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FUNZIONI DI DUE VARIABILI

1. Cenni alla topologia nel piano


Indichiamo con R2 = R × R le coppie ordinate di punti del piano
R2 = {(x, y) : x, y ∈ R},
che rappresentiamo in un sistema di riferimento cartesiano ortogonale
in cui il punto P = (x, y) ha coordinate (x, y).
Nel piano è data naturalmente una distanza, che definiamo prima
tra un punto P = (x, y) e l’origine del sistema cartesiano O = (0, 0)
e che successivamente estendiamo ad una generica coppia di punti del
piano.
Fissato un arbitrario punto P = (x, y) la sua distanza da O è banale
se x = 0, perché in questo caso si riduce alla distanza nelle ordinate
tra y e 0. Se invece x ̸= 0, allora resta definito il triangolo rettangolo
di vertici O, P e R = (x, 0) (quest’ultimo punto è la proiezione di P
sull’asse x). In particolare, il segmento P 0 corrisponde all’ipotenusa di
questo rettangolo.
La distanza di P da O è la lunghezza del segmento P O e quindi si
calcola applicando il Teorema di Pitagora al triangolo OP R, da cui

dist(O, P ) = x2 + y 2 .
Se ora consideriamo una coppia qualunque di punti del piano P =
(x1 , y1 ) e Q = (x2 , y2 ), la distanza euclidea tra P e Q corrisponde alla
lunghezza del segmento da P Q, quindi

dist(P, Q) = (x2 − x1 )2 + (y2 − y1 )2 ,
come si vede dal Teorema di Pitagora.

1.1. Coordinate polari. Oltre alle coordinate cartesiane, nel piano


si definisce un altro sistema di coordinate (dette polari) che condivide
la stessa origine e che si rivelerá molto utile nei limiti di funzioni di
due variabili. Dato un punto del piano P = (x, y) le sue coordinate

polari sono la distanza di P dall’origine O, ρ = dist(P, O) = x2 + y 2 ,
e l’angolo ϑ formato tra il semiasse delle ascisse nonnegative e OP . Si
noti che (ρ, ϑ) ∈ [0, ∞)×R e che, note le coordinate polari di un punto,
1
2 FUNZIONI DI DUE VARIABILI

le sue coordinate cartesiane sono


{
x = ρ cos ϑ
y = ρ sin ϑ.

1.2. Intorni nel piano. La nozione di distanza rende possibile definire


gli intorni di un punto nel piano.
Definizione 1. Fissati un punto P0 = (x0 , y0 ) ∈ R2 e un raggio δ > 0,
l’intorno circolare aperto di P0 di raggio δ è il luogo dei punti di R2
che distano da P0 per meno di δ, ovvero, è il disco aperto di centro P0
e raggio δ
Bδ (P0 ) = {P ∈ R2 : dist(P, P0 ) < δ}

= {(x, y) ∈ R2 : (x − x0 )2 + (y − y0 )2 < δ}.
Dato un insieme A ⊂ R2 , possiamo quindi dire quando un punto
(x0 , y0 ) ∈ R2 sia di accumulazione e quando sia interno ad A.
Un punto (x0 , y0 ) ∈ R2 è di accumulazione per l’insieme A quando
per ogni δ > 0 si ha Bδ (x0 , y0 ) ∩ A \ {(x0 , y0 )} ̸= ∅.
Un punto (x0 , y0 ) ∈ A è interno all’insieme A quando esiste δ > 0
tale che Bδ (x0 , y0 ) ⊂ A.
L’insieme A è aperto quando tutti i suoi punti sono interni.
Osservazione. Il fatto che (x, y) ∈ Bδ (x0 , y0 ) si rende bene in coor-
dinate√ polari: se per esempio (x0 , y0 ) = (0, 0) e (x, y) ∈ Bδ (0, 0) allora
ρ = x2 + y 2 e
{
x = ρ cos ϑ
con 0 ≤ ρ < δ e ϑ arbitrario.
y = ρ sin ϑ
Se invece (x0 , y0 ) ̸= (0, 0) e (x, y) ∈ Bδ (x0 , y0 ) allora conviene traslare
le coordinate polari con l’origine in (x0 , y0 ) cosicché

ρ = (x − x0 )2 + (y − y0 )2
e {
x = x0 + ρ cos ϑ
con 0≤ρ<δ e ϑ arbitrario.
y = y0 + ρ sin ϑ

