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SUPORT DE CURS

ISTORIA ITALIEI

IL NOME ITALIA

Antioco di Siracusa (V sec. a. C.) fa derivare tale nome da quello di un re ITALO, che tuttavia è
evidentemente leggendario. Persuade piuttosto una sua derivazione dall'osco "viteliu", nel senso
che il territorio fosse ricco di bovini o che il vitello vi rappresentasse un animale sacro. La forma
Italia si spiegherebbe quindi anzitutto con la caduta della "V" iniziale, conseguente alla
pronuncia delle genti della Magna Grecia, attraverso le quali essa passò ai Romani.
Alla metà del IV secolo a. C. il nome Italia abbraccia il Mezzogiorno continentale a Sud di
Paestum, sulla costa tirrenica. Verso gl'inizi del III secolo esso include la Campania e dopo la
Prima Guerra Punica comprende quasi l'intera Penisola, fino all'Arno e all'Esino, allora limiti del
dominio romano.

Per quanto riguarda la sua figura, la penisola colpì già le fantasie degli antichi, quantunque allora
la sua rappresentazione cartografica fossero molto approssimate e sommarie. Infatti Polibio (II
sec. a.C,) la paragonò a un triangolo e Strabone (1 sec. a.C.) a un quadrangolo, mentre altri autori
l'assimilarono a una foglia di quercia e altri d'edera. Un deciso avvicinamento alla realtà, delle
rappresentazione cartografiche si ebbe solo nel XIII sec., con la comparsa delle carte nautiche. Si
diffuse così gradatamente il paragone della Penisola con la gamba umana e, solo a partire dal
Cinquecento, quello dello stivale, cui in seguito il Giusti doveva dare rinomanza poetica.

Durante il II secolo a. C., il nome, pur continuando ad avere nei due fiumi (Arno e Esino) i suoi
termini politici, già li supera in un significato più ampiamente geografico, com'è dato di vedere
in Polibio e in Catone il Censore, che lo estendono fino all'arco alpino. Nel 42 a. C. l'accordo fra
Ottaviano e Antonio sanziona questa estensione, riconoscendo all'Italia i limiti che già Cesare
aveva indicato, cioè il Varo a Ovest e il Formione (oggi Risano) a Est. Di lì a poco Augusto
porta il confine d'Italia a coincidere in vari tratti con lo spartiacque principale alpino, e,
mantenendo il Varo come suo limite occidentale, ne sposta quello orientale all 'Arsa, fiumicello
dell'Ístria che si getta nel Golfo del Quarnaro.

L'ultima importante fase dell'espansione del nome coincide con la fine del III secolo d.C.,
allorchè Diocleziano unisce amministrativamente al resto d'Italia, nella così detta « diocesi
italiciana », le isole di Corsica, Sardegna e Sicilia, che fino allora costituivano territori extra-
metropolitani (provinciae). Sotto il suo impero, inoltre, il confine terrestre raggiunse ovunque lo
spartiacque principale alpino e anzi lo valicò in corrispondenza della Rezia (Tirolo XVI
provincia italiac) e delle Alpi Cozie. A parte queste due ultime discordanze, il nome acquista
così la sua piena estensione. Tuttavia il fatto che la "diocesi italiciana" è divisa da Diocleziano
fra un vicarius Italiae, residente a Milano, e un vicarius Urbis, residente a Roma, ha un effetto
negativo sulla fortuna del nome Italia, che tende a limitarsi solo alla parte settentrionale del
Paese, escludendo Roma e quelle regioni del Sud, in cui il nome paradossalmente era nato.

Le antiche regioni
Ad Augusto risalgono il nome di 11 regioni della Penisola (senza il territorio insulare -Sicilia,
Sardegna, Corsica- considerato extra metropolitano) ed erano le seguenti:
(I) LAZIO e CAMPANIA; (II) PUGLIA e CALABRIA quest'ultima indicava allora solo il
Salentino); (III) LUCANIA e BRUZZIO (cioè Basilicata e Calabria attuali); (IV) SANNIO; V
PICENO; (VI) Umbria; VII ETRURIA; (VIII) GALLIA CISPADANA (Emilia); (IX) LIGURIA
(l'attuale, fino al di qua del Po a partire dalla sorgente); (X) VENECIA e ISTRIA; (XI) GALLIA
TRASPADANA (l'attuale Lombardia con l'attuale Val D'Aosta e Piemonte al di là del Po).

Dopo le modificazioni di Diocleziano e da altri imperatori, nel V secolo le regioni erano 16:

(1) LAZIO e CAMPANIA; (2) TUSCIA e UMBRIA; (3) PICENO; (4) VALERIA (il
Rietino); (5) SANNIO; (6) PUGLIA e CALABRIA (la Puglia odierna); (7) LUCANIA e
BRUZZIO (la Basilicata e la Calabria attuale); (8) VENEZIA e ISTRIA; (9) EMILIA;
(10) FLAMINIA (parte attuale Emilia e parte delle Marche); (11) LIGURIA (Lombardia
e buona parte del Piemonte); (12) ALPI COZIE (la Liguria); (13) REZIA PRIMA
(Trentino e Alto Adige attuale); (14) CORSICA; (15) SARDEGNA e SICILIA; (16) La
REZIA SECONDA che però era estranea all’Italia e comprendeva l’attuale Tirolo
austriaco.
(2) I popoli dell’Italia antica
(3) La storia d’Italia dai suoi primi abitatori alla fondazione di Roma
(4)

(5) Col nome di popoli dell'Italia antica si indicano quelle popolazioni stanziate nella
penisola italiana durante l'Età del ferro e prima dell'ascesa di Roma.

(6) Questi popoli non erano tutti imparentati sul piano linguistico o su quello genetico. La
conformazione dell'Italia, lunga penisola distesa nel mar Mediterraneo, ne favorisce
infatti i rapporti con le regioni circostanti, ma, al tempo stesso, la sua natura
prevalentemente montuosa tende a separare e isolarne le popolazioni entro aree
geografiche circoscritte.

(7) Sul piano linguistico, si può distinguere fra popoli parlanti lingue indoeuropee e popoli
parlanti lingue non indoeuropee. Al primo gruppo (di lingua indoeuropea) appartenevano
in particolare i popoli italici propriamente detti, cioè parlanti lingue italiche; a essi si ne
aggiungevano altri, di lingua indoeuropea, ma non riconducibili al ramo italico.
Indoeuropei non italici erano ad esempio i colonizzatori di lingua greca. Altri popoli,
infine, non erano affatto indoeuropei.

(8) Nel tempo, varie popolazioni si sovrapposero le une alle altre.

(9) I Liguri, che abitavano l’Italia Nord-Occidentale e l’attuale Francia, si stabilirono in Italia
già nell’età della pietra; da dove provenissero, non si sa: forse dalla Spagna, forse
dall’Africa attraverso la Sardegna e la Corsica. Dovevano essere intraprendenti e
piuttosto battaglieri, perché resistettero a tutte le infiltrazioni sul loro territorio: le legioni
di Augusto li trovarono che mantenevano ancora intatte le loro antiche usanze. Vivevano
tra ripide montagne, praticavano la pastorizia e sfruttavano le risorse del mare pescando e
commerciando, ma soprattutto praticando la pirateria su tutta la costa tirrenica.
(10) I Veneti, provenienti forse dall’Asia Minore, erano conosciuti come bravi
allevatori di cavalli ed esperti navigatori di fiumi e di mare. Erano anche abili nella
lavorazione di oggetti in bronzo, come mostrano molti modellini bronzei di cavalli
ritrovati nelle loro tombe.

(11) L’Italia Peninsulare, corrispondente al territorio che va attualmente dalle Marche


alla Calabria, era un vero e proprio mosaico di popoli, giunti lì verso il 1200 dall’Asia,
attraverso le Alpi Orientali.

(12) Piceni ed Umbri furono i soli a saper lavorare l’ambra, una resina fossile
importata dal Nord Europa attraverso il porto di Adria, sul Mar Adriatico.

(13) Sanniti, Sabini, Dauni, Iapigi, Messapi, Lucani e Bruzi si dedicavano soprattutto
alla pastorizia e all’agricoltura; costruivano cittadelle fortificate chiuse da mura; in alcuni
casi le cinte murarie erano molto estese e comprendevano anche terreni agricoli e pascoli.
Erano uomini rudi e battaglieri, e talvolta si abbandonavano al saccheggio dei villaggi
vicini, dando il via a piccole guerre locali. Sobri e abituati alle fatiche del lavoro dei
campi, non amavano le mollezze e le comodità; i loro capi imponevano che i ragazzi
fossero allevati nei boschi perché si abituassero alle intemperie e alla caccia.
(14) La Sicilia (chiamata «Trinacria» dai Greci) era abitata da Sicani, Elimi e Siculi. I Sicani
vivevano lì fin dal III millennio avanti Cristo; conoscevano il rame, l’argento e il bronzo,
sapevano tessere la lana e il lino. Pare che il nome di Sicani derivi da «sica», che in latino
significa «pugnale» (da cui la parola «sicario»): i Sicani presero questo nome perché furono i
primi in Italia a brandire veri pugnali di rame, destando un vivo stupore verso le altre
popolazioni che usavano ancora armi in pietra. I loro territori furono in seguito occupati dai
Siculi, giunti nell’isola intorno al 1400 avanti Cristo. In Sicilia fiorirono anche molte colonie
cartaginesi e greche; su tutte primeggiò Siracusa, poi Catania, Messina, Selinunte, Agrigento e
Segesta; avevano un’immensa ricchezza ed una raffinata cultura, a volte superiore a quella della
madrepatria, e diedero i natali a grandi pensatori come il filosofo Senofane e il matematico
Pitagora.
(15)
(16)
(17) Intorno al I millennio avanti Cristo, cominciamo ad avere resti di una certa
importanza, appartenenti alla civiltà detta «villanoviana». Il nome deriva dal centro di
Villanova, nei pressi di Bologna, dove si sono fatti importanti ritrovamenti. Dalla civiltà
villanoviana si passò gradualmente a quella etrusca. Secondo gli studi più recenti, la
parola «Italia» significa «terra dei vitelli» ed è proprio di origine etrusca: viene riportata
al latino «vitulus», umbro «vitlu», sardo «bíttalu» («vitellino»), greco «italós»; ma
«italós» era dato da Apollodoro come un appellativo etrusco; lo stretto contatto che da
secoli esisteva tra gli Etruschi da una parte ed i popoli italici dall’altra rende probabile
l’ipotesi che siano stati gli Etruschi a dare il nome agli Italici. Mentre è senz’altro da
scartare l’idea che «Italia» (che inizialmente comprendeva solamente la punta
meridionale della nostra Penisola, il Bruttium, l’odierna Calabria) derivi dal nome di un
Re, Italo, di cui parlano alcuni autori antichi, tra i quali Aristotele: «Italo, Re degli Enotri,
[…] di lui dicono che abbia fatto degli Enotri, da nomadi che erano, degli agricoltori
stabili, e che abbia imposto loro nuove leggi».
(18) Il fenomeno determinante è rappresentato dalla colonizzazione greca dell’Italia
Meridionale: questa iniziò con l’installazione a Pitecussa (Ischia) degli Eubei, che
acquistavano i minerali di cui l’Etruria era ricca e furono protagonisti di scambi che
spaziavano dal Mediterraneo Orientale (Al Mina) all’Occidente; come conseguenza, si
formarono delle aristocrazie etrusche, latine e campane, caratterizzate dallo stesso stile di
vita lussuoso ed ellenizzato (consumo di vino, di olio profumato, introduzione della
scrittura, lavorazione del ferro, coltivazione della vite, del frumento e dell’olivo). La
civiltà etrusca fu dunque il caso particolare di una evoluzione più generale e non il
risultato di una migrazione.
(19) Gli Etruschi erano stanziati nella regione che da essi prese il nome di Etruria,
compresa fra l’Arno a Nord e il corso del Tevere a Oriente e a Sud, in quella zona che
oggi è formata dalla Toscana (il cui nome deriva da Tuscia, come i Latini chiamavano
l’Etruria), dall’Umbria Occidentale e dal Lazio Settentrionale fino alle soglie di Roma;
anzi, i Romani definivano «litus Tuscus» la riva destra del Tevere.
(20) Fisicamente, gli Etruschi avevano carnagione bruna, statura media e corporatura
robusta. Il volto un po’ ossuto aveva zigomi sporgenti e marcati, grandi occhi dal taglio a
mandorla e labbra sottili. Il naso era stretto, diritto e di forma allungata. Le donne
portavano capelli lunghi, avvolti in trecce o riuniti a crocchia.

