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LIBRO 1° = ALBANO E DELLA VALLE

CAPITOLO 5. IL SERVIZIO SOCIALE: LA DOPPIA APPARTENENZA


DELLA PROFESSIONE TRA PARADOSSI, CONFLITTI E SFIDE
INTRODUZIONE: OLTRE LA QUALIFICAZIONE GIURIDICA DELLA
PROFESSIONE
In Italia il processo di professionalizzazione del servizio sociale, dal punto di vista della
qualificazione giuridica, prende avvio con l’emanazione del Dpr 1987 n.14 che ha
riconosciuto il titolo e ha vincolato la formazione all’ambito universitario e raggiunge
il momento più significativo con l’emanazione della Legge 1993 n.84 che istituisce
l’albo professionale e del vigente Dpr 2001 n. 328 che disciplina l’esame di Stato.
Da tale premessa di natura giuridica è utile evidenziare come ad interrogare oggi il
servizio sociale, come comunità operante e scientifica, sono le trasformazioni che
hanno investito il sistema delle politiche sociali degli ultimi decenni, tanto da poter
parlare di “post welfare”: esse si caratterizzano per l’affermazione degli indirizzi
neoliberisti, del managerialismo e per l’ingente contrazione di risorse ma anche per
l’impatto della crisi globale in termini di vulnerabilità e disuguaglianza. Dunque la
sfida per il servizio sociale di fronte ad uno scenario così complesso è di saperla
cogliere in termini evolutivi.

LA PROFESSIONALIZZAZIONE
Nello studio di Villa è rinvenibile la ricchezza del dibattito originatosi e sviluppatosi
nei Paesi anglosassoni, in particolare negli Stati Uniti fin dall’inizio del secolo scorso.
La sua analisi permette di delineare le basi del percorso professionalizzante del servizio
sociale attraverso una disamina delle diverse concezioni che hanno orientato le
classificazioni dello stesso: dalla negazione di uno status professionale alla
semiprofessione, fino ad arrivare alla tesi delle professioni in via di sviluppo e alla
conclusiva fase del pieno possesso dei requisiti di professione vera e propria.
Il dibattito si origina con il saggio dello statunitense Flexner, il quale si domanda se il
servizio sociale può essere considerato una professione. La sua riflessione lo porta ad
una risposta negativa in ragione della scarsa rispondenza ad una serie di criteri tra i
quali quello della debolezza del sistema di conoscenze scientifiche. Tuttavia va
sottolineato che la sua proposta interpretativa si basa su parametri tipici delle
professioni liberali, non considerando che la professione dell’assistente sociale è
esercitata in forma dipendente.
Studi successivi come quello del britannico Carr Saunders, formulano una tipologia
gerarchica del sistema professionale, distinguendo fra professioni tradizionali, nuove,
parziali e pretese e identificano quella dell’assistente sociale come semiprofessione,
insieme ad assistenti sanitari, infermieri, farmacisti e optometristi. L’argomentazione
di tale classificazione attiene fondamentalmente alla condizione di dipendenza da
organizzazioni che aggiunge alla responsabilità verso il cliente, tipica delle professioni
tradizionali, quella verso l’istituzione in cui si opera. Dello stesso parere è anche
Etzioni che, accanto alla regolamentazione organizzativa, rileva anche la questione del
genere: la femminilizzazione spiegherebbe la tendenza ad assoggettarsi al controllo
amministrativo, mentre gli uomini sarebbero più orientati al libero esercizio delle
professioni. Sempre Etzioni, precisando che una formazione più breve ed uno status
meno legittimato sono le caratteristiche che giustificano la collocazione della figura
dell’assistente sociale tra le semiprofessioni, ritiene che queste ultime, aspirando a
diventare vere professioni, si espongano a una condizione di frustrazione che
eviterebbero se accettassero di essere “se stesse”. Questa interpretazione da una parte
sembra invitare i semiprofessionisti a rinunciare ad obiettivi di sviluppo professionale
e con ciò agli interessi dei clienti/utenti, dall’altra trascura la dimensione evolutiva dei
processi di professionalizzazione.
Una concezione meno statica è rinvenibile sia in Toren che ritiene che il valore
tassonomico non possa essere considerato in termini di provvisorietà, stante lo sviluppo
di tutte le professioni, sia in Millerson che enfatizza il carattere dinamico dello status
professionale in virtù del mutamento socio economico ed istituzionale. Tale posizione
risulta essere molto interessante per l’analisi di professioni che operano in contesti
istituzionali e organizzativi profondamente influenzati dai mutamenti politici, come lo
sono i servizi sociali.
Interpretazioni differenti sono quelle che convergono verso la definizione del servizio
sociale come professione in via di sviluppo; tra queste troviamo la posizione di Barber,
il quale, ritenendo che i suoi limiti possano essere posti in analogia con quelli
sperimentati anche dal professionalismo tradizionale nelle sue fasi iniziali, l’annovera
nel nuovo tipo di professione marginale o emergente stante ad indicare un’occupazione
che non è di livello così decisamente elevato o decisamente basso in entrambi i due
primi attributi del professionalismo (conoscenza generalizzata e orientamento
all’interesse comunitario) da far sì che il suo stato sia chiaramente definito da se stesso
e da altri. Egli inoltre introduce l’analisi dei modelli di comportamento delle leadership
delle comunità professionali orientati a rafforzarne lo status attraverso l’elaborazione
del codice etico, l’istituzione di organismi associativi e l’inserimento della formazione
nelle università.
La tesi di Greenwood definisce il servizio sociale come una professione in via di
sviluppo e afferma che l’assistente sociale ha sì raggiunto lo status di professione ma è
suo interesse consolidare la propria posizione che risulta essere ancora fragile in
termini di prestigio, autorità e monopolio.
Il riconoscimento come professione compare nella trattazione di Hughes che sottolinea
come il servizio sociale nasca dalla professionalizzazione dell’attività filantropica che
l’ha condotto verso la conquista di una specifica collocazione nell’ambito delle
professioni. Dello stesso parere è Wilensky, che già ad inizio anni 60, ritiene che per
il servizio sociale si possa considerare completata la successione di eventi che
caratterizza questo percorso e cioè la costituzione di un organismo associativo e di una
sede formativa di livello universitario, la normativa in tema di abilitazione e la
promulgazione di un codice etico; tappe conseguite negli Stati Uniti fra gli anni 1874
e 1948.
In Francia, la professione dell’assistente sociale è considerata la prima ad essersi
costituita come tale, in termini di formazione, organizzazione e riconoscimento
dell’utilità pubblica, risalendo la fondazione della prima scuola al 1911, l’istituzione
del primo diploma di Stato al 1932 e dell’associazione professionale al 1944.
In Italia, l’attenzione al concetto di professionalizzazione emerge con maggiore
intensità dopo il conseguimento del riconoscimento giuridico e ancor più dopo
l’istituzione dell’Albo e dell’Ordine degli assistenti sociali.
Niero individua 4 ondate generazionali del servizio sociale:
- negli anni 50-60 incentrato sul lavoro con il caso e quindi sul singolo
- nel periodo 68 e 75 sul contesto sociale
- negli anni 80 sul funzionamento organizzativo e sugli aspetti metodologici;
- negli anni 90 sul lavoro integrato con le reti solidaristiche
- il presente ci conduce invece ad introdurre l’interazione con il mercato, la
gestione della crisi globale e il tema del managerialismo