2. Insiemi di definizione, immagine, grafico


Una funzione di due variabili f : D(f ) ⊂ R2 → R è una legge che
associa ad ogni punto (x, y) ∈ D(f ) uno ed un sol punto z = f (x, y) ∈
R.
FUNZIONI DI DUE VARIABILI 3

L’insieme D(f ) si chiama dominio o campo di esistenza di f . Si


definiscono immagine di f , Im(f ), il sottoinsieme di R
Im(f ) = {z ∈ R : ∃(x, y) ∈ D(f ) : f (x, y) = z},
e grafico di f il sottoinsieme di R3
Gr(f ) = {(x, y, f (x, y)) : (x, y) ∈ D(f )}.
Se si considera la funzione f su un insieme A ⊂ D(f ), non necessa-
riamente coincidente con D(f ), f (A) corrisponde all’insieme dei valori
assunti da f nell’insieme A, cioé
f (A) = {z ∈ R : ∃(x, y) ∈ A : z = f (x, y)}.
Avere un’idea del grafico di una funzione di due variabili (un oggetto
tridimensionale) non è semplice. Sono di aiuto gli insiemi di livello:
Definizione 2. Per ogni numero reale c ∈ R, chiamiamo insieme di
livello c, Ic , di una funzione f : A ⊂ R2 → R l’insieme dei punti
(x, y) ∈ A tali che f (x, y) = c, cioé,
Ic = {(x, y) ∈ A : f (x, y) = c}.
Esempio 1. La funzione f (x, y) = x + y − 1 (caso particolare di
f (x, y) = αx + βy + γ, α, β, γ ∈ R) è definita su tutto il piano, quindi
D(f ) = R2 , ha come immagine R (basta osservare che f (x, 0) = x);
il grafico Gr(f ) è il piano individuato dai punti (0, 0, 1), (1, 0, 0) e
(0, 1, 0), mentre gli insiemi di livello c sono
Ic = {(x, y) : x ∈ R, y = 1 + c − x}
quindi sono le rette del piano xy passanti per (1 + c, 0) e (0, 1 + c), per
ogni c ∈ R.

Esempio 2. La funzione f (x, y) = x2 + y 2 è definita su tutto il
piano, quindi D(f ) = R , ha come immagine [0, +∞) (perché f (x, y) ≥
2

0 e f (x, 0) = |x|); il grafico Gr(f ) è un cono di vertice O = (0, 0, 0)


avente per asse il semiasse nonnegativo delle z, mentre gli insiemi di
livello c sono √
Ic = {(x, y) : x2 + y 2 = c}
quindi Ic = ∅ se c < 0, I0 = {(0, 0)} mentre per c > 0 gli insiemi Ic
sono le circonferenze del piano xy centrate nell’origine di raggio c.
Esempio 3. La funzione f (x, y) = x2 + y 2 è definita su tutto il piano,
quindi D(f ) = R2 , ha come immagine [0, +∞) (perché f (x, y) ≥ 0 e
f (x, 0) = x2 ); il grafico Gr(f ) è un paraboloide di vertice O = (0, 0, 0)
avente per asse il semiasse nonnegativo delle z, mentre gli insiemi di
livello c sono
Ic = {(x, y) : x2 + y 2 = c}
4 FUNZIONI DI DUE VARIABILI

quindi Ic = ∅ se c < 0, I0 = {(0, 0)} mentre per c > 0 gli insiemi√ Ic


sono le circonferenze del piano xy centrate nell’origine di raggio c.

Esempio 4. La funzione f (x, y) = 1 − x2 − y 2 è definita nei punti
in cui x2 + y 2 ≤ 1, quindi
D(f ) = {(x, y) : x2 + y 2 ≤ 1}
cerchio e circonferenza di centro√(0, 0) e raggio 1. l’immagine Im(f ) =
[0, 1], perché 0 ≤ x2 + y 2 ≤ 1 e · è una funzione monotona crescente
continua; il grafico Gr(f ) è la semisfera di centro O = (0, 0, 0) e raggio
1 al di sopra e sul piano xy. Gli insiemi di livello c sono

