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La memoria dell’Urss nella Russia di Putin

Manuali per l’università


Andrea Borelli

The memory of the Ussr in Putin’s Russia. University textbooks. Through an


analysis of two recent history textbooks for Russian universities, the aim of this
article is to illustrate the changes occurred in Putin’s Russia as far as the historical
narrative of the Russian 20th century is concerned. During the last fifteen years the
Russian government has promoted a systematic review of the Soviet past in a patri-
otic direction and restricted the space for debate on modern Russian history in the
country. This policy, developed at various levels (by rewriting textbooks, launching
patriotic media campaigns etc.), has impinged upon the work of historians, influ-
encing their judgements.

Key words: Putin’s Russia, Russian history, Soviet Union, History textbooks, Russian
identity
Parole chiave: Russia, Putin, Storia russa, Unione Sovietica, Manuali di storia, Iden-
tità russa

La rielaborazione del passato sovietico cui stiamo assistendo negli ultimi


anni nella Russia di Putin segue un filo di continuità con i cambiamenti im-
posti dai governi che si sono succeduti negli ultimi quindici anni a livello di
narrazione storica, divenuta – come è stato osservato – sempre più celebrativa
di un passato nazionale da rivalutare e reinterpretare in chiave patriottica1.
Fin dagli anni ’90 abbiamo assistito da parte delle classi dirigenti a tentativi,
non coronati da particolare successo, di proporre a un paese fiaccato dalla
crisi economica e dal ridimensionato ruolo internazionale nuovi modelli iden-
titari vincenti e convincenti, alternativi a quelli sovietici ormai in disuso2. Al

1
Per il dibattito in Italia cfr. M. Ferretti, Percorsi della memoria: il caso russo, «Passato
e presente», XXI (2003), n. 59, pp. 17-35 e soprattutto Ead., L’identità ritrovata. La nuova
“storia ufficiale” della Russia di Putin, ivi, XXII (2004), n. 63, pp. 49-62; G. Procacci, Carte
d’identità. Revisionismi, nazionalismi e fondamentalismi nei manuali di storia, Carocci, Ro-
ma 2005.
2
Cfr. M. Ferretti, La memoria mutilata. La Russia ricorda, Corbaccio, Milano 1993.

«Passato e presente», a. XXXIV (2016), n. 98


112 scuola e storia

contrario di quanto accaduto negli altri paesi ex socialisti dell’Europa centro-


orientale, la condanna del passato comunista non ha portato infatti in Russia
all’elaborazione di una nuova identità nazionale, se non quella proposta negli
anni di El’cin: postulando una presunta innocenza del popolo russo vittima
del colpo di stato bolscevico del ’17, le politiche della memoria elaborate dal
governo proposero una riabilitazione del passato zarista, sostenendo la conti-
nuità tra la Russia imperiale e quella post-sovietica.
Eppure, la società russa ha continuato a mantenere viva la memoria di
alcune fasi dell’epoca sovietica capaci di dare lustro alla storia del paese: la
vittoria nella Seconda guerra mondiale e le conquiste spaziali su tutte. Con
l’aggravarsi della crisi socio-economica di metà anni ’90, si è fatta strada, in
modo nemmeno troppo velato, una certa “nostalgia” per la sicurezza e la sta-
bilità garantita durante il periodo brežneviano, e la guerra contro i separatisti
ceceni ha finito per alimentare un sentimento di orgogliosa rivendicazione
della propria storia nazionale. Negli ultimi anni del ’900 alla volontà di ri-
muovere le colpe del proprio burrascoso passato si è così sostituito il deside-
rio, condiviso da ampi strati della popolazione, di riabilitare la storia russa in
chiave patriottica, comprendendovi anche il periodo staliniano. Con buona
pace di El’cin, il passato sovietico non è stato dunque rimosso dalla coscien-
za nazionale e i tentativi delle classi dirigenti di forgiare un’identità post-’91
credibile si sono infranti contro la reticenza ad accettare una nuova «storia
ufficiale» in cui la popolazione russa potesse riconoscersi.
In rottura con il suo predecessore, fin dal suo arrivo al Cremlino Vladimir
Vladimirovič Putin ha orientato la propria politica verso la ripresa di motivi
patriottici su cui fondare un nuovo legame tra popolo e potere, le cui radici
andrebbero ricercate nella storia della Russia zarista e di quella sovietica. L’ex
membro del Kgb ha dunque dimostrato particolare interesse verso il lavoro
degli storici e il governo russo ha promosso – grazie a un accorto uso dei vari
media statali – la riscrittura del periodo sovietico3.
Particolare attenzione è stata riservata alla rielaborazione dei manuali di
storia, nel quadro della dichiarata volontà del governo di dotare il sistema
scolastico nazionale di un manuale unico e ufficiale4. Già nel 1998 il mini-
stero dell’Educazione della Federazione russa aveva approntato un elenco di
testi «raccomandati» per l’insegnamento della storia nella scuola secondaria
(dai 15 ai 17 anni), che rispettassero le linee-guida (stabilite dal ministero
stesso) per controbattere sul piano didattico la presunta narrazione storica

3
Cfr. L. Gudkov, The fetters of victory. How the war provides Russia with its identity,
«Eurozine», 3 May 2005, pp. 1-14.
4
Cfr. J. Zajda-R. Zajda, The politics of rewriting history: new history textbooks and cur-
riculum materials in Russia, «International Review of Education», 49 (2003), n. 3-4, pp. 363-
84; V. Shnirelman, Stigmatized by History or by Historians? The Peoples of Russia in School
History Textbooks, «History & Memory», 21 (2009), n. 2, pp. 110-49.
la memoria dell’urss nella russia di putin 113

«anti-patriottica»5. Due anni dopo, il ministero precisò ulteriormente queste


indicazioni, cui i testi – scolastici e universitari – avrebbero dovuto attenersi6.
Nel nuovo millennio i canoni da soddisfare per rientrare nell’elenco governa-
tivo sono divenuti sempre più stringenti, e non a caso i volumi sono diminuiti.
Nel 2003 Putin dichiarò pubblicamente l’intenzione di realizzare un manuale
unico per infondere nelle giovani generazioni l’orgoglio per la propria storia
patria e scongiurare quella «guerra ideologica» sul passato consumatasi fino
ad allora e frutto di interpretazioni storiche tra loro discordanti7.
La linea di Putin ha suscitato ampie discussioni in ambito accademico e
un vivace dibattito pubblico che ha visto coinvolti vari storici russi8, portan-
do alla fine a un’attenuazione, almeno temporanea, del progetto iniziale. Al
di là delle critiche, che pure non sono mancate, le istituzioni accademiche
hanno comunque sostenuto il governo nella sua politica sui manuali di storia,
contribuendo in modo decisivo all’elaborazione della lista dei «cento libri»9
raccomandati dal ministero dell’Educazione per l’insegnamento della storia
nel paese. La lista si riferisce in particolare ai manuali «utili» agli insegnanti
delle classi dalla sesta alla decima, frequentate da studenti tra gli 11 e i 15
anni10. Inoltre, l’attenzione riposta anche in Russia sulla narrazione del ’900
è testimoniata dalla frequenza con cui vengono aggiornati e revisionati i ma-
nuali delle ultime classi – decima e undicesima (studenti di 15-17 anni) – del
sistema scolastico nazionale, necessarie per accedere all’università11.

5
Cfr. B. Elkof-L. Holmes-V. Kaplan (eds.), Educational reform in post-Soviet Russia:
Legacies and prospects, Routledge, London 2005, passim.
6
Ministerstvo obrazovanija Rossijskoj Federacii, Primernaja programma disziplinj
otečestvennaja istorija, Moskva, 2000 [Ministero dell’Educazione della Federazione russa,
Programma primario di storia patria].
7
N. Potapova, Normativity in Russian History Education: Political Patterns and National
History Textbooks, «Journal of Social Science Education», 14 (2015), n. 1, p. 50.
8
A. Asmolov-A. Golubovskij-I. Danilevskij-I. Karacuba-L. Kacva-A. Miller-A. Muravev-
A. Petrov-A. Rubcov, Public Discussion on Teaching of History: From Programming maxims
to Realization, 2013: http://polit.ru/article/2013/09/18/history (ultimo accesso: 13 febbraio
2016).
9
Proekt perečnija “100 Knig” po istorii, kulture i literature narodov rossijskoj federacii,
rekomenduemych k samostojatel’nomu pročtniju, 22 agosto 2012 [Progetto lista dei “100
libri” per la storia, cultura e letteratura nazionale della Federazione russa, consigliati per
una lettura indipendente], in http://xn--80abucjiibhv9a.xn--p1ai/ /543; O perečne
“100 Knig” po istorii, kultere i literature narodov rossijskoj federacii, 16 gennaio 2013 [Sulla
lista dei “100 libri” per la storia, cultura e letteratura nazionale della Federazione russa], in
http://xn--80abucjiibhv9a.xn--p1ai/ /2977 (ultimo accesso: 13 febbraio 2016).
10
Nel sistema scolastico russo la scuola primaria (primo livello) è costituita da cinque
classi frequentate dai 6 ai 10 anni. La scuola secondaria (secondo livello) ne comprende altre
cinque (studenti dagli 11 ai 15 anni), cui si aggiungono due anni facoltativi per poter accedere
in seguito all’università. In alternativa gli studenti possono svolgere altri quattro anni di corsi
presso le scuole professionali: cfr. www.euroeducation.net/prof/russco.htm (ultimo accesso: 13
febbraio 2016).
11
Cfr. Rol’ istorii v ličnstjach [Ruolo della storia nelle personalità], «Rossijskaja Gazeta»,
2013, in www.rg.ru/2013/10/29/uchebnik.html (ultimo accesso: 13 febbraio 2016). Un nuovo
114 scuola e storia

