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LITURGIE E GESTI SIMBOLICI NEL CONCILIO VATICANO II.


I PROGETTI DEL CERIMONIALE E LE PROPOSTE DEI
PADRI CONCILIARI*1

Maria Teresa Fattori

Il presente saggio descrive, sulla base delle testimonianze reperite da


parte della commissione cerimoniale e dei diari e degli appunti d’aula dei tes-
timoni, le valenze, le connessioni, le proiezioni, l’impatto della celebrazione
eucaristica e delle simbologie cerimoniali sull’evento conciliare, a partire dal-
la solenne apertura, l’11 ottobre 1962, fino all’8 dicembre 1965. Presento
una lettura dell’insieme delle celebrazioni conciliari nel suo intrecciarsi con
l’evento conciliare. Mi pare utile infatti non tanto una storia parallela delle
liturgie, ma il racconto di questo specifico aspetto integrato nella storia del
concilio; penso infatti che il “fatto” principale del Vaticano II potrebbe es-
sere meglio colto tenendo conto dell’aspetto liturgico.
La liturgia del Vaticano II è stata pensata e proposta, come gli schemi
conciliari, nella fase preparatoria. Nel corso del concilio essa, in qualche
caso, è divenuta controcanto e, in altri di momenti, un’esperienza integrata
nell’evento; ha influenzato i padri o è stata luogo di accoglimento di alcune
proposte. Dalla II sessione, la liturgia diventa anche un’opera collettiva, alla
quale i padri o i teologi partecipano. La III sessione rappresenta il momento
in cui il concilio dà applicazione alla costituzione liturgia, la IV sessione è il
momento in cui si riceve, con creatività, la costituzione Dei Verbum, ma inizia
anche la ricerca di formule per vivere con i fratelli separati momenti comu-
ni di preghiera e celebrazione della Parola di Dio. È innegabile che liturgia
e cerimoniale abbiano avuto un impatto sull’insieme dell’evento conciliare,
come anche che la liturgia quotidiana e l’intronizzazione del Vangelo, che
furono voluti da Giovanni XXIII con insistenza, siano stati percepiti come

*  Ringrazio in modo particolare Giuseppe Ruggieri per la lettura del mio lavoro ancora
manoscritto e per i suggerimenti e le correzioni che mi ha offerto. Limiti, errori o incompletezze
sono da imputarsi solo a chi scrive. Il mio intervento si muove sulla scia del progetto di G. Al-
berigo, Sinodo come liturgia?, « Cristianesimo nella storia », 28/1 (2007), p. 1-40. In esso, lo storico
proponeva di leggere l’insieme degli eventi conciliari come celebrazioni liturgiche. Per ragione
di spazio, le citazioni bibliografiche sono state ridotte al minimo, ma per il contesto generale e i
diversi passaggi della storia conciliare cfr. Storia del concilio Vaticano II, diretta da G. Alberigo, ed.
italiana a cura di A. Melloni, Leuven-Bologna 2012-2015.
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un ostacolo all’avanzare dei lavori conciliari, una perdita di tempo, talvolta


evitati o utilizzati come tempi di scambi e confronti.1

1.  I livelli dell’analisi

1. Un primo livello dell’analisi condotta è costituito dal cerimoniale pen-


sato dai cerimonieri, che hanno elaborato l’Ordo in concilio plenario servandus.
Su di esso si innestarono le scelte specifiche di Giovanni XXIII e Paolo VI.
Le scelte di questa commissione sono state condizionate dalla tradizione
romana delle cappelle papali e del cerimoniale di corte e dal modello liturgico
del concilio Vaticano I. La commissione preparatoria del Cerimoniale ha
predisposto, tra 1961 e 1962, le funzioni di apertura del concilio del 1962; le
liturgie delle sessioni con votazione; le liturgie delle congregazioni con sola
discussione senza votazione; infine, le funzioni di chiusura del concilio.2 Nel
periodo conciliare furono la commissione del cerimoniale tenne conto di
suggestioni provenienti da varie parti del concilio.
2. Vi è poi un secondo e variegatissimo livello delle percezioni individua-
li dei presenti, percezioni che dipendono dalla posizione occupata nell’aula e
dalla sensibilità e capacità di vedere e udire fisicamente, ma anche e soprat-
tutto di interpretare i segni. Va rilevata la parzialità di ciascun punto di vista,
poiché dalle fonti emerge il fatto che alcuni gesti furono colti solo in parte,
altri non furono visti o registrati per incapacità di interpretarli. Lo sguardo è
stato talvolta impedito, in altre situazioni è stato un guardare senza vedere.
3. Il terzo livello, infine, è il riflesso, ovvero la rappresentazione che l’im-
magine mass-mediale offre del cerimoniale: la televisione trasmette una sua
liturgia degli eventi liturgici, mostrando un punto di vista e dando una spie-
gazione, che però ha il potere di condizionare le percezioni dei testimoni
oculari e contribuisce, più delle testimonianze dirette, a costituire l’immagine
vera per gli assenti. Dom Helder Camara non descrive a parole la cerimonia

1
  Per un confronto tra le fonti diaristi sulla cerimonia di apertura cfr. A. Melloni, Intro-
duction, a M.-D. Chenu, Notes quotidiennes au Concile. Journal de Vatican II, 1962-1963, Paris 1995. Y.
Congar, Mon Journal du Concile, tome I: 1961-1963; tome II: 1964-1966, Presenté et annoté par
E. Mahieu, Paris 2002, p. 196: testimonia che per Lukas Vischer la messa « chaque matin » lo fa
stare « très en crispation ».
2
  Per una rassegna sui diari conciliari cfr. N. Egenter, Cinquante ans de Vatican II (Ière partie),
« Irenikon », 2010, p. 41-91. Ho potuto consultare l’archivio del Concilio Vaticano II in Archivio
Segreto Vaticano (d’ora in poi ASV), mentre non mi è stato concesso l’accesso ai documenti con-
servati nell’Archivio storico della congregazione per il Culto divino e la disciplina dei sacramenti
e nell’Archivio Storico dell’Ufficio delle Celebrazioni Liturgiche del Sommo Pontefice. Questi
archivi custodiscono parti diverse del sedimento archivistico dei maestri delle cerimonie.
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di apertura della II sessione, ma fa tradurre in portoghese il discorso del


papa e rinvia alle immagini trasmesse dalla televisione americana3. Il padre
Congar non partecipa alla cerimonia conclusiva del concilio nel dicembre
1965 perché
« Faire ma malle et ma valise sont déjà une épreuve très dure pour ma colonne
vertébrale et pour mes forces: je n’y tiendrais pas. […] Mais j’assiste à tout à la
TV italienne. Assez remarquable reportage, bien préparé comme texte, varié
et techniquement excellent comme images. [poi descrive quello che vede attra-
verso le riprese e conclude] et en la voyant, grâce à la TV, mieux que si je m’y
étais mêlé ».4

Al di fuori delle liturgie del concilio, va registrata la presenza di liturgie


individuali e collettive per il concilio o a fianco del concilio, come la pre-
ghiera, che precede e accompagna la celebrazione conciliare, le offerte in-
dividuali e comunitarie di orazioni,5 sacrifici eucaristici, sofferenze che ogni
cristiano, sia che abbia partecipato all’evento sia che ne sia stato solo spet-
tatore, hanno offerto per il concilio. Si tratta di quella che Congar definisce,
alla notizia della morte della madre, la storia mistica del concilio: la madre
malata per anni ha sofferto e offerto le sue sofferenze e pregato per il conci-
lio. « Le concile a été porté par beaucoup de priere et de souffrances offertes.
Mais qui connaît, qui porrai écrire cette histoire? ».6 Esiste una dimensione
personale e comunitaria, che qualche rara volta è dato di cogliere, nei fram-
menti della scrittura diaristica, come, ad esempio quando il salesiano Dome-
nico Bertetto chiede all’inizio del concilio « il santo abbandono va praticato
sino in fondo anche nei pensieri, nei ricordi, nei sentimenti », tralasciando di

3
  Dom H. Camara, Vaticano II. Correspondencia Conciliar, Circulares a familia do Sao Joaquim
1962-1964, introducao e notas L. C. Luz Marques, Recife, Instituto Dom Helder Camara-Ed.
Universitaria UFPE 2004: Circulares Conciliares, org. L. C. Luz Marques e R. De Araujo Faria, t. I,
Recife, CEPE-Instituto Dom Helder Camara 2009: Roma 30.9.1963, 1a Circular, p. 161: « Discur-
so de Abertura. Maria Luiza poderá traduzir o Discurso do Santo Padre (a tradução portuguesa
daqui está incrível). Seria interessante receber depois comentários de vocês. Mandarei o que vou
dizer à TV dos USA ».
4
  Il particolare che Paolo VI, uscendo alla fine della cerimonia di chiusura, ha dato la mano
a Boegner e ai fratelli di Taizé è un « détail que j’ai appris ce matin », non dalla TV. Cfr. F. Ruozzi,
Il concilio in diretta. Il Vaticano II e la televisione tra partecipazione e informazione, Bologna 2007.
5
  Cfr. ASV, Conc. Vat. II, b. 559, Segreteria generale, Iniziative-preghiere per il Concilio
Vaticano II, 1959-1962.
6
  Martedì 26 novembre 1963, Congar, Journal, I, p. 573; Fondazione per le scienze religiose
Giovanni XXIII, Archivio del concilio Vaticano II (d’ora in poi FSCIRE, ACVII), NeophytosE-
delby, Souvernirs, in copia, primo ottobre, p. 111-112: Lercaro che presiede, comunica ai padri che
un vescovo di Sicilia è sul letto di morte e ha detto di volere offrire le sue atroci sofferenze per il
successo del concilio. L’assemblea reagisce con un silenzio emozionato.
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« preoccuparsi di me » o di « cambiare le cose », ma « santificandolo in pace,


obbedendo a Dio ». Egli invoca, attraverso lo svuotamento dalle proprie in-
tenzioni, la partecipazione attiva al concilio con la « preghiera apostolica,
come Maria matre Jesu, con la fedeltà ai miei impegni … della chiesa, con la
carità soprannaturale con tutti i membri del CM [corpo mistico], con la sof-
ferenza e la croce che Dio [mi darà] e che accetterò con fede e amore ». In
qualche caso, la preghiera passava attraverso la messa quotidiana, come per
Camara, che in ogni circolare rammenta persone lontane e vicine nel canone
della messa e presenta a Dio varie situazioni dello svolgimento conciliare,
soprattutto nei momento di tensione o di stanchezza.
Molti eventi spirituali e liturgici in senso stretto hanno poi influito sui
padri e sulle loro percezioni delle liturgie del Vaticano II, ne hanno condizio-
nato le percezioni, ne hanno alimentato la fede, hanno contribuito o ostaco-
lato la costruzione di un clima di comunione; questa è però un’area troppo
vasta per essere anche solo sondata.

2.  Il progetto della commissione preparatoria del cerimoniale e le


scelte di Giovanni XXIII e Paolo VI

Il cerimoniale deciso prima dell’arrivo dei padri è stato frutto di una stra-
tificazione di scelte. Da un lato la tradizione cerimoniale romana, incarnata
dal Collegio dei Maestri delle cerimonie pontificie, che guarda al passato e
dal passato attinge gesti e simboli che difficilmente si accetta di cambiare.
Dall’altra, in modo talvolta dialettico, stava la volontà del papa e in seguito
anche quelle dei Padri e dei periti.
Il 10 novembre 1960 veniva comunicato al card. Eugenio Tisserant che
era stato scelto dal Santo Padre in qualità di prefetto della commissione ce-
rimoniale preparatoria, formata dai consultori individuati tra i maestri delle
cerimonie pontificie: Beniamino Nardone, segretario e Giuseppe Calderani,
sottosegretario; Savatore Capoferri; Adone Terzariol; Orazio Cocchetti; il
benedettino Ildefonso Tassi, professore di Liturgia alla Pontificia Università
Lateranense, e p. Roger Le Deault della congregazione dello Spirito santo,
professore di Liturgia al Seminario Francese.7

7
  Cfr. ASV, Conc. Vat. II, b. 390, fasc. 1, lettera del 10 novembre 1960 f. 1; i nomi dei
consultori nella lettera del 13 marzo 1961; Mons. Nardone segretario della commissione, scrive
l’8 marzo 1961 a P. Felici indicando i nomi dei consultori individuati nella riunione della com-
missione cerimoniale del 23 febbraio. Oltre ai detti, sono menzionati l’uditore di Rota Enrico
Ewers e Gioacchino Nabuco, consultore della S. C. dei riti; nella busta un biglietto da visita indica
Capoferri canonico di S. Maria ad Martyres – Pantheon. Cfr. anche ibidem, fasc. 1/I, n. 1, lettera
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La commissione formulò uno schema di Ordo et Methodus di protocollo,


sulla base di ricerche storiche svolte dai consultori sui precedenti concili,
che poi portarono a correggere il Methodus del concilio Vaticano I,8 adat-
tandolo allo svolgimento della prossima assise, tenuto presente « il grande
numero dei convocati e le particolari circostanze di tempo e di luogo ». Il
criterio generale condiviso dal presente e dai membri « è che vanga seguito
il Methodus del Concilio Vaticano I, eliminando, però, le inutili ripetizioni e
rendendo meno pesante e più snello lo svolgimento delle cerimonie della
inaugurazione e quelle che precedono le varie sessioni ».9 La proposta distin-
se le funzioni di apertura; le sessioni con votazione; le discussioni con sola
discussione senza votazione; le funzioni di chiusura del concilio. Si chiese di
aumentare la capienza della basilica di S. Pietro per la cerimonia di apertura
per permettere che potessero essere presenti non solo i membri del conci-
lio, ma anche consultori e periti, missionari, corpo diplomatico, persona-
lità del laicato; consigliò di tenere conto che i padri avrebbero viaggiato in
aereo e quindi suggerì una scelta di semplicità per gli abiti liturgici: piviale
bianco con la mitra di tela damascata per le cerimonie di apertura e chiusu-
ra, rocchetto e mantelletta (senza mozzetta) per le sessioni. La sacrestia di
questa gigantesca vestizione doveva essere il museo lapidario. Le intenzioni
della commissione si articolarono in otto punti: primo, il corteo di apertu-
ra, composto dai soli padri, « deve essere solenne »; il percorso, che poi fu
seguito dalla processione, iniziava dal palazzo apostolico, uscendo dal Por-
tone di Bronzo, attraversava la piazza di S. Pietro, costeggiando sulla destra
l’obelisco, fino a raggiungere la Basilica vaticana. Il clero, i collegi e i seminari
di Roma dovevano stare “schierati” sulla piazza e sulla gradinata esterna
della basilica, facendo ala al passaggio del corteo; secondo, l’esposizione del
Santissimo doveva essere collocata nella cappella paolina, offrendosi all’ado-

di Pericle Felici a Eugenio Tisserant, vescovo di Ostia e Porto e S. Rufina, del 23 febbraio 1961
per una precisazione del mandato della commissione.
8
  Methodus ab Eminentissimis et Reverendissimis DD. Cardinalibus et a Reverendissimis Patribus Con-
cilii Vaticani servanda in sacris functionibus majoris hebdomadae, Romae 1869.
9
  La commissione si riunì nei giorni 24 febbraio, 14 aprile, 28 aprile, 18 maggio 1962, ASV,
Conc. Vat. II, b. 390, fasc. 2/1, 18 maggio 1962, n. 3467; queste date anche nel documento a
stampa Per uno schema di protocollo circa il cerimoniale che dovrà eseguirsi dall’inizio alla fine del concilio ecume-
nico Vaticano II, T.P.V. 1962, ibidem. Nella lettera di Nardone a Felici, si attesta che mons. Attilio
Maria Percacciante, impiegato presso la S. Congregazione del Cerimoniale, oltre a svolgere la sua
attività nella congregazione, fu incaricato di curare la segreteria della commissione cerimoniale del
concilio dal card. Prefetto, ASV, Conc. Vat. II, b. 390, fasc. 2/3. Dagli scambi epistolari successivi,
si evince che la commissione nel maggio 1962 comunicò ai vescovi le decisioni relative agli abiti
e confermò le proprie proposte come decisioni definitive, cfr. ibidem, fasc. 2/4 lettera del 23 mag-
gio 1962, Felici a Nardone, 2/5, risposta di Nardone del 18 maggio; lettera del 29 maggio 1962.
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razione del solo papa con i cardinali; terzo, considerando la lunghezza delle
liturgie, si decide che fare seguire alla funzione di apertura l’inaugurazione
della sessione, rinviandola al giorno 12 ottobre, successivo. L’inaugurazione
prevedeva la processione, il canto delle litanie, la messa solenne, la profes-
sione di fede, la vestizione del papa, il discorso di apertura e il canto del Te
Deum; quarto, viene ritenuto « del tutto superfluo, nella cerimonia di apertu-
ra, il discorso del Vescovo, dal momento che è previsto che il Papa aprirà i
lavori rivolgendo la sua parola a tutta l’assemblea »; quinto, « Bisogna tenere
presente nelle varie funzioni liturgiche gli altri riti e nella stessa cerimonia
di apertura fare cantare il vangelo della messa – de Spiritu sancto – anche in
greco, dopo il canto in latino »; sesto, durante le ricorrenze che sarebbero
cadute durante il concilio, come l’anniversario dell’incoronazione del papa,
la festa di Cristo re, si suggeriva di tenere, al posto della sessione, cappella
papale. Infine, per stabilire l’ordine delle precedenze era richiamato quanto
stabilito dai canoni 223, 280 e 106 del Codice di diritto canonico.10 L’elenco
dei vescovi fu predisposto dalla commissione centrale preparatoria e la com-
missione del cerimoniale stabilì l’ordine della gerarchia. Data l’importanza
in curia dei segretari di Congregazione, la commissione propose che alle
sessioni partecipassero anche i segretari non vescovi.
Oltre alla decisioni relative al cerimoniale, la commissione fu incaricata
anche di proporre la “preparazione remota” per clero e fedeli, al fine di favo-
rire la celebrazione conciliare. La commissione fece nuovamente riferimento
alla tradizione e al Vaticano I, per verificare quali potessero essere i modi e
tempi adatti a questo scopo. L’approssimarsi della festa di Pentecoste sem-
brò l’occasione più propizia per « bandire una vera crociata [rivolta ai fedeli]
di preghiere allo Spirito santo, invocandone l’assistenza divina sui lavori del
concilio », al fine di unire la Chiesa, “cor unum et anima una”. Essa avrebbe
potuto suscitare un « effetto particolare ed una favorevole impressione anche
sui non cattolici ». Si pensò opportuno procedere sul piano della preghiera,
su quello della liturgia pentecostale, infine su quello dell’informazione e ap-
profondimento. Infatti, da un lato la commissione propose la redazione di
un documento pontificio diretto a vescovi e fedeli, invitando a celebrare con
solennità la novena dello Spirito santo nelle chiese cattedrali e parrocchiali;

