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Rev 2.

0 1
<<..a mia moglie Cristina
   a mio figlio Lorenzo.. >> R.Cifra

PROLOGO

L’uomo seduto al centro della sala controllo impartì l’ordine ancora una volta.
« Effettuate un nuovo ciclo! » gridò ai suoi sottoposti costretti all’ennesimo turno di straordinario.
I programmatori in divisa armeggiarono con i propri terminali seguendo un protocollo che ormai
conoscevano alla perfezione. Poi, una alla volta, le loro voci echeggiarono nel locale scandendo le
fasi della procedura. Le voci si rincorsero riverberando tra le parerti e l’alto soffitto.
« Dati inseriti »
« Calibratura del flusso effettuata. »
« Controllo del ciclo OK... »
« Equazioni di bilanciamento inserite... »
« Computer quantici attivi e pronti all’elaborazione. »
L’ordine finale giunse tuonò come una fucilata. « Attivate S.C.U! » gridò perentorio l’uomo.
Il centro di controllo fu avvolto da un silenzio esasperante, scandito dal brusio emesso dalle
apparecchiature elettroniche. Tutti rimasero con il fiato sospeso, in attesa che accadesse qualcosa
di grande. Ancora una volta, sullo schermo centrale si susseguirono immagini molto simili a quelle
che si ripetevano inesorabilmente da oltre un anno.
L’uomo le osservò prestando particolare attenzione all’istogramma di probabilità che continuava a
crescere ad ogni cambiamento di scena. Infine il sistema si bloccò sull’ultima sequenza e
l’istogramma probabilistico si stabilizzò mostrando un risultato insperato:

PROABILITÀ DI RIUSCITA: 93,2%

L’uomo imprecò « Maledizione!» Poi lasciò la sala per rintanarsi nel suo ufficio, portando con sé
tutta la sua frustrazione. Aprì un elegante armadietto in legno massello. Prese un bicchiere e una
bottiglia contenente un liquido color ambra. Riempì il bicchiere con dell'ottimo scotch invecchiato e
s’affacciò all’enorme vetrata posta alle spalle della scrivania.
Ammirò il laboratorio sottostante, centro nevralgico del progetto, allestito con tecnologie
segretissime e impensabili. Gli addetti ai lavori erano impegnati intorno a un cilindro scuro e opaco
che conteneva S.C.U, cuore dell’avanzatissimo sistema quantistico.
Trascorse alcuni istanti riflettendo sui dati emersi dall’ultimo ciclo, ma prima che potesse fugare
almeno in parte la sua preoccupazione bussarono alla porta.
Il nuovo arrivato cercò di sollevargli il morale: « Non dovresti avere quell’aria, i dati sono più che
incoraggianti » esordì con il suo solito accento mediorientale.
« Non ne sono del tutto convinto. Il nostro margine d’insuccesso è sceso, ma è ancora del sette
per cento. Anche se a te può sembrare un dato positivo, si tratta di un valore ancora troppo alto. »
rispose lui titubante.
« È il risultato migliore che potessimo ottene110
re. Secondo le equazioni differenziali non possiamo spingerci oltre. »
« Ci serve più potenza di calcolo »
« Sai bene che è impossibile. Abbiamo messo in piedi questo laboratorio utilizzando le tecnologie
più avanzate che avevamo a disposizione e, se anche potessimo utilizzare sistemi più efficienti,
non avremmo mai il tempo che ci serve. Ormai il nostro progetto è giunto alle battute conclusive.
Tutto accadrà nei prossimi giorni, e dovremo essere tempestivi nel rispetto dei tempi e delle
modalità d’azione indicati da S.C.U.
« Forse dovremmo effettuare qualche altro ciclo... »
« Forse dovresti cercare di riposare un poco. » replicò il suo interlocutore con aria spazientita. « La
giornata di domani sarà determinante e tutto dipende da te, adesso. »
A quelle parole, l’uomo si sentì schiacciare dal peso delle sue responsabilità, ma non poteva
concedersi il lusso d’indugiare, la posta in gioco era troppo alta.

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Si guardò distrattamente intorno fino ad incrociare con gli occhi il Campo di grano con corvi di Van
Gogh, appesa sul muro di fronte a lui.
“Chissà cosa penserebbero i direttori dei musei" si chiese con un sorriso "se sapessero che la tela
che gira per le mostre è un falso d’altissima qualità?”. Poi si concesse di analizzare ancora una
volta il colore e la vitalità carica d’angoscia della tela, osservandone i simbolismi nascosti che
conosceva bene. Dopotutto, Vincent Van Gogh era stato una delle tantissime pedine inconsapevoli
di un progetto che veniva portato avanti da secoli, lo stesso progetto che aveva condotto l’artista a
scegliere la via del suicidio.
Con lentezza quasi rituale bevve un sorso di scotch e cercò di ricomporre i pensieri. Poi guardò
l’amico che era rimasto a fissarlo in silenzio e annuì.
Doveva solo stringere i denti per qualche altro giorno, il tempo necessario per portare ogni cosa a
compimento. Poi si sarebbe concesso una lunga vacanza per riprendersi da quell'anno
estenuante, in attesa di ricevere al momento prestabilito la sua inestimabile gratifica: l’immortalità.

01

Riemerse dal sonno faticosamente.


Aprì gli occhi sulle lenzuola impregnate di penombra.
Lei era li. Come spesso accadeva la domenica, la osservava già da un po’ con aria affascinata.
Sorrise a quella visione meravigliosa che riempiva il mattino.
I suoi sogni stentavano ancora a dileguarsi, ma il suo cuore era già colmo di gioia... la stessa gioia che già
da tempo aveva dimostrato la propria consistenza e l’aveva portato ad esistere in una dimensione che non
avrebbe mai ritenuto possibile. L’abbracciò strofinandosi sul suo corpo ancora addormentato. Assaporò le
dolci fragranze della sua pelle riposata.
« Buongiorno » le mormorò nell’orecchio.
Sara si stiracchiò, gli occhi ancora chiusi, voltandosi verso di lui per baciarlo ed affondare il volto tra le sue
braccia.
Passarono alcuni minuti, quelli necessari per aprire i pensieri al mattino terso, pieno di luce, che entrambi
intravedevano dalle tende semitrasparenti. Sara si alzò sinuosa e, con un muto invito, trascinò David in
soggiorno per fare colazione.
Il primo sorso di caffé sembrò risvegliare in lei un pensiero ingombrante. Trasse un sospiro eloquente
mentre osservava le nubi strappate oltre il vetro della finestra, poi si fece coraggio e, complice la luce del
sole, frantumò l’incantesimo notturno: « Tra un anno sarai laureato David. Cosa ci succederà, allora? »
« In che senso? » rispose lui addentando distrattamente un croissant.
« Beh... io sono solo al primo anno di college, mentre tu sei all’ultimo. Quando riuscirò a finire anch’io, tu
chissà dove sarai. » replicò lei sospirando. « Per allora potremmo non stare più insieme... » sentenziò infine
laconica.
« E così pensi già a liberarti di me! Non credere di riuscirci così facilmente » le rispose David sorridendo e
abbracciandola.
Sara lo osservò in silenzio, esitando sugli occhi dal taglio deciso che esprimevano un magnetismo a cui
non aveva mai saputo resistere.
Per nulla convinta, lo incalzò con una nuova domanda: « Cosa farai dopo la laurea? Dimmelo, dài... »
« Potrei fare un sacco di cose diverse, mi piacerebbe insegnare, ad esempio… » fece una pausa di
qualche secondo, incerto se dirle o meno quello che voleva dirle da giorni. Decise di osare. « La cosa che
più di tutte mi piacerebbe, sarebbe quella di vivere e invecchiare con te. »
Sul viso di Sara comparve un sorriso sincero, spontaneo, che tradì molto più di quanto le sarebbe stato
possibile spiegare.
Trascorse un semplice istante.
Poi la sua espressione divenne di colpo cupa, impenetrabile.
« Cosa c’è che non va? » le chiese David percependo in sè il turbamento di lei.
« C’è una cosa che devo dirti, ma te ne parlerò stasera... »

Il telefono squillò fragorosamente trascinandolo fuori dal sogno che tormentava le sue notti da quindici
anni.
La tristezza s’impadronì di lui mentre il telefono continuava ad annunciare la chiamata in arrivo. Rispose
per fugare almeno in parte il senso di solitudine con il quale conviveva dal giorno in cui Sara era stata

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strappata via dalla sua vita.
« David Ryan. »
Ascoltò in silenzio, respirò a fondo e biascicò: « D’accordo, alle quindici in punto ».
Riattaccò senza fretta.
Tornò a stendersi sul letto, tra le lenzuola attorcigliate. Il pensiero andò di nuovo alla ragazza del sogno,
costringendolo a riflessioni che parevano schiaffeggiarlo di continuo. “Cosa ti hanno fatto? Dove sei?” si
chiese per l’ennesima volta.
Ben presto il dolore bruciante lo spinse a ripetere il suo mantra più antico: « Se fossi ancora con me, non
dovrei affrontare tutto questo. Invece, sono il fantasma dell’uomo che si nutriva del tuo sorriso.»
Chiuse gli occhi rievocando l’immagine solare di lei. Lo scorrere del tempo non l’aveva nemmeno scalfita.
Si alzò lentamente sospirando e ricacciando indietro la lacrima che sentiva pesare come un macigno sulla
sua anima, quella lacrima che non aveva mai voluto versare, almeno fino a quando non avrebbe perso ogni
speranza. Sentì quel momento pericolosamente vicino.
Si diresse in bagno. Lo specchio gli restituì l’immagine di un uomo sconosciuto e trasandato. Optò per una
doccia bollente. Il passo successivo fu una dose doppia di caffè caldo necessario a rimetterlo in sesto. Passò
quindi in rassegna alcune carte e documenti contenenti i punti salienti della sua difesa davanti alla
commissione disciplinare. Li scorse velocemente annotando qualcosa con la penna. Quel pomeriggio, alle
quindici in punto, sarebbe cominciato l’ultimo atto della farsa messa in piedi per incastralo. Sapeva di non
avere nessuna possibilità, ma non avrebbe lasciato nulla di intentato. Lo doveva a se stesso, ma soprattutto
lo doveva a Sara.
Ripensò ai terribili momenti successivi al suo arresto a Groom Lake. Nelle ore di interrogatorio cui era stato
sottoposto dai militari, era stato vittima di percosse che avevano rasentavano la tortura. Gli ci erano volute
due settimane di ospedale più altri dieci giorni di prognosi per riprendersi solo in parte. Sul corpo, ma
soprattutto nello spirito, conservava le cicatrici di quanto accaduto.
Andò alla finestra e osservò lo scorcio di città che si apriva ai suoi occhi, sorridendo amaramente alla vita
che continuava a correre con indifferenza sul nastro del tempo. “Ed io con lei!” disse a se stesso.
Poi ultimò i preparativi per affrontare quella che sarebbe stata una delle giornate più difficili della sua vita.

02

Bere era diventata un’esigenza.


Non era alcolizzato e certo nessuno avrebbe mai potuto sostenere che le quantità di alcool che assumeva
avrebbero potuto renderlo tale. Ma quel dannato lavoro era diventato un’ossessione. Il canonico goccetto
serale lo aiutava a stemperare il suo antico dolore e le tensioni accumulate nell’arco della giornata.
Il suo secondo problema era che non aveva una residenza fissa. Certo, abitava a Washington DC molto
vicino alla sede centrale dell’ente governativo in cui operava come agente speciale. Tuttavia la maggior parte
del tempo la trascorreva in giro per gli Stati Uniti correndo dietro a... spettri. Il suo ufficio mostrava con
chiarezza quanto poco tempo vi trascorresse, pieno com’era di scartoffie che non trovavano mai una
sistemazione definitiva.
L’ultimo caso, quello più importante, l’aveva portato a viaggiare tra Maryland, Nord Carolina e Nevada, e
tutto per trovare... niente. O meglio... qualcosa l’aveva trovato. Un guaio colossale! Almeno questa era la
sintesi del rapporto dell’indagine disciplinare che i suoi superiori erano stati costretti ad intraprendere contro
di lui.
La questione era tanto intricata quanto delicata e lui lo sapeva bene. L’unico modo che aveva per uscire da
quella brutta situazione, la peggiore che si era trovato a fronteggiare da quando era entrato nel Bureau, era
quello di presentare delle scuse ufficiali accompagnate dalle dimissioni. In cambio, i suoi superiori si
sarebbero dimostrati comprensivi attenendosi ai termini dell’offerta che gli avevano fatto.
« Bastardi! » mormorò dentro di sé.
Non era un alcolista, ma aveva deciso che quella sera ci sarebbe andato pensante. La barba incolta da
ormai diversi giorni gli prudeva un poco, ma non aveva voglia di radersi: si sentiva abbandonato a se stesso,
incastrato. Lasciarlo trasparire per lui non era certo un problema.
Le poche luci soffuse del suo locale preferito, quello che con gli amici – ne aveva assai pochi per scelta e
necessità – chiamava il solito posto, davano all’ambiente un’aria austera. L’arredamento in legno massello
decisamente grezzo ne ratificava l’impressione.
Lo sguardo perso nel vuoto si focalizzò sul bicchiere che fino a qualche istante prima aveva contenuto il
terzo Jack Daniel’s della serata. Senza nemmeno alzare gli occhi, fece cenno al barman di versargliene un
altro.
Quando fu servito, si gingillò facendo scivolare l’indice sul bordo del bicchiere, lentamente, seguendone il

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profilo come un treno vincolato alle rotaie. Abbassò lo sguardo fino ad incrociare una stecca d’ottone
incastonata a ridosso dell’angolo esterno del bancone. Era lucida e graffiata, usurata dal tempo e dalle
innumerevoli persone che si erano avvicendate in quel locale trascinando con sé miriadi di storie che lì
s’erano incontrate, talvolta sfiorate, spesso neppure quello. Ed ora gli pareva addirittura di sentire l’eco di
quelle storie, complice il quarto Jack Daniel’s che stava tracannando tutto d’un fiato.
« Merda, come ti sei ridotto », disse a bassa voce alla sua immagine deformata riflessa dalla bacchetta
d’ottone.
La testa gli girava già da un po’, ma valutò che non era sufficientemente sbronzo per tornarsene a casa.
Improvvisamente il suo sguardo si fece cupo e il metallo che rifletteva il suo volto e i suoi pensieri più
bizzarri gli presentò una nuova immagine.
“Non può essere” pensò. “Forse sono davvero ubriaco. Ma no... se fosse così non sarei in grado di
chiedermelo”.
Una mano si posò sulla sua spalla e solo a quel punto stabilì che l’immagine riflessa nell’ottone era reale
almeno quanto il barman al quale chiese il quinto whisky della serata. Solo non era altrettanto gradita.
« Cristo Dave, ci stai andando pesante... sei ridotto a uno straccio! » esordì il nuovo arrivato.
« Sto solo brindando alla mia ultima settimana di lavoro al Federal Boureau, Bob » rispose senza voltarsi e
alzando il bicchiere in segno di brindisi.
« Andiamo Dave, sai bene che la situazione non è così tragica. L’accordo prevede che... » non fece in
tempo a finire la frase.
« Puoi ficcartelo dove meglio credi, il tuo accordo! » sbottò Ryan. « E dire che ti credevo mio amico! »
David e Robert si erano conosciuti undici anni prima. Erano stati assegnati alla sezione che tutti
consideravano una barzelletta, David per espressa richiesta e Robert per tenere sotto controllo il nuovo
arrivato che, in base ai rapporti, era una testa calda. Indagine dopo indagine, il lavoro aveva assunto uno
spessore sempre crescente fino ad assorbirli completamente. Il loro feeling non era stato immediato, ma nel
corso degli anni lo scetticismo di Robert aveva capitolato inesorabilmente.
Così erano diventati amici.
Sul lavoro erano l’uno il guardiano dell’altro. Le strane indagini che portavano avanti erano diventate la loro
ragione di vita e la letteratura sui fenomeni che dovevano indagare era diventata il loro hobby comune.
Quindi, irrimediabilmente, la giornata era interamente dedicata al lavoro.
Poi, improvvisamente, Robert aveva mollato tutto senza mai dare a David una spiegazione convincente.
Dopotutto, quelli erano soltanto fantasmi e, da quando se li era lasciati alle spalle, aveva fatto carriera. A
quarantadue anni era già vicedirettore dell’FBI. Nel frattempo si era fatto una vita, aveva messo su famiglia
ed era diventato padre di due splendidi bambini. Ma non aveva mai abbandonato del tutto l’amico, anche se
quanto stava per fare in quel momento sarebbe stato probabilmente interpretato come un altro voltafaccia.
« Senti David... io ti ho sempre coperto. Al capo non sei mai piaciuto, e in tutti questi anni certo non ti sei
fatto degli amici nelle alte sfere. »
« Stronzate! Tu sei il vicedirettore, avresti potuto difendermi... »
« E l’ho fatto! Credi che quell’accordo che ti hanno proposto sia stato redatto dal direttore? Fosse stato per
lui, ti avrebbe sacrificato senza pensarci due volte. »
« Avresti fatto meglio a scavarmi la fossa. E poi quella carta straccia che chiamate accordo... Mi chiedete
di rinnegare anni di duro lavoro con delle scuse ufficiali, di presentare delle dimissioni fittizie, di accettare tre
mesi di sospensione ed essere reintegrato come consulente. E tutto questo perché? Per aver fatto il mio
dovere! »
« David, sono anni che ti chiedo di non calcare troppo la mano. Con il tuo lavoro hai sempre pestato i piedi
ad un sacco di gente, ma stavolta hai davvero passato il limite. Cazzo, i militari vorrebbero processarti e
infliggerti il massimo della pena. Mi sono battuto per non farti arrestare e sono anche riuscito a non farti
perdere il lavoro. »
« L’ho perso il lavoro, Bob. Finire a fare il consulente non è il motivo che mi ha spinto ad entrare nell’FBI. »
« Quando la smetterai, Dave? Ti sei laureato alla Georgetown con il massimo dei voti e a Langley sei stato
la recluta migliore. Hai fatto strada, e senza mai sporcarti le mani di sangue. Poi hai deciso di passare dalla
CIA all’FBI e, francamente, non ne ho mai capito il motivo. Come agente sei sempre stato migliore di me, ma
non hai fatto strada, e sai perché? Perché sei ostinato e arrogante. Credi di essere sopra le parti e te ne
freghi altamente dei consigli dei tuoi superiori, consigli che chiunque altro accetterebbe come un ordine
ricevuto in via informale. Il capo ti ha definito un’anomalia nel sistema e, per quanto queste anomalie
vengano solitamente eliminate, io ho patteggiato per te. Se non fossi così dannatamente testardo, oggi ci
saresti tu al mio posto. »
« Non venire a farmi la morale, Bob. Hai patteggiato il mio riciclaggio e uno stipendio più alto, ma credi
davvero che io sia un venduto come te? »
Robert Charles Seipher, Vicedirettore dell’FBI, stentò a credere alle parole di colui che considerava un

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amico.
Respirò profondamente evitando di cedere all’ira e, dopo qualche istante di silenzio, sentì di aver
riacquistato il controllo. Profondamente ferito guardò negli occhi l’agente speciale David Ryan.
« Dave, abbiamo lavorato insieme tanto tempo. Tu insegui fantasmi... »
« Robert, sai bene quanto me che quegli spettri sono dannatamente reali. Tu sai come stanno davvero le
cose! »
« Sì David, io lo so... per questo ho deciso di mollare. Ho fatto carriera. Più sono salito in alto e più ho
usato la mia influenza per facilitarti le cose. »
« Sei solo un codardo! Se solo avessi confermato il mio rapporto... »
« Se avessi confermato il tuo rapporto sbatterebbero fuori anche me accusandomi di essere complice di un
visionario. »
Ryan, infuriato, gli gridò contro: « Tu sai che quello che ho visto è la verità... Per Dio! »
« Cos’è la verità, David? Cos’è? È solo ciò che qualcuno ha deciso sia giusto per tutti gli altri. Nel conflitto
medio orientale noi siamo i buoni e gli arabi i cattivi, no? E chi l’ha deciso? Chi vuole legittimare una guerra
per il petrolio presentandola come un conflitto in nome della democrazia e della libertà. Svegliati Dave,
svegliati! Qualcuno ha deciso che la verità deve essere un’altra. Non approvando il tuo rapporto ho
semplicemente evitato che ci caccino entrambi. Sono anni che ti spingi oltre il tracciato, ma stavolta hai
superato ogni limite. Accetta l’accordo che il capo ti ha proposto e salva te stesso come ho fatto io tanto
tempo fa. »
Ryan stava ancora guardando l’amico quando barcollò sotto l’effetto dell’alcool. Robert si allungò cercando
di evitare che cadesse ma lui gli spinse via le mani e si appoggiò al bancone del locale.
« È questo il problema, vero? Salvandomi assolveresti te stesso dal rimorso di avermi abbandonato.
Tornatene a casa Bob, qui stai perdendo tempo. »
« Okay David, pensala come ti pare. Non ho bisogno di assolvere la mia coscienza, l’ho già fatto la decima
volta che ti ho salvato il culo. Ascolta... hai il naso in qualcosa di grosso, qualcosa con cui non puoi
competere. Sei stato arrestato dai militari a Groom Lake, santo Dio, dopo esserti infiltrato nella base. È stato
richiesto l’intervento della CIA, dell’NSA e di Dio solo sa quante altre commissioni governative. Le accuse
contro di te parlano chiaro, Dave. Non ho tanto potere per continuare a difenderti. E nemmeno avrei avuto la
possibilità di pensare ad un compromesso quale è l’accordo che ti propongo se tu non avessi degli amici
nell’Intelligence. »
Lo sguardo di David si fece perplesso, poi esclamò: « Finder! »
« Esatto! Fu lui a reclutarti quando avevi 23 anni, giusto? Senza il suo intervento saresti stato giudicato da
una corte marziale. Non so fino a che punto ti sei spinto... lo posso immaginare ma non voglio saperlo.
Dovresti ringraziare la tua buona stella ed il direttore della CIA, Finder, che ha suscitato notevoli perplessità
circa uno dei capi di accusa più gravi, quello di esserti infiltrato in una base militare che ufficialmente non
esiste. E se la base non esiste, allora non hai commesso nessun reato. Io ho solo proposto una valida
alternativa al processo. Ora puoi accettare l’accordo, respingerlo presentando comunque delle scuse e
ritrattando per intero il tuo rapporto, oppure andartene via. Infine, puoi ostinarti restando trincerato nella tua
posizione. A quel punto la faccenda non sarà più di mia giurisdizione e non potrò più intervenire. Hai tre
possibilità. Sta a te scegliere, non posso obbligarti, ma spero che scarterai la terza. »
Robert Seipher guardò l’amico negli occhi, poi andò alla cassa e gli pagò il conto. In parte si sentiva
responsabile per quella sbornia e desiderava che David avesse almeno i soldi per tornare a casa in taxi.
Sapeva bene che di solito Ryan girava con una trentina di dollari, e la corsa gli sarebbe costata i due terzi di
quella somma.
Mentre usciva dal locale gli passò accanto e gli prese la chiave della macchina posata in bella vista
accanto al bicchiere mezzo vuoto di Jack Daniel’s.
Ryan non se ne accorse.

03

Alex accese una Marlboro scrutando la veste notturna di Roma. Stordito dal sonno latente e dall’insonnia
che da diversi mesi gli impediva di dormire, cercò di focalizzare i pensieri.
Il tentativo fu vano.
La notte gli piaceva, non poteva essere altrimenti: da tempo aveva dovuto accettarla come amica. L’aria
era fredda e immobile.
Un suono echeggiò alle sue spalle squarciando il silenzio notturno. Non vi fece caso più di tanto e, al
dodicesimo rintocco, l’orologio a pendolo smise di proclamare la mezzanotte, ormai trascorsa da quasi un
minuto.
Era un nuovo giorno, ma diverse ore dovevano ancora trascorrere prima che il sole tornasse a illuminare

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quello spicchio di terra. Si accese un’altra sigaretta. I suoi pensieri, per quanto molteplici, divennero più
concreti. S’interrogava sulla sua sensazione di non essere di questo mondo e, nel frattempo, andava
cercando nuove armonie da utilizzare nel brano che avrebbe presentato per il saggio della classe di
composizione e direzione d’orchestra di quell’anno. Passò mentalmente in rassegna tutti gli impegni che
avrebbero scandito la giornata successiva. L’anno accademico in corso si stava rivelando il più difficile da
quando era entrato nell’Accademia Superiore di Studi Musicali. Cinque anni prima, aveva affrontato i
severissimi test di ammissione all’istituto fomentato da una buona dose di ottimismo. Su oltre duecento
candidati solo in diciassette erano stati ammessi al corso di studi, ma solo in quattro, lui compreso, erano
riusciti ad arrivare all’ultimo anno. Ora, la stanchezza si faceva sentire più che mai, ed era solo il primo
semestre dell’anno accademico. Com’era stato negli anni precedenti, lui non avrebbe mollato.
Il suo sguardo si posò sul tabacco incandescente della sigaretta. Il mondo circostante divenne sfocato,
irreale. Un sibilo rimbombò repentinamente nell’orecchio destro. Dopo pochi istanti i suoni divennero
molteplici, modulati su frequenze alte, con un segnale portante di base. Non si poteva certo dire che
formassero armonie, almeno non nel senso classico del termine. La sigaretta gli scivolò di bocca.
Immobile, continuò a scrutare il buio.
Dopo un lasso di tempo non ponderabile, ma che lui valutò essere di appena qualche istante, un rumore
improvviso lo fece sobbalzare. Era sua sorella Claire che, alzatasi per bere, l’aveva visto in terrazza e gli
aveva bussato dalla finestra.
Con il cuore in gola si girò di scatto e il suo sguardo incrociò quello di lei.
« Ancora in piedi a quest’ora? Sono le tre del mattino, e sono mesi che non ti concedi una notte di sonno! »
« Hai ragione Claire, dovrei provare a dormire di notte... qualche volta » rispose abbozzando un sorriso.
Fece per rientrare in casa, ma si fermò bruscamente e, voltandosi verso la sorella insonnolita, chiese: «
Che ore hai detto che sono? »
« Le tre del mattino. Anzi, per l’esattezza, mancano due minuti alle tre. »
« Le tre » ripeté a bassa voce con aria stupita.
« Qualcosa non va? » chiese Claire con tono vagamente inquisitorio.
Dopo un istante d’esitazione rispose: « No, solo non mi ero reso conto di quanto tempo fosse passato. »
« Alex, stai abusando delle tue risorse psicofisiche. Dovresti prenderti una pausa, staccare la spina per un
po’. Al diavolo, non hai un attimo di tempo per respirare e quando lo trovi ti ammazzi con quella robaccia che
fumi.. »
Calò il silenzio, quasi a sottolineare quanto Claire avesse ragione. Alex si sentì colpito sul fianco. Claire
riprese a parlare.
« Senti, domani pomeriggio vado al cinema con qualche amico. Perché non vieni con noi? Potresti portare
anche Rachel. »
« Mi piacerebbe Claire, ma non posso. Domani avrò lezione tutto il giorno e alle quattro dovrò essere dal
dottor Cover per farmi prescrivere le solite analisi annuali e poi devo tornare a studiare. »
« Ok, sarà per un’altra volta. Buonanotte Alex. »
« Notte a te Claire, sogni d’oro. »

04

David uscì dal locale imprecando. Robert gliel’aveva fatta e lui non se n’era nemmeno accorto.
Aveva smesso di piovere. Guardò in alto. Proprio in quell’istante, le nubi si aprirono per fare spazio a un
scorcio di cielo stellato.
Respirò profondamente. I polmoni furono inondati d’aria fresca e carica d’umidità. Sentirsi vivo acuì il suo
malessere.
Era difficile spiegare cosa sentisse davvero. Aveva dedicato tutta la vita alla ricerca della verità e, ora che
l’aveva trovata, questa lo tradiva. I pensieri andavano schiarendosi mentre l’effetto dell’alcool si dissipava
lentamente.
La testa gli girava. Valutò che fosse normale.
“Valutare!” Tutto il suo lavoro si era sempre basato sulle sue valutazioni. Nei casi a cui aveva lavorato, gli
indizi a disposizione erano sempre pochi e spesso non costituivano nemmeno un barlume di prova. In un
quadro così complesso ed evanescente, l’unica certezza su cui poteva contare era il suo saper valutare,
capacità affinata negli anni attraverso l’istinto. Ma se era arrivato a questo punto, si disse, evidentemente
non era stato in grado di dare la giusta importanza ad una serie di fattori.
Si diresse a destra, avanzando sul marciapiede con passo spedito e incerto. Un chilometro più avanti
avrebbe trovato l’area di sosta dei taxi.
Gli si accostò un fuoristrada scuro, anticipandolo di qualche metro. Riconobbe la targa. Il veicolo era
dell’Intelligence, presumibilmente assegnato a qualche dirigente, considerandone la tipologia ed il costo. Lo

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sportello dell’autista si aprì. Ne uscì un uomo sulla trentina, vestito elegantemente in abito blu. Il volto
sbarbato sembrava porre l’attenzione su una ferita di tre centimetri sullo zigomi destro che si stava
rimarginando.
Conosceva quello sguardo. Gli occhi inespressivi dell’uomo lo riportarono per un istante nel mondo fatto di
menzogne e sotterfugi che aveva rinnegato anni addietro: quello della CIA.
L’uomo avanzò verso il lato opposto della macchina e aprì lo sportello posteriore.
« Signor Ryan, si accomodi per favore. »
David fu assalito da uno stato d’inquietudine. Non si sentiva al sicuro. Forse nelle alte sfere militari
qualcuno aveva già predisposto la sua morte. Tuttavia si disse che ciò era improbabile, sarebbe stato molto
più facile ed opportuno farlo passare per pazzo, piuttosto che ucciderlo in un incidente misterioso. La sua
posizione, per quanto scomoda e pericolosa, era al momento anche la sua garanzia di vita.
Presso il Bureau c’era un rapporto che conteneva tutti i fatti così come si erano verificati. E, per quanto
fosse stato invitato a ritrattare, comunque il suo rapporto era agli atti dell’indagine disciplinare aperta contro
di lui. Tutto era rigorosamente avvolto nel più stretto riserbo. Se gli fosse capitato qualcosa, il vice direttore
dell’FBI, Robert C. Seipher, avrebbe mangiato la foglia e sarebbe scoppiato il caso. Quella sera aveva
disprezzato Robert a sufficienza, ma sapeva bene quanto l’integrità del suo ex collega non fosse affatto
programmata per scendere a simili compromessi.
Tuttavia esitò.
L’uomo lo fissò e, senza dire altre parole, gli fece cenno di salire.
Si avvicinò alla macchina sfidando con lo sguardo l’uomo che gli si parava di fronte e gli si fermò davanti.
Questi gli poggiò una mano sulla spalla spingendolo cordialmente verso l’entrata.
« Primo errore » disse David, afferrando con un movimento repentino il braccio sinistro dell’uomo
torcendoglielo poi dietro la schiena. Lo sguardo privo d’espressione dell’autista mutò improvvisamente. Il suo
viso era contrito di rabbia adesso. Allungò la mano destra sotto la giacca per estrarre la pistola.
« Secondo errore » proseguì Ryan che, avendone previsto la reazione, lo colpì alla nuca facendolo cadere
in ginocchio. Fu relativamente facile strappargli la pistola di mano e puntargliela contro.
Ryan proseguì: « Al terzo errore sei morto. In vita mia non ho mai ucciso nessuno ma stasera, credimi,
sono sufficientemente incazzato per farlo ».
L’uomo lo fissò con odio. Poteva sentire il freddo metallo della beretta premergli sulla nuca. Dalla macchina
uscì una voce.
« Fermati David. »
La voce lo raggiunse dall’interno del fuoristrada.
Riconobbe il timbro familiare, ma gli ci volle qualche secondo per capire di chi si trattava. Lasciò l’uomo e
gli restituì la pistola. La collera dell’altro si trasformò istantaneamente nello sguardo inespressivo di qualche
istante di prima.
Ryan salì in macchina e guardò negli occhi il suo nuovo interlocutore. La figura si stagliava nella penombra
vestita in modo sobrio, informale. Lo sguardo, così come la voce baritonale, era autorevole. I capelli grigi,
non troppo folti, tradivano un’età intorno ai sessanta, ma l’assenza quasi totale di rughe sul viso non la
confermavano. I lineamenti, nel complesso, restituivano l’immagine di un uomo che nella vita aveva visto
molto più di chiunque altro. Questo traspariva anche dai suoi silenzi tenebrosi, perfettamente in accordo con
l’aura misteriosa che circondava la persona.
Ryan lo conosceva bene.
« E così, è venuto anche lei a convincermi? »
« No, sono venuto per darti una mano. »
« Dov’è la differenza? »
« La differenza c’è, David. »
Il direttore della CIA, George A. Finder, prese dalla tasca laterale della vettura un fascicolo e lo porse a
Ryan. David lo fissò e cominciò a sfogliarlo. Ad ogni pagina il suo viso divenne sempre più stupefatto. Dopo
qualche minuto si rivolse nuovamente al suo ex superiore.
« Questo cosa significa? »
« Significa che avevi ragione. I documenti segreti che hai in mano riguardano altrettanti progetti della
medesima natura e tutti riconducono a ciò che hai visto alla base di Groom Lake. »
« Balle! Perché dovrei prendere per vero quanto mi sta dicendo? »
« In effetti hai ragione. Sono tutte balle, o almeno questa è sempre stata la posizione ufficiale del governo.
Ma non sono le stesse balle a cui stai sacrificando la tua vita? » Replicò l’uomo come se stesse recitando un
copione imparato alla perfezione.
« Lei non sa perché lo faccio. E, con tutto il rispetto, non credo nemmeno sia in grado di capirlo. »
« Tutto l’opposto, David. Sono in grado di capirlo eccome! Tu lo fai per Sara. O meglio, tutto è partito da lei.
»

Rev 2.0 8
Ryan guardò l’uomo negli occhi con espressione esterrefatta. Una smorfia di dolore gli si dipinse sul volto.
« Ma come... » Non riuscì a finire la frase, mentre la sua mente cercava un appiglio nella memoria.
Sconfitto, capitolò.
« Dovevo aspettarmelo, dopotutto Lei è il direttore della CIA »
« Lo sapevo già quando ti reclutai, David. Quello che non sapevo è che sarebbe diventata la tua
ossessione. Se l’avessi anche solo sospettato, saresti stato scartato a priori, ma dai test psicologici a cui ti
sottoponemmo non emerse nulla. »
« Già, i test psicologici… » Ryan sorrise. « Alla Gorge Town avevo dato quattro esami di psicologia e
conoscevo bene la struttura di base dei vari test. Diciamo solo che barai un pochino. Ricorda? Fu il suo
primo insegnamento: niente è mai come sembra. »
« Già, niente è mai come sembra, e anche stavolta non fa eccezione. »
« Cosa intende? »
« Quello che hai visto a Groom Lake è solo la punta dell’iceberg. Una volta la base era il centro nevralgico
delle operazioni. Ma da tempo, ormai, tutto si è spostato altrove e la famigerata AREA 51 è solo uno
specchietto per le allodole. »
« Ma lì ho visto... »
« So bene cos’hai visto, David » l’interruppe l’uomo con voce ancora più autoritaria. Dopo una breve pausa
proseguì con tono più pacato. « Ma quello che viene fatto li è marginale rispetto a tutto il resto. Ormai Groom
Lake è una base secondaria adibita al supporto logistico. »
« Non la seguo. »
« Vedi, negli anni ‘80 ci fu una fuga d’informazioni e la segretezza delle attività svolte a Groom Lake venne
messa seriamente a rischio. La zona fu invasa da un numero sempre crescente di avventurieri e di curiosi e
ciò fu sufficiente a far comprendere a chi di competenza che occorreva spostare il centro delle attività
altrove. »
« Ma la base è tuttora operativa. »
« Te l’ho già detto David, è diventata un centro di supporto logistico marginale. Qualcuno ebbe la geniale
idea di alimentare comunque le voci di corridoio sulle attività svolte nella base. Così l’attenzione dell’opinione
pubblica rimase catalizzata sull’AREA 51, permettendo di proseguire il progetto altrove. Venne comunque
stabilito di non perdere totalmente gli investimenti fatti, e la base continuò ad essere utilizzata per scopi
meno importanti, ma comunque necessari. Questo permise di continuare ad operare indisturbati in altre basi.
»
« Perché nessuno ne ha mai sentito parlare? »
« Perché i vertici del progetto impararono dai propri errori. Evidentemente hanno fatto un buon lavoro,
tranne per il fatto che ti hanno sottovalutato. Grazie alle tue scoperte, negli alti ranghi qualche testa è già
saltata e si è innescata una nuova lotta per il potere. »
« E chi sono gli alti ranghi? »
« Ogni cosa a suo tempo... hai appena sfiorato la verità, ma conoscerla tutta in una volta sarebbe troppo
persino per te, ti esporrebbe a rischi ancora più seri di quelli che corri adesso. »
Nell’abitacolo della vettura scese un silenzio irreale. Quell’istante sembrò durare un’eternità, e l’eternità
che seguì si consumò in appena qualche istante. La collera s’impadronì di Ryan assieme allo stupore più
totale e, soprattutto, al timore di essere diventato la vittima designata di uomini potenti a cui aveva pestato
troppe volte i piedi. Seppure a stento, riuscì a dominare le emozioni. L’uomo continuava a fissarlo con
pazienza, in attesa che lui si riprendesse dal colpo.
Stando alle parole del suo interlocutore, quella che lui credeva essere la verità era solo un aspetto
marginale di un progetto enormemente più vasto e dai risvolti molto più che oscuri.
Cercò, senza riuscirci, di ricomporre i pezzi della sua vita. Infine si convinse che non era il momento più
adatto per farlo. Decise di rimandare la questione e si rivolse nuovamente all’uomo.
« Cosa vuole da me? »
« Mi serve il tuo aiuto, David. »
« Non lavoro più per la CIA, signore. Ora lavoro per il Federal Bureau. »
« Non per i prossimi tre mesi, se accetterai l’accordo. »
« E se non lo accettassi? »
« La pratica tornerebbe in mano ai militari e per te non ci sarebbe più scampo. Loro vogliono la tua testa,
David. »
« Dio mio, in che casino mi sono cacciato... »
« Già, ti sei messo in un gran casino. Ma ti sto proponendo una via d’uscita. »
David si irrigidì nuovamente. L’uomo che gli sedeva accanto gli stava proponendo un modo per salvarsi.
Robert glie lo aveva detto poco meno di un’ora prima: George Finder era stato l’elemento fondamentale per
giungere a quell’accordo che lui intendeva rifiutare. Ora, nella sua mente, era scattato qualcosa di nuovo, un

Rev 2.0 9
primordiale istinto di sopravvivenza, forse. Di qualunque cosa si trattasse, si rendeva comunque conto che
Finder proveniva da un mondo in cui nessuno faceva niente senza un preciso tornaconto. Ma per il
momento, questo passava in secondo piano, ora doveva solo ascoltare la proposta dell’uomo e cercare
abilmente di trarne qualcosa per se stesso che lo aiutasse a salvarsi. Sapeva bene che si stava muovendo
su un campo minato.
Un nuovo pensiero lo folgorò inaspettatamente. Si sentì come se stesse per imboccare una strada alla fine
della quale c’erano tutte le risposte che aveva sempre cercato. La sensazione divenne consistente,
assillante, e Tanto gli bastò per decidere di proseguire in quella conversazione.
« Cosa posso fare per lei? » chiese infine.
« Ti propongo di tornare a lavorare per me. Intanto per tre mesi, poi, se lo vorrai, e sono convinto che sarà
così, in via definitiva. »
« Perché io? »
« Perché io e te vogliamo la stessa cosa David, ma tutti e due siamo schiavi del sistema, sia pure a livelli
differenti. Tu ti sei spinto appena oltre ed hai scoperto cose che non potrei mai rivelare a nessuno dei miei
agenti. Oltretutto sei ancora perfettamente operativo, la scenetta di poco fa l’ha dimostrato chiaramente.
Kroltz è uno dei miei uomini migliori, eppure lo hai immobilizzato in pochi secondi. »
« Non ha ancora risposto alla mia domanda. Cosa vuole da me? »
« Ora te lo spiego. »
Ryan ascoltò con attenzione. La mezz’ora successiva mise in moto eventi che avrebbero cambiato per
sempre la sua vita.

05

Alex aprì gli occhi. La sveglia gli stava massacrando i timpani.


La nottata era stata infernale, per due ore aveva tentato invano di prendere sonno. Era distrutto dalla
stanchezza ed aveva un bisogno disperato di un lungo sonno ristoratore, ma un pensiero fisso impediva alla
mente di lasciarsi andare. Aveva perso tre ore di tempo senza sapere come. Gli era già capitato altre volte,
ma stavolta il buco era eccessivo.
Verso le sei del mattino, quando il chiarore del giorno si affacciò timidamente all’orizzonte, il corpo e la
mente cedettero alla stanchezza e il sonno lo sopraffece. Due ore più tardi, l’insopportabile suono della
sveglia aveva spazzato via gli strani scenari onirici che aveva sognato nel pochissimo tempo avuto a
disposizione per riposare.
Si mosse. La luce del giorno lo colpì in pieno volto quasi fosse un fendente. Ripiegò sotto il cuscino. La
mano sinistra cercò di arpionare la sveglia sul comodino. Ci riuscì solo al quarto tentativo. Senza guardarla,
schiacciò l’interruttore che mise fine al fragore insopportabile. Si ripromise che quanto prima ne avrebbe
acquistata una con un suono più dolce.
Respirò imponendosi di mettere in moto i due terzi dei neuroni che ancora rifiutavano di svegliarsi. Dopo
qualche minuto sollevò lentamente il cuscino e stavolta la luce del giorno sembrò coccolarlo.
Si guardò intorno, era circondato da un ambiente familiare.
In fondo alla stanza vide l’armadio ad angolo acquistato dai genitori cinque anni prima, proprio nei giorni in
cui si erano trasferiti a Vienna lasciando lui e Claire nella casa di famiglia.
Lentamente, il volto visibilmente stanco, si tirò fuori dalle lenzuola e, ancora intontito, puntò i piedi sul
pavimento.
Si trascinò in bagno con fare goffo e sgraziato. Si chiuse la porta alle spalle e s’infilò sotto la doccia.
L’acqua prese a scorrergli sulla pelle risvegliandogli i sensi. La doccia si stava rivelando efficace e poco
alla volta si sentì nuovamente padrone del proprio corpo.
Prese ad insaponarsi quando la sua attenzione fu attratta da una specie di chiazza giallognola
sull’avambraccio sinistro. Si sentì gelare senza capirne il motivo e un’immagine sfuggevole, una mano esile
con dita nodose, s’impresse nei suoi pensieri.
Non riuscì ad afferrarla.
Sfregò la parte con maggiore intensità aggiungendo altro sapone sulla spugna. La macchia si sciolse.
Emerso dalla doccia, si concesse una colazione abbondante. In fondo quel giorno avrebbe avuto scarse
possibilità di riuscire a pranzare, vista la quantità degli impegni che l’attendevano. Salutò Claire e le augurò
una buona giornata, ma lei lo fermò sulla porta di casa: « Alex, mi sono dimenticata di dirti che ieri
pomeriggio ha chiamato la mamma. Hanno avuto un contrattempo, pare che papà abbia una riunione
piuttosto importante il ventiquattro pomeriggio e un’altra il ventisette mattina. Questo Natale non ce la
faranno a raggiungerci, ma forse riusciremo a vederli a Capodanno. »
« Okay, grazie per avermelo detto. Ci vediamo stasera, ciao sorellina! »
Uscì velocemente di casa. Il riverbero del sole sull’asfalto lo accecò.

Rev 2.0 10
Salì in macchina dirigendosi al campus, dove un quarto d’ora più tardi avrebbe avuto la sua lezione
individuale di composizione. La materia principale di quel semestre era la musica dodecafonica.
Il suo approccio all’argomento non era stato tra i migliori. Aveva avuto la sensazione che la dodecafonia
fosse assimilabile più al rumore della sua sveglia che alla musica. Ma poi s’era lasciato progressivamente
catturare dalle innumerevoli variabili logiche e compositive insite in quello stile.
La mattinata corse via veloce e, alle due del pomeriggio, si ritrovò in un’aula insieme a degli strumentisti
cui affidò le prime parti del suo brano per il saggio. Quando si congedò dal gruppo, pregò Rachel, una
violoncellista, di seguirlo per discutere alcuni passaggi complicati della sua partitura.
Entrarono in una stanza. Erano soli.
Si baciarono con passione, poi lei lo spinse contro il muro e si avvinghiò a lui.
Alex sorrise e le sussurrò all’orecchio: « Ce la fai ad aspettare stanotte? »
« Perché non ora? »
« Ho lezione di orchestrazione. »
« Alle quattro? »
« Ho un appuntamento dal medico. »
« Ok, passa da me stasera alle otto. »
Rachel lo baciò ancora e, nel salutarlo, gli strinse dolcemente il naso fra il pollice e l’indice.
Alex s’irrigidì istantaneamente, un ricordo fugace sovraccaricò le sue emozioni. Un volto, uno strano volto.
Una mano, dita sottilissime e lunghe. Dolore al naso.
Afferrò Rachel per il polso trascinandole la mano lontano dal proprio viso.
« Non toccarmi! » le gridò contro.
Lei, spaventata, cercò di controllare la propria reazione. Lui s’irrigidì, stupefatto per il proprio gesto istintivo.
Il rimorso gli dipinse sul volto una smorfia di dolore.
« Perdonami Rachel. Non so cosa mi sia preso! »
Lei, ancora ammutolita, l’abbracciò sussurrandogli all’orecchio: « Non ti preoccupare Alex, è parecchio che
sei sovraccarico d’impegni. Negli ultimi giorni non hai avuto neanche il tempo di respirare. » Poi ridacchiò e
aggiunse: « Stanotte sarò la tua infermiera, ok? Ora vai, la tua lezione è cominciata cinque minuti fa. »

06

Il ticchettio dell’orologio a parete sembrava rimbombare nella sala d’attesa semivuota. La luce al neon che
illuminava la stanza dava all’ambiente un che d’asettico. Lo splendido sole mattutino era ormai scomparso,
sconfitto da una coltre di nubi cariche di pioggia e dal maestoso incedere della sera. Qualche goccia d’acqua
era già comparsa sull’ampia vetrata che dava sulla piazza.
Un lampo squarciò il cielo. Dopo qualche istante si udì il tuono.
Era arrivato allo studio medico puntuale, cosa piuttosto insolita per lui, e stava ormai aspettando da
quarantacinque minuti. Spazientito, prese il quotidiano locale appoggiato su di un tavolo alla sua sinistra.
Scorse la prima pagina e l’occhio gli cadde su un titolo:

“AVVISTATO NELLA NOTTE UN OGGETTO


VOLANTE NON IDENTIFICATO”

Aprì il giornale a pagina quindici, dove c’era l’approfondimento della notizia. L’aeronautica aveva affermato
che si trattava di un pallone sonda, ma alcuni testimoni affermavano che l’oggetto, dapprima stazionario sul
quartiere ovest della città, era poi schizzato via a velocità elevatissima, scomparendo alla vista in pochi
secondi.
“Il mio quartiere” disse tra sé e sé. Con lo sguardo ancora fisso sull’articolo, avvertì un calore repentino
nella narice destra. Poi un liquido rosso vivo cominciò ad imbrattare il giornale. Portò la mano al volto: stava
sanguinando.
L’infermiera dello studio se ne accorse e prese prontamente della garza sterile, spingendo poi la testa di
Alex all’indietro per tamponare la perdita. Il giovane fu accecato dalla luce bianca al neon. Ancora una volta,
in quella giornata caotica fu assalito dal flashback dello strano volto che aveva ricordato quel pomeriggio.
Stavolta, però, sopra di lui erano in tre. Come era accaduto qualche ora prima quando era con Rachel,
afferrò i polsi dell’infermiera che lo soccorreva tirandoli via con forza e gridando: « State lontani da me, non
toccatemi! »
La donna, colta in contropiede, cercò di tranquillizzarlo poggiando le mani sulle spalle e spingendolo verso
lo schienale della poltroncina: « Signore, stia tranquillo, si tratta solo di un capillare rotto... »
Lui la spinse via una seconda volta. « State lontani da me! » gridò nuovamente alzandosi in piedi. Il
sangue gli si riversò sulla camicia. Attonito, si guardò intorno. L’immagine dell’ambiente circostante divenne

Rev 2.0 11
in pochi istanti sfocata. Comprese di trovarsi ancora nella sala d’attesa dello studio medico. Si sentiva
affaticato, respirava affannosamente. L’infermiera lo fissava con sgomento.
Il dottor Cover, sentendo quel caos, si precipitò fuori dallo studio. Alex si voltò verso di lui. Vedeva Cover
muovere la bocca ed avanzargli incontro con cautela senza capire cosa stesse dicendo. Le parole gli
giungevano come un’eco lontana. A malapena riusciva a rimanere in piedi.
Le gambe gli cedettero e si ritrovò in ginocchio. Il naso perdeva ancora sangue, imbrattando
inevitabilmente tutti i suoi vestiti ed il pavimento.
Cadde rovinosamente a terra. Il mondo attorno a lui divenne buio.

07

Quello di Gatwick, dopo Heathrow, è l’aeroporto più importante di Londra. Situato a quarantacinque
chilometri a sud della capitale, è collegato ad essa attraverso il Gatwick Express. Le due piste a disposizione
sono parallele ed orientate est-ovest, più precisamente a 080 e 260 gradi. La pista 26 sinistra - o 08 destra,
a seconda della direzione d’utilizzo - è dotata di ILS o sistema di atterraggio strumentale, ed è quella che
viene normalmente utilizzata. Solo quando ha bisogno di manutenzione viene usata quella parallela.
Pur non avendo più di una pista attiva nello stesso momento, il London Gatwick Airport gestisce un
notevole traffico di aeromobili grazie all’eccellente lavoro dagli ATC, i controllori del traffico aereo.
Thomas Stantford era uno di loro da appena un anno. Inizialmente nessuno sapeva molto sul suo conto,
ma la mente umana è sempre alla ricerca d’informazioni che possano dare adito a pettegolezzi. Nei mesi
successivi la sua assunzione, il personale dell’aeroporto era venuto a sapere che Thomas era figlio di un
diplomatico inglese ed aveva perso entrambi i genitori all’età di nove anni in un tragico incidente
automobilistico. Da allora era stato preso sotto l’ala protettrice di un amico di suo padre, un influente
burocrate londinese, che aveva dato al ragazzino la possibilità di crescere sano e forte e perseguire le
proprie aspirazioni divenendo un ATC. I colleghi lo consideravano un raccomandato ma, quando le voci sul
suo triste passato iniziarono a circolare, tutti ammorbidirono le proprie posizioni nei suoi confronti.
A dispetto delle presunte raccomandazioni, però, nel lavoro Thomas era davvero bravo, il migliore di
un’equipe di ATC di altissimo livello. Il modo in cui riusciva a gestire e coordinare il traffico aereo
assegnatogli gli aveva fruttato in più di qualche occasione le lodi dei superiori e le invidie di alcuni colleghi.
Ma lui non prestava troppa attenzione né agli uni, né agli altri. Il suo compito esigeva dedizione e precisione
e la sola cosa che gli interessava era raggiungere il suo vero scopo.
Alle 20:30 transitò attraverso l’entrata riservata al personale di servizio. Il suo turno sarebbe cominciato
mezz’ora più tardi, ma voleva avere tutto il tempo per mangiare un sandwich e prendere un buon caffè, per
quanto buono fosse solo un eufemismo, se riferito alle macchinette automatiche dell’aeroporto.
Alle 20:55 era già seduto davanti alla sua postazione in attesa di cominciare il turno di servizio.
In quell’istante entrò in sala controllo un tecnico della manutenzione con il quale Thomas aveva fatto
amicizia qualche mese prima. « Ciao Thomas, non sapevo fossi in servizio stasera, sul calendario c’è
segnato McJohnson. »
« È una sostituzione, Jack. Pare che quando c’è il turno di notte, i controllori siano più inclini ad ammalarsi
» rispose lui con un sorriso malizioso.
« Eh già, e poi oggi è l’ultima di campionato del girone d’andata. Tra cinque minuti comincia Arsenal-
Manchester e, se l’Arsenal dovesse vincere, si qualificherà campione d’inverno. »
« Per lo meno anche le squadre di calcio a Natale vanno a riposo per un paio di settimane. Incrociando le
dita, non ci dovrebbero essere assenteismi sospetti, e il capo accetterà la mia richiesta di ferie. »
« Senti senti. Thomas Stantford in vacanza. Suona strano. In un anno non hai mai preso un giorno di ferie.
»
« Che ci vuoi fare Jack, anche i più duri prima o poi cedono. »
Jack notò distrattamente un cerotto sul lato sinistro del collo di Thomas, immediatamente sotto la mascella.
Non vi prestò troppa attenzione: con ogni probabilità il provetto ATC si era tagliato mentre si radeva.
Thomas tirò fuori da una valigetta un PC portatile e lo collegò via USB alla strumentazione ATC. Jack lo
guardò di traverso con un sorriso beffardo: « Thomas, dovresti smetterla di registrare le tue sessioni di
controllo, è contro le regole! »
L’altro sorrise e replicò senza nemmeno voltarsi: « E dai Jack, sai benissimo che mi piace ricontrollare il
mio lavoro una volta a casa. Non faccio male a nessuno. »
« Prima o poi qualche pezzo grosso ti darà una bella strigliata. »
« Per il momento tessono solo lodi. E se mi beccassero, il mio eccellente stato di servizio gli farebbe
chiudere un occhio. »
« Fossi in te non ci conterei troppo. Ora vado, se c’è qualche problema con la strumentazione, sono nel
mio sgabuzzino a guardare la partita. »

Rev 2.0 12
Jack si allontanò fischiettando. Thomas lo salutò con un cenno della mano, poi avviò il notebook. Mancava
un minuto alle 21:00.

08

Il capitano Arald Benedict guardò l’esile falce lunare ed i suoi riflessi sulle onde dell’oceano disteso
quindicimila piedi sotto di lui. Il mondo, da lassù, era stupendo e lui sapeva bene di essere un privilegiato.
Certo non sarebbe durata ancora per molto: l’anno seguente lo avrebbero tirato giù dal suo F16 per limiti
d’età e lo avrebbero liquidato con una promozione.
Avrebbe fatto carte false per poter continuare a volare. L’occasione gli si era presentata quando gli
avevano proposto una missione segreta. Se avesse accettato, i suoi superiori avrebbero accolto la sua
richiesta di essere assegnato ad una scuola di volo per reclute. Lui non s’era certo tirato indietro: dopotutto
era uno dei migliori piloti della US Airforce.
La cuffia integrata nel casco emise un bip e subito dopo sentì la voce del suo gregario, una recluta fresca
di scuola di volo. Un aspirante top gun assegnato come lui alla base Nato di Istres, nel sud della Francia.
« Falcon Uno, stiamo transitando sullo Stretto della Manica. Dovremmo virare a uno otto zero per rientrare
alla base. »
« Falcon Due, questa è la tua prima assegnazione ad un incarico ufficiale? »
« Sì, capitano. »
« Che ne diresti, allora, di un po’ di scuola di volo? Niente di particolarmente complicato, giusto un quarto
d’ora per un paio di manovre. »
« Non so, capitano... il piano di volo prevede che... »
« Lascia perdere il piano di volo, do io la comunicazione al centro di comando. Il colonnello Faraway mi
darà senz’altro il consenso. Che ne dici, accetti? »
« D’accordo Falcon Uno. Resto in attesa di istruzioni. »
« Bene figliolo, l’unica cosa che devi fare è provare a prendermi. »
L’ F16 del capitano Benedict virò improvvisamente verso nord lasciando il suo gregario di sasso. Picchiò in
avvitamento tremila piedi sotto di lui e schizzò via a Mach 1.
E così il nonno vuole giocare! disse tra sé il giovane pilota. Imitò alla perfezione la manovra del suo
superiore e si mise alle sue costole contattandolo via radio.
« Capitano, la informo che mi serviranno meno di quindici minuti per prenderla! »

09

Era trascorsa poco più di un’ora. Fino a quel momento il lavoro alla torre di controllo era scorso via con
rassicurante monotonia.
Alle 22:08 Thomas Stantford prese in consegna il volo Delta Airlines 7902 proveniente dall’ aeroporto di
Roma Fiumicino e diretto a New York via Londra. Sarebbe atterrato all’aereporto di Heathrow per fare
rifornimento ripartendo poi alla volta del JFK di New York.
Quando il volo 7902 si trovò sullo stretto della Manica, il comandante del velivolo contattò il controllo aereo
di Gatwick. Era la chiamata che Thomas stava aspettando.
« Aeroporto di Gatwick, il volo Delta Airlines 7902 è con voi in discesa a 27.000 piedi, passo. »
Thomas rispose con tranquillità: « Delta Airlines 7902, qui Aeroporto di Gatwick, avete British Airways
Boeing 737 a ore 10. Confermate ad avvistamento avvenuto. »
« Aeroporto di Gatwick, Delta Airlines ha British Airway Boeing 737 in vista, passo. »
« Delta Airlines 7902, virare sulla destra, rotta 050, scendere a 18.000 piedi. »
« Delta Airlines 7902, viriamo a destra, rotta 050, ed iniziamo la discesa a 18.000 piedi. »
La traversata sullo stretto della Manica proseguì come da manuale. Thomas avrebbe dovuto passare il
controllo del vettore al suo corrispettivo e parigrado dell’aeroporto di Heathrow, ma evitò di farlo. Guardò
l’orologio, erano le 22:15.
“Ci siamo!” si disse. Aprì il portatile cercando di non farsi notare dai colleghi e con la mano sinistra digitò
alcuni comandi. L’immagine sul monitor mostrò una schermata graficamente simile a quella visualizzata dalla
sua postazione ATC, tuttavia il tipo di traffico visualizzato era diverso e del tutto singolare.
Miriadi di triangoli rossi si muovevano a velocità elevatissime, arrestandosi improvvisamente come se una

Rev 2.0 13
forza invisibile li catturasse.
Thomas aveva visto quelle immagini decine di volte, ma stasera era alla ricerca di qualcos’altro. Armeggiò
con il sistema di controllo direttamente dal portatile e, dopo appena qualche istante, ciò che stava
aspettando comparve sotto i suoi occhi.
« Bingo! » mormorò.
Un quadrato verde si era materializzato sul display occupando la posizione che sullo schermo della torre
visualizzava il volo Delta airlines 7902. Sotto era visualizzata un’esile scritta: ESCA.
Più a nord figurava un triangolo del medesimo colore, stazionario su Londra a circa 18.000 piedi di
altitudine. Era identificato dalla scritta TARGET, obiettivo.
Da sud-sudovest, due triangoli di colore blu in avvicinamento ad ESCA venivano riconosciuti dal sistema
come GHOST01 e GHOST02.
Thomas Stantford era emozionato, aveva lavorato un anno intero solo per essere lì in quel momento.
S’impose di restare calmo e ci riuscì. Nei giorni precedenti aveva ripassato il piano decine e decine di volte.
Utilizzando il portatile visualizzò un log simile a quello di un banale programma di chat. Con un gesto
naturale sfiorò il cerotto che aveva sul collo attivando così il sistema vocale bluetooth miniaturizzato che vi si
trovava nascosto. L’interfaccia del programma visualizzò la richiesta di controllo vocale. Thomas sussurrò: «
Firefox, codice di accesso tre due quattro delta due. »
Quasi nel medesimo istante sullo schermo del portatile comparvero una serie di stringhe:

IDENTITÀ: CONFERMATA
AGENTE: FABIEN LACROIX
NOME IN CODICE: FIREFOX

Osservò il suo vero nome impresso sul monitor e fu assalito da un brivido d’esaltazione. Fino a quel
momento non c’erano stati intoppi, tutto sembrava andare per il meglio e quindi il suo compito era ormai
quasi giunto alla fine. L’indomani avrebbe lasciato Londra alla volta di Roma, dove avrebbe ricevuto una
promozione e istruzioni relative ad una nuova missione.
Prima, però, si sarebbe goduto qualche giorno di relax totale e di divertimento. Si diceva che le Italiane
erano davvero passionali e lui non si sarebbe lasciato scappare l’opportunità di scoprirlo.
Il notebook emise un lieve bip. L’agente impartì al software dei semplici comandi vocali: « Sintonizzarsi su
GHOST01, inviare coordinate scenario. »
Sul display si susseguirono una serie di stringhe, poi lampeggiò una scritta.

SINTONIZZATO SU GHOST01
COORDINATE SCENARIO INVIATE

E poi accadde.
Il velivolo TARGET, rimasto immobile fino a quel momento sulla capitale, schizzò a velocità impressionante
attraverso lo schermo in direzione di ESCA.
L’agente Firefox, alias Thomas Stantford, esultò ed impartì immediatamente un solo, semplicissimo
comando: « Caposquadriglia Ghost01, iniziate l’operazione. »

10

Il tenente John Gray inseguiva il suo capitano da ormai dieci minuti. Gli furono sufficienti per intuire che
intercettarlo sarebbe stato impossibile. Eppure avrebbe dovuto immaginarlo, il capitano Benedict era un
veterano ed era considerato dai più come una leggenda. Decine di missioni portate a termine con successo,
un curriculum esemplare e lo storico evento che l’aveva esaltato a mito, avrebbero dovuto essere elementi
più che sufficienti per non sottovalutarlo.
Si diede dello stupido.
Come se non bastasse, da due minuti aveva perso il contatto visivo con il bersaglio. L’orgoglio gli bruciava
come mai prima di quel momento. Il vecchio aveva spento il transponder ed ora, complici anche i disturbi
generati dall’attività solare di quei giorni insolitamente alta, non poteva più rilevarlo nemmeno via radar. Se
solo fosse riuscito a stargli dietro avrebbe potuto fregiarsi d’aver dato filo da torcere alla leggenda. Invece
era alla sua mercè.
Ma adesso il vecchio stava davvero esagerando, aveva già abbondantemente conquistato la sua fetta di
gloria. Cercò di contattare il superiore via radio.
« Falcon Uno, risponda per favore. »

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Nessuna risposta.
« Capitano Benedict, risponda. Direi che è sufficiente, mi ha fatto fare la figura del novellino, le chiedo
cortesemente di tornare in formazione. »
Un bip repentino riecheggiò nell’abitacolo diventando in pochi istanti un suono acuto. Fu preso dal panico,
poi realizzò quanto era accaduto.
« Falcon Due, sei stato abbattuto. Ero mille piedi sopra di te a ore sei già da tre minuti. Ne hai di cose da
imparare, ragazzo mio. »
“Che stronzo” pensò il giovane. « Capitano, per favore accenda il suo transponder e torni in formazione. »
« Va bene Falcon Due, agli ordini. » La voce del caposquadriglia riecheggiava nel suo casco piuttosto
divertita.
Falcon Uno tornò in formazione. Erano sullo stretto della manica, rotta 080, la prua orientata verso i paesi
scandinavi.
« Falcon Uno, ho il permesso di parlare liberamente? »
« Parla pure, ragazzo. »
Il sentirsi chiamare ragazzo gli stava dando sui nervi, ma si rivolse al capitano Benedict con rispetto e
sincerità.
« Signore, posso chiederle di non parlare con nessuno della nostra scorribanda di stasera? Una volta
tornati alla base non vorrei diventare lo zimbello della squadra. »
« Tranquillo ragazzo. Quanto è accaduto stasera sarà il nostro segreto. Nostro e dello spicchio di luna che
ci ha osservati stanotte. Ah già, dimenticavo... anche del controllo missione che ha seguito le nostre... com’è
che le hai chiamate? Ah sì, scorribande. »
Il giovane s’irrigidì di colpo: « Cazzo! »
« Ragazzo, non hai nulla da temere. Non te la sei cavata affatto male. Mai nessuno dei miei gregari era
riuscito a starmi dietro per più di due minuti. Tu invece hai retto il confronto per otto. Lascia che te lo dica,
Falcon Due, hai davvero stoffa. Credimi, quando la voce circolerà, diventerai la star del momento. »
Si rilassò e arrossì per il complimento. Colse il tono paterno con cui Benedict lo chiamava ragazzo.
Ripensandoci, essere chiamato in quel modo dalla Leggenda non era poi così male.

Virarono a sud in direzione della base di Istres. La ricognizione era finita.


Un istante dopo, l’attenzione del capitano Benedict fu attratta da due macchie scure che silenziosamente
procedevano alla loro destra. Complice la fioca luce proveniente dallo spicchio di luna, riconobbe le sagome
di due velivoli. Guardò sul radar: non erano segnalati.
Qualunque cosa fossero, era ovvio che disponevano di un sistema d’occultamento. Forse erano due F117.
Cercò immediatamente una conferma del suo gregario.
« Falcon Due, il tuo radar rileva qualcosa a sud-ovest? »
« Nossignore. »
« Guarda nella direzione che ti ho indicato. Vedi qualcosa di strano? »
il giovane vide due macchie scure, rese più evidenti da una nube che, sullo sfondo, riverberava la luce
lunare.
« Signore, ci sono due velivoli. Se non riusciamo a rilevarli, non sono certo americani o europei. »
« Esatto Falcon Due. Chiamo la base per chiedere delucidazioni. Base di Istres, qui Falcon Uno, mi
ricevete? »
« Base nato di Istres, qui il Colonnello Faraway, vi riceviamo forte e chiaro. Arald, hai finito di battezzare il
nuovo arrivato? Ho visto che ha battuto il record dei tuoi gregari precedenti. »
« Lascia perdere Joshua, ho in vista due velivoli non identificati provenienti da sudovest, ma il mio radar
non li rileva. »
« Per noi non c’è nulla. E dai piani di volo Nato e UE non sono previsti velivoli eccetto voi, in quella zona.
Sicuro che non sia un’illusione ottica? »
« L’illusione ottica ora sta virando verso nord, rotta approssimativa tre sei zero e velocità in aumento.
Credo ci abbiano rilevati e cerchino di evitarci. »
« Okay Falcon Uno, Passiamo a Defcon3. Do l’ordine immediato agli squadroni Falcon ed Eagle di
prendere il volo. Due velivoli non identificati si stanno dirigendo verso l’Inghilterra ed è quasi certo che siano
ostili. Falcon Uno e Falcon Due, intercettate i velivoli ma non fate fuoco. Sto per informare il Comando
Atlantico e le aeronautiche francese ed inglese. Nel giro di cinque minuti i loro Eurofighter si alzeranno in
volo. Cercate di contattare i velivoli sconosciuti ma non aprite il fuoco, ripeto, non aprite il fuoco senza una
valida ragione. »
« Base di Istres, qui Falcon Uno, ricevuto. Passo e chiudo. »
Benedict si rivolse a Falcon Due.
« Hai sentito, ragazzo? Poco fa sei stato battezzato con l’acqua. Adesso, forse, avrai anche quello del

Rev 2.0 15
fuoco. Virare a nord-nordovest. Intercettare i due velivoli. I radar non li rilevano, dovremo procedere a vista. »
L’adrenalina crebbe veloce e il tenente John Gray, gregario del capitano Benedict, fu attanagliato da una
forte emozione. Non vedeva l’ora di cimentarsi in una missione vera per dimostrare di cosa era capace.
Dopotutto, era stato la Leggenda a dirlo, non se la cavava affatto male.
« Falcon Due pronto all’azione, signore. Virare a nord-nordovest. Intercettare gli obiettivi a vista. »
« Ragazzo, questa non è un’esercitazione. Non aprire il fuoco senza mio preciso ordine. Qualunque cosa
accada, rimani in formazione. »
« Ricevuto signore. »

***

Avevano rilevato i due F16 già da diversi minuti, ma certo non si aspettavano di incrociarli sulla propria
rotta. Secondo i piani forniti dal comando missione, la pattuglia nato si sarebbe già dovuta trovare oltre Parigi
e, a prescindere da ciò, non era previsto un loro sconfinamento oltremanica. Per giunta il radar aveva
segnalato la presenza di traffico sospetto, ma si riferiva ad un solo velivolo che puntava verso i paesi
scandinavi. Poi, d’un tratto, gli aerei erano diventati due ed avevano cambiato direzione. Evidentemente uno
dei due aveva il transponder guasto o l’aveva momentaneamente disattivato.
Simili congetture, però, contavano ben poco: avevano una missione da compiere. Firefox aveva dato il via
libera, il dado era tratto e certo non potevano permettersi ritardi.
Cambiarono rotta in direzione tre sei zero sperando di non incrociare gli aerei di pattuglia. La tecnologia in
dotazione sui loro velivoli AURORA X4 consentiva l’occultamento totale dai radar., ma i due F16 avevano
comunque virato su una rotta utile all’intercettazione.
Dannata luce lunare.
Qualche istante più tardi, una voce estranea violò il silenzio fuoriuscendo dagli altoparlanti integrati nel
casco.
« Velivoli non identificati, qui è il caposquadriglia Arald Benedict, capitano della US Airforce di stanza
presso il comando Nato di Istres. Vi preghiamo di identificarvi. »
Rifletté un istante.
La missione stava rischiando di fallire. La sua preparazione aveva richiesto un anno di lavoro rischioso e
difficile.
Intanto la voce del capitano Benedict continuava a gracchiare nel suo casco.
Contattò l’agente Firefox e spiegò velocemente la situazione. Gli ordini ricevuti furono inequivocabili: lui
avrebbe proseguito verso l’obiettivo con priorità assoluta, mentre Ghost02 avrebbe dovuto invertire la rotta e
abbattere gli inseguitori.

***

« Velivoli non identificati, qui è il caposquadriglia Arald Benedict, capitano della US Airforce di stanza
presso il comando Nato di Istres. Vi preghiamo di identificarvi. »
Non vi fu nessuna risposta. Ripeté la comunicazione, ma fu inutile.
Poi i due velivoli sconosciuti si tuffarono in un banco di nubi duemila piedi più in basso.
Li aveva persi.
In un istante realizzò cosa si sarebbe verificato di lì a pochi secondi.
« Falcon Due, Al mio segnale rompi la formazione e procedi immediatamente con le manovre evasive.
Inverti la rotta virando a sinistra, io andrò nella direzione opposta. Diminuisci la quota di cinquemila piedi e
preparati a lanciare le contromisure. Ripeto, preparati a lanciare le contromisure. Muoviti ragazzo, questo
non è un scherzo! »
« Ricevuto, signore. »
Un istante più tardi, un lampo improvviso si fece strada tra i banchi di nubi sottostanti.
« Adesso! Contromisure fuori e manovre evasive. »
Gli F16 si allontanarono tra di loro descrivendo due semicerchi in direzioni opposte, lanciarono le
contromisure e picchiarono verso il basso. Il missile lanciato contro di loro detonò cinquemila piedi sopra le
loro teste.
« C’è mancato un pelo signore, ma come ha fatto a capire che... » La voce del capitano Benedict lo
interruppe con tono concitato.
« Falcon Due, i nostri nemici sono velivoli sperimentali. Niente di ufficiale, solo voci di corridoio. Uno di loro
è più che sufficiente per abbatterci entrambi, quindi è molto probabile che, qualsiasi cosa abbiano in mente,
uno dei due abbia proseguito verso il suo obiettivo. L’altro sta tornando indietro per abbatterci. Ragazzo, la
situazione è critica. I nostri caccia si sono appena alzati in volo, ma solo noi conosciamo la direzione

Rev 2.0 16
approssimativa dei due aerei non identificati. Ascolta, è importante che tu faccia ritorno verso la base alla
massima velocità e senza uscire dallo strato di nubi sopra di noi. Io proverò ad intercettare l’altro velivolo.
Tra dieci minuti dovresti incrociare gli EF francesi e le nostre squadriglie Falcon ed Eagle. A quel punto
l’aereo nemico dovrà battere in ritirata. Nonostante la superiorità tecnologica, non avrà abbastanza missili
per abbattervi tutti. »
« Ricevuto signore. Ma lei come pensa di farcela, da solo? »
« Non penso, ragazzo. Spero solo che le cose vadano come previsto. Non fare altre domande, il tempo
stringe. »
« Va bene signore. Buona fortuna. Passo e chiudo. »

***

Virò nella direzione che riteneva più utile per incrociare il velivolo in fuga e disattivò il transponder per la
seconda volta in quella strana giornata.
Quella decisione era stata dannatamente difficile e presa velocemente, troppo velocemente. Ma non
esistevano alternative. Il tenente Gray era in gamba ed aveva parecchie probabilità di riuscire a portare il suo
aereo in mezzo agli squadroni alleati. Lì, la partita sarebbe stata tutta da giocare ed il ragazzo avrebbe avuto
più di una possibilità di tornare incolume alla base.
Per lui, invece, era tutta un’altra storia. Analizzò la situazione e in un istante vagliò miriadi di possibilità. Il
meccanismo era stato innescato, ora tutto era nelle sue mani. La sua missione adesso. Prolungò
mentalmente la rotta seguita dagli intrusi al momento dell’intercettazione e si rese conto che costituiva un
segmento trasversale all’Inghilterra meridionale che puntava tra i trenta e gli ottanta chilometri a sud di
Londra e poi verso la Norvegia.
Considerando l’ostilità degli aerei dalla provenienza ignota, si convinse che il loro bersaglio dovesse
trovarsi non oltre le coste inglesi. Fosse stato più lontano, non avrebbero ingaggiato il combattimento e si
sarebbero dileguati.
Ma se anche le cose stavano come aveva ipotizzato, trovare il proverbiale ago nel pagliaio avrebbe
rappresentato un’impresa assai meno ardua che intercettare il suo nemico. Solo un fattore giocava a suo
favore: conosceva abbastanza bene alcuni dei modelli teorici di occultamento ai radar e sapeva che molto
probabilmente il fantasma che stava inseguendo non poteva raggiungere velocità troppo elevate. Se lo
avesse fatto, sarebbe stato rilevato.
E così, una delle caratteristiche più importanti del velivolo in questione, cioè la possibilità di raggiungere
Mak5, era in questo caso totalmente inefficace, almeno secondo le voci ufficiose che circolavano
nell’ambiente.
Sicuro che la sua preda procedesse ad una velocità non superiore a Mak1, stabilizzò il suo F16 su una
rotta utile all’intercettazione del velivolo.

***

Falcon Due seguì alla lettera gli ordini. Meno di dieci minuti dopo essersi separato dal capitano Benedict, il
radar rilevò l’avvicinamento degli squadroni Falcon ed Eagle. Degli EF francesi, nemmeno l’ombra. Poteva
contare ben otto aerei che procedevano nella sua direzione.
Avrebbe preso contatto con i rinforzi entro tre minuti.
Improvvisamente nella sua cabina si diffuse un suono frastornante. Comprese in una frazione di secondo
che il suo inseguitore aveva sganciato un missile. Fu veloce, il radar stava mostrando la posizione
dell’ordigno immediatamente successiva al lancio, perciò stabilì che il velivolo invisibile dovesse trovarsi in
quelle immediate vicinanze.
Il missile, però, era stato sparato da distanza ravvicinata e il tenente Gray si rese conto che evitarlo
sarebbe stato quasi impossibile.
Lanciò le contromisure e virò repentinamente, vedendo dopo un solo istante che il missile sfiorava il suo
F16 all’altezza della carlinga e proseguiva nella sua corsa.
Si rese conto con sollievo che per il momento l’aveva scampata.
Contattò gli aerei in arrivo.
« May day, may day. Falcon Due sotto attacco nemico. May day, may day. Falcon Due sotto attacco
nemico. »
« Falcon Due, qui Eagle Tre. Resisti, stiamo arrivando. »
« Eagle Tre, il mio inseguitore non è rilevabile al radar. Ripeto, non è rilevabile al radar. »
« Ne siamo a conoscenza, il comando Nato di Istres ci ha già avvisato. »
Fu allora che accadde l’irreparabile.

Rev 2.0 17
Il missile che aveva schivato pochi secondi prima aveva virato bruscamente agganciandosi di nuovo agli
infrarossi emessi dal suo motore. Per la seconda volta, nella cabina si propagò il suono assordante
dell’allarme.
Il tenente Gray non ebbe il tempo di localizzare l’oggetto in arrivo e iniziò una disperata manovra evasiva.
Un’esplosione rischiarò la campagna francese.
Falcon Due era stato abbattuto.

***

Stava inseguendo il velivolo sconosciuto da quasi dieci minuti. Ripensò a quando, poco tempo prima, si
era reso invisibile al tenente Gray. Ora che la situazione si era invertita ed era costretto a volare alla cieca, la
cosa non gli pareva più così divertente.
Scrutava l’oscurità che gli si parava davanti. Ancora tre minuti e sarebbe giunto sulla capitale inglese.
Alzò lo sguardo in alto a sinistra. Circa cinquemila piedi sopra di lui, un aereo di linea procedeva ignaro
delle inattese vicissitudini di quella notte. Lo vedeva chiaramente anche sul radar. Dalle dimensioni doveva
trattarsi di un 777.
La sua attenzione fu attratta da un riflesso che veniva a crearsi ogni volta che le luci di navigazione del
Boeing s’illuminavano.
Trascorsero alcuni secondi durante i quali, perplesso, cercò di comprendere la natura dello strano
fenomeno. Mise ulteriormente a fuoco il riflesso misterioso e, all’improvviso, la sua mente dovette accettare
ciò che gli occhi le comunicavano: un oggetto volante sconosciuto di forma discoidale si stava lentamente
avvicinando all’aereo dal basso. In realtà, la forma somigliava più ad una porzione di sfera piatta alla base,
una specie di cupola a sesto ribassato.
Era davvero troppo.
Mentre gli interrogativi prendevano il posto di ogni possibile pensiero sensato, l’oggetto si avvicinava
sempre più al volo di linea.
E poi lo vide distintamente.
Il ventre dell’oggetto iniziò ad aprirsi dal centro verso l’esterno, come un’iride, e più si apriva, più irradiava
una luce bianca che sembrava avere un proprio volume. Rimase come ipnotizzato da quella visione e,
mentre tentava di ricomporre la frattura creatasi nella sua comprensione, decise di avvicinarsi.
In preda a un profondo senso d’irrealtà, cabrò dolcemente mantenendo una velocità di poco inferiore a
quella del nuovo velivolo sconosciuto, in modo da rimanergli leggermente indietro e un poco in basso.
Ancora una volta, in quella notte stregata accadde una cosa del tutto inaspettata. Un raggiò luminoso, di
colore blu, proveniente da destra investì lo strano oggetto e, nel giro di qualche istante, questo si disintegrò
sciogliendosi come neve al sole.
Il capitano Benedict virò repentinamente nella direzione di provenienza del raggio e, nuovamente grazie
alla luce lunare, vide chiaramente il velivolo fantasma che aveva inseguito fino a quel momento.
Era in posizione perfetta per l’attacco. Non ci pensò due volte, aprì il fuoco con la mitragliatrice colpendo
ripetutamente l’aereo nemico. Il pilota perse il controllo e, nel tentativo disperato di difendersi, eseguì una
strana manovra che lo fece entrare in collisione con l’F16 del suo aggressore.
Fu l’inferno.
Le lamiere si accartocciarono, i motori presero fuoco ed entrambi gli aerei precipitarono al rallentatore
roteando l’uno intorno all’altro in un walzer grottesco.
Arald Benedict fece appello a tutte le sue forze per contrastare la forza centrifuga causata dalla rotazione.
Tentò più volte di afferrare la leva d’espulsione riuscendoci al terzo tentativo.
Un istante dopo essersi catapultato, il suo aereo esplose andando in mille pezzi e generando un’onda
d’urto tale da fargli perdere i sensi.
Tuttavia l’aveva scampata. Il paracadute si aprì automaticamente dopo qualche secondo di caduta libera.
L’aveva scampata.

11

L’agente Firefox guardava allibito lo schermo. La missione era stata portata a compimento, ma niente
quella notte era andato come previsto.
GHOST 02 aveva abbattuto uno dei suoi inseguitori per tornare prontamente alla base prima che

Rev 2.0 18
giungessero altri aerei nemici. GHOST 01 era riuscito a disintegrare l’oggetto TARGET, ma di lui non v’era
più traccia.
Lo sguardo di Firefox sembrava perso nel vuoto e gli ci volle qualche istante per rimettere a fuoco lo
schermo del suo terminale. Quando ciò accadde, vide il riflesso dell’addetto alla manutenzione, il suo amico
Jack, che fissava lui e lo schermo a bocca aperta. Si girò di scatto.
« Dio, Jack, mi hai spaventato. Che ci fai qui? » chiese cercando di dissimulare la tensione.
« Il primo tempo della partita è finito. Ero venuto a vedere come te la cavavi. »
« Me la cavo benissimo Jack, come sempre. »
« Thomas, cos’è quello che ho visto sullo schermo? »
« Cosa, questo? È solo il programma per la registrazione delle mie sessioni di volo. »
« E il tuo programma, Thomas, visualizza oggetti che superano di dieci volte la velocità di un caccia? »
Il sangue di Firefox si gelò nelle vene e il cuore, per un brevissimo istante, smise di battere. Il tempo si
fermò.
Fissò Jack negli occhi, poi tutto iniziò nuovamente a scorrere.
In un istante decise il da farsi.
« Ok Jack, questo non è posto per parlarne. Il tempo di passare il controllo del mio traffico a Larson ed
andiamo a discuterne da un’altra parte, ok? »
« Ok Thomas, ti aspetto qui fuori. »

12

Il capitano Benedict toccò terra ancora semisvenuto. Si sentiva frastornato, la testa gli girava e aveva il
corpo ricoperto di lividi. Non li vedeva, ma ne avvertiva il dolore.
La gelida aria inglese l’aveva risvegliato durante la caduta e, anche a terra, lo stimolava a ragionare
lucidamente.
Si alzò in piedi cercando di stabilire la sua posizione. Doveva trovarsi a non più di una decina di chilometri
dal London Gatwick Airport. Qualcuno doveva essersi accorto dell’esplosione e probabilmente la polizia era
già stata avvertita. Tirò fuori dalla cintura un razzo di segnalazione. Lo esplose. Ora non poteva far altro che
attendere che lo andassero a recuperare.
Non ci volle molto.
Dopo qualche minuto sentì i suoni delle sirene e vide i lampeggianti delle macchine della polizia. Fu
circondato e si ritrovò con almeno dieci pistole puntate addosso. Poi sentì gridare alle sue spalle: « Sono il
tenente Smith della polizia inglese, tenga le mani bene alzate e faccia dieci passi indietro. »
Sollevò le mani. Non era il momento di dichiarare la propria identità. Conosceva le procedure delle polizie
di mezzo mondo, erano la prima cosa che gli avevano insegnato all’accademia. Un pilota abbattuto in
territorio nemico ha sempre bisogno di un’enorme dose di fortuna per riuscire a cavarsela. Per fortuna
l’Inghilterra era una nazione amica.
Con le mani bene in vista si trascinò come meglio poteva verso un punto indefinito alle sue spalle. Come
ebbe effettuato il decimo passo, il tenente Smith gli intimò di sdraiarsi faccia a terra e di tenere le mani dietro
la schiena. Solo quando l’ammanettò gli chiese di identificarsi.
« Sono il capitano Arald Benedict, US Airforce, di stanza alla base militare Nato di Istres in Francia. Sono
stato abbattuto. I miei documenti sono nella tasca anteriore della tuta. »
Con fare perplesso Smith aprì la tasca dello sconosciuto. Ne estrasse un contenitore morbido
impermeabile, di plastica trasparente. L’aprì tirandone fuori un foglio piegato in quattro che riportava la foto
del capitano e tutte le sue generalità. In basso si trovava un testo tradotto in diverse lingue in cui si faceva
appello ai trattati internazionali sui prigionieri di guerra, in previsione del caso disgraziato in cui il pilota fosse
catturato in territorio nemico.
La faccia ancora più perplessa, il tenente Smith fece una risata isterica e guardò il capitano Benedict negli
occhi.
« Mi dica Capitano, come cazzo c’è finito in Inghilterra? »
« È un’informazione che non posso darle, tenente. Le chiedo di essere scortato presso la più vicina base
militare per contattare il comando di Istres. »
« Senti senti, e così sono informazioni riservate! Bene, allora facciamo una cosa, signor questa è
un’informazione che non posso darle. Per quanto mi riguarda, il pezzo di carta straccia che ho letto non
conferma un accidente, quindi l’unico posto in cui posso scortarla è il nostro commissariato, dove verrà
trattenuto fino a nuovo avviso. Da lì, quando ne avrò voglia, farà la sua telefonata del cazzo. »
« Se è questo che vuole, signore... »
« Sì, è questo che voglio. » Si rivolse ad un collega. « Sergente, metta in macchina capitan America e lo

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porti al comando. Non gli faccia fare la sua telefonata finché non rientrerò in caserma. Ha già chiamato la
scientifica? »
« Sissignore, saranno qui tra dieci minuti. »
« L’altra operazione di recupero a che punto è? »
« Ho appena sentito l’Agente Lee, l’uomo è stato ritrovato. Lo stanno scortando alla centrale. »
« Bene sergente, può andare. »
Benedict fece un sorriso divertito in direzione del tenente. Evidentemente, pensò, l’uomo soffriva di un
qualche complesso dovuto alla sua altezza insignificante e che cercava di compensare atteggiandosi a
comandante di stato maggiore. Smith non ricambiò il sorriso e ad un suo gesto Benedict fu trascinato via.

13

Alex non riusciva a prendere sonno. Rachel gli dormiva accanto e mostrava ai suoi occhi tutta la sua nuda
bellezza. Con lo sguardo ne seguì il profilo delle gambe e proseguì verso il viso. Si soffermò sul seno.
Sorrise al pensiero di quanto fosse dannatamente bello fare l’amore con lei. In quei momenti avvertiva un
calore insolito, un tocco d’umanità che mai aveva provato prima di conoscerla. Mentre facevano l’amore
emergeva la loro parte migliore. Mentre cedevano all’istinto, il gioco in cui erano complici veniva scandito da
un incontro di corpo e spirito. In quelle occasioni le inibizioni di lei scomparivano e spesso prendeva in mano
le redini del gioco avanzando richieste molto particolari. Lo faceva con tale ingenua spontaneità, da rendere
tutto meravigliosamente semplice e normale.
Tutto ciò era la magnifica espressione di un’intesa perfetta anche fuori dalle lenzuola; tuttavia nessuno
sforzo, nessuna meraviglia era mai riuscita a colmare il senso di vuoto che dilagava da sempre nelle sue
emozioni più viscerali.
C’era qualcosa, nella sua vita, che gli sfuggiva, ed afferrarla non era semplice.
Gli eventi occorsi quel giorno e la notte precedente non facevano che complicare una situazione già
ingarbugliata. Aveva perso tre ore della sua vita e non aveva la minima idea di cosa fosse accaduto. Poi
c’erano stati la scenata che, inspiegabilmente, aveva fatto a Rachel qualche ora prima, e il crollo psico-
emotivo nello studio del dottor Cover. Lì tutto era precipitato inaspettatamente: il sangue dal naso,
l’infermiera, i flashback di quei volti umanoidi. Aveva perso i sensi, s’era svegliato un quarto d’ora più tardi
sul lettino dell’infermeria.
Cover l’aveva visitato. Pressione e battito erano buoni. Poi, con un otoscopio, aveva guardato nella narice
destra, quella dalla quale aveva perso sangue. Nonostante la strana ansia che lo pervadeva, stavolta era
riuscito a controllarsi. L’esclamazione del dottore non era stata rassicurante.
« Non è possibile! » aveva sussurrato il medico continuando ad esplorare la sua cavità nasale.
« Cosa non è possibile, dottore? »
Edward Cover aveva aveva posato l’otoscopio sul tavolo e guardava Alex dritto negli occhi.
« Alex, quando eri più piccolo sei mai caduto battendo violentemente la fronte? »
« Non so, dottore... da piccoli si cade tante volte. »
« È vero, ma io mi riferisco ad una caduta particolarmente violenta. Non ne hai memoria? »
L’espressione del medico era visibilmente perplessa.
« No dottore, niente che riesca a ricordare. Mi può dire qual è il problema? »
« Hai lo sfenoide sfondato, ed è una cosa davvero singolare. »
Ancora una volta in quella strana giornata, Alex si era sentito gelare. Dopo qualche istante d’esitazione
aveva chiesto: « Cosa significa? »
Il dottore aveva girato intorno al lettino e si era seduto alla scrivania, tirando fuori da un cassetto un libro di
anatomia. Lui s’era avvicinato al tavolo senza sedersi. Il tomo emanava l’odore seducente della vecchia
carta stampata. Aveva osservato il libro e riconosciuto l’illustrazione delle ossa del cranio, ognuna disegnata
con un diverso colore. Sul suo volto si era dipinta un’espressione interrogativa.
Il dottor Cover l’aveva invitato a sedersi ed aveva proseguito: « Lo sfenoide è formato da un corpo di
forma cubica che si fissa a tre sistemi lamellari. In parole semplici, ha la forma di una grossa farfalla, con
tanto di ali. È posto dietro il naso, e separa il viso dal cervello. »
Alex aveva cercato di rispondere razionalmente.
« Be’, magari è una frattura accidentale della quale non mi sono reso conto. »
« La cosa è un po’ più complicata di così. A prima vista la tua sembra una frattura da sfondamento, non è
lineare, e oltretutto è li da più di qualche anno, poiché c’è presenza di una vecchia cicatrizzazione dei tessuti
che avvolgono l’osso anche se, stranamente, vi sono segni di piccole lacerazioni piuttosto recenti.

