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DIRITTO PENALE I

MATERIALE PER LE LEZIONI

PARTE PRIMA

PROF. MARCO PELISSERO

ANNO ACCADEMICO 2011-2012

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PRINCIPIO DI LEGALITÀ

GENESI POLITICA DEL PRINCIPIO:

ILLUMINISMO (CESARE BECCARIA)

LIMITAZIONE DELLA POTESTÀ PUNITIVA DELLO STATO

SEPARAZIONE DEI POTERI (MONTESQUIEU)

PETITION OF RIGHTS (1774)

DICHIARAZIONE DEI DIRITTI DELL’UOMO E DEL CITTADINO (1789)

GARANZIA PER IL CITTADINO → DIRITTO PENALE COME


MAGNA CHARTA DEL REO
(FRANZ VON LISZT)

GIUSTIFICAZIONE GIURIDICA DEL PRINCIPIO:

PREVENZIONE GENERALE (FEUERBACH)

PRINCIPIO DI LEGALITÀ

sottoprincipi
↓ ↓ ↓ ↓
RISERVA DI LEGGE DETERMINATEZZA TASSATIVITÀ IRRETROATTIVITÀ

INTERDIPENDENZA DEI SOTTO-PRINCIPI PER ASSICURARE LA RATIO DI GARANZIA DEL


PRINCIPIO DI LEGALITÀ

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RISERVA DI LEGGE

Problema della individuazione della fonte del diritto penale:

• natura storico-politica del problema

• sistemi a legalità formale e sistemi a legalità sostanziale:

SISTEMA A LEGALITÀ SOSTANZIALE

Reato è il fatto
socialmente pericoloso

RISERVA DI LEGGE: PRINCIPIO DI ASCENDENZA ILLUMINISTICA, ACCOLTO NEL CODICE


PENALE ZANARDELLI E NEL CODICE ROCCO

ARTT. 1 E 199 C.P.


fondamento autoritario del principio di legalità nel codice Rocco

FONDAMENTO COSTITUZIONALE DELLA RISERVA DI LEGGE:


ART. 25 COST.

RATIO DI GARANZIA O RATIO DI CERTEZZA?

Ratio di garanzia: investa il fatto e la sanzione

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legge costituzionale (es. l. cost.
1/1989)

Fonti del legge ordinaria


diritto penale
decreto legge (art. 77 Cost.)

decreto legislativo (art. 76 Cost.)

decreti governativi in tempo di


guerra (art. 78 Cost.)

Discussione in dottrina sulla compatibilità della ratio di garanzia della


riserva di legge con i decreti-legge e i decreti legislativi

Non sono fonti del diritto penale:

- leggi regionali

- consuetudine

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LEGGI REGIONALI

- argomenti a sostegno della esclusione dalle fonti di diritto


penale:

 orientamento consolidato della dottrina (art. 3 Cost.; unità ed


indivisibilità della Repubblica, art. 5 Cost.)

 C. cost. n. 487/1989:

• statualità degli interessi da tutelare


• sussidiarietà, proporzionalità e frammentarietà
dell’intervento penale
• funzione rieducativa della pena

- nuovo art. 117 lett. l) Cost. (l. cost. n. 3/2001):

competenza legislativa esclusiva dello Stato in materia di ordinamento penale

Problemi aperti dalla ripartizione della materia legislativa tra Stato e regioni:

Corte cost. sent. n. 185/2004 (questione relative a casa da gioco autorizzata)

“Si deve ricordare che la riserva allo Stato di tale competenza non è una novità introdotta
in sede di revisione del Titolo V. Nella giurisprudenza di questa Corte era infatti ricorrente
l’affermazione secondo cui la sola fonte del potere punitivo è la legge statale e le Regioni non
dispongono di alcuna competenza che le abiliti a introdurre, rimuovere o variare con proprie
leggi le pene previste dalle leggi dello Stato in tale materia; non possono in particolare
considerare lecita un’attività penalmente sanzionata nell’ordinamento nazionale (tra le altre, si
vedano le sentenze n. 234 del 1995, n. 117 del 1991, n. 309 del 1990, n. 487 del 1989). Dalla
riforma costituzionale del 2001, questo orientamento giurisprudenziale ha ricevuto una esplicita
conferma, giacché è oggi positivamente previsto che la materia dell’ordinamento penale di cui
all’art. 117, secondo comma, lettera l), Cost., è di esclusiva competenza dello Stato.
Resta aperto l’ordine dei problemi sui quali questa Corte si è già in passato soffermata.
La “materia penale”, intesa come l’insieme dei beni e valori ai quali viene accordata la tutela
più intensa, non è di regola determinabile a priori; essa nasce nel momento in cui il legislatore
nazionale pone norme incriminatici e ciò può avvenire in qualsiasi settore, a prescindere dal
riparto di attribuzioni legislative tra lo Stato e le Regioni. Si tratta per definizione di una
competenza dello Stato strumentale, potenzialmente incidente nei più diversi ambiti materiali ed
anche in quelli compresi nelle potestà legislative esclusive, concorrenti o residuali delle

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Regioni, le cui scelte potranno risultarne talvolta rafforzate e munite di una garanzia ulteriore,
talaltra semplicemente inibite.
Di qui l’esigenza che l’esercizio della potestà statale in materia penale sia sempre
contenuto nei limiti della non manifesta irragionevolezza, non soltanto in ossequio al criterio
della extrema ratio, al quale, secondo la giurisprudenza di questa Corte (sentenze n. 487 del
1989, n. 364 del 1988, n. 189 del 1987), deve essere sempre ispirata la repressione criminale.
Alla stregua del criterio anzidetto la compressione delle competenze legislative regionali è
giustificata quando la legge nazionale sia protesa alla salvaguardia di beni, valori e interessi
propri dell’intera collettività tutelabili solo su base egalitaria.

Le leggi regionali NON POSSONO:


- creare nuove fattispecie ed introdurre sanzioni penali
- prevedere cause di non punibilità o cause di estinzione del reato
- prevedere cause di giustificazione (v. antigiuridicità)
- sostituire sanzioni penali con sanzioni amministrative
Le leggi regionali possono prevedere sanzioni amministrative.
Problemi sollevati dall’art. 9 l. 689/1981:
«Principio di specialità. Quando uno stesso fatto è punito da una disposizione
penale e da una disposizione che prevede una sanzione amministrativa, ovvero da
una pluralità di disposizioni che prevedono sanzioni amministrative, si applica la
disposizione speciale.
Tuttavia quando uno stesso fatto è punito da una disposizione penale e da una
disposizione regionale o delle province autonome di Trento e di Bolzano che
preveda una sanzione amministrativa, si applica in ogni caso la disposizione
penale, salvo che quest'ultima sia applicabile solo in mancanza di altre
disposizioni penali».

Le leggi regionali POSSONO svolgere una funzione analoga a quella delle fonti
subordinate (v. riserva di legge e fonti subordinate)

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INCRIMINATRICE: violazione art. 25 Cost.

ABROGATRICE: contro la gerarchia delle fonti


≠ disapplicazione

CONSUETUDINE

INTEGRATRICE: ammessa se è espressamente richiamata da un


elemento di fattispecie (art. 625 n. 7 c.p.)

SCRIMINANTE (v. antigiuridicità)

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RAPPORTI TRA LEGGE E FONTI SUBORDINATE

- relativa
Riserva di legge:
- assoluta

Intervento di fonti subordinate:

I) non consentito per la determinazione di elementi essenziali della


fattispecie o per la determinazione della sanzione
Es. Corte cost. n. 282/1990: incostituzionale la legge che rinvia ad un
regolamento ministeriale l’individuazione dei destinatari del precetto in
un reato proprio

II) consentito in caso di rinvio c.d. recettizio

III) consentito per la specificazione tecnica di elementi normativi


Es. disciplina delle sostanze stupefacenti

IV) norme penali in bianco


norme in cui la determinazione del precetto è affidata in tutto o in parte alla fonte
secondaria: discussione in dottrina sulle norme di fonte secondaria che integrano la
norma penale in bianco (solo fonti generali o anche provvedimenti singoli e concreti
dell’autorità amministrativa come nell’art. 650 c.p.?)

criterio della sufficiente specificazione (C. cost. n. 26/1966 e 168/1971)


Corte cost. n. 168/1971:
«Questa Corte ha esaminato più volte la materia delle cosiddette norme penali in
bianco, affermando che il principio di legalità non é violato "quando sia una legge
dello Stato - non importa se proprio la medesima legge o un'altra legge - a indicare
con sufficiente specificazione i presupposti, i caratteri, il contenuto e i limiti dei
provvedimenti dell'autorità non legislativa, alla cui trasgressione deve seguire la
pena" (sentenza n. 26 dell'anno 1966).
Nel caso dell'art. 650 del codice penale la materialità della contravvenzione é
descritta tassativamente in tutti i suoi elementi costitutivi e si pone in essere col
rifiuto cosciente e volontario di osservare un provvedimento dato nelle forme legali
dall'autorità competente per sussistenti ragioni di giustizia, sicurezza, ordine
pubblico, igiene. Spetta al giudice indagare, volta per volta, se il provvedimento sia
stato emesso nell'esercizio di un potere-dovere previsto dalla legge e se una legge
dello Stato determini "con sufficiente specificazione" le condizioni e l'ambito di
applicazione del provvedimento».

Problema eventuale della determinatezza delle norme penali in bianco

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UNIONE EUROPEA E DIRITTO PENALE

Assenza di potestà normativa in materia penale

Ragioni:
1) trattati istitutivi
2) riserva di legge costituzionale
3) assenza di base democratica degli organi comunitari: tendenza ad un maggior coinvolgimento del
Parlamento europeo nel processo formativo degli atti normativi comunitari attraverso la procedura
di legislazione ordinaria (art. 294 Trattato sul funzionamento dell’Unione europea post Trattato di
Lisbona)

Strumenti sanzionatori a diretta disposizione della normativa comunitaria: solo sanzioni


amministrative

INCIDENZA DEL DIRITTO DELL’UNIONE EUROPEA SUL DIRITTO PENALE STATALE

Regolamenti
In caso di incompatibilità tra regolamento e norma penale interna

disapplicazione della norma penale:

1. disapplicazione totale
2. disapplicazione parziale

Previsioni di diritti o facoltà nella normativa comunitaria:


liberta di stabilimento e di prestazione di servizi e normativa penale interna
(es. il problema dell’esercizio abusivo di scommesse sportive, l. n. 401/1989)

Direttive
a) vincolo solo per gli Stati
b) direttive self executing: stessa efficacia dei regolamenti
Cassazione penale sez. I, 29 aprile 2011, n. 18586
L'efficacia diretta nell'ordinamento interno della direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio
2008/115/CE (cosiddetta direttiva rimpatri) impone la disapplicazione dell'art. 14, comma 5-ter, D.
Lgs. 25 luglio 1998, n. 286, con il conseguente annullamento senza rinvio, per non essere il fatto più
previsto dalla legge come reato, della sentenza di condanna.

