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Harvard College

Library

FROM THE BEQUEST OF

FRANCIS BROWN HAYES


Class of 1839
OF LEXINGTON, MASSACHUSETTS

MUSIC LIBRARY
-

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STORIA j!

DEL VIOLINO

IN PIEMONTE

OEL UOTIWH

FRANCESCO REGLI
DI MILANO
CiTiLIBMt di nù onniM E socio ni varie itcìi-emie

INTITOLATA

A S. M. VITTORIO EMANUELE II
UT-: D'ITALIA

TORINO
TIPOGRAFIA DI ENRICO DALMAZZO
1863
STORIA

DEL VIOLINI

IN PIEMONTE

DEL DOTTOR

FRANCESCO REGLI
DA MILANO
CAVALIERE DI PIÙ 0RDIK1 K SOCIO DI VARIE ACCADEMIE

INTITOLATA

A S. M. VITTORIO EMANUELE II
RE D'ITALIA

TORINO
TIPOGRAFIA DI ENRICO DALMAZZO
1863
Proprietà letteraria
A SUA MAESTÀ

VITTORIO EMANUELE II

RE D'ITALIA
Maestà !

Coi più vivi sensi di gratitudine e col cuore, commosso,


incomincio dal ringraziarvi d'avermi concesso l'altissimo
onore di intitolarvi un mio libro : onore che il Vostro ma
gnanimo Padre già largire mi volle, e che Voi pure non avre
ste saputo negarmi, per l'antichissima ragione che gli Eroi
Sabaudi sono tipi di bontà e di cortesia. Il glorioso Vostro
nome, il nome più caro e più benedetto d'Italia, irraggerà
di luce il mio nuovo lavoro, e sarà per esso il sole che
avviva la terra, la rugiada che rianima il fiore.
D'altra parte, custode della patria storia qual siete, non
Vi spiacerà che io abbia mostrato, come per più di due
secoli la musica folgoreggiasse eziandio nel Vostro Pie
monte, e come vi si conservassero il bello stile e l'amore
di quella pura melodia, che, italiana di nascita, sarà sem
pre un tesoro italiano. Desioso per istinto e per grandezza
d'animo di ridestare nel Vostro Regno ogni gloria ingiù
stamente sopita, vedrete con gioia eh1 io mi sia data pre
mura di diseppellire dei nomi, che l'ingratitudine umana
minacciava d'avvolgere nelle tenebre dell'obblio. Saranno
eglino tanti monumenti per l'Arte... e di Arti, non che di
sublimi ed eroiche virtudi , vive e si nutre l'Italia. JElla
non dimenticherà mai che nel suo seno Michelangelo scolpi
il Mosè , Raffaello pinse il creato, Appiani tratteggiò le
Grazie, Canova emulò i Greci, e Rossini donò le scene di
capi-lavori immortali, dal Barbiere di Siviglia al Guglielmo
Teli, scritto il quale si riposò, come Dio dopo aver fatto
l'universo.
Vendicando obbliate riputazioni, io mi sono parimenti
soffermato su quelle che di sè ancora riempiono il mondo
musicale, non ignorando essere intenzione di Vostra Maestà,
che i forti e segnalati ingegni, a qualunque classe appar
tengano, siano sempre obbietto di larghe e fervide lodi.
I

La Vostra Regal Casa incoraggiò e sorresse in ogni tempo i


letterati e gli artisti, e la Storia incise col suo eterno bu
lino le festevoli accoglienze prodigate da Carlo Emanuele
di Savoia al Chiabrera, al Marino, allo sventurato Fulvio
Testi, e al Cantore della Gerusalemme, in cui, anche nel
l'Ospedale di Sant'Anna, dolce sorgeva la rimembranza
« De' lieti ozii Taurini un di goduti ».
Oltre ciò, io ardeva del desiderio di darVi una pubblica
prova d'ossequio... e i miei voti sono compiuti.
Il cielo Vi conservi per la prosperità d'Italia, che in Voi
riconosce il più grande campione della sua gloriosa epopea,
e permettete eh' io mi dichiari

Della Sacra Maestà Vostra

Umilissimo Devotissimo Servidore


Cav. Dott. FRANCESCO REGLI
Quaule han voci la terra e il cielo e l'onda,
Quanti accenti il dolor, la gioia e l'ira,
Tutto un concavo legno in grembo accoglie.

FELICE ROMANI
IL PIEMONTE MAESTRO DI VIOLINO

Il Piemonte, terra d'eroi, il primo anello della grande catena


che ricongiunse gl'Italiani in un solo affetto e in una sola fami
glia, ha pur pagato il suo obolo alle Scienze ed alle Lettere,
delle quali fu mai sempre adornamento e sostegno. Non è dif
ficile recarne le prove. I Lagrangia, i Plana , i Beccaria , i De-
nina, i Botta, i Gioberti, i Balbo, i Cibrario, i Passeroni, i Ber-
tolotti, gli Azeglio, i Pellico, i Romani ed i Nota danno forza al
mio dire. E basterebbe notare che le vergini del Parnaso eb
bero una decima sorella nell'autrice dell'Ipazia (1): basterebbe
ricordare Vittorio Alfieri,
« La cui fama alcun termine non serra ».
Un'accusa si move al Piemonte, ed è quella di non portare
molta affezione alle Arti, che gli antichi appellavano, nella loro

(1) Diodata Saluzzo, Torinese. Veggansi l'opera del Tipaldo, Gl'Illustri


Italiani, L'Elogio di Francesco Regli, Biblioteca scelta d'Opere Italiane antiche
e moderne di Gio. Silvestri, volume 594, ecc.
sapienza, suore minori delle Muse. Benchè vanti i Vacca, i Se-
vesi , i Biscarra , i Gamba, i Gonin; benchè Carlo Alberto, nuovo
Augusto, nuovo Leon X, invocasse l'ingegno e l'opera dei Ma-
rocchetli, dei Finelli, dei Marchesi, dei Sangiorgio, deiGaggini,
dei Palagi, dei Bellosio e degli Hayez, il Piemonte non potè mai
gareggiare con Roma, Napoli, Firenze, Venezia e Milano, eterni
testimoni della potenza intellettuale italiana , splendidi templi
del Bello. Anche quella sovrana mente del conte Camillo Cavour,
quando il Parlamento Nazionale trattò della Capitale futura, ha
dovuto pubblicamente confessare che i Piemontesi non furono
mai i più caldi amatori delle Arti. E poi parecchi Deputati con
fermarono abbastanza questa dolorosa verità, allorchè decreta
rono che i maggiori Teatri fossero privati del sussidio delle doti;
cosa che generalmente dispiacque, non solo perchè si negasse
un leggiero beneficio alla musica, ma perchè s'avversasse un'Arte
che educa e ingentilisce gl'intelletti ed i cuori, un'Arte che era
appo i Greci nientemeno che la voce della patria , l'Arte su
blime che perfezionossi in Italia. È strano, contrario alle umane
abitudini, che si debba tenere in nessun conto ciò che è più
orrevole ed utile, ciò che forma la nostra riputazione artistica,
una gloria che non abbiamo per anco divisa con le altre nazioni.
Però, nella stessa maniera che sogliamo abbondare nella lode,
abbondiamo nel biasimo, e cosi vien tacciato il Piemonte di nes
suno amore alle Arti, senza por mente eh' e' può dirsi la culla
e la sede del violino. Per codesto istrumento ebbesi qui sempre
un culto particolare non solo, ma vi si tenne aperta per lungo
cumulo d'anni una scuola. Come a fonte secura, accorrevano
ad essa da ogni contrada della Penisola, dal Tamigi, dalla Senna,
dal Tago e perfino dalla Newa, frotte di cultori e di studiosi ;
quindi si diffuse in tutta Europa, a non lieve decoro del paese;
quindi fruttò una ricca ed onoranda serie di maestri e di disce
poli. A viemmeglio persuadere il lettore, varrà osservare come
- 13 -
ógni allievo di violino del Conservatorio di Parigi, quando sta
per compire i suoi studi e vi dà l'esame finale, è obbligato a suo
nare un Concerto di un Piemontese, dell'illustre Viotti , le cui
gloriose tradizioni vivono tuttora in quell'imperiale e si famoso
Stabilimento. I Francesi, quantunque nella loro sterminata am
bizione abbiano sempre preteso di vedere tutto il mondo pro
strato ai loro piedi ; quantunque si chiamino di per se stessi la
grande nazione, non hanno mai sdegnato di cogliere i piii bei
fiori delle nostre sponde, forse perchè le Scienze, le Muse e le
Arti comunicano insieme da un mare all'altro, da questo a quello
emisfero, ed operano un mutuo e perpetuo cambio delle loro
armonie, dei loro lavori, delle loro scoperte. Più fiate i Fran
cesi sono venuti ad accendere il fuoco del loro genio presso i
sommi musici della italica scuola. Essa chiamò nel suo seno i
più celebri compositori d'oltremonte. Piccinni e Sacchini, e più
avanti, Tarchi e Cherubini fecero sentire sulle scene parigine
concenti sino allora sconosciuti. Giammai non fu vista una mag
giore affluenza agli spettacoli pubblici ed a' privati convegni ,
siccome lorquando cantavansi dei brani delle Opere di Cimarosa
e di Paisiello. Da quel tempo la musica francese cangiò al tutto
d'aspetto, e cercò di rivaleggiare con la musica italiana, restan
dole però sempre inferiore.
Per le fin qui ragionate cose, io mi propongo di provare, che
il violino in Europa deve la sua rinomanza di quasi due secoli
e i suoi maggiori trionfi al Piemonte; e perchè il nostro non è
più tempo di ciarle, ma di fatti, perchè a statuire una massima
richieggonsi documenti e non semplici parole, verrò ragionando
a tocchi biografici, e con quella larghezza di notizie che si esige,
dei violinisti piemontesi , accennando le loro opere, valendomi
senza complimenti di tutti gli scrittori che ne parlarono, alter
nando colla storia l'aneddoto, tacendo dei mediocri e non m'oc
cupando che dei celebri, o almeno dei più conosciuti. E per ce-

L' il" . .
— U —
lebri intendo coloro che altamente si segnalarono coi voli del
proprio ingegno e all'aura del pubblico favore, senza intrighi ,
senza umiliazioni, senza abbagliare e sorprendere con diplomi
e con titoli. A que'di, per levar rinomanza di sè, bisognava pos
seder meriti peregrini e reali; faceva mestieri aver pubblicate
opere, e di utilità universale, e non poche. Adesso basta far e-
sporrela propria fotografia nelle bacheche degli Editori di ritratti
che non assomigliano. Cosa veramente ridicola, perchè le ve
trine rigurgitano d'uomini grandi .... e il paese non ha che
mediocrità, con poche eccezioni !
Debbo avvertire che, considerando il Piemonte nella sua an
tica divisione , comprendo per conseguenza il Genovesato , da
cinquanta e più anni sotto l'egida della Casa di Savoia glorio
samente regnante. Dovendo parlare del Regno di Sardegna, non
poteva dimenticare nessuna delle sue parti principali, tanto più
che avrei creduto di commettere un reato, non intrecciando una
ghirlanda d'alloro a, Nicolò Paganini, miracolo dell'arte ed ec
citante colal meraviglia, che talvolta assorbiva persino il diletto.
Se non avessi dovuto rammentarlo per giustizia e per dovere,
lo avrei rammentato per amicizia, per ammirazione, per im
pulso d'amore italiano, per le sensazioni profonde che in me,
non meno che negli altri, soleva destare nei suoi Concerti,
inondandomi il cuore di care memorie, d'immagini lusin
ghiere, di affetti soavi. Genova, sua patria,' possiede con invidia
di tutta Europa il suo arco : quell'arco portentoso che ardita
mente passava e ripassava di corda in corda capriccioso, disin
volto, mutabile, che modulava l'accento d'ogni passione, che in
spirava la gioia e il dolore, che esercitava sui suoi uditori il
fascino dell'incanto. Lo conservi essa in perpetuo.... come l'Italia
dovrebbe gelosamente conservare la penna di Torquato Tasso, lo
scalpello di Canova, il pennello dell'Albano e il bulino di Ben
venuto Cellini.
-15 —

IL VIOLINO RE DEGLI ISTRDMENTI

" Vastissima si è la famiglia degli istrumenti, e il violino n'è il


rege, per quanto anche la viola ed il flauto parlino all'anima il
linguaggio d'amore, per quanto l'arpa sia l'amica degli amanti
e la consolatrice de' vati, per quanto la tromba abbia l'onore
d'annunziare la vittoria al guerriero. Non si conosce precisa
mente l'epoca, in che venne inventato. Secondo alcuni, un po
polo indiano suonò un istrumento musical» (però senza corde)
con un arco di crini, e le Crociate portaronlo in Europa. Vuolsi
pure che antiche medaglie rappresentino Apollo con un istru
mento a tre corde, somiglievole al violino; imperocchè o deg-
giasi attribuire al dio delle Pieridi l'invenzione di esso, od abbia
una qualsivoglia altra origine, farà sempre d'uopo riconoscervi
alcun che di divino. Gli antichi suonavano gì' istrumenti con
una specie d'archetto, ma da parecchi secoli si cessò di farne
uso, e se n' è quindi smarrita la traccia. La forma del violino
ha molta analogia con quella della cetra, e ci farebbe credere
ch'esso altro non sia, se non una cetra perfezionata , la quale
- 16 -
accoppi! alla ricchezza delle modulazioni il prezioso vantaggio
di prolungare i suoni, vantaggio che la lira non offeriva. Il vio
lino già esisteva in Italia, pria che fosse introdotto in Francia
sotto il regno di Carlo IX, nè nulla cangiò della sua forma da
ben duecento sessantanni, rimanendo cosi inlatta quella sem
plicità, per la quale il prestigio de'suoi effetti diviene si prodi
gioso e potente. Bastano le sue quattro corde a dare più di
quattro ottave, per conseguenza una scala diatonica di trentadue
note, e a presentare tutti i mezzi che esigono il canto e la va
rietà delle modulazioni. Mercè l'arco che fa vibrare le corde, e
ne pone in azione parecchie ad un tempo, il violino sposa l'in
canto della melodia a quello dell'armonia. Il suo suono cosi
dolce e si splendido gli assicura la preminenza e l'impero sovra
tutti gli altri istrumenti, e col suo magico segreto di esprimere
il sentimento della passione e di seguire i moti del cuore, ha la
gloria di gareggiare con la voce umana.
Il violino, fatto di sua natura per dominare ne'Concerti e per
servire a tutti gli slanci del genio, assunse i varii caratteri che
imprimer gli vollero i grandi maestri. Semplice e melodioso
sotto le dita di Corelli — armonioso, commovente, grazioso, e
leggiadro sotto l'arco diTartini — nobile e grandioso sotto quello
di Pugnani — amafnle, elegante, soave fra le mani di Viotti —
bizzarro, fantastico, impetuoso, prepotente in balia di Nicolò
Paganini — innalzossi all'altezza delle passioni con quella ener
gia e quella nobiltà, che si addice tanto al posto ch'egli occupa
nelle orchestre, quanto all'impero ch'egli esercita sulle sensa
zioni dell'animo.
Crederà chi legge ch'io voglia sciorinargli una lezione di storia
e di musica, nuovo Argo delle Scienze e delle Arti ; ma io ho
fatte tali osservazioni soltanto per dimostrare l'alta importanza
del violino e di quanto lo ragguarda. Ammessa questa (e parmi
non debba mancare), non sarà il mio libro scevro d'interesse, e
- 47 -
crescerà l'ossequio per la scuola nazionale , epperò pei capì
scuola piemontesi, i quali, sia inspirando la purezza e l'utilità
del loro metodo ai proprii allievi, sia lasciando forbite compo
sizioni e dotti scritti sul movimento, sullo stile, sul gusto, sul
l'appiombo, sul genio d'esecuzione del violino, hanno provveduto
alla sua fama futura, e gli assicurarono una nuova era di trionfi.

Storia del Violino •1


I
- 19 —

CHE INTENDO PER SCUOLA NAZIONALE

E PER CAPI SCUOLA

Ogni popolo ha la sua indole, la sua impronta, la sua fisono-


mia : ogni popolo è agitato da passioni in lui prevalenti sull' altre:
ogni popolo ha bisogni, tendenze, virtù e vizii suoi proprii. Co
sicchè ogni nazione ha nelle Belle Arti un gusto, derivato in gran
parte dalle costumanze civili, religiose, morali, dal proprio suolo
e dal proprio cielo. Pretendere che gl'Italiani ascoltino con en
tusiasmo la musica dei Berlioz e dei Wagner, è un pretendere
che movano guerra a se stessi ; volere che gl'Italiani si elettriz
zino ai drammi tramischiati di terrori e di celie , con dialoghi
eterni e tessuti di vuote parole, quanto il Russo impellicciato
ne' suoi Teatri , è stupidezza , è follia. Le Arti , appo ciascuna
nazione, si rassomigliano nel palesare gli umani affetti con forme,
suoni, movimenti, colori — nel significare le impressioni del
dolore e del gaudio — nell'eccitare i varii sentimenti del bello
e del sublime, e nello appagare la fantasia, la quale da illusioni
estetiche trae inganno dolcissimo nelle dure realità della vita ;
ma per adempire l'ufficio loro non ponno valersi dei medesimi
mezzi, nè camminare per la medesima via. Dal mirar tutte a uno
scopo, e dal loro operare per conseguirlo, in diverse guise , a
seconda delle diverse indoli dei loro paesi , risulla la teorica
della scuola che appellasi nazionale, e che impera e comanda
agli artisti di osservare le leggi fondamentali della convenienza
e dell'ordine, e di spiegare la mente a liberi voli, secondo l'aura
inspiratrice della terra nativa. Gl'imitatori delle straniere od an
tiche bellezze, con le quali noi non abbiamo rapporto alcuno, o
solamente un'antica affinità, levano clamore di sè per lungo vol
ger di tempo, imperocchè quant'è nuovo, è pur curioso e affa
scinante; ma poi i loro lavori cadono nell'obblio, e vengono
posti quandochessia negli ultimi scaffali delle biblioteche, ove la
polvere e i topi compiono il resto. Chi s'occupa ancora dei poemi
latini del Sannazzaro, del Navagero, del Vida? Non dirò che la loro
memoria sia spenta, ma non li leggono che gli eruditi, famiglia
oggidi assai ristretta; quandochè le opere nazionali , le opere
nate con noi e per noi, valgono ad intertenerci piacevolmente,
e rifulgono sempre di più vivida luce. I nostri grandi concitta
dini, scrive uno de'più dotti e rinomati estetici, diedero vita alle
inspirazioni dell'anima loro, da fedeli Italiani, per la gente ita
liana, e il loro nome è la nostra gloria. Dal cantore dei tre re
gni sino a' viventi, i forti intelletti, in tutte le libere Arti, furono
nazionali, lasciando l'incarico dell'imitar fedelmente alla turba
volgare. Una nazione, che non ha un carattere, non è nazione,
ma bensi un aggregato fortuito di enti avviliti, disonestati.
Nè la scuola nazionale ha solo seguaci e cultori. Ella ha pure
i suoi capi-scuola, com'è naturale in un paese, ove il genio non
soffre legami e spazia ardimentoso per l'aere, conscio della sua
potenza, signore financo dei cieli. E precisamente per capi-scuola
intendo coloro che hanno una maniera loro propria, un'impronta
particolare, un genere a sè; non mai coloro che riproducono
— 21 —
quanto sentono, veri pappagalli delle Lettere e delle Arti, plagiarii
per necessità e per istinto. Sono capi-scuola quegli ingegni fecon
datori, che rapiscono a Dio, a cosi esprimermi, la favilla della
creazione : capi-scuola Dante, Tasso, Ariosto, Petrarca, Parini e
Manzoni — Michelangelo e Raffaello — Canova e Thorwaldsen
— Alfieri e Goldoni — Cimarosa e Paisiello, Rossini , Bellini,
Donizelti, e, aggiungerei, Giuseppe Verdi, se non varcasse tal
volta i confini del vero, se non danneggiasse sovente, anzichè
favorirle, le voci umane, alla qual pecca si attribuiscono la
poca o nessuna durata degli attuali nostri cantanti, e il bando
del puro e dolce stile. Sono capi-scuola i sommi che occupe
ranno la maggior parte di queste pagine, i Somis, i Viotti, i
Pugnani, i Paganini, con tutti gli altri astri che faranno corona
a que' luminari della musica istrumentale.
Quando, in sul finire dello scorso secolo, il Piemonte venne
per la seconda volta occupato dai Francesi — quando Carlo
Botta, come uno dei tre membri componenti la Commissione
esecutiva del Governo sotto la presidenza del Generale Jourdan,
promoveva fra gli altri beneficii da lui recati, la fondazione in
Torino d'una scuola di musica — quali nomi ricordava egli a
principale appoggio della sua domanda? I nomi dei Vallotti (1),
dei Pugnani e dei Viotti, salutati esimii da tutta la nazione ,
il che prova in quanto ossequio li avesse anche il grande sto
rico, che Pietro Giordani voleva andare a vedere a Parigi, sic
come quel Gaditano venne dall'ultima Europa a Roma per
veder Livio, nè altri volle in Roma vedere.

(1) Francesco Antonio Vallotti, di Vercelli, espertissimo e dottissimo Mae


stro, che viveva oltre la metà del 1600.
SOME GIOVAMI BATTISTA

Il primo fiore della mia artistica corona è G. B. Somis,


nato in Piemonte nel 1676 da non oscura famiglia, la quale,
anche dopo la sua morte, non poco rifulse per laute fortune e
per titoli. Chiamato dalla natura a sorvolare sugli altri , dotato
d'un'anima che nobilmente sentiva e d*una mente che tutto
comprendeva ed abbracciava, era destinato a segnare un'e
poca di splendore ne' fasti della musica italiana, e la segnò.
Ne' primi anni della sua giovinezza volle recarsi a Roma e a
Venezia: dove Michelangelo, l'Alighieri della scultura e della
pittura, lasciò opere immortali, e innalzò la sua cupola, come
se volesse spingersi in cielo: dove Lord Byron venne a rinvigorire
il suo ingegno, e a gareggiare cogli Italiani nei campi della
fantasia. Lo scopo del viaggio del Somis era quello di conoscere
e di udire i primi suonatori e compositori, che allora mena
vano rumore; e diffatti a Venezia conobbe e vi ammirò il cele
bre Antonio Vivaldi, soprannominato il prete rosso, direttore del
Conservatorio della Pietà, posto che conservò fino alla sua
morte avvenuta nel 1743. Se mi si permette di dimenticare per
un momento il tanto benemerito Somis, riporterò un singolare
aneddoto che del Vivaldi si narra. Celebrando un giorno la sua
Messa quotidiana, gli venne un'idea musicale, della quale fu
oltremodo soddisfatto. Nell'emozione ch'ei ne provava, lasciò
ad un tratto l'altare e corse in sagrestia a farne annotazione,
indi continuò la Messa. Accusato al tribunale dell'Inquisizione,
venne considerato, per sua buona ventura, come uomo che
avesse perduto il bene dell' intelletto , e l'arresto pronunciato
contro di lui si è convertito nel divieto di celebrare la Messa.
Il Somis, lieto d'aver fatta la conoscenza del Vivaldi, e scòrto
d'altronde che il mondo era dovunque ridicolo e maligno, e
sparso fin d'allora più di ciurmatori che di artisti — di gente
che presceglie la penna a danno della vanga, della sega e del
l'incudine, e vuole ad ogni costo nobilitarsi ed elevarsi ai primi
seggi ed arricchirsi — se ne tornò ben presto a Torino, e, se
guendo il suo genio inspiratore, e preso a modello il' Vivaldi,
intese con ogni premura ed alacrità all'arte musicale, alla quale
voleva erigere nella sua natale contrada un nuovo altare.
6. B. Somis non era uomo che s'accontentasse d'imitar gli
altri ; e benchè fosse caldissimo ammiratore anche del Co-
relli, il -creatore della musica istrumentale, si formò una ma
niera tutta propria, quell'aurea ed elegante maniera, di cui si
ha la migliore tradizione ne' suoi allievi il Giardini e il Chia-
bran. Onorando in cotal modo il proprio paese, ed estendendo
ogni di più la sua bella rinomanza, era naturale che il Governo
fissasse gli sguardi sopra di lui, e quindi il Re di Sardegna lo
nominò primo violino direttore della Regia Cappella e Ca
mera.
La Regia Cappella di Torino deve al Somis i suoi primi al
lori. Cosi avesse proceduto per la nobile via, ch'egli le aveva
tracciata! Mai non si sarebbono in essa appalesate vergognose
lacune, alle quali si procurò in questi ultimi anni di porre un
riparo, se non dandole a duce un Maestro di somma valentia
e di stabilita fama, rafforzando almeno la sua orchestra. Torino,
Capitale allora del Regno di Sardegna, ora (benchè provvisoria
mente) del Regno d'Italia, doveva aver sempre a guida della
propria Cappella una delle più fulgide glorie viventi. Saverio
Mercadante, prima che lo colpisse la più fatale delle sventure,
doveva trovarvi la sua nicchia, e cosi Carlo Coccia, che ha in
vece il vanto di possedere la piccola Novara.
A' suoi tempi il nome del Somis risuonava sulle labbra di
tutti gli amatori della divina arte de' suoni , e il violino rice
veva da lui in Piemonte i primi raggi di luce, le prime inspi
razioni, i primi serti. Il violino brillava sotto il suo arco d'in
solito splendore, come istrumento di diletto non solo, ma come
istrumento che accarezza gli affetti e il cuore commuove. La
malignità, certo la più antica delle umane invenzioni, non ri
sparmiava il Somis, ed anzi facevagli a quando a quando sen
tire l'acutezza de' suoi strali ; ma egli non durava fatica a farla
tacere. La sua esemplare probità e poche note del suo violino
erano le armi possenti, con che sapeva annichilirla. Nessuno
poteva negare i servigi ch'egli aveva prestato : nessuno conten-
devagli il vanto e il titolo di riformatore. Egli era tanto disco
sto dai suonatori dell'epoca sua, quanto lo è l'usignuolo can
tante sul fiorente suo nido dalle ranocchie gracidanti nel loro
stagno fangoso. L'alloro, che dalla giustizia de' suoi coevi gli
venne concesso, durerà inviolabile, eterno (1).
Mori nella grave età di ottantaselte anni il 14 agosto 1763 , sic
come risulta dalla consegna dei defunti nella Parrocchia di Corte.

(i) Non si conosce del Somis che un'opera dal titolo : Opera prima
di suonate a violino, violoncello e cembalo, Roma, 1722, in foglio.
GUIGNON GIAN PIETRO

In Torino ebbe la culla : il dieci febbraio del 1702 fu il giorno


della sua entrata nel mondo. È stato l'ultimo a fruire del vano
e ridicolo titolo di re dei violini. Ancora colle rose della giovi
nezza sul volto, arrivò a Parigi, e diedesi allo studio del violon
cello : istrumento che abbandonò ben tosto per dedicarsi al vio
lino, nel quale non tardò ad alzare bella nominanza . Contribui
moltissimo allo sviluppo del suo talento l'essere egli divenuto il
rivale di Leclair. Nel 1733 entrò al servizio del Re, e venne scelto
per dar lezioni di violino al padre di Luigi XVI. Si approfittò della
sua posizione per far rivivere a favor suo i titoli e i diritti di
re dei violini e dei suonatori: ne ebbe la patente il dicianove
giugno 1741. Appena ne fu posseditore, istitui dei regolamenti
per gli organisti e i compositori di musica francesi, che desi
derassero di far parte della confraternita dei suonatori, e im
pose loro il diritto di patente. Con una dimostrazione pub
blica eglino si opposero alle pretese di Guignon il diecinove
— 28 —
agosto del 1747, e ben tosto s'incamminò una lite. Cosi si rin-
novellarono tutte le querele che Dumanoir aveva suscitate molto
tempo prima per lo stesso motivo. Una moltitudine di memorie
e di richieste furono pubblicate da questi e da quello , infino a
che usci la legge del Parlamento che intervenne il trenta mag
gio 1750, e dichiarò senza fondamento la domanda di Guignon.
Si trovano tutti i documenti relativi a tal lite nella conosciuta
collezione stampata a Parigi nel 1741, Recueild'édits, arréts du
conseil du roi, lellres palenles, mémoires et arréts du Parlement,
etc. en faveur des musiciens du royaume. Nel 1773 Guignon
perdette un titolo senza prerogative, e d'allora in poi il violino
non ebbe più re. Laborde impartisce molti elogi alla qualità dei
suoni che codesto artista sapeva trarre con mirabile effetto dal
suo istrumento, e alla leggerezza del suo arco.
Gessò di vivere a Versailles il trenta gennaio 1774 d'un at
tacco apopletico. Egli aveva ottenuta la sua anzianità nella mu
sica dal Re nel 1762.
Si posseggono del Guignon parecchi duetti, terzetti e concerti,
che videro la luce a Parigi.
— ss —

GIARDINI FELICE

Felice Giardini, violinista e compositore, schiuse le luci al


giorno in Torino l'anno 1716.
Fanciullo ancora , venne inviato a Milano per appararvi la
musica, aggregandolo ai piccoli chierici della cattedrale. Pala
dini gli diede delle lezioni di canto, di gravicembalo e d'armonia.
Mostrate avendo alcune disposizioni pel violino, fu mandato dal
padre suo a Torino, e affidato alle cure del Somis, che per molti
anni gli fece studiare le opere di Corelli. Al Giardini però scor
reva troppo fuoco nelle vene per vivere la monotona vita dello stu
dioso , e recossi a Roma nella speranza di potervisi soffermare
ed impiegare; fallitele sue viste, passò d'un tratto a Napoli, ed
entrò nell'orchestra del Teatro.
Egli aveva l'abitudine di caricare la musica di fioriture e d'or
namenti, anche per la parte d'accompagnamento; il Pubblico,
il quale approva tutto quello che momentaneamente lo adesca,
gustava una tale novità, e seralmente applaudivalo. Siffatta
— 30 —
smania gli procurò una severa lezione, che valse a correggerlo.
Egli eseguiva un'Opera di Iomelli; questo maestro venne a se-
dersegli accanto nell'orchestra. Il Giardini, contando sugli elogi
del compositore, cercò sempreppiù di arricchire e d'abbellire
la sua parte; ma ben tosto fu interrotto nella sua mania da
una ceffata, che ricevette dalle mani di Iomelli stesso.
Nel 1744 vide Londra, e il suo arrivo nella popolosa Albione
produsse una viva sensazione. Non vi si conosceva che la ma
niera un cotal poco invecchiata di Festing e Brown, e lo stile
gravissimo del Geminiani: i modi più eleganti, più moderni e
più vivaci del Giardini fecero porre in non cale i vecchi artisti.
Dopo avere pubblicate parecchie opere per violino, diede
all'Opera Italiana Enea e Lavinia, Opera seria, nel 1746, e l'anno
successivo YAmore al villaggio, all'Opera inglese. Nel 1748 il
Giardini apparve a Parigi, ove presentossi col più grande suc
cesso in un concerto spirituale. Ben accolto alla Corte, egli fu
corteggiato dalle donne e come artista, e come uomo.
Dopo diciotto mesi di soggiorno in Francia, redi a Londra, e
vi trovò maggiore e più festevole accoglienza che in passato.
Egli ebbe subito ad allievi le persone più distinte, e la folla
si accalcava per intervenire alle mattinate musicali ch'ei dava
in sua casa. Le sue lezioni e i suoi Concerti procurato gli ave
vano considerevoli somme in breve volger di tempo, e tutto
promettevagli una vecchiaia felice e tranquilla, allorchè gli
venne la melanconia di incaricarsi dell'Impresa dell'Opera Ita
liana nel 1756. Era questo un brutto mestiere fin da quei tempi,
e notisi che allora avveniva ben di rado il caso di defraudare del
proprio gli artisti, e di lasciarli improvvisamente senza pane e
senza tetto. Nell'anno seguente le perdite del Giardini erano già
più che notevoli, allorquando dovette rinunciarvi. L'Impresario
però è spesso come il giuocatore, che si ostina a tentare con
un mazzo di carte la fortuna, e nel 1763 riprese quell'Appalto.
-ài -
Era scritto lassù ch'egli dovesse rimaner vittima della sua osti
nazione, e fini collo sciupare tutto quanto aveva guadagnato nei
Concerti. Per riparare in qualche modo ai danni avuti, tornò ad
insegnare e a dare Accademie.
Toccava il decimo lustro. Usuo gusto d'esecuzione aveva per
duto del suo prestigio, e non trovava più fautori; il regno della
moda è breve... come quello della gioventù, della bellezza e del
l'amore. Il suo talento non gli offeriva le risorse d'un giorno. Anche
l'arrivo del violinista Cramer in Inghilterra contribui a scemare
il favore, di che aveva fruito. Pensò quindi ad abbandonare gli
Inglesi, e, povero come il giorno in cui aveva posto il piede
in quella per lui sciagurata terra, mosse a Napoli, ove, sorretto
dalla protezione di William Hamilton, logorò diversi anni. Egli
mori a Mosca nel settembre del 1796 all'età di ottantaquattro
anni, per una risipola alla gamba sinistra. Il suo ritratto fu
posto in fronte, nel 1765, ai suoi Dodici assoli di violino, inti
tolati al Duca di Brunswick.
Il Giardini aveva un'esecuzione briosa ed attraente, e suonava
l'adagio con espressione e con gusto, con quella leggiadria che
aveva ereditato dal Somis, e che inebbriava e rapiva gli udi
tori. Non si poteva chiamar genio, creatore, inventore (privi
legio che Iddio largisce a pochi suoi prediletti), ma la sua into
nazione era giusta e perfetta, e il suo fare annunziavalo per
esimio artista.
Scrisse pure diverse Opere, ed eccole :
Enea e Lavinia, apparsa nel 1746 a Londra, riprodottasi nel 1764.
L'Amore al villaggio, Opera inglese in un atto (1747);
Rosmita, Opera seria datasi a Londra (1757):
Cleonice, pasticcio, al quale ei prese la più gran parte (1 764);
Siroe (1764).
Del Giardini si conoscono pure parecchi lavori per canto : A
coUection of duetts and catches ; Sei canzoni italiane, con accom
— 32 —
pagnamento di clavicembalo : Duetti dedicati a Lady Rockingham ,
Londra, 1762: Canzoni dedicate alla Duchessa di Marlborough,
Londra. Il suo Oratorio di Ruth venne eseguito a Londra nel
1772 e nel 1787. Nella musica istrumentale di Felice Giardini
rinvengonsi: Sei assoliper violino, Londra: Sei duetti per due vio
lini, Londra: Sei terzetti per due violini e violoncello, Amsterdam,
Hummel : Sei suonate per gravicembalo e violino, Parigi : Tre
concerti per violino, Londra : Tre altri concerti per violino: Sei
terzetti per due violini e viola, Amsterdam, da Hummel: Sei
assoli per violino, Londra: Altri Sei: Sei quintetti per gravicem
balo, due violini, viola e violoncello, ecc. ecc.
Abbiamo pure Dodici assoli in due libri, dedicati al Duca di
Brunswick, Londra, nel 1765, con ritratto dell'autore: Tre ter
zetti per violino, viola e violoncello: sei duetti per violino e vio
loncello: Sei concerti per violino principale, Londra: Sei assoli
per violino: Altri sei: Sei terzetti per due violini e violoncello:
Sei quartetti per due violini, viola e violoncello: Altri sei.
Il Giardini possedeva un violino del Corelli. Prima di partire
alla volta della Russia, lo vendette ad un amatore di Como, chia
mato Ciceri.
CHIABRAN FRANCESCO

Nipote ed allievo del Sorais, nel 1723 sorti i natali in Pie


monte Francesco Chiabran o Chabran.
Nel 1747 faceva parte della musica del Re di Sardegna, e
nel 1751 egli faceva spiccare a Parigi il suo non comune talenlo.
Il violino piemontese cominciava a levar fama di sè anche al
l'estero. Le cure e le fatiche dei Somis e dei Giardini fruttavano
già non pochi lauri all'Italia.
11 Chiabran si consacrò tutto allo studio, fino a che un senso
di vita gli guizzò nelle ossa, per valermi d'un modo del Tom
maseo. Può scriversi di lui quello che è stato scritto di Scipione,
ch'ei non ebbe gioventù; imperciocchè, per tacere del precoce
ingegno da esso manifestato in sull'albeggiare degli anni, amò
sempre l'arte, l'esaminò e la svolse sotto tutti gli aspetti , e
procurò ognora d'addentrarsi nei suoi segreti, impenetrabili
solo per chi si ferma alla superficie, e non cerca di famigliariz-
zarsi con lei, al punto di diventarne il reggitore e il padrone.
Storia del Violino 3
— u —
Ogni Concerto, cui il Chiabran prese parte, si nelle patrie che
nelle straniere contrade, fu per esso un trionfo: fu un onorare
il suo nome e quello del Piemonte. La stampa non istette muta,
come avviene in simili casi ai di nostri, quasichè non fosse un
obbligo del giornalismo registrare tutto che illustra le Arti e le
Lettere: come se l'uomo d'ingegno dovesse mendicare gli elogi,
e non avesse un diritto all'estimazione altrui.
Il Mercurio di Francia, per citare un giornale, nel maggio
del 1751 si esprimeva cosi intorno a un Concerto del Chiabran.
« Les applaudissements qu'il recut la première et la seconde
« fois qu'il parut, ont ètè poussès dans la suite jusqu'à une
« espèce d'enthousiasme. L'exècution la plus aisèe et la plus
« brillante, une lègèretè, une justesse, une prècision ètonnante,
« un jeu neuf et unique, plein de traits vifs et saillans , carac-
« tèrisent ce talent aussi grand que singulier. L'agrèment de
« la musique qu'il joue, et dont il est l'auteur, ajoute aux char-
« mes de son exècution ».
In codeste per fermo non esagerate parole evvi la fotografia,
la fisionomia, il carattere dell'artista, e sono la più bella racco
mandazione che il Mercurio potesse di lui fare alla posterità.
Vennero impresse a Parigi Tre sue opere di suonate per violino,
e Un'opera di concerto per lo stesso istrumenfo, che dall'Arte
riguardansi come un valevolissimo pegno del suo estro e del suo
sapere.
— S5 —

PUGNANI GAETANO

Gaetano Pugnani, capo d'una Scuola di violino, ebbe la vita nel


Canavese, l'anno 1727. Alunno delSomis, ricevette da lui le tra
dizioni di Arcangelo Corelli — il tipo primitivo di tutte le buone
e migliori Scuole di violino — il principe dei musici, siccome
fu scritto appiè della sua effigie posta nel Panteon di Roma, appo
quelle di Sanzio, di Galilei e di Morgagni. Formatasi sul suo
istrumento una riputazione, fece il viaggio di Padova per con
sultare Tartini, e non disdegnò di porsi sotto la di lui direzione,
nella speranza di raffinare e perfezionare il suo talento. Il Re
di Sardegna lo elesse, oltre appena il quarto lustro, per occu
pare il seggio di primo violino nella sua Cappella, e quello di
direttore dei suoi Concerti di Corte. Nel 1754 ottenne il per
messo di recarsi a Parigi, la capitale, in cui tutti gli artisti, ad
onta di un eterno rumore e d'un ciarlatanismo che mal s'addice
all'indole dignitosa e schietta degli Italiani, vanno giustamente
ad inspirarsi. Vi si produsse, e il suo successo è stato trionfale
e compiuto. Dopo un soggiorno di pressochè un anno, visitò
parecchie parti d'Europa, e, fatta non breve sosta a Londra, non
ritornò a Torino che nel 1770. Fu allora che gli si affidarono
le funzioni di capo d'orchestra del Teatro Reale, e fu allora che
aperse una Scuola di violino, divenuta celebre pei tanti valenti
artisti, onde andò lieta, alla testa dei quali devesi collocare il
Viotti. Pugnani si è pur anche segnalato moltissimo come di
rettore d'orchestra, e trasmise questa sua specialità a diversi
dei suoi allievi, fra i quali al Bruni, che diresse l'Opera Italiana
di Parigi nel 1801 e nel 1802. Compositore squisitissimo nella
musica istrumentale, lasciò dei concerti, dei terzetti, dei duetti
e delle suonate di violino, che da tutta la grande famiglia degli
artisti vengono giudicati classici: una parte delle opere sue vide
la luce, un'altra parte rimase inedita. Pugnani scrisse molto per
la chiesa e pel Teatro; in quest'ultimo genere riportò dei successi
veramente clamorosi. I suoi ultimi anni, per l'avvenuta inva
sione delle armate francesi in Sardegna, furono turbati da non
lievi dispiaceri, e, a mo' d'esempio, all'allontanarsi della Corte
dovette perdere il suo stipendio e la pensione. Spirò a Torino
nel 1803, all'età di sessantasei anni. Egli aveva un nobile
aspetto, e il mondo avrebbelo annoverato fra gli uomini più
avvenenti, se la prodigiosa dimensione del suo naso non gli
avesse guastata la regolarità degli altri tratti del volto.
La sua esecuzione brillava per la nitidezza del suono, per una
maniera larga e tutta fuoco, e per una rara varietà nel maneggio
dell'arco. La sua natura portavalo più allo stile grande, che alle
cose dilicate e graziose.
Fra i suoi allievi vuol essere annoverato Luigi Borghi; egli
era non solo valoroso violinista, ma abilissimo Maestro, e visse
quasi sempre a Londra.
Si enumerano fra le Opere Teatrali del Pugnani :
Issea, Cantata drammatica per nozze, 1771;
— 37 —
Tamas Koulikan, Opera seria, rappresentatasi a Torino nel
1772;
L'Aurora, Cantata pel matrimonio del Principe di Piemonte,
1775;
Adone e Venere, Opera seria, datasi in Napoli nel 1784;
Nanetla e Lubino, Opera buffa, prodottasi a Torino, nel 1 784;
Achille in Sciro, Opera seria, pure rappresentatasi in Torino
nel 1785;
Demofoonte, Opera seria, e parimenti scritta per le scene
Torinesi;
Demetrio a Rodi, nella fausta circostanza del matrimonio
del Duca d'Aosta:
Correso e Calliroe, Ballo eroico, apparso nel 1792.
Nove concerti di violino conosconsi del Pugnani, ma il primo
solamente è stato stampato da Sieber a Parigi.
Fra le sue altre composizioni istrumentali si notano varie
Suonate per violino, stampate in Parigi da Troupenas, da Sieber
e Frey. Si contano dei Duetti a due violini , dei Terzetti a due
violini e violoncello: Sei quartetti a due violi^, viola e violon
cello : Sei sinfonie per due violini, viola e violoncello : Sei
quintetti per due violini, due flauti e violoncello, ecc. ecc.
Se quest'insigne violinista e compositore abbia ben meritato
della patria, lo dicono le opere sue, e lo confermeranno i po
steri , che col loro ossequio suggelleranno l^pa fama, e che,
forse di noi più giusti e più generosi , non lo lasceranno senza
un monumento.
— 39 -

