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Università degli Studi “Suor Orsola Benincasa”

Napoli

FACOLTÀ DI LETTERE

CORSO DI LAUREA

IN

CONSERVAZIONE DEI BENI CULTURALI

TESI DI LAUREA
IN
STORIA DELLA CITTÀ E DEL TERRITORIO (ETÀ MODERNA)

I “PERCORSI VERTICALI” DI NAPOLI

Relatore Candidato
Ch.ma Prof.ssa Maria Raffaella Pessolano Postiglione Giovanni
Matricola
Correlatore 002003390
Prof. Emilio Ricciardi

Anno Accademico 2007 - 2008


A mia madre,
che mi ha insegnato, sin da piccolo, a camminare tra i vicoli di Napoli,
che mi ha trasmesso l’amore per la mia città,
e “grazie” alla quale è iniziato tutto questo…

Alla mia cara amica Claudia,


che ha creduto sempre in me,
che mi ha sostenuto, accompagnato e consigliato con la sua esperienza,
e che mi ha continuamente rialzato quando cadevo nel buio delle “ mie notti”…

A Rosanna,
che Dio mi ha messo accanto come prezioso aiuto,
con pazienza e passione ha condiviso con me l’evoluzione di questo lavoro
come una vera compagna di studio…
INTRODUZIONE

L’immagine della città di Napoli più diffusa è quella legata al mare e al suo golfo,
un’associazione di pensiero ormai consolidata, che funziona come una fortunata icona
radicata nella mentalità comune.
Tuttavia la principale “dipendenza topografica” del capoluogo campano si identifica
con la sua struttura collinare, da cui scaturisce un nuovo carattere, quello di “città
verticale”. Il rapporto di causa-effetto tra l’altitudine e lo sviluppo del suo tessuto
abitativo genera molteplici conseguenze, meritevoli di essere esaminate.
Tra gli argomenti possibili, l’interesse per il contesto dei collegamenti viari ha suggerito
lo studio sui tracciati stradali verticali che servivano da collegamento tra le quote
elevate delle colline e le parti basse della città. Questa specifica tipologia di percorsi
all’interno dello stradario partenopeo colloca la dimensione urbanistica di Napoli in una
linea di speciale considerazione rispetto a tutto il panorama italiano, soprattutto in virtù
della loro esistenza nel tessuto abitativo attuale e in virtù della loro funzionalità.
Pertanto il lavoro è stato avviato con una prima parte tesa a ricercare i fattori alla base di
questo tipo di collegamento.
Si è cercato di dare una spiegazione delle diverse caratteristiche che contraddistinguono
i percorsi collinari puntando soprattutto sulla particolarità della loro struttura; il lavoro è
partito da una ricognizione generale della rete di percorsi verticali di Napoli - comprese
scale e gradini - leggibile all’interno dei quartieri cittadini, al fine di ottenere un quadro
più completo possibile .
Il cuore della ricerca è stato lo studio approfondito dei percorsi verticali utilizzati per il
difficile collegamento tra le quote del colle del Vomero e il sottostante borgo di Chiaia.
Dopo una breve premessa sullo sviluppo di entrambe le aree, si è cercato di individuare
e di ricostruire i sistemi di collegamento esistenti, sottoponendoli a un’analisi
dettagliata.
La fase successiva di studio ha messo a confronto la storia dei tracciati, sin dalle prime
ricostruzioni possibili, con le trasformazioni avvenute in ordine cronologico nella
struttura urbana dal XV secolo sino ai giorni nostri.
Lo studio è stato condotto mediante l’uso degli strumenti di lavoro più idonei agli studi
urbanistico-architettonici: la cartografia storica, che testimonia l’esistenza, l’evoluzione
e le eventuali modifiche del tessuto urbano e stradale di una città; le principali guide

1
storiche della città; l’iconografia artistica, attraverso le illustrazioni pittoriche e
fotografiche.
Il lavoro è stato integrato, nelle sue diverse fasi, da una verifica attraverso sopralluoghi
condotti in situ.

2
Capitolo I – Una città tutta in pendenza

1.1 L’evoluzione dei tracciati nello sviluppo urbanistico di Napoli

La cartografia storica1 e gli studi di storia urbana sono gli strumenti per cercare di
ricostruire lo sviluppo degli antichi tracciati collinari all’interno della città di Napoli.
Dalla visione della tavola Strozzi2 si ha una prima immagine chiara di Napoli costretta
all’interno della cinta muraria medievale, con le infrastrutture del porto e del molo. La
costruzione del soggetto dipinto rende un’immagine anche in alzato degli edifici, e
suggerisce bene l’idea di un nucleo urbano sviluppato soprattutto sulla pendenza del
pianoro di fondazione degradante verso il mare, in cui i collegamenti viari interni sono
in pendenza proprio per la conformazione orografica.
La tavola offre anche la visione delle colline dietro l’area urbanizzata, da oriente ad
occidente, ancora incontaminate; l’unica presenza architettonica è costituita da castel
Sant’Elmo, segno di riferimento per la zona alta della città. La presenza del forte fa
supporre l’esistenza di percorsi collinari che servivano l’asse mare-collina, almeno per
salire fino al castello.
La raffigurazione termina poco al di là del colle di Pizzofalcone, verso occidente.
I limiti pittorici di quella che rimane comunque una “veduta” non consentono di
comprendere l’apparato delle vie cittadine.
La prima rappresentazione cartografica che ricostruisce un’immagine topografia
attendibile della città di Napoli e dei suoi contorni è la veduta Dupérac-Lafrery3, con gli
assi viari utilizzati per i collegamenti all’interno e all’esterno della città, chiaramente
evidenziati nel disegno.

1
Sulla cartografia e iconografia urbana napoletana cfr. C. De Seta, Cartografia della città di Napoli, 3
voll., Napoli 1969; G. Alisio e V. Valerio, a cura di, Cartografia napoletana dal 1781 al 1889, catalogo
della mostra, Napoli 1983; G. Pane e V. Valerio, a cura di, La città di Napoli tra vedutismo e cartografia.
Piante e vedute dal XV al XIX secolo, catalogo della mostra, Napoli 1987; All’ombra del Vesuvio. Napoli
nella veduta europea dal Quattrocento all’Ottocento, catalogo della mostra, Napoli 1990; V. Valerio,
Piante e vedute di Napoli dal 1486 al 1599. L’origine dell’iconografia urbana europea, Napoli 1998.
2
Sulla tavola Strozzi cfr. R. Pane, La Tavola Strozzi tra Firenze e Napoli, in “Napoli Nobilissima”, XVIII
(1979), pp. 3-12; D. Catalano, Riparliamo della tavola Strozzi, in “Napoli Nobilissima”, XXI (1982), pp.
57-64.
3
Sulla veduta Dupérac-Lafrèry cfr. M. Schipa, Una pianta topografica di Napoli del 1566, in “Napoli
Nobilissima”, IV (1895), pp. 161-166; L. Di Mauro, La pianta Dupérac-Lafréry, Napoli 1992.

3
L’immagine di Napoli che viene documentata è quella del primo periodo vicereale4,
inserita nel contesto circostante, costituito dai primi borghi sviluppatisi all’esterno delle
mura della città, che mostrano ancora un carattere rurale. La visione a volo d’uccello
rende possibile la lettura dell’abitato fuori le mura, se pur in maniera incompleta a causa
del limitato orizzonte di vista. Si riconosce il sistema collinare orientale, a monte del
centro antico, e i tracciati verticali che lo attraversavano. Sulle colline ancora verdi, la
presenza dei tracciati allude a una loro funzionalità di collegamento verso i borghi
extramoenia, i cui nuclei iniziali compaiono nei pressi delle porte.
Tra i più riconoscibili vi è il tracciato a forma di doppia ipsilon dell’attuale via dei
Vergini, presso l’omonimo borgo, e il tracciato che caratterizza la zona Stella-Sanità. La
corona delle colline nord occidentali, invece, è segnata e resa riconoscibile soprattutto
dal percorso del Cavone (attuale via Francesco Saverio Correra) e dal lungo sentiero che
portava verso Capodimonte (attuale corso Amedeo di Savoia).
All’estremità destra della rappresentazione compaiono i borghi esterni al tratto delle
mura orientali, con i principali assi di collegamento per la città. In particolare si vede la
strada lungo cui si sviluppava il borgo di Sant’Antonio Abate, al di fuori di porta
Capuana, e il borgo di Santa Maria di Loreto, oltre porta del Carmine, nonché la traccia
dello strada che si biforcava verso le porte Nolana e Capuana (odierno corso Arnaldo
Lucci).
Il centro antico è racchiuso dalla cortina delle mura; all’interno, gli antichi cardini dello
schema ippodameo erano i collegamenti verticali del centro. Di natura regolare e
geometrica, la scacchiera urbanistica si mostra compatta e funzionante, sebbene
costretta in alcuni punti ad adattarsi alla pendenza del terreno con improvvisi salti di
quota.
Spostandosi verso occidente, sul colle di Sant’Elmo si legge un tracciato ben definito: le
curve della pedamentina di San Martino. La presenza solitaria di questo collegamento è
indice dell’espansione urbana verso occidente, con la costruzione della maglia regolare
dei Quartieri Spagnoli a monte della nuova arteria di via Toledo5.

4
Per la conoscenza delle principali trasformazioni urbanistiche dell’epoca vicereale cfr. G. Pane, Pietro
di Toledo, viceré urbanista, in “Napoli Nobilissima”, XIV (1975), pp. 81-95, 161-182; F. Strazzullo,
Edilizia e urbanistica a Napoli dal ‘500 al ‘700 [1968], II ed., Napoli 1996; M. R. Pessolano, Napoli nel
Cinquecento: le fortificazioni “alla moderna” e la città degli spagnoli, in “Restauro” 146 (1998), pp. 59-
118.
5
La nuova strada di Toledo nacque su un antico alveo di raccolta delle acque pluviali («lave») delle
colline superiori di Capodimonte e Agnano. Per una maggiore conoscenza cfr. A. Colombo, La strada di
Toledo, in “Napoli Nobilissima”, IV (1895), pp. 1-4, 25-29, 58-62, 107-109, 124-127, 169-172 e V

4
La collina di Sant’Elmo sul versante orientale mostra ancora il suo aspetto naturale,
priva di interventi di urbanizzazione fino ai pendii che scendevano verso il colle delle
Mortelle. Gli unici tracciati leggibili sono quello del Petraio, e alcuni piccoli canali,
immersi tra giardini privati e aree coltivate, che scendevano nell’area presso il palazzo
vicereale.
Appare chiaro che il limite urbano antico era stato infranto e, sebbene in modo ancora
confuso e con percorsi naturali, la città incominciava a “salire” proprio attraverso il suo
sistema di tracciati.
Anche l’area nord occidentale del territorio rimaneva una distesa di verde ancora
inedificato. La presenza di un tracciato curvilineo a monte - che attraversava gli orti e i
giardini fino alla zona dell’Ascensione - e le sole tracce di urbanizzazione che
costellavano il fronte della riviera di Chiaia possono alludere alla presenza, se pur non
chiara, di raccordi e sentieri verticali che servivano le abitazioni rurali presenti verso le
zone di quota maggiore dell’interno.
Se nella veduta Lafrèry è documentata una crescita della città che sale in termini di
strade, nella veduta di Alessandro Baratta6, la città appare salire e crescere nel costruito:
i tracciati visibili e “quasi liberi” della veduta Lafrèry nella veduta secentesca si sono
riempiti di edifici e ville.
La zona nord-occidentale si era sviluppata notevolmente fino ai piedi del colle di
Sant’Elmo: proprio il sottostante colle delle Mortelle subì un’intensa urbanizzazione
attraverso la presenza di edifici religiosi e civili che rese necessaria l’apertura di salite e
gradinate. Anche i Quartieri Spagnoli erano saliti verso il colle di San Martino con un
aumento dei filari di abitazione, sfidando la forte pendenza del terreno. La loro
potenziale funzione di percorsi verticali di collegamento veniva però ostacolata dalla
cortina di edilizia sacra delle numerose chiese.
Una novità della veduta Baratta è l’aumento dell’orizzonte di rappresentazione
occidente: si leggono meglio le zone di Chiaia, Mergellina, Posillipo, quasi fino ad
Agnano, con la chiara rappresentazione della Solfatara.
L’urbanizzazione della zona di Chiaia intensificò la preesistente fascia di costruzioni
lungo il litorale, causando la nascita di vicoli che si infittivano tra gli edifici. Tra questi

(1896), pp. 41-46, 77-80, 91-94; L. de la Ville Sur-Yllon, La via Toledo sessant’anni fa, in “Napoli
Nobilissima”, V (1896), pp. 129-131.
6
Sulla veduta Baratta cfr. R. Pane, Napoli seicentesca nella veduta di A. Baratta, in “Napoli
Nobilissima”, IX (1970), pp. 118-159 e XII (1973), pp. 45-70; C. De Seta, a cura di, Fidelissimae urbis
Neapolitanae cum omnibus viis accurata et nova delineatio, Napoli 1986.

5
si riconosce la calata San Francesco, principale collegamento in salita con la strada del
Vomero antico. In generale tutta la visione della collina di Posillipo suggerisce la
presenza di sentieri che attraversano il crinale come collegamenti tra i casali antichi7, il
mare e le ville8.
L’area del colle di Sant’Elmo e tutto il sistema delle colline nord-orientali continuavano
a conservare il loro carattere naturale.
Con la mappa del duca di Noja9 la città di Napoli appare definita, concentrata nel fitto
dedalo delle numerose insule cresciute di numero e di ampiezza. Le pendenze
all’interno della città venivano inglobate nella congestione urbana. La resa grafica
perfetta della pianta identifica con una città in cui molti tracciati collinari erano
diventati vere e proprie vie.
Durante il XVIII secolo alcuni “larghi” cittadini vennero ampliati per diventare “piazze”
nell’ottica di un’urbanistica nuova voluta dai Borbone10 che diede a Napoli, anche
attraverso l’architettura, un nuovo e forte ruolo di capitale.
Le aree non ancora totalmente costruite erano sempre quelle della parte alta di Posillipo
e di Chiaia: tracciati piccoli e grandi si intrecciavano in una maglia di collegamenti che
serviva ville, case rurali, chiese e conventi, borghi e casali.
Dalla fine del XVIII secolo la struttura urbanistica rimase pressoché identica nella sua
trama principale.
Il secolo XIX11 vide lo sviluppo e l’urbanizzazione anche della parte occidentale di
Napoli, con il disegno ormai definito dell’attuale riviera di Chiaia e con una nuova
espansione edilizia residenziale verso la collina di Posillipo.
Lo sviluppo incontrollato della città in tutti gli spazi disponibili iniziò a manifestare i
suoi effetti negativi nel XX secolo12 con l’evoluzione dei sistemi di trasporto, quando si

7
R. De Fusco, Gli antichi villaggi di Posillipo, in “Napoli Nobilissima”, II (1962), pp. 52-58.
8
D. Viggiani, I tempi di Posillipo dalle ville romane ai ‘casini di delizia’, Napoli 1989.
9
Sulla mappa del duca di Noja cfr. G. Carafa duca di Noja, Lettera ad un amico contenente alcune
considerazioni sull’utilità che si tratterebbe da una esatta carta topografica della città di Napoli e del
suo contado, Napoli 1750; A. Blessich, La carta topografica di Napoli di Giovanni Carafa duca di Noja,
in “Napoli Nobilissima”, IV (1895), p. 183-185; A. Blessich, La pianta di Napoli del duca di Noja, in
“Napoli Nobilissima”, V (1896), pp. 74-77; G. Alisio, Le correzioni del Carletti alla pianta del duca di
Noja, in “Napoli Nobilissima”, VIII (1969), pp. 223-226; F. Strazzullo, La lettera del Duca di Noja sulla
mappa topografica di Napoli, Napoli 1980; M. Rotili (a cura di), La mappa topografica del duca di Noja,
Cava dei Tirreni 1980.
10
Cfr. M. Schipa, Il Regno di Napoli al tempo di Carlo di Borbone, II. ed., 2 voll., Napoli 1923.
11
Per una conoscenza delle trasformazioni urbanistiche del XIX secolo cfr. B. Petrella, T. Colletta,
Espansione e ristrutturazione urbanistica a Napoli dopo l’Unità Nazionale, in “Archivio Storico per le
Province Napoletane”, XVI (1977), pp. 379-401; Napoli. Le fonti per un secolo di urbanistica.
Esposizione cronologica dei provvedimenti urbanistici realizzati e non realizzati a Napoli dal 1860,
Napoli 1990.

6
aprirono nuove arterie stradali orizzontali all’interno del tessuto urbano. I nuovi assi in
alcuni casi raccordarono i tracciati antichi, in altri ne spezzarono i percorsi indebolendo
la loro funzione di collegamenti verticali.
Gli ultimi spazi liberi del territorio napoletano (i Camaldoli, il rione Alto, l’Arenella,
Capodimonte e tutta l’area delle colline orientali) persero definitivamente la loro natura
incontaminata con gli inarrestabili interventi di edificazione e di urbanizzazione
condotti.

1.2 La “rete” delle pedamentine sulle dorsali collinari

La genesi dei tracciati collinari ruota intorno a tre fattori fondamentali: un sistema
collinare con le sue acque torrentizie; i solchi vallivi nei quali le acque si incanalavano;
una crescita del tessuto edilizio-urbanistico secondo l’orografia del terreno.
La grande struttura collinare napoletana (Posillipo, Vomero, Capodimonte) presenta
ripidi pendii che in passato avevano un aspetto molto più tormentato di quello attuale.
Lungo di essi scorrevano numerosi corsi d’acqua a carattere torrentizio carico di
materiale detritico che sedimentava (le cosiddette «lave»). I percorsi delle pedamentine
più lunghe e importanti, sfruttati nei secoli come collegamenti pedonali, traggono
origine dai valloncelli di scolo di queste acque (ad esempio il Canalone a Posillipo,
calata San Francesco, salita Arenella, le cupe sui Camaldoli, il Petraio, via Cacciottoli,
via Salvator Rosa, le numerose salite dei Vergini e dei Miracoli). I torrenti confluivano
in grandi valloni13 oggi divenuti strade importanti della città. I principali valloni del
territorio napoletano erano situati lungo le attuali via Pessina, Sant’Anna dei Lombardi,
via Medina, via Foria, via Chiaia.
Questi tracciati sono sopravvissuti sino ad oggi, sfidando i tempi e il corso
dell’evoluzione urbanistica della città di Napoli dal primo nucleo storico fino alle
recenti espansioni urbane. I percorsi, dislocati per tutto il territorio, sono stati utilizzati
per raggiungere le quote elevate di una collina, per discendere al livello del mare, per
attraversare orti e campagne in pendio, per muoversi nella vegetazione delle pendici
12
Cfr. G. Alisio e A. Buccaro, a cura di, Napoli millenovecento. Dai catasti del XIX secolo ad oggi: la
città, il suburbio, le presenze architettoniche, Napoli 1999.
13
Cfr. G. Melisurgo, Napoli sotterranea – Topografia della rete di canali di acqua profonda. Contributo
allo studio del sottosuolo di Napoli, Napoli 1889; D. Lambertini, Acque sotterranee nell’ambito del
centro urbano della città di Napoli, in “Boll. Soc. Naturalisti in Napoli”, LXIC (1960); F. Ferraioli, Le
valli della città di Napoli. Nota di topografia antica, in “Il Rievocatore”, 12 (1961), pp. 5 e sgg.; De
Fusco R., Napoli sopra & sotto. Storia e scienza del suolo e del sottosuolo di Napoli, 2 voll., Napoli
1993-1994.

7
collinari, saltando notevoli differenze di quota. Nel momento in cui la città
incominciava a prendere forma i tracciati verticali svolsero al massimo la funzione di
collegamento.
Esaminare in generale e nello specifico la rete dei percorsi verticali che la città offre
permette di spiegare il loro significato, operando una catalogazione il più possibile
completa con le principali caratteristiche.
Tali percorsi, accomunati dalla medesima funzione di collegamento, potrebbero
sembrare tutti uguali. In realtà l’intero patrimonio delle pedonali verticali di Napoli si
presenta differenziato in diverse tipologie di “pendenze”. I fattori che permettono di
riconoscere queste diversità, e di operare una suddivisione, sono molteplici e di svariato
ambito:
- la destinazione del tracciato (polo religioso, politico, sociale, amministrativo;
infrastruttura; borgo, quartiere, rione, casale; arteria stradale moderna, vicolo,
largo; litorale costiero, paesaggio naturale);
- la condizione geo-morfologica del sito (un avvallamento, un’altura, una
depressione del terreno, un balzo repentino di quota, un costone di roccia
tufacea);
- l’ampiezza e la lunghezza del percorso (condizionata dalle presenze edilizie che
lo delimitano, dalle cortine dei palazzi, dalle trasformazioni urbanistiche, dalle
caratteristiche del sito naturale su cui è nato);
- la sua struttura (un tracciato di terreno battuto o pavimentato, una sequenza di
gradini più o meno lunga, una scala, un percorso a tratti gradinato).
Il primo indice per individuare, all’interno del territorio del comune di Napoli, vie che
corrispondono alla caratteristiche suddette di collegamento in pendenza è la
toponomastica. La denominazione è la caratteristica principale e primaria che racchiude
la sostanza di un percorso e ne spiega la sua natura. In alcuni casi, il nome è rimasto
ormai solo memoria storica di una condizione originaria modificata o assente (ad
esempio i gradoni di Chiaia sono oggi una strada carrabile); in altri casi i percorsi, pur
conservando la conformazione che ha dato origine al loro nome, non sono più
riconosciuti con tali definizioni (è il caso della salita Arco Mirelli, oggi tramutata in via
Arco Mirelli, o di tante scalinate e rampe divenute semplicemente vie o vicoli). La
toponomastica14 cittadina parla di rampa, calata, discesa, salita, gradini, gradinata e

14
Sulla toponomastica cittadina cfr. G. Doria, Le strade di Napoli. Saggio di toponomastica storica, II
ed., Milano-Napoli 1971; G. Infusino, Le nuove strade di Napoli. Saggio di toponomastica storica,

8
scala, cupa, pendino, cavone e quant’altro possa far pensare ad un strada che raccorda
quote in dislivello.
Un discorso particolare si presenta per le scale propriamente dette. All’interno dei
quartieri di Napoli sono dislocati migliaia di scale e gradini, di ogni genere, tipo e
dimensione, più storiche o più moderne, elaborate o povere, svolgono la loro utilissima
funzione nel diminuire ulteriormente i forti salti di quota disseminati nel tessuto edilizio
contribuendo così a mantenere quella certa continuità urbana che si era stabilità nella
maglia urbanistica della città a partire dal XIX secolo. La maggior parte delle scale e dei
gradini risale probabilmente proprio al periodo in cui furono aperte le grandi arterie
stradali all’interno della città che si sovrappongono ai vecchi tracciati. Queste “cerniere
urbanistiche” sono importanti perché si raccordano e si allacciano alle strade principali,
soprattutto nei tratti più scomodi (dislivelli, curve, balzi di quota) funzionando come
scorciatoie per abbreviare i percorsi tra una strada e l’altra (ad esempio gradini Tasso,
gradini Francesco D’Andrea, gradini Guglielmo Sanfelice, gradini Santa Caterina da
Siena, gradini Pontano, gradini Amedeo, gradini Nobile). Esse risolvono nello specifico
gli spostamenti in pendenza a media e breve distanza, che la tecnologia di trasporto
esistente difficilmente riesce a gestire.
La maggior parte dei gradini napoletani si trova nei pressi delle chiese e dei nuclei
religiosi più grandi da cui prendono il nome e a cui danno accesso. Spesso i gradini
sono inseriti o completano un sistema di risalita o di discesa molto più complesso (ad
esempio gradini San Nicola da Tolentino, gradini San Martino, gradini Santa Lucia al
Monte, gradini Suor Orsola, gradini Cacciottoli, gradini del Petraio) perché si attaccano
meglio alla quota del terreno dove il dislivello ha la massima intensità. Molti altri
gruppi di gradini invece sono la terminazione o un tratto isolato di percorsi più lunghi
interrotti e tagliati da nuove strade o da interventi di urbanizzazione (ad esempio gradini
corso Vittorio Emanuele, gradini San Filippo, vico San Carlo alle Mortelle, gradini dei
Monti).
Tra le strutture monumentali più importanti per memoria storica e dimensioni, ci sono la
scala di Montesanto e la scala all’interno del ponte di Chiaia.
Non mancano scale di moderna costruzione, tra cui il sistema di scale tra le palazzine
nella parte alta di Soccavo (alle spalle di via Piave), utilissime per risalire il forte pendio
(ad esempio gradini Po, gradini Sangro).

Napoli 1987; F. De Arcangelis, Napoli per le vie. Stradario storico-topografico della città, Napoli 1988;
R. Marrone, Le strade di Napoli, 3 voll., Roma 2004.

9
Le diverse tipologie di pendenze sono sparse per tutto il territorio della città.
Esaminando la loro collocazione e la funzione che svolgono negli attuali quartieri della
città si evince un prevalere di alcuni tipi di collegamenti verticali rispetto ad altri in base
alle caratteristiche morfologiche e urbanistiche del quartiere stesso.
Gli itinerari verticali del Vomero rispetto alle altre pedamentine del territorio
napoletano vantano una maggior dimensione in termini di percorso e copertura di
territorio, nonché una funzionalità che si sposa ad una particolare valenza ambientale e
paesaggistica che quasi fa da concorrenza solo allo spettacolo dei percorsi di Posillipo,
maggiorata dall’interesse storico-artistico giustificato delle numerose presenze
architettoniche e monumentali disseminate lungo di essi (chiese, ville e palazzine nobili,
parchi verdi).
La collina del Vomero fu tra le prime ad essere servita tramite percorsi di scale e
gradinate aperte sul ripido versante della collina per permettere i collegamenti verso la
città bassa alleviando l’isolamento che li lasciava separati. Queste strade sono numerose
e raggiungono sfruttando la pendenza i quartieri di Chiaia (calata San Francesco, salita
Tasso, salita del Petraio), Montecalvario (via Sant’Antonio ai Monti e salita Cacciottoli,
via pedamentina di San Martino, via Cupa Vecchia), Avvocata (via Girolamo
Santacroce, salita Tarsia, via Francesco Saverio Correra, via Salvatore Rosa15, salita San
Raffaele); alcune strade sono rimaste pedonali, altre sono carrabili al traffico e per
questo oggi sono vitali per gli spostamenti di quota dal Vomero.
Diverse scale, oltre quelle storiche che appartengono ai percorsi maggiori su descritti,
sono state aperte per svolgere la funzione di raccordo tra i viali della maglia regolare del
nuovo quartiere Vomero soprattutto nei punti ove la quota del terreno sale o con essa le
vie che raggiungono il colle di Sant’Elmo (ad esempio le rampe di via Morghen, i
gradini su via Francesco Cilea, gli scaloni su via Francesco Mancini e su via Aniello
Falcone, la rampa su via Domenico Fontana).
In ultimo si delinea una rapida analisi della dimensione tecnico-costruttiva dei tracciati
verticali napoletani, in quanto anch’essa costituisce caratteristica che ne definisce e ne
identifica la particolarità.
I materiali principali che caratterizzano i contesti ambientali dei percorsi oggetto di
studio sono il tufo e i basoli vesuviani. Il primo, roccia tipica delle cave napoletane, è
utilizzato generalmente per i muretti di recinzione, caratterizza le mura di sostegno, la

15
Cfr. R. D’Ambra, Napoli antica illustrata [1889], Napoli 1993, tav. XCVI.

10
muratura continua degli edifici e a volte costituisce la stessa quinta naturale di alcuni
tratti dei percorsi, con costoni e banchi. I basoli vesuviani16 e la pietrarsa sono il
materiale più diffuso per la pavimentazione dei percorsi, e spesso sono utilizzati quale
coronamento dei muretti. Porfido, asfalto, piastrelle di cemento e di cotto, piperno,
marmo sono invece i materiali maggiormente adoperati per la struttura dei tracciati
gradinate, delle rampe gradinate, degli scalini e delle scale monumentali. Ghisa e
acciaio sono utilizzati per i corrimano, nel caso il percorso sia provvisto di questi
impianti. Sono materiali comuni a tutti i percorsi (eccezion fatta per qualche caso
isolato in cui è stato usato un materiale diverso) la cui scelta d’uso testimonia
un’architettura di tipo popolare, semplice e essenziale che si serve di materiali locali
facilmente “adattabili” al terreno senza particolari elaborazioni scenografiche.
L’uso di questi materiali locali - laddove non si è operata copertura di asfalto del
tracciato, rimozione dei basoli, opera di spianamento delle gradinate o di colmata -
permette oggi proprio di riconoscere e individuare subito la presenza di quello che può
essere un antico percorso o una gradinata storica. La differenza di pavimentazione
risulta utile soprattutto per due analisi: riconoscere e attribuire la valenza di storicità
urbanistica a una cordonata, oggi eventualmente resa carrabile, ma che ancora conserva
il suo battuto originale e, secondo caso, ricostruire la continuità un antico tracciato
tagliato o attraversato da un moderno asse viario, “scavalcando” la modernità
dell’asfalto.
Relativamente a questo breve discorso circa le componenti strutturali dei tracciati
collinari, trova spazio il riferimento alle cosiddette “imbrecciate” di Napoli. Sino ai
secoli scorsi la toponomastica cittadina17 battezzava alcuni storici assi collinari sparsi
nel territorio con questo termine, che deriva, secondo la dialettica napoletana, da
“vrecce”. Questa espressione traduce il materiale di ciottoli e sassi con cui furono
assestati, se pur in modo grossolano, molte vie ancora dissestate (soprattutto i sentieri
più erti, ma anche alcuni vicoli) durante il periodo della dominazione aragonese18. Per
citare alcuni esempi: imbrecciata del Vomero19 (calata San Francesco), imbrecciata a

16
L’uso diffuso dei grossi basoli fu impiegato come nuovo sistema di pavimentazione a partire dalla metà
del XVII secolo. Cfr. G. Doria, op. cit, p. 259.
17
Cfr. ivi, p. 259.
18
Cfr. R. D’Ambra, op. cit., tav. XLI.
19
Cfr. C. Celano, Notizie del bello, dell’antico e del curioso di Napoli [1692], ed. con aggiunte di G. B.
Chiarini, a cura di A. Mozzillo, A. Profeta, F. P. Macchia, Napoli 1970, III, p. 2003; G. B. Chiarini in C.
Celano, III, p. 2034.

