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Prefazione 1

Jason Hickel è cresciuto vicino Manzini, in est Sud Africa. Dati:


 4,3 miliardi di persone, il 60% dell’umanità, vive in condizioni di povertà debilitante;
 Gli 8 più ricchi hanno il patrimonio della mezza umanità più povera;
 Nel 2000 il reddito medio degli statunitensi era:
o 9 volte più alto dei latinoamericani;
o 21 / / / / mediorientali e nordafricani;
o 52 / / / degli abitanti dell’Africa subsahariana;
o 73 / / / di quelli dell’Asia meridionale.
E questa forbice dal 1960 ad allora si era triplicata, e ora è certamente peggio ancora.
È un problema tecnico dei paesi poveri, questa frattura? Nel 1500 non c’era differenza tra le condizioni di
vita nel nord e nel sud del mondo: è una questione di “relazioni” tra popoli. La frattura non è inevitabile, è
stata creata.

L’illusione dello sviluppo

Insediamento del presidente Harry Truman nel 1949, il primo ad essere trasmesso in televisione, aveva un
punto 4: alleviare il sottosviluppo delle aree deboli. La gente impazzì, era una favoletta incredibilmente
allettante per gli occidentali. Forniva una chiave di volta per organizzare le idee sul mondo (noi stiamo
veglio perché siamo più avanti sulla freccia del progresso), e delineava loro un nuovo ruolo da eroi per il
futuro dell’umanità. Da allora in avanti, questo mito dello sviluppo è divenuto sempre più pervasivo: tutti ci
imbattiamo in progetti di questo tipo, e ha creato giri economici pazzeschi.
Il momento in cui anche a Jason, che era tornato a lavorare con l’ONG World Vision in Swaziland, si fa
chiaro che il mito dello sviluppo è un’illusione. Anche con valanghe di soldi, gli effetti erano minimi:
 I malati di AIDS continuavano a morire: le case farmaceutiche non davano i generici di farmaci
salvavita;
 I contadini / / non riuscire a guadagnarsi da vivere: il loro mercato era inondato da prodotti da USA
e UE;
 Il governo non era capace di offrire i servizi sociali di base: era costretto dalle banche occidentali a
dare priorità al rimborso dei prestiti per il suo enorme debito.
Le questioni andavano ben oltre i confini del paese. Ma per la World Vision erano problemi troppo
“politici”. Oggi però la gente inizia a dubitare dell’efficacia dell’industria dello sviluppo, e a ragione. Sì, ci
sono dei successi (dal 1990 a oggi si è dimezzata mortalità infantile e delle partorienti), ma:
 Non si è posta fine alla fame nel mondo, anzi dai 460 milioni che la soffrivano si è passati ai 2
miliardi che la soffrono (e noi produciamo cibo per 10 miliardi di persone!!!);
 I numeri assoluti di persone in stato di povertà assoluta (1,25 dollari al giorno o meno) sono rimasti
fissi a circa un miliardo;
 La disuguaglianza è esplosa (cf. supra).
Se le ONG perderanno la nostra fiducia, allora definitivamente anche il capitalismo di oggi si rivelerà con
chiarezza come il sistema sbagliato che è. L’idea embrionale di Truman fu perfezionata, per indirizzarla
anche ai non occidentali1, dalle teorie di Rostow (1960, Gli stadi dello sviluppo), riassumibili in “se seguirete
i nostri consigli liberisti, crescerete, vi modernizzerete”. La linea è sempre quella di un “nazionalismo
metodologico d’analisi”: considerare le cause profonde dello stato di sottosviluppo di una nazione solo a
partire dai suoi fatti interni, come se gli stati fossero corridori ciascuno sulla sua pista e non si
influenzassero reciprocamente. Eppure:

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In un momento in cui gli occidentali temevano la crescita di idee progressiste nel Sud del mondo.
 La Rivoluzione industriale in Europa fu possibile solo grazie alle risorse che gli Europei ricavavano 2
dalle loro colonie;
 Negli anni Venti e Trenta gli USA avevano invaso Honduras e Cuba su mandato delle proprie
compagnie bananiere e dello zucchero.
Ma fortunatamente in tutto il Sud del mondo i paesi ignoravano i consigli degli USA, facevano la giusta leva
politica sull’organo delle Nazioni Unite e costruivano la propria economia attraverso le stesse politiche che
avevano caratterizzato gli avvii delle potenze occidentali: protezionistiche (tariffe doganali) e ridistributive
(grandi spese per sanità e istruzione). Infatti, dagli anni ’50 ai ’70 i redditi crebbero. Ciò metteva a
repentaglio i profitti delle grandi aziende occidentali (accedere a risorse e manodopera a buon mercato,
avere un mercato dove esportare) per cui l’Occidente reagì intervenendo in segreto per rovesciare decine
di leader eletti democraticamente e sostituirli con dittatori sensibili agli interessi economici occidentali,
tenendoli poi in sella con gli “aiuti allo sviluppo”. Poi, il definitivo colpo di grazia all’ascesa economica del
Sud venne negli anni ottanta, quando l’Occidente si accorse di poter usare il proprio potere di creditori per
dettare le politiche economiche ai paesi indebitati del Terzo mondo e governarli efficacemente a distanza.
Facendo leva sul debito imposero “programmi di aggiustamento strutturale”, spacciati per “precondizioni
necessarie ad un autentico sviluppo”, che annullarono tutte le riforme economiche messe in atto dal Sud.
L’immensa perdita di PIL potenziale, e sofferenza umana derivatane, avvantaggiò moltissimo le economie
occidentali (su questo c’è un consensus studiorum). Insomma, quelle economie sono state sottosviluppate,
la povertà è stata creata.
Ma nella propaganda una carta fortissima, specie per l’azione e le pubblicazioni di Sachs, ex direttore degli
Obiettivi di sviluppo del millennio (2005, La fine della povertà2), è stata giocata dal costante aumento degli
aiuti dai paesi ricchi a quelli poveri, ora giunta a 128 miliardi di dollari annui. Però degli studi (2016, Global
Financial Integrity e Norwegian School of Economics) hanno calcolato la totalità degli scambi di denaro tra
Nord e Sud del mondo, contando anche dati che non erano mai stati inseriti nel computo:
 Più dal Sud a Nord: remissioni degli interessi del debito, pagamenti per i brevetti in base al Trips,
reddito che gli stranieri incassano dai loro investimenti nei paesi in via di sviluppo, profitti in azioni
e obbligazioni nel sud del mondo;
 Dal nord al sud: aiuti ONG, rimesse degli emigranti (ridotte da commissioni esorbitanti);
 In generale: fughe di capitali, economia illecita,
Nel 2012, 5000 miliardi di dollari uscivano, e soli 2000 entravano nelle economie del sud del mondo. Ed è il
rapporto che si è dato pressoché stabilmente negli ultimi 40 anni. Questo causa un netto declino dei tassi di
crescita. Un quadro ancora più completo includerebbe le perdite ei costi che i paesi in via di sviluppo hanno
subito e subiscono a causa di politiche escogitate dai paesi ricchi, gli squilibri all’interno dell’Organizzazione
mondiale del commercio (tecnicamente libero, ma in realtà gestito dai paesi con più potere contrattuale), la
gara delle multinazionali che porta i costi sempre più al ribasso, i soldi da quelle guadagnati in esenzioni
fiscali, gli acquisti di terreno (vd. p. 36 per quadro completo). Detto questo, gli aiuti effettivamente
contribuiscono a migliorare le condizioni di vita di molte persone. Però sono anche una sorta di propaganda
che mira a presentare i beneficiari come benefattori, mascherando il funzionamento reale dell’economia
globale: dal XVI sec. in poi, e ancora oggi, sono i paesi del Sud del mondo a sviluppare quelli del Nord! Quelli
dispensano cerotti mentre infliggono ferite profonde, e rivendicherebbero per questo una superiorità
morale… I paesi poveri non hanno bisogno del nostro aiuto: hanno solo bisogno che smettiamo di
impoverirli. Vanno eliminati i fattori strutturali che determinano la povertà nel mondo, l’architettura alla
base dell’estrazione e dell’accumulazione della ricchezza.