10
  Il Canone 223 del CIC prevedeva il seguente ordine: cardinali, patriarchi, primati, arci-
vescovi, vescovi residenziali anche se non consacrati, abati e prelati nullius, abati primati, abati
superiori di congregazioni monastiche, superiori generali di religioni di chierici regolari e di altre
religioni esenti, titolari tra i residenziali ordine promotionis, dopo i vescovi abati nullius e abati primari
e superiori di congregazioni monastiche che abbiano l’uso della mitra; infine i religiosi, secondo
questo ordine: canonici regolari, monaci, altri regolari, congregazioni religiose, segretari delle con-
gregazioni, dopo i vescovi.
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a dedicare cicli di predicazione e conferenze in università, collegi, seminari e


Istituti cattolici, al fine di proporre una formazione ad hoc. A Roma, poi, la
festa sarebbe stata celebrata con solennità dal Santo Padre. Infine, si chiese
una pubblicazione in una rivista avente “carattere ufficiale”, plurilingue, per
illustrare « l’importanza dei concilii e tratt[are] ampiamente degli scopi che si
propone il Concilio Vaticano II, informando, … sugli argomenti principali
che saranno oggetto di discussione ». Si propose anche un coinvolgimento
particolare della « gioventù studentesca e quella che milita nelle organizza-
zione cattoliche e nell’Azione cattolica ».11
Alcune sollecitazioni vennero alla commissione anche da membri del
corpo diplomatico, che tramite la segretaria di stato e mons. Dell’Acqua,
chiesero di stabilire un « qualche elemento di distinzione per i rappresen-
tanti pontifici », senza che fossero frammisi in modo non identificabile nella
“massa” dei vescovi titolari.12 Richieste e petizioni giunsero anche dai ves-
covi, da movimenti e organizzazioni del mondo cattolico, ma non sembra
che la commissione del cerimoniale ne abbia tenuto particolarmente conto.13
Le proposte della commissione preparatoria furono ufficializzate nel
1962 e trasmesse alla segreteria del concilio.14 Per uno schema di protocollo circa
il cerimoniale si apre con una citazione del trattato di Benedetto XIV, il De Sy-
nodo dioecesana, per motivare la scelta della solennità come cifra fondamentale
del cerimoniale.15 Il trattato del papa bolognese, uscito in una prima edizione
nel 1748 e poi rivisto e in edizione definitiva nel 1755, frutto del lavoro di
questo papa canonista e fautore di vaste riforme nella curia e nella Chiesa, fu
un punto di riferimento per secoli dal punto di vista canonistico e, eviden-

11
  ASV, Conc. Vat. II, b. 390, fasc. 2/I, nr. 2, lettera da Città del Vaticano, 22 marzo 1961,
Nardone a Felici, n 3343: non si ritenne opportuno l’indizione di un giubileo essendo stati cele-
brati nel 1950 e ’54. Con l’apertura del concilio si sarebbe concessa una particolare indulgenza,
con la recita della preghiera del concilio e della preghiera per l’unione dei fratelli separati.
12
  Ibidem, fasc. 2/I, nr. 3, lettera a Felici di mons. nunzio Vagnozzi, arciv. Tito di Mira e
delegato apostolico a Washington, trasmessa da Dell’Acqua. Nella successiva lettera (ibidem, prot.
1720 COM/62, 22 maggio 1962) Felici commenta con Nardone: « mi permetto di far rilevare che
al Concilio Vaticano I, i pochissimi Nunzi e Delegati Apostolici che vi presero parte, sedettero tra
gli altri Arcivescovi e Vescovi secondo l’ordine di anzianità di promozione ».
13
  ASV, Conc. Vat. II, b. 559 Segreteria generale, Iniziative-preghiere per il Concilio Vati-
cano II 1959-1962; b. 597 Segreteria generale, Petizioni di Vescovi, Madonna Perpetuo soccorso
Protettrice Concilio Vaticano II 1959-1960.
14
  Cfr. il testo a stampa Per uno schema di protocollo circa il cerimoniale che dovrà eseguirsi dall’inizio
alla fine del concilio ecumenico Vaticano II, T.P.V. 1962, da me consultato in ASV, Conc. Vat. II, b. 390.
Sono menzionate in apertura del documento le riunioni del 24 febbraio, 14 e 28 aprile.
15
  Il documento citava De Synodo dioecesana, libro III, cap. IX “Ut sacerdotalis concessus
maiestatis splendidior foret, suique venerationem omnibus ingereret”. Cfr. ora M. T. Fattori, Be-
nedetto XIV e Trento. Tradurre il concilio nel Settecento, Stuttgart 2015, al quale mi permetto di rinviare.
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temente, anche liturgico, fino ad arrivare alle soglie del Vaticano II. Lo sche-
ma del cerimoniale, proposto dalla commissione, chiedeva di manifestare
l’universalità della chiesa, attraverso il corteo papale la cui ala doveva essere
il clero secolare, regolare e orientale dell’Urbe; la gerarchia della Chiesa era
rappresentata attraverso gli abiti che rinviavano alla funzione sacerdotale.16 Il
corteo papale seguiva la forma della Cappella.17 Dopo la visita al Santissimo,
il papa e i cardinali avrebbero cantato Ave maris Stella, seguiti poi dal canto
della Cappella e con l’accompagnamento dei bronzi. Il papa doveva genu-
flettersi al faldistorio, innanzi all’altare e pronunciare la preghiera Protector
noster. Il segretario del concilio avrebbe portato il Vantelo e letto la profes-
sione di fede all’ambone, ratificata dai padri. Di fronte al papa, che avrebbe
indossato gli abiti pontificali compreso il pallio, si presentavano per il rito
dell’obbedienza tutti i cardinali, due patriarchi, due metropoliti, due arcives-
covi, due vescovi, due abati, mentre la Cappella cantava l’antifona Exaudi nos
Domine. Il Vangelo letto davanti all’assemblea sarebbe stato il passo di Luca
9, 1-7. Dopo l’allocuzione del papa, sarebbe stato pronunciato Exeant omnes
locum non habentes in Concilio e infine l’Inno Veni Creator Spiritus.
Lo spazio del saggio non consente di soffermarsi sui dettagli delle de-
cisioni della commissione del cerimoniale, relative alla prima sessione.18
Attraverso i vota dei consultori cogliamo comunque il clima generale e le
specificità, che sono il frutto di una cultura liturgica radicata nella tradizione
tridentina, nella quale si innestarono attenzioni e suggestioni di una pietà
ottocentesca. Si faranno alcuni esempi. Il consultore Terzariol suggerì di
consacrare il genere umano al Sacro Cuore di Gesù; Cocchetti propose che
nel rito dell’obbedienza fossero scelti, dopo i cardinali, venti rappresentan-

16
 Secondo Per uno schema di protocollo avrebbero aperto la processione i patriarchi, seguiti da
metropoliti, arcivescovi e vescovi, abati nullius e abati generali con l’uso della mitra, in abito sacro
e mitra, di colore rosso se de spiritu sancto e bianco se de beata, i padri in abito corale e la cappella
papale in vesti corali.
17
  Gli inni scelti da cantare durante la supplicatio furono Ave Maris stella di s. Bernardo di
Chiaravalle, Exsultate iuxti in Dominio (Sl 66); Deus misereatur nostri (Sl 83); Nisi Dominus aedificaverit
domum (Sl. 126), Fundamenta eius (Sl 86); Ecce quam bonum (Sl 132). La cappella papale era aperta
dal cardinale diacono con il camice, la stola traversa per il vangelo; due uditori di Rota, il Croci-
fero suddiacono per il canto del Vangelo, tre prelati votanti di segnatura, dal turiferario e, infine,
chiuso da due accoliti.
18
  Fu prescritto l’uso degli abiti corali per i padri, patriarca, metropoliti, arcivescovi, vescovi
abati sarebbero stati dispensati dall’indossare la cappa, ma solo la sottana prelatizia, il rocchetto
e la mantelletta. Il papa si presentava con il manto, la mitra semplice d’oro. La I sessione sareb-
be stata introdotta dal papa, dopo la visita del Santissimo, che entrava con il corteo, ascendeva
al faldistorio per una breve orazione, poi ascendeva in trono. La messa era letta alternando riti
« occidentali e orientali ».
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ti di ogni gradino gerarchico, ma che i vescovi consacrati dal santo padre


precedessero tutti gli altri. Rispetto alle scelte compiute a fine concilio, è il
rapporto con la Parola di Dio a subire i maggiori cambiamenti rispetto alle
scelte iniziali. Il vangelo del concilio, secondo il voto di Andrieu avrebbe
dovuto essere adeguato all’argomento trattato nella sessione, variando da
sessione a sessione, come era tradizione nei concili antichi. Alla fine del
concilio nel 1965, fu invece offerta ai padri una lectio continuata dalla Parola
di Dio, rendendo fino in fondo la Parola fonte e l’assemblea orecchio recet-
tivo e non, viceversa, piegando il Testo alle necessità dei temi o dei momenti
conciliari. La commissione svolse anche un lavoro di studio e di analisi sui
testi delle preci per i concili generali dei primi dieci secoli cristiani e predis-
pose un’edizione ad hoc del Messale Romano e del Graduale del concilio19.
Si stamparono in edizioni tascabili anche il Methodus del concilio e versioni
policopiate delle Preces.20
Giovanni XXIII scelse la celebrazione quotidiana della messa e il rito di
intronizzazione del Vangelo ad ogni apertura di sessione generale. Il papa
volle che, periodicamente, la messa quotidiana fosse celebrata anche nei riti
orientali e scelse di presiedere personalmente alla “supplicatio orientalis” o
l’Eckténia pronunciata in greco, latino, slavo e arabo nel corso delle cerimo-
nia d’inaugurazione del concilio, l’11 ottobre 1962.21 Due diaconi recitarono
le litanie e tre vescovi (greco, salvo e melchita) cantarono l’ecphonère. L’in-
serimento di questo rito fu attribuito dai vescovi melchiti all’amore di papa
Roncalli per l’Oriente. In generale, si può dire che le proposte di Giovanni
XXIII influirono sul ritmo quotidiano delle celebrazioni senza utilizzare i

19
  Missale Romanum. Ex decreto Sacrosancti Concilii Tridentini restitutum Summorum Pontificum cura
recognitum. Editio prima iuxta typicam, Romae-Turonibus-Parisiis 1962; le scelte dei canti graduali,
con la notazione musicale fu effettuata sulla base del libro graduale predisposto durante il pontifi-
cato di Pio X, Graduale Sacrosanctae Romanae Ecclesiae de tempore et de sanctis SS. D. N. Pii X. Pontificis
Maximi jussu restitutum et editum…, Parisiis-Tornaci-Romae 1924. Entrambi sono consultabili in
ASV, Conc. Vat. II, b. 645 Segreteria generale, Messale e graduale usati in concilio.
20
  Methodus Servanda et preces recitandae in Concilio Oecumenico Vaticano II iussu Sanctissimi D.N.
Ioannis PP. XXIII Catholica Ecclesiae Episcopi, T.P.V. 1962, p. 38; Cerimoniale per la Santa Messa che si
celebra all’inizio delle Congregazioni Generali del Concilio, fotocopia s.l.d., f. 4; Ritus Servandus in Missae
concelebratione ante Congregationes Generale, s.l.d., ff. 3; Preces ante Congregationem dicendae, ASV, Conc.
Vat. II, b. 646 Segreteria generale, Congregazioni generali Preces recitandae. Inoltre, ibidem, b. 648,
sono conservate le bozze della Methodus Servanda in sessionibus Sacri Concilii Oecumenici Vaticani II
quod in Patriarchali Basilica S. Petri in Vaticano celebrabitur, T.P.V. 1962, p. 38.
21
  ASV, Conc. Vat. II, b. 647 Segreteria generale, Supplicatio orientalis 11 ottobre 1962, T.P.V.
1962. Il testo di questa Eckténia, stabilito a Roma nel più puro stile bizantino, è stato tradotto
« en arabe » a Aïn Traz. Welykyj; secondo Edelby il papa ha espresso il desiderio di presiedere lui
stesso « au petit office oriental », FSCIRE, ACVII, Diario Edelby, Souvernirs du deuxième Concile
oecuménique du Vatican (11 Octobre 1962-8 décembre 1965), in copia, lunedì 8 ottobre, p. 9-10.
444 Maria Teresa Fattori

linguaggio dei “gesti”. Le scelte del papa furono affidate alle omelie o alle
prolusioni.
Innegabile che la liturgia nel corso stesso della I sessione conciliare
non rimase statica e ripetitiva. Dom Helder osserva la diversità tra la messa
conclusiva della I sessione e
« las Missas que abriram as sessões plenárias (Missas que se tornaram sempre
mais comunitárias: que diferença, por exemplo, entre a de hoje e a de aber-
tura!... Missas de todos os ritos, inclusive uma de tipo Missa Luba em plena
Basílica de S. Pedro) ».22

A partire dalla II sessione conciliare, molti furono i suggerimenti pre-


sentati a Paolo VI di cui il pontefice decise di tenere conto, facendo in qual-
che caso arrabbiare mons. Dante, uno dei membri del collegio cerimoniale.
Faccio un solo esempio, tratto dal diario di mons. Edelby.23 La 116° cg (6
novembre 1964) fu presieduta dal papa, incontrando il plauso di molti che
si chiedevano perché non prendesse parte alle delibere conciliari, come
se non fosse membro del concilio. Quella mattina, « semplice esempio di
collegialità episcopale al concilio », commenta Edelby, il papa prese parte
al concilio, sedendosi tra i cardinali del consiglio di presidenza. Occupò il
posto di Tisserant, quel giorno assente, su una poltrona appena un poco più
dorata e alta. « Colère de mgr. Dante, cérémoniaire pontificale, qui ne peut
comprendre comment le Pape peut s’asseoir au milieu d’autres évêques! ». I
vescovi invece furono molto toccati dal gesto del papa che poco alla volta,
senza rivoluzione e dichiarazioni incendiarie, « est en train de se dépauiller
des apparences d’une apothéose non-évangêlique ».
Alla commissione del cerimoniale del periodo conciliare rispetto alla fase
preparatoria, fu aggiunto Enrico Dante per le prime tre sessioni. Nominato
da Giovanni XXIII il 28 agosto 1962 arcivescovo titolare di Carpasia, Dante
aveva passato la sua vita all’interno del Collegio dei Maestri delle Cerimonie
pontificie. Tenne l’ufficio fino alla sua creazione cardinalizia, il 22 febbraio
1965, sostituito da reggenti ad interim il primo dei quali fu Salvatore Capofer-
ri, coadiuvati dal lazzarista Annibale Bugnini, delegato ad operare una prima
riforma del Cerimoniale papale, in applicazione alla costituzione liturgica.
Dante accompagnò Paolo VI anche nei viaggi in Palestina e India.
Su quanto ‘prescritto’ dalla tradizione pontificia si innestarono i gesti
scelti dai pontefici. Giovanni XXIII accettò la sedia gestatoria dalla quale si
fece portare in ogni occasione solenne e diede un’impronta personale usando
meno il linguaggio simbolico e più quello verbale. Soprattutto i suoi discorsi

  Roma, 8/9.12.1962, Última Circular [53a], p. 158.


22

  Edelby, Souvernirs, 6 novembre, p. 224-225.