(21) Nel momento della loro massima potenza (VII-VI secolo avanti Cristo), gli
Etruschi estesero il loro dominio a Sud, oltre il Tevere, fino in Campania e a Nord, al di
là dell’Appennino, dove sono etrusche le città di Misa (Marzabotto), Fèlsina (Bologna),
Spina e Adria. Più tardi, perduta l’influenza su Roma con la cacciata dell’ultimo Re,
l’Etrusco Tarquinio il Superbo (fine del VI secolo avanti Cristo), sconfitti dai Greci nella
battaglia navale di Cuma (474-473 avanti Cristo), invasa dai Celti la Valle Padana, gli
Etruschi videro ridotta la loro prevalenza in Italia; finché, caduta Veio nel 396 avanti
Cristo, sconfitti dai Romani un secolo dopo nella battaglia del Sentino (295 avanti
Cristo), anche essi entrarono gradualmente nell’orbita della nuova grande civiltà di Roma
in continua espansione, unificandosi e confondendosi con le altre genti italiche.

(22) Politicamente, anche all’epoca della loro massima potenza, gli Etruschi non
costituivano uno Stato unitario. Anzi, ognuna delle loro città formava un piccolo Stato
autonomo, tutt’al più federato con le altre, come nella «dodecàpoli» («lega delle dodici
città»); era governata da un Re (il Lucumone) e dal Senato, che riuniva i rappresentanti
delle famiglie più ricche: chi trasgrediva alle leggi veniva punito severamente.
(23) La popolazione si divideva in due classi, ben definite: i padroni e gli schiavi, che
dovevano sbrigare i lavori più faticosi, campagna, miniere, ed acquistavano un po’ di
libertà solo se venivano promossi al rango di «liberti». La famiglia era alla base di tutto, e
le donne godevano di emancipazione e di una libertà che non ha eguali in nessun’altra
civiltà antica: stavano accanto al marito a tavola, a teatro, nelle manifestazioni pubbliche,
durante le cerimonie religiose, gli spettacoli, le feste, le danze e i banchetti. Dopo il
matrimonio potevano conservare i propri beni, mantenere il loro cognome e trasmetterlo
ai figli insieme a quello del marito; inoltre avevano la libertà di divorziare anche contro il
volere del coniuge.
(24) Poi, arrivò Roma: là dove prima sorgevano delle capanne comparì, alla fine del
VII secolo avanti Cristo, uno spazio pubblico e religioso. All’Italia, Roma imporrà ben
presto il suo dominio e la sua civiltà.

Fondazione di Roma

Fondazione di Roma: Storia e Leggenda – La tradizione indica molto precisamente giorno,


anno e luogo della fondazione di Roma: il 21 aprile del 753 a.C. sul colle Palatino. Si tratta di
una data del tutto convenzionale, stabilita da Marco Terenzio Varrone nel I secolo a.C. sulla
base dei calcoli astrologici effettuati dal suo amico Lucio Taruzio.

Dopo la distruzione della città di Troia da parte dei Greci (è la guerra di Troia narrata da
Omero nei suoi poemi) Enea, il protagonista dell’Eneide di Virgilio, e un gruppo di compagni,
dopo un lungo peregrinare, giungono sulle coste del Lazio. Qui Enea sposa Lavinia, figlia di
Latino, il re del luogo, e fonda la città di Lavinio, dalla quale poi sorgerà Alba Longa.

Passano alcune generazioni, finché un giorno una discendente di Enea, Rea Silva, sacerdotessa
della dea Vesta e figlia di Numitore, il re di Alba Longa, viene violentata da Marte, dio della
guerra, e concepisce due gemelli, Romolo e Remo. Ma, in quel periodo, il trono di Numitore era
stato usurpato dal fratello Amulio, che, per evitare rivendicazioni da parte degli eredi legittimi,
fa gettare nel Tevere i due neonati. La cesta si incaglia in un’ansa del fiume e i bambini vengono
trovati e allattati da una lupa (animale sacro a Marte, padre di Romolo e Remo) e poi accuditi e
allevati dal pastore Faustolo e da sua moglie Acca Larenzia.

Una volta cresciuti, Romolo e Remo tornano ad Alba Longa, uccidono Amulio e rimettono
Numitore sul trono.
I gemelli decidono poi di fondare una nuova città sul colle Palatino, presso il quale la lupa li ha
salvati: scrutano quindi il volo degli uccelli, perché capace di rivelare la volontà degli dèi, e poi
con l’aratro tracciano il “sulcus primigenius”, i confini sacri della città; poi dispongono in terra
grosse pietre chiamate “terminali”, perché consacrate a Terminus, dio dei limiti, e si iniziano a
costruire le mura, ritenute sante e perciò inviolabili. Remo, invece, tenta di violarle: un atto
sacrilego che paga con la morte. Romolo diventa, allora, il primo re della città e le dà il nome di
Roma.

Dietro la leggenda della fondazione di Roma

Al di là della tradizione che fa risalire il nome della città a Romolo, suo fondatore, si ipotizza che
il nome Roma derivi da una parola etrusca, collegata al nome del fiume Tevere, Rumon in
etrusco. Una diversa ipotesi è quella che fa discendere il nome Roma da altra parola della lingua
etrusca: Ruma, la quale significherebbe “mammella”, in ricordo della forma tondeggiante dei
suoi colli, o della storia dei gemelli e della Lupa.

La data tradizionale della fondazione di Roma, 21 aprile 753 a.C., armonizza Storia e
Leggenda. Ci sono infatti alcuni punti di contatto:

 la storia di Enea, per esempio, che fugge dalla città di Troia in fiamme per dare nuova
patria alla sua gente, è certamente un’eco delle grandi migrazioni, dei grandi spostamenti
dei popoli, causati da guerre o da necessità alimentari, avvenuti nel bacino del
Mediterraneo tra la fine del secondo e l’inizio del primo millennio a.C. Si tratta quasi
sempre di spostamenti da Oriente ad Occidente, poiché le terre più occidentali, fra cui
l’Italia, erano in pratica terre vergini, se paragonate alle popolose contrade del Vicino
Oriente e della Grecia;
 recenti studi hanno dimostrato che la vicenda di Romolo non è solo una leggenda nata
intorno al IV secolo a.C., ma racconta alcune verità storiche che trovano conferma nella
documentazione archeologica. Infatti, sotto un primo strato, costituito dalle case
aristocratiche repubblicane del Palatino, sono state rinvenute grandi dimore databili
intorno al 500 a.C., che mostrano l’importanza di Roma già all’epoca dei Tarquini. Sotto
questo livello sono state riportate alla luce fortificazioni del colle Palatino, databili alla
metà dell’VIII secolo a.C. Per costruire queste mura era stato raso al suolo un
insediamento di capanne databile fra la fine del IX e la metà dell’VIII secolo, più antico
dunque della stessa fondazione di Roma.
Ecco, quindi, che il racconto di alcuni storici latini, secondo i quali Romolo dopo aver
compiuto una serie di cerimonie in onore di Giove sul Palatino, tracciò con un aratro il
pomerium intorno al monte e lungo questo solco edificò le prime mura di Roma, assume
consistenza storica.  I Romani fonderanno le loro città seguendo sempre questo rito.

Nota Secondo gli ultimi studi, che si basano su analisi recenti del metallo, la Lupa capitolina,
simbolo ancora oggi della città di Roma, sarebbe un bronzo di epoca medievale realizzato a
partire dal calco di un originale etrusco andato perso. I gemelli furono  aggiunti nel XV secolo e
sono forse opera dello scultore Antonio del Pollaiolo.

Guerre puniche - Riassunto, schema e sintesi degli eventi

Le guerre puniche sono le guerre che si tennero tra III e II secolo a. C. tra romani e cartaginesi.
Vengono chiamate guerre puniche, in quanto i Romani definivano punici il popolo di mare dei
Cartaginesi. Uno dei motivi per cui si combatterono le tre guerre puniche era legato all'egemonia
del Mar Mediterraneo. Essendo Roma interessata ad avere l'egemonia anche per mare, i
Cartaginesi si preoccuparono di questo aspetto, vedendo messa a repentaglio la loro posizione
via mare e nell'ambito del commercio. Le guerre puniche decretarono poi la vittoria di Roma,
con la sconfitta dei Cartaginesi.

Le tre guerre puniche

La Prima Guerra Punica: (264 a.C. - 241 a.C)


Cause: In passato Roma e Cartagine avevano stipulato insieme dei trattati di alleanza. Ma
entrambe le due città-stato avevano ambizioni espansionistiche. Roma si interessò del mare e
Cartagine si sentiva così minacciata. La guerra iniziò quando i Romani accettarono la richiesta di
aiuto fatta dai Marmentini nel 264 a.C. I marmentini erano dei mercenari, dei soldati di guerra di
mestiere, cioè venivano pagati per combattere. Erano sotto il servizio di Siracusa, ma quando il
re morì furono licenziati senza stipendio.

La guerra: come si articola?: Fu una guerra marittima e nonostante i Romani non avessero
esperienza in questo caso, allestirono comunque una flotta, capitanati dal console Caio Duilio
riportarono una vittoria a Milazzo (260 a.C.). Poi nel 256 a.C. Roma decise di espandere la
guerra anche in Africa, ma l’esito fu molto negativo. Colui che guidava questa missione, Attilio
Regolo, fu fatto prigioniero e ucciso facendolo rotolare dentro ad una botte con chiodi. Così
Roma, con un grande sforzo finanziario riallestirono un’altra flotta, questa volta capitanata da
Quinto Lutazio Catulo, che nel 241 a.C. sconfisse i cartaginesi alle isole egadi. Il comandante
cartaginese, Amilcare Barca. Le condizioni di sconfitta erano cedere la Sicilia, liberare i
prigionieri senza riscatto e pagare un’ingente di guerra.

Il Dopoguerra: Nel corso delle 3 guerre puniche la Sicilia fu annessa allo Stato Romano come
provincia. Roma approfittando di Cartagine debole, appena uscita dalla guerra, si impadronì
della Sardegna e della Corsica amministrate anche queste come provincie romane. La guerra creò
mal contento nei ceti popolari, perché andando in guerra abbandonarono i loro terreni, e quando
tornarono li trovarono incolti o se ne erano appropriati i ricchi. I grandi proprietari si
arricchivano sempre di più, e per avere i benifici delle conquiste e dell’indenizzo di guerra di
Cartagine bisognava aspettare ancora un po’.

Conflitti con i Galli e con gli Illiri: I Galli approfittando della guerra e istigati anche dai
Cartaginesi tornarono a farsi minacciosi contro i Romani. Nel timore di una nuova invasione
Roma inviò un esercito alle rive del Po’.
I Galli furono affrontati e sconfitti da Claudio Martello nel 222 a.C. a Casteggio poco più in
basso di Pavia, al quale diedero poi nome di Gallia Cisalpina.

Nelle sponde dell’Adriatico invece c’erano gli Illiri un popolo che si arricchiva con la pirateria,
con cui poi romani iniziarono a scontrarsi. Li repressero sempre ma non li domarono tant’è che
ci furono molti problemi con loro nella storia romana.

La Seconda Guerra Punica: (219 a.C - 201 a.C): Reinizia quando Cartagine sotto la guida di
Annibale, figlio di Amilcare Barca conquistò la città di Sagunto, alleata e amica di Roma (219
a.C.) Annibale si alleò con i Galli e sconfissero i Romani a Trebbia e Ticino (218 a.C.). Furono
sconfitti poi anche al Lago Trasimeno (217 a.C.)e a Canne (216 a.C.).
Dopo tutte queste sconfitte alcune città sotto Roma iniziarono a ribellarsi tra cui città greche
come Taranto e Siracusa. Annibale poi si ritirò a Capua che divenne il suo quartier generale.

Riconquista d'Italia: Dopo le molteplici sconfitte di Roma, il suo obiettivo divenne quello di
riconquistare la sua Italia. Nel 211 dopo un assedio durato tre anni riconquistò Capua. Annibale
rimase per 12 anni in Italia Meridionale governando come un re, cambiando persino moneta,
mentre Publio Cornelio Scipione con una serie di vittorie stava mettendo in difficoltà
nuovamente i cartaginesi. Asdrubale, viene annientato al fiume Metauro, mentre cercava di
portare rinforzi al fratello Annibale.

Scipione portò la guerra anche in Africa, la quale stava andando molto bene, e così spinse i
Cartaginesi a richiamare Annibale a Cartagine. A Zama le due schiere si affrontarono (202 a.C.)
e Roma ebbe una vittoria schiacciante. Cartagine dovette consegnare tutte le sue navi da guerra
tranne dieci e i suoi elefanti, a rinunciare ai possedimenti in Africa, e a pagare in cinquanta anni
un’indennità di guerra. Scipione fu soprannominato l’Africano.

Le guerre macedoni: conflitto con la Macedonia: Filippo V, sovrano della Macedonia, aveva
stipulato un’intesa con Annibale, e aveva approfittato di Roma per estendere la sua influenza in
Illiria, imponendosi sulle sponde orientali dell’Adriatico, costringendo i Romani a dichiarare
guerra.

