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Civiltà egee – Greco

Oggi si tende a far nascere la storia greca con la comparsa della scrittura, quindi con Omero (ca. 800 a.C.),
ma questo è uno schematismo che va ad escludere il mondo miceneo. Nella prospettiva di ricerca vi è un
errore di fondo, per cui si trascurano almeno 800 anni di storia durante i quali il mondo greco ha avuto una
grande espansione. La storia micenea, infatti, benché lacunosa, deve essere presa in considerazione dallo
storico in tutti i suoi aspetti (letterari, archeologici, storici).
● Parte filologica = tavolette in lineare B polarizzate. Alcune sono totalmente incomprensibili, altre
totalmente comprensibili (es: tavoletta ER 312 🡪 wa-na-ka-te-ros : suffisso –teros diventa un
comparativo, ma in origine va a definire un confine tra quello che è di pertinenza di un soggetto e il
re. “Io sono bello a partire da = io sono più bello”. Solo il wanax ha questa forma di aggettivazione.
In questa tavoletta si nasconde parte dell’ideologia del potere miceneo: quello che appartiene al re crea
una dicotomia di base. Omero utilizza il comparativo e superlativo nella titolatura del re:
basileutatos).
La disciplina di civiltà egee nasce nel 1952. Fino al 1991 si pensava che l’archivio miceneo del palazzo di
Cnosso fosse uno solo sincronico. Poi si è dimostrato che sono almeno 2, cronologicamente distinti, e oggi
se ne ipotizzano persino 7.
● Parte archeologica = per civiltà egee spazieremo tra il 3000 a.C. e il 1200/1100 a.C.
L’archeologia egea nasce nella seconda metà dell’800 grazie alle scoperte di Heinrich Schliemann. Era
poliglotta e aveva una grande capacità nell’imparare le lingue. Nella sua biografia scrive che il padre gli
parlava della guerra di Troia. Vari studi dimostrano che però non si è mai occupato di Troia, finché non è
incappato nella collina di Troia in Turchia. E’ tutta una leggenda. Raggiunta, infatti, la notorietà, Schliemann
ricostruisce la propria immagine su un grande amore per l’antichità. Era un commerciante, rubò il tesoro di
Priamo in Turchia e lo portò in Germania. Voleva inizialmente portarlo in Italia, ma l’Italia appena unificata
non lo volle. Quando i Turchi lo scoprirono lo multarono e lo cacciarono dal loro territorio.
Dopo Troia, Schliemann passa a scavare a Micene, a Tirinto e Orkòmenos, trovando la porta dei leoni, i
palazzi, ecc.
Prima di arrivare a Troia Schliemann aveva cercato di scavare in Italia e aveva scavato a Itaca.
Problema di fondo: noi studiamo partendo dal nostro bagaglio culturale, quindi da presupposti sbagliati se
applicati ad un’altra epoca e ad un altro contesto.
Es: se parliamo di palazzo minoico o miceneo, la parola “palazzo” apre una serie di finestre: è un’etichetta
che sta convogliando una serie di informazioni che può portare lontanissimo dalla corretta interpretazione
di un manufatto architettonico, come in questo caso.
Ci sono attestati culturali-archeologici di cui non sappiamo nulla, per cui si deve avere la consapevolezza di
poter partire da un presupposto potenzialmente sbagliato.
Schliemann scopre Troia, Tirino e Micene e di fatto dà l’avvio a questa grande stagione di scoperta
dell’archeologia. Il concetto di stratigrafia emerge decenni dopo. Non c’era l’atteggiamento legato alla
scoperta della cultura di una civiltà.
Schliemann è il padre della disciplina, ma anche gli italiani hanno un ruolo rilevante 🡪 Halbherr e Pernier
sono i padri non solo dell’archeologia italiana, ma anche dell’archeologia egea. E’ Halbherr che consiglia a
Evans di scavare a Cnosso.
Halbherr sbarca a Creta nel 1884 con l’incarico di cercare epigrafi. Non ha una coscienza archeologica in sé,
è un epigrafista. Nel primo mese di lavoro a Creta trova l’iscrizione di Gortina. Era un vero e proprio
esploratore dall’intuito geniale 🡪 A Creta scopre 160 siti: Festòs, Haghia Triada. Va a scavare anche a
Cnosso, ma si ferma a ragionare sulla fase romana, poiché non aveva capito che sotto vi erano fasi molto
più grandi e ricche rispetto a quelle di epoca successive.
Contestualmente vi è anche Evans, che lavora come corrispondente nei Balcani per un giornale inglese. E’
anche lui epigrafista di formazione, ma, mentre Halbherr cerca epigrafi greche e romane, Evans cerca
informazioni su alcuni manufatti in pietra incisi con segni che a lui sembrano geroglifici. Si tratta, in realtà,
in buona parte di sigilli di epoca minoica, iscritti con una scrittura che verrà chiamata “geroglifico cretese”.
Halbherr consiglia a Evans di ragionare su Cnosso. Da poco, infatti, Schliemann aveva trovato Troia e
Micene e ci si era resi conto, quindi, dell’esistenza di una civiltà precedente alla Grecia classica. E’ un campo
totalmente ignorato e completamente aperto alla ricerca.
Tra il 1884 e il 1899 Halbherr e Evans continuano a spostarsi per Creta, che era allora zona di guerriglia
continua con i Turchi, da cui ancora non si era liberata. A un certo punto Creta si libera dai Turchi grazie
all’aiuto delle potenze europee e viene suddivisa in protettorati:
-Inglesi = zona centrale.
-Francesi = est.
-Italiani = centro-sud.
-Russi, ma non interverranno mai.
Ancora adesso a livello archeologico la zona centro-meridionale è scavata dagli italiani, la zona centro-
settentrionale dagli inglesi, la zona orientale dai francesi. Di fatto, in termini archeologici la Grecia è ancora
“lottizzata”: i francesi scavano a Delfi, gli inglesi a Micene. Gli ultimi arrivati sono gli Americani, che scavano
l’agorà di Atene e ci ricostruiscono la Stoà di Attalo (= simbolo dell’operato americano).
Thomas Spratt (1811-1888): comandante di una nave, che, con le fonti alla mano, va a calcolare, sulla base
dei riferimenti che le fonti forniscono, dove si dovevano trovare certi siti, ad esempio Festòs (Diodoro).
Taramelli (fine ‘800) inizia ad esplorare la zona di Festòs, a sud di Creta, nella Mesarà (grande pianura
meridionale di Creta), ma non cerca attestati del mondo minoico-miceneo. Non era ancora stato scoperto il
mondo minoico. Va piuttosto alla ricerca di città greche e si concentra, quindi, sulla collina più alta per
trovare l’acropoli di una città greca.
La divisione di Creta in protettorati è di fatto uno specchio dell’atteggiamento delle grandi superpotenze
coloniali nella fase di controllo del bacino mediterraneo. Siamo nel periodo della corsa alle grandi colonie.
Quindi, il fatto che gli italiani stiano lavorando a Creta fa comodo allo Stato italiano appena nato.
Gli archeologi erano chiaramente legati all’intelligence del proprio Paese e andavano a cercare informazioni
sul territorio straniero. Halbherr probabilmente era anche una spia dello Stato italiano, forse addirittura
implicato nello scandalo dell’uccisione dell’ambasciatore americano in Libia.
Quando Evans scopre il palazzo di Cnosso (1900), Halbherr si rende conto che non è più sufficiente quello
che ha fatto sul suolo cretese, perché l’Italia non ha ancora un grande Stato aperto. In realtà, ha scoperto
Gortina (400 ettari di città in epoca greca e, soprattutto, romana). La scoperta del palazzo di Cnosso da
parte di Evans dà comunque un’accelerazione alle loro ricerche e alla volontà di Halbherr di
controbilanciare questa enorme scoperta culturale con un’altrettanto grande scoperta culturale da parte
italiana.
4 giugno 1900: si chiude la prima campagna di scavo di Evans a Cnosso e gli italiani arrivano a Festòs (zona
malarica). Halbherr porta con sé un giovane studioso, Luigi Pernier, a cui dà la gestione degli scavi a Festòs.
Iniziano a fare dei saggi e trovano il palazzo di Festòs, di circa un ettaro di estensione. Nel tempo si vedrà
essere un edificio di una grande città di epoca minoica. Il palazzo di Festòs fu scavato in 3 anni (dal 1908).
All’inizio non conoscevano la cultura minoica, ma pensavano che fosse quella micenea. Poi, con Evans e la
scoperta di Festòs, ci si rende conto che è una cultura che si pone alla base della cultura micenea scoperta
da Schliemann.
La disciplina delle civiltà egee deve tantissimo agli italiani.
Se la disciplina egeistica viene fondata tra il 1870 e il 1900, la filologia micenea nel 1952, con la decifrazione
della lineare B. Le prime tavolette in lineare A e B vengono scoperte da Evans nel palazzo di Cnosso, ma
subito dopo alcune tavolette in lineare A vengono trovate anche nel palazzo di Festòs. Il supporto principale
di queste tavolette è l’argilla, sulla quale si incideva con uno stilo. La lineare A e la B sono 2 sistemi scrittori
distinti, anche se molto simili. La lineare B nasce dalla lineare A. Viene chiamata “lineare” perché la forma
di scrittura è lineare. Il nome viene coniato da Evans, perché ha in testa le forme di scrittura orientali
cuneiformi. Quindi chiama questo sistema “lineare” per distinguerlo dal cuneiforme e dal geroglifico
egiziano (forma di scrittura ideografica molto realistica nella presentazione dei segni).
Il cuneiforme viene sempre inciso sull’argilla, ma lo scriba usa lo stilo in modo diverso. La sezione
triangolare dello stilo incide l’argilla sempre da una posizione standard. Diversamente, lo scriba minoico e
miceneo scrive come scriviamo anche noi.
Negli archivi di Cnosso Evans trova anche quello che lui chiama geroglifico cretese, quindi una terza
scrittura. Distinguere la lineare A dalla B è molto difficile, perché i 2 sistemi di scrittura condividono il 70%
dei segni e anche molti ideogrammi (sono scritture logosillabiche: usano sia sillabogrammi sia logogrammi).
Ma la lineare B è molto più ordinata: il testo è organizzato sempre in modo molto logico, gli ideogrammi in
genere sono espressi o alla fine della tavoletta o subito dopo la parte sillabica. C’è un vero e proprio lavoro
di impaginazione. Nella lineare A i segni sono meno caratterizzati e hanno molte più varianti.
Trattandosi, però, di autografi e non di font normalizzati, a volte è difficile capire se è lo stesso segno scritto
da 2 scribi diversi o se sono 2 segni diversi. Le varianti grafiche sono molte. Lo stesso vale per i logogrammi,
che tra l’altro possono avere anche valore sillabico. Se non si conosce questo sistema, è difficile capire se si
tratta di un sistema ideografico (come l’egiziano) o logosillabico (come il miceneo).
L’ideogramma può indicare l’oggetto, ma anche il concetto che sta dietro. Questo determina la necessità di
una grandissima quantità di segni (cfr. cinese).
Le tavolette di Cnosso (in tutto 10.000 con i frammenti) sono estremamente sintetiche e volontariamente
stenografiche. Infatti, la vera svolta nella ricerca della decifrazione avviene quando viene scoperto l’archivio
di Pilo in Messenia, dove le tavolette sono molte meno (ca. 1200), ma sono testi molto più lunghi.
Il punto di partenza di tutti coloro che si sono cimentati nella decifrazione della lineare B è stato il sillabario
cipriota classico = forma di scrittura attestata a Cipro tra il X sec. e il III sec. a.C. Viene utilizzata per
esprimere 2 lingue: una è il greco nella sua variante arcado-cipriota, l’altra è l’eteocipriota, ossia la pura
lingua degli abitanti di Cipro, non ancora decifrata, anche se il sillabario cipriota è stato decifrato da 2
studiosi nell’arco di 20/30 anni 🡪 Non c’è un momento puntuale di decifrazione. Smith lavorava anche sul
cuneiforme.
Il sillabario cipriota classico è privo di ideogrammi e si compone sostanzialmente di sillabe aperte (56 segni).
Per rendere il greco attraverso un sillabario di tipo aperto bisogna adottare alcune regole ortografiche:
questo fa sì che alcuni nessi consonantici debbano essere smembrati. Es: per scrivere PRO si scrive po-ro,
cioè all’interno del nesso consonantico si usa una vocale quiescente, che però non si pronuncia.
Alessandro = a-re-ka-sa-do-ro (manca la <n> 🡪 Si fa economia laddove è necessario, per lo più con le
consonanti che chiudono la sillaba precedente, quindi n,r,m,l). La vocale quiescente ha il timbro della sillaba
che segue. Questo sistema ha un altro problema: come si fa ad indicare la desinenza finale (sigma e ni)? Il
cipriota usa la sequenza della vocale /e/ per indicare la desinenza. Es: ptolin = po-to-li-ne.
Il sillabogrammi del nominativo è quindi –se.
Il cipriota classico assomiglia molto alla lineare B superficialmente, ma condivide solo 7 segni con essa. Ci
sono molti falsi amici, ma poche vere corrispondenze. Non ritrovando nella lineare B una sequenza sillabica
caratteristica della parte finale delle parole, si è dedotto che non fossero flessive.
I segni della lineare B e dl cipriota classico sono omomorfi, ma non omofoni. Quindi se applico alla lineare B
i valori fonetici del cipriota classico non si capisce nulla. Inoltre, non c’è un sistema coerente di gestione
delle desinenze finali: quindi, chi credeva alla possibilità di leggere la lineare B attraverso il cipriota classico
si è trovato in un vicolo cieco.
Evans capisce che il mondo minoico è completamente distinto da quello miceneo 🡪 Sostiene che la lineare B
sia minoico, non greco. E’ una forma di scrittura che esprimerebbe per noi una lingua ignota, ma
sicuramente non è greco. Il cipriota diventa per Evans la prova che la lineare B non sia greco.
Escluso Evans, i tentativi di decifrazione ci sono, ma non sono sistematici né vi è un atteggiamento
scientifico. Nell’attribuire il valore fonetico ai segni ci si basa sul principio acrofonico degli ideogrammi.

28/02
Evans porta avanti una sistematizzazione delle 2 scritture lineari e inizia a coordinarle e a ragionarci sopra.
Quando pubblica le tavolette non c’è ancora un minimo accenno a come sono fatte, né vi è un tentativo di
catalogazione. Non ha nessuna tentazione a decifrare la lingua che si cela dietro queste forme di scrittura.
Gli basta la prova data dal cipriota classico per essere certo che quasi sicuramente la lineare B non fosse
greco.
Evans si confronta con il mondo vicino-orientale e i sistemi di scrittura vicino-orientali. Nota così che spesso
in posizione iniziale di parola nella lineare B compaiono 2 segni (sillabogrammi):
-Stilizzazione di un trono e uno scettro 🡪 Palazzo.
-Ascia bipenne: molto attestata nell’iconografia minoica 🡪 Tempio.
Evans ipotizza che siano 2 chiavi di decifrazione. Essendo le tavolette sempre di matrice economica, partiva
dal presupposto che ci fosse una sorta di divisione tra comparto sacro e quello laico/pubblico. Ma è
sbagliato proiettare la visione pubblico/privato, sacro/profano nel mondo antico, dove questa divisione non
c’è. La divinità è ovunque (cfr. Giappone).
L’ipotesi di Evans si dimostrerà poi sbagliata, ma è metodologicamente strutturata, ha un atteggiamento
più scientifico rispetto ai precedenti o ai contemporanei.
Chiavi di decifrazione/determinativi: espedienti utilizzati dagli scribi orientali per aiutare la lettura. Infatti,
il sistema cuneiforme è molto complesso e può esserci confusione tra un ideogramma (segno che
rappresenta un oggetto) e quello stesso ideogramma utilizzato per il suo valore fonetico.
Le chiavi di decifrazione sono a loro volta degli ideogrammi che vanno a chiarire la lettura della parte del
discorso che segue subito dopo. Es: uru = ideogramma per “paese”.
Nel momento in cui Evans si applica a ragionare sulle forme di scrittura che ha davanti, non può rinunciare
all’analisi dei segni del cipriota classico che in qualche modo richiamano la lineare B.
Es: tavoletta con registrazioni di cavalli. Evans trascrive tramite il cipriota classico po-ro (spesso /l/ ed /r/
possono essere confuse o trascritte con un unico segno) = pensa quindi alla parola pòlos, “puledro”. Ma
poiché pensa che la lineare B non sia greco, non va oltre. Secondo lui era un caso e oggettivamente poteva
esserlo, quindi abbandona l’idea.
Sulla linea di un approccio metodologicamente più fondato si muove Cowley, che nel 1927 approccia ai
documenti con un metodo combinatorio: tralasciando qualsiasi velleità di decifrazione, i documenti devono
essere osservati per quello che sono.
2 logogrammi molto ricorrenti nella lineare A e B che rappresentano gli esseri umani, distinti in “uomo” e
“donna”.
TA 641: i segni sono parole, i disegni in questo caso sono parlanti (vasi, tripodi, giare a 2, 3 o 4 anse) + ci
sono le unità di misura subito dopo (trattini verticali che indicano la quantità).
Parola + ideogramma + numero.
KN Ag 88 🡪 Le tavolette amministrative nel 50% dei casi sono liste di persone: personale, schiavi, artigiani,
famiglie (ideogrammi indicanti uomo e donna + figli maschi e femmine).
Cowley non decifra la tavoletta, ma di fatto la traduce nel suo contenuto con un’indagine contestuale.
Con l’indagine contestuale riusciamo a leggere anche molti documenti in lineare A, anche se non riusciamo
a sostanziare con la decifrazione e la traduzione.
Il sistema combinatorio, se ben usato, diventa molto importante.
I TERZETTI DELLA KOBER (1943)
Elizabeth Kober conduce un’indagine contestuale e statistica, senza mostrare volontà di decifrazione. Parte
da una serie di domande: dietro la lineare B c’è una lingua flessiva o no? Distingue quindi il singolare dal
plurale e il femminile dal maschile?
Arriva così a individuare prove di flessione nel sillabario miceneo della lineare B: sequenze di sillabe , dove i
primi 3 elementi sono uguali, mentre gli ultimi 2 cambiano. E’ un indizio possibile di flessione.
SI potrebbe anche dire che sia una lingua agglutinante, cioè una lingua che arricchisce la radice invariabile
del nome con affissi e suffissi che vanno via via a definire il caso, il genere, il numero, ecc. Ma le lingue
agglutinanti non presentano una variazione della parte terminale della parola così accentuata come in un
sistema flessivo.
Associando poi i finali di parola agli ideogrammi, può capire se si tratti di una sillaba al maschile o al
femminile. Questo giustifica la varianza del quarto segno.
Kober individua così sicuramente la prova che la lineare B sia una lingua di tipo flessivo.
Spesso le liste finiscono con uno o più trattini verticali, che indicano la quantità. Alla fine c’è anche il totale
(il primo sillabogrammi è uguale, il secondo si distingue 🡪 Maschile e femminile).
Si ha distinzione di genere anche per gli animali (vedi ideogrammi per “cavallo” o per “pecora”, che hanno
delle varianti a seconda che si tratti di animali maschi o femmine).
La scoperta dell’archivio di Pilo nel 1939 è una vera rivoluzione nella storia degli studi dell’età del Bronzo in
Grecia, intanto perché si ritrovano tavolette in lineare B nel continente greco. Evans allora si fa quadrare la
sua ipotesi di una dominazione minoica su tutto il bacino dell’Egeo 🡪 I Minoici hanno invaso, colonizzato e
dato vita di fatto alla cultura micenea. Non è così.
Le tavolette di Pilo sono meno di quelle di Cnosso, ma sono più lunghe nei testi e nei contenuti. I lavori al
palazzo di Pilo, però, si fermano subito a causa della Seconda Guerra Mondiale. Si torna a lavorare nel ’50.
Bennet si prefigge come scopo quello di capire che tipo di scrittura sia la lineare B. Cowley l’aveva già
individuato, ma era necessaria una sistematizzazione delle informazioni.
Un semplice calcolo statistico ci permette di capire che il sistema scrittorio della lineare B è costituito da
sillabogrammi aperti. Un sistema scrittorio che utilizzi come unità minima la sillaba non può avere meno di
50/40 segni e non può averne più di 90.
20-30 segni = scrittura alfabetica.
40-100 = sillabario aperto.
100-1000 = sillabario chiuso.
Sopra i 1000 = sistema geroglifico/ideogrammatico. Gli ideogrammi, rappresentando oggetti, sono
potenzialmente infiniti.
Poi è ovvio che le diverse culture possono far proliferare segni oppure fare risparmiare sui segni.
Questa classificazione fa cadere subito qualsiasi velleità di ipotizzare che dietro il disco di Festòs ci sia un
sistema geroglifico. I segni sembrano geroglifici, come quelli egiziani, ma sono 45 segni che si ripetono: è
quindi statisticamente impossibile che si tratti di una scrittura geroglifica.
Un altro elemento che aiuta molto gli studiosi è quello di trasnumerare i sillabogrammi. Ora abbiamo un
font, per cui possiamo ragionare direttamente sulla lineare B, ma negli anni ‘30/’40/’50 era molto più facile
trasnumerare (cfr. sistema dos del computer) 🡪 Ogni sillabogramma ha il suo numero di codifica. Es: il segno
dell’ascia bipenne è lo 08. I sillabogrammi non ancora decifrati rimangono con il loro numero di codifica (es:
segni 34 e 35 potrebbero essere lo stesso segno 🡪 Mezzaluna con cerchietto a volte orientata verso destra,
a volte verso sinistra). I sillabogrammi vanno sempre citati con l’asterisco.
In questo modo Bennet dà un codice univoco a tutti i segni, sia sillabografici sia ideografici. Questo ha
permesso agli studiosi di avere le trascrizioni e li ha allontanati dalla tentazione di abbinare la lineare B con
il cipriota classico.
Bennet arriva a definire che in tutto sono 87 segni. Fa lo stesso per gli ideogrammi, che sono tutti numerati
e schedati.
Bennet organizza poi lo studio delle tavolette accorpando quelle che avevano gli stessi ideogrammi, al fine
di ragionare con più chiarezza e velocità sui documenti. Le tavolette in lineare B sono ad oggi ancora
schematizzate e inventariate.
Segni per le unità, decine, centinaia, migliaia e decine di migliaia. Vi è poi un segno per le frazioni (compare
solo dopo cifre e dopo ideogrammi). Da lì c’è stato il riconoscimento di tutto il sistema frazionario. E’
difficile capirne il valore assoluto, ma è stato facile capirne il valore relativo.
Si tratta sempre di un’analisi combinatoria e sistematica.
Ventris: architetto, aviatore, appassionato di scrittura antica e di enigmistica. Già da prima aveva cercato di
orientarsi in questi studi, ma era dominato e rimarrà sempre dominato dall’ipotesi che dietro la lineare B ci
possa essere l’etrusco. Negli anni ’50 inizia uno studio sistematico delle tavolette in lineare B, dato che il
materiale a disposizione è molto maggiore, anche grazie alla sua schematizzazione operata da Bennet.
Come primo atto Ventris manda a 12 studiosi emeriti un questionario sulla lineare B per capire quale sia la
tendenza generale del mondo scientifico rispetto alla lineare B. Ne ricava una linea abbastanza condivisa: la
lineare A e la lineare B sono lingue indoeuropee.
Contemporaneamente a questo, Ventris inizia un’indagine sistematica e statistica sul sillabario miceneo:
crea delle grandi tavole statistiche in cui va a contabilizzare i rapporti che esistono tra i diversi
sillabogrammi 🡪 Questo compare 10 volte prima di questo, questo compare 40 volte in terza posizione,
questo non compare mai in ultima posizione, ecc. Questo permette a Ventris di individuare le eventuali
anomalie del sistema, qualcosa che desse un discrimine nell’analisi della documentazione.
Arriva così a definire che i segni dell’ascia bipenne e del trono (cfr. Evans) sono percentualmente molto più
presenti all’inizio delle parole rispetto che all’interno. Evans si era fermato qui e non aveva reso conto del
fatto che questi segni compaiono anche all’interno delle parole. Sapendo che il sistema miceneo in lineare
B è un sillabario aperto logosillabico, non c’è possibilità che un determinativo si trovi all’interno di una
parola, poiché si trova sempre prima della parola o prima dell’ideogramma. Con questa considerazione,
Ventris individua 2 dati:
1) Quei segni non sono determinativi.
2) In un sillabario aperto, le sillabe percentualmente più presenti all’inizio che in mezzo o alla fine di parola
sono vocali pure.
In base alla ricorrenza dei sillabogrammi, Ventris dà una prima griglia percentuale di ricorrenze. Per
esempio, individua la particella enclitica (nome + sillabogrammi sempre uguale). Il valore del sillabogrammi
è –que.
Uno degli aspetti più geniali dell’indagine di Ventris è quello del riconoscimento degli errori scribali. Ventris
muove dal presupposto che se si sbaglia a scrivere una parola, tendenzialmente si sbaglia la vocale, non la
consonante. Questo fa sì che abbia la prova di alcune varianti molto importanti 🡪 Segni che condividono la
stessa parte consonantica, ma hanno una diversa parte vocalica = la parola è la stessa. Questo vale anche
per la parte finale, dove abbiamo le desinenze, per cui ci aspettiamo che cambi.
Ventris organizza una griglia: pone in colonne verticali le vocali (vocale 1,2,3,4,5) e in orizzontale le
consonanti (consonante 1,2,3, ecc.). Es: il segno 03 è sulla stessa linea di un altro segno, perché hanno la
stessa consonate, ma sono posti su colonne diverse. A fianco degli errori scribali, Ventris ha dalla sua parte
tutte le desinenze, per cui riesce a individuare 159 parole con prove di flessione e gli indizi di flessione gli
permettono di riempire determinate caselle 🡪 Es: Ventris analizza la parola basileus in miceneo. Siccome
troviamo questa parola declinata completamente, Ventris può capire che le 4 sillabe hanno le stesse
consonanti e vocali diverse. La difficoltà sta nelle colonne 🡪 La sequenza è completa e occupa tutta la
stringa, ma è difficile individuare le corrispondenze di timbro vocalico.
Lavoro disperato: Ventris deve riunire tutte le sequenze e trovare l’incastro. L’indagine statistica dà una
certa solidità alla base, ma la ricerca è estremamente complessa.
Ventris torna poi a ragionare sui terzetti della Kober e dice che sono sequenze di parole con tracce di
flessione. Guardando la documentazione vicino-orientale, molto simile come struttura concettuale a quella
micenea, Ventris dice che spesso siamo davanti a nomi oppure etnonimi, perché si tratta di amministrazioni
palaziali che rendicontano sono rendiconti economici, quindi per lo più località, derrate e persone. Per cui
Ventris dice che sia molto probabile che i terzetti della Kober, più che essere nomi declinati, siano una
sequenza di toponimo + etnonimo maschile + etnonimo femminile (Sparta – spartano – spartano). Lo
intuisce.
A questo punto, Ventris torna al cipriota classico e va a vedere i segni identici tra lineare B e cipriota
classico 🡪 Fa una griglia, in cui i rapporti tra le coppiette, le terne o le quaterne nel caso dei sillabogrammi
sono statisticamente fondati.
Il sillabogrammi –na cipriota è identico a un sillabogramma della lineare B, idem per il sillabogramma –ti
cipriota. Come dare una valore assoluto fonetico alle colonne di vocali? Ventris parte dall’ascia bipenne,
che è il segno più usato di tutti: potrebbe essere una /a/, che è tendenzialmente una vocale molto
utilizzata. Se ha ragione, il –na del cipriota classico dovrebbe essere nella stessa colonna dell’ascia bipenne
e di fatto così è. Questo gli dà la speranza di aver indovinato il timbro vocalico del sillabogramma.
Allora potrebbe aver indovinato anche il valore della consonante e statisticamente c8 potrebbe essere la
linea della /n/.
Ventris ha anche la sequenza plausibile della /i/ 🡪 -ti. Se è giusto, v1 è la colonna della /i/ e c6 è la linea
della /t/, ma non ha dalla sua parte un sillabogrammi così ricorrente come l’ascia bipenne. Per il –ti, quindi,
Ventris è ancora meno sicuro del –na: infatti, quella è la colonna della /o/, in realtà.
Etnonimo àmnisos potrebbe essere reso in miceneo a-mi-ni-so (esclusa la desinenza). Ventris considera
questa parola perché ha agganci con il cipriota: ha la /a/ eventuale e il ni dovrebbe trovarlo in c8, cioè nella
stessa linea del –na, se la sua lettura è corretta. Dal momento che il –ni apre la colonna della /i/, il –ti
dovrebbe trovarsi nella stessa colonna (v1, c6). C’è però il solito errore per cui v1 in reltà è una /o/. Subito
sotto al –ni c’è quindi il sillabogramma del –mi. Quindi Ventris ha ottenuto a-mi-ni.
Lo aiuta il confronto con i terzetti della Kober.
Dopo aver trovato –mi, Ventris ha finito le vocali e le consonanti utili per –so, ma individua la sua posizione
su base ipotetica, avendo sempre le triplette della Kober 🡪 Cerchio in giallo.
Se –so è corretto apre la colonna della /o/. Allora passa a considerare il nome più famoso di una località
cretese, cioè Cnosso. Col sillabario si scrive ko-no-so: è tutto sulla colonna della /o/. La seconda sillaba è un
–no, per cui deve trovarsi nella linea del –na e del –ni. Ha 2 opzioni, ma individua il segno giusto perché ha
le triplette della Kober. A questo punto individua anche il –co, sempre sulla base delle triplette: va sulla
fiducia, ma va sotto la colonna del –no e del –so, per cui la lettura è corretta.
“Cnosso” forse seguito da un genitivo o da un aggettivo.
2 sillabogrammi: scopa + profilo. Sappiamo che si sta parlando di Cnosso e probabilmente è un aggettivo.
Ventris lo sa. Andando a vedere la griglia, vede che la scopetta è sulla linea del –so e sulla colonna della /i/.
L’ultimo segno è il profilo ed è nella colonna della /o/. Risultato: ko-no-si-jo = knòsios. Questo è
significativo, perché è una forma di aggettivazione del greco.
Ventris a questo punto si rende conto che la cosa funziona e inizia a muoversi di conseguenza.
La sequenza del digamma, della labiovelare e dello jod è completa in miceneo.
Ventris torna poi sulla tavoletta con gli uomini e le donne di Cowley e lì trova una sequenza che grazie alla
sua griglia legge ko-va e ko-vo = in greco kòrFos e kòrFa (c’è il digamma). Incappa quindi in una delle norme
ortografiche della lineare B, per cui le consonanti che chiudono le sillabe precedenti vengono omesse (la ro
non viene indicata 🡪 Si ha ko-vo e ko-va). A questo punto Ventris si rende conto che i micenei non segnano
le desinenze, se non in rarissimi casi. Uno di questi casi è il genitivo in –ojo.
Ventris è molto prudente e ha paura di comunicare la sua scoperta, ma a un certo punto esce la notizia e lui
fa una trasmissione alla BBC il 10 luglio del 1952. Comunica che molto probabilmente la lineare B esprime la
lingua greca. La cosa passa abbastanza inosservata, ma lo ascolta John Chadwick, storico della lingua greca.
Non è del tutto sicuro della decifrazione proposta da Ventris, perché àmnisos, knossòs non sono elementi
realmente indicatori della lingua greca. C’ò bisogno di un elemento che sia tipico del greco, come
l’aggettivazione knòsios.
Chadwick considera allora il composto ku-ru-so-wo-ko = composto di krusòs e *Ferg, “lavoratore” 🡪 Orafo.
Anche se krusòs non è indicativo per il greco, il composto col digamma della radice è chiaramente tipico del
miceneo. Ma Chadwick doveva preparare le lezioni, per cui non ci pensa per mesi. Scrive, però, a Ventris,
offrendo il suo aiuto. Ventris è molto felice, perché ha molte difficoltà: per esempio, si trova davanti
all’assenza totale di articoli (sono una formazione abbastanza tarda).
Maggio 1953: scrive Chadwick a proposito della tavoletta PI 641 ritrovata nell’archivio di Pilo 🡪 Vasi alcuni
con 3 piedi, alcuni con 4 anse, altri con 3, altri senza. La prima parola, secondo il sistema di Ventris e
Chadwick, sembra essere ti-ri-po-de, che ricorre poi altre 2 volte sottoforma di ti-ri-po (forse al singolare). Il
vaso con 4 anse è preceduto dalla parola que-to-ro-we, quello con 3 dalla parola ti-ri-o-we, quello senza
dalla parola a-no-we. E’ escluso che possa trattarsi di una coincidenza. C’è una perfetta coincidenza tra
parola e ideogramma (disegno del tripode e delle giare). Di fatto la lineare B era stata decifrata.

5/03
Età del Bronzo: 3200/3000-1100 a.C.
Lasso di tempo molto esteso e articolato. Non siamo davanti a culture archeologiche diffuse e pregnanti
come avverrà nella fase successiva (Grecia micenea: cultura materiale estremamente condivisa).
Cultura materiale: complesso dei manufatti ricorrenti all’interno di un contesto culturale.
Nelle fasi molto arcaiche le culture materiali possono essere così piccole e così ridotte in termini territoriali
da trovare profondissime differenze a distanza di pochissimi chilometri.
Nella metà del terzo millennio si ha un momento di grande sviluppo delle culture egee, per cui spostandoci
da Tirinto a Lerna (10 km) cambia completamente l’aspetto della cultura materiale non tanto in termini di
ceramica, ma in termini architettonici. Siamo davanti a culture che hanno percorsi evolutivi molto diversi e
diversificati. Ci sono degli elementi ricorrenti (ceramica), ma i percorsi evolutivi culturali locali erano
profondamente diversi. Non sappiamo neanche se le lingue fossero diverse.
Il problema principale legato a queste fasi così arcaiche è la datazione. Non avendo testi scritti, la datazione
non può basarsi su metodi tradizionali, cioè quelli della cronologia assoluta 🡪 Questi inizieranno ad essere
operativi molto più avanti, quando culture straniere esterne (Egitto e Mesopotamia) inizieranno a
relazionarsi con le culture egee. Questo ci permette di avere alcuni confronti (cross-dating).
Gli strumenti scientifici più avanzati per cercare una datazione cronologica assoluta sono:
● Datazione al radiocarbonio 14: il radiocarbonio è un isotopo radioattivo del carbonio e in quanto
elemento radioattivo ha un periodo di decadimento coerente e costante. In questo caso un isotopo
di carbonio 14 dimezza il proprio potenziale radioattivo in 5730 anni. L’isotopo inizia a decadere e a
perdere la propria radioattività nel momento in cui l’organismo che lo conteneva muore. Il
problema del radiocarbonio è che ha un range di errore di 100/200 anni in più o in meno. La sua
cronologia deve essere quindi bilanciata con altri elementi, per esempio un oggetto egiziano o
babilonese. In genere si tratta di oggetti che arrivano molto dopo il momento in cui sono stati
prodotti ed essendo per lo più oggetti preziosi, tradizionalmente vengono conservati. Costituiscono
per noi un terminus post quem.
● Dendrocronologia: gli alberi producono un anello di accrescimento all’anno. In zone
ecologicamente coerenti gli anelli hanno caratteristiche simili: possono essere più spessi se sono
annate piovose, più stretti se sono annate di siccità, ecc. Questo crea una sorta di codice a barre.
Confrontando lo spessore degli anelli di accrescimento degli alberi si possono vedere gli anni simili.
Ma questo metodo di datazione può presentare dei problemi: l’asse di un albero può essere stato tagliato e
utilizzato anche per molti secoli. Ma se si riesce a creare una catena di anelli di accrescimento di
alberi sufficientemente lunga, potenzialmente si è in grado di datare con molta precisione un
manufatto o un edificio. E’ però molto difficile riuscire a costruire la catena.
L’insieme di queste 2 datazioni, laddove sia possibile, permette di arrivare ad un’approssimazione molto
efficace.
Il modo tradizionale di datare, però, non è quello scientifico, bensì quello della datazione incrociata.
● Cross-dating: quando trovo un oggetto ben databile in un contesto che non è databile, questo
oggetto mi permette di dare, se non altro, un post quem o un ante quem rispetto alla fase culturale
che sto scavando. Più particolari sono gli oggetti, meglio è. Caso tipico di Ekhenaton, cioè Amenofi
IV: faraone eretico che cambia i culti egiziani da politeisti e monoteisti verso un culto del sole. E’ un
momento molto specifico e caratteristico della storia egiziana, per cui può essere datato con
estrema precisione: 1370/1350 a.C. Prima e dopo non c’è più niente che ricordi la sua eresia.
Quindi, se troviamo nella capitale di Ekhenaton, che è Ekhetaton, ceramica micenea, abbiamo un
range cronologico ben preciso. Infatti, il Tardo Elladico III A (1380-1360 a.C.) è uno dei punti cardine
della cronologia assoluta della ceramica micenea, perché la ceramica è stata ritrovata proprio ad
Ekhetaton, che ha vissuto solo 20 anni e poi è stata abbandonata.
Grazie alle liste dei re babilonesi e assiri, alle liste dei faraoni e agli oggetti preziosi (scarabei) donati tra i
grandi e piccoli re dell’epoca, se li ritroviamo in Grecia abbiamo degli elementi estremamente
importanti. Es: a Salamina è stato trovato un piccolo edificio palaziale (palazzo di Aiace), nel quale è
stata trovata una placca di un’armatura a scaglie con il cartiglio di Ramses II (1290-1220 a.C.).
Sapendo che il palazzo viene distrutto subito dopo il regno di Ramses II, abbiamo un range
cronologico abbastanza ristretto e sicuro.
L’economia dell’epoca, in tutta l’età del Bronzo, ma soprattutto nella fase micenea, è un’economia a doppio
binario: c’è l’economia base (agricoltura) e l’economia del lusso 🡪 I grandi stati regionali micenei mettono in
moto dei meccanismi produttivi al fine di garantirsi la possibilità di accedere ai beni di lusso provenienti
dall’esterno. L’importazione di una serie di manufatti riconosciuti da tutti come manufatti di enorme valore
reale e simbolico significa portare a casa un avvallo diretto o indiretto da parte dei grandi potentati
stranieri, fondamentale nella partita locale e nei giochi di potere con i piccoli regni vicini.
Accanto alla cronologia assoluta c’è il supporto della cronologia relativa. Dato che a partire dal Neolitico
ceramico le culture di tutto il mondo hanno prodotto vasellame, questo ci permette, sulla basa dell’analisi
dei suoi stili, delle forme, dell’impasto e della qualità della lavorazione, di creare una sequenza relativa di
ceramica 🡪 Il tipo A è precedente al tipo B, ecc. Abbiamo piccoli, ma importanti agganci di cronologia
assoluta su sequenze di cronologia relativa, che varia da sito a sito.
In un contesto come la Grecia classica o la Grecia micenea o il mondo minoico del Bronzo Medio, dove gli
attestati culturali, architettonici e ceramici, sono abbondantissimi e molto diffusi , le sequenze di cronologia
relativa sono molto chiare. All’interno dei singoli siti si riescono a distinguere persino delle sottofasi molto
precise. Invece, per le fasi più antiche, come quella dell’età del Bronzo Antico e all’inizio del Bronzo Medio
in Grecia, cioè tra il 3200 e il 1500 a.C. le culture non sono così condivise tra i diversi siti: abbiamo quindi
nuclei di cronologia relativa che fluttuano, non si riescono ad agganciare alla cronologia assoluta. Alcune
culture sono così chiuse in sé stesse da avere pochissimi agganci con quelle vicine che per noi sono databili.
Per questo, affianco alla terminologia generale con le varie sottofasi, spesso si associano anche le culture
materiali 🡪 Es: età del Bronzo Antico I in Grecia è la cultura di Eutresis.
Per le Cicladi la situazione è ancora più complessa, trattandosi di isole. Sono, però, in contatto con
l’Anatolia, dalla quale importano molto materiale, che ci permette di datare.
La cronologia delle fasi ante epoca storica (con fonti scritte) è tendenzialmente tripartita in Bronzo Antico,
Bronzo Medio e Bronzo Tardo. La tripartizione è sostanzialmente legata alla figura di Evans, che scava a
Cnosso, sito pluristratificato, con sequenze complete dal Paleolitico all’età bizantina, e può quindi creare
una griglia relativa molto importante, arrivando a suddividere l’età del Bronzo in 3 grandi momenti.
● Creta: Antico Minoico, Medio Minoico e Tardo Minoico 🡪 EM, MM, LM.
● Grecia continentale: Antico Elladico, Medio Elladico, Tardo Elladico 🡪 EH, MH, LH.
● Cicladi: Antico Cicladico, Medio Cicladico, Tardo Cicladico 🡪 EC, MC, LC.
Le fasi più o meno si corrispondono, anche se le maglie possono essere anche piuttosto larghe. Per
esempio, il Bronzo Antico inizia prima nelle Cicladi (3600/3500 a.C.). Nel 3100 a.C. nel nord della Siria c’è
una cultura urbana smisurata, mentre altrove troviamo culture che stanno appena uscendo dal Neolitico.
GRECIA CONTINENTALE
EH I = 3100-2700 a.C.
EH II A = 2700-2400 a.C.
EH II B = 2400-2200 a.C.
EH III = 2200-2000 a.C.
La datazione, però, dipende da zona a zona. Per esempio, la cultura cicladica è ben caratterizzata
nell’Antico Cicladico I e II, ma con l’Antico Cicladico III scompare completamente. Nelle Cicladi, quindi,
tendenzialmente non esiste l’Antico Cicladico III, cioè le Cicladi non producono più una ceramica che per noi
è riconoscibile all’interno dello schema che ci siamo dati. Questo è un meccanismo per alcuni versi
autoschediastico. L’Antico Elladico, l’Antico Cicladico e l’Antico Minoico III sono fasi evanescenti = sono fasi
di profonda crisi del comparto del Vicino Oriente, che fa mancare i collegamenti e le culture materiali vanno
incontro a un progressivo impoverimento. Questo si riduce per noi a mancanza di materiale su cui lavorare.
Problema degli scavi italiani a Creta: quando la direzione della Scuola Archeologica Italiana viene presa da
Doro Levi, nel ‘50/’60, si scopre una nuova ala del palazzo di Festòs 🡪 Il grande piazzale verso meridione
poggia su un’enorme massicciata, che va a creare la piazza coprendo e conservando 3 piani del primo
palazzo. Levi, però, sbaglia completamente la lettura della stratigrafia dell’edificio: scambia i 3 piani per 3
fasi diverse, dando nomi nuovi. Quindi, il Medio Minoico I B di Levi non è lo stesso di Evans. Levi crea una
sorta di isola terminologica indipendente e totalmente sbagliata, per contrastare l’atteggiamento culturale
di Evans, che identificava la civiltà minoica con Cnosso (atteggiamento sbagliato: ogni sito ha le sue
peculiarità).
Il problema si è risolto negli anni ‘80/’90 con un’equipe specializzata anche in sismologia. Si è capito che si
tratta di un unico edificio su più piani.
Medio Bronzo (2000-1500 a.C.): le Cicladi, in termini di apporto della ceramica, diventano secondarie,
perché questa fase è dominata dalla ceramica minoica, molto ben attestata e con una sequenza di stili ben
riconoscibili. Nella Grecia continentale l’età del Bronzo Medio è una fase molto unitaria, per cui solo ora si
sta iniziando a suddividere tra Mesoelladico I, II e III.
CRETA
MM I A = 2300/2000-1900 a.C. 🡪 Oscillazione dovuta alla difficile lettura dell’Antico Minoico III. Tutto ciò
che antecede il MM I B è la fase prepalaziale. Questa è una terminologia di matrice italiana molto comoda.
MM I B – MM II AB = 1900-1700 a.C. 🡪 Fase protopalaziale: è un periodo culturalmente molto compatto.
Esplode la prima cultura minoica. Creta nell’arco di un secolo passa da edifici a palazzi di 2 ettari e città da
60 ettari.
MM III = 1700-1600 a.C. E’ una fase complessa. E’ un momento di passaggio tra i primi grandi palazzi e i
secondi grandi palazzi. Non è né protopalaziale, né neopalaziale.
TM I AB – TM II = 1600-1450 a.C. 🡪 Fase neopalaziale: fase che nel nostro immaginario collettivo è per
eccellenza il mondo minoico. Non è la fase di maggior splendore del mondo minoico. E’ molto più ricca la
fase protopalaziale, in termini di attestati di potenza dei potentati locali. La fase neopalaziale, però,
essendo l’ultima si è conservata meglio e artisticamente ha colpito di più il nostro immaginario collettivo.
TM III AB = 1450-1200 a.C. Alcuni hanno chiamato questa fase postpalaziale, ma è un errore: il palazzo di
Cnosso c’è, ma è un palazzo miceneo. Per questa fase, la sequenza è molto più chiara nella Grecia
continentale che non a Creta. Le conoscenze che abbiamo sono legate anche a come e a quando si è
scavato 🡪 Problema dell’archivio miceneo di Cnosso. Quando si è scavato il palazzo di Cnosso in 2/3 anni,
andando a “spicconare” e togliendo tutti i pavimenti dei livelli intermedi, tutte le tavolette in lineare B
trovate sono sempre state considerate tavolette di un archivio unico, risalente alla distruzione del palazzo
(1370 a.C.). Se avessero, però, scavato con maggiore precisione avrebbero capito che erano 7 archivi diversi
su fasi diverse. A un certo punto, Mackenzie (il reale scavatore di Cnosso) fa una disegno con un prospetto
di una sezione del muro e con le crocette fa vedere le tavolette create, ma pone un pavimento in mezzo,
provando che aveva trovato diversi strati con tavolette su più piani.
Nel passaggio tra il TM II e il TM III (1450 a.C.) un’elite micenea si insedia a Cnosso e inizia a scrivere in
greco.
Passaggio tra il TM A1 e il TM A2 (1375 a.C.) = fino a 15 anni fa è stata considerata la data ufficiale della
distruzione micenea del palazzo di Cnosso. Oggigiorno si sta rivedendo la cronologia. Questa data, infatti,
non regge più. Quando Evans scava, scava via quasi tutta la ceramica, perché c’era tantissimo materiale.
Lo studio delle documentazioni di scavo ha aperto molti dubbi anche su questa datazione. Per esempio,
Niemeyer e Palmer sostengono che il palazzo di Cnosso sia stato distrutto nel 1200 a.C. insieme a tutti i
palazzi micenei nel continente. Oggi si crede che probabilmente il palazzo sia stato distrutto intorno al 1300
a.C., nel passaggio tra TE III A e III B.
GRECIA CONTINENTALE
Mesoelladico: 2000-1600 a.C. Oggi si tende a dividerlo in Mesoelladico Antico, Medio e Tardo, dal
momento che gli scavi vengono svolti in modo molto più preciso.
LH I = 1600-1500 a.C.
LH II = 1500-1430 a.C.
Fase in cui la cultura micenea archeologicamente appare. Risalgono a questo periodo le tombe a fossa
scoperte da Schliemann a Micene. Queste 2 fasi del Tardo Elladico vengono perciò chiamate anche fase
delle tombe a fossa.
LH III = momento meglio documentato della Grecia continentale. La sequenza ceramica è molto chiara,
perché la ceramica micenea è molto diffusa: è un elemento unificante di tutta la Grecia continentale, fino
alla Beozia. E’ una ceramica molto ben decorata ed è un vettore commerciale per tutto il mondo
mediterraneo. La si trova in Egitto, Turchia, Anatolia, costa siro-palestinese.
2 cronologie: alta e bassa. Quella bassa è quella tradizionale, che nasce dagli studi del cross-dating.
1627 a.C.: eruzione del vulcano di Santorini. Ci sono depositi di 30 m di cenere e lapilli che hanno
conservato boschi interi. Sono stati fatti molti test al radiocarbonio e dendrocronologia e gli scienziati
hanno datato l’eruzione al 1627 a.C. Ma questa data fa saltare tutta la cronologia, anche quella egiziana.
Le 2 cronologie, alta e bassa, vengono allineate al TM III A1, intorno al 1375 a.C.
LH III A1 = 1430/1400-1375 a.C.
LH III A2 = 1375/70-1330/20 a.C.
LH III B1 = 1325-1250 a.C.
LH III B2 = 1250-1190 a.C. Nell’arco di 10 anni tutti i palazzi micenei scompaiono.
LH III C = 1190-1070 a.C. E’ chiaramente un mondo in cambiamento: gli attestati della cultura materiale di
matrice micenea si fanno molto ibridi. La cronologia oscilla.
LH III A – LH III B2 🡪 Fase palaziale del mondo miceneo.
PUNTI DI RIFERIMENTO
-Fine del LH III B2 = 1200/1190 a.C. = fine dei palazzi.
-LH III A2 = 1375 a.C. = si ricollega alla distruzione del palazzo di Cnosso.

GRECIA CONTINENTALE – CONTESTI GEOGRAFICI


Quando si parla di età del Bronzo nella Grecia continentale, la maggior parte dei siti sono quelli
dell’Argolide, della Messenia e della Beozia.
Argolide: Lerna, Tirinto, Midea, Micene, Tsoungiza.
Beozia: Eutresis (dà il nome alla cultura materiale dell’Antico Elladico I), Litharès.
Messenia: Akovitikà.
-Antico Elladico I = cultura di Eutresis.
-Antico Elladico II = cultura di Koràku (sito della zona corinzia) 🡪 All’interno della cultura di Koràku
collochiamo i siti di Tsoungiza, Lerna e Akoritikà.
-Antico Elladico III = cultura di Tirinto.
Le culture locali continuano senza soluzione di continuità dal Neolitico all’età del Bronzo. La cultura
neolitica si evolve nella cultura calcolitica, ma non c’è un momento preciso in cui si possa dire che inizi l’età
del bronzo.
Nelle culture tardo-analitiche vi è la rivoluzione dei prodotti secondari, cioè la rivoluzione agricola. Hanno
effetti rivoluzionari, ma non sono vere e proprie rivoluzioni, poiché sono molto lente, si articolano in secoli.
Intorno al 3000 a.C. ci sono comunque dei miglioramenti nelle tecnologie di coltivazione: si iniziano ad
usare l’aratro e gli animali da soma e questo dà un’accelerazione nello sviluppo della ricchezza locale.
Un altro sviluppo importante è quello dei prodotti secondari: la pecora viene trasformata anche in un
produttore di lana e di agnelli, non è soltanto un fornitore di carne. Questo ingenera un atteggiamento
diverso.
La ricchezza è tale all’interno di una cultura che la riconosce tale. Il valore della ricchezza è legato al
contesto culturale. I cereali, però, condizionano molto: orzo, mais e riso hanno la caratteristica di resistere
nel tempo. Possono essere immagazzinati per 3, 4, 5 anni. Questo permette alla comunità inizialmente di
salvaguardarsi durante l’inverno, ma, se riesce ad organizzarsi in termini di surplus, anche di impiegare quei
cereali per secondi fini, per esempio per ottenere manodopera.
Il problema principale del mondo antico è la manodopera. Le comunità, per arrivare alla prima struttura
complessa in termini di organizzazione sociale, devono aspettare il 2500 a.C. C’è, però, sempre il contatto
con il Vicino Oriente, che è molto avanti: nel 2400 a.C. abbiamo fiumi di letteratura in cuneiforme, Stati, re,
principi, relazioni diplomatiche tra Egitto, Babilonia, Anatolia. In Grecia, invece, si ha il primo abbozzo di
struttura complessa.