11
San Francesco20 (attuale via Martiri d’Otranto), imbrecciata di Montecalvario21 (attuale
via Concezione a Montecalvario) imbrecciata a Gesù e Maria, imbrecciata a
Pizzofalcone, imbrecciata alla Sanità (attuale discesa Sanità) e anche lo stesso Petraio si
chiamò così per un certo tempo22.

20
Cfr. G. Doria, op. cit., pp. 294-295; R. D’Ambra, op. cit., tav. XLI.
21
Cfr. G. Doria, op. cit., pp. 128-129; A. Fiordelisi, La processione e il carro di Battaglino, in “Napoli
Nobilissima”, XIII (1904), pp. 33-37; 54-57; 75-78 (nel testo si documenta la processione di Battaglino
che calava a Toledo proprio per tale imbrecciata).
22
Cfr. G. Doria, op. cit., p. 259.

12
CARTOGRAFIA STORICA DI NAPOLI
CON RELATIVI PERCORSI

Figura 1 - Tavola Strozzi [XV secolo]

Figura 2 – particolare veduta Etienne Dupérac-Lafrèry [1566]


Figura 3 – particolare veduta Alessandra Baratta [1629]

Figura 4 – particolare veduta Paolo Petrini [1698]


Figure 5, 6, 7, 8 - particolari della pianta topografica del duca di Noja [1775]
Figura 9 - pianta topografica del quartiere di Chiaiai Luigi Marchese [1804]

Figura 10 - particolare pianta topografica del quartiere di Montecalvario L.uigi Marchese [1804]
Figura 11 - particolare foglio 17 pianta Luigi Schiavoni [1879]

Figura 12 - particolare foglio 21 [1876-1878] Figura 13 - particolare foglio 22 [1878]

Figura 14 - particolare foglio 16 [1863-1880]


Capitolo II - I tracciati di collegamento tra Vomero e Chiaia

2.1 La collina del Vomero e il borgo di Chiaia

Dopo aver esaminato in generale la pedamentina nel territorio napoletano, questa parte
della tesi è dedicata all’approfondimento di una zona particolare della città.
L’obiettivo è quello di esaminare le principali direttrici collinari che, oggi come nel
passato, hanno contribuito a costruire quel rapporto urbanistico di collegamento tra la
collina del Vomero e la parte sottostante del borgo di Chiaia.
Prima di esaminare nel dettaglio i tracciati individuati, è opportuna una breve
presentazione dello sviluppo storico-urbanistico dei due quartieri, evidenziandone le
trasformazioni nel corso dei secoli.
La collina del Vomero1 domina il paesaggio napoletano per la sua posizione centrale nel
tessuto urbano. Essa è situata nella parte occidentale della città e fu interessata molto
tardi dallo sviluppo edilizio. Gli unici nuclei abitati erano dislocati lungo i percorsi che
salivano ai piccoli villaggi della collina, difficilmente accessibili dalla città bassa.
La collina vomerese, a partire dalla tavola Strozzi e dalla veduta Dupérac-Lafréry, è
ritratta immersa in un manto verde su cui domina la certosa di San Martino. Il colle di
Sant’Elmo2 ancora sino alla metà del Cinquecento rimane ricoperto di vigne e di
vegetazione selvatica, ma il clima di guerra e l’insicurezza di quei tempi non
costituivano certo circostanze favorevoli all’edificazione sulle sue pendici.
Solo dopo l’ampliamento della città, previsto dal viceré Pedro da Toledo e attuato nella
seconda metà del XVI secolo, parte della collina del Vomero e l’area superiore del
borgo di Chiaia furono inglobate nella nuova cinta muraria, garantendo maggiore
sicurezza alla vita dei cittadini. In modo sporadico, i proprietari dei terreni
cominciarono a erigervi abitazioni e palazzi per la stagione estiva; sorsero chiese e
1
Sul Vomero cfr. G. Alisio, Il Vomero, Napoli 1987; E. Ricciardi, Vomero antico, Roma 2008.
2
Su castel Sant’Elmo cfr. F. Colonna di Stigliano, Castel S. Elmo, in “Napoli Nobilissima”, V (1896), pp.
1-3, 26-39, 52-57, 89-92, 138-141, 153-158, 168-173, 188-194; L. Salazar, Il castello di S. Elmo, Napoli
1900; A. Izzo, Analisi e lettura architettonica del castel S. Elmo in Napoli, in “Atti dell’Accademia
Pontaniana”, XXI (1973), pp. 64-65; G. Pane, Pietro da Toledo, viceré urbanista, in “Napoli
Nobilissima”, XIV (1975), pp. 81-95, 161-162; L. Santoro, Castelli angioini e aragonesi nel Regno di
Napoli, Milano 1982; U. Siola, a cura di, Castel S. Elmo – Studi per un nuovo ruolo urbano, Ercolano
1992; M. R. Pessolano, Napoli nel Cinquecento: le fortificazioni “alla moderna” e la città degli
Spagnoli, in “Restauro”, 146 (1998), pp. 59-118; A. Marino, a cura di, Fortezze d’Europa, Atti del
Convegno Internazionale “Forme, professioni e mestieri dell’architettura difensiva in Europa e nel
Mediterraneo Spagnolo” (L’Aquila, Forte Spagnolo, 6-7-8 marzo 2002), Roma 2003.

13
conventi che permisero agli ordini religiosi una vita di preghiera lontani dal tumulto
cittadino e confortati da un clima mite e salubre. Il territorio era collegato alla città
sottostante solo da quattro vie: «quella larga e relativamente comoda che per la strada
dell’Infrascata il Ponte della Cerra ed Antignano permetteva alle vetture di arrivarci, e
le altre tre pietrose e dirupate della Pedamentina di S. Martino, del Petraio e di S.
Francesco, praticabili soltanto da pedoni e dagli animali: quella dei Monti, di S. Carlo
a Mortelle ed altre poche, arrivavano solo alle falde del colle»3.
Agli inizi del XIX secolo l’immagine del Vomero è rappresentata nella tavola
«Quartiere Montecalvario» di Luigi Marchese [1804]. Esso era ancora caratterizzato da
un carattere prevalentemente agreste: il verde delle colline cinge la mole del castello e
della certosa, in competizione con il fitto tessuto edilizio dei Quartieri Spagnoli a
meridione, che dal confine di via Toledo si arrampicano lungo le pendici del colle di
Sant’Erasmo.
Nel Decennio Francese [1806-1815] si avviò il programma urbanistico adottato da
Giuseppe Bonaparte prima [1806-1808] e poi da Gioacchino Murat [1808-1815] con
interventi finalizzati all’espansione della città.
Nel corso del XIX secolo, sotto il profilo urbanistico, l’intera zona subì un programma
progressivo e costante di interventi, ben documentato nei fogli della pianta di Federico
Schiavoni [1872-1880] e in alcune tavole di dettaglio relative al piano di ampliamento
dei quartieri Vomero e Arenella, disegnate dall’Ufficio Tecnico del Comune di Napoli
nel 1886.
Se sotto il profilo architettonico si decise di riqualificare - tra le aree esterne alla città
antica - proprio quella a ridosso di via Toledo, sotto il profilo urbanistico si riprese uno
dei cantieri più significativi per l’area a monte della collina. Dal 1861, infatti, si realizzò
il secondo tratto del corso Maria Teresa, che l’urbanista Enrico Alvino e i suoi
collaboratori avevano completato solo da Mergellina al complesso di Suor Orsola. Fino
ad allora i lavori avviati erano proseguiti con molta lentezza. La via era rimasta solo
tracciata e i ponti di legno furono rifatti in muratura assai tardi. Incentivati dal
Municipio, i lavori ripresero alacremente e in pochi anni la lunga arteria stradale fu
prolungata fino all’Infrascata (odierna via Salvatore Rosa) e re-intitolata a Vittorio
Emanuele, primo re d’Italia. La strada, che da un lato rivestì una funzione urbanistica di
raccordo di tutti i principali percorsi collinari trasversali che su di essa confluivano

3
Cfr. L. de La Ville sur-Yllon, Il Corso Vittorio Emanuele, in “Napoli Nobilissima”, IX (1900), p. 178.

14
(calata San Francesco, pedamentina di San Martino, salita Cacciottoli, salita
Sant’Antonio ai Monti, salita del Petraio, salita Santa Maria Apparente) ne operava
dall’altro un taglio netto, spezzando la loro natura di collegamenti collinari. La strada
già era riconosciuta anche per la sua notevole valenza paesistica, sancita con il regio
rescritto del 31 maggio 1853 che vietava ogni costruzione che ostacolasse la vista della
città e del golfo.
Fino alla fine dell’Ottocento il Vomero rimarrà sempre un ambiente felice, il cui aspetto
intatto e il cui ricordo continuano ad esser tramandati dalle fonti letterarie e dai dipinti.
Clima salubre, panorama suggestivo e fecondità degli orti coltivati erano i fattori di una
bellezza quasi incontaminata. La pianta di Napoli redatta dal Comune tra il 1872 e il
1880 fotografa questa situazione: casolari, masserie e ville isolate costellano la vasta
collina, mentre i nuclei abitativi più fitti sono presenti nei villaggi Vomero, Case
Puntellate, Antignano, Arenella e Due Porte. Lungo il crinale del colle grandi ville si
affacciano sulla Riviera con i loro lussureggianti giardini, esposte verso meridione e
aperte verso la veduta del golfo. L’incisione di F. Heilmann de Rondchatel [1841], che
raffigura un panorama di Napoli da castel Sant’Elmo prima degli interventi della Banca
Tiberina, mette in risalto villa Lucia, villa Floridiana, villa Palazzolo, villa Belvedere e
villa Giannone, in secondo piano villa Patrizi, villa Regina e villa Ricciardi.
Tuttavia permaneva un’evidente situazione di isolamento per ciò che concerne i
collegamenti e le strade, anche quando nel 1884 fu aperto il tratto di via Tasso
compreso tra piazzetta Santo Stefano e il corso Vittorio Emanuele. È il segno di una
scelta urbanistica che cercava di sfruttare in questo momento il progetto di nuovi
collegamenti tra le principali direttrici orizzontali che tagliavano il fianco della collina
di sant’Elmo e i poggi di Chiaia.
Il 1884 è anche l’anno in cui si realizza l’intervento edilizio-urbanistico che avrebbe
mutato nel modo più radicale l’aspetto e il carattere dei luoghi nell’area nord-
occidentale del Vomero. La collina fu inserita dal Comune di Napoli (nella persona
dell’ingegnere capo Adolfo Giambarba), nel Piano di Risanamento e di Ampliamento
previsto per la città tra le aree di espansione urbana in cui far sorgere un moderno
quartiere.
Il progetto prevedeva la nascita di un nuovo quartiere tra castel Sant’Elmo, il villaggio
del Vomero e quello di Antignano. Il suo impianto scaturiva dall’incrocio di due assi
viari principali – il corso principale, attuale via Alessandro Scarlatti, e la «via n. 5»,

15
odierna via Gianlorenzo Bernini – da cui aveva origine una piazza ottagonale (piazza
Luigi Vanvitelli) delimitata da quattro palazzi.
In seguito si deciderà di integrare il progetto nella bozza del piano regolatore relativo ai
tre rioni Vomero, Arenella e Belvedere, approvato in un secondo tempo dal Governo. I
tre rioni presentavano soluzioni urbanistiche e spaziali eterogenee, condizionate dalla
particolare orografia dei luoghi, ma studiate nel rispetto della topografia naturale e dei
percorsi del sistema collinare. Il tracciato di via Alessandro Scarlatti ripercorreva il
crinale che dal ripido pendio di castel Sant’Elmo declinava gradualmente verso gli
agglomerati di Antignano e Case Puntellate, senza però regalare scorci e vedute sul
panorama. Stravolto dai successivi interventi di via Francesco Cilea e del quartiere a
essa collegato, è invece il progetto originario del rione Belvedere: il tasto dolente di
questa pianificazione urbanistica risulta l’impianto viario di collegamento con la città,
privo di alcuna soluzione utile.
Numerose iniziative, ad esempio l’apertura di via Aniello Falcone4, furono realizzate in
tempi molto lunghi. Nel 1889 la Banca Tiberina non possedeva i capitali necessari per i
suoi progetti: per tale motivo cedette tutte le sue proprietà alla Banca d’Italia. A questa
data la rete stradale risultava ancora in stato frammentario, solo via Luca Giordano era
completata.
Negli ultimi anni dell’Ottocento si resero urgenti nuovi tipi di comunicazioni che
avrebbero permesso al quartiere Vomero di integrarsi con il resto della città, ma
soprattutto con i quartieri più bassi. Venne in soccorso la moderna tecnologia
ferroviaria, che, sfruttando le linee di percorrenza dei percorsi pedonali, progettò
l’apertura della Funicolare di Chiaia [1887-1889], della Funicolare di Montesanto [31
maggio 1891] e della Funicolare Centrale [1927], attrezzature comode e rapide per la
mobilità che si adatta alle pendenze della città.
Alla fine degli anni Cinquanta del XX secolo la situazione urbanistica del Vomero
appariva radicalmente mutata e in quest’epoca avvenne la grande speculazione edilizia.
Le dimensioni della zona urbana furono notevolmente ampliate: venne inglobata tutta
l’Arenella, tra le direzioni di un nuovo ampliamento si aprirono numerose strade di
progetto verso il vallone di Soccavo, l’area verde intorno a San Martino fu ridotta e
l’area a valle di via Belvedere e via Palizzi fu destinata a insediamenti radi.

4
Cfr. G. Alisio, op. cit., p. 61. Nel 1926 la strada sarà compiuta agevolando i collegamenti del Vomero.

16
In un ambiente quasi completamente distrutto, con la perdita di gran parte delle ville e
delle antiche strutture, il Vomero ha assunto i tratti di un qualsiasi quartiere borghese; si
sviluppa verso Posillipo (con via Francesco Cilea), verso Soccavo (con via vicinale
cupa San Domenico) e verso i Camaldoli (con il Rione Alto) con tassi di densità sempre
crescenti, che hanno causato un enorme sovraccarico di traffico sulla rete viaria
preesistente e sulle infrastrutture urbane, nonché frequenti crolli del sottosuolo. Lo
sviluppo edilizio disordinato ha distrutto non solo quasi tutte le ville liberty che
caratterizzavano la collina, ma anche le case rurali. Qualche casale è sopravvissuto
come un “piccolo centro storico” con il suo mercatino, qualche villa domina ancora dai
punti più panoramici, ad esempio nei pressi della certosa e del castello, e resiste ancora
qualche raro frammento di paesaggio agrario.
È possibile avere un’idea e anche un’immagine della zona di Chiaia nel XVI secolo
attraverso la veduta Lafréry. L’area del quartiere è interessata dall’edificazione quasi
limitatamente alla linea della Riviera e alle strade a mezza costa (le attuali via
Cavallerizza, via Ascensione e via Piscicelli). Le vie trasversali di collegamento a questi
tracciati (attuali via San Pasquale e via Santa Maria in Portico) sono invece delimitate
dalle alte murazioni di confine di ampie aree verdi, ben sistemate in larghi viali o a filari
di alberi, giardini e orti. Alle spalle della strada principale, oggi quasi completamente
occupata dall’edilizia abitativa, si distendevano terreni recintati sistemati con lunghi
viali o con serre.
Con l’ampliamento della murazione nel periodo del viceregno spagnolo la certezza di
una maggior difesa permise la possibilità di un primo insediamento sulle pendici del
colle di San Martino e sulle sottostanti falde del borgo di Chiaia.
Un caso particolare all’interno del quartiere di Chiaia è costituito dal colle delle
Mortelle5, perché è in questa area che esistono ancora la maggior parte dei tracciati e dei
percorsi in salita. La salita di Santa Maria Apparente e del Petraio, la salita Vetriera, la
salita Cariati, i gradoni di Chiaia, le rampe Brancaccio, la salita San Nicola da Tolentino
sono state nel corso dei secoli le principali direttrici di movimento pedonale in pendenza
aperte dell’uomo per muoversi tra i notevoli dislivelli di quote di quest’area e verso il
soprastante colle di Sant’Elmo.

5
Sulla zona delle Mortelle e sui suoi edifici principali cfr. C. D’Engenio Caracciolo, Napoli sacra, Napoli
1624; C. De Lellis, Parte seconda o vero supplemento a «Napoli Sacra» di D. Cesare D’Engenio
Caracciolo, Napoli 1654; C. Celano, Notizie del bello, dell’antico e del curioso della città di Napoli
[1692], ed. con aggiunte di G. B. Chiarini, a cura di A. Mozzillo, A. Profeta, F. P. Macchia, Napoli 1970,
III, giornata V; F. Ceva Grimaldi, Memorie storiche della città di Napoli [1857], r. a. Bologna 1976; G.
A. Galante, Guida sacra della città di Napoli [1872], ed. a cura di N. Spinosa, Napoli 1985, giornata X.

17
Il poggio delle Mortelle è una piccola collina ubicata a sud-ovest del colle di San
Martino, compresa tra i quartieri Chiaia e Montecalvario, aperta verso il mare, e famosa
per la bellezza e l’aria salubre. Il poggio non compare nelle immagini più antiche della
città e ne abbiamo rappresentazioni solo a partire dalla cartografia cinquecentesca6.
Quando questa altura venne inserita nella murazione cittadina dal viceré Pedro de
Toledo, essa risultava occupata solo da piccoli conventi e ville; era una contrada a
carattere rurale, caratterizzata da numerosi salti di quota, con poche masserie sul crinale
tufaceo e terrazzamenti verso il mare ricoperti da orti e giardini. La veduta Lafréry
segnala, immerse nel verde, piccole abitazioni rurali sparse che già dalla fine del XVI
secolo popolavano il fianco della collina.
La conformazione accidentata del luogo e l’intenso sviluppo edilizio, che sarà operato
dagli ordini religiosi e dai ceti emergenti dei togati e della borghesia ricca,
provocheranno in seguito in quest’area una crescita disordinata. Con la città che si
espande verso ovest, con l’apertura di via Toledo e con la lottizzazione dei suoli sopra
di essa, la collina di San Martino incomincia a popolarsi. Tra la metà del XVI secolo e il
primo quarto del secolo successivo, la collina delle Mortelle inizia a riempirsi di nuove
costruzioni: case coloniche, conventini scavati nella roccia dai frati mendicanti, ma
anche ville di nobili, mercanti, magistrati ed ecclesiastici e piccole proprietà rurali del
ceto borghese. In pochi decenni il poggio diverrà un ricco quartiere residenziale.
L’area delle Mortelle, pur essendo selvaggia, ricoperta di vegetazione, con tracciati
stradali approssimativi e disagevoli, fu prescelta dagli ordini religiosi riformati per la
sua tranquillità e per la sua lontananza dal centro urbano quale sito ideale per la
fondazione dei loro conventi. Dalla chiesa di Santa Maria Apparente al convento di
Santa Lucia al Monte7, fu costruito un filare continuo di architettura sacra, quasi
anticipando il futuro tracciato del corso Maria Teresa. Domina il colle la chiesa di San
Carlo alle Mortelle8, fondata nel 1616 dai padri Barnabiti con l’aiuto dei fedeli
napoletani.

6
Già nella veduta di Carlo Theti [1560] si riconosce il colle delle Mortelle nell’area verde a monte di
palazzo Cellammare, su cui si snoda una strada in direzione del forte di Sant’Elmo.
7
Sul convento di Santa Lucia al Monte cfr. C. D’Engenio Caracciolo, op. cit., p. 574; C. Celano, Notizie
del bello…, III, pp. 1420, 1598, 1602, 1636; G. D’Andrea, S. Lucia al Monte in Napoli, Napoli 1997; I.
Ferraro, Napoli. Atlante della città storica, III, Napoli 2002-2007, pp. 401-415 ai quali si rimanda per
ulteriore bibliografia.
8
Sulla chiesa di San Carlo alle Mortelle cfr. F. Ceva Grimaldi, op. cit., pp. 420, 545; G. A. Galante, op.
cit., pp. 237, 246; R. Ruotolo, La chiesa di San Carlo alle Mortelle in una descrizione del 1787, in “Il
Rievocatore” XXVIII (1977), pp. 11-14; U. Dovere, La chiesa di San Carlo alle Mortelle in Napoli,
Napoli 1991; G. Cantone, La chiesa napoletana di San Carlo a Le Mortelle. L’insediamento dei barnabiti

18
La denominazione ‘mortelle’ si affermò a partire dalla metà del XVI secolo, sostituendo
nomi più antichi e generici appellativi.
Nonostante l’ampiezza dell’intervento del viceré don Pedro de Toledo [a partire dal
1535], nel Seicento la città di Napoli si era estesa a causa dell’aumento demografico
anche oltre la cinta muraria in numerosi borghi, tra cui la stessa Chiaia9. Da piccolo
nucleo abitativo formatosi nel corso del XVI secolo, Chiaia nel Seicento si era
ingrandita, eludendo le continue leggi restrittive emanate dai viceré. Dopo la metà del
XVII secolo, la collina delle Mortelle, in particolare, fu occupata anche dal ceto dei
togati. Ancora una volta fu l’amenità dei luoghi e la disponibilità di suoli liberi a
favorire la sistemazione del ceto togato, che si spinse, alla fine dello stesso secolo, ad
edificare anche la Riviera di Chiaia.
La veduta Baratta mostra la situazione edificatoria dei luoghi con la presenza delle
principali emergenze architettoniche sacre, circondate da giardini e zone verdi.
Nel secolo XVIII il poggio era ormai ricco di chiese e residenze, vantando il primato tra
le aree più incantevoli della città, per il clima e il paesaggio.
Nel secolo XIX la soppressione delle congregazioni religiose innescò un processo
contrario: la decadenza di questi luoghi. Successive trasformazioni senza ordine e
criterio privarono la zona dei suoi caratteri originari: gli edifici principali furono
stravolti da interventi che non rispettarono le loro caratteristiche architettoniche.
Agli inizi dell’Ottocento, l’immagine del quartiere Chiaia nella pianta di Luigi
Marchese [1804] rispecchiava fedelmente la realtà: esso era ancora un borgo marinaro,
come in origine, ma anche una zona residenziale aristocratica. Era caratterizzata da una
rada urbanizzazione concentrata soprattutto nell’ininterrotto fronte edilizio sul litorale e
nell’area di Pizzofalcone. Pochi viottoli alle spalle degli edifici risalivano i colli. Tra
questi tracciati assume importanza l’impervia salita del Vomero (attuale calata San
Francesco) che collegava al villaggio del Vomero Vecchio.
Il re Ferdinando II di Borbone nel 1839 ordinò l’attuazione di un programma di
ristrutturazione urbana. Napoli ottocentesca visse i suoi cambiamenti con alcune linee

e il contesto urbano del poggio, Atti del convegno internazionale di studi “Lorenzo Binago e la cultura
architettonica dei Barnabiti” (Milano, Università Cattolica, 10-11 settembre 2001) in “Arte Lombarda”,
134 (2002), pp. 104-115; E. Ricciardi, I barnabiti a Napoli e la chiesa di S. Maria in Cosmedin a
Portanova, Atti del convegno internazionale di studi “Lorenzo Binago e la cultura architettonica dei
barnabiti” (Milano, Università Cattolica, 10-11 settembre 2001), in “Arte Lombarda”, 134 (2002), pp.
116-126; G. Cantone, Chiesa di S. Carlo alle Mortelle, in Campania barocca, Milano 2002, pp. 166-167;
E. Ricciardi, I barnabiti a Napoli: Giovanni Ambrogio Mazenta e la chiesa di Santa Caterina Spina
Corona, in Ricerche sul ‘600 napoletano, 2002, pp. 147-160.
9
Cfr. la descrizione di Capaccio, in Il forastiero [1634], III, Napoli 1979, p. 550.

19
guida: un’espansione della città orientata anche verso la zona flegrea e l’apertura di
nuove e veloci arterie di comunicazione per collegare tra loro i versanti est e ovest della
città, nonché collegamenti interni con la maglia preesistente. In seguito a ciò, vaste zone
verdi di Chiaia furono sottoposte a un processo di edificazione intensiva e nuovi assi
viari videro la luce: era la conferma della definitiva vocazione dell’area occidentale
della città a polo residenziale aristocratico e borghese. La riqualificazione della Riviera
di Chiaia e la sistemazione della strada di Santa Lucia furono avviate a partire dal 1830
con lavori di ampliamento e di rettifica di via Chiaia secondo il Regolamento del 1825.
L’obiettivo era di offrire ai cittadini un servizio stradale dal Chiatamone a Mergellina
per assicurare un miglior collegamento tra la zona di Chiaia e il centro e l’area flegrea.
L’apertura del primo tratto del corso Maria Teresa costituì il fattore che accelerò la
mutazione sociale di Chiaia da area suburbana a quartiere residenziale borghese, con un
ruolo centrale nella nuova urbanistica napoletana. Il progetto auspicava una nuova
strada a monte della collina «che render dovea agevolmente carreggiabili le discoscese
alture della città»10. L’opera di realizzazione fu affidata nel 1853 agli architetti
municipali Cangiano, Francesconi, Gavaudan e Saponieri sotto la direzione di Enrico
Alvino, secondo un’idea concepita dal re Ferdinando II di Borbone sin dal 1839. Il
sovrano aveva elaborato l’idea di una lunga tangenziale viaria che collegasse Piedigrotta
con Capodimonte e probabilmente fino all’Arenaccia, ma essa fu interrotta, dopo
l’Unità Nazionale, all’altezza della Cesarea (attuale piazza Mazzini). L’arteria fu
costruita seguendo l’andamento naturale del terreno, rispettando nel piano stradale le
vecchie abitazioni tangenti a esso. Tuttavia, al tempo stesso, l’intervento risultò il più
incisivo per i percorsi collinari e i collegamenti in salita tra i vari poli religiosi: il corso
Vittorio Emanuele distrusse la rete degli antichi tracciati viari spezzando le linee di
risalita.
I lavori partirono verso la fine del 1852 e fu avviata la traccia del corso il 6 aprile
dell’anno seguente11. Solo nel 1860 fu aperto al pubblico.
La nuova strada rafforzò le premesse per lo sviluppo del quartiere basato su tre assi di
collegamento tra l’area occidentale e la città storica: corso Maria Teresa in alto, Santa
Lucia in riva al mare e via Chiaia tra le due. Ma quest’ultima risultava la più stretta e
disagevole, per cui furono proposte svariate idee per la risistemazione della strada e la

10
Cfr. L. de La Ville sur-Yllon, Il Corso Vittorio Emanuele, op. cit., p. 181.
11
Per la cerimonia dell’inaugurazione vedi Giornale del Regno delle Due Sicilie, n.° 116, martedì 31
maggio 1853.