23
Liturgie e gesti simbolici nel Concilio Vaticano II. 445

trasmettono agli astanti il senso delle scelte, le modalità, gli obiettivi finali.
Le scelte cerimoniali furono giudicate barocche, rinascimentali o secondo
lo stile di sovrani restaurati e da molte parti è testimoniata la percezione di
un’irruzione cerimoniale dal passato nel tempo presente. È nota la querelle
provocata dal « concilio come grande atto liturgico » proposto dalla lettera
dell’episcopato olandese del 24 dicembre 1960.24 Ma è certo che anche in
curia il cerimoniale non fu deciso in modo pacifico: sappiamo, ad esempio,
che Sebastian Tromp era preoccupato per l’impossibilità di mantenere per
2500 padri la « magnitude of the Council ». Tromp accusava il “Committee
on arrangements” di « stare cercando la pompa – bisognava semplificare
data la moltitudine ».25
Diversamente dal predecessore, Paolo VI predilesse i gesti. Essi pre-
supponevano una teologia professata dal papa, ma i simboli rituali implica-
vano anche, da parte degli astanti, la capacità di leggere, offrendo il destro
a interpretazioni non univoche e favorendo un condizionamento collettivo
in cui i media avrebbero avuto un peso interpretativo. Paolo VI appare, nel
confronto con Giovanni XXIII, più influenzabile ovvero disposto ad acco-
gliere alcuni gesti che erano suggeriti da varie parti. I gesti fatti propri da
Montini aprono squarci e risultano alla fine più aperti rispetto agli interventi
in aula o alle decisioni. La III sessione conciliare è quella in cui si sono
concentrati i maggiori sforzi gestuali di Paolo VI, sebbene essi rimangano
più simili a squarci e intuizioni privi di ricadute nella liturgia quotidiana del
concilio.26
Propongo alcuni esempi per esplicitare l’interazione tra linguaggio sim-
bolico, clima conciliare e interpretazione dei gesti.
Il 29 settembre 1963, Edelby nota che nel corso della solenne apertura
della II sessione conciliare, Paolo VI discende dalla sedia gestatoria e per-
corre a piedi la navata, gesto di semplicità e rispetto per i padri, che induce
molti vescovi ad applaudire. All’altezza dei patriarchi il papa si ferma per
« adresser des gestes particulièrement chaleurex ».27
Altro caso, il 23 settembre 1964, per la cerimonia di venerazione delle
reliquie dell’apostolo Andrea, Paolo VI entra in S. Pietro portando la testa di

24
  Cfr. Alberigo, Sinodo come liturgia?, p. 19-20 e n. 47.
25
  FSCIRE, ACVII, Diario Griffiths, in copia, p. 4.
26
  Congar, Journal, t. I, p. 182: nel IV anniversario della propria incoronazione, la messa
pontificale fu celebrata in onore di s. Carlo, in rito ambrosiano. Il papa ha fatto una buona omelia.
Ha cominciato in latino, poi è passato all’italiano. Ha vantato il carattere pastorale di s. Carlo, ha
esaltato la varietà dei riti. Alcuni vedono in questo delle indicazioni discrete per il concilio, « C’est
possible ».
27
  Edelby, Souvernirs, 29 settembre 1963, p. 108.
446 Maria Teresa Fattori

s. Andrea prima di essere restituita a Patrasso. Notata « con soddisfazione »


la semplicità, certamente voluta, del cerimoniale pontificale – il papa era
vestito in mozzetta di seta rossa con una stola di uguale colore senza ricami
e aveva un seguito ridotto: preceduto da due guardie svizzere e seguito da
tre cardinali e tre patriarchi orientali – è soprattutto la sedia ad attirare l’at-
tenzione: essa era senza predella e semplice e indusse i padri ad applaudire e
far circolare lo slogan « la sedia gestatoria au musée! ».28
Nel 1964, Congar commenta con Dossetti e Colombo per interloquire
con Lercaro e Paolo VI, per chiedere che il papa portasse ai padri il Vangelo
partecipando alla congregazione generale. Il teologo aveva ricavato un’im-
pressione penosa della seduta (era la summenzionata 116 sg) « Pourquoi,
dès que le pape est là, cela tourne-t-il à la cérémonie et au triomphalisme? ».
Congar auspicava che il papa venisse al concilio come membro del conci-
lio, egli invece veniva per fare un gesto. Egli ammetteva che essi erano stati
numerosi e belli, ma erano il frutto di un’ideologia altra, si sovrapponevano
al concilio senza sapere inserirsi in esso. Sembra un maresciallo che visita le
sue truppe e prende una cucchiaiata dal rancio. Il gesto di Paolo VI porta il
teologo domenicano a fare un riflessione: la teologia papale, elaborata solita-
riamente come potestas suprema, getta un’ombra mortale sulla teologia conci-
liare e sulla teologia di comunione. Senza vere interazioni, le due teologie
procedevano di pari passo, ma la teologia conciliare e di comunione erano
imprescindibili e ad esse la teologia della potestas papale si doveva adeguare.
Ecclesiologicamente la visita del papa all’assemblea conciliare è stata, alla
orecchie di Congar, una nota disarmonica e stonata.29
Era lo stesso gesto che, in chiave totalmente positiva, Edelby aveva in-
terpretato come una riforma silenziosa ed efficace, senza rivoluzioni.
Gesto senza domani fu giudicato anche l’abbandono della tiara da parte
di Paolo VI, il 13 novembre 1964.30 Se dopo questa tiara non ce ne saranno
altre, il gesto è buono, commenta Congar. « Sinon, cele porrai être un geste
spectaculaire sans lendemain. Bref, il faut qu’il ait mis sur l’autel, non une
tiare, mais la tiare! ». Rispetto al rifiuto della sedia gestatoria, si tratta di una
revisione del “seigneurial” ma fin dove, si chiede Congar? In un climax cres-
cente, il teologo domenicano annotava a seguito dell’inserimento della Nota
praevia, che il papa non ha l’ecclesiologia dei suoi grandi gesti ecumenici31 e,

28
  Ibidem, 23 settembre 1964, p. 193-194.
29
  Congar, Journal, t. II, p. 242-243.
30
  Ibidem, p. 263.
31
  Ibidem, p. 269.
Liturgie e gesti simbolici nel Concilio Vaticano II. 447

in un secondo tempo, aggiunge che non solo manca una teologia dei gesti
ma il papa fa una teologia contraria ai gesti.32
Di fronte alle dure considerazioni di Congar, all’inizio della IV sessione,
p. Duprey osservava che più che costringere il papa a teologizzare i suoi
gesti, bisognava lasciare che il papa a Roma facesse gesti e inviasse messaggi
anche se non sostenuti da un pensiero di pari livello poiché esso un giorno
sarebbe seguito. Se si formulasse un pensiero sui gesti oggi, è probabile che
Roma indietreggerebbe. « Les gestes créeront une accoutumance au terme
de laquelle, un jour, les formules pourront être acceptées ». In questo il pa-
dre vedeva una convergenza tra Roma e gli Ortodossi, le cui teologie era-
no in ritardo rispetto alla congiuntura ecumenica reale. « Chez eux [scil. gli
ortodossi] aussi, une période d’accoutumance à partir de faits concrets est
souhaitable ».33

3.  Il cerimoniale della I sessione tra percezioni e desideri


Per capire la percezione delle liturgie occorre calarsi nella condizione
concreta dei padri e dei teologi che hanno preso parte, a diverso titolo, alle
cerimonie dell’evento sinodale. I vescovi latini celebravano solitariamente,
nelle proprie residenze, prima di partire con diversi mezzi di trasporto per
recarsi alle sessioni. Dom Helder Camara racconta di cinquanta celebrazio-
ni che richiedevano un vero timing organizzativo per permettere a tutti i
vescovi residenti alla Domus Mariae di celebrare, a orari diversi, sugli al-
tari delle diverse cappelle, prima della partenza per S. Pietro.34 Poi si im-
mergevano nel traffico romano. A partire e per contrasto rispetto a queste
celebrazioni solitarie, Dom Helder sogna, per l’apertura del concilio, una
grandiosa concelebrazione del papa con i vescovi per consacrare una sola
ostia e un solo vino. Diversamente, i vescovi melchiti, trovavano nella conce-
lebrazione, prima di partire per l’aula, una fonte di grande comunione e il
riconoscimento della paternità spirituale di Maximos.35 Non solo la liturgia
era celebrata insieme, ma le stesse decisioni relative agli abiti e alla partecipa-
zione venivano prese comunitariamente, per volontà del patriarca: si decise,
ad esempio che il patriarca non avrebbe partecipato alla processione iniziale,
non essendo « que des cérémonies », ma avrebbe partecipato al concilio,
protestando pubblicamente per ottenere il riconoscimento del suo rango

32
  Ibidem, p. 278, giovedì 19 novembre 1964.
33
  Ibidem, p. 387-389.
34
  Camara, Circular, I, p. 1 e p. 4.
35
  Mercoledì 10 ottobre, Edelby, Souvernirs, p. 11.
448 Maria Teresa Fattori

e « les droits et privilèges de l’Eglise Orientale ». Ugualmente comunitaria


fu la decisione sugli abiti da indossare per la processione, rinunciando alle
corone e alla pienezza delle vesti pontificali per accontentarsi del semplice e
leggero « eritrachinon », di un piccolo « omophorion » con la croce pettorale
e un solo « engolhion ».
Molte testimonianze attestano che la preghiera dei padri si sviluppava
al di fuori delle “cerimonie” conciliari, in cui invece, malgrado la lunghezza
registrata con fatica e fastidio da molti, non era lasciato spazio al silenzio.
Mi risulta che solo nella seconda congregazione generale della prima ses-
sione sia stato chiesto all’assemblea di osservare un quarto d’ora di silenzio,
per pregare e riflettere.36 Per il vescovo di Pesaro, Luigi C. Borromeo, le
cerimonie davano un senso di « disgusto e disagio » e un sentimento di « tris-
tezza », mentre invece Enrico Bartoletti trovava che esse fossero prive di
« barocchismo profano ». È un fatto che, forse per la mancanza di silenzio,
molti padri cercassero uno spazio personale di preghiera e raccoglimento,
andando nelle cappelle laterali di S. Pietro, in particolare nella cappella del
Santissimo e sulla tomba di san Pio V.37
Spesso le liturgie, anche quelle ordinarie, avevano un ritmo incalzante
e disarmonico, non lasciando all’assemblea di 2500 persone il tempo per la
risposta. La liturgia conciliare fu vissuta come un dovere e con un senso di
estraneità e passività. La definizione comune che si trova spesso nelle fonti
è « Cerimonie vuote », sebbene « grandiose ».
Non solo nei dibattiti, in cui gli interventi dei padri suscitavano reazioni
di approvazione o di dissenso misurabili con borbottii o applausi, ma spesso
l’entrata del papa in concilio o i gesti papali più graditi (come la discesa dalla
sedia gestatoria) venivano conditi da applausi, fino a dare luogo ad una vera
e propria misurazione dell’intensità e della provenienza dalle diverse aree del
concilio, se dagli arcivescovi, dai vescovi giovani posti nei banchi più bassi o

36
  FSCIRE, ACVII, Diario Tucci (Appunti presi in aula, I sessione 16 ottobre-7 dicembre
1962), in copia, p. 3: testimonia un quarto d’ora di riflessione e silenzio nella 2° cg; dopo la distri-
buzione del messaggio al mondo, i vescovi « leggono e pregano ».
37
  Congar, Journal, t. I, p. 164; FSCIRE, ACVII, Diario di Luigi Carlo Borromeo, vescovo
di Pesaro, in copia, 9 novembre: mentre girava per S. Pietro si accorge che dal lato della cappella
del Santissimo c’è il bar con i vescovi che chiacchierano, mangiano e si danno pacche sulle spal-
le; sul lato opposto, del coro, davanti all’altare di s. Pio V, vi erano duecento vescovi raccolti in
preghiera; pure nel braccio sinistro della Basilica per chi guarda la confessione, vi era una « folla »
di vescovi in preghiera, inginocchiati umilmente sul nudo pavimento: essi offrivano uno « Spet-
tacolo edificante ».
Liturgie e gesti simbolici nel Concilio Vaticano II. 449

dagli anziani, oppure dai teologi. La passività a cui era condannata l’assem-
blea ha indotto a sviluppare questa forma elementare di partecipazione, che
calò mano a mano che cresceva la partecipazione liturgica, a partire dal III
periodo. Gli applausi, interdetti ai padri e percepiti da alcuni con fastidio,
esprimevano gioia e consenso, costituendo un indubbio elemento di frattu-
ra nella solennità delle celebrazioni, ma un’assemblea così vasta quale altro
sistema avrebbe potuto adottare per esprimere collettivamente il proprio
sentire?
Una certa aridità della messa conciliare emerge per contrasto rispetto alle
messe celebrate in contesti numericamente contenuti e più omogenei, nei
sabati, nelle domeniche o nei giorni festivi che inframmezzavano le sessioni
generali: i vescovi melchiti celebravano, per esempio, le messe per alcune
comunità di suore (le piccole suore di Gesù) o per la comunità arabo-mel-
chita emigrata a Roma; il vescovo Borromeo diceva messa ai bambini di un
orfanotrofio romano e si ristorava nel sentire le voci infantili che animavano,
con i loro canti, la celebrazione. Quelle liturgie erano un ristoro.

3.1 Cerimonia di apertura

Rispetto a quanto deciso dalla commissione preparatoria si possono rile-


vare alcune osservazioni. Il rito di “obbedienza” mostra come il linguaggio
simbolico richieda la possibilità fisica di vedere e la capacità intellettuale
di interpretare i segni visti. Secondo alcuni testimoni, probabilmente quelli
più distanti, il rito consisteva nel semplice inginocchiarsi davanti al sommo
pontefice da parte di due rappresentanti per ogni categoria di padri conci-
liari. In realtà, il rito, così come si configurò al principio del Vaticano II,
non solo fu eseguito in modo fedele rispetto al cerimoniale cristallizzato-
si tra XVII e XVIII secolo, ma rappresentava un’ecclesiologia fondata sul-
la prossimità alla Sede apostolica romana da parte delle diverse gerarchie
ecclesiastiche: dopo la professione di fede fatta da Giovanni XXIII, Felici
lesse la professione di fede38 e, poi, due rappresentanti dei cardinali, due dei
patriarchi orientali, due arcivescovi, due vescovi e due superiori generali,
inginocchiandosi davanti al trono papale, baciarono differenti parti del cor-
po del papa: cardinali e patriarchi baciavano la mano, vescovi e arcivescovi

38
  FSCIRE, ACVII, Giuseppe Siri, Diario, in copia, 12 ottobre, p. 520, dice di avere « fatti »
con gli altri la professione.
450 Maria Teresa Fattori

baciavano il ginocchio, superiori generali il piede.39 Questo rito, reputato


umiliante ed eccessivamente latino, indusse il patriarca melchita Maximos ad
evitare di presenziare all’apertura del concilio.
Seconda osservazione, i latini hanno esaminato riti, parole delle omelie
e segni della messa come fossero elementi distinti, dando alle parole del
papa una maggiore rilevanza; gli orientali hanno guardato all’insieme della
celebrazione, senza porre attenzione alle omelie, ma cercando piuttosto la
bellezza del disegno complessivo, la soavità dei canti, la proprietà e scioltez-
za dei gesti, attenti a cogliere riscontri nel sentire corale dell’assemblea.
Terzo, gli ornamenti dell’aula hanno attinto alla tradizione decorativa
teatrale di età barocca: il rosso, colore liturgico dello Spirito santo, sotto la
cui ala il concilio era posto come prevedeva l’Ordo, e l’oro per l’altare della
confessione, il rosso e gli arazzi per adornare le tribune, il verde per ornare
e distinguere il banco dei patriarchi orientali copto, maronita, caldeo, ameno,
melchita e il patriarca latino di Gerusalemme. L’effetto scenico era amplifi-
cato dal fatto che i vescovi indossavano la cappa magna e la mitra, dunque
le vesti più sontuose che ne sottolineavano la qualità sacerdotale, qualità
però rimasta in potenza e priva di effetto, poiché non solo i vescovi non
consacrarono, ma non pronunciarono l’Adsumus e la professione di fede e
nemmeno cantarono, sostituiti dalla Cappella sistina, una rappresentazione,
di cui i padri erano il coro muto. La pienezza della qualità sacerdotale era
reificata e rappresentata dagli abiti, ma non agita nella liturgia, come pure il
Vangelo era reificato e staticamente posto come sovrano dell’assemblea, ma
non fu né proclamato, né ascoltato. Rimase un oggetto da venerare, come
la mitra papale, portata processionalmente (il papa indossava un’altra mitra)
poi deposta e offerta alla venerazione dei padri.

3.2 La liturgia delle congregazione generali

A partire dal 13 ottobre ogni congregazione fu introdotta dalla celebra-


zione della messa, in rito romano in prevalenza, in alcuni momenti solenni
in rito ambrosiano o, una volta per ogni sessione, nei diversi riti orientali
che implicavano la concelebrazione, l’uso di diverse lingue, alcune modifiche
materiali, come la presenza di icone sull’altare.

