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Ordinamento giudiziario

1. Cenni storici
Per ordinamento giudiziario si intende l’insieme delle norme che disciplinano la composi-
zione e il funzionamento degli uffici che esercitano la funzione giurisdizionale.
All’indomani dell’unificazione, lo scenario era estremamente frastagliato, in quanto si ven-
nero a sovrapporre le istituzioni e gli organi dei diversi sistemi giuridici che sussistevano, pre-
cedentemente, nel territorio della penisola. Si rese, pertanto necessaria una disposizione che
uniformasse il funzionamento della Giustizia. Un primo intervento legislativo, in tal senso fu il
regio decreto 6 dicembre 1865, n. 2626 che estese provvisoriamente a tutto il regno l’ordina-
mento giudiziario sabaudo. In realtà, tali disposizioni rimasero in vigore fino alla legge 3 giugno
1890 n. 687 che, peraltro, riformò solo in parte il precedente ordinamento, così come la legge
14 luglio 1907, n. 511 (la cosiddetta riforma Orlando).
Facendo un passo indietro, merita di essere ricordata anche la Legge Lanza (legge 20 marzo
1865 n. 2248, avente ad oggetto l’unificazione amministrativa del Regno d’Italia) che estese
su scala nazionale le disposizioni previste dal decreto Rattazzi (legge 23 ottobre 1859 n. 3702)
nel Regno di Sardegna. Tra l’altro, la legge Lanza ha istituito (allegato D) il Consiglio di Stato
ed ha abolito (allegato E) i Tribunali speciali che, nell’assetto previgente, erano investiti della
giurisdizione del contenzioso amministrativo: in tal modo, erano devolute alla giurisdizione or-
dinaria tutte le cause per contravvenzioni e tutte le materie nelle quali si facesse questione d’un
diritto civile o politico, comunque vi potesse essere interessata la pubblica amministrazione, e
ancorché fossero emanati provvedimenti del potere esecutivo o dell’autorità amministrativa.
Successivamente, la legge 2 giugno 1889, n. 6166 istituì la IV sezione del Consiglio di Stato che
esercitava funzioni giurisdizionali in relazione alle controversie tra le Pubbliche amministrazioni
e i privati. Con il r.d. 17 agosto 1907, n. 642 è stato dettato il regolamento per la procedura di-
nanzi alle sezioni giurisdizionali del Consiglio di Stato e si è istituita la V sezione.
Al fine di assicurare l’uniforme applicazione del diritto in tutto il territorio nazionale, alla
Corte di Cassazione di Torino (istituita dallo Statuto Albertino, nel 1848) che esercitava le sue
funzioni nell’ambito del Regno di Sardegna e del Lombardo-Veneto, se ne affiancarono altre
quattro: a Firenze (competente nell’ex Granducato di Toscana e in quelli che, nel precedente
assetto erano i ducati di Parma e Piacenza, di Lucca e di Modena e Reggio), Roma (per i territori
che avevano fatto parte dello Stato pontificio), Napoli e Palermo (che esercitavano le loro com-
petenze nell’ex Regno delle Due Sicilie). Nel 1923, nell’ambito della politica accentratrice del
regime fascista, le Corti di Cassazione regionali furono soppresse e fu istituita la Corte Suprema
di Cassazione, con sede a Roma.
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Per ottenere una disciplina organica dell’ordinamento giudiziario, bisognerà attendere il r.d.
30 gennaio 1941, n. 12 che costituisce ancora la norma di riferimento in materia, sebbene sia
stata più volte rivista, all’indomani dell’entrata in vigore della Costituzione, per adeguarla al
mutato assetto politico e per eliminare le disposizioni che erano in contrasto con il dettato
della Carta. Così, ad esempio, l’articolo 8 dell’ordinamento giudiziario nella sua formulazione
originaria, prevedeva, tra i requisiti per l’ammissione ad esercitare funzioni giudiziarie, l’essere
cittadino italiano, di razza italiana, di sesso maschile, ed iscritto al Partito nazionale fascista.
Tale norma, dal tenore evidentemente obsoleto, è stata prima rivista e, infine, abrogata, ai sensi
dell’art. 54, d.lgs. 5 aprile 2006, n. 160.
Allo stesso modo, appare discutibile la formula di giuramento prevista dall’articolo 9 (Giuro
di essere fedele al Re Imperatore, di osservare lealmente lo Statuto e le altre leggi dello Stato
e di adempiere coscienziosamente i miei doveri di magistrato). Tale comma, pur non essendo
stato formalmente abrogato, è da ritenersi inapplicabile in quanto incompatibile con l’art. 4,
l. 23 dicembre 1946, n. 478 che modifica la formula di giuramento per i magistrati dell’ordine
giudiziario ed amministrativo, per gli avvocati e procuratori dello Stato, e per i notai (Giuro di
essere fedele alla Repubblica italiana ed al suo Capo, di osservare lealmente le leggi dello Stato
e di adempiere con coscienza i doveri inerenti al mio ufficio).

2. Le autorità a cui è affidata l’amministrazione della Giustizia


Il Titolo I del regio decreto 30 gennaio 1941, n. 12 detta una serie di disposizioni generali, relative
ai soggetti chiamati ad esercitare la funzione giurisdizionale. La norma in esame (art. 4) precisa che
l’ordine giudiziario è costituito dagli uditori, dai giudici di ogni grado dei tribunali e delle corti e dai
magistrati del Pubblico Ministero. Inoltre, appartengono all’ordine giudiziario come magistrati ono-
rari i giudici conciliatori, i vice conciliatori, i giudici onorari di tribunale, i vice procuratori, gli esperti
del tribunale ordinario e della sezione di Corte di appello per i minorenni ed, inoltre, gli assessori
della Corte di assise e gli esperti della magistratura del lavoro nell’esercizio delle loro funzioni giu-
diziarie. Anche il personale delle cancellerie e segreterie giudiziarie di ogni gruppo e grado fa parte
dell’ordine giudiziario, mentre gli ufficiali giudiziari sono ausiliari dell’ordine giudiziario.
Relativamente all’amministrazione della giustizia, invece, l’ordinamento dispone che, nelle
materie civile e penale, questa spetta:
–– al Giudice di pace: un magistrato onorario introdotto nell’ordinamento italiano con la legge
21 novembre 1991, n. 374 (ed investito di funzioni giurisdizionali inerenti l’ambito penale
con  d.lgs. 28 agosto 2000, n. 274);
–– al Tribunale ordinario: la compiuta disciplina e il funzionamento sono dettati dal Titolo II -
Capo III - Sezione I del regio decreto 30 gennaio 1941, n. 12;
–– alla Corte di appello: disciplinata dalle disposizioni contenute nel Titolo II - Capo IV - Sezione
I della legge sull’ordinamento giudiziario (r.d. 12/1941);
–– alla Corte di Cassazione: le cui attribuzioni sono dettate dal Titolo II - Capo V della legge
sull’ordinamento giudiziario;
–– al tribunale per i minorenni: disciplinato dal Titolo II - Capo III - Sezione II della legge sull’or-
dinamento giudiziario;
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–– al magistrato di sorveglianza: disciplinato dal Titolo II - Capo III - Sezione I (art. 45 del r.d.
12/1941);
–– al tribunale di sorveglianza: la cui disciplina è dettata dalla legge sull’ordinamento peniten-
ziario (26 luglio 1975, n. 354).
Ai sensi dell’articolo 7-bis del regio decreto n. 12/1941, la ripartizione degli uffici giudiziari in
sezioni, la destinazione dei singoli magistrati alle sezioni e alle Corti di assise, l’assegnazione alle
sezioni dei presidenti, il conferimento delle specifiche attribuzioni processuali individuate dalla
legge e la formazione dei collegi giudicanti sono stabiliti ogni triennio con decreto del Ministro
di grazia e giustizia in conformità delle deliberazioni del Consiglio superiore della magistratura
assunte sulle proposte dei presidenti delle Corti di appello, sentiti i consigli giudiziari. Decorso il
triennio, l’efficacia del decreto è prorogata fino a che non sopravvenga un altro decreto. La vio-
lazione dei criteri per l’assegnazione degli affari, salvo il possibile rilievo disciplinare, non deter-
mina in nessun caso la nullità dei provvedimenti adottati. Tali deliberazioni sono adottate dopo
aver valutato le eventuali osservazioni formulate dal Ministro della giustizia ai sensi dell’articolo
11 della legge 24 marzo 1958, n. 195 e possono essere variate nel corso del triennio per soprav-
venute esigenze degli uffici giudiziari, sulle proposte dei presidenti delle Corti di appello, sentiti i
consigli giudiziari. I provvedimenti in via di urgenza, concernenti le tabelle, adottati dai dirigenti
degli uffici sulla assegnazione dei magistrati, sono immediatamente esecutivi, salva la delibera-
zione del Consiglio superiore della magistratura per la relativa variazione tabellare.

2.1. Il giudice di pace

Entrando in dettaglio, il giudice di pace è stato introdotto nel nostro ordinamento per sosti-
tuire il giudice conciliatore (figura presente in tutti i comuni italiani che esercitava competenze
estremamente limitate). A tale carica possono accedere i cittadini italiani di età  non superiore
a 70 anni e non inferiore a 30 purché:
–– godano dei diritti civili e politici;
–– non abbiano riportato condanne per delitti non colposi o a pena detentiva per contravven-
zione, ovvero siano sottoposti a misure di prevenzione o di sicurezza;
–– abbiano idoneità fisica e psichica all’incarico;
–– abbiano conseguito la laurea in giurisprudenza;
–– abbiano cessato, o si impegnino a cessare prima dell’assunzione delle funzioni di giudice di
pace, l’esercizio di qualsiasi attività lavorativa dipendente pubblica o privata;
–– abbiano superato l’esame di abilitazione all’esercizio della professione forense. Tale ultimo
requisito non è richiesto per coloro che abbiano esercitato, per almeno due anni, funzioni
giudiziarie, anche onorarie, funzioni notarili, insegnamento di materie giuridiche nelle uni-
versità, funzioni inerenti alle qualifiche dirigenziali e alla ex carriera direttiva delle segreterie
e delle cancellerie giudiziarie.
Oltre ai requisiti prescritti, è necessario, inoltre, che la persona da nominare abbia la capa-
cità di assolvere degnamente, per indipendenza e prestigio acquisito e per esperienza giuridica
e culturale maturata, le funzioni connesse a tale incarico.
I giudici di pace sono nominati dal CSM, in seguito ad un concorso per titoli. Durano in ca-
rica quattro anni e alla scadenza possono essere confermati una sola volta. In ogni caso, essi
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cessano dalle funzioni, al compimento del 75° anno di età. Il giudice di pace è tenuto ad osser-
vare i doveri previsti per i magistrati ed è soggetto a responsabilità disciplinare. Va precisato
che, trattandosi di un magistrato onorario e non di carriera, non ha un rapporto di impiego con
lo Stato. Egli, in effetti, percepisce una indennità cumulabile con i trattamenti pensionistici e di
quiescenza.

