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Elena Bollito

Corso di Giurisprudenza a ciclo unico


Anno 2019-2020
Elaborato giuridico per il corso di Diritto Penale Comparato
Professore Giorgio Licci

La ricaduta della letteratura tedesca sulla nozione codicistica di evento, con


particolare riguardo al nesso causale e all'oggetto del dolo
Se osserviamo in chiave comparatistica il diritto italiano e il diritto tedesco e,
soprattutto, gli sviluppi che si sono susseguiti dell’uno e dell’altro, notiamo una
notevole imitazione del primo verso il secondo.
È possibile assistere ad un esempio di questo fenomeno imitativo guardando
all’evoluzione della nozione di evento italiana. Infatti, il codice Rocco, importando
dottrine tedesche come quelle di Von Liszt e di Littman, elabora una nozione di
evento come “evento dannoso o pericoloso, da cui dipende l’esistenza del reato o di
cui la legge fa dipendere l’esistenza del reato”. In forza di questa concezione di
evento, quindi, non esiste reato senza evento e condotta ed evento sono due facce
della stessa medaglia. È un’idea molto simile a quella di Von Liszt, con la differenza
che l’evento di Rocco non ha una dimensione naturalistica perché secondo Rocco è
percepibile coi sensi qualsiasi dimensione significativa del linguaggio e quindi la
dimensione giuridica.
Questa nozione di evento viene ogni volta riportata, nella sua intera formula, nel
codice Rocco, non lasciando sostanzialmente spazio a dubbi interpretativi. Tuttavia,
la dottrina tedesca negli anni continua ad evolvere e molti autori tedeschi finiscono
per discostarsi dalla linea dottrinale tedesca su cui era stato elaborato il Codice
Rocco. Ad esempio, Mayer designa l’evento come qualcosa, potremmo dire, di
opposto a un accadimento della natura: se l’evento in senso giuridico è il risultato di
un comportamento che trasgredisce ai precetti del legislatore, allora non può essere
naturale; è l’evento antigiuridico. Wolf, invece, definisce l’evento come evento
giuridico, in quanto non contrario al diritto, ma, anzi, esatta previsione del
legislatore nella fattispecie. Estremamente incidente sulla nozione di evento tedesca
è la teoria finalistica di Welzel, in forza della quale tutto il valore del reato dipende
dalla condotta mentre l’evento è frutto del caso; quello che assume rilevanza, allora
è il tentativo, mentre l’evento ha un ruolo marginale e meramente eventuale.
Cambia, sulla base di ciò, anche la stessa terminologia tedesca, determinando una
netta differenza rispetto alla concezione italiana.
Ecco allora che, nonostante il Codice Rocco, non lascerebbe spazio per ciò, inizia, in
Italia, una importazione del pensiero tedesco, che si differenzia a seconda
dell’autore a cui ogni studioso italiano preferisce fare riferimento. Dell’Itala ci dice
che l’evento è la conseguenza giuridica della condotta, cioè è un evento giuridico.
Antolisei, invece, ritiene che l’evento debba essere quello naturalistico, non
essenziale di fattispecie. De Marsico, come Arturo Rocco, vede l’evento come
l’offesa, ovvero la condotta vista dal punto di vista della vittima. Carnelutti sostiene
che ogni fattispecie è idealmente e logicamente componibile di una situazione
iniziale e una finale, che è quella che il legislatore vuole evitare mediante la
prospettazione di una sanzione. Gallo ha cercato di conciliare le due nozioni di
evento, naturalistica e giuridica, dicendo che come oggetto del dolo l’evento è
l’offesa mentre, come termine di riferimento del rapporto di causalità, l’evento è un
accadimento naturalistico.
Ciò a cui assistiamo quindi è una chiara ed esplicata nozione di evento del Codice
Rocco, di estrazione tedesca, reinterpretata in seguito dalla dottrina italiana come
evento naturalistico soltanto perché una letteratura tedesca successiva ha
modificato il proprio linguaggio.
Anche per quanto riguardala teoria della causalità italiana, il punto di partenza è la
teoria tedesca del 1873 della conditio sine qua non, secondo la quale, se causa è la
totalità delle condizioni necessarie, allora basta avere posto in essere soltanto una
delle condizioni necessarie perché sia imputato l’intero risultato; una condizione è
necessaria se, eliminandola mentalmente, l’evento non si verificherebbe (è il c.d.
meccanismo della eliminazione mentale). Fin dall’inizio le critiche furono
moltissime: il problema del regresso all’infinito, dei casi di causalità alternativa, o di
causalità addizionale. Nel 1989 si propose allora di sostituire la teoria del 1873 con
la teoria dell’adeguatezza, in forza della quale ci si riporta mentalmente al momento
del fatto commesso per verificare se, sulla base dell’esperienza dei casi simili, la
condotta risulti adeguata a produrre l’evento: è il meccanismo della prognosi
postuma.
Queste due diverse teorie finiscono per venir fuse e si finisce per parlare
indifferentemente di conditio sine qua non e condicio sine qua non, non tenendo
conto che la prima espressione viene da condere, cioè fondare, cioè “fondamento
senza il quale non, mentre la seconda viene da cum dicere, da cui cum dicio,
riguardando una successione regolare di fenomeni. Questo porterà a moltissimi
equivoci tanto nella letteratura tedesca quanto, di conseguenza, in quella italiana.
Sul rapporto di causalità la letteratura tedesca è stata fonte di moltissime teorie, alle
quali la dottrina italiana ha sempre guardato con molto interesse. Tuttavia, una volta
stabilito che il problema è di che cosa dobbiamo rispondere, a ciò si può dare una
risposta leggendo il codice vigente, dal momento che nel nostro codice disponiamo
tanto di indicazioni implicite quanto di indicazioni esplicite sulla causalità, che, a
differenza dei tedeschi, ci rendono possibile un vero e proprio lavoro esegetico. Per
questo motivo dobbiamo ritenere che la teoria dell’imputazione oggettiva dei
tedeschi sia da sostituire con la teoria dell’imputazione normativa su base esegetica,
prendendo in considerazione la situazione finale offensiva che il legislatore vuole
evitare con la minaccia della sanzione. La formula sine qua non risulta del tutto
incompatibile con il codice italiano, che identifica la causalità con l’offensività (art.
40: non impedire un evento che si ha l’obbligo giuridico di impedire equivale a
cagionarlo).
Ecco perché è da auspicarsi una più attenta analisi della nostra normativa interna,
prima di ricercare imitazioni di modelli che non ci appartengono, col rischio di
incorrere in errori, com’è il caso della teoria della causalità umana di Antolisei, che è
un mistum compositum di profili naturalistici e di imputazione, che, seguendo la
dottrina tedesca, si domanda come evitare un evento naturalistico e dunque quali
eventi sfuggono alla dominabilità umana, ovvero quelli rarissimi e imprevedibili, e
nel farlo, tenta di importare forzatamente il modello tedesco, associando gli eventi
rarissimi e imprevedibili a quelli atipici ed eccezionali di cui parla la teoria della
causalità adeguata, in quell’infelice capitolo “casi pratici” della sua opera.