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Il volume è rivolto principalmente a studenti di discipline

archeologiche, che intendono affrontare per la prima volta


le tematiche della corretta metodologia dello scavo archeologico,
c
e costituisce uno strumento per chi inizia a costruire la propria Q
<
o

personale esperienza "sul campo". e,


z

Alla base dello scavo deve esserci, e non può che esserci, o

la teoria stratigrafica, da cui discende il metodo che si rende


operativo attraverso la giusta strategia da applicare in quella
determinata situazione. Senza la padronanza del metodo
e della teoria da cui si origina non ci può essere uno scavo
archeologico ben fatto, se non casualmente. Da questo deriva
il titolo Metodo e strategie ..., perché uno solo è il metodo,
mentre le strategie operative sono molteplici, ed è anche difficile
poterle esplicare tutte, perché ogni scavatore, una volta
padroneggiato il metodo, potrà crearsi anche delle strategie
personali, maggiormente consone al proprio modo di operare
e funzionalizzate ai problemi che intende affrontare.
Sulla base della sua pluridecennale esperienza, Carlo Tronchetti,
in un linguaggio il più possibile piano, descrive le diverse fasi..
di scavo, analizza in dettaglio l'organizzazione del cantiere
archeologico, con le diverse figure professionali coinvolte
e i compiti spettanti, esamina le disparate situazioni che si
possono presentare (scavo urbano, scavo di necropoli ecc.) ed
espone i relativi modi di procedere.

Carlo Tronchetti è direttore nella Soprintendenza Archeologica


di Cagliari e Oristano e responsabile del Museo Archeologico
Nazionale di Cagliari. I suoi interessi scientifici sono rivolti
alla Sardegna arcaica e alla ceramica greca e romana,
Sardi: traffici, relazioni,
su cui ha scritto vari volumi, tra i quali I
ideologie nella Sardegna arcaica (Longanesi 1988), Cagliari fenicia
e punica (Chiarella 1990), La ceramica della Sardegna romana
(Ennerre 1996); ha pubblicato diversi studi sulle ricerche
condotte a Nora. Collabora a importanti periodici scientifici
italiani e stranieri.

BN 88-430-2468-X

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A.O.MOL)(.U

Collana del Dipartimento di Storia


dell'Università degli Studi di Sassari

Nuova serie diretta da Mario Da Passano, Attilio Mastino,


Antonello Mattone, Giuseppe Meloni

Pubblicazioni del Centro di Studi lnterdisciplinari


sulle Province Romane

14
I lettori che desiderano
informazioni sui volumi
pubblicati dalla casa editrice
possono rivolgersi direttamente a:

Carocci editore
via Sardegna 50,
00187 Roma,
telefono o6 l 42 81 84 17
fax o6 l 42 74 79 31

Visitateci sul nostro sito Internet:


http://www.carocci.it
Carlo Tronchetti

Metodo e strategie
dello scavo archeologico

con un contributo di Anna Maria Colavitti

Presentazione di Daniele Manacorda

Carocci editore
1" edizione, gennaio 2003
© copyright 2003 by
Carocci editore S.p.A., Roma

Finito di stampare nel gennaio 2003


dalle Arti Grafiche Editoriali srl, Urbino

ISBN 88-430-2468-x

Riproduzione vietata ai sensi di legge


(art. 171 della legge 22 aprile 1941, n. 633)

Senza regolare autorizzazione,


è vietato riprodurre questo volume
anche parzialmente e con qualsiasi mezzo,
compresa la fotocopia,
anche per uso interno
o didattico.
Presentazione

Credo che a nessuno sfugga quanto lo scavo mantenga tutta la sua cen­
tralità nella ricerca archeologica, rafforzata dalla conquista di un'ottica
stratigrafica ormai diffusa, sì che, se oggi sempre più si parla di "archeo­
logia senza scavo" e si opera di conseguenza nella diagnostica dei deposi­
ti archeologici, questa nuova frontiera dell'archeologia non si pone come
un superamento dello scavo quanto piuttosto come un'estensione delle
sue premesse e delle sue procedure contestuali al campo della valutazio­
ne archeologica, figlio legittimo della stratigrafia.
Né credo sfugga la centralità che il momento dello scavo mantiene
per l'immagine stessa dell'archeologia nei confronti di un'opinione pub­
blica frastornata dalla nebbia irrazionalistica che, con la complicità dei
media, offusca tanta parte della società contemporanea. Spetta anche a
noi archeologi la responsabilità di far giungere, con il nostro impegno
nella ricerca sì ma anche nella alta divulgazione, messaggi inequivoci sul­
lo statuto scientifico della ricerca archeologica sul campo e sulla necessi­
tà e fecondità delle sue finalità storiche.
Lo scavo non è un momento interno alla disciplina archeologica, una
tecnica al suo esclusivo servizio, è - al contrario - il luogo intorno al qua­
le ruotano le domande che l'archeologo pone all'insieme delle fonti ma­
teriali (manufatti, ecofatti, monumenti, prodotti in serie e opere d'arte) e
al tempo stesso una delle finestre attraverso la quale gli altri ci guardano e
una porta di dialogo attraverso la quale entriamo continuamente in con­
tatto, e talora in conflitto, con l'esterno.
In questo volume, con la concretezza e la misura che lo contraddi­
stinguono, Carlo Tronchetti espone con chiarezza esemplare le metodo­
logie, le strategie, la prassi operativa del càntiere di scavo archeologico.
Ma il lettore vi troverà anche quelle fondamentali nozioni di teoria, dalle
quali il metodo discende e dalla cui acquisizione ciascun scavatore, pa­
droneggiando il metodo, potrà - secondo una felice espressione di Tron­
chetti - sviluppare strategie personali.
8 DANIELE MANACORDA

Si potrà obiettare che il panorama editoriale italiano non è privo di


ottimi e ormai " classici" manuali di scavo, di diversa impostazione cultu­
rale ma di analoga base metodologica, che potrebbero rendere superflua
questa nuova fatica. La risposta è data dalle stesse pagine di questo libro,
che dedicano ampio spazio a un utile excursus di storia della stratigrafia,
e della manualistica stratigrafica, a partire da quella Archaeology/rom the
Earth di sir Mortimer Wheeler, la cui auspicata traduzione in italiano nel
secondo dopoguerra possiamo considerare come uno di quegli atti man­
cati da consegnare alla storia della cultura italiana del XX secolo.
Fu invece tradotto per i tipi della Mondadori il volumetto della sua
più stretta collaboratrice, Kathleen Kenyon, che tuttavia - nota Tron­
chetti - ebbe assai scarsa diffusione. Né poteva essere altrimenti, dato
l'humus ancora poco ricettivo e il modesto retroterra culturale nel quale
si calava l'Introduzione all'archeologia della Kenyon. Mi è quindi gradito
ringraziare da queste pagine una cara amica, Gemma Sena Chiesa, che
giovanissima ne curò la traduzione, e ricordare con affetto Lucia Guerri­
;
ni, che, quand ero ancora studente, me ne donò una copia, che mi ac­
compagnasse nelle mie prime esperienze di (assistente allo) scavo del
Parco del Cavallo di Sibari nell'ormai lontano 1969.
Con sintetica sobrietà nelle pagine che seguono Tronchetti inquadra
l'apporto alla stratigrafia archeologica arrecato da Philip Barker, il cui
pragmatismo non sconfina mai nell'empirismo perché sempre sorretto
da una rigorosa applicazione del metodo; o quello, decisivo, di Edward
Harris, mirato a una meditata semplificazione della registrazione del­
l' evidenza, che non vuol dire semplificazione dell'evidenza; o le novità
espresse in Italia dalla scuola veneta, cui non lesina critiche anche severe,
accompagnate da un richiamo a tenere distinto il piano del riconosci­
mento della stratigrafia da quello della sua interpretazione. E natural­
mente non manca un costante, intimo richiamo alle Storie dalla terra di
Andrea Carandini, alla cui impostazione Tronchetti si rifà senza veli e
della quale si pone in qualche misura còme divulgatore.
Divulgatore originale e attento, capace di tradurre in viva comunica­
zione una lunga e appassionata esperienza accompagnata da una sincera
riflessione, Tronchetti assume la metafora di Sherlock Holmes, ma,
come il commissario Maigret, non guarda distaccato gli eventi e si fa as­
sorbire dall'ambiente. E accetta con tranquillità l' autodefinizione di " de­
lirante" , un portato forse dell'età con il quale molti di noi scavatori in
una certa fase di accumulo dell'esperienza sul campo dobbiamo fare i
conti, tesi come siamo al raggiungimento di una ipotesi sorretta da
un'impalcatura di dati, senza perdersi nei dettagli paralizzanti, ma inca­
nalando l'osservazione analitica del terreno verso un risultato argomen-
PRESENTAZIONE 9

tabile: di qui l'importanza del " giornale di scavo " , che nella prospettiva
di Tronchetti aiuta a ricostruire, con i processi mentali che guidano
l'archeologo nei meandri della stratificazione, genesi e sviluppo.
Questo atteggiamento non offre alibi alle facilonerie voraci di chi do­
vesse ritenere che la conoscenza delle basi teoriche del metodo sia suffi­
ciente a giustificarne l'aggiramento: le quattro virtù che l'Autore consi­
dera a buon diritto come strumenti alla portata di tutti e quindi non elu­
dibili, cioè la pazienza, la curiosità, l'umiltà e una pratica critica, anche se
non coprono il ventaglio delle doti necessarie, sono davvero basilari, e
possono dare garanzia di uno standard di risultati elevato, anche se - per
riprendere in senso traslato una curiosa espressione usata nel testo dal­
l'Autore e che non va confusa con una semplice manifestazione di buon
senso - «dipende molto dal tipo di radice» (potremmo dire, cioè, dalla
formazione complessiva, non solo di carattere tecnico-operativo) .
Tronchetti si misura anche con le sue responsabilità di funzionario
della tutela, dimostrando un'attenzione non usuale al rapporto costi/be­
nefici nella conduzione degli interventi e nella scelta delle strategie e
prendendo posizione chiarissima sul tema del rapporto fra conoscenza e
conservazione.
«Non sono molto favorevole - scrive - a lasciare brandelli del passa­
to in vista isolati nella città moderna, a meno che non ci si trovi dinanzi a
cose assolutamente eccezionali». E ancora: una volta documentato e in­
dividuate le unità stratigrafiche a esso connesse, «non ha senso lasciare
sul terreno un lacerto di muro. Esso costituisce solo un ingombro fisico e
una intrusione visiva nociva per la ricostruzione ideale delle situazioni
precedenti».
Il tema è particolarmente sentito nell'archeologia urbana, nata anche
sulla base di un esplicito rifiuto delle gerarchie nei processi di conoscen­
za. Oggi ci rendiamo conto che stiamo tornando a riflettere sul ruolo del­
le gerarchie nella programmazione e nella pratica della ricerca, non certo
nel senso di una riproposizione di quelle aprioristiche che l'archeologia
urbana ha contribuito a demolire, quanto per dotare l'archeologia di
quella capacità di effettuare scelte che la renda una disciplina in grado di
interagire con gli altri organismi che hanno il fine e l'autorità di progetta­
re il presente e il futuro dei centri urbani, e non solo di questi.
Queste scelte riguardano innanzitutto la tutela, ma anche l'intensità
dell'indagine, le priorità da privilegiare negli interventi. Sono scelte tra
conservazione e non conservazione di fronte alle quali - fatta salva ovvia­
mente la documentazione di quanto va inevitabilmente perduto- si tro­
vano quotidianamente operatori sul campo e funzionari della tutela:
scelte difficili, talora anche drammatiche, che non sono illegittime, ma
IO lli\NIEI.E MANi\C<lRDA

che hanno bisogno di essere motivate. Perché siano praticabili e sosteni­


hili tali scelte devono avere alle spalle un progetto culturale, uno stru­
mento mediante il quale l'archeologia possa raggiungere i propri obietti­
vi di conoscenza e possa al tempo stesso riuscire a far meglio comprende­
re all'opinione pubblica le proprie procedure e le proprie finalità, poste

spesso in caricatura dalla percezione irrazionale della ricerca archeologi­


ca veicolata in genere dai mezzi di comunicazione di massa.
Occorre riflettere sulle conseguenze che la rifondazione epistemolo­
gica dell'archeologia contemporanea ha avuto nel campo della definizio­
ne dei giudizi di valore. Dall'antico come parametro del valore (gabbia
all'interno della quale l'archeologia ha prestato materiali ai tanti usi pub­
blici della storia da altri elaborati) o - se vogliamo - dalla data, siamo
oggi passati a definire il valore in termini di segno: una prospettiva che
non nega ma esalta la dimensione storico-culturale della ricerca. Ci ren­
diamo conto che nel momento in cui l'archeologo porta alla luce una
traccia materiale contribuisce all'arricchimento di quella che chiamiamo
"memoria sociale" , un atto di costruzione che dà ordine e senso ai mate­
riali del ricordo, che le tecnologie ampliano ormai a dismisura, ma che
devono tradursi in memoria collettiva, in immagini che contribuiscano
alla conservazione dell'identità dei gruppi sociali: e ciò comporta una
esplicita assunzione di responsabilità nelle scelte che inevitabilmente
operiamo, quando inevitabilmente selezioniamo, per dare un senso a
quella selezione.
Paradossalmente il problema non è forse ora più tanto come scavare,
ma se, perché e quanto scavare (Carandini 2ooo, p. x6o).

Da questo punto di vista io credo che un certo facile buon senso, che non da oggi
afferma che si può fare a meno di scavare, che si è scavato anche troppo, che bi­
sogna pensare a conservare e pubblicare quanto si è finora scavato, sembrerebbe
avere le sue brave ragioni. Devo anche dire che le domande che oggi ci poniamo
su tanti aspetti di ogni epoca del passato hanno invece bisogno ancora di un gran
numero di scavi stratigrafici, perché quello che l'infinita serie dei vecchi sterri
poteva dirci ce l'ha ormai detto, e non ci dirà quello che ancora non sappiamo.

Mentre c'è ancora tanto bisogno di afferrare la pienezza dei contesti ar­
cheologici, riportare a sintesi i sistemi culturali che la stratigrafia espone,
ristabilire i ponti necessari fra i sistemi insediativi e le manifestazioni cul­
turali, ivi comprese quelle artistiche, che di quei contesti fanno parte, ma
anche ridare senso ai frammenti e alle strutture più anonime reinseren­
dole nella coerenza delle relazioni spaziali, temporali e culturali che han­
no segnato la loro esistenza. Da un lato ci manca ancora la conoscenza
scientifica di tipologie architettoniche e insediative fondamentali per la
PRESENTAZIONE II

comprensione del mondo antico, dall'altro assistiamo talvolta a procedu­


re investigative e amministrative abnormi per la messa in luce e la conser­
vazione di frammenti decontestualizzati, spesso con grave danno sociale
e con ripercussioni negative sull'immagine dell'archeologia presso la
pubblica opinione.
Quando l'analiticità nell'intervento di scavo e nelle procedure della
tutela non è sostenuta da una forte pulsione interpretativa e da un forte
desiderio di conoscenza e trasmissione di nuovo sapere, l'analiticità non
solo entra in contraddizione con la conoscenza, ma impedisce di distin­
guere. È infatti apparentemente molto più facile scavare tutto e conser­
vare tutto, perché così si pensa di non sbagliare: peccato che così sia più
difficile produrre cultura e si rischi di rifuggire dalle proprie responsabi­
lità.
Nel momento in cui si procede alla indagine stratigrafica, succede
che non sia possibile fermarsi; in altri casi fermarsi è, invece, necessario e
in tal caso le soluzioni tecniche si intrecciano a quelle culturali. Là dove il
resto edilizio si presenta in forme tali che lo stesso archeologo ha difficol­
tà a ricomporre un luogo o una funzione, quel resto, forse, darà il meglio
di sé nello scavo scomparendo fisicamente e ricomparendo interpretato
nell'analisi della sequenza. Là dove la testimonianza edilizia è ancora in
grado di dare di sé un messaggio percepibile in termini di organizzazione
dello spazio e dei percorsi, credo che quel tipo di struttura possa essere
più felicemente conservata anche a scapito di una rinuncia alla conoscen­
za di ciò che l'ha preceduta. Si tratta in ogni caso di una responsabilità
grande, che l'archeologo deve potersi assumere, possibilmente non in so­
litudine.
La restituzione di situazioni comprensibili aiuta l'archeologia a con­
seguire maggiore diritto di cittadinanza, maggiore consenso, ad aver
meno bisogno della pur necessaria tutela costrittiva. Da archeologo pro­
vo disagio quando vedo le nostre città bucherellate da interventi di sca­
vo, necessari e al tempo stesso casuali, che si traducono magari in bei
progettini che cercano, qualche metro sotto il piano di calpestio urbano,
di dare un senso a un muro sbocconcellato. Non vorrei vedere la forma
urbana attuale, che è il prodotto di ben altri e lunghi processi di forma­
zione culturale, interrotta da male interpretati feticismi archeologici. Lo
scavo stimola la nostra capacità di distinguere le componenti e i meccani­
smi della stratificazione ma anche i diversi livelli di comunicazione che la
struttura archeologica può trasmettere: il significato antico e moderno di
quei " segni " .

DANIELE MANACORDA .
Introduzione

La storia non è poi


la devastante ruspa che si dice.
Lascia sottopassaggi, cripte, buche
e nascondigli

E. Montale, La storia

Perché un nuovo volume sul metodo dello scavo archeologico, quando


ne esistono in commercio da tempo altri, ampiamente noti e diffusi, re­
datti da studiosi ben più qualificati di me? È meglio precisare subito che
non intendo assolutamente mettermi in competizione con i classici ma­
nuali di scavo archeologico (Barker 1977, Harris 1979, Carandini 1981 ed
edizioni successive 1991 e 1996), né minimamente pretendo di sostituirli
in qualche maniera. Il fine cui ho indirizzato la mia fatica è quello di crea­
re un libretto (che nella mia primitiva intenzione doveva addirittura chia­
marsi "prontuario " ) di base da cui lo studente o comunque il principian­
te (si può iniziare a scavare anche dopo essersi laureati) può partire assu­
mendo i concetti fondamentali del corretto metodo di scavo.
A questo, poi, si devono, inevitabilmente e necessariamente, aggiun­
gere i succitati volumi, direi però in ordine diverso da quello cronologico
di edizione. Prima dovrebbe essere letto il Carandini, che offre un ampio
inquadramento della cultura stratigrafica; l'unica, come giustamente
scrive (Carandini 2ooo, p. 125), che ci addestra a ragionare in modo stori­
co, effettuando combinazioni spaziali, temporali e mentali. Ad esso deve
seguire il Barker, eccellente volume in cui la pragmaticità prettamente
anglosassone (un mio allievo mi ha detto che manca solo che dia l'indiriz­
zo dove comprare le trowels migliori) non cade mai nell'empirismo per­
ché sempre sorretta da una rigorosa applicazione del metodo. Infine si
può leggere lo Harris, direi il più ostico dei tre, con il suo taglio rigida­
mente "scientifico " . Non sarà assolutamente fuor di luogo, e anzi è viva­
mente consigliata, la lettura anche del recente Dizionario di Archeologia
( woo) edito da Riccardo Francovich e Daniele Manacorda in tutte le sue
voci; il volume offre un panorama sintetico, chiaro e aggiornato delle
problematiche sul tappeto ed è un vivace stimolo all'approfondimento.
Una giustificazione al mio scrivere ancora di metodo di scavo posso
trovarla nel fatto che, discutendo con molti giovani - forse non sufficien­
temente preparati dall'Università ad affrontare tali argomenti -, ho per­
cepito più volte la difficoltà di approccio con questi libri, provando i ra-
14 METODO E STRATEGIE DELLO SCAVO ARCHEOLOGICO

gazzi talora sconcerto nelle ampie discussioni di ambito più latamente


culturale di Carandini (adesso, purtroppo, molti giovani cercano solo il
nocciolo operativo dei problemi, quasi come in un manuale d'uso di un
programma informatico di cui non ci interessa conoscere i procedimenti
ma solo i comandi che lo fanno funzionare), trovando arido e poco dige­
ribile lo Harris e dispersivo e legato a situazioni al di fuori della loro espe­
rienza il Barker.
Sulla base della mia pluridecennale esperienza di scavo (quando ho
iniziato a lavorare su questo libro, nel 1 999 , cadeva il mio trentesimo an­
niversario di scavo), e sull'interesse che ho sempre coltivato per i proble­
mi di metodo, ho cercato, allora, di scrivere un volumetto di agile lettura
e ridotte dimensioni, tale da poter essere portato sul cantiere senza trop­
pi problemi, in cui fossero esposti il metodo, le strategie e la prassi opera­
tiva dello scavo archeologico_
E a questo punto conviene precisare, per evitarmi eventuali accuse di
empirismo, che sono profondamente convinto che il principale concetto
errato riguardante lo scavo archeologico è quello che vede la pratica pari,
se non superiore, alla conoscenza e applicazione del metodo.
Alla base dello scavo deve esserci, e non può che esserci, la teoria
stratigrafica, da cui discende il metodo, che si rende operativo attraverso
la giusta strategia da applicare in quella determinata situazione. Senza la
padronanza del metodo e della teoria da cui si origina non ci può essere
uno scavo archeologico ben fatto, se non casualmente (uno dei paradossi
della statistica dice che un numero infinito di scimmie, battendo sui tasti
di infinite macchine da scrivere per un tempo infinito, riuscirebbe a scri­
vere le opere complete di Shakespeare; quindi può esistere anche la teo­
rica possibilità che uno scavo condotto senza metodo risulti corretto).
Così da questo deriva il titolo Metodo e strategie . . . , perché uno e uno
solo è il metodo, mentre le strategie operative sono molteplici, ed è anche
difficile poterle esplicare tutte, perché ciascun scavatore, una volta pa­
droneggiato il metodo, potrà crearsi anche delle strategie personali, mag­
giormente consone al proprio modo di operare e funzionalizzate ai pro­
blemi che intende affrontare. Ma solo, si ribadisce, conoscendo perfetta­
mente il metodo. Che talora, però, può anche essere applicato non piena­
mente, per circostanze occasionali. Ma le deviazioni dal metodo, fatte da
chi il metodo conosce e opera correttamente, devono essere giustificate,
spiegando i motivi che ci spingono a questo, in che punti e in che misura
ci si discosta dal metodo, in quali campi i risultati dello scavo sono co­
munque accettabili. Ad esempio, se lavori moderni, che non si possono
assolutamente bloccare neppure per breve tempo, mettono in luce una
porzione di pavimento romano in cocciopesto legato a un brandello di
INTRODUZIONE 15

muro, una volta documentato rapidamente in foto, pianta ed elevato il


manufatto, per poter datare pavimento e muro si può fare un rapido sca­
vo al di sotto del pavimento, senza addentrarci, se non macroscopica­
mente, nella differenziazione delle Unità Stratigrafiche e recuperando
così materiali di cui i più tardi sono comunque il terminus post quos si
data la stesura del pavimento stesso.
Ho preferito parlare subito di questa eccezione al metodo, perché di
eccezioni non parlerò più, dal momento che sono convinto che se si co­
mincia a essere lassisti una volta si corre il rischio di ripetersi, anche
quando non sussistono motivazioni di carattere, appunto, eccezionale.
Del resto il metodo stratigrafico, una volta compreso, è di una logicità e
quindi di una semplicità incredibile, tale da apparire anche owia, e la sua
applicazione, di norma (ma bisogna vedere caso per caso), non comporta
necessariamente tempi lunghi.
Quando, nel 1981, ricevetti dalla casa editrice De Donato - insperato
omaggio -la prima edizione di Storie dalla terra, dopo averlo letto e rilet­
to, scrissi a Carandini per comunicargli la mia ammirazione dicendo, tra
l'altro, che aveva tolto ogni alibi a chi diceva che non aveva potuto scava­
re bene per mancanza di tempo. Owiamente dipende anche dalla perso­
nalità di ognuno. Esistono, come ben si sa, gli archeologi " deliranti" e gli
archeologi " ossessivi " . Questi ultimi sono quelli che scavano lentamente,
carezzando le Unità Stratigrafiche, sempre pulendo con accuratezza il
terreno per scendere un millimetro per volta, incerti su cosa eventual­
mente conservare, costantemente con il terrore di perdere qualche dato
o di asportare qualcosa che sarebbe meglio lasciare. I primi, cui mi sento
costituzionalmente molto affine, sono quelli che, una volta individuate e
documentate le Unità Stratigrafiche e i loro rapporti, scavano con deci­
sione senza fermarsi dinanzi a niente. Il mio concetto (astratto) di uno
scavo archeologico è che non dovrebbe arrestarsi prima di aver portato il
sito dove si opera a una situazione precedente alla comparsa dell'uomo
sulla faccia della terra. Solo così (sempre in modo astratto) si può avere la
conoscenza, quanto più completa possibile, di ciò che la terra ci ha con­
servato. Owiamente questo non è (sempre) attuabile, per una serie di
motivi facilmente intuibili; ma dobbiamo ricordarci, comunque, che lo
scavo è un'attività distruttiva, che solo con la distruzione porta alla cono­
scenza. Giustamente Carandini (20oo, p. 146) dice che anche i muri sono
delle Unità Stratigrafiche, così come gli strati di terra, e che, come si di­
struggono questi, si deve avere presente la possibilità di smontare quelli,
se ciò è funzionale alla ricerca scientifica. Non ha senso lasciare sul terre­
no un lacerto di muro, una volta documentatolo e individuate le Unità
Stratigrafiche a esso connesse. Esso costituisce solo un ingombro fisico e
r6 METODO E STRATEGIE DELLO SCAVO ARCHEOLOGICO

una intrusione visiva nociva per la ricostruzione ideale delle situazioni


precedenti; come tale, non avendo più scopo dopo averci fornito le infor­
mazioni di cui era latore, può essere eliminato senza rimpianti. La sua
conservazione, al di là della mera occorrenza fisica, è affidata ai dati
scientifici ricavati e alla narrazione storica da essi derivata di cui fa e farà
eternamente parte. La prima e più importante tutela avviene attraverso la
conoscenza (ogni riferimento alle attuali tendenze del ministero per i
Beni e le Attività culturali, di cui faccio parte, è puramente intenzionale­
e polemico) .
Come s i comprende bene d a quanto h o scritto sopra, e meglio si
comprenderà dal resto del volume, sono un convinto assertore e seguace
del metodo stratigrafico. Invidio i giovani delle due ultime generazioni,
per intenderei quelli che hanno dai venti ai quarant'anni circa, che hanno
avuto e hanno la possibilità di formarsi nello scavo con una metodologia
così ben affermata e delineata, e con maestri così preparati.
Se mi sono consentiti pochi ricordi personali, ai miei tempi, negli
anni Sessanta del secolo scorso, il metodo stratigrafico era ancora un
concetto molto lato, anche se ho avuto la fortuna di apprendere all'Uni­
versità di Pisa la metodologia dello scavo Lamboglia (si veda oltre il capi­
tolo sulla storia della metodologia) con la cara amica Orlanda Pancrazzi,
spirito eminentemente pratico, ma che insegnò a me e altri il metodo (e a
me in particolare instillò l'amore per la cultura materiale che non mi ha
mai lasciato) . I testi a disposizione erano quelli della Kenyon e del Frede­
ric, fumoso volume dove si trovava un po' di tutto, compreso anche mol­
to folklore, dando a questo termine, in tal caso, un valore sostanzialmen­
te negativo. Da questa base è iniziato un faticoso (ma che sostanzialmen­
te ritengo ancora fruttuoso) percorso personale di elaborazione fino al
1980, quando la lettura del libro del Barker e la successiva partecipazione
al convegno senese " Come l'archeologo opera sul campo" aprirono di­
nanzi a me, che mi trovavo da anni a operare in una regione come la Sar­
degna, non a torto considerata periferica, un mondo nuovo e affascinan­
te che non ho ancora terminato di esplorare e da cui continuo a trarre be­
nefici.
L'applicazione del metodo stratigrafico, infatti, ti porta a pensare, a
porti delle domande, a ragionare, a non contentarti dell'apparenza che ti
sta dinanzi, ma a interrogarla e connetterla con altre situazioni e altri sa­
peri. Per questo ritengo che chi realmente scava stratigraficamente, leg­
gendo e interpretando la stratificazione e giungendo a narrare la storia
che ci conserva, ha un'apertura e un habitus mentale che non può non
avere benefici anche negli altri campi dell'intelletto. Mi era stato calda­
mente consigliato di non scrivere queste frasi, per non apparire più reali-
INTRODUZIONE 17

sta del re oppure un presuntuoso sciovinista. Ho fatto invece, come quasi


sempre, di testa mia, perché sono profondamente convinto di quanto ho
detto. Il metodo stratigrafico, con il suo indagare le soluzioni, le continui­
tà nell'identità e nella diversità, le connessioni tra diverse categorie di
evidenze, con il suo processo mentale che dalla divisione, dall'individua­
zione dei risultati delle azioni (cioè delle Unità Stratigrafiche) porta alla
riunificazione delle singole unità nella narrazione storica delle vicende, è
quanto di meno chiuso e ottuso e quanto di più aperto e problematico
(nel senso migliore, in quanto suscitatore di problemi che richiedono da
noi una soluzione) possa esserci.
Carandini, nelle sue pagine sul "metodo indiziario" (1991, pp. 248-57)
propone un paragone con il metodo analitico-deduttivo di Sherlock
Holmes. Rimanendo nell'analogia con la letteratura poliziesca, direi che
l'archeologo, oltre che Sherlock Holmes, deve essere anche un commis­
sario Maigret, deve lasciarsi assorbire dall'ambiente (dal contesto) e deve
a sua volta assorbirlo, perché solo in quel determinato ambiente, in quel
determinato contesto, gli indizi e i fatti trovano la loro giusta collocazio­
ne. I dati e il contesto (formato da insiemi di dati) sono immanenti: l'uno
non può esistere senza gli altri e quelli senza questo non hanno ragione di
essere.
A questo punto non mi resta che chiudere questa introduzione, forse
troppo lunga, con i necessari e graditi ringraziamenti.
I primi non possono che andare ai maestri di questa disciplina, dei
cui insegnamenti questo libro è solo un pallido riflesso. Ho avuto la for­
tuna di conoscere personalmente Philip Barker al corso " Lo scavo archeo­
logico dalla diagnosi all'edizione" a Pontignano presso Siena nel 1989: ri­
cordo con emozione quest'uomo, dall'aspetto tipicamente inglese, dai
capelli bianchissimi, con l'entusiasmo e la curiosità di un giovanotto per
lo scavo e i suoi problemi. Rammento che mi feci scattare una fotografia,
con lui e l'amico Carlo Pavolini, da un collega presente al corso, il quale,
purtroppo, non mi ha mai inviato l'immagine che mi sarebbe stata molto
cara.
Poi Anna Maria Colavitti, rigorosa e preparata studiosa, da anni pre­
ziosa collaboratrice, che ha rivelato a me, impenitente ceramologo, l'al­
tra metà del mondo, quella delle strutture e dell'urbanistica, cui non mi
ero mai precedentemente appassionato. La Colavitti si è voluta prendere
l'onere di coprire la più vistosa delle mie lacune, il rilievo e la documen­
tazione grafica dello scavo. Di questo, non solo io, ma anche e soprattut­
to i lettori del libro, devono esserle profondamente grati.
Infine i miei " allievi" (metto questo termine tra virgolette perché non
sono istituzionalmente un docente e non vorrei essere accusato di arro-
r8 METODO E STRATEGIE DELLO SCAVO ARCHEOLOGICO

garmi cariche e meriti che non mi spettano) , i ragazzi che sono passati nei
miei cantieri nell'arco di almeno un venticinquennio per apprendere lo
scavo e ai quali ho cercato di trasmettere quanto sapevo. Mi sia consenti­
to, senza voler fare graduatorie di merito, di ricordarne i più cari.
Ignazia Chessa, che mi è stata vicina negli scavi di Sant' Antioco nei
primi anni Ottanta e che ha poi condotto con esemplare equilibrio e abi­
lità lo scavo urbano di via Brenta a Cagliari, curandone successivamente
assieme a me l'edizione scientifica; sfortunatamente le vicende della vita
e la scarsità delle destinazioni professionali l'hanno costretta, per soprav­
vivere, a rivolgersi in altra direzione: uno dei numerosi casi in cui la pro­
fessionalità acquisita e l'impegno profuso non trovano il meritato sboc­
co. Paola Fenu, per anni accurata scavatrice nel grande cantiere di Nora
(e di questa sua attività ha dato puntuale riscontro scientifico), puntiglio­
sa e difficile personalità, che sta ancora cercando dentro di sé una precisa
collocazione. Roberto Sirigu, l'unico che da me ha avuto, oltre la forma­
zione basale sul campo, anche quella teorica in un corso professionale re­
gionale per tecnici di scavo, dove ebbi la possibilità di approfondire, in
circa quaranta ore di lezione, la metodologia stratigrafica. Roberto, an­
che grazie all'impostazione datagli da Andreina Ricci, oltre a essere un
eccellente scavatore, è anche un acuto e interessato conoscitore dei di­
versi aspetti teorici inerenti lo scavo e lo studio dei materiali, in special
modo dal punto di vista dei " segni" e dei loro significati. Se ne avrà la
possibilità materiale non è disagevole prevedere per lui un brillante futuro.
Non è possibile dire quanto io abbia imparato da questi e dagli altri
miei allievi, sia con le discussioni sul campo e al di fuori, sia anche solo
preparandomi mentalmente gli argomenti e i problemi da prospettare
loro. Mio padre, docente universitario di tutt'altra disciplina, mi diceva
che non si studia mai così tanto come quando si deve insegnare. Di que­
ste sue parole, così come di moltissime altre, più vado avanti con gli anni
e più comprendo la verità.
Finalmente, but not the least, gli amici Attilio Mastino e Daniele
Manacorda. Il primo, prorettore dell'Università di Sassari, ha voluto ac­
cettare questo volume nella collana delle pubblicazioni del Dipartimento
di Storia di quella università; da parte di uno storico è prova di apertura e
fiducia, che spero questo volume possa non tradire. Daniele Manacorda,
con la consueta amicizia, ha trovato il modo di sacrificare un po' del suo
tempo per leggere questo volume e scriverne la presentazione. Cono­
scendo i suoi impegni e l'importanza di ciò che fa, non posso che ringra­
ziarlo sinceramente, anche per gli utili consigli che mi ha fornito per mi­
gliorare alcune parti di quanto ho scritto. Se così non è stato, la responsa­
bilità è unicamente mia.
INTRODUZIONE 19

La documentazione che accompagna il volume è tratta in gran parte, con


piccole modifiche, da altri libri; la redazione dei disegni è opera della dot­
toressa Monica Serpi, che ringrazio di cuore. I disegni originali sono stati
ideati dallo scrivente e realizzati graficamente dalla dottoressa Serpi.
Il volume, prima della stampa, è stato letto dall'amica Veronica Gio­
ve, già laureanda in archeologia, che mi ha dato utili indicazioni per chia­
rire alcuni passi che potevano risultare un po' oscuri a chi affrontava per
la prima volta (e non era certo il suo caso) la materia. Anche a lei un sin­
cero grazie.
I

Storia della metodologia stratigra/ica

Non è certo il caso in questa sede, e nell'ottica di questo volume, di riper­


correre tutta la storia dei metodi di scavo, a partire dai primi sterri per la
ricerca di statue e di oggetti d'arte sino ai giorni d'oggi. Ci limiteremo,
dunque, a una sintesi dell'evoluzione del metodo stratigrafico, attraverso
l'esame sommario delle personalità e delle scuole più importanti che si
sono dedicate ad applicare e teorizzare questo metodo, partendo dal­
l' epoca moderna e astraendo, quindi, dai pionieri quali il Pitt Rivers e il
Boni, sui quali potranno essere trovate notizie nelle opere generali citate
in bibliografia.
Parlando di metodo stratigrafico non si può non prendere le mosse
da sir Mortimer Wheeler, il fondatore, si può dire, della stratigrafia mo­
derna, da lui applicata nel suo scavo di Maiden Castle negli anni 1936 e
1937 e teorizzata nel volume Archaeology /rom the Earth (1954). Wheeler
utilizzò un metodo (che poi da lui ha preso il nome) che prevedeva la di­
visione del terreno in quadrati e il successivo scavo dei singoli quadrati
lasciando una porzione di terreno risparmiata (testimone) tra un quadra­
to e l'altro (FIG. I). Lo scavo, in ogni quadrato, avveniva stratigraficamen­
te, cioè seguendo il profilo degli strati di terra, così come si erano deposi­
tati. Wheeler tiene ben presente la necessità di esaminare e verificare i
rapporti tra gli strati di terra e le strutture: una sua celebre illustrazione
mostra i danni provocati dallo scavo (allora in uso e purtroppo utilizzato
anche successivamente) di trincee in profondità lungo le pareti dei muri
per vedere dove questi terminavano, distruggendo così tutti i rapporti
stratigrafici tra la struttura e la stratificazione (FIGG. 2-3) .
Wheeler appunta l a sua attenzione sulla dimensione diacronica dello
scavo: per lui l'elemento essenziale è la sezione, dove vengono numerati
progressivamente a partire dall'alto tutti gli strati identificati. Lo scavo
per quadrati è fondamentale in questa ottica, in quanto consente di poter
avere sempre dinanzi agli occhi le sezioni sulle pareti di terra risparmiate
(i testimoni) , e offre i vantaggi supplementari di consentire lo scavo con-
22 METODO E STRATEGIE DELLO SCAVO ARCHEOLOGICO

Fig. 1: Il metodo Wheeler: lo scavo per quadrati e relativi risparmi di terreno.

Terreno ter1ine

Figg. 2-3: Critica dello scavo per trincee lungo i muri: sezione della situazione
pre-scavo (sopra); le trincee hanno asportato tutti i rapporti tra la stratificazio­
ne e il muro (sotto).
1. STORIA DELLA METODOLOGIA STRATIGRAFICA 23

temporaneamente in situazioni diverse e quello di avere sempre il pas­


saggio per le carriole di terra da portare a discarica sopra i testimoni.
Come tutte le persone di genio lo stesso Wheeler percepì i limiti del
proprio metodo e pose nel suo volume il problema dello scavo in esten­
sione finalizzato alla migliore comprensione dei siti. Difatti il metodo di
scavo per quadrati appare, a una critica attuale, non ottimale. La rigidità
della griglia, orientata sui punti cardinali, abitualmente non coincide con
quanto si trova sepolto nel terreno e lo spessore dei testimoni può celare
rapporti importanti tra gli strati, per non parlare delle strutture murarie
che possono rimanere obliterate. Inoltre la griglia dei testimoni, come
aveva già intuito Wheeler, è di ostacolo alla piena comprensione dell'ar­
ticolazione delle strutture sottostanti, e questo ancora di più se esistono
diverse fasi sovrapposte, ognuna con orientamenti e allineamenti diffe­
renziati.
Nonostante questi difetti la teorizzazione di Wheeler rimane fonda­
mentale per la connessione tra strati e strutture e per l'applicazione del
metodo di scavo stratigrafico " comandato" dagli strati del terreno e non
dalla decisione arbitraria dello scavatore. Si può affermare che, in con­
creto, il metodo stratigrafico vero e proprio è quello applicato da Whee­
ler, e le successive teorizzazioni concernono sostanzialmente modifiche e
affinamenti delle strategie di scavo, della registrazione dei dati, della loro
analisi ed elaborazione.
In Italia, già nel 1950, prima dell'edizione del volume di Wheeler (che
peraltro non ha mai avuto una traduzione italiana) ma essendo a cono­
scenza del suo metodo di lavoro, Nino Lamboglia, fondamentale figura
di precursore in svariati settori dell'archeologia da campo, applicò una
strategia un poco diversa. In quel periodo l'archeologia preistorica italia­
na aveva prodotto breve tempo prima un basilare contributo ad opera è.i
Luigi Bernabò Brea con l'edizione dello scavo della Caverna delle Arene
Candide in Liguria (1946), dove erano presentate le sezioni dello scavo
con la precisa definizione degli strati. Il Lamboglia, nei suoi scavi di
Albintimilium (Ventimiglia) poi editi in volume (Lamboglia 1950) , modi­
ficò in parte il metodo Wheeler, non costringendo lo scavo in una rigida
griglia di quadrati, ma modellandolo e adattandolo alle diverse situazioni
da indagare ( FIG. 4). Anche per Lamboglia è la sezione l'elemento fonda­
mentale per la comprensione dello scavo e della successione stratigrafica,
e di ogni strato esamina in dettaglio la cultura materiale (anche se allora
non si chiamava così; comunque, per intenderei, sarà bene precisare che,
limitatamente allo scavo, si intende per " cultura materiale" il complesso
dei frammenti di oggetti - e gli eventuali oggetti interi, naturalmente -
che si rinvengono; per il concetto generale di " cultura materiale" si veda
24 METODO E STRATH;IE DELLO SCAVO ARCHEOLOGICO

Fig. 4: Sezione stratigrafica di Albintimilium (da Lamboglia 1950).

