Sei sulla pagina 1di 102

L’italiano del XXI secolo

Manualetto
per studenti stranieri

Sabina Gola, Université libre de Bruxelles, 2013-2018


Table des matières

I. LA LINGUA ITALIANA CONTEMPORANEA .................................................................................... 3

1. INTRODUZIONE ......................................................................................................................... 3
2. LINGUA E DIALETTI................................................................................................................... 11
2.1. DIALETTISMI E REGIONALISMI ............................................................................................................ 14
2.2. GLOSSARIO .................................................................................................................................... 19
3. IL MODELLO DELLA VARIAZIONE E LA SITUAZIONE SOCIOLINGUISTICA CONTEMPORANEA ............................ 20
4. L’ITALIEN ET LE FRANÇAIS FACE A FACE.......................................................................................... 23
5. CARATTERISTICHE DEL TIPO LINGUISTICO ITALIANO .......................................................................... 26
6. L’ITALIANO OGGI..................................................................................................................... 27
6.1. TRATTI DELL’ITALIANO IN MOVIMENTO ............................................................................................... 27
7. NOZIONI DI FONETICA .............................................................................................................. 29
7.1. LE VOCALI ...................................................................................................................................... 29
7.2. LE CONSONANTI.............................................................................................................................. 30
7.3. GLOSSARIO DI FONETICA E FONOLOGIA ............................................................................................... 33
8. LE LETTERE STRANIERE .............................................................................................................. 33
9. L’ACCENTO ............................................................................................................................ 35
9.1. GLOSSARIO .................................................................................................................................... 35
9.2. TENDENZA NELL’ITALIANO CONTEMPORANEO ...................................................................................... 35
10. LA STRUTTURA SILLABICA ........................................................................................................ 36
11. LA MORFOLOGIA................................................................................................................... 38
11.1. MORFOLOGIA FLESSIVA ................................................................................................................. 38
11.2. MORFOLOGIA LESSICALE ................................................................................................................ 44
11.3. SUGLI ANGLICISMI ........................................................................................................................ 60
11.4. LETTURE ..................................................................................................................................... 65
11.5. CURIOSITÀ................................................................................................................................... 71
11.6. LA PUNTEGGIATURA ...................................................................................................................... 79
11.7. IL RADDOPPIAMENTO FONOSINTATTICO (CARATTERISTICO DEI DIALETTI TOSCANI E CENTRO-MERIDIONALI) .. 83
11.8. QUESTIONARI .............................................................................................................................. 95
11.9. DOMANDE .................................................................................................................................. 96
12. BIBLIOGRAFIA .................................................................................................................... 101
I. LA LINGUA ITALIANA CONTEMPORANEA

1. INTRODUZIONE

Quando ci si riferisce a una lingua, si può intendere la lingua scritta o la lingua parlata. Ma che
cosa vuol dire « lingua scritta » ? La lingua di romanzi e poesie, dei regolamenti e
dell’amministrazione, di un manuale per l’uso di un computer o di un saggio scientifico, di
quotidiani o riviste, della pubblicità, della corrispondenza, della lista della spesa, degli SMS … ?
E « lingua parlata » ? Pensiamo, ad esempio, a una conversazione tra amici oppure a una
conversazione più formale con una persona che non conosciamo o a una conversazione
telefonica. In tutti questi casi non parliamo la stessa lingua. E gli italiani ? Quale lingua parlano
e scrivono gli italiani del XXI secolo? È corretto parlare al singolare o sarebbe più giusto
chiedersi quali lingue parlano e scrivono gli italiani?
Per capire meglio le peculiarità della lingua italiana contemporanea scritta e parlata occorre
ritornare indietro nei secoli e ripercorrere a grandi linee la storia della Penisola e dei suoi
occupanti1. Prima che i Romani conquistassero l’intero territorio, esso era occupato da vari
popoli (Carta I) - i Liguri, i Veneti, i Reti, gli Etruschi, gli Umbri, i Piceni, i Sanniti, i Latini, gli
Apuli, i Bruzi, i Greci, i Siculi, i Sardi, per citarne solo alcuni2, ognuno con le proprie usanze e
quindi anche la propria lingua più o meno simile al latino (Carta II).

1
Altre notizie si possono trovare a http://www.treccani.it/enciclopedia/popoli-e-culture-dell-italia-preromana-l-italia-e-i-popoli-
italici_%28Il-Mondo-dell%27Archeologia%29/
2 Le cartine si trovano rispettivamente a http://www.supersapiens.it/Archeostoria/italiapreromana.html e http://www.archart.it/italici-

litalia-preromana.html.
3
R. Goscinny – A. Uderzo, Astérix et la Transitalique. Vanves, Les éditions Albert René, 2017, p. 22
Carta I
Carta II

Quando i Romani cominciarono la conquista della Penisola, portarono con sé naturalmente la


loro lingua parlata, il latino parlato dai soldati e dai coloni (“il volgare”), e la loro lingua scritta,
il latino della scuola e della burocrazia. La lingua dei Romani, parlata o scritta, però, non veniva
imposta ai popoli conquistati, ma veniva assorbita attraverso le lingue di sostrato già presenti.
Le varie parlate native subiscono così un processo di “latinizzazione” con differenze anche di
accento4.
La situazione è differente per gli Etruschi che, avendo una lingua così diversa dal latino,
accettano la nuova tradizione senza apportare grandi novità al latino di Roma. Il fiorentino e
gli altri dialetti toscani sono quindi i più vicini al latino (dal punto di vista fonetico, morfologico
e sintattico).
In Italia, dalla sovrapposizione del latino - il latino volgare (cioè la lingua parlata) - e le lingue
dei popoli sottomessi a Roma, nascono i dialetti. Quindi, anche il fiorentino, che poi per ragioni
storiche, letterarie, sociali ed economiche, diventerà la lingua italiana, è inizialmente uno dei
tanti dialetti parlati in Italia. Non tutti i dialetti però sono di origine romanza ; ci sono anche
dialetti tedeschi, sloveni, croati e grichi (derivati dal greco). Infatti, in Italia sono presenti anche
8 comunità allofone: provenzale; franco-provenzale, tedesco, sloveno, serbo-croato,
albanese, greco e catalano.
L’assetto geografico e politico della penisola ha influito sulla diffusione dei dialetti: i dialetti
parlati in zone isolate hanno subito una diversa evoluzione, differenziandosi sempre più
attraverso i secoli. Nell’Italia settentrionale, da ovest verso est, si hanno i dialetti gallo-romanzi
(occitani e francoprovenzali), i dialetti gallo-italici (piemontese, lombardo, ligure, emiliano,
romagnolo), veneti, ladini, friulani, toscani, centro-meridionali (umbro, marchigiano,
abruzzese, molisano, pugliese, campano, lucano, salentino, calabrese, siciliano) e il sardo.

Carta dialetti italiani di Giovan Battista Pellegrini (1921-2007), Carta dei dialetti d’Italia
(1977)5

4
Secondo recenti teorie sembra che alla base di questo processo di latinizzazione non ci sia il latino della romanizzazione, ma il latino parlato
prima di Roma.
5
Maurizio Dardano – Pietro Trifone, Grammatica italiana con nozioni di linguistica, Bologna, Zanichelli, 1995, p. 48.
a) Un esempio : come si chiama questo oggetto?6

Friuli-Venezia Giulia
Alto Friuli (Carnia) : grimal o traviersa

Trieste: traversa o traversetta (dipende dalla dimensione), bavariol
Friuli della Bassa : gurmâl
Friuli: grembiuler

Trentino Alto Adige


Trentino-Vallagarina : grombiàl


Veneto
Belluno : travessa
Bassano : traversa
Castelfranco Veneto asolano : grembial
Treviso : traversa o traveson
Treviso (Vittorio Veneto) : traversa
Venezia: traversa , traverson (se è grande)
Verona : grembial

Rovigo : traverson, o traversa

Lombardia
Varese : scusaa o scusalin, scusàa (la seconda s è sonora, non aspra)

Bergamo : scosal, bigaröla

Brescia : bigaröl

Milano : scossá, scusarin, scussá, scussarin, scusà o scusal
Lodi : maleo
Pavia : scusà
Vigevano (Pavia) : scosalina

Voghera (Pavia) : scosalin

6
Questa lista è il frutto di un’inchiesta proposta al gruppo Facebook La Lingua batte e serve unicamente a titolo di esempio. Non è
sicuramente esaustiva, ma dà un’idea delle differenze dialettali tra le varie zone d’Italia, dovute alle diverse lingue di sostrato.
Cremona: scosàal
Cremona (Pandino) scusàl o scursàl
Cremona (Castelleone) : scussal
Alto Mantovano : bigaröl
Basso Mantovano : gumbiàl
Felonica (Basso Mantovano): grumbial


Piemonte
Piemonte (alto) : scusàl
Novara : scusàl
Monferrino : scusà

Torino : faudal, da fauda ( grembo)
Caluso (comune intorno a Torino) : faudal
Banchette di Ivrea (To) : faudal
Alessandrino : scusa'

Piemonte (nel basso) : faudà (a volte con la l finale) da fauda=grembo

Liguria
Genova : scösâ, da scöso 'grembo' che è d'origine germanica (longobardo skauz)
Genova : scoussà 


Emilia-Romagna
Piacenza : scussalein
Castell'Arquato (nel piacentino) scussal

Reggio Emilia
 : grembiule (con pettorina)
Modena : grimbiel
Bologna : grembiale, grimbel
Bologna città : gumbrialen
Imola, Bologna : grembiale
Forlì : parananza o grembiale

Rimini : parananza ; zinalòun, ma è più indicato per l'abito 'da casa', il grembiule
abbottonato sul davanti.
Romagna : zinale

Toscana
Massa : grembiulo
Carrara : grimbiale
Versilia : sinale

Prato : grembiule

Mugello : grembiale
Firenze : grembiule
Arezzo: pannuccia
Siena : zinale
Provincia di Siena : grembiule 

Follonica (Gr) : grembiule
Massa Marittima : grembio

Maremma : grembio, grembiule, grembiale
Toscana (bassa) : senale, sinale, grembiale

Umbria
Città di Castello (PG) : panuccia
Terni : zinale
Orvieto (Terni) : sinale

Marche
Senigallia : parnanza o zinnal,sinale
Alte marche : sinal o paranansa/parananza,
Ancona : sinale o parnanza
Ancona (provincia) : parnanza o sinale
Jesi (provincia di Ancona) : sinale
Arcevia (Ancona) : parnanza
Civitanova Marche (Macerata) : zinale
Macerata : parannanza
Macerata (nei pressi di): tsinale
Camerino Macerata) : parannanza
Marche (Centro) : parnanza

Tolentino (Macerata) : pannella, parannanza

Montalto delle Marche : parnanza (para +innanzi)
Marche del sud : zinale o parnanza

Abruzzo
Abruzzo meridionale : mantusina
Trasacco: zinal
Capistrello (AQ): zinalo
Abruzzo : znal, mantera
Pesaro : parananza (nel pesarese) o zinale
Aquila : parannanza
Chieti : mantesina, la mandusin'
Teramo : sparone

Lazio
Lazio (Alto) : zinale o parannanzi

Ciociaria : zinale
Ciociaria (bassa) : mantsin
Ciociaria: parannanza
Roma : grembiule, parannanza, sinale
Terracina : parannanza
Anzio (Roma) : parananza
Sora (Frosinone)
 : senále, la e è muta.
Ceccano (FR) :
 zinnale
Viterbo : sinale
Minturno (LT): zinale, o mantesino
Priverno (LT): zinale

A Vetralla (VT) : sinale

Campania
Alto Casertano : mantesinu [dal tardo latino: mantu(m)+ ante+ sinu(m)→mantesinu(m)].
Napoli : mantsin, mantesino, mantesine (e semimuta), anche con la D :
mandsin..."La derivazione è dal latino “ante sinum” (davanti al seno)
Campania (basso Cilento) : vantisinu
Buccino (SA): sin
Agro nocerino sarnese (Campania) : mantesino
Salerno : vantesino 


Molise
Mantazin
Ripalimosani (Campobasso): mendesínə

Calabria
Cosenza : sinalu
Cosentino : sinale (dal latino sinalis, "appartenente al seno")

Calabria : faddali o 'oddali (con la f aspirata a seconda delle zone)

Bagnara Cal : faddali
Marchesato crotonese
(alto) : fadàle
Calabria centrale : mantissinu
Vibo Valentia : faddali
Lamezia Terme (Cosenza) : mantisinu

Puglia
Gargano : znal
Foggia (prov.) : sinal
Bari e provincia : snal ( il sinale), verosimilmente da sinum, cioè seno
Bari : s'nál
Lecce : antile, mantile
Nardò (Lecce) : antile
Salento (centro) : mantile

Salento: mantile, tamantile

Alto Salento: grembiale
Taranto : sunal, parannanza
Manduria (Taranto): mantìli
Galatone (Le) : mantile

Sardegna
Sardegna (Nuoro) : grembiale o franda, siniscola antela
Centro: grembiale (se grande) grembialeddu (se piccolo)
Sardegna (centro) : vranda
Sardegna (centro, Oristano, alto Campidano): grembialli.
In altre zone della Sardegna: pannu de aranti, pann'e'ananti (letteralmente: panno davanti).
Sardegna (sud) : f(v)anteliku
Sardegna (cagliaritano) : pannianànti (pannu de ananti = lett. panno di davanti)
Sardegna : deventagliu (campidano -)


Sicilia
Sicilia: mantali
Sicilia (centro ): fadali
Palermo (provincia) : falari

Modica (Rg, Sicilia sud orientale) : favalari
Catania : mandali, mentali, mantali
Gioia Tauro (RC): faddali
Ragusa : falari, faulare
Agrigento : fallaru, fadali, falletta

Sicilia orientale: fantali
Messina (prov.) : fantali, fadali
Nicosia (Enna) : fadali
Trapani (prov.) : falàri
Palermo : falaru
Sicilia Orientale : vantàli

b) L’Italia è anche questo...

Dalla pagina Facebook “Italiani a Bruxelles”

Dialetti regionali (es.veneto, romanesco)


Ciao a tutti, sto cercando dei prodotti tipici veneti per una cena tradizionale. Posso sempre
puntare sui grandi classici -sarde in saòr (sarde con cipolle agrodolci) e risi e bisi (riso e
piselli)- ma sono alla ricerca di:
- Bastardo del Grappa (formaggio)
- Bussolai (biscotti)
- Pan biscotto
- Carciofo violetto di Sant'Erasmo (isola della laguna veneta)

Ostrega, le sarde in saor! Ghe zè anca i sparzi (Urca le sardine insaporite! Ci sono pure gli
asparagi! *ndt)

Allora se passi per Roma o meglio ancora per i Castelli Romani devi assolutamente fare una
capatina in una " fraschetta " per farti "na fojetta "

Tracce della presenza di minoranze linguistiche

Io sono del Friuli Venezia Giulia e mi manca un po' la cucina della mia terra.
Mi sapreste consigliare posti dove posso trovare: Burek (dolce salato), civapcici (carne tritata
speziata), ajvar (salsa), pleskavice (carne grigliata con cipolle), frico (formaggio, patate, burro),
musetto (insaccato simile al cotechino) o ljubljanske (carne impanata fritta ripiena di
formaggio e prosciutto)?

Prodotti gastronomici tipici di alcune regioni italiane

Ciao a tutti! Il mio fidanzato vive a Bruxelles da qualche mese. Per il suo compleanno voglio
sorprenderlo con cibi tipici della nostra amata Toscana. Dove posso trovare: 1) Cecina 2)
cacciucco 3) trippa 4) fegatini 5) torta con i bischeri. Mi rendo conto delle richieste un po'
assurde ma voi sapete fare miracoli! Grazie

Ciao a tutti!!! La mia amica ed io abbiamo la piadina romagnola e ci servirebbe lo stracchino


(preferibilmente Nonno Nanni). Sapete dove posso trovarlo?

Al Caffelatte Espressobar siamo tutti romagnoli (Riccione, Rimini e Alfonsine) e la piadina,


rigorosamente riminese, ormai la facciamo anche alle 8:30 del mattino! La nostra "classica"
con stracchino rucola e crudo è un best seller...anche se quando la accompagnano con un
cappuccino o con una cioccolata calda muoriamo dentro...

Non è il Natale, caro Grillo, è la romanella che abbiamo bevuto domenica che ancora fa
effetto.

Lingua parlata scritta

Ciao a tutti!
Qualcuno sa mica dove posso portare dei pantaloni a fare l'orlo nel quartiere d'Ixelles?/zona
cimitero? Grazie mille

Se volete un taglio innovativo od un colore da paura ...


Falsi francesismi

Carré: usato nell’ambito dell’abbigliamento, tipo di pettinatura, taglio di carne, in gioielleria


Buongiorno, qualcuno sa dirmi dove posso trovare pane da tramezzino, cioè il pan carrè (pane
in cassetta) in fette lunghe?

2. LINGUA E DIALETTI

Nell’ambito della lingua scritta, latino e volgare cominciano a convivere in iscrizioni e testi di
tipo pratico a partire dal IX secolo ; il latino rimane però la lingua per eccellenza della scienza,
appannaggio degli umanisti e dei classicisti. Delle discussioni sorgono in merito alla lingua da
scegliere come lingua letteraria, il latino o il volgare. Il volgare è capace di regolarità come il
latino ed è idoneo ad essere usato come lingua letteraria ? Dal XIII secolo, in ambito letterario,
comincia a prevalere il volgare, fino alla sua netta prevalenza nel XIV secolo, periodo nel quale
operano i tre autori, noti come le tre corone, le cui opere letterarie in volgare stanno alla base
della lingua italiana : Dante Alighieri, Francesco Petrarca e Giovanni Boccaccio.
Per la storia della lingua italiana, sono due i momenti cruciali : il XVI e il XIX secolo. Nel 1525,
Pietro Bembo, con la pubblicazione della sua opera intitolata Delle prose di messer Pietro
Bembo nelle quali si ragiona della volgar lingua scritte al cardinale de' Medici che poi è stato
creato a sommo pontefice et detto papa Clemente VII, segna la nascita della lingua italiana,
così come la conosciamo oggi.

Ritratto di Pietro Bembo (1539), dipinto di Tiziano


https://www.artribune.com/report/2013/03/una-vita-di-passioni-pietro-bembo-uomo-del-rinascimento/attachment/g-05375-001-jpg/
Da questo momento, la lingua delle opere in volgare di Petrarca e Boccaccio, entrambi autori
fiorentini del 1300, diventa il modello di lingua italiana, una lingua scritta adatta per la prosa
e la poesia sulla quale poggia anche la lingua parlata soltanto da pochi, cioè dotti e letterati. Il
terzo libro è una grammatica dell’italiano, non ancora spiegata nella forma in cui siamo
abituati ma sviluppata attraverso il dialogo tra i vari personaggi. La proposta di Bembo ebbe
la meglio su altre soluzioni esposte da altri scrittori e studiosi (lingua di corte di base toscana
con aggiunte provenienti da altre parlate italiane e straniere oppure il fiorentino parlato
all’epoca) tanto che molti scrittori, provenienti da altre zone d’Italia e quindi esposti a dialetti
diversi, si uniformarono a essa, e alcuni di essi riscrissero le loro opere secondo i dettami di
Bembo. A partire da questo momento si scava un fossato molto profondo tra l’italiano
letterario scritto, che sta alla base anche dell’italiano parlato dalle classi più colte, e l’italiano
popolare parlato dal popolo affiancato all’uso maggioritario dei dialetti. Questo italiano
letterario scritto è la lingua sulla quale è stata costruita la norma.
Che cosa accade nel XIX secolo ? L’Unità d’Italia nel 1861 fa da spartiacque ; da questo
momento inizia un nuovo processo di standardizzazione dopo quello del XVI secolo.
L’unificazione della penisola fa nascere la necessità di scegliere una lingua comune a tutti gli
italiani. Comincia la lotta contro l’analfabetismo, più bambini vengono scolarizzati, la stampa
si diffonde su scala nazionale, l’amministrazione viene unificata e l’emigrazione interna
richiede l’utilizzo di una sola lingua per potersi capire. Nonostante la lingua italiana abbia
subito cambiamenti dovuti a vari fenomeni storici e sociali, la lingua letteraria su base
trecentesca ha ancora il valore di standard. Alessandro Manzoni, autore dei Promessi Sposi, si
rende conto che alla lingua letteraria mancavano le parole della quotidianità. Propone quindi
l’adozione del fiorentino colto contemporaneo accanto al modello di lingua trecentesco, e
rivede la seconda edizione della sua opera, nel 1840, secondo questo nuovo modello,
operando quindi un riavvicinamento della lingua scritta all’oralità.


