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KrV

Prefazione
Prefazione
Introduzione

Dottrina trascendentale degli elementi

Estetica trascendentale

Logica trascendentale
Introduzione

Parte I. Analitica trascendentale


l.1. Analitica dei concetti
Cap.1 Filo conduttore
Cap.2 Deduzione dei concetti puri
l.2. Analitica dei principi
Introduzione
Cap.1 Schematismo
Cap.2 Sistema di tutti i principi
Assiomi dell’intuizione
Anticipazioni della percezione
Analogie dell’esperienza
Postulati del pensiero empirico
Confutazione dell’idealismo
Osservazione generale
Cap.3 Fenomeni e noumeni
Anfibolia

ParteII. Dialettica trascendentale


Introduzione
l.1 Concetti della ragion pura
l.2 Inferenze dialettiche
Cap.1 Paralogismi
Cap.2 Antinomia
Cap.3 Ideale
Appendice

Dottrina trascendentale del metodo


Cap.1 Disciplina
Cap.2 Canone
Cap.3 Architettonica
Cap.4 Storia

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Prefazione alla prima edizione

La ragione è gravata da questioni che non può evitare ma a cui non sa dare una risposta.
Il campo di battaglia di queste controversie si chiama metafisica.
Dogmatici, scettici e indifferenti.
Un tribunale che garantisca la ragione nelle sue giuste pretese e che possa liquidare le
sue infondate presunzioni.
KrV: una critica della facoltà della ragione in generale, riguardo a tutte le conoscenze cui
essa può tendere indipendentemente da ogni esperienza.
Quanto possono conoscere intelletto e ragione indipendentemente dall’esperienza?

Prefazione alla seconda edizione

La logica dai tempi di Aristotele non ha fatto alcun passo avanti né indietro. Ciò dipende
dalla sua limitatezza. È una scienza chiusa e completa. In essa l’intelletto ha a che fare
con se stesso e la propria forma. La logica, quindi, come propedeutica, non costituisce
null’altro che l’anticamera delle scienze: si presuppone una logica per giudicare le
conoscenze, ma la loro acquisizione deve essere ricercata nelle scienze propriamente ed
oggettivamente dette. Se nelle scienze deve esserci ragione, è necessario che in esse
qualcosa sia conosciuto a priori (B IX).

La metafisica è una conoscenza speculativa della ragione, isolata, che va oltre


l’esperienza attraverso semplici concetti (non già, come la matematica, mediante
l’applicazione dei concetti all’intuizione). Nel campo delle dispute metafisiche, finora
nessun combattente è mai riuscito a conquistarsi neppure il più piccolo vantaggio
territoriale e a fondare sulla sua vittoria un possesso durevole. Non vi è dunque alcun
dubbio che il modo di procedere della metafisica sia stato sinora un semplice andare a
tentoni.

Orbene, da cosa dipende il fatto che in questo campo non si sia potuta trovare una via
sicura?

Si riteneva che ogni nostra conoscenza dovesse regolarsi sugli oggetti. E se fossero gli
oggetti a doversi regolare sulla nostra conoscenza? Svolta di Copernico. Nella metafisica
si può fare un analogo tentativo. Se l’intuizione dovesse regolarsi sulla natura degli
oggetti, io non vedo in che modo se ne potrebbe sapere qualcosa a priori; ma se l’oggetto
si regola sulla nostra facoltà d’intuizione, posso rappresentarmi benissimo questa
possibilità.

Ho dovuto mettere da parte il sapere per far posto alla fede.

La critica è la necessaria propedeutica per promuovere una approfondita metafisica come


scienza, per troncare il materialismo, il fatalismo, l’ateismo, l’incredulità dei liberi
pensatori, il fanatismo e la superstizione, l’idealismo e lo scetticismo.

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Introduzione

I. La conoscenza comincia con l’esperienza, ma non deriva tutta dall’esperienza.


Conoscenze empiriche/conoscenze a priori.

II. A priori: indipendente dall’esperienza; solo ciò che è indipendente dall’esperienza


attesta ciò che non può essere altrimenti che così (necessità rigorosa) e senza eccezione
alcuna (universalità assoluta).
Necessità e universalità sono i contrassegni di una conoscenza a priori.

III. Le conoscenze più importanti sono problemi inevitabili della ragione: Dio, libertà,
immortalità (metafisica).

IV. Tutti i corpi sono estesi; tutti i corpi sono pesanti; tutto ciò che accade ha la sua
causa.

V. I giudizi matematici sono sintetici: 7+5=12 (anche fisica e metafisica).

VI. Come sono possibili giudizi sintetici a priori? Le scienze però sono reali. Come è
possibile la metafisica come scienza?

VII. La ragione è la facoltà che fornisce i principi della conoscenza a priori. La ragion
pura contiene i principi per conoscere qualcosa assolutamente a priori. Trascendentale è
ogni conoscenza che in generale si occupi non tanto di oggetti quanto del nostro modo di
conoscere gli oggetti, nella misura in cui questo modo deve essere possibile a priori. La
filosofia trascendentale è il sistema di tali concetti, di tutti i principi della ragion pura (B
25).
Due tronchi dell’umana conoscenza: la sensibilità con cui sono dati gli oggetti, l’intelletto
con cui vengono pensati.

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Dottrina trascendentale degli elementi

Parte prima. Estetica trascendentale

Estetica, metafisica, estetica trascendentale


Estetica: in questa sede Kant non intende con «estetica» quella branca della filosofia che
nasce con Baumgarten e ha per oggetto il gusto e il bello. Infatti, quando il termine
estetica si riferisce al gusto e al bello, siamo già nel mondo dell’a posteriori, che non ha
nulla a che vedere con un discorso trascendentale.
L’estetica trascendentale qui è intesa sulla scia dell’accezione aristotelica: l’oggetto è dato
dal nesso tra aisthesis e noesis che si dà nella phantasia (cioè in che modo noi siamo in
grado di richiamare gli oggetti della conoscenza sensibile quando essi non sono di fronte
ai nostri sensi).
Metafisica: B 21-22, 869
Polemica con le concezioni dogmatiche della metafisica. Tutte le volte che ricorre questo
termine, lo si può sostituire (in positivo) con «scienza dei primi principi della conoscenza
umana».
Kant introduce qui la sua proposta alternativa alla gnoseologia scolastica. Esistono due
facoltà conoscitive: sensibilità e intelletto. L’estetica trascendentale è il momento
propedeutico alla metafisica: comprendere le leggi della sensibilità è indispensabile per
spiegare poi le leggi dell’intelletto puro e capire la differenza.
Estetica trascendentale: L’estetica trascendentale ha a che fare con le forme pure della
sensibilità, cioè le intuizioni (Anschauungen) pure (cioè non di derivazione empirica): è la
scienza delle regole della sensibilità.
Tali intuizioni pure sono funzionali al realizzarsi della sensazione, alla nostra capacità di
«ricevere un’impressione da un oggetto» direbbero gli scolastici.
L’estetica trascendentale è il primo mattone su cui si fonda la conoscenza, la scienza di
tutti i principi a priori della sensibilità.

§1
Nel primo paragrafo Kant innanzitutto chiarisce alcuni termini fondamentali: intuizione;
sensibilità; sensazione; fenomeno; intuizione pura. (B 33, B 34)
• L’intuizione è ciò attraverso cui l’uomo si rapporta agli oggetti in modo immediato.

• La sensibilità è la nostra capacità di ricevere, di essere affetti, di essere modificati


dagli oggetti esterni. «Oggetto» è comunque un termine generico, il termine
appropriato è quello di fenomeno.

• La sensazione è l’effetto di un oggetto sulla capacità rappresentativa, nella misura


in cui ne siamo affetti.

Fenomeno: è l’oggetto indeterminato di un’intuizione empirica, attraverso l’estetica noi


conosciamo semplicemente ciò che appare.
Il fenomeno si dà a condizione che:
• La nostra sensibilità venga affetta (questo dipende da cause esterne)

• Che la nostra sensibilità riceva le affezioni (questo dipende da noi)

È importante precisare in questa sede che fenomeno e noumeno non sono due cose
distinte, ma due modi diversi di cogliere l’oggetto esterno (bastone immerso nell’acqua:
rifrazione).
Conoscibile/intelligibile.

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Resta aperto un problema: il fenomeno ci appare come forma e materia. Nella sensazione
di un oggetto, abbiamo a che fare con una molteplicità di aspetti (tavolo= insieme di 4
gambe, legno, marrone, liscio). Questa molteplicità è riconducibile al fatto che nella
sensazione noi entriamo in rapporto con la materia del tavolo (che la tradizione
aristotelica conferma essere per definizione molteplice).
È attraverso la forma che noi possiamo ricondurre il molteplice a unità nella conoscenza
sensibile (collegare cioè la sensazione di 4 gambe, legno, marrone e liscio a «tavolo»).
La forma è in qualche modo già contenuta nell’oggetto esterno, ma non può derivarci da
esso, altrimenti sarebbe materia. Ecco allora che Kant spiega tale «forma» parlando di
rappresentazioni pure, ricorrendo quindi all’a priori.
L’intuizione empirica si riferisce all’oggetto mediante la sensazione.
L’Intuizione pura: è la forma, cioè nulla che dipenda dalla sensazione.
Detto in altri termini, l’intuizione pura non viene appresa nell’esperienza ma si dà a
priori. Essa rende possibile a noi di rapportarci ai fenomeni in modo immediato. Non
solo, essa ci permette di dare una “forma” ai dati che ci provengono dalla modificazione
che il mondo dei fenomeni imprime sulla nostra sensibilità. Grazie all’intuizione pura
dunque noi siamo in grado di ordinare il molteplice.
Notate che la forma perde la sua accezione aristotelica, diventa semplicemente una
condizione a priori dell’esperienza che serve a dare un ordine alla materia sensibile.
L’estetica trascendentale si occupa di studiare le forme pure dell’intuizione:
spazio (senso esterno)
tempo (senso interno)

§2
Esposizione: rappresentazione chiara di ciò che appartiene a un concetto.
Esposizione metafisica e trascendentale (B 38, 40): contenuto di un concetto; un concetto
che rende possibili altre conoscenze.
Esposizione metafisica della forma a priori di spazio (Kant abbrevia “forma pura o forma
a priori” col termine concetto, anche se il termine concetto assumerà una connotazione
precisa più avanti, quando parlerà dei concetti puri dell’intelletto).
Egli vuole dimostrare che lo spazio non è un concetto empirico: è un’intuizione.
Cosa significa che noi ci rapportiamo alla realtà comprendendola a priori come spazio?
La nostra sensibilità è «influenzata» dall’intuizione pura di spazio.
Comprendiamo che gli oggetti sono fuori di noi, per l’appunto nello spazio, dove noi
possiamo rappresentarli uno accanto all’altro (contiguità). Tutti i rapporti spaziali (forma,
grandezza, dimensione) sono tali in riferimento allo spazio, hanno cioè una misura che è
al di fuori dell’uomo.
Kant argomenta in 4 punti.
I primi due punti sono in polemica con Hume; i secondi in polemica con Leibniz.
In polemica con Hume:
• Lo spazio non è un concetto empirico: non astraiamo la nozione di spazio dai
singoli spazi percepiti. Questa è una petizione di principio tipica degli empiristi.
Inoltre lo spazio di per sé non ha qualità sensibili da cui potremmo astrarre un
concetto.

• Lo spazio è una rappresentazione necessaria a priori: nessuno riesce a pensare il


mondo esterno senza uno spazio. Al limite si può pensare uno spazio vuoto, ma
non un non-spazio. È una rappresentazione a priori che sta a fondamento dei
fenomeni esterni.

In polemica con Leibniz:


• Lo spazio non è un concetto discorsivo ma una intuizione pura. Per concetto
discorsivo (non intuitivo) o universale Kant intende qualcosa che può essere detto

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di una molteplicità di oggetti. Non si può invece dire che esiste una molteplicità di
spazi particolari. Essi semmai sono frammentazioni di un unico spazio che ci
rappresentiamo noi successivamente, tramutando la rappresentazione pura in
concetti.

• Lo spazio è un’infinita grandezza data. Un concetto va sempre pensato attraverso


una rappresentazione, ma non si possono pensare all’infinito tutte le
rappresentazioni di quel concetto. Eppure è così che noi ci rappresentiamo lo
spazio. Esso è dunque un’intuizione a priori (B 40).

• Lo spazio è un’intuizione pura a priori e non un concetto (B 40).

§3
Esposizione trascendentale del concetto di spazio
• In questo paragrafo si parla del rapporto tra lo spazio e la geometria, che viene
data per scontata come scienza reale, il cui statuto non necessita di essere
giustificato.

(B 40)
Come fa la geometria a comprendere le proprietà dello spazio come necessarie e
apodittiche?
• L’unica risposta è che lo spazio non è un concetto empirico, altrimenti i giudizi
della geometria sarebbero sintetici a posteriori e quindi non universali e necessari.
Oppure analitici, ma allora la geometria non sarebbe dimostrativa.