Decisioni-quadro (non più presenti nel nuova Trattato sul funzionamento dell’Unione europea)
vincolano gli Stati in ordine al perseguimento degli obiettivi, ma non hanno una efficacia interna diretta

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Sviluppo della giurisprudenza della Corte di giustizia

I) principio di interpretazione conforme: canone ermeneutico di interpretazione della disciplina


penale interna in conformità alla disciplina dell’Unione europea
La CGCE (Grande sezione, 16.6.2005) - sentenza Pupino
ha stabilito che anche le decisioni-quadro, pur non attuate nell’ordinamento interno, devono
essere prese in considerazione ai fini della interpretazione delle norme penali, ma con i limiti del
divieto di effetti sfavorevole per l’autore del reato e del divieto di retroattività (principio di
interpretazione conforme)

II) potenziamento della direttiva in funzione di armonizzazione delle legislazioni nazionali


Tradizionale previsione nelle direttive della prescrizione di sanzioni “proporzionate, efficaci e
dissuasive”

CGCE (Grande sezione, 13.9.2005) – sentenza sull’ambiente


aveva affermato che la “Decisione quadro relativa alla protezione dell’ambiente attraverso il
diritto penale” (2003/80/GAI) è materia del I e non del III Pilastro: necessità del ricorso alla
direttiva
“in sede di attuazione della politica ambientale, qualunque armonizzazione penale, ancorché limitata come
quella derivante dalla Decisione quadro, deve essere esclusa, quand’anche si rivelasse necessaria a garantire
l’effettività del diritto comunitario”.
“la tutela dell’ambiente costituisce uno degli obiettivi essenziali della Comunità”, riconducibile pertanto al
primo pilastro
Il dovere di lealtà fra gli Stati membri ed il principio di effettività impongono con una direttiva obblighi di tutela
penale agli Stati membri, nella misura in cui gli stessi obblighi siano strumentali “a garantire l’effettività del
diritto comunitario”.

Nuovo art. 83 Trattato sul funzionamento dell’Unione europea (ex articolo 31 del
TUE)

1. Il Parlamento europeo e il Consiglio, deliberando mediante direttive secondo la procedura


legislativa ordinaria, possono stabilire norme minime relative alla definizione dei reati e delle
sanzioni in sfere di criminalità particolarmente grave che presentano una dimensione transnazionale
derivante dal carattere o dalle implicazioni di tali reati o da una particolare necessità di combatterli
su basi comuni.

Dette sfere di criminalità sono le seguenti: terrorismo, tratta degli esseri umani e sfruttamento
sessuale delle donne e dei minori, traffico illecito di stupefacenti, traffico illecito di armi,
riciclaggio di denaro, corruzione, contraffazione di mezzi di pagamento, criminalità informatica e
criminalità organizzata.

In funzione dell'evoluzione della criminalità, il Consiglio può adottare una decisione che individua
altre sfere di criminalità che rispondono ai criteri di cui al presente paragrafo. Esso delibera
all'unanimità previa approvazione del Parlamento europeo.

2. Allorché il ravvicinamento delle disposizioni legislative e regolamentari degli Stati membri


in materia penale si rivela indispensabile per garantire l'attuazione efficace di una politica
dell'Unione in un settore che è stato oggetto di misure di armonizzazione, norme minime relative
alla definizione dei reati e delle sanzioni nel settore in questione possono essere stabilite tramite

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direttive. Tali direttive sono adottate secondo la stessa procedura legislativa ordinaria o speciale
utilizzata per l'adozione delle misure di armonizzazione in questione, fatto salvo l'articolo 76.

3. Qualora un membro del Consiglio ritenga che un progetto di direttiva di cui al paragrafo 1 o
2 incida su aspetti fondamentali del proprio ordinamento giuridico penale, può chiedere che il
Consiglio europeo sia investito della questione. In tal caso la procedura legislativa ordinaria è
sospesa. Previa discussione e in caso di consenso, il Consiglio europeo, entro quattro mesi da tale
sospensione, rinvia il progetto al Consiglio, ponendo fine alla sospensione della procedura
legislativa ordinaria.

Entro il medesimo termine, in caso di disaccordo, e se almeno nove Stati membri desiderano
instaurare una cooperazione rafforzata sulla base del progetto di direttiva in questione, essi ne
informano il Parlamento europeo, il Consiglio e la Commissione. In tal caso l'autorizzazione a
procedere alla cooperazione rafforzata di cui all'articolo 20, paragrafo 2 del trattato sull'Unione
europea e all'articolo 329, paragrafo 1 del presente trattato si considera concessa e si applicano le
disposizioni sulla cooperazione rafforzata.

TUTELA MEDIATA DEGLI INTERESSI COMUNITARI

a) assimilazione

Articolo 325 TFUE (ex articolo 280 del TCE)


«1. L'Unione e gli Stati membri combattono contro la frode e le altre attività illegali che ledono gli
interessi finanziari dell'Unione stessa mediante misure adottate a norma del presente articolo, che
siano dissuasive e tali da permettere una protezione efficace negli Stati membri e nelle istituzioni,
organi e organismi dell'Unione.
2.Gli Stati membri adottano, per combattere contro la frode che lede gli interessi finanziari
dell'Unione, le stesse misure che adottano per combattere contro la frode che lede i loro interessi
finanziari».

Limite della tecnica di assimilazione → disparità di trattamento

b) armonizzazione

potenziata dal Trattato di Lisbona (v. art. 83 TFUE)

c) unificazione
a. progetto Corpus Juris per la protezione degli interessi comunitari delle Comunità
europee
b. progetto Eurodelikte (in materia di diritto penale dell’economia)

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DETERMINATEZZA

Riguarda la formulazione della norma

Principio di determinatezza (o di precisione)

Certezza: prevenzione generale


RATIO:
Garanzia: frammentarietà del diritto penale
contro gli abusi del giudice

Fondamento costituzionale:
Artt. 25, 13, 24, 112 Cost.

Destinatari:
consociati
legislatore
giudice

Interpretazione ╪ applicazione

Qual è il grado di determinatezza necessario?

Determinatezza sufficiente a consentire al cittadino e al giudice di individuare, ad


interpretazione avvenuta, il tipo di fatto disciplinato dalla norma (Mantovani)

è un problema di tecnica legislativa nella formulazione delle norme

Evitare:
- clausole generali

- tecnica casistica (rischio di eccesso di legislazione, di lacune di tutela e di


disparità di trattamento)

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Per valutare la determinatezza di una norma è necessario considerare:

- la norma nel suo complesso e non i singoli termini utilizzati dal legislatore

- la distinzione tra area di significato e nucleo di significato nei termini linguistici

- il problema della determinatezza si può porre in termini parzialmente differenti in relazione a


- elementi descrittivi
- elementi normativi (giuridici ed extragiuridici)

ELEMENTI DESCRITTIVI
tra questi vanno inclusi i termini numerici e quantitativi

ELEMENTI NORMATIVI
- giuridici
- extragiuridici

Criteri per la valutazione della determinatezza degli elementi normativi extragiuridici:

a) il segno linguistico connota il parametro valutativo


b) il parametro valutativo ha riscontro univoco nella società

Es. la nozione di osceno (art. 529 c.p.)


Variabilità storico-culturale della nozione di osceno

«l’osceno attinge il limite dell’antigiuridicità penale, quindi della sua stessa punibilità, solo
quando sia destinato a raggiungere la percezione della collettività, il cui sentimento del pudore
può solo in tal modo essere posto in pericolo o subire offesa. In altri termini…la contrarietà al
sentimento del pudore non dipende dall'oscenità di atti o di oggetti in sé considerata, ma
dall’offesa che può derivarne al pudore sessuale, considerato il contesto e le modalità in cui
quegli atti e quegli oggetti sono compiuti o esposti: sicché non può riconoscersi tale capacità
offensiva ad atti o ad oggetti che, pur avendo in sé un significato osceno, si esauriscono nella
sfera privata e non costituiscono oggetto di comunicazione verso un numero indeterminato di
persone ovvero sono destinati a raggiungere gli altri soggetti con modalità e cautele particolari,
tali da assicurare la necessaria riservatezza e da prevenire ragionevolmente il pericolo di offesa
al sentimento del pudore dei terzi non consenzienti o della collettività in generale» (Corte cost.
368/1992).

Tendenzialmente sono più determinati gli elementi descrittivi, e meno quelli normativi, in
particolare quelli extragiuridici

Il ricorso alle definizioni: una soluzione ai problemi di determinatezza?

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IL PRINCIPIO DI DETERMINATEZZA NELLA GIURISPRUDENZA
DELLA CORTE COSTITUZIONALE

CRITERI ELABORATI DALLA CORTE COSTITUZIONALE

SENTENZE INTERPRETATIVE DI RIGETTO

a) rinvio al normale uso linguistico del termine


b) ricorso al diritto vivente

SENTENZE DI ACCOGLIMENTO

1. sent. n. 96/1981
criterio della verificabilità empirica della fattispecie incostituzionalità del delitto di
plagio, art. 603 c.p.: “chiunque sottopone una persona al proprio potere, in modo da
ridurla in totale stato di soggezione”

“In riferimento all'art. 25 della Costituzione questa Corte ha più volte ripetuto che a base del principio invocato sta in
primo luogo l'intento di evitare arbitri nell'applicazione di misure limitative di quel bene sommo ed inviolabile costituito
dalla libertà personale. Ritiene quindi la Corte che, per effetto di tale principio, onere della legge penale sia quello di
determinare la fattispecie criminosa con connotati precisi in modo che l'interprete, nel ricondurre un'ipotesi concreta alla
norma di legge, possa esprimere un giudizio di corrispondenza sorretto da fondamento controllabile. Tale onere richiede
una descrizione intellegibile della fattispecie astratta, sia pure attraverso l'impiego di espressioni indicative o di valore
(cfr. ad es. sentenze 21/1961 e 191/1970) e risulta soddisfatto fintantoché nelle norme penali vi sia riferimento a
fenomeni la cui possibilità di realizzarsi sia stata accertata in base a criteri che allo stato delle attuali conoscenze
appaiano verificabili. Implicito e ulteriore sviluppo dei concetti ai quali questa giurisprudenza si è ispirata comporta
che, se un simile accertamento difetta, l'impiego di espressioni intellegibili non sia più idoneo ad adempiere all'onere di
determinare la fattispecie in modo da assicurare una corrispondenza fra fatto storico che concretizza un determinato
illecito e il relativo modello astratto. Ogni giudizio di conformità del caso concreto a norme di questo tipo
implicherebbe un'opzione aprioristica e perciò arbitraria in ordine alla realizzazione dell'evento o al nesso di causalità
fra questo e gli atti diretti a porlo in essere, frutto di analoga opzione operata dal legislatore sull'esistenza e sulla
verificabilità del fenomeno. E pertanto nella dizione dell'art. 25 che impone espressamente al legislatore di formulare
norme concettualmente precise sotto il profilo semantico della chiarezza e dell'intellegibilità dei termini impiegati, deve
logicamente ritenersi anche implicito l'onere di formulare ipotesi che esprimano fattispecie corrispondenti alla realtà.

