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UNIVERSITA’ “N.

CUSANO”
TELEMATICA,
ROMA

PSICOLOGIA

DEI GRUPPI

Corso di Studi Magistrale in Psicologia

LM-51

Prof.ssa E. Miragliotta
MODU
MODULO 2 –– IL GRUPPO E LA SOCIE
OCIETA’’:: GRUPPI SOCIA
OCIALI E FAMIG
MIGLIA
LIA

2.1 CARATTERISTICHE DEL GRUPPO FAMILIARE: LA FAMIGLIA COME GRUPPO PRIMARIO

La teoria familiare strutturale di Salvador Minuchin

Salvador Minuchin è considerato uno dei padri fondatori della psicoterapia familiare. Il libro

manifesto dell’approccio da lui stesso ideato è Famiglie e terapia della famiglia del 1976, in

cui viene definita la sua originale teoria strutturale familiare. Il presupposto di base su cui si

fonda è che la vita psichica non si riduca al solo individuo ma coinvolga e sia influenzata dal

contesto e dai gruppi sociali in cui vive. Nello scenario sociale, dunque, la famiglia si configura

come un fattore significativo del processo evolutivo, e si delinea come un gruppo naturale che

regola le reazioni dei suoi componenti rispetto agli stimoli, significando e qualificando

l’esperienza dei membri stessi. La famiglia diviene il “laboratorio” dove ciascun membro

costruisce il senso di identità, che si erige su due elementi: il senso di appartenenza e il senso

di differenzazione. Il senso di appartenenza si forma da bambino, man mano che si sviluppa

l’adattamento al gruppo familiare di appartenenza e con l’appropriarsi dei modelli

transazionali della struttura familiare, che permangono nelle diverse circostanze della vita. Il

senso di differenzazione e di individualità si forma con la partecipazione, sia a differenti

sottosistemi in diversi contesti familiari, sia a gruppi extra-familiari. Per differenziarsi, ogni

individuo deve accrescere e delimitare un proprio spazio personale, definendo così un'identità

propria. L'individuo può apprendere e sperimentare nuove modalità relazionali che gli

permettono di variare le funzioni che svolge all'interno dei sottosistemi a cui appartiene, in

momenti evolutivi diversi e con persone differenti senza peraltro perdere il senso di
appartenenza (Andolfi, et. al., 1982). Nell’attuazione del processo di differenziazione la

famiglia può porsi come promotore di sviluppo oppure può divenire fonte di rischio e inibitore

di sviluppo. Nel primo caso le relazioni facilitano l’assunzione di un ruolo adulto e autonomo,

nel secondo la famiglia è caratterizzata da relazioni che rendono difficile il processo di

differenziazione e la realizzazione di obbiettivi tipici della condizione adulta (Hauser, Vieyra,

Jacobson, Werlieb, 1985).

La struttura della famiglia è un sistema socio-culturale aperto, capace di autogovernarsi, in

costante trasformazione e con propri confini interni ed esterni. Per Minuchin (1976) il

sistema-famiglia è definito come: l'invisibile insieme di richieste funzionali che determina i

modi in cui i componenti della famiglia interagiscono.

All'interno della famiglia, ciascun componente occupa un preciso posto e svolge una

determinata funzione per l'età, il sesso, il ruolo sociale che possiede; ha, inoltre, i suoi

sentimenti, le sue emozioni, le sue idee nei confronti delle cose che gli accadono intorno e

inevitabilmente ognuno risente della vita dell'altro, della sua crescita e dei problemi che deve

affrontare (Andolfi, et. al., 1982).

Il buon funzionamento del sistema viene garantito dalle caratteristiche di complementarietà

della famiglia; le caratteristiche individuali, inoltre, pur appartenendo all’individuo, diventano

funzionali al sistema. Il cambiamento di un'unità del sistema è, infatti, seguito o preceduto da

cambiamenti delle altre unità (Andolfi, 1982). I comportamenti dei membri della famiglia si

basano su dei modelli definiti transazionali. Questi sono mantenuti da due sistemi di

costrizione: il primo è generale perché coinvolge le regole universali che riguardano

l’organizzazione familiare (gerarchia di poteri tra genitori e figli che hanno livelli di autorità

differenti); il secondo è specifico di ogni famiglia in quanto comprende le aspettative dei

singoli componenti della famiglia. Nonostante a volte si dimentichi l’origine dei modelli, questi
permangono nel tempo e sono oggetto di reciproco adattamento e di efficienza funzionale. Il

sistema famiglia mantiene i modelli preferiti in quanto è attraverso questi che conserva se

stesso, facendo dunque resistenza ai cambiamenti. La famiglia, però, deve anche essere

capace di adattarsi qualora le situazioni richiedano un cambiamento. E’ necessario, dunque,

che la famiglia possieda una sufficiente gamma di modelli transazionali alternativi affinchè il

sistema possa far fronte ai cambiamenti interni ed esterni e sia in grado di trasformarsi senza

perdere lo schema di riferimento che garantisce la continuità ai suoi componenti.