20
creazione di percorsi viari alternativi. Sul finire dell’Ottocento via Chiaia fu
ammodernata e dotata di marciapiedi.
Anche la Riviera di Chiaia fu oggetto di un intervento di rettifica e ampliamento e nello
stesso anno, 1846, su progetto di Stefano Gasse, si ristrutturò l’arenile di Mergellina con
l’ampliamento della strada. In questo contesto la salita di Piedigrotta assunse
fondamentale importanza per l’unione di tutto il litorale al nuovo corso.
Dal 1860 in poi ebbero inizio interventi che trasformarono totalmente il volto del
quartiere e il suo rapporto sia con il mare e la spiaggia, sia con la retrostante collina.
Nella zona di Mergellina si installò un porto-rifugio per sistemare i pescatori allontanati
dalla spiaggia e si ricostruì il porto distrutto dalla tempesta del febbraio 1879. Per
l’altura ‘a monte’, invece, nel 1860 fu decisa la realizzazione di un nuovo quartiere tra il
corso Vittorio Emanuele e la Riviera di Chiaia. Esso rimase per molti anni solo un
progetto, nonostante l’interesse di numerose imprese, e, di fatto, vide la luce in tre fasi
secondo modalità differenti. Gli architetti Scoppa e Rendina ebbero nel 1868 dal
Comune l’incarico di elaborare una variante del piano relativa a un’area meno estesa:
nel 1871 iniziarono i lavori per il Rione Principe Amedeo, collegando il corso Vittorio
Emanuele e la Riviera mediante l’apertura di via Giuseppe Martucci, piazza Amedeo,
via Francesco Crispi e via Giovanni Pontano. Gli stessi tecnici progettarono anche via
Vittoria Colonna, completata nel 1877 circa, che implicitamente suggerì il tracciato di
via dei Mille, intorno a cui si sviluppò la terza parte del quartiere. I lavori videro la
conclusione solo dopo la prima guerra mondiale.
Gli interventi urbanistici del XX secolo sono quelli che maggiormente lasciarono la loro
impronta sulle veste urbana dell’area delle Mortelle, quella che risulta visibile sino ai
nostro giorni. I lotti originari mancavano ormai della loro unità e l’edilizia minore
fagocitò tutti gli spazi liberi, azzerando anche le poche aree verdi sopravissute.

2.2 I tracciati principali

L’area vomerese fu tra le prime a essere munita di percorsi pedonali a scale e gradoni
che la collegavano con la parte sottostante della città. Questi percorsi costituiscono,
infatti, l’unica tipologia di collegamento capace di sfidare la pendenza e la cattiva
condizione dei sentieri che scendevano dal ripido crinale e di compensare l’isolamento
del colle vomerese.

21
Questi itinerari pedonali hanno una particolare suggestione, perché in essi la
funzionalità di collegamento si sposa a un elevato indice di interesse ambientale,
paesaggistico e storico-artistico per le emergenze monumentali a cui sono legati.
Le evoluzioni e le trasformazioni dei tracciati viarii sono condizionate fortemente dal
rapporto della collina di Sant’Elmo e della contrada di Chiaia con il resto della città.
Inizialmente, infatti, quando le pendici di San Martino erano ancora un territorio rurale
isolato dalla abitazioni, i percorsi seguivano i solchi vallivi, sviluppandosi in senso
verticale. Essi funzionavano dunque come collegamento principalmente tra l’area a
mezza costa e il centro cittadino o la città bassa, ma anche verso la sommità della
collina per raggiungere i suoli coltivati adattati alle curve di livello.
In una seconda fase, quando l’intensificarsi dei collegamenti verticali diventa fattore di
contributo allo sviluppo del quartiere residenziale, si delineano in modo più specifico
brevi tracciati orizzontali, quasi pianeggianti, che, a diverse quote, si insinuano nel
tessuto abitato collegandone le varie parti.
Lo studio della cartografia storica12 ha permesso, attraverso il confronto tra l’aspetto
urbanistico della città nei secoli XVI, XVII e XVIII e la sua situazione attuale, di
ritrovare i tracciati e di seguirne le trasformazioni.
In modo più specifico, lo studio e la ricerca sono stati condotti all’interno di un
orizzonte territoriale Vomero-Chiaia, in cui i limiti topografici sono stati fissati
nell’area di Mergellina a ovest e a est nella collina di Pizzofalcone esclusa, ponendo
quale limite ideale la porta di Chiaia ormai scomparsa. All’interno di questo spazio i
principali percorsi oggetto di trattazione sono i seguenti, elencati con ordine a partire
dal limite occidentale: vico Piedigrotta – via Fedro; via San Filippo Neri - vico Santa
Maria della Neve – salita e cupa Caiafa; calata San Francesco - salita Tasso - via Arco
Mirelli; salita e gradoni Santa Maria Apparente; salita del Petraio, vico e via San Carlo
alle Mortelle; salita e gradini San Nicola da Tolentino; salita Vetriera, salita Betlemme,
via Filippo Rega; rampe Brancaccio; via Santa Caterina da Siena, salita Cariati; gradoni
di Chiaia e Ponte di Chiaia.

12
I principali strumenti cartografici adottati per tale studio sono, in ordine cronologico: veduta Etienne
Dupérac-Lafrèry [1566], veduta Alessandro Baratta [1629], veduta Paolo Petrini [1698], mappa del duca
di Noja [1775], pianta topografica divisa in quartieri Luigi Marchese [1798-1813], pianta Federico
Schiavoni [1872-1880].

22
Vico Piedigrotta – Via Fedro
Il vico Piedigrotta costituisce il terzo ramo laterale del versante destro di via Piedigrotta,
insieme a via Camillo Cucca e a via Santa Maria della Neve. Considerando l’area della
Torretta di Mergellina ultimo tratto ideale di terminazione del grande asse della Riviera
di Chiaia, per chi proviene da piazza della Vittoria verso occidente, si potrebbe
considerare il vico Piedigrotta quale confine ultimo prima di entrare, attraverso la
galleria delle Quattro Giornate, nell’area flegrea o, attraverso le rampe di Sant’Antonio,
verso il colle di Posillipo.
Oggi vico Piedigrotta , come tutti i percorsi che scendevano dal crinale del Vomero e da
quello del colle di Sant’Elmo, è stato reciso dal passaggio del corso Vittorio Emanuele.
Esso termina sulla carreggiata del corso, di fronte al ponte dell’odierna stazione di
Mergellina. Sotto il ponte si vede un sentiero in asse con il vico, di cui riprende anche la
pavimentazione in basoli vesuviani. Questo può far supporre che tale stradina sia la
continuazione di vico Piedigrotta, di cui parlano le carte storiche. Il sentiero è oggi noto
come via Fedro: superato il ponte esso si inerpica con una forte pendenza sulla punta
estrema del fianco sud-occidentale della collina del Vomero (al confine con il
promontorio di Posillipo) per servire numerosi parchi residenziali, di cui, l’ultimo, il
parco Piedigrotta, ne arresta la salita. Alle sue spalle v’è la lunga serpentina del viale
privato Comola Ricci, che taglia il crinale della collina collegando via Tasso al corso
Vittorio Emanuele.
Vico Piedigrotta era noto anche come «cavone a Chiaia»13, denominazione che spiega
la natura di un tracciato ricavato dal deflusso delle acque dalle colline a monte.
La mappa del duca di Noja documenta la presenza del vico. Nella pianta esso si inoltra
sul crinale più basso del Vomero partendo dalla «strada della Grotta di Pozzuoli». La
densità abitativa è bassissima: si leggono solo quattro piante di piccoli edifici, tra lotti di
ampi giardini a pianta quadrangolare o pressoché regolare. Il lungo tracciato campestre
ad andamento serpentino prosegue immerso nel verde, fino a lambire le due principali
emergenze architettoniche al limite della «strada di Posillipo»: il «podere dei
Benedettini detto S. Severino» e la «villa dell’avvocato Patrizio». Si trattava dunque di
un percorso secondario, vista anche la dimensione ridotta della sua sezione; alcuni
viottoli laterali lo collegavano alla vicina cupa Caiafa.

13
Cfr. R. Marrone, op. cit., II, p. 676.

23
L’apertura di corso Vittorio Emanuele nel XIX secolo recide vico Piedrigrotta: nella
pianta Schiavoni è chiaramente leggibile questa rottura, e lo snodarsi del percorso a
monte del corso tra le proprietà Mangoni, dove il contesto urbanistico-edilizio è ancora
diverso da quello attuale. Dalle curve dell’antico tracciato nascerà l’attuale via Fedro.

Via San Filippo Neri - vico Santa Maria della Neve – Cupa e salita Caiafa
Via Santa Maria della Neve è un vicolo situato al confine tra la riviera di Chiaia e via
Piedigrotta. Nel cuore di questo percorso si apre un antico sistema di sentieri collinari
costituito dalla salita San Filippo e dalla cupa Santa Maria della Neve.
La prima, breve e in pendenza, prende nome dalla piccola chiesa, fondata in un largo
alle spalle della parrocchia di Santa Maria della Neve. Il ripidissimo percorso sale
compresso tra i moderni fabbricati abitativi e sbuca tra via Arangio Ruiz e via Andrea
d’Isernia.
La cupa Santa Maria della Neve deve la denominazione alla chiesetta14 edificata nel
1571 dalla comunità dei pescatori e marinai, da sempre nota e cara al popolo anche
come “Chiesa di Sant’Anna di Mergellina”. Questo sentiero era detto un tempo
«Cavone del Celso»15 e dunque è identificabile come un percorso di origine alluvionale.
Il vico si apre con uno slargo su cui si affaccia un nucleo di abitazioni che conservano
quasi un carattere rurale, con qualità architettoniche e abitative assai modeste. Il suo
percorso è molto lungo, racchiuso da alti muraglioni tufacei, caratterizzato da un
costante aumento della pendenza e da un progressivo restringimento della sezione. Il
tracciato conduce sino al corso Vittorio Emanuele, nei pressi di piazza Mercadante, e
prima di giungere a destinazione sottopassa il ponte di via Michelangelo Schipa, a cui è
raccordato anche attraverso una breve gradinata. La cupa è oggi aperta al traffico
veicolare nel solo senso della salita verso il corso Vittorio Emanuele. Sul primo tratto
del percorso ci sono ingressi ai parchi condominiali e alle abitazioni private; fino a
queste quote l’ampiezza della pedonale permette ancora un discreto passaggio degli
autoveicoli, ma il costante restringimento della carreggiata e il cattivo stato di
manutenzione del manto stradale rendono disagevole ai veicoli di grandi dimensioni il
proseguimento della salita. Il percorso rimane una scorciatoia ancora oggi molto
frequentata per la sua strategica funzione di collegamento diretto con il corso Vittorio

14
Sulla chiesa di Santa Maria della Neve cfr. C. D’Engenio Caracciolo, op. cit., p. 658; C. Celano, Notizie
del bello…, III, p. 2003; G. Sigismondo, Descrizione della città di Napoli e suoi borghi del dottor
Giuseppe Sigismondo Napolitano [1788], r. a., Bologna 1989, III, p. 144; G. A. Galante, op. cit., p. 255.
15
Cfr. G. Doria, op. cit., p. 415.

24
Emanuele. E maggiore doveva essere la sua funzionalità e la sua importanza nei secoli
precedenti, quando il tracciato permetteva di risalire le pendici della collina vomerese.
La cupa Caiafa e la salita Caiafa completano la raggiera di questo sistema pedonale,
inserendosi direttamente sul tratto dove la prima curva del corso Vittorio Emanuele
incontra via Arangio Ruiz. La cupa Caiafa si snoda nel cuore dell’edilizia popolare
dell’antico borgo, soprattutto nel tratto ov’è raggiunta da via Camillo Cucca. Il tufo
costituisce la quinta principale di questa salita, sulla quale affacciano alcune botteghe e
depositi ricavati nella roccia; le alte palazzine e i lotti dei condomini di nuova
costruzione hanno occupato parte del sentiero probabilmente rispetto alla sua originaria
ampiezza. La pedonale conduce oggi all’ingresso di una caserma dei Carabinieri, di cui
costeggia il muro di confine nel suo tratto terminale. Il toponimo si giustifica con la
esistenza in quel luogo di possedimenti appartenuti alla famiglia Caiafa16.
La cartografia storica napoletana dei secoli XVI e XVII non evidenzia chiaramente lo
svolgersi del percorso del vico Santa Maria della Neve, probabilmente per la sua natura
di tracciato secondario, una ridotta importanza che forse ha suggerito agli incisori una
scelta di priorità nella selezione degli elementi urbanistici nella raffigurazione della città
di Napoli. È probabile che la presenza delle pochi abitazioni del borgo di Santa Maria
della Neve, a ridosso quasi della spiaggia, possa suggerire già una presenza di questi
sentieri17. La veduta Baratta non è molto chiara in questo particolare: il crinale
verdeggiante della collina a monte della parrocchia sembra attraversato da due incisioni
in salita verso l’antica strada del Vomero. Questi tracciati potrebbero identificarsi con i
due segmenti della doppia ipsilon di vico Santa Maria delle Neve e di salita San Filippo
con la cupa Caiafa.
Nella pianta del duca di Noja vico Santa Maria della Neve è perfettamente leggibile. Il
tracciato si assottiglia lungo il crinale della collina, scomparendo tra le distese verdi. È
accompagnato, lungo il suo percorso, da pochissime abitazioni: la densità edilizia si
concentra solo nel borgo dietro la chiesa e nello slargo iniziale (sistemato con gradini),
che costeggia i giardini e gli orti delle chiese dei Santi Giovanni e Teresa e di San
Francesco degli Scarioni, sulla parallela salita del Vomero. Una serie di ramificazioni
minori - veri e propri sentieri naturali, probabilmente non agevoli - si protendono fino a

16
Cfr. R. Marrone, op. cit., I, p. 144.
17
Cfr. R. Pane, a cura di, Il centro antico di Napoli. Restauro urbanistico e piano di intervento, Napoli
1971, I, pp. 161-162.

25
lambire le proprietà della chiesa di Santa Maria della Libera e della chiesa di San
Francesco.
Nella stessa pianta, la salita san Filippo, a differenza di oggi, prosegue fino alle prime
pendici del Vomero nei territori del «podere dei PP. Camaldolesi» nei pressi della
cappella di Santo Stefano, proprio vicino all’omonima strada. Anche questo percorso
registra un solo nucleo abitativo concentrato nel suo tratto iniziale all’interno del borgo.
In particolare il tracciato della futura salita Caiafa già sale come una spezzata ad uncino
verso i pochi casini rurali presenti sulla collina. Assieme alla parallela cupa, la salita
Caiafa si allunga sul versante più occidentale della collina, giungendo presso l’area
della «villa dell’avvocato Patrizio». Via Aniello Falcone e via Tasso hanno occupato
l’area di questi sentieri, sostituendosi ad essi nella funzione di collegamento verso le
pendici del Vomero. Il carattere rurale di queste strade e dei loro dintorni si può
spiegare tenendo conto che ancora nel XVIII secolo la zona della Torretta e quella lungo
la via di Posillipo non erano state interessate da interventi di urbanizzazione, a
differenza invece della collina di Pizzofalcone.
È nel secolo XIX che la presenza della villa Caiafa da il nome alla salita e alla cupa.
Nella pianta del quartiere di Chiaia di Marchese compare il blocco edilizio della villa,
fulcro di questo percorso verticale.
Nella pianta Schiavoni vico Santa Maria della Neve è ancora noto come il «cavone del
Celso»18: esso sale tra casali e piccole abitazioni fino al corso Vittorio Emanuele,
riducendosi nella sua ampiezza. La salita San Filippo non si arresta, come oggi, su via
Andrea d’Isernia (non ancora esistente) ma incontra direttamente il corso Vittorio
Emanuele. Il suo percorso prosegue oltre il corso, all’altezza di villa Farina, giungendo
per mezzo di un breve viottolo fino ai possedimenti terrieri «Tricase», vicino Santo
Stefano. La cupa Caiafa è ormai separata dalla villa Caiafa dalla curva del corso
Vittorio Emanuele: rimane il viottolo orizzontale di accesso allo stabile residenziale
(ancora oggi esistente col nome di via Villa Maria). Una piccola scala ricuce il
collegamento interrotto tra il tratto reciso della salita Caiafa e il corso Vittorio
Emanuele. L’ apertura nel Novecento di via Arangio Ruiz diminuirà ulteriormente la
lunghezza dei percorsi, separandoli dalle aree verso cui erano diretti.
Già nei primi anni del XX secolo la situazione urbanistica della contrada è quella
corrispondete a oggi. Nella pianta topografica della città di Napoli edita dalla Libreria

18
Si veda anche la pianta topografica della città di Napoli del 1860 circa.

26
Detken & Rocholl19 si legge che i tre percorsi hanno perduto i loro prolungamenti oltre
il corso Vittorio Emanuele, anche se vico Santa Maria della Neve è ancora denominato
«cavone del Celso».

Calata San Francesco – Salita Tasso – Via Arco Mirelli


La primitiva «via che discende a Chiaia», come viene nominata nelle carte
settecentesche, è un lungo tracciato in parte strada in parte gradinato, forse uno tra i più
antichi in generale, e nello specifico tra i più antichi collegamenti pedonali del versante
occidentale del Vomero con la parte bassa della sua collina. La funzione primaria e
specifica di questa discesa era quella di condurre al convento di Santa Maria degli
Angeli al Vomero e al convento dei frati Minimi.
Calata San Francesco era un tracciato che serviva un agglomerato di case rurali
chiamato «casale del Vomero»: esso si estendeva lungo via Belvedere, dalla chiesa di S.
Maria della Libera20 a via Annella di Massimo, ed era caratterizzato originariamente da
un contesto abitato in parte rurale e in parte residenziale. L'intero tracciato si snoda
lungo quel versante del Vomero che le fonti ricordano soprattutto come luogo di delizia
e di villeggiatura.
La calata ha inizio dall’attuale via Belvedere con un tracciato in basoli vesuviani che
raggiunge via Aniello Falcone; da qui prosegue con un suggestivo percorso a gradini
che muta nome in salita Tasso, dal nome della via Tasso che la interrompe
trasversalmente, come accade anche con corso Vittorio Emanuele. Oltrepassata la
carreggiata del corso, la discesa prosegue con un manto stradale (ora in basoli
vesuviani, ora in sampietrini, ora in asfalto) sistemato per permettere il traffico
veicolare. Essa, per tale motivo, ha ottenuto la denominazione specificazione di via (via
Arco Mirelli) in quanto utile alla mobilità su ruote. Questo ultimo tratto della calata San
Francesco termina sulla Riviera di Chiaia, in piazza della Repubblica, di fronte
all’inizio della Villa Comunale21. Lungo la pendenza, via Arco Mirelli incontra, in
successione, via Michelangelo Schipa (nel punto di contatto con l’inizio di via
Francesco Crispi), le traverse via Bartolomeo di Capua e via Luca da Penne, via Andrea
19
È la Nuova Pianta della Città di Napoli del 1910 circa in G. Russo, Il Risanamento e l’ampliamento
della città di Napoli, 1960, II, tav. XXVI.
20
Sulla chiesa di Santa Maria della Libera al Vomero cfr. F. Strazzullo, Documenti sulla Chiesa di Santa
Maria della Libera, in Atti del Congresso Mariano Parrocchiale di S. Maria della Libera al Vomero (22-
29 settembre 1985), Napoli 1986; E. Ricciardi, Vomero antico, op. cit., ai quali si rimanda per ulteriore
bibliografia.
21
«Non esclusa quella detta dell’Arco Mirelli che è presso la fine della Villa Reale a Chiaia» (G. B.
Chiarini in C. Celano, Notizie del bello…, III, p. 1568).

27
d’Isernia e via Santa Luisa di Marillac. Prima di concludersi sulla Riviera di Chiaia, da
via Arco Mirelli si stacca, sulla destra, vico delle Fiorentine a Chiaia22.
La calata San Francesco, come già detto in precedenza, risulta dagli studi topografici e
geomorfologici della città tra i percorsi più antichi esistenti sulle colline di Napoli,
probabilmente aperto lungo il canalone di raccolta delle acque piovane che si
accumulavano in valloni e valloncelli. Gli studi relativi al ritrovamento di tombe di età
greco-romana23, hanno permesso di stabilire con certezza, già nella Napoli del periodo
ducale, l’esistenza delle principali strade esterne alle mura, ma non di individuarne il
percorso preciso. Anche il tracciato antico della calata San Francesco rientra tra i
tracciati che possono considerarsi esistenti già in epoca remota24.
Durante il periodo della dominazione aragonese, tra le tante imbrecciate ripavimentate
sul territorio napoletano rientra anche calata San Francesco, nota ai napoletani antichi e
moderni come “Imbrecciata del Vomero”25.
La veduta Lafréry26, che mostra l’espansione della città verso l’area occidentale e a sud
verso il mare, non riporta il tracciato della calata, ma i primi segni di un nuovo
insediamento nel borgo di Chiaia confermano che questo percorso funzionava fin
dall’inizio del suo utilizzo come sentiero pedonale di collegamento tra il nucleo dei
borghi antichi del Vomero e l’area sottostante.
Il tracciato serpentino della calata San Francesco segna con forza il fianco occidentale
del monte vomerese nella veduta Baratta; esso risale la pendenza immerso nel tessuto
verdeggiante che ricopre la collina, collegando il complesso di «S. M. dell’Angioli sop.
Chiaia. Minimi di F. Paol.» con il borgo di Mergellina. La calata è ancorata alla strada
del Vomero (attuale via Belvedere) che, delimitata da un continuo filare di alberi,
percorre il crinale del Vomero fino alla fortezza di Sant’Elmo. La veduta Petrini non si
discosta da questa rappresentazione. La presenza architettonica religiosa presente fino a
quegli anni è il monastero dei Cassinesi27, che lo costruirono su un appezzamento di
terreno offerto nel 1620 dal signor Guadagno.

22
Per una breve conoscenza della storia di questo vicolo si veda G. Doria, op. cit., p. 179.
23
Cfr. F. Colonna, Scoperta di antichità in Napoli dal 1876 a tutto il 1897, Napoli 1898; A. De Franciscis
e R. Pane, Mausolei romani in Campania, Napoli 1957; M. Napoli, Napoli greco-romana, Napoli 1959.
24
Si veda la ricostruzione planimetrica ideale della pianta di Napoli nel secolo XI suggerita da Roberto
Pane in Il centro antico di Napoli, op. cit., I, pp. 150-151.
25
Cfr. C. Celano, Notizie del bello…, III, p. 2003; G. B. Chiarini in C. Celano, op. cit., III, p. 2034.
26
Cfr R. Pane, Il centro antico, op. cit., I, pp. 162-163. Si confronti la visione della veduta Lafréry con la
sua ricostruzione planimetrica ideata dal curatore del testo.
27
È il monastero di San Benedetto a Chiaia cfr. E. Gentile, I Benedettini a Napoli, 1953, pp. 35-36; A.
Speme, Il monastero di S. Benedetto a Chiaia in Napoli, in “Benedectina”, Roma 1957, fascc. 3-4, pp.
236-274.

28
Se fino al XVII secolo non si registra un alto tasso di densità abitativa, a causa anche
della mancanza di aree disponibili a valle, in vicinanza del lido e del mare, la
progressiva occupazione dei terreni lungo il percorso (ancora oggi ricco di emergenze
architettoniche sacre e residenziali) sarà invece incentivata nei decenni seguenti dalle
caratteristiche di un sito elevato: la possibilità di godere vedute panoramiche della città
e l’ambiente agricolo contraddistinto da ampie aree verdi.
Nella mappa del duca di Noja il tracciato della calata San Francesco è la «via che
discende a Chiaia» dal nucleo del «casale detto’l Vomero», tra la chiesa di Santa Maria
della Libera e «palazzo e villa de’Carafa detto Belvedere» e la «Chiesa e Convento di S.
Francesco». Il percorso fino a Chiaia corrisponde nei tratti essenziali alla situazione
attuale, ma il tratto gradinato (corrispondente all’attuale salita Tasso) appare più breve
rispetto a quello odierno, arrestandosi all’incirca all’altezza dell’attuale parco Elena.
Un’interessante riflessione pone l’attenzione proprio sulla funzionalità del tratto della
salita Tasso. Questa sezione gradinata, all’interno di tutto il percorso, sembra avere una
funzione di raccordo tra il primo tratto della calata San Francesco (quello cioè legato
all’area vomerese, nato per condurre all’omonima chiesa) e il secondo tratto a mezza
costa, proteso verso il lido della Riviera.
Per il tratto meridionale della calata (l’attuale via Arco Mirelli) si riconoscono solo gli
attuali vico Strettola a Chiaia e via Santa Lucia di Marillac, che racchiudono gli ampi
giardini del principe di San Teodoro. Il percorso nella mappa è così denominato:
«Strada che porta nel Casale del Vomero; in essa vi sono un Monasterio di Benedettini
sotto’l titolo di S. Angelo; la Chiesa, e Conservatorio di donne civili di S. Teresa
fondato da Maria Amalia madre di Ferdinando IV · felicem · regnante, e la Chiesa, e
Monasterio di S. Francesco Iscariota di Montefiore».
Nella pianta Marchese la calata San Francesco compare come «strada del Vomero»: con
questa ulteriore denominazione si evidenzia la fondamentale destinazione di un
percorso che nasce come strumento urbanistico per il raggiungimento del colle
vomerese. Il tratto iniziale della calata, all’imbocco del casale antico del Vomero viene
ricordato come «vico del Vomero».
Con la rappresentazione Schiavoni, pur conservandosi la denominazione «strada del
Vomero e vico del Vomero», si registrano i nuovi cambiamenti urbanistici. Qui Il primo
tratto del corso Vittorio Emanuele recide il percorso all’altezza del tratta gradinato,
separando il «vico del Vomero» (compreso di tratto gradinato, attuale salita Tasso). La
calata non è ancora attraversata dalle future via Aniello Falcone e via Tasso. Sulla

29
«strada del Vomero» giunge il «corso Principe Amedeo» (attuale via Francesco Crispi),
tracciato nel progetto del Rione Amedeo [1871]: mancando il prosieguo stradale in via
Michelangelo Schipa, il contesto urbano ed edilizio ancora non risulta alterato. L’attuale
via Santa Maria di Marillac è citata come «vico Parete» e conduce alla casa madre
dell’Istituto Suore di Carità.
La ricchezza di informazioni della pianta Schiavoni permette di riconoscere e leggere i
principali casini residenziali.
L’ultimo tratto dell’imbrecciata, attualmente carrabile, subirà la definitiva modifica in
via Arco Mirelli ricordando la presenza del palazzo dei marchesi Mirelli; Chiarini
scrive: «passata la caserma così detta Cristalliera per sotto l’arco del palazzo del
principe di Teora Mirelli, si entra nella strada detta dell’Imbrecciata al Vomero»28. Di
tutta la calata, Via Arco Mirelli è il tratto maggiormente caratterizzato dalla presenza di
edifici religiosi: i principali complessi sacri sono la chiesa e l’attiguo monastero di San
Francesco degli Scarioni29 e la chiesa dei Santi Giovanni e Teresa30.
Molto interessante è la lettura della pianta31 topografica della città di Napoli del 1910
circa edita dalla Libreria napoletana Detken & Rocholl: da via Domenico Cimarosa (del
nuovo Rione Vomero) già è stato aperto il primo tratto di via Aniello Falcone che
giunge proprio alle spalle della chiesa dei frati Minimi al Vomero, senza ancora
attraversare il percorso della calata (via Aniello Falcone verrà completata nel 1926). La
prima sistemazione di via Tasso a partire dalla piazzetta Santo Stefano già incontra il
percorso della calata San Francesco spezzandone la continuità: la toponomastica
cittadina ha già ribattezzato la salita del Vomero in via Arco Mirelli.
Numerose sono le presenze architettoniche dislocate lungo il percorso, nella
maggioranza ville di pregevole valore architettonico. Tra queste, v’è la villa
Belvedere32, compresa tra l’antico tracciato orizzontale a cui da il nome e via Aniello
Falcone. Dal quarto decennio dell’Ottocento la proprietà subì un processo di

28
Cfr. G. B. Chiarini in C. Celano, Notizie del bello…, III, p. 2032; ulteriori informazioni anche in G.
Doria, op. cit., p. 50 e in R. Marrone, op. cit., I, pp. 89-90.
29
Sul monastero e chiesa di San Francesco degli Scarioni cfr. C. Celano, Notizie del bello…, III, p. 2032;
G. A. Galante, op. cit., p. 255; G. Sigismondo, op. cit., III, p. 141.
30
Sul monastero dei Santi Giovanni e Teresa cfr. V. Rizzo, Lorenzo e Domenico Antonio Vaccaro,
Napoli 2001; G. Cantone, Chiesa dei SS. Giovanni e Teresa, in AA. VV., Campania barocca, a cura di G.
Cantone, Milano 2003; G. Amirante, Il tempio di Carlo: la chiesa dei SS. Giovanni e Teresa dell’Arco
Mirelli, in Architetture e territorio nell’Italia meridionale tra XVI e XX secolo. Scritti in onore di
Giancarlo Alisio, a cura di M. R. Pessolano e A. Buccaro, Napoli 2004, pp. 147-163.
31
Cfr. G. Russo, op. cit., II, tav. XXVI.
32
Su villa Belvedere cfr. M. G. Murolo, Villa Belvedere. Una villa napoletana del Seicento, Roma 1967;
S. Attanasio, La Villa Carafa di Belvedere al Vomero. Tipologia e sviluppo dell’architettura degli spazi
aperti nella residenza extraurbana, Napoli 1985.