La fine della povertà è stata… rinviata

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Sostanzialmente: i paesi ricchi non sono responsabili del sottosviluppo di quelli poveri, e se dessero lo 0,7% del PIL il
problema sarebbe risolto in soli 20 anni. Le sue idee hanno dato una rinnovata fiducia negli stanziamenti per gli aiuti.
Contemporaneamente Bush invadeva l’Iraq e contribuiva a sovvertire i governi progressisti di Haiti e Venezuela.
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Il mito della riduzione della povertà è necessario al capitalismo liberista per giustificarsi e, quindi, reiterarsi
(se il sistema globale sta andando nella giusta direzione, che senso ha sradicarlo?). Nel 2000 a New York le
Nazioni Unite vararono gli Obiettivi di Sviluppo del Millennio. L’Obiettivo 1 consisteva nel ridurre della metà
la povertà estrema e la fame. Gli altri sono andati piuttosto bene (cf. supra decrescita mortalità infantile et
al.), ma ora concentriamoci sull’1, che nel 2012 è stato dichiarato realizzato. Questa “narrazione edificante”
fu costruita attraverso alcuni giochi di prestigio:
 Nel 1996 la Dichiarazione di Roma si proponeva di dimezzare il numero assoluto delle persone
denutrite. A New York invece ci si propose di dimezzare la percentuale della popolazione il cui
reddito è inferiore a un dollaro al giorno, prendendo il 2000 come anno di riferimento. Infatti
lavorare sui numeri assoluti avrebbe dovuto affrancare dalla povertà 836 milioni di individui,
mentre per dimezzare la percentuale, data la crescita demografica in corso, ne sarebbero bastati
669;
 Quando i funzionari dell’ONU tradussero la Dichiarazione del millennio negli OSM, il primo venne
ancora una volta surrettiziamente annacquato:
o Si passò dal voler dimezzare la percentuale delle persone povere in tutto il mondo a
occuparsi solo dei residenti nei paesi in via di sviluppo (quelli con un tasso di crescita
demografica più alta!);
o Si prese come anno di riferimento non il 2000 come era stato stabilito, ma il 1990. Ciò:
 Permetteva di fregiarsi dei progressi già avvenuti nell’ultimo decennio, prima che
entrasse in vigore la campagna, grazie soprattutto alla grande crescita della Cina in
tutta l’Asia orientale (miglioramento della povertà in paesi dove non erano state
imposte le regole di mercato globalizzate del liberismo!);
 Aumentava ancora l’effetto della crescita demografica (denominatore in aumento
per 25 anni!).
Con questa nuova formulazione il numero da ridurre scendeva dai 669 ai 490 milioni di unità.
 Nel 1990 Martin Ravallion stimò un parametro comune di indicatore della povertà intorno agli 1,02
dollari al giorno. Inutile dire che questo valore per aderire alla realtà va volta per volta rimisurato
sul potere d’acquisto reale del dollaro. Diverse dichiarazioni ottimistiche su presunti “cambi di
tendenza”, specie dai vertici della Banca Mondiale (Wolfensohn 2001, dati fatti propri per le analisi
dalla Campagna del millennio) si fondarono proprio su stime volutamente al ribasso di questa cifra
(ad es. calcolarlo solo all’1,08% quando ormai anche nel paese più povero anche i più poveri per il
minimo del minimo della sussistenza hanno 1,25%...) e resero ancora più facile dichiarare
dimezzata la povertà in un mondo dove tutto o quasi è rimasto come prima.
Questi trucchi sono stati chiaramente messi in luce negli studi di Thomas Pogge. A questi vanno aggiunti
quelli sulla fame, il cui dimezzamento era pure incluso nell’Osm-1: premettiamo che il numero di persone
che soffrono la fame nel mondo è costantemente aumentato, dal 1990 a oggi. Nel 2009 le Nazioni Unite
riconobbero la sconfitta su questo punto; sino a quando, nel 2012, la FAO non elaborò una metodologia
“migliorata” di calcolo e analisi, che raccontava una situazione ben più rosea, che permetteva loro di
aggiungere anche la fame tra gli obiettivi perseguiti bene. Infatti il modello:
 Escludeva l’impatto delle crisi economiche;
 Correggeva al ribasso la soglia della fame.
Anche in questo caso i mezzi d’informazione divulgarono la notizia senza esaminare attentamente i
cambiamenti che erano stati apportati alla metodologia di calcolo. Del resto, anche a prescindere da questo
ingannevole cambio, sin da principio la definizione stessa di fame di ONU e FAO è assolutamente
inadeguata. Infatti affamato per loro è solo uno:
 Il cui apporto calorico è inadeguato: non si preoccupa minimamente che l’alimentazione sia “varia
ed equilibrata”, che quelli che ne hanno bisogno abbiano apporti, ad es., di date vitamine, ecc.;
 a coprire anche i bisogni minimi di uno stile di vita sedentario (1600-1800 calorie al giorno): ma la 4
stragrande maggioranza di questi poveri fa lavori fisici intensi, che richiedono molte più calorie!
 Per oltre un anno: essere privati di cibo 11 mesi l’anno dunque non fa male alla salute?
La retorica degli OSM dunque sottovaluta drammaticamente la portata del problema della fame nel mondo.
Pogge ribadisce che il vero parametro di riduzione della povertà non ha niente a che fare con le percentuali,
e nemmeno con i numeri assoluti. Il paragone moralmente rilevante della povertà esistente non prende
come riferimento i parametri storici, ma le possibilità attuali: quanta di questa povertà, con i mezzi
economici e di sussistenza enormi di cui disponiamo, è davvero inevitabile oggi? Secondo questo criterio la
nostra generazione sta facendo peggio di tutte quelle che l’hanno preceduta nella storia dell’umanità.
Ancora, si può dire che la soglia di povertà internazionale utilizzata attualmente dagli OSM (1,25) si basa
sulle soglie di povertà nazionali dei 15 paesi più poveri. Le imprecisioni di un conteggio di questo tipo
saltano all’occhio in maniera lampante quando andiamo a confrontare questi dati “mondiali” con le
ricerche sul campo nei singoli paesi:
 In Messico nel 2010 il governo riportava un tasso di povertà del 46% utilizzando la soglia nazionale
standard, mentre la Banca Mondiale, utilizzando quella internazionale, appena del 5%;
 In India nel 2011 la Banca mondiale calcolava coi suoi criteri 300 milioni di poveri, percentuale in
costante diminuzione. Ricerche empiriche dimostravano che in India 680 milioni di persone non
avevano i mezzi per soddisfare i bisogni primari: il 75%, contro il 58% del 1984.
Effettivamente, ovunque una persona con 1,25 dollari al giorno è ben lontana dallo stile di vita adeguato
secondo la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, che afferma “Ogni individuo ha diritto a un tenore
di vita sufficiente a garantire il benessere proprio e della sua famiglia con particolare riguardo
all’alimentazione, al vestiario, all’abitazione e alle cure mediche”. Ci vuole una soglia intorno ai 5 dollari al
giorno3 per garantire una durata di vita media che sia almeno l’estremità inferiore di quella mondiale (74
anni); 10 dollari al giorno per ridurre al 20 per mille la mortalità infantile (comunque tre volte tanto i paesi
sviluppati).
Sappiamo che la disparità all’interno dei paesi è peggiorata in questi decenni, ma che dire della
disuguaglianza fra paesi? Nel 2016 Branko Milanovic, esperto di disuguaglianza della Banca Mondiale, ha
pubblicato nuovi dati che dimostrano che la disuguaglianza tra paesi, corretta in base alla popolazione, è
diminuita negli ultimi decenni, passando da un indice di Gini di 63 nel 1960, a uno di 47 nel 2013, con un
calo precipitoso a partire dagli anni Ottanta (di cui perciò si fregiarono gli economisti conservatori
ultraliberisti americani, dicendolo coincidente all’imposizione di politiche liberiste attraverso i programmi di
aggiustamento strutturale). Ma:
 La tendenza verso una maggiore uguaglianza a livello mondiale è stata trainata unicamente dalla
Cina e alcune altre economie dell’Asia Orientale, che hanno fatto passi da gigante in
industrializzazione e sono riusciti a creare una classe media numerosa e in crescita. Se togliamo dal
quadro la Cina la disuguaglianza è aumentata, e non diminuita, passando da un valore di 50
nell’indice di Gini nel 1988 ad uno di 58 nel 2005;
 L’indice di Gini è una misura relativa, e non misura il divario tra ricchi e poveri, ma il ritmo relativo a
cui crescono i diversi redditi. Perciò molti economisti lo ritengono un indice eccessivamente
prudente (un po’ come la soglia di povertà a 1,25), e calcolano l’indice di Gini assoluto. Così nel
1988 il valore era di 57, e nel 2005 di 72.
 Se consideriamo il divario in termini reali tra il PIL pro capite degli Stati Uniti e quello delle varie
regioni in via di sviluppo nel Sud del mondo, il divario è grossomodo triplicato (p. 62).
Insomma, non basta dare aiuti qua e là; il modello capitalista, secondo cui facendo crescere il PIL mondiale
si sarebbe sconfitta la povertà, ha fallito4. Nel 2015 l’economista Woodward ha dimostrato che con il nostro
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Misurando con questo criterio vedremmo che nel mondo ci sono circa 4,3 miliardi di poveri, il 60% della popolazione,
e che la povertà negli ultimi anni è peggiorata.
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Stanti tutti i fallimenti mostrati in termini di lotta alla povertà, va detto che dal 1990 a oggi il Pil pro capite mondiale è
cresciuto del 65%. Questa è una conferma ulteriore della totale disomogeneità con cui se ne distribuiscono i frutti.
attuale modello economico sradicare la povertà è strutturalmente impossibile. Per coprire a livello globale
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la soglia dei 5 dollari/giorno bisognerebbe raggiungere un PIL stratosferico, rendendo il nostro pianeta
totalmente invivibile, e in non meno di 200 anni. Dobbiamo adottare un modello economico
completamente diverso.
Nel 2015 sono stati lanciati gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile, da completare entro il 1930. È ricominciato
il teatrino di statistiche truccate per i consensi… Qui basti evidenziare che:
 Dopo molte critiche, la soglia della povertà internazionale è stata “alzata” dall’ONU a 1,9 dollari al
giorno. Questo però non è che un adeguamento all’ultima revisione della parità di potere
d’acquisto, fatta nel 2005. Nella quale diversi beni erano scesi di prezzo, ma quelli alimentari (gli
unici necessari ai poveri) erano schizzati in alto! Però così possono già raccontare la favoletta che i
poveri stavano ancora scendendo, e che nel 2016 erano meno del 10% della popolazione mondiale;
 Esempio: se l’Africa subsahariana seguirà con rigore tutte le prescrizioni della Banca Mondiale, e gli
aiuti funzioneranno, passerà (secondo la soglia detta prima) dai 407 milioni di poveri del 2008 ai
335 milioni del 2030. E consideriamo che nel 1990 in questa zona erano 287 milioni! Ridi a p. 67.
E il 1990 è una data comoda, perché la povertà era cresciuta molto nel decennio precedente… Anche
Wolfensohn, ex presidente della Banca Mondiale, ammetteva che prima di 200 anni fa, e negli anni ’60 e
’70, per quei paesi le cose andavano meglio… Cosa non rientra nella storia che ci viene raccontata?

Da dove è venuta la povertà? Storia di una creazione

Se accettiamo la narrazione dominante, viene spontaneo pensare che i paesi poveri siano sempre stati tali.
Ma ancora nell’Ottocento, l’aspettativa di vita media in Europa era attorno ai 30 anni, praticamente
equivalente a quelli di aztechi inca e maya (entrambe inferiori a quella delle comunità di agricoltori e
cacciatori-raccoglitori stanziati ad es. in America), e inferiore a quella degli stati asiatici (così come il “PIL” e
tecnologie). Come ha fatto l’“Occidente” a superare il resto del mondo? Le innovazioni industriali europee
sono soltanto una parte della storia…
Come si è creato un “sistema economico mondiale” unito e imperniato sull’Occidente? Ecco le tappe:
 1492: Colombo inizia il suo sfruttamento degli ingenui indigeni, da Hispaniola. Per portargli oro ogni
tre mesi, gli aruachi praticamente si estinguono;
 Hernan Cortès 1519, Francisco Pizarro 1532, scoperta delle miniere di argento di Potosì. Fra
inganni, genocidi (epidemie, lavoro in miniera, smantellamento del loro sistema socio-economico) 5
e schiavizzazioni, fra il 1503 ed il 1669, 16 milioni di kg d’argento + 185'000 kg d’oro si riversarono
in Europa, per lo più totalmente gratis;
 Tra 1619 e 1865 la tratta degli schiavi (reduci delle guerre tra i regni dell’Africa occidentale venduti
ai mercanti europei) arrecò perdite all’Africa tra i 12 e i 15 milioni. Il vantaggio in forza lavoro per gli
stati occidentali fu incommensurabile (zucchero dai Caraibi, oro dal Brasile, cotone che, insieme al
cibo e al legname importato, permise la rivoluzione industriale europea, a partire dalla Gran
Bretagna).
Questi beni:
 Rafforzarono la capacità militare degli stati europei;
 Lubrificarono i commerci con Cina e India (non avevano nulla che potesse essere accettato nel
commercio con gli orientali);
 Esternalizzare la produzione agricola intensiva (grazie agli alimenti importati da America e Asia)
permise all’Europa di riallocare la propria forza lavoro in attività industriali ad alta intensità di
capitale;

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L’America latina aveva una popolazione tra i 50 e i 100 milioni d’abitanti; verso la metà del Seicento essa era ridotta a
3,5 milioni.
 Permisero loro di esportare nei mercati periferici coloniali, che producevano solo tanto di un tipo di 6
derrata, guadagno sicuro per gli imprenditori europei e i loro beni industriali (domanda costante).
Ciò ancorò le aree periferiche del sistema economico mondiale ad una condizione di dipendenza.
Non mancavano i capitali: in teoria, il Sud del mondo si sarebbe potuto sviluppare come l’Europa, se non
fosse stato depredato e costretto.
Questa accumulazione precedente (Smith) o primitiva (Marx) fu la condizione esterna per la nascita del
capitalismo, specie per i suoi vantaggi ecologici, ma la condizione interna fu lo smantellamento del vecchio
sistema agricolo semi-feudale, processo che iniziò in Inghilterra. I contadini medioevali non erano ricchi, ma
il loro orario di lavoro non era estenuante, e avevano dalla terra (loro, del padrone o comune) il necessario
per abitare (sistema di tutele e diritti, cf. Carta della foresta 1217), vestirsi e mangiare. Questo tradizionale
sistema finì attaccato dalla smania di profitto con il commercio della lana dei nobili, a partire dal XV secolo.
Le enclosures, lungo processo di privatizzazione ed esportazione forzata, determinò violenze e sgomberi.
Milioni di persone rimanevano senza sostentamento, ma le terre agricole vennero messe a regime
aziendale, e affidate ai gruppi capaci di produrre di più (che dunque dovettero iniziare a raddoppiare lo
spaccamento di schiena); dello spettacolare aumento della produzione da pascolo e agricola beneficiarono
quasi solo i proprietari terrieri. Praticamente due secoli di rivolte contadine portarono il re a ristabilire
alcune delle antiche tutele, ma la Gloriosa Rivoluzione nel 1688 ridiede ai nobili il potere, e usarono il
Parlamento per legittimare il loro processo di privatizzazione: per la prima volta nella storia, catastrofe
umanitaria, una percentuale significativa della popolazione non aveva acceso ad alcuna forma di
sostentamento per sopravvivere. Non è un caso se l’Inghilterra fu il primo stato a fortissima percentuale di
urbanizzazione, se nacquero ai sobborghi di Londra quelle baraccopoli di inizio Ottocento che viviamo in
Oliver Twist. Le enclosures vennero a costituire il capitale di base di questi ricchi possidenti inglesi, ma ciò
che ne fece veramente decollare l’economia industriale fu:
 Gli sfollati impoveriti costretti a lavorare 16 ore al giorno nelle fabbriche a prezzi da fame (domanda
di lavoro scarsa, bisogno di lavoro enorme, quindi concorrenza tra lavoratori);
 Gli sfollati senza terra dipendevano dal mercato anche per i beni più elementari: cibo, vestiti,
alloggio. Gli inglesi furono il primo paese di consumatori di massa, a tutto vantaggio delle fabbriche.
Con il conseguente, evidente, effetto trickle up (concentrazione della ricchezza).
Originariamente l’imperialismo puntava ad accedere a fondi e flussi di ricchezza esistenti; con l’avvento del
capitalismo, si propose di creare nuovi centri produttivi che inviassero beni al centro del sistema. Esempi 6:
 In Irlanda nel 1585 coloni inglese tentarono di riprodurre il sistema di enclosures e miglioramento,
per la prima volta in territorio straniero. Molti rimasero privi di qualsiasi speranza di sopravvivenza
ed emigrarono in Inghilterra e Scozia per lavorare come salariati. I pochissimi ettari lasciati alla
proprietà irlandese andarono coltivati a patate per avere il fabbisogno calorico necessario. E
quando nel 1845 la peronospora della patata colpì il paese, morì oltre un milione di persone, più
del 10% del paese. Lungo tutto quel periodo dall’Irlanda continuavano a salpare navi cariche di cibo
dalle aziende agricoli inglesi sul territorio;
 Gli inglesi che nel Seicento si erano installati nel Nordest americano, espropriarono quasi subito le
terre per installarvi forme moderne di sfruttamento agricolo con contadini specializzati provenienti
dall’Inghilterra, venendo a conflitti con gli indigeni. I massacri e le deportazioni sempre più a
Occidente ebbero il picco con i neonati USA (Indian Removal Act 1830);