Nel sistema famiglia Minuchin (1976) individua dei sottosistemi che raggruppano i membri per

funzioni o caratteristiche. Gli individui sono sottosistemi in una famiglia. Le stesse persone,

inoltre, possono appartenere a sottosistemi differenti avendo differenti gradi di potere e

funzioni: la coppia di partner è un sottosistema così come la coppia dei genitori che è un

sottosistema distinto dal primo anche se composto dalle stesse persone. Le funzioni del

sottosistema dei coniugi sono di scambio e sostegno emotivo-affettivo coniugale, mentre

quelle del sottosistema genitoriale sono di accudimento e di impegno nell’educazione dei figli.

Un altro sottosistema è quello dei fratelli, che permette ai figli di sperimentarsi nelle

relazioni tra pari e di imparare a negoziare, a cooperare e a competere.

I sottosistemi sono delimitati tra loro dai confini, cioè da regole che definiscono chi e come

partecipa ad un determinato sistema e che differenziano i sottosistemi rispetto a funzioni e

ruoli. L’insieme dei confini definisce la struttura familiare. Il modello strutturale considera la

gerarchia generazionale e i confini tra i sottosistemi come le due dimensioni strutturali

fondamentali della famiglia. In particolare, la gerarchia familiare riguarda la presenza, più o

meno esplicita, di regole che prescrivono e stabiliscono i livelli diversi di potere decisionale

associati a ciascun sottosistema; i confini riguardano, invece, le regole che definiscono ciascun

sottosistema e, allo stesso tempo, lo differenziano dagli altri; per essere funzionali, essi
devono essere chiari, distinti e flessibili, in quanto devono essere capaci di adattarsi a quelle

che sono le esigenze funzionali della famiglia. Ciascun sottosistema sviluppa le proprie

capacità se afferma la propria libertà nei confronti dell’interferenza da parte di altri

sottosistemi. Un bambino, ad esempio, acquisisce la capacità di negoziazione con i coetanei

all’interno del sottosistema dei fratelli, senza che vi sia l’interferenza dei genitori. Affinchè la

famiglia funzioni bene, i confini tra i sottosistemi devono essere chiari ancor più che definiti.

La definizione dei confini permette ai membri del sottosistema di esercitare le proprie funzioni

senza interferenze da parte di altri sottosistemi, e di mantenere comunque un contatto tra i

componenti dello stesso sottosistema e gli altri. La chiarezza dei confini è un parametro

fondamentale per la valutazione del funzionamento della famiglia. I confini possono essere

collocati lungo un continuum: rigidi, chiari e diffusi.

Nelle famiglie funzionali i confini tra i sottosistemi sono chiari, cioè permettono ai membri

della famiglia sia di esercitare le proprie funzioni senza interferenze sia di entrare in contatto

l’uno con l’altro. Ai due estremi si collocano le famiglie disimpegnate e le famiglie invischiate.

Il disimpegno è presente nelle famiglie in cui i confini sono rigidi e impenetrabili. I sottosistemi

sono eccessivamente separati tra di loro, tanto che la comunicazione è difficile sia a livello di

passaggio di informazioni che a livello di scambio emotivo. La famiglia appare poco

strutturata, con minimi legami emotivi, scarse gerarchie e forti connessioni con l’esterno. In

questo caso, nelle situazioni patologiche, può essere utilizzato il sintomo come modalità per

informare la famiglia del proprio malessere. Rispetto all’autonomia, i membri di questo tipo di

famiglia sembrano essere reciprocamente autonomi, ma si tratta di una falsa indipendenza

perché di fatto sono incapaci di sentimenti di lealtà e di appartenenza nei confronti della

famiglia. Si tratta di un'autonomia solo esibita perché l'individuo non ha avuto modo di
sperimentare la dipendenza come elemento indispensabile per poter maturare un senso di

autonomia personale (Gambini, 2007).

Le famiglie invischiate sono caratterizzate da un’estrema intensità emotiva tra i membri, i

confini tra i sottosistemi sono fragili e i confini esterni poco permeabili. La differenziazione tra

i sottosistemi tende a scomparire; non ci sono segreti tra i vari membri della famiglia e

l'emozione provata da uno è vissuta anche dall'intero sistema, i componenti sono intrusivi e

poco rispettosi dell’originalità dei pensieri e dei sentimenti altrui. La famiglia si rapporta con

l’esterno in modo centripeto (Beavers, 1982); appare chiusa, è vissuta come se fosse un

piccolo mondo in cui rifugiarsi (Gambini, 2007).

Quando nel sistema famiglia avvengono delle situazioni che richiedono un cambiamento, le

tipologie di famiglia invischiate e dispimpegnate reagiscono in maniera non funzionale,

provocando dei problemi alla famiglia stessa. La famiglia invischiata risponde al cambiamento

con eccessiva velocità e intensità, mentre la famiglia disimpegnata tende a non rispondere

completamente nonostante sia necessario.

Un esempio di famiglia invischiata particolarmente studiato da Minuchin e dai suoi

collaboratori è quello della famiglia psicosomatica (Minuchin et al., 1976, 1982), caratterizzata

da quattro modelli di interazione disfunzionale, ovvero: invischiamento, ipreprotettività,

evitamento del conflitto e rigidità.

