Sei sulla pagina 1di 16

PRIMUS INTER SANCTOS

Elementi di giosefologia devozionale

Vito Sibilio

“Non ho mai chiesto una grazia a San Giuseppe


senza averla ottenuta”

(Santa Teresa di Lisieux)

Abbiamo visto quale sia la parte degli Angeli e dei Santi nella vita cristiana. Ciò rende
opportuno essere anche loro devoti. In merito a ciò diremo delle devozioni più importanti,
cominciando dal Primo dei Santi, Giuseppe, al cui celeste patrocinio mai si ricorre senza
essere delusi.

NATURA DELLA DEVOZIONE A SAN GIUSEPPE

Essa è ben compresa attraverso le invocazioni litaniche dedicate al Gran Patriarca. San
Giuseppe entra nella Storia della Salvezza perché è Vero Sposo di Maria SS. (Mt 1, 16). Ma
è vero Sposo di Lei perché è Figlio e Inclita Prole di David (Mt 1, 20; Lc 2, 4), ultimo
esponente della Dinastia del Re al quale Dio stesso aveva promesso di dare un erede che
sarebbe stato il Messia. Il titolo davidico è adoperato dall’Angelo stesso che Giuseppe sogna
quando deve decidere se assumere la Paternità di Gesù.
Giuseppe è vero Sposo, né poteva essere altrimenti. Maria SS., sebbene forse
collateralmente imparentata col Casato di David, non poteva garantire la discendenza legale
al Figlio Suo, perciò doveva andare in sposa ad un discendente del Re. Giuseppe, anche lui
vergine per voto e partecipe dell’ideale del matrimonio verginale, era lo sposo ideale di
Maria SS. Il loro matrimonio fu reale, perché realizzò lo scopo primario di ogni unione, la
stabile unità dei coniugi nella vita spirituale, morale e materiale, e non mortificò il mezzo
ordinario di tale unione, la vita sessuale, perché entrambi gli sposi decisero di offrire a Dio
la loro castità perpetua, proteggendo l’Uno con l’Altra la loro ferma risoluzione. A tale
risoluzione, evidentemente privata, Dio concesse anche il suggello di una Prole divina. Il
loro connubio fu il più meraviglioso possibile: Maria SS. e san Giuseppe si scelsero prima
ancora che Dio irrompesse nelle loro vite con la Nascita di Gesù; si scelsero
spontaneamente e per la vocazione più alta, un matrimonio verginale. Condivisero il più alto
e difficile ideale, e si amarono con una purezza, con una intensità, con una profondità, con
una completezza e con una carità che, tutte insieme, danno l’amore umano, sponsale,
spirituale, materiale e soprannaturale più completo e acceso che sia possibile a due esseri
umani: un’unione dominata non dal desiderio (eros) ma dall’amore di condivisione gratuito
(agape e carità). Per cui tale coppia fu, ad un tempo, modello sponsale e monastico, e per
grazia eccezionale, verginale e feconda, nella Prole Divina concessale. I due furono
veramente innamorati, e vissero la più grande, straordinaria e ardente storia d’amore di tutti
i tempi. Tale amore fu figura del mistero della Chiesa, Sposa e Vergine di Cristo,
evidentemente simboleggiato in Maria SS. e san Giuseppe, che capovolgono l’amore
egoistico e mortifero di Adamo e Eva. Se Adamo fu traviato da Eva, Giuseppe fu santificato
da Maria, ed è giustamente chiamato Custode purissimo della Vergine.
In ragione di ciò, perché Sposo di Maria SS., Sposo della Madre di Dio, san Giuseppe
divenne anche Padre putativo di Cristo. Una putatività che non esclude, anzi suppone, la
verità della paternità. Infatti Giuseppe fu realmente padre del Cristo in quanto Uomo, anche
se in senso morale e non ontologico. In virtù di ciò, Egli entrò pienamente nell’ordine
dell’Economia Ipostatica – ossia ha una stabile e reale relazione con il Verbo Incarnato e il
Suo Mistero – perché esercitò una funzione ben precisa, che lo mise in relazione diretta con
le Tre Auguste Persone Divine. Tale funzione è appunto quella paterna nel senso
genitoriale. Lo chiamiamo spesso Nutrizio del Figlio di Dio, Aio di Gesù, Solerte Difensore
di Cristo, Custode del Redentore, ma l’antichità non esitava a chiamarlo Padre di Cristo, e
la stessa Vergine lo fece, nell’occasione del Ritrovamento di Gesù nel Tempio (Lc 2,48;
anche 2, 22-23). Il Signore replicò dicendo che si doveva occupare delle cose del Padre Suo,
sottolineando che è dalla Prima Persona Divina che Egli è generato, ma poi, al termine della
vicenda, torna a Nazareth e sta sottomesso ai genitori, confermando, con la Sua condotta, la
reale paternità di Giuseppe nei Suoi confronti. Giuseppe fu dunque il Capo della Sacra
Famiglia, per funzione maritale e paterna.
Questa paternità non è biologica, non essendo compatibile con la Concezione verginale e
con la Generazione di Spirito Santo di Gesù nel grembo della Madre Sua, ma è reale, perché
è genitoriale, ossia educativa. Nato nel matrimonio casto di Maria e Giuseppe, nato senza
alcun elemento sessuale, Gesù è il Nuovo Adamo, sceso dal Cielo, ma è anche la vera Prole
di queste nozze verginali, alle quali si addiceva solo un Figlio concepito di Spirito Santo.
Era necessario che il Nuovo Adamo, Uomo e Dio, fosse senza padre come uomo e senza
madre come Dio. Inoltre una paternità umana, incompatibile con quella divina, non può
peraltro mai essere verginale, in quanto la gestazione avviene fuori del corpo del maschio,
esigendo la fecondazione, per cui Giuseppe non poteva in nessun modo essere padre
biologico di Cristo; ma l’educazione data dal padre al figlio, che è l’essenza della paternità,
fu completamente impartita dal nostro Santo a Gesù. In tutto quello in cui era necessario che
Gesù Cristo fosse educato e allevato da un padre terreno, perché la Sua Umanità fosse reale
e completa, Egli dipese da San Giuseppe. Questi lo curò, lo nutrì, lo protesse, gli insegnò, lo
formò moralmente e spiritualmente, lo educò religiosamente, collaborando pienamente alla
funzione educativa della Madre. Gesù, in quanto Uomo, ebbe dunque in Giuseppe il Suo
vero padre terreno. Ma, siccome si è padre della persona del proprio figlio, anche Giuseppe
fu padre della Persona del Verbo, in quanto Uomo. Egli cioè educò la Sapienza di Dio fatta
Uomo. Ciò implica una santità talmente eminente, una personalità talmente equilibrata, una
umanità talmente perfetta in Giuseppe, da essere inferiore solo a quella di Maria SS. e di
Cristo medesimo. Il nostro Santo, sebbene concepito nella colpa originale, liberatone per i
meriti del Redentore in virtù della sua fede, condusse una esistenza libera di fatto da ogni
men che minima colpa e adorna di tutti i meriti. Fu lo strumento consapevole di cui Dio
Padre si servì per educare il Suo Figlio fatto Uomo. Questi si compiacque di obbedirgli nella
Sua crescita umana. Inoltre, siccome lo Spirito Santo, inviato dal Padre, riempiva l’Umanità
di Cristo in modo assoluto e provvedeva alla Sua santificazione, secondo il beneplacito della
Sua Divinità, Giuseppe fu lo strumento di cui si servì la Terza Persona della Santissima
Trinità per formare pedagogicamente l’Uomo Gesù, in tutte le cose in cui gli uomini sono
formati dai propri padri.
Si configura così un plesso di relazioni tra Giuseppe e le Tre Ipostasi Divine: l’Eterno Padre
gli conferisce la potestà vicaria sul Figlio, Che è Suo anche in quanto Uomo, e sul Quale
nessuno può comandare o esercitare influsso senza il Suo beneplacito; l’Eterno Figlio lo
costituisce Suo padre genitoriale riguardo all’Umanità e vuole che il mondo lo reputi tale
anche biologicamente fino alla piena rivelazione del mistero della Sua Incarnazione;
l’Eterno Spirito Santo lo sceglie per istruire e santificare in modo vicario Gesù, in quanto
Uomo, agendo dall’esterno dell’Ipostasi del Figlio stesso. In ragione di ciò, Giuseppe,
inferiore in potestà e come modello educativo per Gesù solo alla Madre, è realmente
Vicario in terra del Padre Eterno, Padre putativo dell’Eterno Figlio, Vicario in terra
dell’Eterno Spirito Santo. Queste relazioni con la SS. Trinità nascono per la paternità che
Giuseppe assume in quanto Sposo di Maria, ma sussistono indipendentemente da tale
matrimonio, una volta avviate, e hanno come tramite immediato proprio la paternità che il
Santo esercita nei confronti del Figlio di Dio, che in un certo senso parziale è anche Figlio
suo.
La relazione speciale di san Giuseppe con lo Spirito Santo si estende anche a Maria SS.
Costei è il Tempio vivo del Paraclito, inferiore per santità solo all’Umanità di Gesù.
Giuseppe, Sposo di Maria, La custodisce e La sposa in vece dello Spirito: le nozze verginali
sono un segno dell’unione strettissima tra la Madre di Dio e la Terza Persona della SS.
Trinità. Perciò san Giuseppe è Vicario dello Spirito Santo anche in relazione alla potestà
maritale verso Maria SS. Anzi, essendo Cristo e Maria templi vivi del Paraclito, Giuseppe è
custode, è levita di entrambi: a lui sono affidati i tesori più preziosi di Dio. Egli realmente lo
ha costituito Amministratore di tutti i Suoi beni. Egli è colui che nella Casa di Dio occupa il
posto maggiore, il Maggiordomo della SS. Trinità. In tale ottica, egli fu il vero e naturale
Capo della Sacra Famiglia, segno, simbolo e germe dell’Umanità rinnovata, della Chiesa.
La sua potestà non è solo naturale, ma soprannaturale, sia perché comandò al Figlio di Dio e
a Sua Madre, sia perché esercitò un influsso reale su di loro. In ragione di ciò, egli è
autentico Patriarca e Patrono della Chiesa. Patriarca, perché capo dell’Umanità nuova e del
Nuovo Israele, da lui scampato dalla distruzione di Erode e condotto in Egitto: fu perciò
compimento profetico di Adamo, Noè, Abramo, Isacco, Giacobbe e dello stesso Giuseppe
del Genesi, anzi ne fu la Luce, perché li illuminò in profezia. Patrono, perché continua a
proteggere la Chiesa Universale come protesse Gesù e Maria, che di Essa sono il
fondamento ontologico. Tale patronato si estende anche alla Chiesa espiante in Purgatorio e
a quella Celeste, che gli fa corona.
La santità di Giuseppe, come ho detto, è particolarmente eminente, in ragione del compito a
cui è chiamato: egli è chiamato icasticamente giusto (Mt 1, 19). E’ questo il più alto
complimento che la Bibbia può fare: il Giusto per eccellenza è Cristo; i giusti dell’AT – da
Abele in poi – sono Sue figure profetiche. Giuseppe diventa così figura e antecedente
immediato del Figlio, il vero Giusto. Le virtù del Santo sono attestate direttamente dalla
Bibbia. Perciò lo chiamiamo giustissimo, castissimo, prudentissimo, fortissimo,
obbedientissimo, fedelissimo, specchio di sapienza, amante della povertà, esempio per i
lavoratori, pieno di fede, speranza e carità. Le circostanze virtuose della Sua vita ne fanno
il sostegno delle famiglie e la speranza degli infermi – essendo stato assistito da Gesù e
Maria ! Egli è modello di ogni virtù. Nell’ombra di questa virtù – che incute un sommo
terrore ai demoni, inferiore solo a quello incusso da Maria SS. – visse Gesù Cristo fino al
momento della Sua manifestazione. Allora Giuseppe era appena morto, né poteva
sopravviverle. Infatti Giuseppe era il Figlio di David, l’erede al trono di Giuda e Israele;
solo quando lui morì tale titolo potè passare pienamente a Gesù, Che coonestò il prestigio di
tale dignità con la Maestà Sua propria di Figlio di Dio, portando la famiglia del biblico Re a
un fastigio che nessun uomo poteva ottenere. La Sua morte, il Suo transito sereno,
confortato da Maria e Gesù, ne fanno il Patrono dei moribondi. Il glorioso Patriarca è
sepolto – secondo la Tradizione – accanto alla Vergine1. La mancata identificazione delle
sue spoglie potrebbe dare adito ad una teoria teologica sulla sua fine: qualcuno ha parlato di
una assunzione del patriarca, ma forse il suo corpo è stato portato in regioni sconosciute,
come quello di Enoc o di Mosè. In un certo senso, Giuseppe, come Melchisedec, non è mai
morto, perché la Scrittura non attesta in nessun luogo il suo decesso. Anche in questo è
come gli antichi eroi dei cicli patriarcali, uomini famosi, che vedevano Dio faccia a faccia.
Possiamo veramente concludere dicendo che Giuseppe è il Primo di tutti i Santi.