6/03
ANTICO ELLADICO I (3000-2700 a.C.)
Le culture sul suolo greco in questo periodo sono in perfetta continuità col Neolitico. Non possiamo definire
con precisione il passaggio dal Tardo Neolitico all’Antico Elladico I. Gli attestati di bronzo in questa fase
sono minimi. Cominciano, però, a delinearsi dei marcatori di uno sviluppo di nuovi siti: si tratta di piccole
comunità, dai 20 ai 100 abitanti. Questo fenomeno è meno marcato in Grecia che nelle Cicladi, dove
troviamo comunità anche di 10/15 persone. In questi termini le comunità non possono permettersi di
essere troppo isolate: l’isolamento si trasforma velocemente in un rischio di estinzione genetica. Si fanno
così matrimoni all’esterno della piccola comunità.
La rivoluzione dei prodotti secondari permette a queste comunità di produrre un piccolo surplus, facilitato
dalla natura dei cereali e dalla loro capacità di essere stoccati e conservati per molto tempo.
I siti in questa fase spesso si concentrano verso le coste e in particolare verso le coste orientali della Grecia,
perché in questo modo possono relazionarsi meglio con le Cicladi, che in questo periodo iniziano ad essere
il vettore unico e sempre più efficiente dei contatti col Vicino Oriente (per lo più con l’Anatolia).
Dall’Anatolia arriva direttamente l’argento, anche se le Cicladi hanno le loro miniere.
Le Cicladi, di fatto, si collocano lungo la rotta occidentale che da Creta porterà la sua influenza verso la
Grecia continentale.
L’Argolide e la Beozia (l’Attica è il punto di passaggio) si definiscono già come elementi facilitati dalla
possibilità di un contatto con le Cicladi. Il terminale ultimo è l’isola di Egina, nel golfo di Saronico 🡪 Sito di
Kolonna: è uno dei siti che durante tutta l’età del Bronzo mantiene molto alto lo standard del suo abitato,
sia in termini architettonici sia in termini di ceramica. Questo perché l’isola di Egina è l’ultima isola che apre
alla Grecia.
Gli Egineti verranno poi massacrati dagli Ateniesi. Prima di Atene è Egina il cuore di questo small world =
una piccola area, che per caratteristiche geografiche e politiche va a creare un piccolo mondo
autoreferenziale, ma al tempo stesso ben equilibrato. Kolonna è al posto giusto nel momento storico
giusto. Questo avverrà, per esempio, per le Cicladi per tutta l’età del Bronzo Antico: grazie alle loro
avanzate tecnologie di navigazione, riescono a ritagliarsi un ruolo che diventa dominante.
Gli small worlds sono piccole economie e per questo spesso vanno incontro a grossi problemi.
Ad esempio, le Cicladi in questa fase con le loro canoe riescono ad essere esattamente ciò che serve per il
commercio internazionale, ma quando arriveranno le navi, tutto il sistema cicladico collasserà sotto la
concorrenza di Creta.
La cultura dell’Antico Elladico I è la cultura di Eutresis, un piccolo sito di Beozia. In realtà, è il nome
turchizzato del sito di Leuttra, luogo della battaglia tra spartani e tebani.
La cultura di Eutresis è caratterizzata da forme vascolari molto semplici: basse ciotole, bicchieri, per lo più
ingobbiati (cioè immersi in una soluzione di creta liquida, che dà una colorazione molto omogenea e, con le
tecniche di cottura, li fa diventare rossi). Ceramica abbastanza limitata.
Questa ceramica è interessata anche dall’influenza della ceramica cicladica, che è in terracotta molto grezza
e con decorazioni ancora incise con forme a spina di pesce. Ci sono poi le padelle cicladiche, con
decorazioni molto particolari in termini di tematiche marine. Il loro valore simbolico è riconosciuto a livello
internazionale. Si trova ceramica dell’Antico Cicladico anche nelle tombe di Micene (1000 anni dopo).
La ceramica, per quanto possa essere bella e pregiata, raramente in questa fase viene commerciata in
quanto tale. E’ più che altro un vettore per portare l’olio, le resine, ecc.
Contemporanea alla cultura di Eutresis c’è la cultura di Talioti, sito in Argolide, caratterizzata dalla presenza
di fruttiere biconiche e da una decorazione fatta per applique (aggiunta di motivi decorativi con piccoli
grumi di argilla lavorata). E’ un contesto culturale diverso da quello di Eutresis, anche se alcune forme
ceramiche sono comuni.
Sulla base di ceramica ricorrente, abbiamo una sorta di “specializzazione”, ossia certi tipi di ceramica
vengono utilizzati e fatti da una cultura e vengono poi importati per lo stesso motivo in un’altra cultura 🡪 Es:
ceramiche specializzate in piatti, bicchieri, ecc.
In termini di edifici, l’Antico Elladico I ci ha restituito un’unica casa. Ma ci sono dubbi se quest’edificio
appartenga alla fase dell’Antico Bronzo I o dell’Antico Bronzo II A 🡪 Evoluzione molto lenta. Zona della
Grecia molto statica in questo periodo.
La casa ritrovata, che può essere abbastanza proto tipica degli edifici di quest’epoca, è semplicemente un
androne rettangolare con un’anticamera e un alloggiamento strutturato per il focolare.
I villaggi per ora ritrovati sono pochissimi e davvero elementari. Non c’è nessuna attestazione di luoghi
deputati a specifiche mansioni. La casa è solo l’ambiente in cui si dorme, è tutto proiettato all’esterno. Sono
quindi società estremamente paritarie: non c’è una specializzazione in termini tecnologici o artigianali né in
termini sociali. Non esiste ancora una gerarchia sociale. Sicuramente in questa fase gli abitanti hanno
fortissimi sentimenti religiosi, ma non sono ancora strutturati; perciò ogni comunità ha la sua forma
religiosa, che solo nel corso dei secoli diventerà una forma religiosa condivisa. Questa, però, non
necessiterà di essere sottoposta ad un controllo particolare. In questa fase i culti non sono ancora
strutturati, ma sono il prodotto del sentimento personali di piccoli nuclei insediativi.
Manca la specializzazione artigianale: tutti sanno fare tutto. Sono comunità autarchiche, in cui non c’è
l’istituzionalizzazione di figure professionali o la divisione in classi sociali.
ANTICO ELLADICO II A (2700-2400 a.C.)
Si impone progressivamente la cultura di Korakou, sito nei pressi di Corinto.
In questa fase gli attestati architettonici nel mondo elladico si fanno più visibili 🡪 Sito di Litharès in Beozia:
una ventina di case che si sviluppano attorno ad una strada centrale, che è il luogo dove la comunità vive.
Circa 50/60 m di insediamento. Le case hanno nuclei di 4 stanze e sono comunicanti. L’ambiente Z è il
cosiddetto “santuario”, perché vi sono stati ritrovati 16 idoletti fittili a forma di bue, in connessione con una
piccola banchina. Noi sappiamo che nel mondo elladico e minoico gli ambienti santuariali sono
caratterizzati dalla presenza di banchine. Ma le prime vere culture religiose con banchine si incontrano nel
mondo minoico nel 1900 a.C.
Abbiamo comunque indizi che potrebbe essere un ambiente deputato al culto. Potrebbe essere quindi un
ambiente specializzato per un culto comune. Non è necessario che fosse recepito collettivamente come un
santuario.
Non sappiamo se gli abitanti di questi siti fossero greci. La prima attestazione del greco in Grecia risale al
1370 a.C.
Nel frattempo in Egitto c’erano Stati con una ricchezza e una strutturazione sociale, politica ed economica
molto più avanzata che in Grecia.
Con l’Antico Elladico II A le istanze di evoluzione delle tecniche di coltivazione, ad esempio, arrivano a
maturazione. Da un lato, si ha un minore aumento di siti rispetto alla fase precedente, ma dall’altro si
assiste ad una maggiore strutturazione degli stessi. Le nuove conoscenze agricole permettono un aumento
demografico, che non si converte necessariamente in una proliferazione di siti, ma talvolta in una
nucleazione di siti, cioè il concentrarsi delle comunità nei siti più importanti.
Per alcuni studiosi, è questo il momento in cui abbiamo un primo abbozzo di differenziazione sociale. E’
molto discutibile. Per esempio, in termini funerari, non abbiamo tombe che si distinguano le une dalle altre
per tipologie di corredo. I corredi sono minimi e le tombe sono semplici fosse nel terreno oppure “a cista”,
cioè una piccola fossa nel terreno con delle lastre laterali che contengono le pareti. Abbiamo alcuni tumuli,
per esempio nell’isola di Leucade 🡪 Si concentrano nelle isole, mentre nelle zone del continente non ci sono
ancora questi fenomeni.
Laddove abbiamo lo sviluppo di un cimitero, avremmo già l’indizio di una piccola strutturazione del
sentimento religioso comune (all’interno di ogni singola comunità). Per ora la maggior parte delle tombe si
trova nei pressi delle case oppure all’interno. Questo significa che la gestione dell’apparato rituale è ancora
propria della famiglia. Quando, invece, si crea un cimitero fuori, si comincia a delineare una sfera
d’interesse. Ad esempio, a Creta in questo stesso periodo abbiamo grandi tholoi, cioè grandi tombe circolari
nella Messarà, in cui la comunità si seppellisce. Questo è sintomo di un sentimento religioso comune, che
nel momento in cui si affaccia al mondo dell’aldilà opera anche un certo sforzo comunitario.
La comunità lavora insieme per creare qualcosa di comunitario 🡪 Abbiamo attestazioni a Creta e nell’isola di
Leucade, ma non ancora nella Grecia continentale.
Casa di Tsoungiza (sito vicino a Nemea) 🡪 La casa A viene costruita con una tecnica raffinata: alzato in
pietra, muri spessi, l’alzato dopo la parte in pietra era in mattoni crudi con l’intelaiatura di legno. C’è,
inoltre, il buco di quella che doveva essere la colonna centrale dell’entrata del piccolo edificio 🡪 “Entrata
monumentale”. E’ interessante notare che la colonna è centrale, ma il corridoio è laterale. C’era un
secondo piano. E’ uno sforzo architettonico più articolato rispetto alle casette delle fasi precedenti.
All’interno di questo edificio non sono stati ritrovati manufatti legati all’attività domestica (pentole e grandi
contenitori di carattere alimentare per la conservazione). Questo significa che non è una casa privata.
Probabilmente è un edificio “pubblico”, utilizzato dalla comunità per avvenimenti comunitari. Ma sono
sempre comunità molto ristrette. Come si sviluppa la stratificazione sociale in comunità così piccole?
L’indizio che si tratti di un edificio comunitario è dato anche dalla presenza, poco vicino, della burn house
(“casa bruciata”), che ha restituito fondamentalmente ceramica per bere (set di bicchieri, ciotole per bere,
brocche, ecc.). E’ quindi una stanza all’interno di un edificio che presenta una specializzazione: è una
dispensa, un piccolo magazzino dove si pongono tutti i servizi legati al momento sociale della condivisione
dei liquidi.
Studi di matrice antropologica hanno dimostrato che il rituale della condivisione delle bevande è un rituale
fondamentale per le comunità.
La burn house è indizio che la comunità opera rituali di socializzazione sia interna che esterna (es: festività).
Questi facilitano i rapporti intra e intercomunitari.
Non è un caso che già in quest’epoca, essendoci sia un edificio pubblico, sia un edificio specializzato per la
conservazione di ceramica potoria, troviamo anche un primo indizio di un’incipiente gestione di questi beni:
è stato infatti ritrovato un sigillo. Vuol dire non tanto che è già operativa l’azione di certificazione,
transazione e amministrazione dei beni, ma che esiste l’esigenza del singolo di munirsi di un segno di
riconoscimento. Nelle culture più antiche un sigillo è sempre il prodotto della volontà di certificare sé stessi.
Sono generalmente talismani e oggetti preziosi. Soltanto nella fase successiva diventano un veicolo di
certificazione di determinate transizioni.
Cominciano ad essere comunità proiettate verso uno sviluppo. Ma questo grande momento di sviluppo
dell’Antico Bronzo IIA e B andrà incontro ad una catastrofe definitiva, tale che nel 2000 a.C. la Grecia è
tornata al Neolitico sostanzialmente. Questo succede anche nel 1000 a.C. 🡪 I percorsi evolutivi si perdono e
si ricomincia da zero. In questi periodi così arcaici tutte le comunità si evolvono attraverso percorsi che
soltanto la nostra prospettiva ci fa vedere nel senso di evoluzione.
ANTICO ELLADICO IIA-B
Si entra in un momento di grande ricchezza. Le comunità non si moltiplicano, ma aumentano in termini
quantitativi e qualitativi. Abbiamo chiari attestati di gestione organizzata di surplus. Questo fa sì che le
strutture comunitarie diventino più visibili, più ampie e di maggior portata simbolica e culturale.
Sito di Lerna, a 16 km circa da Micene. Ha le 2 principali fasi dell’Antico Elladico IIA e IIB 🡪 Sequenza delle
case delle tegole di Lerna.
Nella prima fase si riscontra un sito già articolato: compaiono le mura, che ritroveremo anche in altri siti
nella fase successiva. Si sviluppa, soprattutto con l’Antico Elladico IIB, anche una necessità di organizzare
mura difensive.
Nell’Antico Elladico IIA vediamo le mura degli edifici che si relazionano in qualche modo alle mura e un
grande edificio, che però sostanzialmente è ricostruito sulla base della planimetria dell’edificio che verrà
costruito subito dopo, cioè la Corridor House dell’Antico Elladico IIB di Lerna.
ANTICO ELLADICO IIB (2400-2200 a.C.)
Momento di massima espansione della comunità di Lerna. Abbiamo delle mura articolate attraverso un
corridoio, 2 cortine murarie inframmezzate da transetti e delle torri aggettanti. Sono circa 40 m di tracciato:
le comunità sono comunque sempre ridotte. Le fortificazioni sono fatte con la tecnica cicladica che si stava
sviluppando nello stesso periodo.
Casa delle tegole (House of the Tiles): è chiamata così perché è il primo edificio occidentale fornito di
tegole, fatte o in argilla o in artesia. L’edificio si articola su 2 grandi androni, uno più a oriente e uno più a
occidente, circondati da un sistema di corridoi che lo ripercorre quasi nella sua completezza 🡪 Perciò questi
edifici vengono chiamati anche Corridor Houses. Questa tipologia di edificio si diffonde in questa fase
archeologica in buona parte della Grecia (Messenia, Argolide, Beozia, Acaia). E’ un pattern edilizio. Infatti, la
cultura di Korakou è oggettivamente una cultura molto diffusa. Es: corridor house di Kolonna, ampiamente
ricostruita, quella di Tebe, quella di Zygouries e quella di Akovitikà.
Le dimensioni spesso sono molto simili. Per esempio, il rapporto che c’è tra spessore dei muri e corridoi è
identico. Questo fa pensare a piccole maestranze che si spostano.
Un altro elemento interessante delle corridor houses è l’inizio di scale. Si tratta quindi di un edificio a 2
piani: prova che è l’intera comunità ad essersi messa a lavorare col fine di creare questo edificio.
Non c’è molta ceramica di uso comune da cucina, anche se l’ala occidentale è un po’ meno curata dell’ala
orientale e si può pensare che qualcuno in qualche modo vi potesse risiedere.
Ci sono molte ipotesi su chi potesse risiedere in questi edifici. Alcuni hanno pensato a dei capi, altri a dei
mercanti 🡪 In questa fase si sviluppa molto il commercio con l’Anatolia e le Cicladi (“l’età internazionale”):
la ceramica Korakou viene esportata in Anatolia, nelle Cicladi e a Creta e a sua volta raccoglie le istanze
della ceramica dell’Anatolia, delle Cicladi e di Creta. Si è innestato un meccanismo di commercio nell’area
egea, tale che gli Elladici erano in grado di esportare qualcosa e importare beni di lusso. Uno scambio
alimentare probabilmente c’era nelle Cicladi, ma lì c’era la necessità di sviluppare una sorta di mercato
interno e di aiutarsi per sopravvivere, necessità che crea un forte legame interinsulare.
Il salto in termini di evoluzione della complessità è evidente nella casa delle tegole di Lerna, perché questo
è un piccolo ambiente che comunica solo con l’esterno. Affianco c’è una lunga banchina (anomalo).
All’interno sono state trovate 70 cretule su cui era stata apportata una sequenza di diversi sigilli. E’ un
elemento particolarmente interessante. Il sigillo, da elemento che distingue il singolo diventa elemento che
distingue il simbolo all’interno di uno scambio. Forse è una traccia documentaria di transazione economica.
La scrittura non c’è, però evidentemente a un certo punto le esigenze economiche della comunità iniziano a
necessitare di un controllo di quello che esce e quello che entra. Il metodo più semplice è quello di
utilizzare un sigillo e approntare tot impressioni di sigillo a seconda di quello che si fa.
Il fatto che le cretule vengano conservate in un luogo significa che c’è qualcuno che le conta. Non doveva
essere necessariamente un funzionario specializzato: non esiste ancora il concetto di amministrazione
astratta. Per ora c’è solo l’esigenza pratica i certificare che qualcosa entra e qualcosa esce. Nel momento in
cui qualcuno ottiene le chiavi del deposito e prende su di sé la responsabilità del controllo dei beni
scambiati, questo ha un posto particolare nella comunità. Tuttavia, non c’è ancora una definizione del ruolo
di magazziniere.
E’ fondamentale l’uso dell’unità di misura per evitare un’eccessiva proliferazione di cretule (es: un sigillo
vale 10 kg di orzo). Questo è il meccanismo con cui nascerà la scrittura. Poi si deve anche riconoscere chi ha
portato la cretula.
Un escamotage possibile poteva essere attaccare le cretule ad un bastone e segnare delle tacche. Questo
sistema, per esempio, veniva utilizzato per la riscossione delle tasse nell’Inghilterra vittoriana.
Alcune cretule possono relazionarsi alle derrate (vasi, contenitori), ma molte servivano per sigillare le porte.
L’apertura del magazzino è già un atto che necessita di una legittimazione.
Le cretule si appoggiano ad altri strumenti mnemonici. Poi sarà necessario un sistema di numerazione per
sostituire la ripetizione del medesimo ideogramma. Questo, però, è un processo che nel mondo elladico
non arriva a compimento. Quando la scrittura apparirà in Grecia, nella fase del Bronzo Medio, a Creta, non
sarà prodotto di un percorso locale. I minoici non hanno inventato la scrittura, l’hanno colta dall’Oriente e
portata a casa. Il nuovo sistema scrittorio nasce quindi già formato, senza tutti questi stadi intermedi.
Intorno al 2400 a.C. in Mesopotamia tutti i segni ideografici e non del sistema grafico cuneiforme si
orientano di 90 gradi. Questo significa che gli scribi hanno definitivamente perso il rapporto tra la
rappresentazione del bue e la rappresentazione grafica che lo rappresentava e che continua a
rappresentarlo di fatto.
La presenza delle cretule ci permette di capire che siamo davanti a un primo abbozzo di strutture sociali
complesse. E’ il primo episodio di formazione di chiefdom = potentato. Il termine inglese indica una
struttura politica senza etichette di valore. E’ un termine neutro. Non sappiamo oggettivamente se Lerna
fosse la piccola capitale di un regno o di un principato o di una signoria. I chiefdoms possono essere di
qualsiasi tipo. Ogni formazione politica di per sé è un chiefdom. Con ogni probabilità Lerna ha già innestato
un percorso di sfruttamento del territorio non diretto, ma attraverso attori di secondo livello:
probabilmente ha espanso il proprio potere anche sulle comunità locali. Parliamo di pochi chilometri, ma
Lerna probabilmente è riuscita a innestare un meccanismo di controllo dei produttori locali e drenare le
risorse verso quella che possiamo considerare una piccola capitale.
1) Lerna ha delle mura, il che significa difesa dall’esterno e protezione dei beni.
2) C’è la corridor house, che è il punto di accentramento del lavoro comunitario.
Comunque sia, Lerna si pone al vertice di una struttura a piccolissima piramide. Il centro accentra alcune
derrate alimentari o beni artigianali (Lerna) e gestisce il territorio dove ci sono culture ad esso soggette, non
necessariamente sottomesse. E’ plausibile che le cretule rappresentassero i capi-villaggio dell’area
circostante. E’ una società in evoluzione. In questa fase la Grecia è interconnessa attraverso le Cicladi ai
commerci di beni preziosi (argento, oro, vino, olio). Questi meccanismi commerciali, in questo periodo di
internazionalizzazione reale, fanno di queste comunità dei centri collettori di ricchezza. A questo punto
Lerna e altri centri diventano il punto di raccordo dei beni che vengono dall’esterno e di redistribuzione
interna. Si tratta di un procedimento di tesaurizzazione di beni mediante il loro reinvestimento. Ad
esempio, i beni di orzo raccolti nei grandi granai vengono conservati per rimettere in circolo l’orzo quando
si trattava di costruire una nuova corridor house oppure di armare una grande canoa. E’ una
redistribuzione, quindi, solo parziale.
A Zygouries (Argolide) o ad Eutresis in Beozia abbiamo pattern insediativi totalmente diversi. Questo capita
anche in Attica ad Ayios Kosmas. Si tratta di piccolissimi abitati con piccole case l’una addossata all’altra,
senza nessuna forma di pianificazione del territorio. Questo significa che a distanza di pochi km da Lerna
abbiamo piccole comunità che esprimono la propria ideologia in modo completamente diverso. Non vuol
dire, però, che non siano anch’esse in via di evoluzione sociale verso il raggiungimento dello status di
chiefdom, semplicemente lo raggiungono attraverso una cultura materiale architettonica diversa.
L’esempio lampante è Tirinto, a 10 km da Lerna. Nello stesso periodo sviluppa il rundbau: edificio rotondo
molto grande, fatto di corridoi concentrici con dei grandi contrafforti laterali. Quest’edificio è concepito
sostanzialmente per contenere qualcosa di molto pesante: i contrafforti servono a mantenere stabile
l’edificio. Si pensa che fosse un enorme granaio. E’ un edificio imponente, frutto sicuramente del lavoro di
tutta la comunità.
Tombe a cista oppure piccole tombe ipogee. In alcuni siti cominciano ad apparire dei cimiteri strutturati
(Cicladi).
Ceramica Korakou
E’ caratterizzata da un accentuato scheumorfismo = le forme ceramiche imitano forme vascolari fatte di
altro materiale (argento, oro e bronzo). Di conseguenza, vengono colorate. La ceramica Korakou viene
anche detta Urfirnis, cioè “della più antica vernice”, perché arrivano ad una tecnologia di cottura che
permette di rendere le colorazioni utilizzate brillanti. Questo è sempre l’effetto della volontà di imitare
vasellame in altro materiale.
Tipica salsiera, che viene esportata anche a Creta e nelle Cicladi + tipico askos (col collo fuori asse) + forme
da cucina in quantità infinita. Sono più difficili da riconoscere perché non hanno decorazioni né velleità
artistiche.
Il passaggio tra Antico Elladico IIA e IIB si caratterizza anche per l’innesto, nei pressi nell’Eubea e della
Beozia, di una nuova cultura materiale contemporanea a quella di Korakou 🡪 Cultura Kastrì-Lefkandì:
Lefkandì è un sito dell’Eubea, Kastrì è un sito dell’isola di Syros. Si tratta di una cultura materiale ceramica
ben distinguibile: nasce tra l’Anatolia e le Cicladi per arrivare nella terra greca, soprattutto nella zona
dell’Eubea e della Beozia. Porta con sé materiale cicladico (padelle) e stili ceramici di importazione
anatolica.
Tankard: grande boccale per bere molto profondo, trovato da Schliemann a Troia. Ha 2 grandi anse.
Il fatto che questa cultura materiale si innesti nella cultura Korakou è un elemento particolarmente
interessante, perché questa cultura arriva nella stessa fase in cui osserviamo l’incastellamento dei siti delle
Cicladi e la nascita delle fortificazioni nella Grecia continentale 🡪 Indizio che sta arrivando qualcosa di
nuovo, che ingenera nelle comunità la volontà di fortificarsi. Inizio di un momento di difficoltà.

7/03
Cultura Kastrì-Lefkandì: tankard (grande boccale per bere), forme globulari di brocche, ecc. Forme
ceramiche di chiara provenienza orientale (Anatolia), e in particolare dalla zona di Troia. E’ attestata anche
nella zona delle Cicladi del nord. Difficilmente un innesto così particolare nel quadro delle culture locali
(Korakou per la Grecia elladico e Keros-Syros per le Cicladi) può non essere ricondotto all’arrivo di gruppi
etnici diversi. Su questo si discute molto. E’, però, vero che un cambiamento così importante non può
essere ricondotto solo a fenomeni mercantili, anche perché le culture che utilizzano queste forme
ceramiche hanno una loro forte identità e da secoli frequentano l’Egeo. Potrebbe trattarsi di genti che si
spostano nel corso del tempo e che creano una discontinuità di cultura materiale. Di lì a poco in Grecia si
riscontreranno una serie di distruzioni diffuse 🡪 L’Antico Elladico III (= cultura di Tirinto) vede la distruzione
di gran parte degli insediamenti che hanno fatto la storia della cultura di Krakou. Tra il 2200 e il 2000 la
cultura di Tirinto, che è un’evoluzione e l’unione tra la cultura di Korakou e la cultura Kastrì-Lefkandì, si
inserisce all’interno di un orizzonte culturale in via di frammentazione. Essa convive per molto tempo
affianco a siti che continuano a vivere della cultura di Korakou. Per questo è problematico attribuire delle
cronologie assolute ad una cultura ceramica.
Tra l’Antico Elladico IIB e l’Antico Elladico III la società è in lenta trasformazione. I grandi siti (Ayios Kosmas e
Lerna) vengono violentemente distrutti: alcuni scompaiono, altri riprendono. Questa fase segue a quella
dell’incastellamento. Quindi, l’arrivo delle nuove genti forse non è immediatamente associato ai fenomeni
di distruzione. Nei secoli successivi al loro arrivo si osserva una sorta di dissesto generale e di
frammentazione delle culture locali. Questa discontinuità inizia tra l’Antico Elladico IIA e IIB, ma gli effetti
più forti si vedono al passaggio tra l’Antico Elladico IIB e III. Si riscontra soprattutto a Lerna 🡪 Va incontro ad
una violenta distruzione, a cui segue dopo poco la totale defunzionalizzazione dell’area, che vede
l’imposizione sopra la casa delle tegole di un tumulo funerario. La defunzionalizzazione mostra che o chi ha
abitato la corridor house non c’è più e coloro che abitano la corridor house dopo non sanno che esiste una
corridor house oppure che il tumulo è messo sopra la corridor house perché i nuovi arrivati vogliono
defunzionalizzare. La discontinuità d’uso è quindi un marcatore molto forte quando pensiamo in termini di
invasioni o innesti di culture allogene.
Lerna è uno dei siti più importanti per la cronologia del Bronzo Antico e Medio nel Peloponneso, perché la
sequenza stratigrafica è continua e permette quindi un aggancio alle altre cronologie relative.
Contestualmente e dopo l’installazione del tumulo sopra la corridor house, il sito tra la fase A e la fase B
cambia ulteriormente con la creazione di case absidate. Anche la costruzione di questi edifici è significativa,
dal momento che la tradizione elladica delle abitazioni private era a pianta rettangolare. Sembra quindi
essere un ulteriore segno di discontinuità, ma non è un marcatore così sicuro 🡪 Nei secoli del Bronzo Antico
e Medio la Grecia per lo più costruisce strutture architettoniche rettangolari, ma non mancano esempi
anche di strutture absidate.
La Rundabau di Corinto viene distrutta: forte cesura tra Antico Elladico IIB e III.
Le casette di Eutresis, invece, continuano uguali fino al Tardo Bronzo.
La fase finale del Bronzo Antico è un momento di particolare tensione e crisi di tutto il bacino del
Mediterraneo orientale, che riguarda anche i grandi imperi orientali.
Probabilmente questo momento di crisi è il prodotto di tante concause. Alcuni ipotizzano una crisi climatica
generale, che si riscontra negli studi fatti, ma non sono le carestie a distruggere una civiltà.
Non ci sono più i chiefdoms e scompare l’uso dei sigilli.
Non si tratta, però, di una catastrofe generalizzata. Per esempio, il sito di Kolonna ad Egina continua il suoi
sviluppo. La fase finale dell’Antico Bronzo III (fase V di Kolonna) è anzi un periodo di particolare sviluppo. Il
sito di Kolonna è un piccolo promontorio sul mare circondato da 2 spiagge e nel corso dei secoli va a
costruire piccole fortificazioni che chiudono l’accesso al promontorio. Nel corso dei secoli la tecnica
costruttiva fa sì che il primo muro venga affiancato da un secondo e che il mezzo venga poi colmato.
Nella fase di Kolonna V vediamo anche una serie di edifici caratterizzati dalla presenza di un megaron. Il
megaron del mondo miceneo è il cuore dei grandi palazzi micenei ed è composto da un’area centrale con
un’anticamera, a volte anche un colonnato, e una stanza nel retro. Questo denota una chiara influenza da
Troia, che in questo periodo è anch’essa molto fiorente.
Tsoungiza, che aveva avuto un momento di crisi nell’Antico Elladico IIB, in questa fase riprende il suo
percorso.
La ceramica continua ad essere presente. Fino agli inizi dell’Antico Elladico III continua lo scambio tra
Oriente e Grecia. Infatti, un altro marcatore importante della crisi incipiente è l’attenuarsi, sullo scorcio
dell’Antico Elladico III, di questi contatti. In mezzo vi è la storia delle Cicladi, che in questo periodo
subiscono anche loro un tracollo culturale, in maniera ancora più marcata.
Troia I (Antico Elladico I)
Siamo davanti a culture più ricche e sviluppate della controparte elladica. In grigio è il circuito murario della
cittadella più alta e si vede anche una sequenza di megara. Il tratteggiato è la trincea fatta da Schliemann,
che si è portato via sicuramente la Troia omerica.
Troia II (2600-2400 a.C.)
Si amplia di 120 m di diametro. C’è un megaron tripartito, cioè il megaron centrale e 2 megara laterali, che
richiamano molto da vicino i megara di Kolonna ad Egina.
Da questa fase proviene il tesoro di Priamo, trafugato prima dalla Turchia verso la Germania, poi dalla
Germania verso la Russia, dove rimane ancora oggi. Il tesoro apparteneva ad elite di potere, a regnanti della
città di molti secoli prima di Priamo. E’ una testimonianza straordinaria della perizia degli orafi e dei vasai
dell’epoca. Abbiamo anche tutte le forme vascolari che troviamo comunemente in argilla: questa è la prova
che molte forme vascolari in argilla sono caratterizzata da scheumorfismo, cioè cercano di imitare le forme
in metallo e variano di colore.
La cultura di Tirino è sostanzialmente una cultura di transizione. Volendo trovare un momento di
discontinuità culturale nel lungo periodo dell’Antico Bronzo, bisogna guardare al passaggio della cultura
Kastrì-Lefkandì e alle distruzioni che nel corso delle fasi successive si riscontrano nel Peloponneso.
Questione fondamentale: quando arrivano i Grecia in Grecia?
Originariamente si ipotizzava che fossero arrivati intorno al 3000 a.C., poi agli inizi del XX sec. a.C. In realtà
non abbiamo indizi e in nessun modo è possibile sapere quando arrivano genti parlanti una qualche forma
di greco. Questo perché non ci sono tracce di discontinuità nelle culture locali tra il Neolitico e il Bronzo
Antico. Se i Greci sono arrivati, potrebbero essere arrivati proprio nel passaggio tra l’Antico Elladico IIA e
IIB, dato che è una fase caratterizzata da discontinuità, ma anche da palese continuità culturale.
La questione dell’arrivo dei Grecia in Grecia è legata agli studi che cercano di capire quando l’indoeuropeo
arriva in Grecia. Essa muove da un problema scientifico metodologico fondamentale = l’arrivo di una lingua
corrisponde all’arrivo di gruppi etnici e, se questo arrivo è palese, in che termini si è strutturato? Queste
domande nascono dal fatto che si conosce il greco molto prima di quanto non si sia conosciuta l’archeologia
greca e quindi il problema nasceva dalla presenza di elementi di sostrato nel greco (lessico legato ai metalli,
alle piante, ecc., non ricostruibile in termini di etimologie di matrice indoeuropea 🡪 Vedi suffissi in –inthos e
pluralia tantum).
Lingue di sostrato = è un’etichetta pericolosa. Non avendo la lingua che ha prodotto il lemma, non
possiamo sapere se si tratta di una lingua di sostrato o di adstrato (prestiti).
Tutte le teorie di matrice linguistica si sono innestate nelle questioni archeologiche.
Levi ipotizzava che i Greci fossero arrivati intorno al 2000 a.C., tra l’Antico Elladico III e il Mesoelladico, ma
in questo periodo non abbiamo discontinuità archeologiche. Altri hanno ipotizzato che fossero arrivati nel
passaggio tra l’Antico Elladico IIB e l’Antico Elladico III, ma neanche questo periodo vede grandi
discontinuità.
2 parole = ASAMINTHOS (“vasca”) e LABIRINTHOS. Abbiamo suffissi di sostrato e termini non leggibili in
chiave indoeuropea. Sono attestati a Creta nelle tavolette in Lineare B: potrebbe quindi trattarsi di una
lingua minoica. Ma i 2 termini sono presenti anche nella lineare A: lo sappiamo grazie alle somiglianze tra la
lineare A e la B. In lineare A abbiamo ASAMUNE e DUPURE, che sono le parole che assomigliano di più alle
prime 2. Le radici sono simili, ma mancano i suffissi di sostrato. –inthos potrebbe quindi non essere un
suffisso di matrice greca o indoeuropea, ma sicuramente non è di matrice minoica. I suffissi –inthos, -lindos,
-inathos si ritrovano in Anatolia. Allora, quella che noi sentiamo come lingua di sostrato potrebbe essere
uno strato di lingua indoeuropea più antica del greco.

Cicladi
Nelle Cicladi l’età del Bronzo Antico I si articola tra il 3200 e il 2700/2650 a.C. in piena continuità con l’età
neolitica. Non ci sono cesure nette. Le Cicladi si affacciano all’età del Bronzo già ampiamente colonizzate.
-Antico Cicladico I = cultura di Grotta-Pelos. Grotta è un sito di Nasso e Pelos di Milos. E’ anche detta di
Lakkoudes, di Plastiras e Kampos (sottodivisioni). La cultura di Grotta-Pelos è quella dominante, ma non è
diffusa in tutte le isole delle Cicladi.
-Antico Cicladico IIA e IIB = cultura di Keros-Syros. Syros è un’isola della parte alta delle Cicladi e Keros si
trova, invece, più in basso. E’ una cultura molto più diffusa e longeva (500 anni di cultura materiale).
-Antico Cicladico III = è problematico, perché al passaggio tra l’Antico Cicladico II e III c’è un collasso
sistemico di questa cultura, che crea un vero e proprio vuoto documentario. Alcuni hanno diviso l’Antico
Cicladico II in A e B, altri hanno chiamato quest’ultimo IIIA. In questo periodo non abbiamo sequenze
ceramiche sufficienti a ricostruire un filo conduttore tra il Bronzo Antico e il Bronzo Medio.
Antico Cicladico I (3100-2650 a.C.)
Già nelle fasi finali del Neolitico le Cicladi si caratterizzano per una marcata specializzazione nella
lavorazione del marmo. Non abbiamo ancora gli idoletti, ma abbiamo già uno sviluppo abbastanza
significativo di vasellame in marmo. Particolarmente riconoscibili sono i kandila (forme biconiche). Essendo
in marmo, sono molto omogenee. Si impongono già le padelle (forme ceramiche piatte, con un bordo molto
alto, caratterizzate da decorazioni prima astratte e poi più descrittive). Un altro elemento caratteristico
sono le pissidi (forme ceramiche cilindriche, che probabilmente veicolavano profumi e unguenti). Le padelle
e le pissidi sono forme estremamente longeve, che scompaiono all’improvviso in termini archeologici nel
passaggio tra l’Antico Cicladico II e III.
La cultura architettonica è molto povera. C’erano pochissimi insediamenti: nelle Cicladi manca l’argilla, per
cui non ci sono edifici in mattone crudo, ma gli edifici venivano fatti con muri a secco. Il fatto che l’Antico
Cicladico non abbia dato molte testimonianze, significa che molte isole non erano ancora conosciute. Nella
fase finale dell’Antico Cicladico I, però, le popolazioni che frequentano le isole sono in grande espansione
demografica.
Sia nella cultura materiale sia nelle tradizioni funerarie troviamo già gli elementi fossili-guida che
caratterizzeranno il mezzo millennio che segue.
I signori delle Cicladi si seppelliscono in piccole tombe a cista = piccole fosse nel terreno con le pareti o
rinforzate con muretti a secco o con grandi lastre di pietra. Ci sono anche piccole sepolture a grotticella.
Sono le 2 forme di sepoltura più ricorrenti nel mondo cicladico.
A differenza del continente greco, i corredi sono ricchi, se commisurati al periodo. La tomba più ricca viene
da Paros e ha restituito 34 conchiglie, una collana e 14 idoli di marmo.
E’ difficile capire quale fosse la struttura sociale nelle Cicladi di questo periodo. Non abbiamo marcatori di
differenziazione sociale. Ma gli abitanti delle Cicladi hanno sicuramente 2 tecnologie che nessun altro ha e
che necessitano di una specializzazione:
1) Lavorazione del marmo.
2) Esportazione del marmo 🡪 Implica la presenza di uomini del mare che si spostano con piccole canoe.
Questo è uno degli elementi che fa delle Cicladi uno small world: hanno la tecnologia giusta nel momento
giusto al posto giusto. Le Cicladi diventano così i vettori del commercio tra est e ovest e ne ricavano
un’enorme ricchezza 🡪 Le tombe successive sono ricche di oro, bronzo, marmo, ecc.
Esportano ed importano sia dall’Anatolia (tankard, argento) sia dalla Grecia continentale (salsiera).
Le Cicladi hanno l’ossidiana di Melos, ma in generale la Grecia è povera di risorse. La vera ricchezza è
venuta sempre dal fatto che si siano posti come vettori nel trasporto delle merci.
L’ossidiana è una risorsa importantissima, ma è particolare che per lunghissimo tempo a Melos non si
trovano insediamenti legati alle miniere di ossidiana. Questo significa che le rotte e le capacità di
navigazione delle popolazioni cicladiche in quest’epoca sono fortemente condizionate dal tempo e dalle
correnti marine. Melos è un po’ lontana dalle rotte, quindi probabilmente vi si arrivava nelle stagioni in cui
era più comodo e più sicuro arrivare, salvo poi ritirarsi. Lasciare una guarnigione e dei minatori a Melos era
evidentemente troppo dispendioso in termini umani. Forse non vi era neanche il senso della proprietà
terriera come ce lo abbiamo noi.
Le forme di potere di questo periodo sono estremamente rarefatte. Abbiamo tombe relativamente ricche,
ma non individuiamo marcatori all’interno della tomba che vadano a definire chi sia l’eventuale inumato e il
suo ruolo. E’ difficile capire se si tratta di marcatori di rango o semplicemente di ricchezza. La ricchezza non
è necessariamente la controparte di un rango e un ruolo politico.
Sono popolazioni di pescatori. Hanno il problema del rifornimento di cereali: le isole sono poco fertili, le
tecnologie di coltivazione sono minime. Il problema endemico dell’approvvigionamento probabilmente sta
alla base della compattezza delle culture cicladiche 🡪 Le Cicladi si configurano relativamente presto come
un blocco omogeneo che si contrappone tra est e ovest alla Grecia continentale e all’Anatolia dell’epoca.
L’isola più grande aiuta l’isola più piccola. Sotto i 500 individui la comunità è a rischio di estinzione genetica.
Fin dalla fine dell’Antico Cicladico I (2700 a.C.) le isole sono in grande espansione demografica: lo capiamo
perché troviamo le prime colonie cicladiche a Creta 🡪 Nel golfo di Mirabello, nella parte orientale dell’isola,
c’è una necropoli di circa 300 tombe chiaramente cicladiche. Nell’Antico Cicladico II, però, questo
fenomeno si riduce. L’espansione demografica è quasi sicuramente una risposta alle problematiche
ambientali delle isole 🡪 Tutte le isole sono abitate. Questo vuol dire che gli abitanti si sono resi conto che
l’ipersfruttamento delle isole poteva essere deleterio e per 500 anni hanno mantenuto un equilibrio con il
loro habitat. La risposta più intelligente è stata quella di non concentrarsi nelle isole più grandi, ma
sparpagliarsi in maniera proporzionale in tutte le isole.
Molte di queste isole dopo l’Antico Cicladico II verranno abbandonate per sempre.
Antico Cicladico II (2650-2400 a.C.)
Con la cultura di Keros Syros arriviamo al momento di massimo sviluppo dell’età del Bronzo Antico. E’
l’epopea degli idoli di marmo. Essi sono stati recepiti dalla cultura occidentali come rappresentazione della
purezza primitiva dei Greci. In realtà, vari studi hanno dimostrato che erano colorati, avevano più occhi ed
erano pieni di quelli che probabilmente erano tatuaggi. Nelle tombe hanno ritrovato anche oggetti metallici
che sono stati ricondotti alla pratica della scarificazione, cioè la pratica di prodursi delle ferite
continuativamente in modo che la cicatrice si estrofletta e diventi eterna.
L’industria del marmo è sicuramente uno degli elementi più importanti nella cultura cicladica.
Idoli cicladici si trovano per secoli nelle tombe della zona e di Creta, perché diventano oggetti d’arte, oggetti
di culto e oggetti preziosi e si tramandano di padre in figlio.
La ceramica in questa fase è in chiara evoluzione rispetto alla precedente 🡪 Decorazioni scuro su chiaro,
introduzione della salsiera di matrice elladica, kandila in ceramica. Continua, però, la tradizione di ceramica
scusa con decorazioni incise. I vasai sanno realizzare anche la ceramica per esempio del tipo Urfirnis, cioè
una ceramica molto lucidata, con un impasto molto curato e colorazioni sgargianti che talvolta sembrano
delle vernici. Qua e là cominciano ad emergere anche decorazioni scuro su chiaro.
In questo periodo le padelle cominciano ad avere decorazioni meno astratte. Spesso ci sono attributi
femminili. I manufatti avevano un valore simbolico molto forte.
In questa fase si definiscono anche precise rotte. Le linee principali delle rotte sono quelle che collegano la
Turchia, Creta e la Grecia. La via più occidentale è quella delle grandi miniere di arsenico, argento,
ossidiana. Le popolazioni cicladiche, inoltre, probabilmente esportano e producono anche vino e olio. Si
produce molta ceramica di tipo potorio. Si ipotizza che il vino sia stato inventato in questo periodo nelle
Cicladi.
Dal punto di vista insediativo, abbiamo pochi attestati di case. Es: insediamento di Skarkos a Ios con edifici
su più piani, fatti di muri a secco. Ci sono dei villaggi, ma manca una fenomenologia di edifici pubblici: non
abbiamo il corrispettivo delle corridor houses della Grecia continentale o delle grandi tombe a tholos di
Creta. Nella Cicladi siamo davanti a manifestazioni di potere, socialità e cultura profondamente diverse.
L’autorappresentazione della comunità non passa attraverso l’architettura.
Le tombe sono molto ricche di metalli (oro, bronzo, spade, ciotole, grandi diademi). Le comunità sono
quindi estremamente ricche, ma si evolvono in termini sociali e politici in maniera diversa dai vicini.
Le necropoli, che in questo momento raggiungono il massimo dell’attestazione archeologica a nostra
disposizione (ca. 80 necropoli ritrovate con in media 50 inumati). Abbiamo tombe a cista e tombe a piccola
stanza ipogea. Sono quasi sempre tombe singole. Laddove abbiamo più inumati si può pensare che siano in
un arco di diverse generazioni. La più grande è la necropoli di Kalandrianì a Syros, che conta addirittura
1000 tombe, ma in realtà in genere si hanno poche generazioni di cimiteri, a differenza dei cimiteri cretesi.
Es: necropoli di Nasso con una monumentalizzazione dell’accesso. E’ un indizio di una formulazione più
articolata del senso religioso della comunità. Sugli acciottolati si facevano rituali vari: sono state ritrovate
tracce di cibi e bevande.
L’isoletta di Daskalio Kavos è talmente ricoperta di idoli che alcuni studiosi hanno ipotizzato fosse una sorta
di santuario comunitario di gran parte delle isole delle Cicladi. La presenza ipotetica di un santuario
pancicladico fa da corollario a questa visione di isole che vivono in un rapporto di reciproca simbiosi.
Ancora una volta è difficile capire se queste tombe, anche ricche, siano traccia dello sviluppo di elite
dominanti. Gli assemblaggi dei corredi, infatti, non permettono di identificare la funzione delle persone.
Per capire quale potesse essere la struttura sociale delle Cicladi, si è avanzata l’ipotesi di prendere come
modello di riferimento le forme di potere della Polinesia 🡪 Concetto di big man: forma di potere che
caratterizza molte delle isole della Polinesia. E’ un personaggio che per doti sue personali raggiunge il
vertice della società. Non c’è un legame con la famiglia, ma solo con la persona e le sue doti. Quindi, lo
stesso big man può essere sfidato da chi è più in grado di lui di rappresentare un certo tipo di capacità. I big
men raggiungono livelli di ricchezza straordinaria. Si afferma poi la pratica del “vince chi dona di più”. E’ una
questione simbolica di prestigio.
Questa forma di potere ha caratteristiche simili con quella delle Cicladi: mancanza di monumenti e di
marcatori di stato sociale.
Le grandi canoe potevano contenere fino a 50 vogatori. La prua era molto alta. Le canoe sono un simbolo
del loro potere. Se è vero che le comunità cicladiche raramente superavano i 200 abitanti, armare canoe di
questo tipo era molto costoso in termini sociali. Forse, quindi, erano appannaggio delle isole più grandi
(Syros, Nasso, Paro).
Mappa: più grande è il cerchio, più si può traguardare. Si può così ragionare sulle rotte. Lo studio delle
correnti marine permette facilmente di ricostruire i tempi di navigazione. Si viaggiava di giorno e ci si
fermava di notte. Le isole che sono caratterizzate da maggiori attestati di ricchezza sono quelle collocate nel
cuore delle linee di comunicazione veloce e sicura.
Intorno al 2500/2400 a.C., quando si innesta la cultura di Kastrì-Lefkandì nella Grecia continentale, la
cultura di Kastrì (sito fortificato di Syros) è ovviamente presente nelle Cicladi. Si verifica un fenomeno di
aumento cospicuo delle sepolture di armi e la formazione di fortificazioni. La fortificazione di Kastrì è
identica a quella di Lerna (è Lerna che imita le fortificazioni di matrice cicladica). Fortificazioni più piccole
sono quelle di Panormos (Nasso) e Kinthos (Delos).
Questo prova che le isole in qualche modo non si sentono più sicure. Difatti di lì a pochissimo tempo l’intera
cultura materiale cicladica scompare dopo 500 anni di vita florida.
Antico Cicladico III (2200-2050 a.C.)
Col passaggio tra l’Antico Cicladico IIB e III continuano a riscontrarsi le forme ceramiche della cultura Kastrì-
Lefkandì, ma scompaiono le pissidi, le padelle e i kandila. Scompare anche l’industria degli idoli di marmo.
E’ una cesura molto netta: si perde un elemento che era stato caratteristico di queste culture per più di 500
anni. Rimarranno oggetti preziosi, però non verranno più prodotti. Questo marca una discontinuità molto
profonda, che si affianca all’attestazione della scomparsa della stragrande maggioranza dei siti delle Cicladi.
Nel paesaggio archeologico tra il 2200 e il 2000 a.C. scompare più del 90% dei siti. Non abbiamo più le
sequenze ceramiche, quindi per capire cosa è successo bisogna aspettare gli attestati dell’età del Bronzo
Medio. Quando iniziamo a ritrovare nelle Cicladi attestati sufficientemente significativi, il paesaggio delle
Cicladi è profondamente cambiato: le isole più piccole sono disabitate e gli abitanti sono concentrati nelle
isole più grandi (Melos, Paros, Nasso).
E’ una crisi generalizzata in tutto il bacino del Mediterraneo orientale. Una causa potrebbe essere legata
alla navigazione. Intorno al 2000 a.C. dall’Egitto si esporta il modello della nave a vela. Creta, che ha subito
le stesse difficoltà delle Cicladi nel passaggio dall’Antico Bronzo II al III, ha capacità demografiche
enormemente più forti e sviluppati ed è quindi molto più pronta a resistere a problematiche e crisi
demografiche.
Le Cicladi potrebbero aver avuto da un lato lo svantaggio della mancanza di uomini, dall’altro una
concorrenza “sleale” da parte di imbarcazioni molto più avanzate delle canoe cicladiche. E’, infatti,
probabile che l’innesto di una nuova tecnologia abbia rotto l’equilibrio di questo piccolo mondo coeso. E’
sbagliato pensare che sia un fenomeno improvviso.
L’indizio principale di quest’ipotesi di una nuova tecnologica marinara è dato dal fatto che, mentre nella
fase dell’Antico Cicladico non ci sono porti, i nuovi siti sono sempre posti vicino a zone portuali favorevoli.