Carandini 1975 ) , datando correttamente gli strati sulla base del materiale
più tardo in essi contenuto, e fondandosi sulle associazioni in strato per
costruire una griglia cronologica della ceramica romana. Difatti uno dei
suoi scopi principali, come appare evidente anche dal titolo del volume,
era quello di tentare di organizzare diacronicamente le classi ceramiche
romane, sino ad allora rimaste assai poco interessate dall'attenzione degli
studiosi, maggiormente rivolti alle produzioni che presentavano caratte­
ristiche estetiche e " artistiche" , assolutamente aliene dalle ceramiche ro­
mane, in massima parte di tipo utilitario e con solo poche classi dotate di
decorazione.
Il metodo Lamboglia non ebbe purtroppo molto seguito in Italia
(anche se, vedremo, quel poco che ebbe è stato assolutamente fonda­
mentale); il metodo stratigrafico non era compreso, e spesso si travisò lo
scavo seguendo gli strati con l'asportazione per tagli orizzontali. È rima­
sto famoso il racconto di un archeologo romano della sua applicazione
del metodo " stratigrafico " , che si concluse con il ritrovamento, alla base
di una struttura romana, di un vaso da notte; al che, dice l' arçheologo,
comprendendo il valore dello scavo stratigrafico, decidemmo di !asciarlo
perdere. Come si può capire, la presenza dell'oggetto moderno voleva
solo significare che la struttura era stata reinterrata di recente, e non era
certo colpa della metodologia stratigrafica se questo era avvenuto, anzi,
solo lo scavo condotto in modo realmente stratigrafico era in grado di far
riconoscere questi eventi.
La prima pubblicazione in lingua italiana di un volume di metodo di
scavo si ebbe nel 1966, con la traduzione del Beginning in Archaeology di
1. STORIA DELLA METODOLOGJA STRATIGRAFICA 25

Kathleen Kenyon del 1961. In questo libro Kenyon divulgava corretta­


mente il metodo Wheeler, ma i suoi esiti in Italia non furono quelli di una
estesa diffusione, come sarebbe stato auspicabile.
Con la fine degli anni Sessanta la teorizzazione del metodo e della
strategia di scavo entra in una nuova fase, caratterizzata dal superamento
del metodo Wheeler.
Ci dobbiamo rivolgere nuovamente al mondo anglosassone per
prendere visione di queste importantissime novità, che interessano,
come già anticipato, soprattutto la strategia dello scavo più che il metodo
vero e propno.
È Martin Biddle che, negli anni 1960-70 e agli inizi del decennio suc­
cessivo, applica nel suo scavo di Winchester un nuovo approccio al terre­
no. È necessario, per comprendere questa evoluzione, conoscere il tipo
di situazioni archeologiche che l'area anglosassone restituisce in numero
maggiore e che Biddle stava indagando. Lo scavo di Winchester interes­
sava resti di epoca medievale, con strutture costruite in legno, tipologia
edilizia che è la più diffusa in Inghilterra. Come si può comprendere le
strutture lignee sono ormai degradate e scomparse, lasciando solo la te­
stimonianza di buchi per palo, tracce di accumulo di detriti terrosi alline­
ati lungo le fessure dei pavimenti in travi lignee, solchi nel terreno per la
posa di pali di sostegno e così via. Le strutture in muratura e blocchi co­
stituiscono una minoranza abbastanza rara e così si spiega l'affinamento
sempre maggiore nella precisione e accuratezza dello scavo, che deve in­
dividuare e interpretare evidenze estremamente labili e che necessitano
di essere viste in pianta per cercare di ricollegarle in un contesto unitario
e coerente.
Così Bidelle applica un metodo di scavo per aree aperte, abolendo la
divisione in quadrati di Wheeler, esponendo ampie superfici e indivi­
duando le tracce antiche in modo sincronico, mettendo cioè in luce tutto
quanto era in uso in un certo periodo. Adesso sono le planimetrie, edite
nei rapporti di scavo nel periodico «Antiquaries Journal», a essere fon­
damentali, in cui sono indicati tutti i resti rinvenuti, distinguendo quelli
realizzati nella fase in esame e quelli invece riutilizzati da periodi prece­
denti. Le piante non presentano quote, ma la successione diacronica è te­
stimoniata dalle sezioni, che Biddle prende in punti predeterminati
dell'area di scavo.
L 'archeologo britannico non ha mai scritto un manuale di metodo di
scavo, ma ha espresso i suoi concetti fondamentali in un articolo del 1969,
Metres, areas and robbing, in cui esprime, tra l'altro, i fondamenti dello
scavo per aree. Bidelle continua comunque nella tradizione di Wheleer
distinguendo layers da /eatures, cioè gli strati di terra dagli " elementi " ,
METOD< l E STRATEGIE DEL L< l SCi\ VO ARCHEOLOGICO

ovvero muri, buche, fosse ecc. Il superamento di questa distinzione,


come vedremo, sarà fondamentale per il nuovo metodo di registrazione
dell'evidenza.
Dopo il 1969 bisogna attendere otto anni e giungere al 1977, data in
cui viene pubblicato il giustamente celebre manuale di Philip Barker
Techniques o/Archaeological Excavations, originatO dalle sue esperienze
di scavo a Wroxeter e Hen Domen. Il volume presenta un quadro com­
pleto delle problematiche inerenti lo scavo ed è derivato dall'amplissima
esperienza sul campo dell'Autore, esperienza che si estrinseca in un
pragmatismo molto concreto che non è mai, comunque, empirismo, per­
ché sempre sorretto da una rigorosa applicazione del metodo. Barker so­
stiene e propugna convincentemente lo scavo per grandi aree, nelle quali
viene scoprendo, una dopo l'altra, intere fasi di vita del sito archeologico.
Anch'egli, come Biddle, deve la sua formazione alla pratica dei cantieri
su siti medievali con edifici !ignei, di cui nel volume citato e nel successi­
vo del 1986, Understanding Archaeological Excavations, espone la com­
plessa problematica di scavo. In Barker predomina la planimetria, o me­
glio predominano le planimetrie delle singole fasi di vita, disegnate in
modo realistico al massimo grado di dettaglio e quotate (FIG. 5). Le sezio­
ni possono essere rilevate in due modi. Il primo è quello della sezione cu­
mulativa (FIGG. 6-7 ) . Lo scavo procede asportando lo strato sino a una li­
nea prefissata; in tal punto ci si arresta, si disegna la sezione e si procede.
In tale modo, con il proseguire dell'approfondimento, si disegna il profi­
lo di ogni strato, che si viene accumulando a quelli precedentemente sca­
vati e disegnati. Ovviamente, se la situazione lo richiede, si possono ag­
giungere altre sezioni a quelle già predeterminate, e in questo il primo
modo si intreccia con il secondo. Questo è definito della sezione rico­
struita; e presenta alcuni problemi. Si fonda sul principio che, essendo la
pianta dello strato quotata, si può ricostruire l'andamento del suo profilo
in ogni momento, basandosi sulle quote rilevate. Il problema principale è
che le quote vengono battute solo su alcuni punti significativi delle inter­
facce dello strato, punti che non è detto coincidano tra uno strato e
l'altro; così è verosimile che la linea di sezione ricostruita non passi sem­
pre per punti di cui è stata battuta la quota.
Il manuale di Barker supera poi la mera tecnica di scavo, affrontando
anche i problemi della registrazione e interpretazione dell'evidenza, del­
la sintesi storica e della pubblicazione dello scavo. In concreto si tratta di
un manuale assolutamente fondamentale, il cui principio basilare (lo sca­
vo per grandi aree) è largamente condiviso da chi scrive.
Negli stessi anni in cui Barker componeva il suo manuale, un giova­
ne archeologo, Edward Harris, scriveva i suoi primi importanti lavori.
1. STORIA DELLA METODOLOGIA STRATIGRAFICA 27

:X:ales
-o 2 -�.- 6 6 10 1.1. H"" fetr

Fig. 5: Planimetria dello scavo di Wroxeter (da Barker 1977).

Harris, formatosi sul cantiere di Winchester con Biddle, per la necessità


di tenere ordinati e registrare in modo semplice, corretto e coerente tutti
gli strati e gli elementi ivi rinvenuti, ideò e applicò il sistema che da lui ha
preso il nome di " metodo Harris" . In realtà il metodo propriamente detto
è sempre e comunque quello stratigrafico, già propugnato da Wheeler,
nella sua accezione di scavo per aree aperte di Biddle e Barker. Harris in­
troduce nella registrazione dello scavo una quarta dimensione, oltre alla
lunghezza, larghezza e spessore: il tempo, come recita il titolo dell'artico­
lo del 1975 dedicato a questo argomento: The stratigraphic sequence: a
question o/ time e come ben si comprende dalla lettura del suo manuale
(Harris 1979). L 'Autore si pone dal punto di vista della semplificazione
della registrazione dell'evidenza (FIG. 8 ) , il che non vuole dire semplifica­
zione dell'evidenza, che è cosa completamente diversa e assolutamente
non proposta da Harris. È importante ricordare e tenere ben presente
ciò, perché molte successive critiche al metodo Harris rivelano la non
METODO' E STRATEGIE DELLO SCAVO ARCHEOLOGICO

Figg. 6-T Metodo della sezione cumulativa (da Barker 1977).

comprensione di questo punto nodale. Harris fa anche tesoro


dell'esperienza ricavata dalla scienza geologica e applica alla stratifica­
zione principi di fisica così elementari da apparire, una volta letti e com­
presi, addirittura ovvi (ma che ovvi non sono, se ancora oggi da alcune
parti il metodo non solo non viene applicato ma neppure inteso) .
Harris parte dalla distinzione degli strati, mediante l'individuazione
delle loro interfacce, termine che deriva direttamente dalla geologia e
che indica la superficie di soluzione di continuità tra una Unità Stratigra­
fica e l'altra. Tutto ciò che viene individuato sul terreno è da lui definito
Unità Stratigrafica, perché a ogni singolo numero che identifica una Uni­
tà Stratigrafica corrisponde una e una sola azione che ha lasciato sul ter­
reno la traccia che abbiamo identificato. Harris abbandona la preceden­
te distinzione tra/eatures e layers per unificare tutto sotto la definizione
globale U (nità) S(tratigrafica) e la US, quindi, può corrispondere a uno
strato di terra con andamento più o meno orizzontale, a un muro vertica-
1. STORIA DELLA METODOLOGIA STRATIGRAFICA 29

Fig. 8: Il metodo Harris permette di semplificare al massimo la registrazione


dell'evidenza.

le, al risultato di un'azione di asporto, che crea una US negativa. Per Har­
ris, quindi, la sola distinzione da operarsi è quella tra US positive e US
negative. Particolare importanza riveste il concetto di US negativa, su cui
torneremo più a lungo in seguito.
Per registrare le US Harris propone l'adozione di una scheda pre­
stampata con le voci da riempire e su cui sia già apposto un numero pro­
gressivo, in modo da evitare errori o duplicazioni nella numerazione. Di
questa scheda vedremo poi, nell'apposito capitolo, l'articolazione.
Nello scavo ogni US, sia positiva che negativa, viene documentata in
pianta e sezione, usando il sistema della sezione cumulativa di Barker.
Harris va avanti rispetto alle posizioni di Biddle e Barker, nelle quali si
procedeva alla messa in pianta di ciò che era in vita nello stesso momen­
to, e teorizza la realizzazione della planimetria di ogni singola US, da alle­
gare alla relativa scheda. La pianta di fase viene poi costruita assemblan­
do le piante delle US in fase. Questo, se da un punto di vista teorico è cor­
retto, da un punto di vista pratico è estremamente complesso. La pianta
di una US completamente staccata da quelle che la circondano rimane
come galleggiante nel vuoto ed è assai complicato riuscire a ricollocare il
tassello al punto giusto, già anche per chi ha fatto materialmente lo scavo
(esperienza personale) e immaginiamoci poi per chi debba dall'esterno
verificare o riprendere i dati dello scavo stesso.
I rapporti stratigrafici tra le varie US così individuati durante lo sca­
vo e registrati nelle schede vengono poi ordinati da Harris in un diagram­
ma, comunemente citato come "matrix di Harris " ; in questo le US sono
30 METODO E STRATEGIE DELLO SCAVO ARCHEOLOGICO

disposte secondo l'ordine fisico di deposizione, a partire dalla più recen­


te in alto sino a terminare con la più antica in basso. La formulazione del­
la sequenza stratigrafica segue quindi l'attività di riconoscimento delle
US, la documentazione scritta, grafica e fotografica di esse e dei loro rap­
porti.
li matrix di Harris è quindi, come si vede, un diagramma di successio­
ne fisica, non un diagramma interpretativo dello scavo. Harris, comunque,
utilizza il matrix per la messa in fase e la periodizzazione delle US, unendo
cioè singole US in gruppi che appartengono o costituiscono una fase o un
periodo. Harris non si interessa, in questa fase metodologica, dell'inter­
pretazione dello scavo, in quanto - afferma - sulla base della documenta­
zione raccolta questa può essere rimandata a una fase susseguente. Tale
principio, come già detto sopra, è da tenere presente per comprendere ap­
pieno gli sviluppi successivi della discussione sul metodo.
Pochi anni dopo la pubblicazione dei manuali di Barker e Harris
esce in Italia il primo manuale di tecnica dello scavo archeologico a opera
di Andrea Carandini, intitolato Storie dalla terra (1981 ed edizioni succes­
sive con aggiunta di alcune parti ed eliminazione di altre). Il titolo è estre­
mamente significativo. Da un lato si richiama apertamente al volume di
Wheeler (in italiano Archeologia dalla terra) in una sorta di ideale/il rouge
dello scavo stratigrafico, dall'altro appunta immediatamente l'attenzione
sulla parte innovativa e originale elaborata da Carandini. Questi si è for­
mato sul campo con l'esperienza dello scavo di Ostia prima, seguendo la
metodologia Lamboglia, successivamente a Cartagine, dove avvenne
l'incontro con la scuola di scavo britannica e infine a Settefinestre dove
applica il nuovo metodo di cui aveva intuito le concrete possibilità. Ca­
randini dunque adotta, accettandolo in pieno, il metodo stratigrafico
così come è stato elaborato da Barker e Harris, assumendo le forme di
registrazione dell'evidenza proposte da quest'ultimo. La sua cura si
esplica p rincipalmente, invece, sull'interpretazione dello scavo e sulla
ricostruzione storica che dallo scavo deve derivare, anzi, che lo scavo
stesso deve giungere a narrare (le " storie dalla terra " ) . Considerando
che le US individuano le singole azioni, Carandini raggruppa le diverse
azioni (US) in gruppi che individuano un'attività; a un livello superiore
raggruppa poi le attività in fasi e successivamente in periodi. Le attività,
le fasi e i periodi sono insiemi interpretativi progressivamente più ampi
(Carandini woo, p. 142). Un esempio banale chiarirà il concetto. Partia­
mo dalle azioni per la costruzione di una casa. Lo scavo identificherà di­
verse US che si riferiscono: all'interfaccia negativa dello scavo delle fon­
dazioni dei muri; alla fondazione; al riempimento della fossa di fonda­
zione; ai diversi muri eretti; ai pavimenti a essi collegati. Tutte queste
1. STORIA DELLA METODOLOGIA STRATIGRAFICA JI

azioni costituiscono, raggruppate assieme, un'attività: quella della co­


struzione della casa. Diverse attività coeve, ad esempio quelle riferibili
alla costruzione di alcuni edifici, raggruppate assieme compongono poi
una fase (per continuare con l'esempio: la fase di espansione edilizia di
un quartiere o di una città).
Questa articolazione a livelli successivi e differenziati di complessità
porta a due risultati. Il primo è la semplificazione dei matrix: un dia­
gramma che contiene tutti i numeri delle US è senza dubbio di difficile
lettura globale; creando diagrammi con numeri di attività si individua
più agevolmente il succedersi degli avvenimenti, la cui lettura analitica
può essere poi fatta sul matrix delle US. Il secondo risultato è migliorare
la facilità della narrazione, che può dispiegarsi dalla sintesi globale alla
descrizione analitica, a seconda delle esigenze di approfondimento.
Oltre ad analizzare il problema dell'interpretazione e narrazione, il
volume di Carandini si accosta con chiarezza alle problematiche dello
scavo vero e proprio, inserendole in un'ampia cornice culturale (il mon­
do della stratigrafia e il metodo indiziario) . Questo fa sì che il libro risulti
di un'importanza tale da travalicare l'interesse specifico di chi si dedica
allo scavo per assumere un più vasto valore generale, che lo rende
un'opera da cui non si può assolutamente prescindere.
Sempre nella prima metà degli anni Ottanta appaiono contributi al
problema metodologico originatisi ancora dall'area anglosassone. È
Martin Carver che, partendo come i due studiosi inglesi precedentemen­
te trattati, dalle proprie esperienze nel campo dell'archeologia medieva­
le, scrive articoli fondamentali sia sullo scavo dei siti pluristratificati, sia
sul modo di analizzare i materiali provenienti da questi scavi.
Con Carver, a mio modo di vedere, si entra in una fase di parziale fra­
intendimento degli intenti . che aveva Harris al momento della creazione
del suo matrix. Infatti Carver sottolinea come il matrix non dia una visio­
ne pienamente aderente alla realtà, in quanto ogni US viene fissata in un
punto ben preciso del matrix stesso, anche se, come nel caso di un muro,
essa può continuare a vivere ed essere in uso a lungo; questa sua vita
scompare e non viene registrata nel matrix. Propone quindi un suo dia­
gramma interpretativo, in cui gli strati orizzontali sono disposti orizzon­
talmente, mentre quelli verticali verticalmente, con tratti che indicano la
durata della loro vita e uso. Questo porta a una notevole difficoltà di let­
tura, specialmente se il diagramma è applicato a siti di stratificazione
prolungata e complessa. Si viene a perdere, in concreto, una delle carat­
teristiche pregnanti del sistema di Harris, ovvero, come già detto, la sem­
plificazione della registrazione dell'evidenza.
Un notevole contributo di Carver (r983) è dato nella direzione del
METODO E STRATEGIE DELLO SCAVO ARCHEOLOGICO

problema della formazione degli strati (problema già affrontato da Mi­


chael Brian Schiffer, Behavioural Archaeology, 1976 e ripreso ampiamen­
te in Formation Processes o/ the Archaeological Record, 1987). A seconda
che uno strato sia di origine deposizionale primaria o secondaria, esso
conserva una maggiore o minore quantità di informazioni valide e quin­
di, secondo Carver, deve essere scavato e registrato in modo diverso. Lo
studioso ritorna su questo argomento in modo analitico e diffuso in un
suo lavoro più recente (Digging /or Data: archaeological approaches to
data de/inition, acquisition and analysis, 1990). In questo scritto Carver
propone una strategia di scavo che finisce per incidere anche sul metodo.
Giustamente parte dal presupposto che uno scavo deve nascere da do­
mande ben precise, e che è un'utopia ritenere che dallo scavo, in qualsia­
si modo sia fatto e quale sia il livello di accuratezza con cui viene condot­
to, si possano ricavare e registrare tutti i dati esistenti. Questo concetto è
corretto, come ben sappiamo e come viene evidenziato nelle ormai nu­
merose tabelle che mostrano la perdita di informazione degli oggetti dal
momento della loro vita al momento del ritrovamento e registrazione dei
dati da parte nostra. Ma, secondo il mio pensiero, una cosa è mirare uno
scavo alla risoluzione di alcuni problemi, un'altra è orientare lo scavo
unicamente verso quei problemi, articolando il modo di scavare in que­
sta ottica. Carver, lasciando intatto il principio dello scavo accurato, pro­
pone di intervenire in modi diversi a seconda del grado di affidabilità di
uno strato e del valore della documentazione che ci conserva. Così si pas­
sa dallo scavo con ruspa per gli strati poco significativi quale quello di su­
perficie, alla pala e badile, allo scavo grossolano con cazzuola e reperti re­
gistrati ma non raccolti se non per campioni, allo scavo di dettaglio con
raccolta di tutti i reperti, sino allo scavo minuzioso con setacciatura com­
pleta della terra, da condursi, in taluni casi, anche in laboratorio.
Le obiezioni a questa proposta sono molteplici. La prima che salta
subito alla mente è come si possa conoscere il grado di affidabilità di uno
strato prima di averlo scavato. Carver parla di campagne preliminari
esplorative, con saggi di verifica, ma si sa bene che un saggio di ampiezza
limitata fornisce solo uno spaccato diacronico in quell'unico punto inda­
gato e non dà conto della complessità stratigrafica dell'area, e quindi i
suoi risultati non possono essere estesi arbitrariamente a tutto lo scavo.
La seconda obiezione investe proprio questioni di metodo. Infatti
orientare la registrazione dei dati e la documentazione di uno scavo in
una direzione predeterminata può portare a correre un grave rischio. Di­
fatti ogni scavo, oltre a dare (sperabilmente) le risposte alle domande che
gli poniamo sin dall'inizio, crea autonomamente problemi e domande
che sorgono proprio dalle situazioni che stiamo scavando. Non è impro-
1. STORIA DELLA METODOLOGIA STRATIGRAFICA 33

babile che, se non abbiamo registrato e documentato tutti i dati e le in­


formazioni che siamo riusciti a ricavare dalle diverse US scavate (anche
se non funzionali alle domande finalizzate al nostro primitivo problema),
non siamo poi in grado di affrontare le nuove problematiche inaspettate
che la situazione ci prospetta.
Quindi, se possiamo accettare tranquillamente le premesse metodo­
logiche di Carver sulla necessità di un progetto di ricerca e sull'attenzio­
ne da prestare al modo di formazione degli strati (in quanto il modo di
formazione di uno strato incide sul tipo di informazioni che ci restitui­
sce) , non dovremo comunque mai distaccarci dal metodo che impone la
raccolta, registrazione, e documentazione completa di tutte le informa­
zioni ricavabili dall'analisi stratigrafica della stratificazione e dal suo con­
seguente scavo.
Un importante contributo è stato poi fornito da Carver nel settore
dell'analisi delle ceramiche provenienti da uno scavo ( Carver 1985 ) , ma di
questo parleremo in seguito affrontando metodicamente il problema.
Contemporaneamente alla scuola anglosassone e agli approfondi­
menti di Carandini si situano i lavori prodotti da una collaborazione ita­
la-polacca, nelle persone di Gabriella Maetzke e di altri studiosi tra cui
spiccano, per l'interesse specifico di queste pagine, soprattutto Stanislaw
Tabaczynsky e Przemylaw Urbanczyk. Già nel 1977, prendendo le mosse
dall'articolo di Harris su «World Archaeology», producono un lavoro
(Problemi dell'analisi descrittiva nelle ricerche sui siti archeologici pluri­
stratz/icati) in cui prendono in esame i problemi dello scavo dei siti pluri­
stratificati, approfondendo l'aspetto dei processi di formazione delle US.
Il loro metodo di approccio è estremamente scientifico e derivato dalle
"scienze esatte " , con un potente sforzo di sistematizzazione. Così pro­
pongono una sorta di griglia dell'affidabilità degli strati, intendendo con
" affidabilità" non tanto il fatto che lo strato sia stato scavato più o meno
bene, ma riferendosi alla quantità di valore che le testimonianze in esso
contenute hanno conservato. Si parte dagli strati rinvenuti intatti e pro­
tetti fisicamente da intrusioni posteriori alla loro formazione, e che quin­
di hanno testimonianze di valore primario, per finire con gli strati forma­
tisi con la commistione di strati diversi (ad esempio un riempimento av-
·

venuto in epoca moderna).


Nel 1986 esce il primo volume di un'opera collettiva (Donato et al.
1986), in cui vengono ampiamente e diffusamente esposti i principi meto­
dici di questa scuola, per quanto riguarda i processi formativi degli strati,
la classificazione dell'evidenza e i problemi dell'interpretazione dei dati.
Il volume è molto complesso, proprio per questa tendenza a schematiz­
zare e a riportare a un criterio " scientifico " i giudizi di merito. Così sem-
34 METODO E STRATEGIE DELLO SCAVO ARCHEOLOGICO

bra a chi scrive piuttosto rischioso adottare formule matematiche per sta­
bilire il valore di un dato owero l'incidenza che questo può avere nella ri­
costruzione storica degli eventi. Ma, a parte queste riserve, il volume è as­
sai utile per instillare nelle nostre menti quel dubbio metodico che ci
deve sempre accompagnare nelle nostre ricerche e ricostruzioni, impe·
dendoci di cadere preda di facili entusiasmi quando vediamo convergere
alcuni dati, di origine diversa, verso quella che ci sembra una soluzione
univoca. Dobbiamo, in questi casi, ricordarci costantemente, e questo il
volume lo mette chiaramente in risalto, che ogni diverso genere di testi­
monianza obbedisce a criteri di indagine ben precisi e che quindi ognuna
deve essere sottoposta a indagini specifiche per definirne la validità e ri­
cavarne i dati, che debbono essere poi confrontati con quelli emersi da
altro genere di testimonianze e mai a essi sovrapposti o giustapposti mec­
canicamente.
In un successivo articolo del 1988 (L'influenza dei processi naturali
nella formazione delle strati/icazioni archeologiche) Maetzke e Arnoldus
Huyzenveld prendono in esame il processo di stratificazione, e cioè il
passaggio degli oggetti e delle loro relazioni dal contesto socio-culturale
di origine a quello stratigrafico, specificando che la sfera umana e quella
naturale interagiscono sino a che l'oggetto non è sepolto e sottratto alle
forze di superficie. In questo articolo introducono il concetto di " am­
biente di superficie" , intendendo con questo lo spazio antropico che si
estende dalla superficie del suolo sino a pochi metri di profondità, nel
quale si svolge l'interazione tra uomo e natura. In tale ambiente awengo­
no processi accumulativi, degradativi e di trasformazione. Rilevante è la
giusta notazione che la formazione di uno strato non è dovuta abitual­
mente a un fatto continuo, ma presenta soluzioni di continuità, che pos­
sono essere identificate nello scavo, indicando fasi di rallentamento o sta­
si nel modellamento della superficie. Propongono come esempio per il­
lustrare il loro pensiero il caso di un tumulo. Il tumulo è lo strato deposi­
tato intenzionalmente in origine; il crollo delle pietre di copertura costi­
tuisce il processo di rideposizione dovuto a cause naturali; la terra infil­
trata nel crollo è la trasformazione di superficie. Gli elementi, così, pos­
sono essere sottoposti a processi di trasformazione di tre tipi: pre-forma­
tivi; sin-formativi; post-formativi.
In conclusione si può affermare senza dubbio che i lavori della scuo­
la itala-polacca sono da tenere sempre ben presenti a livello metodologi­
co, anche in considerazione dei notevoli risultati ottenuti dalle loro accu­
ratissime attività di scavo.
Dopo circa un decennio di ampia e diffusa discussione sulla metodo­
logia stratigrafica si assiste in Italia a un'apparizione ufficiale da parte del
1. STORIA DELLA METODOLOGIA STRATIGRAFICA 35

ministero per i Beni culturali e ambientali, da parte, cioè, dell'organo sta­


tale che istituzionalmente gestisce o controlla tutte le attività di scavo
nella nostra nazione. Il contributo (Norme per la redazione della scheda di
saggio stratigra/ico, 1984) è una decisa presa di posizione in favore del­
l' utilizzo del metodol-larris, con la conseguente redazione delle schede e
del matrix. Il volume, frutto del lavoro congiunto di più Autori, rappre­
senta una utile sintesi del metodo, con ampia bibliografia sulle diverse
classi ceramiche da utilizzarsi nelle indicazioni tipologiche e cronologi­
che, e segue alcuni anni di sperimentazioni con differenti tipi di schede.
È da segnalare l'introduzione della nuova scheda di U(nità) S(tratigrafi­
ca) (di) R(ivestimento), riferita alla descrizione analitica degli intonaci,
ideata in special modo per le superfici decorate o dipinte. Purtroppo a
questa affermazione del metodo Harris non ha fatto seguito il passo, a
mio avviso necessario, della resa obbligatoria dell'uso del metodo e della
registrazione dei dati, in virtù, probabilmente, del sano (ma stavolta fuor
di luogo) principio della responsabilità scientifica personale di ciascun
scavatore (e, temo, anche del sempre diffuso concetto che "non importa
il metodo di scavo purché si scavi bene " , cosa che, vedremo, non è asso­
lutamente vera). L'obbligatorietà di utilizzare non tanto lo stesso meto­
do, perché è ovvio che se si scava si deve farlo stratigraficamente nel vero
senso della parola, ma lo stesso sistema di registrazione dei dati e di
quantificazione dei materiali rinvenuti, avrebbe portato a una uniformità
della documentazione più che utile direi indispensabile per poter con­
frontare situazioni di scavo diverse. Nonostante questa carenza e alcuni
aggiustamenti che si sono sentiti necessari nel repertorio delle schede,
soprattutto per quelle che riguardano la quantificazione dei materiali ce­
ramici, il contributo ministeriale risulta di valore e la consultazione delle
Norme è ancora assai utile.
Verso la fine degli anni Ottanta si data un nuovo significativo appor­
to italiano ai metodi di osservazione e registrazione dei dati. È stavolta la
scuola senese di Archeologia medievale di Riccardo Francovich che si ac­
costa al problema dell'applicazione della metodologia stratigrafica al­
l'analisi degli elevati. Roberto Parenti (1988a e 1988b) ha proposto così
una scheda definita USM (Unità Stratigrafica Muraria) (FIGG. 9-10) , sul­
l'analogia della scheda ministeriale USR (FIG. n). Mentre quest'ultima si
dedicava però al rivestimento, in quanto di presumibile interesse artisti­
co, la prima era dedicata al supporto, cioè al vero e proprio muro. Par­
tendo dal presupposto che difficilmente un muro conserva integralmen­
te e intatti nel tempo il suo aspetto originario, i suoi componenti, i suoi
paramenti, lo scopo della scheda è quello di dare conto della tecnica co­
struttiva, dei materiali impiegati, dei paramenti e dei diversi interventi
METODO E STRATEGIE DELLO SCAVO ARCHEOLOGICO

successivi subiti dal muro, mettendoli in relazione tra loro secondo i rap­
porti di anteriorità/posteriorità già evidenziati da Harris. In questo
modo all'analisi stratigrafica orizzontale si affianca l'analisi stratigrafica
verticale. Il contributo è di un'importanza assolutamente fondamentale,
perché l'esame stratigrafico delle modificazioni subite dalle murature ci
può dare conto degli interventi avvenuti in un ambiente, che ci possono
sfuggire dall'analisi della stratigrafia orizzontale, in caso di presenza di
US negative difficili da percepire, quali l'asportazione di pavimenti o
riempimenti. L 'unico problema che sorge è che in taluni casi può essere
complesso eseguire la scheda USM, e questo quando il muro ha conser­
vato un rivestimento di intonaco dipinto. Ci si trova dinanzi all'annoso
dilemma su cosa conservare e cosa distruggere per incrementare la cono­
scenza, dal momento che non sempre è agevole o fattibile procedere al
distacco di un intonaco, anche tenendo conto del rapporto costi/benefi­
ci. Un tale problema investe sostanzialmente tutta la ricerca archeologica
che, come ben sappiamo, è ricerca distruttiva (su questo tema si veda
Carandini 1988, pp. 36-8). Non è possibile fornire una risposta univoca
alla questione e la decisione dovrà essere presa caso per caso, ascoltando
diversi e motivati pareri.
Per terminare questa breve disamina, ci dobbiamo adesso accostare
a quella che possiamo definire senz' altro la scuola veneta, venuta prepo­
tentemente alla luce nel corso della seconda metà degli anni Ottanta.
Sorta non a caso in un ambito distinto da quello dell'archeologia classica,
a opera di archeologi preistorici o studiosi accostatisi all'archeologia pro­
venendo da altre discipline (geologia e ingegneria), questa scuola si con­
traddistingue per una minuziosissima disamina analitica dei processi di
formazione degli strati, applicandosi prevalentemente alla geoarcheolo­
gia con metodi derivati dalle scienze esatte e informatiche. Si può subito
notare il fraintendimento di quanto proposto da Harris, e difatti la loro
critica principale a questo studioso è che il matrix non dà conto dell'in­
terpretazione che possiamo dare agli strati, cosa che, abbiamo visto, a
Harris non interessava per niente, non in modo assoluto, ovviamente, ma
in relazione allo scopo per cui il matrix era stato ideato.
L'interesse di questa scuola è rivolto, come già anticipato, ai processi
formativi degli strati, che costituiscono gli elementi essenziali per la com­
prensione della stratigrafia (si veda esemplificativamente Leonardi 1992,
in cui si troveranno i rimandi ad altri lavori precedenti). Quindi ne di­
scende che il solo esame autoptico del terreno, del suo colore e della sua
consistenza non è sufficiente per definire le soluzioni di continuità in una
stratificazione, dal momento che intervengono numerose forze e nume­
rosi processi che non lasciano tracce in queste direzioni. Il terreno deve
1. STORIA DELLA METODOLOGIA STRATIGRAFICA 37

Fig. 9: Lettura stratigrafica della stratificazione di un elevato (da Parenti 1988a) .


METODO E STRATEGIE DELLO SCAVO ARCHEOLOGICO

USM
Località Anno Area edificio Saggio Piano Ambiente Quadrato
Complesso Corpo di fabbrica Prospetto X Unità funzionale Parete
Architettonico Particolare

Piante Prospetti Sezioni Fotografie Campionatura dei materiali

l l l
l
BN DIAP Intonaco legante Mattoni Pietra

Criteri di distinzione: Composizione Funzione statica:

Definizione Esterno . • • • . . • • • • • • . • • • • • • • • • • • • • • • • • • . . • • • • • • • • • • • • • • • • • • • • • . • • • • • • • • • • • • • . • • • • • . . . . . - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - · · · ·
Muratura Intemo

Stato di conservazione Lavorazione l Finitura l Rcimpiego l Posa in opera

Caraneristichc dei giunti Caratteristiche del legante


Caratteristiche dci mattoni

Spessore del giunto Consistenza Consistenza e texture

Altezza dei letti di posa Colore Colore

Ahezza modulo Aggregati Inclusi

Descrizione:

Osservazioni:

Uguale a Si lega a

Gli si appoggia Si appoggia a

Coperto da Copre

Tagliato da Taglia

Riempito da Riempie

Rapporti indiretti con l'US

Interpretazione:

Elementi datanti:

Datazione AltivitàiFa.se Prriodo

Data Responsabile Controllo

Fig. 10: Sc;heda di Unità Stratigrafica Muraria (USM).


1. STORIA DELLA METODOLOGIA STRATIGRAFICA 39

MINISTERO PER l BENI CULTURALI E AMBIENTAU


USR N. CATALOGO GENERALE N. CATALOGO INTERNAZIONAL.È IS11TVTO CEN'ffiALE PER IL CATALOGO E LA DOCUMENTAZIONE

l
CODICI
ITA:
SOPRINTENDENZA ...

LOCAUTÀ ANNO SAGGIO SETIORE/1 AMBIENTE QUOTE UNITÀ STRATIGRAFICA


DI RIVESTIMENTO
QUADRATO/l

PIANTE SEZIONI PROSPETTl FOTO TABELLE DEl FRAMMENll


PROYENIENTl DA ALTRE US

1
DEFINIZIONE E POSIZIONE TABELLE E MATERlAU

�------------------------------------r-------------------------1 RA

TECNICA DI RIVESTIMENTO MATERIALE"

UGUALE A SI LEGA A POS'TERIORE A

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STRATO ,.

SPESSOREmm
minimo, muslmo

COLORE


COMPONENTI
INORGANICHE



.... (slllbble. calce,


celclte. paz:zolana.
opesto. lltlro)

� COMPONENTI
ORGANICHE
(paglia, 'cannucce'.
altro)

SINOP1A
BATIUTO DI CORDA
GRAFFITO

RETRO impronte

SUPERFICIE (liscia, Impronte di pemellele. altro)

COLORI

SOVRAPPOSI210NI di colori

OSSERVAZIONI

DESCRIZIONE E/0 SCHEMA DECORATIVO

DATI EPIGRAFICI

Fig. n: Scheda di Unità Stratigrafica di Rivestimento (USR) .


METODO E STRATEGIE DELLO SC:A VO ARCHEOLOGICO

essere quindi esaminato minuziosamente anche quando all'apparenza ci


sembra omogeneo, verificando l'andamento dei materiali ceramici, il
loro stato di consunzione (per vedere se offrono superfici consunte omo­
genee che ci possano indicare la loro giacitura esposta agli agenti atmo­
sferici dopo il loro abbandono e prima del loro seppellimento), l'anda­
mento di eventuali materiali litici (sassi e pietre), procedendo ad analisi
del terreno per vedere se i suoi componenti variano e così via. Ogni scavo
si trasforma così in una esercitazione di microstratigrafia parcellizzata
all'infinito, cosa che ricorda molto da vicino il paradosso di Achille e la
tartaruga. Il concetto di base, si badi bene, è corretto: lo strato non è una
unità immota, ma il risultato di un processo in divenire e l'attenzione
portata ai processi post-deposizionali subiti dai materiali archeologici è
importante; è anche largamente condivisibile l'aspirazione a équipe di
scavo multidisciplinari, in cui sia costantemente presente il geologo, e
l'approfondimento dello studio dello strato anche dal punto di vista geo­
pedologico della sua matrice, così, peraltro, come di ogni altro suo aspet­
to. Si ha però il sospetto (che si rafforza leggendo le diverse successive
pubblicazioni dei rappresentanti di questa scuola) che l'analisi del pro­
cesso formativo sia divenuto il punto cardine attorno a cui ruota tutto lo
scavo e senza la cui piena comprensione lo scavo stesso non debba essere
intrapreso (si veda per simili critiche, e altre su cui si concorda piena­
mente, Manacorda 199 3 ) . Al di là di alcuni toni fastidiosi (da cui si ricava
sinceramente l'impressione di una certa presupponenza se non in qual­
che caso di vera e propria presunzione) , talora conditi con affermazioni
apodittiche quali quella che dieci archeologi, messi dinanzi a una stessa
stratigrafia, la interpretano in dieci modi diversi, queste posizioni, porta­
te alle loro logiche ed estreme conseguenze (come peraltro fanno i loro
propugnatori) , conducono a gravi rischi.
Il primo è dovuto alla tendenza, chiaramente avvertibile, a focalizza­
re l'osservazione in ambiti sempre più ristretti nel campo della stratifica­
zione, allargando, nel contempo, le procedure analitiche. In sostanza si
mira a cercare di avvicinarsi all'infinitamente piccolo, alle più minute
unità costitutive dello strato. Che queste minime unità esistano è indub­
bio, ma tale processo si può paragonare all'effettuare una somma 2+ 3
scrivendola (r+r)+ ( r+r+r ) . In sé il concetto è giusto, perché ogni numero
è composto da unità, ma la conclusione è la medesima e l'unico risultato
è quello di impiegare molto più tempo e moltiplicare la possibilità di er­
rori. Come ha giustamente scritto Carandini, talora, perfezionando il
cannocchiale si perde di vista l'universo, e questo sembra essere proprio
il caso in questione. Non dico, si badi bene, che la prassi deve essere con­
siderata superiore alla teoria, sono solo convinto dell'opinione, già
1. STORIA DELLA METODOLOGIA STRATIGRAFICA 41

espressa da Carver, che il metodo è lo schiavo, non il padrone della ricer­


ca. Concretamente il metodo deve essere funzionale alla nostra indagine
e deve fornirci gli strumenti per ricavare e interpretare i dati; se cerchia­
mo di elaborare un metodo perfetto in sé e per sé senza occuparci dei
tempi e dei modi in cui applicarlo, ci troviamo a operare su un piano
astratto senza rispondenza con il mondo reale in cui viviamo.
Il secondo rischio è quello di confondere l'aspetto del riconoscimen­
to della definizione stratigrafica con quello della sua interpretazione, che
appartiene comunque a un momento distinto, successivo e separato del­
l'indagine. Una cosa è individuare l'interfaccia che delimita due strati e
quindi separarli e scavarli distintamente; una cosa è analizzarli per defi­
nire la loro matrice, provenienza, formazione. Questa analisi così raffina­
ta del processo formativo di ogni singola US, come proposto dalla scuola
veneta, porta, come conseguenza agevolmente ricavabile dai diversi
scritti presi in esame, ad accentrare l'attenzione più sugli aspetti deposi­
zionali e post-deposizionali che su quello dell'interpretazione e ricostru­
zione storica che dallo scavo deve derivare. È appena ovvio affermare
che anche gli aspetti della deposizione e post-deposizionali appartengo­
no alla storia del sito e quindi devono far parte della narrazione storica,
ma i processi storico-culturali non intervengono, di norma, sul riconosci­
mento dei rapporti stratigrafici e pertanto devono essere riservati a una
fase successiva al loro riconoscimento e allo scavo e documentazione del­
le diverse US e dei loro relativi reciproci rapporti.
Non si può fare a meno di mettere infine in evidenza un aspetto che
pare di veder trapelare in alcuni scritti di questa scuola e anche in taluni
di quella italo-polacca, per non parlare di certi lavori sull'analisi delle ce­
ramiche di uno scavo di cui parleremo a suo tempo. Si ha l'impressione
che si cerchi di dare una validità "scientifica " all'analisi archeologica so­
stituendo formule matematiche e processi informatici alla capacità di
giudizio individuale basata sia sulle proprie esperienze che sulla propria
preparazione culturale, in nome, forse, di una pretesa oggettività (che,
come tutti sappiamo, non esiste, perché, comunque, i dati che sostitui­
scono le x e le y delle formule, così come quelli che immettiamo nel com­
puter, sono derivati dalla nostra ricerca e quindi dalla nostra esperienza e
formazione culturale - e non dovremmo allora eseguire l'analisi strati­
grafica della formazione culturale di ogni archeologo per vedere come
questa possa avere influenzato il suo modo di raccogliere e interpretare i
dati? Ovviamente questa è solo una battuta, sperando che non sia presa
in seria considerazione da alcuni teorizzatori) . Temo che questo rischio
possa essere reale, anche se, sinora, abbastanza ristretto e che alcuni ar­
cheologi si sentano tentati a scaricarsi la coscienza dal peso delle decisio-
42 METODO E STRATEGIE DELLO SCAVO ARCHEOLOGICO

ni da prendere necessariamente nel processo di ricostruzione storica ap­


plicando formule o programmi informatici ed esponendone poi i risulta­
ti. Le formule e i programmi non sono che utili e in molti casi utilissimi
strumenti che ci possono esimere da operazioni lunghe, complesse e ri­
petitive, ma le conclusioni e le risultanze ricavabili dai dati così ottenuti
non possono che discendere dalle nostre facoltà di discernimento e giu­
dizio, diverse tra tutti noi, sia per formazione che per natura.
2

