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Convenzioni sociali e scienza moderna

Edoardo Sartore

Indice
1 Introduzione 1

2 Boundaries 2
2.1 Postilla sul linguaggio . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 5

3 Matters of fact: una categoria sociale 6


3.1 Pratiche tecniche, letterarie, sociali . . . . . . . . . . . . . . . 7
3.1.1 Pratiche tecniche . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 7
3.1.2 Il problema della testimonianza . . . . . . . . . . . . . 9
3.1.3 Pratiche letterarie . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 12
3.1.4 Pratiche sociali . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 13

4 Conclusione 14

5 Appendice 15

1 Introduzione
Gli esperimenti pneumatici di Robert Boyle, tra gli anni cinquanta e gli
anni sessanta del Seicento, rappresentarono un momento cruciale nella storia
della scienza moderna, e di conseguenza uno dei più studiati. La bibliografia
è sterminata, ma Leviathan and the Air-Pump si distingue per il taglio con
cui gli autori, Steven Shapin e Simon Schaffer, si propongono di affrontare
il tema. L’obiettivo non è raccontare per l’ennesima volta gli eventi, ma
comprendere la natura delle pratiche sperimentali assumendo una prospet-
tiva storica. Più in particolare, il volume di presenta come «un esercizio di
sociologia della conoscenza scientifica»,1 che s’incarica di mostrare come l’af-
fermarsi della scienza sperimentale nella seconda metà del XVII secolo passi
attraverso la regolamentazione delle relazioni tra filosofi naturali, l’istituzione
di convenzioni rispetto ai modi in cui l’indagine della natura doveva essere
condotta, e coincida così con l’affermarsi di un modello di organizzazione
1
Steven Shapin e Simon Shaffer, Leviathan and the Air-Pump: Hobbes, Boyle and the
Experimental Life, Princeton University Press, Princeton 1985, p. 15.

1
sociale. Per ricostruire l’emergere di questa inedita forma sociale, gli autori
ripercorrono le controversie che accompagnarono il suo affermarsi, concen-
trandosi prevalentemente sulla disputa che vide Boyle difendere il programma
sperimentale dagli attacchi di Thomas Hobbes. L’accento cade sul fatto che
al centro della contesa non vi era alcun particolare contenuto di conoscenza,
né alcuna dottrina specifica, ma il modo stesso in cui la conoscenza poteva
essere generata e l’indagine scientifica condotta. Si trattava, cioè, di «dispute
attorno a diversi modi di fare cose e di organizzare uomini a fini pratici».2
Nelle successive sezioni intendo ripercorrere alcuni temi ricorrenti del testo, i
quali mi sembrano ruotare attorno a due delle tesi più originali del lavoro di
Shapin e Shaffer.
La prima tesi suona più o meno così: la nascita della scienza sperimentale è
stata accompagnata e resa possibile dal delinearsi di una comunità di studiosi
che ha incarnato una nuova «forma di vita». Questa comunità si è affermata
mediante la posizione di confini (boundaries) di varia natura: limiti entro i
quali mantenere l’oggetto della ricerca scientifica, vincoli con cui disciplinare
l’accesso all’arena della scienza sperimentale, restrizioni al linguaggio consen-
tito ai membri della comunità ideale degli «experimentalists».
La seconda riguarda il concetto su cui poggia l’intero della conoscenza scien-
tifica all’interno del paradigma sperimentale: i matters of fact. Quella dei
"dati di fatto" (come penso si possa rendere il senso dell’espressione) è una
categoria sociale: il loro assurgere a capisaldi della conoscenza scientifica ha
richiesto il lavorio di un collettivo intellettuale, lo sottoscrizione di conven-
zioni e l’utilizzo, da parte di Boyle e compagni, di una terna di tecnologie -
materiali, letterarie, sociali. Detta in un altro modo, il ruolo epistemologico
centrale dei matters of fact non era né autoevidente nè aproblematico nella
metà del Seicento: fu premura degli illustri membri del Gresham College farlo
diventare tale.

2 Boundaries
Un primo limite cruciale è tracciato attorno al «dominio del fattuale».3
Si tratta di una restrizione imposta al contenuto, e conseguentemente al
linguaggio, della scienza sperimentale. Detto altrimenti, è la definizione di
ciò che può contare come scienza. La separazione netta tra i matters of fact,
suscettibili di un’analisi sperimentale, e tutto ciò che a tale analisi sfugge ha la
funzione di regolamentare le controversie, mantenendole su un piano dal quale
si possa, in linea di principio, muovere verso la concordia. In un certo senso,
il primo limite riguarda così la profondità del discorso scientifico. Ad esempio,
le cause ultime vengono espunte dal dominio del discorso legittimo, perché su
2
Ibidem.
3
Ivi, p. 24.