• Kant parlerà dell’azione unificatrice svolta dall’intelletto.

• Nella geometria avviene un processo conoscitivo tale per cui l’intelletto opera già
una sintesi a partire dall’intuizione pura. Kant in seguito distinguerà uno spazio
come forma a priori della sensibilità e uno spazio come oggetto di un’intuizione
formale (B 160, nota), cioè uno spazio che è frutto della sintesi di un molteplice.

• Uno spazio assolutamente “puro” non potrebbe applicarsi a una materia:


sarebbero due «cose» troppo eterogenee. Il soggetto deve «costruire» uno spazio
attraverso una sintesi, e questo spazio permette il rapporto con la materia. Kant
parla di una realtà empirica dello spazio (reale come i fenomeni e valido per tutto
ciò che è dato) e contemporaneamente di una idealità trascendentale dello spazio
(condizione dell’apparire a noi delle cose, non delle cose in sé) (B 44).

• Lo spazio non è una determinazione delle cose

• È la forma di tutti i fenomeni

• Lo spazio non è sostanza né accidente (contro Newton)

• Lo spazio non è astratto, né universale, né relazione (contro Leibniz)

• A questo proposito è utile ricordare la distinzione che Kant precisa tra a priori e
innato. Una rappresentazione a priori non è qualcosa che l’uomo ha a disposizione
sin dall’inizio, come ad esempio la capacità di respirare (innata). Le

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rappresentazioni a priori devono essere sviluppate gradualmente da leggi logiche
(universalità e necessità) che ineriscono alla facoltà conoscitiva umana.

§4
Esposizione metafisica del concetto di tempo. L’argomentazione è analoga al concetto di
spazio. Mentre lo spazio riguarda il senso esterno, il tempo riguarda il senso interno, e
tra le due forme pure esiste una analogia.
Tre punti in polemica con Hume e due con Leibniz.
- Il tempo non è un concetto empirico: non lo deduciamo astraendo da una
percezione di simultaneità o di successione: piuttosto queste si fondano in quanto
percezioni sul tempo.

- Il tempo è una rappresentazione necessaria: possiamo pensare un tempo vuoto, in


cui nulla accade, ma non possiamo pensare un non-tempo.

- Il tempo non è un concetto ma una forma pura: gli archi temporali sono parti che
noi sezioniamo da un unico tempo, non il contrario. È un principio generale quello
che il tempo ha una sola dimensione (tempi diversi non sono simultanei ma
successivi): questo non può essere dedotto da nessuna esperienza.

- Il tempo non è un concetto discorsivo che, come «corpo», si predica di una


molteplicità di enti.

- Il tempo è un’infinita grandezza. Ogni nostra comprensione determinata del tempo


è radicata in questa rappresentazione del tempo come unica illimitata. La
rappresentazione infinita non può essere data in un concetto: è una forma pura, è
l’intuizione immediata a fondamento delle parti.

§5
Esposizione trascendentale del concetto di tempo
• È grazie al tempo che nelle cose esistono l’una dopo l’altra determinazioni opposte.

• È grazie al tempo che esistono mutazione e movimento.

• Il tempo spiega la possibilità di tutta la conoscenza sintetica a priori.

§6
Tre corollari sul tempo
• Il tempo non esiste per se stesso, esso cioè non è un oggetto reale. È la condizione
di possibilità dell’intuizione interna degli oggetti (B 49).

• È la forma del senso interno. Sebbene tutti lo facciano, è sbagliato


rappresentarselo come una successione (esterno) e secondo analogie spaziali (B
50).

• Il tempo è la condizione formale a priori di tutti i fenomeni. Tutti i fenomeni,


interni ed esterni, sono in successione temporale. Ecco allora che il tempo è forma
pura sia dei fenomeni interni che di quelli esterni.

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Il tempo ha una realtà empirica rispetto agli altri oggetti (cioè si può applicare agli
oggetti) ma non una realtà assoluta. Non può prescindere dalle condizioni soggettive
dell’intuizione (idealità trascendentale). (B 51 – B 52).

§7
Chiarimenti
Il paragrafo contiene risposte ad alcune obiezioni (p. es. il mutamento avviene solo nel
tempo, il mutamento è reale, dunque il tempo è reale).
• La dottrina di Kant è rivoluzionaria rispetto alla scuola tradizionale.

• Newton e Clarke infatti postulavano la realtà assoluta di spazio e tempo (spazio e


tempo sono realtà assolute).

• Leibniz postulava l’idealità assoluta di spazio e tempo.

• Spazio e tempo secondo Kant non esistono nelle cose, e non possono essere
considerati come cose, ineriscono al soggetto che li intuisce.

§8
Osservazioni generali sull’Estetica trascendentale
• Il paragrafo si comprende meglio se lo si legge alla luce della metafisica di Leibniz
e dei wolffiani, che ritenevano la conoscenza sensibile «inferiore» e oscura rispetto
alla conoscenza intellettiva «superiore» e chiara.

• Per Kant invece sensibilità e intelletto sono governati da leggi diverse, ma hanno la
stessa dignità nella nostra formazione della conoscenza (B 60).

• Kant torna sulla distinzione spazio/tempo (forme pure) e sensazione (materia)


della nostra intuizione (B 59-B 60).

• Kant chiarisce che non bisogna confondere fenomeno e parvenza: il mondo esterno
non è una vuota parvenza di oggetti. Essi hanno uno statuto ontologico proprio,
sono in sé. Se il mondo esterno fosse solo parvenza, dovremmo dire che la nostra
sensibilità è un modo inferiore e confuso di conoscere. Il fenomeno esprime il
rapporto che c’è tra l’oggetto e il nostro modo di intuirlo.

• Bisogna però distinguere ciò che appare da come è in sé.

• Conclusioni.

• L’estetica trascendentale mira a dare almeno parzialmente la risposta alla


domanda “Come sono possibili i giudizi sintetici a priori?” (B 73). La seconda parte
della risposta verrà dall’analitica trascendentale, dimostrando la relazione tra le
intuizioni pure di spazio e tempo e i concetti dell’intelletto.

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Parte seconda. Logica trascendentale

Introduzione: logica in generale; logica trascendentale; la logica generale si divide in


analitica e dialettica; la logica trascendentale si divide in analitica trascendentale e
dialettica trascendentale.

I.Logica in generale. Due sorgenti fondamentali dell’animo: recettività delle impressioni


e spontaneità dei concetti, un oggetto viene dato, un oggetto viene pensato. Intuizioni e
concetti sono puri (rappresentazione senza sensazione) e empirici (se è contenuta una
sensazione). “L’intuizione che si riferisce a un oggetto mediante una sensazione (l’effetto
di un oggetto sulla capacità rappresentativa, in quanto noi veniamo affetti da
quest’oggetto stesso, è la sensazione) si chiama intuizione empirica” (B 34). Intuizione e
concetto empirico sono ciò in cui è contenuta una sensazione e ciò presuppone che
l’oggetto sia realmente presente (B 74). Un concetto empirico si fonda su un’intuizione
empirica, per esempio il concetto di corpo o di materia. Un tale concetto è mutevole
perché nell’oggetto possono comparire nuovi tratti. La realtà e il permesso d’uso di questi
concetti si basa sull’esperienza (B 267).
Intuizioni e concetti puri sono possibili a priori. L’intelletto è la facoltà di produrre da se
stesso le rappresentazioni.
L’intuizione è solo sensibile e l’intelletto è la facoltà di pensare l’oggetto dell’intuizione
sensibile. (Non c’è un’intuizione intellettuale e la sensibilità non è una facoltà inferiore).

Senza sensibilità nessun oggetto ci verrebbe dato, senza intelletto nessun oggetto
verrebbe pensato. I pensieri senza contenuto sono vuoti, le intuizioni senza concetti sono
cieche. Ai concetti va aggiunto l’oggetto nell’intuizione, le intuizioni vanno portate sotto i
concetti.

Le facoltà non si scambiano (anfibolia) le funzioni e solo dalla loro unione e distinzione
scaturisce la conoscenza. Perciò occorre distinguere la scienza delle regole della
sensibilità in generale (estetica) dalla scienza delle regole in generale dell’intelletto
(logica).
La logica si divide in uso generale e particolare-speciale dell’intelletto; quella generale in
pura e applicata.

Logica

generale particolare

pura applicata

Logica: regole dell’intelletto in generale. Logica generale-elementare: regole assolutamente


necessarie del pensiero senza cui non ci sarebbe uso dell’intelletto a prescindere dalla
diversità degli oggetti (studia leggi assolutamente necessarie, ripresa di Wolff), e le forme
del pensiero (la logica è dunque completa).

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Logica particolare (organon, metodologia di una scienza): regole per pensare
correttamente un certo tipo di oggetti (bisogna conoscere gli oggetti per fornire le regole
con cui costituire la scienza di quegli oggetti).

La logica generale è pura o applicata.


Pura: astrae da tutte le condizioni empiriche, dalla diversità degli oggetti, ha a che fare
solo con principi a priori, con la forma del pensiero, è un canone dell’intelletto e della
ragione, studia ciò che c’è di formale nel loro uso, a prescindere dal contenuto empirico o
trascendentale. Intelletto e ragione sono considerati in generale, nella formalità del loro
uso, a prescindere anche dalla purezza. Intelletto e ragione in generale non sono
intelletto e ragione pura. La logica è una scienza breve e arida.
Applicata: non tiene conto della diversità degli oggetti (in quanto logica generale), e però
riguarda le regole dell’uso dell’intelletto sotto le condizioni empiriche soggettive della
psicologia, è una rappresentazione dell’intelletto e delle regole del suo uso necessario in
concreto (errori, impedimenti, convinzioni). Non è né canone né organon, ma solo uno
strumento catartico, che ci libera da possibili errori.

II.Logica trascendentale

Logica

generale pura trascendentale

analitica dialettica an trasc dial trasc

La logica generale astrae da ogni contenuto della conoscenza, ha a che fare con la
semplice forma del pensiero. Ancora sul trascendentale (B 80), quindi ecco la logica
trascendentale.
Logica trascendentale: si occupa esclusivamente delle leggi a priori dell’intelletto e della
ragion pura, si riferisce soltanto a conoscenze pure; B 25-27; B 81-82.

III.La logica in generale si divide in analitica e dialettica.


Che cos’è la verità? Accordo della conoscenza con il suo oggetto, distinto dagli altri
oggetti. Ma qual è il criterio generale della verità di qualsiasi conoscenza?

Sapere che cosa si debba ragionevolmente domandare… montone e setaccio.

Un criterio generale è quello valido per tutte le conoscenze a prescindere dalla diversità
degli oggetti. Ma se nel criterio si astrae da ogni contenuto (e la verità riguarda il
contenuto) è impossibile chiedere un contrassegno di verità per questo contenuto: per
quanto riguarda questa materia non è possibile richiedere alcun segno caratteristico
generale della verità.

Per quanto riguarda la forma della conoscenza: la logica deve esporre i criteri della verità
proprio nelle regole generali e necessarie dell’intelletto: i criteri riguardano solo la forma
della verità. Il criterio semplicemente logico della verità, l’accordo di una conoscenza con
le leggi generali e formali dell’intelletto è la condizione negativa di ogni verità: non si può
scoprire l’errore che riguardi, non la forma, il contenuto.

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Logica generale: risolve l’attività formale dell’intelletto nei suoi elementi e presenta questi
elementi come principi di ogni valutazione logica della nostra conoscenza.
-Analitica, cioè pietra di paragone in senso negativo della verità.
-Dialettica: la logica generale da semplice canone per la valutazione è stata usata come
un organon, come un insieme di principi, per la produzione reale di asserzioni oggettive,
illusorie. Dialettica è logica della parvenza.

IV.Logica trascendentale: analitica trascendentale e dialettica trascendentale. La


logica trascendentale che espone gli elementi della conoscenza pura dell’intelletto e i
principi senza i quali non può essere pensato alcun oggetto è l’analitica trascendentale,
la logica della verità. È un canone (principio formale come regola dell’uso corretto della
facoltà), non un organon (principi per acquisire e attuare come strumenti le conoscenze
pure).
Tale logica non può giudicare sugli oggetti in generale: critica della parvenza dialettica.