Lo scavo: concetti generali

Prima di iniziare a descrivere la metodologia mediante la quale condurre


uno scavo archeologico, conviene, anzituttto, chiarire che cosa si intenda
per scavo archeologico, o meglio iniziare da che cosa non è uno scavo ar­
cheologico.
Lo scavo non è una ricerca di oggetti antichi; non è una indagine ri­
volta a scoprire strutture e a riportarle alla luce; non è mirato a recupera­
re bei pezzi decorativi (statue, vasi ornati da figure) da esporre nei musei;
non si rivolge a ritrovare edifici monumentali, magari con decorazione
architettonica in marmo e mosaici. Men che meno l'archeologo è una ro­
mantica e avventurosa figura di cercatore di tesori che si addentra in lan­
de inesplorate per disseppellire forzieri pieni di incredibili oreficerie.
Tutti questi aspetti sono ben presenti nell'immaginario collettivo,
alimentati sia da un certo tipo di stampa che si accentra sempre sugli
aspetti avventurosi e " misteriosi" delle scoperte archeologiche (si pensi
all'annoso falso e ricorrente problema del " mistero degli Etruschi"), sia
dalla letteratura e dal cinema (basti pensare a Indiana Jones), e stavolta
con maggiori giustificazioni, dato che in questi casi siamo di fronte a
mezzi di svago e non a fonti di informazione che dovrebbero essere
quantomeno basate su situazioni reali.
Non bisogna poi dimenticare un altro aspetto sotto il quale è visto
l'archeologo: quello di una sorta di "scienziato pazzo" , sostanzialmente
innocuo e svagato che passa il suo tempo tra libri, polvere e coccetti, en­
tusiasmandosi per frammentini di ceramica che non dicono niente a nes­
suno.
Più di recente, nella pur giustissima riconsiderazione delle ricchezze
archeologiche della nostra nazione e del fatto che possono e devono in­
crementare la loro redditività economica, è apparsa la tendenza a vedere
gli archeologi come figure professionali che devono indirizzare la loro at­
tività verso la resa economica dei beni culturali. La cosa, si badi bene,
parte da un concetto giusto (anche se, a mio avviso, si dovrebbero pro-
44 METODO E STRATEGIE DELLO SCAVO ARCHEOLOGICO

porre maggiori sfumature, ma il discorso a questo punto si farebbe trop­


po lungo e fuor di luogo) e cioè che se investiamo pubblico denaro in un
settore, questo deve almeno recuperarlo e, se possibile, produrre un gua­
dagno. Ma il dubbio che sorge spontaneo è se siano proprio gli archeolo­
gi le figure professionali adatte a questo, essendo la loro preparazione
orientata in un campo diverso: quello della ricerca, studio e conservazio­
ne. È certo e scontato che non dobbiamo chiuderci in questa ottica limi­
tata, ma che, invece, dobbiamo aprirci a un confronto chiaro e serrato
con il resto dell'universo, confronto che deve sfociare in una concreta
collaborazione con le specifiche figure professionali il cui compito sarà
quello di progettare la redditività dei beni archeologici, una volta fatta
salva la loro tutela e conservazione.
Il problema è appunto quello di consentire la fruizione di un bene ]i­
mitandone al massimo il consumo. Come aveva giustamente affermato
Antonio Paolucci, soprintendente ai Beni artistici e storici di Firenze, è
molto bello che Firenze e i suoi monumenti e musei siano visitati ogni
anno da un milione di turisti, ma questo significa due milioni di piedi che
consumano i pavimenti.
Al di là del caso particolare si deve tener sempre presente il degrado
provocato dalla presenza umana in un'area archeologica, che si assomma
al degrado naturale dei materiali che costituiscono le strutture e a quello
provocato dagli agenti atmosferici. Il combinare organicamente queste
componenti, in modo da far sì che il bene possa essere fruito (e quindi
possa contribuire a formare un reddito) e assieme sia assicurata, per
quanto umanamente e scientificamente possibile, la sua conservazione
nel tempo, è uno dei compiti più importanti che aspettano l'archeologo
nel suo immediato futuro.
Comunque sia, ritornando al discorso iniziale, è estremamente diffi­
cile che l'opinione pubblica abbia chiaro il concetto dell'archeologia e
del lavoro dell'archeologo. A scopo esemplificativo e ameno si può por­
tare l'esempio di un film tratto da un romanzo di Agatha Christie (che
pure era sposata a un archeologo e aveva partecipato a numerose campa­
gne di scavo dedicandosi, tra l'altro, alla documentazione fotografica dei
reperti) ambientato in una missione di scavo in Egitto, dove avvenivano i
consueti omicidi. Alla fine si scopriva che il colpevole era quello che tutti
pensavano fosse l'archeologo capo-missione, ma che in realtà era un cri­
minale che aveva eliminato il vero capo-missione per fare le proprie ven­
dette personali. Il fatto che tutto lo scavo fosse andato avanti senza che
nessuno si fosse accorto che il direttore non era un archeologo la dice
lunga (anche se siamo in un film) sul concetto del lavoro archeologico e
della sua specificità e specializzazione.
2. LO SCAVO: CONCETII GENERALI 45

Chi ha avuto già qualche esperienza in cantieri di scavo condotti in


zone aperte al pubblico, sa bene che la domanda più facile da udire da
parte dei visitatori è: " Cosa state cercando ? " . La risposta può essere va­
ria, ma, almeno nei cantieri dove mi sono trovato a lavorare, gira sempre
attorno a un medesimo concetto: " Cerchiamo quello che c'è ! " . Di fatto
si scava per trovare situazioni e, possibilmente, per comprenderle.
Chi scava (correttamente e cioè stratigraficamente: dovrebbe essere
implicito, ma non sempre lo è - comunque, d'ora in avanti lo daremo per
implicito) , pur partendo da determinate problematiche che variano da
scavo a scavo, cerca e trova domande e, spesso (ma non sempre), trova
anche le risposte. Le domande generali che sorgono sempre in ogni scavo
e a cui dobbiamo cercare di dare una risposta sono: COSA; QUANDO;
COME; PERCHÉ. Cioè, per intenderei:

COSA è accaduto in un determinato luogo;


QUANDO è accaduto;
COME è accaduto;
PERCHÉ è accaduto.

Per fare un esempio banale, il discorso si potrebbe sviluppare così:


COSA: è stato costruito un edificio;
QUANDO: fondato nel II secolo d.C., modificato nel III e nel IV, abban­
donato e crollato nel V;
COME: individuazione delle varie trasformazioni awenute nei secoli;
PERCHÉ: individuazione delle diverse funzionalità dell'edificio nel
corso del tempo.
In concreto lo scavo archeologico è teso alla individuazione e com­
prensione delle azioni e delle attività umane in una determinata porzione
di territorio (quella interessata dallo scavo). L'archeologo, attraverso lo
scavo e mediante l'applicazione della corretta metodologia, deve cercare
di riconoscere e individuare tutto ciò che è awenuto nell'area indagata,
sia esso risultato dell'azione dell'uomo owero della natura (identifican­
do, ove possibile, questa differenza), e collocare queste azioni in una gri­
glia di cronologia relativa ricavata dai rapporti reciproci dei risultati di
tali azioni. Per fare ciò sono, naturalmente, estremamente utili gli oggetti
e le strutture, ma non sono assolutamente indispensabili. Noi siamo abi­
tuati a vivere e lavorare in un ambiente archeologicamente assai ricco,
che conserva strutture in abbondanza, costruite in materiali poco deperi­
bili (marmo, pietra, mattone cotto) e ancora più abbondantemente resti­
tuisce materiali mobili (soprattutto frammenti ceramici) . In altre situa­
zioni geografiche, ad esempio il mondo anglosassone, le costruzioni era­
no per lo più in materiale deperibile come il legno, e i materiali mobili ri-
METODO E STRATEGIE DELLO SCAVO ARCHEOLOGICO

mastici sono assai meno numerosi. Ed è proprio in questa area geografica


e culturale che si è formata ed è stata teorizzata la moderna scienza strati­
grafica.
Il discorso fatto sopra, sull'individuazione delle azioni e della loro
messa in sequenza, può apparire complesso a chi si avvicini per la prima
volta all'argomento, ma in realtà, una volta spiegato e compreso, è di una
logicità più che elementare.
Sia l'uomo che la natura, infatti, modificano le situazioni esistenti in
due soli modi:
con l'apporto (uomo: costruzioni, livellamenti di terreno con riempi­
menti ecc . ; natura: accumulo di terra per dilavamento, per spostamento
a causa del vento, copertura di pavimenti di abitazioni per crollo natura­
le dell'edificio abbandonato ecc . ) ,
ovvero con l'asporto (uomo: scavo d i fosse, pareggiamenti d i terreno
con scavi ecc. ; natura: azione erosiva degli agenti atmosferici, frane ecc.).
I risultati di queste azioni possono essere in rapporto tra loro solo ed
esclusivamente in due ambiti:
anterioritàlposteriorità (questa azione A avviene prima di questa
azione B; questa azione B è posteriore a questa azione A);
contemporaneità (questa azione A e questa azione B sono contempo­
ranee) .
Lo scavo deve individuare questi rapporti di anteriorità/posteriorità
e contemporaneità fra i risultati delle diverse azioni e porli nel giusto or­
dine mediante la corretta metodologia di scavo e cioè l'indagine strati­
grafica.
A ogni azione corrisponde, difatti, un risultato: se si costruisce ci sa­
ranno i muri e i pavimenti; se si livella un terreno accidentato si riempi­
ranno le cavità con terra riportata da altre parti; se crolla una casa si ve­
dranno le macerie accatastate sul pavimento; se avviene un dilavamento
la superficie del terreno sarà ricoperta da un nuovo strato di terra diso­
mogeneo e così via. Del pari se si scava una fossa, si vedrà il taglio nel ter­
reno in cui è stata scavata; se si consuma un pavimento si vedrà il livello
più basso in alcuni punti ecc.
Ogni risultato di ogni azione che lascia la propria traccia viene defini­
to Unità Stratigrafica (US) e può e deve (nei limiti del possibile) essere
messo in rapporto con gli altri.
Abbiamo detto sopra che le azioni sono di apporto e asporto, e a
questo punto conviene introdurre i concetti di Unità Stratigra/ica positi­
va e di Unità Stratigra/ica negativa:
l' Unità Stratigra/ica positiva è il risultato di un'azione di apporto, ed è
quindi composta da materiale (terra, macerie, muri ecc. ) .
2. LO SCAVO: CONCElTI GENERALI 47

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f<'ig. n: La buca e il suo riempimento sono il risultato di due azioni diverse.

l'Unità Stratigra/ica negativa è il risultato di un'azione di asporto ed è


quindi immateriale, è una superficie in sé e per sé, intesa in senso geome­
trico.
Cosa è una superficie? Una figura geometrica che ha due sole dimen­
sioni: larghezza e lunghezza, e non ha spessore. L'atto di scavare una
buca, ad esempio, porta come risultato un classico caso di US negativa.
Questa è la buca in sé e per sé, si badi bene, e non il riempimento della
buca, che è invece il risultato di un'azione di apporto ed è quindi una US
positiva.
Vediamo meglio da vicino questo caso, che potrà illustrare con chia­
rezza il concetto di US negativa. Facciamo l'esempio che, durante la puli­
zia dell'interfaccia di una US, accada di individuare il segno di una buca,
costituito da un mutamento del colore e della consistenza del terreno con
andamento grosso modo circolare. In questo caso appare evidente che ci
troviamo di fronte al risultato di due azioni, e quindi a due US ben diffe­
renziate, come risulta palese esaminando la figura, che mostra il succe­
dersi delle diverse azioni (FIG. 12 ) .
In alto si vede la situazione originale prima della realizzazione delle
azioni, e cioè il terreno US r ancora intatto; segue poi la prima azione,
cioè lo scavo della buca significata dall'interfaccia negativa US -2; infine
abbiamo la seconda azione, owero il riempimento della buca con la terra
us 3 ·
A questo punto, considerato quanto abbiamo già detto sulla tecnica
di scavo, esiste un solo modo di procedere. Una volta individuato il pro­
filo della buca nell'interfaccia superiore della US tagliata dalla buca stes­
sa, dobbiamo, owiamente, per prima cosa svuotare la buca del suo con­
tenuto US 3 (evidenziando così l'interfaccia negativa US -2 del suo ta­
glio), prestando particolare attenzione a non lasciare alcunché del riem-
METODO E STRATEGIE DELLO SCAVO ARCHEOLOGICO

pimento addossato alle pareti. È più opportuno intaccare appena la pa­


rete piuttosto che correre il rischio di lasciare della terra di riempimento;
questa verrebbe poi a essere scavata assieme al terreno in cui è stata rica­
vata la buca e i materiali sarebbero considerati unitariamente a quelli
provenienti dal terreno stesso. In sostanza avremmo materiali di US 3, e
quindi più recenti, che si mescolano a quelli di US I, più antichi, con i
conseguenti errori di ordine cronologico che ne deriverebbero. Invece,
se si scava assieme a US 3 anche un po' di US I, l'unico risultato sarà quel­
lo di introdurre qualche frammento più antico in US 3, cosa che non inci­
de assolutamente sulla sua datazione che si basa, come sappiamo, sui
pezzi più tardi.
Il matrix vedrà quindi la sequenza:

Se non avessimo considerato l'US negativa -2, ci saremmo trovati di fron­


te al paradosso di una quantità di terreno US 3 che avrebbe riempito un
vuoto inesistente.
Cosa sono quindi le US negative? Sono delle superfici che testimo­
niano l'essere avvenuta un'azione di asporto. La cresta di un muro crolla­
to è, ad esempio, una US negativa, in quanto testimonia l'azione del crol­
lo del muro; il muro crollato è, invece, l'US positiva causata dalla stessa
azione di crollo.
Tutte le US vengono individuate e distinte attraverso le loro interfac­
ce, termine mutuato dalla geologia, che indica, cioè, le loro superfici di
contatto che creano una soluzione di continuità, percepibile mediante il
cambiamento della consistenza e tessitura del terreno, del suo colore, dei
suoi componenti. Ciò che guida lo scavo è, e non può essere altro che, la
differenziazione fra le diverse US. Non può e non può essere alcun altro
criterio.
In seguito si vedrà la critica al sistema, purtroppo ancor oggi spesso
seguito, dei tagli artificiali orizzontali, mentre qui basterà accennare a un
altro metodo errato, che è anch'esso purtroppo abbastanza diffuso, e
cioè lo scavo che segue i mutamenti della cultura materiale (cioè, in so­
stanza, della ceramica). Secondo tale metodologia gli strati cambiano a
2. LO SCAVO: CONCETTI GENERALI 49

seconda del cambiamento della cultura materiale in essi contenuta. Que­


sto concetto presupporrebbe, però, che il mondo antico avesse funziona­
to come vorremmo e come sarebbe molto comodo per noi, passando da
una cultura all'altra con netta soluzione di continuità. In realtà, sfortuna­
tamente, non è così. È difficile trovare strati che contengano omogenea­
mente materiali di uno stesso periodo, per diversi motivi. Ad esempio, se
si fa un livellamento di terreno usando terra di riporto presa da qualche
parte, è ovvio che in questa terra si può trovare di tutto, anche materiali
più antichi di centinaia di anni, se questa terra di risulta proviene da uno
scavo in profondità effettuato per altri motivi; un tale strato di terra ha
materiali di diverse epoche sino a quella in cui lo strato è stato deposita­
to, ma questa sua apparente " disomogeneità" non dovrà comunque farlo
considerare un " rimestato" e portare a trascurarlo. Lo strato deve essere
scavato e documentato accuratamente, in quanto US risultata da
' .
un az10ne.
I rapporti di anteriorità e posteriorità possono manifestarsi in diversi
modi, i quali sono esplicitati nella scheda prestampata di US che si adotta
sullo scavo e che esamineremo nel capitolo 5 ·
I concetti espressi sopra saranno, spero, più chiari nei capitoli che se­
guono.
3
L)organizzazione del cantiere

Esistono molte maniere di organizzare in modo funzionale un cantiere di


scavo, e queste derivano, in massima parte, dalla situazione dello scavo
stesso. Non tanto dalla situazione da scavare, quanto da tutto il contorno
finanziario-logistico. Se ci si trova a far fronte a un intervento di urgenza
da condurre velocemente e con pochi fondi, ovviamente, non si potrà
impegnare tempo e denaro nel predisporre il "cantiere perfetto " ; ci si
dovrà limitare all'indispensabile. Ma solo avendo piena cognizione di
quanto occorre si può selezionare quello che è necessario. Pertanto in
questo capitolo si presenterà una situazione di organizzazione ottimale,
con tutte le necessità logistiche e di supporto auspicabili.
Il cantiere presuppone una mente direttiva, che può essere singola o
multipla. Cioè, in concreto, si può avere un direttore degli scavi oppure un
comitato di direzione. Entrambe le soluzioni offrono pregi e difetti.
La prima può apparire la più funzionale, in quanto è uno solo a deci­
dere, verosimilmente dotato della professionalità, capacità ed esperienza
per gestire il cantiere, e quindi non ci sono intralci all'esecuzione dei la­
vori, avendo il direttore ben chiari i modi di procedere, le strategie da
adottare ecc. Ma essendo uno solo a valutare e a decidere, esiste il con­
creto rischio di umani errori.
La seconda soluzione, da questo punto di vista, pare offrire maggiori
garanzie, perché ciascun membro del comitato vede, verifica, valuta e
poi, sulla base di tutto questo, vengono prese le decisioni, naturalmente
nell'indirizzo di linea generale che ha portato alla creazione del comitato
stesso. Ma i problemi possono nascere proprio appunto dal pericolo che
questo confronto si trasformi in uno scontro di opinioni, che può rallen­
tare il lavoro ovvero anche bloccarlo e far nascere diverbi, dissapori, in­
comprensioni e, in sostanza, deteriorare il clima del cantiere con l'effetto
di danneggiare le operazioni di scavo.
A questo punto quale può essere la soluzione? A costo di ripetermi
devo ribadire che non si può indicare in maniera univoca. Ancora una
3· L'ORGANIZZAZIONE DEL CANTIERE 51

volta dipende da troppi fattori. Se il cantiere è piccolo e veloce, natural­


mente basterà la figura del direttore singolo; se si deve affrontare una
campagna lunga e complessa, magari da reiterarsi negli anni, allora po­
trebbe essere più opportuno avere un comitato, avendo cura che i mem­
bri abbiano fondamentalmente lo stesso atteggiamento nei confronti del
metodo di scavo, delle procedure, dei fini da raggiungere e che non ab­
biano rivalità, più o meno sopite, tra loro. Può anche essere utile ripartire
le responsabilità di segmenti dell'organizzazione tra i diversi membri, op­
pure ripartire lo scavo in settori tra i membri, ognuno dei quali gestisce au­
tonomamente il suo settore (sempre nell'ambito delle linee-guida generali)
awalendosi operativamente della figura del responsabile di settore, men­
tre le decisioni che investono l'interezza del cantiere sono prese congiunta­
mente. Molto, poi, dipende anche dal carattere delle persone. Esistono in­
dividui portati al lavoro di gruppo, mentre altri non riescono a operare se
non in assoluta autonomia. La valutazione di come organizzare la direzio­
ne di uno scavo deriva dalla disamina di tutti questi fattori.
Prendiamo, adesso, come esempio pratico l'organizzazione ottimale
di un cantiere di grandi dimensioni prolungato nel tempo: da questo si
potranno poi agevolmente trarre le condizioni da adottare per cantieri
più piccoli e brevi.
Iniziamo dalle figure professionali che devono essere presenti o co­
munque utilizzabili sul campo in tempo reale.

Archeologi, di diversa professionalità ed esperienza. I più esperti e speri­


mentati, di piena fiducia della direzione, assumeranno la funzione di re­
sponsabili di settore, mentre gli altri lavoreranno sotto la loro guida.

Architetti o ingegneri per il rilievo delle strutture, di particolari dettagli,


per predisporre i lavori di manutenzione e restauro dei resti scoperti e
per elaborare ipotesi di ricostruzione, quantomeno grafica. La presenza
di un architetto o ingegnere, poi, è indispensabile per i problemi concer­
nenti la sicurezza del cantiere; al di là degli obblighi di legge che preve­
dono questa figura, non si deve dimenticare che un cantiere di scavo ar­
cheologico è sempre e comunque un cantiere di lavoro dove gli individui
che vi operano devono poter agire in tranquillità e, appunto, sicurezza.
Sovente gli archeologi tendono a sottovalutare i rischi, presi come sono
dall'interesse dello scavo, ma è appena il caso di dire che nessun risultato
scientifico vale la salute di una persona. Per questo la nuova " cultura del­
la sicurezza" deve essere tenuta ben presente sullo scavo, anche se le rigi­
de norme di legge talvolta possono apparire superflue o addirittura con­
troproducenti (e talora in effetti lo sono, come quella che imporrebbe
METODO E STRATEGIE DELLO SCAVO ARCHEOLOGICO

l'uso dei guanti da lavoro per lo scavo, guanti che non sono mai riuscito a
usare perché tolgono completamente alla mano la sensibilità ai cambia­
menti del terreno). Ma, a parte questi piccoli aggiustamenti specifici che
ognuno può applicare senza difficoltà, la figura di un responsabile della
sicurezza non archeologo, e quindi emotivamente non coinvolto nello
scavo, è un elemento fondamentale per la riuscita del cantiere sotto tutti i
punti di vista.

Geometri per tutte le operazioni di misura di quote e rilievo.

Fotografi per curare la documentazione fotografica e filmata dello scavo.

Restauratori per curare un primo intervento di restauro dei materiali, in­


tervenire in situazioni di scavo per il recupero di oggetti particolarmente
delicati e provvedere al consolidamento di eventuali strutture o rivesti­
menti degradabili.

Geologo da selezionare in base sia alla sua conoscenza delle problemati­


che della geologia applicata all'archeologia, sia alla sua conoscenza speci­
fica dell'area geografica in cui ci si trova a operare.

Archeozoologo per la raccolta e l'esame dei resti ossei animali e delle con­
chiglie.

Antropologo per lo scavo e l'esame dei resti umani.

Archeobotanico per la raccolta e l'esame dei resti paleobotanici.

Operai per tutte le operazioni che non richiedono particolare attenzione,


come la raccolta e il trasporto a discarica del terreno di risulta, lo sposta­
mento di pietre o blocchi di grosso peso, il diserbo, la pulizia superficiale
del terreno e lo scotico dell'humus ecc. Naturalmente tutti questi lavori
devono essere condotti sotto la sorveglianza dell'archeologo, anche se
esistono numerosi operai che lavorano da anni in cantieri di scavo e han­
no pertanto acquisito una sensibilità al terreno e alle sue problematiche in­
vidiabile.

Non sarebbe male, poi, in caso di lavori condotti in appalto con una dit­
ta, avere anche un assistente di cantiere che tenga i rapporti con la ditta
stessa per la gestione del personale operaio, la fornitura delle attrezzatu­
re e dei materiali ecc. La sua utilità può essere apprezzata appieno solo
3· L"OR(;ANIZZAZIONE DEL CANTIERE 53

da chi si sia già trovato a operare in cantieri dove al responsabile della dit­
Ia giungevano da diverse persone indicazioni e richieste, talora anche
1 1on congrue tra loro, con le conseguenze che si possono immaginare.
Se lo scavo è molto ampio e diviso in settori separati tra loro, con vie­
I le adottare un formula di organizzazione del lavoro "mista " . Si indivi­
duano, perciò, i segmenti operativi generali, cui assegnare un responsa­
bile. Questi possono essere indicati come segue.

t<c1ponsabile della cancelleria. Si tratta del responsabile del materiale per il


disegno (carta millimetrata, carta lucida, tavolette, puntine, matite, gom­
me, squadrette, corda, picchetti, ma anche livelle ottiche, tacheometri
ecc.) e del restante materiale funzionale alla documentazione dello scavo
(rollini fotografici, macchine fotografiche, blocchi per scrivere ecc. ).

l<esponsabile dei materiali. Si tratta di un incarico molto delicato, per il


4uale va selezionata una persona di buona esperienza e affidabilità. Il suo
compito è organizzare e supervisionare il lavoro di lavaggio, classificazio­
ne, registrazione e conservazione dei materiali archeologici rinvenuti du­
rante lo scavo. Pertanto dovrà avere una ottima conoscenza di quanto si
può ritrovare, in particolar modo della ceramica, in modo tale da poter
fornire dati affidabili agli scavatori che li richiedano (anche se è bene ri­
cordare che, al momento dello studio, i materiali devono essere visionati
direttamente senza fidarsi troppo di quanto fatto da altri). Per le specifi­
che di questa attività si veda il capitolo a essa dedicato.

Responsabile della documentazione. Dato per scontato che all 'interno


del proprio settore ogni responsabile di settore risponde anche della
documentazione prodotta, è assai utile avere un referente unico che
conservi i rollini delle foto e delle diapositive, numerandoli e indicando
il settore di provenienza concordato con il numero d'ordine in un ap­
posito registro. Così pure avverrà anche per la documentazione grafica
prodotta, sia per quella di dettaglio (overlays di US - il termine inglese è
mutuato direttamente da Harris e si usa comunemente come sinonimo
di "pianta quotata dell'interfaccia superiore" -, sezioni particolari) che
per quella generale.
Lo scopo fondamentale è quello di tenere raccolta assieme ordinata­
mente, e convenientemente registrata, tutta la documentazione, possibil­
mente in un armadio dedicato solo a questo. Non sarebbe male che que­
sto responsabile conservasse anche, alla fine del cantiere, gli originali dei
giornali di scavo, provvedendo a effettuare le fotocopie di lavoro per i re­
sponsabili di settore.
54 METODO E STRATEGIE DELLO SCAVO ARCHEOLOGICO

Conviene, a questo punto, indicare anche i compiti del responsabile di


settore, cui spetta il ruolo fondamentale di gestire operativamente tutte
le attività di scavo e a esso collegate, nell'ambito delle direttive generali
del cantiere e secondo le modalità e le indicazioni che emergeranno nelle
discussioni con il membro della direzione scientifica cui il settore è asse­
gnato. Si badi bene che ho specificato "modalità e indicazioni che emer­
geranno nelle discussioni" perché lo scavo deve essere sempre un con­
fronto di idee, proposte e ipotesi e non può e non deve funzionare con
decisioni apodittiche e non condivise. Questo vale non solo per i rappor­
ti tra " capo " e responsabile di settore, ma anche e direi soprattutto tra
questo e gli studenti che si trovano a operare con lui, i quali, partecipan­
do allo scavo a scopo formativo e didattico, hanno il diritto di essere mes­
si a parte delle problematiche che lo scavo fa nascere, delle diverse pro­
poste per affrontarle e delle motivazioni che portano alla scelta operativa
di che cosa fare. Insomma, chi scava deve essere convinto di quello che
fa, sempre naturalmente nei limiti del possibile.

Responsabile di settore. Come già detto ampiamente sopra, è la figura che


gestisce operativamente lo scavo. I suoi compiti pratici sono quelli di
procurare gli attrezzi da lavoro idonei in numero sufficiente; organizzare
la squadra a sua disposizione distribuendo i compiti; compiere personal­
mente e seguire l'attività di scavo della US; redigere le schede di US, di
USM e di USR; redigere il giornale di scavo; effettuare la documentazio­
ne grafica di dettaglio (overlays e sezioni); effettuare o far effettuare la
documentazione fotografica scrivendo il testo delle lavagnette (per mag­
giori dettagli si veda il capitolo sulla documentazione fotografica); far at­
tuare la raccolta di tutti i reperti rinvenuti nello scavo della US curando
che siano distinti per tipo di materiale; curare che ogni contenitore sia
dotato del proprio cartellino compilato con esattezza. Nel caso che a lui
siano affiancati studenti a scopo didattico, rientra nei suoi compiti illu­
strare agli studenti la situazione che si sta scavando e le motivazioni che
portano alle decisioni; far redigere autonomamente le schede di US, di
USM e di USR e il giornale di scavo, dopo averne presentati i criteri, e di­
scuterli; insegnare il modo di effettuare la documentazione grafica e il ri­
lievo e farli eseguire.
Come si vede, il compito di responsabile di settore è tra i più delicati,
perché a lui spettano le interpretazioni delle US e USM e dei rapporti che
tra loro intercorrono, con le conseguenti decisioni operative. Inoltre, nel
caso sopra indicato di scavo con studenti a scopo didattico, cura anche
questo aspetto, fondamentale per assicurare nel tempo il ricambio di
personale adeguato a condurre lo scavo.
4
Lo scavo nella pratica

Esaminiamo da vicino le procedure che dobbiamo osservare nella prati­


ca dello scavo archeologico, dando ovviamente per scontato quanto det­
to nel capitolo precedente.
Il sito prescelto deve essere localizzato con precisione sulla diversa
cartografia disponibile; l'ideale sarebbe utilizzare la cartografia dalla sca­
la 1 : 25 . 000 all'1: 10.ooo al catastale 1 :4.ooo o 1 : 2.000. Per i sistemi di loca­
lizzazione si rimanda al capitolo sulla documentazione grafica.
Una volta collocata sulla cartografia l'area generale dello scavo, si
può passare a mettere in pianta i capisaldi cui agganciare il rilievo di det­
taglio e successivamente i resti eventualmente visibili.
Ciò fatto si potrebbe procedere a stendere la quadrettatura con gri­
glia di riferimento, a quadrati di 5 m di lato, orientata secondo i punti car­
dinali e realizzata in modo da comprendere tutta l'area di scavo che si
prevede di interessare con l'indagine non solo nella campagna in corso
ma in tutta l'estensione temporale prevista dello scavo. Per questo è op­
portuno far partire l'inizio della griglia (quadrato AI) in un punto che si­
curamente è e sarà al di fuori dei nostri settori di indagine. Tutti gli angoli
dei quadrati andrebbero poi quotati con misurazione assoluta sul livello
del mare. Ogni misura di quota, da questo momento in poi, deve riferirsi
al livello del mare. Talvolta, per comodità, in un settore si può individua­
re e ci si può riferire a un piano o convenzionale, il quale deve essere quo­
tato s(ul) l (ivello) (del) m(are); al termine tutte le quote prese da quel pia­
no o devono essere ricalcolate e segnate con la loro misura slm.
Quali sono gli scopi di questa griglia? Il primo e fondamentale è
quello di offrire un reticolo di riferimento per la messa in pianta e localiz­
zazione dei resti, soprattutto nella fase iniziale del lavoro. In secondo luo­
go, sempre nella fase iniziale, prima di cominciare a scavare, i materiali
mobili rinvenuti in superficie ricevono l'indicazione del quadrato e que­
sto dato può essere utile per verificare concentramenti di alcuni materiali
in settori diversi. Ad esempio, se in due quadrati contigui troviamo un
METODO E STRATEGIE DELLO SCAVO ARCHEOLOGICO

maggior numero di frammenti di tegole di copertura rispetto agli altri


quadrati, possiamo supporre che in quel punto si trovino i resti di un edi­
ficio coperto crollato. I quadrati della griglia sono, quindi, il primo pun­
to di riferimento spaziale dello scavo. Appare ovvio, ma è bene ribadirlo,
che, una volta iniziato lo scavo denominando le US individuate e scavan­
dole, si farà sempre costante riferimento ad esse, e il collegamento con i
quadrati perde gran parte del suo valore, potendo essere utilizzato al più
per la localizzazione iniziale sul terreno delle US. In concreto, una volta
che si sia individuata ad esempio la US 3 e collocatala sulla pianta quota­
ta, le indicazioni dello scavo si riferiranno costantemente alla US 3, senza
segnalare che si estende nei quadrati Ds, D6 e parte di D7. Una volta,
poi, che si inizia a trovare strutture murarie, di qualsiasi tipo esse siano,
che individuano distinti bacini stratigrafici, ci si riferirà a questi bacini e
alle US da loro contenute. Parimenti, se lo scavo viene diviso in settori di
intervento distinti tra loro, una volta individuata e segnata sul giornale di
scavo e in pianta la localizzazione dei settori, si farà riferimento ad essi,
tralasciando la griglia dei quadrati.
Come si è visto, l'importanza della quadrettatura è limitata solo alla
fase iniziale del lavoro, ma anche in questo caso, considerati i più recenti
e precisi sistemi di localizzazione geografica (GPS), ho l'impressione che
il suo utilizzo andrà sempre più riducendosi, sino a scomparire del tutto.
Questo non sarà un gran danno e porterà, invece, molti vantaggi.
Provate a visualizzare uno scavo su una grande area, con un'ampia
superficie che viene scavata; nel caso di posizionamento della quadretta­
tura dobbiamo immaginarci tutta una serie di picchetti (uno per ogni
vertice di quadrato di 5 m di lato) , infissi stabilmente nel terreno e che ne­
cessitano, dunque, di un dado di terra sufficientemente grande per non
correre il rischio di cadere. Avremo, così, un bello scavo costellato da re­
golari escrescenze, come un paesaggio alieno popolato da creature fungi­
formi (FIG. q). Al contrario, limitando l'utilizzo della griglia di quadrati
solo alla fase iniziale del lavoro, e in particolare per la raccolta dei mate­
riali di superficie, lo scavo rimane in seguito libero e leggibile, senza arti­
ficiali sovrapposizioni. La quadrettatura, costantemente adottata come
retaggio dello scavo per quadrati di Wheeler, si può considerare il tenta­
tivo di imporre un ordine artificiale e geometrico a qu.anto scavato da
parte di chi non è in grado di comprendere e leggere la complessità della
stratificazione; costringendola nell'innaturale artificiosità del reticolo ci
si illude così di dominarla.
Lo scavo vero e proprio inizia, quindi, con la documentazione della
situazione pre-scavo: descrizione del sito, rilievo quotato, fotografie e
diapositive. Successivamente si procede al diserbo, prestando attenzione
4· LO SCAVO NELLA PRATICA 57

Fig. 13: Cose da evitare: paesaggio di scavo con picchetti della quadrettatura.

al fatto che è necessario rivolgersi precedentemente al Corpo forestale ed


effettuare un sopralluogo congiunto per l'eventuale indicazione delle es­
senze vegetali che dovranno necessariamente essere preservate.
Una volta liberato il terreno dalla vegetazione si incomincia ad avere
una visione più chiara della situazione. Se superficialmente si individuano
resti, questi ci potranno guidare nell'impostare il lavoro, nel senso che le
operazioni di asportazione dell'humus insisteranno in un'area che com­
prende i resti stessi. Altrimenti lo scotico superficiale procederà ordinata­
mente nei settori prefissati oppure su tutta la superficie da indagare.
È forse bene precisare che sino a ora mi sono riferito a una situazione
di scavo extra-urbano, al di fuori di un centro abitato moderno, e questo
spiega perché ho parlato di diserbo, di Corpo forestale, di humus super­
ficiale ecc. Se ci troviamo a effettuare uno scavo urbano molte cose cam­
biano (a livello di strategia e non di metodo, ovviamente) e di questo si
parlerà in seguito.
Secondo il mio parere personale (peraltro assqlutamente non origi­
nale, ma che deriva dalla lettura del volume del Barker e dal pieno accor­
do con le sue idee) il metodo migliore di scavo è quello per grandi aree.
Più lo scavo è ampio, più le situazioni di volta in volta messe in luce pos-
METODO E STRATEGIE DELLO SCAVO ARCHEOLOGICO

sono essere meglio comprese e interpretate. Più lo scavo è limitato in uno


spazio ristretto, più è facile che le risposte alle domande che sorgono
possano trovarsi al di fuori dell'area scavata. Questo, naturalmente,
come sempre, non è da intendersi in senso assoluto. Se viene individuato
un bacino stratigrafico di piccole dimensioni (come, ad esempio, un
vano identificato da quattro USM), questo può essere scavato, in un pri­
mo momento, anche indipendentemente da quanto gli sta intorno, anche
se sarebbe opportuno scavare contemporaneamente le US in fase con gli
strati di frequentazione del vano stesso. Ma comunque, giunti al livello
della sua fondazione, lo scavo dovrà necessariamente ampliarsi all'ester­
no per mettere in luce le US sulle quali il vano si è impostato e poter pro­
seguire poi unitariamente lo scavo della situazione pre-vano, intaccata
dalle US negative date dalle fosse di fondazione dei muri.
Possiamo così enunciare una sorta di slogan da tenere sempre pre­
sente, così come è sorto (assieme ad altri che troveremo in seguito), credo
creato spontaneamente, su uno scavo cui partecipo:

più ti estendt� più comprendi.

È ovvio che anche l'humus superficiale costituisce una US, e quindi deve
essere numerato e di esso redatta la relativa scheda, nonché raccolto il
materiale che contiene. Viene spesso spontaneo, a questo riguardo, rac­
cogliere solo i frammenti di interesse archeologico, trascurando quelli
moderni e contemporanei. Ciò è un errore, perché sono proprio queste
ultime cose, essendo le più tarde, che ci indicano come la US sia di for­
mazione moderna o contemporanea e quindi ne permettono il corretto
inserimento nel matrix. Al massimo si può consentire una selezione dei
pezzi contemporanei, scegliendo quelli più significativi per la determina­
zione cronologica, senza stare a raccoglierli tutti, per economicità di tem­
po e risparmio di spazio.
Asportato l'humus si procede al rilevamento quotato e alla docu­
mentazione fotografica della US sottostante, e poi si passa a scavarla. Nel
corso dello scavo si avanza costantemente sempre dalla stessa direzione
camminando come i gamberi, cioè all'indietro. Può apparire poco natu­
rale, perché sembrerebbe logico muovere il fronte di scavo avanzando e
non retrocedendo. Con un attimo di riflessione il motivo apparirà chiaro.
Retrocedendo, la porzione di terreno scavata rimane in vista e pulita, così
che lo scavatore ha sempre sotto gli occhi la superficie messa in luce e
può verificare eventuali mutamenti di colore e di consistenza. Se si mar­
cia in avanti, invece, il terreno dietro le spalle viene calpestato, impastato
con altra terra e, al momento della documentazione della interfaccia del-
4· LO SCAVO NELLA PRATICt\ 59

la US scoperta, deve essere nuovamente ripulito, con il conseguente ri­


bassamento, anche se di poco, della sua superficie. La prima norma dello
scavatore, quindi, è quella di tenere sempre pulita la superficie scavata.
Da qui l'altro slogan

più puliscz� più capisci.

