inevitabilmente l’analisi delle lettere riportate
dal solo Eusebio, si può riprendere la disamina dell’azione costantiniana.
Una chiave di lettura finora poco praticata può prendere le mosse dai ri-
sultati dell’indagine di Erica Carotenuto: secondo le sue conclusioni, Eu-
sebio avrebbe avuto tra le mani un vero e proprio dossier antidonatista,
raccolto164 e fatto circolare in ambienti romani entro il 314, visto che esso
risulta incluso nell’Historia Ecclesiastica in una o entrambe le sue prime
edizioni (313/314 e 315/316), ed espunto in quella del 324/325165. Il dos-
sier avrebbe avuto scarsa circolazione altrove (risulta sconosciuto a Otta-
to, e non ve n’è traccia al concilio di Arles166), e sarebbe stato centrato più
sull’attestazione dell’esclusivo riconoscimento della catholica come de-
stinataria dei donativi imperiali che sullo sviluppo della disputa africana.
Eusebio stesso dimostrerebbe scarsa conoscenza del contesto nel qua-
le questi documenti furono redatti; la loro disposizione, che non rispet-
ta l’ordine cronologico di composizione, dipenderebbe dalla redazione
romana che egli si sarebbe limitato a riprodurre senza rendersi conto
dell’errore. In effetti, la sequenza del libro 10 dell’Historia Ecclesiasti-
ca presenta come primo documento il cosiddetto “editto di Milano”
del giugno 313167, del quale le due lettere successive parrebbero offrire
le linee di applicazione nello specifico ambito africano; ma il ristabi-
limento della loro cronologia, invertendone l’ordine di composizio-
ne, indurrebbe a riconoscere nelle restrizioni (aƒršseij: “condizioni”,
164
  Carotenuto 2002, pp. 68-71.
165
  Carotenuto 2002, pp. 61 e 64-68.
166
  Del quale, tuttavia, ci è pervenuta solo una raccolta di canoni, oltre a una discus-
sa lettera sinodale indirizzata al successore di Milziade, Silvestro: cfr. ConGalb, pp.
35-67 e Limmer 2004, pp. 50-58; una traduzione italiana con testo a fronte si trova ora
in Canoni 2010, pp. 37-47, purtroppo accompagnata da un apparato di note troppo
succinto. Un puntuale status quaestionis sulla sinodale è reperibile in Mazzucco 1993,
pp. 54-55. Il peso di questo argomento a sostegno della tesi di Carotenuto va dunque
sfumato nella sua portata.
167
  Eusebius HE 10, 5, 2-14 (Silli 1987, pp. 7-10). Il cosiddetto “editto di Milano” ci è
stato tramandato anche da Lactanctius MPer 48, 2 ss., ove tuttavia mancano i primi
due paragrafi (di cui ci si occupa in questa riflessione), presenti invece in Eusebio; sul
significato di questa assenza, cfr. Calderone 1962, pp. 201-203.

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2. LE ORIGINI 133

“limitazioni”168) che l’editto rimuove anche la limitazione alla sola d’A-


frica dei benefici concessi:
già da tempo… avevamo ordinato che i cristiani osservassero la fede del-
la propria setta e del proprio culto. Ma poiché pare che furono chiaramen-
te aggiunte molte e diverse ‘condizioni’ in quel rescritto in cui tale facoltà
venne accordata agli stessi, può essere capitato che alcuni di loro, poco
dopo, siano stati impediti di osservare tale culto169.
Dunque parrebbe evidente che il redattore del dossier nelle mani di
Eusebio, attraverso l’inversione nell’ordine di composizione dei do-
cumenti, avrebbe avuto come scopo proprio quello di porre in risalto
come anche dopo l’“editto di Milano” la protezione costantiniana fosse
limitata a quelle chiese che si riconoscessero nella catholica170.

Focalizzando quanto riguarda le vicende africane all’interno della tesi


di Carotenuto, quel che è certo è che al suo primo intervento nella que-
stione donatista Costantino diede istruzione al proconsole di riservare
le restituzioni e le regalie solo alla «chiesa cattolica dei cristiani171»; inol-
tre, è altrettanto certo che questa disposizione preceda l’“editto di Mi-
lano”. Dunque, considerando il peso che questo intervento avrà nello
sviluppo degli avvenimenti, è necessario ricostruire qui per quanto pos-
sibile sia le motivazioni dell’imperatore, sia le informazioni in suo pos-
sesso, sulla cui base egli prese decisioni tanto gravide di conseguenze.

Il primo problema da affrontare è relativo proprio al punto centrale


della lettera: la restituzione ai cristiani e alle chiese dei beni sequestra-
ti e talora rivenduti a privati durante le persecuzioni dioclezianee. In
effetti, Costantino si trova ad emanare queste istruzioni specificamen-
te per l’Africa, poiché nell’inverno 312/313 – fino alla riapertura della
navigazione - egli disponeva del pieno controllo della sola parte nord-
occidentale del Mediterraneo: disposizioni simili non avrebbero avuto
senso per l’area continentale europea, visto che essa era sotto la sua au-
168
  A sostegno di questa interpretazione è fondamentale Calderone 1962, pp. 193 ss.
169
  Eusebius HE 10, 5, 2-3 (Silli 1987, p. 7).
170
  Per quanto riguarda la concezione di “cattolicità” da parte dei donatisti, cfr. Lami-
rande 1965, pp. 702-703; un quadro preciso delle possibili opzioni, comunque lunga-
mente coesistenti, è offerto da Schindler 1992a. Qui tuttavia è in questione la nozio-
ne di “cattolicità” cui Costantino faceva riferimento tra l’inverno 312 e la primavera
313, e mi pare che la migliore definizione sia ancora quella che ne ha dato Calderone
1962, p. 150: «riassumendo: l’analisi di alcuni atti ufficiali, firmati da Costantino in
un periodo di tempo che va dalla battaglia al ponte Milvio ai primi mesi del 313, ci
rivela uno statista che nei riguardi del cristianesimo ha già assunto una posizione
che va molto al di là del riconoscimento legale: la prassi politica di Galerio è ora pre-
cisata al lume di una chiara comprensione del carattere ‘catholico’ della disciplina
cristiana, per cui la ‘legalità’ di una comunità cristiana è definita solo dal consensus
di tutte o della maggior parte delle altre comunità, e soprattutto della communio con
la chiesa di Roma».
171
  TÍ ™kklhs…Í tÍ kaqolikÍ: Eusebius HE 10, 5, 16.

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134 MUSCAE MORITURAE DONATISTAE CIRCUMVOLANT

torità ormai da tempo172. In ogni caso, i territori governati da Massenzio


avevano già sperimentato, per suo decreto, l’interruzione della persecu-
zione173, e dunque non avrebbe dovuto essere necessario l’intervento di
Costantino; ma le decisioni di Massenzio, fissato definitivamente dalla
sconfitta nel ruolo di usurpatore/tiranno174, erano da considerarsi de-
cadute nei propri effetti con la sua morte. Infatti, dalla negazione della
legittimità del potere di un usurpatore dovrebbe derivare una uguale
negazione di legittimità relativa a tutti gli atti legislativi da lui compiu-
ti: si tratta della rescissio actorum, una prassi priva di un vero e proprio
istituto formale ma conosciuta già nella fase del principato. Tuttavia
la consuetudine sembra non essere stata rigida, e aver raramente inte-
ressato i provvedimenti di carattere specificamente legislativo: diversa
invece la condizione di tutto quel complesso di privilegia imperiali che
riguardavano gli interessi di singoli sudditi o di categorie destinatarie di
una qualche concessione. Secondo Isidoro,
si definiscono privilegia le leggi riguardanti privati cittadini, quasi a dire
privatae leges, ossia “leggi private”. Il privilegio, infatti, è così chiamato in
quanto si applica ad un privato175.
Dunque va rilevato come, al momento di assicurare la continuità di
governo nelle regioni acquisite con la sconfitta di Massenzio176, la can-
172
  Lactanctius MPer 24, 9: Costantino avrebbe emanato un editto analogo appena
proclamato imperatore, nel 306. Secondo la sintesi di Corcoran 2000, p. 185, questo
provvedimento sarebbe stato indirizzato specificamente alla penisola iberica che,
essendo rimasta sotto il controllo di Massimiano fino al 305, avrebbe conosciuto
casi di persecuzione (ma cfr. le conclusioni di segno opposto in Girardet 2006, pp.
53-56). Rimane il dubbio generato dal silenzio di Eusebio: forse, come suggerisce
Corcoran, riportare questa notizia avrebbe significato ammettere un’azione perse-
cutoria, sia pur blanda, da parte di Costanzo Cloro; o forse, a me pare più probabile,
questa notizia di Lattanzio ha lo scopo di sottrarre a Massenzio la priorità nell’ema-
nazione di un editto di tolleranza. Poiché Massenzio diede ripetutamente prova di
equidistanza tra le diverse fazioni che laceravano la chiesa romana, è da escludersi la
presenza nel suo provvedimento del concetto di “cattolicità”; e credo che altrettanto
si possa fare per quanto riguarda il presunto editto di Costantino del 306. Sull’atteg-
giamento di Costanzo Cloro, giudicato assai meno favorevole ai cristiani di quanto
solitamente non si ammetta, cfr. Kolb 1988, p. 20-21.
173
  Supra, § 2.2.1. Tuttavia, non necessariamente interruzione della persecuzione e
restituzione dei beni ecclesiastici devono aver proceduto di pari passo: va pur sempre
tenuto presente che, anche nei casi testimoniati (come quello romano per cui cfr.
infra, nota 178), potrebbe trattarsi di provvedimenti di carattere sporadico, seguiti a
specifiche istanze; questo invito alla prudenza è stato formulato proprio a proposito
di Massenzio da Corcoran 2000, p. 145.
174
 Sulla damnatio memoriae di Massenzio, cfr. la sintesi offerta da Varner 2004, pp.
215-219; Massenzio è apertamente definito tyrannus nell’iscrizione sopra l’arco di
Costantino, davanti al Colosseo: cfr. CIL VI, 1139 e Add. pp. 3071, 3778, 4328, 4340 =
CIL VI, 31245 = ILS 694 = ILCV 2 = AE 1983, 18; 2002, 32, 148; 2003, 267.
175
  Isidorus Etym 5, 18.
176
  La rescissio actorum costantiniana nei confronti di Massenzio è testimoniata in
due disposizioni del gennaio 313, conservate in CTh 15, 14, 3-4 (erroneamente da-

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2. LE ORIGINI 135

celleria imperiale177 (se non Costantino stesso) abbia ritenuto che le


decisioni prese dal defunto usurpatore in merito alla restituzione dei
beni immobili alle chiese d’Africa fossero materia relativa all’area della
privatae leges178, su cui avrebbe potuto esercitarsi il potere di revoca o di
conferma del legittimo imperatore. In effetti, pare che non ci fossero
precisi automatismi anche in questo campo179: ma nel caso dei provve-
dimenti di tolleranza e soprattutto di quelli di restituzione dei beni ec-
clesiastici, si trattava di una prassi sentita come innovatrice180 rispetto

tate nel Codex al 326: la correzione al 313, ormai comunemente accettata, è stata
proposta da Seeck 1919, p. 160). La prima di queste disposizioni, di carattere più ge-
nerale, esprime con sintetica chiarezza quanto sopra esposto: quae tyrannus contra
ius rescripsit non valere praecipimus, legitimis eius rescriptis minime impugnandis. Per la
rescissio nei confronti di Massenzio, cfr. Escribano 1998, specialmente pp. 321-328;
per l’interpretazione della lettera di Costantino come conferma delle concessioni di
Massenzio dopo la rescissio actorum, cfr. Kriegbaum 1990, pp. 31-32.
177
  La trattazione di queste pratiche era affidata al magister memoriae e agli addetti
allo scrinium memoriae, sempre che non sia da datare già a quest’altezza l’istituzio-
ne del quaestor sacri palatii (cfr. Silli 1980, pp. 44-45 nota 104). Almeno per quanto
riguarda i decenni successivi, è convincente la ricostruzione di Paolo Silli, secondo
il quale «i provvedimenti riguardanti questioni di politica ecclesiastica uscivano da
un particolare scrinium a ciò preposto, che usava di un linguaggio e di uno stile suoi
particolari … ciò che è importante sottolineare è che … coloro che ne facevano par-
te avevano una preparazione specifica e approfondita in tal senso» (Silli 1980, pp.
168, ma cfr. le ulteriori considerazioni alle pagine seguenti); «ci sembra possa dirsi
provato che nell’ambito della cancelleria costantiniana, per lo meno dal 324 in poi,
la trattazione delle questioni di politica ecclesiastica, e la redazione dei documenti
relativi, era affidata, se non ad ecclesiastici, comunque a persone con formazione
intellettuale e culturale chiaramente cristiana, e che dimostrano, in particolare per
gli anni dal 330 al 333, una notevole conoscenza delle varie dispute teologiche che
dividevano il cristianesimo dell’epoca» (Silli 1980, p. 171).
178
  A conferma di questa interpretazione si ricordi che nell’apparato accusatorio,
messo in campo dai donatisti durante la terza giornata della Collatio del 411 per con-
testare la validità del “concilio” romano nel 313, a sostegno dell’asserita contiguità
tra papa Milziade (accusato di tradimento: cfr. infra) e le autorità politiche si afferma
che egli avrebbe inviato alcuni diaconi al prefetto dell’Urbe, con lettere di Massenzio
e del suo Prefetto del Pretorio, contenenti l’ordine di restituzione dei beni preceden-
temente sequestrati: cfr. Augustinus CDon 13, 17 (… Miltiadem misisse diaconos cum
litteris Maxenti imperatoris et praefecti praetorio ad praefectum urbi, ut reciperent loca,
quae fuerant a christianis tempore persecutionis ablata) e Augustinus BConl 3, 18, 34
(Miltiades misisse diaconos cum litteris Maxentii imperatoris et litteris praefecti praetorio
ad praefectum urbis, ut ea reciperent quae tempore persecutionis ablata memoratus impe-
rator christianis iusserat reddi).
179
  Tutta la questione della rescissio actorum è trattata molto chiaramente in Amarelli
1989, pp. 122-163.
180
  Per l’analisi dei precedenti di questa prassi, cfr. infra, note 192 e 194. Chiaramen-
te, la propaganda costantiniana è interessata alla sottolineatura dell’aspetto innova-
tivo di queste decisioni; d’altra parte, la riconferma delle restituzioni potrebbe essere
interpretata non come conseguenza di qualche improbabile contestazione del prov-
vedimento massenziano, quanto piuttosto come autonoma iniziativa costantiniana
in chiave propagandistica.

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136 MUSCAE MORITURAE DONATISTAE CIRCUMVOLANT

a una legislazione che, fino ad allora, aveva dimostrato scarsa simpatia


per i cristiani.

Se perciò si interpreta la prima lettera di Costantino come la riconfer-


ma di un provvedimento già emanato da Massenzio, relativo alla resti-
tuzione dei beni ecclesiastici posti sotto sequestro durante le persecu-
zioni dioclezianee, è possibile trarre ulteriori conclusioni sul significato
di questa sua prima iniziativa nei confronti della chiesa d’Africa.
In primo luogo, se il tutto era considerato da Costantino e dalla sua
cancelleria come una questione di privata lex, questo è di per sé suffi-
ciente a spiegare i meccanismi di esclusione per chi non fosse collegato
a Ceciliano: trattandosi in effetti di un intervento a favore di un gruppo
di privati, la definizione degli aventi diritto è indispensabile.
In secondo luogo, occorre tenere in conto la tipica vischiosità nella
prassi delle cancellerie: esse tendono in ogni tempo a rifarsi a modelli
precedenti181. Si potrebbe allora pensare ad una rispondenza abbastanza
precisa tra questo rescritto costantiniano e il precedente atto di Massen-
zio; se anche l’epiteto catholica fosse già stato presente nell’originale del
defunto usurpatore182, non sarebbe comunque necessario pensare allo
scisma donatista per giustificarlo: la varietà di sette di ispirazione cristia-
na era già notevole a Cartagine anche prima della crisi per l’elezione di
Ceciliano. In alternativa, esso potrebbe essere dovuto alla traduzione in
greco usata da Eusebio: l’originale latino potrebbe aver conservato una
terminologia più vicina a quella del rescritto di Aureliano del 272, di cui
si discuterà qui di seguito. A me pare che quest’ultima ipotesi possieda un
discreto grado di probabilità: proprio la formulazione non più adeguata
ai mutati scenari africani avrebbe costretto l’imperatore a una successiva
precisazione circa i reali beneficiari del suo intervento, secondo le linee
della sua seconda e terza lettera (tra quelle pervenute, l’unica inviata a
Ceciliano e la seconda inviata a Anullino). Questo rende abbastanza im-
probabile che Costantino avesse già personalmente, tra l’inverno del 312
e la primavera del 313, una conoscenza precisa del conflitto esploso a
Cartagine sulla legittimità dell’elezione episcopale di Ceciliano, mentre
risulta comprensibile come, poco tempo dopo, sia stato costretto a indi-
care esplicitamente quale fosse la chiesa da considerarsi catholica.
Più difficile risulta ricostruire i motivi della sua scelta in favore di Ce-
ciliano: un ruolo fondamentale potrebbe essere stato svolto da Ossio di
Cordova, se davvero è da individuare in questo vescovo, che secondo la

181
  L’influenza esercitata dal cristianesimo sul diritto romano è oggetto di un dibatti-
to vivace da diversi secoli, e non è questo il luogo per una sua disamina: cfr. almeno
l’ormai classico Biondi 1952-1954. Qui mi sembra sufficiente richiamare una conside-
razione di Crifò 1988, p. 77: «ci sono, per dir così, regole di comportamento dell’impe-
ratore e della sua corte, della burocrazia, dell’esercito e le regole stesse non cambiano
necessariamente, o per lo meno non sembra che siano cambiate nel nostro caso, nep-
pure se per avventura si potesse dimostrare il cambiamento delle finalità».
182
  Questa ipotesi, tuttavia, mi pare poco probabile: cfr. supra, nota 172.

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Volume Muscae moriturae Donatistae circumvolant.indb 136 21/03/13 09:30


2. LE ORIGINI 137

tradizione avrebbe svolto nell’entourage imperiale un ruolo di consulen-


za e indirizzo183, l’estensore del breve citato nella lettera costantiniana
al vescovo di Cartagine184. Credo però, d’altra parte, che sia stato finora
sottovalutato il ruolo svolto dai già richiamati automatismi della can-
celleria imperiale, cui spettava il compito di tradurre in termini norma-
tivi le decisioni di governo.

È verosimile che almeno la prima lettera, quella indirizzata a Anulli-


no, sia stata composta direttamente a Roma, nella fase di riordino della
legislazione resa necessaria dalla sconfitta dell’usurpatore Massenzio:
opera, questa, impossibile da realizzarsi senza la disponibilità degli ar-
chivi romani, ove erano conservati gli editti e i rescritti di quest’ultimo.
Considerando la già richiamata tendenza delle cancellerie a operare
sulla base di precedenti, quando disponibili, è stata proposta da tem-
po185 l’individuazione del procedimento specifico cui gli uffici romani
si devono essere ispirati per la definizione della questione. Circa qua-
rant’anni prima, nella lacerante contrapposizione tra due contendenti
alla cattedra episcopale di Antiochia che stava scuotendo tutto l’orien-
te, fu richiesto all’imperatore Aureliano186 un arbitrato sull’assegnazio-
ne del luogo di culto della comunità: questi, secondo la narrazione di
Eusebio187, nel 272
prese in merito una decisione felicissima, ordinando che l’edificio
fosse assegnato a coloro che avevano rapporti epistolari (toà dÒgmatoj
™pistšlloien188) coi vescovi della religione cristiana in Italia e nella città
di Roma.

183
 Su Ossio, oltre al classico De Clerq 1954, cfr. Langgärtner 1964 e, da ultimi,
Fernándeza 2000, specialmente pp. 449 ss., e Maghioros 2001, pp. 66-67 (ancora per
quest’ultimo, Ossio gioca un ruolo fondamentale nel determinare la politica religio-
sa di Costantino nella questione donatista).
184
  Questa identificazione presenta qualche lato oscuro, per cui cfr. le importanti ri-
flessioni di Warmington 1989, p. 120: Ossio, nel documento conservato da Eusebio, è
l’unico senza titolatura. Inoltre, la stesura dell’elenco di vescovi cui inoltrare l’aiuto
imperiale potrebbe essere dipesa da un semplice lavoro compilatorio, basato sulle
lettere di comunione da questi scambiate con la sede episcopale romana: dunque,
un compito affidabile anche a un funzionario di fiducia dello scrinium, semplice-
mente omonimo del vescovo di Cordova.
185
 Suggerisce questo precedente, da ultimo, Fernándeza 2000, p. 451, senza altra di-
scussione o indicazione bibliografica (cfr. almeno Pietri 1976, p. 160). A quanto mi
risulta, l’ipotesi fu avanzata per primo da Baronius 1588-1607, ad annum 313 (§ 35):
fax christianorum, immo et haereticorum omnium deterrimus Paulus Samosatenus … pri-
mus omnium viam aperuit, ut, dum Episcoporum judicio non acquiesceret, ad illum com-
primendum adiri oportuerit imperatori.
186
  «L. Domitius Aurelianus 6»: PLRE 1, pp. 129-130.
187
  Eusebius HE 7, 30, 18-19. Su Paolo di Samosata, cfr. Baldini 1975; Slusser 1993; de
Navascués 2004.
188
  Si tratta delle lettere di comunione, che assicuravano il reciproco riconoscimen-
to nella comunione e nell’ortodossia; per un primo orientamento cfr. Peretto 1983.

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138 MUSCAE MORITURAE DONATISTAE CIRCUMVOLANT

Probabilmente, già nel corso del suo primo intervento sotto l’egida
costantiniana, la cancelleria imperiale riprese dal precedente aurelia-
neo una nozione molto vicina a quella di “cattolicità”, del resto pie-
namente funzionale in questi termini al progetto politico del nuovo
imperatore. Sempre per questa esigenza, Costantino avrebbe indicato
(nella seconda delle sue lettere conservata da Eusebio) il primate d’Afri-
ca come punto di riferimento per le chiese a sud del Mediterraneo; ma
questa posizione va interpretata come una semplice presa d’atto sulla
base di quanto possono aver riferito gli uffici romani, anche a seguito
di una consultazione con gli archivi episcopali per quanto riguarda il
destinatario cartaginese189.
È significativo che Costantino non lasci spazio alcuno all’iniziativa
di Ceciliano nella distribuzione dei fondi: come vescovo della capitale
africana, il compito a lui affidato è sostanzialmente quello di avvisare i
suoi colleghi, già individuati dagli uffici imperiali. Forse si può ricostru-
ire anche il criterio cui Ossio, chiunque sia da identificarsi con questo
nome, abbia dovuto attenersi nello stilare l’elenco dei beneficiari: infat-
ti pochi anni dopo, appena conquistato l’oriente, Costantino finanziò
la costruzione di molte basiliche, situate nei principali centri politici ed
economici (Roma, Treviri, Costantinopoli, Nicomedia, Antiochia190).
Per quanto riguarda l’Africa, l’unica basilica costantiniana testimoniata
è quella di Cirta (cfr. infra, § 3.2.4): seguendo il criterio usato nel resto
dell’impero, è probabile che Costantino abbia concentrato il suo inter-
vento sul finanziamento delle basiliche site nei principali centri politici
delle province africane.
Insomma, riassumendo, la lettera inviata da Costantino a Ceciliano
sarebbe da intendersi come la trasmissione di una serie di istruzioni
“tecniche”, rivolte a chi si considera tenuto a comunicare a propria vol-
ta ai suoi sottoposti gli ordini provenienti dall’imperatore: questo con-
fermerebbe la tesi di una sostanziale sottovalutazione della questione
africana da parte di Costantino prima di ricevere i libelli inviatigli dalla
pars Maiorini e l’allarmata relazione di Anullino.