Ritratto di Alessandro Manzoni, di Francesco Hayez, 1841
https://www.analisidellopera.it/francesco-hayez-ritratto-di-alessandro-manzoni/
La parola dialetto viene dal greco diàlektos (conversazione) attraverso il latino dialectus. In
Grecia, si identificavano come dialetti le diverse lingue che caratterizzavano i vari generi
letterari. Nel XVI secolo, questa parola cominciò a diffondersi anche in Italia e a essere usata
per definire la situazione italiana che era simile a quella della Grecia, cioè un paese
profondamente diviso dal punto di vista politico e linguistico. Solo nel XVIII secolo la parola
dialetto cominciò a essere usata con la stessa accezione con la quale viene usata attualmente,
cioè quella di lingua parlata in una zona limitata.
Senza addentrarci nei dettagli, tenendo conto della vitalità dei dialetti parlati così come dei
dialetti scritti (in questo caso li possiamo considerare dialetti letterari) e al passaggio del
fiorentino a “lingua italiana”, dalle origini fino al XVI secolo, possiamo comunque affermare
che i dialetti hanno sempre convissuto con la lingua italiana, sia nella lingua scritta che nella
lingua parlata, e convivono tuttora. Senza entrare nel merito della lingua scritta, ma
limitandoci unicamente alla lingua parlata, si può dire che gli italiani sono bilingui, anche se
questa situazione di bilinguismo si limita attualmente a certe regioni (Veneto, Campania e
Sicilia, soprattutto). Nel passato, invece, il piatto della bilancia pendeva dalla parte del
dialetto, parlato in famiglia ma anche tra amici e in scambi più formali o in ambito
professionale, nonostante i vari tentativi da parte della scuola, a partire dagli anni ’50, e
ancora prima in epoca fascista, di cancellare o sminuire i dialetti, tanto da far considerare chi
parlava unicamente dialetto ignorante e culturalmente inferiore. La situazione italiana, dal
punto di vista linguistico, fino agli anni Settanta si può riassumere così: da un lato, una lingua
locale parlata e poco, o per niente, scritta; dall’altro, una lingua sovraregionale scritta e poco
parlata.
La radio negli anni ’20 e la televisione a partire dagli ’50 hanno avuto un ruolo fondamentale
nel processo di italianizzazione della Penisola, a fianco o in sostituzione dell’educazione
linguistica scolastica. Soprattutto la televisione ha esercitato una profonda influenza sulla
lingua italiana fino alla seconda metà degli anni Ottanta, momento nel quale si osserva un
ulteriore cambiamento nell’ambito della lingua. Se fino a quel momento la televisione
veicolava un italiano standard tanto scritto quanto parlato, a partire dalla seconda metà degli
anni Ottanta, la relazione ha cambiato direzione: la televisione non esercita più la propria
influenza sulla lingua ma sono gli italiani che trasferiscono e diffondono, attraverso lo
schermo, le nuove tendenze della lingua italiana, che comprendono, nella lingua parlata,
anche la rivalutazione dei vari accenti che caratterizzano l’italiano a seconda della zona di
provenienza e l’uso di regionalismi, indicanti anch’essi una specifica area geografica di
appartenza del parlante.
Si può affermare che il 98% della popolazione ora è in grado di usare l’italiano e, secondo il LIP
(Lessico di frequenza dell’italiano parlato), pulito dai dialettalismi, il lessico dell’italiano
parlato è simile nelle quattro città in cui è stata condotta l’inchiesta - Milano, Firenze, Roma,
Napoli - e il 98% è costituito di parole di uso nazionale comune.
Dagli anni Novanta fino ai nostri giorni, l’influenza della lingua parlata sulla lingua scritta è
aumentata, a tal punto da relegare l’italiano standard di base letteraria in ambiti molto formali
e di lingua scritta e quindi da segnare la nascita di un italiano neostandard, con prevalenza
della varietà romana e dell’italiano settentrionale, profondamente influenzato dal linguaggio
giornalistico.
Esiste quindi l’italiano standard scritto e parlato? Sul piano fonetico, la risposta è negativa
anche se si potrebbe considerare come standard parlato il fiorentino emendato (esclusa la
gorgia), basato sulla pronuncia colta di Firenze da cui vengono eliminati alcuni tratti locali.
Per la grammatica, si potrebbe dire che è l’italiano normativo dell’ ‘800/’900. Se si pensa però
alle varietà da usarsi per scrivere e parlare, la risposta è sicuramente negativa.

2.1. DIALETTISMI E REGIONALISMI

Regionalismi : parole usate soprattutto nella zona d’origine

Es. : carnezzeria (italianizzato) in siciliano : macelleria (boucherie)

Dialettismi : parole che hanno superato i confini locali e si sono diffuse in tutta la penisola
perché associati a particolari prodotti o fenomeni

Es. cannolo (siciliano), mozzarella (napoletano), panettone (milanese)


http://www.academiabarilla.it/ricette/sicilia/cannoli.aspx

https://scn.wiktionary.org/wiki/cannolu
P. Bello – D. Erwin, Vocabolario etimologico odierno napoletano-italiano, 2009
https://books.google.fr/books?id=kUcIRKwCZF4C&printsec=frontcover#v=onepage&q=mo
zzarella&f=false

Il panettone, in lombardo panaton[1] o panatton[2] (pronuncia fonetica IPA: /panaˈto(ŋ)/,


/panaˈtu(ŋ)/ , /paneˈtu(ŋ)/ o /paniˈtu(ŋ)/)

https://archive.org/stream/DizionarioMilaneseItaliano#page/n507 (Cletto Arrighi, 1896)

Coatto (ragazzo di periferia dai modi volgari e violenti, romanesco), caruso (ragazzo,
siciliano), caciara (confusione, romanesco)
Umarèin (s.m. bolognese - Omarino)
Umarell (s.m. bolognese - Omarello, ometto)
Umarells (p.m. omarelli, ometti, pensionati bolognesismo + inglesismo globish)

https://umarells.wordpress.com

I geosinonimi (tipo particolare di regionalismi) : « marinare la scuola » (ne pas aller à l’école
quand on devrait y être) :

• bigiare (Milano) (etimo incerto)


• bruciare (Veneto) (brûler)
• fare fughino (Bologna) (fuoco => feu)
• bucare o fare forca (Toscana)


• fare sega (Roma)
• fare filone (Napoli)
• caliare (Sicilia)
• fare vela (Sardegna)
2.2. GLOSSARIO

Dialetto : Lingua usata in un’area circoscritta rispetto alla lingua parlata a livello nazionale. I dialetti possono
essere locali (città, borghi, frazioni) o regionali (piemontese, ligure, lombardo …)
Dialettismi : parole che hanno superato i confini locali e si sono diffuse in tutta la penisola perché associati a
particolari prodotti o fenomeni. Esempi : cannolo (siciliano), mozzarella (napoletano), panettone (milanese),
coatto (ragazzo di periferia dai modi volgari e violenti, romanesco), caruso (ragazzo, siciliano), cagnara
(confusione, veneto).
Geosinonimi (tipo particolare di regionalismi) : « marinare la scuola » (ne pas aller à l’école quand on devrait y
être) : bigiare (Milano), bruciare (Veneto), fare fughino (Bologna), bucare o fare forca (Toscana), fare sega
(Roma), fare filone (Napoli), caliare (Sicilia)
Italiano comune : lingua nazionale
Italiano regionale : varietà di italiano che possiede particolarità soprattutto avvertibili nella pronuncia
(settentrionale, toscano, romano, meridionale). Le varietà regionali sono nate dall’italianizzazione dei dialetti.
Italiano standard : norma di riferimento per la società, che si impara a scuola, descritto e codificato dalle
grammatiche, riconosciuto come corretto, parlato e scritto dalle persone istruite, utilizzabile per ogni uso scritto
e per ogni uso orale. La varietà più usata, più neutra (in senso sociolinguistico), sovraregionale. Lo standard non
coincide con lo scritto ma in pratica è da esso rappresentato.
Norma : convenzione sociale che stabilisce ciò che è linguisticamente accettabile.
Norma (1) : a priori, non fondata sul prestigio e sul consenso sociale, basata sull’uso scritto (fonologia,
morfologia, sintassi, lessico di base del fiorentino del Trecento – codificazione da parte del Bembo) → lingua
scritta letteraria (codice comunicativo interregionale di una ristretta elite) : l’italiano descritto è dunque il
fiorentino sul quale è stata costruita la norma.
Norma (2) : realistica, a posteriori, fondata sul prestigio, adeguata sulle esigenze di comunicazione quotidiana,
riguarda il rapporto tra scritto e parlato. Non c’è una sola norma ma ce ne sono varie a seconda delle situazioni
comunicative. Solo l’ortografia offre un’unica norma.
Processo di normativizzazione : imposizione di un certo numero di regole. Esempi : « Lì », « là » invece di « li »,
« la » per distinguerli dagli articoli determinativi e dai pronomi ; « qui » e « qua » senza accento ; i nomi di città,
considerati tutti femminili indipendentemente dalla vocale finale, contrariamente a prima o anche nei dialetti
(es. : Milan l’è ‘n gran Milan)
Processo di semplificazione : tra l’italiano della prosa e quello della poesia prevale quello della prosa. Esempi :
cuore/core, desiderio/disio, speranza/speme, hai detto/dicesti. La polimorfia dell’italiano scritto viene
abbandonata. Esempi : lacrima/lagrima, malinconia/melanconia/melancolia ; arma/arme, ali/ale, offrì/offerse
(varianti morfologiche)
tra/fra, ci/vi, visto/veduto (il primo termine prevale).
Regionalismi : parole usate soprattutto nella zona d’origine. Esempio carnezzeria in siciliano : macelleria
(boucherie)
3. IL MODELLO DELLA VARIAZIONE E LA SITUAZIONE
SOCIOLINGUISTICA CONTEMPORANEA

Le varietà della comunicazione hanno ampliato gli usi del parlato e hanno fatto nascere la
coscienza di quale parlato impiegare.

Tipologia Tipi di varietà Fattori di variazione


- italiano del Tempo
Diacroniche presente e del
passato
- dialetti del presente
e del passato

Diatopiche - Italiano standard Spazio

- Italiani regionali

- dialetti

- lingue delle
minoranze
etnolinguistiche

- italiano fuori d’Italia

- italiano popolare
Diastratiche - gerghi Società
- lingue speciali
- varietà funzionali-
Diafasiche contestuali Contesto
- registri formali e
informale
- sottocodici
- scritto Canale
Diamesiche - parlato comunicativo
- radiotelevisivo
- endofasico

Varietà nazionali Varietà regionali e locali

Italiano standard Italiani dell’uso Italiano regionale Italiano regionale Dialetto regionale Dialetto locale
medio (italiano popolare) o provinciale
Scritto e parlato- Parlato e scritto Parlato Parlato e scritto parlato parlato
scritto
Classi istruite Classi istruite Classi istruite Classi popolari Classi istruite e Classi istruite e
popolari popolari
formale Mediamente Informale Formale e informale informale
formale e informale
informale

Francesco Sabatini, 1985


Schema dell’italiano secondo Gaetano Berruto, 1987

Mi pregio informarLa che la nostra venuta non rientra Italiano formale aulico (7)
nell’ambito del fattibile.
Trasmettiamo a Lei destinario l’informazione che la venuta di Italiano tecnico-scientifico (8)
chi sta parlando non avrà luogo.
Vogliate prendere atto dell’impossibilità della venuta dei Italiano burocratico (9)
sottoscritti.
La informo che non potremo venire. Italiano standard letterario (1)
Le dico che non possiamo venire. Italiano neo-standard (2)
Sa, non possiamo venire. Italiano parlato colloquiale (3)
Ci dico che non potiamo venire. Italiano popolare (4)
Mica possiam venire, eh. Italiano informale trascurato (5)
Ehi, apri ‘ste orecchie, col cavolo che ci si trasborda. Italiano gergale (6)

Sobrero, Introduzione all’italiano contemporaneo, La variazione e gli usi, Laterza, 1993


G. Antonelli – L. Serianni, Manuale di linguistica italiana : storia, attualità, grammatica, Mondadori, 2011
4. L’ITALIEN ET LE FRANÇAIS FACE A FACE

L’Italie et ses langues


L’Italie se compose de 20 régions : La Valle
d’Aosta (le Val d’Aoste), il Piemonte (le
Piémont), la Lombardia (la Lombardie), il
Veneto (la Vénétie), il Trentino-Alto Adige (le
Trentin-Haut- Adige), il Friuli-Venezia Giulia (le
Frioul), l’Emilia-Romagna (l’Emilie-Romagne), la
Liguria (la Ligurie), la Toscana (la Toscane), il
Lazio (le Latium), le Marche (les Marches),
l’Abruzzo (les Abruzes), l’Umbria (l’Ombrie), il
Molise (le Molise), la Basilicata (la Basilicate), la
Campania (la Campanie), la Puglia (les Pouilles),
la Calabria (la Calabre), la Sicilia (la Sicile), la
Sardegna (la Sardègne). 7
En Italie, la langue nationale est l’italien. Les
Italiens apprennent à l’école l’italien standard
(l’italien qui est décrit par les grammaires), une
langue qu’ils parlent et qu’ils écrivent. Aujourd’hui, nous pouvons affirmer que 98% de la
population parlent l’italien. Mais alors, quelle langue parlait-on en Italie auparavant ? Ou
mieux, quelles langues ? En effet, pendant longtemps, les Italiens parlaient des langues qui
étaient l’héritage du mélange du latin vulgaire des Romains et des langues des peuples qui
occupaient les territoires que les Romains avaient conquis.

Les dialectes
Ces langues, on les appelle les « dialectes », du grec diàlektos (conversation) à travers le latin
dialectus. En Grèce, ce mot désignait les différents parlers qui étaient spécialisés chacun dans
un genre littéraire différent. Au XVIe siècle, ce mot commença à circuler en Italie pour définir
la situation italienne qui était semblable à celle de la Grèce, c’est-à-dire un pays morcelé d’un
point de vue politique et linguistique. Ce n’est qu’au XVIIIe siècle qu’on utilise le mot avec la
même signification qu’aujourd’hui, celle de langue parlée dans une zone limitée. Les dialectes,
nés du latin, ont donc la même origine que l’italien, qu’on pourrait définir le dialecte de la
Toscane, qui a eu plus de chance que les autres parce qu’il a été utilisé comme langue littéraire

7
Carte : http://www.aledo.it/mediasoft/italy/
8
R. Goscinny – A. Uderzo, Astérix et la Transitalique. Vanves, Les éditions Albert René, 2017, p. 22
par des écrivains du XIVe siècle et a servi d’exemple pour les autres écrivains provenant
d’autres endroits d’Italie. Pendant des siècles, pour la plupart des habitants de la Péninsule,
le dialecte a été la langue maternelle et l’italien, la langue qu’ils apprenaient à l’école et qu’ils
utilisaient dans des situations formelles, par exemple dans les bureaux. Ceux qui n’avaient pas
la chance d’aller à l’école parlaient l’ « italien populaire », une langue qui était un mélange de
dialecte, de mots dialectaux italianisés et d’italien standard. On peut dire que les Italiens ont
toujours été bilingues et une partie d’eux l’est encore.
Même si on peut regrouper les dialectes par zones – dialectes du nord, du centre, du sud et
de l’extrême sud de la Péninsule – il arrive que, d’une ville à l’autre de la même région, ou
encore entre un côté et l’autre côté du même village, certains mots soient différents.
Les dialectes sont très différents entre eux. Par exemple, pour un Milanais, il est très difficile
de comprendre le dialecte de Naples et vice-versa. Aujourd’hui, les dialectes sont encore
utilisés mais presque uniquement en famille ou avec les amis, et cela dépend des endroits.
Par exemple à Venise et dans la Vénétie, le dialecte est beaucoup plus pratiqué qu’à Bologne,
en Émilie-Romagne.
Des mots provenant des dialectes se sont répandus dans la langue italienne, comme
mozzarella (de Naples), cannolo (de la Sicile), panettone (de Milan).

L’italien régional
Les dialectes et l’italien ont toujours vécu côte à côte et ils se sont influencés les uns les autres.
Des mots du dialecte sont entrés dans la langue italienne et, vice-versa, des mots italiens ont
pénétrés dans les dialectes. L’italianisation des dialectes, favorisée par la diffusion de
l’instruction et la marginalisation des dialectes (parler le dialecte voulait dire qu’on n’avait pas
été à l’école), a donné lieu à l’» italien régional », une variété d’italien qui se caractérise
surtout par des différences phonétiques (septentrionale, toscane, romaine, méridionale), qui
permettent aux Italiens, mais aussi aux étrangers ayant une bonne oreille, de distinguer de
quel côté d’Italie proviennent leurs interlocuteurs.
D’un point de vue lexical, des régionalismes sont utilisés uniquement dans leur territoire
d’origine (ex. en Sicile, carnezzeria pour macelleria en italien pour ‘boucherie’). D’autres mots
diffèrent d’une partie à l’autre de l’Italie : on les appelle les géosynonymes, c’est-à-dire des
mots qui sont écrits différemment mais se rapportent au même objet. Par
exemple, la pastèque s’appelle anguria dans le Nord, cocomero dans le
Centre et melone ou mellone dans le Sud. À ces mots, s’ajoutent aussi
d’autres mots qui sont typiques des différentes régions. Par exemples,
michetta (‘sandwich’) est typique de Milan, balocchi (‘les jouets’) est
typique de la Toscane.
Selon une étude des années 1950, le mot espresso, le café pris au
comptoir, est unique et utilisé par tous les Italiens.
Pour résumer, en Italie on parle :
• l’italien standard (1)
• l’italien régional (2)
• le dialecte régional (le piémontais, le lombard …) (3)
• le dialecte (des villes, de la campagne, des villages) (4)
Un Milanais pourrait parler l’italien (1), l’italien de Lombardie (2), le dialecte lombard (3), le
dialecte de Milan (4).
Les dialectes d’aujourd’hui ne sont plus les dialectes d’origine parce que beaucoup de choses
ont changé dans la société italienne. Par exemple, plusieurs noms d’ustensiles, qui maintenant
n’existent plus, ont disparu comme les objets qu’ils désignaient.
Mais les dialectes sont encore utilisés dans les chansons, la littérature, le théâtre, les séries
télévisées … et aussi par les jeunes, surtout entre eux ou en famille.

Les minorités linguistiques


En Italie, il y a des endroits où on parle des langues qui ne sont ni l’italien ni les dialectes. On
parle aussi le catalan (en Sardègne), l’occitan (au Piémont), le français (au Val d’Aoste et dans
le Piémont), le slovène (dans le Frioul), le croate (en Molise), l’albanais (dans certains endroits
des Abruzzes, des Pouilles, de la Basilicate, du Molise, de la Calabre, de la Sicile), l’allemand
(en Haut-Adige), le grec (dans les Pouilles, en Calabre).

L’italien hors de l’Italie


Les échanges commerciaux au Moyen-Âge ainsi que l’émigration vers d’autres pays et
continents à travers les siècles favorisèrent aussi les échanges linguistiques. Dans la
Méditerranée, l’italien fut longtemps utilisé comme lingua franca9 jusqu’à ce que le français
et l’anglais prennent sa place.
Quelle langue ou quelles langues exportaient les habitants de la Péninsule ? C’étaient les
dialectes et un mélange d’italien et de dialectes.
Beaucoup d’Italiens émigrèrent dans les pays de l’Europe. En France, la politique
d’immigration ne favorisa pas la conservation de la langue italienne ; par contre, en Belgique,
les Italiens ont continué à parler leurs dialectes, l’italien populaire et l’italien standard, de
manière différente selon la classe sociale d’appartenance ainsi que les endroits du pays où ils
se sont établis (à la ville ou autour des charbonnages – La Louvière, Liège, Mons). La langue
italienne est considérée comme une langue de culture. En Grande Bretagne, on l’étudiait à
l’école, mais on la refusait comme langue d’immigration. Maintenant, la situation a changé et
la communauté italienne se reconnaît aussi dans sa propre langue maternelle. En Suisse,
l’italien est une des trois langues nationales avec l’allemand et le français.
Dans le Nord de l’Afrique, c’est le dialecte sicilien qui s’impose, dans le Corne de l’Afrique le
dialecte de la Vénétie. Dans le Sud de l’Afrique, la communauté italienne parle l’» italiese »,
un mélange d’italien, d’anglais et de pseudo-italien. Aux États-Unis, les dialectes se sont
mélangés entre eux d’abord et ensuite avec l’anglais ; au Canada, les premiers immigrés
italiens ont pris des mots anglais et les ont fait rentrer dans leurs dialectes, en donnant vie à
l’» italiese », qui maintenant n’est presque plus utilisé. La rencontre entre l’italien et
l’espagnol en Argentine a donné naissance au cocoliche et au lunfardo ; au Brésil, étant donné
que la plupart des émigrés étaient originaires de Vénétie, est né le taliàn, un mélange de
portugais, de dialectes de la Vénétie et d’autres dialectes du Nord de l’Italie. Même si les
Italiens qui arrivèrent en Australie après la deuxième guerre mondiale avaient une meilleure
connaissance de l’italien par rapport à ceux qui avaient émigrés auparavant, l’anglais a pris le
pas sur l’italien et les dialectes.

9
Langue fabriquée pour assurer la communication entre personnes qui n’ont pas la même langue maternelle.
5. CARATTERISTICHE DEL TIPO LINGUISTICO ITALIANO

Un tipo linguistico può essere definito come «un insieme di proprietà correlate
gerarchicamente e di strategie linguistiche interdipendenti che vengono messe in atto per
risolvere i problemi posti alla lingua dalle necessità della comunicazione» (Ramat 1980: 330).
http://www.treccani.it/enciclopedia/ordine-degli-elementi_(Enciclopedia_dell'Italiano)/

Importanza delle vocali (XVII/XVIII sec. Mito dell’italiano lingua musicale e quindi adatta al
canto): conservazione delle vocali finali e caduta delle consonanti (latino→italiano: “m”
ammutolita, gruppo “ns” tra vocali con caduta della “n” mensem→mese).