39
  Edelby distingue nel rito di obbedienza i diversi baci. Cfr. Chenu, Journal, p. 33-34. Storia,
vol. II, p. 32, descrive il rito come il semplice inginocchiarsi e sottolinea che il testo della Professio
fidei fosse l’antica formula niceno-costantinopolitana e non la formula nuova, di sintesi delle con-
danne del magistero del Novecento che il S. Ufficio aveva preparato e era rimasta negli schemi
preparatori.
Liturgie e gesti simbolici nel Concilio Vaticano II. 451

La scansione delle liturgie fu la seguente:40 il 24 ottobre la messa fu in


rito bizantino-melchita;41 il 31 ottobre in rito ambrosiano, così come nel IV
anniversario dell’incoronazione di Giovanni XXIII il 4 novembre; il 5 no-
vembre il rito antiocheno-maronita;42 il 10 in rito bracarense portoghese; il
12 fu celebrata la liturgia romana in lingua paleoslava; il 16 il rito armeno;43 il
21, giorno della festa della Théotokos, in rito bizantino-ucraino; il 28 in rito
etiopico;44 il 3 dicembre fu celebrata la liturgia siro-malabarica; il 7 la liturgia
caldea; infine una messa votiva per l’unità delle Chiese.
Queste messe mostrano un intento didattico e sono celebrata con atten-
zione alle feste previste dal calendario liturgico e dal martirologio orientale
o latino. I melchiti offrivano spiegazioni scritte e commenti orali, in latino,
nel corso della messa mentre l’assemblea interveniva nel rito con alcune pre-
ghiere in latino (il Credo, il Padre nostro…). L’uso della lingua viva colpisce

40
  ASV, Conc. Vat. II, b. 648 Segreteria generale, Liturgie primo periodo: cfr. i libretti La
Divina Liturgia di S. Giovanni Crisostomo, Badia di Grottaferrata 1958, p. 73; La Santa Messa. Rito am-
brosiano, Milano [1962]; In IV anniversario coronationis Ioannis XXIII Pont. Max. Missa Ritu Ambrosiano
in festivi tate S. Caroli, Milano 1962, p. n. ma 44; Ordo Missae Antiochenae Maronitarum … celebratae,
Roma [1962], p. 5; Ordo Misse Almae Bracarensis Ecclesiae (in Lusitania – Portugal) … celebratae (10-
XI-1962); Rimski Misal Slovênskim Jezikom Prêsv. G. N. Urbana Papi VIII Provelênjem Izdan, Missale
Romanum slavonico idiomatae ex decreto Sacrosancti Concilii Tridentini restitutum S. Pii V Pontificis Maximi
iussu editum a Pio X reformatum et SS.mi D. N. Pii X auctoritate vulgatum, Romae 1927, p. 4; Ordo Sacrae
Liturgiae ritus Armeni celebrantae … die 16 novembris 1962, s.l.d., p. 4; La Santa Liturgia di San Giovanni
Crisostomo, Roma 1958; Liturgia Aethiopica … praesentibus die 28 novembris anni 1962 celebrata, Roma
[1962] p. 4; Ordo Missae Ecclesiae Malabarensis (in India) … celebratae, s.l.d., p. 6; Ordo Missae Chaldaeae
… celebratae (7-XII-1962), s.l.d., p. n. ma 8; Messa votiva pro Unitate Ecclesiae, Roma [1962]; Ritus
Ecclesiarum Orientalium in Aula Conciliari celebrati in 1° periodo Concilii (Opuscola distribuita Patribus).
Exemplaria Photostatica s.l.d. [f. 88].
41
  Borromeo, Diario, 24 ottobre: definì « gradita » la sorpresa di una messa celebrata da un
arcivescovo di rito greco con due superiori di ordini religiosi come « concelebranti »; osservava
che « tutti vantano la liturgia greca, ma a me non piace » e trova più sobrio e sacro il gregoriano
« che non conosce le facezie e le mezze voci degli orecchianti ».
42
  Ibidem, 5 novembre: « mi è piaciuta molto di più di quella di rito greco. Un po’ lunghetta,
ma seria e bella. Il canto del coro, eseguito magistralmente, è stato commuovente nella consape-
volezza e sobrietà delle sue melodie », vicino al « nostro gregoriano » rispetto alle « agresti cantilene
dei greci ».
43
  Tucci, Diario, p. 57, sub data; Edelby, Souvernirs 16 novembre, p. 68: « admirablement
bien chantée par mgr. Layek d’Aleppo e dal coro del Collegio armeno di Roma. […] Profone
impression dans l’assistance ».
44
  Borromeo, Diario, 28 novembre: per vedere meglio si sposta nella tribuna degli arci-
vescovi di fronte ai cardinali: il rito gli piace, sebbene diversa dalla nostra, ma non capisce cosa
significa l’uso di una campana di legno ricoperta di velluto con un piccolo campanello. « Bello il
rito ma non i canti, intronizzazione del vangelo dal celebrante, il coro si fa più forte e vivace con
timpani e tamburi, ma musica che sembra più profana che sacra mentre quella durante la messa
piuttosto monotona e grave ».
452 Maria Teresa Fattori

i vescovi latini mostrando che non diminuisce il senso del sacro, non svilisce
i dogmi, rappresenta una forma efficace di adattamento liturgico.45 Padre
Tucci si domanda quale effetto potesse avere ascoltare la messa in lingue
sconosciute sulle scelte dei padri relative allo schema sulla liturgia, in quanto
i vescovi si trovano, in queste occasioni, negli “stessi panni” del popolo che
assisteva senza capire. La messa in rito romano e lingua paleoslava, celebrata
il 12 novembre, induce l’arcivescovo di Acerenza, Corrado Ursi a dichiarare
che questo è « rite romain 100% célébré 100% dans une langue autre que le
latin »: il messale paleoslavo stampato dalla Santa Sede non rompe l’unità
della Chiesa né mette in pericolo i dogmi. « Quello che si fa in paleoslavo
non si potrebbe fare in italiano in modo che il popolo possa comprendere
qualche cosa? La gente ci prende in giro quando ci sente fare discorsi seri
per sapere se si autorizza la lettura delle lettere e del vangelo in una lingua
diversa dal latino ».46 La bellezza del celebrante Bukatko e la sua voce mera-
vigliosa aumenta la bellezza del rito bizantino ucraino,47 celebrato nella festa
dell’entrata della Théotokos al tempio. Erano state disporre davanti all’altare
due icone del Salvatore della Santa Madre di Dio, figurando così da iconos-
tasi. Era un regalo per le orecchie e l’assemblea era piena di ammirazione.
Non mi soffermo sull’effetto, già osservato da Alberigo, della ricaduta
delle liturgie orientali sui dibattiti conciliari, mentre l’aula si stava dividendo
nella valutazione degli effetti di concelebrazioni sacerdotali, uso di lingue

45
  Congar, Journal, t. I, p. 182.
46
  Borromeo, Diario, 12 novembre: messa conciliare celebrata in rito romano, ma in lingua
paleoslava i vescovo recitano Confiteor, Gloria, Suscipiat, Sanctus, Pater noster in latino. Anche
l’intronizzazione in rito paleoslavico, canto incomprensibile, « quanto alle parole s’intende, perché
la musica era bellissima ». Edelby, Souvernirs, 12 novembre, p. 59: « Agréable surprise », messa
celebrata in rito romano ma in lingua paleoslava glagolitica, secondo l’uso secolare ancora man-
tenuto in 7 diocesi croate in Yugoslavia. Canti del collegio russo di Roma. Impressione tra i padri
« enorme », mostra ai fanatici del latino lingua liturgica che si può adottare il rito romano in lingua
viva senza minare l’unità della chiesa cattolica e mettere in crisi i dogmi.
47
  Edelby, Souvernirs, 21 novembre, p. 74, il celebrante era mons. Bukatko, coadiutore di
Belgrado con diritto di successione. Giovanni XXIII lo ha scelto come vescovo perché abbia
giurisdizione anche sui fedeli latini che sono lì. Bukatko è un bell’uomo, ha un viso d’angelo
e una bella barba bianca e ha una voce splendida: « il a sidéré ce matin toute l’assistance. Les
meilleurs solistes de la Chapelle Sixtine pourraient aller prendere des leçons de chant chez lui ».
Con lui celebravano due preti e un diacono, nel rito melchita il conduttore della preghiera era in
evidenza dal fatto che era a metà della navata e cantava mirabilmente bene anche lui. Il coro del
collegio ucraino ha superato se steso e tutta la cerimonia era commentata in latino. I padri hanno
potuto seguire la messa e comprenderla. Era un regalo per le orecchie e l’assemblea era piena
di ammirazione: commento di Edelby al mons. italiano sul fatto che alcuni dei vostri vogliono
latinizzare l’Oriente. Ma il vescovo italiano dice: « Vandali! Dovremmo noi invece prendere il rito
bizantino! ».
Liturgie e gesti simbolici nel Concilio Vaticano II. 453

diverse dal latino e vive, comunione sotto le due specie per i laici. Di contro,
si può rilevare anche un effetto di forte assuefazione nel ripetersi senza va-
riazioni del rito latino e i padri si soffermano sulla liturgia quotidiana solo in
presenza di scostamenti e variazioni minimali rispetto al ‘solito’.48
Non solo i riti si sono alternati ma anche i celebranti, con un criterio
geografico-continentale che non smise mai, fino alla fine della prima ses-
sione, di stupire gli europei: era per essi impressionante vedere celebrare in
latino vescovi di colore o dai tratti somatici asiatici. Alcuni vescovi dome-
nicani e francescani, nelle feste del santo patrono, celebrarono secondo le
particolarità rituali del proprio ordine. Spesso il celebrante festeggiava un
giubileo di ordinazione sacerdotale o di consacrazione episcopale.
Il rito latino seguì le letture dell’anno liturgico romano e le messe furono
celebrate nella forma bassa de Spiritu Sancto; i vescovi erano vestiti in mantel-
letta viola, tranne quelli appartenenti agli ordini religiosi, vestiti con i colori
propri dell’ordine, bianchi, neri, grigi e colorati.49 La messa, a parte quella
della solenne apertura del concilio, era in forma dialogata, ma la risposta di
2500 petti è « précipitée et tumultueuse », difficile da seguire.
Dal 20 ottobre, 5° cg, « On constate aujourd’hui plus de recueillement.
Les clercs de service restent en place. On ne distribue plus, au cours de
la messe, des texte de schema », segno che la nota inviata dall’episcopato
francese al segretariato del concilio, attirando l’attenzione sulle chiacchiere e
il va e vieni, era stata accolta: « on voi que l’on en a tenu compte. Bon signe ».50
Dal 22 ottobre, una corale cantò qualche mottetto nel corso della messa così
« Le Messe est rendu ansi un peu moins basse ». Inoltre, il trono del Vangelo
(che si intronizzava all’inizio di ogni sessione) fu girato verso l’assemblea,
mentre fino a quel momento era stato girato verso l’altare. Comincia quel
giorno e continua fino alla fine del concilio la preghiera per i vescovi che
muoiono nel corso dello svolgimento e l’assemblea recita insieme il De pro-
fundis.51 In seguito, secondo quando previsto dall’Ordo, ogni sessione previde
una cerimonia funebre dedicata ai padri defunti nel corso del concilio o
nell’anno, in prossimità della festa di Ognissanti.
Il 24 ottobre, l’intronizzazione fu resa più solenne da un piccolo corteo
che non sbuca dal braccio del Santissimo, ma conduce una processione da
circa metà della navata principale mentre l’assemblea canta mottetti, con
accompagnamento d’organo, « all’unisono perfetto, come fosse una sola po-

48
  Cfr. Alberigo, Sinodo come liturgia?, p. 18-19.
49
  Congar, Journal, t. I, p. 113, 13 ottobre.
50
  Edelby, Souvernirs, 20 ottobre, p. 30.
51
  Ibidem, 22 ottobre, p. 33-34.
454 Maria Teresa Fattori

derosa voce ». La preghiera è conclusa dall’“Adsumus” che dalla metà di


ottobre è recitato da tutta l’assemblea e non solo dal presidente.52 Rimane un
effetto di cacofonia, legata alla diversa velocità di recitazione del presidente
e dell’assemblea, in particolare il cardinale Tisserant non ha il senso del rit-
mo: « Messa basse bâclée: récitation à toute vitesse. Le cardinale Tisserant,
président, fait de même pour l’admirable Adsumus ».53 Alla fine di ogni ses-
sione, il Vangelo è deposto.
Malgrado questi tentativi di coinvolgimento, resta una certa difficoltà.
Da un lato i celebranti non riescono a tenere il passo giusto per la risposta
dell’assemblea. A nulla valgono le raccomandazioni di leggere lentamente e
scandire le parole. Dall’altro, l’assemblea fatica a uscire dalla sua passività. La
messa per il IV anniversario dell’incoronazione di Giovanni XXIII è descrit-
ta da Chenu con queste parole:
« Messa a San Pietro in occasione del quarto anniversario dell’elezione del papa.
Mons. Rolland ritorna deluso, addolorato, turbato da questa solennità, con i
suoi pomposi formalismi, i suoi riti arcaici e privi di vita, l’assenza di qualsiasi
atto comunitario. Nel momento in cui chiediamo una partecipazione attiva e
intelligente alla liturgia, abbiamo “assistito” alla messa, nel senso più passivo
della parola. Il popolo cristiano strettamente “spettatore”. Mi riferisce le parole
di mons. Khoury, arcivescovo di Tiro (riprese da Dom Rousseau): “Messa so-
lenne, davanti al Santo Padre esposto” ».54

Alcuni segni di spontaneità sono stati possibili: i vescovi indiani, di fronte


agli eventi dell’invasione comunista cinese, intervengono, chiedono a sé e
all’assemblea se il loro posto sia nel concilio o piuttosto con il loro popolo e
domandano la preghiera dei padri, anche per aiutare il loro discernimento. Il
10 novembre, la 16° cg, è conclusa da un vescovo che interviene sul de liturgia
parlando del culto di s. Giuseppe. Il presidente Ruffini lo interrompe perché
fuori tema, ma quando leva la seduta aggiunge alle preghiere abituali – di
cui non sappiamo molto, tranne la « prière à l’ange gardien » – « un Sanctae
Joseph retentissant [risonante] et un peu humoristique ».55 Il 13 novembre,
Giovanni XXIII introduce s. Giuseppe nel canone della messa, in risposta
ad una domanda di 400 vescovi.56

52
  Borromeo, Diario, 23 ottobre 1963. Per la recita da parte dell’assemblea, Congar, Journal,
I, p. 158, commenta che il vescovo di Nagasaki dice la messa « très mal dite, trés rapide »; « L’Ad-
sumus est récité, non plus par le seul président, mais par toute l’assemblée ».
53
  Congar, Journal, t. I, p. 209.
54
  Chenu, Diario, p. 93, 4 novembre 1962.
55
  Congar, Journal, t. I, p. 201.
56
  Ibidem, p. 207, giudica negativamente l’intervento del papa e registra lo scontento dei
vescovi francesi mentre gli osservatori sono « atterrés ». Il grave è la decisione d’autorità papale
Liturgie e gesti simbolici nel Concilio Vaticano II. 455

L’ultima cg, il 26 novembre, si conclude con una comunicazione del


cerimoniere, che annuncia che la messa del giorno dopo, celebrata a S. Paolo
fuori le mura, sarebbe stata cantata in gregoriano, « in modo che i Padri pos-
sano cantare col popolo: applauso dal fondo, non generale però », osserva
il p. Tucci. La seduta è chiusa con l’Angelus e la prima sessione conciliare si
chiude all’insegna della tradizione cattolica con le tre beatificazione del 9
dicembre 1963.57 Tutte le sessioni conciliari hanno previsto una cerimonia
di beatificazione.

4. I gesti del papa nella II sessione e la quotidianità della liturgia

4.1 Cerimonia di apertura

La basilica di S. Pietro è come l’anno addietro meravigliosamente adatta-


ta al suo ruolo di aula conciliare.58 I vescovi, entrati individualmente nell’aula,
attendono per due ore, in cappa e mitra ai loro posti. Verso le 10 si sente in
lontananza e in avvicinamento il canto della Sistina; il papa entra a piedi per
alcuni, secondo altri “scendendo” dalla sedia gestatoria. Il gesto di entrare
camminando era stato adottato in precedenza da alcuni pontefici, Innocen-
zo XI e Benedetto XIII, come segno di umiltà e di volontà riformatrice, nel-
la cerimonia d’incoronazione successiva alla loro elezione. È possibile che
sia stato adattata questa entrata da Paolo VI richiamandosi a questi esempi,
per altro abbastanza noti. Il papa è preceduto dalla sua corte: svizzeri e ala-
bardieri, cardinali in ornamenti sacerdotali o diaconali, con copricapo in alta
mitra, prelati in viola e in rosso, camerieri in abito del XVI secolo, porta in-
segne con tiara e mitra del papa, infine il papa, “encadré” da un diacono e un
sotto-diacono, con i porta flabella. Alla vista del papa, che entra a piedi, « les
évêques ne peuvent s’empêcher d’applaudir ». Secondo Edelby, la discesa
dalla sedia gestatoria è un gesto di semplicità e rispetto per i padri conciliari.
Congar si interroga sull’interpretazione ecclesiologica della struttura del
cerimoniale: tra due ali di vescovi muti e spettatori, la corte pontificale passa,
vestita come al XVI secolo, precedendo un papa che appare così ad un tem-

mentre il concilio sta discutendo di liturgia. Borromeo, Diario, 13 novembre, registra il grande
applauso alla notizia data dal card. segretario di stato. Edelby, Souvernirs, 13 novembre, p. 62-63,
i melchiti si rallegrano di questa decisione.
57
  Tucci, Diario, p. 40.
58
  Edelby, Souvernirs, 29 settembre 1963, p. 108. Da confrontare con Congar, Journal, t. I,
p. 401.
456 Maria Teresa Fattori

po come sovrano temporale e come « hiérarque AU-DESSUS, seulemente


au-dessous ».
La Cappella sistina alterna con i padri alcune strofe dell’Ave Maris Stella;
poi Paolo VI intona il Veni Creator. La chiesa ritrova la sua voce, voce « de
grandes eaux », per implorare. Quando il papa alterna i versetti con il coro
dei vescovi, è, finalmente secondo Congar, Pietro che prega con i Dodici,
non più il principe temporale del XVI secolo.
« Les évêques ont demandé de chanter l’ordinaire de la Messe. La Sixtine
roucoule un Kyrie et roucoulera un Agnus Dei, non sans mettre en valeur d’ad-
mirables voix; mais les évêques chantant le Gloria, le Credo, le Sanctus […] Ansi
alternent, dans les chants comme dans toute la cérémonie, la vérité de l’Ecclesia
et des maniere de la Renaissance ».