GANAVASSO ALESSANDRO E GIUSEPPE

In un vecchio opuscolo che mi balzò a caso alle mani, e che rin


venni presso un venditore di libri o piuttosto di carta (chè i libri
si pagano a norma del peso), sono mentovati due artisti piemon
tesi, nominati Canavasso, che io credo torinesi.
Non è indicata l'epoca della loro nascita.
Essi eransi stabiliti a Parigi verso il 1735, e vi si trovavano
ancora nel 1753.
Il primo, Alessandro, violoncellista, pubblicò un libro di suo
nate pel suo istrumento.
Il secondo, Giuseppe, spiegava un distintissimo talento sul
violino. Egli stampò bellissime suonate per violino solo, e II So
gno, breve cantata.
Altro non posso aggiungere ; il Fètis stesso noh ne sa più di
me, nè di quell'opuscolo. Fino a que' tempi il mondo soleva oc
cuparsi ben poco degli artisti, i quali, generalmente, non hanno
*

— 40 —
di che spendere, e vivono e muoiono nella loro modestia, nel-
l'obblivione, nel silenzio. Per le illustrazioni in verso od in
prosa, pei busti in gesso, per le fotografie, per le incisioni, pel
le litografie, per le strenne di lusso, vi vogliono danari (do
mandatelo a certi artisti dai grossi anelli), e la fortuna non di
spensa i suoi doni a chi li merita, ma a chi li chiede.
— ti -

GALEAZZI FRANCESCO

Continuando a scerre i migliori e più noti violinisti pie


montesi, com'ape
« intenta
Solo i dolci a sorbir celati sughi »
mi si presenta non ultimo Galeazzi Francesco, che nacque in
Torino nel 1738. Uno di coloro che temono l'antico detto, nemo
prophela in patria, mosse a Roma, e vi elesse la sua dimora
nella qualità di professore di violino, e quale compositore di
musica istrumentale. Pel non breve corso di anni quindici se
dette a quel Teatro Valle come primo violino. Si ha di questo
artista un libro eccellente in due tomi : Elementi teorico-pratici
di musica, con un saggio sopra l'arte di suonare il violino ana
lizzata, e a dimostrabili principii ridotta: opera utilissima a
chiunque vuol applicare con profitto alla musica, e specialmente
ai principianti, dilettanti e professori di violino, Roma, 1791,
1796. Lichtenthal, il chiarissimo autore del Dizionario e Bi
— 42 —
bliografia della Musica, prese un granchio nel credere una se
conda edizione il volume secondo.
Quest'opera tratta degli elementi musicali e dell'arte di suo
nare il violino, della storia della musica, dell'armonia, del contrap
punto e della melodia, e basterebbe essa sola a raccomandarlo
a' venturi. Nei tempi però, in cui viviamo, si leggono ben poco
lavori simili : o, a meglio dire, non si leggono che giornali ed
opuscoli di circostanza, coi quali, ammessa qualche eccezione,
si disimpara la lingua materna. I nostri giornalisti politici odiano
la Crusca, come gli abbonati che non pagano ; menano colpi di
sciabola a dritta e a sinistra, azzardano qualche temerario pen
siero, che spesso non è nemmeno farina del loro sacco, e poi,
se non sono proclamati celebri dagli altri, si proclamano tali di
per se stessi , risparmiando a' loro contemporanei un tale di
sturbo. Non leggendo che giornali, l'eleganza dello stile italiano
sparirà come tante altre cose..., e dei classici non rimarrà che
una lontana e confusa memoria. Qualcuno de' miei lettori mi
chiamerà atrabiliare..., e pazienza! Poichè il discorso è caduto
su questo argomento, io vorrei veder preferita anzi tutto l'edu
cazione del cuore e dell'intelletto ; vorrei si leggessero tutte le
opere utili ed istruttive, e si frequentassero
« . . . le de' libri altere
Pareti che del vero apron la luce »
come diceva il Cantore del Giorno nella famosa sua Ode, La
Gratitudine.
CONFORTI ANTONIO

Fra gli allievi del Pugnani merita ammirazione ed ossequio


Antonio Conforti, abilissimo violinista. Egli era piemontese, e
nato nel 1743. Carlo Burney — uno de' più dotti scrittori della
parte musicale dell'Enciclopedia Inglese — autore di tante opere
teorico-pratiche, d'una Vita di Pietro Metastasio e d'altri lette
rati e poeti — dopo avere percorsi i Paesi Bassi, l'Olanda e l'A-
lemagna — trovò a Vienna (1772) il Conforti, che colà aveva
stabilita la sua dimora e che godeva di una chiara fama.
Questo violinista non pensò solo a rendere sempre più fiorente
e copioso il numero dei cultori del suo prediletto istrumento,
ma si adoperò eziandio ad illustrarlo con composizioni che da
gli amici della musica tuttora si ricordano con amore, come
alcune Suonate per violino che lasciò in un manoscritto.

(1) Il da me più volte citato Fétis dice Conforto, ma vengo assicurato


che era Conforti.
-te -

VIOTTI GIOVANNI BATTISTA

Illustre capo della scuola dei violinisti moderni, bebbe il Viotti


le prime aure di vita il 23 maggio 1753 a Fontanetto, nelle adia
cenze di Crescentino, provincia di Vercelli, in Piemonte.
Il padre di lui, maniscalco, suonava il corno. Egli fece imparare
al giovine Viotti gli elementi della musica. Questi palesava di
già la sua vocazione all'età di otto anni col piacere che provava
a suonare un piccolo violino, statogli comperato alla fiera di
Crescentino. Verso il 1764, un avventuriere chiamato Gio
vanni, che suonava bene la chitarra ed era buon musicante, si
stabili a Fontanetto, e si incaricò della educazione musicale
di Viotti: ma, dopo avergli dato delle lezioni per un anno, eif'u
nominato suonatore a Ivrea, ed il suo discepolo si trovò ancora
abbandonato ai suoi proprii sforzi, non avendo altro mezzo per
istruirsi, se non che la lettura dei libri elementari di musica. Un
caso fortunato lo trasse finalmente da una situazione cosi poco
favorevole allo sviluppo dei suoi talenti naturali. Nel 1766, un
certo suonatore di flauto, per nome Giovanni Pavia, venne in
vitato a recarsi a Strambino, piccola città della provincia d'Ivrea,
— 46 —
col padre di Viotti, per la festa del Santo protettore. Colle sue
preghiere ottenne egli che questi vi conducesse il proprio figlio.
Dopo la Messa, che fu cantata in musica, l'orchestra, di cui il
giovine Viotti faceva parte, si recò dal Vescovo per suonare una
sinfonia alla sua mensa. Questo prelato (monsignor Francesco
dei marchesi di Rorà, poscia Arcivescovo di Torino), grande
amatore delle Belle Arti, osservando la grazia, colla quale il fan
ciullo adempieva il proprio dovere, si senti rapito dal fuoco che
brillava nei suoi sguardi e dall'inspirato suo aspetto. Ei gli disse
che voleva formare la sua fortuna, e gli chiese se voleva irsene
a Torino a perfezionarsi. Viotti e suo padre avendo a ciò as
sentito, il Vescovo diede loro una lettera di raccomandazione
per la marchesa di Voghera, la quale cercava un compagno di
studi a suo figlio, Alfonso Del Pozzo, principe della Cisterna,
allora prossimo al quarto lustro.
Poco soddisfatta di vedere che il Vescovo d'Ivrea non le aveva
inviato che un ragazzo, la marchesa di Voghera si disponeva
a rimandarlo ài suoi parenti con un regalo; quando Celognetti,
musico rinomato della Cappella Regia, entrò nell'appartamento,
ed insistette per sentire colui che era cosi ingiustamente reietto.
Esso gli presentò una suonata di Besozzi , che venne eseguita
nel momento stesso con una franchezza ed una fermezza che
avrebbero fatto onore ad un professore esperimentato. Ai com
plimenti che gli furono fatti, Viotti rispose nel suo dialetto ver
cellese : « Benpar sussi a l'è niente (ciò è ben poca cosa). » Per
mortificare il suo piccolo orgoglio, dice il principe, gli fu data
una difficile suonata di Ferrari, ed egli suonò cosi bene, che
Celognetti, compreso d'ammirazione, s'oppose formalmente alla
sua partenza.
« Conoscete voi il Teatro? disse egli al giovine virtuoso.
« No, signore ». —
« E che ! voi non ne avete alcuna idea? —
- 47 —
« Alcuna ». —
« Venite; io vi ci voglio condurre ».
E diffatti lo condusse nell'orchestra, dove ciascuno rimase
meravigliato, sentendolo suonare tutta l'Opera a prima vista,
con tanta esattezza ed intelligenza degli efletti, come se egli
avessela studiata con cura.
Quel giorno era decisivo per lui. Di ritorno al palazzo, fu in
terrogato su ciò che aveva trovato di notevole : afferrando tosto
il suo violino, egli suonò tutta l'introduzione ed i motivi prin
cipali con una vivacità, con un fuoco c con un entusiasmo, che
appalesavano quanto potevasi aspettare da lui. Era quella una
esplosione del talento. « Si fu allora, continua il principe, che,
rapito da un genio cosi naturale , io mi decisi di fare ciò che
abbisognava, affinchè tante belle disposizioni non riuscissero
infruttuose. Io gli assegnai un alloggio nel mio palazzo, e gli
diedi per maestro il celebre Pugnani. L'educazione di Viotti mi
costò più di venti mila franchi ; ma a Dio non piaccia che io
pianga il mio danaro! La vita di un simile artista non potrebbe
essere abbastanza pagata ».
Non è una circostanza mediocremente felice che per un di
scepolo come Viotti siasi trovato un maestro simile a Pugnani.
È nolo quale larghezza e quale grandiosità di concepire carat
terizzassero questo violinista. Qualità si preziose, base di un ta
lento reale, furono da esso inspirate al suo allievo, il quale, ag
giungendovi quello che eravi in lui, cioè il brio, l'eleganza e la
fantasia, formò di sè l'artista più perfetto che si fosse unqua mai
posseduto insino allora. Durante il corso dei suoi studi, Viotti era
stato nominato violinista della Cappella Regia. Egli lasciò un
tale impiego per viaggiare col suo maestro. Partito da Torino
al fiorir delle rose, nell'aprile del 1780, percorse l'Alemagna,
si fermò alcun tempo a Berlino, poi visitò la Polonia e la Russia.
Eroe che dovunque meravigliava, dovunque eccitò entusiasmo.
L'Imperatrice Catterina lo colmò di magnifici doni, e volle, ma
invano, ritenerlo al suo servizio. Un altro viaggio a Londra, in
trapreso col Pugnarli, non fu men vantaggioso alla sua fama
che alla sua fortuna. Non mai alcun istrumenlista aveva prodotto
somiglievole effetto. La stessa riputazione di Geminiani fu eclis
sata da quella che Viotti si fece in Inghilterra. Alcuni Lòrds,
caldissimi amatori di musica, desideravano di fissarvelo; ma egli
voleva viaggiare ancora prima d'impegnarsi, e parli per Parigi.
Giunto in questa città, si separò dal suo Maestro, il quale fu
sempre per lui l'oggetto della più tenera riconoscenza.
L'esordire di Viotti nel Concerto spirituale, l'anno 1782, pro
dusse un effetto che tornerebbe arduo il descrivere. Non mai
erasi udita cosa che s'accostasse a tanta perfezione; non mai
artista aveva spiegato un suono più bello e più nitido, una
eleganza cosi sostenuta, una vivacità ed una varietà somiglianti.
L'immaginazione, che brillava nei suoi Concerti, accresceva il
diletto ch'ei procurava al suo uditorio, imperocchè le sue com
posizioni di violino erano cosi superiori a quanto conoscevasi
prima, come la sua esecuzione era al dissopra di quella dei suoi
rivali. Appena si conobbe questa bella musica, la voga dei con
certi di Jarnowick disparve, e la scuola francese del violino
entrò in una via più larga. Il Concerto spirituale era allora il
solo, in cui uno potesse farsi sentire in pubblico a Parigi; tut
tavia Viotti non vi suonò che due anni. Con una educazione
musicale poco avanzata, quale era in allora quella degli amatori
che frequentavano quei Concerti, il Pubblico si mostrò talvolta
bizzarro e capriccioso nei suoi gusti: esso ne ebbe uno, che fu
cagione del ritiro del grande artista, nel 1783. Un giorno della
settimana santa di quell'anno eravi poca gente nella sala ; e
siccome ciò succede sempre in simile circostanza, una certa
freddezza si sparse in tutta l'adunanza. Sebbene Viotti vi avesse
dispiegata la solita potenza d' esecuzione , egli produsse poco
effetto. Alla domane vi fu folla al Concerto. Un violinista, la
cui perizia non poteva porsi a paraggio colla sua, vi eseguì un
rondò eccitante il più vivo piacere, con un tema volgare analogo
alle arie del vaudeville francese. Codesto brano, [richiesto, è
stato oggetto di discorsi in tutte le conversazioni per otto giorni.
Viotti non mosse lagno, ma, profondamente ferito nel suo or
goglio, leone che non sofferiva insulti nè beffe, prese da quel
punto la risoluzione di non più suonare a Parigi nei Concerti,
e d'allora in poi non fuvvi più udito se non in privati ritrovi.
La Regina Maria Antonietta, la quale amava appassionatamente
la musica, si era dichiarata proteggitrice del Viotti. Essadiedegli
il titolo di suo accompagnatore, e gli fece ottenere una pensione
di sei mila franchi sulla cassetta del Re. Nell'estate del 1783
Viotti risalutò la sua patria, e rivide Fontanetto per l'ultima
volta. La cura di assicurare la sorte di sua famiglia era il mo
tivo principale del suo ritorno in quel luogo. Acquistò una
possessione a Salussola, e vi stabili suo padre, il quale non frui
a lungo di quello stato di agiatezza, sendo morto l'anno se
guente. Reduce a Parigi nel 1784, Viotti vi godette la stima, di
cui gioiscono gli artisti di alta levatura. La pubblicazione dei
suoi primi concerti estese tostamente la sua riputazione non
solo nelle provincie di Francia, ma in tutta l'Europa, dove se
ne moltiplicarono le edizioni.
A quest'epoca alcuni grandi signori, come i Principi di Conti,
di Soubise e di Guèmenè, avevano un'orchestra al loro stipendio,
e vi fissavano gli artisti i più distinti. Il posto di capo d'or
chestra del Concerto del palazzo di Soubise divenne vacante
poco tempo dopo il ritorno di Viotti. Berthaume (1), violinista di

(1) Nel 1789 dirigeva l'Orchestra AelYOpéra-Comique a Parigi, e nel 1791


si stabilì a Pietroburgo, ove venne nominato primo violino della musica
particolare dell'Imperatore, e dove morì H20marzol802. Egli aveva fatto
serii studi sugli antichi violinisti italiani e francesi.
Storia del Violino 4
— 50 —
talento, conosciuto per la sua abilità, nella direzione della musica
d'orchestra, si pose nel novero dei candidati presentatisi ad ot
tenerlo, e l'avrebbe senza dubbio vinta sui suoi rivali, se non
avesse avuto Viotti a competitore. Vinto da esso, ei non potè
pretendere che di secondarlo come primo violino. Più tardi,
l'illustre violinista piemontese stabili in casa sua delle matti
nate di quartetti, nei quali esercitava i suoi allievi. Colà provava
la più parte dei suoi concerti con una piccola orchestra. È da
annotarsi che dopo il sesto, lino al quattordicesimo, egli non ne
esegui alcuno nei pubblici Concerti, nè li fece sentire che in
quelle società, od in altri convegni particolari. Lo stesso av
venne delle sue due belle sinfonie concertate per due violini,
che suonò dalla Regina con Imbault, violinista francese poco
degno di misurarsi con lui, e che le fece quindi sentire con
Gervais al Concerto spirituale. Legato in amicizia con quanto
eravi di più segnalato nelle alte classi della società, e fra i
letterati e gli artisti d'ogni fatta, Viotti si era creato un uditorio
elettissimo, del quale ha avuto mai sempre bisogno d'allora in
poi per abbandonarsi al suo entusiasmo. Ciò che si chiama esal
tamente il Pubblico, la massa, gli inspirò sempre una specie di
dispetto, o meglio di rabbia. Siffatta disposizione d'animo, che
oggigiorno passerebbe per ridicola, aveva la sua origine nel fa
scino del mondo elegante, che a quell'epoca creava i successi
e le rinomanze. Più tardi Viotti non comprese la mutazione
ch'era avvenuta nella società francese ed anche europea ; non
s'accorse che la fama degli artisti non aveva più altra sorgente,
altro appoggio, se non quelle masse ch'ei disdegnava; infine,
quando la malvagia fortuna lo colpi coi suoi strali, ignorò che
con un ingegno siccome il suo eranvi nel Pubblico ben maggiori
mezzi di riparare ai suoi disastri, che non in ardite specula
zioni. Egli non viaggiò mai per dare Concerti; mai non ha cer
cato il romore della voga, e fu a gran pena che si decise a
suonare per alcuni artisti al Conservatorio, lorchè ritornò a Parigi
nel 1802, in tutta la potenza del suo valore.
Nel 1788, Lèonard, parrucchiere della Regina, ottenne, colla
di lei protezione, il privilegio d'un Teatro d'Opera italiana. Egli
fu abbastanza avveduto per capire che non ne avrebbe tratto
profitto, se non coll'associare ai suoi interessi quelli di un uomo
dotato di cognizioni speciali: e gettò gli occhi su Viotti, il quale,
sgraziatamente per la sua carriera d'artista, accettò tale pro
posta. Il sommo violinista era certamente divorato dalla brama
di dirigere un Teatro, e fu vista una petizione firmata da lui
per ottenere l'appalto dell'Opera francese; essa portava la data
del 1787. La sua prima cura, dopo che ebbe accettata la dire
zione del Teatro Italiano, fu quella di radunare dei cantanti di
alto merito. Non mai un tale assunto fu meglio adempito, poichè
al Viotti si dovette l' incomparabile riunione dfMandini (1), diVi-
ganoni (2), di Mengozzi (3), diRaffanelli (4), della celebre Banti (5)
e della Morichelli (6). Questa Compagnia esordi nel 1789 alle Tui-
leries, e beò gli eletti amatori sino alla fine del 1 792. Viotti, il quale
dirigevala, erasi unito a Cherubini, di fresco giunto a Parigi, e

(1) Mandini Paolo, celebre tenore, nato in Arezzo nel 1756, esordì a Bre
scia nel 1777 come mezzo carattere, indi spiegò grande valentia come te
nore serio. Milano, Torino, Parma, Bologna, Roma, Parigi, Berlino, Vene
zia lo colmarono d'ovazioni.
(2) Veggasi il Dizionario Biografico del Regli.
(3) Mengozzi Bernardo fu cantante e compositore distinto, ed era nato a
Firenze nel 1758. Fra le sue Opere, sono conosciutissime L'Isola disabitata,
! due Visir, Un fallo per amore, Oggi, Isabella di Salisbury, Il Quadro par
lante, ecc., rappresentatesi a Parigi.
(4) Veggasi il Dizionario Biografico di Francesco Regli.
(5) Idem.
(6) Anna Morichelli-Bosello segnò un'epoca fra le cantatrici del suo
tempo, e nel 1 781 si produsse a Milano col più brillante successo.
— 52 -
diventato suo amico. L'illustre Maestro s'incaricò della disposi
zione delle Opere, e della composizione dei pezzi che bisognava
aggiungervi. Viotti compose la sua orchestra d'artisti eccellenti, e
la fece dirigere da Mestrino (1). Nel 1790, quando la Corte ritornò
da Versailles ad abitare il castello delle Tuileries, l'eccellente
Compagnia italiana fu costretta a rifugiarsi in una catapecchia
chiamata il Teatro della Fiera di S. Germano. Ma l'impossibilità
di rimanervi a lungo indusse Viotti ad associarsi con Feydeau-
de-Brou, Intendente di varie provincie di Francia, per la co
struzione d'un Teatro, al quale questi diede il suo nome, e che
non fu distrutto se non da pochi anni. Nell'alta società si rin
vennero diversi azionisti per la costruzione di tale Teatro, e
vennero in essa riuniti l'Opera italiana e il dramma musicale
francese. L'apertura avvenne in sull' esordire del 1791, e dap
prima l'operazione sembrò riuscire, ma bentosto le vicende
della Rivoluzione diventarono più frequenti e più gravi, e l'emi
grazione trascinò fuori di Francia una parte degli azionisti del
nuovo Teatro; rimaso quasi solo, Viotti si vide inghiottite tutte
le sue economie. Dopo la presa delle Tuileries, nell'agosto del
1792, gli artisti Italiani si dispersero, e Viotti, rovinato, dovette
ripararsi in Inghilterra. Quando vi giunse, i Concerti di Han-
nover-Square, diretti da Salomon, erano in tutta la loro voga.
Viotti, avendo deciso di cercar nuovi mezzi nel suo talento, vi
si fece sentire in nuovi concerti, espressamente composti. Questi
concerti, riservati all'eletta della società, non gli inspiravano la
stessa ripugnanza delle altre pubbliche riunioni.
Tuttavia novelli dispiaceri aspettavamo a Londra, poichè fra

(1) Mestrino Nicola nacque nel 1750, non a Mestre, nel Veneto, come
stamparono Coron eFayolle nel loro Dictionnaire historique des musicims,
ma bensì a Milano. Era un gran musico. All'età di 38 anni era stato al
servizio del Principe Esterhazy come primo violino.
— 53 —
i nobili emigrati francesi che colà si trovavano a torme, circolò
il romore che il partito rivoluzionario di Francia lo avesse ado
perato come agente secreto in varie occasioni. Nulla era meno
l'ondato di simile accusa ; nulla era meno conforme ai pensa
menti dell'artista, quanto le orgie popolari, di cui la Francia
fu teatro a quei giorni; ma egli è verosimile che il favore con
cesso a Viotti dal Duca d'Orleans fosse l'origine di tale calunnia.
Checchè ne sia, una riprovazione cosi disdegnosa e così insul
tante fu la conseguenza di quei rumori ; sicchè, costretto a ce
dere alla procella, Viotti si rifugiò in una casa di campagna appo
Amburgo, dove visse sino al luglio del 1795. Ei vi compose al
cuni dei suoi più bei dueti di violino; genere di musica, in cui
il suo genio non si manifestò con minor vantaggio che nei Con
certi. Cosa strana! Mentre egli si abbandonava al dolore della
solitudine, e tutto sentiva nel cuore quanto Zimmcrmann e i
poeti ne dissero, non gli venne neppure alla mente di rientrare
nella sua carriera d'artista: non rimembrò ch'egli possedeva
un ingegno, del quale non aveva l'eguale l'Europa. Il timore
dell'agitazione, il bisogno d'una vita calma e della dolce inti
mità di alcuni amici, gli facevano sospirare l'istante, in cui,
riconosciuta la sua innocenza, ei potrebbe rivedere l'Inghilterra.
Una rispettabile famiglia, la quale avealo accolto al suo arrivo
a Londra, era in certa guisa diventata per lui il mondo intiero.
Egli potè finalmente ricongiungersi ad essa, e più non la lasciò
durante quasi venticinque anni. Condannatosi egli stesso all'oblio
del Pubblico ancor più che non aveva fatto sulla Senna, non si
fece più udire che dai suoi intimi, e non iscrisse che per sè
e per loro l'ultima serie dei suoi concerti, designata con lettere:
ammirabili composizioni, che assicurano la sua immortalità, e
che non furono ancora eguagliate. Interessatosi in un commercio
di vini, Viotti vi attinse i mezzi necessari alla vita, e vi attese
giornalmente, non s'occupando della musica se non come d'una
— 54 -
distrazione, quantunque non perdesse nulla del suo genio, nè
del suo artistico fuoco.
La troppo breve pace d'Amiens avendo rota la barriera che
si frapponeva tra la Francia e l'Inghilterra, Viotti potè soddisfare
il vivo desiderio ch'egli provava da lunga pezza, di redire a
Parigi e riabbracciare gli amici che vi aveva lasciato. Vi giunse
nel 1802, col fermo proposito di non vi si far sentire; ma non
potè resistere alle preghiere di Cherubini, di Garat, di Rode,
suoi antichi amici o discepoli, e degli altri professori del Con
servatorio. Si fu nella piccola sala di quella scuola che risuo
narono sotto le sua dita le belle inspirazioni del suo genio.
Quasi venti anni erano trascorsi, dacchè egli aveva cessato di
suonare al cospetto di un Pubblico, e da più di dieci anni aveva
abbandonato il suolo della Francia. Nuove scuole erano state
fondate dopo la sua partenza, nuove celebrità erano sorte. Lo
credevano vecchio, esausto di forze, impotente. Per la massima
parte dei giovani il nome di Viotti era diventato nome storico,
e non sembrava più appartenere ad un essere vivente: egli si
fece udire, e le più belle realtà apparvero in luce. Aveva ancora
lo stesso fuoco, la stessa vivacità, lo stesso gusto, la stessa gran
diosità, in lui altre volte ammiratisi ; lo stile delle sue compo
sizioni si era aggrandito e perfezionato.* Fu in codesto viaggio
che Viotti fe' conoscere a Parigi i suoi deliziosi concerti, desi
gnati dalle lettere A, B. C, ecc., i suoi terzetti, e varii altri
lavori. Dopo alcuni mesi trascorsi in quella città, tornò in In
ghilterra, d'onde non si mosse che nel 1814. Questo ritorno non
fu che un viaggio; ma ei si stabili a Parigi quattro anni dopo. No
minato Direttore dell'Opera nel 1819, non indietreggiò di fronte
alle difficoltà di questo impiego, ma logorò il resto della sua vita in
una lotta inutile contro la decadenza allora troppo manifesta
di quel Teatro; decadenza che doveva avere il suo corso, e che
era la conseguenza della natura delle cose. Il male ch'egli non
potè impedire fu a lui imputato, e si fini col togliergli il posto
(nel 1822), concedendogli una pensione di sei mila franchi. 11
dolore che ne ricevette, unito a quello cagionatogli dalla per
dita di un fratello, fini di alterare la sua salute. Egli si provò
a viaggiare per distrarsi, ma mori a Londra il 10 marzo del
1824, varcato appena il settantesimo anno. Non aveva fatto
che un solo viaggio in Italia, nel 1788, in età di trentacinque
anni, quando vi andò a scegliere gli artisti che composero la
famosa Compagnia dei Buffi del 1789.
Di questo celebre uomo si hanno le produzioni seguenti:
1. Concerti: 1° in ut maggiore; 2° in mi maggiore; 3° in la
maggiore; 4° in re maggiore; 5° in ut; 6° in mi minore;
7° in mi maggiore; 8° in re; 9° in la; 10° in si bemol (questi
dieci Concerti furono incisi da Sieber, a Parigi); 11° in la,
presso Imbault; 12° in si bemol, ivi; 13° in la, presso Sieber;
14° in la minore; 15° in si bemol; 16° in mi minore; 17° in
re minore; 18° in mi minore; 19° in sol minore (tutti questi
ultimi Concerti furono pubblicati a Londra); 20° in re maggiore,
a Offenbach, presso Andrè ; 21° lettera A, in mi minore, Pa
rigi, presso Frey; 22° lettera B, in la minore, ivi; 23° let
tera C, in sol, ivi (questo Concerto, noto sotto il nome di John
Bull, fu prima scritto pel piano-forte, poi aggiustato pel violino);
24°, lettera D, in si minore, ivi; 25°, lettera E, in la minore,
ivi; 26° lettera F, in si bemol, ivi ; 27° lettera G, in ut,
presso Janet; 28° lettera H, in la minore, ivi; 29° lettera I
in mi minore, ivi. — IL Concertanti per due violini: 1° in fa,
Parigi, Imbault; 2° in si bemol, Parigi, Naderman. — III. Quar
tetti per due violini , viola e contrabbasso : Tre quartetti,
libro 1°, Parigi, Leduc; tre idem, libro 2°, ivi; tre idem,
op. 22, Lipsia, Breitkopf; sei idem, composti di arie conosciute
e variate, libro 1° e 2°, Parigi, Imbault; tre idem, lettera A, Pa
rigi, Frey; tre idem, in fa, si bemol e sol, Parigi, Janet. — V. Ter
— 56 —
zbtti per due violini e violoncello: Sei terzetti, libro 1° e
2°, Parigi, Naderman; tre idem, op. 18, ivi; tre idem, op. 19,
ivi. — V. Duetti per due violini: Sei duetti, op. 1, Parigi, Boyer;
sei idem, op. 2, ivi; sei idem, op. 3, libro 1" e 2°, Parigi,
Porro; tre idem, op. 4, Parigi, Pleyel ; sei idem, op. 5, Pa
rigi, Leduc; tre idem, op. 6, Pleyel; tre idem, op. 7, i«i;
sei serenate, op. 13, ivi; tre duetti, op. 4, ivi; tre idem, op.
16, Parigi, Érard; tre idem, op. 17, Parigi, Frey; tre idem, op. 18,
Parigi, Érard; tre idem, op. 19, Parigi, Frey; tre idem, op. 20,
ivi; tre idem, op. 21, ivi. — VI. Assoli: Sei suonate per violino
e contrabbasso, libro 1°, Parigi, Boyer; sei idem, libro 2°, Parigi,
Imbault; tre idem, lettera A, Parigi, Frey; tre idem, lettera B,
ivi. Si conoscono pure di Viotti tre divertimenti, o notturni
per piano-forte e violino, Parigi, Pleyel, ed una suonata per pia
no-forte solo, ivi, composta per la sua amica, la signora di Mont-
gèroult. Le altre suonate per gravicembalo e violino, incise sotto
il suo nome, sono quartetti aggiustati. Cherubini ha pure aggiu
stato tre terzetti di Viotti in suonate per piano-forte e violino,
Parigi, Pleyel. Tutte queste opere risplendono per copia d'idee, per
una squisita sensitività, e pel merito della forma, che ne fa dei
tipi per la musica di tutti i violinisti venuti dopo questo grande
artista. Viotti era armonista per istinto; egli non aveva studialo
l'arte di scrivere, e bisogna confessare che le sue prime produ
zioni lasciano intravvedere la sua inesperienza a tale riguardo; ma,
con un organismo come il suo, l'educazione pratica doveva
farsi rapidamente; l'abitudine lo ebbe ben presto illuminato
abbastanza, perchè egli potesse scrivere con sapore di scienza
l'istrumentazione dei suoi concerti.
Viotti non formò che un piccolo numero di allievi, in prima
linea dei quali rifulse Rode. Dopo di lui vengono Libon e Rob-
berechts; quest'ultimo è ora il solo rappresentante diretto della
scuola dal Maestro; egli ne trasmise i principii a De-Bériot, il
— 57 —
violinista per eccellenza, il marito di Maria Malibran, innanzi
alla quale si dileguarono le più vantate celebrità. Si contano
pure tra gli antichi discepoli di Viotti Labarre, Alday e Cartier.
Perfino il sesso gentile corse a dissetarsi alla sua scuola, e ba
sterebbe ricordare la Parravicini. Cartier fece coniare una me
daglia in onore del suo maestro : essa rappresenta da un lato
l'immagine dell'artista, e dall'altra un violino con un sole, i
raggi del quale sono commisti coi titoli delle opere di Viotti, e
col motto nec plus ultra. Si hanno varii ritratti di quest'uomo
celebre : il più rassomigliante è quello che fu dipinto a Londra
da Tossarelli, ed inciso da Meyer : esso servi di tipo al grande
ritratto litografato da Maurin per la Galleria dei musici insigni,
raccolta che sfortunatamente non venne continuata. In capo
all'opera quinta dei duetti fu posto un altro ritratto disegnato
da Guèrin , ed inciso da Lambert. Mad. Lebrun ritrasse l'effi
gie di Viotti nel 1786, e lo scultore Flatlers compiè il suo busto.
Baillot, uno dei più celebrati violinisti che mai conti la Francia,
la gloria di Passy, andò espressamente a Parigi per udire il
Viotti al Concerto spirituale che dava al Palazzo delle Tuileries,
precisamente nel luogo che oggigiorno s'appella La salle des
Maréchaux. Egli restò cosi sorpreso, o meglio commosso alla
sovrana valentia del Viotti, cha da quell'istante diventò l'ideale
della sua mente, ed anche lontano, anche in estere remote con
trade, Viotti era ad ognora per lui il tipo della perfezione che
vagheggiava e sospirava. Vent'anni dopo udillo novellamente, e
volò ad abbracciare in lui l'eroe che la sua immaginazione avea
creato e venerato. Si fu allora che preso d'ammirazione per lo
stile del Viotti, si semplice, si espressivo, ed alla sua volta si
sublime e maestoso, non potè a meno di esclamare :
tJe le croyais Achille , mais c'est Agamemnon (1).

(1) Le notizie principali pubblicate sul celeberrimo artista sono: 1° Quella


che Fayolle diede nelle sue Notizie su Corelli, Tartini, Gaviniós, Paganini
— 58 -
Parole che significano assai, e che hanno un infinito valore
sulle labbra del Maestro di Cappella di Napoleone I.
Ecco un artista veramente sommo e meritamente celebrato :
ecco una gloria del Piemonte. E che cosa ha fatto il Piemonte
per lui, non dirò nei tempi del servaggio e del dispotismo,
ma in questi ultimi tempi di libertà e d'indipendenza, in cui non
è più un delitto pensare alla patria e a tutto che la onora e
la illustra? Il Conservatorio di Parigi non approva un allievo
ne' suoi esami finali, se non eseguisce un pezzo del Viotti : il
suo nome suona tuttora venerato da un angolo all' altro
della Francia, e i suoi concittadini non gl'inalzarono ancora,
per quanto io mi sappia, nè un monumento, nè un busto.
Ora che si è incominciato a chiamare le vie dagli uomini
grandi, perchè non si' pensa anche al Viotti? Sarebbe sempre
il poco amore alla musica, che farebbe commettere siffatte
negligenze? Ripeterò quel ch'io già dissi in un mio Discorso (1):
« Cingere la città delle immagini de' suoi valentissimi, ornarla
de' loro nomi e rimembrarli al passaggiero, è guarentire alla
patria nuove glorie : è un prometterle nuovi eroi » . Voi che
presiedete alle pubbliche cose, non potete più dispensarvi da
questi atti di giustizia e di dovere :
« . . . . anzi volgete gli occhi,
Mentr'emendar potete il vostro fallo».

e Viotti, Parigi, Dentu, 1810, in 8°,—2° Aneddoti su Viotti, preceduti da


alcune riflessioni sull'espressione nella musica, di D. M. Eymar, Milano (senza
data), 1801, in 8°, di 46 pagine.—3° Notizia su G. B. Viotti, per Baillot, Pa
rigi, tip. Hocquet, 1825, in 8", di 13 pagine. — 4° Notizia storica su
G. B. Viotti, per M. Miei, estratta dalla Biografia Universale (XLIX), e ti
rata a parte, Parigi, tip. Éverat, 1827, in 8° di 14 pagine a 2 colonne. *
(1) D'un dovere che avrebbe Milano e tutte le città italiane,
BRUNI ANTONIO BARTOLOMEO

Il 2 febbraio del 1759 fu il giorno, in che venne alla luce in


Cuneo Antonio Bartolomeo Bruni. Egli studiò il violino sotto la
direzione del Pugnani, ed ebbe a maestro di composizione Spe-
ziani.da Novara.
Ito in Francia all'età di ventidue anni, entrò nell'Orchestra
della Commedia Italiana come violino, e pubblicò successiva
mente duetti, quartetti, e concerti. I suoi duetti sono partico
larmente stimati.
Nel 1789 si fece alle Tuileries l'apertura del Théàtre de Mon-
sieur. Bruni ne fu nominato capo d'Orchestra; ma il suo diffi
cile carattere gli provocò delle quistioni, in forza delle quali fu
rimpiazzato da Lahoussaye.
Più tardi diresse l'Orchestra dell'Opera Comica, ma per le
medesime cause dissopra accennate fu spiccato ben presto da
quel posto.
Finalmente venne nominato dalla Direzione membro della
Commissione temporaria delle Arti.
Scrisse sei Opere, nelle quali campeggiavano facilità di canto,
effetti drammatici e un'istrumentazione del puro genere. Sono
esse:
Corradino, lo stesso soggetto di Rossini, pel Teatro Italiano
di Parigi, anno 1786;
Celestina, in tre atti, anno 1787;
Azelia, in un atto, anno 1790;
Spinetta e Marini, anno 1791 ;
La Morte immaginaria, pel Teatro Montansier, anno 1791 ;
L'Isola incantata, al Thédtrc de Monsieur, anno 1792;
L'Ufficiale di ventura, pel Teatro Feydeau, anno 1792;
Claudina, in un atto, anno 1794;
Il Matrimonio di Gian Giacomo Rousseau, anno 1795;
Il Pescatore svedese, in due atti, 1796;
Il Maggiore Palmer, in tre atti, 1797;
L'Incontro in viaggio, in un atto, 1798;
L'Autore in famiglia, in un atto, 1798;
Augustina e Beniamino, in un atto, 1801 ;
La Buona sorella, in un atto, 1802.
Nè il Bruni si è occupato del solo Teatro. Intese all'utile ed
al lustro dell'arte in generale , e scrisse Un Nuovo Metodo
di violino, chiaro e facile, preceduto dai principii della musica,
estratti dall'Alfabeto di Mad. Duhan, e Un Metodo per la Viola.
Un'edizione francese e tedesca di quest'ultima opera vide la luce
a Lipsia.
Il Bruni non meritava di cader nell'obblio, in che era posto;
ma ne furono causa il suo bizzarro carattere, la cattiveria
degli uomini, che è in ogni tempo la stessa. Al ritorno dei
Buffi, nel 1801 , fu nominato capo d'Orchestra del loro Tea
tro: rammentasi tuttora l'ingegno e lo zelo, con cui egli di
simpegnava le sue funzioni. Giammai Orchestra accompagnò
meglio il canto, che sotto la sua direzione. Avrebbero bisogno di
— 61 —
averlo adesso i nostri Impresarii. Ad eccezione di Luigi Arditi,
di Nicola Bassi, di Eugenio Cavallini, di Angelo Mariani, di Fran
cesco Bianchi, del Ferrarmi, del Bregozzo e di tre o quattro
altri, manchiamo notevolmente anche in codesto genere, e ab
biamo più strimpellatori che suonatori. Si vuol sorprendere, non
convincere : si vuole sbalordire l'uditorio, non dilettarlo, non
commoverlo. Il Bruni ha avuto a successore il Grasset.
Riparatosi a Passy, appo Parigi, visse molti anni in riposo.
Dopo non breve silenzio, pubblicò nel! 81 6 la piccola Opera Co
mica, dal titolo II Matrimonio per Commissione, che non piacque,
perchè tutto al mondo non può piacere. Poco tempo dopo rim
patriò.
Mori in Cuneo nel 1823.
— 63 —

VAI GAETANO

Pressochè coetaneo dei Viotti, dei Pugnani e dei Bruni, Gae


tano Vai da Chieri schiuse la via a nuove vittorie al violino
piemontese.
Egli dimorò molt'anni a Parigi e a Ginevra, guadagnandosi
la simpatia e la stima di quelle illustri città. Ne' suoi ultimi
anni si riparò in Asti, ove occupava il posto di primo violino
della Cappella capitolare, a que' tempi in gran fiore. Egli suo
nava con una grande precisione e intonazione, e aveva molta
facilità nell'adornare e variare gli adagio dei Concerti d'allora,
che per esso diventavano musica improvvisata.
Chi dirigeva a que' di la Regia Cappella torinese fece molte
istanze, perchè volesse prendervi parte ; ma chi non ama la
quiete dell'anima? Per quanto il suo amor proprio lo lusingasse,
preferi di rimanere in Asti, ov'è tuttora viva la memoria non
solo di lui, ma delle sue virtù. Era uomo schiettamente reli
— 64 —
gioso, di specchiata onestà, e caritatevole verso gl'indigenti per
guisa, ch'eglino amavano di chiamarlo loro padre e fratello.
Molte volte divise il pane del suo desco con essi : molte altre
lottò colle durezze dei creditori... per ciò che aveva donato ai
poveri! Sono azioni divenute troppo rare, perchè non si ricor
dino a norma altrui.
Il Vai era pure di aperto intelletto, e fu in istretta famiglia
rità coi letterati della sua epoca, con Voltaire, con Rousseau,
con Diderot. Gli artisti d'allora riconoscevano ancora la neces
sità di coltivare lo spirilo, e non solo sapevano leggere e scri
vere, ma ragionare.
A. OLIVIERI

Questo chiaro violinista ebbe per patria Torino (nel 1763).