L’interesse governativo su come gli storici narrano il passato è testimoniato


da un incontro tenutosi ai primi del 2014 presso il ministero dell’Educazione
della Federazione russa, nel corso del quale Putin e numerosi accademici
hanno discusso nuove linee guida da seguire per la narrazione storica degli
eventi chiave del ’900 e non solo12. Nelle sue dichiarazioni il presidente ha
negato di volere imporre un modello ideologico unico cui attenersi, come
nel periodo sovietico, ma di voler dare alcuni «suggerimenti» per un’inter-
pretazione degli eventi «chiara», che non generi confusione tra gli studenti.
Ma è evidente che nella pratica le differenze sono quasi impercettibili. Putin
infatti ha espresso a più riprese la volontà di fornire un’interpretazione storica
dei grandi eventi del ’900 «corretta» e idonea alla celebrazione della nazio-
ne, condannando pubblicamente diversi studi che avevano screditato alcuni
episodi della storia sovietica, in particolare il ruolo della Russia nella guerra
contro la Germania hitleriana e nella liberazione dell’Europa orientale.
Un’ingerenza del governo massiccia, pervicace, che ha prodotto un impo-
verimento nei contenuti dei manuali rispetto al periodo immediatamente suc-
cessivo alla caduta dell’Urss, quando l’improvvisa libertà alimentò un vivace
dibattito storiografico su alcune grandi questioni del passato nazionale. Men-
tre la celebrazione del ruolo positivo dello Stato nella storia russa è assurto a
leitmotiv di tutti i testi scolastici e universitari, altri temi più controversi sono
finiti per diventare tabù: gli osservatori internazionali hanno ad esempio sot-
tolineato la scomparsa dalle pagine dei manuali degli oppositori di Putin, e la
marginalizzazione del periodo del Grande terrore staliniano13.
Il Cremlino ha proseguito a elaborare, nella sua campagna di educazione
«patriottica», varie risoluzioni per salvaguardare la Russia e la sua storia
da «mistificazioni e discredito»14, anche e soprattutto internazionale. Se in

manuale per le classi decima e undicesima è stato approvato di recente dal ministero dell’E-
ducazione della Federazione russa: www.rg.ru/2015/04/24/uchebniki-site.html (ultimo acces-
so: 13 febbraio 2016).
12
Stenogramma vstreči prezidenta RF s avtorskim kollektivom koncepcii novogo učebnika
istorii, 21 febbraio 2014 [Stenogramma incontro con il presidente della RF con un gruppo di
autori sul concetto di nuovo insegnamento della storia] in http://xn--80abucjiibhv9a.xn--p1ai/
/3970 (ultimo accesso: 13 febbraio 2016).
13
Cfr. www.ilfattoquotidiano.it/2013/11/01/russia-putin-fa-sparire-nomi-dei-suoi-nemici-
da-manuale-unico-di-storia/763142/ (ultimo accesso: 13 febbraio 2016).
14
Pravitel’stvo RF gosudarstvennoi programme “Patriotičeske vospitanie graždan RF na
2001-2005 godj, postanovlenie ot 10-02-2001, n. 122 [Governo della RF: programma gover-
nativo sulla “Formazione patriottica dei cittadini della RF nel 2001-2005”, delibera del 10
febbraio 2001]; Pravitelstvo RF “Gosudarsvennaja programma” Patriotičeske vospitanie
graždan RF, n. 2006-2010 godj, postanovlenie ot 11-07-2005 [Governo della RF: program-
ma governativo sulla “Formazione patriottica dei cittadini della RF nel 2001-2005”, deli-
bera dell’11 luglio 2005], entrambi consultabili in www.pfo.ru (ultimo accesso: 13 febbraio
2016). Pravitelstvo RF “Gosudarsvennaja programma” Patriotičeske vospitanie graždan
RF na 2011-2015 godj, postanovlenie ot 05-10-2010, [Governo della RF: programma gover-
nativo sulla “Formazione patriottica dei cittadini della RF nel 2001-2005”, delibera del 5
la memoria dell’urss nella russia di putin 115

occasione del sessantesimo anniversario della vittoria nella Seconda guerra


mondiale nel 2005 Putin aveva ripristinato la parata militare sotto le mura del
Cremlino del 9 maggio, già consuetudine in epoca sovietica, alla presenza dei
capi di Stato occidentali, dieci anni dopo, nel 2015, l’assenza di questi è stato
un evidente riflesso della crisi internazionale in Ucraina. Ma al di là delle
contingenze politiche, quello che colpisce è la proposizione sistematica, da
parte dei media sotto controllo statale, di vari film e documentari incentrati
sulle imprese dell’Armata rossa durante l’ultimo conflitto mondiale, allo sco-
po evidente di stabilire un nesso tra la gloria militare del periodo sovietico e
l’esaltazione dell’esercito della Federazione russa, impegnato in Cecenia e in
Georgia negli ultimi anni.
Come spesso è accaduto al Cremlino, l’evolversi in senso conflittuale del
rapporto tra Russia e Stati membri dell’Ue sui temi della memoria e sulle
crisi internazionali ha portato ad accentuare la politica di difesa della storia
nazionale. Nella loro rapida adesione all’Unione europea, gli ex satelliti di
Mosca e le ex Repubbliche sovietiche del Baltico, governate da classi dirigen-
ti che del nazionalismo – e della connessa russofobia – avevano fatto la loro
bandiera politica, hanno avviato un processo di rielaborazione della propria
memoria nazionale, ponendo l’accento sulle vittime dei regimi comunisti, a
lungo dimenticate. Le varie «leggi sulla memoria» approvate dai governi del-
le Repubbliche baltiche hanno finito per riabilitare chiunque avesse combat-
tuto contro i sovietici, perfino i volontari baltici inquadrati nelle Ss durante la
Seconda guerra mondiale15.
Un atteggiamento analogo è stato assunto nei primi mesi del 2015 dal go-
verno di Kiev. In un contesto esplosivo come quello odierno, in cui è in corso
una guerra civile in alcune regioni dell’Ucraina a maggioranza russofona, il
parlamento (Rada) ha bandito i simboli del regime sovietico, accusato – da
tempo – di aver messo in atto negli anni ’30 un vero e proprio genocidio
nelle campagne del paese. Su iniziativa delle tre Repubbliche baltiche, dopo
una prima discussione nella primavera del 2008, il parlamento europeo ha
stabilito nel settembre di quell’anno l’istituzione di una giornata della memo-
ria delle vittime del totalitarismo, ovvero nazismo e stalinismo16, scegliendo
il 23 agosto, data del patto Molotov-Ribbentrop, con la divisione delle sfere
d’influenza in Europa orientale stabilita nei protocolli segreti.
A distanza di nemmeno un anno anche l’Organization for Security and Co-
operation in Europe (Osce), attraverso la Dichiarazione di Vilnius, ha equipa-

ottobre 2010] disponibile all’indirizzo www.archives.ru/patriot_2015.shtml (ultimo accesso:


13 febbraio 2016).
15
S. Burch-D.J. Smith, Empty spaces and the value of symbols: Estonia’s “war of monu-
ments” from another angle, «Europe-Asia Studies», 59 (2007), n. 6, pp. 913-36.
16
Giornata europea di commemorazione delle vittime dello stalinismo e del nazismo,
«Gazzetta ufficiale delle Comunità europee», C 8/E, pp. 57.
116 scuola e storia

rato nazismo e stalinismo nella responsabilità di crimini contro l’umanità17.