-> Prima Guerra Macedone (213 a.C. - 211 a.C.)


-> Seconda Guerra Macedone (200 a. C - 197 a.C.)

La Macedonia attacca Atene, alleata con Roma, che anche se parte dei Romani non approvava
l’aiuto ad Atene, Catone il Censore decise di entrare comunque in guerra, vedendo possibilità di
vantaggi. Vinsero a Tessaglia nel 197 a.C. Nel 196 a.C. Roma restituì la libertà alle poleis
ellenistiche (imperialismo) Roma si espande anche sulle coste orientali.

Guerra Siriaca: La libertà dei greci era più formale, e infatti alcune poleis chiesero aiuto alla
Siria. Questi intervennero nel 191 a.C. concludendo poi la guerra nel 188 a.C con la vittoria di
Roma. La Siria dovette consegnare Annibale ai Romani che erano ospite dai Siriani, il quale poi
pur di non passare vivo nelle mani dei nemici, si avvelenò.

Terza Guerra Macedone (171 a.C. - 168 a.C.):

Filippo V attacca di nuovo Roma. Cominciarono nel 171 a.C. e terminarono a Pidna nel 168
a.C. con la vittoria di Roma. La Macedonia fu ripartita in quattro repubbliche indipendenti tra
loro, ma sotto Roma. Dopo pochi anni ci fu una ribellione in Macedonia, che però fu repressa
subito. Questo portò a riunire tutte le quattro parti della Macedonia in una sola provincia (148
a.C.) Lo stesso toccò alla Grecia che prese il nome di Acaia + Provincia di Asia.

Terza Guerra Punica (149 a.C. - 146 a.C.): Catone, dopo esser stato a Cartagine, rimase
veramente meravigliato della bellezza di Cartagine e invidiò la città. Affermò che Cartagine
doveva essere distrutta. La guerra fu dichiarata nel 149 a.C. e affidata a Scipione Emiliano, figlio
adottivo dell’Africano.
Cartagine cadde dopo una battaglia che durò 8 giorni. Gli abitanti furono ridotti tutti in schiavitù,
la città venne incendiata e ci sparsero il sale come segno che non sarebbe mai risorta, e fu
dichiarato luogo sacro, consacrato agli dei. Cartagine divenne provincia d’Africa (146 a.C.)

La Spagna e la Gallia:
Dal 197 a.C. le due provincie della Spagna: Spagna Ulteriore e Citeriore, era diventata dominio
romano. Poi nel 121 a.C. divenne provincia la Gallia Cisalpina.

Tre guerre puniche, spiegazione

La Prima guerra punica (264 a.C. - 241 a.C.)


la battaglia di Agrigentum del 261 a.C
In almeno due occasioni 255 a.C. e 253 a.C. intere flotte furono distrutte dal maltempo
Nel 262 a.C. Roma assediò Agrigento
La seconda operazione terrestre fu quella di Marco Attilio Regolo, quando, fra il 256 a.C. e il
255 aC
Cartagine, assunto il mercenario spartano Santippo, riuscì a fermare l'avanzate romana nella
battaglia di Tunisi.
La guerra fu decisa nella battaglia navale delle Egadi (10 marzo 241 a.C.)

La Seconda Guerra Punica (219 a.C - 201 a.C)


Reinizia quando Cartagine sotto la guida di Annibale, figlio di Amilcare Barca conquistò la città
di Sagunto, alleata e amica di Roma (219 a.C.) Annibale si alleò con i Galli e sconfissero i
Romani a Trebbia e Ticino (218 a.C.). Furono sconfitti poi anche al Lago Trasimeno (217 a.C.)e
a Canne (216 a.C.).

Pompeo al potere e rivolta di Spartaco

LA CRISI DEL SENATO E L’ASCESA DI POMPEO

POMPEO AL POTERE
Silla nel 79 si ritirò dalla vita politica convinto di avere ormai portato a compimento il suo
progetto legislativo e di averne controllato l’attenuazione, il senato non fu più in grado di
governare Roma. Per quanto Silla si fosse impegnato nel suo disegno di restaurazione dei loro
poteri, gli esponenti della classe senatoria non si erano dimostrati all’altezza della situazione.
Chiusi in un modo fatto di poche famiglie,indifferenti a quelli che n erano i loro interessi
personali e incapaci di gettare lo sguardo oltre i confini della città in cui identificavano l’impero,
gli aristocratici non avevano alcuna idea su come affrontare molti problemi,rappresentanti, per
citare solo i più impellenti dalla insurrezione popolare scoppiata in Spagna, dalle ostilità riaperte
da Mitridate in oriente, da una rivolta servile scoppiata in Italia e destinata a rivelarsi come la +
grave tra quelle avvenute sino a quel momento.

In questi frangenti era necessario di nuovo un uomo forte, un capo militare che inducesse
l’esercito a sostenere il senato: questo uomo fu Gneo Pompeo.dopo aver combattuto
giovanissimo a fianco di Silla, Pompeo aveva sedato con quinto Lutazio Catulo una rivolta in
Etruria dove, aiutati da Marco Emilio Lepido,i proprietari terrieri locali si erano opposti a che le
loro terre venissero distribuite ai veterani di Silla. Inviato poi in Spagna, Pompeo si trovò di
fronte a una situazione difficili :il generale quinto Sertorio capeggiava coloro che combattevano
per l’indipendenza della Lusitania, al fianco dei quali si erano schierati anche esuli romani. La
lotta era cominciata nnell’80 a.c. e nonostante l’arrivo di Pompeo, si concluse solo nel 72a.c. per
4 anni Pompeo che era giunto in Spagna nel 76 a.c , dovette combattere una estenuante
guerriglia, che ebbe finalmente termine quando Sertonio venne ucciso a tradimento da un suo
soldato. Ma Pompeo aveva kmq vinto, e sulla strada del ritorno in patria riuscì a riportare
un’ulteriore vittoria.

LA RIVOLTA DI SPARTACO
Nel 73 a.c. mentre Pompeo era in Spagna era scoppiata la rivolta servile più grave della storia
romana ,passata alla storia come la rivolta di spartaco. Questi era uno schiavo proveniente dalla
tracia, che la sorte aveva condotto a Capua, dove aveva sede la più celebre scuola di gladiatori.
In questa scuola un grandissimo numero di schiavi veniva addestrato ai diversi tipi di
combattimento che salvo rare eccezioni sarebbero costati a loro la vita. Ma spartaco,uomo di
notevole intelligenza e di indomito coraggio, non era uno schiavo rassegnato alla sua sorte e
soprattutto non accettava l’esistenza di schiavitù. Il realismo di spartaco gli fece subito capire
che non avrebbe mai potuto tenere testa a Roma: aveva quindi concepito un piano per ridare la
libertà ai suoi compagni. Al suo seguito essi avrebbero risalito l’Italia varcando le Alpi per poter
tornare nei loro paesi d’origine, Gallia o la tracia. Questo particolare sembra dimostrare che
spartaco non aveva intenzione di dar vita a una rivoluzione vera e propria, consapevole del fatto
che una eventuale rivolta avrebbe riscosso successo solo tra i disertori e gli schiavi, ma non
sarebbe riuscita a coinvolgere né i contadini né il proletariato urbano. Questo almeno, era il
progetto di spartaco che all'inizio contava sull'appoggio di poche decine di ribelli. Mentre la
marcia precedeva, egli andava raccogliendo un numero sempre maggiore di aderenti. Spartaco
arrivò a formare un esercito di 150mila persone che contrariamente al piano non si diressero a
nord ma a sud. A quanto pare, alcuni delinquenti si erano infiltrati nel gruppo,e avevano preso a
saccheggiare le ricche città del meridione e spartaco, a questo punto, non avevano avuto un'altra
scelta che seguirli per controllarne le mosse: ma con incredibile abilità egli riuscì a trasformare
una massa di disperati in un esercito temibile, tanto è vero che Roma fu costretta a inviare ben
8legioni per combatterlo. Il comando delle legioni fu affidato a marco Licinio crasso che, dopo
una guerra drammatica,sconfisse i ribelli (71a.c.) affinché tutti sapessero quel che accadeva a chi
osava rivoltarsi contro Roma, ordinò che i 6mila schiavi che non erano morti combattendo
venissero messi a morte su altrettante croci,issate lungo tutta la via appia tra Capua e Roma. I
ribelli che erano riusciti a mettersi in salvo andando verso nord furono sbaragliati in Etruria da
Pompeo mentre, dopo la vittoria conseguita in Spagna, stava tornando a Roma.

I grandi imperatori romani

Caio Giulio Cesare nacque a Roma nel 100 a.C. Faceva parte dell'antichissima e nobile "gens
Julia", discendente da Julo, figlio di Enea e, secondo il mito, a sua volta figlio della dea Venere.

Era anche legato al ceto plebeo, in quanto sua zia Giulia aveva sposato Caio Mario.
Finiti gli studi, verso i sedici anni, partì con Marco Termo verso l'Asia, dove era in corso una
guerra. In Oriente conobbe Nicomede, re di Bitinia, dove si fermò per quasi due anni.

Tornato a Roma diciottenne, Cesare sposò, per volere del padre, Cossuzia, ma alla morte di
questi, la rinnegò per prendere in moglie la bella Cornelia, figlia di Cinna, luogotenente di
Mario, scatenando così l'ira del potente dittatore Silla, che per altro aveva intuito le qualità del
giovane. Le disposizioni del tiranno prevedevano che Cesare ripudiasse la moglie Cornelia, in
quanto figlia di uno dei capi del partito democratico. Cesare si rifiutò: la cosa gli costò la
condanna a morte e la confisca della dote della moglie; la condanna in seguito, su intervento di
amici comuni, fu mutata in esilio.

Esiliato appunto in Oriente, vi fece importanti esperienze militari, per terra e per mare. Rientrato
nuovamente a Roma nel 69, intraprese il cosiddetto "cursus honorum": venne eletto alla carica di
questore, grazie ai voti acquistati con il danaro prestatogli da Crasso. La carica gli fruttò il
governatorato e un comando militare in Spagna, dove per un po' di tempo fronteggiò i ribelli,
tornando poi in Patria con la fama di ottimo soldato e amministratore. Tre anni dopo fu nominato
propretore in Spagna ma, pieno di debiti, poté partire solo dopo aver saldato tutti i contenziosi,
cosa che fece grazie ad un prestito del solito Crasso. Divenne inoltre Pontefice Massimo nel 63 e
pretore nel 62.

In Spagna sottomise quasi del tutto gli iberici, riportò un bottino enorme e il senato gli concesse
il trionfo, a causa del quale Cesare doveva ritardare il ritorno a Roma. In questo modo gli veniva
impedito di presentare la sua candidatura al consolato, infatti la candidatura non poteva essere
presentata in assenza del candidato. Cesare andò ugualmente a Roma, lasciando l' esercito fuori
dalla città.

Qui, strinse accordi di alleanza con il suo finanziatore Crasso e con Pompeo, in quel momento
politicamente isolato: si formò allora un patto a tre, di carattere privato, consolidato da un
solenne giuramento di reciproca lealtà , che aveva come fine, attraverso una opportuna
distribuzione di compiti, la completa conquista del potere (luglio del 60). Il patto è conosciuto
con il nome di "Primo Triumvirato".

Nel frattempo, i legami con Pompeo erano stati stretti attraverso il matrimonio di quest' ultimo
con Giulia, figlia di Cesare. Per l' anno 58, alla fine del suo mandato, Cesare fece eleggere come
suoi successori Gabinio e Pisone; del secondo sposò la figlia Calpurnia, in quanto aveva
divorziato dalla terza moglie, Pompea, a seguito di uno scandalo in cui era rimasta coinvolta.
Nello stesso periodo chiese e ottenne il consolato della Gallia.

Cesare aveva scelto le Gallie a ragion veduta: egli sapeva di aver bisogno, per poter aspirare al
supremo potere, di compiere gesta militari di grande importanza e, soprattutto, di forte impatto.
Le Gallie, da questo punto di vista, gli avrebbero appunto offerto l'occasione di conquistare
territori ricchi di risorse naturali e di sottomettere un popolo ben noto per le proprie virtù militari
e, per questo, molto temuto.

I fatti confermarono pienamente i calcoli di Cesare. Anzi, riuscì ad ottenere risultati che
andavano al di là di quanto egli stesso avrebbe mai osato sperare. Le vicende belliche gli
offrirono oltretutto l'occasione di costituire un fedelissimo esercito personale e di assicurarsi
fama imperitura e favolose ricchezze. Fu in particolare la fase finale del conflitto, quando dovette
domare una ribellione capeggiata dal principe Vercingetorige, a mettere in risalto le straordinarie
capacità militari di Cesare, che riuscì a sbaragliare il nemico nel proprio territorio e a fronte di
perdite ridotte al minimo per i romani.