2
tale materia la disputa non ha speranze di trovare soluzione e il consenso non
pare potersi raggiungere. Con questo non si intende rinnegare la significatività
del discorso metafisico (né tantomeno di quello teologico). Semplicemente,
«ci sono cose che succedono, entità che esistono, che nondimeno non hanno
alcun posto legittimo all’interno del discorso sperimentale».4
Ma cosa significa segregare il discorso sperimentale dal linguaggio delle cause
o della metafisica? Cosa viene propriamente escluso?
Chiariamo questo punto. Gli esperimenti pneumatici di Boyle si collocano
all’interno della secolare diatriba interno all’esistenza o meno del vuoto. Il
dibattito, che aveva tratto nuova linfa dagli esperimenti di Torricelli, aveva
condotto ad una pluralità di posizioni che differivano nella loro interpretazione
della natura dello spazio (presumibilmente vuoto) che si veniva a creare
all’interno dell’apparato torricelliano. Lo studio del fenomeno fisico era
presto sconfinato sul piano metafisico. In questo senso, un passo decisivo del
programma sperimentale consistette nell’espulsione dei concetti (e dunque
del linguaggio) della metafisica dall’ambito di interesse dello scienziato:

Boyle ruppe con il discorso filosofico naturale in cui l’esperimento di


Torricelli e i suoi derivati erano stati collocati in precedenza. I contenuti
dello spazio di Torricelli. . . lo interessavano poco. Né era di suo interesse
decidere se il recipiente svuotato costituisse un "vuoto" all’interno della
cornice di significato delle controversie esistenti tra vacuisti e pienisti.
Egli avrebbe creato un nuovo discorso, in cui il linguaggio condiviso da
pienismo e vuotismo sarebbe stato espulso, o almeno gestito, al fine di
ridurre al massimo le dispute scandalose che, dal suo punto di vista,
aveva generato.. . . Le pratiche discorsive e sociali in cui la discussione di
quest’esperimento sarebbe stata incorporata avrebbero costituito uno
spazio in cui le dispute sarebbero potute essere neutralizzate.5

La domanda sul vuoto doveva essere trasformata in una non-domanda:

Boyle si dichiarava riluttante ad entrare in una «questione così sot-


tile» e non osava «farsi carico di determinare una controversia così
difficile». Ma decidere la questione del vuoto non era ciò a cui l’esperi-
mento mirava, né questo genere di domande appartenevano in alcun
modo al programma sperimentale. Non potevano ottenere una risposta
sperimentalmente e, proprio per questo, erano domande illegittime.6
4
Steven Shapin, «Robert Boyle and Mathematics: Reality, Representation, and
Experimental Practice», Science in Context, 2, 1 (1988), p. 23-58, doi: 10 . 1017 /
S026988970000048X, p. 37.
5
Shapin e Shaffer, Leviathan and the Air-Pump cit., p. 42 (corsivo e traduzione miei).
Vedi Appendice per le versioni originali dei passi citati separati dal corpo di testo.
6
Ivi, p. 45. Si può essere tentati, sulla base di ricostruzioni come queste, a riconoscere
delle affinità tra l’empirismo sperimentale di Boyle e alcune posizioni interne al neo-
positivismo del primo Novecento. Senza avanzare accostamenti coraggiosi, possiamo dire
che si assiste, in entrambi i casi, ad una contrazione della filosofia naturale entro i limiti di
quanto può essere stabilito su base empirica.

3
L’ambito dell’indagine scientifica viene così delimitato in modo preciso. Le
spiegazioni dei fenomeni naturali (artificialmente ricostruiti) possono essere
condotte ad un determinato livello di profondità, ma non oltre. Giunto ai
mattoni minimi che costituiscono le fondamenta della conoscenza autentica, lo
scienziato si deve fermare. Questi tasselli fondamentali sono i matters of fact.
Si consideri, per esempio, l’atteggiamento di Boyle nei confronti della nozione,
da lui introdotta, di «spring of the air ». L’idea di una proprietà elastica
nell’aria costituiva l’ipotesi con la quale Boyle riteneva di poter spiegare
una serie di fenomeni osservati sperimentalmente. Ma se tale proprietà era
ammessa nel discorso sperimentale – la sua azione era stata osservata e
dunque aveva, secondo Boyle, lo status di un fatto –, la ricerca di un’ulteriore
causa ne era invece esclusa:

Il mio «compito» diceva Boyle «non è. . . di assegnare la corretta causa


dell’elasticità dell’aria, ma solo di mostrare che l’aria ha elasticità e di
esibirne alcuni effetti».7

Confinare lo studio della natura a ciò che può essere indagato per via
sperimentale significa anzitutto disinnescare il pericolo del disordine sociale:

Ciò che stava tentando di creare era un discorso filosofico naturale


in cui tali questioni [metafisiche] fossero inammissibili. . . Le pratiche
sperimentali dovevano espellere quei problemi che davano origine a
conflitto e divisione tra i filosofi, sostituendole con quelle questioni
che potevano generare matters of fact sui quali i filosofi potessero
convenire.8

La traduzione di questioni metafisiche e potenzialmente divisive in termini


sperimentali passa anche per una ridefinizione dei concetti in questione, a
partire dai principali. Così, alla nozione metafisica di vuoto Boyle sostituisce
così una nozione empirico-operativa: «Con "vuoto", disse Boyle, "non intendo
uno spazio in cui non vi è alcun corpo in assoluto, ma tale che è del tutto,
o quasi, privo d’aria"».9 Alle origini della scienza moderna – o di quella
faccia della scienza rappresentata dallo sperimentalismo – sembra esserci
dunque una forte delimitazione dell’ambito d’interesse dello scienziato, che si
traduce anzitutto nell’espulsione dal linguaggio e dai problemi della scienza
dei concetti e delle domande della metafisica.

Un ulteriore confine è di carattere sociale: si trattava di un limitazione


degli individui a cui era consentito l’accesso alla nuova scienza. È noto che
un carattere fondamentale della scienza moderna risieda nella sua natura
pubblica. Per l’esperienza degli sperimentatori inglesi vale lo stesso. La
7
Shapin, «Robert Boyle and Mathematics: Reality, Representation, and Experimental
Practice» cit., p. 40.
8
Shapin e Shaffer, Leviathan and the Air-Pump cit., p. 46.
9
Ibidem.

