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Spunti (e appunti) per una Politica Industriale Municipale.

L’economia del territorio milanese è in stallo. Nel quinquennio 2009/04 il GDP pro-capite è
sceso del 12%, un dato pessimo rispetto a quello registrato dalle altre cinque aree
metropolitane dell’Europa continentale con le caratteristiche socio-economiche più
comparabili a quelle del capoluogo lombardo. Barcellona, Lione, Amsterdam, Monaco e
Amburgo sono le principali metropoli di seconda fascia dell’area Euro, caratterizzate dalla
comune assenza di un ruolo di capitale amministrativa del proprio stato di appartenenza. In
media, nello stesso periodo, fortemente influenzato dalla corrente crisi economica e
finanziaria globale, il GDP pro-capite di queste aree metropolitane è rimasto invariato. La
performance migliore l’ha registrata Amsterdam con un +7% la peggiore Barcellona e Monaco
con un -3%. Analoghe evidenze sono offerte dalla dinamica del GDP per occupato. Con un
-8% Milano esprime il dato peggiore rispetto ad un range delle altre menzionate aree
metropolitane che si situa nell’intervallo compreso fra il -3% (Amburgo) ed il +4% (Barcellona
e Amsterdam).

Estendendo l’orizzonte temporale di analisi e pertanto considerando un orizzonte di lungo


periodo, meno influenzato dalle dinamiche recessive indotte dalla crisi, le metriche
comparative dell’area milanese non migliorano. Nel quindicennio 2009/1994 il GDP pro-capite
è cresciuto dell’1% e quello per occupato è sceso del 3% rispetto ad una performance media
delle altre menzionate aree metropolitane rispettivamente del +28% e del +21%.

Il posizionamento economico di Milano è altresì peggiorato nel contesto nazionale: il GDP


provinciale che nel 1994 rappresentava il 10.1% di quello italiano, oggi si attesta al 9.5%, così
come il GDP pro-capite che nel 1994 era del 55% superiore a quello italiano, oggi si attesta
soltanto al +44%.

Di fronte a queste tendenze, peraltro registrate in concomitanza con una crescita


dell’occupazione (+2.6% nel quindicennio 2009/1994 e +0.3% nel quinquennio 2009/04)
parlare di declino non è un esercizio retorico da disfattisti.

Considerando l’orizzonte temporale più lungo, il quindicennio 2009/1994, che cosa è


successo nell’ambito della struttura demografica, occupazionale e produttiva del nostro
territorio?

Assumendo come area di riferimento la provincia di Milano la popolazione è cresciuta da 3.72


Mln a 3.95 Mln (+6%), ma l’invecchiamento è stato rilevante. Nel 1994 la popolazione in età
lavorativa rappresentava il 72% del totale, nel 2009 tale rapporto è sceso al 66%.

Il ruolo del settore manifatturiero si è compresso: la sua quota di valore aggiunto è scesa dal
30% al 24%. Un -6% che non è, però, quantitativamente incoerente con le dinamiche di
terziarizzazione che hanno investito anche le altre aree metropolitane considerate (in media
-4.5%). Molto più preoccupante, invece, il confronto in termini di produttività: il valore aggiunto
per occupato del settore manifatturiero, nel quindicennio, è sceso del 5.3%, mentre nelle altre
aree metropolitane è cresciuto in media del 24%.

Meno grave il gap accumulato in termini di produttività dai settori che hanno registrato le
dinamiche più espansive in termini relativi: i servizi alle imprese (+3% in termini di quota di
valore aggiunto) ed i servizi finanziari (+3%). Nel primo caso il valore aggiunto per occupato è
sceso del 31% rispetto ad un dato medio delle altre cinque aree metropolitane del -14%, nel
secondo caso è salito del 57%, un valore addirittura superiore alla media dell’11%.