Sarebbe infatti assurdo ritenere che possano considerarsi determinate in coerenza al principio della tassatività della
legge, norme che, sebbene concettualmente intellegibili, esprimano situazioni e comportamenti irreali o fantastici o
comunque non avverabili e tanto meno concepire disposizioni legislative che inibiscano o ordinino o puniscano fatti che
per qualunque nozione ed esperienza devono considerarsi inesistenti o non razionalmente accertabili. La formulazione
di siffatte norme sovvertirebbe i più ovvii principi che sovraintendono razionalmente ad ogni sistema legislativo nonché
le più elementari nozioni ed insegnamenti intorno alla creazione e alla formazione delle norme giuridiche.

Da quanto premesso, risulta pertanto che la compiuta descrizione di una fattispecie penale non è sufficiente ai fini della
legittimità costituzionale di una norma che, data la sua struttura e la sua formulazione astratta, non consenta una
razionale applicazione concreta…

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La formulazione letterale dell'art. 603 prevede pertanto un'ipotesi non verificabile nella sua effettuazione e nel suo
risultato non essendo né individuabili nè accertabili le attività che potrebbero concretamente esplicarsi per ridurre una
persona in totale stato di soggezione, né come sarebbe oggettivamente qualificabile questo stato, la cui totalità,
legislativamente dichiarata, non è mai stata giudizialmente accertata…

2. sent. n. 34/1995
”Oggetto dell'incidente di costituzionalità è l'art. 7-bis, comma 1, del decreto-legge n. 416 del 1989, convertito in legge
n. 39 del 1990 (introdotto dall'art. 8 del decreto-legge n. 187 del 1993, convertito in legge n. 296 del 1993), il quale
stabilisce che lo straniero che distrugge il passaporto o il documento equipollente per sottrarsi all'esecuzione del
provvedimento di espulsione o che non si adopera per ottenere dalla competente autorità diplomatica o consolare il
rilascio del documento di viaggio occorrente è punito con la reclusione da sei mesi a tre anni…

Come osserva il giudice a quo, l'espressione, impiegata dal legislatore, di "non adoperarsi per ottenere il rilascio del
documento di viaggio", in mancanza di precisi parametri oggettivi di riferimento diversi da mere sinonimie lessicali,
impedisce di stabilire con precisione quando l'inerzia del soggetto che si sia intesa sanzionare raggiunga la soglia
penalmente apprezzabile.

Tale indeterminatezza da un lato pone il soggetto destinatario del precetto nell'impossibilità di rendersi conto del
comportamento doveroso cui attenersi per evitare di soggiacere alle conseguenze della sua inosservanza (sent. n. 282
del 1990 e n. 364 del 1988), tanto più che il precetto è rivolto esclusivamente a stranieri, e, d'altro canto, non consente
all'interprete di esprimere un giudizio di corrispondenza sorretto da un fondamento controllabile nella operazione
ermeneutica di riconduzione della fattispecie concreta alla previsione normativa (sent. n. 96 del 1981).

Per tali ragioni la norma impugnata non è rispettosa del "principio di tassatività della fattispecie contenuta nella riserva
assoluta di legge in materia penale, consacrato nell'art. 25 della Costituzione" (sent. n. 96 del 1981 cit.), rimanendo la
sua applicazione affidata all'arbitrio dell'interprete”

CIRCOLARE MINISTERIALE DEL 1986


SUI CRITERI DI FORMULAZIONE DELLE FATTISPECIE

• escludere le clausole generali

• escludere il ricorso a termini politici o sociologici

• limitare la tecnica del rinvio

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TASSATIVITA’ → DIVIETO DI ANALOGIA

legis
Analogia {
iuris

Art. 1 c.p. (“espressamente”)


Vietata in materia penale fonti { Art. 14 preleggi c.c.
Artt. 25 e 13 Cost.

Rapporto tra divieto di analogia in materia penale e tipo di ordinamento


La riforma del § 2 codice penale tedesco nel 1934

Ratio di certezza e di garanzia nei confronti degli abusi dell’autorità giudiziaria

Analogia ≠ interpretazione estensiva (quest’ultima è ammessa in diritto penale da


parte della giurisprudenza e dalla dottrina prevalente) – difficoltà di distinzione:
- per parte della dottrina dovrebbe essere vietata anche l’interpretazione
estensiva
- per altra parte della dottrina il ragionamento del giudice non è sempre
analogico

IN MALAM PARTEM → sempre vietata

ANALOGIA {
non ammessa (ratio di certezza)
IN BONAM PARTEM {
ammessa (ratio di garanzia)

con quali limiti?

- lacuna intenzionale

- norme eccezionali

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La c.d. analogia “interna” alla norma penale (il divieto di analogia si rivolge al
legislatore)
Ricorso alla tecnica casistica ed al contemporaneo utilizzo di clausole di chiusura

Esempi

Art. 121 t.u.l.p.s. (abrogato)


Salve le disposizioni di questo testo unico circa la vendita ambulante delle armi, degli
strumenti atti ad offendere e delle bevande alcooliche, non può essere esercitato il
mestiere ambulante di venditore o distributore di merci, generi alimentari o bevande,
di scritti o disegni, di cenciaiolo, saltimbanco, cantante, suonatore, servitore di
piazza, facchino, cocchiere, conduttore di autoveicoli di piazza, barcaiuolo,
lustrascarpe e mestieri analoghi, senza previa iscrizione in un registro apposito presso
l'autorità locale di pubblica sicurezza.

Art. 640-bis c.p.


Truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche.
La pena è della reclusione da uno a sei anni e si procede d'ufficio se il fatto di cui
all'articolo 640 riguarda contributi, finanziamenti, mutui agevolati ovvero altre
erogazioni dello stesso tipo, comunque denominate, concessi o erogati da parte dello
Stato, di altri enti pubblici o delle Comunità europee.

Necessità della omogeneità delle indicazioni esemplificative

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PRINCIPIO DI LEGALITÀ E PENE

Fonti:
Art. 1 c.p.
Art. 25, comma 2 Cost.: desunto dal termine “punito”

Riserva di legge → assoluta

Determinatezza delle pene

a) Illegittimità di pene indeterminate nel massimo


(funzione integrativa degli artt. da 23 a 26 c.p.)

b) Pene con limiti edittali minimi e massimi e potere discrezionale del giudice nella
commisurazione della pena (artt. 132-133 c.p.)

c) Pene fisse

Corte cost. n. 50/1980

”In via di principio, invero, l'< individualizzazione > della pena, in modo da tenere conto dell'effettiva entità e delle
specifiche esigenze dei singoli casi, si pone come naturale attuazione e sviluppo di principi costituzionali, tanto di
ordine generale (principio d'uguaglianza) quanto attinenti direttamente alla materia penale. Lo stesso principio di <
legalità delle pene >, sancito dall'art. 25, secondo comma, Cost., dà forma ad un sistema che trae contenuti ed
orientamenti da altri principi sostanziali-come quelli indicati dall'art. 27, primo e terzo comma, Cost.-ed in cui <
l'attuazione di una riparatrice giustizia distributiva esige la differenziazione più che l'uniformità > (sentenza n. 104 del
1968). Di qui il ruolo centrale, che nei sistemi penali moderni è proprio della discrezionalità giudiziale, nell'ambito e
secondo i criteri segnati dalla legge (artt. 132 e 133 cod.pen.; e si veda al riguardo la sentenza n. 118 del 1973).

L'adeguamento delle risposte punitive ai casi concreti- in termini di uguaglianza e/o differenziazione di trattamento
-contribuisce da un lato, a rendere quanto più possibile < personale > la responsabilità penale, nella prospettiva segnata
dall'art. 27, primo comma; e nello stesso tempo è strumento per una determinazione della pena quanto più possibile <
finalizzata >, nella prospettiva dell'art. 27, terzo comma, Cost. Il principio d'uguaglianza trova in tal modo dei concreti
punti di riferimento, in materia penale, nei presupposti e nei fini (e nel collegamento fra gli uni e gli altri) espressamente
assegnati alla pena nello stesso sistema costituzionale. L'uguaglianza di fronte alla pena viene a significare, in
definitiva, < proporzione > della pena rispetto alle < personali > responsabilità ed alle esigenze di risposta che ne
conseguano, svolgendo una funzione che è essenzialmente di giustizia e anche di tutela delle posizioni individuali e di
limite della potestà punitiva statuale.

4. - In questi termini, sussiste di regola l'esigenza di una articolazione legale del sistema sanzionatorio, che renda
possibile tale adeguamento individualizzato, < proporzionale >, delle pene inflitte con le sentenze di condanna. Di tale
esigenza, appropriati ambiti e criteri per la discrezionalità del giudice costituiscono lo strumento normale. In linea di
principio, previsioni sanzionatorie rigide non appaiono pertanto in armonia con il < volto costituzionale > del sistema
penale ed il dubbio d'illegittimità costituzionale potrà essere, caso per caso, superato a condizione che, per la natura

18
dell'illecito sanzionato e per la misura della sanzione prevista, questa ultima appaia ragionevolmente < proporzionata >
rispetto all'intera gamma di comportamenti riconducibili allo specifico tipo di reato””.

d) pene con limiti edittali eccessivamente ampi

indeterminatezza → necessaria ragionevolezza dei limiti edittali

C. cost. 299/1992
“L'art. 122 cod. pen. mil. di pace punisce, per il solo fatto della violata consegna, il militare che, essendo
preposto di guardia a cosa determinata, la sottrae, distrae, devasta, distrugge, sopprime, disperde o deteriora ovvero la
rende, in tutto o in parte, inservibile. Della pena comminata per i comportamenti così descritti la norma indica solo il
minimo - due anni - sì che essa può giungere, ai sensi dell'art.26 cod. pen. mil. di pace, sino a ventiquattro anni di
reclusione militare.