Kant ritiene valide due convinzioni: solo la logica formale possiede tutti i requisiti per
essere scienza e la logica moderna (Bacone, Descartes, Leibniz, Lambert) esprime
l’esigenza di una nuova logica. La caratteristica della logica formale consiste nell’astrarre
da ogni contenuto della conoscenza, dalla relazione con l’oggetto.
La logica trascendentale studia le regole del pensiero, propone una scienza che riguarda
anche i contenuti: una sorta di logica materiale valida anch’essa a priori. Studia come sia
possibile che i concetti del pensiero non siano vuoti, ma si riferiscano a oggetti reali. Ciò
non significa che la logica trascendentale si debba occupare della molteplice varietà dei
contenuti concreti, perché questi competono alla diverse scienze particolari. Essa pone
invece una questione radicale: come fa il pensiero a riferirsi agli oggetti? Pertanto la
logica trascendentale studia origine, ampiezza e limiti della conoscenza empirica.
Come la logica generale si divide in analitica e dialettica anche la logica trascendentale
procede allo stesso modo. L’analitica trascendentale è una logica della verità, dell’uso
legittimo della conoscenza intellettuale pura, e si divide in analitica dei concetti e in
analitica dei principi: queste due parti mostrano mediante l’analisi/scomposizione i
presupposti soggettivi a priori che, insieme alle forme dell’intuizione (spazio e tempo),
rendono possibile il riferimento del pensiero all’oggetto e quindi la verità della conoscenza
oggettiva.
La seconda sezione della logica trascendentale è la dialettica trascendentale, cioè una
logica della parvenza e mostra come la ragione cada necessariamente in contraddizione
quando cerca di oltrepassare i confini dell’esperienza possibile.

Analitica

B 89:
L’analitica è la scomposizione di tutta quanta la nostra conoscenza a priori negli elementi
della conoscenza pura dell’intelletto.
I concetti devono essere puri e non empirici; non devono dipendere dalla sensibilità, ma
appartenere all’intelletto; devono essere elementari, distinti da quelli derivati, la loro
tavola deve essere completa. Il materiale sensibile viene informato dai concetti che gli
conferiscono l’unità e la struttura di un oggetto: i concetti operano una sintesi del
molteplice (int emp 1, int emp 2, int emp n) indeterminato (il fenomeno è l’oggetto
indeterminato di un’intuizione empirica) e conferiscono determinatezza (tavolo).
Affinché una scienza raggiunga la compiutezza non ci si può affidare a un aggregato, ma
solo a un’idea di totalità della conoscenza a priori dell’intelletto, tramite la suddivisione
dei concetti della conoscenza, tramite la connessione in un sistema. Compiutezza e

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articolazione del sistema sono la pietra di paragone per stabilire gli elementi conoscitivi
che vi rientrano. L’analitica si divide in concetti e principi.

Analitica dei concetti

Analisi si distingue da analitica. Non si stratta di scomporre i concetti, che da oscuri e


confusi dovrebbero diventare chiari, ma di scomporre la facoltà dell’intelletto per
ricercare la totalità delle sue conoscenze a priori, dei suoi principi. Per dare compiutezza
all’insieme occorre una regola. L’enumerazione dei concetti e dei principi deve essere
totale e sistematica, quindi deve seguire un filo conduttore, tenendo conto che i concetti
sono predicati di possibili giudizi.
La filosofia trascendentale deve ricercare i suoi concetti in base a un principio perché
sono originati puri dall’intelletto come unità. Questo principio è il filo conduttore per
scoprire i concetti puri dell’intelletto, ed è la funzione del giudizio, la funzione dell’unità
che sta alla base di ogni giudizio. Infatti la caratteristica dell’intelletto è l’attività, la
spontaneità, il discorrere, l’esercitare una funzione: tutti caratteri propri del giudizio.
L’intelletto è la facoltà di giudicare.
B 90:
Questa (§ 26) sarà chiamata deduzione metafisica. Funzione del giudizio: “Giudicare vuol
dire paragonare qualche cosa, come nota, con una cosa. La cosa stessa è il soggetto, la
nota il predicato. La comparazione viene espressa dal segno di congiunzione è o sono…
Un concetto distinto è possibile soltanto per mezzo di un giudizio, un concetto completo,
invece, lo abbiamo soltanto per mezzo di un sillogismo. È lo stesso che dire che per un
concetto distinto si richiede che io riconosca chiaramente qualche cosa come nota di una
cosa; ma questo è un giudizio. Per aver un concetto distinto del corpo, io mi rappresento
chiaramente l’impenetrabilità come nota di esso. Ma questa rappresentazione non è altro
che il pensiero: un corpo è impenetrabile. Riguardo a ciò, c’è ora da osservare che questo
giudizio non è lo stesso concetto distinto, ma l’atto (Handlung) con cui viene realizzato;
perché la rappresentazione, che della cosa stessa sorge da questo atto, è distinta, Risulta
evidente da ciò anche un errore essenziale della logica così come viene comunemente
trattata, e cioè che in essa si tratta dei concetti distinti e completi prima dei giudizi e dei
sillogismi, benché i primi siamo possibili soltanto mediante i secondi”; La falsa
sottigliezza delle 4 figure sillogistiche (AA II, 47, 58-59).
Contrariamente alla logica tradizionale, il punto di partenza non è più rappresentato dal
concetto, bensì dal giudizio: affinché un concetto possa essere un concetto chiaro è
necessario un giudizio.
Il giudizio è “l’atto con cui il concetto viene realizzato” ma è anche vero che “questo
giudizio non è lo stesso concetto distinto”.
Dunque per realizzare un concetto è necessario un giudizio, ma non c’è identità tra
concetto e giudizio, per cui il concetto sembra poter stare senza il giudizio ma non ha
chiarezza e distinzione, come quando è invece inserito nel giudizio.
Questa preminenza del giudizio sul concetto vale anche per la logica trascendentale e
rappresenta un punto importante della deduzione metafisica.

Concetti puri e concetti empirici

L’intuizione attesta una molteplicità di sensazioni non ancora strutturate, varie


impressioni sui sensi collocate nello spazio e nel tempo. Per passare da sensazioni
indeterminate a un oggetto, un tavolo, presente a tutti e in modo inequivocabile, in modo
da intendersi con altri, è necessaria una regola. Questa regola è il concetto di tavolo,
grazie a cui le sensazioni sono dotate di una forma e di una struttura determinate.
Il materiale derivante dalla sensazione viene informato dai concetti che gli conferiscono
l’unità e la struttura di oggetto: i concetti operano una sintesi (connessione del
molteplice) e conferiscono determinatezza. Queste regole derivano dall’intelletto. Perciò

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l’intelletto non si rivolge a un mondo già strutturato. Senza pensiero ci sarebbe solo
qualcosa di incoerente e indeterminato, una rapsodia di sensazioni, ma non una realtà
unita e determinata: senza il pensiero non ci sarebbe il mondo. E però il pensiero non ha
un riferimento diretto con la realtà, è un’attività discorsiva, mediata da concetti, non è
immediata come l’intuizione.
In quanto regole i concetti hanno un significato universale e non si riferiscono a un
individuo, a questo tavolo, ma a tutti gli oggetti aventi certe caratteristiche,
indipendentemente dalla loro forma e materia. Per quanto riguarda il contenuto i concetti
empirici si basano sull’esperienza: dall’intelletto ricevono la forma dell’universalità
mediante comparazione, riflessione, astrazione. I concetti puri hanno invece origine
nell’intelletto anche per quanto riguarda il contenuto. Solo con i concetti puri (categorie)
è possibile conferire unità e determinatezza a un’intuizione data. Le categorie non sono
assimilabili ai concetti empirici, ma sono presupposte dal loro uso oggettivo.
Questa ricerca dei concetti fondamentali dell’intelletto, iniziata da Aristotele, continua
con le idee semplici (non ricondotte all’intelletto e limitate all’esperienza) di Locke e Hume
e di Descartes e Leibniz, in grado invece di conoscere le cose in sé. La posizione di Kant
si pone al di là di empirismo e razionalismo. Oltre l’empirismo perché esistono forme
pure sia nell’intuizione sia nel pensiero, non derivano dall’esperienza, ma la rendono
possibile. Oltre il razionalismo perché le categorie, per unificare il molteplice, necessitano
delle impressioni sensibili date nello spazio e nel tempo. Senza queste impressioni non
c’è nulla da unificare, per cui non c’è alcuna conoscenza oltre i confini dell’esperienza.
L’analitica dei concetti riprende la conclusione dell’estetica affermando che gli oggetti, il
mondo, si costituiscono solo in base a un’attività preliminare e a priori del soggetto, per
cui la conoscenza ha un carattere fenomenico, legata a elementi soggettivi a priori. Le
forme non empiriche rendono possibile la verità della conoscenza. Per quanto riguarda i
concetti ciò avviene in due modi, uno negativo e uno positivo. Negativamente, un
concetto non è mai una rappresentazione individuale, non si riferisce mai
immediatamente a un oggetto, ha bisogno dell’intuizione; positivamente un concetto
rappresenta una unificazione di varie intuizioni o di altri concetti.
Ora resta il problema: come e dove rintracciare i concetti puri dell’intelletto? Occorre una
deduzione metafisica.
Come le categorie, sebbene soggettive e originate dalla spontaneità dell’intelletto, sono
indispensabili alla costituzione di tutti gli oggetti e quindi valide oggettivamente? Occorre
una deduzione trascendentale.

Deduzione metafisica delle categorie

Kant ritiene di non elencare le categorie in modo rapsodico e approssimativo, come


accusa di aver fatto Aristotele, ma le deriva in modo sistematico da un principio comune.
Il principio dipende dalle forme del giudizio e a ciascuna di queste forme corrisponde una
categoria. La logica formale fornisce la lista dei giudizi e questa tavola è il filo conduttore
per scoprire i concetti puri dell’intelletto.
Questa deduzione avviene in quattro momenti:
1.Si stabilisce in che modo l’intelletto svolge il proprio compito, quello di produrre una
connessione tra elementi diversi, la sintesi di una molteplicità, e ciò avviene tramite il
giudizio: la funzione unificatrice dell’intelletto, che sta alla base dei concetti, sta anche
alla base dei giudizi. Linguisticamente ciò è rappresentato da una proposizione della
forma soggetto-predicato, tutti i corpi sono divisibili. In questo giudizio le
rappresentazioni del soggetto corpo e del predicato divisibile sono connesse in unità, in
una determinata sintesi, la divisibilità di tutti i corpi. Dato che la connessione è operata
dall’intelletto tale facoltà può essere intesa non solo come facoltà di pensare ma anche
come facoltà di giudicare e ogni concetto come predicato di possibili giudizi.
Se i concetti puri sono costitutivi dell’esperienza, deve darsi un’attività di connessione,
cioè il giudicare, che è indipendente dall’esperienza, eppure indispensabile affinché

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questa giunga a costituirsi. Tale connessione si avverte quando si prescinde da ogni
contenuto del concetto e si presta attenzione soltanto alla forma della connessione dei
concetti. Poiché tale connessione avviene nel giudizio, la forma della connessione dei
concetti non è altro che la forma del giudizio. La funzione unificatrice dell’intelletto è una
funzione giudicatrice.
2.La deduzione metafisica mostra come la connessione che è indipendente
dall’esperienza ma è sempre riferita a un’esperienza possibile, si trovi nelle forme di
giudizio prive di contenuto. Poiché il giudizio è prodotto dall’intelletto, la mera forma del
giudizio che prescinde da qualsiasi contenuto è un prodotto dell’intelletto puro. Pertanto
le categorie corrispondono esattamente alle semplici forme di giudizio. Quindi Kant
mostra che le categorie vanno scoperte tramite le forme di giudizio e solo in seguito si
può darne un elenco dettagliato.
Rispondendo alle esigenze del sistema Kant vuole indicare un elenco completo delle
forme di giudizio (B 95) per poter poi individuare un elenco altrettanto completo delle
categorie (B 106).
3.La tavola dei giudizi viene ricavata dalla logica formale, dato che considera soltanto la
forma a prescindere da ogni contenuto dei giudizi. Egli ritiene che la forma del giudizio
può essere concepita in quattro modi, cioè ci sono quattro classi di possibili connessioni,
e individua per ogni classe altri tre modi di concepirla: complessivamente 12 forme di
giudizio. Ogni giudizio può appartenere a una delle tre possibilità delle quattro classi di
giudizi e può quindi essere determinato secondo la forma in quattro modi.
La prima classe delle forme di giudizio è la quantità, la grandezza della conoscenza,
comprendente i giudizi universali, particolari e singolari.
La seconda classe delle forme di giudizio è la qualità, che riguarda il valore della
conoscenza in cui si danno giudizi affermativi, negativi e infiniti. Questi ultimi – a
differenza della logica formale in cui rientrano tra i giudizi affermativi (l’anima è
immortale) – nella logica trascendentale formano un gruppo a sé: il soggetto (l’anima) è
una parte della quantità infinita delle cose di cui viene negato il predicato (la mortalità)
senza che il soggetto ci guadagni qualcosa o ne sia determinato positivamente.
Nella terza classe delle forme di giudizio, che riguarda la relazione della conoscenza, ci
sono giudizi categorici, ipotetici e disgiuntivi.
La quarta classe delle forme di giudizio, la modalità, svolge una funzione particolare
perché non contribuisce a determinare il contenuto del giudizio ma riguarda
esclusivamente il valore della copula in rapporto al pensiero in generale. Nei giudizi
secondo la modalità il rapporto che viene affermato (la divisibilità di tutti i corpi) può
essere valido possibilmente (problematico), realmente (assertorio), o necessariamente
(apodittico).
Fu subito messo in dubbio che questa tavola dei giudizi potesse fungere da principio
della deduzione metafisica. Fichte e Hegel non ritenevano che la tavola delle categorie
fosse realmente fondata, oppure la si riteneva determinata dalla situazione storica della
logica in quel periodo, o persino dalla struttura della lingua tedesca. Di fatto Kant
presenta una tavola dei giudizi completa e si limita a illustrarla: non ne dà alcuna
fondazione e la ricava essenzialmente dalla logica formale del suo tempo, però con non
poche variazioni. Pertanto l’obiezione storiografica che ne sottolinea il carattere casuale
ha la sua giustificazione. Ciò tuttavia non squalifica l’intera deduzione ma solo il suo
terzo momento e infatti il secondo momento aveva già raggiunto un importante risultato.
La tavola dei giudizi non è esente da problemi e può essere oggetto di varie obiezioni.
4.Nella deduzione metafisica Kant associa a ogni forma di giudizio una categoria. Questa
associazione sembra evidente ma presenta alcune difficoltà: per esempio la relazione di
causa corrisponde ai giudizi ipotetici ma la causa può anche essere formulata in modo
assertivo. Oppure non è semplice capire perché ai giudizi universali sia associata l’unità
e a quelli singolari la totalità.
In base alla tavola delle categorie ognuno dei quattro gruppi è tripartito, cosicché ci sono
dodici concetti originari dell’intelletto puro rigorosamente distinti tra loro e posti in un