• Invischiamento: consiste nella tendenza dei membri della famiglia a manifestare intrusioni

nei pensieri, nei sentimenti, nelle azioni e nella comunicazione degli altri. In queste famiglie c’è

una labilità dei confini tra gli individui e dei sottosistemi generazionali con conseguente

confusione delle funzioni e dei ruoli. Non c’è autonomia né spazi personali e lo sviluppo dei

processi di autonomizzazione e di individuazione è gravemente compromesso.


• Iperprotettività: è una tendenza alla preoccupazione, alla sollecitudine e all’interesse

reciproco che i membri della famiglia manifestano specialmente per quel che riguarda il

benessere fisico. In particolare, di fronte al sintomo dell’anoressia, si attiva la mobilitazione di

tutta la famiglia. Tale preoccupazione e atteggiamento protettivo in queste famiglie, ha la

funzione di nascondere ogni altro problema, difficoltà, conflitti che sente troppo pericoloso e

difficile da affrontare.

• Evitamento del conflitto: si manifesta con la tendenza dei membri della famiglia ad

adoperarsi per evitare che la conflittualità o il disaccordo venga fuori. È per questo che ogni

volta che la tensione della famiglia diviene minacciosa, uno dei membri, spesso il paziente,

interviene richiamando su di sé e sul problema l’attenzione di tutti. Il conflitto in questo modo

rimane coperto e l’intera famiglia si focalizza sulle difficoltà alimentari della paziente. È

evidente come il sintomo della paziente, diventa il catalizzatore principale attorno a cui si

modulano le relazioni della famiglia.

• Rigidità: consiste nella ripetizione delle stesse regole di relazione, nella difficoltà ad accettare

processi di trasformazione, nel tutelare un equilibrio che si è cristallizzato e che è troppo

fragile per poter accedere al rischio dei cambiamenti. L’immagine delle famiglie rigide delle

anoressiche è quella di famiglie armoniose e unite, in cui l’unico problema è la malattia della

paziente. Se emerge qualche contrasto tra i genitori, esso riguarda la gestione delle difficoltà

alimentari della paziente. Caratteristica di queste famiglie è l’inibizione dell’espressione delle

emozioni soprattutto quelle legate ad eventi troppo dolorosi per i membri della famiglia. I

membri delle famiglia si controllano reciprocamente, ognuno è immobilizzato nella propria

posizione, irrigidito nel proprio ruolo. Prevale la paura che i legami non possono avvicinare di

più senza esplodere e distanze maggiori vengono vissute come minacce per l’unità familiare.
Dinamiche all’interno dei gruppi familiari: la relazione triadica

I teorici familiari hanno individuato nella relazione triadica l’unità di osservazione di base dei

gruppi familiari. L’idea di triangolarità si è mostrata, infatti, più coerente con l’idea di

complessità e di circolarità causale propria del modello familiare: la famiglia è, infatti,

concepita come un sistema circolare di causazione reciproca, in cui non esiste un inizio e una

fine, una causa e un effetto, ma solo un insieme di reciproche influenze tra le variabili; mentre

la diade rimanda all’idea di poter ridurre in piccole parti il sistema, trovando traiettorie lineari

di causazione, l’inclusione del “terzo”, ampliando il focus dell’osservazione, ha quindi cercato

di cogliere la complessità delle relazioni, al fine di comprendere meglio il funzionamento del

sistema familiare nel suo complesso e, conseguentemente, le soggettività dei suoi stessi

componenti.

L’introduzione del concetto teorico di triangolo si deve a Murray Bowen, il quale lo definisce

“come il modo in cui si organizzano le forze emotive di ogni sistema relazionale” (1979). Il

triangolo, in questa accezione, è dunque inteso come l’elemento base e strutturante della

famiglia, vista come un sistema emotivo relazionale. Secondo questa prospettiva, ogni

famiglia è, dunque, formata da una serie di triangoli interconnessi, ovvero di relazioni a tre, le

cui dinamiche svelano il funzionamento del sistema stesso: solo guardando e osservando i

triangoli presenti, sui quali si strutturano le dinamiche relazionali familiari, sarà possibile

comprendere appieno le soggettività dei suoi stessi componenti.

La triangolazione come dinamica disfunzionale


Strettamente connessa al concetto di triangolo è la nozione di triangolazione, la quale fa

riferimento alle dinamiche relazionali all’interno dei triangoli emotivi (Andolfi, 2009). Molti

esponenti del pensiero familiare hanno contribuito ad ampliare le conoscenze relative alle

deviazioni patologiche e disfunzionali dei triangoli familiari. Nei prossimi paragrafi verranno

descritti alcuni tra i contributi più noti.

Il contributo di M. Bowen

Murray Bowen (1913-1990) ha affermato che le triangolazioni si formano a partire dall’ansia

sistemica di due persone che, nel cercare di mantenere un livello di differenziazione

necessario a conservare una relazione stabile, coinvolgono un terzo personaggio,

direttamente oppure discutendone. Secondo questa prospettiva, la triangolazione

rappresenterebbe, quantomeno entro un certo limite, un processo naturale e funzionale

capace di modulare la reattività emotiva del sistema familiare (Loriedo, Picardi, 2000).