La reazione del governo russo non si è fatta attendere contro quello che appa-
riva un tentativo di screditare la memoria dei soldati sovietici, morti durante
la Seconda guerra mondiale per combattere il nazifascismo, equiparando
crimini stalinisti e nazisti18. Non certo interessato a difendere la Rivoluzione
bolscevica o il socialismo «reale» in un periodo in cui era già in atto una
massiccia revisione storica in chiave patriottica, Putin ha istituito nel mag-
gio del 2009 la Commissione del presidente della Federazione russa contro i
tentativi di falsificazione della storia a discapito degli interessi russi, proprio
per arginare l’opera di discredito del ruolo della Russia nell’ultimo conflitto
mondiale19. Un compito evidentemente improbo, tanto che dopo pochi anni
la Commissione è stata sciolta, non essendo riuscita, per ammissione dei suoi
stessi componenti, a perseguire gli obiettivi prefissati.
L’esito della Commissione e il rallentamento del progetto del manuale
unico di storia non devono indurci a sottovalutare gli effetti di queste politi-
che sulla società russa: il dibattito pubblico sul ’900 è molto rallentato negli
ultimi anni, pressato dalla volontà governativa di stabilire gli argomenti su
cui la società può o meno interrogarsi20. I continui condizionamenti cui gli
autori dei manuali di storia destinati al sistema educativo russo sono soggetti
testimoniano i tentativi del governo di mettere paletti ferrei entro i quali gli
storici devono muoversi per raccontare il passato nazionale.
Riallacciandomi all’ampio dibattito, già illustrato in Italia da Procacci e
ripreso in anni recenti da altri studiosi, circa gli effetti delle politiche della
memoria portate avanti da gran parte dei paesi europei dopo la fine della
guerra fredda e il loro impatto nel lavoro storiografico21, intendo concentrar-
mi su due recenti manuali concepiti per i corsi universitari delle facoltà di
Storia della Federazione russa. Il primo è opera di Aleksandr Sergevič Orlov,
Vladimir Anatol’evič Geogriev e Tat’jana Aleksandrovna Sivochina, membri
del Consiglio di facoltà di Storia dell’Università Statale di Mosca (Mgu), e
di Natal’ja Geogrievna Geogrieva, membro dell’Università per l’amicizia tra
i popoli22. Si tratta di una sorta di «manuale modello» per tutte le strutture

17
www.oscepa.org/publications/declarations/2009-vilnius-declaration/264-2009-vilnius-
declaration-ita/file (ultimo accesso: 13 febbraio 2016).
18
Per le reazioni del parlamento russo cfr. www.duma.gov.ru/index.jso?t=news/index.
jsp&file=6956.html (ultimo accesso: 13 febbraio 2016).
19
http://document.kremlin.ru/doc.asp?ID=052421 (ultimo accesso: 13 febbraio 2016).
20
Cfr. M. Ferretti, Percorsi della memoria: il caso russo cit., passim.
21
G. Procacci, Carte d’identità cit.; R.N. Lebow-W. Kansteiner-C. Fogu, The Politics of
Memory in Postwar Europe, Duke UP, Duhram-London 2006; N. Koposov, La politica del-
la storia e la legge sulla memoria in Russia, in F. Focardi-B. Groppo (a cura di), Politiche e
culture del ricordo dopo il 1989, Viella, Roma 2013, pp. 97-114.
22
Per informazioni sugli autori rinvio alle loro pagine sui siti universitari: www.hist.msu.
ru/Departments/RusHis19/Staff/Orlov.htm; www.hist.msu.ru/Departments/OI2/staff/georgiev.
htm; www.hist.msu.ru/Departments/RusHis20/Staff/Sivohina.htm; sulla Geogrieva http://
la memoria dell’urss nella russia di putin 117

universitarie del paese, visto che Orlov, Geogriev e la Sivochina insegnano


fin dagli anni ’80 alla Mgu e hanno curato già nel 1997, sempre insieme alla
Geogrieva (loro coetanea), un manuale di storia russa per gli studenti univer-
sitari, arrivato nel 2015 alla quarta edizione23.
Mentre Orlov si è progressivamente specializzato in studi sulla Russia
zarista – e difatti cura la prima parte del manuale –, gli altri tre autori sono
studiosi del ’900. Esperta di storia economica e sociale, la Sivochina si occu-
pa in particolare della collettivizzazione forzata e dell’industrializzazione del
periodo staliniano. Dal canto loro Vladimir Geogriev e Natal’ja Geogrieva,
studiosi della politica estera sovietica e post-sovietica, sono autori dei capitoli
sulla condotta estera del Cremlino a cavallo della Seconda guerra mondiale. I
quattro storici non sono nuovi a collaborazioni editoriali, avendo curato anche
alcuni volumi per un pubblico meno specialistico – come il Dizionario stori-
co o La storia russa in schemi – e sono stati inoltre protagonisti del dibattito,
non circoscritto ai soli ambienti accademici, sul ruolo degli specialisti nella
divulgazione storica24.
Il secondo manuale che prendo in considerazione è una storia della Russia
dall’antichità a oggi, opera di Andrej Nikolevič Sacharov, con la collaborazio-
ne di Aleksandr Nikolaevič Bochanov e Vladimir Aleksevič Šestakov. Mem-
bro dell’Istituto di storia e da tempo vicino a Putin, Sacharov era stato coin-
volto nella ricordata Commissione statale che avrebbe dovuto fronteggiare il
«revisionismo» storico anti-patriottico25, ed è stato autore negli ultimi anni di
numerosi manuali di storia, nei quali ha evidenziato le particolarità – a suo
parere positive – che renderebbero la Russia un paese sui generis, diverso
dal resto d’Europa26. Le sue posizioni ultranazionaliste sono state duramente
criticate dallo stesso Istituto di storia e gli sono costate una certa marginaliz-
zazione nell’Accademia delle scienze (di cui rimane comunque membro), ma
non il pubblico sostegno di Putin.

web-local.rudn.ru/web-local/prep/rj/index.php?id=385&p=12300 (ultimo accesso: 13 febbraio


2016).
23
A.S. Orlov-V.A. Geogriev-N.G. Geogrieva-T.A. Sivochina (a cura di), Istorija Rossii
učebnik 4-e izdanie [Storia della Russia, libro di testo quarta edizione], Pospekt, Moskva
2015.
24
Idd. (a cura di), Istorija Rossii v schemach [Storia della Russia per schemi], TK
Velbi, Moskva 2008; A.S. Orlov-V.A. Geogriev-N.G. Geogrieva (a cura di), Istoričeskij
slovar’ [Vocabolario storico], Moskva 2011; N.G. Geogrieva-V.A. Geogriev, Istoričeskoe
istočnikovedenie: Problemy teorii, istorii, metodiki: Glava iz učebnika dlja studentov
istoričeskich special’nostej [Cronologia storica, problema di teoria, cronologia e metodo. Il
capitolo di un libro di testo per gli studenti di storia], «Istorija Rossii», 2003, n. 2, pp. 237-63.
25
A.N. Sacharov-A.N. Bochanov-V.A. Šestakov (a cura di), Istorija Rossii s drevnejshich
vremen do nashich dnej v 2 tomach [Storia della Russia dai tempi antichi ai giorni d’oggi in
due tomi], Prospekt, Moskva 2015.
26
A.N. Sacharov (a cura di), Istorija Rossii s drevnejšich vremenii do konca XX veka [Sto-
ria della Russia dai tempi antichi alla fine del XX secolo], t. 3, XX vek, Moskva 1996; Id.,
The History of Russia, from the Ancient Times to the end of XVI century, Moskva 2012.
118 scuola e storia

I due manuali si rivolgono agli studenti immatricolati dopo il 2007, quando


il governo russo riformò il sistema universitario nazionale per adeguarlo agli
standard dei paesi occidentali, dividendo il vecchio corso di laurea a ciclo
unico di cinque anni in un primo livello dall’indirizzo più generico (bakala-
vriat, di quattro anni) e un biennio specialistico (magistratura). Entrambi i
testi sono raccomandati agli studenti del bakalavriat in storia e sono utiliz-
zabili dai docenti dei corsi universitari di tutto il paese: il manuale di Orlov
e colleghi figura già tra quelli proposti nei corsi di Storia della Russia del
XIX e XX secolo tenuti all’Università statale Lomonosov di Mosca e all’Uni-
versità statale di San Pietroburgo27. A misurarsi con questi testi sono perciò
gli studenti tra i 18 e i 22 anni. In base ai dati a disposizione non è possibile
conoscere con altrettanta precisione quali manuali sono consigliati nelle altre
università del paese, visto che i siti internet delle varie facoltà di Storia risul-
tano poco aggiornati o privi di informazioni.
Messi a confronto, i due manuali illustrano il grado di reinterpretazione del
passato sovietico e il livello di condizionamento delle pressioni governative,
così come la capacità, e possibilità, di mantenere una chiave interpretativa
autonoma, metodologicamente valida. Per apprezzarne le caratteristiche, mi
concentrerò su alcuni eventi chiave della storia della Russia sovietica: l’Otto-
bre 1917, la guerra civile, la modernità staliniana, il Grande terrore, il patto
Molotov-Ribbentrop e la Grande guerra patriottica. Nella scelta di questo
genere di comparazione, che prevede un’analisi dei testi per poi evidenziarne
analogie o difformità interpretative e il loro dialogo con la storiografia più ag-
giornata, mi sono ispirato ad alcuni studi esistenti su aspetti specifici28.

Ottobre 1917: una rivoluzione nazional-patriottica?