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ordine determinato. Le singole categorie sono già presenti nell’ontologia tradizionale
(Wolff e Baumgarten) e quindi già presenti nella filosofia precritica.
L’originalità di Kant sta nell’averle fondate a partire dalla tavola dei giudizi e quindi
chiarendo almeno una parte dei problemi del periodo. Egli isola i concetti originari
dell’intelletto puro da altri concetti che pur essendo puri sono derivati: per esempio si
possono dedurre dalla categoria di causalità i concetti di forza, azione e passione.
Inoltre tiene separato dai concetti tutto ciò che appartiene all’ambito dell’estetica e della
dialettica (intuizioni e idee).
In particolare va notato che la prima categoria della qualità (Realität) non coincide con la
seconda della modalità (Dasein); per realtà (qualità) Kant non intende l’esistenza reale
(modalità) ma letteralmente e conformemente al giudizio affermativo la realitas, il
contenuto oggettivo o reale di una cosa, le sue qualità positive.

La deduzione trascendentale delle categorie.

Anche la deduzione trascendentale non intende fornire una fondazione logico-formale che
derivi gli enunciati da altri enunciati, cioè conclusioni da premesse. La deduzione
trascendentale chiarisce come le categorie si possano riferire agli oggetti. E tale
deduzione mostra che senza le categorie non sarebbe possibile alcun oggetto e quindi
nessuna esperienza: pertanto l’uso delle categorie nell’ambito dell’esperienza è legittimo.
Ci sono due modi per capire perché le categorie sono indispensabili per gli oggetti: o
perché le categorie devono la loro esistenza agli oggetti o al contrario perché gli oggetti
devono la loro esistenza alle categorie. Tutti gli oggetti dell’esperienza sono validi a
posteriori mentre le categorie sono valide a priori. Il fondamento categoriale degli oggetti
resta dunque impossibile finché l’origine delle categorie viene ricercata nell’esperienza.
L’esperienza può tutt’al più mostrare quali cause occasionali determinano la produzione
delle categorie da parte dell’intelletto. Per esempio Locke ha tentato una derivazione
fisiologica delle categorie dalle impressioni sensibili e in tal modo ha frainteso il
significato metodologico dei concetti puri dell’intelletto.
Dunque le categorie non si possono fondare sull’esperienza e perciò rimane solo l’altra
possibilità, quella copernicana: le categorie sono originate dalla costituzione a priori
dell’intelletto, dal pensiero. La deduzione metafisica dice quali sono i concetti puri
dell’intelletto, la deduzione trascendentale rivela che sono indispensabili per ogni
conoscenza: «la spiegazione del modo in cui dei concetti possano riferirsi a priori agli
oggetti, la chiamo deduzione trascendentale di questi concetti, e la distinguo dalla
deduzione empirica, la quale mostra in che modo un concetto venga acquisito mediante
l’esperienza e la riflessione su di essa, e non riguarda dunque la legittimità, bensì il fatto
mediante cui ne siamo entrati in possesso» (B 117).
Pertanto le forme pure del pensiero, le categorie, non sono semplicemente contenuti di
pensiero ma sono piuttosto gli elementi costitutivi e necessari di ogni oggettività. Le
categorie hanno un significato trascendentale e ontologico: i modi cogitandi si rivelano
modi essendi.
Parlando dell’esperienza costituita dalle categorie Kant la distingue da quella formata dai
giudizi di percezione.
Un giudizio di percezione (se sollevo un corpo ne sento il peso) non contiene categorie ma
solo la connessione logica (se A allora B) di due percezioni (A: io sollevo un corpo; B: io
percepisco l’impressione del peso). La relazione tra soggetto, corpo, e predicato,
pesantezza, non si dà in base a pure leggi di pensiero ma in base alle leggi empiriche
dell’associazione, come l’abitudine psicologica di Hume. La connessione si verifica solo di
fatto ma non in maniera fondata, funziona in modo contingente e non necessario. Per
quanto il giudizio di percezione possa essere ripetuto non conduce a nessuna necessità
fondata nell’oggetto stesso. Nel migliore dei casi i giudizi di percezione hanno una
universalità relativa o comparativa e non assoluta, dipendono dalle condizioni empiriche
del soggetto, sono giudizi semplicemente soggettivi e validi privatamente.

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I giudizi d’esperienza invece (il corpo è pesante) connettono un soggetto, corpo, a un
predicato, pesantezza, mediante una categoria: la pesantezza viene considerata una
proprietà (accidente) della cosa (della sostanza) del corpo. Questa relazione così istituita
(la pesantezza del corpo) non è più un’opinione soggettiva ma è un sapere oggettivo: è
strettamente necessaria in maniera apodittica e universale e valida pubblicamente.
Questa trasformazione dei giudizi di percezione in giudizi d’esperienza avviene grazie alle
categorie. Quindi sono le forme pure del pensiero a rendere possibile la conoscenza
oggettiva, quella che Platone e Aristotele chiamavano episteme e che in Kant si chiama
esperienza nel senso più stretto.
Con questa deduzione trascendentale Kant ha tracciato una teoria completamente nuova
ma anche complicata, tanto che questo è (insieme ai paralogismi della dialettica
trascendentale) il capitolo che Kant ha completamente riscritto nella seconda edizione
della critica. La prima edizione presentava la sintesi dell’apprensione nell’intuizione, la
sintesi della riproduzione nell’immaginazione, la sintesi della ricognizione nel concetto, la
spiegazione preliminare della possibilità delle categorie come conoscenze a priori. Nella
nuova versione sono presenti, oltre all’idea portante, anche gli elementi fondamentali
della dimostrazione, ma anche qui la chiarezza è minima: Kant ripropone
un’argomentazione involuta, confusione di concetti, ripetizioni, continui andirivieni che
comportano un certo sforzo di comprensione. Tanto che molti filosofi, tra cui Heidegger,
preferiscono la prima versione della deduzione (Kant e il problema della metafisica).
Nei §§ 13 e 14 Kant indica la direzione verso cui deve dirigersi la dimostrazione: l’origine
delle categorie non va cercata negli oggetti ma nel soggetto.
La deduzione trascendentale assume poi una prima strutturazione attraverso la
scansione dei due momenti della dimostrazione che seguono la riflessione iniziale: §§ 15-
20; §§ 22-27.
1.(§§ 15-20) Kant mostra che l’origine di ogni unificazione sta nell’autocoscienza
trascendentale che ha bisogno delle categorie per conseguire la propria determinatezza.
Questo primo momento si concentra sul ruolo delle categorie perché senza di esse non
c’è alcuna conoscenza oggettiva.
2.(§§ 22-27) Kant mostra entro quali limiti le categorie possano venire applicate,
polemizzando contro tre obiezioni: il valore conoscitivo delle categorie è limitato agli
oggetti dell’esperienza possibile. La dimostrazione è complicata perché il primo momento
parte dall’intelletto e dalla sua attività unificatrice, muove dall’alto; il secondo momento
invece muove dal basso, cioè dall’intuizione empirica e dalla sua unità. In questa sede
Kant non si occupa mai delle singole categorie rispetto ai loro contenuti, dato che gli
interessa soltanto mostrare la validità oggettiva delle categorie in generale. Ma Fichte,
nella seconda introduzione alla Dottrina della scienza, critica questa mancanza di
relazione tra le categorie e i contenuti.

Il primo momento della deduzione trascendentale si articola in due punti.


1.1.: l’autocoscienza trascendentale come origine di ogni sintesi. In un primo punto Kant
dimostra che ogni molteplicità rappresentativa giunge a un’unità solo mediante
l’autocoscienza trascendentale (§§ 15-17); in secondo luogo mostra che è solo grazie alle
categorie che l’unità consegue la propria determinatezza necessaria (§§ 18-19). Infine
sono riepilogati i due punti dell’argomentazione (§§ 20-21).
Primo punto del primo momento. Ogni conoscenza consiste nella connessione di una
molteplicità di rappresentazioni in un’unità. Questa sintesi non può avvenire tramite i
sensi che sono ricettivi e quindi non deriva nemmeno dalle forme pure dell’intuizione. La
connessione nell’unità non proviene dall’oggetto, ma dal soggetto, e cioè da una fonte
conoscitiva diversa dalla sensibilità la quale non è ricettiva (passiva) ma spontanea
(attiva). È la spontaneità dell’intelletto a compiere la sintesi.
Con l’espressione “principio superiore di ogni sintesi” Kant si riferisce all’azione
dell’intelletto che sta a fondamento di ogni forma della sintesi. A questa azione si
perviene astraendo dalle diverse forme di connessione per concentrarsi solo sull’azione

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fondamentale del connettere come tale. Così è raggiunto il primo momento della
dimostrazione: la fonte di ogni sintesi sta in una sintesi originaria, in una connessione
unificante che ha luogo prima di ogni connessione determinata. Questa unità originaria,
che precede ogni forma di unità particolare, non può coincidere con la categoria
dell’unità ma deve collocarsi a un livello di unità superiore. Ma se le categorie fondano
l’unità in modo pre-empirico a maggior ragione ciò vale per la fonte originaria di ogni
unità, quella da cui trae origine la stessa unità categoriale. In quanto condizione di ogni
unità e quindi di ogni conoscenza, la sintesi originaria non è valida soltanto a priori, è
unità trascendentale della coscienza. Come unità trascendentale la sintesi originaria non
connette concretamente nessuna molteplicità rappresentativa e ciò avviene piuttosto per
opera di concetti empirici o puri. Però la sintesi è la condizione che rende possibile ogni
connessione empirica e categoriale.
Per diventare conoscenza ogni molteplicità intuitiva deve essere connessa in una unità,
questa congiunzione non è pre-data dall’intuizione ma deve essere prodotta dal pensiero;
questa attività unificatrice del pensiero è possibile solo in virtù di una connessione che si
pone a un livello superiore rispetto a quello delle categorie. Al primo livello di unificazione
il materiale dell’intuizione consegue l’unità del concetto (del corpo, della pesantezza); al
secondo livello quei concetti vengono modificati mediante le categorie in un giudizio (il
corpo è pesante); al terzo livello l’unità delle categorie ha a proprio fondamento qualcosa
di comune e unitario, ossia l’unità trascendentale dell’ appercezione o dell’autocoscienza.
Grazie all’appercezione trascendentale la conoscenza degli oggetti viene inscindibilmente
connessa al riferimento a se stessi: a una coscienza non appartiene solo un oggetto, ma
anche la possibilità di essere cosciente della coscienza dell’oggetto. All’inizio del § 16
Kant sostiene che ogni coscienza ammette una possibile autocoscienza: l’io penso deve
poter accompagnare tutte le mie rappresentazioni… B 132.
Poiché senza l’autocoscienza trascendentale non sarebbe possibile alcuna unificazione e
senza unificazione nessuna molteplicità intuitiva indeterminata otterrebbe l’unità e un
oggetto la determinazione, l’unità sintetica originaria è la condizione oggettiva di ogni
conoscenza. Infatti l’unità trascendentale si chiama anche unità oggettiva in quanto
costituisce la condizione della possibilità degli oggetti in generale e deve essere distinta
dall’unità soggettiva della coscienza che è una semplice determinazione del senso
interno.
La filosofia moderna si basa sull’idea che l’io fondi la conoscenza ma in Kant questa idea
non è legata a una metafisica razionalistica o empiristica bensì alla critica trascendentale
della ragione. Mediante la critica il soggetto come principio di conoscenza e di oggettività
riceve una fondazione più radicale. Posta a fondamento di ogni conoscenza,
l’appercezione trascendentale non è una sostanza pensante come voleva Descartes. Kant
non parla di io, ma di io penso e quindi non può essere conosciuto ma soltanto pensato.
Quando dice che l’io penso deve poter accompagnare tutte le mie rappresentazioni Kant
intende chiarire una circostanza fondamentale: le rappresentazioni non sono mie
rappresentazioni in virtù del loro contenuto ma perché io me le posso rappresentare,
posso esserne cosciente. L’io dell’appercezione trascendentale non è però l’io personale di
un individuo determinato: mentre il sé individuale appartiene all’io empirico che ha corpo
e vive nel mondo in un determinato tempo, l’io penso trascendentale ha una propria
collocazione metodologica prima di ogni esperienza ed è il fondamento originario
dell’unità di ogni giudizio. L’appercezione trascendentale è il soggetto della coscienza in
generale: un’unica e medesima cosa in ogni coscienza e autocoscienza.