LA PROFESSIONALIZZAZIONE IN ITALIA
In Italia la professionalizzazione si è sviluppata in tre fasi/periodi:
- post bellica (anni 45-60) con l’inserimento degli assistenti sociali negli enti
assistenziali
- successiva alla contestazione del 68, segnata dalla stagione dei movimenti e
delle grandi riforme, che vede nascere e svilupparsi i servizi territoriali (anni 70-
80)
- caratterizzata dalla pluralizzazione dei servizi e dal successivo avvento del
managerialismo che ha inizio nel nostro Paese negli anni 90, per affermarsi nel
decennio successivo
Gli esordi della genesi del servizio sociale sono riconducibili al lavoro sociale di
fabbrica, avviato nel 1921 dall’Istituto Italiano di Assistenza sociale (IIAS) che vede
fra i suoi fondatori Paolina Tarugi, considerata la prima assistente sociale italiana. Nel
1928 viene istituita la Scuola di San Gregorio al Celio, nella quale Tarugi insegna, che
fornisce il diploma di “assistente sociale fascista” e che prepara all’inserimento di
questa figura in attività organizzate dalle confederazioni generali fascisti degli
industriali e dei lavoratori e negli enti assistenziali e previdenziali istituiti dal regime,
con particolare riguardo alla maternità, all’infanzia e ai sanatori.
Il secondo Dopoguerra e il processo di democratizzazione provocano una rottura con
il passato fascista, e ciò lo testimonia il dibattito sviluppatosi nel 1946 nel Convegno
di Tremezzo, considerato l’evento rifondativo del servizio sociale italiano.
L’orientamento principale è quello di assegnare alla formazione dei nuovi assistenti
sociali il compito di promuovere una professione che sappia contribuire al
rinnovamento democratico del sistema assistenziale.
Sul finire degli anni 40 si verificano alcuni eventi significativi per ciò che concerne la
rappresentanza del servizio sociale: nasce il Centro Nazionale Assistenti Sociali che
due anni dopo si trasforma in Associazione Assistenti sociali (Anas) e viene istituito il
Comitato Italiano di Servizio sociale.
Negli anni 50, il campo d’occupazione delle nuove assistenti sociali è costituito in
primo luogo dalla pletora di enti assistenziali, dedicati ad una miriade di categorie
giuridiche di assistibili (es. orfani e figli illegittimi), sorti durante il regime,
caratterizzati da una politica assistenzialistica al centro della quale vi è la
categorizzazione giuridica dei problemi sociali e delle risposte istituzionali e
un’impostazione verticistica e burocratica. Al loro interno, le assistenti sociali sono
impegnate a contrastare l’atteggiamento moralistico e clientelare dell’ente attraverso
l’applicazione del case work, cioè del metodo d’intervento con i casi singoli, che non
dovrebbe esaurire il campo d’azione dell’assistente sociale, chiamato a partecipare
all’elaborazione della politica sociale avvalendosi della documentazione relativa alle
necessità dei cambiamenti individuali, necessari nell’ambito del rapporto con gli utenti.
Dal punto di vista del sistema di conoscenze atte a orientare l’azione, il servizio sociale
italiano avvia le primissime fasi del processo di teorizzazione, avvalendosi della
maturità disciplinare raggiunta nell’ultimo trentennio negli Stati Uniti attraverso ad
esempio traduzioni di testi e apporti di esperti statunitensi.
Inoltre un impegno vigoroso, testimoniato anche dalla presentazione di proposte di
legge, è dedicato ad azioni volte al riconoscimento del titolo e la formazione
universitaria.
Negli anni 60, procede lo sviluppo del sistema assistenziale attraverso la proliferazione
degli enti e dei servizi, con un conseguente incremento del numero degli assistenti
sociali. Tuttavia anche in questo decennio il diploma di assistente sociale non gode di
alcun riconoscimento: si assiste così ad una compressione di questa figura
professionale all’interno delle pubbliche amministrazioni, che costituiscono il maggior
campo di occupabilità, ma con posizioni di scarso rilievo e senza possibilità di
progressione di carriera.
Garzonio Dell’orto, nel suo rapporto su una ricerca condotta nel 1964, in tema
d’inserimento del servizio sociale in amministrazioni comunali lombarde, identifica tre
ragioni alla base del potenziale di rinnovamento derivante dall’inserimento del servizio
sociale negli enti: il suo approccio democratico che può concorrere alla trasformazione
del rapporto fra pubblica amministrazione e cittadino; la sua competenza tecnica
specializzata che può introdurre una visione più efficace del sistema di risposta ai
problemi sociali; la sollecitazione a rivedere l’impalcatura piramidale e centralizzata
della struttura amministrativa, per lasciare spazio alla collegialità e alla discrezionalità
tipica dell’intervento professionale.
Nella trattazione dei risultati, emergono tre forme di collocazione degli assistenti
sociali nelle amministrazioni locali:
- Burocratizzazione:
assimilazione pressoché completa nell’ambito dell’organizzazione burocratica che
cancella le fondamentali caratteristiche della professione e uniformizza questi tecnici
agli impiegati amministrativi; essa è dovuta sia ai sovraccarichi di lavoro sia alla
mancata distinzione delle competenze.