Egli apprese il violino sotto la direzione del Pugnani, e toccò
ad un'abilità non comune. Appartenne per molto tempo alla
musica del Re di Sardegna e al Teatro Reale. Una dispiacevole
avventura obbligollo ad allontanarsi repentinamente da Torino.
Egli era stato scritturato da un personaggio della Corte che lo
pagava generosamente , e che quando venivagli il destro, chia-
mavalo a suonare nel proprio palazzo. Un giorno si fece tanto
aspettare, che l'aristocratico uditorio non potè a manco di dar
segni d'impazienza. Arrivato finalmente, il padrone di casa gli
mostrò il suo malcontento con parole aspre e pungenti. L'Oli
vieri continuò ad accordare il suo istrumento senza rispondere
sillaba, ma i rimproveri durarono e si insultanti divennero, che
egli, perduta la pazienza, ruppe il violino sulla testa del gran si
gnore, mettendosi con la celerità del vento la via fra le gambe,
e riparandosi a Napoli. Desideriamo che quest'aneddoto non sia
Storia del Violino 5
— 66 —
letto dai Direttori d'orchestra dei di che corrono , perchè coi
nostri cantanti del giorno (per la maggior parte ignoranti, or
gogliosi, e tali da far dare in eccessi il più placido) non si rin
novi una siffatta scena.
Era nella città bagnata dal Sebeto all'epoca dell'armata fran
cese, e i principii rivoluzionarii, che spacciò durante la sua oc
cupazione, lo costrinsero a seguirla nella ritirata. Visitò allora
Parigi, e vi fece stampare due pezzi di sua composizione ; ma
dopo alcuni anni trasse a Lisbona, e non ritornò che nel 1814.
F. J. Fétis, alla cui Biografia Generale della Musica attingo
codesti ragguagli, dice averlo conosciuto nel 1827. La sua ec
cessiva grassezza avevagli fatto abbandonare il violino; ma egli
conservava un amore vivissimo per l'arte sua, e ne parlava con
affetto. Debbe essere morto poco tempo dopo. La stampa si im
possessò delle seguenti sue composizioni :
Variazioni per violino sopra lina barcaruola napoletana,
per accompagnamento di quartetto ;
Due Arie variate per violino, con accompagnamento di vio
loncello. L'Olivieri ebbe le dita assai grosse ; tuttavia suonava
con alquanto brio e con non poca dolcezza le cose più difficili.
TESTORI CARLO GIOVANNI

Vercelli, una delle provincie più illuminale e più colte del


Piemonte, vanta uomini insigni in tutti i generi dello scibile
umano, cosicchè non manca nemmeno di esimii violinisti.
Carlo Giovanni Testori si fu uno di questi. Egli ottenne il
posto di Maestro di Cappella nella Chiesa di Sant'Eusebio, nella
sua terra nativa, l'anno 1764.
Mancò a' vivi nel 1782, nell'età di sessantotto anni.
La musica sacra da esso composta consegui le lodi de' suoi
contemporanei, e dagli scrittori di quel tempo trovasi qua e
colà ricordata.
È autore d'un libro, diviso nelle parti seguenti :
1° La Musica ragionata espressa famigliarmene in dodici
passeggiale a dialogo: Opera per cui si giungerà più presto e con
soddisfazione dai giovani studiosi all'acquisto del vero contrap
punto;
— 68 —
2° Primi rudimenti della Musica e supplimento alla Musica
ragionata, in sette passeggiate, libro secondo;
3° Supplimento alla Musica ragionata, passeggiate sei, li
bro terzo;
4° L'Arte di scrivere a otto reali e supplimenti alla Musica
ragionata, libro quarto. Vercelli, presso S. Panialis.
Testori è il solo Italiano che adottasse la dottrina di Rameau,
il più celebre musico francese del diciottesimo secolo, al quale
si devono molti scritti ragguardanti la teoria della musica e del
l'armonia, Opere, Balli e Divertissements.
4
— 69 —

LA PARRAVICINI

Le donne hanno ragione di lagnarsi, perchè gli uomini non


le riguardano che come un loro passatempo e ricreamento, e
Giustiniano ebbe tutti i torti di non volerle riconoscere nemmeno
come gente. Le' donne sono ricche d'ingegno ed atte a far tutto.
Non abbiamo che a fr ugare nella storia per andarne convinti.
Cia degli Ubaldini difende Cesena dal nemico fino all'ultimo
sangue, e Bona di Brunoro, semplice pastorella, va alla difesa di
Negroponte, e combatte contro i Turchi. Artemisia Gentileschi,
allieva ed emula di Guido Reni, illustra col suo pennello la pit
tura storica. Lisabetta Sirani e Properzia Rossi si chiariscono
valenti nell'incidere in rame. Veronica Gambara, Vittoria Co
lonna e Gaspara Stampa siedono sui primi scanni del Parnaso
Italiano nel secolo decimosesto. Isabella Andreini viene salutata il
modello delle attrici e l'ornamento delle scene. L'Agnesi insegna
matematica all'Università di Bologna. La Bandettini , 1* Aglaia
— 70 —
Anassilide, la Perticari, la Saluzzo, la Taddei, la Milli gareg
giano, e in più difficili tempi, con le poetesse che le prece
dettero. La Garzoni e la Romanino innalzano la miniatura al
più alto grado di perfezione. Molte donne si consacrano alla
bell'arte dei suoni , al piano-forte , all'arpa, al violino , fra le
cultrici del quale trovansi registrati ad indelebili cifre i nomi
della Parravicini, delle Milanollo, delle Ferni.
La Parravicini è allieva del Viotti. Nei primi anni del secolo
presente, fu tenuta in conto di egregia violinista. Nata a Torino
nel 1769, ella era figlia della cantante Isabella Gandini, le cui
melodrammatiche gesta sono ricordate negli annali, musicali
d'Italia. Nel 1797 trasse per la prima volta a Parigi, e brillò nei
Concerti che si davano nella sala della contrada delle Vittorie
Nazionali. Nel 1799 fecesi udire a Lipsia; il successivo annoerà
a Dresda, e nel 1801 fu di ritorno a Parigi, cogliendo applausi
generali nei Concerti di Fridzeri. Nel 1802 l'avreste trovata a Ber
lino, e nel 1805 a Ludwigslust. Separata da suo marito e divenuta
l'amica di un conte (allora cosa straordinaria, comunissima a-
desso), venne presentata alla Corte di Ludwigslust sotto il nome
di esso. Pare che a quest'epoca ella cessasse di approfittare dei
suoi talenti per vivere; però nel 1820 riapparve in Alemagna,
e sette anni dopo diè delle Accademie a Monaco, ove ammirossi
il vigore del suo arco, comecchè oltrepassasse il decimo lustro.
I giornali di quei tempi ne parlarono estesamente. La Parravi
cini non eseguiva che la musica del Viotti; ella ne possedeva
la tradizione. Se avesse vissuto a' di nostri, avrebbe dovuto soste
nere il confronto di potentissime rivali, le sorelle Maria e Te
resa Milanollo, le sorelle Carolina e Virginia Ferni.
— lì —

GIORGIS GIUSEPPE

Questo rinomatissimo violinista torinese (nacque nel 1777) ha


avute delle lezioni nel suo istrumento dal Colla (1).
Alcuni lo fanno allievo del Viotti, ma di questo grande ar
tista egli non possedeva che una lettera, scrittagli dopo averlo
udito a Parigi nel 1807.
Prese parte a diversi Concerti, e il suo successo fu di tutto
splendore.
Blangini, suo compatriotto, Direttore della musica della Prin
cipessa Borghese (sorella di Napoleone I), e autore di moltis
sime Opere, lo fece entrare nella musica del Re di Westfalia.

(I) Non so se Colla Giuseppe o Colla Vincenzo. Il primo era Mae


stro di Cappella del Duca Ferdinando a Parma, e marito della celebre
cantatrice Angujari. Il secondo, Piacentino, era Maestro di Cappella a
Voghera. Evvi pure un altro Colla Giuseppe, che abitava a Milano, e pub
blicò dall'Editore Ricordi varie composizioni leggiere per flauto, pianoforte
e chitarra.
— 72 —
Gli avvenimenti del 1813 obbligaronlo a lasciare immediata
mente Cassel.
Rientrato in Francia , viaggiò alcuni anni per dar dei Con
certi in un con sua moglie, che era scritturata al Teatro di Cas
sel nella qualità d'altra prima donna. Nel 1820 si stabili in Pa
rigi, e tre anni dopo apparteneva come violino all'Orchestra
dell' Opéra-Comiqw .
Fattosi vecchio, fu posto in ritiro nel 1834. Egli scrisse dei leg-
giadrissimi pouts-pourris per violino ed Orchestra, delle ro
manze, dei terzetti, dei quartetti e delle arie.
POLLEDRO GIAMBATTISTA

Se l'Italia, la quale, per un'antica e triste abitudine, si oc


cupa più de' suoi interessi materiali che della gloria de' suoi
connazionali, avesse come la Baviera un Walhalla ; il busto di
G. B. Polledro, di questo indefesso e felice continuatore della
scuola dei Pugnani e dei Viotti, sarebbe uno dei primi a far
pubblica pompa di sè.
Egli nacque nel Casalmonferrato, alla Piova, il 10 giugno
1781, da Teodoro, negoziante, e da Teresa Musso (1). La sua
predilezione per la musica si sviluppò dall'infanzia, sendosi fatto,
con un pezzo di legno, un violino, da cui sapea [cavar suoni e
affastellar melodie. Il padre, secondar volendo una si manifesta
inclinazione , mandollo in Asti dal M. Calderara , che era in
voce di abile violinista, dippoi dal M. Gaetano Vai, primo vio-

(1) Vedi Dizionario Biografico Artistico di Fr. Regli.


— 74 —
lino di quella Cattedrale. A quindici anni recossi in Torino a
perfezionarsi alla scuola del Pugnani, il quale gli portò affetto
cosi da procurargli un posto nell'Orchestra del Regio Teatro.
Nel 1797 diede in Torino un pubblico Concerto; mosse quindi
a Milano, e vi riscosse applausi (1801). Concorse nel 1804 al
posto di primo violino al Teatro di Bergamo ; non avendo rag
giunto il suo scopo per essere inviso a chi presiedeva al concorso,
sdegnato, punto nell'amor proprio, intraprese un giro artistico
in Europa. Trasse in Russia, e si trattenne a Mosca quasi cin
que anni presso il Principe TatiscefF ; indi visitò Pietroburgo,
Varsavia, Berlino, per ogni dove caldamente applaudito. Venuto
per ultimo a Dresda, venne eletto nel 1814 Kapelmeister, e durò
nel difficile incarico sino al 1824; nel quale anno Re Carlo Fe
lice, volendo riordinare la musica della Reale Cappella caduta
si al basso, chiamollo in Torino con vistoso stipendio, e col ti
tolo, grado e qualità di Direttore generale della musica istru-
mentale.
Venne, organizzò ed elevò la musica della Regia Cappella al
l'alto seggio che le si competeva. Fatalmente lo colpi una neu
rosi, che gli cagionò tal tremito universale nelle membra, da co
stringerlo a chiedere il suo riposo in sullo scorcio del 4844.
Riuscite inutili tutte le cure mediche, spirò il 15 agosto 1853
nel suo natale villaggio, che, come Bosisio al Parini e all'Appiani,
come Busseto a Giuseppe Verdi, va superbo d'avere a lui data
la culla.
G. B. Polledro, gloria piemontese, non fu soltanto abilissimo
violinista e strenuo direttore d'Orchestra, ma esimio maestro,
elegante e dotto compositore. Ecco l'elenco delle sue opere esti
matissime in Italia e in Germania.
A stampa. 1° Concerti per violino, opere 6, 7, 10, Lipsia,
Breitkopf ed Huertes. 2° Arie variate per violino con Orchestra,
3, 5, 8, ivi. 3° Terzetto per due violini e basso, opere % 4, 9,
— 75 —
ivi. 4° Esercizii per violino solo, ivi. 5° Duetti a due violini,
opera 11, Vienna, Mechetti. 6° Miserere a quattro voci, con Or
chestra. 7° Messa completa a quattro voci con Orchestra. 8° Sin
fonia pastorale a grande Orchestra. Le ultime tre edite a Torino
dal Racca , cui succedettero gli intelligenti ed operosi Editori
Giudici e Strada.
Inedite. 1° Cinque Concerti per violino con-accompagnamento
d'Orchestra. 2° Studi per violino solo. 3° Tre sinfonie per chiesa.
4° Tre duetti per violino. 5° Concerto per fagotto con accompa
gnamento d'Orchestra.
Il Polledro fece e lasciò allievi d'ingegno e di fama, fra i
quali vuolsi enumerare Francesco Bianchi,
— 77 —

PAGANINI NICOLÒ

Tre grandi uomini, o piuttosto, tre grandi fenomeni produsse


nella sua prima metà il nostro secolo, Napoleone I, Rossini e
Paganini. Siccome il genio è venerabile in chiunque lo pos
segga, cosi sarammi concesso di mischiare coll'artista il guer
riero. Questi tre colossi, questi tre portenti non hanno ancora
rivali, e forse non li avranno giammai. Napoleone sarà sempre
salutato eroe delle battaglie, fulmine di guerra: nessuno più
sulla terra scriverà musica di cielo come Gioachino Rossini:
nessuno, con una sola corda e con pochi suoni, ci farà pian
gere, gioire e fremere come il genovese Orfeo. Egli ha sorpresi
ed incantati quanti mai l'udirono, ed è una vera sciagura che
de' suoi concenti non rimanga ormai che una lontana memoria,
non restando dei musici che quanto scrissero. La stessa scia
gura colpisce i cultori di Melpomene e di Talia. Di Giovanni
De-Marini, che riformò e nobilitò l'Arte Drammatica — di
Luigi Vestri che aveva a' suoi comandi il riso ed il pianto,
potenza non indifferente in un artista — di Gustavo Modena,
- 78 -
che con un'inflessione di voce ed un gesto levava a rumore
i Teatri e ci svegliava nel cuore i più generosi sentimenti — di
un Augusto Bon, che insegnò ai suoi contemporanei a recitare
la commedia di società e di famiglia — noi non abbiamo che
il nome, e se a quest'ultimo ancora s'intesse qualche corona, gli
è per le ingegnose ed argute produzioni, ond'è autore.
Nicolò Paganini, ripeto in altre parole, fu la maraviglia della
sua età, dell'arte sua, e aveva ben ragione di cantare di lui quel
l'alto intelletto di Felice Romani, suo concittadino (1):

Si diria che costui, pari al nocchiero


Cui parve il mondo si ristretto margo
Che un maggiore ne chiese all'Oceano,
Antivedesse col sovran pensiero
Novello d'armonie mondo più largo,
0 vel guidasse un qualche Iddio per mano ;
Si diria che lontano
Quanto ponno abbracciar d'aquila i voli
Spaziasse l'audace al giunger primo ;
Mille dal sommo all'imo
Region misurasse e ignoti poli,
E cento arcani sorprendesse e cento,
Onde tutto il creato è a lui concento.

• Sacchini trovò il suo cantore in Parini: Paganini in Romani.

(1) La Canzone, da cui prendo questi versi, venne dettata per la grande
Accademia Vocale e Istrumentale data dall'esimio suonatore a prò dei
poveri nel Teatro Carignano di Torino la sera di venerdì 9 giugno 1837.
Ecco i pezzi che vi eseguì : Preludio a violino solo, seguito du un al
legro brillante : Musica religiosa con accompagnamento di campanello :
La preghiera del Mose con tema variato : Aria Irlandese, Saint Patriks
Day, il giorno di San Patrizio.
- 79 -
Nicolò Paganini è nato da Antonio e da Teresa Bocciardi in
Genova, il 18 febbraio dell'anno 1784, e fu battezzato nella
chiesa di San Salvatore. Suo padre aveva aperta una botteguc-
cia d'imballatore di merci al Porto Franco (1). Sebbene que
st'uomo fosse senza istruzione, e per soprappiù brutale e col
lerico, egli aveva dell'inclinazione per la musica e suonava il
mandolino. La sua intelligenza scopri ben presto le felici di
sposizioni di suo figlio per l'arte dei suoni. Pensò di svilupparle
collo studio ; ma la sua eccessiva severità avrebbe forse avuto
dei risultati contrarii a quelli che egli si aspettava, se il giovine
Paganini non fosse stato dotato della ferma volontà di diventare
un artista segnalato, il pia grande artista del secolo. Sin dal
l'età di sei anni egli era già musicante, e suonava il violino.
Nessuna meraviglia : anche Carlo Goldoni a sei anni scriveva
commedie in un angolo del balcone, che ancora si vede a Ve
nezia al ponte dei Nomboli. Il suo primo maestro Giovanni
Servette era uomo di poco merito. Paganini non rimase lunga
pezza sotto la sua direzione; suo padre lo affidò alle cure di Gia
como Costa, direttore d'orchestra e primo violino delle princi
pali chiese di Genova, che gli fece fare rapidi progressi. Giunto
non anco al secondo lustro, Paganini scrisse una prima suonata
di violino, che disgraziatamente non conservò, e che andò per
duta più tardi con altre composizioni. Costa gli diede delle
lezioni soltanto per sei mesi, e durante un tal tempo il maestro
obbligò il suo discepolo a suonare in chiesa un concerto nuovo
ogni domenica. Quest'esercizio fu continuato sino all'età di un
dici anni. Nel suo dodicesimo anno, Paganini esegui per la
prima volta un concerto nel principale Teatro di Genova.
Egli vi suonò delle variazioni di sua composizione sull'aria della

(1) Nicolò Paganini, nella breve vita scritta da lui medesimo, dice che
suo padre era sensale di commercio.
- 80 -
Carmagnola, allora in voga, e vi eccitò trasporti di ammira
zione. Verso quest'epoca della vita del giovine artista, alcuni
amici consigliarono suo padre a fornirlo di buoni maestri di
violino e di composizione : diffatti egli lo addusse a Parma,
coll'intenzione di domandare per lui delle lezioni ad Alessan
dro Rolla. Paganini pubblicò in un giornale a Vienna l'aneddoto
del suo primo incontro col maestro che aveva preso per guida.
« Giungendo in casa di Rolla (egli dice), noi lo trovammo
ammalato ed a letto. La di lui moglie ci introdusse in una ca
mera vicina alla sua, per avere il tempo necessario di parlare
con suo marito, il quale sembrava poco disposto a riceverci.
Avendo veduto sul tavolo della camera, ove noi eravamo, un
violino e l'ultimo concerto di Rolla, diedi di piglio all'istrumento
e suonai il pezzo a prima vista. Stupito di quanto egli udiva,
il compositore s'informò del nome del virtuoso che aveva udito :
quando seppe ch'egli era un giovinotto, non lo volle credere,
fintantochè non se ne fosse assicurato e' medesimo. Egli mi
dichiarò allora che non aveva più nulla da insegnarmi, e mi
consigliò di andare a domandare a Paèr delle lezioni di com
posizione ». La cura che ha Paganini in questo aneddoto di
negare d'aver ricevuto lezioni da Rolla, è una singolarità diffi
cile a spiegarsi : pure egli è certo che Paganini fu per qualche
mese discepolo di quell'abile musico, e, per maggior sicurezza,
è cosa affermata dal Gervasoni, il quale lo aveva conosciuto a
Parma nella sua fanciullezza. Al postutto, non è da Paèr, al
lora in Alemagna, che Rolla consigliò il giovinotto di andar a
studiare il contrappunto, ma bensi da Ghiretti , eh' era stato
pure il maestro del medesimo Paér. Durante sei mesi, Paganini
ricevette tre lezioni per settimana, e si dedicò specialmente allo
studio dello stile istrumentale sotto la direzione di Ghiretti.
Egli si occupava di già della ricerca di effetti nuovi sul suo
strumento : spesse fiate nascevano discussioni tra Paganini e
- 81 -
Rolla sopra innovazioni che il discepolo intravvedeva soltanto
allora, e ch'egli eseguir non poteva che in un modo imperfetto,
mentre il gusto severo del maestro condannava quelle licenze,
astrazione fatta dagli effetti che se ne potevano trarre. Di ri
torno a Genova, Paganini scrisse ì suoi primi saggi pel violino :
quella musica aveva tanto del difficile, ch'egli stesso era obbli
gato à studiarla, ed a fare degli sforzi continui per risolvere pro
blemi sconosciuti a tutti gli altri violinisti. Alcune volte lo si
vedeva provare in mille modi diversi lo stesso tratto durante
dieci o dodici ore, e piombare alla fine del giorno nella pro
strazione della fatica. Si è con questa perseveranza senza esem
pio ch'egli giunse a ridersela di difficoltà considerate insormon
tabili dagli altri artisti, allorquando ne rese pubblico un saggio,
in un quaderno di studi. In età di diciassette anni, cioè nel
1801, Paganini fece un viaggio nell'alta Italia e nella Toscana;
soffermossi a Livorno, e vi scrisse musica di contrabbasso per
un amatore svedese, il quale si lamentava di non trovare diffi
coltà abbastanza grandi pel suo talento. Egli vi diede anche dei
Concerti, in cui si impegnava di suonare a prima vista ogni
sorta di musica. Alla fine d'uno di tali Concerti, un amatore,
rapito del modo con cui egli aveva eseguito un Concerto di
Viotti, gli regalò un bel violino di Guarneri.
In mezzo a tali successi, si osserva nella vita di Paganini una
di quelle bizzarrie assai frequenti nella vita dei sommi artisti :
tutto ad un tratto egli si disgusta del violino, s'invaghisce della
chitarra, l'amore e la delizia dei parrucchieri e dei beoni, e
passa quasi quattro anni tra lo studio di questo strumento e
quello dell'agricoltura..., stranezza dei genii! Ma ritornato ai
suoi primi amori , egli ripigliò il violino, e sul cominciare del
1805 riprese i suoi viaggi. Giunto a Lucca, vi eccitò un cosi
grande entusiasmo, col Concerto da lui suonato per una festa
notturna nella chiesa di un convento, che i frati dovettero
Storia del Violino 6
uscire dai loro seggi per impedire gli applausi. Fu allora no
minato primo violino solista della Corte di Lucca, e diede
lezioni di violino al principe Bacciocchi. Durante un soggiorno
di tre anni in quella città , egli aggiunse varie novità alle
non poche già da esso scoperte. È cosi che, cercando di variare
l'effetto del suo strumento, nei due Concerti a Corte, ove era
obbligato di farsi sentire ogni settimana, tolse la seconda e la
terza corda al suo violino, e compose una suonata dialogata,
tra il cantino e la quarta, alla quale diede il nome di Scena
amorosa. Il successo che vi ottenne fu l'origine dell'abitudine da
lui presa di suonare dei pezzi intieri sulla quarta corda, me
diante suoni armonici che gli permettevano di portare l'esten
sione di quella corda sino a tre ottave.
Nell'estate del 1808 Paganini si allontanò da Lucca, senza
cessare di essere addetto a quella Corte, e nello spazio di di
ciannove anni percorse per tre volte l'Italia, comparendo ad un
tratto in quella od in questa grande città, eccitandovi trasporti
di ammirazione, poi abbandonandosi ad eccessi di pigrizia, dispa
rendo dalla scena del mondo, e lasciando ignorare perfino il
nome del luogo ch'egli abitava. È cosi che Rossini, dopo aver
brillato con lui a Bologna nel 1844, lo ritrovò nel 1817 a Roma,
dove era rimasto ignorato quasi tre anni, in seguito ad una
lunga malattia. Dopo tale silenzio, egli diede brillanti Concerti
nella città dei Cesari, nella capitale del mondo cristiano, e si
fece sentire presso il principe di Kaunitz, ambasciatore d'Au
stria, ove trovò il principe di Mettermeli, il quale, incantato
dal suo maraviglioso talento, lo esortò a recarsi a Vienna ; ma
nuove malattie, che lo portarono più volte sul limitare della
tomba, non gli permisero di fare simil viaggio, se non mollo
tempo dopo. Nel 1812 egli si era fatto sentire a Milano, ove
incontrò il violinista francese Lafont, che osò misurarsi con lui,
e che v'ebbe la peggio : ei vi ricomparve nel 1824, e vi prò*
— 83 —
dusse la più viva sensazione in due Concerti che diede al Tea-
tro della Scala, il 23 aprile e il 12 giugno. Di colà portossi a
Venezia, poscia a Napoli, ch'egli rivedeva per la terza volta.
Una ammirazione senza limiti lo accolse in quest'ultima città :
il talento del virtuoso trionfò dell'indifferenza abituale dei
Napoletani per la musica istrumentale ; tuttavia venne applau
dito come i più grandi cantanti, onore che nessun istrumentista
aveva ottenuto prima di lui, e che pochi artisti meriteranno
dopo. Da Napoli Paganini andò per la seconda volta a Roma,
ove il Papa, il tre aprile 1827, lo decorò dell'Ordine dello Spe-
ron d'Oro, di voga a que' tempi, oggi in dispregio per l'abuso
che se ne fece, come succederà di altri Ordini presentemente in
moda, se si appenderanno ad ogni petto per intrigo e per rac
comandazioni, non per realtà di merito.
Non bisogna credere però che i suoi trionfi fossero sempre
cosi puri, e che nessuna nube venisse ad oscurare i raggi della
sua gloria. Troppo invaghito delle novità da lui introdotte nel
l'arte di suonare il violino, e non istimando. abbastanza l'arte
classica, nè i maestri che lo avevano preceduto , egli trattava
sovente con disdegno i suoi emuli, anche allora che il suo talento
non aveva ancora acquistata la sua maturità. Più bramoso di
eccitar lo stupore della moltitudine che di soddisfare il gusto
severo dei conoscitori, Paganini non si pose abbastanza al co
perto dalle accuse di ciarlatanismo nei primi tempi della sua
carriera: codesta accusa gli fu sovente gettata in faccia, e forse
egli faceva male a non darsene per inteso. Le sue prime appa
rizioni nelle principali città d'Italia erano salutate da accla
mazioni straordinarie ; al ritorno la cosa cangiava, sia che
egli vi avesse ferito l'orgoglio di qualche artista influente, sia
che il suo poco rispetto per le convenienze sociali e la sua
poca riconoscenza pei servizi ricevuti gli avessero scemata l'af
fezione degli amatori. A Livorno, pel solo suo modo d'agire, dopo
— 84 —
avere ottenuto prima splendidi successi, vi fu assai male accolto,
quando vi ritornò nel 1808. Egli stesso racconta un aneddoto,
che qui calza molto a proposito. « In un Concerto dato a Li
vorno (ei dice), un chiodo mi entrò nel tallone; io giunsi zop
picando sulla scena, ed il Pubblico si pose a ridere. Nel punto,
in cui io cominciava il mio Concerto, le candele del mio leggio
caddero a terra: altri scoppii di risa nel Pubblico. Finalmente,
sin dalle prime misure, il cantino del mio violino si ruppe, ciò
che pose il colmo all'allegria; ma io suonai tutto il pezzo su
tre corde, e feci furore. » Più tardi, questa disgrazia di cantino
rotto si ripetè più volle. Paganini fu accusato di farsi con ciò
un mezzo di successo, dopo avere studiato su tre corde dei pezzi,
nei quali egli aveva imparato a far senza del cantino.
I nemici non si limitarono a rinfacciargli questi innocenti suoi
stratagemmi negli attacchi, di cui è stato lo scopo, poiché la
diffamazione e la calunnia lo perseguitarono in ciò che l'onore
ha di più sacro, e gli imputarono anche dei delitti. Le versioni
erano diverse quanto ai fatti addotti a suo carico. Secondo
l'una, la sua giovinezza sarebbe stata procellosa ; le sue cono
scenze, poco degne del suo talento, lo avrebbero associato ad
atti di brigantaggio ; altre gli attribuivano in amore una gelosia
furiosa e vendicativa, che lo avrebbe portato ad un omicidio.
Orasi citava la sua amante, ora il suo rivale come di lui vittime.
Si assicurava che una lunga prigionia gli avesse fatto espiare il
proprio delitto. I lunghi intervalli di tempo, nei quali egli era
scomparso dagli sguardi del Pubblico, per darsi ad una vita me
ditabonda ed inerte, o per ristabilire la sua rovinata salute,
favorivano cotali rumori ingiuriosi. Le stesse qualità del suo
ingegno porgevano le armi a' suoi nemici, e si diceva che la
noia della prigione e la privazione di corde per rinnovar quelle
del suo violino l'avevano portato alla sua maravigliosa abilità
sulla quarta, la sola che fosse rimasa intatta sul suo istrumento.
- 85 —
Quando Paganini visitò l'Alemagna, la Francia e l'Inghilterra,
ei vi trovò l'invidia, avida di raccogliere queste odiose calun
nie per contrapporle a' suoi trionfi: come se fosse scritto che
il genio e l'ingegno devono sempre espiare i vantaggi, di cui
la natura e lo studio li hanno dotati. Più volte Paganini era
stato costretto a ricorrere alla stampa per difendersi ; ma in
vano egli aveva invocato la testimonianza degli ambasciatori
delle Potenze Italiane; invano egli aveva intimato a' suoi ne
mici di citare con precisione i fatti e le date che sempre tra
lasciavano: i suoi reclami non avevano prodotto alcun risultalo
vantaggioso. Parigi soprattutto gli fu nemica, sebbene questa
città abbia per avventura contribuito più di un'altra allo splen
dore de' suoi successi. Egli è che a fianco al vero Pubblico,
il quale non ha nè odio, nè prevenzioni, e che si abbandona
alle sensazioni che l'ingegno gli fa provare, avvi in quella
magica città una popolazione famelica, la quale vive del male
che fa, e del bene che impedisce di fare. Questa popolazione
speculò sulla celebrità dell'artista, e si persuase forse che egli
comprerebbe il suo silenzio. Litografie lo rappresentarono in
prigione, ed articoli di giornali intaccarono i suoi costumi, la
sua umanità e la sua probità. Questi assalti continui, questa
gogna, alla quale ei si vedeva attaccato come attore e come spet
tatore, lo afflissero profondamente. Egli confidava ai suoi pochi
veri amici i proprii dispiaceri, e loro chiedeva consigli, por
gendo sulle calunnie, di cui era l'oggetto, gli schiarimenti i
più soddisfacenti. L'egregio signor F. J. Fètis, alla cui fonte
attingo parecchie di queste notizie, gli disse di trasmettergli
delle note in iscritto; esse servirongli a stendere una lettera
che gli fece firmare, che ei pubblicò, e che fu ripetuta dalla
maggior parte dei giornali di Parigi e d'Italia. I fatti narrati
in quella lettera hanno tanto interesse per la storia di uno dei
più straordinari artisti, che abbiano mai esistito, ch'io credo
dover qui riferirla... forse per la centesima volta.
« Signore!

« Il Pubblico francese mi ha prodigato tanti segni di bontà ;