La campagna militare, cominciata nel 58 a.C. e conclusa nel 51 a.C., fu minuziosamente - e


magnificamente - narrata dallo stesso Cesare nei suoi Commentari (il celebre "De bello gallico").

Morto Crasso, sconfitto e ucciso a Carre (53 a.C.) nel corso di una spedizione contro i parti, il
triumvirato si sciolse. Pompeo, rimasto solo in Italia, assunse pieni poteri con l'insolito titolo di
"console senza collega" (52 a.C.). All'inizio del 49 a.C., Cesare rifiutò di obbedire agli ordini di
Pompeo, che pretendeva, con l'appoggio del senato, che egli rinunciasse al proprio esercito e
rientrasse in Roma come un semplice cittadino. In realtà Cesare rispose chiedendo a sua volta
che anche Pompeo rinunciasse contemporaneamente ai propri poteri, o, in alternativa, che gli
fossero lasciate provincia e truppe fino alla riunione dei comizi, davanti ai quali egli avrebbe
presentato per la seconda volta la sua candidatura al consolato. Ma le proposte di Cesare caddero
nel vuoto: prese allora la difficile decisione di attraversare in armi il Rubicone, fiume che
delimitava allora l'area geografica che doveva essere interdetta alle legioni (fu in questa
occasione che pronunciò la famosa frase: "Alea iacta est", ovvero "il dado è tratto").

Era la guerra civile, che sarebbe durata dal 49 al 45. Anch'essa fu molto ben raccontata da
Cesare, con la consueta chiarezza ed efficacia, nel "De bello civili" Varcato dunque il Rubicone,
Cesare marciò su Roma. Il senato, terrorizzato, si affrettò a proclamarlo dittatore, carica che
mantenne fino all'anno seguente, quando gli fu affidato il consolato. Pompeo, indeciso sul da
farsi, si rifugiò in Albania. Fu sconfitto a Farsalo, nel 48 a.C., in una battaglia che probabilmente
è il capolavoro militare di Cesare: quest'ultimo, con un esercito di ventiduemila fanti e mille
cavalieri, tenne testa vittoriosamente ai cinquantamila fanti e ai settemila cavalieri schierati da
Pompeo, perse soltanto duecento uomini, ne uccise quindicimila e ne catturò ventimila.

Pompeo fuggì in Egitto, dove venne assassinato dagli uomini di Tolomeo XIV, il quale credeva
in tal modo di ingraziarsi Cesare. Cesare, invece, che aveva inseguito l'avversario in Egitto,
inorridì quando gli presentarono la testa di Pompeo. In Egitto Cesare si trovò nella necessità di
arbitrare un'intricata disputa su problemi di successione e conferì il trono all'affascinante
Cleopatra, con la quale ebbe un'intensa storia d'amore (ne nacque un figlio: Cesarione).

Nel 45 - ormai padrone assoluto di Roma - fece solenne ingresso nell'Urbe, celebrando il suo
quinto trionfo. Da quel momento in poi Cesare detenne il potere come un sovrano assoluto, ma
con l'accortezza di esercitarlo nell'ambito dell'ordinamento repubblicano. Infatti, si guardò bene
dall'attribuirsi nuovi titoli, facendosi invece concedere e concentrando nelle proprie mani i poteri
che, normalmente, erano divisi tra diversi magistrati. Ottenne pertanto un potere di fatto
dittatoriale (prima a tempo determinato e poi, forse dal 45 a.C., a vita), cui associò come
magister equitum l'emergente Marco Antonio. Non meno importanti furono la progressiva
detenzione delle prerogative dei tribuni della plebe, dei quali Cesare assunse il diritto di veto e
l'inviolabilità personale, e l'attribuzione del titolo permanente di imperator (comandante generale
delle forze armate) nel 45 a.C.
Infine, alla sua persona furono attribuiti onori straordinari, quali la facoltà di portare in
permanenza l'abito del trionfatore (la porpora e l'alloro), di sedere su un trono aureo e di coniare
monete con la sua effigie. Inoltre, al quinto mese dell'antico anno venne dato il suo nome (luglio
= Giulio) e nel tempio di Quirino gli fu eretta una statua: sembra che Giulio Cesare vi fosse
venerato come un dio sotto il nome di Jupiter- Iulius.

Nel periodo che va dal 47 al 44 a.C. Cesare attuò varie riforme, molte delle quali contenevano gli
elementi cardine del futuro principato, tra cui la diminuzione del potere del senato e dei comizi.
Dal punto di vista economico promosse alcune riforme a favore dei lavoratori agricoli liberi,
riducendo il numero di schiavi e fondando colonie a Cartagine e a Corinto; promosse numerose
opere pubbliche e la bonifica delle paludi pontine; introdusse inoltre la riforma del calendario,
secondo il corso del sole e non più secondo le fasi della luna.

I malumori contro un personaggio di così grandi capacità e ambizioni, in Roma, mai si sopirono.
Vi era, ad esempio, il timore che Cesare volesse trasferire a un successore i poteri acquisiti
(aveva adottato Ottaviano, il futuro imperatore Augusto), e nel contempo si riteneva inevitabile,
o per lo meno altamente probabile, una deriva monarchica dell'avventura umana e politica di
Giulio Cesare. Per questo, negli ambienti più tradizionalisti e nostalgici dei vecchi ordinamenti
repubblicani fu ordita una congiura contro di lui, guidata dai senatori Cassio e Bruto, che lo
assassinarono il 15 marzo del 44 a.C. (passate alla storia come le "Idi di marzo").

Tra gli innumerevoli ritratti che di lui sono stati conservati e ci sono stati tramandati, due sono
particolarmente significativi. Quello relativo al suo aspetto fisico, tracciato da Svetonio (nelle
"Vite dei Cesari"), e quello morale, tracciato dal suo grande avversario Cicerone in un passo
della seconda "Filippica".

Ottaviano Augusto, primo imperatore romano

Dopo la morte di Cesare (15 marzo del 44 a.C., le Idi di Marzo) a Roma si apre la lotta per il
potere tra Marco Antonio (14 gennaio dell’83 a.C. – 1° agosto del 30 a.C.) e Gaio Giulio Cesare
Ottaviano (23 settembre del 63 a.C. -19 agosto del 14 d.C.).
Ottaviano, pronipote di Cesare per parte di madre, alla morte di questi apprende di essere stato
adottato come suo figlio nonché designato erede di tutti i suoi beni. Comincia qui la carriera
politica del giovane Ottaviano.

Nel 43 a.C. Antonio e Ottaviano formano con il generale Marco Emilio Lepido il secondo
triumvirato, che sancisce la fine delle istituzioni repubblicane.
Nel 42 a.C., nella battaglia di Filippi, i triumviri sconfiggono i repubblicani guidati dai
cesaricidi Cassio e Bruto. Nel 40 a.C., con l’accordo di Brindisi, Antonio e Ottaviano si
spartiscono i domini romani: ad Antonio il controllo delle province orientali, a Ottaviano di
quelle occidentali. A Lepido, figura marginale, viene concessa solo l’Africa.
Antonio nelle province orientali si lega a Cleopatra, regina d’Egitto: nel 37 a.C. Antonio ripudia
Ottavia, sorella di Ottaviano, e sposa Cleopatra.
Ottaviano accusa Antonio di voler creare un impero orientale indipendente da Roma e, su
mandato del senato, affronta e sconfigge Antonio e Cleopatra nella battaglia di Azio (31 a.C.)
sulla costa meridionale dell’Epiro.
L’anno successivo, 30 a.C., Ottaviano invade l’Egitto, l’esercito di Antonio fugge all’apparire
dei romani. Quest’ennesima umiliazione spinge Antonio al suicidio. Cleopatra, vedendosi
perduta, si uccide, secondo la leggenda, facendosi mordere da un aspide al seno.

Da questo momento inizia la storia di Roma definita “principato“.


Vi fu tuttavia una forte continuità con l’età repubblicana: istituzioni, norme giuridiche, valori
religiosi e civili rimasero i medesimi dell’epoca precedente, anche se profondamente trasformati
per effetto della concentrazione del potere nelle mani di una sola persona, che controllava o
ricopriva in prima persona tutte le principali cariche pubbliche. Ottaviano divenne princeps
senatus (29 a.C.), principe, cioè «primo» del senato e quindi primo cittadino dello Stato. Più tardi
ricevette il titolo di augustus (16 gennaio del 27 a.C.), che sarebbe entrato a far parte del suo
nome, Ottaviano Augusto. Derivato dal verbo augeo, «accresco», augusto indicava la
caratteristica di un uomo che faceva aumentare il benessere dei cittadini e che per questo era
oggetto di devozione. Nel 23 a.C., assunse l’imperium proconsulare maius et infinitum (comando
perpetuo delle province) che gli permetteva di controllare le province strategiche.
Nello stesso anno gli venne consegnata la tribunicia potestas, ossia il potere del tribuno della
plebe, anche senza rivestirne la carica: poteva così esercitare il diritto di veto, di aiuto, di
proporre leggi, e convocare le assemblee. Ottaviano Augusto accumulò altre cariche: il controllo
degli approvvigionamenti di Roma (cura annonae) e la responsabilità delle strade (cura
viarum). Nel 12 a.C., infine, ottenne anche il pontificato massimo, la più alta carica religiosa, e il
potere censorio per il controllo dei costumi e della pubblica moralità.

Ottaviano Augusto asservì il senato al suo volere, ottenne il favore popolare con grandi lavori
pubblici, distribuzioni annuali di grano e giochi. Creò infine una potente ed efficiente
burocrazia, con cui amministrò il vasto impero.

Ottaviano Augusto comprese che la costruzione del consenso al suo regime richiedeva la
diffusione di una vera e propria ideologia. Perciò si propose come il fautore di un ritorno ai
valori tradizionali degli antenati, ripristinando il mos maiorum (si ricordi che Ottaviano
Augusto relegò lontano da Roma sua figlia Giulia e sua nipote per la loro condotta scandalosa).

In ambito religioso Ottaviano Augusto cercò di ripristinare le credenze tradizionali, corrotte


dalla crescente diffusione di culti orientali, e reintrodusse antiche cerimonie ufficiali. Fu molto
cauto però nel diffondere il culto della sua persona, che tuttavia si affermò in Oriente. Le
popolazioni orientali, infatti, erano abituate per tradizione antichissima a venerare la figura del
monarca. Così, mentre in Oriente Ottaviano Augusto fu celebrato come un dio, nel resto del
mondo romano si praticava il culto del genio di Augusto, dove «genio» era inteso come l’essere
divino che veglia sulla salute e sulla prosperità della famiglia (in questo caso dell’impero),
proteggendola.

Sviluppò un’intensa opera di promozione della cultura, potenziando le biblioteche e divenendo


attraverso l’amico Mecenate, il patrono di poeti, oratori , storici, che ricevevano il sostegno
economico necessario per dedicarsi agli studi e alle arti. I poeti Virgilio, Orazio e Properzio e lo
storico Tito Livio cantarono e descrissero l’età augustea come un periodo di pace e di prosperità.
Ottaviano Augusto lasciò un segno anche nell’edilizia pubblica facendo edificare il foro di
Augusto, l’Ara Pacis e il Pantheon.

In politica estera  Ottaviano Augusto volle proporsi come garante della pace. Stipulò un
trattato di pace ventennale con i parti, nemici storici di Roma, insediò dei re-clienti nell’area
orientale, consolidò i territori occidentali cercando di rendere sicuri i confini europei
rappresentati dai fiumi Danubio e Reno. In queste campagne, in cui furono acquistati il Norico,
la Rezia, la Pannonia e la Mesia, Roma subì anche una bruciante sconfitta nella foresta di
Teutoburgo (9 d.C.), in Westfalia, ad opera dei germani: ben tre legioni romane furono distrutte
da Arminio, principe dei Cherusci.

Per amministrare questo immenso impero Ottaviano Augusto divise le province in due
categorie: da un lato quelle senatorie affidate ai governatori aristocratici, dall’altro quelle
imperiali, affidate invece a legati del principe, di estrazione equestre o addiritttura scelti tra i
liberti (gli schiavi liberati). Le prime versavano le tasse all’erario (il tesoro statale), le seconde
le versavano invece al fisco (il tesoro imperiale). In questo modo il principe poteva finanziare
grandi opere nelle sue province, finalizzate a una loro “romanizzazione” (cioè renderle
omogenee a Roma), oltre che pagare gli eserciti.

In campo militare Ottaviano Augusto razionalizzò le legioni, riducendole a 28, affidandole a


ufficiali professionisti pronti a spostarsi da una regione all’altra. La leva era volontaria, i soldati
delle province acquisivano immediatamente la cittadinanza romana, lavoravano per vent’anni e
poi erano congedati con assegnazioni di terre o di denaro.