4
possibilità stessa della generazione di matters of fact era vincolata alla loro
produzione davanti a un pubblico che li validasse con la propria testimonianza,
diretta o indiretta che fosse. Tuttavia, l’arena in cui si giocarono le prime
partite dello sperimentalismo fu tanto diversa dalla piazza di paese quanto
dalle private stanze dell’alchimista. Ciò che va sottolineato, secondo Shapin e
Shaffer, è che «la produzione di matters of fact attraverso macchine scientifiche
impose una forma particolare di disciplina al pubblico».10

Il laboratorio era. . . uno spazio regolamentato, dove le pratiche spe-


rimentali, discorsive e sociali venivano controllate collettivamente da
membri competenti. Sotto questo aspetto, per generare conoscenza
autentica, il laboratorio sperimentale era un luogo migliore rispetto al-
l’ambiente esterno, in cui potevano essere condotte semplici osservazioni
della natura.11

Un contributo decisivo alla regolamentazione dell’accesso all’arena sperimen-


tale venne dalle difficoltà tecniche legate alla costruzione della pompa e alla
riproduzione degli esperimenti:

Senza dubbio, la complessità di queste macchine e la loro limitata


disponibilità pose un problema di accesso che i filosofi sperimentali si
sforzarono di superare. In modo meno ovvio, il controllo dell’accesso agli
strumenti votati alla generazione di conoscenza genuina fu un effettivo
vantaggio. Lo spazio in cui queste macchine venivano azionate – il
nascente laboratorio – era uno spazio pubblico, ma uno spazio pubblico
ristretto.12

Il controllo dell’accesso poteva essere e fu di fatto una risorsa. La scienza


nascente fu senz’altro una scienza pubblica, ma si trattava di un pubblico
ben disciplinato.

2.1 Postilla sul linguaggio


Non vorrei che dalle precedenti pagine emergesse un quadro poco equili-
brato. La comunità sperimentale che prese vita tra Londra e Oxford a partire
dalla metà del Seicento si affermò anche attraverso la regolamentazione del
linguaggio, dei contenuti e degli individui da accogliere nel proprio seno. Ma
non fu una società elitista o esclusiva. I diversi confini avevano la precisa
funzione di proteggere il nucleo fondativo del programma sperimentale, i
matters of fact. Regolare l’accesso alla loro produzione e verifica significava
proteggere il programma, legittimandone le basi. Non vi era nulla di ini-
ziatico nella selezione dei partecipanti: l’accettazione di alcune regole nella
conduzione del discorso e della pratica sperimentali era le condizioni entro la
10
Ivi, p. 39-40.
11
Ivi, p. 39.
12
Ibidem.

5
quale il lavoro della comunità intellettuale poteva essere messo al sicuro. Le
restrizioni avevano inoltre il merito di porre le basi per muovere la comunità
nella direzione del consenso. L’alternativa era la controversia perenne e la
sedizione intellettuale, parente prossima della sedizione civile.13
Per riequilibrare almeno in parte il quadro, si considerino le riflessioni dello
stesso Shapin circa il ruolo giocato (o meglio non giocato) dalla matematica
nel programma sperimentale. Secondo Shapin, il ripudio sistematico del lin-
guaggio della matematica da parte di Boyle era volto ad evitare di restringere
troppo l’accesso alla nuova scienza. La matematica, nel XVII secolo, era
pressoché l’unica scienza a presentarsi come «relativamente inaccessibile»,
perché richiedeva la conoscenza di un linguaggio tecnico, il sui uso disinvolto
era a portata di pochi. Scrive Shapin: «Parlare il linguaggio matematico
significava . . . restringere la potenziale ampiezza della propria platea».14 Nella
scelta consapevole del linguaggio per la scienza sperimentale, Boyle tiene
conto della sua accessibilità.

La preoccupazione di Boyle per un’ampia platea di uditori era costi-


tutiva del suo programma per la generazione e validazione di dati di
fatto sperimentale.. . . Modi esclusivi di comunicazione erano incompati-
bili con la natura, sia morale che epistemologica, della forma di vita
sperimentale.15

3 Matters of fact: una categoria sociale


Dire che i dati di fatto costituiscono un decisivo punto fermo nella scienza
del nostro tempo non farà alzare troppe sopracciglia. Se lasciamo da parte le
più raffinate riflessioni del filosofo della scienza e vestiamo i panni dell’uomo
comune o del working scientist possiamo dire che lo statuto privilegiato del
fatto risiede anzitutto nel suo presentarsi come oggettivo. La scienza stessa
gode di quella oggettività nella misura in cui si fonda in maniera preponde-
rante su indiscussi matters of fact. A sua volta, l’oggettività del dato di fatto
risiede nella sua presunta indipendenza da qualsivoglia attività umana. Il
fatto è dato, c’è e non si discute: il dibattito si accende solo al livello della
sua interpretazione.
La seconda tesi di Leviathan and the Air-Pump nega proprio questo, so-
stenendo che lo status privilegiato dei matters of fact sia il frutto di un
lavoro intenso lungo molteplici direzioni, che ha visto Boyle protagonista. Il
ruolo pivotale del dato di fatto nella scienza moderna è una conquista che va
13
La centralità della preoccupazione politica e religiosa alle spalle della disputa tra Boyle
e Hobbes è uno dei temi affrontati per esteso in Leviathan and the Air-Pump che in questa
sede saranno inevitabilmente trascurati.
14
Shapin, «Robert Boyle and Mathematics: Reality, Representation, and Experimental
Practice» cit., p. 42.
15
Ivi, p. 43.