19/03
Chiefdoms = strutture politiche di ambito regionale o subregionale. Cnosso dominava la zona centrale ,
Festòs la parte centro-occidentale, Khanià la zona occidentale e Mallia quella orientale. A Oriente
(Palaikastro) non si sviluppano veri e propri palazzi in questa fase. Nella fase successiva, anche laddove
compaiono palazzi, si vede che sono strutture architettoniche che si impongono in un tessuto urbano che in
origine non le prevedeva. Per esempio, il palazzo di Mallia interrompe gli assi viari della città: non nasce
contestualmente all’abitato e non è consustanziale allo sviluppo del sito. Il fenomeno è più evidente nella
fase neopalaziale.
La zona che da Mallia procede verso est sviluppa un accentramento del potere significativo, ma mantiene
separati alcuni elementi costitutivi delle società complesse 🡪 Per esempio, il centro dell’amministrazione e
l’agorà sono distaccati dai palazzi. La distribuzione dell’abitato è quindi a maglie larghe.
Invece, Festos e Cnosso avranno una tessitura molto più simile a quella di una città, con il palazzo
completamente circondato da edifici. E’ stata quindi avanzata l’ipotesi che a Mallia il sistema di potere
fosse più paritario e ancora strutturato per clan 🡪 Clan = famiglia allargata, con un sistema di clientele
sempre più ampie, che tende a rafforzarsi e ad assumere una struttura politica. Sinedrio degli anziani,
formato dai capi dei diversi clan che gestivano parte del territorio. I clan concorrono alla costruzione e alla
funzionalizzazione del palazzo, ma mantengono un’identità più marcata.
Al contrario, a Cnosso e Festos l’amministrazione si sviluppa e si concentra nei centri palaziali. Qui le forme
di potere sono quindi più verticistiche e più concentrate nella zona del palazzo, nel quale è inglobato anche
il corpo civico, mentre ad est le forme di potere sono più sparse e più orizzontali (anche se nel palazzo di
Mallia è stata ritrovata una spada, segno forse di un potere più alto).
In tutta Creta non si svilupperà mai un’iconografia del potere. Si registra, anzi, la totale assenza di
personalizzazione dell’immagine. Questo rende difficile capire quale fosse la struttura sociale, a differenza
di quanto avviene nelle tombe di Micene, dove i cadaveri vogliono identificarsi nel loro rango e ruolo (es:
guerriero). A Creta l’iconografia resta anonima, ma è condivisa dalla comunità.
Non ci sono tombe singole. Le tombe sono comunitarie o monumentali, ma non sappiamo per il resto che
fine facessero i defunti in età minoica. Forse erano seppelliti all’aperto.
Le elites di potere hanno comunque chiara consapevolezza di sé stesse. Usano una simbologia a loro nota,
ma per noi inintelligibile.
Nell’epoca protopalaziale nella glittica (arte dei sigilli) compaiono figure umane. E’ un salto importante, che
riflette forse un cambiamento nel modo di recepire l’iconografia. Si passa infatti da una decorazione
naturalistica o astratta a figure umane.
Nella fase protopalaziale a Creta non c’è ancora la famosa talassocrazia di Minosse, cioè l’espansione del
mondo minoico nelle Cicladi e in Anatolia, accompagnata da fenomeni di colonizzazione. Ma questa fase è
caratterizzata da una serie di fenomeni:
-Fondazione della più antica colonia minoica 🡪 Citera: è posta nella linea che porta verso la Laconia, che
esportava pietre preziose. Da Citera proviene un vasetto di libagioni con un’iscrizione in lineare A. I Minoici,
infatti, esportano anche la loro scrittura.
-Esportazioni minoiche si trovano già a Cheos, a Egina, Milos, Rodi, sulla costa anatolica.
-Il Peloponneso ha un rapporto privilegiato con Creta, grazie a Citera. Non è un caso che lo sviluppo della
cultura micenea sia legata a questi legami preferenziali tramite la via delle Cicladi occidentali.
-Creta ha contatti anche col Vicino Oriente, per esempio con Ugarit, allineata con la compagine occidentale
di Cipro, ma anche con la Turchia, Licia, Cipro, Siria ed Egitto. Dagli archivi di Mari e Babilonia, per esempio,
provengono attestati di importazione da parte dei cretesi.
Il mondo minoico è quindi ben connesso e conosciuto. L’Egitto ha contatti diretti con Creta, ma non
abbiamo attestazioni negli archivi.
Non siamo ancora nella fase espansiva dell’epoca neopalaziale, ma ci sono i prodromi.
1700 a.C. ca. (MM IIB – MMIII): arresto causato da un sistema di sismi. Collasso dei palazzi e momento di
difficoltà delle comunità. Sappiamo poco dei motivi. A seguito di un sisma si alterano gli equilibri interni ed
esterni e quindi spesso seguono fenomeni di guerra.
Medio Minoico III (1700-1600 a.C.)
E’ un momento di grande trasformazione, ma poco noto perché i palazzi successivi si innestano su quelli
della fase precedente e obliterano la possibilità di capire. Cambia però il modo di organizzare i palazzi.
1600 a.C. (TM IA): i palazzi si palesano nella forma classica in cui si presentano archeologicamente oggi.
Sono molto ariosi, con grandi colonnati, forme slanciate e snelle.
Tra la fase protopalaziale e il Medio Minoico III si sviluppano 3 forme di scrittura preellenica:
-Geroglifico cretese
-Lineare A
-Disco di Festos.

Geroglifico cretese
Ha un antenato nel geroglifico di Arkhanes. I sigilli nella necropoli di Archanes, infatti, testimoniano la prima
forma di scrittura nell’isola.
La scrittura non viene inventata a Creta: nasce sempre per esigenze contabili. Si inizia con i sassi o con dei
pezzetti di ceramica, poi, con l’incrementarsi degli scambi commerciali, l’esigenza di contabilizzare si fa più
impellente. Gli scribi orientali inventano un sistema pittografico, fatto di ideogrammi e unità di misura
(tacche). Tutto ciò non avviene nel mondo minoico.
I sigilli di Archanes presentano un sistema grafico.
Il geroglifico cretese, però, è stato sicuramente inventato a Creta. Rispetto alla lineare A e B, che sono
forme lineari corsive, è una scrittura più pittografica e ideografica. Per questo Evans lo intende come un
sistema geroglifico come quello egiziano, ma in realtà è un sistema sillabografico a sillabario aperto.
In tutto possediamo 350 iscrizioni in geroglifico cretese, metà su sigillo e metà su tavoletta.
Quindi i Minoici importano la scrittura dall’Oriente, ma creano un sillabario aperto, mentre nel Vicino
Oriente c’era il sistema ideografico egiziano e il sistema sillabografico chiuso del cuneiforme.
Il geroglifico cretese è attestato soprattutto nella zona centro-orientale dell’isola, mentre la lineare A è
attestata nella zona centrale 🡪 Questo è forse indice di diverse etnie o diverse tradizioni rispetto alla lineare
A. A Cnosso e Mallia troviamo entrambe le scritture, che coesistono e si influenzano a vicenda.
La lineare A non è mai attestata su sigilli, mentre il geroglifico cretese compare per lo più su rondelle o
tavolette/barrette. Questo può essere indice di ambiti di riferimento diversi.
Le reciproche influenze tra le 2 scritture si palesano nel fatto, per esempio, che il geroglifico cretese sia
usato anche in forma corsiva (a Cnosso e Mallia).
L’orientamento della scrittura non è sempre lo stesso. Spesso ci sono dei check-marks che mostrano il
senso della direzione della lettura.
I sigilli hanno una funzione amministrativa, ma non registrano transazioni, a differenza delle tavolette
(presenza delle unità di misura). Il geroglifico cretese e la lineare A condividono le unità di misura.
E’ stata avanzata l’ipotesi che il geroglifico cretese sia nato per la notazione personalistica su sigillo (nomi e
cariche di coloro che possedevano i sigilli) e che la lineare a, invece, sia nata più per fini amministrativi, ma
che poi i 2 sistemi si siano tra loro mischiati nelle funzioni.
Il geroglifico cretese è costituito da 90 segni che si ripetono circa 1500 volte. A causa del corpus troppo
ristretto, non è ancora stato decifrato. Neanche la lineare a è stata ancora decifrata, nonostante sia molto
più attestata.
Formula di Archanes
E’ attestata su dei sigilli sui quali sono incisi 5 sillabogrammi che si ripetono. La formula si ripresenta
identica anche nella lineare a. Non tutti i sigilli provengono da Archanes. Vi è una stretta somiglianza con i
segni della lineare a. Per questo vi è il dubbio che i 2 sistemi abbiano un’origine condivisa. Forse sono nati
in un contesto iconografico molto simile, anche se in realtà condividono pochi segni riconoscibili.
I 5 sillabogrammi compaiono nella stessa sequenza, a formare quindi la stessa parola, anche nella lineare a.
Il geroglifico cretese è un sistema logosillabico: dispone quindi di un sillabario aperto di 96 segni e di una
parte logografica, costituita solo da 33 logogrammi (generalmente, invece, sono più delle sillabe).
-Logogramma: va ad identificare un oggetto.
-Ideogramma: rappresenta un oggetto, ma è anche espressione di un valore fonetico. Può essere usato in
entrambi i modi. Può poi passare ad avere anche un valore astratto.
Lo scriba orientale può usare indifferentemente logogrammi, sillabogrammi o ideogrammi con valore
sillabico. Deve quindi imparare tutte le varianti. Il miceneo, invece, è molto più ordinato e schematico.
Il geroglifico cretese contempla anche frazioni, segni di divisione e marcatori di inizio o fine frase.
La forma di scrittura è però ignota e di conseguenza è ignota anche la lingua che sta dietro ad essa.
E’ legittimo leggere i segni della lineare a attraverso le somiglianze che esistono con i segni della lineare b?
E’ legittimo leggere con lo stesso valore fonetico sillabogrammi omomorfi?
Il corpus del geroglifico cretese, per essere studiato, è trasnumerato, ovvero sono sati assegnati dei codici
numerici. Ma, poiché si hanno troppe poche attestazioni, si può solo capire in generale di cosa si parla.
Il geroglifico cretese non si trova più alla fine del MM III, quando cede il passo alla lineare a all’affacciarsi
della fase neopalaziale. C’è un’attestazione molto tarda, legata ad alcuni sigilli (1300 a.C.) 🡪 I sigilli, infatti,
essendo oggetti preziosi, possono essere conservati nel tempo.
L’eteocretese (III sec. a.C.) non è greco, anche se viene trascritto in greco. E’ una lingua completamente
sconosciuta.

Disco di Festos
Taccuino di Pernier, 4 luglio 1908 🡪 Zaccaria Iliakis il 3 luglio del 1908 trova un disco di terracotta con
entrambe le facce ricoperte da segni pittografici minoici. E’ un unicum: l’unico parallelo è l’ascua di
Arkalochori. Non ne sappiamo nulla, possiamo solo fare un’indagine di tipo contestuale: sono 45 segni
ripetuti 242 volte, quindi è un sistema sillabografico a sillabario aperto.
Il disco viene ritrovato nella zona nord-orientale del palazzo di Festos, ora datata al MM III e a lungo
considerata un archivio. Si tratta, infatti, di un sistema di incavi che vanno a ripartire stanze strette e lunghe
(“kaséles”). Tali incavi sono stati ritrovati in zone particolarmente importanti dei palazzi, ma quelli del
palazzo di Festos non hanno riportato elementi significativi. Oggi la zona è stata reinterpretata come una
struttura artigianale per la colorazione dei vestiti. Gli archivi quasi sempre sono posti al piano superiore, da
dove quindi probabilmente provengono il disco e le tavolette.
La datazione del disco è problematica. Pernier, infatti, scava in un contesto archeologico alterato. All’inizio
dello scavo Pernier aveva fatto circa un centinaio di pozzi per saggiare dove c’erano le strutture murarie e
aveva dunque forellato tutto, alterando il contesto archeologico. Di recente, però, l’ambiente è stato
ripulito ed è stato ritrovata un’altra tavoletta in lineare a.
Oggi, come possibile datazione del disco di Festos si pensa al Medio Minoico III, ma con molte incertezze.
Il disco è scritto dall’esterno all’interno e da destra verso sinistra. Lo scriba prima formatta il disco, crea il
tracciato della spirale e poi inizia a scrivere. La scrittura è stata fatta per stampini, commissionati e
realizzati, probabilmente in oro o avorio, data la qualità della sigillatura. Alcune sigillature si
sovrappongono: quella di sinistra copre quella di destra. Quindi è stato fatto prima il sigillo di destra e poi
quello di sinistra.
Lo scriba ha definito all’inizio quello che deve scrivere e lo spazio che gli serve. Ci sono piccoli errori che ci
permettono di capire che è stata fatta prima la spirale e poi i segni. A fine frase ci sono dei segni.
Non ci sono confronti con altre scritture.
I segni 22 e 39 (Y rovesciato e alberato) non sono significativi perché sono estremamente comuni in
qualsiasi forma di comunicazione, sia in termini di scrittura che di marcatura (vasario, cantiere).

Ascia di Arkalochori
E’ l’unico attestato di una forma di scrittura che si avvicina al disco di Festos. Alcuni segni richiamano dei
segni della lineare A e B. Alcuni si sono domandati se si tratti della stessa scrittura del disco di Festos fatta,
però, da mano inesperta oppure se siano 2 forme di scrittura distinte. Evans pensa che sia una scrittura
d’importazione, non cretese. La riconduce quindi al Vicino Oriente: il simbolo 24 assomiglia alla
rappresentazione di facciate di case nella Lidia del VII-VI sec. a.C. + testa crestata.
I cretesi sono più eleganti nell’iconografia. Ma in questo Evans si sbaglia 🡪 Per esempio, la vecchia con i seni
flosci (segno 6) ha una corrispondenza in una statuetta cretese proveniente da Festos.

Il disco di Festos ha dei raffronti con l’arte delle applique vascolari con stampini. Il contesto iconografico del
disco comincia ora ad essere più chiaro: i segni prendono spunto da simbologie e iconografia chiaramente
riscontrabili a Creta.
Qualcuno ha pensato che sia un falso, ma è poco probabile. Il falsario avrebbe inserito dei segni con
qualche somiglianza con quelli della lineare A e B e non avrebbe creato un sistema di scrittura
completamente isolato. Il segno 21 (doppio pettine) è su una cretula ritrovata nel deposito delle cretule di
Festos. L’oggetto è lo stesso: questo prova l’originalità del disco.
Sono stati fatti molti tentativi di decifrazione. E’ un sistema agglutinante o flessibile?
20/03
Lineare A
Compare a Creta contestualmente al geroglifico cretese nella sua forma classica. Rispetto al geroglifico di
Archanes è, invece, posteriore. La lineare A è più longeva del geroglifico cretese: la troviamo attestata nel
protopalaziale, ma si affermerà completamente anche nel neopalaziale, cioè a partire dal TM I e II (1600-
1450 a.C.).
La lineare A, in termini di diffusione territoriale, è anche più diffusa della lineare B.
E’ plausibile che sia stata inventata a Festos. Infatti, l’attestazione di questa forma di scrittura, in un formato
molto arcaizzante, pare provenire proprio da questo sito: si tratta di un gruppo di tavolette con ideogrammi
particolarmente arcaici (es: ideogramma dell’uomo). Oggigiorno, però, pare che in un contesto lievemente
più antico ci sia una tavoletta in lineare A anche nel deposito di Cnosso.
La diffusione della lineare A si concentra nella zona centrale dell’isola (tra Festos e Cnosso), mentre il
geroglifico cretese è più spostato verso est.
Nel suo insieme la lineare A è attestata tra il 1900 e il 1450 a.C. Dal punto di vista geografico, è
estremamente diffusa. Quello di Hagia Traiada è il più grande archivio di lineare A trovato, ma manufatti in
lineare A provengono anche da Cnosso, Festos, Tirsòs, Khania, Mallia e qualcosa anche da Zakros. In
generale, però, insieme alle attestazioni della lineare A su supporti cultuali (piccoli vasetti rituali), la
copertura del territorio cretese è abbastanza capillare. Questo vale prevalentemente per la fase
neopalaziale, mentre nella fase protopalaziale la sua diffusione è più concentrata.
La diffusione della lineare A, soprattutto a partire dalla fase neopalaziale, contrasta con la diffusione della
lineare B, anche se sono fenomeni diacronici. La più tarda attestazione in lineare A risale al TM III (1350
a.C.), ma è su un idoletto fittile ed è una scrittura dipinta. Essendo un idoletto fittile, è probabile che sia
stato conservato nel corso del tempo. Quando appare la lineare B a Cnosso (1400 a.C.), la lineare A di fatto
scompare. Ma la lineare B rimane molto meno diffusa territorialmente. A Creta la si trova esclusivamente a
Cnosso, a Khania, una tavoletta viene da Sissi, nella zona centro-orientale dell’isola; in generale, anche sul
continente, è concentrata nei siti palaziali più importanti ed è rarissima al di fuori dei centri palaziali, a
differenza della lineare A, che si ritrova anche nei centri “residenziali” e nei grandi santuari delle vette.
Questo apre la problematica legata all’alfabetizzazione di queste culture: in linea teorica, durante l’epoca
minoica, l’alfabetizzazione era mediamente più sviluppata che nella fase successiva (greco-micenea), ma
bisogna essere molto prudenti. Noi abbiamo, infatti, gli attestati della scrittura che si sono conservati 🡪 La
lineare A è scritta su molti supporti (argilla, metallo, pietra, vasi), mentre la lineare B è attestata solo
sull’argilla, ma questo non vuol dire che fosse esclusivamente usata su argilla, così come sappiamo che la
lineare A era usata anche su supporti cartacei (pergamena, papiro).
La lineare A in termini qualitativi è riscontrabile in molti siti, ma in termini quantitativi è poco attestata:
1500 documenti e circa 7500 segni attestati. La lineare B, invece, è attestata su più di 3000 tavolette, con un
totale di più di 100.000 segni.
La lineare A è diffusa anche fuori Creta, verso l’Egeo cicladico e nella costa anatolica. Nelle Cicladi abbiamo
veri e propri piccoli archivi in lineare A (Cheos, Santorini), ma attestazioni in lineare A provengono anche
dall’estremo nord (Samotracia) e da Mileto. Questo denota che la scrittura era ben nota a quell’epoca in
tutto il bacino del Mediterraneo. Dato l’uso particolarmente specifico e tecnico, se si trova una tavoletta è
ovvio che c’era un archivio e una circolazione di informazioni su questi supporti.
Nella fase neopalaziale Santorini è molto minoicizzata, mentre nella fase precedente segue ancora percorsi
evolutivi interni alle Cicladi. Ci restituisce quindi più tavolette conservate e abbiamo anche la traccia
dell’utilizzo delle stesse unità di misura minoiche 🡪 E’ un elemento molto importante, perché l’utilizzo
dell’unità di misura è molto conservatore. L’unità di misura è infatti usata a tutti i livelli della società. Per
questo è difficile cambiarla. Se le Cicladi e parte del mondo miceneo adottano le unità di misura minoiche,
significa che l’apporto culturale minoico è estremamente forte e radicato.
Da Santorini provengono circa 15 tavolette, ma manca un palazzo. Vuol dire che sono piccole comunità che
però, pur non avendo una struttura verticistica con un palazzo di riferimento, gestiscono la loro economia e
i loro rapporti economici con l’esterno attraverso la lineare A.
Forse ci sono 2 attestazioni di lineare A anche in Oriente, sulla costa siro-palestinese, ,ma questi documenti
presentano dei problemi: sembrano lineare A, ma non sono sufficientemente da palesare elementi
diagnostici di riconoscimento. Uno di questi documenti, tra l’altro, ha una datazione molto alta (XVII),
mentre l’altra risale all’XII sec., quando la lineare A è ormai scomparsa da secoli.
Le attestazioni in lineare A sono per la gran parte su noduli (circa 1000), ma i testi più ampi e articolati sono
quelli sulle tavolette (326). Abbiamo poi dischetti, spille. Un altro tipo di supporto è l’argilla, di 2 tipi: dipinta
oppure incisa. Mentre le tavolette, le rondelle e i noduli esprimono esclusivamente documenti di tipo
amministrativo-burocratico (sono transazioni del palazzo), sugli altri supporti le tematiche divergono in
maniera consistente. La lineare A incisa sull’argilla, su grandi pythoi, è ancora una volta documentazione di
tipo amministrativo-burocratico: vi si trovano le unità di misura e gli ideogrammi del vino e dell’olio.
Quando, invece, la lineare A è dipinta sulla ceramica o incisa sui metalli o su pietra semi-preziosa, siamo
davanti ad attestazioni diverse: sono probabilmente vere e proprie dediche votive, dal momento che la
gran parte di queste iscrizioni proviene dai santuari delle vette 🡪 Iniziano ad apparire nel protopalaziale
come espressione di una religiosità spontanea, poi nella fase neopalaziale vanno strutturandosi come veri e
propri avamposti dei grandi palazzi, per cui accumulano grandi quantità di ricchezze e depositi votivi.
In alcuni vasetti rituali si ritrova la formula di Archanes.
A seconda del supporto, quindi, abbiamo attestazioni e iscrizioni di valore profondamente diverso.
La gran parte delle informazioni che riusciamo a trarre dalla documentazione in lineare A nasce dalle
tavolette 🡪 Iscrizioni su stucco da Cnosso e Hagia Triada. Alcune sono in un posto specifico del palazzo.
La lineare A su sigillo è molto poco attestata.
Tipo di cretula 🡪 Flat-base nodule, “noduli a base piatta”: vengono appiccicate su qualcosa che vanno a
sigillare. La cretula ha la funzione di certificare la legittima chiusura o apertura di contenitori. Nel momento
in cui è rotta, può essere stata rotta solo da chi ne ha il diritto. In mezzo si trovano tracce di cordicelle.
Analizzando le sezioni dei flat-base nodules si è evinto che probabilmente contenevano dei plichi ripiegati
su sé stessi, forse pergamene con piccoli messaggi. Questa è una prova molto importante dell’utilizzo della
lineare A su supporto cartaceo.
Che la lineare A, il geroglifico cretese e la lineare B non nascano come scritture per l’argilla è certificato
dalla loro stessa forma. Quando si lavora sull’argilla è scomodo fare curve. Il cuneiforme nasce per liberarsi
della linearità degli ideogrammi sumerici e quindi si inizia ad usare lo stilo con poche combinazioni possibili.
Già la forma lineare di queste scritture, quindi, tradisce l’utilizzo originario su supporto diverso dall’argilla.
Ci sono tradizioni scribali diverse: alcuni scribi si specializzano nel lavoro di redazione di documenti su
argilla e quindi prendono una loro linea di evoluzione e semplificazione dei segni, mentre altri scribi
scrivono prevalentemente su supporti diversi e quindi mantengono delle forme più articolate.
Queste considerazioni valgono anche per la lineare B, per la quale però non abbiamo l’attestazione di altri
supporti né i flat-base nodules. Quando, tuttavia, troviamo la lineare B scritta a pennello sui vasi
(registrazioni economiche su vasi che viaggiano, come una sorta di certificazione dell’origine del prodotto),
riscontriamo delle tradizioni grafiche diverse rispetto a quelle su argilla. Questo denota che c’era un
comparto della scrittura non delegato esclusivamente all’amministrazione. Non è necessario che fossero
scribi diversi.
La lineare B, che nasce dalla lineare A, non imita la lineare A su argilla, ma imita la lineare A dipinta o incisa
su supporti diversi. Questo significa che quando i micenei decidono di adottare la lineare A, ne prendono la
forma più elegante.
La lineare A, secondo la tradizione delle scritture egee, è un sillabario aperto di 97 segni. I logogrammi
attestati per ora sono soltanto 50. Ha anche dei segni per le cifre, da cui trarranno esempio i micenei con
una piccola differenza per l’indicazione della decina (vedi disegno sul quaderno). Questa differenza, però,
non è su tutta la lineare A. La lineare B, quindi, prende da una specifica scuola scribale: questo ci può dare
una linea diatopica.
La transnumerazione è stata fatta anche per la lineare A e B. E’ molto utile laddove non riusciamo a leggere
i segni. Quando i segni sono omomorfi, cioè uguali tra lineare A e B, la codifica è AB 🡪 Es: A304 è un segno
presente solo nella lineare A, mentre AB157 è presente in entrambe le forme di scrittura.
Il segno 56, che non è interpretato con certezza nella lineare B, anche in miceneo lo si trova indicato con la
transnumerazione.
Nel 1970 i miceneologi si sono riuniti in una conferenza a Salamanca e hanno definito le norme della
trascrizione dei sillabari. In questo modo si è evitata l’interpretazione singola priva di riscontro, con
traslitterazioni potenzialmente sbagliate.
Nella lineare B i logogrammi sono ben riconoscibili in una buona percentuale, la lineare A, invece, ha un
problema: da un lato è poco attestata, dall’altro risente molto delle varianti locali 🡪 Gli scribi scrivono in
modo molto diverso.
Legature: unione di un elemento logografico e un elemento sillabografico con valore acrofonico, cioè
un’abbreviazione. Mentre in lineare B questo sistema è ben codificato e riconoscibile, in lineare A è molto
meno chiaro, sia per il problema di tradizioni locali molto forti, sia perché sono poco attestate, sia perché i
minoici adottano molto il sistema della legatura. Questo significa che avevano una forte confidenza con il
loro sistema logografico. A volte le legature usano logogrammi che non sono attestati diversamente 🡪
Grande difficoltà di lettura.
Un altro elemento difficile da capire della lineare A è l’utilizzo dei cosiddetti transaction signs: all’interno di
alcuni documenti, soprattutto da Hagia Triada, si trovano dei sillabogrammi isolati (con segni di
interpunzione che isolano le parole), in particolare il sillabogramma che poi in miceneo verrà letto come te,
che non ha funzione ideografica, perché non è seguito da cifre, né è un’abbreviazione. In questo caso il te è
isolato in mezzo al corpo del testo e probabilmente va a indicare che lo scriba sta parlando di derrate
alimentari da distribuire, per esempio. Sembra essere per lo più pertinente a registrazioni di orzo, frumento
e grano.
Una delle chances più interessanti per capire la lineare A è stata la decifrazione della lineare B. Quando nel
’52 si decifra la lineare B molti studiosi hanno iniziato a ragionare sulla liceità di leggere i segni omomorfi
tra lineare A e lineare B attraverso i valori fonetici della lineare B. Questo approccio ha ricevuto moltissime
critiche, tanto che per molti anni di fatto non c’è stato un tentativo sistematico di lettura della lineare A
attraverso la lineare B. Non necessariamente 2 segni uguali hanno anche lo stesso valore fonetico.
Attraverso le tabelle di comparazione viene letta la formula di Archanes.
Chi si ha dedicato in maniera più strutturale ad un’analisi della possibilità di leggere la lineare A attraverso
la lineare B sono stati Consani e Negri, che intorno al 1999 hanno addirittura pubblicato un volume sulla
lineare A translitterata.
Attraverso soprattutto gli ideogrammi, a volte parlanti, si riesce a definire di cosa si stia parlando (es:
ideogramma del totale).
Nella parte sillabografica per lo più le tavolette riportano un’unica parola, che può essere un nome o un
toponimo. Le tavolette, quindi, di per sé non sono traducibili, ma sono perfettamente leggibili.
Alcune sequenze sillabiche sono identiche tra lineare A e lineare B: elemento da tenere in considerazione.
Una forte critica a questa lettura viene operata da uno studioso, che fa notare come spesso gli scribi minoici
facciano degli errori e scrivano sopra ad un silabogramma il segno del gattino 🡪 Dice che i segni sono
totalmente diversi e quindi non possiamo leggere i 2 segni della lineare A attraverso il valore fonetico della
lineare B, dove il primo segno è que e il secondo è ma. L’errore per lo più è relativo alla vocale. Sarebbe un
errore troppo grande.
Questa è una critica per alcuni versi fondata, ma alcuni segni sono effettivamente simili quando si scrive in
corsivo. Ci sono degli elementi che permettono di capire che alcuni sillabogrammi sono sia omomorfi sia
omofoni. Uno di questi è il segno del gattino (AB80) ha come valore sillabico in miceneo ma. Siccome la
tradizione di questo sillabogrammi è tracciabile fino al geroglifico cretese ed è sicuramente un animale
particolarmente noto e caro alle culture del Vicino Oriente (Egitto), si è visto che in egiziano il suono per
indicare il gatto potrebbe anche essere onomatopeico.
In lineare B il sillabogrammi per miu, per esempio, è il profilo di un bue. Questo fa pensare che ci sia un
rapporto onomatopeico tra i segni e il loro valore fonetico.
Un altro elemento che fa pensare che almeno in alcuni casi i segni siano sia omomorfi sia omofoni è il caso
del sillabogrammi per ni 🡪 In miceneo è sia un sillabogramma, sia un ideogramma che sta per “fico”.
Essendo uno dei pochi casi di sillabogrammi che è anche usato come ideogramma, ci si è chiesti come mai il
fico, che in greco si dice sukon, abbia un ideogramma di valore sillabico per ni. I micenei stessi scrivono
“fico”, poi mettono l’ideogramma in questione. E’ atipico. Poi si è scoperto che in una piccola nota di un
sicografo sukon viene chiamato, nell’antica lingua cretese, nikuleon. Allora il ni sarebbe giustificato. Questo
vorrebbe dire che da un lato i micenei hanno ereditato un ideogramma e un valore fonetico, che non può
essere diverso da quello del minoico. Allora forse c’è un’origine ideografica dei sistemi lineari. Se il sistema
fosse coerente, non avremmo dubbi sull’origine ideografica della lineare A, ma sono casi estremamente
ridotti. Ci mancano degli elementi che ci permettano di capire la nascita della lineare A.
Le prove più interessanti per una lettura della lineare A attraverso la lineare B vengono da gruppi di
sillabogrammi, sicuramente leggibili attraverso la lineare B:
● Pa-i-to, resa micenea per “Festos”.
● Su-ki-ri-ta, “Sikirita”, città nella vallata di Amari.
● Se-to-i-ja, di cui non sappiamo il nome in epoca classica, ma dagli archivi micenei di Cnosso
sappiamo essere situato nella zona orientale di Creta (forse Mallia).
Sono importanti perché sono toponimi e condividono esattamente le stesse sillabe. E’ pressoché
impossibile che non fossero letti alla stessa maniera sia in lineare A che in lineare B.
Ci sono, in realtà, alcune differenze importanti tra il miceneo e la lineare A. Per esempio, la lineare A non ha
la sequenza delle /o/. Ha molti pochi sillabogrammi che possono essere attribuiti alla sequenza /o/ 🡪
Questo significa che la lineare A aveva un vocalismo ridotto e che quando arrivano i micenei troviamo dei
doppioni. I micenei tentano infatti di normalizzare i nomi, ma questo produce dei nomi identici tra lineare A
e lineare B.
Anche applicando questo metodo alle formule di libagioni (frasi molto più lunghe, con verbi, aggettivi, ecc.),
la lettura risulta comunque difficile.
Ki-ki-na è un lemma di cui non sappiamo nulla, però è anticipato e seguito dall’ideogramma del fico.
In un’altra glossa viene equiparato a si-ki-na, che dovrebbe essere una variante del sicomoro, cioè del fico
selvatico. In qualche modo, quindi, la translitterazione potrebbe essere utile.
Oltre, però, è difficile andare, perché abbiamo per lo più singole parole. Bisognerebbe raggiungere il
quorum statistico delle attestazioni dei segni. Oltre una certa quantità di dati la macchina statistica
comincia a funzionare.
Gli egeisti hanno scoperto un’iscrizione egiziana, che diceva: “Così dicono gli abitanti di Keftìu, nel caso ci
sia questo tipo di malattia”. Ci sono 2 testi nel papiro Hearst, papiro della 18° dinastia egiziana, in cui lo
scriba trascrive delle formule magiche per la guarigione di malati. Lo scriba stesso dice di essere formule
provenienti da Keftiu, che in egiziano è Creta. Gli egiziani conoscono bene il mondo minoico, anche se non
compare mai nei documenti ufficiali. In un papiro del XVIII sec. un giovane apprendista scriba deve fare
come compiti una lista di nomi cretesi 🡪 Probabilmente faceva parte del percorso formativo dello scriba,
magari destinato a relazionarsi con i potentati dell’Egeo.
Un’altra lista, contenuta nelle basi delle statue di Memnone, che è quanto resta di un enorme tempio di
Amenofi IV, riporta un viaggio fatto da una delegazione egiziana verso Creta e la Grecia. Sono indicate tutte
le tappe del viaggio: Festos, Cnosso, Micene, Tebe, ecc.
Papiro Hearst 🡪 La prima formula magica non dice nulla né a noi né all’egiziano: si tratta di formule magiche
che non sono necessariamente vere e proprie frasi. Nella seconda formula, invece, c’è una Y grande scritta
in egiziano: questo significa che lo scriba egiziano sta capendo la formula, che poteva quindi avere elementi
di lingua reali. Il caso, però, è isolato, non si possono fare confronti con la lineare A 🡪 L’egiziano non
vocalizza.
I tentativi di decifrazione della lineare A trovano di fatto uno scoglio insormontabile davanti alla scarsità dei
testi scritti.
Esempio di translitterazione delle formule incise sui vasetti di libagione offerti nei santuari delle vette. Le
formule presentano vari elementi ricorrenti.
Non è facile capire se si tratta di una lingua flessiva o agglutinante.
A-sa-sa-ra-me: alcuni lo interpretano come il nome della divinità destinataria del vaso o dell’offerta, perché
ha alcune somiglianze con una divinità luvia-ittita dell’Anatolia, ma potrebbe anche essere la formula
dedicatoria “io dedico a” e questo giustificherebbe il fatto che ricorra sempre. Questa sequenza la si ritrova
molto simile nel geroglifico cretese e nella formula di Archanes.
Il geroglifico cretese e la lineare condividono solo il 20% dei segni. Se 2 sistemi grafici condividono intorno
ai 60/70% dei segni, siamo sicuri che sia una filiazione, cioè uno nasce dall’altro (lineare A e B). Ma quando
gli elementi di condivisione sono così pochi, si tenderebbe ad escludere la filiazione diretta. Il cipriota
classico è però chiaramente di derivazione dalla lineare B, con cui condivide neanche il 10% dei segni. In
questo caso, il loro rapporto di parentela è meno stretto. Il rapporto di parentela c’è, ma non è diretto.
Le iscrizioni su vasetti di libagione si ritrovano ben distribuite in tutta Creta. Questo significa che, al di là
delle differenze locali in termini grafici, c’è una forte unità religiosa e cultuale a Creta.
Poi ogni zona dell’isola ha le proprie tradizioni. Per esempio, dal punto di vista architettonico nella fase
successiva ci sono forti somiglianze strutturali tra il palazzo di Cnosso e quello di Festos, ma in termini di
gusto iconografico i 2 palazzi sono completamente diversi. A Cnosso si ha un’esplosione di motivi di
rappresentazioni rituali, nel palazzo di Festos si hanno motivi floreali molto asciutti.
Godart ha riscontrato che i gruppi dei sillabogrammi che compaiono nei testi amministrativi non compaiono
quasi mai nei testi cultuali. Godart ha pensato che ci fossero 2 lingue distinte, una usata per i testi sacri e
una per quelli amministrativi. Consani ribatte dicendo che l’ambito di riferimento è tale, che è impossibile
ritrovarvi le stesse parole.
Ascia di Archanes 🡪 Riporta l’iscrizione ida mater = la parola “ida” è definita di sostrato, cioè sicuramente
non è greco. Ipotesi di un culto della dea madre.
C’erano sicuramente culti legati alla fertilità, ma non si trattava di un’unica dea madre. Ce ne erano tante,
anche con caratteristiche in comune.
Non è neanche impossibile che ci fosse una cultura matrilineare. Pare che la regalità passi attraverso la
parte femminile.
Ida mater è un hapax, per cui potrebbe essere letto anche diversamente. Potrebbe non essere mater, ma
martis, una divinità cretese legata alla caccia. In miceneo troviamo da-mar-tes, che potrebbe essere un
antenato di Demetra.

21/03
A partire dal 1600 a.C. uno sciame sismico e l’eruzione del vulcano di Santorini destabilizzarono tutto
l’Egeo. I terremoti nel mondo antico sono recepiti in maniera diversa: sono legati alla profondità degli abissi
e alle divinità ctonie. Quando la terra trema è sempre un messaggio da parte degli dei che crea
un’inquietudine molto profonda. Problemi naturali erano sempre accompagnati da fenomeni di
accentuazione del comparto rituale, al fine di bilanciare e compensare l’ira degli dei. Uno dei massimi
sacrifici che l’uomo può fare per riequilibrare una stagione di morte è quello di causare una morte
ritualmente indotta e controllata, sperando che il dio rimetta in ordine le cose.
Uno dei ritrovamenti più spettacoli del mondo minoico è un santuario delle vette vicino a Cnosso
(Anemospilia), dove un tempio di forma tripartita è stato trovato perfettamente conservato a seguito di un
crollo strutturale causato da un terremoto. E’ stato ritrovato intatto di tutti i suoi corredi e di tutto il suo
mobilio e anche delle persone che erano dentro. Le persone sono 4: una si trova nel corridoio, mentre le
altre 3 nell’ultima stanza del sacello. La cosa più straordinaria è che è stato ritrovato un personaggio con in
mano un vaso molto grande, dove è rappresentato un toro. Nella stanza più a est vi sono, invece, 3
persone, di cui 2 sacerdoti (un uomo e una donna) e uno incaprettato e sacrificato. In mezzo al costato ha
una lunga lama. Dagli studi fatti, si è capito che è morto prima del crollo dell’edificio, perché parte delle
ossa presenta una combustione alterata dalla presenza del sangue, mentre l’altra parte non è alterata.
L’ipotesi è che l’uomo nel corridoio stesse portando via il sangue del sacrificio umano.
E’ chiaro, quindi, che la comunità si pone molte domande sulle cause dei terremoti.
Nel corso dei decenni gli episodi sismici continuano e progressivamente cambiano l’aspetto della cultura
minoica, che si fa più attenta al comparto rituale, ma al tempo stesso compaiono indizi di progressiva
insicurezza.
I sismi, però, sono di fatto un arresto all’interno di un percorso evolutivo in positivo.
Il Tardo Minoico IA (a partire dal 1600 a.C.) è infatti il momento di massimo splendore dei palazzi minoici.
La fase neopalaziale sicuramente si ferma nel TM II.
La ceramica cambia di stile, in piena continuità con la ceramica dell’epoca precedente. Dallo stile chiaro su
scuro si passa ad uno stile scuro su chiaro della ceramica minoica neopalaziale. Tutti gli stili e le istanze della
cultura precedente si evolvono. Vanno imponendosi i motivi floreali, affiancati dall’astrazione geometrica, e
si sviluppa molto anche lo stile marino con tutta una sua simbologia legata alla regalità. Gli stili sono molto
ricchi, tutto lo spazio del vaso è riempito, e sono più manierati. Inizia un percorso di selezione dei motivi e
delle forme, che però sono ancora estremamente vari. Su questi si innesterà la ceramica micenea: i motivi
sono gli stessi, ma le forme e le zone di decorazione sono più coerenti e organizzati.
Con l’arrivo del miceneo (TM II-III) si impone anche lo stile di palazzo. Sono tutti stili che troviamo
fondamentalmente a Cnosso 🡪 Fossile-guida per comprendere le sequenze ceramiche anche di altri siti.
La produzione ceramica è gigantesca, anche se abbiamo un po’ di problemi nel passaggio tra TM IA e IB: lo
stile ceramico si evolve, ma il cambiamento non è sempre evidente in tutte le zone. Diventa, cioè, meno
diagnostico. L’eruzione di Santorini si colloca proprio in questo passaggio, per cui la minore riconoscibilità
delle sequenze ceramiche crea problemi per la datazione.
Nell’epoca neopalaziale la cultura minoica raggiunge le sue istanze di maturità stilistica e intellettuale. In
realtà, però, il vero periodo d’oro della Creta minoica è quello precedente. Dopo la crisi del MM III,
caratterizzata anche da conflitti interni, la geografia cretese è in parte cambiata: i grandi potentati della fase
precedente sono sempre gli stessi, rimangono potentati di ambito subregionale, ma qualcosa è cambiato.
Per esempio, il palazzo di Festos viene ricostruito molto più tardi (TM IA) rispetto al palazzo di Cnosso, che
già nel MMIII è ripreso subito con un impianto architettonico faraonico.
Mallia vede il suo palazzo ricostruito, ma non ha più la forza economica della fase precedente. Se
confrontata con Cnosso, che è in piena espansione, vuol dire che qualcosa negli equilibri interni doveva
essere cambiata. E’ probabile che Cnosso, in questa fase finale della cultura minoica, si imponga molto di
più.
Uno dei fenomeni più interessanti nel TM I A è il proliferare delle ville minoiche: sono edifici molto estesi,
con caratteristiche spiccatamente palaziali, ma che vengono recepiti, al momento della loro scoperta, come
ville rustiche dei signori dei grandi palazzi. Molte di queste ville, infatti, sono costruite nelle immediate
vicinanze dei palazzi maggiori. L’etichetta di villa minoica è rimasta, ma la funzione degli edifici è stata
completamente rivisitata. Essi hanno sicuramente una funzione di tipo amministrativo-politico, ma
rappresentano di fatto una strutturazione definitiva del territorio da parte dei grandi centri palaziali. Sono
cioè gangli intermedi di un dominio sul territorio, che in questo periodo si fa molto più marcato.
C’è la capitale (es: Cnosso) e un sistema di siti secondari (ville minoiche), che controllano a loro volta il
territorio con i varia villaggi. Si arriva così a un controllo molto più capillare.
E’ il momento della formulazione degli elementi architettonici che fanno dei palazzi minoici un unicum
dell’epoca.

Palazzo di Cnosso
Pianta polifasica e diacronica, ma alcuni elementi sono chiaramente riconoscibili. C’è l’impianto del palazzo
precedente, con la corte centrale, il cortile occidentale, l’area teatrale e l’accesso verso ovest. Questo è un
sistema che si ripete anche a Festos e a Mallia. Le kolures, grandi cisterne, vengono eliminate nel corso
della fase neopalaziale.
Gli elementi più diagnostici di un edificio minoico sono:
● Rapporto molto elegante tra altezza e spessore dei muri. Gli edifici sono molto resistenti, ma al
tempo stesso molto snelli. Verso est il palazzo di Cnosso arriva a 5 piani 🡪 L’impatto simbolico è
molto forte.
● Polythyra = “stanze a più porte”. La stanza si articola intorno a una o 2 pareti piene, mentre le altre
sono sostituite da un’alternanza di pilastrini e spazi vuoti. Questo sistema di stanza è concepito per
rendere gli ambienti più ariosi. I pilastrini erano intervallati da porte aperte o chiuse.
Una seconda stanza intermedia è aperta su 3 lati: dà su un porticato esterno verso est e su un altro sistema
di pilastrini verso sud. Probabilmente in questa stanza c’era anche un trono.
Evans ipotizza che nella fase finale del palazzo di Cnosso, esso sia stato conquistato da una nuova elite
guerriera (vedi sala degli scudi a 8: i temi guerreschi non sono propri del mondo minoico).
Le polythyra sono decorate con grande raffinatezza: si hanno veri e propri ortostati oppure spesso sono
stuccate e dipinte.
Se veramente la sala intermedia fosse la sala del trono, come ci si arriverebbe? L’entrata è da occidente
oppure da nord.
-Da nord 🡪 Sala a pilastri (13), corridoio d’entrata, scale per scendere 3 piani, girare e poi arrivo.
-Da ovest è terrazzato, quindi chiuso.
La situazione è simile anche a Festos neopalaziale (parte più scura) 🡪 L’entrata è da occidente o da nord con
una grande scalinata, un grande pilastro e poi altre 3 colonne (gioco di luci e spazi molto monumentale e
impressionante; eppure, quando si entra nel palazzo, si entra da una porticina sulla destra o sulla sinistra).
Per arrivare ai polythyra bisogna scendere da una scaletta, poi scendere altre scale e alla fine c’è una
piccola balaustra che si affaccia sulla stanza oppure bisogna fare il giro.
I percorsi ideologici che portano da fuori a dentro, fino al cuore del potere, sono diametralmente opposti a
quelli che sono i nostri. Nel mondo miceneo, invece, la sala del trono (megaron) è la sala attorno a cui si
sviluppa il palazzo e ha una centralità anche ideologica.
Anche il palazzo di Mallia ha lo stesso impianto generale di quello di Cnosso e Festos.
Questi edifici nascono nel corso del tempo, ma non sono casuali, c’è un piano architettonico. Ad esempio, i
magazzini sono sempre verso occidente, spesso le zone residenziali del polythyra sono verso nord o verso
est. C’è un format che i minoici conoscono e riproducono con eventuali varianti.
Ai nostri occhi i palazzi hanno l’aspetto di un labirinto.
I blocchi di riferimento sono:
● Corte centrale, attorno a cui si articola la struttura generale dell’edificio. Si tratta degli antichi
terrazzamenti dell’antico Bronzo: zona centrale della collina che si struttura nel corso dei secoli. Il
cuore dell’edificio è una corte aperta: questo è significativo.
● Magazzini occidentali, spesso molto grandi e capienti. Sono quindi anche espressione di forza
dell’elite di potere. Il potere si autorappresenta con vari linguaggi (militare, economico, rituale).
● Cortile occidentale con area teatrale.
● Entrate a nord e a ovest.
● Polythyra che si articolano tra nord ed est.
Il percorso che porta alla corte centrale si apre da ovest, una serie di passerelle porta direttamente dentro e
da lì inizia un percorso all’interno dell’edificio che impone di fatto una sorta di processione. Infatti, tutti gli
affreschi di processioni vengono da questi lunghi corridoi, che sono sia corridoi di accesso sia percorsi
rituali. La parte più bassa portava a un ponte che attraversava il fiume. Chi veniva da sud aveva quindi il
fronte del palazzo molto imponente. Tutto comunque portava al cortile centrale. L’area della sala del trono,
in realtà, pertiene alla fase più tarda dell’edificio palaziale, cioè alle fase già micenea.
Cnosso, Festos e Mallia sono i grandi palazzi, ma questa struttura non è sempre coerente nelle ville
minoiche. Gli elementi si ritrovano, ma magari hanno un’organizzazione planimetrica diversa.
Un altro elemento caratteristico dei palazzi minoici è il bacino lustrale. La sala del trono originariamente è
un bacino lustrale. Quando Evans scava il palazzo riscontra delle stanze con delle caratteristiche specifiche.
C’è un grande themenos, un recinto monumentale; la zona più curata e più ricca, spesso decorata con
grandi lastre di gesso alabastrino (particolarmente lucido) 🡪 Venivano creati dei grandi ortostati per
decorare gli ambienti. Venivano poi aggiunte delle panchine sempre in gesso alabastrino. Spesso anche il
pavimento era in gesso alabastrino.
Nel palazzo di Cnosso, l’ambiente del bacino lustrale ha un corridoio d’accesso, una piccola scaletta; c’è poi
una piccola colonna e una balaustra che dà su una parte più bassa, in cui è stato trovato vasellame rituale
altamente simbolico. Queste strutture si trovano in punti strategici del palazzo. In questo caso siamo vicini
all’entrata principale. Lo stesso vale per Festos, dove il bacino lustrale è molto vicino sia ai polythyra sia alla
corte colonnata e immediatamente all’entrata monumentale dell’edificio.
Nel palazzo di Festos c’era un giardino roccioso, molto amato nell’iconografia minoica. Si tratta di scene
altamente simboliche. L’iconografia minoica è prevalentemente un’iconografia del rituale. Le elite si
autorappresentano come vettori del mondo divino e officiano quanto necessario per garantire il buon
rapporto tra gli dei e la comunità.
L’ambiente 63 è aperto a sud e ad est e ad est dà in un porticato, che a sua volta dà sul giardino roccioso e
sulla Mesarà (si apre il panorama verso oriente 🡪 L’orientamento è molto importante). Doveva essere una
zona molto ricca.
Pilastri o paraste a T o doppia T (il paravento in legno poteva essere chiuso e messa nel corpo del pilastro
stesso, andando così a scomparire) nei polythyra.
Problema dei restauri dei palazzi micenei 🡪 I restauri con paraste in cemento, spesso armato, coprono le
paraste originali fatte in gesso alabastrino (molto vulnerabile all’acqua). Il restauro fa sì che l’acqua si fermi
sopra, ma poi inizia a percolare ai lati e a scavare. Grande problema a Cnosso, perché sopra ai pilastri Evans
ha fatto ricostruire il palazzo.
I polythyra non erano visibili. Il percorso per arrivarci era molto arzigogolato e stranissimo, forse fatto
appositamente per la processione dei sacerdoti. L’accesso alla sala del trono è anche dai magazzini. Si
passava per zone strategiche del palazzo.
A Cnosso c’erano strutture con pilastri che sostenevano un grande salone dove probabilmente si
svolgevano rituali di banchetto comunitari. La sala è stata poi rifunzionalizzata nel palazzo di Festos: viene
posta tra la corte centrale e l’asse di passaggio verso l’esterno. Anche Mallia rispetta questo format
generale abbastanza da vicino.
Evans chiama questi piccoli ambienti bacini lustrali (fanno venire in mente fonti battesimali), perché sono
edifici piccoli incastrati in contesti più ampi, che proteggono, nascono e valorizzano, ma non sono stati
ritrovati scoli per l’acqua. I bacini a volte sono posti vino a zone di stoccaggio, locali di servizio dove c’erano
canaletti di scolo e dove venivano eseguite pratiche per le attività dei bacini lustrali. Non sappiamo nulla sul
significato simbolico o religioso che potevano avere questi edifici.
Sul cortile centrale si affacciano tutti i grandi blocchi del palazzo.
Dea dei serpenti ritrovata nei piccoli sacelli inseriti in contesti monumentali. All’interno sono stati ritrovati
anche manufatti scultorei e della glittica del mondo minoico.
In alcuni affreschi d Cnosso vi è la rappresentazione della scalinata monumentale con i pilastri centrali.
I sacelli e i templi sono piccoli, non monumentali 🡪 Elemento caratteristico delle civiltà egee.
Gli affreschi sono una fonte importante per capire come doveva essere l’aspetto di questi edifici, ma era
anche come loro stessi si rappresentavano. Es: ogni ragazzo ha la collana e spesso il riccio letto davanti 🡪
Elemento sentito come caratteristico del mondo minoico, tanto che i pittori egiziani delle tombe reali si
soffermano a fare il riccioletto alla teoria dei personaggi che portano offerte da Creta alle faraone.
L’artista egiziano è abituato a rappresentare il mondo attraverso l’ideologia egiziana (sono da sempre i
signori del mondo). Nel corso dei secoli elaborano un’iconografia molto standardizzata, che relega ad
alcune categorie di persone un certo tipo di persone. Perde progressivamente pregnanza documentaria.
Es: tomba di Rekhmire (governatore di Tebe, 1520-1450 a.C.): ci sono offerenti provenienti dal paese di
Keftiu con il ricciolino in alto, gli stivaletti e i perizomi, le cui decorazioni richiamano l’ambiente egeo, anche
se la forma è tipicamente egiziana. Questo significa che il mondo minoico è ben conosciuto dal mondo
egiziano. In questa tomba Rekhmire vuole una rappresentazione degna e non stereotipa di questo mondo.
Tra l’altro, nella documentazione, fino a questo periodo, si trova la dicitura “Keftiu e le isole in mezzo al
grande Egeo/isole del grande mare”. Con la fine del palazzo di Cnosso (1430 a.C.) scompare la dicitura
“Keftiu” 🡪 Spostamento degli equilibri politici nell’Egeo sullo scorcio del TM I-II-III.
I minoici amano rappresentarsi come saltatori di tori 🡪 TAUROCATAPSIA: il culto del toro ha sicuramente
una matrice orientale molto antica. Il salto del toro è rappresentato in tutto il comparto artistico minoico.
E’ probabile che facesse parte di un percorso rituale, forse prove che permettessero ai giovani di entrare
nel mondo degli adulti (riti di iniziazione). Non sappiamo se ci fosse un legame tra il toro e la pelle di toro e
il fatto che il mondo minoico quasi sicuramente ha inventato come forma di difesa più importante lo scudo
a torre/scudo a 8 🡪 Coprivano interamente il corpo e forse erano fatti con le pelli dei tori uccisi dai giovani
durante i rituali. Nel mondo miceneo, contestualmente, una delle armi più tipiche è l’elmo a zanne di
cinghiale, forse anch’esso prodotto di un percorso rituale.
Nel Rython del Boxer vi è la rappresentazione di un giovane incornato.
Il motivo del salto del toro diventa caratteristico del mondo minoico neopalaziale.
Tauromachia di Avaris: siamo in Egitto, ma i motivi sono minoici. Ipotesi che la regine provenisse da Creta e
che il faraone avesse creato per lei un’ala del palazzo affrescata. In realtà questi motivi hanno una
lunghissima tradizione in Egitto e nel Vicino Oriente. Sono culture molto integrate e l’Oriente ha una cultura
molto avanzata.
La villa di Hagia Triada, vicina al palazzo di Festos, fu distrutta violentemente alla fine del TM IB, come il
palazzo di Festos, dove però non è stato trovato nulla di prezioso. Questo ha fatto pensare che fosse stato
distrutto meno violentemente, quindi poi saccheggiato. Dalla villa di Hagia Triada, invece, provengono
diversi manufatti ben conservati:
-Vaso con gesto di comando: vi è un ragazzo con stivaletti, perizoma, petto nudo e collana. La sua posizione
è molto utilizzata nell’iconografia minoica per indicare un gesto di comando. Ipotesi che la lancia fosse
l’antenato dello scettro. Forse è la rappresentazione di un passaggio di guardia o di testimone in un
percorso formativo di tipo guerriero.
-Rython del Boxer: percorso delle giovani elites minoiche 🡪 Salto del toro, pugilato, battaglia.
Non siamo abituati culturalmente a pensare al mondo minoico come un mondo guerriero, perché con gli
scavi del ‘900 sono stati ritrovati questi grandi edifici privi di mura, con affreschi quasi tutti dedicati alla vita
pacifica. La comunicazione è di fatto una comunicazione di pace e non abbiamo rappresentazioni di guerra.
Nel Rython del Boxer c’è una scena di allenamento: c’è anche il messaggio legato all’autorappresentazione
come elite giovane forte ed allenata. Sicuramente, però, come tutte le culture antiche, anche quella
minoica era estremamente violenta. Le prime spade lunghe e strette a stocco vengono inventate a Creta e
poi esportate nel mondo miceneo.
Siamo quindi davanti ad una cultura che privilegia la comunicazione simbolica, iconografica e del potere in
termini ritualisti e pacifisti, ma questo non significa che non fossero un popolo di guerrieri.
-Vaso delle messi: gruppo di contadini che tornano dal lavoro dai campi, condotti da una sorta di capo-
pastore, e cantano. E’ una volontà di rappresentazione. Nello stesso periodo a Micene abbiamo scene di
guerra, assedi, scontri, ecc. Siamo nel primo momento di esplosione della cultura micenea, con le tombe a
fossa (piccoli regni con capacità economica molto sviluppata).
Quando i micenei arrivano a Creta, verso la fine del periodo neopalaziale, ce ne accorgiamo sia dal cambio
di iconografia (vasi con stile marittimo e diffusione dello scudo a 8 come simbolo cultuale), sia dal fatto che
compaiono per la prima volta delle tombe a fossa o a camera proprio a Cnosso. C’è un’ibridazione tra le 2
culture. Quando il mondo miceneo di fatto si appropria dell’eredità culturale minoica è il mondo miceneo a
smettere di utilizzare l’iconografia della guerra e della violenza. Scompare da allora quasi del tutto la
comunicazione bellicosa delle tombe a fossa a favore di una rappresentazione rituale, comunitaria e
pacifica.