Il principio di legalità della pena, già stabilito dall'art. 1 del codice penale, è costituzionalmente garantito dall'art. 25,
secondo comma, della Costituzione (sentenza n. 15 del 1962). Tale principio non impone al legislatore di determinare in
misura fissa e rigida la pena da irrogare per ciascun tipo di reato. Questa Corte ha anzi più volte rilevato che lo
strumento più idoneo al conseguimento delle finalità della pena e più congruo rispetto al principio di uguaglianza è la
predeterminazione della pena medesima da parte del legislatore fra un massimo e un minimo ed il conferimento al
giudice del potere discrezionale di determinare in concreto, entro tali limiti, la sanzione da irrogare, al fine di adeguare
quest'ultima alle specifiche caratteristiche del singolo caso (sentenze nn.15 e 29 del 1962, 67 del 1963 e, da ultimo
sentenze nn. 203 e 285 del 1991).

La "individualizzazione" della pena, in modo da tener conto dell'effettiva entità e delle specifiche esigenze dei singoli
casi, si pone, infatti, come naturale attuazione e sviluppo di principi costituzionali, tanto di ordine generale (principio di
uguaglianza), quanto attinenti direttamente alla materia penale. Di qui il ruolo centrale che, nei sistemi penali moderni,
è proprio della discrezionalità giudiziale, nell'ambito e secondo i criteri segnati dalla legge (sentenza n. 50 del 1980).

Invero, "l'adeguamento delle risposte punitive ai casi concreti - in termini di uguaglianza e/o differenziazione di
trattamento - contribuisce, da un lato, a rendere quanto più possibile "personale" la responsabilità penale, nella
prospettiva segnata dall'art. 27, primo comma; e nello stesso tempo è strumento per una determinazione della pena
quanto più possibile "finalizzata", nella prospettiva dell'art. 27, terzo comma, Cost..

Il principio di uguaglianza trova in tal modo dei concreti punti di riferimento, in materia penale, nei presupposti e nei
fini (e nel collegamento fra gli uni e gli altri) espressamente assegnati alla pena nello stesso sistema costituzionale.
L'uguaglianza di fronte alle pene viene a significare, in definitiva, "proporzione" della pena rispetto alle "personali"
responsabilità e alle esigenze di risposta che ne conseguano, svolgendo una funzione che è essenzialmente di giustizia e
anche di tutela delle posizioni individuali e di limite alla potestà punitiva statale" (sentenza n. 50 del 1980).

Ma anche il suddetto potere discrezionale del giudice, volto alla individualizzazione della sanzione, deve trovare nella
legge i suoi limiti e i suoi criteri direttivi.

A ciò risponde l'art. 133 cod. pen., che specifica quali sono i connotati oggettivi e soggettivi del singolo caso dei quali il
giudice può e deve tener conto per determinare la sanzione concreta e quali sono gli elementi dai quali egli può
desumere le relative valutazioni. E la determinazione legislativa del minimo e del massimo della pena irrogabile per
ciascun tipo di reato non rappresenta soltanto un limite alla discrezionalità giudiziale, ma costituisce anche un
indispensabile parametro legislativo per l'esercizio di essa, un criterio guida senza il quale il potere così riconosciuto al
giudice non sarebbe riconducibile al principio di legalità.

Mediante la determinazione legislativa del minimo e del massimo di pena, infatti, il compito che viene assegnato al
giudice è quello di "proporzionare" la sanzione concreta non già al proprio giudizio di disvalore sul fatto previsto dalla
legge come reato, ma alla scala di graduazione individuata dal minimo e dal massimo edittali, tenendo conto della
volontà del legislatore di comminare il minimo a quelli, tra i casi riconducibili alla medesima fattispecie astratta, che
siano connotati da minor gravità e presentino minori indici di capacità a delinquere, e di comminare, d'altra parte, il
massimo edittale ai casi che, in base agli elementi di cui all'art. 133 cod. pen., rivestono maggior gravità ed in cui siano
ravvisabili indici di maggiore pericolosità personale.

19
La predeterminazione legislativa del massimo di pena irrogabile per un determinato tipo di reato costituisce quindi un
requisito essenziale affinchè la discrezionalità giudiziale nella determinazione concreta della pena trovi nella legge il
suo limite e la sua regola e non si traduca, invece, in arbitrio.

Il principio di legalità della pena escluderebbe pertanto la legittimità costituzionale di reati a pena massima
indeterminata: tant'è che tale ipotesi non ha modo di verificarsi nel nostro ordinamento, dato che - ove la specifica
norma sanzionatoria non indichi il massimo edittale, si deve intendere che essa faccia riferimento alla durata massima
prevista in via generale, per le singole categorie di pene, dagli artt.23-26 cod. pen. e 26 cod. pen. mil. di pace.

Ma il principio di legalità richiede anche che l'ampiezza del divario tra il minimo ed il massimo della pena non ecceda il
margine di elasticità necessario a consentire l'individualizzazione della pena secondo i criteri di cui all'art. 133 e che
manifestamente risulti non correlato alla variabilità delle fattispecie concrete e delle tipologie soggettive rapportabili
alla fattispecie astratta. Altrimenti la predeterminazione legislativa della misura della pena diverrebbe soltanto
apparente ed il potere conferito al giudice si trasformerebbe da potere discrezionale in potere arbitrario.

… L'analisi della norma impugnata induce la Corte a ritenere che la predeterminazione del massimo di pena ad opera
della norma stessa (per effetto del rinvio implicito alla durata massima della reclusione militare stabilita in 24 anni
dall'art. 26 del cod. pen. mil. di pace) sia soltanto apparente e quindi non idonea a funzionare effettivamente quale
parametro e criterio direttivo per l'esercizio del potere discrezionale del giudice…

… Risultano così confermati sia il carattere "meramente teorico" della determinazione del massimo edittale previsto
dall'art. 122 cod. pen. mil. di pace, sia il superamento di quel margine di elasticità che al legislatore è consentito di
predisporre al fine di rendere possibile al giudice la "individualizzazione" della pena ai sensi degli art. 132 e 133 cod.
pen.. La norma in esame, con la previsione di una pena determinabile tra un minimo di due ed un massimo di
ventiquattro anni di reclusione militare, rappresenta in definitiva, per le considerazioni svolte, l'attribuzione al giudice di
un potere di determinazione svincolato da effettivi criteri normativi di quantificazione…”

e) principio di uguaglianza: rapporto tra pene e beni giuridici tutelati


Corte cost. n. 26/1979

Il tribunale di Padova prospetta anzitutto la violazione del principio costituzionale di eguaglianza, per effetto di
quel disposto dell'art. 186 primo comma del codice penale militare di pace, che stabilisce la pena edittale
dell'ergastolo per la violenza consistente nell'omicidio tentato contro un superiore: in ciò completamente equiparato
all'insubordinazione costituita dall'omicidio volontariamente commesso. Il giudice a quo rileva infatti, nella parte
iniziale dell'ordinanza di rinvio, l'irragionevolezza della previsione di un medesimo trattamento per fatti cosi
diseguali, che il legislatore considera - di regola - ben diversamente gravi ai fini della repressione penale…
… Certo é che l'art. 186 c.p.m.p. - nel primo e, in parte, nel secondo comma - ricomprende ed appiattisce in
un'unica ipotesi delittuosa (quella dell'insubordinazione con violenza) distinte condotte tipiche, nettamente
differenziate nei loro elementi oggettivi e soggettivi. Queste differenze sostanziali vengono annullate, assumendosi
che la violenza contro il superiore, quale che sia la condotta dell'agente e indipendentemente dall'entità dell'offesa,
consumata o anche soltanto tentata, alla vita o all'integrità del superiore stesso, comporterebbe una eguale lesione
del rapporto di subordinazione gerarchica.
Tra i due ordini di beni della cui tutela si tratta, la vita o l'integrità fisica del superiore gerarchico, da un lato, e la
disciplina militare, dall'altro, il legislatore, definendo questa figura di reato plurioffensivo nel quale i vari delitti
contro la persona del superiore rappresentano l'elemento costitutivo dell'unico delitto contro la disciplina, ha
operato una assoluta equiparazione di condotte diversissime: quali l'omicidio volontario, il tentato omicidio,
l'omicidio preterintenzionale e, se la violenza é portata contro un superiore ufficiale, le lesioni gravissime o gravi.
Siffatta equiparazione di condotte diverse - e diversamente valutate dalla legge penale comune con la previsione di
pene fortemente differenziate - non può sfuggire alle censure di irragionevolezza.
Chiaro che nel bilanciare i due tipi di beni, lesi dal delitto in questione, il legislatore ha operato uno stravolgimento
dell'ordine dei valori messi in gioco: anteponendo la disciplina militare in tempo di pace, intesa nel senso riduttivo
di obbedienza e di rispetto dell'inferiore verso il superiore, a quel bene supremo dell'ordinamento costituzionale e
penale, premessa naturale di qualsiasi altra situazione soggettiva giuridicamente protetta, che é il diritto alla vita…
…Per questo complesso di ragioni, la norma impugnata rappresenta pertanto una deroga così ingiustificata
rispetto ai principi del diritto penale vigente, da ledere l'eguaglianza dei cittadini davanti alla legge…”

20
SUCCESSIONE DI LEGGI PENALI NEL TEMPO

IRRETROATTIVITÀ DELLA LEGGE PENALE


ratio di certezza
ratio di garanzia

Fonti legislative art. 2, comma 1 c.p. e art. 11 disp. pr. c.c.

Fonte costituzionale art. 25 Cost.

Fonte sovranazionale art. 7 CEDU


“Nulla poena sine lege.
1 Nessuno può essere condannato per una azione o una omissione che, al momento in
cui è stata commessa, non costituiva reato secondo il diritto interno o internazionale.
Parimenti, non può essere inflitta una pena più grave di quella applicabile al
momento in cui il reato è stato commesso.
2 Il presente articolo non ostacolerà il giudizio e la condanna di una persona
colpevole di una azione o di una omissione che, al momento in cui è stata commessa,
costituiva un crimine secon-do i principi generali di diritto riconosciuti dalle nazioni
civili”.

L’irretroattività riguarda tutti gli istituti di diritto penale sostanziale, che determinano,
in senso sfavorevole al reo, l’area di rilevanza penale del fatto e le sanzioni:
- discussa la rilevanza della
prescrizione
- discussa la rilevanza delle
norme sull’esecuzione penale

Rileva anche il mutamento giurisprudenziale in senso sfavorevole al reo?