La struttura imprenditoriale negli anni successivi all’adesione all’Euro non è comunque


significativamente cambiata: domina sempre la piccola / media impresa. Sebbene i dati
milanesi siano più confortanti rispetto a quelli dell’intero territorio lombardo e dell’Italia nel suo
complesso, nel 2007 solo il 36% degli occupati era impiegato nelle circa 4,000 aziende della
provincia (pari all’1% del totale) con più di 50 dipendenti. Il numero medio di occupati per
azienda era pari a 4.2 unità: un dato solo marginalmente superiore a quello lombardo (4.1) ed
a quello nazionale (3.6). Nel quadriennio 2007/04 il numero medio di dipendenti per azienda
in provincia di Milano ha registrato un progresso soltanto di 0.1 unità, valore del tutto allineato
alle metriche regionali e nazionali. Tutto ciò per dire che, anche a livello territoriale, una
dinamica sostenuta di crescita della dimensione aziendale per far fronte allo scenario
competitivo aperto nella seconda metà degli anni ’90 con il mutato regime di cambio non
sembra essere operante.

Nell’ultimo quinquennio (2009/04) nel territorio milanese sembrano invece in atto dei
cambiamenti quantitativamente più rilevanti sotto il profilo della forma giuridica delle imprese.
Le società di capitali, a fine 2009 pari al 37% del totale, sono circa il 20% in più rispetto al
dato nazionale. La loro quota sul totale è inoltre cresciuta dell’8%, rispetto a un dato lombardo
e a uno nazionale entrambi pari al +5%. Specularmente la dinamica delle ditte individuali, in
provincia di Milano pari a circa 116,000 a fine 2009, è stata molto negativa: la loro quota è
scesa di 7 punti percentuali (rispetto al -3% lombardo ed al -5% nazionale).

A fronte delle dinamiche, forse sarebbe meglio dire “statiche”, economiche e demografiche
evidenziate nei 13 anni compresi fra il 2009 ed il 1997 la tendenza ad una crescente
scolarizzazione delle forza lavoro è stata sostenuta, seppur in proporzioni, almeno per ciò che
concerne la Lombardia, non diverse da quelle in atto a livello nazionale. Gli occupati dotati di
titoli accademici (Laurea breve, Laurea, Dottorato,…) a fine 2009 erano in Lombardia
740,000, pari al 17.5% del totale, la crescita della loro quota in 13 anni è stata del 7.4%
(+73%). E’ ragionevole pensare che oggi a livello cittadino i laureati rappresentino almeno il
25% della forza lavoro occupata. Specularmente, sempre in Lombardia e nello stesso
periodo, gli occupati con titolo di studio inferiore al diploma di scuola superiore sono scesi dal
52% al 36%. Le difficoltà nell’inserimento della forza lavoro qualificata non appaiono peraltro
inferiori in territorio lombardo, rispetto a ciò che accade a livello nazionale. Nello stesso
periodo (2009/1997) la quota di laureati in cerca di occupazione è salita dal 5.7% all’11.8% in
Lombardia e dal 7% all’11.7% in Italia: il gap invece di allargarsi, a vedere i numeri, sembra
chiudersi.

Le statistiche regionali di Banca d’Italia aiutano, infine, a delineare i tratti fondamentali del
sistema di finanziamento delle imprese e dell’efficienza del settore creditizio, anche a seguito
della crisi finanziaria in atto dal 2008.

I margini sul tasso interbancario applicati al sistema delle imprese registrano una sostanziale
stabilità nel quinquennio 2008/04 e pertanto una sostanziale inelasticità alle condizioni di
finanziamento degli istituti di credito, attestandosi in un range molto stretto compreso fra il
2.5% (nel 2007) ed il 3.36% (nel 2004). Da evidenziare che la crisi finanziaria ha contributo,
spingendo le banche all’affannosa ricostituzione dei propri margini di profitto, ad un
innalzamento degli spread applicati (saliti in media, a fine 2008, al 2.91% rispetto al 2.5% del
2007). Da segnalare che, in termini assoluti, a fine 2008 contestualmente a un tasso
interbancario posizionato in prossimità del 2.9%, il costo del debito si attestava in media per
le imprese lombarde al 6.7%, con punte del 9.8% e del 9.5% rispettivamente per le famiglie
produttrici (in gran parte artigiani ed aziende a conduzione famigliare) e per le società non
finanziarie con meno di 20 addetti. La fotografia che ne esce è quella di un settore bancario
capace di difendere la propria profittabilità in virtù, in primo luogo, di una struttura di mercato
oligopolistica, considerazione del tutto coerente con le dinamiche molto positive in termini di
crescita della produttività per occupato del settore dei servizi finanziari, evidenziate in
precedenza.