Il 1917 è una data simbolo nella storia russa del XX secolo ed è ancora
oggi ritenuto uno spartiacque decisivo nel passato del paese. Dopo un lungo
periodo di esaltazione della «Rivoluzione bolscevica», a partire dall’era di
Gorbačiov gli storici hanno sottolineato le differenze tra la Rivoluzione di
febbraio e quella d’ottobre, approfondendo le dinamiche che portarono alla
sconfitta dell’alternativa democratica e all’instaurazione di un regime mono-
partitico. Se negli anni di El’cin il governo ha privilegiato l’esaltazione della
Russia zarista con una condanna pressoché totale del 1917 e del colpo di stato

27
Cfr. http://sputniknews.com/russia/20071025/85407429.html (ultimo accesso: 13 febbra-
io 2016). L’offerta formativa del bakalavriat e della magistratura in Storia proposta presso
l’Università statale M.V. Lomonosov di Mosca (Mgu) è consultabile agli indirizzi: www.hist.
msu.ru/Abit/; http://sh.spb.hse.ru/ (ultimo accesso: 13 febbraio 2016).
28
Il medesimo schema è proposto ad esempio in J. Zajda-R. Zajda, The politics of re-
writing history cit. e in K. Korostelina, War of textbooks: History education in Russia and
Ukraine, «Communist and Post-Communist Studies», 43 (2010), n. 2, pp. 129-37.
la memoria dell’urss nella russia di putin 119

bolscevico in particolare, nel nuovo millennio, nel quadro di una riabilitazio-


ne in chiave patriottica del passato sovietico, Putin ha «invitato» a riconsi-
derare il valore del 191729. I due testi universitari si interrogano pertanto sui
motivi che portarono alla caduta dello zar.
Nel suo manuale Sacharov, ritenendo l’ultimo zar Michele II incapace di
gestire la fase di passaggio epocale attraversata dalla società russa nei primi
decenni del secolo e di fronteggiare la perdita di legittimità dell’autocrazia,
ricorda che nemmeno la Repubblica nata nel febbraio del 1917 poteva contare
su un appoggio popolare. In sostanza «l’alternativa liberal-riformista – ini-
ziata con la caduta dello zarismo e incarnata dal governo provvisorio di Ke-
renskij – non aveva radici dentro la vita del popolo russo» e si mostrò incapa-
ce di cambiare il paese30. Al contrario, la presa del potere da parte di Lenin
– definita un vero e proprio colpo di stato (perevorot) – avrebbe portato alla
costruzione di un nuovo Stato rispettoso della tradizione del popolo russo,
potendo contare su un ampio consenso popolare.
Nemmeno Geogriev e la Geogrieva, autori del capitolo sul ’17, discono-
scono la capacità bolscevica di captare con «sensibilità e maestria» i desideri
delle masse, ma non considerano l’alternativa liberal-democratica estranea
alla società russa e tanto meno inapplicabile. Semmai, ritengono la sconfitta
delle forze moderate e democratiche frutto della loro inadeguatezza a com-
prendere e risolvere i grandi problemi politici e sociali vissuti dal paese.
La capacità politica, quando non anche la fortuna, dei bolscevichi sarebbe
consistita nel dare al popolo quello di cui aveva immediatamente bisogno:
la pace e la terra. Così facendo però, concludono gli storici, Lenin «pose
fine al processo di democratizzazione della Russia e alla sua possibile e gra-
duale trasformazione in una democrazia parlamentare sul modello di quelle
europee»31.
Entrambi i manuali prestano molta attenzione a un aspetto chiave del 1917
russo: l’allontanarsi del paese dal modello di sviluppo politico ed economico
europeo – un tema che, nell’attuale clima di tensione tra la Federazione russa
e l’Unione europea, assume particolare importanza nel processo di rielabora-
zione della memoria proposta dal Cremlino.
I due manuali non risentono in egual misura delle esigenze e delle pres-
sioni governative e non interpretano allo stesso modo quanto avvenuto con la
presa del potere da parte di Lenin. Mentre gli storici dell’Università moscovi-
ta ritengono il fallimento della democrazia in Russia frutto delle circostanze

29
Cfr. C. Merridale, Redesigning History in Contemporary Russia, «Journal of Contempo-
rary History», 38 (2003), n. 1, Redesigning the Past, pp. 13-28.
30
A.N. Sacharov-A.N. Bochanov-V.A. Šestakov, Istorija Rossii s drevnejshich vremen do
nashich dnej nashich dnej v 2 tomach cit., p. 386.
31
A.S. Orlov-V.A. Geogriev-N.G. Geogrieva-T.A. Sivochina, Istorija Rossii učebnik 4-e
izdanie cit., p. 338.
120 scuola e storia

politiche, Sacharov vede nella vittoria dei bolscevichi lo sbocco naturale di


un processo rivoluzionario: ma non più definito, come al tempo della storio-
grafia sovietica, proletario o socialista, bensì nazional-patriottico. Così facen-
do, l’autore risponde pienamente alle aspettative di Putin: dare ampio risalto
alle gesta del popolo russo e alle caratteristiche che lo differenziano dagli
altri europei32.
Il manuale dei docenti del Mgu si riallaccia invece a giudizi già espressi da
parte della storiografia occidentale, in particolar modo dalla scuola revisioni-
sta americana33, e soppesa in maniera più equilibrata le cause socio-economi-
che che portarono alla crisi russa del 1917 e al suo epilogo.
Entrambi i testi, però, sottovalutano un evento legato in modo indissolubile
agli sviluppi russi di quell’anno: la Prima guerra mondiale. Sia Sacharov che i
suoi colleghi del Mgu individuano cause tutte “interne” alla Russia per com-
prendere la caduta dello zar e l’instaurazione del regime bolscevico, senza in-
serire questi eventi in una prospettiva mondiale o quantomeno europea. Così
facendo, ricadono negli stessi difetti degli altri manuali post-’91, che avevano
raccontato la storia russa come un qualcosa che potesse quasi prescindere
dalle vicende internazionali di inizio ’90034.

La guerra civile russa: lo Stato come strumento di difesa

La storiografia degli ultimi decenni ha individuato le cause della guerra


civile, una delle tante tragedie della storia della Russia nel ’900, nelle misure
economiche adottate dai bolscevichi e nel monopolio del partito leninista.
Secondo W. Bruce Lincoln, la guerra civile avrebbe rappresentato l’epilogo,
inevitabile, di un aspro scontro politico e sociale esploso ai primi del 1917 e
non più risolvibile con il compromesso tra le parti35.
Pur abbandonando i toni celebrativi utilizzati in epoca sovietica, buona
parte della storiografia russa post-’91 ha continuato a sostenere l’inevitabilità
della vittoria bolscevica contro un’opposizione disorganizzata, impopolare e
appoggiata dalle potenze straniere. Sacharov si colloca in questo quadro in-
terpretativo e ritiene che la contrapposizione tra Russia vecchia (i bianchi) e
nuova (i rossi) iniziò proprio nel febbraio 1917, con la caduta della monarchia.

32
Cfr. M. Vázquez Liñán, History as a propaganda tool in Putin’s Russia, «Communist
and Post-Communist Studies», 43 (2010), n. 2, pp. 167-78.
33
In particolare S. Fitzpatrick, The Russian Revolution, Oxford UP, New York 1982 e le
successive edizioni riviste del 1994 e del 2007, tradotto da Sansoni nel 1997 (La rivoluzione
russa).
34
Cfr. G. Procacci, Carte d’identità cit., pp. 61-62.
35
Cfr. W. Bruce Lincoln, Red Victory: A History of the Russian Civil War, Simon &
Schuster, New York 1989 (trad. it. I Bianchi e i Rossi. Storia della guerra civile russa, Mon-
dadori, Milano 1991).
la memoria dell’urss nella russia di putin 121

Nella sua interpretazione nazional-patriottica, egli considera i bolscevichi un


«prodotto» russo, vista la loro conoscenza della «mentalità e della psicologia»
del popolo, che li aveva resi capaci di emergere dal caos della guerra civile e
di suscitare un sentimento patriottico alimentato dall’intervento delle armate
bianche a fianco delle potenze straniere36.
Anche Geogriev e la Geogrieva riconoscono che i bolscevichi godettero di
un sostegno popolare ben maggiore rispetto ai generali bianchi, grazie anche
al ricorso a slogan patriottici che presentavano la guerra come espressione de-
gli interessi nazionali. Tuttavia, aggiungono un dato importante: la vittoria fu
possibile grazie all’instaurazione di un nuovo Stato basato sulla coercizione e
sulla centralizzazione, in grado di garantire l’indipendenza della Russia an-
che in condizioni apparentemente disperate. Enfatizzando il ruolo dello Stato
nella difesa della Russia sovietica dall’invasione straniera e dagli oppositori al
regime, il manuale finisce per avvalorare la tesi governativa dell’importanza
storica dell’apparato statale nel difendere gli interessi nazionali dai nemici,
interni ed esterni.
In definitiva, a fronte di un’innegabile rielaborazione della narrazione uffi-
ciale sovietica, i «bianchi» continuano a pagare il prezzo della loro alleanza
con le potenze occidentali; lo scontro con i bolscevichi, presentato come
guerra civile, viene in realtà raccontato come storia della lotta di liberazione
del popolo russo, guidato dai bolscevichi, dagli invasori: la guerra fratricida
diventa da un lato una fase della lotta «nazionale» contro le ingerenze stra-
niere, e dall’altro il primo passo verso il rafforzamento del moderno Stato
russo.