esso mi ha favorito di tanti applausi, che bisogna bene che io
creda alla celebrità, la quale, dicono, mi aveva preceduto a
Parigi, e che io non sia rimasto nei miei Concerti troppo al
dissotto della mia riputazione. Ma se qualche dubbio potesse
rimanermi a tale proposito, esso sarebbe dissipato dalla cura
che io vedo prendersi dai vostri artisti di riprodurre la mia
figura, e dal gran numero di ritratti di Paganini, rassomiglianti
o no, di cui veggo tappezzati i muri della vostra capitale. Ma
non è a semplici ritratti, o signore, che si limitano le specula
zioni di questo genere ; poichè, passeggiando ieri sul Baluardo
degli Italiani, vidi presso un mercante di stampe una litografia
rappresentante Paganini in prigione. Benone, io dissi fra me ;
ecco qui degli onest'uomini, i quali alla maniera di Don Basilio
speculano su di una certa calunnia, dalla quale io sono perse
guitato da quindici anni. Tuttavia, io esaminava ridendo quella
burla con tutte le particolarità che l'immaginazione dell'artista
gli ha fornito, quando m'accorsi che un numeroso cerchio si
era formato intorno a me, e che ognuno, confrontando la mia
figura con quella del giovine rappresentato nella litografia, con
statava quanto io fossi cangiato dopo il tempo della mia pri
gionia. Compresi allora che la cosa era stata presa sul serio da co
loro che voi chiamate, credo, i badauds (fannulloni), e vidi che
la speculazione non era cattiva. Mi venne in capo che, siccome
bisogna che tutti vivano, io stesso potrei somministrare qualche
aneddoto ai disegnatori che vogliono bene occuparsi eli me ;
aneddoti, ai quali essi potrebbero attingere il soggetto di fa
cezie simili a quella, di cui si tratta. Si è per dar loro della
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pubblicità che io vengo a pregarvi, o signore, di voler gentil
mente inserire la mia lettera nella vostra Rivista musicale.
« Questi signori mi hanno rappresentato in prigione; ma essi
non sanno il delitto che mi vi ha condotto, e in ciò essi sono
tanto istruiti, quanto io e quanto coloro che han fatto correre
una tale storiella. Si potrebbero scrivere dei romanzi, come
potrebbonsi fornire altrettanti argomenti per litografie e disegni.
A mo' d'esempio, si è detto che, avendo sorpreso il mio rivale
in casa della mia amante, io l'ho bravamente ucciso per di
dietro, nel punto in cui egli era fuori di combattimento. Altri han
preteso che il mio geloso furore si esercitasse sulla mia stessa
amante, ma non vanno d'accordo sul modo, con cui io avrei posto
fine a' suoi giorni. Gli uni vogliono che io mi sia servito di un
pugnale ; gli altri, che io abbia voluto godere della sua agonia,
mercè certi veleni. Insomma, ognuno annunciò la cosa secondo
la propria fantasia; i litografi potrebbero usare la stessa libertà.
Ecco a questo riguardo che cosa mi è avvenuto a Padova quin
dici anni fa, circa. Io vi aveva dato un Concerto, e mi vi era
fatto sentire con qualche successo. All'indomani io era seduto
all'albergo a tavola rotonda, io sessantesimo, e non era stato
osservato quand'era entrato nella sala. Uno dei commensali si
espresse in termini lusinghieri sull'effetto da me prodotto la
sera innanzi. Il suo vicino uni i suoi elogi a quelli di lui, e
soggiunse : « L'abilità di Paganini ha nulla che debba sorpren
dere ; egli la deve al soggiorno di otto anni da lui fatto in car
cere, non avendo che il suo violino per addolcire la sua prigionia.
Egli era stato condannato a quella lunga detenzione per aver
assassinato vigliaccamente uno dei miei amici, il quale era suo
rivale. Ognuno, come potete credere, inorridi all'enormità del
delitto. Io presi la parola, e volgendomi alla persona, la quale
conosceva cosi bene la mia storia, la pregai di dirmi in qual
luogo ed in qual tempo questo caso fosse succeduto. Tutti gli
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occhi si rivolsero verso di me : giudicate qual fosse lo stupore,
quando si riconobbe l'attore principale di quella tragica istoria!
Il narratore fu molto imbarazzato. Non era più il suo amico
che era perito ; egli aveva pentito dire... gli avevano affermato...
egli aveva creduto ma era possibile che lo avessero ingan
nato — Ecco, o signore, come si fa giuoco dell'onore di
un artista, perchè gli oziosi non vogliono capire che quest'ar
tista ha potuto studiare in libertà nella sua camera tanto bene,
quanto sotto i chiavistelli.
« A Vienna un romore ancor più ridicolo pose alla prova la
credulità di alcuni entusiasti. Io vi aveva suonato le variazioni
che hanno per titolo Le Streghe, ed esse avevano prodotto qual
che effetto. Un signore, che mi fu dipinto dal pallido colore,
dall'aria melanconica, dall'occhio inspirato, affermò che egli non
aveva nulla trovato che lo maravigliasse nel mio suono, poichè
egli aveva veduto distintamente, mentre io eseguiva le mie va
riazioni, il diavolo presso di me, guidando il mio braccio, e
dirigendo il mio archetto. La sua sorprendente rassomiglianza
coi miei lineamenti dimostrava abbastanza la mia origine; egli
era vestito di rosso, aveva delle corna alla testa, e la coda fra
le gambe. Voi capite, o signore, che dopo una così minuta de
scrizione non v'era mezzo di dubitare della verità del fatto ;
quindi molte persone rimasero persuase di aver rilevato il se
greto di ciò che si chiama i miei giuochi di forza.
« Per lungo tempo la mia tranquillità fu turbata da queste
ciancie, che si spargevano sul mio conto. Procurai di dimostrarne
l'assurdità. Io faceva osservare che dall'età di quattordici anni
non aveva cessato di dar dei Concerti, e d'essere sotto gli occhi
del Pubblico ; che. io era stato impiegato sedici anni come Capo
d'Orchestra e come Direttore di musica alla Corte di Lucca; che
se era vero ch'ió fossi stato in prigione durante otto anni, per
aver ucciso la mia amante od il mio rivale, bisognava che ciò
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fosse avvenuto prima di farmi conoscere dal Pubblico, cioè bi
sognava ch'io avessi avuto un'amante ed un rivale all'età di
sette anni. Invocai a Vienna la testimonianza dall'ambasciatore
del mio paese, il quale dichiarava di avermi conosciuto da circa
venti anni nella situazione che si addice ad un onest'uomo, e
giunsi cosi a far tacere la calunnia per un momento ; ma c'è
sempre qualche cosa di nuovo sul conto mio, e anche qui ne
ebbi le prove. Che debbo io fare, o signore? Non veggo altro
partito che quello di rassegnarmi, e di lasciare ehe la malignità
si eserciti a mie spese. Credo però, prima di terminare, dovervi
comunicare un aneddoto che ha dato luogo alle ingiurie sparse
su di me. Un violinista, chiamato D i, che si trovava a Mi
lano nel 1798, si legò con due uomini di mala vita, e si lasciò
indurre a trasportarsi con essi di notte in un villaggio per assas
sinarvi il curato, che si pretendeva molto ricco. Fortunata
mente il coraggio mancò ad uno dei colpevoli nel momento
dell'esecuzione, ed egli corse a denunziare i suoi complici. La
gendarmeria si recò sul luogo, ed arrestò D i e ed il suo
compagno nel punto che essi giungevano in casa del curato.
Essi furono condannati a venti anni di ferri, e gettati in un
carcere; ma il generale Menou, dopo che diventò governatore
di Milano, rese in capo a due anni la libertà all'artista. Lo cre
dereste, o signore? Si è su questo fondo che fu ricamata tutta
la mia istoria. Si trattava d'un violinista, il cui nome finiva in
ini; égli fu Paganini; l'assassinio divenne quello della mia
amante o del mio rivale, e fui io ch'era stato in carcere. Sola
mente, siccome si voleva farmi trovare il mio nuovo metodo di
violino, mi si fece grazia dei ferri, che avrebbero potuto impac
ciare il mio braccio. Ancora una volta, giacchè v'è chi si ostina
con traviamento ad ogni verosimiglianza, bisogna bene che io
ceda. Mi rimane tuttavia una speranza, ed è che dopo la mia
morte la calunnia consentirà ad abbandonare la sua preda, e
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che coloro che si sono vendicati cosi crudelmente dei miei suc
cessi, lasceranno in pace il mio cenere, i
L'incomparabile violinista non voleva rimaner vittima delle
calunnie infino alla morte; e quando il sig. Fètis gli presentò
la lettera, indugiava a firmarla. Al sig. Fètis, amico e scrittore,
non mancarono parole convincenti, ed egli prese la penna e
scrisse il suo nome.
Questa lettera abbastanza ingegnosa operò per il momento
benefici effetti, poichè le litografie e le caricature sparirono.
Dico per il momento, mentre, e sempre, ed oggi ancora, quando
si ricorda il dio dei violinisti, si suole ripetere, quasi per ap
poggiare il suo singolare talento, quasi a dimostrare come non
si pervenga all'eccellenza dell'arte e all'apogeo della gloria
senza veglie e sudori : Egli si è perfezionato in prigione. Io lo
udii e lo conobbi la prima volta a Pavia, ove mi trovava come
studente di legge, dove mi fu si cara l'amicizia di Defendente
Sacchi, dove appresi a venerare Pietro Tamburini, Antonio
Scarpa, e il successore di Foscolo e Monti , Giovanni Zuccala.
Il biglietto era stato portato a due scudi : prezzo che non po
teva a meno d'essere di qualche imbarazzo a giovani studenti
che vivono a modo dei poeti, alla giornata, e che arrivano so
vente alla fine del mese.... con un mucchio di debiti e di pro
messe. Pur tuttavolta il vasto Teatro del Condominio, opera del
Bibiena, affluiva di gente, ed era ben felice chi poteva entrare
e sedervisi. In mezzo all'entusiasmo della scolaresca, fra le ova
zioni che gli si tributavano in Teatro e fin anco sotto ai bal
coni dell'Albergo dove alloggiava, si faceva circolare da alcuni
men che generosi un opuscoletto sulla sua supposta prigionia,
la quale mai non si seppe in quale città avesse dovuto avere il
suo compimento. Diceva quel libercolo infra le altre cose : « Pa
ganini in carcere suonava giorno e notte; ripeteva un motivo
perfino trecento volte, e parlava spesso.... col suo violino. Sen~
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(toglisi rotte le prime tre corde, e non volendo il carceriere
andargliele a comperare, non gli restava che la quarta, quindi
i grandi e portentosi esercizii sovr'essa. Il carceriere gli por-
lava da pranzo, ed egli suonava : gli portava acqua fresca od as-
sestavagli il letto.... e suonava. Il Direttore di quelle carceri
aveva ricevuto degli elogi dal suo Governo, perchè i prigionieri
non disturbavano più tanto con ischiamazzi e con canti il vi
cinato ; e invece quelle grida, que' rumori erano in gran parte
cessati, perchè essendo d'estate, e trovandosi le finestre aperte,
i carcerati preferivano di ascoltare con religiosa attenzione i
suoni del Paganini : suoni celestiali, come li chiamavano eglino
e tutto l'orbe: suoni del paradiso ed ora dell'inferno, comebat-
tezzavanli i giornali. Paganini trasfondeva l'anima sua nel vio
lino, e non respirava che per lui. Quando un messo di polizia
venne a dirgli che era libero e poteva andarsene, egli suonava.
Credereste voi che avesse subito deposto ristrumento, e se n$
fosse ito sull'istante, come par naturale in chi ricupera la li
bertà? Al contrario : volle finire il pezzo che stava eseguendo » .
Bisogna convenire ch'e' si fosse abituato a questa gratuita in
venzione dell'umana nequizia, poichè un giorno a Trieste, ad
una tavola rotonda piena di commensali, fece la scena che se
gue. Venuti al dessert, si alzò ad un tratto, disperatamente gri
dando: « Salvatemi, salvatemi, signori, da quell'ombra che qui
pure m'insegue. Eccola là che mi minaccia collo stesso pugnale
insanguinato, con cui io le tolsi la vita E mi amava ed
era innocente Ah no, due anni di carcere non sono espia
zione bastante: il mio sangue deve scorrere fino all'ultima
stilla.... » e prese un coltello che era sulla tavola. È facile pre
vedere come fossevi subito chi gli arrestasse la mano. Intanto
tutti rimasero stupefatti ed attoniti: se non che dovettero ria
versi presto dalla loro maraviglia. Vedendo il ligure Otello se
dere di nuovo e riprendere il pranzo, i più compresero ch'egli
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aveva voluto ridersi di chi spargeva delle falsità sul suo conto.
Fatto è che la sera dopo il Teatro non bastò a tutti coloro che
vollero entrare, e si dovette rimandare al prossimo Concerto più
di mille persone. Un infelice amorazzo della sua prima giovi
nezza, che deve avergli costato dai 17 ai 18 mila franchi (e
vuolsi che il padre suo ne morisse di crepacuore), aveva dato
luogo a quelle ciarle, come già notai. Se fosse stato in prigio
ne, si saprebbe dove e quando: a meno che vi fossero delle
prigioni in seno alla nuvole.
La principal vittima di codeste fanfaluche si fu la sua quarta
corda, sulla quale, secondo i suoi accusatori, secondo quanto
spacciavano gli oziosi, egli aveva fatti tanti profondi studi
in prigione. Invece ecco com'egli divise tante glorie con la sua
quarta corda. « A Lucca, egli dice in una lettera che mi fu
gentilmente comunicata, a Lucca io dirigeva l'Orchestra tutte le
volte che la famiglia regnante assisteva all'Opera. Accadea spesse
fiate ch'io venissi chiamato ai circoli di Corte, e ogni quindici
giorni io dava delle Accademie. La principessa Elisa (Baciocchi,
sorella di Napoleone I) si ritirava sempre prima della fine, giac
chè i suoni armoniosi del mio istrumento irritavano troppo vi
vamente i suoi nervi. Una dama amabilissima, che io adorava
in segreto da molto tempo, mostravasi molto assidua a siffatte
riunioni, e parvemi scorgere in lei un'arcana inclinazione per
me. A poco a poco la vicendevole nostra passione s'accrebbe. Un
giorno le promisi di sorprenderla al primo Concerto con una
galanteria musicale che alludesse ai nostri rapporti d'amicizia
e d'amore; nello stesso tempo feci annunziare alla Corte una
novità sotto il titolo di Scena amorosa. La curiosità generale
venne vivamente eccitata; ma quale fu lo stupore della società,
vedendomi entrare con un violino a due corde ! Non aveva la
sciato che il sol e il cantino; questo doveva esprimere i senti
menti d'una giovine; quello prestar la voce ad un amante ap
- 93 —
passionato. Stabilii per tal modo una specie di dialogo tenero e
sentimentale, in cui le più dolci parolette seguivano i trasporti
della gelosia. Erano accordi ora insinuanti, ora lamentevoli ;
erano gridi di collera e di gioia, di dolore e di felicità. Fini-
vasi naturalmente con una riconciliazione, e i due amanti, più
innamorati di prima, eseguivano un passo a due, che terminava
con una coda brillante. Questa scena fece fortuna ; non vi parlo
delle occhiate che la donna de' miei pensieri lasciò cadere so
pra di me. La principessa Elisa, dopo avermi fatti i maggiori
elogi, mi disse con molta grazia : Voi avete fatto l'impossibile
con due corde; una sola non basterebbe al vostro talento? Pro
misi tosto di farne esperimento. Questa idea sorrise alla mia im
maginazione, e alcune settimane più tardi composi per la quarta
corda una suonata, che intitolai Napoleone, e che eseguii il 26
agosto, dinanzi ad una Corte brillante e numerosa. Il successo
vinse di gran lunga la mia aspettazione; il perchè la mia pre
dilezione pel sol ha principio da quel giorno. I miei uditori non
si stancavano mai di udire le mie opere scritte per questa corda;
e siccome le mie suonate andavano sempre a ripetersi senza
tregua, cosi giunsi a quella facilità che ormai non deve aver
più nulla di sorprendente per voi. »
Nel 1828 Paganini andò a Vienna: l'effetto ch'egli vi pro
dusse non si può descrivere. « Al primo colpo d'archetto ch'egli
diede sul suo Guarneri (dice il sig. Schilling in istile poetico,
nel suo Lessico universale di musica), si potrebbe quasi dire al
primo passo da lui fatto nella sala, la sua riputazione era de
cisa in Alemagna. Qual se infiammato da una scintilla elettrica,
egli raggiò e brillò ad un tratto, come una apparizione miraco
losa nel regno dell'arte ». Vi è questa diversità tra l'entusiasmo
degli Alemanni e quello dei Francesi, che il primo è sempre un
po' sentimentale e serio, mentre quello dei Francesi ha del romo-
roso, e non è estraneo all'allegria. Quando Paganini comparve
sul Teatro, al suo primo Concerto all'Opera di Parigi, vi fu in
tutta la sala una esclamazione laudativa, ciò che non impedi
che il suo esteriore originale, e la singolarità de' suoi gesti non
provocassero il riso. Un lungo soggiorno nella capitale dell'Au
stria, e molti Concerti non affievolirono l'impressione che Paga
nini vi aveva prodotto al suo arrivo. La stessa ammirazione lo
accolse in tutte le grandi città d'Alemagna : Praga sola gli di
mostrò della freddezza, forse perchè la popolazione di quella
città contava un gran numero di violinisti di una certa abilità.
Dopo tre anni di viaggi e di successi in Austria, in Boemia, in
Sassonia, in Baviera, in Prussia e nelle Provincie Renane, il
celebre artista giunse a Parigi, e diede il suo primo Concerto
all'Opera il 9 marzo del 1831. I suoi studi di violino, pubbli
cati da lungo tempo, in quella città, specie di enigmi che ave
vano messo sottossopra tutti i violinisti , la sua fama europea, i
suoi viaggi in Alemagna, e lo splendore de' suoi successi a
Vienna, a Berlino, a Monaco ed a Francoforte, aveano eccitato
negli artisti francesi e nel Pubblico un vivo interesse di curio
sità. Tornerebbe impossibile descrivere l'entusiasmo , da cui
l'uditorio fu preso nell'ascoltare quest'uomo straordinario ; la
emozione andò sino al delirio, alla frenesia. Dopo avergli pro
digato applausi nel corso e al finire d'ogni pezzo, l'adunanza lo
richiamò per testimoniargli con unanimi acclamazioni l'ammi
razione, da cui essa era invasa. Un rumore universale si sparse
quindi in tutte le parti della sala, e dovunque echeggiarono
esclamazioni di stupore e di gioia. Gli stessi effetti si rinno
varono in tutti gli altri Concerti che furono dati da Paganini a
Parigi.
Alla metà di maggio egli si allontanò da quella città per an
dare a Londra, dove eccitò pure la più viva curiosità, ma non
quell'interessamento artistico ed intelligente, che lo aveva ac
colto nella capitale della Francia. Il prezzo dei posti, ch'egli
— 95 ,in
terine molto alto, promosse nei periodici fogli l'ingiuria e l'ol
traggio, come se l'artista non avesse il diritto di fissare il prezzo
dei prodotti del suo talento! come se egli imponesse l'obbligo
di andarlo a sentire ! Però ben tosto anche Londra fu tutta en
tusiasmo per lui. Si racconta un curioso ed interessante aned
doto. Giorgio IV, allora regnante, mandò una persona di sua
confidenza dal Paganini, onde sentire quanto domandava per
suonare a Corte alla di lui presenza. Paganini sorrise alla ri
chiesta del nobile messo, e gli rispose: « Cento lire sterline ».
L'incaricato tornò, offerendo la metà. Il sommo violinista non
tardò nemmeno allora a rispondere, e disse: « S. M. può ascol
tarmi per assai minor prezzo, venendomi a sentire in Teatro ».
I Concerti, in cui Paganini suonò a Londra, e le escursioni
da lui fatte in tutta l'Inghilterra, in Iscozia ed in Irlanda, gli
procurarono somme considerevoli, che si accrebbero ancora nei
suoi viaggi in Francia, nel Belgio ed in Inghilterra negli anni
seguenti. Di ritorno in Italia nell'estate del 1834, ei vi acquistò
beni considerevoli, fra i quali la Villa Gaione presso Parma. Ai
14 di novembre stesso anno egli dava a Piacenza un Concerto a
beneficio dei poveri, il solo Concerto che abbia dato in Italia
dopo il 1828. Durante il 1835 Paganini visse ora a Genova, ora a
Milano, e nel suo ritiro presso Parma. Il cholera, che infieriva
allora a Genova, fe' spargere la notizia della sua morte ; i gior
nali la annunciarono, e fecero all'artista articoli necrologici; ma
poscia si seppe che, sebbene la di lui salute fosse in uno stato
deplorevole, egli non era slato colpito dal flagello.
Nel 1836 alcuni speculatori parigini l'indussero a dar loro l'ap
poggio del suo nome e del suo ingegno per la fondazione di un
Casino, di cui la musica era il pretesto, ed il giuoco lo scopo
vero. Questo stabilimento, le cui spese furono eccessive, venne
aperto in uno dei più bei quartieri di Parigi, sotto il nome di
Casino Paganini; ma il Governo non diede il permesso che si
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era sperato per farne una casa da giuoco, e gli speculatori fu
rono ridotti al prodotto dei Concerti, i quali non agguagliarono
le spese. Il progressivo deperimento delle forze di Paganini non
gli permise di farvisi sentire; e in premio delle fatiche che
egli aveva sofferte per recarsi a Parigi, e della perdita della sua
salute, gli fu mossa una lite ch'egli perdette; i tribunali,
senza avere ascoltato la sua difesa, lo condannarono a pagare
cinquantamila franchi ai creditori degli speculatori, e ordina
rono che fosse imprigionato, finchè non avesse soddisfatto a
questa condanna. Nel punto in cui questa sentenza era data,
Paganini moriva in Nizza. Questo grande artista spirava il 27
maggio del 1840, in età di cinquantasei anni, lasciando ad un
figlio ch'egli aveva avuto dalla cantante Bianchi ricchezze con
siderevoli.
Poco dopo io era di passaggio per Nizza, e recandomi a visi-
lare quanto colà si trovava di più curioso e notevole, vidi, non
in una cantina, si come fu detto, ma in una stanza terrena del
l'ospedale, una cassa. Venuti a quella dinanzi, il Cicerone che
mi scortava s'infiammò nel viso, e quasichè fosse preso da su
bitaneo dispetto, mi disse: « Voi fissate quella cassa.... il cuore
vi dice qualche cosa In essa sta la salma del celebre Paga
nini. Il nostro Vescovo monsignor Galvano, saputo ch'egli era
agli estremi di vita, gli mandò un canonico per parlare seco
lui della comunione. Egli accettò la confessione, ma, andando
soggetto a vomiti continui, il medico gli ordinò di non far la
comunione, come depose con apposito attestato. Mori senza sa
cramenti, e Monsignore gli negò la sepoltura in luogo sacro.
Suo figlio Achille, erede di tutte le sue sostanze, mosse una lite
al Vescovo medesimo, e chi sa quanto durerà, poichè i preti sono
ligi ai loro principii, e non la cedono cosi facilmente » . La lite
diffatti durò lunghi anni. I giudici prosinodali nominati dalla
Santa Sede si pronunciarono in favore del Paganini, e lo stesso
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fece la Curia Arcivescovile di Torino, per cui finalmente il figlio
potè far trasportare la salma in quistione a Parma, indi nel ci
mitero di Gaione, ove il Paganini aveva comprato il ricco po
dere già menzionato, ed ora abitato dal figlio stesso in un con
la famiglia. Io non voglio qui rivedere le bucce nè ai Vescovi,
nè ai Parroci, ma parmi che in simili casi sarebbe prudenza
non farne partecipe il Pubblico per evitare maggiori scandali,
e lasciare che il morto se la distrighi in cielo con Dio.
Sfuggendo da un tema che non mi appartiene, e che vano
forse sarebbe qui svolgere, mi fermerò piuttosto, prima di chiu
dere la presente biografia, sulla valentia e sul genere dell'illu
stre Genovese, e sopra altre cose riguardanti il suo carattere.
Gli artisti, che hanno udito Paganini, sanno che cosa lo distin
guesse dagli altri violinisti insigni ; ma fra venticinque o trenta
anni non esisterà forse più un solo, che, avendolo udito, possa
dire quale fosse la natura del suo genio. Un'applicazione allo
studio, della quale si hanno pochi esempli, aveva condotto Pa
ganini a trionfare senza pena delle più grandi difficoltà. Queste
difficoltà se le creava egli stesso, collo scopo di dare maggior
varietà agli effetti, e di accrescere i mezzi del suo istrumento,
poichè si vede che fu questo il fine da lui propostosi appena si
trovò in età di meditare sul suo particolare destino. Dopo avere
suonata la musica degli antichi maestri, specialmente di Corelli,
di Vivaldi, di Tartini, poi di Pugnani e di Viotti, egli comprese
che gli sarebbe difficile di toccare a chiara fama nella strada
che era stata battuta da quegli artisti. Il caso gli fe' cadere nelle
mani la nona opera di Locatelli, intitolata L'Arte di nuova mo
dulazione, e fin dal primo colpo d'occhio Paganini vi ravvisò un
novello mondo di idee e di fatti, che avevano avuto nella no
vità il successo meritato, a motivo della loro eccessiva difficoltà,
e forse anche perchè l'istante non era ancor giunto, nel tempo
che Locatelli pubblicò la sua opera, di emanciparsi dalle clas-
Storia del violino 7
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siche forme. Le circostanze erano più favorevoli per Paganini,
poichè il bisogno d'innovazione è appunto quello del suo secolo,
e, può dirsi, cosi non fosse. Appropriandosi i mezzi del suo pre
decessore, rinnovando vecchi effetti dimenticati, aggiungendovi
ciò che il suo genio e la sua pazienza gli facevano scoprire,
egli pervenne a quella varietà, la quale era lo scopo delle sue
ricerche, e più tardi il carattere distintivo del suo talento. Il
contrasto delle differenti sonorità , la diversità nell'accordo
dello strumento, l'uso frequente dei suoni armonici semplici
e doppi, gli effetti di corde pizzicate riuniti a quelli dell'ar
chetto, gli staccati di varii generi, l'uso della doppia ed anche
della triplice corda, una prodigiosa facilità nell'eseguire gli in
tervalli di grande scappata con una giustezza perfetta, e final
mente una inudita varietà di accenti d'archetto: tali erano i
mezzi, la cui riunione dava un'impronta originale e caratteri
stica al talento di Paganini, i mezzi che traevano il loro valore
dalla perfezione dell'esecuzione, da una squisita sensitività ner
vosa, e da un gran sentimento musicale. Nel modo in cui l'ar
tista si piantava appoggiandosi su di un'anca, alla disposizione
del suo braccio destro, e della sua mano sull'alzamento del suo
archetto, si sarebbe creduto che il colpo di questo dovesse es
sere dato goffamente, e che il braccio dovesse avere del pesante;
ma bentosto si vedeva che braccio ed archetto si muovevano con
una eguale pieghevolezza, e che ciò che sembrava essere il risul
tato di qualche fisico difetto, era dovuto al profondo studio di
quanto era più favorevole agli effetti vagheggiati dall'artista.
L'archetto non oltrepassava la misura ordinaria ; ma per conse
guenza di una tensione più forte dell'ordinario, la bacchetta
era un po' meno all'indentro. È verosimile che Paganini avesse
avuto in mira di facilitare il rimbalzo dell'archetto nello stac
cato ch'egli staffilava e gettava sulla corda in modo del tutto di
verso da quello degli altri violinisti. Nella biografia ch'egli scrisse
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di sé in italiano, egli dice che al suo arrivo a Lucca furono ma
ravigliati dalla lunghezza del suo archetto e dalla grossezza delle
sue corde; ma più tardi si accorse senza dubbio della difficoltà
di far vibrare grosse corde in tutte le loro parti, e quindi d'ot
tenerne un suono puro, poichè ne diminui progressivamente
la dimensione, e, quando si fece sentire a Parigi, le sue corde
erano al dissotto della grossezza media. Le mani di Paganini
erano grandi, secche e nervose, e dovevano essere deposte in
un Museo per la loro costruzione fenomenale, cosi come si de
pose nel Museo di Pavia, per la sua enorme grossezza, il cuore
dell'esimio cantante Vincenzo Negrini. Conseguenza di un la
voro eccessivo, tutte le dita di Paganini avevano acquistata una
pieghevolezza ed una attitudine, di cui è impossibile farsi una
idea. 11 pollice della mano sinistra si rovesciava anche a volontà
sino sulla palma della mano, quando ciò era necessario per
certi effetti del senza manico.
La qualità del suono, che Paganini cavava dallo strumento, era
bella e pura, senz'essere troppo voluminosa, tranne in certi mo
menti, nei quali era visibile che egli radunava tutte le sue forze
per giungere a risultati straordinarii. Ma quello che soprattutto
distingueva questa parte del suo talento, era la varietà di voci
ch'egli sapeva trarre dalle corde con mezzi che a lui erano par
ticolari, o che, dopo essere stati scoperti da altri, erano stati
dimenticati, chè non se n'era ravvisata tutta la importanza.
Cosi i suoni armonici, che erano sempre stati considerati piut
tosto come un effetto curioso e limitato, che non come un
mezzo reale del violinista, erano parte integrante del suono di
Paganini. Egli non se ne serviva solamente come di un effetto
isolato, ma come di un mezzo artificiale per raggiungere certi
intervalli, che la più grande estensione d'una mano assai grande
non poteva abbracciare. Era anche coi suoni armonici ch'egli
era arrivato a dare alla quarta corda dei mezzi, la cui esten
— 100 —
sione era di tre ottave. Prima di Paganini, nessuno aveva im
maginato che, fuori dagli armonici naturali , fosse possibile di
eseguirne dei doppi in terza, in quinta, in sesta, insomma che
si potesse far camminare all'ottava dei suoni naturali e dei
suoni armonici; Paganini eseguiva ciò in tutte le posizioni, con
una facilità maravigliosa. Nel canto egli impiegava di frequente
un effetto di vibrazione fremente, che aveva dell'analogia colla
voce umana; ma per gli sdruccioli affettati della mano, ch'egli
vi univa, quella voce era quella di una vecchia donna, ed il
canto aveva i difetti ed il cattivo gusto che si rimproverava altre
volte a certi cantanti francesi. L'intonazione di Paganini era per
fetta, e questa qualità cosi rara non era uno dei suoi minori
vantaggi sulla maggior parte degli altri violinisti.
Dopo aver reso omaggio nell'apprezzare il talento di questo
grande artista, egli è necessario di considerarlo nell'impressione
generale che era prodotta dalla di lui esecuzione. Molti trova
vano il suo suono poetico, e particolarmente notevole nel canto.
Non si poteva udirlo senza rimanere maravigliati, estatici; forse
non restavate commossi, nè tocchi dal sentimento, che pare in
separabile dalla musica vera. La poesia del suono del gran vio
linista consisteva soprattutto nel brillante, e nella maestria del
suo archetto. E quello che prova che la sua superiorità consi
steva, nel suo talento maraviglioso di servirsi dei suoi mezzi
proprii, anzichè della espressione di un sentimento profondo,
si è ch'egli si mostrò a Parigi al dissotto del mediocre in due
concerti di Kreutzer e di Rode, infinitamente meno difficili delle
sue proprie composizioni. Se si considerano le scoperte di que
sto celebre artista nella loro applicazione ai progressi dell'arte
ed alla musica seria, si vedrà che queste cose non furono buone
che nelle sue mani. Egli ha avuto alcuni imitatori, nei quali
l'imitazione uccise il talento naturale. — L'arte di Paganini è
un'arte a parte, che è nata con lui, e di cui egli portò seco il
segreto nella tomba. . '
Mi valsi di una parola che egli ripeteva sovente, poichè assi
curava che il suo talento era il risultato di un segreto scoperto
da lui, e che rivelerebbe prima della sua morte, in un metodo
di violino, il quale non avrebbe che un piccolo numero di pa
gine, e getterebbe tutti i violinisti nello stupore. Un tale ar
tista doveva essere di buona fede; ma non si ingannava? Non
era egli sotto l'influsso di una illusione? Vi è forse un segreto
diverso da quello che la natura mette nel cuore dell'artista,
nell'ordine e nella perseveranza dei suoi studi? Io non lo credo.
Checchè ne sia, la morte non permise che il segreto , di cui
Paganini parlava, fosse divulgato.
Un gran merito si manifestava nelle composizioni di Paga
nini: novità nelle idee, eleganza nelle forme, ricchezza nell'ar
monia, e varietà negli effetti dell'istrumentazione; tali erano le
qualità che si notavano ne' suoi concerti. Egli non aveva vo
luto acconsentire a pubblicarli prima di avere terminato i suoi
viaggi, e d'essere ritornato in Italia: è a temere che non si
pubblichino mai, poichè io credo di essere certo che Paganini
non aveva scritto se non l'Orchestra, e che la parte principale
del violino non era che nella sua memoria. Nella notizia che
egli scrisse intorno asè(V. la Rivista Musicale, t. 9, p. 144), egli
non riconosce, fra le opere pubblicate sotto il suo nome, che
le seguenti: 1° 24 Capricci, o studi per tiolino solo, op. 1,
Milano, Ricordi ; Parigi, Pacini ; 2° 6 Suonate per violino e chi
tarra, op. %,ibid.; 3° 6 idem, op. 3, ibid.; 4° 3 Quartetti per
violino, contralto, chitarra e violoncello, op. 4, Milano, Ricordi ;
Parigi, Richault; 5° 3 idem, op. 5, Milano, Ricordi. Tutte le
altre produzioni pubblicate sotto il nome di Paganini sono
frodi mercantili, tranelli d'editori (1).

(1) Molte notizie sulla vita e sul talento di Paganini furono pubblicate
sia in Raccolte, sia separatamente; le principali sono:l° Paganini'sLeben
Riepilogando, nessuno suonò e forse non suonerà mai, come
Paganini ; nessun concertista lasciò opere più importanti, più
dotte, più belle e più difficili delle sue ; nessuno ebbe gli onori e le
ovazioni che a lui si largirono. La sua effigie, sia dipinta, sia

und Treiben als Kunstler und als Mensch (Vita e avventure di Paganini,
considerato come artista e come uomo), Praga, Calve, 1830, in-8°, di 410
pagine. Il sig. Schottky, professore a Praga, è l'autore di questo libro,
il quale non è in certa guisa che una compilazione dei giornali alemanni:
vi si trova il ritratto dell'artista. Un estratto di quest'opera comparve in
Amburgo sotto questo titolo. 2° Paganini's Leben und Charakter (Vita e
carattere di Paganini), in-8°. 3° Paganini in seinen Reisewagen und Zim-
mer, in seinen redseligen Stunden, in gesellschaftlichen Zirkeln und seinen
Concerten (Paganini nella sua sedia di posta, e nella sua camera, ecc.), Brun
swick, Vieweg, 1830, in-8°, di 68 pagine. Il sig. Giorgio Harry's, autore
di questo scritto, è un Inglese addetto alla Corte di Hannover, il quale
seguitò Paganini in tutta l'Alemagna, per istudiarlo come uomo e come
artista, nello scopo di scriverne questa notizia, nella quale Paganini tro
vava dell'esattezza. 4° Il sig. Schùtz, professore a Halle, annunziò uno
scritto intitolato: Leben, Charakter und Kunst N. Paganini's, eine schizze
(Schizzo sulla vita, sul carattere e sull'arte di Nicolò Paganini), Lipsia,
Rein, in-8°; quest'opuscolo vuolsi non pubblicato. 5° Notizia sul celebre
violinista Nicolò Paganini, per M. J. Imbert de la Phalèque, Parigi, E.
Guyot, in-8°, di 66 pagino, con ritratto (V. su questo scritto la Rivista mu
sicale, t. VII, p . 33). 6° Paganini, la sua vita, la sua persona, ed alcune
parole sul suo segreto, per G. E. Anders, Parigi, DeJaunay, 1831, in-8°, di
3 fogli (V. su questo scritto la Rivista musicale, t. XI, p. 46). 7° Paganini
e Beriot, od avviso agli artisti che si destinano all'insegnamento del violino,
per Fr. Fayolle, Parigi, Legouest, 1831, in-8° (V. su questo opuscolo la
Rivista musicale, t. XI, p. 97-100, 105-107). Pennati aveva composta una
Notizia fisiologica sul celebre violinista Paganini, ch'egli lesse all'Accademia
Reale delle scienze, nel 1831, e di cui si pubblicarono degli estratti nella
Rivista musicale (t. XI, p. 113-116). Nel mio Dizionario Biografico ho pure
consacrato un lungo articolo al sommo Genovese, e mi compiaccio an
cora con me medesimo d'aver potuto inserire alcune sue lettere inedite
al cremonese Bignami, chiarissimo violinista.
incisa, sia a modo di caricatura, sia in busti, in gesso od in
marmo, è sparsa per tutta Europa, siccome quella di Napo
leone I e di Rossini, ai quali non ho temuto di porlo a con
fronto. La Baviera, l'Austria, là Russia, Maria Luigia Duchessa
di Parma lo fregiarono dei loro rispettivi Ordini. La Prussia lo
creò Commendatore, come pure venne creato Barone di West-
falia, coi privilegi inerenti. Gli si coniarono medaglie a Vienna,
a Parigi, a Dunkerque, a Genova, a Strasburgo. Ricevette re
gali di gemme preziose, fra le quali alcune di molto valore, da
Nicolò Imperatore delle Russie, da Luigi Filippo, da Carolina
regina vedova di Baviera, da Maria Luigia, da Francesco I im
peratore d'Austria, dal Municipio di Varsavia, dal Vicerè d'Ir
landa. Nella sua patria si eresse un Teatro col suo nome, ed
io avrei sperato che per di lei cura si fosse fondata anche una
scuola di violino sotto il suo nome istesso. Ma le città sanno ben
rivestirsi della gloria de' loro figli : mostrarne gratitudine rara
mente o mai!
Nicolò Paganini veniva generalmente dipinto come un sucido
avaro.... e temo che anche qui il mondo peccasse d'esagera
zione : almeno incontrastabili documenti degni di fede mi àtte-
' stano il contrario. Se qualcuno de' miei lettori, nuovo S. Tom
maso, non fosse tanto facile a credere alle asserzioni altrui,
ecco i seguenti fatti, ch'io guarentisco, e che vennero insino ad
ora dimenticati da tutti i suoi biografi. Nicolò Paganini era as
sai economico nelle spese casalinghe ; e ciò vuolsi attribuire a
quella saviezza propria ad un uomo di esperienza e di senno.
Donò fr. 20,000 a suo padre Antonio, frutto de' suoi primi
guadagni. Donò fr. 10,000 a Sebastiano Ghisolfi, suo cognato,
per aiutarlo in certe sue critiche circostanze commerciali. Pen
sione e regali continui a sua madre, mantenuta sempre con
venientemente. Dote di fr. 20,000 alla nipote Sciallero. Soc
corsi e regali alle sue due sorelle, cui legava in testamento,
— 104 —
alla Ghisolfi fr. 50,000, alla Passadore fr. 75,000. Regalo dì
fr. 50,000 al vivente avv. Luigi Guglielmo Germi, integèrrimo
amministratore del suo patrimonio. Regalo di fr. 20,000 al chia
rissimo compositore Ettore Berlioz, a titolo d'incoraggiamento.
Totale in doni e legati fr. 245,000, non comprese le pensioni
ed i continui soccorsi. Ove poi si consideri che non avvi città
cospicua in Europa, nella quale ei non abbia date Accademie
pei poveri, si otterrà un cumulo di fatti tali, che non si riscon
trano in nessun altro artista italiano: si otterrà una somma da
far istrabiliare dalla maraviglia. Le sue principali disposizioni
testamentarie furono le seguenti. Erede universale nominò suo
figlio Achille, a favore del quale istituiva un maggiorasco, non ef
fettuatosi per mutata legislazione. Legava il suo violino alla città
di Genova, onde venisse perpetuamente conservato. Legava im
portanti somme ai suoi nipoti, lasciandone usufruttuarie le so
relle. Raccomandava l'anima sua all'immensa misericordia del
Creatore, dalla qual cosa risulta ch'ei non era l'eretico che si
voleva.
Cosi pure pretenderebbesi che Nicolò Paganini fosse d'animo
irrequieto e chiuso tutt'affatto ad ogni affezione, ad ogni tene
rezza; e invece a me consta diversamente. Lo proverò, riferendo
la seguente lettera che egli indirizzava al di lui figlio, durante
una sua breve assenza.

Mio caro figlio! Amato Achille!

Liverpool, 6 maggio 18S4

« Questi pochi giorni lungi da te mi sembrano dieci anni.


« Nel lasciarti, lo sa il cielo se ho sofferto ! Ma conoscendo la
« tua dilicata complessione, ho sagrificato il piacere d'averti
« meco in questo disastroso viaggio, tanto più in si buona coni-
« pagnia, come quella della signora cognata di Watson e di suo
«, figlio Guglielmo.
« Ho ricevuta la macchinetta, di cui mi era dimenticato nel-
« l'abbracciarti prima della mia partenza, e ti ringrazio d'aver-
« mela inoltrata. Non passa giorno ch'io non pensi a te, e ti
« parlo, e ti bacio. Domenica sera avrò il contento d'abbracciarti
« in persona, e dirti tante cose che incompletamente saprei
« esternarti colla penna.
« Spero che la tua condotta sarà esemplare, e che trarrai
« frutto dalle scuole che frequenti. Anelando il felice istante di
« stringerti al mio seno, prendi in considerazione le proteste
« del mio sviscerato amore ».

Il tuo papà Paganini

È impossibile che un uomo grande sia senza cuore, e questa


lettera basterebbe a convincere qualunque più ostinato incredulo.
MOLINO LUIGI

Luigi Molino , da Fossano , succedette al Viotti come primo


violino del Teatro Reale di Torino. Nel 1809 pagò anch'egli il
suo tributo alla smania di viaggiare, e vide Parigi, dove si fece
udire non solo sul violino, ma ben anco sull'arpa, istrumento
che pur maneggiava a meraviglia, e che gli avrebbe procurata
una nuova corona d'alloro, se vi si fosse esclusivamente applicato.
Si è confuso da alcuni biografi Luigi Molino con Molino Fran
cesco , chitarrista distintissimo , che nacque in riva all'Arno nel
1775, il cui nome non suona sconosciuto in Francia e in Ispa-
gna. Il Molino piemontese ha nulla a che fare col Molino toscano,
anche per la maggiore elevatezza d'ingegno, e per la sua pere
grina valentia.
Egli mori nell'età di 84 anni. Con suo testamento del 10 ago
sto 1829, apertosi il 24 agosto 1846, nominò sua erede univer
sale la di lui sorella Cecilia, e nel caso ch'ella morisse in quel
frattempo, chiamò a suo erede l'Ospedale di San Luigi di Torino.
— 108 -
La sorella diffatti disparve dalle scene del mondo , e il citato
Ospedale s'impossessò della sua piccola fortuna, che ammontò
a cinquanta mila franchi circa.
Si hanno di lui le composizioni seguenti :
Un Concerto per violino in re — Due Concerti per due vio
lini — Tre altri (del medesimo genere) — Concerti per arpa
ed orchestra — Grande suonata per arpa sola — Fantasia, per
arpa pure — Ariette italiane, stampate dal vecchio Editore Ri
cordi in Milano — Sei Romanze per pianoforte, ecc. ecc. A Ge
nova scrisse un'Opera, alla quale non arrise la sorte.
Un'egregia arpista dilettante mi assicurava , volgono pochi
mesi, che la musica del Molino è bella tutta, ma in ispecie
quella per arpa : « A torto, ella dicevami, le gentili cultrici di
questo poetico istrumento hanno posto in dimenticanza il Mo
lino : egli scrive, come non iscrivono i moderni, con sapore di
scienza, con venustà di stile, con vivacità di pensieri , con un
gusto sempre leggiadro, puro, italiano » .
109

RADICATI FELICE

Nella allor già bella ed ora bellissima Torino sorti i natali


Felice da Maurizio de' Radicati, proveniente da nobile, ma non
agiata famiglia. Ebbe a maestro il Pugnani. Se egli riusci de
gno del suo istitutore, lo dicano Italia, Francia, Inghilterra, Eu
ropa tutta, che, assorte in una vera estasi artistica, ammirarono il
suo archeggiare terso e a quando a quando robusto ed ardente.
E siccome di buon'ora la ben ordinata sua mente conobbe che
il contrappunto è il primo fondamento del Musurgista; cosi egli
alla matematica scienza anzitutto e con amore si volse, tanto
chè in pochissimi anni, nelle composizioni a violino solo, pa
reggiò i maggiori maestri, e potè scrivere Opere teatrali, nelle
quali gl'intelligenti commendavano la dovizia del sapere, il bel
canto, la grandiosa istrumentazione e la filosofica condotta. Non
dispiacerà a' miei leggitori che io le nomini, ed eccole. In due
atti, Il Svitano generoso, II Biondello, Coriolano, Castore e
— 110 —
Polluce, L'intrigo fortunato, La lezione singolare ossia Un giorno
a Parigi: in un atto, I due prigionieri, Il Medico per forza.
Era già pervenuto
« Nel mezzo del cammin di nostra vita »
quando arse d'amore per la sua famosa concittadina Teresa
Bertinotti, cantatrice, il cui nome non morrà si presto nei fasti
teatrali italiani. Poco dopo la impalmò, e ne ebbe un figlio che
si diè allo studio delle leggi, onorando se stesso ed il padre.
Vittorio Emanuele I lo nominò professore della sua Regia Camera :
posto che non potè a lungo occupare per dover seguire la mo
glie, che era chiamata sulle sponde partenopee ad operare nuovi
portenti, e a rendere sempreppiù vivida la sua nominanza.
Dopo qualche tempo si aperse il concorso al posto di primo
violino in Bologna, il quale non ebbe luogo, chè nessuno osò
presentarsi, aspirandovi il Radicati; cosicchè il 31 marzo 1815
venne con generale soddisfacimento prescelto a primo violino
direttore, tanto per la grande Orchestra della Basilica di S. Pe
tronio, che delle altre di Bologna, come pure a maestro di vio
lino in quel Liceo Filarmonico. In quest'illustre e sì rinomato
Istituto, coll'indefesso suo zelo e col perfetto suo metodo, fece
allievi degni di lui : egli è stato il primo ad adattare alla mu
sica il mutuo insegnamento, nel quale fu contemporaneo al suo
amico Stanislao Mattei, il maestro dell'Orfeo di Pesaro, o come
vuole Nicolò Tommaseo, dell'Orfeo di Lugo (1). Fuori d'Italia

(i) L'Autore dei Sinonimi e di tanti preziosi e dotti scritti, che aggiun
sero fama all'Italia, ebbe la compiacenza di aggradire un esemplare
del mio Dizionario Biografico, del quale non ho potuto ancora intrapren
dere la seconda edizione, perchè gli Stampatori vogliono tutto per sè . . .
e la spesa non sarebbe lieve. In quella circostanza il chiaro uomo ed
esule illustre mi diresse una lettera tutta cortese e incoraggiante, e in
essa si trovano queste precise parole :
vantò a suoi estimatori un Haydn, un Gyrovetz, un Rombergh ,
un HaenseL, un Beethowen, un Salieri, e via via.
Dimorando a Vienna, prese le difese della musica d'Italia.
Fuvvi chi disse non essere atte le italiche menti a composizioni
d'altissimo stile, messe privilegiata dei maestri tedeschi. Non
pago di mostrare l'erroneità di si avventata asserzione con savii
ragionamenti e con ben ponderate parole, pregò un alto per
sonaggio ad invitare copiosa e scelta società a un musicale in-
tertenimento, non escludendo quelli della professione e i mae
stri. Ottenuto ciò di leggieri, esegui insieme a valenti compa
gni quartetti e quintetti d'autori italiani, francesi e tedeschi.
Fra gl'italiani scelse quelli del toscano Luigi Boccherini, che
fiori prima di Haydn e degli altri sommi compositori germa
nici, e il Boccherini riportò la palma su tutti gli altri. Il Radi
cati aveva raggiunto il suo scopo : l'imperchè, rivoltosi ai com
positori che erano presenti, loro disse con quella franchezza e
schiettezza che distinguevalo :
« Amai d'avervi qui presenti, non tanto perchè foste testi-
fi monii al trionfo della nostra musica italiana, quanto per farvi
« scienti come da quel Boccherini eh' ora avete gustato, il vostro
« grande Haydn medesimo prese prima norma per la divisione
« e condotta nel comporre la serie dei quartetti che tant'onore