Ic = {(x, y) : 1 − x2 − y 2 = c}
quindi Ic = ∅ se c < 0 o c > 1, mentre per c ∈ [0, 1] gli insiemi
√ Ic sono
le circonferenze del piano xy centrate nell’origine di raggio 1 − c2 .
Esempio 5. La funzione f (x, y) = x2 − y 2 è definita su tutto il pia-
no, quindi D(f ) = R2 , ha come immagine R (perché f (x, 0) = x2 e
f (0, y) = −y 2 ); il grafico Gr(f ) è un iperboloide, mentre gli insiemi di
livello c sono
Ic = {(x, y) : x2 − y 2 = c}
quindi sono iperboli del piano xy aventi come asintoti le bisettrice y =
±x.
1
Esempio 6. La funzione f (x, y) = 2 è definita su tutto il pia-
x + y2
no tranne l’origine, quindi D(f ) = R2 \ {(0, 0)}, ha come immagine
1
(0, +∞) (perché f (x, y) > 0 e f (x, 0) = 2 ); il grafico Gr(f ) si ottie-
x
1
ne ruotando attorno all’asse z l’iperbole z = 2 , mentre gli insiemi di
x
livello c sono
1
Ic = {(x, y) : = c}
x + y2
2

quindi Ic = ∅ se c ≤ 0, mentre se c > 0 gli insiemi Ic sono le


1
circonferenze del piano xy centrate nell’origine di raggio √ .
c
3. Limiti
Definizione 3. Dati una funzione f : A ⊂ R2 → R e (x0 , y0 ) ∈
A punto di accumulazione per l’insieme A, diremo che esiste finito
lim(x,y)→(x0 ,y0 ) f (x, y) = ℓ quando
∀ε > 0 ∃δ = δ((x0 , y0 ), ε) > 0 tale che
∀(x, y) ∈ Bδ (x0 , y0 ) ∩ A \ {(x0 , y0 )} |f (x, y) − ℓ| < ε
FUNZIONI DI DUE VARIABILI 5

Per mostrare l’esistenza del limite sono utili le coordinate polari (si
veda l’Osservazione 1.2) perché separano distanza e direzione, fatto
essenziale perché l’esistenza del limite necessita di uniformitá nella
direzione.
Pertanto, scrivendo f (x, y) = f (x0 + ρ cos ϑ, y0 + ρ sin ϑ) il significato
della definizione 3 è
∀ε > 0 ∃δ = δ((x0 , y0 ), ε) > 0 tale che ∀ρ ∈ [0, δ), ∀ϑ
|f (x0 + ρ cos ϑ, y0 + ρ sin ϑ) − ℓ| < ε
Esempio 7. La funzione definita con due leggi
 2
 xy (x, y) ̸= (0, 0)
f (x, y) = x2 + y 2

0 (x, y) = (0, 0)
ammette limite finito per (x, y) → (0, 0) e precisamente
lim f (x, y) = 0
(x,y)→(0,0)

Infatti, utilizzando le coordinate polari


3
ρ cos ϑ sin2 ϑ
|f (x, y)−ℓ| = |f (ρ cos ϑ, ρ sin ϑ)| = 2
= ρ| cos ϑ| sin2 ϑ ≤ ρ,

ρ
pertanto, fissato qualunque ε > 0 se δ ≤ ε avremo
|f (x, y) − ℓ| ≤ ε, ∀(x, y) ∈ Bδ (0, 0).
Esempio 8. La funzione definita con due leggi

x − y , y ̸= −x
f (x, y) = x + y
0, y = −x
non ammette limite per (x, y) → (0, 0). Infatti, f (x, 0) = 1 per ogni
x ̸= 0, mentre f (0, y) = −1 per ogni y ̸= 0 cosicché
lim f (x, 0) = 1 ̸= lim f (0, y) = −1 ⇒ @ lim f (x, y).
x→0 y→0 (x,y)→(0,0)

Esempio 9. La funzione costantemente uguale a 1 sugli assi coordinati


e nulla altrove {
1 xy = 0
f (x, y) =
0 xy ̸= 0
non ammette limite per (x, y) → (0, 0) come si vede considerando le
restrizioni ad uno degli assi e, per esempio, alla bisettrice y = x (an-
drebbe altrettanto bene ogni retta per O diversa da x = 0 e y = 0). Nel
6 FUNZIONI DI DUE VARIABILI