La modernità staliniana: il progresso a caro prezzo

L’interpretazione della modernizzazione della Russia in epoca staliniana


proposta sia da Sacharov che dalla Sivochina (autrice del capitolo relativo nel
volume della facoltà moscovita) può essere così riassunto: la collettivizzazio-
ne forzata e l’industrializzazione accelerata posero le basi per la modernizza-
zione del paese grazie alla creazione di un sistema di comando centralizzato,
burocratico e repressivo, e a prezzo della morte di milioni di persone. En-
trambi i manuali ammettono, e non poteva essere altrimenti, che lo sviluppo
sovietico a cavallo degli anni ’20 e ’30 fu complesso e dagli esiti contrad-
dittori, ma non rinunciano a sottolinearne i risultati positivi. A giudizio di
Sacharov, ad esempio, la politica bolscevica rispondeva «al desiderio storico
della società russa di recuperare il ritardo economico dall’Occidente»37, rea-

36
A.N. Sacharov-A.N. Bochanov-V.A. Šestakov, Istorija Rossii s drevnejshich vremen do
nashich dnej v 2 tomach, cit., p. 435.
37
Ivi, p. 459.
122 scuola e storia

lizzato attraverso un sistema totalitario che affondava le radici nei «tradizio-


nali elementi caratterizzanti la cultura politica russa»38. Gli aspetti negativi
di questo tipo di sviluppo erano, quindi, un male necessario per preparare il
paese alle future prove.
Nei manuali di storia russa usciti nel paese dopo il 1991 il termine «totali-
tarismo» è entrato nel lessico storico a descrivere un sistema di controllo «to-
talizzante» che purtuttavia, a causa delle sue particolarità socio-economiche,
non è paragonabile a quello «razzista e nazionalista» della Germania hitleria-
na39. Diversamente da molti colleghi che hanno parlato di «totalitarismo so-
cialista», Sacharov definisce – e non è il primo – il sistema staliniano un «to-
talitarismo di stampo russo»40, ritenendo il sistema socio-economico sovietico
conforme alla tradizione politica del paese e anzi strumento necessario per
l’ingresso nella modernità novecentesca41.
In questo giudizio si ritrova in parte anche Sivochina: la centralizzazione
e i metodi di comando imposti dall’alto negli anni ’30, nonostante gli evi-
denti svantaggi, «giocarono un ruolo decisivo nella mobilitazione economica
di tutte le risorse per respingere la – successiva – aggressione fascista» e
per modernizzare il paese42. La storica sottolinea inoltre l’ampio consenso
raccolto dal regime in larghi strati della popolazione urbana al tempo delle
campagne per l’«edificazione del socialismo», frutto certo della propaganda
ma anche di uno spontaneo appoggio alla grandiosa opera di modernizza-
zione. Tuttavia, diversamente da Sacharov, Sivochina non ritiene lo sviluppo
imposto da Stalin come il più «rispettoso» della tradizione politica russa; al
contrario, sottolinea l’esistenza di un’alternativa, ovvero la prosecuzione della
politica della Nep, incarnata, dopo la morte di Lenin, da Bucharin e dagli
uomini a lui vicini. La riflessione sulle possibilità di uno sviluppo diverso
per il socialismo sovietico è emersa – già ai tempi di Gorbačiov e soprat-
tutto dopo la dissoluzione dell’Urss – dal dibattito interno alla storiografia
comunista43, tanto che alcuni storici russi hanno studiato la genealogia dello
stalinismo alla luce delle vie alternative inesplorate, approfondendo appunto

38
Ivi, p. 476.
39
Cfr. G. Procacci, Carte d’identità cit., pp. 65-68. Nell’impossibilità di rendere conto del
dibattito sull’uso del termine in campo storico, rinvio a B. Bongiovanni, Totalitarismo, «Pas-
sato e presente», XXVIII (2010), n. 81, pp. 121-30.
40
Di «totalitarismo socialista» avevano già parlato A.A. Kreder, Novejšaja istorija
zarubežn’ich stran 1914-1997 [Storia contemporanea dei paesi stranieri 1914-1997], Moskva
2000, e O.S. Soroko-Zjupa-A.O. Soroko-Zjupa (a cura di), Novejšaja istorija (1918-1999) [Sto-
ria contemporanea 1918-1999], Moskva 2001.
41
Una conclusione già avanzata da O.A. Blinnikova, Otečestvennaja istorija [Storia pa-
triottica], Moskva 1999.
42
A.S. Orlov-V.A. Geogriev-N.G. Geogrieva-T.A. Sivochin, Istorija Rossii učebnik 4-e
izdanie, cit., p. 378.
43
Cfr. Istituto Gramsci, Bucharin tra rivoluzione e riforme, Editori Riuniti, Roma 1982.
la memoria dell’urss nella russia di putin 123

la figura di Bucharin44. Così ha fatto anche lo storico americano Stephen F.


Cohen, allievo di Robert Tucker e docente alla Columbia University, che ha
più volte insistito sulla presenza di un ampio gruppo di dirigenti sovietici in
grado di prospettare una modernità diversa e più idonea alle caratteristiche
socio-economiche della Russia di inizio ’90045. In continuità con questi stu-
di, Sivochina richiama l’attenzione degli studenti sul dramma vissuto negli
anni ’30 dai contadini, contro i quali Stalin portò avanti una vera e propria
guerra, sordo ai richiami di Bucharin a mantenere loro i privilegi ottenuti
con la Nep, nell’ambito di uno sviluppo economico fondato sul «compro-
messo».
Per quanto dunque entrambi gli storici non nascondano i risultati positivi
legati alla modernità staliniana, i giudizi sono profondamente divergenti: se
per Sacharov i sacrifici furono un prezzo inevitabile, per la Sivochina gli esiti
furono il frutto di precise scelte politiche, dal costo umano enorme, che parte
della popolazione russa e non (ucraini, bielorussi ecc.) dovette pagare e che si
sarebbe però potuto evitare, adottando un diverso modello di sviluppo econo-
mico. Il manuale degli storici dell’università moscovita non sottovaluta affatto
i drammi provocati dalla modernizzazione e si differenzia dalle semplicisti-
che glorificazioni dello Stato russo così care a Putin e, di riflesso, a Sacharov.
Entrambi i testi, comunque, rifiutano di definire genocidio programmato la
morte di milioni di contadini ucraini, stroncati dalla fame durante la carestia
del 1932-33. La Sivochina ricorda che la politica nelle campagne, costellata
da errori, provocò la tremenda carestia che colpì il sud-ovest dell’Urss e quin-
di indifferentemente ucraini, bielorussi, russi. Ma in assenza della volontà cri-
minale di sterminare un particolare gruppo etnico, la categoria di genocidio
non è a suo parere appropriata per definire un dramma che – sottolinea – non
colpì solo gli ucraini.
Come noto, la storiografia occidentale ha ampiamente analizzato gli eventi
degli anni ’30 nell’Ucraina sovietica; con diverse sfumature, vi è chi ha indi-
viduato nelle politiche staliniane la causa della morte per fame di milioni di
cittadini sovietici e un volontario accanimento verso i contadini ucraini46: una

44
V.P. Dmitrienko-V.D. Esakov-V.A. Shestakov (a cura di), Istorija otečestva, Moskva
2000 [Storia della patria]; R.A. Arslanov, Istorija otečestva s drevnejšich vremen do konca
XX veka, Moskva 2002 [Storia della patria dai tempi antichi alla fine del XX secolo].
45
S.F. Cohen, Bucharin e la rivoluzione bolscevica Biografia politica 1888-1938, Feltri-
nelli, Milano 1975 e Id., Soviet Fates and Alternatives Lost Stalinism to the New Cold War,
Columbia UP, New York 2009. Cfr. anche A. Di Biagio, Bucharin, un bolscevico stalinista,
in P.P. Poggio (a cura di), L’altro novecento. Comunismo eretico e pensiero critico, Jaca
Books, Milano 2010, pp. 229-37.
46
Cfr. A. Graziosi, Lettere da Kharkov. La carestia in Ucraina e nel Caucaso del Nord
nei rapporti dei diplomatici italiani, 1932-33, Einaudi, Torino 1991 e Id., Le carestie so-
vietiche del 1931-33 e il Holodomor ucraino. È possibile una nuova interpretazione e quali
sarebbero le sue conseguenze, «Storica», 2004, n. 30, pp. 7-30; R. Conquest, Raccolto di do-
lore. Collettivizzazione sovietica e carestia terroristica, Liberal, Roma 2004.
124 scuola e storia

lettura rifiutata da alcuni storici russi, che hanno sottolineato il carattere tra-
sversale di una tragedia comune a tutti i popoli dell’ex Urss47.
Su questo tema spinoso è in atto una vera e propria guerra della memoria
tra Russia e Ucraina fin dalla dissoluzione dell’Urss. Il Cremlino ha sempre
rifiutato di individuare nella carestia uno strumento voluto da Stalin per pu-
nire gli ucraini, sostenendo al contrario l’esistenza, duratura nei secoli, di
un legame particolare tra i russi e i “fratelli minori” ucraini. La controversia
non ha risparmiato i testi scolastici e universitari, che sono – e i manuali qui
esaminati non fanno eccezione – condizionati dalla volontà governativa di
piegare la storia alle esigenze di legittimare la propria politica del presente48.
Ciononostante, le divergenze di giudizio emerse nei due manuali sulla
“modernità staliniana” non vanno sottovalutate e appaiono il riflesso di un
dibattito ancora vivo tra gli storici, che permette un affinamento dell’anali-
si storica non riscontrabile nei temi analizzati in precedenza, soprattutto la
guerra civile.

