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Di prossima pubblicazione sul sito www.vonmises.it dell’Associazione Ludwig von Mises-


Italia, e nel volume Vie libere. Topografia d’una città immaginaria, di prossima pubblicazione
(Marzo 2018).

Nell’ombra serena di Rosmini:


per una rilettura di Igino Petrone (1870-1913)

Sono, quelli in cui viviamo, tempi in cui il dramma compiuto dall’esaurimento del
diritto nel diritto positivo si sconta sulla pelle degli individui, e dei popoli. Costituzioni (e
norme) morte, scritte da uomini morti, ancorano e aggiogano, troppo spesso e in troppi luoghi
del mondo, uomini e genti. E la stessa pensabilità di un diritto legato e sottoposto alla Giustizia
sembra essere messa in giuoco, se non compromessa.
Il trionfo del positivismo giuridico, poi slittato nel mero esercizio della filosofia
analitica -- paradigma predominante fino ad oggi – ha fatto sì, che in maniera del tutto
totalitaria il diritto positivo venisse posto su di un altare che non gli spetta. Allo stesso tempo,
la proliferazione e sovrapposizione di norme scritte derivanti da una molteplicità di fonti di
cui non si indovina bene la gerarchia – norme regionali, statali, europee, a citarne solo alcune
– ha contribuito alla trasformazione del diritto in quello che non dovrebbe essere, un
garbuglio gestito (ma anche spesso patito) da azzeccagarbugli, per l’appunto, d’ogni tipo.
Il filosofo analitico del diritto dà una dignità scientifica alla figura dell’azzeccagarbugli,
e ne è in qualche modo il nobile contraltare speculativo, e dunque legittima, nel trionfo del
positivismo giuridico, non altro che l’azione, e la stessa natura (vista come assolutamente
necessaria) dello Stato, divenuto unica fonte e costante produttore di diritto, ma spesso esso
pure privo di legittimazione oltre a quella che esso stesso si dà, in modi e forme di frequente
eterogenei.
Nella grande tradizione che vede la trasformazione del positivismo di Comte in una
ideologia totalizzante, priva delle aperture di libertà che lo stesso Comte aveva posto a
salvaguardia del proprio sistema, dunque nella seconda metà dell’Ottocento, si compie quella
terribile “positivizzazione” del diritto, che segue la drammatica unificazione normativa
compiuta a fine Settecento dai nuovi stati nati a Westphalen– nel diritto pubblico,
tragicamente, ma anche penale e civile, di conseguenza – cui molti, soprattutto in ambito
cattolico, ma non solo, valorosamente si opporranno, nel solco di un Toniolo, ad esempio, ma
soprattutto in quello, ben scavato e saldo, di Antonio Rosmini. Che muore nel 1855, lasciando
un’immensa e tuttora affascinantissima produzione, e naturalmente una scuola di pensiero.
I suoi posteri dovranno affrontare non solo l’ascesa del positivismo giuridico, ma anche
dottrine correlate, il marxismo nei suoi riflessi nel diritto, e pensatori totalitari come,
poniamo, un Labriola. Con cui molti naturalmente si confrontano, in Italia, essendo costui
uno dei massimi rappresentanti del marxismo italiano. Esiste dunque una scia luminosa
lasciata da Rosmini, che non manca di investire i suoi eredi spirituali.
Non tutti sono noti, ed anzi su alcuni da tempo è calato un oblio non del tutto
giustificato, poiché si tratta di pensatori spesso brillanti, spesso sistematici, in molti casi in
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grado di cimentarsi con discipline diverse, o confrontarsi con discipline nuove e assai
pretenziose nel loro auto-nominarsi veri ed unici strumenti “moderni” di sapere politico e
giuridico, come la nascente sociologia, il caro frutto di Comte.
Uno di questi pensatori è Igino Petrone, nato a Limosano nel 1870, un piccolo paesino
agricolo vicino a Campobasso, ordinario di Filosofia del diritto a Napoli, e morto
precocemente nel 1913. Definito “principe dello spiritualismo”, se la sua fama oggi appare
oscura, non lo fu per decenni, se è vero che ancora nel 1950 (a 37 anni dalla morte del Petrone)
Giorgio del Vecchio pubblicò una sua raccolta di saggi da Giuffrè, Filosofia del diritto. Con
l’aggiunta di vari saggi di etica, diritto, sociologia; mentre ancor oggi ogni tanto si scrive su di
lui, principalmente tesi di laurea, che illuminano un mondo lontano, ma non per questo del
tutto incapace di parlarci.
A Campobasso una scuola media porta il suo nome. Il paese d’origine è divenuto una
“città fantasma” nota agli appassionati del genere, nel parco delle Morge Cenozoiche in
Molise, e la casa natale si trova lì. Un monumento lo ricorda.
Petrone, “ingegno sovrano” secondo del Vecchio, unico a potersi definire tale, per lo
stesso del Vecchio, dopo Rosmini, fu certamente una figura singolare. Seppe dedicare saggi
economici e sociologici al Molise, colto nel passaggio doloroso all’Italia unita, seppe scrivere
di economia agraria sulla base delle proprie esperienze dirette, seppe dialogare con la filosofia
tedesca, allora egemone, e anglosassone, ad esempio James, e soprattutto cercò di opporsi –
sconfitto – al trionfo del positivismo giuridico, all’esaurirsi delle forze vitali del diritto nelle
lettere morte dei codici e delle pandette.
Fu un pensatore liberale-classico? Forse no, non in senso stretto, non gli si possono
attribuire idee che non aveva, anche per l’alto senso della funzione dello Stato nel sofferto
processo di trasformazione in legge scritta dell’alto ideale di Giustizia, che a tale legge, per un
Petrone ben avvertito dell’antica lezione di Antigone, ma anche delle istanze del diritto
naturale, doveva sempre essere superiore. Ma ben addentro alle filosofie della vita del tempo,
Bergson ma non solo, sapeva coniugarle molto bene con lo spiritualismo, e gli elementi liberali
del Rosmini. Diffidava profondamente dalla svolta statalistica e astratta imposta allo stesso
diritto, nello stravolgimento dell’ideale stesso di giustizia, a partire, naturalmente, dai
Giacobini.