Sotto l’effetto della crisi quello che si potrebbe definire il “moltiplicatore locale della moneta”,
pari al rapporto fra gli impieghi e i depositi a livello territoriale si è contratto più in provincia di
Milano (-11%) che nell’intera Lombardia (-7%) ed oggi si attesta ad 1.9x, un livello inferiore
del 13.3% rispetto al picco del 2007. In particolare nel 2009 la contrazione degli impieghi si è
concentrata sul settore produttivo. A fronte di una riduzione del volume totale di prestiti pari al
3.5%, quelli erogati alle famiglie consumatrici hanno registrato una crescita del 5.5%. I settori
imprenditoriali più colpiti sono stati quelli delle società finanziarie ed assicurative e delle
imprese medio grandi, viceversa la caduta dei volumi è stata meno consistente per le piccole
imprese (-1.1%).
Contestualmente il deterioramento sul fronte delle sofferenze è apparso evidente, in
particolare, nel caso delle imprese qualificate da Banca d’Italia come medio-grandi. In
Lombardia il rapporto sofferenze / prestiti a fine 2009 delle imprese medio-grandi si è
attestato al 3.3% registrando un incremento annuale del 76%. Nel caso delle piccole imprese,
sempre a fine 2009, si è superata altresì la soglia del 5%.

Le evidenze in merito alle modalità di finanziamento adottate dalle imprese lombarde


appaiono limitate, in ogni caso, secondo Banca d’Italia nel 2005 gli investimenti fissi ed il
capitale circolante delle imprese Lombarde erano finanziari per il 50% circa
dall’autofinanziamento, per il 30% dal canale bancario e soltanto per l’1% da aumenti di
capitale. Tali valori sembrano altresì soltanto marginalmente influenzati dalla dimensione
d’impresa.

In questo quadro le risorse correnti del bilancio comunale dedicate alle cosiddette “Funzioni
nel campo dello sviluppo economico” sono state nel 2009, pari ad € 15.6 Mln: solo lo 0.84%
delle spese correnti. In termini relativi sul totale delle spese il 32% in meno di Torino (1.23%)
ed il 35% in meno di Genova (1.3%). A titolo informativo i principali capitoli di spesa del
bilancio comunale milanese 2009 dedicati alle cosiddette “Funzioni nel campo dello sviluppo
economico” sono intitolati come segue: “Piano di Marketing Territoriale 2009”, “Direct
Marketing” (partecipazione a 18 eventi fieristici), “Progetti Promozionali”, “Relazioni
Pubbliche”,… sostanzialmente “fuffa”.

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Questi dati, impietosamente, raccontano una storia molto diversa dalla narrazione che fa
parte a pieno titolo della mitopoiesi leghista di un’industriosa capitale morale tenuta a freno da
un paese arretrato e un po’ cialtrone. Le favolose sorti progressive della moda, dei media e
dell’editoria, dei servizi finanziari in tutte le loro filiere (retail banking, investment banking,
financial advisory,…), dei consulenti aziendali e dei professionisti operanti 24 ore su 24,
dell’editoria e dei servizi informatici sembrano decisamente appannati.