Il Grande terrore: il terrore di Stalin

Nell’analisi del Grande terrore i due manuali concordano nei tratti generali
per definirlo. Geogriev e la Geogrieva sottolineano come la repressione ab-
bia colpito tutti gli strati della popolazione, e Sacharov aggiunge che furono
centinaia di migliaia di «leali cittadini» a cadere vittima degli organi di sicu-
rezza. Il testo degli storici dell’università moscovita tiene a sottolineare, a più
riprese, l’assoluta irregolarità di tutti i processi, politici e non, celebrati negli
anni ’30: si trattò di «uso arbitrario del potere», esercitato personalmente da
Stalin, che fece del terrore lo strumento essenziale per mantenere e rafforzare
la sua leadership. Non è assente, nei due manuali, una certa accuratezza nel
presentare le vittime della repressione, le cifre dei deportati nel sistema del
gulag, i morti. Non potrebbe essere altrimenti dopo che la storiografia, sia
occidentale che russa, ha ricostruito in dettaglio il Terrore usufruendo dell’a-
pertura degli archivi sovietici49. In Russia è da molti anni attiva una ong, Me-
morial, che intende ricostruire le vite spezzate e le memorie dimenticate dei
deportati del gulag sovietico, che pure sta attraversando un periodo di grandi
difficoltà50.

47
V.V. Kondrašin, Golod 1932-33 godov. Tragedija rossijskoj derevni [La fame 1932-33.
Tragedia dei villaggi russi], Fond El’cina, Moskva 2008.
48
Cfr. K. Korostelina, War of textbooks cit.; E. Levintova, Past imperfect: The construc-
tion of history in the school curriculum and mass media in post-communist Russia and
Ukraine, «Communist and Post-Communist Studies», 43 (2010), n. 2, pp. 125-27.
49
Cfr. O.V. Chlevnjuk, Storia del Gulag. Dalla collettivizzazione al Grande terrore, Ei-
naudi, Torino 2006 e, per un caso particolare, E. Dundovich-F. Gori, Italiani nei lager di
Stalin, Laterza, Roma-Bari 2006.
50
www.memo.ru/eng/, su cui cfr. M. Ferretti, Percorsi della memoria cit.
la memoria dell’urss nella russia di putin 125

A ben vedere, ciò che manca nei due manuali è una spiegazione dei motivi
del Grande terrore che vada al di là delle più comuni interpretazioni. Secondo
Geogriev e la Geogrieva la repressione fu il prodotto della volontà di Stalin di
rafforzare il proprio controllo sul partito e sulla società. Per Sacharov il ter-
rore fu funzionale non solo al mantenimento del potere da parte di Stalin, ma
anche a un corretto funzionamento di un sistema burocratico basato sul mo-
nopartitismo. In entrambi i casi, la volontà di dominio di Stalin è individuata
come la molla principale del terrore, di cui vi sarebbe dunque un responsabile
unico. Per questa via, è evidente, si finisce per assolvere non tanto il Partito
bolscevico, che ormai nessuno difende, quanto il popolo russo. Eppure, per
quanto sia stato proprio esso a pagare il costo maggiore del periodo stalinia-
no, la storiografia post-’91 ha bene illustrato le spinte provenienti dal basso51:
ad esempio Nicolas Werth ha documentato il ruolo di carnefici, oltre che ov-
viamente di vittime, svolto da cittadini sovietici nelle operazioni di massa52.
Particolarmente significative sono dunque alcune omissioni nel manuale
dei membri della facoltà moscovita, in cui non si ricorda, come concausa
del Grande terrore, l’assenza di una tradizione democratica e al contrario la
presenza di una prassi di controllo statale autoritario sulla popolazione. An-
che Sacharov entra, in questa parte, in contraddizione con quanto affermato
in precedenza, poiché presenta le purghe quasi come un corpo estraneo alla
tradizione russa e prodotto autonomo di un dittatore sanguinario, pur avendo
più volte sottolineato che il sistema sovietico fu frutto di una cultura e di una
tradizione politica nazionale che aveva trovato nei bolscevichi lo strumento
per aprire la strada a una nuova epoca.
I capitoli sulla repressione nel periodo staliniano finiscono per assolvere
la società russa dalla corresponsabilità per aver favorito l’instaurazione di
un regime statale capace di utilizzare il terrore in modo sistematico contro
il proprio popolo, eppure, allo stesso tempo, in nome di quest’ultimo. Cosi
facendo, dimostrano di non aver fatto tesoro degli studi recenti degli storici
occidentali e di buona parte della storiografia russa53. Certe semplificazioni
sembrano legate alla volontà di evitare agli studenti universitari un’analisi ap-
profondita delle pagine probabilmente più drammatiche della storia russa, ma
anche frutto evidentemente delle pressioni governative e della mancata messa
in discussione del paradigma storiografico, ampiamente accolto in entrambi i
testi, in base al quale lo Stato ha sempre giocato un ruolo positivo nella storia
della Russia.

51
Cfr. J. Arch Getty, Origin of Great Purges: The Soviet Communist Party Reconsidered
1933-1938, Cambridge UP, New York 1996; Id.-O.V. Naumov, The Road to Terror, Stalin and
the Self-Destruction of the Bolsheviks, 1832-1939, Yale UP, New York 1999.
52
N. Werth, Nemici del popolo. Autopsia di un assassinio di massa. Urss 1937-1938, il
Mulino, Bologna 2009.
53
In particolare O.V. Clevnjuk, Storia del Gulag cit.
126 scuola e storia

Il patto Molotov-Ribbentrop: una necessità storica

La firma del trattato di non belligeranza dell’estate del 1939 tra Urss stali-
niana e Germania hitleriana è un tema su cui all’analisi storica si è affiancato
negli ultimi anni un intenso dibattito pubblico in Russia e nei paesi dell’Est
Europa, in particolare Polonia e Repubbliche baltiche54. Se prima del crollo
dell’Urss ci si era basati sul poco materiale disponibile a Mosca e su ipotesi
su quanto fosse realmente accaduto nelle stanze del Cremlino55, dopo l’a-
pertura degli archivi è finalmente emersa una documentazione che consente
argomentazioni più solide: ciononostante, le interpretazioni del patto Molo-
tov-Ribbentrop continuano a essere discordanti. Mentre Timothy Snyder ha
ricostruito le tragiche conseguenze dell’accordo sull’Europa orientale, su cui
le mire di Stalin erano evidenti e trovavano sponde in Germania e in Giappo-
ne56, Geoffrey Roberts insiste invece sul carattere difensivo del patto, espres-
sione della consapevolezza di Stalin dell’inevitabilità dello scontro con Hitler
in assenza di un compromesso con le democrazie occidentali57.
Secondo Geogriev e Geogrieva, visto l’atteggiamento assunto dalle po-
tenze occidentali ai tempi della Guerra civile spagnola, alla fine degli anni
’30 l’Urss aveva deciso di rafforzare i propri confini in vista di una guerra
che la «sicurezza collettiva» non era in grado di evitare. E anche Sacharov
ricorda che i governi occidentali non fecero nulla per mantenere la pace: con
gli accordi di Monaco vennero meno «le possibilità per la sicurezza colletti-
va di evitare la guerra», visto il «desiderio» di Parigi e Londra di «favorire»
l’aggressione di Hitler all’Est Europa58. Stalin, rassegnato all’inevitabilità del
conflitto, avrebbe così cercato di tenerne fuori il paese, firmando l’accordo
di non belligeranza con Hitler per garantirsi maggiori territori e dunque più
sicurezza in conseguenza del comportamento occidentale59.
Quest’interpretazione si pone in una logica di parziale continuità con la
storiografia sovietica, pur facendo propri alcuni spunti delle ricerche più re-
centi. Se infatti per tutto il lungo secondo dopoguerra la narrativa ufficiale
del Pcus aveva ribadito la volontà sovietica di trovare un accordo con le de-
mocrazie occidentali – costruendo intorno a essa una memoria dello scoppio