6
collocata nella storia. Le alternative, per quanto oggi ci appaiano ingenue se
non risibili, c’erano e non mancavano di una certa plausibilità.

L’articolo fondazionale della conoscenza sperimentale – e di ciò che, in


generale, contava come conoscenza adeguatamente fondata – era un
artefatto di comunicazione e di qualsivoglia forma sociale fosse ritenuta
necessaria per sostenere e migliorare la comunicazione.16

Al fine di fare luce su questo punto è opportuno ricostruire, seguendo Shapin


e Shaffer, i meccanismi e le strategie utilizzate e consigliate da Boyle nella
produzione e legittimazione dei dati di fatto. Di conseguenza, le prossime
pagine saranno dedicate a delineare tre ordini di pratiche o tecnologie che,
secondo gli autori, rappresentarono «importanti elementi costitutivi nella
produzione di dati di fatto».17 Contestualmente, l’intenzione è di far risaltare
come la stessa espressione matters of fact appaia fuorviante: se si tiene
conto del gran lavorio che giace alle spalle della loro generazione, il carattere
fattuale dei matters viene messo in ombra dall’emergere della loro natura
convenzionale:

Identifichiamo le pratiche tecniche, letterarie e sociali mediante le


quali i dati di fatto sperimentali dovevano essere generati, validati
e trasformati in basi per il consenso.. . . Il nostro obiettivo, qui, è di
riconoscere le convenzioni tramite cui la conoscenza sperimentale doveva
essere prodotta.18

3.1 Pratiche tecniche, letterarie, sociali


3.1.1 Pratiche tecniche
Il primo strumento di cui Boyle si serve per produrre i matters of fact è
di natura tecnica: la pompa ad aria. Per svolgere il suo ruolo, la machina
Boyleana deve rispondere ad un requisito fondamentale:

La capacità di questa macchina di produrre dati di fatto dipendeva in


modo cruciale dalla sua integrità fisica o, più precisamente, sull’accordo
collettivo che essa fosse propriamente sigillata per ogni scopo pratico.19

D’altronde, nell’epistemologia boyleana, i fatti dovevano essere stabiliti


dall’«aggregazione di beliefs individuali». Perché machine-made matters
of fact fossero stabiliti, era perciò necessario che la comunità sperimentale
sanzionasse l’integrità della macchina. Non stupisce allora che tra le strategie
offensive adottate dai critici – Hobbes per primo – la messa in dubbio del
corretto funzionamento della pompa figurasse con una certa frequenza: un
16
Shapin e Shaffer, Leviathan and the Air-Pump cit., p. 25.
17
Ivi, p. 18.
18
Ibidem.
19
Ivi, p. 28 (corsivo mio).

7
attacco all’integrità della macchina era un attacco all’integrità della cono-
scenza che la macchina consentiva di produrre.
La fiducia riposta da Boyle nello strumento, dunque, non era affatto scon-
tata. Ancor meno se si considera che non di rado l’esperimento falliva. Un
esempio può tornare utile. Il trentunesimo esperimento raccolto nei New
Experiments 20 mirava a spiegare il curioso fenomeno di coesione spontanea
che si verifica tra le superfici levigate di corpi (tipicamente dischi di vetro
o di marmo) pressati l’uno contro l’altro. All’alba dell’esperimento, Boyle
non manca di una spiegazione del fenomeno: l’adesione tra due dischi posti
uno sopra l’altro è dovuta alla differente pressione dell’aria sulle diverse parti
della superficie del disco inferiore. Mentre l’aria compresa (e compressa) tra
il terreno e la faccia inferiore del disco agisce come una molla a sostegno di
quest’ultimo, la faccia superiore del disco, aderendo alla pietra soprastante, è
"protetta" dall’azione dell’aria sopra di essa. Di conseguenza, l’aria inferiore
finisce per spingere insieme le due pietre, mantenendole aderenti. In altre
parole, la pressione dell’aria è causa del fenomeno di coesione. Segue che in
assenza d’aria il fenomeno dovrebbe cessare. Si trattava dunque di collocare
le due pietre coese all’interno del receiver, l’ambiente sferico che la pompa
ad aria consentiva di svuotare, ed osservare il comportamento dei due dischi.
Per farla breve, l’esperimento fallì. Nel recipiente privo d’aria, le due pietre
continuarono ad aderire.
Ora, di fronte al dato osservativo che smentisce la predizione, due opzioni
sono accessibili. Primo: la teoria è sbagliata, la causa della coesione dei dischi
non è la pressione esercitata dall’aria. Secondo: l’apparato sperimentale è
difettoso, la pompa "perde". Boyle optò per la seconda. Perché?
Una spiegazione può venire dalla considerazione delle conseguenze della scelta
sull’immagine della scienza emergente. Dal nostro punto di vista, ammettere
difetti nella costruzione della pompa ad aria significa esporre il fianco a po-
tenziali attacchi a quella conoscenza che si fonda proprio sul corretto operare
della macchina. Sembra difficile immaginare una scelta più controproducente.
Ma agli occhi di Boyle, l’ammissione delle imperfezioni della pompa ad aria è
una definizione implicita della conoscenza naturale a cui l’uomo può ambire:
essa è probabilistica e fallibile. I matters of fact possono condurci ad un grado
di «certezza morale», non equiparabile alla certezza matematica. Di più:
«la ricerca di un assenso necessario ed universale» in filosofia della natura è
«inappropriata ed illegittima».21 Una tale pretesa appartiene ad una scienza
dogmatica (di cui Hobbes, secondo Boyle, è un perfetto esponente), che ha
l’ambizione di ricavare le verità della natura per via dimostrativa, a partire
da principi primi, sul modello della geometria. Una tale via – la via del
razionalismo dogmatico – mira ad ottenere un assenso universale, procedendo
20
Qui, come nel resto del testo, ci si riferisce ai New Experiments Physico-Mechanical,
touching the Spring of the Air del 1660.
21
Shapin e Shaffer, Leviathan and the Air-Pump cit., p. 24.