Dai “numeri” esce la fotografia di un territorio in declino, nell’ambito di un’economia nazionale


in declino. Proprio perché città di punta e con una storia secolare di crescita economica che
l’ha condotta ad essere un punto di riferimento per l’intero paese, verrebbe quasi da dire
“Milano non è la soluzione, ma il problema”,… ed il problema, il problema di Milano, è quello
di integrare a pieno titolo la propria realtà territoriale nella contemporanea economia dei flussi
e dei servizi garantendosi un posizionamento di eccellenza nella cosiddetta catena di
creazione del valore (o, come si sarebbe detto un tempo, nell’ambito della divisione
internazionale del lavoro). Gli spiriti animali e la creatività dei moltissimi imprenditori milanesi
non sembrano più essere capaci, da soli, a sopperire alle ridotte dimensioni d’impresa, alla
sottocapitalizzazione delle medesime, alla dipendenza dalle forme tradizionali di
finanziamento bancario. L’insistenza a cercare di riguadagnare margini di competitività sul
lato dei costi in filiere, in particolare del manifatturiero, nell’ambito delle quali il margine di
vantaggio comparato rispetto alle nuove economie emergenti è insussistente non paga. La
Milano del III millennio, post-industriale, post-fordista, post-moderna per aprire una nuova
fase di sviluppo deve pertanto saper cogliere la sfida dell’innovazione, in particolare
innovazione di prodotto, valorizzando le tante competenze intellettuali, culturali e creative che
nel suo territorio risiedono.

Il Centro-Sinistra che si candida a governare Milano, pur consapevole delle scarse leve
soprattutto finanziarie che un’amministrazione comunale può mettere in campo al fine di
praticare una politica industriale adeguata allo sviluppo del territorio, non può non raccogliere
questa sfida. E ciò, in particolare, nel confronto con una giunta uscente che nulla ha fatto in
merito e che con la propria gestione maldestra, in pieno coordinamento con la politica
nazionale della maggioranza di Centro-Destra, della nascente Agenzia Nazionale
dell’Innovazione ha dato una pessima immagine di sé.

Pur consapevoli che da sole e che senza una riforma complessiva del sistema fiscale capace
d’introdurre i necessari incentivi all’imprenditorialità (e non alla “speculazione finanziaria”) ed
all’innovazione, una decisa svolta non sarà possibile, riteniamo che le proposte di seguito
formulate possano costituire quanto meno dei piccoli contributi per favorire un’inversione di
tendenza.

• Micro-credito come strumento a sostegno della piccola impresa


individuale.

Mediante l’utilizzo del microcredito sono possibili politiche di sostegno e di avvio della
piccola impresa individuale, con importanti ricadute in termini d’inclusione sociale dei
destinatari.

Tramite il microcredito si consente, infatti, a soggetti altrimenti privi dei requisiti per
accedere al credito nelle forme ordinarie di ottenere finanziamenti finalizzati all’avvio
e allo sviluppo d’iniziative imprenditoriali o all’inserimento nel mercato del lavoro, in
un contesto caratterizzato, come si è visto, da un costo del denaro particolarmente
elevato per le imprese di piccole dimensioni. Si segnala altresì che l’importo medio
dei prestiti concessi dal sistema creditizio alle piccole imprese (il cui perimetro,
secondo la definizione di Banca d’Italia, è rappresentato dalle cosiddette Famiglie
Produttrici e da quelle con un numero di occupati inferiore a 20 dipendenti) in
Lombardia non supera i 40,000 €.

In Italia il microcredito e, più in generale, la microfinanza, sono ancora poco diffusi;


tuttavia, pur in assenza di statistiche ufficiali, i dati disponibili indicano una crescita
costante: secondo una recente analisi, nel 2009 sarebbero stati erogati in Italia
microcrediti per un valore totale di 12,74 milioni di Euro (da 32 istituzioni) a fronte dei
3,6 milioni del 2007.

Tra le cause della scarsa diffusione del microcredito, una delle principali deve essere
individuata nell’assenza di una normativa specifica, ciò che determina la sostanziale
assenza di grandi operatori specializzati e la necessità di agire all’interno del quadro
normativo del credito ordinario, con rigidità e vincoli spesso incompatibili con la
natura del microcredito, in cui all’erogazione delle somme necessarie devono
affiancarsi indispensabili attività di aiuto e indirizzo per l’inclusione economica e
sociale del beneficiario.