30
frazionamento, che comportò la quasi totale mutilazione degli elementi caratterizzanti,
relegandola in uno stato di rudere. In tutte le piante appare evidente la sua potente
imponenza che domina il primo tratto dalla calata San Francesco, a cui è collegata
attraverso passaggi interni ai suoi giardini33. Poco distante e degna di citazione è anche
la neoclassica villa Floridiana, realizzata da Antonio Niccolini per il re Ferdinando I di
Borbone come dimora per la moglie Lucia Migliaccio, duchessa di Floridia.
Attualmente calata San Francesco mostra un carattere molto meno popolare delle altre
pedamentine. In particolare il tratto della salita Tasso, a differenza delle gradinate che
attraversano zone della città dal contesto più popolare (come ad esempio il Petraio), si
presenta ben curato e la presenza di studi professionali conferisce al contesto sociale un
tono elevato. Questo percorso collinare inoltre, vanta ancora in gran parte la sua
posizione aperta a mezzogiorno sul mare e sulla veduta del golfo napoletano.

Salita e Gradoni Santa Maria Apparente


La salita di Santa Maria Apparente si arrampica dall’area del Vasto a Chiaia verso una
contrada situata alle pendici sud-occidentali del colle di Sant’Elmo. Su questo sito
furono edificati la chiesa e il convento di Santa Maria Apparente34, da cui il percorso
riceve il nome. Essa dunque si identifica come collegamento aperto per la necessità di
raggiungere un polo religioso situato su una quota del colle molto elevata.
Nel XVI secolo furono gli stessi Conventuali di Santa Maria Apparente ad aprire due
strade nel territorio del poggio: una via per salire a Sant’Elmo (larga 20 palmi pari a 5
metri) e un sentiero per scendere a Chiaia (larga 8 palmi pari a due metri circa), chiusi
da due cancelli dei quali i frati custodivano le chiavi. Padre Filippo Sangiorgio,
fondatore della comunità, aveva collocato nel 1582 un pilastro con un’immagine sacra
lungo il percorso verso la chiesa, per ricordare ai viandanti che la via, se pur di uso
pubblico, era su un suolo di proprietà del convento35.
La struttura di tale salita è costituita da gradinate di basoli vesuviani che sfidano la forte
pendenza del fianco occidentale del colle delle Mortelle. Le rampe gradinate hanno

33
Cfr. C. Celano, Notizie del bello…, III, p. 1611.
34
Sul convento di Santa Maria Apparente cfr. Napoli. Le opere del regime dal 1922 al 1925, IX (1931),
pp. 220-222; R. Nicolella, La chiesa di S. Maria Apparente, in “Il Fuidoro”, V (1958), pp. 112-115; E.
Ricciardi, La chiesa e il convento di S. Maria Apparente in Napoli, in “Archivio Storico per le Province
Napoletane”, CXVI (1998), pp. 419-470.
35
Cfr. S. Gomez Paloma, Allegatione di fatto e di legge per il RR. PP. del Monastero di S. Maria a
Parete col Magnifico Dottor Nicola Cortese, in ASP, Corporazioni religiose soppresse. S. Francesco al
Prato, inc. 44, ff. non numerati, in E. Ricciardi, La chiesa e il convento di S. Maria Apparente in Napoli,
op. cit., p. 423.

31
inizio laddove la salita Santa Maria Apparente è raggiunta, sulla destra, da via Filippo
Rega. Una grande scala monumentale a cinque rampe si snoda verso vico Santa Maria
Apparente. L’apertura dell’ultima rampa, che si congiunge sulla quota stradale di questo
vico, è un passaggio molto stretto, mortificato dallo spigolo di un edificio. A sinistra
vico Santa Maria Apparente è cieco, chiuso da fabbriche; a destra prosegue, dopo un
modesto rialzo del terreno accompagnato da una piccola rampa, come via Santa Maria
Apparente, collegandosi a vico San Carlo alle Mortelle. Oltrepassato il vicolo Santa
Maria Apparente, la salita, che fu separata dalla chiesa nel 1853 con l’apertura del corso
Vittorio Emanuele, prosegue dall’opposto della carreggiata con il breve tratto dei
gradini Corso Vittorio Emanuele36, che si inseriscono proprio tra via e vico Santa Maria
Apparente.
L’ultima rampa è costituita dai gradoni Santa Maria Apparente: questo tratto, poco
distante dal largo della chiesa, costeggia l’edificio sacro sul lato destro con comode e
larghe gradonate. A metà del tratto, una rampa laterale (una sequenza di numerosi
gradini di ampia lunghezza, ma di ridotta alzata, custodita all’ombra di muraglioni di
roccia tufacea), detta anch’essa gradoni Santa Maria Apparente, sale ripida per
allacciarsi alle salite del Petraio.
Proseguendo oltre, dopo questa traversa, si incontrano due muretti in tufo che
inquadrano un breve rampa delimitata da corrimano in ferro. Da qui le gradonate si
riaprono con una pedata molto ampia che costeggia il muro tufaceo delle carceri.
Questo tratto, probabilmente posteriore all’antica gradinata originaria, termina contro la
cortina del muro che sostiene la soprastante via Filippo Palizzi. Una scala in cemento di
moderna realizzazione supera tutta la lunghezza del muro per permettere l’accesso
finale sulla stessa via.
La faticosa arrampicata di questo collegamento a gradoni scaturisce dell’aspra
morfologia collinare del territorio. Osservando la tavola illustrativa nel lavoro di
Raffaele D’Ambra37 si evince bene, oggi come allora, come dalla contrada del Vasto a
Chiaia si innalzi, in proiezione ottica, l’asse Santa Maria Apparente - Petraio - San
Martino - Sant’Elmo.
Nella veduta Baratta si riconosce della salita soprattutto la rampa gradinata che
fiancheggia l’edificio, nonché il sentiero laterale che si allaccia al Petraio. Anche la

36
O detti anche “Gradini al Corso Vittorio Emanuele – sezione Chiaia” come recita la più recente tra le
due targhe affisse sul muro.
37
Cfr. Raffaele D’Ambra, op. cit., tav. LXXXII.

32
veduta Petrini, se pur con una grafica priva del particolari dei gradini, restituisce la
rappresentazione del sito con la raffigurazione della chiesetta e del tracciato viario della
salita.
Nella mappa del duca di Noja la restituzione precisa del tracciato in un contesto ormai
occupato dai principali edifici della zona permette di far comprendere la struttura storica
della salita rispetto alle modifiche che sono giunte sino ad oggi. I gradini del tratto
iniziale confinante con l’insula di Santa Maria di Betlemme non sono riportati e dunque
potrebbero essere stati aggiunti in seguito; le alzate partono direttamente dopo aver
superato via Filippo Rega. Il passaggio dallo scalone a serpentina verso la chiesa è
diretto, unico, lungo il fianco della chiesa (questo tratto risulta nella rappresentazione
privo dei gradoni attuali). È questa la conferma storico-cartografica di un’originaria
continuità di tutto il percorso poi interrotto dal corso Vittorio Emanuele.
La salita Santa Maria Apparente si conclude costeggiando la «Chiesa e Convento di S.
Ma. Parete de’Frati Conventuali» e poi gira con la rampa laterale destra unendosi alla
pedonale del Petraio. Risulta evidente che tale sia il tracciato della salita rispetto a
quanto percorribile oggi. L’ulteriore allungamento della gradinate, visibile nella
cartografia successiva, è con ogni probabilità intervento posteriore.
Attraverso la lettura della mappa del duca di Noja ben si evince inoltre l’effettiva
funzione di questa camminata che partendo dalla quota più bassa del borgo di Chiaia e
connettendosi alla salita del Petraio allunga i collegamenti ben oltre il colle delle
Mortelle, dall’area del retrostante convento sino alla falde più alte del colle di
Sant’Elmo.
Nella «Pianta Topografica del Quartiere di Chiaia» del Marchese sono riportati i vari
accessi dei «gradoni S. Maria Apparéte» verso il «largo S. M. Apparéte» antistante la
chiesa. Vi è una minor cura nella resa grafica delle pedate, mentre è presente la scalinata
che sale dietro la chiesa.
Nel foglio Schiavoni l’incisore distingue i «gradini S. Maria Apparente» per il tratto
superiore limitrofo alla chiesa, dalla «salita» per quello inferiore che parte da Chiaia,
non diverso dalla odierna situazione urbanistica. Ancora nel XVIII secolo i gradini
terminano contro il muro delle «carceri S. Maria Apparente» (manca la relativa rampa
di accesso evidente nella pianta Marchese) e girano intorno al lotto di «villa Adele» per
incontrare il tracciato del Petraio. Compare il particolare delle gradinate sul tratto della
salita prima dell’angolo con la «salita S. Carlo alle Mortelle» (attuale via Filippo Rega).

33
Il dato più importante rispetto alla precedente cartografia è la presenza del corso
Vittorio Emanuele, che stravolge l’assetto urbano di quest’area: la grande bretella ha
spezzato la continuità del percorso generando la nascita dei gradini di «vico S. Maria
Apparente».
La chiesa di Santa Maria Apparente era stata inserita nel contesto circostante
sistemando il sagrato su un terrazzamento al quale si accede per mezzo di una gradinata
a doppia rampa. Il sagrato e la facciata della chiesa assolvono alla funzione di pausa
nella lunga teoria di scalinate che attraversavano la zona, come un diaframma tra le
residenze rurali e la folta vegetazione alle spalle del convento. Dopo l’apertura del corso
Vittorio Emanuele, Santa Maria Apparente risultò soprelevata rispetto al piano della
quota stradale; l’attuale intervento della scala, progettata nel 1929 dall’architetto
Fortunato Ierace per raccordare l’edificio alla nuova strada, permette di conservare
l’aspetto originario, restituendo alla facciata la possibilità di imporsi all’interno del
contesto urbano modificato.
Tra gli edifici storici degni di noti presenti lungo questo percorso, oltre la chiesa, si
segnalano due palazzi tra loro confinanti: il Regio Laboratorio delle Pietre Dure, che in
realtà ha ingresso in via Filippo Rega, e il Real Collegio degli Scolopi38 ubicato in via
santa Maria Apparente.
Il contesto urbano ed edilizio in cui è stata aperta la salita versa in condizioni di estrema
fatiscenza. La qualità e l’importanza architettonica degli abitati muta a mano a mano
che si sale di quota: il tratto sotto il corso Vittorio Emanuele gode di una maggiore
valenza storico-artistica per la presenza degli edifici antichi, se pure in condizioni di
vetustà e decadenza; il tratto a monte, invece, suggerisce l’immagine di un grande viale
privato, inquadrato dai residenti dei bassi, che vivono le gradonate come un’area
integrata alla propria dimora.

Salita del Petraio - Vico e via San Carlo alle Mortelle


Di tutte le strade pedonali che scendono dal Vomero, il percorso del Petraio è
probabilmente quello più ramificato e ampio. Più che un’unica salita, esso si struttura in
una vera e propria rete di collegamenti che denomina un intero costone di altura, e
collega il Vomero al corso Vittorio Emanuele. Esso costituisce la pedonale più

38
Sull’edificio del Reale Collegio degli Scolopi cfr. E. Ricciardi, Il collegio degli Scolopi sopra San
Carlo alle Mortelle e il Laboratorio delle Pietre Dure. Per la storia di due palazzi napoletani, in
“Campania Sacra”, XXVI/1 (1995), pp. 201-228.

34
importante della contrada delle Mortelle e del versante occidentale di Napoli verso il
centro della città; per questo motivo risulta essere attualmente il più frequentato39 anche
se rientra nella tipologia dei percorsi gradinati, tracciati collinari costituti per la maggior
parte da un’ininterrotta serie di gradini che si inerpicano seguendo la morfologia del
luogo. Questo immutato aspetto, che costituisce il suo fattore più caratteristico, si
tramanda a distanza di secoli nella cartografia storica e nelle diverse fonti.
A differenza dei percorsi battezzati con nomi di famiglie o di edifici a cui conducono, il
Petraio è così denominato per le sue caratteristiche strutturali. Anticamente, come molti
collegamenti di Napoli, il pendio era pavimentato con ciottoli, e per questa detto
«imbrecciata» dal termine napoletano «vrecce» o «brecce», ossia ciottoli. La voce
napoletana originale vorrebbe in realtà la dicitura «pétraro»40, inteso come materiale
alluvionale, e il tracciato del Petraio, effettivamente, ricalca quello di un antico alveo
torrentizio da cui defluivano le acque della collina.
Da via Annibale Caccavello, proprio alle spalle dell’area del castel Sant’Elmo, scende il
sentiero gradinato su cui hanno accesso via Antonio Mancini e via Luigia Sanfelice. Dal
largo del Petraio si aprono il vico e la discesa omonima, e poi il sentiero prosegue con
un lungo tratto gradinato che termina sul corso Vittorio Emanuele con un andamento
curvilineo. Nell’ultima curva, la pedamentina si congiunge con la rampa laterale dei
gradoni Santa Maria Apparente.
Oltre la carreggiata del corso Vittorio Emanuele, il percorso punta direttamente al vico
San Carlo alle Mortelle. In questo punto, tra un’edicola e l’isolato della chiesa del
Cenacolo, quattro brevi rampe di gradini permettono di superare il forte dislivello per
condurre alla chiesa di San Carlo, nell’omonima piazzetta, attraverso una lunga discesa,
stretta e poco soleggiata.
Il vico, prolungando la salita del Petraio oltre il corso Vittorio Emanuele, apre su una tra
le aree più importanti e storiche del versante41. La piazzetta San Carlo alle Mortelle
costituisce, infatti, un nodo di svincolo molto importante nel sistema della salite da
Chiaia verso la collina attraversata dal corso Vittorio Emanuele e dunque verso il colle

39
Le parole di Gaetano Nobile nel 1855 risultano significative a proposito della funzionalità di questo
percorso: «irregolare, faticosa, ma pur assai frequentata per essere la più breve di quante dalla parte
occidentale di Napoli menano al poggio di S. Ermo» (Un mese a Napoli. Descrizione della città di Napoli
e delle sue vicinanze divisa in XXX giornate…a cura e spese di Gaetano Nobile, Napoli 1855, p. 51).
40
Cfr. R. D’Ambra, Vocabolario napoletano-toscano domestico di arti e mestieri, Bologna 1873, p. 287.
41
Chiarini conferma la continuità funzionale tra la salita del Petraio e l’altura delle Mortelle, affermando
proprio che «di fronte alla medesima comincia l’erta sassosa del Petraio, irregolare, faticosa, ma pure
assai frequentata per essere la più breve di quante dalla parte occidentale di Napoli menano al poggio di
S. Elmo» (in C. Celano, Notizie del bello…, III, p. 1568).

35
vomerese. In essa confluiscono quasi tutti i principali percorsi collinari dell’area
occidentale: percorrendo via Filippo Rega, infatti, si può impegnare la grande rampa di
Santa Maria Apparente o la salita Vetriera, oppure si può risalire grazie alla strada di
San Nicola da Tolentino.
Dalla piazza il vico prosegue come via San Carlo alle Mortelle e termina in piazzetta
Mondragone: da qui con le rampe Brancaccio si è diretti in via dei Mille; si può risalire
il poggio delle Mortelle e riprendere la via del Petraio o ancora svoltare a sinistra in
vico Mondragone per ritrovarsi sulla terza direttrice, via santa Caterina da Siena. La
pedonale delle Mortelle è il nucleo in cui si concentrano le svariate soluzioni di salita e
discesa nel borgo di Chiaia; ricostruendo la funzionalità della via San Carlo alle
Mortelle con quella del Petraio si ottiene la verticale di collegamento Vomero – Chiaia
più efficace dell’intera area. Non a caso la tecnologia dei trasporti ha rivalutato il
disagio di una Napoli tutta in verticale aprendo la linea della funicolare in parallelo a
questo sistema di pedamentine.
L’indagine sulla cartografia storica permette di comprendere l’originaria conformazione
del tracciato e la sua funzionalità di pedonale verticale prima di essere separato in due
diversi nuclei dal corso Vittorio Emanuele.
Il Petraio, in quanto tracciato percorribile, emerge appena visibile tra la vegetazione
collinare: una cronaca francescana lo descrive già in uso intorno al 157042, quale erto
sentiero che permette di raggiungere le quote sotto Sant’Elmo. Al pari di molte altre
rampe storiche della città, anche queste in effetti furono costruite appositamente per
collegare il Vomero a Chiaia, uno dei borghi-simbolo delle nuove espansioni fuori le
mura.
Già visibile nella veduta Lafréry, è meglio leggibile nella secentesca veduta Baratta che
mostra un suggestivo dettaglio delle «salite del Petraio»: un unico percorso che
attraversa il colle grazie a una nuova strada aperta nel 1619, poco dopo la fondazione di
San Carlo alle Mortelle, che dalla chiesa scende verso Pizzofalcone e Chiaia (l’attuale
via San Carlo alle Mortelle). Ugualmente, all’inizio del XVII secolo la salita del Petraio
fu allargata e pavimentata: per tale motivo assunse l’aspetto di una tortuosa gradinata
con la quale è definita nella cartografia sei-settecentesca e ancora oggi. L’autore riporta
in quasi tutta la sua interezza il tracciato principale che si disperde poi nel verde del

42
Cfr. AGC, ms. cl. III 11 C, F. Ciatti, Annales Ordinis Minorum (1260-1695), III, f. 294, in E. Ricciardi,
Il ‘Poggio delle Mortelle’ nella storia dell’architettura napoletana, Dottorato di ricerca in Storia
dell’architettura e della città, XVII ciclo, Napoli 2005, p. 7.

36
colle. Tra i collegamenti del castel Sant’Elmo con la città si riconosce anche una discesa
verso Chiaia, celata in parte dagli alberi, che si ricongiunge con il Petraio. Sul fianco
orientale scendevano altri sentieri di cui il principale rimane la pedamentina di San
Martino, che termina nelle vicinanze di Porta Medina.
Nel XVIII secolo la mappa del duca di Noja riporta un’analisi dettagliata e quasi
fotografica della struttura in pianta delle «salite al castel S. Erasmo dette del Petraro».
Il tracciato si presenta pressoché simile a quello attuale. I gradini Petraio vengono
rappresentati nella particolare forma a imbuto irregolare. La serpentina delle rampe si
apre dal largo a ventaglio inserendosi nel cuore del nucleo fortificato tra il castello e la
certosa di San Martino. Non manca neanche il tratto a uncino costituto da due piccole
ramificazioni: il vico e la discesa del Petraio. Particolare cura è resa per quei punti del
percorso in cui si interrompono i gradini per lasciare spazio a piccoli slarghi di sosta (ad
esempio, nella curva del primo tratto, nell’incrocio con la rampa laterale di Santa Maria
Apparente, nell’ampio largo di cui è riportato anche il vico Petraio, e nell’ultima
propaggine dei gradini che in pieno verde si immetteva nella «strada che porta al
Castello di S. Erasmo» cingendo il forte in tutta la sua estensione). Anche in questa
pianta, i gradini chiaramente proseguono lunga la via delle Mortelle fino alla piazzetta
Mondragone.
Nella «Pianta Topografica del Quartiere di Montecalvario» anche Luigi Marchese
traccia tutto il percorso della «salita del Petrajo» riportando con precisione i gradini, il
largo, le rampe. Esso si conclude direttamente nel largo San Martino su quella che era la
«strada Torrione a S. Martino»43 (l’attuale via Annibale Caccavello). L’identificazione
«salita del Petrajo» comprende anche l’inizio della discesa a San Carlo alle Mortelle
(che non viene citata) fino all’incrocio con salita San Nicola da Tolentino.
La pianta Schiavoni segna l’avvenuto taglio causato dal corso Vittorio Emanuele;
tuttavia questa pedamentina è documentata ancora con la dicitura «salita del Petraio»
fino quasi alla piazza delle Mortelle.
Nonostante oggi le moderne costruzioni del Vomero abbiano circoscritto e quasi
rinchiuso il borgo antico nato lungo la pedonale del Petraio, fino alla fine del XIX
secolo questo percorso insisteva su un’area prevalentemente libera, occupata da poche

43
Di questo antico percorso che partiva da via San Gennaro al Vomero, nel cuore del borgo di Antignano,
oggi rimane solo un brevissimo tratto che unisce via Cacciottoli a via Raffaele Morghen. Proprio a
seguito dell’apertura di quest’ultima arteria per il nuovo rione del Vomero, gran parte della strada del
Torrione fu cancellata.

37
cascine e casupole, e costeggiando gli appezzamenti delle ville Adele, Cianciulli,
Gargiulo, de Rosa, Alberti, Covino de Vita, Giannone e Tramontano.
La realtà abitativa che si è conservata nel Petraio è quella di un piccolo borgo,
agglomerato di case basse, aperte su graziosi slarghi o affacciate direttamente sulle
scale. I percorsi gradinati sono racchiusi da una continua cortina di edilizia formatasi
per lo più in modo spontaneo, che ben si fonde alla morfologia di un luogo privo di
grandi aree verdi e di punti panoramici, se si eccettua qualche veduta dalle quote più
elevate e qualche episodio di vegetazione selvatica entro i vicoli. Tale pedamentina,
dalla quota stradale del corso Vittorio Emanuele, risale costretta entro la montagna di
tufo, e solo a partire dalla zona del largo si gode un maggiore respiro e un modesto
soleggiamento.
La difficoltà della risalita è risolta dalla Funicolare Centrale, che si muove
parallelamente al percorso in esame. Essa ha due fermate che offrono immediato
accesso al percorso, a metà della salita e sul corso Vittorio Emanuele, in piazzetta
Cariati, poco distante dallo stesso sbocco della pedonale. Ciò fa sì che indirettamente il
Petraio sia collegato anche con la soprastante piazza Vanvitelli e con la sottostante via
Toledo. La moderna tecnologia amplia le potenzialità di un passato di per sé già
fortemente funzionale. Anche la Funicolare di Chiaia prevede una sosta che interessa il
percorso, quella di Palazzolo, prima di raggiungere rapidamente piazza Amedeo e la
Metropolitana.

Salita e gradini San Nicola da Tolentino – Salita Suor Orsola e salita Cariati
Questo percorso, nella sua origine antica, si distendeva su un’area impervia e periferica
del terreno per condurre all’omonima chiesa situata appena sotto le pendici del colle di
Sant’Elmo. Qui esisteva un palazzo nobiliare di proprietà del consigliere De Curtis, che
i documenti identificano quale nucleo originario del futuro convento44. La salita collega
oggi piazzetta San Carlo alle Mortelle a piazzetta Cariati. Un braccio laterale di questa
salita – l’attuale vico San Nicola da Tolentino – conduceva direttamente alla parte più
alta del camminamento costituito dai gradini San Nicola da Tolentino, rampa di accesso
al convento. L’apertura di corso Vittorio Emanuele ha modificato questo antico sistema
staccando la salita dalla sua chiesa e finendo per isolarla del tutto sul suo promontorio,

44
Sul convento di San Nicola a Tolentino e dintorni cfr. P. Pietrini, L’opera di Giovan Giacomo
Conforto, architetto napoletano del ‘600, Napoli 1972; E. Ricciardi, Il convento di S. Nicola da Tolentino
in Napoli, in “Campania Sacra”, XXVIII (1997), pp. 111-144.
I libri e le carte del convento sono presso l’Archivio di Stato di Napoli, Monasteri soppressi, pp. 121-126.

38
coprendola poi con le alte cortine della moderna edilizia. Un nuovo tassello si è inserito
in questo antico sistema: l’arco dei gradini privati Nagar (una scala che serve un vialetto
privato) offre un secondo rapido accesso al sito religioso direttamente dal corso Vittorio
Emanuele, eliminando così la fatica della pendenza. All’insula di San Nicola da
Tolentino conduce anche l’antica salita Suor Orsola Benincasa - oggi via Suor Orsola –
che dall’area di Cariati serve con una dolce pendenza l’accesso all’Istituto omonimo,
ma costituisce anche un ulteriore percorso verso il convento degli Agostiniani. Piazzetta
Cariati, quasi allo stesso modo della piazzetta San Carlo alle Mortelle e della piazzetta
Mondragone, costituisce, a quota più elevata, un altro importante crocevia di pedonali,
la cui funzionalità si divide tra il quartiere Chiaia e il confinante quartiere
Montecalvario. La salita Cariati, partendo da piazzetta Concordia, è il principale
collegamento tra le insule più alte dei Quartieri Spagnoli e l’altura «delle Celse»45.
In un’ideale ricostruzione planimetrica, esaminando la sequenza salita San Nicola da
Tolentino - salita Cariati - piazzetta Cariati – via Suor Orsola – gradini San Nicola, si
evidenzia la funzionalità di un sistema di collegamento che permetteva di servire più di
un nucleo religioso su questa panoramica ma scomoda altura.
Nella veduta Lafréry è possibile già riconoscere il sentiero antico a forma di Y che
percorreva tutta l’area appena sotto il costone di San Martino, sulla direttrice
dell’attuale via Nicotera, fino all’area dei Quartieri Spagnoli verso Chiaia. Su questo
sito si aprirà la salita San Nicola da Tolentino, in un’area completamente agreste in cui
emergono solo i nuclei dei futuri luoghi sacri. Del resto San Nicola da Tolentino nasce
come un conventino rurale, di modeste dimensioni, inserito in una situazione orografica
poco praticabile. Nel 1655 infatti si rese necessaria la costruzione di nuova chiesa per la
quale venne scelto uno sperone roccioso separato dal convento, onde evitare eventuali
frane dalla vigna dei Certosini di San Martino.
Nella veduta Baratta il percorso della salita è chiaramente identificabile quale accesso
alla chiesa. Dietro la fabbrica religiosa svetta il campanile sul blocco merlato della
piccola cappella «S. Nicola Tolentino. Agostiniani» nascosta nel pieno verde. Sono
anche visibili i giardini del convento, a ridosso sul Petraio.
Nella mappa del duca di Noja il percorso è pressoché immutato. La salita partiva dalla
piazzetta delle Mortelle e poi si apriva tra ampi gradini fino all’ingresso della «Chiesa, e

45
Il principe di Cariati, Giovanbattista Spinelli, conte di Castrovillari acquistò in quest’area un
appezzamento di terreno dai monaci di San Martino. Essa era detta «delle Celse» e il toponimo si riferisce
alle piante di gelso che il principe stesso aveva fatto impiantare, rendendo la contrada salubre e rinomato
sito di villeggiatura.