Tra le vite, che ho letto finora, è quella di Gioachino Rossini;


« il quale, del resto, è propriamente di Lugo, giacché di lì erano i suoi
« genitori, e a Pesaro non si trovavano se non come suonatori, quando
« egli nacque ».
Siffatta quistione, se cioè debba chiamarsi propria patria il paese ove
nasce il padre, o piuttosto quello dove nasciamo noi, è antica, come
diversi ne sono i pareri. Certo è che da tanti anni il mondo ha sempre
riguardato come Pesarese il Rossini ... e anche il mondo ha la sua
buona parte d'autorità, rispettando sempre altamente le opinioni d'uno
scrittore qual è il Tommaseo.
— 412 —
< gli han fatto, e come dopo di lui i vostri massimi autori com-
« posero con tali esempli le opere loro ; le quali però (abbiatevi
« pur fermo alla mente) mancano in generale di quel dolce
« canto, che natura volle fosse esclusivo e perpetuo retaggio di
« noi figli della ridente Italia. Vero è che presentemente essa
« in questo genere di musica si mostra povera, ma verrà sta-
« gione che saprà pareggiare la Germania, imperocchè in quella
t classica terra conosco tali e tanti che ne danno bellissima spe-
« ranza, e per dirvi d'un solo che già alto ascese, vi rammento
« quel Giovanni Benincori che ora Parigi cotanto si vanta di
« possedere fra le sue mura ».
A queste aggiunse molte altre osservazioni, e per modo, che
un applauso ripetuto ed universale proclamò la sua vittoria. Se
il padre Stanislao Mattei venne riconosciuto qual riformatore e
capo-scuola della musica istrumentale ecclesiastica; se tutti ve
neriamo in Gioachino Rossini Yinnovatore dell'Opera nostra, e
andiamo superbi di lui come n'andava la Grecia d'Omero o di
Tacito Roma; al Radicati si debbe per giustizia e per ricono
scenza il titolo di ristauratore del quartetto italiano.
Ma vedi caducità della vita ! Mentre illustrava la patria, men
tre da lui peregrine cose ancora aspeltavansi, nel far prova di
due cavalli che comperare voleva, fu ad un tratto rovesciato
per terra, sicchè poche ore dopo, e ad onta delle cure dei me
dici, volò in seno a Dio. Bologna è stata la prima ad innalzare
un grido di dolore, e quel grido trovò un eco in tutti i suoi
congiunti ed amici, in tutti coloro che alacremente intendono
al vero bello della musica.
Nel Camposanto di Bologna, mercè i suoi superstiti, la mo
glie ed il figlio, s'erge marmoreo monumento a comprovare ai
venturi la sua singolare valentia.
— 113 —

GHEBART GIUSEPPE

Un altro eletto fiore del suolo piemontese è Giuseppe Ghebart,


venuto alla vita il 20 novembre del 1796 da Paolo e da Teresa
Giolitti.
Fino dall'età più verde si dedicò allo studio del violino, e fece
in breve tempo progressi si rapidi, che dire gli si poteva coi
versi d'un sonetto di Giuseppe Parini :
« Andrai, se te non vince o lode o sdegno,
« Lungi dell'arte a spaziar fra i campi ».
Il Radicati lo volle per suo allievo: predilezione che l'ono
rava, e che era di buon augurio alla carriera del Ghebart. Il
Radicati non era uomo da prendere abbaglio si facilmente : se
minava là ove il raccolto non poteva mancare, nè mai avrebbe
inaffiata la pianta, che, giunta a sera, si fosse inaridita.
Nel 1814 il Ghebart venne ammesso alla Regia Cappella come
virtuoso di violino, e nel 1824 era promosso al posto di violino
Storia del Violino 8
di spalla. Nell 839 lo si nominò primo violino, in surrogazione
del Polledro, per essere poi nel 1846 con Regio Decreto effetti
vamente chiamato alla direzione generale della musica istrumen-
tale della Regia Cappella e Camera.
Questa circostanza gli procurò l'alta fortuna di presentarsi a
S. M. Carlo Alberto di gloriosa memoria. Egli l'accoglieva con
particolare amorevolezza, con quella bontà che gli era si propria,
e gli soggiungeva: « Essere ben lieto d'avere a capo della sua
Reale Orchestra un cosi distinto artista, che faceva onore al
paese ». Parole che gli furono di dolce compenso, e che lo
avrebbero inorgoglito, se l'uomo ignorasse come un elogio, an
che meritato, anzichè esaltare la sua mente, debba spingerlo a
nuove prove e a nuovi sagrifìci.
A partire dall'anno 1817 fino al 1855, egli fu socio onorario
e direttore dell'Orchestra dell'Accademia Filarmonica, nella quale,
ogniqualvolta avevano luogo serate musicali coll'intervento della
Reale Famiglia, dava qualche Concerto a violino]: oppure dal
l'Orchestra composta fin dal suo nascere pressochè di dilettanti,
e da lui stesso ammaestrata, faceva eseguire qualche sinfonia
del ricco repertorio, che tuttora si trova in quegli archivi.
Non si comprende ancora come l'Accademia Filarmonica po
tesse toccare al suo fine. Era un'istituzione che aggiungeva
lustro alla città, e che valorosi allievi già all' arte fruttava.
Carlo Coccia ne fu per lunga pezza Direttore, e a lui succedette
il suo discepolo Luigi Fabbrica, uomo di molto buon gusto, e nelle
musiche discipline espertissimo. Con simili capitani al timone, la
nave non poteva a meno di ritornare alla riva carica di nobili
acquisti ; ma una Società è composta di diversi cervelli. Non
tutti hanno cuore ed ingegno, e, per una vera fatalità, preval
gono troppo spesso i cattivi consigli.
Giuseppe Ghebart diresse contemporaneamente pel corso di
ventitré anni il Regio Teatro di Torino, dal 1832 al carnevale
e alla quaresima del 1855.
— 1i§ —
in questo frattempo veniva richiesto a Parigi perla direzione
dell'Orchestra dell'Opera Italiana, e a Dresda quale direttore
dell'Orchestra di quella Regia Cappella ; ma particolari circo
stanze ne lo trattennero, increscendogli pure, come avviene
sovente alle anime temperate a virtù, di dir vale alla terra
nativa. Anche gl'Italiani soffrono di nostalgia.
Malgrado le sue incessanti occupazioni, benchè non avesse
un'ora, in cui poter coltivare a bell'agio i geniali suoi studi,
dettò alcuni Concerti a violino, Temi con variazioni, Duetti a
due violini e qualche Sinfonia. A Parigi si stamparono alcuni
suoi Quartetti e Quintetti, Concerti ed Esercizii per violino: genere
di musica a que' di più apprezzato all'estero che fra di noi.
Animato dai suoi felici successi e dalle lodi della stampa, scrisse
parimenti due Messe e un Miserere per la Reale Cappella. Nel
1835 musicava pure un altro Miserere a quattro voci con cori,
e questo veniva con rara sapienza interpretato il giovedi santo
di quell'anno medesimo alla defunta Accademia Filarmonica in
un Concerto di musica sacra. Copioso è poi il repertorio delle
Sinfonie da esso composte, infra le quali varie di genere pasto
rale, ed una grande in quattro parti in do minore.
Il 31 dicembre del 1854 S. M. Vittorio Emanuele II lo fregiava
di propria volontà delle insegne di Cavaliere dell'Ordine dei
SS. Maurizio e Lazzaro.
La sua vita fu ad ognora laboriosa ed esclusivamente consa
crata all'incremento di quell'Arte, che tanto ha amato ed ama,
l'Arte che non è favoleggiata immagine della mente Achea, come
dice Angelo Mazza, ma che
« Scese dal ciel, quand'ebbero
Forma le cose, in compagnia d'Amor ».
Secondato dal sig. Cavaliere Di-Salasco, indi dal sig. Mar
chese Ferdinando di Brème, attualmente Prefetto dei RR. Pa
lazzi ed uomo di facile ingegno, intese sempre al miglioramento
1

— 116 —
e al decoro dell'Orchestra della Regia Cappella, ed ebbe spesso
il conforto di riuscire nel suo nobile intento, comecchè corres
sero tempi avversi alle Arti e al loro progresso.
Giuseppe Ghebart insegna ai suoi allievi la vera scuola pie
montese, quella dei celebri Viotti e Pugnani, e fu il primo in
Torino a fare eseguire e gustare i quartetti e i quintetti di
Spohr, di Mendelssohn, e di varii altri classici moderni.
DI SAINT-LUBIN LEONE

Leone Di Sainl-Lubin si guadagnò da' suoi coevi duplice co


rona: la corona di violinista e di maestro compositore. Appar
tiene a questo secolo, perchè venuto quaggiuso nel 1801. To
rino gli fu patria. Era figlio d'un maestro di lingua francese,
che, dopo aver abitato qualche tempo nella Capitale subalpina,
andò in Amburgo. Saint-Lubin coltivò anche l'arpa ; ma il vio
lino era la sua passione, e ad esso rivolse tutte le sue cure. A
nove anni diede un Concerto. Nel 1819 lo ammirò Berlino, e
lo applaudi Dresda, ove ebbe delle lezioni da G. B. Polledro.
L'anno seguente andò a Francoforte sul Meno, e per dieci mesi
bcbbe alle fonti di Spohr, fondatore in Alemagna d'una scuola
di violino più larga, più vigorosa, che quella de' suoi predeces
sori. Dopo un breve viaggio, fermò sua stanza in Vienna, e vi
apparò il contrappunto. Nel 1827 entrò come violinista al Tea
tro di Josephstadt, e il posto di sotto-capo d'Orchestra del Tea
tro medesimo gli venne accordato nell'anno successivo. Fu al
— 418 —
lora ch'egli esperimentò per la prima volta le sue forze nel
melodrammatico arringo coll'Opera Belisario ; scrisse contem
poraneamente diversi concerti per violino, e una grande sinfo
nia. Dopo aver udito Paganini, lo prese a modello, e ritirossi
in una solitudine dell'Ungheria, ove poter liberamente e senza
interruzioni abbandonarsi allo studio. Di ritorno a Vienna, ebbe
accoglienza festevole, e fu fatto segno a clamorose ovazioni nei
suoi Concerti. Musica da ballo, Opere, terzetti per gravicembalo,
quartetti per istrumenti a corde, furono a quell'epoca il frutto
de'suoi lavori. Dopo Berlino, nel 1830, rifulse al Teatro di
Kcenigstadt come capo d'Orchestra. A Berlino, come a Vienna,
scrisse Balli e Pantomime. La sua Opera Kccnig Braner's Schwert
è caduta ; egli fu bensi felicissimo col Cugino del dottor Faust.
Nel numero delle sue composizioni si annoverano cinque con
certi di violino, diecinove quartetti e un ottetto, in gran parte
pubblicatisi a Vienna ed a Berlino.
— 119 —

FERRARA RERNARDO

Sulla Sesia, a non molta distanza da Torino, sorge la mode


sta, ma generosa Vercelli, che preziose memorie racchiude (1),
e che nel 1848 fu una delle prime fra le città del Piemonte a
prestare asilo agli emigrati lombardi. Essa pure ha pagato il
suo tributo alla gran madre, l'Italia, col produrre uomini d'in
gegno e di dottrina in ogni genere, nelle Scienze, nelle Lettere
e nelle Arti, quindi anche nella musica.
Io ho avuto già occasione di ricordare più d'un maestro e
d'un violinista, che furono suoi diletti figli, ed ora registro con
non minore compiacenza il nome di Bernardo Ferrara, che nac
que in Vercelli il 7 aprile 1810 da Pietro e Rosa Perotti, e che
l'arte ossequia come uno de' suoi principali ornamenti.
Nel 1820, bramando di dedicarsi alla musica, egli si sarebbe
applicato di preferenza al violoncello, ma troppo in que' giorni
si parlava del genio straordinario di Nicolò Paganini, perchè a

(1) Vercelli possiede un manoscritto del IV secolo, che contiene il Van


gelo di San Marco in latino.
lutti non venisse la voglia di suonare il violino. Ebbe i primi
rudimenti dal professore Massena; e nel 1821, dopo molte pre
ghiere, ottenne dai proprii genitori il consenso di recarsi, all'e-
minentemenle artistica Milano per avere lezioni dal celebre
Alessandro Rolla, dal quale, dopo un accurato esame, venne
consigliato ad entrare nel Conservatorio. Diffalti, nel gennaio
del 1822, vi fu ammesso qual pagante pensione. Nel 1823 con
segui il premio d'incoraggiamento per essersi prodotto in un
Concerto nell'Accademia finale dell'anno scolastico. Durante il
corso de' suoi studi, fu soventi volte prescelto dai professori a
suonare Concerti nelle pubbliche adunanze. Nel 1828, alunno
ancora, gli venne concesso per grazia speciale di andare alla
sua città nativa, ove quel Municipio chiamavalo a dirigere un'O
pera nel civico Teatro per la solenne circostanza della venula
di Carlo Felice. Finalmente, nel 1829, il k ottobre, esci dal
Conservatorio col primo premio d'onore, suonando un Concerto,
e facendo eseguire una sinfonia di sua composizione.
Lasciato appena il Conservatorio, non già per inclinazione,
ma per ascoltare i consigli de' suoi professori ed amici, volle in
traprendere l'ardua carriera del Concertista. Torino e Genova
furono le prime ad udirlo; ma, in breve volger di tempo, ebbe
campo a persuadersi, che a battere quella spinosa via non basta
l'ingegno, e d'uopo è trangugiare umiliazioni d'ogni sorta , duro
patto, al quale si assoggetta con fatica un'anima indipendente e
temprata a virtuosi principii.ll nostro Vercellese adunque fe' ben
tosto ritorno a Milano, col fermo proposito di consacrare le sue
cure all'istruzione, e di dirigere Orchestre.
Nel carnovale 1830-31 il Ferrara fu primo violino a vicenda
col Petrini Zamboni da Firenze al Teatro Carcano di Milano, nella
memorabile stagione, in cui cantarono Giuditta Pasta, G. B. Ru
bini e Filippo Galli: nella stagione, durante la quale l'Italia
ebbe da Donizetti YAnna Bolena e da Bellini la Sonnambula,
Opere degne del cedro, e tali da disfidare con glorioso successo
i capricci della moda e la insaziabile voracità del tempo.
Nel 1835, dietro i consigli di Paganini, il Ferrara venne nomi
nato primo violino e Direttore d'Orchestra alla Corte di Parma.
Nel marzo del 1836 gli pervenne la nomina di professore di
violino al Conservatorio di Milano, succedendo nientemeno che
a un Rolla. Colà stabili la sua dimora. Nel 1843 fece parte della
grande Orchestra della Scala in qualità di primo violino di spalla:
posto che con universale rammarico ha egli lasciato nel 1850,
obbligatovi dalla sua malferma salute.
Per questa stessa ragione, nel maggio del 1861, addomandò
ed ottenne di essere dispensato anche dal Conservatorio: viene
un'epoca, in cui l'uomo ha bisogno di calma, nè è assoluta
mente stabilito che debba solo goderla nel sepolcro. La vita
indipendente e tranquilla rassicurò la sua salute, ed egli vive
pressochè sempre, tra le frescure e la quiete della. campagna,
una vita indipendente e tranquilla. Scrive spesso, ma per solo
diletto, composizioni per violino; e siccome possiede due belli
e buoni violini dello Stradivario, che non vorrebbe veder de
perire, suona sovente, a non lieve soddisfazione dei pochi amici
che hanno la fortuna d'udirlo. L'amore dell'arte non si estingue,
e si porta nell'urna ; è un bisogno che sentiamo fino all'estremo
sospiro.
Io veggo nell'egregio e benemerito Ferrara l'uomo felice, che
dipinge il Parini nella sua Ode alla Musa :
« Colui cui diede il ciel placido senso
E puri affetti e semplice costume,
Che di sè pago e dell'avito censo,
Più non presume;
Che ai buoni, ovunque sia, dona favore;
E cerca il vero; e il bello ama innocente;
E passa l'età sua tranquilla, il core
Sano e la mente ».
— 123 —

SIVORI CAMILLO

Cosa rara! Per un'eccezione alla regola, Camillo Sivori (1)


non fu contrariato nella sua vocazione da progetti della sua
famiglia più o meno ambiziosi. Scorrete le biografie dei grandi
artisti, e vi leggerete quasi sempre che fuwi lotta tra il padre
e il figlio. Quest'altro era destinato ai tribunali, quell'altro alla
medicina; uno sognava per suo figlio il titolo di professore,
l'altro il titolo di notaio. Fortunatamente l'Arte fece come l'ac
qua, la quale, quanto più è compressa, più in getti possenti
s'innalza. Se quei bravi e rispettabili genitori (in Italia special
mente) non avessero trovata resistenza nei loro figliuoli, l'Italia
avrebbe avuto qualche procuratore o qualche notaio di più —

(1) Ai cenni già riferiti nel mio Dizionario Biografico ho voluto preferire
queste assai più particolareggiate notizie del sig. Leone Escudier, aggiun
gendovi l'elenco delle sue opere ed altre cose moltissime.
- 124 -
come se non ne avesse nessuno! — ma, per fermo, la sua luminosa
pleiade di compositori e di artisti sarebbe stata notevolmente
scarsa. Il suo firmamento musicale avrebbe inopia di stelle.
Venturosamente per lui — che non ebbe da impallidire sul
Cuiaccio sin dai primi anni della sua giovinezza — venturosa
mente per l'Arte, che può a buon diritto inorgoglirsi di anno
verarlo fra i suoi ; e venturosamente per noi tutti che lo ab
biamo, il piccolo Camillo nacque, in certa guisa, predestinato.
Egli elesse la sua carriera prima di nascere, od almeno indicò
la sua vocazione. Il fatto è conosciuto, ed ha mestieri di questa
notorietà, perchè la sua singolarità non trovi degli increduli.
Correva l'anno 1817, ed il fatto succedeva a Genova. Paganini
dava un Concerto al Teatro Sant'Agostino. La signora Sivori,
madre del nostro violinista, la quale amava molto la musica,
si era affrettata a cogliere una cosi bella occasione di sentire
una tanta celebrità musicale. Essa si trovava in uno stato inte
ressante. Tuttavia essa andò al Teatro. Quella sera Paganini fu
maraviglioso per brio e per genio. Infino allora egli non aveva
oprato che dei prodigi : quella sera oprò delle maraviglie. La
madre di Sivori era donna di prima impressione ; restò talmente
commossa, che si dovette portarla fuori del Teatro ; si ebbe ap
pena il tempo di trasportarla a casa. Se non si fosse fatto presto,
noi leggeremmo adesso in fronte alle biografie del violinista ge
novese: « Camillo Sivori nacque nel 1817, in una loggia del
Teatro Sant'Agostino di Genova, all'ultima misura d'un agitato
di Paganini » .
Non si direbbe forse che era lui, ancor più che sua madre,
che i suoni di Paganini sentiva si al vivo?
Checchè ne sia, appena il fanciullo potè far uso delle sue mani
per trastullarsi, imitava i suonatori di violino con due pezzi di
legno, ed appena seppe esprimere un'idea, domandò che gli si
comperasse non già un cavallo di legno od un pulcinella, questo

1
— 125 —
primo sogno degli altri fanciulli, ma bensi un piccolo violino.
1 genitori di Sivori devono avere in qualche cantuccio, a Ge
nova, u» ritratto di lui , fatto bene o male da qualche Raf
faello incompreso, e al quale sarebbesi usata un'opera pia, con
trariando la vocazione. La tela rappresenta un piccolo buon
uomo di due o tre anni che suona non già il violino, ma con un
violino. L'istrumento è di un bel vermiglio a filetti bianchi;
il bambino è di colore giallo-cotogno, e spicca a maraviglia su
di un fondo azzurro Maria-Luigia. Si direbbe che sia una ban
diera. Questo ritratto, se lascia a desiderare qualche cosa dal
lato del disegno e della sobrietà del colore, fa epoca però. Nel
1820 Sivori era già ritrattato col suo violino in mano.
Due anni più tardi, cioè nel 1822, il desiderio del fanciullo
fu esaudito. Un maestro di musica, per nome Restano, dava delle
lezioni alle sorelle di Sivori. Fu pregato nella stessa occasione
a insegnare le gamme al piccolo Camillo. Solamente, Restano
insegnava la chitarra alle damigelle Sivori. Ma con un po' di
buona volontà e con molta compiacenza, un chitarrista può dare
delle lezioni di violino. Restano non si rifiutò; tuttavia l'anno non
era trascorso, ch'egli ricusò un tale onore. Il fanciullo-prodigio
si vedeva di già attraverso alle esigenze del fanciullo curioso ;
ed il professore credette di fare un atto di prudenza col ritirarsi.
Egli accompagnò lasua dimissione con queste parole, pronunciate
col tuono solenne ed ispirato di un oracolo : « Questo ragazzo farà
parlare di lui ». E il buono ed ingenuo Restano aveva ragione.
Si affrettarono ad affidare il giovine Camillo ad un maestro
di musica della vecchia scuola italiana, per nome Costa. Questi
fu il vero maestro di Sivori. Quando Paganini tornò a Genova,
lo trovò pronto a ricevere ciò che si dice l'ultima mano. Il re
dei violinisti non ebbe che a sentirlo suonare un brano, per
l'iconoscere in quell'adolescente cosi precoce delle disposizioni
straordinarie. Egli si offerse tosto per dargli delle lezioni, e non
- 426 -
vedeva l'ora di farlo suonare in pubblico. Era giusto : egli aveva
affrettata la nascita del bambino, e voleva accelerar quella del
l'artista. Quell'uomo aveva sempre fretta ; egli aveva véramente
il diavolo in corpo!
E non si limitò solamente a dargli delle lezioni, egli che non
era troppo ghiotto di quest'esercizio della professione, ma ancora
compose pel piccolo Sivori sei suonate pel violino con accom
pagnamento di chitarra, di viola c di violoncello, ed un con
certino, di cui Sivori ha conservato l'autografo.
Questo concertino più di una volta Paganini lo fece suonare
in pubblico al piccolo Sivori, accompagnandolo ei medesimo
colla chitarra, poichè è noto che uno dei deboli del celebre
violinista era quello di grattare lo strumento di Figaro. Che
cosa volete! È sempre slato cosi in ogni tempo. Salvator Rosa,
il quale non avrebbe avuto rivali nel paesaggio, si faceva rosso
in viso dalla collera quando lo chiamavano paesista, e dava le
sue inimitabili tempeste per soprammercato, e come un di più,
a chi gli recava una piccola tela di genere storico. È ben vero
però, che sotto le dita di Paganini la chitarra diventava un'arpa.
Sivori segui il suo illustre maestro, o piuttosto fu trascinato
da lui a Parigi e a Londra, dove fu fatta l'accoglienza la più
lusinghiera al fanciullo-prodigio tanto pel suo talento, quanto
per deferenza al celebre professore. Era il palischermo che
segue la nave.
Ma questi precoci successi abbagliarono il giovane artista
senza inebbriarlo. Più egli saliva, più scopriva vasti orizzonti
che gli erano sconosciuti, e che si affrettò ad esplorare. Com
prese egli che le dita e l'archetto non sono soli a formare l'ar
tista ; che qualunque sia l'agilità di quelle dita, qualunque sia
la sicurezza di quell'archetto, ci vogliono studi serii, una pro
fonda conoscenza dei maestri dell'Arte, un corso compiuto di
contrappunto, per brillare in prima fila, se non si vuol essere
per sempre un semplice esecutore, per quanto sia prodigiosa
l'abilità del suono.
I suoi parenti compresero questo dal canto loro, e fecero
ritornare il fanciullo a Genova, ove lavorò assiduamente a com
porre sotto la guida di Giovanni Serra, eccellente professore di
contrappunto. Questo necessario e fruttifero ritiro non durò
meno di undici anni ! Ma poi, al termine di quegli undici anni,
Sivori poteva lottare coi più esperti contrappuntisti.
Nel 1839 Camillo Sivori cominciò quella lunga odissea ch'egli
non ha ancora interrotta, e che, a quanto sembra, non dovrà
cessare cosi presto. È pur bello il viaggiare al romore degli ap
plausi, coll'avere la rinomanza stessa per foriera, e col lasciar
dietro di sè i desiderii più vivi, e le memorie più splendide !
Si fu a Firenze, in quella bomboniera, metà scena, metà sala
di conversazione, nel Teatro Standish (1), che Sivori ricominciò
la sua carriera di violinista, alla quale egli aveva preludiato da
fanciullo-prodigio, al seguito di Paganini, a Genova, a Parigi e
a Londra. Ma il Teatro Standish non poteva contenere altro che
l'eletta dell'aristocrazia della città, e ancora! Ci voleva una sala

(1) Lord Standish fu uno dei più appassionati amatori che mai avesse
la musica italiana. Venuto in Italia, cominciò a proteggere giovani artisti,
fra i quali posso citare l'esimia Felicita Forconi, ch'egli fece studiare a
sue spese, e ch'egli affidò al Maestro Giuliani e al celebre Morocchesi (per
la declamazione). A Firenze egli fece fabbricare nel suo palazzo un gra
zioso Teatro, in cui cantava sovente l'illustre famiglia Poniatowski, e in
cui mi ricordo ancora d'avere udito il Giovanni da Procida, applauditissima
e notissima Opera dello stesso principe Poniatowski Giuseppe. Ma anche
Lord Standish è sparito, e i mecenati della musica si contano sulle dita.
L'apatia invade gli animi, la speculazione assorbe tutto, e se procediamo
di tal passo, di regina delle Arti non rimarrà all'Italia che il nome. Di chi
la colpa? Un po' di tutti.
— 128 —
ben altrimenti vasta. Sivori fu obbligato a passare al Cocomero,
dove tutta Firenze andò ad ammirarlo.
Dopo Firenze venne il resto della Toscana, poscia andò in
Alemagna, e sarà meglio risparmiare al lettore l'enumerazione
di tutte le città, in cui Sivori fecesi udire. La fama, ond'era pre
ceduto dovunque, gli fe' preparare un grazioso alloggietto in un
palazzo di Mosca, ed un altro non meno confortante a Pietro
burgo. Sivori vi si recò, e docile alle esigenze di questa guida
dispotica, diede dei Concerti nelle due Capitali moscovite, dei
Concerti, di cui tutti gli artisti, virtuosi, solisti ed esecutori d'ogni
genere, che l'uno all'altro tennero dietro in questi ultimi venti
anni, non hanno certo debole rimembranza.
Ma sia che Sivori avesse la nostalgia dei suoi trionfi da fan
ciullo, sia che gl'importasse di ricevere ciò che si chiama la con-
secrazione dell'arte, e di avere quel battesimo che ogni cele
brità va a ricevere a Parigi come al focolare donde partono i
raggi della gloria, egli lasciò la Russia, e non si fermò che
alla sala dei Minuti-Piaceri a Parigi. Egli aveva fretta di essere
giudicato in ultima istanza da questo grande areopago, da questo
tribunale supremo dell'Arte europea, com'egli appella anco
oggidi il Conservatorio Imperiale di Musica.
Sivori attendeva anzitutto il suffragio dell'Italia, perchè l'I
talia era sua patria, e perchè era la patria dell'Arte. Un tal
suffragio ei l'aveva ottenuto, e al di là delle sue speranze.
Più tardi Sivori aveva atteso quello dell'Alemagna, questa
terra della musica classica, questo vasto liceo degli armonisti.
Il suffragio della vecchia Germania, al pari di quello dell'Italia,
non gli era venuto meno.
Rimaneva finalmente quello di Parigi, che concentra in sè,
col suo possente eccleticismo, tutti quelli delle altre nazioni,
e che lo dà per l'organo dei membri del Conservatorio. Fu questa
la prova che Sivori volle tentare.
— 420 —
Tutti i Parigini si ricordano — e Sivori pure ! — di quella
spendida mattinata. Fu più che un trionfo pel giovine violinista
che era stato veduto fanciulletto, e che era di tanto ingrandito —
meno la statura. In quel giorno, il Pubblico del Conservatorio—
d'ordinario molto sobrio di ovazioni — si scosse tutto ad un tratto,
e fece scoppiare il suo entusiasmo in tanti bravo ! da far diven
tar rauco un Pubblico gridatore, ed in applausi da stancare le
mani d'uno dei cavalieri del lampadario.
Sivori ne era tutto commosso, ben più commosso che non lo
fosse stato al Teatro Sant'Agostino di Genova, alcune ore prima
della sua nascita, al Concerto di Paganini.
11 Conservatorio di Parigi non si limitò ad esprimere al gio
vine violinista tutta la sua simpatia e tutta la sua ammirazione ;
B' volle darg^ una prova di tale ammirazione e di tale simpatia,
e gli decretò ad unanimità una medaglia d'oro, prezioso ricordo
che Sivori non cederebbe per uno Stradivario e per varii
Amati.
Tuttavia, per quanto lusinghiera, per quanto meritata, per
quanto bella sia una medaglia d'oro, venisse anche dal Conser
vatorio di Parigi, essa non dà redditi. Ora, i padroni d'albergo,
i sarti, i calzolai, anche i più filarmonici, hanno l'usanza di
non contentarsi della presentazione di questa preziosa testimo
nianza di stima, quando si chiedono i loro servigi. Fu dunque
forza a Sivori di passare lo stretto per andare a fare una co
piosa raccolta di lire sterline coll'effigie di Sua Maestà la Regina
Vittoria, ben altrimenti stimate dai suddetti padroni d'albergo,
sarti e calzolai, che tutte le medaglie che uno si limitasse a
mostrar loro senza permettere ad essi di monetizzarle.
Questa specie di raccolto si fa d'ordinario in Inghilterra tra
la primavera e l'estate. Ciò si chiama la stagione; e difatti è
quella la stagione per eccellenza. Sivori fu si contento della
sua prima raccolta, che la volle rinnovare tre volte. Quando
Storia del Violino 9
— 430 —
si prendono delle ghinee, non si potrebbe mai prenderne abba
stanza. Dopo tre anni di soggiorno in Inghilterra, ed un piccolo
calcolo aritmetico che Sivori fece, vuotando il suo portafogli ,
egli pensò che non avvi terreno, per quanto buono, il quale,
dopo tre anni di abbondanti ricolti, non abbia bisogno di ripo
sare, e andò in Olanda. Da quelle spiaggie gli venivano come
dei soffi di milioni gialli. Egli desiderò di sapere a che atte
nersi intorno alla ricchezza dei signori Olandesi, e soprattutto
intorno al loro gusto per la musica. Sivori ebbe a lodarsi di
questa buona risoluzione.
Di là ei passò nel Belgio , vi diede Concerti , poscia riflettè
un cotal poco sulla via che doveva prendere. Egli aveva veduto,
dopo l'Italia, la Francia e l'Inghilterra, l'Alemagna e la Russia,
il Belgio e l'Olanda, quasi tutta l'Europa in una j^trola. Risol
vette allora di passare l'Oceano, e di andare un po' a vedere il
nuovo continente. Era cosa naturalissima per un concittadino
di Cristoforo Colombo.
Sivori rimase sette od otto anni in America. È vero però
che visitò sessantasette città. Ciò vuol dire che il suo archetto
non riposò troppo. D'altra parte, presso gli Americani, l'atti
vità e la locomozione sono all'ordine del giorno.
V'è anche una cosa all'ordine del giorno degli Americani, ed
è l'entusiasmo. Quando i Yankees amano un artista, essi ne
vanno matti, lo coprono di dollari e di fiori, lo ammazzano a
serenate e ad albate, e lo mangerebbero tutto crudo per provar
gli, come Ugolino, che hanno delle viscere; o, per meglio pro
varglielo, gliele farebbero visitare. Il nostro amico Sivori non
fu mangiato dai signori Yankees, ma fu ad un capello di ser
vire di pasto ai pesci. Ed ecco come.
Traversando l'istmo di Panama, egli dovette passare un fiume
in una barca guidata da quattro negri. Il tragitto, senza esser
lungo, mancava d'allegria. Per distrarsi, Sivori ebbe l'infelice

» Vi
- 131 —
pensiero di provare l'effetto che produce il suono del violino
sui negri. Tosto pensato, tosto fatto. Egli trae fuori lo stru
mento dalla sua scatola , e, corri, archetto mio !
Dapprima le cose piegarono al bene. I negri cessano di remi
gare, ed ascoltano con tutte le loro orecchie. Ma ben tosto alzano
grida di fuoco, alle quali succedono discorsi sotto voce, as
sai inquietanti. È impossibile a Sivori di capire ciò ch'essi di
cono tra loro ; probabilmente ei parlano in negro. Ma lo indo
vina ad alcuni gesti significanti. Quegli strani rematori lo hanno
preso per un mago, pel diavolo medesimo forse, e vanno d'ac
cordo sul modo il più pronto di sbarazzarsene. Sivori si affretta
a riporre nella scatola la sua fantasia ed il suo violino, e pro
cura di persuaderli quanto meglio sa che egli è un semplice
mortale. La sua eloquenza non avrebbe raggiunto lo scopo, se
essa non fosse stata fortificata da un pacco di zigari, e da una
buona bottiglia d'acquavite.
Da quel momento, quando Sivori vede un negro su uno dei
marciapiedi, egli si affretta a prendere il marciapiede opposto,
e non istringe la mano al signor Alessandro Dumas senza una
certa paura (1).
Da Panama Sivori si recò al Perù, il quale giustificò per lui
le qualità finanziarie che sono annesse al suo nome. Poscia
passò al Chili e a Valparaiso, ove una fregata se lo prese a bordo,
e volle fargli omaggio del prezzo di trasporto sino a Rio-Janeiro.
Ma Sivori, ingrato ! non rammenta una tale graziosità, se non
se con un sentimento di profonda amarezza. E forse a cagione
dell'accesso di febbre gialla, che poco mancò non lo uccidesse
in quella bella capitale dell'Impero brasiliano. Timeo Danaos et

(1) Si sa che Dumas è di stirpe negra per parte di donne, ed il suo


volto ha un profilo affatto negro.
— 132 —
dona ferentes, rispose Sivori, il quale non aveva perduto il suo
latino, quando una nuova nave gli offerse un nuovo trasporto.
Tranne la febbre gialla, Sivori ha conservato le più dolci
memorie della graziosa accoglienza da lui ricevuta a Rio-Janeiro.
Ei preferi adunque di scegliere il momento, e di partire,
pagando il suo biglietto di piroscafo, per Buenos-Ayres, il cui
nome gli sembrò di buon augurio. Ei non si era ingannato. In
fatti, tra le calde ovazioni che ottenne in quella città — ciò che
non lo dovette maravigliare, per modesto ch'ei sia — Sivori fece
un incontro che singolarmente lo ha colpito, o piuttosto che gli
cagionò una ben graziosa sorpresa. Egli si trovò naso a naso con
Restano, il suo primo maestro di violino, il profeta della sua
gloria. Vi lascio pensare se l'abbracciamento fosse cordiale.
Poco mancò che il maestro e il discepolo si soffocassero vicen
devolmente.
Sivori, sempre punto dalla rabbia del locomuoversi, sarebbe
andato nella China ; ma egli pesò bene il suo morto, ed essen
dosene trovato contento, ritornò nella sua città nativa.
Egli avrebbe potuto riposare e vivere tranquillamente dei
suoi redditi ; ma una sciagura impreveduta e al tutto indipen
dente dalla sua volontà, gli fece perdere la fortuna ch'egli aveva
cosi onoratamente ammucchiata.
Sivori non si scoraggiò. Era una carriera da ricominciare,
ecco tutto. Ebbene, egli la ricominciò. Ed essendosi molto a
proposito ricordato del suo primo ricolto in Inghilterra, vi ri
tornò ben presto. Dopo otto anni, il terreno aveva dovuto mi
gliorarsi ; e di vero le ovazioni non gli mancarono più delle
ghinee.
La Scozia e l'Irlanda si tassarono per applaudirlo, e per ri
parare la breccia cosi crudelmente fatta alla sua fortuna.
Coloro che sono stati a Londra al tempo della prima grande
Esposizione devono ricordarsi del suo splendido soggiorno.
- 133 —
Ma non v'è paese si bello, di cui tosto o tardi uno non si
stanchi. Egli vide un giorno una carta della Svizzera. Fu quello
un raggio di luce. « Eh per bacco, gridò egli! Èla Svizzera che
io dimenticava! Presto, partiamo; ho fretta di visitare la patria
di Guglielmo Tell e del Sunderbund». Egli si recò a Ginevra...
Ma la sua sedia di posta ribaltò, e si fratturò il pugno della
mano sinistra!
Senza il signor Lafontaine, questo valente discepolo del ma
gnetizzatore Mesmer, il celebre violinista genovese sarebbe ora
a suonare all' altro mondo , se anche colà vi sono violini e si
sente la passione della musica.
Dopo due mesi di angoscie, poichè egli credeva rotta per
sempre la sua carriera, provò di nuovo quel pugno cosi prezioso
sul suo magnifico Guarnerio. Le dita, eccetto una debolezza
proveniente da un riposo troppo prolungato, nulla aveano per
duto della loro flessibilità. Egli le pose bravamente in esercizio,
e subito dopo fece le delizie di tredici Cantoni. La maggioranza
gli parve sufficiente, quanto alla Confederazioni, e se ne tornò
in Italia. Egli risalutò Firenze, questa volta alla Pergola; ritrovò
la diletta sua Genova, ove suonò per l'inaugurazione di un
Nuovo Teatro; poscia passò a Marsiglia, dove ebbe un successo
d'entusiasmo, e d'entusiasmo meridionale , ciò che addoppia il
valore della parola. Il signor E. Bènèdit scrisse in codesta occa
sione una notevole monografia di Sivori. Ei raccontò le prin
cipali vicende di questa vita cosi irrequieta e brillante, e diede
un assai retto giudizio del suo talento.
« Di tutti i celebri violinisti dell'età nostra, egli dice, Sivori
è quello che più rammenta il suo maestro ed illustre modello
Paganini, la cui scuola supremamente originale ha prodotto nu
merosi imitatori. Come sempre, la più parte di questi istrumen-
tisti hanno preso il lato più bizzarro del grande artista ligure
senza possedere i possenti suoi mezzi, d'onde nasce che il suono
— 134 —
pecca sempre in quanto a giustezza e a precisione. Sivori
però, malgrado il suo gusto per la fantasia e per l'originalità,
adempie tutte le condizioni del violinista, a giudicio dei più se
veri conoscitori, fossero essi discepoli di Viotti o di Baillot. Con
servando di Paganini le tradizioni più bizzarre e più ardite,
egli perpetua egualmente le sue migliori qualità, cioè la giu
stezza, l'ampiezza, la grazia e l'espressione. Egli spinge anche
più lungi che Paganini quest'ultima facoltà, la più bella di tutte,
come si potè vedere all'aria finale della Lucia. In questo pezzo,
tutto tenero e sentimentale, Sivori vi rapisce come i più grandi
cantanti Rubini e Moriani. Le vibrazioni penetranti , che egli
trac dalle sue corde , sono meno l'effetto di un calcolo arti
stico, che non il risultato dell'inspirazione e di una profonda
sensitività. Sempre uguale, sempre puramente espressivo, Sivori
eseguisce da capo a fondo quella bella melodia di Donizetti
con accenti di una eloquenza inaudita, e di più con una sobrietà
d'ornamenti, che rivela in lui il sentimento del gusto il più puro.
L'adagio ed il rotMò della Campanella di Paganini, formidabile
composizione che ben pochi violinisti suonano in modo irre
prensibile, è per Sivori un giuoco da fanciullo. La leggerezza,
la fioritura del suo archetto, e l'amabile noncuranza, con che
egli suona il motivo del rondò, danno a questo esordio una
grazia inesprimibile, alla quale si congiunge una non meno
grande sorpresa, quando egli imita sul cantino il tintinnio di
una campanella con tanta forza e con tanta purezza metallica,
che a stento si distingue il timbro del violino ».
Nel 1858, l'anno che precedette le nostre grandi battaglie,
il Sivori diede due Concerti al Teatro d'Angennes di Torino;
e benchè gli animi fossero tutti preoccupati dagli avvenimenti
di que' giorni solenni, essi furono per lui due clamorosi trionfi.
Ecco due articoli dell' illustre Felice Romani , tolti dalla Gaz
zetta Piemontese, che ancora sentiva la potente influenza della
— 435 —
sua dotta ed elegantissima penna, e che ancora non era, siccome
ai giorni presenti, un semplice foglio d'atti ufficiali e d'annunzi.
L'Appendice in Italia, dopo il ritiro di Romani, può dirsi morta,
a meno che non vogliamo accontentarci di pallidi racconti, di
critiche velenose e parziali, e di frizzi senza sale.

Odio il verso che suona e che non crea (1).