Rev 2.0 20
Probabilmente è per questo che hai perso sangue dal naso. Una spiegazione alla frattura potrebbe essere
un forte trauma cranico tale da causare la rottura dell’osso. In questo caso, in presenza di una frattura
esposta come sembra la tua, si spiegherebbe anche la lacerazione dei tessuti. Tuttavia, ciò avrebbe dovuto
provocare un versamento tale da causare danni seri, probabilmente la morte. »
Alex era impallidito. Non sapeva cosa dire. La giornata in corso si stava rivelando la più anomala e caotica
da che avesse memoria. Aveva cercato di mantenersi calmo almeno in apparenza: se il medico gli avesse
controllato il battito cardiaco in quel momento, sarebbe impallidito a sua volta.
La conversazione era proseguita con altre considerazioni del medico, il quale aveva ipotizzato che un
trauma da urto violento doveva pur esserci stato ma, probabilmente, il versamento interno era in qualche
modo fuoruscito attraverso la cavità nasale, cosa che aveva del miracoloso. Non sapendo cosa dire, il
giovane s’era limitato ad annuire.
In seguito avevano parlato anche del crollo di Alex avvenuto nella sala d’attesa dello studio. Cover si era
detto molto preoccupato, a suo avviso il ragazzo aveva avuto delle allucinazioni. Probabilmente era solo una
questione legata allo stress, ma un approfondimento neurologico era consigliato, assieme ad una tac delle
ossa del cranio per poter vedere meglio la frattura dello sfenoide. Non era da escludere che fra le due cose
ci fosse una qualche relazione.
Uscito dallo studio del medico, Alex era tornato a casa e si era concesso la seconda doccia della giornata.
Aveva bisogno di rilassarsi e sfogarsi con il pianoforte. Spesso la musica gli pareva il mezzo di
comunicazione più potente, l’unico in grado di trasmettere fluidamente pensieri ed emozioni agli altri e,
soprattutto, a se stesso.
Alle otto di sera si era recato da Rachel. Lei viveva da sola, si era trasferita a Roma due anni prima per
completare gli studi superiori in violoncello.
Avevano cenato e guardato un film. Non le aveva raccontato nulla del movimentato pomeriggio, nemmeno
quando avevano fatto l’amore.
Dopo la passione, lei si era addormentata. Lui, invece, era rimasto a guardarla nella penombra della notte
dicembrina.
Nuda, la carnagione dal colore intenso, pareva un angelo venuto da un altro mondo. Spostò lo sguardo più
in la, oltre il letto, incrociando un violoncello poggiato a una sedia davanti ad un leggio. Rimase affascinato
dai lievi riflessi della superficie legnosa dello strumento.
Si alzò dal letto lo prese in mano accarezzandolo distrattamente, con lentezza, quasi stesse cercando al
tatto qualcosa d’indefinito.
I suoi pensieri confluirono nuovamente sulla giornata trascorsa. Era stanco, da mesi non si concedeva una
dormita decente.
Ed era già quasi mezzanotte.
Il cellulare squillò squarciando il silenzio. Decise di ignorare la chiamata e i ragionamenti evanescenti.
Spense l’apparecchio, tornò da Rachel e le si sdraiò accanto. Lei si mosse, aprì gli occhi e chiese
frastornata dal sonno: « Chi era? »
« Victor. »
« Cosa voleva? »
« Non lo so, ho rifiutato la chiamata. Lo richiamerò domattina. »
Rachel lo guardò con fare malizioso. Allungò la mano tra le gambe di lui avvicinando le labbra all’orecchio
e mordicchiandolo delicatamente. Poi sussurrò con voce deliziosa e suadente: « Vuoi rifiutare anche me? »
Un sorriso smaliziato si dipinse sul volto Alex. La baciò con passione e fecero ancora l’amore. Poi caddero
addormentati in un sonno profondo.
La notte li avvolse cullandoli tra le sue braccia silenziose.

14

Rimase abbagliato dalle luci del jet in fase di atterraggio.


L’Alitalia A320 toccò terra trascinandosi dietro il rumore assordante degli inversori di spinta. Una
delle poche cose che Jack Olsen aveva imparato sugli aerei era che i jet avevano un dispositivo
detto inversore di spinta indispensabile per arrestare nel minor tempo possibile l’aeromobile
appena atterrato. La cosa non gli interessava poi molto, in fondo lui era solo un addetto alla
manutenzione dell’aeroporto.
Gli piacevano le cose semplici, un buon bacon, una buona birra di malto e guardare una buona
partita di calcio. Ed Thomas Stentford gli aveva rovinato il piacere di trascorrere un’oziosa serata di
lavoro davanti alla tv per guardare il secondo tempo di Arsenal - Manchester United. Questo non

Rev 2.0 21
giocava a suo favore, così come la snervante attesa a cui lo stava sottoponendo. Era li da ormai
quindici minuti, e dell’ATC nemmeno l’ombra.
Quarantacinque minuti prima lo aveva colto con le proverbiali mani nel sacco. Di certo non
avrebbe potuto esimersi dal fare rapporto ai suoi superiori.
Thomas gli aveva detto di attendere fuori dalla sala controllo. Dopo cinque minuti lo aveva
raggiunto chiedendogli di parlare della faccenda lontano da orecchie indiscrete, ai margini della
pista 08 Sinistra. Lui aveva accettato, stuzzicato dalla teatralità che il suo monologo avrebbe
acquisito se recitato davanti ad una platea di aerei in arrivo o in partenza. Un po’ come nei film di
azione che gli piacevano tanto. Lui, un ordinario addetto alla manutenzione, aveva trascorso
l’attesa preparandosi un breve ma intenso discorso che, almeno nella sua mente, pareva d’effetto.
E già s’immaginava la scena in cui il giovane controllore di volo lo avrebbe supplicato di non
parlare della cosa con il direttore dello scalo. Lui avrebbe palesato il suo dispiacere e la
comprensione per l’amico, ma si sarebbe comunque fatto carico della responsabilità di rendere la
faccenda nota a chi di dovere. Non poteva essere altrimenti: certe responsabilità morali non
potevano essere ignorate.
L’attesa stava iniziando a dargli sui nervi. Venti minuti di ritardo.
Cominciava a chiedersi se Thomas non avesse deciso di svignarsela. Per un istante parve
convincersene. Poi sorrise all’assurdità dell’idea.
Anche se l’ATC se la fosse data a gambe levate, il capo sarebbe stato informato.
Irrimediabilmente. L’unica possibile eventualità era dare una spiegazione più che convincente
sull’accaduto.
La penombra generata dall’impianto d’illuminazione della pista d’atterraggio a venti metri di
distanza lo circondava. L’aria, fredda come sempre in quel periodo dell’anno, era forse l’unica nota
stonata di quella situazione, ma il vapore acqueo generato dal suo respiro pareva caricare
l’atmosfera di una particolare ed evanescente drammaticità.
Il freddo pungente divenne improvvisamente più acuto. Si sentì sfiorare la pelle da tanti puntini
gelati.
Nevicava. Delicatamente.
Mentre il mondo attorno a lui si tingeva di bianco, il paesaggio acquisiva un’alea sempre più
suggestiva e adatta, a suo parere, alla scena madre di un lungometraggio. Respirò
profondamente, riempiendo i polmoni di un freddo intenso che parve ferirli inavvertitamente.
Si sentì afferrare da dietro.
Non ebbe il tempo di capire cosa stesse accadendo. Avvertì distintamente un oggetto pesante
urtare violentemente la sua testa. Cadde sulle ginocchia ma non perse i sensi.
Intontito dalla botta, sentì uno strano calore avvolgergli il volto. Poi, la sensazione di un liquido
viscoso che gli scivolava addosso con un acre odore di ferro, così forte da dargli immediatamente
un senso di nausea.
Il manto di neve fresca sotto i suoi piedi si colorò di scarlatto. Tutto si svolse troppo in fretta, e
quando si rese conto di sanguinare, un secondo colpo ben assestato sulla faccia lo mandò
definitivamente al tappeto.
Una sagoma scura caricò sulle proprie spalle il corpo privo di sensi. Si allontanò di soppiatto,
dirigendosi verso la recinzione perimetrale dell’aeroporto. Posò il corpo inerme a terra e lo trascinò
attraverso uno squarcio nella rete. Lo caricò nel portabagagli di un auto anonima strategicamente
posteggiata in un anfratto buio appena oltre il perimetro. Prima di richiudere il portabagagli, l’uomo
posò l’indice ed il medio della mano sul collo del povero malcapitato. Il cuore batteva ancora,
anche se il ritmo era appena rallentato.
Coperto da un passamontagna scuro, l’agente Firefox sorrise soddisfatto.
I due colpi violenti non avevano ucciso la sua vittima.

15

Il tempo quella mattina era splendido. Il direttore della CIA, George A. Finder, stava sorseggiando una
buona tazza di caffé. Aspettava.
La luce solare, ancora incerta, contendeva a stento il domino alla notte ormai svanita. In cielo trovava
ancora spazio l’immagine della luna calante, giunta all’ultimo stadio del suo perenne ciclo di morte e di

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rinascita.
La notte seguente ci sarebbe stata la riunione nella quale avrebbe dovuto rendicontare l’operato dell’ultimo
mese. Tutto stava andando come previsto, anche se l’istinto gli suggeriva di stare sempre in guardia. La
posta in gioco era altissima, il momento era decisivo. Non poteva certo permettersi errori.
Guardò fuori dall’ampia finestra della sua casa, che dava sul parco della villa e dominava dall’alto della
collina la tenuta e la vallata circostante.
Con la tazza di caffé ancora in mano, si diresse verso lo studio. Si fermò davanti all’entrata avvicinando
l’occhio alla parete. Un congegno, che somigliava a un piccolo parallelepipedo metallico, emise una serie di
fasci luminosi. Nel silenzio austero del corridoio si diffuse un lieve impulso acustico e il piccolo schermo lcd
del congegno mostrò la scritta: “Identità confermata, accesso consentito”.
Udì il tonfo metallico della serratura che si sbloccava. Aprì la porta in legno massello sulla quale era inciso
lo stemma della famiglia, un’ampia icona che nascondeva un significato molto più profondo di ciò che
sembrava rappresentare.
Lo studio trovava posto in un’ala della casa il cui accesso era consentito solo a poche persone ed
esclusivamente in sua presenza. In trent’anni di matrimonio, persino sua moglie era entrata in quella stanza
meno di dieci volte, e mai per più di cinque minuti.
Si guardò intorno respirando l’odore del mobilio in palissandro dal design moderno. Faceva eccezione
l’ampia scrivania in ciliegio pregiato dall’aspetto classico.
L’orologio da polso poggiato sulla scrivania segnava le 07:00. Lo indossò. Prese la valigetta e vi ripose con
cura un plico contenente documenti riservati e due telefoni cellulari, uno dei quali era un palmare dal design
accattivante.
Dall’ampio tavolo prese un bigliettino adesivo e vi scrisse sopra un breve messaggio per la moglie, che
avrebbe poi appeso nella bacheca fatta realizzare da un artigiano anni prima. Con il passare del tempo
quell’oggetto era diventato il principale mezzo di comunicazione tra lui e la moglie. Erano anni, ormai, che
non le apriva il suo cuore.
Sistemò la cravatta, prese la valigetta e si diresse alla porta d’ingresso della sua villa sfarzosa. Guardò
nuovamente l’ora: le 07:15. Attaccò il biglietto alla bacheca: “Torno a casa dopodomani per il ricevimento
natalizio alla Casa Bianca. Fatti trovare pronta.”
Uscì di casa, trovò la scorta ad attenderlo. Da un fuoristrada Mercedes ML versione AMG di colore nero
scese Richard Kroltz, la sua guardia personale, che gli aprì lo sportello posteriore della vettura.
« Buongiorno Direttore. »
« Buongiorno Richard. »
« La porto a Langley? »
Annuì in cenno d’assenso. In quel preciso istante il palmare squillò.
Rispose e ascoltò la voce all’altro capo del telefono. Il viso gli si dipinse di preoccupazione e di rabbia, ma
mantenne l’autocontrollo.
« Avreste dovuto avvertirmi prima. Ci vediamo a mezzogiorno. »
Chiuse la comunicazione e si rivolse a Kroltz.
« C’è stato un cambiamento di programma, portami al pentagono. »
Salì sul fuoristrada e strappò un foglio dall’agenda. Vi scrisse sopra qualcosa e lo porse a Kroltz. Questi
lesse il messaggio con la coda dell’occhio e guardò Finder con un certo stupore dallo specchietto
retrovisore.
« Signore, è sicuro che... »
« Sì, ne sono sicuro. Portalo da me, Richard. E prenotagli un volo di sola andata per Londra. »
« E se non accettasse? »
Finder ne aveva già abbastanza di quella conversazione. Era successo qualcosa d’inaspettato e quella
giornata sarebbe stata tutt’altro che tranquilla. Comprendeva bene le riserve di Kroltz sul mettere in gioco
David Ryan, ma non poteva dargli altre spiegazioni. Inoltre, non tollerava che un agente di basso rango
mettesse in discussione un suo preciso ordine.
Fulminò il sottoposto con lo sguardo e rispose: « Accetterà! »

16

Jack Olsen aprì gli occhi ancora dolorante.


Stordito e spaesato, cercò di guardarsi intorno. Un dolore lancinante alla testa gli impediva di mettere a
fuoco la sua prigione. Avvertì su di se l’odore rivoltante e stantio del sangue e la sensazione di
appiccicaticcio tra i capelli e sul volto. L’ambiente che lo circondava gli era sconosciuto.
Risvegliatosi in un incubo, non aveva la minima idea di come fosse arrivato lì. In uno sprazzo di lucidità

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comprese di essere bloccato su una sedia piuttosto scomoda.
Era legato.
Preso dal panico tentò di divincolarsi. Non ottenne alcun risultato, tranne quello di cadere in preda alle
vertigini e di provocarsi delle abrasioni ai polsi.
Cercò di realizzare cosa fosse accaduto. L’ultima cosa che ricordava era la snervante attesa nei pressi
della pista d’atterraggio dell’aeroporto. Poi un colpo violento alla testa e infine il buio.
« Thomas! » esclamò sottovoce.
Terrorizzato, tentò nuovamente di divincolarsi da quell’inferno. Come pochi istanti prima, dovette fermarsi
per il dolore.
La sua attenzione fu attratta da un rumore flebile che echeggiava nella stanza spoglia, priva di finestre,
illuminata solo da una fioca luce proveniente dalle sue spalle.
Volse il capo a destra per cercare con lo sguardo l’origine del suono. Vide una cucina malandata nella
quale il rubinetto perdeva acqua sopra una pila di piatti.
Si rese conto di avere una sete infernale.
Sentì un tonfo sordo provenire dalle sue spalle seguito dal cigolio di una porta che si apriva e si richiudeva.
Passi lenti accompagnarono la figura dell’uomo che gli si parò davanti.
Sollevo la testa per guardarlo in faccia.
« Ciao Jack » disse il nuovo arrivato.
Impiegò qualche secondo per mettere a fuoco il volto dell’uomo, poi lo riconobbe.
« Thomas, ma che cazzo sta succedendo? »
« Sta succedendo, Jack, che dovevi restartene rintanato nel tuo sgabuzzino a guardare la partita invece di
sbucarmi alle spalle guardando cose che non avresti dovuto vedere. »
« Sei uno psicopatico, Thomas. »
« Può darsi, ma non è questo il punto. »
« Ah no, e qual è il punto? »
« Il punto è che mi devi dire chi sei davvero. »
« Vaffanculo. »
Sentì uno schiaffo sonoro urtare contro il suo viso. Qualche goccia di sangue si fece strada sulla
sua barba da una piccola ferita apertasi sul labbro.
Crollò.
Aveva passato tutta una vita lavorando di fantasia ed immaginandosi protagonista di situazioni
pericolose degne di un film, ed ora che quel sogno era divenuto realtà, si accorse di apprezzare il
tranquillo anonimato che caratterizzava la sua quotidianità. Con voce disperata, quasi sull’orlo di
una crisi di pianto, urlò in faccia alla persona che fino a qualche ora prima aveva considerato un
collega e un amico.
« Che cosa vuoi da me? Io non ho fatto niente. Niente. »
« Te l’ho detto Jack, devi dirmi chi sei davvero. È l’unico modo che hai per venire fuori da questa
brutta situazione. »
« Ma che cazzo stai dicendo Tom? Io non ti riconosco più. Senti, se è per la storia del videogioco
ti giuro che non la racconterò a nessuno. Te lo giuro Tom. Non volevo farti incazzare. »
« La storia del videogioco? Stai delirando Jack. » rispose Firefox sollevando il braccio per
assestare un nuovo colpo e aggiungendo « Male Jack, vedo che hai deciso di non collaborare.
Dovrò ridurti piuttosto male, lo sai questo, vero? »
Lo sguardo di Jack si dipinse di terrore, paura mista a smarrimento. Trafitto da quello sguardo,
Firefox fermò la sua mano un istante prima di colpire l’uomo. Jack era ormai giunto al capolinea.
Non capiva niente di quello che Thomas gli stava chiedendo, e non riusciva a comprendere cosa
volesse da lui. Vedendolo tentennare, Jack trovò la forza per un ultimo disperato appello.
« Chi cazzo sei tu? Non capisco cosa vuoi da me. Te l’ho detto, il videogioco a cui stavi giocando
ieri sera durante il tuo turno di controllo aereo, quello con la mappa piena di aerei velocissimi. Non
lo dirò a nessuno Tom, ma lasciami andare, io non ti ho fatto niente. »
Firefox guardò sbigottito il suo prigioniero. Gli occhi dell’uomo erano carichi di disperazione ma
sinceri. Qualcosa non tornava, ed il suo istinto gli suggerì che stava prendendo una cantonata.
Cercò di valutare la situazione con sangue freddo.
Ma come aveva fatto a non capire? Tutti quegli anni di addestramento in cui aveva imparato a
non sottovalutare nessuno, a non abbassare mai la guardia, lo avevano portato a commettere
l’errore opposto. Aveva sopravvalutato l’uomo divenuto la sua preda. Si sentì uno stupido. In un
anno di lavoro al Gatwick Airport non aveva stretto rapporti con nessuno, tranne che con Jack. La

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prima volta in cui lo aveva incontrato gli era stata sufficiente per comprendere che l’uomo era una
persona semplice, con un intelligenza nella media, ma con un grande cuore. E lui, a modo suo, gli
si era affezionato. Quella notte troppe cose erano andate per il verso sbagliato, e la tensione del
momento lo aveva condotto a sbagliare le sue valutazioni. Aveva commesso l’ulteriore errore di
considerare l’eventualità che “Jack il semplicione” – così lo aveva definito – fosse un agente di
chissà quale fazione, con il compito di stanarlo.
“Che ingenuo sono stato” si disse. A questo punto sapeva cosa doveva fare, il codice su cui
aveva giurato la propria fedeltà parlava chiaro: uccidere ogni testimone inutile. Ma non aveva più
voglia di farlo. In qualche modo, Jack era stato l’unico amico su cui avesse potuto contare in un
anno di missione. E non aveva più alcuna intenzione di ucciderlo. Qualcosa, dentro di lui, si stava
smuovendo, qualcosa che non riusciva a comprendere fino in fondo.
La voce flebile di Jack disturbò il corso dei suoi pensieri: « Ho sete. »
Firefox Guardò il prigioniero con rinnovata comprensione. Si diresse quindi alle sue spalle.
Jack si spaventò terribilmente temendo che la sua ora fosse arrivata e si ritrovò a pregare. Le lacrime
iniziarono a sgorgagli dagli occhi senza che lui potesse controllarle, gemette come un neonato che si sveglia
nella notte senza trovare la madre. Stava piangendo per il dolore e per la paura.
Un calore inspiegabile avvolse la testa all’altezza della ferita che non poteva vedere, ma che immaginava
come uno squarcio aperto nella carne. Nel giro di un paio di minuti il dolore al capo era completamente
sparito.
Sentì una mano tenergli i polsi fermi. Poi accadde qualcosa d’inspiegabile: la corda che li legava venne
recisa di netto e le braccia, stanche e doloranti, caddero di colpo lungo i fianchi.
Davanti a lui si parò nuovamente la figura di Thomas che tamponò la ferita sulla bocca dell’amico con una
garza imbevuta di disinfettante.
Esausto e stupito, portò istintivamente la mano alla testa. Si accorse che non c’era nulla di quanto aveva
immaginato. Nessuna ferita, nessun taglio, nessun dolore. Esterrefatto, fissò Thomas negli occhi. Questi,
intuendo le perplessità di Jack, commentò: « Ti ho appena medicato. Disponiamo di tecnologia
d’avanguardia anche in campo medico. »
Senza comprendere fino in fondo quelle parole, Jack afferrò la bottiglietta d’acqua che Thomas gli stava
porgendo. Tracannò il liquido tutto d’un fiato e con stupore crescente tornò a fissare il suo carceriere. Questi
prese nuovamente la parola.
« Jack, scusami per tutto quello che ti ho fatto. Sei sempre stato un buon amico e voglio che tu sappia che
ti sono riconoscente. Nell’acqua che hai bevuto c’era del sonnifero. C’è qualcosa che devi fare per me Jack,
ma ti prometto che, alla fine, di questa brutta avventura non ricorderai assolutamente nulla. »
« Ma cosa... » Jack non riuscì a concludere la frase. Un torpore incontrollabile s’impadronì di lui.
Firefox lo guardò cedere al sonno. Si avvicinò all’amico nuovamente privo di sensi e gli sussurrò
all’orecchio: « Perdonami, se puoi. »
Aprì una borsa da viaggio. Ne estrasse una serie di passaporti, alcuni vestiti, altri effetti personali e, per
ultimo, un congegno del tutto simile a una fotocamera digitale.
Il metallo riluceva riflettendo l’ambiente circostante. Osservando assorto la stanza così come veniva
riflessa dal metallo, Firefox sussurrò a se stesso: « Per oggi questa stanza ha visto sin troppa sofferenza.
Mettiamo fine a questa storia. »
Al centro dell’oggetto era posizionato il diaframma provvisto di un sistema di apertura lamellare. Sul dorso,
invece, trovava spazio un display a colori da tre pollici. Accanto ad esso campeggiava una zona rettangolare,
scura e in tutto simile al touchpad di un notebook, solo di dimensioni più ridotte.
Fece scorrere un dito sul touchpad. Il sistema a scansione delle impronte digitali si attivò e illuminò il
display del congegno mostrando qualcosa di molto simile ad un menu. Sfiorò il display in prossimità della
terza voce. Si aprì un sottomenu:

BACKUP PARZIALE E RIPRISTINO


IN UN NUOVO OSPITE.

L’uomo capovolse il congegno e allineò un occhio a quello che sembrava l’obiettivo dell’apparecchio. Si
accese una luce blu dapprima fissa, poi intermittente.
Gli impulsi luminosi passarono attraverso il nervo ottico raggiungendo la corteccia cerebrale. Da lì, il flusso
si mosse alla ricerca di qualcosa. Firefox si concentrò profondamente sulle informazioni più opportune.
Imparare ad utilizzare il sistema di backup era stata una delle parti più complesse del suo addestramento.
Per farlo efficacemente doveva acquisire un controllo totale sulla propria mente attraverso una profonda
concentrazione che gli permettesse di incanalare nel dispositivo solo le istruzioni volute, fossero queste

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ricordi, ordini o, più banalmente, pensieri.
In caso contrario il flusso avrebbe acquisito dati casuali, effettuando così un backup inutile.
Raggiunse il giusto livello di concentrazione. Il flusso tornò all’apparecchiatura passando nuovamente dal
nervo ottico. Il congegno emise un bip e sul display comparve un messaggio di conferma. Le istruzioni erano
state prelevate con successo.
Si avvicinò a Jack, gli sollevò la palpebra dell’occhio destro ed allineò il congegno con la sua pupilla. Sfiorò
il display sopra l’icona RIPRISTINO. La macchina emise nuovamente una luce fissa, stavolta di colore rosso.
La pupilla si dilatò a sufficienza e solo allora il dispositivo iniziò a trasmettere con fasci di luce intermittente.
L’intero processo durò meno di dieci secondi. Con una certa soddisfazione l’agente ripose nuovamente
tutte le sue cose all’interno del borsone. Sapeva che Jack si sarebbe svegliato dopo circa un’ora ed avrebbe
eseguito i suoi ordini alla lettera. L’ultimo di questi era tornare in quella stessa stanza e lasciarvi il dispositivo
che un anno prima Firefox stesso aveva applicato di nascosto al radar dell’aeroporto di Gatwick. Poi sarebbe
tornato a casa e, a quel punto, avrebbe dimenticato ogni cosa per sempre.
L’agente speciale Fabien Lacroix, nome in codice Firefox, prese dal tavolo due dei dieci diversi passaporti
riponendo gli altri con cura nel doppiofondo della sacca. Aprì il primo e, mentre tirava fuori l’accendino e
cominciava a bruciarlo, mormorò fra sé: « Addio, Thomas Stantford. Mi mancherai ».
Solo quando il passaporto fu completamente distrutto, aprì il secondo passaporto estraendone anche una
nuova carta di credito. Memorizzò il nome e cognome della sua nuova identità: Jack Simple.
Sorrise per la strana coincidenza. Si avvicinò nuovamente al corpo addormentato di Jack e l’osservò quasi
con tenerezza.
« E così, in qualche modo, continuerai ad accompagnarmi per un po’... Jack il Semplicione. »
Detto ciò, tirò un sospiro e guadagnò l’uscita avviandosi verso l’aeroporto di Heatrow per acquistare un
biglietto aereo.
Prossima destinazione: Roma.

17

Il suono metallico del vassoio risvegliò bruscamente il capitano Benedict. L’uomo guardò in direzione delle
sbarre incrociando gli occhi dell’inserviente.
« La colazione è servita! » disse questi con aria vagamente beffarda.
Non aveva voglia di mangiare.
Richiuse gli occhi. Ormai il nervosismo dominava totalmente il suo umore. Due giorni e ancora nessuno si
faceva vivo, e dire che l’Inghilterra doveva essere uno stato alleato!
Rimuginò ancora dentro di sé. Non c’era dato razionale che potesse spiegare un simile ritardo. Non
vedeva l’ora di rientrare alla base per inoltrare una protesta formale sia per il ritardo, sia perché gli era stato
impedito qualunque tipo di contatto con il comando di Istres. Non comprendeva nemmeno il perché di un
simile atteggiamento.
Certo, tra lui e il tenente Smith non era stato amore a prima vista. Oltretutto in quella nazione Smith
rappresentava la legge e, fin quando qualcuno si sarebbe attivato per tirarlo fuori di lì, avrebbe dovuto
subire. Il diniego totale dei suoi diritti, oltre tutto in territorio amico, era un fatto gravissimo che avrebbe
creato un incidente diplomatico di un certo rilievo tra gli Stati Uniti e la Gran Bretagna.
Non vedeva l’ora che ciò si verificasse per vedere Smith degradato e sbattuto a dirigere il traffico. Di
questo, almeno, era più che certo.
Eppure non riusciva a spiegarsi la stranezza di tutta la faccenda, dal combattimento aereo ingaggiato due
notti prima a tutto quello che ne era scaturito. Si chiedeva se Falcon Due fosse riuscito a rientrare alla base
riportando a casa la pelle. Quel ragazzo era davvero in gamba, probabilmente il miglior gregario che avesse
avuto da quando era stato trasferito ad Istres.
Preso dai suoi pensieri, quasi non sentì la porta metallica che si apriva e l’uomo che entrava nella cella.
Con fare distratto si girò verso il nuovo arrivato. Aveva il viso pulito, la barba rasata e i capelli lunghi e ben
pettinati. La mano destra era serrata, mentre la sinistra reggeva una busta discretamente ingombrante. Fuori
dalla cella attendeva un uomo ben vestito, altezza media e capelli corti. Gli occhi coperti da un anonimo paio
d’occhiali da sole, l’uomo faceva mostra di una piccola ferita sulla guancia sinistra.
« Capitano Benedict, sono David Ryan dell’ambasciata degli Stati Uniti. Quello là fuori è il signor Kroltz.
Siamo venuti a prenderla. »
Con uno scatto repentino, Benedict si mise in piedi afferrando la mano dell’uomo.
« Finalmente hanno mandato qualcuno a riprendermi. Era ora, questo posto iniziava a darmi sui nervi. Non
vedo l’ora di ritornare al comando di Istres per fare rapporto. »
« Prima di rientrare alla base dovrà chiarirci alcuni aspetti dell’incidente aereo. Per il momento la

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scorteremo alla nostra ambasciata, poi prenderemo le decisioni del caso. »
« Ehi, ci vada piano! Voi non dovete capire assolutamente nulla, sono tenuto a fare rapporto soltanto al
mio diretto superiore. »
Con voce autoritaria, Ryan prevaricò ogni altra possibilità di replica e quasi gridò nelle orecchie del
capitano: « Che le piaccia o no, capitano, in questo momento io per lei sono il comandante in capo
dell’aeronautica americana. Quindi, a meno che non voglia trascorrere qualche altra notte in cella alla mercè
di quello stronzetto di tenente inglese, le conviene non fare obiezioni e collaborare con noi. »
Il capitano Benedict stava per mandare Ryan al diavolo e, se la situazione non avesse giocato così a suo
sfavore, l’avrebbe fatto di sicuro. Optò per la strada della condiscendenza.
« E così, signor Ryan, anche lei ha avuto la fortuna di conoscere il tenente Smith. » commentò con tono
beffardo e sconsolato.
« Se la vuole chiamare fortuna... »
« Avrà capito, signor Ryan, che non muoio dalla voglia di passare in questa cella un minuto di più. »
Ryan si sentì sollevato e porse la mano a Benedict. Questi lo fissò negli occhi, un istante appena, con
sguardo quasi stupito.
« Bene Capitano. Le abbiamo portato degli abiti puliti. Il commissario di questa centrale ci ha accordato
l’uso dello spogliatoio degli agenti di polizia affinché possa farsi una doccia e cambiarsi. Spero che i vestiti
siano della sua taglia. »
« Lo spero anch’io, signor Ryan. »

***

Kroltz era di guardia davanti alla porta degli spogliatoi della stazione di polizia. Dall’interno della stanza
giungeva il suono ovattato dello scroscio della doccia. Ryan aveva firmato i documenti per il rilascio di
Benedict e si era fatto consegnare i suoi effetti personali. Ripostili in un plico di carta spessa, li lanciò a Kroltz
che, senza scomporsi minimamente, afferrò il pacco e con tono gelido disse: « Non sono qui per fare il
portaborse. »
« No, infatti. Secondo le indicazioni di Finder sei qui per obbedire ai miei ordini, quindi non fare storie. »
Gli occhiali da sole nascosero lo sguardo collerico di Kroltz, ma Ryan indovinò la situazione e sorrise
apertamente quasi godendo della propria posizione di superiorità.
Intuendo il sarcasmo insito in quel sorriso, Kroltz decise di cambiare argomento.
« Signor Ryan, la doccia e il cambio abiti non erano necessari, così perdiamo tempo utile. »
« Invece erano necessari. Sai benissimo che non siamo dell’ambasciata e che, di certo, non è là che
stiamo portando il capitano Benedict. Non credi che girando in macchina in pieno giorno con un uomo vestito
da pilota militare attireremmo eccessivamente l’attenzione? »
Suo malgrado, Kroltz fu costretto ad annuire e dentro di sé approvò appieno, ma senza lasciarlo trasparire.
Ryan non gli era simpatico, ma gli ordini di Finder erano chiarissimi e comunque avrebbe avuto libertà di
manovra qualche ora più tardi, quindi non aveva senso palesare il proprio disappunto: si sarebbe divertito
poi, e l’avrebbe fatto con stile.
Passò ancora un quarto d’ora e l’espressione di Ryan si dipinse d’impazienza. Era più di mezz’ora che
Benedict era rinchiuso nello spogliatoio e, per giunta, parecchi poliziotti smaniavano per andarsi a cambiare
e tornarsene a casa.
Il tenente Smith scelse proprio quello sfortunato momento per avanzare impettito verso Kroltz e sbottargli
in faccia: « Adesso state esagerando! Questa è una stazione di polizia del Regno Unito, non un bar di
periferia asservito alle necessità di voi cowboy! »
Senza nemmeno scomporsi, l’agente americano ribattè: « Si rilassi tenente, io sto solo eseguendo degli
ordini e, per quanto mi riguarda, la sua autorità conta meno di niente. »
In un impeto di collera Smith sferrò un pugno a Kroltz, ma, prima che il colpo giungesse a destinazione,
Ryan l’afferrò da dietro e, trascinatolo via, lo scaraventò con le spalle al muro. Il tenente Smith accusò il
colpo rimanendo per un attimo senza fiato. Spaesato, si guardò intorno incontrando lo sguardo di alcuni
poliziotti piuttosto divertiti. Ferito nell’orgoglio, ordinò ad uno dei suoi sottoposti di arrestare i due uomini.
Prima che qualcuno potesse muoversi, Ryan assestò un nuovo colpo a Smith facendolo cadere. Poi,
guardandolo negli occhi disse: « Stia attento a non avventurarsi su percorsi incerti, tenente. Qualora non
l’avesse capito, io e il mio collega godiamo dell’immunità diplomatica. Se non vuole essere licenziato dal
primo ministro in persona, le consiglio di rimangiarsi il suo ordine d’arresto. »
Imbufalito, il giovane tenente si rialzò e riparò nel proprio ufficio imprecando sottovoce. Nel medesimo
istante scoppiò un applauso contornato da sonore risate da parte degli agenti di polizia che avevano assistito
alla scena. Evidentemente il tenente non riscuoteva grandi consensi nemmeno tra i suoi colleghi.
Incrociando lo sguardo di Ryan, Kroltz chinò appena il capo nella sua direzione in segno di ringraziamento.

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L’altro rispose allo stesso modo. Con quella mossa s’era guadagnato la fiducia del collega, o almeno lo
sperò, obiettivo che si era prefisso di raggiungere quanto prima.
Passarono altri cinque minuti. Ryan si avvicinò a Kroltz sussurrandogli qualcosa all’orecchio.
« Ora basta, il capitano sta abusando della nostra pazienza. Entra dentro e portamelo fuori, vestito o nudo
che sia. »
Senza pensarci due volte, Kroltz si avventurò nello spogliatoio. Fu investito da una ventata di vapore
ancora caldo che gli inumidì i vestiti. Avanzò in direzione della doccia svoltando dietro una fila di armadietti.
In mezzo al vapore intravide la tuta militare del capitano Benedict ed avanzò verso la doccia senza trovarvi
nessuno.
Allarmato, si girò di scatto e vide che la finestra era spalancata.
Non ci mise molto a fare due più due. Schiumante di rabbia, corse verso la porta dello spogliatoio
scivolando sull’acqua e andando a urtare la nuca sullo spigolo metallico di un armadietto.
Udendo ll frastuono, Ryan si precipitò nella stanza e vide Kroltz a terra. Quest’ultimo si rialzò barcollando
e, incrociando lo sguardo dell’altro, mormorò laconico: « È scappato. »

***

Il cellulare squillò improvvisamente. Il capitano Benedict sobbalzò per lo spavento riemergendo dal sonno.
Rispose ed ascoltò in silenzio. Prima che potesse replicare, la chiamata venne interrotta.
Continuò a fissare il display del telefonino per qualche secondo, poi armeggiò con i tasti nel tentativo di
vedere il numero chiamante. Le sue speranze s’infransero immediatamente: sul display campeggiava la
scritta ID SCONOSCIUTO.
Rassegnato, si alzò dal letto. Accese la luce della stanza e si concesse una doccia. Era stanco morto e le
cinque ore di sonno erano servite a ben poco.
Si vestì velocemente ed uscì dall’ostello. Le istruzioni ricevute erano precise: appuntamento a Trafalgar
Square a mezzanotte. Vi giunse con mezz’ora d’anticipo e decise che era senz’altro il caso di prendere una
buona dose di caffeina. Entrò in un 24 ore chiedendo un caffè caldo e una brioche, poi, a mezzanotte esatta,
ritornò ai margini della piazza. Il cellulare squillò di nuovo.
« Sono sotto la colonna dell’ammiraglio Nelson, mi raggiunga qui. »
Camminò per qualche decina di metri cercando inutilmente fra i mille volti notturni. Aveva ormai perso le
speranze, quando una mano gli si posò sulla spalla.
« Buonasera capitano. »
Si girò di scatto riconoscendo immediatamente la figura di Ryan.
« Ryan, cosa sta succedendo? »
« Per il momento non le posso rispondere, Capitano. E’ una cosa che dovrò capire con la sua
collaborazione. »
« Stronzate, mi ha messo in un gran casino, quindi mi dica esattamente cosa ci faccio qui. »
« Le ho già detto che dobbiamo capirlo insieme. Piuttosto, le sono bastati i soldi che le ho lasciato nella
busta? »
« Sono stati appena sufficienti per pagare un caffè e la stanza in un ostello. Ora, per favore... mi dice che
diavolo sta succedendo? Mi sono fidato di lei quando oggi mi ha consegnato di nascosto il foglio in cui mi
consigliava di scappare... Se non mi dice cos’è questa storia, sarò costretto a tornarmene alla base. »
« Non sarebbe una buona idea, capitano. Se non le avessi consegnato quel foglio, a quest’ora sarebbe già
morto. Ora mi ascolti attentamente: io lavoro alle dirette dipendenze di un alto ufficiale dell’Intelligence.
Tuttavia il motivo per cui sono qui ha poco a che fare con la CIA. So per certo che il mio collega ha istruzione
di eliminarla a mia insaputa e sono quasi sicuro che l’ordine sia stato dato dalla stessa persona per la quale
lavoro. »
« Non credo che ciò sia possibile, è stato proprio lei a farmi fuggire... »
« Mi creda, i meccanismi dell’Intelligence sono di gran lunga più contorti di quanto potrà mai immaginare.
Per fortuna ho scoperto tutto ascoltando per caso una telefonata di quell’incapace del mio collega. »
« Ma quello che dice non ha senso... perché dovrebbero volermi morto? »
« È quello che sto cercando di scoprire, ma posso riuscirci solo con il suo aiuto. »
« Ho alternative? »
« Direi di no. »
« Okay, cosa vuole sapere? »
« Tutto. Per quello che ne so, lei è un ufficiale della US Airforce precipitato con un F16 in Inghilterra
durante una sessione di volo non autorizzata. »
« Questo non è esatto, Ryan. Può chiedere conferma al comandante della mia base. »
« Lasci stare il suo comandante, non potrebbe esserle d’aiuto, mi creda. »

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« Ma cosa... »
« Andiamo Arald, la situazione è dannatamente complessa, quindi prima mi racconta cosa è accaduto
lassù, prima possiamo capirci qualcosa. »
Disarmato, Arald Benedict raccontò tutto l’accaduto: l’esercitazione fuori programma, lo scontro con due
velivoli sperimentali capaci di occultarsi ai radar, lo strano oggetto volante disintegrato da uno dei due velivoli
e il duello ingaggiato subito dopo.
Ryan prese qualche appunto su un taccuino. Quando il capitano finì di parlare, esordì: « Credo di aver
capito perché vogliono ucciderla. Nel suo sconfinamento oltremanica, lei è incappato per caso in qualcosa di
grosso ed ha creato un casino colossale guastando i piani di qualche organizzazione potentissima... Glielo
dice uno che di casini se ne intende. »
« I suoi casini non m’interessano, Ryan. Le ho detto quello che voleva sapere, adesso tocca a lei. »
« Lei, capitano, cosa crede di aver realmente visto lassù? »
« Ancora domande. Accidenti a lei Ryan, io qui sto rischiando il culo e non so per cosa! »
« No capitano, lei sa perfettamente come stanno le cose: ha visto qualcosa di strano, in buona sostanza
ha ingaggiato uno scontro aereo con un velivolo sperimentale di matrice umana che, prima di precipitare, ha
abbattuto un disco volante. »
« Io non ho parlato di dischi volanti. Adesso ci mancano solo le storielle sugli omini grigi che vengono da
chissà dove... »
« Capitano Benedict, lei è libero di pensarla come vuole, ma fatto sta che qualcuno è intenzionato a
ucciderla. Quindi lasci stare la sua razionalità tipicamente militare. Lei è una leggenda nell’aeronautica, ma
questo non sarà sufficiente a salvarle il culo. »
« Questo lo dice lei, mi dia il modo di rientrare alla base di Istres e chiarire ogni cosa. »
« Capitano, lei è già morto. Guardi qui. »
Ryan porse al capitano Benedict un foglio piegato. Questi lo aprì e, dopo averlo letto, sbiancò in viso.
« Non è possibile... Questo è solo un brutto scherzo. »
« No capitano, questo è il comunicato ufficiale che ieri hanno consegnato a sua moglie. Per l’aeronautica
lei è morto durante una normale ricognizione e, se oggi non fossi intervenuto, lei sarebbe morto sul serio.
Ora capisce in quale casino si trova? »
Benedict non riuscì nemmeno a rispondere. Aveva lo sguardo perso nel vuoto alla ricerca di una logica che
gli sfuggiva. Tutto il suo mondo, tutto ciò in cui credeva, era andato in frantumi.
Il suo pensiero andò alla moglie. La immaginò, disperata, nel salotto di Baltimora, in attesa che dall’Europa
giungesse una bara vuota per il funerale.
« Mia moglie » disse. « Devo chiamare mia moglie e dirle che sono vivo. »
« Questa è una pessima idea, capitano. I suoi inseguitori sanno perfettamente che è scappato e non si
daranno pace finchè non l’avranno eliminata. Il telefono di casa sua sarà sicuramente sotto controllo e, per
giunta, se parlasse con sua moglie questa esigerebbe le giuste spiegazioni. A questo punto potrebbero
uccidere anche lei o, forse, farla internare in una clinica psichiatrica. Comunque vada, chiamandola le
complicherebbe senz’altro la vita. »
Arald Benedict, capitano della US Airforce, si sedette sul selciato appoggiando la schiena contro la base
del monumento eretto in onore dell’Ammiraglio Nelson. Guardò verso l’alto alla ricerca di uno spiraglio, ma il
suo sguardo incrociò solo la scultura metallica di uno dei quattro leoni posti a guardia del monumento.
Respirò a fondo per ritrovare l’autocontrollo. Poi, dopo qualche istante, si alzò nuovamente in piedi e fissò
Ryan negli occhi.
« Mi dica cosa devo fare. »
Ryan tirò fuori una busta dalla giacca e la porse a Benedict.
« Ecco millecinquecento sterline e un biglietto aereo di sola andata per Roma. Utilizzerà il documento
d’identità che le ho fatto trovare oggi nella busta insieme ai vestiti. Vi applicherà la foto che ho staccato dalle
scartoffie che le aveva sequestrato Smith. Compri dei vestiti nuovi e una valigia. A Roma prenderà il primo
treno per Pisa e, una volta arrivato a destinazione, dovrà recarsi all’Hotel Santa Croce in Fossabanda, dove
le è stata riservata una stanza. A quel punto sarà contattato da un amico di vecchia data, Francisco Seeker.
Getti via il cellulare che le ho fatto trovare insieme ai vestiti, al momento opportuno la contatterò in qualche
altro modo. »
« Chi è Francisco Seeker? »
« Probabilmente è l’unica persona della quale possiamo fidarci. »
« Non ha risposto alla mia domanda! » puntualizzò Benedict.
« Ed io le ricordo che lei non ha alternative! » replicò Ryan.
Perplesso, Benedict ingoiò il rospo ed annui.
« Lei cosa farà? » chiese ancora.
« Tornerò a Langley e cercherò di capirci qualcosa di più. Mi farò vivo prima possibile, lei cerchi solo di

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stare lontano dai guai. »
« Ci proverò, ma sappia che quando ci rivedremo dovrà darmi delle risposte certe. »
« Cercherò di dargliele. Solo un’ultima cosa, capitano. Il mio collega è ricoverato in ospedale con un
trauma cranico e un paio di punti in testa, lei ne sa qualcosa? »
« No, affatto. Ricevuto il suo messaggio, la prima cosa che ho fatto appena entrato nello spogliatoio è stata
cambiarmi e fuggire. Perché me lo chiede? »
« Kroltz sostiene che è stato lei a ridurlo in quello stato aggredendolo alle spalle... » Rise di gusto e
proseguì: « Evidentemente è caduto accidentalmente, ma il suo orgoglio gli ha impedito di ammetterlo.
Comunque sia, capitano, ricordi che ora è un fuggitivo. Si muova con cautela. »
Ryan e Benedict si strinsero la mano guardandosi a lungo negli occhi. Poi si congedarono dirigendosi in
direzioni opposte .
Le istruzioni di Ryan erano state chiare e inequivocabili, ma Benedict aveva già deciso che si sarebbe
diretto altrove.
Nella notte raggiunse la stazione ferroviaria di Londra. Vi attese l’alba e l’apertura delle biglietterie, poi
comprò un biglietto per il primo treno diretto a Parigi.
Da li avrebbe raggiunto Istres.

18

Alex si guardò attorno sospirando.


Era il tramonto e la veranda lo riparava parzialmente dall’avanzare dell’umidità. Accese una sigaretta
assaporando sino in fondo l’aria pulita di quel posto, poi ammirò la natura che lo circondava. Estasiato,
rimpianse di non avere un pianoforte a disposizione. L’incanto e la magia del luogo erano per lui fonte
d’ispirazione dalla quale attingere insaziabilmente per scrivere musica.
Pensò a Rachel. Avrebbe tanto voluto averla con sé, ma al telefono Victor era stato chiaro, doveva andare
solo e senza far capire l’eccezionalità dell’incontro. E così, dietro sua istruzione, si era messo in viaggio il
giorno stesso costringendosi a dire a Rachel che doveva partire per un nuovo lavoro.
Trovare il luogo non era stato poi così complicato, solamente non capiva la necessità d’incontrare l’amico
così lontano da casa... addirittura in Umbria!
Victor, però, aveva chiaramente fatto capire che si trattava di vita o di morte. E lui, considerava Victor un
mentore.
Doveva ammettere che l’agriturismo indicatogli dall’amico, pur nella sua semplicità, era davvero
suggestivo.
Posò lo sguardo sull’ulivo che gli si parava davanti, leggermente decentrato rispetto alla veranda e al mini
appartamento che la proprietaria dell’agriturismo gli aveva assegnato: una casetta su due piani appena
ristrutturata che anni prima doveva essere stata una stalla o un’officina da maniscalco.
Visto il periodo dell’anno, non si stupì di essere l’unico ospite della tenuta. Con fare contemplativo ammirò
l’armonia con la quale le varie specie arboree avevano trovato posto l’una accanto all’altra, subito oltre la
stradina imbrecciata e il prato. Betulle, pioppi e salici piangenti si contendevano lo spazio vitale e le loro
fronde si stagliavano a diversi metri d’altezza, abbracciandosi. Il tutto riportava nuovamente l’attenzione
all’ulivo posto in solitudine sul prato sottostante: protagonista assoluto del suo spicchio di scena. I suoi rami
s’inerpicavano in alto, mostrando un fogliame lussureggiante dalle sfumature tenui.
Osservandolo, Alex pensò che l’albero simboleggiasse la perpetua aspirazione umana di avvicinarsi al
divino, protendendo le braccia verso l’alto nell’illusoria certezza che tanto basti per avventurarsi in una
dimensione sconosciuta.
Si sentì chiamare e girò lo sguardo. Un uomo non troppo alto avanzava con tranquillità verso di lui. Il sole
calante si rifletteva sulle lenti da vista del nuovo arrivato creando un effetto alquanto grottesco e conferendo
alla persona un’aria minacciosa ben lontana dalla sua personalità. Decise di non andargli incontro ma di
attendere tranquillamente seduto sotto la veranda.
« Ciao Alex, fatto buon viaggio? »
« Sì, tutto tranquillo e poco traffico. Devo dire che mi hai fatto venire in un gran bel posto, ma... adesso
puoi dirmi cos’è tutto questo mistero? »
« Diciamo che non si tratta di una gita di piacere. Come sta Rachel? »
« Lei sta bene, anche se non mi piace doverle raccontare delle balle. Le ho detto che venivo qui perché
dovevo discutere i termini di una nuova proposta: comporre la colonna sonora di un musical. Credo resterà
delusa quando le dirò che non ho preso il lavoro. »
« A proposito di lavoro, devo farti i complimenti per le orchestrazioni del film al quale hai lavorato. »

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« Be’, è stata un’esperienza piuttosto gratificante e, comunque, redditizia. Ventimila euro più i diritti
d’autore non sono male per uno che è agli inizi della carriera e deve ancora finire gli studi. Mi hanno già
contattato per un nuovo film, ma non è questo che c’interessa adesso, giusto? Perché sono qui, Victor? »
« Ok, andiamo al dunque. Ho sentito il dottor Cover e mi ha detto di quanto ti è successo ieri. »
« Scusa, e per quale motivo lo hai sentito? » Alex si irrigidì.
« Alex, come sai sono amico intimo dei tuoi genitori da quando avevi un anno e tua sorella era appena
nata. A quei tempi non mi ci volle molto per capire che tua madre era un’addotta. »
Alex stava per intervenire, ma Victor alzò una mano per chiedergli un momento di pazienza. Proseguì: «
Provai a parlarle, ma non volle sentire ragioni. L’unica possibilità che mi diede per continuare a coltivare
l’amicizia con lei e con tuo padre, fu quella di congelare definitivamente l’argomento.
Io lo feci, ma continuai a vegliare su te e tua sorella. Ormai mi ero affezionato a voi.
Quando i tuoi sono partiti per Vienna, mi hanno chiesto di tenervi d’occhio. Così ho avuto l’occasione di
capire sino in fondo se anche tu e Claire eravate coinvolti in questa situazione. Tra le altre cose, chiesi al
dottor Cover di avvertirmi qualora avesse notato qualche stranezza e, di certo, quello che ti è successo ieri
non è propriamente normale... »
Nell’ultimo minuto Alex si era visibilmente incupito. L’amico gli aveva parlato di una vecchia questione con i
suoi e poi aveva usato una parola, addotta, per definire la madre. Non se ne seppe spiegare il motivo, ma
qualunque ne fosse il significato, quel termine non gli piacque affatto. Victor aveva poi proseguito
confessando apertamente di essersi addentrato in ambiti piuttosto personali e questo suscitò in Alex un vago
senso di collera.
Appena Victor riprese fiato, gli sbottò in faccia: « Cosa c’entra mia madre in questa storia? E cosa vuol dire
che era addotta? E tu... con quale diritto ti sei intromesso così nella mia vita? »
Victor respirò profondamente e abbassò lo sguardo. « La situazione è molto delicata, Alex. Tu sei una
persona molto particolare e sei, tuo e mio malgrado, uno dei protagonisti inconsapevoli di una storia
incredibile esattamente come lo era tua madre. Non essere arrabbiato con me, io ti voglio bene come se
fossi mio figlio. Oggi sono qui per dirti cose molto importanti e per rispondere a tutte le tue domande. »
Alex precipitò nel silenzio. Non si aspettava uno sviluppo del genere. Provò rabbia soprattutto perché,
quanto Victor gli aveva detto, metteva in luce due aspetti importanti.
Primo: Victor sapeva su sua madre cose che lui aveva sempre ignorato. Secondo: sapeva anche qualcosa
sulla sua stessa vita, elementi che stavano affiorando per la prima volta in quei giorni ricchi di eventi
singolari.
Cercò di ritrovare l’autocontrollo. Era arrabbiato e, allo stesso tempo, si rendeva conto d’aver sempre
nutrito grande fiducia in quell’uomo.
Si sentì assalito dal moto crescente di un pensiero duale: da una parte, qualcosa dentro di lui gli suggeriva
di mandare l’amico al diavolo senza mezzi termini e fare dietro front. Dall’altro lato, il suo istinto si era
camuffato in una lieve ma piacevole vibrazione che sembrava contrastare la spinta a andarsene via
mandando Victor al diavolo.
Si prese qualche istante per ponderare la faccenda.
Dal canto suo, Victor era consapevole che il ragazzo stava vivendo un momento molto particolare ed
aveva bisogno di tempo per adattarsi alle novità degli ultimi giorni. Dalle sue azioni e dai suoi pensieri
immediati sarebbe dipeso, nel senso più ampio del termine, il suo futuro.
Alex finì la sigaretta e spense il mozzicone. Poi, tornando a guardare l’amico dritto negli occhi, fece la sua
scelta. Respirò a fondo ancora una volta e gli rivolse la parola.
« Va bene, immagino che dirmi queste cose abbia richiesto del coraggio. Sapevi che ti avrei mandato al
diavolo, ma probabilmente sapevi anche che sarebbe stato uno sfogo passeggero. È vero, per l’affetto che ci
lega, e anche per la differenza d’età... » sorrise « ...potresti essere mio padre, ancor più per il fatto che mi
conosci così bene. Così... cerchiamo di arrivare subito al dunque, ma cerca di capire che in questo momento
sono incazzato nero. »
« Lo capisco Alex, e ti ringrazio per la fiducia e l’amicizia che, ancora una volta, mi stai accordando. Prima
di continuare a parlare, però, entriamo in casa. »
Varcarono la portafinestra che dava direttamente sulla veranda. Una volta entrati, Victor invitò il giovane ad
alzare le estremità dei pantaloni in modo da scoprire i piani tibiali.
Alex lo assecondò con un certo stupore. L’amico esaminò la gamba sinistra senza trovare nulla, quindi si
spostò per esaminare la destra. A questo punto, in Alex nacque e crebbe repentino un impeto inspiegabile
che lo costrinse a respingere l’amico in malo modo facendolo finire con il sedere sul pavimento.
Tornò in sé subito dopo e, mortificato, saltò in piedi per aiutare l’altro a rialzarsi.
« Scusami, in questi giorni non so cosa mi stia succedendo... È stato un gesto istintivo... non volevo. »
« Non ti preoccupare Alex, quel movimento non è stato creato dalla tua volontà, semmai da quella di
qualcun altro. Fammi vedere la gamba e poi ti spiegherò ogni cosa. »

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Nuovamente perplesso per ciò che aveva appena udito, il giovane mostrò la gamba a Victor. Quest’ultimo
avvicinò gli occhi al punto mediano tra il ginocchio e la caviglia, sul piano tibiale. Poi, sorridendo, indicò ad
Alex un punto preciso. L’altro incrociò preoccupato dapprima lo sguardo di Victor e poi la gamba nel punto
indicatogli dall’uomo. Vide una strana cicatrice scavata nella carne, di forma circolare lievemente oblunga,
dall’aspetto di una bruciatura di sigaretta. La toccò con l’indice e la sensazione che ebbe fu quella che sotto
la cicatrice ci fosse un piccolo buco, come se mancasse del tessuto osseo. Tornò esterrefatto a fissare
Victor.
« Immagino tu non abbia idea di come te la sei procurata, vero? » esordì l’uomo.
Con tono stupito, Alex rispose: « A dire il vero non sapevo nemmeno di averla, una cicatrice del genere. »
Abbassò la testa e si carezzò la nuca. « Prima lo sfenoide sfondato e ora questa strana cicatrice... Victor,
che diavolo mi sta capitando? »
« Lo sfenoide fratturato e la cicatrice hanno origine comune. La cicatrice sulla gamba è ciò che noi
definiamo il Marchio. A questo punto, ogni mio dubbio sul tuo coinvolgimento in questa storia è
definitivamente fugato. D’ora in poi affronteremo insieme tutti i tuoi di dubbi e, le risposte ti daranno nuove
prospettive ma, soprattutto, genereranno in te miriadi di altre domande. »
In quell’istante il cellulare di Victor squillò. L’uomo rispose immediatamente e, ascoltato il suo interlocutore,
riattaccò gettando a terra il telefono Guardò Alex con aria preoccupata. Il ragazzo aveva bisogno di tempo e
di spiegazioni, ma in quel momento non poteva dargliele, stavano correndo un pericolo più che consistente.
« Lascia le luci accese e vieni con me. Da questo momento in poi dovremo muoverci con prudenza, ci
stanno seguendo. Ho chiesto alla proprietaria dell’albergo di assegnarti questo appartamento perché è
isolato dal resto della tenuta e in cantina ha una botola che si affaccia su un passaggio sotterraneo. Lascia
qui il tuo cellulare, potrebbe essere usato per rilevare la nostra posizione. Ti prego, non perdiamo tempo e
fidati di me ancora per qualche minuto, poi ti spiegherò tutto. »
« Chi ci sta seguendo? Victor, ti rendi conto di quello che stai dicendo? »
« Alex, tra non più di cinque minuti dei tizi in tenuta militare faranno irruzione in questa stanza e, se non ce
ne andremo adesso, ti porteranno via. Se non ci muoviamo, tu finiresti con il dimenticare tutto, mentre io
sarei spacciato. Loro seguono noi, ma i miei uomini stanno tenendo d’occhio loro. »
« I tuoi uomini? Ma cosa... Loro chi? »
« Sono soldati appartenenti ad un corpo controllato da una sovrastruttura governativa autonoma. Alex, ora
non c’è tempo, fidati di me e vieni via! »
Victor spalancò la finestra che dava sul retro della casa per simulare una fuga da quella parte. Quindi
afferrò Alex per il braccio e lo trascinò in cantina, dove alzò parecchi bancali scoprendo la botola alla quale
aveva accennato. La sollevò a fatica e vi spinse dentro Alex, poi vi entrò a sua volta avendo cura, prima di
richiuderla, di risistemare i bancali in modo che, richiuendola, tornassero a nasconderla.
Alex stava nuovamente per protestare, ma Victor gli tappò la bocca. Sopra di loro cominciarono a sentire
chiaramente il rumore di passi pensanti, poi la voce infuriata di un uomo che imprecava. « Qui non ci sono,
devono essere usciti da quella finestra. Perlustrate la zona e acciuffateli. Li voglio vivi! Il ragazzo ha priorità
assoluta. Muovetevi! »
Il rumore di altri passi in corsa fece capire ai due che gli inseguitori erano stati ingannati dallo
stratagemma. Victor, allora, prese dalla tasca una torcia elettrica e illuminò il sentiero sotterraneo, voltandosi
poi verso Alex per sincerarsi del suo stato.
Impietrito, questi l’osservò con uno sguardo indecifrabile. Per la prima volta da quando lo conosceva,
Victor non riuscì ad interpretare i suoi pensieri. Non capiva se palesasse rabbia, paura, disorientamento o,
più semplicemente, tutte e tre le cose insieme.
La situazione era precipitata troppo velocemente e il ragazzo non aveva avuto il tempo di metabolizzare
assolutamente nulla di ciò che gli stava accadendo sempre più velocemente.
Provò una fitta allo stomaco nel vedere Alex in quelle condizioni, ma sapeva anche di avergli appena dato
la possibilità di trovare le risposte ai molteplici interrogativi che gli si andavano ad annidare istante dopo
istante nella sua mente.
Molto probabilmente, inoltre, gli aveva anche risparmiato la tortura fisica.
Sorrise cercando di infondere in quel gesto tutta la rassicurazione di cui il ragazzo aveva bisogno.
« Alex, non preoccuparti. Andrà tutto bene. Fidati di me, Francisco ti darà tutte le risposte che cerchi. »

19

Il sole brillava alto nel cielo inglese illuminando un paesaggio che fino a quindici minuti prima era stato
vittima di una violenta bufera.
Gli eventi stavano prendendo una piega strana. In base ai programmi, David Ryan avrebbe dovuto essere

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in viaggio verso casa già da un bel pezzo.
Per l’ennesima volta in quei giorni caotici si ritrovò a fare il punto della situazione. Nemmeno quel giorno le
cose erano andate come previsto: mentre era in aeroporto per imbarcarsi alla volta degli Stati Uniti, dove
non vedeva l’ora di parlare con il direttore della Cia, George Finder, questi l’aveva sorpreso ordinandogli di
non muoversi da Londra ed attendere li il suo arrivo.
Ancora una volta era stato preso in contropiede.
Mancava circa mezz’ora all’arrivo di Finder. Troppe cose continuavano a sfuggire alla sua comprensione e
la convinzione che l’uomo gli avesse mentito, dando invece ordine a Kroltz di uccidere il capitano Benedict,
lo faceva infuriare.
Sui monitor dell’aeroporto venne annunciato un ritardo di circa un’ora relativo al volo del direttore.
Scosse la testa. L’attesa cominciava ad essere straziante, anche perché rinviava di un’altra ora la
possibilità di chiarirsi con il superiore. Inoltre, gli interrogativi che si aggiravano nei suoi pensieri erano
ancora molti. Primo tra tutti: perché Finder aveva deciso di raggiungere l’Inghilterra?
Sconsolato, optò per una boccata d’aria ed uscì all’aperto.
Era freddo e aveva cominciato a nevicare. I piccoli fiocchi candidi si poggiavano sul suo impermeabile
sciogliendosi in un istante.
Immaginò Kroltz in ospedale e quasi rise al pensiero di uno dei migliori uomini della CIA messo KO dal
pavimento bagnato della centrale di polizia di Gatwick. La prognosi era stata di tre giorni, comprensivi di
quarantotto ore di osservazione per scongiurare la possibilità di conseguenze derivanti dal trauma cranico.
Sebbene l’agente avesse insistito per essere dimesso immediatamente, lui l’aveva esortato a prendersi il
giusto tempo per gli accertamenti del caso, convincendolo che per la fuga di Benedict non era più possibile
far nulla.
Si guardò intorno. Era circondato da migliaia di persone intente ad avvicendarsi nell’aeroporto, tutte
anonime e inconsapevoli delle oscure insidie che da millenni intrappolavano l’umanità.
Si chiese come fosse possibile: il futuro stava andando al diavolo e nessuno sembrava accorgersene.
Improvvisamente incrociò col lo sguardo una sagoma conosciuta che se ne stava immobile dall’altra parte
della strada.
« Non è possibile » sussurrò. Cercò di vedere meglio, ma in quel preciso istante un autobus gli si fermò
proprio davanti oscurandogli la visuale.
Attraversò la strada con passo spedito ma, giunto dall’altra parte, non vide assolutamente nulla.
Perplesso accese una sigaretta augurandosi che le sue frustrazioni non si trasformassero in paranoie.
Accadde qualcosa di imponderabile.
Si sentì toccare la schiena e immediatamente riconobbe l’oggetto che gli veniva premuto sulla zona
lombare.
D’istinto lasciò cadere l’accendino e cercò di voltarsi.
« Al suo posto non lo farei » lo esortò l’uomo alle sue spalle premendogli ancora più forte la pistola sulla
schiena. « Le hanno mai detto, signor Ryan, che il fumo uccide? »
Ryan rispose con fare impassibile. « Noto con piacere che ti sei ripreso piuttosto in fretta dal trauma
cranico, Kroltz. »
« E io che il senso dell’umorismo non le manca nemmeno quando sono gli altri ad avere il coltello dalla
parte del manico... Lo sa? Ho una voglia matta di premere il grilletto, ma prima ho bisogno di alcune
informazioni. Cammini lentamente verso la Bentley nera là in fondo senza fare scherzi. »
Ryan iniziò ad avanzare. Nonostante la situazione fosse delicata, decise di fare qualche domanda.
« E così, Finder ti ha ordinato di uccidermi? Dovevo aspettarmelo! »
« Lei è uno sciocco, Ryan, Finder non c’entra niente. Le cose non sono mai come sembrano, ricorda? L’ha
detto lei stesso al direttore Finder la notte del nostro primo incontro. »
La faccia di Ryan si fece perplessa.
« E tu come fai a saperlo? Eri fuori dalla vettura e non potevi sentire. A meno che... » Ryan tacque di
colpo.
« Vedo che comincia a capire, signor Ryan. Vi stavo spiando... »
« Basta con le stronzate, Kroltz. Dimmi chi sei davvero e cosa vuole da me. »
« Non credo sia nella condizione di fare richieste. Stia zitto e continui a camminare. »
In uno sprazzo di lucida pazzia, Ryan si fermò.
« Cosa diamine sta facendo, Ryan? » protestò Kroltz « Continui a camminare se non vuole ritrovarsi con
un bel proiettile piantato nella schiena. »
« Okay Richard, sparami pure, così non avrai le informazioni che vuoi. »
« Le ho detto di muoversi! »
« Ti consiglio di non precipitare le cose. Finder atterrerà fra poco più di un’ora e si aspetta di trovarmi ad
attenderlo. Non credi la che mia scomparsa lo insospettirà? »

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« Questo non è un problema. Sono stato informato del suo arrivo, troverà me al suo posto. Non ci resterà
troppo bene quando verrà a sapere che voleva uccidere il povero capitano Benedict. »
« Io volevo... ma cosa... Mio Dio, Finder non c’entra nemmeno con il tuo ordine di eliminare il capitano...
Sei davvero un figlio di puttana. Dimmi per chi diavolo lavori! »
« Per le stesse persone che Finder ha deciso di tradire. »
« E chi sarebbero? »
« Ora basta. Ricominci a camminare se non vuole trovarsi riverso in un lago di sangue. »
« Sparami pure, se è questo che vuoi... »
Esausto e inviperito per tanta insolenza, Kroltz lo accontentò. Ryan sentì un suono ovattato provenire dalle
sue spalle e subito dopo un dolore tremendo al fianco sinistro. Le gambe gli cedettero quasi all’istante, ma fu
tenuto in piedi dalla poderosa stretta di Kroltz. Soffocò il grido di dolore con un muggito, poi riuscì comunque
a dire con voce stentata: « Hai ragione Kroltz, stavolta non sei stato uno sprovveduto, hai addirittura montato
un silenziatore sulla canna della pistola. »
« Non si lamenti per così poco. Se ho mirato bene, non ho danneggiato nessun organo interno. Una cosa,
tuttavia, è certa... deve fare davvero male. Ora cammini dritto avanti a sé e non dica altro... A meno che non
voglia ritrovarsi con un altro buco. »
« Sei davvero un gran figlio di puttana. »
« Questo me lo ha già detto, signor Ryan. Ora cammini. »
Con grande sforzo, Ryan riprese ad avanzare. La ferita gli dava un dolore lancinante e riusciva a sentire il
sangue scorrergli sulla pelle.
Arrancò verso la macchina scura.
Sperò con tutto se stesso che Kroltz avesse davvero mirato bene senza colpire zone vitali.
Giunti finalmente all’auto, Kroltz lo spinse in macchina senza tante cerimonie. Ryan urtò con il fianco sullo
sportello esattamente all’altezza della ferita e gridò per il dolore aggrappandosi al sedile.
Kroltz, impassibile, guardò l’uomo posto alla guida del mezzo e disse: « È ferito, non c’è foro d’uscita.
Portalo via e cerca di estrarre il proiettile. Tienilo in vita, con lui non ho ancora finito. »
L’altro annui e mise in moto mentre Ryan tratteneva il fiato cercando di non pensare al dolore. Appoggiò la
mano all’altezza della ferita: il sangue gli aveva imbrattato i vestiti e continuava a sgorgare a fiotti. Guardò
l’interno dell’automobile di lusso e sentì la sua lucidità venire meno. Chiuse gli occhi stremato.
L’uomo posto alla guida gli disse in tono sarcastico: « Stavolta sei davvero in un gran casino. »
Senza nemmeno accorgersene, Ryan sorrise mischiando all’espressione sofferente una faccia visibilmente
divertita: era un sorriso più rivolto a se stesso che all’uomo di fianco.
Rispose a stento, sottovoce. « Praticamente è la storia della mia vita... »

20

Alex e Victor correvano a perdifiato da circa venti minuti. L’angusto passaggio sotto la tenuta umbra era
stato utile allo scopo dando loro almeno cinque minuti di vantaggio sugli inseguitori. Adesso arrancavano fra
la fitta vegetazione che ricopriva il pendio di una collina. Il sole era ormai scomparso dietro i monti circostanti
e muoversi al buio non rendeva le cose affatto semplici.
All’improvviso udirono alcuni spari. Una salva di pallottole fischiò sopra le loro teste e impattò contro gli
alberi circostanti. Accelerarono la marcia con rinnovato vigore. Davanti agli occhi di Alex scorrevano le
immagini della natura umbra miste a stralci di ricordi della precedente notte d’amore con Rachel. In tutto quel
trambusto, trovò anche un pensiero per rimpiangere il senso di calore che solo lei sapeva trasmettergli.
Il freddo pungente lo schiaffeggiava ad ogni passo di quella folle corsa e le fronde dei cespugli
sembravano frustarlo ad ogni metro.
“Qui ci rimango secco...” disse fra sé. “E non conosco nemmeno la ragione di questo casino.”
Non ce la faceva più, ma non poteva smettere di correre. Fece appello alle ultime risorse scoprendo con
un certo stupore di possedere un fortissimo istinto di sopravvivenza. Ora correva con un obiettivo preciso:
salvarsi la vita. Riacquistò anche la giusta lucidità e si riscoprì furibondo verso i suoi inseguitori. Gli nacque
anzi lo strano desiderio di dar loro una bella lezione.
Ricordò uno degli insegnamenti del suo maestro di Wing Chun: se vi puntano addosso un arma da fuoco,
non c’è tecnica che tenga. Se potete, la cosa più saggia da fare è fuggire.
A quel tempo non avrebbe mai pensato di trovarsi in una situazione del genere ma, ora che c’era dentro
fino al collo, comprendeva in pieno l’utilità di quell’insegnamento.
Imprecò dentro di sé contro la vigliaccheria di chi lo inseguiva minacciandolo con armi così vili e potenti.
Se ne avesse avuto la possibilità, avrebbe fatto assaggiare loro i suoi dodici anni di arti marziali.
Udì di nuovo alcune pallottole fendere l’aria accanto all’orecchio sinistro. Quasi contemporaneamente,

Rev 2.0 34
Victor cadde a terra con un urlo straziante.
Alex si fermò di colpo cercando di soccorrere l’amico ferito che digrignava i denti per il dolore.
« Quei bastardi mi hanno colpito alla spalla. »
« Ce la fai a rimetterti in piedi? »
« Non lo so... credo di sì. »
I due ripresero a correre, ma Alex notò immediatamente la fatica del compagno. Victor si teneva la spalla
cercando di farsi coraggio, ma il dolore era fortissimo. Non avrebbe retto ancora per molto.
Alex lo trascinò per la fitta boscaglia senza avere la più pallida idea di dove andare. Poi Victor inciampò in
una radice e ruzzolò a terra. Respirava sempre più affannosamente. « Alex, non ce la faccio. Devi continuare
da solo. Raggiungi la cima della collina, poi procedi verso est. Due chilometri più in basso troverai una casa
a un piano con una cancellata rosa nella quale troverai degli amici pronti a portarti in salvo. Ho detto loro di
aspettarci là nel caso in cui qualcosa fosse andata per il verso sbagliato. »
Travolto dalle emozioni, Alex si chinò cercando di rimettere Victor in piedi.
« Non ti lascio qui, dobbiamo farcela insieme. »
« Non c’è tempo per discutere! Me la sono cavata in situazioni peggiori... Vai adesso! »
« Victor, io... »
« Vai! Devi andare, altrimenti sarà stato tutto vano... »
« Adesso basta Victor, senza di te non vado da nessuna parte. Rimettiti in piedi e continua a correre, forza!
»
Victor scrutò gli occhi del ragazzo e comprese che non sarebbe retrocesso di un millimetro dalla sua
posizione.
« Va bene... dammi una mano, ma facciamo in fretta, ormai sono vicini. »
Alex lo aiutò a rialzarsi guardandolo negli occhi. Victor Sorrise. « Sei testardo come tuo padre. »
Ricominciarono a correre su per il pendio.
Il suono di un altro sparo echeggiò nell’aria seguito da un nuovo grido di dolore. Alex si arrestò di colpo,
chiuse gli occhi e una lacrima si fece strada sul suo volto mescolandosi con il sudore copioso.
Si girò lentamente. Victor era disteso a faccia in giù che gridava. « La gamba... Quei figli di puttana! »
Sconvolto, si chinò sull’amico. L’aiutò a sedersi e controllò la ferita. La pallottola aveva colpito l’interno
della coscia sinistra e i pantaloni erano visibilmente intrisi di sangue.
Con orrore, il giovane constatò l’inarrestabilità dell’emorragia .
Victor strinse i denti e guardò nuovamente Alex negli occhi. « Hai lo stesso sguardo di tuo padre, ragazzo
mio. Ascoltami bene, mi hanno colpito l’arteria. Stavolta devi andare da solo senza discussioni. »
Si udì ancora una volta il rumore di uno sparo. Stavolta la pallottola si piantò su un albero alle spalle di
Alex. Dai cespugli uscirono fuori una trentina di giannizzeri armati di tutto punto. Tra questi avanzò impettito
un uomo in divisa con diversi gradi cuciti sulle spalle.
Alex era più furibondo che spaventato. Iniziò a cedere all’ira. Impugnò un ramo lungo circa un metro, molto
spesso. Si alzò in piedi e guardò con odio i suoi inseguitori.
« Venga verso di noi lentamente » gridò il tizio che sembrava al comando.
Senza farselo ripetere due volte, Alex cominciò ad avanzare. Pur rimanendo insolitamente lucido, si
sentiva mosso da una volontà che quasi non gli apparteneva. Per ciò che lo riguardava, stavolta era davvero
finita. Tuttavia aveva intenzione di giocare il tutto per tutto per dare una bella lezione a quei figli di puttana.
Non gli interessava più nemmeno chi fossero, avevano sparato a Victor riducendolo in fin di vita e tanto gli
bastava. Adesso almeno uno di loro l’avrebbe pagata cara.
Continuando ad avanzare, strinse il bastone nel pugno sinistro. L’uomo al comando gridò ai suoi sottoposti
di non sparare per nessun motivo.
“Bene” pensò Alex. “Significa che mi vogliono vivo... Questo è un vantaggio che saprò sfruttare”.
Passo dopo passo, la sensazione di essere guidato da una volontà estranea si fece sempre più forte.
E poi accadde.
Sentì nell’orecchio una serie d’impulsi sonori e, dopo un solo istante, percepì distintamente che la propria
coscienza cominciava ad assopirsi. Fu come se si stesse addormentando, tuttavia non gli mancò la
determinazione per continuare a camminare in direzione dell’uomo. Si fermò a qualche metro di distanza da
lui, lo sguardo fisso a terra. Questi gli andò incontro sfoggiando una notevole arroganza.
« Sono il colonnello Shalev. Getti a terra il bastone. Non le sarà fatto alcun male, ma deve collaborare. »
L’accento era indubbiamente semitico.
Impassibile, Alex continuò a fissare il terreno. Shalev gli si avvicinò ripetendo l’ordine senza sortire l’effetto
voluto. Giuntogli di fronte, il colonnello gli afferrò il braccio.
Senza lasciare la presa sul ramo, Alex sollevò lo sguardo verso il brutto viso del colonnello e gli urlò contro
in una lingua incomprensibile.
« Tisvàllh, teik ahà Vashà atchuà tae daj. Vatasai helh. Eshà enà enòu Esèivah Mihàdà. Ailaj Tasì ailaj,

Rev 2.0 35
alahsì Hatolò. »
Il colonnello indietreggiò dimostrando un certo timore. Alex continuò a fissarlo negli occhi e ripeté gridando
con tono sempre più alto: « Tisvàllh, teik ahà Vashà atchuà tae daj. Vatasai helh. Eshà enà enòu Esèivah
Mihàdà. Ailaj Tasì ailaj, alahsì Hatolò. »
Fu il finimondo: Shalev cercò di colpire il ragazzo con un pugno ben assestato. Alex schivò il colpo e colse
il colonnello con un fendente micidiale all’altezza del viso.
Prima che questi potesse in qualche modo rispondere, roteò su se stesso, si abbassò e assestò un nuovo
colpo alle gambe dell’altro mandandogli un ginocchio in frantumi. Shalev finì a terra preoccupandosi di
gridare ai suoi di non sparare per nessun motivo, ancor prima di lasciarsi andare al dolore.
Alex lo rimise in piedi sollevandolo di peso e lo spinse con violenza verso i soldati che rimanevano a una
decina di metri di distanza. Shalev finì faccia a terra in una pozza di fango. Cercò di sollevarsi, ma il miglior
risultato che riuscì a ottenere fu tenersi stentatamente carponi. Respirò profondamente, il viso pesantemente
segnato dal dolore e dall’ira.
« Prendetelo » ordinò a tre dei suoi. « Lo voglio vivo! »
Gli uomini gettarono a terra le armi e si scaraventarono sul ragazzo. Il primo gli piombò addosso con un
calcio laterale diretto al busto, ma Alex gli bloccò la gamba come in una morsa assestandogli
contemporaneamente un sonoro pugno sul petto all’altezza del cuore. L’uomo cadde a terra privo di sensi. Al
secondo non toccò sorte migliore. Dopo un calcio andato a vuoto, subì un tremendo colpo al collo
assestatogli con l’avambraccio sinistro.
Nemmeno il terzo soldato riuscì a fare di meglio. Colpì l’aria tre volte di fila e finì scaraventato in un
cespuglio.
Il colonnello, furibondo, gli lanciò addosso tutti i suoi uomini, ma prima che questi arrivassero a portata di
tiro il ragazzo rotolò sul terreno ed estrasse la pistola di uno dei soldati che aveva appena mandato KO.
Esplose un colpo che proiettò Shalev contro un albero, la testa riversa sulla spalla sinistra, gli occhi aperti
e un buco insanguinato al centro della fronte.
Il primo soldato che si rese conto della situazione pose immediatamente mano alla propria arma e gridò
agli altri: « Quel figlio di puttana ha ammazzato il colonnello. Uccidiamolo! »
Il tempo parve dilatarsi.
Alex si sentì nuovamente padrone della propria volontà e si guardò attorno senza capire cosa fosse
accaduto negli ultimi tre minuti. Osservò i soldati impugnare i mitra e aprire il fuoco. In loro c’era qualcosa di
strano, si muovevano come al rallentatore. Riuscì a distinguere chiaramente miriadi di proiettili che gli
stavano arrivando addosso. In preda al panico, chiuse gli occhi e attese la fine.
Trascorsero cinque, forse dieci secondi, ma non accadde nulla. Riaprì gli occhi scoprendosi immerso in
una luce fortissima. I soldati continuavano a sparare all’impazzata, ma le loro azioni erano sempre più lente
e i primi colpi, esplosi in apparenza parecchi secondi prima, stavano per colpirlo proprio in quell’istante. Si
dissolsero come neve al sole prima che potessero raggiungerlo. Guardò verso l’alto nel tentativo di
individuare la fonte di quella luce così insolita. Ne rimase abbagliato, ma riuscì a scorgerne altre tre disposte
come i vertici di un triangolo equilatero.
Per nulla turbato, come se le sue emozioni fossero state improvvisamente inibite, si voltò verso Victor che,
dolorante, osservava la scena con occhi stravolti.

Dal canto loro, tutto quello che i soldati riuscirono a vedere fu un lampo accecante che li obbligò a volgere
altrove lo sguardo.
Quando mirarono di nuovo verso il ragazzo per continuare a crivellarlo, si resero conto che lui e il suo
compagno erano scomparsi nel nulla.

21

Kroltz accolse il direttore della CIA in modo freddo pur dimostrandogli tutto il rispetto dovutogli.
George Finder lo guardò dritto negli occhi, ma non proferì parola. Il subordinato l’accompagnò a
un’automobile presa a noleggio è guidò fino al Ritz Hotel di Londra. Per tutto li tragitto non fece altro che
guardare il direttore attraverso lo specchietto retrovisore in cerca di un cenno o di una parola che
l’autorizzasse a parlare.
L’uomo non gliene diede modo. In un anno alle sue dipendenze, Kroltz aveva imparato che quando il
direttore mostrava quell’espressione cupa e pensierosa, a nessuno era consentito rivolgergli la parola.
Decise di pazientare. L’arresto del superiore era ormai prossimo e torturarlo, per lui, sarebbe stato
estremamente piacevole. Gli avrebbe fatto ripagare in un sol colpo tutte le angherie e i boccini amari che
aveva dovuto inghiottire nel corso dell’ultimo anno.

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Giunsero a destinazione. Finder gli diede incarico di espletare le pratiche di accettazione presso la
reception dell’Hotel e si raccomandò di raggiungerlo un’ora più tardi nella sua suite. Kroltz obbedì
prontamente e, dopo aver pensato al check-in, andò al bar al pian terreno per un drink. Aveva cinquanta
minuti da trascorrere. Ne passarono quasi quaranta e, spazientito, decise di sincerarsi almeno delle
condizioni di Ryan. Si diresse nuovamente verso la reception chiedendo di poter utilizzare un telefono e di
addebitare la chiamata alla suite di Finder.
“Tanto non arriverai vivo a dopodomani, vecchio” pensò, “quindi non saprai mai che ho fatto questa
chiamata”.
Alzò il ricevitore e compose il numero.
« Sono Kroltz. »
Ascoltò quanto l’uomo aveva da dirgli.
« Okay, il vecchio è arrivato. Ci vediamo là a mezzanotte. »
Riattaccò e guardò l’orologio. Mancavano ancora quasi dieci minuti allo scadere dell’ora d’attesa
impostagli da Finder.
“Al diavolo” si disse, “tanto da domani non dovrò più obbedirgli, quindi che si arrabbi pure per cinque
minuti d’anticipo.”
Deciso, prese l’ascensore e salì al piano dove Finder alloggiava. Avanzò con passo spedito verso la suite
e bussò vigorosamente. Dopo qualche istante, Finder aprì la porta. « Sei in anticipo. Ti avevo detto di
lasciarmi riposare un’ora. »
« Signore, devo farle rapporto su quanto accaduto » ribattè Kroltz.
Finder lo guardò di traverso e spalancò la porta facendogli segno di entrare. Si sedette sul divano
lasciando l’altro in piedi. Bevve un sorso di whisky dal bicchiere posato su un tavolo, poi scrutò Kroltz.
« Quello che è accaduto è sin troppo evidente » disse con tono glaciale. « Ryan ci ha raggirato ed è
fuggito. »
« Qualcosa del genere, signore. Ma lei come fa a saperlo? » chiese l’agente preso in contropiede.
« È molto semplice, all’aeroporto doveva venire a prendermi lui e invece ti sei presentato tu. Conosco bene
Ryan. Per giunta non ha mai disatteso un appuntamento con il sottoscritto, quindi ne devo dedurre che è
fuggito. Tuttavia non capisco il motivo di un simile comportamento, proprio non è da lui. »
« Probabilmente ha a che fare con la fuga del capitano Benedict. Ritengo che l’artefice sia stato proprio
Ryan. »
« Questo lo supponi o hai motivi ragionevoli per esserne certo? » gli chiese Finder in tono inquisitorio.
« Benedict è fuggito e Ryan è sparito qualche ora dopo. Credo sia una conferma evidente. » concluse
Kroltz.
« Non posso darti torto Richard, ma perché avrebbe dovuto far fuggire Benedict? È incomprensibile. »
« Non so cosa dirle, Signore, ma secondo me le cose sono andate proprio in questo modo. Dovremmo
valutare l’ipotesi che Ryan sia colluso con qualcuno o qualcosa, ma questo lo posso solo presumere, visto
che non ho mai avuto informazioni sufficienti. Il capo squadra, come era stato da lei stabilito, era Ryan. Io
dovevo solo tenerlo d’occhio ed assecondarne eventuali richieste. »
Finder sorseggiò nuovamente dal bicchiere. « La situazione ci è sfuggita di mano e posso addossartene
buona parte della responsabilità » sentenziò infine.
« Ma io non potevo... »
« Ti avevo detto di tenerlo d’occhio. Il risultato è stato piuttosto deludente, hai perso sia Ryan che il
capitano Benedict. Ma c’è ancora una cosa che mi sfugge: tu non eri informato del mio arrivo, eppure eri ad
aspettarmi all’aeroporto. »
« In albergo Ryan aveva lasciato dei fogli sparsi sulla sua scrivania e tra questi c’era anche un appunto
riguardante il suo arrivo, signore » farfugliò Kroltz cercando di essere credibile.
Finder sfoggiò uno sguardo ancor più inquisitorio, poi si voltò altrove indugiando con gli occhi sulle strane
forme di un quadro d’arte moderna. Dopo qualche istante rispose: « Comunque sia, adesso ci sono cose più
importanti di cui parlare. »
« Cose più importanti di questa, signore? » chiese Kroltz con aria stupita e ringraziando il cielo che Finder
l’avesse bevuta.
« Sì, esatto. Ti avevo dato un indirizzo presso il quale recuperare una scatola. L’hai con te? »
Kroltz fu preso nuovamente in contropiede. « Veramente no, signore. Ho setacciato quel dannato
appartamento da cima a fondo senza trovare nulla. »
« Questo è davvero un problema serio, quella scatola ha priorità su ogni altra cosa. Al diavolo, Richard...
sei uno dei miei uomini migliori. Possibile che in questi giorni hai fatto solo buchi nell’acqua? Cristo santo,
tralasciando Ryan, dovevi solo recuperare una scatola e non sei nemmeno riuscito a trovarla. »
« Vorrei ricordarle, Signore, che quella di Ryan è stata una sua scelta precisa e, per quanto riguarda la
scatola, dovrebbe valutare la possibilità che chi doveva consegnarla non l’abbia fatto » rispose Kroltz con

Rev 2.0 37
tono alterato e sfidando l’uomo apertamente. Si rese immediatamente conto d’aver fatto un passo falso. Non
si preoccupava di mancare di rispetto al vecchio, ma per lui doveva rimanere un interlocutore di fiducia.
Dagli occhi del direttore sembrarono uscire lingue di fuoco. Cercò di rimediare.
« Mi scusi, signore. Non volevo, è solo che in questi giorni troppe cose sono andate per il verso sbagliato.
Su Ryan ha ragione, avrei dovuto tenerlo d’occhio. Relativamente alla scatola, le garantisco che non c’era. »
Finder rimase in silenzio per qualche istante. L’espressione pensierosa lasciò il posto a un sorriso
ostentato.
« Va bene Richard, la situazione è complicata ma ancora risolvibile. La priorità assoluta va alla scatola.
Contestualmente, cercheremo di rintracciare Ryan. »
« Probabilmente avrà già lasciato l’Inghilterra. »
« Non preoccuparti, domani c’incontreremo con alcune persone disposte a darci una mano in questa ed
altre questioni. »
« Bene signore » rispose l’agente con aria soddisfatta.
« Puoi andare Richard, hai libero il resto della serata. Passa a prendermi domattina alle otto in punto. E,
per favore, cerca di noleggiare un’auto che sia all’altezza della situazione. »
Kroltz annuì e si congedò. Sotto l’occhio attento del suo superiore, si diresse verso la porta
richiudendosela alle spalle. Nel farlo sfiorò con la mano destra il cappotto che era appeso sull’attaccapanni.

Kroltz controllò l’orologio. Erano le ventidue e trenta.


Reggeva con il dito medio un’auricolare wi-fi. Aveva trascorso l’ultima ora a spiare Finder grazie alla
microspia che gli aveva infilato nella tasca del cappotto prima di uscire dalla suite. Con quella tecnologia
poteva ascoltare qualunque conversazione da una distanza considerevole. Tuttavia, si era appostato in
macchina davanti all’entrata dell’hotel: non voleva correre rischi.
Oltre a spiare le conversazioni telefoniche dell’uomo, gli premeva sia verificare l’arrivo di eventuali ospiti
per ascoltarne i discorsi, sia sincerarsi che il vecchio andasse tranquillamente a letto senza anticipare
eventuali appuntamenti in sua assenza. In caso contrario, lo avrebbe seguito prontamente.
In un’ora d’intercettazione non era emerso nulla di rilevante e, a parte una telefonata alla segretaria a
Langley e altre due ai figli, Finder pareva intenzionato a rimandare al giorno seguente qualunque tipo di
comunicazione con il mondo esterno.
Trascorse un’altra mezz’ora di silenzio e solo allo scoccare delle ventitrè e dieci si convinse che l’uomo
doveva essere tra le braccia di Morfeo già da un po’. Attese altri due minuti e, finalmente, si decise a partire.