Frequenza dell’accento tonico sulla penultima sillaba (parole parossitone o piane: sono il
93,3% delle parole bisillabe e l’81,1% delle trisillabe (secondo Mancini & Voghera 1994) e
rappresentano, in generale, il 74,62% delle parole del corpus del Lessico di frequenza
dell’italiano parlato (LIP) in cui solo il 16,54% e l’8,85% corrispondono, rispettivamente, a
parole tronche e sdrucciole.
http://www.treccani.it/enciclopedia/accento_(Enciclopedia_dell'Italiano)/

Scarsità di monosillabi (già, re, ...) e parole accentate sull’ultima sillaba (pietà, virtù, città).

Alterazione (aggiunta di suffissi per alterare un nome, un aggettivo, un verbo: es.


casa→casetta; palla → pallina; libro →librone)

Parole composte (autostrada, portafinestra, capostazione ...)

Espressione non obbigatoria del pronome personale (“parlo” e non “obbligatoriamente “io
parlo; per la 3a persona “piove” → il pleut; it rains; “è evidente” → il est évident...)

Preferenza della sequenza determinato + determinante (es. Il cane dello zio, nuvole bianche,
piazza Garibaldi ...)

Concentrazione dell’informazione semantica nei sostantivi (precisione maggiore) come in


altre lingue romanze (lingue esocentriche: verbi astratti, sostantivi concreti) e non nei verbi
come nelle lingue germaniche (lingue endocentriche: verbi concreti, sostantivi astratti)
(“L’automobile entrò nel cortile” Der Wagen → l’automobile, il carro, la carrozza, ... mezzo di
trasporto; fahren: movimento di un mezzo di trasporto dotato di ruote; “c’è → (c’è un armadio
... → er staat), (c’è un tappeto → er ligt, c’è un lampadario → er hangt )

Relativa libertà nell’ordine delle parole: “la sintassi più libera dell’italiano, comunque una
peculiarità dell’italiano scritto e non di quello parlato che ha invece lo stesso carattere
“romanzo” delle altre lingue neolatine” (Sornicola, cit. da Serianni, Prima lezione di storia della
lingua italiana, p. 130). Influenza della sintassi latina su quella italiana (cfr. con il francese in
cui scritto e parlato non sono mai stati troppo diversi)
6. L’ITALIANO OGGI

6.1. TRATTI DELL’ITALIANO IN MOVIMENTO

6.1.1. 1. Frasi topicalizzate e segmentate

a. Dislocazioni a sinistra (Il gelato non lo voglio)


b. Dislocazioni a destra (Non lo voglio il gelato)
c. "Nominativus pendens" (Gianni, non gli ho detto nulla)
d. C'è presentativo (C'è un gatto che gioca nel giardino)
e. Frase scissa (È Mario che ha tirato la coda al gatto)

6.1.2. 2. Tempo, modo, aspetto del verbo

a. Imperfetto di cortesia (Volevo un chilo di mele)


b. Imperfetto creatore di mondi possibili (imperfetto "ludico" nei giochi infantili: io facevo il
ladro e tu la guardia; nella narrazione di sogni: io correvo su una pianura lunare; e,
soprattutto, nelle ipotetiche della irrealtà: se venivi prima, trovavi ancora posto).
c. Imperfetto per indicare il futuro nel passato (Mi ha detto che veniva).
d. Indicativo in luogo del congiuntivo in proposizioni dipendenti da verbi di opinione, o da
verbi di sapere e dire al negativo (non so se Carlo sta bene; credo che Carlo non sta bene).
e. Diffusione di costrutti di fatto impersonali, realizzati con la terza persona plurale (Vengono
ad aggiustare il tetto).

6.1.3. 3. Pronomi

a. Uso di lui, lei, loro quali soggetti.


b. Uso di gli (pronome dativo) per tutti i generi e i numeri.
c. Preferenza di ci (in luogo di vi) con valore di avverbio di luogo.
d. Uso, con valore attualizzante, della particella ci con i verbi essere, avere, sentire, vedere (e,
con altro valore, con verbi come entrare, capire, credere, volere).
e. Preferenza per questo e quello con funzione di neutro al posto di ciò.
f. Perdita di codesto nel paradigma dei pronomi e aggettivi dimostrativi.
g. Preferenza di cosa nelle frasi interrogative in luogo di che cosa e di che (Cosa fai stasera?).
h. Perdita di il quale (al quale ecc.) nel paradigma dei pronomi e aggettivi relativi.
i. Uso di che (in luogo di quale) come agg. interrogativo (Che regalo vuoi per il
compleanno?).

6.1.4. 4. Congiunzioni

a. « Che » temporale in luogo di « in cui » (Dal giorno che ti ho vista non ti ho più
dimenticata)
b. « Che » con valore consecutivo, finale o causale (Aspetta che te lo spiego; non uscire che la
cena è pronta; tu vai avanti, che conosci la strada)
c. « Che » introduttore di relativa con successiva ripresa pronominale che ha funzione di
complemento indiretto (La valigia che ci ho messo dentro i libri) .
d. Preferenza per alcune congiunzioni causali (« siccome » o « dato che » piuttosto che
« poiché » o « giacché »), finali (« perché » - o altri costrutti - invece di « affinché »).
e. Preferenza per « come mai » e per « com'è che » (invece di « perché ») nelle interrogative.
Fonte: M ICHELE A. CORTELAZZO, I sentieri della lingua. Saggi sugli usi dell’italiano tra passato e presente, a cura di CHIARA
DI BENEDETTO, STEFANO ONDELLI, ALESSANDRO PEZZIN, STEFANIA TONELLOTTO, V ERONICA UJCICH, MATTEO VIALE
PADOVA, Esedra Editrice, 2012 (Lingua contemporanea).
7. NOZIONI DI FONETICA

7.1. LE VOCALI

7.1.1. I suoni aperto e chiuso delle vocali “e” e “o”

“e” e “o” quando sono in sillaba atona hanno il suono chiuso; quando sono in sillaba tonica
possono avere il suono chiuso (accento acuto “é”, “ó”) o aperto (accento grave “è”,”ò”).

[e] chiusa [ε] aperta

rara-ménte (avverbi) p-iède (dittongo) ma


[lat. pes pĕdis] →(vecchiétto)
ve-dére [dal lat. vidēre] (verbi) pres-ènza (sostantivi)

lib-éccio (sostantivi) delet-èrio (sostantivi)


agg-éggio (sostantivi) mis-èria (sostantivi)
pur-ézza (sostantivi) mald-èstro (sostantivi)
com-ménto (sostantivi) equ-èstre (sostantivi)
capr-étto (nomi alterati) scr-èzio (sostantivi)
cas-étta (nomi alterati) fac-èzia (sostantivi)

[o] chiusa [ ɔ ] aperta

vel-óce (aggettivo) c-uòre (dittongo) ma


[lat. cŏr] →(affettuóso)
pericol-óso (aggettivo) però
disp-ósto (aggettivo) tornerò (verbo al futuro)
m-óndo [lat. mŭndus] (sostantivo)
verg-ógna (sostantivo)
atten-zióne (sostantivo)
frant-óio (sostantivo)

In corrispondenza di una “e” aperta fiorentina si ha spesso una “e” chiusa nell’Italia
settentrionale e in parte dell’Italia meridionale (es.: pres-ènza →presénza)
In corrispondenza di una “o” chiusa fiorentina si ha spesso “o” aperta in Piemonte, in Liguria
e in parte dell’Italia meridionale (es.: disp-òsto, verg-ògna, frant-òio)

7.1.2. La varietà fiorentina e la varietà romana

é (v.f.) → è (v.r.) béstia/bèstia bistécca/bistècca


è (v.f.) → è (v.r.) tèmpio/témpio sède/séde
ò (v.f.) → ó (v.r.) dittòngo/dittóngo gònna/gónna
ó (v.f.) → ò (v.r.) bisógno/bisògno órma/òrma

7.2. LE CONSONANTI

Luogo di Bilabiale Labiodentale Dentale Alveolare Palatale Velare


articolazione sorda sorda sorda sorda sorda sorda
sonora sonora sonora sonora sonora sonora
Modo di Occlusive p t k (c,ch,qu)
articolazione b d g (g, gh)
Nasali / / /
m n ɲ
Affricate ts (grazie) ʧ (ci/ce)
(occlu- dz (mezzo) ʤ (gi/ge)
costrittive)
Fricative f s ʃ (sc, sci)
(costrittive) v z /
Laterali / /
l ʎ (gl + i, gli
+a,e,o,u)
Vibranti /
r

Fonema Grafema Esempio Scrittura fonetica

/p/ p pane /'pane/


/b/ b banana /ba'nana/
/m/ m madre /'madre/
/t/ t toro /'tͻro/
/d/ d disegno /di'seo/

/n/ n naso /'naso/


// gn ragno /'rao/

/k/ c+ a, o capacità /kapaʧi'ta/


/k/ c+h+i chimica /'kimika/
/k/ c+h+e che /ke/
/k/ qu + ua quando /'kwando/

/k/ qu + ui qui /kwi/

/k/ qu + ue questo /'kwesto/

/k/ qu + uo quota /'kwᴐta/

/g/ g+a gara /'gara/

/g/ g+o gola /'gola/

/g/ g+u gusto /'gusto/

/g/ g+h+i ghirlanda /gir'landa/

/g/ g+h+e ghetto /'getto/

/ts/ z grazie /'grattsje/ (affricata)


/dz/ z mezzo /'mɛddzo/ (affricata)

/ʧ/ c+i cinema / 'ʧinema/ (affricata)

/ʧ/ c+e ceco /'ʧɛko/ (affricata)

/ʤ / g+i ginnastica /ʤin'nastika/


(affricata)
/ʤ / g+e generale / ʤene'rale/
(affricata)
/f/ f fiore /'fjore/

/v/ v vetrina /ve'trina/


/s/ s soldato /sol'dato/
/z/ s smemorato /zmemo'rato/
/ʃ/ sc + e scena /'ʃɛna/
/ʃ/ sc + i sci /ʃi/
/ʃ/ sci + a biscia /bi'ʃʃa/
/ʃ/ sci + o sciopero /'ʃᴐpero/
/ʃ/ sci + u sciupare /ʃu'pare/
/r/ r rame /'rame/

/l/ l lettera /'lɛttera/

// gl+i miglio /i/

// gli+a,e,o,u miglio /'mio/


7.2.1. Le affricate alveolari sorda /z/ [ts] e sonora /z/ [dz]

a) Norma

zucca /ˈtsukka/
/z/ sorda [ts]
http://multigram.ulb.ac.be/ita/Consonnes

zona /ˈdzɔna/
/z/ sonora
http://multigram.ulb.ac.be/ita/Consonnes

‹z› intervocalica sempre intensa resa graficamente:


• doppia: pizza /ˈpittsa/
• scempia: azoto /adˈdzɔto/

Nello standard tosco-romano è pronunciata sorda intensa indipendentemente dalla


collocazione.

b) Tendenza Nord/Centro Sud

‹z› pronunciata sonora


• all’inizio di parola zucca pronunciato /ˈdzukka/ invece di /ˈtsukka/
• all’interno di parola azoto pronunciato /adz’ɔto/ invece di /adˈdzɔto/

Tendenza a pronunciare come doppia intensa e sorda unicamente in caso di grafia doppia (così
da sempre in tutte le parole di origine popolare)

Eccezioni con pronuncia sonora:


• “mezzo” /ˈmɛddzo/
• “azzurro” /adˈdzurro
• il suffisso verbale “–izzare”: analizzare/analidˈdzare/

Le due affricate alveolari si comportano come fonemi in italiano standard, come varianti libere
distinte su base regionale nelle varietà diatopiche dell'italiano.
7.3. GLOSSARIO DI FONETICA E FONOLOGIA

Allofoni/varianti: diverse realizzazioni di uno stesso suono nel parlato


Fonema: la più piccola unità distintiva di una lingua (es.: bare care dare fare pare rare)
Fonetica: scienza che studia la realizzazione fisica dei suoni prodotti dall’apparato fonatorio umano (glottide,
corde vocali, laringe, faringe)
Foni sonori: le vocali
Foni sordi/sonori: le consonanti
Foni intermedi: le semiconsonanti e le semivocali
Fonologia: studia il sistema di foni/suoni per individuare i fonemi
Grafema: rappresentazione dei fonemi nella scrittura

8. LE LETTERE STRANIERE

‹j›, ‹k›, ‹w›, ‹x›, ‹y›

‹j›: i lunga10

Jacopo, Jonio, Jesi: /i/

Jazz, jeans, jogging: /ʤ/


Jabot: /ʒ/
Jodel: /j/

Julia: [‘ʤu:lia]; [‘ju:lia]


Johannesburg : [ʤo’annezburg] ; [jo’annezburg]
Jovanotti: [ʤova’notti]

10 All’inizio del Novecento per rappresentare la doppia i: studj (studii), principj (principii); per rappresentare la semiconsonante/j/: bujo, jeri.
‹k›: velare sorda /k/

Kit, kamikaze, shocking


/c/: amerikano, okkupazione (pubblicità)
‹ch›: xké, k6 (scritto trasmesso giovanile)

‹w›: vu doppia o doppia vu

/v/: würstel
/w/ (semiconsonante): week-end, kiwi, swatch
/v/: wafer, water, WWf , www [vuvu'vu]

‹x›: ics [ks]


Extra
Fax
Max
XL (extralarge)
Bixio, Craxi

‹y›: ipsilon, y greca


/j/: yogurt, boy
/i/: whisky, hobby
Betty, Tony (ipocoristici: vezzeggiativi)
Loy, Musy
9. L’ACCENTO

L’accento consiste nel far emergere il nucleo di una sillaba per durata e intensità. L’italiano ha
un accento mobile, la cui posizione in generale è difficile da predire.
In italiano, l’accento ha anche valore fonologico: serve a distinguere parole identiche
(àncora/ancóra, papa/papà,...)

9.1. GLOSSARIO

Parole ossitone o tronche: quando l’accento cade sull’ultima sillaba e l’accento deve sempre essere segnato
graficamente (perché, lunedì, virtù)
Parole parossitone o piane (la maggioranza): quando l’accento cade sulla penultima sillaba (piàno, lontàno,
vicìno)
Parole proparossitone (o sdrucciole): quando l’accento cade sulla terzultima sillaba (tàvolo, lìbero, di solito la
penultima sillaba è aperta, ma anche màndorla)

9.2. TENDENZA NELL’ITALIANO CONTEMPORANEO

Tendenza alla ritrazione nelle parole trisillabe, cioè a mettere l’accento sulla terzultima sillaba:

• àmaca per amàca (le hamac)


• sàlubre per salùbre (salubre, sain)
• rùbrica per rubrìca (le répertoire)
e alla prevalenza delle forme verbali:

• cònstato per constàto (Je constate)


• vàluto per valùto (J’estime, j’évalue)

La stessa tendenza si osserva anche in nomi propri:

• Frìuli per Friùli


• Sàlgari per Salgàri (Emilio Salgari, écrivain)

O nell’inglese:

• pèrformance per perfòrmance (/pəˈfɔːməns/)

Altri esempi:

• Ìslam per Islàm


• Afghànistan per Afghanistàn
• Pàkistan per Pakistàn
• dèpliant per dépliant
• creme càramel per crème caramèl
• cògnac per cognàc
• dìktat per diktàt
• Bènetton per Benettòn

http://www.accademiadellacrusca.it/it/lingua-italiana/consulenza-linguistica/domande-
risposte/vademecum-sullaccento-indicarlo-pronunciarlo

10. LA STRUTTURA SILLABICA

Sillaba aperta (o libera): se la sillaba non ha la coda, cioè una vocale è in posizione finale
Sillaba chiusa (o implicata): se c’è una consonante in posizione finale

In italiano la sillaba finale di parola è sempre aperta e finisce in vocale la parola che si trova in
fine di frase.
Questo non accade:

• con le onomatopee (ideofoni): bum, crac, toc, tic


• con gli articoli un e il
• con le preposizioni articolate (del, dal, al, col, nel)
• con le preposizioni in, per, con
• con l’avverbio non
• con la d eufonica (ad, ed, od)

ma che non possono mai comparire in fine di frase

Delle parole possono finire per consonante o in “m”, in caso di apocope (caduta della vocale
o della sillaba finale):
• bel bambino
• signor Rossi
• andiam via
• san Tommaso

L’introduzione di forestierismi nella lingua italiana ha contribuito a elevare il numero di parole


terminanti per consonante:

• fon, album, alcool, bar, autobus, stop, baobab, bancomat, sud


• frac, smog (le occlusive)
• swatch, quiz (le affricate sorde)
• staff (la fricativa sorda)
• bridge, apache, design (palatali)
• Oz, live

o per due consonanti:

• est
• nord
• film
• sport
• golf
• box
• compact disc
• colf – collaboratrice familiare
• gip - giudice per le indagini preliminari
11. LA MORFOLOGIA

La morfologia analizza le forme delle parole e le modificazioni che possono presentare per
assumere valori e funzioni diverse.

11.1. MORFOLOGIA FLESSIVA

Nomi
Articoli genere (maschile/femminile) + numero (singolare/plurale)
Aggettivi

Pronomi persona + caso (soggetto/oggetto/complemento)


Verbi tempo/modo/ diàtesi (forma attiva/passiva)

11.1.1. Il nome

Genere/numero
-o: maschile (genere non marcato)
-a: femminile

Classe 1 (ancora produttiva)


Maschile singolare Maschile plurale
il tren- o i tren- i
Arricchita di nuove parole maschili uscenti in – o ( gazebo/i)

Classe 2 (ancora produttiva)


Femminile singolare Femminile plurale
la scultur- a le scultur- e
Arricchita di nuovi nomi femminili in –a (lambada/e, agropirateria)

Classe 3
Maschile singolare Maschile plurale
il mar- e i mar- i
Femminile singolare Femminile plurale
la nav- e le nav- i
Maschile/femminile (s) Maschile/femminile (p)
il nipot- e/la nipot- e i nipot- i/le nipot- i
Arricchita da parole nuove terminanti in –tore (tagliatore di tasse), -trice (fotocopiatrice, operatrice ecologica,
verificatrice ambientale), -zione (africanizzazione) e dai participi presenti verbali sostantivati (cantante)
Classe 4
Maschile singolare Maschile plurale
il programm- a i programm- i
Arricchita da nuove parole terminanti in –ista e dai grecismi in –ma (teorema, linfoma, enzima, comma), il burka

Classe 5 (non è più produttiva)


Maschile singolare Femminile plurale
il dito le dita

Classe 6 (varie/invariabili)
il re i re (monosillabi)
la virt- ù le virt- ù (nomi ossìtoni)
la citt- à le citt- à (nomi ossìtoni)
+ suffisso –ità (italianità)

il caff- è i caff- è (prestiti ossìtoni)


il bar i bar (prestiti uscenti in consonante)
→ il gas/i gas, l’autobus/gli autobus, lo sport/gli sport, il film/i film

la ser-ie le ser-ie (parole dotte o prestiti in –e o in -i)


→ la specie, la carie, la stele, il kamikaze, il brindisi, la crisi

Il boia, il panda, il mascara, lo scriba (nuovi maschili in –a)


La dinamo, la radio, la magnitudo, la biro (nuovi femminili in –o)

La bici, il mitra, la moto, lo zoo, il frigo (nuovi accorciamenti)

Plurali maschili in o:
• i sabato (i sabati, tutti i sabato sera)
• gli agriturismo (gli agriturismi)
• i pronto soccorso (i pronti soccorsi)
• L’euro/gli euro (prestito [ellissi dell’ingl. euro(-currency) «eurovaluta»],) sentito però come un
accorciamento (europarlamentare, eurodeputato, eurovisione)

http://www.treccani.it/enciclopedia/variabili-e-invariabili-parole-
prontuario_(Enciclopedia_dell'Italiano)/

Plurali femminili in –a:


• le autobomba

a) Nomi stranieri

Tendenza all’invariabilità nell’italiano contemporaneo

Mantenimento della terminazione plurale della lingua d’origine:


• lied/lieder (romanza)
• telenovelas
• marines (citazioni dalle lingue originarie)
Uso della “s” anche nel singolare:
• un jeans
• un murales (erroneo ma frequente)
• una clips (erroneo ma frequente)

Plurali maschili in –o:


• i tadzebao
• i jumbo
• i video

11.1.2. L’articolo

a) Il/i lo/gli?

W (“u” o “v”) Consonante o semivocale?

• Il week-end (il fine settimana) ma “l’uomo”


• il/lo whisky
• il wafer
• lo Swatch ma “il suocero”

J ([ʒ]) fricativa alveolare sonora o [ʤ] affricata postalveolare sonora?