- Autonomia:
derivante dalla separazione istituzionale della professione dal resto dell’organizzazione
con ridotti rapporti fra tecnici e apparato amministrativo e con una conseguente elevata
possibilità di esercitare funzioni proprie, ma anche di rischiare una segregazione
accentuata in virtù del potenziale innovativo contenuto nel criteri, nel metodo e nelle
tecniche che contrastano con l’inerzia istituzionale.

- Politicizzazione:
corrispondente a una situazione in cui il professionista è identificato con il livello
politico con il quale può comunicare in termini fluidi; l’amministratore è interessato
al servizio sociale e può avviare esperienze pilota, inchieste, forme d’intervento
innovative, ma può anche, nei casi limite, tentare di strumentalizzare l’assistente
sociale ai propri fini.

Il primo tipo, è presente maggiormente, in quanto si sviluppa all’interno di enti di


grandi dimensioni caratterizzati da processi di standardizzazione e pesante controllo
formale, in tale contesto la professione sempre priva di un riconoscimento giuridico e
non dispone di opportunità di progressione di carriera. Dunque la presenza degli
assistenti sociali negli enti non si costituisce come volano per il cambiamento
istituzionale, così come immaginato a Tremezzo.
Nel 68 il servizio sociale vive una situazione di crisi a causa della contestazione della
professione e delle sedi deputate alla sua formazione ma al contempo il servizio sociale
stesso come definisce Diomede Canevini inizia ad operare “una severa analisi del
proprio ruolo e delle proprie funzioni” che lo conduce a ricercare nuovi significati,
anche espungendo dai propri riferimenti teorici e culturali, principalmente derivanti
dalle elaborazioni scientifiche statunitensi.
Il dibattiti si orienta verso un nuovo approccio: nel seminario promosso dalla
Fondazione Zancan, svoltosi nel triennio 1971-73, si fa riferimento alla necessità di
una scelta di “lotta contro i fattori culturali e strutturali che producono
l’emarginazione” presenti nei gruppi dominanti e nei servizi sociali delle pubbliche
amministrazioni. In quest’ottica, il lavoro interno alle istituzioni richiede conoscenze
di “criteri e meccanismi attraverso i quali si prendono e si attuano le decisioni” ad
esempio le scelte di politica amministrativa, i modelli organizzativi che le realizzano
ecc. Uno dei compiti fondamentali dell’assistente sociale è quello di promuovere la
partecipazione dei cittadini, azione che dev’essere realizzata in collegamento con altri
operatori e gruppi sociali in uno sforzo comune di democratizzazione delle strutture.
Dalla seconda metà degli anni 70, inizia un periodo che si qualifica per quella che è
definita la stagione dei movimenti e delle riforme. Si verificano importanti
cambiamenti tra i quali, in ambito istituzionale, la soppressione degli enti assistenziali
le cui competenze sono trasferite agli enti locali in virtù del Dpr n°616 del 1997: i
servizi si avvicinano al contesto di vita dei cittadini, il territorio diventa luogo di
ricomposizione e risorse, e sono orientati da alcuni principi basilari quali
partecipazione, prevenzione e integrazione.
Il principio della partecipazione riguarda non solo i cittadini, ma anche gli operatori
implicati nei processi di fondazione dei nuovi servizi territoriali, all’interno di
amministrazioni pubbliche prevalentemente coinvolte nel clima di rinnovamento: i
rapporti degli operatori con i decisori politici a livello locale sono frequenti e diretti, la
scala gerarchica è ridotta e le relazioni sono fluide e segnate da una certa informalità;
il livello di autonomia degli operatori è elevato sia nel lavoro con i singoli casi, sia in
quello orientato in termini preventivi e promozionali. In questo contesto, si assiste
all’emergere di professioni precedentemente meno diffuse, come lo psicologo e
l’educatore, e all’intensificazione dei rapporti fra servizi e operatori diversi; evenienze
che, dopo una prima fase caratterizzata da una sovrapposizione di competenze, tipica
della figura dell’operatore unico, conducono gli assistenti sociali a interrogarsi sulla
dimensione locativa dell’identità.
L’inizio degli anni 80 vede la ripresa del dibattito sui contenuti professionali, il rilancio
della produzione teorica e della pubblicistica di servizio sociale e l’intensificazione
dell’azione della comunità professionale, rappresentata dall’Associazione Nazionale
Assistenti sociali (AssNAS), a favore del riconoscimento del titolo e della formazione
universitaria.
Con l’emanazione del Dpr n°14 del 1987 è stato raggiunto l’obiettivo del
riconoscimento, perseguito dal Convegno di Tremezzo in poi. Si tratta di un
conseguimento rilevante che consente, negli anni immediatamente successivi, un
diverso e superiore inquadramento contrattuale degli assistenti sociali nelle pubbliche
amministrazioni e una seppur contenuta breccia rispetto alla progressione di carriera.
Al contempo, l’intervenuta esclusività del percorso universitario per la formazione
(prima nelle Scuole dirette a fini speciali, poi nei Diplomi universitari e infine nei Corsi
di laurea) apre opportunità sul versante della maturazione disciplinare che, inizialmente
modesta, andrà sviluppandosi negli anni successivi.
Lo scenario di fine secolo si qualifica per alcuni elementi che vedono la professione
coinvolta in nuove prospettive derivanti dal passaggio dal Welfare State al Welfare mix
e dalla successiva emanazione, nel novembre 2000, della legge Quadro n.328, "Sistema
integrato di interventi e servizi sociali". Questa trasformazione implica sia l'incremento
delle varietà dei soggetti coinvolti nel sistema di erogazione dei servizi, sia l'estensione
della responsabilità dello Stato, nelle sue emanazioni locali, al mercato e al terzo
settore. In tale prospettiva, il servizio sociale si orienta verso nuovi modelli di
intervento, come l'intervento di rete e subentrano inoltre approcci importati dal mondo
anglosassone che disegnano le funzioni di questo professionista all'interno della
prospettiva di community care, in termini di case manager.
Dal punto di vista del percorso di professionalizzazione, un importante traguardo viene
raggiunto con la Legge 84/1993 ossia con l’istituzione dell’Ordine degli Assistenti
sociali e la creazione dei corsi di laurea triennali, magistrali e del dottorato di ricerca.
Dal punto di vista della legittimazione istituzionale l’art.22 della L.328/2000 considera
il servizio sociale professionale come una prestazione essenziale del sistema dei
servizi, da erogarsi in ogni ambito territoriale.
A fronte di queste conquiste, tuttavia non si produce un corrispondente decollo della
professione. L’avvento del “Secondo Welfare”, secondo Scaglia, ha compromesso