39
Convento di S. Niccolo’ da Tolentino». Non esistendo ancora l’attuale via Suor Orsola,
l’area di San Nicola da Tolentino e il complesso della Immacolata Concezione di Suor
Orsola46 non erano ancora direttamente collegati, se non attraverso sentieri minori
all’interno dei giardini confinanti. La pianta del duca di Noja tuttavia illustra in modo
chiaro l’intera strada e la vera funzionalità dell’attuale salita Cariati: da Montecalvario
all’«edificio nominato Sr. Orsola»47 essa costituiva un unico percorso che saliva lungo il
tracciato degli attuali gradini Suor Orsola verso la «via di S. Lucia al Monte, che
conduce a S. Orsola» (l’accesso alla chiesa e al complesso, situati a quota più elevata,
era garantito da una grande scalinata, ancora oggi esistente48). Dunque la salita Cariati
era in antico quella che le carte chiamano la “salita Suor Orsola”.
La cartografia napoletana degli anni successivi conferma ancora meglio questa
ricostruzione. La pianta Marchese ripropone la salita San Nicola da Tolentino che si
apre con i gradini sul largo del sagrato49 della chiesa e che si congiunge alla «salita
Suororsola», denominazione espressamente utilizzata nella legenda per identificare, a
partire da piazzetta della Concordia, tutto il sistema di accesso al plesso religioso di
Suor Orsola.
Nella pianta Schiavoni l’apertura del sottostante corso Vittorio Emanuele ha prodotto
una forte alterazione del contesto urbanistico, ma soprattutto ambientale, causando la
scomparsa del verde che caratterizzava il sito. Il corso ha interrotto proprio il tratto della
salita prossimo alla chiesa (l’attuale vico San Nicola da Tolentino) annullando la
funzione per la quale era stata aperta, e sostituendosi con l’attuale via Suor Orsola che
ne recupera il collegamento da piazzetta Cariati. Nella rappresentazione risultano aperti
anche i gradini Nagar, secondo accesso “moderno“ dal corso Vittorio Emanuele. La

46
Sull’Immacolata Concezione di Suor Orsola Benincasa cfr. F. M. Maggio, Compendioso ragguaglio
della vita, morte e monasteri di Suor Orsola Benincasa, Napoli 1669; L’Istituto Suor Orsola Benincasa
1895-1995, Napoli 1995; I. Ferraro, op. cit., III, p. 437 ai quali si rimanda per ulteriore bibliografia.
47
La dicitura nella mappa del duca di Noja così cita: «…fu fondato da Sr. Orsola Benincasa nel 1587 ·
colla Chiesa della Sma. Concezione · Qui trovasi eretta la Chiesa, e Romitorio delle Monache romite, che
fu ampliato, e terminato a regie spese nel 1688 · dal Vicerè d’Aragona».
48
Alle spalle del monastero di Suor Orsola Benincasa, già dal 1586 esisteva anche un sentiero, aperto
dagli abitanti della zona,che partendo dalla Chiesa del Concezione scendeva verso la Grotta del Santo
Sepolcro e da qui proseguiva costeggiando il muraglione dell’eremo. A seguito degli ampliamenti
successivi del monastero, il tratto iniziale della strada viene inglobato all’interno della cittadella
monastica divenendone l’asse principale, noto oggi col nome di ‘rampa storica’ (cfr. ASOB, Archivio
Antico, XI, ff. 6-12 [s.d. ma dopo il 1632], in “Appendice documentaria”, a cura di D. Stroffolino, in
L’Istituto Suor Orsola Benincasa,op. cit. , p. 27).
49
La scalinata a doppia rampa della chiesa di San Nicola da Tolentino fu terminata sullo scorcio del
XVIII secolo ed è visibile dunque solo a partire dalla pianta Marchese [1804]: cfr. Archivio di Stato di
Napoli, Intendenza borbonica, fascio 759, fasc.lo 1029 [1809] Monasteri soppressi – San Nicola da
Tolentino, Inventario formato nel tempo della soppressione, in E. Ricciardi, Il Convento di S. Nicola da
Tolentino in Napoli, op. cit., pp. 133-138.

40
«salita Suor Orsola» - generica denominazione che permane sia per i gradini Suor
Orsola sia per l’attuale salita Cariati - subisce il passaggio della nuova arteria; a monte
rimarrà il tratto a gradinate dei futuri gradini Suor Orsola, a valle nascerà l’attuale salita
Cariati, che cambia la sua denominazione servendo ora una diversa quota di
destinazione, la piazzetta Cariati.
In un documento50 della seconda metà del XVIII secolo si legge che i funzionari
dell’Orfanotrofio Militare Borbonico sconsigliarono la destinazione a collegio
femminile dell’edificio di San Nicola da Tolentino, dopo una visita di sopralluogo. Le
motivazioni gravitavano soprattutto intorno alla scomodità del sito e all’inaccessibilità
delle carrozze. La difficoltà dei collegamenti, che tuttora caratterizza il sito, ha lasciato
non solo il convento, ma gran parte del colle di Sant’Elmo fuori dai percorsi più
frequentati.

Salita Vetriera e salita Betlemme – Via Filippo Rega


La salita Betlemme e via Filippo Rega, rispetto ai tracciati verticali finora esaminati,
costituiscono strade in pendenza orizzontali, tra i tanti numerosi che nel XVIII secolo si
svilupparono alle diverse quote per mettere in comunicazione i lati del poggio delle
Mortelle. Raccordati tra loro dalla rampa gradinata della salita Vetriera, essi
circoscrivono un ampio lotto del poggio delle Mortelle, in cui l’estrema vicinanza tra gli
edifici che svettano in altezza restringe notevolmente la sezione dei percorsi.
Osservando la cartografia del quartiere, la posizione centrale di questo triplice sistema
di pendenze nel cuore delle Mortelle offre due vantaggi: la vicinanza della salita Santa
Maria Apparente assicura la risalita e quindi il collegamento verso la parte alta del
poggio e da qui la possibilità di raggiungere il crinale del Vomero con le altre pedonali;
il collegamento di salita Vetriera alle rampe Brancaccio attraverso il vico Vetriera e il
raccordo di salita Betlemme al vico Vasto permettono di raggiungere l’area più
meridionale di Chiaia.
La salita Betlemme è una modesta rampa inquadrata da due importanti vicoli di Chiaia,
il vico Vasto e la salita Vetriera sul lato opposto. La strada prende il nome dal
monastero di Santa Maria di Betlemme51 a cui conduce. Questa salita è chiusa tra le

50
Cfr. ASNM, Orfanotrofio militare, vol. 537, f. 3v [1785]; Orfanotrofio militare, vol. 76, fasc. 5, ff.
149r-151v [1785] in E. Ricciardi, Il Convento di S. Nicola da Tolentino in Napoli, op. cit., pp. 129-133.
51
Sul monastero di Santa Maria di Betlemme cfr. C. Celano, Notizie del bello…, III, p. 1431; G.
Amirante, Architettura napoletana tra Seicento e Settecento. L'opera di Arcangelo Guglielmelli, Napoli
1990; E. Ricciardi, Il ‘Poggio delle Mortelle’…op. cit., pp. 80-86.

41
mura e gli edifici del tessuto urbano e termina sul piazzale antistante la chiesa, oggi
adibito a parcheggio.
La salita Vetriera52 è una lunga e stretta salita scalinata che nasce nel cuore di Chiaia,
nel vico Vetriera (su cui confluiscono anche le rampe Brancaccio) e sfida una notevole
pendenza arrampicandosi con strette e sconnesse gradinate che terminano in via Filippo
Rega. Questa salita delimita uno dei fianchi del monastero di Betlemme: le impalcature
installate per i lavori di recupero dello stabile hanno invaso completamente il suo
percorso causando una copertura artificiale che la priva di soleggiamento. I residenti
della zona, nell’esigenza di un adattamento abitativo personale, hanno contribuito ad
invadere l’area della salita aprendo dei bassi direttamente sulle gradinate.
Via Filippo Rega, nota alle carte sette-ottocentesche come “salita San Carlo alle
Mortelle” si stende dalla piazzetta delle Mortelle alla salita Santa Maria Apparente; il
suo tratto iniziale, ad angolo con salita Santa Maria Apparente, sale il dislivello con
rampe di scalini fiancheggiando il muro esterno del monastero di Betlemme. Su via
Filippo Rega affaccia un’emergenza architettonica importante: l’edificio del Regio
Laboratorio delle Pietre Dure53, il quale ha occupato, sin dalla sua fondazione, un lungo
fabbricato con giardino tuttora esistente54.
Nella veduta Baratta e nella veduta Petrini la visione in alzato nasconde i percorsi
orizzontali della salita Betlemme e di via Filippo Rega, mentre si leggono chiaramente
il tracciato gradinato dalla rampa della Vetriera che costeggiava il «casino Tappia»,
raccordandosi al Petraio. La masseria di proprietà del marchese Carlo Tappia costituiva
il centro di una vasta area agricola a terrazzamenti disposta lungo il fianco della collina.
Morto il marchese senza eredi maschi, la villa venne acquistata da monache domenicane
che nel 1640 vi fondarono il monastero di Santa Maria di Betlemme.
Nella mappa del duca di Noja l’intera contrada è dominata dalla «Chiesa, e Monasterio
di S. Ma di Bettelem». Tra San Carlo alle Mortelle e il monastero di Betlemme si
snodava un breve viottolo che lambiva la masseria di Giovan Tommaso Borrelli: esso è

52
Il toponimo deriva da botteghe di artigianato vetrario ivi esistenti. Fu questa un’arte molto fiorente a
Napoli fin dal Rinascimento, e che raggiunse il massimo sviluppo tra il XVII e il XVIII secolo, con ben
sei fabbriche operanti nella città.
53
Sul Regio Laboratorio delle Pietre Dure cfr. N. Spinosa, L’arazzeria napoletana, Napoli 1971; A.
Gonzales Palacios, Il Laboratorio delle Pietre Dure dal 1737 al 1805, in Le arti figurative a Napoli nel
Settecento (Documenti e ricerche), a cura di N. Spinosa, Napoli 1979, pp. 75-151; F. Strazzullo, Le
manifatture d'arte di Carlo di Borbone, Napoli 1979; E. Ricciardi, Il collegio degli Scolopi… op. cit., pp.
201-228.
54
Cfr. E. Orilia, Il laboratorio di pietre dure di Napoli, in “Rassegna Italiana”, IV/16 (1908), pp. 12-13.
L’autore segnala una piantina della zona disegnata dallo scolopio Pompeo Vita, confermando la validità
di quanto sopra esposto.

42
l’attuale via Filippo Rega, che diventerà, dopo la fondazione delle manifatture
borboniche, la «salita delle Pietre Dure» e nell’Ottocento sarà raccordata al nuovo
tracciato di vico Brancaccio55. La stessa via Filippo Rega compare senza le odierne
gradinate, così come il tratto superiore della salita Vetriera che cammina lungo il
perimetro del monastero. Il contesto urbano della salita Betlemme è contraddistinto
ancora dalla presenza di ampie aree verdi a giardini, in particolare tra «vico di Bettelem»
(già vico del Vasto a Chiaia) e l’area a valle della stessa salita fino al vico Vetriera
(l’edificio del Teatro Delle Palme e quello attiguo saranno innalzati nel XX secolo.
Nella planimetria Schiavoni sulla «salita Petriera» compaiono i gradini che ne segnano
il percorso. L’attuale via Filippo Rega è ancora «salita San Carlo alle Mortelle»56,
giustificata denominazione di una strada che conduce nella piazza dove affaccia la
chiesa dei Barnabiti. Il tratto iniziale che costeggia il muro esterno del monastero di
Betlemme e che parte dalla salita Santa Maria Apparente è realizzato in gradini, tuttora
esistenti.
La pianta Schiavoni in particolare documenta una trasformazione avvenuta nell’edificio
situato sul versante sinistro dell’inizio della salita San Carlo alle Mortelle, la cui
planimetria, rispetto a quella che si legge nella pianta Marchese del quartiere di Chiaia,
cambia nella modifica dell’area verde al suo interno.
Attualmente l’isolato racchiuso tra queste salite si presenta fortemente degradato:
l’edilizia abitativa è mortificata dalle condizioni in cui versa il palazzo dei Veterani. Già
nel periodo dell’ultimo dopoguerra questa struttura versava in uno stato di deplorevole
abbandono e fatiscenza; tuttavia essa venne occupata abusivamente e adibita ad
abitazione e, agli inizi degli anni Sessanta, si permise la costruzione di un moderno
palazzo a più piani che invadeva totalmente l’area interna del chiostro.
L’incuria, il grave abbandono e la mancanza di pubblici servizi hanno trasformato
questo storico sito in un vero fondaco. Il tessuto abitativo è fitto e denso, gli spazi
privati e quelli esterni si confondono l’uno nell’altro, ma le gradinate - racchiuse tra i
palazzi storici – sono vissute dai residenti come parte integrante della loro quotidianità
sociale.

Rampe Brancaccio

55
Vedi foglio XVII della pianta Schiavoni [1879].
56
La targa ancora affissa su un edificio di via Filippo Rega recita: «via Filippo Rega (già salita S. Carlo
alle Mortelle) – Sez. Chiaja».

43
Quando la densità edilizia all’interno del quartiere delle Mortelle subì un forte
incremento, si resero necessari brevi percorsi interni. Tra questi, nell’area occidentale
del poggio, a valle della piazzetta Mondragone, avrà origine all’inizio del XVIII secolo
l’ultima strada che risale il fianco della collina. La serie dei tornanti che conducevano
all’ingresso del palazzo di Francesco d’Andrea57 saranno sistemati come via
carrozzabile per risalire fino alla chiesa di San Carlo alle Mortelle. I tornanti
costituiranno il tracciato delle rampe Brancaccio, nome lasciato in eredità dal marchese
che all’inizio del secolo XVIII riuscì ad acquistare l’intera proprietà di d’Andrea.
Dalla piazzetta Mondragone, su cui prospettano il palazzo Calà-Ulloa58 e la chiesa del
ritiro Mondragone59, le rampe conducono all’angolo tra via dei Mille e via Gaetano
Filangieri. L’ultimo braccio delle rampe incontra trasversalmente la rampa dei gradini
Francesco D’Andrea. La testimonianza di Chiarini, che percorre queste salite tra
conventi e ampi spazi verdi, è ben chiara: «oltrepassato il ritiro di Mondragone trovasi
un piccolo largo: a sinistra v’hanno giardini e si scende verso la riviera di Chiaia per
la triplice via di Brancaccio»60.
Nella pianta del duca di Noja è possibile seguire tutto il percorso delle rampe. «Le
discese di Brancaccio…strade che portano nella piaggia di Chiaia» sono nel XVIII
secolo un funzionale collegamento all’interno del quartiere di Chiaia, in congiunzione
con gli altri due percorsi adiacenti, la salita Vetriera e i gradoni di Chiaia. Nella stessa
pianta del duca di Noja la planimetria di piazzetta Mondragone si legge chiaramente,
collegata a via Nicotera e a via Santa Caterina da Siena (due importanti direttrici
parallele verso Chiaia61) mediante vico Mondragone e vico Santa Caterina da Siena.
Nella seconda metà del XVIII secolo via dei Mille e via Filangeri non esistono ancora;
le rampe Brancaccio dunque mancano di quel tratto trasversale moderno che ad esse le
57
Sul palazzo D’Andrea – Brancaccio cfr. R. Ruotolo, Artisti, dottori e mercanti napoletani del secondo
Seicento. Sulle tracce della committenza ‘borghese’, in “Ricerche sul ‘600 napoletano” (1987), pp. 177-
190; E. Ricciardi, La residenza di un avvocato napoletano del Seicento. Il palazzo di Francesco
d’Andrea, in “Ricerche sul ‘600 napoletano” (1996-1997), pp. 111-128; E. Ricciardi, Il quartiere degli
avvocati. Palazzi di togati a Napoli in età vicereale, in “Ricerche sul ‘600 napoletano” (1999), pp. 90-
110; E. Ricciardi, Il ‘Poggio delle Mortelle’…op. cit., pp. 109-114.
58
Sul palazzo Calà-Ulloa cfr. E. Ricciardi, Il quartiere degli avvocati. Palazzi di togati a Napoli in età
vicereale, in “Ricerche sul ‘600 napoletano” (1999), pp. 90-110, E. Ricciardi, Il ‘Poggio delle
Mortelle’…op. cit., pp. 109-114.
59
Sul Ritiro di Santa Maria delle Grazie a piazza Mondragone cfr. A. Blunt, Neapolitan Baroque and
Rococo Architecture, London 1975, pp. 106-107; G. Amirante, Architettura napoletana tra Seicento e
Settecento… op. cit., Napoli 1990.
60
Cfr. G. B. Chiarini in C. Celano, Notizie del bello…, III, p. 1568. Vedi anche G. Nobile, op. cit., Napoli
1855, p. 51.
61
Nella legenda della pianta, l’autore spiega che questa era la: «Region delle Mortelle. Questo fu l’antico
terreno detto il Mortellito di Mondragone; ne’tempi appresso vi furono aperte più vie, e vichi, furonvi
fabbricati tanti numerosi edifici, e fuvi eretto’ Conservatorio detto il Ritiro di Mondragone».

44
collega. Nella rappresentazione del duca di Noja, le rampe affacciano in un’area
occupata dai giardini del palazzo Cellammare, a ridosso dei «Quartieri delle
Soldatesche Regie», attuale via Cavallerizza.
Nela pianta del «Quartiere di Chiaia» di Marchese meglio si legge l’apertura del «largo
Brancaccio» e della «strada Brancaccio» (è un breve angolo della piazza Mondragone
appena a destra giungendo da via San Carlo alle Mortelle, oggi inglobato come accesso
per un palazzo abitato). Le «rampe Brancaccio» si aprono nel «vicoletto del Vasto», da
cui si poteva accedere al «largo del Vasto» e quindi sulla «strada Cavallerizza». Al
termine di queste rampe l’incisione indica il grande edificio dell’«ospedale alla salita
Brancaccio per li soldati Palatini». Ritroviamo un caso simile di rampa funzionale a un
edificio ad uso militare nell’ospedale sulla «salita S. Orsola per diversi soldati»,
riportato nella stessa pianta.
La situazione urbanistica all’anno 1879, registrata nella pianta Schiavoni, appare
notevolmente mutata: con la demolizione di palazzo Brancaccio viene aperta una nuova
strada, ossia il «vico Brancaccio» (attuale via Nicola Fornelli) sacrificando il largo
Brancaccio e i giardini del palazzo. Questo tracciato, girando dietro l’insula barnabitica
di San Carlo, comunica direttamente con il dislivello della salita Vetriera alle rampe
Brancaccio. La rettifica del «vico Ritiro a Mondragone» comporta una modifica
dell’aspetto della piazzetta Mondragone in una forma triangolare, rispetto a quanto
visibile nella precedente pianta Marchese. A seguito della lottizzazione della parte
superiore dei giardini del palazzo Cellammare, si consentì la costruzione di Villa
Eldorado [1875], un intervento che contribuì a modificare l’assetto architettonico della
piazza.
Piazzetta Mondragone costituisce un importante fulcro di collegamenti poiché in essa
confluiscono:
- via San Carlo alle Mortelle, che permette la risalita verso il Petraio e quindi
verso le pendici del colle di San Martino;
- vico Santa Caterina e vico Mondragone, che immettono su calata Santa Caterina
da Siena e sui gradoni di Chiaia, direttrici di collegamento tra le Mortelle e
Chiaia;
- le rampe Brancaccio, che terminano nel vico Vetriera. Da qui è possibile una
triplice soluzione di risalita alle Mortelle: salita Santa Maria Apparente, salita
Betlemme e salita Vetriera, alla quale sono collegate tramite via Nicola Fornelli.

45
Gradoni di Chiaia – Ponte di Chiaia
Più a valle, a Occidente, esiste un ultimo collegamento con la parte bassa della città, i
gradoni di Chiaia.
Il toponimo ricorda l’ormai perduta configurazione tipologica a “gradoni” della ripida
salita che collega con direzione ortogonale Chiaia al poggio delle Mortelle. I gradoni
partono da via Chiaia – all’altezza del ponte – innestandosi sull’attuale via Santa
Caterina da Siena, fino alla sommità di Cariati, dove si affaccia il complesso monastico
di Santa Caterina da Siena62. Oggi via Santa Caterina da Siena è collegata anche a salita
Cariati, con la quale confluisce nella soprastante piazzetta. Nel 1932, inoltre, il salto di
quota verso il corso Vittorio Emanuele fu sistemato con i gradini Santa Caterina da
Siena63. L’apertura di questa rampa come funzionale prolungamento di via Santa
Caterina da Siena ha causato la modifica dell’antico assetto dell’insula sacra, separando
i giardini superstiti (oggi inseriti in un palazzo privato) dal monastero. Le scale tuttavia
agevolano l’accesso e il collegamento dalla quota del monastero al corso Vittorio
Emanuele, in piazzetta Cariati.
La veduta Baratta mostra il convento di «S. Caterina de Siena. Dominicani» con le
aperture di facciata e gli abbaini sul tetto. Particolare molto interessante è l’apertura del
portale di ingresso al complesso, situato nell’ultimo tratto della recinzione; esso
costituisce l’inizio della strada di collegamento che sarà l’attuale via Santa Caterina.
Così come nella veduta Petrini, manca la raffigurazione dei gradoni. Dopo la necessità
di aprire una nuova strada che dal nucleo della chiesa di San Carlo alle Mortelle potesse
scendere verso Pizzofalcone e Chiaia, nel 1636 si costruì anche il Ponte di Chiaia64; si
completò così un nuovo asse verticale che divenne la cosiddetta «salita del Ponte di
Chiaia» (attuale via Nicotera). La barriera del vallone di Chiaia venne ormai scavalcata
e i due quartieri urbani, slegati e gravitanti verso zone diverse, furono collegati tra loro.
Nella mappa del duca di Noja si ritrova questo tracciato, ma privo dei gradoni; per altro
la stessa via non viene neanche citata, probabilmente per dare maggior risalto

62
Sul monastero di Santa Caterina da Siena cfr. Napoli. Le opere del regime…op. cit., pp. 220-222; A.
Blunt, op. cit., p. 166; E. Nappi, La rifazione settecentesca della chiesa e del cortile di Santa Caterina da
Siena, in Le arti figurative a Napoli nel Settecento (Documenti e ricerche), Napoli 1979, pp. 188-197; P.
Belfiore-B. Gravagnuolo, Napoli. Architettura e urbanistica del Novecento, Roma-Bari 1994, pp. 171-
172; E. Ricciardi, ‘Il poggio delle Mortelle’… op. cit., pp. 74-80.
63
Una prima rampa minore è accesso proprio all’ingresso della chiesa; proseguendo, due rampe più
lunghe affacciano sulla piazzetta Cariati.
64
Cfr. L. de La Ville sur-Yllon, Il Ponte di Chiaia, in “Napoli Nobilissima”, I (1892), p. 147.

46
all’esistenza del nuovo ponte di Chiaia65 quale più comodo collegamento tra le Mortelle
e Pizzofalcone. La pianta, inoltre, documenta lo stato del complesso religioso dopo
l’intervento di trasformazione realizzato a partire dal 1766. Il vico Santa Caterina da
Siena – oggi chiuso – dava accesso ai giardini retrostanti il monastero, mentre
l’omonima via terminava nello spiazzo antistante la chiesa. La disposizione e la pianta
degli edifici esistenti è pressoché simile a quella odierna: tutti terminavano sui confini
dell’area a verde di palazzo Cellammare. Il vico Monteroduni, come oggi, si allungava
fino ai giardini della «Chiesa, e Convento de’Frati della Redenzion de’Cattivi di S.
Orsola», fondati nel 1569.
Solo la pianta Schiavoni rende visibile la sequenza dei gradoni di Chiaia, che hanno
inizio precisamente dal vico Santa Teresella degli Spagnoli. Il raccordo della sommità
di via Santa Caterina da Siena con la salita Suor Orsola è chiaramente visibile e
sistemato come strada carreggiabile. Si avvicina con molta precisione alla situazione
odierna anche la sistemazione del punto di innesto tra vico Mondragone e via Santa
Caterina da Siena: oggi infatti tre gradini di ridottissima pedata si fondono con il manto
stradale dei basoli vesuviani ottenendo un curva nel rialzo del terreno.
La funzione di collegamento dei gradoni è stata molto importante per la città; il loro
punto di partenza, il largo di Chiaia, è l’incrocio tra via Santa Caterina da Siena e via
Chiaia, cioè l’unione tra il borgo delle Mortelle e quello di Pizzofalcone. Non a caso la
costruzione del ponte di Chiaia, prolungamento dell’asse di via Nicotera fino a piazza
Santa Maria degli Angeli, verrà pensata per la stessa finalità di collegamento tra le due
alture collinari. Gaetano Nobile lo conferma: «per l’erta gradoni di Chiaia, parallela
all’altra detta del Ponte di Chiaia: venendo su pei gradoni non v’è bisogno di salir per
la scala d’accesso al ponte»66. Nel 183467 il ponte fu restaurato e ornato di decori: la
sicurezza di un’architettura coperta, pulita e di un certo decoro causò l’abbandono della
attigua rampa. Ancora oggi il ponte di Chiaia è molto utilizzato, forse in misura
maggiore rispetto ai gradoni, se non altro perché offre al cittadino anche un moderno
impianto di ascensore, che azzera i possibili disagi di un percorso ripido e aperto alle
intemperie.

65
Dalla legenda della mappa del duca di Noja [1775]: «Ponte di Chiaia edificato nel 1634 a spese
de’Complatearj per unire le due Regioni Echia, e Mortelle».
66
Cfr. G. Nobile, Un mese a Napoli…op. cit., p. 50.
67
Cfr. G. B. Chiarini in C. Celano, Notizie del bello…, III, p. 1562; G. Nobile, Un mese a Napoli… op.
cit., pp. 49-51.

47
Attualmente solo antiche illustrazioni fotografiche68 contribuiscono, accanto alla
cartografia storica, al recupero della memoria degli ampi gradoni di Chiaia,
completamente interrati intorno agli anni ’50 del XX secolo per trasformarli in una
carreggiata pendente, aperta al traffico di autovetture e ciclomotori. Il contesto urbano è
rimasto invece quello congestionato dei Quartieri Spagnoli, anche se forse la
destinazione d’uso delle botteghe artigiane, la presenza di piccole locande
caratteristiche e la vicinanza ai negozi di abbigliamento di via Chiaia rende il livello
abitativo più accogliente.
I gradoni di Chiaia sono celebri nella vita sociale della città per il mercatino dei fiori
che aveva sede proprio sulle sue alzate. Doria li esalta come «edizione al milionesimo
della scale di Trinità dei Monti!»69.

APPENDICE

2.3 Scale e collegamenti minori


Dopo aver esaminato le principali pedonali storiche che attraversano Chiaia per salire al
Vomero, si completa l’analisi del territorio di entrambi i quartieri stilando una
catalogazione di tutte le pendenze, le salite, le scale e le rampe di minore estensione. In
questa catalogazione si comprendono anche moderni percorsi carreggiabili che, se pur
privi di una specifica denominazione che ne esprima la tipologia, costituiscono
funzionali collegamenti di salita o discesa.
Alcune sono salite di modesta lunghezza utilizzate per raggiungere altri poli religiosi e
civili disseminati nella contrada, la maggior parte, invece, sono per lo più scale, storiche
o moderne che siano, a una o più rampe, aperte in maggioranza nel XIX secolo in una
situazione urbanistica ormai assestata. Per tale motivo la pianta Schiavoni costituisce la
fonte cartografica che maggiormente ne documenta l’esistenza.
La presenza dei nuovi tracciati orizzontali nel borgo di Chiaia (ad esempio il rione
Principe Amedeo) e la nascita del nuove rione Vomero con il piano di ampliamento ha
reso necessaria la presenza di queste cerniere urbanistiche per risolvere piccoli dislivelli
di quota all’interno delle rete stradale tra i tracciati di fondazione storica e le vie di
percorrenza moderne.