***

Quella notte Ferndale Avenue era buia a causa di un guasto all’impianto di illuminazione stradale. Kroltz
posteggiò nel vialetto d’accesso di una delle abitazioni e scese dall’auto. Si guardò attorno con
circospezione, aprì la porta d’ingresso ed entrò. Percorse il corridoio sino in fondo per poi aprire la porta del
sottoscala alla sua destra.
Scese al piano inferiore.
Si trovò davanti una nuova porta, insolita per il tipo d’abitazione. A prima vista sembrava realizzata in una
strana lega di metallo satinato. Accanto era alloggiato un tastierino numerico su cui Kroltz digitò il codice di
apertura.
La porta si aprì con un tonfo metallico e lui fu investito da una luce bianca. Gli occhi si abituarono
repentinamente all’illuminazione. Udì indistintamente la sigla del telegiornale di mezzanotte e, quasi
contemporaneamente, una voce proveniente dalla sua destra.
« Sei in perfetto orario. »
Si girò incrociando con lo sguardo la sagoma dell’uomo al quale ore prima aveva affidato Ryan.
« E tu sei uno sprovveduto. Ti ho detto di pensare a Ryan e ti ritrovo seduto con una birra in mano a
guardare il telegiornale. »
« Ehi, vacci piano cowboy. Il tuo tizio è al sicuro nell’altra stanza e non è certo in condizione di nuocere a
nessuno. »
« Come sta? »
« Oh, sta bene, la ferita non era grave, anche se mi ha imbrattato la tappezzeria della macchina. Ho
estratto il proiettile e l’ho medicato accuratamente, poi l’ho steso con un sedativo. Vedrai che tra poco si
sveglia. »
« Non vedo l’ora » commentò Kroltz con un sorriso beffardo.
« A pensarci bene, per quel poveretto sarebbe stato meglio morire. Dio solo sa quanto soffrirà stanotte »
rispose il carceriere di Ryan con aria arcigna.
« Credo non lo sappia neanche Dio. » commentò freddamente Kroltz « Ho in serbo un trattamento molto

Rev 2.0 38
speciale. Cosa sappiamo del capitano Benedict? »
« Dall’ultimo controllo effettuato ci risulta si sia fermato a Parigi. L’idea di nascondergli nei vestiti un
localizzatore satellitare è stata davvero buona, ma perché l’abbiamo lasciato scappare? Non avevamo
ordine di ucciderlo dopo averlo fatto parlare? »
« Sì, è vero, dovevamo farlo fuori. Però Ryan mi ha preceduto e credo di sapere perché, anche se non ne
vado fiero. Quando l’altro giorno parlavo con te al telefono, ero talmente concentrato che per qualche istante
non ho pensato a guardarmi intorno. Lui, nemmeno a farlo apposta, è arrivato proprio in quel momento.
Sembrava che non si fosse accorto di nulla, ma evidentemente ha mangiato la foglia. Il giorno seguente ha
cominciato a comportarsi in maniera strana. Ha cercato di guadagnarsi la mia fiducia e, visto il tipo che è, ho
capito che doveva esserci sotto qualcosa di strano. Poi mi ha informato che intendeva portare al capitano
Benedict degli abiti di ricambio. Quando li abbiamo acquistati, prima di pagarli alla cassa sono riuscito a
mettere in una delle tasche dei pantaloni il localizzatore satellitare perché avevo il sospetto che Ryan
potesse creargli una via di fuga.
Alla stazione di polizia ero già convinto che Benedict fosse scappato da un pezzo, ma ho continuato a
fingere. Poi ho inscenato l’infortunio battendo la testa e raccontando a Ryan che ero stato aggredito da
Benedict. Il mio ricovero in ospedale ha fornito a Ryan la possibilità di muoversi liberamente.
Contemporaneamente, dagli Stati Uniti mi hanno informato che Finder stava venendo a Londra. Questo ha
cambiato i miei piani e mi ha dato qualche chance in più di individuare i cospiratori che si sono alleati con
Finder. »
« Ma perché lasciar fuggire Benedict? »
« Come sai, sono stato inserito nello staff di Finder poco più di un anno fa con l’ordine di spiarlo. Stanare il
vecchio non è stato affatto semplice. In un anno di lavoro non era emersa la benché minima prova su di lui.
Mi stavo addirittura convincendo che l’ipotesi del suo tradimento fosse campata in aria. »
« E cosa ti ha fatto cambiare idea? »
« Ryan! » esclamò Kroltz. « Il nostro amico è riuscito ad infiltrarsi nella base di Groom Lake, ma è stato
scoperto e arrestato. Naturalmente il nostro gruppo di potere ha avanzato la pretesa di processare Ryan
presso una corte marziale. »
« Com’è andata a finire? »
« Finder si è mosso per togliere Ryan dai guai utilizzando la sua influenza per coinvolgere anche l’FBI. »
« Perché l’FBI? » chiese l’altro.
« Perché lì Ryan ha un amico importante, il vicedirettore Robert Seipher. Insieme a lui, Finder ha elaborato
una strategia per spostare di peso la giurisdizione della faccenda dalle nostri mani a quelle del Federal
Bureau. Ryan ha accettato un accordo in cui ha dichiarato fasullo il suo rapporto, presentando delle scuse
ufficiali e subendo una sospensione dal suo incarico di agente speciale. »
« E così Finder ha salvato il culo di Ryan. Interessante... »
« Esatto, interessante. Ma non è finita qui. Di punto in bianco Finder mi ha chiesto di scortarlo da Ryan. Ho
anche dovuto fare la figura dell’imbecille. La cosa mi è sembrata alquanto strana, così ho piazzato una
cimice nella macchina di Finder e ho finalmente avuto le prove che mi servivano per incastrarlo. »
« Che tipo di prove? »
« Diciamo che Finder ha raccontato a Ryan la verità su Area 51. Inoltre, quando Benedict è stato
abbattuto, Finder ha spedito me e Ryan qui a recuperarlo essendo perfettamente consapevole che sarebbe
stato mandato qualcun altro a ucciderlo. A quel punto siamo stati obbligati a rivedere tutta la nostra strategia
e, da buon infiltrato, il compito di uccidere Benedict è stato affidato a me. »
« E perché non lo hai fatto? »
« Perché prima di partire ho esaminato un fascicolo su Ryan che ufficialmente non esiste. Tra le varie
informazioni, nel fascicolo ce n’è una che riguarda una persona che sta molto a cuore ai nostri superiori. »
« Chi è? »
« Francisco Seeker. »
« Mai sentito nominare. »
« Lo immagino, il suo fascicolo è altamente classificato. Pare che Ryan lo conosca molto bene e, visto il
tipo di situazione in cui si è trovato, ho ritenuto probabile che avrebbe indirizzato Benedict da lui per fargli
avere protezione. Ma per fare ciò, ho dovuto lasciare distrattamente sulla mia scrivania il comunicato sulla
morte di Benedict in modo che lui lo leggesse. A quel punto è dipeso tutto da lui: se fosse stato estraneo a
certe vicende, non avrebbe fatto nulla. In caso contrario, lo avrebbe fatto fuggire. E così è stato » concluse
Kroltz palesando una certa soddisfazione.
« Sì, ma ancora non capisco il motivo di tutto questo casino. »
« Francisco Seeker è latitante da un paio d’anni, nessuno sa dove sia. Però è l’unica persona che
potrebbe condurci dal professor Malcor. »
« Oh cazzo! » esclamò esterrefatto l’altro.

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« Vedo che hai sentito parlare di lui. »
« Come potrebbe essere diversamente? A causa sua siamo stati obbligati a cambiare i piani più e più
volte. Alla fine, l’unico modo che abbiamo potuto usare per mettergli i bastoni fra le ruote è stato farlo
accusare dalle autorità civili di manipolare la mente delle persone per convalidare le sue convinzioni. Le sue
pubblicazioni sono state censurate e ritirate dal commercio, i suoi siti internet sono stati oscurati. Scoppiato il
caso, Malcor è scomparso nel nulla. Sono almeno cinque anni che nessuno sa dove sia, anche se continua
a svolgere a pieno ritmo le sue attività in un luogo che nessuno conosce. »
« Vedo che sei piuttosto informato sulla questione, anche se c’è qualcosa che non sai. »
« Sarebbe? »
« Nell’accusare Malcor e costruire l’operazione di screditamento ai suoi danni, siamo stati aiutati dai nostri
più acerrimi nemici. »
« Vuoi dire che... »
« Esatto. Il lavoro del Professore stava danneggiando anche loro e quindi, per una volta, abbiamo
convenuto che non ci sarebbe stata nessuna disputa per cui battersi finché Malcor fosse rimasto in
circolazione. Naturalmente tra i vertici delle due fazioni non c’è stato alcun incontro, gli accordi sono stati
presi da delegazioni, e io ero uno dei membri della nostra. »
« Merda... è il solito gioco dei poteri occulti. A certi livelli si fanno la guerra, mentre ad altri vanno a cena
insieme » commentò l’altro.
« Hai ragione, ma non è solo questo. Il Professore ha sempre svolto le sue attività in Italia e, come sai,
questo stato è sotto l’egemonia di entrambi gli schieramenti. Qui regna il caos più totale, quindi cooperare
per togliere di mezzo Malcor ci è sembrata la soluzione più pratica. Non che i vertici fossero entusiasti della
cosa ma, per fortuna, grazie alle due delegazioni, ha prevalso almeno per una volta la razionalità tipicamente
umana, un fattore determinante in questa faccenda. Ciò non toglie che loro restano nostri nemici. E,
comunque, non dobbiamo dimenticarci dell’esistenza di una terza fazione, per non parlare delle gerarchie
superiori. Chi sia questa terza fazione lo sappiamo tutti molto bene e, per quanto sia collusa tanto con noi
quanto con i nostri nemici, sappiamo per certo che si tratta sempre e comunque di un outsider in piena
regola. Non possiamo fidarci nemmeno quando ci propone situazioni vantaggiose. Di certo, accettandole,
non dobbiamo trascurare il fatto che, in qualche modo, ne trae un beneficio maggiore del nostro. »
« E le gerarchie superiori? » chiese l’altro, sperando di ottenere finalmente informazioni alle quali credeva
che non avrebbe mai avuto accesso.
« Non ne sappiamo molto, anzi... in questo senso bisogna riconoscere che, senza il lavoro del professor
Malcor, non ne avremmo mai conosciuto l’esistenza. I nostri padroni ce l’avevano tenuta nascosta.
Sappiamo che sono loro i reali signori del gioco e che tutti gli altri sono solo pedine più o meno importanti
che hanno ai propri ordini schiere di soldati. E quei soldati siamo noi. »
« Perché mi dici tutto questo? »
« Perché sei stato appena promosso. D’ora in poi sarai il mio partner fisso. In questi giorni hai saputo
fornirmi tutto il supporto necessario e, comunque, la tua posizione ti dà accesso da molto tempo a
informazioni altamente riservate, quindi sei la persona più adatta per spalleggiarmi. »
« La cosa mi lusinga... immagino che avrai già informato i miei superiori. »
« Non ce n’è alcun bisogno, da adesso sono io il tuo superiore. »
« Okay... e con il vecchio come la mettiamo? »
« Finder ci servirà ancora per qualche ora. Domattina alle otto passerò a prenderlo per portarlo ad alcuni
appuntamenti. Lui non sa che lo sto controllando da mesi e che appartengo allo stesso gruppo di potere che
ha deciso di tradire. Le persone che incontrerà domani sono a loro volta dei traditori e io devo sapere chi
sono. A quel punto lo eliminerò, poi passerò i nomi dei traditori a chi di dovere e scatterà l’epurazione totale.
»
« E qual è il mio ruolo in questa faccenda? »
« Tu devi metterti immediatamente sulle tracce di Benedict. Vai a casa e prepara i bagagli. Viaggia leggero
e compra quanto ti occorre con questa carta di credito. È una ricaricabile, quindi è al portatore e non hai
bisogno di documenti per utilizzarla, basta conoscere il codice. Ed il plafond è pressoché illimitato.»
Kroltz prese una penna e annotò il codice su un pezzo di carta, poi lo porse al suo nuovo compagno.
« Tieni d’occhio Benedict, ma non fare nulla. Ti raggiungerò dopodomani dopo aver fatto... tutto quello che
ho ancora da fare. Il codice del localizzatore satellitare è Bravo Charlie 1472. Dovresti avere in dotazione la
strumentazione ad ampio raggio per rilevarlo. »
Senza esitare, l’uomo afferrò la carta di credito e il foglietto sul quale era scritto il codice.
« Ci vediamo a Parigi. »
« O dovunque Benedict si sposterà » concluse Kroltz.
L’altro annuì e andò via.
Lo sguardo di Kroltz cadde su un tavolino accanto al televisore, sul quale una valigetta faceva mostra di

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sé. L’aprì e, con un ghigno, ne ammirò il contenuto. Il suo nuovo compagno si stava rivelando davvero
interessante. Passò al setaccio tutti gli strumenti necessari a improvvisare qualunque tipo di tortura fisica.
Il momento d’agire era finalmente giunto.

22

Victor scrutava l’oscurità da diverse ore e sapeva che non ci sarebbe voluto molto tempo, prima che una
gelida alba di fine dicembre si fosse levata all’orizzonte. Avrebbe voluto dormire almeno un po’, ma il ricordo
degli eventi occorsi soltanto poche ore prima glielo impediva.
Doveva riflettere.
Quanto era accaduto apriva nuove ombre su un futuro sempre più imponderabile. La sua vita era sempre
stata vincolata a situazioni prive di qualunque certezza, ma aveva sempre avuto il coraggio di affrontarle.
Ora tutto stava acquistando significato, gli eventi precipitavano in fretta, sintomo che si stava avvicinando
la resa dei conti.
Da molto tempo sapeva che si sarebbe giunti al dunque nel giro di un paio d’anni al massimo; l’unica cosa
che non aveva realmente saputo comprendere - o forse accettare - era che Alex fosse coinvolto nella
faccenda almeno quanto lui e che, anzi, ne era uno degli elementi cardine. Ma questo lo aveva appena
scoperto.
Se avesse capito prima tutto ciò, lo avrebbe preparato. Adesso, invece, il tempo era agli sgoccioli e l’unica
cosa in cui poteva confidare era la capacità del ragazzo di acquisire coscienza di sé molto rapidamente,
prima che la situazione degenerasse.
Di una cosa era assolutamente certo: non avrebbe permesso che Alex venisse sacrificato sull’altare di una
causa che nemmeno gli apparteneva.
Bussarono alla porta. Si alzò dalla poltrona e aprì.
Riconobbe il nuovo arrivato e lo invitò ad entrare, poi accese la luce e si sedettero.
« Hai avuto abbastanza tempo per riflettere? » chiese il suo interlocutore tradendo nel tono una certa
urgenza.
« Probabilmente avrei bisogno di riflettere diversi mesi, Francisco. »
Francisco sorrise.
« Non abbiamo tutto questo tempo e quello che ti è capitato stanotte ne è una conferma eloquente. »
« Hai ragione, ma sono cambiati dei parametri, quindi dobbiamo rivalutare tante cose. »
« Sì, è vero, sono cambiate troppe cose, ma potrebbe essere la conferma che abbiamo lavorato bene. Non
vedo una reale negatività negli ultimi sviluppi, purché ci muoviamo con il giusto tempismo e nel miglior modo
possibile. Questo è un torneo di scacchi alle battute conclusive. Gli altri giocatori certo non si aspettavano
che il nostro intervento avrebbe assunto un’importanza così grande. Io non so se quanto è accaduto negli
ultimi giorni fosse stato previsto o meno, ma non era certo una cosa del tutto improbabile. Rifletti un
secondo. Non sei stato tu a predisporre una via di fuga qualora qualcosa fosse andato storto nel tuo incontro
con Alex? Evidentemente il tuo istinto ti ha suggerito qualcosa. Sei ancora vivo, e soprattutto lo sei grazie ai
nostri nemici. Sono stati loro a curarti, e sempre loro ti hanno affidato il ragazzo. Questo significa che hanno
bisogno di noi, Victor. »
« È vero, ma perché? »
« Questo sta a noi scoprirlo. »
Victor guardò Francisco rimanendo in silenzio. Fuori dalla finestra, la prima luce del mattino inneggiava alla
vita, trasmettendo a entrambi sensazioni contrastanti con la loro situazione.
« Hai ragione » riprese Vitctor. « Sta a noi scoprirlo e, di certo, loro sanno che ne abbiamo la possibilità.
Ecco perché continuo a chiedermi perché mai ci abbiano affidato Alex. »
« Evidentemente non ci considerano un pericolo... Rientra in pieno nel loro modo di pensare. Non sono
mai stati creativi, ragionano esclusivamente in termini di probabilità. L’ipotesi che noi riusciamo a scoprire
cosa sta accadendo non rappresenta per loro una significativa probabilità di compromettere i propri piani.
Anzi, in un certo senso ci hanno anche chiesto aiuto. »
« Sì, e l’hanno fatto sapendo che non avremmo mai potuto negarglielo. Dio, mi sento manipolato... »
« E noi possiamo manipolarli a nostra volta proprio perché sono troppo sicuri di sé. » Sentenziò fiducioso
Francisco.
Nella stanza tornò nuovamente il silenzio. La mente di Victor era oppressa, quasi flagellata da pensieri
sfuggenti che si alternavano repentinamente e non gli davano tregua. Aveva la necessità di ricomporre il
nuovo puzzle nel minor tempo possibile.
Al suo risveglio, Alex avrebbe preteso delle risposte e sarebbe stato difficile fargli accettare l’idea che

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l’unico in grado di dargliele era... lui stesso.
Intuendo quest’ultimo pensiero, Francisco cercò di rassicurare l’amico. « Comunque sia, Malcor sarà qui in
tarda mattinata. »
« Questa è un’altra questione che mi preoccupa! Non credi sia rischioso per Malcor raggiungerci?
Potrebbe essere una trappola per stanarlo. »
« È una considerazione che ho fatto anch’io quando abbiamo parlato della situazione qualche ora fa, ma
non mi è sembrato molto preoccupato. Lo conosci anche tu, sa il fatto suo e non è tipo da tirarsi indietro.
Piuttosto, come sta il ragazzo? »
« Dorme ancora. Quando siamo stati rilasciati, Alex era privo di sensi. Credo che l’abbiano addormentato
per dargli la possibilità di rigenerarsi. E, come sempre accade, quasi certamente non ricorderà nulla di
quanto è successo. »
« Ricorderà, Victor, ma deve volerlo sinceramente. Questa è una partita che possiamo giocare insieme a
lui, ma deve essere disposto a fidarsi di noi. »
« Staremo a vedere. A questo punto non ha più molte possibilità. Speravo che la sua scelta potesse essere
libera, non condizionata dagli eventi. »
Francisco annuì congedandosi subito dopo. « Adesso devo andare, oggi dovrebbe arrivare un nuovo
ospite. Lo manda Ryan, ha chiesto protezione per lui. »
« Vuoi dire David Ryan? Mio Dio, le cose stanno prendendo una strana piega e noi non sappiamo quanto
ci possiamo fidare di lui. Lavorava per la CIA e poi è passato all’FBI. »
« Sono cambiate molte cose, comunque sia hai ragione, non sappiamo ancora se e quanto ci possiamo
fidare di lui, ma qualcosa mi dice che l’arrivo di questo nuovo ospite è in qualche modo collegato ai recenti
sviluppi. Pensa al ragazzo e aspetta il mio rientro. A questo punto non possiamo più tornare indietro. »
I due si salutarono, poi Victor si recò nella stanza accanto per sincerarsi che Alex stesse ancora riposando.
Era steso sul letto e lo vide muoversi nel sonno biascicando parole incomprensibili.
Sudava terribilmente. Evidentemente la nottata non era stata tranquilla nemmeno per lui.
Accanto al ragazzo, su una sedia, poltriva l’uomo incaricato di occuparsi di lui durante la notte appena
giunta al termine.
Lo fissò con sguardo interrogativo. « Come sta? »
« È agitato. Non ha fatto altro che muoversi nel sonno lamentandosi. »
Nello stesso istante, Alex iniziò ad agitarsi con forza sempre maggiore. Continuava a ripetere parole
incomprensibili miste a latrati terrificanti. Infine gridò con quanta voce aveva in corpo: « Victor... Noooo!!! »
Simultaneamente si svegliò di colpo sollevandosi dal letto e si guardò intorno con movimenti convulsi
respirando affannosamente.
Victor cercò di calmarlo. « Va tutto bene Alex, sono qui. »
Il primo istinto del ragazzo fu quello di spingerlo via. « Non toccarmi! » gridò a gran voce.
Victor insistette scuotendolo. « Alex, sono io, va tutto bene, calmati! »
Alex si bloccò di colpo e guardò esterrefatto l’amico. « Non può essere » mormorò disorientato
spalancando gli occhi. « Ti hanno sparato... io ero lì. Stavi morendo, tu stavi... io... »
« Alex, è tutto ok, calmati adesso. Sto bene, vedi? Ti spiegherò ogni cosa, ora siamo al sicuro. »
Alex non rispose, si limitò ad abbracciare l’amico con tutte le forze esplodendo in un pianto liberatorio.
Victor rispose all’abbraccio, poi lo allontanò da sé e lo guardò negli occhi.
« Alex, c’è molto di cui parlare e c’è molto da capire » gli disse sottovoce con tono solenne.
« Sì Victor » rispose il ragazzo che ancora stentava a credere ai suoi occhi.
Victor rimase in silenzio per qualche istante, poi cercò di ostentare serenità e calma dipingendosi sul volto
il migliore dei suoi sorrisi.
« Be’... prima ci meritiamo una lauta colazione! »
Pur essendo turbato, incoraggiato dallo sguardo amichevole di Victor, Alex sorrise.
« Va bene, credo proprio che mi ci voglia, una buona colazione. Mi sento come se avessi combattuto
contro un plotone » dichiarò con rinnovata tranquillità.
Victor lo guardò pensieroso.
« Non preoccuparti, le risposte arriveranno presto. Andiamo? »
« Sì, andiamo. Ma... Victor, dove siamo? »
« A Pisa. »
« E come ci siamo arrivati? »
L’uomo sorrise. « Direi... più o meno volando. »
« Mi prendi in giro? » chiese confuso il ragazzo.
« Ho la faccia di chi ti sta prendendo in giro? » rispose Victor divertito.
I due si guardarono a lungo negli occhi. Poi, senza motivo apparente, cominciarono a ridere a crepapelle
senza alcun motivo.

Rev 2.0 42
Erano le dieci di mattina. I due amici non erano usciti immediatamente. Alex aveva improvvisamente
manifestato la necessità di fare una doccia calda e cambiarsi d’abito. Dopotutto, i suoi vestiti erano sporchi e
lacerati.
Rimase in bagno per più di un’ora, indossando poi i panni puliti che Victor gli aveva procurato. Espresse
quindi il desiderio di sentire Rachel. La ragazza non aveva sue notizie dal giorno precedente, perciò voleva
rassicurarla.
Victor comprese la situazione e gli fornì un computer provvisto di un software di telefonia web.
« È il modo più sicuro per comunicare » aveva detto. « Grazie a una modifica al codice sorgente, i nostri
programmatori sono stati in grado di far rimbalzare il segnale prima negli Stati Uniti, poi in Sudafrica e infine
in Giappone. Se il telefono di Rachel dovesse essere sotto controllo, per un po’ non riusciranno a risalire
immediatamente all’origine della chiamata. Avrai poco più di tre minuti. »
Deluso per il poco tempo a disposizione, Alex utilizzò l’interfaccia grafica del software per digitare il numero
di Rachel.
La ragazza non era raggiungibile, il che destò in lui qualche perplessità. Rachel non spegneva il cellulare
nemmeno la notte.
Provò ripetutamente a intervalli di cinque minuti. Trascorsa un’altra ora, si arrese senza crucciarsi
ulteriormente. Con ogni probabilità, si disse, il cellulare di Rachel era scarico.
Erano passate le otto ormai da quindici minuti quando i due si avventurarono fuori dalla casa che li aveva
protetti durante la notte.
In due minuti giunsero al centro storico della città toscana. Estasiato, Alex si riempì gli occhi della
magnificenza architettonica che lo circondava emanando un costante richiamo verso un passato maestoso.
Camminavano da dieci minuti quando, improvvisamente, sbucarono in piazza dei Miracoli. Il duomo della
città vi si stagliava in tutta la sua bellezza. Rivestito di pregiati marmi bianchi, rifletteva la luce solare creando
un riverbero abbagliante che ne esaltava ancor di più la maestosità e gli conferiva un’aura semidivina.
A sudest, un poco defilato, catalizzava l’attenzione il grandioso campanile, anch’esso bianco, noto al
mondo come torre pendente. Alex ne ammirò affascinato l’architettura e si sentì trasportato in un tempo
lontano che in qualche modo gli apparteneva.
Fu solo un istante, ma sufficiente a rasserenarlo. In cuor suo ringraziò Victor per aver scelto uno sfondo
così suggestivo per la loro conversazione e comprese che ormai era arrivato il momento di sapere.
Victor lo condusse nella veranda esterna di un caffè che dava sulla piazza a qualche decina di metri dalla
torre. Si sedettero e ordinarono cappuccini e cornetti alla crema.
Alex Divorò immediatamente la sua brioche ordinandone subito un’altra, poi sorseggiò lentamente il
cappuccino mentre Victor cominciava a parlare. « Immagino ti stia chiedendo come abbiamo fatto a
scamparla stanotte » affermò l’uomo.
Alex sfoggiò un ghigno carico di tensione. « Il pensiero mi ha vagamente sfiorato. » sussurrò, disperdendo
l’ansia in un nuovo morso al suo cornetto ripieno.
« Dunque... da dove iniziare. Forse dalla fine? Quando la situazione era completamente degenerata siamo
stati investiti da una luce fortissima e siamo stati tratti in salvo. »
Alex tossì per un sorso di cappuccino andatogli di traverso. « Vuoi forse dirmi che siamo stati portati via da
una luce? »
« Be’, questo è quanto descriverebbe un osservatore esterno. Comunque... sì, diciamo che è andata più o
meno così. »
« Ok, ma cosa è successo davvero? » chiese sospettosamente il ragazzo.
« Prima hai detto di sentirti come se avessi combattuto contro un plotone. Beh, Non eri lontano dal vero. »
« Adesso basta » rispose Alex in tutta tranquillità. « Sono dentro a qualcosa di grosso. Non so esattamente
in cosa, né perché ci sono finito, ma a questo punto devi dirmi subito cosa diavolo è successo. »
« Davvero non ricordi niente? » Ribatté Victor con l’aria di sapere in anticipo quale sarebbe stata la
risposta del giovane e rendendosi conto che, in cuor suo, non voleva caricare il ragazzo di questo fardello.
« Ricordo solamente che ti hanno colpito una seconda volta ed eri in fin di vita. Ricordo anche che mi sono
voltato verso i nostri inseguitori e gli sono andato incontro armato di un bastone, ma nient’altro. »
L’uomo scrutò il ragazzo ben sapendo che ormai non poteva più sottrarsi dal rivelargli gli eventi che, loro
malgrado, li avevano designati protagonisti di una notte decisamente movimentata e fuori dall’ordinario.
Cercò di ponderare bene le parole, poi parlò.
Raccontò che Alex aveva pronunciato parole in una strana lingua e che aveva colpito ripetutamente l’uomo
che si era presentato come colonnello Shalev. Accennò anche alla rissa immediatamente successiva,
durante la quale aveva respinto tre soldati con estrema facilità. Poi gli altri commilitoni avevano tutti aperto il
fuoco contro di lui e, in quel preciso istante, una luce fortissima aveva tratto in salvo i due amici portandoli a
qualche chilometro di distanza, dove gli uomini di Victor stavano aspettando. Omise però che Alex aveva

Rev 2.0 43
ucciso il colonnello.
Alex scrutò l’orizzonte ammirando la torre pendente ancora una volta. Sorrise al pensiero di sentirsi
esattamente come lei, in equilibrio precario e in attesa di una caduta che tardava a giungere.
« Okay, ammesso che tu abbia ragione... cos’era quella luce che ci ha... rapiti? »
« Hai mai sentito parlare di UFO? » chiese Victor di rimando con un tono a metà fra il serio e lo scherzo.
Il ragazzo rimase di sasso. Comprese immediatamente dove l’altro sarebbe andato a parare. Dentro di lui
si mosse qualcosa d’indefinibile, gli parve quasi di sentire una vocina che faceva appello a tutta la sua
razionalità. Non fu molto forte, in verità, ma ci si aggrappò con tutto se stesso.
Poi, all’improvviso, gli balenò un ricordo di qualche giorno prima, mentre era nello studio del dottor Cover.
Era stato il giorno del suo crollo, il giorno immediatamente successivo al vuoto di memoria che gli aveva
sottratto tre ore di vita.
Ricordò che il giornale locale riportava un articolo circa un oggetto volante non identificato che era rimasto
sospeso per parecchio tempo sopra il suo quartiere. L’ora dell’avvistamento coincideva con quella in cui si
era verificato il suo vuoto temporale.
La sua razionalità crollò inesorabilmente e lui abbassò lo sguardo verso la tazza del cappuccino semivuota
poggiata sul tavolo. La mente fece un ultimo tentativo di razionalizzare la situazione, ma urtò contro il muro
tangibile del reale stato dei fatti. Respirò profondamente per contrastare l’impulso ad abbandonarsi a
reazioni poco equilibrate e rimase in silenzio per qualche minuto cercando di trovare la linea d’azione da
seguire.
Giunse alla conclusione che non avrebbe potuto fare altro che continuare a capire e ad accettare ciò che
Victor stava per dire. Suo malgrado, si era ritrovato immerso in una situazione difficile. Ora voleva capirne i
motivi e voleva capire cosa era successo a bordo... di quell’UFO.
UFO... se ricordava bene, era una sigla che stava per Unidentified Flying Object, oggetto volante non
identificato. Ne aveva sentito parlare qualche volta, ma non si era mai interessato eccessivamente alla
questione. Una volta aveva addirittura visto un programma in TV che metteva in evidenza le tre principali
correnti di pensiero relative al fenomeno:
- quella dei detrattori, costituita da buona parte del mondo scientifico ufficiale e dai governi;
- quella dei possibilisti, convinti che, se di UFO si trattava, erano in realtà velivoli sperimentali delle
maggiori forze aeronautiche del mondo;
- infine c’era la corrente delle persone convinte che si trattasse realmente di navi spaziali pilotate da esseri
alieni, intenti a studiare gli esseri umani per scopi sconosciuti o, nella migliore delle ipotesi, per portare
all’uomo messaggi che avrebbe potuto utilizzare per andare incontro a una trasformazione socioculturale di
massa al fine di evitare le imminenti catastrofi.
Da quest’ultima corrente di pensiero si erano generate innumerevoli correnti pseudo-filosofiche capeggiate
da sedicenti guru spirituali in contatto, a loro dire, con queste creature superiori. Questi guru si erano
precocemente dimostrati in vena di proselitismo per ristrutturare la coscienza collettiva in vista di improbabili
cambiamenti dimensionali.
Alex ricordò che nello stesso programma era stato fatto un vago riferimento a persone che sostenevano di
essere state rapite dagli alieni. Erano donne e uomini appartenenti alle più disparate estrazioni sociali e
culturali, persone che nel corso degli anni erano state studiate da eminenti psicologi che ne confermavano la
buona fede e la sanità mentale, mentre il mondo scientifico ufficiale le accusava di follia, sedizione e
menzogna.
L’unica possibilità che ora Alex sapeva di avere era quella di continuare la conversazione con Victor e
saltare subito oltre le proprie antiche convinzioni, perché una spiegazione dai suoi vecchi schemi di pensiero
non l’avrebbe avuta di certo.
Alzò lo sguardo verso l’amico. « A questo punto non posso più tornare indietro, vero? »
« In realtà puoi, ma dimmi... davvero lo faresti? »
« No! » esclamò con voce mite e tono fermo. « Dimmi, cosa è successo su quell’UFO? »
« Questa è una domanda a cui sarai in grado di rispondere da solo molto presto, ammesso che tu desideri
farlo. »
« Cosa significa molto presto? »
« Entro stasera molte cose ti saranno più chiare. »
« Perché non vuoi parlarmene tu? »
« Perché io potrei dirti semplicemente quello che è successo a me, che sono stato curato con tecnologie
impensabili e che sono stato incaricato di proteggerti, ma non ne conosco i motivi. »
« Proteggermi? E da cosa? »
« Probabilmente dalle stesse persone che ti davano la caccia la scorsa notte. In questo momento so solo
che qualcuno vuole prenderti per motivi che non riesco ad immaginare. Le cose non sono sempre andate
così, qualcosa nel loro modo d’agire è cambiato, quindi è il caso di capire perché. »

Rev 2.0 44
« Parli come se in passato ti fossi trovato in una situazione simile alla mia, come se conoscessi bene il
modo di agire di questi... alieni. »
Victor guardò Alex con una certa soddisfazione. « Io con te non ho mai parlato di alieni, ma solo di oggetti
volanti sconosciuti, velivoli che secondo molti hanno origine umana. Perché hai pensato proprio agli alieni?
»
Il ragazzo guardò in diverse direzioni alla ricerca di una via di fuga dalla sua stessa affermazione.
Contemporaneamente farfugliò qualcosa quasi balbettando, poi si ricompose dicendo: « Non so come mi sia
venuta, ma credo sia la cosa che ha più senso. »
« Eccellente... La verità è dentro di te. Te l’hanno sottratta per molto tempo, ma ora sta cominciando a
venire a galla. Comunque sia, in passato anch’io sono stato rapito dagli alieni. Poi, però, mi sono liberato. »
« Vuoi dire che anche tu... Mio Dio, e come hai fatto a liberarti? »
« Grazie a un amico, ed alla mia volontà. »
« E chi è questo amico? »
« Si chiama Malcor. » Victor fece una pausa. Capì che Alex voleva saperne di più ma, prima che potesse
fargli altre domande, aggiunse: « È inutile che ti parli di lui, lo conoscerai fra poco più di un’ora. »

23

Kroltz prese la valigetta e si diresse verso la sua preda, David Ryan. Lo osservò qualche istante ancora,
nudo e legato, ancora privo di sensi, pregustando il dolce sapore di ciò che si apprestava a compiere.
Ryan si sarebbe svegliato di lì a qualche minuto, ma il suo carceriere decise di non attendere, riempì un
secchio d’acqua fredda e gliela rovesciò addosso. Ryan si contrasse in preda a spasmi fortissimi e aprì gli
occhi a fatica ma, ancora sotto l’effetto dei sedativi, vide solo oscurità.
Giunse la seconda secchiata d’acqua gelata. Ryan gridò. Si senti come se migliaia di aghi gli penetrassero
nella carne. Il suo corpo stava cominciando a svegliarsi, e con lui anche il dolore alla ferita infertagli da Kroltz
qualche ora prima. Cercò di muovere gambe e braccia. Fu allora che comprese di essere legato e bendato.
Improvvisamente si sentì colpire in pieno volto con forza tale da ribaltarlo di lato con tutta la sedia. Gridò
molto più forte che in precedenza, il colpo l’aveva svegliato del tutto.
« Ben tornato tra noi, Signor Ryan. Noto con piacere di essere riuscito a svegliarla. »
Tremando, il prigioniero girò a fatica la testa verso l’origine della voce. Riconobbe il suo aggressore e si
rivolse a lui.
« Sei uno stronzo, Kroltz. »
In risposta si sentì colpire con un calcio in pieno stomaco. Rimase senza fiato contorcendosi malamente a
causa delle corde che lo bloccavano. Sentì ancora una volta la voce di Kroltz.
« Suvvia, Signor Ryan, non dimentichi le buone maniere. » Lo esortò Kroltz in tono di scherno.
In preda a un dolore lancinante, Ryan raccolse le forze e sorrise in direzione di Kroltz. « Hai ragione,
Richard, dovrei essere più garbato. Ciò non toglie che tu sia uno stronzo. »
Fu ricompensato con altri due calci nello stomaco. Sputò sangue senza avere la forza di rispondere. Poi si
sentì afferrare per i capelli. Non poteva vedere nulla, ma sentì sul viso il respiro di Kroltz.
« Andiamo signor Ryan, lo sa anche lei che ha tutto da perdere in questa situazione. Quindi, perché non
decide di ammorbidirsi un po’? Potrebbe risparmiarsi delle sofferenze inutili. »
Ryan sorrise di nuovo dando fondo ad ogni risorsa psicofisica, raccolse le energie rimaste e sputò
all’aguzzino imbrattandogli di sangue la faccia e i vestiti.
Anche se non poteva vederlo, percepì lo sgomento di Kroltz e il suo sguardo iracondo, poi sentì arrivare un
nuovo colpo. Le forze lo abbandonarono del tutto e svenne.
Kroltz si alzò in piedi impugnando la pistola e si rivolse al prigioniero. « Ora mi ha veramente stancato,
Signor Ryan. Ti avevo riservato un trattamento speciale, ma credo sia il caso di chiuderla qui. Quello che
volevo sapere da te lo scoprirò comunque. Addio, signor Ryan. »
Il suono di uno sparo echeggiò nella stanza, ma fu Kroltz a gridare di dolore. Il proiettile l’aveva colpito alla
spalla destra e l’aveva scaraventato a terra facendogli cadere di mano la pistola.
Kroltz strinse i denti e sollevò lo sguardo verso il suo aggressore. « Non è possibile! » esclamò. « Stavi
dormendo al Ritz... »
« Invece eccomi qui. Credevi che non mi sarei reso conto di nulla? Sei un ingenuo Richard, ammesso che
Richard sia il tuo vero nome. »
« Come hai fatto? » chiese Kroltz ansimando.
« Ho sempre saputo. Sei stato solo una pedina nelle mie mani, ma non è questo che conta. »
« Sei stato davvero bravo, lo devo ammettere. Sei anche riuscito a seguirmi fin qui. » replicò Kroltz
prendendo tempo.

Rev 2.0 45
« Ti ho reso il tuo stesso favore. Stasera, mentre mi scortavi all’hotel, ho fatto scivolare una cimice nella
tasca della tua giacca e ho piazzato un localizzatore satellitare sotto il sedile dell’auto. Devo ammettere che
la conversazione che hai avuto con il tuo nuovo compagno è stata interessante. »
« Lui dov’è? »
« L’ho lasciato andare. Era tale l’eccitazione per il nuovo incarico che è uscito correndo e non si è accorto
di me. »
« Perché non ucciderlo? »
« Oh, Richard, non ti aspetterai davvero che ti dia la soddisfazione di raccontarti ogni cosa! »
« Sei un bastardo. Hai deciso di tradire chi ti ha reso ciò che sei... »
« Chi sei, tu, per avere il diritto di giudicarmi? Non sono stato io il primo, loro hanno tradito tutti, tutti noi!
Compreso te! » gridò Finder.
« Sai benissimo che non vivrai a lungo » rispose l’agente ferito. « Ti daranno la caccia finché non avranno
la tua testa. Ormai sanno tutto. »
« Sì, ormai loro sanno tutto... Ma non io. Dimmi Richard, che fine ha fatto la scatola che dovevi recuperare
per me? »
« Vai all’inferno! »
Nella stanza riecheggiò il suono di un nuovo sparo. Kroltz emise un grido raccapricciante mentre il
ginocchio gli andava in frantumi.
« Fa male, Richard? Non sei così ingenuo da non sapere che stanotte morirai comunque, ma puoi renderti
le cose più facili, puoi evitare di soffrire come un cane. Dimmi dov’è la scatola. »
Kroltz rimase in silenzio, ostinatamente, sfidando colui che era stato il suo diretto superiore per oltre un
anno. Non si sarebbe mai aspettato un così radicale capovolgimento degli eventi. Sentì nuovamente il suono
di uno sparo e ancora una volta si ritrovò a gridare di dolore.
Sapeva bene che ormai era arrivato il suo momento. Per la prima volta dopo tanti anni, ebbe paura. Capì
di essere un semplice uomo. Da parecchio tempo si considerava un eletto, quasi un semidio.
Decise comunque di tenere duro. « Ah, quanto avrei voluto divertirmi con te... e quanto mi sarei sollazzato
con Ryan! » esclamò con fierezza.
« Non avresti dovuto toccarlo, ora la pagherai! »
« Ma guarda, il direttore che gioca a fare il paparino premuroso. Finiscila, lo userai così come avresti usato
me. »
« Ti sbagli! Ryan è destinato a qualcosa di grande. Quando arriverà la fine, lui sarà al mio fianco per
vedere il nuovo inizio. »
Kroltz rimase sbigottito da quell’affermazione. Nonostante stesse per assaporare la morte, quasi per
deformazione professionale la sua mente andò a ricercare nella memoria tutte le informazioni apprese dal
fascicolo di David Ryan.
Infine comprese. Capì e iniziò a ridere a crepapelle.
« Questa è davvero bella, Ryan è... » Non fece in tempo a finire la frase che un nuovo colpo lo trapassò in
pieno petto. Era ancora vivo, ma non sarebbe durata a lungo. Non riusciva quasi più nemmeno a respirare.
Vide Finder avvicinarsi e abbassarsi verso di lui.
« La scatola, Richard. »
« Non ce l’ho più » rispose il moribondo con un filo di voce. « L’ho data a loro. Ormai è troppo tardi, non
puoi farci più niente. »
La vista gli si stava annebbiando mentre il cuore batteva sempre più lentamente. Ma lui non aveva smesso
di sfoggiare il suo sguardo dignitoso e fiero. Stava morendo, ma non aveva tradito. Si era sacrificato per la
causa più grande.
Qualche istante prima dell’ultimo respiro, tuttavia, la sua mente afferrò in pieno la sua tragedia: lui sarebbe
stato escluso dal premio finale. Improvvisamente capì che la propria esistenza non aveva avuto alcun senso.
Se quella era veramente la fine, tutto era stato inutile. Almeno per lui.
Raccolse le ultime energie e sussurrò in direzione di Finder: « Dimmi vecchio, per cosa muoio? ».
Finder Lo guardò dritto negli occhi. « Per cosa mi avresti ucciso? Ecco perché ho deciso di tradire. »
Kroltz guardò l’uomo ancora una volta. Non aggiunse altro, non ne aveva la forza e non aveva più nulla da
dire.
Poi chiuse gli occhi. Per sempre.

Nello stesso istante, Finder sentì Ryan gemere. Gli si avvicinò e l’osservò bene: era nudo, legato, sporco,
e aveva gli occhi coperti da una benda.
Si sentì attanagliato dal senso di colpa. Mettendolo in quella situazione aveva rischiato di perderlo. Sapeva
bene che non avrebbe potuto agire diversamente. Sapeva altrettanto bene che Ryan sarebbe sopravvissuto.
Tuttavia, non poté fare a meno di commiserarsi.

Rev 2.0 46
Sciolse i nodi che gli bloccavano mani e piedi, poi gli tolse la benda. Ryan aprì gli occhi e gli ci volle
qualche istante per mettere a fuoco il viso dell’uomo.
« Cosa è successo? »
« Non preoccuparti David, è tutto finito. »

24

Riemerse dal sonno faticosamente.


Aprì gli occhi sulle lenzuola impregnate di penombra.
Lei era li. Come spesso accadeva la domenica, la osservava già da un po’ con aria affascinata.
Sorrise a quella visione meravigliosa che riempiva il mattino.
I suoi sogni stentavano ancora a dileguarsi, ma il suo cuore era già colmo di gioia... la stessa gioia che già
da tempo aveva dimostrato la propria consistenza e l’aveva portato ad esistere in una dimensione che non
avrebbe mai ritenuto possibile. L’abbracciò strofinandosi sul suo corpo ancora addormentato. Assaporò le
dolci fragranze della sua pelle riposata.
« Buongiorno » le mormorò nell’orecchio.
Sara si stiracchiò, gli occhi ancora chiusi, voltandosi verso di lui per baciarlo ed affondare il volto tra le sue
braccia.
Passarono alcuni minuti, quelli necessari per aprire i pensieri al mattino terso, pieno di luce, che entrambi
intravedevano dalle serrande parzialmente abbassate. Sara si alzò sinuosa e, con un muto invito, trascinò
David in soggiorno per fare colazione.
Il primo sorso di caffé sembrò risvegliare in lei un pensiero ingombrante. Trasse un sospiro eloquente
mentre osservava le nubi strappate oltre il vetro della finestra, poi si fece coraggio e, complice la luce del
sole, frantumò l’incantesimo notturno: « Tra un anno sarai laureato David. Cosa ci succederà, allora? »
« In che senso? » rispose lui addentando distrattamente un croissant.
« Be’... io sono solo al primo anno di college, mentre tu sei all’ultimo. Quando riuscirò a finire anch’io, tu
chissà dove sarai. » replicò lei sospirando. « Per allora potremmo non stare più insieme... » sentenziò infine
laconica.
« E così pensi già a liberarti di me! Non credere di riuscirci così facilmente » le rispose David sorridendo e
abbracciandola.
Sara lo osservò in silenzio, esitando sugli occhi dal taglio deciso che esprimevano un magnetismo a cui
non ha mai saputo resistere.
Per nulla convinta, lo incalzò con una nuova domanda: « Cosa farai dopo la laurea? Dimmelo, dài... »
« Potrei fare un sacco di cose diverse, mi piacerebbe insegnare, ad esempio… » fece una pausa di
qualche secondo, incerto se dirle o meno quello che voleva dirle da giorni. Decise di osare. « La cosa che
più di tutte mi piacerebbe, sarebbe quella di vivere e invecchiare con te. »
Sul viso di Sara comparve un sorriso sincero, spontaneo, che tradì molto più di quanto le sarebbe stato
possibile spiegare.
Trascorse un semplice istante.
Poi la sua espressione divenne di colpo cupa, impenetrabile.
« Cosa c’è che non va? » le chiese David percependo in sè il turbamento di lei.
« C’è una cosa che devo dirti, ma te ne parlerò stasera... »
Il sogno si trasformò in un paesaggio notturno. Sara stava piangendo mentre David la guardava stupito.
« Loro vengono a prendermi, David! » gli confidò fra i singhiozzi.
« Loro chi? »
« Non lo so, chi. Vengono di notte e mi portano via. »

La sveglia l’aveva destato di colpo decretando la fine del sogno e delle poche ore di riposo.
Si toccò il fianco all’altezza della ferita, ma non trovò altro che la carne rigenerata. Ricordò l’attimo in cui la
pallottola lo aveva colpito ed il suo viso si dipinse di dolore. Rimase sotto le coperte qualche altro minuto a
rimuginare. C’era molto che doveva ancora capire e, con ogni probabilità, Finder l’avrebbe aiutato.
Si alzò dal letto guardandosi intorno. Non era mai stato circondato da tanto lusso. Il direttore aveva preso
per lui una suite accanto alla propria.
Uscì dalla camera da letto sbucando direttamente sull’ampio salone dell’appartamento. Le tende erano
aperte su un oceano di sole. Sul divano troneggiavano alcune scatole di varie dimensioni che riportavano il
suo nome.
Le aprì trovando lussuosi capi d’abbigliamento, un paio di scarpe a collo alto in morbida pelle color
marrone bruciato, della biancheria intima, un deodorante, un rasoio elettrico e un profumo firmato. Infine

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volse lo sguardo verso l’ultima scatola, la più grande. Conteneva un elegante cappotto doppio petto color
cammello, una sciarpa e un paio di guanti intonati con le scarpe.
Era arrivato il momento di fare una doccia bollente. S’infilò sotto l’acqua scrosciante. Rimase nella doccia
per venti minuti abbondanti respirando il vapore prodotto dall’acqua calda e dicendo a se stesso che la notte
precedente se l’era davvero vista brutta.
Una volta uscito, si asciugò come se stesse svolgendo un antico rituale. Assaporò sino in fondo la
morbidezza dell’accappatoio griffato London Ritz Hotel, poi si rase e si vestì.
Rimase di stucco: ogni capo d’abbigliamento calzava alla perfezione.
Fece per uscire dalla suite quando, con la coda dell’occhio, notò un’ultima piccola scatola che portava
impresso il marchio Eberhard.
Il coperchio aperto gli restituì l’immagine di un orologio Eberhard Palazzo. La cassa in oro custodiva un
movimento meccanico a carica automatica e il cinturino, in pelle rossa martellata, faceva sì che lo splendido
oggetto si presentasse discreto eppure capace di farsi notare.
Tanto lusso iniziava a metterlo in serio imbarazzo.
Squillò il telefono. « Signore, è la reception. Abbiamo avuto l’incarico di informarla che il signor Finder la
sta attendendo presso il nostro ristorante. »
« Grazie mille, dite al dirett... al signor Finder che sarò da lui entro pochi minuti. »
Ciò detto, si guardò allo specchio un’ultima volta. Si sentiva rinato, e il look classico sembrava mettere
ancor più in evidenza la sua figura longilinea.
Prese il cappotto, la sciarpa e i guanti uscendo dalla suite.
Una volta fuori, fu accolto da un lieve senso d’inadeguatezza. Dalla porta accanto era uscito un uomo che
sembrava uno sceicco delle mille e una notte, adornato da splendidi gioielli indossati quasi con ostentazione.
L’arabo salutò Ryan con un cenno del capo, poi fu inghiottito dall’ascensore.
Ryan si rese improvvisamente conto di non avere la più pallida idea di dove fosse il ristorante. Con la sua
proverbiale razionalità domò un impeto passeggero di panico. Si guardò attorno e vide transitare per l’ampio
corridoio un tizio che aveva tutta l’aria di essere l’assistente al piano.
Gli andò incontro. « Buongiorno, mi scusi, sono atteso al ristorante dell’hotel ma non ho la più pallida idea
di come arrivarci. » esordì con un certo imbarazzo.
« La prima volta al Ritz di Londra, verò? » chiese l’uomo sfoderando un sorriso servile. Prima che Ryan
potesse rispondere, l’uomo si rivolse all’addetto alle colazioni in camera.
« Paul, accompagna il nostro gentile ospite al ristorante. »
Il ragazzo ubbidì prontamente, ma prima che Ryan potesse muoversi, percepì dallo sguardo del consierge
che questi era in attesa di qualcosa. Ryan impiegò qualche istante per capire che l’uomo era in attesa di una
ricompensa per avergli risolto il problema. Nuovamente in balia dell’imbarazzo più profondo, infilò la mano in
tasca e, proprio quando stava per inventare una balla, toccò con le dita qualcosa di familiare. Tirò fuori una
modesta pila di banconote piegate in due e consegnò all’uomo la prima del mucchio.
Il consierge, vedendosi ricompensato con una banconota di cinquanta sterline, lo ringraziò invitandolo a
rivolgersi a lui per qualunque cosa, comprese eventuali necessità di compagnia femminile. Ryan dovette
trattenersi per non scoppiare in una sonora risata. Ringraziò l’uomo per la disponibilità e si lasciò condurre
dal giovane inserviente al ristorante dell’hotel.
Entrare nel Ritz London Restaurant fu un vero colpo. Il lusso senza limite richiamava alla memoria i tempi
in cui le più prestigiose corti d’Europa intrattenevano a palazzo l’alta nobiltà. Ryan ebbe la sensazione d’aver
fatto un salto epocale di almeno duecento anni. Il disagio provato qualche minuto prima davanti allo sceicco
esplose inesorabilmente facendolo sentire del tutto fuori luogo. Cercò di non prestarvi attenzione e richiamò
alla memoria il tempo in cui, da agente della CIA, aveva lavorato sotto copertura svolgendo diversi incarichi.
Si era adattato ad ogni tipo d’ambiente, da quello alto borghese a quello suburbano delle bettole e delle
bische clandestine. Così, nel giro di pochi istanti l’imbarazzo lasciò il posto a un rinnovato senso di
adeguatezza e riuscì a sentirsi addirittura a suo agio all’ambiente circostante.
Dopo aver riscosso una lauta mancia , il giovane cameriere lasciò Ryan in consegna al direttore di sala. «
Lei deve essere l’ospite di Mister Finder! » esclamò l’uomo, proseguendo subito dopo: « La stavamo
attendendo con impazienza. Prego, mi segua, da questa parte. Oh, lasci pure qui il soprabito, ce ne
occuperemo noi. »
L’uomo fece personalmente strada a Ryan preoccupandosi di non procedere con andatura troppo lenta, né
troppo veloce. Osservandolo, Ryan ebbe la sensazione che la ricerca di quell’equilibrio nel camminare fosse
del tutto inadatta alla sfarzosa ostentazione di quel posto. Poi ebbe la pessima idea di guardarsi intorno e si
rese conto che tutti gli ospiti dell’hotel lo stavano fissando. Cercò di domandarsene il motivo e lo comprese
immediatamente: tutte le persone di sesso maschile presenti nella sala vestivano in giacca e cravatta.
Ricordò che gli hotel di lusso hanno un proprio codice relativo all’abbigliamento nelle sale pubbliche, che
impone agli uomini di vestire sempre e comunque in giacca e cravatta. Il disagio tornò nuovamente

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all’attacco e, stavolta, più che contrastarlo sembrò quasi assecondarlo. Si stava dando dell’idiota e si
dispiacque per il fatto che, di lì a poco, si sarebbe seduto al tavolo di Finder e lo avrebbe messo in serio
imbarazzo. Normalmente non se ne sarebbe nemmeno preoccupato, ma gli era profondamente riconoscente
per avergli salvato la vita. Oltretutto, Finder avrebbe potuto credere a qualunque menzogna raccontata da
Kroltz, invece aveva deciso di compromettersi e di rinnovargli la propria fiducia a scatola chiusa.
“E pensare che lo ritenevo colpevole di avere ordinato la morte di Benedict...”
Con questo pensiero in mente, giunse infine al tavolo di Finder. L’anziano uomo era impeccabilmente
vestito con un vestito intero blu scuro, camicia azzurra e cravatta color salmone che spezzava in modo
discreto il rigore classico dell’abito.
Il direttore di sala si congedò e Ryan rimase in piedi a testa bassa finché il superiore non lo esortò a
sedersi. Intanto qualcuno lo stava ancora fissando ed ebbe la forte sensazione che il brusio presente in sala
fosse per lo più causato da considerazioni sul suo abbigliamento.
« Mi dispiace, direttore » disse.
« Di cosa David? »
« Il mio abbigliamento. Non ho né la giacca, né la cravatta. »
Finder lo scrutò, poi sorrise di gusto. « Ti ho forse fatto trovare giacca e cravatta, al tuo risveglio? Ho
ritenuto opportuno, dopo gli eventi di ieri, che oggi stessi comodo. Rilassati, se sei seduto a questo tavolo
senza l’abbigliamento richiesto dall’hotel, è perché ne hai pieno titolo. »
« Pieno titolo, signore? »
« Sì, David. Chiunque altro non sarebbe nemmeno potuto entrare, senza indossare l’abbigliamento
richiesto. Il motivo per cui tutte le persone del ristorante ti guardavano, è che se un ospite del Ritz accede al
ristorante, al bar o alla sala da tè senza indossare giacca e cravatta, ciò vuol dire che l’ospite in questione ha
un’importanza enormemente maggiore di quella che possono avere gli altri. Nemmeno il principe Carlo si
sarebbe mai potuto sedere qui senza l’abbigliamento formale. »
« Sono convinto che il principe Carlo non lo farebbe a prescindere. » mugugnò Ryan sulle difensive.
« Può darsi » rispose Finder sorridendo. « Comunque sia, quelle persone si stanno chiedendo chi sei
perché ritengono tu sia una persona di grande eccezione. Tra poco qualcuno di loro giurerà di averti visto su
qualche tabloid o a qualche party esclusivo. Qualcun altro dirà che sei un ricco petroliere o forse un bancario
d’altissimo livello. »
« Ma io non sono nulla di tutto ciò! »
« Non è vero, David. Tu sei mio figlio. Questa è la tua nuova copertura, un figlio illegittimo che ho
finalmente riconosciuto e al quale ho deciso di lasciare tutti i miei affari. »
« E quindi, in qualità di suo figlio, avrei diritto di stare seduto qui addirittura in mutande, se lo desiderassi?
» chiese Ryan in tono provocatorio.
« Se tu lo volessi, certamente sì. »
« Lei deve essere davvero importante, allora... e stavolta non c’entra nulla il fatto che è il direttore della
CIA. »
« No, infatti non c’entra. »
« È una questione di denaro? »
« No David, almeno non nel senso che intendi tu. Di per se il denaro non dà potere... semmai è vero il
contrario. Il potere risiede nel gestire ingenti flussi di capitali, soprattutto non propri, tali da controllare l’intero
sistema economico mondiale. Quando si ha tale autorità, si ha anche la facoltà di amministrare praticamente
tutto negli affari della nazione e del pianeta. Ecco David, la natura del mio operato è esattamente questa. »
Ryan strabuzzò gli occhi. Finder gli si stava finalmente rivelando per ciò che era: una persona in grado di
dirigere eventi, mercati, borse e quant’altro.
« I soldi non sono il potere reale » continuò Finder. « Certamente, nonostante i miei ingenti capitali, non
sono l’uomo più ricco del mondo. Ti assicuro, però, che è stata una mia scelta. Dimmi, c’è più potere nel
gestire i propri danari o nel fare la stessa cosa con il capitale di milioni di persone, incluse quelle nella top
ten mondiale degli uomini più ricchi e importanti? »
« Lei sta parlando di pilotare interi sistemi economici! » Esclamò Ryan esterrefatto.
« Vedo che inizi a capire, David. Dopotutto hai una laurea in scienze politiche e due master in gestione
pubblica ed economia internazionale. Non m’interessa il tuo giudizio in merito alla questione, questo è
semplicemente lo stato dei fatti. Ed è questo potere che ci dà la possibilità, l’autorità direi, di combattere
contro il nostro nemico comune. » rispose Finder in tutta franchezza.
Ryan ebbe un fremito che non riuscì a classificare. Non comprese bene se si trattava di ribrezzo, fascino,
paura, eccitazione o tutte queste cose insieme. Solo un mese prima si sarebbe alzato da quel tavolo seduta
stante e se ne sarebbe andato. Negli ultimi giorni, però, era cambiato qualcosa e ora si rendeva conto di
avere finalmente la possibilità di toccare con mano le verità che cercava dal giorno in cui Sara gli era stata
portata via. Sarebbe andato sino in fondo, a qualsiasi costo.

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« Bene Papà! » esclamò. « Credo che tu mi debba delle risposte su alcune questioni. »
« Sì, ma prima di tutto voglio dirti che, da qualche ora a questa parte, non sono più il direttore della CIA. »
« Cosa? »
« I miei poteri sono stati revocati. Improvvisando il tuo salvataggio mi sono definitivamente scoperto. Nel
giro di quarantotto ore sarà promulgato un mandato di cattura internazionale per alto tradimento, quindi
dovremo muoverci con cautela. Tu sei stato accusato di essere mio complice, almeno nel rapporto ufficiale
dato in pasto agli enti governativi, FBI inclusa. Inutile dirti che, dopo le scorribande all’Area 51, ora sei
considerato alla stregua di un pericoloso terrorista. »
« Terrorista? Io? »
« Mi dispiace David. Credimi, non avrei mai pensato che le cose sarebbero potute andare in questo modo.
Se solo avessi capito prima chi era Kroltz... »
« Chi era Kroltz? »
« Un infiltrato messomi alle calcagna dai nostri nemici. Ora stanno cercando di stanarci. »
« E il potere a cui alludevi prima? »
« Lo stiamo già usando, siamo in piena Londra e alla luce del sole, e questo perché da queste parti ho
amicizie altrettanto potenti che sono disposte a coprirci. Dovremo incontrarci con alcune di queste per
risolvere delle questioni cruciali. »
« E per quanto riguarda il capitano Benedict? » chiese Ryan.
« La scorsa notte mi hai detto di avergli fornito protezione, quindi dovrebbe essere già al sicuro » mentì
Finder.
« Sì, dovrebbe... Me ne accerterò più tardi. C’è ancora molto che deve spiegarmi, signore. Chi è adesso il
nostro nemico? »
« Tutti quelli che ci daranno la caccia, David. »
Ryan guardò Finder con disapprovazione. Si sentiva preso in giro, e questo fu più che sufficiente a far
imbufalire il suo orgoglio.
« Forse mi sono spiegato male, signore. È ora che io sappia come stanno esattamente le cose »
puntualizzò seccamente.
« Non ancora » ribatté Finder. « Non sei ancora pronto per sapere ogni cosa, ci vorrà del tempo. »
Ryan rise di gusto tradendo una nota vagamente isterica. « Quando ho accettato di tornare a lavorare per
lei, l’ho fatto perché credevo che avrei avuto la possibilità di scoprire la verità e, con essa, affrontare e
finalmente risolvere le questioni legate ai miei ricordi. »
« Parli di Sara, giusto? »
« Esatto, parlo di Sara. Può immaginare cosa mi legava a lei? »
« No, David. »
« Avrei trascorso insieme a lei il resto della vita. Poi, un giorno, Sara iniziò a parlarmi di strani incontri con
esseri dei quali conservava solo pochissimi stralci di ricordi. Inizialmente credetti che fosse pazza e poi,
incredibilmente, capii che era sincera. L’incoraggiai ad andare a fondo alla questione, ma allora non
trovammo nessuno in grado di aiutarla. Poi, un bel giorno, Sara fu portata in una clinica psichiatrica o,
almeno, questo mi dissero quando tornai a casa. Da quel giorno, per anni, non feci altro che cercarla. Ecco
perché sono entrato nella CIA e poi nell’FBI: se avessi scoperto la verità, avrei dimostrato al mondo che Sara
non era pazza e forse avrei potuto riabbracciarla. »
Finder scrutò a lungo Ryan, poi commentò: « David, devi dimenticare Sara e guardare avanti. Quello che
farai da adesso in poi, dovrai farlo solo per te stesso e per le persone che credono in te. »
« Sara credeva in me! » gridò Ryan facendo voltare tutti gli ospiti dell’hotel.
« Cosa vuoi da me, David? » chiese Finder invitandolo con lo sguardo alla calma.
« Le darò una mano... non potrebbe essere diversamente, mi ha salvato la vita. Ma alla fine di questa
storia dovrà aiutarmi a ritrovare Sara e a tirarla fuori da qualunque posto sia stata rinchiusa. Queste sono le
mie condizioni. »
George Finder comprese che Ryan faceva sul serio. Valutò velocemente la situazione, infine si espresse. «
Va bene David, una volta finita tutta questa storia, ti darò una mano a rintracciare Sara e liberarla. »
« Bene, ora credo proprio sia il caso di ordinare, ho davvero fame » concluse Ryan forzandosi alla calma.
« Non ancora David, siamo in attesa di un ospite. »
Finder fece un cenno indicando un uomo che si stava avvicinando. Ryan lo riconobbe: era la stessa
persona che aveva incrociato fuori dalla suite.
« Quello è lo sceicco Abdul Azeem Mohamed Humam. È un principe e, cosa ancora più importante, nostro
potente alleato. In un certo senso possiamo affermare che gerarchicamente è un poco al di sotto di me,
ragion per cui ci darà ogni aiuto possibile. Si è precipitato a Londra non appena l’ho informato del mio arrivo.
Sii gentile con lui, e ricordati che sei mio figlio, adesso. »
Quando l’uomo giunse in prossimità del tavolo, Finder si alzò e lo abbracciò. « Caro Abdul, vederti mi dà

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un piacere immenso. »
« Il piacere è mio, George. Come sempre » rispose lo sceicco tradendo dall’accento la sua provenienza, «
anche se avrei preferito incontrarti in momenti più tranquilli. »
Sia Ryan che Finder colsero nel suo sorriso una preoccupazione sincera.
Finder cercò d’incoraggiarlo: « Avremo modo di parlare di tutti i problemi, non ti preoccupare. Adesso però
lascia che ti presenti David. »
Ryan si alzò in piedi e allungò la mano per stringere quella dello sceicco. Questi l’abbracciò senza
esitazione. « E così tu devi essere il figlio ritrovato di George. Somigli davvero a tuo padre. Io e lui siamo
amici da molto tempo, sono davvero felice di conoscerti. »
Sbigottito da tanta espansività, Ryan rispose all’abbraccio dell’uomo senza troppa convinzione.
« Il piacere è mio, Principe Humam. »
« Oh, chiamami semplicemente Abdul » lo incoraggiò lo sceicco. « Non restiamo qui in piedi... Avanti,
sediamoci e ordiniamo da mangiare » concluse mettendo in bella mostra sia un bel sorriso che il piccolo
diamante incastonato nel canino sinistro.
Quando i tre si sedettero, il maître di sala si avvicinò chiedendo le ordinazioni. Finder rimase indeciso tra
due pietanze, poi fece la sua scelta.
Ryan impiegò quasi un minuto nel tentativo di indovinare le pietanze dal nome scritto in francese; poi,
sconfitto, chiese quella che gli suonava meglio delle altre sperando di avere almeno ordinato della carne.
Il principe Abdul, invece, non proferì parola limitandosi semplicemente ad indicare con il dito la sua scelta.
Giunse il turno del sommellier.
« Ecco la carta dei vini, signori. Se posso permettermi, il vostro pranzo è orientato sulla carne? »
I tre annuirono, Ryan con meno convinzione dei due commensali.
« Potrei consigliarvi uno splendido Chateau Lynch Bages del 1990. È un vino equilibrato, dal sapore deciso
con un retrogusto... »
« Ha ragione » intervenne lo sceicco, « è un vino decisamente valido ma, se i miei ospiti non hanno nulla
in contrario, sarei più propenso per un Petrus Pomerol del 1998. »
Finder annuì prontamente, Ryan attese qualche istante scrutandolo di traverso, poi annuì a sua volta.
Il sommellier si congedò. « Ottima scelta, signori. »
Prima che potesse allontanarsi dal tavolo, lo sceicco chiese di poter trattenere la carta dei vini nel caso
avessero desiderato un’altra bottiglia. Con fare volutamente distratto, Ryan scorse di straforo l’elenco dei vini
fino ad incrociare quello ordinato dal principe arabo. Trasalì: la bottiglia appena ordinata costava la bellezza
di mille e cinquecento sterline. Dopo aver eseguito un rapido calcolo mentale, trasalì di nuovo:
duemilasettecento dollari!
« È un ottimo vino, David » gli confidò lo sceicco intuendo il suo pensiero. « Normalmente è reperibile sul
mercato a circa millecinquecento dollari a bottiglia ma... che ci vuoi fare, siamo al Ritz e quello che fanno è
un ricarico più che ragionevole. »
Ryan disse a se stesso che da quel momento avrebbe dovuto usare maggiore cautela. Evidentemente chi
gli sedeva accanto era molto attento ai particolari pur senza darlo a vedere.
Finder non faceva eccezione. Ebbe la sensazione di essere seduto accanto a persone legate da un patto
indissolubile. Due persone che, in assenza di quel patto, si sarebbero sparate a vicenda.
Fu solo una sensazione, ma sufficientemente chiara per riaccendere definitivamente tutti i suoi sensi.
“E io ci sono finito in mezzo” commentò fra sé sospirando. Ormai era chiaro che il gioco nel quale era finito
comportava pericoli da lui mai incontrati in precedenza, pur essendo un ex agente sia della CIA che dell’FBI.
Aver rischiato la vita il giorno precedente era probabilmente una delle conseguenze meno importanti, il che
la diceva lunga sulla posta in gioco. Tuttavia non aveva ancora sufficienti elementi per valutare correttamente
la situazione. Finder gli aveva salvato la vita e, prima ancora che lasciasse gli Stati Uniti per l’Inghilterra, gli
aveva confidato segreti inimmaginabili. Il suo sesto senso gli aveva suggerito che l’ex direttore della CIA non
era del tutto onesto. Oltre tutto, per sua stessa ammissione, c’era ancora molto da sapere, ma si sarebbe
sbottonato con gradualità.
Ad ogni buon conto, e a pensarci bene, non aveva più la certezza che l’uomo gli avrebbe detto le cose
come veramente stavano. Inoltre, l’avergli strappato la promessa relativa alla ricerca di Sara in modo così
indolore, lo riempiva di sospetti.
Improvvisamente comprese la propria ingenuità: apparentemente Finder non aveva nessun motivo per
venire in Inghilterra a salvarlo. Il suo arrivo poteva essere giustificato solo ed esclusivamente dalla scoperta
che Kroltz lo stava spiando.
Ma perché? Per chi lavorava davvero Kroltz? Per quale motivo aveva tradito Finder? E, cosa ancora più
importante, Finder era mosso esclusivamente da buoni propositi o serviva qualcun altro? E, se così era, chi
erano i suoi padroni?
Le domande senza risposta erano davvero molte, ma ebbe come la sensazione che quella più importante

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e, di conseguenza, l’informazione cruciale, continuavano a sfuggirgli inesorabilmente. Non se ne seppe
spiegare il motivo, ma era certo che ci fosse dell’altro... e in qualche modo sentiva che andava oltre ogni più
fervida immaginazione.
Questa propria incapacità lo frustrò tremendamente. Il meccanismo che si era messo in moto aveva una
portata colossale e lui c’era finito senz’altro in dentro.
Ma perché proprio lui? Ecco un’altra domanda alla quale non seppe dare risposta. Finder lo conosceva
benissimo, sapeva perfettamente che non era totalmente controllabile e che, anzi, manteneva sempre una
certa indipendenza capace talvolta di sconfinare nella completa autonomia d’azione.
Allora perché scegliere proprio lui? Ancora una volta decise di aspettare. Stavolta, se fosse stato davvero
cauto, avrebbe ottenuto le risposte che gli servivano.
In quel momento si rese conto di essersi estraniato completamente dai discorsi dei suoi interlocutori. Per
non farsi cogliere impreparato da qualche domanda, riavvolse il nastro e riascoltò mentalmente il dialogo dei
due. Avevano parlato esclusivamente dell’andamento dei mercati e di qualche vicenda politica, facendo
peraltro delle considerazioni a tratti veramente banali. Tuttavia sospettò legittimamente che dietro quelle
asserzioni si nascondessero verità sconcertanti. Dopotutto Finder era stato piuttosto chiaro: lui e i suoi alleati
avevano il potere di dirigere questioni economiche di portata planetaria. “E con esse” si disse “anche quelle
politiche”.
Il pranzo fu servito. Ryan si rincuorò alla visione della sua portata: una bistecca di manzo al sangue
accompagnata da una salsa chiara che aveva tutta l’aria di essere appetitosa.
« Bene! » esclamò lo sceicco aprendo il tovagliolo e rivolgendosi a Finder. « Veniamo alle questioni meno
ovvie. Come posso aiutarti, George? »
« In molti modi, Abdul... E credimi se ti dico che il tuo aiuto potrà rivelarsi determinante per vincere la
nostra guerra! »

25

Il caos regnava sovrano nella città che aveva visto nascere e svilupparsi uno degli imperi più grandi della
storia.
Firefox si guardava intorno già da un bel po’ carico di meraviglia.
Era esterrefatto dall’indisciplina dei romani e dall’assenza di un qualsivoglia principio di puntualità degli
autobus e della metropolitana. Quest’ultima, peraltro, disponeva di appena due linee, senz’altro insufficienti a
collegare ogni punto della città. Gli avevano spiegato che, ogni volta in cui si tentavano nuovi scavi per
realizzare altre linee, puntualmente ci si imbatteva in resti archeologici sui quali il Ministero delle Belle Arti
esercitava un controllo totale bloccando i lavori.
Roma non aveva da offrire solamente confusione e un trasporto pubblico più che discutibile. Firefox
l’aveva compreso bene già dal giorno dell’arrivo, quando aveva deciso di rilassarsi gustando le bellezze della
città. Si era imbattuto in duemila anni di storia raccontati da edifici e monumenti, che continuavano da
millenni a reggere il peso crescente del tempo. Era rimasto estasiato dalla magnificenza dell’Anfiteatro
Flavio, conosciuto nel mondo come Colosseo. E non aveva potuto che restare a bocca aperta davanti alla
possenza del Pantheon, a pochi passi dalla spettacolare piazza Navona.
Ma Roma gli aveva offerto ben altro.
Era accaduto durante il secondo giorno di permanenza in città. La mattina si era alzato di buonora con
l’idea di perdersi per i vicoli a ridosso del centro. Aveva percorso l’antica Via dei Fori Imperiali a piedi,
giungendo presso l’Altare della Patria a piazza Venezia. Vi aveva trovato una mostra di quadri di tre pittori
contemporanei dei primi del ‘900 di cui non aveva mai sentito parlare: Klimt, Schiele e Kokoschka.
Avendo desiderio di riposarsi un po’, aveva deciso di entrare.
La mostra si era rivelata tutt’altro che interessante: aveva giudicato i quadri di Schiele esasperanti, con
soggetti deformi e colori tetri. A prima vista era invece riuscito ad apprezzare i dipinti di Kokoschka ma, una
volta avvicinatosi, era rimasto quasi disgustato dai tratti netti e marcati, e dalle figure che prendevano vita da
sottostrutture pittoriche piuttosto confuse, somiglianti a bruchi colorati. Poi era accaduto qualcosa: si era
casualmente imbattuto in un dipinto di Klimt: Il bacio. Ne era rimasto estasiato. Sopra un tappeto di fiori
stavano un uomo e una donna vestiti con tessuti dai disegni astratti che si confondevano con lo sfondo. La
donna stava ai piedi dell’uomo, ma i due s’incontravano in un abbraccio e in un bacio che restituivano una
profonda sensazione di drammatica sensualità capace di smuovere in Firefox un’emozione atavica del tutto
indecifrabile.
Il quadro l’aveva letteralmente ipnotizzato e lui era rimasto a contemplarlo per un tempo indefinito.
Poi s’era avvicinata una ragazza, rapita come lui dal gesto incantevole ritratto nel dipinto. Era stato solo
dopo un bel po’ di tempo che aveva realizzato di avere vicino un uomo, e che quest’uomo stava vivendo

Rev 2.0 52
emozioni simili alle sue.
L’aveva fissato incessantemente senza nemmeno accorgersene. Lui, sentendosi osservato, a un certo
punto si era girato interrogandola con gli occhi.
« Bello, vero? » improvvisò la ragazza arrossendo per la vergogna.
« Sì, è incantevole! » aveva risposto Firefox squadrandola dall’alto al basso e ammirandone la figura
longilinea in cui spiccava l’ampio decoltè.
« Allora ciao! » aveva tagliato corto lei cercando di evadere da quella situazione imbarazzante. Si era
girata ed aveva fatto per andarsene, quando lui l’aveva afferrata per il braccio.
« No, aspetta... »
Lei era tornata a guardarlo senza dire nulla. Fosse stato un altro, gli avrebbe fatto notare che era
sconveniente afferrare una sconosciuta per il braccio. Tuttavia non era riuscita a spiccicare parola.
« Ti va un caffé? » Aveva chiesto lui.
« Un caffé? » Aveva risposto lei arrossendo nuovamente per l’insolito sviluppo di quella situazione.
« Sì, un caffé, o qualunque altra cosa tu abbia desiderio di bere o di mangiare. »
« Va bene » aveva risposto d’istinto lei, dandosi della stupida per non aver rifiutato.
Ma sapeva che, se anche avesse tentato, non ci sarebbe riuscita. Nell’uomo c’era qualcosa che l’attraeva.
Era una sorta di spinta invisibile che sentiva capace di avvolgerla in un abbraccio simile a quello del quadro.
Erano usciti dalla mostra l’uno accanto all’altra, senza guardarsi.
« Comunque... piacere, io sono Claire » aveva esordito lei per riempire il vuoto momentaneo.
« Io sono Fabien... no, scusa, Jack. Mi chiamo Jack! » aveva risposto lui dandosi dell’idiota. Per la prima
volta da quando era in missione aveva usato il suo vero nome. Aveva pensato d’aver commesso un errore di
poco conto. Dopotutto la ragazza era una perfetta sconosciuta.
« Insomma... sei Fabien o Jack? » aveva chiesto Claire sorridendo.
« Jack... Scusami, stavo pensando a un mio amico. »
Lei aveva sorriso. « Okay, Jack con un amico di nome Fabien, dove mi porti di bello? »
« Sai? Credo di non averne la più pallida idea, sono appena arrivato in città... »
« Non c’è problema, conosco un posticino a due minuti da qui. Seguimi! »
E lui l’aveva seguita senza battere ciglio. Standole dietro si era anche soffermato e guardarle il sedere,
convenendo che Claire era davvero una gran bella ragazza.
Giunti al locale, nonostante il freddo invernale si erano seduti presso la veranda esterna.
« Parlami di te » l’aveva esortata Firefox.
« Non c’è molto da dire » aveva risposto lei, sentendosi presa in contropiede. « O, forse, c’è da dire molto
più di quanto potrebbe interessarti. »
« Sono tutt’orecchi » l’aveva incoraggiata lui.
La ragazza aveva sorriso. « E va bene! Mi chiamo Claire ed ho ventitrè anni. Studio giornalismo qui a
Roma. Mi piace praticare sport e adoro gli animali. Cos’altro vuoi sapere? »
« Hai detto che studi giornalismo. Perché questa scelta? »
« Anche in questo senso non c’è molto da dire. Sono semplicemente una gran curiosa, anche se in fondo
c’è dell’altro. Questo nostro mondo non è mai stato un luogo realmente tranquillo. Lo dimostrano millenni di
storia, e l’era moderna avalla in pieno questa tesi. Guardati intorno, non c’è un posto realmente sicuro al
mondo. Mentre adesso stiamo parlando, in qualche parte del globo si sta consumando una guerra. Altrove
qualcuno è vittima di un omicidio, qualche padre starà picchiando insensatamente il proprio figlio e qualche
donna starà affrontando con terrore e paura una violenza. E ciò senza scavare tanto a fondo. »
« Ma questo cosa c’entra con i tuoi studi? »
« Vedi Jack... ho come la sensazione che, sin dagli albori, sia esistito un ordine precostituito che dirige gli
eventi. È come se l’uomo fosse inconsapevolmente asservito a qualcuno o a qualcosa che sfrutta la natura
umana per raggiungere scopi oscuri o, più precisamente, la natura peggiore della stragrande maggioranza
dei nostri simili. »
« E chi sarebbe questo qualcuno? »
« Oh, puoi chiamarlo come ti pare: Diavolo, Male, Oscurità, Destino... O forse anche tutte queste cose
insieme. »
« Forse non sei poi così lontana dal vero » aveva ribattuto Firefox guardandola intensamente.
Dopo qualche momento di riflessione, lei aveva aggiunto: « Forse è così, ma qualunque sforzo faccia per
comprendere sino in fondo la realtà che mi circonda, ho sempre la netta sensazione che manchi qualcosa.
Ecco perché studio giornalismo: un vero giornalista non è un mero cronista, ma qualcosa di più. Indaga a
fondo sulla realtà, la confronta con le prove che ha in mano e scava negli anfratti più oscuri della storia
umana. È come se fosse insieme investigatore, storico, filosofo e anche un po’ psicologo. Sono convinta che
tutti gli eventi importanti della nostra storia, siano essi politici, economici o militari, sono strettamente correlati
fra loro, ma in modo diverso da quello che porrebbe il mio punto di vista fra i più banali: credo con tutta me

Rev 2.0 53
stessa che a monte della maggior parte degli eventi esista una sorta di sovrastruttura occulta in grado di
dirigere e controllare quasi ogni cosa. »
Firefox l’aveva guardata pensieroso. « Credo di capire cosa intendi, ma non mi hai ancora spiegato perché
studi giornalismo » le aveva detto con un sorriso.
Claire era arrossita di colpo. « Hai ragione » si era giustificata. « Sono alla ricerca di un parametro
unificatore che sia in grado di spiegare qualunque cosa accade e, per poterlo fare, devo partire da uno
studio attento e programmatico degli eventi più importanti del presente e del passato. A questo punto è
implicito che la figura del giornalista è quella strategicamente più adatta al mio scopo. »
Era sceso il silenzio. Firefox aveva continuato a guardare Claire negli occhi. Lei si era sentita in imbarazzo
e aveva distolto lo sguardo. « Ti prego, smettila di guardarmi così » aveva chiesto sottovoce, quasi
implorando.
« Perché? » aveva risposto lui, incalzandola ancora di più con gli occhi.
« Perché mi fai sentire... perché è come se... Tu... Io potrei fare qualcosa d’insensato e... » si fermò di
colpo.
« E non sai se è ciò che vuoi davvero. »
Claire aveva abbassato lo sguardo. Non si sarebbe mai aspettata di sentirsi così. Non aveva detto più
nulla cercando d’interpretare le sensazioni sconosciute che provava: di disagio, unione, paura... amore.
Era stato lui a riprendere la parola con un sorriso beffardo che aveva letteralmente sciolto la sua
interlocutrice. « Forse non dovresti opporti a questo stato, sai... Probabilmente anche in questo momento ci
stiamo muovendo sotto l’influsso di una volontà occulta. Sono tuttavia convinto che non spetti a noi opporci.
Forse dovremmo solo... assecondare questo flusso perpetuo... » si era avvicinato chinandosi sul tavolo
verso di lei, il sorriso dipinto intorno al più penetrante degli sguardi « ...viverlo istintivamente e agire secondo
la nostra natura umana. »
La ragazza l’aveva osservato perplessa, poi aveva sorriso ed era uscita dal guscio: « Jack, ci stai
provando con me? » Era stata franca, quasi sperando che davanti a una domanda del genere l’uomo
avrebbe fatto un passo indietro.
Firefox non era stato da meno. « Credo proprio di sì. Sì... ci sto provando con te! » aveva risposto
sorridendo.
Era stato allora che Claire era rimasta del tutto stupita. Non tanto per la risposta del ragazzo, nella quale
aveva intimamente sperato, quanto perché la sua franchezza aveva fatto crollare in lei ogni briciola di
ragione.
Si era alzata senza curarsi del mondo circostante e, inginocchiandosi accanto a lui, l’aveva baciato con
passione.
Firefox l’aveva stretta a sé eccitandosi in modo quasi incontrollabile al percepire i seni della ragazza
premergli sul ventre. Lei se n’era resa conto, ma non era sembrata affatto dispiaciuta e, anzi, gli aveva
restituito il più malizioso dei sorrisi.
La conversazione si era poi velocemente spostata nella stanza d’albergo di Firefox. Nella penombra del
tramonto invernale i loro corpi s’erano avvinghiati e, molto presto, era venuto il momento in cui i seni della
ragazza si erano mostrati a Firefox in tutta la loro bellezza, grandi e sostenuti da una tonicità fuori dal
comune.
Il giovane li aveva agguantati energicamente baciando quasi con ingordigia i capezzoli inturgiditi. S’erano
abbandonati l’uno all’altra, forti di una complicità che sembrava esistere da sempre e che, dopo millenni, era
stata finalmente ritrovata. Entrambi avevano vissuto un’estasi mai provata in precedenza. Jack la stava
possedendo, ma si sentiva al contempo suo prigioniero. Attimo dopo attimo, si erano guidati reciprocamente
verso il raggiungimento del piacere completo, cosa che era accaduta a entrambi contemporaneamente. Era
stato come morire e rinascere in un istante.
« Oddio! » aveva esclamato Claire. « E dire che non ti conosco affatto. Ma chi sei? »
« Se te lo dicessi non ci crederesti » rispose lui nascondendo il viso tra le braccia di lei.
Esausta, Claire aveva deciso di soprassedere addormentandosi tra le braccia del suo nuovo uomo. Lui
aveva continuato a vegliare sul corpo nudo di Claire inebriandosi con l’odore della pelle sudata. Si sentiva
totalmente appagato e, per qualche minuto, aveva dimenticato la sua missione.
La tranquillità, però, non era durata a lungo: il cellulare aveva vibrato annunciando l’arrivo di un sms. Il
messaggio diceva:

STASERA A MEZZANOTTE. A PIAZZA SAN PIETRO, DAVANTI LA BASILICA, SOTTO L’ALBERO DI


NATALE. SARÒ IO A STABILIRE IL CONTATTO.

« E così ti sei finalmente fatto vivo! » aveva detto tra sé e sé mentre eliminava il messaggio. Era
ripiombato di colpo nella solita realtà composta di sotterfugi e, soprattutto, di una guerra da combattere.

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Si era voltato sospirando a guardare Claire. Avrebbe tanto voluto potersi riappropriare della propria vita e
tornare a condurre un’esistenza ordinaria. Ma non avrebbe mai potuto farlo, ormai: ai suoi signori doveva la
vita. Se non fosse stato per loro, sarebbe morto anni prima. Aveva sempre saputo di essere speciale, diverso
dagli altri. Per questo l’avevano salvato iniziando subito il suo addestramento. Non sapeva quanto sarebbe
durata ancora, ma sapeva che alla fine di ogni cosa sarebbe stato ripagato con molta generosità.