STORIA E FORME DELLA DEVOZIONE GIOSEFOLOGICA

Gli elementi della devozione a Giuseppe, uniti a quelli mariani, sono nella Bibbia inseriti
nel discorso cristologico. Nella letteratura apocrifa essi si sviluppano specularmente a quelli
mariani, con la Storia di Giuseppe il Falegname del IV sec., contraltare del Protovangelo di
Giacomo, del II sec. Tuttavia nella Patristica non vi è mai una trattazione, nemmeno
omiletica, incentrata direttamente sul Santo, nonostante la costante esaltazione del Suo ruolo
e delle Sue virtù2. Nonostante la devozione popolare, discreta ma presente 3, lo stesso
avviene tra i Dottori medievali, sino a Pietro d’Ailly (†1420), a Giovanni Gerson (†1429) e
a San Bernardino da Siena (†1444). Somme di questioni giosefologiche si hanno con Isidoro
de Isolani (†1528) e altri autori minori dello stesso secolo. Solo due voci si odono nel
dibattito teologico sistematico su Giuseppe nel XVII sec., quelle di Schenk e di Trombelli.
In compenso, nell’età dei Lumi, la predicazione spirituale sul Santo ha campioni illustri
come San Leonardo da Porto Maurizio (†1751), Sant’Alfonso Maria de’ Liguori (†1787) e
il Padre Giuseppe Antonio Patrignani (†1733). Bisogna attendere il XIX sec. per una
fioritura della sistematica giosefologica, complementare alla trattatistica mariologica, che si
prolunga nel XX sec. Nel primo ricordiamo studiosi come il Bucceroni e il Tamar, nel
secondo il Lépicier e il Davis. Dal 1953 inizia una rivista teologica, i Cahiers de
joséphologie.
Il culto giuseppino ha le sue radici in Palestina, dove a Nazareth esistevano, sin dal I sec.,
luoghi di culto costruiti rispettivamente sulla Casa di Maria e quella di Giuseppe, attestate
come chiese nel VIII sec. In Egitto nasce la Storia di Giuseppe a cui ho fatto cenno. A
partire dai secoli VIII-IX Giuseppe è menzionato nel Martirologio occidentale e nei
Calendari orientali. Nel medioevo sorgono santuari attorno a sue reliquie (Joinville
custodisce la sua cintura in Francia, portatavi dopo le ultime crociate, quelle di Luigi IX
[1226-1270]; Notre Dame di Parigi, Semur, Perugia e Siena che ne conservano anelli;
Firenze, che ne detiene un bastone; Roma, dove si conserva un mantello). Nel 1479 Sisto IV
(1471-1484) inserisce nel Breviario e nel Messale la festa di San Giuseppe del 19 marzo.
Gregorio XV (1621-1623) la rese di precetto. Urbano VIII (1623-1644) la estese a tutta la