68
Una fotografia datata al 1903 circa ne documenta ancora l’esistenza.
69
Cfr. G. Doria, op. cit., p. 118.

48
La salita dalla marina di Mergellina (precisamente da piazza Sannazzaro) in asse con
via Mergellina conduce alla quota della Basilica di Santa Maria di Piedigrotta70,
nell’omonima piazza.
Nella traversa Mergellina [quartiere Chiaia] (via Jan Palach, il primo vicolo di via
Giordano Bruno sulla sinistra seguendo la direzione verso piazza Vittoria), un’erta
scaletta risale il fianco del muro che chiude il vicolo e su cui è impiantata permettendo
di raggiungere direttamente la soprastante via Piedigrotta.
La breve rampa dei gradini San Filippo taglia il dislivello tra la curva del corso Vittorio
Emanuele - all’altezza dell’incrocio con viale Maria Cristina di Savoia - e la sottostante
via Michelangelo Schipa (che indirizza il traffico su via Francesco Crispi). Alla quota di
arrivo di questa gradinata sulla carreggiata del corso, si nota, in esatta proiezione
frontale, l’apertura di un vicolo gradinato che la toponomastica napoletana segna come
vico IV Vittorio Emanuele, delimitato da due fabbricati civili.
Percorrendo il vicolo, le prime rampe (costitute da ampie pedate in sanpietrini)
conducono verso il cancello di ingresso di un’abitazione privata. Superato questo breve
slargo, la struttura dei gradini muta mostrando un chiaro intervento dell’uomo:
l’ampiezza del percorso si riduce, fiancheggia il confine dell’abitato e presenta
gradinate sistemate con mattoni di cotto rosso di piccole dimensioni. Infine, la salita si
trasforma in un moderno accesso privato per un parco condominiale.
È probabile che in passato il tracciato, a partire dai gradini San Filippo fino alla quota di
questi moderni parchi privati, risultasse un unico percorso pedonale collinare, interrotto
in seguito all’apertura di corso Vittorio Emanuele. Come tanti percorsi che si svolgono
lungo il dorso della collina di Chiaia, anche questo è stato riutilizzato come accesso
verso abitazioni private (generalmente a carattere unifamiliare o condominiale).
Questo breve vicolo costituisce la continuazione dell’antica salita San Filippo, come
dimostra la coincidenza lineare tra salita San Filippo (laddove oggi termina su via
Arangio Ruiz), i gradini San Filippo e vico IV Vittorio Emanuele.
Lungo corso Vittorio Emanuele, superata la fermata della stazione della Cumana, dal
marciapiede opposto a quello di piazza Mercadante si apre un vicolo nascosto tra gli
edifici. Esso fuoriesce a ridosso del marciapiede già con una pendenza visibile,
costituita da una rampa gradinata colmata con cemento. Il viottolo fu dunque privato

70
Sul santuario di Santa Maria di Piedigrotta cfr. G. Scherillo, Del santuario della Madre di Dio a
Piedigrotta, Napoli 1853; A. Caccavale, La Madonna di Piedigrotta e il suo Santuario (anno 44 d. C. -
1930), Napoli 1930; L. M. Loschiavo, Storia di Piedigrotta, Roma 1974; L. M. Loschiavo, Gli Acta
Apostolica di S. Maria di Piedigrotta in Napoli, Napoli 1981 ai quali si rimanda per ulteriore bibliografia.

49
della sua originaria struttura a gradini. Dopo la prima curva, il percorso abbandona il
ciglio di corso Vittorio Emanuele e si nasconde dietro la mole del fabbricato sinistro;
percorre l’area retrostante ai palazzi con uno stretto sentiero dissestato, che si affaccia a
strapiombo sulle torri condominiali. Il camminamento termina a lato del cancello di un
abitato privato a cui ormai serve come accesso, per poi perdersi tra la selvaggia e incolta
vegetazione. Curioso particolare è che all’interno di un cortile dismesso in cui si perde il
tracciato è stata costruita una rampa di scale in tufo con apposito corrimano che
permette di risalire il muraglione che sorregge la soprastante via Tasso. È una soluzione
anomala che in qualche modo ha permesso di recuperare la perduta funzione dell’antico
percorso e ha permesso ai residenti del luogo di risolvere, a distanza di tempo, il
problema di un importante salto di quota.
Nella cartografia storica questo tracciato non è documentato. È probabile che si trattasse
di un collegamento secondario che, come altri, è scomparso con l’urbanizzazione della
collina.
Viale Maria Cristina di Savoia è una lunga serpentina che conduce da via Tasso al corso
Vittorio Emanuele, alle spalle della stazione della Cumana. Il percorso si snoda tra
palazzi e villini di pregevole valore architettonico. Tra la prima e la seconda curva c’è
una ripidissima scaletta che le unisce nel dislivello. Il Comune di Napoli ha sfruttato
questo collegamento tra le due aree del crinale di Chiaia rendendo il viale carreggiabile
alle autovetture per scendere al corso Vittorio Emanuele, abbreviando il tempo di
percorrenza.
Per gestire i modesti dislivelli che si presentano tra via Francesco Crispi, via
Bartolomeo di Capua, via Luca da Penne e il tratto terminale cieco di via Andrea
d’Isernia sono state alzate brevi rampe di scale che agevolano il collegamento
all’interno di questo gruppo di traverse.
Le scale su via Bartolomeo di Capua compaiono lungo il percorso di via Arco Mirelli
sulla sinistra, mentre i gradini Mariconda in una triplice soluzione di scale attraversano
longitudinalmente via Francesco Crispi, via Bartolomeo di Capua, via Luca da Penne e
via Andrea d’Isernia, delimitando la piazza Goffredo Beneventano.
Le rampe vengono utilizzate soprattutto dai pedoni per muoversi agevolmente e
comodamente tra il traffico veicolare. Queste rampe sono esempio di un modo consueto
dei napoletani di risolvere i piccoli dislivelli interni al tessuto urbano della città.

50
Nel contesto delle nuove strade tracciate con regolarità per il Rione Amedeo, il sentiero
di salita della Cupa71 spicca per il suo andamento in pendenza che nasce dall’orografia
naturale del territorio. Detta anche «salita Cupa a Chiaia» o «Cupa dei Terracina»,
l’attuale nome di via Croce Rossa nasce dalla fondazione della benefica istituzione di
soccorso; anche l’adiacente «vico Cupa» ebbe il nome di via Ferdinando Palasciano,
promotore a Napoli della Croce Rossa.
La strada è ben visibile nella pianta del duca di Noja, in asse con la futura via Pontano e
collegata alla «Chiesa dei Chierici Regolari Lucchesi della madre di Dio» tramite la
«strada di Sa. Ma. in Portico» (oggi vico II Santa Maria in Portico). Oggi tra via
Pontano e via Croce Rossa la pausa di piazzetta Terracina ricorda il nome della famiglia
che in questo territorio possedeva dei suoli, utilizzati per aprire questo slargo.
Salita Ospedale Suor Orsola raggiungeva dalla Riviera di Chiaia una fondazione
dedicata a Suor Orsola Benincasa, ubicata alle spalle della parrocchia di San Giuseppe.
Oggi di questo camminamento rimane accessibile solo la rampa gradonata stretta tra
l’edificio della chiesa di San Giuseppe e il palazzo successivo. Una cancellata privata ha
chiuso il passaggio storico e le moderne costruzioni edilizie hanno alterato il tessuto
urbano in cui è inserita la strada della salita. Dalla mappa del duca di Noja è ben visibile
il suo percorso originario, inserito fra i giardini del principe di San Teodoro. Un lungo
vicolo (l’attuale via Santa Maria di Marillac) metteva in comunicazione l’ospedale con
la salita del Vomero (attuale via Arco Mirelli). Nella pianta di Marchese e nella pianta
Schiavoni permane la stessa situazione urbanistica: la salita con le due rampe conduce
all’«ospedale salita Suor Orsola pe’ diversi soldati». Il collegamento con la salita del
Vomero è denominato «vico Parete».
I gradini Pontano aprono una moderna alternativa per il pedone che volesse abbreviare
il tempo della discesa verso la Riviera di Chiaia. Attraverso cinque piccole rampe
gradinate ad andamento serpentino, dal corso Vittorio Emanuele si discende su via
Pontano e si attraversa via Francesco Crispi verso il largo Terracina; da qui,
proseguendo per via Croce Rossa e imboccando il primo vicolo che si presenta sulla
destra - vico Palasciano - si giunge alla Riviera di Chiaia. Una seconda breve rampa su
via Pontano è impiantata nell’ultimo tratto che si allaccia al corso Vittorio Emanuele.
I gradini Nobile costeggiano il lato occidentale di un ampio edificio che ha il fronte
d’ingresso principale su via Francesco Crispi, un tempo noto come l’«albergo Nobile»,

71
Per maggior informazioni si veda G. Doria op. cit., p. 139.

51
dal cognome dei proprietari. Questi gradini uniscono longitudinalmente le due arterie
principali del rione Amedeo, cioè via Francesco Crispi e via Giuseppe Martucci: questa
funzionalità pratica di collegamento viene ripetuta in parallelo qualche metro dopo sullo
stesso percorso, dai gradini Amedeo. Sono già visibili nella pianta Schiavoni, al limite
di via Giuseppe Martucci, quando essa scendeva direttamente dietro Santa Maria in
Portico, senza il prolungamento di via Campiglione
La duplice scala dei gradini Amedeo si arrampica sul dislivello tra via Francesco Crispi
e via Giuseppe Martucci, unendole tra loro e con la parallela via Giacomo Piscicelli (già
«vico Santa Maria in Portico», come si legge nella pianta Schiavoni). Le rampe
prendono nome dalla vicina piazza Amedeo, fulcro di questo rione, e furono aperte
negli anni della sua nascita.
La breve sequenza dei gradini Bausan permette l’innesto di via Giovanni Bausan su via
Vittoria Colonna. I gradini mancano nella pianta Schiavoni perché via Vittoria Colonna
fu completata solo nel 1877.
I gradini San Pasquale costituiscono l’estremità dell’omonima via, salendo direttamente
con una doppia rampa sulla prima curva di via del Parco Margherita. Risalgono agli
anni dell’apertura di via del Parco Margherita, voluta in onore di Margherita di Savoia
regina d’Italia [1878].
Caratteristica scalinata aperta su via Chiaia in cui l’arredo architettonico assume i toni
di un vicolo caprese, vicoletto Sant’Arpino a Chiaia prende nome dal palazzo dei duchi
di Sant’Arpino72, poi sede della Napoletanagas, ma il suo nome antico era «del Gelso».
Il vico oggi è chiuso ma nella pianta Schiavoni [1872-1880] è documentato ancora
aperto verso i giardini dietro il palazzo.
I gradini Santa Maria a Cappella Vecchia sono legati alle vicende dell’omonima
abbazia73 soppressa nel 1788. Questo stretto vicolo ripido scende dal fondaco di
Cappella Vecchia tra via Domenico Morelli e via Vannella Gaetani, alle spalle di piazza
Vittoria. Nella pianta Schiavoni, in cui si legge ancora la presenza della chiesa, questo
vicolo gradinato è detto «rampa Vittoria».

72
Il palazzo ha una storica valenza urbanistica: poggia su sotterranei di lunghissime gallerie che
raggiungevano la piazza d’Armi (attuale piazza del Plebiscito) davanti la reggia reale. Inoltre, si ricordi
che don Pedro di Toledo tra le sue direttive di ristrutturazione urbanistica per la città spostò l’antica Porta
Petruccia tra lo stesso palazzo Sant’Arpino e l’opposto palazzo Medici d’Ottajano, e che si chiamò da
allora Porta di Chiaia. Cfr. R. Marrone, op. cit., I, p. 93.
73
Sulla chiesa di Santa Maria a Cappella Vecchia cfr. G. A. Galante, op. cit., pp. 253, 262; F. Strazzullo,
L’antica badia di S. Maria a Cappella Vecchia a Napoli, Napoli 1986 ai quali si rimanda per ulteriore
bibliografia.

52
I gradini Tasso collegano il tratto di via Tasso all’altezza dell’ingresso Parco Comola
Ricci con lo slargo Santo Stefano soprastante, saltando la forte quota del primo curvone
della strada. Essi nell’insieme costituiscono una vera scala di carattere monumentale
composta da cinque rampe curvilinee.
Una doppia rampa agevola l’innesto tra via Luca Giordano e la prima curva di via
Aniello Falcone.
Nota già col nome di II traversa privata Santo Stefano, pur non essendo un percorso
storico, il ripido e tortuoso percorso di via Kagoshima risale da via Aniello Falcone
nuovamente al Vomero su via Santo Stefano. Il suo toponimo le deriva dalla memoria di
un gemellaggio tra la città di Napoli e la cittadella giapponese, celebrato il 9 dicembre
1960.
Percorrendo il marciapiede sinistro di via Francesco Cilea in direzione di piazza
Vanvitelli, si incontrano due modeste rampe di scale a breve distanza tra loro, la prima
verso vico Acitillo, la seconda verso via Mario De Ciccio.
Sulla lunga via Domenico Cimarosa v’è un’ampia rampa di gradini che si innesta
sull’incrocio con via Raffaello Morghen.
Sulle alte quote di livello del terreno del colle di sant’Elmo, nei cui pressi ha inizio la
pedamentina del Petraio, esistono anche due scalinate di grandi dimensioni: la prima
discende da via Gaetano Donizetti sul largo panoramico di via Luigia Sanfelice, l’altra
da via Antonio Mancini si innalza su via Francesco Paolo Michetti.
Il secondo tratto della moderna carreggiata di via Alessandro Scarlatti che oltrepassa la
piazza Luigi Vanvitelli, si distende salendo in direzione dell’area di San Martino. Per
raggiungere la stazione della Funicolare di Montesanto a una quota più elevata, oltre
alla soluzione carreggiabile delle curve di via Raffaello Morghen, per i pedoni esistono
due rampe che permettono di raggiungere tale servizio. Di recente, due servizi di scale
mobili coperte affiancano le rampe.
Una moderna rampa di scale connette un estremo di via Giacchino Toma alla sottostante
via Luigia Sanfelice.

53
ILLUSTRAZIONI
I TRACCIATI PRINCIPALI NELLA CARTOGRAFIA ATTUALE DI NAPOLI

Figura 1 - Vico Piedigrotta - Via Fedro.

Figura 2 - Cupa e salita Caiafa; via San Filippo Neri; vico Santa Maria della Neve.
Figura 3 - Calata San Francesco; salita Tasso; via Arco Mirelli.
Figura 4 - Salita e gradoni Santa Maria Apparente; gradini (al) corso Vittorio Emanuele.
Figura 5 - Salita del Petraio.

Figura 6 - Vico e via San Carlo alle Mortelle.


Figura 7 - Salita e gradini San Nicola da Tolentino; via e gradini Suor Orsola; salita Cariati.

Figura 8 - Salita Vetriera e salita Betlemme; via Filippo Rega.


Figura 9 - Rampe Brancaccio; gradini Francesco D'Andrea.

Figura 10 - Via e gradini Santa Caterina da Siena; via G. Nicotera; gradoni di Chiaia; ponte di Chiaia.
ILLUSTRAZIONI
SCALE E COLLEGAMENTI SECONDARI

Figura 11 - Salita Piedigrotta.

Figura 12 - Scala nella traversa Mergellina (via Jan Palach).


Figura 13 - Vico IV Vittorio Emanuele; gradini San Filippo.

Figura 14 - vicolo su corso Vittorio Emanuele.


Figura 15 - Viale Maria Cristina di Savoia.

Figura 16 - Sistema di rampe via Andrea Mariconda - via Bartolomeo di Capua.


Figura 17 - Gradini Pontano; via Croce Rossa.

Figura 18 - Gradini Nobile.


Figura 19 - Gradini Amedeo e gradini Bausan.

Figura 20 - Gradini San Pasquale.


Figura 21 - Vicoletto Sant'Arpino.

Figura 22 – Vico Santa Maria a Cappella Vecchia.


Figura 23 - Gradini Tasso.

Figura 24 – Rampe di scale tra via Luca Giordano e via Aniello Falcone.
Figura 25 - Via Kagoshima.

Figura 26 - Rampe di scale su vico Acitillo e su via Mario De Cicco.


Figura 27 – Rampe di scale su via Alessandro Scarlatti e su via Domenico Cimarosa.

Figure 28 e 29 - Scalone via Gaetano Donizetti – via Luigi Sanfelice.


Scalone via Francesco Paolo Michetti – via Antonio Mancini.
Figura 29 - Gradini via Gioacchino Toma.
Capitolo III – Dal passato a oggi: recupero e valorizzazione

3.1 La situazione attuale: tracciati scomparsi o modificati

Il quadro attuale dei percorsi verticali antichi, delle pedamentine storiche e delle scale
della città di Napoli non presenta radicali modifiche rispetto al passato; la trama
complessiva di questi percorsi si è mantenuta dal XVIII secolo.
La maggior parte dei percorsi sono sopravvissuti conservando più o meno la totalità del
tracciato e, per alcuni di essi, non è andata perduta neanche la funzione originaria di
collegamento tra due poli distanti della città. Certo, nel corso dei secoli, questi tracciati
furono anche rettificati nel loro andamento, ristrutturati, sistemati o semmai raddrizzati
in quei punti ove fossero troppo inagibili o disagiati da percorrere; gradini e scale
furono rifatti o sostituiti per poter garantire una pedata sicura e più comoda. Ma pochi
sono quelli totalmente scomparsi dal territorio.
L’inesorabile evoluzione dei tempi non ha permesso di far conoscere oggi questi
tracciati nel loro aspetto originario a causa del violento impatto con la crescita edilizia,
con l’urbanizzazione (spontanea, controllata o abusiva), con l’apertura di nuove strade o
con la modifica di quelle già esistenti. In quasi tutto il territorio della città nuove strade
ottocentesche e novecentesche hanno tagliato in diversi modi e con diversa incidenza
molti di questi percorsi verticali. Anche numerose scale disseminate per risolvere i salti
di quota hanno subito modifiche, tagli, se non addirittura un’abolizione totale.
Si riporta in questo paragrafo un semplice resoconto ad elenco dei tracciati e delle scale
scomparsi o modificati, previo confronto con la cartografia storica nel tentativo di
ricostruire l’aspetto originario.
Tra gli eventi urbanistici che hanno segnato con maggior peso la rottura della
dimensione verticale delle pedamentine napoletane, primeggia l’apertura del corso
Vittorio Emanuele, nel quartiere Chiaia. Questo importante strada di collegamento
orizzontale, come già esaminato, nella sua lunga estensione da Piedigrotta a piazza
Giuseppe Mazzini incise il fianco della collina di Chiaia e di Sant’Elmo causando la
frattura delle pedonali più importanti e più utilizzate dell’area occidentale di Napoli.
Un altro percorso oggi scomparso, diretto dalle falde di Chiaia verso il colle del
Vomero, era il tracciato che camminava tra i possedimenti dei frati di Santa Maria in

54
Portico. Si trattava probabilmente di un camminamento privato, riservato ai religiosi per
muoversi dalla chiesa madre su verso le proprietà nella campagna. La pianta del duca di
Noja e la pianta del quartiere di Chiaia di Marchese, a distanza di pochi anni tra loro,
tramandano questo tracciato quale ancora esistente. La strada di Santa Maria in Portico
dalla spiaggia introduce alla chiesa omonima dei Chierici Regolari Lucchesi della
Madre di Dio e prosegue con una rampa gradinata e con viottoli verso la Casa superiore;
da qui un lungo tracciato attraversa i «poderi de P.P. di S. M.a in Portico o sia de’
Chierici Regolari Lucchesi» (i giardini si estendevano fino al colle del Vomero) e si
allacciava direttamente all’antica strada del Vomero (attuale via Cimarosa). La zona
faceva parte del grande parco che circondava un palazzo degli Orsini duchi di Gravina e
che si estendeva fino alle propaggini del Vomero; la duchessa Felicia nel 1632 donò il
palazzo ai religiosi e vi fece costruire chiesa e convento. Corso Vittorio Emanuele, via
Francesco Crispi, i moderni edifici residenziali e i parchi che si distendono sulle pendici
della collina di Chiaia hanno cancellato questo camminamento.
Un interessante percorso, molto antico, ma ormai cancellato da tempo, è stato ritrovato1
e identificato nelle campagne che si distendono tra la certosa di San Martino e corso
Vittorio Emanuele. Pur non avendo funzione di collegamento fra due quote della città –
come la vicina pedamentina di San Martino o la salita del Petraio - questo
camminamento rivestiva un’importanza storica notevole perché costituiva la pedonale
privata dei monaci certosini, utilizzata per attraversare l’area rurale intorno al
monastero. Esaminando la cartografia napoletana a partire dalla veduta Lafrèry è
possibile seguire, anche se in modo incerto e confuso, l’evoluzione di questo sito e il
suo mutare durante i secoli. Solo nella mappa del duca di Noja il percorso appare nella
sua totalità, aperto nell’area della «celebre vigna dei monaci». Il collegamento si
trovava nelle vicinanze delle tredici stazioni della via Crucis e giungeva direttamente
sotto il monastero grazie a una scala terminale di accesso di cui sono stati rinvenuti i
resti. Era un percorso di carattere decisamente privato, legato all’attività agricola della
zona, e munito anche di sbocchi secondari verso valle; i monaci cercarono al meglio di
sistemare la stradina con una pendenza più sacrificata, utilizzando archi e contrafforti di
sostegno. Oggi la pedonale è difficilmente identificabile e i rovi che lo avvolgono non
permettono un’agevole perlustrazione.

1
Cfr. D. Gianquitto e E. Polverino in A. Capasso, A. Niego, E. Vittoria, Lo spazio pedonale e la città,
Napoli 1982, pp. 97-100.

55
Tra XVII e XIX secolo la natura accogliente della collina di Posillipo fece sì che i
terreni e i resti dei vecchi palazzi venissero trasformati in ville, alterando probabilmente
il contesto urbano e la viabilità preesistente.
Nei secoli successivi l’apertura dei tracciati viari moderni (viale Virgilio, via Tito
Lucrezio Caro, via Salvatore Di Giacomo, via Alessandro Manzoni, via Francesco
Petraca, via Orazio, via Catullo, via Nevio, via Scipione Capece), la costruzione di
nuovi edifici residenziali, le modifiche apportate alle ville aristocratiche, la presenza
imponente dei numerosi parchi condominiali privati (con relativi stradoni di accesso e
di ampi viali, opere di contenimento e impianto di essenze arboree spesso importate)
hanno causato la cancellazione di numerose altre salite e di sentieri di campagna che
incidevano il versante della collina sino ai secoli XVIII e XIX.
Un caso simile al quello di corso Vittorio Emanuele, fu quello di via Petrarca.
L’esigenza di una terza arteria stradale orizzontale che fornisse un rapido supporto
viario a tutta l’edilizia residenziale dell’area panoramica portò alla nascita di questa
larga strada [lavori avviati dal 1926] che si snoda corre proprio lungo la falda sud
orientale della collina di Posillipo. Via Petrarca raccorda a sé i viali e le rampe di
accesso dei numerosi parchi condominiali, ma al tempo stesso spezza i più antichi
percorsi di salita della collina, tra cui l’antica salita Villanova, il più lungo dei tracciati
storici della zona, via Torre Ranieri e cupa Angara.
Anche le discese di accesso alle ville sparse tra le campagne sopravvissute, sono state
tagliate o modificate in qualche tratto, raccordandole alle strade moderne (ad esempio
villa Palumbo). Alcuni casini e ville avevano rampe e scale private o scavate nel tufo
della costa, che salivano direttamente dal mare (ad esempio villa Mazziotti, villa
Roccaromana). Qualche esempio isolato ancora sopravvive. Esaminando una dettagliata
planimetria moderna di Napoli si possono contare brandelli, frammenti, porzioni di
scale e sentieri sopravvissuti nella moderna maglia urbanistico-edilizia.
Inoltre anche l’apertura dell’odierno tracciato di via Posillipo ha alterato il paesaggio
della costa occidentale. Le continue colmate effettuate per ottenere la «strada nuova»
stravolsero il declivio naturale, imposero ai vecchi palazzi di aprire nuovi ingressi
dall’alto (cioè dal lato della strada e non più dal comodo attracco da mare), e soprattutto
cancellarono o tagliarono i tratti terminali delle discese e dei sentieri diretti dalla collina
al mare2.

2
Quando fu aperta nel secondo decennio del secolo XIX, via Posillipo segnò la pendice della collina di
Posillipo con un taglio netto dividendola in due sezioni, caratterizzate a lungo da due contesti sociali

56
Lo studio della mappa del duca di Noja documenta la ricca presenza di questi antichi
collegamenti pedonali, e ancora prima anche la veduta Baratta mostra camminamenti
rurali confluenti sulla linea di costa.
Un’area della città di Napoli fortemente segnata dall’intervento dell’uomo, a causa dalle
diverse circostanze storiche, è quella racchiusa tra il centro storico e i cosiddetti
quartieri Bassi (area della Marina). Rispetto agli altri quartieri, è in questa zona che si
registrano le maggiori perdite di gradinate, calate, scale e viottoli di collegamento in
pendenza; il cui peso di queste perdite urbanistiche si avverte in modo maggiore
tenendo conto che l’origine di molti di questi raccordi risale quasi al lontano Medioevo.
L’eliminazione totale o le parziali modifiche subite - a volte senza criterio - sono da
attribuire ai lavori obbligati dettati dal piano di Risanamento, attuati anche per debellare
il colera che infettava le anguste traverse e l’edilizia sovrabbondante.
Come per corso Vittorio Emanuele, via Francesco Petrarca, via Posillipo, anche nel caso
dei quartieri bassi con via Duomo, corso Umberto I e corso Giuseppe Garibaldi si
ripresenta il discorso dei grandi assi viari orizzontali aperti per migliorare i
collegamenti, ma responsabili dello stravolgimento e dell’eliminazione di vicoli e
pendenze.
Studi e scritti impegnati nel recupero successivo di quest’area orientale della città,
nonché antiche illustrazioni e fotografie, offrono oggi la possibilità di visione e di
conoscenza della perduta conformazione urbanistica originaria di quanto poteva
costituire un percorso di collegamento sulla pendenza del terreno3.
Nell’area dei quartieri spagnoli il rapporto di collegamento verticale delle numerose
scale, delle rampe e dei vicoli fu alterato, causando la perdita di sentieri e raccordi. Un
graduale processo di sfruttamento, con fini diversi da quelli originari, lentamente fu
avviato già nel corso del XVII secolo: gli alloggi a uso militare furono sostituiti da
insediamenti a residenza mista tra case di artigiani, case d’affitto e case palaziate
nobiliari. Addirittura la prima parallela di edifici a monte di via Toledo fu soppressa
accorpando gli isolati in blocchi doppi.
Modifiche urbanistiche ed edilizie, spesso condotte senza criterio o autorizzazione, il
crescente stato di degrado hanno peggiorato la situazione.

diversi: una zona popolare a monte, stretta tra la strada e la roccia di tufo, e una zona aristocratica con
parchi e ville sul declivio tra la strada e il mare.
3
Sul Risanamento cfr. G. Russo, Il Risanamento e l’ampliamento della città di Napoli, 2 voll., Napoli
1960; G. Alisio, Napoli e il Risanamento. Recupero di una struttura urbana, Napoli 1980.

57
Nel tentativo di ricostruire per quanto sia possibile il tracciato e l’ubicazione dei
tracciati collinari e delle rampe oggi scomparse o alterate nel loro percorso, si constata
che il destino più comune a cui andarono soggetti tali collegamenti è sempre
sostanzialmente lo stesso e lo si può schematizzare in tre casistiche:
- la scomparsa totale del tracciato: il suolo viene occupato, nei secoli, a seguito di
cambiamenti storico-urbanistici, in seguito ai piani di urbanizzazione e di
addensamento edilizio (innalzamento di fabbricati ad uso abitativo,
commerciale, infrastrutture di vario tipo), in seguito all’apertura di arterie
stradali (generalmente orizzontali) di maggiori dimensioni, in seguito a
interventi che modificano l’orografia del terreno (spianata, colmata,
livellamento, etc.). Tutto ciò causa la totale eliminazione dell’antico percorso o
della scalinata;
- la chiusura del tracciato: il percorso pedonale o la gradinata non scompare, ma
perde la sua specifica funzione di collegamento tra due precisi poli (edificio
sacro o civile, area urbana, quartiere, contrada, etc.) o tra due quote sul territorio,
perché interrotto da un singolo fabbricato o da un agglomerato edilizio, perché
sbarrato da mura o muraglioni, perché interrotto dalla costruzione di un parco
condominiale o altra proprietà privata che ne sfrutta il tracciato come accesso. A
seguito di queste trasformazioni il tracciato scade in una condizione di vicolo
cieco o viene relegato alla funzione di cortile privato, di “fondaco” o addirittura
di marciapiede privato su cui affacciano le abitazioni;
- la sopravvivenza e la durata nei secoli: il tracciato o la rampa di scale si
conserva integro o con varianti di diversa entità. È questa la condizione dei
percorsi che oggi sono divenuti strade carrabili, aperte al traffico
automobilistico; sono generalmente calate, salite vie, cupe e discese di notevole
lunghezza e ampiezza, in buono stato di conservazione o completamente
asfaltate, che mantengono la loro caratteristica pendenza.
In generale questa terza fortunata condizione dovrebbe tradursi in interventi finalizzati
alla conservazione e alla riqualificazione.