Nonostante avesse sempre avuto una salute malferma, Ottaviano Augusto visse fino a
settantasette anni. Da monarca di fatto qual era, si pose il problema di designare un successore,
non avendo avuto nel pluridecennale matrimonio con Livia figli maschi. I candidati alla
successione da lui prediletti vennero via via meno, premorendogli. Alla fine fu costretto a
designare nel 13 d.C. il poco amato Tiberio, figliastro nato da un precedente matrimonio di
Livia.

Ottaviano Augusto morì l’anno successivo, a Nola, il 19 agosto del 14 d.C.

La dinastia Giulio-Claudia
Alla morte di Augusto il potere passò a Tiberio, suo figlio adottivo e figlio naturale di sua
moglie Livia e del primo marito Claudio Nerone (per questo la dinastia si chiamò, oltre che
Giulia, dalla casata di Augusto, anche Claudia). Tiberio si era messo in evidenza nelle campagne
militari contro i Germani. Augusto lo aveva quindi richiamato in patria dandogli incarichi di
governo e raccomandandolo al senato come suo successore. Il senato stesso lo proclamò
imperatore, nonostante egli avesse chiesto di potersi ritirare a vita privata. In politica estera
Tiberio fece presidiare i confini settentrionali dal nipote Germanico che sconfisse più volte i
Germani (14-16). Preoccupato della popolarità di Germanico, lo inviò in Oriente per affrontare i
Parti e poi lo fece probabilmente uccidere (19), perdendo il suo prestigio presso il popolo.
Tiberio iniziò così una serie di persecuzioni nei confronti dei suoi avversari e poi si ritirò a vita
privata nella sua villa di Capri. Affidato il potere a Seiano, prefetto del pretorio, tornò a Roma e
lo fece uccidere poiché aveva tramato di usurpare il trono (31). L'operato complessivo di Tiberio,
nonostante l'intensificazione delle repressioni, ebbe anche lati positivi: lo Stato era in buone
condizioni finanziarie, i confini erano sicuri e il potere centrale era ormai ben solido. Tiberio,
morto nel 37, aveva segnalato come suoi successori i nipoti Gaio, detto Caligola (dai calzari
militari, caliga, che era solito portare) e Tiberio. Il senato, approvato dal popolo, acclamò
imperatore il primo poiché figlio di Germanico che ancora godeva di molta popolarità. Il suo
breve governo (37-41) fu caratterizzato da atti di repressione nei confronti dei suoi nemici e dalla
scarsa considerazione data al senato, manifestata tra l'altro con l'atto, passato alla storia, di aver
nominato senatore il proprio cavallo. Caligola, nonostante gli atteggiamenti da sovrano orientale
(pretese l'erezione di un tempio in suo onore, l'inchino e omaggi divini), fu molto popolare tra la
plebe alla quale offriva giochi circensi ed elargizioni di denaro e cibo (da cui l'espressione
panem et circensem, “pane e circo”, per intendere gli strumenti del controllo sulle masse). Fu
vittima di una congiura ordita dai pretoriani (41) che posero sul trono suo zio Claudio. Per la
prima volta l'imperatore veniva proclamato dai militari. Claudio aveva sempre evitato la vita
politica e poco sembrava adattarvisi con il suo carattere timido e apparentemente debole. Il suo
regno fu invece positivo. Rafforzò l'apparato burocratico e lo affidò alla segreteria imperiale di
cui facevano parte anche alcuni liberti e ammise in senato anche cittadini delle province,
iniziandone il processo di assimilazione all'Impero romano che si svilupperà con i suoi
successori. In politica estera conquistò la parte meridionale della Britannia (44), dove sorse il
primo nucleo della città di Londra (allora Londinium). La successione al trono fu costellata da
una rete di intrighi. Claudio aveva avuto un figlio legittimo, Britannico, dalla prima moglie
Messalina. In seconde nozze aveva sposato la nipote Agrippina che aveva già un figlio, Nerone.
Per favorire il figlio, Agrippina fece uccidere il marito e tramò perché il senato esautorasse
Britannico; nel 54 fu proclamato imperatore Nerone. Questi, appena diciassettenne, era sotto la
tutela della madre e di due esponenti del senato, Afranio Burro, prefetto del pretorio, e il
filosofo Seneca, suo precettore. Ben presto Nerone si liberò di Britannico, fece uccidere la madre
e mandò in esilio Seneca. Alla morte di Burro governò circondato da seguaci fidati, assumendo
atteggiamenti da sovrano assoluto e mandando a morte i suoi nemici. In politica estera ottenne un
successo contro i Parti e impose il protettorato di Roma sull'Armenia. Nel 64 gran parte di Roma
fu distrutta da un incendio, da cui Nerone prese pretesto per incolpare i cristiani (furono uccisi
gli apostoli Pietro e Paolo forse negli anni 66-67). Corse però voce che Nerone stesso avesse
provocato l'incendio, per fare spazio al suo grande palazzo, la Domus Aurea. Il governo dispotico
dell'imperatore, unito alle spese per mantenere la sua fastosa corte e al suo istrionico amore per
l'arte drammatica e i giochi, gli inimicò la nobiltà senatoria. Nell'ultimo periodo di regno sventò
la congiura della famiglia dei Pisoni ed eliminò molti oppositori aristocratici. Vittime illustri
furono i letterati Lucano, Petronio e lo stesso Seneca che si suicidarono. Inviso alla classe
militare per aver fatto uccidere il generale Corbulone, Nerone fu costretto a suicidarsi in seguito
alla rivolta delle truppe di stanza in Lusitania che proclamarono imperatore il loro comandante
Galba (68).

La dinastia Flavia
Nel 69 si succedettero ben 4 imperatori. Galba fu deposto dai pretoriani e sostituito da Otone;
questi fu a sua volta rovesciato da Vitellio, sostenuto dalle truppe stanziate al Reno. L'esercito
mandato in Oriente a combattere la rivolta degli Ebrei proclamò imperatore il proprio
comandante Flavio Vespasiano (con cui iniziò la dinastia Flavia). La politica di Vespasiano fu
centrata sul consolidamento delle finanze imperiali e sulla disciplina dell'esercito. Rinsaldò le
frontiere, aumentando il numero delle legioni stanziate in Siria e Giudea e annettendo la
Britannia settentrionale. Sotto di lui terminò la lunga guerra contro gli Ebrei, con la distruzione
della città di Gerusalemme (70) da parte delle truppe di Tito, suo figlio. Tornato a Roma, nel 71
Tito venne di fatto associato al potere dal padre, alla cui morte ascese al trono. Durante il suo
breve regno governò con clemenza (Svetonio lo definì “delizia del genere umano”) e si occupò
della costruzione di opere pubbliche, portando a compimento il Colosseo. Gli succedette il
fratello Domiziano nell'81. Questi, combattendo contro la popolazione germanica dei Catti,
occupò alcune regioni oltre il Reno e le organizzò nelle nuove province della Germania
Superiore e Inferiore. Combatté, senza sconfiggerla, contro la popolazione della Dacia
(all'incirca l'attuale Romania) governata dal re Decebalo, e rafforzò il dominio romano in
Britannia. Riformò l'amministrazione delle province controllando più strettamente l'operato dei
governatori locali. Fu inviso al senato per l'accentuazione da lui data agli aspetti assolutistici del
Principato e contro di lui furono organizzate varie congiure. Fu vittima dell'ultima tra queste,
ordita dai prefetti del pretorio e dalla stessa moglie Domizia Longina (96).

Dinastia degli Antonini

ETA' DEGLI ANTONINI

L’età degli Antonini

Il percorso storico

Nel 138 d.C., alla morte di Adriano, gli successe l’imperatore adottivo Antonino Pio, definito
tale a causa della dedizione mostrata verso il padre adottivo; era originario della Gallia e la sua
politica parve indirizzata a conferire pace e stabilità all’impero. Egli adottò Marco Aurelio e
Lucio Vero che nel 161 si affiancarono nella conduzione del potere, dando origine per la prima
volta ad una diarchia (“governo esercitato da due”), che durò fino alla morte di Vero nel 169. Il
periodo si caratterizzò per la forte pressione del barbari alle frontiere settentrionali e dei Parti in
Oriente e Roma venne costretta ad una serie di guerre difensive: si combatté contro Parti, Quadi,
Marcomanni, Germani e Sarmati; l’esercito portò con sé il contagio della peste bubbonica la
popolazione venne decimata: si diffusero fame e miseria.

Alla morte di Marco Aurelio salì al trono il suo figlio naturale Commodo: si tornava alla
successione dinastica, interrompendo il sistema adottivo. Con il nuovo imperatore i problemi
dello stato non vennero affrontati in modo efficace e Commodo cercò di conquistarsi l’appoggio
del popolo tramite donativi e spettacoli. Fu un uomo pieno di eccessi e bizzarrie, che voleva
essere definito “Ercole romano”; il suo potere assunse caratteri tirannici e teocratici ed egli nel
192 cadde vittima dei pretoriani in una congiura di palazzo.

Con il principato di Commodo si conclude il saeculum aureum. Dall’epoca di Marco Aurelio, le


invasioni barbariche entro i confini dell’impero avevano rivelato la fragilità delle frontiere,
questo comportava l’aumento dell’importanza dell’esercito sia dal punto di vista politico
(imposizione dell’elezione/destituzione degli imperatori) sia dal lato economico (elevate spese
militari). Soprattutto al fine di sostenere la spesa militare si sviluppa un’imponente tassazione
sui terreni, al punto che piccoli proprietari terrieri furono costretti a divenire coloni salariati nei
latifondi. La scomparsa del ceto medio unita all’incapacità di reazione del popolo si tradusse nel
condizionamento delle forze sociali che scaturì nella contrapposizione tra senato da una parte ed
esercito ed imperatore dall’altra.

Un altro importante fenomeno fu la diffusione del cristianesimo, i suoi seguaci sembravano


animati da spirito antiromano e ciò induceva a provvedimenti repressivi da parte delle
istituzioni, le quali non riuscirono ad arrestare il travolgente successo del nuovo culto. I cristiani
vivevano in comunità e nel rispetto delle leggi romane finché queste non entravano in contrasto
con la loro fede, ciò portò a rapporti conflittuali tra le comunità e lo stato. Le ragioni del
contrasto non erano religiose bensì politiche: il rifiuto del culto dell’imperatore veniva
interpretato come un atto di ribellione all’autorità statale. In più il culto cristiano era avvolto dal
mistero e questo provocò la diffusione di credenze popolari a proposito dei riti svolti (sacrifici
umani). Lo stato romano cominciò a seguire le attività dei cristiani e in alcuni casi si scatenarono
contro questi ultimi violente persecuzioni.

Le guerre civili e l’affermazione della dinastia dei Severi

Dopo la morte di Commodo gli eserciti delle diverse provincie dell’impero proclamano
imperatore ciascuno il proprio comandante: ne deriva una serie di guerre civili che terminano con
la vittoria di Lucio Settimio Severo. Egli, dopo aver condotto una campagna vittoriosa contro i
Parti, stabilisce un governo fondato sull’adesione dell’esercito che gli permette di potersi
avvalere dell’incondizionato favore delle forze militari e di un ampio e fidato apparato
burocratico provinciale. Severo restaura il principio della successione dinastica, e alla sua morte
il potere passa al figlio Caracalla, il quale accentua ulteriormente la politica filo-militare del
padre. L’atto più importante che egli compie è la promulgazione della Constiutio Antoniana, che
estende la cittadinanza romana a tutti gli uomini liberi abitanti nell’impero. Giunge così a
compimento la graduale equiparazione giuridica, fiscale e amministrativa delle province
all’Italia. Dal punto di vista monetario, egli adotta misure inflazionistiche per limitare la
svalutazione del denaro d’argento. Alla sua morte la successione viene organizzata da Giulia
Mesa, zia di Caracalla, che pone sul trono il nipote Elagabalo. Tuttavia i costumi orientaleggianti
del nuovo imperatore provocano le lamentele del Senato; la zia Giulia Mamea, si sbarazza così di
Elagabalo e pone sul trono il figlio Severo Alessandro. La politica di quest’ultimo è totalmente
anti-militare: i soldati scontenti lo eliminano nel 235 e proclamano imperatore Massimino, detto
il Trace.

La crisi del III seconolo

Alla morte di Massimino il Trace seguirono tra il 135 al 184 d.C. cinquant’anni di anarchia
militare, in cui l’impero rimase nelle mani dell’esercito e alla cui guida succedettero circa venti
imperatori: questo disordine politico aggiunto alle continue guerre non fece altro che accentuare
il problema delle invasioni barbariche e della crisi economica. Tra gli imperatori più rilevanti
merita ricordare: Filippo l’Arabo che riuscì a liberare la Dacia seppur momentaneamente dagli
invasori; Decio, sotto il quale si ebbe la prima persecuzione contro i cristiani, proseguita poi
sotto Valeriano, che subì una clamorosa sconfitta contro i Persiani; Gallieno che intuì
l’inefficacia dei soprusi religiosi e così li abolì; ottennero notevoli successi contro gli assalitori
Claudio il Gotico e Aureliano il quale, costruendo delle nuove mura intorno a Roma, manifestava
la piena consapevolezza del pericolo nemico; Probo, la cui politica moderata basata sulla
diplomazia estera, gli costò la vita; e infine Diocleziano che attuò una serie di riforme
costituzionali, amministrative, militari ed economiche che seppero risollevare parzialmente lo
stato di crisi dell’impero.