primo caso, infatti, se scegliamo l’asse x abbiamo


f (x, 0) = 1, ∀x implica lim f (x, 0) = 1
x→0
mentre nel secondo caso
f (x, x) = 0, ∀x ̸= 0 implica lim f (x, x) = 0.
x→0
Pertanto il limite non esiste.
Definizione 4. Dati una funzione f : A ⊂ R2 → R e (x0 , y0 ) ∈ A pun-
to di accumulazione per l’insieme A, diremo che lim(x,y)→(x0 ,y0 ) f (x, y) =
+∞ quando
∀M > 0 ∃δ = δ((x0 , y0 ), M ) > 0 tale che
∀(x, y) ∈ Bδ (x0 , y0 ) ∩ A \ {(x0 , y0 )} f (x, y) > M.
Esempio 10. La funzione
1
f (x, y) = , (x, y) ̸= (0, 0)
+ y2x2
ammette limite per (x, y) → (0, 0) ed è
lim f (x, y) = +∞.
(x,y)→(0,0)

1
Infatti, per ogni M > 0, preso δ < √ abbiamo
M
1 1
f (x, y) = 2 > > M,
x + y2 δ2
per ogni (x, y) ∈ Bδ (0, 0) \ {(0, 0)}.

4. Funzioni continue
Definizione 5. Una funzione f : A → R è continua in un punto
(x0 , y0 ) ∈ A interno ad A se
∃R lim f (x, y) = f (x0 , y0 ).
(x,y)→(x0 ,y0 )

Se f è continua in ogni punto (x0 , y0 ) ∈ A diremo che f è continua in


A e definiremo
C(A) = {f : A → R : f continua in A}.
Per funzioni di due variabili valgono ancora tutti i teoremi sulle fun-
zioni continue visti in una variabile. In particolare, somma/differenza,
prodotto, quoziente (con denominatore non nullo), composizione di fun-
zioni continue sono ancora funzioni continue. Ció giustifica per esempio
la continuitá del polinomi.
FUNZIONI DI DUE VARIABILI 7

5. Derivate parziali prime


La nozione di derivata si estende in parte alle funzioni di due variabili
come derivate parziali.
Definizione 6. Una funzione f : A → R è derivabile rispetto alla
variabile x in un punto (x0 , y0 ) ∈ A interno ad A se
f (x0 + h, y0 ) − f (x0 , y0 ) ∂f
(1) ∃R lim = (x0 , y0 )
h→0 h ∂x
e il limite finito è la derivata parziale di f rispetto ad x in (x0 , y0 ).
Una funzione f : A → R è derivabile rispetto alla variabile y in un
punto (x0 , y0 ) ∈ A interno ad A se
f (x0 , y0 + k) − f (x0 , y0 ) ∂f
(2) ∃R lim = (x0 , y0 ).
k→0 k ∂y
e il limite finito è la derivata parziale di f rispetto ad y in (x0 , y0 ).
Definizione 7. Una funzione f : A → R è derivabile in un punto
(x0 , y0 ) ∈ A interno ad A se ammette entrambe le derivate parziali in
(x0 , y0 ); in questo caso, si definisce gradiente di f in (x0 , y0 ) la coppia
ordinata
( )
∂f ∂f
∇f (x0 , y0 ) = (x0 , y0 ), (x0 , y0 )
∂x ∂y
5.1. Calcolo di derivate parziali prime con la definizione.

(1) f (x, y) = √x2 + y 2 non ha derivate parziali in (0, 0);
(2) f (x, y) = 3 x2 + xy ammette solo derivata parziale rispetto a
y in (0, 0);{
1, xy = 0
(3) f (x, y) = ha ∇f (0, 0) = (0, 0).
0, xy ̸= 0
Quindi una funzione derivabile in un punto non è necessariamente
continua in quel punto.

5.2. Algebra delle derivate. Calcolo di derivate di somme/differenze,


prodotti, quozienti.

∂f ∂f
C 1 (A) = {f ∈ C(A) : f derivabile in A e , ∈ C(A)}
∂x ∂y
Esempi di funzioni C 1 (R2 ) sono i polinomi.
8 FUNZIONI DI DUE VARIABILI