1.2.: La prima parte del primo momento della deduzione indica nell’autocoscienza
trascendentale l’origine di ogni unificazione del molteplice, ma pone in secondo piano il
nesso con le categorie. La seconda parte inizia invece dall’autocoscienza trascendentale
come unità oggettiva e culmina nella tesi che la molteplicità delle intuizioni si connetta
necessariamente secondo categorie.

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Soggetto e predicato sono connessi dalla copula “è” nell’unità del giudizio. La copula
caratterizza ogni forma di connessione unificatrice e rimanda all’unità oggettiva e
necessaria dell’appercezione. Anche se il giudizio (i corpi sono pesanti) è empirico e
contingente, la congiunzione di soggetto e predicato è affermata in modo oggettivo e
necessario, poiché fondato nella cosa stessa. La natura oggettiva e necessaria di una
connessione si deve alle categorie, che sono la condizione di possibilità dell’oggettività. La
deduzione trascendentale ha raggiunto il suo scopo: le categorie hanno valore oggettivo.
Il pensiero soggettivo puro è un elemento necessario per il costituirsi dell’oggettività.
Soggettività e oggettività hanno la stessa origine: l’autocoscienza trascendentale che si
realizza nelle categorie, forme pure dell’unificazione. Con questa unità di soggettività e
oggettività è superato il dualismo cartesiano che separava rigorosamente res cogitans e
res extensae.

Il secondo momento della dimostrazione: le categorie sono limitate all’esperienza


possibile.
Il primo momento della deduzione trascendentale dice che: a) per diventare conoscenza
una intuizione ha bisogno di un pensiero che le conferisca unità; b) il fondamento
dell’unificazione sta nell’Io penso trascendentale; c) L’Io penso richiede la determinatezza
delle categorie. Quindi le categorie sono indispensabili per costituire gli oggetti e per
conoscerli. Le categorie sono valide oggettivamente. Il fine della deduzione trascendentale
sta nel dimostrare la loro validità oggettiva, che qui è già raggiunta. I §§ 22-27
contengono qualche chiarimento in merito e sottolineano che ogni conoscenza è resa
possibile solo dalle categorie, e che la conoscenza consentita dalle categorie non si
estende oltre l’ambito dell’esperienza possibile. La matematica può essere un’obiezione.
La prima obiezione sarebbe questa: è una scienza a priori ma non una conoscenza
empirica, una conoscenza costituita da categorie, ma riferita a un oggetto posto al di là di
ogni esperienza possibile. Ma la matematica indaga solo la forma e non la materia
dell’intuizione, offre conoscenze a priori di oggetti soltanto quanto alla loro forma. Senza
la materia della sensazione empirica non c’è conoscenza del mondo reale: la matematica
è un mero sapere formale. Non è in grado di dire se possano esserci cose costituite in
modo matematico. Ma poiché la conoscenza è sempre conoscenza della realtà oggettiva,
la matematica di per sé non è una conoscenza, a meno che la natura non sia costituita
matematicamente. La matematica non dice nulla sulla realtà, ma fornisce la forma della
conoscenza empirica.
Una seconda obiezione (§ 23) contro l’applicabilità limitata delle categorie richiama la
possibilità di supporre un oggetto di un’intuizione non sensibile e di riferirgli una serie di
enunciati impliciti, per cui a quell’oggetto non spetta nulla che appartenga all’intuizione
empirica. In questo modo sarebbero possibili solo determinazioni in negativo: l’oggetto
non è esteso, non ha una durata nel tempo, ecc. Ma le determinazioni negative non
conducono a nessuna vera conoscenza dell’oggetto, sono semplici forme del pensiero, che
senza il materiale intuitivo, restano vuote.
Una terza obiezione (§ 25) afferma che l’autocoscienza trascendentale implica una
autoconoscenza che in quanto presupposto trascendentale di ogni pensiero è valida
indipendentemente dalle intuizioni. Ma l’autocoscienza trascendentale è soltanto
l’autocoscienza del fatto che io sono, ma non un’autoconoscenza di che cosa io sono.
Quest’ultima conoscenza non è possibile senza un’intuizione e una sua unificazione
categoriale.
Tutto l’interesse di Kant (§ 24) è però rivolto all’applicazione delle categorie agli oggetti dei
sensi e qui distingue la sintesi figurata opera dell’immaginazione dalla sintesi
intellettuale opera dell’intelletto. Va notato che l’immaginazione può essere produttiva o
spontanea, riproduttiva secondo le associazioni psicologiche della memoria e poi
trascendentale, generatrice degli schemi che consentono la relazione tra intuizioni e
concetti.

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A conclusione della deduzione trascendentale (§ 26) Kant afferma che l’esperienza
diventa conoscenza mediante l’unificazione delle percezioni; le condizioni della possibilità
dell’unificazione, quindi le condizioni di possibilità dell’esperienza, sono le categorie.
Senza le categorie la molteplicità indeterminata delle impressioni sensibili non può
formare nessuna realtà oggettiva, nessuna natura o connessione di fenomeni sotto leggi.
Le categorie prescrivono una legge alla natura, non una legge empirica, e costituiscono il
presupposto a priori di tutte le leggi empiriche della natura.

La deduzione trascendentale delle categorie ha dato una risposta esauriente alla


domanda relativa alla possibilità degli oggetti dell’esperienza, dei giudizi sintetici a priori?

L’unificazione in base a concetti di una molteplicità intuitiva rende possibile giudizi


sintetici; l’unificazione in base a concetti puri rende possibili i giudizi sintetici a priori.

In questo modo la logica della verità ha raggiunto il suo scopo perché ha spiegato in che
cosa consiste la verità degli enunciati empirici. Tuttavia l’analitica trascendentale ha
anche un’altra parte che segue quella dei concetti e che si chiama analitica dei principi.

Analitica dei principi: Kant studia una terza facoltà conoscitiva, il Giudizio, la capacità
di sussumere un molteplice sotto regole (i concetti).

La sussunzione è resa possibile da una nuova classe di rappresentazioni: gli schemi


prodotti dall’immaginazione, mediatori fra sensibilità e intelletto.

Ad alcuni questa parte è sembrata superflua (Jacobi, Schopenhauer), secondo altri


superflua sarebbe invece la deduzione trascendentale (Paton), secondo altri lo
schematismo serve solo per proporre l’idealismo assoluto (Daval).

Nella prima parte dell’analitica dei principi Kant presenta gli schemi dei concetti puri
dell’intelletto e nella seconda parte tratta i giudizi sintetici che tramite gli schemi
derivano a priori dai concetti puri dell’intelletto, che chiama principi dell’intelletto puro.

Schematismo.
I concetti empirici sono regole che conferiscono unità e determinazione alla molteplicità.
Con lo schematismo non si tratta di determinare il molteplice ma di sussumere il
sensibile sotto concetti. Si tratta dunque del rapporto tra un materiale indeterminato e la
sua forma determinante.
Il piatto non è una sottospecie del cerchio ma una materia a cui è conferita una forma in
base alla figura del cerchio, perciò è rotondo. B 176.

Il giudizio è la capacità di applicare correttamente i concetti mediante schemi, decide se


la molteplicità intuitiva rientra sotto la regola prodotta dall’intelletto. Perciò costituisce
una capacità costitutiva autonoma che media sensibilità e intelletto.
Non fornisce né la materia né la forma della conoscenza ma fa sì che i concetti colgano
realmente i rapporti oggettivi dati e lo fa applicando alla materia un concetto appropriato:
questa è una sedia, non un tavolo. La facoltà di giudizio consente un’applicazione
corretta dei concetti.
Per esempio, per essere un buon medico, chi ha studiato medicina – oltre alla
conoscenza delle nozioni della medicina – deve avere la capacità di applicare di volta in
volta nei diversi casi concreti le giuste regole. Il possesso di un concetto e la capacità di
applicarlo correttamente non sono perciò la stessa cosa.

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Il giudizio associa in modo appropriato i concetti al materiale intuitivo grazie a una
rappresentazione che possiede un carattere insieme intuitivo e concettuale. Kant chiama
questa rappresentazione schema.

Mediante lo schema (figura) le intuizioni sono rese concettuali e i concetti intuitivi.

Ma lo schema non va confuso con l’immagine. I concetti e quindi anche gli schemi sono
rappresentazioni generali mentre le immagini si riferiscono a una figura particolare (B
180): un’immagine mi mostra il cane, lo schema non rappresenta né l’immagine empirica
di un singolo cane né il concetto astratto dell’universale, è l’indice delle regole che
procurano un’immagine, il modo della sua funzione regolatrice.

C’è uno schema sia per i concetti empirici sia per i concetti puri dell’algebra o della
geometria. Kant fa l’esempio del triangolo (come Locke e Berkeley) abbiamo un’intuizione
generale del triangolo che non è né rettangolo né equilatero.
Lo schema (triangolo) precede ogni immagine di triangolo intesa come una sua
raffigurazione grafica (rettangolo, scaleno, isoscele).

Il terzo gruppo di schemi è formato dagli schemi dei concetti puri dell’intelletto e devono
rendere possibile un’applicazione corretta delle categorie ai fenomeni, concludendo così
la dottrina trascendentale delle categorie.

La deduzione metafisica mostra che ci sono concetti puri dell’intelletto; la deduzione


trascendentale mostra che senza questi concetti non è possibile alcuna esperienza; la
dottrina dello schematismo mostra come applicare correttamente le categorie.

In tal modo la dottrina dello schematismo non è né un duplicato né un surrogato della


deduzione trascendentale delle categorie, bensì insieme alla teoria dei principi, che
seguirà, è la chiave di volta dell’analitica trascendentale. Queste due parti (dottrina dello
schematismo e sistema di tutti i principi dell’intelletto puro) danno una risposta
definitiva al problema della possibilità dei giudizi sintetici a priori.

Come gli schemi dei concetti empirici sono rappresentazioni che appartengono sia
all’ambito concettuale sia a quello intuitivo, anche gli schemi dei concetti puri sono
rappresentazioni concettuali insieme pure e sensibili.
--Gli schemi trascendentali sono concetti puri dell’intuizione, intuizioni concettuali pure,
o meglio determinazioni trascendentali del tempo.
--La categoria è un’unità sintetica pura del molteplice.
--L’unità viene prodotta dal senso interno e non da quello esterno.
--La forma dell’intuizione del molteplice del senso interno è il tempo.

Il tempo come intuizione pura consente una prima visione che precede ogni esperienza e
perciò gli schemi sono determinazioni trascendentali del tempo. Tali determinazioni,
essendo fondate su una regola a priori, sono omogenee alla categoria a cui di volta in
volta corrispondono; essendo però determinazioni della temporalità sono anche
omogenee all’intuizione pura: possono rappresentare quella mediazione richiesta tra
l’intuizione e il concetto. B 185.

Il tempo si articola secondo quattro possibilità: serie temporale-quantità; contenuto


temporale-qualità; ordine temporale-relazione; insieme temporale-modalità.

Per capire che lo schematismo trascendentale sia proprio richiesto per il funzionamento
dell’analitica è opportuno considerare due esempi relativi alla sostanza e alla causalità.
Per affermare, relativamente al fatto che piovendo la strada si bagna, che è la strada a

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subire un mutamento di condizione, si deve riconoscere che c’è un solo e medesimo
oggetto (la strada) che si dà nelle due condizioni (asciutta e bagnata): è uno l’oggetto che
sta alla base delle modificazioni (sostanza) e che subisce un mutamento di stato
(accidente), per cui la strada prima è asciutta poi bagnata. Riconoscere l’oggetto
presuppone che esso abbia una durata nel tempo. Perciò lo schema della sostanza deve
essere la rappresentazione di qualcosa che costituisce la base per qualcos’altro che
sopravviene e ne modifica lo stato: questo è lo schema della permanenza della sostanza,
che consente di cogliere anche la modificazione nella permanenza, cioè gli accidenti. La
permanenza del reale nel tempo al di là dell’avvicendarsi degli accidenti è proprio lo
schema della categoria della sostanza.

