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INDICE

INTRODUZIONE………………………………………………………………………………..1

CAPITOLO 1- LE BASI ANATOMO-FISIOLOGICHE NELLA MALATTIA DI


ALZHEIMER……………………………………………………………………………………1
CAPITOLO 2- QUADRO CLINICO NELLA MALATTIA DI ALZHEIMER…………….2
CAPITOLO 3- LA VALUTAZIONE DEL PAZIENTE MALATO DI ALZHEIMER……..3
CAPITOLO 4- LA DIFFICILE “ARTE” DELL’AVER CURA: CAREGIVER BURDEN
NELLA MALATTIA DI ALZHEIMER………………………………………………………..3

CONCLUSIONE…………………………………………………………………………………4
BIBLIOGRAFIA………………………………………………………………………………….5

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La malattia di Alzheimer

Credo che il mio cervello, sostanzialmente, sia lo stesso di quando ero ventenne. Il mio modo di
esercitare il pensiero non è cambiato negli anni. E non dipende certo da una mia particolarità, ma
da quell’organo magnifico che è il cervello. Se lo coltivi funziona, se lo lasci andare e lo metti in
pensione si indebolisce. La sua plasticità è formidabile. Per questo bisogna continuare a pensare.
Rita Levi Montalcini

Introduzione

L’aumento dell’aspettativa di vita ha portato ad un invecchiamento della popolazione


a livello mondiale determinando negli ultimi anni un preoccupante aumento dei tassi di
prevalenza della demenza per le fasce d’età superiori ai 65 anni. Con il termine demenza
facciamo riferimento ad una disfunzione cronica, progressiva e generalmente irreversibile
delle funzioni del sistema nervoso centrale, che ha come conseguenza un complesso declino
cognitivo generalmente accompagnato da disturbi dell’umore, della personalità e del
comportamento. Nello specifico in questo elaborato andremo a trattare, seppur in maniera
sintetica, la demenza di tipo Alzheimer la quale rientra nella classificazione delle demenze
degenerative (idiopatiche, primarie) (De Beni e Borella, 2015). Questa è una demenza a
esordio insidioso in assenza di un quadro neurologico specifico che va sospettata
ogniqualvolta in un soggetto al di sopra dei 45 anni di età si manifestano dei disturbi di
memoria che arrivano ad interferire con le normali attività della vita quotidiana e a cui si
aggiungono in breve tempo altri disturbi di natura cognitiva e/o psichiatrica (Berti e
Làdavas, 2020).

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CAPITOLO 1
LE BASI ANATOMO-FISIOLOGICHE NELLA MALATTIA DI
ALZHEIMER

L’attività principale del cervello consiste nell’apportare modifiche a se stesso.


Marvin Minsky
A livello anatomo-fisiologico la malattia di Alzheimer è caratterizzata da una marcata
diminuzione di peso del cervello associata ad un’atrofia corticale che provoca un allargamento dei
solchi e un appaiamento delle circonvoluzioni cerebrali. L’atrofia può essere localizzata in precise
regioni come i lobi frontali o le regioni temporo-parieto-occipitali, oppure può essere globale
(Breedlove e Watson, 2014).
L’elemento lesionale fondamentale per la diagnosi certa della malattia è rappresentato dalle
alterazioni riscontrabili a livello cellulare e microscopico: le placche senili, la degenerazione
neurofibrillare, il depauperamento neuronale e l’angiopatia congofila (Berti e Làdavas, 2020).
Si è visto anche come l’attività dell’enzima responsabile della sintesi dell’acetilcolina,
localizzata nel prosencefalo basale, è molto diminuita nella malattia di Alzheimer. I neuroni che
producono l’acetilcolina sono localizzati nelle regioni anteriori profonde del cervello, in particolare
nel nucleo basale di Meynert e nei nuclei del setto, i cui neuroni, nella malattia di Alzheimer, sono
particolarmente compromessi. Oltre al deficit colinergico, sono presenti anche mancanze nella
trasmissione monominergica. Il sistema dopaminergico sarebbe invece risparmiato (Breedlove e
Watson, 2014).
In generale si può concludere che la malattia di Alzheimer non deve essere considerata come
il frutto di una degenerazione globale del tessuto cerebrale, ma piuttosto come il risultato di lesioni
multifocali del cervello.

