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Studio di Norwich del 1974:

Peter Trudgill nacque a Norwich (UK) nel 1943. Egli fu il primo ad applicare il metodo laboviano al contesto
inglese. Fu tra i maggiori esperti delle varietà (dialects) inglesi e il suo lavoro si concentrò molto sulla sua
città natale, Norwich. Lavorò molto sul concetto di “new town” koinè, nel progetto ONZE, e fu autore di una
importante riflessione teorica sul concetto di “Style” in sociolinguistica.

La città era divisa in 4 zone, rappresentanti diversi ceti sociali (ad esempio il tipo di abitazioni).
L’intervistatore poteva parlare lo stesso dialect dell’intervistato (“paradosso dell’osservatore” minimizzato).
Applica il metodo laboviano al classico contesto inglese: fece interviste semistrutturate a 50 adulti e 10
ragazzi in età scolare e introdusse la variabile diafasica a 4 livelli: letteura di un brano in prosa, lettura di
lista di parole, intervista formale, intervista meno formale (episodio divertente).
Come distinguere formale/informale? Trudgill (così come Labov) parla di “suggerimenti di canale” che
indicano che una data parte dell’intervista è più informale (ad esempio ritmo più accelerato, pitch più alto).
Come risultati si ebbe la variabile linguistica ng: [n] (sub-standard), [ŋ] (standard). Quest’ultima è più
frequente nei parlanti di classe sociale alta, nei contesti più controllati (distribuzione laboviana “di
prestigio”).
Lo studio si tratta di un ottimo esempio di “dialettologia urbana”, cioè di lavoro che sta tipicamente a
cavallo fra la dialettologia (variabilità diatopica) e sociolinguistica (variabilità diastratica); vennero prese in
esame 16 variabili relative a 3 consonanti e 13 vocali, tra cui appunto la variabile (ng).

Labov a New York.


I principali obiettivi di questo studio sono: verificare la distribuzione diastratica e quella diafasica delle
varianti, identici are le varianti di prestigio, identificare e spiegare eventuali cambiamenti diacronici nell’uso
delle varianti.
In inglese esiste una variabile (r) per quanto riguarda la pronuncia di questo suono in alcune posizioni nella
parola. Davanti a una vocale questo suono è sempre pronunciato (ad esempio rose, true, Mary, ecc.) e
quindi non è variabile. In altre posizioni, invece, e cioè davanti a una consonante (ad esempio word, arm)
oppure alla fine di parola (car, four) esistono due possibili varianti:
1. La (r) viene pronunciata, quindi variante [r]
2. La (r) non viene pronunciata affatto, quindi variante [Ø], cioè zero.
Lo studio consistette nell’andare in tre grandi magazzini di New York che si rivolgevano a tre gruppi socio-
economici chiaramente definiti – Saks (alto), Macy’s (medio) e S.Klein (basso) – e studiò come i loro
dipendenti pronunciavano la frase “fourth floor”. I suoi risultati dimostrarono che i dipendenti di Saks
pronunciavano la r più spesso, che quelli di Macy’s pronunciavano la r meno spesso, e che da S.Klein, il 75%
dei dipendenti non dicevano affatto la r. Un’altra tendenza che Labov notò fu che in tutti e tre i magazzini,
ma da Macy’s in particolare, quando erano invitati a dire “fourth floor” una seconda volta, era molto più
probabile che i dipendenti pronunciassero la r.
Nell’inglese britannico, la variante considerata standard usata dalle classi medio-alte e preferita nei contesti
formali è la variante [Ø], e lo stesso vale nell’area nord-orientale degli Stati Uniti, il cosiddetto New England.
La città di New York condivideva lo stesso modello di tipo britannico almeno fino agli anni ’30 del
Novecento. I dati di Labov, raccolti negli anni ’60, mostrano invece una situazione profondamente
modificate: le classi medio-alte preferiscono infatti sistematicamente la variante [r], tutti i gruppi sociali
tendono a usare un maggior numero di [r] negli stili formali. Evidentemente, la variante di prestigio
nell’inglese di New York non è più [Ø], ma [r].
Nella regolarità dello schema emerge un elemento “anomalo”: la classe medio-bassa negli stili più formali
ha una tendenza a usare la variante di prestigio ancora di più della stessa classe medio-alta. La classe
medio-bassa adotta un modello di riferimento, considerato “corretto”, ma supera lo stesso modello. Tale
comportamento è chiamato ipercorrettismo. Secondo Labov, questa caratteristica è data dall’insicurezza
della classe medio-bassa, cioè la sua insoddisfazione per il proprio status e la sua ansia di migliorare la
propria immagine. Lo stesso risultato è stato osservato anche da altri studiosi, che hanno sostituito alla
categoria di classe sociale quella di grado di istruzione. IN questo caso, è il gruppo dei diplomati a
scavalcare quello dei laureati nell’uso della variante di prestigio negli stili più formali. Se si confrontano le
risposte in base al genere, sono le donne a mostrare una tendenza ipercorretta, quindi una maggiore
insicurezza dovuta evidentemente allo svantaggio sociale subito.