Nel bel volume curato da del Vecchio, si legge (p. 75):

“Il diritto, come cosa che nasce dalla vita e della vita si alimenta, presuppone la risoluzione
della parità ideologica nelle ineguaglianze concrete, esige la limitazione dell’astratta ed
illimitata equivalenza delle forze, la differenziazione dell’indifferenza. Epperò non riuscirono
e non riusciranno mai a renderne la ragione sufficiente quelle teorie che non gli riconoscono
altra base che l’uguaglianza universale della natura umana contemplata in astratto. La qual
pretesa eguaglianza, separata dal processo di individuazione che la diversifica e differenzia, è
sinonimo di arida indifferenza logica ed è la più recisa negazione della concretezza.
L’ineguaglianza, l’eterogeneità, la differenziazione – ecco la condizione essenziale così
della vita, come del diritto. (c.m.)”

Basterebbe quest’ultima frase, da me sottolineata, per farlo bandire per sempre da


molte (se non tutte) ove si insegni oggi, posto che ancora davvero si insegni, la filosofia del
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diritto. L’attenzione alle differenze, alle individualità, all’individuo, appunto colto nella sua
genesi nel “principium individuationis” di Leibniz – autore molto caro al Petrone – lo portano
a contestare, con solidità di argomenti, filosofie del diritto collettivistiche, o legate solo alla
differenziazione tra gruppi sociali o etnici o comunque altri collettivi, come quella, allora
molto di modo, di Gumplowicz, incapace di cogliere l’individualismo. Il suo concetto di
“funzione conservatrice” del diritto è illuminante, proprio nel rapporto che esiste tra fatto,
diritto, e ideale di giustizia.

“Il diritto ha dunque, ed esercita più presto una funzione conservatrice, che creativa: il diritto
è la sanzione di un ordine di vita preesistente: il diritto è poggiato sul fatto.
L’esigenza assoluta di giustizia vuole che a ciascuno sia attribuito il suo; che ciascuno
sia trattato in proporzione del suo merito; che ciascuno venga estimato in ragione del suo
valore. Ma quale sia il merito, quale il valore, quale il termine di misura dell’estimazione e del
trattamento giuridico non è determinato a priori ed in via assoluta: e lo vanno via via ed alla
meglio determinando i mutabili rapporti di quelle mutabili intuizioni della coscienza, le
relative e circonstanziali condizioni di vita.
Né si tratta di un merito o di un valore assoluto, ma sì di un merito e di un valore di
relazione; né il merito e il valore è una categoria fissa della natura, ma una posizione variabile
della storia.
Tale relatività non elimina l’esigenza assoluta della Giustizia. L’assoluto della Giustizia
non è materiale, ma formale. Come l’umanità dell’io non è una sostanza ma una funzione,
come l’unità dell’organizzazione non istà negli elementi materiali dell’organismo i quali sono
soggetti ad uno scambio continuo, ma nella forma che perdura immutata attraverso quello
scambio, così l’unità della Giustizia non consiste nella permanenza dei rapporti di fatto, ma
nella unità della funzione moderativa inibitrice e misuratrice dei rapporti medesimi.”