58
3.2 – Lo stato di conservazione

Il prezioso storico-urbanistico riconosciuto ai tracciati collinari esistenti nel comune di


Napoli è mortificato e sminuito dallo scarso utilizzo e dal cattivo stato di conservazione
in cui essi versano.
Tale constatazione è il risultato di un’indagine effettuata in situ percorrendo queste
realtà a piedi o con autovettura; qualsivoglia cittadino, infatti, con una passeggiata
saprebbe rendersi conto del degrado in cui versano le verticali di collegamento della sua
città.
I motivi - e spesso le colpe - di questa realtà sono i più svariati, ognuno con il suo grado
di incidenza diretto o indiretto. Scopo di questa sezione del lavoro è di fornire un
rapporto generale (con qualche caso specifico) sullo stato di conservazione dei tracciati
collinari per poi tentare di comprendere quanto cosa ne abbia causato il degrado.
Il primo e forse principale motivo è da identificare in un discorso propriamente
urbanistico.
Napoli ha visto il suo sviluppo in un’area affacciata sul mare e chiusa da un sistema
collinare: è naturale che fino al XVIII secolo le salite e le discese gradinate costituissero
i principali collegamenti tra le colline e la città bassa. Quando la città indirizzò la sua
espansione in direzione orizzontale – a oriente verso i borghi costieri e a occidente
verso la collina di Posillipo e la piana flegrea - la necessità di raccordo al centro
cittadino motivò l’apertura di nuove importanti arterie stradali orizzontali. Le nuove
direttrici nel tempo hanno declassato le pedonali verticali, mentre intorno alle
pedamentine e alle calate si è costruito così tanto da occupare quasi tutti i suoli
disponibili. Affogati da una continua urbanizzazione e ridotti nella loro ampiezza, questi
percorsi risultavano poco pratici. Inoltre i nuclei abitativi sorti intorno a queste strade
finirono per rimanere isolati a causa della carenza di attrezzature pubbliche e della
lontananza dalle attività produttive.
Utilizzare oggi scale e pedamentine, per una società abituata al trasporto comodo,
risulta difficile.
La loro natura di percorsi stretti e nascosti tra gli agglomerati urbani non favorisce la
loro osservazione. Le vie rinchiuse tra le cortine degli edifici, godono di scarsa
illuminazione naturale e, in quanto luoghi nascosti, vengono sfruttati come deposito di
spazzatura.

59
Nascosti nella fitta maglia urbana sfuggono alla vista e solo quelli oggi trasformate in
strade carrabili (ad esempio via Arco Mirelli, via Salvator Rosa, via Arenella, le strade
dei Vergini e dei Camaldoli) o in qualche modo esposti al traffico a cielo aperto
registrano una certa fascia di utenza.
Oltre agli storici dell’urbanistica e agli studiosi, gli unici a conoscere e praticare questi
luoghi sono solo i cittadini che vi sono nati o che vi risiedono, mantenendone in qualche
modo la memoria storica. In genere questi suggestivi angoli della città vengono
attraversati di fretta, ad esempio per sfuggire al traffico o per abbreviare i di tempi di
cammino, e non ci si soffermar sulla loro bellezza e unicità.
A volte, invece, l’eccessiva lunghezza di alcuni percorsi (esempio la pedamentina di
San Martino) o la scomodità degli impegnativi salti di quota (vedi il caso del Petraio)
demotivano i cittadini a utilizzare le pedamentine.
Al di là di questa sfortunata involuzione storica e dello loro insita natura di raccordo per
le alte quote, la maggior parte delle pedonali verticali e delle gradinate napoletane,
qualora fossero ancora praticate o ve ne fosse l’intenzione, presentano un grave stato di
abbandono e un livello di conservazione assai scadente. Solo nel tratto iniziale e
terminale di un percorso (qualora questo sbuchi in un contesto edilizio abitato o in una
via trafficata) lo stato di conservazione si presenta accettabile.
In genere già il tessuto edilizio-urbanistico in cui è inserito il percorso collinare è giunto
sino ad oggi in uno stato di alterazione e trasformazione a causa dell’impatto della
moderna urbanizzazione. Se il nucleo abitativo sviluppato lungo una cupa o un cavone o
una calata gradinata non ha altri accessi e gravita solo sulle scale, o è priva di
collegamenti funzionali alla strada principale, la qualità residenziale e di vita subisce un
forte calo. La difficoltà di garantire servizi di emergenza, trasporto di materiali,
interventi di manutenzione; la carenza di attrezzature e servizi sociali, di unità
produttive e attività commerciali, soprattutto alimentari; la mancanza di spazi aperti per
il parcheggio privato della propria autovettura; l’insufficiente servizio dei mezzi di
trasporto rendono assai disagiata la residenza in questi contesti ambientali.
Tipico risultto del processo di urbanizzazione operato a Napoli, che ha colpito anche i
tracciati collinari, è la sovrapposizione delle diverse stratificazioni storico-urbanistiche.
Non meraviglia oggi di trovare nel cuore delle salite e delle scale napoletane palazzi
moderni ed elementi architettonici in netto contrasto con l’edilizia preesistente.
Non mancano interventi in tutta autonomia da parte degli abitanti locali con episodi
edilizi spesso abusivi e violenti che hanno pregiudicato l’assetto del percorso. La

60
maggior parte dei percorsi collinari presentano caratteristiche comuni: un tessuto
architettonico-edilizio rurale, spesso con edifici fatiscenti e da recuperare; autorimesse,
garages e depositi di vario genere; botteghe artigiane di piccole e medie dimensioni.
Il disuso e la secondaria importanza nella maglia urbanistica rimangono alla base del
lento degrado strutturale. I sentieri collinari più importanti e antichi della città (ad
esempio quelli dell’area di Posillipo e delle colline dei Camaldoli) proprio perché nati
come tracciati naturali rurali e come tali “congelati” fino ad oggi, hanno mantenuto
questo stato di antico che si traduce in precarietà e fatiscenza (ad esempio vico Santa
Maria La Neve, discesa Gajola, le cupe di Posillipo, Sant’Antonio ai Monti). Questa
condizione, se da un lato può generare suggestione e fascino, non manca però di essere
motivo di impraticabilità (come ad esempio il Canalone di Villanova). Il loro manto
pavimentale, privo di una periodica manutenzione, spesso si presenta completamente
disfatto, con buche e gradini rotti che scoraggia il pedone dal percorrerle. Anche quando
il tracciato pedonale è stato reso carrabile la trasformazione è stata realizzata in modo
grossolano: il frequente passaggio di mezzi di trasporto e le piogge intense provocano
fossi e crolli.
La mancanza di appositi corrimano, o l’instabilità di quelli già installati, accresce
l’insicurezza lungo le pedonali. Nei tratti a quota più elevata si presentano delle aree
panoramiche o a strapiombo spesso delimitate solo da bassi e dissestati muretti, con
vuoti improvvisi e misure di sicurezza assenti (parapetti, cartelli segnaletici).
Molti percorsi (soprattutto nell’area di Posillipo e Chiaia) sono anche invasi in alcuni
tratti da vegetazione selvaggia e incolta che rende impossibile proseguire il cammino, e
può costituisce veicolo per insetti e animali selvatici (ad esempio alcuni rami della salita
del Petraio).
Il problema igienico-sanitario è invece purtroppo quasi sempre una costante che
ammorba e svilisce la bellezza dei sentieri e della gradinate. Qualora siano gli stessi
residenti del sito a provvedere personalmente alla pulizia dei tratti stradali su cui
affacciano, generalmente questi percorsi rimangono poco puliti, e per molto tempo.
Accanto a fogliame, arbusti, terriccio e altri elementi naturali, si accumulano sacchetti
di spazzatura, escrementi animali, rifiuti alimentari, siringhe, cartame, materiale di
risulta di lavori, fino addirittura al deposito di mobili, carcasse di automezzi e ogni altro
genere di materiale ingombrante. Più il tracciato collinare è nascosto nel paesaggio
urbano e isolato dalle abitazioni residenziali e maggiormente rimane sporco e in stato di
abbandono. In genere le lunghe scalinate, soprattutto se fiancheggiate da villini e civici

61
privati (come ad esempio calata San Francesco) vantano uno stato di conservazione
migliore e riescono a mantenersi più pulite.
Si riportano di seguito alcuni brevi esempi di indagine circa lo stato di degrado che
colpisce alcuni tra i tracciati collinari oggetto di studio.
A causa di una stato di manutenzione scadente, le gradonate di Santa Maria Apparente
appaiono molto rovinate, racchiusa entro un’edilizia sufficientemente densa, ma di
mediocre qualità e in totale assenza di verde, erbacce isolate che nascono tra le fughe
dei basoli e quelle pendenti dalle rocce tufacee).
Con la mancanza di servizi e di potenziali slarghi o punti d’incontro, Santa Maria
Apparente sembra oggi costituire solo “un cortile” di affaccio per i suoi abitanti. Forse a
causa della vetustà della chiesa (oggi finalmente in fase di restauro) e a causa della
mancata utilità della sua principale funzione di collegamento anche verso le carceri,
questo percorso sembra essere invecchiato nel tempo e aver preso la sua vitalità.
La costruzione successiva di corso Vittorio Emanuele ha prodotto una forte alterazione
del contesto urbanistico del tratto superiore di salita San Nicola da Tolentino, ma
soprattutto un impatto ambientale con la scomparsa del verde circostante.
Il percorso del Petraio, invece, è ritenuto fortemente pericoloso per la mancanza di
frequentatori, per la mancanza illuminazione artificiale e per la scomodità del notevole
salto di quota superato dai gradini, e in più il suo grado di delinquenza lo rende
impraticabile soprattutto nelle ora pomeridiane e serali.

3.3 Un’ipotesi di rivalutazione e salvaguardia

Lo studio analitico, la catalogazione e l’approfondimento storico-culturale dei diversi


percorsi collinari ha esaltato la loro preziosa funzione di collegamento alla luce dei
confronti cartografici e delle evoluzioni urbanistiche. Questa fase di studio suggerisce
certo un invito alla riscoperta e alla conoscenza di una dimensione della città che
appartiene al cittadino, ormai desueta e ignorata, se non addirittura dimenticata, dalla
maggior parte dei napoletani.
Ciò, tuttavia, non deve assolutamente rimanere finalizzato a un mero sentimento
nostalgico o filologico-culturale: da una nuova conoscenza di questa rete pedonale si
nasconde, dietro, la possibilità di fornire spunti per proposte che sfruttino la preziosa
potenzialità di collegamenti veloci nell’ambito dei tanti problemi urbanistici di Napoli.

62
La valorizzazione e la tutela dei tracciati collinari e delle scalinate, quali espressioni
della vita cittadina napoletana dal tempo della prima fondazione, sembrano porsi
dunque come obiettivi da tenere in considerazione.
Sarebbe interessante pensare a una rete di collegamenti nella quale il recupero delle
pedamentine urbane permetterebbe la possibilità di sfruttare la funzione di rete capillare
connettendola con le grande linee principali.
Alla perdita della dimensione pedonale l’individuazione di una rete di itinerari urbani
pedonali, abbreviativi, relazionati alle linee di trasporto su gomme e ferrato,
costituirebbe una valida alternativa all’uso odierno dello spazio urbano. Solo per fare un
esempio fra tanti possibili, se si pensa che (escludendo il traffico, le automobili e le
funicolari) i gradoni Santa Maria Apparente e il percorso del Petraio, dalla sommità di
Sant’Elmo attraverso salita Vetreria e le rampe Brancaccio, offrono al pubblico
l’opportunità un valido percorso diretto a Chiaia, dovrebbe nascere spontaneo il dovere
di rilanciare e recuperare almeno già solo queste funzioni storiche di collegamento,
sfruttando la comodità della loro discesa. Da qui un secondo passo indurrebbe poi a
ricercare soluzioni che recuperino efficacemente la fatica della risalita, nel rispetto del
contesto ambientale e edilizio.
L’apertura delle funicolari è stato un primo ragionato e valido tentativo, e la rete delle
funicolari costituisce efficace mezzo di trasporto nella città che ha ricominciato a
intravedere i vantaggi di una nuova linea di metropolitana urbana ed interurbana, la
tranvia veloce, il potenziamento della cumana e della circumflegrea e della
circumvesuviana. Naturalmente l’aspetto interessante di questi “treni comunali” è la
loro ubicazione proprio in parallelo al tracciato delle pedonali più importanti della città.
La funicolare centrale offre la risalita da via Toledo al Vomero che spetterebbe ai vicoli
dei quartieri spagnoli, alle salite storiche della collina di Chiaia e alla scalinata del
Petraio. Anche la funicolare di Chiaia viaggia sulla stessa direzione offrendo un
secondo collegamento ferrato dal centro di Chiaia alla sommità del colle del Vomero.
La funicolare di Montesanto si sostituisce alla storica scalinata e ai percorsi del versante
orientale del vomero quali le salite Cacciottoli e Sant’Antonio ai Monti e alla
pedamentina di San Martino4. Si potrebbe continuare l’opera incentivando e
potenziando ad esempio anche il servizio dei mezzi di trasporto che passano lungo le
moderne strade su cui hanno inizia o muoiono i tracciati collinari.

4
Per completare il discorso delle funicolari, quella di Mergellina offre la risalita dal mare a Posillipo in
parallelo all’antica salita Villanova.

63
Un’integrazione tra pedonalità e mezzo pubblico per salvare e rivitalizzare le
pedamentine è dunque un’ipotesi sicuramente da perfezionare, ma non da scartare, al
fine di inserirle nel processo attivo e funzionale del contesto urbano.
Rimane tuttavia il problema della mobilità a breve e media distanza. Un mezzo di
trasporto pubblico può lambire solo alcuni tratti di una salita o di una calata, e le
fermate delle funicolari possono risultati distanti dalle parallele pedonali, tranne che,
come nel caso di fermata Palazzolo della funicolare centrale in pieno Petraio, non
cadano all’interno del percorso.
Ogni tracciato va analizzato e rivalutato a sé stante perché – così come i molti punti in
comune – essi fra loro presentano tante diversità (ambientali, storiche, strutturali,
urbanistiche, sociali, funzionali). Queste differenze non possono trovare rimedio in una
soluzione valida per tutti i percorsi, ciascuno di essi deve meritare un analisi specifica
della sua situazione e il progetto di recupero più appropriato e valido.
Il recupero per un uso efficace dei tracciati collinari parte innanzitutto con un’opera di
restauro delle loro struttura fisica oggi fortemente dissestata. Una gradinata o una salita
fatiscente costituiscono, infatti, un problema urbanistico di grande difficoltà.
Oltre a questo programma di intervento tecnico, lo strumento più importante da adottare
per il recupero e la salvaguardia della rete pedonale è quella della valorizzazione e della
riqualificazione5. Il piano di rivitalizzazione di una pedamentina deve cercare di
individuare e proporre le migliori soluzioni che possano esaltare l’utilizzo del percorso
evidenziando le sue potenzialità.
Interventi concreti di valorizzazione e qualificazione dei percorsi gradinati possono
essere:
- la sistemazione di zone attrezzate per la sosta (magari con panchine, chioschi);
- la creazione di aree riservate alla vendita e alle esposizioni (per esempio con
prodotti a carattere artigianale, edicole, mercatini rionali);
- l’installazione cannocchiali pubblici nei punti più panoramici del percorso,
qualora ve ne siano;
- l’installazione cartellonistica esplicativa e informativa con cenni storici e dati
ambientali (ovviamente non invasiva rispetto alla natura dei luoghi), per
sollecitare e educare la conoscenza sul percorso o sulla scalinata in questione;

5
Cfr. S. Martusciello, Guadagnare il mare. Il disegno delle Pedementine tra fisicità ed immaterialità,
Atti del Convegno Fo.I.S. “Per la valorizzazione delle scalinate e delle rampe di Napoli”, Napoli 2002.

64
- l’ospitare mostre temporanee6;
- la proposta di feste, eventi e organizzazioni culturali che riavvicinano il cittadino
al mondo delle scale e delle pedamentine.
In questo modo anche il problema della notevole lunghezza dei percorsi e della
frammentarietà degli spazi troverebbe una sua soluzione, influendo sul peso
psicologico, ma soprattutto fisico della discesa e forse della risalita.
Una pedonale o una scala recuperata equivarrebbe anche ad un “luogo” recuperato,
dove per luogo si intende il contesto., per cui l’uso del percorso pedonale diventerebbe
stimolo di conoscenza e di riappropriazione di contesti ambientale e di relazione sociale.
Da un’adeguata valorizzazione delle pedonali si otterrebbe la crescita delle aree ad esse
limitrofe, insite di una potenziale qualità urbana, così come altrettanto una
riqualificazione e quindi una salvaguardia delle poche aree a verde ancora esistenti.
La scoperta di un sito suggestivo e del mondo che esso racchiude, unitamente alla
suggestione del panorama che esso può offrire (sia esso storico, ambientale,
architettonico o puramente vedutistico) avrebbero ruolo di forte incentivo ad impegnare,
ad esempio, il Petraio7 o la Gajola o altri percorsi.
Per applicare nel concreto questi concetti alla realtà napoletana si riportano esempi di
ipotesi di recupero di alcune delle principali pedonali e gradinate meglio note, in
relazione alla loro singola condizione.
Tra i pochi restauri portati avanti si può citare la scala di Montesanto che, dopo anni di
abbandono, ha ritrovato la sua dignità grazie ad un intervento di restauro operato in
seguito ai lavori di ammodernamento della vicina stazione della Cumana. Questo primo
passo è fondamentale perché la gradinata tende ad essere comunque una struttura
completamente isolata a causa della mancanza di abitazioni lungo il suo percorso e
ormai superflua a causa della vicina funicolare di Montesanto ed è percorsa soprattutto
di studenti negli orari di punta, diretti alla sedi universitarie o ai loro alloggi.
Nel caso di calata San Francesco più che progettare interventi di riqualificazione
edilizia, sarebbe opportuno organizzare meglio gli spazi liberi, finora inutilizzati.
Quest’ultimi, non essendo di notevoli dimensioni, tali cioè da consentire di organizzare

6
L’espediente di installare mostre artistiche all’interno di un contesto diverso da un museo moderno, cioè
palazzi, ville, castelli, chiese e simili, è già stato sperimentato con successo a Napoli con il risultato di
offrire al visitatore/cittadino la possibilità di conoscere al tempo stesso due beni culturali, l’oggetto
esposto e il “contenitore” della mostra. Riconoscendo anche ai tracciati collinari e alle scalinate di Napoli
il valore di bene culturale e più in generale di opera d’arte (urbanistica) installare all’interno di essi
mostre temporanee ne favorirebbe la conoscenza indiretta.
7
Cfr. F. Della Sala, Il Petraio. Studio di un ambito urbano, Napoli 1978.

65
un vero e proprio spazio a verde attrezzato, andrebbero inglobati e connessi tra loro in
modo da dare maggior respiro al percorso.
In un discorso di “potenzialità turistiche” vale ricordare come la riqualificazione e la
salvaguardia della rete pedonale collinare se ben condotta e mantenuta nel tempo può
garantire, non solo ai cittadini, ma anche ai turisti e ai visitatori la conoscenza e la
fruizione di un patrimonio culturale con caratteristiche speciali.

66
IMMAGINI DOCUMENTO SULLO STATO DI ABBANDONO E DEGRADO DEI
PERCORSI VERTICALI TRA VOMERO E CHIAIA

Figura 1 - Salita Betlemme: percorso occupato da autovetture, motorini e cantieri.

Figura 2 - Calata San Francesco: gradinata occupata da ciclomotori in parcheggio.


Figura 3 - Gradini Suor Orsola: tracciato dissestato.

Figura 4 - Salita del Petraio: discarica di materiale edile sui gradini.


Figura 5 - Vico del Petraio: percorso cieco, disperso tra vegetazione e rifiuti.

Figura 6 - Salita del Petraio: vegetazione incolta.


Figura 7 - Salita Vetriera: gradinata invasa dalle abitazioni e dai cantieri.

Figura 8 - Gradini Tasso: rampa a scalini invasa dalle erbacce.


Figura 9 - Vico Vittorio Emanuele: sentiero dissestato.

Figure 10 e 11 – Via Filippo Rega e Gradoni Santa Maria Apparente: gradini disconnessi.
CONCLUSIONI

In una visione generale del territorio napoletano, la combinazione degli studi


urbanistici, storici, topografici e cartografici ha permesso di raggiungere una buona
conoscenza del sistema delle pedamentine, nelle sue caratteristiche, nella sua
dimensione storica e nella sua relazione con il contesto cittadino, per la loro funzione di
collegamenti veloci e funzionali, idonei per gli spostamenti tra i forti dislivelli della
città.
L’individuazione e la distinzione delle principali vie in pendenza nella città di Napoli ha
permesso di tracciare un quadro generale, notando come le diverse condizioni storiche e
abitative abbiano condizionato la nascita e la funzione dei collegamenti stradali. Questo
obiettivo si è tradotto, quasi indirettamente, in una sorta di catalogazione dei percorsi,
ordinata in base alla tipologia, tale che potrebbe costituire un primo spunto per ulteriori
studi e ricerche più approfondite sull’argomento di tesi.
Lo studio approfondito dedicato al contesto territoriale Vomero-Chiaia ha rivelato in
questi quartieri una situazione particolarmente ricca e varia di percorsi e collegamenti
collinari. L’importanza storica e funzionale dei percorsi selezionati e analizzati, la
ricchezza dei dati e delle informazioni ottenute dalla lettura cartografica e dai
sopralluoghi, hanno confermato le motivazioni alla base della scelta di quest’area come
exemplum ideale, rappresentativo di una città “in pendenza”.
In particolare i sopralluoghi sono stati uno strumento fondamentale del lavoro elaborato,
per la possibilità di conoscenza e di verifica diretta della situazione attuale. Il
patrimonio di pedamentine e percorsi collinari che la città ancora conserva ha
dimostrato una capacità di sopravvivenza ai cambiamenti, se pur con modifiche, tagli,
perdite o adattamenti forzati alla città moderna.
Questa esperienza, al tempo stesso, ha permesso di constatare un’allarmante situazione
di degrado e di progressivo abbandono dei percorsi, che meriterebbe di tradursi in
proposte concrete, celeri e adeguate finalizzate alla conservazione di questo patrimonio.
La denuncia è resa ancora più urgente dal confronto tra la memoria storica dei percorsi
esaminati e la condizione attuale della città, caratterizzata da un’urbanizzazione densa,
dalla mancanza di aree verdi e di spazi liberi, dalla congestione del traffico quotidiano;
è necessario un adeguato recupero di questi tracciati collinari per una migliore vivibilità
della città.

67
Alla luce di queste considerazioni, il presente lavoro potrebbe ulteriormente essere
sviluppato in nuovi studi e progetti finalizzati a riconsegnare a questi utili percorsi
collinari la valenza e la funzionalità originarie.

68
ELENCO DEI TRACCIATI, DELLE PEDAMENTINE E DELLA SCALE DELLA CITTÀ DI NAPOLI

(Via) Alveo Contieri [da via Madonna delle Grazie al colle dei Camaldoli – quart. Soccavo]
(Via) Alveo dei Camaldoli [da via Tirone a cupa del Cane – quart. Chiaiano]
(Via) Alveo del Cassano [quart. Secondigliano]
(Via) Alveo dei Torrenti di Somma [quart. Ponticelli]
(Via) Alveo Sant’Antonio dei Pisani [quart. Pianura]

Calata Beverello [da via Guglielmo Acton al Molosiglio - quart. San Ferdinando]
Calata Capodichino [da piazza Giuseppe Di Vittorio a piazza Ottocalli – quart. San Carlo all’Arena]
Calata Fontanelle [da via Fontanelle a piazzetta Materdei – quart. Avvocata/Stella]
Calata Marechiaro [da via Marechiaro al mare – quart. Posillipo]
Calata Ospedaletto [da via Medina a rua Catalana – quart. San Giuseppe/Porto]
Calata del Ponte (di) Casanova [da via Casanova a piazza Nazionale – quart. Vicaria]
Calata Ponticello a Marechiaro [da via Salvatore Di Giacomo a Marechiaro – quart. Posillipo]
Calata San Domenico [da via Cupa San Domenico - quart. Soccavo]
Calata San Francesco (già Imbrecciata del Vomero) [da via Belvedere a via Tasso – quart. Vomero/Chiaia]
Calata San Marco [da via Medina a via Agostino Depetris – quart. Porto]
Calata San Mattia [da via O. L. Mancini a piazzetta Concordia – quart. San Ferdinando]
Calata Santi Cosma e Damiano [da via Banchi Nuovi a via Sedile di Porto – quart. San Giuseppe/Porto]
Calata Sansevero [da piazza Porta Santa a piazza San Domenico Maggiore – quart. San Giuseppe]
Calata Trinità Maggiore [da piazza del Gesù Nuovo a piazza Monteoliveto – quart. San Giuseppe]
Via San Severo al Pendino (già calata) [da via Giovanni Paladino a via Duomo - quart. Pendino]
Via Santa Caterina da Siena (già calata) [dall’omonima chiesa ai Gradoni di Chiaia – quart. Chiaia/San Ferdinando]

(Vico) Canale a Taverna Penta [da salita Concordia a vico San Sepolcro - quart. Montecalvario]
(Vico) Canale ai Cristallini [da via Maria Antesaecula a via dei Cristallini - quart. San Carlo all’Arenella/Stella]
(Vico) Canalone a Fontana dei Serpi [da via Cardinale Burali d’Abruzzo - quart. Pendino]
(Vico) Canalone all’Olivella [da via San Cristoforo all’Olivella - quart. Avvocata]

Cavone Case Puntellate [da via Pigna a via Saverio Altamura - quart. Arenella/Vomero]
Cavone delle Noci allo Scudillo [da via Tommaso De Amicis a via Saverio Gatto - quart. San Carlo all’Arena]
Cavone San Gennaro dei Poveri [da via S. Gennaro dei Poveri a c.so Amedeo di Savoia Duca d’Aosta – quart. Stella]
Cavone San Laise [quart. Bagnoli]
Via Correra, Francesco Saverio (già Cavone) [da via Salvatore Rosa a via Enrico Pessina – quart. Avvocata]
(via Vicinale) Cavone degli Sbirri [da via Cinthia a via Circumvallazione dell’antico Lago di Agnano]
Vico Piedigrotta (o vico Cavone) [da via Piedigrotta a corso Vittorio Emanuele – quart. Chiaia]

Cupa Acquarola di Piscinola [quart. Piscinola]


Cupa Angara [da via Torre Ranieri a via Belsito – quart. Posillipo]
Cupa Angelo Raffaele alle Due Porte [da via Enrico Presutti a via Domenico Fontana – quart. Arenella]
Cupa Arcamone [quart. San Pietro a Patierno]
Cupa Caiafa [da via Santa Maria della Neve a via Arangio Ruiz - quart. Chiaia]
Cupa Camaldoli [da vicolo dietro Nazareth all’eremo dei Camaldoli – quart. Chiaiano/Pianura]
Cupa dei Campi [da via Terracina a via Vecchia Agnano - quart. Fuorigrotta]
Cupa del Cane [quart. Chiaiano]
Cupa Canzanella Vecchia [da via Consalvo - quart. Fuorigrotta]
Cupa Capano a Bagnoli [quart. Bagnoli]
Cupa Capano a San Carlo all’Arena [da via M. Guadagno a via B. Tanucci - quart. San Carlo all’Arena]
Cupa Capodichino [da via Mianella a via Comunale Vecchia di Miano - quart. Miano/Secondigliano]
Cupa Carbone [da viale Com. Umberto Maddalena a cupa del Principe - quart. Poggioreale/San Pietro a Patierno]
Cupa Carderito [quart. Piscinola]
Cupa Cardone [quart. Miano/Scampia]
Cupa Cavoncello [quart. San Carlo all’Arena]
Cupa Cavone di Miano [da via Mianella - quart. Miano/San Carlo all’Arena]
Cupa del Cimitero [quart. Barra]
Cupa Coppa [quart. Piscinola/Chiaiano]
Cupa Coroglio [quart. Bagnoli]
Cupa Eterno Padre [da via Carlo De Marco a via Giacomo Profumo - quart. San Carlo all’Arena]
Cupa della Filanda [quart. Piscinola/Scampia]