Estensione del principio di irretroattività anche al diritto vivente che dia della norma
una interpretazione in senso sfavorevole, purché tale interpretazione non fosse
ragionevolmente prevedibile nel momento della commissione dell’infrazione
Cass., Sez. Un., 21 gennaio 2010, n. 18288:
Il mutamento di giurisprudenza, intervenuto con decisione delle Sezioni unite della Corte di
Cassazione, integrando un nuovo elemento di diritto, rende ammissibile la riproposizione, in sede
esecutiva, della richiesta di applicazione dell'indulto in precedenza rigettata. (La Corte ha precisato
che tale soluzione è imposta dalla necessità di garantire il rispetto dei diritti fondamentali della
persona in linea con i principi della Convenzione europea dei diritti dell'uomo, il cui art. 7, come
interpretato dalle Corti europee, include nel concetto di legalità sia il diritto di produzione
legislativa che quello di derivazione giurisprudenziale).

21
RETROATTIVITÀ DELLA LEGGE PENALE
Art. 2, comma 2 c.p.
abolitio criminis (non significa abrogazione): travolge il giudicato

art. 2, comma 4 c.p.


permane la rilevanza penale del fatto: limite del giudicato

art. 2, comma 3 c.p. (l. 85/2006):

Retroattività della legge penale più favorevole e principi costituzionali

Corte cost. n. 394/2006


“…il principio di retroattività della lex mitior ha una valenza ben diversa, rispetto al principio di
irretroattività della norma penale sfavorevole. Quest’ultimo si pone come essenziale strumento di
garanzia del cittadino contro gli arbitri del legislatore, espressivo dell’esigenza della “calcolabilità”
delle conseguenze giuridico-penali della propria condotta, quale condizione necessaria per la libera
autodeterminazione individuale. …
In questa prospettiva, è dunque incontroverso che il principio de quo trovi diretto riconoscimento
nell’art. 25, secondo comma, Cost. in tutte le sue espressioni: e, cioè, non soltanto con riferimento
all’ipotesi della nuova incriminazione, sulla quale pure la formula costituzionale risulta
all’apparenza calibrata; ma anche con riferimento a quella della modifica peggiorativa del
trattamento sanzionatorio di un fatto già in precedenza penalmente represso. In questi termini, il
principio in parola si connota, altresì, come valore assoluto, non suscettibile di bilanciamento con
altri valori costituzionali….
Invece, il principio di retroattività della norma più favorevole non ha alcun collegamento con la
libertà di autodeterminazione individuale, per l’ovvia ragione che, nel caso considerato, la lex
mitior sopravviene alla commissione del fatto, al quale l’autore si era liberamente autodeterminato
sulla base del pregresso (e per lui meno favorevole) panorama normativo. In quest’ottica, la Corte
ha quindi costantemente escluso che il principio di retroattività in mitius trovi copertura nell’art. 25,
secondo comma, Cost. (ex plurimis, sentenze n. 80 del 1995, n. 6 del 1978 e n. 164 del 1974;
ordinanza n. 330 del 1995). Ciò non significa, tuttavia, che esso sia privo di un fondamento
costituzionale: tale fondamento va individuato, invece, nel principio di eguaglianza, che impone, in
linea di massima, di equiparare il trattamento sanzionatorio dei medesimi fatti, a prescindere dalla
circostanza che essi siano stati commessi prima o dopo l’entrata in vigore della norma che ha
disposto l’abolitio criminis o la modifica mitigatrice”

Cass., sez. VI, 1 dicembre 2010, n. 12400


È ammissibile la deroga al regime della retroattività delle norme che riducono i termini di
prescrizione del reato se essa è coerente con la funzione assegnata dall'ordinamento all'istituto
della prescrizione.

22
Omissis Rileva la Corte che la retroattività della lex mitior, pur avendo rango diverso dal principio
d'irretroattività della norma incriminatrice, di cui all'art. 25 Cost., comma 2, ha indubbiamente un
fondamento costituzionale. La modifica mitigatrice della legge penale per effetto di una mutata
valutazione, rimessa alla scelta del legislatore, del disvalore del fatto tipico non può non riverberarsi
- di norma e in ossequio al principio di uguaglianza - a vantaggio di chi ha posto in essere la
condotta in un momento anteriore. Ciò non toglie, però, che possano ricorrere ragioni che
giustifichino limitazioni e deroghe al principio della retroattività della legge penale favorevole, ove
sussista contemporaneamente la necessità di salvaguardare interessi contrapposti di analogo rilievo.
Non va sottaciuto che, come ha avuto modo già di sottolineare il Giudice delle leggi (cfr. sentenze
n. 393/'06 e n 72/'08), il fondamento della prescrizione risiede nell'interesse generale di non
perseguire più i reati rispetto ai quali sia trascorso un periodo di tempo che, secondo la valutazione
del legislatore, ha comportato l'attenuazione dell'allarme sociale e reso più difficile l'acquisizione
del materiale probatorio e, conseguentemente, l'esercizio del diritto di difesa dell'imputato. In
sostanza la prescrizione mira a soddisfare l'efficienza del processo e la salvaguardia dei diritti dei
soggetti destinatari della funzione giurisdizionale.
Da ciò consegue che è ammissibile la deroga al regime della retroattività delle norme che riducono i
termini di prescrizione del reato se essa è coerente con la funzione assegnata dall'ordinamento
all'istituto della prescrizione.
L'esclusione, ai sensi della L. n. 251 del 2005, art. 10, dell'applicazione retroattiva della
prescrizione più breve per i processi pendenti in appello o avanti alla Corte di Cassazione discende
dal fatto oggettivo e inequivocabile della stadio avanzato in cui tali processi si trovano.
L'intervenuta pronuncia della sentenza di condanna di primo grado è, infatti, significativamente
correlata all'istituto della prescrizione, considerato che, di norma, il materiale probatorio è stato già
acquisito nel corso del relativo dibattimento (in appello, la rinnovazione dell'istruttoria
dibattimentale è ammessa soltanto in casi eccezionali) e, quindi, la ricordata esigenza cui è correlato
il fondamento della prescrizione appare essere stata già soddisfatta.
La ragionevolezza della scelta del legislatore del 2005 si muove, tra l'altro, nella prospettiva di non
vanificare le attività processuali già compiute e cristallizzate - al momento dell'entrata in vigore
delle nuove norme - secondo "cadenze calcolate in base ai tempi di prescrizione più lunghi vigenti
all'atto del loro compimento" e di tutelare così "interessi di rilievo costituzionale sottesi al processo,
come la sua efficienza e la salvaguardia dei diritti dei destinatari della funzione giurisdizionale".
omissis

Retroattività della legge penale più favorevole e posizione della Corte europea dei diritti
dell’uomo
Corte europea dei diritti dell’uomo (sent. 17 settembre 2009, Scoppola) si è pronunziata sulla
controversa costituzionalizzazione del principio di retroattività della ex mitior enunciato nell'art. 2
c.p. ed ha affermato che il richiamato art. 7 "non sancisce solo il principio della irretroattività delle
leggi penali più severe, ma anche, e implicitamente, il principio della retroattività della legge meno
severa. Questo principio si traduce nelle norme secondo cui, se la legge penale in vigore al
momento della perpetrazione del reato e le leggi penali posteriori adottate prima della pronunzia di
una sentenza definitiva sono diverse, il giudice deve applicare quella le cui disposizioni sono più
favorevoli all'imputato".

23
Legge più favorevole

- tra quali leggi deve essere effettuato il raffronto?


- valutazione in concreto o in astratto?

Come distinguere l’abolitio criminis (art. 2, comma 2) dalla successione di leggi


penali che modificano la disciplina penale pur mantenendo la rilevanza penale del
fatto (art. 2 comma 4)?

Criterio del raffronto strutturale tra norme:

- nessuna successione se la norma abrogata e quella successiva presentano elementi


eterogenei

- ad una norma speciale segue una norma generale: art. 2, comma 4 rispetto ai fatti
che rientravano nella precedente norma

- ad una norma generale ne segue una speciale: art. 2, comma 4 rispetto ai fatti
compresi anche nella nuova norma speciale e parziale abolitio criminis (art. 2,
comma 2 c.p.) rispetto ai fatti non più compresi dalla nuova norma generale

- è fatta salva una diversa volontà del legislatore, purché sia chiaramente desumibile
dalla ratio dell’intervento di riforma (es. abrogazione art. 552 c.p. ex l. 194/1978)

Cassazione, sez. un., 26 febbraio 2009, n. 24468


In materia di successione di leggi penali, in caso di modifica della norma incriminatrice, per
accertare se ricorra o meno " abolitio criminis" è sufficiente procedere al confronto strutturale tra
le fattispecie legali astratte che si succedono nel tempo, senza la necessità di ricercare conferme
della eventuale continuità tra le stesse facendo ricorso ai criteri valutativi dei beni tutelati e delle
modalità di offesa, atteso che tale confronto permette in maniera autonoma di verificare se
l'intervento legislativo posteriore assuma carattere demolitorio di un elemento costitutivo del fatto
tipico, alterando così radicalmente la figura di reato, ovvero, non incidendo sulla struttura della
stessa, consenta la sopravvivenza di un eventuale spazio comune alle suddette fattispecie.

Omissis L'abrogazione di una norma incriminatrice determina certamente una situazione di c.d.
abrogatio sine abolitione, se la scelta legislativa mantiene fermo il disvalore delle classi di fatti
conformi alla detta norma, riportandole implicitamente alla disciplina prevista da altra norma
preesistente, in rapporto di specialità con la prima. Si pensi, esemplificativamente, all'abrogazione
dell'omicidio e delle lesioni personali a causa di onore (art. 587 c.p.) ad opera della L. 5 agosto
1981, n. 442, art. 1. Con l'abrogazione dell'art. 587 c.p., norma speciale, il legislatore non ha certo
inteso rendere penalmente irrilevanti i "fatti" in essa previsti, ma ha voluto implicitamente
ricondurre gli stessi alla disciplina generale di cui agli artt. 575 e 582 c.p., il cui nucleo strutturale,

24
considerato nella sua essenzialità, non si discosta da quello della disposizione soppressa. In tale
caso, opera certamente la regola di cui all'art. 2 c.p., comma 4. A diversa conclusione deve
pervenirsi, invece, quando l'intervento abrogativo si concreta nella scelta del legislatore di non dare
più rilievo al disvalore insito in una determinata fattispecie incriminatrice cosi come descritta nelle
sue varie componenti oggettive, senza che ciò, però, impedisca il riespandersi, per effetto della
ritrovata operatività, di altre norme preesistenti, poste a presidio di ipotesi di reato strutturalmente
diverse da quella abrogata.
Tale evenienza non è riconducibile nell'ambito della previsione di cui all'art. 2 c.p., comma 4,
considerato che il confronto strutturale non evidenzia continuità normativa tra la fattispecie
incriminatrice abrogata e quella o quelle che, già contenute nella prima per assorbimento,
riacquistano una loro autonomia. In questa specifica ipotesi, è opportuno integrare il criterio - guida
del confronto strutturale con apporti valutativi di conferma, onde cogliere la reale intentio legis.
L'individuazione del bene giuridico protetto, infatti, è idonea ad evidenziare aspetti formalmente
non espliciti della stessa struttura del reato. omissis

ELEMENTI NORMATIVI E SUCCESSIONE DI LEGGI INTEGRATIVE


(c.d. modifiche mediate)

Esempio: abolitio criminis del reato oggetto di falsa incolpazione nel


delitto di calunnia (art. 368 c.p.)

