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Revista EDUCADI, 2018, 3(1)

ENERO-JUNIO 2018 / ISSN 0719-7985 / VOL. 3 • NÚM. 1 • PÁGS. XX-XX


DOI XXXXXXX

Stress lavoro correlato e “burnout” del personale nelle scuole italiane.


Un quadro generale
Work related stress and staff burnout in Italian schools.
A general framework

Raimondo Pisu
Università di Cagliari, Italia

RIASSUNTO: Il burnout è una sindrome tipica delle professioni di aiuto (insegnanti,


infermieri, medici, psicologi, assistenti sociali, ecc.), quelle professioni cioè che
implicano elevata attività relazionale, che portano, nel tempo, l’operatore ad un
cedimento con relativo esaurimento delle risorse di carattere fisico e psichico. In Italia,
lo “stress lavoro correlato”, successivamente all’approvazione del Testo Unico n. 81 del
2008, articolo 28, e del decreto correttivo n. 106 del 2009 nella Sicurezza sul Lavoro, è
diventato un argomento oggetto di analisi e valutazione obbligatoria al fine di prevenire
i rischi e garantire maggiore sicurezza sul posto di lavoro. In questo saggio, oltre a
segnalare alcune indagini portate avanti in questi ultimi anni nelle realtà scolastiche
italiane che hanno evidenziato un alto livello di stress tra la popolazione dei docenti e
del personale amministrativo, tecnico e ausiliario (ATA), si analizzano le cause e gli
effetti del burnout attraverso una rilettura dei principali lavori prodotti sul tema. In
particolare, si analizza la presenza di alcuni fattori che, in Italia, possono favorire il
burnout: il continuo cambiamento di norme che regolamentano l’attività scolastica, non
ultima la Legge 107/2015, la cosiddetta “Buona Scuola”, che ha prodotto un’enorme
quantità di conflitti e di difficoltà nella gestione degli Istituti scolastici; le aule super
affollate e molto spesso non idonee; i rapporti con le famiglie, i colleghi e la dirigenza; i
sempre più pressanti adempimenti burocratici; il deterioramento dell’immagine
professionale ed una importante erosione del prestigio sociale dei docenti.
PAROLE CHIAVE: Insegnanti e burnout, stress lavoro correlato, scuole italiane,
docenti, Italia

ABSTRACT: Burnout is a syndrome common in the assistance professions (teachers,


nurses, doctors, psychologists, social workers, etc.); those professions that involve a
high degree of relational activity. Over time, it can lead to the professional experiencing
a breakdown, caused by the exhaustion of their physical and mental resources. In Italy,
"work-related stress", following the approval of the Consolidation Act no. 81 of 2008,
section 28, and of corrective decree no. 106 of 2009 in the field of health safety in the
workplace, has become an issue for analysis and assessment of how to prevent risks and
ensure greater safety in the workplace. In this essay, as well as looking some surveys
carried out in recent years in Italian schools that have highlighted a high level of stress
among the population of teachers and administrative, technical and auxiliary (ATA)
staff, the causes and effects of burnout are analysed through a re-reading of the main
works produced on the subject. In particular, the presence of some factors that can lead
to burnout in Italy is analysed: the continuous change of rules that regulate school
activity, not least Law 107/2015, the so-called “Buona Scuola” [“Good School”], which
has seen enormous amount of controversy and difficulties in the management of
schools; overcrowded and often unsuitable classrooms; relations with families,
colleagues and management; the increasingly pressing bureaucratic requirements; the
deterioration of the professional image and a significant erosion of teachers' social
prestige.

KEYWORDS: Teachers and burnout, work related stress, Italian schools, teachers,
Italy
Un grammo di prevenzione
vale quanto mezzo chilo di cura
(C. Maslach, C. - Leiter, M.P., 2000: 76;
Rossati, A. - Magro, G., 1999: 131).