54
Cfr. S. Burch-D.J. Smith, Empty spaces and the value of symbols: Estonia’s ‘war of
monuments’ from another angle, «Europe-Asia Studies», 59 (2007), n. 6, pp. 913-36.
55
Rinvio a due classici che esprimono un giudizio diverso sulla politica estera del Crem-
lino: A.B. Ulam, Storia della politica estera sovietica (1917-1967), Rizzoli, Milano 1970 e
G.D. Ra’anan, International Policy Formation in the Ussr. Factional “Debates” During the
Zhdanovshchina, Archon Books, Hamden (Cf) 1983.
56
T. Snyder, Terre di Sangue. L’Europa nella morsa di Hitler e Stalin, Rizzoli, Milano
2011 (ed. or. 2010).
57
G. Roberts, Molotov: Stalin’s Cold Warrior (Shapers of International History), Potomac
Books, Washington 2011.
58
Istorija Rossii s drevnejshich vremen do nashich dnej v 2 tomach cit., p. 521.
59
Istorija Rossii učebnik 4-e izdanie cit., p. 388.
la memoria dell’urss nella russia di putin 127

della guerra fondata sul paradigma del tradimento occidentale60 – tale inter-
pretazione è francamente insostenibile dopo la «rivoluzione degli archivi» e
la descrizione della politica del «doppio binario» diplomatico, con la scelta
staliniana di firmare accordi più vantaggiosi con Hitler, vista l’indisponibilità
delle democrazie occidentali ad accettare le richieste di Mosca61.
Di tutto questo nei manuali c’è assai poco, visto che si ripropone in modo
abbastanza piatto l’interpretazione sovietica: il prezzo delle battaglie tra Fe-
derazione russa e Ue sulla memoria è evidentemente alto da pagare. Sacharov
è perfettamente a suo agio nel ruolo dello storico che sostiene il governo in
una fase di estrema tensione facendo ricorso alle armi del manuale e lo dimo-
stra nelle pagine successive. Come noto, grazie ai protocolli segreti del patto
l’Urss guadagnò i territori già appartenuti all’Impero zarista all’inizio del XX
secolo, occupando le tre Repubbliche baltiche e la Bessarabia e spostando
sulla «linea Curzon» i confini con la Polonia, occupata dai nazisti: Sacharov
legittima questo riappropriarsi di territori storicamente «russi», abitati da
ucraini e bielorussi che attraverso «libere elezioni» avevano eletto i partiti co-
munisti locali e che l’Urss aveva protetto essendo «naturali» alleati dei russi.
Come ormai dovrebbe essere chiaro, il manuale dei membri dell’Università
di Mosca si distanzia nettamente da tale interpretazione: pur necessario per
la sicurezza dell’Urss, il patto prefigurava negli accordi segreti un’evidente
«violazione del diritto internazionale e della sovranità degli altri Stati», con-
fermata dai crimini commessi dell’Armata rossa in Polonia62. In questo caso,
dunque, si riscontra l’abbandono di alcune tesi tipiche della vecchia storio-
grafia sovietica e si respira l’aria di un dibattito aperto. Con i loro giudizi gli
storici del Mgu dimostrano di possedere ancora una indubbia indipendenza,
nonostante le forti tensioni internazionali e le pressioni governative.

La Grande guerra patriottica: la Russia sola contro tutti

Nell’immaginario collettivo russo la vittoria nella Seconda guerra mon-


diale rappresenta uno dei principali motivi di orgoglio: è la Grande guerra
patriottica con artefice indiscutibile il popolo russo, mentre il contributo delle
altre popolazioni, specialmente dopo il 1991, è messo in secondo piano63.
Nei manuali sono ripercorsi gli errori che portarono all’iniziale debâcle
sovietica, frutto dell’impreparazione del paese. Ma mentre Geogriev e la

60
Cfr. i testi ufficiali stampati dal regime sovietico, sotto Brežnev (Istorija vnešnej poli-
tiki SSSR 1917-1945 [Storia della politica estera dell’Urss 1917-1945], izdatel’stvo “nauka”,
Moskva 1976) e Gorbačiov (Istorija vnešnej politiki SSSR 1917-1945 [Storia della politica
estera dell’Urss 1917-1945], izdatel’stvo “nauka”, Moskva 1986).
61
S. Pons, Stalin e la guerra inevitabile 1936-1941, Einaudi, Torino 1995.
62
Istorija Rossii učebnik 4-e izdanie cit., p. 389.
63
Cfr. L. Gudkov, The fetters of victory cit.
128 scuola e storia

Geogrieva ne rintracciano le origini nelle contraddizioni dello sviluppo eco-


nomico e nella sottovalutazione da parte di Stalin dei movimenti dell’esercito
tedesco alla frontiera con l’Urss, Sacharov vede nell’impreparazione bellica
dell’Armata rossa un riflesso della dottrina militare sovietica, incentrata su
una tattica offensiva: il vero errore politico di Stalin fu il mancato attacco
preventivo contro la Germania prima del 1941. L’impreparazione tattica per
una guerra difensiva, sottolineata di recente anche da Geoffrey Roberts, fa-
rebbe dunque da contraltare alla capacità dell’Armata rossa di passare alla
controffensiva64. L’interpretazione di Geogriev/Geogrieva è quella comune-
mente condivisa nella storiografia occidentale, che sottolinea le carenze strut-
turali dell’Urss alla vigilia dell’operazione Barbarossa, gli errori di Stalin e
le conseguenze disastrose delle purghe dell’Armata rossa65. Mettendo a frutto
le acquisizioni più recenti, essi sottolineano il ruolo cruciale della propa-
ganda patriottica per alimentare un orgoglio nazionale ferito dalle atrocità
commesse dai nazisti sul suolo russo. Su questa linea è anche Sacharov, che
però insiste sull’abilità strategica dei generali sovietici e, di nuovo, sul ruolo
dello Stato in uno dei momenti più critici della storia russa del ’900. I due
manuali condividono anche il giudizio negativo nei confronti della condotta
anglo-americana: secondo Geogriev e la Geogrieva gli alleati occidentali ri-
tardarono l’apertura del secondo fronte in Francia – richiesto da Stalin fin dal
1941 – per far gravare interamente sulle spalle del popolo sovietico il peso
del conflitto; dal canto suo, Sacharov ricorda che lo sbarco in Normandia av-
venne solo nel momento in cui gli anglo-americani si resero conto che l’Urss,
dopo Stalingrado e Kursk, sarebbe stata in grado di vincere la guerra anche
da sola: evidente la continuità con le interpretazioni ufficiali pre-’9166.
L’enfasi posta sul ruolo della Russia nella Seconda guerra mondiale non
è solo il semplice contraltare della celebrazione, ampiamente diffusa in Oc-
cidente, dei meriti statunitensi nella liberazione dell’Europa (con relativa
mitizzazione dello sbarco in Normandia), ma è anche frutto della linea gover-
nativa67: la vittoria nella guerra del resto è l’unico e indiscusso momento di
orgoglio e di riscatto della comunità nazionale russa in un secolo costellato
da così tanti crimini e sofferenze.
Il limite di questi come di molti altri manuali di storia russa sta nel ridurre
la Seconda guerra mondiale a uno scontro tra Russia e Germania, lasciando
sullo sfondo sia il contributo degli alleati alla vittoria dei russi, sia l’impor-

64
G. Roberts, Stalin’s Wars from World War to Cold War cit.
65
Una buona sintesi sul tema è in J. Barber-M. Harrison, Patriotic War 1941-1945, in R.G.
Suny (ed.), The Cambridge History of Russia, vol. III, The Twentieth Century, Cambridge
UP, New York 2006.
66
Cfr. Istorija vnešnej politiki SSSR 1917-1945 cit. e Istorija vnešnej politiki SSSR 1917-
1945 cit.
67
Cfr. M. Vázquez Liñán, History as a Propaganda Tool in Putin’s Russia cit. e M. Fer-
retti, L’identità ritrovata cit.
la memoria dell’urss nella russia di putin 129

tanza del palcoscenico globale entro il quale si sviluppò il conflitto e fu pos-


sibile sconfiggere le forze dell’Asse68. Il tutto è perfettamente funzionale alle
esigenze di Putin: se il governo condiziona le analisi storiche, queste garanti-
scono l’ulteriore sedimentarsi nella memoria collettiva, ancor prima che nella
storiografia, di una narrazione eroica e patriottica ben radicata.

Una parziale conclusione

I due manuali sono molto recenti ed è pertanto difficile verificare la loro


diffusione e fortuna nelle adozioni dei docenti universitari russi, così come è
prematuro valutare il livello di apprezzamento degli studenti di Mosca e San
Pietroburgo, ai quali comunque si raccomanda il testo di Orlov e colleghi per
la preparazione degli esami di storia patria.
Qualche dato sui cambiamenti nel modo di percepire la storia naziona-
le da parte di giovani tra i 18 e i 24 anni – dunque in età universitaria – è
comunque ricavabile da alcuni sondaggi condotti dal Vsyerossiı̌skiı̌ tsentr
izučenija obščestvennogo mnenija (Vcimo) [Centro di ricerca russo per l’o-
pinione pubblica], un’organizzazione governativa fondata nel 1999 e oggetto
negli ultimi anni di numerose critiche da parte di Putin e di una querelle tra i
suoi sostenitori e detrattori svoltasi sui giornali69. I dati in ogni caso servono
a verificare i cambiamenti nel corso del tempo. Mentre nel 2001 il 43% degli
intervistati dal Vcimo aveva dichiarato di provare un senso di «disgusto» e
«paura» per l’operato di Stalin, la percentuale nel 2013 è drasticamente calata
al 25%70. Secondo un sondaggio del 2007, il 15% riteneva «buono» il ruolo
svolto da Stalin nella storia russa, mentre nel 2011 ha dato questa risposta il
26% degli intervistati71. Nel settantesimo anniversario dello scoppio della Se-
conda guerra mondiale, il 63% dei giovani riteneva «corretta» la decisione di
Stalin di firmare il patto con Hitler per cercare di evitare il conflitto72 e, sem-
pre nel 2009, ben il 77% degli intervistati riteneva l’Armata rossa decisiva nel
liberare l’Est europeo dall’invasore nazista e, successivamente, nel garantire a
quelle popolazioni il diritto e l’opportunità di vivere liberamente; solo l’11%
era dell’idea che l’esercito russo avesse invece favorito, dopo il conflitto, la
creazione di regimi dittatoriali e oppressivi in Europa orientale73.
La riabilitazione del passato sovietico, in particolar modo dell’epoca stali-
niana e del ruolo svolto durante la Seconda guerra mondiale, sembra andare