Laddove, però, tale dinamica persista in maniera stabile e duratura, essa finisce per

compromettere il funzionamento psicologico del soggetto triangolato, intralciando il suo

percorso verso l’emancipazione emotiva dalla massa dell’Io familiare e, conseguentemente,

favorendo l’insorgenza di problematiche sintomatologiche. Un esempio esemplificativo di tale

dinamica è la trasmissione-proiezione del conflitto coniugale sul figlio: in questo caso il figlio

viene triangolato in maniera continuativa dalla diade coniugale che lo utilizza per deviare una

propria conflittualità; il figlio, i cui movimenti verso l’autonomia e indipendenza emotiva

saranno impediti dalla diade genitoriale, potrà esprimere tale “incastro” con comportamenti

sintomatologici di sofferenza emotiva. Dal punto di vista boweiano, dunque, la triangolazione,

se presente in maniera stabile e rigida, è intesa come una forza opposta alla differenziazione e

individuazione del sé; Riconoscendo nella triangolazione una minaccia alla differenziazione del
sé, Bowen afferma l’importanza della detriangolazione, intesa come la “capacità di restare nel

triangolo senza farsi triangolare” (Bowen, 1979), ovvero di riuscire a mantenere un contatto

emotivo con entrambe le sue parti, senza però essere preso nel loro conflitto. La conoscenza

dei triangoli, del loro funzionamento e delle loro dinamiche è vista come l’unica possibilità per

poter conoscere e comprendere -e quindi anche poter modificare terapeuticamente- il

funzionamento del sistema familiare, favorendo così il processo emancipativo del soggetto.

Il contributo di S. Minuchin

Minuchin (1923) descrive la triangolazione come l’esito della deviazione di un conflitto

presente in un sottosistema su un altro, reso possibile da una disfunzione a livello dei confini e

delle gerarchie generazionali presenti nel sistema familiare. Secondo Minuchin nelle

triangolazioni vi sarebbe, quindi, uno sbilanciamento di potere tra le generazioni, e una

confusione e un invischiamento tra i sottosistemi. Pur ammettendo che occasionalmente

tensioni esistenti all’interno di un sottosistema passino ad altri sottosistemi in modo così da

ridursi, Minuchin ritiene che la presenza di confini invischiati e il non riconoscimento

dell’autorità nel sottosistema genitoriale, faccia si che tale spostamento diventi una modalità

stabile e caratteristica, con gravi compromissioni sul funzionamento del sistema familiare

stesso. In particolare, osservando le dinamiche di deviazione del conflitto coniugale sui figli,

Minuchin ha formulato il concetto di triade rigida, definita come una struttura triadica nella

quale il confine tra il sottosistema genitoriale e il figlio è diffuso, mentre il confine intorno alla

triade genitori-figlio risulta eccessivamente rigido (Minuchin, 1974); inoltre, ne ha evidenziato

tre principali tipologie, ovvero la coalizione genitore-figlio, la triangolazione e la deviazione. La

coalizione genitore-figlio è definita come l’unione tra due persone a danno di un terzo. Essa va
differenziata dall’alleanza nella quale, nel rispetto delle relazioni generazionali e dei confini

interni ed esterni alla relazione stessa, si crea un’unione tra due o più individui finalizzata al

raggiungimento di un determinato scopo. Mentre l’alleanza è una configurazione funzionale,

la coalizione rappresenta una configurazione tipicamente disfunzionale, in cui il prevalente

interesse comune tra i due membri coalizzati è il tentativo di recare un danno a terzi: non è

quindi frutto di una vera unità e di un rapporto autentico ma resta sempre strumentale. Tali

coalizioni sono frequentemente presenti nelle famiglie separate in cui si può osservare una

coalizione madre-figlio che esclude il padre o, più raramente, una coalizione padre-figlio che

esclude la madre. Sono i casi in cui i figli arrivano a rifiutare ogni forma di dialogo e anche di

incontro con l’altro genitore. La triangolazione è invece una coalizione instabile in cui ciascun

genitore esige che il figlio parteggi per lui contro l’altro; quando il figlio si schiera con uno dei

genitori, l’altro definisce la sua presa di posizione come un tradimento. In questa struttura

altamente disfunzionale, il figlio rimane come paralizzato, in quanto ogni sua mossa è

percepita dall’altro genitore come un attacco. Nella deviazione, infine, i genitori spostano il

loro conflitto sul figlio; il conflitto non è, dunque, esplicitato per cui non è possibile negoziarlo

e risolverlo, e il sottosistema coniugale mantiene un’apparente armonia. La deviazione può

assumere la forma di attacco, qualora il comportamento del figlio sia considerato distruttivo e

i genitori in disaccordo si uniscono per combatterlo e controllarlo; oppure di appoggio, se il

figlio viene definito bisognoso di aiuto, e i genitori in conflitto si associano per proteggerlo,

come avviene tipicamente nelle famiglie psicosomatiche.