26

Sprofondò nella comoda poltrona di pelle chiara cercando di rilassarsi. Non aveva mai volato su un jet
privato. L’aereo, un Learjet 60 XR, si stava rivelando per Ryan la prima vera occasione per restare
finalmente solo e riordinare le idee. Nella mente gli vorticavano brandelli di pensieri misti ai mille frammenti
delle informazioni incomplete acquisite negli ultimi giorni. Non aveva altra possibilità se non quella di tentare
un collage mentale nella speranza che, alla fine, avrebbe potuto farsi un quadro della situazione
approssimativo, ma comprensibile.
Il primo tentativo fu del tutto inutile.
Si alzò in piedi preoccupandosi di non ergersi completamente, vista la scarsa altezza della carlinga del jet.
Fece qualche passo in direzione della cabina di pilotaggio aprendo un armadietto di radica nella speranza
di trovare qualcosa che lo tirasse un po’ su. Le sue aspettative non vennero tradite.
Come stava accadendo da ormai diversi giorni, gli eventi erano precipitati. Iniziava a sentirsi una pedina
nelle mani di Finder e la sensazione, netta e sgradevole, di non avere alternativa, cominciava a innervosirlo.
Sorseggiò il superalcolico che si era versato guardando fuori dall’oblò. Stavano sorvolando il canale della
manica.
Ripercorse mentalmente l’ultima conversazione avuta con l’ex direttore CIA e il principe Arabo.
« David, devi recuperare il capitano Benedict e portarlo in salvo » gli aveva ordinato Finder suscitando il
suo stupore.
« Ma Benedict è già in salvo... » aveva risposto stupito.
« Se la destinazione che avevi scelto per lui è Parigi o un’altra città della Francia, allora possiamo dire che
tutto è andato esattamente come doveva » aveva sentenziato Finder in modo provocatorio.
Ryan non era riuscito a contenere l’ira e aveva battuto il pugno sul tavolo: « Figlio di puttana d’un capitano!
Gli avevo detto di non fare cazzate. »
Finder aveva sorriso. « Dalla tua reazione intuisco che non si è recato nel posto giusto! »
« Infatti! Sei sicuro della sua attuale posizione? »
« Sì. Kroltz gli ha sguinzagliato dietro il suo compagno. Si chiama Antony McRue. Eliminato Kroltz, l’ho
contattato dicendo che il comando missione è passato nelle mie mani. Ovviamente non gli ho fornito le mie
vere generalità. In questo momento sta sorvegliando Benedict con il preciso ordine di non intervenire. »
« Ma come hanno fatto a rintracciarlo? » aveva chiesto Ryan.
« Kroltz gli aveva infilato nei pantaloni un localizzatore satellitare ad ampio raggio. »
« Un localizzatore satellitare » aveva ripetuto Ryan con l’aria di un bambino a cui hanno appena rubato la
caramella. A quella notizia aveva però tirato un sospiro di sollievo. Se Benedict si fosse recato a Pisa come
stabilito, il localizzatore satellitare avrebbe portato il nemico direttamente da Francisco Seeker.
Sapeva benissimo che era una delle prede più ambite da tutte le parti in gioco. Fortunatamente gli eventi
avevano deposto, seppur in minima parte, a suo favore. Francisco era salvo, ma Benedict stava correndo un
rischio elevato.
« Hai qualche idea circa la destinazione del nostro capitano? » aveva poi chiesto Finder nella
consapevolezza che l’altro non l’avrebbe deluso.
« Credo di sapere dov’è diretto. Sta andando alla base Nato di Istres. Con ogni probabilità Benedict
intende parlare con il colonnello Faraway, il suo superiore » aveva risposto palesando una certa sicurezza.
« Questo potrebbe essere un problema. » aveva opinato Finder. « David, la morte di Benedict è stata resa
pubblica. Se raggiungesse la base di Istres e si venisse a scoprire che è ancora vivo, qualcuno verrebbe
mandato in Francia con il preciso ordine di prelevarlo e ucciderlo. Peggio ancora, dovrebbero far sparire
anche tutti coloro che sono venuti in contatto con lui. »
« Hanno tutto questo potere? »
« Questo e molto altro! »
« Ma perché lo vogliono eliminare? »
« Perché, secondo voci insistenti, ha abbattuto un disco volante appartenente ai nostri nemici. E questi, di
certo, non intendono fargliela passare liscia. L’ordine della sua morte ha uno scopo esclusivamente punitivo.
»
« Questa non è la versione che mi ha dato Benedict. Lui ha abbattuto un aereo sperimentale che pochi

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istanti prima aveva disintegrato quel dannato UFO » aveva ribattuto Ryan furibondo.
« Questo è quello che ti ha detto Benedict, e con ogni probabilità è anche la verità. »
« Ma allora perché volerlo morto? »
« Riflettici un momento, David. Benedict ha sconfinato durante la perlustrazione aerea incappando in quei
velivoli sperimentali. Il loro compito era certamente abbattere in assoluta segretezza l’oggetto volante.
Benedict ha assistito alla disintegrazione del disco e ha tirato giù uno degli aerei. È evidente che i capi della
missione hanno colto la palla al balzo per dare la colpa al povero capitano, dissimulando così un loro
possibile coinvolgimento. Peraltro, se Benedict fosse stato recuperato e avesse fatto rapporto, la sua
estraneità alla faccenda sarebbe saltata fuori e quindi gli indizi avrebbero condotto ai reali mandanti. Questi
invece hanno usato Benedict per far ricadere su di lui ogni responsabilità. »
« Bastardi! Ma chi sono? »
« Questo non lo so nemmeno io, ma ci stiamo lavorando. Comunque sia, se guardi le cose dal loro punto
di vista, è una situazione comprensibile: se Benedict non si fosse intromesso, non ci sarebbero state
segnalazioni radio e nessuno si sarebbe accorto di nulla. I due velivoli sperimentali avrebbero portato a
termine la loro missione e i nostri avversari non avrebbero mai capito che fine aveva fatto il loro disco
volante. »
« Quindi Benedict è semplicemente un capro espiatorio » aveva commentato solennemente Ryan.
« Vedo che ci sei arrivato. In questo momento, all’interno dei vertici delle lobby più importanti del mondo,
regna il caos. Stanno saltando parecchie poltrone e si stringono nuove alleanze... tutto a causa del capitano
Benedict. »
Ryan era rimasto in silenzio, sapeva che stava per ricevere nuovi ordini. Finder, infatti, non si era fatto
pregare e si era rivolto allo sceicco.
« Abdul, credi di riuscire ad organizzarci due voli privati nel giro di due ore? »
« Me ne basterà una, George. Quale destinazione devo comunicare per il piano di volo? »
« Un Jet porterà David a Marsiglia, dove c’è l’aeroporto civile più vicino alla base di Istres. »
« E l’altro? »
« Servirà a noi. Ti comunicherò la destinazione quando saremo a bordo. Informa il pilota di richiedere un
piano di volo in VFR, così potremo muoverci agevolmente senza precisare in anticipo la destinazione. »
Finder si era qundi rivolto a Ryan. « David, Benedict è ancora a Parigi. Precedilo a Istres e cerca di
rintracciarlo prima che si avvicini alla base. Questo è il tuo nuovo passaporto diplomatico, così non sarai
soggetto ad obblighi di nessun genere. »
« Okay, ma quale sarà la vostra destinazione? » aveva chiesto Ryan conoscendo già la risposta.
« Ti verrà comunicata quando avrai recuperato Benedict. »
« E per quanto riguarda il tizio che sta inseguendo Benedict? »
« Me ne occuperò io. Quando sarai atterrato a Marsiglia, contatterò McRue chiedendogli aggiornamenti
sulla posizione di Benedict e gli ordinerò di rientrare a Londra. Non è detto che lo farà, quindi dovrai muoverti
con cautela. Sull’aereo troverai anche una pistola, potrebbe servirti. Appena avrai preso il capitano in
consegna, chiamami. Ti darò la mia nuova posizione, così potrete raggiungermi. »
Ryan aveva annuito ed era partito subito dopo, non senza aver preso da Finder una nuova carta di credito
a fondo illimitato per alberghi, vestiario di vario tipo e quant’altro risultasse utile ai fini della missione.
Durante il viaggio aveva iniziato a ricomporre parte del mosaico. Nell’atteggiamento di Finder c’era
qualcosa che non tornava: perché voleva salvare Benedict ad ogni costo? Stava correndo un rischio inutile...
O forse no! Di certo non voleva la sua morte, altrimenti avrebbe potuto dare ordine a McRue di eliminarlo.
Ripensò alle parole Finder: « In questo momento, all’interno dei vertici delle lobby più importanti del
mondo, regna il caos. Stanno saltando parecchie poltrone e si stringono nuove alleanze... tutto a causa del
capitano Benedict. »
Con l’aiuto di qualche buona sorsata di whisky, cercò di cogliere un senso più profondo di quello, scontato,
che Finder aveva voluto trasmettergli. Ragionò su tutte le implicazioni della frase e finalmente comprese.
Con ogni probabilità, Finder voleva Benedict vivo per usarlo come merce di scambio con i responsabili
dell’abbattimento dell’UFO. L’ipotesi era tutt’altro che trascurabile e poteva spiegare da sola l’interesse di
Finder per il capitano. Quasi certamente, il direttore della CIA era al corrente della situazione già al momento
di spedirlo in Inghilterra a recuperare Benedict. Tuttavia non aveva considerato l’ipotesi che Kroltz fosse una
spia messagli alle calcagna dagli stessi individui che volevano Benedict morto.
Questo aveva cambiato i suoi piani ed era stato costretto a scendere in campo in prima persona.
Probabilmente Kroltz aveva già informato i suoi superiori circa la reale posizione di Finder e questi,
vedendosi scoperto, aveva deciso di tentare il tutto per tutto. Era sempre meglio che marcire a vita in una
cella con l’accusa di alto tradimento.
Finalmente la cosa cominciava ad avere un senso. In fondo, tanto Finder quanto chi aveva abbattuto il
disco volante avevano una cosa in comune: lo stesso nemico. E Finder aveva evidentemente bisogno di

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stabilire un contatto mettendo sul piatto una merce di scambio di valore adeguato, soprattutto ora che era
stato rimosso dal suo incarico di direttore della CIA ed era ricercato dalle autorità di mezzo mondo. Quella
merce di scambio era Arald Benedict, pilota e capitano della US Air Force.
Finalmente era tutto chiaro: Finder voleva Benedict per sacrificarlo a sua volta, e lui stesso sarebbe stato il
boia.
Mancava ancora un tassello: perché Finder aveva rischiato così tanto per salvargli la vita la notte
precedente? Dopotutto era un uomo dal potere immenso e avrebbe certo potuto recuperare Benedict in altro
modo. Non aveva senso!
« A meno che... C’è qualcosa che Finder può ottenere solo servendosi di me! » si disse. « Ma cosa? »
Non riusciva a trovare una risposta sensata, ma quello era solo un impedimento marginale. Ora che aveva
scoperto il gioco di Finder, qualunque cosa pensasse di ottenere servendosi di lui, non ci sarebbe riuscito.
« Adesso giocheremo alle mie condizioni » pensò. Elaborò mentalmente un piano alternativo, valutò i pro e
i contro e le risorse a sua disposizione. In dieci minuti scrisse gli elementi salienti della situazione.
Poi rilesse il foglio. Sembrava un piano suicida. Anzi, lo era. Ma era anche l’unica strategia realisticamente
attuabile. Avrebbe dovuto ricevere istruzioni da Finder altre due volte: una per conoscere gli ultimi
spostamenti di Benedict e recuperarlo con maggior semplicità, l’altra per concordare il luogo per la consegna
del capitano.
« Funzionerà... » si disse cercando di convincersi.
« Deve funzionare! »

27

Già dal giorno precedente, il capitano Benedict aveva capito di essere seguito. Con ogni probabilità l’uomo
che gli stava alle calcagna non aveva intenzione di ucciderlo, altrimenti avrebbe già tentato di farlo.
Aveva deciso di fermarsi a Parigi più del dovuto per verificare le reali intenzioni del suo furtivo compagno di
viaggio. Fortunatamente il denaro lasciatogli da Ryan era più che sufficiente per una vacanza.
Per sfruttare la situazione a proprio favore, si rilassò e cominciò a fare il turista. Nonostante fosse stato
assegnato alla base di Istres quasi un anno prima, non aveva mai avuto modo di visitare Parigi. L’occasione
gli si era finalmente presentata.
Come ogni buon turista che si rispetti, la sua prima destinazione fu la famosissima torre Eiffel. Rimase
impressionato dalla mole della struttura che, insieme alle antenne, si sviluppava fino a oltre trecentoventi
metri da terra con un peso complessivo di circa settemilatrecento tonnellate. Pranzò al secondo piano della
torre, al Jules Verne Restauran, gustando l’ottima cucina francese e notando ancora una volta il suo angelo
custode che si aggirava sulla terrazza. Si recò quindi all’ultimo piano, dal quale scrutò lo splendido
panorama che, con la complicità della giornata limpida, si apriva per settanta chilometri davanti a lui.
Ebbe la sensazione di trovarsi ancora una volta sul suo F16. Inspirò profondamente assaporando la vastità
di quel semplice istante. Si sentì solo.
La sua mente andò al giovane tenente Gray. Si domandò se fosse riuscito a riportare a casa la pelle. Il
solo pensiero di aver coinvolto il suo gregario lo faceva sentire in colpa, ma era finalmente venuto il
momento di agire e pensieri di quel tipo non gli avrebbero certo giovato.
Riaprì gli occhi gettando un ultimo fugace sguardo sul mondo disteso trecento metri più in basso. Pensò
alla moglie, ignara che fosse ancora vivo. Si ripromise di tornare a Parigi con lei, una volta uscito indenne da
quella situazione.
Quando tornò a guardarsi intorno per localizzare il suo pedinatore, si rese conto che era misteriosamente
scomparso.
« È il momento » si disse, obbligando la mente a trovare le risorse necessarie per affrontare gli sviluppi
futuri.
Scese dalla torre e si confuse con la folla girovagando senza meta per le strade della città, avendo cura di
guardarsi le spalle di tanto in tanto per sincerarsi che il suo sorvegliante si fosse davvero fatto da parte.
Dopo circa mezz’ora s’infilò in una cabina telefonica e compose un numero.
« Sono io » disse.
Attese in silenzio che l’interlocutore finisse di parlare.
« D’accordo. »
Riagganciò.
Prese un breve appunto su un foglio di carta che ripose nella tasca posteriore dei pantaloni. Era giunto il
momento di fare ritorno a Istres.
Si diresse verso a la Gare de Lyon, la stazione ferroviaria dalla quale partono i treni diretti a sud della
Francia. Passò davanti a Le Train Bleu, noto ristorante di Gare de Lyon divenuto monumento nazionale nel

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1972. Si addentrò nella stazione venendo letteralmente inghiottito dalla confusione. Dopotutto era quasi
Natale.
Acquistò un biglietto ferroviario di sola andata per Marsiglia, stazione di Saint Charles. Prima di salire sul
treno, si guardò nuovamente intorno: dell’uomo non c’era davvero più traccia.
Dieci minuti dopo era in viaggio.

28

David Ryan era in piedi sul marciapiede del secondo binario della stazione di Marsiglia. Scrutava le rotaie
allungarsi verso l’infinito.
Gli addobbi natalizi conferivano al luogo un’atmosfera festosa. La stazione era gremita di persone che si
avvicendavano agli sportelli della biglietteria o nei negozi ancora aperti per comperare gli ultimi regali.
Il suo sguardo si fece triste. Per la prima volta avrebbe trascorso le festività natalizie da solo. Di solito
erano l’occasione ideale per recarsi nel New Jersey a trovare la madre per trascorrere con lei e i vecchi
amici d’infanzia qualche giorno di serenità. Stavolta le cose erano andate diversamente. Se tutto fosse
miracolosamente andato per il verso giusto, avrebbe definitivamente lasciato quel lavoro pericoloso e si
sarebbe rifatto una vita normale.
« Ma non prima di aver ritrovato Sara » si disse.
Era combattuto. Se avesse consegnato il capitano a Finder, questi avrebbe con ogni probabilità mantenuto
la parola aiutandolo a ritrovare Sara.
Erano passati tanti anni, chissà se lei si ricordava ancora di lui. Magari non avrebbe più potuto rifarsi una
vita con lei, ma poteva sempre tentare di restituirle la sua. Poi si sarebbe dedicato all’insegnamento.
Ma sacrificare una persona innocente come Benedict ad una causa del tutto personale andava contro ogni
suo senso morale. Se davvero avesse agito in quel modo, sarebbe diventato come le persone che aveva
sempre giurato di combattere.
No, avrebbe ritrovato Sara da solo. Ma prima doveva mettere in salvo Benedict e riabbracciare un vecchio
amico.
Come indicatogli telefonicamente da Finder un’ora prima, Benedict viaggiava da Parigi sul treno ad alta
velocità. L’arrivo era previsto per le 19:30.
Decise che era finalmente arrivato il momento di fare la telefonata che avrebbe dato inizio al suo folle
piano di salvataggio.
Si recò a un telefono pubblico e compose il numero. Ricevette risposta solo al sesto squillo.
« Saipher. »
« Robert, sono David. »
Robert Saipher, vicedirettore dell’FBI, trasalì.
« David, ma che cazzo sta succedendo? Qui sono tutti impazziti. Finder è scomparso e tu con lui. Siete
entrambi accusati di alto tradimento, anche se sulle motivazioni del capo d’accusa non ne sappiamo molto.
Vi stanno dando la caccia su tutto il pianeta... »
« Le cose stanno diversamente, Robert » sospirò Ryan.
« Allora raccontamele » gli intimò Saipher con tono concitato.
« È troppo complicato. »
« È troppo complicato, dici? » urlò Saipher in preda a uno scatto di rabbia. « Ho l’ordine di arrestarti,
questo è troppo complicato. Dimmi cosa diavolo sta succedendo e aiutami a proteggerti. »
« Vuoi davvero darmi una mano, Robert? »
« Cristo santo Dave, è quello che faccio da sempre. »
« Ricordi la nostra casella di posta elettronica segreta? »
« Sì, ma questo cosa c’entra? »
« Ti ho mandato una mail da un internet point. Se vuoi darmi una mano, seguine le istruzioni. Devi
raggiungermi. È l’unico modo che ho per spiegarti ogni cosa. »
« Ma sei impazzito? Dimmi dove sei. »
« È tutto scritto nella mail. Mi sto affidando a te ancora una volta. Devi raggiungermi prima possibile. »
Saipher rimase in silenzio.
« So che ti sto chiedendo molto, Robert, ma ti assicuro che è l’ultima volta che succede. »
Ryan sentì l’amico respirare a fondo.
« Un giorno di questi mi farai ammazzare, David... Va bene, ti raggiungerò appena mi sarà possibile. »
« Grazie Robert. Devo andare, adesso, mi farò vivo entro domani. »
Riagganciò.
Aveva innescato il meccanismo, ora non poteva più tornare indietro. L’aiuto di Saipher sarebbe stato

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fondamentale, ammesso che seguisse le istruzioni.
Il treno di Benedict arrivò e una moltitudine di persone si riversò sulla banchina. Ryan frugò con gli occhi la
massa ondeggiante che si accalcava cercando di guadagnare l’uscita. Gli ci volle qualche minuto, ma alla
fine lo vide.
Arald Benedict era appena sceso dal treno. In mano aveva una piccola borsa nella quale aveva
probabilmente riposto qualche vestito acquistato in viaggio. Ryan gli si avvicinò con passo spedito. Si sentiva
quasi oltraggiato dallo sguardo tranquillo del capitano: se solo avesse saputo cosa aveva passato per
metterlo in salvo!
Giunse a meno di due metri dall’uomo e gli si fermò davanti. Questi lo riconobbe subito e il suo sguardo si
riempì di sorpresa. « Ryan, cosa diavolo ci fa qui? »
« Cosa diavolo ci fa lei, capitano! Mi pareva di averle dato istruzioni più che precise » Rispose l’altro in
modo brusco.
Benedict si giustificò: « Mi dispiace, dovevo tornare a Istres e fare rapporto al mio superiore. »
« Mio Dio, possibile che sia così ingenuo? » esplose Ryan. « Comunque il fatto che lei sia qui non è del
tutto negativo, anzi. Probabilmente ci ha risparmiato parecchi grattacapi. Si guardi in tasca. »
« Cosa? »
« Vedo che indossa i pantaloni che le ho comprato a Gatwick. Allora, per cortesia, guardi nelle tasche. »
Benedict frugò ed estrasse il biglietto del treno e qualche spicciolo.
Poi lo sentì. Con la punta del dito medio, proprio in fondo alla tasca.
Lo tirò fuori. « Figli di puttana! Ma chi è stato? Kroltz... » disse intuendo in un lampo tutta la verità.
« Già... Gliel’ha messo in tasca per tracciare la sua posizione. »
Benedict osservò l’oggetto per qualche istante, poi lo gettò in mezzo ai binari e tornò a guardare Ryan
negli occhi.
« Ecco perché mi stavano seguendo. Ma lei, nelle mie tasche, non poteva guardarci quando era l
momento di farlo? »
« Ha pienamente ragione, sono stato un cretino. Ora però abbiamo un aereo da prendere e, sebbene sia
veramente dispiaciuto, non abbiano tempo da perdere in chiacchiere. »
« Le ho detto che devo fare rapporto al mio superiore » rispose Benedict con fare risoluto.
« Capitano, lei deve starmi sentire. Se solo si avvicinerà alla base di Istres, firmerà la sua condanna a
morte. Non faccia altre storie e mi segua. »
Ryan appoggiò una mano sul braccio di Benedict per esortarlo a muoversi, ma si bloccò di colpo.
Dietro il suo interlocutore, a una decina di metri di distanza, c’era McRue, il giannizzero di Kroltz.
Ryan cercò d’indovinarne le intenzioni, ma non ebbe molto da faticare: nel vederlo, questi aumentò
l’andatura e infilò rapidamente la mano sotto la giacca.
« Corra capitano! » gridò Ryan intuendo la situazione e trascinando di corsa Benedict nella direzione
opposta.
Un istante dopo si udì uno sparo e videro un passante finire a terra.
Fu il caos, la folla iniziò a gridare e a ripararsi come poteva.
Un altro proiettile fischiò sopra di loro e andò a conficcarsi sul tabellone degli orari del binario.
La situazione era difficile, Ryan non aveva alcuna intenzione di mettersi a sparare in mezzo alla folla. In un
ultimo tentativo, gridò al capitano di seguirlo. Si precipitarono sui binari e riuscirono ad attraversarli
schivando per un soffio il Genova-Tolosa che stava arrivando in stazione.
Ryan sfruttò i pochi secondi di tregua offerti dal transito del treno per guardarsi intorno alla ricerca di una
via di fuga. Non c’erano grandi possibilità di andarsene a piedi, così ritenne che la soluzione migliore fosse
salire al volo su un treno in partenza.
Trovarono quello che cercavano dopo avere attraversato pochi binari vuoti, proprio nel momento in cui una
pallottola tornava a fischiare sopra le loro teste. Salirono trafelati sul convoglio e, sperando di guadagnare
qualche manciata di secondi, Ryan estrasse la pistola gridando ai passeggeri: « Tutti fuori! »
Fu questione di attimi: le persone si riversarono giù dal treno in preda al panico e impedirono a McRue di
salire. Proseguendo a fatica, questi pensò di correre sul marciapiede per anticipare i fuggitivi, ma sapeva
che Ryan era furbo e che poteva benissimo aver preso la direzione che portava al capolinea del binario.
Doveva salire proprio da quella porta e farlo entro pochi secondi per avere la possibilità di capire in quale
direzione i due si stessero dirigendo.
Vi riuscì appena in tempo, ma Ryan e Benedict stavano già entrando nella carrozza successiva in
direzione opposta a quella che aveva ipotizzato. Corse come un forsennato e raggiunse il passaggio
ritrovandosi circondato da pile di bagagli e persone intente a sistemarli. Si fece largo a spintoni, ma farlo gli
costò una fortuna di secondi. Ben presto capì di averli persi di vista. Proseguì comunque nella ricerca
raggiungendo il terzo vagone Si guardò intorno senza vedere nessuno. Stava per proseguire l’inseguimento
sul vagone successivo quando notò che una delle porte che davano sulle rotaie era aperta. Imprecò.

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Si precipitò giù dalla scaletta scorgendo con la coda dell’occhio i due uomini che fuggivano a una distanza
considerevole. Ormai li aveva quasi persi, così esplose un altro proiettile colpendo Benedict di striscio al
braccio sinistro. Questi gridò e finì a terra. Ryan lo aiutò a rialzarsi sperando con tutto se stesso che la ferita
non fosse grave. Con suo enorme sollievo, Benedict era ancora in grado di correre..
A questo punto Ryan si guardò intorno fermamente deciso a porre fine alla disavventura e, dopo pochi
istanti, trovò l’occasione che aspettava.
Cominciò a rallentare il passo e calcolò i tempi, poi si fermò di colpo fingendo di essere senza fiato.
Con la coda dell’occhio aveva notato un treno in arrivo alla stazione. Procedeva lentamente, ma la velocità
era perfetta per i suoi scopi.
Benedict gridò e cercò di trascinarlo via, ma Ryan rimase immobile dando le spalle all’inseguitore che
stava attraversando i binari per raggiungere le sue prede.
« Ryan, ma cosa diavolo sta facendo? » sussurrò Benedict guardando la sua espressione colma d’ira.
« Si fidi di me, capitano... e mi faccia un cenno quando quel figlio di puttana sarà in mezzo all’ultimo
binario. »
McRue avanzava verso di loro con la pistola puntata. Quando stava per attraversare l’ultima rotaia dando
un’occhiata per terra per non inciampare, Benedict fece un cenno a Ryan. Con un unico movimento, questi
infilò prontamente la mano sotto il cappotto estraendone una pistola e si girò verso McRue premendo il
grilletto. L’uomo fu scaraventato indietro dal colpo e cadde seduto sul binario. Ci mise un istante a capire che
il proiettile l’aveva colpito solo a una spalla. Ryan aveva commesso l’errore di non ucciderlo al primo colpo,
ora l’avrebbe pagata cara. Si rimise in piedi.
« Adesso morirai! » gli gridò dal binario.
« Tu dici? » rispose Ryan, indicando la sua destra con un cenno della mano.
Si udì un fischio assordante. Impotente, McRue si girò e vide l’immensa motrice di un treno ad alta velocità
a soli tre metri di distanza. Nonostante il treno procedesse a velocità ridotta e il macchinista avesse tirato i
freni di emergenza, l’impatto fu inevitabile.
Non stettero ad osservare la scena, il raccapriccio non piaceva a nessuno dei due ed era indispensabile
sparire dalla scena.
Cominciarono a camminare dirigendosi verso l’area più affollata della stazione per mischiarsi di nuovo alla
folla.
« La sua ferita è grave, capitano? »
« No, quel bastardo mi ha colpito di striscio. »
Da lontano videro i poliziotti accalcarsi sulla zona dell’incidente. Poi guadagnarono l’uscita scendendo
l’imponente scalinata della stazione.
Una volta in salvo, Benedict si complimentò con Ryan.
« Bel colpo! » esclamò.
Ryan rimase in silenzio.
« Qualcosa non va? » insistette il capitano.
« Sì... In vita mia non avevo mai ucciso nessuno. Spero che questa sia la prima e ultima volta » ribattè
Ryan visibilmente amareggiato.
« Non poteva fare altrimenti, Ryan. Quello ci avrebbe ammazzati! »
« Lo so! » esclamò Ryan con l’aria di chi volesse cambiare argomento. Benedict comprese il suo stato
d’animo e cercò di cambiare discorso: « Ma chi diavolo era quello? Mi seguiva da stamattina. »
« Era un tirapiedi di Kroltz. Credo volesse arrivare alle persone dalle quali la sto per portare. »
« Ma sono così importanti, queste persone? »
« Dipende dai punti di vista, capitano. Ne parleremo più tardi, ora dobbiamo andare. »

29

L’uomo che Alex doveva incontrare era in ritardo di oltre un’ora. Stava iniziando a perdere la pazienza.
Intorno a lui tutti si muovevano con tranquillità assoluta e questo non faceva altro che innervosirlo. Si
sentiva come se nessuno comprendesse l’urgenza di dare una risposta certa ai suoi mille interrogativi.
Perfino Victor si comportava come se niente fosse, impegnato a controllare una serie di strane e-mail
contenti decine di test compilati da altrettante persone. Allegate ai test c’erano anche le scansioni di disegni
e fogli scritti a mano.
« Cos’è questo test? » chiese lui per ingannare il tempo.
« Si chiama TAV, ed è stato studiato per essere sottoposto a persone come te. »
« Come me? »
« Esatto. Contiene una serie di domande che ci sono utili per individuare le persone affette dalla SDA. »

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« SDA? Cosa significa? »
« Significa Sindrome da Abduction. Il test serve a discriminare le persone che sono realmente oggetto
d’interferenza aliena. »
« E funziona? » Chiese Alex scettico.
« Non da solo. Al questionario vanno allegati un testo scritto di proprio pugno e un disegno » rispose Victor
sorridendo all’espressione decisamente incredula di Alex.
« Che utilità hanno il testo e il disegno? »
« Servono per effettuare un’analisi della grafia, del tratto e della percezione dello spazio. Vedi... che tu ci
creda o no, nella grafia di tutti gli addotti ci sono similitudini tutt’altro che trascurabili, e lo stesso discorso
vale per i disegni. »
Victor stampò una serie di test positivi e li mostrò ad Alex insieme ai disegni e ai testi scritti.
« Guarda qui. Vedi, questo è quello che in grafologia viene definito lo staccato di lettera. Qui invece
abbiamo un esempio del finto staccato. Ah, e guarda questo... Qui l’autore usa un artifizio per congiungere le
stanghette della ‘t’ con le lettere che seguono. Sono solo alcuni elementi, ma sono comuni a tutti gli addotti e
molto rari negli altri casi. »
Alex sembrava ancora piuttosto perplesso. Intuendo il suo pensiero, Victor proseguì nella spiegazione.
« Naturalmente il TAV e le analisi della grafia e del disegno sono interdipendenti. Anzi, gli ultimi due sono
quelli decisivi. Una persona potrebbe rispondere in modo idoneo alle domande del TAV semplicemente
perché è bene informata sull’argomento, ma, quando si passa all’analisi grafologica, la verità salta sempre
fuori. Come hai potuto appurare personalmente, dopo aver subito un’abduction non si ricorda nulla o, tutt’al
più, si hanno solo alcuni stralci di ricordi accompagnati da situazioni oniriche del tutto singolari. L’addotto
vive esperienze molto traumatiche. Per questo, chi ti rapisce, inibisce l’accesso ai ricordi che le riguardano...
in questo modo si risparmia parecchi grattacapi. Questo tipo d’inibizione viene effettuata agendo sul
subconscio, la componente della mente umana incaricata di discriminare il bene dal male, il giusto e l’errore.
In gergo informatico si potrebbe dire che il subconscio esegua delle operazioni boleane. Tuttavia l’inconscio,
seppur castrato da un subconscio che suggerisce continuamente alla nostra parte vigile cosa è giusto e
sbagliato, cosa fare e pensare, registra tutto. »
« Okay, ma questo cosa c’entra con l’appurare se una persona è addotta? »
Victor scorse finalmente negli occhi di Alex la fiamma dell’interesse.
« Quando scriviamo, ci lasciamo andare. L’atto dello scrivere diviene progressivamente sempre più
impulsivo e talmente veloce che il subconscio non riesce a discriminarlo per tempo, obbligando
inconsapevolmente lo scrivente ad una serie di piccolissime correzioni della grafia che ormai conosciamo
molto bene. In altre parole, il modo di articolare i movimenti dei muscoli chiamati in causa nell’atto della
scrittura, riflette direttamente la personalità e la sanità mentale di una persona. I test grafici servono
semplicemente per verificare in modo pratico e veloce se sei normale e se in te sono presenti altre
caratteristiche della psiche che con altri mezzi sarebbero difficilmente individuabili. L’analisi della grafia può
dirti la verità su una persona. Quindi, se nel TAV qualcuno asserisce di avere ricordi di visi umanoidi con le
pupille verticali, l’analisi grafologica ci dirà se quella persona è sana di mente, se è pazza, se sta dicendo la
verità o se sta mentendo anche se in buona fede, oltre a darci una serie di spunti interessanti su alcuni tratti
psicologici comuni a tutti gli addotti. »
Alex era sempre più interessato all’argomento e Victor era felicissimo di dargli altre delucidazioni, nella
speranza che quella chiacchierata aiutasse il giovane a rilassarsi.
« Qual è l’attendibilità dei test? » chiese questi sempre più incuriosito.
Victor non si fece pregare. « La psicologia in generale tende a dare ai test grafologici un’attendibilità del
novantasette per cento. Se a questo dato aggiungiamo un TAV opportunamente compilato, abbiamo una
certezza pressoché totale del responso. »
Alex prese a sfogliare le pagine nell’intento d’individuare i dettagli comuni ai quali Victor aveva fatto
riferimento.
« Non è una cosa semplice, Alex » intervenne l’uomo intuendone i pensieri. « Ci vuole una preparazione
adeguata e soprattutto molta esperienza sul campo. »
« Da quanto tempo fai questa cosa? »
« Abbiamo iniziato a utilizzare questa tecnica sei o sette anni fa. Fino a quel momento, dovevamo
accontentarci di una forma primitiva di TAV e dell’ipnosi regressiva. »
« Ipnosi regressiva? » chiese l’altro sempre più stupito.
« È una tecnica che utilizziamo tuttora e, con ogni probabilità, è lo strumento più efficace e veloce per far
recuperare a una persona tutti i ricordi bloccati. Se lo vorrai, potrai provarla tu stesso. Comunque, grazie a
Malcor, nel corso del tempo abbiamo affinato la tecnica e oggi siamo in grado di stabilire chi sono i veri
addotti con una precisione disarmante. »
Alex cadde in un insolito stato di riflessione.

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Senza aggiungere altro, Victor tornò al suo lavoro comprendendo che il ragazzo aveva bisogno di starsene
un po’ per conto suo per cominciare a metabolizzare gli eventi e le nuove informazioni. Ricordò i momenti in
cui lui stesso si era trovato di fronte alle stesse difficoltà, giungendo poi a comprendere l’enorme portata
della questione solo dopo molto tempo.
Per Victor Malcor era stato quasi un angelo protettore. Era partito tutto da Malcor, dalla sua voglia di fare e
di scoprire. Oggi l’organizzazione, sebbene fosse nel mirino delle autorità, assisteva tutti quegli addotti che
iniziavano a prendere atto che nella propria vita c’era qualcosa d’insolito e di difficilmente spiegabile. Era
l’unico modo per cercare di contrapporsi efficacemente alle creature esogene al pianeta che portavano
avanti un progetto per sottrarre qualcosa agli esseri umani.
Questi erano alcuni dei ricordi di Victor e, a causa della particolare sintonia tra i due, proprio in quel
momento erano anche i pensieri di Alex. Ma a quest’ultimo mancavano ancora molte informazioni: qual era
la cosa che gli alieni cercavano di sottrarre all’Uomo? E, soprattutto, quali criteri seguivano per scegliere le
persone da rapire? Erano domande a cui non poteva rispondere e ben sapeva che Victor avrebbe glissato
rimandando ogni cosa fino all’arrivo di Malcor.
Già, Malcor! Ormai il suo ritardo era salito a un’ora e mezza e, più i minuti passavano, più la smania
d’incontrarlo cresceva e andava a toccare corde che mai erano state sfiorate prima di quei giorni così
bizzarri. Finalmente, Alex aveva iniziato a prendere coscienza degli strani eventi che caratterizzavano la sua
vita, gli stessi che aveva sempre attribuito alla sbadataggine o giustificato con spiegazioni dettate dal
raziocinio. Adesso molti di quei fatti iniziavano a ritornargli in mente. Ricordò quando, tre anni prima, era
andato a Bologna per far visita a un caro amico. Come di consueto, aveva preso un Eurostar alla stazione di
Roma Termini, consapevole che il viaggio sarebbe durato tre ore. Conosceva bene il percorso e sapeva
anche che, prima di Bologna, il treno avrebbe sostato per un quarto d’ora nella stazione di Firenze Santa
Maria Novella, unico momento del viaggio in cui poter fumare una sigaretta.
Quella volta, Alex aveva con sé un romanzo. Dopo venti minuti dalla partenza era accaduto qualcosa di
molto strano: aveva voltato la pagina ventuno del libro e si era ritrovato a leggere la centoquaranta.
Perplesso, aveva sfogliato il libro e aveva visto che le pagine c’erano tutte, ma non ricordava
assolutamente né di averle lette, né di aver saltato interi capitoli.
Subito dopo era passato il controllore. Gli era corso dietro chiedendo: « Mi scusi, quanto manca a Firenze?
»
Il controllore l’aveva guardato sorridendo: « Veramente mancano dieci minuti a Bologna ».
Allibito, Alex aveva ringraziato per l’informazione interrogandosi su cosa fosse successo nelle due ore e
mezza delle quali non aveva memoria. In quel momento aveva considerato solo l’ipotesi di essersi
addormentato senza accorgersene perché, per quanto fosse singolare, era l’unica soluzione plausibile.
Almeno fino a quel momento...
In un istante analizzò tutta la propria vita dandosi dell’idiota. Come aveva fatto a giustificare quello ed altri
eventi simili liquidandoli con spiegazioni banali che avevano una plausibilità pressoché inesistente? Che
stupido era stato! Sarebbe bastata qualche ricerca in internet per attingere a informazioni tali da indurlo
almeno ad analizzare le cose da una diversa prospettiva. Invece, aveva sempre dato ascolto ad una voce,
dentro di lui, che puntualmente lo incoraggiava a liquidare eventi del tutto singolari con spiegazioni che, ora
lo comprendeva bene, non stavano in piedi.
Il mondo era pieno di addotti, questo l’aveva detto Victor appellandosi a una statistica che ne quantificava il
numero in circa sessanta milioni. Lui faceva parte del club da sempre, ma l’aveva scoperto solo adesso e,
per giunta, nel peggior modo possibile.
Assunse improvvisamente un aspetto pallido e crucciato. Quella situazione gli apriva prospettive nuove e
sconosciute che trascendevano l’esistenza così come l’aveva condotta fino a quel momento. Comprese che
alla fine di quella avventura, se fosse mai riuscito a portarla a termine, nulla sarebbe stato più lo stesso.
Improvvisamente tutto stava perdendo significato e lui, promettente e giovane compositore dalla carriera
certa, si sentì completamente smarrito, senza un punto di riferimento preciso, chiamato a navigare in un
mare in tempesta senza un’adeguata strumentazione per ritrovare la rotta. E si rese anche conto che la
questione non era nemmeno ritrovare una rotta smarrita, ma sceglierne una nuova che lo portasse ad
affrontare tutti i fantasmi che l’avevano accompagnato per anni e che lui, davvero ingenuamente, non era
stato in grado di percepire.
Intervenne la sua voce interiore, il qualcosa che spesso gli parlava e lo rassicurava: « Sono solo
sciocchezze, non prestargli tanta attenzione. È tutto falso, privo di fondamento... e poi sei stanco, quindi
tornatene a casa e riprenditi la tua vita. »
Stavolta, però, ebbe inizio una lotta interiore.
« No, non è vero, sono accadute cose troppo strane. Come posso ignorarle? »
La vocina non si arrese e, con tono ingenuo, proseguì nel tentativo di persuasione: « Credi che siano
realmente accadute? Dopotutto, le uniche prove concrete in tuo possesso sono una frattura allo sfenoide

Rev 2.0 62
che potresti esserti procurata in mille modi e una cicatrice che potrebbe benissimo essere stata causata da
una sigaretta. »
« E allora come spieghi l’inseguimento di tutti quei soldati? » chiese Alex all’opprimente voce interiore.
« Hai delle prove certe che si sia verificato? » rispose questa. E poi aggiunse: « In fondo ricordi solo che
Victor ti ha trascinato in una corsa disperata in una foresta e, oltretutto, non ne hai nemmeno un ricordo
completo. »
« Ma io ho visto Victor ferito mortalmente dagli spari dei soldati... io l’ho visto! » Esclamò Alex dentro di sé
cercando di aggrapparsi a quelle poche certezze.
« Guardalo adesso, sta bene. E delle sue ferite non c’è nemmeno l’ombra. Ora ti chiedo: è più probabile
che sia tutto vero o che Victor sia un mitomane appartenente a una setta di esaltati? Riflettici un secondo.
Della corsa hai pochissimi ricordi, il resto te l’ha raccontato lui... Le cose sono andate diversamente, figliolo:
sei caduto e hai battuto la testa perdendo i sensi. Il resto l’hanno costruito la tua immaginazione e i racconti
di Victor. »
Alex rimase pietrificato. Il tarlo del dubbio si era insinuato definitivamente nella sua mente.
« Ecco, lo vedi? » proseguì la voce. « Sai che quello che dico è vero. Lo sai perfettamente così come sai
che questa situazione ti porterà solo ad altra sofferenza. Non ha senso soffrire per una cosa che non esiste.
Allora tornatene a casa, nessuno ti fermerà. »
Senza più un appiglio al quale aggrapparsi, Alex crollò. Victor lo stava raggirando. Magari era in buona
fede, ma stava comunque minando le fondamenta della sua vita e tutte le sue certezze per uno scopo che a
questo punto non era più in grado di comprendere. La voce interiore, quella della razionalità, stava
prendendo il sopravvento suggerendogli la soluzione più ovvia e confortante.
Ritenne opportuno ritornare sui propri passi. Aveva semplicemente perso qualche giorno di tempo e, molto
peggio di questo, avrebbe dovuto dire addio al suo migliore amico. Ma Victor stava minando la sua sanità
mentale e, abbandonandolo, avrebbe anche ritrovato tutta la sua vita e un futuro più che promettente.
Pensò a Rachel. Voleva tanto riabbracciarla. Chissà come avrebbe reagito, lei, se avesse saputo in che
guaio era andato a cacciarsi.
La voce interiore colse la palla al balzo.
« Pensa a Rachel... Non vuoi rivederla? Tu e lei avete un progetto di vita basato sulla famiglia e su dei
bambini. Credi veramente che ti rivorrebbe se conoscesse la folle strada che stai imboccando? »
Gli sembrò di impazzire. Con lo sguardo incrociò quello di Victor che, ignaro della sua battaglia interiore,
continuava ad armeggiare con il computer.
Si rintanò da solo in una stanza. Continuava a dialogare inesorabilmente con se stesso, stretto nella morsa
letale della sua coscienza che, a quanto pare, aveva deciso di non lasciargli scampo.
Improvvisamente avvertì una lieve vibrazione sprigionarsi dal petto e invadere progressivamente tutto il
corpo. Nel frattempo la voce interiore continuava a interrogarlo con domande pedanti alle quali lei stessa
forniva risposte apparentemente sensate. Ma più la voce lo incalzava, più quella lieve vibrazione diventava
forte, mettendolo in uno stato di percezione fisica alterata e, paradossalmente, gli restituiva tutta la lucidità
della quale aveva bisogno.
Solo allora si rese conto di una stranezza. Per la prima volta in tutta la sua vita, il suo alter ego si
esprimeva come se fosse un’entità autonoma, indipendente e dotata di una propria volontà.
Ancora pervaso da quella strana sensazione, s’irrigidì.
« Chi sei? » chiese alla voce interiore. Per la prima volta in quella conversazione, questa esitò un istante
prima di rispondere.
« Ti sei mai chiesto chi sei? » ribatté. « Tu sei me e io sono te... siamo la stessa cosa! Quindi non ha senso
chiedermi chi sono. »
La vibrazione che era nata nel petto di Alex cominciò a crescere esponenzialmente e a dilagare in ogni
cellula del suo corpo. »
« No! » gridò.
Tutti i presenti nella casa si precipitarono da lui. « Alex, va tutto bene? » chiese Victor.
Alex non lo sentì nemmeno e continuò a gridare. « Io non sono te e tu non sei me. Dimmi chi sei! »
Imperterrita, la voce proseguì nel suo discorso.
« Credi davvero in quello che dici? Sono con te fin dalla tua nascita e ti ho accompagnato per tutti questi
anni. Questa conversazione non ha alcuna ragione di essere, e le domande che fai sono inutili e irrilevanti! »
Il suo tono era meno persuasivo e decisamente autoritario, adesso. A quel punto Alex si sentì invadere
completamente da un’energia nuova, quasi sconosciuta, che mai aveva provato in maniera così intensa.
Gridò ancora una volta, con voce sempre più alta e scandendo bene le parole.
« Ti ho detto di dirmi chi sei!!! »
Chiuse gli occhi e cercò, cercò dentro se stesso.
Nella sua mente si materializzò un’immagine. La percepì inizialmente come una sagoma sfocata, poi la

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vide sempre più nitida finché vi riconobbe un piccolo essere. Aveva le fattezze di un bambino fatto di luce, i
cui contorni sembravano vibrare in modo convulso e anomalo. Le mani erano appena accennate, ma, in
prossimità della punta di quelle che dovevano essere le dita, vide delle unghie evanescenti e scure.
Poi guardò l’essere dritto in faccia.
Tranne gli occhi, due sfere nere e profonde che si muovevano con estrema lentezza, i tratti del volto erano
poco definiti.
« Ti ho detto di dirmi chi sei! » Gli intimò il ragazzo per la terza volta, stavolta bisbigliando con tono
minaccioso.
Prima che l’essere potesse rispondere, Alex si sentì scuotere le spalle. Aprì gli occhi trovandosi davanti un
volto sconosciuto.
« È un Lux, ragazzo... Un parassita alieno che si nasconde in te sin dalla tua nascita. Puoi eliminarlo, ma
devi volerlo con tutte le tue forze. »
Senza pensarci due volte, Alex strinse i pugni portandoli davanti a sé e alzò lo sguardo chiudendo
nuovamente gli occhi. La potente vibrazione che aveva sentito crescergli dentro aumentò di nuovo ed
esplose definitivamente generando un flusso d’energia che irradiava dal petto verso ogni estremità del suo
corpo. La vibrazione continuava ad aumentare inesorabilmente, e più aumentava, più Alex sentiva quella
nuova energia crescere a dismisura.
Visualizzò nuovamente la strana creatura. Lei lo sfidò.
« Credi davvero di riuscire a mandarmi via? »
« Posso fare di meglio... Voglio eliminarti definitivamente. »
« Non ci riuscirai! » ribatté l’essere luminoso.
« Lo vedemo... »
I pugni di Alex si serrarono ulteriormente così come i suoi occhi. Ogni parte del corpo era invasa da
quell’energia potentissima che continuava a vibrargli dentro con frequenza sempre maggiore. La creatura
sembrava resistere.
La lotta continuò senza sosta ancora per circa un minuto. Poi, improvvisamente, Alex sentì dentro di sé
come se qualcosa stesse cominciando a staccarsi. A quel punto la vibrazione interna salì ancora
raggiungendo un nuovo picco e stabilizzandosi sulla nuova frequenza.
« Non è possibile! » Esclamò la creatura, che subito dopo implorò: « No, aspetta... Possiamo trovare un
modo per coesistere. Io sono con te da sempre! Io e te siamo una cosa sola ed abbiamo gli stessi scopi ed
interessi. Senza di me non sarai mai nessuno, lo capisci? Nessuno!»
Alex non le prestò ascolto. Il suo corpo s’irrigidì completamente in un ultimo, tremendo sforzo quasi
sovrumano.
Gridò un’ultima volta, poi sentì la creatura staccarsi dalla schiena tra gemiti disperati e vide che cominciava
a dissolversi.
Provò pietà, ma non si fermò.
I presenti videro chiaramente che il piccolo essere di luce si era staccato dal ragazzo ed era uscito allo
scoperto. Fluttuando a mezz’aria, si guardò goffamente intorno fissando un uomo in piedi accanto a Victor.
Con uno scatto repentino fluttuò verso di lui nell’evidente intenzione di entrargli dentro ma, prima che
potesse raggiungerlo, Alex aprì gli occhi e allungò il braccio con la mano aperta verso di lui esclamando
fermamente: « No!!! »
L’essere luminoso si fermò all’istante bloccato da una forza invisibile. Lentamente Alex iniziò a chiudere la
mano come se vi tenesse dentro qualcosa capace di opporre resistenza. Il Lux iniziò a implodere.
La lampada che illuminava la stanza si fulminò, ma tutto continuò ad essere visibile alla luce emanata
dall’essere che, però, diventava sempre più piccola e fioca. Le dita di Alex si avvicinavano sempre di più
l’una all’altra mentre il Lux continuava a deformarsi come se si stesse accartocciando su se stesso.
Poi Alex chiuse completamente la mano serrando ancora una volta il pugno e l’essere di luce si ridusse ad
un puntino luminoso spegnendosi. Per sempre.
Alex cadde a carponi respirando affannosamente. Si sentiva come se avesse corso per chilometri senza
mai fermarsi. Lo sconosciuto che gli si era parato davanti pochi minuti prima si chinò verso di lui e,
gentilmente, gli offrì appoggio per rimettersi in piedi.
« Sei stato davvero in gamba... » disse.
« Chi sei tu? » chiese Alex ansimando.
« Sono Malcor. »
Il giovane sorrise. « Tu! Finalmente... Cos’è successo? »
« Hai appena compiuto il primo passo verso la tua liberazione! »

30

Rev 2.0 64
Si stava riprendendo. L’esperienza appena vissuta era l’evento più singolare di tutta la sua vita. Per la
prima volta aveva un ricordo cosciente di una creatura aliena e, in qualche modo, la cosa lo terrorizzava: era
la conferma definitiva del suo stato di addotto. Ora, però, avrebbe finalmente cominciato a trovare risposte
alle mille domande che aveva in mente.
Riacquistò le forze nel giro di una manciata di minuti. Ancora sconvolto, decise di concedersi una sigaretta.
Cominciò a osservarne il fumo che saliva nell’aria tranquilla della stanza, affascinato dai suoi movimenti lenti
e imprevedibili. In qualche modo, gli ricordavano quelli della creatura contro la quale aveva appena lottato.
Era confuso, ma percepiva quello stato come positivo, perché aveva finalmente cominciato a capirci
qualcosa. Oltre a ciò, adesso si sentiva per la prima volta veramente libero dei propri pensieri.
Tuttavia era interdetto. L’aspetto e la forma della creatura erano decisamente differenti dallo stereotipo di
alieno così in voga nell’immaginario collettivo: un essere di bassa statura, macrocefalo e con due grandi
occhi neri inespressivi. Mai avrebbe immaginato che potessero esistere forme di vita intelligente così insolite,
eppure, negli stralci di ricordi evocati casualmente giorni prima, aveva visto esseri in carne e ossa e dalle
fattezze profondamente diverse. Questo poteva significare solo due cose: o quei frammenti di ricordi erano
stati in qualche modo falsati, oppure esistevano differenti razze di alieni.
Consumò la sigaretta quasi sino al filtro, la spense e si alzò per raggiungere la stanza nella quale Malcor si
era rintanato con Victor e Francisco per un veloce briefing. Camminando senza fretta per il corridoio, ebbe
modo di ascoltare fugacemente uno stralcio della conversazione.
« Abbiamo un problema » disse Francisco. « Ryan aveva detto che mi avrebbe mandato una persona alla
quale dare protezione. Pare si tratti di un pilota militare statunitense incappato casualmente in qualcosa di
grosso. Dovevo incontrarlo oggi all’Hotel Santa Croce, ma non si è fatto vivo. Lo stesso Ryan avrebbe
dovuto contattarmi di nuovo, ma anche lui sembra sparito nel nulla. »
« E così » esordì Malcor « ci stanno chiedendo tutti protezione per qualcuno. Comunque sia, questa non è
la nostra priorità attuale » Poi si rivolse a Victor. « Insomma gli Orange ci hanno chiesto protezione per
Alex... »
« Sì, ma ne ignoro completamente il motivo. »
« Scoprirlo non dovrebbe essere un problema » s’intromise Francisco.
« È vero » Rispose Victor, « non dovrebbe essere un problema. Ma vorrei che non perdessimo di vista il
nostro scopo principale: aiutare Alex e chi ha il suo stesso problema a liberarsene completamente. »
« Non preoccuparti Victor, non l’abbiamo perso di vista » rispose Malcor. « E, visto ciò a cui abbiamo
assistito stasera, credo di trovare tutti d’accordo nell’affermare che Alex non dovrebbe incontrare ostacoli nel
suo processo di liberazione. È una persona fuori dal comune, anche paragonandola agli addotti che abbiamo
aiutato finora. Ha delle capacità incredibili... »
« Cosa significa, esattamente? » chiese Francisco.
« Il ragazzo ha dimostrato di avere una volontà notevole liberandosi dal Lux nello stesso momento in cui
l’ha identificato » ribatté Malcor con tono soddisfatto.
« Ma questo è già successo in passato. Con i metodi che hai elaborato, parecchie persone sono riuscite a
liberarsi dal Lux » obiettò Victor.
« Stavolta è diverso. Intanto Alex non conosce i nostri metodi. In secondo luogo, quelli che ci sono riusciti
prima di lui l’hanno fatto in ipnosi regressiva, o mediante il SIMBAD, o a seguito di un ordine post ipnotico
successivo alla riprogrammazione dell’anima. Alex, invece, c’è riuscito mediante l’espressione di un preciso
e autonomo atto di volontà. E poi... non era mai successo che i presenti riuscissero a vedere il Lux. L’essere
di luce è una creatura immateriale fatta di mente e di spirito, il che significa che solo l’addotto può vederlo, e
lo può fare solo con gli occhi dell’anima. Alex, invece, ha staccato il suo Lux dal corpo e l’ha costretto a
manifestarsi a tutti noi, come se la sua anima fosse entrata in contatto con le nostre mettendoci in
condizione di visualizzarlo. L’ha anche bloccato impedendogli d’intrufolarsi in qualcuno dei presenti e l’ha
distrutto davanti a tutti noi. È come se l’anima del ragazzo volesse mostrarci tutto ciò.
La cosa è davvero singolare. Gli altri addotti hanno prima dovuto liberarsi dalle interferenze aliene per
avere la possibilità di sviluppare capacità che in nessun caso sono lontanamente paragonabili a ciò che
abbiamo visto stasera. A rigor di logica, Alex non dovrebbe nemmeno essere addotto, perché le persone che
sono in possesso di capacità di quel tipo hanno una consapevolezza tale da impedire qualsiasi irretimento. »
Malcor fece una pausa guardando il volto sgomento di Victor e Francisco. Poi, riprese a parlare.
« Non capite? Ci troviamo di fronte qualcosa di totalmente nuovo... forse addirittura un’evoluzione nella
coscienza collettiva. La questione non è aiutare Alex a liberarsi, perché è in grado di farlo da solo senza il
nostro intervento. La cosa davvero importante è cercare di comprendere perché un’anima così evoluta si è
lasciata parassitare. Ci deve essere un motivo preciso, tuttavia non sta a noi comprenderlo, ma solo ad Alex.
»
« Cosa vuoi dire? » chiese Francisco in tono stupito.

Rev 2.0 65
« L’Anima del ragazzo non ha bisogno del nostro intervento, probabilmente nemmeno ci rivelerebbe i
motivi delle proprie scelte. L’unica cosa che possiamo fare è cercare di comprendere perché gli Orange ci
hanno chiesto di proteggerlo, ma, per far ciò, abbiamo bisogno del consenso di Alex. »
« Eppure » intervenne Victor, « Alex non ha coscienza di tutte queste cose. La sua storia sembrerebbe
indicarci che è un addotto come tanti altri. Oltretutto, Alex sembra non avere la minima idea di come sia
riuscito nell’impresa di poco fa. Quindi, se la sua anima è davvero così evoluta, probabilmente non è
connessa con tutte le altri parti. »
« Non sono totalmente d’accordo, Victor. È l’anima che sceglie lo spirito, il che significa che l’anima, lo
spirito e la mente del ragazzo sono in qualche modo collegati » rispose Malcor pensieroso. Poi rimase
qualche istante in silenzio aggiungendo infine: « E va bene, se il ragazzo accetterà di sottoporsi a una
regressione ipnotica, tenteremo di comunicare con la sua anima per capirci qualcosa di più. Ma ribadisco, a
mio avviso non ne ha assolutamente bisogno. »
A quelle parole, Alex entrò nella stanza lasciando tutti di sasso ad eccezione di Malcor.
« Presumo tu abbia sentito ogni cosa, Alex » gli disse questi senza palesare il benché minimo stupore.
« Credo di sì... e, visto che qui si sta parlando del sottoscritto, credo sia giusto che partecipi alla riunione. »
« Hai perfettamente ragione » rispose Malcor. « Che ne dici di sederci e cominciare dall’inizio? »
« Ho molte domande da farti, devo capire. »
« Ti spiegherò ogni cosa. Tuttavia sono certo che, se imparerai a guardare dentro di te, capirai di
conoscere già tutte le risposte che cerchi. Bene, se non hai obiezioni vorrei iniziare dallo svelarti chi sono.
Conoscendo Victor, immagino che non ti abbia dato troppe informazioni in merito. »
« Esattamente! » esclamò Alex con un sorriso complice.
« Dunque. La prima cosa realmente interessante di me è che sono un ricercato latitante da ormai cinque
anni. Fino a quel momento ero docente universitario e ricercatore di fisica quantistica.
Contestualmente al mio lavoro, mi occupavo già da una trentina d’anni di interferenze aliene. Un così
lungo periodo di ricerca mi ha portato alla scoperta di una nuova teoria sull’origine della struttura
dell’universo e dell’Uomo, un lavoro che trascende totalmente quanto scoperto fino ad oggi dalla fisica
ufficiale. Cosa ancora più singolare, ai fini di questo lavoro è stato determinante l’impiego dell’ipnosi
regressiva su centinaia di addotti, tra i quali il nostro amico Victor.
Dieci anni fa pubblicai i risultati delle mie ricerche su un sito web. Esplose un interesse di gran lunga
superiore alle mie aspettative e mi ritrovai sepolto dalle e-mail di centinaia di persone che, in qualche modo,
si riconoscevano in ciò che avevo scritto. Fu necessario mettere a punto dei test che ci aiutassero a
discriminare velocemente chi fosse addotto e chi non lo fosse, ma questo non era sufficiente. Dai dati emersi
dalle ipnosi regressive, gli addotti nel mondo sono più di sessanta milioni, dei quali seicentomila solo in Italia.
Il mio fine non era quello di studiare le persone soggette alle interferenze aliene, piuttosto miravo ad aiutarle
concretamente elaborando un processo che potesse consentire loro di liberarsi. L’ipnosi regressiva risultò
ben presto efficace ma inefficiente perché, anche vivendo migliaia di anni, mi sarebbe stato oggettivamente
impossibile incontrare tutte quelle persone e sottoporle all’ipnosi. Perciò decidemmo di mettere a punto delle
procedure che chiunque avrebbe potuto imparare e mettere in pratica. Partimmo dallo studio della psiche
umana e giungemmo ad elaborare il metodo SIMBAD, che è tuttora il più efficace e chiama in causa la
volontà di chi lo pratica. Se una persona è davvero determinata a liberarsi, sarà realmente in grado di farlo.
Allo stesso tempo avevo deciso di proseguire con le regressioni ipnotiche su alcune persone per ottenere
dati necessari alla comprensione di altri aspetti della fenomenologia aliena. Venne fuori che i governi di tutto
il mondo sono in combutta con questi parassiti e seguono da secoli un piano per il controllo delle masse,
utile ad ottenere da certi particolari soggetti una cosa che non tutti gli uomini hanno. Stiamo parlando di una
cosa che è strettamente correlata alla genetica umana, una cosa che possono tentare di avere solo da
alcuni esseri umani. »
Malcor fece una pausa per dare ad Alex il tempo di memorizzare le nuove informazioni. Questi lo guardò
visibilmente crucciato e chiese: « Qualcosa che possono avere solo persone come me? »
« Esatto! Di cosa si tratta nello specifico lo vedremo tra non molto. Intanto rifletti su un semplice aspetto:
stiamo parlando di diverse specie aliene che agiscono nell’ombra e di comune accordo con i nostri governi.
Questi alieni operano a migliaia e migliaia di anni di anni luce di distanza dai rispettivi pianeti d’origine, e lo
fanno interferendo regolarmente con la vita degli esseri umani. Ciò comporta un impiego di risorse che va
oltre la nostra comprensione. Ora, queste informazioni ci suggeriscono che contano di avere un tornaconto
strepitoso e sanno di poterlo ottenere solo dagli abitanti di questo pianeta. Altrimenti perché sprecare con
noi tanto tempo e tante risorse? » L’uomo fece un’altra pausa, poi notò nello sguardo del ragazzo un cenno
d’assenso e si preparò ad ascoltare la domanda successiva.
Alex non si fece attendere. « Quindi esistono diverse specie aliene? »
« Sì, l’universo pullula di vita. Dopotutto sarebbe egocentrico e illogico ritenere di essere l’unica forma di
vita intelligente anche solo in questa galassia, figuriamoci nel resto del cosmo. Comunque sia, per tutta una

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serie di motivi, migliaia e migliaia di anni fa alcune di queste specie hanno spostato la propria attenzione su
di noi. Dalle nostre ricerche sono emersi sia il loro numero che la oro tipologia. Li abbiamo classificati e
sappiamo chi sono e come sono fatti! Tra l’altro, pur essendo tutte coinvolti nel progetto, fra loro esistono
alleanze e forti dissidi. »
L’attenzione di Alex era sempre più catalizzata sull’argomento. Non se ne spiegava il motivo, ma nulla di
quanto stava dicendo Malcor suscitava in lui il benché minimo dubbio. Era come se queste cose facessero
parte di lui da sempre e le stesse semplicemente riscoprendo.
Malcor proseguì nella spiegazione. « Parliamo innanzitutto dei cosiddetti Grigi, i classici alieni bassi, con la
testa grande ed enormi occhi neri. Sebbene l’ufologia classica sembri interessarsi quasi esclusivamente a
questa razza, ai fini del gioco i Grigi sono in assoluto i meno rilevanti. In effetti non sono nemmeno una
razza, si tratta di cyborg biologici prodotti in quantità industriale, probabilmente attraverso raffinatissimi
processi di clonazione. Il loro cervello è programmato per servire coloro che li controllano. I Grigi sono quelli
che compiono il lavoro sporco, che ti vengono a prendere, ti trascinano via e ti riportano a casa. A loro va
anche il merito di buona parte degli interventi chirurgici praticati sugli addotti. È a questo tipo d’interventi che
possiamo associare la tua frattura dello sfenoide o il marchio che hai sul piano tibiale. Infatti, moltissime
persone si rendono conto di essere addotte in seguito a velocissimi flashback di queste entità, poiché è con
loro che hanno sempre e comunque un contatto diretto. Ne esistono tipologie differenti in base alla razza
aliena che li controlla e alla mansione che svolgono. Pertanto sarà possibile identificarne di più alti o più
bassi, di quelli che hanno le braccia più o meno lunghe e via dicendo, tutte peculiarità studiate a tavolino per
svolgere i compiti più disparati. »
« Quindi, se ho capito bene, i Grigi sono semplicemente una sorta di forza lavoro biologica creata in
laboratorio dalle specie che li controllano. Ma chi sono queste specie? »
« In realtà ce ne sono molte, tuttavia ti parlerò solo di quelle maggiormente rilevanti ai fini del nostro lavoro.
Vorrei comunque ricordarti che quanto sto per dirti è il frutto di anni di lavoro svolto attraverso migliaia di
regressioni ipnotiche su centinaia di addotti e tutti, senza conoscersi tra loro, hanno raccontato le stesse
identiche cose. »
Seguì una nuova pausa, nel corso della quale Alex riordinò le informazioni appena ricevute. Il quadro era
sconcertante, ma il giovane ebbe la sensazione che il resto di quella conversazione gli avrebbe riservato
molte altre sorprese dalle quali sarebbe emersa una verità agghiacciante. Dopo qualche istante di
riflessione, tornò a guardare Malcor.
« Andiamo avanti » disse.
Malcor lo guardò a sua volta collocando mentalmente l’ordine degli argomenti. Riprese a parlare. «
Abbiamo identificato le razze extraterrestri presenti sulla Terra basandoci sulle informazioni emerse dalle
regressioni ipnotiche e sui disegni realizzati da chi meglio ricordava le fattezze degli alieni. Le abbiamo
quindi catalogate comparandole con talune specie terrestri alle quali l’inconscio dei rapiti tendeva ad
associarle. Ad esempio, esiste una razza aliena che abbiamo definito insettoide perché presenta notevoli
somiglianze con le mantidi religiose. Si tratta di un essere molto alto, la cui anatomia ci suggerisce che si
muove goffamente con le gambe piegate e le ginocchia all’altezza del torace. Naturalmente questa specie è
in grado di estendere gli arti raggiungendo un’altezza spropositata, probabilmente ben al di sopra dei tre
metri. »
Alex obiettò. « Questa sembra davvero fantascienza. Sentir parlare di esseri alieni simili a gigantesche
mantidi religiose non aiuta certo a ingoiare la pillola... »
« Non ho detto che sono mantidi, ma che gli addotti le hanno descritte e disegnate riportando notevoli
somiglianze alle mantidi. Tutto questo potrà anche sembrarti assurdo, ma ti assicuro che ci siamo
semplicemente limitati a raccogliere dati e a metterli insieme. Non posso dirti se crederci o no, ma questi
sono i risultati tangibili della nostra ricerca. »
Spaesato, Alex cercò conforto nello sguardo di Victor. Questi prese la parola. « Io stesso ho ricordato
queste razze in ipnosi senza che Malcor me ne avesse parlato. Puoi immaginare la mia sorpresa quando,
dopo la regressione, mi mostrò disegni realizzati da altri addotti che corrispondevano perfettamente ai ricordi
che avevo riacquistato. »
Senza dire nulla, Alex tornò a guardare Malcor. Non sapeva spiegarsi come, ma l’uomo che gli era davanti
aveva fatto la scoperta più importante della storia dell’uomo, eppure si comportava come se niente fosse,
agendo e parlando con tranquillità. Riprese la spiegazione. « Esiste poi una razza che abbiamo definito
sauroide. Gli addotti li chiamano semplicemente serpenti. Dai dati emersi in ipnosi, possiamo dire che anche
questa volta si tratta di esseri molto alti, dal portamento eretto e caratterizzati da un muso che a volte ricorda
quello di un dinosauro, tipo un velociraptor o qualcosa del genere. Hanno quattro dita e un pollice opponibile
con unghie simili ad artigli e la pelle è quella tipica dei rettili. Il loro comportamento è aggressivo, ma mitigato
dal raziocinio e dalla prudenza necessaria al raggiungimento dello scopo finale. Se gli uomini non avessero
ciò che loro vogliono, probabilmente ci avrebbero sterminati senza alcuna pietà già da millenni. Detestano gli

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esseri umani e, sovente, pur obbligandosi a non far del male agli addotti, perdono il controllo. Come gli
insettoidi, comunicano con noi per via telepatica perché difficilmente potrebbero farsi capire in altro modo. Il
loro linguaggio è legato alla loro struttura anatomica: se li sentissimo parlare con i loro simili, udiremmo solo
dei versi agghiaccianti simili a rantoli, fischi e ruggiti. »
Ancora una volta, Alex riflettè. Se quella conversazione fosse avvenuta solo qualche giorno prima, avrebbe
considerato Malcor un povero pazzo. Ma le cose adesso stavano diversamente e capiva di dover
abbandonare ogni remora ispirata dallo scetticismo.
« Poi ci sono i Lux » proseguì Malcor. « Questi alieni sono privi di corpo fisico e si manifestano come
esseri fatti di luce. Di loro non posso dirti molto più di quello che già sai. Parassitano l’addotto fin dalla
nascita nascondendosi in lui e alterandone il pensiero quando serve. Come hai potuto constatare
personalmente, il Lux si traveste da voce della coscienza ed è abilissimo nell’arte dell’inganno. Agisce
influenzando la struttura e la qualità del pensiero dell’addotto e, quindi, anche il comportamento. Ciò è
possibile perché il Lux s’infila fra lo spirito e la mente della persona. »
« Mente e spirito? » chiese Alex avendo la sensazione di partecipare a un dibattito esoterico.
« Si tratta di due delle quattro componenti dell’essere umano completo. Anche di questo parleremo tra non
molto. La cosa che ora ci preme è concludere questa veloce carrellata sulle tipologie di alieni. »
Sconcertato, Alex assentì. Avrebbe voluto affrontare l’argomento immediatamente, ma sapeva di dover
dare all’uomo la possibilità di esporre ogni cosa seguendo un filo logico che, per quanto improbabile,
rappresentava la risposta migliore alle sue domande.
Malcor riprese a parlare.
« C’è poi l’alieno che abbiamo definito Sei Dita. Proviene da una dimensione parallela alla nostra, anche
se sarebbe più corretto dire che è posta dietro. Della struttura originale del Sei Dita non sappiamo molto,
soprattutto per il fatto che nel suo ambiente spazio e tempo non sono soggetti alle correlazioni che hanno nel
nostro universo. Potrebbe essere addirittura legittimo ipotizzare che gli assi dello spazio e del tempo nella
sua dimensione non esistano affatto e che siano sostituiti da assi che sarebbe arduo descrivere
adeguatamente. Molti addotti descrivono archetipicamente il sei dita come una nube scura in grado di
muoversi in modo coordinato. Per entrare nella nostra dimensione, questo alieno ha bisogno di un corpo
artificiale, una specie di robot inanimato che controlla entrandovi dentro. Si tratta di un corpo umanoide di
altezza superiore ai tre metri, caratterizzato da un volto piuttosto magro, occhi dalle pupille di forma
variegata, fronte spaziosa e capelli argentei decisamente lunghi. La pelle è molto chiara, quasi tinta di un
bianco pallido. Veste sempre con una lunga tunica bianca e un particolare medaglione portato al collo. Le
mani sono molto grandi e composte da sei dita ciascuna. La peculiarità più interessante del Sei Dita è che è
in grado di mantenere una connessione stabile con la mente dell’addotto, intervenendo comodamente dalla
propria dimensione per influenzarne i comportamenti. Questo essere considera l’uomo con disprezzo, come
una creatura inferiore che gli appartiene e della quale può disporre a piacimento. Questo atteggiamento è
comune a tutte le specie aliene implicate nel gioco, ma il Sei Dita è particolarmente aggressivo e sprezzante.
»
Sconcertato, Alex accese un’altra sigaretta. Considerava quest’ultimo alieno come una seria minaccia.
Come aveva appreso poco prima, sia il Sei Dita che il Lux erano in grado di agire attivamente sulla
personalità dell’addotto seppur con strategie differenti. Mentre il Lux parassitava direttamente l’addotto
nascondendosi in lui, il gioco del Sei Dita era più subdolo: metteva in atto una connessione stabile con la
mente del malcapitato di turno utilizzandola all’occorrenza per controllarlo e influenzarne i comportamenti.
Se il Lux poteva essere individuabile guardando attentamente dentro se stessi, ciò non era altrettanto vero
con il Sei Dita. L’idea che un essere del genere potesse controllarlo a distanza senza che fosse facilmente
individuabile e contrastabile lo innervosiva. Fece un tiro di sigaretta alzandosi in piedi e appoggiando le
spalle contro il muro, come se inconsciamente quella nuova posizione lo mettesse in condizione di non
essere attaccato a tradimento. Malcor lo notò e riprese la spiegazione. « Infine ci sono gli Orange. »
Alex trasalì. « Ne parlavate prima, vi hanno chiesto di proteggermi. »
« Proprio loro! » intervenne Victor.
« Ma cosa vogliono da me? » chiese Alex.
« È quello che vorremmo scoprire, ma possiamo farlo solo con il tuo aiuto. »
« Per il momento vorrei saperne di più » concluse il giovane.
« Hai ragione, una cosa alla volta » rispose Malcor. « L’alieno di tipo Orange è anch’esso molto alto,
all’incirca intorno ai due metri e mezzo. La sua morfologia è antropomorfa. Presenta un progressivo
restringimento del cranio all’altezza degli occhi. Ciò influenza la disposizione degli occhi stessi i quali, quindi,
tendono ad allungarsi verso le tempie. Questo è il motivo che gli conferisce un taglio di tipo orientale. Gli
occhi sono azzurri e le pupille si sviluppano in senso verticale, come quelle dei felini. La pelle, invece, è
olivastro-dorata come quella di chi è molto abbronzato. I capelli sono biondo ramati con sfumature tendenti
all’arancio. Gli Orange hanno cinque dita per mano, incluso il pollice opponibile. Per questi motivi li abbiamo

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soprannominati Orange o biondi a cinque dita. La loro uniforme è solitamente di un colore che varia dal blu
scuro all’azzurro.
Queste sono le principali razze di alieni che operano sul nostro pianeta. A dire il vero altre sono implicate in
tutta la faccenda, come i Testa a Cuore e i cosiddetti anfibi, ma la loro importanza è marginale rispetto a
quella delle altre.
Infine, per quanto non se ne sappia molto, è doveroso accennare alle cosiddette gerarchie superiori. Dai
dati emersi in ipnosi è ragionevole ipotizzare che siano forme di vita composte di mente e spirito proprio
come i Lux, ma sarebbero ben più importanti. Abbiamo ragione di ritenere che non operino direttamente sul
nostro pianeta, ma che si servano delle razze già descritte tirando i fili del gioco da qualche parte
nell’universo. Comunque sia, per i nostri fini la loro esistenza è trascurabile. »
« Trascurabile, dici? » chiese Alex allibito.
« Esatto. La loro esistenza non pregiudica il fatto che sia possibile liberarsi delle interferenze aliene. Se il
soggetto non è più parassitabile, diventa immune agli interventi delle varie razze e, una volta compreso ciò,
queste si guardano bene dal tentare ulteriori tentativi di rapimento. Quindi il coinvolgimento delle gerarchie
superiori poco ci interessa, poiché quello che conta davvero è liberarsi dagli alieni che operano direttamente
sull’essere umano. »
Il silenzio avvolse nuovamente i presenti. Alex accese un’altra sigaretta. Sbalordito, fissava un punto
ignoto. Migliaia di pensieri fluirono contemporaneamente dentro di lui. Era un nuovo modo di pensare che
non aveva mai sperimentato prima, come se l’eliminazione del Lux avesse sbloccato qualcosa e potesse
accedere senza filtri alla parte più recondita di sé. Si chiese ancora una volta se fosse tutto vero. La risposta
giunse immediatamente attraverso una lieve vibrazione che si librò dal suo petto verso ogni direzione, come
se la stessa energia impiegata per fronteggiare l’essere di luce si fosse messa in moto per dargli una
risposta diretta e facilmente interpretabile.
Si guardò intorno incrociando lo sguardo di Francisco. Questi gli sorrise annuendo, quasi avesse percepito
i moti del suo universo interiore. Fino a quel momento Malcor era stato chiaro e capace di trasmettergli
informazioni essenziali che, l’aveva intuito, erano solamente la punta dell’iceberg. Si guardò ancora una
volta dentro, chiudendo gli occhi e avvertendo chiaramente una lucidità sorprendente. Poi ebbe
l’impressione che la parte più importante del discorso dovesse ancora venire.
Per un istante fu tentato di approfondire subitaneamente i particolari dell’intervento degli Orange nella sua
vita. Dopotutto erano stati loro a salvarlo la notte precedente e a curare Victor. Eppure, non provava
gratitudine nei loro confronti: le motivazioni che li aveva spinti ad intervenire avevano uno scopo tutt’altro
che filantropico.
Riaprì gli occhi mettendo nuovamente a fuoco il mondo che lo circondava. Guardò Victor e gli sorrise.
Questi lo ricambiò. « Ora sta a te decidere se continuare o fermarti qui... »
Alex sorrise nuovamente e tornò guardare Malcor.
« È una sensazione liberatoria, sai? Probabilmente le cose possono solo migliorare. Andiamo avanti! »

31

Firefox si svegliò di colpo. Il suo incubo ricorrente era tornato a fargli visita. Guardò l’orologio posato sul
comodino accanto al letto.
Le nove di sera.
La porta della camera da letto era aperta e in lontananza sentiva lo scrosciare della doccia.
Si lasciò cadere fra i morbidi cuscini richiudendo gli occhi. Ripercorse mentalmente le immagini del sogno,
il sogno che gli ripresentava quasi ogni notte le immagini vissute anni prima durante un giorno molto
particolare.

Era un martedì come tanti e si era recato al lavoro in anticipo per terminare il progetto che avrebbe dovuto
presentare lo stesso giorno al consiglio d’amministrazione dell’azienda. Alle otto e quarantacinque del
mattino aveva sentito un tremendo boato e il pavimento aveva tremato. L’incendio era divampato subito
dopo. Insieme ad altri due colleghi mattinieri, era rimasto bloccato al penultimo piano dell’edificio. Pensò che
dovesse essere scoppiata una conduttura del gas.
Le fiamme impedivano l’accesso a ogni possibile via di fuga. Se non altro, l’incendio era ancora contenuto
due piani sotto di loro e quindi erano momentaneamente al sicuro. D’un tratto, anche l’impianto elettrico li
aveva abbandonati. Si era affacciato alla finestra per capire quale fosse realmente la situazione. Il fumo
dell’incendio aveva riempito in pochi secondi la stanza. Fuori non si vedeva altro che una fitta caligine mista
a un denso fumo nero che oscurava la vista. Erano stati costretti a rifugiarsi nel bagno tamponando le
fessure della porta con degli asciugamani bagnati. Quindici minuti dopo il primo boato, ne avevano sentito

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un secondo in lontananza, tale da far vibrare lievemente le pareti dell’edificio. Il tempo pareva avanzare a
fatica. Era trascorsa un’ora e mezza dal divampare dell’incendio, ma a lui sembrava di essere rintanato in
quel bagno da almeno quattro. Le operazioni di soccorso erano evidentemente rese difficili dalla gravità della
situazione. Non poteva fare altro che aspettare.
Lentamente erano trascorsi altri quindici, forse venti minuti, quando era stato il pandemonio. Aveva sentito
un rumore tetro, imponente, accompagnato da un tonfo sordo. Il pavimento gli era crollato sotto i piedi.
Non aveva avuto il tempo di realizzare cosa stesse accadendo, ma il moto verso il basso si era arrestato
all’improvviso. Per alcuni istanti tutto era rimasto immobile e lui aveva potuto osservare gli sguardi colmi di
terrore e disperazione dei suoi colleghi mentre rimanevano immobili, sospesi a mezz’aria, senza nulla su cui
poggiare i piedi.
Tutto intorno, immobili a loro volta, erano disseminate le macerie in caduta libera.
Poi era accaduto: un bagliore accecante l’aveva investito e lui si era ritrovato in uno strano ambiente
circolare. Ogni cosa era illuminata da una luce lattiginosa che sembrava provenire dalle pareti.
Aveva compagnia. Una trentina di persone si guardavano intorno cercando di spiegarsi cosa fosse
accaduto. In quell’istante una sezione della parete di fronte a lui si era illuminata ulteriormente. In controluce,
una sagoma alta con lunghi capelli avanzava con andatura regale.
« Voi siete i prescelti » si era sentito dire nella testa, come se quell’essere fosse in grado di comunicare
telepaticamente.
« Siete stati salvati affinché possiate compiere ciò a cui siete destinati... »

Riaprì gli occhi. Davanti a lui si stagliava la figura di Claire, bellissimo angelo giunto da chissà dove per
donargli un po’ di quiete. Non indossava nulla e, alla visione dello splendido corpo nudo, Firefox si sentì
nuovamente sconvolgere. Le immagini del sogno lo abbandonarono.
Fecero nuovamente l’amore.
Quando entrambi furono appagati, lei gli si sdraiò accanto.
« Vorrei tanto sapere chi sei. » gli sussurrò Claire.
« E io vorrei tanto potertelo dire » rispose lui con sguardo carico di tristezza.
« Perché non me lo dici e basta? »
Firefox ebbe l’impeto di raccontarle chi era e quale fosse la sua storia. A stento riuscì a dominarsi: lo
sguardo della ragazza gli trasmetteva una tranquillità infinita, e cancellava dalla sua mente ogni vicissitudine
che l’aveva condotto in quel luogo e in quel tempo. Anche se presto tutto sarebbe dovuto finire, incontrarla
era stata una magia.
La guardò con disarmante tenerezza. « Non so come ci sei riuscita, ma mi hai donato emozioni
profondissime che non avevo mai conosciuto » disse sottovoce.
« E tu hai fatto lo stesso con me... È strano, sento qualcosa che ci lega in un modo che in questo momento
percepisco come indissolubile. Non mi ero mai comportata così prima d’ora, non ho saputo trattenermi. E, se
potessi tornare indietro, rifarei ogni cosa. Ora vorrei solo sapere che alla fine di questo bellissimo sogno
resterai con me... »
A quelle parole lo sguardo di Firefox si fece cupo. Il cuore gli scoppiava e avrebbe tanto voluto poterle
rispondere che sarebbe rimasto. Farlo, però, avrebbe significato tradire la fiducia di coloro che gli avevano
salvato la vita. Senza il loro intervento non avrebbe nemmeno potuto incontrarla, Claire. Da quel martedì di
settembre di alcuni anni prima, aveva iniziato a considerare ogni nuovo giorno come un dono
incommensurabile e inatteso.
« Non posso! » sussurrò lasciando trasparire la sua agonia interiore. « Stanotte partirò, anche se non so
ancora per dove. Mi comunicheranno la nuova destinazione entro mezzanotte, poi dovrò lasciare Roma. »
Claire lo guardò addolorata. Una lacrima le tagliò il viso e precipitò andando a dissolversi sulle lenzuola.
« Portami con te, Jack! » chiese lei quasi implorando.
Disorientato, Firefox distolse lo sguardo. Sapeva cos’avrebbe dovuto fare, ma temeva che non ne avrebbe
avuto la forza. Per la prima volta dopo tanti anni, il suo tormento quotidiano stava lasciando posto a una
nuova sensazione di pace. Con Claire si sentiva bene e sapeva che, in un mondo diverso, i loro spiriti
avrebbero potuto almeno tentare un’avventura comune.
Cercò la forza di andarsene.
Non la trovò.
Tornò a guardarla intensamente. Era come se lei riuscisse a mettere a nudo ogni suo intimo segreto.
Poteva rivelarsi una minaccia impossibile da contrastare, ma non si sentiva in pericolo, era come se ciò che
custodiva dentro di sé scalpitasse per uscire allo scoperto.
Ancora una volta dominò a fatica l’istinto di rivelarle ogni cosa. Infine, scrutandole gli occhi, decise di
correre almeno un rischio.
« Possiamo fare una cosa » esordì. « Avevo detto che a mezzanotte mi daranno la nuova destinazione. Se

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sarà in Italia potresti venire con me. Potremmo stare insieme qualche giorno e conoscerci meglio, poi
chissà... Cosa ne pensi? »
Claire lo guardò negli occhi bruciando d’entusiasmo, poi lo baciò teneramente stringendosi a lui. Gli prese
la mano e la poggiò sul suo seno prosperoso.
Aveva ancora voglia di fare l’amore.

32

Malcor ricominciò a parlare. « Credo sia giunto il momento di passare alle gerarchie aliene e alla loro
influenza sul panorama politico ed economico internazionale. »
Alex annuì di nuovo. Ormai la sua tensione era alle stelle e si mescolava con un’euforia che a fatica
riusciva a tenere sotto controllo. Ogni volta che Malcor gli forniva nuove informazioni, aveva la sicurezza
interiore d’aver ritrovato un pezzo del mosaico. Collocarlo dentro di sé, però, era tutt’altra questione.
Quanto l’uomo gli diceva, trovava l’ampio consenso del suo io profondo, quella piacevole vibrazione che
ormai aveva imparato a riconoscere e che era divenuta una presenza costante. Tuttavia sapeva che avrebbe
dovuto riflettere profondamente su parecchie cose. Si era trovato davanti un bivio e aveva scelto la strada
che l’avrebbe portato verso la comprensione di ogni cosa. Quanto sarebbe stata difficile da percorrere,
ormai, non aveva più importanza, la decisione era presa, sarebbe andato sino in fondo.
Tornò a sedersi e si predispose ad ascoltare.
« Come ti ho detto poco fa » riprese Malcor « esistono differenti razze aliene. Ognuna di queste esercita la
propria influenza a livello terrestre su determinati blocchi di potere politici ed economici. Ora, per blocchi di
potere politici ed economici, non fare l’errore di intendere la politica ufficiale dei governi. Stiamo parlando dei
governi ombra , quelli che sono rappresentati dai gruppi di persone che chiamiamo società segrete e logge
massoniche. »
« Vuoi dire che esistono gruppi massonici che collaborano attivamente con le razze aliene? » chiese Alex
sbalordito.
« Esatto, però c’è dell’altro: è da questi gruppi massonici che dipende l’andamento della politica e
dell’economia di quasi tutte le nazioni del mondo. »
« Mio Dio! » esclamò Alex. « Credevo che la massoneria, oggi, fosse una leggenda o poco più... Quindi, se
la massoneria è controllata dalle diverse razze aliene, allora queste esercitano un controllo diretto
sull’andamento della politica e dell’economia a livello mondiale. »
« Vedo che hai perfettamente compreso la portata della questione. Anche dietro ogni conflitto umano si
nascondono in realtà le insidie aliene, così come accade per l’andamento dei mercati, delle borse e via
dicendo. Ogni volta che si verifica un evento rilevante in questi ambiti, è perché le società massoniche sotto
l’influenza aliena hanno innescato tutti i meccanismi necessari. Per comprendere davvero bene questi
aspetti, però, è interessante analizzare le diverse coalizioni aliene, le loro gerarchie e le nazioni sulle quali
esercitano il proprio controllo. »
Malcor fece una pausa tesa a sottolineare l’importanza di ciò che stava per dire.
« Come abbiamo già detto, le principali razze aliene operanti sul nostro pianeta sono gli Insettoidi, i
Sauroidi, i Lux, i Sei dita e gli Orange. Gli insettoidi sono gerarchicamente al comando dei Sauroidi. I Lux
sono invece parigradi dei Sauroidi e con questi collaborano attivamente. I Sei Dita dobbiamo considerarli più
degli outsider che intervengono per proprio conto nelle vicende umane collaborando, a seconda dei casi, con
i Sauroidi o con gli Orange per il proprio tornaconto. Comunque sia, come vedremo più avanti, non è sempre
stato così.
Infine abbiamo gli Orange, che costituiscono uno schieramento a parte. Tra loro e la coalizione Insettoide-
Sauroide non corre affatto buon sangue. Nelle rare occasioni in cui membri dell’una e dell’altra fazione si
sono casualmente incrociati per effettuare un’abduction, hanno ingaggiato un combattimento che si è
puntualmente risolto con la morte dell’uno o dell’altro. »
Alex sgranò gli occhi. Ancora una volta, Malcor era riuscito a sorprenderlo. In quel momento si sentiva un
bambino al primo giorno di scuola, quando ogni cosa è in grado di lasciare di stucco e senza fiato. E non è
detto che ciò sia piacevole. Era circondato da amici veri come Malcor, Victor e Francisco, eppure era anche
solo con se stesso. La chiarezza con la quale Malcor affrontava gli argomenti aveva in sé una certa logica,
certamente incredibile, ma alla fine dei giochi spietata e inesorabile.
« E ora » proseguì questi « veniamo al controllo politico esercitato attraverso i gruppi massonici. Parliamo
degli Insettoidi e dei Sauroidi. I primi controllano lo stato che ha notoriamente la storia più travagliata degli
ultimi secoli: Israele. » gli diede un’occhiata significativa per capire se si erano intesi « i secondi la
superpotenza che ha sempre spalleggiato questo primo stato: gli Stati Uniti D’America. In altre parole, Gli
stai uniti sono asserviti allo stato di Israele. »
Alex balzò in piedi ed esclamò: « Non è possibile! Se quello che dici è vero, spiegherebbe un mucchio di

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cose e in modo incredibilmente semplice! »
« Anche stavolta hai perfettamente inquadrato la questione. Vedi come è interessante individuare la
matrice aliena dietro le vicende umane più comuni? »
« Cosa puoi dirmi, invece, dei Sei Dita? » chiese Alex mentre annuiva pensieroso.
« Oh, i Sei Dita rappresentano un caso del tutto particolare. Inizialmente, come le altre fazioni, erano
interessati alla creazione e al mantenimento di un blocco di potere, ovviamente ai danni degli altri. Dietro la
Germania nazista e i piani espansionistici che hanno condotto alla seconda guerra mondiale, c’erano proprio
loro, intenzionati a sconfiggere sia l’alleanza Insettoidi-Sauroidi-Lux, sia gli Orange, perché l’intento dei Sei
Dita era costituire un blocco politico economico tale da esercitare un’egemonia globale.
Il Giappone, poi, si schierò con la Germania e attaccò gli Stati Uniti. Degno di nota è il fatto che all’epoca
fosse sotto l’egemonia di una razza aliena della quale non abbiamo ancora parlato: gli Anfibi. L’ho
volutamente omessa perché oggi continua ad operare soprattutto in Asia e in Russia, ma la sua rilevanza
non è delle maggiori. Ad ogni modo, gli addotti che hanno avuto a che fare con gli Anfibi li hanno sempre
descritti e disegnati con indosso una divisa che ricorda molto quella delle SS naziste. Lo stesso olocausto
ebraico era invero un attacco diretto per annientare un popolo le cui lobby erano asservite agli insettoidi.
Quando la Germania fu infine sconfitta, i Sei Dita spostarono il proprio interesse sul controllo dell’economia
globale e cominciarono ad attuare strategie che tuttora richiedono, di volta in volta, momentanee alleanze
con l’una o l’altra fazione. Evento emblematico di questo nuovo modo di operare è lo storico attentato al
World Trade Center del 2001. »
« Il World Trade Center? » chiese Alex completamente spiazzato dalla nuova rivelazione.
« Proprio cosi » rispose Malcor. « L’attentato al World Trade Center è stato compiuto a seguito di accordi
presi tra i Sauroidi e i Sei Dita. Come è tuttora evidente, quei fatti drammatici hanno innescato una reazione
a catena sul panorama politico economico globale tale da condurre a un repentino crollo dei mercati
internazionali e ad una instabilità generalizzata. Con quella mossa, i Sei Dita si sono accaparrati il controllo
dell’economia mondiale agendo non più su una singola nazione, ma su una serie di società segrete non
schierate politicamente grazie alle quali stanno ottenendo molto in termini di scambi e mutui vantaggi. D’altro
canto, con quella mossa gli Stati Uniti hanno ottenuto il pretesto di dichiarare guerra alle nazioni ufficialmente
schierate contro lo stato d’Israele e, da buoni subordinati, i Sauroidi hanno dichiarato guerra alle fazioni
aliene, tra cui anche Anfibi ed Orange, che minacciano in qualche modo i loro diretti superiori, gli Insettoidi.
C’è di più: con l’attentato alle Torri Gemelle, i Sei Dita si sono anche impossessati per sempre degli addotti
che quella mattina erano presenti nel World Trade Center. Curiosamente, la percentuale di addotti rispetto
alla popolazione mondiale, l’un per cento circa, corrisponde alla percentuale dei corpi mai ritrovati in rapporto
alle vittime rinvenute tra le macerie del WTC. La cosa è naturale, quei corpi… quelle persone non sono
scomparse nel nulla, sono state definitivamente rapite dai Sei Dita. »
« Come fai ad essere così sicuro di queste cose? » chiese Alex manifestando una certa perplessità.
« Lo so grazie alla regressione ipnotica effettuata su un addotto italiano, il quale ha ricordato in ipnosi che
la mattina degli attentati era stato rapito dai Sei Dita. Durante quell’abduction si trovava proprio sulla nave
che salvò, se così vogliamo dire, gli addotti presenti nel WTC da morte certa trasportandoli a bordo un attimo
prima che le torri crollassero. Molto probabilmente a quelle persone è stato fatto credere di essere degli eletti
che sono stati salvati dal disastro per uno scopo superiore, e cioè collaborare attivamente con i Sei Dita per
salvare l’umanità dal triste destino che l’attende. Inoltre, su internet è possibile trovare una serie di video
amatoriali che mostrano, un istante prima del crollo della prima torre, un oggetto volante non identificato
schizzare via a velocità inaudita. »
« Incredibile! » esclamò Alex disorientato dalla mole delle informazioni che stava ricevendo. Sembrava un
assurdo parto della fantasia, eppure spiegava vicende la cui natura veniva costantemente ricercata dagli
storici. L’idea di un complotto ordito dall’amministrazione statunitense era stata in voga per anni ed era
sfociata nella realizzazione di diversi documentari che mettevano bene in evidenza una serie di
incongruenze che smentivano la presunta matrice islamica dell’attentato e, di conseguenza, delegittimavano
la spietata offensiva portata contro le nazioni arabe. Tutti, però, ignoravano che dietro quegli oscuri eventi si
nascondeva una volontà extraterrestre.
Ad Alex sembrò di essere stato colpito da un pugno in pieno stomaco: il mondo nel quale aveva sempre
vissuto era costruito su menzogne, complotti e cospirazioni di natura non umana. A fatica ingoiò il nuovo
boccone, amarissimo, consapevole che Malcor aveva ancora molte altre cose da dirgli. Il prossimo tassello
del puzzle, a quel punto, sarebbe stata la razza Orange, quella che la notte precedente aveva salvato lui e
Victor.
Ormai l’idea dell’esistenza di alieni buoni venuti a salvare gli uomini dalla propria stupidità, che per così
tanto tempo era stata in voga negli ambienti new age di mezzo mondo, aveva completamente abbandonato
la mente del ragazzo obbligandolo a fare spazio a un quadro ben più agghiacciante e, apparentemente,
privo di una qualunque possibilità di difesa da parte dell’uomo. Questi, infatti, era in balìa degli invasori e dei

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gruppi massonici, tutti in grado di dirigere l’andamento delle vicende umane per un evidente tornaconto
personale. Quale fosse questo tornaconto, Alex continuava ad ignorarlo, ma sapeva bene che tutte le
risposte sarebbero arrivate durante quella conversazione.
Il cellulare di Francisco squillò.
« Sì » disse l’uomo, ascoltando la voce all’altro capo del telefono. Il suo viso cambiò totalmente
espressione e divenne cupo e carico di preoccupazione.
« Ma che fine hai fatto? » Ancora una volta attese la risposta. Malcor lo guardò con fare interrogativo, ma
non disse nulla. Francisco rispose nuovamente.
« D’accordo, richiamami tra mezz’ora. Cercherò di organizzarmi. »
Riattaccò guardandosi intorno con aria visibilmente preoccupata. Malcor l’interrogò con gli occhi.
« Abbiamo un problema. Era Ryan, ha bisogno del nostro aiuto. Dovrete continuare senza di me. »

33

Finder osservò il suolo allontanarsi sotto l’ala del jet e farsi sempre più indistinto. Ormai erano giunti alle
battute finali e il buon esito del piano sarebbe dipeso dal tempismo. Indagò a lungo dentro di sé cercando di
comprendere se aveva agito nel modo migliore. I fattori da tenere sotto controllo erano ancora molti, ma di
certo non si sarebbe mai mosso se non avesse avuto solide garanzie di successo. Da buon soldato, stava
obbedendo a ordini ben precisi, smosso dall’illusoria certezza di potersi finalmente considerare parigrado dei
suoi signori.
Adesso tutto dipendeva dalla sua capacità d’interpretare e dirigere il gioco nel migliore dei modi. Era
questione di probabilità, e gli eventi occorsi negli ultimi giorni avevano rafforzato enormemente le possibilità
di riuscita.
Tornò a guardare il mondo che si allontanava oltre il finestrino del jet, che procedeva indisturbato verso la
meta conclusiva.
Nonostante i pensieri rassicuranti, chiuse gli occhi preoccupato.
« Cosa ti tormenta, amico mio? » si sentì chiedere.
Lo sceicco Humam, sorridendo, gli porse un bicchiere di scotch invecchiato. Finder lo prese ed iniziò a
sorseggiarlo lentamente, poi rispose: « Tutto sembra procedere per il meglio, ma temo non sia ancora
sufficiente ».
« Non dovresti crucciarti troppo. Abbiamo lavorato bene, George, e buona parte del merito è tua » lo
consolò soddisfatto lo sceicco.
« È vero, ma i nostri nemici sono scaltri. Spero che non capiscano troppo in fretta cosa sta succedendo,
altrimenti saranno guai seri. »
« Il nostro piano » intervenne lo sceicco « si è sempre basato sul tempismo delle battute finali. Ci stiamo
muovendo bene e il coinvolgimento di tuo figlio David ci darà la possibilità di chiudere la nostra partita. Poi,
ogni cosa passerà nelle mani dei nostri superiori. »
« David è un altro fattore che mi preoccupa... Tutto dipenderà da come deciderà di condurre il gioco. »
« Ma anche questo dovrebbe essere un aspetto marginale. Abbiamo sempre il nostro infiltrato che, al
momento opportuno, ci fornirà le informazioni che ci permetteranno di portare a termine il nostro piano »
concluse soddisfatto lo sceicco.
« Spero davvero tu abbia ragione, amico mio » replicò Finder tornando a sorseggiare il suo scotch.
L’aereo attraversò un banco di nubi minacciose e, per qualche minuto, il volo divenne inquieto. Finder,
immerso nei suoi pensieri, non se ne accorse nemmeno.
Ryan era l’unico che poteva condurli da Malcor.
Era stato Finder a fargli avere da altri le informazioni per infiltrarsi nell’Area 51, ed era sempre stato lui a
farlo arrestare dai militari. Poi l’aveva tirato fuori dai guai obbligandolo a dargli una mano.
Ryan era la persona più corretta e affidabile che conosceva, ma, proprio a causa di queste peculiarità, per
coinvolgerlo era stato necessario manipolarlo. L’ex direttore della CIA si augurò che alla resa dei conti, Ryan
scegliesse la via del potere. In tal modo si sarebbe guadagnato il diritto di godere a pieno titolo di tutti i
vantaggi derivanti dal successo del piano.
Sapeva di essere da sempre indissolubilmente legato a Ryan, ora più che mai.
« Chissà se, quando arriverà il momento, saprai capire, David? » si chiese preoccupato. Con in mente
questo pensiero, poggiò la testa sulla poltrona e decise di riposarsi fino all’arrivo a destinazione.