Se la cancelleria costantiniana si era rifatta alle decisioni di Aurelia-


no, quella di quest’ultimo aveva potuto basare il suo intervento su un
altro precedente, costituito dall’editto di Gallieno191. Si può rilevare,
anche in questo caso, come tale precedente si sposi con precisione alle

189
  Evidentemente, in questo modo il problema di partenza viene semplicemente
spostato: per quale motivo il vescovo di Roma e la sua cancelleria dovrebbero aver
preso posizione così rapidamente in favore di Ceciliano? Nell’assoluta mancanza di
riscontri, avanzare ipotesi è comunque un esercizio rischioso: si può però tener con-
to della contemporanea delicatezza della posizione di papa Milziade, per cui vedi
infra in questo stesso capitolo.
190
  Per un elenco completo, cfr. Armstrong 1967a; ma cfr. anche Armstrong 1967b.
191
  «P. Licinius Egnatius Gallienus 1»: PLRE 1, pp. 383-384; PIR2, vol. 5 pp. 41-45. Sul
suo editto cfr. Sordi 1979, p. 372 e anche, più in generale, Blois 1976, pp. 175-193.

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2. LE ORIGINI 139

modalità dell’azione di Costantino: secondo il racconto di Eusebio192,


nel 262 Gallieno inviò a numerosi vescovi un rescritto insieme alla co-
pia dell’editto di poco tempo prima, che interrompeva la persecuzione
voluta dal padre, Valeriano193, affinché essi fossero agevolati nelle loro
richieste di esecuzione dell’ordine imperiale di riapertura e riconsegna
dei luoghi di culto, con l’indicazione del funzionario cui rivolgersi e cui
erano già state inviate istruzioni al riguardo194.
Dunque, le modalità dell’azione di Costantino trovano spiegazio-
ne quasi completa nella prassi della cancelleria imperiale: ma l’op-
posizione manifestata dalla pars Maiorini, attraverso l’invio dei libelli
contro Ceciliano, aveva aperto un’altra questione evidentemente sot-
tovalutata, relativa propriamente a chi considerare come punto di ri-
ferimento in Africa per l’ortodossia. Su questo, di nuovo, il precedente
offerto da Aureliano aveva un peso notevole; per risolvere la questio-
ne, secondo gli ordini di Costantino contenuti nella lettera a papa
Milziade, i vescovi dell’Italia e di Roma avrebbero dovuto rispondere a
una esigenza analoga:
la vostra fermezza esaminerà in quale modo si debba accuratamente
esaminare la causa suddetta e risolverla secondo il diritto195.

192
  Eusebius HE 7, 13. Si tratta di un rescritto inviato ai vescovi d’Egitto: «l’imperatore
Cesare Publio Licinio Gallieno, Pio, Felice, Augusto, a Dionigi, Pinna, Demetrio e a
tutti gli altri vescovi. Ho disposto che sia emanato in tutto il mondo il beneficio della
mia concessione, perché vengano riaperti i luoghi di culto, e perciò anche voi potre-
te utilizzare la norma del mio rescritto, di modo che nessuno vi molesti. E ciò che
è in vostro potere compiere, da tempo è già stato da me accordato, quindi Aurelio
Quirinio, direttore del fisco, farà osservare la norma da me emanata».
193
  «P. Licinius Valerianus 258»: PIR2 5, pp. 62-65.
194
  Si tratta, in termini giuridici, di una restitutio in integrum contra sententiam: cfr.
Delmaire 1989, pp. 620-621.
195
  Eusebius HE 10, 5, 20. “Fermezza” rende il greco sterrÒthj, uno dei corrisponden-
ti del latino gravitas: si tratta di una terminologia di rango, tipica della corrisponden-
za epistolare negli atti amministrativi. Gravitas è una della più antiche titolature al
riguardo, e si riferisce normalmente a personaggi di alto rango: cfr. Corcoran 2000,
pp. 325-327. Questa lettera, oltre che a Milziade, è indirizzata a un certo Marco, fi-
nora del tutto sconosciuto (è stata via via proposta l’identificazione con Merocle di
Milano, con un Marco coadiutore di Milziade e a sua volta vescovo di Roma dal 336,
con Massimo di Ostia; è stata anche avanzata l’ipotesi di una interpolazione. Per
un rapido panorama, cfr. Calderone 1967, pp. 236-237 nota 4). Recentemente Jakob
Speigl ha suggerito, senza sviluppare l’ipotesi, che in Marco si possa identificare un
vescovo di Roma in concorrenza con Silvestro (Speigl confonde i papi, posizionan-
do l’intestazione a Marco in una inesistente lettera costantiniana di convocazione a
Silvestro per il concilio di Arles, invece che nella lettera inviata a Milziade per la con-
vocazione della riunione di Roma nel 313); nella sua ipotesi, Costantino «non solo a
Cartagine ma, presumibilmente, anche a Roma … non sapeva quale vescovo avrebbe
dovuto sostenere e riconoscere» (Speigl 1985, p. 44 = trad. italiana, p. 55): questa tesi
è stata respinta da Schima 2000, pp. 114-115, e credo si possa concordare con le sue
conclusioni. Tuttavia, malgrado questo mi pare che Speigl suggerisca una ulteriore,
interessante pista di lavoro: secondo la sua ricostruzione, l’assenza di Silvestro ad

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Volume Muscae moriturae Donatistae circumvolant.indb 139 21/03/13 09:30


140 MUSCAE MORITURAE DONATISTAE CIRCUMVOLANT

“Secondo il diritto”, per l’appunto, dovrebbe richiamare il precedente


aurelianeo, che avrebbe introdotto in chiave di diritto consuetudinario
il criterio di giudizio italocentrico: a conferma di questa interpretazio-
ne occorre rilevare come la decisione successivamente presa dai vescovi
non presenti alcun riferimento al diritto civile196.

Milziade, vescovo di Roma dal 310 al gennaio 314197, insieme ai vesco-


vi italici avrebbe perciò dovuto costituire, dal punto di vista dell’am-
ministrazione, la soluzione più adatta: ma Costantino doveva proba-
bilmente sentirsi maggiormente a proprio agio sapendo la questione
nelle mani anche dei consulenti ispanici e galli che lo avevano seguito
nell’impresa italiana. Infatti, come si è già anticipato, Milziade era a sua
volta sottoposto a forti critiche nella sua comunità, proprio a proposito
di un’accusa di traditio: la presenza dei più importanti vescovi del segui-
to di Costantino serviva anche a rafforzare la sua posizione.
L’imperatore si aspettava con questa sua decisione di aver chiuso la
questione africana: invece il suo comportamento generò non solo i
malumori degli esclusi, ma un ben più pericoloso sentimento di subita
usurpazione che spingerà i vescovi della pars Maiorini ad una irriducibi-
le conflittualità lungo un secolo intero.

2.3.2. Un «tribunal d’évêques froidement impartial»198


Davanti alla presa di posizione imperiale della primavera del 313,
con il riconoscimento di Ceciliano, la prima reazione dei sostenitori

Arles si potrebbe spiegare con la necessità di presidiare la tomba di Pietro rispetto a


tentativi di occupazione dei suoi antagonisti (testimoniati, in quest’ottica, dalla cu-
riosa notazione nella sinodale che gli arelatensi gli indirizzarono: quoniam recedere
a partibus illis minime potuisti, in quibus et apostoli cotidie sedent et cruor ipsorum sine
intermissione Dei gloriam testatur [ConGalb, p. 42]). Considerando il drammatico rilie-
vo che la questione delle basiliche venne ad assumere nel IV secolo e la notizia della
consacrazione di un vescovo donatista a Roma (per cui cfr. infra), l’ipotesi di Speigl
sembra meritare un approfondimento.
196
  Cfr. per questa constatazione Scholz 1993, pp. 11-13. Cosa specificamente avesse in
mente Costantino quando parlava di “diritto” in questa vicenda è ricostruibile a parti-
re dal testo della lettera a Ceciliano: la donazione dei 3.000 folles era definita come «un
contributo per le spese ad alcuni dei ministri della legittima (œnqesmoj) e santissima
religione cattolica (Eusebius 10, 6, 1)». A œnqesmoj corrisponde nella lettera a Cecilia-
no il termine ancor più esplicito di nÒmoj che deve qui essere inteso nell’accezione di
«legge ecclesiastica», come ha chiaramente dimostrato Calderone 1967, pp. 140-141.
197
  La datazione tradizionale indica nel 311 l’avvio dell’episcopato di Milziade: Davis
1997, p. 462 propone sensatamente di retrodatarne la consacrazione di un anno,
facendola risalire al 2 luglio 310. Cfr. anche infra, nota 223.
198
  Il giudizio di Monceaux 1901/1923, vol. 5 p. 18 è un’eco fin troppo letterale di
quello presente in Augustinus Ep 88, 3 ove si recrimina sul “pervicace” ricorso dona-
tista contro le decisioni della commissione romana del 313, la cui condotta è definita
come un pacificum moderamen episcopalis iudicii; come già si è visto, anche in questo
caso il moderamen risulta pacificum nella misura in cui - all’interno della prospettiva
agostiniana - esso era inteso alla salvaguardia dell’unità.

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2. LE ORIGINI 141

di Mensurio fu quella di inviare a Costantino la documentazione che


avrebbe dovuto comprovargli come quegli usurpasse l’episcopato e non
potesse costituire quindi il rappresentante, né tanto meno il paradig-
ma, della catholica in Africa.
A questo proposito Ottato conserva la lettera d’accompagnamento ai
due libelli contenenti le accuse a Ceciliano, attribuita ad alcuni vescovi
della pars Donati e consegnata al proconsole perché la inoltrasse per via
gerarchica all’imperatore199. Sui molti dubbi circa l’autenticità di questa
lettera è inutile ritornare, trattandosi di argomento lungamente dibat-
tuto200; quel che non mi sembra possa essere messo in discussione è che
una lettera del genere, se non con il testo conservato da Ottato e della
cui inattendibilità sono anch’io convinto, fu effettivamente scritta201:
invece i contenuti tramandati sono probabilmente un’invenzione ex
post, alla luce degli sviluppi della vicenda. Stando comunque a questa
notizia, i vescovi della pars Donati avrebbero richiesto a Costantino ut
de Gallia nobis iudices dari praecipiat pietas tua202. In effetti, la reazione
già parzialmente esaminata di Costantino fu l’ordine (nel maggio/giu-
gno 313)203 a tre vescovi galli, Materno di Colonia204, Reticio d’Autun e
Marino di Arles205 di riunirsi a Roma, insieme al vescovo di quella città,
per dirimere la questione206. Nelle sue istruzioni circa questo “concilio”,
che si tenne poi ai primi dell’ottobre 313, Costantino mise a disposizio-

199
  Mi pare insostenibile, qui, la proposta di Calderone 1962, pp. 172 ss. e 233
ss., secondo il quale i libelli donatisti avrebbero supportato un ricorso contro un
giudizio già pronunciato da Anullino stesso in un procedimento intentato avver-
so Ceciliano: in primo luogo, dato che il riconoscimento a Ceciliano proveniva
dallo stesso Costantino, non si vede come il proconsole di Cartagine avrebbe
potuto esprimersi in contrario; in secondo luogo, Agostino testimonia con chia-
rezza come le sedi giurisdizionali nelle quali i donatisti videro rigettate le loro
posizioni furono solo quattro: l’ipponense elenca in sequenza le sentenze dei di-
ciannove a Roma, quella di Costantino (in realtà l’ultima in ordine cronologico),
quella del concilio arelatense ed infine quella pronunciata al termine dell’inda-
gine sulla presunta traditio di Felice d’Abthugnos (cfr. Augustinus CCresc 4, 7, 9 e
Girardet 1989a, p. 112).
200
 Cfr. supra, nota 155.
201
 Cfr. supra, nota 156.
202
  Cfr. ancora supra, nota 155.
203
 Cfr. supra, nota 157. Sulla concessione a tutti questi vescovi dell’utilizzo del cur-
sus publicus per raggiungere l’Urbe, è utile la disamina offerta da Di Paola 1999, pp.
33-40.
204
  Su di lui, cfr. Falkenstein 1967; Ristow 2002.
205
  Su Reticio, prosopografia in Heinzelmann 1982, p. 680; Rist 1994. Marino di Arles
è curiosamente ignorato da tutti i repertori prosopografici: oltre al passo di Ottato,
il suo nome torna solo a proposito della lettera sinodale del concilio arelatense del
314, in cui potrebbe aver avuto un ruolo di preminenza; ma la prudenza è d’obbligo,
poiché nelle sottoscrizioni il suo nome è preceduto da altri sette colleghi. Cfr. Con-
Galb, pp. 40 e 58.
206
  La lettera è consevata in Eusebius HE 10, 5, 18-20 (Silli 1987, pp. 5-6).

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142 MUSCAE MORITURAE DONATISTAE CIRCUMVOLANT

ne un palazzo207 nella capitale; egli informò anche Milziade di Roma208


di aver dato ordine a che Ceciliano, con dieci vescovi a propria difesa
e dieci che lo accusavano209, si recasse nell’Urbe, ove contemporanea-
mente dovevano giungere i galli appena citati; la lettera nomina solo
questi ultimi come componenti della commissione, ma l’informazione
di Ottato aggiunge altri quindici vescovi di sedi italiche210.
Tradizionalmente si ritiene che l’inserimento di questi ultimi sia da
ascriversi all’iniziativa di Milziade, leggendo in questa convocazione la
volontà “papale” di affermare propri spazi di autonomia nella gestio-

207
  Si tratta della domus Faustae da cui avrà origine l’attuale complesso architetto-
nico del Laterano. La notizia relativa alla domus Faustae è riportata da Optatus 1, 23.
Nash 1976 ha messo in dubbio con solidi argomenti l’identificazione di questa Fau-
sta con la consorte di Costantino (così identificata, invece, in «Fl. Maxima Fausta»,
PLRE 1, p. 325-326); della stessa opinione, e con ulteriori argomenti a supporto,
cfr. Liverani 1988, pp. 911-914, specialmente p. 912: «a questo punto la proposta
potrebbe essere così sintetizzata: un edificio “forse” di proprietà imperiale va iden-
tificato con la casa di una Fausta che “forse” è l’imperatrice. Si tratta dunque di una
proposta possibile, purché sia chiaro che risulta a sua volta dalla combinazione di
ipotesi, una ipotesi di secondo grado se così si può dire…». È ancora utile lo status
quaestionis offerto da Mazzucco 1993, pp. 171-173, sebbene ormai bisognoso di ag-
giornamento in questo settore: cfr. a questo proposito il più recente Fried 2007, pp.
74-88 e specialmente pp. 81-82 [critico nei confronti dell’ipotesi di Nash, e abba-
stanza accurato malgrado l’errore cronologico nel far dipendere Nash da Liverani
(p. 82, nota 263)]. Sulla domus e il complesso di S. Giovanni, cfr. anche Webb 2001,
pp. 41-44 e Curran 2002, pp. 93-94, che sintetizza con chiarezza i dubbi ormai dif-
fusi sulla presunta donazione da parte di Costantino, già nel 313, di questa domus
al vescovo di Roma.
208
  «Miltiades»: PCBE 2, p. 1513; Lumpe 1993.
209
  È notevole in questo elenco l’assenza di Maggiorino, solitamente spiegata con
la sua morte e con la non ancora avvenuta elezione di un successore. Se infatti
nella tarda primavera 313, o anche nell’ottobre dello stesso anno quando si tenne
la riunione romana, fosse già stato indicato il successore di Maggiorino, sarebbe
stata necessaria anche la sua presenza, onde poter decidere quale dei due, tra lui
e Ceciliano, rivendicasse con giusto diritto la comunione con le chiese transma-
rine. Secondo Lamirande 1965, pp. 726, Donato di Casae Nigrae sarebbe però già
stato consacrato a quest’altezza come successore di Maggiorino. Calderone 1962, p.
173 nota 1, ritiene che la qualificazione di pars nella petizione donatista sia com-
prensibile solo all’interno del linguaggio giurisprudenziale: se questo documento
costituisse il ricorso contro la sentenza di Anullino, «qui pars non indica certo il
‘partito’, la ‘fazione’, sì invece, come preciso termine giudiziario, una delle ‘parti’,
nel caso specifico la ‘parte’ che promuoveva l’azione giudiziaria». Benché non mi
sembri da accogliere la premessa a questa ipotesi (cfr. supra, nota 199), la conclu-
sione rimane ugualmente valida considerando il testo come una ricostruzione del-
lo stesso Ottato.
210
  Si tratta di Merocle di Mediolanum, Floriano da Sinna, Zotico da Quintianum, Sten-
nio da Ariminum, Felice da Florentia Tuscorum, Gaudenzio da Pisae, Costanzio da Fa-
ventia, Proterio da Capua, Teofilo da Beneventum, Sabino da Terracena, Secondino da
Praenestis, Felice da Tres Tabernae, Massimo da Ostiae, Evandro da Ursinum e Dona-
ziano da Forum Claudii (la grafia delle città è quella riportata nell’edizione critica di
Optatus 1, 23-24). Cfr. anche GestConlCart, 3, 320; 326; 403.

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2. LE ORIGINI 143

ne della vicenda211: ma recentemente Mark Humphries ha fatto notare


come accanto a dodici vescovi di diocesi vicine a Roma se ne trovino
tre (Merocle, Stennio e Costanzio212) titolari di diocesi del nord Italia.
Secondo la sua interpretazione, anche la convocazione di questi tre
dipenderebbe direttamente dall’iniziativa imperiale: essi si sarebbero
aggregati al seguito di Costantino tra la primavera e l’estate del 312, du-
rante la sua rapida occupazione del settentrione peninsulare e la marcia
di avvicinamento a Roma, ricostruita lungo la direttrice via Emilia – via
Flaminia (quindi attraverso le città di Milano, Faenza e Rimini, sedi epi-
scopali dei tre)213.
Si è a lungo discusso se la riunione del Laterano sia da considerarsi un
vero e proprio concilio, o piuttosto una sorta di tribunale episcopale, cui
l’imperatore avrebbe con ciò delegato un potere di carattere giudizia-
rio214: gli aspetti di procedura giudiziaria riscontrabili nella vicenda del

211
  Solo a titolo di esempio, cfr. Frend 1952b, p. 148 e Pietri 1976, p. 162 (ma l’ipotesi ha
una lunga storia: cfr. Calderone 1962, p. 233) e da ultimo Simonetti 2002a, pp. 29-30,
secondo i quali la convocazione degli italici sarebbe frutto dell’inziativa di Milziade,
un colpo di mano che avrebbe così trasformato il “tribunale” voluto da Costantino in
una vera e propria sinodo. Secondo Pietri 1976, p. 162 nota 4, la posizione apparen-
temente subordinata di questi vescovi potrebbe far pensare anche ad un loro ruolo
come consiliarii. Quanto alla denominazione di “concilio”, che ho finora mantenuto
tra virgolette (e di cui, chiarita la questione, non intendo più far uso in relazione alla
commissione episcopale riunita a Roma nel 313), va ricordata la sua sintomatica as-
senza in Ottato: essa rappresenta, a mio avviso, una proiezione a posteriori, basata
sulla convocazione del concilio di Arles dell’anno successivo e sulla prassi adottata
in seguito da Costantino anche per la crisi ariana. Di sicuro, considerare la riunione
romana un “concilio” è utile per sostenere la deferenza costantiniana nei confronti
dei vescovi in questioni di fede: tuttavia, proprio il silenzio di un interessato polemista
come Ottato deve indurre a maggiore prudenza: Optatus 1, 24, 1 parla solo di his de-
cem et novem consedentibus episcopis. È significativo, ad esempio, che nella traduzione
italiana di Lorenzo Dattrino (Roma 1998, p. 86) il testo diventi «una volta riunitisi in
concilio questi diciannove vescovi», mentre già il titolo attribuito al paragrafo suona
«il sinodo di Roma emette la sua sentenza in favore di Ceciliano». Anche la pregevole
traduzione di Mireille Labrousse, che accompagna l’edizione critica nelle SChr 412,
p. 225, pur rimanendo prudente su questo specifico passo usa il termine «concile»
per tradurre, nel paragrafo precedente, convenerunt in domum Faustae. Duvalb 2005, pp.
101-107, in una attenta disamina del significato di questo termine in Cipriano, nota
(ibidem, pp. 102-103) come gli studiosi di lingua inglese siano più facilmente portati ad
un suo uso estensivo ed imprudente, determinato dalla maggiore ampiezza semantica
del termine council in quella lingua; ma, evidentemente, anche chi utilizza una lingua
neolatina non è al riparo dal rischio di trarre indebite conclusioni a questo proposito.
212
  «Merocles»: PCBE 2, pp. 1059-1060; cfr. anche Paoli 1988, pp. 221-222. «Sten-
nius»: PCBE 2, pp. 2105-2106; «Constantius 1»: PCBE 2, pp. 472-473.
213
  Humphries 1999, pp. 111 ss.; Calderone 1962, pp. 238-241, offre una interpretazio-
ne alternativa, che mi pare meno convincente, riconoscendo nei quindici italici due
gruppi (rispettivamente di 7 e 6+2 vescovi), rappresentativi gli uni dell’Italia anno-
naria e gli altri dell’Italia suburbicaria.
214
  Il tutto si basa sull’espressione tecnica iudices dati, che indica appunto la nomina
di giudici al fine di realizzare una cognitio. L’ipotesi ha la propria radice proprio nella

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144 MUSCAE MORITURAE DONATISTAE CIRCUMVOLANT

313 hanno attirato da tempo l’attenzione degli studiosi di diritto roma-


no, ma è inevitabile riconoscere che il piano procedurale, influenzato
certamente dalla giurisprudenza civile e penale, è strettamente connes-
so nei contenuti con quello ecclesiastico/conciliare, al punto da rende-
re estremamente difficile anche l’esegesi dei termini tecnici conservati
dalle fonti215; d’altra parte, non sembra che sia sempre stato mantenuto
in questo ambito di ricerca un adeguato rigore metodologico nella indi-
viduazione di quali testi considerare, per l’appunto, “fonti”.
Va almeno richiamato in questa sede, proprio per una esemplare que-
stione di metodologia, il recentissimo lavoro di Antonio Banfi, che dedica
uno specifico capitolo alla questione donatista216. A parte la dipendenza
- più stretta di quanto non venga ammesso - dal lavoro di ben altro spes-
sore di Salvatore Calderone217, quello che colpisce il lettore è la superficia-
lità con cui viene proposta una esegesi di fonti che, in diversi casi, non
possono essere considerate tali: la scelta di utilizzare come riferimento la
pubblicazione dell’opera ottaziana nella ormai superata Patrologia Latina
porta lo studioso a un errore macrospico dai contorni addirittura comici.
Infatti, va ricordato che il volume 11 della Patrologia si limita a riprodurre
la terza edizione dell’opera di Ottato curata da Luis Ellis Dupin nel 1702;

presunta lettera dei donatisti a Costantino (nobis iudices dari praecipiat pietas tua).
Esemplare nel suo tradizionalismo, a questo proposito, la conclusione di Caputo
1981, p. 52: «mentre l’imperatore, voluto come arbitro supremo della questione,
servendosi dei suoi pieni poteri intendeva riportare la controversia nell’ambito
delle norme ecclesiastiche anche per motivi di politica religiosa, i donatisti hanno
chiesto sempre e solo un iudicium in saeculo, che a Costantino sembrava secondario
e conseguente alla decisione dei vescovi». Sebbene non ne condivida le conclusioni,
mi pare necessario riportare qui il giudizio di Calderone 1962, p. 181 (ma per una
visione più completa del giudizio di questo autore cfr. infra, nota 215): «tutto quello
che possiamo dire è che Costantino … istituisce e convoca un tribunale, composto
di vescovi, delegando ad essi, secondo la norma, i propri poteri giudiziari: e que-
sto non è che il naturale corollario di quel principio che ci è apparso scaturire già
dai precedenti atti legislativi, essere cioè i clerici della ecclesia catholica funzionari di
Stato. In secondo luogo che, incaricando della vertenza un tribunale presieduto da
Miltiades, Costantino mostrava di volere esplicitamente porre il vescovo di Roma
in una posizione gerarchica superiore a quella di uno iudex provinciale, anche se si
trattava del proconsul Africae» [Calderone pensa che il ruolo di Milziade fosse ana-
logo, dal punto di vista di Costantino, a quello del Prefetto del Pretorio, competente
in sede di appello rispetto ad una sentenza di un governatore provinciale: si ricordi
che per questo studioso Anullino avrebbe pronunciato una prima sentenza favore-
vole a Ceciliano, da cui sarebbe nato il ricorso donatista all’imperatore. In ogni caso,
questa interpretazione sembra risentire di un anacronismo: la rivendicazione di una
giurisdizione di appello per la sede romana verrà avanzata a partire dall’episcopato
damasiano, e anticiparla di mezzo secolo rimane una forzatura].
215
  Sulla contemporanea dimensione di tribunale civile e sinodale sono ancora del
tutto condivisibili le posizioni espresse in Calderone 1962, pp. 181 ss.; 231 ss.; 252
ss. Pur basandosi solo sulla letteratura di lingua tedesca, ha espresso una opinione
analoga Hogrefe 2009, pp. 296-297.
216
 Cfr. supra, nota 147.
217
  Si tratta del più volte richiamato Calderone 1962.