Il contributo di J. Haley

Jay Haley (1923-2007) ha messo in evidenza come, in famiglie con un membro sintomatico, sia

frequente il riscontro di una particolare struttura triadica, definita dallo stesso Autore come

triangolo perverso o coalizione intergenerazionale. Nel suo articolo “Verso una teoria dei

sistemi patologici” (1977), ne descrive le caratteristiche peculiari:

a. le persone interagenti nel triangolo non sono pari ma una di esse appartiene a una

generazione diversa dall’altra, occupando cioè un livello differente nella gerarchia di

potere;

b. nel processo interattivo, la persona appartenente a una generazione forma una

coalizione con la persona dell’altra generazione contro il proprio pari. A differenza

dell’alleanza, nella quale due persone si possono unire in un interesse comune

indipendentemente da una terza persona, nella coalizione si sviluppa un processo di

azione congiunta e mirata contro un terzo;

c. la coalizione tra le due persone è negata e dissimulata a livello metacomunicazionale.

La caratteristica che rende perverso questo tipo di triangolazione è il fatto che la separazione

tra le generazioni sia scavalcata e misconosciuta. Si crea così una confusione e una spaccatura

nella barriera intergenerazionale, con una conseguente perversione e confusione dei ruoli

(Selvini Palazzoli, Boscolo, Cecchin, Prata, 1975). Si ricordi che secondo l’Autore, ogni famiglia

ha una sua struttura gerarchicamente definita che stabilisce i ruoli e i confini di potere tra le

generazioni. La presenza di una gerarchia generazionale sufficientemente solida è ritenuta

fondamentale per il buon funzionamento familiare. I sintomi, in tal senso, sono considerati

segni di uno sbilanciamento della struttura familiare, i cui normali confini generazionali e le

gerarchie sono sovvertite da alleanze transgenerazionali di potere. Il triangolo perverso è una


massima espressione di tale sbilanciamento generazionale. In genere, si tratta di una

coalizione genitore-figlio a discapito dell’altro genitore. In famiglie con simile struttura,

l’autorità del genitore bersaglio della coalizione viene ad essere minata, mentre l’autorità

dell’altro genitore viene ad essere condizionata dal sostegno che il figlio gli offre. L’esistenza

di una coalizione all’interno di un sistema familiare può essere una potenziale fonte di

tensione e problemi, in quanto può favorire l’emergere di conflitti di lealtà nei membri della

coalizione stessa, qualora debbano ottemperare ad obblighi diversi a differenti livelli del

sistema (Loriedo, Picardi, 2000). Un membro di una famiglia potrebbe, ad esempio, trovarsi in

una situazione insostenibile qualora fosse spinto a prendere le parti di qualcuno, con la

prospettiva, se lo facesse, di essere punito ugualmente (Haley, 1969); seguendo questa

prospettiva, si comprende come la comparsa di un comportamento sintomatico possa

rappresentare, in alcuni casi, un estremo tentativo di non scegliere, di non prendere

posizione, di non definire la relazione all’interno di un sistema di triangoli in conflitto.

Il contributo del gruppo di Milano

Il gruppo di Milano (Selvini Palazzoli, Boscolo, Cecchin, Prata), osservando le dinamiche

relazionali di famiglie con un membro sintomatico, ha evidenziato la presenza di due

dinamiche triangolari disfunzionali, ovvero l’imbroglio e l’istigazione, entrambe caratterizzate

dal coinvolgimento del paziente nella relazione della coppia genitoriale e dal suo coalizzarsi

con un genitore contro l’altro (1988). Sia l’istigazione che l’imbroglio sono descritti come delle

componenti “obbligate” nei “giochi psicotici”. Si ricordi che per descrivere i processi che

hanno luogo nelle famiglie con un membro psicotico, il gruppo di Milano si è avvalso della

metafora del gioco, inteso come l’organizzazione relazionale che la famiglia, nel corso delle
sue transizioni, si è data. Gli Autori sottolineano come i giochi non siano una prerogativa delle

famiglie nelle quali emergono patologie, ma costituiscano l’organizzazione familiare

interattiva che si è costituita nel tempo. Quello che differenzierebbe le famiglie nelle quali

emergono patologie dalle altre non sarebbe quindi l’esistenza dei giochi bensì le

caratteristiche di questi. I giochi delle famiglie psicotiche sono definiti “sporchi”, in quanto i

loro scopi vengono sistematicamente occultati e negati. Descriviamo ora nel dettaglio

l’istigazione e l’imbroglio, intese come due manovre caratteristiche di questi giochi familiari.

L’imbroglio

L’imbroglio è descritto come una manovra attraverso la quale un genitore coinvolge e

strumentalizza il figlio, nell’ambito della sua occulta contesa con il proprio coniuge; tale

dinamica, quindi, si struttura ed evolve attorno ad una specifica tattica comportamentale

messa in atto da un genitore, caratterizzata dall’ostentare come privilegiata la relazione con il

figlio, che di fatto non è tale. Il rapporto diadico privilegiato, infatti, non è affettivamente

autentico, ma è e rimane una strategia strumentale, mirata contro il partner. In Giochi

psicotici nella famiglia (1988), gli Autori offrono un’esemplificazione concreta di tale dinamica;

riferiscono il caso di una famiglia, in cui il padre, allo scopo di veicolare implicitamente alla