2.2. Il tribunale ordinario

Il tribunale ordinario (o, semplicemente, tribunale) è organo giurisdizionale che opera:


–– in primo grado in ambito residuale, ossia che attiene alle controversie in materia civile e
penale che non rientrino nella competenza di altri giudici;
–– in secondo grado, invece, contro le sentenze del giudice di pace che ha sede nella sua stessa
circoscrizione. Nel caso in cui la sentenza del giudice di pace sia stata pronunciata secondo
equità, essa può essere impugnata esclusivamente per violazione delle norme sul procedi-
mento, per violazione di norme costituzionali o comunitarie ovvero dei principi regolatori
della materia.
Il tribunale ordinario può essere costituito in più sezioni. Nei tribunali costituiti in sezioni,
ogni due anni, sono designate le sezioni alle quali sono devoluti, promiscuamente o separata-
mente, gli affari civili, gli affari penali e i giudizi in grado di appello, nonché, separatamente, le
controversie in materia di lavoro e di previdenza e assistenza obbligatorie. In ogni tribunale,
è istituita una sezione dei giudici incaricati dei provvedimenti previsti dal codice di procedura
penale per la fase delle indagini preliminari e per l’udienza preliminare.
A ciascuna sezione sono destinati giudici nel numero richiesto dalle esigenze di servizio, te-
nuto conto del numero dei processi pendenti, dell’urgenza della definizione delle controversie,
nonché del numero delle controversie sulle quali il tribunale giudica in composizione collegia-
le. I giudici destinati a ciascuna sezione non possono essere comunque in numero inferiore a
cinque. Tale limite non opera per la sezione dei giudici incaricati dei provvedimenti previsti dal
codice di procedura penale per la fase delle indagini preliminari e per l’udienza preliminare. Il
presidente del tribunale dirige l’ufficio e, nei tribunali costituiti in sezioni, distribuisce il lavoro
tra le sezioni, salvi i compiti del presidente di sezione. Esercita le altre funzioni che gli sono at-
tribuite dalla legge nei modi da questa stabiliti. Il presidente di sezione, oltre a svolgere il lavoro
giudiziario, dirige la sezione cui è assegnato e, in particolare, sorveglia l’andamento dei servizi di
cancelleria ed ausiliari, distribuisce il lavoro tra i giudici e vigila sulla loro attività, curando anche
lo scambio di informazioni sulle esperienze giurisprudenziali all’interno della sezione. Collabo-
ra, altresì, con il presidente del tribunale nell’attività di direzione dell’ufficio.
Il tribunale ordinario può esercitare le sue funzioni sia in composizione monocratica che
collegiale. Più precisamente, in materia civile e penale, esso, di norma, giudica in composizione
monocratica e, nei casi previsti dalla legge, in composizione collegiale. Ad esempio, sull’ap-
plicazione delle misure di prevenzione personali e patrimoniali il tribunale giudica sempre in
composizione collegiale.
Salve le disposizioni relative alla composizione delle sezioni specializzate, il tribunale, quan-
do giudica in composizione collegiale, decide con il numero invariabile di tre componenti. La
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presidenza del collegio è assunta dal presidente del tribunale o da un presidente di sezione o
dal magistrato più elevato in qualifica o dal più anziano dei magistrati di pari qualifica compo-
nenti il collegio. Di norma, il tribunale ha una sede in ogni provincia. Tuttavia, possono essere
istituite delle sezioni distaccate con decreto motivato del Ministro della giustizia di concerto con
il Ministro dell’economia, previo parere del Consiglio superiore della magistratura. Seguendo la
stessa procedura, si può procedere alla soppressione ed alla modifica della circoscrizione delle
sezioni distaccate.
Il decreto è adottato sulla base di criteri oggettivi ed omogenei, che tengono conto dell’e-
stensione del territorio, del numero degli abitanti, dei sistemi di mobilità, dell’indice di conten-
zioso in materia civile e penale dei due anni precedenti, della complessità e dell’articolazione
delle attività economiche e sociali che si svolgono nel territorio. Le controversie in materia di
lavoro e di previdenza e assistenza obbligatorie sono trattate esclusivamente nella sede prin-
cipale del tribunale. In tale sede sono altresì svolte, in via esclusiva, le funzioni del giudice per
le indagini preliminari e del giudice dell’udienza preliminare. In considerazione di particolari
esigenze, il presidente del tribunale, sentite le parti, può disporre che una o più udienze relative
a procedimenti civili o penali da trattare nella sede principale del tribunale siano tenute in una
sezione distaccata, o che una o più udienze relative a procedimenti da trattare in una sezione
distaccata siano tenute nella sede principale o in altra sezione distaccata.
Sentiti il consiglio giudiziario ed il consiglio dell’ordine degli avvocati, il provvedimento può
essere adottato anche in relazione a gruppi omogenei di procedimenti. La circoscrizione terri-
toriale in cui opera il tribunale è chiamata circondario. Di solito, vi è una sede in ogni provincia
che coincide con il capoluogo. Tale regola, però, è soggetta a delle eccezioni, basti pensare all’e-
sempio di Caserta che è sprovvista di tribunale e afferisce a quello di Santa Maria Capua Vetere.

2.3. La Corte di appello

La Corte di appello è un giudice di seconda istanza chiamato, per lo più, a pronunciarsi sulle
impugnazioni delle sentenze del tribunale ordinario e del tribunale per i minorenni. In alcuni
casi, indicati dalla legge, la Corte di appello è giudice di primo grado; ad esempio, tale ipotesi
è prevista dall’articolo 3 della legge 24 marzo 2001, n. 89 (cosiddetta Legge Pinto), in materia
di equa riparazione per eccessiva durata dei procedimenti. Inoltre, essa esercita le funzioni a
essa deferite dal codice di procedura penale diverse da quelle del giudizio di appello avverso
le sentenze pronunciate nel dibattimento di primo grado e delibera in camera di consiglio nei
casi previsti dal codice di procedura civile. Nella formazione delle tabelle ai sensi dell’articolo
7-bis dell’ordinamento giudiziario sono designati i presidenti e i consiglieri che fanno parte di
ciascuna sezione e i supplenti. Per le Corti di appello, si osservano le disposizioni dell’art. 46
della legge sull’ordinamento giudiziario, relative alla costituzione delle sezioni del tribunale, in
quanto applicabili. Sono inoltre designate le sezioni in funzione di Corte di assise, la sezione in-
caricata esclusivamente della trattazione delle controversie in materia di lavoro e di previdenza
e assistenza obbligatorie, la sezione per i minorenni ed eventualmente quella che funziona da
tribunale regionale delle acque pubbliche. La Corte di appello giudica con il numero invariabile
di tre votanti. I giudici delle corti di appello hanno il titolo di consiglieri. Il presidente presiede
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la prima sezione della Corte di appello e può presiedere anche le altre sezioni. Presso la Corte
di appello possono essere costituite delle sezioni distaccate che hanno sede nei comuni indicati
nella tabella annessa alla legge di ordinamento giudiziario. Esse, nella circoscrizione territoriale
nella quale esercitano la giurisdizione, costituiscono sezioni delle Corti di appello dalle quali
dipendono. Alle sezioni distaccate di Corte di appello sono preposti presidenti di sezione alla
dipendenza del presidente, ed alle rispettive procure generali sono preposti avvocati generali
alla dipendenza del procuratore generale della Repubblica. L’ambito entro il quale la Corte di
appello esercita la sua competenza è definito distretto.
Presso le Corti di appello indicate nella tabella E annessa alla legge di ordinamento giudizia-
rio ha sede Il tribunale regionale delle acque pubbliche che costituisce una sezione della Corte
di appello presso la quale è istituito. Alla sezione sono aggregati tre funzionari del corpo reale
del genio civile designati dal presidente del Consiglio superiore dei lavori pubblici e nominati
con decreto reale, su proposta del Ministro della giustizia. Essi durano in carica cinque anni e
possono essere confermati. La sezione di Corte di appello funzionante come tribunale regionale
delle acque pubbliche giudica col numero invariabile di tre votanti, in essi compreso il funzio-
nario tecnico che per legge concorre a costituire il collegio. Questo funzionario deve prestare
giuramento davanti al presidente della sezione.

2.4. La Corte di Cassazione

La Corte Suprema di Cassazione, quale organo supremo della giustizia, assicura l’esatta os-
servanza e l’uniforme interpretazione della legge (cosiddetta funzione nomofilattica), l’unità
del diritto oggettivo nazionale, il rispetto dei limiti delle diverse giurisdizioni; regola i conflitti
di competenza e di attribuzioni, ed adempie gli altri compiti ad essa conferiti dalla legge. La
Corte Suprema di Cassazione ha sede in Roma ed ha giurisdizione su tutto il territorio della
Repubblica e su ogni altro territorio soggetto alla sovranità dello Stato. La corte è costituita in
sezioni, è composta da un primo presidente, da presidenti di sezione e da consiglieri. Il primo
presidente presiede le udienze a sezioni unite e le adunanze solenni e può presiedere le udienze
delle singole sezioni. La composizione annuale delle sezioni è stabilita ai sensi dell’articolo 7-bis
dell’ordinamento giudiziario. A ciascuna delle sezioni civili e penali è preposto un presidente di
sezione e possono essere assegnati altri presidenti di sezione. La Corte di Cassazione in ciascu-
na sezione giudica col numero invariabile di cinque votanti. Giudica a sezioni unite col numero
invariabile di nove votanti. Il collegio a sezioni unite in materia civile è composto da magistrati
appartenenti alle sezioni civili; in materia penale è composto da magistrati appartenenti alle
sezioni penali. A comporre la sezione che verifica se sussistono i presupposti per la pronuncia in
camera di consiglio ai sensi dell’articolo 375, primo comma, numeri 1) e 5) del codice di proce-
dura civile, sono chiamati, di regola, magistrati appartenenti a tutte le sezioni.
Presso la Corte Suprema di Cassazione è costituito un ufficio del massimario e del ruolo,
diretto da un magistrato della corte medesima designato dal primo presidente.
All’ufficio sono addetti nove magistrati, di grado non superiore a consigliere di Corte d’ap-
pello o parificato, cinque dei quali possono essere collocati fuori del ruolo organico della magi-
stratura, entro i limiti numerici stabiliti nell’articolo 210 dell’ordinamento giudiziario (che preve-
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de il numero massimo di sei). Le attribuzioni dell’ufficio del massimario e del ruolo sono stabilite
dal primo presidente della Corte Suprema di Cassazione, sentito il procuratore generale della
Repubblica.