Con il D.lgs. 141 del 13 agosto 2010 è stata introdotta nel Testo Unico Bancario
(TUB; artt. 111 e 113) un’importante deroga alla riserva di legge per l’erogazione del
credito ( la concessione di finanziamenti nei confronti del pubblico è riservata a
banche e intermediari finanziari), volta a colmare la lacuna legislativa in tema di
microcredito: i nuovi artt. 111 e 113 del TUB contengono, infatti, una organica
disciplina del microcredito, disciplinando – peraltro con ampi rinvii alla normativa
secondaria di futura emanazione - i requisiti di finanziatori e beneficiari.

La nuova disciplina individua un microcredito prevalentemente d’impresa, disponendo


tra l’altro che i finanziamenti possano essere concessi a persone fisiche, a società di
persone o a società cooperative, a condizione che siano di ammontare non superiore
a 25.000 Euro, non siano assistiti da garanzie reali, siano finalizzati all’avvio o allo
sviluppo di iniziative imprenditoriali e siano accompagnati dalla prestazione di servizi
ausiliari di assistenza e monitoraggio dei soggetti finanziati.

Nell’ambito del rinnovato quadro normativo è quindi possibile ipotizzare nuove forme
di gestione del microcredito, che coinvolgano tutti i soggetti oggi operanti nel settore
(ONLUS, organismi di volontariato, investitori istituzionali, fondi di garanzia, banche)
e che consentano di superare la frammentazione e la scarsa diffusione che sino ad
oggi hanno caratterizzato questo strumento.

Malgrado la pubblicizzata istituzione della “Fondazione per il welfare ambrosiano”


costituita nel 2009, che avrebbe dovuto effettuare anche interventi di microcredito,
non si ha notizia di un significativo utilizzo di questo strumento da parte
dell’amministrazione comunale milanese, mentre esperienze più significative, anche
se sempre limitate da un punto di vista quantitativo, risultano perseguite nell’ambito
della municipalità torinese.

Si tratta quindi di costituire un polo di riferimento cittadino per il microcredito, nel


quale sia possibile far confluire le risorse, anche di volontariato, oggi esistenti, in vista
di una gestione del microcredito orientata alla sostenibilità e ad un sostanziale
equilibro economico, anche mediante un adeguato bilanciamento delle attività di
assistenza e accompagnamento e di quelle di erogazione e gestione dei
finanziamenti.

In ipotesi, il Comune di Milano si troverebbe ad operare sostanzialmente da


promotore, favorendo l’individuazione, nell’ambito del polo del microcredito, degli
strumenti tecnico-giuridici più idonei per lo svolgimento dell’attività. In relazione alla
possibilità di attivare risorse esterne e investitori istituzionali, l’impatto del progetto
sulla finanza comunale appare decisamente limitato.

In questo quadro, è possibile ipotizzare l’attivazione di uno “sportello” municipale con


i seguenti compiti:
• censire i soggetti operanti nel settore e favorirne l’incontro con il mondo bancario
e gli investitori istituzionali;
• fornire consulenza e assistenza ai soggetti interessati;
• coordinare gli interventi in relazione alle specifiche esigenze dei richiedenti;
• valutare forme di intervento diretto del Comune, sia mediante la costituzione di
soggetti disciplinati dalla nuova normativa sia mediante l’istituzione ed il co-
investimento con altri investitori istituzionali (fondazioni) in fondi di investimento
dedicati il cui scopo sia quello di destinare capitale ad iniziative nel micro-credito
sul territorio cittadino.

• Un’Officina / Emporio municipale a sostegno della creatività.

Osserviamo che l’intervento pubblico a sostegno dello sviluppo delle attività


economiche è spesso incentrato sulla determinazione dello “snodo” di smistamento
delle risorse finanziarie.

Riteniamo che tale pratica consenta da un lato di rendere visibile l’intervento e


dall’altro di realizzarne un presidio burocratico “politico”.