La cultura nell’età degli Antonini

Dal punto di vista culturale nel II secolo si ebbe una riscoperta della cultura greca, affiancata da
una letteratura bilingue in cui il greco sembrava prendere il sopravvento sul latino, e il
predominio del greco è ancora più evidente nell’ambito della nascente letteratura cristiana: nel
suo primo secolo di vita il greco è l’unica sua manifestazione letteraria. Due importanti
personalità di quest’epoca furono Frontone, grande teorico dello stile arcaizzante, stile che
tentava di rinnovare la lingua letteraria e soprattutto il lessico, e Aulo Gallio, nonché Apileio e
Tertulliano. Nel secolo successivo, l’evento più importante fu l’elaborazione della dottrina
neoplatonica, ultima grande creazione del pensiero greco. In ambito latino i frutti più fecondi si
ebbero nel settore del diritto; quanto alla letteratura vera e propria vi è invece una crisi nell’area
pagana mentre si sviluppa sempre più la produzione cristiana (Cipriano e Anobio), molto più
vitale di quella pagana e decisamente prevalente sul piano quantitativo e qualificativo.
Tardo impero romano

Il Tardo Impero romano o Basso Impero romano rappresentò l'ultima parte della storia
politica romana che va dalla presa di potere di Diocleziano nel 284 alla caduta dell'Impero
romano d'Occidente nel 476, anno in cui Odoacre depose l'ultimo imperatore legittimo, Romolo
Augusto. La vita dell'Impero romano d'Oriente si protrarrà invece fino al momento della
conquista di Costantinopoli da parte degli Ottomani nel 1453. È da notare che, se in Occidente il
periodo tardo-imperiale termina nel 476, in Oriente invece lo si fa terminare per convenzione con
il regno di Eraclio (610-641), in quanto il suo regno fu segnato da riforme che trasformarono
profondamente l'Impero, liberandolo della decadente eredità tardo-romana e segnando dunque la
fine in Oriente del "periodo tardo-romano" (o "proto-bizantino").

Al suo apice si espandeva per 4,4 milioni di km2, risultando il secondo impero più vasto del suo
tempo dopo l'impero cinese nel IV secolo d.C.[1][2][3] Il calcolo di quest'area non è univoco, a
causa di alcune dispute e della presenza di regni clienti il cui rapporto con Roma non è sempre
chiaro, ma si tende a considerare tra 4,0 e 4,4 milioni di km2, con un dato mediano di 4,2 e
un'area di influenza politico-militare fino a 5,0 milioni di km2.[4][5][6] Malgrado non sia mai stato
l'impero più vasto del mondo antico, venendo superato da molti altri, è considerato il primo per
qualità di governo, organizzazione e gestione, avendo consolidato il proprio dominio per secoli.[7]

Oltre all'Impero romano d'Oriente, unico Stato successore a pieno titolo dell'Impero romano, le
altre entità statuali che si rifecero ad esso, in Occidente furono il Regno franco e il Sacro
Romano Impero.

Antefatto

I cento anni che seguirono la morte di Alessandro Severo segnarono la sconfitta dell'idea di
impero delle dinastie giulio-claudia e antonina. Tale idea si basava sul fatto che l'Impero si
fondava sulla collaborazione tra l'imperatore, il potere militare e le forze politico-economiche
interne. Nei primi due secoli dell'Impero la contrapposizione tra poteri politici e potere militare si
era mantenuta[8], anche se pericolosamente (lotte civili), all'interno di un certo equilibrio,
garantito anche dalle enormi ricchezze che affluivano allo Stato e ai privati tramite le campagne
di conquista. Nel III secolo d.C., però, tutte le energie dello Stato venivano spese non per
ampliare, ma per difendere i confini dalle invasioni barbare. Quindi, con l'esaurimento delle
conquiste, il peso economico e l'energia politica delle legioni finirono per rovesciarsi all'interno
dell'Impero invece che all'esterno, con il risultato che l'esercito, che era stato il fattore principale
della potenza economica, finì per diventare un peso sempre più schiacciante, mentre la sua
prepotenza politica diventava una fonte permanente di anarchia[9].

Nei quasi cinquant'anni di anarchia militare si succedettero ben 21 imperatori acclamati


dall'esercito, quasi tutti morti assassinati. Inoltre, l'Impero dovette affrontare
contemporaneamente una serie di pericolose incursioni barbariche (Goti, Franchi, Alemanni,
Marcomanni) che avevano sfondato il limes renano-danubiano a nord e l'aggressività della
dinastia persiana dei Sasanidi, che aveva sostituito i Parti. Solo grazie alla determinazione di una
serie di imperatori originari della Dalmazia, l'Impero, giunto sull'orlo della disgregazione e del
collasso (intorno al 270 d.C. era avvenuta anche la secessione di alcune province, in cui si erano
formate due entità separate dal governo di Roma: l'Imperium Galliarum in Gallia ed in Britannia,
ed il Regno di Palmira in Siria, Cilicia, Arabia, Mesopotamia e Egitto), riuscì a riprendersi.

Cronologia dei principali eventi politici tardo-imperiali (284-476)

Dopo circa mezzo secolo di instabilità, salì al potere il generale illirico Gaio Aurelio Valerio
Diocleziano, che riorganizzò il potere imperiale istituendo la tetrarchia, ovvero una suddivisione
dell'impero in quattro raggruppamenti distinti di province, due affidati agli augusti (Massimiano
e lo stesso Diocleziano) e due affidati ai cesari (Costanzo Cloro e Galerio), che erano anche i
successori designati. In questa circostanza anche l'Italia venne suddivisa in province. Più in
generale si verificò in questi anni una progressiva marginalizzazione delle aree più antiche
dell'impero a vantaggio dell'Oriente, forte di tradizioni civiche più antiche e di un'economia
mercantile maggiormente consolidata, assai più prospero quanto a politica, amministrazione e
cultura. L'istituzione della suddetta tetrarchia avrebbe inoltre in qualche modo frenato la crisi del
terzo secolo. Il sistema, però, non resse e quando Diocleziano si ritirò a vita privata scoppiarono
nuove lotte per il potere, dalle quali uscì vincitore Costantino, figlio di Costanzo Cloro.

In definitiva, la grande crisi del III secolo aveva finito per sviluppare una monarchia assoluta
(Dominato), fondata su un esercito violento e una burocrazia invadente. Della vecchia
aristocrazia senatoria che aveva guidato insieme al Principe l'Impero restavano soltanto gli ozii
culturali, l'immane ricchezza e gli enormi privilegi rispetto alla massa del popolo, ma il potere
ormai era nelle mani della corte imperiale e dei militari[10]. Diocleziano, inoltre, per meglio
sottolineare l'incontestabilità e la sacralità del proprio potere, evitando così le continue
usurpazioni che avevano provocato la grave crisi politico-militare del III secolo, decise di
evidenziare la distanza fra sé ed il resto dei sudditi, introducendo rituali di divinizzazione
dell'imperatore tipicamente orientali[11]. Il problema più grave per la stabilità dell'Impero rimase,
però, quello di una regolare successione, che né Diocleziano con il sistema tetrarchico né
Costantino con il ritorno al sistema dinastico riuscirono a risolvere. Inoltre, in ambito
economico-finanziario, né Diocleziano né Costantino riuscirono a risolvere i problemi che
assillavano da tempo l'Impero, ovvero l'inflazione galoppante e la pressione fiscale oppressiva:
l'editto dei prezzi stabilito nel 301 da Diocleziano per calmierare le merci in vendita sul mercato
si rivelò fallimentare, mentre Costantino con l'introduzione del solidus riuscì a stabilizzare il
valore della moneta forte, preservando il potere d'acquisto dei ceti più ricchi, ma a scapito di
quello dei ceti più poveri, che furono abbandonati a sé stessi.

Le guerre civili (306-324)

Il 1º maggio del 305 Diocleziano e Massimiano abdicarono (ritirandosi il primo a Spalato ed il


secondo in Lucania).[15] La seconda tetrarchia prevedeva che i loro rispettivi due cesari
diventassero augusti (Galerio per l'oriente e Costanzo Cloro per l'occidente[16][17]), provvedendo
questi ultimi a nominare a loro volta i propri successori designati (i nuovi cesari): Galerio scelse
Massimino Daia e Costanzo Cloro scelse Flavio Valerio Severo.[17] Sembra però che poco dopo,
lo stesso Costanzo Cloro, rinunciò a parte dei suoi territori (Italia e Africa)[16] a vantaggio dello
stesso Galerio, il quale si trovò a dover gestire due cesari: Massimino Daia a cui aveva affidato
l'Oriente,[17] Flavio Valerio Severo a cui rimase l'Italia (e forse l'Africa),[17] mentre tenne per sé
stesso l'Illirico.[18] Il sistema rimase invariato fino alla morte di Costanzo Cloro avvenuta ad
Eburacum il 25 luglio del 306.[16][19]

Con la morte di Costanzo Cloro (25 luglio del 306[16][19]), il sistema andò in crisi: il figlio
illegittimo dell'imperatore defunto, Costantino venne proclamato cesare[18][19] dalle truppe in
competizione con il legittimo erede, Severo. Qualche mese più tardi, Massenzio, figlio del
vecchio augusto Massimiano Erculio, si fece acclamare, grazie all'appoggio di ufficiali come
Marcelliano, Marcello, Luciano[20] e dai pretoriani, ripristinando il principio dinastico.

Galerio si rifiutò di riconoscere Massenzio e inviò a Roma, Severo (che si trovava a


Mediolanum[21]) con un esercito, allo scopo di deporlo. Poiché, però, gran parte dei soldati di
Severo avevano servito sotto Massimiano, dopo aver accettato denaro da Massenzio disertarono
in massa.[21] Severo fuggì a Ravenna,[21] dove fu assediato dal padre di Massenzio, Massimiano.
La città era molto ben fortificata, cosicché Massimiano offrì delle condizioni per la resa che
Severo accettò: fu preso da Massimiano e ucciso.[18][22][23][24]

Solo l'11 novembre 308 si tenne a Carnuntum, sull'alto Danubio, un incontro cui parteciparono
Galerio, che lo organizzò, Massimiano e Diocleziano, richiamato da Galerio. In questa occasione
venne riorganizzata una quarta tetrarchia: Massimiano fu obbligato ad abdicare, mentre
Costantino fu nuovamente degradato a cesare, mentre Licinio, un leale commilitone di Galerio,
fu nominato augusto d'Occidente.[25][26]

Il quarto periodo tetrarchico, iniziato l'11 novembre del 308, terminò il 5 maggio del 311 quando
Galerio morì e Massimino Daia si impadronì dell'Oriente, lasciando a Licinio il solo Illirico.[27]
Ora l'Impero romano era nuovamente diviso in quattro parti: Massimino Daia e Licinio in
Oriente, Costantino e Massenzio in Occidente. Si trattava della "quinta tetrarchia". In realtà poco
dopo Massimino, Costantino e Licinio si coalizzarono per eliminare il primo dei quattro augusti:
Massenzio che possedeva ora Italia ed Africa.[28] Così nel 312, Costantino, riunito un grande
esercito, mosse alla volta dell'Italia attraverso le Alpi,[29] fino a scontrarsi con l'esercito di
Massenzio nella decisiva battaglia di Ponte Milvio,[26] il 28 ottobre del 312.[30] Massenzio fu
sconfitto ed ucciso.[31] Con la morte di Massenzio, tutta l'Italia passò sotto il controllo di
Costantino.[32] Poi nel febbraio del 313, Licinio e Costantino si incontrarono a Mediolanum, dove
i due strinsero un'alleanza (rafforzata dal matrimonio di Licinio con la sorella di Costantino,
Flavia Giulia Costanza),[33][34][35][36][37][38][39] che prevedeva di eliminare il terzo imperatore,
Massimino Daia. Licinio lo affrontò e sconfisse nella battaglia di Tzirallum il 30 aprile di
quest'anno.[40] Massimino Daia, morì pochi dopo (agosto).[26][41] Restavano ora solo due augusti:
Costantino per l'Occidente e Licinio per l'Oriente.[42]

Per undici anni l'Impero romano fu retto da Costantino e Licinio, più tardi affiancati dai loro
rispettivi figli, nominati Cesari. A partire, infatti, dal 317, dopo un primo scontro armato
avvenuto presso Mardia,[43] i due Augusti scesero a patti, firmando una tregua (1º marzo 317).
Licino dovette cedere a Costantino l'Illirico.[44] In cambio Licinio ottenne la possibilità di
governare autonomamente la sua parte di Impero. Erano sorti così due regni "separati" ed
indipendenti, ben lontani dal progetto tetrarchico di Diocleziano, che prevedeva un'"unità"
imperiale.[45] Con la fine delle ostilità i due Augusti elevarono a Cesari i loro stessi figli (Serdica
il 1º marzo del 317): Crispo (a cui fu affidata la Gallia) e Costantino II per Costantino, mentre
Valerio Liciniano Licinio per Licinio.[45][46][47][48]

Lo scontro finale avvenne pochi anni più tardi, quando nel 323, un'orda di Goti, che avevano
deciso di attraversare l'Istro, tentarono di devastare i territori romani della Mesia inferiore e della
Tracia.[49] Costantino, informato di ciò,[50] marciò contro di loro, penetrando però nei territori
all'altro augusto Licinio e ricevendo tutta una serie di proteste ufficiali da parte dello stesso, che
sfociarono nella fase finale della guerra civile tra i due.[51] Nel 324 si ebbero una serie di scontri
tutti favorevoli a Costantino (ad Adrianopoli,[52] Bisanzio, nell'Ellesponto,[53] e Crisopoli[54]) che
portarono Licinio, ora assediato a Nicomedia, a consegnarsi al suo rivale, il quale lo mandò in
esilio come privato cittadino a Tessalonica[55] (messo a morte l'anno successivo[55][56]). Costantino
era ora l'unico padrone del mondo romano.[57][58][59][60][61][62][63][64] Per questo motivo la monetazione
degli anni successivi ne celebrò la sua unità con la scritta "Restitutor Orbis".[65] L'anno
successivo il nuovo imperatore d'Occidente ed Oriente partecipò al Concilio di Nicea.