34

Rev 2.0 73
La telefonata ricevuta costrinse tutti ad una pausa di mezz’ora, durante la quale ci fu un veloce briefing tra
Malcor, Francisco e Victor.
Quando uscirono, Victor era visibilmente teso e, andando incontro ad Alex mentre indossava il cappotto, gli
disse: « Devo uscire. Se le cose andranno come spero, sarò di ritorno all’alba. Nel frattempo, è
importantissimo che tu prosegua la conversazione con Malcor. »
Fece per aprire la porta d’ingresso, ma Alex lo afferrò per un braccio e l’abbracciò. « Di qualunque cosa si
tratti, fa’ molta attenzione. »
« Non preoccuparti, stavolta non è nulla di particolarmente pericoloso. Non sarò neanche solo, con me
verranno Francisco e altri due amici. Ma tu cerca di acquisire tutte le informazioni possibili, mi raccomando.
»
Si salutarono ed Alex rientrò nella stanza che aveva ospitato la riunione, dove trovò Malcor seduto con aria
assorta. Quando vide il giovane, questi si riscosse e l’invitò con un cenno ad accomodarsi.
« Ecco finalmente arrivato il momento che tanto aspettavi » disse con un sorriso nel tentativo di
stemperare la tensione che era emersa dopo la misteriosa telefonata.
« Dove stanno andando? » chiese Alex ignorando ciò che l’altro aveva appena detto.
« Stai tranquillo, Francisco e Victor vanno a recuperare un vecchio amico. In questi giorni si stanno
concentrando eventi molto particolari. Non so di preciso cosa ci serbi il futuro più immediato, ma so che tu vi
ricopri un ruolo importante. Per questo credo proprio che sia il caso di proseguire nella nostra
conversazione, anche perché finalmente siamo arrivati al dunque... »
Alex lo fissò con un’espressione che sfiorava l’insolenza. Malcor comprese la natura del suo sguardo e
attese in silenzio che si calmasse. Non ci volle più di qualche istante.
« Parli dell’ipnosi, vero? »
« Esatto. Sta solo a te decidere se tentare questa via, però vorrei prima completare per te il quadro della
situazione. »
Alex annuì e si accomodò sulla poltrona.
« Bene... L’alieno di tipo Biondo a Cinque Dita, o Orange, è quello che noi definiamo il selezionatore.
Opera soprattutto in Europa, ha il ruolo di scegliere le linee genealogiche umane da utilizzare nelle abduction
ed è in grado di farlo, perchè l’essere umano come noi lo conosciamo è una sua creazione. »
Per Alex fu il colpo definitivo. Sbiancò in volto e, quasi balbettando, rispose strabuzzando gli occhi: « Vuoi
dire che l’uomo è stato creato da una specie aliena? »
« Noi riteniamo di sì, ma questa risposta necessita di alcuni chiarimenti. Per esempio, dobbiamo parlare
della reale struttura dell’universo e della sua origine.
La cosa più stupefacente emersa dai miei trent’anni di studi sulle interferenze aliene, è stata l’acquisizione
di dati utili alla formulazione di un nuovo prototipo di universo che spiega ogni cosa, anche quelle ritenute
incomprensibili. Naturalmente le mie conclusioni sono state derise e i siti internet nei quali erano illustrate
oscurati. Comunque sia, quanto sto per dirti è in totale accordo con le scoperte di molti fisici.
Semplicemente, la mia teoria amplia e completa il loro punto di vista.
Partiamo dal principio.
I miei studi mi hanno convinto che il nostro universo è un immenso ologramma, quindi ha una natura
virtuale. Con questo termine non devi intendere qualcosa d’inesistente, ma di modificabile. Questo risulta
evidente nell’istante in cui prendo un oggetto e lo sposto anche solo di pochi centimetri: con un semplice
gesto modifico il suo campo elettromagnetico o, più semplicemente, stato all’interno dell’universo.
In base alla mia teoria, te ne parlerò in modo semplificato all‘essenziale, l’universo virtuale è costituito da
tre assi principali: spazio, tempo ed energia.
La scoperta più importante, però, riguarda un nuovo asse, di cui la scienza ufficiale non si è mai accorta.
Parlo dell’unico asse reale, poiché non modificabile: l’asse della coscienza. L’asse della coscienza è il solo
asse che genera ed impregna il nostro universo. Puoi chiamarlo Dio, Coscienza Divina o, come io preferisco,
Illuminatore. »
« Illuminatore? » chiese Alex con aria sbigottita.
« Sì, tra non molto ne vedremo il motivo » rispose l’uomo. « La scoperta di quest’asse, unita alle altre
conoscenze che ho acquisito, mi ha portato a comprendere la reale struttura di tutte le cose, inclusi gli esseri
viventi. »
Malcor fece una pausa per sottolineare l’importanza di quanto stava per dire. « Tutti gli oggetti fisici
contenuti nel nostro universo sono descritti, cioè costituiti, dagli assi dello spazio, del tempo e dell’energia.
Rientrano in questa categoria anche gli esseri viventi. I loro corpi non sono altro che contenitori vuoti privi di
un qualsiasi tipo di consapevolezza. Tuttavia gli esseri viventi, e soprattutto l’Uomo, accolgono in sé altre
componenti che originano dalla presenza della Coscienza. »
« Altre componenti? » domandò Alex sempre più appassionato all’argomento.
« Si tratta di tre entità distinte. La prima è la Mente, formata da spazio, tempo e coscienza. Per poter dire

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di essere vivi occorre avere un minimo di consapevolezza o coscienza di sé, quindi un corpo e una mente
sono di per sé sufficienti per essere vivi. »
« E quali sono le altre entità? »
« La seconda è lo Spirito. »
Malcor notò l’espressione di disappunto di Alex e si affrettò a precisare: « Per spirito non devi intendere
quello delle grandi religioni. L’abbiamo definito così per convenzione, poteva chiamarsi anche tizio o caio.
Quello che intendiamo noi è un’entità senziente definita dagli assi del tempo, dell’energia e della coscienza.
Lo spirito è dunque privo dell’asse dello spazio, il che equivale a dire che è ovunque. Questo è un concetto
un po’ difficile da digerire, ma, quando sarai in grado di elaborarlo, capirai che non c’è spiegazione più
semplice. Naturalmente, sia la Mente che lo Spirito posseggono l’asse del tempo. Ciò significa che, per
quanto siano molto longeve, sono entità mortali.
Infine abbiamo l’Anima. Anche in questo caso siamo lontani dai significati religiosi, tanto più che, in
quell’ambito, regna la totale confusione fra i due concetti. Quella alla quale ci riferiamo è descritta dagli assi
dello spazio, dell’energia e della coscienza, dunque è priva dell’asse del tempo.
« Questo significa che è immortale » lo interruppe Alex, quasi folgorato dalla sua stessa intuizione.
« Esatto! L’anima è immortale e, oltretutto, è l’entità che più di tutte è reale. E’ costituita principalmente di
coscienza, l’unico asse che, secondo la nostra teoria, è reale. In senso assoluto possiamo dire che l’asse
della coscienza è, è stato e sarà per sempre e, al contrario dello spazio, del tempo e dell’energia che
possono variare, non è modificabile. »
« Ma quest’anima ce l’hanno tutti? » chiese Alex.
« No... Come ho già detto, per essere vivi è tecnicamente sufficiente avere solo un corpo e una mente e la
mente è l’entità a minore contenuto di coscienza. E’ anche possibile essere costituiti da corpo, mente e
spirito come molte creature terrestri, oppure, di soli mente e spirito come i Lux.
Infine abbiamo quello che possiamo definire l’essere umano completo, cioè l’essere vivente costituito, oltre
che dal corpo, dalla Triade formata da Mente, Spirito e Anima... Ed è sempre lui la vittima dei rapimenti
alieni. »
« Perché? »
« Perché chi si nasconde dietro le abdaction è privo di Anima e sta cercando il modo d’impossessarsi della
nostra. »
« Per quale motivo? »
« Perché l’Anima è immortale e le razze aliene stanno cercando di modificare il proprio genoma al fine di
acquisire una struttura genetica che sia compatibile con la presenza dell‘anima e così diventare essi stessi
immortali. »
Alex scosse la testa visibilmente preplesso. « Quello che dici non mi pare abbia senso... Tu stesso hai
detto che l’uomo è una creazione aliena, ma... come hanno potuto creare una forma di vita dotata di
qualcosa che non possono avere loro stessi? »
« La risposta è molto semplice. Ipnosi dopo ipnosi, abbiamo trovato il modo d’isolare la parte animica,
degenerare diremmo in gergo, e di comunicare con lei. Quello che le anime dei vari addotti ci hanno rivelato
è stato a dir poco stupefacente. »
« Cioè? »
« Il principio della creazione! Ciò che noi chiamiamo Dio, o Coscienza, generò gli assi dello spazio, del
tempo e dell’energia e li illuminò dando vita all’immenso ologramma che noi chiamiamo universo.
Riflettici, è come essere in una sala cinematografica! Gli assi dello spazio e del tempo sono l’altezza e la
larghezza dello schermo, l’asse dell’energia gestisce il colore. Tuttavia non ci sarebbe spettacolo se
mancasse il proiettore che crea le immagini illuminando lo schermo. »
« L’esempio è calzante, anche se devo digerire più di qualcosa. Cosa accadde quando il creatore fece
tutto ciò? »
« Creò innumerevoli forme di vita intelligente e, infine, un ultimo essere speciale: l’Uomo Primo. Questa
creatura era diversa da tutte le altre, era immortale e aveva un’anima. Il Creatore, che è coscienza assoluta,
intendeva acquisire anche la conoscenza mediante la sperimentazione diretta di ciò che aveva creato. Per
farlo, non aveva modo migliore che inserire un pezzo di se stesso - l’anima è esattamente questo - in
ciascuno di quegli esseri. »
« Suppongo che a questo punto accadde qualcosa. »
« Esatto! A un certo punto gli alieni si accorsero di non avere anima e interpretarono questo fatto come una
condanna a morte. Formarono una coalizione con il compito di creare un essere che potesse essere
compatibile con l’anima, in modo da potergliela poi sottrarre. Nacque l’uomo come lo conosciamo. Fu creato
mischiando il materiale genetico di alcuni ominidi presenti su questo pianeta migliaia di anni fa con pezzi di
DNA delle varie razze aliene chiamate in causa. Fatto degno di nota è che il responsabile di questo
esperimento fu proprio l’Orange. Potrà poi sembrare un caso, ma io credo che non sia così, ma recenti studi

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sul DNA estratto dalle ossa dell’uomo di Neanderthal hanno dimostrato che questi era privo di barba e di
peli, con i capelli biondi o rossastri e gli occhi chiari. Questo dato può far sorridere, ma è l’ennesima
dimostrazione dell’intervento alieno per creare l’uomo a propria immagine e somiglianza al fine di garantirne
la compatibilità genetica. »
« Compatibilità genetica? »
« Sì, ragazzo mio. La possibilità di avere un’anima dipende dalla struttura del DNA.
Come ti ho detto, a capo del progetto c’erano gli Orange. Fu un fallimento totale. Generarono un surrogato
di essere umano che non presentava segno alcuno della presenza di anima. Oltretutto, questo nuovo essere
era stato volutamente creato con una struttura telomerica più corta di quella degli alieni, quindi era molto
meno longevo. »
« Struttura telomerica? Che roba è? »
« I telomeri sono i terminali dei cromosomi. Si fanno carico di un processo molto particolare che ha lo
scopo di ridurre il più possibile eventuali errori nel processo di duplicazione del DNA. A ogni duplicazione i
telomeri si accorciano sempre più, ed è questo processo che decreta l’invecchiamento progressivo di un
essere vivente. Ciò spiega perché gli uomini vivono in media un’ottantina d’anni, mentre gli alieni ne vivono
migliaia. Hai capito che scherzo ci hanno fatto? »
« Okay, ma hai detto che l’esperimento alieno fu un fiasco su tutta la linea. Com’è possibile, allora, che
alcuni esseri umani abbiano l’anima? »
« È molto semplice. Quando la coalizione aliena si rese conto della situazione, decise di rivolgere
l’attenzione all’unica creatura che nell’universo aveva Anima: l’Uomo Primo. Questi avrebbe anche potuto
annientare tutte le razze coinvolte nel progetto, ma avendo l’anima sapeva che era più importante osservare
e sperimentare che rendersi fautore della distruzione del meraviglioso dono della vita. Una volta compresa
l’entità della questione e i conflitti che stava per generare, decise di scomparire trasferendosi in punto ignoto
dell‘universo. Alcuni membri di quella razza, però, rimasero per far perdere le proprie tracce, si nascosero tra
gli esseri creati dagli alieni. Dall’incrocio con quella progenie nacquero i primi terrestri con Anima che, però,
non ereditarono la possibilità di vivere per sempre. I motivi furono due: la connessione genetica con l’anima,
anche se presente, era ed è tuttora molto più debole di quella dell’Uomo primo e, oltre a ciò, la struttura
telomerica dei terrestri è stata progettata per non raggiungere la vita secolare, fuguriamoci quella millenaria.
Gli alieni, per nostra sfortuna, molto presto compresero ciò che era accaduto e cominciarono a fare
esperimenti sulle nuove creature. I rapimenti di oggi sono determinati dal protrarsi di quelle sperimentazioni
e sono l’effetto del prolungarsi del loro progetto. In parole semplici, non hanno ancora cavato un ragno dal
buco, e questo per diversi motivi. »
« Quali? »
« Gli uomini, soprattutto quelli che hanno anima, si reincarnano, e molto probabilmente lo fanno sempre
con lo stesso spirito e la stessa mente. Le loro anime hanno acquisito nel tempo la consapevolezza dettata
dalla conoscenza del fatto che qualcuno intende ostacolare il loro processo evolutivo. Una volta preso atto di
ciò, si sono liberate dell’interferenza aliena con un semplice atto di volontà, che è un’espressione univoca e
coordinata dell’anima che acquisisce dati attraverso la mente e pratica l’atto di volontà in grado di modificare
anche enormemente il nostro universo, sia pure a livello locale, con la forza dello spirito. In sostanza,
un’Anima consapevole è in grado di distruggere l’alieno semplicemente volendolo, come hai fatto tu con il
Lux che ti parassitava.
Consapevoli di ciò, gli alieni hanno spostato l’attenzione solo sulle persone non ancora pronte per
ribellarsi, tanto che oggi circa un quinto della popolazione mondiale ha anima, ma solo sessanta milioni di
persone sono realmente addotte. Per altro ci sono persone che sarebbero candidati perfetti per divenire
addotte, ma se gli alieni interferissero nella vita di queste, la loro presenza diventerebbe sin troppo evidente
e favorirebbe una presa di coscienza collettiva seguita dalla manifestazione di un atto di volontà univoco
talmente potente da mettere la parola fine ai loro piani. Pertanto, agendo in modo più cauto, gli alieni si
allearono con gli umani privi di anima rendendoli detentori del potere, in cambio della promessa di una
collaborazione su ampia scala, con la promessa di spartirsi il bottino una volta ultimato il progetto. I nostri
governanti occulti cominciarono così a prestar loro un’obbedienza apparentemente incondizionata e a
mettere in atto una serie di strategie utili a nascondere il complotto e a convincere le masse che gli alieni non
esistono o sono troppo lontani dalla Terra per avere un qualche interesse nei nostri confronti.
I nostri aguzzini continuano ad agire indisturbati anche oggi e, fra le altre cose, creano continuamente degli
ibridi umano-alieni privi di coscienza, essendo alla continua ricerca del contenitore perfetto che sarà
compatibile con l’anima e dentro il quale sarà possibile trasferire il proprio spirito e la propria mente per
ottenere l’immortalità. »
Alex era allibito. Guardò Malcor dritto negli occhi e accese l’ennesima sigaretta di quella giornata convulsa.
« Allora è un vero e proprio complotto genetico! »
Malcor sorrise. « Non l’avevo mai vista in questi termini, ma possiamo dire di sì... si tratta di un complotto

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genetico. Ma c’è ancora dell’altro, lo vedremo tra un po‘. Credo sia arrivato il momento di mettere qualcosa
sotto i denti prima di continuare a discutere gli ultimi dettagli. Dopo che ti avrò raccontato il resto, deciderai
se sottoporti alla regressione ipnotica. »
« Credo d’aver già deciso, Malcor... »
« Okay, ma prima devo darti le ultime informazioni. Non sono molte, ma ti aiuteranno a capire meglio il
significato dell’ipnosi alla quale ti sottoporrai. »
Alex si alzò dalla poltrona stiracchiandosi. Poi, cercando di riacquistare la calma e la lucidità, si rivolse
all’uomo con un sorriso. « Ho fame anch’io. C‘è una birreria da queste parti? »

35

Mangiarono con tranquillità in un pub poco distante dalle mura del centro storico. Erano andati a piedi,
bisognosi entrambi di sgranchire le gambe e respirare aria fresca. Di notte Pisa era ancora più suggestiva, e
Alex si sentì improvvisamente alleggerito. Pensò a Rachel e si ripromise di chiamarla non appena fosse
stato possibile. Quel giorno aveva già tentato diverse volte, ma il cellulare di lei era sempre spento. La cosa
lo preoccupava, ma pensò anche che le ragioni potevano essere molte e totalmente innocue. Avrebbe
riprovato più tardi e avrebbe chiamato anche sua sorella Claire. Mancavano due giorni al Natale e,
considerando gli ultimi eventi, dubitava seriamente di poterlo trascorrere con Claire e Rachel. Non sapeva
ancora quali scuse avrebbe accampato, ma qualcosa si sarebbe inventato.
Per poter mettere il naso fuori di casa, Malcor aveva dovuto affrontare le proteste dei suoi uomini che lo
ritenevano un gesto imprudente. Alla fine aveva accettato che due di loro rimanessero di guardia in
prossimità del locale.
« Una cosa che devi assolutamente sapere » disse « è che gli alieni producono una copia di ciascun
addotto. »
Mentre addentava un doppio cheesburger, Alex interrogò l’uomo con gli occhi. Malcor sorseggiò la birra
ghiacciata e proseguì.
« Un altro motivo per cui l’uomo è costituito da un miscuglio di materiale genetico delle varie razze aliene,
è che queste hanno la necessità di inserire le cosiddette MAA in determinate aree del cervello degli addotti.
»
« Suppongo si tratti di una sigla che indica qualcosa di decisamente complicato » commentò Alex con
sarcasmo.
« Esatto. MAA è un acronimo che sta per Memoria Aliena Attiva. In sostanza, più un essere è longevo,
maggiori difficoltà incontra nel riprodursi. Ciò è confermato dalla seconda e dalla terza legge della
termodinamica. Come ho già detto, i nostri amici alieni vivono per migliaia d’anni e questo fa sì che, per loro,
la riproduzione sia un processo arduo. Molte razze vanno lentamente verso l’estinzione e hanno dovuto
cercare una soluzione al problema. Quando uno degli alieni impegnati nel complotto ai nostri danni muore, la
sua mente e il suo spirito vengono estratti dal corpo e impiantati nel cervello di un addotto, in attesa che
venga creato in laboratorio un nuovo corpo perfettamente funzionante che possa ospitarli. La mente e lo
spirito dell’alieno costituiscono la cosiddetta MAA. »
« Vuoi dire che dentro di me potrei avere una di quelle cose? »
« Voglio dire che ne hai certamente una. Ogni addotto è depositario di una MAA. »
Alex deglutì a fatica e cambiò discorso. « Ma questo cosa c’entra con le copie? »
« Anche in questo caso la risposta è abbastanza semplice. Immagina cosa accadrebbe se un addotto si
schiantasse a duecento chilometri all’ora. L’alieno cesserebbe di esistere. Pertanto viene creata una copia,
all’interno della quale viene effettuato un backup della MAA aliena in modo tale da prevenire simili
circostanze. Le copie vengono poi tenute in sospensione criogenica. »
« Scusa, ma allora a ET non converrebbe impiantare le MAA solo nelle copie? »
« No. Il processo di copiatura dell’addotto genera nella copia diverse anomalie genetiche, tanto che questa
tende a degenerare e morire piuttosto in fretta. Pertanto, per sicurezza, l’alieno effettua un doppio backup
della MAA, uno nell’addotto originale, l’altro nella copia. Quando questa poi è prossima alla morte, l’addotto
viene preso e nuovamente copiato. Ormai ti sarà chiaro che l’alieno è assillato dall’idea dell’immortalità. Con
questo sistema, le varie razze dotate di corpo hanno se non altro raggiunto l’obbiettivo di crearsene un
surrogato nell’attesa della conquista finale, quella dell’anima. »
« Incredibile! » esclamò Alex. « Eppure qualcosa mi dice che le copie hanno qualche altra funzione. »
« La tua perspicacia è notevole. Capita sovente che, per risolvere alcuni problemi, i nostri amici abbiano
bisogno della MAA contenuta in un addotto per un periodo di tempo prolungato. Si procede quindi al
rapimento del soggetto, al risveglio della sua copia e all’integrazione in essa di tutti i nuovi ricordi accumulati
dall’ultimo prelievo. Poi si sostituisce la copia all’originale e la volontà dell’addotto viene sedata agendo sulla

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ghiandola pineale. Con delle specifiche password sonore, infine, si sblocca la MAA, che prende il controllo
del corpo dell’ospite e collabora con i vecchi compagni alieni per la soluzione di qualche problema. In
seguito, anche dopo diversi giorni, una volta inibito nell’originale l’accesso ai ricordi del tempo trascorso
insieme agli alieni, questi viene nuovamente scambiato con la copia. Naturalmente, però, questi vissuti
nascosti sono tranquillamente recuperabili sotto ipnosi. »
« Quello che dici sa di fantascienza... In una situazione diversa mi verrebbe quasi da ridere » rispose Alex
smettendo per un istante di mangiare il panino e ordinandone un altro con un cenno al cameriere.
« Be’, non ricordi nulla di strano del momento in cui i soldati hanno inseguito te e Victor? Hai già detto che,
a un certo punto, ti sei sentito privato della volontà e che degli eventi successivi non ricordi nulla »
commentò Malcor con un sorriso.
« Ora che mi ci fai pensare, l’ultimo ricordo chiaro riguarda una serie d’impulsi sonori. Fammi pensare...
erano toni distinti e ripetuti, ma ogni volta l’ordine era differente e nessuno si ripeteva due volte se prima non
si concludeva la serie. Inoltre, c’era un tono fisso, quasi fosse un segnale portante. » rispose Alex
sgomento.
« Vedo che hai un ricordo piuttosto preciso... »
« Ce l’ho perché la stessa cosa accade nella dodecafonia » ribatté Alex facendo sfoggio della propria
cultura musicale.
« E sai dirmi qualcosa di più a proposito di quei suoni? »
« No, o meglio... Sicuramente non erano note della scala temperata, eppure sembravano formare una
specie di armonia, come se la frequenza di un suono si combinasse con quella successiva e questa fosse in
qualche modo un multiplo o un sottomultiplo del precedente. »
« Davvero interessante... In tempi più tranquilli potremmo studiare insieme la questione. E poi cos’altro
ricordi? »
« Praticamente nulla a parte quello che ha detto Victor, cioè che ho parlato in una strana lingua e che.... »
si bloccò realizzando all’istante un pensiero che lo raggelò. « Ehi, aspetta un momento... Vuoi dire che quei
suoni hanno sbloccato la MAA aliena che è dentro di me e che questa ha preso il sopravvento sulla mia
volontà? »
« Così sembrerebbe... »
Sentendo Malcor parlare delle MAA, Alex non aveva preso in considerazione l’idea che la cosa potesse
riguardarlo da vicino. Infuriato si rivolse a Malcor. « Non mi piace l’idea di un’altra volontà capace di usare il
mio corpo a suo piacimento. »
« Oh, ma questo non è un problema. Puoi eliminare la MAA così come hai fatto con il Lux. »
« E allora potresti spiegarmi come si fa? »
« Durante una regressione ipnotica è tutto più semplice, ma non vuoi prima sapere in quale pasticcio ti sei
cacciato? » chiese Malcor sfoggiando un sorriso.
« Cioè? »
« Oh, è molto semplice: in regressione ipnotica siamo in grado di far uscire la MAA allo scoperto e di
comunicare con lei. Quindi possiamo cercare di capire cosa diavolo è accaduto ieri notte. Poi starà a te
manifestare l’atto di volontà necessario alla sua eliminazione. »
« E così vuoi usare la MAA per ottenere informazioni utili! » esclamò Alex, divertito all’idea di poter
utilizzare un alieno per i propri scopi.
« Secondo te come abbiamo fatto ad ottenere tante informazioni sui piani delle fazioni aliene? Senza
contare che il processo funziona nello stesso modo anche con i Lux: questi sono composti di soli mente e
spirito, quindi rappresentano il prototipo della MAA perfetta. »
Il boccone che Alex stava per inghiottire gli andò quasi di traverso. « Conosci nello specifico i piani di
ciascun gruppo? Mio Dio, qui le cose si fanno sempre più interessanti. Puoi accennarmi qualcosa adesso? »
« Certamente. Interrogando dei Lux, delle MAA di Sauro e di Orange o di Insettoide, abbiamo scoperto con
stupore cosa intendono fare, ad esempio. »
Malcor guardò il ragazzo per assicurarsi di ricevere tutta l’attenzione dovuta. « Parliamo dei Lux ed i Sauri,
ad esempio. In base ai dati che abbiamo raccolto, i Sauri starebbero per inscenare un attacco contro il
nostro pianeta. Naturalmente gli stati che sono schierati con i Sauri fingeranno d’intervenire per fronteggiarli.
La guerra sarà finta, ma i morti, purtroppo, saranno veri. Naturalmente i Sauri potranno continuare senza
problemi la loro invasione. Quando ogni speranza sembrerà perduta, i Lux, che sono loro alleati, si
manifesteranno agli uomini in qualità di angeli e fingeranno di ricacciare i Sauri nello spazio. A questo punto
chi non vorrà accogliere dentro di sé uno degli angeli salvatori? »
« Quello che dici è terrificante. Ma gli Orange staranno a guardare? » chiese Alex con un certa
apprensione.
« Naturalmente no » rispose l’altro. « I piani degli Orange prevedono l’acquisizione totale del controllo
sull’Europa. Fatto ciò, muoveranno contro gli Stati Uniti per sconfiggerli e decretare la nascita di un nuovo

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blocco politico economico dominante. A quel punto saranno promulgate a livello mondiale delle direttive che
progressivamente renderanno obbligatoria l’istallazione in ogni essere umano di un microchip cranico
spacciandolo per una carta d’identità elettronica o qualcosa del genere, mentre in realtà sarà un vero e
proprio impianto adibito al controllo mentale delle persone. »
« E quando dovrebbe verificarsi tutto ciò? » s’affrettò a domandare Alex preoccupato.
« Se i dati a nostra disposizione sono esatti, non più tardi di diciotto mesi. »
« Un anno e mezzo! » esclamò sbalordito il giovane. « Ma possiamo fare qualcosa per impedirlo? »
« Possiamo lavorare per far sì che gli addotti prendano sempre più coscienza del proprio stato e si liberino
dall’interferenza aliena. Sono anni che puntiamo a questo risultato. »
Alex si rinchiuse in un cupo silenzio per qualche istante, poi ricominciò a fare domande. « Perché tutti gli
addotti hanno lo sfenoide sfondato? »
« Questo ha molto a che fare con le MAA. Tutti gli addotti hanno un impianto cranico installato in
prossimità dell’ipofisi e l’inserimento di questo impianto avviene attraverso la narice destra. Per arrivare al
cervello lo sfenoide viene letteralmente sfondato. L’impianto, poi, viene sostituito più volte nell’arco della vita
dell’addotto e questo avviene sempre passando per la cavità nasale. Ogni volta che viene eseguita, questa
operazione genera abbondanti perdite di sangue dalla narice destra. »
« Ma questo impianto a cosa serve? »
« A far stare buono l’addotto quando viene rapito. Viene attivato tramite precise sequenze sonore da un
altro dispositivo che viene inserito dietro l’orecchio, dove la mascella si congiunge con la scatola cranica, e
agisce sulla ghiandola pineale determinando la paralisi totale e l’annullamento di ogni volontà. L’impianto
retro auricolare è anche utilizzato per attivare la MAA e farle prendere il controllo del corpo.
Prova a toccare con il dito dietro l’orecchio destro o sinistro tra la mascella e il cranio... Senti qualcosa? »
Alex non perse tempo e seguì l’invito. A una prima ispezione non notò nulla d’anomalo, quindi aumentò la
pressione dei polpastrelli e trovò subito una pallina dura larga circa tre millimetri.
Malcor notò il cambiamento nello sguardo e sorrise. « L’hai trovato, vero? »
« Immagino che anche questo tu l’abbia scoperto grazie alle ipnosi » commentò il giovane cercando di
dissimulare la propria ansia.
« Non solo... Ti assicuro che una semplice risonanza magnetica serve egregiamente allo scopo. Ad ogni
modo l’ipnosi è stata la nostra tecnica principale per anni e, per taluni aspetti, rimane insostituibile. Che ne
dici, adesso ti va di tornare a casa e sperimentarla? »
Alex non ci pensò nemmeno un istante. « Fammi mangiare il panino che ho ordinato e facciamo questa
fottutissima cosa! »

36

Il jet privato si alzò in volo nel silenzio della sera marsigliese. Ryan e Benedict avevano pianificato ogni
cosa nei dettagli. Continuando a recitare la parte del sottoposto perfetto, Ryan chiese ai piloti dell’aereo
quale fosse la loro destinazione. Questi, però, risposero di non essere autorizzati a parlarne.
Poco importava. Francisco gli aveva garantito un supporto totale e anche il vecchio amico d’un tempo, il
vicedirettore dell’FBI Robert Saipher, gli aveva assicurato tutto il proprio sostegno. L’ingranaggio era stato
messo in movimento e il momento più difficile stava per arrivare.
Il Learjet si stabilizzò a diciottomila piedi d’altitudine. Quando il segnale delle cinture di sicurezza si
spense, Ryan fece a Benedict un cenno con il capo.
Era il segnale.
L’altro si alzò in piedi e si diresse verso la cabina di pilotaggio, ingaggiando una conversazione con i piloti
giustificata dal suo titolo di pilota militare. Parlarono per circa venti minuti della velocità di crociera del
Learjet, della sua velocità di avvicinamento alla pista d’atterraggio, del pilotaggio strumentale,
dell’inclinazione dei flap, delle funzioni di radionavigazione, del GPS e delle funzioni d’atterraggio
strumentale dell’aereo attraverso l’ILS. Al termine della chiacchierata, Benedict si congedò e tornò da Ryan.
Questi l’interrogò con lo sguardo e l’altro si affrettò a rispondere: « Ho tutte le informazioni che ci servono ».
Il tono di voce del capitano era carico di disapprovazione non manifesta. Ryan lo guardò di traverso, ma lo
incoraggiò ugualmente ad esprimere eventuali dissensi cercando volutamente il confronto. Benedict non si
fece pregare, si lasciò cadere con indifferenza sul divanetto in pelle e protestò senza troppa convinzione.
« Ritengo il suo piano rudimentale, pericoloso e dannatamente folle » disse dopo aver squadrato il suo
interlocutore dalla punta dei piedi a quella dei capelli.
Ryan non apprezzò. Assecondando la tensione sempre più opprimente vissuta negli ultimi giorni, sbraitò: «
Se avesse seguito le mie istruzioni, molte cose sarebbero più semplici, adesso. Invece ha preferito fare di
testa sua ed andarsene a spasso per la Francia! Ora mi ascolti bene, capitano. Se non l’avesse ancora
capito, sto cercando di salvarle il culo. Non mi obblighi a decidere quale tra il mio e il suo fondoschiena ha la

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precedenza, perché non avrei dubbi in proposito. Se poi ha qualche idea migliore, sono certamente disposto
a valutarla. In caso contrario, la prego di non protestare ulteriormente e di fare la sua parte per tirarci fuori da
questo casino che ha in gran parte contribuito a creare. »
Benedict rimase di sasso. Era dai tempi dell’accademia che nessuno gli si era più rivolto con un tono del
genere. Ebbe l’impeto di mandare Ryan al diavolo e di dargli un pugno nello stomaco, poi si controllò. L’altro
sembrava prossimo alla perdita di controllo definitiva. C’era di che capirlo: stando al breve racconto delle
vicissitudini che aveva dovuto fronteggiare, era naturale che fosse provato. Il guaio più grande era il suo folle
piano ma, viste le circostanze, doveva riconoscere che al momento non c’erano alternative valide.
Né per Ryan, né per lui.
La situazione non gli piaceva affatto, ma sapeva di non poter agire diversamente. Sull’esito di ogni cosa,
gravava la sua ipoteca per il futuro.
Sconsolato, ma senza manifestare il proprio stato d’animo, fece la sua scelta. Guardò Ryan negli occhi e
annuì freddamente.
Il patto era suggellato.
Rimasero in silenzio per una decina di minuti interrogandosi sull’esito del piano. Ryan avrebbe gradito
volentieri un drink, ma, viste le circostanze, optò per il maggior grado di sobrietà possibile e rimandò l’ora
dell’aperitivo a quando sarebbero stati salvi.
Poi, in un guizzo di nuova fiducia si convinse che tutto sarebbe andato per il verso giusto. Ritrovò la carica
e una condizione emotiva più adatta ad affrontare quello che sarebbe accaduto da lì a poco. Si alzò
dirigendosi verso l’armadietto contenente l’armamentario di superalcolici di qualità pregiata e aprì una
bottiglia di whisky. Benedict lo fulminò con lo sguardo ma, per quanto fosse sin troppo evidente, non palesò
verbalmente la propria disapprovazione.
L’altro gli strizzò l’occhio e tirò fuori dalla giacca una bottiglietta d’acciaio, la riempì dell’ottimo liquore e si
affrettò a spiegare: « Stia tranquillo capitano, non intendo certo ubriacarmi, sto solo facendo scorta per
quando brinderemo al buon esito del nostro piano ».
Benedict scorse nell’atteggiamento di Ryan un guizzo di genuinità e, istintivamente, sorrise apprezzando
l’espediente per riacquistare fiducia.
« Ne prenda un po’ anche per me, allora » disse pacatamente tirando fuori dal taschino interno del
cappotto due sigari Montecristo, evidentemente trafugati dalla scatola in radica poggiata accanto a lui.
« Bene capitano, vedo che anche lei ha pensato a festeggiare il nostro successo » commentò Ryan
goliardicamente.
Benedict scoppiò a ridere. Grazie a quei semplici gesti, i due avevano ritrovato lo spirito di cooperazione
necessario a riportare a casa la pelle.
Ryan se ne compiacque ma, l’istante successivo, il suo sguardo tornò serio. « È il momento, capitano! »
esclamò cercando dentro di sé la concentrazione necessaria.
Benedict ripose i sigari nel taschino con fare lento, quasi rituale.
Infine annuì e si preparò ad agire.
37

Robert Saipher era completamente fuori di sé. In quell’istante odiava e amava l’amico con la stessa
intensità, senza possibilità che uno dei due sentimenti potesse prevalere sull’altro.
Continuava sbalordito a fissare l’e-mail che Ryan gli aveva inviato. Il problema non era credere o meno alle
informazioni contenute nel messaggio: Ryan non gli aveva mai mentito e, ne era convinto, non aveva certo
iniziato a farlo adesso.
La questione, ben più seria, riguardava la bomba che stava per far scoppiare, perché l’avrebbe esposto a
un pericolo enormemente superiore alle sue possibilità di difesa.
A confronto, qualunque altra situazione in cui s’era cacciato in passato pareva sbiadire fino a scomparire
del tutto. In qualche modo era sempre riuscito a dargli una mano, ma stavolta le cose erano completamente
diverse. Ryan gli aveva fornito il quadro generale di una situazione che andava oltre ogni immaginazione e
gli stava chiedendo aiuto.
Andare in suo soccorso avrebbe significato compromettersi irrimediabilmente a meno che non fosse
accaduto un miracolo. Tuttavia una parte di lui gli imponeva di accorrere in aiuto dell’amico, anche se il suo
nome era stato associato al tradimento del direttore della CIA George Finder, ricercato ormai dalle polizie di
mezzo mondo. Il vicedirettore dell’intelligence era stato frettolosamente nominato direttore ad interim dal
presidente degli Stati Uniti che, per farlo, aveva dovuto esercitare i suoi poteri straordinari bypassando il
benestare del congresso. La cosa oltremodo strana e significativa era che i capi d’accusa verso Finder erano
coperti dal più stretto riserbo, a tal punto che nemmeno i più alti vertici dell’FBI, lui compreso, potevano
conoscerli. E Ryan era accusato di essere il braccio destro di Finder. Il meno che l’amico stava rischiando
era la morte.

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Dal canto suo, l’unico ordine che aveva ricevuto dal suo diretto superiore era stanare Ryan e consegnarlo
all’Intelligence. Naturalmente non l’avrebbe mai fatto e, proprio per questo, aveva sperato che l’amico non lo
contattasse. Le cose erano andate diversamente e ora la coscienza gli imponeva un coinvolgimento diretto.
Aveva due possibilità: compromettersi definitivamente o, agendo con disumana precisione, fornire al suo
ritorno spiegazioni talmente verosimili da garantirgli una buona sorte e, magari, anche un encomio.
A malincuore decise d’ipotecare la propria vita e il proprio futuro.
Fortunatamente, essere il vicedirettore del Federal Bureau of Investigation aveva i suoi vantaggi, primo fra
tutti la possibilità di muoversi agevolmente per raggiungere nel minor tempo possibile l’aeroporto JFK di New
York e imbarcarsi sul primo volo disponibile.
Ora doveva fornire spiegazioni convincenti al direttore dell’FBI - suo unico e diretto superiore dopo il
presidente in persona - per utilizzare i mezzi di cui necessitava senza destare troppi sospetti.
Programmò mentalmente ogni cosa. L’orologio da polso segnava le sei di sera. Eliminò l’e-mail dal
computer e armeggiò alla ricerca degli orari dei voli.
« Beccato! » esclamò sottovoce. Estrasse dal portafogli una carta di credito ed effettuò via web alcune
operazioni. Prima abbandonare il suo ufficio, attivò un software passatogli anzitempo da un collega della
sezione informatica utile ad eliminare qualunque traccia dei siti visitati e delle operazioni svolte.
Si alzò di scatto.
Con passo deciso guadagnò il corridoio in direzione dell’ufficio del suo superiore, Ethan Foreman. Bussò
garbatamente ma in modo deciso ed entrò senza attendere la risposta. Il direttore lo accolse come al solito
con giovialità. « Robert, come va il lavoro? »
« Potrebbe andare meglio, siamo sempre circondati da questioni estremamente urgenti. Lei invece come
se la passa? »
« Non meglio di te, il tuo rapporto su Al Qaida si è rivelato dannatamente preciso e sto provvedendo a
predisporre delle contromisure adeguate. Dovevi dirmi qualcosa? »
« Abbiamo un problema e credo di essere l’unico a poterlo risolvere » replicò Saipher con aria grave.
Il suo interlocutore s’irrigidì immaginando il soggetto dell’argomento. « Si tratta di Ryan, vero? »
Saipher annuì. « So dov’è. »
Il direttore sorrise genuinamente e si complimentò: « Ben fatto! Organizza una squadra e andiamo ad
arrestare quel figlio di puttana » esclamò con insolito vigore.
« Non credo sia così semplice, signore. »
« Andiamo Robert, non starai ancora pensando di salvare il culo a quello sporco doppiogiochista? »
domandò l’uomo battendo i pugni sul tavolo.
« Nient’affatto, signore. In questo momento non c’è nessuno al mondo che più di me vorrebbe vederlo
dietro le sbarre. Ha tradito la fiducia di tutti » mentì Saipher con la necessaria convinzione.
« E allora qual è il problema? » l’interrogò Foreman sfoggiando un’espressione più che perplessa.
« Credo di dover agire da solo. In questo momento Ryan è classificato come uno degli uomini più
pericolosi al mondo, preceduto solamente da George Finder. Se trovassi Ryan, con ogni possibilità potrei
avere informazioni utili sulla posizione di Finder. »
« Non se ne parla nemmeno! » gridò il direttore in preda a un accesso d’ira. « Ryan ha rifiutato ogni via
d’uscita che gli abbiamo proposto e si è messo alle dipendenze di quel farabutto di Finder. Questo ne fa un
criminale. »
Saipher respirò profondamente cercando dentro di sé la giusta tranquillità per proseguire la farsa in modo
credibile. « Ha perfettamente ragione, signore. Tuttavia rifletta un istante. Qui dentro sono l’unico a
conoscere realmente Ryan e, ne sono convinto, non mi farebbe mai del male. Inoltre non è in America, ma in
Europa. Ciò significa che dovremmo coordinarci con l’Interpol e questo potrebbe peggiorare ulteriormente le
cose. Se fossi personalmente io a stanarlo, tutto sarebbe più semplice e ci eviteremmo dei grattacapi inutili.
Senza considerare che potrei scoprire dove si nasconde Finder e fornirvi le informazioni necessarie per
coordinare una manovra per intercettarlo. Per lei sarebbe un bel colpo. »
Foreman rimase in silenzio per alcuni istanti valutando i pro e i contro. Prese in mano una penna e
scarabocchiò linee senza senso su un foglio, infine guardò in direzione di Saipher.
« Va bene, hai il mio consenso. Quale è il tuo piano? »
« Ryan è a Madrid. Ho già dato un’occhiata agli orari dei voli, farò scalo a Londra. La prima partenza utile è
tra due ore. Avrò bisogno di un elicottero per raggiungere l’aeroporto JFK. Mi servirà anche il suo supporto
per far ritardare il volo fino al mio imbarco. Inoltre, per non perdere tempo, dovrò acquistare in aeroporto gli
indumenti necessari per il viaggio. »
« Non è un problema » rispose Foreman, alzando la cornetta telefonica e disponendo il trasporto in
elicottero. Riattaccò.
« L’elicottero sarà qui tra quindici minuti. La mia segretaria sta già pensando a riservarti un biglietto aereo
in business class che ritirerai direttamente in aeroporto. Quanto tempo pensi di metterci a intercettare Ryan?

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»
« Quarantotto ore al massimo dal mio arrivo in Europa. Quando l’avrò trovato la contatterò, in modo tale
che lei possa pianificare con la polizia spagnola la sua permanenza in cella e darmi il tempo di organizzare il
viaggio di ritorno » rispose Saipher ostentando un sorriso compiaciuto.
« Va bene, allora aspetto tue notizie da Madrid. Spero per te che siano buone » disse Foreman con
sarcasmo. Saipher comprese l’avvertimento implicito nella battuta senza battere ciglio.
« Non mancherò di dargliele, signore. Con il suo permesso, vorrei avvisare mia moglie di questo viaggio
improvviso. »
Si congedò e uscì dall’ufficio promettendo a se stesso che sarebbe stata l’ultima volta che accorreva in
aiuto di Ryan, semmai entrambi fossero riusciti a vivere abbastanza a lungo da arrivare all’occasione
successiva.
Foreman attese che il suo sottoposto guadagnasse l’uscita, poi alzò il telefono digitando il numero di un
interno dell’edificio.
« Brian, sono Foreman. Ho bisogno di un uomo pronto a partire tra mezz’ora per Madrid. »
Attese la risposta in silenzio.
« Non m’interessa se hai problemi a trovarlo » sbraitò. « Questa è l’FBI, santo Iddio! Se non riesci a
trovarmi nessuno disponibile, dovrai partire tu. »

38

Arald Benedict avanzò impettito verso la cabina di pilotaggio. Si fermò davanti alla porta impiegando quegli
ultimi secondi per trovare la giusta condizione mentale.
Ryan si posizionò immediatamente dietro di lui. All’interno sentiva i piloti parlare con spensieratezza di
cosa avrebbero fatto il giorno di Natale.
Senza indugiare ancora, spalancò la porta con la pistola spianata. Secondo le indicazioni dategli dal
compagno, i due piloti erano probabilmente addestrati a sedare eventuali situazioni anomale. Finder lo
conosceva troppo bene e non si sarebbe arrischiato ad ingaggiare due sprovveduti. In ogni modo, Ryan era
stato chiaro: avrebbero sparato solo in caso disperato.
L’irruzione sembrò non cogliere di sorpresa i due uomini al comando del volo. Benedict puntò la beretta
verso il comandante.
« Mi dispiace, ma credo che dovremo cambiare destinazione » esordì con voce ferma.
L’uomo non si scompose affatto. Con tutta la calma del mondo allungò il braccio in avanti disattivando
l’interruttore generale del pilota automatico. Bendict comprese troppo tardi le sue intenzioni. Con scatto
fulmineo il secondo pilota virò bruscamente verso sinistra con una inclinazione di oltre quarantacinque gradi.
Ryan fu catapultato sulla parete del jet urtandola di schiena. Benedict, invece, fini con la fronte sullo stipite
metallico della porta riportando una brutta ferita sulla testa. Il sangue gli imbrattò il viso e, impotente, si sentì
afferrare il braccio dal primo pilota che nel frattempo aveva slacciato le sue cinture di sicurezza. Il secondo
pilota livellò l’aereo mentre l’altro tentò di disarmare Benedict. Questi afferrò ancora più saldamente la sua
pistola nel tentativo di premere il grilletto e lo avrebbe fatto se in quella breve colluttazione il suo avversario
non gli avesse piegato braccio e mano verso la sua tempia. Ryan era afflosciato a terra apparentemente
privo di sensi.
« Davvero riteneva che fossimo così ingenui da cadere in un’imboscata di questo tipo? » domandò
altezzosamente l’uomo. « Che sciocco! Mi stia bene a sentire: ho l’ordine di scortarvi a destinazione in vita,
ma ciò non significa interi. Se necessario non esiterò a ferirla per neutralizzarla, capitano! »
Sul volto intriso di sangue di Benedict comparve un espressione di rabbia allo stato puro. Serrò la mascella
sfidando l’uomo con lo sguardo.
« Oh, non c’è bisogno di arrabbiarsi tanto capitano. Per quanto mi riguarda posso considerare la faccenda
chiusa qui, ma lei dovrà starsene buono e farsi legare mani e piedi. Il suo amico non rappresenta un
problema a quanto pare, gli è bastato un colpo innocuo per fargli perdere i sensi. » proseguì l’uomo con
irritante sarcasmo.
Per Benedict fu troppo. La sua ira esplose violentemente tramutandosi in una ginocchiata diretta ai testicoli
dell’uomo che lo stava deridendo. Questi si piegò in due dal dolore, ma ancor prima che Benedict potesse
sferrare un secondo colpo, lo attaccò con un pugno in pieno stomaco. Stavolta fu Benedict ad accusare la
botta e si accasciò a terra lasciando cadere la sua pistola. Il comandante del volo la raccolse e gliela puntò
sulla gamba destra deciso a gambizzarlo.
Premette il grilletto.
L’arma da fuoco emise un sonoro click, annunciatore del colpo andato a vuoto. Interdetto, l’uomo premette

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il grilletto una seconda e poi una terza volta. Non sortì alcun effetto se non quello di sentire lo stesso inutile
rumore metallico. Sconsolato, estrasse il caricatore dalla pistola trovandolo vuoto. Fu in quel momento che,
con scatto repentino, Ryan gli saltò addosso atterrandolo sulla poltroncina alle sue spalle. Pistola alla mano,
lo colpì una volta con il calcio di quest’ultima aprendo sulla sua testa una ferita ancor più profonda di quella
che aveva riportato Benedict. L’uomo fu sull’orlo di perdere i sensi ma riuscì a rimanere in qualche modo
vigile. Ryan lo sbeffeggio facendogli il verso.
« Davvero credeva che l’avrei messa in condizione di impugnare una pistola carica? »
In quell’istante, il secondo pilota riattivò il pilota automatico abbandonando la cloche ed affrettandosi a
correre in aiuto dell’altro. Sulla sua strada trovò Benedict che si rialzò di scatto sferrandogli un pugno sotto il
mento. Il pilota barcollò cercando di tenersi in piedi senza successo. Svenne e cadde a terra. Ryan tirò fuori
dalla sua valigetta del nastro adesivo di quelli impiegati per gli imballaggi. Senza troppa delicatezza legò
mani e piedi dei due piloti trascinandoli verso la poppa dell’aereo. Mentre completava l’opera facendo tre giri
di nastro intorno alle loro bocche, Benedict si mise ai comandi del mezzo armeggiando con il GPS nel
tentativo di capire dove diavolo si trovassero. Ryan lo raggiunse in cabina e si sedette al posto del secondo
pilota senza avere la più pallida idea di dove mettere le mani. Allacciò la cintura di sicurezza ed interrogò
Benedict.
« La nostra posizione? »
« Stiamo sorvolando le Bocche di Bonifacio. » rispose il capitano.
Ryan lo guardò perplesso senza avere la più pallida idea di quello che gli aveva detto Benedict.
Quest’ultimo si affrettò a dare ulteriori indicazioni.
« Si tratta di uno stretto tra la Corsica e la Sardegna. Siamo appena entrati nello spazio aereo italiano. »
Ryan lo guardò turbato ma non disse niente. Benedict non se ne accorse e s’affrettò a fare una richiesta al
compagno di ventura.
« Dietro di lei dovrebbe esserci una cassetta di pronto soccorso. La prenda e tiri fuori la garza sterile con il
disinfettante. »
Senza proferir parola, Ryan eseguì alla lettera le istruzioni ricevute e preparò l’occorrente per consentire
all’uomo di medicarsi. Bendict impostò tramite il pilota automatico una rotta di uno zero zero, ridusse la
velocità a duecentocinquanta nodi ed impostò una discesa alla quota di diecimila piedi. A quel punto lasciò
momentaneamente i comandi per disinfettare la ferita riportata alla testa. Sentì un bruciore tremendo ma si
limitò ad una smorfia di dolore.
« Mi dica una cosa Ryan: possibile che secondo il suo piano dovevo essere io quello ad essere pestato? »
chiese Benedict visibilmente arrabbiato.
« Credo fosse necessario capitano. A causa sua sono stato abbondantemente pestato nei giorni scorsi. Me
lo doveva! »
Benedict non rispose. Fu Ryan a prendere nuovamente la parola.
« Ad ogni buon conto non si lamenti troppo, a quanto pare il mio folle piano ha avuto esito positivo! »
esclamò Ryan entusiasta.
« La parte più difficile del suo folle piano viene adesso: dovremo volare in silenzio radio su di un mezzo
che non ho mai pilotato prima d’ora. Se ha qualche santo a cui appellarsi, gli chieda di farci arrivare a
destinazione sani e salvi. »
Ryan deglutì di colpo.
« Credevo che non avesse troppi problemi a guidare un trabiccolo del genere, lei è abituato a ben altro tipo
di manovre. »
« Le manovre non c’entrano Ryan. » rispose benedict palesemente sotto pressione. « I principi di volo
sono gli stessi per ogni aereo, ed infatti non avrò nessuna difficoltà a portarci sulla zona prevista. Quello che
mi preoccupa è l’atterraggio. Ad ogni modo, il codice dell’aeroporto di destinazione è LIRF vero? »
« Esatto. Francisco mi ha detto che è un piccolo aeroporto militare a sud di Roma con funzioni di
addestramento, nei pressi della città di Latina. È adibito anche a voli privati, ma di notte è interdetto al traffico
aereo, quindi potremo atterrare indisturbati. » rispose Ryan cercando di consolarsi.
« E come la mettiamo con il servizio di sorveglianza notturna? »
« Credo che dovremo atterrare molto velocemente e darcela a gambe prima che i militari possano
raggiungere l’aereo. Da che si accorgeranno del nostro atterraggio a che dal perimetro guadagnino la pista
dovremmo avere alcuni minuti. » replicò Ryan nella cui mente l’euforia del momento di gloria lasciava
sempre più spazio alla preoccupazione.
« Ribadisco che la sua è una strategia folle! » sentenziò nuovamente Benedict.
« E io le ricordo che è l’unica strategia che abbiamo, quindi cerchi di manifestare un po’ di ottimismo e
smetta di innervosirmi. »
Benedict finì di disinfettarsi e riprese il controllo del volo. Per prima cosa si preoccupò di disattivare il
trasponder dell’aereo e disattivò la com della radio per evitare conversazioni inutili con qualche torre di

Rev 2.0 83
controllo. Poi armeggiò con il GPS cercando di capire come inserire il codice dell’aeroporto comunicatogli da
Ryan. Dopo cinque minuti di estenuanti tentativi vi riuscì e sul display del Garmin comparve la rotta da
seguire. A quanto pare erano a meno di duecento miglia dalla destinazione. Benedict armeggiò nuovamente
con il GPS alla ricerca di ulteriori informazioni. Improvvisamente imprecò.
« Dannazione! »
« Cosa c’è adesso capitano? »
« Il suo dannato amico ci ha indicato un aeroporto senza ILS. »
« E cosa è? » chiese Ryan consapevole che la risposta non gli sarebbe affatto piaciuta.
« Si tratta dei vettori per l’atterraggio strumentale. In buona sostanza si imposta una frequenza sulla NAV
dell’aereo il quale, agganciato l’ILS dell’aeroporto, si allinea automaticamente alla pista ed inizia una discesa
con un rateo costante. Solo l’ultima parte della manovra si effettua manualmente. » rispose Benedict
crucciato.
Nella sua ingenuità Ryan chiese « Perché, non è in grado di portare quest’affare a terra manualmente? »
Benedict si infuriò.
« Lei è uno sprovveduto Ryan. Se l’aeroporto è interdetto al traffico notturno, questo significa che la pista
non sarà illuminata. In pratica voleremo alla ceca. Tanto vale che le passi il comando, avremmo più
possibilità di salvarci! »
Ryan sbiancò.
Senza dire niente Benedict continuò a pilotare. Dopo un lasso di tempo che a Ryan parve incalcolabile,
facendo riferimento alla manovra di avvicinamento riportata sul GPS, il capitano ridusse la velocità a
centottanta nodi, abbassò i flap e si portò a quattromila piedi d’altitudine. Erano a circa venti miglia
dall’aeroporto quando Benedict virò bruscamente.
« Cosa diavolo sta facendo capitano? » chiese Ryan allarmato.
« Sto cercando di portare a casa la pelle. Secondo il GPS più a nord c’è una base militare. Si tratta di
Pratica di Mare. Li ho fatto qualche esercitazione insieme all’aeronautica Italiana diversi anni fa. La pista è
illuminata e la base è dotata di ILS. È un’alternativa molto più allettante di uno schianto certo.
Ryan estrasse la pistola e la puntò verso il capitano.
« Riporti immediatamente l’aero verso il nostro aeroporto. » Ordinò senza mezzi termini.
« Andiamo Ryan, non vorrà spararmi. Se lo facesse non avrebbe alcuna possibilità di sopravvivere. » disse
Benedict sforzandosi di sorridere.
« Preferisco schiantarmi piuttosto che finire in mano ai militari. Verrei riconsegnato in America e subirei una
morte molto più dolorosa. Riporti l’aereo verso l’aeroporto di Latina. »
Benedict non rispose neppure e imperterrito tenne la nuova rotta. In uno scatto coriaceo Ryan puntò la
pistola contro il parabrezza dell’aereo ed esplose un colpo. Si pentì di quel gesto troppo tardi.
I due videro chiaramente il foro nel parabrezza dell’aereo. Accanto al foro erano schierati miriadi di pezzi
tenuti precariamente insieme dalla pellicola di sicurezza del vetro e che a fatica fronteggiavano l‘incedere
dell’aria ed il repentino sbalzo di pressione nell’abitacolo.
Intuendo cosa sarebbe accaduto di li a qualche istante, Ryan e Benedict si abbassarono appena in tempo.
Il vetro andò in mille pezzi e centinaia di schegge inondarono la cabina di pilotaggio. Grazie alle cuffie
poterono continuare a comunicare.
« Lei è uno pazzo figlio di puttana Ryan! » esclamò Benedict disattivando il pilota automatico cercando di
stabilizzare l’aereo depressurizzato. Ridusse la velocità a centoquaranta nodi e riattivò il mantenimento di
altitudine stabilizzandosi a tremilacinquecento piedi. Fu costretto ad indossare il paio di occhiali da sole che
aveva acquistato a Parigi per poter proteggere gli occhi dall’aria che entrava nella cabina alla stessa velocità
a cui il mezzo si muoveva.
« Le ho detto di riportare l’aero verso l’aeroporto di Latina. »
Benedict non aveva alternative. In quelle condizioni non poteva andare oltre e sarebbe stato un miracolo
affrontare le ultime quindici miglia che li separavano dall’aeroporto in questione.
« E va bene Ryan, ha vinto lei! Sarà felice di sapere che ora solo un miracolo potrà salvarci. A causa del
suo gesto sono obbligato a volare a vista con gli occhiali da sole per riparare gli occhi. E fuori è buio, brutto
imbecille. »
Ryan non rispose, continuando a restare accovacciato con la pistola puntata verso il capitano. Benedict lo
esortò « Quella non serve più. In queste condizioni atterrare al LIRF è l’unica cosa che posso provare a fare.
Ma sarò obbligato ad accendere le luci d’atterraggio per illuminare il terreno davanti a noi ed evitare qualche
albero. »
« Faccia quello che deve, e lo faccia nel miglior modo possibile capitano! » rispose Ryan che solo ora
iniziava a capire le conseguenze di quel gesto senza precedenti.
A fatica, Benedict scese a duemila piedi. Mancavano otto miglia all’aeroporto. Ridusse la velocità a
centoventi nodi costringendo l’aereo ad abbassarsi con un rateo costante di circa seicento piedi al minuto.

Rev 2.0 84
Sperò con tutto se stesso di aver fatto bene i suoi conti. Infine accese le luci di atterraggio illudendosi che
queste potessero dargli una aiuto significativo, ma inutilmente. Dentro di sé maledisse Ryan. Fu allora che
accadde il miracolo.
Nell’oscurità si accesero improvvisamente due strisce fiammeggianti che squarciarono il buio.
Evidentemente gli uomini che Ryan aveva contattato si erano dati da fare ed avevano cosparso i bordi della
pista con della benzina dandole fuoco al momento opportuno. Le strisce sembravano proseguire per circa
trecento metri e poi curvare sulla sinistra. Avevano pensato davvero a tutto, indicandogli la via di rullaggio.
Benedict aumentò appena la velocità e guadagnò circa duencento piedi di quota: diversamente sarebbe
atterrato almeno cento metri prima della pista. Poi contagiato da un ultimo barlume di speranza si rivolse a
Ryan.
« Forse possiamo ancora farcela. I suoi amici si sono dimostrati dannatamente efficienti. Mi ascolti bene,
atterreremo tra poco più di un minuto. Si porti in prossimità del portellone, si regga forte e lo apra quando
sentirà che ho curvato bruscamente e sto per arrestarmi. »
Senza pensarci su due volte Ryan corse in prossimità del portellone. Benedict si preparò alla manovra
finale.
I secondi passarono velocemente, forse troppo, e complice l’oscurità Benedict si accorse solo all’ultimo di
essere ancora troppo in alto. Azionò gli aerofreni per decelerare drasticamente nell’esatto istante in cui il jet
si trovò sulla pista. Imprecò e portò a zero la leva della manetta. Pregò con tutto se stesso. Ormai erano
separati dal suolo da una manciata di piedi. Pochi istanti dopo l’aereo perse improvvisamente quota e
l’atterraggio non fu morbido. Il carrello fu sollecitato al limite ma non cedette. Il capitano azionò i freni e
l’inversore di spinta ma era già troppo tardi. Superò le strisce di fuoco senza che potesse rollare all’altezza
della curva. Decise di tentare ugualmente e, mentre l’aereo stava ancora rallentando, svoltò bruscamente a
sinistra. La sterzata fu inizialmente troppo larga ma poi il mezzo iniziò a rispondere in maniera quantomeno
decente alle intenzioni di Benendict. Rollarono sulla sinistra ad una velocità di poco superiore ai settanta
nodi, in decelerazione progressiva. Il carrello del Jet incontrò il prato circostante la pista. Benedict riuscì a
muovere il mezzo per intercettare le strisce infuocate che gli avevano permesso di portare l’aereo a terra.
Con la coda dell’occhio vide una serie di luci muoversi dal perimetro dell’aeroporto verso di loro.
« Maledizione! » gridò.
La pattuglia di guardia si era accorta del loro arrivo. L’aereo rallentò quasi del tutto quando Benedict
abbandonò definitivamente i comandi per scattare in direzione di Ryan il quale aveva provveduto nel
frattempo ad azionare il meccanismo d’apertura del portellone. I due si lanciarono fuori dal jet non ancora del
tutto fermo ruzzolando a terra. Si rimisero in piedi guardandosi attorno: la pattuglia era dannatamente vicina.
Si lanciarono di gran carriera verso il prolungamento immaginario delle fiamme, arrancando nella campagna
circostante l’aeroporto. Dietro di se sentirono la Jeep dei militari arrestarsi in prossimità dell’aereo. Erano
passati inosservati, seppur per poco. Corsero a perdifiato per circa un centinaio di metri, poi, nel buio si
sentirono agguantare da più mani. Provarono a dimenarsi ma inutilmente. Ryan stava per sferrare un colpo
quando davanti a lui si parò la figura di Francisco che, con un gesto eloquente, lo invitò a tranquillizzarsi. Tirò
un sospiro di sollievo e esortò Benedict a fare altrettanto. Francisco, accompagnato da altri uomini, gli fece
cenno di seguirli tenendosi bassi. Arrancarono per altri duecento metri fino a raggiungere la recinzione ovest
dell’aeroporto attraverso la quale era stato opportunamente aperto un varco. Si ritrovarono su una strada di
campagna. Poche decine di metri più in la c’erano parcheggiate un paio di automobili. Entrambi salirono
sulla vettura di testa insieme a Francisco ed un uomo più basso che indossava un paio di occhiali da vista.
Le due vetture partirono in tutta fretta.
« Ciao Ryan! » esordì Francisco.
Ryan non rispose ancora scosso. Fu Francisco a riprendere la parola presentando il suo compagno.
« Lui è Victor. Presumo che l’uomo accanto a te sia il capitano Benedict. »
Ryan annui.
Francisco notò che il capitano aveva in dosso un paio d’occhiali da sole. Perplesso chiese al capitano « Mi
tolga un dubbio capitano: è costume dei piloti americani portare gli occhiali da sole di notte? »
Bendict si portò le mani in viso toccandosi gli occhiali. Colto dall’imbarazzo li tolse.
Ryan trovò quella scena esilarante e scoppiò a ridere.
Finalmente si sentiva in salvo.

39

Malcor invitò il ragazzo ad accomodarsi su una delle poltroncine. Alex si sentiva teso: attendeva
quell’istante da diverse ore. Velocemente passò in rassegna tutte quelle strane percezioni che avevano
caratterizzato la sua esistenza sin da bambino, stati d’animo che sovente avevano messo in crisi la sua
capacità di relazionarsi con ciò che lo circondava, da sempre percepito come fittizio e artefatto.

Rev 2.0 85
Si rese conto che stava aspettando quel momento da una vita. Intimamente, s’aggrappò ad esso
ritenendolo il proverbiale momento della verità. Sottoporsi alla regressione ipnotica avrebbe sancito la fine
del suo vivere in un mondo costruito ad arte, aprendo la sua coscienza a percezioni di natura reale e
comprensibile, dallo sfondo intimistico e umanamente proprio, ma allo stato attuale ancora sconosciute.
In cuor suo sapeva di essere giunto al grande bivio della sua esistenza. Si sentiva agitato, consapevole
che avrebbe dovuto fare i conti con ricordi sepolti e difficili. Comprese comunque che non esisteva un modo
indolore per elevare la propria coscienza. Ciò che avrebbe sperimentato di li a poco avrebbe posto le basi
per affrontare se stesso in modo profondo, ricercando una comunione con tutte le parti di se di cui da
sempre intuiva l’esistenza.
Frastornato, cercò conforto negli occhi di Malcor. Questi annuì genuinamente, dandogli l’incoraggiamento
necessario per iniziare.
Inaspettatamente,Malcor optò per un ultimo preambolo che sarebbe servito a fornire ad Alex qualche
elemento in più per meglio capire ciò che si accingevano a compiere.
« La prima fase dell’ipnosi si compone di alcuni espedienti necessari a tranquillizzare il tuo subconscio fino
ad addormentarlo. Ciò servirà ad eliminare ogni filtro ai dati in uscita ed in entrata da e verso la parte più
profonda e vera di te: l’inconscio.
Come abbiamo detto, ogni addotto è portatore di una memoria aliena attiva e di parassiti come il Lux, che
hai già eliminato. Infine, esiste una connessione mentale con il Sei Dita, che quasi certamente si attiverà
durante l’ipnosi.
I nostri obiettivi principali saranno due: da una parte cercheremo di estrapolare dei ricordi dalla tua testa e
delle informazioni dalla MAA. Dall‘altra tenteremo di comunicare con l’anima e comprendere alcune
questioni. »
Alex annuì placidamente, seppur pervaso da un crescente stato di ansia. Malcor cercò ulteriore conferma
negli occhi del ragazzo. Trovatala, decise di iniziare.
« Ora voglio che tu guardi un punto in questa stanza. » esordì « Sarai tu a decidere quale. Concentrati su
di esso con tutti i tuoi sensi. »
Alex iniziò a fissare un punto immaginario sulla parete in penombra alle spalle dell’uomo. Inizialmente non
si accorse di nulla, poi mentre l’uomo continuava a parlare e lui seguiva le sue indicazioni le cose mutarono.
« Bene! » proseguì Malcor con la giusta enfasi. « Guarda il punto da te scelto, guardalo con tutti i tuoi
sensi. Ti accorgerai che non siamo capaci di osservare quasi nulla di quello che guardiamo e, mentre fai
questo utile esercizio, imparerai anche ad osservare meglio la realtà che ti circonda... Vedi? Ora che lo
osservi da pochi secondi quel punto ti appare differente da prima e sei capace di notare sempre più
particolari, che prima non avevi nemmeno visto.”
Il tono della voce di Malcor divenne più lento. Alex si sentiva un po’ più tranquillo, e più Malcor parlava, più
lui si tranquillizzava a al punto da convincersi che non potesse accadergli nulla di male.
Gli allarmi del subconscio di Alex iniziarono lentamente a venire meno, e con essi tutti quegli automatismi
mentali di difesa propri del subconscio, gradualmente meno presenti ed interventisti. Il respiro di Alex
divenne lento e profondo. Era il momento di aprire a rotazione tutti i suoi canali di ingresso: quello visivo,
auditivo, tattile, termico, olfattivo e più in generale tutti i canali cinestesici.
Malcor continuò a parlare, invitando Alex ad acquisire di quel punto dati sempre più specifici.
« Ora guarda bene questo punto: segui con lo sguardo i bordi di questo punto, osserva la forma di questo
punto; puoi percepire l’odore del materiale con cui questo punto è costruito, sentire il calore che esso
emana, come se avessi le dita della mente a poca distanza dalla superficie di questo punto. Senti il calore
sulla punta delle dita? Puoi sentire con le dita del tuo cervello anche la ruvidità del materiale con cui questo
punto è stato costruito; puoi sentire, quasi atomo per atomo, tutte le piccole imperfezioni che ci sono in
questo materiale, la ruvidità di questo materiale... »
Il respiro di Alex si fece ancora più disteso, i suoi occhi fermi in direzione di quel punto immaginario. Malcor
ricominciò da capo per attivare i nuovi canali di ingresso.
« Osserva la forma di questo punto. Vedi? Ora ne percepisci particolari che prima non vedevi, come le
piccole imperfezioni della materia, come se avessi una potente lente di ingrandimento che ti permette di
vedere dentro, più da vicino, e mano a mano che guardi questo punto, mano a mano che lo guardi, questo
diviene sempre più grande, come se tu avessi una potente lente di ingrandimento, più grande e più vicino
per veder meglio. »
Alex immaginò quel punto sempre più grande e dettagliato. Ormai privo di allarmi interiori, quasi dimenticò
di trovarsi nel mezzo dell’induzione ad uno stato d’ipnosi. La sua mente era completamente concentrata a
seguire le istruzioni di Malcor ed il suo invito ad una percezione sempre più dettagliata di quel punto
immaginario.
« Ora » ricominciò Malcor « puoi sentire meglio il calore che questo punto emana, vedere meglio il colore e
le imperfezioni della materia, ascoltare il brusio degli atomi che si muovono nella materia... Lo senti? Puoi

Rev 2.0 86
percepire piano piano un ronzio di fondo... Sono gli atomi che si muovono e tu li puoi sentire bene adesso,
puoi sentire anche il sapore di quel punto. È come se fossi un bambino piccolo, un bambino che mette in
bocca tutto per sentire con la lingua. Senti la ruvidità del materiale ed il sapore del materiale e la temperatura
del materiale e la forma del materiale...»
Malcor aumentò il ritmo parlando sempre più velocemente. La sua voce si era fatta più bassa e
cantilenante, ripentendo nuovamente l’intera operazione, inframezzandola con rumorosi respiri quando
incoraggiava Alex a sentire l’odore del punto o producendo sonori schiocchi con la lingua mentre lo esortava
a sentire il sapore della materia di cui il punto si costituiva. Dopo qualche istante notò che Alex, quasi invaso
da un’improvvisa sinergia empatica, ripeteva a suo modo quei suoni.
Gli occhi del ragazzo, ormai fissi da diversi minuti, diedero qualche segno di cedimento. Fu allora che
Malcor lo incalzò esortandolo a tenere gli occhi aperti e continuare a guardare il punto, percependone ogni
minima caratteristica. Alex si sforzò di tenere gli occhi aperti, seguendo le istruzioni impartite dalla
rassicurante voce di Malcor. Alla fine, esausto, i suoi occhi si chiusero.
La prima fase era conclusa.
Malcor costatò la profondità della condizione di Alex e passò oltre.
« Ora che hai chiuso gli occhi davanti a te vedrai una grotta. Tu ci sei dentro e la grotta ti circonda.
All’esterno il paesaggio è bello e riposante; all’interno della grotta si vedono degli ampi scalini che scendono
verso il basso, dove c’è una flebile luce. In fondo, ma proprio in fondo, si vede un lumicino: si tratta di una
stanza... Ma da qui non si vede niente... È troppo lontano... Chissà cosa c’è laggiù... Si potrebbe scendere
per le scale ed andare a vedere, ma... le scale sono tante e non si arriverebbe mai. »
Alex visualizzò la grotta. La vide scura, con il soffittò alto diverse decine di metri e fatto di pietra grezza e
irregolare. Si affacciò sull’orlo della scalinata. Come gli aveva suggerito Malcor, intravide nel fondo della
voragine, ad una profondità non ponderabile, una lucina fioca. Malcor riprese ormai certo della condizione
del ragazzo il cui subconscio s’era quasi completamente assopito.
« Se guardi alla tua sinistra, vedrai uno scavo nella roccia. Li c’è un ascensore, altamente tecnologico, con
le porte aperte, pronto per partire e noi, per andare laggiù. Possiamo prenderlo, è molto più comodo, veloce
e sicuro delle scale. Entra nell’ascensore e, vedi, c’è posto per sedersi, c’è una adeguata luce, molto
riposante, e la temperatura è proprio quella giusta. All’interno della cabina c’è un display luminoso dove c’è
scritto il numero del piano a cui siamo. Ora segna zero, ma quando partiremo segnerà il livello a cui siamo
giunti, così, mentre scendiamo, tu potrai controllare sul display la velocità di discesa dell’ascensore e sapere
sempre dove ti trovi. Il display si accenderà e si spegnerà tutte le volte che passeremo per un piano. Ora
conterò fino a tre e solo al tre, solo allora, le porte scorrevoli dell’ascensore si chiuderanno e questo
comincerà a scendere dolcemente verso il basso. Uno... Due... Tre! »
Nella mente di Alex, le porte dell’ascensore si chiusero e questo cominciò a scendere dolcemente. Aveva
immaginato le pareti dell’ascensore come fatte di cristallo trasparente e da li poteva vedere la roccia che
iniziava a scomparire sulla sua testa, mentre l’ascensore procedeva lentamente verso il basso lasciando
posto ad un abisso oscuro in cui, stranamente, si sentì completamente a suo agio. Ormai Malcor si rivolgeva
all’inconscio del ragazzo. L’ascensore era infatti posto sulla sinistra rispetto alla grotta, posizione che voleva
significare in senso archetipico il passato. Inoltre, l’ascensore procedeva verso il basso, l’archetipo delle
cose nascoste, della quantità più piccola di energia, della tranquillità assoluta, fornendo con questo tipo di
metacomunicazione i dati necessari all’inconscio per comprendere l’inizio di un viaggio verso il passato,
dentro cose dimenticate o abbandonate.
« Ora l’ascensore sta scendendo » proseguì Malcor, che intanto aveva iniziato a respirare insieme ad Alex,
con il suo stesso ritmo, con l’evidente intenzione di intensificare il rapport empatico instauratosi. Il tono della
sua voce era ormai suadente, ed Alex se ne sentiva come cullato.
« Guarda il display che si accende e si spegne, si accende e si spegne ed ogni piano è un battito del
cuore, ogni battito del cuore è un respiro, ogni respiro è un momento di rilassamento guadagnato, ogni
momento di rilassamento guadagnato è un piano disceso... Il display nell’ascensore si accende e si spegne,
si accende e si spegne... e mentre tu scendi ti rilassi sempre di più, sempre di più, sempre di più… »
Fece una pausa di una manciata di secondi così da dare al ragazzo il modo di visualizzare sempre di più la
scena in cui lo stava guidando con la sua voce. Poi lo esortò a guardare nuovamente il display ripetendo
daccapo questo nuovo processo, arrivando a mimare con la voce il rumore dei cavi dell’ascensore,
incoraggiando Alex ad ascoltarli e agganciandosi così in maniera sempre più forte al canale auditivo del
ragazzo, canale che sarebbe stato usato poco più tardi assieme a tutti gli altri centri sensoriali per ricordare
accuratamente le sue esperienze.
Alex era ormai rilassato in modo definitivo. Il suo corpo era completamente abbandonato sulla poltrona su
cui si era seduto ed il suo viso disteso. Malcor intensificò la visualizzazione mentale del ragazzo
introducendo una nuova situazione tesa ad accelerare la fine di quella fase dell’ipnosi.
« Ora conterò fino a tre, poi i cavi dell’ascensore si staccheranno ed un grande paracadute bianco si aprirà

Rev 2.0 87
e sosterrà la discesa dell’ascensore, che sarà ancora più morbida ma ancora più veloce. Conterò fino a tre e
poi questo accadrà. » Fece una brevissima pausa e poi contò molto rapidamente « Uno, due, tre » emulando
con la voce il suono dei cavi che si staccavano e del paracadute che si apriva. Continuò a parlare molto
velocemente dicendo al ragazzo di guardare il display dell’ascensore che, data la nuova velocità, si
accendeva e si spegneva più velocemente di prima, indicando di quanti piani era sceso.
« Si accende si spegne si accende si spegne... » incalzava Malcor velocemente rallentando per la fase
successiva.
« Ogni respiro è un battito del cuore e sono cento i piani che l’ascensore passa, adesso, ogni volta che la
luce si accende. Mentre inspiri, l’aria che entra nei tuoi polmoni gonfia anche la grande vela del paracadute e
quando tu espiri anche il paracadute si sgonfia leggermente: i tuoi polmoni ed il paracadute respirano
assieme. Ora non si sente più il rumore dei cavi dell’ascensore, che non ci sono più, ma si sente solo il
rumore del vento, che entra nei nostri polmoni e nella grande vela del paracadute bianco che sorregge la
discesa dell’ascensore. »
Sotto la guida della voce di Malcor, l’ascensore aveva cominciato a scendere cento piani alla volta, ad ogni
respiro. Malcor respirava rumorosamente curandosi che Alex lo sentisse, sincronizzandosi sempre più con il
respiro del ragazzo. Gli disse, a quel punto, che avrebbe contato fino a tre e che il paracadute si sarebbe
staccato.
« Uno, due tre! » esclamò l’uomo con disarmante velocità e professando che ora i piani che l’ascensore
scendeva erano mille alla volta.
In quella trasfigurazione mentale, Alex vide se stesso perdere peso all’interno dell’ascensore e
sperimentare una benefica assenza di gravità dovuta all’estrema velocità raggiunta dal mezzo. Intanto
continuava ad ascoltare le parole di Malcor.
« L’ascensore scende sempre più velocemente, come un proiettile di luce, al centro della terra, al centro
della galassia, al centro dell’universo, al centro della vita ... Al centro di ogni cosa! Stiamo raggiungendo il
punto più profondo, e tu ti rilassi sempre di più, sempre di più. Sei rilassato come non lo sei mai stato prima,
mentre l’ascensore scende e tu galleggi come gli astronauti nello spazio. Come mai sei così rilassato? La
luce del display ormai non si spegne nemmeno più, tanta è la velocità dell’ascensore. E tu continui a
scendere, e ti rilassi sempre di più, in questa discesa verso un luogo in cui non sei mai stato prima. Ogni
respiro è un battito del cuore, ogni battito del cuore sono mille piani, mille piani sono un momento di
rilassamento guadagnato. Tu ti rilassi sempre di più. Stai viaggiando alla velocità della luce, tutto è luminoso
e tu non senti più alcun rumore, perché la luce non fa rumore e tu ti rilassi sempre di più. Tutte le barriere
sono state superate, e tu sei rilassato come non lo sei mai stato. Ora conterò fino a sei, mentre l’ascensore
comincerà a rallentare fino a fermarsi del tutto. »
Il ritmo della sua voce rallentò in modo quasi esasperato, per dare la sensazione al ragazzo ormai in stato
di profonda ipnosi che l’ascensore si fermasse molto dolcemente.
« Uno... Due: l’ascensore sta rallentando. Tre: l’ascensore si sta fermando dolcemente e tu riprendi peso
gradualmente. Quattro… Cinque: ora l’ascensore è quasi completamente fermo... »
Fece una pausa per dare tempo all’ascensore di fermarsi del tutto, poi riprese.
« Ssssseeeeeiiii! La porta scorrevole si apre e tu sei davanti ad una stanza poco illuminata. Al centro, c’è
uno splendido divano, molto comodo, molto tecnologico e tu ti ci stendi sopra... Ahhh,
com’è comodo questo divano! Respira con te, assume la forma del tuo corpo: mentre tu espiri, si adatta ai
tuoi polmoni e così anche quando inspiri... tu ed il divano siete una cosa sola e tu ti rilassi ancora di più,
ancora di più, se ciò è possibile, come non lo sei mai stato prima. »
Malcor respirò a fondo assieme ad Alex, che nella sua ricostruzione mentale si vedeva sdraiato su un
divano chiaro, dalle linee essenziali, capace di adattarsi a lui i modo dinamico respiro dopo respiro.
Alex era in uno stato di ipnosi profonda, quasi abbandonato a se stesso in un laconico e piacevolissimo
non essere o essere appena. Si sentiva completamente rilassato, al sicuro. Ogni suo allarme, ogni sua
difesa gestita dal subconscio, era andata perduta assieme ad esso. Ora sarebbe iniziata l’ultima fase
dell’ipnosi, quella più importante. Il ragazzo avrebbe presto attinto dal suo inconscio, dal suo realmente
vissuto, i ricordi di eventi apparentemente dimenticati, in un surreale viaggio dentro se stesso in cui
qualunque cosa avrebbe visto, qualsiasi cosa avrebbe udito, odorato, assaporato o percepito, sarebbe stata
la riesumazione postuma ed integrale di cose realmente accadute e segregate per mano di una volontà non
propria.
Era realmente giunto al centro ogni cosa.

40

Nella stanza aleggiava un silenzio attonito. Irreale.