l’autonomia della professione attraverso l’affermazione, o meglio riaffermazione, di
concezioni che non considerano più necessario sostenere i processi inclusivi e che
insistono invece sulla responsabilità individuale e sul mito del lavoro, razionalizzando
la spesa. In tale contesto si sviluppa una cultura managerialista che si fonda su obiettivi
di natura economico-produttiva e che enfatizza criteri di razionalità, trasparenza e
verificabilità. Lorenz invita gli assistenti sociali a distinguere la positività di metodi e
pratiche tesi a sviluppare trasparenza, efficienza e legittimazione degli interventi dalla
preoccupazione nei confronti dei processi che indirizzano i servizi alla persona verso
una deriva mercantile.
NODI CRITICI E RISCHI DI DE-PROFESSIONALIZZAZIONE
Se il raggiungimento degli obiettivi di natura formale può far scaturire considerazioni
fiduciose sul compimento del processo professionalizzante, tuttavia non va trascurato
che la professione presenti ancora delle fragilità ed aspetti da consolidare.
La prima delle fragilità da evidenziare riguarda "l’autorità professionale" intesa come
competenza che differenzia il professionista dal profano e che costituisce la fonte del
rapporto fiduciario con il cliente che, mancando delle conoscenze necessarie, non
sarebbe in grado né di diagnosticare le proprie necessità o fare una distinzione tra le
serie di possibilità esistenti per affrontarle né di valutare l'entità del servizio
professionale che riceve.
Già Johnson considerando insoddisfacenti sia gli approcci funzionalistici sia quello
per attributi, aveva dedicato spazio al tema del potere professionale, anche con
riferimento al controllo del professionista sui bisogni del cliente/utente e sul modo in
cui questi possono essere soddisfatti; tale questione è di cruciale rilevanza etica e
metodologica nel servizio sociale all’interno del quale il potere deve necessariamente
essere condiviso con l’utente, essendo la logica professionale orientata
all’empowerment.
Infatti nel servizio sociale come in altre professioni relazionali, la questione
dell'autorità professionale non può assolutamente essere declinata nei termini di una
subordinazione dell’utente al giudizio del professionista. La stessa natura
dell'intervento professionale, proteso a muovere autonomia nella gestione dei compiti
esistenziali, presuppone, la partecipazione attiva dell'utente al processo d'aiuto.
La seconda criticità fa riferimento all’effetto frenante provocato da uno sviluppo solo
parziale dell'attributo “sanzione della comunità”, con specifico riferimento a ciò che
Greenwood definisce “una relativa immunità dal giudizio sulle questioni tecniche” e
che, per Wilensky, contempla la “esclusività della competenza” o “esclusività della
giurisdizione”: la cui debolezza si qualifica come ostacolo al completamento del
processo di professionalizzazione.
Nel 1958 Wilensky per lo specifico delle occupazioni che operano nel campo del social
welfare, segnalava le difficoltà a costruire una competenza esclusiva, a causa del fatto
che i problemi di cui si fanno carico appartengono alla sfera dell'esistenza quotidiana,
dove ciascuno si percepisce come "esperto" e, in quanto tali, sono vissuti dal pubblico
profano come non necessitanti di una specifica expertise.
Rimanendo all'interno di questa analisi, si può ipotizzare che la trifocalità del dominio
di studio e di azione (soggetto, contesto sociale, organizzazioni di servizio) e la stessa
natura multireferenziale del servizio sociale, dilatandone necessariamente la base
conoscitiva, ne rappresentino sì la specificità, ma rendano più dispendioso il
raggiungimento di quell’esclusività della giurisdizione necessaria ad ottenere una piena
autorità, considerata condizione per una compiuta autonomia professionale.
La questione della giurisdizione professionale appare per il servizio sociale pregna di
elementi critici, prefigurando un rischio di de-professionalizzazione, poiché la riserva
di competenze si presenta inadeguata, anche dal punto di vista normativo, come si
evince dalla lettura dell'articolo 21 del Dpr. 328/2001. Questo fa sì che attività
riconosciute in letteratura come specifiche del servizio sociale, collaudate in un secolo
di storia e orientate da riferimenti culturali storicamente fondati, possano oggi essere
svolte da altri professionisti se non da profani. A fianco a ciò sono inoltre riscontrabili
attribuzioni di compiti impropri, frequentemente di natura burocratico/amministrativa
che sottraggono energie e tempo per un investimento professionale volto a qualificare
le attività per cui questo professionista è competente.
La questione della "riserva di competenza" dovrebbe essere un tema all'attenzione della
comunità professionale e in primis dell’Ordine. Non si propone, ovviamente, di
individuare rigidi confini e immutabili ruoli, ma di pervenire a una definizione delle
attività per le quali si hanno competenze derivanti da percorsi formativi specifici e
connesse a elaborazioni teoriche.
La terza questione riguarda "l'autonomia professionale" che, negli studi organizzativi,
è strettamente associata a quella dell'autoregolazione o del controllo fra pari. Seguendo
le argomentazioni di Speranza, consideriamo l'autonomia come relativa sia alla libertà
da giudizio esterno, sia al controllo del corpus di conoscenze teoriche condivise dalla
comunità dei professionisti e della formazione.
La possibilità per l'assistente sociale di operare autonomamente in accordo con i
riferimenti teorici condivisi dalla comunità professionale, incontra però quelle tensioni
che, secondo Barber, possono sussistere fra la componente professionale e quella
amministrativa e fra professionisti e dirigenti, soprattutto quando questi ultimi non
condividono con i primi l’origine professionale.
L’esigenza di autonomia necessaria all’assistente sociale per l’esercizio della
professione è sfidata dalle tradizionali esigenze di governo e di armonizzazione, oggi
affiancate da quelle di razionalizzazione della spesa: le regole e le procedure possono
tendere a precodificare l'azione, riducendo i margini di manovra basati su conoscenze
e competenze professionali.
Si ritiene che la questione dell'autonomia e del controllo interno debba essere posta
dalla comunità professionale in termini di prospettiva, cioè di obiettivo da raggiungere
attraverso percorsi negoziali da intraprendere con le organizzazioni, per individuare
quelli che Barber definisce "meccanismi di adattamento con i quali ridurre la tensione
intrinseca fra ruoli professionali e dirigenza": fra questi si segnalano la gerarchia dei
professionisti-amministratori e le compensazioni fornite da riconoscimenti e
opportunità di partecipare alla crescita della professione.