Registri linguistici del Javanese


Il javanese presenta tre diversi registri linguistici, che dipendono dal contesto sociale. Ognuno di questi
registri presenta un proprio vocabolario, regole grammaticali e addirittura versi:
- Ngoko: registro informale, usato per la comunicazione con amici e parenti stretti, ma anche da persone di
alto status con uno di basso status, come un anziano ad un giovane o un capo al suo dipendente;
- Madya: forma intermedia. Un contesto dove il madya potrebbe essere usato è in una interazione tra
stranieri nelle strade, quando non si vuole essere né troppo informali né troppo formali;
- Krama: registro formale puro. È usato tra persone dello stesso status che non vogliono essere informali ed
è anche il registro usato per i discorsi o i documenti ufficiali, ma anche negli annunci. È usato da persone di
uno status più basso per comunicare con uno di più alto status.
Esempio:
- italiano: voglio mangiare
- javanese (ngoko): Aku arep mangan
- javanese (madya): Kula ajeng nedha
- javanese (krama): (neutrale) Kula badhe nedha, (modesto, umile) Dalem badhe nedha.

Lingua della suocera


La lingua della suocera (o parlare tabù) è una caratteristica di molte lingue australiane aborigene e di alcune
lingue native nordamericane per cui in presenza di alcuni parenti è tabù l’uso della lingua quotidiana e
risulta necessario l’uso di un nuovo linguaggio. I registri delle lingue della suocera tendono ad avere la
stessa fonologia e la stessa grammatica della lingua standard di cui fanno parte, mentre il lessico tende ad
avere delle restrizioni rispetto al linguaggio normale, poiché deve essere usato solo quando sia
assolutamente necessario parlare con i parenti tabù.
Ad esempio, nella lingua dyirbal, c’è il registro linguistico normale (guwal) e il registro tabù dyalngui che
consiste nel sostituire alcune parole guwal con una serie speciale di elementi lessicali quando si sia in
presenza di parenti acquisiti del sesso opposto, in presenza di nipoti acquisiti del sesso opposto e di cugini
acquisiti del sesso opposto. Queste parole sono comunque in numero ristretto, e il loro significato tende ad
essere più generico (per esempio il verbo dyalngui bubuman sostituisce i verbi guwal baygun “scuotere”,
dyindan e banyin “colpire”)

Variazione diafasica: i sottocodici


I sottocodici sono varietà diafasiche caratterizzate da un lessico speciale, in relazione a particolari domini
extralinguistici e alle corrispondenti aree di significato. La loro funzione e il loro compito sono quelli di
mettere a disposizione un inventario di segni per la comunicazione circa determinati argomenti e ambiti di
esperienza e attività, in modo che questa sia il più possibile univoca, precisa ed economica, e quindi risulti
più efficace e funzionale riguardo a temi specifici. Con variazione di sottocodice si intende il variare della
lingua in dipendenza dalla natura dell’attività svolta nella situazione, dall’insieme delle esperienze e azioni
che questa implica, e quindi dall’argomento di riferimento del discorso; i sottocodici (detti anche “linguaggi
settoriali”, “lingue speciali”, “microlingue” e simili) sono caratterizzati da un lessico speciale, connesso a
particolari settori di attività (medicina, informatica, chimica, astronomia, diritto, orticultura, linguistica, ecc.)
e relative sfere di significato.

Lingue speciali in senso stretto: sottocodici veri e propri


Forniti e contrassegnati da lessico particolare e da eventuali tratti di morfosintassi e di testualità
caratteristica.

Lingue speciali in senso lato: i linguaggi settoriali


Non hanno propriamente un lessico specialistico, ma sono comunque strettamente collegate ad aree
extralinguistiche particolari di impiego e sono caratterizzate da scelte lessicali e da formule sintattiche e
testuali (es. lingua della critica letteraria, lingua della moda, lingua della pubblicità)

Gerghi
Hanno un lessico particolare con propri meccanismi semantici e di formazione delle parole, ma senza il
carattere di nomenclatura, e sono legati non a sfere di argomenti ed aree extralinguistiche, ma piuttosto a
gruppi o cerchie di utenti (es. il gergo della malavita, degli ambulanti, ecc.)