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Alex percepiva se stesso come sdraiato su un meraviglioso divano capace di accoglierlo e adattarsi a lui in
ogni respiro. Era finalmente giunto il momento di cominciare a rievocare quei terribili eventi sopiti nella sua
mente. Malcor continuò a guidarlo all’interno di quella visualizzazione mentale.
« Solo ora ti accorgi che, attaccato al soffitto di questa stanza, c’è uno schermo nero, superpiatto, di quelli
tecnologici di ultima generazione. È molto grande ed attaccato al soffitto. Lo schermo nero è acceso, perché
si vede un puntino luminoso al centro che ci dice che l’impianto è attivo, ma non si vede niente. Mentre
guardi quel puntino luminoso al centro ti rilassi sempre di più, sempre di più, sempre di più... E mentre lo
guardi il tuo cervello va a cercare un’immagine, un’immagine del tuo passato, un’immagine di quella volta lì,
l’ultima volta in cui sono venuti da te. Io conterò fino atre e poi questa immagine, che il tuo cervello sta
cercando nella tua memoria, verrà trovata e proiettata sullo schermo nero, che si illuminerà immediatamente.
Ecco, la tua mente sta cercando l’immagine… ecco la sta trovando... Eccola lì, quella!!! L’ha trovata... Ora
conterò fino a tre e l’immagine verrà proiettata sullo schermo e sarà fissa, immobile, e tu, nella sua fissità, la
potrai guardare bene in tutti i particolari. » Seguì una breve pausa, poi, molto velocemente Malcor contò.
« Uno, due, tre! »
Sotto le palpebre chiuse di Alex, Malcor vide i movimenti dei bulbi oculari, segno che il ragazzo aveva
trovato l’immagine e la stava guardando da sinistra a destra, dall’alto al basso. Attese ancora una ventina di
secondi, poi chiese al ragazzo.
« Cosa vedi nell’immagine? »
Alex aggrottò la fronte « È buio! Ci sono delle colline... Un bosco, molti alberi ed io ci sto correndo in
mezzo. »
« Bene! Ora quest’immagine diventerà sempre più grande e ti circonderà. Io conterò fino a tre e l’immagine
si ingrandirà fino a circondarti e tutto sarà in movimento. Uno, due, tre. Cosa succede adesso? »
« Ci stanno inseguendo... » rispose Alex con voce sconsolata.
« Inseguendo... » disse Malcor utilizzando la tecnica del ricalco, una metodologia secondo la quale ripetere
stralci di frase o parole pronunciate dal soggetto in ipnosi per consolidare il rapport empatico. « Sei da solo
mentre vi stanno inseguendo? »
« No! Dietro di me ce Victor. Lo hanno già ferito ad una spalla, ma io l’ho rimesso in piedi e lo sto
trascinando con me. Non posso abbandonarlo, è mio amico! La vegetazione è fitta non si vede nulla. Le
fronde più basse sembrano frustarmi su tutto il corpo, ma io e Victor continuiamo a correre. »
« Correre... » intervenne Malcor, notando che nel dare queste risposte Alex ansimava come se in
quell’istante non stesse semplicemente ricordando ma stesse correndo davvero. « E cosa succede adesso?
» gli chiese ancora.
« Sono stanco, stanco e sudato. Ho sete. Fa freddo qui, ma io sono accaldato per la corsa. Victor è
sempre dietro di me, ma corre più lentamente adesso. È ferito, non ce la può fare ancora per molto. Ora, ora
sento il rumore di alcuni spari. Vedo alcuni proiettili conficcarsi sui tronchi davanti a me, poco sopra la mia
testa. Sento anche un tonfo sordo e Victor gridare. È un grido tremendo, di dolore. Io non lo vedo, ma so che
è stato ferito una seconda volta, sento che stavolta è davvero la fine. Sto piangendo, sto piangendo per il
mio amico a cui hanno fatto del male. Perché ci sparano addosso? Noi non abbiamo fatto niente. »
Malcor vide Alex gemere e contrarsi sulla poltrona con la voce quasi singhiozzante. Dai suoi occhi chiusi
uscivano delle lacrime e le sue mani si erano serrate sui braccioli. Rivivere quegli eventi in ipnosi stava
mettendo a dura prova la sua emotività. Lo rassicurò.
« È tutto a posto ora. Quello che stai vedendo appartiene al passato. Il tuo amico Victor sta bene adesso.
Tutto quello che dobbiamo fare è ricordare, ricordare eventi appartenenti al passato. Non corri alcun
pericolo, sei al sicuro. »
Alex parve tranquillizzarsi, seppur a fatica. Malcor chiese di nuovo.
« Cosa succede adesso? »
« Sono arrabbiato » rispose Alex con enfasi. « Loro non possono farci questo. Mi giro di scatto e cerco di
soccorrere Victor. Il sangue gli sgorga a fiotti dalla gamba, il proiettile gli ha reciso l’arteria. È ancora
cosciente ma molto provato. Sta male, ed io sto male per lui. So che per lui non posso fare niente, ma posso
farla pagare a quelli che lo hanno ridotto così, almeno a qualcuno di loro. Conosco le arti marziali e se mi
portassi a tiro, so che potrei fargli male. Mi abbasso e raccolgo un pesante ramo da terra. Intanto una delle
persone che ci sta inseguendo mi chiama. Mi dice di essere un colonnello. Ha uno strano accento, un
accento ebraico forse. Mi dice che non vogliono farmi del male e mi chiede di avanzare verso di lui. Io
cammino nella sua direzione con il mio bastone in mano. Ma è strano, è come se questo pensiero non sia
completamente mio, non fino in fondo. Mentre cammino nella direzione del colonnello sento la mia volontà
venire meno. Sento dei suoni nel mio orecchio destro. Ad ogni passo mi sento sempre meno me stesso. Non
ricordo nient’altro tranne quei suoni su frequenze acute. »
« Suoni... » intervenne Malcor, sia per utilizzare la tecnica del ricalco e sia perché, in base al racconto che
gli aveva fatto Victor, questo sembrava esattamente l’istante in cui la memoria aliena attiva residente in Alex

Rev 2.0 89
aveva preso il sopravvento. Le sue ricerche lo avevano portato alla conclusione che le MAA si attivassero
per mezzo di una password sonora generata dall’impianto retro auricolare degli addotti. Ora bastava
semplicemente chiedere ad Alex di ricordare a mente quella password e sbloccare così la sua MAA per
interrogarla.
« Se vuoi puoi ricordare quei suoni. Ora io conterò fino a tre e tu sentirai quei suoni proprio con l’orecchio
destro. Uno, due, tre. »
Alex strinse gli occhi già chiusi. Poi piegò la testa sulla sua destra, come se stesse sentendo qualcosa.
Improvvisamente, la sua espressione divenne fiera e impassibile. Malcor riprese.
« Cosa accade adesso? »
« È una cosa che non ti interessa! » rispose perentorio il ragazzo, con il tono della voce alterato e
altezzoso.
Malcor sorrise. Il suo stratagemma aveva funzionato ed aveva permesso ad Alex di sbloccare la MAA di
Orange che si portava dentro. Questa aveva preso il sopravvento.
« Oh, ma come fai a dire che non mi interessa? Se te lo sto chiedendo è perché mi interessa eccome. »
rispose Malcor con voce quasi melliflua.
« Non hai motivi per volerlo sapere! » ribatté la MAA che stava chiaramente utilizzando il corpo di Alex per
colloquiare con Malcor.
« Invece ho dei buoni motivi! » rispose Malcor per nulla intimidito.
« Ah si!?! » chiese la MAA spiazzata da tanta insolenza. « E quali sarebbero questi motivi? »
« Innanzi tutto io sono un gran curioso. E poi siete stati voi a chiederci protezione per questo ragazzo e noi
ve l’abbiamo accordata. Il meno che tu possa fare è rispondere a qualche domanda. Allora, cosa è
successo? »
« Quello che è successo dovresti saperlo. Abbiamo curato l’uomo che era con questo ragazzo.
Sospettavamo fosse un tuo collaboratore. Quindi lui dovrebbe avertelo detto. Ho fatto un bello scherzetto a
quei militari da quattro soldi. Ho fatto fuori tre dei loro uomini a mani nude e poi, con una delle loro pistole ho
ammazzato il loro colonnello. Un colpo preciso, in mezzo alla fronte... Eh eh… Le armi umane sono davvero
rudimentali, ma in certi casi si rivelano davvero efficaci. »
Malcor colse l’evidente tono di soddisfazione della MAA e decise di trarne beneficio.
« Non c’è che dire, sei stato davvero molto bravo. » lo elogiò con tono sincero.
« In effetti non mi posso lamentare, ma devo ammettere che il corpo particolarmente allenato di questo
terrestre mi è stato utile. » rispose la MAA con fare vagamente sospettoso.
« Pensi di restarci a lungo nel corpo di questo terrestre? » chiese ancora Malcor utilizzando la tecnica del
ricalco anche con l’alieno.
« Il tempo necessario. In fondo qui non ci sto poi così male. Ho molte cose da fare, ma posso farle anche
da qui. Comunque, non ci vorrà molto prima che sia pronto il mio nuovo corpo. Oh, in termini di vita umana
passeranno alcuni mesi. Ma per noi che possiamo vivere molto più di voi, saranno una manciata di giorni
appena. »
« Una volta » riprese Malcor «uno della tua stessa stirpe mi disse che mettere a punto un nuovo corpo era
un’operazione complessa e che l’ottenerlo prima o dopo dipendeva dall’importanza che si aveva con il
proprio ruolo. Devo dedurne che tu sei un pezzo grosso, una persona che conta. Una persona che comanda.
» lo adulò Malcor.
« Se non fosse così, non vi avremmo chiesto protezione. Sono tra i più alti ranghi della mia razza,
destinato a portare la mia gente alla vittoria. » rispose altezzosamente l’Orange.
« Alla vittoria? Ah, capisco, ti riferisci alla vittoria sui Sauroidi. Ma sai, c’è chi dice che i Sauroidi sono più
furbi di voi e che alla fine vinceranno loro... » lo istigò l’uomo che stava tessendo una ragnatela sempre più
fitta per strappare all’Orange informazioni preziose.
« Più furbi di noi dici? » ribatté l’Orange il cui umore si rifletteva nel ghigno appena comparso sul viso di
Alex. « Quelli sono solo delle serpi schifose. Ma quando porteremo a compimento il nostro piano, per loro
non ci sarà più scampo. Verranno annientati inesorabilmente. »
« Annientati... » lo ricalcò Malcor. « E che mi dici delle altre razze? »
« I Lux, come li chiamate voi, li terremo bada, non sarà complicato. I Sei Dita, invece, non hanno molto
tempo. La loro dimensione sta implodendo su se stessa... Scompariranno da soli, come un soffio nel vento. »
Rispose l’Orange senza dimenticarsi di sottolineare il tutto con un tono soddisfatto.
L’impressione che Malcor ebbe, fu quella di trovarsi davanti ad un essere completamente convinto della
propria superiorità e che lo considerava alla stregua di umile servo, forse meno. Ciò non gli impedì di
approfondire ulteriormente alcune questioni.
« Ma ci sono sempre gli insettoidi. Secondo i miei dati, loro contano molto. Pensate di annientare anche
loro? »
« Con gli insetti ci saranno degli accordi. Ci spartiremo gli uomini con anima, poi ognuno proseguirà nel

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suo progetto in modo autonomo. Ormai tutto è stato stabilito, vinceremo noi e le cose andranno esattamente
così come ti ho detto. » rispose la MAA con convinzione assoluta.
« Eppure io credo che abbiate fatto male i vostri conti. » lo provocò il Professore.
« Male i nostri conti? Cosa intendi? »
« Intendo dire che sempre più persone di quelle che voi rapite stanno acquisendo coscienza di ciò che
fate. La loro anima sta progredendo, si sta ribellando e voi non potete più rapirle. »
« Si, è successo, ma al momento si tratta di una anomalia del tutto insignificante. Rispetto ai nostri tempi di
azione, non ci sarà possibilità che ciò si verifichi su larga scala. »
« Io non ne sarei così sicuro, al vostro posto. Ma la mia opinione non credo conti molto per voi, dopotutto
sono solo un terrestre insignificante. » proseguì Malcor ben intenzionato a spremere la MAA il più possibile.
« Non sei lontano dal vero. Anche se non sei tra quelli su cui possiamo fare i nostri esperimenti a causa
della tua anima evoluta, comunque per noi non rappresenti più un rischio. Una volta, forse… Ma poi ti
abbiamo sistemato per bene. Devo ammettere che hai rappresentato l’unico aspetto su cui tutte le razze che
voi definite aliene si sono trovate d’accordo. Ed infatti, di comune accordo abbiamo messo in moto dei
meccanismi per screditarti davanti all’opinione pubblica. I tuoi lavori sono stati censurati, i tuoi siti web
oscurati, le associazioni che ti sostenevano sono state sciolte e i loro organi rappresentativi denunciati a
piede libero. Ti abbiamo giocato davvero un bel tiro. »
Dentro il cuore di Malcor si riaprì una ferita mai rimarginata. Quelle azioni diffamatorie perpetrate ai suoi
danni gli avevano rovinato l’esistenza, facendogli perdere il suo posto di docente e ricercatore universitario
ed obbligandolo ad una vita in clandestinità. Per fortuna, grazie ai suoi collaboratori più intimi era riuscito a
rimettere in piedi un movimento per aiutare coloro che erano oggetto di interferenza aliena. Ma il muoversi
nell’ombra gli aveva imposto delle procedure di sicurezza che avevano rallentato tremendamente il suo
lavoro e lo avevano costretto ad una vita che, a tratti, aveva sfiorato la miseria. Lui, tuttavia, non covava
risentimenti, e non fu difficile andare oltre la provocazione dell’alieno. Anzi, ripartì da lì per girare la
situazione a suo favore.
« Eppure, ora chiedete il mio aiuto per fornire al ragazzo che ti ospita protezione. La cosa è alquanto
singolare. Immagino che per voi sia stato umiliante dover chiedere aiuto a dei comuni esseri umani. » lo
punzecchiò Malcor con tono calmo e tranquillo, quasi fosse lui ora a proclamare una superiorità rispetto
all’alieno annidato nel cervello di Alex.
« Alcune cose » rispose l’Orange « si sono verificate troppo in fretta. Il mio corpo ha cessato di vivere
pochi giorni fa, in termini di vita umana, e come impone la nostra procedura, sono stato riposto nel corpo di
questo ragazzo. Per farlo abbiamo dovuto addirittura sacrificare uno dei nostri che già risiedeva qui,
perdendo migliaia di anni di esistenze cumulate. Ma era necessario. »
« Perché proprio nel suo corpo? »
« Oh, per noi uno valeva l’altro. Ma sulla scaletta dei nostri prelievi lui era il prossimo della lista. E così
eccomi qui. »
« Perché ci avete chiesto protezione? » lo incalzò l’ex docente universitario.
« Perché si sono create delle divisioni all’interno della nostra razza. Alcuni dissidenti hanno preso contatti
con le altre razze passandogli in segreto i nostri piani e la tecnologia per rilevare i nostri mezzi volanti. Pochi
giorni fa, ad esempio, un nostro velivolo è stato abbattuto in territorio inglese, anche se non sappiamo da chi.
» disse l’alieno in tono costernato.
« Si, ho sentito parlare di questa cosa. » rispose Malcor, che era anzitempo stato messo a conoscenza da
Francisco della vicenda che, peraltro, aveva visto protagonista involontario il capitano Benedict. La cosa non
gli pareva affatto una coincidenza.
« Hai sentito parlare di questa cosa? » chiese l’Orange stupito.
« Ho i miei canali di informazione. »
« La cosa è alquanto strana, e forse stai mentendo, ma poco importa. Il problema più grande è che a un
certo punto si è creata una spaccatura anche tra i dissidenti della nostra razza. Alcuni di loro hanno stretto
contatti con alcuni gruppi massonici israeliani arcistufi di prendere ordini dagli insetti, proponendo loro di
costituire un nuovo blocco di potere ai danni di questi ultimi. Altri ancora, invece, si sono schierati con i Sei
Dita. Ciò ha dato origine a dei conflitti estesi che si sono conclusi con l’aggressione al ragazzo dell’altra
notte. Avremmo preferito prenderlo in consegna direttamente noi, ma non siamo ancora riusciti ad
identificare tutti i traditori e quindi l’unico modo che abbiamo per proteggerlo è quello di affidarlo a voi. »
« Se quello che mi dici è vero » ribatté Malcor « Allora questo significa che la protezione che ci chiedete
non è per il ragazzo ma per il suo contenuto, e cioè te. A questo punto dovresti dirmi chi sei. »
« Io sono l’esponente della mia razza che vive da più tempo. In termini di vite umane ho circa sessantamila
anni, tutti guadagnati attraverso l’allocazione temporanea in corpi umani cui è seguito il successivo prelievo
ed installazione in nuovi corpi generati per me. Sono il comandante in capo della nostra armata e uno dei
pochissimi depositari di piani segreti per la nostra vittoria finale. Mi stanno dando la caccia. Trovando il

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ragazzo troverebbero me. Mi annienterebbero estraendo la mia mente ed il mio spirito dal suo corpo ed
infine leggerebbero tutta la mia conoscenza rimasta impressa sul suo cervello. Per proteggermi, siamo
arrivati al punto, la scorsa notte, di estrarre il chip cranico dalla testa del mio carrier così da impedire
eventuali tentativi di localizzazioni da parte delle altre razze aliene. Non pensavo che le altre fazioni
arrivassero a tanto. Siamo stati costretti a prendere contromisure estreme. »
Malcor sbiancò di colpo. Ora tutto aveva senso. Alex si era ritrovato, suo malgrado, al centro delle contese
Aliene. Decise di fare alla MAA un’ultima domanda.
« Cosa ti fa pensare che noi siamo disposti a darti la protezione che cerchi? »
« Se non lo faceste, troverebbero il mio portatore e, una volta eliminatomi, lo drogherebbero e lo
torturerebbero per estrarre i dati che vogliono avere. Se voi non mi accordaste la protezione richiesta, questo
ragazzo soffrirebbe inutilmente. È una decisione che abbiamo dovuto prendere in fretta, la scorsa notte, ma
al momento non abbiamo soluzione migliore. Voi vi muovete nell’ombra da diversi anni e non sono stati in
grado di stanarvi. Al momento rappresentate la soluzione migliore possibile. E poi, aiutandoci vi garantireste
una totale incolumità una volta che prenderemo il sopravvento su tutti gli esseri umani. »
« Questo tuo sottovalutarmi mi offende. Davvero credi che io possa credere in una qualunque delle vostre
promesse? I militari terrestri forse possono credervi e ancora non si rendono conto che stanno commettendo
un grave errore! » esclamò Malcor palesando volutamente un certo risentimento.
« Noi sappiamo che tu non sei uno sprovveduto. Oh, i militari, certo, loro sono solo delle pedine nelle
nostre mani e per ottenere la loro fiducia gli concediamo della tecnologia per loro strabiliante, ma che per noi
è obsoleta di migliaia di anni. Loro lo ignorano, ma faranno la fine peggiore di tutti. Ma una promessa fatta a
voi è tutt’altra storia. » cercò di persuaderlo l’Orange.
« Non ne sono convinto, ma vi accordiamo comunque il nostro aiuto. » replicò l’uomo palesando
strategicamente il tono di chi stava facendo una grossa concessione.
« Non avevamo dubbi! » concluse sinteticamente l’Orange.
Malcor respirò profondamente. Gli Orange li avevano messi in una condizione in cui mai avrebbe pensato
di trovarsi. E, suo malgrado, non poteva rifiutare per il bene del ragazzo. Solo una cosa non gli era ancora
chiara, ma per comprenderla avrebbe dovuto disattivare la MAA e tornare a dialogare con Alex.
« Bene! » disse rivolgendosi ad Alex. « Adesso conterò fino a tre e tu sentirai di nuovo quei suoni. Io
conterò fino a tre e tu rievocherai i suoni che hai sentito prima. Uno, due, tre. »
L’espressione di Alex cambiò nuovamente. Il volto altezzoso e fiero di poco prima aveva ceduto il passo ad
un viso rilassato. Malcor volle sincerarsi di essere tornato nuovamente in contatto con il ragazzo.
« Chi sei tu? » chiese.
« Sono Alex. »
« Quanti anni hai? » venticinque.
« Descrivi il tuo corpo. »
« Sono alto un metro e ottanta. Capelli castani, occhi chiari. »
Le domande di controllo avevano dato l’esito sperato e anche il tono della voce del ragazzo era tornato su
frequenze più basse proprie dello stato ipnotico.
« Bene! Adesso voglio che tu ricordi quando quella volontà che non ti apparteneva è venuta meno e tu sei
tornato in te, nel bosco, insieme al tuo amico Victor. Cosa succede adesso? »
Alex aggrottò nuovamente la fronte. Pur restando ad occhi chiuso mosse leggermente il capo indicando
che si stava guardando intorno.
« È strano... » disse
« Strano... » lo ricalcò Malcor.
« Sono circondato da una luce abbagliante. Ci sono dei soldati. Mi stanno sparando addosso, ma è come
se si muovessero a rallentatore. Anche i proiettili mi arrivano addosso molto lentamente e quando entrano
nella luce abbagliante sembrano disintegrarsi. »
« Disintegrarsi... » intervenne Malcor.
« Ora mi giro verso Victor, lo raggiungo e gli tendo la mano. Lui mi guarda sorpreso. Afferra la mia mano
ed entrambi veniamo come catturati dalla luce. Fluttuiamo verso l’alto. Io sono immobile, non mi posso
muovere. Mio Dio, attorno a noi ci sono cinque esseri molto bassi. La loro testa è grande, molto grande,
sproporzionata. Hanno grandi occhi neri e ci accompagnano. Sotto di noi vedo i soldati che continuano a
muoversi a rallentatore. Sembrano non essersi accorti che stiamo fluttuando verso l’alto. Adesso siamo
investiti da una luce abbagliante, bianca, che pare avere un volume proprio. Mi ritrovo in un ambiente
circolare adesso. Le pareti sono lisce. La luce, la luce viene dalle pareti. Due degli esseri bassi con la testa
grande portano via Victor. Io sono immobile, non riesco a muovermi... Posso muovere solo gli occhi. Davanti
a me arriva un essere alto, molto alto, provo ad alzare lo sguardo ma lui non vuole essere guardato in faccia,
non vuole... Ma io lo guardo ugualmente. »
« Di che colore ha i capelli? » chiese Malcor.

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« Sono di un colore strano... Sembrano color mogano, forse ramato. » rispose Alex
« Come sono i suoi occhi? »
« Gli occhi hanno un taglio orientale el e pupille... » esitò un istante « Mio Dio, le pupille sono lunghe e
strette, disposte verticalmente come quelle di un gatto. »
« E cosa succede adesso? »
« Lui mi parla, ma non con la bocca, è come se mi parlasse telepaticamente. »
« E cosa ti dice, non con la bocca? »
« Che è tutto normale, che devono fare quello che hanno sempre fatto e di stare tranquillo perché tanto,
poi, non ricorderò nulla. Io gli chiedo mentalmente di Victor e lui mi dice che stanno provvedendo a curarlo,
che se la caverà, e che ora devo fare qualcosa per loro. »
« Ed ora cosa succede? »
« Sono steso su di un tavolo. È di metallo e freddo. »
« Sei vestito? » lo incalzò Malcor.
Alex non rispose, muovendo il capo come se si stesse osservando, pur restando ad occhi chiusi. Infine,
sorpreso rispose « No! »
Dopo una breve pausa riprese il suo racconto.
« La mia testa, la mia testa è reclinata indietro. Dal soffitto scende una strana macchina, una specie di
scatola da cui escono fuori tanti tubi di varie dimensioni. No, fermi, non voglio!!! No, cosa volete farmi? Fa
male, fa tanto male. »
Malcor notò il volto sudato del ragazzo. Dai suoi occhi sgorgavano copiose lacrime amare. Il suo stress era
alle stelle e il ricordo così vivido di quella situazione lo stava terrorizzando. Ancora una volta, cercò di
tranquillizzarlo.
« È tutto a posto Alex. Tu stai solo ricordando un evento passato. Ma sei qui, seduto su una poltrona di
fronte a me e qui nessuno può farti niente. »
Stavolta, Alex si calmò molto più velocemente di prima e riprese il suo racconto.
« Mi infilano un tubo nel naso. Li sento parlare nella mia testa, mi dicono che stanno mi togliendo qualcosa
che serve a localizzarmi, un microchip che usano loro e gli altri alieni. Lo stanno estraendo perché non
possono permettere che gli altri alieni mi rintraccino. Sarebbe troppo pericoloso, per me e per loro. Non so
esattamente cosa intendono. Voglio solo che si sbrighino, non ce la faccio più. La mia testa è reclinata
indietro ed i muscoli del collo mi fanno male. »
« E cosa succede adesso? »
« Sono immerso in un liquido, dentro un contenitore che sembra cilindrico. Il colore del liquido è
giallognolo, tendente al verde. Non riesco a vedere bene, ma riesco a respirare. È come se avessi la
sensazione di essere circondato da gas liquido. Mi sento strano, avverto una forte vibrazione al petto e un
calore insolito. C’è un rumore incredibile qui dentro, quasi insopportabile. Adesso, adesso ogni cosa attorno
a me sembra diversa ed io, è come se guardassi la scena dall’alto. »
Era arrivato il momento che Malcor stava attendendo dall’inizio dell’ipnosi. Nelle migliaia di regressioni che
aveva praticato su centinaia di addotti, quello era il momento del ricordo in cui l’addotto veniva posto in un
cilindro atto a staccargli momentaneamente l’anima per rigenerare altri alieni o la sua stessa copia.
Nell’ipnosi, quello era il momento più propizio per isolare l’anima e dialogare con lei poiché era la stessa
anima che emergeva. Decise di porre le domande di controllo.
« Chi sei tu? » chiese ad Alex.
« Io sono una matrice di punti di luce. » rispose il ragazzo la cui voce era diventata flebile, attestandosi su
frequenze molto basse.
« Quanti anni hai? »
« È una domanda a cui non so rispondere. Io vivo tra un tempo e l’altro. »
« Puoi descrivermi le tue mani? »
« Io non ho corpo ed esisto in forme che voi, nella vostra struttura attuale, non siete in grado di
comprendere. »
Le risposte erano state soddisfacenti e tra l’altro completamente sovrapponibili a quelle fornite dagli altri
addotti su cui Malcor aveva operato. Si convinse, dunque, di essere davanti alla parte animica di Alex. Il suo
prossimo passo sarebbe stato ciò che lui definiva riprogrammazione dell’anima: mettere costei in condizione
di acquisire i dati necessari a liberarsi dalle abduction definitivamente, anche se sapeva che stavolta
sarebbe emerso qualcosa di totalmente nuovo.
« Cosa pensi tu di queste interferenze perpetrate per rinchiuderti chissà dove? »
« Non le gradisco né le approvo se è questo che vuoi sapere, ma al momento è necessario che le cose
vadano in questo modo? »
« Necessario?!? » sobbalzò Malcor. « Perché? »
« Perché fa parte di un qualcosa che voi definireste strategia. Si tratta probabilmente dell’ultima possibilità

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che abbiamo a disposizione per preservare la specie umana su questo pianeta. »
« Non capisco cosa vuoi dire. »
« Come hai già notato, non ho difficoltà a disfarmi delle entità che voi definite aliene. Ve ne ho dato ampia
dimostrazione liberandomi del parassita che chiamate Lux in vostra presenza. »
« E allora perché non ti liberi delle interferenze nel loro complesso. »
« Avrei potuto farlo già da tempo, ma se l’avessi fatto non avrei potuto perseverare nel mio piano. Nel
piano condiviso da tutte le anime, che poi sono la stessa entità manifesta localmente in più persone. È in
base alla loro manifestazione locale che cambia il loro grado di coscienza e la loro capacità di fronteggiare la
questione. Io esisto da sempre, come le altre, ma ho più coscienza di loro. »
« Secondo i miei dati, un’anima con la coscienza che descrivi tu non è parassitabile. » commentò l’uomo.
« Ed infatti io non lo sono e non lo sarei mai stata. Mi sono lasciata parassitare per una mia precisa scelta.
»
« Quello che dici non ha senso! » ribatté Malcor perplesso.
« È una questione di prospettive, e le prospettive dipendono esclusivamente dal punto d’osservazione e
dai dati che si riescono ad acquisire da quel punto. » lo redarguì l’anima con tono quasi comprensivo e
compassionevole.
« Questo lo comprendo bene. » rispose Malcor. « Ciò che non capisco è il perché. »
« La minaccia Aliena » replicò la parte animica di Alex « è sempre più persistente e nel calderone di
possibilità che l’universo rappresenta, la probabilità di una loro vittoria è aumentata a tal punto da essere
considerata una minaccia reale. Sono sulla buona strada per scovare il metodo di strappare l’anima
all’uomo. Ma l’uomo con anima di questo pianeta non è ancora in grado di poter comprendere appieno di
quali capacità è dotato e, salvo alcuni casi, si sta lasciando dominare. Se il dominio si compisse, i
presupposti decretati da ciò che voi definite Creatore, verrebbero meno e l’universo scomparirebbe assieme
a tutte le miriadi forme di vita in esso contenute. Ne verrebbe creato uno nuovo, con la speranza che tutto
possa andare bene. È già successo altre volte, molte altre. Non sai quanti universi ci sono stati prima di
questo. Ma non vogliamo più permetterlo. »
« E come pensate di fare? »
« Per me tutto accade in un unico punto e allo stesso tempo. Per questo sono in grado di discernere più di
altri. Ciò che sta accadendo, è stato previsto. Cammino da sempre con lo spirito e con la mente che
albergano in questo contenitore. E con essi ho già vissuto altre vite. Adesso ci chiamate Alex, ma abbiamo
avuto così tanti nomi. Ora siamo la vostra unica possibilità, poiché i più evoluti tra i terrestri. L’unica cosa
incerta è il risultato, questo dipenderà dal libero arbitrio di tutte le parti chiamate in causa, alieni inclusi. Il mio
compito è quello di fornire a chiunque l’informazione di base, tornando all’origine di ogni cosa, in modo che
l’informazione venga elargita nella coscienza di tutti gli esseri. Ma non posso spiegarti come, poiché l’alieno
che alberga in questo è sempre vigile e lui non deve sapere più di quello che intenderò dire. »
« E se fallissi, o se il tuo piano seppur giunto a buon fine non si rivelasse efficace? »
« Allora la razza umana di questo pianeta scomparirebbe per sempre. Ciò accadrebbe per mano dell’Uomo
Primo! »
Malcor trasalì. Deglutì a fatica, poi trovo il coraggio di chiedere « E in che modo scompariremmo? »
La parte animica di Alex rimase in silenzio con il chiaro intento di valutare cosa dire e come dirlo. Di una
cosa era certo Malcor: l’anima era incapace di mentire, poiché ancorata all’unico asse reale dell’universo,
quello della coscienza. Infine parlò.
« Alcune di noi sono in contatto con le anime dell’uomo primo e sappiamo da tempo quale sia il suo
progetto. Non possiamo dargli torto ma abbiamo chiesto la possibilità di un ultimo tentativo. Se questo non
andasse a buon fine, le forme di vita su questo pianeta scomparirebbero a mezzo di un asteroide. A dire il
vero questo corpo celeste è già stato messo in moto da tempo, ma voi ve ne accorgereste solo all’ultimo,
poiché è altrove nell’universo e solo in prossimità dell’impatto previsto si manifesterebbe. L’asteroide è
altrove, dal vostro mondo. Al momento opportuno sarà aperto un tunnel spaziotemporale che fagociterà
questo immenso corpo celeste e lo porterà esattamente davanti al vostro pianeta. Per tutte le triadi
composte di Anima, Spirito e Mente sarebbe una liberazione poiché si incarnerebbero altrove nell’universo in
un luogo lontano dal giogo delle razze aliene. »
Malcor si sentì travolto da un pugno in pieno stomaco. L’unica cosa che poté fare fu quella di prendere atto
di ogni cosa, ma si riservò il diritto di un’ultima domanda.
« Tu condividi questa cosa? »
« Io credo che l’essere umano, in questa forma, in questo tempo e su questo pianeta meriti un’altra
possibilità. Così come l’alieno. In me vi è l’impronta della volontà creatrice, sarebbe contro la mia natura
negare una possibilità in più a qualunque forma di vita, a meno ché ciò non comprometta l’esistenza stessa
del nostro universo precludendo la possibilità a noi anime di continuare a progredire nella conoscenza. Così
la pensa anche l’Uomo Primo, con cui abbiamo concordato tale ultima possibilità. Se i nostri sforzi

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risultassero vani, ebbene si, condivido appieno l’annientamento delle forme di vita umane, poiché in realtà
morirebbero solo i loro corpi, ma chiunque di loro, nella mente, nella mente e nello spirito o nella mente,
nello spirito e nell’anima, a seconda della loro costituzione fondamentale, tornerebbero ad incarnarsi altrove,
finalmente liberi. »
Malcor aveva compreso appieno ed istintivamente ritenne che quello fosse davvero l’unico modo di agire
realisticamente ipotizzabile, se la minaccia aliena si era spinta fino al punto di compromettere l’esistenza
dell’intero universo.
« Gli alieni » proseguì l’anima, « loro non sanno, e non capirebbero: non rientra nella loro natura di base.
Per questo non crediamo siano condannabili. Sta a noi farglielo capire attraverso la nostra ultima possibilità.
Ma questo dipenderà da quanto tutte le anime di questo pianeta sapranno agire consapevolmente dopo che
noi, come triade, avremo portato a termine il nostro compito. Per fare ciò, incarnandomi in Alex, ho
volutamente tagliato i contatti con la mente e con lo spirito, in modo tale da renderli inconsapevoli come
quelli di un qualunque altro addotto. Così facendo, abbiamo potuto ingannare l’alieno e fargli credere che
eravamo parassitabili. Le circostanze giocavano a nostro favore. La linea genealogica del nostro contenitore
è da secoli oggetto delle attività di quelle entità che chiamate alieni. Noi stiamo solo attendendo il momento
opportuno di ristabilire la connessione con ogni parte di Alex, secondo uno schema tetraedrico. »
« Bene, ma cosa mi dici dei parassiti che albergano in Alex? »
« Oh, l’Orange è sempre in ascolto ma non può comprendere il senso di quanto ti sto dicendo. In questo
momento sta provando a collegarsi anche il Sei Dita, ma non glielo sto consentendo. Per quanto ti riguarda
non preoccuparti più di nulla, il tuo compito è finalmente giunto al termine. Ora dovrai occuparti solo di te
nella tua anima, nel tuo spirito e nella tua mente, per tornare a compiere il tuo personale cammino. Tu sei
pronto, lo sei da tempo, per questo puoi comprendere. Grazie di ogni cosa, Malcor, se non fossi intervenuto
tu, forse i piani alieni si sarebbero già consumati e noi non avremmo avuto quest’ultima chance. Ci sono solo
due richieste che devo farti: non raccontare nulla della nostra conversazione ad Alex quando riemergerà
dall’ipnosi. È determinante che riacquisti autonomamente il ricordo di ogni cosa. Inoltre lascia semplicemente
che gli eventi corrano autonomamente. Non ostacolarli, ma accomodali. Prima della fine, alcuni si
rivolgeranno nuovamente a te, nel bene e nel male. Non cercare di capire adesso, comprenderai al
momento opportuno. »
Malcor si sentì così toccato nel suo IO più profondo ed iniziò a piangere. Dentro di se avvertiva una
vibrazione, quella della sua anima, che gli trasmise un senso di quiete e di appagamento completi.
Quest’ultima ipnosi sanciva la fine del suo ruolo, compito che non aveva mai chiesto ma che, a un certo
punto della sua esistenza, aveva avvertito intimamente come proprio. Aveva sofferto molto, ed aveva dovuto
fronteggiare situazioni disperate. Il senso di ogni cosa, per quanto lo riguardava, si era compiuto in quel
preciso istante. Adesso, c’era solo un’ultima cosa che doveva fare: riportare Alex ad uno stato cosciente. Si
asciugò gli occhi e ancora emozionato tornò al rivolgerti ad Alex.
« Bene, sei stato bravo. Ora conterò fino a sei. Quando sarò arrivato a sei, uscirai da questo stato di
ipnosi. Uno: inizi a svegliarti lentamente. Due: ti senti sempre più padrone del tuo corpo. Tre: adesso puoi
iniziare a muovere le mani. Quattro: ti senti sempre più sveglio e padrone delle tue facoltà. Cinque: i tuoi
occhi si aprono lentamente e tu sei tranquillo, tranquillo come non lo sei mai stato... Ssseeeeeeiiiiii! »
Alex riaprì lentamente gli occhi. Si sentiva provato ma era al contempo pervaso da una sensazione di
entusiasmo che non riusciva a comprendere bene. Dell’ipnosi appena terminata ricordava ben poco, quasi
nulla. Spaesato si guardò attorno ed incrociò gli occhi lucidi di Malcor. Questi gli sorrise. Alex rispose a quel
sorriso e chiese:
« Cosa è successo? »
« Al momento opportuno saprai rispondere da solo a questa domanda. » rispose Malcor con voce
emozionata.
Alex non comprese affatto il senso di quella risposta, ma ebbe la netta sensazione che Malcor aveva
ragione.

41

Quella notte, piazza S. Pietro era stupenda.


L’alea natalizia permeava ogni cosa, conferendo all’ambiente un fascino del tutto insolito. Particolare non
irrisorio era un maestoso albero addobbato ad arte che si stagliava alle spalle del presepe a grandezza
naturale.
Firefox si guardò attorno, estasiato dall’incantevole cornice del colonnato del Bernini e la magnifica
Basilica di S. Pietro. Nonostante l’ora e il freddo pungente, la piazza era centro di una notevole attività
caratterizzata dall’andirivieni di turisti e fedeli, intenti a visitare quel luogo sacro e la stessa Basilica, aperta
fino a tardi per tutto il periodo delle festività natalizie.

Rev 2.0 95
Ancora incantato dalla magnificenza del colonnato marmoreo e delle statue che lo sovrastavano, Firefox
guardò il suo orologio da polso. Mancavano ancora dieci minuti a mezzanotte. Per ingannare il tempo, si
avviò verso il margine della piazza, sul lato opposto rispetto la basilica. Appena fuori il perimetro, c’era un
ambulante che vendeva caldarroste. Ne acquistò un cartoccio e cominciò ad assaporane una.
Pensò a Claire.
L’aveva lasciata in albergo in attesa di una risposta. Qualora la nuova assegnazione fosse stata in Italia, le
aveva promesso, l’avrebbe portata con se. Farlo avrebbe significato un considerevole strappo al codice: se i
suoi superiori lo avessero saputo, avrebbero certamente preso dei provvedimenti.
Durante il suo addestramento, in quella base segreta lontana dalla civiltà, non aveva potuto avere rapporti
con il mondo esterno. La sua preparazione era durata diversi anni, lui stesso ne aveva perso il conto. E
quando un anno prima gli si era paventata la possibilità della sua prima missione effettiva, aveva colto la
palla al balzo accettando di buon grado il suo ruolo. Sapeva di non avere alternative, doveva eseguire gli
ordini alla lettera. Mai avrebbe pensato di incontrare qualcuno capace di rasserenarlo.
Claire era capitata nella sua vita da poche ore, come un fulmine a ciel sereno, e per quel qualche arcano
che nemmeno lui sapeva spiegarsi, non riusciva a dirle addio. Da qui la sua folle proposta, una promessa
che avrebbe mantenuto anche a costo di sfidare l’ira di chi dirigeva il gioco, coloro che si erano garantiti la
sua fedeltà incondizionata salvandogli la vita per destinarlo ad uno scopo supremo. Dal canto suo, Firefox
preferiva non porsi troppe domande sul domani. Eppure, l’avere incontrato Claire lo poneva nella condizione
di fare riflessioni personali su un possibile futuro con lei. Sapeva che era impossibile, ma volle concedersi il
lusso di sognare, cosa che nella sua posizione gli costava e non poco. Perso tra le sue riflessioni si avviò
nuovamente sotto il magnificente albero natalizio, luogo dell’appuntamento. Le lancette del suo si
sovrapposero perfettamente sulla mezzanotte. Si guardò intorno alla ricerca del suo contatto ma proprio in
quell’istante sentì la schiena di un uomo poggiarsi contro la sua.
« L’agente Firefox, suppongo. » sussurrò l’uomo con un forte accento mediorientale.
« E tu devi essere il mio contatto. » rispose Firefox.
« Esatto! Non girarti. La tua prossima assegnazione è qui in Italia. Sto per poggiare a terra una valigetta,
dentro vi troverai un rilevatore satellitare agganciato ad un telefono cellulare ed i relativi codici di accesso.
Dovrai seguire delle persone. I nomi dei tuoi obiettivi sono David Ryan, Arald Benedict, Francisco Seeker più
altri uomini che li accompagnano. Il rilevatore è agganciato al suo telefono. Grazie a lui potrai localizzarli in
qualunque momento. Dovrai seguirli, loro ti condurranno dal Professor Malcor, un latitante molto pericoloso
che ci sta decisamente a cuore. Dentro la valigetta troverai un fascicolo su di lui contenente alcune foto
risalenti a cinque anni fa, l’ultima volta in cui lo abbiamo visto. Nel frattempo potrebbe aver cambiato aspetto,
ma confidiamo nelle tue capacità. Quando sarai certo che avranno raggiunto il nostro obiettivo, dovrai fare
irruzione nel loro nascondiglio e neutralizzarli ma non ucciderli. A quel punto ci contatterai ad un numero che
troverai sempre dentro la valigetta. Arriveremo il prima possibile e l’operazione passerà nelle nostre mani.
Hai qualche domanda? »
« Nessuna! » replicò Firefox.
« Bene! Mi hanno detto che sei un tipo in gamba, non deludermi. Per inciso, sei appena stato promosso.
Dalle prossime missioni gestirai autonomamente una tua squadra.»
L’uomo poggiò la valigetta a terra confondendosi subito dopo tra la folla. Firefox la impugnò saldamente
allontanandosi dalla piazza passando per via della Conciliazione, immenso viale che da Piazza S.Pietro
conduceva nei meandri della città. Da li prese un taxi e si fece portare all’hotel. In cuor suo era entusiasta:
avrebbe mantenuto la promessa fatta a Claire. Improvvisamente si sentì diviso tra il senso di riconoscenza
verso i suoi mandanti e la possibilità di compromettere in qualche modo la missione. Eppure, qualcosa
dentro di lui gli rendeva necessaria la presenza di Claire, quasi fosse un imperativo. Si disse che, in fondo,
la presenza della ragazza non avrebbe in alcun modo inficiato il buon esito dell’incarico, a patto di tenerla
lontana dal luogo in cui ogni cosa si sarebbe definitivamente consumata: il nascondiglio del Professor
Malcor.
Il taxi si fermò davanti l’albergo, dove Claire lo stava attendendo con ansia. Si recò nella sua stanza.
Durante la salita in ascensore imbastì mentalmente una frottola da rifilare a Claire, la ragazza lo avrebbe a
questo punto incalzato con qualche domanda circa il suo lavoro. Per diverse ragioni non poteva rivelarle la
verità, non voleva esporla a pericoli inutili e non voleva spaventarla con le incredibili storie sul suo passato.
Aprì la porta della stanza, la seicentodieci, trovando Claire palpitante ad attenderlo.
« Allora? » gli chiese lei.
Firefox sfoggiò una faccia seria e preoccupata lasciando trasalire non poco la ragazza che tanto sperava in
una buona notizia. Infine sorrise.
« È tutto OK, la mia destinazione è qui in Italia! »
Claire gli saltò al collo baciandolo con tenerezza infinita.
« E dove andiamo di bello? » gli chiese.

Rev 2.0 96
« A dire il vero non lo so ancora. » rispose Firefox.
« Come non lo sai ancora?!? » replicò Claire.
« Credo sia giunto il momento » disse lui « di dirti cosa sono venuto a fare in Italia. »
Claire annuì preparandosi alla rivelazione. Firefox soppesò bene le parole che avrebbe impiegato per
elargire la sua frottola.
« Sono un agente speciale della FBI! » le disse. « Mi trovo qui in Italia perché sono sulle tracce di un
ricercato per frode, per evasione fiscale e riciclaggio di denaro che si nasconde in Europa. Mi hanno
informato all’appuntamento di poco fa che siamo riusciti ad infiltrare uno dei nostri nel suo entourage. Io
devo seguire i loro spostamenti a distanza attraverso un apparecchio che ho in quella valigetta. Si tratta di
un sofisticato apparato in grado di rilevare i movimenti del nostro uomo essendo agganciato al segnale del
suo telefono cellulare. Abbiamo la certezza che si stanno recando proprio dalla persona che stiamo
cercando. Si potrebbe nascondere qui a Roma come in un’altra città. »
Claire lo guardò esterrefatta e perplessa. Infine commentò « Se non mi stai prendendo in giro questa è la
cosa più eccitante che mi sia capitata da quando sono nata. Voglio venire con te. »
« Ed io voglio che tu venga, ma ho una richiesta da farti: quando procederò all’arresto, tu dovrai tenerti a
debita distanza. Adesso fammi accendere il mio rilevatore per capire dove si stanno dirigendo. »
Firefox aprì la valigetta e ne estrasse un congegno dall’aspetto di un palmare piuttosto ingombrante dotato
di un ampio schermo e di una tastiera. Lo attivò inserendo subito dopo i codici di accesso riportati a mano su
un foglietto. Sul display comparve una scritta che indicava la ricerca del segnale. Infine apparve scritto in
verde

SIGNAL FOUND

Apparve quindi una mappa dell’Italia con un puntino verde in prossimità di Roma. Firefox ingrandì
l’immagine fino ad ottenere una vista della città e dei suoi dintorni. Il puntino verde era in movimento,
proveniente da Sud. Claire guardò l’immagine.
« Stanno procedendo verso Roma dalla Pontina, una strada statale. »
Firefox la ringraziò. Sapeva di avere tempo, muoversi immediatamente sarebbe stato inutile. Qualunque
fosse la destinazione di quel puntino, era evidente che sarebbe passato per Roma.
« Perfetto Claire. Il rilevatore ha una portata pressoché globale, stiamo ricevendo il segnale direttamente
da un satellite. Abbiamo tutto il tempo di organizzare la nostra partenza verso non so dove. Di cosa hai
bisogno per il viaggio? »
« Solo di prendere alcuni abiti di ricambio a casa. Abbiamo una macchina? »
Firefox sorrise. Dal cassetto del comodino tirò fuori le chiavi di un’Audi A6 Station Wagon.
« Viaggeremo piuttosto comodi. La mia valigia è pronta, voglio tenere la stanza qui in albergo. Incastrato
quel figlio di puttana vorrei tornare con te a Roma. »
Claire sorrise. Firefox la esortò.
« Andiamo a casa tua, così potrai prendere l’occorrente. Credo staremo fuori per non più di un paio di
giorni. »
Claire annuì.

La notte Romana li ingoiò nelle sue fauci. Raggiunsero la casa della ragazza in poco meno di quindici
minuti. Claire lo invitò a salire. Prima di accettare, Firefox diede una fugace occhiata al congegno. Poi si
rivolse a Claire.
« Sai dirmi dove sono? »
Claire guardò il puntino verde muoversi sulla mappa.
« Stanno imboccando il Grande Raccordo Anulare, una specie autostrada che circonda Roma come un
anello. »
Firefox annuì e seguì la ragazza nel suo appartamento portando con se il prezioso rilevatore. Giunti
nell’appartamento, lui si guardò attorno apprezzando il buon gusto e l’eleganza degli arredi. Al centro
dell’ampio salone, campeggiava un pianoforte a mezzacoda di colore nero. Si rivolse a Claire
« Suoni il pianoforte? » le chiese.
« No, il pianoforte è di mio fratello. È un compositore. »
« Lui dov’è? »
« È partito d’urgenza per un possibile nuovo lavoro. Gli hanno proposto di scrivere le partiture di un
musical. »
« Capisco, ed i tuoi genitori? »
« Fino a cinque anni fa vivevamo tutti insieme. Mio padre lavora per una multinazionale e cinque anni fa è
stato promosso come direttore della filiale di Vienna. Alex aveva appena iniziato l’università, ed io l’avrei

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iniziata l’anno seguente. Dopo una serie di discussioni concitate, abbiamo convenuto che io e mio fratello
restassimo qui mentre mio padre e mia madre si sono trasferiti. Da allora ci vediamo regolarmente almeno
tre volte l’anno. Una per le festività natalizie, una per la pasqua e l’altra in estate. Qualche volta andiamo a
trovarli noi. Quest’anno mio padre ha avuto un contrattempo e ci raggiungeranno per capodanno. »
Claire invitò Firefox, sottocopertura con il nome di Jack, a mettersi a suo agio mentre lei preparava la
sacca per il viaggio. Contro ogni supposizione dell’agente segreto, portò con se solo l’indispensabile. Più
uno zaino con qualcosa da mettere sotto i denti. Ripartirono in fretta, decisi a raggiungere quel puntino
verde.
Accadde qualcosa di strano: il puntino si era fermato in prossimità di quello che Claire aveva chiamato
Grande Raccordo Anulare.
« Non possono essere già arrivati » si disse Firefox. « Sarebbe un bel colpo di fortuna. »
Si rimisero in macchina e raggiunsero il puntino luminoso ormai stazionario da mezzora. Si ritrovarono in
prossimità di un motel.
« Dannazione! » disse Firefox. Con ogni evidenza, la comitiva aveva deciso di stazionare li per la notte e
riprendere il viaggio il giorno dopo. Decise di prendere una camera matrimoniale presso lo stesso motel,
dopotutto le persone che stava seguendo non lo conoscevano e non avrebbero sospettato nulla. Lui e Claire
si sistemarono molto velocemente, ma ogni velleità romantica della ragazza venne presto tradita.
« Esco un po’! » la informò lui. « Ho bisogno di raccogliere alcune informazioni. »
Dalla sua sacca prese un piccolo contenitore e guadagnò l’uscita della stanza.
Come ogni buon motel che si rispetti, anche questo aveva la porta delle stanze che dava direttamente sul
parcheggio. Firefox si diresse verso la reception. Dal contenitore estrasse qualcosa che sembrava una
puntina colorata. Di soppiatto giunse alle spalle del portiere e prima che questi potesse accorgersi di
qualcosa gli premette la puntina sul collo facendolo cadere in un sonno profondo. Furtivamente, prese in
mano il registro del motel per esaminare i nuovi arrivi. Esattamente mezzora prima il loro arrivo si erano
registrate un totale di sei persone pagando in contanti. Scorse i numeri delle loro stanze e, come un treno, vi
si diresse. Fortunatamente le camere davano sul retro del motel. Dalla finestra, vide che le luci della prima
stanza erano accese. Si abbassò per non proiettare nessun ombra che potesse essere giudicata sospetta.
Tirò fuori un oggetto cilindrico di cinque centimetri di diametro con un lato adesivo. Lo applicò alla porta della
stanza, indossando contemporaneamente un auricolare collegato al congegno cilindro. Accese il dispositivo
con il chiaro intento di ascoltare eventuali conversazioni dall’interno. La fortuna sembrò volgere a suo favore
ed intercettò esattamente le informazioni di cui aveva bisogno.
« Non capisco la decisione di Francisco e di Victor. Fermarci qui potrebbe aumentare i nostri rischi. » disse
una voce maschile da dentro la stanza. Questi fu immediatamente contraddetto dal suo compagno di
camera.
« Non credo corriamo poi così tanti rischi. Ryan e Benedict hanno fornito al portiere due documenti fasulli,
come noi del resto. E poi, i nostri ospiti hanno avuto delle giornate piuttosto movimentate. Per non parlare di
Victor e della sua avventura dell’altra notte con il ragazzo che è rimasto con Malcor. Hanno bisogno di
riposo. Non ti lagnare, domattina alle dieci ripartiremo per Pisa. Malcor è stato informato e si è detto
d’accordo. Una volta giunti da lui decideremo il da farsi. Non vedo l’ora di arrivare al nostro quartier generale:
mi piace la vista delle mura antiche. »
E così, Firefox aveva scoperto la loro destinazione finale con diverse ore di anticipo rispetto al previsto. Ciò
lo metteva in condizione di preparare una strategia adeguata. Lui e Claire sarebbero ripartiti alla volta della
città toscana con un paio d’ore d’anticipo rispetto alla comitiva che stavano seguendo. Questo gli avrebbe
permesso di alloggiare con tutta calma nel centro storico della città, luogo in cui vi era con ogni probabilità
anche il covo di Fighter: lo sconosciuto nella camera aveva chiaramente parlato delle mura antiche.
Ora aveva la possibilità di prendere in mano le redini del gioco ed anticiparli sul viaggio, in modo da non
farsi notare affatto. Soddisfatto, riprese la sua strumentazione e tornò da Claire. Lei lo stava aspettando
sveglia e in camicia da notte.
« Credo sia il caso di dormire un po’! » le disse. « Ripartiremo alle otto e abbiamo appena sei ore di per
riposarci. »
Per nulla convinta, la ragazza sorrise maliziosamente e fece scivolare l’indumento a terra mostrando a
Firefox il suo meraviglioso corpo nudo.
Il brivido dell’eccitazione percorse sul corpo di entrambi.
Lui, non si tirò indietro.

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Brian Zemansky era nipote di due immigranti ebrei che subito dopo la fine del secondo conflitto mondiale
avevano tentato la fortuna negli Stati Uniti. Del suo retaggio familiare aveva conservato ben poco, eccezione

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fatta per la fede nella religione ebraica, da lui percepita e vissuta in maniera piuttosto blanda e accomodata
da una serie di compromessi sin troppo in antitesi con il credo dei suoi avi. Per questo e per altri motivi,
aveva rotto con la sua famiglia da ormai diversi anni, a seguito di un accesso conflitto con suo padre che di
lui non aveva più voluto saperne.
Figlio unico, la sola persona della famiglia con cui aveva ancora dei contatti era la madre. Questa, pur
contestando le scelte del figlio, non aveva mai potuto fare a meno di mantenervisi in buoni rapporti, costretta
da un affetto in modo incondizionato. Ciò aveva permesso a Brian di percepire puntualmente somme di
denaro utili al mantenimento dei suoi studi universitari, anche questi non accettati dal nucleo familiare. Aveva
scelto di studiare criminologia, ma il padre lo avrebbe voluto sulle sue stesse orme con una laurea in legge e
prendere in mano l’attività di famiglia: uno dei più importanti studi legali di tutti gli Stati Uniti con sede a
Boston.
Raggiunto il traguardo della laurea, Brian aveva tentato la fortuna come fondatore di uno studio di
consulenza nella sua città natale. Dopo le prime difficoltà economiche, fronteggiate con il solito aiuto
materno, lo studio aveva ingranato piuttosto bene, sin quando il tribunale di Boston, nelle vesti della pubblica
accusa, gli affidò una perizia su un tale, un benestante che rispondeva al nome di Joshua Lawless, accusato
dell’omicidio premeditato della moglie con il movente di ereditarne l’ingente patrimonio.
Il caso aveva voluto che l’incriminato avesse affidato la sua difesa proprio allo studio legale del padre di
Brian. Imbarazzato per il conflitto intestino provocato dall’incarico, Brian aveva valutato la possibilità di
declinare l’incarico.
Il giorno prima di rendere nota la sua decisione, era stato raggiunto da una telefonata alquanto insolita.
All’altro capo del telefono c’era proprio suo padre. Non lo sentiva da ormai nove lunghi anni e, smaliziato
com’era, intuì il motivo della chiamata. La sera stessa si era recato presso la prestigiosa villa di famiglia per
l’incontro richiestogli dal suo vecchio. Sbrigati i convenevoli, l’uomo lo invitò ad accomodarsi nel suo studio.
« Sai perché ti ho cercato, vero? » gli aveva chiesto a bruciapelo.
« È per il caso Lawless suppongo. Vuoi chiedermi di rinunciare alla perizia. Non devi preoccuparti, ci avevo
già pensato. »
« Tutto l’opposto Brian, io voglio che tu esegua il tuo incarico. Tutto quello che ti chiedo è una perizia a
favore del mio cliente. »
« Andiamo Papà! » aveva ribattuto Brian accusando il colpo con un sorriso, « Qualora accettassi l’incarico,
e non intendo farlo, dovrei svolgere il mio lavoro in modo assolutamente neutrale. Senza considerare, poi,
che se mi pronunciassi a favore del tuo cliente, questo piccolo complotto da quattro soldi sarebbe oltremodo
evidente. »
« Questo piccolo complotto da quattro soldi » aveva risposto il padre, « sta portando nelle casse del nostro
studio una cifra a sei zeri. Non capisci? La pubblica accusa è consapevole dei dissidi che intercorrono tra di
noi e ti sta strumentalizzando per una perizia che danneggi il nostro studio ed il mio cliente. Se tu ti
pronunciassi in nostro favore, la cosa verrebbe interpretata come neutrale proprio in virtù di quei contrasti su
cui la pubblica accusa fa affidamento e che sono di dominio pubblico. I giornali non parlano d’altro! »
« Probabilmente hai ragione, la pubblica accusa vuole strumentalizzare i nostri contrasti. Ma tu stai
facendo di peggio, stai esercitando delle pressioni su tuo figlio per scagionare Lawless. »
« Io ti sto dando la possibilità di redimerti e di riabilitare il tuo nome in questa casa! » concluse l’uomo che
in quell’istante parve a Brian qualunque cosa tranne un padre.
Ne era seguita una lite accesa. Brian aveva lasciato la casa che lo aveva visto crescere sbattendo la porta
dietro di lui e finendo con l’accettare l’incarico con il palese intento di contrapporsi al padre, pur analizzando
ogni particolare in modo assolutamente neutrale. L’accusa aveva così potuto contare su una perizia utile ad
incastrare Lawless il quale era stato condannato.
Per Brian fu la fine.
Suo padre, Brian senior, si era scatenato contro il figlio utilizzando tutte le suo conoscenze più importanti
per boicottarlo sul piano professionale. Sul piano personale, impedì alla moglie di intrattenere ulteriori
rapporti con il figlio adorato. Questo duplice attacco trasversale costrinse Brian a chiudere lo suo studio,
sulla soglia del quale non si intravedeva un cliente da diversi mesi. A quel punto, cercò lavoro come
criminologo altrove, ma senza trovare nessuno disposto a fargli luce. Non poté più nemmeno contare sul
sostentamento materno riducendosi inevitabilmente ad una vita di stenti, come consegna pizze a domicilio.
Fu allora che tentò le selezioni presso l’FBI, con esito eccellente e venendo assegnato, dopo il corso di
addestramento, al reparto operativo. Nel corso degli anni aveva fatto carriera fino a divenire responsabile di
quel reparto.
« E tutto per pedinare un mio superiore in prossimità del natale. » si disse.
Logorato da quei pensieri, si accinse a guardare l’ultimo dei tre film proiettati in aereo durante il volo.
Avrebbe voluto dormire un po’, ma il volo era pieno di gente e lui era capitato su una poltrona il cui
poggiatesta era danneggiato, rendendone indispensabile la rimozione.

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Questo nuovo incarico non gli andava affatto a genio ed avrebbe voluto passare la patata bollente ad uno
dei suoi sottoposti, ma nessuno di questi era ad una distanza compatibile con i tempi strettissimi urlatigli da
Foreman a denti stretti. Sconsolato, aveva dovuto accettare personalmente. Foreman non gli aveva
nemmeno accordato la possibilità di volare in business class, relegandolo irrimediabilmente in classe
economica. Il suo incarico consisteva nel pedinare Robert Saipher fino a Madrid. Una volta giunti nella
capitale spagnola, avrebbe dovuto continuare a tampinare Saipher ed accertarsi che questi procedesse
all’arresto di Ryan una volta individuatolo. Qualora ciò non fosse avvenuto, sarebbe intervenuto lui stesso.
Naturalmente doveva passare totalmente inosservato fino a quel momento, ragion per cui si era reso
necessario pianificare il suo viaggio sullo stesso volo di Saipher ma in classe economica, lasciando al
vicedirettore il privilegio di viaggiare in classe superiore e dunque una comodità maggiore. In quanto
vicedirettore, Saipher lo conosceva bene e non farsi notare non sarebbe stato semplice. Fortunatamente,
dalla sua c’era la possibilità per i viaggiatori di classe business di un imbarco prioritario. Ciò gli permise di
mantenere le distanze ed imbarcarsi come ultimo passeggero. Al JFK di New York era andato tutto per il
verso giusto. Ora doveva ripetere il giochetto allo scalo di Heathrow, con l’aggravante di un controllo
passaporti per l’ingresso nell’Unione Europea. Con un po’ di fortuna, avrebbe superato anche quell’ostacolo
e si sarebbe imbarcato sullo stesso volo per Madrid su cui avrebbe viaggiato Saipher.
Finalmente, il volo giunse a destinazione e alle otto e trenta di mattina, ora di Londra, si era imbarcato sulla
coincidenza per Madrid dopo essersi sincerato che Saipher fosse a salito a bordo. Il viaggio verso la Spagna
fu decisamente più comodo e lui ne approfittò per dormire un paio d’ore. Al suo arrivo accadde qualcosa di
irreparabile: Robert Saipher era svanito nel nulla. Lo cercò ovunque, senza nemmeno più curarsi di passare
inosservato, ma fu inutile.
Continuò a vagare per la mezzora successiva nei pressi del terminal in modo concitato alla ricerca del suo
obiettivo. Inutilmente.
Sconsolato, chiamò Foreman a Washington DC. Li era L’alba. Il direttore dell’FBI rispose solo al decimo
squillo con voce assonnata.
« Chi parla? »
« Sono Zemansky. Saipher è sparito! »

43

Robert Saipher sapeva di essere pedinato.


Chiunque lo stesse seguendo era dannatamente scaltro e non si era ancora fatto notare. Ma lui conosceva
Foreman troppo bene, tanto da essere certo che gli aveva messo qualcuno alle calcagna.
Espletate le formalità del controllo passaporti presso lo scalo londinese di Heathrow, si era recato con
disinvoltura al terminal da cui imbarcarsi per Madrid. Durante l’attesa, si guardò intorno per identificare il suo
pedinatore, ma anche stavolta non notò alcunché di strano.
Poco importava, lui aveva un piano.
Al momento opportuno, utilizzò la corsia preferenziale per gli accessi in business class e salì a bordo
dell’aereo. Il volo, un 737 con livrea British Airways, consentiva ai viaggiatori di classe business l’accesso da
un portello diverso rispetto alla classe economica, dove sapeva avrebbe viaggiato il suo tampinatore. A
bordo, le due classi erano divise da un separè che garantiva alla classe business tutta l’intimità possibile.
Ci volle una mezzora buona prima che tutti i passeggeri si fossero imbarcati. Avvantaggiato dal solo
bagaglio a mano, Saipher ne approfittò per sprofondare sulla comoda poltrona in pelle e chiedere un caffè
doppio per riprendersi dalla stanchezza della traversata atlantica. Infine, quando notò che l’assistente di volo
stava per chiudere il portellone, schizzò in piedi e, improvvisata una scusa banale scese dall’aereo, lontano
dagli occhi del suo pedinatore.
Soddisfatto, si diresse fuori dal Gate.
Raggiunse gli sportelli dell’Alitalia e ritirò il biglietto di sola andata acquistato via internet con una carta di
credito al portatore. La sua destinazione: l’aeroporto internazionale Leonardo Da Vinci, a Roma, Italia.
Come da istruzioni ricevute via mail da Ryan, lo chiamò sul numero di cellulare che l’amico gli aveva
fornito. Erano le nove e quindici ora di Greenwich, le dieci e un quarto in Italia. Informò Ryan del suo
imminente arrivo fornendogli gli orari del volo. Per un puro caso, le vicissitudini dell’amico lo avevano
condotto esattamente a Roma e gli promise che si sarebbe fatto personalmente trovare ad attenderlo
all’aeroporto. In buona compagnia.
Finalmente, certo di avere la strada sgombra da occhi indiscreti, Saipher si diresse ad un caffè interno
all’aeroporto e, contando ancora su una buona mezzora a disposizione, fece una lauta colazione. Poi,
guadagnò la via della toilette e fu felice di trovarla vuota e pulita.
Con fare stanco, tirò fuori dalla sua sacca da viaggio uno spazzolino e un rasoio elettrico . L’immagine che

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lo specchio gli restituì di se stesso fu quella un uomo sulla quarantina, sul cui viso il tempo aveva iniziato a
lasciare i suoi segni inesorabilmente. La faccia era sbattuta per la stanchezza e per le troppe
preoccupazioni. Una calvizia appena accennata ed un’espressione logorata per i troppi impegni
concludevano il quadro che ritraeva la sua figura.
Saipher stentò a riconoscersi.
Pensò di essersi lasciato coinvolgere in quella storia in un attimo di follia pura: sorrise alla sua pazzia. Poi
impose una certa tranquillità: le risposte erano ad appena due ore e mezza di volo. Si rase la barba e si
rinfrescò. Ripose quindi ogni cosa nella sua borsa e si diresse verso il suo gate. Per il momento non aveva
più nulla da temere: il suo piano era perfettamente riuscito ed ora aveva via libera.
Chiamarono il suo volo e si imbarcò ansioso di giungere a destinazione. Ancora non sapeva che in Italia
avrebbe trovato una situazione ancora più intricata di quella accenatagli da Ryan.

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Il giorno lo sorprese alle spalle.


Quella notte, Alex non aveva dormito, facendo eco a tutte le notti insonni che l’avevano preceduta.
Qualcosa era cambiato e lui s’era abbandonato a riflessioni sovrumane strutturate su una rinnovata ed
inspiegabile tranquillità. I ricordi affioravano lentamente. Aveva la sensazione di essersi impantanato su
dettagli poco utili ma significativi. Eppure, nessuna di queste immagini eccezionali riusciva a sconvolgerlo
più di tanto. Ogni incertezza veniva dissipata da una strana consapevolezza non ben identificata.
L’alba gli si stava riversando addosso come un fiume in piena ed i raggi di un sole giovane danzavano
febbrilmente sulla sommità della bianca torre pendente, visibile dalla finestra.
Dopo l’ipnosi aveva trascorso un’altra mezzora a parlare con Malcor. Questi si era prodigato a spiegargli
che i ricordi sarebbero riaffiorati un poco alla volta e che non era il caso che lui gli raccontasse alcunché per
non falsare la qualità dei ricordi quando sarebbero arrivati.
Da quel momento, i minuti si erano succeduti velocemente, come se il tempo si fosse piegato davanti a
quella situazione assurda e capace di trasmettergli rassicurazioni paradossali sul buon esito di ogni cosa.
Non aveva la più pallida idea di cosa gli desse quella certezza, ma si sentiva complessivamente bene,
indubbiamente meglio di quando era arrivato a Pisa.
« Le risposte arriveranno al momento opportuno. » lo aveva rassicurato Malcor. E lui, non sentiva di
potergli dare torto. Si chiese solamente se quel momento sarebbe arrivato dopo pochi giorni o dopo
cinquant’anni. Non che potesse farci un granché, ma ormai aveva deciso si asservire ogni parte di sé
all’acquisizione di quella coscienza che non riusciva ancora a capire fino in fondo ma che sapeva essere
sua. Al di là di ogni dubbio più che ragionevole.
Il cerchio si stava chiudendo. Ebbe tuttavia l’impressione che qualcosa di importante doveva ancora
accadere, non solo per se stesso ma per una moltitudine di persone. Questa nuova certezza lo schiaffeggiò
in pieno volto assieme al riverbero della luce solare. Ricompose frettolosamente il suo mosaico interiore e,
per la prima volta nella sua vita, vide un’immagine nel complesso comprensibile, seppur articolata in modo
ancora caotico e con diversi tasselli mancanti. La visione, più che scoraggiarlo, lo entusiasmò.
Decise di essere cauto, centellinando con parsimonia questa nuova sensazione in attesa degli eventi che
ancora dovevano verificarsi. In quell’istante comprese di dover assaporare profondamente quello stato di
tranquillità quasi assoluta: una serenità che anticipava, semplicemente, il momento della resa dei conti.
Anche se ignorava tutti gli aspetti legati a questa nuova comprensione.
L’effige di questo pensiero, ormai impresso a fuoco nella sua mente, lo turbò momentaneamente, ma
l’incontrollata tranquillità tornò alla ribalta imponendogli una buona dose di ottimismo.
Non riusciva ad essere realmente teso e cercò di capire se questo nuovo stato interiore potesse essergli
utile o se avrebbe finito con il distorcere il suo affinato senso del pericolo. Anche in questo caso, la risposta
sarebbe arrivata al momento opportuno.
Con lo sguardo incrociò l’orologio appeso alla parete della stanza le cui lancette indicavano l’approssimarsi
delle sette di mattina. Non si sentiva nemmeno stanco, ma ebbe voglia di un buon caffè. Uscì dalla stanza
dirigendosi verso la piccola cucina al piano inferiore Con sua sorpresa, dentro vi trovò Samuel, uno dei
collaboratori di Malcor.
« Il caffé è dentro la macchinetta ancora caldo, l’ho preparato cinque minuti fa. » gli disse l’uomo.
Alex lo ringraziò vivamente e prese la Bialetti in mano versandosi una dose doppia dentro una tazza da
latte. Zuccherò abbondantemente la bevanda ed iniziò a sorseggiarla in tutta tranquillità accendendosi
contestualmente una sigaretta. Con fare distratto intavolò una conversazione con Samuel.
« Da quanto tempo conosci Malcor? »
« Saranno poco più di cinque anni. » gli rispose l’uomo non eccessivamente prodigo di parole.

Rev 2.0 101


« Anche tu eri un addotto? » lo incalzò Alex.
« Oh no! Io non sono mai stato addotto. Ho conosciuto Malcor attraverso Francisco. Nemmeno lui è mai
stato un addotto. Anzi, al secolo era addirittura suo assistente all’università ed ebbe modo di abbracciare i
suoi particolarissimi studi sugli UFO. Non senza averli prima esaminati con l’occhio scettico dell’inquisitore!
Io ero amico di Francisco ed è stato lui a presentarmi Malcor quando gli raccontai che la mia ragazza di
allora faceva strani sogni che la turbavano molto. Questo accadde poco prima che Malcor fosse denunciato
e costretto alla latitanza. »
« Cosa accadde allora? Alla tua ragazza, intendo. »
« Compilò il TAV ed effettuò l’esame della grafia. Questi elementi furono più che sufficienti per
comprendere che dietro ai suoi sogni si nascondeva la sconcertante realtà delle abduction. Lei rifiutò la
faccenda con tutta se stessa, rifugiandosi in una rinnovata religiosità. Si convinse addirittura di essere stata
chiamata da Dio a prendere i voti monastici e mi allontanò irrimediabilmente, tanto più che insistevo per farle
fare un’ipnosi. » Rispose Samuel con lo sguardo lievemente appesantito dalla malinconia.
« Mi dispiace. » commentò Alex sinceramente rattristato da quel brevissimo racconto.
« Ognuno ha il diritto di scegliere la sua strada, anche se influenzato da entità aliene. » replicò l’uomo. «
Lei ha scelto la sua. In compenso, io ho approfondito la faccenda e sono diventato uno dei collaboratori più
stretti di Malcor. Vedi, la cosa bella degli studi di Malcor è che questi hanno permesso di ricavare una
soluzione per gli addotti che intendono liberarsi dall’influenza aliena. Ma la sua reale grandezza sta nell’aver
aperto nuove strade verso la comprensione della vera natura dell’universo e dell’uomo. » commentò Samuel
con una certa soddisfazione.
« Credo di capire cosa intendi! » rispose Alex solennemente. Poi, improvvisamente, fu folgorato da un
nuovo pensiero.
« Cosa penserebbe Rachel di me? » chiese in silenzio a se stesso. « Chissà se mi crederebbe!?! »
Sconsolato, tornò a sorseggiare il suo caffé. Il problema, si disse, non era tanto convincere Rachel di
quello che gli era capitato. La questione era assai più complicata: aveva intrapreso una nuova strada e
sapeva che l’avrebbe percorsa fino in fondo. Con o senza il sostegno di Rachel.
Ebbe l’impulso di chiamarla, ma rimandò la telefonata ad un orario più consono. Non la sentiva ormai da
tre giorni, il suo cellulare era perennemente spento. Non se ne crucciò eccessivamente. In fondo, subito
dopo le festività natalizie, la ragazza avrebbe dovuto sostenere l’esame finale per laurearsi come
violoncellista. Era capitato altre volte, in passato, che spegnesse il cellulare per dedicarsi anima e corpo allo
studio in periodi particolarmente impegnativi.
Il Natale era alle porte ed ormai non confidava più nemmeno nella possibilità di trascorrerlo con sua sorella
Claire. Se ne dispiacque molto e decise che l’avrebbe chiamata dopo un altro buon caffé. Non sapeva
ancora che dirle, ma qualcosa si sarebbe pur inventato. Mentirle non rientrava nel suo carattere, ma non
poteva dare spiegazioni al telefono, tanto più considerando che la telefonata doveva effettuarla mediante
computer e doveva durare meno di tre minuti per non farsi rintracciare da coloro che evidentemente gli
stavano dando la caccia. In tal senso Victor era stato perentorio: con certezza assoluta i suoi inseguitori
disponevano della possibilità di mettere sotto controllo il telefono di quanti erano strettamente collegati a lui.
Claire e Rachel non facevano eccezione.
Passò un’altra mezzora e solo quando l’orologio indicò che le otto di mattina erano passate da cinque
minuti si decise a chiamare Claire.
« Samuel, potrei fare una telefonata da computer? » chiese all’uomo che in silenzio era rimasto a leggere il
giornale seduto al tavolino della cucina.
« È necessario? » lo inquisì questi.
« Be’, sono sparito da tre giorni e credo di dover dare una spiegazione plausibile almeno a mia sorella
Claire. » replicò Alex con tono tragicomico.
« Va bene, ma ricorda: hai a disposizione centottanta secondi al massimo. Al loro termine il sistema e
programmato automaticamente per interrompere il segnale. »
« Saranno più che sufficienti! »
Samuel accompagnò Alex nella stanza dei computer. Poi, con la mano gli indicò un PC portatile dalle
dimensioni più che contenute. Sul display, utilizzabile mediante touch screen, faceva bella mostra di se
l’interfaccia numerica per comporre il numero. Alex indossò l’auricolare posto accanto al computer e digitò
sul display il numero di Claire. Seguì un momento di silenzio assoluto. Infine, un segnale acustico indicò che
la connessione era stata stabilita. Alex sospirò a fondo, non avendo ancora in mente cosa raccontare alla
sorella. Ricevette risposta solo al quarto squillo. In quell’esatto istante, sul monitor del computer partì il conto
alla rovescia dei centottanta secondi a disposizione.

45

Rev 2.0 102


Il telefono cellulare di Claire squillò rompendo il silenzio stantio della vettura. Firefox la stava aspettando
da ormai dieci minuti in macchina. Secondo i suoi piani, sarebbero dovuti partire non più tardi delle otto. Ma
Claire aveva risentito oltremodo della notte di passione ed a stento era riuscita ad aprire gli occhi,
decretando involontariamente un ritardo per il momento ancora accettabile. Fortunatamente era riuscita a
prepararsi velocemente e caricati i bagagli in macchina si era recata alla reception del motel per ritirare i
documenti lasciati la sera prima mentre Firefox l’attendeva a motore accesso. Al terzo squillo, l’agente
segreto si decise a rispondere al posto suo.
« Pronto. »
Dall’altra parte della cornetta regnò un silenzio carico di perplessità e sorpresa che durò alcuni istanti.
« Pronto, chi parla? » Chiese Firefox una seconda volta. Infine ricevette una risposta.
« Sono Alex, il fratello di Claire, potrei parlare con mia sorella? » replicò il ragazzo con voce carica di
stupore.
« Ciao Alex, sono Jack, un amico di Claire. Ha lasciato il cellulare nella mia macchina. Dovrebbe arrivare a
momenti. »
« È una cosa urgente e non ho molto tempo. Puoi andarle incontro? » chiese Alex quasi ansimando.
« Non c’è problema. »
Firefox scese dalla vettura e, avendo colto in senso d’urgenza di Alex, si diresse a passo svelto alla
reception, dieci metri più in là. Giuntovi davanti, vide Claire uscire dalla porta a vetri. Vedendolo con il suo
cellulare in mano, Claire lo interrogò con gli occhi.
« È tuo fratello, dice che è urgente. » s’affrettò a rispondere Firefox.
Claire gli prese il cellulare di mano.
« Alex ma che fine hai fatto? Sono tre giorni che non ti fai sentire! »
« Scusami tanto Claire, è che sono successe tantissime cose negli ultimi giorni. Ma chi era quello che mi
ha risposto al telefono? »
« Sono successe tante cose anche a me. Non vedo l’ora di parlartene. Ma mi dici dove sei? »
« Mi dispiace Claire, ma non posso dirtelo. Non ancora, almeno. »
« Così mi fai preoccupare! » ribatté Claire con voce ansiosa.
« No, non preoccuparti, sto benone. Ti racconterò ogni cosa quando tornerò. A proposito, volevo dirti che
non riuscirò a passare il Natale con te. Mi dispiace. »
« L’avevo intuito Alex, comunque non preoccuparti, mi sono organizzata. Sto partendo per Pisa con Jack,
la persona che ti ha risposto al telefono. »
Alex rimase interdetto. Claire stava andando a Pisa. Rielaborò mentalmente l’informazione più volte ed in
pochi istanti si convinse che non poteva essere un caso. Certamente il telefono era sotto controllo e non
poteva dare informazioni precise sulla sua posizione, ma a quel punto doveva vedere Claire. Valutò la
situazione quanto più in fretta poté. Fu incalzato nuovamente da Claire.
« Alex, sei ancora li? »
« Si Claire. Sono qui. » esitò un’ momento e poi riprese « Sei mai stata a Pisa prima d’ora sorellina? »
« No, mai, perché? »
« È una città stupenda. Se riesci, fai un salto alla torre pendente, accanto al Duomo. Nelle giornate di
inverno è particolarmente bella tra le due e le tre di pomeriggio, quando il sole è ancora forte ma inizia ad
abbassarsi all’orizzonte. Dall’alto della torre c’è un panorama mozzafiato. »
« Va bene, lo terrò presente. » rispose Claire
« Non devi solo tenerlo presente, ci devi andare. Credimi, è uno spettacolo eccezionale. Se stai partendo
adesso dovresti essere li per pranzo. Quindi potresti andarci oggi stesso. Mi raccomando Claire, non puoi
non andarci! Ci conto, OK? » Il tono di Alex era diventato improvvisamente imperativo.
« E va bene Alex, se insisti tanto farò il possibile. »
« Bene Claire, ora devo andare, fa buon viaggio. »
« Ciao Alex. » Rispose Claire. Ma era troppo tardi, la comunicazione si era interrotta.
Sorpresa, allontanò il telefono dall’orecchio.
« C’è qualche problema? » Le domandò Firefox.
« Non Jack, mi ha solo detto di visitare la torre pendente. Pare che il panorama da lassù sia
sorprendentemente bello. »
« Un buon consiglio allora. Perfetto! Che ne dici di metterci in viaggio? Faremo colazione strada facendo. »
Con lo sguardo ancora fisso sul cellulare Claire annuì.

46

Rev 2.0 103


Il traffico del Grande Raccordo Anulare li inghiottì inesorabilmente.
« Mi avevano detto che qui in Italia avevate problemi di viabilità, ma non immaginavo fino a questo punto.
» Commentò Ryan con fare goliardico.
« Al Diavolo Ryan » esordì Francisco. « Se solo non ci avessi obbligato a questa tappa forzata, saremmo
già in viaggio per Pisa! »
« Lo so, ma l’arrivo di Saipher potrebbe rappresentare il mio passe par tout per risolvere ogni cosa e
consentirmi di rientrare negli Stati Uniti. »
« Io non mi fiderei al tuo posto. Stando a quanto mi hai detto ieri sera, se rimetterai piede in America farai
una brutta fine. A dire il vero, non c’è nessun posto al mondo dove tu possa considerarti davvero al sicuro
adesso. Perché non consideri la mia proposta di entrare a far parte del nostro gruppo? La latitanza è la
nostra specialità e finalmente potresti muoverti in un ambito a te congeniale. » replicò Francisco.
« E cosa mi dici di Benedict? »protestò Ryan. « La sua posizione non è certo migliore della mia, con la
sola differenza che lui si è trovato al posto sbagliato e nel momento sbagliato. Credi davvero che
accetterebbe una vita di latitanza? No Francisco, Benedict farebbe carte false per uscire fuori da questa
situazione. »
« Cosa intendi fare allora? » domando Francisco con tono scettico.
« Per il momento non ne ho la più pallida idea. È per questo che mi serve l’aiuto di Saipher. Ad ogni buon
conto, credo che il modo migliore per uscire fuori da questa situazione sia quello di incastrare Finder, ma
anche su questo ho delle remore. Potrebbe tornarci utile e in fondo è lui che mi ha tirato fuori dai guai
davanti alla commissione disciplinare. Ed è lui che mi ha salvato la vita a Londra. »
« Si, e ti ha infilato in un guaio ben peggiore. » lo redarguì Francisco. « Fino a qualche giorno fa rischiavi
solo il tuo posto di lavoro, adesso rischi la vita. Cos’è che cerchi davvero, David? Cosa speri di trovare? »
Quella domanda lo folgorò senza possibilità di replica. Il pensiero di Ryan andò nuovamente a Sara.
Victor, che era alla guida della automobile, lo guardò gli negli occhi attraverso lo specchietto retrovisore.
« Possiamo fidarci di Saipher? » gli chiese.
« Robert è un buon amico, anche se l’ultima volta l’ho mandato al diavolo. Il suo problema più grande è
che non ha il coraggio di uscire fuori dal coro e si muove sempre secondo le regole. Ma mi ha sempre fornito
tutta la protezione possibile. » rispose Ryan ostentando una certa sicurezza.
« Certamente è un buon amico. Ma io intendevo altro: se fosse in gioco la sua vita, Saipher ti
proteggerebbe o ti darebbe in pasto a qualcuno? » lo incalzò Victor.
« Non so che dirti. Ma l’ho cercato, e lui ha attraversato l’oceano per accorrere in mio aiuto. Credo che
questo sia indicativo. »
Victor annuì senza troppa convinzione. Poi riprese a parlare.
« Cerca di capire la nostra posizione, Ryan. Saipher è il vicedirettore dell’FBI, un ente governativo
americano colluso ad alti livelli. Un uomo del suo rango potrebbe rovinarci definitivamente. E tu ci stai
chiedendo di accoglierlo tra noi e di condurlo da Malcor. Santo cielo, nemmeno tu hai mai visto Malcor
perché non sapevamo quanto potevamo fidarci di te e, a dire il vero, non lo sappiamo ancora. »
« Ma Malcor si è detto d’accordo, anzi, è stato lui ad ipotizzare una simile soluzione. » intervenne
Francisco.
« E rispetto la sua decisione, anche se non la condivido. In questi giorni sono stato esposto a situazioni di
ogni genere, ed ora questo! È come se gli eventi stessero precipitando senza controllo. »
« Lo so amico mio, ma dobbiamo fidarci di Malcor. È sempre un passo avanti a tutti noi, se ha optato per
un incontro con Ryan e Saypher evidentemente sa qualcosa che noi non sappiamo. » ribatté placidamente
Francisco.
Il livello di tensione si era nuovamente alzato. Ryan lo comprese e cercò di dirottare la conversazione
altrove.
« Benedict ed i tuoi uomini dove ci aspetteranno? »
« In prossimità di Firenze. C’è un autogrill sulla strada, una specie di punto ristoro e rifornimento
carburante. Ci ricongiungeremo con loro lì. »
« Perché li hai mandati avanti? »
« Perché non so ancora se possiamo fidarci di Saipher, e ad ogni modo non voglio che conosca da subito
la composizione della nostra formazione. Se ha qualcosa in mente, il fatto di sapere Benedict altrove lo
indurrà a posticipare ogni tipo di intervento. Inoltre non sappiamo se è solo o con qualcuno, o addirittura
pedinato. Avremo tutto il tempo di capire se qualcuno lo sta seguendo o meno e questo ci darà un vantaggio
nel discriminare le sue intenzioni. » replicò Francisco in tono grave.
Per nulla convinto, Ryan si limitò a scuotere la testa. Dal suo punto di vista, il fatto che Saipher si fosse
precipitato in Italia senza battere ciglio, era la dimostrazione inequivocabile della sua affidabilità. Inoltre,
confidava apertamente di poter godere di una certa autonomia di manovra. Evidentemente, gli uomini di
Malcor non si fidavano completamente di lui. Eppure, due anni prima, era stato proprio lui a garantire a

Rev 2.0 104


Francisco un passaggio sicuro negli Stati Uniti, per analizzare personalmente un caso di possibile
interferenza aliena ai danni di un ragazzo italo americano. Questi era venuto in possesso di uno degli scritti
del professor Malcor, attraverso un programma di file sharing su internet. Dopo una serie di mail di controllo,
il giovane era finalmente venuto in contatto con Francisco, ultimo baluardo del gruppo di Malcor. Per un caso
fortuito, proprio in quel periodo Ryan era stato chiamato ad indagare su una serie di episodi apparentemente
inspiegabili che ripetutamente affliggevano l’intera famiglia del ragazzo, non ultimo la scomparsa per una
settimana ed il successivo ritrovamento della sorella di questi. Lei non ricordava assolutamente nulla. Il
ragazzo, Nathan Mongomery, si era istintivamente fidato di Ryan mettendolo in contatto con Francisco
Seeker. Da allora, i due erano rimasti in contatto e proprio da Francisco erano arrivati alcuni suggerimenti
per l’analisi di alcuni casi che avevano finito per rappresentare tutta una serie di rapporti ufficiali considerati
dalla dirigenza dell’FBI opere di fantasia e vaneggiamento. Se Ryan non era stato sbattuto fuori dal Bureau,
era esclusivamente merito di Robert Saipher.
Intuendo le riflessioni di Ryan, Francisco riprese la parola, stavolta con tono più comprensivo e
rassicurante.
« Ryan, noi ci conosciamo da due anni ormai. Ammetto che, guardando ogni cosa a posteriori, il modo
particolare in cui ci siamo incontrati non sembra casuale. Allora mi desti la possibilità di raggiungere gli Stati
Uniti. Ma quello che rischiavamo all’epoca non è minimamente paragonabile ai rischi che corriamo oggi e
che possono compromettere non solo noi individualmente, ma anche l’incolumità di Malcor e l’esistenza
stessa del suo gruppo. Cerca di essere ragionevole, noi stiamo venendo incontro a tutte le tue richieste, ma
è tempo che tu giochi questa partita secondo le nostre regole! È l’unico modo che hai per ottenere la
protezione che cerchi ed incontrare Malcor. »
Preso in contropiede dalle parole di Francisco, Ryan non poté fare a meno di annuire in silenzio,
comprendendo la ragionevolezza delle indicazioni di Francisco e tutte le sue remore.
Francisco riprese a parlare.
« La tua affidabilità non è in discussione, così come il tuo giudizio su Saipher. Ma devi convenire che ci
sono delle precauzioni da cui non possiamo prescindere. In questi giorni stanno convergendo eventi molto
particolari di cui parleremo più tardi insieme a Malcor. Tutto sembra apparentemente scollegato, eppure
sembra esserci l’esistenza di un sottile filo di collegamento tra ogni singolo evento. Tu e Benedict non siete
gli unici ad aver rischiato la vita in questi giorni. Victor ha rischiato di morire due notti fa insieme ad un
ragazzo addotto che conoscerai a Pisa. Come se non bastasse, alcuni esponenti della razza aliena che noi
chiamiamo Orange, ci hanno chiesto di proteggere quel ragazzo. »
Ryan strabuzzò gli occhi.
« Vuoi dire che avete avuto un contatto diretto e cosciente con entità aliene? » domandò come se un
pugno lo avesse colpito in pieno stomaco.
« Voglio dire che la situazione è dannatamente complessa » glissò Francisco « e non possiamo
permetterci il lusso di fare scelte sconsiderate. In questi giorni abbiamo dovuto prendere troppe decisioni
senza avere il tempo di discriminare ogni possibile ripercussione, e ne dovremo prendere molte altre. Finora
ci è andata bene. Ma non possiamo permetterci errori di valutazione. Saipher non fa eccezione! » concluse
Francisco in tono paterno ma risoluto.
Victor ascoltò ogni cosa in silenzio, rievocando interiormente le drammatiche vicissitudini di due notti
prima. Nella vettura scese un silenzio attonito. Francisco accese la radio per riempire quel vuoto.
Dopo un’ora di coda giunsero a destinazione, appena in tempo per vedere Saipher uscire dal terminal B
dell’aeroporto con un semplice bagaglio a mano.
Come da accordi, Francisco fece scendere Ryan dalla vettura e parcheggiò più avanti, in prossimità del
terminal successivo.
Ryan si diresse verso Saipher che lo stava attendendo davanti all’uscita del terminal. In quel momento non
riuscì a comprendere nemmeno lui il suo effettivo stato interiore. L’amico, che aveva accusato pochi giorni
prima di avergli voltato le spalle, si era precipitato in suo aiuto attraversando mezzo mondo. Per farlo, aveva
messo sul piatto della bilancia tutto quello che aveva conquistato: la sua posizione di vicedirettore dell’FBI, la
sua carriera futura, la sua reputazione e l’eventualità di essere accusato di favoreggiamento e concorso di
colpa in azioni terroristiche. Ryan si sentì profondamente grato, ma anche estremamente imbarazzato.
Raggiunse Saipher a testa bassa camminando molto lentamente, quasi volesse passare inosservato. Infine
gli si parò davanti salutandolo.
« Ciao Robert! » fu tutto ciò che riuscì a dire.
Saipher lasciò cadere a terra il suo bagaglio a mano e gli sorrise. Ryan si sentì quasi sollevato ed allungò
la mano per stringere quella di Robert. Questi rispose con uno scatto repentino e sferrò un sonoro pugno sul
volto di Ryan scaraventandolo.
« Ciao David! » esclamò infine, tra lo sgomento delle persone che avevano assistito alla scena.
Victor e Francisco, che avevano visto ogni cosa da lontano, si precipitarono in aiuto di Ryan che intanto si

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era messo a sedere massaggiandosi il lato sinistro del volto. Saipher fece due passi verso Ryan scrutandolo
gravemente negli occhi. Non si accorse nemmeno dei due che gli stavano piombando alle spalle. Ryan li
scorse solamente quando gli furono addosso ma con sufficiente anticipo per fermarli.
« No!!! » gridò con quanto fiato aveva in corpo. Francisco e Victor si arrestarono di colpo. Saipher si girò
verso di loro allarmato dal grido di Ryan. Compreso quanto era accaduto, li rassicurò con lo sguardo, poi si
voltò in direzione di Ryan e gli tese la mano per aiutarlo a rialzarsi.
« Però! Ci sei andato pensante! » esclamò Ryan ancora dolorante.
« In modo diverso, tu non sei stato da meno David! Non posso dire che siamo pari, ma almeno mi sono
sfogato un po’! » replicò Saipher. « Dai, tirati su e raccontami ogni cosa. Immagino che queste non siano le
tue guardie del corpo ma gli amici di cui mi hai parlato al telefono qualche ora fa. »
Francisco e Victor si guardarono negli occhi manifestando tutta la loro perplessità, poi squadrarono Ryan
in attesa di una un chiarimento che non tardò ad arrivare.
« È il minimo che potesse farmi. Negli ultimi tempi gli creato qualche piccolo problema. » confessò Ryan
sorridendo.
« Non direi piccolo, David. Tendi sempre a minimizzare le cose più grandi e ingigantire quelle insignificanti.
Adesso fammi il favore di spiegarmi esattamente cosa diavolo sono venuto a fare in Italia! » esclamò
Saipher quasi prendendolo in giro. Nel giro di pochi istanti la situazione pareva essersi rilassata.
« Intanto lascia che ti presenti Francisco e Victor. » replicò Ryan « Se oggi sono qui è in buona parte
merito loro. »
« Dov’è il capitano Benedict? » chiese Saipher.
« Non è qui. » Si intromise duramente Francisco.
Saipher guardò Ryan cercando lumi.
« Questo cosa significa? »
« Vieni con noi Robert, abbiamo molto di cui parlare. » concluse Ryan, implorando con lo sguardo Saipher
ad avere ancora un po’ di pazienza.
Robert Saipher acconsentì.

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« Maledizione!!! »
Claire si ridestò bruscamente dal sonno sentendo Firefox imprecare. Si stropicciò gli occhi e sbadigliò
vistosamente mentre l’uomo che le stava accanto alternava il suo sguardo tra la strada ed il dispositivo di
rilevamento satellitare.
« Qualcosa non va, Jack? » chiese lei.
Non ottenne alcuna risposta.
Scrutò il profilo di Firefox per una manciata di secondi interrogandolo con lo sguardo. Fu solo allora che lui
indicò con gli occhi il prezioso dispositivo. Claire lo guardò attentamente e si accorse un punto lampeggiante
indicante la posizione dell’obiettivo era stazionario ad una centinaio di chilometri a nord di Roma.
« Si sono fermati improvvisamente e ancora non ripartono. » le disse Firefox con una certa frustrazione.
« Noi dove siamo? » domandò lei.
« Siamo a quaranta chilometri da Pisa. »
Claire strabuzzò gli occhi.
Nonostante il suo senso di preoccupazione, Firefox non poté fare a meno di sorridere davanti a quella
nuova sconosciuta espressione di Claire.
« Sono le 13:00 Claire. Ti sei addormentata mezzora dopo la nostra partenza. »
« Vuoi dire che ho dormito ininterrottamente per oltre quattro ore? Scusami Jack! »
Firefox sorrise maliziosamente.
« Non hai motivo di scusarti. È colpa mia, evidentemente stanotte ti ho stancata eccessivamente! »
Claire arrossì di colpo ed il sorriso di Firefox si trasformò in una sonora risata.
« Sei un cretino! » commentò lei vagamente imbronciata. « E poi non mi sembra che ti sia dispiaciuto. »
concluse Claire ancora imbarazzata.
Firefox sorrise e riprese a tenere d’occhio il suo dispositivo. Restò in attesa qualche istante, poi si rivolse a
Claire.
« Forse ho sbagliato tutto. O forse si sono accorti di me la scorsa notte. Ma se quel puntino non inizierà a
muoversi verso nord entro dieci minuti, sarò costretto a tornare indietro. »
Claire si rabbuiò.
« Qualcosa non va? » chiese Firefox.
« Si tratta di mio fratello. Credo sia nei guai. » rispose Claire travolta da uno strano senso di

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preoccupazione. « Credo mi abbia dato un appuntamento sulla torre pendente di Pisa per oggi. »
« Un appuntamento? »
« È una sensazione strana e improvvisa, niente di certo. Ma sono preoccupata. » .
Firefox la guardò titubante.
« Hai qualche altro elemento per supporre che la tua sensazione sia corretta? »
« Alex non mi ha voluto dire dov’era, ma quando gli ho detto che ero diretta a Pisa ha insistito affinché mi
recassi sulla torre tra le due e le tre di oggi pomeriggio. » ribatté Claire colta da un repentino senso
d’urgenza. Respiro a fondo e riprese.
« Jack, anche se quel puntino lampeggiante non si schioderà da dove è adesso, io devo arrivare a Pisa.
Ho uno strano presentimento. »
Qualcosa era cambiato nel tono di voce della ragazza: non gli stava semplicemente chiedendo una cosa,
lo stava implorando.
Si concesse qualche istante per valutare la situazione. Tornò più volte a fissare quel maledetto puntino
lampeggiante immobile sulla mappa.
« E va bene Claire! » rispose finalmente l’uomo.« Arriveremo a Pisa. Se nel frattempo quel puntino si sarà
spostato nella giusta direzione, tanto di guadagnato, altrimenti dovremo separarci. »
Seppur a malincuore, Claire annuì. Intimamente, avvertiva l’ombra di un pericolo imminente abbattersi su
Alex. Ma la cosa più strana è che nella sua testa non era l’ombra ad avvicinarsi ad Alex, ma quest’ultimo a
dirigersi in direzione dell’ombra. In vita sua, mai aveva avuto un presentimento così nitido e ingombrante
circa il fratello. Talmente ingombrante da far passare per un istante in secondo piano la figura di Jack. Fu
solo un attimo, ma sufficiente a farla sentire completamente divisa tra il voler appurare la fondatezza del suo
presentimento e la possibilità di separarsi da Jack. Il suo stomaco fu colto da un vuoto improvviso, una lieve
e generalizzata sensazione di malessere interiore.
Chiuse gli occhi.
« Non preoccuparti Claire. » le sussurrò dolcemente Jack. « Dovremo dividerci solo per ventiquattro,
quarantotto ore al massimo, poi tornerò da te. »
Claire si sentì rincuorata.
Jack appoggiò la mano su quella della ragazza. Lei riaprì gli occhi sorridendogli. Poi iniziò a fissare il
display del dispositivo satellitare quasi ipnotizzata dal pulsare ritmico di quel puntino stazionario nei pressi di
Roma.
« Dai, muoviti! » disse dentro di sé.
In quell’esatto istante, il dispositivo emise impulso acustico. Il puntino luminoso si rimise lentamente in
movimento, con velocità crescente. Claire rimase davanti a quello schermo con il fiato sospeso per una
decina di minuti mentre l’Audi guidata da Firefox ingoiava l’asfalto che ancora li separava dalla meta finale.
Infine fu Firefox ad esprimersi.
« Stanno procedendo verso nord ad una velocità media di centotrenta chilometri orari. Salvo altre novità,
arriveranno a Pisa tra tre ore circa. »
Claire si rasserenò, ma non del tutto: Jack sarebbe rimasto con lei.
Ora si sarebbe occupata del suo presentimento.