Il burnout. Alcune definizioni


Maslach (1982) definisce il burnout come una sindrome che è caratterizzata da
esaurimento emotivo, depersonalizzazione, ridotta realizzazione personale, che può
presentarsi in operatori che lavorano a contatto diretto con le persone.
Egli considerava il burnout come una sindrome tipica delle professioni di aiuto
(infermieri, insegnanti, medici, psicologi, assistenti sociali, ecc.), quelle professioni cioè
che implicano elevata attività relazionale, che portano, nel tempo, l’operatore ad un
cedimento con relativo esaurimento delle risorse di carattere fisico e psichico.
Le fonti principali di stress, riguardo i docenti, vengono spesso ricondotte a fattori
quali la bassa retribuzione economica, la ridotta possibilità di carriera, il diminuito
prestigio sociale e i cambiamenti normativi.
Il termine burnout può essere tradotto come “bruciato”, “scoppiato”, “esaurito” ed
inizialmente venne utilizzato in ambito sportivo per indicare il fenomeno con il quale
un atleta, dopo anni di successi, si esaurisce e non riesce più a dare nulla dal punto di
vista agonistico. Trasferendoci dall’ambito sportivo a quello scolastico, si potrebbe
affermare che anche il migliore dei lavori che si era presentato come importante,
significativo ed eccitante, quando si viene colpiti da burnout, col tempo può diventare
spiacevole, inappagante e senza significato. L’energia che quotidianamente veniva
profusa mano a mano diminuisce e lascia spazio ad un senso di svuotamento; il
coinvolgimento si trasforma in indifferenza e l’efficacia muta in inefficienza. Questo,
in sintesi, è ciò che potrebbe capitare a un docente quando viene colpito dal burnout.
Bisogna fare molta attenzione, però, a non scambiare la sindrome del burnout con
altre tipologie di disagio presenti all’interno delle realtà lavorative.
Una forma di disagio, spesso associata a questa sindrome è la depressione che
è tuttavia differente dalla depressione cronica: quest’ultima va a colpire il sé globale
dell’individuo, mentre il burnout colpisce il sé professionale, quindi può capitare che le
persone in burnout, in contesti non lavorativi, possano avere un comportamento
differente.
È importante distinguere tra stress e burnout: lo stress si può definire come uno stato
di “attivazione”, che viene posto in essere quando l’organismo deve affrontare una
situazione imprevista, sia essa positiva o negativa, mentre il burnout è “il risultato non
tanto dello stress, quanto dello stress non mediato, dall’essere stressati senza una via
d’uscita, senza elementi di moderazione, senza sistema di sostegno” (Tognetti
Bordogna, 1991: p.36). Il sentirsi soli ad affrontare un problema, il non riuscire ad
adattarsi all’ambiente ed alla situazione (coping), l’incapacità di collegare le richieste
oggettive con le caratteristiche personali dell’individuo creano una risposta allo stress e
alla tensione sperimentata sul lavoro fallimentare che portano ad isolarsi anziché tentare
delle modalità attive e relazionali di risoluzione dei problemi (depersonalizzazione).
Dagli studi effettuati sull’argomento si evince che non esiste una relazione diretta tra
stress e burnout ma, il fatto di essere sotto stress è condizione essenziale ma non
sufficiente per essere considerati burned out.
Nonostante la letteratura sul burnout sia diventata estremamente ricca non vi è però
un consenso unanime nel definire il burnout come un fenomeno a se stante. Esistono
diversi modelli interpretativi che hanno cercato di chiarire un processo così complesso
come il burnout.
Maslach elabora un modello tridimensionale di sviluppo della sindrome che si
manifesta attraverso l’esaurimento emotivo, la depersonalizzazione e la ridotta
realizzazione personale ed apre la strada alla sperimentazione e all’individuazione
oggettiva delle cause di insorgenza del burnout con un approccio empirico sin dagli anni
’80.
L’MBI (Maslach Burnout Inventory) rappresenta la traduzione operazionale della
sua teoria, ed è ora l’indice di Burnout più usato nella ricerca; attualmente è costituito
da 22 item ripartiti in tre sub scale che servono a misurare l’esaurimento emotivo (9
item), la depersonalizzazione (5 item) e la realizzazione personale (8 item). Distingue le
cause del burnout in tre macro-categorie: fattori di tipo individuale, relazionale,
organizzativo e macro-sociale.
Si possono considerare individuali i fattori socio-demografici e quelli connessi ad
aspetti psicologici.
Da studi effettuati, si evidenzia che esistono delle contenute differenze di genere;
alcune ricerche hanno rilevato elevati livelli di burnout nelle donne rispetto agli uomini
ed interpretano questo dato argomentando che le donne intraprendono la carriera
lavorativa con aspettative più elevate rispetto agli uomini, sopportano maggiori
difficoltà, sperimentano più stress e ricevono meno ricompense. Le donne soffrirebbero
di burnout più degli uomini a causa del sovraccarico e del conflitto inerenti il ruolo.
Le donne, però, fanno un uso maggiormente efficace della loro rete di sostegno
rispetto agli uomini: il supporto sociale può moderare gli effetti dello stress lavorativo
sul burnout.
Rispetto al livello di istruzione, il maggior grado di burnout si segnala tra gli
operatori che, conclusa l’università, avendo un’aspettativa elevata e spesso idealistica
nei confronti del lavoro, non accettano la discrepanza della realtà rispetto agli ideali e
pertanto, non avendo maturato capacità pratiche per gestire lo stress emozionale e la
disillusione, precipitano nel burnout.
I fattori individuali e le caratteristiche personali, per quanto concerne le
caratteristiche psicologiche, sono particolarmente rilevanti. Nelle professioni di aiuto
sono importanti anche le competenze interpersonali.
La fiducia in se stessi è una condizione che determina minore possibilità di essere
sovraccaricati ed emotivamente esauriti. L’essere accettati ed approvati dagli altri è
sicuramente un fattore della personalità importante nel burnout.
Un altro aspetto correlato al burnout è il riconoscimento dei propri limiti e delle
proprie responsabilità. Diventa difficile definire i confini funzionali tra professione e
vita privata.
Fra i fattori relazionali, correlati al burnout, si evidenzia che il rapporto con l’utenza
in generale può indurre situazioni potenzialmente stressanti: l’operatore si sente tanto
più frustrato quanto più si sente impotente verso il bisogno di aiuto che viene
dall’utenza.
Altri fattori relazionali importanti sono i conflitti con i colleghi di lavoro, che
generano stress emozionale e che possono portare all’esaurimento emotivo, privando
l’individuo di una risorsa molto preziosa: il sostegno sociale.
Lo stress emozionale, oltre che dal rapporto difficile con i colleghi, può derivare
anche dalle relazioni con superiori che hanno il compito di controllare e valutare il
lavoro.
Gli studi effettuati dimostrano che la sindrome del burnout è un fenomeno che esiste
e coinvolge un numero sempre più rilevante di insegnanti.
In Italia il burnout coinvolge circa un milione di docenti in modo diretto e più di otto
milioni di persone fra alunni e rispettive famiglie che fruiscono di un servizio spesso
inefficiente per assenze e demotivazione del personale docente (Avitabile, 2002).
Ma i docenti di sostegno, come confermato anche da uno studio del 2014,
sembrerebbero essere predisposti a situazioni di maggiore rischio di esaurimento psico-
fisico-sociale rispetto agli insegnanti curricolari (Murdaca, Oliva e Nuzzacci, 2014).
Nello specifico, si riscontra tra i docenti una frequenza di disturbi psichiatrici pari a
due volte la categoria degli impiegati, due volte e mezzo quella del personale sanitario e
tre volte quella degli operatori di sportello (Lodolo D’Oria et. Al., 2002).
Dalle statistiche relative all’indagine della fondazione Iard nel 2000, su un campione
di oltre 1.200 insegnanti, emerge che più della metà pensa di avere sofferto, almeno una
volta, malesseri associati alla sindrome, con stati d’ansia, esaurimento emotivo,
sensazione di continua tensione, inaridimento emotivo, depersonalizzazione e ridotta
realizzazione personale; mentre il 16% ammette che, per correre ai ripari ha assunto
farmaci ansiolitici, antidepressivi e ipnotici (Cavalli, 2000; Lodolo e D’Oria et. Al.,
2002).
Questi malesseri si traducono in manifestazioni di affaticamento fisico ed emotivo,
atteggiamento di distacco affettivo e apatia nei confronti degli alunni, con una rigida
applicazione della didattica tradizionale con le lezioni frontali.
Da altre ricerche emerge una tendenza a rispettare scrupolosamente i tempi previsti
dal programma, senza considerare i diversi tempi di apprendimento degli allievi e
mantenendo la debita distanza tra se e gli altri, sia che si tratti di allievi, sia che si tratti
di colleghi di lavoro (Maslach, 1982; Cherniss, 1986; Del Rio, 1990; Rossati e Magro,
1999).

UNA INDAGINE DEL 2014 SUL BURNOUT DEGLI INSEGNANTI ITALIANI


Da una recente ricerca, condotta dalla ricercatrice Luisa Vianello dell’Università “La
Sapienza” di Roma, è emerso stress da cattedra per il 58% degli insegnanti causato dalla
difficoltà a gestire classi “difficili”, dalla mancanza di rispetto e di disciplina in classe,
dai rapporti complicati con le famiglie che si trasformano in sindacalisti dei propri figli
e dalla troppa burocrazia (Asquini, Vianello, 2016)1.
In un suo articolo, Luisa Vianello (2017), a proposito della sua indagine sul burnout
negli insegnanti italiani di ogni ordine e grado, pubblicato sul sito
www.orizzontescuola.it, emerge quanto segue:
 “tra gli insegnanti con un elevato livello di burnout non ci sono differenze di
genere, ossia ne soffrono sia gli uomini che le donne;

1
L’indagine sul burnout negli insegnanti italiani è stata realizzata completamente online attraverso la
somministrazione, tra giugno e novembre 2014, di questionari a 1.541 insegnanti (950 quelli compilati
completamente), di tutte le età e di tutti gli ordini scolastici. La ricerca evidenzia un alto livello di stress
tra la popolazione dei docenti. Nel dettaglio, se il 42% del campione ha un livello di burnout 0, ben il
58% presenta un disturbo: il 31% di livello 3 (il più grave), il 12,2% di livello 2 e il 14,8% di livello 1.
Per ulteriori approfondimenti, cfr. Asquini, Vianello, 2016; e
http://www.ckbg2015.disu.units.it/presentazioni/VA-SindromeBurnoutInsegnanti.pdf (Presentazione di
PowePont di Vianello, L. (2015), consultato il 28 giugno 2018).
 I docenti che hanno un alto livello di burnout appartengono a tutti gli ordini di
scuola, senza differenze significative;
 i docenti che insegnano da un numero maggiore di anni (più di 30) hanno un
livello più elevato di burnout e viceversa chi insegna da meno di 10 anni è meno
esposto;
 i docenti che hanno un alto livello di autoefficacia hanno un basso livello di
burnout;
 i docenti che hanno un livello alto di burnout vivono in un clima di scuola
negativo”.