8
da una facoltà che è essa stessa universale: la ragione. Nel momento in
cui Boyle dà cittadinanza all’errore nella scienza sperimentale, egli delinea i
caratteri della nuova scienza e della conoscenza che questa mira ad ottenere.
È una conoscenza provvisoria, rivedibile, guadagnata nello spazio discorsivo
ben delimitato di una comunità intellettuale che si sottopone ai ferrei vincoli
dell’obbedienza all’autorità del matter of fact. Doveva essere la natura, non
l’uomo, ad imporre l’assenso».22 Ma la natura qui considerata è la natura
filtrata da pratiche e convenzioni di carattere sociale. La conoscenza della
natura che emergeva dalla pratica sperimentale era il prodotto di un’attività
collettiva irregimentata nei suoi contenuti, linguaggi e metodi.
C’è almeno un altro elemento di interesse qui. L’immagine della scienza che
emerge in episodi come questo contribuisce a plasmare un’inedita immagine
dello scienziato. È degno di nota che Boyle riporti gli esperimenti fallimentari,
descrivendoli non meno minuziosamente di quelli riusciti. Dietro questa
onestà si può riconoscere, con un certo cinismo, la volontà programmatica di
proiettare un’immagine di modestia. Sull’identità dello sperimentatore come
modest man si dirà di più nei prossimi paragrafi. Ora, anche per mettere
nella giusta luce questo aspetto, è giunto il momento di considerare più da
vicino il ruolo svolto da testi come i New Experiments, inserendoli nel quadro
di una questione quantomai urgente per la nuova scienza sperimentale: il
problema della testimonianza.

3.1.2 Il problema della testimonianza


Boyle propose che i matters of fact fossero stabiliti attraverso l’ag-
gregazione di credenze individuali. . . I fatti erano il risultato di un
processo che consisteva nell’avere un’esperienza empirica, assicurarsene
e assicurare gli altri che il terreno su cui poggiava la loro credenza era
adeguato. In quel processo la moltiplicazione della testimonianza era
fondamentale.23

Si è già ripetuto che i dati di fatto, nonostante il nome, appaiono ad un


più severo scrutinio il frutto di un’attività intensa interna ad una comunità
intellettuale. Giocando con l’italiano, il dato di fatto è meno un "dato" e
più un "fatto". Esso era il prodotto di un processo regolato da convenzioni,
in parte tacite e in parte esplicite, riguardanti il modo della sua produzione.
Alla fine, poteva essere stabilito solo dall’unione di credenze individuali: un
fatto che non è creduto non è un fatto. Lo status di matter of fact doveva cioè
essere conferito dalla comunità rilevante, nella misura in cui i suoi membri si
convincevano della natura obiettiva del fenomeno a cui assistevano.
Nel caso delle ricerche di Boyle, inoltre, il fatto era prodotto per via speri-
mentale. Si trattava di compiere delle operazioni, utilizzare degli strumenti
e osservarne gli effetti. Affinché il risultato così ottenuto potesse godere
22
Ivi, p. 79.
23
Ivi, p. 25.

9
della qualifica di "fatto", era necessario convincere l’audience dell’affidabilità
dell’intero processo:

Dal punto di vista di Boyle, la capacità degli esperimenti di generare


matters of fact non dipendeva solo dalla loro effettiva realizzazione, ma
essenzialmente dalla garanzia, da parte della comunità rilevante, che
essi erano stati realizzati proprio così.24

Per questo motivo, i meccanismi di produzione dei matters of fact si confon-


dono, per non dire coincidono, con le tecniche di persuasione e generazione
dell’assenso.
Con assent si intende (1) l’insieme dei beliefs o delle adesioni individuali che
conferiscono ad un evento, fenomeno, o esperienza la cittadinanza nel dominio
dei matters of fact; (2) lo stesso atto collettivo con cui tale approvazione
avviene. La generazione di assent (o consenso, come pure lo si è tradotto in
precedenza) è dunque l’operazione di una collettività di individui che danno
sostanza alla loro credenza mediante la propria testimonianza:

[La] giusta azione poteva essere intrapresa sulla base di queste testi-
monianze collettive. L’azione riguardava la volontaria attribuzione di
assenso a matters of fact.25