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Alex trascorse l’intera mattinata a tentare, ma ogni volta una voce preregistrata lo avvertiva della non
raggiungibilità del numero telefonico.
« Dannazione Rachel, ma che fine hai fatto? » chiese ad alta voce davanti al monitor del computer.
Si impose di rimanere tranquillo, non poteva fare altrimenti.
Inoltre, Malcor non c’era.
Quella mattina, gli avevano detto, il professore era uscito presto. Alex si sentì sconfortato, aveva decine di
domande da fargli ed ebbe la sensazione che l’uomo si fosse assentato per evitare qualunque tipo di
conversazione attinente alla notte appena passata. Come se non bastasse, Victor e Francisco non erano
ancora rientrati a causa di un non meglio specificato contrattempo.
Era solo, in una situazione paradossale, all’alba di eventi non ancora identificati e senza quelle persone in
quel momento così fondamentali che si erano allontanate, tardavano a tornare o non davano segni di vita a
causa situazioni similmente non identificate.
Sorrise al beffardo senso dell’ironia della vita: nell’esatto istante in cui quei dannati aggeggi volanti
conosciuti come oggetti volanti non identificati diventavano per lui più che identificati, ogni altra cosa
sembrava assumere contorni sfocati e difficilmente comprensibili.
« Non identificati! » si disse.

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L’orologio segnò l’approssimarsi delle 13:00. Si affacciò in finestra e si accese una sigaretta: dal caffé
mattutino non ne aveva fumate altre ed ora la necessità dettata dall’assuefazione alla nicotina si era fatta
pedante.
Nelle strade sottostanti fiumi di persone si muovevano a passo frenetico passando di negozio in negozio.
Era la vigilia di Natale, come ogni anno il latente isterismo di massa, da lui ribattezzato anni prima come
SNAC - Sindrome Natalizia da Acquisto Compulsivo - stava raggiungendo il suo apice sottoforma di strade
intasate, persone stipate nei negozi, echi di passi veloci, buste e pacchetti colorati di taglia variabile ed un
fastidioso strombazzare di clacson che palpitavano aritmicamente sotto le mani di guidatori impazziti colti
alla sprovvista dalla necessità di comprare gli ultimi regali.
Ripensò al suo regalo per Rachel.
Quel natale doveva essere speciale ed aveva scelto il suo regalo con estrema meticolosità, curandone
addirittura il design. Con due mesi di anticipo si era recato da un amico di famiglia, un artigiano orafo, con
cui concordare la realizzazione di un anello in oro bianco con un diamante da venti punti di carato posto al
centro di una strabiliante montatura sospesa. Rachel era unica, e lui voleva che il suo regalo fosse
altrettanto unico, cosa che gli aveva imposto una soluzione artigianale per la realizzazione di un solo
esemplare. Si era incontrato con l’orafo una mezza dozzina di volte per dare le indicazioni appropriate sul
design dell’oggetto. L’anello giaceva ora in fondo al cassetto della sua biancheria intima a Roma. Aveva
pianificato ogni cosa alla perfezione: allo scoccare della mezzanotte avrebbe tirato fuori il suo regalo ed
avrebbe chiesto a Rachel di sposarlo. Dopotutto, lei era ormai prossima alla laurea e pochi mesi più in là
anche lui avrebbe completato gli studi. Inoltre, già da qualche mese il lavoro non mancava a nessuno dei
due fornendogli una discreta base economica per progettare una possibile vita insieme.
Ora tutto sfumava. Rachel non era reperibile e lui si trovava in quella dannata situazione.
Spense la sua sigaretta e si diresse verso l’uscita dell’abitazione. Nei pochi metri che lo separavano dalla
porta, gli si parò davanti Samuel.
« Dove stai andando? » gli chiese questi visibilmente contrariato.
« Ad un appuntamento che spero non sia disatteso. »
« Mi dispiace Alex, ma per il tuo bene non posso lasciarti andare. »
Il tono dell’uomo suonava in modo inequivocabilmente imperativo.
Una presa di posizione che ad Alex non piacque affatto.
« Devo andare, non ho alternative. » farfugliò Alex con l’aria di chi sta per perdere la pazienza.
Samuel divenne ancora più duro e gli afferrò il braccio.
« Ti ho detto che non posso lasciarti andare. Li fuori c’è gente che ti sta dando la caccia ed io sono stato
incaricato di tenerti d’occhio fino al ritorno di Victor. »
« Be’, Victor è in ritardo, e se non ti levi dai piedi arriverò in ritardo anch’io. Fammi passare! » Il tono di
Alex era diventato altrettanto imperativo.
Samuel non si mosse di un millimetro ed esplose in un grido rabbioso.
« Allora non hai proprio capito, vero? Victor ha rischiato la sua vita per te. Tutti noi corriamo un grave
rischio, tu compreso. Non posso lasciarti andare! »
Alex lesse sul viso di Samuel una straordinaria determinazione dettata da una preoccupazione sincere. Ma
lui doveva andare. Comprese che l’uomo non gli avrebbe mai dato il suo consenso. Decise il da farsi.
« E va bene, non uscirò! » esclamò cogliendo Samuel di sorpresa. Quest’ultimo allentò la istintivamente la
presa sul braccio di Alex.
E poi accadde.
Alex si mosse con scatto fulmineo afferrando con l’altra mano il braccio di Samuel. Poi, eseguendo
perfettamente alcune delle tecniche di base di Wing Chun, tirò l’uomo a sé sbilanciandolo e
contemporaneamente avanzò nella sua direzione con un doppio passo diagonale facendo ruotare il suo
avambraccio destro dal basso verso l’alto fino ad impattare con moderata potenza un punto preciso sotto la
mascella del mal capitato. Come ben sapeva, tanto fu sufficiente a far crollare Samuel sulle ginocchia. Prima
che questi cadesse definitivamente a terra privo di sensi, lo afferrò per evitare che nell’impatto al suolo
sbattesse rovinosamente la testa causandosi un danno ben maggiore di quello che il suo banale colpo aveva
fatto. Con fare gentile, accompagnò il corpo dello sventurato sul pavimento. Lo raccolse da terra e lo adagiò
su un divano. Prima di uscire, gli sussurrò qualcosa nell’orecchio.
« Scusami amico, tra dieci minuti sarai nuovamente in piedi, magari con bel mal di testa. Non mi hai
lasciato alternative! »
Infine, guadagnò la porta d’ingresso tuffandosi nel caos della città che ignara di quanto accaduto
continuava la sua febbrile attività in un clima tipicamente natalizio. Fu colto da qualche rimorso, ma si
convinse ulteriormente di aver fatto la cosa necessaria. Senza troppa fretta si avviò in direzione del duomo e
della torre pendente.
Presto, sperò, avrebbe incontrato sua sorella Claire.

Rev 2.0 108


***

Victor incespicò sui suoi passi, evitando per un pelo di ruzzolare dalle scale dell’Autogrill. Il freddo
pungente aveva congelato l’acqua residua di un fugace temporale. Si aggrappò saldamente al corrimano
sulla sua destra tirando un sospiro di sollievo. Lasciò la presa qualche secondo dopo, quando fu certo di
avere nuovamente qualcosa di solido e stabile su cui poggiare i piedi.
« Sarebbe davvero ridicolo » si disse « se dopo essere uscito illeso da situazioni ben peggiori mi rompessi
l’osso del collo a causa di una pozzanghera . »
Sorrise vistosamente al suo pensiero mentre dirigeva lo sguardo diversi metri più in la, in direzione di
Francisco e degli altri componenti della carovana. La situazione era tragicomica, la compagnia
semplicemente mal assortita: un agente dell’FBI in esilio, un alto dirigente del medesimo organo accorso in
suo aiuto, un pilota dell’aeronautica militare statunitense in fuga e, infine, un latitante del calibro di Francisco
più altri due componenti della stessa squadra. E poi, naturalmente, c’era lui.
Aveva iniziato a collaborare con Malcor molti anni prima che questi divenisse un ricercato. Lo aveva
conosciuto acquistando casualmente uno dei suoi libri durante una fiera e, dopo averlo letto, aveva
riscontrato troppe analogie tra i singolari episodi che gli capitavano costantemente e i fatti riportati nel testo
divorato in appena tre giorni. Un po’ titubante, si era messo in contatto con il professore esponendogli il suo
caso e dando il via ad una serie di regressioni ipnotiche per ricordare e capire cosa gli stava accadendo.
Quando Malcor iniziò ad elaborare le opportune strategie di difesa dalle interferenze aliene, Victor si prestò
con particolare sollecitudine a partecipare a ciò che, a tutti gli effetti, era una vera e propria sperimentazione
senza particolari effetti collaterali. Impiegò un paio d’anni a liberarsi dalle abduction, tanti quanti ne servirono
a Malcor per elaborare e proporre strategie via via più efficaci. Poi, si era messo a disposizione per dare tutto
il supporto possibile ma, stranamente, Malcor, sembrava impiegarlo molto meno di quanto Victor avrebbe
voluto. Un giorno, durante una pacata conversazione, espresse disappunto facendo una serie di rimostranze
ragionevolmente sensate. Malcor aveva ascoltato in silenzio annuendo per tutta la durata del monologo di
Victor. Poi aveva commentato:
« So bene che posso fidarmi di te, Victor. Ormai sei totalmente vaccinato contro le interferenze aliene, così
come so che saresti un validissimo collaboratore. Ma voglio che tu ti mantenga apparentemente il più
estraneo possibile alla faccenda. Un giorno molte cose potrebbero andare per il verso sbagliato e quando ciò
accadrà, quando saremo costretti a nasconderci, tu sarai il nostro contatto con il mondo esterno. »
Al momento, Victor aveva accolto la spiegazione come una scusa. Solo in seguito si rese conto che quel
giorno Malcor gli aveva parlato onestamente e con convinzione, quasi fosse stato in preda ad un impulso
profetico circa gli eventi che, inevitabilmente, si verificarono. Con pragmatica puntualità era giunto per lui il
momento di dare il suo più grande contributo, quello di garantire un presidio esterno a ciò che i mezzi di
comunicazione avevano ribattezzato “La Setta di Malcor”. La sua doppia vita era nata proprio nel momento
in cui i servizi segreti di mezzo mondo si erano convinti di aver sconfitto l’inarrestabile professore.
Inizialmente, ogni cosa gli era sembrata dannatamente pericolosa: incontri segreti, la costante sensazione di
avere gli occhi di qualcuno puntati addosso, l’analisi di casi diversi che dovevano ottenere il suo consenso
per essere portati all’attenzione di Francisco e, quindi, di Malcor. Ma tutto era diventato routine e Victor vi si
era sorprendentemente adattato, non senza un certo spirito di abnegazione.
Ora, dopo cinque lunghi anni, si ritrovava in una stazione di rifornimento sull’autostrada per Pisa colto dalla
necessità di elaborare una strategia condivisa assieme a quelle persone che con lui costituivano la
compagnia più improbabile che il destino potesse mettere insieme. Si sentiva strano e, a dispetto della
situazione, quasi gli veniva da ridere a crepapelle. Una risata isterica dettata dalle sfumature ironiche
dell’unico vero e reale complotto nella storia dell’umanità.
Lui c’era dentro fino al collo.
Incrociò lo sguardo di Francisco il quale gli fece cenno di muoversi. Attese ancora qualche istante, giusto il
tempo di allineare i propri pensieri e prepararsi mentalmente a fronteggiare ciò che sarebbe accaduto da
adesso in poi. Si sentiva preda di una sottile eccitazione che metteva in allarme i suoi sensi. Doveva
accadere qualcosa di grosso, lo avvertiva in modo viscerale. La cosa più sconcertante era che Francisco e
Ryan percepivano esattamente lo stesso innaturale senso d’urgenza. Respirò a fondo, restando quasi
ipnotizzato dal caldo vapore che ad ogni respiro si protendeva dai suoi polmoni verso l’esterno,
disperdendosi irrimediabilmente nell’aria e fondendosi con essa. Si riprese da quello stato di trance in un
tempo che quantificò essere non superiore a dieci secondi e raggiunse i suoi compagni. Prima di rimettersi
alla guida, infilò una mano in tasca come per sincerarsi che il piccolo dono per Alex acquistato nello shop
dell’autogrill fosse ancora li: un accendino modello Zippo che recava su entrambi i lati l’effige di un alieno
tipo grigio.
Accese il motore e si rimisero in viaggio.

Rev 2.0 109


Alla loro meta mancavano ancora due ore.

***

Firefox guardò soddisfatto il rilevatore satellitare. Il puntino lampeggiante stava procedendo lungo lo stesso
percorso effettuato da lui e Claire quella mattina. A quell’andatura, il suo obiettivo avrebbe raggiunto Pisa nel
giro di un paio d’ore dandogli tutto il tempo disponibile per riposare un poco prima di entrare in azione.
Guardò Claire in procinto di uscire, ammirandola in tutto il suo splendore indossare un cappotto rosa dal
taglio moderno ed un cappellino dello stesso colore. Era affacciata alla finestra da cui si poteva scorgere a
non più di quattrocento metri in linea d’aria la torre pendente stagliarsi al di sopra delle costruzioni
circostanti. Lei sorrise.
« È ora che io vada. » gli disse infine. « Alex mi ha indicato un’orario tra le due e le tre del pomeriggio. Ho
ancora mezzora di tempo per farmi trovare li. »
Firefox annuì titubante. Aveva ben compreso l’importanza che Claire attribuiva alla questione, solo non
riusciva ad immaginare cosa potesse giustificare quel presunto messaggio in codice che Claire attribuiva al
fratello. Era un agente segreto e l’idea che Alex fosse in guai tali da dover adottare un messaggio del genere
lo faceva sorridere. A suo avviso, era più probabile che tutto fosse nato dalla mente di Claire, e che Alex non
si sarebbe mai fatto trovare al fantomatico incontro perché non c’era nessun appuntamento dato.
Verosimilmente, Alex aveva dato un buon consiglio alla sorella. La cosa, per quanto lo riguardava si esauriva
li. Si rivolse a Claire.
« Vedrai che non si tratta di niente in particolare, solo non restarci troppo male quando capirai che non
c’era nessun messaggio in codice nelle parole di tuo fratello. » le disse con tono scherzoso.
« Se è come dici tu, vorrà dire che ascolterò il suo consiglio e mi limiterò a guardare il panorama.
Dopotutto, tu avevi necessità di venire a Pisa e di stare qualche ora senza di me per portare a termine il tuo
lavoro, quindi non mi avrai per le scatole » rispose la ragazza abbozzando un sorriso stizzito.
Si salutarono con un bacio. Claire si tuffò nel marasma di gente intenta a completare gli ultimi preparativi
per la vigilia. Firefox rimase nella sua stanza, pronto a concedersi una rilassante doccia prima di entrare in
azione. Diede un’ultima occhiata al suo prezioso dispositivo compiacendosi nel vedere il suo obiettivo
sempre più vicino alla città e si infilò nel bagno.
L’acqua calda cadeva sul suo corpo donandogli una piacevole sensazione. Si sentì rinfrancato da tutte le
sue fatiche ed iniziò a fantasticare cosa sarebbe successo tra lui e Claire alla fine della missione. In cuor suo
sapeva bene che avrebbe dovuto dire addio alla ragazza, ma qualcosa dentro di lui lo incoraggiava a
trasformare quella breve avventura in una relazione seria. Claire era gentile, intelligente, con una forza
d’animo fuori dal comune e soprattutto riusciva a smuovere il suo io più profondo. Semplicemente, era la
ragazza dei suoi sogni.
A volte era anche buffa. In quel preciso istante, ad esempio, si era diretta ad un improbabile appuntamento
con il fratello che credeva essere in pericolo, quasi si fosse sentita al centro di una cospirazione o qualcosa
del genere. Sorrise di gusto. Continuò a godersi la sua doccia per un altro quarto d’ora con il pensiero
costantemente rivolto alla faccia di Claire quando si sarebbero rivisti più tardi. Si divertiva ad immaginare
eventuali commenti da fare, qualcosa del tipo « Non vorrei dirti “te l’avevo detto”, ma te l’avevo detto. » Poi,
improvvisamente fu colto da una fugace intuizione che scatenò in lui dubbi molteplici. Il suo peregrinare per
l’Europa lo aveva condotto a Roma e poi a Pisa insieme a Claire. Li, avrebbe dovuto intercettare i suoi
obiettivi mentre, per una fortuita combinazione, la ragazza doveva incontrare il fratello che gli aveva dato un
presunto appuntamento per mezzo di un messaggio in codice.
Il tarlo del dubbio divenne insistente: guardando la cosa in prospettiva, e alla luce dello stato della sua
missione, o Claire aveva frainteso il messaggio di Alex, o questi si trovava davvero nella necessità di non
poter rivelare telefonicamente la sua posizione. Ma se così fosse stato, perché?
Pisa era la destinazione delle persone che stava aspettando, uomini ricercati e latitanti per diverse ragioni.
Tra questi, si nascondeva il suo contatto, colui che lo avrebbe portato da Malcor. Un buon motivo per trovarsi
casualmente a Pisa e non poter dare troppe informazioni al telefono poteva essere proprio questo: essere
uno degli uomini di Fighter.
Alex aveva qualcosa a che vedere con Malcor. Se così era, ciò significava solo due cose: o tutto era
accaduto per una serie di straordinarie coincidenze, oppure era stato scoperto e Claire lo aveva sedotto con
lo scopo di sviarlo, in qualche modo. Scartò a priori la seconda ipotesi, se la ragazza avesse voluto sviarlo
avrebbe fatto di tutto per portarlo fuori rotta, a meno che il suo obiettivo non fosse diretto a Pisa ma altrove.
Si sentì venire meno, la sola idea che Claire lo avesse raggirato lo faceva stare male. Certo, c’era anche la
possibilità che Claire avesse male interpretato il messaggio di Alex, ma questa, come le altre, andava
appurata.
Decise di fugare ogni dubbio.

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Prese il suo telefono cellulare e compose il numero telefonico che gli era stato fornito a S. Pietro la sera
precedente. Gli rispose la voce appartenente a l’uomo che aveva stabilito il contatto.
« Agente Firefox, ha già portato a termine la sua missione? » chiese la voce dallo spiccato accento
mediorientale.
« Nossignore. » ripose Firefox sapendo che adesso avrebbe dovuto scegliere con cura le parole da usare.
« Allora perché diavolo mi sta chiamando? » chiese contrariato il suo interlocutore.
« Ho bisogno di avere alcune informazioni e per il buon esito della missione vorrei una risposta sincera. »
ribatté l’agente ostentando tutta la calma possibile.
« Chieda pure. » rispose l’uomo all’altro capo del telefono con una certa perplessità.
« Si tratta di un ragazzo, un musicista che risponde al nome di Alex Major. È in qualche modo coinvolto
nella faccenda? » cihese Firefox a bruciapelo.
Seguì un interminabile silenzio. Infine ricevette la sua risposta.
« Si tratta del nostro obiettivo principale. Il motivo per cui l’abbiamo spedita a stanare il professor Malcor è
proprio perché riteniamo possibile che Alex Major si nasconda li. Ma lei come diavolo ha fatto a venire a
conoscenza di questo nome? »
Firefox si sentì come se gli avessero tirato un pugno allo stomaco.
« Diciamo che sto seguendo una pista, signore » rispose Firefox, « una pista che potrebbe permettermi di
portare la missione a termine con buon anticipo rispetto alla tabella di marcia! C’è qualcos’altro che dovrei
sapere su questo Alex Major? Ha dei familiari che potrebbero dargli una mano? »
« No Firefox. I genitori del ragazzo vivono a Vienna. Ha una sorella, ma è totalmente ignara
dell’importanza che ha suo fratello. » rispose l’uomo, chiedendo subito dopo « Ma perché una domanda così
singolare? »
« Niente signore, solo un’intuizione evidentemente sbagliata. » rispose Firefox rinfrancato.
« Va bene Firefox. Ora mi stia a sentire: Alex Major è il nostro obiettivo principale, ci aspettiamo che lei lo
neutralizzi senza ucciderlo: quel ragazzo ci serve vivo, costi quel che costi. Un’ultima cosa: insieme agli
uomini di Fighter c’è un uomo, David Ryan. Qualunque cosa accada, non gli torca nemmeno un capello. »
« David Ryan signore? »
« Si, esatto. Probabilmente farà un po’ di resistenza, ma è molto importante per noi. Trovi il modo di
neutralizzarlo senza fargli del male. » ordinò la voce.
« Va bene signore. Le darò la mia posizione una volta completata la missione. »
« Ma noi conosciamo già la sua posizione. Il rilevatore GPS che ha con se ci indica che lei si trova a Pisa.
Tra due ore saremo li anche noi. »
La comunicazione si interruppe bruscamente.
Firefox era disorientato. Claire era totalmente estranea ad ogni vicissitudine, ma proprio in quel momento
era in compagnia dell’obiettivo primario della missione. Poco importava se si trattava del fratello della
ragazza. I suoi superiori gli avevano ordinato di catturarlo, tanto gli bastava, o almeno così avrebbe dovuto
essere. In pochi istanti, la sua determinazione si trasformò in un senso di colpa. Claire aveva ragione, Alex si
trovava in grosso guaio. Era corsa in suo aiuto, senza sapere che quel guaio era proprio l’uomo di cui si era
innamorata.
« Dannazione! » esclamò Firefox in preda ad emozioni contrastanti. Decise di soprassedere e di rimandare
ogni possibile conflitto interiore a più tardi. Per il momento si sarebbe limitato a rintracciare Claire ed Alex,
poi avrebbe deciso il da farsi.
Claire era uscita dall’albergo quaranta minuti prima. Con un pizzico di fortuna, l’avrebbe trovata con Alex in
cima alla torre pendente.

***

L’uomo entrò di corsa nel lussuoso salone.


« Ci siamo! » esclamò con una certa eccitazione. « Con ogni probabilità entro stasera tutto sarà compiuto.
»
« Che mi dici di SCU? » domandò l’altro comodamente seduto su un divano in stile vittoriano.
« Ho dato disposizione di portarla in aeroporto. Dobbiamo muoverci, la partenza del jet è stata fissata tra
un ora! »
« Ben fatto, amico mio! Muoviamoci! »

49

Da lassù il panorama era davvero fantastico. Piazza dei Miracoli e l’intera città si aprivano ai suoi occhi fino

Rev 2.0 111


alla campagna circostante. Poi, ogni cosa si perdeva una cinquantina di chilometri più in la, dietro la curva
dell’orizzonte. Guardò l’orologio: ancora un quarto d’ora e il termine massimo dato a Claire sarebbe scaduto.
Stava iniziando a perdere le speranze quando si sentì toccare una spalla. Si girò di colpo.
« Claire! Allora hai capito il mio messaggio! »
« Certo che l’ho capito Alex, eri troppo strano al telefono. Che diavolo sta succedendo? »
Senza nemmeno rispondere, la abbracciò intensamente. Lei rispose allo stesso modo. Rimasero così,
accoccolati in cima alla torre per almeno tre minuti. Claire percepì in quell’abbraccio una gioia immensa, ma
anche tutta la preoccupazione di Alex.
« Allora Alex » gli sussurrò all’orecchio « ti va di raccontarmi tutto? »
Alex si staccò da lei e guardandola con gli occhi lucidi annuì.
« Non prima di averti offerto una cioccolata calda. Che ne pensi? » le chiese sorridendole.
« Penso sia un’ottima idea. Dai, andiamo! »
Discesero tutti i duecentonovantaquattro gradini della torre e si diressero presso lo stesso caffé dove il
giorno prima Alex aveva fatto colazione con Victor.
Si accomodarono sotto il gazebo esterno e fecero la loro ordinazione.
All’orizzonte Alex scorse nuvole di dimensione apocalittica cariche di pioggia.
Claire lo inquisì con lo sguardo per chiedergli una spiegazione circa la sua situazione. Alex non sapeva
bene da dove cominciare ma valutò che raccontarle sinteticamente ogni cosa partendo dall’inizio lo avrebbe
aiutato a dare alla sorella un quadro completo che sarebbe stato poi approfondito in un secondo momento.
« E va bene Claire, ti racconterò ogni cosa, ma devo chiederti di ascoltare tutta la storia, poi mi farai tutte
le domande che vuoi. È complicato anche per me, quindi, almeno per il momento, metti da parte il tuo spirito
giornalistico, ok? »
Claire acconsentì e si prestò ad ascoltare ciò che Alex aveva da dire.
Cominciò esattamente dal principio, dal suo missing time di qualche giorno prima e la crisi di nervi avuta
dal dottor Cover con la chiacchierata che ne era scaturita. Proseguì raccontandole del suo appuntamento
con Victor in un casale umbro nei pressi di Spoleto. Fu addirittura divertito dall’espressione sbigottita di
Claire mentre le parlava della folle corsa tra le colline umbre con un plotone che gli dava la caccia. E mentre
le diceva ogni cosa, sovente si chiese se la sorella lo stesse prendendo per pazzo. Questo accadde
soprattutto quando le disse della nave aliena che lo aveva tratto in salvo. Giunto a quel punto del racconto le
prime gocce di pioggia iniziarono a cadere dando l’avvisaglia del violento temporale che stava
sopraggiungendo. I due sembrarono non farci caso, al sicuro sotto il gazebo riscaldato da una stufa a gas.

50

Firefox si precipitò fuori dall’albergo e partì in direzione della torre pendente di gran carriera. A stento
riusciva a trattenere un fremito inarrestabile che sembrava dilagare senza sosta nella sua mente, ma,
dannazione, doveva mantenere il controllo. Aveva troppo a cui pensare, ma, per il momento doveva limitarsi
a raggiungere Claire e stanare la sua preda. Questo, più di ogni altra cosa aveva la priorità. Sapeva che non
poteva permettere ai suoi sentimenti di prendere il sopravvento ed inficiare il buon esito della missione. Ma
più correva in direzione del campanile pendente, più si sentiva rincorso dalla sua stessa ombra, una nube
scura fatta di emozioni estenuanti che volevano afferrarlo e trattenerlo. Aumentò l’andatura, come se volesse
sfuggire a se stesso. Giunto alle falde dell’antico edificio, si fece largo tra i turisti in coda intenti a pagare il
biglietto di accesso al monumento. Non pensò neppure di fermarsi alla cassa ed imboccò l’entrata divorando
la scalinata a spirale tre gradini alla volta. Giunse alla sommità della torre, la Cella Campanaria, da dove
poté accedere al terrazzo esterno, L’inclinazione dell’edificio e l’affaticamento della folle corsa gli
provocarono un giramento di testa. Sembrò non farci caso e prese a guardarsi intorno percorrendo il
terrazzo lungo tutto il suo perimetro circolare.
Non trovò altro che turisti intenti a guardare il panorama e scattare fotografie.
Imprecò.
Si affacciò al parapetto della terrazza dalla parte che dava su la piazza sottostante in cerca di qualcosa. Di
sotto, chiazze di persone anonime si muovevano in modo caotico. Frugò ancora con lo sguardo, ma Di
Claire nemmeno l’ombra. Si diede dello stupido, non aveva nemmeno pensato di chiedere alla ragazza il
numero di telefono cellulare.
Appoggiò le mani sul parapetto e riprese fiato. Il suo sguardo corse in largo e lungo per tutta Piazza dei
Miracoli, senza sortire l’effetto desiderato. Poi, improvvisamente, fu attirato dall’insegna colorata di un caffé a
poco meno di un centinaio di metri di distanza. Guardò ancora più in basso scorgendo le sagome sfocate di
persone sedute sotto un gazebo. A ridosso del perimetro di quest’ultimo vide una ragazza, dai contorni poco
nitidi che indossava un cappotto in tessuto rosa ed un cappello dello stesso colore.

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Fitte gocce di pioggia gelida si abbatterono su di lui.
Incredulo, estrasse dal suo zainetto a spalla un piccolo cannocchiale elettronico e lo puntò in direzione
della figura zoommando l’immagine fino a poter vedere il viso della ragazza come se questa fosse a non più
di un metro di distanza. L’aveva trovata!
« Claire! » esclamò sottovoce.
Ripose frettolosamente il binocolo gettandosi nuovamente per le scale. Compì il percorso inverso fino alla
base della torre. Si orientò in pochi secondi verso l’insegna del caffé che si stagliava di oltre quattro metri
rispetto al piano stradale. Raggiungerla si rivelò un’impresa assai più ardua del previsto, a causa delle
centinaia di persone che si frapponevano tra lui e la sua meta e che si muovevano caoticamente per sfuggire
al temporale inatteso. Aggirò un primo gruppo di turisti giapponesi e si gettò nel gruppo appena dietro.
Strattonò, spinse come meglio poteva cercando di compiere il tragitto più rettilineo e breve possibile.
Travolse un’ignara famigliola facendo cadere a terra un bambino di cinque anni che si mise a piangere più
per lo spavento che per le lievi conseguenze della caduta. Decine di persone si voltarono vero il pianto e
protestarono quando furono travolte a loro volta. Infine giunse nei pressi del locale e si precipitò sotto il
gazebo. Si guardò disperatamente attorno. Alex e Claire sembravano essere svaniti nel nulla.
Fece per ripartire ma si sentì toccare da dietro. Rincuorato, si voltò convinto che Claire, riconoscendolo,
fosse andata a chiamarlo.
La visione non fu quella immaginata.
Davanti a lui si ergevano due poliziotti di pattuglia a piedi nella piazza che udendo il trambusto provocato
dalla sua corsa si erano gustati tutta la scena. Convinti che si trattasse di un volgare borseggiatore in fuga ,
lo avevano rincorso fino al caffé.
« Favorisca un documento. » intimò uno dei poliziotti.
Fu quasi colto dal panico, ma anche stavolta mantenne il controllo.
« Deve esserci un errore agente. Stavo rincorrendo il mio cane per impedirgli la fuga. » si giustificò
banalmente non avendo nessuna idea migliore.
« Favorisco un documento. » lo incalzò il secondo agente.
Con le spalle al muro, Firefox estrasse dal taschino della sua giacca il suo passaporto contraffatto e lo
porse al primo poliziotto. Questi lo aprì guardando le generalità e assicurandosi che la foto sul documento
corrispondesse ai tratti somatici dell’uomo. Infine, senza battere ciglio, si rivolse nuovamente a Firefox.
« Bene signor Jack Simple, lei è in stato di fermo. Ci segua in centrale per la verifica delle sue generalità
ed una perquisizione formale. »
Firefox protestò.
« Ma io stavo solo... »
« Niente storie. Ha due possibilità: o viene con noi senza opporre resistenza o dovremo ammanettarla. » Il
tono del poliziotto non era affatto rassicurante.
Firefox era fradicio a causa del temporale, aveva perso di vista il suo obiettivo ed ora era per giunta in
stato di fermo. Sconsolato si limitò ad annuire ai poliziotti e fece per andare con loro. Poi improvvisò un
sonoro starnuto, portandosi le mani davanti alla faccia e piegandosi leggermente sulla destra. Con uno
scatto repentino afferrò una delle pesanti sedie di ferro battuto poste sotto il gazebo e la scaraventò con tutta
la forza che aveva sulla schiena del poliziotto più vicino. Questi finì direttamente a terra quasi privo di sensi.
Colto alla sprovvista, il secondo agente portò istintivamente la mano sulla fondina della pistola, ma ancor
prima che potesse pensare di estrarre l’arma, Firefox gli fu addosso assestando una serie di colpi sufficienti
a mettere fuori combattimento anche lui. Si concesse qualche altro secondo per recuperare il suo
passaporto e sottrarre ai poliziotti malconci le radio. Tutto accadde in pochi secondi sotto gli occhi di decine
di persone sgomente.
Jack Simple, nome in codice Firefox, si dileguò con la stessa velocità con cui era apparso nel convulso
pomeriggio pisano. Tornò in fretta e furia all’albergo dove aveva preso alloggio con Claire. Si spogliò
velocemente ed indossò abiti asciutti. Ammucchiò tutte le sue cose nella sacca da viaggio. Raccattò anche
gli effetti personali di Claire riponendoli nel suo trolley da viaggio. Uscì quindi dalla stanza, prese l’ascensore
dirigendosi nel parcheggio interrato dell’hotel dove caricò ogni cosa sull’Audi noleggiata a Roma e partì a
tutta birra dirigendosi verso la periferia di Pisa. Quando fu abbastanza lontano, si appostò nel parcheggio di
un centro commerciale sulla tangenziale della città.
La polizia aveva la sua identità fasulla, Jack Simple, a nome della quale erano state affittate le camere
d’albergo a Roma, a Pisa, e noleggiata l’auto all’aeroporto di Fiumicino. Nel giro di un’ora, la targa della
vettura sarebbe stata divulgata a tutte le centrali di polizia d’Italia. Non aveva altre alternative se non
abbandonare la macchina, bruciare il passaporto corrente ed appropriarsi di una delle nuove identità dei suoi
passaporti di scorta. Lasciare la macchina nel parcheggio di un centro commerciale gli era sembrata l’unica
idea sensata, soprattutto considerando che era il ventiquattro dicembre. Prima la polizia rinvenisse la vettura
abbandonata, sarebbero trascorse diverse ore, dandogli tutto il tempo possibile di riorganizzarsi.

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Le sue aspettative non furono disattese e il parcheggio del centro commerciale si rivelò intasato da vetture
in entrata ed uscita. Attese una ventina di minuti appostato nell’anfratto più lontano dall’uscita e
un’automobile liberò un posto. Lo occupò alla svelta e liberò la macchina dalle due sacche da viaggio e dallo
zaino, estraendo da una delle borse un nuovo passaporto. Sperò che questa fosse l’ultima volta in cui
avrebbe cambiato identità, almeno in quella missione. Lesse il suo nuovo nome: John Landless.
« Che fantasia! » ironizzò ad alta voce.
Come da copione, nel passaporto trovò anche una carta di credito con il relativo pin intestata al nuovo
nominativo.
Prima di allontanarsi definitivamente dalla vettura, prese una delle radio sottratte ai poliziotti e si sintonizzò
con la centrale. Il suo vecchio nome era stato divulgato, assieme alla targa dell’Audi. Diverse pattuglie
avevano fatto irruzione nella camera d’albergo abbandonata poco prima, trovandola vuota.
Lasciò le radio nella vettura senza preoccuparsi nemmeno delle impronte digitali: qualora la polizia le
avesse rilevate, si sarebbe accorta che non erano associate a nessuno con precedenti e si sarebbero
ritrovati con un nome senza un volto.
Con passo tranquillo ed i suoi bagagli alla mano guadagnò il primo piano del centro commerciale e da li
l’uscita. Fuori stava ancora diluviando e ciò aveva sortito l’effetto di congestionare ulteriormente il traffico
cittadino. Fermò un taxi e si fece accompagnare all’aeroporto di Pisa dove noleggiò un’altra auto a nome
della sua nuova identità. A nulla valsero le sue proteste quando l’autonoleggio gli consegnò l’unica vettura
disponibile.
« Una Mercedes Smart? Mi trovi subito qualcosa di meglio! » aveva intimato al responsabile.
« Mi dispiace signore » gli aveva risposto questi « ma al momento è l’unica vettura di cui disponiamo. »
Furibondo, firmò i documenti di noleggio e si fece consegnare il mezzo. Qualche minuto più tardi era
nuovamente sulla strada per il centro urbano. Allungò la mano destra nello zaino ed estrasse il rilevatore
satellitare. Lo accese e dopo qualche secondo apparve un’immagine ben definita.
Sorrise.
Aveva momentaneamente perso di vista il suo obiettivo primario, ma la fortuna non lo aveva abbandonato
del tutto. Il puntino luminoso rappresentante gli uomini di Malcor era a meno di dieci chilometri da Pisa.
Presto, quel puntino lo avrebbe condotto dritto dal professor Malcor e da Alex Major.

51

Samuel aprì la porta con espressione cupa. Non disse nulla ma si limitò ad incenerire Alex con lo sguardo .
« Mi dispiace Samuel, ma non mi hai lasciato alternativa. » disse Alex visibilmente dispiaciuto.
« La ragazza chi è? » chiese bruscamente Samuel.
« È mia sorella Claire, puoi farci entrare? » chiese Alex con tono supplichevole.
« Se non fosse per Malcor, ti lascerei marcire li fuori al gelo! » ribatté Samuel incollerito.
« Malcor? È qui? » domandò Alex.
« Certo che sono qui! » Malcor si affacciò alla porta.
Samuel si fece da parte. Alex e Claire poterono finalmente entrare.
« E così questa deliziosa ragazza è tua sorella! » Esclamò Malcor.
Alex annuì. « Si chiama Claire. »
Gli occhi di Malcor squadrarono Claire da dietro le spesse lenti dei suoi pesanti occhiali da vista.
« Cosa ti ha condotto qui a Pisa, Claire? » le chiese a bruciapelo.
Claire arrossì senza dare risposta.
« Già Claire » disse Alex, « come mai sei a Pisa? »
« È complicato Alex, e poi prima che mi proponessi di venire qui a causa della pioggia mi stavi
raccontando la tua storia. La mia può aspettare. » rispose Claire sulla difensiva.
Malcor interrogò Alex con lo sguardo. Il ragazzo non riuscì a fare altro se non aprire le braccia senza dire
niente.
« Non preoccuparti ragazzo » disse Malcor, « se hai deciso di raccontare ogni cosa a Claire, va bene così.
»
Alex si sentì rincuorato.
Dopo i convenevoli, i tre si rinchiusero in una delle stanze della casa. Alex continuò il suo racconto, questa
volta confortato e supportato dalla carismatica presenza del professore. Quando narrò a Claire della
regressione ipnotica, Malcor lo sostenne dando una convincente spiegazione delle straordinarie possibilità
che l’ipnosi e la programmazione neuro linguistica aprivano allo studio dei fenomeni di interferenza aliena.
Claire era sempre più stupefatta ma, a dispetto di quanto Alex aveva temuto, non si dimostrò per nulla

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scettica. Ascoltò con attenzione anche se il racconto della regressione ipnotica fattole da Alex presentò delle
lacune su cui Malcor non intervenne minimamente se non limitandosi a dare una veloce spiegazione.
« I ricordi di Alex sono ancora confusi a causa del livello di profondità raggiunto in ipnosi. Riaffioreranno un
po’ alla volta, ma in questi casi è raccomandabile non esercitare nessun tipo di pressione sull’addotto
fornendogli dati a cui potrà gradualmente avere accesso per proprio conto. »
Alex notò una scintilla di imbarazzo nello sguardo di Malcor.
Non poteva immaginare che il professore fosse stato vincolato al silenzio dalla sua stessa parte animica, in
attesa di eventi non tardi a sopraggiungere.
Il discorso fu infine dirottato sulle cicatrici degli interventi alieni tra cui il marchio. Claire trasalì.
Alex non comprese a fondo quella nuova ed inattesa reazione della sorella.
Come aveva potuto constatare, Claire si era dimostrata interessata all’argomento anche se con una vena
di nervosismo di fondo. Alex aveva interpretato tale irrequietezza come normale vista la complessità delle
tematiche che si stavano affrontando. Ma quando le mostrò la cicatrice sul piano tibiale Claire sprofondò in
un silenzio attonito.
Malcor capì immediatamente ma non disse nulla.
« È come la mia! » esclamò infine la ragazza con un filo di voce.
Stavolta fu Alex a trasalire.
« Vuoi dire che... » non ebbe il coraggio di finire la frase.
Presa da un raptus isterico, Claire strappò la calza che indossava mostrando il piano tibiale sinistro dove
campeggiava la sua cicatrice. Questi la esaminò sperando con tutto se stesso di trovare delle differenze
notevoli tra la cicatrice di Claire e la sua così da poterla rassicurare.
Le due cicatrici erano semplicemente della medesima natura.
« È genetica ragazzo mio » si intromise Malcor « Claire condivide il tuo stesso patrimonio genetico e,
dunque, la totale compatibilità con una parte animica. »
« Hanno preso anche me... » si limitò a commentare la ragazza con gli occhi visibilmente inumiditi. Alex la
strinse a sé e lei iniziò a piangere. Malcor rimase silenziosamente in disparte, con l’aria di chi assisteva
impotente alla stessa scena per l’ennesima volta. Non poteva essere altrimenti, negli ultimi vent’anni aveva
visto piangere centinaia di persone per lo stesso identico motivo.
« Quei bastardi ... Loro ... Io ... » Claire continuava a singhiozzare senza riuscire a completare la frase.
Alex poteva ben comprendere lo stato d’animo della sorella, solo non si sarebbe mai aspettato una simile
reazione. Nel suo immaginario, Claire era sempre stata una ragazza con una forza d’animo incredibile ed
ora eccola lì tra le sue braccia che piangeva come una bambina spaventata. Lui stesso, non aveva avuto
quella reazione. Si sentì totalmente inutile e il suo primo istinto fu quello di chiedersi « Come posso
proteggere mia sorella, la mia famiglia? »
Malcor sapeva che tutto ciò era fisiologico. Che uomini e donne reagivano in maniera diversa
nell’apprendere una cosa come quella, poiché diverse erano le cicatrici interiori che l’esperienza aliena
lasciava ad ognuno di loro. Così, mentre l’uomo tentava una reazione immediata, la donna crollava
irrimediabilmente su se stessa nella speranza di risvegliarsi da ciò che sembrava un brutto sogno.
Attese che Claire si riprendesse. Non ci volle molto, almeno in apparenza.
« Credo di aver sempre saputo. » disse la ragazza asciugandosi gli occhi.
In quello stesso istante qualcuno bussò alla porta. Malcor guardò Claire negli occhi e lei si limitò ad
annuire, come a dire che era tutto a posto adesso, che poteva anche evitare di preoccuparsi di lei ed invitare
ad entrare chiunque avesse bussato.
Malcor annuì a sua volta.
« Avanti. » disse.
La porta si aprì lentamente, svelando agli occhi di Malcor, Alex e Claire una sagoma familiare.
L’espressione di Alex si riempì di gioia.
« Victor! » esclamò.
Victor fece il suo ingresso nella stanza fissando Claire stupefatto.
« Claire, tu cosa ci fai qui? » chiese.
Non ricevette risposta e squadrò Alex e Malcor domandando lumi con lo sguardo.
« Cosa mi sono perso? » Domandò infine.

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52

Firefox era nervoso.


Fuori dalla sua Smart continuava a diluviare e, per qualche misteriosa ragione, si sentiva profondamente
agitato. La sua missione stava volgendo al termine. Un’ultima azione di forza e la pratica sarebbe stata
definitivamente archiviata e passata ai suoi mandanti.
Eppure si sentiva tutt’altro che tranquillo.
L’effetto sorpresa giocava a suo favore e disponeva di un addestramento tale da fargli considerare
quell’ultimo atto una mera formalità priva di reali complicazioni. Inoltre, l’infiltrato che gli aveva permesso di
giungere sin li, sarebbe uscito allo scoperto aiutandolo.
I suoi sentimenti per Claire, tuttavia, lo stavano mettendo alle strette. Aveva provato ad ignorarli. A un certo
punto di quel pomeriggio tempestoso si era perfino convinto di esserci riuscito. Ma questi erano tornati alla
carica sotto le spoglie di un profondo senso di colpa da cui non riusciva a liberarsi.
« Loro mi hanno salvato! Io sono un eletto. » continuava a ripetersi per riportare alla mente il profondo
senso di gratitudine che lo legava indissolubilmente ai suoi Signori.
« Mi hanno aperto gli occhi e dato la chance di poter riscattare il significato della mia vita contribuendo ad
un progetto ben più grande di qualunque cosa l’uomo possa solo osare immaginare. »
Si sentì meglio.
Il momento tanto atteso stava infine arrivando, l’istante in cui suggellare il senso profondo di un’intera
esistenza. Poterne far parte era per lui l’aspirazione suprema, a lungo rincorsa sin da l’infausto giorno in cui
era stato salvato ed il mondo intero era caduto nel lutto.
Il pensiero di Claire tornò a squarciare tutte le sue certezze, perno incontestabile su cui aveva impostato la
sua vita. Non sapeva spiegarsi l’oscura ragione, ma amava quella ragazza.
« Quale futuro potremmo avere? » si chiese. « Se mandassi al diavolo la missione, sarebbero in troppi a
pagarne le conseguenze. Il mondo intero non avrebbe più una sola possibilità di salvezza. Ed io un posto
sicuro in cui nascondermi.»
Fu quest’ultimo pensiero a fargli decidere di soprassedere in via definitiva suoi sentimenti per la ragazza.
C’era un prezzo da pagare e lui l’avrebbe pagato, sacrificando i suoi sentimenti ed il fratello di Claire.
« Un sacrificio accettabile per il bene di molti. » si disse.
Fu tuttavia sorpreso dallo scoprire che quest’ultimo pensiero non lo convinceva del tutto. Prese in mano il
suo rilevatore satellitare. Il puntino lampeggiante era ormai fisso su una strada a meno di duecento metri
dalla sua posizione.
« Muoviti Firefox. » si disse infine deciso a non indugiare oltre.
Con una rinnovata determinazione, John Landless, nome in codice Firefox, prese tutto l’occorrente ed uscì
dalla Mercedes Smart.
Finalmente, avrebbe portato a termine il suo incarico.

53

Le presentazioni ufficiali erano state fatte.


Malcor si sentiva più divertito che preoccupato. Davanti a lui c’era l’ex agente CIA ed FBI David Ryan
accompagnato dal Capitano della USS Air Force Arald Benedict ed il vicedirettore dell’FBI Robert Saipher.
Tutti esponenti di organizzazioni governative e militari contro cui aveva sempre lottato. Ora, tutti si trovavano
nel suo quartier generale, accomunati da un grottesco rapporto di interdipendenza forzata.
Ryan si sentì onorato di fare la conoscenza di Fighter. Saipher era invece interdetto: si trovava faccia a
faccia con uno dei massimi latitanti del mondo. Guardandolo in faccia, il professore aveva l’aria di qualunque
cosa tranne che di un terrorista di fama mondiale.
Il capitano Benedict era insolitamente irrequieto.
« Qualcosa non va Capitano? » gli aveva chiesto Malcor.
« Lei che ne pensa? » ribatté Benedict esasperato. « Sono un pilota dell’aeronautica statunitense e invece
di essere presso il mio comando d’appartenenza eccomi qui in fuga da non so cosa in compagnia di diversi
latitanti. »
« Si rilassi capitano! » intervenne Francisco. « Qui ognuno di noi scappa da qualcuno o qualcosa. Ma
questa nostra prerogativa comune ci ha permesso di sopravvivere. »
Benedict non ne era affatto convinto. Osservando le espressioni contrariate del capitano, Malcor sorrise
sfacciatamente di gusto.
« E lei cos’ha da ridere? » gli chiese Benedict con uno sguardo fiammeggiante.
« Oh niente. Semplicemente notavo quanto voi militari sembriate prodotti in serie. Tutti impettiti, pretendete

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di portare la vostra legge ovunque quando in realtà tutto quello che sapete fare è obbedire ad ordini su cui
non vi ponete alcun problema. Sembrate un branco di pecorelle con le fauci di un leone. »
« Stia attento a come parla, io sono un’ufficiale Americano. » rispose Benedict inviperito.
« Stia attento lei, capitano » si intromise Victor a muso duro. « qui non ha la benché minima autorità su
niente. Dovrebbe solamente dimostrarsi riconoscente e pensare a dare il suo contributo per guadagnarsi il
suo pasto caldo e la nostra ospitalità! »
Alex sgranò completamente gli occhi. Il Victor che conosceva era una persona mite, determinata ma non
così risoluta. Era incredibile quante cose avesse da imparare sul suo amico.
Benedict si guardò attorno furibondo. Poi, con il viso imbrunito dal suo stato d’animo, uscì dalla stanza
sbattendo la porta alle sue spalle.
« E tu hai rischiato la vita per quell’uomo? » ironizzò Francisco guardando Ryan.
Questi, si limitò a fare spallucce e commentare « La sua reazione è comprensibile, negli ultimi giorni è
stato protagonista di vicissitudini esasperanti. »
« Come tutti noi! » commentò enfaticamente Victor.
Claire intanto continuava a guardarsi attorno esterrefatta. Non aveva ben capito se si trovava in una
situazione comica o drammatica.
« Signori, cerchiamo di mantenere la calma. » esortò Malcor. « La situazione non è piacevole per nessuno
di noi, ma dobbiamo cooperare e trovare una soluzione comune. »
Almeno su questo furono tutti d’accordo.
Il difficile veniva adesso. Quella sera, in quella stanza, si stavano incontrando storie diverse tutte
accomunate da un unico filo conduttore. Stralci di vita si erano li intrecciati e mentre tutti discutevano sul da
farsi, Alex fu l’unico che sembrò cogliere delle sfumature precise.
« Non può essere un caso! » esclamò.
Tutti si girarono verso di lui. Si sentì quasi imbarazzato da quell’attenzione improvvisa. Superò il disagio
iniziale e spiegò il suo punto di vista.
« Se stasera siamo tutti qui deve esserci per forza un motivo. Riflettete: tutto quello che abbiamo in
comune l’uno con l’altro è riconducibile ad una matrice aliena. »
Tutti gli astanti si guardarono tra loro in attesa che Alex continuasse.
« Non capite? » proseguì Alex « Io e Victor abbiamo rischiato la vita e siamo stati salvati da un disco
volante. Il signor Ryan e il Capitano Benedict hanno vagato per mezza Europa cercando di sfuggire alle
grinfie del direttore della CIA e approdando qui perché Benedict ha abbattuto un aereo sperimentale che a
sua volta aveva disintegrato un UFO. Il vicedirettore dell’FBI Saipher è accorso in aiuto di Ryan e Benedict.
Infine c’è mia sorella, anche lei giunta misteriosamente a Pisa. Cos’altro deve accadere per convincerci che
prima di decidere il da farsi dobbiamo comprendere per quale motivo ci ritroviamo qui riuniti questa sera? »
Il silenzio calò nella stanza, avvolgendo tutti i presenti e i loro pensieri più profondi. Le parole di Alex erano
state più che sufficienti a trasmettere un concetto importante che tutti avevano istintivamente condiviso. Il
loro incontro non era frutto di un’improbabile casualità e, se davvero volevano cercare una soluzione
comune a quella situazione paradossale, prima dovevano comprendere il perché tante storie diverse si
erano finalmente incontrate e cosa aveva innescato tutti quegli eventi chi li avevano condotti.
« Alex ha colto nel segno! » esclamò Malcor. « Per quanto ci siano dei dettagli che continuano a sfuggirmi,
ho ben chiaro il centro nevralgico di questa situazione. »
Ora fu Malcor a trovarsi al centro dell’attenzione. Al contrario di Alex non si sentì per nulla imbarazzato.
« Come accade per ogni cosa che necessita di una spiegazione, anche in questo caso è la chiave di
lettura a fare la differenza. » proseguì il professore.
« E tu ce l’hai questa chiave di lettura? » domandò scetticamente Saipher.
« Oh no, non io. Nel nostro caso, la chiave di lettura è uno dei presenti in questa stanza. »
Ognuno dei presenti scrutò a fondo gli altri nella speranza che l’eventuale depositario di una spiegazione
plausibile si facesse avanti. Non accadde nulla.
« E chi è questa fantomatica chiave? » chiese esasperato Saipher. « Ho attraversato l’Atlantico rischiando
tutto quello che ho e per cosa? Andiamo Malcor, cerchiamo di essere razionali e di trovare una soluzione
seria senza impantanarci in spiegazioni discutibili. »
Ryan fulminò Saipher con lo sguardo. Dal canto suo, il vicedirettore dell’FBI rispose a quello sguardo
provocatorio alzando la voce.
« Non guardarmi in quel modo David. Sto rischiando il culo per te quando invece dovrei arrestarti. Dovrei
arrestare tutti voi senza pensarci due volte e non ti nascondo che l’idea inizia a stuzzicarmi non poco! »
commentò.
Scoppiò il caos.
Ryan scattò in direzione di Saipher afferrandolo per le spalle e sbattendolo contro il muro. Francisco e
Victor afferrarono Ryan da dietro prima che potesse nuocere all’uomo. Udendo quel trambusto, Benedict

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rientrò velocemente nella stanza e colto alla sprovvista da quella scena si frappose tra l’iracondo Ryan ed il
vicedirettore Saipher.
Ne scaturì un’accesa discussione.
Sbigottita, Claire si defilò in un angolo guardando impotente quell’inutile esplosione di testosterone. Malcor
le si avvicinò poggiando paternamente la sua mano sulla spalla di lei e rassicurandola con un sorriso.
Dal centro della grande stanza, Alex si guardò attorno esterrefatto. Un improvvisa vibrazione si stava
impadronendo di lui, scalpitando al centro del suo petto ed irradiandosi in tutte le direzioni del suo corpo. Si
sentì quasi fuori dal mondo, come se nuove e sconosciute percezioni stessero allertando i suoi sensi. La
vibrazione dilagò inesorabilmente, travolgendolo del tutto. Si sentì come se alcune delle zone d’ombra della
sua mente si stessero improvvisamente illuminando. Durò una manciata di secondi appena, al termine dei
quali comprese.
« Sono io la chiave! » esclamò sussurrando.
Malcor fu l’unico ad accorgersene.
« Sono io la chiave! » disse Alex una ancora una volta, con voce più alta e squillante di prima.
Stavolta lo udirono tutti.
« Sono io! » ripeté Alex per la terza volta, adesso con voce sgomenta per tutte le implicazioni che
quell’affermazione comportava.
Victor si avvicinò ad Alex. Appoggiò le mani sulle sue spalle e lo guardò dritto negli occhi.
« Alex, sei sicuro di quello che dici? » gli chiese con voce tremante.
Alex annuì, poi si rivolse a tutti gli altri.
« Il velivolo sperimentale che ha abbattuto il capitano Benedict aveva distrutto poco prima una navicella
appartenente alla razza Orange. »
« Razza Orange? » chiese Saipher perplesso.
« Si tratta di una delle razze aliene che operano sul nostro pianeta. » chiarì Alex immediatamente senza
indugiare oltre sullo sguardo scettico di Saipher. « È In corso una lotta intestina alla razza Orange. Alcuni
dissidenti si sono alleati con la razza che Malcor ha battezzato Sei Dita, passandogli gli schemi della loro
tecnologia basale utili a mettere a punto un dispositivo di rilevamento delle loro navi. Credo che l’aereo
sperimentale che ha disintegrato l’UFO Orange sia stato mandato da un gruppo paragovernativo al soldo dei
Sei Dita e dei dissidenti Orange. Molto probabilmente l’azione è stata coordinata da terra. »
« Come fai a sapere queste cose? » chiese Ryan sgomento.
« Sono informazioni che appartengono alla memoria aliena attiva che mi porto dentro. » rispose Alex.
« Memoria Aliena attiva? » domandò Saipher stupito.
« Non è importante che lei capisca di cosa sto parlando. Ci penserà Malcor a darle le spiegazioni del caso
più tardi. » replicò Alex sfidando l’autorità del vicedirettore dell’FBI. Poi tornò a rivolgersi agli altri. « La
memoria aliena attiva che si nasconde in me è in realtà il capo dell’armata Orange. Come vi ho detto prima,
alcuni dissidenti Orange si sono alleati con i Sei Dita, altri, invece, hanno stretto un accordo con un
organizzazione massonica israeliana che mi sta dando la caccia. Catturarmi significherebbe annientare la
memoria aliena attiva che mi porto dentro ed acquisire i residui delle sue informazioni che resterebbero
impressi nel mio cervello. Tra quelle informazioni, ci sono anche i piani segreti degli Orange per la loro
conquista globale ai danni delle altre fazioni aliene coinvolte nella ricerca dell’immortalità per mezzo
dell’anima umana. »
« Alex, sei sicuro di quello che dici? » chiese Victor preoccupato.
Alex si limitò a guardare Malcor il quale colse in quello sguardo un consenso ad intervenire.
« Alex sta dicendo il vero. » confermò il professore. « Ciò che vi ha appena detto è totalmente riscontrabile
nella regressione ipnotica a cui si è sottoposto la scorsa notte. Ecco perché gli Orange, dopo aver curato
Victor, gli hanno chiesto di proteggere Alex. Non possono permettersi che cada in mani nemiche e non
hanno potuto tenerlo con loro perché non sanno ancora chi sono i traditori in seno alla loro razza.. »
« Ciò significa » esordì Francisco « Che dobbiamo proteggere il ragazzo dai dagli israeliani da una parte e
da un organizzazione non meglio identificata sotto il comando dei Sei Dita dall’altra. »
Malcor fece di si con la testa.
Saipher e Benedict faticavano a capire di cosa si stesse parlando e digerire la questione. Si sentirono
presto a disagio. In quel momento, rappresentavano le proverbiali mosche bianche, i pesci fuor d’acqua o le
pecore nere della situazione, a seconda dei punti di vista.
« Quello che dici potrebbe spiegare molte cose. » intervenne Ryan. « Se non altro rappresenta il nostro filo
conduttore, anche se ora c’è da capire nel dettaglio in che modo ci leghi e cosa dobbiamo fare. Eppure
qualcosa continua a sfuggirmi. Tutti noi, in questa stanza, siamo accomunati da vicende che riportano
indiscutibilmente alle divisioni createsi tra gli Orange. Tutti eccetto uno! »
Alex capì immediatamente il punto. Si girò verso sua sorella.
« Dimmi Claire, come diavolo sei arrivata a Pisa? »

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In quell’istante si sentì un gran trambusto provenire dalla porta d’entrata dell’abitazione. Suoni di qualche
oggetto scaraventato a terra si alternarono alle grida di Samuel che era rimasto di guardia. Pochi istanti
dopo, la porta della stanza dove si trovavano tutti si spalancò e fu attraversata dalla sagoma di un uomo con
una pistola in mano.
« Nessuno si muova! » gridò il nuovo arrivato.
Claire guardò l’uomo in faccia ed impallidì.
« Jack, cosa diavolo stai facendo? » fu tutto quello che riuscì a dire.

54

Firefox bussò alla porta aggredendo il povero Samuel che gli aveva aperto. Gli bastarono due semplici
colpi diretti al viso per metterlo fuori gioco. Prima di cadere perdere i sensi Samuel ebbe solo il tempo di
pensare « Oggi non è proprio la mia giornata! »
In una manciata di secondi l’agente segreto si ritrovò davanti all’unica porta chiusa che dava sul corridoio
della casa, sincerandosi con la coda dell’occhio che le altre stanze fossero vuote. Spalancò la porta con un
calcio e si precipitò nella stanza pistola alla mano.
« Nessuno si muova! » gridò puntando l’arma contro le otto persone che occupavano la sala.
Si guardò attorno incrociando lo sguardo di Claire.
« Jack, cosa diavolo stai facendo? »
« Mi dispiace Claire, non avrei mai potuto immaginare che sarebbe andata a finire in questo modo! »
Alex guardò la sorella sgomento. In qualunque modo fosse arrivata a Pisa, la risposta alla sua domanda di
un istante prima stava per ricevere una risposta piuttosto eloquente.
Claire fu colta da un impeto d’ira. Ancora non capiva cosa stesse accadendo e le ci volle qualche istante
per far quadrare ogni cosa. L’uomo che le stava davanti le si era presentato come un’agente dell’FBI con
l’obiettivo di stanare un truffatore ed evasore fiscale. Le parve evidente che, data la situazione, Jack fosse in
realtà un uomo appartenente ad una delle fazioni che stavano dando la caccia al fratello.
Si sentì profondamente ferita.
« Mi hai mentito ed usata per arrivare al tuo scopo! » lo accusò.
« Non è così Claire, fino a qualche ora fa non sapevo nemmeno che eri coinvolta in qualche modo! »
rispose Firefox continuando e tenere sotto tiro l’intera comitiva.
« Perché sei qui, Jack? » lo incalzò Claire.
« Per tuo fratello! » le rispose Firefox rattristato.
Claire colse quella scintilla di disperazione nei suoi occhi. Si sentiva usata, ma dentro di sé sapeva che
Jack non le avrebbe mai torto un capello. Con fare impettito avanzò verso l’uomo. Lui la redarguì.
« Non muoverti Claire! » ordinò.
« Cosa vuoi fare, spararmi? » lo provocò la ragazza mentre avanzava lentamente verso di lui.
Alex e gli altri guardavano la scena con il fiato sospeso.
« Si se necessario, Claire! » la minacciò Firefox.
« E allora premi quel dannato grilletto perché è l’unico modo che hai per fermarmi! » replicò la ragazza
senza fermarsi.
Claire arrivò ad un metro di distanza dall’uomo. Le mani di lui tremarono ma non riuscì a sparare.
Incautamente, chiuse gli occhi sull’orlo di una crisi interiore.
Alex, che non aveva mai perso d’occhio sua sorella e lo sconosciuto agì prontamente. Raggiunse Firefox
con estrema rapidità.
Claire gridò « Alex, no! » ma era troppo tardi.
Assestò un sonoro colpo allo stomaco di Firefox disarmandolo al contempo. L’arma cadde a terra lui la
spinse via con un calcio. Firefox sembrò accusare il colpo, ma si riprese velocemente, troppo velocemente.
Senza il minimo preavviso, mirò violentemente al volto di Alex. Il ragazzo parò il colpo con la mano sinistra
facendo contemporaneamente scivolare il suo pugno destro in direzione del petto dell’uomo che Claire
chiamava Jack. Questi riuscì a schivare il colpo appena in tempo contrattaccando Alex all’altezza del collo.
Anche stavolta, Alex ebbe i riflessi sufficientemente pronti per evitare la botta e si tirò indietro per stabilire
una distanza di sicurezza dal suo nemico.
« A quanto pare, ci sarà da divertirsi! » esclamò Firefox allettato dall’idea di affrontare un avversario alla
sua altezza.
« Così sembra! » replicò Alex colto dalla stessa sete di competizione.
I due si studiarono qualche istante appena.
E poi accadde.

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Alex e Firefox si gettarono l’uno contro l’altro dando il via ad una serie di colpi potenzialmente micidiali. Ad
ogni attacco di Alex, Firefox parava o schivava il colpo, contrattaccando senza avere sorte migliore. Firefox
sferrò allora un portentoso calcio laterale. Alex scivolò sulla sua destra schivando il colpo, afferrando con il
braccio sinistro la gamba dell’uomo e avanzando contemporaneamente verso di lui con il pugno serrato e
diretto al plesso solare. Il colpo impattò con una forza inaudita. Firefox cadde all’indietro. Ma proprio quando
Alex pensava di aver ratificato la sua superiorità, l’agente segreto schizzò nuovamente in piedi spingendosi
con la schiena e sferrando una serie di pugni velocissimi che impattarono inesorabilmente il petto del suo
avversario.
Per il momento, erano pari.
Alex accusò tremendamente il colpo ed indietreggiò per prendere fiato. Comprese di avere davanti un
osso dannatamente duro.
« E bravo il nostro Jack! » commentò « Te la cavi piuttosto bene con arti marziali! »
« Tu non sei da meno. Non pensavo mi sarei divertito così! » rispose Jack sorridendo.
Diedero il via al secondo round. L’atteggiamento dei due era piuttosto strano: ciò che li animava non era
una causa per cui combattere, adesso si stavano sfidando per il semplice gusto di farlo.
Firefox si gettò su Alex con un pugno trasversale, ma questi avanzò sulla propria sinistra e bloccò con la
mano destra il colpo di Firefox assestandogli contestualmente una sonora gomitata in pieno volto con l’altro
braccio. L’agente segreto parve in difficoltà: ogni volta che Alex schivava o parava un colpo, era in grado di
contrattaccare allo stesso tempo esibendosi in un’unica micidiale manovra di difesa e attacco.
Alex sembrò intuire questo suo pensiero.
« Sorpreso vero? Si chiama Wing Chun. »
Firefox rimase interdetto. Aveva sentito parlare del Wing Chun, lo stile più moderno del Kung Fu, con alle
spalle appena meno di trecento anni di vita. Derivato dallo Shaolin Quan, il Wing Chun era considerata un
arte marziale altamente efficacie ma molto meno spettacolare delle altre. Alla base del Wing Chun c’erano
otto principi fondamentali ed Alex li stava ripassando tutti mentalmente mentre portava a segno le proprie
tecniche.

Se la strada è libera avanza


Avanzare coperti andando a bersaglio è il principio di base. Se l’avversario non è a sua volta coperto bene
dalla propria guardia, verrà colpito inesorabilmente.
Se la strada è chiusa “appiccicati” all’avversario
Se l’aggressore cerca di reagire non bisogna lasciargli l’opportunità di staccarsi e organizzare un
contrattacco. Perciò attaccatevi a lui come un guanto, non lasciategli il tempo di retrocedere e organizzarsi,
ma continuate ad attaccarlo.
Se l’avversario avanza, cedi
Normalmente un aggressore è fisicamente più forte della sua vittima, per questo nel Wing Chun ci si allena
ad avere la meglio su forze superiori alla nostra. Il Chi Sao insegna semplicemente a “svuotarsi” quando un
attacco è troppo forte, e a reagire cambiando il proprio angolo e la propria posizione rispetto all’avversario.
Se l’avversario indietreggia seguilo
Anche se un nostro attacco viene evitato, ne segue immediatamente un altro - Il Chi Sao allena i riflessi a
sentire immediatamente qualunque “buco” nella difesa dell’avversario e ad aproffitarne immediatamente,
senza esitazione.
Liberati della tua forza
Occorre essere rilassati, non tesi, per muoversi con fluidità e reagire alle azioni del proprio aggressore.
Dando per scontato che non possiamo vincere lo scontro con i muscoli, la nostra stessa forza non deve
diventare un freno, bensì dobbiamo lasciare la muscolatura rilassata, per poterci muovere nella maniera più
continua e veloce possibile.
Liberati della forza dell’avversario
Questo è spiegato bene nel terzo principio di combattimento. Quando un aggressore cerca di usare la
forza per avere la meglio, non bisogna cercare di opporsi con altrettanta forza, ma bisogna invece
accomodare la forza di chi aggredisce facendola scivolare sul proprio corpo e mandarla a vuoto, per poi
usarla contro di lui
Usa la forza dell’avversario
Con l’allenamento si impara che, assorbendo la forza dell’avversario, il nostro contrattacco diventa molto
più potente, perché incameriamo la sua energia nei nostri arti, come molle che vengano compresse; siamo
poi in grado di restituire tale energia una volta che queste “molle” vengano rilasciate.
Somma la tua forza alla forza dell’avversario
Oltre all’energia incamerata dal contatto con l’aggressore, nei nostri colpi scarichiamo anche tutta la forza
che abbiamo a disposizione.

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Ora li stava applicando tutti e otto ma Firefox non sembrava dare cenni di cedimento. Alex continuava ad
avanzare come un martello pneumatico ed ogni volta che Firefox scatenava i suoi colpi, Alex riusciva a farli
scivolare sul proprio corpo restituendo un attacco impregnato della sua forza sommata a quella
dell’avversario. Tuttavia, la guardia di Firefox era eccellente. Alex non aveva nemmeno capito che stile
marziale Firefox stesse utilizzando, non riuscendo a collocare i colpi di questi in nessuna delle arti marziali
conosciute, ma poco importava: il Wing Chun era stato creato per adattarsi ad ogni tipo di combattimento,
risultando tra le arti marziali quella più efficace.
Firefox sferrò un nuovo colpo, stavolta diretto allo stomaco di Alex. Questi fece cadere di netto il braccio
sinistro su quello di Firefox come una ghigliottina. L’agente segreto accusò il dolore ma non era finita: anche
stavolta Alex stava facendo seguire il suo contrattacco, un pugno diretto sul volto dell’avversario. La difesa di
Firefox era finalmente sguarnita ma proprio mentre Alex stava pregustando il dolce sapore di un colpo ben
assestato che andava a segno, si sentì colpire alle spalle con una violenza inaudita. Vacillò sulle gambe,
lottò strenuamente per mantenersi lucido ma ogni tentativo fu vano.
Inesorabilmente cadde a terra perdendo i sensi.

55

Firefox era incredulo.


Quando credeva di aver avuto la peggio, il suo avversario era misteriosamente crollato a terra in un tonfo
sordo. Dietro il corpo privo di sensi del ragazzo, si stagliava fiera la figura di un uomo con in mano la pistola
che Alex aveva sottratto a Firefox spingendola via.
« Sei tu! » esclamò Firefox. « Il mio contatto sei tu. Potevi intervenire prima ed evitarmi di perdere tempo. »
« Ho solo aspettato il momento migliore. » rispose l’uomo in posizione eretta, rigida, petto in fuori.
Ryan fu il primo ad intervenire.
« Capitano Benedict, ma questo cosa significa? » chiese incredulo.
« Stia zitto Ryan. Lei è stato semplicemente un ingenuo. » ribatté Benedict.
Ryan stentava a comprendere. « Pretendo una spiegazione, Capitano! » gli aveva detto.
« L’avrà al momento opportuno. Ora faccia il bravo e si metta in ginocchio a ridosso della parete in fondo
alla stanza insieme a tutti gli altri! » esclamò Benedict puntado la pistola verso l’uomo che aveva rischiato la
vita per trarlo in salvo.
Tutti furono costretti ad inginocchiarsi mentre Benedict li teneva sottotiro con l’arma alla mano. Firefox
riprese fiato e un istante dopo tirò fuori dal suo zainetto un rotolo spesso di nastro adesivo con cui legò tutti
presenti mani e piedi eccetto Benedict.
Venne il turno di Claire. Lui si abbassò verso di lei evitando di guardarla negli occhi.
« Sei un bastardo Jack! » disse la ragazza
Firefox non riuscì a far altro che rispondere « Tu non capisci Claire, loro mi hanno salvato. È per il bene del
mondo intero. »
« Stai solo farneticando. Che stupida sono stata a fidarmi di te! »
Al suono di quelle parole Firefox si sentì ferito. Ferito ed incompreso. Ma non avrebbe potuto agire
diversamente se non mostrare ai suoi signori tutta la sua devozione. Legò persino Alex ancora privo di sensi.
Poi estrasse un telefono cellulare.
« Sono Firefox, codice Delta Tango Echo 23 Zulu. Operazione compiuta. »
Si guardò attorno e si lasciò cadere sul divano dietro di lui, finalmente libero di riposarsi un poco mentre
lasciava a Benedict il compito di controllare la situazione e tenere sotto tiro tutti i presenti.
Colmo di rancore, Ryan fissò Benedict dritto negli occhi.
« Gran figlio di puttana. Giuro che la pagherà cara! »
Benedict lo schiaffeggiò in pieno volto, ferendolo lievemente sulle labbra. Un rivolo di sangue si riversò a
terra.
« Lei non farà un bel niente. Ancora una parola e le pianterò un bel colpo in testa! »
Firefox scattò in piedi afferrando Benedict da dietro prima che potesse dare seguito alle sue minacce.
« Ryan deve restare vivo, Capitano. Questo è un ordine preciso ricevuto dal controllo missione. »
Sconsolato, Benedict si allontanò « Se è questo che vogliono ... » disse.
Passò una mezzora abbondante. Il telefono cellulare di Firefox squillò. Rispose è ascoltò in silenzio.
« Bene signore, vengo ad aprire. » disse alla fine.
Abbandonò la stanza lasciando a Benedict il controllo della situazione. Tornò in meno di tre minuti con il
nuovo arrivato.

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Ryan e Saipher si guardarono in faccia colti di sorpresa.
« Finder!!! » esclamarono all’unisono.
« Ciao David, grazie per il tuo prezioso aiuto! » esclamò George Finder visibilmente compiaciuto. Prima
che Ryan potesse replicare si affrettò a specificare « Oh, so benissimo che non ci avresti aiutato
volontariamente, ma è il risultato quello che conta e tu sei stato fondamentale, tu insieme al nostro Firefox e
al capitano Benedict. »
Ryan si dimenò nel tentativo di liberarsi le mani ma fu inutile. Victor e Francisco lo guardarono sconsolati.
Poi Francisco chiese « Chi è lei? »
Fu Saipher a rispondere.
« È il direttore della CIA George Finder. »
« Ex direttore della CIA » precisò l’uomo. « Le ricordo che ora sono un ricercato e, ironia della sorte, lei
dovrebbe arrestarmi, ma non credo proprio potrà farlo » ironizzò Finder.
« E così David aveva ragione. Lei è davvero un farabutto. » rispose Saipher disgustato.
« Suvvia Saipher, non se la prenda a male! Lei non lo sa, ma se è diventato Vicedirettore dell’FBI lo deve
al sottoscritto. Metterla in una posizione del genere era l’unica soluzione possibile per poter garantire a
David tutta la protezione possibile. »
Saipher lo guardò incredulo. « Garantire tutta la protezione possibile per Ryan? »
« Oh, non si preoccupi, tra non molto vi spiegherò tutto. In fondo questo è il punto della storia in cui il
cattivo svela tutto il suo piano. »
Finder si diresse in direzione di Malcor. Raggiuntolo si piegò sulle ginocchia per guardarlo in faccia.
« Il grande Malcor! » esclamò. « Sapessi quanto ti ho dato la caccia! Anni e anni passati sulle tue tracce.
Ora, finalmente, eccoti qui impotente. »
Malcor non proferì parola e si limitò a guardare l’uomo senza avere palesare la benché minima
preoccupazione. Il suo volto era rilassato.
Finder si alzò e guadagnò il divano posto di fronte ai suoi ostaggi.
« Ed ora veniamo al motivo per il quale stasera siamo tutti qui. Immagino che abbiate già avuto modo di
capire da voi che il nostro obiettivo primario è Alex Major. » disse. « Come certamente saprete, il ragazzo è
depositario di ciò che voi definite memoria aliena attiva, la memoria aliena attiva del capo in forze della
fazione Orange. Per prenderlo, abbiamo dovuto innescare un complesso meccanismo di eventi a cascata
sulla scorta dei dati fornitici da S.C.U. »
« S.C.U? » domandò Ryan.
« S.C.U, Soul Carrier Unit o Unità Portatrice d’Anima. Si tratta di un unità biologica anima compatibile.
Inizialmente, la prendemmo in consegna per risolvere un’incresciosa questione personale. Poi, con il
passare degli anni ci rendemmo conto che in virtù della sua componente animica, S.C.U poteva prevedere,
incosciamente, una serie di interrelazioni di eventi futuri scatenati da uno o più eventi originali, sulla scorta di
ciò che la fisica moderna definisce effetto farfalla. In buona sostanza, collegammo S.C.U. a decine di
computer quantistici attraverso il più naturale degli ingressi dati di cui l’uomo è dotato: il nervo ottico. Grazie
a questi computer, inviammo ad S.C.U una serie probabilistica di eventi variabili e, con la derivazione di
equazioni opportune, cercammo di interpretare le sue onde cerebrali sotto forma di immagini e suoni. Il
nostro obiettivo era prevedere il futuro.
Tuttavia, fallimmo.
Decidemmo allora di fare la cosa che mai ci saremmo aspettati di fare: studiare con rigore assoluto gli
scritti del professor Fighter. Da questi comprendemmo che la componente animica dell’essere umano
interpreta tutti gli eventi come se si verificassero nel medesimo istante, senza fare differenze tra passato,
presente e futuro. »
Malcor sbiancò, ma continuò a non dire nulla. Non avrebbe mai pensato che i suoi libri, redatti per aiutare
le persone, potessero costituire la base di partenza per sviluppare una simile tecnologia. Si sentì disgustato.
« Suvvia professore, non la prenda a male. » disse Finder in tono di scherno. Poi proseguì nella sua
spiegazione. « Ci accorgemmo, ad un certo punto, che ogni volta in cui fornivamo ad S.C.U un nuovo
probabile scenario, i risultati restituiti sembravano fluttuare in molteplici epoche differenti. Ciò suggerì che
qualora avessimo innescato gli eventi ipotetici proposti ad S.C.U, avremmo ottenuto alcune ripercussioni non
desiderate. Ad ogni scenario probabile si innescavano dei meccanismi tali da non renderci in grado di
derivare contemporaneamente la posizione, la quantità di moto, la quantità energetica o le epoche in cui le
variazioni ipotetiche potevano verificarsi. Avevamo fallito una seconda volta. . »
« Avete fallito perché siete stati degli ingenui. » Commentò Malcor. « Secondo la meccanica quantistica, il
principio di indeterminazione di Heisenberg e la fisica di Bohm quello che volevate era pressoché
impossibile. »
« Quello che dice non è del tutto vero, professore. La cosa impossibile da fare era derivare tutti i risultati
contemporaneamente e con precisione assoluta. Ciò ci ha portato a formulare delle ipotesi probabilistiche,

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degenerando tutte le componenti fondamentali di S.C.U. Come i suoi scritti insegnano, professore, l’essere
umano completo è dotato di Mente, Spirito, Anima. Queste componenti sono rispettivamente prive dell’asse
dell’energia, dell’asse dello spazio e dell’asse del tempo. Quindi abbiamo riproposto gli stessi scenari a
S.C.U privandoli ogni volta di uno solo di questi assi. Ed abbiamo ottenuto l’effetto desiderato. Quando
proponevano uno scenario matematicamente privo di costanti energetiche, era la mente di U.S.C a fornire
dei dati. Quando invece lo scenario era privo di costanti spaziali interveniva il suo Spirito. Quando, infine, lo
scenario era privo della costante temporale, allora interveniva l’Anima. Tutte queste componenti
fondamentali avevano in comune l’asse della coscienza, seppur di grado differente, e dunque i dati restituiti
erano approssimati a livelli diversi. Per altro, la precisione dei dati non era assoluta ma probabilistica. A
questo punto fummo costretti ad inserire nel sistema delle equazioni di compensazione in grado di livellare la
qualità dei risultati ottenuti. Un artificio matematico, indubbiamente, ma sufficientemente integrato da non
alterare significativamente i calcoli quantistici. Infine ci siamo semplicemente limitati a triangolare i dati fino a
scegliere l’innesco di una cascata di eventi che, arbitrariamente, fornivano probabilità progressivamente
elevate di poter creare il futuro che volevamo noi. Per fare questo abbiamo dovuto tenere conto di
un’ulteriore fattore decisivo: l’esperienza personale di S.C.U.
« Cosa intende? » chiese Malcor.
« Durante il periodo di ricerca, ci siamo accorti che se gli eventi proposti ad S.C.U. erano in qualche modo
legati al suo vissuto personale, allora le probabilità di intervenire nell’epoca e nel modo desiderato
crescevano a dismisura. Se invece gli scenari proposti erano totalmente slegati dalla sua esperienza
personale, si creavano delle anomalie nella fluttuazione spaziale, temporale ed energetica. In parole
semplici, dovevamo considerare S.C.U come manifestazione locale della sua parte animica e, di
conseguenza, dovevamo partire dalle sue esperienze di base. Non farlo, significava chiamare in causa
almeno a livello teorico, non più la sua manifestazione locale dell’anima ma tutte le anime mediante una
sottile connessione esistente tra esse e che ci fatto comprendere come in realtà l’anima sia una sola,
localmente manifesta in più luoghi, tempi, coefficienti energetici. Anche in questo caso, gli scritti del professor
Fighter sono stati determinanti. Il risultato è stato strabiliante e ci ha portato qui questa sera. Abbiamo
innescato una serie di eventi madre che, a loro volta hanno innescato degli eventi figli interdipendenti. Il
verificarsi o meno degli eventi figli entro un ragionevole raggio probabilistico, ha causato l’aumentare o il
diminuire delle possibilità della nostra riuscita. Siamo partiti con una percentuale di riuscita del quarantadue
per cento, ma era il massimo che eravamo riusciti a tirare fuori. L’innesco dei giusti eventi con tempistiche
ragionevolmente derivabili ci ha permesso di innalzare negli ultimi giorni questa percentuale fino al
novantatre per cento di oggi pomeriggio. Questa sera, posso affermare che abbiamo centrato appieno il
nostro obiettivo: il cento per cento. »
George Finder sembrava totalmente soddisfatto di sé. Fiero, come mai Ryan lo aveva visto prima di quel
momento, sembrava in attesa di qualche domanda per salire ulteriormente in cattedra. Malcor, Francisco e
Victor avevano purtroppo capito bene ogni cosa. Ryan aveva seguito il discorso intuendone il senso di
massima. Claire, dal canto suo, era totalmente disinteressata alla questione, preoccupata per il fratello
ancora svenuto e ferita per il tradimento dell’uomo di cui si era innamorata. Saypher, invece, aveva fatto una
fatica enorme a seguire i ragionamenti di Finder e, alla fine, non aveva capito poi molto. Vista la situazione,
non si vergognò ad ammetterlo. La situazione gli era decisamente sfavorevole e l’unica cosa che poteva fare
era se non altro vederci chiaro nella speranza che qualcosa potesse far volgere gli eventi a loro favore.
« La pianti Finder! » esclamò. « Se davvero vuole spiegarci qualcosa, lo faccia in modo comprensibile. »
Finder rise di gusto.
Fu Malcor a dare la risposta semplificata che Saipher stava chiedendo.
« Quello che hanno fatto è molto semplice » disse, « Hanno sviluppato una tecnologia che gli ha permesso
di manipolare una serie di eventi per farne scaturire un futuro preciso. Questo futuro era la cattura di Alex in
virtù dei dati che suo malgrado contiene. »
« E quali sono stati gli eventi madre? » chiese Ryan.
« Il primo di questi » replicò Finder « è stato quello di farti pervenire un modo per accedere alla base di
Groom Lake, o Area 51. Li ti ho fatto arrestare in modo tale da creare le conduzioni che ti riportassero a
lavorare per me. In secondo luogo, abbiamo ingaggiato il capitano Benedict dicendogli cosa avrebbe dovuto
fare la sera in cui è stato abbattuto, ovvero sconfinare in suolo inglese per intercettare i velivoli sperimentali
Aurora. Quella stessa sera abbiamo testato la bontà dei nostri informatori Orange, verificando l’utilità della
tecnologia che ci avevano passato per intercettare i mezzi loro mezzi volanti. L’attacco è stato coordinato dal
nostro Firefox. Nei nostri piani, Benedict doveva essere abbattuto senza causare danni ai nostri velivoli.
Inoltre, Ryan doveva recuperare la nostra apparecchiatura elettronica installata sui radar dell’aeroporto di
Gatwick. Come previsto, Firefox l’aveva lasciata a Londra. Alcune cose non sono andate per il verso giusto e
uno dei nostri uomini, incaricato di supportare Ryan, ci ha tradito consegnando il congegno alle persone per
cui fingevo di lavorare, schierate con i Sauroidi. Ecco il motivo per cui sono diventato ricercato. Purtroppo

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S.C.U non lo aveva previsto, probabilmente a causa delle approssimazioni degli scenari. »
« Perché ha fatto tutto questo capitano? » chiese Ryan a Benedict.
« Non mi guardi così Ryan. Ormai sono prossimo alla pensione. Finder mi ha fornito l’opportunità di un
nuovo incarico per la sua organizzazione mentre, sotto copertura avrei continuato a lavorare per
l’aeronautica come istruttore. È difficile resistere alla possibilità di continuare ad essere operativo e, una volta
vinta la guerra, rientrare tra quei pochissimi che otterranno l’immortalità! »
« Ma che bisogno c’era di tutto questo? E poi come facevate a sapere che Alex sarebbe arrivato da noi? »
domandò Francisco.
« S.C.U ha analizzato miriadi di possibilità differenti. Lo scenario che abbiamo innescato era quello con il
più alto coefficiente di rendimento. Negli altri scenari, le possibilità di riuscita si attestavano ben al di sotto del
dieci per cento. Comunque sia, lo scenario scelto prevedeva l’innesco di un ulteriore evento. Attraverso
alcuni canali, abbiamo fatto pervenire ai dissidenti Orange collusi con le cavallette la notizia che la mente
aliena attiva del loro condottiero si nascondeva dentro Alex. Gli uomini degli insettoidi sono quindi partiti alla
ricerca del ragazzo raggiungendolo, come da previsione, proprio quando lui era con Victor. Ciò ha obbligato
gli Orange leali al loro comandate ad intervenire rimuovendo il chip cranico di Alex che tutte le fazioni aliene
potevano impiegare per rintracciarlo, fornendoci così la possibilità finale di lavorare indisturbati una volta
giunti alla sua cattura. Tutto è stato programmato con cura. Benedict è stata la nostra testa di ariete.
Convinto di salvarlo, Ryan lo ha portato dritto da voi. Per tutto il tempo, Benedict ha veicolato un
trasmettitore satellitare che ci ha permesso di raggiungervi. Il compito di Firefox era invece quello di
neutralizzarvi. »
Stavolta fu Malcor a prendere la parola.
« Ma perché » chiese « non siete venuti direttamente da noi due giorni fa? »
« In base alle nostre simulazioni, sapevamo che tutto si sarebbe concluso in Italia, ma a causa delle
approssimazioni sugli assi dello spazio e del tempo, non sapevamo il luogo ed il tempo esatti. L’unico che
poteva arrivarci era David, avendo già intrattenuto in passato numerosi contatti con voi. Inoltre, come le ho
detto prima, le simulazioni effettuati con S.C.U sembravano funzionare solo se gli scenari proposti tenevano
conto di elementi appartenenti alla sua esperienza specifica. Ryan è uno di questi elementi. »
Ryan rimase di sasso. Era stato inconsapevolmente sfruttato rivelandosi, suo malgrado, il grimaldello per
aprire le porte che interessavano a Finder. Si sentiva pieno d’ira ma soprattutto era sconcertato dall’ultima
affermazione del suo ex datore di lavoro. Finder colse la scintilla del dubbio e dello sconcerto nei suoi occhi.
« Ora capirai ogni cosa, David. » gli disse. Poi prese il suo cellulare e compose un numero. Attese la
risposta.
« Amico mio, portala qui. » fu tutto quello che disse.
Tutti erano caduti nello stupore più totale. Finalmente comprendevano quale fosse l’elemento comune,
l’invisibile filo conduttore che li aveva condotti li. La risposta si stava rivelando troppo amara per essere
digerita senza conseguenze.
Ora, con il fiato sospeso, erano tutti in attesa dell’ultima rivelazione: l’arrivo di qualcosa o qualcuno che gli
avrebbe dato, infine, la possibilità di comprendere ogni cosa.
Qualche minuto dopo, bussarono alla porta dell’abitazione. Firefox si dileguò per andare ad aprire. Dopo
un po’ ricomparve insieme ad altro uomo che Ryan riconobbe imemdiatamente, lo sceicco Uhmam. Dietro di
lui, nella penombra del corridoio, si nascondeva qualcun altro.
« Lasciate che vi presenti S.C.U. » disse Finder.
S.C.U fece finalmente il suo ingresso nella stanza accompagnata da Firefox. Ryan si sentì
improvvisamente mancare. Riconobbe immediatamente la donna. Il peso degli anni trascorso non sembrava
averla scalfita, ma il suo sguardo era assente quasi fosse stato privato di una sua volontà.
« Sara! » esclamò infine.
« Esatto David. S.C.U è proprio la tua Sara. L’elemento nevralgico della sua esperienza che l’accomuna a
te è l’amore che ha continuato a legarvi per tutti questi anni. » precisò Finder.
Ryan strinse gli occhi. Qualunque cosa avesse fatto tutti quegli anni, l’aveva fatta con il preciso scopo di
ritrovarla. Ed ora eccola li davanti a lui. Lacrime copiose iniziarono a sgorgare dai suoi occhi.
« Sara, sono io, David! » le disse con voce rotta.
Lei non lo riconobbe.
« Non può riconoscerti David. » spiegò Finder. « L’abbiamo tenuta in uno stato criogenico fino a qualche
giorno fa. È stata rianimata in previsione di questo momento. I suoi ricordi sono stati inibiti. »
« Sei un bastardo Finder! Questa te la faccio pagare, fosse l’unica cosa che faccio. » lo minacciò Ryan.
« Ti sbagli David. Il motivo per cui Sara è qui è perché voglio restituirtela, e sbloccare tutti i suoi ricordi. »
Ryan guardò Finder sorpreso. Tutto si sarebbe aspettato meno che una simile proposta. Tuttavia
conosceva l’uomo troppo bene per non poter sospettare una contropartita. Cercò di ricomporsi. Per riavere
Sara avrebbe fatto carte false, ma c’erano alcune cose che ancora doveva capire e doveva farlo

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immediatamente.
« Prima hai detto che l’avete rapita per risolvere una questione personale piuttosto incresciosa. Di cosa si
tratta? » chiese a Finder.
« La questione incresciosa era la vostra relazione, David. »
« La nostra relazione... Ma come può essere, io e te non ci conoscevamo nemmeno all’epoca. » replicò
Ryan nuovamente stupito.
« Ti sbagli David, tu non mi conoscevi, ma io conoscevo benissimo te! »
Ryan pietrificato da quell’affermazione. Qualunque cosa l’uomo stesse per dire, era evidente che avrebbe
cambiato la sua vita per sempre. Infine gli chiese: « Chi sei tu? »
« Io sono tuo padre, David. »
« Stronzate » rispose Ryan. « Quella era la copertura che mi hai dato qualche giorno fa. »
« Ti sbagli David, quella copertura mi serviva per introdurti nel gioco. Ti ho detto che era la tua copertura,
ma in realtà era il motivo per il quale ho fatto si che tutti i membri del nostro gruppo accettassero il tuo
ingresso nel nostro team.
Ryan si sentì venire meno. Non aveva mai conosciuto suo padre. Anna, sua madre, gli aveva detto che il
padre non aveva potuto riconoscerlo perché era l’esponente di punta di una delle più influenti famiglie degli
stati uniti. Lui era il frutto di una relazione adulterina dell’uomo. Tuttavia, nel corso degli anni era
puntualmente arrivata una generosa retta mensile che Anna aveva impiegato per dare un futuro a suo figlio.
Ora, Ryan comprendeva che quei soldi venivano direttamente dal portafoglio di George Finder.
« Perché? » gli chiese, « Perché me l’avete portata via? »
« Perché avevo altri progetti per te. Tra tutti i miei figli, tu sei stato l’unico che ha saputo dimostrare di
possedere le qualità necessarie per affiancarmi. Avresti dovuto finire gli studi e io mi sarei finalmente
presentato a te per lasciarti prendere il posto che ti aspettava di diritto in virtù del tuo lignaggio. »
« Il mio lignaggio? » chiese Ryan sempre più sbalordito.
« Tu appartieni ad una delle famiglie più potenti del mondo. La nostra famiglia ha una storia millenaria nella
gestione di vicende di importanza mondiale. Dall’antica Roma ad oggi, dietro molte delle più importanti
vicende di portata globale c’eravamo noi. Poi, alla fine della seconda guerra mondiale, abbiamo stretto in
segreto degli accordi con la razza Aliena che il professor Fighter ha ribattezzato Sei Dita. Siamo arrivati ad
occupare alcuni dei più preminenti posti nella gestione degli affari del mondo. Tu appartieni a noi. Ti abbiamo
portato via Sara perché ti eri innamorato della persona sbagliata. Una addotta, ci pensi? Che paradosso!
Allora pensai che fosse una semplice infatuazione, ma quando mi giunse la notizia di un serio sviluppo della
vostra relazione, ho dovuto agire di conseguenza. Avevo pensato al tuo bene e credevo che avresti assorbito
la botta e avresti saputo guardare oltre. Sono stato io ad averti offerto la possibilità di entrare nella CIA, e
quando ci hai lasciato, sono stato sempre io a garantirti una via preferenziale per entrare nell’FBI. Con il
tempo, avevo abbandonato la speranza che tu potessi seguire le mie orme. Quando, grazie ai dati elaborati
da S.C.U, ho capito che avevo finalmente la possibilità di riaverti al mio fianco. Pensaci David, ti sto offrendo
la possibilità di prendere il posto che ti spetta e di riavere Sara con te. »
Ryan si sentiva disorientato. Ormai il quadro era fin troppo chiaro e si accorse improvvisamente di
detestare quell’uomo con tutto se stesso. Ma l’offerta di Finder era troppo importante per poter essere
scartata. A Ryan non interessava né il potere e nemmeno vendersi a suo padre e all’organizzazione
manipolata da una razza Aliena. Ma Sara, l’aveva cercata a lungo ed ora aveva finalmente la possibilità di
riaverla con se.
Rimase in silenzio sapendo che Finder avrebbe atteso tutto il tempo necessario a ricevere una risposta.
Tutti i presenti si guardarono tra loro. Nessuno sapeva più cosa dire e per ognuno di loro quello era il
momento della sconfitta, irrimediabilmente. Solo Malcor sembrava avere un’espressione calma e ottimista,
destando la perplessità di Francisco e Victor.
Ancor prima che Ryan desse la sua risposta fu Claire a parlare.
« Che ne sarà di mio fratello? » chiese guardando Finder negli occhi.
« Cercheremo di tirargli fuori tutte le informazioni possibili ad ogni costo. Se sopravvivrà, diventerà il nostro
nuovo S.C.U. » disse l’uomo manifestando in quella risposta tutta la sua malvagia onestà.
« Sei un bastardo! » urlò Claire. « Che tu possa essere maledetto e morire nel peggior modo possibile
soffrendo le pene dell’inferno. »
Le urla di Claire furono interrotte da uno boato improvviso, uno scoppio amplificato dal riverbero prodotto
nel propagarsi dell’onda sonora.
Claire si accasciò per terra piangendo per il dolore mentre il fumo continuava a sollevarsi leggero dalla
canna della pistola che Finder teneva in mano.
« Credo che morirai prima tu di me, ragazzina! » esclamò l’uomo con un ghigno grottesco stampato sulla
faccia.
Firefox schizzò in piedi. Colto alla sprovvista, vide i vestiti di Claire impregnarsi del sangue che, copioso, le

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sgorgava dalla ferita. Lei continuava a piangere. Victor e gli altri le si accalcarono sopra come meglio
poterono a causa delle mani e dei piedi legati.
Ryan fu come risvegliato dal suo stato di riflessione profonda.
« Sei un bastardo! »
Finder non rispose.
In un ultimo guizzo di lucidità Claire si rivolse a Firefox.
« Jack, ti prego » gli disse, « so che sei una persona buona, aiuta mio fratello e gli altri. »
Firefox si sentì come impietrito. La ragazza che lo aveva innamorato era stata colpita a morte da una delle
persone che con lui dovevano salvare il mondo. Si sentì avvolto da una strana vibrazione. Di qualunque
cosa si trattasse, comprese che proveniva dalla sua parte più profonda. Sgomento, fissò Finder che sicuro
continuava ad impugnare la sua pistola.
« Jack! » lo implorò Claire un ultima volta tra dolori lancinanti.
Qualcosa prese il sopravvento in Firefox. Si riscoprì pervaso da una sofferenza enorme che sembrava
capace di toccare le corde del suo spirito. Provò risentimento e orrore per Finder.
Con un balzo improvviso, gli fu addosso e lo disarmò colpendolo dietro alla testa e facendolo crollare a
terra svenuto. Si guardò attorno e vide che lo sceicco Uhmam ed il capitano Benedict stavano puntando le
loro pistole addosso a lui. Riuscì ad essere più veloce e con la pistola con cui Finder aveva colpito Claire
esplose due colpi che perforarono le spalle destre di due uomini. Completò il lavoro raggiungendoli in una
frazione di secondo ed assestando una serie di colpi feroci che quasi li uccisero.
Corse quindi da Claire.
Si inginocchiò su di lei liberandole mani e piedi.
« Resisti Claire, posso curarti. »
Lei lo guardò sorridendogli.
« Sapevo che in fondo eri sempre il mio Jack! » disse con un filo di voce.
« Resta con me Claire, non lasciarmi! » la implorò l’uomo il cui viso era solcato da pesanti lacrime.
Claire lo guardò un ultima volta.
« Grazie Jack. »
Furono le sue ultime parole.
Poi scivolò via, addormentandosi per sempre.