2.5. Il tribunale per i minorenni

Il r.d.l. 20 luglio 1934, n. 1404 (convertito in legge, con modificazioni, dalla l. 27 maggio
1935, n. 835 e più volte modificato nel corso degli anni) ha previsto l’istituzione e il funziona-
mento del tribunale per i minorenni (o tribunale dei minori). Ai sensi dell’articolo 49 della legge
sull’ordinamento giudiziario, tale organo giurisdizionale è costituito in ogni sede di Corte di ap-
pello o di sezione distaccata di Corte di appello ed esercita la giurisdizione su tutto il territorio
della Corte di appello o della sezione di Corte di appello, nei limiti di competenza determinati
dalla legge. Il tribunale per i minorenni è composto da un magistrato di Corte di appello, che lo
presiede, da un magistrato di tribunale e da due esperti, un uomo e una donna, aventi i requisiti
richiesti dalla legge, ai quali è conferito il titolo di giudice onorario del tribunale per i minorenni.
Possono anche essere previsti due o più supplenti (r.d. 12/1941, art. 50). Gli esperti del tribu-
nale per i minorenni sono nominati con decreto del Capo dello Stato, su proposta del Ministro
della giustizia, per un triennio, e possono essere confermati. In virtù di quanto disposto dall’art.
1 d.l. 29 dicembre 2009, n. 193 così come modificato dall’allegato alla legge di conversione, l.
22 febbraio 2010, n. 24, tale disposizione si interpreta nel senso che per i giudici onorari del
tribunale per i minorenni non sussistono limitazioni alla possibilità di conferma.
In particolare, il bando pubblicato per il triennio 2017-2019 prevede che possano essere
nominati esperti coloro che:
1) siano cittadini italiani;
2) godano dei diritti civili e politici;
3) siano fisicamente e psichicamente idonei ad esercitare tale funzione;
4) non presentino alcuna delle cause di incompatibilità previste dallo stesso bando (ossia, non
siano membri del Parlamento nazionale o europeo, ovvero non abbiano ricoperto cariche
elettive, non siano ecclesiastici o ministri di confessioni religiose e non abbiano ricoperto
incarichi, anche esecutivi all’interno di partiti politici);
5) non abbiano riportato condanne per delitti non colposi o a pena detentiva per contravven-
zione, ovvero siano sottoposti a misure di prevenzione o di sicurezza;
6) abbiano tenuto una condotta non censurabile, considerate le risultanze del casellario giudi-
ziale e degli eventuali carichi pendenti.
Presso il tribunale per i minorenni è istituito un ufficio autonomo del pubblico ministero
con a capo un magistrato avente grado di sostituto procuratore della Repubblica o di sostituto
procuratore generale di Corte d’appello. Al procuratore della Repubblica presso il tribunale per
i minorenni spetta di promuovere ed esercitare l’azione penale per tutti i reati commessi dai
minori degli anni 18 nel territorio della Corte di appello o della sezione di Corte di appello in cui
è istituito il tribunale per i minorenni, e perciò a lui sono trasmessi tutti i rapporti, i referti, le
denunce, le querele, le istanze e le richieste concernenti reati commessi dai minori degli anni
18. Allo stesso procuratore della Repubblica sono attribuiti, nelle materie di competenza del
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tribunale per i minorenni, tutti i poteri che le leggi conferiscono al pubblico ministero presso
il tribunale. Sull’appello alle decisioni del tribunale per i minorenni, nei casi in cui è ammesso
dalle leggi, giudica una sezione della Corte d’appello che è indicata all’inizio dell’anno giudiziario
con il decreto del Capo dello Stato di approvazione delle tabelle giudiziarie. La sezione funziona
con l’intervento di due privati cittadini, un uomo ed una donna, aventi i requisiti prescritti dalla
legge per l’esercizio delle funzioni di esperto presso il tribunale dei minori, che sostituiscono
due dei magistrati della sezione. Alla presidenza e alla composizione della sezione sono destina-
ti, consentendolo le esigenze di servizio, magistrati che già esercitano funzioni nei tribunali per
i minorenni. In ogni tribunale per i minorenni uno o più magistrati sono incaricati, come giudici
singoli, dei provvedimenti previsti dal codice di procedura penale per la fase delle indagini pre-
liminari. L’organizzazione del lavoro dei predetti giudici è attribuita al più anziano. Nell’udienza
preliminare, il tribunale per i minorenni, giudica composto da un magistrato e da due giudici
onorari, un uomo e una donna, dello stesso tribunale. Le funzioni di giudice di sorveglianza sono
esercitate dal giudice addetto al tribunale per i minorenni. Il presidente del tribunale ordinario,
sentito il procuratore della Repubblica, può con suo decreto, destinare anche altro giudice, con
le stesse funzioni, al tribunale per i minorenni.

2.6. Il magistrato di sorveglianza

In base all’articolo 45 della legge sull’ordinamento giudiziario, nella sede del tribunale ordi-
nario, e nelle sedi designate con decreto del Ministro della giustizia, un giudice è annualmente
incaricato delle funzioni di sorveglianza sull’esecuzione delle pene detentive e sulla applicazio-
ne ed esecuzione delle misure amministrative di sicurezza. Il giudice di sorveglianza provvede,
inoltre, in materia di misure amministrative di sicurezza ed esercita le altre funzioni che la legge
gli attribuisce. In caso di necessità, con decreto del presidente della Corte di appello, può essere
temporaneamente destinato a esercitare le funzioni del magistrato di sorveglianza mancante
o impedito un giudice avente la qualifica di magistrato di Cassazione, di appello o di tribunale.
In tale ipotesi, i magistrati che esercitano funzioni di sorveglianza non devono essere adibiti ad
altre funzioni giudiziarie. L’incarico di esercitare funzioni di magistrato di sorveglianza è revo-
cabile anche se conferito a giudici inamovibili. L’articolo 69 della legge 26 luglio 1975, n. 354
sintetizza in maniera organica le competenze e i provvedimenti di tale organo. In base alla citata
disposizione, in effetti il magistrato di sorveglianza:
1) vigila sulla organizzazione degli istituti di prevenzione e di pena e prospetta al Ministro le esi-
genze dei vari servizi, con particolare riguardo alla attuazione del trattamento rieducativo;
2) esercita la vigilanza diretta ad assicurare che l’esecuzione della custodia degli imputati sia
attuata in conformità delle leggi e dei regolamenti;
3) sovraintende all’esecuzione delle misure di sicurezza personali;
4) provvede al riesame della pericolosità ai sensi del primo e secondo comma dell’articolo 208
del codice penale, nonché all’applicazione, esecuzione, trasformazione o revoca, anche an-
ticipata, delle misure di sicurezza. Provvede altresì, con decreto motivato, in occasione dei
provvedimenti anzidetti, alla eventuale revoca della dichiarazione di delinquenza abituale,
professionale o per tendenza di cui agli articoli 102, 103, 104, 105 e 108 del codice penale;
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5) approva, con decreto, il programma di trattamento rieducativo (che, ai sensi dell’articolo 13,
comma 3 della stessa legge deve essere predisposto per ciascun detenuto), ovvero, se rav-
visa in esso elementi che costituiscono violazione dei diritti del condannato o dell’internato,
lo restituisce, con osservazioni, al fine di una nuova formulazione. Approva, con decreto, il
provvedimento di ammissione al lavoro all’esterno. Impartisce, inoltre, nel corso del tratta-
mento, disposizioni dirette ad eliminare eventuali violazioni dei diritti dei condannati e degli
internati;
6) decide con ordinanza impugnabile soltanto per cassazione sui reclami dei detenuti e degli
internati concernenti l’osservanza delle norme riguardanti:
a) l’attribuzione della qualifica lavorativa, la mercede e la remunerazione nonché lo svolgi-
mento delle attività di tirocinio e di lavoro e le assicurazioni sociali;
b) le condizioni di esercizio del potere disciplinare, la costituzione e la competenza dell’or-
gano disciplinare, la contestazione degli addebiti e la facoltà di discolpa;
7) provvede, con decreto motivato, sui permessi, sulle licenze ai detenuti semiliberi ed agli
internati, e sulle modifiche relative all’affidamento in prova al servizio sociale e alla deten-
zione domiciliare;
8) provvede con ordinanza sulla riduzione di pena per la liberazione anticipata e sulla remissio-
ne del debito, nonché sui ricoveri previsti dall’articolo 148 del codice penale;
9) esprime motivato parere sulle proposte e le istanze di grazia concernenti i detenuti;
10) svolge tutte le altre funzioni che gli sono attribuite dalla legge.