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CAPITOLO 2
QUADRO CLINICO NELLA MALATTIA DI ALZHEIMER

La vecchiaia è come tutte le altre cose. Per riuscirvi bene, occorre iniziare da
giovani.
Theodore Roosevelt

In una fase iniziale il paziente malato di Alzheimer può manifestare molteplici sintomi, tra
questi i più frequenti sono: stato depressivo, alterazioni del ritmo sonno-veglia e accentuazione di
alcune caratteristiche di personalità. Generalmente però il paziente è condotto alla visita per i
disturbi della memoria, difatti la presenza di amnesia risulta essere il fattore fondamentale per poter
fare diagnosi. Sappiamo come esistano vari tipi di memoria e di seguito si cercherà di individuare
quelle maggiormente colpite con la malattia dell’Alzheimer. Il paziente presenta un disturbo
episodico anterogrado ovvero incapacità di apprendere nuove informazioni sia semplici che
complesse e un deficit di memoria prospettica ovvero un’incapacità di ricordarsi, al momento giusto
e senza sollecitazioni di compiere qualche attività. Anche la memoria autobiografica è soggetta a
deterioramento abbastanza precoce, e questa generalmente viene rilevata dagli stessi famigliari
(Pino, 2017). Sempre in una fase precoce si possono verificare i cosiddetti episodi confusionali,
dove l’evento viene vissuto come un “vuoto di memoria”, questo viene spiegato dal fatto che un
comportamento automatizzato è ora diventato controllato e richiede uno sforzo enorme per essere
richiamato. Questi episodi possono generare un senso di frustrazione e depressione nel soggetto e
possono essere il motivo per cui si ricorre alla visita neuropsicologica. Vediamo inoltre come il
disturbo di memoria mostra un progressivo peggioramento e va a compromettere anche i ricordi del
passato interessando anche la memoria episodica retrograda. Al contrario, la memoria procedurale
sarebbe abbastanza preservata nei pazienti con Alzheimer. Nell’arco di un anno il paziente
manifesterà, oltre alla memoria, evidenti deficit anche nelle altre aree cognitive tra queste
menzioniamo: disturbo del linguaggio, deficit visuo-spaziale, intelligenza, attenzione sostenuta,
divisa e selettiva (Carbone, 2013).

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CAPITOLO 3
LA VALUTAZIONE DEL PAZIENTE MALATO DI ALZHEIMER

Compiuti ottant’anni avrete imparato ogni cosa. Dovete solo ricordarvela.


George Brunns
Il primo passo da effettuare è la raccolta dei dati anamnestici, la quale richiede spesso l’aiuto
di un famigliare. L’anamnesi ha l’obiettivo di andare a valutare se i deficit riportati possono
interferire con le normali attività quotidiane del soggetto. Nella maggior parte dei casi i famigliari
sono i primi ad aver notato delle modificazioni nel loro comportamento e una minima percentuale
di soggetti richiede invece una valutazione di propria iniziativa perché è in ansia o depresso davanti
ad episodi specifici di amnesia (Caltagirone e Sancesario, 2017).
Il passo successivo per la valutazione del paziente malato di Alzheimer è il colloquio. Qui il
fenomeno che si riscontra è quello della “titubanza cognitiva” che si caratterizza per un
atteggiamento da parte del paziente connotato da incertezza, imbarazzo e dipendenza dall’aiuto dei
familiari anche nello svolgimento delle condotte più semplici (Spinnler, 1985).
Ad esempio, nel caso del colloquio se chiediamo al paziente la sua età lui cercherà di
rispondere per tentativi ed errori come se la situazione fosse difficile da affrontare e cercherà più
volte lo sguardo dell’accompagnatore alla ricerca di aiuto e approvazione (Papagno e Vallar, 2007).
Lo step finale è la somministrazione dei test, è importante che la scelta del test tenga conto
delle difficoltà del paziente, per questo si consigliano esami semplici di breve durata. A tal
proposito, menzioniamo il Mini-Mental State Exam (MMSE), ideato da Folstein, è un metodo
ampiamente utilizzato, validato e affidabile per lo screening del morbo di Alzheimer. Il test prevede
una durata al massimo di 15 minuti e si pone l’obiettivo di valutare le seguenti aree: orientamento
spazio-temporale, memoria immediata, attenzione, memoria a lungo termine, linguaggio e prassia
costruttiva (De Beni e Borella, 2015).

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CAPITOLO 4
LA DIFFICILE “ARTE” DELL’AVER CURA: CAREGIVER BURDEN NELLA
MALATTIA DI ALZHEIMER
Dalla cura viene il coraggio
Lao-Tzu