56

Riemerse da suo stato di incoscienza.


Era sdraiato sul divano del salone. L’ultima cosa che ricordava era lo scontro con lo sconosciuto piombato
misteriosamente li e che rappresentava il motivo per cui sua sorella Claire era arrivata a Pisa.
Incrociò lo sguardo di Victor. L’uomo lo stava fissando con aria grave.
« Cosa è successo? » gli chiese Alex.
« Sei rimasto svenuto per circa un’ora. » rispose l’amico distogliendo lo sguardo, come se si sentisse
fortemente turbato o imbarazzato.
Alex cercò di alzarsi. Ebbe la sensazione di crollare ma prima che potesse ricadere sul divano fu afferrato
da Victor che lo aiutò a sedersi.
« Vacci piano Alex, sei stato colpito alle spalle con il calcio di una pistola. È stata una bella botta! »
Annuì congiungendo le mani dietro la nuca e piegandosi in avanti.
« Be’ » replicò Alex « se tu sei qui libero di muoverti, significa che ve la siete cavata anche senza di me! »
Lo sguardo di Victor si fece nuovamente cupo. Sapeva di dover dire qualcosa ma si sentiva bloccato.
« Come dirgli che Claire non c’è più? » si chiese.
Alex colse il suo stato di evidente preoccupazione. Poi fu trafisso da una sensazione ingombrante, la
peggiore che avesse mai provato.
« Cos’è successo Victor? » gli chiese temendo la risposta.
Victor cercò di rispondere, ma gli riuscì solo di abbassare lo sguardo.
Alex gli poggiò una mano sulla spalla. Qualunque cosa l’uomo dovesse dirgli, gli era evidente che la
situazione doveva essere piuttosto grave ed il bilancio presumibilmente pesante.
« Per l’amor di Dio Victor, qualsiasi cosa sia successa ti prego di dirmela! » lo implorò Alex.
Victor biascicò qualcosa di incomprensibile. Stufo, Alex strinse la morsa della mano sulla spalla dell’amico
esortandolo a non aspettare un minuto di più.
« Si tratta di Claire! » esclamò l’uomo. Le parole gli si erano fatte strada fino alle orecchie di Alex in modo

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stridulo.
Alex si sentì mancare.
« Cosa è successo? Come sta? »
Victor abbassò di nuovo lo sguardo sforzandosi di non cedere al dolore. Sapeva che adesso Alex avrebbe
avuto bisogno di tutto il suo sostegno. Poi, rammaricato, si limitò a scuotere la testa.
Alex comprese.
« No! Non può essere! Non ci credo!!! » esclamò in preda al panico più totale. « Ti prego Victor, dimmi che
non è vero. Amico mio... ti prego... »
Una lacrima gli attraversò il volto.
Victor lo abbracciò. Alex stette così, il viso sulla spalla di Victor per un paio di minuti bagnando
inevitabilmente la camicia dell’uomo con le sue lacrime. Improvvisamente fu colto dall’ira.
Lo spinse via.
« Ahhhhhhhhhh!!! » urlò con quanta voce aveva in corpo. « Voglio sapere chi è stato. Portami da lui! »
Victor cercò di calmarlo « Alex non credo sia una buona idea.... »
Alex urlò ancora nuovamente « Ti ho detto di portarmi da lui!!! »
Victor comprese di non poter fare altrimenti. Titubante, condusse Alex nella stanza in cui erano stati
momentaneamente segregati lo sceicco Uhmam, il capitano Benedict e George Finder, il carnefice di sua
sorella. Per giungervi passarono per il corridoio della casa dove Alex sfilò davanti agli sguardi di Malcor,
Francisco Ryan, Saipher e Samuel. Nessuno di loro riuscì a dirgli nulla. Con la coda dell’occhio vide pure
una donna che non conosceva ma che suscitò in lui una certa familiarità.
Giunsero di rimpetto alla porta della stanza. Victor l’aprì e Alex si ritrovò davanti ad Arald Benedict più due
sconosciuti.
« Chi è stato? » chiese pacatamente ma con risolutezza.
Victor si limitò a puntare il dito contro Finder.
Alex guardò l’uomo legato mani e piedi e con la bocca imbavagliata. Avvertì una nuova sensazione
crescere dentro di lui, qualcosa che mai prima d’ora era stato capace di provare. Il suo spirito si stava
agitando aprendo le porte a nuovi e sconosciuti sentimenti. Il primo di questi fu una sofferenza profonda.
Questa divenne presto rabbia e la rabbia si trasformò in odio. Un demone si era risvegliato in lui, ed ora
gridava vendetta.
« Trema! » disse.
Poi, come una furia gli fu addosso con un portentoso calcio nello stomaco. Il bavaglio sulla bocca di Finder
fu presto impregnato di sangue. Alex continuò a colpire senza sosta. Ad ogni botta, riusciva ad avvertire i
sordi gemiti del suo nemico. Victor assisteva allibito. Impotente.
Il terrore dilagò nello sguardo di Finder. Aveva l’espressione di chi non capiva come gli eventi erano potuti
cambiare in quel modo. Eppure aveva agito in maniera impeccabile sulla scorta dei dati forniti da S.C.U.
Cercava di capire in cosa avesse sbagliato. Infine comprese che il suo errore risiedeva nell’aver avuto il
grilletto facile. Per lui Claire non contava, era solo uno dei tanti esseri insignificanti di questo pianeta. Ma
aver agito in quel modo gli a stava costando caro. In qualche modo, comprese, Firefox era legato a quella
ragazza. Eppure, S.C.U non aveva mai fornito informazioni al riguardo. Poco importava adesso, la sua
missione era fallita ed lui si ritrovava alla mercè dell’ira di Alex. I colpi gli giungevano veloci, mirati, potenti.
Immaginò i suoi organi lacerarsi sotto la violenza inaudita di Alex. La preda era infine divenuta predatore.
Quasi esanime, temette la fine.
Accadde qualcosa di inaspettato.
Victor bloccò Alex da dietro.
« Alex, finirai per ucciderlo! » esclamò.
Alex si scrollò l’amico di dosso pronto a colpire fino alla morte. Victor tentò ancora e si frappose tra Alex e
Finder.
« Levati dai piedi Victor! » lo minacciò Alex.
Victor non si mosse.
« Lo stai massacrando! » esclamò. « Se è questo che vuoi davvero, non ti fermerò. Ma tutto ciò non
servirà riportare in vita Claire. Lo capisci questo? »
Al suono del nome di sua sorella Alex parve ritornare in se.
« Claire! » ripeté sottovoce mentre le lacrime gli riempirono nuovamente gli occhi. Il senso di vuoto lo
sopraffece e si sentì sprofondare nell’abisso.
Cadde sulle ginocchia guardando l’assassino di Claire negli occhi.
Finder era terrorizzato.
« No! » esclamò Alex. « Qualunque cosa tu abbia fatto, non diventerò come te! »
Si alzò da terra e si asciugò il viso. Si rivolse quindi a Victor.
« Portami da lei! »

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Victor annuì.
Alex lo seguì e si ritrovarono nuovamente nel corridoio.
Saipher li stava aspettando.
« Cosa è successo li dentro? » domandò a Victor.
Questi non rispose e gli fece cenno con il capo di recarsi dentro per verificare lui stesso. Poi condusse Alex
al secondo piano dell’abitazione indicandogli la porta di una nuova stanza.
Alex entrò.
Vide il corpo di Claire privo di vita, adagiato su un letto. Inginocchiato accanto a lei, Firefox versava lacrime
amare. Alex lo afferrò da dietro spingendolo via senza neppure degnarlo di uno sguardo. Poi, si sedette
accanto a Claire.
Guardò il suo viso. Su di esso colse un’espressione sofferente ma piena di gratitudine.
« Fino all’ultimo ... » gli disse Firefox da dietro, « fino all’ultimo si è preoccupata per te. »
Alex cadde su di lei abbracciandola. Scoppiò in lacrime ancora una volta.
« Mio Dio Claire ... Cosa ti hanno fatto? » disse con la voce rotta dalle lacrime.
La sua disperazione divenne totale.
Qualcuno poggiò una mano sulla sua spalla. Sconfitto, si voltò ed incrociò uno sguardo addolorato di
Malcor « Mi dispiace ragazzo, non avrei mai creduto che le cose potessero andare così! »
Alex lo fissò a lungo negli occhi. Poi, improvvisamente, si sentì colmo di una nuova, radicata
consapevolezza. Comprese che la sua esperienza umana era adesso completa.
Una rinnovata coscienza della vita, dell’amore e della morte si schiuse dentro di lui. La vera e misteriosa
natura dell’uomo si apriva ora alla sua comprensione, mostrandosi inaspettatamente chiara.
Fu solo un istante, ma sufficiente per aiutarlo a ricollocare ogni cosa.
« Non preoccuparti Malcor » disse infine, « era necessario! »
Prima che Malcor potesse replicare, si girò verso Claire e la strinse tra le sue braccia.
Il corpo di lei era freddo, immobile. Rigido.
Il suo dolore si acuì nuovamente.
« Non è così che dovrebbero andare le cose. » disse sottovoce. « È contro ogni ordine naturale. »
Strinse gli occhi.
Ebbe una visione.
Dentro di se vide tre globi di luce di colore differente. Uno era di colore verde, trasparente, come l’acqua
cristallina dei mari del sud. L’altro era di un rosso acceso, impetuoso e fiammeggiante. Vide infine l’ultima
sfera, eterea, colorata di un blu cobalto dalle sfumature argentee. I tre globi si mossero l’uno verso l’altro,
danzando vorticosamente fino a diventare una nuova, unica entità.
La Mente, lo Spirito e l’Anima si erano risvegliati. La Triade era finalmente riunita.
Avvertì una profonda vibrazione crescere in lui a dismisura, sempre di più. Si sentì più forte, padrone delle
proprie facoltà. Fu come se emozioni, pensieri e sentimenti si fondessero in qualcosa di totalmente nuovo,
sconosciuto, unico. Eppure, sapeva di conoscerlo da sempre.
Tutto divenne più intenso
Un insolito calore si irradiò dal suo corpo in ogni direzione della stanza, travolgendo il corpo esanime di
Claire.
E poi accadde.
All’inizio fu solo un lieve rumore, un’impercettibile suono lontano. Lo udì una volta, poi un’altra e un’altra
ancora. Il suono divenne più distinto, corposo, regolare. Ancora stretto al corpo di Claire, gli occhi chiusi,
percepì chiaramente il petto della ragazza gonfiarsi e sgonfiarsi ritmicamente.
Tutto sembrò coglierlo alla sprovvista. La vibrazione che era in lui sparì di colpo e dentro di sé vide i tre
globi luminosi separarsi e tornare all’aspetto originale. Ma vide pure che qualcosa era cambiato: ora, le tre
sfere erano unite da sottili e dinamici fili luminosi.
Credette di aver sognato. Ma del sogno restava il tonfo sordo e regolare che proveniva dal petto di sua
sorella.
« Non può essere! » si disse, ma il suono era ancora là.
La sua testa poggiata sul petto di Claire fu presto raggiunta lievi e caldi soffi. Un respiro, un altro e poi un
altro ancora. In preda ad una gioia improvvisa riaprì gli occhi di colpo.
Claire si era ridestata a nuova vita.

57

Victor, Malcor e Firefox erano esterrefatti.


Da tempo il professore che, una volta liberatisi dalle interferenze aliene, gli addotti potevano sviluppare

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capacità molto particolari. Ma mai si sarebbe aspettato di vedere una persona tornare alla vita.
Alex era ancora seduto accanto a Claire. Stava piangendo, adesso, lacrime di gioia.
La strinse a se, poi la adagiò delicatamente sul letto limitandosi ad osservala mentre dormiva serena.
Passarono alcuni minuti in cui tutti stettero in silenzio, con il fiato sospeso.
Lentamente, Claire riaprì gli occhi. Vide Alex in lacrime che la guardava.
« Alex, perché piangi? » domandò.
« Non ricordi niente Claire? » replicò lui asciugandosi il viso.
Claire aggrottò la fronte. Poi spalancò gli occhi li guardando avanti a sé.
« L’uomo con la pistola! » esclamò stupefatta. « Quell’uomo mi ha sparato! »
Colta da un impeto d’ansia portò entrambe le mani all’addome. Tutto quello che trovò fu il foro del
proiettile sul suo maglione. I tessuti organici sottostanti erano perfettamente sani, senza il minimo graffio o
cicatrice.
« Com’è possibile? » chiese la ragazza.
Fu Malcor ad intervenire.
« Ora riposa un po’ Claire, ne hai bisogno. Più tardi ti spiegheremo ogni cosa. »
Claire lo guardò titubante, poi rivolse lo sguardo ad Alex. Lui le sorrise rassicurandola.
Firefox si avvicinò al letto, desideroso di salutare la ragazza che amava. Alex lo incenerì con lo sguardo.
« Sparisci da qui, è tutta colpa tua! » intimò.

« No Alex » intervenne Claire. « L’uomo con la pistola voleva rapirti e farti del male. È stato Jack a metterlo
fuori combattimenti salvando te e gli altri. »
Sorpreso, Alex allargò le braccia in segno di resa e si fece da parte.
Firefox si avvicinò finalmente a Claire. Le si inginocchiò accanto accarezzandole la fronte e i capelli.
« Puoi perdonarmi? » le chiese.
« Hai salvato quanto di più caro ho al mondo! » replicò la ragazza, « grazie Jack. »
Firefox l’abbracciò baciandola. Poi l’accarezzò di nuovo.
« Ora dormi » le disse, « ci vedremo più tardi. »
Claire annuì e chiuse gli occhi. Si sentiva bene ma stanca come se fosse nata di nuovo. Non era lontano
dal vero.
Firefox raggiunse Alex, Victor e Malcor. Quest’ultimo gli fece un cenno esortandolo a seguirlo.
« Andiamo ragazzo, è arrivato il momento che tu ci spieghi chi sei. »

***

La cena della vigilia fu per loro un frettoloso pasto a base di sandwich. Ryan, Saipher e Francisco furono
messi al corrente di quanto accaduto poco prima al piano superiore della casa.
« Non ci posso credere! » esclamò Saipher.
Ryan sorrise. Per quanto stupefatto, non faticava a credere alla cosa. Divertito dallo stupore del suo amico
Robert ironizzò: « Questi sono gli spettri che mi accusavi di inseguire, amico mio. »
Saipher arrossì.
Ryan si congedò frettolosamente portando qualcosa da mangiare a Sara. Lei sedeva nel salone principale
dove tutto si era consumato. Il suo sguardo era perso nel vuoto.
Quante cose erano successe in quei giorni. Quante in quegli anni. E Ryan aveva speso ogni secondo della
sua vita con un solo obiettivo: ritrovare Sara. Poco importava se Finder le avesse inibito la memoria, lui
l’avrebbe aiutata a ricordare.
« Cosa facciamo con Finder? » gli aveva chiesto Saipher.
« Per quanto mi riguarda puoi farne quello che vuoi. Può anche essere il mio padre biologico, ma io e lui
non abbiamo niente da spartirci. Quel figlio di puttana ha rovinato la mia vita e quella di molte altre persone.
»
Saipher sorrise. « Ho in mente qualcosa di speciale per lui, qualcosa che salverà il mio ed il tuo bel
fondoschiena dalle ire del direttore Foreman. »
Ryan sorrise. Poi, sandwich alla mano, andò da Sara.
Attorno al tavolo rimasero Malcor, Francisco, Victor, Alex e Firefox.
« Bene agente Firefox » esordì Malcor. « Ora dicci chi sei davvero. »
Firefox fu colto da un senso di dolore profondo. Per la prima volta dopo tanti anni avrebbe potuto
raccontare ogni cosa di sé.
« Il mio vero è Fabien. Fabien Lacroix. Sono nato in Francia trentadue anni fa. Ho studiato alla Sorbona
laureandomi in Finanza e Management. Finiti gli studi, trovai lavoro presso una multinazionale specializzata
sul controllo dei flussi finanziari. Dopo pochi mesi dal mio primo incarico, mi mandarono alla sede di New

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York per un corso finalizzato alla formazione di nuovo personale dirigente da stanziare presso le nuove sedi.
Era l’agosto del 2001. »
Sentendo il periodo di riferimento, Malcor schizzò in piedi.
« La sede in cui lavoravi era situata al World Trade Center? » chiese sospettoso.
Firefox rimase interdetto.
« E tu come fai a saperlo? »
« Solo un’intuizione. » sorrise « Credo di sapere come sei finito a fare l’agente segreto. »
Firefox lo guardò incuriositi e stupefatto. Sconfitto dall’intensità della giornata si abbandonò sulla sedia
pronto ad ascoltare quanto il professore aveva da dire.
« Tu lavoravi presso una delle due torri gemelle. L’11 settembre, la mattina dell’attentato, eri li. Al momento
del crollo, sei stato tratto in salvo da una nave spaziale insieme ad altre persone. Gli occupanti di quella
nave erano il tipo di alieno che noi definiamo Sei Dita. Dovresti conoscerli molto bene ormai. Sono molto alti,
fronte spaziosa, fini capelli argentei e sei dita per ogni mano. Vestono con lunghe tuniche bianche e
solitamente portano al collo un medaglione Triangolare con un cerchio inciso al centro. Hanno condotto te e
gli altri presso una base sottomarina. Vi hanno detto che eravate degli eletti e vi hanno sottoposto ad un duro
addestramento di tipo militare finalizzato al vostro impiego in missioni particolari. Voi avete accettato di buon
grado per tre motivi specifici. Primo, non avevate alternativa. Secondo, quell’episodio straordinario di per se
dava una risposta a miriadi di domande vi eravate posti più e più volte nel corso della vostra vita fino a quel
momento circa strani eventi a cui non riuscivate a dare una spiegazione razionale. Terzo, vi hanno lasciato
credere che le missioni per cui vi stavate preparando fossero per la salvezza dell’umanità. »
Fabien Lacroix era scioccato. Con una precisione che rasentava l’esattezza, Malcor aveva descritto in
poche battute quello che riconosceva essere l’evento cardine di tutta la sua vita.
« Ma come fai a sapere tutte queste cose? »
« Le so perché una delle persone che ho aiutato a liberarsi dalle interferenze aliene, ha ricordato in ipnosi
che quel giorno era sulla stessa nave che vi ha salvato. L’avevano rapito per espletare le loro pratiche
ordinarie e poi l’hanno riportato a casa. Ma non voi! Non vi hanno salvato perché siete degli eletti, ma solo
perché volevano utilizzarvi per i loro fini. Toglimi una curiosità, Fabien: nel corso del tuo addestramento, ti è
mai stato chiesto di entrare dentro qualche congegno di forma cilindrica? »
Firefox sbiancò.
« Quella è stata la parte peggiore dell’addestramento. C’erano diverse stanze con i cilindri, ognuna con
uno scopo specifico. Una serviva per creare dei cloni di ognuno di noi, ma non ci hanno mai voluto dire il
motivo. Ce n’era un’altra con un cilindro scuro. Ogni volta che ne uscivo ero distrutto. Dicevano che serviva
a raffozzarmi. Ma ora dimmi: come conosci tutte queste cose? »
Malcor spiegò a Fabien ogni cosa. Gli raccontò dei suoi studi trentennali, delle sue scoperte, delle
metodologie messe a punto per aiutare glia addotti. Gli disse che non era un eletto, ma un addotto come
tanti altri e che era stato salvato perché i Sei Dita volevano avere una loro scorta personale su cui operare
senza interferenze da parte delle altre razze aliene. Infine gli parlò della reale struttura dell’uomo completo e
dell’oggetto della contesa che aveva scatenato quel casino interplanetario: l’anima e l’acquisizione, per
mezzo di essa, dell’immortalità. Gli spiegò il che il cilindro scuro serviva a staccare temporaneamente
l’anima per rigenerare gli alieni, in attesa della loro conquista definitiva.
Passarono due ore. Fabien fece domande, ricevette risposte. Di quando in quando il suo sguardo
incrociava quello di Alex. Questi, sembrava a tratti divertito dalle sue reazioni. Fabien non poteva
immaginare che solo qualche giorno prima Alex si era prodotto nelle stesse domande esibendo le medesime
identiche espressioni stupite. Quando ogni cosa fu sommariamente chiara, Alex intervenne nella
conversazione.
« Solo una domanda, Fabien: era necessario coinvolgere mia sorella in questa storia? »
« Non ho coinvolto Claire volutamente. Ero appena arrivato a Roma dall’Inghilterra. Ero in attesa che mi
assegnassero un nuovo incarico e me la stavo spassando con tutto ciò che la città aveva da offrire. Ho
conosciuto Claire ad una mostra d’arte sui pittori del ’900. È stato strano, ma ci siamo sentiti
immediatamente attratti l’uno dall’altra. Non so se mi crederai, Alex, ma ho scoperto che Claire era la sorella
del mio obiettivo, tua sorella, solo quando la missione è arrivata alle battute finali. »
« Ti credo Fabien. Forse tutto era già stato previsto da Finder. »
Ryan fece capolino nella stanza. « Forse Finder sapeva che tu e Claire vi sareste incontrati… »
« No agente Ryan! » rispose Alex. « Se Finder lo avesse saputo, non avrebbe mai sparato a Claire. E
senza quello sparo, Fabien non avrebbe mai neutralizzato Finder ed i suoi uomini. Io credo che la parte
animica di Sara abbia volutamente omesso questo evento per permetterci di scamparla. » concluse il
ragazzo esterrefatto per le sue stesse conclusioni.
Malcor lo guardò compiaciuto.
« Ottima osservazione Alex. » disse, aggiungendo subito dopo « Questo può significare solo una cosa:

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questa storia non è ancora finita. »
« Cosa intendi esattamente? » domandò Alex.
« Ragazzo mio, l’hai detto tu stesso qualche ora fa: sei tu la chiave. »

58

Alex passeggiava avanti e indietro per l’ampio salone, facendo ogni tanto capolino alla finestra e
sbirciando di fuori. Si accese una sigaretta.
Il suo pensiero andò a qualche notte prima, mentre dal balcone di casa sua scrutava l’oscurità e aveva
luogo il suo missing time di tre ore. In pochi giorni erano cambiate una moltitudine di cose e lui aveva
affrontato situazioni assurde, pericolose, inverosimili. Poi aveva riportato in vita Claire. Per quanto si
sforzasse, non riusciva a richiamare a sé quella straordinaria capacità di compiere veri e propri miracoli.
Malcor entrò nella stanza. Finalmente, Alex era solo con l’uomo.
« Tutto bene, Alex? » chiese l’uomo.
« Affatto Malcor. Io non posso, da solo, sostenere il peso di tutto questo. »
« Non posso darti torto ragazzo. Eppure, quando arriverà il momento, saprai dimostrarti all’altezza della
situazione. Come del resto hai fatto finora! »
Alex guardò Malcor di traverso.
« Adesso basta Malcor! » esclamò con tono fermo. « Tu sai di tutta questa storia più di quanto ne sappia
io. Negli ultimi due giorni hai mantenuto un atteggiamento ottimista anche quando gli eventi ci erano
maledettamente contro. Devi dirmi cosa è emerso dalla mia regressione ipnotica! »
Malcor si sentì preso in contropiede.
« Non so niente di più di ciò che potresti ricordare. » si giustificò l’uomo sforzandosi di essere convincente.
« Andiamo Malcor, è arrivato il momento di vuotare il sacco. » insistette Alex.
« Non posso dirtelo, ragazzo mio. » ribatté l’uomo con fare affranto.
« Perché? »
« Perché me l’hai chiesto tu in ipnosi. »
Alex sbiancò.
« Ma come posso averti fatto una richiesta del genere? »
« La tua parte animica, è stata lei a chiedermi di lasciare che fossi tu a ricordare autonomamente. »
Alex scosse la testa sconvolto. « Ma non capisci? Come faccio ad affrontare tutto questo se non so cosa
aspettarmi? »
« È questo il problema Alex? Avresti mai pensato di poter riportare in vita Claire se avessi saputo che
sarebbe morta? » chiese l’uomo.
« Se l’avessi saputo, avrei cercato di impedirlo ad ogni costo. » replicò Alex.
« È proprio questo il punto, ragazzo. Se avessi avuto idea di come si sarebbero sviluppati gli eventi, li
avresti contrastati invece di accomodarli. »
« Perché Malcor? Dimmi perché dovrei accomodare gli eventi! »
« Perché qui c’è in gioco qualcosa che conta molto più di te, di me, o di chiunque altro sia stato coinvolto in
questa storia. » rispose Malcor a gran voce.
« Dimmelo allora, dimmi di cosa si tratta. Dimmi per cosa ho rischiato di perdere Victor e Claire. Dimmi
cos’altro dovrò rischiare di perdere. Dimmi per cosa Ryan ha perduto Sara per tutti questi anni. Dimmi per
cosa hai sacrificato la tua vita. » gli urlò contro Alex con tutto il fiato che aveva in corpo.
« Una speranza, Alex. La speranza che la razza umana non sia annientata e l’universo non collassi su se
stesso decretando la fine di miriadi di creature. »
Alex rimase impietrito. Aspirò profondamente dalla sua sigaretta ormai quasi del tutto consumata. Buttò
fuori l’aria ed il fumo. Poi tornò a guardare l’uomo.
« C’è in gioco tutto questo? » chiese sconvolto.
« È così da sempre Alex. L’universo tutto è stato soggetto a diversi cicli perché in ognuno di essi, l’alieno di
turno riusciva infine a strappare l’anima a coloro cui questa apparteneva di diritto. Non lo capisci? Stavolta
abbiamo la possibilità di mettere la parola fine a tutto questo e tu ne sei il punto nevralgico. »
Alex si lasciò cadere sul divano dietro di lui. Affondò la faccia nelle mani e respirò profondamente.
« È troppo per me, Malcor. Non credo di poter reggere ancora per molto. »
« È quello che mi ripetevo io cinque anni fa, quando tutto è andò in frantumi. Ma sono ancora qui. Spesso,
ragazzo mio, gli unici limiti che abbiamo sono quelli ci poniamo. »
Alex guardò l’uomo negli occhi. Erano sinceri, pieni di speranza. Furono l’ultima cosa necessaria a donargli
un rinnovato ottimismo. Sorrise. Malcor gli poggiò una mano sulla spalla. «Qualunque cosa il futuro abbia in
serbo, non sarai da solo! »

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59

David Ryan era amareggiato. L’aveva ritrovata dopo tanti anni consumati a cercarla.
Lei non lo riconosceva.
Inizialmente era stato ottimista, convinto che ciò che un tempo li aveva legati sarebbe stato sufficiente a
farle ricordare almeno qualcosa. A fine serata, si era ormai reso conto che qualunque cosa Finder le avesse
fatto per inibirle i ricordi, lui non sarebbe mai stato capace di restituirglieli. La donna lo trattava come un
perfetto sconosciuto. E, peggio ancora, sembrava più un vegetale che una persona cosciente. Ryan la lasciò
sola per qualche minuto. Aveva bisogno di una boccata d’aria.
Uscì fuori dalla casa e si ritrovò immerso nel freddo natalizio. Ebbe quasi la sensazione di sentire l’aria di
Washington DC. Eppure, il panorama dell’antica Pisa era totalmente differente. Riconobbe, in lontananza, la
sagome di Victor e Saipher avvicinarsi a lui. Gli andò incontro. Victor lo salutò guadagnando la porta
dell’abitazione. Ryan e Saipher rimasero soli.
« È tutto OK? » chiese Ryan.
« Si David, tutto come da programma. » rispose Saipher. « Ho consegnato Finder, Uhmam e Benedict alla
polizia locale come concordato con l’Interpol. No prima di averli fatti curare da Firefox. Quel ragazzo
possiede dei gingilli tecnologici strabilianti! Poi ho chiamato Foreman. Avresti dovuto sentirlo: era
maledettamente infuriato. Mi aveva messo alle calcagna Zemansky, ma e approdato Madrid. » fece una
grassa risata. « Ad ogni modo, quando gli ho detto di aver catturato Finder e due dei suoi collaboratori è
diventato docile come un agnello. Credo che in questo momento si stia pavoneggiando con la Casa Bianca
per aver gestito questa delicata operazione antiterrorismo. »
« Cosa accadrà adesso? »
« Stanotte stessa, Finder e le sue carogne saranno trasportate a Roma. Li saranno consegnati a due dei
nostri di stanza alla nostra ambasciata. Infine verranno rimpatriati. »
« Foreman ti ha chiesto di me? » domandò David preoccupato.
« Poteva non farlo? Gli ho detto che abbiamo pianificato la cattura di Finder insieme e che ero in contatto
con te da molto prima, ma non potevo svelargli i particolari dell’operazione per non correre rischi inutili. Ha
storto il naso, ma si è complimentato per il buon esito d’ogni cosa. Sarai reintegrato in servizio con una
promozione. Ah, gli ho anche detto che Finder aveva in ostaggio una persona a te cara, Sara Sunrise,
scomparsa molti anni fa. Ho fatto presente che il bastardo la usava per ricattarti. L’ambasciata di Roma è già
al lavoro sul suo documento d’espatrio. Rientrerà a casa con noi. »
« Grazie mille Robert! Ti chiedo di perdonarmi per tutti i guai che ti ho causato. »
« Sono io a dovermi scusare David. Tu eri nel giusto. Per fortuna mi hai dato modo di riscattarmi. Cosa
farai orai? »
Ryan parve titubare per qualche istante, poi disse « Sai Robert, non penso che riprenderò a lavorare per il
Bureau. Ora vorrei dedicarmi a Sara. Per quanto mi riguarda, non ho più nessun motivo per inseguire... I
miei spettri! »
« Almeno te ne andrai in pensione anticipata con una promozione ed un compenso più alto. Ad ogni modo
vorrei che riconsiderassi la questione, il Bureau ha bisogno di te. »
« Ma io non ho bisogno del Bureau. » Ryan rise di gusto.
« Allora tanto meglio » replicò Saipher « vorrà dire che non dovrò più tribolare per salvarti le palle. »
Risero insieme come non facevano più da diversi anni.
« Bene David, prepara le tue cose. Partiremo per Roma stanotte insieme al convoglio che trasporta Finder.
»
Ryan annuì. Improvvisamente cadde in un silenzio tetro. Robert Saipher comprese che era turbato per
Sara.
« Non preoccuparti Dave, una volta a casa troveremo il modo per farle ricordare ogni cosa. »
In quell’istante furono raggiunti da Fabien.
« Ehi, agente Firefox, ti interessa un posto di lavoro all’FBI? Abbiamo bisogno di tipi come te. » disse
Saipher.
Fabien sorrise.
« Ah, lascialo stare Robert » scherzò Ryan « non ho ancora presentato le dimissioni e già pensi a
sostituirmi? »
Scoppiarono a ridere nuovamente.
« Agente Ryan, ho qualcosa da mostrarti. » esordì Fabien.
« Di cosa si tratta? »

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« Credo di sapere come Finder ha inibito i ricordi di Sara. Con ogni probabilità ha utilizzato una procedura
per noi standard. Io stesso l’ho applicata a Londra per inibire alcuni eventi alla memoria di un uomo. »
Ryan sobbalzò.
« Vuoi dire che puoi ridare a Sara la sua vita? » gli chiese.
« No, probabilmente solo i suoi ricordi. A restituirle la sua vita ci penserà lei. » replicò Fabien con un
sorriso.
« OK, dimmi, di cosa si tratta? ».
Fabien tirò fuori un congegno dal suo zainetto. Aveva l’aspetto di una fotocamera digitale compatta.
« La procedura per inibire i ricordi non è complessa. In buona sostanza si tratta di agire su una parte del
cervello chiamata ippocampo. Quest’area cerebrale è preposta allo smistamento e all’archiviazione dei
ricordi in varie aree del cervello. I ricordi non possono essere cancellati se non distruggendo fisicamente
intere aree del cervello umano. Questo significa che i ricordi di Sara sono ancora li. Con questo congegno
dovrei essere in grado di rilevare il blocco e rimuoverlo. »
« Intendi aprirle la testa? » chiese Ryan contrariato.
« No, niente di tutto ciò. Il canale di ingresso è il nervo ottico. Saranno sufficienti alcuni impulsi luminosi a
lunghezza d’onda variabile sparati attraverso l’occhio. Poi, una volta individuato il blocco, cercherò di
disattivarlo con una precisa sequenza di impulsi luminosi. È un come immettere una password ad un
sistema. Se Finder ha usato le procedure standard, allora le possibilità di riuscita sono pressoché certe. »
Ryan avvertì una nuova speranza crescere dentro di lui.
Si precipitarono nella casa raggiungendo la camera di Sara. La donna era seduta sul suo letto, con lo
sguardo vacuo e perso nel vuoto. Ryan fece cenno a Fabien di agire.
Con fare gentile, Fabien le si avvicinò. Armeggiò qualche istante con il congegno e poi lo puntò davanti
all’occhio destro della donna. Il congegno emise impulsi luminosi di colore differente. Fabien visualizzò sul
display LCD una scansione tridimensionale del cervello di Sara.
« È come pensavo, Finder ha bloccato l’accesso ai dati dall’ippocampo stesso. Possiamo tentare la
rimozione del blocco. »
«Procedi pure Fabien, e incrociamo le dita.»
Passarono un paio di minuti, al termine dei quali Fabien spense il suo congegno e lo ripose.
« Allora, com’è andata? » chiese Ryan.
« Dobbiamo aspettare qualche minuto per saperlo. Molte delle connessioni neurali di Sara sono rimaste
inutilizzate per anni. Con questa manovra ho, per cosi dire, riavviato il suo sistema ed inserito la password
corretta. Almeno spero. »
Furono i cinque minuti più lunghi che Ryan avesse mai vissuto. Il suo battito cardiaco accelerò, l’adrenalina
gli scorse in lui a fiumi. Alla fine i cinque minuti passarono.
« Non succede niente. » commentò Ryan sconfitto.
« Le dia ancora un po’ di tempo. Se questo non funziona, allora non so cosa tentare. »
Passarono altri cinque minuti. Sara non dava nessun cenno coscienza.
Costernato, Fabien si rivolse a Ryan.
« Mi dispiace. » disse.
Ryan scosse la testa.
« Non preoccuparti Fabien. Ci abbiamo provato. »
I due si girarono e fecero per andarsene.
Accadde qualcosa di inaspettato.
« David, sei tu? »
Lo sentirono entrambi. Era un filo di voce appena, ma anche dopo tanti anni Ryan la riconobbe. La sua
schiena fu percorsa da un brivido intenso. Si girò lentamente, sperando che non fosse un sogno o un brutto
scherzo della sua mente.
Infine, incrociò gli occhi di Sara. Qualcosa era cambiato nel suo sguardo, adesso era semplicemente...
vivo.
La donna stava piangendo. Lui le corse incontro.
« Sapessi quanto ho aspettato David. Sapevo che momento sarebbe arrivato. Ho contato ogni secondo in
attesa di questo giorno. » le sussurrò la donna abbracciandolo.
« Ma allora sei sempre stata cosciente? » domandò David incredulo.
« Con la mia Mente, lo Spirito e l’Anima. Ed ho fornito a Finder solo i dati utili ad arrivare ad oggi ed
incastrarlo. Mi ami ancora come allora David? »
« Per tutti questi anni, non ho fatto altro che cercarti. »
Si abbandonarono l’uno nelle braccia dell’altro per alcuni minuti. Poi Sarà gli chiese: « Il ragazzo è qui? »
« Intendi Alex? Si è qui. »
« Portami da lui. »

Rev 2.0 133


Ryan l’accompagnò senza pensarci due volte. Per le scale incrociarono Claire, anche lei intenta a
scendere al piano di sotto.
« Jack! » esclamò la ragazza « Cosa sta succedendo? »
« Vieni con noi, te lo spiegherò tra non molto. » le disse Fabien. In cuor suo si sentì felice, il tono con cui
Claire gli si era rivolto era lo stesso dei due giorni precedenti trascorsi insieme.
Raggiunsero tutti Alex.
Lui si precipitò dalla sorella. « Claire, come stai? »
« Sono un po’ confusa ma sto benone. Credo che io te dovremmo parlare di un po’ di cose. »
Alex fece cenno di si con la testa. Poi si guardò intorno fino ad incrociare gli occhi di Sara.
« Ciao Alex, io sono Sara! » esordì la donna.
Alex era sorpreso. Fino a poco prima, Sara era poco più di un vegetale. Ora, invece, pareva essersi
ristabilita completamente. Quei giorni erano stati forvieri di complicati e particolarissimi eventi. Il fatto che la
donna gli si stesse presentando lo preoccupò notevolmente. Inoltre, sin dalla prima volta in cui l’aveva vista,
qualche ora prima, aveva avuto la netta impressione di conoscere Sara da molto tempo. Dentro di sé,
sapeva che qualunque cosa dovesse ancora accadere non avrebbe tardato.
« Dimmi Sara. »
« Sai chi sono, vero? » domandò la donna.
« Sento solo di conoscerti da molto tempo, ma non me ne spiego il motivo. »
« Le nostre Anime » replicò la donna, « Le nostre anime camminano insieme da molto tempo. Io ho fatto la
mia parte, ma ora non so cosa accadrà. Tutto è ora nelle tue mani. »
« Lo so! » rispose Alex sconsolato.
« Non essere afflitto, al momento opportuno capirai ogni cosa. »
« È quello che continuo a ripetermi. » replicò il ragazzo vagamente esasperato. Poi si rivolse Claire con un
sorriso.
« Sorellina, vorrei chiamare Rachel, non la sento da giorni e ho paura che sia preoccupata per me. Mi
presteresti il tuo cellulare? ».
Claire porse ad Alex il suo telefonino. Lui compose il numero.
« Libero! » si disse. « Finalmente! »
Al quarto squillo la comunicazione si stabilì.
« Rachel, sono Alex! » esclamò colmo di gioia.
Non ricevette risposta. L’unica cosa che poteva sentire era un profondo e tetro respiro. Decise di insistere.
« Rachel! »
Passarono altri cinque, forse sei secondi.
« Signor Alexander Major, che piacere sentirla! »
La voce non era affatto quella di Rachel. Il timbro, maschile e baritonale, era accompagnato da un
inflessione ebraica. Alex rabbrividì.
« Chi è lei e dov’è Rachel? » chiese furibondo.
« La sua fidanzata è in mano nostra, se vuole rivederla dovrà fare qualcosa per noi. »
Alex rimase in silenzio per circa mezzo minuto. Claire, Fabien e gli altri lo guardarono come se avessero
un punto interrogativo stampato sulle loro fronti. Ma non Sara.
« Va bene, ma voglio prima sentire la sua voce per sapere che sta bene. » rispose Alex preoccupato.
« Temo non sia possibile, signor Major. Ora le dirò cosa dovrà fare. Si presenti entro domani davanti alla
base USAF di Aviano, presso l’entrata principale. Saremo noi a riconoscerla. Diciamo che saremmo lieti di
averla come ospite d’onore per natale. »
« Va bene! » disse Alex. « Entro domani sarò da voi. »
Sapendo che non c’era altro da fare, riattaccò.
Disorientato si guardò attorno. L’evento conclusivo era infine giunto a bussare alla sua porta. Per questa
storia, Victor e Claire avevano rischiato di non farcela. Ora in gioco c’era la vita di Rachel.
« E va bene! » esclamò in direzione di Sara, ma in realtà rivolto unicamente a se stesso. « Qualunque
cosa accadrà, chiudiamo questa partita una volta per tutte! »

60

L’aria era immobile.


Si respirava una strana atmosfera nella periferia di Aviano. Il sole era basso ad ovest, centellinando i suoi
ultimi raggi. Il freddo pungente accompagnava l’anonimo tramonto cui le Alpi, maestose sovrane del regno
sottostante, assistevano silenziosamente.

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Era ormai prossimo alla base USAF di Aviano. Mentre vi si avvicinava, ripercorse mentalmente tutte le
strane tappe di quei giorni inaspettati che lo avevano condotto li.
Girò la testa sulla sua sinistra, incrociando la sagoma di Victor intento a seguire le indicazioni stradali per
la base.
« Sicuro di aver fatto la scelta migliore venendo con me? » gli chiese.
« Abbiamo iniziato questa storia insieme. Credo sia il caso di concluderla allo stesso modo. » rispose
Victor continuando a guardare la strada.
« Stai tranquillo Alex! » intervenne Fabien seduto sul sedile posteriore della vettura. « Qualunque cosa
accada, la affronteremo uniti. »
Alex lo guardò preoccupato. « Mi auguro che il tuo piano funzioni. »
Fabien non rispose. Fu Francisco ad incoraggiarlo dandogli una pacca sulla spalla ed ostentando il suo
miglior sorriso.
Victor lanciò un occhiata allo specchietto retrovisore, accertandosi che Ryan e Saipher gli fossero ancora
dietro con la Smart presa in affitto da Fabien il giorno precedente.
Finalmente intravidero la base.
Vedendola, Alex ebbe l’impressione di trovarsi in prossimità di un gigante solitario totalmente
decontestualizzato dal paesaggio circostante.
Videro uno squadrone di quattro F16 avvicinarsi da nordest e allinearsi con la pista per la manovra
d’atterraggio. Il bagliore dei reattori che si perdeva nel crepuscolo rendeva quella cornice tetramente
suggestiva. Alex respirò profondamente. Ormai stavano costeggiando la base sull’estremità di nordest,
esattamente all’altezza della pista. I quattro velivoli volarono sopra di loro, sempre più vicini al suolo.
Il primo toccò terra.
Alex respirò profondamente.
Percorsero la strada fino a giungere davanti all’entrata della base, presieduta da quattro uomini posti di
guardia rintanati nella guardiola per proteggersi dal freddo.
Uno di questi, vedendoli, si avvicinò alla loro vettura.
Alex sussultò. « Ci siamo! »
Quando il militare gli fu ormai davanti, accadde qualcosa di inspiegabile. Il soldato svanì nel nulla.
Incredulo, Alex guardò verso la guardiola e notò che non c’era più traccia nemmeno degli altri tre.
« È la loro tecnologia » disse Francisco. « Ci hanno isolato in un fotogramma spaziotemporale. Il militare
che si era avvicinato ha continuato ad andare avanti lungo l’asse del tempo. In questo momento si starà
chiedendo dove siamo finiti e crederà di aver avuto le traveggole. »
« Cosa facciamo adesso? » chiese Alex.
« Aspettiamo! » replicò Victor.
I quattro scesero dalla vettura. Ryan e Saipher fecero esattamente la stessa cosa. Si riunirono per un
veloce briefing.
Non ne ebbero il tempo.
Davanti all’entrata della base, si materializzò dal nulla una camionetta militare scoperta con a bordo uno
squadrone di uomini armati che si riversarono giù dal mezzo. In pochi secondi, si ritrovarono circondati e
tenuti sotto tiro con sofisticate armi elettroniche.
« Mantenete la calma. » sussurrò Fabien agli altri.
Un uomo in divisa si avvicinò ad Alex.
« Signor Major, lei mi delude. Il nostro invito era valido solamente per lei. »
Alex mantenne i nervi saldi. « Loro sono con me. Dovunque vada io, vengono anche loro. »
L’uomo in divisa sorrise sfacciatamente. « Non capisco proprio cosa pensa di ottenere con questa
pagliacciata. Comunque il responso è negativo e lei non è in posizione di dettare condizioni. »
« Quando avrete liberato Rachel, loro dovranno ricondurla a casa. In caso contrario, penso proprio che
dovrà spararmi. » disse Alex.
« Pensa davvero che avrei scrupoli nel farlo? » domandò l’uomo con una vena sarcastica.
« Quello che volete è dentro di me. Se mi uccidete, avete perso in partenza. »
Il militare cambiò espressione. Considerò le possibili alternative. Infine, valutò la presenza dei compagni di
viaggio di Alex totalmente ininfluente. Sarebbero stati tutti sotto tiro e non avrebbero mai potuto
rappresentare una minaccia. Inoltre, aveva riconosciuto Francisco Seeker, condizione sufficiente da indurlo a
ritenere che quelle persone fossero tutti uomini di Malcor. Dal suo punto di vista, in quel modo il bottino
cresceva. Naturalmente, ignorava tutti gli eventi occorsi la sera prima e le sorti di George Finder.
« Come vuole lei, signor Major. » disse infine l’uomo. « Salite tutti sul furgone. Sarete scortati sul luogo
dello scambio. »
Alex guardò l’uomo dritto negli occhi. « Mi conceda una domanda, prima di procedere. »
Sorpreso, questi annuì.

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« Voi per chi lavorate? Per i dissidenti Orange? »
« Lei mi sorprende signor Major. » replicò l’uomo. « Non credevo fosse al corrente di tutto ciò. Comunque
sia, no. Noi collaboriamo con la razza gerarchicamente più importante su questo pianeta. »
« Gli insetti! » ribatté Alex.
« Se è così che vuole chiamarli. » disse il militare visibilmente contrariato. « Grazie alla sua azione nei
boschi umbri, i sopravvissuti del plotone che le dava la caccia sono tornati alla base come tanti cani
bastonati. Così abbiamo scoperto che l’uomo che lei ha ucciso, il colonnello Shalev, ci aveva tradito
prendendo accordi con quelli che lei chiama dissidenti Orange. Abbiamo dunque scoperto gli altri traditori e li
abbiamo costretti a confessare. Così, siamo venuti a conoscenza dello straordinario segreto che lei
custodisce dentro il suo cervello. Inutile dirle quanto per noi quelle informazioni siano indispensabili. Non
possiamo permettere che gli Orange escano fuori dai ranghi attuando un loro piano di conquista autonomo.
»
Senza battere ciglio, Alex e gli altri salirono sul mezzo. Con loro, si accomodarono anche due soldati con
l’evidente compito di tenerli sotto controllo.
Il mezzo partì fino a raggiungere una velocità di crociera di una trentina di chilometri orari circa. Il sole era
basso all’orizzonta ma fermo. Al primo incrociò, la camionetta svoltò a destra. Alex vide alla sua sinistra una
serie di edifici che si sviluppano diagonalmente rispetto alla strada che ora stavano percorrendo. La base
pareva deserta, ed un silenzio attonito aleggiava intorno conferendo a quel luogo un aspetto ancor più tetro
ed esasperante. Continuarono a procedere dritti fino a giungere nei pressi della pista di atterraggio della
base. In mezzo a questa, gli aerei atterrati poco prima facevano bella mostra di se immobili, con i motori
ancora accessi, senza nessun pilota a bordo.
Il mezzo furgonato si arrestò al centro della pista. I due militari che li scortavano furono i primi a scendere,
indicandogli di fare altrettanto subito dopo.
Alex si guardò attorno. Una ventina di uomini in divisa da assalto li stavano attendendo accompagnati dal
altrettanti esseri alti circa un metro e venti. La loro pelle era scura e traslucida, il loro corpo sormontato da
grande testa di forma ovale con grandi occhi neri.
« Che bel comitato di ebnvenuto! » esclamò Alex all’ufficiale in divisa che li aveva prelevati all’ingresso
della base.
« Diciamo che abbiamo dovuto prendere le nostre precauzioni. » esclamò soddisfatto l’uomo.
« Dov’è Rachel? »
« Non sia impaziente, signor Major. La stanno portando qui. »
Qualche minuto dopo, fece improvvisamente la sua comparsa dal nulla uno strano mezzo di colore nero,
completamente lucido. Aveva le sembianze di una grande goccia nera e fluttuava sospeso ad una trentina di
centimetri da terra. Si aprì un portellone laterale. Dall’interno del mezzo, una luce fortissima si irradiò verso
la pista. Nella luce, Alex riuscì a distinguere i vaghi contorni di una sagoma. Quando la sagoma fu fuori dal
mezzo, finalmente la riconobbe.
Rachel gli corse incontro terrorizzata. Gli saltò addosso, piangendo disperatamente.
Alex la strinse a sé. « Ciao Rachel. »
Lei affondò il viso sul suo petto continuando a piangere. « Cosa sta succedendo Alex, chi sono queste
persone? »
Alex allontanò Rachel da sé poggiandole le mani sulle spalle. « Ascoltami Rachel, devi andare adesso. I
miei compagni ti porteranno in salvo. »
« In salvo? E tu cosa farai? »
« Io devo restare. »
« Ma io non voglio. Cosa ti faranno? »
Alex scosse la testa. « Non devi preoccuparti per me, io saprò cavarmela. Adesso è importante che tu sia
tirata fuori da questo guaio in modo da non dovermi preoccupare ancora per te! »
Rachel continuava a non capire. Alex si girò verso Victor facendogli un cenno. Questi gli si avvicinò, prese
Rachel per mano e la portò via. Confusa e disorientata, Rachel lo seguì.
Alex si avvicinò al militare dall’accento ebraico. « Li lasci andare ed io sarò totalmente vostro. »
« Ma lei è già nostro, signor Major. » gli rispose il militare, producendosi subito dopo in una risata divertita.
« Catturateli tutti! » ordinò infine.
« Che bastardo! » gli disse Alex.
« Credo dovesse aspettarselo, signor Major. » replicò l’uomo con noncuranza.
« Oh, ma io me l’aspettavo! » esclamò Alex.
Prima ancora che l’uomo potesse sondare il significato di quell’ultima affermazione, Alex gli fu alle spalle
bloccandolo per il braccio ed estraendo da sotto il suo giubbotto la calibro nove che la sera prima aveva
ucciso Claire. La puntò sulla tempia dell’ufficiale.
« Li lasci andare. » gli intimò.

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« Signor Major, non crede di esagerare? Sappiamo entrambi che lei non esploderà mai quel colpo. »
ribatté l’uomo, poi si rivolse ai suoi. « Uccideteli tutti! ».
Alex lo colpì violentemente alla schiena con il calcio della pistola mandandolo facendolo cadere a terra.
Nello stesso istante un’invisibile onda d’urto si propagò dalla posizione di Fabien estendendosi per un raggio
di duecento metri. I soldati premettero inutilmente i grilletti delle loro armi tecnologicamente all’avanguardia,
ma inutilmente.
« Sorpreso vero? » disse Alex guardando l’uomo che dolorante si rimetteva in piedi. « Il mio amico laggiù
ha lanciato un impulso elettromagnetico. Le vostre armi così tecnologiche sono fuori uso adesso. »
L’ufficiale era incollerito oltre ogni comprensione. Aveva commesso l’errore di non perquisire nessuno dei
prigionieri convinto della propria superiorità.
« Sa signore » gli disse Alex, « Il mio amico Malcor mi ha detto che per quanto avanzati sia la vostra
tecnologia, restate degli idioti. Io credo proprio che abbia ragione. »
« Neutralizzateli tutti! » gridò istericamente l’uomo. Una quindicina di soldati si lanciarono, coltelli alla
mano, sullo sparuto gruppo composto ad Fabien, Victor, Francisco, Ryan e Saipher. Dietro di loro, impaurita,
c’era Rachel. Altri cinque si diresse verso Alex e l’ufficiale.
Alex guardò l’uomo dritto negli occhi. Questi sfoggiò un ghigno agghiacciante. Senza nemmeno darne la
benché minima avvisaglia, Alex gli sferrò una serie di otto velocissimi pugni in pieno viso. L’uomo crollò a
terra privo di sensi. Poi, sistemò anche gli altri cinque soldati appena sopraggiunti avanzando nella loro
direzione e applicando le letali tecniche del Chi Sao.
Si girò quindi verso i suoi compagni. Fabien aveva già messo fuori combattimento cinque soldati. Ryan e
Saipher se la stavano cavando piuttosto bene, avendone già sistemati altri quattro. Francisco e Victor
avevano invece inscenato una comica scenetta a due gettandosi entrambi su un soldato e colpendolo
ripetutamente.
Ne restavano cinque.
Alex sentì l’adrenalina scorrere nelle venei. Raggiunse Fabien mettendosi schiena a schiena con lui.
« Era ora che venissi a darmi una mano! » esclamò Fabien sorridendo.
« Scusa il ritardo, ma quel colonnello mi ha fatto girare le palle. »
In pochi istanti, sistemarono gli ultimi soldati rimasti. Quando anche l’ultimo uomo crollò a terra, furono
liberi di guardarsi attorno.
Erano circondati dai venti alieni di tipo grigio, adesso. Questi stavano lentamente stringendo il cerchio
attorno a loro armati di una bacchetta di metallo.
« State attenti » urlò Victor. « Quella dannata bacchetta è in grado di lanciare impulsi elettrici capaci di
uccidere un elefante.
« Adesso cosa facciamo, Fabien? » chiese Alex.
« Non lo so. A quanto pare l’impulso elettromagnetico che ho lanciato non ha messo fuori uso le armi dei
piccoletti. Alex, se sei in grado di fare miracoli, questo sarebbe il momento più adatto. »
« Divertente! » esclamò Alex. « Se sapessi controllare questa dote, non vi avrei portato con me. »
I grigi gli furono a meno di due metri. La situazione era disperata adesso, ma ancora una volta accadde
qualcosa di straordinario.
Un bagliore improvvisò li accecò tutti quanti svanendo subito dopo e lasciando al suo posto un Sei Dita al
comando di un piccolo plotone di altri esseri grigi. Il sei dita indicò in direzione di Alex e dei suoi compagni. I
grigi ai suoi ordini fluttuarono velocemente verso i grigi che circondavano Alex, Fabien e gli altri. Gli furono
addosso in men che non si dica, dando vita ad una tragicomica lotta tra alieni grigi fatta di scosse elettriche e
bacchettate varie.
« Muoviamoci! » sussurrò Ryan al resto del gruppo.
Si mossero tutti in modo compatto, non facendoselo ripetere due volte. Alex afferrò Rachel che, ancora
sconvolta, sembrava impietrita dalla paura. La trascinò con se. Avevano percorso una trentina di metri
quando un nuovo accecante bagliore si parò davanti. Ne emerse un alieno insettoide accompagnato tra tre
saurodi.
« Dalla padella nella brace! » esclamò Alex.
I tre sauroidi si scagliarono contro di loro.
« Correte! » ordinò Ryan che estraendo una pistola la puntò contro i massicci nuovi arrivati lasciando agli
altri il tempo di scappare. Gli scaricò addosso un intero caricatore, ma inutilmente. Uno dei sauri lo travolse
in pieno scaraventandolo qualche metro più in là. Dolorante, Ryan si rimise in piedi grato per essere
sopravvissuto a quella furia.
Quando i sauri furono in prossimità del gruppo, un Orange materializzatosi a sua volta dal nulla gli si parò
davanti afferrandone uno per la coda e scaraventandolo via. Gli altri due gli furono immediatamente
addosso, ma questi riuscì a districarsi bene applicando sconosciute tecniche marziali all’arma bianca.
Alex si bloccò di colpo. Tutt’intorno pareva l’apocalisse. La pista d’atterraggio era presieduta da diversi

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dischi volanti sospesi su di essa. I bagliori dai quali usciva fuori qualche tipo di alieno accompagnato dal suo
piccolo plotone personale di grigi si moltiplicavano. Sembrava la scena di un film di fantascienza arricchito
da numerosi effetti speciali in grafica tridimensionale. Ma era tutto dannatamente vero. Ed ognuno di quegli
alieni era li per lui.
Rabbrividì.
D’improvviso, una nuova forza sembrò prendere il sopravvento su di lui. Riconobbe la benefica vibrazione
che era tornata a farsi sentire. Chiuse gli occhi e visualizzò dentro di se i tre globi luminosi pulsare e
avvicinarsi l’uno all’altro fino a diventare nuovamente una sola entità.
La triade era nuovamente riunita.
Alex avvertì nuovamente una coscienza infinita dilagare in lui. Contrariamente a quanto accaduto la sera
precedente con Claire, questa sensazione non era fugace e rilegata ad un istante, ma continuativa ad
espandersi senza sosta. Si sentì carico di una nuova forza, capace di qualunque cosa volesse fare. Riaprì gli
occhi e vide una luce argentea irradiarsi dal suo corpo. Allargò le braccia al cielo, lasciando che ogni energia
fluisse in lui. Si sentiva commosso, ora, emozionato e privo di qualunque tipo di inibizione mentre i segreti
più profondi del tutto si schiudevano senza preavviso dentro di lui. Finalmente era in contatto con ogni parte
di se stesso, mentre la sua Anima gli donava consapevolezza progressivamente assoluta. Capì infine il
senso profondo di quello evento, e quanto tutte le situazioni che li lo avevano portato fossero in realtà
necessarie per aiutarlo a crescere e compiere il suo destino.
Avanzò con passo sicuro verso il centro della pista d’atterraggio della base di Aviano. Intorno a lui,
esponenti di differenti fazioni aliene continuavano a darsi battaglia. E tutto per il dominio assoluto sull’uomo e
sulla possibilità di poter ottenere l’immortalità.
« No! » disse a gran voce.
In qualche sconosciuto, misterioso modo, quel comando sembrò penetrare nelle coscienze aliene
appartenenti agli esseri li presenti. Questi, quasi fosse mossi dalla volontà di Alex, si fermarono di colpo. Non
avevano una ragione precisa per farlo, ma lo fecero. Dalla sua posizione, Alex portò le braccia al petto con i
pugni chiusi, facendo cenno a tutti gli esseri Alieni di avvicinarsi a lui.
Questi lo circondarono, come mossi da una sola volontà.
Incredibilmente, Orange, Sauoroidi, Insettoidi e Sei Dita si ritrovavano in uno stesso luogo senza cercare di
nuocersi a vicenda. Alex si guardò attorno fluttuando a mezz’aria e volteggiando su se stesso. Guardò in
faccia quelle creature una ad una.
Infine comprese.
Comprese che ogni creatura non era in grado di vivere senza arrecare danno ad altre creature o sfruttare
sistemi viventi finché non avesse imparato ad agire diversamente. Comprese che l’uomo faceva questo da
migliaia di anni. Comprese infine che l’alieno venuto a conoscenza dell’esistenza dell’anima non era in
capace di comportarsi diversamente da come agiva, perpetrando i suoi scopi alla ricerca di un qualcosa che
avrebbe potuto infine rubare, ma mai rendere proprio.
Provò compassione per quegli esseri che si erano condannati da sole ad inseguire una chimera
inafferrabile, senza comprendere che perseverare in quel folle piano avrebbe finito per compromettere
l’esistenza dell’universo intero e quindi anche la loro stesa sopravvivenza.
Pensò quindi ai milioni di addotti ogni giorno sottoposti al giogo alieno. Riuscì a percepirli uno ad uno,
insieme alle loro storie e le loro paure, grazie ad un legame invisibile che univa tutte le anime. Fu rattristato,
poiché queste non avevano una consapevolezza sufficiente per ribellarsi e trovare la strada per la
liberazione.
E poi accade.
Chiuse nuovamente gli occhi e si sentì improvvisamente leggero, libero da ogni vincolo della fisica. Fu
come se il suo corpo si disgregasse un poco per volta, liberando Triade. Grazie alla mente, percepì
l’universo nella sua interezza fisica. Per mezzo del suo Spirito, si sentì in ogni dove. Costellazioni, ammassi
stellari, buchi neri, galassie, nebulose, esseri viventi: percepì tutto del cosmo, come se ogni cosa
convergesse in un unico punto infinitesimale. Fu la volta dell’anima: grazie a questa, non fece più alcuna
distinzione temporale e percepì ogni cosa come in un unico, costante ed eterno presente. Ricordò tutte le
sue esperienze, tutte le sue vite come se fossero diventate una sola.
Raggiunse il suo stato assoluto.
L’Anima si librò al di sopra di ogni cosa e tutto si manifestò per ciò che era realmente. Nuove forme, colori,
stati dell’essere si addensarono in lui suscitando emozioni indescrivibili, profondamente complete, compiute.
La sua Anima si stava muovendo in uno spazio limbico, adesso, sospesa tra un tempo e l’altro, in
comunicazione totale con il tutto. L’universo sembrò divenire sempre più semplice, decomposto, come se
sconosciute equazioni matematiche lo stessero riducendo ai minimi termini per rivelarne l’essenza ultima, lo
stato fondamentale. Ciò che rimase di esso fu solo un punto troppo piccolo per poter essere percepito da
qualunque creatura vivente, ma così immenso da racchiudere in se stesso ogni arcano.

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Infine, lo vide.
L’illuminatore, il principio di ogni cosa, la volontà la Coscienza universale. L’unica, sola e incontrastata
volontà creatrice si schiudeva ora alla sua comprensione incoraggiandolo a compiere l’ultimo passo: tornare
all’origine. Si sentì attratto da essa, sentendosi fluttuare verso di Lei. Fu il viaggio più corto e più lungo della
sua esistenza. Durò un istante appena, eppure anche un’eternità. Il tutto divenne niente ed il niente si aprì in
tutta la sua straordinaria bellezza.
Si sentì finalmente a casa.
Una nuova consapevolezza si diffuse nella Coscienza, madre e creatrice di ogni cosa. Tutta la conoscenza
di colui che ora aveva nome Alex si irradiò simultaneamente in ogni luogo, in ogni tempo, ed in ogni energia
che dalla Coscienza prendevano forma e vita. L’informazione fu infine elargita, lo scopo di una esistenza
intera compiuto. L’onda si propagò simultaneamente senza incontrare distanze e barriere.
Alex scoprì alla fine il suo senso profondo.
La sua Anima era divenuta portatrice di un messaggio appartenente a tutte le Anime e le Coscienze
dell’universo. La sua diffusione aveva sancito il compimento di un destino.
Era infine giunta una nuova era.

EPILOGO

La brezza invernale entrava dalla finestra socchiusa. Carezzò il suo viso risvegliandolo dal sonno
ristoratore.
Aprì gli occhi.
Incrociò lo sguardo di un angelo intento a vegliare su di lui, custode dei suoi sentimenti e nelle cui
mani avrebbe riposto la sua vita.
Rachel lo accarezzò. Lui le sorrise.
« Ho sognato! » le disse.
Lei scosse la testa mentre una lacrima si affacciava timidamente sul suo volto.
« No Alex, è accaduto davvero. »
Disorientato si mise a sedere. Si guardò attorno. L’ambiente gli era familiare.
« Quando siamo tornati a Pisa? » chiese.
« Due giorni fa. Hai dormito per tutto questo tempo. » rispose Rachel.
La guardò perplesso, come se un muro inibisse l’orizzonte dei suoi ricordi.
« Non ricordi nulla? » chiese la ragazza.
Il muro si sgretolò di colpo aprendo alla sua comprensione uno sconfinato e straordinario
orizzonte.
Sobbalzò.
« Mio Dio, allora è successo davvero! Tu come stai? »
« Ora sto bene » replicò Rachel sorridendo. « Ho passato questi due giorni a vegliare su di te e a
discutere con Malcor per capire cosa sia successo. Se non avessi vissuto questa storia in prima
persona, non l’avrei mai ritenuta plausibile. »
Lui la guardò costernato. « Mi dispiace davvero. Non avrei mai voluto coinvolgerti. Perdonami. »
« Non c’è nulla da perdonare. Non è stata colpa tua, e quando mi hai saputa in pericolo hai
rischiato la tua vita per me. »
Si abbracciarono a lungo. Le loro mani si cercarono, si incontrarono. Poi scivolarono dolcemente
verso intime carezze. Si concessero l’uno all’altra, circondati da una pace insolita, appagante. Si
unirono dolcemente, travalicando le barriere umane. Continuarono a fare l’amore. Raggiunsero
entrambi il piacere, nel corpo e nello spirito, mentre le loro anime si riconobbero. Infine, ricaddero
sul letto con la stupefacente consapevolezza di aver concepito una nuova vita, portatrice del loro
amore.
Si guardarono a lungo negli occhi senza dire nulla, sorridendo, semplicemente. Poi si rivestirono.
Sentirono bussare alla porta. Rachel andò ad aprire. Claire fece capolino nella sulla soglia.
« Come sta? » le chiese.
Rachel le sorrise maliziosamente, utilizzando quello sguardo complice che solo le donne sanno
capire. « Si è appena svegliato! »
Poi spalancò la porta.
Oltre l’uscio, Alex vide Claire, Fabien, Victor, Francisco, Malcor, Ryan, Sara e Saipher. Tutti i

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protagonisti di quell’assurda vicenda erano li e lo stavano guardando con occhi pieni di gratitudine.
Claire si lanciò sul letto di Alex, lasciandosi cadere su di lui abbracciandolo.
« Uh, vacci piano sorellina, non so ancora se sono tutto intero. » le disse.
« Beh, dovrai essere intero entro domani, mamma e papà stanno rientrando da Vienna. Ed io
devo presentargli il mio fidanzato, Fabien. »
Alex trasalì sorridendo. « Ehi, cerca di essere meno diretta. Non so se sono capace di reggere a
certe notizie. »
Tutti scoppiarono a ridere.
Ryan si fece avanti.
« Beh ragazzo, noi dobbiamo rientrare negli Stati Uniti. Abbiamo procrastinato la nostra partenza
il più possibile, ma ora dobbiamo andare. »
Alex annuì. « Buona fortuna agente Ryan. »
Si strinsero mano.
Fu la volta di Sara. « Grazie Alex, hai salvato tutti noi. »
« Qualunque cosa sia stata fatta, l’abbiamo fatta insieme. » replicò Lui. « Tutte le persone che
oggi sono qui hanno avuto un ruolo determinante. Se solo uno di noi si fosse tirato indietro, tutto
sarebbe diverso adesso. »
Sarà lo abbracciò e guadagnò l’uscita della stanza prendendo posto accanto a Ryan. Saipher
salutò dall’uscio: non aveva mai apprezzato gli addii commoventi.
Uscirono tutti, tranne Malcor e Victor. Alex si avvicinò a quest’ultimo e lo strinse a sé.
« Ricordo ogni cosa Victor, tranne quello che è successo alla fine. »
« Tutte le creature aliene ti hanno circondato Alex. Il tuo corpo emanava una luce fortissima. »
« Questo lo so. Ma come sono tornato indietro? »
« Ad un certo punto, ti sei semplicemente dissolto nel nulla. È stato un attimo soltanto. Tu non
c’eri, eppure tutti noi ci siamo sentiti in comunione con te e con tutte le creature dell’universo. »
« Credo di sapere cosa intendi, amico mio. » rispose Alex.
« Poi » continuò Victor, « abbiamo visto le creature aliene in stato di trance restare in cerchio.
Sembrava stessero seguendo una sorta di arcaico rituale. Alla fine, ognuna di loro ha annuito
all’altra e si sono ritirate. Siamo stati quindi avvolti da un lampo di luce e ci siamo ritrovati in un
campo non molto distante dalla base. Tu sei riapparso li accanto a noi, ci hai guardato e hai
sorriso. Sei caduto a terra esausto ed hai dormito fino ad oggi. »
« Qualunque cosa tu abbia fatto » intervenne Malcor, « io posso averne un’idea vaga, vincolato
come sono alla mia forma umana. Quello che posso dirti è che tutti gli addotti o ex addotti con cui
sono in contatto da anni mi hanno scritto centinaia di email per raccontarmi di una strana
sensazione avuta. E tutti mi hanno detto di essersi sentiti in contatto con ogni creatura
dell’universo, alieni compresi. Credo si tratti di una sensazione comune a tutti loro e alle creature
aliene coinvolte in questa storia. Hai fatto un miracolo ragazzo mio. »
Alex si diresse alla finestra e guardò fuori. Il sole era ancora alto all’orizzonte. Chiuse gli occhi,
rievocando ogni cosa con straordinaria semplicità. Eppure, sentiva di dover recuperare la
comprensione di tutto. Poco importava, ora aveva tutto il tempo per farlo.
Infine si rivolse a Malcor.
« Cosa accadrà adesso? » gli chiese.
Malcor lo guardò emozionato. « Tu ci hai dato una nuova speranza. Adesso dipenderà dalle
scelte di ognuno di noi. Il futuro, ragazzo mio, è tornato finalmente ad essere un incognita tutta da
scrivere e scoprire. »

THE END

Rev 2.0 140


Il Pescatore di anime
Io non ho mai pescato. Ma ho osservato a volte i pescatori, spiandoli come fanno i pensionati che,
non avendo niente da fare, si alzano la mattina, escono di casa e te li ritrovi a guardare, per ore ed
ore, le scavatrici, che lavorano nei cantieri stradali. Gli stessi pensionati guardano pescare gli altri.
Gli altri… quelli che pescano.
La scena è assolutamente kafkiana. Al di fuori dello spazio e del tempo. Qualcuno fa qualcosa e
qualcun altro lo guarda. Se noi a nostra volta ci mettiamo a guardare il pensionato e il pescatore ci
sembra per un attimo di essere fuori dal tempo e dallo spazio. Al di fuori, la gente cammina fa
casino, grida.. ma all’interno della nostra immagine c’è il pescatore ed il pensionato: fermi! Ad
attendere che l’evento accada.
L’evento rappresenterebbe in se una mostruosa banalità. Si aspetta che il pesce abbocchi. Il
pescatore attende che il pesce abbocchi. Il pensionato attende che il pescatore abbia atteso che il
pesce abbia abboccato e noi attendiamo che il pensionato si sia in qualche modo appagato del fatto
che il pescatore abbia pescato un pesce, che il pesce abbia abboccato….
In questa immagine il tempo sembra fermo. Anche i suoni sembrano lontani. Ed i colori? Sfumati!
L’osservatore esterno è prima in attesa dell’evento e poi, una volta che il pesce sia stato catturato,
può distogliere lo sguardo e le sua attenzione dal luogo dove questa cosa è accaduta, per porre la
sua stessa attenzione da un’altra parte. Sembra in qualche modo appagato ma… appagato da cosa?
Il giorno dopo la scena si ripeterà, in attesa di un evento risolutivo, che in realtà non accade mai. Il
pesce ha abboccato anche oggi, abboccherà domani e dopodomani. E nulla cambia nella vita del
pensionato, nella vita del pescatore e sovente nella vita di chi osserva dall’esterno questa commedia
rituale di tutti i giorni.
Il pescatore può essere chiunque. Uno di noi, il direttore della CIA americana, il Papa in persona. Il
ruolo del pescatore è un ruolo che passa inosservato, tanto che se tu fossi il presidente degli Stati
Uniti d’America…. in quel momento, nel momento in cui sei pescatore.. nessuno ti si filerebbe,
tranne forse, un innocuo pensionato
Il pescatore è un tipo calmo, cenestesico, uno che sa attendere, uno che non può avere fretta. Non
puoi mica avere fretta nel pescare un pesce? Quello si fa pescare con i suoi tempi mica con i tuoi!.
Il pescatore si mette sulla riva del fiume, prepara le esche, che peraltro ha deciso di impiegare
qualche giorno prima: ha usato cioè una premeditazione nella scelta delle esche. Se le sbaglia non
pesca. Poi deve dare l’idea al pesce che lui non sia lì, in quel luogo, per lui. Il pesce scapperebbe. Lui
invece fa finta di niente. Come se fischiettando guardasse da un’altra parte. Non deve
assolutamente dare al pesce l’idea che, fra poco, tenterà di pescarlo. Getta quasi distrattamente
l’amo legato alla lenza sostenuta dalla canna da pesca in acqua e poi si distrae. Va da un’altra parte,
fa qualcosa d’altro. Non guarda nemmeno più la canna da pesca. Il pescatore assomiglia un po’ a
quei coccodrilli che stanno sempre con la bocca aperta perché fa caldo e con quel sistema si
rinfrescano le idee. Ma se per caso passate da quelle parti, il coccodrillo, che sembrava
addormentato, scatta e chiude le fauci. Con la stessa velocità, il pescatore ascolta nell’aria il
rumore, il tintinnio che fa la canna da pesca quando qualcosa gli si è agganciato. Si gira, corre
verso la sua trappola e.. tira su il pescato. Congratulandosi con se stesso per l’ottima scelta del tipo
di esca utilizzata.
I migliori pescatori sono quelli che non danno al pesce l’idea che loro siano pescatori. I pesci non si
farebbero infatti fregare a lungo.
Ahhh. Si vi potreste chiedere.. cosa c’entra tutta sta storia sui pesci ed i pescatori in questo
contesto?.
C’entra perché se avete letto, fino a questo punto, questa storia, vostro malgrado, siete stati pescati.
Ancora non lo sapete ma il nostro pescatore è diverso da tutti gli altri. Si è abilmente mimetizzato
per non farsi riconoscere. Il pesce pescato dal nostro pescatore penserà forse di essere finito,
penserà di ritrovarsi nel giro di poche ore in padella ma scoprirà ben presto che non è così. Il
nostro pescatore insegnerà infatti al pesce a non farsi più prendere all’amo dagli altri pescatori. Il

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nostro pescatore porterà il nostro pesce in un luogo sicuro dove il pesce potrà continuare a vivere
in tranquillità ed insegnare ai propri figli che ci sono .. la fuori… esseri che ti vogliono pescare,
che ti vogliono mangiare ed, ogni tanto, si trova anche qualche pescatore che ti vuole…. salvare.
Il nostro pescatore infatti vuole insegnare al pesce pescato ed alla sua gente come fare a non farsi
pescare; ed una volta acquisita la necessaria coscienza, il pesce verrà rimesso nel fiume da cui
proviene perché dica a tutti gli altri, di stare attenti, perché, in giro, ci sono quelli che ti pescano.
Ed insegnerà a tutti quelli che incontra, i trucchi per difendersi, insomma, per non farsi pescare.
Il problema del nostro pescatore è quello di scegliere una buona esca. Il pesce non si fiderebbe, non
è ancora in grado di decidere se esiste un salvatore o un mangiatore di pesci attraverso una
semplice esca. Il nostro pescatore deve pescare, anche con un tranello il suo pesce e, solo dopo, dire
al pesce, guarda che ti ho pescato per tirarti fuori dalla merda in cui eri. Se facevi qualche nuotata
in più c’era il mio collega a pescarti, che ti faceva al forno! bischero che non sei altro!
Questo libro nella sua forma romanzata altro non è che un’esca. Coperta da una intrigata
situazione spionistico televisiva, dietro la quale in realtà si cela una profonda verità, sulla nostra
intera esistenza. Cosa ne sa il pesce che fuori dall’acqua c’è un mondo differente dal suo che avrà
sicuramente molte sfaccettature ma una è sicuramente quella di pescare e mangiare i pesci?.
Ci vuole un pescatore che dal mondo esterno, il mondo dei pescati e dei pescatori, prenda i pesci e
li porti a livelli di consapevolezza superiori che, da loro stessi, non potrebbero mai attivare e gli
insegni a non farsi pescare mai più.
Anche se romanzato, il racconto che avete appena letto è intriso di fenomeni realmente accaduti.
Per quanto possa esservi sembrato strano, molto di ciò che vi è raccontato è assolutamente reale.
Chi ha scritto questo libro è un pescatore che per passare inosservato ha dovuto scegliere una
buona esca per pescare i suoi amici pesci, sapendo che una volta, era uno di loro.
Malcor
Il Capo Pescatore

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NOTA DELL’AUTORE E RINGRAZIAMENTI

Non avrei mai pensato che un giorno mi sarei ritrovato a scrivere dei ringraziamenti per un libro. Un libro
scritto di mio pugno. Un libro dietro cui si celano notti insonni spese per sviscerare la trama, ideare un
intreccio narrativo che potesse funzionare e mettere tutto questo nero su bianco con la stesura dei diversi
capitoli.
Scrivere questo testo non è stato affatto semplice. Considerando la vastità dei temi trattati e su cui la storia
si basa, è stato necessario dover operare delle scelte sui contenuti per amalgamarli in modo coerente con le
situazioni presentate di capitolo in capitolo. Per integrare i contenuti con la storia, che si presenta come un
thriller fantascientifico, è stato necessario dover a volte utilizzare alcune informazioni in modo non troppo
preciso o addirittura artefatto. Alcune aspetti esaminati nella storia, pochi invero e del tutto marginali per
lo scopo che mi sono prefissato, differiscono più o meno lievemente dai risultati delle ricerche del dott.
Malanga. Ciò è stato reso necessario per ottemperare alle esigenze e ai tempi narrativi ed è comunque stato
fatto previo accordo con lo stesso Malanga che ha supervisionato e, infine, avallato il testo. È per questo che
invito chiunque vorrà approfondire alcuni aspetti a dedicare tempo e attenzione all’ebook scaricabile
gratuitamente da www.sentistoria.org Alien Cicatrix (“Alieni o Demoni: Battaglia per la Vita Eterna” nella
sua versione cartacea, edito da Chiaraluna Edizioni).
Riuscire a dar vita ad una storia che riesca a catturare l’attenzione del lettore, cercando di modulare in
maniera opportuna contenuti, ritmo, suspance, non è cosa facile e non lo è stata nemmeno per me. Ad ogni
modo, credo di essere riuscito nell’intento e quindi mi auguro che il lettore possa trovare il romanzo di suo
gradimento.

Le persone più attente si saranno accorte che questo è lo stesso libro che doveva essere pubblicato lo scorso
marzo da Chiaraluna Edizioni. Purtroppo, in fase di correzione e di editing, alcune divergenze con l’editore
hanno spinto quest’ultimo a tirarsi indietro. Non è mia intenzione dare luogo a polemiche in tal senso.
Semplicemente ho ritenuto che una spiegazione fosse dovuta a quelle persone che attendevano la
pubblicazione del testo o che ne avevano addirittura prenotato una copia.

Relativamente al rapporto con l’editore posso dire, in ultima istanza, di dovergli un sincero ringraziamento
per avermi dedicato molto tempo durante la stesura del romanzo, per avermi costantemente spronato, per
essere stato prodigo di consigli e per aver fatto un primo lavoro di correzione dispendioso in termini di
energie e di tempo. Molte di queste correzioni sono presenti nel testo che leggerete. Rimane solo
l’amarezza di un rapporto che era nato come una bella amicizia e che poi, per diversi motivi, è sfumato nel
niente. Ciò non mi impedisce comunque di conservare un caro ricordo di Francesco Pandolfi Balbi, della sua
compagna – la dottoressa Sabrina Venditti (ricercatrice di biologia molecolare presso l’Università degli
Studi di Roma La Sapienza), per altro consulente su alcuni aspetti “scientifici” trattati nel libro -, e del
piccolo Davide, il loro meraviglioso bambino.

Per ciò che concerne la revisione del testo, il lavoro più impegnativo in tal senso è stato svolto di concerto
con Fabio Aprea, dottore in lettere laureatosi presso il DAMS di Roma Tre, carissimo amico e compagno di
viaggio in questa come in mille altre avventure… Avventure importanti fatte di amicizia sincera,
condivisioni, divergenze a volte marginali altre volte aspre… Avventure che hanno riguardato entrambi e
che hanno segnato nel bene e nel male la nostra crescita da ragazzi a giovani uomini. A lui vanno anche le
mie scuse poiché per questioni di tempo, non è stato possibile in questa sede pubblicare l’ultima revisione
del testo a causa della volontà di fare un gradito regalo natalizio agli utenti di sentistoria.org. Il tempo è
tiranno e a causa dei numerosi impegni familiari e lavorativi, non mi è stato possibile riprendere in mano il
manoscritto per integrare le correzioni del caso che Fabio mi aveva segnalato. Non è nemmeno stato
possibile dare seguito alla sua proposta di inserire nelle parti più complesse del libro schemi e disegni che
fossero un ausilio visivo per il lettore. Spero di riuscirlo a fare quanto prima e presentare un testo privo di
qualunque tipo di errore nei prossimi mesi.

Ringrazio sentitamente il mio amico Vittorio Bitetti, primo in assoluto ad esaminare la prima versione del
testo. Vittorio è stato inoltre una fonte di ispirazione per la stesura del racconto e con lui ho discusso, nel
corso di varie serate trascorse davanti ad una buona birra, l’evolversi della fabula e dell’intreccio ricevendo
utili consigli. Ed è lui che si è fatto carico delle varie stampe preliminari su cui operare le correzioni,

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permettendoci di affrontare questa fase del lavoro su carta e non a video, cosa che sarebbe stata più faticosa
ed antipatica.

Un altro ringraziamento, non meno importante dei precedenti, va all’admin di senti storia.org, Semiasse,
amico e instancabile lavoratore che si è fatto carico insieme a sua moglie Barbara, per un ultima fase di
correzione per eliminare dal testo errori di battitura, ripetizioni e scremarlo da tante piccole imperfezioni. È
giusto premettere che Walter e Barbara hanno ricevuto il testo quattro giorni prima della pubblicazione,
quindi se tanti errori non sono stati eliminati è esclusivamente per colpa del sottoscritto.

Vorrei ringraziare il dott. Corrado Malanga, sempre prodigo nel dedicarmi tempo sia durante che
successivamente la stesura del testo. Corrado si è rivelato una fonte inesauribile per i contenuti del libro, un
consulente attento e, con tutta la sua umanità, una guida capace di tracciare un percorso necessario per
molti uomini e donne, così come lo è stato per il sottoscritto. E insieme a Corrado è doveroso ringraziare
sua moglie Gianna, sempre pronta ad accettare con un sorriso il fatto che le sottraessi il marito per
affrontare le tematiche inerenti testo ed altre più personali. Spero che questo libro sappia dare il giusto
merito e la giusta attenzione al lavoro di Corrado, da cui ho attinto a piene mani.

Devo ammettere, per onestà verso me stesso e verso i lettori, di non aver mai avuto una scaletta precisa in
mente ma solo un canovaccio degli eventi nemmeno troppo definito. Se questo da una parte mi ha dato
grande libertà nell’invenzione e nell’intreccio, dall’altra ha richiesto una quantità di tempo non indifferente,
tempo rubato al sonno, tempo rubato al lavoro. E soprattutto tempo rubato a mia moglie Cristina e mio
figlio Lorenzo cui devo le mie scuse più profonde e sincere ed anche il mio ringraziamento più grande.
Se mia moglie non si fosse fatta carico totale delle cure e delle attenzioni di cui un neonato ha bisogno, non
avrei mai avuto il tempo per scrivere questa storia. In quei mesi, si è spesso ritrovata a far fronte per nostro
figlio al ruolo di madre e di padre. Questa è la mia colpa più grande: averla lasciata sola nei primi mesi di
vita di mio figlio per questo e per altri impegni. Se potessi tornare indietro nel tempo con la maturità
odierna, certamente questo libro non avrebbe mai visto la luce e quindi è giusto che soprattutto quelli che
apprezzeranno il romanzo sappiano che i meriti più grandi vanno proprio a mia moglie. Si tratta di meriti
trasversali, è vero, ma senza i quali, oggi non sarei qui a scrivere queste righe.
Questo libro è dedicato a lei, per questo e per centinaia di altri motivi, e a mio figlio, uno splendido bambino
di venti mesi che ha saputo insegnarmi ad apprezzare la vita e che riesce a commuovermi ogni giorno con i
tanti piccoli gesti che solo un bambino sa fare. Lui e mia moglie sono i miei grandi amori, la mia passione,
ed il mio stimolo costante a vivere questa vita al meglio delle mie possibilità.

Roberto Cifra
19. 12. 2008

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