A monte della proverbiale scarsità delle risorse, questi obiettivi e questa attenzione al
momento ed al luogo, intesi come somma di procedure, pratiche e regole, degli
interventi ne limitano l’orizzonte operativo e l’efficacia.

Ci domandiamo: è possibile sostenere iniziative imprenditoriali non solo attraverso la


leva finanziaria ma fornendo risposte alle esigenze d’inclusione, di messa in rete, di
confronto e di verifica di mercato che ne costituiscono l’imprescindibile contesto?

Ancora: è possibile realizzare una forma di sostegno qualificabile nell’ambito di un


“fare” e dell’essere essa stessa impresa?

La figura imprenditoriale alla quale ci riferiamo è quella dell’artigiano/artista/creativo,


figura comune nei settori moda, arredamento/complementi d’arredo e design,
caratterizzata da massima disposizione all’intrapresa ed al concreto “fare”.

Il sostegno/offerta è quello di uno “spazio”, di un luogo di lavoro dotato di specifiche


attrezzature che non esaurisca la sua mission appiattendosi sulla realtà del centro
servizi, ma che possa favorire nuove idee attraverso il confronto tra
imprenditori/creativi e lo sviluppo del business attraverso l’individuazione di clienti,
investitori e sponsor. Definiamo questo spazio: officina emporio.
Il “pubblico” fornisce l’immobile, rende disponibili relazioni con il mondo della
formazione e favorisce il contatto con il mondo delle imprese.

Le “imprese” finanziano progetti e affidano agli imprenditori produzioni limitate o ad


hoc.

I “privati” frequentano lo “spazio” per comprare i lavori degli utenti o per commesse
ad hoc.

La pluralità dei soggetti coinvolti nell’intervento ne determinano una natura


semiconsortile e l’insieme dei benefici riservati ai referenti - dal luogo al mercato
(passando da strumenti, relazioni e vetrina) – determinano un superamento delle
forme tradizionali di sostegno.

• Uno “sportello” municipale orientato a favorire il Trasferimento


Tecnologico dai Centri di Ricerca insediati nel territorio.

L’innovazione è il processo che porta alla realizzazione di nuovi prodotti e processi


industriali attraverso una catena di trasferimento tecnologico che mette in relazione
chi “inventa” (tendenzialmente Centri di Ricerca, Università,…) a chi “valida e
produce” (le aziende innovative) con il supporto della finanza dedicata
(principalmente Venture Capital e Private Equity). Milano ha un potenziale non
sfruttato nei settori innovativi, perché concentra in un territorio ristretto non solo i
centri di conoscenza e le imprese innovative ma anche il network della finanza e delle
altre funzioni necessarie per sostenere lo sforzo dell’innovazione.

Nel solo settore Biotech, in forte crescita, fra le 319 imprese italiane del settore il 36%
è localizzato in Lombardia e fra queste la maggior parte proprio nell’area Milanese,
dove pure si concentra la gran parte dei pochi operatori di Venture Capital e Private
Equity italiani.

Le Università ed i Centri di Ricerca milanesi sono, a livello nazionale, quelli che


producono più spin offs accademici (il Politecnico di Milano ne ha sviluppati una
quindicina, UniMilano 22,…) e che possono contare su Centri di Trasferimento
Tecnologico di stampo e livello internazionale (San Raffaele, IEO, Telethon etc)
capaci di rapportarsi con le multinazionali mondiali del Pharma e delle tecnologie,
dando potenzialmente vita ad un bacino di nuova imprenditoria soprattutto giovanile
e di potenziali nuovi posti di lavoro altamente qualificati.

A titolo esemplificativo, sempre nel settore Biotech Milano è riuscita ad attrarre per tre
volte in quattro anni la fiera BIOEurope Spring (BIO: Bio Industry Organization), una
delle “vetrine” di settore più rinomate e qualificate, capace di attrarre da tutto il
mondo i Top Executives delle principali società del settore: tutto ciò grazie alle
eccellenze locali, all’attività di Assobiotech, alla Regione Lombardia, in piccola parte,
senza, però, alcun supporto della Municipalità.