« Applico alla musica questo concetto che Ugo Foscolo, se ben


mi ricordo, applicava alla poesia, perocchè poesia anch'essa è
la musica, ed ha comune con quella il nobile ufficio di com
movere gli animi colla rappresentanza, o per meglio dire, colla
significazione dei tanti affetti, pei quali è procellosa o serena la
umana vita. La musica pertanto che di tale ufficio è dimentica,
e ripone ogni suo vanto nel lusingare solamente l'orecchio,
non è, a mio credere, che un vuoto suono, il quale trascorre
fuggitivo e non cerca una via per giungere al cuore : può bensi
alcune volte sorprendere come sforzo d'arte, ma la sorpresa è
passeggiero senso, e non produce né profonda, nè durevole
impressione.
« In questa opinione mia concorreranno per certo tutti coloro ,
e non son pochi, i quali rifuggono dai cosi detti Concerti, o
Esercitazioni di musica istrumentale, in cui la mancanza della
parola fa sentire, assai più che nella musica vocale, il difetto
della passione. Assistendo essi a siffatti Concerti, provano in sè
quella noia, per non dire dispetto, che proromper fece Gian
Giacomo Rousseau in quel famoso sarcasmo : Musique, que me
veux tu? Ed escono dai teatri o dalle sale accademiche col cuor

(1) Dalla Gazzetta Piemontese del 16 novembre 1858.


— 136 —
freddo come vi entrarono, e non tocco in veruna sua fibra. Fe
lici i concertisti che ripongono la loro gloria non nelle difficoltà
superate coi loro stronfienti, ma nella commozione destata negli
uditori coi loro appassionati concetti! E felicissimo sovra tutti,
o quasi tutti, Camillo Sivori, dal cui violino fluisce tant'onda
di armonie, e trabocca nel tempo istesso tanta piena d'affetti!
« Per ciò appunto egli è il più sublime violinista dell'età nostra,
e diremmo dell'età passata, se vissuto non fosse quel Genio ma-
raviglioso che chiamossi Nicolò Paganini, il quale, come è voce,
egli ebbe a maestro. Io non so nò quali nè quanti segreti del
l'arte abbia Camillo Sivori imparati da quel sommo : so bensi
ch'ei non ebbe da quello nè l'ardore dell'immaginare, nè la
squisitezza del sentire, nè la poesia dell'anima, che son doni
soltanto della misteriosa natura. Essa fece lui violinista, come
fa cantore l'usignuolo. In mano del Sivori il violino non è uno
stromento, ma un ente che ha vita; non son note che vibrano
dalle sue corde, ma parole di un linguaggio universalmente
sentito, ond'è che ogni cuore risponde a quel linguaggio. Il più
esperto musicante all'udirlo non pensa alla maestria dell'artista,
alla perfezione dei suoni, alla difficile facilità dei concenti, ma
sedotto e ammaliato, senza investigare da che mova la seduzione
o la malia, si abbandona alla potenza che lo rapisce e lo assorbe.
Si direbbe che in quel violino è l'arcana forza del magnetismo
e dell'attrazione.
« Qual noi la provammo ald'Angennes la sera del 13 scorso,
la provarono al di qua e al di là dell'Atlantico gli animi tutti
sensibili all' incanto delle divine melodie. Imperocchè il gran
violinista, quasi non pago della sua fama europea, a quella pure
aspirò dell'America, e piena l'ottenne. Colà dove un Ligure ebbe
un giorno recato la civiltà del vecchio mondo, recò un altro
Ligure i tesori di un'arte che perfeziona la civiltà medesima,
ingentilendo i cuori e purificando i costumi. Plaudirono gli
abitatori delle Antille e i riverani dell'Orenoco, e i littorani del
Rio delle Amazzoni, plaudirono i figli degli Incas, e i nepoti di
Montezuma alle commoventi armonie sgorgate da una sola corda,
come da orchestra di numerosi stromenti, e le belle Creole ob-
bliarono le allegre lor danze o le gaie canzoni al giocondo suono
della chitarra e della mandòla, per gustar la dolcezza di quella
malinconia, che, al dir del Bertola, val più d'ogni gioia: malin
conia che dalle corde temprate dalla maestra mano si diffonde
soave nei petti ardenti come la rugiada sui fiori assetati ; e i
negri di que' coloni , i miseri negri, gementi sotto il giogo nel
terreno della libertà, posero mente al cantico dei fuggenti sul
l'Eritreo pietosamente suonante sul violino del Sivori come sul
decacordo di Mose, e unendo le loro preghiere a quelle del
popolo scampato al flagello dei Faraoni, sentirono mitigarsi il
dolore degli aculei, e si confortarono colla speranza che anche
essi sariano un giorno redenti.
« Ora che il signore degli altissimi suoni dai lidi americani ri
torna, benedetto da quelle genti ch'ei fece partecipi delle nostre
impressioni, non reca egli da quei lidi alcuna memoria che noi
lusinghi e diletti, non reca egli alcun eco di quelle secolari fo
reste, alcun gemito di quelle solitudini, alcun grido di quella
maestosa natura? Si, lo ha recato: e noi siama ancora compresi
di maraviglia e di amore. Egli è un ricordo di Cuba, un raggio
di quella gemma dell'Atlantico, un sorriso delle vergini delle
Antille, un sospiro di quei cuori appassionati ed ingenui. Ponete
mente, o subalpine fanciulle, udite, o cuori sensitivi» anime
vaghe delle gentili e delle caste armonie : udite, o spiriti desiosi
della poesia, perocchè in quel ricordo si comprende un intero
poema.
« È sera, tranquilla sera, placida e serena come l'azzurro cielo
in cui Cuba si specchia, come il mare che la bacia, come la
brezza che le reca sull'ali i profumi dei fiori e l'olezzo delle
- 138 —
piante aromatiche, di cui s'inghirlanda quella fertile terra. Un
coro di vergini vagolando a diporto, quali negli ameni boschetti
e sul margine dei cristallini ruscelli, quali sedute all'ombra dei
cavi spechi e dei pergolati frondosi, esprimono con allegre can
zoni la felicità della loro giovinezza, salutano il sole che si ac
commiata da loro nel vermiglio orizzonte, e si allegrano al disco
della luna che si affaccia a supplire le veci della luce fraterna,
vicina a spegnersi nelle onde lontane. Soavi sono le loro voci,
soavi i loro canti, sia che essi esprimano letizia ed amore, sia
che rammentino alcun diletto fuggito o deplorino alcuna spe
ranza svanita. Or s'ode il lamento di una voce solitaria a cui
niuna voce risponde, ora il susurro di più voci che si confondono
insieme e si intrecciano, e si sciolgono e tornano a riunirsi e a
mischiarsi come i sospiri delle fronde nel bosco, come i rumori
delle, acque nel ruscello, come i gemiti delle colombe nei lor
segreti recessi.
« Quand'ecco tulto in un tratto inaspettato suono interrompere
le gioconde e le tenere melodie : si arrestano le sorprese can
tanti, e porgono ansiose l'orecchio. Chi viene a turbarle? qual
profano ardisce violare i pudichi loro segreti? qual temerario si
attenta d'irridere gli innocenti loro diporti? Null'altri che il ce
lato Sinsonte, il capriccioso motteggiatore, l'augello che gode
imitare le umane voci e rispondere ad esse con eco beffardo.
Non si tosto riconoscono le paurose il parlatore pennuto di cui
sanno l'istinto, che rincorate ripigliano le tralasciate canzoni, e
si beffano del beffatore. E qui comincia una sfida, un assalto,
una lotta fra il Sinsonte e le vergini. Le voci ora si avvicendano,
ora si aggruppano, ora si sciolgono, or tornano ad avvicendarsi,
ad aggrupparsi di nuovo; ferve la gara, s'incalora la gioconda
guerra : sono eguali le mosse, eguali le pause e le riprese,
eguali gl'intrecci; è pari la volubilità, pari la persistenza, pari
la forza ; non sai dire qual sia l'irrisore, non discerni quali
— 139 —
sieno le irrise. È impossibile, dici in tuo cuore, che tanta copia
di numeri, tanto profluvio di note, tanta complicazione e tanta
varietà di armonia sgorghi da un solo strumento.... Ma quello
strumento è il violino di Camillo Sivori, ed è capace de'mag-
giori portenti.
« Perocchè, o lettori, non tutti li abbiamo uditi, e non cono
sciamo di quanti altri operatore esser possa il gran violinista.
Egli ci invita stasera ad un nuovo Concerto.... e il suo Genio
solo, il Genio della passione e della poesia che gli scalda il cuore
e gli inspira la mente, quel Genio solo può dire a quai mera
viglie ei c'invita ».

« Non si può parlare (1), nè udire a parlare di un uomo eccel


lente in qualche arte, che il pensiero non ricorra tosto ad al
tro uomo eccellente nell'arte medesima, e non sia tentato di
fare un confronto fra quello e questo, quand'anche non si vegga
in entrambi quella tal quale affinità di condizioni che agevoli
il confronto, o più o meno il giustifichi. Come ciò avvenga io
non so, ma fu sempre cosi; e cosi è nel momento medesimo
ch'io prendo la penna per dar conto dei Concerti di Camillo Si
vori, e d'ogni parte mi viene all'orecchio un qualche paragone, o
vecchio, o recente, di quest'uomo singolare con Nicolò Paga
nini, singolare del pari. Ma, chiedo io, fra questi due sommi
puossi istituire un adequato confronto? dov'è la canna su cui
si misurano gl'ingegni, e la bilancia sulla quale si pesano? Il
Genio non istampa egli negli uomini privilegiati un'impronta
speciale che sfugge ad ogni acume, e li diversifica gli uni dagli
altri quando più sembra che si rassomigliano ? Paganini e Sivori,

(1) Dalla Gazzetta Piemontese del 7 dicembre 1858,


— 140 —
ambedue sommi artisti, portarono il violino ad un grado di ec
cellenza cui forse ó impossibile superare; ambidue vincitori
sulle sue corde di qualunque difficoltà, e trovatori di suoni non
mai prima sentiti ; ambidue padroni dell'arte ed esecutori ma-
ravigliosi ; ambidue pieni di anima, di passione, di forza, da
trarsi dietro, direbbero i mitologi, ammansate e innamorate le
fiere. Ma pure non vi ha in essi alcunchè di arcano e d'indefi
nibile, per cui questo, a chi ben guarda, si distingua dall'altro?
« Eccovi Paganini. Ei si presenta quale ispirato, e dall'ampia
fronte, dagli occhi scintillanti, dallo scarno e pallido volto tra
spare il Dio che dentro lo cuoce. Egli impugna con una mano il
violino, scuote coll'altra l'archetto che lo dee dominare, come il
domator del leone scuote la ferrea verga che lo impaura. Al
primo tocco delle lunghe e nodose sue dita geme il violino, quasi
abbia il presentimento della potenza che sta per affaticarlo ;
freme al secondo, e plora, e si lagna come il dormiente inter
rogato dal magnetizzatore ; al terzo segue lo impulso del voler
superiore che lo sforza, e prorompe in voci prolungate e sonore.
Il taumaturgo s'inchina sovr'esso, squassando gli ondeggianti
capelli, e lo cova, per cosi dire, col guardo: le più interne fi
bre del cavo legno si scuotono, oscillano, e cedono al fascino
irresistibile; gli astanti in lui mirano silenziosi ed attoniti, e
pendono senza batter palpebra dal torrente d'armonie che da
lui si riversa.
« Osservate il Sivori. Giovane di anni, delicato di forme, di
sembianze leggiadro, ei move aggraziato e sereno col suo vio
lino alla mano, somigliante all'Apollo dipinto dal Reni; mode
sto, composto, e direi quasi, pauroso, ei sembra ignorare se
stesso, e non aver fede nella sua maestria. Nessuna ostentazione,
nessun piglio studiato, nessuna movenza artificiosa. Non si pensa
al suonatore, non si vede, per cosi dire, che il suono; si direbbe
che le corde, non tocche dall'arco, vibrino spontanee e non ri
— 141 —
spondano che a se sole, o che un'aura invisibile scorra sovr'esse
come sull'arpa eolia, e vi deponga le arcane sue melodie. Tante
son queste, e cosi varie e cosi volubili, e sgorgano e si accop
piano, e si disciolgono e si fondono insieme cosi facili, cosi
morbide, cosi numerose, che nessuno, all'udirle, esser le crede
uno sforzo dell'arte ; ma s'immagina che la natura le abbia pro
fuse in quell'armonico legno, come profonde i profumi in un
giardino, i susurri in un ruscello, i zeffiri in un mattino di
estate. In tanta copia di concenti, in tanto intreccio di note,
in tante complicazioni di numeri, il diletto non lascia luogo alla
maraviglia, o formano un sentimento medesimo la maraviglia e
il diletto.
« Ebbene questi due sommi artisti, che, dal ritratto che io vi
faccio di loro, son tanto diversi l'uno dall'altro, sono eguali am
bedue in abilità e in maestria, e tendono del pari, come due
linee parallele rivolte a un sol centro, ad uno ed identico effetto,
vale a dire all'espressione del bello, all'imitazione del vero, al
commovimento ed alla persuasione dei cuori. Con quei mezzi
e fino aqualgrado non cercate, o lettori, perocchè sparito dalla
terra il gran Paganini, non vi ha più possibilità di confronto.
Sivori è solo. E di lui possiam dire ciò che il poeta diceva del
sole: « Egli a se stesso e a null'altro somiglia ».
« In dieci Concerti, ai quali senza intervallo fra gli uni e
gli altri c'invitò egli al Teatro D'Angennes e al Carignano, il
pubblico entusiasmo per lui non venne mai meno un istante,
e, ventura non conceduta ad artista, lasciò ad ogni Concerto
vivissimo desiderio di nuovi Concerti. Eppure, cedendo a potenti
istanze, si fece a ripetere parecchie volte alcune suonate ; lo
che vuol dire che ei trova segreti nell'arte, pei quali sotto la sua
mano tutto ringiovanisce e si rinnovella. Cosi avessi io scrittore
l'abilità di cose nuove sovra argomenti non nuovi, che vorrei
ritornare sull'inno di Mosè, sul sospiro dell'infelice di Lam
— 142 —
mermoor, sulle rimembranze di Cuba, delle quali, pochi di
sono, v'intrattenni in queste Appendici! Ma a che ricorrere a me
raviglie già conte, quando mi si affollan dinanzi meraviglie non
anco narrate?
« Non mi sento io tuttora suonare nel cuore le miste querele
della giovane appassionata che geme l'appassita sua gioventù,
e duolsi che amore non cessi tuttavia di crucciarla? Poss'io
dimenticare l'afflitta sacerdotessa appiè della quercia druidica,
implorante dall'astro tranquillo della notte la pace ch'ei fa
regnare ne' cieli e non consente alla terra? E le tenere parole
con cui l'elvetico pastore accompagna il dono ch'ei porge alla
sua fidanzata dell'anello nuziale, santa eredità della madre? E
le lagrime del derelitto Scozzese piangente il bell'angelo che
spiegò l'ali a più felice regione, e lasciò lui deserto quaggiù, e
privo di ogni conforto? Dove son mai, dove sono i cantori che
con tanta efficacia esprimano colle parole questi sublimi con
cetti dei tre cigni italiani, come li esprimono le incantatrici
corde del Sivori? Dove sono a' di nostri i maestri che sappiano
ideare un sol pezzo di musica, e figurare e colorire tutta un'a
zione, quando patetica e commovente, quando bizzarra e fanta
stica, come fa il Sivori col suo prodigioso strumento?
« Il Carnovale di Venezia non è tutto un dramma di giochi,
di capricci, di amori aleggianti sulla piazza di S. Marco, vaganti
lungo la riva degli Schiavoni, aggirantisi per le sale del Ridotto
e pei Caffè di Florian e di Quadri, al chiaror de' doppieri, al
l'olezzar dei profumi, fra il susurro delle maschere, nel turbine
delle danze ? E il Ballo delle Streghe non vi trasporta egli sotto
il Noce di Benevento, alle notturne tregende presiedute dall'Ire©
infernale, ai malvagi riti, alle orgie nefande, ove si stemprano
i filtri, si mescono i liquori incantati, s'intrecciano le ridde delle
vecchie maliarde al cospetto della luna, che si vela sgomentata,
mentre i venti slan silenziosi per non ripetere un eco di quei
— 143 —
profani concenti ? Quanta fecondità di invenzione ! quanta va
rietà di figure ! quanta profusione di tinte in que' magnifici
quadri !
« Ma più di tutti poetico, più di tutti allettatore e ridente di
lusinghiere fantasie, non è forse quello che vi condusse coll'im-
maginazione fra le amabili e svariate Follie di una passeggiata
nel Prado? Eccovi in quel pittoresco recinto, in quegli ameni
viali, in quei grati diporti. Là, donne gentili che movono ap
poggiate al braccio dei loro vaghi, quai sorridenti alle amiche
che incontrano, quai fissantisi con occhio geloso sulle rivali che
si allontanano, quai noncuranti di tutto ciò che le circonda, e su-
surranti all'orecchio degli amanti sommesse parole : qua, croc
chi di chiacchieroni che discorrono di novità del giorno, di
avventure palesi e segrete, delle mille e mille inezie di cui si
piace il bel mondo : quinci le modestine fuggenti la folla e cer
canti un viottolo ombroso, come la Galatea di Virgilio, che si
cela fra i salici desiosa di vedere e di esser veduta : quindi se
duti in disparte i giovani sentimentali e le fanciulle pudibonde
che, fidenti nei primi amori, si pascono della speranza dei futuri
imenei: da un lato la turba degli sfaccendati soffermantisi ai
teatrini delle marionette, ai banchi dei cerretani , alle romanze
dei menestrelli ; dall'altro le festose torme dei campagnuoli tor
nanti dalla città superba al modesto villaggio e danzanti al
suono della cornamusa: dappertutto un andirivieni, un frastuono,
un cicalio, uno scoppiar di risa, un prorompere di celie, di
strambotti, di scherzi, che fanno un rumore confuso, come di
fronde in foresta, come di spiche nei campi. Ma, come avviene
di tutte le gioie umane, che nella maggiore feuvenza son di re
pente turbate, ecco il cielo oscurarsi, ecco prorompere il tuono,
un turbine violento destarsi; fischiano i venti, gemono le piante
percosse, un fiero temporale imperversa : cade a scrosci la piog
gia, e la moltitudine si disperde sbigottita, e alla voce della
tempesta si uniscono le grida dei fuggitivi, e i richiami delle
vecchie madri trascinantisi a stento sull'orme delle impaurite
figliuole, finchè a poco poco si diradano le nubi, il sole sorride
un'altra volta, e al tumulto succede la calma, e la sicurezza al
timore : e di nuovo si uniscono i crocchi, si ricominciano i col-
loquii, si riprendono le danze : e le belle si ridono delle vane
paure, e le vecchie riconfortate obliano il periglio passato, c
accoppiano le lor tremule note alle gaie canzoni delle vispe
fanciulle. 0 lettori! da un solo componimento si svolge una
scena si popolata, si varia! da un solo violino si espandono
tante voci, tanti rumori, tanti affetti diversi ! in sole quattro
corde vi han tutti i suoni, tutti i colori, tutte le immagini! vi
ha la favella della poesia, vi ha l'intreccio del dramma, vi ha
la mestizia e la gioia, la tema e la speranza, l'agitazione e la
calma, vi ha finalmente la pittura viva, palpitante, evidente di
questa bizzarra favola che appellasi vita ! Or ditemi voi se a
Camillo Sivori si possano affacciare confronti.
« Io non so se d'altri Concerti ci sarà egli ancor liberale. Ma
sialo o nol sia, io qui depongo la penna, e da lui mi accommiato,
contento se gli stranieri nelle cui terre ci si reca, dove pur
giungano a loro le mie parole, commossi alle divine sue note
e compresi di meraviglia, accusino me di freddezza e mi rinfac
cino di non aver detto abbastanza ».

Se Camillo Sivori portasse quotidianamente nel suo portafo


glio questi due importanti certificati del valor suo, ne avrebbe
ben d'onde: valgono un diploma accademico, una decorazione,
un lesoro, e sono per lui, a cosi esprimermi, una specie di lau
rea. I contemporanei vi trovano le loro impressioni, il loro voto,
come saranno pei posteri la più valida raccomandazione.
Tornando alla biografia del Sivori, l'anno scorso (1862) gli fu
proposto a Parigi di prestare il concorso del suo talento ad un Con
certo dato a benefizio dei poveri, sotto il patrocinio del conte Wa-
lewski ; la stessa proposta era stata fatta al violinista Alard. Sivori,
dopo alcune saggie osservazioni , avvisò di dover cedere alle
istanze che gli erano fatte. Alard si presentò il primo innanzi al
Pubblico per eseguire un concerto di Mendelssohn. Ei venne ac
colto con una predilezione distinta, specialmente dall'orchestra e
dai cori. Era naturale. Egli è stimato e amato da tutti gli artisti. 11
suo concerto fu da lui suonato in modo peregrino, e tutti i pezzi
vennero molto applauditi. Il Concerto continuò , e non fu che
alle undici, quando il Pubblico era già stanco, che Sivori si
presentò alla sua volta. Egli fu accolto bene dall'uditorio, fred
damente dai musici, che credettero di far torto ad Alard, mo
strando simpatia per Sivori. Egli cominciò il formidabile tutti
d'un concerto in si bemol di Paganini. L'uditorio era svegliato.
L'assolo inimitabile che lo 'segue bastò ad incantarlo. Gli ap
plausi scoppiarono da tutti i punti della sala, e si mutarono in
follia, quando l'assolo terminò con una cadenza veramente dia
bolica, che trasportò l'uditorio. Non mai trionfo fu più compiuto.
Con quattro mila persone che battono le mani, e che gridano
bravo!, era cosa da diventar sordo, o da desiderare di esserlo.
Sivori, lo scorso inverno fft in Alemagna, ove col suo talento,
coi suoi Concerti di beneficenza e colle sue nobili maniere, ha
fatta una specie di propaganda per la nostra bella ed invidiata
Italia. A Berlino le LL. MM. il Re e la Regina gli accordarono
nel più ampio senso la loro affezione. Egli ha suonato sei o sette
volte ai grandi Concerti di gala, e ne ha dato uno nella sala
reale, coll'assistenza di tutta la Cappella, e per ordine del Re.
Ne ha dati più di dodici al Teatro Kroll. Gli evviva i più enfatici
e generali costantemente lo accompagnarono in quell'augusta ca
pitale.
Camillo Sivori ha tutta la vivacità e il brio , il sentimento e
Storia del Violino 10
la passione della scuola italiana, e dirò meglio, della scuola
piemontese, alla quale attinsero e lui, e il Paganini, e le Mila-
nollo, e quanti mai presero nelle mani il violino. Siccome però
egli si trasfonde nel carattere dei temi che eseguisce, cosi si
verificano in lui le più strane metamorfosi. Quando suona i quar
tetti, lo si direbbe un grave alemanno; quando suona uno dei
suoi Carnevali, quello di Cuba, quello del Chili od il Carne
vale Americano (perchè ha troppo spirito per suonare l'eterno
Carnevale di Venezia, che tutti i fanciulli-prodigi, e perfino i
canarini delle nostre gabbie sanno a memoria), Sivori rasso
miglia ad un figliuolo del Vesuvio; egli è una tarantola musi
cale. Finalmente , quand' egli fa cantare al suo violino un an
dante malinconico, vi commove insino alle lagrime.
Il violino, di cui Sivori si serve d'ordinario, è un ricordo, o
meglio una reliquia di Paganini. È un Giuseppe Guarnerio, che
era forse troppo grande anche per quel sommo artista: figuratevi
che cosa dev'essere nelle mani di Sivori, la cui statura non ol
trepassala gamba di una delle Cento-Guardie dell'Imperatore Na
poleone III.
Sivori è un artista ben educato, e molto economo. Egli parla
più lingue; ma realmente e' non parla bene se non la sua. È
pieno di umorismo; è malizioso corte un Genovese, nella buona
significazione della parola. Dovunque egli passa , lascia amici
sinceri, ed è inutile dire che i Re andarono a gara a regalarlo
e a fregiarlo di Ordini , poichè è cavaliere, se non erro, sei o
sette volte.
Le sue onorificenze eccitarono ovunque un applauso 'generale,
e sarei per iscommettere che fra i plaudenti vi fu sempre anche
l'invidia.... cosa non tanto comune (1)!

(1) Camillo Sivori è pure compositore, ed ecco i principali lavori, di


cui l'Arte gli va debitrice: 1° Concerto in mi 6. 2° Concerto in la maggiore.
— Ui —
Presentemente è nella sua terra natale, ove aspetta l'inverno
per ricominciare le sue venturose peregrinazioni. Il poeta bisogna
che faccia versi, quadri il pittore. Il concertista d'uopo è che sia
perpetuamente in moto, continuamente in viaggio, sempre fra
nuove emozioni, sempre tra nuovi palpiti, sempre tra nuovi
trionfi.
11 vecchio proverbio, non v'ha rosa senza spine, si avvera
anche nel concertista; e p. e. lo scorso anno in Alemagna poco
mancò che il Sivori fosse ucciso da un malaugurato sipario,
calato anzi tempo. Tuttavia le gioie superano i dolori, e il
nostro violinista , come i suoi colleghi passati , presenti ... e
futuri, non si dannerà al silenzio del domestico focolare, se non
che per forza maggiore. L'applauso è l'elemento, la vita, il cibo
dell'artista, e l'oro piace a tutti, specialmente se guadagnato in
gran copia, e tra i fiori e le corone.

3° Variazioni, Nel cor più non mi sento, in re. ft° Duetto a piano forte e
violino (La Genovese), in la. 5° Variazioni sul Pirata in la. JB? Duetto
a cembalo e violino (mazurka) in la. 1° Fantasia originale in mi. 8° Va
riazioni sulla Sonnambula in mi b (quarta corda). 9° Fantasia sulla Lucia
in re. 10° Omaggio a Bellini (Norma) in mi. 11° Fantasia sulla Sonnambula
e sui Puritani in la minore. 12» Morceau di Concerto sul Trovatore in la.
13° Morceau di Concerto sul Ballo in maschera in sol. 14° Romanze senza
parole in la b, e mi b. 18° Tarantella napoletana in la. 16° Fiori di Na
poli (Morceau di Concerto) in re. 17° Fantasia chilena in re. 18° Car
novale di Cuba, variazioni burlesche, in la. 19° Carnovale Americano in la.
20° Souvenir del Chily in sol. Fantasia sul Ballo in maschera. Fantasia sul-
ì'Otello.
BIANCHI FRANCESCO

, La patria di Vittorio Alfieri, del Sommo che cingeva l'Italia


dell'immortale corona, di cui ancora mancava, fu pur patria a
Francesco Bianchi, nato il 20 novembre 1821 da Giuseppe e
Gabriella Boeri.
Varcato di poco il primo lustro, suo padre, che pur godeva
riputazione di buon professore di musica, gli diede lezioni di
violino, fino all'età di quindici anni. Verso il 1839 entrò nella
Regia Cappella e Camera, guadagnandosi al concorso un posto
resosi vacante. Colà ebbe la ventura di conoscere e di avvicinare
il celebre Polledro, direttore generale della suddetta Cappella,
il quale, siccome usano gli uomini di genio e le anime squisita
mente gentili, lo amò e lo sorresse, e volle essergli, più che
maestro, consigliere ed amico. Se il Bianchi fosse incappato
in uomo di tutt'altra tempra, in uno di coloro che, vivendo d'in
vidia e di gelosia, si dilettano di tarpare le ali agli ingegni na
scenti, avrebbe smarrita la retta strada, e l'arte avrebbe perduto
— 150 —
uno dei suoi migliori ornamenti ; ma il Polledro non apparte
neva a questa setta diabolica, e ben volentieri divise con lui i
tesori di quell'arte che è scienza ad un tempo.
Nel 1851 lasciò la Reale Cappella per circostanze di famiglia,
e si recò in Asti, ove forse ancora sarebbe, se il Marchese di
Brème, facendolo richiamare, non gli avesse destinato il posto
di Vice-Direttore della Cappella medesima, posto che occupa, con
tanto decoro, anche presentemente. Per quanto talento ci regali
natura, è impossibile in questi anni di raccomandazioni e di
raggiri aprirci una via, senza un angelo che ci protegga e ci
secondi : e il Bianchi, mercè gl'incontrastabili suoi meriti, non
ne ebbe uno, ma due, il Marchese Di-Brème e il Polledro.
Il 24 dicembre del 1857, mercè le cure del troppo presto
perduto Giovanni Mestrallet, si è splendidamente inaugurato in
Torino un nuovo Teatro, il Teatro Vittorio Emanuele, il quale,
se fu agli equestri esercitamenti destinato dapprima, venne dopo
trasformato ad un tratto in un tempio musicale. Davasi il Mose
di Rossini, e tutto il mondo gridava al miracolo ; tutti confes
savano che quel sublime capo-lavoro non era mai stato eseguito
con tanta precisione di tempi, con tanto acume, con tanto
buon gusto ; tutti credevano ritornati i bei giorni dell'arte, e
felici presagi facevano per l'avvenire. Chi concertava la musica?
Chi dirigeva l'Orchestra? Il Fabbrica, il Bianchi. Se il Pub
blico non fosse solito da molti anni a sentir dilaniare le Opere
le più popolari e le più squisite, s'egli avesse osato prevedere
una si compiuta e grandiosa esecuzione, avrebbe preparate an
ticipatamente due corone.
Francesco Bianchi è da parecchi anni primo violino e diret
tore d'Orchestra del Teatro Regio di Torino, ove, quando il
buon andamento dello spettacolo lo esige, si assume anche l'in
carico di Maestro concertatore. Suona l'assolo come pochi,
e suona musica moderna ed antica, pregio che non tutti pos
— 151 —
seggono i suoi confratelli : pregio che non si acquista senza una
certa profondità di sapere, e senza molti e ben ordinati studi.
Egli intende la musica, come il Fétis (1): intende le Arti come
Giuseppe Parini (2). Fa allievi, e la scuola che segue è la pura
scuola piemontese. Natura dotollo d'un'anima che sente è fa
sentire, di un tatto fino e giusto, ed è troppo educato al bello,
perchè non ne serbi le tradizioni.
La carriera del Bianchi non volge che alla sua metà. Finora
raccolse poco, chè i primordii hanno più spine che rose. L'avve
nire gli farà provare coi fatti Yutile e il dolce d'Orazio . . . ed ei
non avrà ad arrossirne.

(1) La musique est plus que la peinture dans le domaine de l'imagi-


nation ; sa fantaisie est moins limitée, son allure est plus libre, et les
sensations qu'elle éveille sont d'autant plus vivesque ses accents sont
plus vagues et rappellent moins des formes conventionelles. Biographie
Universelle des Musiciens.
(2) Le Arti devono riguardarsi come raccoglitrici ed ordinatrici degli
oggetti che sono naturalmente atti ad eccitare in noi il sentimento del
bello, a fine di produrre nella nostr'anima una sensazione piacevole più
pronta e più forte. Dei Principii delle Belle Lettere.
— 153 —

ARDITI LUIGI

Figlio di Maurizio Arditi e Catterina Colombo, è sorto alla vita


nel Vercellese, a Crescentino, il 22 luglio 1822(1). Fu allievo del
Conservatorio di Milano, ove nel 1841 scrisse e produsse un'O
pera intitolata / Briganti. Esordi come Direttore d'Orchestra
in Vercelli. A Milano, a Torino, a Varese, a Novara, a Voghera,
a Casale diede nella sua giovinezza brillanti Concerti, che deb
bono riguardarsi come il fondamento di quella fama, onde andò
poi giustamente orgoglioso.
Continuò le sue peregrinazioni musicali in Italia, anche in
compagnia del celebre Bottesini, fino a che fu scritturato, in
qualità di primo violino direttore d'orchestra e concertista, pei
Teatri d'Avana e di Nuova York. L'America echeggia tuttora del
suo nome, dei suoi successi. A Nuova York compose pel Teatro

(1) Vedi Dizionario Biografico Artistico di Fr. Begli.


— 154 —
dell'Accademia di Musica l'Opera , La Spia, per la De-Lagrange,
Brignoli e Morelli-Ponti, che ottenne il più grand'esito.
Passò a Costantinopoli, ove venne dal Sultano creato cavaliere
dell'Ordine di Medijdiè. Detto addio alla Turchia, andò in Inghil
terra agli stipendii dell'Impresario Lumley, ed è noto come da
tanti anni egli sia l'idolo degli Inglesi. Dirige a Londra il Teatro
di S. M. la Regina, ora capitanato da quello svegliato ingegno
del sig. Mapleson, uomo colto, intelligente, di spiriti pronti e
d'un'operosità senza esempio. L'Orchestra del Teatro di S. M.t
sotto la*direzione dell'Arditi, non è più riconoscibile, e rivaleg
gia con quella del Covent Garden, con le più famose d'Europa.
Nel corrente 1863 il sig. Mapleson, ad altra prova del suo finis
simo acume e della sua attività incontrastabile, produsse il
Faust del Gounod, nel quale, se campeggiò la singolare valentia
del soavissimo Giuglini, altamente rifulsero l'Orchestra e i Cori,
si abilmente e giudiziosamente diretti dal mago Arditi (come
lo chiamano i giornali). Gounod, quando fu domandato al pro
scenio, volle uscire con lui, certamente perchè a quelle ovazioni
aveva anch'esso gran parte. Londra non si priverà cosi facil
mente di quest'artista, esimio esecutore ad un tempo e compo
sitore, una delle più chiare illustrazioni musicali contemporanee.
Ecco le sue composizioni per violino: Sestetto di bravura, de
dicato al Conte Renato Borromeo; Duetto per due violini (Arditi
e Jotti), dedicato alla celebre Teresa Milanollo; Fantasia in la,
dedicata al Duca Antonio Litta, proteggitore indefesso, come suo
padre, delle Arti Belle; Capriccio per violino (sulla Norma),
dedicato al prof. B. Ferrara; Fantasia brillante (sul Trovatore);
Scherzo brillante (sopra varii Canti Americani), dedicato al suo
amico Corbellini; Duetto brillante (sulla Gisella), per violino e
piano-forte; Souvenir (sui Due Foscari); Fantasia per due vio
lini. (sai Puritani); Souvenir di Donizetti; Gran duetto concer
tante per violino e piano-forte, Il Perdono di Ploèrmel, dedicato
— 155 —
a S. M. Isabella IIa Regina di Spagna; Duetto per violino e eon-
trabbasso (sulla Bianca di Santa Fiora, del Conte Giulio Litta);
Gran Fantasia (sulla Lucrezia Borgia); Gran Duetto sui Puri
tani (Bottesini ed Arditi); Scherzo sopra motivi Cubani; Scherzo
caratteristico per violino, Les sonneltes d'Amour.
Luigi Arditi è pur l'autore del Canto nazionale dei Turchi,
di un Inno in onore di Vittorio Emanuele II (1), della Stella,
eseguita con tanta squisitezza di modi dalla Titiens, dell'Ardita,
del Rondò-Bosio, della Tradita, dell' Orfanella, della Farfarella
e del Bacio. Questo brillantissimo e felicissimo walzer può dirsi
proprietà del mondo, poichè dovunque si comprende e si coltiva
la musica, dovunque si distingue e prediligesi il bello, dovunque
avvi traccia di buon gusto, esso è suonato e cantato con un
effetto d'entusiasmo. Il Uomo risuona sulle rosee labbra di tutte le
nostre cantatrici, di quelle che ponno e non ponno, di quelle che
sanno e non sanno ; e quando una prima donna vuol finire un'O
pera senza sibili e disapprovazioni, o molto concorso attrar
vuole alla sua serata di beneficio, ricorre al Bacio, il salvatore
universale, l'àncora delle notabilità e delle mediocrità, la leg
giadra e seducente melodia che adesca l'orecchio e molce il
cuore. Ultimamente quell'incanto di Antonio Giuglini eseguiva a
Londra nella Lucrezia Borgia di Donizetti una nuova aria che
gli procurava entusiastici applausi, vivissime ovazioni (le ovazioni,
a cui egli è uso), e quest'aria era dell'Arditi.
Nello scorso marzo l'Arditi fu per diporto a Parigi. Gli abitanti
della Senna e i loro giornali gli fecero la più festevole acco
glienza, l'accoglienza che meritava il Direttore della musica del
Faust e l'Autore del Bacio. Rossini lo invitò alle sue Acca
demie, e lo colmò d'elogi. Per quanto si possa prestar poca fede
alle sue lodi, vengono sempre da un grand'uomo.

(1) Versi di Francesco Regli.


MILANOLLO TERESA E MARIA

( STUDI BIOGRAFICO-ESTETICI )

Queste due nuove muse, questi due angioletti, che del loro
nome riempirono l'Europa, nacquero a Savigliano: Teresa il
18 agosto 1827: Maria, il 18 giugno 1832. Il padre, Giuseppe
Milanollo, era costruttore di molini da filare la seta; la madre,
Antonina Rizzo, nasceva a Mondovi.
Teresa, udito un assolo di violino nella chiesa della sua pa
tria, s'invaghì della musica. Suo primo maestro fu Giovanni
Ferrerò, saviglianese; poscia venne condotta a Torino a studiare
con Caldera, e nel medesimo tempo, con Gio. Morra. All'età di
otto o nove anni suonò in pubblico nelle città del Piemonte.
A Mondovì venne pubblicato il suo ritratto in litografia.
- 458 -

CONCERTI DELLE SORELLE M1LAHOLLO

1836. La famiglia Milanollo venne in Francia con Teresa e colla


sorella minore Maria Milanollo. Teresa suonò a Marsiglia tre
o quattro volte, eccitandovi grande entusiasmo. A Parigi,
allieva di Lafont, suonò cinque volte all'Opera Comique.
Viaggiò nel Belgio c nell'Olanda col Lafont. Il 40 dicem
bre 1836 diede un grande concerto pei poveri nella sala
del palazzo municipale di Bruxelles. Il re del Belgio vi
assisteva.
1837. Concerti col Lafònt in Olanda : almeno cinque in Amster
dam (li 18-20-23-28-30 gennaio....). Una malattia di due
mesi di Teresa la separò dal Maestro. Teresa suonò aLa-
Haye in presenza della principessa Federica, che diè alla
fanciulla una spilla con uno zaffiro circondato da dia
manti, e di più, un bamboccio meccanico. In marzo e in
aprile concerti a La-Haye , Utrecht, Delfi, Amsterdam. In
maggio la famiglia trae a Londra. Teresa suona quattro o
cinque volte al Teatro Covent-Garden. Si perfeziona sotto
Tolbecque e Mori, col quale ultimo suonò (giugno 1837)
un pezzo concertante di composizione del Mori stesso.
Suona (30 giugno) al Teatro del Re col piccolo violinista
tedesco Augusto Moeser (in età di anni 10 come Teresa).
Viaggia coll'arpista Bochsa (1) in Inghilterra (parte Sud-

(1) Roberto Nicola Carlo Bocksa suonava l'arpa, come forse non la
suonò mai alcuno. Egli non fu solo la maraviglia dell'Inghilterra e della
Francia, ma sibben anco dell'Italia, che lo ammirò e lo festeggiò. Il
Bocksa non era un semplice suonatore, ma ad un tempo maestro-com
positore. Scrisse molta musica per Balli, per Oratorii, pel suo istrumento
e per le scene. All'Opera comique di Parigi fece rappresentare Les Héri
occidente) : Liverpool, Plymouth, Portsmouth (27 settem
bre). In ottobre e novembre in Hereford, Monmouth , Bre-
con , Swansea, Barnstaple, Torrington, Truro, Falmouth,
Penzance, ecc. Tempo di gran fatica per Teresa: suo
nava ogni giorno, e qualche volta in due concerti nel
medesimo giorno! La famiglia abbandona Bochsa, e si
rende a Londra.
1838. Teresa suona in alcuni concerti in Londra; per esempio
nei concerti di Strauss (29 maggio - 7 luglio). Suona (9 giu
gno) colla pianista Miss Day (in età di nove anni). La fa
miglia viveva nella miseria in Londra: il padre fu amma
lato durante più mesi. Si pensò di ritornare in Francia.
Teresa suonò prima a Boulogne-sur-mer, dove fece udire
ed ammirare la sua allieva e sorella Maria (in età di sei
anni). Concerti nel Nord della Francia, Dunkerque, Douai,
Arras, Amiens, Abbeville. Il 25 novembre a Lille, dove si
coniò alle sorelle una medaglia (Maria suonava in alcuni
concerti, non in tutti, fino al 1840).
1839. Sette concerti a Rouen (dal 1 marzo al 29 aprile); Maria
suona in due di questi concerti; poi a Hàvre, Louviers,
Evreux, Lisieux, ecc. A Caen dà almeno quattro concerti (in

tiers de Paimpol (in tre atti, 1813), Alphonse d'Aragon (in tre atti, 1814),
Les Héritiers Michau (in un atto, 1814)*Les Noces de Gamache (tre atti,
1815), Le Eoi et La Ligue (due atti, 1815), La lettre de change (in tre atti,
1315), La Bataille de Denain (in tre atti, 1816), Un maripour élrenne (in
un atto, 1816). Piacquero quasi tutte, e smenti così l'antica opinione, che
i concertisti non saranno mai buoni maestri. Bisogna confessare che i mu
sici stranieri amano l'arte loro e s'approfondiscono in essa. Al contrario
degli artisti italiani che sono tutta apparenza, e guai se fossero assog
gettati ad un esame! Contraddizioni, ma contraddizioni vere: nel paese
della musica, nella terra delle Arti, si sa meno e meno si studia che
all'estero.
— 160 —
novembre e dicembre). La Società filarmonica di Caen co
rona Teresa ; le dà un oriuolo in oro, e la nomina Socia
onoraria. Altri concerti a Bayeux, Falaise ed altre città nei
dintorni di Caen.
1840. In gennaio, concerti a Valognes, Gherbourg, Goutances
(dove Teresa ricevette orecchini e monile inoro). In marzo,
concerti a Rennes (almeno quattro), Saint-Malò, ecc. In
aprile: 6 concerti a Nantes. In maggio: concerti a An-
gers, Laval, Tours, Saumur, ecc. Da luglio a settembre
Teresa prende lezioni da Kabeneck a Parigi (1). Da que
sto momento le sorelle suonarono sempre insieme nei con
certi. Recandosi a Bordò, Teresa suonò prima a La Rochelle
e a Bochefort. In ottobre e dicembre concerti a Bordò (circa
12), con immenso successo; poi in alcune città vicine.
1841. Febbraio: 8 concerti ad Orleans. Il 5 aprile primo con
certo a Parigi (sala Herz), poi altri (sale Herz, Pleyel, É-
rard, Théatre franpais). Il 18 aprile, successo colossale
di Teresa (sola) in un concerto del Conservatorio (2). Il
3 giugno a Neuilly, alla Corte del re Luigi Filippo. Il ce
lebre Baillot era presente, e disse alla regina che il ta
lento di queste fanciulle non si poteva comprendere, e che
suonavano probabilmente il violino prima di nascere. In
giugno, concerti presso Parigi, a Meaux, ecc. Poi a Hà-
vre, Dieppe, Dunkerqu*, Calais, Saint-Omer. A Boulogne-
sur-mer Teresa conobbe Bèriot (3), che l'invitò a perfezio-

(1) Veggasi il Dizionario Biografico Artistico di Fr. Regli.