I tesi II tesi
Applicazione dell’art. 2, c. 2 c.p. Verifica della permanenza
del disvalore del fatto
↓ ↓

il fatto non è più previsto responsabilità


dalla legge come reato a titolo di calunnia

Cassazione, sez. III, 11 gennaio 2011, n. 15481


La modifica di un elemento normativo di natura extrapenale assume effetto retroattivo solo se il
medesimo integri la fattispecie penale in tal modo venendo a partecipare della natura di questa. (In
applicazione del principio la Corte, in fattispecie di introduzione di armi in area protetta, ha
escluso effetto retroattivo scriminante alla riperimetrazione del parco dell'Aspromonte di cui al
d.P.R. 10 luglio 2008, non avendo le disposizioni ivi contenute natura integratrice del precetto).

25
omissis Anche se con provvedimento successivo è intervenuta una diversa delimitazione dell'area
protetta, nessun rilievo può assumere la circostanza, in relazione all'art. 2 c.p., ed alla retroattività
della legge penale più favorevole.
Infatti la modifica - con conseguenti effetti favorevoli per l'imputato - di un elemento normativo di
natura extrapenale assume effetto retroattivo, ex art. 2 c.p., solo se integra la fattispecie penale,
venendo in tal modo a partecipare della sua natura, come nel caso delle disposizioni definitorie, ove
la disposizione extrapenale finisce per sostituire integralmente la parte della disposizione penale che
la richiama. (Così S.U., n. 2451 del 16/1/2008, P.G. in proc. Magera, Rv. 238197).
Invece la disposizione successiva contenuta nella fonte secondaria richiamata (D.P.R. 10 luglio
2008, Nuova perimetrazione del Parco nazionale dell'Aspromonte, pubblicato nella nella Gazz. Uff.
2 ottobre 2008, n. 231) la quale ha provveduto a rideterminare una parte del perimetro del parco,
non assume il rango di disposizione extrapenale integratrice del precetto penale, il quale rimane
tipizzato unicamente dalla norma penale impositiva del divieto. omissis

LEGGI ECCEZIONALI E LEGGI TEMPORANEE


(art. 2, comma 5 c.p.)

a) solo deroga alla retroattività della legge penale più favorevole


b) ratio: prevenzione generale
c) successione di più leggi temporanee ed eccezionali

26
DECRETO LEGGE NON CONVERTITO
(art. 2, comma 6 c.p.)

L. 100/1926 Art. 2, c. 6 c.p. Art. 77 Cost.

decadenza effettiva decadenza


ex nunc successione di ex tunc: assenza
leggi penali di successione

Problemi sollevati del decreto legge non convertito o convertito con modificazioni

Periodo A Periodo B Periodo C


________________ . . . . . . . . . . . . . . . . . . ___________

Legge X decreto legge Legge X

Fatti concomitanti:

soluzione attraverso una lettura sistematica del rapporto tra gli artt. 25 e 77 Cost.:
applicazione del decreto-legge più favorevole non convertito

Fatti pregressi:

soluzione data dalla C. cost. sent. n. 51/1985


«La conclusione - si ribadisce - deve intendersi formulata (secondo l'impostazione data alla
questione di legittimità costituzionale) limitatamente alla sancita applicabilità delle disposizioni
di cui ai commi secondo e terzo art. 2 c.p. al caso del "decreto-legge non convertito", e quindi alla
sancita operatività della "norma penale favorevole", se in esso contenuta, relativamente ai "fatti
pregressi". A questi soltanto, d'altronde, le cennate disposizioni si riferiscono, e in relazione a tali
fatti soltanto é avvertita con particolare intensità l'esigenza di una visuale riduttiva degli effetti
del decreto-legge, in quanto connessa a quella di impedire manovre governative "indirette",
discriminatrici o mitigatrici del trattamento di fatti costituenti reato individuati o individuabili,
destinate altrimenti al successo malgrado l'esito negativo del controllo parlamentare.
Non viene qui - com'é ovvio - in considerazione (sempre secondo la suddetta impostazione)
alcun problema concernente l'operatività della "norma penale favorevole", introdotta con
"decreto-legge", relativamente ai fatti commessi durante il vigore - anche se provvisorio - di
esso».

27
TEMPUS COMMISSI DELICTI
- criterio della condotta
CRITERI POSSIBILI → - criterio dell’evento
- criterio misto

Assenza di soluzioni unitarie → necessità di considerare la ratio del singolo istituto

Principio di irretroattività e ratio di certezza: criterio della condotta

- reati istantanei

- reati permanenti

SUCCESSIONE DI LEGGI E NORME PROCESSUALI

tempus regit actum

Cassazione, sez. un., 31 marzo 2011


In tema di successione di leggi processuali nel tempo, il principio secondo il quale, se la legge
penale in vigore al momento della perpetrazione del reato e le leggi penali posteriori adottate prima
della pronunzia di una sentenza definitiva sono diverse, il giudice deve applicare quella le cui
disposizioni sono più favorevoli all'imputato, non costituisce un principio dell'ordinamento
processuale, nemmeno nell'ambito delle misure cautelari, poiché non esistono principi di diritto
intertemporale propri della legalità penale che possano essere pedissequamente trasferiti
nell'ordinamento processuale.

28
SENTENZE DELLA CORTE COSTITUZIONALE E
PRINCIPIO DI LEGALITÀ

SENTENZE DI INCOSTITUZIONALITÀ E SUCCESSIONE DI LEGGI PENALI NEL TEMPO

Disciplina:
art. 136 Cost.: “Quando la Corte dichiara l’illegittimità costituzionale di una norma di legge o di un
atto avente forza di legge, la norma cessa di avere efficacia dal giorno successivo alla pubblicazione
della decisione”
art. 30 l. n. 87/1953: “le norme dichiarate incostituzionali non possono avere applicazione dal
giorno successivo alla pubblicazione della decisione. Quando, in applicazione della norma
dichiarata incostituzionale, è stata pronunciata sentenza irrevocabile di condanna, ne cessano
l’esecuzione e gli effetti penali”

efficacia ex tunc della dichiarazione di incostituzionalità

SENTENZE DELLA CORTE COSTITUZIONALE E COMPATIBILITÀ CON IL PRINCIPIO DI RISERVA DI


LEGGE

limiti del sindacato di legittimità:

o sentenze manipolative
o effetto di estensione della incriminazione (es. art. 724 c.p.)
o effetto di inasprimento del regime sanzionatorio

E’ ammesso un controllo delle leggi penali di favore?

o con effetti in bonam partem: ammesso

o effetti in malam partem: problema della compatibilità con l’art. 25, c. 2 Cost.

Corte cost. sent. 394/2006


“Questa Corte ha peraltro chiarito che il principio di legalità non preclude lo scrutinio di costituzionalità, anche in
malam partem, delle c.d. norme penali di favore: ossia delle norme che stabiliscano, per determinati soggetti o ipotesi,
un trattamento penalistico più favorevole di quello che risulterebbe dall’applicazione di norme generali o comuni. Di
tale orientamento – che trova la sua prima compiuta enunciazione nella sentenza n. 148 del 1983 – questa Corte ha fatto
ripetute applicazioni (sentenze n. 167 e n. 194 del 1993; n. 124 del 1990; n. 826 del 1988), anche in rapporto a questioni
di costituzionalità omologhe a quelle oggi in esame, dirette a conseguire una modifica peggiorativa del trattamento

29
sanzionatorio di determinate figure di reato (sentenza n. 25 del 1994; v., altresì, le ordinanze n. 95 del 2004 e n. 433 del
1998, con le quali la Corte ha scrutinato direttamente nel merito questioni di tal fatta). Esso si connette all’ineludibile
esigenza di evitare la creazione di «zone franche» dell’ordinamento (così la sentenza n. 148 del 1983), sottratte al
controllo di costituzionalità, entro le quali il legislatore potrebbe di fatto operare svincolato da ogni regola, stante
l’assenza d’uno strumento che permetta alla Corte di riaffermare il primato della Costituzione sulla legislazione
ordinaria. Qualora alla preclusione dello scrutinio di costituzionalità in malam partem fosse attribuito carattere assoluto,
si determinerebbe, in effetti, una situazione palesemente incongrua: venendosi a riconoscere, in sostanza, che il
legislatore è tenuto a rispettare i precetti costituzionali se effettua scelte di aggravamento del trattamento penale, mentre
può violarli senza conseguenze, quando dalle sue opzioni derivi un trattamento più favorevole.
In accordo con l’esigenza ora evidenziata, va osservato che il principio di legalità impedisce certamente alla Corte di
configurare nuove norme penali; ma non le preclude decisioni ablative di norme che sottraggano determinati gruppi di
soggetti o di condotte alla sfera applicativa di una norma comune o comunque più generale, accordando loro un
trattamento più benevolo (sentenza n. 148 del 1983): e ciò a prescindere dall’istituto o dal mezzo tecnico tramite il
quale tale trattamento si realizza (previsione di una scriminante, di una causa di non punibilità, di una causa di
estinzione del reato o della pena, di una circostanza attenuante o di una figura autonoma di reato punita in modo più
mite). In simili frangenti, difatti, la riserva al legislatore sulle scelte di criminalizzazione resta salva: l’effetto in malam
partem non discende dall’introduzione di nuove norme o dalla manipolazione di norme esistenti da parte della Corte, la
quale si limita a rimuovere la disposizione giudicata lesiva dei parametri costituzionali; esso rappresenta, invece, una
conseguenza dell’automatica riespansione della norma generale o comune, dettata dallo stesso legislatore, al caso già
oggetto di una incostituzionale disciplina derogatoria. Tale riespansione costituisce una reazione naturale
dell’ordinamento – conseguente alla sua unitarietà – alla scomparsa della norma incostituzionale: reazione che si
verificherebbe in ugual modo anche qualora la fattispecie derogatoria rimossa fosse più grave; nel qual caso a
riespandersi sarebbe la norma penale generale meno grave, senza che in siffatto fenomeno possa ravvisarsi alcun
intervento creativo o additivo della Corte in materia punitiva.
….
Inoltre, la nozione di norma penale di favore è la risultante di un giudizio di relazione fra due o più norme
compresenti nell’ordinamento in un dato momento: rimanendo escluso che detta qualificazione possa esser fatta
discendere dal raffronto tra una norma vigente ed una norma anteriore, sostituita dalla prima con effetti di
restringimento dell’area di rilevanza penale o di mitigazione della risposta punitiva. In tal caso, difatti, la richiesta di
sindacato in malam partem mirerebbe non già a far riespandere la portata di una norma tuttora presente
nell’ordinamento, quanto piuttosto a ripristinare la norma abrogata, espressiva di scelte di criminalizzazione non più
attuali: operazione, questa, senz’altro preclusa alla Corte, in quanto chiaramente invasiva del monopolio del legislatore
su dette scelte (sentenze n. 330 del 1996 e n. 108 del 1981; ordinanza n. 175 del 2001).