Divinità minoiche
Non ne sappiamo nulla e quello che sappiamo lo sappiamo solo per i sacelli trovati, per le tracce dei rituali
utilizzati e per l’iconografia. Un comparto iconografico particolarmente significativo è quello dei sigilli e
della glittica 🡪 Es: impronta di un sigillo nel calco accanto alla porta dello studio del prof. Ci sono 3 donne (o
divinità) con gonne a balzo e il seno molto pronunciato.
Tutte le rappresentazioni legate a divinità femminili n realtà sono ambigue, perché non sappiamo se si
tratta di divinità o donne nobili. L’iconografia è infatti priva di iscrizioni: non c’è un lessico, una grammatica
visiva che ci permetta di capire. I minoici, però, sicuramente capivano.
Molto presenti sono le figure femminili. E’ molto plausibile che fossero culti legati alla riproduzione, alla
fertilità, alla terra, e all’elemento femminile in generale.
La tradizione orale nel corso dei secoli non necessariamente dimentica, ma perde i legami tra le cose 🡪
Scudo di Aiace: la figura di Aiace ha alcune caratteristiche che possono ricondurre al XVIII-XVII sec. a.C.
Molte divinità minori in ambito omerico sono sicuramente di origine più antica.
Comunque non sappiamo nulla del sistema teologico minoico.
A volte ci sono possibilità di confronto con l’iconografia del Vicino Oriente, ma comunque non restituisce
l’identikit delle divinità minoiche.
A volte c’è ambiguità tra le figure di sacerdoti, divinità maschili, re o principi. Non possiamo sapere se c’era
il concetto di regalità nel mondo minoico: di fatto non abbiamo sale del trono, perché sono di epoca
micenea. La presenza del trono nella ricostruzione degli scudi a 8 è una ricostruzione, perché non possiamo
sapere se fosse davvero un trono.
Diversamente, nel mondo miceneo c’è l’alloggiamento del trono di Pilo nel megaron centrale e ci sono
anche tavolette che parlano di re. E’ quindi chiara, in questo caso, l’ideologia della regalità.

2/04
Nella fase neopalaziale Cnosso è il centro più carismatico. Nell’isola ci sono distinzioni di stili, usanze e
iconografie tra i diversi siti, ma la comunicazione internazionale, quando viaggia, viaggia su beni di lusso e
l’iconografia riprodotta è di matrice cnossea.
La zona orientale di Creta, però, mantiene caratteristiche diverse: presenta un abitato diffuso e una
struttura politica orizzontale su cui si innesta l’atteggiamento verticistico rappresentato dai palazzi.
L’influenza di Cnosso si va a sovrapporre alle istanze locali.
Anche il nuovo palazzo di Festos, ricostruito nel TM IB, nella struttura architettonica è di matrice cnossea,
ma le decorazioni sono molto più austere e lo stile risponde a esigenze locali.
A poca distanza vi è la presenza di una villa minoica, che costituisce un distaccamento amministrativo del
palazzo stesso.
Villa minoica di Hagia Triada 🡪 Si trova a 3 km da Festos ed è molto vicina alle istanze cnossee
nell’iconografia e nel simbolismo. Forse l’elite del palazzo di Festos e quella di Hagia Triada erano diverse. A
tal proposito è stata avanzata l’ipotesi di una dualità del potere. Il dialogo tra i 2 siti forse non è stato
sempre pacifico. Nella fase neopalaziale non troviamo più documenti in lineare A a Festos (soltanto uno),
mentre il più grande archivio di tavolette e cretule in lineare A è stato ritrovato proprio ad Hagia Triada, che
quindi forse va a sottrarre a Festos il ruolo amministrativo. Non è tuttavia possibile sapere se Hagia Triada
avesse preso la direzione politico-amministrativa, mentre Festos continuava ad avere un ruolo religioso
(stessa elite che ci appare in modo diverso), oppure se si trattasse di 2 elites diverse. Sembra comunque che
Festos reagisca all’atteggiamento filo-cnosseo di Hagia Triada, che a partire dal TM ha un ruolo dominante
nella Mesarà occidentale e continuerà ad averlo anche in fase micenea.
In epoca micenea Hagia Triada è un centro dalle marcate caratteristiche micenee: ha persino somiglianze
architettoniche con le case esterne di Micene.
Cnosso stessa stringe molto presto fortissime relazioni con Micene. Lo vediamo dagli stili ceramici condivisi
e dal fatto che Micene dicenti un veicolo di diffusione della cultura minoica.
Hagia Triada fu poi distrutta in modo molto violento. Questo ha impedito agli abitanti di portare via i
manufatti all’interno. L’edificio ha quindi restituito molti oggetti preziosi (3 vasi in steatite, pietra nera
morbida):
● Vaso con gesto del comando. Posizione con la lancia presente anche in molti sigilli (Kanià). Di fronte
alla figura più importante vi è una figura con un elmo e una spada. E’ forse la rappresentazione di
un passaggio di consegna rituale. Vediamo anche gli stivaletti e il perizoma tipici del mondo
miceneo.
● Rhyton del Boxer. E’ una sorta di manifesto dell’allenamento dei giovani. Lo sport del pugilato
doveva essere molto praticato nel mondo minoico 🡪 Principe dei gigli: è un falso. Si tratta di un
affresco situato in uno dei corridoi che portava alla corte centrale. E’ stato riassemblato secondo
l’idea che si aveva del mondo minoico come mondo di pace, prosperità e bellezza. Era questa
un’idea che volevano dare anche i signori del palazzo. In realtà il cappello è relativo ad una donna
(tintura bianca, a differenza del colore ocra usato per gli uomini). Sono 3 parti di 3 corpi diversi. E’
probabile che una parte sia proprio la posizione del pugile.
● Vaso delle messi. Rappresenta la propaganda rituale tipica del mondo mediterraneo. L’iconografia
minoica vuole dare l’idea di una società ricca e pacifica, con un buon equilibrio tra gli dei e gli
uomini. In realtà le prime spade (epoca micenea) sono di matrice minoica. Si è pensato a delle
spade rituali. Sono spade strette e lunghe, a stocco, molto fragili. Sono stati fatti molti studi per
capire come venissero usate, probabilmente di fendente. Nell’iconografia micenea ci sono scene di
duello con posizioni che fanno pensare all’uso di armi a stocco.
Omero usa il termine elauno = “spingere la spada”. Potrebbe essere l’eco di questa pratica. Le spade
omeriche si spezzano sempre. Dal XIV sec. a.C., con l’arrivo dei micenei, si cominciano ad usare
spade da affondo e armature complete. Nel mondo minoico, invece, non si usavano ancora corazze,
ma si combatteva a petto nudo, eventualmente con i grandi scudi a 8, rappresentati anche nel
palazzo di Cnosso.
Non sappiamo nulla dei panthea minoici. Ogni sito aveva divinità peculiari. In termini artistici, però, c’è una
forte koiné rappresentativa: spesso la figura dominante è quella femminile (es: dee assise su troni). Spesso
si rappresentano divinità legate a culti ctoni, poi alla terra in quanto produttrice di terremoti. Queste
culture, infatti, sono fortemente angosciate dagli sciami sismici che si verificano a partire dal MM III.
Le figure maschili, invece, sono spesso legate ad animali. Una di queste assomiglia al dio delle tempeste
ittita. Il grifone alato è presente già nella glittica minoica. Si tratta di un animale mitologico di origine
orientale, associato in genere alle figure più importanti.
Non sappiamo se si tratti di rappresentazioni di esseri divini o umani. L’iconografia è infatti anonima. Vi è un
forte simbolismo legato a minimi dettagli e non abbiamo la scrittura di supporto.
Non sappiamo neanche quale fosse il sistema di potere minoico. Vi era un re o un sacerdote?
Nell’iconografia muraria (affreschi) si riproduce lo stesso sistema: mentre un sigillo può essere un bene di
famiglia che viaggia nei secoli, noi ci aspetteremmo sugli affreschi un aggiornamento dei personaggi attivi.
Secondo l’ipotesi di Bennett, gli affreschi riecheggiavano i sistemi iconografici che li circondavano senza
farne parte direttamente.
Es: affreschi di Santorini a Thera: si tratta di un ciclo di affreschi nelle case del sito di Akrotìri, sepolto da 30
m di colata piroclastica. 🡪 Casa dell’ammiraglio: stanza con affreschi. Vi è una scena che rappresenta lo
spostamento di una flotta. L’ipotesi è che fosse una rappresentazione della stessa Santorini. Vi è l’incrocio
tra lo stile egeo e il paesaggio di matrice egiziana.
La stanza della casa dell’ammiraglio chiude con una stanzetta più piccola. Nell’affresco, sulla nave c’è un
baldacchino nel posto di comando, dove stava il capitano. Elmo a zanna di cinghiale. I guerrieri sono seduti
e sopra le lance formano una specie di tetto. Dall’altra parte dello sbarco si vedono uno scudo a torre come
quello di Aiace e delle lunghe pertiche. La stanza è completamente affrescata con questo paramento. Chi vi
entra è virtualmente dentro il posto di comando della nave. Forse questa è una delle chiavi di lettura
dell’anonimato delle figure rappresentate nel ciclo di affreschi. Chiunque si sieda nella stanza o nella sala
del trono di Cnosso incarna, personifica, dà vita a tutto il ciclo epico rappresentato intorno. Questo grazie
alla presenza dell’aedo che canta. Egli è in grado, infatti, di caratterizzare le imprese, personificandole e
rinnovandole in base al soggetto grazie all’uso della formula omerica. Il nome del soggetto è adattato
prosodicamente e la stessa vitalità si nota anche nell’iconografia.
Affresco con scena di sbarco: c’è una schiera di uomini con elmi a zanne di cinghiale, scudi a torre, lance,
ecc. Vi è il richiamo a scene omeriche, per esempio alle schiere di Achei che difendono il muro presso le
navi. Si tratta, sostanzialmente, di una serie di flash che si aprono a seconda del momento e della necessità
di chi li rappresenta e di chi poi li andrà a ricreare. Vi è una continua riformulazione di queste storie.
Aiace, che difende le navi presso il muro attaccato da Ettore, ha uno scudo a torre e una grande lancia.
Sono topoi dell’immaginario epico che si riproducono continuamente (sbarco, difesa, morte) e che
ritroviamo anche nel VI e V sec. a.C. E’ però pericoloso cercare la realtà storica nel contesto epico: il
repertorio delle azioni rimane sostanzialmente lo stesso, cambiano solo i soggetti.
Es: cretula da Kastelli con il signore che domina sulla città. La sua postura ricorda quella dell’uomo nel vaso
col gesto di potere. C’è sicuramente un lessico iconografico, ma non è ancora stato decodificato.
Il mondo minoico era sicuramente un mondo di guerrieri.

Moda minoica
Il mondo minoico non ha oro, argento, bronzo, stagno, avorio, ecc. Deve perciò interfacciarsi il prima
possibile con i vettori di questo commercio di lusso, che ha un costo incommensurabile rispetto
all’economia agraria. Il mondo minoico riesce, però, ad innestarsi nelle grandi rotte e probabilmente a
gestirle (rotte verso Cipro e poi verso la Siria). Riesce ad accaparrarsi gli appalti del trasporto dei beni
perché, almeno all’inizio, non ha nulla da esportare. In seguito, i minoici riescono nel miracolo di esportare
la moda, che di per sé è un prodotto particolarmente elaborato e sensibile da accettare. Si riconosce così
alla cultura che prodotto un determinato capo di vestiario un qualche primato.
Tomba di Rekhmire (Amenofi II): sfilata di tributi che vengono al faraone da parte dell’isola di Keftiu (Creta).
I personaggi sono rappresentati precisamente con i ricciolini in testa, il perizoma, gli stivaletti e ceramiche
riconoscibili.
Creta è così riuscita a creare un brand esotico condiviso e accettato già a partire dal XVII sec. a.C. e ad
assumere un ruolo centrale nell’industria dei tessuti.
Le figure femminili sono sempre rappresentate a seno scoperto, la testa rasata, la vita molto stretta, si cui si
innestava la controparte del perizoma maschile, gli orecchini, il rossetto e il corpetto molto attillato.
Sappiamo come venivano fatti i tessuti, poiché abbiamo la controparte burocratico-amministrativa delle
amministrazioni micenee di 2 secoli dopo, che producevano gli stessi vestiti. Era un’industria imponente: vi
era una base di 100.000 pecore destinate solo alla produzione di lana e alla lavorazione di vestiti. Dagli
animali si arriva infatti alla confezione finale dei tessuti.
Negli affreschi vediamo decorazioni in pasta vitrea, come perline, una gonna-pantalone con sotto una
gonna di lino e un fiore di loto in metallo tessuto nel vestito o tra i capelli.
Il mondo minoico, attraverso l’allevamento ovino, la lavorazione della lana e la produzione della porpora,
riesce ad innestare un prodotto locale nel commercio internazionale dei beni di lusso. Dalla pecora i minoici
riescono così a procurarsi i beni preziosi e i metalli.
La moda e l’arte vascolare sono i 2 ambiti in cui il mondo minoico e poi quello miceneo dominano sul
mondo egiziano.
Quella tessile è un’industria molto tecnica e tecnologica, che però si ciba del mercato esterno. Dipende,
infatti, dalle vicissitudini politiche ed economiche del mondo esterno. Rispetto all’impero egiziano e
babilonese, le culture periferiche della Grecia continentale e insulare e dell’Anatolia sono sempre soggette
a violente crisi economiche. Nel momento in cui i centri principali (impero egiziano e babilonese) entrano in
crisi, le culture periferiche non hanno più un mercato su cui immettere e dal quale prendere i beni preziosi.
Metafora del re Mida: tutto quel che tocca diventa oro, ma alla fine muore di fame 🡪 Lo sviluppo tecnico
molto avanzato di questi Stati secondari, focalizzati su certe branche dell’economia, li rende molto fragili.
L’iperspecializzazione dei palazzi e della loro economia è uno degli elementi che nel tempo ne decreteranno
la fine.

Santuari delle vette


Nascono già nella fase prepalaziale e protopalaziale come prodotto di una religiosità spontanea (non
vediamo, infatti, il simbolismo dei poteri come a Festos e a Cnosso). Nella fase neopalaziale, invece,
diminuiscono drasticamente i santuari delle vette della fase precedente e quelli che restano vengono
inglobati nella logica di autorappresentazione dei grandi palazzi. Fungono dunque da vetrine ben visibili,
sulle vette, del potere politico, economico e religioso dei grandi centri.
I santuari sono tripartiti (tempietto tripartito di Festos e placchette in oro che rappresentano i tempietti,
ritrovate a Micene).
Nei santuari cominciano ad esserci depositi votivi: asce bipenne in bronzo, oro, argento, grandi quantità di
offerte di vario tipo, vasetti di libagione incisi in lineare A. La presenza della lineare A nei santuari delle
vette è la prova più chiara che ormai questi santuari sono gangli del potere centrale. La lineare A in questa
fase si diffonde moltissimo 🡪 Ha una diffusione capillare, ma quantitativamente ridotta. E’ comunque la
prova che i grandi palazzi cominciano a strutturare il proprio territorio.
Gli Stati si sviluppano su 3 livelli: capitale (es: Cnosso), palazzi più piccoli (ville minoiche) e palazzi che
dominano sui villaggi. In questo modo il controllo è più attento.
Vi è però una questione controversa: fino a che punto il dominio dei palazzi poteva essere presente su tutto
il territorio? A Santorini non c’è il palazzo, bensì case a più piani perfettamente conservate. Qui, all’interno
della cultura locale si innesta con grande forza anche la cultura iconografica minoica. Gli affreschi non
hanno dei veri e propri corrispettivi nel mondo minoico del continente, ma sono chiaramente di matrice e
influenza minoica.
Anche le Cicladi cominciano a minoicizzarsi.
Sicuramente i minoici arrivano a Mileto, dove è attestata la lineare A. Fino a qualche anno fa si parlava di
colonizzazione minoica, ma si tratta di fenomeni più complessi. Mileto pare sia stata proprio una colonia,
prima minoica, poi micenea.
A Kea e a Santorini si usa la lineare A e le stesse unità di misura usate a Creta. Vi è quindi una forte
mistione, ma non è possibile definire se si tratta di locali minoicizzati oppure minoici che si sono spostati e
hanno colonizzato, mischiandosi così alle culture locali. L’influenza può essere stata di tipo mercantile,
iconografico, culturale, oppure possono esservi stati fenomeni di emporia (piccole comunità minoiche in
Anatolia, Siria, ecc.) oppure ancora episodi di guerra o conquista (ma mantenere un esercito di occupazione
era difficilissimo).
Leggenda della talassocrazia di Minosse (Tucidide): è poco plausibile che sia un ricordo diretto del mondo
minoico (passano 1300 anni). La leggenda nasce quando Atene ha la lega di Delo. Deve quindi crearsi un
mito, un’epica di fondazione che giustifichi il suo ruolo 🡪 Anello di Minosse preso da Teseo, ecc.
Minosse nella tradizione greca è un re pertinente di fatto alla fase greca di Creta, sebbene non abbia un
nome greco. Potrebbe essere il ricordo di un dominio sui mari da parte micenea, ma non si sa.
Sicuramente il mondo minoico sa fungere da punto di passaggio di tutto ciò che viene dall’Oriente verso
l’Occidente, almeno fino al 1400 a.C. Forse controllava il mare tra Creta, Rodi e la Turchia.
In un racconto egiziano dell’XI sec a.C. (periodo di estrema crisi) si parla di un mercante che per conto del
faraone va in Libano. Qui si reca dal re, che non si interessa minimamente del fatto che sia un mercante del
faraone (l’Egitto è infatti ormai troppo debole) ed è in grado di trattenerlo a corte per anni.
Non possiamo sapere se ci fu mai una talassocrazia di Minosse. Forse “Minosse” poteva essere considerato
una sorta di titolo dei re locali.
Tra il TM IA e il TM IB (ca. 1500 a.C.) un sistema di sismi interessa tutta Creta. Il mondo minoico, anche
dopo le distruzioni della fine della fase protopalaziale, si mantiene comunque ad altissimo livello. Invece,
col sistema di sismi tra il TM IA e IB avviene qualcosa di profondamente diverso.
Dei siti abitati nel TM IA sono solo il 60% rimane occupato nel TM IB. Vi è quindi un crollo del 40%
dell’insediamento. Nel TM II (1500-1400 a.C.) il crollo arriva al 91%. In questo periodo solo il 9% dei siti è
ancora attivo. E’ un disastro demografico epocale. Tutti i palazzi vanno incontro ad una violentissima
distruzione, ma non tutti ne rimangono schiacciati. Anche il palazzo di Cnosso va incontro ad una
violentissima distruzione, che ne rende ancora più complicata la lettura stratigrafica, ma si riprenderà e
riuscirà a trarre l’ulteriore definitivo vantaggio. Riuscirò infatti ad unificare tutta l’isola. Tra il 1400 e il 1350
a.C. Creta occidentale e centrale fino a Mallia è sicuramente unificata sotto un’unica amministrazione, cioè
quella micenea di Cnosso. E’ una dominazione greca, poiché vi è stato l’innesto di una dinastia greca.
Nel TM IB le ricostruzioni sono molto diverse da quelle riscontrate nei vari episodi distruttivi delle fasi
precedenti: i palazzi vengono ricostruiti, ma raffazzonati, con una qualità muraria molto più bassa. Cnosso,
Mallia, Kòmmos e Gurnià continuano a vivere, ma con attestati molto diversi.
Festos viene ricostruito a ridosso della fine del TM IA e va poi incontro ad una distruzione definitiva durante
il TM IB. Ricostruisce quindi il suo palazzo più tardi, ma viene distrutto prima.
Un fenomeno tipico di questa fase di crisi è l’accumulo di derrate alimentari. Molti dei palazzi e delle ville
vengono sviliti nelle loro funzioni più importanti: i grandi corridoi e le grandi sale vengono spezzate per
creare ambienti di stoccaggio e dei magazzini. Questo atteggiamento è tipico di fasi culturali in cui non ci si
sente più sicuri, forse a causa della paura dei nemici.
Vi è poi anche il fenomeno dei ripostigli con la sepoltura dei beni. Spesso, infatti, materiali vecchi e non più
utilizzabili vengono messi da parte per essere rifusi quando necessario.
I palazzi tendono a sfruttare di più gli ambienti interni e si registra di più il fenomeno dei ripostigli,
ristrutturazione degli accessi ai palazzi: vengono regolamentate le entrate e le uscite. Non è più un
ambiente totalmente aperto. Questo è indizio di un timore verso l’esterno, o forse verso la stessa
popolazione. Forse in questo periodo di hanno dei problemi di natura sociale che portano le elites a
chiudersi.
Si accentua poi lo sviluppo di culti locali e domestici. Si investi in apparati religiosi. Questo è indizio di una
crisi anche morale.
Un sistema di sismi così continuativi deve aver avuto un fortissimo impatto su una civiltà dai culti per lo più
ctoni e tra l’altro prevalentemente marinara.
Santorini esplode con un cataclisma inimmaginabile.
E’ chiaro che gli dei sono enormemente insoddisfatti dei culti che gli vengono tributati. Si afferma una
diversa percezione del mondo. Si verificano anche atti di violenza volontaria su oggetti di culto. A Zagros,
per esempio, un tuffatore in oro e avorio viene intenzionalmente distrutto e sparpagliato in tutte le stanze.
Forse i conflitti che vanno radicalizzandosi tra i diversi Stati regionali prendono l’aspetto anche di conflitti
religiosi.
Compaiono in questo periodo episodi di sacrificio umano e di cannibalismo. A Cnosso ci sono tracce della
bollitura di bambini. Il sacrificio umano è l’atto massimo a cui arriva l’essere umano, non è mai un atto di
disprezzo nei confronti della vita. Si cerca, infatti, di donare agli dei il massimo possibile per scongiurare
l’imprevedibilità della morte.
Vi sono tracce di un’incipiente regionalizzazione: gli stili ceramici tendono a prendere percorsi locali. E’
l’inizio di una forma di isolamento, probabilmente perché non ci sono più vie di comunicazione tranquille.
Tale fenomeno potrebbe essere stato accompagnato da quello delle ville minoiche, che in un momento di
crisi tendono a veicolare istanze autonomiste. Lo stesso avverrà alla fine del mondo miceneo.
Intere culture collassano anche con la fine del mondo miceneo. L’eccessivo accentramento della
manodopera finalizzata alla lavorazione dei vestiti, gioielli, ecc crea dissesti sociali (tipico del Vicino
Oriente). La mancanza di personale specializzato e generalizzato è uno dei temi principali di tutti gli scambi
di lettere tra mondo ittita e mondo babilonese. Si entra quindi nelle dinamiche delle razzie e della schiavitù.
Es: tavoletta di Hattusili III, re ittita, che si lamenta con il re miceneo perché ha rapito 7000 persone. Nel
Vicino Oriente la famiglia tradizionale si smembra e si afferma un sistema di schiavitù per debiti,
determinato dagli agricoltori in crisi. Tale fenomeno è evidente anche in Grecia, fino a Clistene e Solone. Poi
c’è molto fuoriuscitismo.

Eruzione di Santorini
Non sappiamo se sia immediata o continuativa nel tempo. C’è traccia di una rioccupazione di Santorini
dopo uno dei primi sismi. Non sono stati trovati cadaveri. Le persone scappano, poi tornano e cercano di
ristrutturare qualcosa nel passaggio tra il TM IA e IB 🡪 Le 2 tipologie ceramiche sono molto simili, per cui la
datazione oscilla.
Se è stata un’eruzione unica, deve essere stata una catastrofe immane. Il fondo marino è a 500 m: la
caldera si è riempita di magma nel corso dei secoli, finché non è entrata acqua marina. Dopo il vulcano dei
Campi Flegrei (il più grande del mondo), questo è uno degli altri grandi centri di sfogo della crosta terrestre
(placca africana ed europea).
C’è un enorme sistema di sismi e tsunami. A Creta sono stati trovati gli effetti di questi tsunami. Ad
Amnisos, per esempio, il fronte del palazzo della villa minoica è arretrato rispetto alle sue fondamenta di
circa 1 m. La zona orientale deve essere stata la più colpita.
Vi è anche il problema delle ceneri sottili, che vanno a creare un velo. La conseguenza sono gli inverni
vulcanici/sismici, con un abbassamento della temperatura media e un aumento esponenziale della
piovosità.
Ci sono ceneri buone (Vesuvio) o cattive (Thera, dove le ceneri sono molto acide).
Ceneri sono state trovate anche in Palestina e in Turchia. Sono legate, infatti, ai venti dominanti. Tutto il
Peloponneso, invece, che sicuramente ha avuto gli effetti collaterali di terremoti violentissimi, è scampato
alle ceneri.
Culti delle pomici che galleggiano nell’acqua.
Conseguenze: cielo oscurato per anni, ricaduta delle ceneri, piogge acide, freddo, carestie, terremoti, ceneri
a terra. Tutto questo deve aver creato una serie di dissesti che ha portato a conflitti sia interni che tra
palazzi.
Cnosso, che nel TM II riprende le redini del potere e unifica tutta Creta, ha approfittato di questa situazione.
Questo ha acuito fenomeni di disagio religioso e conflitti, a cui dobbiamo aggiungere anche la crisi morale.
E’ forse questo il momento in cui Poseidone, che è signore della terra, diventa il signore dei mari e al tempo
stesso colui che scuote la terra.
Nel momento in cui un Paese estremamente ricco inizia un periodo di declino diventa molto appetitoso pe i
vicini, che però non arrivano dall’esterno all’improvviso. Si tratta di gruppi armati 🡪 Problema endemico
della Grecia. E’ probabile che insieme ai mercenari siano arrivati anche i principi del continente e che in
poco tempo si siano creati legami e alleanze.
Alla fine del TM II (1420 a.C.) troviamo a Cnosso un’elite che scrive in lineare B. E’ quindi greca.
Definire se sia stata un’invasione o un sistema a lunga durata di progressive infiltrazioni di queste elites
greche non è possibile, ma da questo momento in poi si chiude un grande episodio della storia di Creta e
quindi del mondo minoico. Le istanze culturali, però, procedono: di fatto il mondo miceneo è un derivato
del mondo minoico, ma da qui inizia un percorso di grecizzazione.

3/04
Il Tardo Minoico IB è un periodo di crisi per alcuni siti, ma non per tutti. Cnosso, infatti, riesce a
sopravvivere, a ricostruire e a mantenere una completa continuità insediativa fino ai secoli successivi.
L’arrivo dei micenei non avviene in un momento puntuale, ma si configura come un lungo percorso di
infiltrazioni di elementi continentali.
1420 a.C.: archivio con documenti in greco a Cnosso.
1400-1350 a.C.: Cnosso è il sito egemone a Creta e porta avanti un fenomeno di ripresa generale. Sono
attestate tavolette a Kydonia, Axos e in tutta la fascia centrale e meridionale fino alla baia di Mirabello. Il
rapporto di potere tra centri lontani (es: Festos e Kydonia) è un rapporto di dominazione cnossea, ma
anche di concertazione.
L’isola unificata resta comunque divisa in più regioni:
-Occidentale (Kydonia)
-Centrale
-Zona di Festos (Mesarà)
-Zona centrale più strettamente dominata da Cnosso
-Zona orientale (Mallia e siti satelliti).
Tutti i siti si coordinavano con Cnosso, ma la struttura dell’isola tradisce l’impianto regionale dei regni
minoici precedenti.
Nelle tavolette di Pilo in Messenia riscontriamo un territorio ben ordinato, diviso in 2 grandi province (9+7
distretti) e con ufficiali dalla nomenclatura molto precisa (es: korète = “sindaco”). A Cnosso troviamo gli
stessi nomi che troviamo a Pilo, ma anche nomi di origine più antica.
Tra il TM IIIA e IIIB il palazzo di Cnosso va incontro ad una distruzione più importante delle altre. Non
sappiamo, però, datarla precisamente. La datazione dipende dalla datazione degli archivi di Cnosso, che
però sono stati scavati secondo criteri non stratigrafici. Sono comunque state avanzate diverse ipotesi:
-Evans 🡪 Intorno al 1450 a.C.
-Studi più recenti datano al 1375 a.C. sulla base della composizione chimica del vasellame.
-Oggi si pensa tra il 1340 e il 1280 a.C.
-Alcuni sostengono la datazione più bassa, cioè il 1200 a.C., sulla base di elementi validi (tavolette accanto a
vasi a staffa del TM IIIB2).
Mancando, però, uno scavo stratigrafico, non si è in grado di stabilire quale livello sia stato un livello di
utilizzo molto più tardo. Questo problema affligge tutti i grandi palazzi, i quali hanno una vita lunghissima.
Accettando una datazione un po’ più alta (1350/40 a.C.) si riscontra per tutta Creta l’espansione e il fiorire
dei siti locali. Hagia Triada, per esempio, in questa fase viene riutilizzata da elites di matrice micenea che
hanno legami con l’Argolide. Si evidenzia la volontà dei nuovi dominatori di marcare il territorio: per
questo, per esempio, pongono sulla sommità delle rovine un gigantesco megaron. Ma è una volontà di
continuità o di discontinuità con il passato? Oggi si è dell’idea che le elites micenee vogliano marcare una
continuità anche dal punto di vista iconografico 🡪 Sarcofago di Hagia Triada (museo dei gessi) cono
l’iconografia del rituale. Hagia Triada in questo momento è un potentato molto ricco. La datazione è
complessa: questa Hagia Triada è l’Hagia Triada che si sviluppa durante il regno di Cnosso o subito dopo la
caduta del palazzo?
A Kydonia si sviluppa un palazzo miceneo, dove sono state ritrovate tavolette in lineare B. Fino al TM III b2
(1200 a.C.) è sede di amministrazione e di un’industria per l’esportazione del vino e dell’olio. Tra Kydonia e
la valle di Amari, dove è stata ritrovata un’acropoli risalente alla fase post-cnossea, sono state trovate
molte anfore a staffa inscritte. Il mercato di riferimento è l’Argolide, la Beozia e l’Attica. Le iscrizioni
seguono i modelli tipici delle amministrazioni palaziali: nome, toponimo e ufficiale di riferimento. Il nome
Anoto (importante ufficiale di palazzo o capo forse di un gruppo di persone a lui sottomesse) lo si ritrova
anche nell’archivio di Cnosso.
Nelle anfore a staffa di Kydonia troviamo toponimi che ritroviamo anche nell’archivio di Cnosso. Sono tutti
toponimi della zona centro-occidentale dell’isola.
Il palazzo di Cnosso perde il suo potere tra il TM IIIA e IIIB e le regioni più lontane dal palazzo riprendono
forza e hanno più agio di muoversi e commerciare con altri partner.
Lo sviluppo di Hagia Triada dura poco, perché nel TM IIIB viene distrutta. Non c’è più il megaron, non ci
sono mura vere e proprie, ma gli edifici che delimitano la zona centrale hanno muri spesso 3 m.
Costituiscono quindi una sorta di roccaforte.
Tra il Tardo Minoico III B e C si ha la definitiva, anche se lenta, decadenza dei poteri locali e il collasso del
sistema palaziale.
Nel Tardo Minoico III A non si parla più di terremoti. L’ipotesi è che la fine del palazzo di Cnosso sia stata
causata dagli stessi Greci del continente, i quali conquistano Cnosso minoica. Si forma così un regno
potentissimo che a sua volta finisce per ostruire le rotte commerciali verso il continente. Quindi il
continente che ha conquistato Creta per liberarsi dal giogo minoico si trova a sua volta dominato dai signori
micenei di Cnosso, che riprendono le rotte minoiche.
Mileto diventa una colonia micenea. E’ uno dei pochi esempi certi di colonizzazione.
Nelle fonti ittite Milawata (Mileto) è una delle capitali più importanti del regno di Ahhiyawa (Achaioi), che
per 2 secoli (1400-1200 a.C.) si scontrerà con il regno ittita, con capitale Hattusa. Il regno di Ahhiyawa si
trova al di là del mare (isole o continente?) ed è sufficientemente forte da destabilizzare tutta l’area e
costringere a grandi spedizioni verso occidente. Viene identificato come un regno acheo-miceneo (Achaioi =
micenei).
Le fonti ittite sono strumenti di propaganda, ma anche riferimenti storici. Abbiamo il promemoria che il re
faceva agli ambasciatori ittiti presso gli Achei. Non sono documenti pubblici 🡪 L’ambasciatore cerca di
incontrarsi col re di Ahhiyawa, definito il “Gran Re”. Questo è significativo nel XIV sec. a.C., perché Gran Re
era considerato solo il faraone, il re ittita, il re babilonese e il re del regno tra l’alta Siria e il sud
dell’Anatolia. E’ quindi un privilegio enorme (gli Assiri, per esempio, non verranno accettati in questi
termini). Nelle tavolette egiziane, però, non compare mai un re di Ahhiyawa 🡪 Fino alla metà del XV sec.
queste zone erano chiamate dagli egiziani “Keftiu e le isole in mezzo al grande mare”, in seguito scompare
la dicitura “Keftiu”. Questo potrebbe coincidere con il passaggio dal regno minoico al regno miceneo.
Mileto diventa il punto cardine del potere miceneo in Anatolia, erede diretto della colonia minoica. E’ la
causa prima della nascita del potere miceneo in Anatolia e allo stesso tempo è causa della sua fine.
Regno di Arzawa 🡪 Il re ittita dichiara guerra al re di Arzawa e distrugge il suo regno, lasciando così campo
libero ai micenei in Anatolia, i quali, a partire dal 1300 a.C., vedranno una grande espansione in quest’area.
Nel 1220 a.C. il problema diventa così insostenibile che il re ittita decide di prendere Millaanda con la forza
e di raderla al suolo. Il sito è archeologicamente rilevante, poiché si vedono gli strati di Mileto minoica,
micenea e delle fasi successive.
In questo periodo vi è quindi un grande dinamismo di queste entità politiche, che superano il livello
regionale. Questo riguarda Cnosso, ma probabilmente anche Micene e Tebe. Una prova potrebbe essere
rappresentata dalla definizione di Gran Re del re del regno di Ahhiyawa.
La tradizione epica ricorda un’impresa panachea sotto l’egida di Agamennone. E’ indizio di un momento di
particolare espansione e omogeneizzazione della cultura micenea tra XV e XIII sec. a.C.

Grecia continentale
MM IA a Creta = ca. 2000 a.C.
2000-1600 a.C.: Mesoelladico. La storia della Grecia continentale è molto diversa da quella di Creta. Tra il III
e il II millennio a.C. arrivano in Grecia nuove genti che portano il greco e nuove tecnologie (uso del carro e
del cavallo, lavorazione dei vasi al tornio, ecc.). E’ un momento di omogeneizzazione delle culture elladiche.
Abbiamo, però, pochi attestati archeologici: alcuni siti vengono dall’Argolide, Messenia, Beozia e Attica.
Un sito importante è quello di Lefkada in Tessaglia.
Siti con una continuità insediativa permettono di creare le sequenze ceramiche e stratigrafiche:
-Lefkada (Tessaglia)
-Lerna
-Kolonna (Egina).
Sono però siti molto ridotti e poco sviluppati anche demograficamente, con circa 100/150 abitanti. Sono
posizionati in luoghi strategici, un po’ dentro la pianura e ai piedi delle montagne. Questa è una
caratteristica tipica della cultura elladica, diversamente dalla cultura minoica, che è priva di fortificazioni.
Sono culture con una bassa differenziazione sociale. Ritroviamo inoltre elementi molto simili a quelli del
Bronzo Antico.
Gli attestati archeologici più importanti di questa fase sono gli edifici domestici e le tombe 🡪 Non si è ancora
strutturata una religiosità domestica.
CERAMICA
La ceramica dominante è quella minia, tipica della zona della Beozia e dell’Argolide. Insieme alla ceramica
matt-painted permette di datare meglio i contesti. La cultura mesoelladica locale è molto forte. Abbiamo,
infatti, innesti di forme ceramiche tipiche della Beozia e dell’Argolide su realtà ceramiche locali molto
persistenti. La cultura mesoelladica ha quindi creato un sentimento di forte compattezza 🡪 Nel TE III (1400-
1200 a.C.) c’è una forte unità culturale iconografica e ideologica.
Il Mesoelladico viene oggi diviso in primo, secondo e terzo (1750-1650 a.C.). In realtà è il Mesoelladico III ad
essere meglio definibile anche in termini ceramici, mentre le fasi precedenti, essendo molto omogenea la
cultura elladica dell’epoca, non sono precisamente databili. Oggi, però, grazie agli studi archeologici fatti, il
Mesoelladico comincia ad essere compreso un po’ meglio. La stessa cosa vale per la fase post-palaziale.
La ceramica minia viene divisa da Dickinson in 3 fasi:
● Early Mynian: grigia 🡪 ME I
● Decorated Mynian: rossa 🡪 ME II
● Late Mynian: gialla 🡪 ME III.
Si tratta di ceramiche di altissima qualità, fatte al tornio. Hanno forme carenate, a spigolo e subiscono
l’influenza delle corrispondenti forme metalliche. La ceramica minia grigia, per esempio, imita i vasi in
argento, quella gialla i vasi in oro e quella rossa i vasi in bronzo 🡪 Scheumorfismo.
Nella ceramica matt-painted, invece, si vedono già i tratti marcanti della cultura elladica rispetto a quella
minoica. E’ una pittura opaca, scuro su chiaro. Tradisce qualche influenza dal mondo minoico, ma è una
produzione locale. Le decorazioni sono precise e tendono a privilegiare parti specifiche del vaso (collo,
pancia, anse). Vi è quindi una razionalizzazione del vaso e delle forme e una certa stilizzazione (forme
geometriche).
L’unione della ceramica minia e della matt painted darà vita alla cultura ceramica micenea, caratterizzata da
decorazioni scuro su chiaro e alta qualità. Essa è il vettore privilegiato dei commerci dell’epoca.
L’isola di Egina ha un ruolo importante per lo sviluppo della cultura mesoelladica. E’ il punto di contatto tra
il mondo insulare e il mondo continentale. E’ l’isola più a nord della rotta occidentale, quindi un trampolino
verso l’Attica e le miniere del Laurio.
In questa fase spesso ci sono rappresentazioni di navi, con l’esportazione di un’ideologia mercantile e
militare. Quando i potentati locali (Micene, Tebe) arrivano ad un punto di rottura del loro sviluppo, la prima
a saltare sarà Egina. Creeranno, infatti, nuovi porti a nord, nella zona di Epidauro, per intercettare e
disarticolare la forza di Egina.
Per tutto il Mesoelladico, però, le culture locali hanno percorsi evolutivi propri 🡪 L’Attica all’inizio ha un
percorso simile a quello della Messenia, mentre l’Argolide si configura come la regione più importante.
Grafico del numero dei siti attestati. Tra il TE IIIB e il TE IIIC (1220-1190 a.C.) passano solo 15 anni, ma di
fatto crolla un mondo, cambiano le usanze e scompare la tecnologia. E’ un grande mistero.
Asine: si trova nel golfo dell’Argolide, a 12 km da Tirinto e 20 da Micene. Sorge su un promontorio sul mare.
L’architettura domestica è caratterizzata da grandi androni rettangolari che preludono ai megara (struttura
tipica del mondo miceneo 🡪 Grande sala centrale, un’anticamera che può essere a sua volta introdotta da
un porticato e una stanza sul retro).
Non abbiamo indizi di sviluppo in termini specialistici nella lavorazione dei metalli e della ceramica. E’
un’attività ancora domestica e autarchica.
I siti funerari non sono ancora cimiteri. Abbiamo infatti tombe intramurarie nelle case e tombe a cista
(piccole fosse nel terreno strutturate con qualche muretto oppure sopraelevate). La religiosità e la sfera del
culto dei morti è ancora domestica e privata.
I corredi sono minimi, rappresentati da qualche vaso e strumento. Andranno ad arricchirsi nel corso del
Mesoelladico, soprattutto II e III. Vi sarò anche un drammatico incremento in termini soprattutto
demografici, forse come conseguenza di un miglioramento delle condizioni di vita e dell’aumento della
produzione, a sua volta dovuto ad un miglioramento della tecnologia.
Il mondo mesoelladico a poco a poco sta entrando nella rete internazionale e il vettore principale di queste
istanze è il mondo minoico, che aveva già colonizzato Citera (sotto la Laconia) nelle prime fasi del suo
sviluppo palaziale.
Tra il ME II e III si registrano maggiori contatti col mondo minoico da parte dell’Argolide, della Beozia e della
Messenia e la cultura minoica inizia quindi a permeare e a influenzare lo sviluppo delle culture elladiche.
Nel 1450 a.C., in concomitanza con la distruzione di Cnosso, si ha l’esplosione della civiltà palaziale
micenea.
Lerna 🡪 Esempio della casa di Lerna. L’area esterna è adibita ai lavori. Siamo però ancora in un contesto
domestico. La ceramica minia è di buona qualità.
Nel corso del ME II e III si denotano nuove forme di sepoltura, legate anche a tradizioni molto più antiche
(ad esempio i tumuli a Micene e in Attica). Un’altra tipologia di tombe, che si diffonde soprattutto in
Messenia, è costituita dalle tholoi, tombe circolari comunitarie. Non sappiamo bene come fossero coperte,
se con un tetto piatto o già con una copertura a falsa volta (sistema di murature progressivamente
aggettanti, poi lisciato). Questa tecnica raggiungerà il massimo sviluppo a Micene tra il XIII e il XII sec. a.C. E’
una tecnologia molto avanzata. La tholos è un simbolo della comunità e del clan 🡪 Struttura a clan gentilizi:
famiglia accentrata che gestisce le sue ricchezze attraverso una rete clientelare di rapporti.
1600-1550 a.C.: rapido progresso delle tombe di Micene.
In questo periodo abbiamo 2 siti significativi: Argo e Malthi Dorion (Messenia). Le comunità stanno
sviluppando la loro rete di comando. Le tholoi della Messenia e i tumuli dell’Attica sono il simbolo di queste
elites in via di organizzazione. In questo periodo, però, ci sono anche piccole guerre endemiche. Dagli
attestati vediamo i micenei sempre rappresentati sottoforma di cacciatori o guerrieri. Vi è quindi un
accentuato spirito guerriero, a differenza di Creta.
Nella Grecia continentale percorsi evolutivi molto differenziati porteranno alla definizione di aree di
potere 🡪 La Messenia attorno al palazzo di Pila, l’Argolide attorno al palazzo di Micene e la Beozia attorno al
palazzo di Tebe. E’ però sbagliato vedere questo sviluppo nell’ottica deterministica dell’età palaziale. Ci
sono, infatti, ampie zone della Grecia dove i palazzi non si svilupperanno: Attica, tra Beozia e Tessaglia,
Acaia, Corintide, Elide, Arcadia. Solo da poco è stato ritrovato un palazzo a Sparta (Laconia).
L’Attica ha un grande sviluppo alla fine del ME e nel TE I e II, ma poi si blocca. Non c’è, infatti,
un’enucleazione di poteri economici, religiosi e politici.
L’Acaia è erede, almeno in termini culturali, di Micene (Achei). Non ha palazzi, così come Corinto, la zona
occidentale di Epidauro, Trezene e l’Attica, schiacciata forse da Tebe e Micene. Tra queste ultime vi sono
molti contrasti. Nelle tavolette tebane c’è il nome di Egina. Questo vuol dire che l’influenza tebana doveva
arrivare fino all’Attica.
Lo sviluppo del palazzo non è lo sviluppo necessario delle culture mesoelladiche, è solo uno sviluppo
possibile. Questo deve essere tenuto in considerazione quando scompaiono i palazzi. Cambia
completamente il pattern insediativo.
L’evoluzione è diversamente articolata nelle varie zone della Grecia. Quando scompaiono i palazzi, le
regioni che non avevano diretto rapporto col palazzo o che comunque non avevano un’economia palaziale
si sono venute a trovare in una condizione migliore. Non è necessario pensare a delle invasioni.
Argos è uno dei centri più importanti in epoca mesoelladica. Aveva una posizione perfetta. Possedeva 2
acropoli: Aspis (a nord) e Larissa (a sud-ovest). Gli attestati dell’epoca mesoelladica micenea sono però
molto ridotti.
L’Aspis è la prima parte ad essere insediata. Qui troviamo attestati di fortificazioni, forse un cerchio di mura
legato alla fase terminale del ME. Pare che la fortificazione proseguisse verso valle. In fase micenea, però,
Argo non dà traccia significativa di sé.
In un secondo momento si va a fortificare anche Larissa. Dopo un’esondazione l’area meridionale viene
abbandonata e riutilizzata come area funeraria. Vi è quindi una discontinuità insediativa e un cambiamento
di funzione (cfr. corridor houses di Lerna e le tombe successive: chi ha messo la tomba non sapeva che sotto
ci fosse una corridor house).
Il passaggio da zona di insediamento a zona di sepoltura denota che nella fase finale del ME qualcosa non
era più lineare e pacifico. Si passa dalla base della collina all’acropoli e si defunzionalizza la parte
sottostante. Un’ipotesi è che l’evoluzione di Argo sia stata bloccata dallo sviluppo di Micene e Tirinto, centri
vicinissimi. E’ probabile che i primi problemi tra Argo e Micene siano nati in questa fase, visto che dopo la
fase classica dell’età micenea Micene è dominante su tutta l’area. Piccoli gruppi di elites di Argo si
contrappongono a quelli di Micene.
Omero parla dei Micenei come degli Argivi. Se però la storia è andata così i Micenei sono stati i nemici per
eccellenza di Argo in questo periodo. Tra la fine dei palazzi micenei e Omero, di fatto Argo si apporpria del
repertorio mitologico che era stato proprio dei micenei, in modo da legittimare il suo potere sul territorio.
Questo deve far capire quali insidie si nascondano dietro la narrazione epica.
L’identità etnica di un gruppo è tanto forte quanto illusoria. La definizione di sé stessi rispetto agli altri
dipende da molti aspetti. Per esempio, il contatto con realtà etniche completamente diverse che arrivano,
subito sviluppa all’interno una forte identificazione etnica. Il sentimento di appartenenza etnica è un fatto
soggettivo e comunitario. La definizione dell’identità etnica è dunque assai elusiva, ma in certi momenti
storici è un forte elemento coagulante 🡪 Dori vs. Ioni: non c’è una reale distinzione. L’identità etnica argiva
si fonda sulle tradizioni epiche locali di matrice micenea, ma che poi diventano un bagaglio culturale argivo.

Malthi Dorion (Messenia). E’ la prima cittadella fortificata che noi conosciamo nella Grecia continentale. La
datazione oscilla tra il ME III e il TE I. Il sito è stato scavato negli anni ’30.
Le mura sono realizzate con una tecnica protociclopica 🡪 Terrazzamento fortificato: la fortificazione si
addossa sulla collina. Le mura vengono strutturate per esigenze difensive, ma sono anche il prodotto di una
volontà di autorappresentazione. L’ispessimento del muro in prossimità delle porte è legato alla presenza
della torre.
La parte più alta ha un’altra fortificazione interna. Sono state trovate grandi giare da stoccaggio, che
indicano la presenza di magazzini comuni.
Siamo agli albori dello sviluppo delle molte roccaforti micenee.
Malthi Dorion perderà presto la sua importanza perché verrà sottomessa dal palazzo di Pilo, che però non
ha le mura. Quindi associare la civiltà micenea ai monumenti di tipo ciclopico è giusto fino ad un certo
punto. La fenomenologia delle architetture difensive è infatti molto diversificata. Ci sono percorsi evolutivi
diversi.
Il momento immediatamente precedente al grande boom della cultura micenea è caratterizzato da una
serie di tendenza generali, che si manterranno anche in seguito:
-Tendenza alla fortificazione dei siti.
-Grande incremento demografico.
-Autorappresentazione come cacciatori e guerrieri.
-Sviluppo dei contatti molto accentuato.
Alla fine del ME III la società comincia a strutturarsi in senso verticistico, vi è lo sviluppo di tecnologie e di
diversificazioni sociali legate proprio alla produzione.