Ancora sul fronte del Trasferimento Tecnologico nell’ambito del settore farmaceutico /
biotecnologico vale la pena segnalare il caso di successo della Fondazione Toscana
Life Sciences (TLS): un’iniziativa non-profit che vede tra i propri stakeholders il
Comune di Siena, la Provincia di Siena, la Regione Toscana, MPS, la Fondazione
MPS, la Camera di Commercio locale ed alcune Università toscane e che, nell’ultimo
triennio, ha dato luogo ad una decina di aziende incubate ed a numerosi progetti di
Trasferimento Tecnologico.

Il Centro-Sinistra che si candida a governare la città dovrebbe proporre l’attivazione


da parte del Comune di Milano di una Tech Transfer Task Force: uno “sportello”
municipale capace di favorire, con continuità e stabilità, il Trasferimento Tecnologico
dai numerosi Centri di Ricerca insediati nel territorio milanese. Le aree di ricerca sulle
quali lo “sportello” dovrebbe focalizzare il proprio sforzo sono quelli delle life
sciences, dei medical devices, dei materiali avanzati, delle energie alternative,
del risparmio energetico e dell’agrofood (Expo).

Premesso che sarebbe esiziale per la riuscita del progetto la selezione di personale
inadeguatamente qualificato e selezionato per vie politico/clientelari, la preconizzata
Tech Transfer Task Force Milanese dovrebbe avere gli obiettivi di seguito declinati.

• Valorizzare in una prospettiva internazionale le eccellenze tecnologiche di


Milano.
• Favorire la creazione d’imprese innovative e conseguentemente di posti di
lavoro altamente qualificati, dando un contributo alla capacità della città a
trattenere i propri “talenti”.
• Agevolare lo sviluppo di una cultura multidisciplinare e capace di “far
parlare”, traguardando le “barriere ideologiche”, la ricerca pubblica e quella
privata.
• Sostenere il Trasferimento Tecnologico a livello territoriale attraverso il
sostegno alla “brevettazione” (patenting) e il contatto fra l’impresa, i
ricercatori e il Venture Capital (domestico e internazionale).

Passando dagli obiettivi strategici a quelli operativi, le principali attività che la Tech
Transfer Task Force dovrebbe svolgere sono le seguenti.

• Gestione ed aggiornamento continuo di un database delle ricerche svolte nei


centri operanti sul territorio nell'ambito dei settori d'interesse (detto database
dovrebbe essere focalizzato sull’archiviazione, per ogni attività censita, di un
"due diligence report" prodotto e costantemente aggiornato dai ricercatori e
"validato / supervisionato" dalla TTTF in modi e forme da qualificare).
• Assistenza operativa e legale (anche in questo caso da qualificare) sul fronte
della “brevettazione” e del percorso di approvazione regolatoria in contesti
sia domestici che internazionali (inclusi, nel caso del farmaceutico le tre ben
note fasi della FDA).
• Gestione dei rapporti con i fondi di Venture Capital sia domestici che
internazionali, attivando uno "sportello" capace di: a) indirizzare i fondi sulle
ricerche con potenziale applicativo e commerciale (e qui l’accesso al
database potrebbe essere produttivo di un fatturato ricorrente per la TTTF) e
b) indirizzare i ricercatori sui fondi.
• Coordinamento con i soggetti che a livello territoriale già supportano il
Trasferimento Tecnologico e l’internazionalizzazione delle imprese (per
esempio alcuni uffici della Camera di Commercio, la Regione Lombardia,
Finlombarda…).
• Consulenza tramite qualificati business analysts ad imprese (in particolare
PMI) ed Istituti di Ricerca sulle dinamiche dei macro / micro settori di
riferimento.
• Marketing territoriale a supporto della visibilità del network degli stakeholders
del progetto (o, come viene chiamato in gergo, dei meta-distretti innovativi
costituiti dalle imprese, dai centri di ricerca, dagli ospedali e dai parchi
scientifico-tecnologici locali).
• Ove presente, la gestione immobiliare di un parco scientifico-tecnologico.