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2. LE ORIGINI 145

già la prima edizione (Paris 1700) conteneva un riassunto della storia


dello scisma curato dallo stesso Dupin e intitolato Historia Donatistarum.
Questo breve opuscolo, pesantemente influenzato da Ottato e Agostino,
è stato ugualmente riprodotto nella Patrologia, senza indicazione del vero
autore nella sua intestazione218. Così è potuto accadere che incautamente
Banfi si sia prodotto nell’esegesi di “fonti” 219 poste sullo stesso piano di
218
  La paternità è rivendicata però nell’introduzione originale dello stesso Dupin,
correttamente riportata anche nella PL 11, col. 770C: denique universo operi post hanc
praefationem, Donatiani schismatis historiam praeposuimus, in qua non diserte et ornate,
sed accurate et chronologico more singula exponuntur suisque temporibus consignantur. Cfr.
anche l’index analiticus, PL 11 col. 1529 e la Notitia literaria di Karl T.G. Schönemann,
PL 11, col. 882C (a sua volta ripresa da Schönemann 1792-1794, vol. 1 pp. 343 ss.).
219
 L’ Historia Donatistarum viene da Banfi attribuita, in bibliografia generale (p.
377), a un auctor incertus (evidentemente sulla base dell’indice elettronico della
PL, che così riporta); ma il ricorso anche per altri autori alla Patrologia del Migne,
equiparata spesso alle edizioni più recenti, suscita ulteriori perplessità sul meto-
do di lavoro di questo studioso. Nel caso delle citazioni estrapolate dai Monumen-
ta vetera ad donatistarum historia pertinentia, ad esempio, occorre ricordare che si
tratta di una raccolta antologica di fonti antiche operata dallo stesso Dupin sul
modello delle appendici ottaziane ed edita anch’essa in Dupin OptMil (in nostra edi-
tione vetera omnia monumenta quae ad historiam Donatistarum pertinent, acta scilicet
conciliorum et collationum episcopalium, epistolas episcoporum, edicta et epistolas im-
peratorum, gestaque proconsularia exhibuimus: la citazione è tratta dalla Praefatio di
Dupin, riportata anche in PL 11, col. 769B); divisa successivamente in due parti,
questa raccolta è stata pubblicata in PL 8 (per i fatti datati fino alla metà del IV
secolo) e in PL 11 (per i fatti successivi). Anche nel caso di Dupin, si tratta in realtà
dell’ampliamento e della sistematizzazione di un lavoro inziato nel XVI secolo,
con la pubblicazione dei verbali della Collatio del 411 operata prima da Jean Papire
Masson (Massonus 1589) e poi riedita con correzioni ed aggiunte da Pierre Pithou
(Pithaeus 1596). Quest’ultima edizione conteneva, insieme ai Gesta, una prima an-
tologia dei provvedimenti legislativi presi dagli imperatori romani nel V-VI secolo.
La dimensione dei florilegi aumentò nel corso del tempo, per cui vedansi le edi-
zioni ottaziane di Gabriel de l’Aubépine (Albaspinaeus 1631) e di Philippe Le Prior
(Priorius 1679), da cui lo stesso Dupin dichiarava di dipendere (cfr. la prefazione da
lui curata, e riportata anche in PL 11, col. 769B: …quae monumenta in editionibus Al-
baspinaei ac Priorii una cum collatione Carthaginensi adjuncta sunt Optati libris, cum
prius a Massono fuissent separatim edita anno 1589, et deinceps a Pithaeo…)
Florilegi analoghi esistono in edizioni più recenti, e nella necessità di farne uso
rimane preferibile riferirsi al lavoro di Hans von Soden (Soden 1913: ma si utilizza
normalmente l’edizione rivista – con pochi aggiornamenti bibliografici - da H. von
Campenhausen nel 1950) o ancor meglio a Maierb 1987-1989. Infine, il frequente
ricorso di Banfi agli Excerpta et scripta vetera ad donatistarum historiam pertinentia
raggiunge la dimensione del ridicolo: si tratta ancora dei settecenteschi Monumenta
raccolti da Dupin, parzialmente ripubblicati da Migne in PL 43 come appendice alle
opere antidonatiste agostiniane edite dai padri maurini alla fine del XVII secolo. Un
altro, sia pur meno grave, svarione (cfr. Banfi 2005, p. 56) è costituito dall’asserita
esecuzione di Donato nel 347 (per questa datazione, cfr. infra, nota 316) sulla sola
base del titolo di una passio: si tratta di PaDon, e Monceaux 1901/1923, vol. 5 p. 113
si limitò a dedurne, più sensatamente e con formula dubitativa, che Donato ne fos-
se l’autore; cfr. comunque «Donatus 6»: PCBE 1, p. 303. Infine, va ricordato che i
fatti riportati in PaDon si riferiscono alla repressione costantiniana del 317-321, e

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146 MUSCAE MORITURAE DONATISTAE CIRCUMVOLANT

Ottato, e che invece sono posteriori di quasi quattordici secoli rispetto ai


fatti: un rischio che sarebbe stato facilmente evitabile ricorrendo ad edi-
zioni critiche più recenti, come quella già discreta220 curata da Karl Ziwsa
nel 1893 (CSEL 26) o la più recente, curata da Mireille Labrousse e apparsa
nel 1995-1996 (SChr 412 e 413)221.

Tornando al tentativo di decifrazione degli avvenimenti romani, credo


sia dimostrabile come ciò che si svolse al Laterano nel 313 non sia stato
né una sinodo né un procedimento giudiziario. Certo, come Calderone
aveva già riconosciuto, ci si trova di fronte a procedure e istituti che si
ispirano ora all’uno, ora all’altro dei due piani: ma il fatto che vengano
applicate queste procedure non significa necessariamente che la cornice
nella quale esse si iscrivono sia altrettanto determinata. Insomma, pro-
iettare su questa vicenda quella che fu, già ad Arles nel 314, una chiave di
lettura a posteriori rischia di indurre in errore; è nel corso della vicenda
che si chiariscono i ruoli e le competenze tra impero e chiese, e dunque le
sue fasi iniziali vanno interpretate tenendo conto di questa fluidità.
Come si è visto più sopra, il precedente di Aureliano del 272 prevedeva
che la decisione su quale fosse il legittimo titolare della sede episcopale
antiochena dovesse dipendere dal riconoscimento della comunione con
i vescovi italici e, il richiamo è esplicito, con quello di Roma: non si può
certo pensare che quell’imperatore intendesse delegare ai vescovi cristia-
ni un potere di carattere giudiziario. Costantino adotta la stessa prassi:
convoca a Roma i contendenti, inoltra a Milziade tutta la documentazio-
ne che tramite Anullino la pars Donati gli ha fatto pervenire a sostegno
della propria rivendicazione di cattolicità e a dimostrazione dei crimina
di Ceciliano, e chiede a una commissione formata da vescovi di indicare
con quale dei due antagonisti essi si dichiarino in comunione.
A costituire una innovazione rispetto al precedente aurelianeo sareb-
be dunque l’associazione agli italici di tre vescovi gallici (quelli delle due
residenze in cui Costantino normalmente aveva operato, Arles e Trevi-
ri, e quello di Autun222). L’esigenza cui l’imperatore doveva rispondere

non alla successiva persecutio Macariana; ma, in ogni caso, Donato risultava ancora
vivo alla metà del secolo (notizia del suo esilio nel 355: cfr. Hieronymus, Chronicon, ad
annum 355; «Donatus 5»: PCBE 1, pp. 292-303, spec. p. 301) ...
220
  Malgrado le critiche circostanziate mosse da Turner 1926, pp. 287 ss., l’impianto
complessivo del lavoro di Ziwsa è rimasto il punto di riferimento per gli studi otta-
ziani fino all’ultimo decennio del XX secolo.
221
  Tuttavia priva delle Appendices. Di entrambe queste edizioni, ovviamente, non risul-
ta traccia nemmeno nella bibliografia generale di questo autore: cfr. Banfi 2005, p. 378.
222
  I legami della stirpe di Costantino con questa sede episcopale dovevano risalire
alla ricostruzione della città, fortemente voluta dai Flavi dopo la devastazione in-
tercorsa nel 270 ad opera dell’usurpatore Tetrico («C. Pius Esuvius Tetricus 1»: PLRE
1, p. 885 e Heinzelmann 1982, p. 701; «C. Pius Esuvius Tetricus»: PIR2 3, pp. 88-89).
Sull’impegno profuso in questa ricostruzione, e sul suo significato politico, cfr. la
voce Autun in DHGE 5, coll. 896-926, specialmente col. 897. Risulta attestato il pre-
stigio personale del vescovo Reticio, per cui cfr. le notizie di Hieronymus VInl 82 (sub

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2. LE ORIGINI 147

con questo inserimento non era probabilmente quella di un controllo


indiretto delle decisioni episcopali: è più ragionevole che la fresca con-
sacrazione di Milziade, eletto vescovo di Roma non senza polemiche e
veleni223, abbia indotto l’imperatore a rinsaldare il prestigio della com-
missione con vescovi autorevoli; che questa autorevolezza derivasse
dalla loro vicinanza alla corte imperiale (in questa direzione va inserita
anche la presenza dei tre vescovi del nord Italia, che si erano aggregati
alla corte durante la discesa verso Roma) è una conferma ulteriore della
visione assai poco “deferente” di Costantino. Risulta difficile da questo
punto di vista comprendere il significato dell’assenza di Ossio di Cor-
dova: forse per l’imperatore la questione era comunque di secondaria
importanza e gli doveva essere sembrata sufficiente la presenza dei galli
nella commissione romana, o forse è stato sovrastimato finora il ruolo
dello stesso Ossio in questa fase.
È tuttavia una partita già decisa prima ancora di essere giocata: se i ve-
scovi di Gallia difficilmente avrebbero sconfessato la precedente presa
di posizione costantiniana a favore di Ceciliano, d’altra parte, come si è
visto, questa a propria volta doveva aver avuto alla base, già nell’inver-
no precedente, il consenso degli italici e di Milziade224 che lo avevano
indicato alla cancelleria imperiale come referente in terra d’Africa225.

Constantino celeberrimae famae habitus est in Gallia) e quella ancor più scarna di Augu-
stinus CIul 1, 55, 8. 17; insieme all’importanza della sua sede episcopale, è interessan-
te ricordare che avrebbe composto tra le altre opere un aliud grande volumen adversum
Novatianum: dunque, si tratterebbe di un “esperto” nelle controversie riguardanti la
questione dei vescovi lapsi e più specificamente la sede romana.
223
  Una sintesi delle vicende romane, dalla traditio di Marcellino nel 303 (cfr. anche Sain-
te Croix 1954=Sainte Croix 2006, pp. 76-77) fino alla contestata elezione di Milziade nel
310/311, nel pieno di una controversia tra i sostenitori del rigore e quelli del perdono ai
lapsi, si può trovare in Barnes 1981, pp. 38-39. Infine, sulla reciproca convenienza e sulla
ineluttabilità della convergenza tra il neoeletto Milziade e il nuovo padrone di Roma,
Costantino, si è espresso in modo convincente Leadbetter 2002, specialmente p. 10.
224
 Cfr. Augustinus, 43, 7, 19: secondo lui, i donatisti avrebbero presentato la loro
prima richiesta a Costantino quando experti sunt cum Caeciliano permanere commu-
nionem orbis terrarum et ad eum a transmarinis ecclesiis communicatorias litteras mitti,
non ad illum, quem ipsi scelerate ordinaverant. Sulla posizione ed il ruolo di Milziade in
questa vicenda, è utile la consultazione di Pietri 1976, pp. 159-165. Piganiol 1932, p.
80 sostiene che Ossio di Cordova avrebbe conosciuto di prima mano la situazione
africana, essendo passato da Cartagine nel viaggio verso Roma: ma questo pare im-
probabile, visto che fino alla battaglia di Ponte Milvio l’Africa era sotto controllo di
Massenzio; inoltre non sembra sensato che, mentre si ritiene quel vescovo come il
più influente consigliere di Costantino, si possa ipotizzare che abbia raggiunto il suo
sovrano solo dopo la battaglia decisiva. Altri ipotizzano che lo stesso Ceciliano si fos-
se rivolto ad Ossio, chiedendo il suo favore e la sua intercessione presso Costantino
(cfr. O’Donnell 1961, p. 13 e p. 43, nota 73): anche in tal caso, il troppo breve lasso di
tempo intercorso tra la battaglia di Ponte Milvio e il primo intervento di Costantino,
per di più d’inverno con la navigazione interrotta, mi pare vanificare questa fanta-
siosa ipotesi comunque non sostenuta da alcuna fonte.
225
  In occasione della sua consacrazione, come d’uso, Ceciliano doveva aver inviato
alle transmarine le lettere che servivano sia a dar notizia dell’ordinazione, sia a stabi-

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148 MUSCAE MORITURAE DONATISTAE CIRCUMVOLANT

Purtroppo la lettera di accompagnamento stilata da Anullino riporta


per i due libelli a lui consegnati un solo titolo, piuttosto generico: libellus
ecclesiae catholicae criminum Caeciliani, traditus a parte Maiorini226. Tutta-
via, è abbastanza ovvio che il “pezzo forte” di questa documentazione,
quello rimasto privo di titolo, fosse costituito dalla documentazione e
dalla sentenza del concilio tenuto a Cartagine dai vescovi numidi, che
aveva deposto Ceciliano227.

Dunque, il ricorso a Costantino operato dalla pars Maiorini non ricono-


sceva all’imperatore una qualsiasi funzione arbitrale nella vicenda, come
lascerebbero supporre la narrazione di Ottato, la tradizione interpretativa
antica e gran parte di quella moderna: si trattava semplicemente della tra-
smissione di atti che dovevano dimostrargli, al di là di ogni dubbio, come
Ceciliano non potesse essere considerato il primate della chiesa cattolica
d’Africa, in quanto la sua consacrazione era stata invalidata da un con-
cilio228. In questa luce si comprende anche meglio la scarna notizia che

lire la comunione: è la testimonianza dello stesso Augustinus, Epistulae 43, 3, 8 (quem


iam ordinatum fama celebravit, et ad eum commeare communicatorias litteras fecit; cfr.
anche ibidem 7, 19: [i donatisti] experti sunt cum Caeciliano permanere communionem
orbis terrarum, et ad eum a transmarinis Ecclesiis communicatorias litteras mitti, non ad
illum quem ipsi scelerate ordinaverant); cfr. Calderone 1962, pp. 177 ss. Si tenga pre-
sente che Milziade, da poco insediatosi sulla cattedra romana, era ancora oggetto di
forti critiche basate su accuse di traditio paragonabili a quelle rivolte a Ceciliano in
Africa, che porteranno alla consacrazione di un vescovo donatista a Roma stessa (cfr.
infra, nota 245): si può comprendere così come la posizione dei due vescovi avesse
finito con l’indurli al reciproco riconoscimento e sostegno.
226
  Crimina non va inteso, come frequentemente accade, nel senso generico di “col-
pe, peccati gravi”: occorre tener conto che il termine, già nel linguaggio ecclesiastico
del III secolo, indica non solo queste pesanti trasgressioni, ma più specificamente
quelle connesse all’idolatria. In tal senso esso è usato da Cyprianus Ep 67, 5, 3 a pro-
posito all’apostasia dei due vescovi spagnoli per i quali caldeggia, rivolgendosi alle
rispettive plebes, la deposizione (uso analogo anche in Cyprianus Ep 59, 1, 1 e ibidem,
10, 2).
227
  Lo si desume del resto anche da Augustinus 3, 16, 28 e 3, 16, 30. Già Francis Bau-
douin, nella sua cinquecentesca edizione di Ottato (cfr. , cap. 1 nota 58), segnalava
ironicamente nelle pagine iniziali delle sue Annotationes come nel primo dei due
libelli dovesse trovarsi quomodo jam; (ho mantenuto la grafia di Baudouin) dam-
natus fuisset Caecilianus ab Episcopis LXX. Certe mirum est, Donatistas actum agere
voluisse et iudices sibi novos dari petisse potius, quam executionem rei iudicatae ursisse;
sono le conclusioni cui, in tempi più prossimi, è giunto Kriegbaum 1990, p. 30 ss.
La pars Donati seguiva ancora questa prassi in diversi processi contro i propri dissi-
denti che facevano capo a Massimiano quando, alla fine del IV secolo, a suffragare
la richiesta di confisca e restituzione delle basiliche i suoi avvocati presentavano ai
proconsoli gli atti del concilio di Bagai del 394 come prove a supporto della propria
tesi cfr. infra, § 4.2.2.
228
  Purtroppo senza sviluppare l’analisi, a questa conclusione è giunto anche Kauf-
man 1996, pp. 60-61: «rigorists sought confirmation, not reconsideration of their
council’s decision... They came to have their authority recognized, not to acknowl-
edge the authority of others».

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2. LE ORIGINI 149

Ottato riferisce sull’andamento della riunione romana: secondo lui i testi-


moni presentati da Donato, cioè il gruppo dei vescovi con cui era giunto
alla riunione, confessi sunt se non habere quod in Caecilianum dicerent229.
Escludendo che si trattasse di un improvviso sussulto di reticenza
da parte loro, questa notizia va interpretata criticamente230: se, trala-
sciando l’intento denigratorio di Ottato, si tiene conto che le accuse
contro Ceciliano erano state poste per iscritto, inviate a Costantino
e da questi, come s’è visto, trasmesse a Milziade di Roma, è possibile
comprendere come il “silenzio” dei testimoni sia da interpretarsi alla
luce della mancanza di nuovi elementi probatori rispetto a quelli già
portati a conoscenza dei vescovi italici. D’altra parte, pure la sentenza
che deponeva Ceciliano doveva essere stata inviata a Roma fin dalla sua
emanazione, come si può evincere non solo dalla prassi dell’epoca, ma
anche dallo stesso Ottato231; se Costantino, in vista della conferma di
restituzione dei beni e della distribuzione delle donazioni in Africa, era
stato indotto a riconoscere Ceciliano dai suoi consulenti ecclesiastici
(e probabilmente anche da Milziade che, essendo oltretutto di origini
africane, avrebbe potuto disporre di informazioni più dettagliate sulla
controversia cartaginese), occorre concluderne che sulla scelta dove-
va aver pesato il giudizio negativo dei suoi referenti sulle decisioni dei
numidi. Quindi, chiamati a deliberare nuovamente su chi consideras-
sero in comunione con sé, i vescovi italici e quello di Roma (insieme
229
  Optatus 1, 24, 1.
230
  La chiave di lettura che avanzo a questo proposito va utilizzata, in considera-
zione della fluidità procedurale cui ho già fatto riferimento, in combinazione con
la intelligente ricostruzione proposta da Calderone 1962, pp. 241-246: dando degli
avvenimenti una interpretazione in chiave prevalentemente giuridica egli vede nel-
la condanna di Donato, che costituisce il primo atto della disamina dei diciannove,
«una prassi che ha il suo riscontro in disposizioni del diritto romano processuale che
negavano a determinate persone il diritto di accusare; un’inchiesta preliminare sulla
figura dell’accusatore era prevista (p. 245)». La disamina della capacità giuridica di
Donato (cui seguirà quelli dei testimoni laici: cfr. infra, nota 243) è sì uno strumen-
to giurisprudenziale, ma risponde ai criteri e alle finalità del principale interroga-
tivo cui i diciannove devono dare risposta: a quale dei contendenti riconoscere il
legame di comunione con la catholica. Mentre la chiamata in causa dei laici ope-
rata dai donatisti, secondo Calderone, andrebbe interpretata come un tentativo di
riaprire i giochi tentando «di sostituire processualmente l’episcopus deceduto [cioè
Maggiorino, nella sua qualità di legitima persona in iudicio] con la comunità stessa (p.
245)», a mio avviso questa interpretazione, come cercherò di dimostrare, non coglie
il vero significato della osteggiata partecipazione della plebs cartaginese, e del resto
è inficiata da questa presenza stessa: essa dimostra come i laici al seguito di Donato
fossero già convenuti a Roma all’inizio delle operazioni, e che dunque la loro chia-
mata in causa fosse stata messa in conto fin dalla partenza dall’Africa. Ancor meno
convincente mi pare la proposta abbozzata da Arne Hogrefe, secondo cui il silenzio
dei vescovi donatisti si spiegherebbe con il loro dissenso nei confronti della strate-
gia di Donato, che avrebbe riconosciuto la legittimità del giudizio romano («mögli-
cherweise handelte diese Gruppe in Dissens zu Donatus und seiner Strategie, das
Gericht nicht zu anerkennen»: Hogrefe 2009, p. 295).
231
  Optatus 1, 20, 1: mittentes ubique litteras livore dictante conscriptas.

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Volume Muscae moriturae Donatistae circumvolant.indb 149 21/03/13 09:30


150 MUSCAE MORITURAE DONATISTAE CIRCUMVOLANT

ai tre galli nominati da Costantino) non fecero altro che confermare


la propria precedente determinazione: questo spiegherebbe la rapidità
dei lavori nella domus Faustae, conclusi in soli tre giorni232, e la reazione
dei donatisti che, secondo Ottato, avrebbero interposto un immedia-
to appello a Costantino233. Una ulteriore controprova deriva dal tenore
delle rimostranze donatiste, che vengono così riassunte dall’imperatore
nella lettera con cui ordina al vescovo Cresto di Siracusa234 di recarsi ad
Arles per il concilio ivi convocato:
essi affermano che sono veramente pochi coloro che hanno pronun-
ciato i propri giudizi e le proprie sentenze, o che senza che sia stato prima
esaminato con precisione tutto ciò che si doveva ricercare, hanno proce-
duto ad emettere il giudizio con troppa fretta e precipitazione235.
In una lettera inviata invece al vicarius Africae Elafio236, nel riferire su
queste proteste l’imperatore precisa con un lessico più tecnico che
ostinatamente e con tutte le forze ritennero di dover ribattere che la
causa non era stata trattata in tutti i suoi aspetti (omnis causa non fuisse
audita), ma che invece quei vescovi si erano riuniti a porte chiuse (quodam
loco se clausissent) e avevano pronunciato il proprio giudizio secondo la
loro convenienza (prout ipsis aptum fuerat)237.
In riferimento a questo documento, Agostino rinfaccia al vescovo
donatista Gennaro che i suoi maiores, invece di accettare la decisione
romana, avrebbero interposto ricorso all’imperatore; è interessante fer-
mare l’attenzione sulle cause addotte per questo ricorso:
ma di nuovo i vostri predecessori si rivolsero all’imperatore, lamentan-
do che il giudizio non fosse stato formulato secondo la procedura corretta
(non recte iudicatum), e che non fossero stati presi in considerazione tutti
gli elementi di prova (neque omnem causam auditam esse)238.