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Elementi comuni degli esempi:
 Distruzione degli antichi sistemi di protezione e ammortizzazione sociale;
 Carestie che per la prima volta nella storia facevano moltissimi morti, perché il cibo continuava ad essere
esportato e la popolazione non aveva più le risorse di prima;
 Filosofia alla base di Locke, secondo cui la terra è di chi la lavora, e di chi la lavora meglio (aumentare la
produttività = aumentare bene comune) Questi suoi principi economici nel Secondo trattato sul governo
assursero a status teleologico e si potrebbe dire religioso.
 La Compagnia delle Indie, prima interessata solo al controllo delle rotte commerciali, già a inizio 7
Ottocento aveva stabilito un potere amministrativo diretto su gran parte del subcontinente indiano,
che poi avrebbe ceduto al governo britannico. Qui gli inglesi non colonizzarono direttamente le
terre, ma:
o Eliminarono mezzi di sussistenza e sistemi di ammortizzazione (pozzi, foreste, campi
comuni) con le solite enclosures forzate;
o Imposero agli indiani tasse e debiti spropositati…
Al punto che li costrinsero a coltivare prodotti non agricoli, ma pregiati, destinati all’esportazione.
Lasciati in balìa del mercato e privati del loro sistema di riferimento, gli indiani dovettero escogitare
loro stessi modi di estrarre rese sempre maggiori. Ma le tariffe venivano decise a Londra… A queste
condizioni, la siccità periodica di El Nino (spostamenti d’acqua nel Pacifico) uccide. Tra 1876 e 1877
e 1896 e 1902 morirono 30 milioni di persone. E le navi cariche di cibo continuavano a partire, per
approfittare dei prezzi sul cibo schizzati alle stelle in madrepatria proprio in quei periodi.
Non c’era niente di libero in quest’immissione forzata nel “libero” mercato globale manipolato da Londra.
Il colonialismo portò anche a “de-sviluppare” i paesi che lo erano già, per abbattere la concorrenza sul
mercato internazionale e trasformare le nazioni extra-europee in consumatrici di beni lavorati:
 I britannici spaccarono le dita agli artigiani tessili indiani, ne bloccarono le industrie, e soprattutto si
servivano di dazi unilaterali. Dal 27% dell’economia mondiale, l’India scese a rappresentarne il 3%;
 Il rifiuto della Cina di aprirsi estensivamente al mercato europeo (non accettavano che argento)
portò alle guerre dell’oppio contro Inghilterra (1839-1842) e Francia e Inghilterra (1856-1860). A
seguito della vittoria, le potenze europee si arrogarono tali territori e privilegi commerciali che la
Cina scese da una quota nell’economia mondiale del 35% ad una del 7%. Anche qui 30 milioni di
persone morirono inutilmente di fame dopo questa integrazione nel sistema economico mondiale.
Insomma, anche in termini di qualità della vita non fu l’Europa a sviluppare le colonie, ma le colonie a
sviluppare l’Europa. La seconda grande stagione dell’imperialismo si aprì per rispondere alla competizione
tra gli stati europei di:
 Materie prime per le loro fabbriche;
 Luoghi dove investire le loro eccedenze di capitale;
 Dove inviare le masse malcontente delle loro madrepatrie per alleggerire le tensioni sociali;
 Nuovi mercati dove vendere i propri prodotti.
Nel 1870 solo il 10% del continente nero era sotto il controllo degli europei: nel 1914 il 90% (1884:
Conferenza di Berlino). Il Belgio in Congo schiavizzò, espropriò, bloccò l’economia centralizzando
statalmente, schiavizzò, soprattutto per gomma e avorio (morirono 10 milioni di persone). In Sud Africa
l’Inghilterra fu più fine. Imponendo tasse e confinando i locali al 10% delle terre, e le peggiori, costrinse i
lavoratori maschi adulti, con i meccanismi dell’economia, a spartirsi redditi al ribasso nelle fabbriche inglesi
fiorite nel paese.
In America latina rivoluzioni come quelle guidate da Simòn Bolivàr tra 1821 e 1825 posero fine a tre secoli
di colonialismo europeo, ma fecero così scivolare l’area sotto l’influenza degli USA (Dottrina Monroe),
sempre più spietatamente militarista a vantaggio dell’economia (1904, Corollario di Roosevelt):
 Sette invasioni dei marines in Honduras tra 1903 e 1925 per frenare l’avanzata dei partiti
progressisti, a servizio degli interessi delle società bananiere;
 Occupazioni intermittenti di Cuba dal 1906 al 1934, principalmente per i produttori di zucchero
statunitensi;
 Attacco alla Colombia nel 1903 per “conquistare” il canale di Panama;
 Occupazione del Nicaragua tra 1912 e 1933 soprattutto per impedire la costruzione di un canale
alternativo;
 Imposizione di pagamento del debito alla Repubblica Dominicana prendendone le entrate doganali
dei porti tra 1916 e 1924.
Nel 1820 il divario tra il paese più ricco e quello più povero era soltanto di 3 a 1, verso la fine del periodo
coloniale, a metà del XX, il divario era di 35 a 1. La teoria economica ortodossa presuppone che le
diseguaglianze internazionali siano sempre esistite, ma l’analisi storica indica chiaramente che sono state
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create di proposito.