1
La tomba di Giuseppe fu alla destra di quella di Assalonne nella Valle di Giosafat accanto a quella di
Simeone sino al 1484; nel 1534 fu spostata nella chiesa di Santa Maria di Giosafat, dov’è il sepolcro – vuoto
– della Vergine, vicino a quelli di Sant’Anna e san Gioacchino. Vi è una tradizione minore a Nazareth per la
localizzazione del sepolcro.
2
Con Agostino, Girolamo, Ignazio, Crisostomo, Basilio, Ireneo e molti altri.
3
La poetessa Ava d’Austria, i benedettini di Saint-Laurent di Liegi e il loro ufficio di Giuseppe, San
Bonaventura, il Beato Hermann Joseph che lavora per la diffusione della festa, Santa Margherita da Cortona
e la pratica dei Cento Pater per il Nutrizio di Gesù e dei Cento Pater per l’obbedienza di Gesù nei Suoi
confronti.
Chiesa. Il Beato Pio IX (1846-1878) proclamò San Giuseppe patrono della Chiesa
Universale l’8 dicembre 1870. Il culto del Santo in effetti ha una amplificazione dal 1865,
da quando si cominciano a chiedere il Patronato sulla Chiesa Universale – concesso da Papa
Mastai- il culto della Protodulia e l’inserimento del nome del Santo nel Canone della
Messa. Il Beato Giovanni XXIII (1958-1963) esaudì l’ultima richiesta. La Protodulia non è
stata ancora formalmente riconosciuta, ma è certamente attribuibile a Giuseppe, anche
perché il magistero papale ha sottolineato la sovraeminenza spirituale del Santo, con
Benedetto XV (1914-1922) e il motu proprio Bonum Sane (1920), fino al Beato Giovanni
Paolo II (1978-2005) con la esortazione apostolica Redemptoris Custos (1989). In genere il
magistero è costante nell’esaltare la funzione di Giuseppe e ad esortare alla devozione verso
di lui (Leone XIII, enc. Quamquam pluries 1889; Pio XII, Giovanni XXIII, Paolo VI).
Leone XIII (1878-1903) compose la famosa preghiera A Te o Beato Giuseppe (1889) in
appendice alla citata enciclica. Il venerabile Pio XII (1939-1878) istituì la festa di San
Giuseppe Lavoratore il 1 maggio per cristianizzare la giornata del lavoro internazionale.
Giovanni XXIII lo proclamò patrono del Vaticano II. Se nel Post-Concilio questa devozione
incontrò i problemi di tutte le devozioni, vi sono motivi per ritenerla sempre valida e la sua
pratica si è rinnovata e radicata. Molti Santi, in tutte le epoche, furono particolarmente
devoti del Patriarca4.
Sebbene ovviamente minore di quello di Maria, il culto giuseppino si sostanzia anch’esso di
istituti, confraternite, santuari, devozioni, consacrazioni, incoronazioni, pubblicazioni, pietà
popolare, congressi, società cultuali, iconografia ecc. Una menzione particolare merita la
Pia Unione del Transito di San Giuseppe, ubicata in Roma nella chiesa di San Giuseppe in
Via Trionfale, voluta da San Luigi Guanella (1842-1915) sotto gli auspici di San Pio X
(1903-1914), consacrata al culto del Santo e al Suffragio, vitalissima, con milioni di iscritti e
centomila preti, ricca di benefici spirituali. Eventi miracolosi celebri – come la restituzione
della vista ad una cieca ormai priva di pupille il 19 marzo 1959 – favorirono la devozione e
la fiducia.
Le pratiche più importanti sono, oltre alle due feste liturgiche, il Mese di Marzo, approvato
da Leone XIII; il giorno del Mercoledi; il Sacro Manto di preghiere da recitare per un mese,
possibilmente quello a Lui consacrato; le Litanie approvate da Pio X; la Novena e il Triduo
alla Solennità del 19 marzo; la preghiera A Te o Beato Giuseppe.

4
Citando in ordine sparso elenco la venerabile Margherita del Santissimo Sacramento, la Beata Petra de San
Josè, Santa Teresa di Lisieux, Giambattista Gauchon, il venerabile Aurelio Bacciarini, San Giovanni
Gabriele Perboire, Sant’Ignazio di Loyola, il Beato Giovanni XXIII, il venerabile Leone Dehon, la Beata
Maria Caterina di Sant’Agostino, San Pio da Pietrelcina, San Leonardo Murialdo, Santa Teresa d’Avila.
PRINCEPS SPIRITUUM
Elementi di teologia devozionale micaelica

Vito Sibilio
“Fin dove si estendono qui i sassi,
lì sono rimessi i peccati”

(San Michele Arcangelo sul Gargano)

Dopo aver enunciato i principi della devozione al Primo dei Santi, indichiamo quelli della
devozione al Primo degli Spiriti Celesti, che ogni buon cristiano deve venerare. Sarà utile
seguire la falsariga delle Sue Litanie per spiegarne le prerogative.