• l’abat-jour
• il garage
• il jetlag (il gioco)
• i jeans
• il jazzista
• il jihadista

http://www.accademiadellacrusca.it/it/lingua-italiana/consulenza-linguistica/domande-
risposte/piccolo-dilemma-jihadista)

• l’hamburger
• lo/l’hot-dog
11.1.3. I pronomi

Persona/ Soggetto Forme toniche Forme atone Altre forme atone


numero/ (Altre funzioni : OD, (Altre funzioni) (Altre funzioni)
genere dopo una
preposizione)
1a sing. io me mi (OD, OI, rifl.)
2a sing. tu te ti (OD, OI, rifl.)
3a sing. m. egli, lui, esso, si lui, esso (non OD) sé lo (OD), gli (OI), si ne, ci, vi
(impers.) (rifl.) (rifl.)
3a sing.f. ella, lei, essa lei, essa (non OD), sé la (OD), le (OI), si
(rifl.) (rifl.)

1a pl. noi noi ci (OD, OI, rifl.)


2a pl. voi voi vi (OD, OI, rifl.)
3a pl. m. essi, loro loro, essi (non OD), sé li (OD), loro (OI), si
(rifl.) (rifl.)
3a pl. f esse, loro loro, esse (non OD), le (OD), loro (OI), si
sé (rifl.) (rifl.)

OD: complemento oggetto diretto


OI: complemento oggetto indiretto
Rifl.: pronome riflessivo

a) I pronomi personali

L’italiano è una lingua PRO-drop (pronoun dropping): consente la caduta del pronome
personale soggetto. Il pronome personale è implicito, incluso nella desinenza del verbo.

Scrivo una lunga lettera a mia sorella.


J’écris une longue lettre à ma sœur.

Tendenza nell’italiano parlato da Roma in su

“te” usato come soggetto: non solo nell’espressione: “io e te” (considerata corretta) ma
anche
• posposto al verbo: “hai studiato bene te?
• nelle frasi ellittiche: “io sto bene e te?”
• prima di un imperativo: “te non dire niente”
• prima di un’interrogativa: “te dove sei andato in vacanza?”

https://www.youtube.com/watch?v=WWBq5jor8x0 (Quando c’era egli, Giuseppe Antonelli,


20esimo minuto )

b) “Ne” e “Ci”

Con valore rafforzativo

Nella lingua parlata, assumono una funzione “attualizzante” per rafforzare.

• Quando andiamo dal dottore? => Dal dottore quando ci andiamo?


• Non capisco niente! => Non ci capisco niente!
• Pensi a quello che potrebbe succedere? => Ci pensi a quello che potrebbe succedere?
• Mario è qui. => C’è Mario.
• Hai l’ombrello? => Ce l’hai l’ombrello?
• Non vedi? => Non ci vedi?
• Senti? => Ci senti?

“Ne” e “Ci” tendono alla lessicalizzazione, perdono il loro statuto di pronome saldandosi
direttamente al verbo.
Quando il pronome “ci” si unisce al verbo, si forma una nuova unità lessicale non legata al
significato del verbo principale.

• “Volerci”: essere necessario


Ci vuole un buon libro per le vacanze.

• “Entrarci”: essere pertinente


Non c’entra (non ha niente a che vedere con) niente con quello di cui stiamo parlando.

• “Tenerci”: avere a cuore


Ci tengo molto a questi libri.

• “Contarci”: fare affidamento


Ci conto! Non deludermi.

• “Prenderci”: indovinare
Non ci ho proprio preso!

• “Farcela”: riuscire
Non ce la faccio più a sopportarlo!

• “Starci”: essere d’accordo (essere disponibile a rapporti sessuali)


Ci stai se andiamo al cinema domani?

• “Rimetterci”: subire una perdita


Ad ascoltarti ci ho rimesso tutti i miei risparmi.

• “Restarci male”: rimanere scontento


Non restarci male. È proprio antipatico!

c) Il pronome “si”

Il “si” impersonale e il “si” riflessivo e reciproco

• “Qui si mangia bene” (“si” impersonale, sempre seguito da un verbo alla terza persona
singolare)
• “Sara si veste sempre di rosso” (“si” riflessivo)
• “Giacomo e Marco si insultano” (“si” reciproco)
Si distinguono per la diversa posizione sintattica che assumono in combinazione con un altro
pronome clitico:
a. il pronome riflessivo “si” precede l’altro pronome e si trasforma in “se”:
• “Carlo si mangia tutto il dolce (lo OD).” => “Carlo se lo mangia tutto.”

b. Il “si” impersonale segue l’altro pronome mantenendo la propria forma:


• “Quando si dà un consiglio a Marta (le OI) … => “Quando le si dà un consiglio …”

Il “si” passivante

“si” seguito dai verbi transitivi (alla forma attiva), alla terza persona singolare o plurale,
unicamente ai tempi semplici e quando manca il complemento d’agente:
• “Sul foglietto illustrativo delle medicine le istruzioni si leggono difficilmente.”
• “Questo tipo di dolce si mangia per i compleanni.”

Il “si” impersonale, passivante e riflessivo

• Quando si è giovani non si è capiti (impersonale) => riconoscibile dalla presenza dell’accordo
del participio passato al maschile plurale nonostante il verbo sia alla terza persona singolare
(“è”)
• Non si è capito niente di quello che ha detto. (passivante) → “Niente di quello che ha detto è
stato capito.” => riconoscibile dalla presenza del soggetto “niente …”
• Non si sono capiti quando si sono parlati. (riflessivo reciproco) => riconoscibile dall’accordo del
verbo essere alla terza persona plurale (“sono”)

Il “si” impersonale e il “si” passivante: come distinguerli?

La distinzione è facile quando il verbo è al plurale, dato che con il “si” impersonale il verbo è
sempre al singolare:
• “i libri si leggono (si passivante) quando si vuole (si impersonale).”

La distinzione è più difficile con un nome al singolare, soprattutto quando il sostantivo è


posposto al verbo:
• “Alle otto si serve la cena.” (“si” passivante “alle otto viene servita la cena” che si tende a
interpretare come “si” impersonale: “alle otto qualcuno serve la cena”)
http://www.accademiadellacrusca.it/it/lingua-italiana/consulenza-linguistica/domande-
risposte/usi-funzioni-pronome-clitico-si

Un’altra difficoltà si incontra quando il verbo principale è seguito da un verbo preceduto dalla
preposizione “a”:
• "dal terrazzo si continuava a sentire i treni passare": si impersonale, "i treni" complemento
oggetto
• "dal terrazzo si continuavano a sentire i treni passare": si passivante, "i treni", soggetto.
http://www.accademiadellacrusca.it/it/lingua-italiana/consulenza-linguistica/domande-
risposte/problemi-accordo
• “Si comincia a vedere i primi risultati.” (si impersonale, forma diffusa nel parlato)
• “Si cominciano a vedere i primi risultati” (si passivante)

Paolo D’Achille, L’italiano contemporaneo, il Mulino, 2003.

https://soggettointercultura.wordpress.com (Mangia, prega, ama.)

Nel parlato toscano (ma anche nello scritto) si ha tendenza a utilizzare l’impersonale anche
in presenza del soggetto di 1° persona plurale:
• “Noi si va al bar.”

11.1.4. Numerali e altri pronomi

Tendenza a usare i cardinali al posto degli ordinali: Tg3 , Lo Squalo 2, Rete 4, Canale 5,
tolleranza zero (nessuna tolleranza), anni Settanta, Ottanta, ...

I dimostrativi: questo/codesto/quello

Tranne che nello standard di base toscana scritto e parlato, i dimostrativi si riducono a
“questo” e “quello”. Sia nel parlato che nello scritto (dove svolgono una funzione anaforica e
non deittica riferendosi a elementi già enunciati o citati immediatamente dopo) tendono a
perdere il proprio valore e assumere quello di semplici articoli.
Nel parlato sono accompagnati da avverbi: “questo qua/qui”, “quello lì”, “quello là “ (il “lì” e
il “là” recuperano il valore di vicino a chi ascolta)
“questi”, “quegli”, “quei” (maschili singolari riferiti a persona): uso arcaico
“Ciò” come pronome neutro ha sostituito “quello”
“Costui”, “Costei”, “Costoro”, “Colui”, “Colei”, “Coloro”: poco usati. Rimane solo “coloro”
come antecedente di una relativa in alternativa a “chi”:
• “Coloro che sanno devono parlare/Chi sa deve parlare”

11.2. MORFOLOGIA LESSICALE

Introduzione: selezione di alcuni frammenti di articoli tratti da www.corriere.it 17/02/2016

Politica

• A Palazzo Madama si riparte dallo scontro sul «supercanguro». Ma il Pd ragiona sull’opzione


più realista: togliere le adozioni e portare a casa subito la legge
• Il premier punta sul realismo dopo il voltafaccia grillino
• Diversi colloqui telefonici e un giro vorticoso di sms, soprattutto dopo che i grillini annunciano
in aula che voteranno contro il «canguro» di Andrea Marcucci, mettendo così a rischio la legge.
E pensare che qualche ora prima il pentastellato Alberto Airola aveva rassicurato via sms i
colleghi di Sel: «Tranquilli, convinceremo tutti a votare per il canguro». Dei cinque stelle Renzi
non si è mai fidato: «Attenti che i grillini sono spaccati al loro interno e non riescono a tenere
una posizione. Dobbiamo essere consapevoli del fatto che sui numeri, per quanto riguarda la
stepchild adoption, ci giochiamo l’osso del collo». E ora ha la prova provata di non essersi
sbagliato: «Traditori, hanno fatto un voltafaccia clamoroso», dice ai suoi prima di risalire
sull’aereo che lo riporterà in Italia.
• Rissa sfiorata al Senato: lite tra grillina e ex-grillina
• La fase 2 della «voluntary disclosure», l’autodenuncia dei capitali detenuti illecitamente
all’estero, sta per partire.

Tecnologia

• La holding sta sviluppando un futuro vicino alla fantascienza tra pillole nanotecnologiche,
animali-robot e macchine senza guidatore

Società

• Pochi, qualificati e con performance occupazionali brillanti — a un anno dal titolo di studio 87
su 100 lavorano —, faticano a trovare spazi e riconoscimenti qui, dove il dottorato «non viene
apprezzato». Istat e Almalaurea li hanno fotografati: per i ricercatori italiani lo sbocco
professionale principale è l’insegnamento, che la ricerca in ambito accademico ha tempi lunghi
di stabilizzazione e che il sistema Paese non li aiuta.
• Omofobia e transessualità: così reagiscono gli italiani. «C’è ancora paura del “diverso”»

Cronaca

• OMICIDIO DI PADOVA Delitto Isabella, 3 arresti: manette a Freddy, sorella e tabaccaia


• La bravura di Beppe Fiorello in lotta contro le ecomafie
• Caso Lidia Macchi, il gip alla procura: «Indagate don Giuseppe Sotgiu»
• Affittopoli, commercianti in coda dai vigili con i documenti dei loro negozi
• Grattacieli e città subacquee: ecco il mondo tra 100 anni
• Il movimento antibullismo nato da 14 studenti: «Basta soprusi, unitevi a noi»

Cucina

• Professione «food YouTuber», i migliori dieci. In pochissimo tempo hanno raccolto milioni di
clic con video all’inizio fai da te, poi sempre più sofisticati.

Economia

• Russia e Arabia Saudita dicono sì. Accordo salva-prezzi sul petrolio

Arte

• Così parlano i quadri: in romanesco


I capolavori della pittura mondiale nel lessico famigliare di Stefano Guerrera
Voto a «Mai ‘na gioia»
I quadri, le opere d’arte in genere (come sapeva bene Michelangelo), non parlano. Ma se lo
facessero, rompendo la loro secolare consegna del silenzio, che cosa direbbero? Come si
esprimerebbero? Parlerebbero in romanesco e direbbero le cose che si dicono ogni giorno, i
tormentoni tipici delle conversazioni più comuni. La Psiche abbandonata di David guardandoci
sconfortata, nella sua perturbante nudità, forse si sta solo chiedendo, inascoltata dal 1795:
«Ma che me metto stasera?». http://www.corriere.it/la-lettura/
• Kay Pike, la cosplayer di Instagram che si traveste con il bodypainting
• L'artista body painter canadese Kay Pike trasforma se stessa in celebri personaggi dei fumetti.
E diventa una cosplayer d’accezione con migliaia di seguaci du Instagram. Eccola nei panni di
Two-Face, arcinemico di Batman (Olycom)

• L’imponente gruppo scultoreo realizzato nel Seicento da Francesco Mochi ha lasciato Palazzo
Braschi per essere ricomposto nella chiesa romana di San Giovanni de’ Fiorentini, sua originale
location che però non l’ha mai ospitato.

Moda

• Victoria Beckham scende dai tacchi. Il potere di vestire genderless


• il marito David Beckham, i tre figli maschi Brooklyn, Romeo e Cruz, più la piccola Harper, anche
lei mini icona di quattro anni in sneakers.

Arredamento

• Charme bohémien a Parigi


• Tracce del Settecento, arredi di Philippe Starck e arte contemporanea in una mansarda nella
capitale francese. Ospite a sorpresa una scenografica 'black box'

Fotografia

• Olivier Valsecchi: il nudo artistico dell’ enfant prodige della fotografia francese in mostra in
Costa Azzurra

Cinema

• Dopo la boccuccia a cuore e la faccia a pesce ecco il nuovo lifting da red carpet. La prima a farlo
è stata Cate Blanchett.

Sport

• Nella partita contro il Pahang Subri ha calciato da una notevole distanza di esterno e il pallone
(forse anche grazie all’aiuto del vento) ha cambiato traiettoria come se fosse stato
telecomandato.
• Calcioscommesse, il maxiprocesso tra caso Conte e incubo prescrizioni
• Esplora il significato del termine: Giovedì l’udienza preliminare dell’inchiesta di Cremona. Il
c.t., invischiato per Albinoleffe-Siena del 2011, vuole fare in fretta ma rischia il «trasferimento»

Quali sono le strategie usate dalla lingua italiana per arricchirsi?

L’italiano accoglie parole da altre lingue, attualmente soprattutto dalla lingua inglese.
L’italiano arricchisce il proprio lessico anche partendo da parole già esistenti e, da esse, per
derivazione o composizione, con prefissi, suffissi o confissi di origine latina o greca, ne forma
di nuove. Ad esempio:

Derivazione a ventaglio: da “lavorare” con l’aggiunta di vari suffissi

• lavor-ante
• lavor-azione
• lavor-atore
• lavor-io

Derivazione a cumulo /a catena: da “permeare” (con aggiunte progressive)

• permea-bile
• im-permea-bile
• im-permea-bil-izzare
• im-permea-bil-izza-zione

Questi cambiamenti ne comportano altri a livello fonetico:

1. Cancellazione di una vocale o di una consonante:


• difficile + mente → difficilmente
• sotto + aceto → sottaceto
• mala + educazione → maleducazione
• trans + sessuale → transessuale

2. Palatalizzazione della consonante finale del tema prima dei suffissi –ìa, -ità, -izia, -ista, -istico,
-ismo, -izzare:
• mago →magia
• greco → grecità
• amico → amicizia
• storico → storicismo, storicista, storicistico, storicizzare
3. Assimilazioni consonantiche di prefissi come
• “in” che può diventare “im” davanti a /p/ e a /b/: possibile → impossibile
• “ir” davanti a /r/: responsabile → irresponsabile
• “il” davanti a /l/: logico → illogico
• “ad” con raddoppiamento della consonante iniziale comme “arricchire”, “affondare”
4. Fenomeni di riduzione
• italiano + belga → italo-belga
11.2.1. La derivazione

Parole nuove possono derivare da altre già esistenti tramite:

Conversione
Assegnazione di una categoria grammaticale diversa ma mantenimento della stessa forma:

• sapere (verbo), il sapere (nome)


• bianco (agg.), il bianco (nome)
• bene (avverbio), bene! (interiezione)

Suffissazione
Aggiunta di un suffisso a destra della base :
• lavora-re → lavora-tore
• libr-o→libr-aio
• cas-a→ cas-etta (alterati)
• (palestra → palestr-ato
• ginnastica →ginnastic-ato
• orecchino →orecchin-ato

Prefissazione
Con l’aggiunta di un elemento a sinistra della base (prefisso):
• capace → incapace
• avventura → disavventura

Il procedimento di suffissazione e prefissazione (affissi) si chiama affissazione.

a) La conversione

Questo meccanismo di formazione è diffuso soprattutto nelle lingue isolanti (es. L’inglese,
lingua nella quale parole possono fungere da verbi o sostantivi a seconda del contesto. Es.:
book, nome, aggettivo, verbo). In italiano è poco usato e quando è usato è soggetto a
restrizioni:

• un nome per diventare un verbo deve assumere obbligatoriamente la desinenza in –are


(rombo/rombare; stop/stoppare)
• ogni verbo all’infinito può diventare un sostantivo (l’infinito sostantivato) ma si parla di
conversione quando il sostantivo diventa pluralizzabile (il potere, il sapere/ i poteri, i saperi) e
ha reggenza nominale (i piaceri della tavola)
• nominalizzazione
o dei participi presenti che possono assumere anche valore aggettivale: i fari abbaglianti,
i cantanti, l’andante
o nominalizzazione dei participi passati maschili: l’udito, l’abitato, il pesto (forma
accorciata)
o nominalizzazione dei participi passati femminili: veduta panoramica, camera con vista,
andata e ritorno, stretta di mano, messa in opera
o nominalizzazione del gerundio (rara): il crescendo, il dividendo e il laureando derivano
dal gerundivo latino
• lessicalizzazioni di forme finite o di espressioni che le comprendono: credo, distinguo, viavai,
passi, nullaosta, fai-da-de
• passaggio dei nomi a aggettivi e degli aggettivi a nomi
o pieno →il pieno,
o vuoto→il vuoto
• etnici (aggettivi e nomi): napoletano (agg.), napoletano (nome). Il passaggio è dovuto a un’
ellissi: il napoletano (dialetto di Napoli), il territorio intorno a Napoli. Al femminile napoletana
(la pizza o combinazione di carte da gioco).
• I nomi in –ista possono essere usati anche come aggettivi
o ottimista → una persona ottimista
o romanista → un tifoso romanista)
• Dagli aggettivi in –istico si sono formati nomi collettivi al femminile:
o la modulistica
o l’insiemistica, l’italianistica (discipline di studio)
• Dagli aggettivi in –bile e –ario:
o l’impermea-bile
o la finanzia-ria
• Uso avverbiale di aggettivi:
o forte/andare forte
o chiaro/parlare chiaro
• Uso avverbiale di nomi:
o via/andare via

b) I suffissi

• consentono di formare lessemi appartenenti a categorie grammaticali diverse rispetto alle


basi
• possono comportare cambiamenti nell’accento
• sono più numerosi dei prefissi
• sono i sostantivi e gli aggettivi i più suffissati

I suffissi possono essere classificati a seconda della categoria della base cui si possono
aggiungere (alcuni si possono aggiungere solo a nomi, altri a verbi) sia alla categoria che
producono:
• suffissi che formano nomi: -aio/-aia, -ista, -mento, -zione, -ismo;
• suffissi che formano verbi: –ificare, -izzare transitivi;
• suffissi che formano aggettivi: -oso/-osa, -ale, -ico/-ica;
• suffisso che forma avverbi: -mente.

I suffissi esprimono varie categorie di parole:


nomi d’agente (indicano che svolge una determinata attività):
- con base verbale :
o -tore/trice (assicuratore/presentatrice)
o -ante/-ente (insegnante, badante, concorrente) vista anche come conversione del
participio presente;
o -one/-ona con connotazione spregiativa (mangione, battona)
o -ino/-ina (imbianchino, mondina)
- con base nominale:
o –ista (giornalista, femminista, barista, stagista, cubista, antennista, stilista
(semanticamente si è allontanato dalla base “stile” come sarto d’alta moda,
sistemista), trasformista.
- con base aggettivale:
o -ista (anglista, antichista, specialisti in varie discipline)
o -aio/-aia, -aiolo/-aiola (benzinaio, fioraia, pizzaiolo)
o -aro/-ara (variante romana di –aio/-aia) molto produttiva (panchinaro, cravattaro,
gattara)
o -iere/-iera (paroliere, guardarobiera; al femminile indica anche contenitori, fioriera,
teiera)
o -ario/-aria (segretario/a)

Nomi d’azione: partono da basi verbali e esprimono il significato del verbo in forma nominale
(esprimendo anche l’oggetto dell’azione, il risultato o il luogo dove si svolge):
- -zione (molto produttivo) solidificazione, privatizzazione
- -izzare
- -mento (favoreggiamento)
- -aggio (lavaggio)
- -tura (spazzatura)
- -ata (chiacchierata) che aggiunto a nomi indica quantità (cucchiaiata), colpo dato con qualcosa
(manata, coltellata), spazio di tempo (annata).

Coesistenze con differenze di significato: coordinamento/coordinazione,


colorazione/coloritura.

Nomi
- di luogo: -erìa (birreria, panineria);
- di strumento: -tore/-trice (contenitore, lavatrice)
- di qualità: (tratti da aggettivi) –ezza (bianchezza), -ità (ovvietà, italianità),
- -ismo/-ista (evoluzionismo, futurismo, realismo, marxismo, stalinismo)
- tratti da verbi senza l’aggiunta di un suffisso: spacco da spaccare

Suffissazione zero: verbi della prima classe derivati da nomi anche stranieri:
• droga => drogare
• bastone => bastonare
• spintone => spintonare
• film => filmare
• stress => stressare
• fax => faxare

Nomi maschili in –o tratti da verbi: accordo, acquisto, allaccio, spolvero, utilizzo, strappo,
arrivo, anticipo, posticipo).