Per applicare la categoria della causalità a una molteplicità non basta affermare che
alcuni avvenimenti nel tempo accadono l’uno dopo l’altro: la strada si bagna in seguito
alla pioggia. La mera successione, come dice Hume, non fonda ancora nessuna relazione
di causa ed effetto. Oltre a ciò occorre affermare che la successione non sta in
un’impressione soggettiva, ma si fonda nella cosa stessa, perché avviene secondo una
regola (l’acqua bagna ciò che è asciutto), quindi lo schema della causalità si chiama la
successione dei fenomeni secondo una regola.
Su che cosa si basa la sintesi: B 194.

I principi dell’intelletto puro B 188

Nel sistema di tutti i principi dell’intelletto puro sono elaborati i giudizi che l’intelletto
formula in base agli schemi trascendentali a priori. I principi sono asserzioni
fondamentali sulla realtà pronunciabili prima di ogni esperienza possibile. Concludono
l’analitica della KrV e l’inizio di una metafisica della natura
Questi principi vanno però distinti dai principi specifici della matematica e delle scienze
materiali, perché sono posti su un livello fondativo più profondo, forniscono la struttura
fondamentale dei principi delle scienze particolari. I principi non regolano specifici
rapporti oggettivi in natura, ma la natura in quanto tale, rappresentano i fondamenti
costitutivi della natura. Questi principi sono impliciti in ogni giudizio scientifico e
costituiscono una regola di giudizio per la ricerca scientifica, la quale non si basa né su
deduzioni logico-formali, né su una raccolta di fatti, ma rappresenta piuttosto una messa
in pratica del giudizio razionale. Se qui Kant ha il grande merito metateorico di aver
procurato un fondamento filosofico alla meccanica newtoniana, ciò però lega
inscindibilmente la riflessione kantiana alla fisica classica e in tal senso il progresso della
fisica relativizza il valore della prima Critica. Si sarebbe così tentati di prendere congedo
per via della scienza moderna sia dall’analitica dei principi sia dall’estetica
trascendentale e queste parti manterrebbero solo il valore di un modello storico. Ma
l’intento di Kant non era quello di fondare una forma storica della scienza bensì di
fondare ogni conoscenza oggettiva. Con i principi Kant non tenta di dimostrare né la
verità della geometria euclidea né la verità delle leggi newtoniane sul moto. Afferma
semplicemente che trovare le leggi non dipende dall’arbitrio dello scienziato. Kant prende
avvio dal principio supremo di tutti i principi analitici, il principio di non contraddizione,
ma lo fa solo nella misura in cui è opposto al principio dei giudizi sintetici a priori.

L’esperienza che interessa Kant incomincia solo al di là degli enunciati analitici. Essa si
basa sull’unità sintetica dei fenomeni senza cui ci sarebbero soltanto frammenti
sconnessi di impressioni. Kant compendia le condizioni dell’unità sintetica nel principio
sommo di ogni esperienza: le condizioni della possibilità dell’esperienza sono al tempo
stesso le condizioni della possibilità degli oggetti dell’esperienza. La costituzione
dell’oggetto e la costituzione dell’esperienza formano un’unità essenziale.

21
(B 198) Seguendo i quattro gruppi di categorie, Kant elabora i quattro momenti della
conoscenza: intuizione, percezione, esperienza e pensiero empirico in generale. Ogni
momento si basa su quello precedente. Per ciascuno dei quattro momenti Kant scopre
una forma particolare di conoscenza sintetica a priori: gli assiomi dell’intuizione, le
anticipazioni della percezione, le analogie dell’esperienza e i postulati del pensiero
empirico in generale. Per ogni conoscenza valida indipendentemente dall’esperienza
Kant stabilisce un principio proprio.

Gli assiomi e le anticipazioni sono principi matematici, le analogie e i postulati sono


principi dinamici.

I principi matematici dimostrano la legittimità e la necessità della matematica. Intesa


come scienza della costruzione di grandezze (quanta) e della semplice quantità
(quantitas), la matematica diventa il primo elemento costitutivo di ogni oggetto
d’esperienza e della sua conoscenza e in tal modo ha una validità oggettiva. I rapporti
oggettivi che non si lascino rappresentare come grandezze non sono veri e propri oggetti
di conoscenza. I principi dinamici (dottrina del movimento) rendono possibile la scienza
della natura nella misura in cui vanno oltre le applicazioni della matematica: affermano
l’esistenza di oggetti, ma rimangono nell’ambito della conoscenza a priori.

I principi matematici

Per concepire una quantità bisogna rappresentarla come multiplo di una unità e una
rappresentazione di questo tipo è a priori possibile in tutti i fenomeni. Ma Kant distingue
due tipi di rappresentazione: la quantità estensiva per l’intuizione e la quantità intensiva
per la percezione.

Il primo momento del sapere è l’intuizione, presenta i fenomeni nello spazio e nel tempo; i
fenomeni hanno una quantità estensiva, hanno carattere addizionale e la
rappresentazione delle parti precede quella del tutto (3= 1+1+1).

La scienza delle forme dell’intuizione e quindi delle quantità estensive è la matematica. I


suoi principi sono gli assiomi (2 linee rette non racchiudono uno spazio).

Il principio di tutte le intuizioni afferma: tutte le intuizioni sono quantità estensive.


Sta immediatamente alla base di tutti i principi della matematica e mediatamente alla
base di tutta la conoscenza della natura, dato che gli oggetti della fisica sono dati
nell’intuizione e hanno quindi una quantità estensiva. La fisica è matematica applicata.

Tutti gli oggetti della scienza della natura sono estesi e perciò quantificabili,
matematicamente rappresentabili, e tutto ciò che si sottrae al quantificare esce
dall’ambito degli oggetti possibili della scienza esatta della natura.

Il secondo principio, l’anticipazione della percezione, conferma il primo, indica la


condizione sotto cui l’intelletto formula a partire da sensazioni soggettive (sento freddo)
un giudizio di percezione valido oggettivamente (in questa stanza c’è una temperatura di
20°): questa condizione è la quantità intensiva.

La percezione è la coscienza empirica in cui le sensazioni si aggiungono alla forma


dell’intuizione. Le sensazioni trasmettono al soggetto qualcosa che ha origine nel mondo
esterno.

22
Con la percezione si riconoscono al fenomeno situato nello spazio e nel tempo
determinate proprietà (qualità). Sono queste a garantire la realtà dell’oggettività effettiva
delle cose situate nello spazio e nel tempo.

Le componenti a priori nelle sensazioni sono dette anticipazioni, cioè il tipo comune alla
base delle diverse sensazioni particolari. A differenza di Epicuro però il tipo non è una
forma empirica, ma la forma fondamentale, seppure valida empiricamente, di tutte le
sensazioni.

Secondo il principio dell’anticipazione della percezione tutte le sensazioni hanno una


determinata forza indipendentemente dal loro contenuto empirico. Non si tratta di
un’estensione spazio-temporale (quantità estensiva) ma di un grado di influsso sui sensi
(quantità intensiva) (temperatura, luminosità, peso).

In base a questo secondo principio, ogni oggetto dell’esperienza può essere considerato
una quantità e perciò connesso alla matematica. La matematica rappresenta quindi sia il
principio della forma sia il principio del contenuto a priori di ogni oggettività.

Kant riconosce alla matematica una validità oggettiva in un doppio senso: ogni stato di
cose valido al di là delle rappresentazioni soggettive deve potersi rappresentare come una
quantità, sia rispetto alla sua forma intuitiva (spazio-tempo) sia rispetto al contenuto
della sua sensazione (qualità ottiche, acustiche, olfattive, gustative, tattili).

Le analogie dell’esperienza: principi regolativi: non dicono nulla sui fenomeni, ma


offrono una regola secondo cui qualcosa va cercato nel mondo dei fenomeni.
Sulla percezione si costruisce l’esperienza.
Nell’esperienza una molteplicità di percezioni si presenta in un nesso temporale
necessario.
Kant chiama i principi validi a priori che rendono possibile questo nesso temporale
necessario analogie.
In matematica l’analogia sta a significare l’uguaglianza di due rapporti tra quantità
(2:3=4:6), in filosofia indica l’uguaglianza di due rapporti qualitativi (mulino=stato
dispotico; come il re comanda sul popolo così il gallo sulle galline), l’uguaglianza delle
relazioni delle percezioni tra loro.

Poiché ci sono tre possibili nessi temporali (permanenza, successione, simultaneità) ci


sono tre forme di relazione delle percezioni tra loro, quindi tre analogie: il principio della
permanenza della sostanza, il principio della successione temporale secondo la legge di
causalità, il principio della simultaneità secondo la legge dell’azione reciproca o della
comunanza.

Le tre analogie hanno in comune il fatto che l’esperienza è possibile soltanto attraverso
una rappresentazione della connessione necessaria delle percezioni.

Permanenza della sostanza: enunciato sintetico a priori senza cui non è possibile
nessuna conoscenza della natura: alla base dei fenomeni c’è qualcosa di permanente e i
fenomeni sono qualità mutevoli del permanente.
-la rappresentazione del mutamento non è possibile senza un riferimento stabile
-questa cornice di riferimento è il tempo: il tempo non muta
-ma il tempo non viene percepito per se stesso, quindi non è sostanza, non è il
fondamento di fenomeni mutevoli

23
-il substrato di ogni cambiamento va cercato negli oggetti della percezione
-è la sostanza quel che permane in ogni mutamento dei fenomeni.
Non si può fare esperienza di una modificazione in maniera assoluta, ma solo in rapporto
a una sostanza. Solo ciò che permane subisce un mutamento mentre il mutevole non
subisce un mutamento, ma un avvicendamento: una determinazione (soleggiato) cessa e
lascia il posto a un’altra determinazione (nuvoloso).

Principio di causalità: principio secondo cui ogni avvenimento ha una causa.


Una successione temporale di fenomeni può essere conosciuta come mutamento di un
oggetto, quindi come valida oggettivamente, solo se la successione non è lasciata
all’arbitrio di colui che la percepisce, ma viene intuita come un caso specifico di una
regola causale. Si dà esperienza solo se si riconoscono nessi naturali di causa ed effetto.

La successione delle percezioni può dipendere dal mio arbitrio (casa: tetto, pavimento)
oppure no, dagli eventi percepiti (imbarcazione discende la corrente). La determinatezza
della connessione delle percezioni non è un prodotto della sensazione, è una produzione
dell’intelletto, che applica la categoria della causalità alle successioni temporali. Prima il
lampo e poi il tuono, ma tuona perché c’è stato il lampo. L’esperienza della successione
dei fenomeni che non avvenga solo come allucinazione del soggetto, ma proprio
nell’oggetto stesso, dà cioè luogo a un mutamento oggettivo, è possibile solo se segue una
regola di causa-effetto (dove tuona si manifesta un lampo). Questa successione di
fenomeni sottoposta a regole è la causalità..

Azione reciproca: conosciamo le cose come contemporanee eppure le nostre percezioni


sono successive. Possiamo percepire prima il tetto e poi la base. Questo ordine è solo
soggettivo? Che cosa permette di dire che gli oggetti percepiti sono contemporanei?
L’oggettività della simultaneità può essere assicurata soltanto dalla relazione dinamica di
due fenomeni, la quale fa sì che l’uno appaia sia come causa sia come effetto dell’altro.
Siamo autorizzati dal concetto dell’azione reciproca: rende possibile l’esperienza della
contemporaneità (diversa dalla causalità che opera nel tempo della successione, 2°
analogia). Tutte le sostanze sono in un rapporto di reciprocità, possono essere percepite
nello spazio come simultanee. Le cose sono simultanee quando la percezione dell’una
può seguire reciprocamente la percezione dell’altra: posso applicare la mia percezione
prima alla luna e poi alla terra e viceversa. Le cose sono simultanee quando esistono in
un solo e medesimo tempo.

Postulati del pensiero empirico in generale.


L’unificazione di intuizione, percezione, esperienza viene prodotta dal pensiero empirico
(riguarda le condizioni formali dell’esperienza, è l’uso empirico dell’intelletto) e riguarda le
tre forme della modalità: possibilità, realtà, necessità. B 266.
Solo la sensazione consente l’accesso alla realtà effettiva: solo la sensazione può dire se
c’è davvero qualcosa che corrisponde alle mie sensazioni.

Confutazione dell’idealismo.
Descartes: indubitabile l’esperienza interiore, dubbia e indimostrabile l’esistenza di
oggetti esterni.
Berkeley: le cose nello spazio sono semplici prodotti dell’immaginazione.

B 275: teorema
Il sistema dei principi: i giudizi sintetici a priori sono possibili per il fatto che non è la
conoscenza a regolarsi sugli oggetti, ma gli oggetti a regolarsi sulla conoscenza. È il
soggetto conoscente a introdurre nella natura la legalità trascendentale espressa dai
principi sintetici. Gli oggetti della natura sono opera nostra: quel che viene conosciuto

24
diventa oggetto solo in virtù della nostra capacità di costruirlo a priori: si tratta di un
fenomeno e non di un noumeno (ciò che è pensato).