2.7. Il tribunale di sorveglianza

In ciascun distretto di Corte d’appello e in ciascuna circoscrizione territoriale di sezione di-


staccata di Corte d’appello è costituito un tribunale di sorveglianza, un organo collegiale istituito
dalla legge sull’ordinamento penitenziario (l. 26 luglio 1975, n. 354), competente per l’affida-
mento in prova al servizio sociale, la detenzione domiciliare, la detenzione domiciliare speciale,
la semilibertà, la liberazione condizionale, la revoca o cessazione dei suddetti benefìci nonché
della riduzione di pena per la liberazione anticipata, il rinvio obbligatorio o facoltativo dell’ese-
cuzione delle pene detentive ai sensi degli articoli 146 e 147, numeri 2) e 3), del codice penale,
nonché per ogni altro provvedimento ad esso attribuito dalla legge. Il tribunale di sorveglianza
decide inoltre in sede di appello sui ricorsi avverso i provvedimenti del giudice di sorveglianza
relativi al riesame della pericolosità sociale, ovvero all’applicazione, esecuzione, trasformazione
o revoca, anche anticipata, delle misure di sicurezza. È evidente che, in tali casi, il magistrato
che ha emesso il provvedimento non fa parte del collegio. Il tribunale è composto da tutti i
magistrati di sorveglianza in servizio nel distretto o nella circoscrizione territoriale della sezione
distaccata di Corte d’appello e da esperti in psicologia, servizio sociale, pedagogia, psichiatria
e criminologia clinica, ovvero, scelti fra docenti di scienze criminalistiche. Gli esperti effettivi e
supplenti sono nominati dal Consiglio superiore della magistratura in numero adeguato alle
necessità del servizio presso ogni tribunale per periodi triennali rinnovabili. I provvedimenti del
tribunale sono adottati da un collegio composto dal presidente o, in sua assenza o impedimen-
to, dal magistrato di sorveglianza che lo segue nell’ordine delle funzioni giudiziarie e, a parità
10 Ordinamento giudiziario

di funzioni, nell’anzianità; da un magistrato di sorveglianza e da due componenti scelti fra gli


esperti. Uno dei due magistrati ordinari deve essere il magistrato di sorveglianza sotto la cui
giurisdizione è posto il condannato o l’internato in ordine alla cui posizione si deve provvede-
re. La composizione dei collegi giudicanti è annualmente determinata secondo le disposizioni
dell’ordinamento giudiziario.
Le funzioni di presidente del tribunale di sorveglianza sono conferite a un magistrato di
Cassazione o, per i tribunali istituiti nelle sezioni distaccate di Corte d’appello, a un magistrato
d’appello.
Il presidente del tribunale, fermo l’espletamento delle funzioni di magistrato di sorveglianza
nell’ufficio di appartenenza, provvede:
a) a dirigere e ad organizzare le attività del tribunale di sorveglianza;
b) a coordinare, in via organizzativa, in funzione del disbrigo degli affari di competenza del
tribunale, l’attività degli uffici di sorveglianza compresi nella giurisdizione del tribunale me-
desimo;
c) a disporre le applicazioni dei magistrati e del personale ausiliario nell’ambito dei vari uffici di
sorveglianza nei casi di assenza, impedimento o urgenti necessità di servizio;
d) a richiedere, in caso di mancanza o di impedimento del magistrato di sorveglianza, al pre-
sidente della Corte di appello l’emanazione del provvedimento di nomina di un giudice che
eserciti temporaneamente le relative funzioni;
e) a proporre al Consiglio superiore della magistratura la nomina degli esperti effettivi o sup-
plenti componenti del tribunale e a compilare le tabelle per gli emolumenti loro spettanti;
f) a svolgere tutte le altre attività a lui riservate dalla legge e dai regolamenti.
Le decisioni del tribunale sono emesse con ordinanza in camera di consiglio; in caso di parità
di voti prevale il voto del presidente.

2.8. La Corte di assise e la Corte di assise di appello

La Corte di assise è un organo giurisdizionale collegiale la cui competenza attiene all’ambito


penale e, precisamente, alle fattispecie di reato di maggiore gravità. Essa esercita le sue fun-
zioni nell’ambito di una circoscrizione territoriale denominata circolo che può coincidere con il
distretto di Corte di appello o essere una sua parte.
Ai sensi dell’art. 60 dell’ordinamento giudiziario, le regole di funzionamento della Corte di
assise sono dettate da legge speciale. Attualmente, la norma di riferimento è la legge 10 aprile
1951, n. 28. Ai sensi di tale disposizione, In ogni distretto di Corte di appello sono istituite una
o più Corti di assise che, nella circoscrizione del circolo loro assegnato, giudicano dei reati attri-
buiti alla loro competenza. La Corte di assise è composta:
a) da un magistrato del distretto scelto, tra quelli aventi funzioni di appello, che la presiede o, in
mancanza o per indisponibilità, tra quelli aventi qualifica non inferiore a magistrato di appello;
b) da un magistrato del distretto avente le funzioni di magistrato di tribunale;
c) da sei giudici popolari.
Contro le sentenze della Corte di assise, si può ricorrere presso la Corte di assise di appello
che è giudice di merito, in secondo grado. Essa si compone:
Ordinamento giudiziario 11

a) di un magistrato con funzioni di presidente di sezione della Corte di appello o, in mancanza


o per indisponibilità, di un magistrato avente qualifica non inferiore a magistrato di appello
dichiarato idoneo ad essere ulteriormente valutato ai fini della nomina a magistrato di Cas-
sazione, che la presiede;
b) di un magistrato della Corte di appello;
c) di sei giudici popolari.
Magistrati e giudici popolari costituiscono un collegio unico a tutti gli effetti. I giudici popo-
lari per le Corti di assise devono essere in possesso dei seguenti requisiti:
–– cittadinanza italiana e godimento dei diritti civili e politici;
–– buona condotta morale;
–– età non inferiore ai 30 e non superiore ai 65 anni;
–– titolo finale di studi di scuola media di primo grado, di qualsiasi tipo.
Oltre a tali requisiti, i giudici popolari delle Corti d’assise di appello devono essere in posses-
so del titolo finale di studi di scuola media di secondo grado, di qualsiasi tipo.
La nomina del presidente e degli altri magistrati che compongono le Corti di assise e le Corti
di assise di appello è effettuata con decreto del Presidente della Repubblica in conformità delle
deliberazioni del Consiglio superiore della magistratura e con efficacia per il periodo in esse
indicato; decorso tale periodo, la nomina è tuttavia prorogata sino a che non venga effettuata
una nuova nomina.
Con l’osservanza di tali disposizioni, sono nominati un presidente e un magistrato supplenti
per ogni Corte di assise o Corte di assise di appello.
Quando mancano o sono impediti anche i magistrati supplenti delle Corti di assise e delle
Corti di assise di appello, la sostituzione può essere disposta con decreto motivato del presi-
dente della Corte di appello, sentito il procuratore generale presso la Corte stessa, se ricorrono
motivi di particolare urgenza.
L’ufficio di giudice popolare è obbligatorio ed è parificato a tutti gli effetti all’esercizio delle
funzioni pubbliche elettive. I giudici popolari delle Corti di assise e delle Corti di assise di appel-
lo, durante il tempo della sessione in cui prestano servizio effettivo, sono parificati rispettiva-
mente ai magistrati di tribunale e ai consiglieri di Corte di appello nell’ordine delle precedenze
nelle funzioni e cerimonie pubbliche.
Non possono assumere l’ufficio di giudice popolare:
1) i magistrati e, in generale, i funzionari in attività di servizio appartenenti o addetti all’ordine
giudiziario;
2) gli appartenenti alle forze armate dello Stato ed a qualsiasi organo di polizia, anche se non
dipende dallo Stato in attività di servizio;
3) i ministri di qualsiasi culto e i religiosi di ogni ordine e congregazione.
In ogni Comune della Repubblica sono formati a cura di una Commissione composta dal
sindaco o da un suo rappresentante e da due consiglieri comunali, due distinti elenchi dei cit-
tadini residenti nel territorio del Comune in possesso dei requisiti prescritti dalla legge per l’e-
sercizio delle funzioni di giudice popolare nelle Corti di assise e nelle Corti d’assise di appello.
Il presidente del tribunale convoca nel capoluogo del mandamento una Commissione da lui
presieduta e formata da tutti i sindaci dei Comuni del mandamento stesso o da consiglieri da
12 Ordinamento giudiziario

loro delegati. Qualora le rappresentanze comunali di uno o più Comuni del mandamento siano
disciolte, intervengono alle riunioni i rispettivi commissari governativi o loro delegati.
La Commissione mandamentale, assunte le opportune informazioni, accerta per ognuna
delle persone comprese negli elenchi il concorso delle condizioni richieste per l’assunzione
dell’ufficio di giudice popolare, e compila gli elenchi delle persone idonee ad assumere l’inca-
rico di giudice popolare. Da tale elenco, sono estratti a sorte tanti giudici quanti ne occorrono
per formare il collegio.
Se, per l’assenza dei giudici popolari estratti a sorte, o per un’altra causa, non è possibile
costituire la Corte di assise o la Corte di assise di appello, il presidente estrae dei giudici popolari
supplenti, fino a che sia possibile costituire il Collegio.
Il giudice popolare, il quale prima che sia pronunziata la sentenza manifesta indebitamente
il proprio convincimento sui fatti, che formano oggetto del procedimento, è escluso, previa
contestazione, con decreto motivato del presidente, dal far parte del collegio, ed è condannato
al pagamento di un’ammenda, oltre alle spese dell’eventuale sospensione o del rinvio del dibat-
timento, senza pregiudizio delle più gravi sanzioni stabilite dalla legge nel caso che il fatto da lui
commesso costituisca reato.

3. L’accesso in magistratura
La nomina a magistrato ordinario si consegue mediante un concorso per esami bandito con
cadenza di norma annuale in relazione ai posti vacanti e a quelli che si renderanno vacanti nel
quadriennio successivo, per i quali può essere attivata la procedura di reclutamento. La relativa
disciplina è dettata dal decreto legislativo del 5 aprile 2006, n. 160.
Sono ammessi al concorso i candidati che soddisfino le seguenti condizioni:
a) essere cittadino italiano;
b) avere l’esercizio dei diritti civili;
c) essere di condotta incensurabile;
d) non essere stati dichiarati per tre volte non idonei nel concorso, alla data di scadenza del
termine per la presentazione della domanda;
e) possedere gli altri requisiti richiesti dalle leggi vigenti.
Inoltre, sono ammessi a partecipare al consorso:
a) i magistrati amministrativi e contabili;
b) i procuratori dello Stato che non sono incorsi in sanzioni disciplinari;
c) i dipendenti dello Stato, con qualifica dirigenziale o appartenenti ad una delle posizioni
dell’area C prevista dal vigente contratto collettivo nazionale di lavoro, comparto Ministeri,
con almeno cinque anni di anzianità nella qualifica, che abbiano costituito il rapporto di
lavoro a seguito di concorso per il quale era richiesto il possesso del diploma di laurea in
giurisprudenza conseguito, salvo che non si tratti di seconda laurea, al termine di un corso
universitario di durata non inferiore a quattro anni e che non sono incorsi in sanzioni disci-
plinari;
d) gli appartenenti al personale universitario di ruolo docente di materie giuridiche in possesso
del diploma di laurea in giurisprudenza che non sono incorsi in sanzioni disciplinari;
Ordinamento giudiziario 13