Dal colonialismo al golpe

Tra 1870 e 1910 la diseguaglianza crebbe anche a livello intranazionale: in Occidente, il 10% più ricco della
popolazione deteneva ca. l’85% dei beni. Arresto con la IWW, ripresa dei Roaring Twenties, riarresto con la
crisi del ’29 e poi la Grande Guerra. Ma dalle rovine del vecchio ordine emerse una dottrina economica più
fondata sull’eguaglianza, e il Sud del mondo si liberò dalle maglie dell’imperialismo, e si sviluppò davvero:
dagli anni Cinquanta ai Settanta l’economica migliorò, i redditi e il tenore di vita migliorò, e per la prima
volta dal 1492 il divario tra paesi ricchi e paesi (resi) poveri iniziò a diminuirsi.
Ciò avvenne in principio grazie all’imporsi (New Deal di Roosevelt varato nel 1933) delle teorie di Keynes
(1936: Teorie generale dell’occupazione, dell’interesse della moneta). Era un nuovo patto fra capitale, stato
e lavoro: la democrazia deve regolamentare i mercati per raggiungere gli obiettivi sociali auspicati (nascono
i sistemi di previdenza!), cosa che permette alle fabbriche di vendere molto di più: lo Stato garantiva diritti
forti e salari alti in cambio di una forza lavoro docile e produttiva, mantenendo l’economia stabile e in
crescita. I sindacati del carbone in Inghilterra portarono al potere il governo nel 1945 il laburista Clement
Attlee, le cui misure furono approvate anche dalla Destra: queste riforme erano l’antidoto all’imporsi di
comunismo e fascismo. Il sistema non era perfetto, le colonie ancora finanziavano tutto questo e la lotta ai
diritti civili era di là da venire; ma era un inizio. Divennero di moda i concetti di Welfare e uguaglianza,
crebbero di forza i partiti progressisti, poco dopo la IIWW fu varata la Dichiarazione universale dei diritti
dell’uomo, da decenni pensatori anticoloniali come il Mahatma Gandhi e Marcus Garvey avevano seminato
l’idea dell’indipendenza: non era più il tempo del colonialismo. Gli inglesi si ritirarono dall’India nel 1947. Al
1952 la Francia aveva abbandonato Siria e Libano e l’Egitto si era ribellato all’Inghilterra. Nel 1957
l’indipendenza del Ghana aprì la porta al resto dell’Africa. Roosevelt varò la politica del buon vicinato, che
abrogava la liceità d’interventismo in America latina del passato mezzo secolo. Al momento di scegliere
delle loro politiche economiche, i paesi del Sud del mondo puntarono, sull’esempio vincente di quelli del
nord, su un forte keynesianesimo, con l’aggiunta di uno spirito di difesa nazionalistico. Scansione di questa
nuova “ideologia dello sviluppo”:
 Sud America. Cile, Argentina, Brasile, Uruguay, Caraibi, congiunsero i propri sforzi nell’ambito della
Commissione economica per l’America latina e i Caraibi, fondata nel 1948 in seno alle Nazioni unite
e diretta dall’economista progressista argentino Raùl Prebisch. Particolarmente emblematico di
questo processo fu il governo di Juan ed Eva Peròn (1946-1955), grazie al quale nacque un ceto
medio in Argentina;
 In Africa quest’ideologia assunse per lo più la forma del “socialismo africano”, con fondamenta
nelle antiche tradizioni di quei popoli. Citiamo in particolare il Ghana di Kwame Nkrumah;
 In Nordafrica e Medio Oriente assunse la forma del nazionalismo arabo (cf. l’Egitto di Nasser).
Elementi comuni a tutti/molti:
 Tariffe commerciali alte sulle merci estere;
 Restrizione sui flussi di capitali stranieri e limiti alla proprietà straniera di beni nazionali (spesso
nella forma di una riforma agraria);
 Nazionalizzazione di risorse naturali e settori industriali strategici;
 Politiche di industrializzazione, ma a partire da salari alti e orari umani;
 Grandi piani di spesa nazionale per infrastrutture, istruzione, sanità e previdenza sociale;
Gli effetti ci furono, tra gli anni sessanta e settanta si verificò un vero e proprio miracolo postcoloniale. Mai
PIL e qualità della vita (secondo tutti gli indicatori) erano cresciuti a un ritmo tanto alto, da nessuna parte
del mondo: la forbice tra Sud e Nord del mondo si andava ricomponendo. Un’identità coesa di tutti gli stati
artefici di questo successo si consolidò alle conferenze “terzomondiste” del 1955 a Bandung (Indonesia) e
del 1961 a Belgrado, che portarono alla nascita del Movimento dei paesi non allineati e del G77 all’ONU. Il
Sud si era alzato in piedi e guidava la marcia verso un mondo migliore, sotto ogni punto di vista, per la
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maggioranza degli abitanti del pianeta. Questo stava erodendo le fondamenta del sistema di diseguaglianza
globale su cui Europa e USA avevano imparato a fare affidamento. In alcuni casi riuscirono a strappare
condizioni favorevoli per gli investimenti diretti esteri attraverso negoziazioni serrata, ottenendo
concessioni su tasse e controlli sui movimenti di capitali. Altre volte, per sbarazzarsi dell’ideologia dello
sviluppo si ricorse a misure più aggressive. Fasi comuni a tutte:
 Lesione di un interesse economico occidentale per via di una politica indipendente/nazionalista del
paese in via di sviluppo in questione (nazionalizzazione di società di interesse pubblico, terreni per
una politica fortemente redistributiva, ecc.);
 Golpe, ottenuto con: assassinii, bombardamenti, finanziando un’opposizione naturale (specie
militare, legata a istituzioni tradizionali come lo scià o a gruppi di estrema destra);
 Instaurazione di dittature o giunte militari (operazioni a volte spiegate in patria in funzione anti-
sovietica7), che dureranno poi molti anni;
 Deregolamentazione degli investimenti esteri, abbassamenti iperliberali della tassazione, abolizione
dei diritti, privatizzazione generalizzata… E conseguenti crolli economici e di qualità della vita;
 Stermini e incarcerazioni di massa degli oppositori dei nuovi regimi.
Panoramica:
 In America Latina, specie per volontà degli USA (“Scuola delle Americhe”, o “Istituto dell’emisfero
occidentale per la cooperazione alla sicurezza”, base militare di formazione di dittatori e sicari in
Georgia):
o Guatemala: dopo 10 anni di democrazia progressista (Arèvalo, Arbenz) nel 1952
insediarono il dittatore militare Castillo Armas per la United Fruit Company;
o Brasile: nel 1964 deposero Goulart finanziando un golpe militarista, per la Itt Corporation;
o Guyana: la Gran Bretagna nel 1953 rovesciò il primo governo marxista democraticamente
eletto nel mondo;
o Cuba: tentativo di rovesciamento nel 1961 con la Baia dei Porci;
o E ancora, in vari periodi, alternativamente “supporti” di questo tipo a: Repubblica
Dominicana, Salvador, Nicaragua, Bolivia, Ecuador, Haiti, Paraguay, Honduras, Venezuela,
Panama.
 In Asia, sempre America, soprattutto tramite la CIA:
o Iran: progressista Mossadeq scalzato nel 1953 in favore dello scià per gli interesse della
Anglo-Iranian Oil Company;
o Indonesia: terzomondista capo Sukarno scalzato nel 1965 approfittando dell’ostilità interna
del generale Suharto, specie per gli impianti di estrazione di petrolio e gomma.
 In Africa:
o Ghana: Nkrumah presidente panafricanista, terzomondista e autore di Neo-Colonialism:
The Last Stage of Imperialism, fu rovesciato nel 1966 mentre era all’estero da militari
appoggiati da UK ed USA;
o Congo: appena due mesi dopo essere diventato presidente il giovane panafricanista Patrice
Lumumba fu assassinato in un violento golpe orchestrato da Belgio e USA;
o Uganda: Milton Obote, eclettico progressista, fu scalzato dall’UK, a difesa soprattutto delle
banche britanniche nella regione, nel 1971: il potere passò ad un ex ufficiale britannico;
o Il Portogallo si tenne strette le sue colonie africane fino al 1975:
 Il leader che lottava per l’indipendenza della Guinea-Bissau, Amìlcar Cabral, fu
ucciso;
 Agostinho Neto, dopo aver ottenuto nel 1975 l’indipendenza dell’Angola, non
venne lasciato in pace al governo. Le pressioni da parte degli USA, che finanziarono
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Ragione propagandistica adoperata a partire dalla salita al potere di Eisenhower, nel 1953.
il leader guerrigliero Savimbi, portarono a una lunga guerra civile che finì solo nel
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2002;
o Sud Africa: UK ed USA temevano l’avvento di Mandela, e per questo sostennero l’apertheid
fino ai pieni anni ’80;
o La Francia fu la potenza più interventista, consapevole, almeno a partire dal governo
Charles de Gaulle, che senza l’Africa non sarebbe valsa a niente sul piano internazionale.
Questa linea d’azione ebbe nome di Francafrique, e portò all’insediamento di dittatori-
fantoccio (i cd. “governatori neri”) in: Camerun, Gabon, Costa d’Avorio, Nigeria, Guinea,
Niger, Congo Brazzaville, Repubblica centrafricana, Burkina Faso, soprattutto a difesa della
petrolifera Elf Aquitaine, oggi Total.
Il keynesianesimo imperante in America e nelle socialdemocrazie europee (con l’aliquota più alta fissata al
90%) determinava in quel periodo una grande ascesa economica, un miglioramento della qualità della vita
ed un “impoverimento” delle fasce più ricche della popolazione. Negli anni quaranta e cinquanta circa il
35% dei lavoratori americani era iscritto a un sindacato. Fu in quel periodo che gli economisti Hayek e
Friedman, dalla loro base dal 1947 in Svizzera (Mont Pèlerin Society) e dal 1950 al dipartimento di
economia dell’università di Chicago, tentarono di resuscitare il liberismo fondando il neo-liberismo,
differente dal primo per:
 Il concetto che la totale libertà di mercato coincide con la libertà individuale, e che una sua assenza
è il primo passo verso fascismo e comunismo (mentre per il keynesianesimo la libertà più
importante è quella dal bisogno);
 Ha abbandonato ogni connotato di neutralità: è ostile ai sussidi e alle protezioni per i laboratori e
ad ogni regolamentazione a favore dei sindacati.
L’èlite aveva i suoi nuovi paladini, ma una “rivoluzione” di questo tipo non poteva iniziare da paesi allora
fiorenti, il cui ceto medio era soddisfatto. Washington nel 1956 lanciò il progetto Cile: formare giovani
universitari prima cileni e poi in generale latinoamericani alle dottrine economiche neoliberiste
dell’Università di Chicago, per poi rimandarli in patria. Tuttavia, la guerra ideologica e poi anche l’embargo
non bastarono con l’amatissimo presidente cileno Allende, per cui ci volle, nel 1973, un bombardamento e
il colpo di stato del generale Pinochet. A differenza degli altri golpe, a questo seguì un progetto di radicale
ricostruzione economica neoliberista, con Pinochet (e poi anche altri dittatori sudamericani) affiancati dai
Chicago Boys. La loro privatizzazione assoluta portò ad un tracollo micidiale e ad un grande impoverimento,
che loro camuffarono per successo (forse perché i ricchi si erano enormemente arricchiti).
Per una serie di sfortunate coincidenze, negli anni settanta la crescita economica rallentò e la
disoccupazione iniziò a salire, per la prima volta, insieme all’inflazione (contro i principi dei keyesianesimo).
L’argomentazione neoliberista, grazie al fuoco di fila delle lobby che lo sostenevano, prevalse: Hayek e
Friedman vinsero il Nobel rispettivamente nel 1974 e nel 1976, e in breve USA (Reagan e Volcker come
presidente della Federal Reserve) ed UK (Thatcher) ne applicarono i principi, rompendo un “contratto
sociale” in vigore dal primo dopoguerra:
 Politiche monetarie restrittive, cioè la fissazione di un obiettivo di inflazione basso: il Volcker Shock
dei primi anni ottanta. Impennata di licenziamenti;
 Teorie economiche offertiste, cioè l’abbattimento delle tasse per i ricchi, per innescare lo sperato
trickle down. Reagan abbasso l’aliquota marginale più alta dal 70 al 28%, e per far questo alzò le
tasse ai lavoratori (tassazione regressiva);
 Deregolamentazione del mercato finanziario: il nuovo presidente della Federal Reserve, Greenspan,
arrivò perfino a far abolire la legge Glas-Steagall, contro le speculazioni sconsiderate delle banche,
in tutto simili a quelle che avevano provocato la Grande depressione;
 Guerra ai sindacati, specie della Thatcher contro quelli del carbone;
 Privatizzazione, nel caso degli UK di British Petroleum, British Airways, Rolls-Royce, acqua ed
energia elettrica.
Queste misure portarono la disuguaglianza a livelli mai visti prima: il salario medio dei lavoratori scese di
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una media del 7%. E non è vero neppure che, considerato l’arricchimento dei più ricchi, portò ad una
crescita della produttività a livello assoluto: se negli anni sessanta e settanta il PIL pro capite cresceva del
3,5% l’anno, durante gli anni ottanta e novanta solo del 2%.
Insomma, la soluzione alla miseria di massa è estremamente semplice: salari equi, sindacati forti,
regolamentazione pubblica, servizi sociali efficienti, accesso equo alle terre, non la carità. La ridistribuzione
del potere nella maggior parte dei casi porta a uno sviluppo (sviluppo che, tra l’altro, in ogni caso fa molto
male al nostro pianeta sfinito) e ad una redistribuzione economica. In nome della Guerra fredda, invece,
leggi in favore dei poveri venivano demonizzate come comuniste, benché avessero come ispiratrici le stesse
che avevano iniziato ad arricchire poco prima USA ed Europa. Senza questo periodo di interventismo infido,
il mondo oggi sarebbe molto diverso, e certamente meno ineguale. Possiamo vederlo dai paesi allora in via
di sviluppo che sono scampati in quel periodo ad una dittatura fantoccio occidentale: India, Cina, Libia,
Algeria, Egitto, Siria, Iraq, Tanzania, varie nazioni dell’Asia orientale.