232
  Per la datazione, fissata ai primi dell’ottobre 313, cfr. Optatus 1, 23, 2.
233
  Valesius 1659, cap. 8, mise in dubbio la ricostruzione ottaziana a questo riguardo. Se-
condo lui, dalle lettere di Costantino a Elafio e a Cresto e da diversi testi agostiniani si de-
durrebbe che la convocazione del concilio arelatense sarebbe il risultato dell’iniziativa
imperiale, dovuta allo scontento dell’imperatore per il fallimento romano nel raggiun-
gere l’obiettivo della pacificazione. I donatisti avrebbero sì espresso le loro lamentele,
ma non avrebbero interposto un vero e proprio appello (giunge alle stesse conclusioni
anche Calderone 1962, pp. 252 ss.), come invece avvenne dopo Arles: ne risulterebbe
ulteriormente messa in discussione la vulgata circa il ruolo che i donatisti avrebbero
riconosciuto a Costantino, oltre al significato da essi attribuito alla decisione romana.
234
  «Chrestus»: PCBE 2, pp. 431-432.
235
  Eusebius HE 10, 5, 22; Silli 1987, pp. 17-19.
236
  «Aelafius»: PLRE 1, p. 16; PCBE 1, p. 43.
237
  La lettera è conservata tra le appendici dell’opera ottaziana, per cui fa ancora fede
l’edizione ottocentesca di Ziwsa 1893, pp. 204-206: il brano qui riportato si trova a
p. 205, linee 23-26; cfr. anche Silli 1987, pp. 13-16. Su questo testo, datato a Treviri
agli inizi del 314, cfr. l’interessante analisi di Silli 1980, pp. 91-97, passata pressoché
inosservata.
238
  Augustinus Ep 88, 3.

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2. LE ORIGINI 151

Agostino, nello stesso contesto, dopo aver citato diversi documenti in


originale, offre invece della lettera ad Elafio un riassunto che, da questo
punto di vista, fornisce una ulteriore chiave di lettura: oltre alla manca-
ta presa in considerazione di elementi di prova, la pars Donati avrebbe
rimproverato alla commissione romana una seconda mancanza, cioè di
non aver rispettato le norme di procedura giudiziaria. Entrambe queste
accuse spiegano perché, malgrado l’apparente moto di stizza, Costan-
tino informi Elafio di aver convocato il concilio arelatense in funzio-
ne di un giudizio di appello: si tratta di due mancanze formali che, dal
punto di vista procedurale, giustificano una revisione239. L’accusa non è
di poco conto: benché i vescovi riuniti a Roma avessero assicurato a Co-
stantino, nel trasmettergli tutti gli atti, di aver operato pro rerum aequi-
tate, cioè «secondo quanto richiesto dalla concreta fattispecie e senza
nessun arbitrio240», è evidente come l’imperatore non avesse trovato del
tutto soddisfacente la loro condotta, se si è risolto a convocare il conci-
lio del 314241.
Cosa significhi con precisione la rimostranza donatista è rimasto un
aspetto finora piuttosto trascurato dall’indagine: eppure, le fonti offro-
no diversi elementi per giungere a un chiarimento che credo di notevo-
le interesse. Come si vedrà più approfonditamente nel prossimo para-
grafo, per la chiesa del III/IV secolo in caso di controversie sull’elezione
episcopale risultava fondamentale individuare quale dei contendenti

239
  Attraverso una costituzione emanata nel 321, Costantino avvertì la necessità di
meglio definire l’istituto dell’appello (CTh 11.30.11); nell’analisi di Paolo Silli, «la
motivazione addotta dall’imperatore nel ribadire l’esigenza di una esatta ed equani-
me applicazione della procedura di appello si sforza di puntualizzare che l’oggetto
del giudizio dello iudex ad quem non è l’accertamento della correttezza personale o
meno dello iudex a quo - e tanto meno una valutazione di esso sul piano personale
-, ma invece consiste nell’esame del singolo caso a lui sottoposto, per verificare se la
normativa vigente sia stata esattamente applicata a quella precisa fattispecie» (Silli
1980, p. 50).
240
  Silli 1980, p. 95-96.
241
  L’insoddisfazione imperiale spiega anche, a mio avviso, l’assenza del vescovo di
Roma al concilio arelatense, variamente e talora fantasiosamente spiegata dagli sto-
rici: considerando il tono imperativo della lettera a Cresto di Siracusa, non è imma-
ginabile che il vescovo di Roma abbia pensato di rifiutarsi, per qualsiasi motivo, di
partecipare ai lavori a Arles. A conferma di questa ipotesi può essere addotto il tenore
della sinodale inviata dai padri arelatensi a papa Silvestro (cfr. almeno Mazzini 1973):
invece che leggervi una deferenza quantomeno sospetta, credo si debba riconoscere
in quel documento l’intenzione di ripristinare il prestigio del successore di Milziade
agli occhi stessi dell’imperatore. D’altra parte, alcune delle decisioni prese ad Arles
non erano in totale sintonia con le più rigide posizioni romane, e in questo aderi-
vano in modo più stretto alle aspettative imperiali: cfr. Calderone 1967, pp. 270-274.
Per ipotesi diverse, cfr. supra, nota 195 e la proposta del tutto anacronistica di Tom-
maso Caputo, secondo il quale «probabilmente il papa non si sentiva di convalidare
con la sua presenza una iniziativa presa direttamente dall’imperatore, che mostrava
apertamente di voler proteggere e quasi guidare la Chiesa, né tanto meno di disap-
provare la riunione di Arles» (Caputo 1981, p. 40).

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Volume Muscae moriturae Donatistae circumvolant.indb 151 21/03/13 09:30


152 MUSCAE MORITURAE DONATISTAE CIRCUMVOLANT

godesse del suffragium populi: nel caso di Ceciliano, una parte consisten-
te della comunità cartaginese gli risultava ostile. Questa ostilità affon-
dava le proprie radici nei comportamenti e negli atteggiamenti tenuti
dall’allora diacono di Mensurio durante la persecuzione dioclezianea:
si è visto come quest’ultimo avesse suscitato più di una perplessità col
suo comportamento, avendo comunque consegnato dei libri alle auto-
rità ed avendo scoraggiato l’assistenza e la venerazione a alcuni marti-
ri. La documentazione inviata dai donatisti a Costantino, che in teoria
avrebbe dovuto essere esaminata dai diciannove a Roma, constava di
due parti distinte: se una conteneva, ovviamente, la sentenza formulata
dal concilio dei settanta contro Ceciliano, l’altra (il libellum criminum
Caeciliani) doveva sensatamente contenere le deposizioni di quanti, fe-
deli della chiesa cartaginese, avevano testimoniato sul suo contestato
comportamento durante la persecuzione242. È questa la parte che i ve-
scovi riuniti a Roma si sono rifiutati di prendere in esame: né i vescovi
della pars Donati ivi convenuti avevano potuto testimoniare in prima
persona, non essendo stati presenti ai fatti, e questo spiega il silenzio
loro rinfacciato.
La scelta di rifiutare fin dall’inizio le testimonianze dei semplici fede-
li243 risulta pienamente comprensibile se si pensa alla contestata elezio-

242
  Fra i diversi significati tecnici del termine libellus, del resto, rientra anche quello
di “deposizione resa per iscritto”.
243
  Lo stesso Agostino, al di là della vilificatio con cui scredita l’azione dei donatisti
a Roma, riferisce in questi termini la questione: egli afferma che i vescovi donatisti,
non disponendo di atti di cancelleria con cui accusare Ceciliano (nulla documento-
rum attestatione), avrebbero cercato di scaricare l’onere della prova sui laici (…totam
causam in plebem de parte Maiorini, hoc est seditiosam et ab ecclesiae pace alienatam mul-
titudinem transferre voluisse). Prosegue Agostino, poco oltre: …quali enim turbae illi
consenserant, ut adversus innocentes non interrogatos proferrent sententias; a tali turba
etiam rursus accusari Caecilianum volebant. Sed plane tales invenerant iudices, quibus
illam dementiam persuaderent (Augustinus Ep 43, 5, 14). Come si vede, è proprio la
testimonianza dei laici che viene rifiutata dai vescovi riuniti a Roma poichè, confer-
ma l’ipponense (Augustinus Ep 43, 5, 15), la plebs partis Maiorini non aveva una indi-
vidualità determinata [l’espressione certam personam non habebat, giuridicamente,
rinvia all’inidoneità a rendere una testimonianza attendibile: cfr. Calderone 1967, p.
245; Drobner 1996, pp. 101-102; è del resto lo stesso principio ripetutamente invoca-
to dal tribunus Marcellino alla Collatio del 411 per escludere dal dibattito la maggior
parte dei vescovi convenuti (GestConlCart 1, 23: in confusa moltitudine certa non possit
esse persona; GestConlCart 1, 34: numquam habere potuit certam multitudo personam)].
L’intero paragrafo è comunque estremamente significativo: et requisiti ab eis essent
vel accusatores vel testes vel quoquomodo causae necessarii, qui simul cum eis ex Africa
venerant, et eos praesentes fuisse atque a Donato subtractos esse diceretur. Promisit idem
Donatus quod eos esset exhibiturus. Quod cum non semel, sed saepius promisisset, am-
plius ad illud iudicium accedere noluit, ubi iam erat tanta confessus, ut nihil aliud deinceps
non accedendo, nisi praesens damnari noluisse videretur, cum tamen ea, quae damnanda
essent, eo praesente atque interrogato manifestata fuerint. Dunque, secondo la ricostru-
zione di Agostino, i donatisti avrebbero portato con sé dall’Africa numerosi laici (è
il significato tecnico di plebs) come testimoni; più volte Donato avrebbe “promes-
so” di esibirli ma, dopo la sua condanna per la questione battesimale, proprio lui li

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2. LE ORIGINI 153

ne di Milziade, chiamato a presiedere la riunione244: accogliere quelle


fonti avrebbe costituito un pericoloso precedente su cui si sarebbe potu-
ta innescare una crisi anche nell’Urbe (come in effetti avvenne, vista la
successiva consacrazione di un vescovo donatista245). È anche possibile
individuare una controprova di questa scelta ad Arles ove, nel conci-
lio tenuto in assenza del successore di Milziade (Silvestro246), il riesame
della diatriba cartaginese si concluse nuovamente con la condanna di
Donato. Mentre del dibattito e della disamina delle imputazioni non
ci è giunta alcuna testimonianza, il canone 14 mi pare dar pieno con-
to di questo atteggiamento: esso stabilisce che le accuse di traditio nei
confronti di esponenti del clero portino alla loro deposizione solo se
supportate da verbali delle autorità giudiziarie, mentre vengono espli-
citamente escluse le testimonianze dei semplici fedeli:
avrebbe allontanati impedendo loro di riferire quanto sapevano. Quest’ultima noti-
zia è poco credibile, proprio alla luce di quanto affermato dallo stesso Agostino circa
il rifiuto dei diciannove ad accogliere la testimonianza di tale plebs; comunque risul-
ta interessante la scansione cronologica dei fatti che sembra emergere: la questione
relativa ai testimoni laici sarebbe stata affrontata solo dopo la condanna di Donato,
cioè solo dopo aver preso la decisione su quale dei contendenti considerare in co-
munione con la catholica. Per una interpretazione alternativa cfr. supra, nota 230.
244
  Non tutti hanno tuttavia accettato un ruolo preminente per Milziade: a favore
di quest’ipotesi gioca di sicuro la scelta ottaziana di riportare come significativa la
sua sola sententia, ma i documenti costantiniani pervenuti non contengono alcuna
conferma esplicita (cfr. Pietri 1976, p. 162 nota 2). Comunque, la prassi delle riunio-
ni ecclesiastiche prevedeva di solito un ruolo preminente per il vescovo della città
ospitante.
245
  Non condivido le perplessità di Calderone 1962, pp. 252-253 e specialmente nota
2, secondo il quale la traditio di Milziade sarebbe «una tardiva invenzione formulata
dai donatisti in sede di polemica sulle ‘origini’ dello schisma … l’accusa di traditio
… fu avanzata solo in occasione della collatio del 411». Ai riferimenti di Calderone
si può aggiungere Augustinus UnBapt 16, 28: ma questo testo presenta alcune con-
traddizioni interne che dimostrano la distorsione dei fatti a fini polemici. Agostino
sostiene infatti che l’accusa sia recentissima, e che i donatisti non osarono accusare
Milziade né prima né subito dopo le sedute in domo Faustae (cum hoc ergo nec ante sug-
gesserint, nec posteaquam contra eos pro Caeciliano iudicatum est); tuttavia, nel seguito,
riferisce dell’invio a Roma di interventores adventitii, in vista della consacrazione di
un nuovo vescovo. Poiché il presule fu individuato in Vittore di Garbe, presente al
concilio cirtense del 305, occorre considerare questi avvenimenti come molto vicini
alle prime fasi dello scisma sebbene posteriori, per un indefinibile lasso di tempo,
alla conclusione dei lavori al Laterano: Vittore risulterebbe infatti inviato dall’Africa
nell’Urbe su sollecitazione di quidam Afri che vi dimoravano (Optatus 2, 4, 4). Infine
si consideri che la nomina di un vescovo donatista a Roma poté avvenire solo con-
siderando decaduto Milziade: l’accusa di traditio, che a Roma correva già da tempo,
ben si somma alla scelta di campo in favore di Ceciliano, che dal punto di vista do-
natista comporta il mantenimento della comunione con i traditores e dunque l’as-
sunzione della medesima colpa. Del tradimento di Milziade si discusse ancora nella
terza giornata della Collatio del 411: cfr. Augustinus BConl 18, 34-36 e i Capitula fatti
redigere da Marcellino (buona parte degli atti della terza giornata è perduta) e alle-
gati ai GestConlCart 3, 488-513. Su questa parte, cfr. infra, § 3, 1.
246
  «Silvester 1»: PCBE 2, p. 2071.

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154 MUSCAE MORITURAE DONATISTAE CIRCUMVOLANT

placuit nobis ut quicumque eorum ex actis publicis fuerit detectus, non verbis
nudis, ab ordine cleri amoveatur247.
È abbastanza evidente, se si ripercorrono con attenzione le vicende
di Mensurio e di altri vescovi africani, che i verbali ufficiali non pote-
vano conservare traccia di accordi intercorsi in segreto fra i vescovi e le
autorità locali per attenuare le conseguenze della persecuzione diocle-
zianea. Nel caso di Mensurio, come si è visto, la consegna di libri “ere-
tici” doveva essere stata concordata con le autorità, dato che comun-
que il proconsole aveva rifiutato di dar seguito alle informazioni sulla
reale dislocazione delle Sacre Scritture. Tra altri casi simili248, il più
eclatante mi pare essere proprio quello di Felice di Abthugnos, uno
dei consacratori di Ceciliano, a sua volta accusato di traditio: a seguito
dell’inchiesta ordinata dallo stesso Costantino nel 314, probabilmen-
te prima dell’inizio dei lavori del concilio di Arles, emerse che Felice
era assente proprio il giorno in cui i magistrati cittadini si presentaro-
no a richiedere i libri; un’assenza propizia, che consentì ai magistrati
di compiere il proprio dovere sequestrando e bruciando le Scritture,
e a Felice di non poter essere in seguito accusato di traditio. Che, dal
punto di vista dei rigoristi, fosse poco credibile pensare ad una fortuita
coincidenza, è abbastanza scontato; che da questo derivasse l’accusa
al vescovo di essere sceso a un compromesso con le autorità, è com-
prensibile249. Tuttavia, come l’inchiesta finì con il dimostrare, di simili
patti non poteva essere trovata traccia nei verbali ufficiali: l’infelice
tentativo del donatista Ingenzio, che avrebbe cercato di falsificare una
parte della documentazione per rimediare a questa assenza, non pote-
va sortire effetto alcuno250.
Così, il concilio di Arles si limita a formalizzare lo stesso principio
applicato l’anno precedente a Roma dal gruppo dei diciannove: le te-
stimonianze dei singoli fedeli, senza il supporto di documenti ufficiali,
non possono essere prese in considerazione. Anzi, lo stesso canone 14
chiarisce il proprio giudizio squalificante su quella plebs che Agostino
definirà incapace di testimonianza perché priva di certa persona: i vesco-
vi riuniti ad Arles specificano, dopo aver rifiutato valore probatorio ai
nuda verba, che

247
  Al fine di evitare confusioni, segnalo che la numerazione dei canoni arelatensi
qui adottata è quella contenuta nell’edizione di Munier ConcGal, e mantenuta dagli
studiosi più recenti.
248
  Un elenco è reperibile in Frend 1952b, pp. 5-6; Lepelley 1984, pp. 322-323.
249
 Cfr. Frend 1952b, pp. 4-5; Lepelley 1984, pp. 326-328.
250
  I materiali emersi dall’inchiesta, ordinata da Costantino per verificare le accuse
donatiste a Felice di Abthugnos, sono raccolti negli Acta purgationis Felicis episcopi
Autumnitani, tramandati tra le appendici ottaziane ed editi in Ziwsa 1893, pp. 197-
204; cfr. l’imponente lavoro di Duvalb 2000. Calderone 1962, pp. 256-258 insinua
molti ragionevoli dubbi sul reale andamento dell’inchiesta, che pare assai più “ad-
domesticata” in direzione degli interessi “cattolici” di quanto molta critica, anche
recente, abbia riconosciuto.

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Volume Muscae moriturae Donatistae circumvolant.indb 154 21/03/13 09:30


2. LE ORIGINI 155

poiché vi sono molti che continuano ad attaccare pubblicamente la


chiesa e ritengono che si debba dar loro riconoscimento nel ruolo di ac-
cusatori grazie all’uso di testimoni subornati, tutto ciò è tassativamente
non ammesso se non siano portati a sostegno, come appena affermato,
documenti provenienti dagli archivi dall’amministrazione pubblica251.
Il confronto tra la prassi romana e la successiva formulazione are-
latense ha reso chiaro il senso della querela donatista: la causa è stata
trattata con troppa fretta, senza prendere in esame tutti gli atti e giudi-
cando secondo le convenienze di chi sedeva tra i diciannove (in special
modo Milziade di Roma), cioè zittendo la vox populi252.

Quanto alla notizia ottaziana, secondo la quale a Roma sarebbe stata


emessa una condanna nei confronti dello stesso Donato
quod confessus sit se rebaptizasse et episcopis lapsis manum imposuisse, quod
ab ecclesia alienum est253,
è evidente che non basta ricondurla alla necessità di disconoscergli
la capacità di azione legale contro Ceciliano; nei suoi contenuti, essa
rinviava a una prassi comunemente seguita in Africa dai tempi di Ci-
priano, che proprio su questa problematica mezzo secolo prima aveva
condotto un durissimo confronto con il vescovo romano Stefano254. Se
non si era giunti alla reciproca scomunica255, la questione era comun-
que rimasta sospesa: nel 313, evidentemente, i vescovi italici e quello
dell’Urbe scelsero di interrogare i contendenti sulla questione giudican-
dola discrimine fondamentale nella determinazione di chi potesse es-
sere riconosciuto in comunione con loro. In questo passaggio sta, a mio
avviso, il significato della “indagine” su Donato: avrebbe senso suppor-
251
 … et quoniam multi sunt qui contra ecclesiam repugnare videntur et per testes redemptos
putant se ad accusationem admitti debere, omnino non permittantur nisi, ut supra dixi-
mus, actis publicis docuerint.
252
  A ulteriore sostegno di questa interpretazione va considerato che anche un seco-
lo dopo, alla Collatio del 411, quando nella terza giornata si giunse alla lettura degli
atti della conferenza romana del 313 i donatisti tentarono invano di interromperla
per far prima leggere quanto a Roma era stato tralasciato: interruperunt donatistae et
petere instantissime coeperunt, ut prius ea quae offerebant recitarentur, asserentes non esse
ordinis ut prius absolutio Caeciliani, quem nondum accusaverant, legeretur, et de hoc ali-
quanto diutius conflixerunt, cum catholici dicerent non debere interrumpi quod legi iam
coeperat, donec eiusdem iudicii omnia gesta terminarentur, illi autem e diverso assererent
ea quae interrumpebantur nec incipi debuisse ut legerentur, quoniam non competeret prius
defendi hominem quam accusari (Augustinus BConl 3, 12, 24).
253
  Optatus 1, 24, 1.
254
  È ancora utilissimo, a questo proposito, Frend 1952b, pp. 135-140; da ultimi, cfr.
anche Garcia Mac Gaw 2008, pp. 117-174; Bernardini 2009, pp. 88-97 e 113 ss.
255
  Basata sulla notizia in Eusebius HE 7, 5, 3; per questa tesi cfr. Pietri 1976, p. 309:
«rapidement, dès 256, le pape, informé des sentences africaines, menace: il refu-
se de recevoir les légats chargés de présenter les actes d’un concile et finalement,
quoiqu’en ait dit, pieusement, Augustin, il lance une sentence d’excommunication
contre Carthage».

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Volume Muscae moriturae Donatistae circumvolant.indb 155 21/03/13 09:30


156 MUSCAE MORITURAE DONATISTAE CIRCUMVOLANT

re che una analoga richiesta di delucidazioni fosse stata posta anche a


Ceciliano, sebbene sulla sua risposta potessero essere esclusi, in antici-
po, dubbi di sorta. Chiaramente, dal punto di vista dei rigoristi, a Roma
si finì con l’assistere ad un rovesciamento dei ruoli: Ceciliano ritenuto
innocente delle colpe ascrittegli, Donato condannato perché fedele alla
prassi e alla dottrina ciprianee.

Sulla vicenda del presunto “concilio” romano, al termine di questa


disamina, possono così essere tratte alcune conclusioni che si discosta-
no dalle interpretazioni tradizionali:
- il primo intervento di Costantino, che prevede la restituzione alla sola
chiesa “cattolica” dei beni confiscati durante persecuzioni, si configu-
ra nei termini di una privata lex;
- tuttavia, una restituzione che si rivolga alla sola catholica comporta
inevitabilmente che tutti i beni posseduti dalla chiesa africana prima
delle persecuzioni vengano attribuiti in esclusiva alla pars Caeciliani;
- per questo, principalmente, la pars Donati presenta ricorso all’impe-
ratore: non si tratta di ottenere da lui la sanzione delle ragioni o dei
torti nello scisma africano, che si configurerebbe come un ricorso
nei confronti della sinodo cartaginese terminata con la deposizione
di Ceciliano256. Si tratta solo di rivendicare quei beni (aree sepolcrali,
luoghi di culto, altre proprietà mobili e immobili) che erano sentiti
come propri;
- quanto a quest’ultima percezione, occorre distogliere lo sguardo dalla
situazione specificamente cartaginese: fuori della capitale provincia-
le, già nel 313 si era verificata all’interno di altre comunità una pola-
rizzazione pro e contro Ceciliano, con la conseguente consacrazione
di vescovi concorrenti alla stessa cattedra257. Sebbene non sia assolu-
256
  I donatisti ritenevano, evidentemente, che un concilio regionale non avesse alcu-
na ulteriore istanza sopra di sé cui si potesse presentare ricorso: da Augustinus 43, 5,
14 si evince con chiarezza che veniva contestato alla commissione romana del 313
di aver indebitamente rimesso in discussione e cancellato il giudizio di un concilio
africano (an forte non debuit romanae ecclesiae Melchiades episcopus cum collegis transma-
rinis episcopis illud sibi usurpare iudicium, quod ab afris septuaginta, ubi primas Tigisita-
nus praesedit, fuerat terminatum? Quid, quod nec ipse usurpavit?); cfr. a questo proposito
anche Kriegbaum 1990, p. 30: «das karthagische Konzil der 70 Bischöfe hatte in ihren
Augen hier eine letztes Wort gesprochen, und eine Instanzenzug, der über das Regio-
nalkonzil hinausgereicht hätte, war in der kirchlichen Rechtspflege zu Anfang des 4.
Jahrunderts noch unbekannt». La questione della possibile rimessa in discussione di
decisioni sinodali ad opera di un altro concilio tornerà di attualità nel conflitto tra
Atanasio e l’episcopato filoariano orientale: cfr. Athanasius ApAr 22-25.
257
  Solo grazie a una lettera di Agostino siamo a conoscenza di un dispositivo ema-
nato da Milziade, al termine dei lavori del 313, che prevedeva non solo le modalità
di reintegro nella catholica per i vescovi che avessero sostenuto la consacrazione di
Maggiorino, ma anche quelle di soluzione dei conflitti che potessero sorgere nelle
sedi presidiate da due vescovi concorrenti (in special modo ci si riferisce a chi fosse
stato consacrato dallo stesso Maggiorino), se quello donatista avesse deciso di rien-
trare nella comunione con Ceciliano: ita ut quibuscumque locis duo essent episcopi,

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Volume Muscae moriturae Donatistae circumvolant.indb 156 21/03/13 09:30


2. LE ORIGINI 157

tamente possibile quantificare il numero di sedi episcopali in questa


condizione, ciò nondimeno occorre tenere presente che le decisioni
al riguardo avevano ripercussioni anche lontano da Cartagine258. Ba-
nalmente, dalle restituzioni sarebbero rimasti esclusi almeno i 70 ve-
scovi che avevano condannato Ceciliano;
- Costantino, secondo il precedente aurelianeo, chiede alla commissio-
ne che raduna nella domus Faustae di indicargli quale delle due parti
in conflitto sia da considerarsi in comunione con le chiese di Roma e
d’Italia, con ciò decidendo di ignorare la sentenza del concilio carta-
ginese presieduto da Secondo di Tigisi;
- i diciannove vescovi convenuti non danno peso alle accuse rivolte a
Ceciliano259, ma decidono unicamente sulla base di una valutazione
sull’ortodossia dei contendenti: viene così posta al centro la questio-
ne battesimale, sulla quale si erano irrigidite cinquant’anni prima le
posizioni tra Roma e Cartagine;
- questo esito è chiaramente insoddisfacente per i donatisti, che non
avevano certo chiesto un appello rispetto alla propria sentenza,
emessa dal concilio tenuto dai settanta vescovi numidi260; per que-
sto, essi ricusano le deliberazioni romane e si rivolgono nuovamen-
te a Costantino.

quos dissensio geminasset, eum confirmari vellet, qui fuisset ordinatus prior, alteri autem
eorum plebs alia regenda provideretur (Augustinus Ep 43, 5, 16).
258
  Questo a mio avviso costituisce un ottimo motivo per sostenere una datazione
alta per lo scisma: il problema della duplicazione delle cattedre non poteva presen-
tarsi nel giro di pochi mesi ma, se si tiene come data per la morte di Mensurio il
306/308, resta almeno un quinquennio di transizione fino all’intervento costanti-
niano e ciò rende possibile in molte sedi il fenomeno della consacrazione di un ve-
scovo per entrambe le parti in causa.
259
  Di avviso completamente contrario Gherro 1970, p. 373: «il problema discus-
so fu, esclusivamente, quello del comportamento tenuto da Ceciliano in epoca di
persecuzione». Mi pare tuttavia che una simile opinione non tenga conto delle pur
scarne informazioni conservate da Ottato; ma, d’altra parte, il modo in cui questo
studioso fa talora uso delle fonti suscita qualche perplessità: nella stessa pagina, nota
50, basandosi unicamente su una citazione indiretta di Cesare Baronio (cfr. Baronius
1588-1607, ad annum 313) rinvia ad una fonte inesistente (sempre che non si tratti
di un fraintendimento della costantiniana Epistula ad episcopos post Arelatense conci-
lium conservata tra le appendici ottaziane, per cui cfr. Ziwsa 1893 , pp. 208-210 e Silli
1987, pp. 20-25).
260
  È quanto invece, con grande lucidità, i cattolici cercarono di sostenere nel terzo
giorno della Collatio del 411: «con poche parole i cattolici risposero che anche per-
fino i donatisti stessi avevano ritenuto incompetente il concilio tenuto a Cartagine
per quanto riguardava la causa di Ceciliano, dal momento che l’avevano rimessa
nelle mani dell’imperatore assumendosi il ruolo di accusatori» (breviter responderunt
catholici, non sufficere ad causam Caeciliani carthaginense concilium ipsos etiam iudicas-
se, qui eam ad imperatorem accusando miserunt: Augustinus BConl 3, 16, 30). Sull’inso-
stenibilità dell’interpretazione della richiesta donatista in chiave di nuovo iudicium
si è recentemente espresso anche Hogrefe 2009, p. 286.