(2) Veggasi il citato Dizionario del Regli.
(3) Questo celebre violinista è nato a Louvain il 20 febbraio 1802. Aveva
diecinove anni, quando lasciò il nativo suo suolo per recarsi a Parigi; vi
arrivò verso i primi del 1821, e la sua prima cura fu quella di suonare
alla presenza di Viotti, allora Direttore dell'Opera. Dopo averlo ascoltato
— 461 —
narsi sotto lui a Bruxelles. La famiglia mosse colà negli
ultimi mesi del 1841. Indi viaggiò nel Belgio, prima di
farsi udire a Bruxelles. Nel dicembre, concerti ad An
versa, ecc.
1842. In gennaio concerti (circa 12) a Liegi; grande successo.
Il 21 febbraio, primo concerto a Bruxelles; poi alcuni
altri (circa 9), fino all'aprile. La prima volta che, in que
sti concerti, fu data a Teresa una corona, ella scese dal
palco per fare omaggio della corona stessa al Beriot che
era presente. Grande applauso alla generosa fanciulla.
Concerti a Gand, Louvain, ecc. In giugno e in luglio a
Rouen (seconda volta, almeno sei concerti). A Caen (seconda
volta) tre concerti. Verso settembre, viaggia in Germania:
prima a Aix-la-Chapelle. Le sorelle suonano nel palazzo di
Bruhl, in presenza del re di Prussia e del re di Olanda
(Liszt suonava in questo concerto). In ottobre, a Colonia,

con attenzione, l'illustre Piemontese gli disse : « Voi spiegate un bellissimo


stile ; procurate di perfezionarlo ; andate a sentire tutti gli artisti di ta
lento; approfittate di tutto e di tutti, e non imitate alcuno ». lo conobbi
Bériot a Milano, quando accompagnava quel fenomeno d'arte e di na
tura, che si appellava Maria Malibran, e che poi diventò sua moglie; ebbi
la invidiabile sorte di udirlo privatamente.... e quei suoni di paradiso mi
rimarranno eternamente nel cuore. L'ho poi udito a Napoli, a quel mas
simo Teatro, e credeva che l'affollato uditorio, dal soverchio entusiasmo,
impazzisse. L'Italia non sarà mai il paese dei concerti, e i concertisti a-
vranno sempre maggiori onori all'estero; ma il bello ha troppa potenza
sugli animi, e ogni regola ha la sua eccezione, tanto più se si tratta di
un merito peregrino. La riputazione di Bériot può dirsi europea; non
è solo violinista esimio, ma, pel suo istrumento, grande scrittore, e le
sue composizioni sono estimatissime. Negli anni scorsi si temeva che
perdesse la vista, come Saverio Mercadante; sarebbe una sventura per
l'arte, e sventura irreparabile.
Storia del Violino li
— 162 —
due concerti ; poi a Dusseldorf, Elberfeld, Crefeld, ecc.
In dicembre concerti a Francoforte (circa 13); immenso
successo.
1843. In gennaio si riprodusse altre volte; poi concerti a Ha-
nau, Magonza, Darmstadt, Wiesbaden, Aschaffenburg, OfFen-
bach, Stuttgard, Carlsruhe, ecc. In aprile e in luglio, 25
concerti a Vienna ; successo senza esempio. Alcuni di co
desti: concerti ebbero scopi filantropici (come in quasi
tutte le città, dove le sorelle hanno dato Accademie).
Sono nominate Socie onorarie di parecchie Società fi
lantropiche. L'imperatrice Maria-Anna-Pia (figlia di Vit-
. torio Emanuele I di Piemonte) dimostrò molta amicizia
per le sorelle compatriote. Ella si dilettava a farle parlare
in piemontese, e le faceva pur sovente condurre al pa
lazzo in una carrozza della Corte. Concerti in Austria ;
cinque a Brunn; quattro a Presburg; due a Baden, a
Gratz, ecc. Verso l'agosto, concerti a Trieste; poscia in
Piemonte, dove ne diedero altri per cause di beneficenza
(tre a Mondovi, due a Fossano, uno a Savigliano, loro pa
tria, due a Torino). Suonano nel palazzo di Govone, in
presenza della regina Maria Cristina (che loro regala pic
cole croci ornate di diamanti). Dal sei al trenta novembre,
otto concerti alla Scala, a Milano ; si produssero pure in
una di quelle più elette Società, che loro donò due stu
pendi braccialetti.
1843. Concerti a Verona, Padova, Venezia. Dopo un concerto
di Venezia (22 dicembre) sono nominate Socie Onorarie
della Veneta Società Apollinea, e ricevono braccialetti
magnifici.
1844. In gennaio, concerti (circa 7) a Praga. Vengono nomi
nate Socie Onorarie della Società Filarmonica. In febbraio
concerti (almeno 4) a Lipsia; poi a Dresda. Dal tre
— 463 —
marzo al dodici aprile, dodici concerti a Berlino: fa
voloso successo. Il re di Prussia le presentò d'una ricca
guarnizione in gemme. Hanno suonato due volle alla
Corte, accompagnate al piano-forte dall'illustre Meyerbeer;
diedero nello stesso tempo alcuni concerti a Potsdam,
Stettin, Brandeburg; poi circa dieci in Amburgo ; poi in
Annover, dove furono ammesse alla Corte del re (e rice
vettero braccialetti); poi a Brema, ecc. Si recano a Bru
xelles (ove fanno ambedue la loro prima comunione, il
22 luglio, nella chiesa di Santa-Maria). Il 23 settembre,
gran concerto a Bruxelles per la costruzione della nuova
chiesa di S. Maria, e ricevono l'una e l'altra una meda
glia in oro coll'iscrizione : À Teresa-Maria Milanollo la
paroisse de Sainte Marie reconnaissante. Dopo diversi con
certi in quella città, sono nominate Socie Onorarie del
Cercle des arts, e ricevono due medaglie in oro. Hanno
dovuto dar varie Accademie nel Belgio, sino al fine del
l'anno: 29 ottobre ad Anversa, 15 novembre a Namur,
22 novembre a Liegi ; 23 e 30 novembre a Ixelles, ove
vengono presentate di una medaglia in oro, e ricevono il di
ploma di Socie Onorarie della Société d'harmonie. Il 28
dicembre gran concerto a Bruxelles, a prò dei poveri.
1845. Viaggio in Olanda. Dal 23 gennaio al 3 aprile, 17 concerti
in Amsterdam: trionfo inaudito; dippoi nel Nord della
Francia, S. Omer, Calais, prima di recarsi in Inghilterra.
In giugno e in luglio suonano più volte a Londra (almeno
quattro volte); si fanno udire alla Corte della regina Vitto
ria, poi a Manchester, ecc. In luglio e in agosto vanno in
Francia; danno tre concerti a Calais, poi a Boulogne, ecc.
In settembre sono ad Aix-la-Chapelle : in ottobre, nel Belgio.
11 17, 24 e 28 ottobre eseguiscono (nella sala Schott) a
Bruxelles quartetti di Beethoven (il 1», 5°, 6°, 8° e 10°),
— m —
e si rivelano potenti in questo genere, come nell'assolo.
Passano a Bruxelles, ad Anversa. In dicembre, viaggiano
in Germania: danno concerti a Bonn, Wiesbaden, Hanau,
Magonza : in dicembre ottengono un grande successo a
Francfort.
1846. In gennaio suonano ancora in quest'ultima città, e vi
fanno anche udire quartetti di Beethoven : si producono
a Giessen, Fulda, Erfurt , Weimar, Eisenach, Gotha,
Schweinfurth. In febbraio, 6 concerti a Vùrzburg; poi a
Nuremberg. In marzo, concerti a Erlangen, Bamberg,
Heilbronn, Manheim, Heidelberg, Darmstadt, Carlsruhe,
Speyer, Landau, Friburg. In aprile, concerti a Donanes-
chingen, Strasburgo (in Francia), Carlsruhe, Ludwigsburg,
Stuttgard, Hechingen, Tubingen. In maggio, a TJlm (3 con
certi), ad Augsburg. In maggio e giugno, 7 concerti a
Monaco ; magnifico successo. Vengono invitate anche dal Mi
nistro di Piemonte Pallavicini, e dalla madre del Ministro
stesso ricevono doni magnifici. In luglio, concerti a Kem-
pten, Lindau, Bregenz, S. Gall, Costanza, Heiligenberg,
Zurigo, Wintcrthur, Lucerna. In agosto, a Berna, Fri
burgo, Losanna. In settembre ed ottobre, 9 concerti a
Ginevra, eseguendovi quartetti di Beethoven. Dall'ottobre
al dicembre 22 concerti a Lione: esito splendidissimo,
straordinario. Suonano parecchie volte per ragioni filan
tropiche. Ricevono due medaglie : l'una in argento dal
Cercle musical, l'altra in oro dall'Orchestra del Gran
Teatro: vi eseguiscono pure quartetti di Beethoven. Nel
medesimo tempo vanno a Saint-Etienne, indi a Vienne
(in Francia), Valenza, Avignone.
1847. In gennaio e febbraio, 9 concerti a Nimes. Sono insignite
della grande medaglia d'argento dall'Orchestra del Teatro.
Contemporaneamente dànno concerti a Montpellier, Alais,
ecc. In marzo e in aprile, più di 15 concerti a Marsiglia,
non dimenticando, fra gli autori, il Beethoven. In maggio,
concerti a Tolone, a Hyères. In giugno e luglio, concerti a
Dijon, Besancon, Nancy. A Besancon, successo veramente
entusiastico. I giovani sciolgono i cavalli dalla carrozza, e
conducono essi stessi le sorelle per le strade della città.
Immensa folla; evviva senza fine; ovazione di popolo, e
forse più di tutte pregiata. A Nancy, il padre Milanollo
acquista una villa a poca distanza della città (a Malzeville).
La famiglia si ritira per alcuni mesi a Bruxelles. Teresa
vi compone alcuni duetti concertanti da suonare colla so
rella. In settembre, concerti a Aix-la-Chapelle, a Luxem-
burgo. Riposano alcun tempo a Malzeville. In dicembre, un
concerto a Dijon. Il 18 suonano nel grande 'festival per
l'inaugurazione del Giardino d'inverno a Lione. Ricevono
magnifici diademi in oro con perle fine.
1848. Dal dicembre 1847 al gennaio 1848, concerti a Lione
(almeno 2), con piena fortuna (uno pei poveri, un altro
per l'Orchestra del Teatro). Il due febbraio, due concerti
a Macon. In questo frattempo il Direttore dell'Opera di
Parigi, il signor Roqueplan, s'intende col padre Mila
nollo per far suonare le sorelle 15 volte al Teatro del
Grand'Opéra, con condizioni non mai fatte ad altri che a
Paganini. La rivoluzione del 24 febbraio distrugge que
sti progetti. La famiglia si reca nel Belgio, dopo un
solo concerto a Lille (11 marzo). In aprile e in luglio con
certi a Bruxelles, Ixelles, Namur, Liegi, Maestricht. A Bru
xelles, dopo un concerto pei poveri, ricevono due meda
glie in oro. Il 21 e 22 luglio danno concerti a Arlon.
Sono gli ultimi di Maria: ella è il cigno che modula gli
estremi accenti. A Malzeville Maria si ammala di tisichezza.
Invano è condotta a Parigi dai più celebri medici. Muore
colà, il 21 ottobre del 1848, all'età di 16 anni e 4 mesi,
già tanto valente e celebrata. La musica d'Italia piange
in lei uno de' suoi più splendidi ornamenti, una delle
sue più fulgide glorie.

TERESA (sola)

TEODORO PARMENTIER

Opere sue e delle sorelle MUanollo

11 26 dicembre 1848, Teresa suona per la prima volta, dopo la


morte della sorella, in un concerto a beneficio dell'As
sociazione degli artisti musici a Parigi. Il padre la co
strinse a riprendere il violino, nella speranza di distrarla
dalla profonda melanconia, in che era caduta. Questo
primo concerto fu un dolorosissimo sforzo per Teresa.
1849. Il 13 gennaio, quartetti di Beethoven a Parigi (per la
prima volta). Grande successo fra i veri conoscitori. Dopo
un terzo concerto a Parigi (27 gennaio, sala Herz), dà 6
concerti ad Amiens, e 2 ad Abbeville. In febbraio e marzo,
3 concerti al Teatro Italiano di Parigi. Trionfo completo.
La gelosia dell'Alboni non permette al Direttore di far
suonare Teresa più volte... e la gelosia dei cantanti è un
incurabile morbo. In marzo e maggio, concerti a Mons,
Laval, Rennes, S. Malo, S. Servan, Dinan, S. Brieuc; 5
concerti a Brest, Quimper; 4 a Lorient, Vannes. In giu
gno e luglio concerti a Nantes, 4 a Angers, 3 a Tours, 2 a
Saumur, 2 a Orleans, 2 a Sens, 3 a Troyes. Il 19 agosto,
concerto d'inaugurazione della sala Milanollo a Malzeville.
In settembre, 3 concerti a Baden; poi Carlsruhe, Homburgo.
In settembre e novembre, alcuni concerti nella sala Mi
— 167 —
lanollo per fini filantropici. In dicembre, concerti a Troyes
e Sens, indi a Bordò (almeno 5, e due di quartetti di Bee
thoven).
1850. In gennaio, gli ultimi concerti di Bordò; poi in Agen.
In gennaio e marzo, concerti a Tolosa (Francia, almeno
11); grandissimo successo; più concerti per cause di
beneficenza (come dappertutto, principalmente da questo
periodo fino al 1856). Poi 1 a Montauban, 6 a Tarbes. In
aprile e maggio, 4 concerti a Castres, 3 a Carcassonne,
Narbonne, Bèziers, Castelnaudary, Albi; 3 a Limoges. In
giugno e luglio, concerti a S. Lo. A Cherbourg 5 concerti.
Nell'agosto 5 concerti a Caen, Bayeux, ecc. In settembre
e novembre più concerti nella sala Milanollo, ed a Nancy
per ragioni filantropiche. In novembre e dicembre concerti
a Metz e Nancy.
1851. In gennaio 7 concerti a Strasburgo con invidiabile suc
cesso. Le viene offerto un bellissimo calice in argento ce
sellato coll'iscrizione : « Le bureau de bienfaisance au
« nom des pauvres de la ville de Strasbourg, à Teresa Mi-
« lanollo, en souvenir des concerts donnès par elle les
« 29 et 30 janvier 1851. » In febbraio, concerti nell'Al
sazia. In marzo e in aprile concerti a Friburgo (ducato di
Baden), Manheim, Heidelberg; 8 a Francoforte, Hombourg,
Wiesbaden; 2 a Landau; 3 a Magonza. A Francoforte dà
un concerto per l'Orchestra, che le coniò una medaglia in
argento. In maggio concerti a Darmstadt, Worms, Spe-
yer. Il 10 maggio concerto a Strasburgo per l'Orchestra
del Teatro. Il 24 agosto un concerto a Strasburgo. Si ri
posa dalle sue musicali fatiche in Malzeville ; e qui com
pone la sua Fantasia Elegiaca. Dà in novembre 2 con
certi a Metz. Nel mese di dicembre si ammala gravemente,
ma ben tosto ricupera la sua salute, e dissipa ogni timore.
- 168 -
1852. In gennaio, 4 concerti a Besancon. In febbraio e marzo,
concerti a Gray, Dijon; circa 10 a Lione, a S. Etienne,
Bourg; 4 a Grenoble. In aprile, 4 concerti a Chambèry,
Annecy, Ginevra, Losanna, Vevey. In maggio concerti a
Friburgo (Svizzera), Berna (almeno 5), Thun, Zurigo, Lu
cerna. In giugno, concerti a Winterthur, S. Gall, Lindau,
Ulm, Stuttgart (3), Ludwigsburg. In luglio ed in agosto,
concerti a Tubingen, Heilbronn, Hall, Wùrzburg, Baden,
Ems, Wiesbaden. In settembre, 4 concerti ad Aix-la-Cha-
pelle : qui Teresa fu in gran pericolo di perire vittima delle
fiamme. Suonando in Teatro, la veste prese fuoco alla
ribalta del palco scenico. Ella giunse felicemente a spe- „
gnere il fuoco senza aiuto, tra i frenetici applausi del Pub
blico, e continuò il pezzo appena interrotto. 11 tredici
novembre gran concerto a Bruxelles per il compimento
della chiesa di Santa Maria (cominciata col prodotto d'un
concerto delle sorelle nel 1844, 23 settembre). Teresa
riceve una bellissima medaglia di gran modello in oro.
D'una parte si legge : Le conseil de fabrique de l'église de
Sainte Marie à Teresa Milanollo, 1852. Dall'altra parte
si vede in rilievo la chiesa compita. Concerti a Anversa,
a Zoviana.
1853. Dall'otto gennaio al ventisei febbraio, quattordici con
certi a Berlino; indescrivibile successo. Nel tempo me
desimo dà un concerto alla Corte del re di Prussia. Con
certi a Potsdam, Francoforte sull'Oder, Stettin. In marzo,
4 concerti a Magdeburg, Halberstadt. Dal 31 marzo al 9
giugno, 18 concerti a Vienna; legittimo trionfo. In giugno e
luglio 3 concerti a Presburg. Teresa è nominata Socia
Onoraria della Società di musica di chiesa. Concerti (al
meno 8) a Pesth. Da agosto a novembre riposa a Malze-
ville. Il 6 settembre viene nominata Socia Onoraria della
Congregazione di Santa Cecilia di Roma. In dicembre dà
un concerto pei poveri a Nancy; poi a Carlsruhe, Fran
coforte (3), Hanau, Darmstadt, Giessen.
1854. Dal gennaio al 18 febbraio, 3 concerti a Erfurth, a Wei
mar, 8 ad Amburgo, 4 a Altona, 2 a Lubeck, 2 a Kiel.
Dal 18 febbraio al marzo due concerti a Schwerin, ed
uno alla Corte (3 marzo); 4 a Rostock, 3 a Stralsund, a
Greifswald, 2 a Wismar, 1 ad Annover ed uno alla Corte.
Dal 31 marzo al 7 maggio 3 concerti a Brema , 2 a Mun-
ster, a Hamm, 3 a Dusseldorf, 3 a Elberfeld, a Crefeld.
Si riposa.
1855. Il 17 febbraio gran.concerto pei poveri a Nancy. Teresa
suona la prima volta il suo grande Rondò capriccioso. Per
tutto l'anno vive tranquilla vita in Malzeville.
1856. Dal 29 marzo al 18 giugno, 2 concerti a Nancy pei po
veri e pei filarmonici. Ella suona per la prima volta il
suo Grande adagio. In agosto concerto a Caen (pei po
veri), a Bayeux, a Mons (pei poveri), a Trouville; 3 ad Hà-
vre. In settembre 3 concerti a Dieppe. Riposa a Malze
ville. In dicembre 4 concerti a Strasburgo (1 pei po
veri). Teresa è nominata Socia Onoraria della Società co
rale e della Società dell'Armonia di Strasburgo. Dà con
certi a Haguenau; 2 a Mulhausen, 2 a Colmar, a Thann, a
Gebwiller.
1857. In gennaio concerti a Kientzheim (Alsazia); 2 a Basilea,
a Ribeauville; 2 a Sainte Marie-aux-mines, a Schlestadt. In
febbraio 5 concerti a Metz (1 pei poveri, un altro pei
poveri pure, con distribuzione di pane e danaro per 500
persone). In marzo concerti a Thionville, Saarbruck, a
Bar-le-Duc; 3 a Reims. Il sei aprile ultimo concerto di
Teresa Milanollo a Nancy. Il 15 aprile suo matrimonio
con Teodoro Parmentier, nella villa Milanollo a Malzeville.
— 170 —
Il 16 aprile cerimonia religiosa nella chiesa di Malzeville.
Abitano Parigi lino al 1 859 (ottobre) , indi Tolosa , ove
ancora si trovano.
Teresa non ha più suonato in pubblico. Ma si è fatta sen
tire in casa sua ed in varie serate del Maresciallo Niel, tanto a
Parigi che a Tolosa.
Il lettore, che mi ha fin qui seguito, desidera certo di sapere
chi sia il fortunato, cui toccò in isposa la Camena piemontese.
Ecco un abbozzo biografico, che varrà all'uopo.
Carlo Giuseppe Teodoro Parmentier nacque a Barr nell'Alsa
zia, il 14 marzo 1821. Allievo di sua madre per la musica ed
il pianoforte, studiò più tardi il violino, l'organo, la composi
zione, la storia musicale. Allievo della celebre scuola politec
nica di Parigi (1840-1842), ne usci capo della promozione del
genio (sottotenente alla scuola detta d'applicazione a Metz). Te
nente (1844), capitano (1847); è impiegato come tale al Comi
tato delle fortificazioni a Parigi (1853). È nominato aiutante di
campo del generale Niel per la spedizione del mare Baltico
(1854); fu alla presa di Bomarsund, in seguito di che venne
creato cavaliere della Legion d'onore. Accompagnò il generale
Niel anche in Crimea (1855), e fu all'assalto di Malakoff. È
stato decorato dell'Ordine turco del Medjidiè, quinta classe, e
delle medaglie inglesi del Baltico e della Crimea. Al ritorno
dalla Crimea sposò Teresa Milanollo (1857). Nominato mag
giore del genio (1858), accompagnò il generale Niel, plenipo
tenziario della Francia, per il matrimonio del Principe Napoleone
colla Principessa Clotilde di Savoia, a Torino. È in quest'occa
sione innalzato al grado d'uffiziale dell'Ordine dei SS. Maurizio e
Lazzaro (1859). Fa da solo un viaggio di ricognizione militare
nel Lombardo-Veneto, e visita Milano, Peschiera, Verona, Ve
nezia (con molta difficoltà, per non essere preso dalla polizia
austriaca). Fa la campagna d'Italia, in qualità d'aiutante di

»
j

— 171 —
campo del generale Niel, comandante del quarto corpo. Egli
fu uno degli uffiziali mandati da Niel a Canrobert nel giorno
di Solferino; egli che decise quest'ultimo a mandare una bri
gata al soccorso del quarto corpo. Il Parmentier fu anche
scelto dal maresciallo Niel per portare all'Imperatore Napoleone
a Cavriana lo stendardo del principe Windischgraetz, ucciso
nella battaglia di Solferino. È nominato uffiziale della Legion
d'onore l'indomani di questa battaglia (25 giugno 1859). Fu
anche decorato della medaglia (sarda) al valor militare e della
medaglia (francese) commemorativa della guerra d'Italia. Si
recò col maresciallo Niel a Tolosa l'ottobre 1859. Nell'ottobre
1861 fu nominato capo del genio militare a Tolosa. E poichè
ho dato di Teodoro Parmentier un biografico cenno, non dispia
cerà parimenti ch'io accenni le opere, di cui è autore.
Opere militari. — Varie traduzioni dal tedesco. Vocabolario
tedesco-francese delle voci militari e partico- .
larmente di fortificazione.- Trattato elemen
tare di fortificazione (tutte pubblicate in Pa
rigi).
Operetta matematica. — Comparazione di varii metodi di qua
dratura e nuova formola (Parigi, 1855).
Opere letterarie. — Poesie francesi (rime), pubblicate in gior
nali e riviste.
Effemeridi letterarie.
Rime in lingua tedesca, pubblicate in giornali
tedeschi.
Alcuni articoli in varii giornali.
Molti articoli di critica, biografia e bibliogra
fia musicali in diversi giornali musicali ,
particolarmente nella Gazzetta musicale di
Parigi.
Effemeridi musicali.
Opere musicali — 6 melodie per piano, op. 1 (Parigi).
2 Polke per piano, riduzione di musica mili
tare (banda), Parigi.
4 Romanze, op. 4 (Parigi, Heinz).
La Vedova, romanza (Ricordi, Milano).
4 Pezzi d'organo, op. 5 (Strasburgo).
96 piccoli preludii e versetti d'organo, op. 6
(Strasburgo).
Barcarola per piano (Parigi, Brandus).
Gondolinc per piano (Parigi , Heins - Milano ,
Ricordi).
In manoscritto — Rime francesi e tedesche.
Molti pezzi di musica per piano, canto, ecc.
Tornando a Teresa Milanollo, ecco le composizioni che le si
devono :
Fantasia elegiaca, op. 1 (Parigi, Brandus; Vienna, Spina).
Ave Maria, coro a 4 voci d'uomini, op. 2 (Parigi, Lebeau;
Milano, Ricordi).
2 Romanze. Le baptéme — Exlase, op. 3 (Parigi, Heinz).
Devonsi pur ricordare le sue opere manoscritte, ma suonate
nei concerti delle sorelle :
Duetti per 2 violini, composti dalle sorelle, sulle Opere
La Pari du Diable, Lucia, Guglielmo Teli , La figlia
del Reggimento.
Varii carnevali per 2 violini, composti dalle sorelle.
Fantasia originale in mi, da Teresa.
Variazioni burlesche sul Marlborough (tema popolare fran
cese).
Fantasia sulla Favorita (con orchestra).
Variazioni umoristiche sul Rheinweinlied (tema popolare
tedesco).
Trascrizione per violino dell'Ave Maria, di Schubert.
Gran Rondò capriccioso (con orchestra).
Grande adagio, in memoria di sua sorella Maria (con quar
tetto, organo ed arpa).
Il Lamento (con piano-forte).

CARATTERE ARTISTICO DELLE SORELLE HILAHOLLO

Teresa Milanollo è della scuola del Viotti. E di vero, i suoi


principali professori furono Lafonl, Kabeneck e Beriot. Il La-
font ed il Kabeneck erano ambedue allievi di Rode, e questi
di Viotti. Beriot aveva ricevuto dal suo maestro Robberechts la
doppia tradizione di Baillot e di Viotti. Piemontese, è dunque
alla propria patria che Teresa Milanollo è debitrice della gloria,
onde andò si ricca nelle regioni straniere. Fra tutti gli allievi
di Beriot, Teresa Milanollo, per di lui confessione, è tra quelle
che meglio seppero ricevere la perfetta tradizione della sua
scuola, in riguardo all'attacco delle corde e al maneggio del
l'archetto. Ella possiede inoltre una giustezza irreprensibile, che
non falla mai nei passaggi i più diffìcili, nelle note armoniche,
nelle doppie, triple o quadruple corde, giustezza cosi perfetta ,
che nei canti in ottave le due note s'uniscono si bene da far tal
volta perdere all'orecchio il sentimento della doppia nota. Salvo
Beriot, Sivori solo, fra i moderni, possiede una tale giustezza
nell'intonazione. Teresa è anche creatrice d'un genere partico
lare di note armoniche, onde produce effetti leggiadrissimi.
Sono suoni flautati, finora solamente usati isolatamente, e prin
cipalmente sulla quarta corda, che Teresa fa sentire nell'esten
sione intera delle quattro corde con grande facilità e purezza.
Questi suoni difficili a prodursi non sono ancora stati imitati
da nessun violinista, malgrado il grande effetto che hanno
sempre fatto sul Pubblico. Ma quel che caratterizza Teresa Mila
— in —
nollo, più che la sua grande valentia, più che le sue vere qualità
di scuola, quello che ne fa un'artista unica e d'una forte e possente
individualità, è il suo fraseggiare, il suo stile, il suo canto espres
sivo ed elegiaco, il suonare sempre nobile e puro, ora gran
dioso, appassionato ed eminentemente patetico, ora delicatissimo
e d'un'esquisita tenerezza femminina, che nessuno ha posseduto
finora. La maniera di Teresa è sempre d'una grande dignità ;
non fa mai un movimento inutile; però questa calma è tutta ap
parente ; il viso si trasfigura e prende un'espressione profonda;
il perchè si è detto sovente che, per goderne tutto l'incanto,
bisogna anche vederla quando suona. La dignità e la nobiltà sono
inseparabili dal suo talento: la sua grande perizia è per essa
solamente un mezzo, e non ne fa mai lo scopo dell'arte. 11 perchè
un giornale di Francoforte ha detto con ragione, che Teresa
Milanollo è piuttosto la sacerdotessa inspirata dell'arte, che una
virtuosa sul violino. Lorchè eseguisce il Carnevale di Venezia, o
altre siffatte variazioni burlesche, si comprende ch'ella si sforza,
e c'è un contrasto singolare fra il genere della musica ed il serio
coscienzioso — di che usa la suonatrice. Quindi resta sempre
nei limiti dell'esprit dei Francesi, o dell' humour degli Inglesi,
e non va fino a quelli del triviale o del grottesco.
Teresa Milanollo ebbe in dono dalla natura una individualità,
che le lezioni dei professori hanno lasciata inalterata ed intera.
S'ella segue la scuola del Viotti per la parte tecnica dell'arte
di suonare il violino, non rinuncia però alle qualità proprie della
sua maniera. Quando, ancora fanciulla, fu presentata al Kabeneck,
questi le fece suonare un andante di sua composizione : il pro
fessore rimase stupefatto. In questa lettura a prima vista rico
nobbe un profondo senso musicale, uno stile proprio alla gio
vine suonatrice. La fece ricominciare, e le die' consigli concer
nenti i dettagli d'esecuzione, ma non volle dir niente intorno
allo stile. Kabeneck comprese ch'era in lei una maniera propria
di sentire, giusta, benchè nuova, da rispettarsi, per non arri
schiare di distruggerla. La stessa cosa rinnovossi col Beriot.
Questo celebre professore, che aveva gettato tanti violinisti nella
medesima forma, udendo Teresa a suonare un suo adagio, le disse:
« Bisognerebbe cambiare tutto per fare com'io faccio. Ma se
guite la vostra maniera, che è buona, e forse migliore » . Mal
grado questa individualità nello stile, pochi artisti hanno un ta
lento più flessibile, più capace di piegarsi a tutti i generi di
musica, siccome lo prova la grande varietà che si rileva dai pro
grammi dei suoi Concerti. Al pari di Liszt, Teresa Milanollo sa
appropriarsi le opere di tutti i suoi rivali. Suona queste opere
di stile diverso tanto bene come i loro autori, e le suona altri
menti. Ciascun brano è una creazione. Per esempio, quando
ha suonata la Fantaisie-caprice di Vieuxtemps, questo pezzo cosi
abituale ai violinisti (chè si sono tutti sforzati d'imitare il più
possibile la maniera dell'autore) è divenuto quasi una cosa nuova.
Malgrado la forza dell'abitudine, i critici parigini dichiararono
che Teresa Milanollo aveva rivelato bellezze sconosciute in questo
pezzo, e si assicura che lo stesso Vieuxtemps ha detto che Te
resa suona la Fantaisie-caprice meglio di lui. Queste creazioni
Teresa le eseguisce senza pena e senza sforzo ; è semplicemente
la sua individualità che si appalesa. La maggior parte dei violinisti
hanno nel loro repertorio un piccolo numero di pezzi, onde
fanno uso a Parigi, a Londra, a Berlino, a Milano, a Vienna.
Le sorelle Milanollo, al contrario, hanno sempre avuto un re
pertorio molto variato. Per esempio, nelle due serie di Accade
mie date da esse a Lione nel 1846 e nel 1847, elleno hanno
suonato, ciascheduna sola o insieme, 42 pezzi di violino di
Beriot, Vieuxtemps, Artot, Lèonard, Ghys, Kauman, Lafont,
Dancla, Mayseder, Ernst, Beethoven, Ourlow, e della loro pro
pria composizione. Teresa non è meno grande nella musica
classica, che nell'assolo. Ha incominciato molto giovine a suo
— 176 —
nare quartetti, anche in Germania, ed è uscita sempre vin
citrice da questa malagevole prova. La critica tedesca restò
stupefatta e gridò al miracolo, vedendo una fanciulla compren
dere Beethoven ed interpretarlo al paro dei maestri in questo
genere molto conosciuto in Allemagna. Nel 1 846, i giornali di Mo
naco dichiararono che nessun artista suonava i quartetti meglio
delle sorelle Milanollo. A Parigi Teresa eccitava nel 1849 il
più grande entusiasmo coll'esecuzione dei quartetti di Beetho
ven, e il figlio del celebre Baillot le scrisse che, dalla morte
dell'illustre suo padre, non aveva più goduto piacere musicale
si puro e si perfetto.
Questa varietà e flessibilità di talento, congiunta al forte ca
rattere d'individualità, fanno di Teresa Milanollo uno dei più
grandi artisti del tempo nostro, e non è da maravigliarsi, non
solamente degli entusiasmi inauditi che ha eccitati dappertutto,
ma anche dei giudizi! assoluti espressi dagli artisti e dai più
celebri critici. Rellstab, il celebre critico berlinese, ha stampato
un lungo articolo sopra il parallelo di Teresa e di Paganini,
nel quale dice che, benchè differenti come il giorno e la notte,
come l'angelo e il demonio, questi due artisti sono egualmente
grandi, e che, dopo l'illustre Genovese, nessun violinista ha
posseduto cosi grande individualità come Teresa Milanollo. Pa
tini ha scritto che, a suo parere, Teresa Milanollo è il primo
violinista del mondo, Giacomo Meyerbeer trova nel suo suonare
una tenerezza e una sensitività da non essere uguagliate mai
da uomini, e una volta ha dovuto esclamare: « Dove mai potrei
trovare una cantatrice che eseguirebbe le mie Opere come le ese
guisce Teresa ? ». Il Giornale di Bordò, La Guienne, la chiamò
(nel 1850) la Malibran del violino. L'Indipendente (giornale
d i Tolosa) la dichiarò Videale dell'artista elevato aduna potenza
soprannaturale, ecc. ecc. . . .
Maria Milanollo è unicamente allieva della sorella. La natur
- 177 —
l'aveva dotata d'una straordinaria facilità, molto superiore anche
a quella di Teresa. Ancora fanciulla, si rideva delle più grandi
difficoltà con un' audacia tanto felice che sicura. Aveva un brio,
una bravura tutta paganinesca ; spiccava nei passaggi rapidi,
nel tremolo, negli arpeggi ; il suo staccato era uno de' più
perfetti. Dotata d'una viva intelligenza, il suo ingegno era molto
flessibile e sapeva piegarsi a tutto, sicchè suonava anche quartetti
colla sorella. Ma Maria non toccava a tant'arte ; il talento non
aveva l'impronta d'individualità tanto notevole nella sorella
maggiore ; non era creatrice come Teresa. Maria interpretava a
maraviglia i pezzi che richiedono principalmente anima, impeto
e brio ; aveva la facile grazia di Sivori, ma non trasfondeva mai la
mestizia. Quanto agli adagio, ella li imparava dalla sorella, non
creando, ma imitando uno stile che non erale proprio. — Le due
sorelle si secondavano maravigliosamente , possedendo Maria in
sommo grado le qualità che sono deboli in Teresa, cioè nel
l'arte tecnica lo staccato, e nell'interpretazione i presti che esi
gono principalmente audacia e slancio. Maria, morta oltre appena
il terzo lustro, non aveva ancora raggiunto il termine del suo
sviluppo artistico; e sua sorella ripete sovente che, come Paga
nini, Maria si sarebbe senza dubbio innalzata ad un posto tutto
particolare nell'esecuzione delle grandi difficoltà.
Teresa Milanollo è incontestabilmente il violino il più patetico.
Nessuno ha saputo al paro di lei scuotere e far piangere tutto
un uditorio, effetto rarissimo per la musica solamente istru-
mentale, che non è aiutata da un testo poetico, o da una si
tuazione drammatica. Più che ogni altro, Teresa lascia all'anima
libero il volo, ed il Pubblico sente qualcosa di più vivo , di
più intimo, di più puro e di più ideale, e ne prova il supremo
.. incanto. « Il sublime fatica, il bello inganna, il patetico solo è
infallibile nell'arte: quello che sa intenerire sa tutto», dice il
Lamartine. Intenerire fu la più grande abilità di Teresa; infatti
Storia del Violino 12
— 178 —
guadagnava, coll'ammirazione pel suo talento, la più viva sim
patia per la sua persona, e si può ben dire che nessuna artista fu
tanto, si prontamente e si caldamente, amata.

CARATTERE MORALE — CARITÀ' DELLE M1LAK0LLO

Se, per amare Teresa, bastava sentirla diffondere il suo cuore


nel canto, quando era conosciuta, era più apprezzata. Al suo carat
tere calmo e un poco inchinevole alla tristezza vanno commiste
la semplicità, la modestia (che sale fino a disconoscere il pro
prio genio), la bontà, la carità. Ella è quasi tanto rinomata
per la sua beneficenza, quanto per l'ingegno suo, e non meno
conosciuta dai poveri di tutta Europa, che dai dilettanti. Un
giornale di Tolosa osservava giustamente (1 850) : « Bisogna re
stare abbagliati dallo splendore del suo genio, e inebbriati dal
profumo delle sue virtù ». Maria, d'un carattere lieto e gaio,
era semplice e schietta, e non meno modesta e caritatevole della
sorella. Era d'una grande pietà, ed aveva una divozione tutta
particolare per la Madonna. Nei suoi lunghi viaggi, in cui so
vente si fermava appena alcuni giorni nel medesimo albergo, la
prima cura di Maria era d'ordinare la sua camera, e di inalzarvi
un piccolo altare alla Vergine, alla quale i fiori non mancavano
mai. Al partire da una città le sorelle Milanollo deponevano
sugli altari della Vergine (nelle chiese) i numerosi serti e i mazzi
di fiori, che il Pubblico loro gettava dappertutto. Avendo cono
sciuto elleno stesse la povertà, i poveri erano i loro amici.
Tostochè la famiglia non fu più schiava del bisogno, le sorelle —
le cui nobili inspirazioni non furono mai attraversate dai pa
renti — davano concerti pei poveri nella maggior parte delle
città, dove facevansi udire. Esse hanno lasciato in ogni parte di
Europa vestigia durevoli della loro carità, dando numerosi con
— 179 -
certi per ogni specie di scopi filantropici, per artisti infelici,
per orchestre, pel Conservatorio di Pesth, per fondazioni pie,
per casse di soccorso o di ricovero, per la costruzione di
chiese (Santa Maria di Bruxelles, Duomo di Colonia), per dare
un organo ed un orologio alla chiesa di Malzeville , ecc. Pochi
artisti hanno fatto si nobile uso dei doni loro fatti dal cielo.
Ma questo non bastava a Teresa. Per natura e per istinto ,
non si accontentava di alleviare la miseria dei poveri ; voleva
anche vederli, mettersi in comunicazione con essi, e far loro
l'elemosina del suo talento, distribuendo loro il pane dell'anima
insieme con quello del corpo, fruendo cosi di gioie morali fi
nora riserbate ai ricchi, e che delibava co'proprii occhi. Ella
inventò il Concerto ai poveri. Vivente ancora Maria, nel 1846 e nel
1848, in due concerti dati a beneficio dei poveri di Lione, le so
relle fecero collette, il cui prodotto venne distribuito da esse me
desime. Ma fu principalmente dal 1850 che Teresa volle essere in
diretto rapporto coi poveri, ai quali dispensava danaro, o più spesso
pane e vestimenta. Suonava prima i suoi più bei pezzi, e talvolta
superava se stessa in faccia ad un Pubblico nuovo, che non aveva
l'abitudine dei dilettanti, che stava in un profondo silenzio senza
applaudire, ma che, dapprima maravigliato, era tosto commos
so. Agli evviva succedevano silenziose lagrime. Codesti poveri
convocati per ricevere, vedendo che la grande artista, quella
che i ricchi correvano ad ascoltare con tanta premura, dava un
concerto per essi soli, e stimavali capaci di comprendere le squi
sitezze dell'arte al suo ultimo grado di perfezione, provavano
un'emozione che sovente manifestavasi in una maniera affettuo-
sissima. Abbandonando cosi quel che aveva di più intimo, il suo
ingegno e la sua anima, prima di dar loro il pane materiale, Te
resa (secondo l'espressione del Prefetto di Tolosa) annobiliva la
beneficenza stessa. Teresa, pensando a tutti, ha dato anche con
certi esclusivamente per gli ecclesiastici (che in Francia vanno
— 180 —
rarissime volte nelle sale di concerti, e giammai nelle sale di
Teatro).