Da qui l’attacco ad ogni nozione astratta di giustizia, ad ogni universalizzazione


formale dei rapporti umani, da qui l’attacco a Marx e Ricardo, e a dottrine della ridistribuzione
o della illegittimità delle rendite agrarie (per favorire, come voleva Ricardo, la loro confisca e
redistribuzione ai contadini), e della limitazione forzata del libero scambio, e da qui la difesa
della proprietà privata nel suo generarsi nell’incontro tra tempo e diritto, nella concrezione
storica. Attaccando Marx e il suo profeta italico Labriola, Petrone stigmatizza bene i limiti sia
del materialismo dialettico sia di quello storico, vedendo un primato, del tutto liberale, delle
idee sulle mere pulsioni materiali nel procedere della Storia:

“La concezione materialistica della storia […] potrà dar ragione di molta parte di quelle
manifestazioni storiche, le quali concernono i rapporti e gl’interessi materiali della vita, e dar
ragione di molta parte di quelle forme del pensiero e di quelle ideazioni ausiliarie che vi si
connettono e vi sono riducibili per processo di mediazione lontana e indiretta; ma non fornirà
mai la ragione sufficiente di quelle manifestazioni superiori dello spirito umano, che per loro
natura sono assolutamente irriducibili alle forme dell’economia, ai rapporti della produzione
e della tecnica, alla formazione ed alla erosione delle classi.
Il materialismo storico non può vantare quell’universalità di contenuto, che è un
presupposto indispensabile per spiegare, senza deformarli o convellerli col sofisma, gli aspetti
complessi della storia del genere umano (c.m.)” (p. 186s).
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Le origini del comunismo, nell’autarchia dello stato commerciale chiuso, già il Petrone
aveva individuato, a nostro avviso assai correttamente, in Fichte: Lo stato mercantile chiuso di
J. G. Fichte e la premessa teorica del comunismo giuridico è un suo lavoro del 1904. Petrone fu
autore assai prolifico, di non facile lettura ma di stile molto personale.
Nemico giurato dello scetticismo, cui riserva accuse violentissimo, tanto quanto del
collettivismo, Petrone si lasciò forse troppo trasportare dalla filosofia della vita, che non si
conciliava però del tutto con lo spiritualismo del Rosmini. E dunque divenne apologeta, anche
con argomenti dubbi (“la piccola morale della pace e la grande morale della guerra…” scrive
nel 1911-2) della conquista della Libia, con diversi lavori pubblicati negli ultimi anni di vita.
Senza dubbio, avrebbe guardato con simpatia e passione all’interventismo che stava
affermandosi proprio quando morì, nel 1913. Aveva colto, da amante del modernismo (difeso
contro il Papa, addirittura, con notevole conflitto di coscienza per un cattolico) – di cui però
non intuiva tutti i pericoli – la grande contraddizione di un tempo di energie immense, ma
inespresse, in un mondo inebriato dalla tecnica e dalla scienza, ma privo di energie morali:

“Una profonda antinomia – scrive negli ultimi anni di vita – investa ed agita l’anima moderna
nelle direzioni morali della condotta: un dissidio acuto e pungente fra la coscienza e la vita,
fra il desiderio ed il potere, fra le aspirazioni e le azioni, fra i propositi e le esecuzioni.
La volontà e il carattere non assecondano i progressi giganteschi del sapere e della
cultura tecnica. Impavido e vittorioso nelle esplorazioni e nel dominio delle forze della natura,
lo spirito si rivela torbido e fiacco nella esplorazione e nel dominio di sé. Esso ignora o spesso
dimentica il gioco mirabile delle capacità e delle potenze che fluiscono nel suo interno e le
lascia inoperose e dormienti.” (pp. 263).