Sia le lingue speciali in senso stretto che i gerghi possiedono varietà dotate di un lessico vero e proprio. Solo
le lingue speciali in senso stretto hanno un lessico avente natura di terminologia. Queste ultime hanno un
lessico molto marcato tecnicamente, mentre le altre meno. I gerghi hanno un raggio d’azione preciso che li
rende strettamente legati a un gruppo particolare di utenti, leggermente meno le lingue speciali in senso
stretto, mentre invece le lingue speciali in senso lato sono usate per una larga cerchia di destinatari.
Solamente i gerghi hanno una funzione criptica e di “antilingua”.

Lingue speciali: campo e tenore


- Livello scientifico
- Livello divulgativo

Caratteristiche del lessico dei sottocodici:


Appropriatezza, economia, precisione
Natura denotativa e referenziale (oggettività e monoreferenzialità)
Precisione, neutralità emotiva

Processi di creazione del lessico dei sottocodici:


1. Associazione di un significante nuovo e specifico ad un significato nuovo e specifico (es. meccanica:
spinterogeno)
2. Associazione di un significante già esistente ad un significato nuovo (frizione, alimentazione, candela)
3. Associazione di un significante già esistente ad un significato già esistente (spider)

Modalità di creazione di neologismi:


- neoformazioni assolute (con composizione di elementi lessicali e/o affissi: spinterogeno, ricetrasmettitore,
idrocortisone)
- specializzazione di termini già esistenti nella lingua comune (meccanica, base, momento)
- prestiti da lingue straniere o classiche (spider, ictus)
- sigle e acronimi (TAC, LASER)

Per l’italiano:
Galileo Galilei =
- terminologia delle officine e degli arsenali
- termini della lingua comune del volgare toscano reimpiegandoli con accezioni diverse
Medicina: ‘600
Economica: ‘700
Chimica e biologia: ‘700 / ‘800

Lingue speciali: oltre il lessico


Nominalizzazione, perdita d’importanza del verbo, alta densità semantica, uso ridotto delle preposizioni,
uso del passivo e delle forme impersonali.

Gergo VS sottocodice/lingua settoriale


Connotazione socio psicologica del gergo: è la “contro lingua” o “antilingua”. Le lingue settoriali e i
sottocodici si collocano sostanzialmente sull’asse diafasico, il gergo si colloca nel punto d’incontro tra asse
diafasico e quello diastatico.

Modello SPEAKING di Hymes, 1974.

S – Situation: ambientazione (setting), scena (scene), confini temporali (interni ed esterni), confini spaziali
(interni ed esterni), marcatori linguistici dei confini (es. rito religioso, processo, lezione, conversazione
spontanea)

P – Partecipants: parlante (o emittente), destinatario, mittente, ascoltatore (o ricevente o uditorio)

E – Ends: scopi risultati vs scopi fini; scopi individuali vs scopi societari; scopi primari vs scopi secondari

(Il linguaggio e il contesto socioculturale sono due facce della stessa medaglia. Es. SOUNDING e MAALOO
dei Samoani)

A – Act sequences: forma e contenuto del messaggio

K – Key: chiave

I – Instrumentalities: canale, forme di parlata.

(Forme di parlata = variazione linguistica: diamesica, diatopica, diastratica, diafasica //


Canale = scritto VS parlato //
Nuove tecnologie e varietà intermedie = nuove forme intermedie nel continuum scritto-parlato: uso
creativo dei caratteri tipografici, uso di emoticons, aumento di forme colloquiali nello scritto)

N – Norms: norme di interpretazione, di interazione e differenze culturali: valore del silenzio, tempi della
presa di turno, tipologia di evento comunicativo, tipologia di situazione comunicativa

G – Genres: generi
Forme di parlata = diamesia > diafasia > diastratia > diatopia

Diatopica  dipende dal luogo (esempi di italiano regionale sardo; inglese americano vs britannico)

Diastratica  dipende dalla classe/strato sociale.


Classe sociale: strato della popolazione caratterizzato da una certa omogeneità sul piano economico e
culturale.
La società è organizzata intorno a un certo numero di punti focali distinti, ognuno dei quali definisce una
norma diversa di comportamento e attrae in misure diverse l’adesione da parte dei membri della società.
Fattori di individuazione dello strato sociale: reddito, grado di istruzione, occupazione (Labov); reddito,
grado di istruzione, occupazione, tipo di abitazione, luogo di abitazione, occupazione del padre (Trudgill); pi
generalmente grado di istruzione, occupazione // individuazione della stratificazione a tre o più livelli