4/04
L’inizio dell’età micenea è posto nell’età delle tombe a fossa, a cavallo tra il ME e il TE I-II. Vi è però un
problema cronologico: le tombe a fossa sono state scavate da Schliemann senza cura per il vasellame
datante.
In generale, il circolo A (interno alle mura) è databile al periodo 1650-1450 a.C./1600-1500 a.C.; il circolo B,
invece, esterno alle mura, è più antico ed è databile al periodo ME II finale – ME III con qualche accenno al
TE I 🡪 1700-1650 a.C.
La ceramica di Santorini in questo caso è poco diagnostica, poiché abbiamo stili ceramici che convivono.
MICENE: ha un momento di straordinaria fioritura nell’età delle tombe a fossa. Essa non corrisponde
all’inizio della civiltà micenea, ma è il momento in cui in termini archeologici questa cultura ci appare. Si
configura come una sorta di cattedrale nel deserto: il paesaggio archeologico mesoelladico è poco noto ed
estremamente ridotto, mentre nell’età delle tombe a fossa assistiamo all’ostentazione di una ricchezza
spropositata. In termini di siti e attestati architettonici, quindi, l’età delle tombe a fossa rimane isolata, dal
momento che la fase del TE II e IIIA iniziale è poco nota a causa dei palazzi di età successiva.
Dalla stessa Micene, eccetto i circoli delle tombe, non abbiamo nulla di questo periodo. I palazzi di epoca
successiva, infatti, si installano sopra gli attestati di epoca precedente, andando a distruggerli quasi tutti.
Diversamente, si hanno molti attestati dell’evoluzione di Micene, con le case ciclopiche del TE IIIA.
PILO: c’è il palazzo, risalente al TE III b2. Si vedono parti dell’edificio precedente, ma della Pilo del TE IIIA
non sappiamo nulla, tanto meno della Pilo mesoelladica.
Nelle fasi successive gli attestati della cultura micenea sono molti: case, villaggi, fortificazioni, ecc. Per le fasi
più arcaiche, invece, il circolo delle tombe a fossa è l’unico attestato. L’unico antecedente ai 2 circoli è la
sepoltura della tomba a fossa del guerriero di Egina a Kolonna, che è uno dei capisaldi per la cronologia
dell’evoluzione di queste comunità, anche se Kolonna ha un ruolo particolare: è infatti il terminale dei
commerci e rimane quindi fiorente, con molto attestati archeologici, per molti secoli.
KOLONNA: nella prima fase del Bronzio Medio si crea una prima cerchia di mura e poi una seconda. Si
colma lo spazio in mezzo, poi si crea una terza cerchia e così via, andandosi così ad allargare il sito, finché
nel ME II e III prende l’aspetto di edifici collocati sopra le colmature tra le diverse fortificazioni.
Cfr. TROIA VI: mura dive Schliemann pretende di aver individuato le porte Scee. Le mura hanno la
massicciata tipica della cultura orientale e siriana del Bronzo Medio, cioè una massicciata con una forte
inclinazione, dove sopra si piantano le mura.
Schliemann non aveva capito, però, che si trattava dell’acropoli della città. La parte alta era fortificata,
quella bassa era protetta da fossati e terrapieni, con le entrate in legno.
Omero ha sicuramente visto Troia, ma ha visto quello che restava di essa e l’acropoli. L’insediamento
dell’età del ferro era estremamente più piccolo di quello dell’età del bronzo. Le mura al tempo di Omero
erano ancora visibili, mentre oggi non sono state ritrovate.
A Kolonna, nell’interstizio tra i 2 muraglioni, è stata ritrovata la tomba a fossa del guerriero.
Tomba a fossa (shaft grave): taglio profondo nel terreno che viene strutturato perimetralmente con dei
muri a secco e poi chiuso con un tetto in legno incannucciato e quindi sigillato il più possibile. E’ un tipo di
sepoltura più elaborato rispetto alle tombe a cista del Bronzo Medio.
Nella tomba del guerriero sono stati ritrovati pugnali, una spada, zanne di cinghiale cucite sull’elmo
(probabilmente era una forma di calotta dell’elmo arcaico, perché il numero di zanne ritrovate non è
sufficiente per coprire l’intera calotta. Come dice Omero, l’elmo a zanne di cinghiale è fatto a fasce 🡪 Iliade,
X: elmo di Ulisse). E’ la prima volta che troviamo un personaggio di rango che si fa seppellire in modo da
essere riconoscibile come guerriero anche nell’aldilà. Anche la posizione della tomba è in un luogo
significativo della città.
E’ probabile che gran parte della Grecia partecipasse a questo momento di grande sviluppo, ma ad oggi non
abbiamo altri attestati oltre a quelli di Micene e Kolonna, dove troviamo anche la caratteristica spada
micenea con le borchie d’oro, di cui abbiamo un’eco in Omero.
L’età delle tombe a fossa e i circoli funerari micenei sono fondamentali per capire l’evoluzione della Grecia
mesoelladica. Abbiamo 2 circoli:
● Circolo B: 26 tombe a fossa. Il circolo è chiuso da muri e si trova in un’area cimiteriale
monumentalizzata e riconosciuta come tale. Si distinguono 2 fasi di distribuzione della sepoltura:
-Una fase più arcaica, con tombe più piccole (s, t, ph, l2, l1, th, a2, p, cs1), scavate nella roccia, mediamente
orientate da nord a sud, con pochi e poveri corredi interni. In queste tombe troviamo le prime armi
e una pisside cicladica, risalente all’Antico Elladico. Questo significa che c’è una sorta di memoria,
anche se non puntuale: è infatti chiara la percezione dell’antichità e del valore del manufatto, ma
non si sa esattamente da dove provenga.
-Nella fase successiva le tombe sono più grandi, il loro orientamento è da nord a sud e vi è un maggiore
impegno architettonico. Sono comunque strutturate come fosse nel terreno. Risalgono al periodo
di maggior splendore delle elites sepolte e sono le tombe b, i, k, l, cs.
Tomba gamma: vi sono sepolti 3 personaggi. E’ una delle tombe più ricche, con un ricco deposito di spade,
lance, pugnali, frecce, scaglie di zanne di cinghiale e una maschera di elettro. I resti degli estinti
precedenti non sono trattati con molto rispetto e questa è una caratteristica del modo di seppellire
dei micenei. Anche nelle tombe a camera della fase successiva, infatti, il corpo a un certo punto non
viene più considerato. Si è pensato a tal proposito che nel rituale miceneo fosse fondamentale il
periodo in cui le ossa erano ancora connesse da tessuto.
Nelle tombe reali ci si vuole seppellire in qualità di guerrieri. I micenei, quindi, in questa fase sono in grado
di gestire volumi economici notevoli. Il corredo è un’enorme dimostrazione di forza. E’ disposto in
modo da lasciare libero il corpo. Le persone sono mediamente sane: i crani sono stati trapanati e
poi richiusi per togliere l’ematoma; ci sono poi lussazioni e abrasioni della tibia e sulla spalla, forse a
causa dell’uso degli scudi a torre, molto grandi.
Alcuni inumati a Cnosso, nelle tombe del New Hospital (dopo il 1450 a.C.) non hanno questa postura delle
gambe divaricate, ma anche in queste tombe il corredo lascia dello spazio libero intorno al corpo.
Le tombe dei guerrieri di Cnosso si allineano cronologicamente con l’arrivo della lineare B. Questo
dimostra un’infiltrazione di elementi dal continente.
Graffe di bronzo: probabilmente univano la parte centrale dello scudo a 8 con la parte laterale. Lo sappiamo
dall’iconografia. Lo scudo per il resto non lascia tracce, salvo delle fasce lunghe di metallo d’oro che
sembrano telamoni, cioè cinghie che sostenevano gli scudi.
I guerrieri costituivano delle elites.
Le tombe a coppia farebbero pensare a coppie di guerrieri 🡪 Elemento che ritroviamo nell’iconografia del
circolo A.
Nella fase finale (albori del TE I) le tombe del circolo B vanno incontro ad un impoverimento. Le tombe si
riducono, i corredi maschili si fanno più poveri, mentre rimangono più ricchi nelle sepolture
femminili. L’ultima fase del ciclo di tombe B è coeva alla prima fase delle tombe più antiche del
circolo A. Questo ci permette di creare una sequenza di sviluppo di Micene tra un circolo e l’altro. Il
momento di passaggio è il TE I.
Sono state ritrovate anche delle stele prive di decorazione. E’ la prima volta. Erano tombe probabilmente
reali, situate in un cimitero monumentalizzato e con segnacoli che andavano a definire l’esatta
posizione di personaggi reclutati sufficientemente importanti da dover essere sempre riconoscibili 🡪
Caratteristica che ritroveremo anche nel circolo A.
● Circolo A: è strutturato con una sorta di balaustra monumentale (grandi lastroni messi per creare il
muro), che va a sostituire il muro circolare. Le mura vengono costruite 200 anni dopo l’ultimo uso
delle tombe.
Le tombe più antiche sono la 2 e la 6 e sono anche le più povere (ME finale – TE I). Nella fase successiva vi è
un exploit incredibile, con un grandissimo sviluppo. Sono, infatti, le tombe più ricche
nell’archeologia greca ad oggi. Sono caratterizzata anche dalla presenza di stele.
2 secoli dopo l’ultimo uso delle tombe il cimitero viene rimonumentalizzato (TE IIIb1 – b2): si amplia il
circolo delle mura, si costruisce la porta dei leoni, si chiude l’area sacrale con i sacelli. Si manifesta
quindi un sentimento di culto degli antenati. Vengono anche rimesse in piedi le stele, tra cui la
famosa “stele dei guerrieri”, con tracce ancora dell’antica pigmentazione.
Le stele del circolo A, a differenza di quelle del circolo B, sono decorate e abbiamo le prime attestazioni del
carro e del cavallo su terra greca. Il carro era già usato come immagine di propaganda, per esempio
nell’iconografia di matrice orientale (Ramsen), dove spesso il carro travolge il nemico. Il cavallo,
invece, arriva a partire dal ME come una grande innovazione.
Le manifatture sono molto grezze. I micenei erano in grado di lavorare il metallo, ma la scelta di decorare le
stele in questo modo è dettata da motivi che non conosciamo, di tipo culturale. Si ha lo scontro-
incontro tra tradizioni culturali-artistiche diverse che vanno a colmare ambiti semantici diversi. Si
tratta probabilmente di manufatti di tradizione elladica, non minoica (eccetto i motivi della spirale).
A volte vi è l’influenza orientale 🡪 Il faraone calpesta o travolge il nemico col carro (gazzella e
leone). In questa fase l’iconografia è quella della forza e della violenza, poi scomparirà. Manca,
però, nell’iconografia greca di tutti i tempi una demonizzazione del nemico, cioè una
rappresentazione del nemico come elemento che accomuna il male fine a sé stesso. Diversa è
invece l’iconografia egiziana, in cui il faraone rappresenta l’ordine, mentre tutto ciò che lo circonda
è il caos. Si rappresenta spesso la lotta tra il bene e il male, tra l’ordine e il disordine. Nel mondo
greco, invece, il persiano, per esempio, è rappresentato comunque in veste eroica e con pari
dignità (Iliade).
Su un sigillo proveniente da Hagia Triada e su cretule da Creta vi sono scene violente. Nel resto dei casi le
rappresentazioni sono paritetiche: non c’è alcun tentativo di caratterizzare il nemico come diverso.
Cogliamo così frammenti del loro modo di ragionare 🡪 Sorta di idealizzazione epica.
Gli stessi cinghiali vengono rappresentati come eroi in Omero. Anche per la caccia, infatti, c’è un lessico
dell’eroicismo che riguarda sia gli animali sia i cacciatori. Tra cacciatore e animale c’è una sorta di
simbiosi, di riconoscimento. Questo è tipico della cultura micenea e poi omerica della fase
successiva.
1250 a.C.: i signori di Micene rimonumentalizzano il circolo A. Scavano intorno, mantengono il circolo di
tombe a ricostituiscono le lapidi. Non è un caso che da qui provenga uno dei cocci con scritto
“Teseo”. E’ il primo attestato di culti eroici proveniente da Micene. Verso sud-est si apre l’area
sacra della cittadella di Micene.
All’interno del circolo A distinguiamo 3 fasi di tombe:
-Prima fase: tombe 2 e 6 (ME finale – TE I 🡪 1650-1550 a.C.)
-Seconda fase: tombe 3,4,5 (TE I avanzato 🡪 1550-1500 a.C.)
-Terza fase: tomba 1 🡪 E’ la più recente (TE II, 1450 a.C.)
I micenei qui seppelliti sono i più grandi antenati dei micenei che conquisteranno Creta. Il legame con
Micene è forte.
In tutto sono 6 tombe, con 12 inumati. Le tombe sono sia familiari sia reali, con diademi e gioielli in gran
quantità.
Elementi del corredo:
Bambino il cui corpo è stato completamente rivestito di lamine d’oro. Deve essere messo in relazione con le
maschere d’oro, forse di lontana influenza egiziana. Al di là della maschera di elettro trovata nel
circolo B, le maschere d’oro non hanno una tradizione e non trovano confronti nella Grecia
micenea e greca. Sono forse di matrice balcanica.
Da dove si prendeva l’oro? L’ipotesi è che Micene facesse da intermediaria nell’importazione dell’oro dai
Balcani, non dall’Egitto (di mezzo ci sono Creta e i mercanti siriani e anatolici, che attraggono molto
di più).
La maschera di Agamennone è un po’ diversa dalle altre. Forse è stata ribattuta da Schliemann. Il defunto
della maschera è parzialmente mummificato mediante l’uso di resine e balsami. Le maschere
scompaiono poi come manufatto dal mondo miceneo.
I sarcofagi palestinesi del XIII sec. a.C. sono molto simili a questo tipo di maschere.
Tutankamon venne sepolto sbagliando i dosaggi di resina e balsamo, per cui il corpo si è carbonizzato a
causa di un’autocombustione.
Nelle tombe 3, 4 e 5 ci sono 13 kg d’oro (maschere, vasi, applique di foglia d’oro), 70 kg di bronzo, 30 kg di
argento (100 armi), stagno, vasi in pietra e in avorio, 1400 perline d’ambra. L’ambra arriva dal
Baltico. In questo momento i signori di Micene sono in grado di drenare beni di altissimo valore 🡪
L’argento viene dall’Anatolia, il bronzo da Cipro, l’oro dai Balcani, lo stagno non si sa.
Molte sono le cause del grande sviluppo della cultura micenea, a partire dal nulla archeologico:
-Invasioni, secondo alcuni degli Ixos, i quali, cacciati dall’Egitto alla metà del XVI sec. a.C., si rifugiano in
Grecia portando oro e argento. Secondo altri, si tratta di invasioni di nordici.
-I villaggi comunicano continuamente tra loro: interagiscono spesso da pari a pari o con commerci disuguali,
creando però un fenomeno di condivisione di molti aspetti della cultura materiale. Le culture, le società, le
civiltà, le città creano una rete di collegamento economico-culturale (guerra, rapporti di gemellaggio,
sinecismo, ecc.), creando di conseguenza una situazione di incipiente sviluppo. Si generano così culture con
tratti misti.
In questo stesso periodo, invece, la cultura minoica è in gravissima difficoltà in seguito all’eruzione di
Santorini. I Micenei si trovano allora al posto giusto nel momento giusto. E’ la congiuntura più favorevole
per svilupparsi. E’ quindi assurdo pensare che dei minoici avessero colonizzato. Tuttavia, ci manca tutto il
contesto che ha permesso alle elites micenee di diventare quello che sono. I 2 circoli di tombe ci
permettono di vederne l’evoluzione in 200/250 anni. Sicuramente il mondo miceneo aveva contatti col
mondo minoico, anatolico, balcanico e siriano.
I 2 circoli di tombe a Micene sono diacronici e per una fase si sovrappongono. E’ stata quindi avanzata
l’ipotesi che l’elite del circolo A abbia ad un certo punto scalzato l’elite del circolo B, causando una
decadenza che noi riscontriamo nelle fasi più tarde del circolo B; ma è anche vero che le sepolture
femminili del circolo B sono per ricchezza equiparabili alla tomba più antica del circolo A.
Nelle fasi successive il circolo A viene rimonumentalizzato e inglobato nella cittadella, mentre il circolo B
viene in parte distrutto per la tomba di Clitemnestra 🡪 Tomba a tholos contestuale alla
monumentalizzazione del circolo A. Questo significa che l’elite di Micene del TE III B2 (1250 a.C.) o non sa
più che esiste il circolo B o lo sa e lo defunzionalizza per mettere in risalto la differenza.
Sullo sfondo dei 2 circoli, infatti, si gioca un’importante partita di simbologia del potere. Si tratta di una
guerra ideologica riguardante la collocazione strategica delle tholoi: pare che l’ultima dinastia di Micene
abbia voluto fortemente identificarsi con l’elite del circolo di tombe A. Potrebbe trattarsi di un’azione di
propaganda, ma non sappiamo se il collegamento sia vero o falso.
PORTA DEI LEONI: alcuni studiosi ci vogliono vedere la volontà di rappresentare la conciliazione di 2 casate
contrapposte, ma è abbastanza inverosimile. Si tratta piuttosto di una posizione araldica, con la colonna
centrale, molto frequente nel mondo antico. Sicuramente, però, ai vertici dei rapporti a Micene c’è un forte
contrasto tra diverse elites. E’ probabile, anzi, che ci fosse uno stato di guerra endemica in tutta la Grecia,
nonostante il grande sviluppo di questo periodo.
Alla fine dell’età delle tombe a fossa (1500-1450 a.C.) ci sono molti indizi di conflittualità interna in tutta la
Grecia. Intorno al 1450 a.C. tale conflittualità rientra e si ha il boom della cultura palaziale micenea. Forse la
formazione di elites forti (Micene, Tebe, Pilo), che porta all’edificazione del palazzo, pacifica e pone fine ai
conflitti interni o viceversa.
Uno degli ambiti iconografici più caratteristici di questa fase è la rappresentazione di imprese eroiche di
caccia e di guerra. La fase delle tombe a fossa da sola concentra la gran parte di questa raffigurazione. Poi
l’ideologia della rappresentazione della guerra va scemando (TE III A e B).
Es: tomba IV 🡪 Scena di caccia al leone con arciere, scudi a 8 e a torre. Il telamone è la cinta che permette ai
guerrieri di tenere lo scudo. Vi sono poi anche lunghe pertiche (= lance da affondo).

Aiace
Aiace è sicuramente un eroe che appartiene ad un’epoca più antica rispetto a quella iliadica. Ci sono a
riguardo molti indizi coerenti. In Omero Aiace getta indietro lo scudo e attacca: questo è un’eco puntuale
della tecnica micenea. In generale, però, Omero tratta Aiace in maniera coerente: lo rappresenta sempre
con lo stesso scudo, con la stessa lancia e le azioni che fa hanno sempre degli elementi di coerenza interna
che lo distinguono dagli altri eroi. Quando attacca, per esempio, getta lo scudo dietro alle spalle, quando
l’attacco finisce, invece, si gira sulle spalle e arretra (la platea minoica è preoplitica 🡪 La tecnica oplitica è
anche una riforma sociale: tutti diventano uguali, perché se cede uno cede tutto il fronte).
Aiace è il secondo eroe dopo Achille, ma in realtà è il vero protagonista dell’Iliade. E’ diverso dagli altri.
Es: affresco di Thera con le lance e scena della battaglia presso le navi. Aiace si muove lungo il muro di navi
con il suo scudo, che è un oggetto straordinariamente significativo, in quanto fatto con 7 strati di pelle di
bue. Lo scudo di Aiace è aiolos, “screziato” (effetto tipico del cuoio, quindi della pelle vaccina), ma è di
bronzo nell’ultimo strato. Probabilmente c’è una discrasia: Omero sa che ha davanti qualcosa di
estremamente antico, ma non lo coglie più. Un eroe non porta uno scudo di cuoio e quindi gli appiccica
sopra una lastra di bronzo, cosa impossibile, perché renderebbe lo scudo troppo pesante. Nonostante ciò,
lo scudo di Aiace mantiene uno dei suoi aggettivi tipici, cioè aiolos.
Aiace, però, non è rappresentato da Omero con l’elmo a zanne di cinghiale, che pure è un elemento
sicuramente caratteristico della cultura micenea, poiché sentito da tutti. Nel momento in cui Omero
descrive minutamente l’elmo (zanne contrapposte su una calotta di cuoio) sa di mandare un messaggio
legato all’antichità, per cui il richiamo all’oggetto è voluto, c’è un’eco precisa. Non è una tradizione diretta,
ma si sapeva.
Ogni volta che incontriamo Aiace, quindi, è coerentemente ritratto e vi sono corrispondenze impressionanti
con l’iconografia dell’epoca. Da Micene, per esempio, proviene una scena con la contrapposizione tra 2
squadre di guerrieri, 2 con lo scudo a 8 e 2 con lo scudo a torre. Non sappiamo se avesse un messaggio
preciso, perché a noi le 2 tipologie di scudo sembrano interscambiabili, ma per loro potevano avere un
significato.
Sigillo con arciere e scudo.
Aiace è apostrofato spesso in Omero con un vocativo al duale = Aiatte. Infatti, due sono gli eroi che portano
questo nome: Aiace Telamonio e Aiace Oileo. In realtà la coppia è costituita da Aiace Telamonio e dal
fratello Aiace Teucro (“orientare”) 🡪 Abile con l’arco. Questo da un lato richiama l’Oriente e l’ideologia della
grecità che odia l’arco, perché è la vigliacca etica orientale, dall’altro ci fa capire che gli arcieri erano usati
insieme agli scudi a 8 (vedi sigillo). Omero dice che Teucro da dietro lo scudo del fratello fa capolino e
lancia le frecce. Questa forma di combattimento, però, non ha più senso nella grecità dell’età del ferro. Era
recepito come un atteggiamento da vili, ma non nel mondo miceneo, che aveva un’etica guerriera diversa.
Aiace è un eroe antico anche per il mondo miceneo. I micenei smettono di usare gli scudi a torre e 8 subito
dopo la fase delle tombe a fossa. Si ritrovano poi come motivo iconografico, ma non più in termini di
rappresentazioni di combattimento, ad eccezione di un unico caso: un cratere di Tirinto (TE III b2). Per il
resto sono raffigurazioni cronologicamente alte.
Lo scudo diventa persino un oggetto di culto nel mondo miceneo e viene usato come elemento decorativo
insieme all’elmo di cinghiale. Ma mentre l’elmo a zanne di cinghiale continua ad essere utilizzato, lo scudo a
8 no. Questo significa che l’epica che ha prodotto Aiace in qualche modo si è conservata in Omero.
Omero dimentica completamente i palazzi, le amministrazioni, gli scribi. Soprattutto non c’è Omero nessun
tentativo di rendere ai palazzi dei suoi eroi quel ruolo politico simbolico che essi hanno nel mondo miceneo.
I palazzi, cioè, sono belli e ricchi per lo stesso motivo per cui gli eroi sono giovani e forti.
Se Aiace si è conservato è perché è legato ad una tradizione epica molto importante. Difende le navi, ma
alla fine fallisce tutte le sue battaglie. Da un lato, quindi, Aiace è estremamente legato alla tradizione
iliadica, dall’altro perde tutte le sue sfide (duello contro Ettore, battaglia presso le navi, nei giochi per
Patroclo rischia di essere ucciso da Diomede, salva le armi di Achille dopo la morte dell’eroe, ma non gli
verrà riconosciuto, morirà pazzo, verrà seppellito e non cremato, inumato in un promontorio).
Aiace è pelorios, ha cioè “grandezza smisurata”, non sa trattenere la propria forza. E’ un aggettivo tipico dei
titani. Non a caso i titani quando muoiono vengono trasformati in promontorio. E’ come se Aiace agisse
sempre su piani che non sono più i suoi, e quindi è sempre fuori luogo.
L’epica iliadica relativa ad Aiace finiva con una catastrofe, cioè la morte di Aiace davanti alle navi. Era una
giusta morte, poiché Aiace si era immolato per difendere le navi. In quel momento Aiace doveva morire, ma
Omero non glielo permette. Quando Ulisse scende negli inferi, Aiace non parla, perché è un eroe a cui è
stata tolta ogni forma di onore.
Omero, in nome dei suoi nuovi eroi (Achille e Ulisse: simbolo della nuova grecità) sacrifica, ma conserva al
tempo stesso, una mitologia molto più antica. E’ un ricordo sufficientemente coerente di una tecnica di
combattimento e quindi di un’etica diversa.
Quando Aiace sta difendendo le navi ed è in difficoltà, Omero lo paragona una volta al leone, una volta
all’asino che entra in un recinto. Le 2 similitudini sono il simbolo forse di 2 etiche diverse messe a
confronto. Il leone è un simbolo in questo caso perdente, mentre l’asino no.

9/04
L’età delle tombe a fossa è considerato il momento di nascita della cultura micenea, anche se è a sua volta
il punto di arrivo di un lungo percorso, che porta ad una forte omogeneizzazione delle culture elladiche. La
ceramica minia, però, non si trova ovunque: non si ritrova nella valle dell’Europa né in Laconia. Sono tutte
ceramiche locali. Poi nel TE II –III la Grecia continentale arriverà a condividere gran parte della ceramica.
L’età delle tombe a fossa coincide con un momento di grande sviluppo e di grande aumento demografico.
Tutte le culture della Grecia centro-meridionale (Beozia, Eubea, Attica, Argolide, Laconia, Messenia)
partecipano di questo sviluppo, che però è ancora locale. Non ci sono forti integrazioni politiche tra le
diverse unità regionali, spesso in competizione tra loro 🡪 Es: Micene: conflitti ai vertici del potere (cfr. con i
2 circoli di tombe) e problema degli Stati vicini.
In Attica siamo ad un livello di sviluppo abbastanza simile. A Maratona, per esempio, ci sono grandi tumuli,
ma in generale in Attica si osserva un policentrismo accentuato (Thorikos, Eleusi e zone di confine con la
Beozia 🡪 Piccole comunità in precoce sviluppo). In realtà, alcune zone porteranno allo sviluppo delle entità
palaziali (Argolide, Messenia, Beozia, Laconia), mentre altre rimarranno ad un livello di sviluppo diverso:
non arrivano al palazzo o ci arrivano molto tardi. Per esempio, l’Attica, per tutta l’età del Bronzo Tardo, non
ha un grande valore. Il suo punto di massimo sviluppo è tra il ME e il TE I e II, poi c’è una sorta di
stagnazione. Lo stesso avviene per tutta la fascia della Corinzia, dell’Acaia e dell’Elide.
La zona a nord del Peloponneso sviluppa comunità a vocazione più corporativa, cioè non accentua i lati
verticistici dello sviluppo politico ed economico, ma crea società più paritarie. Ne osserviamo l’effetto in
termini archeologici.
L’età delle tombe a fossa è una fase di tumultuoso sviluppo, ma anche di forti contrasti. Nelle tombe del
circolo A nella glittica si è riscontrato un gruppo di sigilli o anelli che rappresenta uno scontro tra spadaccini
e portatori di scudi: questi ultimi sono sempre sconfitti da quelli armati di spada, poiché lo scudo costituisce
un armamento molto pesante. Le spade erano quelle a stocco, lunghe e strette, utili per aggirare lo scudo.
E’ forse la rappresentazione di ideologie diverse del combattimento: arma pesante vs. arma leggera, scudi a
8 vs. scudi a torre.
Col tempo spade e scudi vengono sostituiti dalle armature di bronzo.
Riusciamo a cogliere questo aspetto nel mondo miceneo meglio che nel mondo minoico, poiché qui c’è
un’iconografia della pace e del rituale.
Il Tardo Elladico I e II coincide col pieno sviluppo anche della ceramica micenea. In realtà, la ceramica
micenea propriamente detta si sgancia dall’eredità minoica col TE III b (1450 a.C.).
Per tutto il periodo del TE I e II, invece, c’è una forte sinergia e sincretismo tra la ceramica minoica (di stile
marino e di stile di palazzo) e quella micenea.
Schema cronologico:
-Tardo Elladico I (1600-1500 a.C.) 🡪 Cronologia bassa. Ci sono sfasature tra la cronologia alta (di Santorini) e
quella bassa. Secondo la cronologia alta il Tardo Elladico inizia nel 1700 a.C.
-Tardo Elladico IIA (1500-1450 a.C.)
-Tardo Elladico IIB (1450-1400 a.C.)
-Tardo Elladico IIIA (1400-1300 a.C.) 🡪 Tardo Elladico III A1 (1400-1375 a.C.). Tra il TE III A1 e il TM IIIA1 si
allineano le 2 cronologie, sia quella alta e quella bassa e si ricompone il problema legato all’eruzione di
Santorini. Il 1375 a.C. è un punto di riferimento stabile ed è datato grazie al ritrovamento di ceramica
micenea nella capitale del faraone eretico Akhenaton (Amenofi IV). La capitale Akhetaton ha una durata di
vita di soli 20 anni, poi viene abbandonata. Il sito di Akhetaton è anche detto Tel-El-Amarna, che ha
restituito un archivio intero di corrispondente internazionali (Amenofi III, Amenofi IV, Tutankhaton poi
diventato Tutankhamon). In questo momento l’Egitto sostituisce al politeismo e al culto di Amon quello
monoteista del Sole. Tutankhamon è il faraone che riporta al culto di Amon.
Con il TE III A1 si entra nella fase classica della civiltà micenea. Il 1375 a.C. è fondamentale anche perché in
linea di massima dovrebbe essere la fine del palazzo miceneo di Cnosso.
Il Tardo Elladico III A2 (1375-1300 a.C.).
-Tardo Elladico III B (1300-1200 a.C.) 🡪 Tardo Elladico III B1 (1300-1250 a.C.): nel 1250 a.C. viene costruita la
porta dei leoni a Micene.
Il Tardo Elladico III B2 (1250-1200 a.C.). Col 1200 a.C. vengono distrutti tutti i palazzi micenei ed è il
momento iniziale del Tardo Elladico IIIC.
-Tardo Elladico IIIC (1200-1070 a.C.). E’ una fase della cultura micenea priva di palazzi.
Più si scende con la cronologia più è difficile coordinare le sequenze ceramiche. Si possono ricostruire, ma
sito per sito, perché con la fine dei palazzi micenei si infrange l’unità della produzione ceramica.
Si continua a parlare anche di submiceneo: fase coniata tanti anni fa per andare a denotare tutto questo
percorso di decomposizione dei grandi stili ceramici dell’epoca micenea. Ora, però, è un falso mito, perché
ogni località ha un suo percorso di destrutturazione della cultura ceramica micenea. Le datazioni sono
quindi diverse.
Oggigiorno il TE IIIC viene suddiviso in 3 sottofasi: antico (1200-1160 a.C.), medio (1160-1100 a.C.), tardo
(110-1070 a.C.). Coincide con la fase postpalaziale. In realtà, col progredire degli studi, si sono riconosciute
molte sottofasi.
CERAMICA MICENEA
-Matt painted (ME III)
-Ceramica minia
-Col TE I e II A si innestano le forme minoiche: stile fiorito, tazzine da caffè (dalla Laconia vengono 2
esemplari d’oro con la caccia al toro), alabastron (chiamate così perché le prime forme erano fatte in
alabastro), varie brocche e tazze. Lo stile minoico è dominante e viene imitato o direttamente importato.
Questa diventa quindi una ceramica molto diagnostica per noi, perché grazie a Creta riusciamo a datarla
con maggior precisione. Questo materiale, comunque, è percentualmente sempre inferiore rispetto alla
ceramica prodotta localmente, ma ci permette di datare.
-Col TE IIB si scinde la ceramica micenea da quella minoica. La ceramica minoica continua e inizia un
percorso di controibridazione: il mondo miceneo comincia ad imitare molto la cultura minoica, ma quando
si distacca da essa, è il miceneo che inizia a invadere culturalmente il mondo minoico. I vasi minoici quindi
hanno sia la tradizione locale sia l’influenza micenea, che però è un’influenza minoica di ritorno. Perciò è
difficile definire la natura del rapporto tra mondo miceneo e mondo minoico sulla base della ceramica.
Col TE IIB si impone lo stile miceneo. La decorazione si riduce sia nella fascia del vaso utilizzata sia a livello
di quantità dei motivi. Il mondo miceneo razionalizza, stilizza e rende molto più lineare. La qualità è
comunque altissima. Le forme diminuiscono e diventano standard.
Quando nel Vicino Oriente si trova ceramica micenea è fondamentale perché è ben riconoscibile.
Più avanti si va più le forme e le decorazioni tendono a stilizzarsi 🡪 3000 calici a Pilo.
Anfora a staffa (di matrice minoica): grande anfora, ma può essere anche molto piccola. Può avere un falso
collo, ossia il liquido non esce dal collo, ma da una bocca laterale, e le anse fanno un piccolo ponticello. Le
anfore a staffa (chiamate così forse perché richiamano le staffe delle balestre medioevali: 2 asole in cui i
soldati mettevano i piedi e tiravano su la corda della balestra) erano utilizzate soprattutto per vino, olio e
profumo. Sono un prodotto tipico miceneo e si trovano anche nei luoghi dove i Micenei commerciavano
(Anatolia, Siria).
-Col TE IIIA2 si afferma lo stile pittorico, probabilmente di matrice cipriota. Si hanno rappresentazioni di
carri e file di guerrieri, ma non di battaglie. Hanno una lunga tradizione, che sopravvive anche nel TE IIIC.
E’ interessante notare come nella produzione ceramica non ci siano raffigurazioni belliche. Infatti, quando i
micenei invadono Creta e Cnosso importano un’iconografia e una propaganda di pace. Vi è un cambio
nitido. Questo è un indizio di consolidamento delle elites. Finita la grande fase di contrasto attivo (età delle
tombe a fossa), col TE III (1400-1200 a.C.) è un periodo di solidità delle elites. L’esigenza mutata di
rappresentare sé stessi non più attraverso la guerra, ma attraverso altre qualità, è indotta sia dall’influenza
minoica sia dal consolidamento delle elites.
Non a caso, all’indomani della distruzione dei palazzi, riprende l’iconografia della guerra, proprio su vaso.
Questo perché il mondo miceneo cade di nuovo in un periodo di grande instabilità.
La ceramica in sé non ha grande valore, anche se è bellissima. Non c’è l’esportazione di ceramica come
oggetto artistico. Questo avverrà solo nelle fasi successive.
-Col TE IIIC si diffondono lo stile serrato e lo stile granaio, che si sviluppano a Micene (centro più importante
di espansione artistica). Lo stile serrato riempie tutto il vaso di decorazioni per lo più di tipo geometrico,
mentre lo stile del granaio, chiamato così perché è una delle prime forme ritrovate all’interno del
cosiddetto “edificio del granaio”, è uno stile minimalista 🡪 Tazzine con un unico segno.
La decorazione a polpo, invece, la si trova già nello stile marino della fase neopalaziale, ma è molto longeva
e in particolare si imporrà nella koiné del TE IIIC nelle isole. E’ tipica dell’esportazione.
Con la fine dei palazzi, per assurdo c’è il grande boom dell’esportazione di ceramica micenea, dovuto
probabilmente da un lato al fatto che il mondo vicino orientale non è più un mondo facile dove
commerciare (spostamento verso occidente del commercio), dall’altro al fatto che le isole si impongano
come vettori principali del commercio.
Le anfore a staffa sono l’unico supporto nel mondo miceneo su cui si dipinge lineare B. Sono anfore scritte
prima della cottura, per cui, insieme al loro prodotto, portano anche un messaggio importante.
Es: wa-to 🡪 E’ una delle località nella zona centro-occidentale di Creta e compare anche nell’archivio di
Cnosso. Quindi sappiamo che queste anfore provengono dalla zona tra Kanià e Cnosso, nella vallata di
Amari. Il messaggio contenuto nelle anfore a staffa è molto semplice: località + personaggio, generalmente
un funzionario di palazzo, che si occupa delle partite di anfore di vino e olio che si esportano. Diventano
una sorta di olio/vino DOC, perché si testimonia che vengono da questa zona di Creta.
E’ un caso particolare, perché vengono prodotte nella vallata di Amari e vengono esportate nell’Argolide,
Beozia e Attica. Non sono state ritrovate in altre zone. Questo fa pensare che ci fosse una sorta di patto tra i
produttori di olio di Creta e il continente. L’ipotesi di Godart è che dopo la distruzione di Cnosso, i signori di
Micene che hanno distrutto Cnosso micenea impongano a Creta un commercio solo verso nord, in modo da
impedire che Creta diventi di nuovo un rivale del commercio.
Può sembrare una teoria eccessiva, ma in realtà sappiamo che trattati del genere erano molto frequenti.
L’ultima attestazione dei micenei negli archivi ittiti è in un trattato internazionale della fine del XIII sec. a.C.,
che Tudhaliya IV fa con i babilonesi, con gli assiri e con gli egiziani. C’è scritto anche “il Gran Re del paese
degli Achei”, ma viene cancellato. Il trattato è finalizzato ad impedire che le navi di Ahhiyawa arrivino verso
Ugarit. Questo significa che i micenei creavano dei problemi e vengono quindi depennati dalla lista dei
grandi. Il fatto però che ne facessero parte vuol dire che erano percepiti come un impero. In realtà gli attiti
vogliono danneggiare gli assiri. Da lì a 10 anni, alla fine dell’età del Bronzo vicino-orientale, scompare anche
l’impero ittita.
Col Tardo Elladico II e III si entra nel pieno dello sviluppo della cultura micenea.
Lo spartiacque vero e proprio è il TE III. Nel TE II, infatti, si hanno pochi attestati di quello che sta
succedendo, mentre il TE IIIA definisce l’imporsi delle nuove strutture politiche ed economiche.
Tra il 1425 e il 1375 a.C. i grandi potentati della Grecia continentale si impossessano di Creta, per la prima
volta appaiono degli archivi ittiti, per cui agiscono direttamente in Anatolia (re Attarisiya degli Achei con 100
carri entra in Anatolia, attraversa la zona di Mileto, entra per più di 100 km e combatte direttamente contro
l’esercito ittita 🡪 Momento di grande dinamismo di queste strutture statali), e da Cnosso abbiamo grandi
archivi in lineare B, che ci permettono se non altro di capire i meccanismi economici. Per esempio, il palazzo
di Cnosso testimonia almeno 250 carri da battaglia, pronti all’uso nei magazzini del palazzo. Sono tantissimi
in termini di impatto mentale per l’epoca. Per armarli tutti ci vogliono almeno 500 cavalli.
E’ una fase però complessa da leggersi all’interno della Grecia continentale. In alcune zone vi è un
fenomeno di arresto dello sviluppo (Attica, Eubea, Acaia), forse dovuto all’affermarsi dei palazzi 🡪 La Beozia
inibisce lo sviluppo dell’Eubea e dell’Attica. Quando i grandi palazzi vanno in crisi, tutte queste zone però si
riprenderanno. Lo sviluppo dei palazzi porta lo sviluppo in alcune zone e lo inibisce in altre (Corinzia, Acaia).
Con la crisi dei palazzi (1250 a.C.) troviamo cittadelle fortificate in Acaia, troviamo il palazzo ad Atene, il
palazzo di Aiace a Salamina, il palazzo di Dimini.
La traccia si conflitti interni nel TE IIIA si riscontra in Laconia, dove recentemente è stato ritrovato il
gigantesco palazzo di Aghios Vassilios. Esso verrà distrutto tra il TE IIIA1 e A2.
Il sito di Pilo è più lontano dagli altri. Tra il ME e il TE I Pilo aumenta il suo raggio d’azione, ma con la
presenza di elites locali. Tra il TE IIIA e IIIB va a conquistare tutta la Messenia e ne abbiamo prova nella
documentazione in lineare B. Ad Iklaina l’arrivo del dominio di Pilo è caratterizzato da una forte distruzione
dello sviluppo del sito precedente. E’ quindi difficile capire archeologicamente cosa sta succedendo. Iklaina,
quando arriva Pilo, va in crisi in termini archeologici, ma in realtà è il momento di maggiore espansione di
tutta l’area. Nella stessa Iklaina vi sono tracce di un archivio in lineare B.
Nelle Cicladi nell’isola di Kea, vi è il sito molto importante di Phylakopì, dove nella fase un po’ più tarda si
vede l’imporsi di un megaron di tipo miceneo sopra il tessuto urbano della città. Questo significa che la
cultura micenea si impone a discapito della matrice minoica e della cultura immediatamente precedente.
L’Eubea fa lo stesso percorso, però in senso inverso: ha un grande sviluppo nella fase TE I e II e va incontro
ad una seria crisi tra il TE III e il IIIB, forse a causa di Tebe.
Lo sviluppo del palazzo di Aiace a Salamina (Kanakia), di Atene e di Dimini probabilmente è dovuto alla
precoce distruzione di Tebe, intorno al TE III B1. Tebe e Micene sono sicuramente i 2 poli più importanti e
ricchi.
Nel palazzo di Aiace è stata ritrovata la placca di un’armatura a scaglie di Ramses II.
1200 a.C.: Pilo viene distrutta, rasa al suolo e abbandonata per sempre. Le tavolette vengono cotte
nell’incendio che ha distrutto il palazzo. Questo è valido per tutti i siti micenei. Là dove ci sono tavolette è
perché il palazzo è stato distrutto con tale violenza e all’improvviso che ha conservato materiale deperibile
come l’argilla. Però non si distrugge una cultura palaziale come quella micenea da un giorno ad un altro.
Se un palazzo viene distrutto e non viene più ricostruito i problemi sono molto più profondi.
Di fatto, l’akmé della cultura dell’età del Bronzo sia nell’Occidente che nella Grecia insulare è il Medio
Bronzo, ciè la fase protopalaziale e neopalaziale. Tutte le compagini statali che si formano successivamente,
pur avendo episodi di grande splendore, fanno parte di un mondo che sostanzialmente sta andando verso il
baratro. E’ un processo difficile da capire e lungo nel tempo, meglio osservabile nel Vicino Oriente, dove la
documentazione è molto più ampia. Siamo davanti a fenomeni di sviluppi improvvisi e collassi improvvisi,
fenomeni di grande sviluppo commerciale, ma molto fragile in termini strutturali. Questo è tipico dello
sviluppo degli stati secondari, che fanno come un arco tutto intorno ai grandi centri principali. Creta, Grecia,
isole, Anatolia e zona al nord dell’Eufrate sono tutte zone di formazione di stati secondari, che nascono in
simbiosi o in sistemi parassitari rispetto ai grandi centri mesopotamico ed egiziano. Non si possono capire le
crisi degli stati secondari se non si capiscono le crisi degli stati centrali.
Il lusso crea un’economia che va molto più veloce dell’economia locale. I palazzi tendono sempre più a
drenare risorse umane per mantenere gli standard del loro commercio, per garantirsi cioè i beni di lusso.
Nel Vicino Oriente vediamo questo procedimento doloroso in termini sociali, perché il costo sociale delle
grandi imprese del lusso va a disarticolare il tessuto connettivo delle famiglie stesse, producendo
indebitamento. Il palazzo chiede sempre più corvée e drena risorse umane togliendole all’economia di base.
Toglie forza-lavoro ai privati, che quindi chiedono prestiti. Nel Vicino Oriente si vede una sorta di crisi della
famiglia, cui segue il fenomeno del fuoriuscitismo, con la creazione di nuclei di banditi. Questi si collocano
nelle zone periferiche bloccano ai grandi o piccoli regni e vanno a bloccare le vie di comunicazione.
Nell’Egeo c’è una situazione di nomadismo marittimo: le isole diventano nidi di pirati che bloccano le
comunicazioni, per il commercio del lusso collassa. I motivi del collasso sono molti. Molti dei pirati sono gli
stessi mercanti che lavorano per i palazzi. E’ una situazione sociale, politica ed economica complessa, per
cui i popoli del mare diventano causa, ma sono anche conseguenza della crisi.
Uno degli edifici più antichi e che assomiglia di più a un palazzo della Grecia del Tardo Bronzo è il
Menelaion.

Menelaion
Sito a est di Sparta. In cima al colle vi è il tempio di Elena e Menelao. Ha 2 fasi:
1) Mansion I (TEIIB)
2) Mansion II (TEIII A1, 1400-1375 a.C.). Si costruisce sopra. Dopo il TE III A1 viene abbandonato, per essere
poi riabitato molto più avanti.
E’ uno dei siti che nel momento di massimo splendore di Micene, Tebe e Pilo vanno in regressione.
E’ la prima chiara attestazione delle corridor houses della fase micenea. L’edificio tende ad articolarsi
intorno a 2/3 ambienti centrali:
-Megaron: grande hall anticipato da un’anticamera e spesso da un porticato.
-Sistema di corridoi laterali.
Nella Mansion I non c’è grande impegno nelle rifiniture né negli stucchi degli affreschi. I pavimenti sono
acciottolati. A seguito di un terremoto buona parte crolla giù a valle e viene quindi ricostruita.
Il primo edificio, però non viene abbattuto, bensì colmato e usato come terrazzamento per impedire
ulteriori crolli del nuovo edificio. La Mansion II si articola su 3 terrazze. C’è una zona chiamata “megaron”
(elemento mediano che fa da cerniera tra le 2 terrazze, quella superiore e quella inferiore 🡪 E’ un sistema
che troveremo simile anche a Micene). Il palazzo si articola su colline, quindi su più piani, come testimonia
anche la presenza di scale. L’edificio viene abbandonato in tutte e 2 le fasi, quindi i ritrovamenti sono
abbastanza ridotti: sono stati ritrovati idoletti fittili e poco di più. Nelle fasi un po’ precedenti alla Mansion I
non troviamo ceramica minia, bensì ceramica locale. Poi col TE II e III troviamo ceramica tipica di questa
fase.
Sulla cime di molte colline greche ci sono delle chiesette, forse pronipoti dei santuari delle vette. In questo
caso la chiesetta ha una base di colonna micenea.
L’edificio comunque doveva essere il centro più importante insieme ad Aghios Vassilios, che però, a
differenza del Menelaion, ha un archivio miceneo.
Nel TE III A1, nella sua fase monumentale, il sito viene abbandonato, ma riprenderà a vivere nel TE III B1-B2.