ASSISTENTI SOCIALI: PROFESSIONISTI ALLE DIPENDENZE DI


ORGANIZZAZIONI
Fargion tratta il tema del rapporto fra professione e organizzazione, utilizzando gli
apporti di studiosi della sociologia delle professioni come ad esempio, Freidson che
individua le forme di controllo sul lavoro come elemento centrale degli idealtipi con
cui confrontare le diverse relazioni di lavoro. Nella relazione manageriale- gerarchica
(bureaucracy), il controllo avviene da parte di chi occupa posizioni gerarchicamente
superiori, mentre nelle organizzazioni di mercato, è indirettamente affidato al cliente
(consumerism). La prospettiva che sembra perseguire il Consiglio Nazionale
dell'Ordine professionale è quella di considerare gli assistenti sociali prossimi al terzo
idealtipo di Freidson che corrisponde al professionalism, dove vige l'autogoverno e il
controllo interno del lavoro, vale a dire quella in cui il controllo può essere effettuato
solo da professionisti.
Tuttavia questa prospettiva non può essere considerata senza tenere in considerazione
quali dati di realtà le componenti del processo di professionalizzazione ancora da
consolidare (es. la riserva delle competenze e l’effettivo controllo interno) e le legittime
esigenze di controllo organizzativo (che vedono il lavoro dell’assistente sociale per
certi aspetti in prossimità anche del tipo-ideale bureaucracy). A tal proposito, bisogna
tener conto dei potenziali conflitti che si possono generare nel rapporto fra
professionisti e organizzazioni, il primo dei quali è il conflitto classico.
Scott già nel 1969 approfondiva, per ciò che riguarda il servizio sociale, la questione
del conflitto generato da due diversi orientamenti, quello professionale e quello
burocratico, che si riferiscono a due interessi e doveri non necessariamente coincidenti:
quelli connessi al mandato professionale e sociale e quelli dell’ente.
Si condivide il parere di questo autore, secondo il quale risolvere il conflitto classico
della doppia responsabilità con la rinuncia al mandato professionale equivale a limitarsi
a esseri semiprofessionisti e eludere l'interesse delle persone a cui si rivolge
l'intervento, mentre un maggior sviluppo dell'autonomia dell'assistente sociale
produrrebbe vantaggi non solo verso la professione ma anche verso gli utenti.
Un’altra area di conflitto per Leonard come per Bouquet, riguarda la lealtà che per il
professionista vede sommarsi quella verso l'organizzazione a quella nei confronti della
professione. A generare questo conflitto sono la contrapposizione possibile fra
decisioni che poggiano sul principio dell'efficienza e quelle orientate dai valori e la
confusione fra senso ed efficacia. Bouquet invita i professionisti a interrogarsi sulle
pratiche istituzionali, ma anche sulle proprie, individuando quelle che possono essere
ingiuste, inique o irrispettose della dignità delle persone delle utenti, avendo il coraggio
di distanziarsi da esse, contrastandole o modificandole.