Teorema 1. Se f : A → f (A) ⊂ R è una funzione f ∈ C 1 (A) sull’in-


sieme aperto A ⊂ R2 e g : I → R è derivabile nell’intervallo I ⊃ f (A),
allora la funzione composta g ◦ f : A → R è derivabile in A ed è
∂ ∂f
(g ◦ f )(x, y) = g ′ (f (x, y)) (x, y)
∂x ∂x
∂ ∂f
(g ◦ f )(x, y) = g ′ (f (x, y)) (x, y).
∂y ∂y
6. Derivate seconde
Definizione 8. Se una funzione f : A → R è derivabile nell’insieme
∂f ∂f
aperto A ⊂ R2 (quindi esistono le due funzioni (x, y), (x, y) :
∂x ∂y
A → R), se, fissato (x0 , y0 ) ∈ A, esiste finito il limite
∂f ∂f
(x0 + h, y0 ) − (x0 , y0 ) ∂2f
(3) lim ∂x ∂x = (x0 , y0 ),
h→0 h ∂x2
allora f ammette derivata seconda rispetto a x due volte in (x0 , y0 );
se esiste finito il limite
∂f ∂f
(x0 , y0 + k) − (x0 , y0 ) ∂ 2f
(4) lim ∂x ∂x = (x0 , y0 ),
k→0 k ∂y∂x
allora f ammette derivata seconda prima rispetto a x e poi rispetto ad
y in (x0 , y0 );
se esiste finito il limite
∂f ∂f
(x0 + h, y0 ) − (x0 , y0 )
∂y ∂y ∂2f
(5) lim = (x0 , y0 ).
h→0 h ∂x∂y
allora f ammette derivata seconda prima rispetto a y e poi rispetto a
x in (x0 , y0 );
se esiste finito il limite
∂f ∂f
(x0 , y0 + k) − (x0 , y0 )
∂y ∂y ∂ 2f
(6) lim = (x0 , y0 ).
k→0 k ∂y 2
allora f ammette derivata seconda rispetto a y due volte in (x0 , y0 ).
∂ 2f ∂ 2f
Le derivate parziali e sono dette derivate seconde pure (si
∂x2 ∂y 2
∂2f ∂ 2f
deriva sempre rispetto alla stessa variabile) mentre e sono
∂x∂y ∂y∂x
dette derivate parziali seconde miste.
FUNZIONI DI DUE VARIABILI 9

In generale, le derivate miste non sono uguali! Tuttavia, nello spazio


∂ 2f ∂ 2f ∂ 2f ∂ 2f
C 2 (A) = {f ∈ C 1 (A) tale che ∃ 2 , , , ∈ C(A)}.
∂x ∂x∂y ∂y∂x ∂y 2
vale il seguente
Teorema 2 (Teorema di Schwarz). Se una funzione f : A → R è f ∈
∂2f ∂ 2f
C 2 (A) e l’insieme A ⊂ R2 è aperto, allora (x, y) = (x, y),
∂x∂y ∂y∂x
per ogni (x, y) ∈ A.
7. Massimi/minimi locali e assoluti
Definizione 9. Data una funzione f : A → R con A ⊂ R2 insieme
aperto, diremo che un punto (x0 , y0 ) ∈ A
• è punto di minimo locale per f in A se esiste δ > 0 tale che
Bδ (x0 , y0 ) ⊂ A e f (x0 , y0 ) ≤ f (x, y) per ogni (x, y) ∈ Bδ (x0 , y0 );
• è punto di massimo locale per f in A se esiste δ > 0 tale che
Bδ (x0 , y0 ) ⊂ A e f (x0 , y0 ) ≥ f (x, y) per ogni (x, y) ∈ Bδ (x0 , y0 );
• è punto di minimo assoluto per f in A (e scriveremo minA f =
f (x0 , y0 )) se f (x0 , y0 ) ≤ f (x, y) per ogni (x, y) ∈ A;
• è punto di massimo assoluto per f in A (e scriveremo maxA f =
f (x0 , y0 )) se f (x0 , y0 ) ≥ f (x, y) per ogni (x, y) ∈ A.
Per alcune semplici funzioni risultano evidenti
√ i punti di minimo/
massimo assoluti: per esempio, f (x, y) = − x2 + y 2 assume massimo
2 2
assoluto in (0, 0), mentre
√ f (x, y) = x +y ha minimo assoluto in (0, 0).
Infatti, f (x, y) = − x2 + y 2 < 0 = f (0, 0) per ogni (x, y) ̸= (0, 0)
mentre f (x, y) = x2 + y 2 > 0 = f (0, 0) per ogni (x, y) ̸= (0, 0).
Teorema 3 (Teorema di Fermat). Se una funzione f : A → R, definita
su un insieme aperto non vuoto A ⊂ R2 , assume massimo o minimo
locale in un punto (x0 , y0 ) ∈ A dove è derivabile, allora ∇f (x0 , y0 ) = 0.
Dimostrazione. Supponiamo per semplicitá che (x0 , y0 ) sia un punto di
massimo locale: questo e il fatto che (x0 , y0 ) è un punto interno ad A
assicurano l’esistenza di δ > 0 tale che
Bδ (x0 , y0 ) ⊂ A e f (x, y) ≤ f (x0 , y0 ), ∀(x, y) ∈ Bδ (x0 , y0 ).
Se indichiamo i punti√ in Bδ (x0 , y0 ) come (x, y) = (x0 + h, y0 + k) con
(h, k) ∈ R2 tali che h2 + k 2 < δ, in particolare avremo che