Costantino e i Costantinidi (324-363)

Nel 324 iniziano invece i lavori per la fondazione della nuova capitale, Costantinopoli. La fase
dalla riunificazione imperiale alla morte di Costantino il Grande (avvenuta nel 337), vide
l'imperatore cristiano riordinare l'amministrazione interna e religiosa, oltre a consolidare l'intero
sistema difensivo lungo i tratti renano e danubiano ed ottenendo importanti successi militari che
portarono a "controllare" buona parte di quei territori ex-romani, che erano stati abbandonati da
Gallieno ed Aureliano: dall'Alamannia (Agri decumates), alla Sarmatia (piana meridionale del
Tibisco, ovvero il Banato) fino alla Gothia (Oltenia e Valacchia). E sempre a partire da questi
anni, Costantino continuò ad utilizzare quali sue residenze imperiali preferite Serdica, Sirmium e
Tessalonica, oltre alla dioclezianea Nicomedia.

Il 18 settembre 335, Costantino elevò il nipote Dalmazio al rango di cesare, assegnandogli la


Thracia, l'Achaea e la Macedonia, con probabile capitale a Naisso[66] e compito principale la
difesa di quelle province contro i Goti, che le minacciavano di incursioni.[67] Costantino divise
così di fatto l'impero in quattro parti, tre per i figli e una per il nipote; la nomina di Dalmazio,
però, dovette incontrare l'opposizione dell'esercito,[68] che aveva palesato la propria preferenza
per l'accesso della linea dinastica diretta al trono.

Morto Costantino (22 maggio del 337), mentre stava ancora preparando una campagna militare
contro i Sasanidi, la situazione vedeva il potere spartito tra i suoi figli e nipoti, cesari: Costanzo
II, che era impegnato in Mesopotamia settentrionale a supervisionare la costruzione delle
fortificazioni frontaliere,[69] si affrettò a tornare a Costantinopoli, dove organizzò e presenziò alle
cerimonie funebri del padre: con questo gesto rafforzò i suoi diritti come successore e ottenne il
sostegno dell'esercito, componente fondamentale della politica di Costantino.
Le frontiere settentrionali ed orientali alla morte di Costantino I, con i territori acquisiti nel corso
del trentennio di campagne militari (dal 306 al 337), oltre alla divisione imperiale tra figli e
nipoti: Costantino II, Costante I, Costanzo II, Dalmazio Cesare e Annibaliano.

Durante l'estate del 337 si ebbe un eccidio, per mano dell'esercito, dei membri maschili della
dinastia costantiniana e di altri esponenti di grande rilievo dello stato: solo i tre figli di
Costantino e due suoi nipoti bambini (Gallo e Giuliano, figli del fratellastro Giulio Costanzo)
furono risparmiati.[70] Le motivazioni dietro questa strage non sono chiare: secondo Eutropio
Costanzo non fu tra i suoi promotori ma non tentò certo di opporvisi e condonò gli assassini;[71]
Zosimo invece afferma che Costanzo fu l'organizzatore dell'eccidio.[72] Nel settembre dello stesso
anno i tre cesari rimasti (Dalmazio era stato vittima della purga) si riunirono a Sirmio in
Pannonia, dove il 9 settembre furono acclamati imperatori dall'esercito e si spartirono l'Impero:
Costanzo si vide riconosciuta la sovranità sull'Oriente.

La divisione del potere tra i tre fratelli durò poco: Costantino II morì nel 340, mentre cercava di
rovesciare Costante I; nel 350 Costante fu rovesciato dall'usurpatore Magnenzio, e poco dopo
Costanzo II divenne unico imperatore (dal 353), riunificando ancora una volta l'Impero. Il
periodo poi fu caratterizzato da un venticinquennio di guerre lungo il limes orientale contro le
armate sasanidi, prima da parte di Costanzo II e poi del nipote Flavio Claudio Giuliano (tra il 337
ed il 363).[73]

Nel 361 venne proclamato Augusto Giuliano, Cesare in Gallia. Il suo governo durò solo tre anni,
eppure ebbe grande importanza, sia per il tentativo di ristabilire un sistema religioso politeistico
(per questo sarà detto l'Apostata), sia per la campagna militare condotta contro i Sasanidi, nella
quale l'Imperatore perì nel corso di una battaglia, dopo alcuni successi iniziali, a cui seguì una
difficoltosa ritirata. Venne eletto suo successore Gioviano, il quale per portare il suo esercito
sano e salvo in territorio imperiale, firmò una pace definita "vergognosa" con la Persia, alla quale
vennero cedute le cinque province al di là del Tigri conquistate da Diocleziano ed alcune
importanti città di frontiera come Nisibi.[74]

Nel 324 iniziano invece i lavori per la fondazione della nuova capitale, Costantinopoli. La fase
dalla riunificazione imperiale alla morte di Costantino il Grande (avvenuta nel 337), vide
l'imperatore cristiano riordinare l'amministrazione interna e religiosa, oltre a consolidare l'intero
sistema difensivo lungo i tratti renano e danubiano ed ottenendo importanti successi militari che
portarono a "controllare" buona parte di quei territori ex-romani, che erano stati abbandonati da
Gallieno ed Aureliano: dall'Alamannia (Agri decumates), alla Sarmatia (piana meridionale del
Tibisco, ovvero il Banato) fino alla Gothia (Oltenia e Valacchia). E sempre a partire da questi
anni, Costantino continuò ad utilizzare quali sue residenze imperiali preferite Serdica, Sirmium e
Tessalonica, oltre alla dioclezianea Nicomedia.

Il 18 settembre 335, Costantino elevò il nipote Dalmazio al rango di cesare, assegnandogli la


Thracia, l'Achaea e la Macedonia, con probabile capitale a Naisso[66] e compito principale la
difesa di quelle province contro i Goti, che le minacciavano di incursioni.[67] Costantino divise
così di fatto l'impero in quattro parti, tre per i figli e una per il nipote; la nomina di Dalmazio,
però, dovette incontrare l'opposizione dell'esercito,[68] che aveva palesato la propria preferenza
per l'accesso della linea dinastica diretta al trono.

Morto Costantino (22 maggio del 337), mentre stava ancora preparando una campagna militare
contro i Sasanidi, la situazione vedeva il potere spartito tra i suoi figli e nipoti, cesari: Costanzo
II, che era impegnato in Mesopotamia settentrionale a supervisionare la costruzione delle
fortificazioni frontaliere,[69] si affrettò a tornare a Costantinopoli, dove organizzò e presenziò alle
cerimonie funebri del padre: con questo gesto rafforzò i suoi diritti come successore e ottenne il
sostegno dell'esercito, componente fondamentale della politica di Costantino.

Le frontiere settentrionali ed orientali alla morte di Costantino I, con i territori acquisiti nel corso
del trentennio di campagne militari (dal 306 al 337), oltre alla divisione imperiale tra figli e
nipoti: Costantino II, Costante I, Costanzo II, Dalmazio Cesare e Annibaliano.

Durante l'estate del 337 si ebbe un eccidio, per mano dell'esercito, dei membri maschili della
dinastia costantiniana e di altri esponenti di grande rilievo dello stato: solo i tre figli di
Costantino e due suoi nipoti bambini (Gallo e Giuliano, figli del fratellastro Giulio Costanzo)
furono risparmiati.[70] Le motivazioni dietro questa strage non sono chiare: secondo Eutropio
Costanzo non fu tra i suoi promotori ma non tentò certo di opporvisi e condonò gli assassini;[71]
Zosimo invece afferma che Costanzo fu l'organizzatore dell'eccidio.[72] Nel settembre dello stesso
anno i tre cesari rimasti (Dalmazio era stato vittima della purga) si riunirono a Sirmio in
Pannonia, dove il 9 settembre furono acclamati imperatori dall'esercito e si spartirono l'Impero:
Costanzo si vide riconosciuta la sovranità sull'Oriente.

La divisione del potere tra i tre fratelli durò poco: Costantino II morì nel 340, mentre cercava di
rovesciare Costante I; nel 350 Costante fu rovesciato dall'usurpatore Magnenzio, e poco dopo
Costanzo II divenne unico imperatore (dal 353), riunificando ancora una volta l'Impero. Il
periodo poi fu caratterizzato da un venticinquennio di guerre lungo il limes orientale contro le
armate sasanidi, prima da parte di Costanzo II e poi del nipote Flavio Claudio Giuliano (tra il 337
ed il 363).[73]

Nel 361 venne proclamato Augusto Giuliano, Cesare in Gallia. Il suo governo durò solo tre anni,
eppure ebbe grande importanza, sia per il tentativo di ristabilire un sistema religioso politeistico
(per questo sarà detto l'Apostata), sia per la campagna militare condotta contro i Sasanidi, nella
quale l'Imperatore perì nel corso di una battaglia, dopo alcuni successi iniziali, a cui seguì una
difficoltosa ritirata. Venne eletto suo successore Gioviano, il quale per portare il suo esercito
sano e salvo in territorio imperiale, firmò una pace definita "vergognosa" con la Persia, alla quale
vennero cedute le cinque province al di là del Tigri conquistate da Diocleziano ed alcune
importanti città di frontiera come Nisibi.[74]

Caduta dell'Impero romano d'Oriente e Occidente: storia, cause,


cronologia e protagonisti
Storia e cause della caduta dell'Impero romano d'Oriente e Occidente. Quando e perché è caduto
l'Impero romano, cosa è successo dopo la caduta dell'Impero romano, cronologia e protagonisti

d’Oriente e Occidente: introduzione

Impero romano — Fonte: getty-images

Due imperi romani separatiDal


395 d.C., anno in cui, per convenzione, si fa risalire la separazione
definitiva tra i due imperi, l’Impero Romano d’Oriente (anche definito “Bizantino”) e quello
d’Occidente ebbero destini separati. A partire da questa data, nonostante i molti punti di contatto
e le comuni radici, si parla di due imperi romani separati.  

Quando sono caduti i due imperi?In


questo testo ci concentreremo sulla caduta dei due imperi,
avvenuta a quasi un millennio di distanza. Quando è caduto l’impero Romano d’Occidente?
Quando avviene la caduta dell’Impero romano d’Oriente? Se la caduta dell’Impero Romano
d’Occidente è infatti da collocarsi nel 476 d.C., quello d’Oriente, con una storia lunga e
travagliata, sopravvivrà fino al 1453.  

Curiosità

Chi fondò una nuova capitale a Costantinopoli? E dove si trova Costantinopoli? Costantinopoli
fu fondata dall’Imperatore Costantino nel 330 sull’antica città di Bisanzio e da lui prende il
nome. Fu la capitale dell’Impero Bizantino per oltre 1000 anni ovvero fino al 1453, anno in cui
fu conquistata dai turchi e diventò l’attuale Istanbul.

caduta dell’Impero Romano d’Occidente

Approfondisci

Le invasioni barbariche: cronologia, battaglie e protagonisti

La “nuova Roma”: CostantinopoliPercomprendere la differenza tra i due imperi, bisogna tornare negli
anni in cui l’Impero era ancora unito, ed il centro del potere si spostò da Roma a
Costantinopoli. La situazione nella città di Roma, da cui tutto era partito, era infatti molto
diversa da quella di Bisanzio, la “nuova Roma”, che Costantino rese la nuova capitale
dell’Impero e ribattezzò Costantinopoli nel 330.   