L’IMPATTO DEL MANAGERIALISMO


Con managerialismo, Scaglia intende "un modello di gestione mosso da logiche
neutrali di razionalità che antepongono alle considerazioni valoriali circa i fini, quelle
relative al miglior rapporto tra risorse e risultati". Si tratta tuttavia di una prospettiva
che presenta una serie di problemi ossia la svalutazione dei saperi professionali e la
riduzione dell'autonomia a favore della standardizzazione di comportamenti e risultati
e la definizione formale delle prestazioni; l’esaltazione della razionalità procedurale a
fronte dell'estrema soggettività e complessità delle dinamiche di cui si occupa il
servizio sociale stesso e la misurazione dei risultati con logiche estranee a quelle
orientate a verificare quale influenza abbiano gli interventi sul benessere delle persone
seguite dai servizi. Ma il benessere non può essere considerato una merce e come ben
osserva Chauvière l’orientamento a trasformare i servizi sociali in aziende e gli utenti
in consumatori sembra annullare le componenti di giustizia sociale implicate nella
stessa esistenza dei servizi.
Dominelli segnalava, dal suo osservatorio britannico, anticipando quello che poi si
sarebbe verificato anche nel nostro Paese, come la cultura managerialista con i suoi
processi di standardizzazione e iper-burocratizzazione provochi una perdita di
autonomia professionale che per il servizio sociale assume anche la dimensione dello
snaturamento: le procedure standardizzate si oppongono, infatti, al principio della
personalizzazione dell'intervento, sostantivo della professione dell'assistente sociale.
L’introduzione di dispositivi e di procedure sempre più stringenti rischiano di soffocare
lo spazio di autonomia che è proprio dell'azione professionale il cui giudizio, ricco di
senso relazionale e simbolico, poggia sul riconoscimento dell'utente come soggetto
attore e delle sue potenzialità.
Su posizioni decisamente critiche si collocano anche Fargion e Lorenz, i quali
evidenziano la questione lessicale e concettuale per sottolineare l’apparente analogia
fra il discorso managerialista e quello di servizio sociale. Ne è un esempio il termine
empowerment che, mentre nel servizio sociale rimanda alla promozione di
consapevolezza e autodeterminazione dei soggetti, nell'approccio manageriale è
concepito come attribuzione di responsabilità in capo all’utente, senza considerare le
condizioni dei singoli e dei contesti di disuguaglianza in cui il bisogno si genera,
riconoscendo in astratto a tutti le stesse potenzialità.
Anche Scaglia opera un’analisi lessicale che gli permette di evidenziare come il
concetto di “servizio” sia stato surclassato da quello di “gestione dei processi produttivi
di prestazioni” attraverso le difformità di lessico che caratterizzano le due culture:
"autonomia professionale vs programmazione; obiettivi di aiuto vs cataloghi delle
prestazioni; efficacia vs performance; responsabilità verso l'utente vs relazione con il
cliente; metodologia della presa in carico vs metodo scientifico del lavoro".
Per Lymbery, l'assunzione dell'ottica managerialista ha posto al centro il controllo del
budget attraverso una serie di dispositivi e di pratiche standardizzate, come i pacchetti
di prestazioni, assegnando, da un lato, un ruolo chiave ai professionisti nella
realizzazione dei piani di razionalizzazione della spesa e nella selezione dei beneficiari
e, dall'altro, incrementando i controlli, da parte del management, rispetto alle
componenti procedurali standardizzate. Tra le conseguenze negative di tale approccio
troviamo:
 la deresponsabilizzazione sostanziale dei professionisti, attraverso processi di
mero adempimento delle regole procedurali;
 la conseguente diminuzione delle funzioni di natura promozionale;
 il mantenimento di competenze professionali ad un livello però sommerso e
scarsamente riconosciuto.
La profonda contaminazione dei servizi sociali da parte dell’approccio manageriale
richiede due considerazioni: se, da una parte, la centratura dell'intervento e dei
meccanismi di controllo sulle prestazioni mina la stessa disposizione interna dei
professionisti a intervenire in termini di riflessività e innovazione sperimentale,
dall'altra non si può negare la corresponsabilità della professione, da sempre poco
attenta alla questione dei costi delle prestazioni e degli interventi, che per molto tempo
ha trascurato l'opportunità di rendere conto del proprio operato e di procedere a
valutazioni circa l'efficacia.
Dunque appare necessario che la comunità del servizio sociale non neghi le esigenze
di razionalizzazione ed efficienza così come quelle di controllo e valutazione ma le
assuma, sapendo proporre nuove prospettive coerenti con la cultura professionale.
CAPITOLO 7. LA VALUTAZIONE NEL SERVIZIO SOCIALE.
LA VALUTAZIONE NEL SERVIZIO SOCIALE: UNA RESPONSABILITÀ
ETICA?
In questi ultimi anni in Italia stanno emergendo con forza riflessioni sulla qualità,
sull'orientamento al cliente, sulla necessità di sviluppare strategie che consentono di
verificare non solo l'efficacia e l'efficienza, ma anche di misurare il gradimento e la
rispondenza dei servizi ai bisogni ed alle attese dei cittadini.
In tal senso, la legge 328 del 2000 prevede sia la partecipazione degli utenti alla
valutazione della qualità dei servizi, sia l'acquisizione, da parte del servizio sociale, di
competenze relative ai processi di accreditamento o alla valutazione della qualità dei
servizi gestiti da altri soggetti (es. terzo settore). In modo altrettanto esplicito, il Codice
deontologico emanato dall'ordine nazionale nel 1998 e successivamente rivisto nel
2002 e 2009 all'articolo 11 prevede che: l'assistente sociale deve impegnare la propria
competenza professionale per promuovere la autodeterminazione degli utenti e dei
clienti, la loro potenzialità ed autonomia, in quanto soggetti attivi del progetto di aiuto,
favorendo l'instaurarsi del rapporto fiduciario, in un costante processo di valutazione.
A livello di ricerca e formazione, si ritiene utile sottolineare l'esigenza e il dovere
professionale che l'assistente sociale si prepari anche individualmente a sviluppare,
nella propria attività quotidiana, un percorso che, in linea con queste premesse, possa
portare alla costruzione di indicatori e di processi orientati alla qualità. Si devono infatti
definire standard minimi, a livello metodologico, che consentano all'operatore, non
solo di avere una linea guida del proprio intervento, ma anche di difendere gli spazi di
professionalità che possono essere messi a rischio da decisioni organizzative
strettamente legate ad una logica di risparmio e di risposta superficiale ai bisogni dei
cittadini.
Nel settore dei servizi alle persone, va inoltre tenuto presente che una variabile
significativa del processo di aiuto verso l'utente è la soggettività del professionista e
l'impiego che questi fa dei quadri concettuali, delle indicazioni metodologiche, degli
strumenti professionali per costruire progetti di intervento individuali e collettivi. La
valutazione nel servizio sociale non può limitarsi a misurare la qualità dell’output, ma
deve andare oltre, tenendo conto anche delle dimensioni etiche. In questo processo,
l'autovalutazione può costituire un elemento fondamentale, in quanto consente di
mettere in atto un momento di verifica apprendimento sistematico orientato a
migliorare la qualità delle relazioni d'aiuto, ad acquisire una maggiore consapevolezza
del proprio ruolo e degli effetti derivanti dall'azione professionale.
Risulta dunque importante che nell'attivazione di processi e ricerche valutative si tenga
conto anche di quanto le premesse epistemologiche dell'approccio adottato siano
coerenti con la dimensione etica, che il processo di ricerca sia rispettoso dei principi
del consenso informato, della confidenzialità e della privacy, ma anche sia attento al
rispetto delle differenze e sensibile alle questioni relative al potere.