69
Cupa Fosso del Lupo [quart. Secondigliano]
Cupa Fragolara [quart. Chiaiano]
Cupa dei Gerolomini alle Due Porte [da piazzetta Due Porte all’Arenella a via A. D’Antona – quart. Arenella]
Cupa Imparato [da via Saverio Gatto a via Michele Pietravalle – quart. Stella]
Cupa Lautrec [da largo Santa Maria del Pianto all’emiciclo di Poggioreale - quart. Poggioreale/Vicaria]
Cupa Madonna delle Grazie [quart. Piscinola]
Cupa detta Marfella [quart. Piscinola]
Cupa Melito [quart. Piscinola]
Cupa Molisso [quart. Ponticelli]
Cupa degli Orefici allo Scudillo [da via Saverio Gatto – quart. San Carlo all’Arena]
Cupa della Paratina [quart. Chiaiano]
Cupa Pepe [quart. Ponticelli]
Cupa Perillo [quart. Scampia]
Cupa Perillo a Piscinola [quart. Piscinola]
Cupa Perrino [da calata Capodichino – quart. San Carlo all’Arena]
Cupa Pironti [quart. Barra]
Cupa detta del Poligono [da viale Cavalleggeri d’Aosta - quart. Fuorigrotta]
Cupa di Ponticelli [quart. Barra]
Cupa Pozzolelle [da via Filippo Maria Briganti a viale Com. Umberto Maddalena – quart. San Carlo all’Arena]
Cupa del Principe [da via Oreste Salomone a strada Comunale San Pio - quart. Poggioreale/San Pietro a Patierno]
Cupa Rubinacci [quart. Barra]
Cupa San Damiano [da cavone Case Puntellate, 3 senza uscita - quart. Vomero]
Cupa San Giovanni [da via Torre Cervati a via Enea Zanfagna – quart. Fuorigrotta]
Cupa San Giovanni a Piscinola [quart. Piscinola]
Cupa San Iacono [quart. Fuorigrotta]
Cupa San Michele [quart. Ponticelli]
Cupa San Pietro [quart. Ponticelli]
Cupa San Rocco [quart. Ponticelli]
Cupa detta Santa Cesarea [quart. Miano/Secondigliano]
Cupa Santa Maria del Pozzo [quart. Barra]
Cupa Scampia [quart. Piscinola/Secondigliano]
Cupa Signoriello [quart. Miano]
Cupa Solfatara [da via degli Astroni - limite con il Comune di Pozzuoli]
Cupa Starza [quart. Bagnoli]
Cupa Stretta [quart. Miano]
Cupa detta Tavernola [quart. Scampia/Secondigliano]
Cupa Tierzo [quart. Barra]
Cupa Torre Cervati [da via Michelangelo da Caravaggio a via Alessandro Manzoni - quart. Fuorigrotta]
Cupa delle Tozzole [quart. Piscinola]
Cupa degli Ulivi [quart. Ponticelli/Barra]
Cupa Vallone [quart. Ponticelli]
Cupa Vecchia Napoli [quart. Piscinola/Chiaiano]
Cupa della Vedova [da via del Cimitero a Secondigliano a strada Comunale Acquarola - quart. Miano]
Cupa Vicinale Bolino [quart. Barra]
Cupa Vicinale dei Censi [quart. Ponticelli]
Cupa Vicinale dell’Arco [quart. Scampia/Secondigliano]
Cupa Vicinale dell’Olivo [quart. Barra/Ponticelli]
Cupa Vicinale Pepe [quart. Ponticelli]
Cupa Vicinale San Severino [quart. Poggioreale/Ponticelli]
Cupa Vicinale Sant’Aniello [quart. Barra]
Cupa Vicinale Terracina [da via Terracina - quart. Fuorigrotta/Bagnoli]
Cupa I e II Vrito [quart. Chiaiano]
(Via) Cupa Grande [quart. Miano/Piscinola]
(Via) Cupa Vecchia [dal corso Vittorio Emanuele al colle di San Martino - quart. Montecalvario]
(Via Vicinale) Camaldolilli (già cupa) [dal ponte della Pigna ai Camaldoli – quart. Arenella]
(Via Vicinae) Cupa Cinthia [da strada Provinciale Montagna Spaccata a via Terracina – Fuorigrotta/Pianura]
(Via Vicinale) Cupa San Domenico [da largo Martuscelli a calata San Domenico – quart. Soccavo/Vomero]
Vico Santa Maria della Neve (già cupa) [da via Santa Maria della Neve al corso Vittorio Emanuele – quart. Chiaia]

Discesa Bellaria [da via di Miano a vico della Croce - quart. Miano/San Carlo all’Arena]

70
Discesa del Cavone [quart. Miano]
Discesa Coroglio [da piazza Capo di Posillipo a via Coroglio – quart. Bagnoli/Posillipo]
Discesa Gaiola [dalla discesa Coroglio all’isola della Gaiola – quart. Posillipo]
Discesa Lacco [da via Case Puntellate a via Gioacchino Rossini – quart. Vomero]
Discesa Marechiaro [da via Nicola Ricciardi a via Salvatore Di Giacomo - quart. Posillipo]
Discesa del Petraio [dal largo del Petraio – quart. Chiaia]
Discesa (della) Sanità (già Imbrecciata alla Sanità) [da via della Sanità a vico Santa Maria della Purità – quart. Stella]
Discesa San Pietro ai Due Frati [da via Posillipo, 285 al mare – quart. Posillipo]

Gradinata Santa Maria Francesca [da via Croci Santa Lucia al Monte al corso Vittorio Emanuele – quart. Montecalvario]
Gradini Amedeo [da via Giuseppe Martucci a via Francesco Crispi - quart. Chiaia]
Gradini Catenacci [da corso Vittorio Emanuele, 515 a via Sant’Antonio ai Monti – quart. Montecalvario]
Gradini Cacciottoli [da via San Gennaro ad Antignano a vico Cacciottoli – quart. Arenella/Vomero]
Gradini Capodimonte [quart. San Carlo all’Arena]
Gradini del Cavone [da via Francesco Saverio Correra - quart. Avvocata]
Gradini Chiavettieri al Pendino [da via Sersale a piazzetta Trinchese – quart. Pendino]
Gradini dei Cinesi [da salita dei Cinesi a via Guido Amedeo Vitale – quart. Stella]
Gradini Conte di Mola [da piazzetta Duca D’Aosta a via Speranzella – quart. San Ferdinando]
Gradini (al) Corso Vittorio Emanuele [da vico Santa Maria Apparente, 32 a corso Vittorio Emanuele, 630 – quart. Chiaia]
Gradini della Croce [da vico Croce a via di Miano - quart. Miano]
Gradini D’Andrea, Francesco [dalle rampe Brancaccio a via dei Mille – quart. Chiaia]
Gradini Forcella [da via Forcella a via Giudecca – quart. S. Lorenzo]
Gradini Gesù e Maria [da via Gesù e Maria a via Francesco Saverio Correra – quart. Avvocata]
Gradini Mariconda, Andrea [da via Andrea Mariconda a via Francesco Crispi - quart. Chiaia]
Gradini dei Monti [da corso Vittorio Emanuele alla salita Sant’Antonio ai Monti – quart. Avvocata]
Gradini Nobile [da via Francesco Crispi a via Giuseppe Martucci – quart. Chiaia]
Gradini Nocelle [da vico Nocelle – quart. Avvocata]
Gradini Ofanto [da via Ofanto ai gradini Sangro – quart. Fuorigrotta]
Gradini Pallonetto Santa Lucia [da via Serapide a vico storto Pallonetto Santa Lucia – quart. San Ferdinando]
Gradini del Paradiso [da via Porta Medina a vico Paradiso – quart. Montecalvario]
Gradini del Petraio [da via Caccavello a via Petraio – quart. Vomero]
Gradini Piazza Matteotti [da via Monteoliveto a piazza Giacomo Matteotti – quart. San Giuseppe]
Gradini Piazzetta di Porto [da piazzetta di Porto a via Sedile di Porto – quart. San Giuseppe]
Gradini Piazzi, Giuseppe [da via Giuseppe Piazzi a salita Montagnola – quart. San Carlo all’Arena]
Gradini Pizzofalcone [dal Pallonetto di Santa Lucia al monte Echia]
Gradini Po [da via Arno a via Po – quart. Fuorigrotta]
Gradini Pontano [da via Pontano al corso Vittorio Emanuele – quart. Chiaia]
Gradini Pontenuovo [da via Cesare Rosaroll a via San Giovanni a Carbonara – quart. San Lorenzo]
Gradini Ponti Rossi [da via Ponti Rossi, 16-17 a 27 – quart. San Carlo all’Arena]
Gradini Rione Amicizia [da via Filippo Maria Briganti a piazza della Cooperazione – quart. San Carlo all’Arena]
Gradini Rosario a Portamedina [da piazzetta Rosario a Portamedina a salita Paradiso – quart. Montecalvario]
Gradini Sanfelice, Guglielmo [da rua Catalana a via Guglielmo Sanfelice – quart. Porto]
Gradini San Filippo [da via Michelangelo Schipa a corso Vittorio Emanuele - quart. Chiaia]
Gradini San Giuseppe dei Nudi [sulla omonima via verso via Salvatore Tommasi – quart. Avvocata]
Gradini San Liborio (oggi vico) [da via San Liborio a via del Soccorso – quart. Montecalvario]
Gradini San Mandato [da via San Mandato a vico Nocelle – quart. Avvocata]
Gradini Santa Maria ai Monti [da via Santa Maria ai Monti a via Udalrigo Masoni - quart. San Carlo all’Arena]
Gradini San Martino [da via Raffaello Morghen a via Francesco Solimena – quart. Vomero]
Gradini San Matteo a Toledo (oggi via) [da vico Lungo Trinità degli Spagnoli a via Concordia – quart. Montecalvario]
Gradini Sangro [da via Po a via Sangro – quart. Fuorigrotta]
Gradini San Nicandro [da via Stella a via Arena della Sanità – quart. Stella]
Gradini San Nicola da Tolentino [da corso Vittorio Emanuele alla chiesa omonima – quart. Montecalvario]
Gradini Santa Caterina da Siena [da largo San Caterina da Siena a piazzetta Cariati – quart. Chiaia]
Gradini Santa Lucia al Monte [da c.so V. Emanuele, 336 a via Santa Maria Ognibene, 8 – quart. Montecalvario]
Gradini Santa Maria Apparente [da corso Vittorio Emanuele a salita del Petraio – quart. Chiaia]
Gradini Sant’Antonio ai Monti [da salita Sant’Antonio ai Monti a c.so Vittorio Emanuele – quart. Montecalvario]
Gradini Santi Apostoli [da largo dei Santi Apostoli a via San Giovanna a Carbonara – quart. San Lorenzo]
Gradini Stella [da piazzetta Stella a via Stella – quart. Stella]
Gradini Suor Orsola (già salita Monastero Suor Orsola) [da c.so V. Emanuele a via Suor Orsola – quart. Montecalvario]
Gradini Tasso, Torquato [tra le prime curve di via Torquato Tasso – quart. Vomero]

71
Gradini Vita [da vico Cangi a via della Sanità – quart. Stella]
Gradoni Capodimonte [dal tondo di Capodimonte a via Capodimonte – quart. San Carlo all’Arena/Stella]
Gradoni di Chiaia (oggi via) [da via Santa Caterina da Siena a via Chiaia - quart. Chiaia/San Ferdinando]
Gradoni Santa Maria Apparente [da gradini Santa Maria Apparente a salita del Petraio – quart. Chiaia]
Vico Santa Maria La Nova (già gradini) [da via Guglielmo Sanfelice a via Santa Maria La Nova - quart. S. Giuseppe]
Vico Santo Spirito di Palazzo (gradini) [da piazza Carolina a piazza Santa Maria degli Angeli – quart. San Ferdinando]

Pendino (o gradini) Santa Barbara [da piazzetta Monticelli a via Sedile di Porto - quart. San Giuseppe/Porto]
Penninata San Gennaro dei Poveri [da via San Gennaro dei Poveri a Capodimonte – quart. Stella]
Via Arte della Lana (già appennino dei Moccia) [da piazzetta Grande Archivio a via Duomo - quart. Pendino]
Via Celentano, Bernardo (già penninata a Fonseca) [da vico Santa Margherita a Fonseca a via Santa Teresa
degli Scalzi - quart. Avvocata]

Rampe Brancaccio [da piazzetta Mondagrone a vico Vetriera – quart. Chiaia]


Rampe Briganti [dalla via omonima fra i numeri civici 55 e 57 – quart. San Carlo all’Arena]
Rampe del Campo [su via Piazzolla – quart. San Carlo all’Arena/Vicaria]
Rampa privata Caprioli [da viale Calascione a vico Santa Maria Vecchia a Cappella – quart. San Ferdinando]
Rampe del Cavone [da via Salvatore Tommasi a via Francesco Saverio Correra – quart. Avvocata]
Rampa della Cerra [da via Salvatore Rosa a via Eduardo Suarez – quart. Avvocata]
Rampe Due Porte (oggi via Eduardo Massari) [da piazzetta Arenella a via Domenico Fontana – quart. Arenella]
Rampa Fontana, Domenico [da via Pietro Castellino a via Domenico Fontana - quart. Arenella]
Rampe Longo, Maria [da via Maria Longo a larghetto Sant’Aniello – quart. San Lorenzo]
Rampe Montemiletto [dalla salita Ventaglieri a piazza Giuseppe Mazzini – quart. Avvocata]
Rampe Morisani,Ottavio [su via Ottavio Morisani tra i numeri civici 10 e 43 – quart. San Carlo all’Arena]
Rampe Nocelle [da vico delle Nocelle a via Matteo Renato Imbriani – quart. Avvocata]
Rampe Paggeria [da piazza del Plebiscito a piazzetta Domenico Salazar – quart. San Ferdinando]
Rampe Petraio [da largo del Petraio – quart. Vomero/Chiaia]
Rampe private Pizzofalcone (o del Chiatamone) [da via Chiatamone al monte Echia – quart. San Ferdinando]
Rampe Sant’Antonio a Posillipo [da piazza Sannazzaro a via Pacuvio – quart. Chiaia/Posillipo]
Rampe San Gennaro dei Poveri [da p.tta San Vincenzo a c.so Amedeo di Savoia Duca D’Aosta – quart. Stella]
Rampe San Giovanni Maggiore [da via Mezzocannone a vico San Giovanni Maggiore – quart. Porto]
Rampe San Marcellino [da piazza Portanuova a piazza San Marcellino – quart. Pendino]
Rampe del Salvatore [da via Paladino a via Leopoldo Rodinò – quart. Pendino]
Rampe Siani, Giancarlo [quart. Arenella]
Rampe Virgilio, Gaspare [parallele a via Matteo Renato Imbriani - quart. Avvocata]

Rua Catalana [da via Medina a via Agostino Depretis - quart. San Giuseppe/Porto]
Rua Toscana [da via Duomo a via N. D. Armieri - quart. Pendino]

Salita Arenella [da via Conte della Cerra a piazza Arenella – quart. Arenella]
Salita Betlemme [da vico Vasto a Chiaia a salita Vetriera – quart. Chiaia]
Salita Biblioteca Ernesto Palumbo [da via Filippo Maria Briganti a piazza della Cooperazione – quart. San Carlo all’Arena]
Salita Cacciottoli [da Montesanto ad Antignano – quart. Vomero/Montecalvario/Avvocata]
Salita Caiafa [da via Santa Maria della Neve a via Arangio Ruiz – quart. Chiaia]
Salita Cagnazzi [da via Luca Samuele Cagnazzi a p.tta San Severo a Capodimonte – quart. San Carlo all’Arena]
Salita Capodimonte [da p.tta San Severo a Capodimonte a via Capodimonte – quart. San Carlo all’Arena/Stella]
Salita Cariati (già salita Suor Orsola) [da p.tta Concordia a p.tta Cariati – quart. Chiaia/Montecalvario/San Ferdinando]
Salita del Casale [da via Giovanni Boccaccio a via del Casale – quart. Posillipo]
Salita dei Cinesi [da piazzetta San Severo a via Luca Samuele Cagnazzi – quart. Stella]
Salita Concordia [da vico Lungo Montecalvario a vico Concordia – quart. Montecalvario/San Ferdinando]
Salita Due Porte [da piazza Enrico De Leva a piazzetta Due Porte – quart. Arenella/Avvocata]
Salita dei Giudici [da piazzetta San Vincenzo a via Giuseppe Buonomo – quart. Stella]
Salita Gradini [da corso Vittorio Emanuele - quart. Montecalvario]
Salita Echia [da via Pallonetto Santa Lucia al monte Echia – quart. San Ferdinando]
Salita della Grotta [da piazza Piedigrotta a Posillipo – quart. Chiaia]
Salita La Farina [da via Nuova di Nisida al porto Paone – isola di Nisida]
Salita (di) Mauro [da vicoletto San Vincenzo a salita dello Scudillo – quart. Stella]
Salita Miradois [da p.zza Miracoli all’Osservatorio Astronomico di Capodimonte – quart. San Carlo all’Arena]
Salita Moiariello [da salita Montagnola a via Sant’Antonio a Capodimonte – quart. San Carlo all’Arena]
Salita Montagnola [da via Giuseppe Piazzi a salita Moiariello – quart. San Carlo all’Arena]

72
Salita Morisani [da salita Moiariello – quart. San Carlo all’Arena]
Salita Ospedale Suor Orsola [dalla Riviera di Chiaia, strada chiusa – quart. Chiaia]
Salita Paradiso [da piazza Pignasecca a vico Paradiso – quart. Montecalvario]
Salita del Petraio [da corso Vittorio Emanuele al Vomero – quart. Vomero/Chiaia/Montecalvario]
Salita Piedigrotta [da piazza Sannazzaro a piazza Piedigrotta – quart. Chiaia]
Salita Pontecorvo [da piazza Dante a piazza Gesù e Maria – quart. Avvocata]
Salita Pontenuovo [da via Cesare Rosaroll a via San Giovanna a Carbonara – quart. San Lorenzo]
Salita Porteria San Raffaele [da piazza Scipione Ammirato a piazzetta Materdei – quart. Avvocata ]
Salita dei Principi [da piazzetta San Vincenzo a via Giuseppe Buonomo – quart. Stella]
Salita della Riccia [da salita Miradois all’Osservatorio Astronomico di Capodimonte – quart. San Carlo all’Arena]
Salita Ritiro della Purità a Foria [da via Foria a via S. Maria degli Angeli alle Croci – quart. San Carlo all’Arena]
Salita San Nicola da Tolentino [da p.tta S. Carlo alle Mortelle a c.so V. Emanuele – quart. Chiaia/Montecalvario]
Salita San Raffaele [da via Santa Teresa degli Scalzi a via M. R. Imbriani – quart. Avvocata/Stella]
Salita Santa Lucia al Monte [da via Croci Santa Lucia al Monte a corso Vittorio Emanuele – quart. Montecalvario]
Salita Santa Maria Apparente [da salita Betlemme a vico Santa Maria Apparente – quart. Chiaia]
Salita Santa Maria del Parto [da via Mergellina, 21 alla chiesa di Santa Maria del Parto – quart. Chiaia]
Salita Sant’Anna di Palazzo [da via Chiaia a via Carlo De Cesare – quart. San Ferdinando]
Salita Sant’Antonio ai Monti [da Montesanto ai Cacciottoli – quart. Avvocata]
Salita Sant’Antonio a Tarsia [da Montesanto a piazza Giuseppe Mazzini – quart. Avvocata]
Salita Sant’Elia [da via Miracoli – quart. San Carlo all’Arena]
Salita dello Scudillo [da piazzetta San Vincenzo a viale Colli Aminei – quart. San Carlo all’Arena/Stella]
Salita Stella [da via Stella a vico Stella – quart. Stella]
Salita Tasso, Torquato [da corso Vittorio Emanuele a via Torquato Tasso – quart. Chiaia]
Salita Trinità degli Spagnoli [da vico Conte di Mola a piazzetta Trinità degli Spagnoli – quart. San Ferdinando]
Salita Ventaglieri [da via Ventaglieri alle rampe di Montemiletto – quart. Avvocata]
Salita Vetriera [da vico Vetriera a via Filippo Rega – quart. Chiaia ]
Salita di Villanova [da via Posillipo a via del Marzano – quart. Posillipo]
Via Arco Mirelli (già salita del Vomero) [da c.so Vittorio Emanuele alla Riviera di Chiaia – quart. Chiaia]
Via della Croce Rossa (già salita della Cupa) [da p.tta Terracina a via Santa Maria in Portico - quart. Chiaia]
Via Falcando, Ugo (già salita Materdei) [da via Scipione Ammirato a piazza Materdei – quart. Avvocata]
Via Rega, Filippo (già salita S. Carlo alle Mortelle) [da salita S. Maria Apparente a p.tta S. Carlo alle Mortelle - quart. Chiaia]
Via San Filippo (già salita) [da via Santa Maria della Neve a via Andrea d’Isernia – quart. Chiaia]
Via e vico San Carlo alle Mortelle (già salita del Petraio) [da corso Vittorio Emanuele a p.tta Mondragone - quart. Chiaia]

Scala Montesanto (o Filangieri) [da vico Montesanto a corso Vittorio Emanuele – quart. Montecalvario]
Scala privata Nagar [da corso Vittorio Emanuele a via privata Nagar – quart. Chiaia/Montecalvario]
Scala Pallonetto Santa Lucia [quart. San Ferdinando]
Scala Ponte di Chiaia [da via Chiaia, 89 a p.zza S. Maria degli Angeli a Pizzofalcone 7/a e via G.
Nicotera (numerazione consecutiva) - quart. San Ferdinando]
Scala San Pasquale [quart. Montecalvario]
Scala San Potito [quart. Avvocata]
Scaletta Vittorio Emanuele [da corso Vittorio Emanuele - quart. Montecalvario]

Strada Comunale Guantai ad Orsolone [quart. Chiaiano]


Strada Comunale a Nazareth [quart. Chiaiano]
Strada Vicinale Paradiso [da via Croce di Piperno - quart. Soccavo]

Vallone dei Gerolomini [da via Fontanelle all’altura dei Gerolomini – quart. Arenella/Avvocata/Stella]
Vallone Miano [Miano/Secondigliano]
Vallone Saliscendi [da via Vecchia San Rocco a Capodimonte – quart. San Carlo all’Arena]
(Via Vicinale) Vallone di Miano [quart. Miano]

Via Arena alla Sanità [da via Vergini a via della Sanità – quart. Stella]
Via Belsito [da cupa Angara a via Posillipo – quart. Posillipo]
Via Concezione a Montecalvario (già Imbrecciata di Montecalvario) [da via Toledo a via Santa Maria
Ognibene – quart. Montecalvario]
Via dei Cristallini [da via Vergini al salita Capodimonte – quart. San Carlo all’Arena/Stella]
Via Fedro [da corso Vittorio Emanuele al parco Piedigrotta - quart. Chiaia]
Via del Fosso [da via Giovanni Pascoli a via Posillipo – quart. Posillipo]
Via Girardi, Francesco (già via Magnocavallo) [da largo Mancinelli a via Santa Lucia al Monte – quart. Montecalvario]

73
Via Kagoshima [da via Belvedere a via Aniello Falcone - quart. Vomero]
Via Martiri D’Otranto (già Imbrecciata a San Francesco) [da via Arenaccia a via Cesare Rosaroll – quart. San Lorenzo]
Via e vico Pedamentina di San Martino [da largo S. Martino a c.so V. Emanuele – quart. Montecalvario/Vomero]
Via Ponti Rossi [da via Capodimonte a via Santa Maria ai Monti – quart. San Carlo all’Arena]
Via Rosa, Salvatore (già Infrascata) [da via Santa Teresa degli Scalzi a via della Cerra – quart. Avvocata]
Via Sant’Antonio Abate [da piazza Sant’Anna a Capuana a via Foria – quart. San Lorenzo]
Via Scura, Pasquale [da via Toledo a via Francesco Girardi – quart. Montecalvario]
Via Torre Cervati [da via Alessandro Manzoni a via Michelangelo da Caravaggio – quart. Posillipo-Fuorigrotta]
Via Torre Ranieri [da via Alessandro Manzoni a via Posillipo – quart. Posillipo]
Via Ricciardi, Nicola [da via del Casale a via Santo Strato a Posillipo – quart. Posillipo]
Via dei Vergini [da piazzetta Crociferi a piazza Mario Pagano - quart. Stella]
Via Vicinale Agnolella [da viale Sant’Ignazio di Loyola a via Vicinale Cupa Camaldolilli - quart. Arenella]
Via Vicinale Verdolino [da via Vicinale Nuova Verdolino a via Agnolella – quart. Soccavo]

Vico IV Vittorio Emanuele [da corso Vittorio Emanuele – quart. Chiaia]


Vico Sant’Eframo Vecchio [da via Veterinaria a piazza Sant’Eframo Vecchio – quart. San Carlo all’Arena]
Vicoletto Sant’Arpino a Chiaia [da via Chiaia, vicolo cieco – quart. Chiaia]

74
DATI TECNICI DEI PERCORSI VERTICALI TRA VOMERO E CHIAIA1

Salite

lar. disl. (in pend. (in


DENOMINAZIONE lung. (in mt.) (min/max) mt.) %) materiali tipologia
Betlemme 119 7 15,6 13 B.V. S
Cariati 188 4/7 10 5 B.V. S/G
Ospedale Sr. Orsola 42 2/3 4 10 B.V. S/G
Petraio 330 2/6 78 23 B.V. G
Santa Maria Apparente 215 1,5/6 43,3 20 B.V. S/G
S. Nicola da Tolentino 136 4/8 10 8 B.V. S
San Carlo alle
Mortelle2 130 4/5 6 5 B.V. S/G
Tasso 125 4/6 27,8 22 P.C. G
Vetriera 165 2/4 33,1 20 B.V. G

Gradini e gradinate

Corso Vittorio
Emanuele 24 5/1 9 37 B.V. G
Francesco D'Andrea 52 9 20 38 B.V. G
Gradoni Chiaia 260 6 25 10 B.V. S
Petraio 225 4/6 56,5 25 B.V. G
Santa Maria Apparente 145 2/6 30 20 B.V. G
Suor Orsola 120 3/5 5 4 B.V. S/G

Rampe

Brancaccio 500 4/7 28,4 5 B.V. S


Petraio 112 3/4 4 4 B.V. G

Calate

San Francesco 550 2,5/8 97 17 B.V. S

LEGENDA
B.V. basoli vesuviani
S strada in pendenza
G gradini
piastrelle di
P.C. cemento

1
Scheda tratta da C. Giussani, Gradinate e rampe, salite e discesa della città di Napoli, Napoli 2003, pp.
50-55.
2
Attuale via Filippo Rega.

75
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84
INDICE

INTRODUZIONE

CAPITOLO I – UNA CITTÀ TUTTA IN PENDENZA


1.1 L’evoluzione dei tracciati nello sviluppo urbanistico di Napoli.
1.2 La “rete” delle pedamentine sulle dorsali collinari.

CAPITOLO II – I TRACCIATI DI COLLEGAMENTO TRA VOMERO E CHIAIA


2.1 La collina del Vomero e il borgo di Chiaia.
2.2 I tracciati principali.
Appendice
2.3 Scale e collegamenti minori.

CAPITOLO III – DAL PASSATO A OGGI: RECUPERO E VALORIZZAZIONE


3.1 La situazione attuale: tracciati scomparsi o modificati.
3.2 Lo stato di conservazione.
3.3 Un’ipotesi di rivalutazione e salvaguardia.

CONCLUSIONI

ALLEGATI
- Elenco dei tracciati, delle pedamentine e delle scale della città di Napoli.
- Dati tecnici dei percorsi verticali tra Vomero e Chiaia

BIBLIOGRAFIA