moglie comunicazioni di disistima, ostenta una grande ammirazione per la diligenza della figlia

primogenita; colludendo con tale manovra, la moglie non solo non ostacola tale relazione ma

perfino sostiene la sua esclusività, con il duplice scopo di non dare al marito la soddisfazione

di soffrirne, e di godersi il suo rapporto autentico con la secondogenita; la primogenita, a sua

volta, collude con il padre, sia perché è appagata dal suo atteggiamento verso di lei, sentito

come autentico, sia per punire la madre per il rapporto esclusivo che ha con la sorella. Tale

equilibrio relazionale tra le due coppie intergenerazionali potrebbe perpetuarsi senza la

comparsa di sintomi, restando tendenzialmente stabile; la rottura di tale equilibrio con la


conseguente comparsa sintomatologica si manifesta quando si sviluppano eventi che in

maniera manifesta ed esplicita smentiscono l’autenticità del rapporto privilegiato tra il padre

e la primogenita, ovvero quando la figlia pseudoprivilegiata intuisce di essere stata

strumentalizzata e ingannata dal padre.

L’istigazione

Contrariamente al linguaggio comune, in cui l’istigazione rimanda a una dimensione diadica

lineare-causale, in cui qualcuno tenta di indurre qualcun altro a tenere un dato

comportamento, nella prospettiva milanese, tale dinamica è sempre letta secondo una

prospettiva triadica: qualcuno istiga qualcun altro contro un terzo. In tal senso, l’istigazione

non è intesa come un semplice atto, o una serie di atti, bensì come un processo interattivo in

divenire. Nell’istigazione un membro della triade viene spinto in modo sotterraneo a

diventare il braccio armato di un altro, salvo poi vedersi negare l’alleanza quando il gioco

emerge alla luce (Andolfi, 2009). Il senso del tradimento è alla base della comparsa della

sintomatologia.

Il triangolo come evento normativo: il triangolo primario

Fivaz-Depeursinge e Corboz-Warnery (2000) sottolineano come il concetto di triangolazione,

utilizzato sia in ambito psicodinamico che sistemico-familiare, sia sempre stato associato allo

sviluppo di dinamiche relazionali patologiche e disfunzionali. Le autrici notano come nel

modello psicodinamico la triangolazione faccia sempre riferimento all’esperienza edipica

soggettiva del bambino di essere escluso dalla relazione dei genitori, mentre nel modello

sistemico faccia, invece, riferimento al processo problematico in cui il bambino viene preso

nella relazione conflittuale dei suoi genitori al fine di deviarne la tensione.


Insoddisfatte da tale lettura, propongono così il concetto di triangolazione normativa,

suggerendo l’idea di triangolazioni funzionali “in cui i genitori, piuttosto che coalizzarsi contro il

bambino, si alleano in suo favore in un processo del tipo due per uno, stabilendo così una

leadership parentale collaborativa, che ne favorisce lo sviluppo psicosociale” (2000).

Ribaltando l’idea sostenuta dalle teorie evolutive classiche, secondo le quali le interazioni

triadiche rappresentano il punto culminante di una sequenza evolutiva che inizia con le

relazioni diadiche madre-bambino, le autrici hanno dimostrato l’esistenza di una competenza

interattiva triadica innata, e hanno messo in evidenza l’esistenza di un triangolo primario

madre-padre-figlio che lega da subito i genitori e il bambino reciprocamente. Le interazioni che

avvengono a livello del triangolo primario incidono profondamente sullo sviluppo psicosociale

del bambino oltre che, chiaramente, sulle dinamiche del sistema familiare nel suo complesso.

Il gruppo ha, inoltre, sviluppato uno strumento di assessment capace di indagare e analizzare

le dinamiche del triangolo primario, denominato Lausanne Trilogue Play -LTP- (1999). Il setting

dell’LTP consente l’osservazione sistematica delle interazioni familiari nella relazione triadica

tra il padre, la madre e il bambino. L’obiettivo del gioco triadico è quello di permettere ai tre

componenti della famiglia di condividere momenti piacevoli e raggiungere momenti di

condivisione sul piano intersoggettivo, in altre parole è riuscire a divertirsi insieme in quanto

entità a tre (Stern, 1974).

L’LTP prevede quattro parti: nella prima parte, uno dei due genitori gioca con il bambino,

mentre l’altro è semplicemente presente; nella seconda parte è previsto uno scambio di ruoli

tra i genitori: il genitore che in precedenza aveva assunto una posizione periferica gioca ora

con il bambino, mentre il primo ricopre il ruolo passivo; nella terza parte i tre membri della

famiglia giocano insieme; infine, nella quarta parte i genitori devono interagire tra di loro

senza coinvolgere il bambino. La famiglia è lasciata libera di decidere sia la durata complessiva
del gioco sia quando passare da una fase all’altra. Attraverso queste quattro situazioni-tipo si

vuole indagare la capacità di regolazione affettiva, condivisione e responsività empatica. Per

raggiungere lo scopo triadico i membri della famiglia devono soddisfare tre funzioni tra loro

interrelate: la partecipazione, l’organizzazione e la focalizzazione. A seconda del grado di

coordinazione che raggiungono nel lavorare insieme per la realizzazione del compito, le

relazioni nella famiglia possono essere descritte in termini di “alleanza familiare”. Più le

interazioni sono coordinate, più l’alleanza familiare risulta essere funzionale e questo tende a

promuovere lo sviluppo socio-emotivo del bambino; nel caso opposto, l’alleanza familiare

risulta problematica, chiusa in schemi di reciprocità negative, con la conseguenza che il

conflitto tra i genitori si esplicita sul bambino stesso e/o con la sua esclusione.