Ma che una guerra le avesse dovute risvegliare, questo non era prevedibile. Come
Rosmini, Petrone fortunatamente vedeva bene come la nascita della “persona”, dal “suddito”
e dal “cittadino”, con il Cristianesimo, relativizzasse lo Stato, presentando un’istanza molto
più alta di quello, nel regno dei Cieli, ma anche un’istanza morale assai più elevata nel regno
dello spirito, e in questo mondo, con la dottrina della Carità e dell’Amore. La sua attenzione
ai diritti fondamentali dell’individuo, davvero sistematica, lo porta perfino alla brillante
intuizione di contestare l’astrattezza del diritto di proprietà, da non accostare a vita e libertà,
in quanto si presterebbe, e si presta nei fatti, al diritto di esproprio, nel momento in cui la
nozione di uguaglianza si accosta a quella, antitetica, di proprietà. La proprietà dunque come
diritto può essere soggetto ad interpretazioni fatali, a legittimazioni dell’esproprio, ben intuite
e analizzate dal Petrone, soprattutto quando tale diritto è ribadito e in astratta e sequenziale
congiunzione con gli altri, “vita” e “libertà”.
Nelle pagine più propriamente di storia delle dottrine politiche del libro postumo da
cui finora abbiamo citato si trova – e qui possiamo concludere questo breve ritratto di un
pensatore di valore – si trova delineata, nella linea Hobbes-Spinoza-Rousseau, la base delle
dottrine dell’esproprio, ma anche dello Stato liberticida, proprie del comunismo,
rispettivamente e del culto hegeliano dello Stato (quando poi comunismo e statalismo
verranno a coincidere, in barba all’attacco di Marx allo stato, questa distinzione non avrà più
senso, e dovremo deporla). Scrive Petrone:
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“Come Hobbes e Spinoza […] Rousseau è un atomista della Società. Esso ha tragittato gli
individui all’astrazione, e la reciprocità che egli idoleggia, esiste solo in astratto. Il cittadino
del consorzio sociale non è una cifra di calcoli di compensazione.
L’alienazione della libertà, pluralizzata e moltiplicata per tutti gli individui vi dà
l’elemento negativo della servitù di tutti, non l’elemento positivo della libertà di ciascuno (p. 138,
c.m.)”

Icastica, splendida sentenza, rivelatrice. E Petrone prosegue analizzando l’applicazione


concreta, concretissima, delle astrazioni di Rousseau:

“Robespierre, discepolo politico di Rousseau, ha mostrato l’evidente contraddizione che esiste


tra la meravigliosa dialettica del filosofo e la realtà del fatto, affermando il dovere della libertà
e affermandola con la ghigliottina.
In un governo assoluto lo spirito si educa alle resistenze contro la tirannia che si
rappresenta come illegittima e, quindi, odiosa; venuto lo spirito democratico, gli individui si
adagiano, invece, nell’acquiescenza verso la tirannide della massa, perché si son detti: siamo
noi che facciamo la legge coercitiva, perché dunque combatterla?” (p. 138).

Splendida intuizione anche per i tempi a venire, i nostri compresi.

Petrone prosegue (p. 139):

“Il sofisma di Rousseau, che il sovrano è il popolo, fa sì che si consenta allo Stato, creduto
libero, un potere sconfinato, che era sempre stato conteso allo Stato assoluto.
Il male consiste nel non aver compreso che in concreto ogni potere ha una funzione,
che ogni Stato è formato da uomini, che, quindi, si avranno sempre individui che comandano
e individui che obbediscono; e finché vi sono le ineguaglianze economiche, finché vi è libertà
individuale non può aversi la reciprocità e la libertà sociale che dalla reciprocità è generata.
Il principio della reciprocità è fallito storicamente come è fallito il compromesso
dialettico del principio ideale dell’inalienabilità della libertà col fatto dell’alienazione del
contratto.
L’uomo non conserva la sua libertà individuale alienandola alla massa, di cui egli non è
che una parte infinitesima.
Nello stato giacobino, l’uomo resta servo (c.m.).”

Nello stato giacobino, e anche in tutte le sue evoluzioni – che Petrone non poteva certo
prevedere – fino ad oggi. Nella “democrazia moderna” di Rousseau, e in quelle che Petrone
chiama “pratiche incongruenze e aberrazioni”.

Merita dunque Petrone una rilettura non superficiale. Lo scopo di questo mio breve
scritto, è proprio un invito a compierla.
Tra Ottocento e Novecento si consuma una lotta tra positivismo e spiritualismo
giuridico che vede il secondo, sul lungo termine, storicamente sconfitto. Petrone combatte in
questa battaglia dalla parte, purtroppo, del perdente.