f (x0 + h, y0 + k) ≤ f (x0 , y0 ), ∀(h, k) ∈ R2 , h2 + k 2 < δ,
cioé

f (x0 + h, y0 + k) − f (x0 , y0 ) ≤ 0, ∀(h, k) ∈ R2 , h2 + k 2 < δ.
10 FUNZIONI DI DUE VARIABILI

In particolare, quindi,

f (x0 + h, y0 ) − f (x0 , y0 ) ≤ 0, ∀h ∈ R, h2 = |h| < δ.
Di conseguenza, se h ∈ R è 0 < |h| < δ, possiamo considerare il
rapporto incrementale nella variabile x e osserviamo che, essendo noto
il segno del numeratore, quello del quoziente dipende dal denominatore,
cosicché
{
f (x0 + h, y0 ) − f (x0 , y0 ) ≤ 0, 0 < h < δ
h ≥ 0, −δ < h < 0.
Poiché f è derivabile in (x0 , y0 ), sappiamo che esiste finito il limite
f (x0 + h, y0 ) − f (x0 , y0 ) ∂f
lim = (x0 , y0 )
h→0 h ∂x
quindi, per il Teorema della permanenza del segno, deve essere
∂f ∂f
0≤ (x0 , y0 ) ≤ 0 ⇒ (x0 , y0 ) = 0.
∂x ∂x
∂f
Analoghi ragionamenti conducono a (x0 , y0 ) = 0 da cui la tesi. 
∂y
Il Teorema di Fermat è solo condizione necessaria affinché un pun-
to, interno all’insieme su cui la funzione sia derivabile, sia di massi-
mo/minimo locale. Per esempio, la funzione f (x, y) = x2 − y 2 , deriva-
bile in tutto il piano, ammette un unico punto critico, l’origine (0, 0),
ma questo non è né massimo né minimo locale perché in ogni disco
centrato in (0, 0) cadono punti degli assi coordinati diversi dall’origine
su cui si ha
f (0, y) = −y 2 < f (0, 0) = 0 < f (x, 0) = x2 , se x ̸= 0, e y ̸= 0.
Definizione 10. Chiamiamo punti critici di una funzione f : A ⊂
R2 → R i punti (x, y) ∈ A interni all’insieme A in cui f sia derivabile
ed abbia gradiente nullo. I punti critici che non sono né massimi né
minimi locali si dicono punti di sella.
Occorre inoltre notare che il Teorema di Fermat individua candidati
ad essere massimi/minimi locali solo tra i punti interni all’insieme A e
dove f sia derivabile. √
Per esempio, la funzione f (x, y) = x2 + y 2 , definita in tutto il
piano ma derivabile solo se (x, y) ̸= (0, 0), assume minimo locale e
assoluto in (0, 0) dove non c’è derivabilitá.
La funzione f (x, y) = x2 + y 2 in A = {(x, y) : x2 + y 2 ≤ 5} assume
massimo assoluto al bordo.
FUNZIONI DI DUE VARIABILI 11