La decadenza di RomaNel IV e V secolo Costantinopoli rimase una capitale fiorente, mentre a


Roma iniziò una lunga fase di decadenza. Tanto per cominciare la città eterna non era più
neanche capitale, sostituita prima da Milano (286), e poi da Ravenna (402), meglio situate
strategicamente per fronteggiare la continua penetrazione di popolazioni barbariche. A Roma
rimaneva il Senato, l’antica istituzione repubblicana, che tuttavia, già reso pressoché privo di
potere da secoli, venne ulteriormente esautorato.  

Approfondisci

Sacco di Roma del 410: storia, protagonisti e conseguenze


La caduta dell’Impero romano d’OccidenteCome è caduto l’Impero romano? L’Impero di Occidente
viveva ormai una crisi irreparabile. Roma fu saccheggiata dai Goti nel 410, ed in seguito dagli
Unni di Attila a metà del V secolo, durante il quale si susseguirono una serie di imperatori
d’Occidente sempre più precari e impotenti. La fine fu relativamente silenziosa e indolore: nel
476 il generale sciro Odoacre depose l’ultimo imperatore: Romolo, detto Augustolo. 

Odoacre, re delle popolazioni barbaricheLe


insegne imperiali di Roma vennero spedite in Oriente e
raccolte dall’imperatore Zenone, imperatore d’Oriente, mentre Odoacre veniva proclamato re
delle popolazioni barbariche d’Italia. 

3La sopravvivenza di Roma

Costantinopoli cristiana — Fonte: getty-images

Roma, una città difficile da controllarePerché


cade l’Impero romano d’Occidente? In un periodo in
cui l’Impero Romano era ancora giovane e fiorente, lo storico Tacito scrisse che Roma era in
qualche modo destinata a crollare: in particolare a causa dell’enorme estensione del suo
Impero sempre, difficile da controllare da una città situata nel mezzo della penisola italiana. Ed
in effetti Tacito non aveva tutti i torti. 

Problemi di integrazioneTra le
cause della caduta dell’Impero Romano d’Occidente ci furono
anche problemi di integrazione: se ai tempi della Repubblica e nei primi anni dell’Impero i
territori conquistati erano stati romanizzati con efficacia, più avanti, tra III e IV secolo, nel
sistema militare romano aumentò sempre di più la presenza di guerrieri germanici che non
avevano pienamente assorbito la cultura e i valori di Roma, e che erano ben più fedeli ai
propri comandanti, con cui condividevano legami personali e tribali, ed al denaro che ricevevano
da Roma, che allo Stato stesso. 

L’Impero romano non crollò prima della fine dell’Impero BizantinoEppure,


da un altro punto di vista, è
possibile affermare che sotto molti aspetti l’Impero Romano non finì davvero con la
proverbiale deposizione di Romolo Augustolo, ma soltanto con la caduta dell’Impero
Romano d’Oriente. 

L'imperatore bizantino Giustiniano in un particolare dei mosaici di San


Vitale a Ravenna — Fonte: ansa

Tentativi di Giustiniano di ristabilire il controllo sull’Occidente Certamente


dopo il 476, ed in particolare
con Giustiniano ci sarebbero stati tentativi, in parte riusciti per qualche tempo, di ristabilire il
controllo sull’Occidente, sull’Italia e su Roma stessa. Tuttavia, nonostante i tentativi bizantini,
in Occidente ed in Nordafrica i regni romano-barbarici e cattolici, ma anche le conquiste
arabe, avrebbero progressivamente escluso i Greci dalla competizione. 

Chi erano i nemici dei Bizantini?In


ogni caso per quasi un millennio, tra la Grecia, e l’attuale Turchia,
e per un lungo periodo anche nei Balcani, lo Stato bizantino continuò dapprima a prosperare, e
poi a resistere. I nemici dei Bizantini non furono soltanto le popolazioni barbariche che
avevano portato al collasso l’Impero d’Occidente, ma anche potenti imperi e regni: in un primo
tempo i Persiani, poi gli Arabi musulmani, poi i regni cristiani, sia occidentali, eredi della
tradizione romano-barbarica, che slavi e balcanici. 

Bisanzio: un tramite tra l’Oriente e l’Occidente medievalePer


molto tempo Bisanzio fu un tramite tra
l’Oriente, dove commerciava con l’Impero cinese, e l’Occidente medievale. A sconfiggere
Costantinopoli, trasformandola in Istanbul, sarebbe stato infine l’Impero ottomano. 

4Continuità tra i due Imperi

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I turchi in Europa e la caduta di Costantinopoli

I Bizantini si consideravano RomaniCosa


succede dopo la caduta dell'Impero Romano
d'Occidente? A Costantinopoli l’Impero Romano, cristiano, sopravvisse ancora per un
lunghissimo periodo, di fatto fino al 1453: per quanto parlassero principalmente greco, i
Bizantini si consideravano Romani anno in cui la città imperiale, conquistata da Maometto
II, divenne capitale dell’Impero Ottomano. 

Ippodromo di Costantinopoli — Fonte: getty-images

Continuità tra Bisanzio e RomaFino


a questa data, gli imperatori d’Oriente si considerarono
legittimi eredi dell’Impero Romano, sia in Oriente che in Occidente, e la continuità tra
Bisanzio e Roma fu continua: politicamente, l’Imperatore continuava ad esercitare un potere
militare assoluto, ci furono costanti guerre, il sistema economico continuò a reggersi su
tassazioni altissime sul commercio e sull’agricoltura. 

Eredità culturale e politica di RomaAnche


tradizioni come lo sport e gli spettacoli pubblici
continuarono, in particolare presso l’Ippodromo di Costantinopoli, dove peraltro la rivalità tra
le tifoserie delle principali “squadre” della città, i blu e i verdi, fu non soltanto sportiva ma anche
politica. Anche le tradizioni legali di Roma, in particolare con Giustiniano (che nel 529 pubblicò
il Codice giustinianeo), continuarono sotto l’Impero d’Oriente.    

5Grande Scisma tra Oriente e Occidente: una delle


principali cause fu la religione

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Cristianesimo: origini, storia e caratteristiche

Separazione tra il cristianesimo ortodosso e quello cattolico Uno


dei principali punti di rottura tra
Costantinopoli e l’Italia, nonostante la comune aderenza al cristianesimo, fu la religione.  Il
cristianesimo orientale, o greco-ortodosso, e quello cattolico si separarono per molte ragioni
complesse: lo Scisma definitivo avvenne nel 1054, ma già da molto tempo tra Roma e
Costantinopoli, due tra i principali centri del cristianesimo, le gravi dispute teologiche non erano
diventate definitive soltanto per ragioni di opportunismo: molto spesso, infatti, gli Imperatori
bizantini ebbero bisogno dell’appoggio dei pontefici per risolvere dispute interne. 

Occidente cattolico: il papa, capo assoluto della chiesaOltre alle


differenze dottrinali, che qui non
abbiamo lo spazio di affrontare, ci fu un’importantissima differenza politica. Nell’Occidente
cattolico venne riconosciuta l’autorità del papa, vescovo di Roma, capo assoluto della
chiesa. I papi si imposero come vicari di Cristo sulla terra, e nel corso del Medioevo il papato si
sviluppò sempre più come un’istituzione religiosa ma anche politica, perché non rispondeva,
almeno in teoria, a nessuna autorità secolare. Questo spiega in sostanza i conflitti secolari che
nell’Europa Occidentale si consumarono tra papi e re.   

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Medioevo: significato e cronologia

Impero bizantino: i patriarchi ecumeniciNell’Impero


bizantino, al contrario, i patriarchi ecumenici,
massima autorità della chiesa d’Oriente, continuarono ad essere nominati dall’Imperatore,
che in linea di massima esercitò un forte controllo su una chiesa che pure, in particolare a partire
dal Medioevo, ebbe una relativa autonomia. Caduta Costantinopoli, infatti, i patriarchi
ecumenici continuarono ininterrottamente a svolgere il proprio mandato ad Istanbul,
nominati dai sultani musulmani, e tutelati in quanto capi di una minoranza religiosa che gli
Ottomani continuarono sempre a riconoscere.   

6Costantinopoli conquistata

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Le crociate: cronologia, battaglie e protagonisti

Rivalità tra le due chieseTra


le due chiese ci furono numerosi tentativi di ricongiunzione, ma
nessuno andrà in porto fino in fondo. Al contrario, si toccheranno punte di rivalità drammatiche.
La più grave fu probabilmente la Quarta Crociata (1202-1204), che vide la capitale
dell’Impero ed altre città bizantine saccheggiate e conquistate dai crociati (in particolare
Veneziani e Francesi), che si spartirono ampie parti dell’Impero bizantino. Costantinopoli aveva
subito prima di allora numerosi assedi, ma nessuna conquista. 
Assedio di Costantinopoli (parte della quarta crociata) — Fonte: getty-
images

Impero latino di CostantinopoliPer


qualche tempo la città fu capitale di un Impero latino di
Costantinopoli (1204-1261), nei fatti fortemente dipendente dalla Repubblica di Venezia.
L’Imperatore che riuscì a recuperare Costantinopoli, Michele Paleologo, ed i suoi
successori, non riuscirono tuttavia in nessun modo a restituire all’Impero bizantino l’antico
splendore. 

Una lenta agoniaGli ultimisecoli di vita dell’Impero Bizantino, nonostante alcuni momenti di
ripresa ed un’intensa vita culturale e religiosa, furono una lenta agonia: travagliato su tutti i lati
da vecchi e nuovi nemici, ed in particolare i regni Crociati, le Repubbliche marinare, i regni slavi
nei Balcani, e gli Ottomani, l’antico Impero continuò tuttavia a resistere.  

Maometto II, il Conquistatore — Fonte: getty-images


29 maggio 1453: caduta di CostantinopoliÈ
in questo contesto che bisogna considerare la caduta di
Costantinopoli, conquistata il 29 maggio del 1453 dal sultano Maometto II, da allora
conosciuto come “il Conquistatore”: gli appelli dell’ultimo imperatore bizantino, Costantino XI
Paleologo, che era addirittura riuscito ad avviare una riunificazione tra le due chiese, cozzarono
contro la realtà di un’Occidente che non riuscì, nonostante qualche eccezione, a soccorrere la
città. 

Assedio di CostantinopoliDopo
un assedio durato 53 giorni, i cannoni ottomani riuscirono ad aprire
una breccia nelle mura di Costantinopoli, che dopo la Quarta Crociata erano state ricostruite
dall’Imperatore Michele VIII. Quando Maometto II entrò nella città, a cavallo di un destriero
bianco, l’entità politica romana e bizantina cessò di esistere in modo definitivo. 

Costantinopoli: capitale dell’Impero ottomanoLa


città divenne capitale dell’Impero ottomano fino al
1922: la sua posizione di ponte tra Europa ed Asia, a cavallo tra due mari e tra due continenti,
permisero a Costantinopoli, ormai Istanbul, di rimanere un centro politico e culturale di enorme
importanza. 

 La caduta di Roma
 Mentre Costantinopoli, capitale dal 330, rimase fiorente per secoli, a Roma ed in
Occidente ci fu una progressiva decadenza.
 Dopo il sacco del 410 dei Goti e quello degli Unni, il generale sciro Odoacre depose
l’ultimo imperatore nel 476.
 Nonostante la caduta di Roma, sotto molti aspetti l’Impero Romano non crollò davvero
prima della fine dell’Impero Romano d’Oriente.

 Continuità tra i due Imperi


 Dopo la caduta dell’Impero d’Occidente, I Bizantini (che si considerarono sempre
Romani) portarono avanti l’eredità di Roma per quali 1000 anni da un punto di
vista culturale, politico, militare e religioso.

 Grande Scisma
 Il Grande Scisma tra chiesa cattolica e chiesa greco-ortodossa (1054) fu un altro
importantissimo punto di rottura tra Oriente ed Occidente.

 Costantinopoli conquistata
 Costantinopoli fu conquistata dai crociati nel corso della Quarta Crociata (1202-
1204) e fu capitale di un Impero Latino fino al 1261.
 Fino alla caduta definitiva (29 maggio 1453), l’Impero non tornò più all’antico
splendore.
Bibliografie:

www.wikipedia.it

www.studenti.it

Paolo E. Balboni, Storia italiana per stranieri, Edilingua

Paolo E. Balboni e Matteo Santipolo, Profilo di Storia italiana per stranieir,Guerra Edizioni

Maria Angela Cernigliaro, Storia – Testi e attivita per stranieri, Edilingua, 2008

Istituto Professionale di Stato, Testo simplificato di Stoeia, Dai Romani al Medioevo –Ad Uso
degli studenti stranieri

https://italianoperstranieri.loescher.it/che-storia!.n2840

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