Alcuni femminili in –a tratti da verbi: stipula, classifica, modifica, verifica.

Sembrano in crescita i verbi, propri anche del lessico comune, nonostante la concorrenza del
suffisso –izzare: provinare, microfonare, messaggiare.
Aggettivi:
• -bile (significa “che può essere” + participio passato del verbo): lavabile, richiudibile
• -in/im (prefisso negativo): insopportabile, imperdibile
• -ale, -are, -ile, -ico/-ica (da basi nominali ) che esprimono una relazione col nome : aziendale,
polare, maschile, partitico, pessimistico (–istico corrispondente a –ista)
o “lavoro interinale” (base latino interim con modifica della consonante finale (+
economico come derivato dall’ispanismo interino)

c) I prefissi

• consentono raramente di formare lessemi appartenenti a categorie grammaticali diverse


rispetto alle basi
• non comportano spostamenti dell’accento
• sono i verbi ad essere prefissati in maggioranza

Alcuni affissi non si usano più e quindi non sono più produttivi; altri, caduti in disuso vengono
recuperati: -ile (canile, porcile), gattile (1984 GRADIT Grande Dizionario Italiano dell’Uso,
2003)

I prefissi non possono operare un cambiamento di categoria della base (unica eccezione “anti”
che, premesso a nomi, può formare degli aggettivi: cane antidroga, maniglioni antipanico)

Alcuni prefissi sono divenuti aggettivi o nomi (per i suffissi è impossibile): super, ex

I prefissi derivano da preposizioni o prefissi latini entrati tali e quali nell’italiano o nella forma
fonetica: ante, super, ex o s, post, trans e tra, extra e stra, sovra, pre, sub, ultra

I prefissi derivano anche dal greco (più rari): a, iper, ipo, micro, mega

I prefissi esprimono concetti diversi:


• Valore spaziale
o anticamera (antichambre)
o transalpino (transalpin)
• Valore temporale
o anteguerra (d’avant-guerre)
o postoperatorio (postopératoire)
o prematuro (prématuré)
• Unione
o con → concittadino (concitoyen), consorte (époux, épouse)
o co → coetaneo (avoir le même âge que quelqu’un)
• Opposizione
o antizanzare (contre les moustiques)
o antifumo (contre la fumée)
• Ripetizione
o re →reiterare (réitérer)
o ri→ riascoltare (réecouter)
• Valutazioni quantitative
o mono e uni→monolingue, univoco
o bi e bis→due o due volte→bisettimanale (deux fois par semaine), bisnonna (arrière
grand-mère), bicarbonato (bicarbonnade);
o semi ed emi→seminudo (à moitié nu), semifreddo (crème glacée), emisfero
(émisphère)
• Valore negativo o privativo
o s, in, a→ apolide (apatride)
o dis→ disabile (handicapé)
o de→ demotivare (démotiver)
• Valore intensivo
o s→scacciare (chasser)

Nell’italiano contemporaneo sono produttivi particolarmente i prefissi che esprimono


significati accrescitivi o apprezzativi e diminutivi o spregiativi:

• gli antonimi mini/maxi (riduzioni, di origine inglese, del latino minimum e maximum):
o miniappartamento (appartement)
o miniriforma (reforme)
o maxitruffa (excroquerie)
o maximulta (amende)

Vedere anche http://blog.terminologiaetc.it/2009/06/12/tendenze-nella-formazione-di-


neologismi/
http://www.treccani.it/magazine/lingua_italiana/neologismi/searchNeologismi.jsp

11.2.2. La composizione

Quando due parole vengono accostate e sono trattate come una parola sola, si parla di
composizione.
I casi più frequenti sono:
a) Sostantivo + sostantivo

Il portafrutta (récipient où on met des fruits)

Ordine determinato + determinante: il secondo elemento determina il significato del primo


che costituisce la testa del composto
• portaombrelli (porte-parapluie)
• portagioie (boîte à bijoux)

I due elementi possono essere coordinati:


• cassapanca (coffre)
• studente lavoratore (étudiant travailleur)
• caffellatte (café au lait)

Il secondo può determinare il significato del primo svolgendo una funzione quasi aggettivale:
• cane poliziotto (chien policier)
• bambino prodigio (enfant prodige)
• scena chiave (scène clé)

Il secondo può fare da complemento:


• capo dell’ufficio => capoufficio (chef.fe de bureau)
• sala delle macchine => sala macchine (la salle des moteurs)
• pausa per il pranzo=> pausa pranzo (la pause-déjeuner)

La ferrovia

• Solo nei composti di formazione recente, perlopiù calchi da lingue straniere, il secondo
elemento è la testa: ferrovia (railway, Eisenbahn), modello per funivia, seggiovia, sciovia,
calciomercato (mercato del calcio), bagnoschiuma (schiuma del bagno).

Tipo ancora produttivo: termini coordinati senza congiunzione come: effetto serra,
emergenza immigrati, allarme inquinamento da accostare a quelli che hanno un nome
proprio come secondo elemento: effetto Doppler, caso Moro

b) Aggettivo + sostantivo

Indica un nome che ha la caratteristica espressa dall’aggettivo.


Categoria poco produttiva, ma di recente formazione: malasanità e mezzobusto.

c) Sostantivo + aggettivo

Categoria produttiva: serve prevalentemente a formare composti esocentrici:


• che indicano animali e persone con le caratteristiche indicate dal composto: pettirosso,
pellerossa, caschi blu, colletti bianchi
• con valore metaforico (telefono azzurro, numero verde) → polirematiche: combinazioni
formate da più parole separate nella grafia ma che semanticamente costituiscono un unico
lessema.

d) Aggettivo + aggettivo

Questa categoria, che produce prevalentemente aggettivi, è molto produttiva.


• i colori delle maglie delle squadre di calcio: neroazzurri (Inter), bianconeri (Juventus),
giallorossi (Roma)
• gli etnici relativi a cose o persone di doppia nazionalità: greco-romano, italobelga.

Spesso il primo elemento viene accorciato:


• socioculturale da sociale e culturale
• ispano-americano da spagnolo e americano

Il fenomeno di riduzione si ha anche per aggettivi numerali: otto-novecentesco da


ottocentesco e novecentesco
Nelle combinazioni di due aggettivi col trattino, il primo non si accorda né in genere né in
numero: arte beneventano-cassinese, settori scientifico-disciplinari.

e) Verbo + sostantivo

Si ottengono nomi per composizione, ma si possono convertire in aggettivi: “il dispositivo


salvavita”. Di recente formazione “strappalacrime” e “mozzafiato”
Caratteristico delle lingue romanze, in cui il nome è il complemento oggetto del verbo: oggi si
usa per indicare macchinari, attrezzi, elettrodomestici:
• Lavastoviglie (lavare – stoviglie, lave-vaisselle)
• accendigas (accendere – gas, allume-gaz)
• tagliacarte (tagliare – carte, coupe-papier)
• scolapasta (scolare – pasta, égouttoir)
• tergicristallo (tergere – cristallo, essuie-glace)

e aggettivi come:
• salvavita (médicament vital)

mestieri o attività ormai connotati negativamente:


• leccapiedi (leccare – piedi, lèche-botte)
• portaborse (portare – borse, porte-serviètte)

o di scarso prestigio:
• accalappiacani (accalappiare – cani, employé de la fourrière)
• il beccamorti (beccare – morti, le fossayeur; dans le dialecte de Rome, “beccamorto”, c’est un
épithète injurieux)

I verbi sono imperativi, indicativi, infiniti privi della terminazione –re.


f) Verbo + verbo

Si formano con la ripetizione del verbo:


• Fuggifuggi (fuggire)

o l’accostamento di verbi di significato contrario


• saliscendi (salire – scendere)
• andirivieni (andare – rivenire)

Talvolta è presente la congiunzione “e”:


• mangia e bevi (cette expression se rapporte surtout aux glaces et gâteaux)
• gratta e vinci (c’est un jeu à gratter)

g) Avverbio + nome

Produttività di composti non univerbati:


• Il personale “non docente”
• “non violenza”

h) Preposizione + nome

Indicano in genere persone o cose che sono nella situazione descritta dal composto:
• i senzatetto
• il doposcuola
• il sottobicchiere
• il sottotitolo (endocentrico: il centro semantico è all’interno del sintagma stesso. È un titolo
posto in basso)

i) Composti ibridi

Sono formati da una parola italiana e una inglese:


• “zanzara killer”
• “baby pensioni”
• “caldo-record”
• “incentivi-boom”
• “acchiappa-audience”
11.2.3. La composizione neoclassica

Basata su elementi (detti confissi11) provenienti dalle lingue classiche (latino e in particolare il
greco).
Li possiamo trovare combinati tra loro:
o glottologia (scienza del linguaggio)
o cardiopatia (malattia del cuore)
o centrifugo (forza che allontana dal centro)

uniti a parole moderne (posposti e anteposti):


o paninoteca
o calzaturificio
o telecomando
o multiuso

I confissi hanno significato proprio dato che nelle lingue classiche costituivano delle vere e
proprie parole:
o grafia
o terapia

Nella composizione delle lingue classiche, la testa è a destra (determinante + determinato),


propria del latino e del greco e delle lingue germaniche e non delle lingue romanze, che
seguono l’ordinamento opposto.
Nei composti neoclassici possono entrare anche più di due elementi (otorinolaringoiatra).
Dal punto di vista formale , la posizione del determinato (sia nei composti neoclassici che in
quelli nome + nome) un aggiustamento della vocale finale del determinante:
o in –i se la testa è latina (multi, primi);
o in –o se la testa è greca (auto, psico, eco, fono);

ma ci sono confissi con altre terminazioni:


o il latino video
o il greco tele

Oltre al significato nella lingua d’origine, vari confissi hanno sviluppato un significato
aggiuntivo:
• auto
o (da solo, di se stesso): autoritratto, autocritica, autobiografia, autodisinfettante;
o (da automobile): autostrada, autoaccessori
• tele
o (distanza): telegramma, telecomandare, telelavoro;
o (da televisione): telegiornale, telequiz, teledipendente, auditel;
o (da telefono) in videotel, Telecom, Omnitel
• foto
o (relativo alla luce), fotosintesi, fotoelettrico;
o (da fotografia), fotoromanzo, fototeca

11
Sinonimi: semiparole, prefissoidi, suffissoidi.
• eco
o (con valore di casa): economia;
o (con valore di ambiente): ecologia assume il valore di ecologico in ecoincentivo
• euro
o (europeo) da Europa: eurocentrico;
o relativo all’Unione Europea: europarlamentare;
o relativo all’euro (moneta dell’Unione): euroscetticismo
• poli (città)
o baraccopoli, tendopoli, bambinopoli;
o dopo tangentopoli (usato nel linguaggio giornalistico aggiunto in nomi comuni nel
senso di scandalo: affittopoli, vallettopoli, calciopoli
• gate (con lo stesso valore di poli)
o Watergate, cognome americano (Irangate, sexgate, Savoiagate)

La composizione neoclassica è nata soprattutto nell’ambito delle scienze. Molti confissi sono
entrati in parole del linguaggio comune:
o totocalcio (totalizzatore del calcio)
o totonero
o totogol

col significato di pronostico:


• totoelezioni
• totofestival

I composti neoclassici sono formazioni prevalentemente novecentesche. In espansione sono


quelle che hanno il confisso come primo elemento.

Vedere anche

• http://blog.terminologiaetc.it/2009/06/12/tendenze-nella-formazione-di-neologismi/
• http://www.treccani.it/magazine/lingua_italiana/neologismi/searchNeologismi.jsp
• D’Achille P., L’italiano contemporaneo, Il Mulino, 2003
• Dardano M. – Trifone P., Grammatica italiana con nozioni di linguistica, Zanichelli, 2006
• Lorenzetti L., L’italiano contemporaneo, Carocci, 2002

11.2.4. I fenomeni di riduzione

a) Riduzione di parole già esistenti

Abbreviazioni: quasi esclusivamente nello scritto


• s.: Santo, santa, san’; al plurale ss.
• p., pag.: pagina; al plurale pp. o pagg.
• prof.: Professore; al plurale proff. Prof./profe È usato anche nel parlato, soprattutto nel
linguaggio giovanile (plurale: i profi)
• dott.:Dottore
Prof./profe È usato anche nel parlato, soprattutto nel linguaggio giovanile (plurale: i profi)

Sigle: riducono sintagmi formati da più parole alle sole iniziali. Si possono esprimere con le
lettere maiuscole ognuna seguita da un punto, con la maiuscola iniziale e le altre minuscole
(più in uso). La pronuncia è varia, ma prevale a pronunciarle come parole comuni e non
lettera per lettera. In questo caso la grafia può corrispondere alla pronuncia (ct, commissario
tecnico si trova scritto come cittì).
Le sigle erano inizialmente riservate a istituzioni, enti, partiti, sindacati, industrie e imprese
commerciali; ora indicano anche
• nomi comuni (pierre: addetto alle pubbliche relazioni; gip: giudice per le indagini preliminari,
tac: tomografia assiale computerizzata)
• a essere usate come aggettivi (doc: denominazione di origine controllata, autentico).

Le sigle dei partiti politici indicano anche gli iscritti a quel partito: il deputato diesse, diessino
(derivato)
Adozione di sigle angloamericane:
• ok (okay)
• vip (very important person)
• il dee-jay (disc-jockey)
• il cd (compact disc)
• il dvd (digital video disk)
• sms (short message service)
• mms (multimedia messaging service)

Le sigle vengono chiamate anche acronimi, ma c’è chi riserva questo nome solo a sigle che
contengono anche pezzi di parole del sintagma:
• Istat: Istituto nazionale di statistica
• colf (collaboratrice o collaboratore familiare)
• Polfer (polizia ferroviaria)

b) Parole macedonia

Sono formate da pezzi di varie parole:


• cantautore (cantante + autore),
• cartolibreria (cartoleria + libreria)
• nazifascismo (nazismo + fascismo),
• autosole (autostrada del Sole)
• infotainment: information + entertainment, riferito a programmi televisivi che uniscono
l’informazione giornalistica con l’intrattenimento);
• glocalizzazione (da globalizzazione e localizzazione)

Accorciamenti: parole complesse vengono troncate della parte finale


• bicicletta →bici
• frigorifero→frigo
Accorciamenti di questo genere sono connotati per diafasia e diamesia e soprattutto attestati
nel parlato colloquiale. Dal punto di vista morfologico si possono limitare
• al confisso:
o auto per automobile
o porno per pornografico
• al prefisso:
o ex per ex marito, ex moglie
o trans per transessuale
o sub per subacqueo
o cine per cinema, cinematografo
o tossico per tossicodipendente

Accorciamenti limitati alla parte finale sono solo prestiti dall’inglese:


• bus per autobus
• fax per telefax

Riduzione del primo elemento del composto:


• pala per palazzo, palasport, palaghiaccio
• night per night-club

c) Retroformazioni

• benza per benzina


• spino per spinello

http://video.corriere.it/antonelli01/52809718-c41d-11e5-8e0c-7baf441d5d56
Da «cantautore» all’«apericena». La deriva (orrenda) delle parole macedonia
Tra quelle che danno più fastidio, la famiglia di parole «aperisushi», «aperisfizio» o
«aperimerenda» - di Giuseppe Antonelli /Corriere TV
11.3. SUGLI ANGLICISMI

Quando? Come? Dove?

Questo capitolo si basa sugli interventi di alcuni linguisti a un convegno su “La lingua italiana
e le lingue romanze di fronte agli anglicismi” (Firenze, Accademia della Crusca, 23 febbraio
2015, e più specificatamente sugli interventi 2,3,4 12)

In questi ultimi quindici anni, dire neologismi significa dire anglicismi. Essi si inseriscono con
rapidità nella lingua italiana e la loro invadenza ha superato i livelli di guardia. Come mai
l’italiano è così ospitale nei confronti degli anglicismi? La ragione può collocarsi nel trauma
linguistico subito durante il fascismo, con l’ intervento dell’Accademia d’Italia che impone
molte sostituzioni? Dove si collocano questi anglicismi? Nella lingua scritta, parlata in generale
o solo nel linguaggio scientifico? Quante sono le possibilità reali di adattamento o sostituzione
con una parola italiana? A volte nessuna. Ad esempio, diremmo:

• giallino per post-it


• bordello per erotic-center
• fusopatia per jetlag

Da una ricerca sulla diffusione degli anglicismi nel parlato:

OK sarebbe in vantaggio seguono:

12 Claudio Marazzini, Presidente dell’Accademia della Crusca, Perché in Italia si è tanto propensi ai forestierismi?; Michele Cortelazzo,
Università di Padova, Per un monitoraggio dei neologismi incipienti; Claudio Giovanardi, Un bilancio sui neologismi proposti dieci anni fa.
https://www.youtube.com/watch?v=yROSKtxeL9Q&list=PLDxLIgSs54Xxa9QAU0DtAGdYbX9xvrnLM&index=2
• Computer
• Sport
• Film
• Internet
• Hobby
• Baby
• Test
• Tennis
• Stress
• Pullman
• Standard
• Stand
• Club
• Camper
• Jeans
• Marketing
• Manager
• Rock
• Leader
• Partner
• Internet
• e-mail

questi ultimi due non sono più vecchi di 25 anni.

Come pronunciare le parole straniere?

Da “computer”, prestito integrato, è derivato il verbo “computerizzare”. Entrambe le parole


però presentano per la lingua italiana alcune difficoltà, nella grafia e nella pronuncia: la grafia
non corrisponde alla pronuncia /kompjˈuter/. Questo apre il dibattito sulla pronuncia delle
parole straniere: pronunciarle secondo le regole della pronuncia italiana o secondo la
pronuncia delle lingue da cui provengono?

Chi usa gli anglicismi?

I principali responsabili dell’uso degli anglicismi nella lingua parlata e scritta sono politici,
economisti, burocrati, scienziati, volgarizzatori e giornalisti.
Da un lato c’è chi li accetta tranquillamente, dall’altro invece chi è profondamente contrario.
L’opinione pubblica risulta essere più severa degli studiosi.

Qual è il ruolo della comunicazione pubblica (usi pubblici della lingua che tutti devono
capire?), delle istituzioni pubbliche (i servizi della RAI: rai educational/cultura,
international/Italia, news/notizie/informa, fiction), dei dizionari (es. clown-terapy/comico
terapia: sul dizionario Devoto-Oli si trova la voce inglese) e del mercato editoriale che vede
negli anglicismi un possibile incremento delle vendite?
Il forestierismo spesso si impone par mancanza di un’alternativa efficace o in caso di esistenza
dell’alternativa non arriva al pubblico per una via diretta. Le ragioni che spingono a non
adattare i prestiti dall’inglese potrebbero essere:

• la volontà di edulcorare la realtà (es. default al posto di fallimento/bancarotta);


• la sinteticità e concisione dell’inglese rispetto all’italiano (es. ministero del welfare al posto di
ministero del lavoro e delle politiche sociali, provider al posto di fornitore di accesso a
internet).

In vari casi, l’anglicismo e il corrispondente italiano convivono: es.


deregulation/deregolamentazione. Naturalmente, tra gli anglicismi, ci sono quelli stabili e
assestati e quelli che, secondo i linguisti, non lo saranno perché legati alla moda del momento.
Ad esempio nel dizionario Devoto-Oli, dal 2008 al 2014, nessun anglicismo è stato tolto, alcuni
sono stati aggiunti :

• call for papers: la call, al femminile “chiamata”)


• anti-age/anti-età: il termine italiano sta però guadagnando terreno
• control room/portineria: parola dimenticata nella versione italiana
• bipartisan, devolution: vocabolario politico instabile
• car-sharing/auto condivisa: nello slogan si usa l’inglese (per pigrizia?)
• eros-center/bordello, centro a luci rosse (luci rosse ripreso dal sindaco di Roma, zona in cui la
prostituzione è consentita alla luce del sole ; eros street …)

Il sindaco di Roma nel 2015 ha scelto di sostituire lo storico motto SPQR (Senatus Populusque
romanus) con Rome and you. Nel 2016, si è tornati al vecchio motto13.

Le strategie dei dizionari possono fare la differenza: Job on call tradotto con lavoro a chiamata
contiene un immediato referente italiano; Job sharing, invece, definito con condivisione dello
stesso posto di lavoro … fa il gioco della parola inglese.

Dalle inchieste compiute dai linguisti sulle parole del lessico fondamentale o di alto uso14,
risulta che alcune parole come “gettare”, “domattina”, “collina”, “meraviglia”, “collina”,
“volgere” sono citate meno di certi anglicismi.

Ci si è comunque resi conto che la lotta sfrenata e sistematica agli anglicismi non funziona,
dato che gran parte della letteratura scientifica è in inglese. Occorre invece monitorare
l’entrata degli anglicismi da subito.