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Volume Muscae moriturae Donatistae circumvolant.indb 157 21/03/13 09:30


158 MUSCAE MORITURAE DONATISTAE CIRCUMVOLANT

In definitiva, dal punto di vista della pars Donati non furono mai po-
ste in discussione la condanna e la deposizione di Ceciliano; né fu rico-
nosciuto a Costantino o a sinodi transmarine alcun ruolo nelle vicende
interne della chiesa africana. Gli interventi presso l’imperatore sono
stati tesi unicamente ad ottenere da lui il rispetto di quella condanna,
nella misura in cui i suoi atti (sul piano del diritto civile) erano venuti
ad incidere nel contesto della cristianità africana. Costantino, a propria
volta, non delegò ai vescovi riuniti a Roma alcun potere in campo civi-
listico: le decisioni da lui assunte, però, per poter essere applicate ne-
cessitavano di una definizione chiara circa i legami di comunione tra le
chiese occidentali, e su questo gli era necessario quel parere dei vescovi
che, dal punto di vista della prassi ecclesiastica, si configura come una
vera e propria sentenza.
Le rispettive competenze risultano chiaramente differenziate: altret-
tanto comprensibilmente, mantenerle distinte non rientrava negli in-
teressi di Ottato e Agostino. Così essi produssero un racconto basato
sulla avidità donatista, tesa ad impossessarsi delle donazioni imperiali,
e sulla scismatica protervia nel rifiutare le sentenze pur sollecitate: un
atteggiamento del tutto logico per fonti tanto apertamente schierate,
decisamente meno convincente se adottato acriticamente dagli storici
moderni.

2.3.3 Eunomio, Olimpio e la ventilata deposizione di Ceciliano


Dopo aver riferito della decisione presa a Roma e del presunto appello
di Donato a Costantino, Ottato narra in modo un po’ confuso, malgra-
do l’assicurazione di aver avuto a disposizione i documenti originali,
dell’invio di due vescovi, Eunomio e Olimpio261, con il compito di de-
porre contemporaneamente Ceciliano e Donato, consacrare un nuovo
vescovo a Cartagine e ricondurre così quella chiesa, e di conseguenza
l’Africa, all’unità262. Secondo Ottato, i fatti si sarebbero svolti mentre
Ceciliano e Donato si trovavano trattenuti da Costantino fuori dell’A-
frica: quindi dopo il concilio di Arles (di cui Ottato sembra non essere
stato a conoscenza), fra il 315 e il 316263, e su iniziativa imperiale. L’esi-
to di questa missione avrebbe di nuovo condotto ad un “inevitabile”
(nell’ottica ottaziana) ulteriore riconoscimento di Ceciliano come le-
261
  «Eunomius»: PCBE 2, pp. 686-687; «Olympius 1»: PCBE 2, p. 1552.
262
  Optatus 1, 26, 1-2. L’autore dichiara di aver allegato queste fonti alla sua opera
(ibidem, 1, 26, 3), ma esse purtroppo non sono pervenute. Il passo è comunque giun-
to in condizioni di difficile lettura: per le diverse lezioni proposte, e per le interpreta-
zioni cui hanno dato luogo, cfr. il commento di Mireille Labrousse nell’introduzione
a Optatus, p. 228-229 note 1 e 2. Sulle diverse proposte di datazione, che comunque
situano l’inchiesta degli interventores dopo il concilio di Arles del 314 e prima del
giudizio di Costantino del 316, cfr. la sintesi offerta da Labrousse nell’introduzione
a Optatus, p. 64 e nota 3.
263
  Cfr. la sintesi in Frend 1952b, p. 155-157: però mi pare una forzatura del testo otta-
ziano, unica fonte disponibile, attribuire questa iniziativa a Filomeno, che avrebbe
patrocinato la causa donatista.

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Volume Muscae moriturae Donatistae circumvolant.indb 158 21/03/13 09:30


2. LE ORIGINI 159

gittimo vescovo di Cartagine. Questa ricostruzione è tuttavia troppo


pasticciata: non si capisce perché, dopo il giudizio dei vescovi romani
e quello del concilio arelatense, Costantino avrebbe dovuto rimettere
di nuovo in discussione tutta la questione affidandola a due soli vesco-
vi264; né è chiaro su quali basi giuridiche l’imperatore avrebbe pensato di
nominare degli interventores, con quali compiti e soprattutto con quale
autorità: se la notizia fosse vera, si tratterebbe del primo tentativo di
deposizione episcopale da parte del potere politico.
La notizia avrebbe maggiore credibilità se si trattasse di un frammento
vagante, malinteso da Ottato e da lui inserito al momento sbagliato: essa
conserverebbe allora un episodio presto caduto nell’oblio, assai prossimo
agli inizi dello scisma e di cui nessun altro avrebbe custodito traccia. Esat-
tamente seguendo la prassi ciprianea e quella degli stessi numidi265, da-
vanti allo scisma cartaginese le chiese d’oltremare (e la probabilità che si
tratti proprio di Roma a questo punto è altissima) avrebbero inviato due
interventores per valutare la situazione e, se possibile, favorire un compro-
messo: l’eventuale deposizione dei due contendenti, con successiva con-
sacrazione di un candidato gradito ad entrambe le parti, in quella fase
poteva essere considerata ancora una soluzione efficace. Gli intervento-
res, però, avrebbero sperimentato la radicalità della frattura in seno alla
chiesa cartaginese, successivamente riconoscendo in Ceciliano l’unico
esponente della catholica con cui conservare la comunione: sulla base di
questo giudizio sarebbe allora più facilmente comprensibile anche il rico-
noscimento da parte delle altre chiese d’oltremare, e tutta la successione
degli avvenimenti sopra ricostruita.
Si tratta comunque di una ipotesi che ha, a proprio sostegno, solo
la plausibilità con cui si incastra nella ricostruzione fin qui proposta:
null’altro la può differenziare dalle altre interpretazioni finora avanza-
te, e dunque il richiamo alla prudenza critica è d’obbligo. L’episodio è
stato d’altronde poco esplorato, dato che comunque lo si interpreti esso
non sembra in grado di modificare il significato delle diverse fasi dello
scisma; tuttavia mi pare si possa sottolineare un particolare che ben si
intona alla rivalutazione di un aspetto ancora poco considerato, cioè il
ruolo svolto dalle masse in queste prime fasi e il senso da attribuirgli.
Sebbene la responsabilità dei disordini venga addossata interamente
alla pars Donati, infatti, rimane sintomatico che il tentativo esperito da-
gli interventores, nella scarna memoria di cui ancora disponeva Ottato,
fosse naufragato davanti all’opposizione delle rispettive plebes:
hoc seditiosa pars Donati fieri passa non est. De studio partium strepitus coti-
diani [i due vescovi] sunt habiti266.

264
  Che, d’altra parte, avrebbero asserito sententiam decem et novem episcoporum iam-
dudum datam dissolvi non posse (Optatus 1, 26, 2), con ciò non solo escludendo in
partenza la possibilità di una deposizione di Ceciliano, ma soprassedendo anche
all’ulteriore sviluppo della posizione della catholica elaborata ad Arles.
265
  Cfr. supra, § 2.2.4.
266
  Optatus 1, 26, 1-2.

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160 MUSCAE MORITURAE DONATISTAE CIRCUMVOLANT

2.3.4 Sanctus Caecilianus [episcopus]: dal suffragium totius populi


alla testimonianza di Anullino
Agostino, citandone esplicitamente la provenienza ottaziana, nel
riassumere in poche righe la notizia del rimprovero a Lucilla da parte
dell’allora diacono Ceciliano attribuisce a quest’ultimo una curiosa pa-
tente di venerabilità, cui risulta impossibile trovare altro fondamento:
… quam [= Lucilla] pro Ecclesiae disciplina sanctus Caecilianus adhuc dia-
conus laeserat267.
Significativa della visione radicalmente polarizzata che le parti offriva-
no dell’episodio, l’aggettivazione agostiniana potrebbe rimanere nel no-
vero delle curiosità erudite se non fosse associata a una affermazione di
tutt’altro spessore: è in questo contesto, infatti, che l’ipponense dà conto
del riconoscimento di cui Ceciliano avrebbe goduto fin dall’inizio non
solo presso le chiese d’oltremare, ma anche nella stessa regione africana.
Chiaramente amplificata per esigenze polemiche, l’affermazione agosti-
niana è comunque sicura nell’indicare un sostegno episcopale specifica-
mente africano, e posiziona il riconoscimento a Ceciliano in un tempo
precedente all’ordinazione di Maggiorino da parte dei vescovi numidi:
così ordinarono un secondo vescovo contro lui che già sedeva sulla cat-
tedra, lui col quale era in comunione l’intero mondo cristiano nelle terre
transmarine e in quelle di gran lunga più lontane e, fra le stesse chiese d’A-
frica, quelle più sagge e forti nell’opposizione contro mene di tal fatta268.
Questa affermazione va a integrare il racconto ottaziano, nel quale
l’elezione di Ceciliano sarebbe stata decretata suffragio totius populi269:
l’unanimità dei laici e il giudizio dei vescovi più saggi ha una funzione
che oltrepassa il semplice intento propagandistico, e richiede una disa-
mina più approfondita. Dal punto di vista della normativa canonica, le
procedure di elezione e consacrazione episcopale nel terzo e quarto se-
colo devono essere prudentemente classificate come “fluide”: se la loro
prima fissazione esplicita risale al concilio di Nicea del 325270, almeno

267
  Augustinus EpPar 1, 3, 5. In effetti, nel corso del IV secolo non è infrequente l’uso
di sanctus come un titolo onorifico rivolto ai vescovi (cfr. Zocca 2004, p. 109), tutta-
via nel caso specifico di Ceciliano è evidente come l’impiego di questo termine sia
difficilmente riconducibile al semplice ambito consuetudinario.
268
  Augustinus EpPar 1, 3, 5: ita contra sedentem in cathedra, cui totus orbis christianus in
transmarinis et longe remotis terris et in ipsis afris gravioribus et adversus eiusmodi falla-
cias robustioribus communicaret ecclesiis, episcopum alterum ordinaverunt.
269
  Optatus 1, 18, 2.
270
  Ganshof 1950, p. 467 ss.; già nel canone 20 del concilio Arelatense del 314, d’altra
parte, si vietava l’ordinazione operata da meno di tre vescovi, sebbene il numero ide-
ale fosse indicato in sette consacratori: de his qui usurpant sibi solis debere episcopum
ordinare, placuit ut nullus hoc sibi praesumat, nisi assumptis se cum aliis septem episcopis;
si tamen non potuerit <septem>, infra tres non audeant ordinare. (cfr. Caron 1975, p. 211;
Gaudemet 1977, p. 56; Limmer 2004, p. 55).

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2. LE ORIGINI 161

per tutto il corso del secolo si ha notizia di elezioni in cui l’applicazione


della normativa risulta quantomeno elastica, in relazione a specifiche
condizioni ambientali. Per esigenze di sintesi, si possono qui individua-
re tre fasi distinte in cui si suddivideva l’elezione, e quelle che sono le
linee di tendenza sui cui si articolerà lo sviluppo sia della normativa sia
della prassi: in primo luogo, occorre distinguere l’elezione dalla consa-
crazione. Per quanto riguarda la prima, la prassi ereditata dal II e III se-
colo prevedeva il concorso di tutto il popolo dei fedeli, laici e chierici271:
la puntigliosa analisi condotta da Yvette Duval sulla elezione di Silvano
di Cirta272 rende con vivace evidenza questa fase. Una volta individua-
to attraverso tale procedura, spesso tumultuosa, il candidato riceveva
l’approvazione (iudicium) e la consacrazione da parte dei vescovi delle
diocesi più vicine273: è ancora la procedura seguita, ad esempio, per l’e-
lezione di Martino di Tours nel 370, per la quale il biografo sottolinea il
concorso di una
moltitudo non solum ex illo oppido, sed etiam ex vicinis urbibus ad suffragia
ferenda274
e, all’interno della cattedrale, di un intervento miracoloso per supera-
re le perplessità e le resistenze dei vescovi convenuti275. La tendenza da
parte delle gerarchie fu comunque quella di limitare progressivamente
il ruolo dei laici: al suffragium che elegge un candidato si cerca di so-
stituire l’acclamatio, che conferma la scelta operata da un gruppo più
ristretto interno alla comunità cittadina (gli elementi più in vista tra i
laici, i diversi gradi dei consacrati276), dai vescovi circonvicini convenuti
per la consacrazione277 o direttamente dal predecessore, come nel caso
dello stesso Agostino e poi del suo successore Eraclio278.

271
  Caron 1975, pp. 201 ss.; un’ottima sintesi dell’evoluzione del ruolo del laicato
nelle elezioni episcopali, con la proposta di una scansione diacronica secondo la
quale, progressivamente, dal III secolo si avrebbe un rispecchiamento delle diffe-
renze di status sociale, si trova in Pietri 1992. Più orientato al periodo post-costan-
tiniano, è comunque di un certo interesse Norton 2007, che alle pp. 12-17 riassume
la visione ciprianea riguardo l’elezione episcopale, ma non tratta del ruolo che Ci-
priano riconosce al popolo nella deposizione del vescovo indegno. Per l’utilizzo del
termine “laico”, cfr. la sintesi di Siniscalco 2009 ; per una accurata disamina della
differenza tra populus e plebs nel contesto in questione, cfr. Evers 2010.
272
  Duvalb 2000.
273
  Nel quarto canone niceno si dichiara la necessità della presenza di almeno tre
vescovi, con l’assenso scritto di tutti i vescovi della provincia ecclesiastica e il rico-
noscimento del metropolita.
274
  Sulpicius, VMar 9, 2.
275
  Sulpicius, VMar 9, 3-7.
276
  È il caso di Pietro II di Alessandria, successore di Atanasio nel 373: cfr. Ganshof
1950, pp. 472-473.
277
  Questa è la procedura seguita per l’ordinazione di Antonino di Fussala, consacra-
to da Agostino dopo la collatio del 411: cfr. Lancel 1983 e Munier 1988c.
278
  Ganshof 1950, pp. 477-478; «Eraclius»: PCBE 1, pp. 356-358.

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162 MUSCAE MORITURAE DONATISTAE CIRCUMVOLANT

In ogni caso, nel IV secolo il concorso popolare aveva ancora, per via
di suffragium o di acclamatio, un ruolo fondamentale: nel conflitto con
l’ariano Lucio, imposto dall’imperatore Valente e consacrato dal vesco-
vo ariano di Antiochia, Pietro II di Alessandria gli rimprovererà tra l’al-
tro di non aver ricevuto la a‡thsij laîn279, cioè la “richiesta” dei laici
rivolta ai vescovi perché lo consacrassero; ma in ambito specificamente
africano, che qui è al centro dell’attenzione, lo stesso Cipriano aveva
usato già nel III secolo argomenti simili:
… perciò va accuratamente salvaguardato e tenuto come norma, sulla
base dell’insegnamento scritturistico e della sua applicazione da parte
dell’apostolo (= Pietro), ciò che anche presso di noi e pressoché per ogni
provincia viene osservato, e cioè che per celebrare delle ordinazioni valide
i vescovi più vicini della provincia (in cui si deve svolgere l’ordinazione) si
rechino insieme presso la comunità di cui devono consacrare il pastore e il
vescovo venga scelto in presenza del popolo, il quale conosce ogni aspetto
della vita di ciascuno e di ciascuno ha potuto osservare le azioni avendolo
frequentato280.
Ancor più, Cipriano sostiene che il popolo detenga il diritto di depor-
re i vescovi indegni:
il popolo, obbedendo ai precetti divini e onorando Dio, è tenuto a sece-
dere da chi, rivestito di autorità, commetta peccato, né deve partecipare
ai sacrifici offerti da un vescovo sacrilego, dato che dispone della piena
potestà di eleggere quanti degni del sacerdozio e di deporne gli indegni281.
L’insegnamento ciprianeo sulla consacrazione episcopale è esplicita-
mente articolato sui tre punti sopra enucleati:

- dapprima, il suffragium da parte della comunità,


- in seguito, il iudicium dei vescovi, espresso anche per via epistolare,
- infine, la consacrazione vera e propria con l’impositio delle mani282.

Dunque, la notizia di Agostino con cui si è aperto questo paragrafo ri-


sulta in tale ottica perfettamente complementare al racconto di Ottato:
quest’ultimo aveva affermato l’unanimità del popolo nell’elezione di Ce-

279
  Theodorethus HE 4, 22, 9; Ganshof 1950, p. 471.
280
  Cyprianus Ep 67, 5, 1: … propter quod diligenter de traditione divina et apostolica observa-
tione servandum est et tenendum quod apud nos quoque et fere per provincias universas tenetur,
ut ad ordinationes rite celebrandas ad eam plebem cui praepositus ordinatur episcopi eiusdem
provinciae proximi quique conveniant et episcopus deligatur plebe praesente, quae singulorum
vitam plenissime novit et unuscuiusquisque actum de eius conversatione perspexit.
281
  Cyprianus Ep 67, 3, 2: … plebs obsequens praeceptis dominicis et deum metuens a pec-
catore praeposito separare se debet, nec se ad sacrilegi sacerdotis sacrificia miscere, quando
ipsa maxime habeat potestatem uel eligendi dignos sacerdotes uel indignos recusandi.
282
  Cyprianus Ep 67, 5, 2: Quod et apud vos factum videmus in Sabini collegae nostri ordi-
natione, ut de universae fraternitatis suffragio et de episcoporum qui in praesentiam conve-
nerant quique de eo ad vos litteras fecerant iudicio episcopatus ei deferretur et manus ei in
locum Basilidis inponeretur.

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2. LE ORIGINI 163

ciliano283, l’ipponense vi aggiunge il consenso dei vescovi; che poi non


riporti alcun particolare a questo proposito, è cosa che avrebbe dovuto
indurre gli storici a qualche dubbio: ma di questo si avrà modo tra poco
di discutere.
Mi pare interessante utilizzare la chiave di lettura appena delineata
per interpretare in modo meno tradizionale un altro dato: nella sua let-
tera a Costantino, il proconsole Anullino segnalava che a consegnar-
gli i libelli per l’inoltro all’imperatore si era presentata una delegazione
accompagnata da una grande folla284. Chiaramente, nell’ottica del pro-
console questa notazione aveva lo scopo di segnalare al suo superiore
che la questione presentava attinenza con l’ordine pubblico: ma, anche
in questo caso, la sua autorità e i mezzi a sua disposizione sarebbero po-
tuti bastare in caso di reale necessità. Anullino si limitò a inoltrare il
tutto all’imperatore, e davanti a un problema di ordine pubblico non
assunse altra iniziativa se non quella di segnalare la cosa per lettera:
questa apparente inerzia dovrebbe indurre a chiedersi se egli non avesse
della situazione una conoscenza ben più approfondita di quanto non si
sia finora supposto. In alternativa, potrebbero essere stati proprio i pro-
motori della petizione a chiedergli di segnalare il concorso di folla: esso,
nel loro intendimento, doveva dimostrare come Ceciliano non potesse
contare sul suffragium populi, e quindi proprio la pressione popolare co-
stituirebbe un ulteriore tassello nel tentativo di farne riconoscere come
nulla l’ordinazione. È lo stesso richiamo che la delegazione donatista
rivolge ai diciannove nella domus Faustae secondo la testimonianza di
Agostino il quale, screditando ovviamente la folla che descrive costitu-
ita da esagitati e frenetici, afferma esplicitamente come questa sia stata
la linea di condotta di Donato e dei suoi a Roma:
emerse che essi non avevano avuto prove da addurre contro Ceciliano, ma
avevano voluto scaricare l’intera questione sui laici del partito di Maggiori-
no, cioè sopra una massa sediziosa e allontanatasi dall’unità della Chiesa,
come se, in altri termini, Ceciliano fosse accusato da quella folla, che crede-
vano potesse piegare gli animi dei giudici al proprio volere con le sole urla
di rivolta, senza supporto di documenti, senza accertamento della verità;
a meno che una folla in preda al furore e ubriaca285 del veleno dell’errore
e della corruzione potesse sostenere accuse reali contro Ceciliano, quando
settanta vescovi, come fu dimostrato nel caso di Felice di Apthugnos, con-
dannarono con folle arroganza colleghi assenti e innocenti286.

283
  Secondo lo stesso autore, era stato del resto il popolo a trattenere Ceciliano dal
presentarsi al concilio dei settanta: cfr. supra, § 2.2.5.
284
  Exstiterunt quidam adunata secum populi moltitudine: cfr. nota 156.
285
  Corruptionis atque erroris ebria moltitudo: ho scelto intenzionalmente di mante-
nere il significato piuttosto letterale di “ebbra, ubriaca”, che rinvia esplicitamente
ai fumi del vino, rispetto a una più neutra (ed elegante) traduzione “con la mente
sconvolta”, perché il tema polemico dell’ubriachezza sarà più volte evocato da Ago-
stino per screditare la controparte.
286
  Augustinus Ep 43, 5, 14: il testo è già riportato supra, nota 243.