Oltre la soggettività empirica e a quella a priori c’è un terzo elemento, un concetto limite,
una semplice x. A 250.

B 288
B 294: i principi a priori della possibilità dell’esperienza
Fenomeni e noumeni
B 294
Uso trascendentale ed empirico di un concetto
L’intelletto può anticipare solo la forma di una possibile esperienza
Oggetto trascendentale
Enti sensibili: fenomeni
Enti pensati, intelligibili: noumeni
Il concetto indeterminato di un ente intelligibile non sarà mai il concetto determinato di
un ente che potremmo conoscere tramite l’intelletto
Noumeno in senso negativo: non è oggetto della intuizione sensibile
Noumeno in senso positivo: oggetto di un’intuizione non sensibile
Concetto limite
Uso empirico

Fenomeno (Erscheinung): oggetto indeterminato di un’intuizione empirica, già dice di un


rapporto a qualcosa che non è fenomeno (apparire a qualcuno/essere)
Phaenomenon: oggetto conosciuto, quindi determinato dalle categorie, dell’esperienza.
Noumeno: oggetto di un’intuizione intellettuale
Non due cose ma un diverso respectus (AA XXII, p. 26): un diverso rapporto della
rappresentazione allo stesso oggetto.
A 250: Oggetto trascendentale: oggetto che sta di contro – correlato dell’unità
dell’appercezione rispetto all’unità del molteplice – al fenomeno in generale, mentre il
noumeno è l’oggetto di un intelletto intuitivo.
(ma B 344, 522, 566, 567).
L’oggetto trascendentale non è il noumeno; non è lo stesso oggetto del fenomeno, ma ciò
che rende possibile il fenomeno, la causa intelligibile dei fenomeni in generale, «è dato in
se stesso prima di tutta l’esperienza» B 523.
Non possiamo avere un’intuizione, non è conoscibile, è indeterminato, lo stesso per tutti i
fenomeni, l’oggetto completamente indeterminato dell’intuizione sensibile =X
Ciò che rende possibile, come orizzonte oggettivo, il fenomeno.

Fichte (1794) io/non-io


Da io=io Fichte passa all’io deve essere = all’io; da un’iniziale asserita coincidenza dell’io
con se stesso e con l’essere passa a un’effettiva disuguaglianza dell’io con sé e quindi con
l’essere, vale a dire alla trascendenza della realtà rispetto al pensiero.
L’oggetto trascendentale è l’unità a cui le nostre sintesi sono riferite come ciò a cui sono
conformi o adeguate, è l’oggetto in generale, quel qualcosa che le rappresentazioni
rappresentano e che le loro sintesi determinano.
L’oggetto trascendentale è il correlato dell’unità dell’appercezione, a cui l’intelletto
riferisce le sue sintesi come vere e perciò significa l’unificazione di rappresentazioni in
una coscienza.
L’oggetto trascendentale rappresenta la sintesi che la coscienza deve fare per essere vera,
la sintesi a cui la sintesi della coscienza deve conformarsi per essere vera.

--originariamente ciò che appare è l’ente (verità ontica)

25
--come si deve concepire ciò che rende possibile lo stesso manifestarsi dell’ente? (verità
ontologica)
--quali sono le condizioni che rendono possibile l’apparire dell’ente, questo primo vero?
  
1. (metafisica classica o neoclassica) la trascendenza è il termine di una dimostrazione
inferenziale (quale “oggetto”? ≠ X)
2. (Kant) la trascendenza potrebbe anche essere semplicemente presupposta (“oggetto” =
X)(KrV A 250; B 522)
3. (Heidegger) ciò che rende possibile il manifestarsi dell’ente è ciò senza cui l’ente non
può manifestarsi, come pure è anche ciò che costituisce lo stesso manifestarsi dell’ente
 
Kant: la X non è conosciuta: non perché sta dietro i fenomeni, ma perché non può essere
oggetto di conoscenza, è un nulla. Le idee della totalità non possono essere riempite da
alcuna intuizione, prescindono dal modo di porsi del reale, ma sono intenzione.
L’apparire del fenomeno è condizionato da un’intenzionalità trascendentale che ha un
oggetto trascendentale come orizzonte in cui il fenomeno appare. La trascendenza della X
è la condizione di possibilità dell’originario manifestarsi del fenomeno, in quanto suo
presupposto.

Sull’anfibolia dei concetti della riflessione: scambio dell’uso empirico dell’intelletto


con l’uso trascendentale.
L’atto con cui le rappresentazioni in generale sono raccolte insieme alla facoltà
conoscitiva dove avvengono, e con cui si distingue se tali rappresentazioni sono
confrontate tra loro come appartenenti all’intelletto puro o all’intuizione sensibile, è la
riflessione trascendentale. B 317.
La riflessione logica è una semplice comparazione, poiché in essa si astrae
completamente dalla facoltà conoscitiva, cui appartengono le rappresentazioni date,
mentre la riflessione trascendentale contiene invece il fondamento della possibilità della
comparazione oggettiva delle rappresentazioni tra loro, ed è quindi assai diversa da
quella logica. Questa riflessione trascendentale è un dovere da cui nessuno può esimersi
quando voglia formulare un qualche giudizio a priori sulle cose. B 318-319.

Nota sull’anfibolia
Per completare il sistema esposto Kant aggiunge un elemento. Parte dal concetto di un
oggetto in generale, assunto problematicamente, senza stabilire se tale oggetto sia
qualcosa oppure nulla.
Anche i concetti “vuoti” sono modulati intorno alle quattro classi di categorie:
Niente come ens rationis, nihil privativum, ens imaginarium, nihil negativum (B 348).

Dialettica trascendentale

Nella Dialettica trascendentale opera la facoltà della ragione le cui forme a priori sono le
idee al’interno di sillogismi (quindi non concetti e giudizi come avviene per l’intelletto). La
struttura della ragione tende all’incondizionato e alla totalità, cercando di prescindere
dalle condizioni sensibili. La metafisica testimonia questo tentativo destinato secondo
Kant all’insuccesso: noi conosciamo un oggetto solo quando l’oggetto è dato in
corrsipondenza di un’intuizione sensibile. La dialettica genera dunque una logica della
parvenza, non della verità. Le idee riguardano l’unità del soggetto pensante, l’unità della
serie delle condizioni del fenomeno, l’unità della condizione di tutti gli oggetti del pensiero
in generale, cioè psicologia, cosmologia, teologia. B 391-392.
Tale idee sono poste in parallelo con la classe di relazione con cui opera l’intelletto:
l’incondizionato della sintesi categorica in un soggetto, la sintesi ipotetica dei membri di
una serie, la sintesi disgiuntiva delle parti in un sistema. B 379.

26
Per quanto riguarda la psicologia, dominata da paralogismi, Kant nega che l’anima sia
sostanza, semplice, unità in relazione con oggetti possibili nello spazio.
La cosmologia cade in quattro antinomie, quindi in otto proposizioni dimostrabili: il
mondo ha un cominciamento… /non ha un cominciamento; ogni sostanza composta nel
mondo consiste di parti semplici…/nessuna cosa composta nel mondo consiste di parti
semplici; c’è una causalità secondo libertà/non c’è alcuna libertà ma tutto nel mondo
accade secondo leggi di natura; al mondo appartiene un essere necessario/in nessun
luogo esiste un essere assolutamente necessario.
La soluzione delle antinomie è ricercata nella distinzione tra uso costitutivo e regolativo
delle idee e soprattutto, come dirà anche la Dottrina trascendentale del metodo,
distinguendo i piani conoscitivo da quello morale, la conoscenza della natura da quella
della libertà.
A proposito della teologia Kant riprende le tre specie di prove possibili dell’esistenza di
Dio: ontologica, cosmologica e fisico-teologica, le altre ricondotte a queste e tutte
dichiarate non valide.
L’argomento ontologico è respinto perché l’esistenza (Dio è) non è un predicato reale
(cento talleri).
L’argomento cosmologico perché salta da una causa valida per il mondo fisico a una
causa trascendente.
L’argomento fisico-teologico (ripreso da Leibniz) va da un fine valido nel mondo
fenomenico a un fine trascendente l’esperienza.
Con questo Kant non conclude che Dio non esiste, ma è il perfetto ideale da completare
con una teologia morale, come farà nella seconda Critica e nella Religione nei limiti della
semplice ragione.

L’appendice alla dialettica.

Le idee della ragione non sono solo fonte di errore, possono dare ordine e unità ai
concetti dell’intelletto, dato che non si riferisce mai direttamente agli oggetti.
B 672: «io sostengo che le idee trascendentali non sono mai di uso costitutivo, in modo
tale che così verrebbero dati i concetti di certi oggetti; e se le si intende così, sono
soltanto dei concetti raziocinanti (dialettici). Al contrario, queste idee hanno un uso
regolativo vantaggioso e assolutamente necessario, vale a dire quello di dirigere
l’intelletto a un certo scopo, in vista del quale le linee direttive di tutte le sue regole
concorrono verso un unico punto, il quale, pur essendo solo un’idea (focus imaginarius)
cioè un punto da cui i concetti puri dell’intelletto non provengono realmente, in quanto
esso si trova completamente al di fuori dei confini dell’esperienza possibile, tuttavia serve
a fornire a tali concetti la massima unità ed estensione».
Quando le idee assumono questo ruolo regolativo risultano positive, introducono nella
conoscenza un elemento sistematico, la conoscenza diventa un sistema connesso
secondo leggi necessarie. Nella conoscenza il sistema prende il posto del mero aggregato
e l’uso ipotetico della ragione, che è regolativo, introduce unità nelle conoscenze
particolari e avvicina la regola all’universalità, mentre l’uso apodittico della ragione,
costitutivo, è impossibile e in realtà spetta all’intelletto (non a caso alcuni interpreti
chiamano la ragione un intelletto potenziato). Con tale approssimazione l’unità
sistematica rimane problematica, quindi necessita di un principio trascendentale, una
deduzione trascendentale delle idee.
Riferendosi alla botanica di Linneo, e non più alla fisica di Newton, Kant individua tre
principi logici che stanno alla base dell’unità sistematica della natura: principio di
omogeneità, specificazione e continuità delle forme (B 686). Si tratta di principi euristici o
massime della ragione. L’interesse diverso della ragione produce un diverso modo di
pensare.
La deduzione trascendentale delle idee sarà diversa da quella delle categorie, una
deduzione necessaria perché altrimenti non si possono usare le idee con sicurezza, ma la

27
sua validità oggettiva è solo indeterminata. Vi sono così tre livelli di conoscenza e tre
oggetti corrispondenti: il livello scientifico delle categorie i cui oggetti sono i fenomeni; il
livello metafisico i cui oggetti sono immaginaria; un livello metodologico in cui gli oggetti
non hanno realtà oggettiva e nemmeno immaginari. Qui non interessa tanto l’oggetto
della conoscenza fenomenica, ma l’oggetto nell’idea, il puro e semplice schema che è
teoreticamente legittimo e epistemologicamente fecondo.
B 698: «Vi è una grande differenza, se alla mia ragione viene dato qualcosa come un
oggetto in modo assoluto o soltanto come un oggetto nell’idea. Nel primo caso i miei
concetti tendono a determinare l’oggetto; nel secondo caso vi è realmente soltanto uno
schema, al quale non viene fornito direttamente alcun oggetto, neanche a livello
semplicemente ipotetico, e che anzi serve soltanto a rappresentarci altri oggetti attraverso
la relazione con quest’idea, in base alla loro unità sistematica, e quindi indirettamente».
Le idee offrono quindi un’unità sistematica basata sugli schemi della ragione, tre idee che
non si riferiscono a un oggetto determinato, però ampliano la conoscenza perché sono
principi regolativi dell’unità sistematica del molteplice della conoscenza empirica in
generale (B 699).
Tale principio dell’unità sistematica è oggettivo, sebbene indeterminato e regolativo, in
grado di aprire nuove vie all’intelletto. L’anima ha come schema regolativo la semplicità,
l’intelligenza suprema è lo schema del concetto di una cosa in generale, che serve come
unità sistematica all’oggetto dell’esperienza. Solo il mondo non può avere alcuna
oggettività, nemmeno indeterminata, perché si cadrebbe inevitabilmente in antinomie.
Dunque lo schematismo della ragione è diverso da quello dell’intelletto, perché il primo si
basa solo su principi regolativi.
Nonostante il divieto di giungere a una oggettività del mondo, Kant ipotizza (B 726) un
«ordine sistematico e conforme a fini dell’universo» che ci costringe ad ammettere e
presupporre un «creatore unico sapiente e onnipotente del mondo». Qui la nozione di
finalità in relazione al Giudizio è solo accennata, ma nella terza Critica diventerà il
principio a priori in grado di trasformare questa stessa facoltà, in grado di mediare
intelletto e ragione.
La ragione infine può diventare una ragione pigra (ignava ratio) quando si fa un uso
costitutivo dell’idea dell’essere supremo, e può diventare una ragione rovesciata
(perversa ratio) quando si presuppone una finalità esterna alla base dell’unità
sistematica.