Da quanto detto sopra, dove si è evidenziato con chiarezza come lo scavo


debba seguire l'interfaccia superiore della US nel suo andamento e con
tutte le sue irregolarità, si può chiaramente comprendere quali siano gli
errori e i danni provocati da uno scavo che procede per livelli orizzontali
arbitrariamente decisi dallo scavatore.
Già in assoluto, infatti, il taglio esattamente orizzontale assai di rado
coincide con la superficie reale dello strato, che difficilmente veniva stesa
perfettamente livellata, a meno che non ci si trovi dinanzi a veri e propri
pavimenti (ma in questo caso ogni scavato re - ci si augura - è in grado di
riconoscerli e di fermare lo scavo); nel caso di accumuli di terra naturali o
anche artificiali ma senza la pretesa di essere un perfetto e liscio piano di
calpestio, la superficie superiore di norma ha un andamento abbastanza
movimentato e può essere un po' obliqua. Pertanto il regolarizzarla con
un taglio orizzontale, se dà l'idea a un osservatore inesperto e superficiale
di scavo condotto con grande precisione e pulizia, comporta la perdita
della reale interfaccia e, quel che è peggio, mescola tra loro materiali pro­
venienti da strati diversi e con cronologia differenziata. Questo è appunto
ciò che lo scavo non dovrebbe mai fare, perché solamente le associazioni
dei materiali nelle US e le associazioni tra queste e le strutture ci possono
fornire gli unici dati attendibili per le determinazioni cronologiche.
Come si può ben vedere dall'esempio proposto, lo scavo per tagli ar­
bitrari confonde tra loro i diversi strati, unisce assieme materiali di pro­
venienza da US differenti, e non ci restituisce assolutamente una rico­
struzione di come era in antico l'assetto del terreno che è stato indagato.
Dal momento che lo scavo, come ben si sa, è un'attività irripetibile (una
volta che la stratificazione è stata asportata non ci rimane che la nostra
documentazione), di un settore scavato per tagli arbitrari non ci rimane
più niente, se non sacchetti di frammenti che non sono più in grado di
parlarci.
Esaminando in dettaglio l'esempio (FIG. I4), possiamo vedere come il
taglio I interessi la US I solo parzialmente, mentre il taglio n comprende
materiali che provengono: dalla US I , terreno a matrice humotica che re­
stituisce ovviamente materiali che giungono sino all'epoca odierna; dalle
US 4 e 5, coperte da US I e quindi anteriori a essa; dalla US 3, terra che
6o METODO E STRATEGIE DELLO SCAVO ARCHEOLOGICO

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Fig. 14: Lo scavo per livelli arbitrari confonde la stratificazione e impedisce di


comprendere la stratigrafia.

riempie la US - 2 che taglia le US 4 e 5 ed è pertanto a loro posteriore. In


questo modo si sono confusi assieme frammenti che possono coprire un
arco di tempo assai ampio, si è persa la notazione della buca US -2 e quin­
di anche la possibilità di individuare l'uso del suolo (perché è stata fatta
questa buca? ), non si è percepito l'andamento delle stratificazioni del
terreno (FIG. 15). Il realizzare, poi, alla fine dello scavo, un accurato dise­
gno di una bella sezione in parete non ci dice assolutamente niente, se
non che, in quel particolar� settore dove la sezione è stata presa, la strati­
ficazione aveva quell'aspetto. Ma niente ci dice come fosse da interpreta­
re stratigraficamente la stratificazione in tutto il resto dell'area scavata e
soprattutto manca la connessione tra strati e materiali rinvenuti.
Appare più che ovvio che una simile situazione di confusione deriva­
ta dallo scavo per livelli arbitrari non può e non potrà mai assolutamente
4· LO SCi\ VO NELLA I'RATICA (}[

rig. 1 5 : Lo scavo per livelli arbitrari su piani orizzontali non considera l'esisten­
za di buche e simili, con tutte le conseguenze che ne derivano.

fornirci indicazioni cronologiche di una qualche, sia pur minima, validità


c utilità. I materiali così rinvenuti andranno equiparati, come significato,
al massimo, a quelli di una ricognizione superficiale, ma con una perdita
pressoché completa del valore che possedevano nella loro collocazione
originaria.
A questo punto la domanda che sorge sempre spontanea è: " come si
riconosce una US di terra da un'altra? " . In teoria sembra tutto semplice:
si scava finché non si trova una cosa diversa da quello che stiamo toglien­
do, la puliamo bene ed ecco fatto.
In realtà non è così. Le superfici di terra, anche battuta perché fre­
quentate e calpestate, non sono omogenee e impenetrabili, e d'altra parte
difficilmente anche una singola US è composta da terra completamente
omogenea. Così può risultare non agevole individuare dove termina
l'una e dove inizia l'altra, anche perché non è assolutamente detto che,
per creare le due US, siano state utilizzate terre completamente diverse
tra loro. La distinzione si basa su mutamenti di colore, consistenza, tessi­
tura delle US; per riuscire a individuare la differenza si deve procedere
lentamente e tenendo sempre pulita la zona di scavo: la norma dice che,
una volta accumulata tanta terra da riempire un secchia (utilizzo questa
parola per indicare la caldarella da muratore, che ha denominazioni di­
verse nei diversi dialetti: co/ana, paiolo ecc . ) , si deve sgomberarla. Co­
munque per riuscire a riconoscere le differenze tra le US e in generale per
la migliore comprensione dello scavo si possono, anzi si devono, utilizza­
re alcuni strumenti, alla portata di tutti.
METODO E STRATEGIE DELLO SCAVO ARCI IEOLOGJCO

1. Il primo è la pazienza. Se uno ha fretta di scavare, con ogni probabili­


tà comprenderà poco e sbaglierà molto.
2. Il secondo è la curiosità. Se manca questa componente fondamenta­
le, la voglia di sapere cosa e come è avvenuto in un sito, cosa c'è sotto
questo strato di terra, sotto questo pavimento, e così via, non si può esse­
re buoni archeologi.
3· Il terzo è l'umiltà. Non esiste peggior scavatore di quello che è con­
vinto di saper scavare e soprattutto di conoscere in anticipo quello che
scava. Sul campo bisogna mettersi in una posizione socratica, sapendo di
non sapere e volendo imparare dal terreno tutto quanto può insegnarti,
se ben interrogato (torniamo così a Socrate e al suo sistema euristico).
4· Il quarto è la pratica, svolta inizialmente a fianco di una persona
esperta e disposta a insegnare. Come in tutte le attività, e soprattutto in
quelle manuali come è lo scavo, l'apprendistato è fondamentale. Una
volta acquisite preliminarmente la " cultura" e la "mentalità stratigrafica"
(quando mi si presentano dei giovani studenti per partecipare a uno sca­
vo, dopo aver indicato le letture fondamentali, concludo sempre che non
devono limitarsi a leggerle e tanto meno studiarle; devono assorbirle al
punto che, alla richiesta di nome e cognome, dovranno rispondere spon­
taneamente "US Mario Rossi " ) , su questa base teorica si impostano le co­
gnizioni pratiche operative sul campo, guidati e assistiti .dapprima, poi
muovendosi da soli. Non si deve avere paura di confrontarsi con il terre­
no; si potrà sbagliare (tutti l'abbiamo fatto e abbiamo qualche vecchio
scavo che ci tormenta nelle notti insonni), ma per riuscire a scavare bene
è necessario scavare da soli, affrontando il peso delle decisioni. Questo
non vuoi dire che l'archeologo deve essere una figura solitaria, quasi un
eroe tragico nietzschiano, che decide le sorti di uno scavo. Tutt'altro. Lo
scavo è e non può essere altro che un lavoro di équipe. Al di là degli ap­
porti delle diverse specifiche professionalità, il confronto con i colleghi è
un mezzo fondamentale di comprensione e crescita dello scavo. Anche
solo il dover illustrare a un'altra persona, che è in grado di esaminarli cri­
ticamente, i motivi che ti indirizzano verso un certo modo di procedere e
verso una determinata ipotesi, contribuisce in modo notevole a farti ap­
parire dinanzi le debolezze della tua ricostruzione e gli aspetti da meglio
verificare. Però, infine, è uno solo il responsabile che deve decidere, con­
vinto di quello che fa e senza troppi timori. Un po' di paura, comunque,
certo non guasta; è l'incoscienza il male peggiore, non il salutare dubbio
metodico che ti porta a considerare tutti gli aspetti e le sfaccettature pri­
ma di decidere.
Quale attrezzo si adopera per scavare? Dipende da quello che si sta
scavando. Non deve esistere preclusione per alcunché. Lo strumento
4· LO SCAVO NELLA PRATICA

principe è, come universalmente noto, la trowel, che a prima vista sem­


bra non essere altro che il nome della cazzuola in inglese, ma che in realtà
indica un attrezzo diverso dalla cazzuola italiana. Questa, nel migliore
dei casi, è a forma allungata triangolare con punta aguzza; la trowel ha
forma romboidale, ha punta aguzza ed è più corta, cioè è più sensibile e
maneggevole e permette letteralmente di sentire il terreno mentre si sca­
va. Perciò il nome trowel identifica uno strumento particolare che si tro­
va adesso fabbricato anche da alcune ditte italiane; sono abbastanza buo­
ne, ma spesso con il difetto di avere la lama fissata con rivettini e non fusa
in un pezzo col manico come negli esemplari originali, cosa che le rende
più fragili e meno stabili. Con la trowel si può fare praticamente tutto,
dalla demolizione delle US di terra, alla pulizia accurata delle interfacce
delle US, alla pulizia dei muri. È evidente, però, che l'asportazione di
strati di forte spessore e di consistenza molto compatta richiede altri tipi
di attrezzi, e allora si adotteranno, con tutte le cautele del caso, le piccoz­
zine con punta e taglio (maleppeggio) e anche il piccone. Non ci si deve
scandalizzare, poi, di vedere su qualche scavo anche la pala meccanica.
Certo se uno vuole scavare delle tombe o una delicata situazione di abita­
to usando la pala meccanica compirà unicamente uno sfascio totale, ma
esistono situazioni in cui il suo uso è consigliabile. Dalla mia esperienza
personale porterò l'esempio di un intervento in area cittadina, dove i re­
sti individuati si trovavano sotto una discarica urbana contemporanea
(detriti di demolizioni, vecchi elettrodomestici ecc.) alta più di tre metri.
In questo caso la pala meccanica e la ruspa hanno consentito di velociz­
zare notevolmente il lavoro senza provocare alcun danno. Si deve sempre
considerare, quindi, il rapporto costi/benefici. La pala meccanica, poi, è
sempre utile sul cantiere per caricare i camion della terra di risulta che
deve essere portata a· discarica, oppure per ricoprire velocemente i saggi
che non si ritiene opportuno lasciare aperti. Insomma non esistono stru­
menti e mezzi vietati o dannosi di per sé stessi. Anche una trowel male
utilizzata può creare danni irreparabili.
Lasciando da parte i mezzi pesanti, torniamo allo scavo manuale.
Una volta identificata l'interfaccia superiore della US sottostante quella
che stiamo scavando, si procede alla sua pulizia, ricordando che è sem­
pre meglio incidere la US sottostante piuttosto che lasciare un po' di
quella superiore. Questo per evitare intrusioni di pezzi più tardi in una
US potenzialmente più antica. Nel caso contrario, scavando cioè un po'
della US più antica assieme a quella più tarda, si ha solo un minimo au­
mento dei residui, che non incide sulla determinazione cronologica della
US (FIG. r6). L'interfaccia superiore di una US si pulisce seguendo e met­
tendone in luce tutta la superficie, con le sue irregolarità, buchette, rile-
METODO E STRATEGIE DELLO SCAVO ARCHEOLOC;JCO

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Fig. 16: Tre US con i materiali contenuti; sono distinguibili i materiali in fase
che divengono residui nelle US superiori.

vamenti e pendenze. Un caso che avviene abbastanza spesso è quello del­


la presenza di alberi e cespugli. Una volta tagliati alla base, rimane pur
sempre la radice la quale si è introdotta nel tempo dentro il terreno, rami­
ficandosi ed estendendosi e comunque attraversando e intaccando diver­
se US. In questi casi sorge il dubbio se estirpare completamente la radice
scavando con lei il terreno immediatamente circostante già smosso, indi­
viduando così una US negativa, oppure scavando regolarmente le diver­
se US, tagliare un pezzo di radice per volta, che man mano viene liberata
dalla terra. Dipende molto dal tipo di radice. Se si tratta di una radice
non molto grande e non ramificata si può procedere nella seconda ma­
niera; in caso contrario conviene estirparla subito, scavando una fossa
abbastanza ampia da cogliere tutte le sue ramificazioni e il terreno da
esse smosso, per evitare il rischio di eventuali intrusioni di materiali più
tardi nei livelli inferiori, dove possono essere stati veicolati dall' espansio­
ne in basso delle radici.
Man mano che si scava si raccolgono i materiali via via rinvenuti. Sca­
vando con la trowel la probabilità che qualcosa ci sfugga è minima, ma
sarà sempre opportuno che, al momento dello svuotamento del secchio
nella carriola, si dia un'altra occhiata. Noterete che ho parlato in generale
di " materiali " , senza specificare di che tipo di materiali si tratti e men che
meno specificando " archeologici" . Non esiste errore peggiore che il tra­
lasciare di raccogliere tutto quello che troviamo, sia esso ceramica, vetro,
metallo, ossa umane, ossi animali, oggetti moderni e così via. La raccolta
dei semi vegetali e la campionatura della terra per lo studio dei pollini ri­
guardano gli specialisti del settore e non vengono condotte direttamente
dall'archeologo che scava materialmente il terreno. Dovrebbe essere ov­
vio il perché della raccolta globale dei materiali, compresi quelli moder­
ni. Se in una US si trovano oggetti o frammenti di oggetti contemporanei,
questo significa che la US è di formazione recente e come tale deve essere
considerata nella ricostruzione delle vicende del sito. Se non li raccoglia-
4· LO SCAVO NELLA PRATICA

l - 1 0 - 1999

N R US 3os z.

f-ig. 1 7 = Esempio di un cartellino di legno da unire al contenitore dei materiali


raccolti.

mo perdiamo i dati che giustificano la cronologia, le modalità di forma­


zione della US e la sua interpretazione.
I materiali messi in luce con lo scavo si raccolgono man mano che si
scava, conservandoli in appositi contenitori. Quale che sia il contenitore
adottato è assolutamente indispensabile che, prima ancora di iniziare a
scavare la US, questo sia dotato del suo cartellino di legno su cui vengono
scritti con penna biro, incidendo il legno (il perché è spiegato nel capito­
lo su lavaggio e conservazione), sigla del sito e numero di US (se voglia­
mo, anche la data) ( FIG. 17).
Quali contenitori usare? Considerando il fatto che poi i materiali
vanno al lavaggio e solo dopo l'asciugatura e siglatura andranno in un
contenitore definitivo, si possono tranquillamente usare i sacchetti di
plastica: uno per la ceramica e uno per i resti ossei, mentre metalli e vetri
saranno meglio conservati in scatoline di plastica o cartone. È appena il
caso di precisare che ogni contenitore deve avere il suo cartellino. Io per­
sonalmente non sono contrario al fatto che lo scavatore tenga al suo fian­
co, durante lo scavo, un secchia dove mettere i materiali man mano che li
recupera, prima di dividerli nei diversi contenitori. Questo, a parer mio,
consente di scavare con maggiore continuità senza interrompersi conti­
nuamente per trovare il sacchetto o la scatolina per quel tipo di materia­
le. La divisione può essere fatta nel momento di pausa quando la terra di
risulta viene raccolta e portata via.
È assolutamente da evitare la pessima usanza di poggiare frammenti o
materiali in genere sui bordi dello scavo, sui muretti e così via. Nei mi­
gliori dei casi questi sono materiali perduti (chi si ricorda più a fine gior­
nata da dove provenivano quei materiali? ) ; nei casi peggiori possono es­
sere assegnati sul filo della memoria a US diverse da quelle originali op­
pure con loro possono essere raccolti anche frammenti che si trovano in
superficie nelle vicinanze, con le relative tragiche conseguenze a livello di
dati cronologici.
Una volta asportata l'US su cui stiamo lavorando, si scopre l'interfac­
cia superiore della US sottostante.
66 METODO E STRATEGIE DELLO SCAVO ARCHEOLOGICO

La superficie messa in luce dell'interfaccia di una US deve essere per­


fettamente pulita. Tolta la US che la copriva si può spazzare il terreno
con una scopa, preferibilmente di saggina; si deve però prestare attenzio­
ne al tipo di terreno scoperto; se è sabbioso e poco coerente o al contra­
rio molto argilloso e umido, i risultati saranno negativi. Indispensabile,
invece, è pulire con scoperte e scope i muri e le pavimentazioni, una volta
adoperata la trowel per togliere terra, radici ed evidenziare i profili e i
corsi delle pietre.
La terra di risulta dello scavo deve essere ammucchiata in una zona
del cantiere da dove possa essere raccolta e asportata facilmente con
mezzi meccanici. Per questo l'ideale sarebbe destinare una zona molto
marginale a quella scavata. Ma se ciò è opportuno per la fase finale del­
l' operazione, cioè il carico sul camion e il trasporto alla discarica, può
portare problemi per la fase iniziale, e cioè lo spostamento della terra in
carriole dallo scavo al punto di accumulo. Se è troppo distante dalla zona
di scavo lo spostamento impiegherà troppo tempo e costerà fatica.
Come ho già detto altre volte, anche in questo caso non si può dare
una soluzione univoca e si deve decidere volta per volta cercando di con­
temperare le diverse esigenze.
Una volta messa completamente in luce e ben pulita l'interfaccia su­
periore della US, questa deve essere documentata graficamente e foto­
graficamente; per questi due argomenti si rimanda ai rispettivi capitoli.
Abbiamo parlato, nel capitolo dedicato al metodo, della " rivoluzio­
ne" portata da Harris con l'introduzione della scheda di US, che ha inno­
vato il sistema della registrazione e documentazione dello scavo.
Di ogni US si deve compilare la relativa scheda, e di questa, come di
altre parti della documentazione, si parlerà nei rispettivi capitoli.
Terminiamo questa parte parlando di una presenza che ancora oggi
si riscontra in molti cantieri di scavo, e cioè quella del testimone. Con
questo termine si indica un risparmio di terra, di forma regolare, che ta­
glia una parte dello scavo, oppure che si erge come un pilastro. Non è al­
tro che il retaggio del metodo Wheeler, quando la stratigrafi"a vista su
una sezione verticale comandava lo scavo. Come si comprende bene da
quanto detto sinora, il conservare una porzione di terra, ovunque essa si
collochi, non ha alcuna utilità: la sezione lasciata in vista indica solo quale
era la situazione della stratificazione in quel preciso punto; dieci centi­
metri più oltre poteva essere del tutto diversa, e così cade completamente
il supposto valore esemplare del testimone. Abbiamo già le sezioni dise­
gnate secondo punti topici dello scavo, e quindi il lasciare la terra che
mostra come la nostra documentazione della stratificazione in quel pun­
to sia corretta è solo, a mio avviso, un forte segno di insicurezza. In com-
4· LU SCAVO NELLA PRATI CA

Fig. r8: Cose da non fare: testimoni a gradini lasciati in uno scavo.

penso il testimone, se non possiede utilità, porta i molti svantaggi che ab­
biamo già esaminato parlando del metodo Weehler e del suo scavo per
quadrati ( FIG. r8). Quindi uno scavo archeologico ben fatto non deve as­
solutamente prevedere testimoni. Non si tratta, come mi è stato detto da
alcuni, spero scherzosamente, di comportarsi come Al Capone, che non
voleva lasciare testimoni delle sue malefatte; si tratta solo di evitare di
avere sullo scavo cose inutili e dannose. L'unico motivo che può giustifi­
care un risparmio di terra che attraversa lo scavo, se non si trovano altre
soluzioni, è quello logistico, per consentire il passaggio da una parte al­
l' altra di chi opera, delle carriole ecc. Ma alla fine anche questa escre­
scenza deve scomparire.
5
Le schede di unità stra tigra/ica

Secondo la più corretta tendenza metodologica il complesso delle schede


di US dovrebbe costituire l'unica documentazione scritta dello scavo,
rendendo superfluo e sostanzialmente inutile il vecchio " giornale di sca­
vo " . Questo è senz' altro vero se si limita a essere soltanto, come dice Ca­
randini ( woo, p. 143 ) , «un raccontino della giornata di lavoro [ . . . ] che
contiene solo saltuariamente l'informazione necessaria alla ricostruzione
della sequenza». Ma, secondo il mio parere e la mia esperienza persona­
le, stendendolo in maniera diversa e con scopi diversi il giornale di scavo
riveste tutt'ora una importanza notevole e potrei dire anche fondamenta­
le. Vediamo di spiegare i motivi che mi portano a questa affermazione.
lo vedo il giornale di scavo come il tessuto connettivo delle schede,
dei disegni e della documentazione che costituiscono l'ossatura e l'insie­
me degli organi vitali della documentazione dello scavo. Nel giornale
deve trovare posto la parte discorsiva che non è possibile comprendere
nelle schede, se non, in forma parziale, nella parte dedicata alle osserva­
zioni, ma che sono riferite solo alla singola US e non al complesso della
situazione che si ha dinanzi. Le ipotesi che si propongono, le idee che
vengono in mente, i motivi che portano a determinate decisioni, brevi
sintesi ricostruttive di quanto si è scavato con le relative interpretazioni ,
tutti questi sono gli argomenti che trovano posto nel giornale e che servo­
no per dare il quadro generale in cui inserire le schede di US. Certo si
può dire che il quadro può scaturire dalla collazione delle schede e dalla
loro connessione, ma vi posso assicurare che è molto più agevole utilizza­
re le schede nella ricostruzione dello scavo se si ha quello che ho chiama­
to appunto il tessuto connettivo che le tiene assieme. In concreto si tratta
di costruire l'interpretazione dello scavo pressoché contemporaneamen­
te alla sua esecuzione, rivedendola e rivisitandola, specificando i motivi
per i quali si passa da una ipotesi all'altra e quelli per cui si è infine scelta
la definitiva ipotesi interpretativa. Il giornale deve essere quindi l'esplici­
tazione scritta dei processi mentali dell'archeologo. La sua utilità consi-
5· LE SCHEDE DI UNITÀ STRATIGRAFICA

ste anche nel fatto che costringere a spiegare le proprie ipotesi per scritto
comporta, almeno per me (ma anche per molti altri archeologi da cam­
po), una sistematizzazione del proprio pensiero che sovente ne mette in
chiaro le debolezze.
Passando alla scheda di US, questa è, come già detto, l'apporto fon­
damentale di Harris alla registrazione dello scavo. In essa, prestampati, si
trovano tutti gli elementi necessari per l'individuazione della US a livello
topografico e stratigrafico e per la sua definizione e collocazione nella
stratigrafia (FIGG. 19-20). Naturalmente ciò non significa che dobbiamo
in ogni scheda riempire tutte le caselle, ma solamente quelle che concer­
nono specificamente l'US in oggetto.
Anche se non graficamente evidenziato la scheda si compone di set­
tori diversi.
Il primo è quello della localizzazione della US. Abbiamo così delle
caselle in cui si devono indicare la località, l'anno, l'area di scavo (se lo
scavo è diviso per aree), il settore (se lo scavo è diviso per settori) , il qua­
drato (se lo scavo procede per quadrati), le quote massima e minima, e
infine il numero di US e l'indicazione se sia di formazione naturale o arti­
ficiale. Riguardo al numero, si è già detto che i numeri sono consecutivi e
abitualmente possono non rispecchiare la sequenza cronologica nella
messa in fase; se poi nello scavo abbiamo aperti contemporaneamente di­
versi settori, a ognuno di essi si attribuirà una numerazione diversa, ad
esempio assegnando al settore A i numeri da 1 a 999, al settore B da 1.ooo
a 1.999 e così via, in modo che ciascun migliaio individui immediatamen­
te l'area di scavo e ciascun settore abbia una riserva di numeri da cui at­
tingere senza dover andare in giro per il cantiere per chiedere qual è
l'ultimo numero assegnato.
Il secondo riguarda la documentazione prodotta: piante, sezioni,
foto e tabelle dei materiali in essa rinvenuti. Si deve, cioè, indicare il nu­
mero d'ordine assegnato alla documentazione grafica e fotografica pro­
dotta per quella US e i numeri d'ordine delle tabelle dei materiali (di que­
ste parleremo dopo) .
Seguono poi la definizione della US (strato di terra, muro, pavimen­
to, taglio di fossa ecc. ) , i criteri di distinzione (consistenza, colore ecc.), il
modo di formazione (crollo, dilavamento, apporto dell'uomo, scavo
ecc.).
Un altro settore è dedicato ai componenti della US: geologici, orga­
nici, artificiali. Se sul cantiere esiste un geologo o un pedologo, questi ci
potrà dare indicazioni più precise; in assenza (come purtroppo avviene
più frequentemente) basterà indicare la presenza di terra, pietre, sabbia
ecc. Per i componenti organici vale lo stesso discorso: non essendo spe-
70 METODO E STRATEGIE DELLO SCAVO ARCHEOLOGICO

N. CATALOGO GENERALE N. CATALOGO INTERNAZIONALE MINISTERO PER l BENI E LE ATTIVITA' CULTURALI


us
ISTITUTO CENTRALE PER IL CATALOGO E LA DOCUMENTAZIONE

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SOPRINTENDENZA

LOCAUTA' ANNO AREA SAGGIO SETTORE/l l QUADRAT0/1 QUOTE UNITA'

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STRATIGR.
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DEFINIZIONE E POSIZIONE

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STATO DI CONSERVAZIONE

DESCRIZIONE

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GLI SI APPOGGIA SI APPOGGIA

COPERTO DA COPRE

TAGLIATO DA TAGLIA

RIEMPITO DA RIEMPIE 9
-

Figg. 19-20: Le due facciate della scheda di Unità Stratigrafica.


5. LE SCHEDE DI UNITÀ STRATIGRAFICA 71

OSSERVAZIONI

INTERPRETAZIONE

ELEMENTI DATANTI

DATAZIONE l PERIODO O FASE

DATI QUANTITATIVI DEl REPERTI

CAMPIONATURE FLOTIAZIONE SETACCIATURA

AFFIDABILITà STRATJGRAFICA DIRETTORE RESPONSABILE


72 METODO E STRATEGIE DELLO SCAVO ARCHEOLOGICO

cialisti si può indicare la presenza di semi, radici, ossi. La voce componen­


ti artificiali riguarda la presenza di manufatti, e di questi si darà un elenco
sommario come: ceramica, vetro, laterizi ecc.
Dopo queste voci si trovano quattro caselle destinate rispettivamen­
te a consistenza, colore, misure, stato di conservazione. Si riferiscono
all'aspetto fisico della US e si possono riempire solo scavandola. Non è
detto, infatti, che la superficie di interfaccia di una US rispecchi esatta­
mente il suo colore o la sua consistenza, anzi di solito, dal momento che
un'interfaccia ha avuto la possibilità di restare esposta agli agenti atmo­
sferici per un certo periodo di tempo, può essere un po' diversa
dall'interno. La voce misure è, a mio avviso, un po' anacronistica, in
quanto ogni US viene rilevata con esattezza in dettaglio e non ha quasi
mai una forma regolare, per cui dare delle misure di larghezza e lunghez­
za massima puramente indicative non ha molto senso e sinceramente se
nelle schede dei miei cantieri questa voce non è riempita, non ne faccio
certo un dramma.
La voce successiva è descrizione e il suo scopo è ovvio: l'US deve esse­
re descritta in modo breve, conciso e completo, aiutandoci eventualmen­
te con la voce seguente osservazioni.
La prima facciata della scheda si conclude con la parte dedicata ai
rapporti stratigrafici della US in esame con le altre. La prima riga contie­
ne il rapporto di contemporaneità: uguale a, si lega a. Cosa significa ugua­
le a? Facciamo un esempio che renderà tutto più chiaro. Abbiamo già
detto che ogni US che troviamo sullo scavo deve essere numerata con un
numero progressivo. Se troviamo ad esempio una stanza che, in epoca
tarda, è stata tramezzata con un muro che taglia il pavimento originario,
le due porzioni di pavimento che si trovano ai lati del muro vanno nume­
rate con due numeri diversi (ad esempio US 25 e US 26), ma, essendo par­
ti dello stesso pavimento, al momento della costruzione del matrix si in­
dicheranno come uguali, e cioè: 2 5 26. L� voce si lega a è adottata prin­
=

cipalmente per i muri, costruiti ovviamente in successione ma ammorsati


tra loro per cui, pur essendo US diverse, sono tra loro legate (FIG. 2I).
Le voci successive sono disposte su due colonne, di cui quella a sini­
stra indica i rapporti di anteriorità, mentre quella a destra i rapporti di
posteriorità, attraverso una serie di coppie: gli si appoggia/si appoggia a;
coperto da/copre; tagliato da/taglia; riempito da/riempie.
Il rapporto pi� semplice è quello della sovrapposizione. Se la US I
copre la US 2, è chiaro che la prima è posteriore alla seconda, e conse­
guentemente la seconda è anteriore alla prima (FIG . 22) . Allo stesso
modo, se abbiamo un muro e si individua la fossa di fondazione con il
suo riempimento, chiamando US I il muro, US 2 il riempimento della fos-
5· LE SCHEDE DI UNITÀ STRATIGRAFICA 73

Fig. 21 : Due USM ammorsate: indicate con numeri diversi ma con segno di
uguaglianza.

Fig. 22: Rapporto di sovrapposizione: I si sovrappone a 2 e quindi è posteriore;


inversamente 2 è anteriore a 1 .

s a , US -3 l'US negativa del taglio della fossa e US 4 i l terreno i n cui è stata


scavata la fossa, avremo come unità stratigrafica più antica la US 4, che è
tagliata da US -3 in cui è stata posta in opera la US 1 e successivamente
riempita da US 2.
Le voci gli si appoggia e si appoggia a si riferiscono fondamentalmente
a strutture murarie. Ritornando all'esempio fatto sopra dell'ambiente
tramezzato, se il muro più tardo si limita a giungere sino alle pareti della
stanza, poggiandovisi senza tagliarle, avremo chiaro il rapporto gli si ap­
poggia/si appoggia a (FIG. 23). Non è sempre facile, però, capire quale sia
il muro che si appoggia all'altro, soprattutto in casi in cui non abbiamo
ambienti interi ma ritroviamo solo spezzoni di muro. In questi casi il dato
si recupera solo a livello stratigrafico nelle fondazioni, e sarà solo allora
che si potrà riempire la voce nella scheda.
La seconda facciata è dedicata all'interpretazione, cui viene dedicata
metà intera della pagina. Ad essa segue la voce elementi datanti, in cui si
devono segnalare i materiali che datano la formazione della US e che,
come si sa, sono i più tardi in essa contenuti.
Due caselle sono destinate a datazione e periodo o fase. La voce data­
zione è owia, mentre l'altra va riferita alla periodizzazione delle attività
riscontrate con lo scavo e alla loro messa in fase, ed è operazione che si
74 METODO E STRATEGIE DELLO SCAVO ARCHEOLOGICO

·�

Fig. 23: Rapporto si appoggia a/gli si appoggia. Attenzione: sembra che il muro 2
si appoggi al muro 1, ma lo scavo delle fondazioni ha dimostrato l'inverso.

compie alla fine del lavoro, e quindi la voce viene riempita allora, come
pure la successiva dati quantitativi dei reperti che si può stendere solo
dopo che i materiali sono stati tutti lavati e classificati. Anche le voci suc­
cessive campionature, flottazione, setacciatura si riferiscono alla raccolta
dei materiali e alla possibilità che la terra sia stata anche setacciata dopo
lo scavo.
Infine si ha una voce importantissima: affidabilità stratigrafica. In
questa casella, con la massima onestà, il responsabile dello scavo deve se­
gnalare se, a suo giudizio, la US scavata era stratigraficamente affidabile.
Questo non vuole assolutamente dire che, se vi erano compresi materiali
moderni, allora la US non è affidabile, come spesso viene interpretata la
voce. Significa che si deve valutare se ci possono essere motivi per non
considerare affidabile la US, ad esempio perché non si è sicuri di avere
scavato completamente quella che la copriva, se si pensa che ci possa es­
sere stata qualche confusione nella raccolta dei materiali, se si è deciso
che questa era una US distinta ma senza averne la completa sicurezza e
così via. Il dichiarare la non affidabilità stratigrafica di una US non è una
pubblica confessione della propria incapacità, è invece l'indicazione del
corretto e responsabile atteggiamento di uno scavatore che sa riconosce­
re i limiti oggettivi e soggettivi del suo scavo e che evita di portare a pro­
porre cronologie e ricostruzioni su dati non certi.
Le ultime due voci direttore e responsabile non necessitano di spiega­
zioni.
). LE SCHEDE DI UNITÀ STRATIGRAFICA 75

Quale è l a grandissima utilità d i questa scheda, che l a rende u n ele­


mento ormai fondamentale e ineludibile di un intervento di scavo?
La prima è anzitutto la sistematizzazione semplice e concisa della do­
cumentazione dell'evidenza. La seconda, e forse la più importante, è il
porre sempre dinanzi all'archeologo le domande cui deve dare risposta
durante lo scavo. Se non si riesce a rispondere alle domande fondamen­
tali (quelle dei rapporti stratigrafici) non si deve procedere oltre se non
con l'altissima probabilità di errare. Di norma, se non riusciamo a capire
i rapporti tra due US è necessario scavare ancora un poco o pulire me­
glio. Se dopo aver scavato ancora e pulito meglio non è possibile com­
prendere i rapporti si può procedere con piccoli tasselli di scavo nei pun­
ti nodali per vedere la situazione un po' più in profondità. Se anche que­
sto non serve, allora si dovranno indicare sulla scheda questi dubbi e in­
dicare la US come di scarsa affidabilità stratigrafica, dal momento che
non siamo in grado di stabilire se la US è anteriore o posteriore alle altre
con cui è in connessione.
Un caso esemplificativo di questo tipo di difficoltà si può trovare sca­
vando un ambiente i cui muri siano stati fondati a sacco contro terra e
che sia privo di pavimento. Talvolta non è semplice individuare quali sia­
no gli strati di terra all'interno del vano che si appoggiano alle pareti (e
che quindi sono posteriori alla sua costruzione) e quali siano invece quel­
li tagliati per la sua messa in opera, dal momento che la fossa di fondazio­
ne è praticamente inesistente. In un caso come questo le fondazioni sono
riconoscibili solo quando vengono scoperte, perché il loro aspetto è di­
verso: il paramento non è assolutamente regolare come l'elevato; così tal­
volta solo da questo potremo capire se le US si appoggiano ai muri o sono
tagliate dalle loro fondazioni (e quindi se sono posteriori o anteriori alla
costruzione del vano).
6

Pratica del rilievo archeologico


e documentazione grafica sullo scavo
di Anna Maria Colavitti

Premessa

Nel suo Storie dalla terra (pp. 99-100) Andrea Carandini annotava l'ur­
genza di un ulteriore manuale architettonico-stratigrafico del rilievo ar­
cheologico che potesse, in qualche modo, aiutare l'indagine sul campo,
ma soprattutto, guidare in modo facile ed esaustivo la realizzazione inte­
grale della documentazione grafica di scavo. In effetti, la necessità di un
tale supporto in un cantiere di scavo archeologico risulterebbe più che
mai utile allorché si rifletta seriamente sul fatto che la maggior parte degli
archeologi che operano sul campo, siano essi funzionari preposti alla tu­
tela e responsabili scientifici dei cantieri, sia archeologi appartenenti a
strutture universitarie, hanno acquisito le nozioni di rilievo archeologico
da autodidatti, imparando a gestire il disegno e le regole che a esso sot­
tendono senza basi adeguate di riferimento generale. La maggior parte di
essi, anzi, si affida, globalmente, a disegnatori, geometri o architetti che
nella maggioranza dei casi ignorano le relazioni stratigrafiche e che, co­
munque, andrebbero affiancati da esperti archeologi sul campo. Fatte
queste considerazioni doverose quanto necessarie, occorre ribadire l'as­
soluta responsabilità del rilievo archeologico da parte dell'archeologo
sul cantiere che dovrà, intelligentemente, scavare secondo il metodo
stratigrafico e redigere tutta la documentazione grafica e fotografica sul­
lo scavo interpretando solo successivamente le varie componenti dello
scavato e le relazioni stratigrafiche tra queste componenti. Imparare a ri­
levare correttamente e con relativa velocità di esecuzione non è impresa
facile, dal momento che sul cantiere di scavo le operazioni da imparare
bene sono innumerevoli e ognuna non secondaria all'altra.
In considerazione del fatto che l'insegnamento di Rilievo e Analisi
tecnica dei monumenti antichi non è impartito in tutte le università del
nostro paese, non si può certo affermare che gli stessi archeologi abbiano
pensato sino a oggi di scrivere una guida agile sul rilievo, una specie di
pronto soccorso sul rilievo nel cantiere di scavo che possa in qualche
6. RILIEVO ARCHEOLOGICO E DOCUMENTAZIONE GRAFICA 77

modo indicare allo studente sprovveduto i dettagli, anche banali, del la­
voro di rilievo. La lettura dei manuali già citati, ovviamente indispensabi­
le, porta lontano ma risulta sempre difficile (e lo si vede benissimo a con­
tatto con gli studenti sul cantiere) l'approccio al disegno e soprattutto
l'impostazione ragionata dell'intero lavoro di rilievo da parte di chi deve
iniziare a cimentarsi con esso. Capita raramente di trovare nei cantieri
studenti entusiasti di eseguire planimetrie, sezioni e prospetti, non aven­
dolo mai fatto prima, reduci unicamente dalle spiegazioni teoriche svol­
tesi in un'aula universitaria, su come realizzare l'intera operazione.

La teoria del rilievo

Nell'ambito di un cantiere di scavo archeologico possono essere impie­


gati essenzialmente due metodi di rilievo sul campo: il rilievo diretto e
quello indiretto. Il primo utilizza i sistemi delle normali misurazioni at­
traverso l'uso degli strumenti da muratore (cioè gli strumenti impiegati in
un qualsiasi cantiere per misurare il filo dei muri ecc. di cui parleremo in
seguito) , l'altro si avvale di strumenti ottici, a volte abbastanza complessi,
il cui funzionamento teorico dovrebbe essere conosciuto dall'archeolo­
go, ma il cui uso spesso è meglio che sia affidato a tecnici specializzati (ar­
chitetti, ingegneri o geometri specializzati in topografia) auspicabilmen­
te in forza sul campo sin dall'inizio dei lavori di cantiere (ad esempio il teo­
dolite o la livella ottica che spiegheremo dopo) . Prima, però, di entrare
nel merito dell'esecuzione pratica del rilievo si rendono opportune alcu­
ne precisazioni. Questi pochi appunti non hanno lo scopo di aggiungere
qualcosa alla metodologia del rilievo archeologico in generale, che è stata
affrontata e ben chiarita da chi, autorevolmente, ha scritto ben più di un
manuale, bensì si prefiggono il compito di chiarire quali siano le opera­
zioni di rilievo più importanti da impostare e realizzare sul cantiere ar­
cheologico e soprattutto guidare, manualmente, ogni passo di chi si ac­
cinge a disegnare, spiegando, in pratica, dove mettere le mani.
Esistono regole generali che sono valide per ogni tipologia di rilievo,
sia architettonico che archeologico, come ad esempio la conoscenza ba­
silare dei metodi di rappresentazione architettonica, senza la quale il di­
segno archeologico non può essere compreso e realizzato appieno, e che
costituiscono l'ovvia premessa di una qualsiasi indagine di scavo archeo­
logico con relativa necessaria realizzazione della documentazione. Per la
descrizione e l'utilizzo dei metodi di rappresentazione architettonica è di
fondamentale importanza il manuale, ormai classico, Archeologia e docu­
mentazione grafica (1976) di Cairoli Fulvio Giuliani, purtroppo oggi in­
trovabile, ma presente in qualsiasi biblioteca specialistica. L'autore si
METODO E STRJ\'fEGIE DELLO SCAVO ARCHEOLOGICO

propone, con estrema chiarezza, di spiegare il rilievo architettonico e ar­


cheologico unitamente alle diverse tipologie di strutture architettoniche
esistenti e al loro comportamento statico. Utilissime, a fine volume, si ri­
velano le tavole di appunti di metrologia antica, cioè la considerazione
delle misure romane antiche comparate al metro, senza la conoscenza
delle quali, è ovvio, perderemmo l'esatto rapporto di grandezza di tutte
le strutture romane in relazione al nostro concetto spaziale di un manu­
fatto o rinvenimento architettonico antico.
È evidente poi come risulti necessario lo studio di alcuni manuali ba­
silari sull'argomento, utili alla comprensione di tutte le problematiche
del rilievo architettonico e necessari anche per capire con quale metodo­
logia ottenere un risultato che ci permetta di giungere a un determinato
scopo. Si consiglia, a tale proposito, la lettura del Manuale di rilevamento
architettonico e urbano (1994) di Mario Dacci e Diego Maestri, utile so­
prattutto per l'impiego delle tecniche di rilievo indirette, anche se di dif­
ficile lettura per chi si cimenta ex nova con le tecniche di rilievo, del volu­
me di Vincenzo di Grazia del 1991, del lavoro di vari autori, Architettura
rilevata (1992) , che, a dispetto del titolo, apparentemente molto speciali­
stico, indica agevolmente metodi e concetti utili e facili da apprendere
anche per il poco matematico, o quasi, ingegno dell'archeologo.
Occorre tenere presente, inoltre, che il rilievo archeologico deve
essere considerato sempre e comunque uno strumento utile, oltreché
alla rappresentazione di un determinato oggetto di studio, sia esso una
porzione di scavo o un prospetto murario, alla conoscenza e all'appro­
fondimento critico dello stesso oggetto visto nella sua soggettiva intrin­
secità, come anche nei suoi rapporti con il contesto ambientale in cui
vive. Questo concetto ci introduce al problema dell'oggettività della
rappresentazione: ogni singolo disegno, pur denotando la personalità
del suo autore, deve necessariamente rispondere, per essere considera­
to oggettivamente rappresentativo di una determinata realtà, ad alcuni
criteri scientifici che lo sollevano dall'essere un disegno artistico della
realtà stessa. Questi criteri sono dati in primis dall'esigenza di rappre­
sentare una realtà conosciuta solo attraverso la tecnica stratigrafica,
l'unica che garantisca la corretta conoscenza e consequenzialità delle
informazioni, e poi dalla necessità di rilevare interpretando le compo­
nenti degli strati e le loro relazioni. Così può accadere che un pessimo
disegnatore, ma buon archeologo, riesca a disegnare complesse strati­
grafie anche senza avere il dono della matita e del pennello, mentre soli­
tamente un ottimo disegnatore, all'oscuro dei processi della stratigra­
fia, non potrà mai restituire degnamente un solo lembo di pianta o se-
6. RILIEVO ARCHEOLOGICO E DOCUMENTAZIONE GRAFICA 79

zione archeologica senza far pensare a un artificioso quanto falso dise­


gno da cartolina.