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164 MUSCAE MORITURAE DONATISTAE CIRCUMVOLANT

L’impianto accusatorio della pars Donati si delinea così assai meno fra-
gile di quanto da Milevi e da Ippona, a distanza di tempo, si sarebbe vo-
luto far credere: contro Ceciliano si invoca la mancanza di un credibile
suffragium populi, un iudicium negativo da parte dei vescovi, espresso da
ben settanta colleghi nel concilio tenuto a Cartagine, infine la nullità di
una consacrazione officiata da traditores.
È a questo punto utile confrontare questo impianto con la risposta
della pars Caeciliani: Ottato insisteva sull’unanimità del popolo, di cui
ovviamente deve aver considerato non facessero parte tutti gli opposi-
tori, Agostino coprì di discredito quella che presentò come una massa
eversiva, parlando come s’è appena visto di una multitudo seditiosa, erro-
ris et corruptionis ebria. Quanto al iudicium dei colleghi nell’episcopato,
la questione era decisamente più complessa: Ottato focalizzò l’atten-
zione sulle transmarine, Agostino affermò l’esistenza di vescovi africani
che avrebbero approvato l’elezione di Ceciliano. Si è accennato poco
sopra all’assenza di precisione da parte di Agostino: la notizia sembra,
a questo punto della disamina, uno dei giochi di prestigio in cui l’ip-
ponense spesso si cimentò nel corso di tre decenni di polemica, e se si
legge con attenzione il passo ci si rende conto che, al di là di questa
«boutade» poco credibile, egli si allinea con l’impostazione ottaziana
basata sul discredito in cui gettare i settanta numidi, e sul giudizio dei
diciannove a Roma come dimostrazione dell’esistenza di un riconosci-
mento nella comunione per Ceciliano. L’uso di una documentazione
perlomeno sospetta, il cosiddetto “protocollo di Cirta”287, consente ad
entrambi di accusare i numidi di essere traditores, e di aver architetta-
to la deposizione di Ceciliano per distrarre da sé l’attenzione dei fedeli:
una interpretazione di carattere psicologico che avrebbe dovuto indur-
re una sospettosa precauzione da parte degli storici moderni e che, inve-
ce, è serenamente ed acriticamente entrata nella vulgata sul donatismo.
Quel che non è mai stato rilevato è un altro degli effetti del gioco di
prestigio agostiniano: per coglierlo, occorre mettersi in attento ascolto
delle sue parole, ed accettare sul piano metodologico una procedura,
l’interpretazione per analogiam, su cui pure, nel primo capitolo di que-
sta dissertazione, si è centrata la critica più aspra.
Sul piano della polemica, i due rimproveri forse più frequentemente
richiamati da Agostino sono relativi alla tendenza della chiesa scismati-
ca alle divisioni interne e alla prassi adottata dai donatisti nei confronti
della propria dissidenza interna: i due spunti polemici procedono di
pari passo, e così occorre qui trattarli. La narrazione si trova a più riprese
nell’opera di Agostino, e la sua formulazione più sintetica è probabil-
mente quella contenuta nei Gesta che riportano il monologo dell’ippo-
nense in presenza di Emerito288. Agostino pone questa vicenda in espli-

 Cfr. supra, nota 46 e 47.


287

  Augustinus GestEm 9-11. Cfr. anche Augustinus Ep 43, 9, 26: Quaerite per quam femi-
288

nam Maximianus, qui dicitur esse Donati propinquus, sese a Primiani communione praeci-
derit et quem ad modum congregata episcoporum factione Primianum damnarit absentem

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2. LE ORIGINI 165

cita relazione con quella di Ceciliano289: Primiano rifiuta di comparire


davanti al concilio che lo depone, “come” fece Ceciliano davanti ai
settanta numidi; viene condannato benché assente, “come” Ceciliano;
viene infine confermato da altri vescovi, al concilio di Bagai, “come”
Ceciliano a Roma. Quel che occorre mettere a fuoco ora è la struttura
dell’argomentazione per analogiam seguita da Agostino.
Nell’insistita messa in luce delle corrispondenze tra gli avvenimenti,
l’obiettivo cui tende l’abile regia dell’ipponense è quello di collegare il
concilio bagaiense che ristabilisce Primiano con quello romano del 313,
che conferma Ceciliano: il vero e proprio “gioco di prestigio”, cui poco
sopra si faceva riferimento, consiste nel fare letteralmente sparire quel-
lo che come si è visto costituiva per la pars Donati uno degli argomenti
di fondo, cioè l’assenza di sostegno a Ceciliano da parte dell’episcopato
africano, l’unico titolato, sedendo in concilio, a riformare la sentenza
di un concilio precedente. Sotto scacco a Cartagine, Primiano fu in gra-
do di riunire attorno a sé un concilio africano ancor più numeroso e
di ottenerne il sostegno: nessuna azione di questo genere è ricordata a
proposito di Ceciliano che pure, nella sua pur contestata posizione di
primate d’Africa, avrebbe avuto l’autorità di convocare una sinodo. Il
primo concilio della sua pars di cui si conservi ricordo è quello convoca-
to dal suo successore, Gratus, nel 345-348290, grazie al supporto militare
assicurato dall’intervento imperiale; l’unico, concreto sostegno episco-
pale di cui si abbia notizia è perciò quello che Ceciliano ottenne a Roma
e poi ad Arles dai vescovi della transmarina.

2.4 Tunc taedians iussit omnes ad sedes suas redire291


L’azione costantiniana proseguì anche dopo il concilio arelatense
cui, secondo quanto tramandato da un copista della lettera sinodale,
l’imperatore avrebbe imposto una brusca chiusura. Poiché tuttavia le
successive vicissitudini giudiziarie non offrono spunti interessanti per
la presente riflessione, centrata sulle forme dell’iniziale autocompren-
sione donatista, imitando in questa sede l’illustre esempio imperiale si
riprenderà l’analisi dei fatti dal momento del rientro dei protagonisti

et adversus eum episcopus ordinatus sit; quemadmodum Maiorinus per Lucillam congre-
gata episcoporum factione Caecilianum damnavit absentem et adversum eum episcopus
ordinatus est. An forte, quod a caeteris afris suae communionis episcopis contra factionem
Maximiani Primianus purgatus est, valere vultis et, quod a transmarinis unitatis episcopis
adversus factionem Maiorini Caecilianus purgatus est, valere non vultis?
289
  Augustinus EnPs 362, 19: mira similitudo: voluit Deus post tot annos revolvere illis in
faciem quod gestum est, ut omnino unde dissimulent et qua effugiant non inveniant. Obli-
tos se dicerent quae gesta sunt ante; non eos Deus sinit oblivisci; atque utinam valeat eis
ad salutem!
290
  Di datazione incerta. Su questo concilio, cfr. da ultimo Vitturi 2006. «Gratus»:
PCBE 1, pp. 544-545.
291
  Si tratta della nota di un copista, apposta al termine della sinodale di Arles: cfr.
Ziwsa 1893, p. 208 linea 16.

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166 MUSCAE MORITURAE DONATISTAE CIRCUMVOLANT

nelle proprie sedi episcopali, in Africa. Un breve riassunto di quanto in-


tercorse tra Arles e la persecutio Caecilianista sarà sufficiente ad evitare
un vuoto inopportuno.
Secondo Agostino, ad Arles un discreto numero di vescovi africani
avrebbe accolto le decisioni sinodali, ristabilendo la comunione con
Ceciliano292, mentre un gruppo di irriducibili avrebbe di nuovo inter-
posto appello all’imperatore293; quest’ultimo decise di trattenere pres-
so di sé (probabilmente a Treviri) Donato e i suoi, e in una fase dagli
incerti contorni stimò di convocare anche Ceciliano per dirimere per-
sonalmente la questione. L’incontro avrebbe dovuto tenersi a Roma,
ma Ceciliano mancò l’appuntamento; risalito verso Milano, egli ven-
ne trattenuto infine a Brescia, forse per far sì che, in assenza dei due
contendenti principali, si placasse la situazione a Cartagine. In questo
intervallo, secondo la ricostruzione ottaziana, si situerebbe l’invio dei
due interventores di cui s’è trattato al § 2.3.3; in seguito, le pressioni di un
alto funzionario imperiale, Filumino294, avrebbero ottenuto a Donato il
permesso di rientrare in Africa, mentre Ceciliano sarebbe rimasto trat-
tenuto a Brescia.
Le notizie, come si vede, sono confusamente affastellate, e i tentati-
vi di spiegazione finora avanzati non hanno sciolto tutti i dubbi. Pro-
babilmente lo stesso Ottato non disponeva di fonti del tutto chiare:
nella sua narrazione, tuttavia, sono entrati in gioco fattori specifici
che ne hanno ulteriormente inficiato l’intelligibilità. In primo luo-
go, ad esempio, sfugge il piano sul quale Costantino avrebbe deci-
so di muoversi: difficile pensare, dopo Arles, a un nuovo intervento
giudiziario, che avrebbe squalificato tutti i passaggi precedenti. Nella
ricostruzione di Calderone295, Costantino si sarebbe avvalso a questo
292
  Augustinus Ep 88, 3: …in Arelatensi Galliae civitate, ubi multi vestri, vana et diabolica
dissensione damnata, cum Caeciliano in concordiam redierunt. Come al solito, nelle re-
lazioni di Agostino, l’assenza di qualsiasi determinazione induce a sospettare di quel
multi… Sulle politiche di riammissione di laici ed ecclesiastici donatisti convertiti al
cattolicesimo, cfr. Marone 2002b.
293
  Augustinus Ep 88, 3: … alii vero pertinacissimi et litigiosissimi ad eundem imperatorem
appellaverunt. Di questo appello dà notizia anche un documento attribuito allo stes-
so imperatore ed indirizzato ai vescovi cattolici alla chiusura del concilio arelatense:
anch’esso è conservato tra le appendici di Ottato, per cui cfr. Ziwsa 1893 pp. 208-210
e Silli 1987, pp. 20-22. Per una disamina dell’attribuzione a Costantino di questa
lettera, cfr. Odhal 1993; lo stesso autore riprende questo tema nella più ampia di-
samina, sostanzialmente aderente alla ricostruzione tradizionalmente filocattolica
degli avvenimenti, in Odhal 2005, pp. 113-123.
294
  Martroye 1914b ha attirato l’attenzione su questo personaggio e soprattutto sul
significato del termine tecnico suffragator, ad indicare il ruolo di chi intervenga
(dietro compenso riconosciuto dalla legge) a sostegno di un contendente in cause
amministrative o giudiziarie. A suo avviso, nel momento in cui svolse questo ruolo
Filumino non era ancora un funzionario imperiale: lo sarebbe divenuto, approssi-
mativamente, all’epoca del concilio di Nicea. Su di lui manca una voce nella PLRE;
«Filuminus 1»: PCBE 1, p. 456.
295
  Calderone 1962, pp. 275-286.

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2. LE ORIGINI 167

punto dei risultati dell’inchiesta africana sul presunto tradimento di


Felice, uno dei consacratori di Ceciliano, nel tentativo di ricondurre
all’obbedienza Donato e i suoi. Rimane però estremamente dubbia la
posizione di Ceciliano in questa fase della vicenda: convocato a Roma,
si presenta in forte ritardo, quando l’imperatore è già risalito verso
nord; giunto a Milano, viene inviato nella vicina Brescia ove risulta
trattenuto contro la sua volontà. A questa notizia si richiameranno i
donatisti alla Collatio, invocando proprio la testimonianza di Ottato a
supporto di una asserita condanna costantiniana di Ceciliano; secon-
do Agostino, l’argomentazione si sarebbe ritorta loro contro296, ma
non è questo che ora interessa.
Rimane in evidenza la condizione di Ceciliano a Brescia: Ottato rac-
conta che
tunc a Filumino suffragatore eius [cioè di Donato] imperatori suggestum est
ut bono pacis Caecilianus Brixiae retineretur. Et factum est297.
Sul significato del verbo retineo credo possano sussistere pochi dubbi:
si tratta esplicitamente di un “trattenere per impedire la partenza”, e lo
stesso Ottato sente la necessità di attribuire questa imbarazzante misu-
ra poliziesca al subdolo suggerimento di un consigliere, quel Filumino
subito tacciato di contiguità coi donatisti. L’altra spia lessicale che può
offrire qualche spunto è la motivazione stessa addotta per questa scel-
ta: Filumino avrebbe consigliato Costantino bono pacis. Francamente,
troppo poco per attribuire a questo personaggio una contiguità con i
donatisti: se anche il suo suggerimento fosse stato favorevole a Donato,
al massimo si può immaginare un intervento all’interno dei complessi
legami del patronato tardo antico, il che potrebbe anche essere stato
determinato da relazioni tra questo notabile e eminenti personaggi car-
taginesi, essi sì contigui alla pars Donati. Tuttavia, data la perplessità su-
scitata da questa sorta di domicilio coatto imposta a Ceciliano, è chia-
ramente nell’interesse polemico di Ottato attribuire il provvedimento a
oscure manovre di corte, capaci di confondere le idee all’imperatore. In
ogni caso, è improbabile che Costantino si sia lasciato indurre a com-
portamenti in contrasto sia con le sue scelte precedenti, sia con le suc-
cessive: può invece darsi che alla base della sua insoddisfazione per la
piega che gli avvenimenti avevano preso ci fosse anche, ormai, una cer-
ta irritazione per la figura stessa di Ceciliano; in tal caso, avrebbe senso
la ricostruzione ottaziana dell’invio di interventores a Cartagine con il
compito di deporre entrambi i contendenti.
Si tratta comunque di ipotesi scarsamente sostenibili, allo stato at-
tuale della documentazione; e, come s’è detto all’inizio di questo para-
grafo, poiché esse non gettano particolare luce sugli obiettivi di questa
ricerca anche chi scrive, tunc taedians, rivolgerà la propria attenzione
agli sviluppi africani della vicenda.

296
  Augustinus BConl 3, 20, 38 e 3, 21, 39.
297
  Optatus 1, 26, 1.

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168 MUSCAE MORITURAE DONATISTAE CIRCUMVOLANT

2.4.1 Res apud Carthaginem gesta est298


Dopo aver promesso il proprio intervento diretto in Africa299 (che
però non ebbe mai luogo) in una lettera del 315/316, Costantino ema-
nò un decreto repressivo nei confronti dei seguaci di Donato; sebbene
non ce ne sia pervenuto il testo, il suo contenuto è ricostruibile per via
indiretta da diverse fonti300. In sostanza, esso prevedeva la confisca dei
luoghi di culto e l’esilio delle gerarchie donatiste: un apparato repres-
sivo evidentemente non innovativo rispetto alla tradizione preceden-
te, che già per questo poteva chiaramente suggerire proiezioni in chia-
ve persecutoria. Così evidentemente, malgrado gli sforzi dello stesso
Costantino301, la pars Donati potè presentarsi come chiesa perseguitata
e qualificare i propri caduti come martiri. La polemica antica dedicò
ampio spazio alla questione, e questa sarà ripresa nei prossimi capito-
li: qui interessa focalizzare l’attenzione solo su pochi aspetti specifici
di questa fase della repressione, che consentirono l’elaborazione di al-
cuni dei principali caratteri identitari di coloro che si autodefinivano
filii martyrum.

2.4.2 La persecutio Caecilianensis


Lo schema dell’intervento da parte delle autorità civili e militari è
chiaramente delineato in un documento di grande importanza, forse
finora non adeguatamente valorizzato: si tratta dell’anonima Passio
sancti Donati advocati302, secondo la quale in una prima fase si sarebbe
cercato di attrarre i dissidenti per mezzo di consistenti donazioni (in
queste donazioni si potrebbe ravvisare una allusione polemica all’elar-
gizione dei 3.000 folles nel 313, per cui cfr. supra, § 2.3.1). Vista l’ineffi-
cacia di questi tentativi, si sarebbe dispiegato l’apparato giudiziario e

298
  PaDon 2.
299
  Si tratta dell’Epistula ad Celsum vicarium Africae, conservata nelle appendici di
Ottato: cfr. Ziwsa 1893, pp. 211-212 e Silli 1987, pp. 24-25.
300
  Augustinus Ep 88, 3: … primus contra vestram partem legem constituit ut loca con-
gregationum vestrarum fisco vindicarentur; Ep 105, 2, 9: tunc Constantinus prior contra
partem Donati severissimam legem dedit; LitPet 2, 92, 205: Constantinus vobis basilicas
iussit auferri. Cfr. la ricostruzione in Frend 1952b, pp. 159-162.
301
  Già nella lettera a Celso (conservata tra le appendici ottaziane: Ziwsa 1893, pp.
211-212), Costantino aveva sottolineato come non avrebbero potuto fregiarsi del
titolo di martiri coloro che, in forza del proprio allontanamento dalla vera religio,
fossero caduti sotto la sua condanna: cumque satis clareat neminem posse beatitudi-
nes martyris eo genere conquirere, quod alienum a veritate religionis et incongruum esse
videatur…
302
  Il titolo tradizionale attribuito a quest’opera è Sermo de passione sanctorum Donati
et Advocati. Ho tuttavia preferito utilizzare il titolo proposto nell’edizione recente
curata da François Dolbeau (cfr. bibliografia finale, sotto l’abbreviazione PaDon). Le
traduzioni normalmente utilizzate sono quelle di Maierb 1987, pp. 201-211 e Tilley
1996, pp. 51-60, entrambe a mio avviso non del tutto affidabili; decisamente miglio-
re il lavoro di Schäferdiek 1989, anche per l’interessante inquadramento.

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2. LE ORIGINI 169

militare, operante per mezzo di confische di beni privati, sequestri di


basiliche e uso della violenza:
… dopo aver chiamato “cattolica” una folla sempre pronta ai suoi [del
demonio] ordini e perciò abbandonata da Dio, prima di minacciare che
sulla base di una sentenza già emessa circa il Nome sarebbero stati chia-
mati “eretici” quanti non vollero essere in comunione con lui, inviò ric-
chezze con le quali o comprare la fede, o trasfomare l’obbedienza a una
legge in un’occasione di guadagno immorale. Ma poichè davanti a tutte
queste seducenti tentazioni la perseveranza di una santità ancora più de-
vota resisteva dura e inflessibile, si ordina ai giudici di intervenire; i poteri
del secolo si trovano costretti all’uso della forza, la casa delle preghiere vie-
ne circondata da distaccamenti militari; davanti ai ricchi, ci si fa schermo
delle minacce di proscrizioni; vengono profanati i sacramenti, facendoli
calpestare dalla schiera dei pagani; le sacre riunioni vengono trasformate
in immondi banchetti303.
Il documento, chiaramente un sermone che, sulla base del titolo
tràdito, Paul Monceaux propose di attribuire allo stesso Donato collo-
candone la composizione entro il 320304, narra in modo un po’ confuso
una serie di avvenimenti relativi alla persecutio Caecilianensis305, tra cui
l’assalto a una basilica e l’omicidio di due vescovi. Solo di uno dei due è
tramandato il nome, Onorato di Sciliba306, ucciso nella strage perpetra-
ta all’interno della sua basilica307 seguita all’assalto per impossessarse-
ne; dell’altro si conosce la sede, Avioccala, ma la sua esecuzione sarebbe
avvenuta in occasione di una visita a Cartagine308. Due sono i punti su
cui mi pare necessario soffermare l’attenzione, cioè la scelta di Onora-
to, che insieme alla sua plebs decide di asserragliarsi nella basilica per
opporre resistenza passiva al sequestro, e le caratteristiche delle esequie
funebri assicurate dai confratelli ai caduti: poichè però la questione del-

303
  PaDon 3: ante minas, plebem sibi semper obsecutam ideoque a Deo desertam catho-
licam vocans, ut de praeiudicio nominis qui ei comunicare noluerunt haeretici dicerentur,
mittit pecunias quibus vel fidem caperet, vel professionem legis occasionem fecerit avari-
tiae. Sed cum his omnibus inlecebrantibus temptamentis rigidus atque inflexibilis tenor
iustitiae devotioris obsisteret, iubentur intervenire iudices; coguntur ut cogant speculi po-
testates; circumdatur vexillationibus orationum domus; proscriptionum minae praeten-
duntur divitibus; profanantur sacramenta, superinducta gentilitatis caterva; conventicola
sacra fiunt lutulenta convivia.
304
  Monceaux 1901/1923 vol. 5, pp. 60-69. Va qui segnalata la proposta di datazione
di Shawa 2011, p. 188-189, che propende per i primi anni della repressione macariana
(347): l’omileta avrebbe offerto, attraverso la rilettura degli avvenimenti di tre de-
cenni prima, una chiave di lettura attualizzata a quanto andava preparandosi con
l’arrivo degli inviati di Costante I.
305
  L’eponimia di Ceciliano per quanto riguarda questa persecuzione è dovuta all’at-
tribuzione al vescovo di Cartagine, da parte del redattore, di un ruolo diretto nell’in-
dividuazione delle vittime e nella gestione della repressione.
306
  «Honoratus 2»: PCBE 1, p. 563.
307
  PaDon 6-7.
308
  PaDon 12.

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170 MUSCAE MORITURAE DONATISTAE CIRCUMVOLANT

le basiliche rimarrà per tutto il secolo uno dei punti di più dura e talora
feroce contrapposizione, la trattazione di questa prima parte costituisce
uno dei cardini su cui si articolerà il capitolo seguente, cui occorre rin-
viare309. Qui rimane da osservare il secondo degli elementi sopra deli-
neati: il trattamento riservato ai corpi dei fedeli massacrati dai soldati.
…alcuni fratelli, entrati nella basilica, offrivano ai martiri quegli onori
funebri che la situazione consentiva … avresti potuto vedere gli uni ag-
grapparsi nell’abbraccio dei propri cari, gli altri, schiantati da una vista
che fino all’ultimo avevano sperato non fosse vera, crollare a sedere semi-
svenuti, mentre molti con mani devote si occupavano di ricomporre le
salme, coprendo i corpi di sesso diverso lasciati in condizioni indecenti,
mentre restituivano le membra fatte a pezzi dai colpi crudeli e quasi dila-
niati, se non alle loro funzioni, almeno alla loro posizione310. Proprio allo-
ra la sera iniziava a spegnere la luce di quel giorno, e così dai diversi luoghi
i numerosi corpi furono rapidamente e frettolosamente raccolti e ammas-
sati provvisoriamente in uno solo. Così d’altra parte lo Spirito suggeriva a
coloro che devotamente si davano da fare, affinchè là, dove giaceva il pa-
store trucidato, fosse raccolto anche il gregge delle pecorelle arrossato dal
martirio. Che questo accadesse per volontà divina fu manifestato dall’ac-
cadimento stesso, dal momento che coloro che avevano offerto sé stes-
si come sacrificio a Dio tutt’attorno al Suo altare in cerchio gli facevano
corona, dal momento che il vescovo, al quale mentre celebrava le liturgie
veniva riconosciuta da parte del popolo la sottomissione spirituale, messo
in posizione preminente anche dal martirio si valeva del corteo e della
sottomissione di coloro che insieme a lui avevano reso testimonianza311.
La ricomposizione delle salme attorno all’altare ha un innegabile
valore simbolico, chiaramente esplicitato da chi tenne il sermone: la
disposizione dei corpi delinea una sorta di liturgia officiata dai marti-
ri stessi, in puntuale corrispondenza con la liturgia dei vivi. Da questa
ottica assume un significato di grande pregnanza la rivendicazione do-
natista di essere l’ecclesia martyrum: si tratta di una indissolubile comu-
nione, sublimata dalla liturgia martiriale, tra i fedeli ancora in questo
mondo e coloro che, uccisi dalla violenza dei traditores e dei loro sgherri

309
 Cfr. infra, § 3.3.4.
310
  Accolgo qui la proposta interpretativa suggerita da Schäferdiek 1989, p. 193.
311
  PaDon 13: … basilicam rursus aliqui fratres ingressi qualia pro tempore poterant obse-
quia martyribus exhibebant … videres alios suorum amplexibus inhaerentes, alios repen-
tino atque insperato visu percussos consedisse semianimes, nonnullos colligendis corpori-
bus pias manus adcommodantes, dum diversi sexus corpora aliter quam decebat iacentia
contegunt, dum membra saevis ictibus comminuta et paene discerpta, etiam si non offici-
is, locis tamen suis reddunt. Vespertinum iamiamque tempus diei illius lucem temptabat
excludere, atque ita e diversis locis corpora numerosa ad unum interim locum statim fe-
stinatimque congesta atque acervata sunt. Ita tamen religiose laborantibus dictabat spiri-
tus, ut, ubi pastor percussus iacebat, illo et ovium grex de passione purpureus colligeretur.
Quod divinitus factum ipsa res protestata est, ut qui Deo sacrificium semet obtulerunt,
aram Dei circumcirca per ambitum coronarent, ut episcopus cui obsequia exhibebantur a
populo sacerdotium administranti, etiam martyrio promotus comitatu et obsequio quorum
conmartyrum frueretur.