NATURA DELLA DEVOZIONE A SAN MICHELE ARCANGELO

Chi è come Dio? Chiaramente nessuno. Il primo a porre in modo chiaro questo principio
nella storia degli esseri senzienti - spiriti e uomini - fu l’Arcangelo Michele. La piena
consapevolezza della radicale differenza tra Dio e le Sue creature, dello scarto ontologico
tra l’Essere per Essenza- Che deve esistere per necessità -e gli esseri per analogia -che
esistono per Suo volere- dell’abisso incolmabile tra la Perfezione vivente e le perfezioni
limitate degli altri enti, non è stata una forma di umiliazione e frustrazione per colui che la
enunciò ai suoi astanti, angeli e demoni, ma fu anzi la chiave della sua piena realizzazione.
L’Arcangelo infatti, affermando con chiarezza quel concetto la cui profonda comprensione è
la caratteristica stessa della sua natura, elevò la condizione creaturale al suo più alto
compimento: l’umiltà glorificata. Solo la piena consapevolezza della sua nullità dinanzi a
Dio permette alla creatura anzitutto di riconoscere tutto quello che ha gratuitamente
ricevuto, e poi di ricevere la pienezza di tutti quegli altri doni che il Signore dà a chi ha
l’umiltà di volerli ricevere. E Dio si mostra più che munificente: l’umiltà porta alla fiducia,
alla fede, alla carità, alla perfezione, alla santità, alla gioia, alla gloria. Il Santo Arcangelo
assunse il nome di Micael: ossia la consapevolezza dell’ineguagliabilità di Dio- che esige e
ottiene la nostra sottomissione amorosa, e la ricambia con larghezza- divenne il distintivo
della sua persona, l’impronta della sua identità. E ancora oggi risuona in Terra e in Cielo
con amore – e agli Inferi con terrore – il nome glorioso e magniloquente di Michele,
l’Arcangelo. Egli divenne perciò il Capo dell’Esercito del Signore, l’Arcistratego delle
Milizie Celesti, il Duce degli Angeli: per primo e con maggior forza combattè contro i
nemici di Dio, per primo vinse e ancora oggi le lotte spirituali in terra e in cielo sono sotto la
sua guida.
Per tale lotta e per divina bontà la sua natura angelica si adornò di ogni pregio: la sua
sottomissione a Dio fece di lui il primo modello di umiltà – superato in seguito solo da
quella di Maria SS. e di Cristo stesso, Che si umiliò fino alla morte di croce – e l’esempio di
mansuetudine per eccellenza- in contrasto con la riottosità satanica – destinato ad essere
superato solo e ancora da Maria SS. e Gesù, nel Mistero della Redenzione e della
Corredenzione. L’Arcangelo fu la prima fiamma di ardentissimo zelo, accesa dal desiderio
di servire il Signore contro la propaganda diabolica tra gli Spiriti. Ancora bisognerà
aspettare il Cristo – divorato dallo zelo per la Casa del Signore – e la Madre Sua per un
grado più perfetto di virtù. In effetti, tutte le opere primordiali di Michele e dei suoi Angeli
sono in vista e come preludio della Redenzione. Dio aveva infatti predestinato Michele a
sconfiggere satana in Cielo, ma era Cristo Che doveva annientarlo in ogni luogo. Perciò
l’opera arcangelica, sebbene né Michele né gli altri Spiriti avessero bisogno di essere
redenti, poteva aver completamento solo in Cristo, dovendo questi liberare l’uomo caduto in
balia di satana. Tale opera poteva essere compiuta solo dal Sangue di un Dio fatto Uomo.
Esso solo avrebbe restaurato in tutta la Creazione la Signoria assoluta di Dio. Solo in vista
di ciò era stato fatto il mondo, e la stessa santità angelica era modellata su quella
perfettissima del Verbo, Che sarebbe diventato Uomo.
Il potentissimo San Michele, oltre alle mansioni proprie del suo Coro angelico e a quelle,
ancor più elette, del Collegio dei Sette Spiriti Messaggeri dei quali egli fa parte – e di cui
abbiamo detto – in seguito all’amore di cui fece mostra per il Signore Dio, potè assurgere al
rango dei Serafini, non tanto mutando la sua natura angelica, ma bruciando lui stesso di una
carità analoga a quella di quei nobilissimi Spiriti, dei quali divenne il Principe, ossia il più
ardente. Perciò lo veneriamo quale sole splendidissimo di carità. Del suo amore è illuminato
tutto il Paradiso. Ne vengono rischiarati tutti gli altri Spiriti, che anzi da lui la ricevono.
Inoltre, sempre conformemente alla natura angelica, che trasmette la Grazia Divina di grado
in grado, egli è divenuto la più chiara stella dell’ordine angelico: tutti i Cori celesti
ricevono i doni tramite lui che li riceve, dopo l’Ascensione di Gesù, dalla Sua Umanità
glorificata. La Gerarchia angelica trova nella persona dell’Arcangelo il suo vertice.
In aggiunta, dal momento della vittoria sul dragone, Dio stesso volle servirsi solo di Michele
per gli incarichi e le missioni più delicate, gli annunci e le azioni più nobili, mettendolo alla
testa del Suo Popolo Eletto – così da svolgere la funzione di Principato, che ancora gli
tocca, verso gli Ebrei – per cui egli è venerato quale Ambasciatore del Signore Dio di
Israele. A tale nobilissimo titolo in terra corrisponde una funzione altrettanto alta in Cielo,
dove molteplici sono le mansioni che egli svolge in Nome di Dio, a vantaggio di questo
mondo, del Purgatorio e del Cielo, per cui lo chiamiamo anche Assessore della SS. Trinità.
In virtù di questo titolo comprendiamo e lodiamo le relazioni strette che lo legano alle Tre
Divine Persone. Il Padre lo ha reso partecipe della Sua Potenza, permettendogli di
rovesciare satana dall’alto dei cieli e di sprofondarlo nell’abisso – ossia di spossessarlo delle
caratteristiche angeliche e di precipitarlo nel baratro dell’impurità e della dannazione, per
cui il Santo anticipò il Giudizio finale sul reprobo e la sua legione, in Nome dell’Altissimo.
Da ciò l’appellativo di vincitore e terrore dei demoni. Il Figlio, Verbo Eterno, lo rese
partecipe della Nozione Divina, che egli infatti per primo potè scrutare in profondità, per cui
si riempì di Essa, svuotandosi di sé, perché consapevole che nessuno è come Dio. Il Verbo
inoltre lo fece Sua mimesi, in attesa dell’Incarnazione, quando lo mise alla testa del Suo
Popolo, in attesa della Sua stessa discesa in terra e dell’innesto in Lui delle membra
mistiche del Suo Corpo. Lo Spirito Santo lo riempì del Suo ardente amore di carità, non solo
verso l’Essenza Trinitaria, ma anche verso tutte le creature. In questo triplice rapporto coi
Divini Tre si comprende il senso profondo, etimologico del termine “Assessore”, cioè
“Colui che siede accanto”. Il nostro potente Santo è stato il primo Angelo a santificarsi
pienamente e compiutamente, quello che lo ha fatto più perfettamente; in ragione di ciò, a
lui è stato concesso di essere sempre vicino a Dio, più di qualunque altro angelo, più di
qualunque altro essere vivente.
Dal trono di gloria concessogli il Principe degli Angeli segue e compie tutte le mansioni
affidategli. Molte hanno preparato quelle del Redentore, Che si assise poi alla Destra del
Padre, in quanto Figlio anche secondo la Natura Umana, e quindi superiore agli Angeli e
fonte di Grazia per loro anche come Uomo. Altre ancora quelle di Maria SS., che si assise
alla Destra del Figlio in seno alla SS. Trinità in quanto Madre del Verbo. Infine ancora altre
hanno preluso a quelle di Giuseppe, padre genitoriale del Verbo e seduto accanto alla Madre
di Dio. Tutte le altre funzioni continuano tutt’ora, e Michele Arcangelo rimane e rimarrà
seduto accanto a tutta la Santissima Trinità. In virtù di queste alte funzioni, egli è chiamato
Mediatore delle Divine Grazie. Infatti il Santo Arcangelo - fino a quando durò l’economia
salvifica provvisoria della Vecchia Legge, data per mezzo di Angeli - svolse, in testa a tutta
la Milizia Celeste, una funzione mediativa. Tale mediazione angelica avveniva in vista dei
meriti di Cristo, in quanto solo per essi l’uomo accedeva a Dio, sia pure tramite gli Angeli, e
solo per essi gli Angeli, a Nome di Dio, potevano contattare gli uomini. Quando poi il Cristo
redense l’uomo e divenne Lui Mediatore Universale e Unico, cominciò a suscitare
mediazioni subordinate. Tra di esse, sotto quella Universale della Madre Sua, vi è anche
quella di Michele, che conservò le sue funzioni strumentali anche nella Nuova Alleanza,
estendendo a tutto il Popolo cristiano il potente suo patrocinio. L’Arcangelo intercede
attivamente per tutti noi e in tutti i campi della sua vasta azione applica, secondo i voleri di
Cristo e poi di Maria SS., le grazie ottenute. Non saremmo lontani dal vero nel dire che
Michele, Ministro della Divina Clemenza, abbia parte attiva in ogni azione di grazia svolta
nei confronti di tutti noi, anche quando sia ottenuta da meriti più alti dei suoi, per riguardo
alla sua antica mediazione angelica precristiana.
In ragione di ciò, nella Gerarchia della Santità, dopo il Cristo Uomo Dio, vi è Sua Madre, e
dopo Lei vi sono Giuseppe, su tutti i Santi, e Michele, su tutti gli Angeli. San Michele è
infatti il più Santo degli Angeli e il più Santo delle creature ad eccezione di quelle che
ebbero una relazione ontologica diretta con l’Economia Ipostatica, ossia Maria SS. e San
Giuseppe. Perciò gli spetta di sicuro la protodulia angelica e dopo il Patriarca di Nazareth
dev’essere universalmente venerato ed esaltato.
La grande funzione che Michele compie nei confronti della Chiesa, Mistico Corpo, è
triplice. Verso la Terrestre è Protettore e Patrono: egli la cinge e la riveste esattamente
come un tempo cinse e rivestì il Popolo di Israele. Egli, che non è membro diretto del Corpo
di Cristo ma pure è innestato sulla Fonte della Grazia, il Verbo Incarnato, e tramite Lui è in
contatto con le Sue membra, in Nome di Gesù difende, guida, sostiene, santifica, protegge
tutti e ciascuno i membri della Chiesa stessa. Infatti è a lui che Dio ha affidato le anime di
coloro che un giorno occuperanno le sedi celesti. Quando poi questi membri entrano via via
nell’Eternità, è Michele che sovrintende alla trasformazione di stato, introducendole nel
Purgatorio o in Cielo, secondo il volere di Cristo Giudice. Ossia l’Arcangelo è Psicopompo,
Traghettatore di Anime, assieme ad altri Spiriti eletti. Fu lui con Gabriele a trasferire il
Corpo purissimo di Maria SS. in Cielo. Il patrocinio micaelico si estende alle anime
purganti con la potenza di suffragio e l’ardore di purificazione nella carità loro comunicata,
mentre sta a lui dirigere e governare la vita dei Beati in Cielo, per cui lo chiamiamo
Preposito del Paradiso.
La pietà cristiana riconosce inoltre all’Arcangelo una serie di patrocini morali unici, cause
efficienti di grazie particolari. Egli è il duce fortissimo, sotto le cui ali si vince ogni buona
battaglia. E’ il consolatore degli sfiduciati, che rincuorò dai tempi dell’ingresso degli Ebrei
in Canaan, ai tempi di Giosuè. Lo si invoca consolatore dei malati, perché ha sempre
generosamente guarito coloro che lo invocano. E’ chiamato guida degli erranti, perché
condusse Israele nel deserto per quarant’anni. Lo invochiamo sostegno di coloro che
sperano, perché egli per primo sperò nella Grazia di Dio contro satana e si aspettò la
ricompensa divina per bontà. E’ appellato quale custode di chi ha fede, perché egli per
primo ne ebbe, e tanta da rovesciare satana nell’abisso. Lo chiamiamo dispensatore
generoso perché riceve e dona con larghezza tantissimi doni. In particolare è appellato
rifugio dei poveri e sollievo degli oppressi, perché dona ogni grazia a chi ha bisogno e libera
gli schiavi del diavolo dalla sua tirannia. E’ la nostra fortezza, egli che per primo si ornò di
tale virtù; è il nostro rifugio, egli dietro le cui ali si compattarono le milizie che vollero
resistere all’urto del seduttore depravato; è il nostro difensore, egli che schiaccia il nemico
immancabilmente sotto i suoi piedi. Egli sostiene i perseguitati per la fede nella dura lotta
fino all’ultimo sangue, avendo per primo esposto la sua integrità al rischio della lotta contro
il famelico drago: perciò lo chiamiamo sollievo dei Martiri e letizia dei Confessori. Lo
onoriamo quale Angelo di Pace, perché, dopo aver combattuto la Buona Battaglia, ha
restituito al mondo angelico la tranquillità e preparato il trionfo di Cristo, Che porta il
cosmo nel Riposo del Padre. Lo scorgiamo custode dei Vergini, perché costoro imitano nel
corpo la purezza asessuata degli Spiriti. Infine lo invochiamo onore di tutti i Santi per la sua
sovraeminente virtù. Egli è degno di ammirazione, di lode, di venerazione. La sua potente
intercessione ci protegge sempre e ovunque, ci libera da ogni male e ci conduce alla vita
eterna.