30
AMBITO DI APPLICAZIONE DELLA LEGGE PENALE

- applicazione della legge penale nello spazio


- applicazione della legge penale rispetto alle persone

APPLICAZIONE DELLA LEGGE PENALE NELLO SPAZIO

Principi di:

- universalità

- personalità attiva

- personalità passiva o di difesa

- territorialità

A quale principio si conforma il nostro sistema?


Principio di territorialità (artt. 3 e 6 c.p.) temperata (art. 7 ss.) o
principio di tendenziale universalità della legge penale?

Principio di territorialità
Ampia nozione di fatto commesso sul territorio dello Stato (art. 6 c.p.)

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Per i fatti commessi all’estero vi sono casi di punibilità
incondizionata (art. 7) ed altri sottoposti a determinate condizioni
di punibilità e di procedibilità (artt. 8-9-10).

art. 7 → casi di punibilità incondizionata


• nn. 1 a 4: principio di difesa
• n. 5 principio di universalità

nozione oggettiva
art. 8 → delitto politico {
nozione soggettiva

dal cittadino (art. 9)


Delitti comuni commessi all’estero
dallo straniero (art. 10)

Rinnovamento del giudizio


e riconoscimento di sentenze penali straniere

Artt. 11-12

Ratio:
inderogabilità della giurisdizione italiana
sfiducia nella amministrazione della giustizia di Stati terzi

Superamento della disciplina dell’art. 11 attraverso convenzioni


internazionali

32
Estradizione
TIPI DI ESTRADIZIONE

Attiva o passiva
Processuale o esecutiva

FONTI

- internazionali: usi e convenzioni


- diritto interno

PRINCIPI

- doppia incriminazione
- specialità

LIMITI

- cittadino (art. 26 Cost.)

- reati puniti con la pena di morte

- reato politico (artt. 10 e 26 Cost.):

- limiti del rinvio all’art. 8 c.p.


Il concetto di delitto politico ai fini dell'estradizione non può ritenersi coincidente con quello dell'art. 8 c. p. e ciò in
ragione del diverso piano di operatività nel quale lo stesso funziona nelle due distinte ipotesi (nel codice è definito in
funzione repressiva, mentre nella costituzione è chiaramente assunto a garanzia della persona umana entro i limiti in cui
tale garanzia è costituzionalmente giustificabile), che rende giuridicamente contrastante l'applicazione di una norma
creata nel preciso intento di attuare una maggiore repressione del delitto politico, in una prospettiva esattamente inversa
di limitazione del diritto punitivo dello stato straniero. (Cass. pen., Sez. I, 15/12/1989)

- necessità di una nozione costituzionalmente orientata di reato politico agli effetti


dell’estradizione: a) richiamo all’art. 10, comma 3 Cost.

Non è ipotizzabile il divieto di estradizione in ordine ai reati, nei quali il c.d. motivo politico consista nella tendenza ad
abbattere le istituzioni democratiche di uno stato e a disconoscere i diritti di libertà dei cittadini; il limite desunto dalla
costituzione alla estradabilità dello straniero non può, infatti, rapportarsi se non al presupposto fondamentale del
riconoscimento degli istituti democratici e dei diritti di libertà alla base del motivo politico, tanto che è previsto il diritto
di asilo in favore dello straniero al quale sia impedito nel suo paese l'effettivo esercizio dei diritti; deve, pertanto,
escludersi il divieto di estradizione per i delitti di terrorismo, implicanti le dette finalità eversive, contrastanti con lo
spirito della nostra costituzione (Cass. pen., Sez. VI, 20/01/1993)

b) “processualizzazione”della nozione di reato politico

33
Il divieto di estradizione passiva dello straniero per reati politici sussiste soltanto se il soggetto abbia agito per opporsi a
regimi illiberali ovvero se sussistano fondati motivi per ritenere che il giudizio nello stato richiedente possa essere
influenzato da fattori ideologici o politici (Cass. pen., 14/01/1982)

- terrorismo e estradizione (“depoliticizzazione” dei reati di terrorismo)

MANDATO D’ARRESTO EUROPEO


Decisione quadro del Consiglio dell’UE 13/6/2002
Attuazione con l. n. 69/2005, che ha compromesso la finalità della decisione quadro di superare il
requisito della doppia incriminazione

ART. 7.
(Casi di doppia punibilità).

1. L'Italia darà esecuzione al mandato d'arresto europeo solo nel caso in cui il fatto sia previsto come reato anche dalla
legge nazionale.

2. Il comma 1 non si applica nei casi in cui, in materia di tasse e imposte, di dogana e di cambio, la legge italiana non
impone lo stesso tipo di tasse o di imposte ovvero non contiene lo stesso tipo di disciplina in materia di tasse, di
imposte, di dogana e di cambio della legge dello Stato membro di emissione. Tuttavia, deve trattarsi di tasse e imposte
che siano assimilabili, per analogia, a tasse o imposte per le quali la legge italiana prevede, in caso di violazione, la
sanzione della reclusione della durata massima, escluse le eventuali aggravanti, pari o superiore a tre anni.

3. Il fatto dovrà essere punito dalla legge dello Stato membro di emissione con una pena o con una misura di sicurezza
privativa della libertà personale della durata massima non inferiore a dodici mesi.

Ai fini del calcolo della pena o della misura di sicurezza non si tiene conto delle circostanze aggravanti.
4. In caso di esecuzione di una sentenza di condanna, la pena o la misura di sicurezza dovranno avere una durata non
inferiore a quattro mesi.

ART. 8.
(Consegna obbligatoria).

1. Si fa luogo alla consegna in base al mandato d'arresto europeo, indipendentemente dalla doppia incriminazione, per i
fatti seguenti, sempre che, escluse le eventuali aggravanti, il massimo della pena o della misura di sicurezza privativa
della libertà personale sia pari o superiore a tre anni:

a) partecipare ad una associazione di tre o più persone finalizzata alla commissione di più delitti;
b) compiere atti di minaccia contro la pubblica incolumità ovvero di violenza su persone o cose a danno di uno Stato, di
una istituzione od organismo internazionale, al fine di sovvertire l'ordine costituzionale di uno Stato ovvero distruggere
o indebolire le strutture politiche, economiche o sociali nazionali o sovranazionali;
c) costringere o indurre una o più persone, mediante violenza, minaccia, inganno o abuso di autorità, a fare ingresso o a
soggiornare o a uscire dal territorio di uno Stato, o a trasferirsi all'interno dello stesso, al fine di sottoporla a schiavitù o
al lavoro forzato o all'accattonaggio o allo sfruttamento di prestazioni sessuali;
d) indurre alla prostituzione ovvero compiere atti diretti al favoreggiamento o allo sfruttamento sessuale di un bambino;
compiere atti diretti allo sfruttamento di una persona di età infantile al fine di produrre, con qualsiasi mezzo, materiale
pornografico; fare commercio, distribuire,
divulgare o pubblicizzare materiale pornografico in cui è riprodotto un minore;
e) vendere, offrire, cedere, distribuire, commerciare, acquistare, trasportare, esportare, importare o procurare ad altri
sostanze che, secondo le legislazioni vigenti nei Paesi europei, sono considerate stupefacenti o psicotrope;
f) commerciare, acquistare, trasportare, esportare o importare armi, munizioni ed esplosivi in violazione della
legislazione vigente;
g) ricevere, accettare la promessa, dare o promettere denaro o altra utilità in relazione al compimento o al mancato
compimento di un atto inerente ad un pubblico ufficio;

