Sei sulla pagina 1di 5

IL BULLISMO

Definire il fenomeno diviene un’impresa sempre più complessa a cause delle


innumerevoli forme che si sviluppano con l’avanzare della tecnologia e il
cambiamento della società.
Tuttavia la comunità scientifica è concorde nell’ identificare il bullismo come una
qualsiasi forma di comportamento offensivo e/o aggressivo messo in atto da un
singolo o da un gruppo (il bullo), ripetutamente e intenzionalmente a danno di
uno o più individui (la vittima) con lo scopo di esercitare potere o controllo appunto
sulla vittima (Olweus,1996).
Il comportamento agito deve essere intenzionale e non casuale, programmato in
modo sistematico e ripetuto e attivare un’asimmetria o disequilibrio di potere tra il
bullo e la vittima.
E’ bene non dimenticare che nel comportamento disfunzionale oltre a chi compie
l’atto violento, il bullo, e a chi lo subisce, la vittima, sono coinvolti anche altri attori.
Tra questi troviamo i gregari, gli aiutanti del bullo, i sostenitori ovvero chi non agisce
direttamente ma sostiene i prepotenti con incitamenti e azioni indirette sulla
vittima, gli spettatori neutrali, vale a dire coloro che osservano senza intervenire, i
difensori della vittima e il leader che può essere il prevaricatore stesso, un suo
aiutante oppure una figura determinante nell’andamento della prepotenza,
considerando il suo carisma e autorità nel gruppo.
IL BULLISMO PSICOLOGICO
È proprio in questo caso che parliamo di bullismo psicologico. Una forma sottile e
celata di prevaricazione e violenza che spesso non viene identificata, se non,
purtroppo, per conseguenze estreme. 
La sua natura lo rende estremamente pericoloso e porta la vittima ad una sofferenza
e sottomissione psicologia tale da non renderla capace di denunciare gli atti subiti,
ancor di più che nel caso di violenza fisica.
Come attacca un “bullo psicologico”?
Diffonde pettegolezzi e cattiverie, lavora per distruggere i legami amicali attraverso
la divulgazione di falsità e offese che colpiscono la sfera più intima della vittima,
attaccano la famiglia o aspetti di fragilità personali come una disabilità, difetti fisici o
cognitivi o altre limitazioni.
Viene colpita ripetutamente l’immagine della persona, che spesso vive un grande
senso di colpa e arriva a percepirsi come estremamente sbagliata, fino a giustificare
gli atti subiti, attribuendoli ad aspetti non adatti del proprio sé.
Le conseguenze del bullismo psicologico sono molteplici e gravi.
Dalla perdita dell’autostima, della fiducia negli altri, ripercussioni sui legami di
amicizia, isolamento sociale e allontanamento dal gruppo dei pari, fino a disagi più
complessi.
La vittima ha un vero e proprio terrore di andare a scuola o frequentare luoghi
diversi dal contesto famigliare, può iniziare a manifestare ansia e attacchi di panico,
cali dell’umore o veri e propri episodi di depressione, disturbi della sfera
alimentare come anoressia e bulimia.
Se non ben identificata la sofferenza può condurre la fragile vittima a desiderare di
non esistere più e arrivare a decidere di porre fine alle vessazioni attraverso il
suicidio.
BULLISMO, L’ALTRA FACCIA DELLA
MEDAGLIA ( IL BULLO)
Lo sforzo per far fronte a questo fenomeno è enorme ma comunque sia sembra difficile, se non
impossibile, da fronteggiare e da risolvere. Quando si parla del bullismo, la maggior parte delle
volte si affronta il discorso dal punto di vista della vittima, oggi invece vorrei provare a guardare
l’altra faccia della medaglia, osservando e analizzando il fenomeno con gli occhi del carnefice, cioè,
del bullo. Lungi da me voler giustificare comportamenti violenti o aggressivi, il mio intento è ben
altro, vale a dire provare a dare un po’ di speranza a quei bambini che sembrano come
“risucchiati” in un vortice pericoloso, siano essi vittime o carnefici. 
Il bambino, con l’ingresso nella scuola, inizia a strutturare la propria identità misurandosi con il
gruppo dei pari: così facendo ha la possibilità di identificarsi con gli altri, e di emanciparsi
differenziandosi dagli adulti. Con il passare del tempo, il bambino sperimenterà ruoli diversi fino a
che non riuscirà a costruirsi una propria identità e un proprio “status”, cioè un ruolo preciso
all’interno del gruppo di appartenenza. La maggior parte dei bambini fa tutto questo nel rispetto
delle regole, modulando i propri impulsi e promuovendo la condivisione e la collaborazione con
adulti e coetanei; altri invece, riescono ad affermare se stessi solo prevalicando sull’altro e
utilizzando la violenza, probabilmente poiché essa rappresenta l’unico modello a loro noto,
pertanto l’unico da seguire e riproporre.
Con il termine "bullismo" si intende, infatti, il desiderio di fare del male in modo intenzionale ad
un‘ altra persona e comprende comportamenti aggressivi, vessatori e intimidatori non collegati a
episodi sporadici dovuti alla normale crescita del bambino. Altra caratteristica importante è
l’asimmetria di potere tra il bullo e la vittima, indicata da evidenti differenze fisiche o psicologiche
che servono per una definizione chiara e netta dei ruoli.
Il bullo è un bambino aggressivo, violento, impulsivo, non rispettoso delle regole, con enormi
difficoltà a mettersi in sintonia e provare empatia per gli altri, probabilmente cresciuto in famiglie
in cui la violenza viene accettata, non punita ne gestita come dovrebbe. E’ anche vero, però, che il
bullo senza il gruppo può fare poco e niente, in quanto è proprio quest’ultimo che gli da la forza di
mettere in atto prepotenze e aggressioni; infatti quando il bullo viene appoggiato e incitato dai
componenti del suo gruppo, rinforzerà i propri comportamenti violenti, rendendoli così, “normali”
e accettabili. Come già detto in precedenza, spesso nel bullo sono presenti problemi nella sfera
emotiva: egli  non mostra empatia, nel senso che non riesce ad immedesimarsi nello stato d’animo
altrui, o ancora, può avere difficoltà anche nel riconoscere le emozioni, a conferire loro un nome e
ad attribuirvi un espressione del volto.