STORIA E FORME DELLA DEVOZIONE MICAELICA

Il culto dell'arcangelo Michele è orientale. Costantino I (306-337) a partire dal 313 gli
dedicò il Micaelion, a Costantinopoli. La prima basilica dedicata all'arcangelo in Occidente
è quella della Via Salaria; il giorno della sua dedica, il 29 settembre, è rimasto fino ad oggi
quello della festa liturgica del Santo. In Oriente san Michele è venerato con il titolo di
"archistratega", che corrisponde al titolo latino di princeps militiae caelestis. Alla fine del V
secolo il culto si diffuse rapidamente in tutta Europa, in seguito alle apparizioni
dell'Arcangelo sul Gargano in Puglia.
Nel 490 un certo Elvio Emanuele, ricco signore del Gargano, che aveva smarrito il più bel
toro della sua mandria, lo ritrovò casualmente dentro una caverna inaccessibile.
Nell'impossibilità di accedere nell'antro per recuperarlo, decise di ucciderlo scagliandogli
una freccia con il suo arco; ma la freccia invertì la traiettoria e colpì il signorotto ferendolo.
Elvio si recò da San Lorenzo Maiorano vescovo di Siponto, per raccontare l'accaduto. Dopo
averlo ascoltato, il vescovo indisse tre giorni di preghiera e di penitenza al termine dei quali
san Michele Arcangelo gli apparve in sogno (8 maggio) dicendo: "Io sono l'Arcangelo
Michele e sto sempre alla presenza di Dio. La caverna è a me sacra, è una mia scelta, io
stesso ne sono vigile custode. Là dove si spalanca la roccia, possono essere perdonati i
peccati degli uomini [...] Quel che sarà chiesto nella preghiera, sarà esaudito. Quindi
dedica la Grotta al culto cristiano". Il vescovo non diede seguito alla richiesta
dell'Arcangelo perché sul monte persisteva il culto pagano. Due anni dopo, nel 492, Siponto
si trovò sotto assedio da parte del re Odoacre (434-493). Allo stremo delle forze, il vescovo
di Siponto ottenne dal nemico una tregua di tre giorni durante i quali si riunì insieme al
popolo in preghiera. Qui riapparve l'Arcangelo promettendo loro la vittoria. Gli assediati
uscirono dalla città dando battaglia accompagnati da una tempesta di sabbia e grandine che
si rovesciò sugli invasori. Questi, spaventati, fuggirono. In segno di riconoscenza tutta la
popolazione di Siponto salì sul monte in processione. Però il vescovo non osò entrare nella
grotta. Nell'anno 493, il vescovo Lorenzo Maiorano, intenzionato ad eseguire l'ordine
dell'Arcangelo, si recò a Roma da Papa San Gelasio I (492-496) il quale espresse parere
positivo ordinandogli di entrare nella grotta e consacrarla insieme ai vescovi della Puglia
dopo un digiuno di penitenza. Il vescovo eseguì l'ordine. Ma l'Arcangelo gli apparve per la
terza volta annunciando che la cerimonia di consacrazione non sarebbe stata necessaria
poiché egli stesso aveva consacrato la grotta con la sua presenza 5. Il vescovo ordinò allora la
costruzione di una chiesa dinnanzi all'ingresso della grotta che venne dedicata all'Arcangelo
Michele il 29 settembre 493. La sacra grotta rimane fino ai giorni nostri come un luogo di
culto mai consacrato da mano umana e ricevette nel corso dei secoli il titolo di "Celeste
Basilica". Diverse sono le testimonianze scritte di questi fatti; il documento che però ha più
di altri ricostruito in maniera più precisa e suggestiva l'insieme dei fatti miracolosi che
danno origine al culto dell'Arcangelo Michele sul Gargano è il Liber de apparitione santi
Micaelis in Monte Gargano, la cui stesura risale all'VIII secolo.
Il popolo germanico nutrì una particolare venerazione per l'Arcangelo San Michele; già a
partire dal VII secolo i Longobardi considerarono il santuario garganico come nazionale.
Dall'epicentro garganico il culto fu diffuso da re Grimoaldo (662-671) che nel 651 era
divenuto duca di Benevento. L'Historia Langobardorum di Paolo Diacono (720-799) annota
una visione nella quale l'arcangelo, insieme a san Giovanni Battista e a san Pietro, apparve a
un eremita al quale si era rivolto l'imperatore bizantino Costante II (630-668) e gli
consigliava di desistere dal suo tentativo, poiché la grande devozione manifestata dai
Longobardi garantiva loro l'appoggio divino; Costante fu infatti sconfitto da Grimoaldo l’8
maggio del 663.
Il Santuario fu uno dei tre maggiori luoghi di culto europei intitolati a San Michele, insieme
alla Sacra di San Michele in val di Susa e a Mont Saint-Michel in Normandia 6. Del
santuario di San Michele Arcangelo si presero cura prima i Normanni, poi gli Svevi, gli
Angioini e gli Aragonesi. Nel corso dei secoli, milioni di pellegrini si sono recati in visita a
questo luogo di culto così antico 7. Nel 1656 avvenne la Quarta apparizione di San Michele.
Tutta l'Italia meridionale era infestata dalla peste. L'arcivescovo Alfonso Puccinelli decise
allora di rivolgersi a san Michele con preghiere e digiuni. All'alba del 22 settembre, assorto
in preghiera, avvertì come un terremoto e subito dopo San Michele gli apparve ordinandogli
di benedire i sassi della sua grotta scolpendo su di essi il segno della croce e le lettere M. A.
(Michele Arcangelo). Chiunque avesse devotamente tenuto con sé quelle pietre sarebbe
stato immune dalla peste8. L'Arcivescovo eseguì l'ordine dell'Arcangelo e la città fu subito
libera dalla peste. A ricordo e per eterna gratitudine del miracolo, l'Arcivescovo fece
innalzare un monumento al santo nella piazza della città, dove ancora oggi si trova, di fronte
al balcone della stanza dove tradizione vuole sia avvenuta l'apparizione. La cura pastorale
del santuario è affidata dal 13 luglio 1996 alla Congregazione di San Michele Arcangelo.