Dottrina trascendentale del metodo

La dottrina trascendentale del metodo è «la determinazione delle condizioni formali di un


sistema completo della ragion pura» (B 735) e comprende una disciplina, un canone,
un’architettonica, una storia della ragione pura.
La disciplina costringe a seguire le regole e non è riducibile alla cultura che conferisce
solo un’attitudine. La disciplina ha dunque una funzione negativa e vieta alla ragione di
superare l’ambito dell’esperibile. Nell’uso dogmatico della ragione lo scopo della
disciplina consiste nell’evitare che la filosofia imiti la matematica adottandone il
procedimento a priori, dato che per entrambe le conoscenze sono universali e a priori. La
necessità e universalità delle proposizioni matematiche, che considerano l’universale nel
particolare, è costituita da definizioni, assiomi e dimostrazioni. La filosofia non può
imitare nessuno di questi elementi, che nel suo campo, considerando il particolare solo
nell’universale, hanno un significato del tutto diverso (B 754-755).
Per quanto riguarda l’uso polemico della ragione, Kant intende la sua difesa dalle
negazioni dogmatiche e dalla solita antitetica che sorge dallo scambiare i fenomeni per
cose in sé. La ragione non può poi ridursi a un uso scettico.
B 789: «Il primo passo nelle cose della ragion pura, quello che caratterizza la sua
infanzia, è dogmatico. Il secondo passo è scettico e indica la cautela di una facoltà di
giudizio scaltrita dall’esperienza. Ora, però, resta da fare ancora un terzo passo, che

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spetta soltanto a una facoltà di giudizio matura e virile, la quale si fondi su massime
salde e di comprovata universalità: è necessario cioè sottoporre a valutazione non i facta
della ragione, ma la ragione stessa, considerata in tutta la sua capacità e nella sua
attitudine a conoscenze pure a priori. Non si tratterà dunque della censura, ma della
critica della ragione, mediante cui non si presumono soltanto, bensì si dimostrano in
base a principi, non semplicemente i limiti, ma i confini determinati della ragione…».
Le altre due sezioni della disciplina sottolineano la cautela nell’uso di ipotesi e di
dimostrazioni. In particolare la dimostrazione trascendentale deve innanzitutto
giustificare i principi su cui si intende fondarla, poi ogni proposizione prevede una sola
dimostrazione, infine le dimostrazioni non devono essere apagogiche, ma sempre
ostensive.
Il canone della ragion pura è un complesso di principi a priori che riguarda il suo uso
pratico. Il compito della ragione nel suo uso trascendentale consiste nel risolvere i
problemi della libertà del volere, dell’immortalità dell’anima e dell’esistenza di Dio. Le
dimostrazioni di questi tre oggetti non hanno alcun valore conoscitivo, ma sono
fondamentali per la possibilità della morale. Nel risolvere questi problemi lo scopo ultimo
della ragione è di ordine pratico per rispondere alle domande “Che cosa posso sapere?”
“Che cosa devo fare?” “Che cosa posso sperare?” Nella Logica (1800) Kant dirà che tutte
queste domande si riassumono in “Che cos’è l’uomo?”.
L’architettonica è l’arte del sistema, cioè l’unità di molteplici conoscenze raccolte sotto
un’idea. B 860-861: «L’idea è il concetto razionale della forma di un tutto, in quanto
mediante tale concetto viene determinata a priori l’estensione del molteplice, come pure
la collocazione delle parti tra di loro. Il concetto scientifico della ragione contiene quindi
il fine e la forma del tutto, congruente con quel fine. L’unità del fine, a cui si riferiscono
tutte le parti – le quali si riferiscono anche reciprocamente nell’idea di quel fine – fa sì
che si possa avvertire la mancanza di una parte qualsiasi quando si conoscano le altre, e
non abbia luogo alcuna aggiunta contingente né si verifichi alcuna quantità
indeterminata di perfezione i cui limiti non siano già determinati a priori. L’intero è
quindi articolato (articulatio) e non ammucchiato (coacervatio): esso può certo crescere
internamente (per intus susceptionem), ma non esternamente (per appositionem), come
accade in un corpo animale, la cui crescita non aggiunge alcun membro, bensì,
senz’alcun mutamento delle proporzioni, rende ogni membro più forte e più capace in
vista dei suoi fini». Come l’organismo anche la filosofia costituisce un’unità in cui ognuna
delle sue asserzioni deve giustificare il suo significato e il suo posto a partire dall’intero
sistema del sapere. Questa sistematicità fa della filosofia una scienza possibile non
ancora realizzata. Il compito consiste non nell’imparare una filosofia ma nell’imparare a
filosofare, cioè nell’attivare la ragione per riprodurre nel modo migliore l’ideale del
sistema. Al dominio del concetto scolastico di filosofia che si è prefisso come fine la
perfezione logica della conoscenza, si deve contrapporre il concetto cosmico di filosofia
che riguarda ciò che interessa l’uomo, e che è stato personificato nell’ideale del filosofo.
Nell’aspetto cosmico la filosofia è «la scienza della relazione di ogni conoscenza al fine
essenziale della ragione umana«, e il filosofo è il «legislatore dell’umana ragione», che ne
determina limiti e possibilità.
Nella storia della ragione Kant non descrive la successione delle teorie filosofiche, ma
evidenzia una figura tipica di sviluppo riguardo all’oggetto, all’origine e al metodo. La via
critica insegna il primato dell’agire morale sul conoscere.

29
Storia della ragione

Realtà dei concetti


dell’intelletto

Riguardo all’oggetto Sensisti (Epicuro) Solo logica


delle conoscenze
razionali
Intellettualisti (Platone) mistica

Origine

Riguardo all’origine Empiristi (Aristotele/Locke) Esperienza


delle conoscenze
razionali
Noologisti (Platone/Leibniz) Ragione

Principio

Riguardo al metodo Naturalistico Sano senso comune

Scientifico Dogmatico Procedere sistematico


(Wolff)
Scettico (Hume)

La via critica è l’unica che rimane ancora aperta

30
Struttura kantiana della funzione soggetto.
Ogni fenomeno è originario, ogni persona è sacra, ogni immagine è arcaica.
1)La finitezza originaria come struttura della soggettività.
L’estetica trascendentale attesta la finitezza radicale del soggetto conoscente, dato che
sensibilità è ricettività, affezione, incapacità di chiudersi al mondo esterno. In tal modo la
finitezza fa irruzione nel soggetto. Infatti l’essere affetto presuppone un’esteriorità, un
fuori, un altro, un limite in rapporto a questa alterità. Anche in Descartes e Leibniz si
verifica una situazione simile, però con una differenza di rilievo: di fronte all’assoluto, in
rapporto a un assoluto posto (identità di essere-pensiero, reale-razionale, natura-spirito)
l’uomo si trova di fatto limitato, relativo. Sul fondo dell’infinito posto come reale, la
finitezza era percepita come mancanza, male, caduta, la sensibilità come un ostacolo.
Kant invece pone la finitezza come struttura intrinseca della conoscenza: il concetto
senza intuizione è vuoto. La finitezza, come condizione di possibilità di ogni
rappresentazione, come passività a priori della sensibilità, diventa per la prima volta
nella storia della filosofia, ciò in rapporto a cui l’assoluto è relativizzato, l’assoluto è solo
un’idea e non una realtà in sé. Come segno di questo cambiamento di prospettiva si ha
come conseguenza una desostanzializzazione dell’idea di assoluto. La ricettività della
sensibilità è una condizione necessaria della conoscenza e l’assoluto è un’esigenza
pensabile a partire da questa finitezza come il suo orizzonte per definizione inaccessibile.
La finitezza non è più relativa a un assoluto, ma la finitezza diventa assoluta, diventa
finitezza radicale.. Da qui segue l’interesse di Heidegger per la prima Critica di Kant. La
ricettività è elevata al rango di a priori e lo statuto ontologico dell’assoluto rimane privo
di giustificazione. Le tre idee della ragione, una volta che sono deontologizzate, sono
figure dell’assoluto o dell’incondizionato.
2)Decostruire l’illusione della soggettività. La psicologia cade in paralogismi: B 402 e B
419. Le figure metafisiche della soggettività risultano dall’oblio della finitezza. L’essere
finito non può porsi lui stesso (coscienza di sé) senza porre fuori di sé un mondo che
limita la sua attività (coscienza d’oggetto). Va notato che i paralogismi non portano
all’abbandono puro e semplice dell’idea di soggetto. Una volta deontologizzato, il
riferimento alla soggettività conserva un uso regolativo per la conoscenza. Occorre anche
un nuovo modo di intendere l’identità che non si basa più sull’unità di sostanza,
sull’uguaglianza, su una convenzione. Verrebbe da aggiungere con Ricoeur che non resta
altra via se non l’identità fondata sulla continuità del carattere e della parola data.
3)Fare della soggettività un’esigenza. La decostruzione ha come risultato una pura
struttura formale della soggettività in generale: l’io penso accompagna le
rappresentazioni. Il soggetto trascendentale non costituisce né l’oggetto di una
conoscenza né il fondamento reale del diverso della rappresentazione, ma solo una
struttura formale, vuota. Non ha più coscienza di sé né vale come fondazione
dell’oggettività, però è uno scopo, un punto, focus imaginarius (B 672).
4) Pensare il soggetto dello schematismo. La soggettività senza sostanza diventa attività:
dottrina dello schematismo. Il soggetto dello schematismo, per presentare i concetti,
appare come una pura attività di temporalizzazione che trasforma le categorie in metodi.
È questa una dimensione della soggettività che eccede il soggetto trascendentale, poiché
il soggetto schematizzante, in quanto apertura al tempo, non si riduce più alle strutture
categoriali, ma al contrario realizza la sua applicazione come metodo. L’uomo diviene
così il soggetto del metodo, il soggetto dello schematismo. Si tratta di un soggetto autore
di un’attività, ma non chiuso su se stesso, poiché è aperto alla temporalità e dunque
radicalmente finito, non metafisico: non è sostanza, non è un soggetto metafisico, né è
semplicemente una struttura formale come il soggetto trascendentale. Il soggetto come
attività è primariamente funzione.
5)Cogliere il soggetto pratico. Il soggetto pratico è attività di autofondazione, poiché si dà
la legge delle sue azioni. Il soggetto pratico rappresenta la verità postmetafisica del
soggetto teorico; tale verità postmetafisica si pone come esigenza costitutiva della

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moralità. Tale statuto della soggettività pratica è il termine ultimo della trasformazione
del soggetto, tanto che la seconda Critica, pur mirando all’universalità e alla necessità
della legge, riguarda però comunque il soggetto finito. Tale finitezza pratica non si
riscontra nel contenuto dell’etica, ma nella modalità dei giudizi morali di un soggetto che
non può fare astrazione dalla propria finitezza. È nel discorso etico e non nel suo
contenuto che si svela il discorso di un soggetto finito.
6)Il soggetto derealizzato. L’io penso esprime l’atto che determina la mia esistenza.
L’esistenza è già sempre data (B 157). L’esistenza non è dedotta dall’io penso, come se si
volesse replicare il difficile passaggio cartesiano dall’io penso all’io sono. L’io penso è
sempre legato a un dato, a una rappresentazione empirica in assenza della quale l’io
penso non avrebbe luogo. In tal modo qualcosa è dato al pensiero: l’io penso è dato in
quanto emerge a partire da un’intuizione empirica, è dato solo in occasione di
un’intuizione empirica: io penso-io esisto (B 422). Pertanto a) la soggettività è attività
(funzione di sintesi) e non più sostanza o sostrato (res cogitans); b) questa attività in cui
consiste la soggettività non è l’oggetto di alcuna conoscenza, poiché non c’è coscienza di
sé senza coscienza di oggetto (intenzionalità). La percezione io sono non è coscienza
dell’io penso, ma della sua temporalizzazione. Il tempo è ciò che mi separa sempre da me;
il tempo è il segno della finitezza; c) il soggetto è diviso, spezzato, non è trasparente a se
stesso.
7)Antropologia. La psicologia razionale supera tutte le forze della ragione umana (A 382).
Non si creda di poter generalizzare l’accusa di formalismo all’etica kantiana; c’è una
parte empirica e materiale dell’etica, basta considerare la Metafisica dei costumi e
l’Antropologia pragmatica. Da ciò consegue l’equivalenza tra unità della filosofia (sistema
critico) e questione dell’uomo; fondazione dell’umano e riflessione sulla storia (progresso);
progresso e avvenimento storico del diritto.

Per la bibliografia cfr. i testi indicati nel programma.

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