e) i dipendenti, con qualifica dirigenziale o appartenenti alla ex area direttiva, della pubblica
amministrazione, degli enti pubblici a carattere nazionale e degli enti locali, che abbiano
costituito il rapporto di lavoro a seguito di concorso per il quale era richiesto il possesso del
diploma di laurea in giurisprudenza conseguito, salvo che non si tratti di seconda laurea, al
termine di un corso universitario di durata non inferiore a quattro anni, con almeno cinque
anni di anzianità nella qualifica o, comunque, nelle predette carriere e che non sono incorsi
in sanzioni disciplinari;
f) gli avvocati iscritti all’albo che non sono incorsi in sanzioni disciplinari;
g) coloro i quali hanno svolto le funzioni di magistrato onorario per almeno sei anni senza de-
merito, senza essere stati revocati e che non sono incorsi in sanzioni disciplinari;
h) i laureati in possesso del diploma di laurea in giurisprudenza conseguito, salvo che non si tratti
di seconda laurea, al termine di un corso universitario di durata non inferiore a quattro anni
e del diploma conseguito presso le scuole di specializzazione per le professioni legali previste
dall’articolo 16 del decreto legislativo 17 novembre 1997, n. 398, e successive modificazioni;
i) i laureati che hanno conseguito la laurea in giurisprudenza al termine di un corso universita-
rio di durata non inferiore a quattro anni, salvo che non si tratti di seconda laurea, ed hanno
conseguito il dottorato di ricerca in materie giuridiche;
l) i laureati che hanno conseguito la laurea in giurisprudenza a seguito di un corso universitario
di durata non inferiore a quattro anni, salvo che non si tratti di seconda laurea, ed hanno
conseguito il diploma di specializzazione in una disciplina giuridica, al termine di un corso
di studi della durata non inferiore a due anni presso le scuole di specializzazione di cui al
decreto del Presidente della Repubblica 10 marzo 1982, n. 162.
Il concorso per esami si articola in una prova scritta e in una prova orale. La prova scritta
consiste nello svolgimento di tre elaborati teorici, rispettivamente vertenti sul diritto civile, sul
diritto penale e sul diritto amministrativo. La prova orale verte su diverse materie:
1) diritto civile ed elementi fondamentali di diritto romano;
2) procedura civile;
3) diritto penale;
4) procedura penale;
5) diritto amministrativo, costituzionale e tributario;
6) diritto commerciale e fallimentare;
7) diritto del lavoro e della previdenza sociale;
8) diritto comunitario;
9) diritto internazionale pubblico e privato;
10) elementi di informatica giuridica e di ordinamento giudiziario;
11) colloquio su una lingua straniera, indicata dal candidato all’atto della domanda di partecipa-
zione al concorso, scelta fra le seguenti: inglese, spagnolo, francese e tedesco.
Sono ammessi alla prova orale i candidati che ottengono non meno di dodici ventesimi di
punti in ciascuna delle materie della prova scritta. Conseguono l’idoneità i candidati che otten-
gono non meno di sei decimi in ciascuna delle materie della prova orale e un giudizio di suf-
ficienza nel colloquio sulla lingua straniera prescelta, e comunque una votazione complessiva
nelle due prove non inferiore a centootto punti. Non sono ammesse frazioni di punto.
14 Ordinamento giudiziario

La commissione del concorso è composta da un magistrato il quale abbia conseguito la sesta


valutazione di professionalità, che la presiede, da venti magistrati che abbiano conseguito al-
meno la terza valutazione di professionalità, da cinque professori universitari di ruolo titolari di
insegnamenti nelle materie oggetto di esame, nominati su proposta del Consiglio universitario
nazionale, e da tre avvocati iscritti all’albo speciale dei patrocinanti dinanzi alle magistrature
superiori, nominati su proposta del Consiglio nazionale forense. Non possono essere nominati
componenti della commissione di concorso i magistrati, gli avvocati ed i professori universitari
che nei dieci anni precedenti abbiano prestato, a qualsiasi titolo e modo, attività di docenza
nelle scuole di preparazione al concorso per magistrato ordinario. Coloro che sono stati dichia-
rati non idonei per tre volte in concorsi per l’ammissione in magistratura non possono essere
ammessi ad altri concorsi in magistratura. Agli effetti dell’ammissibilità ad ulteriori concorsi, si
considera separatamente ciascun concorso svoltosi secondo i precedenti ordinamenti. L’espul-
sione del candidato dopo la dettatura del tema, durante le prove scritte, equivale ad inidoneità.
I concorrenti dichiarati idonei all’esito del concorso per esami sono classificati secondo il
numero totale dei punti riportati e, nello stesso ordine, sono nominati, con decreto ministeria-
le, magistrato ordinario, nei limiti dei posti messi a concorso. I magistrati ordinari, nominati a
seguito di concorso per esami, svolgono il periodo di tirocinio. Il completamento del periodo
di tirocinio è valido, come pratica forense, agli effetti dell’ammissione all’esame per l’esercizio
della professione di avvocato.
Successivamente, il Consiglio superiore della magistratura, previo parere del consiglio giu-
diziario, assegna i magistrati che hanno ottenuto un positivo giudizio di idoneità a una sede
provvisoria, per la durata di due anni e sei mesi.

4. Le funzioni del magistrato ordinario


Come previsto dall’articolo 107 della Costituzione, i magistrati ordinari sono distinti secondo
le funzioni esercitate.
Una prima distinzione che si può fare, in tal senso, attiene alle funzione giudicante o requi-
rente. La prima è la funzione svolta dagli organi giudiziari a cui è attribuito il compito di decidere
le controversie o di pronunciarsi sugli affari di loro competenza. La funzione requirente è invece
esercitata dai magistrati che svolgono attività di pubblico ministero e hanno il compito di espri-
mere richieste o pareri in vista delle decisioni degli organi giudicanti.

Entrando in dettaglio, le relative funzioni possono essere così elencate:


– di primo grado, per la magistratura giudicante, quelle di giudice presso il tribunale ordinario, presso il tribunale per
i minorenni, presso l’ufficio di sorveglianza nonché di magistrato addetto all’ufficio del massimario e del ruolo della
Corte di Cassazione; le funzioni requirenti di primo grado sono quelle di sostituto procuratore della Repubblica
presso il tribunale ordinario e presso il tribunale per i minorenni;
– di secondo grado, esercitate, in sede giudicante, dai consiglieri presso la Corte di appello; in sede requirente sono
quelle di sostituto procuratore generale presso la Corte di appello;
– di coordinamento nazionale, sono funzioni esclusivamente requirenti che spettano al sostituto presso la direzione
nazionale antimafia;
– di legittimità, ossia, quelle di consigliere presso la Corte di Cassazione ovvero, per la magistratura requirente, quel-
le di sostituto procuratore generale presso la Corte di Cassazione;
Ordinamento giudiziario 15

– semidirettive di primo grado, le funzioni giudicanti sono quelle di presidente di sezione presso il tribunale ordi-
nario, di presidente e di presidente aggiunto della sezione dei giudici unici per le indagini preliminari; le funzioni
semidirettive requirenti di primo grado sono quelle di procuratore aggiunto presso il tribunale;
– semidirettive elevate di primo grado, sono funzioni esclusivamente giudicanti che attengono al presidente della
sezione dei giudici unici per le indagini preliminari;
– semidirettive di secondo grado, che competono, in sede giudicante, al presidente di sezione presso la Corte di
appello, in sede requirente, all’avvocato generale presso la Corte di appello;
– direttive di primo grado, cioè, per la magistratura giudicante, quelle di presidente del tribunale ordinario e di pre-
sidente del tribunale per i minorenni; per la magistratura requirente, quelle di procuratore della Repubblica presso
il tribunale ordinario e di procuratore della Repubblica presso il tribunale per i minorenni;
– direttive elevate di primo grado, in sede giudicante, quelle di presidente del tribunale ordinario negli uffici aventi
sede nelle città di cui all’articolo 1 del decreto legge 25 settembre 1989, n. 327, convertito dalla legge 24 novembre
1989, n. 380 e di presidente dei tribunali di sorveglianza di cui alla tabella A allegata alla legge 26 luglio 1975, n. 354
e successive modificazioni. Le funzioni direttive requirenti elevate di primo grado sono quelle di procuratore della
Repubblica presso il tribunale ordinario nelle medesime città;
– direttive di secondo grado, sono quelle di presidente della Corte di appello; le funzioni direttive requirenti di secon-
do grado sono quelle di procuratore generale presso la Corte di appello;
– direttive requirenti di coordinamento nazionale, sono quelle di procuratore nazionale antimafia;
– direttive di legittimità, in sede giudicante sono quelle di presidente di sezione della Corte di Cassazione; le funzioni
direttive requirenti di legittimità sono quelle di avvocato generale presso la Corte di Cassazione;
– direttive superiori, che attengono (in sede giudicante) al presidente aggiunto della Corte di Cassazione e di presi-
dente del Tribunale superiore delle acque pubbliche; in sede requirente, al procuratore generale aggiunto presso
la Corte di Cassazione;
– direttive apicali, per la magistratura giudicante, quelle di primo presidente della Corte di Cassazione; le funzioni
direttive apicali requirenti di legittimità sono quelle di procuratore generale presso la Corte di Cassazione.