Una nota sul sistema cartografico italiano

La cartografia ufficiale italiana, detta di Gauss Boaga, è gestita dall'Isti­


tuto geografico militare italiano (IGMI) ed è stata adottata a partire dal
1942.
Le caratteristiche principali sono le seguenti: il taglio dei fogli, dei
quadranti e delle tavolette della cartografia italiana hanno per origine
delle longitudini il meridiano di Monte Mario in Roma, la cui longitudi­
ne da Greenwich è stata fissata in 12 27' o8,4o " ; per la rappresentazione
o

si sono adottati solamente due fusi, detti/uso ovest o primo fuso e/uso est
o secondo fuso, corrispondenti ai fusi 32 e 33 del sistema universale UTM.
Il sistema UTM è stato adottato dagli Stati Uniti e da altri per creare un si­
stema universale di riferimento per la cartografia che permettesse di
esprimere in cifre la planimetria di ogni punto della terra. Nel sistema
UTM la terra è suddivisa in 6o fusi di 6 ° di longitudine ciascuno, numerati
da 1 a 6o, man mano che si procede da ovest ad est. L'Italia fa parte dei
fusi 32 e 33 e, per una parte della penisola salentina, anche del fuso 34·
Ogni fuso è suddiviso in venti zone di 8 ° di latitudine ciascuna, indivi­
duate con lettere maiuscole. L'Italia fa parte delle zone S e T. Ogni zona
è poi suddivisa in quadrati di 100 chilometri per lato, ognuno individuato
da una coppia di lettere maiuscole. In tal modo, un punto sulla terra è
identificabile da una successione di due cifre, tre lettere e otto cifre. La
sua descrizione consiste nel far seguire al numero del fuso la lettera della
zona, la coppia di lettere del quadrato e infine le coordinate piane del
punto. È sufficiente che la prima cifra di queste ultime sia quella delle de­
cine di chilometri, mentre è sufficiente che l'ultima cifra sia quella dei de­
cametri, se lo scopo dell'identificazione è puramente cartografico. Il fuso
ovest si estende da 6° a 12 30' e il fuso est tra 12 e 18 30'. In questo
o o o

modo si crea una sovrapposizione di 30' tra i due fusi per ovviare
all'inconveniente della discontinuità nel passaggio fra i sistemi di coordi­
nate dei due fusi. In più si comprende nel secondo fuso anche l'estremità
della penisola salentina che cade nel fuso 34; i meridiani centrali (assi N )
dei due fusi sono quelli corrispondenti a i 9 e a i 15 d i longitudine est da
o o

Greenwich . Affinché la coordinata E di qualsiasi punto sia sempre posi­


tiva, a tali meridiani sono state attribuite rispettivamente le coordinate E
di 1 . 500 km e 2.520 km esatti. In questo modo la prima cifra di tali coordi­
nate esprime inequivocabilmente se il punto considerato appartiene al
fuso ovest (se la cifra è I) o a quello est (se la cifra è 2). In più la cifra delle
8o METODO E STRATEGIE DELLO SCAVO ARCHEOLOGICO

decine impedisce errori dovuti a scambi delle coordinate E di uno stesso


punto nella zona di sovrapposizione dei due fusi; sulla cornice del taglio
geografico delle tavolette 1:25.000 sono indicati con segni appositi i riferi­
menti per cui passano i parametri N ed E della quadretta tura chilometri­
ca (di km in km) in modo che possano essere tracciati unendo con rette
tali riferimenti. Le coordinate chilometriche N ed E di ogni riferimento
vengono ricavate consultando le coordinate N ed E di uno dei quattro
vertici della tavoletta, che vengono indicate in uno specchietto posto fuori
margine nell'angolo sud-ovest della carta. In certe edizioni, invece, la
quadrettatura è già stampata sulla carta. In altre, è stampata la quadret­
tatura del sistema UTM indicando sulla cornice i riferimenti del sistema
Gauss Boaga. Comunque, le indicazioni relative al tipo di quadrettatura
rappresentato sono sempre indicate sui margini della carta; sulle tavolet­
te di alcune edizioni è indicato il valore numerico del modulo m di defor­
mazione lineare che compete al punto centrale C della tavoletta stessa.
Esso è uguale per tutte le direzioni uscenti da C ed è sempre 0,9996 � m �
1,ooo4. Il modulo m varia nell'ambito di ogni tavoletta ma tali variazioni
sono talmente piccole da potersi ritenere nulle. Pertanto, per correggere
della sua deformazione una distanza qualsiasi dedotta dalla tavoletta è
sufficiente dividerla per il modulo m indicato nella tavoletta stessa. Se gli
estremi della distanza appartengono a tavolette diverse si adotta come
modulo m la media aritmetica dei moduli delle due carte.

La metodologia del rilievo

Sul cantiere di scavo si pratica, quasi sempre, il rilievo diretto. Esso consi­
ste nel documentare lo scavo senza l'ausilio di strumentazioni complesse.
Il primo problema da risolvere è quello di collocare il nostro scavo nello
spazio geografico cui appartiene, attraverso l'individuazione delle coor­
dinate fisse a cui riferire i punti misurati e calcolati con il nostro disegno,
sia esso sul piano orizzontale che su quello verticale-bidimensionale. La
conoscenza delle coordinate è importantissima se non vogliamo che tut­
to il nostro lavoro galleggi, in futuro, nello spazio e nel tempo indefiniti
senza essefe ancorato a nulla. Cosa si intende allora per coordinate geo­
grafiche? Si intende la posizione di un punto rispetto ad altri punti di ri­
ferimento, scelti convenzionalmente. Le coordinate geografiche sono un
riferimento alla maglia geodetica che dobbiamo considerare per il posi­
zionamento dei nostri rilievi sul terreno. Ogni carta ha delle coordinate
proprie: esse possono variare a seconda della cartografia che abbiamo a
disposizione ed essere calcolate in base a riferimenti diversi. Ogni punto
sul terreno che noi dobbiamo riportare sulla carta va accuratamente rap-
6. RILIEVO ARCHEOLOGICO E DOCUMENTAZIONE GRAFICA 81

portato alle coordinate geografiche. Per punti di riferimento fissi si in­


tendono una serie di coordinate, come ad esempio quelle IGM o quelle
catastali (la spiegazione del significato tecnico di IGM o Catasto è ben
chiara in Giuliani 1976, pp. 18-23 e, per la chiarezza della spiegazione, ci
esime dal ricordarlo) di riferimento, quotati sul livello del mare (quota
assoluta) a cui riportare i punti (i nostri picchetti o punti fissi relativi) che
abbiamo fissato sul terreno all'inizio dell'indagine e ai quali di conse­
guenza coordineremo tutti i rilievi sul campo.
L'area di scavo deve essere delimitata attraverso l'uso di picchetti,
cioè oggetti che servono a individuare e delimitare l'area stessa sulla qua­
le iniziamo il nostro lavoro. I picchetti vanno quotati in rapporto al livel­
lo del mare, il che significa calcolare, attraverso l'uso della livella ottica e
della stadia, la loro altezza rispetto al mare. La livella ottica si usa in que­
sto modo: si monta innanzitutto lo strumento in un punto che decidiamo
possa essere utile a determinare la maggior parte delle quote necessarie a
un periodo di lavoro sul campo. In seguito si calcola l'altezza dello stru­
mento rispetto al livello del mare, sommando alla quota di un punto noto
(cioè già precedentemente posizionata in riferimento a quote note, ad
esempio IGM) il valore letto sulla stadia. La stadia è un metro rigido sul
quale vengono lette le misure attraverso il cannocchiale della livella otti­
ca o di qualsiasi altro strumento di lettura ottica. Alla somma delle due
quote così calcolate si sottraggono le misure delle quote lette sui picchet­
ti e, di conseguenza, sui punti che dovremo, in seguito, quotare. Gli stru­
menti per quotare sono diversi e non esiste solo la livella ottica. Ci sono
anche il teodolite e il tacheometro, il funzionamento dei quali risulta esse­
re più complicato della prima e per i quali si consiglia l'intervento di to­
pografi esperti. Il teodolite e il tacheometro sono concettualmente due
strumenti analoghi, con gli stessi principi di funzionamento, differen­
ziandosi principalmente per il diverso livello di precisione. Oltre a per­
mettere la lettura di quote e di angoli orizzontali, propri della livella, per­
mettono la lettura di angoli verticali.
La documentazione di un'area di scavo si dovrebbe comporre di:
1 . Planimetria (o pianta) generale di inizio scavo, i n cui appare l'area che
diventerà oggetto di indagine delimitata da alcuni punti essenziali di rife­
rimento che possono essere i picchetti oppure altri elementi archeologici
emergenti nell'area in cui dobbiamo scavare (scala 1 : 50 o 1:20 a seconda
della grandezza dell'area di scavo).
2. Planimetria (o pianta) di strato in cui si documenta l'interfaccia su­
periore di tutti gli strati (US) prima che questi ultimi vengano scavati
(scala 1:20).
3 · Almeno due sezioni di cui una sezione longitudinale dell'area di sca-
METODO E STRATEGI E DELLO SCAVO ARCHEOLOGICO

vo con cui si documenta l'asporto del terreno lungo una linea arbitraria
decisa da noi particolarmente significativa al fine della ricostruzione del
deposito stratigrafico e un'altra latitudinale dell'area di scavo (scale 1 : 20).
4· Prospetti di tutte le strutture in elevato, USM (scala 1 : 2o).
5 · Planimetria o pianta generale di/t'ne scavo (scala 1: 50) che documenti
l'aspetto finale dell'area oggetto di indagine dopo lo scavo.

Che cosa sono e come si disegnano planimetrie, sezioni e prospetti

Definire cosa si intenda per planimetrie, sezioni e prospetti è elemento


fondamentale per poter procedere a un'accurata documentazione di sca­
vo. Innanzitutto è bene anticipare o ribadire (poiché è stato già sottolinea­
to nel corso di questo lavoro) che tutta la documentazione suddetta do­
vrà ancorarsi ad alcuni punti di riferimento o capisaldi fissi nello spazio e
nella realtà del terreno in cui stiamo lavorando dai quali non si può e non
si deve prescindere per una corretta interpretazione dello scavato e, dun­
que, dei nostri disegni. La planimetria o pianta è un disegno che illustra
strutture o strati proiettati su un piano orizzontale. Essa rappresenta lo
spazio di scavo visto attraverso tre dimensioni, cioè larghezza, lunghezza
e altezza (questa terza dimensione, in realtà, è evidenziata solo dalle quo­
te che si riferiscono alle stratigrafie rinvenute). Esistono diverse tipologie
di planimetrie da realizzare sul cantiere di scavo per una migliore com­
prensione dei dati dello scavo stesso: in particolare esse sono la pianta di
strato e la pianta compmita o di periodo. La pianta di strato è una pianta
che documenta solo ed esclusivamente la porzione di terreno che stiamo
scavando circoscritta appunto dal suo essere strato delimitato da caratte­
ristiche ben precise. Graficamente la pianta di strato è rappresentata con
il bordo disegnato a linea continua e il limite di scavo, qualora compreso
nella definizione della US, segnalato con punto-linea-punto. Le quote
andranno segnalate con un triangolo disegnato con il vertice in basso. La
pianta composita documenta un aspetto particolare dello scavo e cioè una
sequenza di attività avvenute tutte iri una stessa unità di tempo con mo­
menti di riuso nello stesso periodo delle strutture che non hanno neces­
sariamente origine in uno stesso momento storico (FIG. 24) . È, in buona
sostanza, una pianta composta da superfici di uno stesso periodo (pianta
composita-composta appunto ! ) . I criteri grafici di redazione sono gli stes­
si validi per la pianta di strato. Queste planimetrie servono a potere me­
glio definire non solo la rappresentazione di ciò che abbiamo individuato
scavando, ma anche e soprattutto ad avere un quadro quanto più preciso
della storia di quella porzione di terreno che è parte della storia generale
di un sito, in cui evidentemente andrà opportunamente inquadrato. Le
6. RILIEVO ARCHEOLOGICO E DOCUMENTAZIONE GRAFICA

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Fig. 24: Planimetria di un vano con le indicazioni dei numeri di US, dei punti di
quota e dei punti (A, B, C) utilizzati per la triangolazione (per semplificare il
disegno è stata omessa l'indicazione del Nord e la scala metrica, che devono
sempre essere presenti) (edificio M/a di Nora, rilievo di A. M. Colavitti).
METODO E STRATEGIE DELLO SCAVO ARCHEOLOGICO

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Fig. 25: Schema di rilievo con triangolazione (da Giuliani 1976).

simbologie grafiche da adottare possono variare da cantiere a cantiere,


ma dobbiamo sempre tenere presente che è necessario indicare, all'inizio
delle nostre attività di rilievo e disegno, quali criteri grafici e in generale
di documentazione abbiamo ritenuto fosse meglio utilizzare. Questa è
una regola che serve a gestire in modo più efficiente tutta la documenta­
zione di un sito, dove potrebbero esserci diversi capi-settore che utilizza­
no differenti criteri grafici di rappresentazione dei disegni.
Per realizzare questo tipo di documentazione ci si serve comune­
mente del sistema della triangolazione, cioè l'individuazione di un punto
sul terreno partendo da altri due punti noti. I punti noti sono tali o per­
ché ne possediamo le coordinate in cartografia o perché fanno parte di
monumenti già conosciuti e di cui possediamo le coordinate di localizza­
zione (vedi supra il significato di coordinate). Nel dettaglio se i punti noti
sono A e B e dovessimo trovare il punto C, non dovremmo fare altro che
misurar�, con il metro, la distanza tra A e C e B e C riportandola sul fo­
glio con il compasso individuando, nel punto di intersezione dei due ar­
chi di cerchio così ottenuti, il nostro punto C; una volta individuato il
punto C si procederà per ottenere successive triangolazioni, disponendo
di tre basi sicure, cioè AC, AB, BC ( FIG. 25). Vale la pena, a questo punto,
indicare alcuni casi in cui dobbiamo effettuare piante in condizioni di­
verse da quella suindicata. Ad esempio, se siamo in aperta campagna e gli
unici punti a nostra disposizione per il rilievo sono i picchetti messi da
noi stessi per individuare la nostra area di indagine, utilizzeremo questi
6. RILIEVO ARCHEOLOGICO E DOCUMENTAZIONE GRAFICA

NOli A 95
Arca C
Se1. C-C .,. i s t a da N

Fig. 26: Sezione stratigrafica (Area G di Nora, rilievo di ]. Bonetto).

punti per procedere alle necessarie misurazioni del nostro rilievo plani­
metrico, avendoli posizionati secondo la procedura già descritta, cioè i
picchetti vanno localizzati in rapporto a punti noti che sono presenti nel­
la cartografia di dettaglio dell'area che stiamo indagando, di cui non pos­
siamo fare a meno. Il problema della cartografia è un tema assai vasto che
occorrerebbe svolgere in un capitolo a parte; per quello che ci serve sa­
pere in questa sede è importante dire che ogni zona del territorio italiano
è corredata di tavole cartografiche redatte dall'IGM alla scala 1 : 25.000.
La sezione (sectare, cioè tagliare, dividere) è una rappresentazione
degli strati attraverso un unico piano verticale scelto dal rilevatore in
base a determinate esigenze di rappresentazione di quella particolare real­
tà. Essa rappresenta uno spazio bidimensionale e, come tale, deve essere
affiancata sempre da una planimetria in cui dovrà comparire, opportu­
namente indicata, la linea sulla quale è stato scelto di far passare una o
più sezioni esplicative della stratigrafia rinvenuta (FIG. 26).
Nel dettaglio si opera nel seguente modo: una volta scelto che cosa
disegnare, occorre fissare su due picchetti, o due chiodi (se stiamo dise­
gnando una sezione in parete) un cordino elastico sul quale si dovrà, in
seguito, montare una fettuccia metrica, ancorandola alle estremità del
cordino con carta gommata da muratore (con una delle due superfici in
carta che non appiccica) oppure con mollette di plastica ( quelle che si
usano per stendere i panni). La fettuccia metrica va distesa molto bene,
in modo che non ceda proprio nel mezzo del lavoro causando notevoli
imprecisioni ed errori grossolani, e ugualmente fissata con accuratezza
da durare per tutto il tempo di esecuzione del disegno. La durata del ri-
86 METODO E STRATEGIE DELLO SCAVO ARCHEOLOGICO

lievo non si può quantificare, soprattutto nei cantieri anche didattici


(dove a disegnare sono gli studenti che scavano per imparare e imparano
a disegnare con il risultato di una migliore comprensione globale anche
della stratigrafia) , ma dipende molto dall'abilità del disegnatore. A que­
sto punto, la fettuccia metrica deve essere quotata (vedi supra come si
quota) allo scopo di garantire una corretta impostazione della nostra li­
nea-base da cui partire per effettuare il disegno. La linea quotata ai due
punti-picchetti delle estremità della linea di sezione ci consente di sapere
sempre in che luogo dello spazio è collocato il disegno stesso, tanto più
che provvederemo poi a segnare sulla planimetria in cui comparirà l'uni­
tà stratigrafica, o le unità di cui abbiamo disegnato la sezione, dove ab­
biamo fatto passare la nostra linea di sezione. Questo tracciamento con­
sisterà semplicemente in una linea collocata sulla planimetria secondo la
direzione della nostra sezione, indicando i punti cardinali di riferimento,
e il punto di vista che abbiamo scelto per disegnarla, cioè se da nord, da
sud o che altro. Tale operazione viene effettuata con due sistemi: o si uti­
lizza una livella da muratore facendola aderire all'elastico e alla fettuccia
sino a che tutto il sistema risulti in bolla (cioè quando la bolla di liquido
all'interno dello strumento è racchiusa tra i due spazi disegnati), oppure,
molto più semplicemente, si utilizza una piccola livella tascabile da ag­
ganciare a filo con l'elastico calibrando tutto il sistema fino a raggiungere
la condizione ottimale, cioè elastico e fettuccia in bolla. Per una migliore
riuscita dell'operazione si consiglia di tendere elastico e fettuccia insie­
me, posizionando la livella sino a quando non è tutto a posto per evitare
di ripetere l'operazione più volte e perdere, così, tempo prezioso nel­
l' ambito della generale economia di scavo. Un a volta proceduto con que­
ste operazioni si comincia a disegnare, iniziando a delineare il primo
punto del nostro rilievo calcolandolo rispetto alla sua posizione in senso
orizzontale e poi verticale (o viceversa) dalla fettuccia metrica; questa
operazione è valida sia per le misure collocate superiormente alla fettuc­
cia metrica che, abbiamo detto, costituisce la nostra quota base, sia per
quelle collocate inferiormente rispetto alla stessa. Ad esempio, se deci­
diamo di disegnare un punto che dista 40 cm dallo o, dobbiamo calcolare
40 cm di distanza dall'inizio della rotella metrica in senso orizzontale e
misurare, poi, in verticale, la distanza tra i 40 cm sulla fettuccia e il punto
che dobbiamo disegnare. Non è importante prendere i punti a una stessa
distanza l'uno dall'altro ai fini della riuscita del rilievo, perché ogni rile­
vatore può gestire come vuole tutto il suo lavoro; può essere importante
all'inizio dell'esperienza di rilievo darsi delle regole di grandezze e di­
stanze da rispettare, in vista di una migliore riuscita del lavoro, non aven­
do molta esperienza di disegno. Certamente, in tutta questa operazione è
6. RILIEVO ARCHEOLOGICO E DOCUMENTAZIONE GRAFICA

essenziale la massima precisione sia nella lettura dei numeri sulla fettuc­
cia che nel riporto sulla carta, e la massima concentrazione, dunque, a
non prendere abbagli paurosi (sembra un fatto scontato ma accade sem­
pre che durante la lettura dei numeri ci si sbagli e si proceda comunque
nel rilievo con i risultati che si possono immaginare).
Il prospetto è un disegno che rappresenta il punto di vista di chi guar­
da (prospicio = guardo) frontalmente un dato elemento in elevato, cioè
un muro, una parete, una superficie appartenente a una struttura che
può essere già in vista o che noi stessi abbiamo scavato. Il metodo di rile­
vazione e disegno è lo stesso impiegabile per la sezione (vedi sopra), con
la stessa accuratezza e la stessa precisione che, opportunamente utilizza­
te, ci possono descrivere le stratigra/ie in elevato del manufatto in oggetto .

Gli strumenti per eseguire il rilievo

Senza volere specificare ulteriormente gli elementi che si utilizzano per


eseguire manualmente il rilievo diretto (peraltro già dettagliati in Giuliani
1976, pp. 34- 5) è opportuno precisare almeno l'utilità, da parte di ogni ar­
cheologo che effettui il rilievo sul campo, di possedere tutta l' attrezzatu­
ra necessaria a iniziare e completare il lavoro di disegno senza dovere
"mendicare" penosamente prestiti o scambi di materiale da altri colle­
ghi, materiale che puntualmente, poi, non viene mai restituito o viene
perduto nel " dimenticatoio " delle innumerevoli cose da fare sul cantiere.
Tra le prime cose da procurarsi si consigliano le tavolette di compensato
leggero sulle quali poter disegnare. È bene acquistarne di varie misure in
modo da avere la possibilità di effettuare disegni di varie dimensioni sen­
za dovere fare faticosi quanto imprecisi disegni con aggiunte che sono
sempre difficili da gestire nel corso del tempo, perché soggetti a strappi
di scotch da lucido (che occorre per " giuntare") e a ogni tipo di difetto
che può arrecare un disegno unito a un altro. Poche parole è bene spen­
dere sulla carta da usare per disegnare: tutto può essere realizzato sulla
carta millimetrata che, oltre a costare molto meno della carta da lucido,
ci permette di correggere il disegno, delicatamente (poiché si consuma
anche la carta millimetrata con l'attrito, su di essa, della gomma da can­
cellare) . Tuttavia si consiglia di utilizzare, almeno per la planimetria ge­
nerale di scavo, la carta da lucido o in forma di rotolone da tagliare in
casa con la taglierina, oppure in forma di fogli già predisposti da compra­
re in blocchi da disegno. Questo è opportuno che avvenga per vari moti­
vi, il primo tra tutti per dare modo ai disegnatori in erba; che magari sono
alle prese con il loro primo disegno a matita su lucido, di impratichirsi
nella gestione della carta da lucido che non è poi un fatto così scontato.
88 METODO E STRATEGIE DELLO SCAVO ARCHEOLOGICO

L'occorrente per il disegno può essere acquistato facilmente e consiste in


° °
rotella metrica, metro a stecca, livella da muratore con bolle a 90 e 45 ,
cordino da muratore in canapa, chiodi da carpentiere per la picchettatu­
ra, filo a piombo, doppio decametro, scalimetro, matite colorate, gesset­
ti, puntine a tre punte (per ancorare il disegno al compensato) , riga da di­
segno, righello, compasso di buona qualità, matite con diverse punte, e
tutto l'occorrente per disegnare come gomme ecc.

Il perché delle scale da utilizzare

Qualche informazione che potrebbe apparire scontata sulle scale da uti­


lizzare, cioè sui rapporti di riduzione delle grandezze che è bene impie­
gare nel disegno archeologico, occorre darla. L'oggetto, a meno che non
sia un particolare elemento da evidenziare a grandezza naturale ( I : I ) , va
disegnato secondo particolari rapporti di riduzione che rappresentino in
modo chiaro l'entità dell'oggetto stesso.
La scala costituisce il rapporto tra la grandezza reale di un oggetto e la
misura con la quale esso viene rappresentato. Le scale comunemente adot­
tate nel disegno archeologico sul cantiere sono le seguenti: 1 : 50 (rappre­
sentazioni generali) , no, uo (rappresentazioni di dettaglio) ; vale a dire
che un centimetro misurato sulla carta corrisponde a cinquanta centime­
tri nella realtà e viceversa. Analogamente avviene per tutti gli altri rap­
porti di riduzione. Per facilitare il calcolo delle misure utilizziamo lo sca­
limetro, una specie di righello sul quale sono riportati i rapporti di ridu­
zione più frequentemente utilizzati in cantiere. Facciamo un esempio
pratico di come si utilizza lo scalimetro: se dobbiamo disegnare con un
rapporto di riduzione di 1 : 20, prenderemo il nostro scalimetro, posizio­
nandolo sul foglio dalla parte della scala no (non sembri troppo sconta­
ta l'osservazione perché spesso succede che un disegnatore distratto inizi
con una scala e continui con un'altra, con tutte le conseguenze del caso) ,
e inizieremo a misurare tenendo conto che ogni tacca grande dello scali­
metro corrisponde a IO mm sulla carta e quindi a IO cm nella realtà mentre
ognuna di quelle piccole corrisponde a 2 mm sulla carta e dunque a 2 cm
nella realtà. Lo stesso discorso si applica per gli altri rapporti di riduzio­
ne che utilizzeremo.

Simbologie grafiche e caratterizzazioni

Uno dei problemi meno definiti del disegno archeologico riguarda


l'utilizzazione dei simbolismi e dei grafismi da impiegare nel disegno per
delineare al meglio gli elementi strutturali e le tipologie edilizie antiche
6. RILIEVO ARCHEOLOGICO E DOCUMENTAZIONE GRAFICA

Lì mite deg/i s.tra.t i a:rn P.uimentD 4 moltlho


.Stru tturd t�diliz.td- ojoJ.Sd
Integr4:z.ion.e di5tru ttu.tà. ediliz.id. (][]liJ Pdvimen.to 4 spiGtJtu..m
Limite dei s.�.ggi e delle dree
- Pa.vimen.to d axàopesto
_ . _. Limi te dei Jàtori. eli .sc41C entro
.i 54.99i e le a.ree
� {3ll.l;tu.to e/i C.dke.
� Humu5
m Preprua.z.iont p4VimenttlU
� .5truttu.rd edilizia. sez.iofl.4ia.

m Argilla. �. /1dlSicc.i4ia.
D r�rrt!. mi.sta. ma.Lta.
� t14l.ta. :J!a.mmenti
d di cem tiLio
i
� Tegole e coppi � Fr-4mment ,erdJTI.iu

li!i;.<��� Ce nere � Inton.4ci

D Terra. � Ct!.rbon.e

Vi l fteptJ.rd.LiOIU pdriettlle � Pietre

Fig. 27: Simbologia utilizzata per la documentazione grafica dello scavo di Set­
tefinestre.

nel corso del lavoro di cantiere. I vari manuali già citati suggeriscono al­
cune simbologie e caratterizzazioni (ad esempio Giuliani 1976, pp. 42-3 ;
D i Grazia 1991, p . 109 ) , m a nessuno d à chiaramente indicazioni assolute
che possano, in qualche modo, costituire la base comune dei simbolismi
da impiegare per il rilievo archeologico. In questa sede si suggeriscono,
allo scopo, alcune simbologie che sono apparse più utili per descrivere le
tipologie edilizie e i materiali antichi coesistenti in un cantiere di scavo
generalmente riferibile al periodo romano. È ovvio che occorrerebbe
creare delle simbologie assolute in condizione di essere impiegate in tutti
i cantieri, ma è anche normale che ogni gruppo di ricerca trovi un modo
per descrivere più compiutamente ciò che rinviene. In particolare, molto
utili sono sembrate le simbologie adottate nella pubblicazione sullo sca­
vo di Settefinestre (1985, pp. 29-30) curata dall'equipe facente capo ad
Andrea Carandini, realizzate da Maura Medri, anche perché esse sono
espressione della totalità di quel gruppo di lavoro che ha prodotto uno
degli esempi più riusciti di come si dovrebbe pubblicare uno scavo ar­
cheologico (FIG. 27) .
90 METODO E STRATEGIE DELLO SCAVO ARCHEOLOGICO

Dettagli tecnici sui materiali da disegno da utilizzare

Questo breve paragrafo non vuole ripetere ciò che è scritto nei diversi
manuali da disegno e rilievo, bensì fare da supporto ad alcuni problemi
pratici che si presentano nel corso del disegno e del rilievo. Uno dei pri­
mi da affrontare è, come già si accennava, la scelta della carta da utilizza­
re. Si era precisato che la carta da lucido non è consigliabile per tutti i di­
segni da fare sul cantiere, piuttosto se ne riserva l'uso in un secondo mo­
mento quando, a tavolino e con calma, possiamo riflettere, riesaminare
l'opera svolta sul campo, scegliere con maggiore oculatezza il tipo di car­
ta da lucido da utilizzare, dato che in commercio ce ne è di svariate pe­
santezze e grani e può essere anche molto costosa.
Una cosa è bene tenere presente all'atto dell'acquisto di uno stru­
mento del genere: non esiste carta da lucido che non sia indeformabile
nel tempo (anche la più costosa) . Umidità, caldo, freddo, condizioni di­
verse cui si sottopone il materiale su lucido sono la causa primaria del de­
grado della carta che perciò va conservata sempre in condizioni di massi­
ma stabilità.
Le matite da utilizzare sul lucido possono essere di due categorie
fondamentali: quelle a mina fissa e quelle a mina estraibile. Le prime
però sono più usate per il disegno da eseguire a mano libera, le altre van­
no bene un po' per tutto. In generale le mine più dure, cioè i tipi H=3Y2,
2H, 3H vanno meglio.
La lucidatura va fatta poi con penne a inchiostro di china, caratte­
rizzate da una impugnatura a cannuccia che collega il corpo puntale al
pennino, all'interno c'è la cartuccia che può essere anche ricaricata
(come nelle penne Rapidograph della casa Rotring) . Esistono anche
penne normali a inchiostro sintetico con diverso spessore di punta che
garantiscono ugualmente un ottimo risultato e sono meno costose dei
rapidografi Rotring. L'unico consiglio che si può dare nel momento in
cui si intraprende la realizzazione di un lucido è di non preoccuparsi se
il lavoro inizialmente non appare pulito come lo vorremmo: è un risul­
tato senz' altro auspicabile ma che si conquista con la pratica del dise­
gno così come un buon rilievo si ottiene con la pratica del rilievo e gli
innumerevoli errori e prove sul campo. Una cosa è certa. La lettura dei
manuali già suggerita e la messa in pratica di queste poche regole ag­
giuntive a quella lettura potranno non dico garantire un risultato per­
fetto, ma costituiranno la base metodologica più corretta per potere af­
frontare senza troppi patemi d'animo un lavoro impostato secondo pro­
cedure ormai consolidate di rilievo e disegno in cantiere che hanno
dato, tutto sommato, buoni risultati.
6. RILIEVO ARCHEOLOGICO E DOCUMENTAZIONE GRAl'ICi\ 91

L'introduzione dell'informatica ha arricchito e per alcuni versi sem­


plificato il campo dell'acquisizione dei dati per il rilievo archeologico e la
sua restituzione grafica. Il campo vasto delle applicazioni informatiche al
trattamento dei dati archeologici tende senz' altro a facilitare il lavoro
dell'archeologo a patto che questi abbia una chiara idea sulle questioni
da affrontare e sui metodi da utilizzare. In generale, per esperienza diret­
ta, si può dire che l'uso dell'informatica può velocizzare il rilievo di mo­
numenti complessi o di grosse dimensioni, ma non può sostituire la co­
noscenza e l'utilizzo delle normali procedure di rilievo diretto o indiretto
che devono sempre �ostituire la base di ogni attività sul campo. Nel set­
tore del rilevamento l'utilizzo di strumentazioni informatiche ha com­
portato una vera e propria rivoluzione per ciò che riguarda l' elaborazio­
ne e la gestione delle informazioni, la rappresentazione e la comunicazio­
ne dei dati. Probabilmente in un prossimo futuro non potrà essere lecito
non ricorrere al mezzo informatico per una migliore e più veloce risolu­
zione di tutti i problemi legati a ogni processo di rilevamento: dalla foto­
grammetria analitica, passando per i software di grafica vettoriale, al trat­
tamento di immagini fotografiche e da video.
7
La documentazione dello scavo:
fotografie e matrix

Fotografie

Come detto più volte ogni US deve essere dotata della propria documen­
tazione fotografica.
Un tempo questa veniva realizzata con foto in bianco-nero e con dia­
positive a colori, intendendo le prime immagini dedicate alla pubblica­
zione e allo studio, le seconde destinate in massima prevalenza a lezioni o
conferenze. Ciò era dovuto ai costi di pubblicazione, in cui la stampa di
foto a colori incideva in maniera rilevante. Adesso, con la diffusione dei
sistemi di stampa computerizzati, i costi sono stati abbattuti in modo no­
tevolissimo e inoltre lo sviluppo e stampa di immagini a colori avviene
con processi automatizzati che hanno costi più ridotti dello sviluppo e
stampa in bianco-nero. Così si può pensare di abolire tranquillamente
questo tipo di documentazione ed effettuare solo quella a colori. Sarà
sempre meglio, comunque, realizzare sia diapositive che fotografie, e
questo per comodità, dal momento che è assai più agevole lavorare e stu­
diare su una immagine 13 x r8 che su una diapositiva (basti pensare a una
ricerca da svolgere in una biblioteca) . Massima cura si deve porre alla
qualità sia delle pellicole che dello sviluppo e stampa, per evitare di avere
i colori troppo falsati. Si deve anche ricordare che i colori delle foto e del­
le diapositive non hanno durata eterna e dopo qualche decennio comin­
ciano a sbiadire e virare. Fortunatamente la possibilità di digitalizzare le
immagini e registrarle su un CD è alla portata di tuttl assicurando una du­
rata, a quanto si sa, illimitata. Un altro grande aiuto è fornito dalle fotoca­
mere digitali, che scaricano le immagini nel computer o su dischetto;
queste immagini possono poi essere anche ritoccate, ad esempio eviden­
ziando i contrasti, e ciò può essere utile per individuare o mettere in risai·
to dettagli o peculiarità. La stampa delle immagini da computer con
stampanti laser su carta fotografica non ha poi niente da invidiare alla
stampa tradizionale ed è molto più veloce. Sullo scavo è di buon aiuto an­
che la videocamera, digitale e non (ma già che ci siamo sarebbe meglio la
7· LA DOCUMENTAZIONE DELLO SCAVO: FOTOGRAFIE E MATRIX 93

prima) . Le riprese filmate non sono utili solo per una documentazione
dello scavo da presentare al pubblico, ma offrono possibilità che la sem­
plice fotografia non consente. Il poter parlare e contemporaneamente in­
dicare permette di spiegare dettagliatamente lo scavo e le sue diverse si­
tuazioni in corso d'opera. Ad esempio un settore può essere seguito dal
suo aspetto iniziale, con l'erba e l'humus, e poi via via durante la messa in
luce e l'asportazione delle US, mostrandole, evidenziando i loro rapporti
stratigrafici, discutendone l'interpretazione. È un lavoro un po' lungo,
ma molto gratificante dal punto di vista didattico.
Dopo questi concetti generali scendiamo nel particolare, e cioè come
si procede per fotografare.
Il primo principio, da tenere sempre bene presente in mente, è che
nell'inquadratura non deve apparire assolutamente niente che non si rife­
risca alla situazione da documentare, con il suo apparato illustrativo che
esporremo qui appresso. Pertanto non si devono vedere, nemmeno sullo
sfondo lontano, attrezzi, persone, sacchetti di cocci ecc. Esistono certo
delle difficoltà, ad esempio sui campi lunghi, per i quali talora è impossi­
bile eliminare intrusioni, ma si dovrà stare attenti a limitare al mas'!iimo
queste eccezioni.
Il secondo principio, ma importante quanto il primo, è che lo scavo,
per essere fotografato, deve essere perfettamente pulito.
Ho fatto cenno sopra all'apparato illustrativo della fotografia. Difatti
ogni immagine deve avere la sua identità e cioè la famosa lavagnetta (FIG.
28) , su cui si scrive: sito (con la consueta convenzione delle tre consonan­
ti) , eventuale indicazione del settore di scavo o di quant'altro sia stato
adottato sul cantiere per identificare l'area in questione, numero della US
che si sta documentando preceduto da US o da US con il segno - (meno)
se negativa, data (che può essere superflua, dal momento che la scheda di
US riporta la data di scavo). La scritta deve essere chiara e ben leggibile
perché poi sulla foto, soprattutto se si tratta di una panoramica, si legge
con difficoltà. A questo proposito si deve fare attenzione che il sole non
batta direttamente sulla lavagnetta, perché altrimenti si ottiene solamen­
te una chiazza bianca. È bene che la lavagnetta sia del vecchio tipo nero,
perché le scritte risaltano meglio. La lavagnetta deve essere collocata sul­
la US documentata, e a fianco o dinanzi si dispongono la scala metrica e
la freccia che indica il Nord. Naturalmente nell'inquadratura non entra
solo la US che documentiamo, ma anche altre. A questo proposito esisto­
no diverse scuole di pensiero. Una vuole che su ogni US sia posto un car­
tellino di legno con scritto sopra il numero della US. Il problema, a mio
avviso, è che i cartellini in fotografia sono così piccoli che si leggono con
estrema difficoltà (se pure si riescono a leggere) e che l'immagine viene
94 METODO E STRATEGIE DELLO SCAVO ARCHEOLOGICO

costellata di rettangolini bianchi, che sono di utilità relativa, in quanto


segnano solo un punto della US ma non ne individuano il profilo. Allora
si dovrebbe praticare con la punta della trowel una leggera incisione dei
margini delle US per evidenziarli. Io personalmente sono contrario a tut­
ti questi interventi sulle superfici delle US, partendo dal principio che
meno si toccano prima di scavarle e meglio è. Quindi il mio suggerimen­
to è che nell'inquadratura compaiano solo la lavagnetta, la freccia e la
scala metrica. Dal momento, poi, che a ogni situazione documentata fo­
tograficamente corrisponde una documentazione grafica, per i riferi­
menti alle altre US presenti contemporaneamente ci si potrà awalere dei
disegni.
Il momento in cui effettuare le riprese fotografiche pone problemi
angoscianti. È owio che non si possono effettuare a scadenze prefissate
(ma si continua ancora a sentir dire: "ogni quanti giorni vi serve il foto­
grafo sullo scavo ? " ) perché la documentazione deve essere realizzata
ogni volta che una US è scoperta, prima di scavar! a. Il problema cui face­
vo cenno è dato dalle condizioni di luce. L'ideale sarebbe una luminosità
diffusa e senza ombre che, se pure appiattisce un po', permette di distin­
guere tutto. Abitualmente non è così, almeno nei nostri climi mediterra­
nei e nelle stagioni in cui di solito si scava. In questo modo assai spesso
abbiamo un sole che batte e illumina ferocemente, con parti dello scavo
in luce piena e altre immerse in ombra netta, oppure con la luce che giun­
ge proprio di fronte al punto ideale di ripresa. In questi casi ci si trova di­
nanzi al dilemma se fare immediatamente una documentazione non buo­
na e che rischia di essere molto mediocre, oppure sospendere il lavoro
per qualche ora in attesa di una migliore situazione di luce. I sistemi arti­
gianali che tutti noi abbiamo usato, come il lenzuolo tenuto su pali che
crea zone artificiali di ombra, sono solo palliativi per situazioni di am­
piezza limitata, praticamente per documentare i dettagli.
Anche in questo caso si deve fare un rapporto costi/benefici, tenen­
do comunque presente che un fotografo professionista specializzato in
riprese sullo scavo riesce a fare quello che, a individui9 moderate co­
gnizioni nel settore, come chi scrive, sembrano miracoli. In caso di assen­
za di fotografi specializzati, come è abituale se non in cantieri di grosso
peso e organizzazione, se si decide di fotografare in condizioni non atti­
mali è bene effettuare un buon numero di scatti con diaframmi e tempi
diversi (questo è opportuno anche in condizioni ottimali, facendo alme­
no tre scatti per ogni immagine, con tempi e diaframmi diversi) .
Ogni settore di scavo dovrebbe avere le proprie macchine fotografi­
che e deve comunque registrare ogni scatto su apposito registro, indican­
do il numero del rollino, il numero della foto, la scritta della lavagnetta, il
7· LA DOCUMENTAZIONE DELLO SCAVO: FOTOGRAFIE E MATRIX 95

1 ..::: �� ::-

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2. - 1 0- 1 9 9 9 l
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us 305 2.

Fig. 28: La lavagnetta che deve comparire in ogni foto dello scavo per docu­
mentarlo scientificamente.

Fig. 29: La foto dall'alto con una scaletta: si deve sempre curare la sicurezza ga­
rantendo, ad esempio, un adeguato sostengono alla scala.

punto cardinale da cui la ripresa è stata effettuata (ad esempio: rollino 3,


foto 5: area B, US 125 da Est, 25/41'1999) . L'importante è poi che chi svi­
luppa e stampa le foto mantenga i rollini con la loro numerazione (ma in
caso contrario, comunque, dalle immagini si riesce sempre a risalire al
numero. Se si hanno dei dubbi in proposito si può sacrificare il primo
scatto fotografando una lavagnetta con scritto sopra il numero del rolli­
no, e l 'anno di scavo, per evitare di trovarsi dopo tre o quattro anni di sca-
METODO E STRATEGIE DELLO SCAVO ARCHEOLOGICO

vo con tre o quattro rollini con la scritta " 1 " senza sapere a quale campa­
gna si riferiscano).
Un altro problema è dato dalle panoramiche. Se lo scavo avviene in
pianura le inquadrature prese ad altezza d'uomo non rendono sufficien­
temente l'idea della situazione, mentre l'ideale sarebbe effettuare gli
scatti da una posizione un po' sopraelevata. La classica scaletta a libro
può essere ancora utile in quanto poco costosa e di agevole reperimento
(FIG. 29) . Esistono, peraltro, sul mercato attrezzature particolari e non
eccessivamente costose (in modo relativo) che consistono in aste allunga­
bili su cui viene sistemata la macchina fotografica che è poi comandata
dall'operatore a terra. Queste aste raggiungono l'altezza di circa 4 m e
quindi consentono inquadrature buone sia per panoramiche, sia per si­
tuazioni da fotografare assialmente, sia anche per documentare US poste
in profondità.

Il matrix

Una volta completato lo scavo e quindi redatte tutte le schede si deve


passare alla costruzione del matrix. Anche questo teoricamente appare
semplice, in quanto tutte le schede di US riportano i rapporti di ogni US
con le altre e così resterebbe solo da metterle in sequenza. In pratica la
costruzione del matrix non è così agevole, perché implica la connessione
di molte US e la loro combinazione, non solo per quanto riguarda i rap­
porti fisici, ma anche la messa in fase cronologica. Per intenderei, se ab­
biamo scavato una situazione che ha interessato bacini stratigrafici sepa­
rati, al momento della costruzione del matrix dovremo essere in grado di
indicare quali US di ciascun bacino appartengono alla stessa fase e quin­
di devono essere collocate sulla stessa linea. Abitualmente questo si può
fare solo dopo l'esame accurato dei materiali raccolti nella US e aver da­
tato quindi la sua chiusura, ma, per semplificare la redazione del matrix,
è conveniente adottare il sistema di costruirlo giorno per giorno, aggiun­
gendo al diagramma del giorno precedente le US scav� quotidiana­
mente, secondo i rapporti individuati. Il matrix, costruito così, assolve
anche la funzione di guida dello scavo, indirizzando l'interpretazione
delle nuove situazioni in direzione coerente con quanto già acclarato.
Una volta, poi, che si abbia in mano la sequenza fisica già costruita (e ve­
rificata ogni giorno, cosa che riduce molto la possibilità di errori) è più
semplice e consequenziale passare alla ripartizione in attività e fasi
(FIGG. 30-36).
Come detto il matrix è la semplice rappresentazione delle relazioni
fisiche delle diverse US, che si esplicitano attraverso il diagramma che
l 1 l

l�
c 3
l
l
l
..,
4 l

30

34

3 4

31

J 4

32

J
l ; l 4

--- --1 '<-J t-----

33 35

hgg. 30-35 (da Carandini 199 1 ) : 30. Unità Stratigrafiche sovrapposte; 31. Uguaglianza: due
l IS attualmente separate (e quindi indicate con due numeri diversi) ma. che originaria­
l n cnte erano una; 32. Taglio: l'US negativa -2 taglia una US in due parti che assumono i
n umeri 3 e 4; 33· Riempimento: il terreno US 1 riempie I'US negativa -2; 34· Incertezza: la
l IS 1 copre le due US 2 e 3 che non sono in rapporto diretto tra loro e quindi non se ne
può percepire la relativa anteriorità/posteriorità; 35· La complessità di una stratificazione
da interpretare stratigraficamente.
METODO E STRr\Tl·:c ; n: DFLLO SCAVO ARCI !EOLOC;JCO

'

4
n
l
5
l
k
l

l l
7 8
l l
' 10
l
l
ii
l
i !.
l
l l
-13 14
l
l
15
b c

Fig. 36: L'esempio ormai classico di una sezione accompagnata dal matrix c

dalla sua raffigurazione tridimensionale esplosa ( da Carandini 199 1 ) .