Inoltre, risaltano altri dati interessanti:


 “il tempo impiegato per raggiungere la scuola non influenza in livello di
burnout;
 chi svolge funzioni attive nell’istituto (come funzioni strumentali, coordinatori
di classe, ecc.) è meno esposto al burnout;
 chi ha classi molto numerose (sopra i 25 alunni) è più a rischio di burnout,
mentre classi meno numerose (meno di 20 alunni) portano un livello 0 di burnout”.

L’indagine conferma la situazione italiana, in cui è in atto una femminilizzazione del


corpo docente e una crescita dell’età rappresentata.
“Emergono poi alcune interessanti osservazioni dalle risposte aperte. Si riporta una
breve sintesi dei risultati ottenuti.
Per le situazioni di disagio risultano:
 nella gestione della classe: coordinare alunni difficili e la mancanza di rispetto e
disciplina;
 nel rapporto con i colleghi: la mancanza di collaborazione e lo scarso interesse
per le novità e la formazione;
 nel rapporto con i genitori: l’avere la presunzione di commentare le scelte dei
figli e la non accettazione delle difficoltà;
 nel rapporto con l’amministrazione: l’eccessiva burocrazia e l’uso del registro
elettronico”.

Tra le proposte dei docenti spiccano richieste quali la riduzione del numero degli
alunni per classe, il desiderio di una migliore formazione in servizio e soprattutto
ritrovare il rispetto sociale per il proprio lavoro” (Vianello, 2017).
Non è da escludere, inoltre, che con la legge 107/2015, la cosiddetta “Buona
Scuola”, l’ultima riforma introdotta nel sistema educativo italiano, si siano accentuati, in
certe realtà, i casi di burnout sia per effetto dell’introduzione del merito o la figura del
docente di potenziamento, o dell’assegnazione di maggiori poteri al dirigente scolastico,
oppure ancora e, soprattutto, per l’obbligo di trasferimento dei docenti da una regione
all’altra dell’Italia per assumere il ruolo che ha prodotto molti malumori e provocato
situazioni di stress in molti insegnanti2.

GLI EFFETTI DEL BURNOUT


Il docente, vittima del burnout, non riesce più ad essere empatico con i suoi alunni; è
meno sensibile ai loro bisogni.
Gli insegnanti in burnout hanno una diminuita socializzazione, un impegno
lavorativo decrescente o una prestazione non partecipata, una predisposizione alla
critica negativa di ciò che fanno gli altri. Questo atteggiamento provoca così ulteriori
conflitti accrescendo l’isolamento ed il suo malessere.
Un gran numero di studi ha confermato che la categoria degli insegnanti è
sottoposta a particolari stress professionali, dovuti ai seguenti fattori (Lodolo e D’Oria
et. Al., 2002):
o L’elevata conflittualità fra colleghi e la necessità di una costante formazione;
o La necessità di affrontare il narcisismo dei genitori nei confronti del loro
(spesso unico) figlio;
o Il crescente fenomeno delle famiglie monogenitoriali o impegnate
eccessivamente sul lavoro, che demandano l’educazione dei figli quasi
totalmente alla scuola;
o Il cambiamento delle politiche di integrazione a favore dell’handicap e
l’inserimento degli alunni disabili nelle classi;
o Il crescente numero di studenti extracomunitari nelle scuole italiane e l’avvio
verso una società multietnica e multi-culturale;
o La maggiore partecipazione degli studenti e dei genitori alle decisioni
scolastiche ed il conseguente livellamento dei ruoli (Decreti delegati del 1974 e
lo Statuto degli studenti DPR 239/98);

2
Si segnala il caso di una docente trasferita in un altro Istituto riportato da Vittorio Lodolo D’Oria in un
suo articolo del 20 aprile 2018, pubblicato sul sito www.orizzontescuola.it
(https://www.orizzontescuola.it/uscire-dal-burnout-e-possibile-solamente-facendo-le-mosse-giuste/)
(consultato il 28 giugno 2018).
o L’avvenuta era dell’informatica e la necessita di aggiornarsi sull’uso didattico
delle nuove tecnologie;
o Il susseguirsi di continue riforme, come l’autonomia scolastica, l’innalzamento
dell’obbligo formativo, l’ingresso anticipato a scuola, che costringono ad una
continua riorganizzazione;
o L’inadeguato ruolo istituzionale attribuito alla professione, con retribuzione
insoddisfacente, precarietà del posto di lavoro, burocratizzazione della carriera e
assenza di valutazione periodica dei docenti.

Sarsini (1998) evidenzia inoltre che la figura professionale dell’insegnante ha subito,