Teorema 4 (Test al secondo ordine). Se una funzione f ∈ C 2 (A), su


un insieme aperto A del piano R2 , ha un punto critico P0 = (x0 , y0 ) ∈ A
(cioé ∇f (x0 , y0 ) = (0, 0)) tale che
[ 2 ]2
∂2f ∂ 2f ∂ f ∂2f
• (x 0 , y 0 ) (x 0 , y 0 ) − (x 0 , y 0 ) > 0 e (x0 , y0 ) >
∂x2 ∂y 2 ∂x∂y ∂x2
0, allora P0 è punto di minimo locale (stretto1);
[ 2 ]2
∂2f ∂ 2f ∂ f ∂2f
• (x ,
0 0 y ) (x ,
0 0 y ) − (x ,
0 0 y ) > 0 e (x0 , y0 ) <
∂x2 ∂y 2 ∂x∂y ∂x2
0, allora P0 è punto di massimo locale (stretto);
[ 2 ]2
∂2f ∂ 2f ∂ f
• (x0 , y0 ) 2 (x0 , y0 )− (x0 , y0 ) < 0, allora P0 è punto
∂x2 ∂y ∂x∂y
di sella;
[ 2 ]2
∂2f ∂ 2f ∂ f
• (x0 , y0 ) 2 (x0 , y0 ) − (x0 , y0 ) = 0, allora dobbiamo
∂x2 ∂y ∂x∂y
studiare altrimenti la natura del punto critico.

8. Esercizi
[E.1] Determinare e classificarne i punti critici della funzione f (x, y) =
(x2 − 1)(x2 + y 2 ).

Poché la funzione è un polinomio (di quarto grado), ammette ogni


derivata nel piano. Cerchiamo quindi i punti critici di f come punti che
annullano il gradiente e li classifichiamo, utilizzando il test al secondo
ordine.
Essendo le componenti del gradiente di f

∂f ∂f
(x, y) = 2x(2x2 + y 2 − 1) e (x, y) = 2y(x2 − 1),
∂x ∂y

i punti critici sono O = (0, 0), P = (− √12 , 0) e Q = ( √12 , 0). Calcoliamo


ora le derivate parziali seconde (applicando il Teorema di Schwartz)

∂ 2f ∂2f ∂ 2f
(x, y) = 2(2x2 +y 2 −1)+8x2 , (x, y) = 4xy, (x, y) = 2(x2 −1).
∂x2 ∂x∂y ∂y 2

√ stretto nel senso che esiste δ > 0 tale che per ogni (x, y) ∈ A con 0 <
1

(x − x0 )2 + (y − y0 )2 < δ sia f (x, y) > f (x0 , y0 )


12 FUNZIONI DI DUE VARIABILI

Segue
[ 2 ]2
∂ 2f ∂ 2f ∂ f
(0, 0) 2 (0, 0) − (0, 0) = (−2)2 − 0 = 4
∂x2 ∂y ∂x∂y
( ) 2 ( ) [ 2 ( )]2
∂ 2f 1 ∂ f 1 ∂ f 1
−√ , 0 −√ , 0 − −√ , 0 = 4(−1) − 0 = −4
∂x2 2 ∂y 2 2 ∂x∂y 2
( ) 2 ( ) [ 2 ( )]2
∂ 2f 1 ∂ f 1 ∂ f 1
√ ,0 √ ,0 − √ ,0 = 4(−1) − 0 = −4
∂x2 2 ∂y 2 2 ∂x∂y 2
per cui O è punto di massimo locale stretto, mentre P e Q sono di
sella.
[E.2] Determinare e classificare i punti critici; della funzione f (x, y) =
(x2 − y 2 )ey .
Poiché la funzione è prodotto di un polinomio (di secondo grado) e di
una funzione infinitamente derivabile, certamente f ∈ C 2 (R2 ), quindi
possiamo avvalerci dei Teoremi di Fermat, di Schwarz e del test al
secondo ordine.
Il primo passo per trovare i punti critici è calcolare il gradiente della
funzione, le cui componenti sono le derivate parziali prime
∂f ∂f
(x, y) = 2xey (x, y) = (x2 − y 2 − 2y)ey ,
∂x ∂x
da cui deduciamo che i punti critici sono le soluzioni del sistema
{ {
x=0 x=0
⇔ ⇒ P0 = (0, 0) e P1 = (0, −2).
x − y − 2y = 0
2 2
y(y + 2) = 0
Per determinarne la natura, calcoliamo le derivate seconde
∂ 2f ∂ 2f ∂2f
(x, y) = 2e y
, (x, y) = 2xe y
, (x, y) = (x2 −y 2 −4y−2)ey .
∂x2 ∂x∂y ∂y 2
Troviamo quindi
[ 2 ]2
∂ 2f ∂ 2f ∂ f
(0, 0) 2 (0, 0) − (0, 0) = 2(−2) − 0 = −4
∂x2 ∂y ∂x∂y
[ 2 ]2
∂ 2f ∂ 2f ∂ f
(0, −2) 2 (0, −2) − (0, −2) = 2e−2 [(−4 + 8 − 2)e−2 ] − 0 = 4e−4 .
∂x2 ∂y ∂x∂y
Concludiamo che P0 è punto di sella e P1 è punto di minimo locale.
[E.3] Studiare il segno e i punti critici nel piano della la funzione
f (x, y) = x3 + x2 y − xy 2 − y 3 .
Poiché f (x, y) = (x + y)2 (x − y), la funzione si annulla sulle bisettrici,
è positiva (negativa) al di sotto (sopra) della bisettrice y = x. Risulta
FUNZIONI DI DUE VARIABILI 13