Il debito e l’economia della miseria pianificata

Nonostante questi rovesci, il Sud del mondo era ancora in ascesa. In tutta la regione i governi avevano
capito i metodi per non accettare le pessime ragioni di scambio offerte dall’Occidente. I paese del G77 si
coalizzarono a favore di una proposta volta a rendere le regole dell’economia mondiale più eque, il NOEI
(1974); questo tra le altre cose tutelava i paesi che volessero seguire questa ricetta di esportazioni e
nazionalizzazioni dalle ingerenze dell’Occidente nelle tristi forme che si erano viste nei decenni precedenti.
La strategia dei colpi di stato aveva funzionato sufficientemente bene per un periodo, ma si trattava di
interventi frammentari, e con gli anni settanta che si avviavano al termine e il diffondersi di na maggiore
sensibilità verso le questioni dei diritti umani e di sovranità nazionale gli elettori occidentali erano sempre
meno inclini a consentire che i governi esercitassero in loro nome una violenza neocoloniale di questo
livello. Era necessario un nuovo piano, e per questo nel 1975 USA, UK, Francia, Italia, Giappone e Germania
Ovest fondarono quello che con il Canada poi si sarebbe chiamato G7, con il primo obiettivo di rafforzare,
all’interno dell’ONU, il Consiglio di sicurezza (capeggiato da loro ricchi) contro l’Assemblea generale (che
rappresentava di più gli interessi della Organization of the Petroleum Exporting Countries e del resto del
G77). Ma la vera svolta, più che politica, fu economica. La crisi del medio Oriente (Israele) tra 1967 e 1974
aveva prima causato un embargo del petrolio e poi fattone schizzare alle stelle i prezzi, usato come arma di
trattativa dai paesi arabi. Ciò:
 1. Contribuì a innescare la fase di inflazione e crescita bassa l’Occidente;
 2. Inondò di denaro i paesi dell’Opec, che però non avevano sufficienti mezzi di produzione per
investirlo entro i loro confini e scelsero quindi di versarlo nelle banche di Wall Street.
Lo stesso problema però, a causa del punto 1, avevano quelle banche, che dunque iniziarono un’ansiosa
operazione di sciacallaggio per fare prestiti ad alto interesse presso i paesi del Sud, assetati di capitali con
cui rafforzare le proprie economie (o dilettare le avidità di qualche dittatore). Questo go go banking o loan
pushing veniva fatto da istigatori iper-pagati, e addestrati per fregare quei paesi mostrando proiezioni
fasulle. Il livello di indebitamento del Sud del mondo salì vertiginosamente (mentre le banche rastrellavano
guadagni pazzeschi grazie al miracolo dell’interesse composto), soprattutto l’America latina; la situazione
peggiorò ulteriormente nel 1979 con un ulteriore aumento dei prezzi del petrolio dovuto alla rivoluzione
iraniana: i debiti di questi paesi confluivano quasi totalmente a pagare il loro fabbisogno energetico, e la
crisi rendeva sempre meno fruttuose le esportazioni. E tutto era legato al dollaro. Quando nel 1981 Volcker
fece salire i tassi d’interesse fino al 21%, il Messico dichiarò l’insolvenza del suo debito, seguito da Brasile e
Argentina. Iniziò la “crisi del debito del Terzo mondo”.
Le banche di Wall Street non volevano/potevano farsi carico dei soldi che mancavano, e chiesero agli USA,
che, con tutto il G7, ne approfittarono per imporre finalmente in grande la loro “riforma” economica. Il
Fondo Monetario Internazionale, voluto in origine da Keynes per dare moneta agli stati che ne avessero
avuto bisogno in momenti di crisi per non arrestare l’economia reale ed evitare la recessione, si trasformò
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nel suo esatto opposto: un esattore che pignorava quanto nessuna clausola di nessun contratto di debito
aveva mai stabilito che potesse essere usato per il pagamento del debito: aziende pubbliche, soldi destinati
a sanità e istruzione… Come venne presentato il piano? L’FMI avrebbe aiutato i paesi in via di sviluppo a
finanziare il proprio debito, ma solo se avessero accettato una serie di “programmi di aggiustamento
strutturale”, cioè:
 Come detto prima, i beni pubblici e la spesa sociale diventavano una garanzia collaterale retroattiva
per il rimborso del debito estero;
 Obbligo ad attuare una drastica deregolamentazione dell’economia, svuotando di fatto l’autonomia
dei governi nazionali in temi economici;
 Obbligo a dirigere verso le esportazioni i beni prodotti nel paese (così da avere più liquidi per
pagare il debito) e rinunciare così ai programmi di sostituzione delle importazioni che avevano
funzionato durante il periodo sviluppista. Le popolazioni divenivano dunque obbligate consumatrici
dei beni che l’Occidente voleva venire a vender loro;
 Obbligo di mantenere bassa l’inflazione, e dunque non stimolare la crescita e creare posti di lavoro
attraverso politiche di espansione monetaria.
In ogni paese sottoposto al controllo dell’FMI furono applicate, senza distinzioni, senza adattamenti ai
diversi contesti nazionali: Londra e Washington, ed in particolare gli ideologi più avversi alla pianificazione
centrale in ambito economico, divennero i veri e propri pianificatori del mondo. Quel che da trent’anni
cercavano di imporre coi mezzi più vari, in una botta riuscirono a imporlo facendo leva sul debito, e sotto
una parvenza di legittimità! A partire dagli anni Ottanta, anche la Banca mondiale iniziò a imporre
l’aggiustamento strutturale, e non solo ai paesi insolventi o sovradebitati, ma a chiunque chiedesse prestiti.
In mancanza di canali di finanziamento alternativi, i paesi in via di sviluppo dovevano conformarsi, offrendo
agli investitori occidentali tramite la Banca Mondiale degli investimenti ad alto rendimento e zero rischio
(TUTTO è pignorabile allo stato in questione). Vedasi l’inquietante analogia di p. 154.
Facciamoci un’idea dell’entità del danno causato dai programmi di aggiustamento nel mondo:
 Ovunque azzerarono tutti i vantaggi del periodo sviluppista;
 Le perdite dovute da queste politiche sono state cinque volte maggiori dei benefici derivanti dagli
aiuti umanitari, dei quali prima non si aveva bisogno;
 L’aggiustamento strutturale si è rivelato la singola causa di impoverimento più importante del XX
secolo;
 Con la contrazione fortissima dell’economia legale, molte persone furono costrette a cercare di
guadagnarsi da vivere nell’economia sommersa.
Lo dimostrano le fortissime IFM Riots, tra 1983 e 1993: partecipatissime e violentissime, non avevano però
alcuna forza contro i colossi di Washington, Fmi e Banca mondiale. Perché?
 Entrambe le istituzioni godo dello status speciale di immunità di tutte le organizzazioni
internazionali, quindi possono svolgere tutte le loro funzioni senza subire interferenze, né, mai,
richieste di risarcimento;
 In entrambe la distribuzione del potere di voto è proporzionale alla quota economica di ciascuno
stato membro. Le decisioni importanti richiedono l’85% dei voti. Gli USA detengono il 16% delle
quote in entrambe, e tutti i paesi a medio e basso reddito, che sommati formano l’85% della
popolazione mondiale, sommati hanno quote per un valore del 40%;
 I vertici delle due istituzioni non sono eletti, e per una legge non scritta vengono scelti sempre un
americano per la Banca mondiale e un europeo per il FMI.
L’aggiustamento strutturale ha consentito all’Occidente di dare “un calcio alla scala” che aveva usato per
arrivare all’apice dello sviluppo (investimenti interni, assunzioni, protezionismo, ecc.), impedendo che
qualcun altro potesse seguirlo. Leggi la lettera dimissioni shock di ex dirigente di Fmi. Alla fine degli anni
’90, visto l’evidente fallimento e probabilmente solo per vergogna, sostituirono i programmi di
aggiustamento strutturale con i “documenti strategici di riduzione della povertà”, che mantenevano
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pressoché invariato l’insieme, se non per il fatto che permettevano più margine per la spesa sociale.
Stando a loghi e slogan, la Banca Mondiale dovrebbe lottare la povertà, e l’FMI l’instabilità economica.
Allora le generano per errore (tesi ad esempio di Easterly) oppure non stanno fallendo rispetto ai loro reali
obiettivi? La seconda, e basta leggere l’articolo 1 della Banca Mondiale: “promuovere l’investimento
privato”, “promuovere la crescita del commercio internazionale”, e la lista degli ultimi presidenti: tutti alti
ufficiali dell’esercito statunitense e dirigenti di Wall Street. Queste due istituzioni hanno salvato il
capitalismo occidentale, e non solo perché hanno arrestato l’ideologia dello sviluppo, ma anche perché ha
permesso di ricorrere alle crisi di sovraccumulazione che hanno minacciato il capitalismo a partire dagli anni
’70. Nella logica del capitalismo infatti, non si può permettere che il capitale in eccedenza si svaluti; e se gli
ideologi del dopoguerra avevano apprezzato i “rimedi temporali” (ossia investire il capitale in progetti a
lungo termine, come la ricerca, che indirettamente alla lunga mostrino i loro effetti positivi in termini di
benessere e ricchezza generale), ora i grandi capitali (le aziende e tutta la pletora di azionisti alle loro spalle)
pretendono piuttosto benefici che si concretizzino presto. Si può far scendere il prezzo del petrolio,
immettere nuova manodopera sul mercato o rendere meno costosa quella esistente, creare nuovi mercati
nel debito, incoraggiando i consumatori a spendere al di sopra delle loro possibilità, privatizzare aziende
pubbliche. Ma tutte queste soluzioni alla lunga provocano resistenza interna nei paesi occidentale. Perciò i
policy maker, grazie a istituzioni quali Banca mondiale ed FMI, sono ricorsi sempre più volentieri ad un
“rimedio spaziale”, rimandando il problema dei limiti alla creazione di nuovi profitti, e quindi il crollo del
capitalismo occidentale. Vediamo esempi di smaltimento di questo capitale eccedente:
 Nel 2015 la Banca Mondiale ha venduto a Wall Street 58 miliardi di dollari in titoli di debito
pubblico di paesi del terzo mondo con rating AAA;
 I progetti di sviluppo su larga scala finanziati con i prestiti della Banca Mondiale impongono ai
beneficiari di affidare le opere ad appaltatori americani, e di acquistare il necessario da aziende
americane anziché locali, anche se questo può far salire i costi fino al 30% (“aiuti vincolati”);
 Le aziende, in un nuovo mondo globalizzato e con migliori tecnologie di trasporto, iniziarono a
delocalizzare, fatto che di per sé:
o Ruppe la solidarietà dell’ex G77, rendendo quei paesi autori di una penosa corsa al ribasso
sul salari per attirare su di sé gli investimenti delle multinazionali;
o Rese molto più disciplinato il mondo del lavoro a livello mondiale, togliendo molto potere
di trattativa ai sindacati.
 Grandi opportunità per le imprese occidentali di avventarsi come falchi sui beni pubblici neo-
privatizzati dei paesi sottoposti all’aggiustamento strutturale, acquistandoli a molto meno del loro
valore. E se un servizio di trasporto pubblico penserà innanzitutto a come far spostare i cittadini,
queste nuove aziende si preoccuparono invece solo di approfittare dei nuovi, rispettivi monopoli
per dare servizi solo a chi poteva permetterseli e lucrarci sopra.
Negli anni sessanta, i paesi in via di sviluppo perdevano ogni anno 161 miliardi di dollari a causa di quello
che gli economisti chiamano “scambio ineguale”. Con questi programmi le perdite annue dovute al lavoro e
ai beni sottopagati crebbero di sedici volte, raggiungendo nel 1995, all’apice del periodo dell’aggiustamento
strutturale, i 2660 miliardi di dollari. La somma che il sud del mondo spende collettivamente ogni anno per
il servizio del debito supera di gran lungo l’importo che le Nazioni Unite stimano necessario per debellare
completamente la povertà: sarebbe possibile, in un colpo solo, cancellare tutti i pagamenti del debito ed
eliminare la povertà mondiale, se solo ne esistesse la volontà politica. L’effetto moltiplicatore dell’interesse
composto, poi, sfida l’immaginazione. Tra 1973 e 1993 il debito del Sud del mondo è salito da 100 a 1500
miliardi di dollari. Di questi, soltanto 400 erano stati effettivamente presi in prestito. Nonostante lo sforzo
titanico, i paesi in via di sviluppo anno dopo anno riescono solo a intaccare una montagna di interesse
composto, che non cessa di crescere, senza mai arrivare a sfiorare il capitale che c’è sotto: anche come
“cura del debito” l’aggiustamento strutturale ha fallito miseramente. Perché non hanno mai dichiarato lo
stato di insolvenza, sottostando a Washington?
 Perché altrimenti sarebbe stato concreto il rischio di un golpe o di una invasione USA; 14
 Il presidente del Burkina Faso Sankara ne parlò agli altri leader africani a Addis Abeba nel 1987
(p.175): fu ucciso tre mesi dopo in un colpo di stato attuato dalla Francia;
 Svariati leader fantoccio non hanno interesse a farlo, perché in questa situazione si arricchiscono;
 Ora che l’aggiustamento strutturale ha seguito il suo corso, il default non è più un’opzione
realmente praticabile. Oggi i paesi del Sud del mondo dipendono totalmente dagli investimenti
esteri per la sopravvivenza: dichiarare l’insolvenza significherebbe restare fuori dal sistema
finanziario globale a tempo indeterminato, e il risultato sarebbe il collasso economico immediato.
Alle sue conferenze, molti dicono che è giusto pretendere quel debito (è un meccanismo morale e
psicologico e occulto). Lui ribatte che:
 In molti casi i debiti iniziali erano stati sottoscritti da dittatori non eletti;
 Il capitale ricevuto è stato già restituito tre o quattro volte;
 Le politiche economiche IMPOSTE dai creditori sono fallite, dunque è giusto che anche loro paghino
l’errore.
Il grande movimento d’opinione di Jubilee 2000 non portò ad altro che a due programmi di alleggerimenti
del debito, e solo per i paesi estremamente più poveri (1996 e 2005), peraltro ambo vincolati
all’acquisizione di ulteriori liberalizzazioni e privatizzazioni.