7· LA DOCUMENTAZIONE DELLO SCAVO: I'OTOGRAriE E Mt\TRIX 99

2
• 111 lll Il/

5
• MI 1!
111
111
!E 111 E

Fig. 37: Esempio della lettura stratigrafica di una situazione ideale semplice con
il suo matrix.

rappresenta i rapporti essenziali e ineludibili: sovrapposizione (anteriori­


tà/posteriorità ) , uguaglianza, non relazione. Nel matrix ogni US copre
(taglia, si appoggia, riempie) ed è più tarda di tutte quelle che stanno al di
sotto e inversamente è coperta (è tagliata, vi si appoggiano, è riempita) ed
è più antica di tutte quelle che stanno al di sopra. Se due US sono coeve,
si rappresentano sullo stesso piano e se sono adiacenti le loro caselle si
uniscono con una linea orizzontale. Se due US che appaiono nel dia­
gramma stratigrafico non sono unite tra loro da una linea, ciò significa
che non erano in relazione fisica.
Dal momento che avviene spesso che una US ne copre diverse (ad
esempio, un pavimento 2 che copre: 5, il terreno in cui è tagliata la fossa
di fondazione; -4 , l'interfaccia negativa della fossa; 3, la terra di riempi­
mento della fossa), nel matrix si indica soltanto il rapporto primario es­
senziale, cioè con la US che nella sequenza sta immediatamente prima, in
questo caso quanto è indicato con il numero 3: la terra nella fossa di fon­
dazione. Si devono, cioè, eliminare i rapporti ridondanti. Se 3 riempie - 4
che taglia 5, e 2 copre 3, è implicito che 2 copre anche -4 e 5 · L a legge di
successione stratigrafica, in concreto, recita che il rapporto essenziale di
ogni US è: a) con la più tarda delle US di lei più antiche; b) con la più anti­
ca delle US di lei più tarde (FIG. 37) .
Vediamo ora di spiegare come si costruisce materialmente il matrix e
quali sono le convenzioni che si adottano per indicare i rapporti strati­
grafici. Il matrix rispecchia la sequenza delle US, così come sono fisica­
mente sovrapposte sul terreno, e quindi si parte a costruirlo dall'alto, in-
100 METODO E STRATEGIE DELLO SCAVO ARCHEOLOGICO

dicando per prima la US che copriva tutte le altre. Da questa US partono


poi una o più linee che vanno a congiungere la prima con un'altra o più
US. Questo, ovviamente, a seconda delle situazioni che abbiamo scavato.
Ad esempio, trovandoci a scavare differenti bacini stratigrafici presenti
in una stessa area coperti dall'humus, capiterà che la prima US, cioè
l'humus (chiamiamola US r), coprirà altre US non in connessione tra
loro. Allora si farà partire dalla US r una linea verticale diritta verso il
basso che incontrerà una linea orizzontale, da cui, a loro volta, partiran­
no tante linee diritte verticali quante sono le più alte US coperte. Il rap­
porto tra le varie US avviene sempre mediante una linea verticale, in caso
di rapporti di anteriorità/posteriorità. Se le US si legano tra loro, allora il
rapporto viene indicato con una linea orizzontale che unisce le US. Se un
rapporto è ipotizzato, ma non realmente verificato, allora la linea che
unisce le US deve essere tratteggiata. Se una US è eguale a un'altra, ma
durante lo scavo hanno avuto due numeri diversi, ad esempio perché
uno strato di terreno è stato tagliato da una fossa di fondazione, si utilizza
il segno " = " e quindi, ad esempio, US 9 5 = US no. Se due US non in rela­
zione fisica tra loro sono entrambe in relazione con una terza US, qualora
capiti che, graficamente, le linee si intersechino, il punto in cui linee si in­
crociano deve essere reso con un semicerchio (che indica assenza di con­
tatto e che è stato concepito come un vero e proprio ponticello che sca­
valca una linea senza toccarla, come mi ricorda l'amico Manacorda, in­
ventore di questo segno diacritico) (FIG. 38).
Molto importante, e non agevole, è poi la messa in fase delle US ap­
partenenti a bacini stratigrafici differenziati, quali sono, ad esempio,
quelli individuati da quattro USM, e cioè gli ambienti o vani o stanze che
dir si voglia.
Il matrix, come detto, corre dall'alto verso il basso e indica la sovrap­
posizione fisica delle US, ma non solo. Esso ha anche una dimensione
orizzontale. Se individuiamo quattro ambienti, tutti coperti dall'humus,
non è detto che appartengano tutti a una medesima epoca e abbiano avu­
to tutti le medesime vicende. Quindi, attraverso l'individuazione delle
attività composte dalle singole azioni e la loro datazione ricavata dall'esa­
me dei materiali, si procede alla messa in fase. Cioè si pongono a uno
stesso livello orizzontale le US che si possono assegnare a uno stesso pe­
riodo cronologico. Per tornare all'esempio dei quattro ambienti (chia­
miamoli A, B, C, D), supponiamo che A e B siano stati utilizzati sino al
500 d.C., mentre gli altri due siano stati abbandonati, pur rimanendo in
vista, nel 4oo (C) e nel 3oo (D) d.C. e lo scavo mostri che sono stati, inve­
ce, fondati unitariamente nel 200. Nel matrix, logicamente, le US perti­
nenti al 5 oo d.C. si troveranno più in alto delle altre e saranno allineate su
7· LA DOCUMENTAZIONE DELLO SCAVO: FOTOGRAFIE E MATRIX IO!

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scarichi progressivi di
obliterazione e livettamento

Fig. 38: Esempio di matrix con il segno a ponticello (Area G di Nora, redazione
di J. Bonetto) .
I02 M ETODO E STRATEG I E DELLO SCAVO ARCHEOLOGICO

A B c D

500

Fig. 3 9 : Esempio (molto semplificato) di matrix con la messa in fase di US per­


tinenti a settori diversi dello scavo.

uno stesso livello orizzontale; al di sotto si troveranno le US di A, B e C ri­


ferentesi al 4oo, ancora al di sotto quelle di A, B, C e D datate al 3oo d.C.
e ancora più in basso quelle di epoca precedente (FIG. 39).
8

Lavaggio, classificazione
e conservazione dei materiali

La maggior parte del materiale rinvenuto sullo scavo deve essere lavato, e
tutto deve essere registrato e conservato adeguatamente.
Ho detto "la maggior parte " , perché alcune cose è bene che siano la­
sciate agli specialisti oppure che non siano toccate dall'acqua. Le ossa
umane e gli ossi animali devono essere lasciati alla pulitura degli antropo­
logi e archeozoologi; gli intonaci dipinti e i vetri devono, invece, essere ri­
puliti a secco. I metalli non devono incontrare l'acqua, ed è bene che sia­
no toccati solo dai restauratori, anche se è molto difficile respingere la
tentazione di cercare di ripulirli per vedere di cosa si tratta, soprattutto
nel caso di monete. Bisogna resistere, pensando che anche il semplice
sfregamento tra le mani può far saltare via pezzi degradati che invece
l'intervento di restauro può riuscire a consolidare.
Tutti gli altri materiali, sostanzialmente, si possono lavare, a parte i
casi particolari di ceramica sovradipinta molto delicata (mi viene in men­
te la ceramica corinzia tardo-orientalizzante) . Il lavaggio avviene sac­
chetto per sacchetto, in vasche distinte, in semplice acqua. I pezzi vengo­
no messi nell'acqua un po' per volta e poi strofinati leggermente con
spazzolini per unghie o piccoli pennelli. È importante pulire bene le frat­
ture, sia perché da queste si vede l'impasto ceramico, sia in vista di even­
tuali attacchi. I pezzi lavati si pongono su una griglia che non tocchi il pa­
vimento e si asciugano al sole oppure, nel caso di scavi di lusso con per­
fetta organizzazione logistica, si pongono negli appositi armadi asciuga­
tori (ma temo che questo rientri nella sfera dell'utopia; comunque è bene
sapere che tali strumenti esistono) . I pezzi lavati messi ad asciugare devo­
no essere sempre e costantemente seguiti dal loro cartellino ed essere ben
distinti dagli altri materiali che provengono da US diverse. L'ideale sa'
rebbe porli in griglie distinte. Se no!). esiste questa possibilità allora si de­
vono adottare dei separatori come bastoni o cose del genere. È assoluta­
mente da evitare quello che viene naturale, e cioè porre i materiali di US
diverse a fianco l'una dell'altra, lasciando solo uno spazio vuoto tra di
loro. Per qualche strano motivo (che penso rientri in una delle leggi di
!04 METODO E STRATEGI E DELLO SCAVO ARCIIEOLOGJCO

Murphy) c'è sempre qualche frammento che scivola nello spazio vuoto e
non si sa a quale US assegnare, che deve essere gettato via per evitare di
inquinare una US (nel caso migliore; nel caso peggiore il lavatore lo asse­
gna alla US in base alla sua memoria senza dire niente al responsabile,
con tutti i rischi che questo comporta) . Non si deve mai riporre in sac­
chetti di plastica il materiale lavato prima che sia ben asciugato, perché,
in caso contrario, l'umidità sviluppata è assolutamente deleteria. Per
questo è bene interrompere il lavaggio almeno un'ora prima della chiu­
sura del cantiere, in modo da poter far asciugare convenientemente il
tutto.
I materiali che non vengono lavati devono anch'essi essere lasciati ad
asciugare al sole prima di conservarli, fatta eccezione per gli intonaci di­
pinti che sono molto delicati e che conviene riporre subito in ambiente
non soleggiato.
Spesso awiene che il lavaggio effettuato come indicato sopra non sia
sufficiente a pulire bene i pezzi, e rimangano incrostazioni. In questi casi
conviene non insistere e lasciare l'onere della pulizia completa al labora­
torio di restauro. È noto che l'acido muriatico elimina facilmente tutte le
incrostazioni calcaree sui frammenti ceramici, ma si sa anche bene che,
col tempo, provoca danni e quindi non deve essere utilizzato. Del pari è
opportuno evitare di procedere a operazioni di " restauro prowisorio " su
pezzi ceramici di cui si trova l'attacco owero su pezzi già filati che si stac­
cano nel lavaggio. Dal momento che si tratta sempre e comunque di un
restauro prowisorio questo comporta un incremento di lavoro da parte
del laboratorio di restauro per l'intervento definitivo per togliere il col­
lante, e di conseguenza l'uso di solventi che, in ogni caso, incidono sul
materiale. Se proprio non si può fare a meno di riunire alcuni frammenti,
si deve utilizzare una colla facilmente reversibile con solventi di facile re­
peribilità, come l'alcool. A titolo assolutamente gratuito e senza l'intento
di fare pubblicità ad alcuna marca, si può indicare l'UHU in tubetti.
Un 'altra usanza da evitare è quella di unire i frammenti combacianti con
il nastro adesivo da carrozzieri. Col tempo questo lascia sempre tracce di
colla sulla superficie dei pezzi, che vanno tolte con solventi e manual­
mente. Quindi la procedura da seguire per i pezzi di cui si trovano gli at­
tacchi è semplicemente quella di riunirli assieme in una bustina
all'interno del sacchetto principale, lasciando poi ai restauratori il com­
pito di ricomporli, magari anche con l'assistenza di chi ha già individuato
gli attacchi.
Questo, naturalmente, se il cantiere è sprowisto di restauratori. Nel
caso in cui sia presente questa figura professionale, allora spetta a lui in-
8. LAVAGGIO, CLASSifiCAZIONE E CONSERVAZIONE DEI MATERIALI 10 5

dicare ed effettuare tutte le operazioni necessarie, sotto la sua specifica


responsabilità.
Quanto viene lavato, siglato e classificato deve essere, poi, conserva­
to e registrato in modo idoneo e funzionale al suo facile reperimento, e
anche al tipo di studio che si intende fare. Non esiste, anche in questo
caso, una soluzione univoca. Se si intende studiare e pubblicare il mate­
riale per classi allora è funzionale un accorpamento dei frammenti di cia­
scuna classe negli stessi contenitori. Se si intende, invece, procedere per
contesti, owiamente tutti i materiali provenienti dalla medesima US do­
vranno essere conservati assieme, anche se in sottocontenitori distinti.
Per l'esperienza vissuta sino a ora ritengo che sia assolutamente preferi­
bile la seconda soluzione, perché quello che deve guidare nell'analisi del­
lo scavo è lo studio dei contesti. Si possono anche pubblicare i materiali
per classi, cosa che può risultare più comoda per i confronti (si vedano a
questo proposito i volumi di Ostia II, III, IV e v rispetto a Ostia I) , ma la
base di partenza deve essere sempre la visione del contesto con tutti i ma­
teriali che da esso provengono. Per questo motivo non deve essere fatto
alcuno scarto durante il lavaggio e la classificazione. Al massimo si posso­
no non siglare singolarmente tutti i pezzi di parete di ceramica " comu­
ne" , conservandoli assieme (owiamente distinti per US) in contenitori
su cui si appone la sigla, per risparmiare tempo e fatica. Per quanto ri­
guarda appunto la siglatura, dal momento che il dato fondamentale è la
US di provenienza del pezzo, sui frammenti si devono indicare i seguenti
dati: a) località di scavo, segnata con le prime tre consonanti del sito (o,
se il nome è breve, le prime due, ad esempio RM per Roma) ; b) settore
specifico dello scavo, indicato dalla sigla a esso assegnata sul cantiere.
Non tutti sono d'accordo sulla segnatura di questo dato, perché, dal mo­
mento che i numeri di US non sono duplicabili, una US può essere solo
in un determinato settore e pertanto può bastare solamente l'indicazione
della US. Questo è indubbiamente vero, ma, mentre è facile ricordare
che la US 4316 appartiene al settore che opera nella casa A ed è chiamato
settore es al momento dello scavo, dieci mesi dopo è assai più agevole
trovare l'indicazione del settore sul pezzo piuttosto che andarsi a ricerca­
re il quaderno con tutti gli appunti generali dove sono indicati i settori e
le US che sono loro pertinenti; c) numero della US. In conclusione una
scritta su un pezzo dovrebbe suonare così: NR/M/US 9019. L'esempio è
tratto da uno scavo reale e indica: Nora/settore M/US 9or9. Ogni altra
indicazione è superflua, tranne che nel caso di situazioni particolari, in
cui si devono fornire specifiche dettagliate: in questo caso si può aggiun­
gere un numero progressivo al pezzo, sempre all'interno della US, e
sull'apposito quaderno segnare i dettagli opportuni. Per scrivere sui ma-
ro6 METODO E STRATEGIE DELLO SCAVO ARCf !EOLOGICO

teriali si adopera l'inchiostro di china, utilizzando la cannuccia con il


pennino. I rapidografi e cose del genere non sono idonei, perché si spor­
cano e si bloccano subito, mentre il pennino è assai più duttile. Il colore
usato maggiormente è il nero, ma si adopera anche il bianco per scrivere
sui pezzi di colore scuro. I materiali si siglano abitualmente nella parte
meno visibile. In concreto, se ad esempio abbiamo un fondo di coppa
con bollo, la sigla si scrive sul lato opposto al bollo. Non si deve mai scri­
vere sulla frattura dei cocci; questo perché non si può escludere il ritro­
vamento di un attacco che obliterebbe la siglatura. L 'apposizione della
sigla non è operazione così semplice come può sembrare. I diversi mate­
riali hanno esigenze diverse: la ceramica fine da mensa, di solito, offre
una superficie abbastanza liscia e rifinita su cui è abbastanza agevole scri­
vere; la ceramica comune spesso ha superfici degradate e irregolari, con
inclusi che sporgono, oppure molto farinosa che impasta l'inchiostro; sui
vetri talora le fessurazioni provocano lo spandimento di macchie; sugli
oggetti di piccole dimensioni non si sa dove scrivere; sui metalli non è
possibile utilizzar� l'inchiostro prima del loro consolidamento. Per gli
oggetti piccoli e di materiale diverso dalla ceramica si rimanda a quanto
si dice nel capitolo dedicato allo scavo di necropoli. Per i diversi tipi di
ceramica, invece, non si può che raccomandare la pazienza, ricordando
sempre che le sigle devono essere chiare e leggibili, a costo di doverle let­
teralmente disegnare a piccoli tratti, con la conseguente perdita, che pre­
ferisco comunque chiamare "impiego " , di tempo.
Per la conservazione dei materiali sono sempre utili le buste di plasti­
ca dotate di doppio cartellino di legno: uno interno alla busta, conserva­
to a sua volta in una bustina, l'altro agganciato all'esterno. Il cartellino
deve contenere le stesse indicazioni dei pezzi conservati nella busta, ma­
gari con la specificazione della classe di oggetti contenuti (ad esempio: si­
gillata italica). Non mi stancherò mai di ripetere che sui cartellini di le­
gno non ci si limita a scrivere, ma si deve letteralmente incidere con la
penna la scritta. Questo perché, di norma, i materiali vengono conservati
in ambienti il cui microclima non è proprio ottimale e chiunque sia anda­
to a rivedere le casse dopo qualche anno, ha spesso trovato il cartellino ri­
coperto di muffa e la scritta sbiadita. Se le lettere sono state incise, basta
lavare il cartellino, passarvi sopra una matita leggera e la didascalia è nuo­
vamente leggibile. I sacchetti dei materiali sono chiusi con il filo di plasti­
ca animato (e non con gli elastici, che si rompono con frequenza) e ven­
gono poi conservati in casse di plastica, sovrapponibili, di dimensioni
che possono variare ma che comunque rientrano sempre nelle misure
standard della produzione, in cui la differenza sostanziale è tra le casse
con bordo alto e quelle con bordo basso. Le prime si prestano bene per
8. LAVAGC;IO, CLASSIFICAZIONE E CONSERVAZIONE DEI MATERIALI 107

contenere sacchetti di ceramica, le altre per conservare scatoline per og­


getti delicati o minuti, ovvero, ad esempio, pezzi di intonaco dipinto (i
quali devono stare distesi e non sovrapposti) . Per quanto riguarda gli og­
getti di dimensioni piccole, fragili o comunque delicati, è conveniente
utilizzare come contenitori i vuoti dello yogurt, con il pezzo avvolto pri­
ma in carta igienica, poi nel cotone. Si possono usare anche delle scatoli­
ne di cartone le quali, per motivi di opportunità e risparmio, possono es­
sere costruite direttamente sul cantiere ritagliandole da un cartoncino
delle misure idonee e fissando i lembi con la cucitrice. Un altro sistema
per conservare bene oggetti fragili e di piccole dimensioni consiste nel­
l'utilizzo di pannelli di polistirolo. Prendendone uno spesso una decina
di centimetri, in esso si possono scavare delle piccole cavità su misura per
i pezzi da conservare; poi basta coprirlo con un altro pannello come co­
perchio, fissarli con nastro adesivo e tutto è a posto. Va bene per ogni
tipo di oggetto di piccole dimensioni, ma soprattutto per i frammenti di
metallo, che spesso soffrono a stare insieme in sacchetti, dove l'inevitabi­
le sfregamento può portare a danni; è molto comodo per conservare le
monete.
Per quanto riguarda la conservazione dei contenitori nei magazzini,
questo dipende da ciò che si ha a disposizione, se, cioè, ampi spazi da or­
ganizzare come si vuole oppure spazi di risulta inidonei e insufficienti.
Nel primo caso le casse possono essere collocate per annualità di scavo,
distinte per settori e per US. Nel secondo caso è ovvio che ognuno si ar­
rangia come può, cercando di mantenere un ordine come quello indicato
sopra.
Un compito fondamentale del responsabile dei materiali è quello
della loro registrazione. Si può agire in diversi modi, a differenti gradi di
approfondimento. Il primo consiste nel numerare le casse e tenere un re­
gistro dove viene indicato il numero della cassa e il contenuto. Come si
capisce è soltanto un ausilio per facilitare la ricerca dei pezzi da sottopor­
re a studio. È opportuno, se se ne ha la possibilità, procedere a un livello
superiore, che consiste, all'interno di ciascuna US, nel conteggio dei
frammenti ceramici distinti per classi, e nella loro suddivisione in orli,
pareti, fondi , anse, parti decorate (da indicare come nota alla parte del
vaso cui si riferiscono, ad esempio: pareti 25, di cui 3 decorate) . Inoltre
vanno indicati anche gli altri materiali provenienti dalla US, con le loro
specifiche. Più che proporre un elenco dettagliato si preferisce far riferi­
mento alla scheda adottata nello scavo di Nora da dieci anni e che può es­
sere agevolmente modificata a seconda delle situazioni culturali che ven­
gono sottoposte a scavo (FIGG . 40-41). Una tale scheda espone immedia­
tamente e chiaramente il complesso dei reperti di ogni singola US e la sua
108 METODO E STRATEGIE DELLO SCAVO ARCHEOLOGICO

NORA 2001 JAREA ISETIORE l lus l


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Figg. 40-41: Esempio della scheda utilizzata per la classificazione preliminare


delle ceramiche sullo scavo di Nora (Cagliari).
8. LAVAGGIO. CLASSifiCAZIONE E CONSERVAZIONE DEI MATERIALI

§
109

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COPPI
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DATA COMPILATORE SUPERVISORE


1 10 METODO E STRATEGIE DELLO SCAVO ARCHEOLOGICO

facile trasposizione in un foglio elettronico come Excel consente ricer­


che veloci. L'aver dinanzi, in un'unica scheda, il contesto dei ritrovamen­
ti della US è anche di n otevole aiuto per una prima indicazione cronolo­
gica. Si preferisce, a livello di attività di cantiere, non procedere a ulterio­
ri approfondimenti di analisi dei materiali, che conviene fare in seguito, a
tavolino, con calma e con tutti gli strumenti, anche bibliografici, a dispo­
sizione.
9
Cronologia basata sulla ceramica in una US
(o in un gruppo di US)

Per cercare di datare le diverse fasi di vita (comprendendo in questo ter­


mine anche le soluzioni di continuità e l'abbandono) di un sito indagato
con lo scavo archeologico, praticamente l'unico mezzo a nostra disposi­
zione è dato dai materiali rinvenuti durante lo scavo e questi sono com­
posti in misura assolutamente maggioritaria dai frammenti ceramici. Que­
sto per diversi ordini di motivi. Il primo è che la ceramica è un materiale
resistentissimo e quindi, se non distrutto intenzionalmente, almeno a li­
vello di frammenti si conserva sino a oggi più o meno nello stato in cui è
stato deposto, o gettato o perduto o abbandonato, insomma nello stato
nel quale si trovava quando è stato compreso nello strato di terra ove lo
abbiamo trovato. Ho detto " più o meno" perché eventi post-deposizio­
nali possono modificare l'aspetto delle ceramiche, ma su questo tema
torneremo più oltre. Il secondo è che il vasellame ceramico, prodotto in
un numero rilevante di esemplari, si presta in modo egregio a un'analisi
tipologica e a una seriazione cronologica, fornendoci una quantità di
"fossili -guida " .
Prima, comunque, di andare ad affrontare l'argomento oggetto di
questo capitolo, conviene premettere brevemente alcune nozioni gene­
rali che saranno senza dubbio utili per meglio inquadrare i problemi e i
concetti che discuteremo.
Lo scavo archeologico di una stratificazione porta all'identificazione
di una stratigrafia composta da US positive e negative. È ovvio che i ma­
teriali ci provengono unicamente solo da quelle positive, ma, nell'analisi
delle ceramiche e nell'interpretazione dei dati di questa analisi si devono
sempre tenere presenti entrambi i tipi di US. Questo può sembrare un
controsenso, ma non è così. Come è noto le US negative sono la testimo­
nianza di un'azione di " asporto " , che può essere il crollo di un muro, il
consumarsi di una strada o di un pavimento, il taglio di una buca, un li­
vellamento del terreno abbassando uniformemente il piano di calpestio,
uno sbancamento. Queste US negative possono, dunque, indicare una
soluzione di continuità nella stratificazione di un sito, soluzione di conti-
II2 METODO E STRATEGIE DELLO SCAVO ARCHEOLOGICO

nuità che influenza anche la/acies ceramica che stiamo esaminando. Quin­
di, se l'analisi della ceramica comprende i dati restituitici dalle sole US
positive, l'interpretazione deve tenere conto e comprendere tutto il con­
testo delle US identificate.
Rivolgendoci adesso all'argomento principale non possiamo non
prendere le mosse dallo scopo della ricerca, e cioè la determinazione cro­
nologica. Questo va precisato perché lo studio delle ceramiche coinvolge
campi differenziati di interesse, che vanno appunto dalla funzione di de­
terminazione cronologica a quella di indici del commercio e quindi del­
l'economia, a quella di indizi per una interpretazione antropologica. In
questo capitolo ci limiteremo solo all'aspetto delle ceramiche come dati
di cronologia.
A chi si accinge a esaminare i contesti materiali di uno scavo appare
subito agli occhi la disparità delle testimonianze conservate. Da uno stra­
to possono provenire centinaia e anche migliaia di frammenti, da un altro
poche decine o anche meno. Si tratta di trovare un unico determinatore
che ci consenta di poter confrontare i dati tra loro. Non è da sottovaluta­
re, poi, l'aspetto quantitativo da un ulteriore punto di vista. Se in uno
strato ci sono pochissimi materiali, la sua datazione può essere, oltre che
assai difficile, anche molto aleatoria, essendo un principio generale della
statistica che più sono i dati, più le nostre ricostruzioni possono avvici­
narsi al vero.
Dal momento che le diverse US che si individuano su uno scavo co­
stituiscono le singole azioni che, unite assieme in gruppi, compongono
diverse attività, lo scopo dell'indagine stratigrafica dovrà essere quello di
ricomporre le singole azioni in attività, e quindi procedere a datare que­
ste attività. In tale modo non dovremo più esaminare i materiali di una
singola US, ma il complesso dei frammenti di un certo numero di US,
con la conseguenza dell'ampliamento della base dei dati e quindi della
nostra possibilità di meglio definire l'ambito cronologico entro cui collo­
care quelle azioni.
Date queste premesse metodologiche, è opportuno esplicare adesso
quella che possiamo definire la "legge di datazione" che recita:
Una Unità Stratigra/ica non può essersi costituita anteriormente alla
data di fabbricazione del pezzo più tardo in essa contenuto.
Il concetto è, al di là dei termini usati, di una semplicità lapalissiana.
Se in una US abbiamo materiali che giungono sino al 250 d.C . , è evidente
che la US stessa non può essersi formata e chiusa prima di quella data.
Una delle più comuni osservazioni fatte a questo ragionamento proviene
da persone che non hanno ben chiaro cosa sia il metodo stratigrafico: " E
s e in quello strato fanno una buca nella quale finiscono pezzi più tardi ? " .
9· CRONOLOGIA BASATA SULLA CERAMICA IN UNA US I l3

Come è ovvio la buca e il suo riempimento sono due US diverse dalla pri­
ma e, come tali, vanno scavate e considerate diversamente. L'errore, in
questo caso, deriva dall'errato concetto dello scavo per livelli orizzontali
artificiali.
Naturalmente, come tutte le leggi, anche questa va vista cum grano
salis. Possono esistere (e anzi esistono) casi in cui " un coccio non fa pri­
mavera " . In altre parole, esistono circostanze che possono introdurre
materiali più recenti in strati formatisi precedentemente, senza che que­
sta intrusione sia rileva bile con i metodi e gli strumenti che abbiamo a di­
sposizione attualmente. I fattori possono essere diversi e ne esemplifi­
chiamo solo alcuni. Una pianta o un cespuglio con le loro radici si intro­
ducono nel terreno attraversando strati diversi e possono o trascinare
frammenti o, dopo la loro morte e il deperimento delle radici stesse, crea­
re dei vuoti che si riempiono. Se ciò è avvenuto in epoca recente siamo in
grado di individuare nel terreno le tracce di questi eventi; se invece que­
sto si è verificato in epoca antica, mettiamo dopo il mille, le labili testimo­
nianze sono ormai scomparse. Un altro elemento perturbatore, anche se
può sembrare strano - ma è invece molto vero è dato dall'attività dei
-

lombrichi e simili vermi, nonché di animaletti come topi. Scavando pic­


cole gallerie e tane nel terreno possono trasportare cocci o creare comun­
que dei vuoti che si riempiono di terriccio che proviene da strati più alti e
più tardi. Infine non bisogna mai dimenticare la possibilità, teoricamente
e concretamente esistente, che in uno scavo che scende in profondità,
qualche frammento possa cadere dall'alto o dalle pareti non ben compat­
te. Un tale evento non dovrebbe mai verificarsi, però nella realtà può ac­
cadere, nonostante tutta l'attenzione che si pone. Si sa che il livello di at­
tenzione, nonostante tutte le raccomandazioni, è pari all'attenzione mi­
nima prestata anche da uno solo dei partecipanti allo scavo, e quindi esi­
stono molte variabili e molti rischi.
Come fare allora per riconoscere una intrusione di questo tipo in una
US? Non è facilissimo dirlo. Se i materiali non sono stati ancora lavati si
può riconoscere abbastanza agevolmente il pezzo caduto dal terreno su­
perficiale alto, che ha un aspetto diverso dai frammenti che hanno gia­
ciuto in terra umida. Se i cocci sono stati lavati si deve ricorrere ad altri
indizi. Quello che ci soccorre in primo luogo è quanto abbiamo detto so­
pra riguardo alla datazione per gruppi di US o per attività e non per sin­
gole US. Se di una intrusione si tratta, a questo punto dovrebbe risultare
abbastanza evidente. In concreto, se abbiamo una serie di battuti pavi­
mentali che sono pertinenti a una fase di vita di un-ambiente, abbastanza
ravvicinati tra loro e con un arco cronologico coerente e ben definito, in­
dicato da una buona quantità di materiali, il ritrovare in una US fisica-
Il 4 METODO E STRATEG IE DELLO SCAVO ARCHEOLOGICO

mente sottostante un unico (o anche due) frammenti dichiaratamente di


gran lunga posteriori alla datazione offerta dal contesto delle US sovra­
stanti, ci porta a costruire la ragionevole ipotesi che questo frammento
sia un'intrusione. È statisticamente assai improbabile che tra migliaia di
frammenti negli strati sovrastanti non sia mai attestato quel tipo di cera­
mica rinvenuto in un esemplare unico al di sotto. Ad esempio, recente­
mente in uno scavo condotto con la massima cura e professionalità, si è
verificata la presenza di un unico piccolo frammento ceramico databile
al XIII secolo d.C., ritrovato in uno strato i cui altri materiali più tardi
giungevano al IV secolo d.C., sottostante a una stratificazione ben defini­
ta, con strati ricchi di materiali con datazioni che correvano in modo coe­
rente (a partire dall'alto) dalla fine del VI sino appunto al IV secolo.
L'unica spiegazione possibile è stata, allora, quella del lavoro di radici o
delle tane di piccoli animali. È ovvio che, come in tutte le situazioni di
scavo, più aumenta l'evidenza esaminata, più abbiamo la possibilità di
accostarci a una ricostruzione verosimile; più US e gruppi di US (e cioè
più contesti omogenei) esaminiamo, più i nostri dati si rafforzano, costi­
tuendosi in serie composte da elementi concorrenti tra loro. Se un dato
singolo può essere più facilmente messo in discussione, una serie coeren­
te necessita di un 'altra serie coerente per essere invalidata.
Detto questo, appare chiaro che se un primo indizio cronologico di
massima può essere ricavato anche solo dall'osservazione preliminare del
materiale più tardo contenuto nella (o nelle) US (ad esempio la presenza di
sigillata africana D che indica una data non anteriore al IV secolo d.C.), le
definizioni di maggiore dettaglio necessitano di analisi più sofisticate.
Come spesso avviene in questo campo molte di queste analisi sono
state create nei paesi anglosassoni. Sono tipi di indagine validissimi, ma
che risentono, in alcuni casi, delle particolari situazioni in cui sono nati;
in molti siti della Gran Bretagna, ad esempio, i materiali mobili (e quindi
ovviamente anche ceramici) si ritrovano in misura estremamente ridotta
e, inoltre, moltissima ceramica (specie in scavi dal tardo-antico in poi)
appartiene a produzioni locali non ancora ben definite cronologicamen­
te, per cui non possono essere utilizzate come elementi datanti.
Nel campo di studi dell'archeologia classica (etrusca, greca, romana
e medievale) e nei nostri cantieri di scavo nell'area mediterranea, invece,
ci troviamo abitualmente di fronte a una grandissima quantità di cerami­
ca, di cui una buona parte appartiene a produzioni di serie ben note e
cronologicamente ben definite. Questo non vuole assolutamente dire
che non abbiamo bisogno di analisi di dettaglio dei contesti ceramici, vu­
ole solo dire che dobbiamo adattare le metodologie proposte e attuate
per altre aree geografiche e altre situazioni alla nostra area e alla nostra si-
9· CRONOLOGIA BASATA SULLA CERAMICA IN UNA US Il 5

tuazione. Ricordando sempre che solo· conoscendo appieno un metodo e


le sue applicazioni si possono proporre modifiche e varianti, e comunque
sempre esplicandole chiaramente e preliminarmente, individuando gli
obiettivi da raggiungere e la prassi utilizzata per conseguirli.
Andiamo quindi adesso a esaminare in particolare i modi di analisi di
contesti ceramici per ricavare una cronologia quanto più attendibile pos­
sibile.
Abbiamo già detto che un primo indirizzo generale ce lo offre la pre­
senza nel contesto della classe ceramica più tarda. Un secondo livello di
precisione in ordine crescente è dato dall'individuazione delle forme.
Questo si ricava dall'esame di tutti i frammenti di una determinata classe,
e può essere fatto solo dopo che si sono verificati eventuali attacchi tra i
cocci. Solitamente, per l'individuazione della forma, ci si basa sugli orli o
su altre parti caratterizzanti la foggia vascolare. Ad esempio, un fram­
mento di ceramica a vernice nera appartenente a un tipo di coppa biansa­
ta di produzione attica (bolsal) può essere identificato sia dal bordo che
dalla parete alla giunzione della vasca col piede, notato da un peculiare
risalto; i boccalini ovoidi a pareti sottili, con decorazione a strisciature di
pettine parallelo, sono identificabili più dalle pareti decorate che dal
bordo, comune con altre fogge, e così via.
Identificate le forme siamo giunti a un buon grado di precisione per
indicare il terminus post quem la US si è formata. Ma di quanto post? Per
poterlo precisare si deve procedere a ulteriori approfondimenti, sia in­
terni alla US in esame, sia in relazione alle altre US a essa adiacenti, e non
è detto che ci riusciamo sempre.
L'esame della ceramica deve essere condotto in modo coerente, sia
all'interno della singola US che in rapporto alle altre. Questo è importan­
te quando ci troviamo di fronte a contesti che sono ravvicinati nel tempo
e hanno tipi e forme ceramiche con periodo di vita e uso lungo. Ho speci­
ficato " di vita" e " di uso" perché è fenomeno ben noto che i vasi afferenti
a una determinata produzione che termina in un dato momento possono
proseguire a essere usati almeno per una generazione. Un classico esem­
pio che tutti portano è quello del "vaso del nonno " ; in concreto, nel mio
caso, si tratta di un piattino di un servizio da tè di mia nonna, scomparsa
nel 1968, che, ormai isolato, è ancora (anno 2ooo) utilizzato come piattino
da cucina, quindi rifunzionalizzato (vi si poggiano sopra le posate mentre
si cucina invece della tazzina da tè) , ma ancora comunque in uso anche
se, verosimilmente, la produzione di quel particolare servizio da tè è ces­
sata almeno trent'anni or sono.
Esistono diversi modi di quantificare le ceramiche. Il primo è la pesa­
tura dei frammenti, che ha valore solo all'interno di una stessa classe di-
II6 METODO E STRATEGIE DELLO SCAVO ARCI IEOLOC;ICO

stinguendo possibilmente anche le forme vascolari, e, comunque, da ap­


plicarsi con attenzione. Se in due diverse US troviamo un differente nu­
mero di frammenti di una certa foggia ma il peso dei frammenti è più o
meno simile, si può ipotizzare che originariamente il numero dei vasi fos­
se approssimativamente simile e che in un caso ci sia stata una maggiore
frammentazione. Se poi si tratta di forme standardizzate afferenti a pro­
duzioni standardizzate e note, conoscendo il peso di un esemplare intero
si può ricavare anche, in modo sempre approssimativo, il numero mini­
mo di individui. Ma questo sistema di analisi è indubbiamente non preci­
so e va raffinato unendolo ad altri. Infatti, se abbiamo, ad esempio, il
peso in frammenti equivalente grosso modo a otto boccalini a pareti sot­
tili del tipo sopra citato, ma abbiamo dodici anse sempre pertinenti a
questo tipo, è evidente che il numero minimo degli individui è dodici e
non otto.
Un altro sistema di quantificazione è quello del calcolo della percen­
tuale di circonferenza degli orli, che può essere utilizzato per comparare
anche classi differenti di vasi. Ogni frammento di orlo viene misurato
sulla scala delle circonferenze per vedere quanta percentuale di orlo con­
tenga. In questo modo si può calcolare il numero massimo degli indivi­
dui (numero dei frammenti di orlo non combacianti) e il numero minimo
(dato dalla somma delle percentuali di circonferenza). Se cioè abbiamo
dodici frammenti di orlo che costituiscono il 18o% di una circonferenza,
avremo un numero massimo di dodici (il numero dei frammenti, poten­
do appartenere ognuno a un vaso diverso) e un numero minimo di due
(essendo la somma delle percentuali di circonferenza il 18o % , e cioè un
intero: wo% e parte di un altro: So% ) . Però, anche in questo metodo, bi­
sogna porre attenzione. Se infatti vediamo che i dodici frammenti appar­
tengono tutti a vasi di circonferenza diversa, è evidente che non possono
appartenere a uno stesso vaso, e quindi il numero minimo degli individui
è dodici.
A questi calcoli e a queste osservazioni dirette, conviene aggiungere
anche quella degli elementi comunque significativi di ciascuna classe e di
ciascun tipo di vaso, per verificare, per riprendere l'esempio fatto sopra,
se abbiamo un numero di anse maggiore di quello che il numero minimo
di individui ricavato lascerebbe intendere. Inoltre è utile esaminare an­
che i fondi e i frammenti di parete, questi in relazione al loro spessore. Se
abbiamo orli che si riferiscono a forme con pareti non grandi, il ritrovare
una parete molto spessa fa riconoscere la presenza di un vaso non altri­
menti attestato.
Combinando assieme questi calcoli e queste osservazioni dovremmo
essere riusciti ad avere una idea approssimativa del numero minimo di
9· CRONOLOG IA BASATA SULLA CERAMICA IN UNA US II?

individui afferenti alle diverse classi ceramiche e alle singole forme, e a


questo punto possiamo cominciare la nostra analisi.
In ambito anglosassone, dall'archeologo Martin Carver è stato messo
a punto un sistema di analisi che consente di identificare, con una certa
ragionevolezza, la soglia di residualità di una produzione, volendo con
questo significare il momento in cui i vasi cessano di essere prodotti e de­
vono essere considerati residui di un periodo più antico e non in fase con
il momento di formazione della US (si veda Carver 198 5 ) . Questo tipo di
analisi può essere assai utile per definire il periodo in cui collocare pro­
duzioni ancora poco note e sotto studio; per le grandi produzioni seriali è
di utilità relativa, ma comunque la sua applicazione sulla ceramica comu­
ne, di solito assai poco definita, confrontata con i dati di associazione con
materiali ben datanti, può servirei per porre dei punti cronologici più o
meno fermi , anche se il sistema risente di un certo schematismo. Infatti il
presupposto che una produzione, una volta raggiunto il suo culmine,
successivamente cessi, è indimostrato e non è improponibile che prose­
gua, magari in quantità più limitate e a minor raggio di diffusione, per un
certo tempo.
Il prepotente ingresso dei procedimenti informatici nel campo dello
studio delle ceramiche da un lato ha portato notevoli vantaggi per la velo­
cizzazione delle procedure, ma dall'altro, in taluni casi, si è spinto marcata­
mente sul versante più propriamente scientifico-matematico, con il rischio
di un meccanicismo di evidente derivazione dalla new archaeology di am­
bito anglosassone; non a caso i principali studiosi in questo campo pro­
vengono da quel mondo (ad esempio Orton, Tyers 1990 ) .
È appena i l caso d i precisare che l a quantificazione della ceramica di
un contesto dovrebbe essere espressa costantemente in termini percen­
tuali ricavati da analisi quanto più oggettive possibile, ma dobbiamo ri­
cordarci anche il detto sempre anglosassone garbage in, garbage aut im­
mondizia dentro, immondizia fuori; Se non poniamo al computer le do­
mande giuste, con i dati corretti e adottando i programmi adatti con le
procedure idonee, otterremo solo risposte che ci porteranno a ricostru­
zioni errate, ma pericolosamente verniciate dall'uso (miticizzato) delle
più moderne tecnologie informatiche. Inoltre si deve aggiungere anche
che i metodi proposti sono oggettivamente di assai difficile comprensio­
ne e di altrettanto complessa applicazione e per questo poco agevolmen­
te utilizzabili in modo diffuso.
L'esame comparato di diverse US o diversi gruppi di US è quello che
ci consente di meglio inquadrare cronologicamente le US. Un esempio po­
trà opportunamente chiarire il concetto e il metodo. In una US che possia­
mo definire convenzionalmente US ro, troviamo come materiale più tardo
II8 METODO E STRATEGIE DELLO SCAVO ARCHEOLOGICO

frammenti che si possono datare entro lo scorcio del I secolo d.C., pertan­
to la US non può essersi formata prima dei decenni 7o/8o d.C. L'esame
delle diverse classi ceramiche e delle loro relative percentuali nell'ambito
delle ceramiche fini da mensa (produzioni in serie cronologicamente ben
definite; FIG. 42) mostra come il materiale più tardo, la sigillata africana, sia
presente in misura ridotta, raggiungendo appena il 5 % . La maggior per­
centuale dei frammenti afferisce alla sigillata italica (3o % ) e alle pareti
sottili (45 % ) ; una parte minore è tenuta dalla sigillata sud-gallica ( w % ) e
il rimanente è diviso in classi chiaramente residue (ceramica a vernice
nera di varie produzioni, importate e locali) . Già questo ci indica che, se
il terminus post quem la US si è formata è posto allo scorcio del I d.C., non
può comunque datarsi molto dopo tale termine, altrimenti è statisticamen­
te verosimile che si sarebbe dovuto trovare una quantità maggiore di sigil­
lata africana nonché di sud-gallica. Paragonando i dati di questo contesto
con altri si può avere la conferma della nostra ipotesi. La US 9, fisicamente
sovrapposta alla US 10, presenta la sigillata africana nella percentuale del
3 5 % , con forme che sono comprese entro la metà del II secolo d.C.; la
sud-gallica giunge al 40% , l'italica mostra di essere adesso in fase netta­
mente decrescente attestandosi sul 15 'Yo ; altre produzioni sono dichiara­
tamente minoritarie, come le pareti sottili e le ceramiche a vernice nera
(in tutto il w % ) . La US 8, databile ormai nel III secolo, mostra una diver­
sa/acies, con il dominio pressoché totale della sigillata africana che copre
ormai il 7o% della ceramica fine da mensa, con le altre produzioni pre­
senti solo a livello di residui (sigillata sud-gallica 12% ; i talica 8 % ; pareti
sottili 6 % ; vernice nera 4% ) . Inversamente, la US I I , fisicamente sotto­
stante alla US 10, rivela percentuali assai simili a quelle della US 10, ma sen­
za la presenza della sigillata africana. In questo caso conviene esaminare
anche la US 12, per vedere se i dati sono coerenti con la US 11 ovvero se la
mancanza in quest'ultima dell'africana sia solo una casualità.