nel corso degli ultimi anni, numerosi cambiamenti: si è passati da una figura di docente
“autoritario” ad una di docente “antiautoritario” e “sociopolitico”, fino al docente
“cognitivo” e a quello “affettivo”, che caratterizza i tempi più recenti.
Altro aspetto rilevante è l’incapacità, propria dell’insegnante, di gestire l’evoluzione
continua dei metodi educativi.
Inoltre mentre nel passato i docenti godevano di notevole importanza e prestigio per
il loro lavoro, nel presente si vive una forte svalutazione del ruolo e della figura
dell’insegnante.
Al docente è richiesto di calarsi in diversi ruoli: oltre ad dover essere un esperto di
didattica, anche uno psicologo, un educatore, un assistente sociale, un pedagogista e un
genitore sostitutivo. Pertanto l’insegnante diventa bersaglio concreto e facilmente
raggiungibile su cui scaricare la responsabilità di un intero sistema scolastico
inefficiente. Inoltre gli stereotipi riferiti alla categoria (orario ridotto, tre mesi di ferie
l’anno) non fanno che incrementare la disistima e la rigidità della gente.
Da alcuni studi fatti sulla relazione tra burnout e motivazione degli insegnanti si
evidenzia che i docenti con maggiori problematiche di burnout sono quelli che hanno
effettuato una scelta strumentale della professione (perché questa professione
concedeva molto tempo libero), oppure una scelta obbligata, per mancanza di
alternative o di altri sbocchi occupazionali. I docenti invece che hanno scelto
l’insegnamento per motivi vocazionali, possiedono una motivazione al successo e una
resistenza maggiore allo stress sperimentato sul lavoro. (Pedrabissi e Santinello, 1990).
Il Locus of control è un altro aspetto interessante per capire il burnout dei docenti. La
convinzione che una situazione dipenda da fattori esterni, rende il docente incapace di
operare qualsiasi tipo di contrapposizione accusando livelli di stress superiore, a
differenza di coloro che sono consapevoli di poter fronteggiare e gestire in modo attivo
la situazione.
Gli insegnanti esposti al rischio di burnout sono pertanto quelli che, di fronte ad una
situazione stressante, la considerano come il frutto del destino e non mettono in atto
alcuna azione per porvi rimedio. Si distaccano, pertanto, dagli eventi stressanti
(depersonalizzazione), esaurendo progressivamente le loro energie residue (esaurimento
emotivo).
L’organizzazione e l’ambiguità di ruolo, sono altri fattori scatenanti del burnout. La
molteplicità dei ruoli che l’insegnante è costretto a gestire, che spesso sono
incompatibili tra di loro possono scatenare la spirale del burnout.
Il docente deve quindi insegnare, educare, socializzare e promuovere lo sviluppo
funzionale della personalità dell’alunno, deve inoltre saper gestire i rapporti con i
colleghi, il dirigente scolastico, i genitori e chiunque entri in contatto con l’ambiente
scolastico.
Tutto questo comporta un elevato carico di lavoro che può diventare un fattore
scatenante o possibile causa di stress e burnout. La preparazione delle lezioni, la
correzione dei compiti, le riunioni, gli incontri con i genitori, le attività extracurricolari
e i progetti, il rapporto con gli alunni che comportano un investimento sul piano
emotivo e psicologico che non si limita alle ore di lezione.
I decreti delegati del 1974, la legge sull’autonomia scolastica DPR n°275 dell’8
marzo 1999 e la 53/2003 che definisce gli obiettivi di apprendimento relativi alle
competenze degli alunni, hanno attribuito ai genitori una funzione di partecipazione e
controllo della gestione della scuola contribuendo ad ingenerare un’ulteriore fonte di
conflitto e di stress.
Lodolo e D’Oria etal. (2002) sottolineano come la gestione “collegiale” propria del
portfolio, che prevede la collaborazione tra insegnati, alunni e genitori è un metodo che
non può essere imposto, ma che deve essere condiviso e introdotto gradualmente,
altrimenti anziché avvicinare le parti che interagiscono fra loro, le irrigidisce su
atteggiamenti di opposizione reciproca.
Da anni il mondo della Scuola vive processi di riforma a volte sostenute da
provvedimenti normativi, anche molto contestati, come la “Buona Scuola”3, a volte
3
La Legge 107/2015 è diventata un “mostro giuridico” che ha prodotto un’enorme quantità di conflitti e
di difficoltà nella gestione soprattutto dell’assunzione dei docenti precari delle graduatorie ad esaurimento
(GAE). In altri termini, “si decideva di assumere in modo indiscriminato molte persone che erano rimaste
fuori della scuola o quasi, insomma si rinunciava a selezionare i docenti; dall’altra, perché non sarebbero
stati assunti molti precari che non si trovavano in quelle graduatorie” (Piras, 2017). Inoltre, “agli occhi
dell’opinione pubblica, la riforma della scuola sembra essersi sfasciata del tutto: prima l’opposizione
massiccia di insegnanti e sindacati, poi il malessere nelle scuole dopo l’approvazione, e infine la cosa
frutto di iniziative delle scuole stesse e degli operatori della scuola desiderosi di tenere il
passo con l'evoluzione della società. Il rapporto tra colleghi il superamento di ambiguità
e competizione, in questo continuo evolversi normativo, può diventare l’unica fonte di
sostegno e prevenzione del burnout.
La possibilità di discutere dei problemi di lavoro, il reciproco scambio di
informazioni tecniche sugli aspetti didattici e formativi, un feedback sui risultati e sulla
loro valenza emotiva, possono diventare facilitatori o inibitori della sindrome del
burnout.
Le condizioni lavorative degli insegnanti spesso contribuiscono allo stress e al
burnout. La retribuzione inadeguata, l’incapacità di adattarsi ai rapidi e continui
cambiamenti dei metodi e della didattica, l’eccessivo coinvolgimento emotivo nei
problemi degli alunni e, non meno importante, la monotonia del lavoro.
I continui cambiamenti in atto nella società hanno portato la maggioranza degli
insegnanti ad una sorta di crisi di identità.
Buona parte dei disagi che i docenti subiscono nel loro lavoro riguardano la scarsa
informazione sui continui cambiamenti in atto nella scuola nonché una sostanziale
carenza di base nella formazione iniziale e nelle nozioni psicologiche, psicopedagogiche
e didattiche (Giovannini, 1990).
Tra gli stressors fisici, relativi alla struttura in cui si lavora, bisogna tener conto delle
condizioni generali degli edifici scolastici, la luminosità degli ambienti, la rumorosità, la
temperatura, la disponibilità di spazi ed attrezzature per svolgere attività alternative.
Questi elementi possono incidere sulle performances degli studenti e dei docenti.
Il conflitto di ruolo e la difficoltà relazionale che gli insegnanti incontrano con i
colleghi, con i superiori, con i genitori e con gli alunni, sono fra le principali fonti di
stress. L’insegnante non sempre ha una sufficiente formazione in tecniche relazionali e
di comunicazione e le difficoltà nelle relazioni sono spesso sia la causa, che l’effetto
della confusione di ruolo (Pellegrini, 2000). La mancanza di gratificazione, che può
derivare sia dagli atteggiamenti avversi di colleghi, superiori, genitori e sia degli
studenti, è un’ulteriore elemento che può essere causa di stress.
I principali sintomi psicosomatici (Favretto e Rappagliosi, 1990) accusati dai
docenti, sottoposti all’azione di continuative situazioni stressanti, si riferiscono a:

peggiore: una tornata gigantesca di trasferimenti che ha fatto piombare l’inizio dell’anno scolastico
2016/2017 in una confusione totale, con girandole di docenti, ritardi spaventosi nelle nomine, classi
scoperte fino a dicembre. La sensazione diffusa è di un fallimento totale. Il nuovo governo ha provveduto
a personificare il sacrificio, cambiando una sola ministra, quella dell’istruzione. Subito dopo, l’accordo
tra la nuova ministra Valeria Fedeli e i sindacati per i trasferimenti dell’anno [2017-2018] svuota di fatto
le norme della buona scuola” (Piras, 2017).
o Labilità psichica (vuoti di memoria improvvisi, difficoltà di concentrazione e
stanchezza mentale);
o Tensione e logoramento psicofisico (agitazione, irrequietezza, tensione, senso di
fatica non riconducibile allo sforzo fatto);
o Disturbi del sonno (fatica ad addormentarsi, sonno incostante e disturbato,
incubi);
o Tensione neurovegetativa (vertigini, capogiri, vampate di calore);
o Disturbi di carattere gastrointestinale e dermopatie psicogene.
L’insegnante diviene meno empatico con i propri studenti, meno sensibile ai loro
problemi e bisogni e presenta una bassa tolleranza ai fatti che accadono in classe.
La consapevolezza di non riuscire a svolgere bene la propria attività è fonte di
insoddisfazione e determina delle ricadute sull’insegnamento, sia per quanto riguarda la
relazione con gli studenti e l’attività educativa, sia per quanto concerne l’aspetto
didattico.
Peracchi (1992) individua diverse modalità attraverso le quali si esplica il distacco
fisico e affettivo del docente, nei confronti dell’utenza e del proprio lavoro:
o Rigida applicazione delle procedure, con l’uso di metodologie di insegnamento
basate sulla spiegazione della lezione in modo frontale, rispettando in modo
rigido i tempi previsti dalla programmazione, magari a discapito del ritmo di
apprendimento degli allievi;
o Perdita dell’interesse verso l’allievo, che manifesta con la colpevolizzazione e
la disumanizzazione (intesa come negazione degli attributi umani dell’altro),
che diventano gli elementi centrali del rapporto che il docente in burnout
utilizza nelle relazioni interpersonali. Il docente tende ad attribuire il fallimento
scolastico dell’alunno al suo scarso impegno, alle scarse capacità intellettive o
al ceto sociale al quale l’alunno appartiene. Come è facile intuire, uno stile di
insegnamento di questo tipo ha degli effetti negativi anche sull’apprendimento
degli alunni.

Oggigiorno il posto di lavoro è spesso un ambiente freddo, ostile, esigente in termini


sia economici sia psicologici. La gioia del successo e il brivido della conquista sono
sempre difficili da ottenere. La dedizione e l’impegno nei riguardi del lavoro si stanno
affievolendo, mentre molte persone stanno diventando ciniche, si tengono a distanza e
cercano di non farsi coinvolgere troppo (Maslach, 2000).
Anche nel mondo della scuola oramai il lavoro è diventato un obbligo piuttosto che
una risorsa. Le politiche impostate dai vari governi che si sono succeduti negli ultimi
decenni vanno verso una gestione che si orienta verso un risultato economico che mira
a risanare il deficit dello Stato piuttosto che a produrre qualità nei servizi e nella vita
organizzativa.
Gli insegnanti si trovano costretti a lavorare in aule super affollate, legati in maniera
sempre più pressante ad adempimenti burocratici, con riforme che si susseguono
aggiungendo ulteriore incertezza di ruolo.
Nel mondo della scuola si assiste ad una situazione che prevede fondi sempre più
esigui, stipendi congelati, mancanza di possibilità di carriera, ansia del lavoro a tempo
determinato. Con queste premesse è facile intuire che in presenza di questa forte
discordanza tra il lavoro che quotidianamente un docente è chiamato a svolgere e le
aspettative maturate da chi crede in questa professione, la sindrome del burnout trovi
sicuramente terreno fertile.
Il rapporto che si viene ad instaurare con i colleghi e con la dirigenza è
fondamentale in quanto le persone rendono meglio se si sentono apprezzate,
condividono con gli altri la gioia e le problematiche del posto di lavoro e si sentono di
far parte di un gruppo, di una comunità. Il conflitto cronico e irrisolto rende il posto di
lavoro intriso di frustrazione, paura, rabbia, ansia e mancanza di rispetto, rendendo
improbabile che le persone, nei momenti di difficoltà, si aiutino a vicenda.
Non essere trattati equamente è un altro aspetto che implica il venir meno del
rispetto reciproco e riduce il senso di appartenenza. Lo stipendio, la mole di lavoro, il
continuo mutare delle regole, le politiche organizzative portano, quando si ha la
percezione di trattamento ingiusto, inevitabilmente allo sgretolamento del rispetto
reciproco e dei valori condivisi.
Le persone fanno del loro meglio quando credono in quello che stanno facendo e
quando possono preservare il loro orgoglio e la loro integrità ed il rispetto di se
(Maslach, 2000).
La sindrome del burnout è indice di una non corrispondenza tra quello che le
persone sono e quello che debbono fare. Esprime un deterioramento che colpisce i
valori, la dignità, lo spirito e la volontà delle persone, esprime cioè una corrosione
dell’animo umano (Maslach, 2000).
Nel momento in cui il docente si trova a lavorare in una situazione in cui le richieste
sono superiori a quanto si riesca effettivamente a dare, e offra meno di quello che sono
le aspettative, ci si sente sovraccarichi di lavoro, svalutati, incapaci di controllare il
proprio operato, allora subentra uno stato di esaurimento cronico; si diventa cinici e
distaccati dal lavoro, si arriva a sentirsi sempre meno efficienti nel proprio lavoro.

LE CAUSE DEL BURNOUT


Ci si interroga spesso su quale sia la vera causa del burnout. Inizialmente si pensava
che il problema fosse da ricercarsi nei difetti o manchevolezze presenti nel carattere
delle persone. Pertanto si tendeva a risolvere il problema cercando di modificare gli
individui estromettendoli dall’organizzazione. Gli studi recenti indicano, invece, che il
burnout non può ricondursi al problema del singolo individuo, ma diventa
fondamentale il contesto sociale nel quale si opera. La capacità di interagire tra i vari
attori che compongono l’ambiente lavorativo, il modo in cui si esegue la propria
mansione, la propensione a riconoscere un aspetto umano del lavoro, diminuiscono il
rischio di burnout.
Oltre ad avere degli alti costi sociali, il burnout, può essere nocivo per la salute
dell’individuo, influendo sulla capacità di affrontare gli eventi e nello stile di vita
personale, conducendo ad un deterioramento della attività lavorativa.
Il burnout può essere la causa di problemi fisici come: mal di testa, ipertensione,
disturbi gastrointestinali, tensione muscolare e affaticamento cronico; può essere
causa di sofferenza psichica sotto forma di ansia, disturbi del sonno e depressione.
Molto spesso, per combattere lo stress, alcuni iniziano a fare un uso eccessivo di alcool
e droghe.
Gli effetti del burnout sul rendimento lavorativo sono subito evidenti: l’impegno e
la creatività, l’investimento di energia e costanza diminuisce ed il numero delle
assenze aumenta.
La dedizione che viene richiesta nella professione docente, l’eccessivo carico di
lavoro, il contatto continuo con gli studenti, con i colleghi e con la dirigenza implicano
un tale coinvolgimento sia emotivo che fisico da comportare un rischio elevato di
burnout.
La difficoltà ad ottenere avanzamenti sia in campo lavorativo, sia in quello
economico può portare l’insegnante a dubitare della propria competenza e
dell’opportunità di continuare ad impegnarsi in un lavoro cosi difficile.
All’interno della organizzazione scolastica è necessario che il docente si rapporti
con i colleghi, che collabori, che faccia lavoro di equipe senza, peraltro, aver effettuato
dei training formativi per riuscire a sviluppare le competenze interpersonali.
Fino ad oggi il problema del burnout è stato piuttosto sottostimato e molto spesso
non viene preso molto in considerazione in quanto non comporta rischi seri come
l’infortunio o la morte, essendo una sindrome che si sviluppa lentamente non creando
una crisi immediata. Molti pensano che il burnout sia solo la lamentela di qualche
sfaticato che non prende sul serio il suo lavoro e che non ammette il proprio fallimento.
Il burnout è un problema serio; è sicuramente sintomo di una grave disfunzione
all’interno del posto di lavoro e pertanto merita molta attenzione. Non può essere
considerato come un problema del singolo individuo ma, dell’organizzazione che, in
quanto tale, deve farsi carico del problema promuovendo le iniziative necessarie
affinché il modello organizzativo includa la promozione dei valori umani e non solo
dei valori economici.
Giudizio comune è che il burnout dipenda dall’individuo e pertanto si tende
inizialmente ad escludere il contesto lavorativo.
Nonostante venga espresso in maniera differente da ciascun individuo, le tematiche di
base rimangono le stesse:
o Un deterioramento dell’impegno nei confronti del lavoro.
o Un deterioramento delle emozioni.
o Un problema di adattamento tra persona e il lavoro.