Secondo il gruppo di ricerca di Losanna, dunque, “la struttura familiare che funziona implica

una forte alleanza coniugale e parentale, mentre una struttura familiare che non funziona

implica una più forte coalizione transgenerazionale”( Ibidem).


2.2 CARATTERISTICHE DEI GRUPPI SOCIALI

Dal punto di vista psicologico ci sono molteplici definizioni di gruppo che corrispondono alle

diverse possibilità di isolare alcune caratteristiche dell’oggetto gruppo. Negli anni cinquanta

Merton (1957) fornisce una definizione di gruppo che si caratterizza in base a tre criteri principali:

- la presenza di un certo numero di persone che interagiscono secondo regole e norme;

- gli individui in interazione si percepiscono come membri del gruppo;

- questi individui sono definiti da altri (membri e non membri) come appartenenti al gruppo.

In questa chiave di lettura il gruppo è un insieme di individui che si trovano in diretto e immediato

rapporto, esercitano reciproche azioni di influenza e sperimentano un senso di appartenenenza

che li fa sentire membri del gruppo stesso.

Possiamo dunque differenziare tra piccoli gruppi, detti anche faccia-a-faccia proprio a partire dal

contatto diretto e immediato, e gruppi sociali in cui l’interazione tra membri non è un criterio

essenziale. I gruppi sociali dunque comprendono le diverse categorie sociali e si legano al concetto

di collettività. Maisonenuve precisa che i gruppi sociali si basano non sull’interazione ma sulla

identificazione sociale. Possiamo infatti dire che i legami tra gli individui nei gruppi sociali non sono

basati sull’interdipendenza ma preesistono all’individuo e si costruiscono sulla memoria collettiva.

In sostanza sono le condizioni storico-politico-economiche che permettono lo sviluppo di

socializzazione, ovvero di condivisione, più o meno esplicita e consapevole, di valori, credenze

miti, riti etc che sono alla base del legame tra gli individui nei gruppi sociali. Turner definisce
dunque il gruppo sociale come un aggregato di due o più individui che condividono

un’identificazione sociale comune e si percepiscono come membri della stessa categoria sociale.

Il rapporto fra gruppo e sociale è complessificato anche dal fatto che il gruppo rappresenta il luogo

per eccellenza in cui si intersecano e articolano valenze individuali con processi e valenze sociali. A

livello individuale sia in gruppo il singolo cerca il supporto e il sostegno degli altri, e nello stesso

tempo una difesa dai sentimenti di ansia e paura insiti nel contatto con chi è estraneo, diverso.

Ancora una volta l’ambivalenza che connota il rapporto individuo-gruppo può esprimersi come

soddisfacimento di bisogni di sicurezza e affiliazione (due dei principali sistemi motivazionali,

Liotti, 2002), sviluppo e affermazione della propria identità da una parte e momento regressivo,

rinuncia alla propria autonomia di giudizio e acquisizione passiva di comportamenti e modi

d’essere dall’altra.

Molti studi nel campo della psicologia sociale hanno evidenziato queste caratteristiche dei gruppi,

è noto infatti che l’identificazione con il gruppo porta l’individuo a categorizzare il proprio gruppo

(ingroup) differenziandolo dagli altri (outgroup) e associando alla differenziazione.

Lo studio dell’intersezione tra individuale e sociale è particolarmente approfondito dal lavoro di K.

Lewin attraverso la teoria del campo che identifica il gruppo come soggetto sociale. L’idea centrale

della teoria del campo è che il gruppo è un fenomeno a sé stante, non una somma di fenomeni

espressione delle sue componenti, rappresenta dunque un’unità non riconducibile alle singole

particelle che lo compongono.

Il gruppo è cioè qualcosa di più o di diverso dalla somma dei suoi membri, ha una struttura propria

e un peculiare modo di funzionamento, è in sostanza rappresentabile come una totalità dinamica.

Ciò significa che il cambiamento in una sua parte implica o interessa il cambiamento in tutte le sue
altre parti. Totalità dinamica in cui tutte le parti sono in reciproca interazione e interdipendenza.

Secondo Lewin è quest’ultimo concetto, l’interdipendenza, e non la somiglianza è il vero legame

che unisce i membri del gruppo, anche del gruppo sociale. Il concetto di dinamica è allo stesso

modo un elemento cardine della teoria lewiniana, il gruppo non è un’entità statica, è sempre la

risultante di un insieme di forze, tensioni, conflitti in perenne trasformazione e mutamento. La

risultante di questo sistema di forze costituisce un punto d’equilibrio, destinato anch’esso ad

essere costantemente modificato e modulato dal continuo mutare delle forze interne ed esterne

che agiscono verso ed entro il gruppo.