Micene
E’ stata scavata da Schliemann. I dati stratigrafici sono estremamente esigui. Delle prime fase del palazzo
(ME, TE I –II – IIIA) non sappiamo nulla. Riusciamo a datare perché Schliemann parla di ceramica minia, ma
poi i corredi sono stati tutti mischiati. Qualcosa di più si può dire sulla cerchia di mura. Le mura sono molto
ampie, fatte con la tecnica ciclopica, spesse 5/7 m. E’ quindi facile trovare dentro materiale che permetta di
datare.
Micene I
Tecnica ciclopica (cfr. Malthi Dorion): muraglioni fatti con conci/blocchi lavorati o non lavorati, comunque
messi in modo che creino una facciata ben riconoscibile. Possono essere messi sia verso l’esterno della città
che verso l’interno, a distanza di 5/7 metri. Il mezzo viene poi riempito.
7 metri era sicuramente iperbolico rispetto alle esigenze della difesa. Da un lato c’è un problema di
tecnologia (non sono in grado di alzare muri molto alti e stretti), dall’altro c’è chiaramente la volontà di
dimostrare la propria forza. Per costruire mura del genere c’è bisogno di un’enorme capacità organizzativa
e di un enorme dispendio di razioni di orzo, fichi, olio, ecc. per mantenere tutte le maestranze.
Le mura ciclopiche sono tipiche di Micene, Tirinto, Midea, ma non di tutti i palazzi micenei. Per esempio,
Dimini, Kanakia e Pilo non ce l’hanno, come anche nessun palazzo di epoca micenea a Creta. Questo può
essere dovuto sia a maggior o minore forza sia ad una situazione più pacificata 🡪 Pilo non ha le mura perché
forse è in grado di difendersi in maniera diversa.
Le mura, però, comunicano un messaggio ben preciso alla comunità e allo straniero. E’ un investimento
ideologico molto forte: si dimostra la propria capacità di raccogliere ricchezza personale, schiavi, ecc, quindi
la propria potenza, sempre direttamente collegata con un rapporto corretto con gli dei. E’ la dimostrazione
che il meccanismo funziona.
Perciò, la presenza o meno delle mura è legata ad un diverso modo di esporre la propria ricchezza da parte
dei diversi siti.
Nella sua prima fase (tra TE e III) Micene ha le mura come nell’immagine. Con gli scavi fatti alla base della
grande rampa di entrata, gli archeologi hanno scoperto che l’entrata era diversa da come è adesso. Mentre
ora dal livello più basso si sale verso la porta dei leoni, precedentemente c’era una zona più bassa, si saliva
(rampa da est verso ovest, mentre ora è da ovest verso est) e probabilmente nell’angolo a nord-ovest le
mura sfasavano, non erano allineate (cfr. Malthi Dorion). Dopo la costruzione della porta dei leoni, l’entrata
viene fatta a ovest.
1250 a.C.: si crea la porta dei leoni. E’ l’ultima grande fase. Prima la rocca è molto più circoscritta.
In questa fase gli archeologi hanno ricostruito la presenza di un primo megaron. C’era una strada che
portava alla collina da nord (lo sappiamo perché c’è la roccia e possiamo quindi vedere come viene scavata
in epoca successiva). La strada gira, sale e poi vi è il megaron, allineato nord-sud. Del megaron attualmente
ci sono solo tagli nella roccia e sono state trovate le 4 basi di colonna, anche se non in situ. Dopo la fase
micenea, in epoca geometrica arcaica sopra alla collina si installa un tempio.
Micene II (1250 a.C.)
Micene classica che va a chiudere all’interno del cerchio di mura ampliato il circolo di tombe A. Edificio del
granaio, case della cittadella e centro cultuale. Le mura servono quindi ad inglobare tutta un’area
residenziale di altissimo livello e tutta l’area cultuale. E’ un momento di grande espansione, che però
antecede di 2 generazioni scarse la fine del palazzo.
Micene III (tra TE III B2 e IIIC)
Da un lato viene costruita l’entrata secondaria, dall’altro un nuovo ampliamento del circuito murario, che è
molto piccolo (15/30 m). L’ampliamento è finalizzato ad inglobare la fonte d’acqua. Questo è un elemento
molto significativo. Un fenomeno di inglobamento con tecniche di muratura ciclopica di fonti d’acqua lo
troviamo in altri 2 casi: a Tirinto e ad Atene, che alla fine del TE III B2 si fornisce di mura ciclopiche e in una
fase successiva va ad ampliare il circolo di mura verso nord per inglobare le cisterne. Questo significa che i
signori micenei di Atene e di Tirinto non si sentono più molto sicuri, perché tutte le fonti d’acqua erano
originariamente al di fuori delle mura 🡪 La fonte Perseia: si crea il muro, l’entrata nel muro con una falsa
volta, poi alcune rampe di scale fino a scendere alla fonte, completamente protetta e inglobata.
Micene viene continuativamente insediata. C’è anche la fase ellenistica, in cui Micene viene ristrutturata e
abitata, per cui molti degli edifici di epoca micenea sono stati distrutti.
Ricostruzione in parte scorretta: per esempio, si lascia la parte strutturata in pietra come unica parte
relativa alle mura, ma in realtà siamo sicuri che sopra la parte muraria, alta tra i 3 e i 5 metri, c’era tutto
l’impianto in legno. L’aspetto probabilmente era molto simile alle fortificazioni ittite, con un sistema di
merlature in alto, fatto con mattoni in argilla cruda e un telaio di legno.
1240 a.C.: nella fase di massimo sviluppo (il circolo di tombe A è stato distrutto) chi entrava a Micene
percorreva una grande rampa , che costeggiava a nord l’allineamento delle vecchie cerchie di mura e
imponeva poi 2 direzioni: o procedere verso nord-est, scendendo di nuovo per andare nella zona sacra,
oppure girare verso nord per accedere alla parte più interna della cittadella.
E’ probabile che Micene fosse un unico grande palazzo, più che vederla con strade aperte nel nulla. A
questo punto, chi aveva il carro andava a parcheggiarlo in un piazzale ad est, mentre chi non lo aveva
doveva fare l’antica entrata, relativa alla parte più antica della rocca. E’ probabile che il forte terrazzamento
sia di origine mesoelladica e che quindi coincida con la prima parte abitata della città.
L’entrata più schiettamente di matrice elladica gira tutta intorno alla collina (esigenze di difesa), gira a nord
della collina, sale con una scalinata per trovarsi a nord-ovest.
In rosso è rappresentata la prima fase, in nero quello che vediamo attualmente. E’ probabile che il percorso
del primo palazzo riconoscibile attraverso i tagli nella roccia fosse molto simile a quello che costeggia il
palazzo. Tracce di un propilon pertinente a questa prima fase sono state ritrovate sotto al propilon
dell’ultima fase. Un sistema di tagli nella roccia ha permesso di ricostruire probabilmente altri 2 ambienti,
con un corridoio centrale.
Il percorso originariamente difensivo nella fase più tarda diventa un percorso palaziale interno. Tuttavia,
l’impianto della cittadella in termini difensivi rimane per tutto l’arco di Micene.
Con la seconda fase (ancora visibile) il percorso che fa il giro da nord-ovest è lo stesso, solo ch si vede
l’impianto del palazzo. Gli elementi 2, 3, 4 vengono chiamate “guardiole”. Era tutto un unico grande
edificio. Sistema di entrate progressive che portano a 2 grandi corridoi: asse 81, 20, 21 e poi asse 45.
La parte 41-39 è un elemento di cerniera (cfr. menelaion): c’è un dislivello di 3-4 metri. E’ quindi chiaro che
il palazzo era su più livelli. E’ probabile che venendo dalla campagna Micene comparisse come un enorme
edificio a 10/15 piani, costruito su più terrazzamenti. Doveva avere un impatto molto forte (cfr. Cnosso).
Quello che ora vediamo all’area è aperta era in realtà tutto colonnato.
Megaron (6): il megaron classico miceneo è quello che troviamo a Micene, Tirinto e Pilo. Gli altri megara
sono diversi. Come megaron intendiamo la stanza principale e nel caso del mondo miceneo è una vera e
propria sala del trono. Questo lo sappiamo perché a Tirinto è stata trovata la base in pietra rossa della
Laconia del trono e a Pilo è stato trovato l’incavo. Nei 3 megara riscontriamo lo stesso impianto:
l’anticamera porticata, il prodromos (= vestibolo) e il dromos, cioè il megaron vero e proprio. Hanno anche
le stesse misure, per cui poteva essere persino le stesse maestranze, soprattutto tra Micene e Tirinto.
Il megaron ha 2 colonne iniziali e poi 4 colonne che circondano un grande focolare, fatto con un anello di
pietra che nel caso di Micene è stato trovato in situ, conservato per un terzo. Questo anello è stuccato a
fiammella rossa e gialla. Lo stesso pavimento del megaron è stuccato e affrescato. Sono state ritrovate le
incisioni e le tracce della preparazione dello stucco sul pavimento. Le colonne erano in legno (infatti non ci
sono) e probabilmente erano a spirale. Lo sappiamo perché di volta in volta venivano rifatti i pavimenti del
megaron, il livello si alzava e il nuovo stucco veniva fatto che toccasse e circondasse la base della colonna.
Quindi noi vediamo le impronte della colonna e i diversi strati di stucco. L’ipotesi è che col nuovo megaron
(quello meridionale) il precedente fosse conservato. L’ipotesi nasce dal confronto con Tirinto e Pilo, dove
abbiamo sempre l’associazione di 2 megara, che troviamo anche a Dimini, in Tessaglia. Nei palazzi più
importanti, sono 2 i megara quindi. Il megaron stesso era decorato con una sorta di zoccolo che andava a
riprodurre marmi affrescati, poi c’era una fascia decorata e l’intera stanza era affrescata con affreschi di
tipo miniaturistico. C’è anche un frammento con una scena di battaglia: si vede parte dello schiniere di un
soggetto che sembra cadere all’indietro travolto da un carro. Ci sono anche delle donne che guardano dalle
finestre, in maniera molto simile agli affreschi di Santorini e al rhyton dell’assedio di Micene.
Fuori dalla stanza c’è un piccolo cortile aperto, anche questo completamente decorato, che forse apre su
una terrazza, dalla quale forse si poteva vedere persino il mare.
10/04
Si è riusciti a ricostruire una sequenza di 2 fasi principali di costruzione del palazzo di Micene. Col secondo
palazzo (quello che riusciamo a vedere, distrutto alla fine del TE III B2) si assiste ad un cambiamento
dell’assetto generale dell’edificio, con un nuovo megaron, visibile, orientato verso est e non verso nord
come il megaron più antico. L’edificio era organizzato su diversi livelli, essendo il piano roccioso molto
irregolare. E’ questo un aspetto caratteristico del palazzo, che probabilmente copriva tutta la cittadella, non
era isolato.
La parte più alta è testimoniata solo da tagli nella roccia e dai resti delle 4 basi di colonne e delle soglie
grandi delle porte. Era forse un’area di culto, dal momento che sono stati trovati altari portatili e un gruppo
di statuette preziose in avorio (2 elementi femminili + un bambino con il vestiario tipico della moda
minoica). Sulla sommità dell’acropoli è stato ritrovato un vago di collana (pasta vitrea) e poche altre cose.
Nella parte più a nord sono stati ritrovati resti di grandi pythoi. Forse erano ambienti legati allo stoccaggio.
Si ricostruisce l’andamento dell’asse del corridoio 81-21, parallelo a quello 37.
Corridoio 37: è uno degli assi viari fondamentali del palazzo. E’ pertinente alla nuova strutturazione del
palazzo. Probabilmente nella prima fase era un percorso esterno oppure la prima entrata, poi inglobata in
un sistema di entrate più articolato (vano 45-40-46).
Soglia di pietra rossa di Sparta delimitava l’entrata principale. C’era quindi un’anticamera che apriva su 3
corridoi. Non è chiaro se da 45 si potesse arrivare alla grande scalinata; secondo alcuni qui il palazzo
chiudeva, quindi c’era un’entrata, ma non c’era comunicazione. Secondo altri c’era comunicazione, quindi si
poteva fare una sorta di perimetro completo della parte più esterna del palazzo.
Dai corridoi più piccoli si accede alla corte 53: ambiente aperto, decorato con gesso alabastrino o
affrescato.
Non è chiara la funzione dell’ambiente 52, forse importante: ha lasciato degli affreschi e degli stucchi
preziosi. Forse era un secondo o un terzo megaron (tipici della cultura dei principali palazzi micenei) o un
archivio, perché è in una posizione strategica 🡪 Ci si poteva accedere da 45, cioè dall’ala più a ovest, e da
sud, dalla grande Staircase, cioè dalla grande scalinata. E’ un punto di raccordo e di solito gli archivi
tendono ad avere collocazioni strategiche.
Da 37, procedendo verso ovest, si entra poi negli ambienti 33, 31, 32, che sembrano essere stati
parzialmente adibiti a luogo di lavorazione del cibo (cucine), ma è stato ritrovato molto poco: c’è qualche
banchina stuccata e qualche ceramica da cucina.
Il palazzo è fortemente dominato dalla collina, quindi dalla roccia sottostante. Per questo la planimetria e
l’organizzazione degli spazi non è canonica come quella del palazzo di Pilo, che è costruito in pianura.
Ambiente 29: forse era una cisterna 🡪 Oggi raccontano che si tratti del bagno, dove è stato ucciso
Agamennone.
Quando si costruisce il grande megaron della seconda fase probabilmente non c’era ancora la grande
scalinata (67), che non è in allineamento. E’ anche vero che c’era comunque una collina da sbancare per
allineare questa grande scala d’accesso, per cui non è necessario che sia più tarda. Sicuramente però
questo è un corpo dell’edificio particolarmente ben lavorato, strutturato come le grandi scalinate del
palazzo di Cnosso, con la balaustra e le colonne. Ci sono ancora 16 gradini conservati e doveva essere su 2
piani, con 2 pianerottoli di differenza. Andava a colmare il salto di quota tra il piano inferiore da dove parte
la scalinata e il piano di calpestio della corte antistante al palazzo. C’era quindi un grande dislivello da
colmare.
Il piano di calpestio immediatamente a monte del megaron era al primo piano del megaron. Il palazzo si
alzava nei terrazzamenti superiori.
La ricostruzione del palazzo è abbastanza verosimile, facendo il confronto con Pilo e vedendo le tracce degli
scalini.
A oriente della cittadella si trovavano edifici imponenti, che costituivano il quartiere artigianale a ovest
della casa delle colonne. Le murature sono possenti e le fondamenta molto profonde. E’ probabile che tali
edifici fossero all’interno dello stesso edificio palaziale 🡪 Unico grande palazzo.
I magazzini sono articolati con un grande corridoio centrale. Qui sono stati ritrovati resti di lavorazione di
oro, argento e avorio: forse erano luoghi di lavorazione di materiali preziosi. Probabilmente facevano parte
di circuiti amministrativi interni controllati e verificati dai magazzinieri e dagli archivisti.
Non è facile capire il rapporto tra l’area artigianale e la casa delle colonne. Alcuni attribuiscono i 4 grandi
androni alla casa delle colonne, altri li attribuiscono al quartiere artigianale. Essendo infatti sotto il livello di
calpestio, alle fondamenta, ovviamente non ci sono le porte, per cui abbiamo dubbi sulle soglie.
Comunque questo edificio confinava con il circuito murario, che in buona parte è collassato, anche se è
rimasta una torre. C’è un complesso articolato, dominato dalla morfologia del suolo. C’è una corte centrale
con grandi blocchi 🡪 Le basi di colonne micenee sono ben riconoscibili, perché hanno scalpellato la
superficie molto liscia dove si imporrà la colonna, c’è poi un piccolo gradino che va a definire il tamburo e il
resto è grezzo. Per cui sono facili da riconoscere.
Gioco di corridoi che girano intono agli edifici più importanti e scale che vanno a colmare il dislivello.
A nord-ovest (nw houses) c’è un complesso di edifici addossati alle mura, costruiti in almeno 2 fasi, in cui la
prima è pertinente all’edificio del megaron M (TE IIII B), mentre la parte del corridoio T, A, B, con le stanze
1, 2, 3 pertengono alla fase finale del TE III B2 – C. Sono stanze che recuperano spazio all’interno stesso del
corpo delle mura ciclopiche e vengono fatte nello stesso periodo in cui si va a costruire la fonte Perseia 🡪 E’
il momento in cui i signori di Micene si sentono più insicuri, si va a fortificare la fonte a nord dell’acropoli di
Atene e a Tirinto si vanno a fortificare gli accessi alle fonti d’acqua e si fanno le “casematte”. Forse erano
magazzini per lo stoccaggio. Questo è tutto un percorso che poi porta all’acropoli. E’ quindi tutta una zona
che comunque gestisce o può gestire il controllo del passaggio, forse fatta per esigenze di difesa. Da C, B, A
si sale e si arriva alla rampa di nord-ovest del palazzo.
M è una struttura a megaron, anche se non è un vero e proprio megaron. Comunque era una stanza
importante. Si ipotizza che ci fosse il capo della guarnigione, ma non abbiamo documenti che possano
testimoniare tutte queste ipotesi.
Immediatamente a sud della porta dei leoni c’è un grande edificio a 2 piani (piano terra e primo piano) 🡪
Granaio. Ci sono 2 grandi corridoi (west e east): è una sorta di grande tromba della scala, fatta per colmare
il dislivello tra il piano di calpestio e le mura stesse della città. Viene chiamato “granaio” perché sono stati
trovati molti semi di orzo e grano carbonizzati. E’ un edificio imponente e, vista la posizione, si è pensato
che funga da area di servizio proprio per le mura e che possa esserci una guarnigione. Non è necessario che
fosse proprio un granaio. Intorno alla porta dei leoni si riscontrano elementi che possono essere compatibili
con la funzione di controllo e di difesa della porta 🡪 C’è questo grande edificio, c’è poi una nicchia, forse per
le guardie (ma è alta un metro). E’ più probabile che fossero aree dove venivano deposte delle divinità a
difesa della porta. Si ritrovano anche ad Atene.
La porta dei leoni è espressamente concepita ai fini di una difesa ottimale. L’avancorpo è posizionato
apposta in quella posizione, ossia sul lato destro di chi entra, per creare difficoltà agli armati, che tenevano
l’arma sulla destra per lo più. E’ evidente però che gli architetti micenei hanno un occhio molto attento per
la qualità delle fortificazioni.
E’ probabile che le fessure nelle mura corrispondano ad altre porte. Quella a nord-est più spessa viene
aperta più tardi. Alla fonte, invece, c’era una porticina, lunga tutto il corpo del muro. Questo tipo di porte
sono tipiche delle fortificazioni dell’età del Bronzo: si ritrovano, per esempio, ad Attusa, nella capitale ittita.
Non è facile capire perché le facessero, soprattutto quelle, come ad Attusa, proprio sotto la porta
principale. Il fatto che non siano state trovate delle porte è abbastanza facile da capire, perché comunque
sono passaggi estremamente angusti, non più alti di un metro, per cui chiuderli era estremamente
semplice. Queste piccole aperture, all’apparenza non strutturate, sono comunque un tratto caratteristico
delle fortificazioni micenee.
Dietro al circolo di tombe A c’è la Ramp House e la South House, ritrovate però solo a livello di fondazione,
per cui non si capisce bene come funzionassero. Sono complessi di edifici che si erano originariamente
sviluppati all’esterno della città e che poi vengono inglobati quando nel 1250 a.C. si crea la parte
meridionale della fortificazione. Gli edifici sono molto grandi e molto ben strutturati, ma disturbati fin
dall’antichità dagli scavi. In questa zona vengono ancora trovati tesori tombali del Mesoelladico: era una
zona prima cimiteriale, poi il cimitero è stato monumentalizzato e contestualmente si sono sviluppate le
zone residenziali, con edifici polifunzionali dove lavoravano. L’area è particolarmente importante per la
presenza del circolo di tombe A, ma anche per la presenza di un complesso templare particolarmente ben
conservato, scavato negli anni ‘50/’60: ha restituito molto materiale. Il centro cultuale è probabilmente
parte integrante di questo complesso di edifici.
Si accede dalla porta dei leoni salendo, poi si può svoltare a nord e andare al palazzo oppure scendere. Se si
scende si costeggia di fatto la rampa 9. La rampa di discesa gira verso nord, per poi girare di nuovo verso
sud. Attualmente è del tutto distrutta e non è visitabile. La rampa 9 doveva essere un passaggio coperto o
semicoperto con una serie di colonnati, per condurre ad una delle zone più importanti della città. In
quest’area è stata trovata la dama di Micene, un affresco di altissima qualità. Probabilmente è una divinità
o una donna vestita alla minoica. Ha 2 particolarità, una che la differenzia dalle donne minoiche e una di
tipo tecnico: a differenza delle donne minoiche ha il seno coperto e ha due mani destre, prodotto della
stilizzazione. E’ uno degli affreschi più belli. Non tutti gli affreschi ritrovati sono di grandissima qualità
estetica. Per esempio, quelli di Pilo sono molto più grezzi di quelli di Micene, simili a quelli minoici o a quelli
delle Cicladi. Questo significa che ci sono maestranze diverse. Quelle di Micene sono più raffinate.
Il 10 è un vero e proprio megaron con il focolare centrale. L’11 ha un altare centrale, una piattaforma bassa
stuccata con una strana asola. Tutti gli indizi portano a interpretare questa zona come una zona comunque
tutta collegata alle funzioni del culto e del rito.
La zona antistante il 13 era una piazzetta. Siamo davanti ad un complesso estremamente piccolo. Sia nel
mondo minoico che nel mondo miceneo, infatti, gli spazi specificamente adibiti al culto sono mediamente
piccoli. Sono sacelli per lo più all’interno del palazzo o in complessi immediatamente adiacenti. Non
sappiamo bene perché: forse perché il palazzo stesso era recepito come un grande complesso cultuale.
Questo non vuol dire che il palazzo fosse un unico grande tempio. Comunque non lo sappiamo.
In questi luoghi così piccoli le cerimonie o erano particolarmente ridotte nel personale addetto o comunque
potevano accogliere un gruppo ristretto di iniziati. Il rapporto interno-esterno risulta particolarmente
limitato dalla presenza delle mura ciclopiche: quindi quando il complesso templare si apriva alla vallata
aveva un certo tipo di messaggio, quando invece ci costruiscono le mura il messaggio poteva essere
cambiato. Davanti alla zona aperta del 13 è probabile che ci fosse una porta, non più ricostruibile, perché in
epoca ellenistica nello stesso luogo costruiscono una torre. Un altro indizio che lì potesse esserci una porta
è la presenza di una scalinata monumentale, che fa da servizio ai piani superiori dell’edificio 11 e 12.
Edificio 14 con le piattaforme. Edificio 15: è il vero e proprio tempio. Sono le aree più importanti.
Questo sacello è particolarmente interessante: ha un’entrata laterale. Dal vestibolo per entrare nella stanza
delle piattaforme c’è una piccolissima entrata, ben conservata sui 2 piani. In realtà l’edificio non aveva 2
piani, aveva una stanzetta che era servita da una piccola scala. Questa struttura di piccola area templare
con entrata con un vestibolo laterale e un piccolo accesso la si ritrova, per esempio, anche nei sacelli della
stessa epoca in Palestina 🡪 Cultura filistea. Come elemento diagnostico di riconoscimento abbiamo la
ceramica micenea. Fa quindi parte di quel fenomeno di difficili vicende storiche che hanno portato al
collasso dei palazzi micenei e ad una grandissima mobilità marittima e terrestre, che ha rimescolato le
identità etniche e politiche dell’epoca. Probabilmente c’erano colonizzatori che arrivano in Palestina.
Nel sacello verso nord ci sono dei piccoli altarini, l’ultimo dei quali (quello addossato alla scala, ma dietro
alle colonne) aveva ancora un idoletto e alcune forme vascolari legate alla funzione rituale dell’area. C’è poi
una nicchia triangolare che dà sulla roccia: è volontariamente una finestra, uno spazio lasciato aperto
all’interno del sacello, che ha collegamento diretto con la roccia. In questa stanzetta superiore sono stati
ritrovati 19 idoli ancora in situ (vedi assonometria). Tra i 19 idoli sono stati ritrovati anche 17 serpenti in
argilla, per cui ci doveva essere un collegamento tra le divinità ctonie e la presenza della roccia.
Ci si è chiesto come mai gli idoletti siano così brutti. Da un lato non è impossibile che fosse la parte interna
dell’idoletto, che poi veniva vestito; ma l’idoletto più piccolo, che è l’unico ad avere una vera e propria
decorazione, può essere datato sulla base dei rapporti con la ceramica. Risale probabilmente al TE III,
mentre gli altri sono forse legati all’ultima fase di utilizzo del sacello (TE IIIC). In realtà il sacello continua a
vivere anche dopo la distruzione del palazzo. Per cui all’interno di questo tempio l’idoletto più piccolo è
anche più antico e ha un aspetto migliore. La funzione non è chiara. Potevano essere statuette dei penati o
giocattoli. Sono comunque caratteristici della cultura micenea e diventano particolarmente numerosi nel TE
IIIB e C. Avevano strani cappelli rotondi o rettangolari, di tradizione minoica.
Chi erano questi idoli? Potevano essere divinità ctonie, che avevano sempre qualcosa di terribile, perché
legate al mondo dei morti (cfr. Erinni). Un’altra ipotesi più interessante è che rappresentassero i fedeli.
C’è una volontà specifica di fare gli idoletti in questo modo.
L’altra area sacra ha un’anticamera più a nord. Si entra in un piccolo ambiente, che ha una sorta di vasca,
un altare basso tutto stuccato, che ha anche dei rialzi, forse utili ai rituali officiati, una grande banchina (nel
mondo minoico e miceneo la presenza di banchine è sempre significativo di un ambiente particolare, anche
se non sappiamo di che tipo). L’importanza di quest’area è testimoniata da 2 elementi: un piccolo vano, la
“stanza degli avori”, dove in uno dei rifacimenti dell’edificio vengono sepolti dei manufatti in avorio molto
belli. C’è una stanza con un affresco, che rappresenta probabilmente 2 divinità, incorniciate da 2 colonne,
uno con una lancia e una con una spada (sono state ritrovate molte spade rituali nelle tombe del ciclo A,
per esempio). C’è anche un piccolo personaggio che fluttua, probabilmente maschile. E’ però difficile capire
cosa rappresenti. Non sappiamo cosa significhi nel lessico iconografico miceneo il fatto che abbia una
dimensione diversa. Nel mondo egiziano più grande è la figura più il personaggio è importante (faraone).
Però in un sistema iconografico diverso non è necessario che una figura più piccola sia meno importante.
Uno studio ha mostrato come tutti gli elementi riconoscibili nel lessico dell’iconografia siano chiaramente
riscontrabili nel mondo minoico e miceneo, il problema è la chiave di lettura, che può cambiare nel corso
del tempo. Siamo quindi davanti a diversi lessici iconografici con diverse chiavi di lettura in diversi periodi.
Con quest’affresco siamo sopra la banchina, in un complesso templare, c’erano anche dei piccoli vasetti di
libagione antistanti.
C’è una divinità che tiene delle spighe di grano: potrebbe essere equiparabile a Demetra. Certo è che a
Micene compare la si-to-po-ti-ni-ja, cioè la signora delle messi. Questa è chiaramente una divinità
(posizione ieratica, cappello particolare, siamo in un ambiente di culto). Pur avendo le tavolette in lineare B
che ci parlano delle divinità micenee (Era, Hermes, Poseidone + molti nomi di matrice minoica, Zeus), molte
divinità sono a noi sconosciute. C’è già l’incontro tra le divinità ctonie e le divinità celesti, che Eschilo ha
immortalato per sempre nell’Orestea. C’è una buona percentuale di divinità femminili sia nell’iconografia
che nelle tavolette in lineare B. E’ attestata la controparte femminile sia di Zeus che di Poseidone.
Non compare Ares, ma compare una sua ipostasi, cioè una divinità che verrà poi incorporata nella divinità
di Ares. Non c’è Apollo, ma c’è Peana. C’è Dioniso, Era, Artemide.
Un caso particolare è quello della scoperta delle tavolette di Tebe, dove c’è la presenza di ma-ka, che
ricorre anche a Cnosso e che sembra essere una divinità o un personaggio legato al culto. Alcuni pensano
che indichi la Madre Terra (matèr gà). La questione è estremamente complessa, anche perché quasi
sempre nella documentazione micenea si mescolano personaggi divini, personaggi di palazzo e inservienti
di palazzo, per cui non è detto che ma-ka sia il nome di una divinità.
Tavolette Fq 254 e F 51 da un lato si richiamano chiaramente, ma Zeus, sicuramente presente in F 51, non è
sicuro in F q 254.
Il pantheon miceneo comunque è delineabile, per quanto in maniera lacunosa, però non abbiamo altro che
il nome di riferimento, per cui non sappiamo la funzione, il ruolo, l’importanza. Sappiamo che Poseidone
era particolarmente importante a Pilo. Tra il mondo miceneo e l’epoca successiva, quando abbiamo la
mitologia e l’epica che ci informa della natura degli dei greci, è passato un abisso di tempo, durante il quale
gli dei si sono evoluti (triadi che si fondono o singole divinità che si moltiplicano). Sono percorsi formativi
legati al culto e alle divinità locali che presentano per secoli caratteristiche locali. Sono Omero ed Esiodo a
svolgere un’operazione di sistematizzazione del pantheon, che viene ordinato per la prima volta proprio da
Omero. Il pantheon comunque al di là di Omero rimaneva diverso da città a città, da palazzo a palazzo, così
com’è nella Grecia classica. A distanza di pochi chilometri si possono avere rituali diversi per la stessa
divinità oppure rituali uguali per divinità diverse. Tutti i culti erano strutturati, ma non c’era un problema di
supremazia come atteggiamento di base. Questo fa sì che i culti si ibridassero, si disambiguassero, ecc.
E’ quindi difficile attribuire all’Hermes delle tavolette micenee gli attributi dell’Hermes di 600 anni 🡪
Sarebbe un errore metodologico.
Nel caso di Micene è molto probabile che la signora di Micene sia la siton potnia, la signora delle messi,
assimilabile a Demetra, ma il nome Demetra non compare. In miceneo abbiamo l’attestazione da-ma-te,
che sembra essere Demetra. In realtà i da-ma-te sono unità di terreno adibite alla coltivazione. Non è
comunque impossibile che sia lo stesso nome di Demetra, ma che Demetra sia una grecizzazione di divinità
più antiche (es: Damartis).
La città di Micene si organizza a maglie larghe; qui, però, a differenza di Mallia, abbiamo nuclei dispersi, ma
il centro unico è la città ed è intorno al palazzo che si formano i diversi “quartieri”. Nel caso di Mallia,
invece, nascono i diversi quartieri e poi il palazzo si imposta al centro.
I cerchietti sono le tombe a tholos 🡪 Tomba di Clitemnestra e tomba di Atreo. I puntini sono le varie
necropoli non monumentali. Abbiamo poi i gruppi di case di Pesulia, le case Panaghia e le case
immediatamente a sud-ovest della cittadella.
Questo complesso di edifici viene scoperto negli anni ’60. Hanno un elemento caratteristico: il grande
fronte. Sono edifici molto imponenti. Sono 3 complessi più a est e uno più a ovest (west house). La west
house è caratterizzata anche da una corte centrale scoperta (sistemi di drenaggio delle acque) e un
megaron, anche se senza le 4 colonne (megara presenti solo a Pilo, Tirinto e Micene). Tutti questi edifici
presentano da un lato tracce residenziali (affreschi, decorazioni di stanze, spesso al piano superiore),
dall’altro depositi di tavolette in lineare B. Da Micene non vengono tavolette in lineare B dalla cittadella.
Questo è dovuto all’enorme erosione della collina e probabilmente dal fatto che, quando è stata scavata
alla fine dell’800, non si sapeva che esistevano tavolette e quindi forse sono state gettate via. Le poche
provenienti da Tirinto, per esempio, sono state trovate negli scarti di terreno fatti da Schliemann.
In queste case, invece, sono stati trovati alcuni depositi significativi 🡪 Siamo davanti a edifici che presentano
un’amministrazione con persone che sanno leggere e scrivere e che fanno i rendiconti in maniera simile a
come avviene nei palazzi.
Casa del mercante d’olio: è chiamata così, perché sono stati trovati molti pythoi e 50 anfore a staffa + una
tavoletta. L’incendio che le ha distrutte non è pertinente alla fase finale della cittadella di Micene. Questa
casa viene infatti distrutta prima. Comunque la presenza di olio è certificata dal fatto che l’incendio è stato
estremamente violento. Sono state trovate anche delle cretule e delle sigillature che andavano a chiudere
le anfore a staffa ritrovate. Era quindi un piccolo magazzino, con anfore a staffa e pythoi ancora chiusi (con
un tappo di legno o di ceramica, una corda e un’argilla su cui veniva messa l’impronta di sigillo).
Nella casa del mercante d’olio sono state trovate 37 tavolette in lineare B, che trattano di olio, spezie e
personale addetto.
Nella casa Petsas, più scostata verso ovest rispetto alla cittadella di Micene, sono state trovate 500 anfore a
staffa integre e mai utilizzate 🡪 La casa era quindi una grande officina per vasi. Sono state trovate anche
alcune tavolette.
Poco più a nord c’è la cosiddetta casa degli scudi: è chiamata così perché sono stati trovati degli scudi a 8
lavorati in avorio. Sono probabilmente applique per mobili molto ricchi. Dalle tavolette in lineare B
sappiamo che questi mobili esistevano e che venivano decorati. Dalla casa degli scudi provengono 9
tavolette in lineare B.
Anche nella casa delle sfingi sono stati ritrovati manufatti in avorio decorati e fatti con grande perizia.
Dalla west house provengono 19 tavolette in lineare B.
Tutte queste tavolette parlano o di spezie o di olio o di personale.
Ci si è chiesti se fossero case private con archivi privati oppure se fossero distaccamenti del palazzo, in cui
lavoravano gli stessi funzionari del palazzo. Oggigiorno si ipotizza che siano distaccamenti del palazzo,
quindi che ci sia un’identità tra il palazzo e gli edifici (tutti distrutti prima della fine del palazzo di Micene 🡪
Evidentemente c’è stato qualche problema nel passaggio tra il TE III b1 e b2). Un’altra ipotesi potrebbe
essere che si tratti di archivi privati di ufficiali di palazzo, che vi tengono parte della propria
documentazione. Comunque si trovano al di fuori delle mura. Nel Vicino Oriente abbiamo molti di questi
esempi: funzionari che hanno la copia in casa di documenti presenti anche a palazzo. Del documento,
quindi, venivano fatte più copie. Il Vicino Oriente spesso ci aiuta molto in queste interpretazioni perché la
documentazione è molto più ricca.

11/04
Rete stradale di Micene 🡪 E’ una città o no? Siamo davanti a sviluppi di aggregati urbani diversi. Non
possiamo ragionare con gli strumenti con cui ragioniamo con quello che ora è un città o uno Stato. Non
abbiamo gli elementi per capire in che termini le elites interagissero all’interno del corpo civico. La presenza
del palazzo e della città alta, insieme alla documentazione delle tavolette, ci permette di capire che è una
struttura politica verticistica: c’è un re e ci sono vari personaggi alle sue dipende. Ma come queste elites
ragionassero all’interno di un consesso che comprendeva altre elites (case esterne), che si relazionano
direttamente con l’elite centrale. Avevano lo stesso sentimento di un greco nei confronti della polis? Come
era articolato il tessuto sociale di questi centri?
Alcune zone (case del gruppo Petsas, della zona di Panaghia o direttamente a ridosso della città) sono a loro
volta nuclei che probabilmente facevano capo a dei clan o a delle elites legate al palazzo, ma al tempo
stesso distinte.
Molte città greche (Atene) nascono con il sinecismo, che consiste nell’accorpare elementi che di per sé
hanno una loro coerenza e una loro strutturazione interna.
Qui abbiamo problemi anche di tipo archeologico. Il problema si pone in maniera diversa rispetto al suo
corpo civico di quanto non faccia il potere in epoca classica, che è un potere più condiviso, più corporativo
(non mancavano comunque grandi figure e leader politici 🡪 Pericle; ma nascono da un certo tipo di
atteggiamento del corpo civico nei confronti del potere).
Bisogna leggere il territorio al fine di capire le dinamiche evolutive dello stesso. Es: logica della distribuzione
delle tholoi a Micene 🡪 Tesoro di Atreo (passaggio tra TE III A2 e B1): è piuttosto distante. La tholos di Egisto
è subito vicino al circolo di tombe A: dialoga quindi direttamente con esse e vuole esprimere una
continuità. Con la tholos di Atreo, invece, c’è una cesura drammatica del dialogo topografico tra le aree
funerarie di Micene. Questo significa che i regnanti che si sono fatti seppellire nella tomba di Atreo vogliono
marcare una differenza rispetto a chi si è seppellito nel circolo di tombe A e nella tomba di Egisto.
Probabilmente c’erano conflitti e tensioni interne tra elites. Nella fase finale (allargamento delle mura e
inglobamento del circolo A all’interno della cittadella) la nuova tholos, che è quella di Clitemnestra, è di
nuovo attaccata al circolo A e va poi a tagliare anche il circolo B.
Questi elementi permettono di ragionare su come il sito di Micene si sia evoluto nel tempo.
Micene è circondata da strade molto ben strutturate. Le strade sono infrastrutture e l’infrastruttura già di
per sé è indizio di grande forza e ricchezza economica, perché è un investimento sulla lunga durata. Le
strade micenee sono molto ben costruite. Partono da Micene e arrivano fino ad Epidauro, allo stretto di
Corinto, collegano molto bene Midea, Tirinto. Si costruiscono con la tecnica ciclopica: 2 grandi allineamenti
di pietre non lavorate, il mezzo viene colmato e la colmatura nella parte più superficiale era probabilmente
fatta in modo che potesse essere percorsa dai carri.
Nel momento in cui abbiamo una città percorsa da strade carreggiabili, seppur a maglie larghe, di fatto è già
una città. Spesso le strade sono addossate alle colline, a mo’ di terrazzamento, il che ha il vantaggio di
preservarle da eventuali esondazioni di fiumi o problematiche morfologiche.
Sono comunque sopraelevate 🡪 Vengono chiamate highways. Ci sono dei canaletti di scolo per drenare
l’acqua e un ponte gigantesco. Questo vuol dire che il palazzo è in grado di mobilitare e mantenere una
cospicua quantità di persone.
Il TE IIIA e IIIB è il momento di massimo splendore, in cui queste infrastrutture si attestano in varie parte
della Grecia. Il ponte viene fatto secondo la tecnica della falsa volta: lotti di pietra vengono messi sempre
più aggettanti, ma non c’è una chiave di volta che tiene in piedi tutto.
Ragionare sulle strade porta anche a ragionare sui mezzi di comunicazione. I palazzi sono centri che
possono permettersi di creare e gestire e utilizzare carri da battaglia o da trasporto. I grandi nobili dei
palazzi per antonomasia si muovevano e combattevano su carri. Questo è un utilizzo che si impone già nel
Vicino Oriente dal XIX-XVIII sec. a.C. e questa moda dei guerrieri su carri si esporta poi in tutto il mondo
allora conosciuto (Egitto). I carri sono attestati nelle stele di Micene, nel circolo di tombe A, al passaggio tra
il ME e il TE I. Sono mezzi molto costosi, anche perché necessitavano di cavalli e dovevano essere fatti con
una tecnica molto raffinata. Hanno un impatto simbolico molto forte e un valore altissimo. I carri sono i
tipici doni che si scambiano i re del Vicino Oriente. Non è escluso che nella casa delle sfingi, in quella degli
scudi, ecc. ci potessero essere applique da mettere non solo sui mobili, ma anche sui carri. Peraltro la
rappresentazione di carri è quasi sempre di tipo rituale, non sono quasi mai lanciati in battaglia.
C’è poi il dibattito su come realmente venissero usati i carri. La terra greca è una terra tutta rocciosa.
Prima si ragionava su Omero, che però fa un uso strano del carro rispetto a quello che ne facevano in Vicino
Oriente. I soldati omerici salgono sul carro, arrivano alla battaglia e scendono dal carro, mentre nel mondo
vicino-orientale ci sono veri e propri scontri tra carristi. Ogni carro, tra l’altro, aveva sicuramente con sé
gruppi di armati. Questo in Grecia non è possibile, se non forse nelle pianure della Messenia e della
Tessaglia. All’inizio si diceva che Omero si era dimenticato che il carro fosse di epoca micenea, poi, quando
ci si è resi conto che in Grecia è difficile muoversi con i carri, si è anche ribaltata l’ipotesi omerica.
E’ stata avanzata l’ipotesi che usassero l’arco dal carro, ma non abbiamo l’iconografia del carro con l’arco.
Allora si è pensato che operassero direttamente con le lance dal carro, ma era decisamente scomodo.
Di fatto l’uso del carro nel mondo miceneo è difficile da capire. Sicuramente aveva un grande valore
simbolico e quindi, al di là dell’utilità, veniva usato in maniera massiccia.
Nell’antichità la guerra è un rituale di autorappresentazione. C’è una logica complessa tra
autorappresentazione e tecnologia. L’oplita deve combattere in quel modo perché è così che trasmette la
sua identità. Questo comporta dei limiti. E’ questione di cultura. La guerra è quindi consustanziale a quello
che si reputa di essere. In quest’ottica i carristi, anche se avevano mezzi poco comodi per il combattimento,
li usavano.
I chitoni di bronzo coprivano completamente il corpo. Alcuni studi fanno pensare addirittura che il bronzo
non fosse a vista, ma che fosse cucito su un giustacuore molto lungo di cuoio.
Altra questione: siamo i sicuri che fossero i guerrieri ad usare queste armature così pesanti e non l’auriga,
che non può tenere lo scudo?
Chitone di bronzo ritrovato in una tomba a camera a Dendra, necropoli di Midea.

Tirinto
Probabilmente è stato il porto di Micene per molto tempo, poi si è insabbiato nel corso dei secoli, per cui
ora la linea di costa è molto più avanti.
Il sito è stato scavato nell’800. Tutto il circondario è sicuramente abitato nel TE IIIB e C. C’è una vera e
propria città come la immaginiamo, con la rocca alta e circa 30 ettari di abitato a maglie strette.
E’ comunque un sito piccolo.
Tirinto è uno dei primi scavi fatti nella Grecia micenea.
Ha 4 fasi principali:
-AE I 🡪 Rundabau.
-TE IIIA (1400-1300 a.C.)
-TE IIIb1 (1300-1250 a.C.)
-TE III b2 (1250-1200 a.C.).
Come a Micene, anche il palazzo di Tirinto ha 2 megara, inglobati in un sistema architettonico molto
complesso, che fa della parte alta di Tirinto un intero palazzo. Dopo la distruzione dei palazzi micenei in
tutta la Grecia continentale ed insulare, l’unico megaron che continua ad essere utilizzato è proprio quello
di Tirinto. All’inizio dell’età del ferro (1100-1000 a.C.) si struttura dentro il megaron miceneo un secondo
megaron più piccolo. E’ una delle pochissime prove di continuità architettonica tra il palaziale e il
postpalaziale. Sopra la rocca di Tirino è stato trovato anche un tesoro in un ripostiglio, risalente alla fase
postmicenea (1100/1000 a.C.) e anche in questo caso abbiamo l’unico attestato di un’elite postpalaziale
che si richiama però alle logiche e alla simbologia dell’elite palaziale precedente. Per il resto in Grecia
abbiamo una discontinuità molto accentuata tra le elites palaziali e quelle postpalaziali.
Nel TE IIIA la parte più alta è fortificata con una grande porta verso est, che nel corso del tempo va
ristrutturandosi e nel TE IIIb2 viene monumentalizzata creando un vero e proprio propileion. Cambia di
funzione e diventa una porta interna.
Nel corso del tempo Tirinto tende ad allungarsi verso sud e nella fase intermedia si allarga verso est,
creando una sequenza di porte. E’ un sistema finalizzato alla difesa del palazzo. Nella fase intermedia si
acquista anche la parte mediana della collina.
Nella fase più tarda si andrà ad acquistare all’interno delle mura anche la cosiddetta “città bassa” ed è il
momento di massima fortificazione. E’ una fortezza che aspira ad essere inespugnabile 🡪 Si crea una grande
rampa che costeggia ad est l’entrata; si sale, si incontra una grande torre, ancora ben visibile; a questo
punto si aprono 2 strade: o verso nord, cioè verso la città bassa, che nello stato attuale non è ulteriormente
protetta, o verso la città alta, per raggiungere la quale, però, il percorso si fa ancora più complesso (le porte
vengono rinforzate). C’è una porta identica come struttura e dimensione alla porta dei leoni 🡪 Quindi le 2
rocche si imitano oppure agiscono le stesse maestranze.
Le porte avevano le travi per chiuderle da dentro. In questo caso la trave non viene sollevata, ma viene
incassata nel corpo della roccia, dove c’è un buco. La stessa struttura si trova anche a Micene. E’ probabile
che Tirinto e Micene non fossero regni separati e che Tirinto fosse all’interno del regno di Micene, anche se
Omero parla di Agamennone a Micene e Diomede a Tirinto 🡪 La geografia politica dell’Argolide dell’epoca
non è molto sicura. Alcuni ipotizzano che l’Argolide fosse divisa latitudinalmente e non longitudinalmente e
che ci fosse quindi un regno verso sud (Tirinto) e il regno di Micene, che invece puntava più verso il mare
(Salamina ed Egina).
Casematte (“siringhe” in greco): molto simili tra Micene (quartiere nord-ovest) e Tirinto. Si tratta di
sequenze di ambienti scavate dentro ai muri. Potenzialmente potevano essere usate per scopi difensivi, ma
è molto probabile che fossero magazzini. Tra l’altro, sono ad un livello molto più basso del piano di
calpestio di chi entra. Superate le 2 porte c’è una piccola porticina colonnata, poi si scendeva e poi c’era un
grande propilon.
Comunque l’esigenza della difesa era coniugata ad uno stile architettonico molto ricercato. Una volta
entrati, c’era un ulteriore propilon che portava ad un’altra corte (in tutto 3 corti) e infine il megaron.
L’ideologia del potere nell’architettura micenea è molto diversa da quella dell’architettura minoica. Qui si
arriva comunque al megaron, anche non volendo.
Nella fase più tarda si fortifica la cittadella bassa e si creano le casematte a sud (vanno ad aprire il tessuto
del muro per colpire eventualmente l’avversario che si avvicinasse). Chi saliva la rampa porgeva sempre il
fianco agli eventuali arcieri posizionati nelle casematte.
Poi si struttura e si fortifica anche l’accesso alle fonti d’acqua, nello stesso periodo e con la stessa tecnica
che riscontriamo a Micene.
L’estensione occidentale di Tirinto 🡪 Muri aggettanti che creano giochi di luci.
Ricostruzione: la zona occidentale viene fortificata con 2 grossi torrioni (27 e 14), ma poi lo stesso 27 viene
inglobato in un’altra ala di mura ciclopiche, che portano ad una porta, anche questa stretta e lunga come
quella di Micene (non pare avesse chiusura). La scala che porta al torrione 27 è interrotta: è quindi
probabile che dal torrione 27 si potesse accedere alla scala solo attraverso un ponte levatoio.
Comunque è improbabile che si facesse entrare il nemico per poi bloccarlo all’interno.
A Tirinto nella fase finale una serie di esondazioni molto forti induce l’elite a costruire una diga. Si scava un
nuovo canale e si va a deviare il corso delle acque. La diga è struttura irregolare a trapezio, ma con i lati
sfondati. A valle è larga circa 25 metri, a monte 90 metri ed è lunga circa 105 metri.
Scavano il canale, con la terra che trovano creano un grande dosso e strutturano le facciate esterne della
diga per deviare il corso.
Old stream bed = antico alveo del fiume. E’ uno sforzo edilizio enorme. Probabilmente viene fatto d’estate,
quando non c’era molta piovosità in Grecia.
Nel periodo classico delle cittadelle micenee si era quindi in grado di movimentare forza-lavoro e ricchezza
per costruire infrastrutture che avevano una ricaduta su tutta l’area.

DIGHE DEI MINII


La diga di Tirinto, però, non è impressionante quanto il sistema di dighe che i micenei costruiscono tra il
1300 e il 1200 a.C. (TE IIIb) in uno dei bacini lacustri più grandi della Grecia centro-meridionale 🡪 Bacino
lacustre di Copaide, tra Tebe e Orcòmeno. E’ una pianura creata da una serie di fiumi che convergono verso
la costa. Ha una caratteristica particolare, perché è dolinica: terreno impermeabile circondato da zona
calcarea dove si creano colline naturali. Questo fa sì che l’acqua tenda a ristagnare verso il centro, perché è
una conca, creando ampie zone paludose. La presenza delle doline di questo terreno più impermeabile
colpisce probabilmente i signori di Orcomenos, che decidono di bonificare tutto il lago con un’opera
gigantesca di strutturazione di dighe, al fine di sfruttare la possibilità di convogliare le acque in eccesso
verso le doline (cerchietto azzurro). Una volta individuate le doline, creano un sistema di canali per fa sì che
le acque vi vengano convogliate e che poi vengano portate verso il mare. Contestualmente all’escavazione
di canali, costruiscono delle dighe, ricordate nella tradizione epica 🡪 Ercina, re di Orcomenos, viene
sconfitto da Eracle, che tombina le fosse doliniche e allaga tutta la pianura. Le dighe hanno modificato per
sempre il paesaggio locale.
C’è un dispendio di energia enorme (2 milioni di metri cubi di terra e 250 mila metri cubi di pietra).
I 2 grandi canali, quello verso nord e quello verso sud, convogliano verso i 2 canali paralleli 100 metri cubi al
secondo d’acqua.
Questo grandioso progetto di bonifica di tutta la pianura, che ha permesso ai signori di Orcomenos di avere
un’enorme capacità produttiva in termini agricoli, viene realizzato contestualmente alla più grande
cittadella micenea attualmente scoperta in Grecia, cioè la cittadella di Gla.
Gla
Gla, esattamente come le sue dighe, è il prodotto di un progetto architettonico portato a termine nell’arco
di 100 anni. Quindi non ha fasi diverse di edificazione, come a Micene, per esempio. Gla viene distrutta
prima della fine del mondo miceneo. E’ un’area 3 volte più lunga di Micene, circondata da mura ciclopiche,
larghe 5/7 metri e più curate nell’aspetto, perché realizzate con una selezione in termini di scale e
dimensioni dei conci. E’ una fortezza anomala. Il fatto che sia il prodotto di un unico progetto si vede anche
dalle porte, che sono tutte uguali. C’erano postazioni per le guardie, ma in alcune c’è anche una nicchia e
questo fa pensare che fosse un altare dedicato alle divinità che proteggevano le entrate (cfr. Micene e
Atene).
La porta sud è doppia e porta a 2 zone: la lower citadel è la città bassa + grande spazio contenuto dalle
mura. Ci sono zone volontariamente distinte, tanto che sono state fatte porte diverse.
Ad oggi non è stato trovato niente dentro questi grandi enclosures, cioè dentro questi grandi spazi, e
questo è strano se paragonato allo sforzo architettonico gigantesco.
All’interno c’è un grande recinto 🡪 Area dell’agorà (vedi mappa ingrandita), che a sua volta è organizzata
secondo recinti chiusi. In realtà sono spazi fortificati interni, con la porta verso sud con le 2 torri laterali.
Dalla porta sud si accede, ma si ha un’altra porta, si entra nello spazio terzo, poi c’è un’altra porta che porta
allo spazio secondo, che a sua volta porta verso est, e poi il primo spazio interno non è accessibile
dall’enclosure 2, ma è accessibile solo dall’edificio del megaron. E’ quindi una struttura particolare.
MELATHRON = forma a gamma del tutto anomala. E’ una struttura addossata sulle mura nella parte nord. Il
fronte delle mura inglobava l’edificio stesso. La pianta ha una struttura stranissima. Ci sono lunghi corridoi
(k1, k2), che vengono raddoppiati da un altro sistema di corridoi (n1, n2, n3, n4, n5 e p1, p2, p3). I corridoi
non danno direttamente alle stanze, ma danno ad altri corridoi che a loro volta fanno accedere agli
appartamenti, quasi come se si volesse rispettare la privacy. Gli appartamenti sono caratterizzati da colori
simili. Vengono chiamati “appartamenti” perché hanno una struttura molto simile, formata da
un’anticamera e da una stanza, quasi come se fossero appartamenti di personale di palazzo che per qualche
motivo aveva rispettata la propria privacy. Un altro elemento caratteristico è la presenza di 2 grandissimi
megara (in azzurro). Mentre la parte centrale dell’edificio aveva sicuramente un secondo piano (M è un
sottoscala e la parte terminale di k2 potevano essere le scale), nella zona dei megara probabilmente c’era
un secondo piano. Sono megara, però atipici, perché non ha le colonne e l’entrata è fatta a polythyron,
come gli edifici minoici. Questo è particolare. Anche in questo caso abbiamo una specularità. Questa è una
chiara volontà dell’architetto.
Strutture parallele: A corrisponde ad H, 1-2-3-4-5 è speculare all’ambiente 4 (anche se ci sono delle
anomalie dovute alla morfologia del terreno), M corrisponde ad E e Z corrisponde a N. Si dice questo
perché la tipologia dei manufatti ritrovati è molto simile. Pare che N e Z fossero delle cucine (ceramica da
fuoco), mentre E ed M potrebbero essere degli alloggiamenti. L’edificio è molto lungo. Gli altri ambienti
sono magazzini molto ampi per lo stoccaggio tutto il provente dell’agricoltura, ottenuto dalla bonifica della
pianura . Le piattaforme d’entrata sono molto larghe.
Si parla anche di un palazzo di Orcomenos che ha dato affreschi. In realtà gli scavi risalgono a Schliemann,
per cui non se ne sa niente. Comunque non c’è una pianta di quello che si chiama il palazzo di Orcomenos.
Sicuramente, però, Orcomenos ha bonificato il lago di Copaide ed edificato questa roccaforte. Inoltre, ad
Orcomenos c’è una tomba a tholos con l’architrave completamente decorato.
La rivalità tra Tebe, Orcomenos e Micene doveva essere molto grande.
Gli edifici A ed H, che sono speculari ed identici, sono particolari: hanno grandi entrate, che rispondono
forse alla necessità di portare dentro carriaggi con beni e prodotti. Hanno inoltre delle banchine molto alte,
che non sembrano utili allo stoccaggio di vino e olio; al tempo stesso ci sono delle canalette, che però non
hanno nessuna forma di inclinazione. All’interno delle strutture dove si lavora l’olio ci sono sempre
canalette. L’olio è il prodotto più usato per l’illuminazione.
In particolare, nell’ambiente A sono state trovate anche tracce di affresco: c’è una donna con vestiti
minoici. Viene trovata anche un’anfora a staffa con scritto wanakatero, cioè “appartenente al re”. Sono
probabilmente ambienti di lavoro e stoccaggio, ma anche di residenza.
L’ipotesi è che questo edificio venga costruito per convogliare tutti i prodotti coltivati nella pianura di
Copaide all’interno delle mura, forse anche per raccogliere gli animali (questo renderebbe conto degli
enormi spazi lasciati liberi). La struttura doppia e speculare del melathron, invece, poteva forse essere il
luogo di residenza del ministro delle acque, cioè colui che gestiva di fatto le dighe, oppure del ministro
dell’agricoltura, che presiedeva allo stoccaggio e all’organizzazione del lavoro sui campi. L’ipotesi, però, non
è verificabile.

Pilo
A Pilo abbiamo il canone del palazzo miceneo, anche se è pericoloso parlare di canone. Il palazzo di Pilo è
paradigmatico per la sua regolarità, però ha elementi chiaramente ricorrenti a Tirinto e Micene (megaron +
concetto generale degli spazi legati alla presenza del megaron). Sono però edifici completamente diversi.
Esistono 2 tipi di megara:
-Il più canonico e il più ricco: aithousa, prodromos, dromos (anticamera porticata, vestibolo e megaron vero
e proprio con le 4 colonne) 🡪 Pilo, Tirinto e Micene.
-Tutti gli altri megara sono o grandi hall senza colonne o con 2 colonne in asse centrale (Mydea).
Definire il palazzo miceneo come tipicamente strutturato come quello di Pilo è rischioso.
Il palazzo di Pilo viene individuato già nel 1912 da un archeologo, che scopre nelle vicinanze del palazzo
alcune tombe a tholos. Poi nel 1939 trovano il palazzo e quasi subito l’archivio, che dà un grande impulso
alla decifrazione della lineare B. Si riprende a scavare nel 1952, dopo la guerra, quando verrà portato alla
luce tutto il resto dell’archivio e piano piano tutto il palazzo.
L’edificio palaziale occupa un’area di circa 80 metri x 70. L’abitato intorno non è mai stato scavato, per cui
non sappiamo come fosse la struttura urbana intorno all’edificio. Sopra però è quasi una sorta di tel.
TEL = termine arabo, “collina”. Indica una collina a sezione trapezoidale, che è il prodotto della
sovrapposizione di moltissime città. Troia è un tel, per esempio.
Il palazzo di Pilo non è una struttura simile a quella di Micene o di Tirinto.