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Volume Muscae moriturae Donatistae circumvolant.indb 170 21/03/13 09:30


2. LE ORIGINI 171

(con una espressione di notevole forza il redattore, poco prima, aveva


parlato della riscossione da parte dei traditores “di un sangue dato in
appalto312”), realizzano il tramite con la liturgia celebrata nei cieli.
Il racconto presenta un’altra particolarità, costituita dall’estensio-
ne assunta dalla narrazione delle esequie: Acta e Passiones, fino all’età
dioclezianea, si limitavano a scarne informazioni circa le fasi seguenti
all’esecuzione. Ad esempio nella Passio Maximiliani, sempre di area afri-
cana e situabile alla fine del III secolo, solo un breve capoverso riferisce
dalla sepoltura del martire sub monticulo iuxta Cyprianum martyrem313; di
quest’ultimo, del resto, si narra solo di una deposizione in areas Macrobii
Candidiani lungo la via Mappaliense, a cui i fedeli avrebbero partecipa-
to cum voto et triumpho magno314. L’espansione narrativa, evidentemen-
te, risponde a una necessità fondamentale: mantenere la presenza del
martire all’interno della comunità, rafforzandone il legame con i fedeli.
Questo corrisponde ad una modalità paraliturgica i cui prodromi sono
stati riconosciuti, nel corso di questa analisi, già nella relazione tra Lu-
cilla e la reliquia in suo possesso: dunque in un tempo sia pur di poco
precedente all’inizio della persecuzione dioclezianea.
Sebbene a Scilibba venga salvaguardata la struttura gerarchica della
comunità, attraverso la posizione di preminenza riconosciuta al vesco-
vo nella ricomposizione delle salme, rimane significativa l’assenza di
qualsiasi riferimento all’intervento di altri esponenti del clero nelle ese-
quie: anche in questo caso, come in quello di Lucilla, parrebbe che tra i
martiri e i fedeli si stabilisca una relazione diretta, priva di mediazioni.
Considerando che la fonte pervenutaci è chiaramente un sermo, che
nella tradizione africana poteva essere tenuto – salvo clamorose ecce-
zioni, come quella costituita dal giovane Agostino - solo da un vescovo,
è interessante notare come, mentre viene dedicato un tale spazio alla
ricomposizione delle reliquie e alle esequie, l’oratore taccia proprio su
questo punto: il grande rilievo che viene attribuito al vescovo defunto
circondato dal suo gregge dipende infatti, senza equivoci, proprio dal
suo status martiriale.

2.4.3 Marculo, Isaac e Massimiano


Dopo due decenni di relativa calma, l’azione repressiva imperiale ri-
prende sotto l’impulso di Costante I315, uno dei figli di Costantino dive-

312
  PaDon 6: … exactionem locati sanguinis ...
313
  ActMax 3, 4; cfr. Rossi 2005, pp. 214-215.
314
  ActCyp 4, 6. Tuttavia, pur nella sua brevità questo brano già contiene in nuce i
semi degli sviluppi successivi: come ha lucidamente colto Cacitti 1994, p. 97 «è ben
possibile, ritengo, che questa gioiosa e trionfale processione notturna anticipi, an-
che nella simbologia delle fiaccole, quel “luminoso corteo celeste” che, in Grego-
rio di Nazianzo, si snoda, nella notte di Pasqua, dal battistero alla mensa eucaristica
… anche in questa visione paleocristiana d’Africa “la notte pasquale si conclude
nell’eternità”».
315
  «Fl. Iul. Constans 3»: PLRE 1, p. 220.

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172 MUSCAE MORITURAE DONATISTAE CIRCUMVOLANT

nuto imperatore per la pars occidentis dal 337, secondo modalità già spe-
rimentate: nel 345 (circa316) vengono inviati in Africa due funzionari di
fiducia, Paolo e Macario317, con il compito di distribuire elemosine318 e
favorire il ristabilimento dell’unità. È del tutto chiaro che le elargizioni
erano strettamente connesse allo scopo principale: così del resto Dona-
to di Cartagine interpretò l’azione maldestra dei due messi, invitando
i suoi a rifiutare qualsiasi disponibilità. Inoltre, si diffuse rapidamente
la voce che i due messi costringessero i cristiani a un atto di idolatria,
ponendo i ritratti imperiali all’interno delle chiese e invitando a un
atto di sottomissione formale che facilmente poteva essere inteso come
blasfemo319. Il fallimento totale del tentativo di ricondurre all’unità le
chiese africane attraverso elemosine e sermoni spinse i due funzionari a
richiedere l’appoggio delle truppe di stanza nella regione: secondo Ot-
tato, questa scelta sarebbe stata provocata dalle violenze scatenate dai
donatisti e dai circoncellioni, ma anche in questo caso l’ermeneutica
del sospetto deve indurre alla prudenza. Di chiunque fossero, in ogni
caso, le responsabilità del ricorso all’uso della forza, le conseguenze
non lasciano adito a dubbi: la Proconsolare e, in special modo, la Numi-
dia conobbero una fase di sanguinose manifestazioni della cura impe-
riale verso i problemi della chiesa. Nella tradizione donatista, il ricordo
di questi avvenimenti fu catalogato sotto l’insegna dei tempora Maca-
riana e della Macariana persecutio. Mentre il ruolo dei circoncellioni
nella resistenza ai messi imperiali verrà trattato nei prossimi capitoli,
qui interessa focalizzare l’attenzione su due episodi riconducibili alle
prime fasi della persecutio Macariana. Si tratta del martirio subito da un
gruppo di vescovi numidi, e di quello sostenuto da due laici cartaginesi:
il particolare interesse suscitato da questi episodi è costituito dal pos-
sesso di due narrazioni di parte donatista, il che consente di ricostruire
l’ottica secondo la quale l’ecclesia martyrum giudicava gli avvenimen-
ti. Il primo di questi testi è costituito dalla Passio di un vescovo dona-
tista, Marculo320: inviato nel 345 con una delegazione per incontrarsi
con Macario, secondo la narrazione viene immediatamente arrestato
con i suoi colleghi, sottoposto a una umiliante bastonatura nella zona
altrimenti sconosciuta in cui è avvenuto l’incontro (Vegesela), infine
316
  La datazione è comunque circoscritta fra il 343 e il 347: sintesi in Hogrefe 2009, p.
263 nota 138; essa è tradizionalmente posta al 347, ma risultano convincenti le con-
clusioni di Mastandrea 1995, pp. 43-45, che pone gli avvenimenti nel 345. Per tutta
la vicenda, e per una sua prima interpretazione, cfr. Cecconi 1990.
317
  «Paulus 2»: PLRE 1, p. 683 e PCBE 1, p.839-841; «Macarius 1»: PLRE 1, pp. 524-525
e PCBE 1, p. 655-658.
318
  È Ottato a parlare esplicitamente di …eleemosynis quibus sublevata per ecclesias sin-
gulas posset respirare, vestiri, pasci, gaudere paupertas: Optatus 3, 3, 2. Evidentemente, si
tratta di una “traduzione” nel linguaggio cristiano dei donativi imperiali: ma, dato il
contesto, ho preferito mantenere la terminologia della fonte.
319
  Su quest’uso delle immagini imperiali, cfr. Kruse 1934, pp. 105-106 e Belting 1990,
pp. 136-138.
320
  «Marculus»: PCBE 1, pp. 696-697.

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2. LE ORIGINI 173

condotto in diverse località e poi ucciso con modalità abbastanza so-


spette a Nova Petra. Il testo, di straordinario valore letterario come già
riconosceva Monceaux321, meriterebbe un’analisi complessiva assai più
approfondita; in questa sede intendo focalizzare l’attenzione solo sulla
descrizione del rinvenimento delle sue reliquie, e del culto ad esse tribu-
tato. Il comportamento del persecutore risulta di difficile decifrazione,
probabilmente anche per accreditare l’immagine di un odio irrazionale
e bestiale che viene continuamente richiamata nel corso della narrazio-
ne: ma quel che qui interessa sono le conseguenze della riproposizione
di una strategia già talvolta applicata nelle precedenti persecuzioni, tesa
a rendere impossibile il culto del martire.
Tutti gli avvenimenti relativi alla esecuzione sembrano svolgersi in un
tempo sincopato, brevissimo: alle prime luci dell’alba Marculo ha una
visione, che gli conferma l’approssimarsi del martirio (PaMar 7.31); in
quello stesso torno di tempo ha modo di celebrare i riti eucaristici, di
narrare ai confratelli322 la sua visione e di spiegarne il senso (PaMar 8.33
- 34), ascolta dal carceriere il resoconto del sogno da questi avuto (Pa-
Mar 10.41) poi, trascinato lungo un accidentato e scosceso percorso fino
all’orlo di un pauroso dirupo (PaMar 11.47 - 54), è infine scagliato nel
vuoto dal carnefice (PaMar 11.55); ma è ancora mattina, alle prime luci
dell’alba dello stesso giorno, quando i fedeli, tenuti all’oscuro dell’ese-
cuzione e delle sue modalità, per ispirazione divina si mettono in cam-
mino alla ricerca del cadavere guidati da una nuvola che, per mezzo di
fulmini e lampi, indica loro chiaramente la via (PaMar 14.67 - 15.74).
Le circostanze temporali hanno evidentemente un significato che va
oltre la semplice collocazione diacronica degli avvenimenti, altrimenti
incomprensibile: Marculo riceve la sua visione alle prime luci dell’alba
perché è proprio in quel momento, secondo una concezione tradizio-
nale espressamente richiamata dal narratore, che si presentano i sogni
e le visioni più attendibili; l’operato del carnefice si svolge anch’esso nel
sottile spazio di confine fra le tenebre e l’alba, da una parte proprio a
sottolineare il contrasto escatologico tra le due forze in gioco e, dall’al-
tra, allo scopo di mantenere celato il crimine ai fedeli; infine è sempre
all’alba, quando le premonizioni sono più sicure, che per ispirazione
divina i fedeli di Nova Petra escono a cercare il cadavere323.
Esplicitamente, il narratore attribuisce ai carnefici (non è chiaro dal
testo se Macario si trovasse personalmente a Nova Petra) la volontà di
tenere nascosto non solo il misfatto, ma anche il corpo del defunto: la

321
  Monceaux 1901/1923, vol. 5, pp. 80 ss.
322
  Non è specificato se si tratti degli altri vescovi che componevano la delegazione
di Vegesela, o piuttosto di fedeli del luogo che lo confortavano in carcere.
323
  Anche in questo caso è doveroso richiamare la penetrante lettura offerta da Remo
Cacitti, il quale ha saputo cogliere nella scansione del martirio di Marculo la dimen-
sione liturgica pasquale per cui «il martire celebra, in una notte di vigilia, l’eucaristia
come figura della sua stessa immolazione che è inscindibilmente collegata a quella
del Signore» (Cacitti 1994, p. 99).

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Volume Muscae moriturae Donatistae circumvolant.indb 173 21/03/13 09:30


174 MUSCAE MORITURAE DONATISTAE CIRCUMVOLANT

nuvola che ne rivela la posizione richiama palesemente quella che gui-


da il popolo eletto attraverso il deserto, in fuga dalla schiavitù d’Egitto
verso la terra promessa324. Il rinvenimento della salma di Marculo pre-
senta già molti dei caratteri delle successive “invenzioni” miracolose, su
cui sarà utile tornare; ma, in questa sede, l’attenzione sarà concentrata
solo sui fedeli che si dedicano alla esultante ricerca.
Il narratore si preoccupa di riferire che all’inventio collaborano tutti,
uomini e donne, giovani e vecchi: quel che risulta mancante è la tipolo-
gizzazione della comunità nelle categorie del laicato e del clero. Credo
che questa assenza sia molto significativa: sarebbe fuori luogo pensare
che solo il popolo si fosse mosso alla ricerca, anche perché si parla poi
esplicitamente della celebrazione delle esequie; mi pare invece essere
intenzione del narratore quella di considerare queste due componen-
ti come indifferenziate di fronte al martire. Quando, una generazione
successiva, Ambrogio di Milano utilizzerà l’inventio miracolosa delle
reliquie come strumento di affermazione del suo episcopato325, sarà evi-
dente il rapporto diretto tra lui e i martiri che gli rivelano la propria se-
poltura nascosta e obliata; non a caso il grande vescovo si farà inumare
nella Basilica Martyrum, che ora a Milano è a lui intitolata, accanto ai
santi corpi di Protasio e Gervasio326.
Marculo invece viene rinvenuto da una ricerca comunitaria, senza
che sia dato alcun elemento identificativo dello scopritore: quel che
conta è l’atmosfera di partecipazione, connotata dalla grande gioia.
Proprio questa gioia è significativa: nell’abbraccio festante attorno alla
nobile salma327 si concretizza la comunione di un popolo che attraverso
le sue espressioni di giubilo non manifesta la contentezza per il ritrova-
mento di un cadavere, ma l’ingresso nel Regno celeste del santo mar-
tire. La presenza della reliquia viene a costituire il centro di una proie-
zione tridimensionale della comunità dei credenti, articolata sul piano
del secolo e sull’asse perpendicolare dell’eternità, manifestazione della
misericordia divina sia verso il martire, che può così ricevere gli onori
funebri nella dimensione del trionfo pasquale, sia verso i fedeli che ne
possono coltivare la memoria ponendolo al centro delle proprie cele-
brazioni e della propria comunità. È significativa la disposizione delle
sepolture nella basilica di Ksar el Kelb, località identificata da P. Cayrel,
il suo primo scopritore, come l’antica Vegesela in cui venne arrestato e
percosso Marculo328: mentre in una nicchia ricavata nella sacrestia sud

324
  Es 13, 21-22.
325
  Per questa parte cfr. infra, § 4.4.2.
326
  L’attuale collocazione risale al XIX secolo: ma già alla sua morte la tumulazione
avvenne in una sistemazione sotto l’altare maggiore della basilica. A questo propo-
sito, cfr. Lusuardi 2009.
327
  PaMar 15, 75: circa illustria membra complexus.
328
 Cfr. Cayrel 1934; ma Delehaye 1935 non ritiene credibile l’attribuzione. Per tutta
la parte relativa a questa basilica, è esaustiva la trattazione di Duvalb 1982, pp. 158-
160 e 705.

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2. LE ORIGINI 175

si trovavano presumibilmente frammenti di reliquie attribuite a Mar-


culo da una lapide oggi scomparsa, altre nove sepolture erano disposte
nell’abside. P. Courcelle propose di identificare queste sepolture con
quelle dei nove vescovi che accompagnavano Marculo, e che proprio
a Vegesela vennero legati alle colonne e battuti a sangue (PaMar 3.12 –
4.15): malgrado le perplessità di Duval329, a me pare che la ricostruzione
di Courcelle sia attendibile, ma anche in caso contrario l’elemento su
cui occorre richiamare l’attenzione è la particolare disposizione delle
sepolture. Courcelle esclude in ogni caso che si possa trattare di una
semplice inumazione ad sanctos330, e dimostra come l’intera basilica
sia stata costruita in funzione delle sepolture: dunque, se anche non
si dovesse trattare dei vescovi che accompagnarono Marculo, le tombe
sarebbero comunque da riferirsi a martiri.
Delle nove sepolture, una si trova esattamente sotto l’altare, le altre
otto sono ordinatamente collocate nell’abside: è come se, davanti agli
occhi dei fedeli, i martiri partecipassero delle stesse liturgie e celebras-
sero in questo modo la loro comunione con i credenti; nella disposi-
zione fisica degli spazi, la posizione della prima tomba esattamente
sotto l’altare costituisce il perno attorno a cui ruota l’intera comuni-
tà dei fedeli vivi e dei martiri defunti: un’asse capace di collegare non
solo orizzontalmente l’abside con le navate, ma verticalmente le tombe
con i credenti alla superficie e con i Regni celesti ove si celebra la gloria
di Dio e dei suoi martiri331. Con questa interpretazione sembra entra-
re in conflitto la disposizione appartata della memoria di Marculo: ma
Courcelle dimostra come la struttura edilizia che la accoglie sia poste-
riore all’edificazione della basilica, e risponda a una tipologia già diffusa
in Nord Africa. La venerazione delle sue reliquie (sicuramente non del
corpo intero, che doveva trovarsi a Nova Petra332; forse si trattava di re-
liquie di contatto), per la particolare disposizione spaziale, rendeva più
facilmente visibile un ruolo di intermediazione del clero: sembrerebbe
quindi di trovarsi davanti ad un progetto monumentale, quello della
basilica, che – formulato in prossimità degli avvenimenti – rispecchiava
una visione ecclesiologica nella quale era il martire a costituire il trami-

329
  Courcelle 1935, pp.180-183. Duvalb 1982, p. 160 ritiene che lo stesso Courcelle
abbia avanzato questa proposta con formula dubitativa: ma nel testo di questo stu-
dioso non si trova alcun dubbio al proposito, e forse l’equivoco nasce da una errata
comprensione della nota 1 a p. 183. In ogni caso, Duval manifesta la propria perples-
sità riguardo questa ricostruzione, basandosi sull’assenza di iscrizioni sulle sepoltu-
re che la possano confermare.
330
  Courcelle 1935, pp. 180-181.
331
  Non mi sembra sia stato finora colto il collegamento tra la disposizione di queste
sepolture e il racconto di PaDon analizzato nel paragrafo precedente.
332
  La presenza della reliquia integra a Nova Petra, luogo del martirio di Marculo,
si desume dalle parole pronunciate alla Collatio del 411 dal vescovo Dativo, che nel
proclamare l’assenza di un avversario cattolico nella propria sede esclamò: adversa-
rium non habeo, quia illic est domnus Marculus, cuius sanguinem Deus exiget in die iudicii
(GestConlCart I, 187, 75).

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Volume Muscae moriturae Donatistae circumvolant.indb 175 21/03/13 09:30


176 MUSCAE MORITURAE DONATISTAE CIRCUMVOLANT

te con il Regno, e ad una successiva operazione di riposizionamento,


grazie alla reliquia del martire più celebre, che sottolineasse la funzione
dell’episcopato come guida della plebs333.
Nella Passio Isaac et Maximiani334, in cui i corpi dei martiri (ma Mas-
simiano è ancora vivo) vengono zavorrati e gettati separatamente in
mare per impedirne il culto335, sono i flutti stessi a riunirli e a condurli
trionfalmente a riva: da qui, raccolti dalla festante folla dei fedeli che
fiduciosa ne attendeva da giorni l’arrivo, con un’altra trionfale proces-
sione sono condotti alla sepoltura. I movimenti dei protagonisti sono
significativi: mentre i fedeli si dispongono lungo le rive, sono i corpi
dei martiri – veicolati dal mare – ad andare loro incontro; c’è una sorta
di intenzionalità in tutto questo, un legame che, prima ancora di uni-
re i fedeli alle reliquie, con movimento di contraria direzione riunisce
i martiri ai confratelli: la sepoltura che li onora non è solo debita, ma
exoptata336, preannunciata in visione337; le mani dei fedeli che, sollevate
in alto, trasportano i corpi sono preannunciate in visione da quelle de-
gli angeli psicopompi338. Se la vicenda di Marculo si svolgeva nel corso
di una interminabile alba, è finora sfuggito all’analisi di troppi studio-
si339 il particolare significato della scansione cronologica della PaIsM:

333
  Ho proposto una focalizzazione su questo processo infra, § 4.4.2.
334
  PaIsM. «Isaac 1»: PCBE 1, pp. 609-610; «Maximianus 2»: PCBE 1, pp. 718-719.
335
  L’affogamento del condannato, gettato in acqua dopo essere stato chiuso in un
sacco (spesso insieme ad un animale: poena cullei), era la fine infamante decretata
originariamente per i parricidi, e poi applicata in età postclassica per i nemici pub-
blici: cfr. Briquela 1980; Bauman 1996, pp. 30-32 e specialmente Cantarella 2007, pp.
215-235; ma la sequenza negli sviluppi dell’applicazione di questa pena, e delle sue
modalità di esecuzione, è ancora oggetto di discussione: un quadro brillante, e mol-
to interessante anche sotto il profilo metodologico, degli orientamenti al riguardo
è offerto da Egmond 1995, specialmente pp. 172 ss.. Per l’impiego di questa pena
contro i cristiani, cfr. gli esempi raccolti in Kyle 20012, pp. 251-253. Come nel caso
di altre forme di esecuzione capitale, altrettanto infamanti, la conseguente disper-
sione delle spoglie del condannato doveva preservare la città dalla contaminazione
portata da chi aveva messo a rischio la stessa pax deorum; invece, nella tradizione
agiografica cristiana, per depotenziarne l’aspetto ignominioso questa dispersione
veniva attribuita all’intenzione delle autorità di impedire sia le esequie, sia soprat-
tutto la successiva venerazione dei martiri. Proprio a proposito dell’episodio narra-
to in PaIsM, va tenuto anche conto della ispirazione “cattolica” della persecuzione
(che potrebbe spiegare l’assenza degli animali ctonii all’interno del sacco; ma la loro
presenza non era indispensabile: cfr. Egmond 1995, pp. 175-176 e Cantarella 2007, p.
223): l’anonimo autore può quindi credibilmente attribuire ai carnefici una coscien-
te volontà di impedire non solo i riti funebri, che assicurano la quies al defunto, ma
la successiva venerazione da parte della comunità dissidente.
336
  PaIsM 16.103.
337
  PaIsM 9.64 – 65; 10.70; 12.79.
338
  PaIsM 9.64; 16.102.
339
  Il legame tra passione del martire, celebrazione pasquale e Grande Sabato è stato
anche per questo testo lucidamente colto da Cacitti 1994, pp. 100-101; cfr. anche la
conclusione a p. 103: «se, insomma, il martirio corrisponde alla Pasqua, a fortiori è

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2. LE ORIGINI 177

anche in questo caso, le indicazioni collocano la vicenda in un tempo


liturgico, in un varco che apre sull’eternità. Isaac muore di sabato, con-
sentendo ai fedeli di celebrare liturgie notturne in tutto simili a quel-
le di Pasqua340; il mare restituisce i corpi tutti insieme dopo che sono
passati sei giorni, dunque in un settimo giorno che corrisponde nuova-
mente al sabato: a me pare che il richiamo al Grande Sabato nel quale
rende la propria testimonianza Policarpo di Smirne sia assai più che una
semplice suggestione. In questo modo scansione narrativa, scansione
liturgica e scansione apocalittica dei tempi della vicenda finiscono con
il coincidere.
Nel racconto di entrambe le Passiones, dunque, sono riconoscibili
degli elementi comuni di grande rilievo: dapprima, l’intenzione delle
autorità di sottrarre i cadaveri alle esequie e al culto, su ispirazione del
demonio e dei traditores; poi il festoso sciamare dei fedeli che, per im-
pulso divino, si pongono per via al fine di incontrare i corpi/reliquia;
ancora, il miracoloso intervento degli agenti naturali, che trasportano e
custodiscono intatti i corpi dei martiri finché i fedeli non li abbiano re-
cuperati; infine, il trionfale percorso fino alla sepoltura, accompagnati
dall’esultanza dei fedeli tra inni e salmi341. In entrambe le passioni è fon-
damentale la narrazione del culto e dell’onore reso ai corpi dei martiri:
in entrambe, significativamente, manca qualsiasi forma di intermedia-
zione tra i fedeli e i sacri corpi. Si intravvede qui una sorta di continuità
con l’atteggiamento manifestato, mezzo secolo prima, da Lucilla: un
rapporto diretto, senza mediazioni o controllo, tra il fedele e il martire.
L’atmosfera festosa del vero e proprio pellegrinaggio incontro al mar-
tire, nella sua dimensione di corteo pasquale, il trionfo accompagnato
dai canti, dagli inni e dai salmi in un crescendo parossistico sono un’al-
tra traccia su cui sarà necessario tornare nei prossimi capitoli.
2.5 Appunti per una prima sintesi
Il lungo excursus fin qui condotto necessita di una sintesi, sia pur
provvisoria data la sua posizione interlocutoria all’interno di questa ri-
flessione.
Dapprincipio, è ora possibile fare chiarezza su un punto fondamenta-
le dello “scisma donatista”: la prima, grave crepa all’interno della chie-
sa cartaginese precede lo stesso inizio della persecuzione dioclezianea,
con il caso del “bacio di Lucilla”. Esso riguarda direttamente il ruolo
giocato dalla reliquia di un martire all’interno della complessa partita

ben possibile allora argomentare che anche elementi ulteriori, come il sabato stori-
co che seguì, nella cronologia evangelica, la morte di Gesù, possano essere assunti,
proprio nella letteratura agiografica, per confermare e sviluppare il significato origi-
nariamente pasquale di cui è rivestito ogni martirio cristiano».
340
  PaIsM 12.82
341
  Segnalo in questa sede l’ulteriore analisi di queste Passiones offerta nel recente
Cacitti 2006, pp. 81-101; si tratta oltretutto di un testo di notevole valore letterario,
cui la presente ricerca è debitrice di più d’uno spunto.