Il libero scambio e l’ascesa del senato virtuale

Hamilton, a partire dal 1776 primo segretario del tesoro degli Stati Uniti sotto Washington, respingeva
espressamente le teorie di Adam Smith, e sapeva che, per economie giovani come quella degli Stati Uniti,
forti misure protezionistiche e un solido sostegno statale erano l’unico percorso praticabile verso uno
sviluppo industriale reale. Gli UK dunque dovettero andare a promuovere il “libero scambio” altrove: il Sud
del mondo perse la propria indipendenza economica perché gli americani avevano conquistato la loro.
Dopo la Grande Depressione e la IIWW, i paesi industrializzati sotto il magistero di Keynes fondarono il
General Agreement on Tariffs and Trade: ridurre, rinunciando al protezionismo, in quel preciso momento
storico avrebbe aumentato i consumi e aiutato l’economia mondiale a ripartire. Nel 1995 il GATT, stavolta
guidato da ideologi americani neoliberisti, si trasformò nell’Organizzazione Mondiale del Commercio, e:
 Iniziò a perseguire unicamente l’obiettivo di aprire il mondo ai flussi di capitali provenienti dai paesi
ricchi, senza una reale negoziazione collettiva e senza preoccuparsi della stabilità economica;
 Al posto della flessibilità del Gatt, proponeva il principio del single undertaking, un “impegno
onnicomprensivo” in base al quale ogni paese era tenuto a sottoscrivere l’intero pacchetto di
accordi dell’OMC, anche quelli che non gli convengono, pena restare al di fuori dell’economia.
L’OMC in un colpo solo estendeva e standardizzava il sistema neoliberista a tutto il sud del mondo. La
maggior parte dei paesi, allo stremo, e dipendenti dopo 15 anni di aggiustamento strutturale, non poté che
conformarsi. Cosa rende la teoria del libero scambio così persuasiva nella facciata?
 Apparenza di equità. Si gioca tutti con le stesse regole, nello stesso campo da gioco:
o Esempio della squadretta di zoppi vs una di serie A;
o E anche le stesse regole dell’OMS, USA (con il Farm Bill) ed UE (con la Politica Agricola
Comune) le infrangono per sostenere le proprie agricolture, e immetterle così nei mercati
mondiali a prezzi imbattibili (privando in questa maniera i paesi del Sud di quelle sole
entrate cui avrebbero potuto puntare sfruttando i loro beni naturali!)…
o Ma anche vincendo una causa al tribunale dell’OMS, i paesi poveri non hanno la forza di far
rispettare le sentenze presso i più ricchi, e quindi esse vengono insabbiate. Infatti il potere
di esecuzione è distribuito in modo asimmetrico in base alle dimensioni del mercato!
 Apparenza di efficienza, sulla scorta dei modelli di Ricardo (inizio Ottocento) e Heckscher-Ohlin-
Samuelson: se un paese ha una naturale abbondanza di capitale, ed un altro di manodopera a
basso costo, e giusto che gli uni si specializzino in beni ad alta intensità di capitale, e gli altri in beni
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ad alta intensità di lavoro. Il punto è che non c’è nulla di “naturale”, è un ordine iniquo e voluto!
 Connotazione morale: il liberismo estremo incentiva i paesi poveri a sviluppare le loro industrie più
competitive al meglio, mentre il protezionismo produce soltanto pigrizia e autocompiacimento.
Esempio del bambino inserito nel mercato del lavoro, p. 186.
A parte quello di impedire uno sviluppo sia in ambito industriale che in ambito agricolo, questo sistema
penalizza fortemente i paesi del Sud per il fatto che essi, non avendo al loro interno redditi alti né sistemi
per applicare tasse particolari come quella sull’eredità, dipendono fortemente dalle entrate doganali. Negli
ultimi 25 anni a causa della liberalizzazione questi paesi hanno perso più del 70% del gettito fiscale.
C’è un altro aspetto che ha caratterizzato le manovre “asetticamente criminali” dell’OMS. Per inveterata
tradizione, i paesi occidentali hanno accordato preferenze speciali a regioni molto povere (ad es.: accesso ai
mercati occidentali in esenzione da dazi; mentre ad es. dalle minacciose produzioni asiatiche si difendevano
con dazi) per promuovere lo sviluppo industriale dove era più necessario, creando posti di lavoro. Ma le
multinazionali iniziarono a sostenere con l’OMS che quote e preferenze “distorcevano” il mercato, e così si
lamentavano gli stati asiatici; così l’OMC nel 2005 abolì le quote sulle importazioni di prodotti tessili
dall’Asia Orientale, e i capitali asiatici tornarono a casa, lasciando per strada 25'000 donne, divenute
prostitute che diffondono HIV. I tecnocrati di Ginevra rispondono che il capitalismo può assorbire gli aspetti
negativi di questi frangenti, grazie all’ipotesi della “perfetta mobilità dei fattori della produzione”. In verità:
 Non è vero che in una regione come lo Swaziland 25'000 disoccupati trovano facilmente lavoro
altrove. E anche in un luogo a medio sviluppo, questo richiederebbe generosi sussidi di
disoccupazione e corsi di formazione che specializzino in altro i lavoratori, cose che i paesi del Sud
del mondo non possono più offrire “per contratto”;
 Anche i capitali, non è vero, specie per il capitale fisso, che si dirigerà automaticamente verso altri
settori più competitivi. Le macchine troppo specializzate rimangono ad arrugginire. Quanto al
capitale liquido, quello certo si muove, ma spessissimo in altri paesi…
Uno degli accordi dell’OMC, l’Accordo sugli aspetti dei diritti di proprietà intellettuale attinenti al
commercio (Trips), ha alzato la durata media di un brevetto dai 17 ai 20 anni (misura illiberale! A vantaggio
di alcune aziende titolari di brevetti…). Per i paesi poveri i diritti di licenza sono molto costosi, e non
possono permettersi di acquisire conoscenze di base e tecnologie di cui hanno bisogno come software,
macchinari agricoli e medicinali. A seguito dell’accordo Trips, i paesi in via di sviluppo si trovano a dover
versare alle multinazionali 60 miliardi di dollari l’anno in più di diritti di licenza.
Nel 1988 scoppiò l’HIV. Nel 1987 i primi farmaci antiretrovirali erano stati approvati dagli USA. Solo nel
2003, a seguito di anni di contestazioni a tutti i livelli (compreso il movimento no global) i paesi in via di
sviluppo ottennero il diritto di fabbricare e importare le versioni generiche di farmaci salvavita per
difendersi dall’AIDS ed altre emergenze sanitarie: e in quegli anni varie pesanti sanzioni erano state imposte
dal tribunale arbitrale dell’OMC. Infatti, in passato le case farmaceutiche potevano detenere brevetti solo
sul processo di fabbricazione dei farmaci, non sui composti stessi, come previsto dal Trips. Purtroppo, già
erano morte 10 milioni di persone. Le persone difendono il sistema di difesa dei brevetti del Trips dicendo
che:
 Il reddito derivante dai brevetti rappresenta l’incentivo iniziale a sviluppare un prodotto: sì ma
l’84% delle conoscenze necessarie a sviluppare, ad es., quegli antriretrovirali, erano state elaborate
in università pubbliche!!!
 I profitti possono essere reinvestiti in attività di ricerca e sviluppo: ma l’industria farmaceutica
spende più della metà degli incassi in marketing.
Elementi di vantaggio dei paesi ricchi all’OMC:
 Riunioni private tra i paesi del G7, così arrivare a posizioni già unite alle sedute generali;
 Potere di contrattazione basato sulle dimensioni del mercato;
 Dispongono di un maggior numero di funzionari, che li rappresentano lì dove si decide tutto l’anno,
mentre i paesi poveri a stento riescono ad esserci ogni tanto per essere avvisati.
Le contraddizioni e illegalità dell’OMC furono duramente esecrate dall’opinione pubblica a fine anni ’90,
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perciò per ignorare alcune situazioni di stallo ivi createsi i paesi ricchi (o i ricchi dei paesi) hanno iniziato a
servirsi di accordi bilaterali di libero scambio, identici per obiettivi e ideologia a quelli che hanno creato
tanta disuguaglianza, ma da non sottoporre al vaglio di alcuna autorità internazionale. Il primo fu il NAFTA
(North American Free Trade Agreement) fra Messico, USA e Canada, nel 1994. Fu devastante per il Messico,
ma anche per il ceto medio-basso degli USA, privato di lavoro dalle fabbriche che delocalizzavano. Ma la
vera influenza di questo accordo sta nel suo testo, al Capitolo 11, dove si apriva alle possibilità alle aziende
di citare in giudizio gli stati. In caso di esproprio, lo Sato avrebbe avuto l’obbligo di risarcire gli investitori in
funzione dell’equo valore della loro proprietà, a seguito di un arbitrato condotto da esperti privati scelti di
comune accordo, non giudici. E, da quando entrò in vigore, non più solo in caso di esproprio: le
multinazionali citano in giudizio uno stato a causa di leggi nazionali che limitano anche solo i “profitti futuri
attesi”, anche quando esse tutelano i diritti umani, la salute pubblica o l’ambiente. L’immunità sovrana
degli stati è stata bypassata a favore del nuovo concetto di “protezione degli investitori”. I paradossi di pp.
201s. Il NAFTA è purtroppo servito da modello per accordi di libero scambio analoghi in altre regioni del
mondo, ed ora ne esistono decine, e il meccanismo dell’arbitrato è sempre più in voga: fortunatamente
inizia ad essere contestato ad alti livelli. Le “barriere burocratiche” (in realtà autentiche espressioni di
autodeterminazione popolare e democrazia) che questi trattati si propongono spesso di superare (ora che
già i dazi sono abbattuti per lo più ai minimi storici) sono:
 Diritto del lavoro;
 Norme sulla privacy digitale;
 Protezione dell’ambiente;
 Norme in materia di sicurezza alimentare;
 Regolamentazione del settore finanziario.
Questi trattati equivalgono a una specie di colpo di Stato operato dalle grandi aziende su scala
internazionale; una legislazione extra territoriale che si pone al di sopra dei democratici parlamenti
nazionali. Il sistema dei Keynes che aveva ispirato i primi organi economici internazionali permetteva ai
paesi di imporre “controlli sui capitali” per prevenirne la fuga. Le riforme hanno però smantellato questo
controllo sui capitali e gli investitori e i finanziatori sono ora in grado di trasferire ingenti somme di denaro
in tutto il mondo alla velocità della luce: per le economie povere, che non dispongono di un’ampia base di
capitale, ciò costituisce un grave pericolo. L’opuscolo della Banca Mondiale Doing Business, con app
allegata, classifica i paesi in termini di “facilità di fare impresa”; queste graduatorie si basano su dieci diversi
indicatori, per lo più poggiati sulla dicotomia: regolamentazione = male, deregolamentazione = bene. C’è un
apposito simulatore di riforme online, che indica come ciascun paese può migliorare la propria posizione in
classifica. Perciò, i paesi sono costretti a ridurre gli interventi normativi per risultare più attraenti agli occhi
dei baroni del capitale mondiale. La cosa agghiacciante è che questi indicatori non mostrano misura:
 Non si limitano a promuovere l’abbassamento del salario minimo, incoraggiano i paesi ad abolirlo
del tutto;
 Non vogliono un prelievo fiscale più contenuto, premono perché sia azzerato;
 Non chiedono una semplificazione degli scambi commerciali, mirano a eliminare tutti i dazi
doganali;
 Non pretendono una minore regolamentazione della proprietà fondiaria, esigono totale libertà
d’acquisto.
Il fatto che alcune regolamentazioni possono essere importanti se si vuole realizzare una società giusta, o
almeno un’economia stabile, non è tenuto in alcuna considerazione. E alcune organizzazioni umanitarie
accordano un trattamento preferenziale ai paesi che compiono progressi nelle graduatorie! Un rapporto del
2013 rivela che il sistema Doing Business non è stato sottoposto al processo di revisione tra pari, ma si basa
esclusivamente sugli studi degli economisti iper-neo-liberisti che lo hanno inventato, Djankov e Shleifer.
Insomma, in passato il neoliberismo veniva imposto in tutto il mondo da potenze esterne; ora questo
“Senato virtuale” è in grado di indurre i paesi ad autoimporsi il neoliberismo semplicemente attraverso il
controllo dei flussi di capitali. Se un paese vuole procurarsi i finanziamenti di cui ha bisogno per lo sviluppo,
17
o anche solo per la sopravvivenza, deve prostrarsi ad esaudire i desideri del Senato virtuale: il mondo intero
è ostaggio degli dei dell’investimento estero. Per annullare l’equazione libertà = liberismo vd. p. 210s. Ciò si
vede in maniera particolarmente lampante nelle 4300 enclaves, in quasi 150 paesi note come Free Trade
Zones, veri e propri regimi di schiavitù al di fuori di qualsiasi controllo.

