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L’INTERVISTA

Pietropolli Charmet: «I figli. fragili Narcisi. Liberiamoli


dalla vergogna»
Nel suo «Il motore del mondo» (Solferino), lo psichiatra racconta cinquant’anni di lavoro sulla
mente. E dice: «I ragazzi fanno di tutto per non entrare nell’adolescenza»

ROBERTA SCORRANESE 

«A ottantadue anni non mi fa paura il futuro, temo piuttosto il passato. Perché il


passato ti raggiunge all’improvviso con una potenza critica che instilla dubbi. E
condiziona il presente». Oltre cinquant’anni di carriera consentono piccoli vezzi:
l’ironia sulla propria età, le ciabatte estive nello studio milanese, la nonchalance con
la quale Gustavo Pietropolli Charmet evita il lettino dell’analista in pelle nera al
centro della stanza.

Lettino da tradizione classica.


«Ho deciso di fare lo psichiatra pur avendo un padre medico che considerava con
disprezzo questa scelta. Per farmi cambiare idea mi fece fare un tirocinio estivo nel
peggior manicomio bresciano. Mi appassionai ancora di più».

E finalmente ha deciso di raccontare mezzo secolo di lavoro nel cervello altrui


in un libro, «Il motore del mondo», edito da Solferino.
«Tra le cose che più mi hanno dato soddisfazione di recente».

In Italia la psicoanalisi ha avuto un cammino ad ostacoli. Nel 1949 sul «Corriere


della Sera» Alberto Savinio firmava un articolo dal titolo «Perché noi italiani non
amiamo la psicanalisi» (per inciso: non riusciamo ad ammettere la morte).
«Da un lato il marxismo, dall’altro la Chiesa: erano attacchi continui. Peccato,
perché la giusta alleanza tra medicina, psichiatria e psicoanalisi, come avviene per
esempio in Francia, avrebbe aiutato nella cura dei disagi psichici, evitando i

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problemi di oggi».

Quali problemi?
«Per esempio la medicalizzazione delle malattie mentali. Abbiamo chiuso i
manicomi per affollare gli ospedali e consentire un uso disinvolto degli psicofarmaci.
Mi sono battuto per promuovere residenze per malati che fossero delle comunità
terapeutiche, dove curare i pazienti non in “ghetti”, ma nel giusto contesto».

La chiusura dei manicomi è stata un errore?


«Nel modo in cui è stata fatta, certo. A me è capitato di chiudere un reparto
psichiatrico: non è stato facile far reinserire nella società delle persone che per una
vita sono state in manicomio. Poi che dovessero cambiare le regole e che si
dovessero eliminare certe aberrazioni all’interno dei manicomi, be’, questo è sicuro».

Lei ha speso una vita a curare i giovani ed è uno dei «cardini» di Minotauro,
istituto milanese che fa ricerca e dà sostegno ai ragazzi in difficoltà. Come
stanno cambiando gli adolescenti?
«Prima di tutto in loro è evaporato il senso di colpa e si è fatta strada la vergogna. Mi
spiego. Prima c’erano autorità precise: il padre, il prete, la fede politica. C’erano i
castighi e i premi che definivano il valore dei gesti e delle persone. Oggi questo non
c’è più».

E che cosa vede?


«Si è deciso che i bambini non vanno ostacolati nella ricerca autonoma del loro
valore, ma sostenuti. Nei ragazzi così sparisce la paura, sparisce il Super Io ma
arriva Narciso. In sostanza: davanti vedono solo modelli irrealizzabili di bellezza e
successo e se da una parte non temono più il castigo (e dunque non provano il
senso di colpa) dall’altra si vergognano di non essere all’altezza. Alcuni fanno
sparire il proprio corpo».

Con l’anoressia, per esempio?


«Alcuni si muovono in direzione della chirurgia estetica, altri chiedono di cambiare
genere, altri si accaniscono con tatuaggi. Sembra che facciano di tutto per non
entrare nell’adolescenza».

Forse la qualità della vita infantile è migliorata al punto che la si lascia a

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malincuore, come lei nota nel libro?


«Imprigionati in una fragilità permalosa, molti bambini non se la sentono di affrontare
la competizione a scuola o i bulli. E di ritrovarsi in un corpo che cresce. Tanti si
richiudono nelle camerette. La parola chiave dei nostri tempi è vergogna. Ci si sente
umiliati da chi non ci considera, da chi ci snobba. Sì, anche sui social».

Narciso spiega anche l’aumento delle violenze contro le donne?


«Certo. Lo stalker è un personaggio che ritiene di aver subito una grave offesa e la
reazione è del tipo “o stai con me o non stai con nessuno”. Il trionfo di Narciso».

Odiare è diventato più facile?


«Vedo che in molti si struttura in un sentimento costante e convinto, mentre un
tempo non era convenzionale odiare ed essere sempre arrabbiati con tutti e tutto.
Oggi la diffusione dell’odio sembra essere l’espressione di una meticolosa
sobillazione di marca sociopolitica. Consumare insieme l’odio e i suoi riti rinsalda i
legami sociali, batte la noia e la solitudine: odiare insieme è l’alternativa al pregare
assieme».

A proposito, sembra che la nuova religione sia diventata la scienza, nel senso
che le si chiedono miracoli e anche immediati: il vaccino, l’abbattimento della
curva dei contagi da Covid-19.
«Sì ma mi lasci dire una cosa: sono sei mesi che i virologi parlano, parlano, parlano
e che cosa hanno in mano? Nulla!».

Non si riesce a capire e a far capire che l’insuccesso terapeutico è all’ordine


del giorno?
«Lavorare con i malati è fonte continua di dolore e frustrazione. Bisogna
accontentarsi, imparare a fare piccoli passi. Poi c’è una narrazione distorta che ci
vuole imperturbabili, quando non cinici».

Di certo lei non rimase imperturbabile quando, a Venezia, incontrò Jean-Paul


Sartre.
«No, anzi, in me dominava il senso di colpa per la mia estrazione borghese. Mi
sentivo inadeguato in tutto, dal doppio cognome ai vestiti. Solo a trent’anni mi sono
sentito degno di iscrivermi al Partito Comunista».

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Di Greta Thunberg che cosa pensa?


«La sua è stata l’ultima opportunità di chiamare a raccolta una generazione. Ma,
come avviene anche per le Sardine, ci si ritrova uniti intorno a temi molto generali: la
Terra, l’Ambiente».

Legalizzerebbe le droghe?
«Bisognerebbe rivedere la gravità di alcuni reati e potenziare il sistema terapeutico.
E allargare lo sguardo ad altre dipendenze. Ha notato che di alcolisti non ne fanno
più? Sono tutti ubriachi ma nessuno che si dica alcolista».

ROBERTA SCORRANESE
27 agosto 2020 | 20:29
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