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Fig. 42: Rappresentazione grafica delle differenti quantità di classi ceramiche


presenti in diverse US.
9· CRONOLOGI,\ BASATA SULLA CERAMICA IN UNA US Il 9

L'esame di gruppi di US ci permette quindi di stendere una sorta di gri­


glia cronologica basata sulle percentuali relative dell'attestazione delle
diverse classi ceramiche. Inserendo in questa griglia le produzioni locali,
e verificando i dati più volte in contesti diversi per osservare la ripetitività
del dato, dal momento che essa sola ci può segnalare la verosimiglianza
della nostra ricostruzione - è noto che nella ricerca scientifica il ripetersi
in modo simile di un fenomeno, date le stesse premesse, fornisce una ra­
gionevole sicurezza -, possiamo essere messi nella condizione di utilizza­
re anche altre forme ceramiche appartenenti a produzioni locali come in­
dicatori cronologici. Per questo ci soccorrono anche quelle US particola­
ri che sono i contesti tombali monosomi, i quali ci offrono uno spaccato
del vasellame e degli oggetti in uso in un determinato periodo (anche se,
pure in questi casi, l'attenzione non è mai troppa) . Per ulteriori appro­
fondimenti sul problema di cui tratta questo capitolo si veda anche
Tronchetti 1996 (pp. 19-25 ) .
IO

I residui
nella strati/icazione archeologica

Come sappiamo le US di terreno individuate nello scavo contengono una


quantità di materiali che, a seconda delle modalità di formazione del­
l'unità stessa, possono comprendere parti di oggetti non coevi alla for­
mazione dello strato. Così l'analisi delle US identificate in uno scavo ha
posto all'attenzione degli scavatori il problema dei residui.
Come prima cosa si deve riflettere sul significato da assegnare al ter­
mine residuo. Esistono, infatti, varie interpretazioni della parola:
a) incluso che ha raggiunto la sua posizione finale nella stratificazio­
ne in un momento successivo a quello del suo primo ingresso nella se­
quenza archeologica;
b) manufatto prodotto in un'epoca precedente a quella del suo defi­
nitivo ingresso nella stratificazione archeologica;
c) manufatto che, prodotto in un dato momento, dopo aver esaurito
la sua funzione, si ritrova in un contesto posteriore al suo periodo d'uso;
d) manufatto in giacitura secondaria perché il suo ingresso nella stra­
tificazione in cui viene rinvenuto è posteriore al momento terminale del­
la sua vita.
Quest'ultima definizione sembra essere la più corretta, ma non sarà
inutile esaminare da vicino i concetti espressi, per cercare di delineare i
motivi che portano a una tale preferenza, in modo da definire con la mag­
giore esattezza possibile cosa si intende per residuo, e quindi, di conse­
guenza, come e per quali motivi prenderlo in esame.
Vediamo agevolmente che il concetto generale ispiratore è quello
della seriorità dell'ingresso nella stratificazione dell'oggetto rispetto a . . .
che cosa? A questo punto le opinioni si diversificano. Quanto espresso in
b) (prodotto in epoca precedente a quella del suo definitivo ingresso nel­
la stratificazione) sembra molto riduttivo. La nozione "epoca preceden­
te" è estremamente generica e, se vogliamo, a rigar di logica, anche tauro­
logica: un manufatto, difatti, non può essere incluso in una stratificazio­
ne se non è stato precedentemente prodotto. Allora il discorso si dovreb-
IO. l RESIDUI NELLA STRATIFICAZIONE ARCHEOLOGICA 121

be spostare sul lasso di tempo che deve intercorrere tra la produzione


dell'oggetto e la presumibile data del suo ingresso nella stratificazione.
Morel, giustamente, ha messo in guardia sulla generalizzazione in tale
campo, perché questo coinvolge il problema della durata d'uso dell'og­
getto stesso, durata che può variare non solo da manufatto a manufatto,
ma anche all'interno della medesima classe di manufatti, a seconda delle
situazioni culturali in cui si trovano. L'esempio della ceramica a vernice
nera Campana A che nei siti della Gallia viene, per modo di dire, tesau­
rizzata perché di non agevole approvvigionamento, mentre altrove è di
uso comune e non particolarmente curata, è esemplare. Così la sua defi­
nizione di " residuo" - oggetto la cui presenza sorprende per motivi cro­
nologici o funzionali in un determinato contesto - potrebbe anche essere
valida se non poggiasse troppo sull'impressione del singolo e trascurasse,
invece, altri fattori. Ma la notazione della durata di uso degli oggetti pri­
ma dello scarto, e quindi del loro ingresso nella stratificazione, è fonda­
mentale.
Potremo, quindi, iniziare a vedere una definizione un po' più precisa
del residuo, e cioè quella indicata al punto c): manufatto che, prodotto in
un dato momento, dopo aver esaurito la sua funzione, si ritrova in un
contesto posteriore al suo periodo d'uso. Anche questa, però, sembra in­
sufficiente e inesatta. Anzitutto precisiamo che il residuo, stratigrafica­
mente parlando, non è necessariamente solo un oggetto o un frammento
di oggetto. Può anche essere una struttura muraria, un pavimento, addi­
rittura un edificio. Questa nozione è importante per meglio chiarire il
concetto di " funzione" cui l'espressione si riferisce in modo primario per
la definizione di residuo. Conosciamo bene, infatti, il fenomeno della de­
funzionalizzazione, cioè della perdita della funzione originaria di un ma­
nufatto, sia esso un vaso, un edificio o parte di esso. Alla defunzionalizza­
zione può seguire lo scarto (nel caso di strutture edili l'abbandono e il de­
grado) ovvero quello comunemente definito " riutilizzo" , che io preferi­
rei invece distinguere in riutilizzo e rifunzionalizzazione. Con riutilizzo si
intende un nuovo uso di un oggetto, che non diverge dalla funzione ori­
ginaria. Ad esempio un'anfora vinaria utilizzata, dopo avere contenuto
vino, per conservare altri liquidi come acqua od olio. La sua funzione ori­
ginaria (= contenitore di vino) si è persa, ma la sua utilizzazione, in senso
generale, come contenitore, è mantenuta. Un esempio in campo edilizio
è quello che vede l'uso di blocchi di reimpiego: anche in questo caso la
funzione del blocco rimane la medesima (e quindi non si può parlare di
defunzionalizzazione) e si può quindi parlare di riutilizzo. Diverso è il
caso in cui si procede a una rifunzionalizzazione. Per tornare all'ambito
ceramico, se l'anfora viene utilizzata per contenere una sepoltura oppure
122 METODO E STRATEGIE DELLO SCAVO ARCI IEOLOGIC:O

per creare una canalizzazione siamo di fronte a una rifunzionalizzazione


dell'oggetto. In campo edilizio il fenomeno è così largamente avvertito e
ben conosciuto, che è superfluo soffermarvisi.
Naturalmente questo complica le cose rispetto alla definizione di re­
siduo che stiamo esaminando. Se, ad esempio, troviamo in un piano di
calpestio di area aperta una canalizzazione composta da anfore prodotte
diversi decenni prima e rifunzionalizzate con quello scopo, è legittimo
considerarle residui solo perché hanno perso la funzione originaria? O
piuttosto, visto che sono in uso contestualmente al piano, non dovremo
considerarle in fase con esso?
A questo punto è chiaro che il concetto di residuo deve investire due
sfere adiacenti ma distinte. Il residuo rispetto alla produzione e il residuo
rispetto alla posizione stratigrafica. Un oggetto può essere un residuo ri­
.
spetto alla sua data di produzione ma essere stratigraficamente in fase.
Quindi, essendo in fase, non può, a mio avviso, essere definito un resi­
duo. E questo porta alle ultime due definizioni, sostanzialmente simili tra
loro, ma con la d) più esplicita e chiara: manufatto in giacitura secondaria
perché il suo ingresso nella stratificazione in cui viene rinvenuto è poste­
riore al momento terminale della sua vita. La sua vita, infatti, non si esau­
risce né con il periodo di produzione della classe cui appartiene, né con
l'esaurirsi della sua funzione. Solo quando diviene uno scarto (o, nel caso
di strutture edilizie, viene abbandonato e si degrada) può essere conside­
rato realmente un residuo.
Se concettualmente abbiamo così identificato il residuo a livello di
analisi stratigrafica (e vedremo poi come, invece, a livello di altri tipi di
analisi si debba adottare un'altra ottica), teniamo ben presente che prati­
camente l'individuazione del residuo non è agevole. Mentre nel caso di
US di formazione primaria può non essere molto complesso riuscire a ri­
conoscere manufatti rifunzionalizzati e in fase, nelle US di formazione
secondaria, in cui sono contenuti materiali rideposizionati, sovente può
essere impossibile identificare a quale periodo cronologico risalga la ri­
funzionalizzazione o il riutilizzo di un oggetto, se cioè al momento imme­
diatamente precedente la formazione dello strato oppure a periodi anco­
ra anteriori, e se il pezzo fosse già scartato al momento della rideposizio­
ne nella US in esame. In questi casi ci può aiutare l'analisi della frammen­
tarietà, dal momento che è riconosciuto come, a parità di altre condizio­
ni, i materiali residui in giacitura non primaria, e quindi rideposizionati,
tendano ad essere sottoposti a successive frammentazioni e pertanto a ri­
sultare di dimensioni minori. Anche l'esame dell'usura dei pezzi, una vol­
ta identificata quella dovuta all'utilizzo dell'oggetto durante il suo periodo
di uso, può fornirci indizi sulla durata delle vicende post-deposizionali
10. l RESIDUI NELLA STRATIFICAZIONE ARCHEOLOC;ICA 123

prima dell'arrivo nella US in esame. Un'altra difficoltà risiede nella no­


stra conoscenza dei materiali, per cui è senz' altro più agevole riconoscere
oggetti più antichi quando questi appartengano a produzioni note e da­
tate; se invece si tratta, ad esempio, di ceramiche di uso comune fabbri­
cate, distribuite e consumate in un circuito prettamente locale possono
esistere seri problemi di determinazione cronologica.
Una volta chiarito il concetto di residuo ci possiamo porre dinanzi
alla questione della sua utilità. Assodato che la cronologia di formazio­
ne delle US è ricavata dai materiali più tardi in essa contenuti (esamina­
ti, è ovvio, in maniera contestuale e non isolati dai restanti manufatti ) ,
appare chiaro che la spiegazione per l o studio dei materiali residui risie­
de in altri ambiti. Le motivazioni che ci spingono alla loro analisi sono
molteplici: I) possono fornire indicazioni sulle modalità di formazione
delle US; 2) possono fornire utili e talora uniche informazioni sulle vicen­
de del sito, sulla sua estensione e intensità di occupazione anche in man­
canza di contesti in giacitura primaria; 3) possono fornire indicazioni ge­
nerali complessive sui livelli di produttività, di scambio e di consumo di
determinate classi di materiali, in primo luogo la ceramica.

1. Modo di formazione dello strato. Anzitutto, come abbiamo detto, i


contesti secondari sono quelli che restituiscono in assoluto il maggior
numero di residui. Esaminando lo stato di frammentazione e di usura dei
materiali, nonché la loro tipologia, si possono ricavare utili informazioni
sul modo di formazione. Ad esempio, se nella US sono compresi piccoli
frammenti di intonaco assolutamente non combacianti, verosimilmente
sarà costituita dal deposito di un crollo o demolizione di un edificio. Se si
trovano frammenti consunti di ceramiche da mensa e da dispensa e da
fuoco, assieme a resti archeozoologici, verosimilmente saremo di fronte a
una US composta da materiali che provenivano da un immondezzaio (se
non stiamo scavando l'immondezzaio vero e proprio) . Questa varietà di
possibili provenienze dei componenti di una US rende piuttosto proble­
matico il confrontare la composizione di US in situazioni e siti diversi,
perché variano le situazioni da cui le US stesse si originano. Per questo
motivo è opportuno confrontare tra loro le composizioni solo di US del­
lo stesso sito. Anche in questo caso, pur in medesimi livelli cronologici, le
componenti possono variare ampiamente tra loro, a seconda dei contesti
da cui si originano le US in esame. Ad esempio, se due depositi di livella­
mento avvenuti in due zone di un abitato in una medesima forbice di
tempo ricavano la terra l'uno da un abitato precedente e demolito, l'altro
da una discarica di una vecchia stipe votiva, troveremo materiali assolu­
tamente diversi tra loro, pur appartenendo alla stessa fase, se non pro­
prio alla stessa attività.
124 METODO E STRATEGIE DELLO SCAVO ARCHEOLOGICO

2. Informazioni sulle vicende del sito. Naturalmente queste variano da


situazione a situazione. Ad esempio, nel caso di ricognizione con raccolta
dei materiali di superficie, le diverse classi rinvenute potranno dare
un'idea, sia pure largamente sommaria, dell'arco cronologico di frequen­
tazione del sito, tenendo sempre presente che, di norma, gli strati più
profondi possono essere non intaccati da lavori agricoli, e quindi i loro
componenti non si trovano in superficie, e, d'altro canto, gli strati più
alti, mossi e rimossi, rimescolati e sottoposti a continue arature, possono
avere i loro materiali ampiamente dispersi e talora quasi completamente
perduti. Non sempre, poi, possiamo essere sicuri della pertinenza dei
materiali trovati in superficie a un sito sepolto, perché esistono fenomeni
di epoca moderna, con l'apporto di terreno o altro da zone diverse (per
creare orti o giardini; spargimento di letame ecc.), che possono deposita­
re inclusi di differente provenienza.
In ambito urbano la situazione è diversa. Nel caso di città non sem­
pre si può essere sicuri che i residui provengano proprio dalla zona in cui
si sta intervenendo; esiste la possibilità che le terre provengano da zone
di sbancamenti o demolizioni anche piuttosto distanti. Comunque, an­
che se non siamo in grado di dare sempre un significato topografico ai re­
sidui, questi, in ogni modo, testimoniano a grandi linee le fasi di frequen­
tazione, occupazione e vita del sito. Ciò è tanto più importante, in quanto
gli interventi edilizi antichi talora prevedevano ampie opere di sbanca­
mento, con il conseguente asporto di terra e cioè di strati di vita e la crea­
zione di quelle che adesso definiamo US negative. Quello che resta a te­
stimoniare le fasi di vita in tal modo asportate sono adesso i residui. Un
caso esemplificativo può essere quello del Cronicario di Sant'Antioco
(Cagliari) , dove è stata scavata una situazione di intervento edilizio unita­
rio di primo periodo imperiale romano, che si imposta sopra abitazioni
fenicie databili al più tardi all'inizio del VII secolo a.C. Nei settori scavati
non vi è traccia di utilizzo dell'area in epoca p unica e repubblicana, se non
pochi lembi di stratigrafia riferibili a quest'ultimo periodo. Ma gli strati di
riempimento per livellare il terreno sottostanti ai pavimenti romani con­
servano una grande quantità di ceramiche databili in epoca punica, dallo
scorcio del VI sino al III secolo a.C. e, parimenti, numerosa ceramica di
epoca repubblicana. Il trovare, poi, nei muri delle case, soglie rifunziona­
lizzate come blocchi da costruzione ci fornisce un'ulteriore indicazione
per ipotizzare ragionevolmente la presenza di un abitato prima punico poi
repubblicano, intenzionalmente demolito per predisporre un intervento
di grande peso come la creazione unitaria di una zona pubblica e almeno
due isolati di abitazioni. Senza l'analisi dei residui queste fasi di vita sa­
rebbero rimaste sconosciute.
IO. l RESIDUI NELLA STRATIFICAZIONE ARCHEOUXi!CA 125

c) Informazioni sulla produttività, scambio e consumo, prevalente­


mente della ceramica che è, come noto, il materiale che ci perviene in
maggiore quantità. Per fare ciò si deve procedere a calcolare il numero
minimo degli individui di ogni classe ceramica attestata, partendo per
prima cosa dalle forme individuabili, e utilizzando i metodi consueti di
quantificazione (percentuale degli orli; calcolo del peso ecc . ) . Questo ci
può fornire, assieme ai dati offerti da altre US, un quadro delle classi ce­
ramiche presenti in un sito e, nei casi migliori, anche una visione
dell'incidenza percentuale delle singole classi in senso sia sincronico che
diacronico. Dal punto di vista più strettamente ceramologico lo studio
dei residui può fornire nuovi dati tipologici e contribuire allo studio del­
le produzioni locali. Ovviamente, l' optimum sarebbe esaminarle nei con­
testi primari, perché non siamo in grado di sapere in quale punto della
forbice cronologica dei contesti secondari si possano collocare, conte­
nendo, questi, materiali compresi in un arco di tempo ampio. Si deve al­
lora adottare il confronto tra diverse US, che può portare a una migliore
definizione cronologica di queste produzioni. Tale confronto deve, natu­
ralmente, essere fondato su basi omogenee e possibilmente rese in forma
numerica o grafica. Esistono diversi metodi per stabilire il tasso di resi­
dualità di un contesto; tutti presentano qualche punto debole ma, del re­
sto, dobbiamo essere ben consci che si tratta sempre di convenzioni che
non pretendono di essere infallibilmente esatte. L'importante è (o me­
glio sarebbe) che certi metodi venissero normalizzati e adottati concor­
demente da tutti, in modo che i dati siano confrontabili; in mancanza di
questo sarebbe quantomeno auspicabile che venisse esplicitato il meto­
do adottato per le quantificazioni.

Martin Carver ( 1985) ha proposto l'adozione di un sistema che consente


di disegnare la curva di residualità. Si crea un diagramma cartesiano che
ha sull'asse delle ascisse le classi o i tipi ceramici calcolati con il numero
minimo degli individui e sulle ordinate la sequenza stratigrafica. In siti
ben contestualizzati si crea prima l'ordinata e sulla ascissa si pongono le
classi ceramiche in modo da creare una diagonale secondo la massima
presenza delle classi e tipi ceramici. Oltre questa diagonale gli esemplari
di quella classe o tipo sono da considerarsi residui. Si tratta di un dia­
gramma che ha indubbiamente una sua utilità, soprattutto nel caso di
produzioni poco o per niente note, ma ha il difetto di un marcato mecca­
nicismo che presuppone che una produzione, giunta al suo apice, cessi
poi immediatamente, mentre sappiamo che esistono officine le quali
proseguono a fabbricare manufatti anche dopo la loro fioritura massima,
anche se in misura minore. Inoltre questo diagramma, per mostrare ap-
!26 METODO E STRATEGIE DELLO SCAVO ARCHEOLOGICO

pieno la sua utilità, dovrebbe basarsi su contesti primari, che sono sfortu­
natamente una minoranza.
La possibilità che un dettagliato esame dei materiali contenuti in una
US secondaria possa fornirci informazioni sulle vicende di un sito e sulla
presumibile composizione dei contesti primari da cui deriva pone come
prioritario il problema della quantificazione. Il metodo più semplice è
rappresentato dagli istogrammi che mostrano la proporzione tra mate­
riali datanti e residui, sia in forma assoluta che percentuale. Si tratta di un
metodo, come detto, semplice ma anche di non rilevante efficacia e che
può tutt'al più informarci se il contesto che stiamo esaminando è di for­
mazione primaria o secondaria, dal momento che in questi ultimi la
quantità dei residui è marcatamente maggioritaria.
Un altro metodo assegna ogni pezzo all'anno centrale della forbice
cronologica del suo periodo di produzione; dopodiché si procede a com­
porre un istogramma o una curva che dovrebbe indicare la distribuzione
dei materiali nel tempo. I problemi che sorgono sono però due. Il primo,
che ritroveremo come una costante, è che si parla sempre di "periodo di
produzione" e non di " periodo di uso" che, come si sa, non è detto com­
baci con il primo. Il secondo è che questo metodo porta ad appiattire i
manufatti di lunga durata con quelli di breve durata, potendo assegnare
a entrambi uno stesso anno centrale (ad esempio: un pezzo datato dal 10
al 9o d.C. ha come anno centrale il 4o; un pezzo datato tra il 3o e il 5o d.C.
ha sempre il 4o come anno centrale) .
L a formula d i South, riproposta recentemente d a Martin (si veda
Guidobaldi, Pavolini, Pergola 1998, pp. 197-234), si basa sulla data media­
na delle diverse forme di ceramica ben datata, e quindi solo la fine da
mensa appartenente a produzioni ben note e adeguatamente classificate.
Per ogni forma viene moltiplicato il numero delle attestazioni per la data
mediana. Infine si sommano i risultati di tutte le moltiplicazioni e si divi­
de per il numero totale degli esemplari. Così si ottiene la data media della
ceramica di un contesto. La differenza esistente tra la data media della
ceramica di un contesto e la sua data di chiusura indica la maggiore o mi­
nore importanza nel calcolo dei residui e permette di porre a confronto
contesti diversi tra loro.
Più utile appare il metodo presentato da Terrenato e Ricci (ivi, pp.
89- ro4) , basato sulla somma delle medie ponderate individuali. Si suddi­
vide il totale dei frammenti con una medesima datazione per l'arco di
tempo coperto e si assegna a ogni anno la frazione corrispondente. Alla
fine si somma per ogni anno il totale delle frazioni assegnate. Così si ot­
tiene una curva che indica la distribuzione cronologica dei frammenti.
Perché il discorso sia più preciso ci si può basare, invece che sui fram­
menti, su calcoli fondati su sistemi di quantificazione come la percentua-
10. I RESIDUI NELLA STRATIFICAZIONE ARCHEOLOGICA

le di circonferenza, il peso ecc. La curva viene poi rappresentata su un


diagramma cartesiano che ha sull'asse orizzontale gli anni (espressi in de­
cenni per semplificare le cose) e sull'asse verticale il punteggio assegnato
a ciascun decennio. Per poter poi confrontare contesti diversi si passa
alle curve cumulative esprimendo i valori assegnati a ciascun decennio in
percentuale sul totale e cumulando per ogni decennio il punteggio asse­
gnato ai decenni precedenti. Se, invece della datazione assoluta, assumia­
mo come elemento la datazione relativa rispetto al momento di forma­
zione dello strato, si ottiene un diagramma in cui le US di formazione pri­
maria sono compresse in un arco di tempo molto più breve rispetto a
quelle di formazione secondaria, e ciò ci consente di poterle distinguere
in modo abbastanza agevole. Anche questo metodo non è esente da criti­
che. La prima è, come detto, che si considera sempre il periodo di produ­
zione e non quello di uso delle ceramiche (ma, del resto, quest'ultimo è
piuttosto aleatorio e può variare ampiamente da situazione a situazione) .
L a seconda è che presuppone u n andamento costante nella produzione e
circolazione dei manufatti, con una eguale quantità per ogni anno del
suo arco cronologico mentre, con ogni verosimiglianza, non è così , come
è stato già correttamente notato dai due Autori sopra citati.
Comunque, assodato che ogni metodo è una convenzione, quello di
Terrenato e Ricci sembra il più agevole da percorrere per avere una idea
della forbice cronologica indicata dai manufatti in uno strato e della loro
distribuzione generale in tale arco di tempo, in modo da poter confronta­
re tra loro la composizione di US, ricordando sempre che è opportuno li­
mitare i confronti tra US dello stesso sito, se non proprio della medesima
situazione topografica.
Per concludere possiamo riassumere brevemente cosa si intende per
residuo e quali possono essere le ricadute derivate dal suo studio.
Il residuo può definirsi un manufatto in giacitura secondaria, entra­
to nella stratificazione posteriormente al momento terminale della sua
vita; quindi un oggetto in fase, anche se prodotto molto tempo prima e
rinvenuto riutilizzato o rifunzionalizzato, non può essere considerato
un residuo.
Lo studio dei residui è funzionale: I) a fornirci indicazioni sul modo
di formazione delle US, e per questo scopo occorre procedere ad analisi
quantitative in modo da poter proporre ipotesi basate su dati quanto più
possibile oggettivi; 2) a fornirci indicazioni sulle vicende del sito in esame
anche in assenza di strati in giacitura primaria; 3) a fornirci indicazioni
sulla produzione, circolazione e consumo di determinate merci, in primo
luogo la ceramica.
In questa ottica i residui rientrano a buon diritto a far parte degli ele­
menti indispensabili per la conoscenza di un sito e per la proposizione di
I28 METODO E STRATEGIE DELLO SCAVO ARCHEOLOGICO

ipotesi per la ricostruzione storica delle sue vicende, sia a livello di micro­
storia, sia nella lunga durata.
(Per un necessario approfondimento su questi temi, con esempi che
aiutano a chiarire i concetti espressi sopra, si rimanda a Guidobaldi, Pa­
volini , Pergola 1998 ) .
II

Lo scavo urbano

Per scavo urbano si intende uno scavo archeologico effettuato in un tes­


suto urbano moderno, vivo e vitale. Come si può ben capire, presuppo­
nendo che stiamo parlando di un intervento che si rende necessario a se­
guito di lavori per l'esecuzione di opere edilizie o di infrastrutture urba­
ne, questo comporta tutta una lunga serie di problemi che abitualmente
non si pongono sugli altri cantieri, e così, rimanendo ovviamente rigoro­
so il metodo stratigrafico, si devono adottare strategie operative che con­
sentano di raggiungere il nostro scopo di ottimale conoscenza scientifica
e completa documentazione delle evidenze, ma, allo stesso tempo, non
vadano a incidere troppo pesantemente sulla realtà e sulle esigenze della
vita vissuta, non appesantiscano in modo rilevante i costi delle opere
pubbliche, non ritardino in modo eccessivo i loro tempi di realizzazione.
Insomma, pur essendo ben chiaro che il nostro scopo è quello di ricavare
la conoscenza archeologica di quel settore della città che indaghiamo,
dobbiamo tenere presente che il nostro obiettivo è solo uno dei tanti che
devono essere raggiunti con l'esecuzione dell 'opera.
L'archeologia urbana, oggi, inoltre, deve rivestire una funzione
estremamente importante, costituendo uno strumento di riflessione e
supporto per la programmazione urbanistica. La definizione di " aree a
rischio archeologico" , basata sulle risultanze di precedenti ritrovamenti
e di indagini conoscitive preliminari (quali carotaggi, sondaggi esplorati­
vi di ampiezza limitata ecc. ) , può indirizzare determinate attività edilizie
al di fuori di determinate zone, oppure portare alla previsione in proget­
to dell'effettuazione preliminare degli scavi archeologici (il cosiddetto
" risanamento" ) con le relative somme da impegnare. Di sfuggita si tiene
a far notare quale sia l'atteggiamento che traspare dalle formule del lin­
guaggio burocratico che ho messo sopra tra virgolette. In queste si perce­
pisce chiaramente come i resti archeologici, anziché essere visti come
fonte di conoscenza, sono temuti come un pericol<;> o una malattia da
estirpare oppure semplicemente ignorati (D'Agostino 1985, p. 89). Non
130 METODO E STRATEGIE DELLO SCAVO ARCHEOLOC!CO

viene assolutamente tenuta presente la quantità di cognizioni e informa­


zioni che uno scavo urbano può fornire; solo !imitandoci ad alcuni esempi
italiani particolarmente eclatanti, basterà indicare lo scavo della Crypta
Balbi a Roma (Manacorda 1982 espone i principi generali ispiratori del­
l'intervento; a questo sono seguiti poi altri volumi su fasi e aspetti parti­
colari dello scavo), quello della Metropolitana milanese (Caporusso 1991)
e i numerosi interventi effettuati a Genova, che hanno poi trovato un'oc­
casione di confronto e di riunione dei dati raccolti in un'importante mo­
stra (Melli 1996) .
Di solito, a livello di opinione pubblica (ma purtroppo assai sovente
anche di chi ha in mano le redini del potere) si pensa che la maggiore o
minore importanza dello scavo dipende dalla maggiore o minore monu­
mentalità di quanto si viene a scoprire: quando ciò che si mette in luce è
ritenuto "bello" e suscettibile di "valorizzazione", un intervento anche
prolungato viene giustificato e finanziato, nonché adeguatamente pub­
blicizzato, in vista del suo " ritorno" . Quando così non è, la presenza de­
gli archeologi diviene un intralcio provocato da fanatici fuori dal mondo
reale che bloccano lavori per trovare dei cocci uguali a quelli che giaccio­
no sepolti nei magazzini di tutti i musei.
Io personalmente non sono molto favorevole a lasciare brandelli del
passato in vista isolati nella città moderna, a meno che non ci si trovi di­
nanzi a cose assolutamente eccezionali, come ad esempio un ambiente
affrescato (se pure è possibile conservarlo convenientemente in quella si­
tuazione) o mosaicato (ma anche in questo caso si può procedere allo
strappo) oppure un colonnato per il quale si può procedere all' anastilosi.
In questi casi si può anche pensare di creare, se possibile, una zona di ri­
spetto e lasciare i resti visibili, pur sapendo che, di norma, diverranno ri­
cettacolo di immondizie. Ponendo l'accento sulle evidenze monumentali
si distrugge il contesto. Infatti questi brandelli sono appunto solo e uni­
camente brandelli che non ci dicono più niente della città antica, isolati
come sono dal loro tessuto urbano connettivo. L'ideale sarebbe di poter
lasciare alla luce una situazione ampia e sin cronica, con pannelli che illu­
strino l'evoluzione diacronica individuata con lo scavo e con gli altri stru­
menti di ricerca (indagini di archivio, mappe catastali ecc . ) . Abitualmen­
te questo non è possibile per i motivi che ognuno può ben immaginare,
così la ricostruzione sincronica e diacronica del settore urbano indagato
è tutta legata alla nostra documentazione dello scavo e alla lettura inter­
pretativa che ne abbiamo dato. Per questo motivo lo scavo e la documen­
tazione (di tutto quanto, di qualsiasi epoca sia, rinvenuto) devono essere
più esaustivi possibile, pur con tutti i limiti cui si è fatto cenno sopra.
L'approccio corretto dell'archeologia urbana è così convincentemente
II. LO SCAVO URBANO IJI

espresso da D'Agostino: «supera la logica del monumento, e guarda alla


stratificazione insediativa come a un continuum, che solo in quanto tale
riesce a rendere uno spaccato della vita della città» (D'Agostino 1985, p.
91; per concetti generali sull'archeologia urbana si veda anche il redazio­
nale Contributi per l'unità della disciplina, ivi, pp. n-3) (FIGG. 43-44) .
Esistono oggettive situazioni che impongono determinati tempi e
strategie di lavoro. Se gli scavi interessano strade, queste non possono es­
sere bloccate a lungo; se si scava in una zona immediatamente adiacente
a costruzioni, si deve porre attenzione a non interessare la stabilità degli
edifici; esistono le canalizzazioni delle infrastrutture urbane (fognature,
cavidotti) che non possono essere toccate e così via. In tutti questi casi è
assolutamente necessario lo stretto collegamento operativo con la Dire­
zione lavori di quello che chiameremo " cantiere moderno" (per distin­
guerlo dal " cantiere archeologico " ) per concordare un calendario dei la­
vori che consenta di intrecciare le due esigenze, con la intuibile difficoltà
che noi archeologi abbiamo nel predire il futuro, e cioè, nello specifico,
la complessità di quanto andremo a scavare (che è quanto guiderà poi il
nostro ritmo di lavoro) . Assolutamente indispensabile è poi la consulen­
za di un ingegnere o architetto per le questioni di statica. Ci si può rivol­
gere anche a quelli del " cantiere moderno " , ma esiste il rischio che ten­
dano a far apparire molte cose come pericolose oppure da limitarsi in
spazi ristretti per farci lavorare meno e accelerare i tempi. Un professio­
nista diverso assicura una maggiore oggettività, e tanto più se viene no­
minato responsabile della sicurezza del cantiere archeologico, perché,
comunque, non ci consentirà mai di intraprendere iniziative in qualche
modo rischiose, ricadendo ciò sotto la sua responsabilità ma, d'altro can­
to, non ha alcun interesse a farci terminare il lavoro in tempi brevi.
Come detto l'approccio strategico è fondamentale nello scavo urba­
no. Di norma possiamo scordarci lo scavo su aree vaste, essendo questo
limitato dallo spazio occupato dall'intervento moderno e comunque co­
stretto dalla presenza degli episodi edilizi esistenti. Così spesso ci trove­
remo in trincee larghe poco più di un metro, longitudinali agli assi stra­
dali, in cui appaiono creste di muri, tracce pavimentali (di solito queste
in sezione perché già tagliate dalla pala meccanica) e resti del genere.
In questi casi (scavo in trincea di dimensione ridotta), una volta ripuli­
ta e documentata la situazione (si ricordi sempre di effettuare i rilevamen­
ti con le quote assolute sul livello del mare), si procede a scavare strati­
graficamente nello spazio a disposizione, che difficilmente ci consentirà
di apprezzare tutti i rapporti stratigrafici tra le diverse US identificate. Le
piante di strato esibiscono una superficie minima, con tutti i problemi di
cui abbiamo già parlato quando abbiamo esposto le carenze dello scavo
1 32 METODO E STRATEGIE DELLO SCAVO ARCHEOLOGICO

Fig. 43: La stratificazione in ambito urbano: esempio dell'area della Crypta Bal­
bi a Roma (da Manacorda 20oo).

per quadrati, carenze accresciute dal fatto che qui la superficie indagata è
ancora più ristretta. Ci soccorre la lettura stratigrafica delle pareti della
trincea che ci danno due lunghe sezioni. Anche se il loro valore è limitato
unicamente, come sappiamo, ai punti in cui le sezioni passano, offrono
comunque un indirizzo per la lettura di quanto scavato e di quanto sca­
veremo in seguito, seguendo il lavoro preparatorio della pala meccanica
in modo da non far incidere le situazioni archeologiche. Sorge, a questo
punto, spontanea la domanda su che cosa si debba intendere come " si­
tuazione archeologica " . In senso stretto, dal momento che stiamo docu­
mentando la vita di una città, dovrebbe includere tutte le attività avvenu­
te dall'inizio della frequentazione del sito sino a ieri. Ma se ci troviamo a
operare in condizioni di "scavo di emergenza " , con tempi ristretti, appa­
re opportuno prestare minore cura allo scavo e relativa documentazione
di quanto è avvenuto in epoca contemporanea, di cui esistono progetti e
documenti nell'archivio comunale. In concreto, sarà superfluo scavare
stratigraficamente e documentare tutte le attività concernenti la messa in
opera di canalizzazioni per linee telefoniche di trent'anni or sono, men­
tre sarà sufficiente delinearne l'ingombro come sostanziale US negativa
che ha intaccato gli strati preesistenti.
Se il lavoro moderno a seguito del quale si interviene concerne la co­
struzione di un edificio ci troviamo dinanzi a una situazione più familiare.
11. LO SCAVO URBANO 1 33

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Fig. 44: Planimetria delle diverse fasi di vita individuate in uno scavo urbano a
Genova (da Melli 1996) .