Saccheggio nel XXI secolo

Colpi di stato, aggiustamento strutturale per debito, imposizione di libero scambio e tribunali arbitrali sono
metodi a tutela del capitalismo che si sono succeduti, ma anche sovrapposti, e in misure diverse continuano
a perdurare in sparsi eventi qua e là. E c’è dell’altro.
Un’altra delle cause che i paesi ricchi adducono per la povertà del terzo mondo, facendosi forza dell’Indice
di percezione della corruzione della Transparency International. Secondo la Banca mondiale, la corruzione
dei funzionari pubblici sotto forma di riscossione di tangenti e di appropriazioni indebite costa ai paesi in via
di sviluppo tra i 20 e i 40 miliardi di dollari l’anno. Ma a conti fatti questa forma di corruzione provoca solo il
3% del totale dei deflussi illeciti di liquidità da questi paesi. E questa corruzione ivi PERCEPITA, è dai paesi
ricchi CAUSATA! Infatti:
 Secondo la Global Financial Integrity ogni anno 1100 miliardi di dollari escono illegalmente dai paesi
in via di sviluppo alla volta di banche estere e paradisi fiscali. Trade misinvoicing, servizi di
rifatturazione;
 Transfer mispricing: fasulli cambi di prezzo usati dalle multinazionali per trasferire senza tasse
grandi quantità di denaro da una filiale in un paese a un altro. Questo flusso è pressochè
incontrollabile.
L’Africa subsahariana, la regione più povera del mondo, registra deflussi illeciti complessivi pari al 6,1% del
PIL. La responsabilità è occidentale:
 I funzionari doganali dei paesi in via di sviluppo AVEVANO gli strumenti per prevenire le false
fatturazioni! Sono stati inibiti dall’OMC come eccesso di burocrazia!
 Nessuno di questi grandi furti, del resto, sarebbe possibile senza i paradisi fiscali (necessari anche
per la criminalità stricto sensu). Che sono:
o In Europa: Lussemburgo, Svizzera, Paesi Bassi, Belgio, Austria, Principato di Monaco,
Liechtenstein;
o Area di influenza USA: Manhattan, Florida, Delaware; Isole Vergini, Marshall, Liberia e
Panama.
o / / / UK: Jernsey, Guernsey e Isola di Man; Isole Cayman, Isole Vergini Britanniche e
Gibilterra; Hong Kong, Singapore, Bahamas, Dubai, Irlanda, Vanuatu, Ghana. LA CITY (p.222)
Certuni, nella mentalità neoliberista, li giustificano.
Per converso, il modo in cui la corruzione viene presentata svia l’attenzione da questi problemi esogeni e fa
ricadere la colpa sui paesi in via di sviluppo.
Nel 2007 aumentarono i prezzi dei generi alimentari: la gente in tutti i paesi poveri scese in piazza: i prezzi
erano aumentati dell’80% in un solo anno. I fattori furono molti, fra cui anche una bolla finanziaria delle
azioni sulle materie prime, che in tempo di crisi erano state massivamente ritenute più sicure. Ciò continuò
ad anni alterni: secondo fonti ONU, nel 2011 circa 40 milioni di persone in più nel mondo erano state
risucchiate nella spirale della fame. Ma ancora più devastante fu la conseguenza: il land grabbing8. Stime
parlano di circa 1500 contratti firmati tra il 2000 ed oggi, per un valore di oltre 65,5 milioni di ettari. In
Africa il fenomeno riguarda il 4% delle terre: infatti gli accaparratori tendono a preferire paesi caratterizzati
da una governance scadente e livelli di corruzione elevati, per concludere contratti convenienti (pagamenti

8
Si dice di un acquisto che porti dai 200 ettari in su destinati alla piccola coltivazione locale, all’uso collettivo o ai
servizi ecosistemici, a divenire parte di un’attività commerciale.
medi di un dollaro e mezzo l’anno per ettaro, mentre l’ONU stima che uno nel vale 2000) con rapidità e
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discrezione. E coloro che abitano effettivamente quei territori perdono la casa, le risorse, i mezzi di
sostentamento e la propria comunità. Ragioni per fare land grabbing oltre che approfittare dei prezzi alle
stelle dell’agroalimentare:
 Il G8 e 200 grandi società dell’agroindustria lo hanno fatto per motivi umanitari (per rifornire i paesi
che li ospitano) ricevendo sussidi. Queste missioni portavano a ulteriori deregolamentazioni dei
paesi ospitanti, e privatizzazioni delle sementi!
 Ricavare legname, zucchero, gomma…
 Per la mitigazione dei cambiamenti privati. La strategia Reducing Emissions from Deforestation and
Forest Degradation non ha fermato questo commercio, ma piuttosto ha penalizzato comunità
indigene che vivevano dei beni delle foreste, e ha permesso ai ricchi investitori che realmente
deforestavano di “rimediare” al loro impatto climatico comprando nuovi terreni dove piantare
piantagioni! Il REDD è un altro trucco del capitalismo per dare occasioni di spesa: non ferma gli
investimenti pericolosi per il pianeta!
L’Occidente è storicamente responsabile della stragrande maggioranza delle emissioni di quei gas a effetto
serra che provocano il mutamento del clima e ha tratto enormi vantaggi dall’uso industriale dei combustibili
fossili: eppure i costi dei cambiamenti climatici ricadono in misura sproporzionata sui paesi poveri, in una
misura estremamente superiore agli aiuti ricevuti (dati p. 234). Infatti:
 I cambiamenti climatici stanno determinando uno spostamento delle precipitazioni verso nord, e
nei paesi in via di sviluppo, dove l’attività agricola è precaria e condotta su scala ridotta, anche lievi
variazioni in questo senso provocano siccità e carestia. Entro il 2080 la produzione agricola
potrebbe diminuire addirittura del 21% in tutto il Terzo mondo, mentre la domanda di cibo
continuerà a crescere;
 In Africa molte città sono intenzionalmente costruite poco al di sopra e al di sotto della “linea della
malaria”, cioè ad un’altitudine sufficiente a sfuggire alle zanzare portatrici. Con il riscaldamento del
clima, la linea si sposta: entro il 2030 90 milioni di africani potrebbero essere esposti a quelle
zanzare malariche;
 Eventi catastrofici incontrollati in tutta la regione del Pacifico, cui quei paesi hanno molti meno
mezzi da opporre (protezione civile, ospedali).
Solo per l’uso di combustibili fossili, al momento stiamo programmando di superare di tredici volte il nostro
limite globale, e senza tener conto delle altre importanti fonti di emissioni, come il bestiame, l’agricoltura
industriale, la produzione cementifera e la deforestazione. Ma siamo a conoscenza dei cambiamenti
climatici generati dall’uomo almeno dagli anni sessanta, e i negoziati internazionali per ridurre le emissioni
vanno avanti dal 1990: eppure, invece di ridurre le annue, sono aumentate del 61%. I governi continuano a
erogare sussidi all’industria dei combustibili fossili per un valore di 5300 miliardi di dollari l’anno, e al tempo
stesso ricorrono assurdamente all’arbitrato dell’OMC per ridurre le sovvenzioni a favore delle tecnologie
alternative. Si prevede un aumento tra i 4° e i 6° entro il 2100, incompatibile, in termini di desertificazione e
innalzamento delle acque, con la civiltà umana come la conosciamo. Chiunque continui a pensare che lo
sviluppo sia solo questione di incrementare la crescita del PIL non si è ancora fatto una ragione della dura
realtà svelata dalla climatologia. Naomi Klein: “ciò di cui il clima ha bisogno per evitare il collasso è una
contrazione del nostro modo di utilizzare le risorse; il nostro modello economico richiede, per evitare il
collasso, una continua espansione senza vincoli”. Come possono gli stati investire nella costruzione di
infrastrutture che non producano emissioni, se devono fare i conti con programmi di austerità e
privatizzazioni? Come possono i governi introdurre normative e imposte a carico delle imprese del settore
dei combustibili fossili, se l’idea stessa di tassazione e regolamentazione è stigmatizzata come socialista o
totalitaria, ed è addirittura illegale secondo alcuni accordi internazionali in materia di commercio? Come
possiamo sovvenzionare l’innovazione delle energie rinnovabili, se le sovvenzioni sono vietate perché in
contrasto con i principi del “libero scambio” (facendo opportune eccezioni per l’agroindustria statunitense
e i combustibili fossili, ovviamente)? Come possono gli stati anche solo sperare di rispondere
all’incombente crisi umanitaria, se i bilanci pubblici vengono tagliati e i servizi pubblici sospesi? Il sistema
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economico che abbiamo attuato negli ultimi decenni potrebbe averci resi incapaci di rispondere alla sfida
più impegnativa del XXI secolo.

Dalla carità alla giustizia

Prevenire è meglio che curare; bisogna osservare i sistemi e non solo i sintomi; non semplicemente lenire
con la carità, ma lottare con la giustizia; non solidarizzare solo con la sofferenza, ma con il pensiero. Wilde:
“La carità degrada e demoralizza … è sia immorale sia ingiusto usare la proprietà privata per alleviare i mali
orribili che derivano dall’istituzione della proprietà privata”. Ess. Di queste eccedenze a p. 248. Perciò,
cinque idee per evolvere verso un’economia globale più equa:
 Resistenza al debito. Ridimensionerebbe il potere di controllo a distanza che i paesi ricchi
esercitano su quelli poveri, consentendo loro di spendere una quota maggiore delle loro entrate in
servizi pubblici fondamentali. E non sarebbe un “condono” da corredare a debilitanti punizioni, ma
semplicemente un atto di giustizia! Criteri proposti:
o Bisognerebbe condonare almeno 400 miliardi in 100 paesi diversi per consentire loro di
avere abbastanza denaro per sopperire ai bisogni fondamentali dei cittadini;
o Cancellare i debiti contratti da dittatori non eletti, che ammontano a 735 miliardi;
o I paesi poveri al di sotto di una certa soglia di sviluppo che hanno già pagato il loro debito
più l’equivalente di un modesto tasso di interesse (2-3% annuo, sufficiente a coprire
l’inflazione) siano sgravati del resto dovuto all’interesse composto.
Certamente vanno abolite tutte le condizioni di aggiustamento strutturale sui prestiti per lo
sviluppo. Ovviamente la Banca Mondiale non accetterà mai; però i paesi in questione potrebbero
dichiarare lo stato di insolvenza. Non è più il tempo di invasioni militari, e pur rimanendo escluse
dal nostro mondo commerciale potrebbero beneficiare del sistema economico internazionale
aperto nel 2015 e nel 2016 dalle fondazioni della Nuova banca per lo sviluppo e della Banca asiatica
d’investimento per le infrastrutture (facendo attenzione a non diventare schiave di un possibile
imperialismo cinese).
 Democrazia globale. Offrire serie opportunità di rappresentanza ai paesi poveri presso:
o FMI e Banca Mondiale: assegnando i voti a ciascun paese in base alla popolazione, o
secondo un criterio che tenga conto delle esigenze relative allo sviluppo. I presidenti non
dovrebbero essere nominati per decreto, ma in base a candidature fondate sul merito e
attraverso un’elezione cui prendano parte i rappresentanti di tutte le nazionalità;
o OMC: copertura dei costi per quei paesi che non possono permettersi una delegazione fissa
a Ginevra, così da partecipare effettivamente ai confronti (abolizione assoluta della Green
Room, trasparenza!).
E l’immunità di tali istituzioni deve essere revocata, perché rendano conto del loro operato. E visto
che i ministri di Economia e Commercio spesso sono lontani dagli interessi dei cittadini, si potrebbe
pensare a far sì in qualche modo che le rappresentanze di queste istituzioni fossero più vicine alla
base.
 Commercio equo, nelle sue varie sfaccettature:
o Per essere giusti, i dazi imposti dalle organizzazioni internazionali dovrebbero essere
parziali: alti per i paesi in via di sviluppo, e bassi per quelli ricchi (così da facilitare le
esportazioni dei primi);
o Annullare tutti gli accordi di libero scambio bilaterali negoziati in segreto, interrompere gli
arbitrati tra aziende e stati e imporre ai querelanti di perseguire i loro interessi attraverso
sistemi giudiziari nazionali, trasparenti, pubblici e tenuti a render conto dell’operato;
o Dimezzare la protezione dei brevetti Trips, e annullarla completamente per i medicinali per
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la salute pubblica, dei quali bisogna sempre poter produrre e importare dei generici per
non far morire ancora milioni di persone;
o Tagliare i sussidi che i paesi ricchi forniscono ai loro agricoltori, e permettere ai paesi in via
di sviluppo di farlo coi propri.
 Salari giusti. Fermare la corsa al ribasso per la manodopera al buon mercato dipende al salario
minimo globale. Problemi connessi:
o Diversità di condizioni economiche, costo della vita e potere d’acquisto dei vari paesi: il
limite sotto cui non andare sarebbe la metà del salario mediano di ciascun paese:
aumentando i salari lungo tutto lo spettro, crescerebbe anche quello minimo. Per i paesi in
cui salari sono così bassi che il 50% della mediana lascerebbe comunque i lavoratori in
condizioni di povertà, ci sarebbe una seconda garanzia: in ogni paese i salari dovrebbero
essere superiori alla soglia di povertà nazionale;
o Con questa proposta, i paesi che attualmente godono di un vantaggio comparato grazie alla
disponibilità di manodopera a costo minore degli altri manterrebbero questo vantaggio, e
le perturbazioni all’interno delle loro economi sarebbero minime: basterebbe non
escludere NESSUN PAESE DEL MONDO da questa misura;
o Non salirebbero troppo i prezzi delle esportazioni, determinando quindi la chiusura di filiali
chiave per garantire posti di lavoro? No:
 Uno studio recente ha mostrato che raddoppiando gli stipendi di operai messicani
sfruttati i prezzi degli abiti in questione venduti negli USA sarebbe aumentato solo
dell’1,8%, troppo poco perché i consumatori possano anche solo accorgersene;
 Secondo sondaggi, molte persone in Occidente sono disposte a pagare tra il 15 ed il
28% in più per un bene “realizzato in condizioni di lavoro eque”.
Keynesianamente, questo stimolerebbe la domanda e quindi la crescita economica dei paesi in via
di sviluppo, con effetti a pioggia che poi andrebbero a riversarsi anche sulla popolazione inattiva.
 Recupero dei beni comuni:
o Liquidità sottratte dall’evasione fiscale. Misure possibili:
 Modificare le norme di fatturazione doganale dell’OMC, che oggi rendono molto
semplice a un’azienda eseguire magheggi: bisogna ridare più potere ai funzionari
doganali, permettergli controlli più serrati;
 Chiudere le giurisdizioni segrete che fungono da paradisi fiscali;
 Svelare i titolari effettivi di tutte le società, trust e fondazioni per tassarli
adeguatamente;
 Chiedere alle multinazionali di dichiarare i profitti nei paesi in cui svolgono
effettivamente la loro attività economica, al posto dell’attuale prassi di fornire un
unico bilancio consolidato per tutte le operazioni e di presentarlo in una
giurisdizione a bassa imposizione fiscale (“rendicontazione paese per paese”);
 Imporre una tassa globale minima alle grandi aziende. Questo eliminerebbe del
tutto la corsa al ribasso sulle tasse per attrarre investimenti;
 Introdurre pene severe per banchieri e commercialisti che facilitano flussi illeciti.
Fra l’altro così si otterrebbero fondi enormi da ridirigere allo sradicamento della povertà.
o Contro l’accaparramento delle terre ci vuole una riforma agraria a favore dei piccoli
agricoltori, i cui prodotti già ora nutrono la stragrande maggioranza della popolazione
mondiale. Bisogna proteggerli dagli accaparramenti dei colossi dell’agroindustria
(paradossalmente talvolta invocati per ragioni umanitarie!) e garantirgli leggi che diano loro
il diritto di utilizzare, conservare e scambiare le sementi.
o Climatici e ambientali. L’Accordo di Parigi del 2016 si impegna a mantenere il riscaldamento
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al di sotto dell’1,5% in più rispetto all’era preindustriale, ma gli impegni presi dai paesi
firmatari, se anche venissero tutti rispettati, ci farebbero comunque arrivare ai 3 o 4° in più,
con conseguenze catastrofiche. Possiamo ancora sperare di rimanere sotto i 2°, se
adottiamo un approccio molto più aggressivo: i paesi ricchi dovranno azzerare le emissioni
di anidride carbonica entro il 2035, mentre quelli poveri entro il 2050. Bisogna in tal senso
abolire le sovvenzioni e gli investimenti alle compagnie petrolifere, cui stranamente
l’Accordo non fa riferimento.
Iniziative concrete e associazioni attive ed efficaci in queste direzioni: Jubilee Campaign, Strike Debt, South
Centre, Third World Network, Bretton Woods Project, ALBA (Alianza bolivariana para Amèrica Latina y el
Caribe), Tax Justice Network, Vìa Campesina, Ekta Parishad, Grain, Indigenous Enviromental Network,
Standing Rock, Idle No More…