VALUTARE NELLA PRATICA PROFESSIONALE


Valutare nella pratica professionale costituisce un elemento fondamentale per un
esercizio corretto del ruolo. Risulta interessante la proposta di Shaw, di quali siano le
regole a cui attenersi per una buona valutazione nella pratica professionale.
1. un primo elemento è lo sviluppo di una riflessione critica sulla propria pratica che
deve comprendere un'attenzione sia sulla descrizione che l'operatore fa delle persone
che incontra, sia del modo con cui opera, mettendo in relazione queste descrizioni con
gli esiti pianificati e quelli realizzati.
2. un secondo passaggio riguarda la riflessione su come l'operatore arriva a conoscere
ciò che conosce. Questo richiede un lavoro di esplicitazione e di valutazione della
rilevanza di quel sapere tacito, dato per scontato, che deve comprendere anche le
proprie premesse mentali, i sistemi di significato che derivano dalla propria biografia,
dall'appartenenza culturale e sociale.
3. un terzo aspetto riguarda la considerazione delle conoscenze di cui sono portatori
coloro che utilizzano i servizi o chi si prende cura delle persone in difficoltà, per aprire
gli orizzonti a visioni del mondo che possono essere molto lontane da quelle dei
professionisti.
4. come quarto punto, Shaw, suggerisce di considerare le implicazioni dell'analogia tra
i metodi qualitativi e metodi usati nell'intervento diretto con l'utente al fine di avere
una visione più ampia della rilevanza della pratica nella costruzione della conoscenza
di servizio sociale.
5 e 6. il quinto e il sesto aspetto sono invece riferiti all'importanza di coinvolgere nella
valutazione sia i colleghi che gli utenti nel processo di valutazione.
In linea con quanto proposto da Shaw, si possono individuare alcuni orientamenti
significativi per sviluppare la valutazione nell’operatività professionale.
Una proposta particolarmente interessante è quella relativa a percorsi di valutazione
dialogica o partecipata. Si parte dalla considerazione che la valutazione non è una
operazione neutra e che i diversi soggetti in gioco possono avere interessi differenti,
per cui che cosa viene valutato e come, dipenderà dalle logiche degli attori che sono
coinvolti nella valutazione stessa, sia nella dimensione individuale o familiare del
processo di aiuto, sia che ci si riferisca a dimensioni più collettive.
Ad esempio, il coinvolgimento dell'utente nella valutazione del processo di aiuto,
rappresenta un elemento di grande interesse che riporta al centro la persona e/o la
famiglia con cui si sta o si è lavorato. Ciò permette di esplorare le percezioni dell'utente
rispetto ai cambiamenti nelle diverse aree della vita, a seguito degli interventi messi in
atto dal servizio. E a partire da queste, si sviluppa un confronto con il professionista
che può essere utile per ritarare il progetto o per fare una valutazione complessiva
dell'esito del processo di aiuto.
Un’ulteriore modalità per attivare processi di valutazione nella pratica professionale
può essere quella della peer review. L’attività si basa su un processo di confronto fra
pari, anche se tutto il percorso si può avvalere del supporto da parte di un soggetto,
esperto ed esterno, che ha la funzione di attivatore e di supervisore rispetto al processo
di valutazione che si mette in atto. Premessa fondamentale è che vi siano più gruppi di
assistenti sociali o singoli professionisti interessati a sottoporre a processo valutativo
uno stesso aspetto, più o meno semplice o complesso del lavoro professionale. Su
questa base, anche con il supporto del conduttore, si definiscono insieme sia gli
indicatori che le modalità di raccolta dei dati (interviste, analisi di documentazione,
osservazione, ecc.). Ogni gruppo si attiva per sviluppare l'analisi nel contesto
lavorativo di un altro gruppo di colleghi o di un altro singolo assistente sociale. Alla
fine di questa prima fase si redige un rapporto che viene poi analizzato in plenaria. E
sulla base delle riflessioni che emergono, ciascuno prepara un ulteriore report sulla
situazione osservata inserendo una serie di indicazioni di miglioramento. Anche su
questo, viene proposta un'ulteriore plenaria di analisi e commento, lasciando poi un
tempo definito per la sperimentazione delle indicazioni offerte, a cui segue un follow
up di verifica sui risultati.
Un’altra proposta interessante sono gli evaluation workshop. Per realizzare questa
esperienza si costituisce un gruppo di operatori, inviati dai loro servizi per sviluppare
percorsi di valutazione su specifici temi. Ha la durata di circa un anno con una serie
regolare di incontri, di durata variabile dalle quattro alle otto ore e con la conduzione
di un esperto. La costruzione delle competenze valutative e la definizione di strutture
o progetti specifici, viene realizzata attraverso lo scambio tra i partecipanti e il
contributo dell'esperto.
Shaw suggerisce la comunità di pratiche come un ulteriore possibilità per sviluppare la
valutazione, grazie all'utilizzo delle opportunità fornite dalla tecnologia per la
costruzione di comunità virtuali. Attraverso questo strumento è possibile creare,
verificare e raccogliere evidenze e sviluppare una conoscenza trasferibile nella pratica.
Infine un passaggio importante per sviluppare processi valutativi è sicuramente
realizzabile attraverso un lavoro di riflessività, orientato all’autovalutazione, volto a
far emergere la qualità dell’intervento professionale nelle diverse fasi del processo
metodologico, sulla base di possibili indicatori. La logica a cui risponde, mira a
sollecitare apprendimento da parte degli assistenti sociali perché siano in grado di
migliorare la propria professionalità, attivando dei processi di valutazione “dall’interno
nel servizio sociale”. L’autovalutazione si caratterizza come punto di partenza e come
tappa fondamentale in questo processo, in quanto consente di mettere in atto un
momento di verifica e apprendimento sistematico, orientato a migliorare la qualità della
relazione con l'utente, con l'organizzazione e con le risorse della comunità.