I caregivers informali sono i famigliari del malato che forniscono cura e assistenza e
costituiscono l’ossatura del sistema assistenziale. Occuparsi di un malato di Alzheimer, vivere con
lui, accudirlo, comporta un peso non indifferente nel familiare. Ed è qui che si è venuta ad
introdurre la nozione di caregiver burden che viene comunemente definita come il “peso
dall’assistenza” percepito dai caregiver stessi. Il "caregiving" è dunque un'attività difficile e
destabilizzante e per questo i caregivers sono esposti a molteplici fattori di stress che li portano
incontro a rischi fisiologici, psicologici e cognitivi (Bartorelli e Carocci, 2008). Alcune ricerche
hanno evidenziato come i fattori di stress conducono a un innalzamento dell’ormone dello stress che
porta a un controllo inefficiente delle risposte fisiologiche, inoltre lo stress può portare anche alla
messa in atto di comportamenti a rischio per la salute come uno stile di vita sedentario, l’abuso di
sostanze farmacologiche e una dieta povera. Un altro filone di ricerca ha analizzato il benessere
psicologico dei caregivers, evidenziando come siano più stressati, più depressi e abbiano livelli più
bassi sia di benessere soggettivo sia di self-efficacy rispetto alla popolazione generale. Per finire, i
caregivers mostrano livelli inferiori sia di attenzione che di velocità di elaborazione delle
informazioni rispetto ai non caregivers (De Beni e Borella, 2015).
Importante in questo contesto è il ruolo dello psicologo, il quale può mettere in atto diverse
strategie di intervento per aiutare il caregiver del paziente malato di Alzheimer a sviluppare una
maggiore resilienza (George e Gwyther, 1986).
A tal proposito è importante incoraggiarlo a prendersi cura di sé stesso e fare in modo che la
malattia del famigliare non sia costantemente al centro della propria attenzione . Spesso il caregiver
assume questo ruolo per necessità, senza avere ricevuto una corretta informazione sulla patologia di
cui è affetto il proprio familiare e una formazione nella gestione delle situazioni di non
autosufficienza. Per questo, nella costruzione dei piani terapeutici, si dovrebbe prevedere il
coinvolgimento e l’addestramento dei caregiver in modo che possano acquisire le conoscenze
necessarie per gestire i bisogni fondamentali del malato. L’impreparazione del caregiver non solo è
controproducente per il paziente e la sua famiglia, ma acuisce il carico di stress e di burden
soggettivo. Diversi studi hanno evidenziato come caregiver familiari poco preparati garantiscano
peggior qualità delle cure e risultino essere maggiormente predisposti alla sindrome del burnout.
Importante è anche incoraggiarlo all’uso di programmi di sostegno presso le strutture sul territorio
le quali forniscono brevi aiuti e danno la possibilità al caregiver di prendersi del tempo per
occuparsi di sé. Quando la famiglia non è più in grado di far fronte all’impegno richiesto per la cura
del malato il proseguimento dell’assistenza dovrà essere assicurato con l’istituzionalizzazione in
strutture dedicate come SAPA (Sezione Alta Protezione Alzheimer). Infine, bisogna promuovere
l’accesso alle nuove tecnologie che possono facilitare in primis la vita del paziente ma anche quella
del caregiver informale (Ibidem).

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Conclusioni

Questo breve elaborato ha l’obiettivo di dare una panoramica generale sul morbo di
Alzheimer con particolare focus sulle implicazioni e conseguenze che questa malattia riveste
all’interno della famiglia. Abbiamo visto come il famigliare che decide di prendersi cura del proprio
caro deve affrontare un carico notevole, sia a livello emotivo sia a livello assistenziale. In questo
contesto, riveste un ruolo fondamentale lo psicologo, al quale ci si può rivolgere per richiedere
sostegno nell’affrontare il compito di cura e per combattere il disagio psicologico come l’ansia, lo
stress o la depressione legate al ruolo di caregiver.
Con il presente lavoro quindi si è voluto introdurre, seppur in maniera sintetica, al tema
dell’Alzheimer, ma ci terrei a concludere con una considerazione ripresa da Baltes e che penso sia
di fondamentale importanza prendere in considerazione ogni qual volta si vuole approcciare al
mondo dell’invecchiamento, il quale rappresenta un processo più complesso e differenziato di
quanto comunemente si creda. Esso non comporta solamente delle perdite e delle limitazioni, come
nel caso della malattia di Alzheimer ma anche guadagni. Un buon invecchiamento allora non
consiste nella negazione e nel rifiuto del declino fisico, che è inevitabile, ma nella capacità di
controllarlo e compensarlo sul piano fisico, cognitivo ed emotivo, attraverso un chiaro esame di
realtà.

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Bibliografia
Bartorelli, L. (2008). Manuale del caregiver. Prendersi cura delle persone affette da demenza.
Carocci.
Berti, A., Làdavas, E. (2020). Neuropsicologia. Bologna: Il mulino.
Borella, E., De Berti, R. (2015). Psicologia dell’invecchiamento e della longevità. Bologna: Il
mulino.
Caltagirone, C., Sancesario, G. (2017). Malattia di alzheimer e altre demenze diagnosi e terapia
integrata. Roma: SEU.
Carbone, G. (2013). Invecchiamento cerebrale, demenze e malattia di Alzheimer. Una guida
informativa per i familiari e gli operatori. Milano: Franco Angeli.
George, L.K., Gwyther, L.P. (1986). Caregiver Weil-Being: A Multidimensional Examination of
Family Caregivers of Demented Adult.  In “The Gerontologist”, n. 26, pp. 253-259.
Papagno, C., Vallar, G. (2007). Manuale di neuropsicologia. Bologna: Il mulino.
Pino, O. (2017). Recuperare i ricordi. La memoria, i suoi disturbi, le evidenze di efficacia dei
trattamenti riabilitativi. Firenze: Mondadori.
Spinnler, H. (1985). Il decadimento demenziale. Inquadramento neurologico e neuropsicologico.
Roma: Il Pensiero Scientifico.