Quando si inizia a lavorare ci si sente carichi di energia e pronti a dedicare tanto


tempo e fatica all’insegnamento. Il docente si sente coinvolto ed ogni attività si carica
di significato facendolo sentire capace ed efficiente. Di contro si sente amato dagli
studenti, considerato ed elogiato dai genitori e coinvolto in ogni progetto dal dirigente
che mostra piena fiducia nel suo operato.
Improvvisamente la trasformazione: l’esaurimento prende il posto dell’energia. Il
docente si lascia coinvolgere raramente ed il cinismo prende il soppravvento. Cerca di
fare il minimo indispensabile e si sente sempre stanco ed affaticato.
Quella che un tempo era una passione si trasforma in una disfatta.
Che cosa provoca il deterioramento dell’impegno nell’insegnamento?
Le cause sono molteplici e Maslach ne identifica sei:
 Il sovraccarico di lavoro è uno dei fattori. Dopo le ore di lezione trascorse in
classe, finita la giornata a scuola, ci sono le ore trascorse a casa a preparare la
lezione o a correggere i compiti.
 Mancanza di controllo sulla gestione del proprio lavoro. Classi troppo numerose,
risorse scarse o inesistenti.
 Stipendi insufficienti o non commisurati alla professione.
 Mancanza di valore sociale per la professione dell’insegnante.
 Crollo del senso di appartenenza a una comunità. La scarsità di risorse, le
continue evoluzioni normative, la competitività ed i litigi tra colleghi minano
ulteriormente la capacità di sentirsi membri di un gruppo.
 Il senso di ingiustizia che pervade il docente che si sente vittima di stereotipi:
“tre mesi di vacanze all’anno, non fanno niente e si lamentano pure”. Lavorando
comunque sodo, il lavoro non viene comunque riconosciuto e anzi valutato
negativamente.

L’Obiettivo principale della ricerca, in questi anni, è stato quello di analizzare gli
aspetti chiave della vita organizzativa dell’istituzione scolastica attraverso la
predisposizione dei questionari che siano in grado di misurare la discrepanza lavoro-
persona nelle sei aree della vita organizzativa di cui parla Malash (Sirigatti e Stefanile,
1993) e il Questionario sulle fonti di stress di Cooper (Favretto, 1994; Marini, 1997).
Tutto ciò al fine di consentire all’istituzione di mettere in atto una efficace strategia
organizzativa in grado di prevenire il sorgere del burnout.
Dal 2010, infatti, essendo previsto da parte delle aziende di valutare lo stress lavoro
correlato successivamente all’approvazione del Testo Unico 81 del 2008 (articolo 28) e
del decreto correttivo n. 106 del 2009, lo “stress lavoro correlato” nella Sicurezza sul
Lavoro è diventato un argomento oggetto di analisi e valutazione al fine di prevenire i
rischi e garantire maggiore sicurezza sul posto di lavoro.

IL DETERIORAMENTO DELLA FIGURA DELL’INSEGNANTE


I nostri valori influenzano il nostro comportamento, perché segnano la direzione e
danno un senso a quello che facciamo nel posto di lavoro. Quando le persone lavorano
in armonia con i propri valori e le proprie capacità, saranno allora pienamente
impegnate nel proprio lavoro e di conseguenza meno inclini al burnout (Maslach 2000).
Gli insegnanti, che lavorano a stretto contatto con gli alunni, hanno immediata la
preoccupazione circa la qualità della loro prestazione e la soddisfazione degli studenti.
Della scala Maslach del Burnout (MBI – Maslach Burnout Inventory) ne esiste una
versione leggermente modificata, rispetto alla precedente, per la professione
dell’insegnante: la Educator Survey.
La MBI misura le tre dimensioni centrali dell’esperienza di una persona con il
lavoro: esaurimento-energia, spersonalizzazione-coinvolgimento e inefficienza-
successo/realizzazione (Maslach, 2000).
Maslach con la sua MBI riporta le problematiche inerenti il burnout all’ambiente
lavorativo (politiche organizzative, produttività, e supporto sociale) ed esclude che il
burnout possa essere una sindrome psichiatrica.
Favretto e Rappagliosi (1990) sottolineano che in passato la scuola veniva tenuta in
grande considerazione e, di conseguenza, i docenti beneficiavano di notevole prestigio,
ora, invece, sembra dominare un atteggiamento meno idealistico e più pragmatico e
l’istruzione scolastica tende a far prevalere una funzione quasi esclusivamente di
custodia, di addestramento e di istruzione con una conseguente svalutazione del ruolo
educativo della figura dell’insegnate stesso.
Si è assistito, quindi, ad un deterioramento dell’immagine professionale degli
insegnanti, ad una erosione del loro prestigio, dovuto anche ad un’eccedenza di docenti
sul mercato del lavoro, un incremento del numero di laureati proprio nella fase di calo
della natalità. Ciò può avere riflessi nell’accentuare il deterioramento della relazione tra
insegnanti nei loro rapporti familiari.