68
G. Procacci, Carte d’identità cit., pp. 70-71.
69
http://wciom.ru/ (ultimo accesso a tutti i sondaggi proposti dal Vcimo 13 febbraio 2016).
70
www.wciom.com/index.php?id=61&uid=798.
71
www.wciom.com/index.php?id=61&uid=22.
72
www.wciom.com/index.php?id=61&uid=320.
73
www.wciom.com/index.php?id=61&uid=369.
130 scuola e storia

di pari passo col sempre maggiore disinteresse dei giovani per la storia del
’900. Il 45% dei ragazzi intervistati dal Vcimo sull’importanza del patto
Molotov-Ribbentrop ha confessato di non esserne nemmeno a conoscenza,
mentre ben il 69% non ha saputo indicare un evento «importante» degli anni
1937-38, e il 49% di quanti si sono sentiti chiedere cosa pensassero dell’Urss
staliniana ha risposto con «indifferente»74. Le pressioni governative avranno
certo rafforzato i sentimenti patriottici e contribuito a reinserire Stalin nel
pantheon dei padri della patria, ma l’irrigidimento della narrazione storica,
per certi versi analoga a quella pre-’91, sembra aver prodotto, almeno nelle
giovani generazioni, un disinteresse per la storia, nazionale e internazionale.
I vincoli sempre maggiori imposti agli storici e l’influenza esercitata dal
governo di Putin sui libri che raccontano il ’900 russo non possono che peg-
giorare una situazione già di per sé poco favorevole a una rielaborazione cri-
tica del ’900 stesso. Esaminando i manuali di storia russa usciti dopo il 1991,
Procacci individuava il rischio maggiore per la storiografia post-sovietica:
estrapolare la storia della Russia dal suo contesto globale75, che è quanto in
definitiva fanno i due manuali qui esaminati. Per quanto i docenti dell’Uni-
versità di Mosca affermino che «la storia russa è parte della storia mondiale»,
il percorso seguito dal paese nel secolo XX è ritenuto da entrambi i manuali
«particolare»76; proprio in nome di questa particolarità gli autori non sem-
brano porsi la questione, tutt’altro che secondaria, se la Russia faccia o meno
parte dell’Europa piuttosto che dell’Asia. Il paese sembra quasi sospeso in un
limbo e le particolarità – più enunciate che dimostrate – appaiono come un
prodotto divino piuttosto che espressione dell’incredibile incontro tra Est e
Ovest realizzatosi in un crocevia eccezionale come la Russia.
I manuali propongono una storia dei russi intesi come gruppo etnicamente
e politicamente dominante nell’Europa centro-orientale, o per meglio dire
dello «Stato dei russi». Ma si tratta, come noto, di una semplificazione in-
debita perché la Russia come entità statale etnicamente omogenea è una co-
struzione artificiale; fin dalla conquista da parte di Mosca dei territori della
Rus’ – dove vivevano anche popolazioni di origine bielorussa e ucraina – e
di quelli dei canati di Kazan’ e Astrachan’, sotto l’egida del Cremlino han-
no convissuto popoli diversi. Se l’Impero dei Romanov dominava su intere
nazioni asservite e nel ’900 l’Urss è stata una federazione di popoli e Stati
diversi, ancora oggi la Federazione russa conosce le più svariate autonomie
amministrative, vivendo le difficoltà e le tensioni di uno Stato multietnico.
È dunque un errore – riprendendo le parole di Andreas Kappeler – studiare
la Russia come uno «Stato nazionale»: per uscire dalle secche della storia
della «nazione russa» occorre considerare le complessità di un impero mul-

74
www.wciom.com/index.php?id=61&uid=798.
75
G. Procacci, Carte d’identità cit., pp. 70-71.
76
Istorija Rossii učebnik 4-e izdanie cit., p. 6.
la memoria dell’urss nella russia di putin 131

tietnico77. Nel quadro attuale, con vari popoli dell’Europa centro-orientale e


dell’Asia centrale che hanno riacquistato dopo lungo tempo l’indipendenza da
Mosca, questa esigenza appare però schiacciata sotto i colpi della guerra della
memoria in atto al Cremlino, combattuta a suon di rivendicazioni, da parte di
tutti, dei caratteri «nazionali» della propria storia. Le conseguenze sul piano
della conoscenza storica sono evidenti, perché eventi drammatici come la
collettivizzazione forzata delle campagne o il terrore staliniano rischiano di
diluirsi in una narrazione tesa a glorificare il passato dello Stato russo e ad
affermare la superiorità della Russia sull’Occidente, come avvenuto appunto
in occasione delle celebrazioni del settantesimo.
Gli anni di Putin sembrano segnare un’escalation nella politica di condizio-
namento della ricerca storica, che almeno dalla fine degli anni ’80 del ’900
non è più inquadrata in una narrazione ufficiale ma segue appunto le esigenze
delle classi dirigenti78. Vari archivi aperti alla consultazione dopo il 1991 si
sono richiusi o presentano una tale serie di ostacoli burocratici da scoraggiare
molte ricerche, specialmente individuali. Inoltre, gli studi di autorevoli storici
russi apprezzati in Occidente per il loro rigore scientifico sono messi in di-
sparte nel dibattito pubblico a vantaggio di lavori più funzionali a veicolare
messaggi «nazionali» di più facile comprensione, come testimonia il proli-
ferare di volumi, film e documentari sul passato, sia imperiale che sovietico.
Questa politica della memoria ufficiale, avviata da El’cin e amplificata da
Putin in un contesto interno più stabile, tende a espungere dalla storia nazio-
nale gli eventi non funzionali alla glorificazione del passato russo in chiave
patriottica, con gravi ripercussioni sulla memoria dei cittadini russi.
Lo schema dicotomico «noi» (i russi) e «loro» (gli europei), proposto nei
manuali di storia per i diversi gradi della scuola pubblica e per l’università,
limita la capacità delle nuove generazioni di comprendere in modo critico il
periodo sovietico e le sue tragedie79, col risultato, già denunciato da Maria
Ferretti, che «la società russa non riesce a fare i conti con il suo passato» e a
rielaborare il proprio ’90080.
Tutti questi elementi mi sembrano emergere con evidenza nei manuali ana-
lizzati. Sebbene quello dei docenti della facoltà moscovita sia più equilibrato
nei giudizi e attento a recepire le nuove acquisizioni storiografiche, anche qui
troviamo giudizi sommari – soprattutto sul Grande terrore – e imbarazzanti
omissioni. Dal canto suo, il manuale di Sacharov si adatta senza problemi

77
A. Kappeler, La Russia. Storia di un impero multietnico, Edizioni Lavoro, Roma 2006,
p. XX.
78
Sul periodo el’ciniano cfr. M. Ferretti, Percorsi della memoria cit.
79
Sulla dicotomia russi, europei nei manuali di storia cfr. G. Procacci, Carte d’identità
cit., p. 63.
80
M. Ferretti, Percorsi della memoria: il caso russo cit., p. 35.
132 scuola e storia

alla vulgata nazional-patriottica, per quanto sarebbe fuorviante individuarne


come unica causa il clima politico.
Se su vari temi le opinioni divergono, quelli della «nazione» e del dirigi-
smo statale – incarnato via via dallo zar, da Stalin e dal Pcus, da Putin – do-
minano ovunque, a causa della tendenza della storiografia russa a studiare le
vicende di un Impero prima, e di una Federazione multietnica poi, come un
unico Stato nazionale. Un’ipoteca che, senza un’inversione di tendenza, grava
anche sugli studi del futuro.
Le battaglie in corso circa la memoria divisa del ’900 europeo e russo
aggravano il quadro, perché la ricostruzione e la commemorazione delle tra-
gedie vissute dall’Europa centro-orientale a opera dei regimi comunisti non
possono coniugarsi con la narrazione patriottica della storia russa voluta dal
Cremlino. E la damnatio memoriae del passato sovietico nei paesi baltici, in
Ucraina e in Polonia altro non fa che aumentare le distanze, come conferma
la riabilitazione in chiave antisovietica di quanti collaborarono con la Germa-
nia hitleriana nello sterminio degli ebrei e, più in generale, la coesistenza di
tante memorie divise e inconciliabili81.

81
In relazione alle memorie divise dell’Europa e alle politiche dell’Ue cfr. R. Vinyes, La
gestione pubblica del passato europeo: quale memoria?, «Passato e presente», XXIII (2015),
n. 96, pp. 41-61.