16/04
Il palazzo di Pilo, il cosiddetto “palazzo di Nestore”, è il prototipo dei palazzi micenei. E’ un prototipo
concettuale, perché in realtà è un unicum nella sua organizzazione, però la planimetria, l’organizzazione
degli ambienti e dei corridoi intorno al megaron sono la miglior rappresentazione architettonica del
concetto di palazzo e di potere nel mondo miceneo. Micene ha comunque un sistema di deambulazione
che porta al palazzo, che però è costruito su una collina e deve quindi adeguarsi alla morfologia del suolo.
Nel caso del palazzo di Nestore a Pilo, invece, la collina è molto piatta (è un vero e proprio tel), quindi
l’organizzazione degli spazi è più coerente e più ordinata.
Viene individuato già nel 1912 da un archeologo, che trova vicinissimo al palazzo delle tombe a tholos e
intuisce che probabilmente nelle vicinanze doveva esserci un edificio. Micene, Cnosso e Festos erano già
state scoperte, quindi si sapeva ormai che la fenomenologia degli insediamenti del potere nell’età del
Bronzo era quella del palazzo.
Nel 1939 Blegen scopre l’archivio miceneo di Pilo.
1939-1945: pausa dovuta alla guerra, impiegata da Blegen per ordinare il materiale epigrafico ritrovato e
iniziare i primi studi sulla lineare B. Blegen e Bennett procedono infatti a fotografare e riordinare il
materiale.
Col 1952 riprendono gli scavi sistematicamente. Poi la collaborazione tra Bennett, Blegen e Ventris darà
come frutto la decifrazione della lineare B.
L’entrata è verso sud-ovest e si presenta come un tipico propilon con 2 colonne centrali, simile a quello di
Tirinto. L’entrata è segnalata anche da una piattaforma (sulla sinistra), che marcherà i momenti più
importanti del palazzo di Pilo, cioè l’entrata dell’aithousa e l’entrata del domos. Un’altra di queste
piattaforme la si ritrova a fianco dell’entrata del terzo megaron del palazzo (65). Le pedane hanno quindi
una funzione importante in rapporto all’entrata principale dell’edificio e alle 3 entrate di secondaria
importanza anteposte ai megara. Vi è stata ipotizzata la presenza di guardie armate, la cui funzione però è
una sorta di nostra proiezione. Nel mondo antico mantenere corpi di soldati finalizzati solo alla guardia non
doveva essere molto frequente. Un’altra ipotesi è che sulle pedane venivano messi dei treppiedi per
illuminare. Nelle 4 pedane, però, c’è un’anomalia 🡪 Quella dell’entrata principale è sulla sinistra e questo è
un elemento importante, perché di fatto gli ambienti 7 e 8 sono l’archivio del palazzo, mentre l’ambiente
rettangolare senza numero probabilmente era una torre e lì poteva stare un minimo corpo di guardia. Lo
spostamento verso sinistra della pedana è probabilmente legato alla presenza dell’archivio.
E’ giusto trovare un archivio all’entrata del palazzo, perché tutte le merci che passano trovano una sorta di
barriera doganale. C’è, però, una linea irregolare che è una trincea di spoglio: in epoca successiva hanno
espoliato i conci che creavano il perimetro del palazzo (sono stati i veneziani). Questo significa che tutta
l’insula degli ambienti 8-9-10 è ricostruita sulla base della trincea di spoglio lasciata dai veneziani, il che ha
creato dei danni inimmaginabili per l’archivio, perché la fascia spezza l’archivio. Molte tavolette, quindi,
sono andate perdute durante quest’operazione.
Nel palazzo di Pilo spesso si riscontrano dei moduli di stanze a coppie: 10-9, 8-7, 20-19. I moduli, cioè, sono
2 stanze dove di fatto l’accesso è sempre da nord e non da sud. Per esempio, la stanza 9 è chiusa e vi si può
accedere solo da 10. Questo è certificato dalle soglie, che sono fatte a T, come quelle minoiche. Perciò si
vede la direzione dell’apertura della porta. In questo caso, l’apertura messa su 7 è una ricostruzione di chi
ha restaurato il palazzo, perché logica vorrebbe che l’accesso sarebbe stato da 8 verso 7 e non viceversa.
L’ipotesi della presenza della porta in sé può anche essere valida, perché è possibile che ci fosse una doppia
porta. Il problema è che, se la porta è unica su 7, di notte, quando si chiude il palazzo, l’archivio è tagliato
fuori. Che esistesse una porta su 7 può essere giustificato proprio dalla presenza della pedana spostata
verso sinistra, ma è probabile che un’apertura ci fosse anche su 8, in modo che l’archivio fosse sempre
raggiungibile. E’ plausibile anche che da 3 si accedesse a 8, perché alcune tavolette sono state trovate
nell’ambiente 3, cioè nel colonnato del propileion. E’ probabile quindi che, quando il palazzo è stato
distrutto, le mensole su cui le tavolette erano conservate siano crollate e scivolate fino alla corte interna.
Questo ci fa pensare che l’entrata fosse sia su 8 che su 7, creando un circuito completo, per cui la
documentazione proveniente dall’esterno passava da 7 e poi veniva archiviata in 8.
L’archivio 8 come mobilio non ha restituito nulla, eccetto una bassa banchina, su cui non ci sono fori: è
quindi probabile che le tavolette fossero parzialmente appoggiate sulla banchina e parzialmente su
mensole attaccate al muro.
Probabilmente le tavolette erano conservate sia su mensole sia su ceste. Questo perché, nell’unico disegno
che gli archeologi hanno fatto nel momento del ritrovamento di tutti i documenti, le tavolette sono per lo
più a forma di foglia di palma (strette e lunghe) e spesso si dispongono a ventaglio ed è probabile che
fossero appoggiate dentro delle ceste. Le ceste scompaiono poi col tempo e le tavolette mantengono la
posizione a ventaglio.
Il palazzo di Pilo è quello meglio scavato dell’archeologia egea pre-moderna (prima degli anni ‘50/’60).
Hanno creato una griglia decimetrica tra la stanza 7 e 8 in modo da avere l’esatta collocazione di ogni
singola tavoletta. Il problema è che la posizione è descritta come un punto: non avere la posizione relativa
tra le diverse tavolette, infatti, ci impedisce di avere un indizio sull’organizzazione dei documenti all’interno
dell’ambiente. Un unico documento poteva essere costituito da più tavolette.
Poi, grazie alla lettura dei documenti attraverso la lineare B, si è riusciti a ricostruire che la stanza 8 era
organizzata con scaffali divisi per provincia (ulteriore o citeriore). All’interno di questi scaffali poi c’erano le
diverse ceste che conservavano documenti specifici.
Le tavolette trovate nella stanza 7 sono percentualmente più a forma di foglia di palma 🡪 Sono i tipici
documenti provvisori fatti dagli scribi micenei. Molte di queste tavolette vengono poi ricopiate in bella
copia in tavolette a forma di foglio, che sono state ritrovate spesso nell’archivio 8. L’archivio 8, quindi, è il
vero e proprio archivio, dove la documentazione va messa da parte e archiviata, mentre la stanza 7 era la
stanza dove probabilmente le tavolette venivano fatte, redatte, corrette, verificate e stilate in versione più
consona all’archiviazione.
Noi conosciamo tutti gli scribi che lavoravano a Pilo. Non conosciamo i loro nomi, perché gli scribi micenei
non si firmano mai, ma i micenologi sono riusciti nel tempo a riconoscere tutte le mani scribali. Sono
numerate: da 1 a 100 Pilo, da 100 a 200 Cnosso, sopra il 300 Tebe.
La scoperta di quest’archivio è stata fondamentale per la decifrazione della lineare B, perché ha restituito
tavolette lunghe con testi abbastanza articolati. Le tavolette di Cnosso, invece, sono frammentarie e il testo
è estremamente ridotto, probabilmente a causa dell’influenza delle burocrazie minoiche, che usavano la
scrittura al minimo possibile nelle tavolette amministrative.
Jn 829 🡪 Sequenza delle 2 province del regno. Le 2 province sono distinte in 9 e 7 distretti, riportati nella
tavoletta. Distretto sacro del regno, dove c’era la sacerdotessa con una serie di personaggi alle sue
dipendenze, che va a reclamare presso il palazzo proprietà terriere contro il demo. Poi ci sono le unità di
misura di bronzo, organizzate per sindaco e vicesindaco.
Nell’archivio 7 sono state trovate delle piccole kylikes, miniaturistiche, e un enorme pythos, che
probabilmente conteneva dell’olio. Lo sappiamo perché l’incendio che si sviluppa nel palazzo è tale da
fondere la ceramica presente nell’ambiente. Ha così cotto tutte le tavolette.
Non è chiaro quale fosse la funzione di questi piccoli calici: forse erano di uso rituale, perché comunque
siamo all’imbocco del palazzo, zona sensibile.
Il pythos con l’olio si è ipotizzato potesse essere una sorta di dogana dove si pagava, ma non sembra molto
logico. Il sistema di contabilità del palazzo è molto articolato e molto ben organizzato. Se il pythos avesse
avuto questa funzione avremmo quindi avuto documentazione a riguardo.
Nell’ala nord del palazzo sono stati ritrovati tutti i magazzini dell’olio, all’interno del quale vengono
ritrovate anche tavolette che parlano proprio della transazione dell’olio.
Una volta superato l’archivio, si accede alla corte 3. Si tratta di una piccola corticella scoperta, che da un
lato porta verso il megaron (4-5-6), dall’altro verso il piccolo portico 44, con le 2 colonnine.
Una volta all’interno di questa corte il palazzo si articolava su almeno 2 piani, come testimoniano le
colonne, ma anche le scalinate che troviamo a est e ad ovest del prodromos (vestibolo 5). Era tutto
decorato, sia in termini di pavimento che di pareti.
Il palazzo è piccolo, però è completamente affrescato. La qualità degli affreschi sicuramente non è quella di
Cnosso, ma c’è un tentativo di emulare gli esempi cretesi e micenei. In questo periodo, soprattutto a partire
dal TE IIIA, Micene ha un rapporto diretto con Cnosso 🡪 Producono insieme la stessa ceramica. Per cui
Micene è la porta attraverso cui arriva in maniera massiccia nel Tardo Bronzo l’influenza minoica.
Tutto il palazzo si articola intorno al megaron. Anche i corridoi girano intorno. Per esempio, il magazzino 27
dell’olio era originariamente esterno al palazzo, poi viene unito e si va a creare un complesso unico di tutti
questi corpi. Il magazzino del vino, invece, rimane esterno.
Si accede quindi attraverso il propilon (aithousas), il prodomos e poi il domos. Anche qui abbiamo il
focolare con un diametro di 4 metri, le 4 colonne che lo circondano e un incasso nel pavimento che
sicuramente ospitava il trono ligneo. La linea era una canaletta che forse serviva alle libagioni del sovrano.
Focolare centrale con un anello in poros molto simile a quello di Micene e le fiammelle colorate. La base di
colonna è sotto lo stucco che compone il pavimento e la stratigrafia del pavimento permette di capire che
le colonne erano scanalate oppure a spirale.
La sala era tutta affrescata. E’ stato ritrovato un sistema di iconografie legate alla regalità (leone, grifone,
posizione araldica). Gli affreschi non sono di grande qualità, ma chiaramente c’è un grande dispendio
economico e di energie per l’impianto di decorazione. Aedo che suona con una colomba che si innalza, di
cui non sappiamo il significato. Anche il pavimento era decorato e stuccato con dei riquadri. Davanti c’è il
polipo, che probabilmente è un simbolo di regalità, perché proprio antistante allo spazio dedicato al trono.
Ci sono poi dei disegni di tipo geometrico. La parte bassa delle pareti era caratterizzata da finti zoccoli di
marmo policromo. La parte alta, invece, era riservata tutta a questo sistema iconografico. L’iconografia non
è mai dedicata al singolo, è ieratica, iconica, indica per esempio l’aedo in quanto tale. Nella parte vecchia
del palazzo ci sono una serie di affreschi dedicati a delle battaglie nell’ala sud-ovest. Sono abbastanza grezzi
come manifattura, però la rappresentazione della battaglia è ieratica: battaglia presso un fiume, micenei di
Pilo caratterizzati dagli schinieri bianchi e dagli elmi a zanne di cinghiale, gli avversari, invece, sono vestiti in
maniera molto selvaggia. E’ una delle poche iconografie relative alla battaglia, perché nel periodo classico
del mondo miceneo l’iconografia della guerra si riduce moltissimo. C’è anche l’iconografia dei carri, usati
però in modo pacifico o rituale. Corpetti bianchi trapuntati, gonnellini, schinieri alti con un rinforzo centrale
di metallo (si ritrovano, per esempio, nelle tombe dell’Acaia del IIIC). Quella degli schinieri pare una moda
che si diffonde principalmente nella fase postpalaziale, quando ormai non ci sono più le armature pesanti
(Dendra), ma sono manipoli più leggeri. Lo schiniere rimane comunque un oggetto dall’alto valore
simbolico, insieme anche agli elmi a zanne di cinghiale.
La canna fumaria stava sopra il focolare del megaron. Questo vuol dire che sicuramente il secondo piano
c’era, ma era aperto sopra il focolare. Dobbiamo immaginare una sorta di balaustra sopra il focolare.
Negli ambienti 9-10, 19-20 sono state trovati 6700 calici 🡪 L’edificio è piccolo, ma conteneva una quantità
incredibile di ceramica. Era quindi un centro rituale di grande impatto su tutto il territorio.
In una fase tarda i corridoi vengono tutti chiusi per creare aree di stoccaggio (cfr. palazzi minoici). Nel
momento in cui i corridoi si chiudono, è chiaro che l’edificio cambia completamente planimetria.
Ambiente 23-24: magazzini dell’olio. Le varie forme ceramiche, delle giare, sono state chiuse dentro una
bassa pedana di argilla, creando una sorta di mobiletto. L’olio veniva preso e versato. Proprio in questa
banchina sono state ritrovate anche tavolette che rendicontano le modalità del prelievo o dell’acquisizione
di olio. Sono tavolette della classe F: sono tutti oli profumati e le tavolette sono finalizzate a organizzare
festività. Questa categoria di tavolette è stata trovata anche a Cnosso e ha il pregio di testimoniare la gran
parte del pantheon miceneo. Il rendiconto finale di alcune tavolette trovate qui si trova poi nell’ambiente 7-
8 🡪 C’è quindi un circuito interno, ma anche uno esterno, più difficile da ricostruire. Non sappiamo bene
come il palazzo si rifornisse del materiale: per esempio, abbiamo molto olio, ma non abbiamo tavolette che
testimoniano la raccolta dell’olio dalle campagne. Problema complesso: perché non abbiamo la
documentazione relativa all’acquisizione del materiale? Ci sono varie ipotesi: o l’informazione viaggiava su
supporti diversi o abbiamo perso parte dell’archivio o gli scribi operavano in maniera diversa a seconda dei
contesti che avevano davanti.
Sempre nell’ambiente 23-24 è stata trovata anche dell’argilla non ancora formattata. Questo vuol dire che
lo scriba si portava con sé il kit di argilla, che poi plasmava.
Si è fatta un’analisi delle impronte digitali degli scribi di Pilo e di Cnosso. E’ interessante notare che gran
parte di coloro che facevano le tavolette erano mancini e avevano le mani piccole. Si è pensato a bambini.
In realtà la prevalenza delle mani sinistre è legata alla formattazione del documento, perché l’argilla si
schiacciava con la sinistra. Le mani piccole sono state oggi associate all’ipotesi che fossero donne.
Pare che coloro che scrivevano le tavolette non fossero gli stessi che le formattavano. Gli scribi hanno
un’incredibile capacità di progettare l’impaginato delle tavolette. Alcune sono il prodotto di note singole
messe su foglio. In generale, lo scriba ha chiaramente in testa il testo che va a scrivere.
Problema degli scavi soprattutto per Cnosso 🡪 I piccoli muretti venivano intonacati.
E’ importante notare i piccoli riassetti degli ambienti, perché ci permettono di datare meglio e di
documentare la presenza della lineare B in certe fasi piuttosto che in altre.
La lineare B è sicuramente attestata tra il 1400 e il 1190 a.C. Poi scompare completamente senza lasciare
traccia né ricordi. Alcuni hanno pensato che una scomparsa così improvvisa fosse segno di un’invenzione
recente della scrittura.
Ambiente 43 (verso est rispetto alla corte 3) = è sicuramente una toletta, un bagno, con un asaminthos
(vasca) chiuso in un mobiletto di stucco, un mobiletto vero e proprio con 2 anfore inglobate e un gradino
per entrare. La toletta serviva all’ambiente 46.
Ambiente 46 = è un secondo megaron, anche se non ha le colonne. Ha il focolare centrale decorato come il
megaron 6 principale.
Dietro, gli ambienti 48-49-50 erano dei bagni monumentali (su uno c’è un lastra di pietra molto ampia).
Erano tutti decorati con polipi, delfini, che erano sicuramente simboli di regalità.
Il doppio megaron ha fatto pensare al doppio megaron di Micene, ma a Dimini, per esempio, dove c’è un
palazzo miceneo un po’ più tardo che non ha una struttura megaron identica a questa, sebbene comunque
con 2 colonne in asse, ci sono 2 megara, così come a Tirinto. Viene quindi da pensare che ci potessero
essere 2 alte personalità nei regni micenei oppure che il secondo megaron fosse per gli ospiti.
Nel mondo miceneo, comunque, qualcosa naviga in termini di dualità. C’è il wanax e il lawagheta, che
ricopriva la seconda carica dello Stato; c’erano poi i doppi megara. Probabilmente questo nasce dall’uso
bellico del carro, che ha sempre bisogno di 2 persone. Viene poi da pensare al ciclo epico che ruota intorno
ad Aiace 🡪 Si muove sempre in coppia. Tra l’altro, spesso nel mito ci sono storie di fratelli che si uccidono o
che regnano insieme (cfr. catalogo delle navi). In fondo a Sparta c’è la diarchia. Non necessariamente nel
mondo miceneo c’era una struttura politica di questo tipo, ma potrebbe essere.
Sparta è la massima rappresentanza della cultura dorica, che dovrebbe essere la cultura che ha distrutto il
mondo miceneo, ma è anche vero che la Laconia e Creta sono le zone di maggior tradizione e
conservazione della Grecia. Quindi, come spesso avviene, potrebbero esser subentrati alla cultura micenea,
ma al tempo stesso averla conservata in alcuni aspetti.
Il magazzino del vino (105) è strutturato in modo molto simile a quello dell’olio, con le banchine che
inglobano le giare e le forme da stoccaggio. Però è ancora un edificio autonomo.
L’edificio di nord-est era sicuramente una rimessa per carri: sono state trovate tavolette relative alle ruote
dei carri, oggetti e parti dell’officina. L’ambiente 93 era probabilmente un piccolo sacello, perché il
quadratino sulla pianta dovrebbe essere un altare.
In quest’area è stata ritrovata una tavoletta che reca l’iscrizione: po-ti-ni-ja i-qi-ja (“iquijia”) = la potnia del
cavalli. Iqija è anche il modo in cui i micenei chiamano il carro. Arma, -atos in origine indicava la ruota. E’
quindi probabile che il sacello fosse destinato al culto della potnia dei carri.
Si è ipotizzato che quest’officina fosse quasi semi-indipendente dal palazzo.
Con lo studio delle tavolette ci si è resi conto che molti settori dell’economia palaziale mancano all’appello:
manca la produzione ceramica, nel caso di Pilo mancano le messi e i carri. Gli studiosi che fino agli anni
‘80/’90 ipotizzavano un potere del palazzo estremamente forte e concentrato hanno iniziato a dubitare
della capacità del palazzo di concentrare in sé tutta la gestione del territorio. E’ stata quindi avanzata
l’ipotesi che ci fossero altre strutture di potere contemporanee e competitive rispetto al palazzo e che il
palazzo fosse semplicemente l’azionista di maggioranza nel territorio. Oggigiorno l’approccio metodologico
sta svuotando il ruolo del palazzo nel territorio. Ormai si è quasi del’idea che il palazzo dovesse concertare
con le elites locali ogni brandello del suo potere, che alla fine si riduceva ad una sorta di giro per il territorio
per andare a rubare quello che noi nelle tavolette recepiamo come tasse.
Dagli anni ’60 ad oggi si è passati a visioni antipodiche del ruolo del palazzo. Studiare come gli studiosi si
sono approcciati ad un certo argomento è estremamente fruttuoso.
Il più grande studioso di storia orientale è Mario Liverani, “immaginare Babele”: è una storia della ricerca
archeologica e filologica applicata all’Oriente. Liverani mostra tutti i passaggi metodologici di come gli
studiosi recepivano quello che scavavano a seconda dell’epoca 🡪 Nella prima fase (tra la fine dell’800 e
l’inizio del ‘900) tutti trovavano palazzi, conti, dame e principi: quindi il palazzo è vuoto nel senso
amministrativo, ma è sede di celebrazione del re. Tra le 2 guerre cambia il concetto di palazzo, che diventa
più comunitario e integrato. Non è più una semplice manifestazione del potere privo di ogni comparto
lavorativo. Negli anni ’60, quando inizia ad andare in crisi il concetto di Stato, gli studiosi del Vicino Oriente
cominciano a svuotare la loro interpretazione dei palazzi orientali passo passo con quello che sta
succedendo nella società di allora.
Potremmo star facendo lo stesso errore, per cui tendiamo a vedere il mondo antico come un mondo molto
più interconnesso. Ragioniamo in questo modo forse perché abbiamo quest’impulso all’uguaglianza.
Il prodotto massimo di questa aberrazione è un lavoro di Dimitri Nakassis, che va a ragionare in termini di
agency 🡪 Fino agli anni 2000 si ragionava molto più in termini di Stato, di organizzazione e di grandi
fenomeni, proprio perché il piccolo fenomeno è difficile da trovare in archeologia. Questa nuova tendenza
dell’agency è la tendenza di valutare quanto il singolo possa essere motore di storia (Giulio Cesare,
Augusto, Carlo Magno). E’ vero, ma è difficile capirlo nel contesto documentario miceneo. Secondo Greco,
l’agency è il prodotto di questa parcellizzazione, di questa idea che ogni singolo possa smuovere il mondo 🡪
E’ un indotto di internet.
Nakassis va a calcolare le potenzialità di organizzare festività da parte del palazzo di Pilo. Le feste
comunitarie e gli scambi di doni sono fenomeni fondamentali nello sviluppo della cultura di ogni epoca.
Nakassis dà cifre molto cospicue: dice, per esempio, che il palazzo è in grado di fornire una razione di orzo a
60.000 persone ogni 3 mesi. Per mantenere quindi il rapporto con il suo territorio, secondo Nakassis fa
queste festività. L’idea di pensare a festività che possano inglobare ideologicamente un corpo civico così
ampio è assurda.
Nakassis ha un’idea del palazzo e delle entità locali molto forti (alcuni ipotizzano che il palazzo di Pilo sia
un’impresa privata, ma privato di chi?).
E’ vero che il palazzo ha una capacità enorme di ridistribuire la ricchezza, ma è molto più importante farsi
un carro che organizzare festività, perché il carro simboleggia il potere e il potere simboleggia il buon
rapporto con gli dei, che ricade sul corpo civico. La ridistribuzione, quindi, è più che altro ideologica.
In conclusione, non è facile capire la natura del potere dei palazzi sul territorio. Sicuramente è un potere
che andava concertato e che era diversificato.
Se noi potessimo osservare il palazzo nel corso del tempo, potremmo capire molto meglio la situazione.
Certo è che nella fase finale, cioè nel momento in cui le tavolette vengono sepolte, Pilo, per quanto la sua
documentazione sia di 700 tavolette, restituisce in realtà solo poche informazioni (2 province con 9 distretti
da una parte e 7 dall’altra, ogni distretto aveva un capo e poi ci sono vari livelli di nomenclatura per la
gestione delle risorse).
Stanza 65 = altro megaron, anomalo perché senza focolare interno. E’ un’ala più antica del palazzo.
La stanza 64 è il vestibolo colonnato. Da questa zona vengono gli affreschi della battaglia visti prima.
E’ stato ipotizzato che in realtà il palazzo di Pilo sia una sorta di palazzo minoico abortivo. Togliendo l’area
del corpo centrale della fabbrica dell’edificio, di fatto potenzialmente si ha la corte centrale dei palazzi
minoici. Una delle ipotesi è che l’edificio sia prima stato di matrice minoica, quindi con tutti gli edifici che si
affacciano su una corte centrale, e che poi sia stato fatto il corpo dei palazzi micenei.

Tombe
La maggior parte delle tombe di epoca micenea post fase tombe a fosse è la tipologia delle tombe a
camera: sono tombe scavate nel terreno quasi sempre ai piedi di colline fatte di pietra tenera; si crea un
dromos, cioè un corridoio più o meno lungo, e poi chiude il talamos, cioè una camera funeraria. Le camere
funerarie possono essere di varie forme: per lo più sono rettangolari. Questo dipende anche dall’area di
riferimento (Cicladi vs. continente).
Se le tombe delle grandi elites nel periodo miceneo sono le tholoi, le tombe a camera nel corso dei secoli
raggiungono anche dimensioni e corredi di grande ricchezza. Ci sono addirittura delle tombe a camera che
riproducono all’interno il tetto di edifici. Recentemente ne è stata trovata una a Tebe affrescata. Questo
significa che le elites che si fanno seppellire nelle tombe a camera nel tempo arrivano ad una grande
ricchezza, che in certi casi può competere con quella delle elites palaziali. L’elite ricca come si relaziona al
palazzo? Potrebbero essere elites indipendenti che contendono il potere al palazzo, oppure possono essere
elites del palazzo. Quando abbiamo un centro di potere forte, le elites esistenti tendono ad essere
semplicisticamente sottomesse oppure ad entrare a far parte dell’establishment. Questo è un percorso
fondamentale per la creazione di una coesione sociale 🡪 La genialità di Roma è avere una classe dirigente
autorevole e la capacità di essere attrattivi rispetto alle elites. Uno dei meccanismi per inglobare elites è lo
scambio di doni, che va a creare vincoli (spesso matrimoniali). L’elite locale diventa così un elemento
dell’elite centrale. Finché il centro è solido, le elites vengon attratte e creano corpo dello Stato, ma quando
il centro indebolisce quelle stesse elites possono diventare un problema, perché sono all’interno dello
Stato, ma al tempo stesso sono radicate nel territorio (cfr. rapporti tra Pilo e Metapa, la provincia più
lontana).
L’aumentare della qualità e della ricchezza dei corredi delle tombe a camera è un messaggio anche di
rapporto con le grandi tholoi e con i grandi centri palaziali.
I documenti che abbiamo del palazzo di Pilo e di Cnosso sono tutti relativi all’ultimo anno di vita, quindi è
chiaro che i palazzi micenei si trovassero in un momento di crisi. Se avessimo un archivio intermedio,
potremmo cogliere meglio il funzionamento dell’organigramma dello Stato e dell’economia.
Spesso nei dromoi delle tombe si trovano chiare tracce di rituali 🡪 Prove di libagioni, calici, ceramica
spezzata, tracce di pasti rituali. Quindi il corridoio era il luogo del culto dedicato al defunto.
Il percorso di sepoltura di un personaggio di media o alta importanza era composto da una processione, di
cui abbiamo molti attestati nei palazzi, da pianti rituali (rappresentazioni nei sarcofagi di argilla, tipici della
cultura TM III di Creta), da banchetti e sacrifici.
Le tombe non sono considerate in sé come tombe singole, quindi possono essere riutilizzate. Per questo
spesso nel tempo sono state saccheggiate, anche mentre erano ancora attive.
Come per le tombe a fossa di Micene, non avevano molta cura del defunto decomposto. Le ossa spesso
venivano messe da parte senza molta cura e probabilmente in quell’occasione molti oggetti venivano
trafugati. Le tombe che si sono conservate meglio, quindi, sono quelle che sono crollate presto o che per
qualche motivo sono state dimenticate dalle comunità che le utilizzavano.
Si ha un’alta concentrazione di tombe a camera in Argolide, Beozia e Attica. Pilo, invece, ha più tholoi
comunitarie.
Carrista di Dendra.
Tombe a tholos: tipologia presente a Creta già nel III millennio a.C. Ma delle tholoi della Messenia e della
zona meridionale di Creta non sappiamo come venissero fatte le coperture. Non sappiamo se chiudessero a
volta come quelle micenee o se avessero un tetto normale. Un altro elemento di differenza tra una tipica
tomba a tholos micenea e una tipica tomba a tholos pre-palaziale a Creta nell’Antico Minoico è che, mentre
la tholos micenea è composta da un dromos, un portale e una camera sepolcrale ad alveare, le tombe a
tholos della Mesarà non hanno il corridoio davanti, ma hanno spesso la proliferazione di piccole stanzette
che vanno sempre ad occludere l’entrata principale della tholos, in modo che non abbia un allineamento
diretto con l’esterno. Non sappiamo quale fosse la funzione di questi ambienti.
Tholos di Atreo: è la più bella e la più grande in assoluto. Si colloca nel passaggio tra il TE IIIA e IIIB1: è
quindi anche molto antica. La porta è monumentale: presenta delle mezze colonnine di pietra verde della
Laconia, ha un timpano a triangolo decorato. Era finalizzata ad essere vista da ogni parte. E’ anche quella
che ha presentato sicuramente il massimo sforzo architettonico ed economico da parte di chi l’ha costruita:
sono enormi conci lavorati che soprattutto nella parte finale si strutturano in una falsa volta. Non si ha una
cupola vera e propria, ma un sistema di conci sempre più aggettanti verso l’alto. Vengono poi lisciati
creando l’effetto della volta. Il problema è la porta d’entrata, perché necessita di un architrave e
l’architrave è l’elemento che nel tempo riceve più pressione in assoluto rispetto al resto dell’edificio. Nel
corso dei secoli si riscontra quindi una lunga serie di fallimenti nella costruzione delle tholoi.
In realtà il problema è anche delle tombe a camera, perché comunque la porta è il punto debole del
sistema. Mentre gran parte delle tholoi più antiche sono collassate o attraverso l’architrave o l’attraverso la
parte strutturale dell’area ad alveare, tra il TE IIIA e B si capisce che bisogna creare una struttura che
scarichi sui pilastri laterali il peso (tomba di Atreo). Quella di Clitemnestra è l’ultima tholos costruita (1250
a.C.) è molto ben costruita, anche se più piccola e meno ricca di quella di Atreo. All’interno della tomba di
Atreo non è stato trovato nulla; vi era un’altra camera laterale scavata nella roccia grezza. E’ probabile che i
corredi fossero estremamente ricchi. Abbiamo l’esempio delle tombe a fossa.

17/04
Lineare B
È un sistema di scrittura sillabico aperto inventato probabilmente a Cnosso, all’indomani della conquista di
Cnosso da parte dei signori del continente. Possiamo dire questo perché la lineare B nasce direttamente
dalla lineare A, in un rapporto quindi di filiazione diretta, e con essa condivide gran parte degli ideogrammi,
alcune parti del sistema ponderale e il 70% dei segni sillabici 🡪 Questa è una prova incontrovertibile che i 2
sistemi sono uno il prodotto dell’altro. Vi è poi il problema dell’eventuale omofonia tra segni omomorfi.
La nascita della lineare B viene collocata indicativamente nel 1420/1400 a.C. Qualche tempo fa è stato
scoperto un ciottolo di fiume a Kafkania, vicino ad Olimpia, con un’incisione in presunta lineare B. Il testo
non è leggibile in sé, però il problema è rappresentato da 2 aspetti:
1) Su una parte del ciottolo è indicata un’ascia bipenne, con 3 raggetti a destra e sinistra come se si volesse
rappresentare il fatto che brilli 🡪 Non è tipico dell’iconografia dell’epoca.
2) Il contesto di ritrovamento è molto particolare, perché parrebbe far risalire questo ciottolo fluviale
addirittura al XVII sec. a.C., quindi alla fase finale del ME. Sarebbe di fatto l’attestazione in assoluto più
antica, che da sola in teoria potrebbe capovolgere l’ipotesi che l’invenzione della lineare B sia avvenuta a
Cnosso in quel frangente.
Questo crea un problema abbastanza grave: nella fase del ME III lo sviluppo dei centri urbani è molto
ridotto. Abbiamo siti di una certa importanza (Malthi Dorion, Asini), ma le condizioni generali dal punto di
vista storico, economico e politico non sembrano quelle che generalmente portano all’adozione di un
sistema di scrittura. Il sospetto è sull’autenticità del manufatto. E’ stata trovata la cassetta all’interno della
quale c’era il ciottolo 20 anni dopo lo scavo ed è stata ritrovata il primo aprile. Si sono fatti gli esami sulle
concrezioni della pietra, una sorta di funghi. Se all’interno dei solchi si fosse trovato questo tipo di
concrezione, siccome impiega centinaia di anni a formarsi, sarebbe stato chiaro che la pietra è originale. In
realtà l’esame è misto: da un lato si è certificato che alcuni tratti o sono falsi o sono stati puliti con tanta
forza quando è stato musealizzato il ciottolo, dall’altro ci sono segni che comunque hanno parte di queste
concrezioni.
In linea di massima oggigiorno si glissa sul problema.
Gli archivi più antichi ad oggi sono quelli di Cnosso e in particolare quelli del Room of the Chariots Tablets
(RTC): è una piccola stanza nell’ala occidentale del palazzo dove sono state trovate delle tavolette e fino al
1990 si pensava che fossero contemporanee a tutte le altre tavolette trovate nel palazzo (il palazzo di
Cnosso ha moltissimi depositi di archivio). Poi Jan Driessen, lavorando su taccuini di Mackenzie e di Evans, si
è reso conto da uno schizzo che lo stesso Mackenzie aveva disegnato le tavolette di questa stanza in uno
strato inferiore al pavimento della stanza stessa. Ha quindi capito che c’era un sistema stratigrafico, per cui
le tavolette erano state coperte da un pavimento ed erano quindi di una fase precedente all’ultima. Questo
ha permesso di datare tra il TM II e il TM IIIA (1430-1380 a.C.) l’archivio in questione, che è ad oggi il più
antico. L’archivio di Cnosso ha restituito più tavolette in assoluto, con un totale di circa 10.000 tra tavolette
intere e frammenti, anche se le tavolette intere non sono più di 2000.
Un altro deposito importante è quello di Kanià (cioè Kydonia), dove è stato trovato un piccolo nucleo di
tavolette (dove tra l’altro è attestato il nome di Dioniso) risalenti al TM IIIB1 (1300-1250 a.C.). E’ una
datazione intermedia, perché poi la gran parte delle altre tavolette (Tebe, Pilo, Dimini) sono tutte pertinenti
alla fase finale dei palazzi (1200 a.C.).
La lineare B è attestata prevalentemente su argilla, cioè su tavolette. Abbiamo qualche nodulo, cioè piccoli
grumetti di argilla con singoli sillabogrammi o ideogrammi (circa 80 da Tebe). Abbiamo anche etichette in
argilla attaccate su supporti in legno o ceste di vimini, con indicazioni riassuntive.
L’altro tipo di attestazione su argilla sono le anfore a staffa, dipinte prima della cottura. I messaggi qui
riportati sono tipici del lessico fiscale del mondo miceneo. Le anfore a staffa vengono create
sostanzialmente nella zona tra Kanià e Cnosso, nella vallata di Amari, e poi esportate verso il continente.
Altri supporti di fatto sono minimi: pietra di Kafkania, peso da Dimini (è l’unico vero attestato in lineare B su
pietra, se escludiamo Kafkania), sigillo da Medeone in Beozia e un sigillo da Bernstorf, Monaco di Baviera.
Come era usata la lineare B dai micenei? Non abbiamo nessuna attestazione simile a quelle della lineare A,
dove abbiamo iscrizioni su vasi di libagioni, su muri, su statuette (uso espanso, quasi letterario). La lineare
B, invece, è sempre attestata in contesti che possono ricondursi all’amministrazione. Qui si apre il dibattito
sul perché dell’uso così limitato della lineare B.
Le tavolette vengono da Polos, Dimini, Tebe, Medeon, Micene, Tirinto, Kafkania, Iklaina (dove è stata
ritrovata un’unica tavoletta), Pilo, Aghios Vassilios, Cnosso, Lakanea e un’unica tavoletta da Sissi.
Quindi la lineare B è poco diffusa rispetto alla lineare A, che si trova non solo nei palazzi, ma anche in edifici
esterni. La lineare B è strettamente vincolata ai palazzi principali e non compare in nessun altro contesto.
Una delle ipotesi è che la lineare B fosse esclusivamente una forma di scrittura per l’amministrazione.
Comunque né la lineare A né la B vengono usate in contesti monumentali. Non c’è la monumentalizzazione
della scrittura in quanto strumento di propaganda e autorappresentazione. Questo è un caso particolare,
perché molto diverso da quello del Vicino Oriente, per esempio.
La lineare B nasce come scrittura non per l’argilla, perché è ricca di ricciolini e linee curve e altri elementi
non adatti al supporto dell’argilla. Per l’argilla si è sviluppata, per esempio, la scrittura cuneiforme, dove lo
stilo è di fatto ortogonale e si sposta facilmente. I logogrammi micenei, invece, sono molto articolati.
Altri supporti, però, non si conservano (papiro, legno, tavolette cerate, oro e argento).
La lineare B forse era molto più diffusa di quanto non possa sembrare. Sicuramente, sarebbe scomodo
scrivere un intero poema epico in lineare B, perché la lineare B non segna la desinenze e semplifica o
complica moltissimo le parole, essendo un sistema sillabico aperto. Però anche il cuneiforme è molto
scomodo. La scrittura è innanzitutto cultura, tradizione. Quello che per noi può sembrare ingestibile, in
realtà non è altro che un fatto di pratica (cfr. Cina e Giappone).
E’ ovvio che la lineare B non può trascrivere con precisione il greco: per esempio, non distingue le lunghe
dalle brevi, non segna le aspirazioni se non con qualche eccezione, non distingue sorda, sonora, aspirata,
per rendere i nessi consonantici complessi deve inserire delle vocali quiescenti, ecc. Nonostante questo,
una persona che si è formata con questa forma di scrittura la usa senza bisogno di una perfetta
corrispondenza tra come parlo e come scrivo.
Dalle fonti ittite sappiamo che i re ittiti e i re micenei si scrivevano. Non è necessario che si scrivessero in
lineare B, anzi, è da escludersi. Probabilmente si scrivevano in luvio, lingua che si parlava nella costa
anatolica dell’epoca. In ogni caso, il re sa perfettamente come usare la scrittura e sa che significato abbia
l’uso della scrittura, al di là del valore pratico della comunicazione.
Oggigiorno si è dell’idea che la lineare B era effettivamente molto contenuta, ma che forse era utilizzata
anche per altri scopi, oltre a quelli meramente amministrativi.
Comunque possono esistere dei tabù 🡪 Per esempio, a Sparta le leggi non si scrivono. E’ un preciso
carattere culturale che lo impedisce.
Resta tipico della cultura egea il fatto che la scrittura comunque non venga usata su supporto
monumentale. Questo resta un elemento di discrimine e di differenza profonda tra la cultura minoica e
micenea, che comunque è una cultura profondamente orientalizzante, e la cultura del Vicino Oriente.
Siti che hanno restituito le tavolette:
● Kanià.
● Pilo: ha restituito 1200 tavolette, complete sono circa 700/800. Abbiamo 147 sigilli e varie
etichette. La maggior parte delle tavolette risale al TE IIIB2 finale, al passaggio al TE IIIC (1190 a.C.),
mentre un piccolo gruppo composto da 5 tavolette è di epoca più antica 🡪 Sono state trovate
all’interno di uno dei pavimenti rifatti del megaron centrale della stanza 6 (TE IIIA, 1400-1300 a.C.).
● Micene: dal palazzo non vengono tavolette. Questo forse è dovuto agli scavi mal fatti dell’epoca. Le
tavolette, quando vengono scoperte, possono essere ancora soffici, perché non sono state cotte
intenzionalmente. Molte, quindi, potrebbe essere state cancellate o gettate via.
La tavolette da Micene vengono tutte dalle case esterne: i documenti in totale sono circa 70. La datazione
oscilla tra il TE IIIA2 (1360/1300 a.C.) e il TE IIIb1 (1300-1250 a.C.).
Abbiamo comunque ben documentato l’uso della lineare B attraverso 2 secoli (1430-1190 a.C.).
● Tebe: ca. 400 tavolette + 56 noduli trovate presso una delle porte della città. Fanno capire come
l’informazione viaggiava all’interno del regno. Sono noduli che hanno l’ideogramma della pecora,
della biada o del cibo da dare agli animali. La cretula stava sul collo dell’animale; nel momento in
cui l’animale arriva a destinazione, si prende la cretula, che è la bolla d’accompagnamento e da
queste cretule lo scriba redigeva il testo completo in un’unica tavoletta, contando tutti gli animali e
tutta la biada necessaria allo spostamento degli animali.
Anche da Tebe abbiamo delle datazioni diverse: abbiamo nuclei di tavolette del TE IIIb1 (1300-1250 a.C.),
nella fase del Te IIIb1 Tebe subisce poi una buona distruzione e verrà distrutta definitivamente nel
TE IIIb2 🡪 La distruzione finale è attestata anche dalle tavolette.
● Tirinto: le tavolette vengono tutte dalle fasi finali del sito, cioè TE IIIb2. Sono circa 25 tavolette,
provenienti non dal palazzo, bensì dalle case circostanti. Tirinto è un sito diverso da tutti gli altri:
mentre tutti i siti tra il TE IIIb2 e C vengono distrutti e per lo più non più riabitati oppure riabitati in
contesti estremamente impoveriti, Tirinto, invece, vede la distruzione e l’abbandono del palazzo,
ma anche la costruzione di un megaron immediatamente successivo al megaron miceneo, sopra al
megaron miceneo. La città contestualmente si espande, arrivando quasi a 30 ettari con un tessuto
a maglie strette. Sebbene la cronologia sia ancora quella, è l’unico attestato di un periodo
brevissimo di sopravvivenza della lineare B a cavallo tra la distruzione dei palazzi e l’immediato
periodo successivo.
● Midea: sito tra Tirinto e Micene. Ha restituito soltanto 3 noduli e delle anfore scritte, che ricadono
tutte tra il TE IIIb2 e il TE IIIC. Questo perché le anfore, potendo essere riutilizzate, tendono a
sopravvivere di più delle tavolette. Il fatto che le troviamo nel IIIC non è indizio che chi le ha
prodotte stia ancora producendo anfore e scrittura.
Questo è il quadro crono-topografico delle attestazioni della lineare B.
Il numero esiguo di tavolette trovate in tutto il mondo miceneo è una delle grandi cruces del micenologo,
perché ha poco documenti e per lo più sono documenti molto simili tra loro nel lessico, nella struttura e nel
formato. Si può però approcciare allo studio delle tavolette da più punti di vista e approfondire molto di più
la conoscenza dei documenti stessi, cosa che non avviene in Oriente, dove il problema principale è la
pubblicazione e la siglatura dei testi.
I micenologi negli anni ’50 si sono riuniti, hanno creato un comitato permanente destinato a regolamentare
la codifica delle tavolette e la trascrizione dei sillabogrammi. Questo è uno strumento eccezionale.
Innanzitutto, Bennett aveva organizzato tutte le tavolette secondo gli argomenti. Questo ha permesso di
creare delle classi di tavolette che di fatto rendono immediatamente evidente l’argomento di riferimento.
Classe A = uomini e donne.
Classe B = uomini e donne.
Classe C-D = animali da allevamento.
Classe E = terre.
Classe F = prodotti agricoli (olio e cereali soprattutto).
Classe G = vino e spezie.
Classe K = vasellame.
Nel momento in cui si memorizza l’elenco, si sa sempre di cosa parlano le tavolette che si hanno davanti.
TAVOLETTA 🡪 Es: PY Ab III.
Si ha innanzitutto una sigla alfabetica in maiuscolo, che consiste nel sistema di riconoscimento topografico:
PY (Pilo), KN (Cnosso), TH (Tebe), MY (Micene), TY (Tirinto). Sono le abbreviazioni del sito.
Poi si ha l’indicazione della classe generale di riferimento con la lettera corrispondente in maiuscolo (es: A =
uomini e donne).
Poi si ha una seconda lettera minuscola (es: b) e poi il numero della tavoletta (è un numero d’inventario,
quindi non è significativo).
La seconda lettera minuscola indica la forma della tavoletta 🡪 Da a ad m sono tavolette a forma di foglie di
palma, cioè strette e lunghe; da m a z sono tavolette a foglio. La seconda lettera è cosiddetta di serie: ci dà
l’informazione sulla forma, ma anche sull’argomento. Es: Da = tavoletta a forma di foglia di palma che ha
attestazione solo di bovini maschi; Db = forma di foglia di palma e parla di maschi e femmine.
La seconda lettera, quindi, specifica la natura del raggruppamento di un certo tipo di elementi.
L’organizzazione è stata fatta prima della decifrazione, quindi era l’ideogramma che marcava la tavoletta.
Di fatto le tavolette sono troppe poche: le serie non si completano mai e il codice binario non arriva mai a
confliggere, anche se per la serie d confligge.
La classe A ha 45 serie, ma secondo questo schema non può averne più di 24, cioè le lettere dell’alfabeto. In
teoria, se avessimo delle tavolette del tipo delle pecore con 40 tipologie diverse del gregge, non sapremmo
più come siglarle. Per ora, però, il sistema funziona, perché le tavolette trovate sono poche.
Nel caso della serie d, tutta è a forma di foglie di palma, anche con l’indicazione Dn, Do, Dq, ecc.
Un’altra suddivisione che si può trovare è costituita da un numero tra parentesi. Indica che all’interno di
una serie si può riconoscere un gruppo di documenti che costituiscono di fatto un documento a sé stante,
per esempio nel caso in cui siano scritti da scribi diversi.
Es: Fp (2) 🡪 Tutte le tavolette siglate così pertengono ad una sola mano scribale.Questo percentualmente ci
garantisce che si tratta di un unico documento.
Le tavolette a forma di foglio spesso sono la bella copia delle tavoletta a forma di foglia di palma.
KT = corpus di Cnosso senza le foto, organizzato per serie. Il corpus vero e proprio, invece, è organizzato per
numero crescente, da 1 in su.
Il numero della mano scribale non si trova nelle sigle, si trova solo nel corpus.
Gv = G è la classe del vino e delle spezie; quando si trova il vi può essere che siano gruppi di tavolette un po’
misti (es: uomini, donne, animali e cibo). In quel caso l’organizzazione non è perfettamente coerente.
La classe U è tipica di tavolette che hanno più argomenti. E’ soltanto un ordinamento utile ad orientarsi.
La x sono i frammenti.
v sono le serie senza ideogrammi.
Classe S = carri 🡪 Sc = carro, armatura, cavallo; Sd = carro + ampie descrizioni; Se = carro, ma la classe in
questo caso è stata suddivisa sulla base della mano scribale 127; Sg = carro non montato; Sk = paramenti di
armature; So = ruote.
Abbiamo sempre la possibilità di capire sempre l’argomento sia generale che specifico attraverso questo
sistema di siglatura.
Il sistema ha delle imperfezioni, nel caso, per esempio, in cui un tema generale presenta più di 24 tipologie
diverse. Però ad oggi questo problema non si è posto.
Il sistema è nato a cavallo tra poco prima della decifrazione e l’inizio della decifrazione, per cui ha le sue
inconsistenze e le sue contraddizioni.
Quando vediamo (1), questo viene definito SET, che è un raggruppamento più piccolo all’interno di una
serie, spesso legato al fatto che questo gruppo di tavolette sia stato redatto da un singolo scriba
(definizione che ne dà Chadwick). Questa definizione, però, è un po’ ambigua, perché il SET è un
raggruppamento di tavolette legate alla mano scribale o ad uno specifico argomento che posso ritrovare
all’interno di documenti?
Es: lo scriba 117 scrive da solo 1000 tavolette. Lo scriba, però, non ha organizzato le sue tavolette come noi.
Stava rendicontando delle greggi e lavorava per località. Quindi, l’organizzazione che lo scriba dà alle sue
tavolette è topografica. Sarebbe stato giusto dare un’indicazione Da (1), Dg (1) per indicare, per esempio,
tutte le tavolette che lo scriba 117 ha scritto, dedicate a Festos. L’indicazione (1) sarebbe comunque andato
a indicare un set a sé stante rispetto a tutti gli altri.
Lo scriba lavora per toponimi, la nostra organizzazione per serie, invece, lavora per argomento. Questo crea
un’intelaiatura fuorviante, perché siamo tutti proiettati a lavorare per serie, ma le serie sono solo una
nostra organizzazione dei documenti.
Es: lo scriba 103 è uno scriba molto prolifico e tratta di tessuti, di consegne di lana, di gestione delle donne
che lavorano e delle razioni di queste donne. Sono tutte serie di tavolette diverse. Quindi noi abbiamo
l’elaborato di un’unica persona sparpagliato in 4 serie diverse. Sarebbe più comodo raggruppare i singoli
documenti redatti da 103, in modo da capire cosa ha fatto.
Sulle tavolette della serie d, hanno fatto lo studio statistico degli errori che lo scriba 117 fa quando redige i
suoi testi: ma l’operato dello scriba è stato considerato serie per serie, secondo la nostra divisione. Ma
alcune tavolette nel contenuto possono essere più complesse di altre. Quindi la statistica degli errori fatta
serie per serie è una statistica che ha un fondamento completamente sbagliato.
Spesso non c’è l’abbreviazione del sito, perché ogni sigla è caratterizzata topograficamente e fatta in modo
che non ci siano sovrapposizioni.
Il problema sorgerebbe nel caso in cui venissero trovati nuovi archivi in futuro.

Strumenti di lavoro
● KTC = Knossos Tablets. E’ un corpus privo di foto, ma con la trascrizione e l’apparato critico. Il
corpus è organizzato secondo il sistema per serie. E’ molto comodo, perché comunque raggruppa
gli argomenti.
● COMIK = è il corpus tradizionale con le foto. Corpus of Mycenean Inscriptions from Knossos. Questo
corpus va in ordine numerico, non per serie. I disegni sono stati fatti tutti dal prof. Godart. C’è
anche la trascrizione, che è stata regolamentata in origine, per cui i sillabogrammi vengono
trascritti minuscoli col trattino separatorio; gli ideogrammi, invece, vengono trascritti in caratteri
maiuscoli e sono trascritti in latino. Pecora = OVIS; toro = TAURUS; donna = MU (MULIER 🡪 Ci sono
le abbreviazioni); carro = CURRUS.
La trascrizione in latino è geniale, perché la traduzione nelle diverse lingue corrisponde alla singola
interpretazione di ciascuno di un determinato ideogramma. Usando il latino, si dà
un’interpretazione, ma il micenologo sa che il termine latino è l’etichetta di quell’ideogramma
specifico e quindi non lo va a tradurre nella trascrizione.
Ci sono dei segni sillabografici non decifrati. Nel momento in cui non sono decifrati o non si è sicuri della
decifrazioni, si aprono 2 strade: o cerco di tradurlo io o lo lascio così com’è. Es: sillabogramma 47
non è decifrato. Il comitato ha deciso che i segni non decifrati o quelli insicuri vengano lasciati col
numero, perché altrimenti avremmo troppe letture diverse. In questo modo si evita qualsiasi forma
di ambiguità.
Ci sono dei segni omofoni (A, A2, A3): si è deciso di trascriverli in questo modo. Questa codifica è stata fatta
in origine, senza che i diversi valori fonetici venissero traslitterati. Nel Vicino Oriente non è così 🡪 Il
sillabogrammi GU (“bue”) viene utilizzato per 14 fonemi diversi, per cui alcuni vi hanno aggiunti
segni diacritici diversi, altri andavano direttamente a tradurlo. In questo modo non si ha più la
possibilità di risalire al sillabogrammi originale.
Lo stesso vale per le sigle: se sono nuove tavolette, bisogna chiedere un numero di codice.
● PT = Pylos Tablet. Ha i disegni. Le tavolette sono organizzate per numero crescente.
● PTT = Pylos Tablet Transcribed. E’ l’equivalente di KT, per cui le tavolette sono organizzate per serie.
Per Pilo mancano le foto. Non si è ancora prodotto il corpus delle tavolette in lineare B di Pilo.