chiaro che tutti i punti sulla bisettrice y = −x sono minimi locali se


x > 0 e massimi locali se x > 0. L’origine non è né massimo né minimo
relativo.
La funzione è certamente derivabile in tutto il piano perché è un poli-
nomio. Troviamo quindi i punti critici risolvendo il sistema

 ∂f
 (x, y) = 3x2 + 2xy − y 2 = 0
∂x
 ∂f
 (x, y) = x2 − 2xy + 3y 2 = 0.
∂y
Sommando le due equazioni si ottiene 4(x2 − y 2 ) = 0, cioé y = ±x che,
sostituito in una delle due equazioni, conduce a y = −x. Se ne deduce
che tutti i punti sulla bisettrice del II e IV quadrante sono punti critici.
Essendo f ∈ C 2 (R2 ), possiamo considerare il test al secondo ordine,
che tuttavia non è conclusivo in quanto
( 2 )2
∂ 2f ∂ 2f ∂ f
(x, −x) 2 (x, −x) − (x, −x) = 0
∂x2 ∂y ∂x∂y
ma si riesce tuttavia a classificarli grazie al precedente studio del segno.
x4
[E.4] Trovare i massimi e minimi relativi di f (x, y) = xy − xy 2 + .
2
La funzione da studiare è un polinomio, quindi è continua nel piano
e derivabile con derivate parziali di ogni ordine continue nel piano (le
derivate parziali sono ancora polinomi). Calcoliamo il gradiente di f


 ∂f
 (x, y) = y − y 2 + 2x3
∂x

 ∂f
 (x, y) = x − 2xy.
∂y
Pertanto i punti critici sono le soluzioni del sistema
{
y − y 2 + 2x3 = 0
x(1 − 2y) = 0
( )
1 1
ovvero O = (0, 0), P = (0, 1) e Q = − , . Poiché f ∈ C 2 (R2 ), le
2 2
derivate seconde miste sono uguali per il teorema di Schwarz e si ha
∂2f ∂2f ∂ 2f ∂ 2f
= 6x 2
, = = 1 − 2y, = −2x,
∂x2 ∂x∂y ∂y∂x ∂y 2
cosicché [ 2 ]2
∂ 2f ∂ 2f ∂ f
2 2
− = −12x3 − (1 − 2y)2 .
∂x ∂y ∂x∂y
14 FUNZIONI DI DUE VARIABILI

Ne segue che O e P sono punti di sella, mentre Q è punto di minimo


locale stretto.
y4
[E.5] Trovare i massimi e minimi relativi di f (x, y) = xy − x2 − .
8
La funzione da studiare è un polinomio, quindi è continua nel piano e
derivabile con derivate parziali di ogni ordine continue nel piano (le de-
rivate parziali sono ancora polinomi). Dopo avere calcolato il gradiente
di f 
 ∂f
 (x, y) = y − 2x

∂x

 ∂f y3
 (x, y) = x −
∂y 2
vediamo che i punti critici di f risolvono il sistema
{
y = 2x
x(1 − 2x)(1 + 2x) = 0
( ) ( )
1 1
quindi sono O = (0, 0), P = , 1 e Q = − , −1 . Poiché f ∈
2 2
2 2
C (R ), le derivate seconde miste sono uguali per il teorema di Schwarz
e si ha
∂2f ∂ 2f ∂ 2f 3 2 ∂ 2f
= −2, = = − y , = 3y 2 − 1
∂x2 ∂x∂y ∂y∂x 2 ∂y 2
cosicché [ 2 ]2
∂ 2f ∂ 2f ∂ f
2 2
− = 3y 2 − 1.
∂x ∂y ∂x∂y
Ne segue che O è punto di sella, mentre P e Q sono punti di massimo
locale stretto.