IMPRESSIONE LASCIATA DALLE SORELLE IILAN0LL0

Le sorelle Milanollo hanno lasciato in Europa una impressione


forte, profonda, imperitura. Sono meno popolari in Italia, che in
Francia, in Allemagna , nella Svizzera e nel Belgio. In Italia
hanno solamente percorso il Nord (Piemonte, Lombardia , Ve
nezia), e non sono andate mai nè in Toscana, nè a Roma, nè
a Napoli. L'entusiasmo per le celebri sorelle si appalesò soprat
tutto in Germania, e in proporzioni inaudite. In molti luoghi
erano accompagnate alla loro partenza da cavalcate fino a grande
distanza dalla città; erano ricevute nella medesima maniera, e il
cammino era spesso cosparso di fiori, come si fa coi sovrani. In
fatti il loro nome, quello di Teresa soprattutto, è divenuto in
Alemagna un simbolo popolare al paro di quello di Paganini.
Il nome di Milanollo si trova nei libri, nei romanzi, ecc., come
l'espressione la più alta dell'arte di suonare il violino.
Anteriormente alle sorelle Milanollo si erano già viste donne
che suonavano il violino. Si ponno citare : la violinista francese
signora Levi (verso il 1745); la veneziana signora di Sirmen
(verso il 1760), che fu un'allieva distinta di Tartini; la signora
Ladurner (verso il 1790), buona allieva di Mestrino; la signora
di Berner (verso il 1800), che fu valentissima; la Schmehling
(celeberrima cantatrice tedesca) che aveva principiata la car
riera artistica suonando il violino (verso il 1765); la tedesca
signora Filipowicz, allieva di Spohr (verso il 1830) , ecc. Ma
codeste donne non hanno lasciato una traccia durevole nel
l'istoria dell'arte. Teresa Milanollo sarà la musa delle violi-
niste future. Già si è vista una folla di signore a suonare il vio
— 181 —
lino per avere udite le sorelle Milanollo. Si distinsero in Francia
le signore Marelle, Frèry, Delepierre, Castellan, André, Boulay
(allieva di Alard, 1° premio al Conservatorio di Parigi), ecc.
ecc. . . ; in Alleraagna, le signore Humler (allieva di Alard, 2°
premio al Conservatorio di Parigi), di Wendheim (allieva di Joa-
chim; in Italia, Carolina e Virginia Ferni, l'una maritatasi^col sig.
Teia, l'altra convertitasi in cantatrice: la signora Teresa Ferni
( che viaggia col fratello violinista Angelo ), la veneziana Se-
rato, ecc. ecc. Di tutti questi artisti, più o meno abili, pare
che sia la signora Maria Boulay che si innalzerà ai più alti voli
nell'arte di suonare il violino.
Varii pezzi di violino sono stati dedicati alle sorelle Milanollo:
1° Alle sorelle, da C. Dancla (sinfonia concertante) ;
2° A Maria, da Léonard, Herzig, ecc.
3° A Teresa, da Goltermann, Liebe, Bruzzese, Eliason,
Schulz, Nicosia, Lomagne, Hunyady,Wieniawski, Bazzini(l), ecc.

(1) Sono ben lieto che la mia buona fortuna mi porga il destro di par
lare di questo rinomatissimo violinista. Egli nacque nell'eroica Brescia il
10 marzo 1818 da Alessandro Bazzini oriundo'di Lovere, provincia di
Bergamo, e da Teresa Bianchi, bresciana, figlia d'un medico rinomatis
simo. Nel 1836, riscontratosi a Parma con Paganini, si fece udire da lui,
ed egli, stringendogli affettuosamente la mano, gli disse : Viaggiate s?*-
btio. Egli ha percorsa gran parte d'Europa, e dovunque levò rinomanza
di se. Sivori e Bazzini sono ora i soli concertisti, che fanno gli onori del
violino, fra gl'Italiani. Bazzini, come già dissi nel mio Dizionario Bio
grafico, imitando la scuola del ligure Orfeo, ha voluto maritarla all'antica
italiana de' suoi primi studi ed alla francese. Gli accenti derivano in lui
dal cuore: il suo arco, d'una varietà ammirevole, gli è sempre fedele
ministro per imprimere alle corde i moti più svariati e d'infinita grada
zione. Nell'adagio ha ben pochi rivali, e chi suona bene un adagio
canta. Nella scorsa primavera si fece udire in Torino nella sala Marchi
sio : colse nuove ovazioni, e raffermò la sua bellissima fama. Il Bazzini è
— 182 —
Medaglie date alle sorelle :
1838. —Inargento— alle sorelle — dalla Società di Lille;
1844. — 2 med. in oro — dalla parocchia di Santa Maria
di Brusselles ;
1844. — Med. in oro — dal Cercle des Arts di Brusselles;
id. — Grande med. in oro — dalla Società d'Armonia di
Ixelles (Belgio);
1846. — Med. in argento — dal Cercle musical di Lione;
id. — id. in oro — dall'orchestra del grande Teatro
di Lione ;
1847. — Grande med. in argento — dall'orchestra del Teatro
di Nimes;
1848. — 2° med. in oro — in nome dei poveri di Brusselles;
1851. — Med. in argento — a Teresa — dall'orchestra del
Teatro di Francoforte ;
1852. — Superba med. in oro — a Teresa — dalla parocchia
di Santa Maria di Brusselles.
Diplomi onorifici: 1839. — Teresa è nominata Socia Ono
raria della Società fdarmonica del Calvados (a Caen);
1842. — Le sorelle, Socie Onorarie della Società Filarmonica
di Brusselles ;
1843. — Le sorelle, Socie Onorarie della Società per la fon
dazione dell'Ospedale dei fanciulli sotto la protezione dell'Impe
ratrice Maria-Anna (a Vienna) ;
1843. — Le sorelle, Socie Onorarie della Società per la fon-

pur leggiadro compositore, e basterebbe la musica da lui stampata ad


assicurargli l'impero sul tempo. Non posso comprendere come un artista
di tanto ingegno e di tanti trionfi non abbia cinque o sei decorazioni sul
petto. Che non le voglia? Debb'essere così, perchè egli n'è degno quanto
ogn'altro.
* _ 183 —
dazione dell'Ospedale dei fanciulli di S. Giuseppe, sotto la pro
tezione dell'Arciduchessa Sofia (a Vienna) ;
1843. — Le sorelle, Socie Onorarie della Società Apollinea
di Venezia;
1844. — Le sorelle, Socie Onorarie della Società Filarmonica
di Praga;
1844. — Le Sorelle, Socie Onorarie del Cercle des arts di
Brusselles ;
1844. — Le sorelle, Socie Onorarie della Società d'Armonia
di Ixelles ;
1850. — Teresa, Socia Onoraria della Società dell'Unione
delle Arti (a Nancy) ;
1853. — Teresa, Socia Onoraria della Società di musica di
chiesa di Presburgo;
1853. — Teresa, Socia Onoraria della Società di Santa Cecilia,
di Roma;
1856. -—Teresa, Socia Onoraria della Società corale di Stras
burgo ;
1856. — Teresa, Socia Onoraria della Società l'Armonia di
Strasburgo, e via via.
Dappertutto si fecero molti ritratti alle sorelle Milanollo : e a
mò d'esempio :
1836. — Ritratto di Teresa, a Mondovi ;
1839. — id. a Rouen ;
id. id. a Caen;
1841. — id. (da Alophe) a Parigi;
1842. — Ritratto delle sorelle a Brusselles ;
1843. — id. (da Kriehuber) a Vienna ;
1846. — id. id. a Monaco;
1847. — id. id. a Lione;
1849. — Ritratto di Teresa (da Alophe) a Parigi ;
1851.— id. id. a Strasburgo;
184 — «
1853. — id. (da Kaiser) a Vienna ;
id. id. (da Bùrde) a Berlino, ecc. ecc.
Si fecero pure alcuni ritraiti ad olio (aBesancon,Nancy, Stuttgart),
e moltissimi daguerrotipi e fotografie. — Fotografie attualmente
in vendita (foggia di carta di visita), in Parigi (1860-62).
Non mancano busti e gruppi, e vi sono violini fabbricati da
Sylvestre, di Lione, che portano all'estremità del manico la
lesta di Teresa o di Maria. La quantità dei versi indirizzati alle
sorelle Milanollo è veramente prodigiosa, e niente dimostra me
glio la profonda impressione da esse prodotta dovunque sul
Pubblico, che questo grande numero di rimatori sorti sotto i
loro passi, parlanti forse per la prima volta la lingua poetica, onde
celebrare l'ingegno , la grazia e la carità delle illustri Saviglia-
nesi. Questi versi, dei quali molti cattivissimi, sono spesso scritti
da donne, da ragazze, da vecchi, da fanciulli e da poverine an
nunziano più intenzione che ingegno. Ma ve ne hanno anche de'
buoni ed anzi d'eccellenti, dettati da chiari poeti, come dal cele
bre Iustinus Kerner inÀllemagna, da Laprade (dell'Accademia
Francese), da Turquety, Soulary, Canonge, Lebreton, Leflaguais,
Beuzeville, l'esimio poeta provenzale Jasmin, ecc. ecc. in Francia.

VIOLINI DELLE SORELLE MILANOLLO

Il primo violino, di cui usava Teresa Milanollo nella sua fanciul


lezza, era stato fabbricato dal padre suo; era in legno bianco senza
vernice. Poi ella ebbe 1° un Guadagnini di mezzo formato, scelto
da Lafont a Parigi (1836): 2° un G. Cloz, di Informata, com
perato ad Amsterdam (1837); 3° un F. Gagliano, di 3[4 formato
onde usava nel 1841 ; 4° uno Stradivario, di formato ordinario,
comperato in Aquisgrana (Aix-la-Chapelle) (1842); 5° un violino
di G, Bergonzi (il più distinto degli allievi di Stradivario), che
K - 185 -
fu scelto da Vieuxtemps a Parigi : Teresa usò di quel violino
dal 1843 finora, e lo preferisce ad ogni altro. È un eccellente
stromento, come forse non ne esiste nessun altro di quell'autore;
fu migliorato da Engleder a Monaco nel 1843.
Maria prendeva in generale i violini lasciati dalla sorella. Ma,
dal 1845 in poi (fino alla morte), suonava un Amati.
A questi violini bisogna aggiungere uno Stradivario ed un
Gasparo di Salò, legati a Teresa ed a Maria da Dragonetti (1), nel
1846. Lo Stradivario, superbo istrumento quasi nuovo, fu suonato
da Paganini, poi acquistato dal celebre contrabbassista italiano.
Teresa ne usò come d'un violino di studio ed in rare circostanze,
preferendo sempre iì suo Bergonzi, le cui qualità sono ma
ravigliosamente appropriate al genio dell'artista. Dragonetti
aveva alcuni bellissimi 'stronfienti. Per un sentimento patriotico
che l'onora, egli volle non solamente che questi stromenti non
cadessero in mani indegne, ma eziandio che rimanessero in mani
italiane. Legò per testamento il suo contrabbasso favorito di
Gasparo di Salò (maestro di A. Amati) alla città di Venezia, sua
patria, il suo violino di Stradivario a Teresa Milanollo, ed il
suo violino di Gasparo di Salò a Maria Milanollo.

(1) Dragonetti Domenico è un altro bellissimo nome, che aggiunge


luce alla musica d'Italia. Era nato a Venezia (nel 1771). Percorse i suoi
primi anni nei caffè, accompagnando la Banti, salita dopo in fama di ce
lebre cantatrice. Andò a Londra nel 1795, e vi eccitò il più vivo entu
siasmo; egli non conosceva difficoltà, e si può asserire con tutta fran
chezza, che il contrabbasso, sotto la potenza delle sue dita, acquistò im
portanza e valore. Si racconta che Viotti, avendo un giorno fissato que
st'artista per eseguire uno dei suoi duetti di violino i più difficili, e no
tando in lui una facilità maravigliosa, lo pregasse a prendere il posto
del primo violino. Dragonetti vi adoperò tanta cura e tanta diligenza, che
Viotti confessò di non averne mai trovato uno eguale.
— 186 —
Forse chi legge mi accuserà d'essermi troppo diffuso su questi
due miracoli del Piemonte, ma al sesso gentile vuol essere con
sacrata maggior copia di fiori; e poi le Milanollo hanno troppo
illustrata l'Arte e l'Europa, perchè non siano mai soverchie le
laudi che ad esse s'innalzano, perch'io non dovessi risparmiare
nè ricerche, nò spazio, nè tempo a degnamente encomiarle. Gli
elogi sono sciupati e ridicoli, ove si tratti di gente nulla e me
diocre ; ma di che importanza non si rivestono, quando il genio
li inspira?
Se Ginevra Canonici Facchini fosse tra' vivi, e dovesse fare
una nuova edizione del suo Prospetto Biografico, le sue eroine
non sarebbero più seicento, ma seicentodue.
— 187 —

ALTRI VIOLINISTI GENOVESI

Nell'esporre le mie intenzioni, ho detto che avrei compreso


i violinisti genovesi, e cominciai col rendere ossequio a quel
colosso di Nicolò Paganini, e coll'occuparmi di Camillo Sivori,
suo allievo. Fedele al mio programma, continuerò ad adempiere
le mie promesse, nè la matassa mancherà al bandolo. Genova
fu sempre ricca d'ingegni in ogni parte dello scibile umano ;
ebbe poeti e pittori celebratissimi; ebbe suonatori e maestri va
lenti, e fra quelli che ora vanta e possiede a pieno suo decoro,
non posso a meno di ricordare, per la stima che di lui nutro,
e per l'amicizia che gli professo, il Maestro Gambini, dotto cri
tico e Compositore di molto merito. Genova non è solo ossequiata
fra le città italiane per la sua operosità ed industria, ma sibben
— 188 —
anco pei sommi uomini, di cui fu madre, e per le sue eterne me
morie. Felice Romani aveva ben ragione di cantare di essa :
« A te tranquille e liete
Volve l'onde il Tirreno, e di clementi
Raggi il sole ti nutre e ti accarezza :
Dell'Apennin l'asprezza
A te spiana, e di fior muta in begli orti
Un'industre virtute ignota altrove ;
Innamorato move
Lo straniero a' tuoi lidi, e ne* tuoi porti
Versa in copia i tesor dell'emisfero
Che il tuo Colombo visitò primiero ».
Tornando al mio tema, debbo tributare anzi tutto un elogio
al Pedevilla, primo violino-direttore d'una grande cavata, per
adoperare una parola d'arte. Nelle più solenni e straordinarie
circostanze, era chiamato e preferito ai suoi confratelli, e lo sa
la Spagna che ha avuto occasione più volte d'ammirarlo. La sua
morte eccitò il generale compianto : egli cadde da un'Orchestra
in chiesa, mentre dirigeva una funzione musicale, restando stra
namente trafitto dall'arco del suo violino medesimo.
Al Pedevilla succedettero Giacomo Costa e G. R. Serra. Il
Serra dirigeva le Opere in Teatro , e il Costa l' Orchestra di
chiesa. Il Serra' suonò a Londra da giovane, e molti applausi vi
colse : dicesi che lo stesso Haydn, udendolo eseguire i suoi quar
tetti, gì' impartisse molti elogi.
Non vuol essere obbliato il Giaccarino, che col suo violino
affascinava i più difficili. Le sue composizioni annunziano in lui
una gentilezza d'ingegno e una rarità di buon gusto, non cosi
facili a rinvenirsi. Era del genere di Paganini, e non è già un
lieve merito.
Il Giusti visse cinquant'anni addietro, ed era del bel numero
uno. Solo non potè proseguire l'intrapresa carriera per ragioni
— 489 —
di salute, e invece accettò un impiego nelle Dogane di Genova.
Via ben diversa della prima ! Ma gli uomini non devono mai
perdersi di coraggio, tanto più se la natura fu loro larga di doni.
Morto il Direttore d'Opera G. B. Serra, gli succedette il figlio
Giovanni, contrappuntista estimatissimo, benché alquanto pe
dante ; conta ottanta e più anni, e dirige l'Istituto Musicale di
Genova. Spento il Costa, prese il suo seggio Belloni Michele, vio
linista eccellente, allievo del Maestro Nicolò Uccelli. Egli andò
a perfezionarsi a Parigi, ove fé lunga sosta. Cessò di vivere
nel 1831.
Kolp Domenico, proveniente da una famiglia tedesca, era nato
in Genova, ove esercitò per tanti anni l'arte sua, e fece nel vio
lino moltissimi e valorosi allievi. Suonava l'adagio con un'espres
sione particolare^ in modo da non temere il confronto dello
stesso Paganini, il quale però era grande non solamente nel
l'adagio, ma eziandio nell'allegro.
Delle Piane Agostino è un allievo di Paganini. Suonatore e
compositore peritissimo, fu per lungo tempo maestro di Sivori.
L'arte lo ha perduto nel 1834 circa.
Bolognesi Filippo, alunno di Kolp e tuttora vivente, annun
ziò fin da fanciullo una straordinaria inclinazione alla musica,
e Paganini disse più volte alla madre sua che gli facesse studiare
il violino, certo di arrivare all'apogeo della gloria. Il Bolognesi,
da ragazzo, veniva chiamato dai Genovesi il Paganinetto : egli
mandava alla memoria alcuni brani del ligure Orfeo, e poi ese-
guivaliin amichevoli crocchi, riscuotendovi entusiastici applausi.
Avendo il Bolognesi fatto comperare al Paganini un violino di
Stradivario, gli aveva imposta la condizione di dargli delle le
zioni, avviato, qual già era, sul retto sentiero dal Kolp. Paga
nini, dopo la prima lezione, rimase stupefatto, e promise di
fornirgli altre lezioni, oltre le convenute. 11 Bolognesi avrebbe
potuto fare il giro d'Europa, nella sicurezza di lasciare ovunque
- 190 -
di sè le più care rimembranze ; ma, d'un temperamento oltre
modo sensitivo e d'un carattere timido all'ultimo grado, non si
produsse al Pubblico che rade volte. Si consacrò invece all'in
segnamento, ed ebbe la dolce consolazione di veder accorrere
alla sua scuola allievi da tutte parti, quindi di diverse nazioni.
Fra i suoi scolari emerse Catterina Calcagno, il cui nome sta
scritto fra i migliori violinisti d'Italia : è la stessa che entusiasmò
a Napoli, la stessa che percorse varie nostre città con non mai
interrotto trionfo, la stessa, alla quale il Paganini volle dare delle
lezioni : non furono però queste che poche, mentr'ella amò di
ritornare dal Bolognesi. Uditala alcun tempo dopo il Paganini,
restò maravigliato de' suoi progressi, e le stese entusiasmato
la mano, quasicchè dir le volesse: Siamo compagni d'arte. E
l'essere compagna d'un Paganini non era per lei lieve vanto !
Raimondi Francesco , Frassinetti Sebastiano ed il Foce
sono allievi dell'illustre Bolognesi. 11 Raimondi fu un esecutore
eccellente, per forte sentire e per raro buon gusto, e contese al
Sivori per lungo tempo il primato : una tisi violenta lo trasse
alla tomba in floridissima età . . . come Vincenzo Bellini, come
Raffaello. Il Frassinetti, sul fiore degli anni, diede Concerti a
Pietroburgo ed a Vienna, ed ora si trova a Parigi, ov'è nota ed
ammirata la sua singolare valentia, e dove viene annoverato fra
i violinisti di bella scuola e di bella esecuzione : egli suona tutta
la musica di Paganini, e cosi non si ricordasse qualche volta
di suonare la sua ! Il Foce è pur uno di quelli che onorano l'arte
dei Sivori e dei Bazzini. Peccato lasciasse presto la patria e l'Ita
lia, per recarsi in Algeria !
Nicola De-Giovanni nacque a Genova nel 1802. Il padre suo,
Cesare, dilettante violinista, insegnògli i primi principii dell'arte
musicale. All'età d'anni tredici applicossi al commercio, con
tinuando a coltivare gli studi di violino e di contrappunto. —
Ebbe a maestri Gabetti e Costa. — La fama, che andava acqui
— m —
standoll giovinetto per una naturale disposizione a siffatti studi,
mosse il sommo Paganini a conoscerlo; e sapendo egli che
il De-Giovanni suonava i suoi Ventiquattro capricci per violino,
composti e dedicati agli Artisti, lo richiese come suonasse il
Capriccio N° 21 (è noto che il Paganini non poneva nessuna
indicazione ne' suoi lavori). Il giovanetto rispose che le prime
otto battute tra la terza e la quarta corda si suonavano col se
condo e terzo dito, e le altre otto fra la seconda e il cantino col
primo e secondo dito. Maravigliato il Paganini di tanta intelli
genza musicale in cosi verde età, si offerse egli stesso a istruirlo,
siccome addivenne. A ventidue anni lasciò il commercio per
darsi esclusivamente alla musica. Prima di partirsi dalla sua
terra natale, diede un'Accademia al Teatro Carlo Felice nel 1829,
con isplendido successo. Recatosi a Bologna, ove era vacante il
posto di primo violino, vi concorse con altri tredici. All'esame
improvvisò il Concerto di Lafont in do minore, conosciuto e
studiato da parecchi de' concorrenti. L'esito fu felicissimo, e
a lui venne concesso il posto. Durante' gli otto anni di sua di
mora a Bologna fu chiamato a dirigere le Orchestre di Pisa , Li
vorno, Ancona, Sinigaglia, Lucca, colla celebre Malibran che
lo desiderava in tutti i Teatri ov'ella si produceva, e per tre
carnevali successivi diresse l'Orchestra del Teatro Apollo di
Roma. Passò Direttore al Teatro di Parma, desideratovi da Ma
ria Luigia nel 1836. Ivi, in detto anno, si allesti la Lucia: nel*
l'assolo per arpa del primo atto, rottesi le corde all'arpista, il
De-Giovanni continuò l'assolo stesso col violino , eccitando la
maraviglia e gli applausi di tutti. Da quell'epoca venne chia
mato a varii Teatri, e cosi diresse l'Orchestra di Bologna, Pe
rugia, Cesena, Treviso, Mantova, Verona e molte altre. A più
riprese fu chiamato a Londra, ove non potè recarsi, perchè ne
gatogli il permesso dal Governo, e nell'anno, in cui avrebbe po
tuto andarvi, venne meno alla vita. Egli compose parecchi lavori
musicali (pressochè 150), alcuni dei quali per istruraentiadarco:
duetti, terzetti, quintetti, sestetti e settimini, parte di genere
classico e parte di genere libero ; varie composizioni a grande
orchestra, sinfonie e Pot-pourris, molti pezzi per violino e piano
forte, in parte pubblicati e in parte inediti. Tra i suoi lavori pubbli
cati vi ha una Messa, che gli valse elogi lusinghieri da tutto
il giornalismo. Nicola De-Giovanni, Cavaliere di prima classe
del R. Ordine di S. Lodovico, era socio di parecchie Accademie
Filarmoniche. Cessò di vivere nel 14 maggio del 1856 in Parma,
ove la sua perdita destò un lutto generale, e dove suo fratello
Domenico, eccellente violinista, gode pure di un'altissima stima.
La memoria di Nicolò De-Giovanni non si spegnerà cosi tosto,
imperocchè egli non apparteneva a coloro che quaggiù non
lasciano eredità d'affetti, come diceva quella grand'anima di
Ugo Foscolo, ma alla copia dell'ingegno associava le virtudi del
cuore.
Un fiore ad Agostino Robbio, allievo dell'Istituto musicale di
Genova. Fornito di molta facilità e di flessibile ingegno, intra
prese di buon'ora la carriera dei Concerti. Contò luminose vit
torie nella Spagna, ed ora miete allori in America.
Una lagnanza a Giuseppe Baccigalupo, che dopo essersi pro
dotto al Teatro Carlo Felice di Genova coll'esito il più invidia
bile, dopo aver tanto promesso di sè, spiegò le vele al vento,
e riparossi nell'America del Sud.
Una parola d'incoraggiamento al trilustre Moresco, indi chiu
derò il mio libro con alcuni pensieri, che forse non saranno
fuor di luogo.
Giovanissimo Moresco! Voi rivelate ottime disposizioni: voi
promettete di continuare la gloriosa serie dei Paganini, dei Si-
vori, dei Kolp, dei De-Giovanni, dei Bolognesi. Studiate adun
que, e studiate molto: studiate indefessamente, senza tregua.
Se mai vi mancassero i mezzi, perchè la cieca fortuna non apre
— 193 —
per solito i suoi tesori che ai poveri di mente e di cuore, invo
cate qualche mano benefica. I generosi non sono ancora tutti
spenti : la virtù ha ancora i suoi seguaci, l'ingegno i suoi fau
tori : v'è ancora qualche anima che palpita alle altrui sciagure,
nè l'egoismo può ancora vantarsi d'una piena vittoria. Quando
vedete il Sivori, gettatevi fra le sue braccia. Egli divide con voi la
patria . . . Chi sa che non possa dividere con voi anche il sapere!

Sloria del Violino


UNA DOMANDA

Ecco gl'illustri violinisti piemontesi e liguri che ho voluto


ricordare all'Italia, e proporre all'Arte a regoli eterni del bello.
Ho procurato di non dimenticarne alcuno; e se mai fosse avve
nuta qualche ommissione, sarà sempre da ascriversi non a me,
ma all'inveterato costume di porre in non cale gli artisti, tanto
più se coscienziosi e modesti.
Avrei potuto aggiungere Romanino Camillo da Torino, che da
pochi mesi disparve dal teatro del mondo fra l'universale com
pianto; ma più del violino era sua specialità il flauto, benchè
pel primo lasciasse forbite e universalmente slimate composizioni.
Avrei potuto tener nota di Luigia Stramesi da Tortona, avve
nente giovane che come violinista e come cantante percorse
varie città, e diè anche all'estero bastanti saggi della sua duplice
e non comune perizia ; ma alle corone d'Apollo preferse ben
tosto quelle d'Imeneo, ed ora riposa sugli allori che colse, come
il poeta che appende al muro la cetra, o il guerriero che si
toglie dal fianco la spada.
- 196 -
Arrivato a questo punto, mi si potrebbe muovere una do
manda :
Del violino piemontese, che può dirsi percorresse gloriosa
mente le quattro parti del mondo, e che lasciò dappertutto care
memorie ed allievi, che cosa è avvenuto? Esiste ancora una
Scuola? Si eresse un Conservatorio? L'hanno le Provincie, ma
non la Capitale, stabile o provvisoria che sia. Fioriscono la Ginna
stica e il Tiro Nazionale ; Torino pare un'eterna primavera, per
le sue praterie, pei suoi giardini, per le sue zampillanti fontane;
ma langue la musica. Dopo la morte di Luigi Felice Rossi, i
Torinesi più non contano un maestro di fama. Ghebart e Bianchi
dànno qualche lezione, ma tutt'affatto privata. Vi hanno molti
strimpellatori di gravicembalo, ma questi non bastano. I profes
sori d'Orchestra sono come gli avventurieri del barone di Trench,
che ora questo servivano ed or quel sovrano : sempre in balia
della fortuna, misere navicelle travolte dai flutti, vanno là dove
li chiama il bisogno d'un tozzo di pane. Alcuni di essi fanno
parte della Cappella Regia (vantaggio da calcolarsi , benchè
leggiero) ; ma la Reale Cappella non può accoglierli tutti , e
agli altri non restano che i Teatri, affidati sovente ad uomini
perduti e senza morale. E se sorge un talento che prometta di
toccare alla sublimità, che si senta nell'anima la vocazione del
l'arte, e che già per essa respiri, ove attinge i suoi studi? Il
genio, più che dalla reggia , più che dal trono, esce da un u-
mile casolare : in altri termini, il genio vuol nascere povero per
poscia elevarsi ed ingrandirsi sui suoi trionfi.
Tutto adunque è sparito, e delle glorie del violino piemontese
non resta ornai che la rimembranza. I suoi servigi sono diven
tati inutili : egli non vive che nella pagine della storia. I Somis,
i Pugnani, i Viotti, i Paganini, i Polledro logorarono invano la
loro vita nel raffinarne gli effetti : invano cercarono di conser
vargli un carattere nazionale: invano lo cinsero di nuove ghir
- 197 —
lande, Ei fu: quindi non ha più il dolce, invidiabile conforto di
cooperare al lustro dell'arte : non può più dire d'essere un frutto
del proprio paese. Io credo però che non si persisterà su questa
via, e che non si vorranno gettare al vento tante onorate fati
che ; il passato ci aiuterà con le sue tradizioni, il presente coi
mezzi, di cui può disporre. Pericle, Augusto, i Medici, Luigi XIV,
Elisabetta non furono la sola causa del movimento che si è com
piuto sotto i loro regni ; essi hanno dato un impulso fecondo
agli elementi che avevano in loro potere. Incoraggiamo e com
pensiamo. Non facciamo come i Greci, che aspettavano fosse
terminata l'opera per guiderdonarne l'autore; che tutto davano
dopo, niente mai prima. Gl'ingegni non si scuotono, se non
hanno dinanzi una prospettiva che li lusinghi ; e se le scuole
non ponno servire a perfezionare, servano ad iniziare.
Mi si opporrà : il Governo è troppo carico di pesi, non ha
danari per le Arti....
Benchè sia pur troppo vero che il danaro è il motore d'ogni
cosa, qui si potrà farne senza, se non in tutto, in gran parte. . .
e mi studierò di provarlo.
UN MIO PROGETTO

Prima del 1848 — l'anno, in cui i nobili e generosi desiderii


degli Italiani cominciarono a convertirsi in memorabili fatti —
io non dirò che la Musica e la Drammatica fossero nel loro fiore,
ma certo è che non erano ancora nello stato deplocabile, in cui
presentemente si trovano. I Governi dell'Austria, di Napoli, della
Toscana, di Parma e di Modena fingevano anzi di amarle e di
sorreggerle, non perchè ne sentissero l'utilità e l'importanza,
ma perchè speravano che i loro popoli, fra i divertimenti, i Tea
tri e le ninfe del palco scenico, dimenticassero la politica, e,
quello ch'è più, la patria. E il curioso si è che l'Austria, a Vien
na, a Venezia, a Milano, voleva darsi vanto di proteggere la
bell'arte di Guido, e minacciava di prigionia quelli che applau
divano il coro della Norma: Guerra, Guerra!!!
Dopo il 1848 — dopo le nostre sanguinose ed eroiche battaglie —
dopo i solenni avvenimenti, ne' quali si vide il dito di Dio — dopo
che l'Italia ricuperò il suo soglio e il suo scettro — il Governo
ed il Parlamento, colle nuove provincie, colle nuove ammini
strazioni, con un caos di cose che domandavano subitanei prov
vedimenti e pronte riforme, non poterono certo pensare ai Tea
tri, ai Conservatorii, ai Licei musicali e a tutto che li riguarda.
Senza le necessarie disposizioni — senza il braccio della legge —
senza scuole — senza norme — arti, artisti, autori e Pubblici
si confusero insieme, e gli uni più non compresero gli altri, e
la rovina fu generale e compiuta. Alcuni Deputati, per sover
chio zelo, per non conoscere le consuetudini e gli usi dei sin
goli paesi d'Italia, per non saper dare alle Arti la dovuta
importanza, fecero togliere le solite dotazioni ai Teatri, il che ha
contribuito non poco ad inceppare il loro corso, e a rendere i
Municipii sempreppiù indifferenti.
Dove andremo noi? Dove ci fermeremo? Quando vedremo re-
dire i bei giorni di Goldoni, d'Alfieri, di Rossini, della Pasta,
di Rubini, di Lablache, della Pellandi, di De Marini, di Yestri?
Poichè le politiche bisogne non permettono momentaneamente
un'assoluta riforma, si faccia almeno in modo che il male non
progredisca, ed ecco abbozzato in pochi tratti di penna un mio
progetto (1).
Un Ispettorato Teatrale, che diriga tutti i Teatri del Regno,
che tuteli gl'interessi del Pubblico, che l'Arte sorvegli e protegga.
Una legge, perchè non s'apra nessun Teatro senza un conve
niente deposito, perchè gli artisti sieno sicuri di non gettare
invano le loro fatiche, perchè non sia più lecito all'Impresario
di mettersi la via fra le gambe, e di lasciare altrui negli imba
razzi e nei guai.

(1) Nel Pirata, che io pubblico da quasi trentanni, ho sviluppate a


tal uopo le mie idee.
— 201 —
L'obbligo d'un esame a chi vuol fare il Maestro di canto, di
drammatica e di mimica — un esame .pure a chi vuole iniziarsi
nella lirica palestra, chè non basta mandare uno spartito alla
memoria, ma d'uopo è conoscere almeno i principii dell'Arte che
s'intende di professare.
Governo e Municipii, accordando sovvenzioni ai Teatri ( e
l'accordarle tornerà indispensabile, se non si vuole anche in ciò
rimanere inferiori alla Francia), obbligheranno gl'Impresarii a
produrre nella più importante stagione dell'anno due Opere
nuove, una di chiaro e provetto Maestro, l'altra di giovane com
positore che bene annunci di sè; ragion per cui non sarà più
preclusa la via nè agli ingegni che già si segnalarono, nè a quelli
che potranno segnalarsi (2).
Fin qui occorrono ben poche spese, e solo tornerà necessario
fondare un Liceo musicale là ove non esiste un Conservatorio.
Torino avrebbe il suo, e cosi il violino piemontese non vedrebbe
eclissata la propria gloria. Cosi non sarebbero interrotti i suoi
trionfi, e lo straniero verrebbe ancora dalla Senna, dal Tamigi
e dalla Newa a tributargli il suo ossequio. Cosi le tradizioni dei
Pugnani e dei Viotti non si spegnerebbono nel nulla, e chi sa
che Nicolò Paganini non potesse avere un successore!
Qualche accigliato dalle perdute speranze mi risponderà:
Morto è il genio italiano, e non vi sono più artisti...
Il genio italiano non morrà mai, e quandochessia risorgerà
più bello che prima. Il genio non si estingue, benchè represso
od inerte ; egli fermenta rinchiuso, e attende il momento di

(2) È verissimo che dei trenta o quaranta spartiti, producentisi ad ogni


anno nei diversi Teatri d'Italia, non sopravvivono che tre o quattro; ma
quando gl'Impresarii dovranno sborsare del danaro, quando i giovani mae
stri, anziché pagare, saranno pagati, penseranno ai casi loro, e provvede
ranno meglio agli interessi e alla gloria della scienza dei suoni.
— 202 —
divampare, come il vulcano compresso dalla montagna. Questo
momento non può tardare: viviamo sotto il regno del Figlio di
Carlo Alberto, di Vittorio Emanuele 11.
L'Italia — la len a più favorita dal cielo — la terra ammantata
di' fiori e salutata dal più vivido sole, intorno alla quale tutto
canta, dal Lido fino al golfo di Taranto — l'Italia non rinunzierà
mai agli onori della musica, di cui è la regina, al l'ascino della
melodia, di cui è la madre. L'Italia è il Conservatorio di Dio,
scrisse il francese Mèry (1), nè noi vorremo smentire uno dei
pochi stranieri che ci resero giustizia.

(t) Méry : Introduzione della Vita di Hossini e me Opere, dei fratelli Escu
ter, Parigi, 1851.
INDICE

A S. M. Vittorio Emanuele II Re d'Italia.


Il Piemonte Maestro di Violino .... pag. 11
Il Violino Re degli isfrumenti . . . . » 15
Che intendo per scuola nazionale e per capi-scuola » 19
Somis Giovanni Battista » 23
Guignon Gian Pietro » 27
Giardini Felice « 29
Chabran Francesco » 33*
Pugnani Gaetano *» 35
Canavasso Alessandro e Giuseppe . . . » 39
Galeazzi Francesco » 41
Conforti Antonio » 43
Viotti Giovanni Battista » 45
Bruni Antonio Bartolomeo ...» 59
Vai Gaetano » 63
A. Olivieri » 65
— m —
Testori Carlo Giovanni . . . . » 67
La Parravicini » 69
Giorgis Giuseppe » 71
Poliedro Giambattista » 73
Paganini Nicolò » 77
Molino Luigi . . . . ■ » 107
Radicati Felice » 109
Ghebart Giuseppe » 113
Leone di Saint-Lubin » 117
Ferrara Bernardo » 119
Sivori Camillo . . . . . . » 123
Bianchi Francesco » 1 49
Arditi Luigi » 153
Milanollo Teresa e Maria, studi biogr afico-estetici. » 157
Altri violinisti genovesi, Pedevilla, Giacomo Costa,
G. B. Serra, Ciaccarino, Giusti, Belloni, Kolp,
Delle Piane, Bolognesi, Raimondi, Frassinetti,
Foce, De Giovanni, Robbio, Baccigaluppo, Moresco » 1 87
Una domanda » 195
Un mio progetto » 199

*
i
OPERE PRINCIPALI

DEL CAV. DOTT.

FHAXCESCO EUBIGtX^I

Scritti editi ed inediti. Milano, 1832, Tip. Nervetti, in-12.


Saggi di Sacra Eloquenza di Giuseppe Barbieri. Milano, in-12.
Prose e Poesie del prof. Eustachio Fiocchi, con una nuova ver
sione dell'Arie Poetica d'Orazio. Milano, Tip. Visai, in-12 1833
Elogi, seconda edizione, coll'aggiunta dell'Elogio di Dolendo n i', -
Sacchi. Milano, Tipografia e Libreria di Giuseppe Chiusi, 1840
Racconti. Volume unico. Milano, Tipografia di Vincenzo Gu-
glielmini, 1846.
Minerva Ticinese. Giornale Srinitifico-Letterario. Anni ire
Pavia, in-8°.
Il Pirata. Giornale di Letteratura, Belle Arti e Teatri Anni 29
Ai Miei Amici. Strenna Lelterario-Teatrale, 0 Galleria di ft
tratti dei più celebri Maestri, poeti melodramma ti ~ .
e ballerini, ecc. ecc. Volumi 22, con 100 e p^rUratt
I Compagni
viera. Primadelversione
Walhalla descritti
Italiana dal Re
dedicaia n oLodovico
i . tV t* a~
edizioni. Garl° Uberto. Due

A S. M. Maria II Da Gloria Regina del Pori no n ^


Morte Ai Carlo Alberto. Torino, 1849 Tip F ^ Uarme in
Elogi e Discorsi, Biblioteca Scelta di opere uJv * Dalmazzo
moderne, voi. 594, col ritratto e colla bio r* an,lrhe e
Milano, Tip. Silvestri, 1859. pralia dell'Autore.

Dizionario Biografico dei più celebri Poeti e{j », ■


matici, Tragici e Comici, Maestri, Concerti ' ^ 1Stl Melodram-
Ballerini, Scenografi, Giornalisti, Impre8ar* Goieografì, Mimi,
rirono in Italia dal 1800 al 1860, dedicato a'V^ GCC'' Che fio"
Spagna. Torino, coi tipi di Enrico Dalm^ M■ 'a ^p8ina di
Elogio di Commedie,
Carlo Alberto.
Un Torino,
libretto Tip. Dalm^0'
Drammi, d'(W^« azzo> 1881
***** ecc. ecc.
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