7/05
Altri corpora importanti e molto recenti sono quelli delle tavolette di Tebe, anche questi organizzati sia
come corpora, cioè per numero crescente, sia per classe e serie. Ci sono altri piccoli corpora relativi alle
tavolette che provengono da altre zone della grecità micenea (Micene, Tirinto + le prime scoperte a Tebe 🡪
Le tavolette di Tebe sono state scoperte in 2 fasi: le prime negli anni ’80 e prima, le altre nel ’94).
Le più vecchie si trovano nel corpus TITHEMI (Tirinto + Tebe + Micene). Ci sono poi i corpora dei vasi o della
tavolette di Micene.
Un gruppo di documenti a sé stanti molto importante è quello dei noduli trovati a Tebe. Sono interessanti
perché la loro scoperta in un luogo di passaggio, vicino alle porte della città, ha permesso di capire come
parte della documentazione viaggiasse nel territorio. Ci si è sempre chiesti se le tavolette viaggiavano o no,
cioè se sono un prodotto meramente legato all’archivio centrale o se potessero essere prodotte anche in
zone periferiche del regno. Sicuramente le cretule di Tebe ci permettono di capire uno dei modi in cui
l’informazione viaggiava. L’informazione si relegava a piccoli noduli, quasi sempre solo con un ideogramma
e la quantità; i noduli probabilmente venivano attaccati al collo degli animali, poi raccolti e convogliati a
palazzo, dove uno scriba li esaminava e li trascriveva in tavolette complete.
Alcuni pensano che la tavolette fossero molto fragili, ma Greco non è d’accordo. Alcune tavolette hanno un
buco dove doveva passare un filo di paglia o cordicella; questo le rende molto più resistenti, perché anche
se la tavoletta si rompe rimane attaccata.
Contrariamente a quello che la geografia degli archivi micenei attuali ci fa pensare, è probabile che ci siano
molti archivi periferici e che ogni capoluogo del regno avesse un suoi archivio locale, che trasmetteva poi i
dati verso il centro.
Un altro corpus importante è quello dei vasi scritti 🡪 Anfore a staffa, dipinte prima della cottura, prodotte
nella vallate di Amari (tra Cnosso e Kydonia) e poi esportate.
Gli studiosi continuano a svolgere un lavoro molto paziente di collazione e di confronto dei numerosi
frammenti di cui siamo in possesso. Vanno così riassemblando le tavolette. Gli aggiornamenti vengono
pubblicati nella rivista MYNOS, fondamentale per gli egeisti.
Un altro strumento molto utile è il Dizionario messenico = dizionario di miceneo, pubblicato tra gi anni ’80 e
’90. E’ una sorta di vocabolario, organizzato in ordine sillabico-alfabetico. Essendo molti i problemi legati
all’interpretazione dei termini stessi, il Dizionario messenico ha il grande vantaggio di dare le ipotesi
principali in rapporto a tutti i lemmi. Permette così di orientarsi e fare un primo generale discorso sui testi.
Un altro strumento sono gli indici generali della lineare B, collocati in un sito web.
Ci sono poi altri vocabolari, ma il più importante rimane il dizionario messenico.
Sempre utile è il volume di Chadwick e Ventris, aggiornato però agli anni ’70. In realtà pochi documenti
fondamentali sono usciti dopo gli anni ’70: manca Tebe.

Sillabario miceneo
Si compone di 87 sillabogrammi + 4 varianti. Dal 100 in su sono una codifica relativa agli ideogrammi.
AB 01 Da = AB (segno comune alle 2 scritture lineare A e B), 01 è il codice. La trasnumerazione dei
sillabogrammi era comoda originariamente, perché i segni ancora non erano stati decifrati (cfr. sistema DOS
dei computer). Questa intelaiatura dei numeri di sequenza è fondamentale, soprattutto nel caso dei
sillabogrammi non decifrati (22, 86, 79, 63, 64, ecc.). Questa sequenza numerica comprende anche gli
ideogrammi, che partono da 100.
Ci sono 4 varianti, cioè sillabogrammi che originariamente si assomigliavano molto, ma erano diversi.
All’inizio Bennett non sa se si tratti di varianti di un sillabogramma o di sillabogrammi diversi. Per esempio,
84 è una variante di 83 (a quel punto si è eliminato il numero 84), 88 è una variante di 33.
I segni 90 e 91 sono stati aggiunti più tardi. 91 è molto simile a 66.
All’interno degli 87 segni abbiamo 2 grandi categorie di sillabogrammi:
-Sillabogrammi semplici: composti da vocali + quelli composti da consonante e vocale.
-Sillabogrammi complessi: anomali, formati da 2 consonanti e una vocale oppure che formano sillabe
aspirate.
SILLABARIO BASE
Nelle sequenze ci sono dei vuoti, per esempio nella sequenza della labiovelare (q-), dove manca qu, “qwu”
perché diventa ku, perdendo l’elemento labiale.
Un’altra sequenza non completa è quella del digamma. Questi sono vuoti strutturali, perché l’evoluzione
intrinseca alla pronuncia di queste sillabe porta all’eliminazione di alcuni sillabogrammi. Wu diventa u e qu
diventa ku. Più complessa è la sequenza del jod e delle affricate sonore (z).
C’è un vuoto strutturale per ji, che si semplifica e diventa i. Ju è molto poco attestato. E’ un sillabogramma
che sembra però un logogramma.
L’affricata in greco non è originale, ma è il risultato della palatalizzazione degli elementi gutturali. Per cui zi
deriverebbe da uno zii che tenderebbe a diventare ji, che poi si semplifica in i. Il problema resta sullo zu,
che ci aspetteremmo; ma zu come sillabogramma è poco attestato ed è probabile che già in miceneo nella
fonetica operi la trasformazione degli elementi semiconsonantici, così come avviene nel greco successivo.
Quindi zu tende progressivamente a diventare ju e quindi a confliggere con lo ju. All’interno della parola
tende a diventare semivocale palatale del tipo jod, mentre all’inizio può mantenere la sua funzione
consonantica oppure può essere uno jod rinforzato.
Ecco che la sequenza zu e ju potrebbe essere stata usata in maniera non coerente, perché in conflitto. I 2
sillabogrammi, infatti, sono poco utilizzati perché tendono a risolversi in altri modi. Per esempio, in miceneo
quando iota incontra una vocale ia, ie, io, iu inizia a fare ijia, ije, ijo, ecc., usando la sequenza dello jod, ma a
volte risolve togliendo l’elemento del jod e fa ia, ie 🡪 Es: i-e-ro/i-je-ro. Il sillabario, quindi, è più
conservatore della pronuncia in miceneo. Cioè, ha un sistema che viene inventato in un periodo
cronologico preciso, che viene utilizzato in quanto tale, ma la pronuncia del greco nel frattempo si è
evoluta.
SEGNI OMOFONI
Sono dei segni che pertengono solo alla vocale a. Abbiamo a, ha (con l’aspirazione), ai (dittongo) e au.
Spesso questa particolarità è già originata nella lineare A 🡪 I 3 segni sono presenti ed è probabile che
fossero legati a questo timbro vocalico. Questo apre varie questioni: perché abbiamo la alfa aspirata e non
le altre vocali? Questo probabilmente è legato all’eredità che la lineare B ha dalla lineare A. Quando la
lineare B mutua dalla lineare A il suo sistema eredita cose utili, non utili e parzialmente utili.
Gli stessi scribi possono scrivere il dittongo ai, oppure scriverlo a-i, oppure non notarlo affatto.
Trovare l’aspirazione ci permette di capire che il miceneo aveva le aspirate.
Ci sono delle anomalie: mancano la labiale sonora e la gutturale sonora, ma in questo caso è la sequenza
dentale ad essere un’eccezione. Il sillabario miceneo, infatti, non distingue tra sorde, sonore e aspirate.
Quindi la sequenza pa vale anche per ba e fa. Poi ci sono dei doppioni, ma sono rarissimi e comunque gli
scribi se ne disinteressano: a volte scrivono usando l’omofono, a volte usando il sillabario base.
Questo significa che i segni omofoni o li ereditano o li inventano, ma non sono di fatto strutturali. In realtà
sono strutturali, perché sono condivisi da quasi tutti gli archivi, ma non vengono usati strutturalmente. Ha
può essere scritto con la <h> o senza. Quindi, non c’è nessuno che impone un uso specifico.
Le varianti fanno pensare che non ci fosse una scuola. Se togliamo queste varianti, il miceneo da Iolco a
Kydonia scrive alla stessa maniera, con gli stessi sillabogrammi, lo stesso dialetto e le stesse parole. C’è
un’unità epigrafica inconcepibile anche ora. Questa è una contraddizione del sistema miceneo: da un lato
abbiamo delle norme ortografiche che sembrano rispondere quasi all’auto-interrogazione dello scrivente su
come scrivere nella maniera più agevole (Carlo Consani), dall’altro abbiamo un’unità archivistica incredibile,
perché dura almeno 2 secoli.
Avere l’ideogramma facilita la lettura, per cui anche se abbrevio in maniera non del tutto canonica è facile
comunque capire il testo.
L’uguaglianza e l’unità epigrafica può essere giustificata solo dal fatto che c’era un’elite ristrettissima di
burocrati, gelosissimi del loro lavoro. Ma sembra piuttosto improbabile che la lineare B non fosse usata per
scrivere nient’altro.
E’ la mancanza di collegamenti tra i diversi siti che crea la diversità. Quando finiranno i palazzi micenei, si
spezzerà l’unità culturale della ceramica e ognuno inizierà a produrre uno stile diverso.
SEGNI SPECIALI
Pa3 viene considerato come un’aspirata fa e fu. Come facciamo a sapere che sono varianti in questo caso
aspirate della sillaba corrispondente? Perché spesso troviamo parole scritte in doppia versione (gli scribi
non sono coerenti).
Un’altra categoria di segni speciali è quella costituita dai segni con 2 consonanti e una vocale. Presentano 2
macrocategorie:
1) Consonanti palatalizzate.
2) Consonanti labializzate.
Abbiamo nwa (ni + digamma + a), dwe, dwo, twa, pte (dovrebbe essere un elemento palatalizzato pije).
Nessuno di questi segni è necessario e non sostituibile, per cui potremmo trovare nwa oppure nu-wa, dwe
o du-ve. Percentualmente si incontrano molto poco.
C’è anche la sequenza anche con la liquida r(i)ja, r(i)jo, che possono essere anche l(i)ja, l(i)jo.
Il sistema miceneo è basato su 3 elementi:
-Pronunce normali
-Pronunce labializzanti
-Pronunce palatalizzanti
Nell’insieme, però, non lo rendono così diverso dal greco di età successiva. E’ come se gli scribi micenei
sapessero comunque qual era il nucleo fondamentale del sillabogramma.
Tutti i sillabogrammi con i punti interrogativi vuol dire che sono proposte, gli altri sono ormai entrati in
letteratura. Il problema è che sono poco attestati.
Il compito del filologo è quello di andare alla ricerca dei vuoti non strutturali del sillabario per completare le
sequenze. Ma finché non si trovano nuovi documenti è difficile.
IDEOGRAMMI
Sono organizzati in ordine crescente e non più in ordine di complessità. Da 100 a 109 sono animali, 110-120
sono le unità di misura, 121-131 sono vegetali, ecc. Ce ne sono circa 200, di cui alcuni non decifrati
(rimangono solo con il numero).
Quelli decifrati sono etichettati con il termine latino.
NUMERI
Sono molto semplici. I micenei sono schematici anche nel modo di organizzare le cifre. L’organizzazione
sempre regolare delle unità e delle decine ci permette di integrare tavolette frammentarie.
SIGLE
Sono abbreviazioni. Sono sillabogrammi con valore acrofonico e con valore ideografico.
Es: ni è l’abbreviazione per nikuvleon, che per i micenei significa “albero di fico”. In questo caso il
sillabogramma ni, se è a fine parola seguito da cifre è un ideogramma, se è all’interno della parola è un
sillabogramma. Non c’è mai confusione.
Es: qi (“qwi”).
L’ambiguità non c’è mai, perché se è un ideogramma è posto alla fine ed è seguito da cifre. MU e QI sono
casi particolari che aprono delle chiavi di lettura particolari sull’origine della lineare A: questi segni, infatti, si
ritrovano anche nella lineare A e sono onomatopeici.
Le sigle di fatto sono ideogrammi resi attraverso il sillabario in versione ridotta acrofonica.
Altri tipi di sigle possono essere legati a concetti. Sono poche 🡪 ZE = zeugos = “giogo”, lo troviamo quando si
parla di carri; MO = mònos = “uno solo”.
DETERMINATIVI
In cuneiforme il determinativo è un sillabogramma o un ideogramma utilizzato per definire a priori l’ambito
semantico delle parole che seguono. Il sistema cuneiforme è infatti molto complesso.
I determinativi micenei non pertengono a categorie molto ampie, ma vanno a specificare di volta in volta
una caratteristica dell’ideogramma che segue. La sequenza più completa è quella legata agli ovini, per cui
davanti all’ideogramma della pecora maschio possiamo avere pa, pe, ne, ki, za, neki, kiza: sono tutti
determinativi che sono abbreviazioni di aggettivi 🡪 Palaiòs = animale vecchio; perusinòs = di quest’anno;
neòs = neonato; (neo)gilòs = appena nato; ecc.
Un determinativo fondamentale è O, che sta per o-pe-ro = greco ofelos, “mancante”. Indica un debito non
ancora risolto.
I determinativi quasi sempre sono sicuri nel loro significato; può cambiare in base al contesto, ma è un
contesto molto palese, per cui nelle tavolette di Pilo che descrivono la rimessa a nuovo di un set di
armature troviamo o-pa-wo-ta, che dovrebbe essere qualcosa che si appoggia sopra, abbreviato dopo O: in
questo caso quindi non è ofelos, ma è l’abbreviazione di quella parola.
Le abbreviazioni sono una dimensione ibrida tra il determinativo e la sigla. I micenei hanno il nostro stesso
problema, per cui raddoppiano: c’è sia la parola che l’abbreviazione come nell’esempio precedente. Le
abbreviazioni vanno quindi a ripetere la parola precedente, rendendola ideogrammatica.
Bisogna guardare sempre il contesto per capire il valore delle abbreviazioni. Non c’è mai ambiguità nell’uso
di determinativi, sigle, ecc.
LEGATURE
Sono determinativi o abbreviazioni scritti insieme all’ideogramma: c’è quindi l’ideogramma legato al
sillabogrammi.
Es: ideogramma del cippero (125) 🡪 Legature = cippero + ku/o/pa.
Es: 130 + pa. I gruppi di tavolette in cui ricorre questa legatura (tavolette della classe F) parlano di offerte
agli dei di oli profumati e pa indica l’olio alla salvia.
Es: 159 + ku. TELA è l’ideogramma dei tessuti, ma ku non sappiamo cosa significhi.
MONOGRAMMA
E’ una parola scritta in sillabe unite in un unico disegno.
Es: 135 🡪 E’ l’unione del sillabogramma me e ri.
Es: 133 🡪 AREPA = è l’unione di a-re-pa.
Comunque 9 volte su 10 troviamo scritto prima arepa e poi il monogramma. E’ come avessero inventato lì
per lì un ideogramma, in questo caso indicante l’unguento. Viene poi traslitterato AREPA maiuscolo.
Imparando il lessico di queste etichettature fatte dai micenologi, si può immediatamente capire di cosa si
tratta: i determinativi sono scritti in minuscolo, ma ni come sigla, quindi come ideogramma, è scritto in
maiuscolo. E’ tutto ben organizzato. Il maiuscolo è comunque legato al mondo logografico, il minuscolo al
sillabografico, poi ci sono categorie di mezzo, come i determinativi, che sono di fatto aggettivi abbreviati,
quindi minuscoli, ma nel momento in cui fungono da ideogramma possono essere trascritti in maiuscolo.
Quindi, o di opawota è in maiuscolo, ma o di ofelos è minuscolo, perché uno è un ideogramma, l’altro no.
Se troviamo l’ideogramma per oro (141), seguito dall’ideogramma 155 e poi il numero 1 = la
giustapposizione di 2 ideogrammi seguita da un numerale implica che il primo ha funzione di aggettivo e di
determinativo rispetto al logogramma dominante 🡪 “Un vaso d’oro”.
Il mondo miceneo distingue in solidi (oro, argento, ecc.), aridi (orzo, frumento, ecc.) e liquidi. Ma non esiste
un’unità di misura come il nostro chilo o litro. L’unità di misura superiore di ciascun prodotto è resa con
l’ideogramma stesso. Quindi se trovo l’ideogramma del vino seguito da 1 vuol dire “una unità superiore di
vino”, che corrisponde a 28 litri.
Se ho l’ideogramma per frumento (GRANUM) 1 = 96 litri.
L’unità superiore dei liquidi è 30 chili.
Il fatto che la lineare A abbia un sistema unificato di frazione, laddove il miceneo no è indizio di tradizioni
diverse che stanno alla base. Cioè, i micenei arrivano e si portano le loro unità di misura. L’unità di misura,
in generale, è difficile da cambiare perché usata da tutti.

Norme ortografiche
Per la trascrizione del miceneo. I micenei non si sono dati delle norme ortografiche scritte e noi possiamo
dirlo perché rispettano queste norme ortografiche al 95%. Ma sulla base dei testi a loro disposizione gli
studiosi hanno potuto estrapolare una lunga serie di norme ortografiche, che rimangono valide al 90%.
Nella lingua greca la parte iniziale della parola è quella che porta con sé strutturalmente la parte semantica,
mentre la coda della parola è quella che volge sul morfologico.
Dovendo trascrivere resoconti economici, è fondamentale curare bene la trascrizione della prima parte,
mentre il caso e il genere sono secondari, comunque ci sono anche gli ideogrammi. A partire da questo si
possono giustificare le anomali che troviamo nel sistema ortografico.
● Problema di risolvere la resa dei nessi consonantici a 2 o 3 consonanti.
Bisogna scindere il nesso consonantico mettendoci una vocale quiescente che ha il timbro della
vocale che segue o a volte della vocale che precede (ma è un’anomalia). Gran parte delle
anomali pertengono alla parola wanax 🡪 Al dativo fa a-na-ka-te e non wa-na-ke-te.
L’ipotesi è che wanaka sia considerato come una sorta di radicale sillabico, a cui attaccano la
desinenza. In una delle ultime tavolette di Sparta è attestato wa-na-ko-to.
Es: a-re-ku-tu-ru-wo = alektruon. La norma è sempre la stessa. Più lunghe sono le parole, in realtà,
più è facile capire. Il problema è quando la parola è corta, perché non c’è distinzione tra
sorda, sonora e aspirata e tra vocali lunghe e brevi + non vengono annotati i dittonghi.
Talvolta, siccome la parte iniziale della parola è la più pregnante, abbiamo delle anomalie su alcune
norme ortografiche nel caso della prima lettera.
Es: parola sperma = “seminato”. E’ l’unità di misura per l’estensione dei terreni. Viene reso in
miceneo non se-pe-ma come ci aspetteremmo, bensì pe-ma. Probabilmente si unisce da un
lato la necessità di render chiara la prima parte della parola, dall’altro però ci sono termini
così noti e così di uso comune che non c’è bisogno di spiegarli.
Pe-ma è un’indicazione specifica che l’ideogramma che segue indica una superficie e non una
quantità.
● Nessi consonantici che implicano il digamma. In questi casi abbiamo fortissime oscillazioni
nella resa.
Es: parola per “straniero” 🡪 ke-se-ni-wi-jo = xenios. Ma siccome il digamma è un fonema rende
instabile, noi possiamo trovare la parola scritta anche ke-se-nu-wi-jo. A volte abbiamo
anche ke-se-ne-wi-jo. Questo dipende di fatto dalla sensibilità dello scriba: se sente più
forte il digamma probabilmente mette nu, se sente più forte –ios mette ni, ma se sente
forte lo stacco tra la prima parte kese- e newijo allora mette ne. Questo è un problema
legato a 4/5 tavolette, quasi tutte legate ai tessuti o ai carri.
Un altro problema è legato solo ai carri 🡪 Le ruote sono definite o-da-ku-we-ta oppure o-da-ke-we-
ta.
● Omissione delle code consonantiche di sillaba 🡪 Tutte le consonanti che chiudono la sillaba
che precede vengono omesse se sono –s, -m, -n, -l, -r.
Es: anthropos = la ni chiude la sillaba, quindi diventa a-to-ro-po.
Es: chalcheus = ka-ke-u, perché la lambda chiude la sillaba precedente.
Questo per loro era logico, mentre per noi è un problema soprattutto per le parole brevi e per le
ambiguità 🡪 Pa-te potrebbe essere pantes o patèr? In realtà, vedendo le tavolette non
abbiamo dubbi. Questo processo va quindi a interferire con le desinenze e con le
consonanti finali della terza declinazione.
Wa-na-ka è un’eccezione, perché si dovrebbe scrivere wa-na. “unghia” oscilla o-nu/o-nu-ka (gr.
onux). Nel caso di o-nu-ka probabilmente c’è proprio la volontà dello scriba di mantenere il
nucleo, come con wanaka.
Ci sono situazioni in cui, anche se ci aspetteremmo la non indicazione di alcune consonanti, gli scribi
le indicano lo stesso, forse perché le consideravano fondamentali per la corretta
comprensione 🡪 Es: a-ra-ro-mo-te-me-na = participio perfetto ararmotmèna.
● Le declinazioni scompaiono quasi del tutto. Si salva solo il genitivo singolare in –ojo e il
dativo plurale, perché i dittonghi in iota non vengono annotati.
Il secondo elemento del dittongo in iota non viene segnato perché è una vocale che chiude la
vocale che precede.
Perché però abbiamo ko-wo-i e ko-wa-i al dativo plurale? Secondo alcuni studiosi, questo è legato
alla necessità di rendere comprensibile l’elemento. Hanno quindi elaborato la norma che se
già c’è l’omissione di una consonante (sarebbe korais) almeno non si toglie anche la iota del
dativo plurale.
In realtà, l’ipotesi migliora ad oggi è che la desinenza del dativo plurale fosse un’aspirata hi, con una
caduta cronologicamente vicina del sigma che lascia una traccia con l’aspirazione. Non
succede la stessa cosa al nominativo plurale, che fa ko-wo e non ko-wo-i.

8/05
Massimo Perna
CRETULE
Sono state studiate anche da Marcella Frangipane.
Prima immagine: palazzi con schema simile. Sono stati fatti con un progetto preciso (cortile centrale +
magazzini centrali + orientamento del palazzo), ma quando è stato fatto il progetto le situazioni ambientali,
culturali e soprattutto economiche erano diverse, perché nel caso del primo palazzo ci troviamo all’alba del
II millennio a.C., mentre nel secondo caso ci troviamo tra il III e il II millennio a.C. (1500 a.C.). C’è poi
l’immagine della struttura architettonica dell’insediamento di Myrtos, nella Creta orientale = è abbastanza
grande. Nel 2500 a.C. c’erano degli insediamenti simili sia nel sito dove poi sorgerà il palazzo di Cnosso sia
in quello dove sorgerà il palazzo di Festos. Il sito di Myrtos ci dà un’idea di quello che dovevano essere più o
meno i siti in questo periodo. Rispetto alle costruzioni successive, non c’è uno schema organizzato a priori,
bensì una sorta di effetto a gemmazione, cioè gli ambienti vengono man mano aggiunti agli altri vani e gli
orientamenti sono spesso diversi. In questo insediamento a un certo punto sono cominciate ad arrivare un
po’ di risorse che si producevano nei territori circostanti. Lo sappiamo perché proprio da questo
insediamento proviene una sola cretula.
La cretula è un pezzo d’argilla che presenta 2 elementi: delle impronte di sigillo da un lato e l’impronta di
un oggetto dall’altra parte. In genere le cretule vengono ritrovate in grande quantità, ma a Myrtos ne è
stata trovata una sola. Secondo Perna, però, questo non è significativo, perché dipende anche dalle singole
situazioni.
Le cretule venivano usate per sigillare dei contenitori (es: un pythos con un coperchio di vimini) e venivano
messe su più parti del coperchio, spesso tra l’ansa e il bordo. Dopodiché venivano fatte delle impronte di
sigillo in maniera assolutamente casuale. Le impronte della parte centrale addirittura si accavallano o si
sovrappongono, per cui è evidente che siano messe senza nessuna intenzione di imprimere chiaramente. Il
principio è che coprano il più possibile la zona della cretula, perché fatte per evitare l’infrazione. Della
cretula veniva conservata solo una parte, basta che c’era almeno un’impronta di sigillo.
Il sistema nasce per una ragione di carattere igienico-alimentare: i contenitori con materiale deperibile
vengono sigillati in modo tale che l’aria non possa penetrare. Poi è venuta l’idea di apporre delle impronte
di sigillo.
Le cretule venivano usate anche per sigillare una porta, mettendo un cavicchio con una corda sulla parte
fissa.
Le cretule sono utilizzate in tutto il mondo antico, dalla valle dell’Indo fino in Grecia, in periodi lunghissimi.
Le più antiche risalgono addirittura al VII millennio a.C. e sono state trovate in Siria.
Noi abbiamo ritrovato degli archivi di cretule. Il fatto che fossero conservate tutte insieme ha fatto capire
che servivano per una ragione amministrativa/contabile. Sono state avanzate diverse ipotesi riguardo alla
loro funzione: alcuni hanno scritto che il sistema serviva a render conto della ridistribuzione dei beni a
livello palaziale, con l’esterno, ecc. In realtà no.
Ipotesi:
● Quando un personaggio entrava in un magazzino per ritirare delle derrate che si trovavano
lì, prendeva le derrate (per esempio, del grano). Il magazziniere, dopo avergli dato il grano,
faceva una cretula e chi ritirava metteva la sua impronta di sigillo e ne metteva tante
quante erano le razioni ritirate. Quest’ipotesi è stata sostenuta per anni. Ha però alcuni
punti deboli: della cretula si conserva solo una parte, perché inevitabilmente, quando è
secca e si tenta di staccarla, si rompe e nel frantumarsi si perdono delle impronte di sigillo.
Era impossibile conservare l’intera cretula per dimostrare quante impronte di sigillo c’erano
(alcune cretule, tra l’altro, erano molto grandi). Inoltre, se si vuole fare una contabilità, le
impronte di sigillo vengono messe in modo ordinato, non casuale, altrimenti non è chiaro
quante razioni siano state prese. Alcune cretule, poi, sono state tolte e riutilizzate messe al
contrario, quando l’argilla era ancora morbida. Abbiamo ritrovato quindi le impronte di
sigillo messe nella parte che andava a contatto con gli oggetti.
Matematicamente è impossibile gestire una contabilità con un oggetto unico che ha delle impronte di
sigillo. Cfr. gettoni del bar.
Ogni persona che ha un sigillo può prendere un certo quantitativo, per esempio un chilo di grano. Il
magazzino distribuisce i prodotti che ha. Se io devo prendere un chilo di grano, automaticamente, una volta
che ho messo l’impronta di sigillo, quando arriva il successivo il magazziniere stacca la cretula e la mette
sullo scaffale. Il magazziniere in questo modo può fare la contabilità di più prodotti, senza l’utilizzo della
scrittura. Ipotizziamo che abbia 3 prodotti e che quindi usi 3 scaffali diversi. Il magazziniere mette le cretule
giorno per giorno in maniera lineare e sa perfettamente chi è venuto nei vari giorni. Alla fine il magazziniere
rende conto dei 100 kg di grano che aveva.
Matematicamente il nodo della questione sta nel fatto che l’impronta di sigillo ha una quantità fissa = 1 kg
di grano, come anche il gettone del caffè nei bar di Napoli.
E’ un sistema che funziona solo all’interno del palazzo per gestire i beni che si devono distribuire alle
persone che lavorano all’interno del palazzo.
Tra Myrtos e un palazzo minoico c’è una differenza di scala a livello economico. Cioè, a Myrtos arriva parte
dei beni prodotti nel circondario. Quando questi siti cominciano però a crescere troppo (Cnosso, Festos),
l’impianto architettonico deve necessariamente cambiare. C’è bisogno di avere degli ambienti adeguati a
questo cambio di ricchezza. Si arriva così al concetto di palazzo.
Un palazzo è un edificio che ha 4 funzioni fondamentali:
-Politica = vedi sala del trono.
-Economica = parte dei beni prodotti nel territorio arrivano al palazzo e vengono stoccati in determinati
ambienti (magazzini).
-Amministrativa = vedi ambiente dell’archivio.
-Religiosa = in ogni palazzo ci sono ambienti deputati a officiare determinati riti religiosi.
Che rapporti ha la scrittura che verrà dopo con le cretule? Nessuno. Le cretule sono state inventate nel VII
millennio per gestire in una scala molto limitata, a livello intrapalaziale, dei beni in un modo molto
semplice. Quando verrà introdotta la scrittura, le cretule si continueranno ad utilizzare allo stesso modo
parallelamente ad essa, senza l’uso degli ideogrammi. Lo scopo, infatti, è banale e consiste nel distribuire
un quantitativo che il magazziniere ha a carico ad una serie di persone che già hanno una sorta di carta di
credito con una sorta di massimale che possono prendere. Per cui, moltiplicando il numero delle ricevute
lasciate per il valore della ricevuta, si può fare la contabilità. La scrittura in questo caso non serve a niente.
Perché allora viene inventata la scrittura? E’ sempre una questione di scala. Fin quando c’è un’economia di
un certo livello, che riguarda una piccola struttura, allora è utile ricorrere alle cretule per la contabilità, ma
se bisogna amministrare un regno con dei siti esterni diventa necessaria la scrittura, in quanto strumento
più potente.
I primi documenti in una scrittura non sono necessariamente economici. Le prime attestazioni di scrittura a
Creta sono in gruppo di 5 sigilli ritrovati nella necropoli di Arkanes in un contesto molto rovinato dal punto
di vista degli scavi 🡪 Sono grossomodo datati al 2100 a.C. A Creta esistono in epoca minoica 2 scritture:
geroglifico cretese e lineare A.
I documenti in geroglifico cretese, dopo i 5 sigilli, fioccano nel 1700 a.C., quando compaiono i primi
documenti d’archivio. Cosa è successo tra il 2100 e il 1700? Non si sapeva, finché non è stato trovato un
coccio a Mallia con3 segni di geroglifico: è datato al 1900 a.C. Questo ci fa capire che non c’è stata alcuna
interruzione. E’ sintomatico il fatto che l’oggetto in questione non ha bisogno di esser cotto per poter
rimanere.
Molto probabilmente non abbiamo documenti tra il 2100 e il 1700 a.C. perché non ci sono state quelle
grandi distruzioni che poi ci hanno permesso di avere i documenti del 1700 o della catastrofe successiva. E’
verosimile che a Creta non ci siano stati fenomeni di carattere bellico (pax minoica).
Alcuni documenti del 2100 a.C. hanno la stessa parola incisa = a-sa-sa-ra-mi. Questa stessa parola compare
anche su dei sigilli più recenti e su dei resti in lineare A.
Il geroglifico cretese è una scrittura indecifrata. Ci sono, però, tavolette completamente comprensibili. Il
nome di geroglifico cretese è stato dato da Evans, perché aveva notato una certa somiglianza tra
l’ideogramma del vino e i geroglifici egiziani. In realtà, tutte le scritture egee di Creta e di Cipro sono
sillabiche.
Esempio di tavoletta: nel registro superiore ideogramma del grano + puntini che indicano delle cifre + segno
di frazione + ideogramma dell’olio + cifre + segno della frazione + ideogramma delle olive + 2 decine +
frazione + ideogramma dei fichi + 2 decine + frazione. La parte centrale è mancante.
Nei testi in geroglifico e in lineare B venivano fatti dei conteggi banali.
Oltre a questi documenti, esistono dei medaglioni che hanno un’iscrizione con non più di 5/6 segni, erano
legate ad una cordicella e molto probabilmente fungevano da etichetta.
Abbiamo poi dei documenti chiamati “croissant”.
Abbiamo poi iscrizioni incise su vasi e un’iscrizione su pietra su una tavola di libagione.
I ritrovamenti del geroglifico sono tutti concentrate nella Creta orientale.
Lineare A
-Tavolette, diverse da quelle in lineare B. Per lo più registrano pochi prodotti in entrata e in uscita.
-Documenti sigillati: erano o dei noduli pendenti o delle rondelle in argilla con delle impronte di sigillo
intorno e il teso davanti o dei noduli con2 fori, legati a degli oggetti.
-Flat-based nodules.
-Tavole di libagione: ritrovate nei santuari minoici, che riportano frasi liturgiche interessanti, perché più
lunghe.
-Gioielli vari.
La lineare A compare su qualunque tipo di supporto, anche su muri.
Le 2 scritture vengono utilizzate con lo stesso scopo e nascono più o meno nello stesso periodo: si è
pensato che si trattasse di 2 etnie diverse.
Esistono 3 tipi di scrittura: sillabica, alfabetica e ideografica. Si distinguono per il numero di segni che si
ripetono, cioè per il campionario di segni.
A Creta si parlavano lingue diverse nel I millennio a.C. 🡪 Eteocretese.
La lineare A copre tutta l’isola, a differenza del geroglifico cretese.
La situazione politica del tempo era caratterizzata dalla pax minoica. Ci troviamo, infatti, in un ambiente
pacificato: non ci sono fortificazioni e non ci sono tracce di distruzioni e di eventi bellici. Le fonti e
l’archeologia concordano su questo. Tucidide, inoltre, ci parla di Minosse e dei suoi fratelli. Quando si parla
di regni di fratelli, dobbiamo a pensare a sedi diverse, di cui abbiamo l’attestazione archeologica (palazzo di
Cnosso, Mallia, Festos, ecc.). Queste realtà archeologiche fatte tutte nello stesso modo rappresentano di
fatto il quartiere centrale di veri e propri regni minoici. Possiamo quindi pensare a regni che vivevano in
pace.
Se a un certo punto in uno di questi palazzi si è deciso di inventare una scrittura, è possibile che questa
scrittura sia stata inventata in 2 regni diversi in un momento più o meno simile. 2 regni diversi avranno
avuto anche 2 sistemi di amministrazione diversi. Le 2 scritture hanno in comune gli ideogrammi, che però
in genere precorrono sempre la scrittura, perché ci sono dei segni convenzionali che vengono riutilizzati.
Ad eccezione degli ideogrammi, però, la lineare A e il geroglifico cretese sono scritture tra loro diversissime.
La vecchia idea di Evans che la lineare A derivasse dal geroglifico cretese è inficiata dal fatto che c’è una
differenza enorme quantitativamente di segni presenti nel geroglifico, ma assenti nella lineare A.
Ipotizzando una spiegazione di tipo politico, si potrebbe chiarire la presenza coeva delle 2 scritture sul suolo
cretese.
Inoltre, la tipologia di documenti delle 2 scritture è diversa. Questo mostra che fin dalla base c’è stata
un’organizzazione diversa dei 2 sistemi scrittori.
Il geroglifico almeno apparentemente nel 1600 a.C. sparisce. Ma nel periodo protopalaziale il potere di
Cnosso non è lo stesso che c’è nella fase neopalaziale. Se Cnosso ha scelto di usare la lineare A, quando
essa diventa la scrittura del più potente, automaticamente in uno stesso palazzo bisogna usare entrambe le
scritture, però ad un certo punto la scrittura dominante fa cadere in disuso l’altra.
Secondo Perna la lineare A è stata inventata a Festos, ma non c’è alcun tipo di supporto, se non che i segni
della lineare A ritrovata a Festos sono molto particolari, come se fossero un po’ più arcaici rispetto agli altri.
RAPPORTI TRA LA LINEARE A E LA LINEARE B
I flat-base nodules sono dei documenti molto importanti per le informazioni che ci danno. Sono dei gettoni
d’argilla, delle piccole cretule che mettevano intorno a dei fogli di pergamena. Potevano contenere fino a
150 segni e potevano poi essere riutilizzate.
Esistono dei noduli a base piatta che non hanno un orlo. Uno dei lati può anche essere liscio e bloccare
quindi solo una parte del rotolo.
Altri documenti in lineare B sono:
-Anfore incise.
-Tavolette.
-Un documento certo inciso su pietra.
-Un documento incerto inciso su pietra.
-Un documento molto sospetto su ambra, proveniente dalla Baviera.
Il 99,9% della scrittura in lineare B è su argilla. Se i micenei avessero scritto anche sui sigilli di pietra dura, li
avremmo ritrovati. In lineare A allo stesso modo non esistono sigilli (uno solo certo), mentre in geroglifico la
metà della documentazione è su sigillo 🡪 Questo è un elemento che ci riporta all’origine della scrittura:
prima dell’invenzione della scrittura, si usavano immagini iconografiche. A un certo punto, nella zona di
Creta dove si inventa il geroglifico, si usa questa scrittura soprattutto su sigillo. Questo non avviene per la
lineare A e la B, perché non ci sono giunti sigilli.
I minoici e i micenei avevano 2 diverse concezioni della scrittura. I primi scrivono su tutto, mentre i secondi
scrivono quasi esclusivamente su argilla. I minoici scrivevano anche sui documenti che stavano nei santuari,
mentre i micenei portavano la contabilità dei santuari e non avevano nessuna cultura della liturgia. Per loro
la scrittura non era legata al concetto liturgico, come lo era per i minoici.
Questo significa che antropologicamente i micenei della scrittura avevano una visione tecnica, cioè serviva
loro per portare avanti la contabilità; invece, la visione dei minoici era una visione più “culturale”. A Creta
sono stati trovati 750 noduli a base piatta e solo a Zagros 550. Quindi la quantità di informazioni che andava
sui documenti deperibili era molto grande. Le tavolette in lineare A, invece, sono semplici annotazioni
grezze.
Le fonti ci dicono che i cretesi per primi hanno iniziato a scrivere sulle foglie di palma. Esistono milioni di
iscrizioni su foglie di palma in lingua TAMIL. Ci sono molte foglie di palma conservate dal 1500 a.C. ad oggi
in strani santuari, dove ci si recava per conoscere il fine della propria vita (aspetto teleologico).
I documenti deperibili spesso non sappiamo neanche quali siano. In tutto il mondo antico esistono delle
tavolette di legno, che venivano usate e dipinte 🡪 I caratteri della lineare A e B e del geroglifico sembrano
essere nati per essere dipinti. Quindi forse c’erano altri supporti che noi non conosciamo.
Per esempio, non abbiamo i conti dei greci fatti nel V e IV sec. a.C. Probabilmente, quindi, erano scritti su
documenti deperibili.
A Cipro, in 2 millenni (II-I) non esiste nessun documento economico in scrittura cipro-minoica, con 2 o 3
eccezioni. Non è possibile che esista una scrittura senza che si facciano i conti.
Lo scriba nel dialetto cipriota si chiama “colui che dipinge sulle pelli”. Vuol dire che la scrittura era utilizzata
dipinta su documenti deperibili.
I micenei, invece, hanno scritto di tutto sulle tavolette: abbiamo tutti i campi dell’economia, dai contratti di
schiavi, alle tasse, al bestiame e a tutto i prodotti che circolavano. C’è anche una famosa disputa giuridica
tra una sacerdotessa e il damo. E’ probabile però che anch’essi usassero dei materiali deperibili.
Bisogna quindi indagare il concetto che i minoici e i micenei avevano della scrittura e non solo l’aspetto
tecnico. L’idea che i micenei avevano della scrittura guardava più verso l’Oriente.
La scelta dei minoici di utilizzare un materiale deperibile è una scelta molto più moderna.
Possiamo quindi concludere dicendo che i 2 popoli hanno interpretato la scrittura in maniera
completamente diversa.
9/05
Per il fatto che nella lineare B non si annotavano le desinenze, all’inizio si è pensato che non fosse greco e
che fosse un greco privo di desinenze. Questa teoria è stata ampiamente discussa e poi ampiamente
sconfessata.
La prima e la seconda declinazione sono praticamente uguali. Si annota solo la iota del dativo plurale,
perché è probabilmente una /i/ aspirata e quindi viene considerata non una coda di sillaba che chiude la –a,
ma come a-hi.
A volte troviamo, però, il dittongo ai. Quando viene annotato, spesso è seguito da una consonante che a
sua volta non è annotata. Per esempio, prima di sviluppare l’ipotesi che la /i/ fosse un dativo in hi, si
pensava che l’annotazione ko-wa-i fosse legata al fatto che in realtà era ko-wa-is, ma non segnando il
sigma ed eventualmente neanche la i, a quel punto ko-wa non avrebbe dato alcune indicazione all’interno
della frase. Ma al 90% il secondo elemento del dittongo non viene annotato. Quando ci sono oscillazioni
possono essere dovute o al fatto che è in caso dativo, quindi desinenza a sé stante hi, oppure perché la
parola diventava incomprensibile nel caso si avesse un’ulteriore consonante non segnata, oppure abbiamo
oscillazioni tipiche 🡪 Non esistono vere e proprie scuole.
● Nei dittonghi ai, oi, ei generalmente il secondo elemento non viene annotato. Però per la
sequenza ai abbiamo i doppioni 🡪 ai e rai = sequenze ereditate dalla lineare A, che gli scribi
utilizzano in maniera non sistematica.
Poimen = po-me; eretai (“rematori”) = e-re-ta; elaion (“olio”) = e-ra-wo.
Per la terza declinazione i problemi sono molti meno, perché abbiamo l’aumento sillabico, quindi sequenze
sillabiche 🡪 chalcheus e basileus sono proprio le sequenze sillabiche che hanno permesso a Ventris di
riempire un intero slot orizzontale della sua griglia.
La terza declinazione è quindi molto più leggibile.
Perché i micenei non si prendono cura delle desinenze? Perché l’utilizzo della scrittura è incasellato nel
sistema amministrativo: sono note fiscali, in cui si ha una comunicazione standard. Le frasi sono sempre
molto brevi. Se sono lunghe, in realtà, la comprensione è ancora più semplice.
Il supporto scrittorio può essere inadeguato, ma l’utilizzo continuo permette subito di superare certi
problemi.
● Dittongo in ypsilon = au, eu, ou. In miceneo la ypsilon è praticamente sempre notata. C’è
solo un’eccezione = keupoda viene scritto ke-po-da. Si suppone che sia un semplice errore
dello scriba.
La ypsilon può essere anche elemento semivocalico: in questo caso i micenei usano anche la
sequenza del digamma. Le oscillazioni riguardano, però, quasi sempre le semivocali.
Lo scriba, infatti, non avendo una legge ortografica definitiva, oscillava nella resa. In questo è
convincente l’ipotesi di Consani, secondo la quale per almeno questi aspetti lo scriba non
aveva un riferimento grammaticale, ma si autointerrogava sulla necessità della resa.
A questo va aggiunto che lo scriba del 1230 a.C. usa un sillabario nato nel 1450 a.C., quando magari
lo jod era molto più sentito. Quindi, lo scriba ha da un lato la mancanza di direttiva,
dall’altro un sistema grafico più arcaico, che ormai si è evoluto.
Se abbiamo l’incontro di /i/ + vocale, ia, io, iu, si oscilla: si può avere io, i-jo oppure i-o.
Più coerente è il caso di /u/ + vocale: in questo caso gli scribi tendono ad usare sempre il digamma.
● Il sistema grafico miceneo non distingue le lunghe dalle brevi. Il problema è quando
esistono parole diverse sulla base della lunghezza delle vocali.
Molti definiscono il miceneo un sistema ampiamente deficitario per rendere il greco, però anche l’alfabeto
occidentale applicato all’inglese è ampiamente deficitario per la resa dei suoni.
Il greco antico è quasi fonematico, rende cioè quasi perfettamente la pronuncia, anche se abbiamo
l’oscillazione della a breve e lunga, i breve e lunga, ecc. Questo è vero se crediamo ciecamente a Erasmo da
Rotterdam. Non possiamo sapere con certezza come fosse pronunciato il greco antico. La pronuncia
erasmiana deve essere considerata con prudenza.
La pronuncia del miceneo era sicuramente diversa da quella dell’epoca classica, ma non possiamo
osservarne l’evoluzione tra il prima e il dopo. E’ difficile ricostruire la pronuncia di una lingua solo sulla base
di testi scritti.
Il fatto che il miceneo non distinguesse le vocali lunghe dalle brevi creava ovviamente dei problemi.
Es: greco bous era reso in miceneo kwo-o e secondo alcuni questo potrebbe essere il tentativo dello scriba
di rendere la /o/ lunga. In miceneo non ci sono contrazioni. In realtà quello di kwo-o è un caso unico.
In miceneo più breve è la parola più ambigua è la resa, per cui i micenei evitano quasi sempre i monosillabi
ed eventualmente creano enclitiche e proclitiche.
● L’aspirazione non c’è, a parte a2. Quando però troviamo 2 vocali vicine dobbiamo
presupporre uno iato legato alla presenza di un’aspirazione.
Il miceneo non distingue le consonanti sorde, sonore e aspirate, con l’eccezione dei segni
complessi.
Es: ke-ra può essere geras, keras, gellas, kellas,ecc. In questo caso può aiutare solo il contesto. Il
realtà in miceneo ke-ra è attestato solo come keras, “corno”.
Es: pa-si può essere pasi o fesì.
Es: agorà può essere da ageiro, ma anche da angello.
Fortunatamente c’è un’anomali: la sequenza della dentale distingue tra sorda e sonora. Questo ha
dato la certezza agli studiosi che la lineare B sia greco, perché le aspirate dentali, che il
greco utilizza come sorde, in miceneo sono rese con la sequenza della /t/.
● Le liquide sono accorpate in un unico gruppo di segni, che viene trascritto
convenzionalmente con la sequenza /r/, ma in realtà vale sia per la lambda che per la ro. Ci
si è chiesti come mai il miceneo avesse una sequenza ridondante per le dentali (/t/ e /d/) e
avesse invece una sequenza unica per lambda e ro. Uno studioso ha ipotizzato che ciò sia
dovuto alla lineare A 🡪 Nelle lingue di sostrato quasi sempre c’è l’alternanza tra lambda e
delta, questo perché la lambda finisce per assomigliare molto ad una /d/ (Es: Odisseus,
Olisseus). Secondo lo studioso potrebbe essere avvenuto che in lineare A la sequenza della
lambda si fosse trasformata in una sequenza dentale sonora. Per cui la sequenza da, de, di,
do, du della lineare A era l’antica lambda ormai evolutasi. Quindi, i micenei, trovando
questo sistema, lo mantengono.
Molte anomalie del miceneo dovrebbero dipendere dall’eredità della lineare A.
● La sequenza della z è l’evoluzione di un fenomeno di palatalizzazione 🡪 Incontro di una
velare e di una jod.
● La sequenza delle labiovelari è completa: kwa, kwe, kwo, kwi (kwu è un vuoto strutturale).
Abbiamo già indizi di evoluzione delle labiovelari all’interno del miceneo verso gli esiti che si
avranno poi nel greco successivo. Es: kwo-u-kwo-ro può anche trovarsi come ko-u-kwo-ro
(in questo caso potrebbe anche essere l’effetto della dissimilazione).
Osservando tutte queste norme e le varianti, si è cercato nel corso dei decenni di ragionare in termini da
un lato di evoluzione linguistica, dall’altro di evoluzione diatopica (Cnosso va in una direzione, Pilo in
un’altra). Alcuni elementi ci sono: per esempio, se l’indicazione del dittongo in iota può essere letto come
un’evoluzione o un arcaismo, possiamo definire che uno scriba sia più evoluto rispetto ad un altro.
In questo caso, l’indicazione ko-to-i-na, che è tipica di Cnosso (archivio più antico), fa pensare che il
fenomeno di semplificazione grafica, che è sempre sinonimo di evoluzione, rende gli scribi di Pilo più evoluti
rispetto a quelli di Cnosso. In realtà, però, i dati sono ambigui. Abbiamo elementi per cui a Pilo sembrano
molto più evoluti di Cnosso e, viceversa, elementi per cui a Cnosso sembrano molto più evoluti che a Pilo.
Resta il problema di capire se questa è una scrittura che nasce in seno ad una lingua che ormai non è più
parlata oppure se sia anche la lineare B in evoluzione insieme alla lingua. Le posizioni degli studiosi sono
diverse: secondo alcuni, la lineare B è molto aggiornata rispetto all’evoluzione linguistica, secondo altri,
invece, non lo è. Questo perché non è facile leggere le varianti in senso diacronico.
14/05
SERIE Fr DI PILO
La classe F parla di offerte a santuari o divinità o personaggi vari. Purtroppo gli scribi micenei sanno quello
che scrivono, per cui, quando gli arrivano questi tipi di documenti, mischiano nomi di divinità, nomi di
santuario e nomi di persone o titoli dello Stato. Se il personaggio in causa è wa-na-ke-te (qui la vocale
quiescente è giusta = non è wa-na-ka-te), si tratta del wanax o della divinità principale della terra? Potnia è
sicuramente un’indicazione ambigua, che poi viene specificata in miceneo attraverso un secondo lemma,
che ne completa il significato (potnia del labirinto, potnia delle messi, potnia degli inferi, ecc.).
Se il wanax è il re, è oggetto di offerte perché è un re divinizzato? All’inizio si pensava, influenzati dalle
erronee considerazioni fatte nel Vicino Oriente, che fosse un dio-re. In realtà anche nel Vicino Oriente la
formulazione del dio-re non è così univoca né così performante. Il re è chiaramente un personaggio molto
vicino alla divinità, è l’anello mancante tra la divinità e la comunità, quindi ci sono oscillazioni.
A seconda di come si intende la parola si può intendere in senso diverso il messaggio complessivo della
tavoletta. Che concetto abbiamo noi della regalità nella Grecia classica?
Da Omero in poi i basileis sono una realtà estremamente varia. Spesso condividono una particolare
vicinanza alla sfera del sacro, ma nella realtà un’istituzione regale in Grecia è tutt’altro che univoca 🡪
Diarchia spartana, arcontato ateniese, forme di regalità arcaica, che ci vengono riportate, però, molto
tempo dopo. IL problema fondamentale per la comprensione della regalità micenea è che noi tendiamo a
ragionare sulla regalità omerica e quindi sulla regalità arcaica.
Ipotesi di Drew: quello che noi sappiamo della regalità greca ci deriva da Omero e da Erodoto. Ma Omero
non scrive una storia come fa Erodoto; deve solo compiacere la platea che ha davanti, quindi riunisce miti e
situazioni diverse. La mitologia, infatti, si adatta ai committenti.
Erodoto, invece, è intriso della cultura della sua epoca, che è una cultura ateniese che ha questione aperta
verso la regalità: da lì parte l’ideologia antitirannica, antiregalità. Quindi Erodoto è una fonte che ci parla
della regalità altrui dal suo punto di vista.
Drew sostiene che di fatto la regalità in Grecia è un’invenzione legata alla dialettica che si è sviluppata
quando Atene ha iniziato a prendere le sue caratteristiche. Lo stesso meccanismo avviene quando durante
la guerra del Peloponneso si sviluppa lo scontro ideologico tra Dori e Ioni.
Se è vero quello che dice Drew, abbiamo una regalità micenea ignota e per tentare di capire la sua
evoluzione, quindi, noi ci rifacciamo a fonti che non ne sanno nulla e che a loro volta l’hanno inventata per
contrapposizione nel momento di passaggio tra monarchia/tirannide e democrazia.
L’ipotesi di Drew non è ritenuta valida dagli storici greci.
Comunque le fonti devono essere sempre prese nel loro contesto di sviluppo.