Vocabolario di base (+/- 7000 lessemi):


• lessico fondamentale (2000 lessemi): comprensione da parte di tutti gli italiani
• di alto uso (2500-3000 lessemi): comprensione da parte di italiani con un livello medio di
istruzione

13
http://roma.repubblica.it/cronaca/2016/04/15/news/addio_al_logo_rome_you_tronca_ripristina_il_vecchio_spqr-137716032/
14
• di alta disponibilità (2300 lessemi): all’interno del vocabolario di base è quello più in evoluzione
perché contiene parole che nascono in relazione a cambiamenti sociali o materiali

Vocabolario comune (45.000 lessemi)


• comprensione da parte di italiani con un livello medio-alto di istruzione

Vocabolario di base + vocabolario comune = vocabolario corrente ( senza sfumature regionali,


stilistiche e settoriali)
I regionalismi (5000 lessemi)

11.3.1. Prestiti non integrati, prestiti integrati, prestiti di lusso

• “ Ora Intesa San Paolo torna al “business as usual”, …” (Corriere, 28/02/2017)


• “ I videogame divennero un divertimento … (l’80% della spesa sui negozi di app è
rappresentata da videogiochi)”. (03/03)
• “ … recentemente alla galleria newyorchese …” (20/02)
• startup → nuova impresa; business meeting → incontro d’affari
• “dégagisme” (Mélenchon)
• patron → padrone
• chef → cuoco (cheffes)
• stage → tirocinio
• stage, ‹stàaˇ∫› s. m., fr. [dal lat. mediev. stagium, che risale, come il fr. ant. estage «soggiorno»
(der. di ester «stare»), al lat. volg. *staticum]. – Periodo, fase d’iniziazione pratica o comunque
di addestramento per lo svolgimento di una determinata attività o professione; anche, corso
breve e intensivo: uno s. di danza, di fotografia. La voce è spesso confusa in Italia, sia nell’uso
parlato sia in quello scritto (e anche in alcuni dizionarî) con la parola ingl. stage, e viene perciò
anche pronunciata all’inglese, ‹stèiǧ›; ma i sign. di questa, alcuni noti e, in parte, usati anche
in Italia, sono diversi: «piattaforma, palco, palcoscenico, scena, e sim.», e in senso fig. «stadio,
fase, tappa, e sim.». http://www.treccani.it/vocabolario/stage/

11.3.2. Adattamenti fonetici

• Claxon → clacson
• Taxi → tassì
• Goal → gol
• Tweet (to) → twittare

11.3.3. Assimilazione morfologica

• Dollar → dollaro
• sterling→ sterlina
• manager → manageriale
• J.M. Keynes → “politiche keynesiane”

11.3.4. I calchi

• Banknote → banconota (parole composte)


• Supermarket → supermercato
• Traffic → traffico (stradale o in ambito informatico)
• Digital → digitale (derivato di digit, dal lat. digitus, dito)
• Sofisticato → sophisticated

11.3.5. Parole macedonia

• Telefilm → television + film


• Docufiction → documentary + fiction
• Infotainment → information + entertainment

http://www.treccani.it/magazine/lingua_italiana/neologismi/searchNeologismi.jsp
11.4. LETTURE

11.4.1. NEOLOGISMI

Ogni anno tante invenzioni linguistiche vengono codificate nei dizionari Anche il «lampadato»
entra nel vocabolario. L'edizione 2007 dello Zingarelli si arrichisce di 1700 nuove voci: da
«furbetti del quartierino» a «new global» a «cooperante»
La lingua italiana cambia e si arricchisce ogni anno di nuovi vocaboli. prontamente registrate
dalle nuove edizioni dei vocabolari. Così espressioni come «furbetti del quartierino»,
famigerata citazione comparsa in un'intercettazione telefonica dell'imprenditore Stefano
Ricucci, debuttano nel vocabolario della lingua italiana insieme ad altri neologismi diventati di
uso comune come «lampadato», «reality», «new global» e «cooperante». [...]
NUOVE PAROLE - Nello Zingarelli 2007 entrano parole diventate d'uso comune come
«bioparco» (la struttura che ha sostituito gli obsoleti zoo), «aziendalese» (linguaggio tipico di
chi lavora in un'azienda), l'aggettivo «lampadato» (chi si è sottoposto all'azione di lampade
abbronzanti), il rompicapo sudoku e dal linguaggio della globalizzazione arrivano «new global»
e «cooperante». Direttamente dalla tv fa il suo debutto «reality», mentre dal cinema lo «zelig»
di Woody Allen è diventato un nuovo modo per definire un trasformista. Anche i «furbetti»
(chi si comporta facendo il furbo, giocando d'astuzia), oltre che nella cronaca, si sono ritagliati
uno spazio nel dizionario, assieme alla pessima abitudine attribuita ai burocrati del «magna
magna» (termine del dialetto romano ormai adottato in tutto il territorio nazionale). Dallo
slang dei call center vengono i servizi d'informazione «inbound» e «outbond». Acquistano
l'ufficialità di parole italiane anche modi di dire colloquiali come «morbidoso», «cicinino»,
«smucinare», «pulotto» (poliziotto). New entry dal politichese: «maxiemendamento»,
«eurocommissario» e l'accezione in chiave leghista di «padano».
NOVITA' ANCHE DAL MONDO DEL CALCIO - Il mondo del calcio, da sempre fucina di nuove
parole, quest'anno presta al vocabolario: «moviolista» e l'accezione di «ritirare la maglia». A
proposito di accezioni, entrano nello Zingarelli 2007 «fare bingo», «gay pride» e «quota rosa».
Tra le 1.700 nuove parole compaiono anche «apallico» (detto di quadro clinico neurologico
conseguente a uno stato di coma prolungato), «assistivo» (relativo all'assistenza),
«cantierare», «contrattualizzare», «dating», «docufiction», «eurozona», «fitwalking»
(passeggiata per stare bene), «guest book», «idropotabile», «media center», «parkour»,
«rigassificatore», «sicav», «username». L'aggiornamento annuale del vocabolario Zingarelli,
in atto ormai dal 1994, «non è dettato da una moda ma da un metodo», spiegano alla casa
editrice Zanichelli, che sottolineano la presenza di «una vera filosofia dietro ogni
annualizzazione della più vecchia opera di consultazione italiana».
Corriere della Sera, 19 settembre 2006

11.4.2. IL LINGUAGGIO DEI GIOVANI

Vedi alla voce «flashato», il lessico familiare dei giovani


Altri tempi, quando il cucador di «Drive in» faceva disperare le sue sfitinzie (loro sì che avevano
airbag naturali, non come quelle sgamate tutte silicone di adesso). Dure a morire ma
sfuggenti, colloquiali e sfacciate, alla moda ma effimere, dialettali e storiche: le parole
adottate da chi i trent’anni li vede da lontano sono sempre state la croce dei grandi (che non
capiscono) e la delizia dei ragazzi (che le usano come guscio). Renzo Ambrogio e Giovanni
Casalegno hanno catalogato le parlate dell’Italia senza rughe in Scrostati, gaggio! ( Utet
Libreria, pp. 518, 22 ). A dispetto del titolo - traduzione: vattene, idiota! - è un serissimo
dizionario storico dei linguaggi giovanili, nato spulciando con pazienza certosina anni e anni di
racconti, canzoni, riviste, fanzine, palinsesti, Internet e soprattutto romanzi (da Pavese e
Pasolini a Niccolò Ammaniti e Silvia Ballestra). S’impongono così i sessantottini che cioè , sì,
prendono coscienza. Tra i Settanta e gli Ottanta avanzano le pogate dei punk e il chiodo dei
metallari, i paninari con le Timberland e i new romantic nelle loro giacche bianche. Fino
all’incombere dei no global e al revival anni Novanta e oltre della cultura pacifista. Ci sono
tutti, i vari gerghi. Quello militare dei cazziatoni in caserma e quello scolastico di chi viene
fregato a un esame. Quello della droga con i flashati che si fanno i trip e quello della tv, con i
gollonzi della Gialappa’s. Dalla A di «sei Abarth da kilo con quei colpi di sole nei capelli» alla Z
di «porca zozza», non ne manca uno. Durante le visite di leva c’è chi batte la stecca alle giovani
spine che poi scoppieranno contando i giorni all’alba . Fuori dalle aule si ritrova chi bigia a
Milano e fa filone a Napoli. In strada serpeggiano il funkytarro degli Articolo 31, i saluti rap
della serie Fratello, come butta? , lo slang spiccio di La tipa me la dà. E nelle grandi città
arrivano i terùn dal Sud, che insegnano i loro vocaboli a quei babbioni del Nord. Tipica
espressione meridionale, quest’ultima, che citarono anche il Burchiello, il Boiardo e l’Ariosto.
[...]
Corriere della Sera, 15/12/04

11.4.3. IL LINGUAGGIO DEI POLITICI

a) Il linguaggio dei politici e la distanza dal Paese

In un Paese che non si vergogna più dei propri difetti, anzi li sfoggia come fossero medaglie,
s’è diffusa anche quest’idea: la classe politica rappresenta perfettamente la nazione. Non
credo sia così. Forse chi arriva in Parlamento non è migliore, o peggiore, del resto di noi. Ma
di sicuro cambia. Per cominciare, parla in modo diverso. Prendiamo le dichiarazioni di voto sul
finanziamento della missione in Iraq, ieri pomeriggio in Senato. Erano ipnotiche: non per le
cose che si sono ascoltate - prevedibili, tutto sommato - ma per il linguaggio utilizzato. Noi
italiani ci abbiamo fatto l’abitudine, ma uno studente straniero che avesse ascoltato gli
interventi dei nostri parlamentari penserebbe d’aver sbagliato secolo.
Ho sentito, nell’ordine, i senatori D’Onofrio, Bordon, Nania, Schifani; ma, sono certo,
avrebbero potuto essere altri trecento colleghi. Sapendo già cos’avrebbero detto, ho cercato
di concentrarmi sul modo in cui lo dicevano. Mai «dove»: sempre «ove». Un articolo di legge
non «stabilisce»: «delibera». E poi: «Ci si consenta qualche parola», «quegli eventi passati
attraverso la verifica sul campo», «ci sono stati dei plausi da parte dello scenario mondiale»,
«una domanda è risuonata in questi giorni».
«Una domanda è risuonata in questi giorni»?! Pensate di entrare in un bar e annunciare
davanti a tutti: «Una domanda è risuonata in questi giorni!». Gli amici alzerebbero gli occhi
dalle carte e direbbero: basta stravecchio, ragazzo. La politica invece può parlare così. Tutti lo
considerano normale. Gli oratori e - quel che è peggio - noi ascoltatori.
Non c’è solo il vocabolario aulico e la sintassi ardita. C’è la cadenza enfatica da discorso
pubblico, che ricorda quella dei vecchi comizi e delle inaugurazioni, sindaci agricoltori
emozionati davanti al microfono, fazzoletti e gonfaloni, e la banda per chiudere. Possiamo
chiamarla Pubblica Retorica Italiana, o Pri (lo stato catatonico del partito repubblicano ha, di
fatto, liberato l’acronimo). L'avvertiamo se qualcuno ce la fa notare: se no passa, come un
profumo di cucina in un androne.
Qualcuno dirà: che importa, sono solo parole! Importa invece, perché le parole consentono
alla nostra classe politica di riprodursi per partenogenesi come gli imenotteri, e di nascondere
quello che realmente vuol dire/fare. Nelle altre democrazie occidentali - vi assicuro - non
parlano così: l’inglese del Congresso non è molto diverso dall’inglese di Coney Island; quello
di Westminster somiglia a quello delle West Midlands. Populismo? Forse: ma almeno passa
attraverso una lingua popolare.
Accettare che la politica parli una lingua sclerotica è sbagliato, perché segnala la nostra
arrendevolezza (rassegnazione, dice qualcuno). Vuol dire tollerare, ogni sera, la ridicola sfilata
di «testoline dichiaranti» nei telegiornali; e il falso sillogismo dei partiti («Occupiamo la
televisione perché rappresentiamo tutte le anime del Paese»). Lunedì sono usciti i risultati di
una ricerca commissionata dalla Commissione di Vigilanza: nei tg Rai, il 62% dello spazio è
riservato alle dichiarazioni dei politici, il 28% alle notizie, il 9% ai contenuti. Sarò pedante, starò
invecchiando: ma mi sembra indegno di un Paese civile.
Accettare una lingua diversa vuol dire incoraggiare la distanza tra la politica e il resto della
nazione (anche i leghisti si sono adeguati: erano nervosi iconoclasti, sono paciosi prevosti).
Scrive Gianni Roberti (pastorino@internet.lu): «Sono un collega del Corriere Europeo del
Lussemburgo (...). Stiamo portando avanti una piccola battaglia qui al Parlamento europeo
per l’abolizione del titolo di "onorevole". I nostri parlamentari infatti sono i soli in tutta Europa
a fregiarsene. Mi sembra, però, che sarà difficile far cessare quest’usanza. Che ne dice?».
Dico: in bocca al lupo.

www.corriere.it/severgnini, 17/02/05

b) Da «Berlusconeide» a «Prodinotti»: un dizionario di neologismi. La lingua dei


partiti? Un pasticcio di parole

Che i nostri politici, con la complicità di protetti vari, fans e giornalisti, parlino tra loro è cosa
nota: speriamo almeno che si capiscano, se no sarebbe un gran pasticcio. Ma che da qualche
tempo abbiano cominciato a parlare di sé, inventando parole strane con le radici dei cognomi
dei propri amici (o nemici) di partito, è segno di un narcisismo che sfiora il patologico. Lo
dimostrano le Parole nuove 2006 raccolte con pazienza (e divertimento) da Giovanni Adamo
e Valeria Della Valle (ed. Sperling & Kupfer, pagine 509, 22) in un dizionario di neologismi tratti
dalla lettura dei giornali. Su Berlusconi ci si sbizzarrisce: da «berlusconeide» a «berluschese»,
per non dire delle «berlusconate» sottolineate dagli avversari e dei «berlusconardi», i
fedelissimi del presidente del Consiglio pronti a tutto. Ma anche su Bertinotti non si scherza.
In un articolo del Giornale si usa «bertinottinaggio»: si vuole indicare con questo termine il
«comportamento ondivago» del segretario di Rifondazione sulla costruzione complessa della
coalizione di sinistra.
Avanti con coraggio. Sergio Cofferati prima e poi D’Alema in persona parlano di «dalemismo»
e «antidalemismo», per dire soltanto che non sono mai esistiti. Mentre dall’altra parte la
Santanché non ha problemi a definirsi «larussiana», facendo un bell’inchino al coordinatore
di An dagli occhi folgoranti e dalla voce roca. Dispregiativo invece è «buttiglionesco»: un
aggettivo da Inquisizione. Epifani, leader della Cgil, definisce «maronata» una presa di
posizione sull’articolo 18 ovviamente di Roberto Maroni, ministro del Welfare. Su Prodi il
dibattito non si arresta: lo anima il repubblicano Antonio Del Pennino che dopo avere
diligentemente osservato una progressiva «prodizzazione» di Bertinotti ha inventato questo
neologismo quasi nuziale: «Prodinotti». Cos’è? Un mostro a due teste?

Giorgio DE RIENZO, studioso dell’Otto e Novecento, scrittore e collaboratore del Corriere della
Sera
Corriere della Sera, 29/11/2005
11.4.4. IL LINGUAGGIO DEL CALCIO

a) Da zona a cittì il calcio fa gol sul vocabolario

[...] tre nuove voci riguardano il calcio: «catenacciaro» (che privilegia la difesa), «cittì»
(commissario tecnico), «trequartista» (attaccante che gioca nella zona della trequarti). [...] la
popolarità di questo sport ha superato le barriere della linguistica, se è vero (e, secondo noi,
è vero) che un vocabolario deve raccogliere, accompagnate da una definizione, tutte le parole
di una lingua. Così, per fare un esempio, alla voce «ala», l’ultimo di sette significati (organo
del volo, protezione, parte del velivolo...) è «ciascuno dei due attaccanti di prima linea che
giocano lungo le fasce laterali». Un altro esempio: «metodista» ha come primo significato
«membro della Chiesa metodista», ma poi per il calcio diventa «chi sostiene e pratica la tattica
del metodo, praticata fino al secondo dopoguerra».
Andiamo a cercare «tunnel»: dal primo significato di «galleria, traforo», attraverso tunnel
aerodinamico, tunnel della trasmissione, tunnel di lavaggio, si arriva a «fare il tunnel», cioè far
passare il pallone tra le gambe dell’avversario. «Zona», dopo trentotto significati, si conclude
con il calcio: da «giocare a zona» a «marcare a zona», fino a «zona Cesarini» (da Renato
Cesarini 1906-1969), cioè segnare un gol decisivo nel finale di un incontro.
Ricordate le presenze di centravanti, fuorigioco, pressing, curvaiolo, contropiede, crossare, ci
permettiamo una proposta per l’edizione 2005.
Potrebbe entrare tra le nuove voci future «zambrottata» dopo l’ormai celebre episodio che
ha avuto come protagonista Zambrotta in un recente Juventus-Bologna. Quell’episodio ci ha
fatto tornare alla memoria un saggio del letterato Torquato Accetto, uscito nel 1641 e
intitolato «Della dissimulazione onesta». In questo trattato si dimostra che la
«dissimulazione», quando s’identifica con la prudenza e non con la volgare menzogna, diventa
un’arma per difendersi. Accreditiamo a Zambrotta questa opportunità. Storicamente, è in
nobile compagnia .

Giulio NASCIMBENI, giornalista


Corriere della Sera, 7/09/2005

11.4.5. La tecnologia

a) Ecco skypare e googlare

Tradurre o tenere i nuovi verbi della tecnica? Beppe Severgnini,


Ho riletto il messaggio spedito a casa dall'aeroporto di Adelaide, e non ci volevo credere:
"Skypo @ vs h 13". Lasciate perdere la seconda parte. @ = alle, vs = vostre, h = ore sono
smscorciatoie. Forse, un giorno, diventeranno un italiano parallelo; forse no. Per ora
costituiscono un codice di comunicazione. Utile e impuro. Perciò, cari puristi, lasciatelo in
pace.
Mi ha inquietato, però, quel verbo: skypo, prima persona, presente indicativo, verbo skypare.
Come molti (ma non tutti) sanno, viene da Skype, un software che consente telefonate
gratuite sulla rete (VoIP, Voice over Internet Protocol). Il prodotto, introdotto nel 2002,
permette anche di scambiarsi messaggi in diretta e vedere gli interlocutori, se i computer sono
dotati di telecamera.
Non fate quella faccia: è roba semplice. E' così che molti nonni italiani guardano crescere i
nipotini sparsi per il mondo.
Però, lo ammetto: non ho mai letto, né sentito, il verbo skypare (pronuncia, "scaipare"). L'ho
usato d'istinto perché la traduzione italiana - "telefono con Skype" - è più lunga (sedici lettere
contro cinque). Per lo stesso motivo, credo, s'imporrà googlare (= "cercare con Google",
celeberrimo motore di ricerca). Le resistenze dipendono dalla coniugazione del verbo, un po'
goffa ("Gloria mi ha detto d'avermi googlato. E se la googlassi anch'io?").
Qualcuno dirà: non bisogna stupirsi. Ogni nuovo strumento ha creato i suoi vocaboli. Da
principio stupiscono, poi ci si fa l'abitudine. Prima del fucile, di sicuro, non esisteva il verbo
fucilare. Per restare alle telecomunicazoni: telegrafare, telefonare e citofonare sono entrati
nell'uso corrente. Anche faxare ce l'ha quasi fatta. "Te lo faxo", dieci anni fa, suonava ridicolo.
Oggi che i fax non li usa quasi più nessuno, il verbo viene accettato: dai dizionari e dal nostro
"senso del pudore linguistico" (© Luca Serianni).
Non va sempre così. Lettera, telegramma e email non hanno prodotto verbi all'altezza.
Letterare, telegrammare ed emailare si sono schiantati (giustamente) al primo ostacolo. Non
c'è stato bisogno di commissioni ministeriali: il tribunale dell'uso è più spietato. I parlanti e gli
scriventi - orrendi participi presenti, ma rendono l'idea - sono saggi, risparmiano energie,
hanno orecchio e fantasia. Certo, poi dicono "assolutamente sì". Ma questo è un altro
discorso.
Torniamo ai neologismi legati a tecnologie, scoperte o nuove abitudini. Perché alcuni si sono
imposti nella lingua originale (quasi sempre l'inglese), mentre altri hanno sfondato in
traduzione?
Risposta: se troviamo rapidamente un buon equivalente italiano, lo utilizziamo volentieri (a
parte i modaioli, i pigri, i pavidi e i conformisti). E' il caso di tastiera per keyboard. schermo per
screen, allegato per attachment, scaricare per download. Niente da fare, invece, se la
traduzione è inefficace (puntatore per mouse), pedante (collegamento per link), inesistente
(marketing!) o troppo lunga (malessere che segue i lunghi viaggi aerei dovuto al rapido
cambiamento di fusi orari invece di jet-lag: ora che lo si pronuncia, si è arrivati a destinazione).
Quindi, ora dobbiamo decidere: cosa ne facciamo di skype e google? Traduciamo,
conserviamo, coniughiamo? Io ho scelto: dall'Australia, skyperò. Voi, fatemi sapere.
11.5. CURIOSITÀ

11.5.1. Le lexique italien : l’héritage du latin et les emprunts des


autres langues

36%

64%

Latin Langues vivantes

Mots provenant de langues autres que le latin


3.50% 8.15%
3.60%

5.80%
44%
8.70%

27%

Anglais Français Provençal Espagnol Allemand Arabe Autres

Autres (dans l’ordre décroissant) : Japonais 1,40%, Russe 1,30%, Portugais 1,10%, Turc 0,90% , Hébreu 0,70%, Lombard 0,65%, Sanskrit 0,60%,
Persan 0,60%, Hindi 0,50%, Chinois 0,40% 15

15
Tullio DE MAURO, Storia linguistica dell’Italia repubblicana dal 1946 ai nostri giorni, Editori Laterza, Roma-Bari, 2014, p. 137.
11.5.2. Héritage du latin dans le lexique italien

L’heritage du latin dans le lexique italien est très varié et correspond à un total de 35.196 mots
à partir d’avant le IXe siècle et jusqu’au XXe16.
D’une part, les mots hérités directement du latin dans le passage du latin à l’italien, les
« lessemi patrimoniali », qui viennent du latin parlé et qui rapprochent l’italien des autres
langues romanes. Il s’agit surtout de mots qui concernent la vie quotidienne ainsi que la
culture materielle :
• les mots grammaticaux (articles, prépositions, conjonctions, adverbes)
• les verbes
• les noms
• les adjectifs plus fréquents
• les chiffres
• les noms de parentés
o les noms des parties du corps
o les noms des phénomènes naturels (HOMO> « uomo »/homme, DOMINAM
« donna »/femme, CIVITATEM > « città »/ville ).