IL BURNOUT COME PROBLEMA SOCIALE


Quando le persone esprimono le emozioni negative del burnout, le relazioni sociali
possono essere devastate (Maslach, 2000).
La difficoltà a raggiungere i nostri obiettivi per gli ostacoli che si presentano o
perché non si dispone delle risorse necessarie per svolgere il proprio lavoro o perché il
controllo sul nostro lavoro è inesistente porta a sentirsi frustrati e inefficienti.
Il tempo e la fatica sprecati oltre portare frustrazione e rabbia alimentano la tendenza a
ricercare capri espiatori, incolpando, magari gli altri, per gli insuccessi e reagendo in
modo aggressivo nei confronti dei colleghi.
Essere trattati con sufficienza e non vedere riconosciuto il proprio lavoro, a lungo
andare, possono portare alla perdita dell’autostima e del loro senso di competenza.
L’innescarsi di queste situazioni può portare nell’individuo altre due emozioni negative
che nascono dalla perdita del controllo sul proprio lavoro e, quando l’ambiente di lavoro
è minaccioso o incerto, paura e ansia.
Diventa difficile tenere conversazioni normali in quanto dense di ostilità ed
irritazione, i dissapori tra colleghi e dirigenza crescono fino a rendere impossibile ogni
possibile convivenza, la collaborazione ed il lavoro collegiale si disintegra ed inoltre a
farne le spese non sono solo i colleghi o gli alunni ma anche i rapporti familiari non
vengono risparmiati da questa ondata di ostilità.
Il burnout, pertanto, non è soltanto un problema del singolo ma diventa un problema
sociale in quanto le emozioni sono esperienze sociali e non riguardano solamente
l’individualità.
Come definito da Siehl e Martin nel 1984, la cultura organizzativa può essere vista
come il collante che tiene insieme l’organizzazione attraverso la condivisione di schemi
di significato. Essa consiste nei valori, nelle credenze e nelle aspettative che i membri si
trovano a condividere.
La sua funzione è quella di creare un senso di identità e conseguentemente facilitare
l’impegno collettivo dei membri che la compongono, definendo schemi interpretativi e
promuovendo stabilità nel sistema sociale. La cultura organizzativa, una volta definita,
tende ad ostacolare quelli che potrebbero essere dei cambiamenti o l’espressione di
sottoculture.

IL RUOLO DEL DOCENTE NELL’ORGANIZZAZIONE DEL SISTEMA


SCOLASTICO
Il ruolo solitamente riguarda la funzionalità e la finalizzazione dell’attività del
soggetto all’interno di un sistema aziendale presupposto e dettagliatamente organizzato.
Esso permette ai soggetti di comprendere la loro stessa collocazione all’interno
dell’organigramma lavorativo.
Per ruolo professionale si intende, quindi la rappresentazione di sé nel lavoro e un
insieme di condotte richieste per coprire una determinata posizione.
Conoscere e riconoscersi in un ruolo è fondamentale, infatti quando c’è ambiguità tra il
ruolo ascritto e quello percepito si possono verificare frustrazioni che rischiano di
compromettere l’identità personale e l’efficacia nel lavoro.
È importante pertanto indagare circa gli aspetti della utilità del ruolo ricoperto da un
insegnante all’interno dell’organizzazione scolastica, la soddisfazione percepita del
clima lavorativo, il riconoscimento dell’impegno e della preparazione da parte dei
colleghi e della società e la responsabilità data dal ruolo professionale ricoperto.
Di primaria importanza per il benessere lavorativo è una forte coesione interna dei
lavoratori della scuola. A tal proposito, risulta, quindi, necessario che l’istituzione
scolastica debba promuovere lo sviluppo di quelle abilità e competenze necessarie per
migliorare le relazioni di ruolo, tra colleghi. Una comunicazione aperta e la capacità di
gestione dei processi interpersonali e interfunzionali giocano, infatti, una parte
importante nel successo dell’istituto.