5
“Non è necessario che voi mi dedichiate questa chiesa che Io stesso ho consacrato con la mia presenza.
Entra e con il mio aiuto innalza preghiere e celebra il Sacrificio. Io Ti mostrerò come Io stesso ho consacrato
questo luogo”.
6
Qui, secondo la leggenda, l'arcangelo Michele apparve nel 709 a sant'Uberto, vescovo di Avranches,
chiedendo che gli fosse costruita una chiesa sulla roccia. Il vescovo ignorò tuttavia per due volte la richiesta
finché san Michele non gli bruciò il cranio con un foro rotondo provocato dal tocco del suo dito, lasciandolo
tuttavia in vita. Il cranio di sant'Uberto con il foro è conservato nella cattedrale di Avranches. Il culto
micaelico fu caro anche a San Colombano ed ai monaci colombaniani di Bobbio, lo stesso santo monaco
missionario irlandese fondò numerose chiese dedicati al santo nella sua opera evangelizzatrice in Europa ed
eresse nel 615 l'Eremo di San Michele di Coli poco distante da Bobbio e dalla sua abbazia.
7
Tra di essi numerosi papi (Gelasio I, Leone IX, Urbano II, Alessandro III, Gregorio X, Celestino V,
Giovanni XXIII, Giovanni Paolo II) e sovrani (Ludovico II, Ottone III, Enrico II, Matilde di Canossa, Carlo
d'Angiò, Alfonso d'Aragona, Ferdinando il Cattolico). Anche San Francesco d'Assisi si è recato in visita a
san Michele Arcangelo, ma non sentendosi degno di entrare nella grotta, si è fermato in preghiera e
raccoglimento all'ingresso, baciando la terra e incidendo su una pietra il segno di croce in forma di "T" (Tau)
8
“Io sono l'Arcangelo Michele .Chiunque utilizzi la pietra di questa grotta sarà guarito dalla peste. Benedici
le pietre e scolpiscivi il segno della Croce e le iniziali del mio nome” .
San Gregorio I (590-604) durante una tremenda pestilenza, al termine di una processione
con il canto delle litanie, vide apparire su Castel Sant'Angelo San Michele che deponeva la
spada nel fodero, segno che le preghiere erano state ascoltate e che l’epidemia sarebbe
cessata. Sul monumento fu eretta una statua raffigurante l'arcangelo.
Si racconta che l'8 maggio dell'842 i Saraceni, attratti da Cerveteri, tentarono un'incursione,
ma dopo aver fatto pochi metri furono gradualmente avvolti in una fittissima nebbia. I
Saraceni comunque non si arrestavano, poiché erano guidati dal suono della campana che
avvisava i cittadini del pericolo. Ad un certo punto, però, le campane si fermarono
improvvisamente, lasciando sbigottito lo stesso campanaro, e così i saraceni furono costretti
a tornare alle loro navi, avendo perso l'ultima speranza di orientamento. Non vi furono
dubbi sulla causa: il massimo difensore della fede non aveva permesso che venisse
profanato un luogo a lui caro, dato che lasciò anche le sue impronte sulla campana.
San Michele è molto caro ai russi assieme all'arcangelo San Gabriele e oggetto di diverse
icone. Un monastero del XII secolo a lui dedicato, costruito sulla foce della Dvina, ha dato il
nome all'intera città di Arcangelo, nel nord della Russia.
La devozione a San Michele contraddistingue a fondo il popolo cristiano. Egli stesso
insegnò la Corona Angelica in onore suo e degli Spiriti Celesti alla Serva di Dio Antonia de
Astonaco nel XVIII sec.9 - e recitata con tanto zelo da Suor Maria Angela Colomba di
Vetralla (1685-1751) - promettendo che chi l’avrebbe recitata prima della Comunione
sarebbe stato accompagnato all’Eucarestia da uno Spirito di ciascuno dei Nove Cori, mentre
chi l’avesse recitata ogni giorno avrebbe avuto la Sua speciale protezione e quella degli
Spiriti tutti in vita e in morte, in terra e in Purgatorio. La pratica fu approvata da Pio IX
(1846-1878) nel 1851 e lo stesso Papa lo proclamò Patrono della Chiesa Universale.
Papa Leone XIII (1878-1903) ordinò di recitare la Preghiera a San Michele da lui
composta in ginocchio davanti all'altare al termine di tutte le Messe, escluse quelle solenni.
Lo stesso pontefice stabilì un rito esorcistico in cui, nella prima parte, viene invocato come
"Principe gloriosissimo delle milizie celesti", come "custode e patrono della Santa Chiesa",
San Michele Arcangelo, affinché venga in difesa dei Cristiani contro il demonio. Queste
preghiere, le Litanie e la Consacrazione, oltre al pellegrinaggio garganico, sono le pratiche
di devozione più importanti all’Arcangelo.

9
Di lei si sa ben poco.
DE CULTU ANGELORUM
Elementi di devozione angelologica

Vito Sibilio
“Ecco, Io mando il Mio angelo innanzi a te.
Non contristare la sua presenza.”

(Il Signore Dio nell’Esodo)

Oltre questo mondo sensibile, in cui le sostanze sono tutte composte, vi è un mondo
sovrasensibile, svincolato dalle leggi generalissime dell’universo come noi lo conosciamo,
oltre le sue frontiere di spazio-tempo e di energia convertibile in materia. E’ il mondo in cui
le sostanze sono semplici, ossia hanno solo forme, e quindi sono solo razionali, sia perché
intellegibili – per chi le ha fatte e tra loro – sia perché intelligenti – in quanto vive : è il
mondo degli Angeli. Esso, in quanto immateriale, è anche immortale e incorruttibile. La
devozione per questi esseri, superiori ai Santi, è parte distintiva del Cristianesimo.