IL DIBATTITO IN CORSO
Il servizio sociale italiano, presente sulla scena da più di cinquant'anni, vive un grande
ritardo nell'affrontare in modo sistematico il tema della valutazione. Molti sono i motivi
che hanno contribuito a determinare questa situazione.
Un aspetto, non irrilevante, lo si può ritrovare già nella traduzione dei termini inglesi
social work e social worker, in servizio sociale e assistente sociale termini che
richiamano una dimensione caratterizzata dal prendersi cura, un accento sulla
disponibilità ad aiutare gli altri, a trovare nella propria attività la realizzazione
personale, elementi che sembrano aver prevalso, anche nelle rappresentazioni sociali,
sulla funzione produttiva di questa nuova professione. Non a caso, a partire dalle sue
origini, il servizio sociale si caratterizzò (e tuttora rimane tipizzato) da una quasi totale
presenza femminile, tanto da far dire a Vallin che la professione di assistente sociale
risponde come poche altre alle esigenze dell’anima femminile. Anche il sociologo
Martinelli, analizzando la figura dell’assistente sociale sottolineava come: la
professione è nata femminile perché nella tradizione culturale italiana alcune
professioni per le quali si richiederebbero doti particolari di sensibilità, sono state
riservate alle donne fin dall’inizio dell’epoca industriale.
Niero inoltre, ha attribuito una certa debolezza del dibattito e della riflessione su
metodologie, tecniche e strumentazioni professionali proprie e distintive del servizio
sociale.
Queste considerazioni offrono una prima chiave di lettura del ritardo con cui in Italia
ci si è affacciati alla considerazione della necessità di sviluppare processi valutativi
dell’azione professionale, avvertita come meno cogente dagli assistenti sociali, in
quanto il valore dell’intervento viene probabilmente ricercato, principalmente, nella
relazione tra operatore e utente.
Un secondo filone di motivazioni, che ha reso più lento l'emergere del tema della
valutazione, è connesso alla storia della formazione al servizio sociale che ha visto in
una prima fase il sorgere di scuole private o pubbliche al di fuori del contesto
accademico. È solo dalla fine degli anni 80 che si è avuto l’inserimento a pieno titolo
dei corsi di servizio sociale nell'università, ma nonostante ciò il processo di
accademizzazione non si è raggiunto in modo pieno: ad esempio non si è creato, come
all’estero, uno specifico settore disciplinare; non vi sono dipartimenti di servizio
sociale; i piani di studio previsti a livello ministeriale non sono coerenti con la
complessità del ruolo e le competenze da formare; i docenti di servizio sociale
incardinati nelle università sono in proporzione risibile, rispetto al numero dei corsi di
laurea attivi ecc.
Se si volge lo sguardo al contesto europeo la differenza, rispetto al dibattito e alle
esperienze in quest'ambito, emerge con chiarezza.
A conclusione di queste riflessioni, si può tuttavia affermare, che nel contesto italiano
sta crescendo l’attenzione verso la valutazione, esempio lo sono: l’associazione italiana
di Valutazione, l’AIDOSS e la Fondazione Zancan.