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Come può essere considerato estraneo, e magari ostile al regime, una persona chiamata a

collaborare dalle principali pubblicazioni fasciste, quali Bibliografia fascista, Il lavoro fascista,
Regime corporativo, Lo Stato, La difesa della razza, oltre all'importantissima assidua cura delle
pagine Diorama filosofico su una delle più fasciste testate giornalistiche dell'epoca quale era Il
regime fascista di Roberto Farinacci? E come dimenticare la partecipazione di Evola ai corsi
di preparazione culturale e politica della Scuola di Mistica Fascista diretta da Nicolò Giani,
con saggi pubblicati sulla rivista della Scuola denominata Dottrina fascista?
La Repubblica Sociale Italiana era piena di fascisti autentici, gran parte dei quali hanno
sacrificato la loro vita e quella dei loro familiari, che erano stati espulsi dal PNF o mai
iscritti perché giudicati troppo critici del regime od addirittura “sovversivi”.
È ormai sufficientemente documentata la considerazione che il Duce ebbe per Evola, in
particolare per la sua posizione sulla politica razziale tanto da elogiare il suo libro Sintesi di
dottrina della razza perché esprimeva il suo pensiero, ossia la critica alle tesi materialiste e
quasi darwiniste all'epoca diffuse nella Germania.
Per quanto riguarda poi la RSI, sta di fatto che Evola era tra i pochi presenti in
Germania ad accogliere Mussolini nel settembre 1943 dopo la sua liberazione, come è
stato documentato da De Turris nel libro “Julius Evola. Un filosofo in guerra 1943-1945”
(Mursia, 2016). Che poi Evola, culturalmente legato ad una visione istituzionale di tipo
monarchico-aristocratica fosse piuttosto freddo nei confronti del repubblicanesimo
sociale della RSI è vero: però egli s'impegnò attivamente in settori di suo specifico
interesse, profondamente collegati al conflitto in corso, tanto da rimanere invalido,
permanente per effetto di un bombardamento nemico.
Egli ha una visione epocale degli eventi politici e considerava il fascismo come la
riemersione dell'antico spirito legionario romano che nei secoli successivi si era incarnato
in altri momenti storici. Una riemersione che era però imperfetta, a causa della sostanza
umana deterioratasi in quest'epoca di decadenza, ma comunque degna di attenzione.
Il ruolo che ha avuto Evola nel dopoguerra e che ancora sta svolgendo anche dopo la
sua scomparsa è di guida e d'insegnamento alla generazione formatasi dopo il 1945 svolto
con i suoi libri e con i suoi innumerevoli articoli e saggi al fine di far loro comprendere
che certamente bisognava tener conto di quello che di buono era stato concepito ed
attuato durante il regime fascista, ma che l'impegno attuale non è quello di rimpiangere un
periodo storico che non può essere riproposto: occorre piuttosto comprendere
l'aggravarsi della decadenza del mondo contemporaneo, individuare i punti di forza cui
ispirarsi per «mantenersi in piedi tra le rovine», agire senza attendersi trionfi o ricompense,
tramandare una concezione della vita e del mondo basata sui valori fondamentali della
“tradizione”.
Evola ha fortemente criticato gli aspetti “plebei” del nazismo ed è stato visto con
sospetto dai vertici delle SS.

estratti da «NAZZARENO MOLLICONE, Ma Evola era fascista o antifascista?»


OMOSESSUALITÀ (FASCISMO)

Nel 1927, quando il codice italiano era ancora in fase di bozza, Alfredo Rocco aveva
inserito l'articolo 528, che prevedeva per i “colpevoli di relazioni omosessuali” la
detenzione fino a tre anni. Alla fine si decise di togliere la norma, e il motivo non fu certo
l'improvvisa apertura mussoliniana ai diritti: prevedere il reato di omosessualità significava
ammettere l'esistenza dei gay in Italia e questo era considerato inaccettabile.
“La previsione di questo reato non è affatto necessaria perché per fortuna e orgoglio
dell'Italia il vizio abominevole che ne darebbe vita non è diffuso tra noi da giustificare
l'intervento del legislatore”, spiegava in una nota la Commissione Appiani, chiamata a
esprimersi sull'attuazione del nuovo codice. Sull'omosessualità in Italia ci si tappò gli
occhi, ma per stare tranquilli la Commissione aggiunse che “nei congrui casi può ricorrere
l'applicazione delle più severe sanzioni relative ai diritti di violenza carnale, corruzione di
minorenni o offesa al pudore”. Nel caso ci si fosse imbattuti in un omosessuali, insomma,
ci sarebbe comunque stato modo di procedere.
Se i più fortunati se la cavavano con un'ammonizione o con brevi periodi di detenzione,
per oltre trecento omosessuali italiani la pena fu il confino. Ventotene, Ustica, Favignana:
queste alcune delle isole dove venivano spediti, con reclusioni che potevano durare fino a
cinque anni.
Ci fu un caso in cui il provvedimento fascista si trasformò in un'esperienza di libertà.
Accade a San Domino, piccola isola delle Tremiti, dove 45 confinati catanesi, nel 1939,
diedero vita di fatto alla prima colonia gay della storia italiana.

PROSTITUZIONE (FASCISMO)

Le norme igienico-sanitarie erano severissime: le donne venivano sottoposte alle visite


mediche due volte alla settimana e «tutte possedevano un set per verificare la presenza di
malattie veneree attraverso l'esame di una goccia di sangue». Le case di tolleranza, poi,
«erano anche un luogo dove molti andavano a prendere le medicine passate dal Duce o i
disinfettanti contro i pidocchi, ed erano anche usate come vespasiani pubblici con bagni e
acqua calda, a cui si poteva accedere pagando una piccola quota». Le prostitute non
potevano lasciare le strutture, perché «erano considerate donne che attentavano alla
debolezza dell'uomo italiano». Solo alcune di loro uscivano, rischiando le manganellate,
«per andare a esercitare a domicilio per gli invalidi di guerra o i disabili».
Tra le righe dei fogli scritti dalle prostitute, si leggono anche storie di sofferenza. Molte
di loro erano donne abbandonate dai mariti, che facevano il mestiere perché costrette alla
povertà. Alcune risultavano vedove anche se non lo erano. Gli organi di partito avevano
fatto sì che la persona non più reperibile, il marito, venisse dichiarata morta dopo 5 anni.
Di modo che le mogli potessero esercitare la prostituzione, perché le donne sposate non
potevano fare le prostitute. I figli invece venivano affidati agli istituti pubblici e una parte
della retta era pagata dal Comune.