La necessaria follia dell’immaginazione

Il modello standard dell’ideologia dello sviluppo come lo sogniamo per i paesi poveri non è più sostenibile a
livello ambientale. Se tutti vivessimo come nei paesi medio-richi, ci vorrebbe 3,4 volte il nostro pianeta
(misura in ettari globali, che tiene conto di utilizzo di risorse, produzione di rifiuti, inquinamento ed
emissioni). Il PIL è un parametro concepito durante la guerra: registra tutte le attività basate sul denaro, ma
non si preoccupa se sono attività utili oppure distruttive. L’uso del PIL si stabilizzò durante la Guerra Fredda,
per capire chi stava vincendo. Iniziò una corsa frenetica. Secondo la narrazione standard, abbiamo bisogno
di una crescita del 2-3% annua per avere un’economia mondiale sana. Questo vuol dire produrre
esponenzialmente di più, cit. Attenborough: “Chiunque pensi che si possa dare una crescita infinita su un
pianeta finito o è un matto o è un economista”. E siamo nel punto in cui ormai la crescita del PIL produce
più risultati negativi che benessere (anche perché non ci sono più frontiere che impediscano agli investitori
di andare a far male altrove). Gli economisti insistono che le innovazioni tecnologiche e i miglioramenti
dell’efficienza ci aiuteranno a disaccoppiare crescita economica e produzione materiale. L’estrazione e il
consumo materiali a livello mondiale (e non occidentale, dove la delocalizzazione dà l’illusione di
un’economia light) sono aumentati del 94% tra 1980 e 2010. E anche se fosse realizzata la BECCS e
riuscissimo in un futuro (mai abbastanza vicino) ad avere un’energia interamente pulita, cosa ci faremmo?
Esattamente quel che facciamo coi combustibili fossili (che costituiscono solo il 70% dell’inquinamento):
radere al suolo altre foreste, impiantare altri allevamenti, espandere l’agricoltura industriale, produrre altro
cemento e creare altre discariche. Come facciamo a sradicare la povertà se già ora stiamo sbattendo contro
i nostri limiti ecologici? Nelle previsioni del climatologo Anderson, in questi primi anni che ci aspettano di
corsa per la salvezza del pianeta dovremo concedere più emissioni ai paesi in via di sviluppo per
permettergli di raggiungere livelli di reddito ragionevoli. Per noi, intanto, i miglioramenti di efficienza e le
energie pulite contribuiranno a ridurre le emissioni al massimo del 4% annuo, cioè metà del necessario. Ma
per colmare il resto del divario, i paesi ricchi dovranno ridimensionare la produzione e i consumi di circa il
6% ogni anno. Non è così spaventoso: abbiamo già moltissimi dati che mostrano che è possibile ridurli e allo
stesso tempo incrementare gli indicatori di sviluppo umano come la felicità, l’istruzione, la salute e la
longevità. Per esempio, l’Europa ha indicatori di sviluppo umano più alti degli USA in quasi tutte le categorie
pur avendo un PIL pro capite del 40% inferiore e una quantità di emissioni pro capite del 60% più bassa; gli
USA hanno un’aspettativa di vita di 79 anni è il PIL pro capite di 53'000 dollari; la Costa Rica ce l’ha
superiore, pur avendo un PIL pro capite di soli 10'000 dollari. L’economia della felicità ci dice che la felicità
cresce insieme al reddito solo fino a un certo punto, che i paesi ricchi hanno superato da tempo.
Dovremmo considerare le società nelle quali le persone vivono una vita lunga e felice con livelli di reddito e
consumo bassi non come luoghi “da sviluppare”, ma come modelli esemplari di un modo di vivere
efficiente. Per inventare davvero il futuro, dobbiamo iniziare a misurare lo sviluppo con altri indicatori:
 GPI, Genuine Progress Indicator: parte dal PIL ma poi aggiunge fattori positivi come il lavoro intra- 22
familiare e volontario, e sottrae fattori negativi come l’inquinamento, l’impoverimento delle risorse
e la criminalità, e tiene conto della disuguaglianza. Questo è cresciuto fino agli anni ’70 col PIL e poi
si è stabilizzato, addirittura cominciando a calare;
 HPI, Happy Planet Index: soppesa aspettativa di vita, felicità e impronta ecologica;
 BLI, Better Life Index: si concentra su undici aspetti del benessere sociale e ambientale.
Parallela alla tirannia del PIL a livello pubblico, in ambito privato è l’esigenza delle grandi aziende di
massimizzare il rendimento per l’azionista, al punto da poter essere citati in giudizio quegli amministratori
delegati che, spendendo denaro per aumentare i salari o proteggere l’ambiente, diano rendimenti più bassi
agli azionisti. Bisogna liberarci anche dalla tirannia degli azionisti e dei loro indici di valore.
Una delle ragioni che impone alle nostre economie (sia statali che aziendali) di crescere costantemente è il
debito, ormai ad esse connaturato. La cancellazione del debito delle nazioni sovrane le libererebbe dalla
pressione che le spinge a saccheggiare le proprie risorse e sfruttare i loro cittadini per procurarsi le entrate
necessarie a rimborsare il debito. La cancellazione del debito di singoli individui metterebbe queste persone
dall’oppressione del dover guadagnare sempre di più. Per lo più tanto i creditori sono banche di Wall
Street. Il denaro reale che le banche detengono copre solo il 10% dei prestiti che effettivamente fanno
(fractional reserve banking): circa il 90% del denaro che circola nella nostra economia viene creato in
questa maniera. Il fatto che funzioni grazie a denaro fondato sul debito è uno dei motivi principali per cui la
nostra economia necessita di una crescita costante. Invece di lasciare che siano le banche commerciali a
creare i nostri soldi, potremmo farli creare allo stato, che li spenda all’economia invece di prestarli
all’economia; e vincolare le banche a possedere il 100% di ciò che prestano.
Fu Bernays, il nipote di Freud, a insegnare alle società di commercio al dettaglio che potevano convincere i
consumatori a comprare cose di cui non avevano bisogno manipolandoli. La pubblicità è divenuta una spesa
enorme, e funziona: oggi l’americano medio consuma il doppio di quel che consumava negli anni cinquanta.
A San Paolo e in Cina hanno già cominciato a vietarle nei luoghi pubblici. Il risultato? Persone più felici, più
sicure di se stesse, più contente di quello che hanno e che consumano meno. Si possono inoltre vietare o
tassare molto prodotti particolarmente inutili e distruttivi.
Ma se ridimensionassimo produzioni e consumi, non scatterebbe una cristi di occupazione? No, se:
 Abbattiamo la settimana lavorativa da 47 ore a 30, cosa che di per sé aumenta di molto la qualità
della vita;
 Introduciamo un reddito minimo di base.
Come finanziarie all’inizio queste misure? Con tasse sui capitali sommersi ed eccessivi.
Per impostare le solide basi di questa “decrescita felice” però ci vorrà almeno un’altra generazione. Ma
forse la via d’uscita, i due necessari decenni di respiro, ci verranno regalati dal suolo. Deforestazione e
agricoltura industriale (con le arature intensive, la monocoltura e l’uso massiccio di fertilizzanti chimici e
pesticidi) lo stanno degradando a ritmi vertiginosi, distruggendo i materiali organici che contiene. Il 40% dei
terreni agricoli è attualmente classificato come “degradato” o “gravemente degradato”: un terzo del totale
di essi è andato distrutto negli ultimi quarant’anni. Ma scienziati e agricoltori sottolineano che possiamo
rigenerare i terreni degradati passando da coltivazioni industriali intensive a metodi più ecologici: non solo
fertilizzanti organici, ma anche semina senza aratura, compostaggio e rotazione delle colture. E quando il
suolo si stabilisce, non solo diventa più fertile e resistente a lungo termine, ma riacquista la capacità di
trattenere l’anidride carbonica (un rilascio, quello avvenuto, che ci stava rovinando) e contribuisce a
eliminare attivamente anidride carbonica dall’atmosfera. Il nuovo modello di sviluppo da imboccare per le
economie del terzo mondo è quello già proposto da Fanon (p. 288).