Lo sviluppo delle norme nel gruppo

Si definisce processo di normalizzazione la tendenza che porta i membri di un gruppo a stabilire

parametri di riferimento comuni, ogni gruppo si costruisce e si sviluppa stabilendo al suo interno

delle norme che lo individuano come tale e che regolano i suoi rapporti tra i membri. Si tratta di un

processo che è particolarmente intenso nella fase costitutiva di ciascun gruppo, ma che non si

esaurisce nel corso del tempo essendo soggetto a continui aggiustamenti.

M. Sherif (1936) ha condotto uno dei primi esperimenti volti ad indagare la costruzione delle

norme collettive in gruppo. In particolare l’obiettivo della ricerca era indagare in che modo il

gruppo influenza la formazione di atteggiamenti e di criteri di valutazione. Secondo l’Autore ogni

gruppo verrebbe a costituire un “metro” condiviso dal gruppo di appartenenza in base al quale

orientare il comportamento, il giudizio, le opinioni e altri aspetti del vivere comunitario. Il processo

di normalizzazione, afferma Sherif, emerge quando in presenza di un compito non

precedentemente affrontato, e per il quale dunque non esistono norme, gli individui di un gruppo

esercitano gli uni sugli altri una reciproca influenza che porta ad accordarsi su una norma comune.
Questo processo è dunque particolarmente intenso nelle situazioni di incertezza e insicurezza,

quando mancano cioè punti di riferimento precisi e strutturati, è in questa condizione che

l’influenza reciproca fra i membri diviene più intensa. Un altro celebre esperimento di Sherif, noto

come “esprimento del campo estivo” ha ben illustrano come l'appartenenza ad un gruppo

(ingroup) e il conflitto con l’esterno (outgroup) è avvertita in termini cognitivi, valutativi ed

emozionali. L’esperimento coinvolgeva ragazzi di circa 12 anni, bianchi, e aveva durata di due

settimane. Nella prima fase dell'esperimento i ragazzi sperimentavano la vita comunitaria al

campo, con nascita di relazioni e amicizie fra i ragazzi nel gruppo intero. Nella seconda fase si

procedeva alla formazione dei due gruppi. Dopo una settimana in cui i ragazzi avevano agito tutti

insieme come un unico gruppo ed erano nate relazioni interpersonali e amicizie spontanee,

venivano formati due gruppi: rossi e blu; i ricercatori separavano gli amici ponendoli in gruppi

separati. Da quel momento la vita quotidiana si svolgeva sulla base dei due gruppi. Nella terza fase

il conflitto fra i due gruppi veniva suscitato attraverso attività competitive, per le quali uno solo dei

gruppi veniva premiato (interdipendenza negativa). I ricercatori assistettero ad un rapido

deterioramento delle relazioni fra i due gruppi, a forte coesione ingroup e discriminazione con

l'outgroup, con azioni ostili reciproche, stereotipi negativi verso l'outgroup. Infine, nella quarta

fase si procedeva alla riduzione del conflitto tramite l'introduzione degli scopi sovraordinati per

ridurre l'ostilità fra i gruppi. Lo scopo sovraordinato era uno scopo attraente per i membri di

entrambi i gruppi, ma poteva essere raggiunto solo con lo sforzo congiunto di entrambi (furgone

che si rompe, colletta per spettacolo comune, ecc.). Si osservò che le ostilità diminuivano, i vecchi

amici si ritrovavano. Attraverso questi esperimenti di campo, Sherif ha ritenuto che il conflitto fra

gruppi si generi per ragioni oggettive, legate al conflitto di interessi. In realtà, vi sono dati

sperimentali che indicano come anche gruppi appena costituiti e non posti in situazioni conflittuali

sviluppino rapidamente bias reciproci e un netto favoritismo ingroup, come nella ricerca di
Ferguson e Kelley (1964) in cui due gruppi che lavorano fianco a fianco, e non competitivamente,

svilupparono ugualmente favoritismo ingroup.

Proseguendo il lavoro di Sherif, Tajfel (1972) sviluppa il concetto di identità sociale sulla base dei

fenomeni di favoritismo ingroup e discriminazione outgroup che caratterizzano le relazioni tra

gruppi. L'identità sociale di un individuo consiste nel concepire se stessi in quanto membro di un

gruppo, col significato emozionale e valutativo che risulta da tale appartenenza (Tajfel, 1972). Il

concetto di identità sociale si lega a quello di categorizzazione sociale, che consiste nell’ordinare il

mondo in categorie significative; "noi" e "loro". Con esperimenti eseguiti successivamente Tajfel

arriva alla conclusione che in una situazione di confronto fra gruppi si attiva in ognuno di essi il

bisogno di affermare la specificità positiva del proprio gruppo a scapito dell'altro. La

categorizzazione sociale di per sé provoca un comportamento intergruppi che discrimina l'"altro"

gruppo e favorisce il proprio. Il conflitto intergruppi, nel quadro della teoria dell'identità sociale,

può essere dovuto sia alla competizione per acquisire risorse materiali (Sherif), sia per acquisire,

mantenere, difendere prestigio e status.


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