Il card. Tisserant celebra « mal et sans onction ».


Dopo la messa, il papa pronuncia la sua professione di fede, « Di nuovo
Pietro appare e confessa il Cristo ». Dopo di lui, ciascun ordine, per uno
dei suoi rappresentanti; secondo Congar, Felici legge lentamente gli stessi
testi per coloro che non hanno ancora fatto la loro professione di fede,
mentre Edelby sostiene che i rappresentanti degli ordini pronunciano per-
sonalmente la professio. Il papa, assiso sul suo trono tra un diacono (il card.
Ottaviani) e un sotto-diacono, mitra in testa, legge il suo discorso. I vescovi
hanno la mitra in testa. Il discorso è letto con emozione viva ed eloquente e
finisce alle ore 13, con qualche frase in greco e russo.59 I vescovi sono stati
in tenuta per 5 ore e mezzo.

2. La quotidianità

La liturgia quotidiana è stata accolta nel corso del II periodo in modo


contradditorio. Segno di maggiore maturità per Edelby è il fatto che durante
la messa non si vedono più vescovi che recitano il breviario, o il maggiore
raccoglimento e il rispetto delle pause da parte dell’assemblea mentre
risponde alla messa.60
Congar osserva, dalla tribuna dei teologi, a margine della messa in rito
ambrosiano, celebrata da mons. Giovanni Colombo il 30 settembre 1963:
« On a eu beau demander aux Pères de répondre lentamente, en mettant
des intervalles entre les phrases: Le célébrant entraîne tout le monde à son

  Congar, Journal, t. I, p. 401.


59

  Edelby, Souvernirs, 30 settembre, p. 111.


60
Liturgie e gesti simbolici nel Concilio Vaticano II. 457

rythme ». Ancora peggio con il card. Tisserant che recita l’Adsumus: « c’est
pitoyable ».61
La messa quotidiana è impostata in modo simile a quella della I sessione.
Sono ancora presenti i riti orientali, vissuti con meno sorpresa dell’anno
prima e maggiore fastidio per la durata.62 L’8 ottobre 1963 il cardinale Top-
pouni celebra in rito siro-antiocheno;63 il 15 in rito mozarabico; il giorno
successivo in rito copto; il 21 in rito bizantino in lingua rumena: dura una
« buona ora », troppo, e resta poco tempo per la discussione sul capitolo de
populo Dei; i melchiti osservano al riguardo « Bella chorale, mais célébration
tronquée et malhereusement latinisée ».64 Il 29 la celebrazione in rito bizan-
tino-ucraino provaca questo commento di Congar:
« J’aime bien les Orientaux, mais on exagère en nous mettant tout le temps des
Messes qui durent plus d’une heure alors que le travail presse. Le temps utile du
travail est réduit à très peu de chose. Et c’est très fatigant. Beaucoup sont levés
depuis 5 heures du matin et ont dit leur messe, puis servi une autre… C’est
absurde. Mais, à Rome, on ne sait pas ce que c’est que le travail ».65

Da quel momento Congar decide di arrivare più tardi o di non seguire


le cg., anche se si rende conto che in questo modo, talvolta, « on manque un

61
  Congar, Journal, t. I, p. 405, lunedì 30 settembre, 37° cg.
62
  ASV, Conc. Vat. II, b. 649 Segreteria generale, Liturgie secondo periodo: Divina Liturgia
juxta Ritum Ecclesiae Syro-Antiochenae …ab Em.mo ac Rev.mo Domino Ignatio Gabriele Cardinali Tappouni
Patriarca Antiochiae Syrorum celebrata, s.l. 1963; Ordo Missae Ritu Mozarabico peragendae, Toledo 1963,
p. 35; Ordo Missae juxta Ritum Copticum Alexandrinum …, s.l. 1963, p. n.n ma 8; Sacra Liturgia iuxta
Ritum Byzantinum – Romenum …celebrata ab Exc.mo Episcopo Basilio Cristea, s.l.d. p. n.n ma 8; Divina
Liturgia iuxta Ritum Byzantinum-Ucrainum … ab Ecc.mp ac Rev.mo Domino Joseph Slipyj Archiepiscopo
Leopolitano in Ucraina ac Metroplitas Halycensi celebrata, s.l. 1963; Ordo Missae Chaldaeae a S.B. Paulo II
Cheikho Patriarcha Babylonensi Chaldaeorum celebratae, s.l. 1963; Ordo Divina Liturgiae Divi Patris nostri
Ioannis Chrysostomi … in festo Sancti I. Chrysostomi die 13 mensis Novembris 1963 concelebrantes S.E.R.
Andreas Katkoff, ep. Tit. Naupliensis Reverendique Patres Pontificii Collegi Russici, Assistentes et Cantores
Alumni Pontificii Collegi Russici, s.l.d. p. 11; Divina Liturgia iuxta Ritum Ecclesiae Malankarensis, s.l.
1963; Divina liturgia iuxta ritum romanum in liturgia paleoslavica seu glacoliticum … a S.E.R. Andrea
G. Grutka Episcopo Garyensi, Indiana USA, celebrata, s.l.d., p. n.n. ma 4; Divina Liturgia iuxta Ritum
Ecclesiae Antiochenae Maronitarum … ab Exc.mo D. Joseph Khoury Archiepiscopo M-Tyrensis et a RR.mi
PP. Abbatibus Joseph Torbey O.L.M. et Maroum Harica O.A.M., Roma [1963]; Ordo divina liturgiae …
iuxta ritumByzantinum Graecum coram Venerabilibus… celebratae ab Ecc.mp D.no Hyacintho Gad Ep. Tit.
Gratianopoleos Exarcha Apostolico pro catholicis ritus byzantini in Graecia, Assistenes et Cantores Alumni
Pontificii Collegii Graecorum de Urbe, s.l.d. p. 10; Ordo Missae Ecclesiae Malabarensis in India; Ritus Eccle-
siarum Orientalium in Aula Conciliari celebrati in II periodo Concilii Opuscola distribuita Patribus Exemplaria
Photostatica, s.l.d. [109 ff.].
63
  Congar, Journal, t. I, p. 442: “Messe syriaque: Tappouni. Plutôt pénible et trop longue”;
neutro Edelby, Souvernirs, 8 ottobre, p. 119.
64
  Edelby, Souvernirs, 21 ottobre, p. 140.
65
  Congar, Journal, t. I, p. 506.
458 Maria Teresa Fattori

grand moment ». Anche alcuni vescovi giudicano la messa quotidiana troppo


lunga.66 Invece, Edelby nota che il metropolita Slipy ha meravigliosamente
rispettato le regole della liturgia bizantina, non ha voluto dire le formule di
benedizione in presenza dei patriarchi e ha chiesto ai patriarchi di benedire.
Pur essendo intervenuto contro la dottrina della collegialità episcopale, Slipy
aveva incensato i patriarchi prima dei cardinali del consiglio di presidenza,
riconoscendo valore al simbolo che sottintendeva un’ecclesiologia collegiale
o forse applicando bene delle regole liturgiche.
Il 5 novembre la messa è in rito bizantino-russo, nella festa di S. Gio-
vanni Crisostomo,67 il 19 in rito malaukar;68 il 21 il rito romano è in lingua
glagolitica, secondo il rito paleoslavo, prima della relatio sui modi del de lituri-
gia;69 il 26 in rito maronita; il 29 in rito bizantino-greco; il 3 dicembre il rito
malabarico. Edelby osserva « Toutes ces Messes byzantines à Saint Pierre
ont contribué à accroîre le prestige de l’institution patriarcale en général, et
de nostre Patriache en particulier », sottolineandone il valore didascalico, ma
meno di preghiera e comunione.70
Nessun gesto di comunione è previsto dal cerimoniale. Congar decide
però di assistere alla messa nella tribuna degli Osservatori, « pour être en
communion de prière avec eux »,71 nel giorno storico in cui inizia la discus-
sione in aula del De Oecumenismo. È un momento di grazia, secondo Congar.
Gli osservatori si stringono le mani, sentono che stanno sopra la tomba di s.
Pietro e Congar invoca tutti i santi chiedono loro di aiutare « à ce que Dieu
amène, de la façon qui doit l’être, ceux qui n’y sont pas à trouver leur assise
sur l’apostolicité de Pierre ».
Durante la commemorazione dell’elezione di Giovanni XXIII, celebrata
da Paolo VI personalmente a un piccolo altare posto in mezzo ai padri, il

66
  Ibidem, p. 524.
67
  Edelby, Souvernirs, 5 novembre, p. 154, nella messa caldea il Vangelo è trasferito con
incenso. Il 7 Congar registra la messa slava, Journal, t. I, p. 530; Edelby, Souvernirs 13 novembre: il
celebrante era mons. Katkoff e i canti meravigliosi del Collegio Russicum. La benedizione finale
è data dal patriarca Maximos.
68
  Ibidem, 19 novembre, p. 171: celebra in rito malaukar Mar Gregorios.
69
  Congar, Journal, t. I, p. 556, durante la messa cantarono all’unisono voci virili, accom-
pagnate dall’organo. Questi canti hanno qualche cosa di grave e nostalgico. Assomigliano alle
corali tedesche e la sintesi tra « slavisme et romanisme s’est doublée d’une synthèse entre cela
même et le sens germanique du chant choral ». Molto balcanico e molto Europa centrale. « Que
l’homme est profond et intéressant partout!! Comme il est un et divers. Il veut être lui-même,
tout simplement, être tel qu’il se conçoit lui-même »; anche Edelby, Souvernirs, 21 novembre, p.
173-174, senza commenti.
70
  Edelby, Souvernirs, 29 novembre, p. 178,
71
  Congar, Journal, t. I, p. 538.
Liturgie e gesti simbolici nel Concilio Vaticano II. 459

28 ottobre, il rituale presentò alcune rimarcabili innovazioni « par rapport


aux habitudes du Vatican »: l’elogio del defunto è svolto in francese e non
in latino da Suenens; l’elogio del papa defunto è fatto in presenza del papa
regnante; il papa entra a piedi e non portato sulla sedia gestatoria come
nella cerimonia di apertura; il papa non parla « alors qu’il est seul à pouvoir
parler a St. Pierre ». L’assemblea applaude quando il card. Suenens domanda
al papa di « donner forme et structure aux intuitions prophetiques de son
prédécesseur ».72
Si consumano alcuni piccoli incidenti in relazione all’uso del latino in
aula e alla traduzione latina dei quesiti del 30 ottobre, che hanno come prota-
gonista il cardinale Antonio Bacci. L’episodio mostra le difficoltà legate alla
riduzione dell’empire du signe che la lingua latina rappresenta.73
Due innovazioni significative: primo, l’11 ottobre nel corso della messa
che precede la 46° cg, gli uditori laici ricevono l’eucaristia consacrata durante
la messa.74 L’oggetivazione dell’eucaristia, che implicava l’assenza di comunioni
durante la messa, a parte il celebrante, cambia. Resta ancora muto il Vangelo,
reificato nel suo trono e non proclamato.
Secondo, i patriarchi orientali ottengono il riconoscimento del loro ran-
go e il loro banco è spostato nell’aula e in posizione di parità rispetto ai
cardinali di fronte alla statua di s. Pietro. La decisione, frutto di una trattativa
condotta nella congregazione orientale e dovuta in ultima istanza al papa,
poneva i patriarchi di fronte ai cardinali, come nel concilio di Ferrara-Fi-
renze: i patriarchi stavano di fronte ai cardinali, a destra rispetto all’altare

  Edelby, Souvernirs, 28 ottobre, p. 147-148; Congar decide di non andare (Journal, t. I, p.


72

503).
  Edelby, Souvernirs, 20 novembre, p. 172-173: Bacci protestò perché i moderatori gli ave-
73

vano negato la parola nella precedente congregazione, poi lasciò l’aula indignato; i moderatori
spiegarono che voleva riferirsi al voto del 30 ottobre per correggere « ius primaziale » con « ius
primatus », mentre il primo si trova anche negli atti del Vaticano I. Bacci era noto per il suo
conservatorismo, attaccamento al latino. Da notare che l’11 novembre, durante l’udienza per il
patriarca e sei 14 vescovi melchiti, Paolo VI aveva chiuso l’udienza chiedendo di recitare insieme
il padre nostro; i melchiti cercano di dirlo in latino e il papa li interrompe chiedendo che ciascu-
no lo dica nella sua lingua « ce sera comme une musique harmonieuse » e i melchiti lo dicono in
arabo, Edelby, Souvernirs, 11 novembre, p. 164-166. In precedenza Bacci, il latinista della curia,
aveva preteso la traduzione dell’intervento francese di Maximos per favorire la comprensione dei
padri, cfr. Edelby, Souvernirs, 3 ottobre, p. 114 e 118. Cfr. F. Waquet, Le latin ou l’empire d’un signe
XVIe-XXe siècle, Paris 1998.
74
  Congar, Journal, t. I, p. 459: la messa che apre la 46 cg: « communion des laïcs “audi-
tores”. Ansi il y a communion à cette messe. Il foudra qu’on arrive à ce qu’on lise un passage
d’Évangile après son intronisation! ». Alberigo, Sinodo come liturgia?, p. 20, osserva che i padri si
comunicano da quella data, ma questo non risulta dalle fonti da me consultate: a partire da quella
data si comunicano solo gli uditori laici; le uditrici dalla III sessione.
460 Maria Teresa Fattori

della confessione, occupando il posto d’onore secondo la simbologia della


Chiesa orientale, mentre i cardinali stavano sulla sinistra, occupando il posto
d’onore secondo le regole della Chiesa latina. La scelta era stata motivata,
oltre che dalla restituzione del rango che spettava ai patriarchi, anche dalla
volontà di non scandalizzare gli osservatori ortodossi.75 Resta qualche dub-
bio sulla consapevolezza della portata ecclesiologica del cambiamento. In-
fatti, la prima proposta di Felici, scartata dai patriarchi, era stata di cambiare
il colore del banco da verde al rosso cardinalizio, pur lasciando i patriarchi
nella medesima posizione. Inoltre, il 14 ottobre, la presenza di mons. Nabaa
tra i segretari del concilio evita una clamorosa gaffe cerimoniale: il vescovo
melchita, tra i segretari del concilio, si accorge che al banco dei patriarchi si
stava aggiungendo la sedia per il patriarca delle Indie orientali, confondendo
i patriarchi storici con i patriarchi d’onore della chiesa latina.76
Un’eco dei fatti di attualità del mondo si riverbera nella liturgia: la messa
dell’11 ottobre, nella festa della maternità di Maria nel calendario liturgico
latino, è offerta per le migliaia di italiani che sono stati sinistrati e uccisi dalla
piena del Piave. L’episcopato messicano raccoglie un’offerta che mette a
disposizione del papa.77 Il 23 novembre, alla notizia dell’assassinio del presi-
dente Kennedy, l’assemblea dopo la messa canta il Trisakios Nekrosinos per il
riposo della sua anima.78
Malgrado piccole innovazioni, il cerimoniale resta però arretrato rispetto
ai sentimenti dalla maggioranza dell’assemblea conciliare. Pur avendo ac-
cettato una formula di approvazione collegiale della costituzione liturgica,
Paolo VI non accoglie la proposta di concelebrare nel giorno della sessione
pubblica di approvazione. Il cardinale Antonio Baudoux comunica a Congar
che la prevista concelebrazione di venti vescovi con il papa per mercoledì 4
dicembre era stata ritirata: « un rituel avait été élaboré. Mais tout est tombé.
Pour quelles causes au à la suite de quelles interventions? ».79 La spiegazione
di Dossetti e Alberigo convincono Congar del cambiamento intervenuto in
Paolo VI dopo il voto del 30 ottobre.80

75
  Congar, Journal, t. I, p. 458-459. Edelby, Souvernirs, 10 ottobre, p. 123-130.
76
  Ibidem, 14 ottobre, p. 132-133, non affrontato rimane il problema del patriarca latino di
Gerusalemme.
77
  Ibidem, 11 ottobre, p. 130.
78
  Ibidem, 23 novembre, p. 175.
79
  Congar, Journal, t. I, p. 577, primo dicembre.
80
  Ibidem, p. 583-586, per l’incontro con Dossetti e Alberigo: il papa sarebbe stato preso
d’assalto dai conservatori, impressionato dal discorso di Carli che ha evocato il sinodo di Pistoia.
Si discute anche sulla formula di approvazione dei documenti conciliari.
Liturgie e gesti simbolici nel Concilio Vaticano II. 461

La cerimonia di chiusura il 4 dicembre 1963 ricalca lo schema di quella


di apertura. Il papa si fa precedere dalla corte pontificale in costumi rinas-
cimentali e dalla lunga corte dei cardinali sotto la loro alta mitra e casola
« (précédés des patriarches; mais Maximos n’y est pas la) ». Il papa arriva in
forma di idolo, assiso sul trono e portato sulla sedia, circondato da flabello
« comme Darius ». Il dialogo della messa con il card. Tisserant è catastrofico,
« comme il n’a hélas cessé de l’être, avec cependant un effort pour discipliner
la masse ». La lettura della costituzione De sacra Liturgia è preceduta e seguita
dalla formula « Paulus episcopus… una cum Patribus… ».81 In mezzo i padri
votano e si occupa il tempo con Ave Maria, Magnificat, Salve Regina « des
sucettes pour tenir tranquille ». Quando, un’ora dopo, si dà lettura dell’esito
del voto, i padri applaudono. La formula di promulgazione presenta una
coerenza obiettiva e dottrinale profonda tra « au nom des Trois et “una cum
venerabilibus Patribus” »: il concilio è all’immagine dei Tre nell’Unità. Il dis-
corso del papa pare lontano a quello del 29 settembre e risulta accademico
e stanco; rispetto al testo scritto aggiunge di avere deciso di farsi pellegrino
in Terra Santa, per implorare Dio per l’unità dei cristiani e per la pace. Chie-
de l’appoggio della preghiera di tutti. Mentre l’assemblea applaude forte,
Congar pensa che occorrerà che il papa lasci laggiù la sedia e il flabello.

