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18/6/2019 Tik Tok come incubo – Nazione Indiana

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 ALLARMI, INEDITI

Tik Tok come incubo


by mariasole ariot • 17 Giugno 2019 • 1 Comment

di Alberto Brodesco

TikTok – diciamo subito – è un incubo per un adulto, non certo per la generazione Z che lo usa
e lo ama. Chi è nato prima del 2000 e non ha figli adolescenti o pre- può aver bisogno di una
descrizione di questo nuovo social media: TikTok è un’app che serve a filmare e condividere
video brevi (da 3 a 60 secondi, ma di solito meno di 15) che mostrano il creatore del video
mentre balla, canta, fa lip sync, racconta qualcosa, scherza, si muove, va a caccia di simpatia.

Ad aver adottato questa app di videosharing come medium generazionale sono in particolare i
ragazzi delle scuole medie e dei primi anni delle superiori. Un video di TikTok nasce quasi
sempre in abbinamento a una musica. Il suo protagonista è il teenager (o pre-teen) che lo
realizza. L’inquadratura parte da se stessi. Appena installata l’app, ci si trova in un disorientante
labirinto di specchi, una distopia warholiana dove l’immagine del TikToker continua a
moltiplicarsi e moltiplicarsi. Come scrive Clara Mazzoleni su Rivista Studio, “all’inizio il
cervello dell’adulto prova un sottile ma persistente senso di di fastidio”. Si sprofonda in un
abisso composto da ragazzini che si esibiscono, in una dimensione ibrida tra quella dello “show”
(mi mostro mentre faccio qualcosa di interessante/artistico/curioso) e quella dell’esibizionismo
puro e semplice (mi mostro e basta).

Si può certo sostenere che è un gioco, che non c’è niente di male, che sono poco più che
bambini, e via minimizzando. Moralismi e nostalgie non hanno in effetti nessun impatto sulla
considerazione che i teenager hanno di questo spazio virtuale. Presto l’app-giocattolo verrà
abbandonata in favore di qualcos’altro. Poi si dice di solito: il problema non è lo strumento
tecnologico, ma l’uso buono o cattivo che se ne fa. Ci si dimentica però così della non-neutralità

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18/6/2019 Tik Tok come incubo – Nazione Indiana

dei dispositivi, che


cambiano le nostre
percezioni o la
portata dei nostri
sensi al di là dei
contenuti che
trasmettono. Come
scrive ancora
Mazzoleni, “il
germe di TikTok si
è ormai diffuso e,
così come
Snapchat – che ha
obbligato
Zuckerberg a
trasformare
Instagram –, ha
contaminato il
mondo, e si
prepara ad alterare
il modo in cui
comunichiamo e
usiamo i nostri
telefoni”.

La “continuità
d’utilizzo” nella
manipolazione
dello smartphone,
ad esempio, ha
cambiato la prassi
della registrazione di immagini, che privilegia ora il formato verticale. Come dichiara il
sociologo Davide Bennato, “usiamo il cellulare prevalentemente in modalità verticale, per cui
metterlo in modalità orizzontale solo per i video è considerato un uso innaturale, una specie di
attrito cognitivo che si scontra con la rapidità d’uso e con le nostre abitudini”. Le app (Snapchat,
Instagram, TikTok) hanno investito, adottato, legittimato, rafforzato questa sensazione di
comodità-continuità.

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18/6/2019 Tik Tok come incubo – Nazione Indiana

È così che il dispositivo produce potenti conseguenze. L’innocua idea di riprendere in verticale
crea un immaginario proprio, che si mette di traverso rispetto a quelli che sono la storia e il
sapere orizzontali dell’audiovisivo, accumulati nei secoli precedenti da cinema e televisione, ma
anche dalla fotografia e dalla storia dell’arte. Il formato verticale tende a premiare il corpo
umano, a spingere nella direzione del ritratto e dell’autoritratto, che ora si chiama selfie. Il
dispositivo induce insomma alla riproduzione del sé, non dell’altro da sé, o alla sovrimpressione
tra soggetto e oggetto.

Anche quando si filma qualcosa al di fuori, si inserisce nell’inquadratura una parte del proprio
corpo (piedi nudi cesellati nel tramonto in spiaggia, il proprio volto che affianca al Louvre
quello di Monna Lisa…), per dimostrare la presenza in situ, per lasciar emergere la visione in
prima persona di quell’evento o esperienza. Come scrive Richard Bégin, “numerose immagini
mobilografiche circolanti su Internet mostrano assai poco di un avvenimento, se non
l’esperienza corporale di ‘chi filma’ in presenza di quell’avvenimento”. Si può aggiungere, a
fianco, anche una considerazione di Jean-Luc Godard: “la gente fa film su internet per mostrare
che esiste, non con lo scopo di guardare alle cose”.

La vera essenza di un social media come TikTok è proprio questa esigenza auto-mostrativa:
mostrare se stessi per dimostrare di esistere. I pur vituperati e incompresi YouTubers
continuano ad avere (spesso) un oggetto esterno da raccontare (un trucco, un videogioco, una
serie-tv…). TikTok è invece un continuo toccare lo spettatore sulla spalla per chiedergli
“guardami, guardami”. La chiamano “look-at-me generation”. La più recente formulazione
dell’esibizionismo prevede come primo passaggio “voglio essere guardato”: realizzo un video in
cui mi mostro; e come secondo “voglio vedere come vengo guardato”: si controllano i like, i
commenti, le reazioni suscitate.

Non c’è bisogno di appellarsi al valore salvifico del cinema in quanto arte, ma di riconoscere
l’incubo rappresentato da TikTok per chiunque abbia a cuore l’idea di “ecologia delle immagini”
di cui parla Susan Sontag. L’occhio umano ha sviluppato con pazienza, genio e perizia dei modi
gloriosi e duraturi per concepire e modulare le immagini e i suoni. TikTok dà la sensazione di
annullare tutto ciò per ripartire da zero – uno zero che in molti casi coincide col proprio ego.

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mariasole ariot

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