NATURA DELLA DEVOZIONE ANGELICA

Tali creature sono le più alte che Dio ha voluto. La loro natura è immortale, come dicevamo,
ma anche dotata di alcune caratteristiche fondamentali che la rendono profondamente
diversa dalla nostra. Innanzitutto ha una volontà immutabile, in quanto essa non dipende dai
sensi e dalle loro instabili percezioni, ma vuole una cosa per quella che è, per cui, una volta
voluta, non smette mai di volerla; indi ha un’intelligenza separata da ogni percezione, quindi
non bisognosa di astrazioni e conseguenzialmente capace di cogliere l’essenza logica e
ontologica di ogni cosa alla sua portata; poi ha un sentimento stabile, conforme a ciò che è
conosciuto e voluto, mai volubile; inoltre non è vincolata da leggi spaziali e può muoversi
ovunque con assoluta rapidità e immediatezza; infine non occupa luoghi, in quanto, pur
essendo anch’essa limitata rispetto all’Immensità Divina, non è materiale e quindi non sta
da nessuna parte, perché Dio l’ha creata fuori di ogni spazio. In virtù della saldezza di
volontà e sentimento, nonché della sua aspazialità, la natura angelica ha un tempo
completamente diverso dal nostro: esso ha avuto inizio, ma non avrà mai fine.
Tale natura angelica è propria di una miriade incalcolabile di esseri celesti o puri Spiriti,
disposti in un ordine gerarchico di perfezioni sempre maggiori, di essenze sempre più
concettualmente estese, di volontà sempre più forti, di intelligenze sempre più profonde, di
sentimenti sempre più ardenti. Tra loro non vi sono differenze accidentali ma solo
sostanziali: non esiste infatti uno spirito che sia uguale all’altro così come gli uomini
possono essere simili parzialmente tra loro. Come nel mondo materiale vi è una gerarchia di
esseri che sono più o meno partecipi della Perfezione divina, così in quello celeste una scala
altissima vede disporsi gli Spiriti in una somiglianza sempre maggiore, ma mai completa,
con la Divina Essenza . Come nel mondo la Chiesa è retta da una Gerarchia sacra che
rispecchia, per gradi, i voleri divini e li fa eseguire, così il Mondo metafisico è retto da una
Gerarchia celeste che governa l’Universo riflettendo ed eseguendo gli stessi voleri . Come
in terra le conoscenze si riflettono, da una intelligenza all’altra, in una cognizione sempre
più perfetta, così in cielo – il luogo metaforico eppure reale dove sono gli Spiriti puri – la
Luce Divina si rispecchia in modi più perfetti da un angelo all’altro e ognuno di essi passa a
quello inferiore la conoscenza più alta che gli è concessa, come in una serie di lenti che
filtrano la Luminosità primaria. In tal maniera, gli Spiriti puri più perfetti esercitano la carità
verso i meno perfetti. Gli Spiriti, creati da Dio in stato di innocenza originaria, hanno una
santità naturale superiore a quella dell’uomo. In seguito alla libera adesione che la
maggioranza di loro fece a Dio, Egli li ricolmò della Grazia Santificante, facendo di essi le
creature più sante dell’Universo, inferiori oggi solo al Verbo Incarnato, alla Vergine SS. e a
San Giuseppe. Essi perciò sono degni della nostra venerazione e li chiamiamo, giustamente,
Santi. Gli Spiriti godono di una visione beatifica intuitiva dell’Essenza Divina, per sempre.
La loro natura non potrà mai essere per noi completamente comprensibile. Infatti noi
conosciamo gli Spiriti non per cosa sono, ma per cosa fanno, in base al quale hanno nomi
diversi e si dispongono in Nove Cori o Ordini, raggruppati in Tre Gerarchie. Essi sono, dal
basso verso l’alto: Angeli, Arcangeli, Principati; Potestà, Virtù, Dominazioni; Troni,
Cherubini, Serafini. Vediamo di ognuno di essi.
Gli Angeli sono i messaggeri di Dio, ossia ricevono da Lui una missione particolare, specie
in relazione agli esseri inferiori. Numerose volte nella Bibbia la Volontà di Dio è
comunicata dall’Angelo del Signore, nel quale opera Dio stesso; fu per esempio un anonimo
Angelo a dare a San Giuseppe gli ordini divini descritti nel Vangelo di Matteo. Una
missione particolare ricevono quegli Angeli a cui Dio affida le Anime degli uomini. Essi
sono infatti chiamati Angeli Custodi, perché appunto illuminano, custodiscono, reggono e
governano il loro protetto, anche se non possono in alcun modo violentarne la volontà, i
sentimenti e l’intelligenza. In poche parole ogni grazia che ognuno di noi riceve da Dio
passa, strumentalmente, tramite il nostro Angelo, sebbene sia impetrata da altri Santi. Non
stupisca questo né lo si intenda in modo banale. Non è che un Angelo, essere superiore, sia
al nostro servizio; è invece che a tali creature elevate Dio ha chiesto di compiere l’ufficio di
carità verso entità inferiori, appunto come noi. A tale ufficio il nostro Angelo, che prega per
noi e si occupa ordinariamente di ogni nostra necessità, si dedica per tutta la nostra vita, se
glielo permettiamo assecondandone l’azione. In tal maniera, tramite la mediazione di uno
Spirito dell’ultimo Coro dell’ultima Gerarchia, giunge a ognuno di noi il raggio di Luce
Divina che la Provvidenza ci ha destinato, così che la natura umana e quella celeste entrano
in contatto in una sola connessione gerarchica. L’esistenza dei nostri Custodi è sanzionata
solennemente da Gesù stesso, Che la dà per scontata (Mt 18, 10). Per ciò che concerne la
loro funzione per la vita spirituale cristiana, tutti gli Angeli possono custodirci nella vita
presente e poi ottenerci la Gloria del Cielo.
Gli Arcangeli sono i Capi degli Angeli. Essi svolgono le stesse mansioni angeliche, ma in
relazione a persone e cose particolarmente importanti o alla stessa Chiesa Terrestre. In
relazione ad essa vegliano sulla Fede e sul Culto. Tra di essi, Sette Spiriti vanno e vengono
innanzi al Trono Divino, contemplati anche da Giacobbe nel sogno della Scala Celeste,
avuto in Betel e descritto nella Genesi (28, 10 ss.). Essi sono coloro ai quali Dio ha affidato
le incombenze più importanti in vista della Redenzione dell’Uomo; ancora le conservano,
sebbene subordinati al Verbo Incarnato e a Sua Madre. Di tali Sette Spiriti conosciamo per
rivelazione solo Tre Nomi: Michele, Gabriele e Raffaele. Di Michele, protettore di Israele e
della Chiesa, Principe e Arcistratego delle Milizie Celesti, Traghettatore delle Anime da
questo mondo all’altro, Guaritore dei Malati, abbiamo detto. Egli compare più volte nella
Bibbia e parlò, tra gli altri, a Giosuè (Gs 5, 2 ss.). Il suo nome ebraico, Micael, significa: Chi
è come Dio? Esso indica la sua completa sottomissione al Signore, Che perciò lo ha esaltato
su tutti i Cori Angelici. Egli infatti sconfisse satana. L’estensione del suo spirito copre
ampiamente l’Universo creato. Gabriele invece portò l’Annuncio dell’Incarnazione del
Verbo a Maria SS. – oltre che quello della nascita del Battista. Il suo nome ebraico, Gabriel,
vuol dire Forza di Dio. Infatti egli annunzia sempre i portenti più grandiosi del Dio
Altissimo. Già nell’AT spiegò svariate cose al profeta Daniele. E’ anche venerato come
Traghettatore di Anime. Raffaele è deuteragonista del Libro di Tobia. Accompagna il suo
pupillo in un periglioso viaggio, lo difende, lo libera dai demoni, benedice le sue nozze
guidandolo alla sposa, guarisce suo padre dalla cecità. Il suo nome ebraico, Rafael, vuol dire
Medicina di Dio. Infatti è oggetto di culto iatrico. In ordine alla nostra vita interiore, tutti gli
Arcangeli possono ottenerci di essere perseveranti nella Fede e nelle opere buone.
I Principati sono i Custodi delle Nazioni. Fino a quando il Verbo non si incarnò, essi
guidarono i popoli secondo la Provvidenza in una economia provvisoria. Essi pure operano
ancora, ma subordinati a Cristo, nel Quale tutti i popoli sono incorporati. La loro funzione
cesserà alla Fine del Mondo, quando il Cristo Totale non avrà bisogno di alcuna guida
intermedia, essendo gli eletti incorporati stabilmente al loro Capo. Per la nostra vita
spirituale, tutti i Principati possono ottenerci una vera obbedienza alla Volontà Divina, della
quale sono ministri.
Le Potestà contribuiscono a mantenere l’ordine del Cosmo secondo il Divino Volere,
rimuovendo gli ostacoli che si frappongono sia per cause naturali che per il peccato
diabolico e umano. Anch’essi sono stati, in questa funzione, subordinati a Cristo e anche la
loro funzione cesserà con la Fine del Mondo, quando ogni ostacolo cesserà con
l’annientamento di tutti i nemici di Dio. Per i fedeli, tutte le Potestà possono ottenere la
protezione dalle insidie e tentazioni diaboliche, essendo esse capaci di contenerne gli
influssi devastanti.
Le Virtù o Potenze comunicano al Cosmo il movimento, in tutte le sue forme (sostanziale,
locale, ecc.). Sovrintendono cioè alle trasformazioni proprie degli enti creati. Anche loro
sono oggi sottoposti a Cristo e cesseranno tale funzione alla Fine dei Tempi, perché allora
l’Universo sarà trasformato e sottoposto direttamente al Pleroma. Alle anime devote le Virtù
possono ottenere di non cadere in tentazione e di essere liberati dal male, conformemente al
loro incarico di continua stimolazione del Cosmo.
Le Dominazioni distribuiscono gli incarichi agli altri Spiriti e li coordinano dirigendoli. La
glorificazione del Risorto li ha sottomessi al Suo Potere Universale; quando il mondo finirà,
cessando le mansioni angeliche verso di esso, cesserà anche il potere delle Dominazioni
sugli altri Spiriti. E’ in rapporto a questi Cori angelici e alle loro funzioni che San Paolo
dice che Cristo regnerà dopo aver ridotto a nulla il loro potere. Non è una valutazione
negativa. E’ la fine di una economia provvisoria che non sarà più necessaria perché gli Eletti
saranno pienamente inseriti nel Cristo Totale e il loro mondo sarà trasformato, comprese le
funzioni angeliche svolte in esso. Alle anime devote le Dominazioni possono ottenere il
controllo dei sensi e la correzione delle cattive passioni, conformemente alla loro capacità di
dominio.
I Troni sono coloro tramite i quali Dio emana i decreti con cui governa il Cosmo. Ora è
Cristo Che governa tramite loro, così come il Padre governa, nello Spirito Santo, tramite
Lui. Sui Troni Dio si asside esattamente come su di un trono materiale, quando opera
tramite essi. Per le anime fedeli i Troni possono ottenere una sincera e profonda umiltà,
l’unica virtù compatibile con il Regno di Dio in se stessi, sia per gli Spiriti che per gli
uomini.
I Cherubini sono coloro mediante cui Dio costituisce e mantiene l’ordine cosmico. Non a
caso furono i Cherubini a cacciare Adamo con Eva dall’Eden, in cui erano ormai indegni di
stare. Anche sui Cherubini, come attesta il Salmo, Dio Si asside e rifulge. Siamo al massimo
livello di mansioni che un essere creato può svolgere nei confronti di Dio. Vi è superiore
solo l’Economia Salvifica inaugurata e mediata da Cristo, a cui è incorporata la Vergine SS.,
San Giuseppe, gli Apostoli. Fino a tale Economia, le Leggi provvisorie (l’alleanza con Noè,
quella con Abramo, la stessa Legge del Sinai) furono date per ministero angelico: l’uomo
non era degno ancora di trattare direttamente con Dio, perché Cristo non era ancora morto. I
Cherubini possono ottenere alle anime la conversione totale e il progresso verso la
perfezione, perché essi sono i custodi dell’ideale stesso della perfezione comunicata al
Creato.
I Serafini sono più alti di tutti gli altri Spiriti. A loro Dio ha concesso l’invidiabile destino di
contemplarne la Perfetta Essenza di Carità, di riamarla perfettamente per quanto loro
possibile e di rifrangere nel mondo inferiore la Luce e la Fiamma dell’Amore Divino. Ora
essi la ricevono da Cristo, tramite Maria SS. Il loro nome infatti indica l’atto del bruciare.
Essi intercedono per le anime la grande grazia della carità perfetta, nella quale sono
stabilmente costituiti. Essi, più degli altri Spiriti, sovrintendono al cammino delle Anime
verso la perfezione mistica.
Questi Cori sublimi sono tutti intenti a celebrare, godendo infinitamente, la Liturgia celeste.
Essa completa e continua quella terrestre. Infatti essi, sebbene non abbiano mai peccato e
siano quindi dotati di Grazia indipendentemente dalla Morte di Cristo, sono a Lui sottomessi
quale causa fontale, efficiente e finale della Grazia stessa, per cui gli tributano un culto del
tutto simile al nostro. Al Padre infatti piacque che al Figlio Suo, Che anche come Uomo,
nella Sua Unica Persona, è superiore agli Angeli, e Che Lo amò di un amore più perfetto di
quello angelico attraverso la Sua Umanità, perché diede la Sua stessa Vita, fossero
sottomesse tutte le cose, compresi gli Spiriti, anche nella loro santificazione e beatitudine.
Essi dunque lo adorano con timore e tremore e lo acclamano come noi, secondo ciò che udì
Isaia: Santo Santo Santo è il Signore Dio dell’Universo. E’ tramite le mani dell’Angelo
Santo che l’Offerta della Chiesa, Cristo stesso, è portata dalla Terra al Padre. I Serafini e i
Cherubini non cessano di adorare il Cristo Che si rende presente nella Santa Messa e rimane
tale nell’Eucarestia. Le nostre chiese, spesso vuote di uomini, sono sempre colme di Angeli!
Ad essi è dovuta la nostra devozione, il nostro culto . Essi esercitano la loro benevola
potenza verso di noi, secondo il Volere Divino. Come dicevo, non possono mutare la nostra
volontà – solo Dio può – ma possono inclinarla al Bene. La loro presenza esercita un
influsso positivo, benefico sul nostro spirito e all’occorrenza anche sul corpo. Essi infatti
possono chiarire l’intelligenza, fortificare il volere, infiammare l’amore. Possono altresì
influenzare le facoltà sensibili, acquietando le cattive inclinazioni e rafforzando quelle
buone. Infine possono influenzare positivamente la fantasia e l’immaginazione, ispirando
immagini e pensieri positivi. Il loro soccorso si estende anche al Purgatorio. Più volte si
sono mostrati agli uomini e si mostrano ancora. Sebbene immateriali, essi assumono forme
concettuali che s’imprimono nei nostri sensi per azione preternaturale o sovrannaturale,
senza le quali non potremmo visualizzare alcunchè. Esse sono le forme estetiche che Dio ha
fissato per rendere percepibile l’invisibile. Non sono attributi delle sostanze separate, ma
forme epifaniche fisse (angelofanie).