Se la moltiplicazione delle testimonianze era la base su cui fondare l’a-


zione di dare l’assenso ai fatti, il problema diventa: come moltiplicare la
testimonianza?
Shapin e Shaffer individuano tre vie possibili. La prima è presto detta:
gli esperimenti potevano e dovevano essere pubblici, realizzati in uno spazio
sociale. La testimonianza diretta poteva proliferare se la performance di un
singolo esperimento veniva riportata da diverse voci. Dell’importanza del
carattere pubblico dell’esperimento, e del ruolo di questa circostanza nella
validazione dei dati di fatto così generati, erano ben consapevoli i membri
della Royal Society. Gli esperimenti dovevano essere riportati seguendo
determinati standard e un registro dei testimoni doveva essere firmato da un
certo numero dei presenti. Non solo, i nomi dei testimoni contavano: Boyle
usava selezionare con cura i testimoni dei propri esperimenti più importanti
e nella descrizione delle esperienze riportava titoli e qualità, sia morali che
intellettuali, degli astanti:

I due grandi requisiti di un testimone [sono] la conoscenza che ha


delle cose che riporta e l’esattezza nel riprodurre fedelmente ciò che
conosce.26
24
Ivi, p. 55.
25
Ivi, p. 57.
26
Ivi, p. 59.

10
Un secondo modo per diffondere la testimonianza consisteva nel facilitare
le repliche. La volontà di Boyle di perseguire questa via traspare dalla scelta
delle forme di comunicazione adottate nei suoi resoconti sperimentali. Su
questo si aggiungerà qualcosa nel paragrafo successivo, ma si può fin da
subito rilevare alcune delle difficoltà in cui il progetto incorse. Per quanto
Boyle si sforzasse di favorire la riproduzione dei propri esperimenti, alcuni
limiti permasero. Il primo era di natura tecnica. La pompa ad aria era uno
strumento estremamente difficile da operare e la perizia tecnica richiesta
per azionarla era seconda solo a quella necessaria per costruirla – si spiega
così il numero estremamente limitato di pompe ad aria in circolazione nelle
diverse fasi della storia di questo strumento.27 Un secondo ostacolo era di
natura economica. La machina boyleana era uno strumento che richiedeva un
ingente dispendio di denaro, tanto per la sua costruzione quanto per il suo
mantenimento. E non costituiva un eccezione: tra i motivi che giustificarono
la fondazione delle società scientifiche dal 1660 in poi sembra esserci stata
proprio la necessità di finanziare collettivamente gli strumenti sui quali
dipendeva la filosofia sperimentale.28 Alla luce di queste difficoltà si spiega
come mai, nonostante i migliori sforzi di Boyle, i tentativi di replicare i suoi
esperimenti trovarono di rado il successo.
Ma la più importante forma di testimonianza che il programma sperimen-
tale doveva saper raccogliere era di natura indiretta. Per riferirsi a questa
direttrice Shapin e Shaffer coniano l’espressione virtual witnessing. L’idea è
semplice. Abbiamo visto come le due forme di testimonianza diretta sopra
menzionate si scontrassero con limiti strutturali: nel primo caso l’esperimento
poteva essere assistito da un gruppo scelto ma molto limitato di testimoni;
nel secondo, difficoltà di natura tecnica segnavano lo iato tra la possibilità
teorica della replica e la sua effettiva realizzabilità pratica. La testimonianza
virtuale poteva superare entrambi questi ostacoli. Il mezzo per ottenere que-
sto risultato era «la produzione, nella mente del lettore, di un’immagine della
scena sperimentale tale da rendere superflua tanto la testimonianza diretta
quanto la replica».29 Alla base della possibilità stessa della testimonianza
virtuale giace l’intuizione che, così come la visione diretta di un esperimento
produce nel testimone la credenza nel matter of fact a cui assiste, parimenti la
lettura del resoconto di un’esperimento possa produrre nel lettore un’analoga
credenza. Con due vantaggi: primo, a differenza della testimonianza diretta,
la testimonianza virtuale è accessibile ad un numero indeterminato di persone;
secondo, avendo luogo nella mente del lettore, la testimonianza virtuale non
è soggetta ai limiti materiali ai quali soggiace la riproduzione effettiva degli
esperimenti. Rimane da vedere come questa potente forma di testimonianza
potesse essere realizzata.
27
Ivi, p. 229-230.
28
Ivi, p. 38.
29
Ivi, p. 60.