L’articolo 13 del d.lgs. 5 aprile 2006, n. 160 dispone che l’assegnazione di sede, il passaggio
dalle funzioni giudicanti a quelle requirenti, il conferimento delle funzioni semidirettive e diret-
tive sono disposti dal Consiglio superiore della magistratura con provvedimento motivato, pre-
vio parere del consiglio giudiziario. I magistrati ordinari al termine del tirocinio non possono es-
sere destinati a svolgere le funzioni requirenti, giudicanti monocratiche penali o di giudice per le
indagini preliminari o di giudice dell’udienza preliminare, anteriormente al conseguimento della
prima valutazione di professionalità. Il passaggio da funzioni giudicanti a funzioni requirenti,
e viceversa, non è consentito all’interno dello stesso distretto, né all’interno di altri distretti
della stessa regione, né con riferimento al capoluogo del distretto di Corte di appello determi-
nato ai sensi dell’articolo 11 del codice di procedura penale in relazione al distretto nel quale
il magistrato presta servizio all’atto del mutamento di funzioni. Il passaggio di cui al presente
comma può essere richiesto dall’interessato, per non più di quattro volte nell’arco dell’intera
carriera, dopo aver svolto almeno cinque anni di servizio continuativo nella funzione esercitata
ed è disposto a seguito di procedura concorsuale, previa partecipazione ad un corso di quali-
ficazione professionale, e subordinatamente ad un giudizio di idoneità allo svolgimento delle
diverse funzioni, espresso dal Consiglio superiore della magistratura previo parere del consiglio
giudiziario. Per tale giudizio di idoneità il consiglio giudiziario deve acquisire le osservazioni del
presidente della Corte di appello o del procuratore generale presso la medesima corte a secon-
da che il magistrato eserciti funzioni giudicanti o requirenti. Il presidente della Corte di appello
o il procuratore generale presso la stessa corte, oltre agli elementi forniti dal capo dell’ufficio,
possono acquisire anche le osservazioni del presidente del consiglio dell’ordine degli avvocati e
16 Ordinamento giudiziario

devono indicare gli elementi di fatto sulla base dei quali hanno espresso la valutazione di idonei-
tà. Per il passaggio dalle funzioni giudicanti di legittimità alle funzioni requirenti di legittimità,
e viceversa, le disposizioni del secondo e terzo periodo del comma 3 dell’art. 13 cit. si applica-
no sostituendo al consiglio giudiziario il Consiglio direttivo della Corte di Cassazione, nonché
sostituendo al presidente della Corte d’appello e al procuratore generale presso la medesima,
rispettivamente, il primo presidente della Corte di Cassazione e il procuratore generale presso
la medesima. Ferme restando le procedure appena illustrate, il solo divieto di passaggio da fun-
zioni giudicanti a funzioni requirenti, e viceversa, all’interno dello stesso distretto, all’interno di
altri distretti della stessa regione e con riferimento al capoluogo del distretto di Corte d’appello
determinato ai sensi dell’articolo 11 del codice di procedura penale in relazione al distretto nel
quale il magistrato presta servizio all’atto del mutamento di funzioni, non si applica nel caso in
cui il magistrato che chiede il passaggio a funzioni requirenti abbia svolto negli ultimi cinque
anni funzioni esclusivamente civili o del lavoro ovvero nel caso in cui il magistrato chieda il pas-
saggio da funzioni requirenti a funzioni giudicanti civili o del lavoro in un ufficio giudiziario diviso
in sezioni, ove vi siano posti vacanti, in una sezione che tratti esclusivamente affari civili o del
lavoro. Nel primo caso il magistrato non può essere destinato, neppure in qualità di sostituto,
a funzioni di natura civile o miste prima del successivo trasferimento o mutamento di funzioni.
Nel secondo caso il magistrato non può essere destinato, neppure in qualità di sostituto, a fun-
zioni di natura penale o miste prima del successivo trasferimento o mutamento di funzioni. In
tutti i predetti casi il tramutamento di funzioni può realizzarsi soltanto in un diverso circondario
ed in una diversa provincia rispetto a quelli di provenienza. Il tramutamento di secondo grado
può avvenire soltanto in un diverso distretto rispetto a quello di provenienza. La destinazione
alle funzioni giudicanti civili o del lavoro del magistrato che abbia esercitato funzioni requirenti
deve essere espressamente indicata nella vacanza pubblicata dal Consiglio superiore della ma-
gistratura e nel relativo provvedimento di trasferimento. Per il passaggio da funzioni giudicanti
a funzioni requirenti, e viceversa, l’anzianità di servizio è valutata unitamente alle attitudini
specifiche desunte dalle valutazioni di professionalità periodiche. Le limitazioni al passaggio
di funzioni non operano per il conferimento delle funzioni di legittimità direttive superiori o
apicali, nonché, limitatamente a quelle relative alla sede di destinazione, anche per le funzioni
di legittimità giudicanti o direttive, che comportino il mutamento da giudicante a requirente e
viceversa.

5. La valutazione di professionalità
Il conferimento delle funzioni avviene a domanda degli interessati, mediante una procedura
concorsuale per soli titoli alla quale possono partecipare i magistrati che abbiano conseguito
almeno la valutazione di professionalità richiesta. In caso di esito negativo di due procedure
concorsuali per inidoneità dei candidati o per mancanza di candidature, qualora il Consiglio
superiore della magistratura ritenga sussistere una situazione di urgenza che non consente di
procedere a nuova procedura concorsuale, il conferimento di funzioni avviene anche d’ufficio.
Tutti i magistrati sono sottoposti a valutazione di professionalità ogni quadriennio a de-
correre dalla data di nomina fino al superamento della settima valutazione di professionalità.
Ordinamento giudiziario 17

La valutazione è operata secondo parametri oggettivi che sono indicati dal Consiglio superiore
della magistratura e riguarda:
a) la capacità; tale valutazione, oltre che alla preparazione giuridica e al relativo grado di ag-
giornamento, è riferita, secondo le funzioni esercitate, al possesso delle tecniche di argo-
mentazione e di indagine, anche in relazione all’esito degli affari nelle successive fasi e nei
gradi del procedimento e del giudizio ovvero alla conduzione dell’udienza da parte di chi la
dirige o la presiede, all’idoneità a utilizzare, dirigere e controllare l’apporto dei collaboratori
e degli ausiliari;
b) la laboriosità, riferita alla produttività, intesa come numero e qualità degli affari trattati in
rapporto alla tipologia degli uffici e alla loro condizione organizzativa e strutturale, ai tempi
di smaltimento del lavoro, nonché all’eventuale attività di collaborazione svolta all’interno
dell’ufficio, tenuto anche conto degli standard di rendimento individuati dal Consiglio supe-
riore della magistratura, in relazione agli specifici settori di attività e alle specializzazioni;
c) la diligenza, intesa come l’assiduità e puntualità nella presenza in ufficio, nelle udienze e nei
giorni stabiliti; è riferita inoltre al rispetto dei termini per la redazione, il deposito di prov-
vedimenti o comunque per il compimento di attività giudiziarie, nonché alla partecipazione
alle riunioni previste dall’ordinamento giudiziario per la discussione e l’approfondimento
delle innovazioni legislative, nonché per la conoscenza dell’evoluzione della giurisprudenza;
d) l’impegno che attiene alla disponibilità per sostituzioni di magistrati assenti e alla frequenza
di corsi di aggiornamento organizzati dalla Scuola superiore della magistratura; nella va-
lutazione dell’impegno rileva, inoltre, la collaborazione alla soluzione dei problemi di tipo
organizzativo e giuridico.
Comunque, la valutazione di professionalità riferita a periodi in cui il magistrato ha svolto
funzioni giudicanti o requirenti non può riguardare in nessun caso l’attività di interpretazione di
norme di diritto, né quella di valutazione del fatto e delle prove.

6. Le attribuzioni del pubblico ministero


Come detto, spetta al pubblico ministero l’esercizio della funzione requirente. Ai sensi dell’ar-
ticolo 73 dell’ordinamento giudiziario, infatti, tale organo è chiamato a vegliare sull’osservanza
delle leggi, sulla pronta e regolare amministrazione della giustizia, sulla tutela dei diritti dello
Stato, delle persone giuridiche e degli incapaci, richiedendo, nei casi di urgenza, i provvedimenti
cautelari che ritiene necessari; egli, inoltre, promuove la repressione dei reati e l’applicazione
delle misure di sicurezza, fa eseguire i giudicati ed ogni altro provvedimento del giudice, nei casi
stabiliti dalla legge.
Sempre secondo l’articolo 73 dell’ordinamento, il pubblico ministero ha pure l’azione diretta
per fare eseguire ed osservare le leggi d’ordine pubblico e che interessano i diritti dello Stato,
e per la tutela dell’ordine corporativo, sempre che tale azione non sia dalla legge attribuita ad
altri organi.
Dopo tali attribuzioni di carattere generale, il regio decreto n. 12/41 si sofferma sul differen-
te ruolo del PM, a seconda della natura del procedimento. In primo luogo, l’articolo 74 dell’or-
dinamento giudiziario precisa che il Pubblico ministero inizia ed esercita l’azione penale e che
18 Ordinamento giudiziario

un rappresentante del suo ufficio interviene a tutte le udienze penali delle corti e dei tribunali
ordinari. In mancanza di tale intervento, l’udienza non può aver luogo.
Le attribuzioni del pubblico ministero negli atti preliminari del giudizio e nelle udienze della
Corte d’assise spettano al procuratore generale della Repubblica presso la Corte d’appello, il
quale le esercita personalmente o per mezzo di altro magistrato addetto al suo ufficio.
Il procuratore generale, nella circoscrizione della Corte di appello, provvede alla designazio-
ne dei magistrati che debbono intervenire alle udienze, delegando, se occorre, il procuratore
della Repubblica o un sostituto presso il tribunale ordinario della sede dove è convocata la Corte
d’assise. Questa disposizione si applica anche per le udienze di Corte d’assise che si tengono
nella circoscrizione di una sede distaccata di Corte d’appello.
Nell’ambito dei procedimenti civili e amministrativi, invece, il pubblico ministero intervie-
ne, nei casi previsti dalla legge. Egli esercita la vigilanza sul servizio dello stato civile e le altre
attribuzioni demandategli nella stessa materia, in conformità alle leggi e ai regolamenti. Infine,
il pubblico ministero presso le Corti di appello interviene sempre nelle cause collettive ed indi-
viduali del lavoro e negli altri casi stabiliti dalla legge.
Nei giudizi dinanzi alla Corte di Cassazione, il PM interviene e conclude in tutte le udienze
civili e penali e redige requisitorie scritte nei casi stabiliti dalla legge. Esercita altresì, per decre-
to del Ministro della giustizia, le attribuzioni in materia di controversie collettive del lavoro ad
esso demandate. Nei casi e nelle forme stabiliti dalle leggi di procedura, il pubblico ministero
può proporre ricorso per cassazione nell’interesse della legge, ed impugnare per revocazione le
sentenze civili, nonché chiedere la revisione delle sentenze penali.