Ils sont 4574, indiqués dans le graphique qui suit avec lat. class., lat. tardif ….

De l’autre, et en très grande majorité, des mots qui proviennent de la culture latine écrite, les
« latinismi », par exemple tirés de la traduction d’ouvrages latins où les écrivains pouvaient
puiser :
• des mots abstraits: « alleanza »/alliance, « amicizia »/amitié, « difficoltà »/difficulté
• des mots techniques :
o dans le domaine du droit: « cessione »/cession, « contraente »/contractant
o de la géométrie : « equilatero »/équilatéral
o de la médecine: « arteria »/artère, « cervello »/cerveau, « costole »/côte,
« femore »/fémur
o de l’ architecture: « cemento »/ciment.

Ils sont 30.622, indiqués dans le graphique avec la préposition « du » suivi de lat. class. ….

Au sein des deux catégories des « lessemi patrimoniali » et des « latinismi », on peut
distinguer les apports du:
• latin classique (latin ancien écrit) : le latin par excellence
• latin ancien et tardif reconstruit (indiqué avec un * parce que nous ne possedons pas de traces
écrites)
• latin tardif et ecclésiastique écrit : filtre phonologique des mots entrés dans l’italien provenant
du grec
• latin écrit médiéval (en rapport avec la tradition vulgaire parlée)
• latin moderne

16
Tullio DE MAURO, Storia linguistica dell’Italia repubblicana dal 1946 ai nostri giorni, Editori Laterza, Roma-Bari, 2014, p. 218-
219.
• latin scientifique

Héritage du latin dans le lexique italien


XXe
XIXe
XVIIIe
XVIIe
XVIe
XVe
XIVe
XIIIe
XIIe
XIe
Xe
IXe
Avant le IXe

0 2000 4000 6000 8000 10000 12000 14000

lat. class. du lat. class. latin chrét. et eccl. du lat. chrét. et eccles.
lat. tardif du lat. tardif lat. médiév. du lat. médiév.
lat. moderne du lat. moderne lat. scient. du lat. scient.

On peut remarquer que le latin a toujours été une langue de culture (à partir du Moyen-Âge
en passant par la Renaissance (XVe-XVIe siècles) pour arriver au XVIIIe siècle) et aussi la langue
de l’Eglise catholique jusqu’au Concile Vatican II (1962-1965).

Les « latinismi » ont donc beaucoup contribué à l’enrichissement du lexique italien. Ils ont
amené :
- à la création de doublons (par exemple le mot « parabola(m) » qui a donné par le biais de la
voie héréditaire « parola » et comme « latinismo » « parabola ». On peut remarquer que le
deuxième mot n’a pas subi de changement phonétique comme le premier, étant rentré dans
la langue par voie écrite.
- à l’introduction de suites de consonnes qui n’existaient pas dans le lexique de base (« -ns » :
pensare/penser, mensile/mensuel > pesare/peser, mese/mois )
- à l’augmentation de mots proparoxytons (avec l’accent tonique sur l’antépénultième syllabe) :
spathula(m) > spa-to-la > spalla (spal-la). Le lexique florentin étant constitué pour la plus part
de mots paroxytons (avec l’accent tonique sur l’avant dernière syllabe).

À ces « latinismi » que nous pouvons considérer des emprunts adaptés, on peut ajouter des
emprunts non adaptés (ex. referendum, herpes, ictus, agenda, l’expression du latin médiéval
« grosso modo ») et des mots latins qui sont entrés dans l’italien à travers l’anglais comme
« auditorium », « focus », « mass media ».
Le latin a aussi contribué a enrichir l’italien d’un point de vue sémantique. Les écrivains ont
largement utilisé des mots qui, en latin, avaient une autre signification par rapport aux mêmes
mots italiens : par exemple : « studioso » /studieux en latin voulait dire aussi « avido »/avide.

11.5.3. Emprunts des langues de substrat

Avant et au même temps que les Romains, il y avait d’autres peuples qui habitaient la
Péninsule et parlaient d’autres langues que le latin, notamment les Etrusques, les Celtes et les
Osques-Ombriens. De leurs langues, l’italien a hérité de mots comme :
- « persona »/personne, « popolo »/peuple (peut-être), « satellite »/satellite (Etrusques)
- « betulla »/bouleau, « becco »/bec, « carro » /char (Celtes)
- « lupo »/loup, « scrofa »/truie/laie (Osques-Ombriens)

11.5.4. Emprunts du grec ancien

La plupart des mots provenant du grec sont entrés en italien à travers le latin.

Il s’agit de noms
- de plantes (« ciliegio »/cérisier, « ulivo »/olivier, « mandorlo »/amandier)
- d’animaux marins (« acciuga »/anchois, « balena »/baleine, « tonno »/thon)
- des parties du corps (« gamba »/jambe, « spalla »/épaule, « braccio »/bras)
- d’objets quotidiens (« ampolla »/burette, « anfora »/amphore, « lampada »/lampe)
- des sciences (« filosofia »/philosophie, « retorica »/rhétorique, « aritmetica »/arithmétique,
« geometria »/géométrie, « geografia »/géographie)
- du lexique réligieux ( « battesimo »/baptême, « carisma »/charisme, « basilica »/basilique,
« vescovo »/évêque, « monaco »/moine)

Au Moyen-âge, à l’époque de la domination byzantine, entrent en italien des mots comme


« anguria »/pastèque, « molo »/môle, « ormeggiare »/amarrer; dans la période de
l’humanisme (XVe) : « catastrofe »/catastrophe, « entusiamo »/enthousiasme,
« dialetto »/dialecte, « periodo »/période; à partir du milieu du XVIIe siècle : des mots de la
médecine, des sciences naturelles et des mathématiques.
11.5.5. Mots italiens provenant d’autres langues que le latin

7000

6000

5000

4000

3000

2000

1000

Mots non adaptés Mots adaptés ou intégrés

11.5.6. Les mots d’origine anglaise

Ce n’est qu’à partir du XVIIe siècle que l’anglais suscite de l’intérêt en Italie. Dans la période
précédente c’était plutôt les anglais qui s’intéressaient à la culture italienne. Mais,
concrètement, malgré l’intêret porté par quelques intellectuels italiens au XVIIIe siècle envers
la culture anglaise, il n’y a pas eu de transfer de mots de l’anglais à l’italien. Au XIX e siècle, ce
sont les traductions des romans de l’écossais Walter Scott ou de l’américain James Fenimore
Cooper qui amènent à la diffusion de mots anglais, par exemple « gentleman »/monsieur,
« milady »/madame, « whisky », « whist », « pellerossa »/peau-rouge, « sceriffo »/shérif.
C’est après 1950 que trois quarts des emprunts non adaptés entrent dans la langue italienne
dans les domaines :
- de la vie quotidienne (shampoo, fast-food, light, manager, check-in, meeting)
- du sport (basketball, football)
- du spectacle (star, audience, pay-tv, share, « piedipiatti »/policier)
- de la mode (fashion, look, glamour, top model)
- de la publicité (target, spot, testimonial)
- de la musique (blues, rock, rap, soul, disco, dance) et des medias.

En italien, il y a aussi des mots qui semblent de mots anglais, mais ils ne le sont pas, comme,
par exemple pressing (en anglais forcing), footing (en anglais jogging), golf (dans le sens de
« maglione »/pull). Des 8468 mots anglais entrés dans la langue italienne, plus de la moitié
(4782) appartiennent aux domaines techniques et scientifiques.

11.5.7. Les mots d’origine provençale et française

À l’époque médiévale les emprunts du français et du provençal furent nombreux spécialement


dans les domaines de la vie quotidienne (IXe-XVe siècles : dominations des carolingiens, des
Normands et des Anjou) du commerce et de la littérature (les chansons de geste ainsi que la
lyrique des troubadours). Ils concernent donc:

- le lexique élementaire : « mangiare »/manger, « burro »/beurre, « cugino »/cousin,


« roccia »/rocher, « giallo »/jaune (ancien français) ; « bugia »/mensonge,
« coraggio »/courage, « pensiero »/pensée, « speranza »/espoir (provençal)
- le langage militaire : « cavaliere »/chevalier, « scudiere »/écuyer,
- le langage de la vie de la cour : « levriero »/lévrier, (chasse) ; « corsetto »/corset,
« gioiello »/joyau (habillement) ; « liuto »/luth, « viola »/viole (musique) ; « giardino »/jardin,
« sala »/salle, « torneo »/tournoi
- le langage de l’amour courtois : « gioia »/joie, « noia »/ennui, « merzé »/merci,
« talento »/talent (mots clé du vocabulaire amoureux)

Si aux XVe et XVIe siècles, c’est l’italien qui s’affirme comme langue de culture dans l’Europe
de la Renaissance, à partir de la deuxième moitié du XVIe siècle et jusqu’à la fin du XVIIIe,
l’influence du français reprend le dessus. Ce sont les mots qui concernent :
- la vie de société (« società »/société, « spirito (ingegno) »/esprit, « brillante
(vivace) »/brilliant)
- la mode (« cravatta »/cravate, « parrucchiere »/coiffeur)
- la gastronomie (« bignè »/beignet, « liquore »/liqueur, « pasticceria »/pâtisserie,
« ragù »/ragoût)

qui prévalent.

S’ajoutent des mots provenant du lexique de la philosophie (« pregiudizio »/préjugé,


« tolleranza »/tolérance, « libertinaggio »/libertinage).
Dans la période napoléonienne, ce sont des mots provenant du domaine militaire
(« caserma »/caserne, « fucile »/fusil, « gendarme »/gendarme, « uniforme »/uniforme) et
politique («patriota»/patriote, « rivoluzionario »/révolutionnaire) qui entrent dans la langue
italienne. Dans la deuxième moitié du XIXe siècle et au XXe siècle, nous trouvons
« maionese »/mayonnaise, « menu », « boutique » …
11.5.8. Les mots d’origine espagnole et portugaise

Jusqu’au XVe siècle l’espagnol joua un rôle important de médiateur pour la diffusion de mots
d’origine arabe dans la péninsule. À partir du XVe siècle, des mots comme « infante »/prince
royal, « posata »/couvert, et ensuite « appartamento »/appartement, « burla »/plaisanterie,
« regalo »/cadeau, « ammutinare »/mutiner, « baciamano »/baisemain,
« complimento »/compliment.
Par le portugais arrivent en italien les mots comme « ananas », « banana »/banane,
« cocco »/noix de coco.

11.5.9. Emprunts des langues germaniques et de l’allemand (langue


standard parlée dans la partie méridionale de l’Allemagne)

À travers le latin, les populations germaniques ont transmis principalement des mots
appartenant au lexique quotidien, par exemple « sapone »/savon, « vanga »/bêche ou
« alce »/élan, un animal que les Romains ne connaissaient pas. En suite, les Gots, les Lombards
et les Francs occupèrent certaines régions de l’Italie. De ces dominations, la langue italienne
hérita des mots comme « fiasco »/flasque ainsi que des mots du domaine militaire comme
« albergo »/logement pour l’armée, « elmo »/heaume, « guardia »/garde ou des mots liés aux
chevaux comme « briglia »/bride, « staffa »/étrier, « stallone »/étalon.
Du lombard, proviennent :
- des mots des parties du corps comme « anca »/hanche, « guancia »/joue, « schiena »/dos,
« stinco »/tibia, ou
- des mots qui se réfèrent à la maison : « balcone »/balcon, « scaffale »/étagère,
« gruccia »/bequille/cintre.

Du francique: « banco »/banc, « guanto »/gant, « roba »/choses.


Entre le XIIIe et le XVIIe siècle, ce sont surtout des mots du domaine militaire qui entrent en
italien (« alabarda »/hallebarde) ; au XVIIIe –XIXe siècles, c’est à travers le franças qui arrive le
mot « calesse »/cabriolet ainsi que walzer et les noms des liqueurs vermut et kirsh, mais aussi
les mots comme « morfologia »/morphologie, « stilistica »/stilistique. Au XXe siècle, c’est à
nouveau le domaine militaire qui prévaut (lager, kaputt, panzer).

11.5.10. Emprunts de l’arabe

L’influence de la langue arabe commence déjà au VIIe-VIIIe siècle a.C. et continue jusqu’à nos
jours. Les principaux mots qui nous viennent de l’arabe sont
- des noms de fruits comme « albicocca »/abricots, « arancio »/orange, « limone »/citron
- de légumes comme « carciofo »/artichaut
- d’épice comme « zafferano »/safran ou, « zucchero »/sucre.
Des mots ayant trait à la mer, comme « ammiraglio »/amiral, « darsena »/darse,
« magazzino »/dépôt; ou aux sciences, « alambicco »/alambic, « alchimia »/alchimie,
« algebra »/algèbre, « algoritmo »/algorithme, « zenit »/zénith, « nadir ».
Au XXe siècle, environ deux cent mots d’origine arabe sont entrés en italien, comme, par
exemple, « kebab », « hummus », « halal », « intifada » …

11.5.11. Les mots provenant de l’hébreu

Ces mots entrent par le biais de la Vulgate de la Bible. Il s’agit de mots comme
« manna »/manne, « serafino »/séraphin, « cherubino »/chérubin, « amen », « alleluia »,
« sabato »/samedi, « osanna ».

11.5.12. Les mots provenant du chinois, du japonais et du russe

C’est par le Milione de Marco Polo (XVIe siècle) qui arrivent des mots comme Catai (dans le
sens de chinois), et le toponyme Cin ; et, par le biais des missionnaires franciscains et jésuites
(XVIe, XVIIe), les adjectifs « tartaro »/tartare et « mongolo »/mongol ; « tè »/thé et ginseng. Il
faudra attendre la deuxième moitié du XXe siècle, au moment de la révolution culturelle de
Mao Tse-Tung, pour trouver d’autres mots, comme, par exemple, « dazebao », les pancartes
utilisés par les jeunes pour les slogans.

À partir de la moitié du XVIe siècle, dans les relations des voyageurs italiens qui s’étaient
rendus au Japon, on trouve des mots comme geisha, bonzo, chimono, tatami, sakè ainsi que
le nom du fruit cachi que les italiens ont interprété comme un pluriel et donc ils ont crée un
singulier « caco ». Au XIXe siècle, grâce à l’ouverture vers l’occident, par le biais d’articles de
journaux, dictionnaires et relations de voyage, se diffusent les mots banzai et harakiri. Au XX e
siècle, les « manga », les noms des arts martiaux (judo, karate, aikido), le karaoke, le sudoku ;
des mots de la gastronomie sushi, sashimi, wasabi ; ou encore, zen, origami, bonsai et plus
recemment tsunami.

À part les quelques mots russes qui entrèrent en italien dès le XVIe siècle (russo, zar, copeco,
rublo, pope, dacia, troika, tundra, taiga), il faudra attendre la deuxième moitié du XXe siècle
pour trouver des mots comme gulag, « massimalismo »/maximalisme,
« attivismo »/activisme, « quadro (dirigent politique) »/cadre.

11.5.13. Emprunts adaptés : les régionalismes et les dialectismes

Au cours des deux derniers siècles, la langue italienne s’est enrichie de régionalismes et de
dialectismes (7700, plus du vocabulaire de base qui se compose de 6700 lexèmes !) Ce sont
des mots utilisés surtout dans la région d’origine (les régionalismes) même si tous les italiens
en comprennent la signification ; ou des mots qui, malgré leur origine locale, ont dépassé les
frontières de l’endroit où ils sont nés et sont compris et parlés de tous les locuteurs italiens
(les dialectismes). Il est difficle d’en faire une distinction exacte.
Ils sont liés surtout :
- à la vie quotidienne (« carnezzeria » en sicilien c’est la « macelleria »/boucherie en italien) ;
- à l’alimentation (le sicilien « cannolo », le napolitain « mozzarella », le piémontais
« grissino », le milanais « panettone » ;
- aux métiers traditionnels (le piémontais « mondina », la femme qui recueille et nettoie le riz)
- aux noms des ustensiles de cuisine (dans le dialecte de Rome le « sgommarello », il
mestolo/la louche)
- aux noms d’habitations (le « maso » dans le Trentin ; le « trullo » dans les Pouilles)
- aux éléments du paysage naturel et du territoire (dans le Frioul, « foiba », fossa/trou)
- à la criminalité et à la société (le sicilien « mafia », le lombard « teppista », le napolitain
« guappo », personne violente et sans scrupules)

Ce phénomène s’est vérifié après le processus d’unification du Pays (1861), qui a amené la
culture écrite italienne (qui correspondait au florentin du XIVe siècle), même si très lentement,
à se rapprocher de la culture orale dialectale. La plupart des mots proviennent du dialecte de
Rome, suivis par les mots d’origines milanaise, napolitaine et sicilienne. On considère ces mots
comme des emprunts adaptés, vu qu’ils sont entrés dans les systèmes phonetique et
morphologique de l’italien (ex. « tortellino » en émilien « turtlein).
Parmi ces mots, se trouvent les géosynonymes, des mots différents qui ont la même
signification et qu’on utilise à l’échelle régionale. Par exemple, le pastèque peut s’appeler
« anguria », « cocomero », « mellone », « citrone ».

11.6. LA PUNTEGGIATURA

11.6.1. Narrativa contemporanea, la punteggiatura impaziente

di Elisa Tonani*

Se in generale esiste una sorta di corrispondenza tra le forme linguistiche (sintassi, lessico) e
l’uso della punteggiatura, tanto più si può osservare nella narrativa recente, dove tutti gli
ingredienti dello stile sembrano convergere verso strutture semplificate, nelle quali «le
valenze ritmiche prevalgono su quelle logiche» o, in casi ancor più radicali, verso «processi di
stilizzazione» tipici di una «grammatica del parlato» (M. Dardano). Il destino della
punteggiatura “letteraria” sembra riassumersi in tre tendenze principali:
- un’espansione inedita del punto fermo a discapito di altri segni (virgola, punto e
virgola, due punti), secondo una tendenza che veniva già registrata a inizi Novecento, ma che
in tempi più recenti ha toccato vertici mai raggiunti, accomunando tra l’altro prosa narrativa
e giornalistica;
- l’espansione della virgola per così dire ‘debole’, cioè usata in sostituzione di segni
d’interpunzione con valore pausale-demarcativo più forte (il punto e virgola e il punto), ma
anche al posto dei segni con funzione di connettivi (i due punti) e di stratificazione enunciativa
(virgolette, lineette introduttive del discorso diretto, eventualmente parentesi e lineette
doppie);
- il diradarsi in alcuni luoghi, oppure la scomparsa nell’interezza del testo, dei segni
introduttori del discorso diretto (lineette e virgolette), rimpiazzati da altri segni (come,
appunto, le virgole ‘deboli’) oppure assorbiti dal bianco di divisione delle parole (cioè dal non-
segno).

Punto e basta: i nipotini di Hemingway

La tendenza all’espansione del punto, che segmenta e “tritura” la sintassi (per usare una felice
metafora di B. Mortara Garavelli) anche in luoghi in cui la norma interpuntiva (basata sulla
regolarità logico-sintattica) prevede segni dal valore pausale-demarcativo meno forte, o
addirittura nessun segno, ha i suoi prodromi alla fine degli anni ’30, quando scrittori come
Vittorini, Pavese, Calvino traducono e s’ispirano nelle scelte stilistiche ai grandi modelli della
narrativa americana (in particolare all’Hemingway delle short stories), nella ricerca di cadenze
ritmico-melodiche alle quali concorre tutta la gamma dei segni interpuntivi:
Ed era il vecchietto che rideva. Ma egli non rideva ora. Rideva, con gli occhi, fin dal primo
momento che era salito; con gli occhi acuti, vivi, ridendo fisso, guardando a sé dinanzi, me, il
sedile, il giovane catanese, e ridendo: felice. (E. Vittorini, Conversazione in Sicilia, 1938-39)

Modelli sintattico-interpuntivi improntati a casta sobrietà, agile snellezza, elementarità,


vengono riattualizzati, negli anni Sessanta, da alcuni romanzi in cui spogliazione dei mezzi
linguistici e tematizzazione del depauperamento delle ragioni esistenziali vanno di pari passo:
È sera. Da qualche minuto i bambini che tengo a ripetizione se ne sono andati. L’aria della sala
è ancora pregna di loro. Sul tavolo una fresca macchia d’inchiostro si sta asciugando. Il mio
tavolo è pieno di quelle macchie, che osservo con soddisfazione, forse perché mi ricordano il
lavoro. (L. Mastronardi, Il maestro di Vigevano, 1962)

Disarticolazione sintattica mediante un uso ossessivo del punto fermo e disarticolazione


psichica compongono il binomio che innerva alcuni romanzi della seconda metà degli anni
Sessanta e degli anni Settanta, di cui possono essere eletti a specimina Dissipatio H.G. (1977)
di Morselli e Il campo di concentrazione (1972) di Ottieri:
Passate tre settimane di clinica (durante le quali è stato impossibile scrivere).
[…]
Una via l’altra. La ridda delle donne vagheggiate. Ritorno come prima… come usavo, non mi
muovo piuttosto che scegliere.
Il pericolo è che non ci siano novità (dall’esterno?)
Che tutto torni come prima.
Il rinnovamento. Gli occhi nuovi. Guarire.
Che subentri l’agitazione ansiosa.