11
3.1.3 Pratiche letterarie
La testimonianza virtuale richiedeva la riproduzione, nella mente del
lettore, della scena sperimentale. Per questo era necessario fare appello alla
sua immaginazione e al contempo assicurarsi la sua fiducia nei confronti
dell’autore. Per ottenere entrambi i risultati, Boyle diede fondo alle risorse
letterarie, retoriche e, più in generale, comunicative di cui disponeva.
Per conquistare la fiducia del lettore, il primo passo consisteva nel convin-
cerlo della fedeltà dei resoconti sperimentali. A questo fine, le descrizioni
dettagliate di strumenti, procedure, circostanze erano fondamentali. I report
degli esperimenti di Boyle sono, da questo punto di vista, quanto mai lontani
dalla forma letteraria asettica e impersonale degli articoli scientifici come li
conosciamo oggi. Al contrario, siamo in presenza di vere e proprie narrazioni,
il cui carattere prolisso, riconosciuto da Boyle, ha motivi ben precisi. In
questo modo «[i lettori] non hanno bisogno di reiterare essi stessi un espe-
rimento per averne un’idea così distinta da essere sufficiente per fondarvi
le loro riflessioni e speculazioni».30 Dettagli circostanziali trovavano posto
nelle descrizioni degli esperimenti, così che «fosse come se il lettore avesse
assistito alle procedure. Sarebbe stato reclutato come testimone e messo in
una posizione dalla quale poter validare i fenomeni sperimentali come matters
of fact».31
Un ruolo di primo piano era ricoperto dalle immagini. Non si tratta di schemi
o riproduzioni stilizzate di macchine o di esperimenti. Proprio per presentare
al lettore un’esperienza quanto più vicina a quella del testimone diretto, le
figure miravano ad una rappresentazione naturalistica dei propri soggetti. Il
realismo della riproduzione serviva tanto a suscitare nel lettore la fiducia che
le cose "fossero andate proprio così", quanto a puntellare l’immaginazione
del lettore già stimolata dalle pagine di testo.
Infine, la forma stessa del saggio sperimentale era volta a convogliare nel
lettore un’immagine del narratore che lo sospingesse a credere a quanto
raccontato. Boyle doveva assicurare ai suo lettori di essere un uomo tale
da meritare la loro fiducia; doveva mostrare, attraverso le proprie parole,
di possedere le qualità morali del testimone affidabile: sobrio e modesto,
diligente e giudizioso, sincero e in buona fede.32 Mero testimone di fatti
naturali, il filosofo sperimentale doveva adottare uno stile piano e spoglio di
virtuosismi, funzionale alla ricostruzione fedele dei fenomeni assistiti. Così
Boyle (figlio del Conte di Cork) proietta l’immagine del modest man, del
gregario al servizio della conoscenza sperimentale e proprio per questo nobile,
poiché aveva liberamente scelto «di promuovere "il reale avanzamento della
vera filosofia naturale" anziché la reputazione personale».33 Un linguaggio
30
Ivi, p. 62.
31
Ivi, p. 62-63.
32
Ivi, p. 65.
33
Ibidem.

12
particolare veniva però riservato ai matters of fact. Se il filosofo naturale, in
coerenza con le qualità morali sopracitate, prediligeva un parlare ex hypothesi
quando il discorso verteva attorno alle cause e ai principi, il suo atteggia-
mento doveva mutare quando ad essere chiamati in causa erano i mattoni
fondamentali della conoscenza sperimentale: qui un linguaggio assertivo era
necessario. Ne andava della sussistenza stessa del programma sperimentale,
il quale non poteva reggere ad una messa in discussione dei pilastri stessi su
cui poggiava. L’intera disputa tra Boyle e Hobbes – che vede quest’ultimo
dubitare proprio della possibilità che i fatti sperimentali costituissero fonti
di conoscenza genuina – rivela quale pericolo un attacco a questo livello
rappresentava.

3.1.4 Pratiche sociali


Per completare il quadro, rimane da accennare alle pratiche sociali che
contribuirono a sostenere ed alimentare il programma sperimentale. Si è
detto che i matters of fact venivano prodotti all’interno di uno spazio sociale,
attraverso la testimonianza (diretta e indiretta) e l’attribuzione del consenso
da parte della comunità rilevante. Ma proprio la necessità del consenso nella
generazione della conoscenza sperimentale fece sì che acquistasse rilevanza
«il problema di mantenere una certa forma di discorso e un determinato tipo
di solidarietà sociale».34 C’era da aspettarsi che il disaccordo sarebbe sorto
tra filosofi sperimentali non meno di quanto accadesse tra i rappresentanti di
qualsiasi altra impresa intellettuale. La preoccupazione di Boyle fu di gestire
il dissenso definendo i confini entro i quali era legittimo. Come si è già visto,
la stessa separazione tra il linguaggio causale e il linguaggio descrittivo era
funzionale al mantenimento delle diatribe entro confini sicuri:

Ciò che non era né sicuro né permissibile era la disputa su matters of


fact o sulle regole del gioco mediante le quali i matters of fact venivano
prodotti sperimentalmente.35

Ma oltre a limitare la regione entro cui la disputa era concessa, Boyle stipulò
anche i modi in cui essa poteva essere condotta. In primo luogo, le dispute
dovevano vertere attorno ai contenuti e ai ritrovati sperimentali, non alle
persone. Argomenti ad hominem, attacchi alla persona del contendente,
dovevano essere evitati per motivi pragmatici:

Potenziali contributori ai matters of fact, per quanto fuorviati potessero


essere, dovevano essere trattati come possibili convertiti alla forma di
vita sperimentale.36
34
Ivi, p. 69.
35
Ivi, p. 72.
36
Ivi, p. 73.

13
La forma di vita sperimentale emergente, tutt’altro che egemone, aveva
bisogno di far proselitismo, non di inimicarsi i dissidenti.
In secondo luogo, e coerentemente con il fallibilismo della conoscenza umana
riconosciuto da Boyle, il filosofo sperimentale doveva saper abbandonare
pubblicamente le posizioni che si fossero rivelate errate. Queste prescrizioni,
stringendo in un nodo l’atteggiamento di deferenza dell’experimentalist nei
confronti dei matters of fact e il rispetto tra i vari partecipanti all’indagine
della natura, dovevano condurre alla «creazione e preservazione di uno spazio
tranquillo, nel quale i filosofi naturali potessero sanare le loro divisioni [e]
accordarsi collettivamente sui fondamenti della conoscenza».37