5.  La III sessione tra concelebrazioni e gesti del papa


Le cerimonie di apertura e chiusura della III sessione si caratterizzano
per alcune scelte: semplificazione del cerimoniale e assenza di simbologie
connesse con la sovranità papale, ma soprattutto la concelebrazione, a par-
tire da quella presieduta da papa Montini il 14 settembre 1964. Inoltre, nel
corso del concilio, Paolo VI è presente alle liturgie, in qualche caso dà avvio
al dibattito (i.e. sullo schema delle missioni).
I riti orientali sono celebrati a ritmo costante nel corso delle cg, mentre
per festeggiare i giubilei sacerdotali o episcopali, viene utilizzata, per scelta,
la formula delle concelebrazioni.82 Continuò anche la comunione dell’eu-

81
  Su questo vd. G. Alberigo, Una cum patribus. La formula conclusiva delle decisioni del Vatica-
no II, « Transizione epocale. Studi sul Concilio Vaticano II », Bologna 2009, p. 271-305.
82
  ASV, Conc. Vat. II, b. 650 Segreteria generale, le liturgie del terzo periodo sono descritte
nei libretti delle messe singole o nella pubblicazione Ritus Ecclesiarum Orientalium in Aula Conciliari
celebrati in III Concilii periodo Opuscola distribuita Patribus Exemplaria Photostatica s.l.d. [229 ff.]. cfr.
per le date e il nome dei celebranti: 1. Ritus concelebrationis Praesidet Summus Pontifex 14
settembre 1964; 2. liturgia Syro-Antiochena 25 settembre 1964: Divina lituriga juxta Ritum Ecclesiae
Syro Antiochenae … rev.mo Mar Cyrillo Emmanuele Benni Archiepiscopo Mausiliensi celebrata, s..d., p. n.n
ma 8; 3. Liturgia Chaldea 9 ottobre 1964, Divina lituriga iuxta ritum Chaldaeum Mar Zaya Dachtou
462 Maria Teresa Fattori

caristia consacrata nel corso della messa. Infine, alcuni curati romani, il 13
ottobre 1964, parteciparono alle liturgie e il 28 prima dodici parroci conce-
lebrarono con mons. Felici e poi essi ed altri parroci assistettero al dibattito
sullo schema dei sacerdoti.83
In modo più forte che nelle precedenti sessioni, l’aula si aprì fisicamente,
nel momento liturgico, facendo prevalere esigenze di comunione e parteci-
pazione all’affermazione della disciplina dell’arcano.84 Furono, infatti, am-
messi non solo i curati e i laici invitati come gli uditori ma uditrici donne e
varie persone che ne facevano richiesta, in numero notevole. Il 16 settembre
furono comunicate in S. Pietro le donne uditrici.85

1.  La cerimonia di apertura lunedì 14 settembre 1964

L’altare della confessione fu circondato da una larga predella per la


concelebrazione. Pur nel dispiegamento di camerieri, guardie nobili, svizzeri
sotto le luci dei proiettori, si notò una maggiore semplicità del corteo ponti-
ficale, senza flabella e senza la tiara portata in processione. Il padre sulla sedia
fa il suo grande gesto di braccia e la messa comincia subito.
« Quel progrès! Et comme le chemin fait par le concile s’inscrit dans le trois
célébrations:
1962: la Sixtine
1963: un mélagne; le Saint-père assiste au trône.
1964: concélébration de vingt-quatre Pères, messe vraiment dialoguée et chan-
tée avec l’assemblée; le Saint-Père donne lui-même la communion à une dou-
zaine d’auditeurs laïcs.

archiepiscopo Urmiensi…; 4. Liturgia Byzantino-Melchita 16 ottobre 1964, Exc.mp D. Georgio Hakim


archiepiscopo Akka totiusque Galilaeae Praesidente ac patriarcha Maximos IV Assistentes et Cantores Alumni
Pontificii Collegi Graecorum de Urbe …, s.l.d.; 5. Liturgia Byzantino-Romena 21 ottobre 1964; 6.
Lituriga Antiocheno-Maronita 27 ottobre 1964, Celebrta ab Exc.mp D. Antonio Abed Archieopiscopo
Mar Tripolitaniae (Libano) et abbate Maroun Harica O.A.M. e Rev.mo P.A. Chahin O.L.M.; 7. Ritus
concelebrationis exc.mi Felici Segretario gen. cum XII Parochis 28 ottobre 1964; 8. Ritus concel-
ebrationis Em.mi Card. Julii Doepfner cum XII Archiep. et Episc. 29 ottobre 1964; 9. Liturgia
Ambrosiana 4 novembre 1964; 10. Liturgia Aethiopica 6 novembre 1964; 11. Liturgia Byzantina
S. Joannis Crysostomi 13 novembre 1964, il libretto a cura di Papas Damiano Como, Palermo
s.d.; 12. Liturgia Malabarensis 16 novembre 1964; 13. Liturgia Armena 18 novembre 1964; 14. Ri-
tus concelebrationis Praesidet Summus Pontifex (21 novembre 1964) Ordo concelebrationis clausurae
Tertiae Sessionis conciliii ecumenici… Typis Polig. Vaticanis [1964].
83
  Congar, Journal, t. II, p. 223 e 231.
84
  Ibidem, annota che mons. Felici chiese che si limitassero le richieste di assistenza alla
messa e alle congregazioni generali.
85
  Ibidem, p. 137.
Liturgie e gesti simbolici nel Concilio Vaticano II. 463

La communion des concélébrants est très longue, mais on a le sentiment de


banquet commun. On a donc une messe concélébrée, dialoguée et chantée ».

Alla fine della messa, Paolo VI parla in francese. Il papa sembra al padre
Congar triste, i suoi gesti appaiono ristretti, la voce villana. Commento di
p. Martelet « à la fois Paul hors les murs et Pierre aux liens. Le Pape projette
son coeur vers les hommes, mais lui-même reste noué [legato]. Le est très
présent et il n’a pas de “présence” ». Congar nota che invita a fare della teo-
logia dell’episcopato. Ma parla dall’alto in basso, non parte dal popolo di Dio
e le sue categorie non sono pienamente rinnovate. I laici esistono per lui ma
come un ordo particolare della Chiesa che come popolo di credenti nel quale
si pongono le strutture del servizio-presidenza.86
Una nota stonata è colta anche da Edelby, che giudica la concelebrazione
del papa con ventidue vescovi, di cui due cardinali e due preti, un « bel effort
de restauration liturgique ». Salta agli occhi però l’assenza di un diacono,
un certa « manque d’aisance e de naturel dans les gestes, trop de textes lus
par tous les concélébrants à la fois, manque d’encensement, communion au
précieux sang avec la cuiller [cucchiaio] et non à même calice, trop de mo-
mentes vides dans la célébration et, naturellement, l’usage exclusif du latin
(qui s’explique, bien sûr, par la nature de l’assemblée). A part cela, c’était très
beau ».87
La cg del 18 novembre, cade nel 50° anniversario del massacro turco
contro gli armeni. Il patriarca armeno Vasken I ha chiesto al papa di potere
celebrare e Paolo VI assiste.88

2.  La recezione di Sacrosanctum concilium nelle messe quotidiane


Il senso di non pieno agio nella concelebrazione dura per tutta la ses-
sione, almeno agli occhi degli orientali, come dura il senso di disagio per
l’incapacità del celebrante, anche quando singolo, a condurre il gioco89. La
prima cg, il 15 settembre 1964, mostra la transizione liturgica non piena-
mente compiuta. Il celebrante del giorno, un anziano vicario apostolico nel
40° del suo episcopato, non è omogeneo rispetto all’assemblea che a sua

86
  Ibidem, p. 132-133.
87
  Edelby, Souvernirs, 14 settembre, p. 185-186.
88
  Congar, Journal, t. II, p. 277-278; Edelby, Souvernirs, 18 novembre, p. 235.
89
  Congar, Journal, t. II, p. 134: inizio in ritardo a S. Pietro. I padri chiacchierano, cercano
il loro posto, familiarità. Mons. Villot a un bel da chiedere di rispondere alla messa « choraliter »
o « una voce, lente, graviter », ma perché questo invito fosse efficace occorrerebbe un celebrante
omogeneo e un « meneur du jeu ». Questo manca « le résultat est pénible. Mon Dieu! ».
464 Maria Teresa Fattori

volta non riesce a rispondere choraliter. Il discorsetto rivolto ai padri dal car-
dinale Tisserant, più che un invito a convertirsi al Cristo, è un « Appel à la
prière et pénitence » intesa come mortificazione.90 Inoltre, il patriarca latino
di Goa si siede al tavolo riservato ai patriarchi orientali, suscitando l’imme-
diata reazione di Maximos IV, che chiede a Felici di allontanare il patriarca.
Il 24 settembre, la cg successiva alla cerimonia di venerazione delle re-
liquie di s. Andrea, nell’udire una corale che canta il saluto al Santissimo,
Congar sottolinea
« On n’est pas foutu d’avair une messe qui soit une messe! La Constitution
liturgique est encore lettre morte pour beaucoup! Et l’on s’entête cette année à
remplacer, pour l’intronisation de l’Évangile, le Christus vincit, viril et chantant,
par l’hymne des Rameaux, Pueri hebraeorum, qu’on prend trop haut et que le
Pères ne savent pas bien ».91

Il 13 ottobre, mentre alcuni curati assistono alla messa, un vescovo brasi-


liano, Dom Adelmo Machado, nota, appena fuori dall’aula, circa 200 vescovi
vestiti di rosso che pregano il breviario o meditano nel braccio di S. Pietro
trasformato in cappella del Santissimo.92 Congar arriva in ritardo alla messa
il 9 novembre, mentre i cieli di Roma aprono le cataratte: in quel momento
si percepisce che l’assemblea canta bene l’Ubi caritas e c’è un grande racco-
glimento durante la comunione.93
La presenza del Vangelo in trono è solennizzata con ceri accesi e incenso.94
Il 29 ottobre, nel 25° anniversario della sua ordinazione sacerdotale, il
card. Döpfner arcivescovo di Monaco sceglie di concelebrare con altri 12
vescovi che festeggiano il giubileo d’argento episcopale, « Mais on sent en-
core des tâtonnements et une certaine raider du fait du manque d’expé-
rience ».95
La liturgia melchita del 16 ottobre risulta parte della discussione, poiché
celebrata nei giorni in cui il concilio discute lo schema sulle chiese orientali.
La messa è celebrata da mons. Hakim sotto la presidenza di Maximos, as-
sistito da due superiori generali, ed è accompagnati dai canti del Collegio
greco. Dura un’ora e un quarto « mais c’est une part de la discussion d’en ce

90
  Edelby, Souvernirs, 15 settembre, p. 187-188.
91
  Congar, Journal, t. II, p. 157.
92
  FSCIRE, ACVII, Dom Adelmo Machado, vescovo di Manio-Alagoas, Brasile, Diario, in
copia, 13 ottobre 1964, s.n.
93
  Congar, Journal, t. II, p. 247.
94
  Dom Machado, Diario, 15 ottobre, s.n.: il vangelo, presentato in evangeliario che al bra-
siliano pare medievale, è circondato da candelabri accessi: esso presiede come evocazione della
fonte degli studi sulla parola di Dio.
95
  Edelby, Souvernirs, 29 ottobre, p. 220.
Liturgie e gesti simbolici nel Concilio Vaticano II. 465

moment, c’est une leçon de choses. L’Orient parle par l’acte liturgique ».96
Edelby commenta la messa per i padri e alla fine, con effetto sorpresa, mons.
Hakim recita qualche ecphonères in inglese e francese. I melchiti stavano
sostenendo pubblicamente lo schema, intervenendo contro la latinizzazione
rituale e a favore della libertà di concelebrare; gli interventi letti dai vari ves-
covi e preparati in gruppo, avevano chiesto ai padri di votare a favore dello
schema e l’atto liturgico, ben preparato, sposta secondo Edelby la bilan-
cia a favore del placet. La liturgia mostrava quello che gli interventi melchiti
avevano dichiarato, confermando la loro posizione non tanto di difesa dei
privilegi rituali, ma dell’identità dell’Oriente in funzione della Chiesa univer-
sale. Messa e propaganda, liturgia celebrata e idee sostenute negli interventi
in aula si uniscono e richiamano a vicenda. Siamo di fronte ad un episodio
di sinodo come liturgia o all’uso della liturgia per sostenere le posizioni af-
fermate nei dibattiti?

3.  I gesti del papa


Nel corso della cerimonia di canonizzazione dei martiri ugandesi, il
18 ottobre 1964, Paolo VI annuncia il viaggio in India, per partecipare al
Congresso eucaristico di Bomaby. La messa è cantata con l’accompagna-
mento di tamburi e « tutucar de atabaques ». L’offertorio prevede canti dai
ritmi africani con tamburi e tudo.97
Il 6 novembre, nel corso della 116 cg, Paolo VI partecipa ai lavori
conciliari, senza cerimonie e con semplicità. La messa era stata celebrata in
rito etiopico, « interminabile » e il canto risulta « pénible » come di uomini
ubriachi.98
La festa di s. Giovanni Crisostomo, il 13 novembre, prevede una ceri-
monia preparata con cura e provata.99 Il patriarca melchita Maximos conce-
lebra con 12 vescovi e prelati della chiesa bizantina la divina liturgia di S.
Giovanni Crisostomo, in presenza del papa e con la sua partecipazione at-
tiva.100 Cinque corali si alternano e si uniscono in un solo coro con effetto

96
  Congar, Journal, t. II, p. 206; Edelby, Souvernirs, 16 ottobre, p. 210.
97
  Congar, Journal, t. II, p. 208: Congar non va perché è contro queste cerimonie piene di
ostentazione della gloria “humaine”. Dom Machado, Diario, 10 novembre, s.n.; Edelby, Souver-
nirs, 18 ottobre, p. 211.
98
  Edelby, Souvernirs, 6 novembre, p. 224-225; Congar, Journal, t. II, p. 240-243.
99
  Edelby, Souvernirs, 13 novembre, p. 230-232, le prove si erano svolte il 9 novembre,
ibidem, p. 227.
100
  Ibidem, 13 novembre, p. 230-232: concelebrano un arcivescovo ucraino del Canada Ha-
ermancuk, 2 vescovi melchiti Tawil e Achkan, l’arcivescovo di Belgrado Bukatko, il vescovo
466 Maria Teresa Fattori

di « oceano » (il collegio greco, quello di Grottaferrata, il Collegio russo, il


grande e piccolo seminario ucraino). Il papa ha benedetto in greco. I conce-
lebranti indossano la corona e accolgono il papa all’entrata della basilica; poi
lo accompagnano processionalmente, senza sedia gestatoria. Le corali han-
no cantato Ton despoten per 10 minuti. Il rito è svolto in splendore, ma senza
note di falsità. Alla processione degli oblati, rendendo la gentilezza al papa
che ha benedetto in greco, la commemorazione del papa è recitata in latino,
come in latino è la commemorazione del patriarca e degli altri concelebranti.
Bukatko ha commemorato in latino i padri conciliari. Maximos ha conclu-
so con la preghiera « Omnium nostrum, omnium Christifidelium totiusque
hominum generis, meminerit Dominum Deus… ». La messa, registrata al
magnetofono, è durata due ore. Al termine, Felici ha annunciato il dono del-
la tiara, regalo al papa dei milanesi.101 Infine, il papa ha benedetto due icone
dei ss. Cirillo e Metodio dono dei cecoslovacchi. Lasciando la basilica il papa
abbraccia il patriarca Maximos, che avrebbe creato cardinale il successivo 22
febbraio 1965.
La cerimonia del 21 novembre, che pure avviene in presenza della corte,
prevede un cerimoniale semplice che non enfatizza la presenza del papa. La
Cappella sistina canta in alternanza con l’assemblea.102
Il papa non indossa la tiara (né essa è presente come oggetto da vene-
rare), bensì la mitra. Il papa è sulla sedia. Nessuno applaude. Durante la
consacrazione, al posto di ascoltare in un silenzio di raccoglimento generale
le parole pronunciate dai 25 concelebranti, le trombette d’argento fanno
un « aubade absolumente déplacée ». Con la concelebrazione, la comunione
dura tanto quanto il resto della messa. Dopo la messa, l’assemblea recita
l’Adsumus e il Veni Creator, a cori alterni con la Cappella sistina che trasforma
le strofe in bella musica. Dopo i voti, il discorso del papa che dura 37 minuti
è un bilancio dello stato dei lavori conciliari e un elogio di un quarto d’ora
della Vergine Maria, concluso dalla dichiarazione del titolo di Mater Ecclesiae.
I sette protonotari si alzano, i due cardinali assistenti il papa e gli altri, quasi

russo Katkoff, il vescovo ruteno Elko, il vescovo della Russia bianca Sipovic, il vescovo rumeno
Cristea, il vescovo greco Gad, il vescovo italo-albanese Perniciaro, il vescovo ucraino di Toronto
Rusnack, l’archimandrita di Grottaferrata Minisci, il proto-archimandrita dei Basiliani ucraini p.
Atanase Welykyj, p. Dominique Caloyeras d’Istambul. Questa messa è stata registrata per essere
proposta ai fedeli in Libano con le diapositive. Congar, Journal, t. II, p. 263.
101
  Essa valeva 13 mila dollari, ma se ne prevedeva l’acquisto da parte di un collezionista o
da un gruppo di fedeli che la pagherà molto di più del suo valore. « Et maintenant le mouvement
est donné. Il ne s’arrêtra plus ».
102
  Congar, Journal, t. II, p. 288-290.
Liturgie e gesti simbolici nel Concilio Vaticano II. 467

tutti i vescovi applaudono appoggiati dai porta insegne e dalla corte ponti-
ficia.