Difatti l'area di scavo è di norma abbastanza ampia e sufficiente per uno


scavo che dia buone risposte. I problemi possono sorgere solo per la vici­
nanza di altri edifici e quindi per la necessità di rispettare determinate di­
stanze. Naturalmente si deve considerare l'incidenza sui livelli antichi di
eventuali edifici preesistenti che possono avere avuto scantinati che han­
no prodotto profonde ed estese US negative, con la conseguente perdita
di dati, cosa da tenere ben presente al momento della sintesi ricostruttiva
della storia del sito.
Migliore è ancora la situazione quando ci si trova a operare in lavori
di ristrutturazione di piazze pedonali. Si tratta di lavori pubblici che, di so­
lito, non incidono in modo pesante sul traffico, non investono importanti
interessi privati (o anche pubblici) come la costruzione di edifici, non
hanno scadenze improcrastinabili e spesso sono assai estesi. Si tratta di
occasioni da cogliere al volo per scavare su spazi ampi e in profondità un
settore di una città antica. L'archeologia urbana è affascinante. Niente ci
134 METODO E STRATEG I E DELLO SCAVO ARCHEOLOGICO

può dare di più il senso della continuità dal passato a oggi con tutte le
evoluzioni, le soluzioni, le modifiche che comportano i diversi usi e le di­
verse interpretazioni del tessuto urbano nel corso del tempo. Bisogna
però stare attenti a non lasciarsi prendere dall'entusiasmo e generalizzare
quanto si ricava da quello che è e sarà sempre solo un piccolo tassello,
che acquista tanto più significato quanto più è unito ad altri.
Nello scavo urbano assume una particolare importanza, nello studio
dei materiali, l'esame dei residui, proprio per la presenza di estese US ne­
gative. Queste possono aver fatto sparire i resti di interi periodi, ma i
riempimenti e le colmate effettuati con i materiali di risulta possono ri­
portarci la testimonianza, anche se decontestualizzata, delle fasi la cui
stratificazione è stata ormai asportata e non è più (almeno in quel settore)
verificabile.
12

Lo scavo di una necropoli

Lo scavo di una necropoli pone dinanzi all'archeologo una vasta serie di


problemi che solo in parte coincidono con quelli che presenta lo scavo,
ad esempio, di un abitato.
Difatti, se non si modifica il metodo, che è e non può che essere quel­
lo stratigrafico, muta la strategia dello scavo, cioè il modo di affrontare le
situazioni sul terreno, senza dimenticare che proprio le situazioni che an­
diamo scoprendo possono interagire con le nostre decisioni strategiche,
indirizzandoci verso condotte operative diverse.
Naturalmente tutto questo varia a seconda del tipo di necropoli che
dobbiamo scavare. Una cosa è affrontare lo scavo di una necropoli pro­
to-storica, una cosa è intraprendere quello di un'area funeraria di epoca
romana. Le domande, infatti, con cui interroghiamo il terreno sono so­
stanzialmente diverse, in un caso e nell'altro; sono diversi gli obiettivi da
raggiungere; sono diversi i metodi di analisi e interpretazione dei dati.
Nel settore p roto-storico l'attenzione si rivolge a cercare di individuare
gli elementi che ci possano dare indicazioni sull'organizzazione della
struttura sociale della comunità di cui la necropoli è emanazione, e quin­
di gli elementi caratterizzanti le classi di età, il sesso, la posizione sociale
del defunto, gli eventuali raggruppamenti familiari, di famiglia allargata,
di gruppo sovrafamiliare ecc. In ambito storico, per rimanere negli esem­
pi proposti, molte di queste cose, anche fondamentali, sono già note e
l'indagine si accentrerà su eventuali rituali, sull'analisi della composizio­
ne dei corredi per individuare livelli di ricchezza ecc. Comunque il pare­
re personale è che un po' di analisi antropologica applicata anche alle ne­
cropoli di età romana non farebbe certo male.
Limitando l'analisi ai problemi dello scavo di una necropoli di età
" storica" , dovremo premettere alcuni concetti fondamentali.
Il termine necropoli è estremamente vasto e vago, indicando soltanto
un'area di terreno destinata alla sepoltura. Ma esistono letteralmente de­
cine di tipologie tombali differenti, a seconda della cultura che stiamo
METODO E STRATEC ; J E DELLO SCAVO ARCHEOLOGICO

esaminando, della cronologia, delle tradizioni locali che possono influen­


zare il tipo di tomba, del tipo di terreno stesso. Solo per fare un'elenca­
zione certo non esaustiva, possiamo avere: tombe a fossa terragna sem­
plice owero rivestita di lastre, e in questi casi la copertura può essere di
sola terra owero di tegole o di lastre oppure di pietre; a fossa contenente
un sarcofago; alla cappuccina composta da tegole; alla cappuccina com­
posta da lastre; a cupa; ad enchytrismos in anfora, in dolio; incinerato in
urna o brocca o anfora o qualunque altro contenitore ceramico deposto
in una fossa nel terreno; incinerato sul posto e ivi deposto e ricoperto; a
mausoleo con urne e sarcofagi; a camera sepolcrale ipogeica con inuma­
zioni e incinerazioni.
Una tale varietà di tipi potrebbe spaventare, ma le strategie di scavo
si riducono in misura sensibile, potendosi accorpare abbastanza agevol­
mente diverse tipologie tombali sotto un medesimo modo di investiga­
zione.
Prima di iniziare concretamente lo scavo della necropoli è più che
opportuno, e direi necessario, affrontare il problema della sua localizza­
zione ed estensione, nonché quello fondamentale della sua posizione nel
territorio. Una necropoli, come è owio, dipende dalla presenza di indivi­
dui che vivono in uno spazio prossimo alla necropoli stessa (il concetto di
prossimità è naturalmente vago, dovendosi il concetto di maggiore o mi­
nore distanza a molti e differenti fattori) , ma è necessario, per compren­
dere appieno i dati che la necropoli ci può fornire, cercare di capire come
erano organizzati gli individui fruitori della necropoli stessa.
È chiaro che c'è differenza, anche notevole, fra una necropoli che di­
pende da un centro urbano (e anche da centro urbano a centro urbano) ,
d a un villaggio, d a una struttura tipo villa, da piccoli agglomerati d i ca­
panne di persone che lavoravano nei campi e utilizzavano una medesima
necropoli comune per le loro esigenze.
Ritorniamo un attimo sul concetto di prossimità. È evidente che non
appare funzionale lo spostarsi di chilometri per seppellire i defunti, ma
dobbiamo tenere presenti livelli differenziati di funzionalità. Se abbiamo
un insediamento extra-urbano finalizzato alla lavorazione cerealicola del
terreno, l'occupare con sepolture la terra coltivabile sarebbe stato meno
funzionale all'attività produttiva del collocare la necropoli a distanza
maggiore ma in zona non utilizzabile, come ad esempio un piccolo rileva­
mento del suolo. Naturalmente questo è solo un esempio, e non è detto
che, anche in situazioni del genere, questa sia costantemente la norma: è
solo un fattore da tenere presente quando andiamo a interpretare i dati.
Quindi, come detto, l'analisi quanto più dettagliata del territorio cir­
costante dovrebbe essere sempre un elemento inscindibile dallo scavo e
12. LO SCAVO DI UNA NECROPOLI I l/

dallo studio di una necropoli, per paterne ricavare tutte le indicazioni


possibili. Certo, comunque, anche senza questo elemento la necropol i
offre una serie di dati estremamente importanti. Per prendere ad esem­
pio solo l'aspetto della composizione materiale del corredo, la tomba,
specie se a deposizione monosoma, esibisce uno spaccato in un momen­
to ben preciso, proponendoci oggetti contemporaneamente in uso al
momento del seppellimento. Attenzione: ho usato il termine " in uso " , in­
tendendo, con questo, dire che alcuni oggetti potevano essere stati pro­
dotti alcuni decenni prima, e talora anche di più . Un caso limite, ma direi
molto significativo, è quello di una tomba romana nelle campagne nei
dintorni di Cagliari, databile agevolmente nel II secolo d.C. , in cui era
contenuto un cucchiaio fittile appartenente al periodo iniziale dell'età
del Ferro. È un caso limite, come detto, di un oggetto trovato casualmen­
te che il proprietario aveva conservato perché " strano " , in usuale o per­
ché comunque incontrava il suo gusto (e il concetto di " gusto " , come ha
ben chiarito Morel, anche se impalpabile, deve essere tenuto presente tra
le varie ipotesi per spiegare alcuni fenomeni).
Un altro caso, assai più frequente, è quello delle monete. Esse con­
servano il loro valore e sono utilizzate per lunghi periodi. Basta esamina­
re la composizione dei tesoretti per rendercene conto. Non si occulta ciò
che non ha valore, e quindi le monete nascoste circolavano tutte contem­
poraneamente al momento del loro occultamento. Non è infrequente
trovare raccolte assieme monete distanti tra loro più di un secolo: come
esempi tratti dall'esperienza personale si porta un tesoretto di monete da
Nerone sino a Commodo, cioè, in anni, dal 64 al 190 d.C. ; altri con forbi­
ce dal n6 al 227 d.C., dal 73 al 244 d.C. e così via. Questo ci deve portare a
guardare con prudenza alla moneta come elemento di datazione di un
corredo. Per intenderei, se in età tardo-antonina circolavano ancora mo­
nete giulio-claudie, niente vieta che in una tomba severiana possa essere
collocata una moneta domizianea; anzi, dal momento che la moneta più
antica era stata verosimilmente usata più a lungo e quindi consunta, po­
teva essere con maggiore facilità destinata alla sepoltura. Per cui la mone­
ta, nel contesto tombale, come in ogni altra US, deve essere considerata
solo un terminus post quem. Come in ogni altra US la datazione della
tomba si deve basare sull'esame integrale di tutti i suoi componenti, te­
nendo presente che gli elementi datanti sono comunque sempre un ter­
minus post quem, in quanto già fabbricati e, di norma, utilizzati al mo­
mento della sepoltura. Come sempre ogni affermazione trova la sua con­
traddizione nei fatti e quanto detto non sfugge a questa regola. Nelle
tombe p uniche di Sant' Antioco non è infrequente trovare nel corredo
vasi foggiati appositamente per la sepoltura in argilla cruda asciugata al
METODO E STRATEGIE DELLO SCAVO ARCHEOLOGICO

sole e verniciata. Per questi siamo assolutamente sicuri che rappresenta­


no forme non solo in uso ma anche in produzione al momento della de­
postztone.
Quello che differenzia l'analisi cronologica di una tomba da quella di
una US in un contesto pluristratificato è il fatto che, abitualmente, le
tombe si dispongono in stratigrafia orizzontale e non verticale (anche se
la sovrapposizione in verticale senza dubbio esiste) , per cui manchiamo
dei dati di cronologia relativa, che ci aiutano nella definizione cronologi­
ca delle attività composte dai diversi raggruppamenti di US. Così, se in
una tomba abbiamo materiali che si datano al più tardi agli inizi del III se­
colo d.C., non siamo in grado di sapere quanto tempo dopo gli inizi del
III secolo d.C. la tomba sia stata realizzata. A rigor di logica possiamo dire
che, se mancano gli oggetti caratteristici della metà del III secolo, esisto­
no concrete possibilità che la tomba si dati nel primo cinquantennio del
secolo, ma non possiamo esserne completamente certi.
Indubbiamente anche l'analisi stratigrafica orizzontale ci può essere di
aiuto, ma va incontro a notevoli problemi di non agevole risoluzione. Con­
viene ricordare che per stratigrafia orizzontale si intende una situazione in
cui le diverse testimonianze non si sovrappongono verticalmente, bensì si
giustappongono orizzontalmente sul terreno, in molteplici modi. Si può
avere, a titolo di esempio, una estensione della necropoli lungo una diretti­
va principale, magari allontanandosi sempre più dal centro abitato da cui
dipende lungo una strada; possiamo rilevare una estensione "a macchia
d'olio ", a partire da un nucleo più antico attorno al quale si dispongono le
nuove sepolture; possiamo avere, poi, estensioni di cui ci sfugge la logica,
dovute presumibilmente a contingenze specifiche che non siamo in grado
di conoscere (utilizzo o proprietà dei suoli ecc. ) .
D a quanto detto possiamo ricavare con immediatezza che uno dei
principali problemi è quello dell'individuazione quanto più esatta possi­
bile dell'estensione e dei limiti sul terreno della necropoli, dal momento
che solo uno scavo estensivo può dare risposta alle domande che nasco­
no dall'esame di una stratigrafia orizzontale.
Pertanto converrà, una volta localizzata la necropoli, far effettuare
indagini di tipo geoarcheologico, con l'impiego, ad esempio, del geora­
dar o della resistività elettrica, per cercare di individuare l'estensione del­
l' area da indagare, cosa che, tra l'altro, è estremamente utile per la pro­
grammazione generale, economica e logistica, del lavoro. Una volta indi­
cata l'area si può dare inizio allo scavo vero e proprio.
E anche qui sorgono immediatamente problemi metodologici e stra­
tegici che derivano dalla tipologia della necropoli e si accentrano su
come si devono considerare le tombe dal punto di vista stratigrafico.
12. LO SCA VO DI UNA NECROPOLI 1 \<)

Prendiamo il caso delle tombe monosome a fossa ricoperta da t l·rra.


Stratigraficamente parlando dovremo considerare una US il taglio chl' h a
dato origine alla tomba e una US la terra che riempie questo taglio, co n
tutto ciò che i n essa è contenuto, cioè i resti del defunto e i l corredo. M a
ciò non rispetterebbe i n modo concreto la sequenza cronologica delle di­
verse azioni, in quanto sappiamo che prima si scava la fossa, poi si depo­
ne il defunto unitamente al suo corredo, infine si riempie e si ricopre la
fossa. L'assegnazione di due soli numeri di US farebbe così perdere la
documentazione di un'azione che sappiamo con sicurezza essere avvenu­
ta e che sappiamo in che momento del diagramma stratigrafico deve es­
sere collocata. Dovremo quindi dare un numero di US anche ai resti
scheletrici e al corredo? Metodologicamente potrebbe essere corretto,
ma si deve considerare se è opportuno numerare singoli oggetti con un
numero di US. Personalmente ritengo che non lo sia. Conviene, in que­
sto caso, rivolgersi al concetto di microstratigra/ia, un po' come è stato
utilizzato per lo scavo degli intonaci crollati nel quale, all'interno della
medesima US data dal crollo generale della parete intonacata, si distin­
guono, tramite lo scavo, i diversi frammenti di parete, le loro sovrapposi­
zioni, le loro giustapposizioni, documentando con una numerazione in­
terna (staccata quindi dalla numerazione delle US) i diversi insiemi di
frammenti, finalizzando questo intervento alla ·ricostruzione della parete
nel suo aspetto originale.
In maniera simile si può intervenire nei riguardi delle tombe, proce­
dendo come segue. In analogia allo scavo di abitati, in cui, per comodità
e semplificazione di registrazione dei dati, si assegna a un determinato
ambiente un numero o una lettera (per non dover sempre citare " am­
biente definito dalle USM ecc. ecc. " ) , si assegna alla sepoltura un nume­
ro proprio. Nel corso dello scavo del riempimento i vari oggetti del cor­
redo saranno dotati di un numero progressivo. Così i reperti saranno
identificati da due numeri: il primo che identifica la tomba, il secondo
che identifica il pezzo. Per quanto riguarda lo scheletro, conviene dotar­
lo di un numero se è ancora in connessione; se è sconvolto è opportuno
numerare le singole parti, magari premettendo al numero una S (ovvia­
mente: scheletro, abbreviazione comprensibile anche in lingua inglese:
skeleton) .
U n altro problema metodologico nasce dagli eventi post-deposizio­
nali che la tomba può aver subito. Questi, come sempre, dipendono o da
cause naturali o da cause derivate da azioni dell'uomo.
Le tombe, infatti, possono essere già state violate in antico, con
l'asportazione di oggetti e lo spostamento e rottura di altri; possono esse­
re state riutilizzate per altre deposizioni con l'accantonamento della se-
140 METODO E STRATEGIE DELLO SCAVO ARCHEOLOGICO

poltura precedente; possono essere state utilizzate programmaticamente


per più deposizioni nel corso del tempo. Tutte queste azioni lasciano una
traccia più o meno evidente e devono essere individuate e documentate
nello scavo.
Per quanto riguarda gli agenti naturali, a parte l'azione meccanica
del terreno che comprime e schiaccia gli oggetti e quella chimica che mo­
difica alcuni tipi di materiali, esistono anche altri elementi perturbatori
della situazione iniziale.
Le radici di alberi o piante si insinuano lungo le linee di minore resi­
stenza del terreno, e quindi penetrano nella tomba lungo le pareti e sul
fondo, provocando lo spostamento delle ossa e degli oggetti. Notevole poi
è l'apporto dato dai roditori, ossicini dei quali si ritrovano assai di frequen­
te nelle tombe. La loro azione sconvolge in modo notevole la situazione
originaria, portando anche a casi paradossali. Lo scrivente, ad esempio, ha
rinvenuto in un sarcofago romano compreso nelle fondazioni di una pic­
cola tomba a camera, coperto da uno strato di opus caementicium di circa
4 0 cm, molti frammenti di plastica, utilizzati da un topolino per farsi il
nido, cui accedeva attraverso il minuscolo canalicolo lasciato dai costrut­
tori per versare le libagioni. All'interno di tombe a camera o sarcofagi in­
terrati o tombe a cassone, ma anche, più raramente, di tombe a fossa, se il
terreno in cui sono scavate è di matrice prevalentemente argillosa, si può
verificare il fenomeno della fluitazione e del galleggiamento. L'acqua
meteorica, infiltrandosi nella chiusura, può spostare gli oggetti; questi, in
taluni casi, possono galleggiare depositandosi poi sul fango di risulta. Ri­
petendosi più volte questo fenomeno, accade di trovare oggetti compresi
in uno strato di fango a una decina di centimetri più in alto rispetto al
piano di pavimento della tomba dove furono deposti.
I fenomeni sopra descritti sono particolarmente deleteri nel caso del­
la presenza nelle tombe di oggetti di ornamento personale che potevano
essere di piccole o piccolissime dimensioni, quali, ad esempio, i grani di
una collana. In giacitura primaria ideale si può ritrovare la collana ancora
al collo del defunto, anche se un po' sparpagliata a causa della decompo­
sizione dei materiali deperibili; se intervengono elementi perturbatori, i
vaghi si spargono un po' ovunque. Per questo motivo è buona norma se­
tacciare tutta la terra di risulta della tomba attraverso una griglia sottilis­
sima; in casi particolari si dovrà utilizzare addirittura un colino da tè.
L'uso di questo improvvisato strumento di ricerca ha consentito, ad
esempio, di recuperare decine di minuscoli vaghi in pasta vitrea micenei
all'interno di una tomba sconvolta da clandestini.
Tornando al problema di metodo, se lo scavo consente di individua­
re azioni post-deposizionali all'interno di una tomba, queste andranno
12. LO SCAVO DI UNA N ECROPOLI

evidenziate e documentate separatamente con una lettera progressiva


che individui, ad esempio, le diverse deposizioni. Nel caso che si verifichi
l'esistenza di interventi intrusi vi, quali l'opera di antichi violatori che
hanno sconvolto la situazione originaria, se ne sussistono tracce materiali
(ad esempio rottura intenzionale della copertura con apertura di un
foro) , queste vanno numerate come tutti i risultati di azioni individuati
nello scavo (nel caso citato come esempio si assegnerà all'azione del­
l'apertura del foro ovviamente un numero di US negativa) .
Sempre riguardo allo scavo delle necropoli, particolare attenzione è
stata rivolta da Ortalli al problema dell'individuazione dei piani d'uso
delle necropoli stesse (Ortalli 1988 ) . Valutando il fatto che i cimiteri non
sono frequentati abitualmente e non sono sottoposti alle vicende di ac­
crescimento del terreno che riscontriamo nelle zone abitate, Ortalli pro­
pone una strategia di scavo per minutissimi tagli che consentano di veri­
ficare episodi peculiari della sfera funeraria, quali l'accensione di fuo­
chi, lo spargimento di vasi frammentati ritualmente ecc. In tale modo si
potrebbe rinvenire il piano di uso di ogni sepoltura. Si tratta, a ben ve­
dere, dell'applicazione sistematica e minuziosa della consueta metodo­
logia stratigrafica, applicando il concetto di microstratigrafia su una
estensione di terreno abbastanza ampio, quale quello pertinente a una
necropoli.
Effettivamente il criterio solitamente usato per individuare l'antico
piano di campagna nel quale vengono ricavate le tombe, e cioè l'eviden­
ziazione del taglio della fossa nella superficie del terreno, può, a ben ve­
dere, portare alla perdita o alla non corretta interpretazione di una serie
di dati. La tomba, infatti (e parliamo in questo caso di una tomba a fos­
sa), dopo essere stata scavata, utilizzata e chiusa, poteva essere ricoperta
da un sottile strato di terra su cui potevano avvenire sacrifici o libagioni
con rottura del recipiente, poteva essere successivamente ancora rico­
perta da un altro piccolo strato di terra, magari dovuto all'escavazione di
una tomba adiacente, e così via. Una strategia di scavo come quella pro­
posta da Ortalli può effettivamente mettere in grado di percepire se non
tutte almeno una parte di queste azioni. Il consueto problema è, però, il
rapporto costi/benefici. Uno scavo del genere presuppone l'impiego di
molto tempo e attenzione, senza dare garanzia che si riescano effettiva­
mente a individuare i resti, estremamente labili proprio perché sostan­
zialmente episodici, di queste azioni. Come sempre, in questi casi, non si
può dare una indicazione univoca, affidando la soluzione al buon senso e
all'esperienza dello scavatore, tenendo presente, comunque, la possibili­
tà di effettuare una indagine estremamente accurata, se le condizioni ce
METODO E STRATEG lE DELLO SCAVO ARCHEOLOGICO

lo permettono e se sussistono indizi che un tale sforzo sia scientificamen­


te produttivo.
Passando adesso alla fase operativa vera e propria, affrontiamola te­
nendo ben presente quanto detto sino a ora, perché la strategia da adot­
tare può variare a seconda delle diverse situazioni, ovviamente non ipo­
tizzabili con compiutezza in uno scritto; per questo motivo le indicazioni
offerte sono da intendersi come basi di massima, su cui impostare poi
l'attività concreta.

Tombe a fossa

Si deve anzitutto delimitare la copertura o il profilo della fossa scavata


nel terreno, procedendo con il consueto metodo stratigrafico. Una volta
individuato tale elemento, si procede alla sua messa in pianta quotata e
alla documentazione fotografica. Successivamente si asporta la copertu­
ra, se esiste, ovvero si inizia a scavare la terra che riempie la fossa.
Considerando quanto detto sopra sulla possibilità del galleggiamen­
to dei pezzi, e dal momento che non sappiamo quanto profonda possa
essere la tomba, lo scavo deve avvenire con la massima cautela per non
danneggiare i reperti e per poter individuare quelli di dimensioni minute
oppure di consistenza molto ridotta come, ad esempio, residui di orna­
menti in metallo.
Pertanto si deve procedere lentamente, partendo da uno dei lati bre­
vi, stando con il peso del corpo al di fuori della tomba, e procedendo per
livelli omogenei di piccolo spessore (uno o due centimetri) .
Ogni volta che si giunge a scoprire un oggetto o un frammento,
questo deve essere numerato e posizionato nella pianta particolare di
dettaglio della tomba, definendone l'ubicazione con tre coordinate:
due in orizzontale, una in verticale. Per fare ciò conviene collocare due
rotelle metriche in bolla ad angolo retto poste su due lati (lungo e bre­
ve) della tomba, da cui prendere le misure in orizzontale. Quella in ver­
ticale si prende stabilendo un piano o arbitrario che corrisponderà al
punto più alto del bordo della fossa (e che sarà ovviamente indicato
nella pianta generale con la sua quota assoluta) ; da tale piano si prendo­
no tutte le misure in profondità dei pezzi nella tomba. In questo modo
si ha la ricostruzione tridimensionale dello stato di fatto in cui la sepol­
tura è stata rinvenuta.
Una volta numerato e messo in pianta l'oggetto, si procede prose­
guendo ad asportare la terra come indicato sopra, senza assolutamente
togliere il pezzo. Solo quando l'oggetto è stato scoperto completamente
e si è giunti al suo piano di giacitura su tutta la superficie della tomba si
12. LO SCAVO DI UNA NECROPOLI 1 43

procede alla documentazione fotografica e poi si toglie il pezzo, assieme


agli altri che eventualmente giacciono sullo stesso piano. Se dal piano
emergono parti di altri oggetti ancora parzialmente sepolti, questi si la­
sciano in posto e si toglieranno successivamente.
Quanto detto, naturalmente, ha valore solo se il riempimento di terra
si presenta omogeneo e non differenziabile. Se, al contrario, scavando la
terra si riescono a distinguere differenze di strati, le loro interfacce van­
no, come ovvio, seguite e documentate come tutte le altre sullo scavo.
È importante ricordare che i vasi eventualmente ancora interi non
vanno svuotati immediatamente del loro contenuto di terra, e questo per
due motivi. Il primo è perché la terra interna tiene uniti tra loro i pezzi
del vaso eventualmente filati o frammentati; il secondo dipende dalla
possibilità che nel vaso fossero contenute offerte di cibo, i cui resti sono
ancora inclusi nella terra di riempimento. Lo svuotamento dei vasi (an­
che delle forme aperte come piatti o ciotole) avverrà, quindi, in seguito in
laboratorio o comunque al di fuori dello scavo, su di un tavolo dove la
terra possa essere raccolta in buste senza rischio di intrusioni, per essere
in seguito esaminata.
Quando iniziano ad apparire le ossa dello scheletro, di solito ci si tro­
va nell 'immediata prossimità del fondo ( FIG. 45). A questo punto può es­
sere utile scendere lentamente a fianco di un lato breve della fossa per in­
dividuarlo, in maniera da poter poi procedere alla pulizia delle ossa nella
loro giacitura. A seconda di come è la situazione il modo di agire è diver­
so. Se lo scheletro si trova sostanzialmente nella posizione originaria sen­
za essere troppo sconvolto, si deve notare tutto: la posizione del corpo in
generale, l'orientamento della testa, la posizione degli arti su perori e in­
feriori, le ossa presenti e mancanti. Per quest'ultimo passo può essere uti­
le, in assenza di antropologi e per evitare definizioni inesatte, impiegare
la scheda antropologica predisposta dal ministero per i Beni culturali e
ambientali, dove si possono segnare con un tratto di matita le ossa pre­
senti ovvero quelle mancanti. In assenza di un antropologo si devono
raccogliere tutti i frammenti di osso, anche quelli più minuti, facendo
ben attenzione alla possibilità che sopra le ossa stesse si trovino oggetti di
ornamento personale, oppure che alcune ossa presentino colorazioni
particolari. Il caso di ossa con colorazione verdastra, infatti, può indicare
che in origine il defunto aveva sul corpo in quel punto un ornamento
bronzeo, ormai polverizzato, ma che ha lasciato, nel lungo processo di
disgregamento, la sua traccia. Appare ovvio, ma è bene ripeterlo, che an­
che le ossa, in connessione o sparse, devono essere messe in pianta.
Asportate le ossa si deve prestare particolare cura a un elemento che
di solito si tende a trascurare. Si deve esaminare con attenzione il fondo
144 METODO E STRATEGIE DELLO SCAVO ARCHEOLOGICO

J;;ii!Q05.! s�.-:
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·:.... ·.. .

Fig. 45: Tomba a fossa i n sezione e pianta.

della tomba sotto lo scheletro, in particolare sotto la sua parte centrale,


per verificare l'esistenza o meno di piccole pietrine più o meno rotonde.
Se si riscontrano, esse vanno raccolte, indicando esattamente la loro po­
sizione. Infatti possono essere piccoli calcoli renali o formatisi in altri or­
gani come cistifellea o pancreas, e l'analisi medica svolta con le tecniche
attuali ci può fornire indicazioni non solo sulle patologie del defunto ma
anche sul suo tipo di alimentazione.
Terminata la pulizia completa della fossa non resta che eseguire il
suo rilievo planoaltimetrico e le sue sezioni inserendo poi il rilievo nella
planimetria quotata dell'intera necropoli, indicando con una piccola
freccia l'orientamento del cranio (se, cioè, il cranio era nella parte
occidentale, la freccia indicherà con la punta l'Ovest) .
I reperti rinvenuti devono essere conservati in maniere diverse a se­
conda della loro natura e stato di conservazione. Le buste di plastica van­
no benissimo, purché si tenga presente che i pezzi devono rimanerci il
minor tempo possibile, perché l'umidità di condensa che vi si forma può
essere molto dannosa. Le scatole di polistirolo sono assai migliori ma
meno funzionali e più costose. Gli oggetti di piccole e piccolissime di­
mensioni si conservano in bustine o meglio in piccole scatole di plastica,
rivestite di materiale morbido. È da sconsigliare il cotone, perché in que-
12. LO SCAVO DI UNA N ECROPOLI 1 45

sto gli oggettini più minuti possono perdersi e perché i suoi filamenti si
attaccano ai pezzi. Molto utili sono contenitori domestici estremamente
funzionali come i vuoti dello yogurt, nei quali si conservano ottimamente
gli oggetti piccoli, dopo averli avvolti in carta igienica, materiale assai
conveniente per l'imballaggio provvisorio dei pezzi.
Comunque si conservi, ogni oggetto prelevato dalla tomba deve esse­
re munito del suo cartellino di identificazione, sul quale si indicherà il
numero della tomba e quello del pezzo, che corrisponde naturalmente a
quello segnato sulla pianta.
Appena il pezzo è stato restaurato il numero va trascritto a china sul
pezzo stesso, oppure su un cartellino più piccolo da legarsi all'oggetto, in
caso di pezzi su cui non conviene o non è possibile scrivere. In questi
casi, dal momento che l'esperienza insegna che i cartellini tendono a sle­
garsi e a perdersi con facilità, è indispensabile procedere a una fotografia
del pezzo chiara ed evidente, vera e propria foto segnaletica, con un car­
tellino che ne indichi il numero identificativo.
Quanto detto sino a ora per le tombe a fossa è valido anche per le
tombe a cassone, a sarcofago e tipi assimilabili.

Tombe a enchytrismos

Le tombe a enchytrismos consistono in sepolture entro anfore o grandi


dalia. Nel primo caso le anfore, per poter ricevere i resti umani, venivano
tagliate abitualmente all'altezza della spalla oppure veniva loro praticata
un'apertura nel ventre; al momento della deposizione i pezzi del vaso ve­
nivano riaccostati tra loro. Nel secondo caso i defunti venivano posti al­
l'interno del vaso sfruttandone le grandi dimensioni, magari un po' ran­
nicchiati. La deposizione dei dalia e delle anfore avveniva poi in una fos­
sa scavata nella terra.
Lo scavo non pone particolari problemi, una volta individuato il
profilo della fossa e il contorno del vaso. In questi casi si ritiene conve­
niente assegnare un numero di US al contenitore, in quanto deposto
nella fossa e quindi risultato di un'azione che riempie una US negativa.
Frequentemente le anfore, in primo luogo e più di ogni altro reperto
sono molto frammentate e si deve riuscire a riconoscere i loro fram­
menti da quelli di eventuali altri vasi. Anche in queste situazioni vale
costantemente l'aurea regola che dispone di raccogliere· sempre tutto
quello che si trova; sarà in una fase successiva, di restauro, che saranno
identificati i frammenti di anfora distinguendoli da quelli di altri vasi
oppure dai cocci che si trovavano casualmente nella terra di riempi­
mento e rinzeppamento della fossa.
METODO E STRAlH;JE DELLO SCAVO ARCHEOLOGICO

Tombe a incinerazione

Queste possono essere di diversi tipi. La tipologia più generale e consue­


ta, adottata in epoche diverse, è quella che vede le ceneri del defunto rac­
colte in un cinerario, di forma e materiale differente a seconda delle epo­
che e delle culture. Il contenitore era posto in una fossa del terreno, rive­
stita o meno di lastrine di pietra (a cista litica), coperta o meno da pietre
ecc. Talvolta il cinerario vero e proprio poteva essere inserito in un altro
contenitore. Per fare un esempio noto direttamente, nella necropoli ro­
mana di età imperiale di Nora (Pula, Cagliari), almeno in un caso
l'urna-cinerario in vetro era contenuta, assieme ad alcuni unguentari vi­
trei, in un'urna di terracotta.
Nel caso di una tomba a cista litica o/e con copertura di piccolo tu­
mulo di pietre, la struttura deve essere considerata come una consueta
US e inserita come tale nella procedura dello scavo.
Nel caso, invece, di urne poste in una semplice infossatura del terre­
no, si procederà come per gli enchytrismoi.
Un altro tipo di incinerazione è quello che non prevede la raccolta
dei resti del defunto e la loro collocazione in un'urna assieme al corredo,
ma che vede il defunto e il corredo bruciare assieme (oppure il corredo
deposto dopo l'arsione sui resti della p ira ancora a elevata temperatura,
con conseguente deterioramento degli oggetti) sul rogo, che poi veniva
ricoperto di terra (ustrinum o bustum) .
In questi casi si deve individuare la chiazza di bruciato che indica
l'esistenza del rogo e poi, dopo averla ben delimitata, si procede ad
asportare il bruciato e quello che vi è contenuto, facendo ben attenzione
a non tralasciare niente. Si tratta di un'operazione un po' complessa per
diversi motivi. Il primo può essere dato dalla preoccupazione di non toc­
care i carboni con le mani per evitare una loro contaminazione in vista di
un'analisi al C 14 (anche se tale analisi non ha molta utilità per epoche
storiche); a questo si può ovviare raccogliendo inizialmente i carboni più
grandi con le precauzioni del caso e togliendo poi senza problemi il re­
sto. L'importante, comunque sia, è raccogliere e tenere separati i pezzi di
carbone di dimensioni più importanti perché possono essere analizzati
anche dal punto di vista naturalistico, per l'identificazione della specie
arborea. Un secondo motivo di difficoltà deriva dal fatto che i materiali
bruciati tendono a confondersi con i carboni, con la cenere e con la terra
annerita; se il tempo è umido o disgraziatamente piove un po', allora ci si
trova di fronte a un impasto nero in cui tutto tende a confondersi e in cui
non si riesce a discernere molto, con il rischio di perdere gli oggetti di di­
mensioni minute. L'unico consiglio che si può fornire è quello di cercare
12. LO SCAVO DI UNA NEC:ROPOL! 147

di tenere tutto il più asciutto possibile e usare tanta pazienza, passando


letteralmente tra le mani ogni centimetro quadrato di chiazza di bruciato
tolto con la cazzuola e poi passando il materiale di risulta alla griglia non
appena si è asciugato.

Tombe a camera

In questo caso il discorso si differenzia abbastanza nettamente. Se la


tomba a camera è ricavata nella roccia per via di levare, deve essere indivi­
duata come una US negativa, cui si farà anche il numero progressivo del­
la tomba stessa (ad esempio: US -125 = Tomba 2). Se, invece, siamo di
fronte a una camera costruita, si adotta la consueta procedura per la regi­
strazione delle strutture (numeri di US, di USM ecc., cui si aggiungerà
poi in equivalenza il numero progressivo della tomba) .
Le camere, abitualmente, venivano usate per più deposizioni, e quindi
aperte e richiuse più volte in uno spazio di tempo che può owiamente va­
riare da caso a caso (FIG. 4 6). Non è infrequente che, per fare posto a nuove
deposizioni, si accatastasse da un lato il corredo di parte delle precedenti.
Lo scavo delle tombe a camera è, di norma, piuttosto difficoltoso e
da eseguirsi con la massima cautela, ancor di più che nel caso delle tombe
a fossa. Questo per diversi motivi. Il primo è che non sempre la struttura
della tomba (sia essa scavata nella roccia o costruita) è ben conservata,
staticamente stabile e sicura. Conviene abitualmente fare esaminare la
tomba da un esperto in problemi statici (ingegnere o architetto) prima di
awenturarsi nello scavo. Se la tomba è pericolante e pericolosa sarà il
consulente a indicare i sistemi che devono essere adottati per poter ope­
rare senza rischio alcuno. È da tenere sempre ben presente il fatto che lo
scavo non deve mai assolutamente presentare alcun rischio per gli scava­
tori. Il direttore dello scavo è responsabile dell'incolumità del personale
che da lui dipende. Di norma gli archeologi tendono a sottovalutare il pe­
ricolo, assumendosi in prima persona il rischio, e anche gli operai sono
propensi comunque ad operare in qualsiasi situazione, sia per curiosità
che per timore di rimanere senza lavoro. Se esiste il dubbio che la struttu­
ra non sia staticamente sicura non si deve procedere oltre. Si dovrà prov­
vedere a far sorvegliare la tomba finché non sia possibile intervenire, op­
pure farla reinterrare per proteggerla.
Di norma le tombe a camera ipogeica hanno come entrata un portel­
lo di accesso chiuso con un blocco, una lastra, un muro in pietre ecc.
Come sempre il tutto va documentato sia graficamente che fotografica­
mente, poi si può procedere alla rimozione della chiusura, possibilmen­
te, se si tratta di blocco o lastra, senza romperla. Immediatamente dopo
" '"t'' IVI I '. I l > I Jl l i'. � I Hc\ IH ; 1 1 l 11 : 1 . 1 .1 l SI :i\ VI l i\I(CJ IEI li.( )( ; I CO

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...... .

. • : "

Fig. 46: Planimetria di una tomba a camera.

la chiusura principale si possono trovare altre forme di chiusura. Chi


scrive ha presente il caso di una tomba p unica di Sant' Antioco nella qua­
le, dietro il portello di ingresso, sono state trovate le tracce di un muro in
mattoni crudi.
Rimanendo nell'esempio di una tomba a camera ipogeica, abitual­
mente la camera (o le camere) sono colme di terra, completamente ovve­
ro sino a una certa altezza.
12. LO SCI\ VO DI UNA N ECROPOLI 1 49

Se la tomba è completamente o molto interrata lo scavo è assai disa­


gevole. Questo perché il portello di ingresso di norma è piuttosto basso,
e quindi si deve procedere sgrottando la terra immediatamente adiacente
l'ingresso, prestando particolare attenzione a eventuali forme di chiusura
secondaria e a possibili reperti. Se ne troviamo si devono registrare con
un apposito numero, fissandone anche la posizione tridimensionale in
riferimento a tre punti che, nella fase iniziale di scavo, andranno presi
provvisoriamente così come consentono la situazione e la necessità di mi­
surazione. È ovvio che, successivamente, il pezzo andrà ricollocato in
base alle coordinate definitive della tomba.
Dopo aver liberato uno spazio sufficiente per poter stare in piedi
all'interno della camera, si deve procedere lavorando al di sopra della
terra di accumulo, se c'è spazio sufficiente tra questa e il soffitto. Se non
c'è bisogna crearselo, scavando una sorta di trincea, partendo dalla som­
mità della terra accumulata, della profondità necessaria per poter poi
operare su di un piano e non più in sezione. Questo non vuoi dire, si badi
bene, che si deve fare un taglio che consenta di stare in piedi; l'altezza tra
il soffitto e la superficie da scavare deve essere tale da consentire lo scavo
da seduti o inginocchiati, e pazienza se è scomodo.
Dopo aver liberato lo spazio sufficiente e ci si trova finalmente a sca­
vare su una superficie piana, è opportuno impostare il peso del corpo su
tavoloni, in modo da distribuirlo il più possibile su di una superficie am­
pia, cosa che riduce il rischio di rottura per compressione degli oggetti
sottostanti.
Preliminare a tutte queste operazioni è il problema dell'illuminazio­
ne. Le pile, anche se di grandi dimensioni e di forte luminosità, servono
solo a illuminare piccoli spazi di terreno, creando un fortissimo " effet­
to-ombra" nelle zone adiacenti, e riscaldano molto. La soluzione miglio­
re è quella di un piccolo generatore e lampade a luce fredda, che sono
utilissime anche per la documentazione grafica e fotografica.
Nello scavo delle tombe a camera del tipo sopra indicato si deve pre­
stare particolare attenzione alla possibilità di rinvenire oggetti anche al di
sopra di un eventuale crollo del soffitto o di parti di esso. Questo deriva
dalla presenza di nicchie nelle pareti che contenevano parte del corredo.
Nel corso del tempo una parte del soffitto può cadere sopra la terra accu­
mulatasi all'interno sul pavimento; dopo un altro periodo di tempo si
sfalda la parete in cui è ricavata la nicchia e gli oggetti cadono sopra la
terra che si è accumulata sopra il crollo del soffitto. Il ritrovare, quindi,
degli oggetti in questa situazione ci può indicare che in origine la camera
era dotata di nicchie, anche se allo stato attuale queste non sono più per­
cepibili a causa del degrado.
1 50 METODO E STRATEG I E DELLO SCAVO ARCI IEOLOGICO

Parimenti, situazioni unitarie di oggetti rinvenuti assieme in giacitu­


ra a un livello superiore a quello del pavimento difficilmente possono es­
sere dovute a fenomeni di galleggiamento e fluitazione; è più verosimile
l'ipotesi che i pezzi si trovassero originariamente su un tavolo !igneo o
una mensola e, al loro disfacimento, siano caduti sulla terra che, nel frat­
tempo, si era accumulata all'interno della camera.
Se la composizione del terreno è tale da corrodere gli elementi orga­
nici, è presumibile che non si siano conservati i resti del defunto. Per cer­
care di individuare il numero delle deposizioni si deve porre cura nel­
l'evidenziare le concentrazioni dei materiali di corredo. Se si è fortunati
ogni deposizione dovrebbe aver mantenuto accorpato il proprio corre­
do. Naturalmente tanto minore è il numero delle deposizioni, tanto più è
maggiore la possibilità di trovarle nella situazione originaria. Certamente
questo dipende anche dalle condizioni della tomba: se è stata interessata
dall'infiltrazione di acqua, con il galleggiamento e spostamento dei pezzi,
allora i materiali possono presentarsi confusi. Al momento della ripulitu­
ra del pavimento bisogna applicarsi con impegno per l'eventuale indivi­
duazione di chiazze di terreno più scuro, che potrebbero corrispondere
al disfacimento di sostanze organiche, e quindi al luogo di deposizione
del defunto; bisogna, però, stare attenti a non confondersi con le tracce
lasciate dal disfacimento delle piccole radici che si infiltrano nelle tombe,
che, comunque, si riescono a riconoscere abbastanza facilmente perché
presentano una trama sottilmente filiforme. Anche la presenza di bloc­
chetti in pietra, grossi sassi, resti di mattoni di fango, disposti sul pavi­
mento possono indicare il luogo di deposizione delle bare, poggiate su
tali supporti. Un altro indizio della disposizione delle bare può essere
dato dalla localizzazione delle eventuali maniglie oppure della coppiglie
in bronzo che tenevano assieme le assi, oppure anche dalle tracce verdi
nel terreno che indicano il disfacimento del metallo. In ambito punico di
Sardegna si è poi potuto verificare che sovente le bare venivano sigillate
all'interno con argilla cruda, spesso dipinta di rosso, e frammenti di tali
rinforzi posti negli angoli sono ben riconoscibili, in quanto con la faccia
esterna ben squadrata, mentre quella interna conserva tracce di pittura;
questi frammenti di angolo ci possono anch'essi indicare la localizzazio­
ne delle deposizioni.
Per il resto lo scavo delle tombe a camera non differisce molto da
quello delle tombe a fossa. Gli oggetti vanno numerati e documentati
nella loro posizione, individuandoli con il consueto sistema di coordina­
te tridimensionali. Nel caso di una tomba interessata da crolli di parti del
soffitto e smottamenti delle pareti, è facile che questi abbiano colpito il
corredo, e ci si trovi dinanzi a un gran numero di frammenti sparsi in
12. LO SCAVO DI UNA NECROPOLI

zone più o meno ampie, dei quali non è agevole identificare la pertinenza
a uno solo o a più vasi simili. In questo caso conviene assegnare un unico
numero a tutto il gruppo dei cocci documentando l'area della loro di­
spersione fotograficamente e graficamente, e poi affidarli ai restauratori.
Qualora i vasi siano più di uno si ricorrerà al numero comune seguito da
lettere dell'alfabeto (ad esempio: 25a, 25b).
Infine si deve prendere in esame il caso di tombe con il soffitto crolla­
to e conseguente infiltrazione di materiali più tardi all'interno della terra
che filtra attraverso le macerie della copertura. Di norma questi materiali
sono largamente frammentari e non ricomponibili, mentre i vasi della
tomba dovrebbero poter essere ricomposti quasi integralmente, e questo
è un primo criterio di giudizio. Il secondo deriva dallo scavo vero e pro­
prio, tramite il quale si dovrebbe riuscire a distinguere la terra infiltrata
nella camera prima del crollo e quella infiltrata attraverso il crollo, essen­
do la prima abitualmente dovuta a penetrazione di acqua fangosa e quin­
di molto più plastica.
Bibliografia

Si precisa che non si vuole fornire una bibliografia esaustiva sulla meto­
dologia dello scavo archeologico. Vengono citati solo i contributi effetti­
vamente consultati e citati, in cui si potranno trovare i rimandi ad altre
opere.

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Sommario

Presentazione 7
di Daniele Manacorda

Introduzione I3

I. Storia della metodologia stratigrafica 21

2. Lo scavo: concetti generali 43

3· L'organizzazione del cantiere 50

4· Lo scavo nella pratica 55

5· Le schede di unità stratigrafica 68

6. Pratica del rilievo archeologico e documentazione 76


grafica sullo scavo
di Anna Maria Colavitti

7· La documentazione dello scavo: fotografie e matrix 92

8. Lavaggio, classificazione e conservazione dei materiali 103

9· Cronologia basata sulla ceramica in una US (o in un III

gruppo di US)

IO. I residui nella stratificazione archeologica I20

II. Lo scavo urbano 129

12. Lo scavo di una necropoli IJS

Bibliografia l)