4 Conclusione
Alla luce delle precedenti riflessioni, l’emergere del paradigma sperimen-
tale appare come un processo faticoso, combattuto da più parti e sostenuto
con grande dispendio di risorse. Fu un processo consapevole, che richiese
l’affermarsi in parallelo di forme di produzione della conoscenza e di forme di
comunicazione della stessa. Modi di agire, di parlare, di conferire assenso e
di disputare confluirono in un’inedita forma di vita che, dapprima minori-
taria, finì per prevalere nell’arena della storia, conquistando una posizione
privilegiata tra le possibili vie di conoscenza. Il merito di Leviathan and the
Air-Pump risiede nel collocarsi nel mezzo del processo di nascita e di lotta
dal quale il programma sperimentale uscì vittorioso, ricostruendo le obiezioni
a cui dovette rispondere e le insidie che dovette superare. Ne esce un quadro
ricco di contraddizioni, in cui a risaltare è il ruolo giocato dalle convenzioni
sociali, tecniche, linguistiche nel dare alla forma di vita sperimentale quell’a-
spetto di naturalità con la quale appare oggi. Ad un altro livello, il lavoro di
Shapin e Shaffer, costituendo un esempio virtuoso di sociologia della scienza,
si presenta come un testimone della legittimità di questa disciplina e del
contributo che può portare alla storia della scienza in generale.

37
Ivi, p. 76.

14
5 Appendice
Seguono alcuni dei passi originali citati, accompagnati dalla pagina in cui
compare la traduzione.
• «Boyle broke with the natural philosophical discourse in which the
Torricellian experiment and its derivatives had previously been situated.
The contents of the Torricellian space . . . were of little concern to him.
Neither was it of interest to stipulate whether or not the exhausted
receiver constituted a "vacuum" within the frame of meaning of existing
vacuist-plenist controversies. He would create a new discourse in which
the language of vacuism and plenism was ruled out of order ,or at least
managed so as to minimize the scandalous disputes that, in his view, it
had engendered.. . . [T]he discursive and social practices in which talk
about this experiment was to be embedded constituted a space in which
disputes might be neutralized» (p. 3).
• «Boyle professed himself reluctant to enter "so nice a question" and he
did not "dare" to "take upon me to determine so difficult a controversy."
But settling the question of a vacuum was not what this experiment
was about, nor were questions like this any part of the experimental
programme. They could not be settled experimentally, and, because
they could not, they were illegitimate questions» (p. 3).
• «My "business" Boyle said "is not... to assign the adequate cause of
the spring of the air, but only to manifest, that the air hath a spring,
and to relate some of its effects"» (p. 4).
• «What he was endeavouring to create was a natural philosophical
discourse in which such [metaphysical] questions were inadmissible
. . . Experimental practices were to rule out of court those problems that
bred dispute and divisiveness among philosophers, and they were to
substitute those questions that could generate matters of fact upon
which philosophers might agree» (p. 4).
• «The laboratory was. . . a disciplined space, where experimental, di-
scursive, and social practices were collectively controlled by competent
members. In these respects, the experimental laboratory was a better
space in which to generate authentic knowledge than the space outside
it in which simple observations of nature could be made» (p. 5).
• «Without doubt, the intricacy of these machines and their limited
availability posed a problem of access that experimental philosophers
laboured to overcome. Less obviously, the control of access to the devices
that were to generate genuine knowledge was a positive advantage. The
space where these machines worked – the nascent laboratory – was to
be a public space, but a restricted public space» (p. 5).

15
• «Boyle’s concern for this wider audience was constitutive of his program
for the generation and validation of the category of the experimental
matter of fact.. . . Exclusive modes of communication were incompatible
with both the moral and the epistemological nature of the experimental
form of life» (p. 5).

• «The foundational item of experimental knowledge, and of what counted


as properly grounded knowledge generally, was an artifact of commu-
nication and whatever social forms were deemed necessary to sustain
and enhance communication» (p. 6).

• «We identify the technical, literary, and social practices whereby expe-
rimental matters of fact were to be generated, validated and formed
into bases for consensus.. . . Our task here is to identify the conventions
by which experimental knowledge was to be produced» (p. 6).

• «The capacity of this machine to produce matters of fact crucially


depended upon its physical integrity, or, more precisely, upon collective
agreement that it was air-tight for all practical purposes» (p. 6).

• «Boyle proposed that matters of fact be established by the aggregation


of individuals beliefs. . . Matters of fact were the outcome of the process
of having an empirical experience, warranting it to oneself, and assuring
others that grounds for their belief were adequate. In that process a
multiplication of the witnessing experience was fundamental» (p. 9).

• «In Boyle’s view the capacity of experiments to yield matters of fact de-
pended not only upon their actual performance but essentially upon the
assurance of the relevant community that they had been so performed»
(p. 10).

• «[The] right action could be taken, and seen to be taken, on the basis of
these collective testimonies. The action concerned the voluntary giving
of assent to matters of fact» (p. 10).

• «[T]he two grand requisites of a witness [are] the knowledge he has of


the things he delivers, and his faithfulness in truly delivering what he
knows» (p. 10).

• «What was neither safe nor permissible was dispute over matters of
fact or over the rules of the game by which matters of fact were
experimentally produced» (p. 13).

• «[P]otential contributors of matters of fact, however misguided they


might be, must be treated as possible converts to the experimental
form of life» (p. 13).

16
Riferimenti bibliografici
Shapin, Steven, «Robert Boyle and Mathematics: Reality, Representation,
and Experimental Practice», Science in Context, 2, 1 (1988), p. 23-58,
doi: 10.1017/S026988970000048X.
Shapin, Steven e Simon Shaffer, Leviathan and the Air-Pump: Hobbes,
Boyle and the Experimental Life, Princeton University Press, Princeton
1985.

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