INTERVISTA AD UNA DOTTORESSA


Dottoressa, di solito si indaga e si tende a discutere quasi sempre della vittima di bullismo.
Proviamo a interrogarci sull’altra parte, quella del carnefice e cioè di chi esercita un’azione di
bullismo nei confronti di un altro. Quali sono le cause che si celano dietro a un comportamento
da bullo?
“Il bullismo è un fenomeno multi-fattoriale. Sicuramente ci sono delle cause di ordine interno alla
personalità del bullo e in primis su tutte prevale la scarsa fiducia in sé stessi e uno scarso senso di
sé. Nella psicologia del bullo questo senso di insicurezza si traduce nell’usare l’altro, cioè la vittima
per emergere e per generare un’affermazione di sé stessi. La vittima, bersaglio su cui esercitare la
propria prepotenza procura al bullo una forza vicaria che in realtà non possiede poiché
profondamente insicuro e insoddisfatto. Poi possiamo ricondurre a un comportamento tipico da
bullo delle cause di ordine sociale come il frequentare cattive compagnie, una famiglia
abbandonica o anche l’ambiente scolastico può essere una concausa”.

Quando parla di famiglia abbandonica a cosa si riferisce?


“Mi riferisco al fatto che molto spesso i genitori tendono a negare ciò che non vogliono vedere nei
propri figli. Si arriva al punto in cui il genitore non ascolta più il proprio figlio e sottovaluta i suoi
comportamenti, perché ansioso e preoccupato per il lavoro o preso dalle sue beghe quotidiane.
Uno degli errori più frequenti che un genitore fa è quello di ignorare il silenzio del proprio figlio.
Un figlio che non manifesta apertamente le sue preoccupazioni, la fragilità o le sue insicurezze non
vuol dire che non le abbia”.

Quale può essere la “soluzione”? Qual è la strategia più opportuna che deve adottare il genitore,
una volta venuto a conoscenza che suo figlio è un bullo?
“Il dialogo rappresenta la strategia vincente. Dialogare con il proprio figlio, recependo anche i
minimi segnali come indice di qualcosa che potrebbe non andare per il verso giusto. Il bullo, come
figlio, ha bisogno di sentirsi attenzionato, ricevere sicurezza e affetto più degli altri ragazzi della sua
età. Molto spesso si evidenzia una carenza dell’attività genitoriale da questo punto di vista. Non
bisogna mollare, non bisogna abbassare la guardia e pensare che i propri figli non abbiano
problemi, e soprattutto occorre controllare le amicizie di cui il figlio si circonda, perché anche le
cattive compagnie possono rappresentare il segnale che il proprio figlio adotta comportamenti da
bullo”.

No a un impostazione educativa rigida fatta da punizioni o di severi divieti che si rivelerebbe


controproducente
“Assolutamente controproducente. Il bullo non può e non deve essere isolato. Come le proprie
vittime ha bisogno di aiuto. E’ l’unica cosa che può redimerli verso un atteggiamento di rispetto
delle fragilità proprie e dell’altro.”

Il ruolo della scuola e degli insegnanti è fondamentale per costruire una rete di aiuto e sostegno
intorno al genitore del bullo?
“L’azione della scuola è molto importante. Il problema di fondo nella scuola è che i programmi
scolastici, il linguaggio stesso degli insegnanti non è lo stesso dei ragazzi e non è adeguato né nella
modalità né nei contenuti a una efficace interazione con i più giovani. Questo contribuisce a
isolare le due parti, allontanandole. Sarebbe necessaria una formazione specifica per gli
insegnanti, con corsi ad hoc di supporto per migliorare la comunicazione con i propri studenti.”

La funzione di uno psicoterapeuta, quale lei è, come si inserisce in questo percorso?


“Sostenendo le risorse, fornendo un “sostegno nell’intenzione positiva”. Mi spiego meglio. Il ruolo
dello psicoterapeuta è aiutare il genitore e il modo più giusto di farlo è esaltare ciò che di positivo
c’è. Siamo abituati a dire ciò che non funziona, a colpevolizzare e basta. Questo è profondamente
demotivante per il genitore, che così non riesce ad aiutare il figlio se per primo non ha fiducia nel
suo ruolo e nella sua azione genitoriale. Lo stesso atteggiamento di fiducia dovrebbe essere
adottato nei confronti del bullo, spronandolo per quello che di positivo c’è e fa”.

Il bullo si pente?
“Il bullo non si pente, raramente lo fa. Il pentimento è sempre meno frequente nei giovani bulli.
Questo perché i giovani oggi sono de-sensibilizzati alle emozioni, vivono come in un videogioco,
una realtà virtuale e falsata in cui sentono meno le emozioni e il corpo. Di conseguenza sentimenti
come il pentimento difficilmente appartengono alla complessa personalità del bullo”.