CONCLUSIONI
È presumibile che un docente a rischio di burnout rifiuti di sottoporsi ad
aggiornamenti sia di tipo formativo, riguardanti metodologie di insegnamento, che di
tipo psicologico.
È quindi importante individuare gli strumenti necessari per creare il sostegno
emotivo che potrà favorire il reinserimento di chi si trova in difficoltà.
Sarebbe utile prevedere un programma preventivo da attuarsi in tre modalità: una
prevenzione primaria per attuare forme di “benessere socio-ambientale” promuovendo
la tutela della salute della collettività, una prevenzione secondaria mirata ad individuare
i primi sintomi del burnout cercando di eliminare la conflittualità all’interno del
gruppo, promuovendo la crescita psicologica dei singoli, la prevenzione terziaria
avviene in una fase avanzata del burnout ed è collegata alla cura del disturbo (Messineo
e Messineo, 2000).
Maslach (1982), suggerisce una serie di cambiamenti individuali che possono
rendere maggiormente gratificante il lavoro e ridurre i fattori di malessere cercando di
stabilire degli obbiettivi realistici, staccare per brevi periodi dal lavoro facendo delle
pause, diminuire il coinvolgimento emotivo con gli alunni prendendo le cose con più
distacco, effettuare dei cambiamenti nel modo di gestire il lavoro per essere meno
stressati e lavorare meglio.
Maslach e Leiter (1997) affrontano il tema relativo alla risoluzione del “problema
burnout” che può avvenire su due fronti, uno centrato sull’individuo, l’altro centrato
sull’organizzazione.
Per rendere efficace l’intervento, assume una valenza basilare la possibilità di
coinvolgimento e partecipazione attiva dei lavoratori nel processo, generando un
rapporto armonico tra le persone ed il loro ambiente di lavoro.
Nella prevenzione del disturbo occupa una posizione importante il sostegno sociale
che diventa un supporto emotivo, informativo, interpersonale e materiale che è
possibile attraverso un continuo feedback con la realtà socio-lavorativa.
Il supporto fornito da un collega, che condivide la percezione della realtà lavorativa
o sociale, aiuta a non sentirsi soli o unici nell’affrontare determinate situazioni, inoltre
aiuta il soggetto a mettere in discussione le posizioni difensive di cui non è
consapevole.
Nel bagaglio del docente risulterebbe fondamentale il possesso di una preparazione
psicologica utile per affrontare le problematiche inerenti l’insegnamento-
apprendimento con l’uso di strategie funzionali di coping che permettono al docente di
instaurare un rapporto con gli alunni non connotato da eccessivo coinvolgimento.
È importante quindi ridurre l’intensità del coinvolgimento emozionale, mantenendo
comunque una partecipazione ricca ed equilibrata tra coinvolgimento eccessivo e
distacco.
Una formazione psicologica specifica che insegni ad ascoltare, a capire e a
comunicare con gli altri sia sul versante relazionale sia su quello emozionale.
Nel panorama scolastico italiano, il docente spesso è chiamato a ricoprire diversi
ruoli, che non comprende solo quello di istruire ma anche formare ed educare gli
alunni.
Sappiamo che oggi il docente svolge compiti ben più complessi che in passato, che
lo vedono mediatore di cultura, come membro di un’equipe e come genitore e
“psicologo” (Rossati e Magro 1999).
Nelle relazioni con gli allievi, il docente si trova suo malgrado a svolgere nuovi
compiti, come quelli che lo portano ad interagire con alunni, le cui carenze familiari si
manifestano non solo nel comportamento problematico, ma anche nella difficoltà di
apprendimento, che rimandano a difficoltà di natura psicologica, evidenti nell’ambito
scolastico. (Pedditzi, 2005). Inoltre, la presenza di svariati stili educativi, l’evoluzione
continua dei metodi educativi che variano a seconda delle teorie di riferimento
riguardanti l’educazione e l’apprendimento degli studenti, possono diventare fonti di
stress e burnout proprie del rapporto docente-studente.
I continui cambiamenti sociali costringono la scuola, in quanto punto di riferimento
per la crescita, l’educazione e l’istruzione dei giovani, ad uniformarsi alla realtà,
aumentando le richieste nei confronti dei docenti.
Infatti, è sempre più pressante la richiesta nei confronti dei docenti di educare gli
studenti a promuovere la loro crescita personale, dando delle risposte concrete ai loro
bisogni e le loro aspettative. Tutto questo richiede, da parte dei docenti, un
coinvolgimento emotivo e capacità personali che non sempre si possiedono. Questa
ridotta capacità di favorire la crescita culturale e professionale degli studenti, porta
l’insegnante a sentimenti di ridotta realizzazione professionale.
L’insegnante vittima del burnout, generalmente, è meno empatico, meno coinvolto
nel suo lavoro e meno sensibile ai bisogni ed ai problemi dei suoi allievi, divenendo
incapace di affrontare gli accadimenti all’interno della classe.
L’opinione comune sul burnout e che si tratti di un problema che riguarda la persona
piuttosto che un problema inerente al lavoro: “Il mondo del lavoro è un’arena dura nella
quale solo il forte sopravvive; ed il burnout rappresenta un’incapacità di sopravvivere”
(Maslach, 2000, p. 36).
Quando il dirigente vede un calo nella prestazione del docente pensa che ciò sia
dovuto a pigrizia, mancanza di motivazione o incompetenza e pertanto l’immagine che
si fa dell’insegnante non tiene conto delle motivazioni interiori che hanno portato a tale
decadimento.
Le persone con sindrome del burnout non presentano esteriormente caratteristiche
che possano giustificare il loro comportamento lavorativo anzi, si presentano calme e
posate anche quando sono preoccupate e o turbate, potrebbero sembrare insensibili e
distaccate anche quando sono interessate o premurose, ecco perché possono essere
giudicate in modo sbagliato dal mondo esterno.
Le radici del burnout si estendono oltre l’individuo e arrivano all’interno
dell’ambiente lavorativo. La sindrome del burnout non deriva da una qualche
predisposizione genetica, da una personalità depressa o da una generica debolezza. Non
è provocata da un’insufficienza della personalità o da sindrome clinica. È un problema
lavorativo (Maslach, 2000).
Non tutti considerano il burnout un problema da affrontare seriamente nonostante sia
stato riconosciuto come presente nei luoghi di lavoro. Il burnout viene spesso
minimizzato o considerato come parte inevitabile, ma gestibile della vita lavorativa.
Imparare a gestire gli elementi che generano stress nel posto di lavoro serve a creare un
ambiente privo o meno carico di stress.
Apprendere nuove abilità, migliorare il proprio stato di salute oppure rivolgersi ad un
centro di counseling o ad un qualsiasi altro genere di trattamento psicologico può
rappresentare la formula giusta per riuscire a gestire lo stress.
Una scuola che non cerchi di attivare, con i pochi mezzi a disposizione, quelle forme
di sostegno che aiutino i propri docenti a rimanere impegnati nel loro lavoro, cercando
di limitare o eliminare i sintomi del burnout, non contribuisce certamente
all’apprendimento dei propri studenti.
Quando il burnout diventa un problema reale, è più costoso debellarlo. Non a caso,
un costo altissimo da pagare viene rappresentato dalla produttività ridotta, ma anche dai
problemi di salute e dal peggioramento della qualità della vita sociale dell’individuo. Il
burnout è un costo anche per l’azienda, spesso sottovalutato. Esso, infatti, raramente
viene considerato un problema dal datore di lavoro, ma lo diventa nel momento stesso
in cui si registra una forte perdita di profitto per l’azienda.
All’interno della scuola, un ruolo importante – anche in forma preventiva – può
essere svolto dal dirigente scolastico. Ridurre le discrepanze tra persone e lavoro,
cercare di promuovere l’impegno dei docenti, aumentando gli aspetti positivi e
valorizzando il ruolo degli insegnanti, è un compito che richiede da parte del dirigente
una capacità di ricevere input e feedback da parte del personale prima di apportare
modifiche alle politiche gestionali.
Per riuscire a combattere in maniera efficace il burnout bisogna cercare di risolvere
le discrepanze tra la persona ed il lavoro. Pertanto, è importante concentrarsi sia
sull’individuo sia sul luogo di lavoro. È sbagliato pensare di risolvere il problema
focalizzandosi unicamente sull’individuo.
Il dirigente scolastico deve essere capace di indurre il gruppo degli insegnanti a
prendere in considerazione il problema del burnout e trovare insieme delle soluzioni
che migliorino la situazione, diminuendo o annullando le condizioni di discrepanza o
conflitto. Al contrario, se il dirigente scolastico parte dal presupposto, condiviso dalla
psicologia del senso comune, per cui “io” sono una entità distinta al “tu” ,”noi”, “voi”,
“loro”, commette un grave errore di base che pregiudica l’efficacia della sua azione
formativa, educativa e istruttiva nella rete scolastica (Aprile, 2005).
Maslach parla di aree della vita organizzativa e ne individua sei: carico di lavoro,
controllo, ricompense, senso comunitario, equità e valori. Questa distinzione diventa
fondamentale per individuare ed agire sulle discordanze tra queste aree e l’attività
lavorativa. Il dirigente scolastico dovrà convincersi che per adempiere efficacemente
alla sua funzione dovrà cercare con ogni mezzo di migliorare l’attività lavorativa del
personale (Insegnanti e personale ATA) della sua organizzazione.
Per fare questo dovrà pensare ad un intervento finalizzato alla creazione
dell’impegno e alla prevenzione del burnout, cercando di coinvolgere tutti in un
progetto organizzativo che grazie alla comunicazione ed ai continui feedback riuscirà –
si spera- a costruire un ambiente di lavoro migliore. In un simile contesto, l’insegnante
potrebbe sentirsi più protetto, in grado di sopportare e gestire meglio le pressioni da
parte delle istituzioni, degli studenti e dell’opinione pubblica. In altri termini, un
contesto scolastico più protettivo aiuta l’insegnante nel suo lavoro, lo rende più sicuro e
capace di provvedere a soddisfare le aspettative nella maniera più efficiente ed efficace
possibile, garantendo un alto profilo al proprio ruolo istituzionale.
PROCESSI E STRUTTURE
GESTIONALI
 Missione e obiettivi
 Direzione centrale
 Supervisione
 Comunicazione
 Valutazione della prestazione
 Sicurezza e salute
SEI AREE DELLA VITA
ORGANIZZATIVA
 Carico di lavoro
 Controllo
 Ricompense
 Senso di comunità
 Equità
 Valori
IMPEGNO NEL LAVORO
 Energia
 Coinvolgimento
 Efficienza

Fig. 1 Relazione tra processi e strutture e impegno nel lavoro (Maslach e Leiter, 2000)

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Recibido 15/07/2018 | Aceptado XX/XX/2018