6.1. La Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo


Nell’ambito della procura generale presso la Corte di Cassazione è istituita la Direzione
nazionale antimafia e antiterrorismo. Tale ufficio, in origine, si occupava esclusivamente di
prevenire e reprimere i fenomeni legati alla criminalità organizzata. Successivamente, la recru-
descenza del fenomeno del terrorismo internazionale ha reso necessario l’ampliamento delle
sue competenze e la contestuale modifica della denominazione. Tali provvedimenti sono stati
adottati con il decreto legge 23 maggio 2008, n. 92 (convertito in l. 24 luglio 2008, n. 125) e
poi con il decreto legge 18 febbraio 2015, n. 7 (convertito in legge 17 aprile 2015, n. 43). Alla
Direzione è preposto un magistrato di Cassazione, scelto tra coloro che hanno svolto anche non
continuativamente, per un periodo non inferiore a dieci anni, funzioni di pubblico ministero o
giudice istruttore, sulla base di specifiche attitudini, capacità organizzative ed esperienze nella
trattazione di procedimenti relativi alla criminalità organizzata. L’anzianità nel ruolo può essere
valutata solo ove risultino equivalenti i requisiti professionali.
Alla nomina del procuratore nazionale antimafia e antiterrorismo si provvede (in base alla
procedura prevista dall’articolo 11, terzo comma, della legge 24 marzo 1958, n. 195) con delibe-
ra del CSM su proposta, formulata di concerto col Ministro della giustizia, di una commissione
formata da sei dei suoi componenti, di cui quattro eletti dai magistrati e due eletti dal Parlamen-
to. L’incarico ha durata di quattro anni e può essere rinnovato una sola volta. Prima della nomi-
na disposta dal Consiglio superiore della magistratura, il procuratore generale presso la Corte di
Ordinamento giudiziario 19

Cassazione applica, quale procuratore nazionale antimafia e antiterrorismo, un magistrato che


possegga, all’epoca dell’applicazione, i requisiti previsti per ricoprire tale carica.
Alla Direzione sono addetti, quali sostituti, magistrati con funzione di magistrati di Corte di
appello, nominati sulla base di specifiche attitudini ed esperienze nella trattazione di proce-
dimenti relativi alla criminalità organizzata. Alle nomine provvede il Consiglio superiore della
magistratura, sentito il procuratore nazionale antimafia e antiterrorismo. Il procuratore designa
uno o più dei sostituti procuratori ad assumere le funzioni di procuratore nazionale antimafia
e antiterrorismo aggiunto. Per la nomina dei sostituti, l’anzianità nel ruolo può essere valutata
solo ove risultino equivalenti i requisiti professionali. ll procuratore nazionale antimafia e anti-
terrorismo esercita le sue funzioni in relazione ai procedimenti per i delitti indicati nell’articolo
51 comma 3-bis e comma 3-quater c.p.p. ossia, rispettivamente:
–– per una serie di reati associativi che, per la loro natura, sono spesso finalizzati a finanziare le
attività della criminalità organizzata;
–– per i delitti consumati o tentati con finalità di terrorismo. 
Il procuratore si occupa, altresì dei procedimenti volti alla prevenzione dei fenomeni mafiosi
e terroristici. In relazione ai procedimenti per i delitti di cui all’articolo 51, comma 3-bis dispo-
ne della direzione investigativa antimafia e dei servizi centrali e interprovinciali delle forze di
polizia e impartisce direttive intese a regolarne l’impiego a fini investigativi. In relazione ai pro-
cedimenti per i delitti di cui all’articolo 51, comma 3-quater, si avvale altresì dei servizi centrali
e interprovinciali delle forze di polizia e impartisce direttive intese a regolarne l’impiego a fini
investigativi.
Ai sensi dell’articolo 5 del decreto legge 20 novembre 1991, n. 367 (convertito in l. 20 gen-
naio 1992, n. 8), il procuratore della Repubblica presso il tribunale del capoluogo del distretto
costituisce, nell’ambito del suo ufficio, una direzione distrettuale antimafia designando i ma-
gistrati che devono farne parte per la durata non inferiore a due anni. Per la designazione, il
procuratore distrettuale tiene conto delle specifiche attitudini e delle esperienze professionali.
La composizione e le variazioni della direzione sono comunicate senza ritardo al Consiglio supe-
riore della magistratura.
Il procuratore nazionale antimafia e antiterrorismo esercita funzioni di impulso nei confronti
dei procuratori distrettuali al fine di rendere effettivo il coordinamento delle attività di indagine,
di garantire la funzionalità dell’impiego della polizia giudiziaria nelle sue diverse articolazioni e
di assicurare la completezza e tempestività delle investigazioni. 
In particolare, per lo svolgimento delle funzioni attribuitegli dalla legge, il procuratore nazio-
nale antimafia e antiterrorismo:
a) d’intesa con i procuratori distrettuali interessati, assicura il collegamento investigativo an-
che per mezzo dei magistrati della direzione nazionale antimafia e antiterrorismo;
b) cura, mediante applicazioni temporanee dei magistrati della direzione nazionale e delle pro-
cure distrettuali, la necessaria flessibilità e mobilità che soddisfino specifiche e contingenti
esigenze investigative o processuali;
c) ai fini del coordinamento investigativo e della repressione dei reati provvede all’acquisizio-
ne e all’elaborazione di notizie, informazioni e dati attinenti alla criminalità organizzata e ai
delitti di terrorismo, anche internazionale;
20 Ordinamento giudiziario

d) impartisce ai procuratori distrettuali specifiche direttive alle quali attenersi per prevenire
o risolvere contrasti riguardanti le modalità secondo le quali realizzare il coordinamento
nell’attività di indagine;
e) riunisce i procuratori distrettuali interessati al fine di risolvere i contrasti che, malgrado le
direttive specifiche impartite, sono insorti e hanno impedito di promuovere o di rendere
effettivo il coordinamento;
f) dispone con decreto motivato, reclamabile al procuratore generale presso la corte di cassa-
zione, l’avocazione delle indagini preliminari relative a taluno dei delitti indicati nell’articolo
51, comma 3-bis e comma 3-quater c.p.p. quando non hanno dato esito le riunioni disposte
al fine di promuovere o rendere effettivo il coordinamento e questo non è stato possibile a
causa della:
1) perdurante e ingiustificata inerzia nella attività di indagine;
2) ingiustificata e reiterata violazione dei doveri previsti dall’articolo 371 del codice di pro-
cedura penale, ai fini del coordinamento delle indagini.  
Il procuratore nazionale antimafia e antiterrorismo provvede alla avocazione dopo aver as-
sunto sul luogo le necessarie informazioni personalmente o tramite un magistrato della direzio-
ne nazionale antimafia e antiterrorismo all’uopo designato. Salvi casi particolari, il procuratore
nazionale antimafia e antiterrorismo o il magistrato da lui designato non può delegare per il
compimento degli atti di indagine altri uffici del pubblico ministero.

7. La magistratura onoraria
La magistratura onoraria trova fondamento nell’articolo 106 della Costituzione. Tale nor-
ma, dopo aver stabilito che le nomine dei magistrati abbiano luogo per concorso, prevede che
la legge sull’ordinamento giudiziario possa ammettere la nomina, anche elettiva, di magistrati
onorari per tutte le funzioni attribuite a giudici singoli. A tal fine, su designazione del Consiglio
superiore della magistratura possono essere chiamati all’ufficio di consiglieri di cassazione, per
meriti insigni, professori ordinari di università in materie giuridiche e avvocati che abbiano quin-
dici anni d’esercizio e siano iscritti negli albi speciali per le giurisdizioni superiori.
I magistrati onorari appartengono all’ordine giudiziario, come previsto dall’articolo 3 del re-
gio decreto n. 12/1941. Essi esercitano le loro funzioni, di norma, per un periodo limitato, e
ricevono una indennità per l’attività svolta.
Oltre al giudice di pace, di cui si è già parlato in precedenza, i magistrati onorari che operano,
attualmente sono:
–– Il Giudice Onorario di Tribunale (GOT) che si occupa di processi in materia civile e penale
in tutti i casi in cui la competenza è monocratica; ovvero non del collegio ma, di un unico
giudice secondo le norme dei codici di rito. La sua durata in carica è di 3 anni rinnovabili per
un ulteriore triennio.
Non possono esercitare le funzioni di giudice onorario di tribunale:
a) i membri del Parlamento nazionale ed europeo, i membri del Governo, i titolari di ca-
riche elettive ed i membri delle giunte degli enti territoriali, i componenti degli organi
deputati al controllo sugli atti degli stessi enti ed i titolari della carica di difensore civico;
Ordinamento giudiziario 21

b) gli ecclesiastici ed i ministri di confessioni religiose;


c) coloro che ricoprono o hanno ricoperto nei tre anni precedenti incarichi, anche esecutivi,
nei partiti politici;
d) gli appartenenti ad associazioni i cui vincoli siano incompatibili con l’esercizio indipen-
dente della funzione giurisdizionale; 
e) coloro che svolgono o abbiano svolto nei tre anni precedenti attività professionale non
occasionale per conto di imprese di assicurazione o bancaria, ovvero per istituti o società
di intermediazione finanziaria. 
–– Il Vice Procuratore Onorario (VPO), un magistrato inquirente che rappresenta il pubblico
ministero in veste di accusa in giudizio in tutte le cause penali di competenza del Tribunale in
composizione monocratica, e del giudice di pace, nonché nelle cause civili in cui la legge im-
pone la presenza del PM (ad es. nei procedimenti per interdizione). Essi svolgono le funzioni
di pubblico ministero in udienza per delega nominativa del Procuratore della Repubblica
cui sono sottoposti gerarchicamente. Infine, possono anche coordinare le indagini di polizia
giudiziaria nei casi di competenza del giudice di pace. Il Procuratore della Repubblica può
stabilire che determinati vice procuratori onorari addetti al suo ufficio esercitino le funzioni
del pubblico ministero soltanto presso la sede principale del tribunale o presso una o più
sezioni distaccate, ovvero presso la sede principale e una o più sezioni distaccate.
In tal caso, per i vice procuratori onorari che esercitano la professione forense l’incompatibi-
lità è riferita unicamente all’ufficio o agli uffici presso i quali sono svolte le funzioni.
Con la legge 28 aprile 2016, n. 57 è stata conferita una delega al Governo per la riforma orga-
nica della magistratura onoraria e altre disposizioni sui giudici di pace. In particolare, l’esecutivo
è chiamato ad adottare, entro maggio 2017, uno più decreti destinati, in particolare a:
–– prevedere un’unica figura di giudice onorario, inserito in un solo ufficio giudiziario;
–– prevedere la figura del magistrato requirente onorario, inserito nell’ufficio della procura del-
la Repubblica;
–– disciplinare i requisiti e le modalità di accesso alla magistratura onoraria, il procedimento di
nomina ed il tirocinio;
–– operare la ricognizione e il riordino della disciplina relativa alle incompatibilità all’esercizio
delle funzioni di magistrato onorario;
–– disciplinare le modalità di impiego dei magistrati onorari all’interno del tribunale e della
procura della Repubblica;
–– disciplinare il procedimento di conferma del magistrato onorario e la durata massima
dell’incarico;
–– regolamentare il procedimento di trasferimento ad altro ufficio;
–– individuare i doveri e i casi di astensione del magistrato onorario;
–– regolamentare i casi di decadenza dall’incarico, revoca e dispensa dal servizio;
–– regolamentare la responsabilità disciplinare e quindi individuare le fattispecie di illecito di-
sciplinare, le relative sanzioni e la procedura per la loro applicazione;
–– prevedere e regolamentare il potere del presidente del tribunale di coordinare i giudici onorari;
–– prevedere una sezione autonoma del Consiglio giudiziario con la partecipazione di magistra-
ti onorari elettivi.
22 Ordinamento giudiziario