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178 MUSCAE MORITURAE DONATISTAE CIRCUMVOLANT

al cui termine dovrebbe trovarsi il trionfo dell’episcopato monarchico:


una partita che in terra d’Africa ha visto, se non altro attraverso la spe-
cifica figura dei seniores, un notevole protagonismo da parte dei laici.
A questo proposito si è osservato come il ruolo della plebs, per quanto
oscurato dalle fonti, sia risultato assai più coscientemente e program-
maticamente incisivo di quanto non sia stato colto dalla critica moder-
na. Come è sembrato possibile intuire dalla pur scarna testimonianza di
Ottato, l’osso di Lucilla rimanda, oltre che al rapporto diretto e privo di
mediazione tra il fedele e il martire, a una sorta di vero e proprio rituale,
officiato da reliquie e fedeli lasciando in secondo piano le gerarchie; il
tema dell’esistenza di una liturgia martiriale specifica, avente cioè non
come semplici referenti, ma come reali celebranti i martiri stessi o le
loro reliquie, è stato ripreso alla luce di alcune Passiones donatiste, risa-
lenti alla persecuzione del 317 / 321 e a quella iniziata nel 345. Si è os-
servato come il rapporto tra il martire e i fedeli abbia seguito una linea
di sviluppo che, partendo spesso dall’annuncio di visioni e dalla sinassi
eucaristica in un quadro ritmato dalla liturgia pasquale, giunge al ruo-
lo centrale assegnato all’inventio delle reliquie che assume, ben prima
dell’esperienza milanese di Ambrogio, una dimensione miracolosa. Da
ultimo, anche nella narrazione del trionfale ritrovamento dei preziosi
resti si è rilevata la mancanza di un ruolo specifico attribuito al clero,
così come nella celebrazione dei riti funebri seguenti: questo aspetto
verrà ripreso infra, per seguirne gli sviluppi.
Qui importa riprendere il filo della questione martirologica agli inizi
dello scisma africano: alla luce di quanto ricostruito in questo capitolo,
credo si possa finalmente riconoscere il reale significato delle parole di
Mensurio quando, scrivendo al collega numida Secondo di Tigisi, so-
stenne di aver osteggiato forme di assistenza e venerazione verso quanti
si trovavano in carcere. Stante l’assoluta inattendibilità del quadro trat-
teggiato da Mensurio, secondo il quale soggetti truffaldini, screditati da
una vita dissoluta, avrebbero profittato della credulità di ingenui fede-
li per godere delle delizie assicurate a chi in carcere attendeva il mar-
tirio342, quel che risulta chiaro è che le parole di Mensurio risentono
di una mimesi polemica troppo spesso non riconosciuta nei suoi reali
obiettivi: il vero problema cui il vescovo cartaginese doveva far fronte
era quello del ruolo assunto da quanti si trovavano in carcere, in una
situazione evidentemente assai simile a quella vissuta dal suo lontano
predecessore Cipriano mezzo secolo prima. Rispetto a quest’ultimo,
Mensurio si trovava in una posizione ancor più precaria: a Cipriano ve-
niva rimproverato semplicemente di essersi sottratto alla cattura, men-
tre Mensurio doveva rispondere dell’accusa di aver consegnato i testi

  Facinorosi arguebantur et fisci debitores, qui … vellent … in custodia deliciis perfrui de


342

obsequio Christianorum: cfr. supra, note 33; 34; 35. Nella descrizione delle deliciae di
cui i presunti martiri avrebbero goduto si avverte troppo distintamente l’eco della
sarcastica narrazione di Lucianus MorPer 13-16, perché questa dipendenza possa es-
sere sottovalutata.

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2. LE ORIGINI 179

sacri alle autorità pagane o, cosa che agli occhi di molti suoi fedeli non
sminuiva di uno iota la gravità della colpa, di aver architettato una ri-
voltante messa in scena con la complicità dei persecutori stessi. Così si
spiegano le durissime parole con le quali Mensurio descrive i “presunti”
martiri a Secondo, e così si spiega anche il tentativo di frapporre un fil-
tro tra i fedeli e i cristiani incarcerati: un filtro costituito proprio dal suo
arcidiacono e futuro successore, Ceciliano, cioè da uno dei membri più
in vista della gerarchia cartaginese343.
Quando si giunse alla consacrazione di Ceciliano, il quadro delle im-
putazioni nei suoi confronti era già delineato: da una parte, lo stretto
legame col predecessore lo esponeva al sospetto di aver preso parte alla
traditio dei codici, sebbene di questo egli non risulti essere mai stato ac-
cusato esplicitamente (solo in un secondo momento si aggiungerà l’ac-
cusa di essere stato consacrato da traditores); dall’altra, la durezza con
la quale deve aver esercitato il suo ruolo di filtro tra i fedeli e i martiri,
una rigidità che ci è peraltro confermata dal suo precedente intervento
su Lucilla, lo poneva in aperto conflitto con quella parte dei suoi fede-
li e dei chierici, decisamente consistente anche se probabilmente non
maggioritaria, che nel rapporto con i martiri e con le reliquie vedeva il
fulcro della propria fede e della sua espressione liturgica.

L’elezione di Ceciliano costituisce dunque l’ultima tappa di un con-


fronto tra due ecclesiologie: parafrasando Tertulliano, si può parlare di
una ecclesia “martyrum” contrapposta ad una ecclesia numerus episcopo-
rum344. Un conflitto di lunghissima durata, i cui prodromi affondano le
proprie radici all’origine stessa della cristianità africana e, passando per
la precaria sintesi operata da Cipriano (cui solo il martirio offrì infine
l’autorevolezza perché potessero essere ricomposte nella sua persona le
due divergenti posizioni), sfociano nella crisi donatista.
Non si tratta di una ipotesi nuova: quella che ritengo essere però in-
novativa è la profondità di comprensione cui si è giunti in questo capi-
tolo. Nei successivi, sarà possibile segnare ulteriori progressi nell’inter-
pretazione di questa ecclesia martyrum, le cui caratteristiche appaiono
comunque già delineate nelle prime fasi dello scisma.

343
 Cfr. PaAbit 20, ove Ceciliano viene accusato di aver respinto con la forza i fedeli
che si recavano al carcere recando beni di conforto, e di aver rovesciato le bevande e
gettato ai cani il cibo, lasciando così morire di stenti gli incarcerati (… caedebantur a
Caceciliano qui ad alendos martyres veniebant; sitientibus intus in vinculis confessoribus
pocula frangebantur ante carceris limina, cibus passim lacerandus canibus spargebatur…).
Questa accusa ha un’eco particolare: il testo procede infatti a una marcata enfatizza-
zione della sacralità dei martiri e dei loro atti; come si vedrà nel prossimo capitolo,
in occasione degli assalti alle basiliche i calici spezzati e le specie consacrate gettate a
terra e ai cani costituiscono un topos nella definizione dell’azione sacrilega. Dunque,
la gravità delle accuse rivolte a Ceciliano nel caso degli abitinensi echeggiando anche
l’area dell’empietà oltrepassa la semplice corresponsabilità nella loro morte per stenti.
344
  Tertullianus Pud 21.

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180 MUSCAE MORITURAE DONATISTAE CIRCUMVOLANT

Per quanto riguarda poi il rapporto tra la pars Donati e le autorità im-
periali, è stato possibile individuare un atteggiamento finora contrad-
dittoriamente considerato, probabilmente a causa della cortina fumo-
gena dispiegata da Ottato e Agostino: non c’è traccia specifica di alcuna
contrapposizione programmatica col potere romano, né di un sistema-
tico quadro di riferimento di stampo apocalittico. Ci si trova insomma
in presenza di una teologia della storia ancora molto simile a quella ela-
borata nei due secoli precedenti345: una sempre più problematica coesi-
stenza di due chiavi di lettura, una (quella escatologica) necessaria per i
tempi di persecuzione, l’altra in grado di offrire i criteri per un modus vi-
vendi nei tempi della pax ecclesiae. Mentre la catholica, attraverso la svol-
ta costantiniana e l’elaborazione eusebiana346, potrà superare questa
difficoltà attraverso l’acquisizione dell’eone presente come già inscritto
nella realizzazione del Regno, la pars Donati proseguirà la sua esistenza
“in mezzo al guado” per tutto il IV secolo: credo pertanto sia un errore
insistere a sottolineare le tensioni apocalittiche presenti nelle Passiones
donatiste, per poi rilevare la contradditorietà dei comportamenti delle
gerarchie “scismatiche” nelle occasioni in cui il potere politico si pre-
sentò accessibile e sensibile alle loro richieste347. Non si tratta insomma
di uno “scivolamento” rispetto ad un ideale “alto”, ma della quotidia-
na tensione tra i due motori del rapporto con il saeculum: tra, da una
parte, la dimensione conflittuale nella quale la persecuzione veniva a
costituire il riflesso terreno dello scontro cosmico in atto, e dall’altra la
dimensione di quotidiano radicamento nella comunità umana e socia-
le. Non va sottovalutato, a questo proposito, che la straordinaria sintesi
di questa tensione, prodotta da Agostino attraverso la teoria delle due
città, è pesantemente indebitata proprio con la riflessione donatista di
Ticonio.348

Se infine, da una parte, il ricorso alle autorità imperiali fino a Co-


stantino stesso si comprende all’interno del ruolo civilistico ad esse
riconosciuto, dall’altra le Passiones sopra analizzate, pur all’interno di
un quadro persecutorio la cui origine ultima viene riconosciuta come

345
  L’analisi dei rapporti tra cristianesimo e potere politico costituisce uno dei settori
più studiati e dibattuti della storiografia moderna e contemporanea. Ne risulta, ov-
viamente, una bibliografia sterminata, di cui non è possibile rendere conto in questa
sede. Come primo orientamento, mi sembra utile indicare due volumi da poco pub-
blicati, dalla diversa impostazione metodologica ma entrambi di grande spessore
scientifico: si tratta di Filoramo 2009 e di Rizzi 2009.
346
  Sulla teologia della storia di Eusebio, e sulla prudenza terminologica necessaria,
cfr. Calderone 1988.
347
  Alla medesima conclusione, muovendo da un punto di osservazione diverso, è
giunto anche Hogrefe 2009: «ihre Ekklesiologie erlaubte es den Donatisten, nach
diesem eklektizistischen Prinzip zu verfahren: die Reinheit der Kirche konnte auch
mit Hilfe weltlicher Mittel verteidigt werden, ohne dass damit eine generelle Aner-
kennung weltlicher Verfügungen einhergehen musste» (p. 290).
348
  Sull’influenza esercitata da Ticonio su Agostino, cfr. van Oort 1991, pp. 254-274.

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2. LE ORIGINI 181

satanica, testimoniano dell’attribuzione di un ruolo decisivo alla pars


Caeciliani quale motore delle iniziative repressive. Il ruolo delle autorità
giudiziarie e militari viene dunque interpretato come secondario: tutto
il peso del sangue versato è fatto ricadere sulla inferocita istigazione dei
cattolici. Senza aver riconosciuto ed esplicitato questo originario atteg-
giamento di sostanziale neutralità nei confronti delle autorità politiche
non sarebbe possibile avviare l’indagine del prossimo capitolo: la lotta
per le basiliche, che attraversa l’intera storia del conflitto donatista, co-
stituisce una delle più interessanti e sottovalutate chiavi di lettura del
fenomeno.

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3. La chiesa sul monte:
linee di ecclesiologia donatista

3.1 La comunità donatista romana

3.1.1 Vittore, un “cittadino in affitto”


Apparentemente confutando la pretesa di “cattolicità” dei suoi avver-
sari, nel libro secondo del suo trattato contro i donatisti Ottato di Mile-
vi nega loro il diritto di rivendicare la comunione con la chiesa romana:
dopo averne ricostruito l’ininterrotta successione episcopale di parte
cattolica1, egli accusa i vescovi donatisti dell’Urbe di non poter risalire
oltre Vittore di Garbi2, giunto appositamente dall’Africa nel secondo
decennio del secolo. Perciò Vittore a Roma, secondo Ottato, sarebbe ve-
nuto a trovarsi
come un figlio senza il padre, una recluta senza addestratore,
un discepolo senza maestro, un seguace senza nessuno che gli mostrasse
la strada,
un forestiero senza domicilio legale, uno straniero senza chi garantisse
per lui,
un pastore senza gregge, un vescovo senza popolo3.

1
  L’elenco dei vescovi romani si conclude con Siricio (consacrato nel 384/385), in-
dicato come vivente (hodie qui noster est socius: Optatus 2, 3, 1). Questo elemento
costituisce il terminus post quem per la datazione della seconda edizione dell’opera,
mentre rimane incerta la datazione della prima: per motivi che saranno discussi nel
corso di questo capitolo, credo sia da ritenersi plausibile la proposta di Monceaux
1901/1923, vol. 5 p. 250, che fissa la composizione originaria all’inizio dell’episco-
pato romano di Damaso (366-384). Cfr. la sintesi introduttiva di Labrousse (che in
Optatus, pp. 12-14, indica a propria volta un lasso di tempo compreso fra la fine del
364 e i primi del 367).
2
  «Victor 3»: PCBE 1, pp. 1153- 1154; «Victor 1»: PCBE 2, p. 2272.
3
  Optatus 2, 4, 4: erat ibi filius sine patre, tiro sine principe, discipulus sine magistro, se-
quens sine antecedente, inquilinus sine domo, hospes sine hospitio, pastor sine grege, epi-
scopus sine populo.

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184 MUSCAE MORITURAE DONATISTAE CIRCUMVOLANT

Ho dato alla citazione una disposizione tipografica che facesse emer-


gere la struttura del testo, articolata su quattro coppie di similitudini. La
prima, «figlio/padre» cui corrisponde l’abbinamento «recluta/veterano
addestratore», ha lo scopo di rendere evidente l’assenza di una corretta
successione episcopale: è lo stesso linguaggio utilizzato alla collatio del
411, quando Petiliano4 di Cartagine insistentemente chiede a Agostino
quem habes patrem?, in un contesto polemico che esplicitamente rinvia
a una sequela inficiata dall’originaria contaminazione cecilianista5. La
seconda coppia di similitudini, «discepolo/maestro» e «seguace/prede-
cessore», rafforza ed esplicita questa accusa: se prima Vittore era stato
contestato personalmente, qui gli viene rinfacciata l’assenza “istituzio-
nale” di un predecessore/maestro, cui avrebbe dovuto succedere se fosse
stato inserito nella linea che prende le mosse dall’apostolo Pietro.

In questa fase dell’indagine interessa però focalizzare l’attenzione


soprattutto sulla terza coppia di similitudini, «inquilinus sine domo» e
«hospes sine hospitio»: poste dopo la ricusazione del diritto di Vittore a
considerarsi “vescovo” e prima di quella dei donatisti romani di costi-
tuirsi in “chiesa”, queste figurae servono a rimarcare l’assoluta estranei-
tà di Vittore rispetto alla cattedra romana. Esse precludono il diritto a
rivendicare quella sede a lui, che non ha parte nella città (è allogeno
in una patria non sua), né nei propri confronti può – nella condizione
di straniero - rivendicare alcun diritto di accoglienza: solo poche righe
prima, Ottato aveva esclamato
significa qualcosa che la vostra setta non abbia potuto annoverare, nella
città di Roma, un cittadino come vescovo6?
Inquilinus sine domo potrebbe dunque essere tradotto come “straniero
in una patria non sua”, mentre risulterebbe comunque fuorviante la
scelta tradizionale di conservare a domus il significato di “abitazione”
e dunque, per analogia, a hospitium quello di “luogo ove essere ospita-
to7”: in quest’ultimo modo si indebolisce l’insinuazione ottaziana circa

4
  «Petilianus»: PCBE 1, pp. 855-868.
5
  GestConlCart 3, 229 ss.
6
  Optatus 2, 4, 3: quid est hoc quod pars vestra in urbe Roma episcopum civem habere non
potuit?
7
  «A lodger without a home, a guest without a guest-house»: Vassall-Phillips 1917,
p. 72; «un inquilino senza casa, un ospite senza dimora fissa»: Dattrino 1988, p.
99; «un locataire sans maison, un hôte sans gîte»: M. Labrousse, in Optatus, p.
249; «ein Mieter ohne Haus, ein Gast ohne Hospiz»: Diefenbach 2007, p. 284. A
differenza delle precedenti, quest’ultima citazione non rinvia a una traduzione
complessiva di Ottato; qui il richiamo è giustificato però dall’ampia disamina
che l’autore dedica alla comunità donatista romana (pp. 276-289). Sull’impie-
go giuridico di questa terminologia sono fondamentali Thomas 1996 (solo un
prolungato domicilium consente il passaggio allo statuto di incola, un immigrato
cui sono riconosciuti solo alcuni dei diritti e dei doveri propri dei cittadini: cfr.
ibidem, pp. 25-49; per l’equivalenza semantica tra domus e domicilium in questo

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3. LA CHIESA SUL MONTE: LINEE DI ECCLESIOLOGIA DONATISTA 185

l’estraneità rispetto all’Urbe dell’intera comunità donatista, di cui nel


testo viene sottolineata la diretta filiazione africana8. È pur vero che in-
quilinus si riferiva, spesso con significato svalutativo, a chi pagasse una
pigione per poter stare dove si trovava, in una accezione frequentemen-
te associata a quelle di colonus e di cliens9; ma dalla tarda età repubblica-
na la sua area semantica si era estesa all’ambito politico senatorio, per
indicare gli “uomini nuovi”, i primi del proprio clan (equestre) ad af-
fermarsi nel cursus honorum. Ad esempio è in questo modo che Catilina
apostrofò sprezzantemente Cicerone in Senato, quando ormai gli even-
ti stavano per lui precipitando10; del resto, anche di Catone il Censore
veniva analogamente ricordata l’origine extraurbana11. Quanto all’ho-
spes sine hospitio, strettamente collegato all’inquilinus nell’articolazione
binaria della frase, Ottato si riferisce evidentemente alla condizione di
chi, privo di diritti perché estraneo alla città di Roma, poteva trovarvi
accoglienza e riconoscimento solo se il Senato, o un cittadino eminen-
te, avessero garantito per lui (hospes privatim vel publice)12. Isidoro di Si-
viglia, pur limitandosi all’area semantica che rinvia ai rapporti giuridi-
ci, offre una definizione che meglio di altre rende l’idea della precarietà
cui allude Ottato:
gli inquilini sono così chiamati quasi a dire incolentes aliena, il che
significa “abitanti in possedimenti altrui”: non possiedono infatti una
residenza propria, ma vivono in terra d’altri. Tra un inquilino e advena,
ossia forestiero, vi è una differenza: si definiscono, infatti, “inquilini” gli
emigranti che non rimangono per sempre in un luogo; gli advenae, invece,
chiamati anche incolae, si presentano come cittadini venuti da fuori, ma

contesto, su cui ho impostato la traduzione del passo ottaziano, cfr. ibidem, pp.
34-43), Compatangelo 2007b, Licandro 2007; per il mondo greco-ellenistico, cfr.
Baslez 1984.
8
 …Victor Garbensis a vestris iamdudum de Africa ad paucos erraticos missus: Optatus 2,
4, 3; … quibusdam Afris urbica placuerat commoratio et hinc a vobis profecti videbantur:
ibidem 2, 4, 4.
9
  Per questa parte, cfr. l’analisi di Mayer-Maly 1956 e la voce analoga da lui curata in
KP 2, p. 1412; Krause 1987, pp. 90 ss.; Mirkovic 1997, pp. 101-109.
10
  Marcus Tullius, inquilinus civis urbis Romae: Sallustius, BCat 31, 7.
11
  M. Catonem, novum etiam Tuscolo urbis inquilinus: Velleius HistRom 2, 128, 3 (l’e-
spressione in questo caso è inserita in un contesto encomiastico: si tratta della ce-
lebrazione di un homo novus di ceto equestre, il Prefetto del Pretorio L. Elio Seiano;
accostare quest’ultimo ad una serie di “uomini nuovi” di celebrata virtù serve a
Velleio per respingere l’ostilità che Seiano suscita in quanto, a propria volta, inqui-
linus). Per un approfondimento sull’utilizzo politico di inquilinus in relazione alla
novitas, cfr. Hellegouarch’s 19722, pp. 475-477; sono ancora validi i contributi di J.
Humbert, s.v. «inquilinus» in DAGR 3.1, Paris 1913=Graz 1969, pp. 527-528 e di R.
Lehonard, s.v. «inquilinus», in RE 9.2, Stuttgart 1916=1957, coll. 1559-1560.
12
  Cfr. Hellegouarch’s 19722, pp. 51-53. Cfr. anche R. Lehonard, s.v. «hospitium»,
in RE 8.2, Stuttgart 1913=1957, coll. 2493-2598; Ch. Lécrivain, s.v. «hospitium», in
DAGR 3.1, Paris 1900=Graz 1969, pp. 294-302 (specialmente da p. 298); M. Marchet-
ti, s.v. «hospitium» in DEAR 3, Roma 1922=Roma 1962, pp. 1044-1060; W. Kierdorf,
s.v. «hospitium» in KP 2, p. 1234.

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186 MUSCAE MORITURAE DONATISTAE CIRCUMVOLANT

stabili, donde il nome di incola, da incolere, che significa “abitare”, riferito


al fatto che si tratta ormai di veri e propri residenti13.
«Un forestiero senza domicilio legale, un estraneo senza chi garantis-
se per lui»: nella sequenza delle similitudini ottaziane, la condizione di
assoluta estraneità sul piano politico-sociale è fondamentale per com-
prendere appieno non solo le due coppie successive, ma l’intero svilup-
po della riflessione.
La quarta coppia, «gregge/pastore» e «popolo/vescovo», focalizza in-
fine l’attenzione sulla comunità donatista romana, negandole il diritto
di considerarsi “chiesa”; a questo punto Ottato può finalmente chiude-
re il cerchio della sua polemica, introducendo un ulteriore elemento di
negazione dell’identità dei suoi bersagli:
in realtà non avevano certo titolo a essere definiti “gregge” e “popolo” quei
pochi sovversivi14 che, fra quaranta e più basiliche, non avevano neppure un
luogo dove raccogliersi15.
Questa notizia sarebbe già interessante per il suo utilizzo nella pole-
mica: Ottato rifiuta di considerare come comunità costituita, cioè come
“chiesa”, un gruppo che, oltre a non disporre di un vescovo forte di una
successione episcopale sicura, oltre all’estraneità all’Urbe, oltre alle
sospette dimensioni manchi perfino di un proprio edificio di culto. È

13
  Isidorus Etym 9, 4, 37-38: inquilini vocati quasi incolentes aliena. Non enim habent
propriam sedem, sed in terra aliena inhabitant. Differt autem inter inquilinum et adve-
nam. Inquilini enim sunt qui emigrant, et non perpetuo permanent. Advenae autem vel
incolae adventicii perhibent