34
h) compiere qualsiasi azione od omissione intenzionale relativa all'utilizzo o alla presentazione di dichiarazioni o di
documenti falsi, inesatti o incompleti cui consegua il percepimento o la ritenzione illecita di fondi ovvero la
diminuzione illegittima di risorse iscritte nel bilancio di uno Stato o nel bilancio generale delle Comunità europee o nei
bilanci gestiti dalle Comunità europee o per conto di esse; compiere qualsiasi azione od omissione intenzionale relativa
alla distrazione di tali fondi per fini diversi da quelli per cui essi sono stati inizialmente concessi; compiere le medesime
azioni od omissioni a danno di un privato, di una persona giuridica o di un ente pubblico;
i) sostituire o trasferire denaro, beni o altre utilità provenienti da reato, ovvero compiere in relazione ad essi altre
operazioni, in modo da ostacolare l'identificazione della loro provenienza illecita;
l) contraffare monete nazionali o straniere, aventi corso legale nello Stato o fuori di esso o alterarle in qualsiasi modo
dando l'apparenza di un valore superiore;
m) commettere, al fine di procurare a sé o ad altri un profitto o di arrecare ad altri un danno, un fatto diretto a introdursi
o a mantenersi abusivamente in un sistema informatico o telematico protetto
da misure di sicurezza ovvero danneggiare o distruggere sistemi informatici o telematici, dati, informazioni o
programmi in essi contenuti o a essi pertinenti;
n) mettere in pericolo l'ambiente mediante lo scarico non autorizzato di idrocarburi, oli usati o fanghi derivanti dalla
depurazione delle acque, l'emissione di sostanze pericolose nell'atmosfera, sul suolo o in acqua, il trattamento, il
trasporto, il deposito, l'eliminazione di rifiuti pericolosi, lo scarico di rifiuti nel suolo o nelle acque e la gestione abusiva
di una discarica; possedere, catturare e commerciare specie animali e vegetali protette;
o) compiere, al fine di trarne profitto, atti diretti a procurare l'ingresso illegale nel territorio di uno Stato di una persona
che non è cittadina o non ha titolo di residenza permanente;
p) cagionare volontariamente la morte di un uomo o lesioni personali della medesima gravità di quelle previste
dall'articolo 583 del codice penale;
q) procurare illecitamente e per scopo di lucro un organo o un tessuto umano ovvero farne comunque commercio;
r) privare una persona della libertà personale o tenerla in proprio potere minacciando di ucciderla, di ferirla o di
continuare a tenerla sequestrata al fine di costringere un terzo, sia questi uno Stato, una organizzazione internazionale
tra più governi, una persona fisica o giuridica o una collettività di persone fisiche, a compiere un qualsiasi atto o ad
astenersene, subordinando la liberazione della persona sequestrata a tale azione od omissione;
s) incitare pubblicamente alla violenza, come manifestazione di odio razziale nei confronti di un gruppo di persone, o di
un membro di un tale gruppo, a causa del colore della pelle, della razza, della religione professata, ovvero dell'origine
nazionale o etnica; esaltare, per razzismo o xenofobia, i crimini contro l'umanità;
t) impossessarsi della cosa mobile altrui, sottraendola a chi la detiene, al fine di trarne profitto per sé o per altri, facendo
uso delle armi o a seguito dell'attività di un gruppo organizzato;
u) operare traffico illecito di beni culturali, compresi gli oggetti di antiquariato e le opere d'arte;
v) indurre taluno in errore, con artifizi o raggiri, procurando a sé o ad altri un ingiusto profitto con altrui danno;
z) richiedere con minacce, uso della forza o qualsiasi altra forma di intimidazione, beni o promesse o la firma di
qualsiasi documento che contenga o determini un obbligo, un'alienazione o una quietanza;
aa) imitare o duplicare abusivamente prodotti commerciali, al fine di trarne profitto;
bb) falsificare atti amministrativi e operare traffico di documenti falsi;
cc) falsificare mezzi di pagamento;
dd) operare traffico illecito di sostanze ormonali e di altri fattori della crescita;
ee) operare traffico illecito di materie nucleari e radioattive;
ff) acquistare, ricevere od occultare veicoli rubati, o comunque collaborare nel farli acquistare, ricevere od occultare, al
fine di procurare a sé o ad altri un profitto;
gg) costringere taluno a compiere o subire atti sessuali con violenza o minaccia o mediante abuso di autorità;
hh) cagionare un incendio dal quale deriva pericolo per l'incolumità pubblica;
ii) commettere reati che rientrano nella competenza giurisdizionale della Corte penale internazionale;
ll) impossessarsi di una nave o di un aereo;
mm) provocare illegalmente e intenzionalmente danni ingenti a strutture statali, altre strutture pubbliche, sistemi di
trasporto pubblico o altre infrastrutture, che comportano o possono comportare una notevole perdita economica.

2. L'autorità giudiziaria italiana accerta quale sia la definizione dei reati per i quali è richiesta la consegna, secondo la
legge dello Stato membro di emissione, e se la stessa corrisponda alle fattispecie di cui al comma 1.

3. Se il fatto non è previsto come reato dalla legge italiana, non si dà luogo alla consegna del cittadino italiano se risulta
che lo stesso non era a conoscenza, senza propria colpa, della norma penale dello Stato membro di emissione in base
alla quale è stato emesso il mandato d'arresto europeo.

35
APPLICAZIONE DELLA LEGGE PENALE RISPETTO ALLE PERSONE

Principio di obbligatorietà della legge penale: art. 3 c.p.

eccezioni stabilite dal diritto pubblico interno o dal diritto internazionale



c.d. immunità

Tipi di immunità
sostanziale e processuale
funzionale ed extrafunzionale

Immunità di diritto pubblico interno

a) Capo dello Stato (art. 90 Cost.)


a. Immunità funzionale
b. Limite dell’attentato alla Costituzione e alto tradimento

b) Parlamentari (art. 68 Cost.)

a. Immunità sostanziale (art. 68, comma 1 Cost.): criterio del nesso funzionale
art. 3 l. 140/2003: l’art. 68, c. 1 Cost. “si applica in ogni caso per la presentazione di
disegni e proposte di legge, emendamenti, ordini del giorno mozioni e risoluzioni, per le
interpellanze e le interrogazioni, per gli interventi nelle assemblee e negli altri organi
delle Camere, per qualsiasi espressione di voto comunque formulata, per ogni altro atto
parlamentare, per ogni altra attività di ispezione, di divulgazione, di critica e di denuncia
politica, connessa alla funzione di parlamentare, espletata anche fuori dal Parlamento”
Corte cost. n. 304/20047: «l’insindacabilità di cui al primo comma dell’art. 68 della
Costituzione copre le opinioni espresse extra moenia dai membri delle Camere solo
quando le stesse costituiscano riproduzione sostanziale, ancorché non letterale, di atti
tipici nei quali si estrinsecano le diverse funzioni parlamentari. Deve esistere, pertanto,
un nesso funzionale tra queste ultime e le dichiarazioni esterne, mentre non è sufficiente
una generica comunanza di argomento o di contesto politico (tra le tante, sentenze n. 10
e n. 11 del 2000, n. 164, n. 176 e n. 193 del 2005, n. 249, n. 258, n. 260, n. 317, n. 335,
n. 392 e n. 416 del 2006, n. 53, n. 65, n. 96, n. 97, n. 151 e n. 152 del 2007)».

b. Immunità processuale (art. 68, commi 2 e 3 Cost.)

c) Consiglieri regionali (art. 122, comma 4 Cost.)

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d) immunità processuale per le alte cariche dello Stato prevista dalla l. 124/2008
(c.d. lodo Alfano):
a. Cariche interessate: Presidente della Repubblica, salvo il limite dell’art. 90 Cost.; Presidente
del Senato e Presidente della Camera dei deputati; Presidente del Consiglio dei ministri.
b. Sospensione dei processi e dei termini di prescrizione per qualsiasi reato anche antecedente
alla assunzione delle funzioni fino alla cessazione della carica

Corte costituzionale (sent. 262/2009): dichiarazione di illegittimità


costituzionale per violazione degli artt. 3 e 138 Cost.

Immunità di diritto internazionale

Alcuni esempi:
a) pontefice e capi di Stato estero: immunità assoluta sostanziale e processuale

b) agenti diplomatici: immunità funzionali

Natura giuridica delle immunità

cause personali di non punibilità (il reato sussiste in tutti i suoi elementi, ma la
punibilità è esclusa per ragioni di politica criminale)

37
TEORIA GENERALE DEL REATO

in forma analitica
tipi di analisi del reato {
in forma sintetica

bipartita
Teorie dogmatiche sulla struttura del reato { tripartita
quadripartita

TEORIA BIPARTITA

Elementi positivi
Elemento oggettivo { +
Reato { assenza di elementi negativi

Elemento soggettivo: dolo o colpa

CONCEZIONE TRIPARTITA

Fatto tipico
Reato { Antigiuridicità
Colpevolezza

CONCEZIONE QUADRIPARTITA

Fatto tipico
Reato Antigiuridicità
Colpevolezza
Punibilità

38
DIFFERENTI IMPOSTAZIONI TEORICHE IN RELAZIONE A:

a. COLLOCAZIONE DELLE SCRIMINANTI

a.1. Teoria bipartita: elementi negativi del fatto

- disciplina dell'errore
(confronto tra artt. 47, comma 1 e 59 ult. comma c.p.)

- problema dell'errore sulle scriminanti nell'ordinamento


tedesco

- l'antigiuridicità non è elemento del reato

b.2.Teoria tripartita e quadripartita: antigiuridicità

- approccio di tipo teleologico

- procedimento logico di accertamento giudiziario

- nel sistema italiano non si pongono i problemi che solleva


nell’ordinamento tedesco la disciplina dell’errore sulle
scriminanti

b. COLLOCAZIONE DELLA PUNIBILITÀ

Teoria bipartita e tripartita: fuori della struttura del reato

Teoria quadripartita: all’interno della struttura del reato

39
DELITTI E CONTRAVVENZIONI

Criterio formale di distinzione: art. 39 c.p.

De iure condito: assenza di criteri sostanziali di distinzione

De iure condendo: individuazione dei fatti contravvenzionali attraverso


criteri di tipo sostanziale:
- minore gravità del fatto gravità del fatto
- attività sottoposte ad autorizzazione
- fatti consistenti in violazioni di regole cautelari

Progetti Pagliaro e Grosso: mantenimento della distinzione


Progetto Nordio: unificazione di delitti e contravvenzioni

SOGGETTO ATTIVO

Solo la persona umana


(posizione tradizionale – v. postea responsabilità degli enti)

comuni
Reati {
propri : qualifiche giuridiche o naturalistiche

reati propri ≠ reati di mano propria

40
RESPONSABILITA’ PENALE DEGLI ENTI

Argomenti contrari:
• art. 197 c.p.
• art. 27, comma 1 Cost.
- divieto di responsabilità per fatto altrui
- responsabilità solo per fatto proprio colpevole
• art. 27, comma 3 Cost.

Argomenti a favore:
• reati espressione di politica di impresa
• violazione dell'art. 27 c. 1 Cost.
• proporzionalità delle sanzioni

Soluzioni
Sanzioni extrapenali Sanzioni penali
Ragioni: Ragioni:
- personalismo delle - non è ostativo l'art. 27, comma 1 Cost.
sanzioni penali - esempi di ordinamenti stranieri
corporate crimes
sistema francese
sistema USA

d. legisl. N. 231/2001: responsabilità amministrativa degli


enti dipendente da reato
- estensione della responsabilità anche a enti privi di personalità giuridica
- principi di garanzia
- indicazione tassativa dei reati presupposto
- elementi di collegamento del reato con la persona giuridica
- colpevolezza dell’ente
- sistema sanzionatorio specifico per l’ente
- autonomia tra responsabilità dell’ente e della persona fisica

Si tratta di una responsabilità solo amministrativa o è una responsabilità


penale “mascherata”?

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SOGGETTO PASSIVO

Titolare dell'interesse tutelato dalla fattispecie



persona offesa

persona fisica
Soggetto passivo: persona giuridica
Stato
collettività
pluralità di soggetti passivi

≠ oggetto materiale

≠ soggetto danneggiato

Rilevanza della persona offesa

• elementi costitutivi del reato


• causa personale di non punibilità (es. art. 649 c.p.)
• consenso (art. 50 c.p.)
• querela

Maggiore attenzione alla vittima da parte del diritto penale a seguito


delle indagini sviluppate dalla vittimologia

- funzioni della pena


- giustizia conciliativa
- valorizzazione del risarcimento del danno

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