Es. italiano popolare: modo di esprimersi di un incolto che, sotto la spinta di comunicare e senza
addestramento, maneggia quella che ottimisticamente si chiama la lingua “nazionale”, l’italiano; tipo di
italiano imperfettamente acquisito da chi ha per madrelingua il dialetto; italiano dei semicolti
Unitarietà vs caratterizzazione diatopica; varietà scritta / parlata; lingua semplificata vs lingua selvaggia
Fonetica: errori di accentazione (persuàdere, centrifùga); evita menti di sequeze foniche complesse o
estranee al sistema ( [pisi]cologo, ga[se])
Scrittura: tratti dovuti a interferenze dialettali o regionali o a fenomeni di ipercorrettismo; mancata
percezione dei confini delle parole e alcune improprie segmentazioni; difficoltà nella resa delle doppie,
spesso scempiate o raddoppiate per ipercorrettismo, specie da scriventi settentrionali; semplificazione dei
nessi consonantici, nella grafia e nella pronuncia; errori di ortografia frequenti (h omessa o inserita
erroneamente, q indebitamente estesa, promessi con digrammi e trigrammi); uso improprio di segni
paragrafematici (accenti, apostrofi, uso casuale o “reverenziale” delle maiuscole, punteggiatura assente o
casuale).
Morfologia: a) tendenza a regolarizzare i paradigmi nominali e aggettivali (es. la moglia, inglesa, la nava);
b) scambi tra aggettivi e avverbi e rafforzamento “analitico” di comparativi e superlativi sintetici (es. il posto
meglio, molto ottimo, più migliore); c) sovraestensione del clitico dativo “ci”, che assume anche il valore di
“a lui”, “a lei” e “a loro” (es. ci do un bacio, posso dirci una cosa?), che sembra marcato in diatopia come
settentrionale o meridionale; al centro si generalizza piuttosto “gli”, spesso sovra esteso anche al maschile
“le”, forse per ipercorrettismo, o per influsso dell’allocutivo di cortesia; notevoli anche sequenze di clitici
contrarie all’ordine standard (“non si ci vede” al posto di “non ci si vede”); d) uso del possessivo “suo”
anche per la III persona plurale, invece di “loro”; e) nel sistema verbale, scambi fra gli ausiliari dei verbi
attivi (ho rimasto, sono mangiato), forme improprie “analogiche”, nel congiuntivo (potiamo, vadi, facci,
stasse), nel passato remoto (misimo al posto di mettemmo) e nel participio passato (faciuto al posto di
fatto); generale riduzione dei tempi e dei modi.
Sintassi: a) estensioni di concordanze a senso (la gente applaudivano); b) nella frase relativa vi è la
sistematica adozione del “che” polivalente e sovraestensione di “dove” (il giorno dove mi sono sposata),
commistione del modello analitico con quello sintetico (ho ricevuto la lettera che con la quale mi dici che
stai bene), l’uso di “la quale” non preceduto da preposizione (la tua lettera la quale mi sono rallegrato),
anche invece di “che” pronome e talvolta perfino congiunzione (capisco la quale stai bene); c) ripetizione
del clitico in perfirasi con i verbi modali (ti devo dirti); d) periodo ipotetico con doppio condizionale (se
saresti tu al posto mio, faresti la stessa cosa) o con doppio congiuntivo (se potessi, lo facessi)
+ sistematiche riprese clitiche di elementi dislocati a sinistra (a me mi piace), proprie anche del parlato neo-
standard; alta frequenza di frasi con tema sospeso e con accusativo preposizionale
Lessico: a) scambio di suffissi (discrezionalità al posto di discrezione) e prefissi (indispiacente al posto di
dispiaciuto, spensierato al posto di pensieroso); produttività del suffisso zero e della sottrazione di suffisso
(prolungo al posto di prolungamento, spiega al posto di spiegazione); presenza di morfemi aggiuntivi (i
tranquillizzanti al posto dei tranquillanti); b) malapropismi, cioè parole storpiate sul piano del significante
per accostamento paretimologico ad altre più note (celebre al posto di celibe, debellare al posto di
cancellare, fibrone al posto di fibroma, rimboccare al posto di rabboccare, altrite per artrite, sodomizzare
per somatizzare, colpo circuito per corto circuito), particolarmente frequenti coi nomi propri e parole
straniere (tic per ticket, bodo per body); c) uso di popolarismi espressivi (botta, botto, macello); d)
preferenza per strutture lessicali di tipo analitico (fare sangue per sanguinare, malato al cervello per pazzo);
e) ricorso a dialettismi e, in documenti di emigranti, fenomeni di interferenza con la lingua 2 (anche ad altri
livelli del sistema); f) burocratismi, come “con la presente vengo a dirti…”, nell’uso di firmare o presentarsi
con cognome e nome, segnalazione di sé come “il sotto scritto” per poi passare a forme di I persona
singolare