8. L’avvocatura
La professione forense è espressione di attività intellettuale, prevalentemente persona-
le, indipendente ed autonoma, e persegue interessi non solo economici, ma anche pubblici e
comunque di rilievo collettivo. Secondo quanto prescritto all’art. 1 L. 247/2012, l’ordinamen-
to forense deve regolamentare l’organizzazione e l’esercizio della professione di avvocato e,
nell’interesse pubblico, assicurare la idoneità professionale degli iscritti. A ciò dovrà attendersi
tenendo ben presente la specificità della funzione difensiva e la primaria rilevanza giuridica e
sociale dei diritti alla cui tutela essa è proposta. Il valore specifico della funzione difensiva svolta
dall’avvocato è radicato innanzitutto nella necessità della sua presenza ai fini dell’attuazione di
due articoli della Costituzione:
–– l’art. 24, che stabilisce l’inviolabilità del diritto alla difesa e il diritto dei non abbienti ad avere
assicurati i mezzi per agire e difendersi davanti ad ogni giurisdizione;
–– l’art. 111, che, nella innovata formulazione, fissa i paletti per il giusto processo. È prescritto
infatti che ogni processo si svolge nel contraddittorio fra le parti in condizione di parità … Il
processo penale è regolato dal principio del contraddittorio nella formazione della prova …;
sono inoltre dettate regole a favore della persona accusata, la cui osservanza presuppone
l’assistenza di un avvocato.
Ancora, deve considerarsi che il diritto di farsi assistere e rappresentare da un avvocato ed il
diritto al gratuito patrocinio dei soggetti che non dispongono di risorse sufficienti, di cui all’art.
3 L. 247/2012, sono elevati al rango di diritti fondamentali dell’Unione. Infatti, l’art. 47 della
Carta dei diritti fondamentali dispone che ogni persona ha la facoltà di farsi consigliare, difen-
dere e rappresentare (co. 2), aggiungendo che a coloro che non dispongono di mezzi sufficienti
è concesso il patrocinio a spese dello Stato qualora ciò sia necessario per assicurare un accesso
effettivo alla giustizia (co. 3). Ciò assume ancor più rilevanza a seguito dell’entrata in vigore del
Trattato di Lisbona, il quale ha attribuito alla Carta efficacia vincolante, collocandola sullo stesso
piano dei Trattati (art. 6 TFUE). Il diritto a difendersi con l’assistenza di un difensore di propria
scelta e, se non ha i mezzi per pagare un difensore, il poter essere assistito gratuitamente da un
avvocato d’ufficio, quando lo esigono gli interessi della giustizia assurge, dunque, a principio ge-
nerale del diritto dell’Unione, che deriva dalle tradizioni costituzionali comuni agli Stati membri.
In aderenza a quanto prescritto dall’art. 1 r.d.l. 1578/1933 (‘‘nessuno può assumere il titolo,
né esercitare le funzioni di avvocato o di procuratore se non è iscritto nell’albo professionale’’)
anche il comma 3 dell’art. 2 L. 247/2012 stabilisce che l’iscrizione ad un albo circondariale è
condizione per l’esercizio della professione di avvocato.
La ratio di detta disposizione è volta:
–– da un lato, a tutelare il buon andamento della pubblica amministrazione, finalità questa
prescritta all’art. 97 Cost.;
–– dall’altro, a salvaguardare l’interesse dei cittadini ad ottenere prestazioni professionalmen-
te qualificate.
L’uso del titolo di avvocato spetta, dunque, esclusivamente a coloro che sono o siano stati
iscritti all’Albo circondariale, nonché agli avvocati dello Stato. L’uso del titolo è invece vietato a
chi sia stato radiato.
Ordinamento giudiziario 23

In caso di abuso del titolo trovano applicazione le seguenti disposizioni previste in generale
dal codice penale:
–– art. 348 c.p. (Abusivo esercizio di una professione), in base al quale chiunque abusivamente
esercita una professione, per la quale è richiesta una speciale abilitazione dello Stato, è pu-
nito con la reclusione fino a sei mesi o con la multa da 103 a 516 euro;
–– art. 498 c.p. (Usurpazione di titoli o di onori), depenalizzato, che punisce ora con la sanzio-
ne amministrativa pecuniaria da euro 154 a euro 929, chiunque, abusivamente porta in
pubblico la divisa o i segni distintivi di una professione per la quale è richiesta una speciale
abilitazione dello Stato ovvero si arroga qualità inerenti a tale professione.
Possono ottenere l’iscrizione all’albo (oltre a coloro che vi risultano già iscritti al momento
dell’entrata in vigore della riforma di cui alla L. 247/2012):
1) i laureati in giurisprudenza che hanno superato l’esame di Stato;
2) coloro che hanno svolto le funzioni di magistrato (ordinario, militare, amministrativo, con-
tabile) ovvero le funzioni di avvocato dello Stato e sono cessati dalla funzione senza essere
incorsi in provvedimenti disciplinari analoghi o più gravi della censura. In questo caso la
riforma richiede che per i primi 2 anni dall’iscrizione all’albo degli avvocati il professionista
non possa esercitare nei circondari nei quali ha svolto le funzioni nei 4 anni precedenti la
cessazione dalle funzioni;
3) i professori universitari di ruolo, dopo 5 anni di insegnamento di materie giuridiche.
L’avvocato iscritto all’albo può esercitare l’attività di difesa davanti a tutti gli organi giurisdi-
zionali della Repubblica; laddove si tratti di giurisdizioni superiori occorrerà che l’avvocato sia
anche iscritto in un albo speciale.
La figura dell’avvocato specialista è contemplata dall’art. 9 L. 247/2012 laddove si riconosce
agli avvocati la possibilità di ottenere ed indicare il titolo di specialista in vari rami del diritto,
titolo conseguito:
a) all’esito positivo di percorsi formativi almeno biennali;
b) per comprovata esperienza nel settore di specializzazione. Quest’ultima possibilità, in parti-
colare, è riservata agli avvocati che abbiano maturato un’anzianità di iscrizione all’albo degli
avvocati, ininterrottamente e senza sospensioni, di almeno 8 anni e che dimostrino di avere
esercitato in modo assiduo, prevalente e continuativo attività professionale in uno dei set-
tori di specializzazione negli ultimi 5 anni. L’attribuzione e la revoca del titolo di specialista,
titolo che come si specifica nella legge stessa non comporta riserva di attività professionale,
spetta in via esclusiva al CNF.
Con regolamento n. 1 approvato dal CNF l’11 aprile 2013 è stato istituito l’elenco delle
Associazioni forensi specialistiche maggiormente rappresentative che parteciperanno con
i Consigli dell’Ordine all’organizzazione dei corsi per l’acquisizione del titolo di avvocato
specialista.
Il regolamento fissa i requisiti di iscrizione nell’elenco, tra i quali figurano un numero di iscrit-
ti significativo su base nazionale tenuto conto del settore di interesse, la previsione espressa
tra gli scopi statutari, della promozione del profilo professionale specialistico e la formazione
e l’aggiornamento, una sede nazionale e un organismo di coordinamento delle attività svolte
sul territorio nazionale. Tra i requisiti sono annoverati anche quello di assicurare una offerta
24 Ordinamento giudiziario

formativa nelle materia di competenza attraverso strutture organizzative e tecnico-scientifi-


che adeguate e di dimostrare di aver organizzato, almeno nell’anno precedente alla richiesta di
iscrizione, una significativa attività formativa nel settore di interesse.
Le Associazioni non dovranno avere scopo di lucro, l’attività formativa dovrà essere gratuita
salva la possibilità di richiedere ai partecipanti il rimborso delle spese sostenute. L’articolazione
della struttura dell’ordinamento forense prevede accanto al Consiglio nazionale forense (CNF)
gli ordini circondariali, costituiti presso ogni circondario di tribunale (art. 24 L. 247/2012). Le
suddette articolazioni sono riconosciute quali centri istituzionali di riferimento degli interessi
di categoria e qualificate secondo un consolidato indirizzo giurisprudenziale quali enti pub-
blici non economici. Si tratta di enti istituiti ‘‘per garantire il rispetto dei principi previsti dalla
legge e delle regole deontologiche, nonché con finalità di tutela della utenza e degli interessi
pubblici connessi all’esercizio delle professione forense e al corretto svolgimento delle funzione
giurisdizionale’’ (art. 24, co. 3, L. 247/2012). Essi sono soggetti esclusivamente alla vigilanza del
Ministro della giustizia.

Istituita con la legge 8 gennaio 1952, n. 6, la Cassa nazionale di previdenza ed assistenza è


una fondazione con personalità giuridica di diritto privato (privatizzazione avvenuta a seguito
del d.lgs. 509/1994). La Cassa è soggetta alla vigilanza del Ministero della giustizia, del Ministero
del lavoro e delle politiche sociali e del Ministero dell’economia e delle finanze. Sono iscritti alla
Cassa:
–– obbligatoriamente, gli avvocati che esercitano la professione con carattere di continuità,
secondo i parametri definiti annualmente dagli organi amministrativi della Cassa stessa.
Più chiaramente per i professionisti iscritti all’Albo sussiste l’obbligo di iscrizione alla Cassa
forense a partire dall’anno in cui producono un reddito od un volume d’affari di importo
maggiore o uguale al limite minimo stabilito per quell’anno dal Comitato dei Delegati per la
prova dell’esercizio continuativo della professione;
–– a domanda, i praticanti abilitati al patrocinio e gli avvocati iscritti all’Albo che non raggiungo-
no i limiti annualmente stabiliti.
I principi fondanti della previdenza forense sono i seguenti:
–– l’obbligatorietà dell’iscrizione per tutti coloro che esercitano la professione con continuità;
–– la proporzionalità della contribuzione cui ogni iscritto è tenuto;
–– l’opzione per un sistema a ripartizione, nel quale cioè il livello delle contribuzioni viene
fissato in funzione dei bisogni attuali;
–– l’autonomia dell’organizzazione previdenziale;
–– il principio solidaristico.