La tecnostruttura dedicata, escludendo lo sviluppo e la gestione immobiliare di


un parco scientifico-tecnologico, richiederebbe il coinvolgimento in via
continuativa di 15/20 risorse qualificate, fra le quali almeno 5, compreso il
General Manager, senior per un costo complessivo ricorrente di circa € 3 Mln
annui.
• Un fondo di Venture Capital municipale capace di fungere da Angel
Investor.

Premesso che 1) nel territorio milanese e più in generale nel nostro paese si registra
un’inadeguata capitalizzazione delle imprese e ancor più una strutturale scarsità di
capitale destinato all’innovazione, 2) la disponibilità di capitale a sostegno
dell’innovazione è un potenziale driver per la crescita dell’economia locale, 3) la
dismissione, per fare cassa, di asset pubblici (mobiliari e immobiliari) è un trend che non
si invertirà anche nell’ipotesi di una vittoria alle prossime elezioni comunali della
coalizione guidata da Giuliano Pisapia.

L’idea dovrebbe essere quella di destinare una parte (da quantificare) delle risorse
rivenienti da future cessioni di attività patrimoniali al finanziamento di uno o più fondi di
“Venture Capital municipale” operanti a livello territoriale.

Tale intento non deve però essere interpretato come un’aspirazione dell’istituzione locale
a trasformarsi in un puro venture capitalist. L’obiettivo non è, infatti, quello di destinare
risorse pubbliche all’integrale finanziamento di progetti imprenditoriali, bensì quello di
intervenire a supporto degli imprenditori innovativi in quel ruolo estremamente delicato
del “venture capital” che nell’esperienza dei mercati finanziari più maturi è sopperita dai
cosiddetti Angel Investors.

La “logica” del Venture Capital è, in ogni caso, quella della diversificazione dei rischi e
dell’attivazione degli adeguati incentivi impliciti in un co-investimento fra un imprenditore
innovativo e un investitore istituzionale (il Fondo di Venture Capital). Se un imprenditore
innovativo presenta a un fondo di Venture Capital un business plan da finanziare di € 10
Mln, come minimo il Venture Capitalist gli chiederà un co-investimento personale di € 1
Mln. La funzione degli Angel Investors è quella di colmare il gap fra la dotazione
personale / famigliare dell’imprenditore innovativo e la richiesta di co-investimento del
fondo di Venture Capital.

Pertanto nella prospettiva delineata del lancio di un fondo di Venture Capital municipale
capace di fungere da Angel Investor l’obiettivo dell’investimento di risorse pubbliche
sarebbe quello di intervenire al fine di abbassare la soglia di accesso, in termini
d’investimento personale dell’imprenditore innovativo, al finanziamento di progetti di
Trasferimento Tecnologico promettenti da parte di fondi di Venture Capital. Un simile
utilizzo delle risorse pubbliche si inserirebbe, quindi, in una logica di partnership
pubblico / privato nell’ambito della quale la validazione del fondo / dei fondi di Venture
Capital veri e propri - del mercato - sarebbe imprescindibile.

Il lancio di un simile strumento finanziario da parte del Comune: a) richiederebbe un


impegno, in termini d’investimento in conto capitale, non inferiore ad € 50 Mln, b) si
proporrebbe di effettuare investimenti nell’ambito delle life sciences, dei medical
devices, dei materiali avanzati, delle energie alternative, del risparmio energetico e
dell’agrofood (Expo), c) implica l’identificazione, in qualità di gestore del fondo, di una
SGR, d) richiede la definizione di una metodologia rigorosa e fondata sul merito ai fini
della scelta dei progetti sui quali intervenire, e) si coordinerebbe pienamente con l’attività
della “sportello” per il trasferimento tecnologico di cui al punto programmatico precedente.