6. Le liturgie della IV sessione: la cauta recezione della Dei Verbum

Per spiegare l’atteggiamento e i cambiamenti avvenuti nel corso del IV


periodo conciliare sarebbe utili tenere presente alcune sperimentazioni litur-
gie avvenute durante l’inter-sessione, a Roma, mentre le commissioni e sot-
tocommissioni conciliari si riunivano, ma anche nelle chiese locali. In questa
sede non è possibile darne conto, ma si tratta di un intenso, creativo e anche
indisciplinato momento di recezione conciliare che percepisce e recepisce
in modo unitario le indicazioni che vengono dalle diverse decisioni fino
a quel momento approvate, come un unicum indistinguibile. Anche questa
parte della storia andrebbe meglio ricostruita, come parte della ricezione del
concilio, mentre il concilio si stava ancora svolgendo.
La cerimonia di apertura, il 14 settembre 1965, iniziò pochi minuti dopo
le nove in S. Pietro; mentre il coro intonava Tu es Petrus, Paolo VI entrò
a piedi, portando la mitra e una croce, al posto del pastorale, nella mano
sinistra. Nessun applauso. Assente il seguito di guardie e corteggi da corte
principesca. Per Congar era il segno di qualche cosa di diverso, che accentua
la natura di prete e pastore del papa.103
« Et la messe commence tout de suite, dialoguée et chantée sans longueurs,
concélébrée par la Présidence, les Modérateurs et les Secrétaires du Concile.
A côté de cela, des survivances: tous les gentilhommes en pourpoint, culotte
courte et bas, épée au côté, fraise et toison d’or autour du cou. Certains ont des
têtes effroyables, d’autres des têtes à la Henri II ou à la Henri IV. On croirait
que des portraits de l’époque sont sortis de leur cadre, descendus de leur toile
et se sont mis à marcher ».

La messa era concelebrata dal papa con 32 cardinali e vescovi degli orga-
nismi che dirigono il concilio.104 Per Congar era positivo che non si usasse la
sedia gestatoria, benché preparata e prevista dal cerimoniale. Edelby notava
l’assenza della tiara, la semplicità degli oggetti e della messa stessa. Vista

103
  Congar, Journal, t. II, p. 387-389; Edelby, Souvernirs, 14 settembre, p. 242.
104
  Per il nome dei concelebranti, cfr. ASV, Conc. Vat. II, b. 652 Segreteria generale: del 14
settembre 1964; del 21 novembre 1964; del 14 settembre 1965; del 28 ottobre 1965; del 18 no-
vembre 1965; del 7 dicembre 1965. Ibidem, b. 656 Segreteria generale, Ordo concelebrationis, T.P.V.
1964; b. 657 Segreteria generale, Ordo concelebrationis, T.P.V. 1965; b. 658 Segreteria generale, Ordo
concelebrationis et methodus servanda in concludendo Concilio Oecumenico Vaticano II. Die 8 decembris 1965,
T.P.V. 1965, p. 51.
468 Maria Teresa Fattori

positivamente anche l’assenza della cerimonia del bacio del piede: d’ora in
poi si baceranno solo le mani del papa, indipendentemente dalla qualità per-
sonarum. Evitato anche il defilé dei cardinali al saluto al papa. Il canto grego-
riano è eseguito da tutta l’assemblea, appena due mottetti in polifonia. La
messa dura appena un’ora. Si sa che si è avuta una volontà molto netta di
evitare l’apparato, di semplificare le cerimonie, « d’aller à l’essentiel ». Il papa
intronizza personalmente il Vangelo, secondo un suggerimento dato da
Congar a Colombo durante la III sessione. Nel discorso successivo egli parla
della carità come anima del concilio e annuncia la creazione di un sinodo
attorno al papa di vescovi eletti per la maggior parte dalle conferenze episco-
pali. Anche gli osservatori non cattolici espressero un giudizio globalmente
positivo tanto per la semplificazione dell’apparato liturgico, quanto per la
centralità della Parola. Molti notarono lo spostamento dell’intronizzazione
della Scrittura al centro della messa e non più al suo termine: si trattava di un
chiaro segno della ricezione delle istanze della riforma liturgica. Si trattava di
una scelta dello stesso papa, già sperimentata durante la celebrazione della
Pasqua 1965.105
Nel pomeriggio, alle 17.00, i padri sono invitati alla processione di pe-
nitenza alla chiesa della S. Croce di Gerusalemme al Laterano. La cerimonia
finisce alle 21. Tutti dicono che è stato bello, molto popolo, ma troppo lun-
go e faticoso. Il discorso all’insegna della « grande pénitence » è svolto dal
cardinale Luigi Traglia.106
Le messe quotidiane presentano alcune novità, stabili per tutta la durata
dell’ultimo periodo: il celebrante della messa entra, durante il salmo di in-
gresso, portando lui stesso il Vangelo che al termine della messa si introniz-
za. La pericope del giorno è letta dallo stesso libro del Vangelo intronizzato.
Dal 15 settembre, prima cg (in cui si pubblica il motu proprio Apostolica
sollicitudo che istituisce il sinodo dei vescovi), sono proclamati in forma conti-
nuata durante la messa, al posto del Messale Romano, il libro degli Atti degli
Apostoli, che sostituisce l’epistola, e gli ultimi capitoli del Vangelo secondo
Giovanni. Paolo VI è presente il 15, come lo sarà spesso nel corso della
sessione, accompagnato da due segretari, assistendo alla messa. Quando il
papa è presente il celebrante non si genuflette più davanti a lui, ma compie
una semplice riverenza.107

105
  Cfr. M. Velati, Separati ma fratelli. Gli osservatori non cattolici al Vaticano II (1962-1965),
Bologna 2014, cap. V, Il quarto periodo, la maturità.
106
  Congar, Journal, t. II, p. 390, che lo chiama “Taglia”.
107
  Ibidem, p. 390 e 393, il Card. Tisserant nell’allocuzione del 15 parla della pace; Edelby,
Souvernirs, 15 settembre, p. 243.
Liturgie e gesti simbolici nel Concilio Vaticano II. 469

Congar osserva i miglioramenti complessivi della messa, ma ciononos-


tante decide di non partecipare alla liturgia. Anche gli appunti d’aula del
p. Tucci sono pressoché privi di annotazioni sulle liturgie. Il commento di
Congar è il seguente:
« Malgré tout à Saint-Pierre. La liturgie de la messe a désormais une forme bien
meilleure: 1°) le célébrant fait son entrée en introduisant l’Evangile, dans lequel
est lue la péricope du jour. Ainsi est établie l’unité entre les deux cérémonies et
le Christ est affirmé fortement comme Maître de vérité. – 2°) toute l’assistance
chante le propre, avec un système de psaumes antiphonés dont on a un peu
abusé et dont on se lassera vite. A quatre reprises, chaque jour, on alterne une
antienne [antifone] parfois médiocre avec des psaumes assez longs. – 3°) Pour
l’épître on a introduit une lectio continua des Actes et, pour l’Evangile, des
derniers chapitres de S. Jean.
Ainsi le livre, qui faisait seulement l’objet d’une cérémonie, parle!! ».

Il Vangelo non è solo un oggetto da venerare, ma una Parola da procla-


mare e ascoltare. La volontà di reintegrare organicamente l’assemblea nella
sinassi liturgica è patente. La medesima semplicità caratterizza la sessione
pubblica del 28 ottobre.108 I riti orientali si alternano; la partecipazione del
coro della Cappella sistina rende le celebrazioni più lunghe. Il 23 settembre,
per i 60 anni di sacerdozio del cardinale Cicognani, assistono alla messa gli
ambasciatori, aggiungendo una nota di mondanità; il 5 ottobre il papa e i
cinque cardinali che lo hanno accompagnato a New York passano a salutare
i padri conciliari, alla fine della 142° cg e danno conto del viaggio e degli
incontri.109 Inoltre, ogni libretto delle messe celebrate presenta una premessa

108
  Ibidem, p. 269: il papa è senza sedia gestatoria, flabello, guardia; entra a piedi in proces-
sione, preceduto dai cardinali, Maximos per l’età non partecipa alla processione ma lo attende al
suo posto. Il papa concelebra con 24 vescovi provenienti da paesi in cui la libertà religiosa e la
pace sono in pericolo.
109
  ASV, Conc. Vat. II, b. 651 Segreteria generale, le liturgie del quarto periodo sono te-
stimoniate dai libretti delle messe: il rito siro antiocheno fu celebrato il primo ottobre 1965,
da Mar Athanasio Ioanne Bakose arcivescovo Babyloneni Syrum; il rito copto-alessandrino l’8
ottobre; il rito maronita il 15 ottobre, da D. Francisco Ayoubt arciv. e Mar. Aleppenisis (Syria);
la liturgia armena il 29 ottobre, da Nerses Tayroyan, arcivescovo Baylonensi Armenorum; il rito
bizantino-melchita il 9 novembre, presieduto da Eftimio Youakim, vescovo Mariamnensi Melki-
tarum, benedice Maximos IV, assistono i Cantores alumni pont. Collegii Graecorum de Urbe; il
rito bizantino-ucaino il 12 novembre, nella festa di s. Giacomo maggiore dal metropolita Kie-
vo-Halicensis, con l’assistenza dei Cantores alumni pont. Collegii Graecorum de Urbe; il rito
bizantino-ungarico il 19 novembre, dal vescovo Hajdudorogensi, Nicolao Dudàs; il rito antio-
cheno-maronita il 30 novembre, presente il papa, celebrato da Paulo Petro cardinale Meouchi e
patriarca Antiochiae Maronitarum; il rito bizantino-biellorusso il 5 dicembre, da Ceslao Sipovic,
M.I.C. vescovo titolare Mariammitano, Visitatore pro Bielarussis, Superiore Generale della con-
gregazione dei sacerdoti celebranti biellorussi (il Vangelo fu intronizzato da Boleslaus Sloskans
470 Maria Teresa Fattori

sull’origine e sulla lingua delle diverse liturgie, con informazioni dedicate al


contesto storico che ha prodotto il rito o dal quale è scaturita quella Chiesa.
Sono specificate le aree geografiche nelle quali quella liturgia è celebrata.
Dal 26 novembre prende corpo la possibilità di celebrare una preghie-
ra comune tra i padri e gli osservatori.110 All’interno del segretariato per
l’unità dei cristiani cominciò il lavoro di preparazione di uno schema per la
preghiera. Il primo progetto fu del benedettino di Chevetogne, Emmanuel
Lanne: l’azione penitenziale con alcune invocazioni e la risposta del Kyrie
eleison cantato; la liturgia della parola con letture dell’Antico e Nuovo Tes-
tamento, due salmi da intercalare; una breve omelia dopo ciascuna lettura.
A seguire vi sarebbero dovute essere la preghiera dei fedeli, una preghiera
di ringraziamento e la recita del Padre Nostro fino al conclusivo canto del
Magnificat. Alcune preghiere, tra le quali quella di ingresso, erano tratte dalla
liturgia bizantina. In altri casi Lanne risaliva al patrimonio liturgico più anti-
co della chiesa e proponeva per la presidenza del rito fosse affidata al papa e
ad altri due rappresentanti degli osservatori (uno ortodosso e l’altro protes-
tante). Dopo questa prima fase di preparazione il progetto sembrò cadere,
ma in realtà fu solo adattato. Il segretario del concilio Felici aveva espresso
i suoi dubbi per l’insistenza eccessiva sulla responsabilità ecclesiastica nella
divisione. Dal punto di vista della disposizione nella basilica gli osservatori
dovevano circondare il trono papale, occupando i posti più vicini nell’emi-
ciclo dell’abside. Non era prevista una vera e propria presidenza del rito, ma

amministratore apostolico Minscensis et Mohiloviensis), assistono i Cantores Alumni Scholae S.


Cyrilli Turoviensis de Londinio; il rito bizantino-ruteno dell’America settentrionale fu celebrato
dal vescovo Nicolao Elko Pittsburghensi Ruthenorum, in onore dei ss. Pietro e Paolo, nella festa
di s. Nicolai vescovo di Myra, cantano gli Alumni Pontifici Collegii Russici; il 10 novembre la
messa fu celebrata per i cardinali e i padri defunti. Le lezioni secondo la costituzione Sacrosanctum
Concilium 51 che suggerisce di aprire largamente i tesori della Bibbia ai fedeli, seguono la “notio”
che “et missio actioque Spiritus Sancti in Ecclesia et in vita fidelium, et vita ipsius Ecclesiae,
ductu Spiritus Sanctis, in primis communitatibus christianis apparens. Hinc electus est et liber
Actuum Apostolorum et sermo Domini in ultima Cena eiusue oratio sacerdotalis”. Dagli Atti
furono selezionati 48 testi e dal vangelo secondo Giovanni 17 testi da leggere in successione. Nei
giorni feriali dell’avvento il lezionario viene preso dal profeta Isaia e dai Sinottici. I passi degli Atti
sono i seguenti: 1, 1-14; 2, 1-11; 2, 22-36; 2, 37-47; 3, 1-10; 3, 12-26; 4, 1-12; 4, 13-21; 4, 23-31;
4, 32-37; fino al capitolo 21 furono saltati singoli versetti ma non capitoli. Dal Vangelo secondo
Giovanni: dal capitolo 13, 31-35 fino al 17, 18-26 e poi 20, 19-31 e 21, 15-25; in seguito le letture
furono Isaia 4, 2-6 e Mt 5, 17-20; Is 25, 6-10 e Mt 9, 10-13; Is, 42, 1-7; Lc 4, 16-22; Is 43, 1-3 e 5-7
e Lc 7, 18-23; Is 43, 16-21 e Mt 15, 29-39; Is 49, 7-13 e Mt 15, 25-30; Is 51, 4-8 e Lc 12, 35-40.
Ogni celebrazione era conclusa con la preghiera Adsumus, Domine Sancte Spiritus. Cfr. ivi, l’edizione
Missae in Quarta Periodo concilii Oecumenici Vaticani II celebrandae, T.P.V. 1965; anche Congar, Journal,
t. II, p. 404 e 421; Edelby, Souvernirs, 5 ottobre, p. 255.
110
  Congar, Journal, t. II, p. 490: Cullmann parla di difficoltà dalla parte degli osservatori.
Liturgie e gesti simbolici nel Concilio Vaticano II. 471

ciascuno dei membri designati avrebbe pronunciato al momento opportuno


le preghiere o letto le letture. Al papa fu riservata l’omelia dopo il vangelo.
Il carattere generale dell’incontro non era più quello dell’udienza papale,
con un momento di preghiera. Dall’udienza agli osservatori si passava alla
dimensione di un vero e proprio evento conciliare, che avrebbe coinvolto
non solo il papa e i suoi collaboratori, ma tutto l’episcopato, nella cornice
dei riti conclusivi della sessione. La vera e propria udienza papale si sarebbe
svolta dopo la preghiera comune, nei locali annessi alla basilica di S. Paolo.
La forma finale della preghiera fu un rito semplice, senza omelie dopo le due
prime letture. Anche la preghiera di rendimento di grazie e l’embolismo del
Pater venivano eliminati definitivamente. In questo modo fu senza dubbio
sottolineata la centralità dell’omelia papale, che più uno status quo che un
commento alla Parola divina.111
La cerimonia fu aperta ai padri, ma alcuni periti, tra i quali il p. Congar,
entrarono accompagnando i prelati. Sono presenti “solo” 41 cardinali. Il
4 dicembre in San Paolo fuori le mura fu celebrata la solenne preghiera
ecumenica. Gli osservatori svolsero un ruolo attivo nella liturgia: le letture
furono il salmo 27, il testo tratto dalle Cronache 29,10-18, l’epistola ai Ro-
mani 15,1-6;112 esse furono lette da un cattolico francese, da un metodista
americano e da un greco ortodosso: Outler, l’ab. Michalon il rettore della
chiesa greca ortodossa di Roma, appartenente alla delegazione del patriarca
di Costantinopoli. Il Vangelo era il passo delle beatitudini secondo Matteo.
Le preghiere furono proposte all’assemblea da p. Emmauel Lanne e lette da
un vecchio cattolico e da mons. Davis. Il trono papale al centro dell’abside
era stato sostituito con una semplice poltrona leggermente rialzata. Gli os-
servatori ebbero la sensazione di un incontro dove non vi erano gerarchie
prestabilite. Le impressioni dei testimoni cattolici vanno dalla percezione
del momento di grazia, esprimono emozioni e commozioni, ma anche in-
differenza e superficialità, scontento e preoccupazione.113 Congar trova na-