FORME DELLA DEVOZIONE ANGELICA

Manca una grande festa per tutti i Cori angelici. Però vi è la memoria degli Angeli Custodi
il 2 ottobre, il martedi a loro dedicato, la bella preghiera dell’Angelo di Dio ai Custodi
stessi, le loro Litanie e diverse preghiere agli Spiriti Celesti, tra cui quella di San Pietro
d’Alcantara (1499-1562), oltre alla Corona Angelica rivelata da San Michele alla Serva di
Dio Antonia de Astonaco (XVIII sec.), e le preghiere ai Santi Raffaele e Gabriele, la cui
festa coincide oggi con quella di San Michele. La devozione agli Spiriti è sempre esistita.
Sono citati nel Gloria e nel Sanctus, come pure a Compieta e nella Liturgia Funebre. Angelo
è un nome che si impone ai bimbi e si festeggia il Lunedi di Pasqua. Nei tempi andati,
furono propagatori della devozione lo Pseudo-Dionigi l’Areopagita (V o VI sec.), che
compose il De Coelesti Hierarchia, Origene (182-254), Sant’Ambrogio (339/340-397) e
Sant’Agostino (354-430), San Gregorio Magno (590-604), i Padri del Deserto e del
Monachesimo, San Giovanni Crisostomo (344/354-407), San Bernardo di Chiaravalle
(1090-1153), San Tommaso d’Aquino (1225-1274), Santa Giovanna d’Arco (1412-1431),
Jacques B. Bossuet (1627-1704), San Vincenzo de’ Paoli (1581-1660), il Beato John Henry
Newman (1801-1890). Nei tempi recenti grandi apostoli ne sono stati il Beato Pio IX (1846-
1878), Leone XIII (1878-1903), la Serva di Dio Giuseppina Berettoni (1875-1927) il Beato
Giovanni XXIII (1958-1963), che attribuì al suo Angelo Custode l’ispirazione della
convocazione del Concilio Vaticano II e che inculcò la devozione verso gli Angeli Custodi,
il venerabile Paolo VI (1963-1978), San Pio da Pietrelcina (1887-1968). Una presenza
particolare degli Spiriti si ravvisa sempre nella devozione e nella vita dei Mistici.