111
  Cfr. Velati, Separati ma fratelli, cap. V, § 8 Pregare insieme.
112
  Angelina Nicora Alberigo, Diario, p. 55, 13 dicembre 1965: commenta che della cerimo-
nia di chiusura la cosa più bella era Maritain « vestito nella sua povertà vera e profonda se neanche
il protocollo pontificio è riuscito a fargli mettere l’abito scuro, lui l’ex ambasciatore ufficiale ». I
testi biblici, secondo Nicora, sono stati scelti da Pippo su richiesta di P. Lanne che ha preparato
tutte le preghiere.
113
  Congar, Journal, t. II, p. 506, registra le critiche « La cérémonie de samedi soir (à laquelle
étaient présents seulement 41 cardinaux) a suscité des critiques. Plusieurs les ont exprimées même
au Pape, en particulier Mgr Vagnozzi (?) », che era delegato apostolico a Washington, uomo molto
stretto e i cardinali Roberti e Siri, cfr. FSCIRE, ACVII, Giuseppe Siri, Diario, p. 522. « Par contre
– continua Congar – les FAITS oecuméniques continuent ».
472 Maria Teresa Fattori

turale questa cerimonia, impensabile anche solo cinque anni prima. Egli,
emozionato prega sulla tomba di S. Paolo, prega per Lutero e con Lutero,
coglie nella scelta di S. Paolo fuori le mura la circolarità e in un certo senso la
chiusura del concilio con questa preghiera: « Jean XXIII a annoncé le concile
à Saint-Paul, au terme de la Semaine d’universelle prière pour l’unité. Le
Concile finit au même lieu. Jean XXIII doit être satisfait ».114
L’osservatore riformato H. Roux coglie nelle parole di Paolo VI un
eccesso di ottimismo che non tiene conto de « toutes les exigences d’un
dialogue dur! », come se l’unità fosse fatta.115 Vincente Zazpe, vescovo ar-
gentino di Rafaela, dopo che « El papa hablò estupendamente de la unidad
cristiana » conclude la serata guardando alla televisione uno spettacolo con
Rita Pavone, Fabrizi e Gina Lolobrigida: « Es una expresiòn de los tiem-
pos ».116 Congar sa che i cardinali Siri e Roberti non hanno apprezzato la
cerimonia e lo hanno comunicato al papa.117
« Par contre les FAITS oecuméniques continuent », la levata delle
scomuniche avviene il 7 dicembre: la basilica « ruisselle de lumière, une lu-
mière excessive de TV » che fa male agli occhi.118 La bellezza della cerimonia
non toglie che essa è « trop de théâtre, de gestes spectaculaires, de vêtements
étranges et somptueux, de chants ornés ». Il Veni Creator cantato in polifo-
nia, la lunghezza della cerimonia, il rito di comunione eccessivamente lungo.
La lettura della levate delle scomuniche è condotta da Jan Willebrands in
francese e da Melitone di Heliopolis, capo della delegazione del patriarcato
di Costantinopoli; Agostino Bea ricostruisce in latino gli avvenimenti del
1054; segue l’abbraccio da parte del papa e degli assistenti papali mentre
l’assemblea fa tuonare un applauso ‘a scena aperta’. Il papa pronuncia un
discorso di accettazione dell’uomo moderno e del primato dell’antropologia.

114
  Congar, Journal, t. II, p. 501-503: « Je trouve presque naturelle cette cérémonie. Et pour-
tant, qui eût pensé, il y a cinq ans, qu’elle fût possible? Voici qu’au plus haut sommet, et comme
le premier acte de la conclusion du concile, presque une concélébration de la Parole se déroule
devant le Pape, a v e c lui, qui prononce les collectes et introduit le Pater. En quittant la basilique,
serrant des mains (le P. Villain est là, bouleversé), je m’arrête à genoux sur la tombe de S. Paul: car
il est là. Je lui parle. Je lui parle de Luther, qui a voulu réaffirmer “l’Evangile” pour lequel Paul a
lutté. Je lui demande, je lui intime presque comme une obligation et, pour moi, une chose assurée,
d’intervenir dans cette nouvelle étape; de guider le Pape et n o u s t o u s ! ».
115
  Ibidem.
116
  FSCIRE, ACVII, Vincente Zazpe, Diario conciliare, in copia, 4 dicembre 1965, s.n.
117
  Congar, Journal, t. II, p. 506: « La cérémonie de samedi soir (à laquelle étaient présents
seulement 41 cardinaux) a suscité des critiques. Plusieurs les ont exprimées même au Pape, en
particulier Mgr Vagnozzi (?) », Edidio Vagnozzi, delegato apostolico a Washington, era legati ai
cardinali Roberti e Siri.
118
  Ibidem, p. 508-510.
Liturgie e gesti simbolici nel Concilio Vaticano II. 473

Dopo le votazioni, la seduta pubblica si conclude, prima del Te Deum finale,


con una liturgia penitenziale, implorando il perdono di Dio per i peccati
commessi durante il concilio e a causa del concilio.
Negli stessi giorni continuano forme più tradizionali di devozione: il 5
dicembre la chiesa maronita festeggia il monaco eremita libanese Charbel
Makhlouf, dichiarato beato, insieme a tre mila fedeli e autorità libanesi
giunte a Roma.119 Il 30 novembre il patriarca maronita celebra con 8 vescovi
maroniti la messa della cg, in presenza del papa.120 Il 18 novembre, durante
la sessione pubblica, Paolo VI consegna agli uditori e uditrici laici al concilio
il testo approvato quella mattina della Apostolicam Actuositatem. Nella messa, il
papa concelebra con i superiori generali, che hanno collaborato alla riuscita
del concilio. Il papa nel discorso loda la curia e annuncia alcune decisioni: la
riforma, a cominciare dal Sant’Ufficio; l’avvio dei processi di beatificazione
di Pio XII e Giovanni XXIII; la costruzione di una chiesa dedicata a Maria
madre della Chiesa; l’indizione del giubileo straordinario dopo il concilio.
Dice Edelby « concessioni a destra e a sinistra del papa per mantenere l’unità
dell’episcopato nella carità », o anche tradizione e rinnovamento tenute a
forza insieme.121 Le ultime cg, caratterizzate dalle attese per il conteggio dei
voti, trasformano il concilio in sala da concerto di musica sacra.122
La cerimonia di chiusura, l’8 dicembre, inizia con la processione silen-
ziosa dei padri sulla Piazza di S. Pietro e prosegue con un cerimoniale piut-
tosto barocco, se raffrontato con quello di apertura. Le trombe, la musica
cantata dal coro della Sistina, il papa sulla sedia portando in mano la sua
croce pastorale. Non è possibile distinguere le impressioni dei testimoni dal-
la rappresentazione televisiva. La centralità del papa nella cerimonia e il suo
essere sovrano in trono, al di sopra della chiesa e non dentro la chiesa, come
commenta Congar, erano effetti voluti dal cerimoniale o erano percezioni
condizionate dal punto di vista televisivo?123 La messa era tornata al “fasto”

119
  Edelby, Souvernirs, 7 novembre, p. 273.
120
  Ibidem, 30 novembre, p. 283 e 284.
121
  Ibidem, 18 novembre, p. 278-279.
122
  Ibidem, 19 novembre, p. 279: per attenuare l’attesa i padri ascoltano la corale di Subia-
co. La messa era stata celebrata dal vescovo ungherese di Hajdudorog, in rito bizantino « très
spècial », un rito che agli occhi del melchita appare corrotto dall’eccessiva esposizione al rito latino
della minoranza ungherese bizantina.
123
  Congar, Journal, t. II, p. 514-517: « Je comprends l’intention de la cérémonie d’au-
jourd’hui par rapport à celle d’hier. Les deux répondent au schéma: l’Eglise en elle-même, l’Eglise
dans le monde et pour les hommes. On a eu hier la clôture en quelque sorte interne du concile.
Aujourd’hui, l’Eglise est envoyée au monde, ad gentes, ad populos. Incipiendo, non a Ierosolyma
sed a Roma. Le concile va éclater dans le monde. Il réalise aujourd’hui son moment de Pentecôte
dont avait parlé Jean XXIII ».
474 Maria Teresa Fattori

della tradizione cattolica con il papa, entrato sulla sedia gestatoria, che cele-
brava da solo. A notare questo carattere un poco anacronistico erano non
solo alcuni degli osservatori, come W. Dietzfelbinger, ma anche esponenti
del mondo cattolico, quali il perito J. Dupont e il liturgista francese Marti-
mort che aveva parlato di una cerimonia “anteconciliare”.124
Alla fine della messa sono letti dal cardinale i sette messaggi agli uomi-
ni divisi per categorie. La scelta era stata tutta di papa Montini e l’idea dei
messaggi al mondo quale atto conclusivo del concilio era avanzata dall’allora
cardinale di Milano nel 1962. La preparazione dei testi fu però affidata alla
segreteria di stato senza un coinvolgimento dell’episcopato conciliare. Un
cardinale, accompagnato da altri due cardinali e da alcuni laici, legge i testi,
preparati dalla Segreteria di stato: i messaggi sono ricevuti da alcuni rappre-
sentanti della categoria: i diplomatici come rappresentanti dei governanti;
Maritain e Guitton per gli intellettuali; poi gli artisti; le donne; i lavoratori; i
poveri e i malati (un cieco con il suo cane); i giovani. Retorica dei discorsi e
aspetto teatrale si mescolano nella scena che si svolge in francese, assunta a
lingua della cattolicità.125 Felici conclude leggendo la breve dichiarazione di
chiusura del concilio e il coro intona alcune “Laudes” in stile carolingio, che

124
  Cfr. Velati, Separati ma fratelli, cap. V § 10 La conclusione del concilio. Ibidem, n. 245, per il
sogno di Dom Helder su una concelebrazione finale con rappresentanti di tutti i continenti e per
un festoso ballo sul tema della « tunica senza cuciture », e l’accoglienza sulla piazza del “Grande
Rabbino” per un momento penitenziale sulla richiesta di perdono per i peccati dei cristiani nei
confronti del popolo ebraico. Proprio il papa avrebbe dovuto recitare questa preghiera. Interval-
lato dall’esecuzione di una sinfonia, si sarebbe quindi svolto il terzo momento con l’ingresso dei
rappresentanti musulmani, induisti, buddisti e shintoisti.
125
  Congar, Journal, t. II, p. 516: « De fait, sept messages se succèdent. On a fait en sorte
qu’ils soient, à la fois, du concile, du pape et du peuple chrétien. Chaque message est lu [sic!] par
un cardinal entouré de deux autres cardinaux (concile) et de quelques laïcs (peuple chrétien):
après la lecture, ce groupe va vers le pape, qui accueille chacun (cela fait un peu distribution des
prix). Se succèdent ainsi: Cardinal Liénart, Alfrink, Colombo, et quelques diplomates: message
aux gouvernants des peuples; Cardinal Léger, avec Maritain (que le pape entretient un moment)
et Guitton: aux intellectuels; Cardinal Suenens: aux artistes (!!); Cardinal Duval, aux femmes;
Cardinal Zoungrana, aux travailleurs; Cardinal Meouchi aux pauvres et aux malades. Des malades
montent ensuite vers le Saint-Père; un aveugle avec son chien, lequel reçoit un ruban à son col-
lier. Cardinal Agagianian, aux jeunes: des jeunes garçons, l’un en petites culottes, viennent près
du pape. Mais pourquoi ne leur a-t-on pas joint quelques petites filles? ». Poco oltre: « A vrai dire,
le schéma XIII est un immense Message au Monde. Mais il restait une place pour quelque chose
de plus bref et surtout plublicitaire. Le sens du geste est évident et il est beau. Je ne suis pas sûr
qu’on ait toujours trouvé le ton. Il y avait un relent de captatio: l’Eglise maintenant que le monde
s’éloigne d’elle, lui dit sur tous les tons: Mais je suis avec toi, tu n’a pas de meilleure amie que
moi!! J’ai trouvé que l’Eglise se p e n c h ait trop a v e c s olli citu d e s u r … Je n’ai pas aimé le
Message aux travailleurs où “l’Eglise” disait s’intéresser à eux, comme s’ils n’étaient pas l’Eglise…
Pro quo supponit “Ecclesia”? ».
Liturgie e gesti simbolici nel Concilio Vaticano II. 475

augurano pace e prosperità. « Puis les lampions de la rampe se sont éteint.


C’est fini », commenta padre Congar.

7. Conclusioni

Attaccamento alla tradizione e apertura al rinnovamento della Chiesa


convivono nelle devozioni, nelle celebrazioni conciliari, nei discorsi dei pa-
dri fino alla fine della IV sessione. L’attenzione per i singoli gesti e i detta-
gli del cerimoniale cala nei testimoni in modo inversamente proporzionale
alla capacità della liturgia, e di chi la decide, di accogliere segni sollecitati o
anche solo in sintonia con la sensibilità dell’assemblea. La liturgia indubbia-
mente subisce evoluzioni, cambia come notano i testimoni che ne registra-
no le variazioni nel corso del tempo, sessione dopo sessione, e accoglie in
senso generale le istanze sollevate dai padri, tiene conto di alcune critiche.
La liturgia conciliare convive con parallele cerimonie tradizionali, che sus-
citano scontento, perplessità, frustrazioni in alcuni testimoni, come le feste
per le beatificazioni e canonizzazioni,126 il giubileo straordinario. Anche la
tradizione delle indulgenze concesse da Roma ai vescovi, che partecipano ai
concili è mantenuta in vita, pur essendovi stati vari interventi in aula favore-
voli a una radicale revisione e alla rinuncia pura e semplice ad ogni forma di
automatica contabilità e aritmetica assicurazione della soddisfazione. Lo stesso
cerimoniale romano non taglia mai del tutto i ponti con la propria tradizione
cortigiana, che rimane nelle liturgie finali come un « reperto archeologico ».
Nelle testimonianze è evidente un atteggiamento giudicante da parte dei
partecipanti: tutti guardano al cerimoniale per osservarne i diversi aspetti
con partecipazione e critica e le molteplici implicazioni simboliche; alcuni
sono più attenti al decoro o alla bellezza del rito o alla pregnanza dei simboli
prescelti, mentre altri tentano subito di trascrivere in termini teologici i gesti
e valutare così l’ampiezza delle aperture celebrate dai simboli. Si tratta di una
tensione all’analisi, compiuta, si direbbe, anche da parte di osservatori non
particolarmente attenti o esperti di liturgia.

126
  Congar, Journal, t. I, p. 216: alla fine del dibattito sul De fontibus, si propone ai vescovi
di votare 3 canonizzazioni (Congar è stupefatto), cfr. Acta Synodalia Sacrosancti Concilii Oecumenici
Vaticani II, vol. I/III, T.P.V. 1971, p. 59-62; Chenu, Diario, p. 108, 15 novembre 1962: incontra
Maximos « diatriba contro le funzioni in concistoro di questa mattina per tre canonizzazioni; non
ci è andato (neppure mons. Rolland, in esplicito rifiuto di queste cerimonie prive di qualsivoglia
verità di contenuto) ».
476 Maria Teresa Fattori

Di fatto, la liturgia è percepita come un’introduzione, uno stimolo, uno


sviluppo delle decisioni del concilio, ma anche come un ostacolo nella ‘mar-
cia’ verso l’approvazione degli schemi.
L’esperienza delle liturgie non solo ha condizionato i dibattiti, ma i dibat-
titi hanno condizionato le liturgie, in un gioco di reciproca contaminazione.
Infine, non solo l’esperienza delle liturgie celebrate durante il concilio
nell’aula conciliare, ma le celebrazioni verificatesi durante il concilio nel
contesto delle chiese locali hanno influito sulla capacità di vedere e inter-
pretare i segni. In qualche caso le celebrazioni extra conciliari hanno offerto
spunti e suggerimenti che alcuni protagonisti hanno tentato di fare acco-
gliere dalle celebrazioni del Vaticano II.

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