Dagli anni Ottanta, punto fermo ma postmoderno

Il modulo interpuntivo del punto fermo nel romanzo postmoderno si allontana sempre più
dalle sue origini culte e prestigiose (che risalgono al D’Annunzio del Notturno) per subire un
abbassamento stilistico, dai romanzi cult degli anni Ottanta («Riprendiamo da capo. Dintorni
di Milano sette agosto avvicinandosi l’anno duemila. Caro autore. Ma sì, entriamo subito nel
vivo dell’argomento. Io mi sono impiccato ma tu. Già, tu cosa. Tu hai la tua parte di
responsabilità. Troppo generico. Tutti abbiamo la nostra parte di responsabilità in tutto,
figuriamoci che siamo la società. No cazzo non ce la faccio e invece è importante. Riuscire a
esprimersi, su. Prova da capo. Riprova.», S. Vassalli, Abitare il vento, 1980) a quelli più recenti
(«Rino Zena odiava la televisione. Varietà, talk show, programmi politici […]./ Prima era
diverso, però./ La televisione quando lui era piccolo era un’altra cosa. Due canali. Precisi.
Statali. C’erano cose belle, fatte con passione. Che passavi la settimana aspettandole.
Pinocchio, per esempio. Un capolavoro», N. Ammaniti, Come Dio comanda, 2006).

La virgola passe-partout, tanto per parlare

La virgola, il segno d’interpunzione che più si presta a forzare la rigidità della ‘norma’ dal di
dentro, ha subito un notevole ampliamento del proprio impiego in funzione di iunctura lasca,
all’interno di strutture sintattiche che tendono a mimare nello scritto il livellamento delle
gerarchie tipico del parlato. Tale modulo, che ha i suoi prodromi in La malora (1954) di
Fenoglio («Tobia e i suoi mi trattarono come un malato, ma solo per un giorno, l’indomani
Tobia mi rimise sotto e arrivato a scuro mi sembrava di non aver mai lavorato una giornata
come quella.»), ritorna nel Partigiano Johnny (1968), in cui la varietà e l’analiticità dell’uso dei
segni d’interpunzione convivono con la sinteticità di alcune sequenze in cui la virgola ‘debole’
basta a legare catene di coordinate:
Le giornate d’autunno, pur d’autunno, erano insopportabilmente lunghe, il guadagno fatto col
dormire diurno si dilapidò presto per l’insonnia notturna, ora egli passava nottate fumando,
accavallando le gambe e leggendo un gran fondo di lettura.
Nelle più recenti prove narrative, anche le più controllate dal punto di vista formale, la virgola
passe-partout (adattata cioè un po’ a tutte le connessioni sintattiche) costituisce ormai un
dato interpuntivo (con evidenti ricadute sintattiche, e talvolta retoriche: nell’esempio che
segue diventa difficile decidere se legare il sintagma compreso tra le due virgole a ciò che lo
precede o a ciò che lo segue) non marcato ma consustanziale a qualsivoglia narrazione
mimetica di strutture ‘orali’ (non necessariamente ‘parlate’):
Abbiamo lottato, ho cercato con tutte le mie forze di salvare i gattini, mettendo la testa
sott’acqua, mi sembrava di sentire le grida delle bestiole. (T. Scarpa, Stabat Mater, 2008)

La caduta dei segni introduttori del discorso diretto (DD)

In molti testi si saldano presenza di virgola ‘debole’ e caduta dei segni introduttori del discorso
diretto, una strategia sfruttata da Tondelli allo scopo di produrre particolari effetti stilistici:
Sono giorni ormai che piove e fa freddo e la burrasca ghiacciata costringe le notti ai tavoli del
Posto Ristoro, luce sciatta e livida, neon ammuffiti, odore di ferrovia, polvere gialla rossiccia
che si deposita lenta sui vetri, sugli sgabelli e nell’aria di svacco pubblico che respiriamo
annoiati, maledetto inverno, davvero maledette notti alla stazione, chiacchiere e giochi di
carte e il bicchiere colmo davanti, gli amici scoppiati pensano si scioglie così dicembre, basta
una bottiglia sempre piena, finché dura il fumo. (Altri libertini, 1980)
Insieme alla virgola ‘debole’, la caduta delle virgolette o delle lineette in presenza di DD tende
alla «simulazione programmatica» di un «appiattimento delle strutture enunciative» (B.
Mortara Garavelli) e di una attenuazione del confine tra discorso citante e discorso citato.
Di solito il fenomeno dell’assenza di segni introduttori del DD compare uniformemente in testi
poco puntuati, poco pausati dall’a capo, volti a riprodurre un’affabulazione monologante
come nel flusso di coscienza:
Io ti faccio una domanda, diceva Rosa, vediamo un po’ come rispondi che cosa facevi al
momento del delitto. Non si sa nemmeno quando è successo di preciso, ieri sera. Che cosa
facevo che cosa vuoi che facessi non facevo niente. Guarda che niente è troppo poco, diceva.
Va bene è troppo poco, allora potrei fare a te la stessa domanda fai pure lo sai benissimo che
io non esco mai di casa. (L. Malerba, Salto mortale, 1968)
In Abitare il vento si approfondisce l’originale procedimento che consiste nell’attenuare il
confine tra le (
due) sorgenti enunciative a cui è affidata la parola:
Che poi si siede sulla rete e tira su le mani col tremito per mettersele in faccia, in testa, sembra
che cerca l’aureola e dice sono veramente un prete, sono un prete di galera che di cavalieri
erranti ne conosce dalla mattina alla sera, così per incarico dei tuoi parenti, alt. Gli spacco il
labbro con un cazzotto e il contraccolpo glielo dà il muro. Chi ti ha mandato, bestia? Secondo
cazzotto. Chi ti ha mandato porco? Terzo cazzotto.
Questo stilema, ormai di moda, non riguarda solo i momenti caratterizzati dal flusso
ininterrotto del monologo interiore, in cui la voce dell’io narrante assorbe e fagocita in sé il
discorso dei personaggi, ma può comparire anche in testi di impianto tradizionale e dallo stile
controllato, in cui l’assenza dei segni grafici del discorso diretto lascia inalterata l’impalcatura
tipica dello scambio di battute con a capo/alinea, come in Tre cavalli (1999) di Erri De Luca, o
in Questa storia (2005) di Baricco:
Non so.
È una sensazione.
Sì, forse.
È quella cosa lì.
Sì.
E adesso ripensa a Butford, Elizaveta.
Butford.
Sì.
Okay, lo sto pensando.
Cosa ti sembra?
Uno schifo.
Ecco.
Nel Baricco di Emmaus (2009) il procedimento subisce un’ancor più radicale metamorfosi:
l’iniziale maiuscola resta l’unico elemento – quando scompare anche l’a capo – a sancire
l’inizio del DD («Ma lei disse Forse si muore in tanti modi»). La lineetta, da tipico segnale del
dialogo, diventa altra cosa, assumendo il peculiare valore sospensivo tanto radicato nella
tradizione anglosassone quanto sconosciuto alla nostra, almeno finché non fu sdoganato –
ancora una volta – dalle traduzioni degli scrittori che parteciparono ad Americana (1942);
valore che Baricco riattinge assegnandogli una pervasività e una forza inedite: «È che muore.
Andre – muore»; «Lo ritroverei in una folla intera, al primo sguardo, solo per il suo modo di
camminare – le spalle».
Anche a livello interpuntivo il romanzo contemporaneo mostra la propria impazienza verso le
istituzioni linguistiche tradizionali, senza però riuscire ancora a trovare una strada alternativa,
sostanziale, non di pura facciata, linguisticamente e artisticamente funzionale e apprezzabile.
Riferimenti bibliografici

G. Antonelli, Sintassi e stile della narrativa italiana dagli anni Sessanta a oggi, in Storia generale
della letteratura italiana, diretta da N. Borsellino e W. Pedullà, vol. XII (Sperimentalismo e
tradizione del nuovo), Milano, Motta, 1999, pp. 682-711 (in particolare Dalla punteggiatura
assente all’enfasi interpuntoria, pp. 696-700).
G. Antonelli, Dall’Ottocento a oggi, in Storia della punteggiatura in Europa, a cura di B. Mortara
Garavelli, Roma-Bari, Laterza, 2008, pp. 178-210.
M. Dardano, La lingua letteraria del Novecento, in Il Novecento. Scenari di fine secolo 2,
direzione e coordinamento di Nino Borsellino e Lucio Felici, Milano, Garzanti, 2001, pp. 1-95
(in partic. La prosa, pp. 38-80).
B. Mortara Garavelli, Prontuario di punteggiatura, Roma-Bari, Laterza, 2003.
B. Mortara Garavelli, L’interpunzione nella costruzione del testo, in La costruzione del testo in
italiano. Sistemi costruttivi e testi costruiti. Atti del seminario internazionale di Barcellona (24-
29 aprile 1995), a cura di María de la Nieves Muñiz Muñiz e Francisco Amella, Firenze, Cesati,
1996, pp. 93-111.
L. Serianni, Sul punto e virgola nell’italiano contemporaneo, in «Studi linguistici italiani», XXVII,
2, 2001, pp. 248-255.

*Elisa Tonani è cultore della materia di Storia della Lingua Italiana presso l’Università degli
Studi di Genova. Ha lavorato principalmente sugli usi e le funzioni del ‘bianco tipografico’ e
dell’interpunzione nella narrativa italiana di Otto e Novecento: in particolare ha contribuito
con il saggio Lo stile in un punto. Tendenze tipografiche e interpuntive della narrativa italiana
contemporanea al volume da lei curato Lessico, punteggiatura, testi. Ricerche di storia della
lingua italiana, Alessandria, Edizioni dell’Orso, 2008. È in corso di stampa, per l’editore Cesati,
la monografia Il romanzo in bianco e nero. Ricerche sull’uso della punteggiatura e delle
spaziature tipografiche nella narrativa italiana da metà Ottocento ad oggi. Ha redatto alcune
voci relative ai segni d’interpunzione per l’Enciclopedia dell’Italiano dell’Istituto
dell’Enciclopedia Italiana Treccani in corso di allestimento. Ha curato gli Atti del IV Convegno
ASLI, Storia della lingua italiana e storia della musica. Italiano e musica nel melodramma e
nella canzone (Sanremo, 29-30 aprile 2004), Firenze, Cesati, 2005. Collabora con «l’Indice dei
libri del mese», «La Crusca per voi», «Nuova Secondaria».

11.7. IL
RADDOPPIAMENTO FONOSINTATTICO (CARATTERISTICO DEI
DIALETTI TOSCANI E CENTRO-MERIDIONALI)

Italiano standard o di un toscano o un romano

“Carlo è venuto a dirmi che ha fatto il compito tutto da sé”.


“Carlo è vvenuto a ddirmi che ha ffatto il cómpito tutto da ssé”.
(da http://dizionari.corriere.it/dizionario-si-dice/R/raddoppiamento-fonosintattico.shtml)
Assimilazione regressiva (che non avviene all’interno di una parola, ma al confine tra due
parole): /a'kkasa/, /ɛb'bwͻno/

Molte parole terminavano in latino con una consonante che è caduta graficamente, ma se
seguita da parole inizianti per consonante si è assimilata a questa e si è allungata: et bene
(ebbene); aut vero (ovvero)
Il fenomeno poi si è esteso anche ad altre parole soprattutto a quelle ossitone (parole
accentate sull’ultima sillaba).

Da un punto di vista teorico sembra che il fenomeno sia legato alla quantità vocalica:
essendo le vocali toniche finali sempre brevi, come le vocali toniche in sillaba chiusa (che
termina per consonante), ci sarebbe stata la tendenza naturale a chiudere la sillaba finale
allungando la consonante iniziale della parola seguente.

Sequenza di due parole appartenenti alla stessa catena fonica: rafforzamento della
consonante iniziale della seconda parola (solo con consonanti brevi e quando non c’è pausa
tra le due parole)

A Firenze [afi'rɛntse] ma [affi'rɛntse] , io e te [ioe'te] ma [ioet'te] , andò via [andͻ'via] ma


[andͻv'vi:a]

La grafia segnala questo rafforzamento quando le due parole si sono univerbate per formare
un composto che si è lessicalizzato: a fresco (affresco), e bene (ebbene), sopra tutto
(soprattutto), da vero (davvero), o sia (ossia), caffè latte (caffellatte), da’ mi (dammi); va’ te
ne (vattene)

Raddoppiamento sintattico si ha con:

“Carlo è venuto a dirmi che ha fatto il compito tutto da sé”.


“Carlo è vvenuto a ddirmi che ha ffatto il cómpito tutto da ssé”.

11.7.1. Tutti i monosillabi forti

• Avverbi: qui, qua, lì, là, giù, già, più


• Pronomi: me, tu, te, sé, ciò
• Verbi: è, ho, ha, do, dà, fa, fu, può, so, sa, sto, sta, va
• Nomi: tè, re, gru, dì, fra (frate)
• Le lettere dell’alfabeto e le note musicali: a, bi, ci, vu, do, re, mi
• Il numerale: tre
• Le forme olofrastiche: sì e no (parole il cui significato equivale a un’intera frase)
Esempi: dà tutto (dattùtto), è vero (evvéro), già detto (giaddétto), né dirò (neddirò), là vicino
(lavvicíno), lì sotto (lissótto), piè veloce (pievvelóce), può farsi (puoffàrsi), può darsi
(puoddàrsi), tè freddo (teffréddo)

11.7.2. Dopo i monosillabi derivati da troncamento

dì (da die cioè giorno), fé (da fede), fra (da frate) eccetera. Esempi: il dì di festa (il díddi
festa), la fé giurata (la féggiurata), fra Paolo (frappàolo);

11.7.3. Alcuni monosillabi deboli non accentati:

• alcune preposizioni: a, da (nella varietà toscana, ma non in quella centro-meridionale) fra,


tra, su
• i pronomi: che, chi (nella varietà toscana, ma non in quella centro-meridionale)
• alcune congiunzioni: e, o, se, ma, che, ché, né

Esempi: a te (atté), che vuoi (chevvuòi), da te (datté), chi sei (chissèi), se credi (seccrédi), sta
sano (stassàno), fu lui (fullùi), ho sognato (hossognàto), ma che vuoi (macchevvuòi), qua sotto
(quassótto), fra tanti (frattànti), va via (vavvía)

11.7.4. Alcune parole bisillabe

come, dove (nella varietà toscana, ma non in quella centro-meridionale), sopra, qualche, ogni
(nella varietà centro-meridionale ma non in quella toscana)
Esempi: come te (cometté), dove sei (dovessèi), qualche volta (qualchevvòlta), sopra l’altro
(soprallàltro), ogni tanto (ognittànto).

11.7.5. Tutte le parole ossitone, accentate cioè sull’ultima sillaba

Verrò, dirà, andò, virtù, bontà, caffè


Nell’Italia settentrionale il raddoppiamento fonosintattico non è adottato, anzi si ha tendenza
a pronunciare brevi tutte le consonanti intense.
In generale, nell’italiano contemporaneo si nota la tendenza a evitare il raddoppiamento
fonosintattico: tivù si preferisce a tivvù, senonché a sennonché, sopratassa a soprattassa.
11.7.6. Tendenza

Esempi: così detto diventa cosiddetto (e non cosidetto); sopra tutto diventa soprattutto (non
sopratutto), press’a poco diventa pressappoco, con i suoi derivati pressappochismo,
pressappochista. E così di seguito sopravvento, dillo, vacci, appena, accanto, frattanto,
chicchessia, davvero, neppure, ossia e vari altri.

11.7.1. L’ordine delle parole e le frasi marcate: le dislocazioni

Introduzione: qualche esempio

• “Il termos forse non glielo restituisco più.” (dislocazione a sinistra)


Io non restituisco il termos a lei
• “(Pesarlo però) non l’hai pesato il bambino.” (dislocazione a destra)
Tu non hai pesato il bambino.
• “Qualche sforzo lei l’ha fatto.” (dislocazione a sinistra)
• “Il bambino l’ho chiamato Paolo Michele.” (dislocazione a sinistra)
• “A lei non gli serve.” (dislocazione a sinistra)

Natalia Ginsburg, Caro Michele, 1973

Frase marcata: una frase che ha un ordine diverso da SVO: soggetto-verbo-complemento


oggetto diretto

1. Dislocazione a sinistra (che ci riporta all’indietro, < gr. aná 'indietro' + phéro 'porto')

Spesso un complemento indiretto con valore di tema può aprire la frase, soprattutto nel
parlato. Si tende però a staccare il complemento iniziale con una pausa (nello scritto con una
virgola) e a riprenderlo mediante un pronome clitico con funzione anaforica:

Es.: “a me, nessuno mi ha detto niente.”

2. Dislocazione a destra (spostamento in avanti, < gr. katá 'avanti' + phéro 'porto')

Emarginazione del complemento e anticipazione con clitico con funzione cataforica senza che
apparentemente ci sia lo spostamento dell’ordine normale degli elementi:

“ne abbiamo già discusso di questo”.

In questi casi i complementi assumono un valore tematico anche se seguono il verbo.

Le dislocazioni a destra sono particolarmente frequenti nelle frasi interrogative:

• “lo prendi un caffè?”


• “Lo sai chi ho incontrato?”

Più frequenti di:

• “Prendi un caffè?”
• “Sai chi ho incontrato?”

Dislocazione dell’oggetto diretto

Ho comprato il pane: SVO

Il pane l’ho comprato: dislocazione a sinistra


Il complemento oggetto assume valore tematico, di punto di partenza del discorso, ripreso
con il pronome.

In quanto al soggetto, se fosse espresso potrei avere:

Io, il pane l’ho comprato.


Situazione: dialogo tra due persone
A. Stasera ho invitato degli amici a cena.
B. Ma non c’è niente in frigorifero!
A. Io, il pane l’ho comprato. Al resto ci pensi tu ☺

Il pane io l’ho comprato.


Situazione: dialogo tra due persone
A. Non c’è più pane!
B. Il pane io l’ho comprato ieri. Se l’avete mangiato tutto, non è colpa mia.

Il pane l’ho comprato io.


Situazione: dialogo tra due persone
A. Tocca sempre a me fare la spesa!
B. Il pane però l’ho comprato io, oggi e, del resto, come tutti gli altri giorni della settimana. Pensa
prima di lamentarti.

L’ho comprato il pane: dislocazione a destra


Il complemento oggetto resta posposto al verbo ma l’anticipazione con pronome gli fa
assumere valore tematico.

La posizione del soggetto può variare:

Io l’ho comprato il pane.


Situazione: dialogo tra due persone
A. Io l’ho comprato il pane. Però non so se ho fatto bene.
B. Va benissimo, grazie. Anche se ne rimane un po’, lo metterò nel congelatore.

L’ho comprato io il pane.


Situazione: dialogo tra due persone
A. Mi sono dimenticato di comprare il pane!
B. Non preoccuparti. L’ho comprato io il pane.

Il pane (IL PANE, rema) ho comprato: questa anticipazione è possibile solo con l’intonazione
della voce.
Situazione: dialogo tra due persone
A. Hai comprato la pasta?
B. No. IL PANE ho comprato (e non la pasta). Lo sai che a Matilde la pasta non piace.

→ fenomeno della focalizzazione (collocazione del rema nella posizione che normalmente
spetta al tema)

In certi scritti si trova l’anteposizione dell’oggetto senza ripresa (italiano antico, uso
letterario):
• tale disposizione riceveranno tutte le amministrazioni ... (oggetto tematico anteposto al verbo)

Se il partitivo precede, la ripresa col “ne” è obbligatoria:

• (Di) libri ne ho letti tanti.

“A me mi piace”: considerato errore ma in realtà frequente, specie se si frappone tra i due


elementi la negazione: “A me non mi piace”.

Esempio di dislocazione: Placito capuano, 963 d.C. (uno dei primi documenti in volgare

“Sao ko kelle terre, per kelle fini ke ki contene, trenta anni le possette parte Sancti Benedicti”

« So che quelle terre, per quei confini che qui sono contenuti, trent’anni le possedette la parte
di San Benedetto » (traduzione letterale)

« So che quelle terre, entro quei confini che qui si descrivono, trent’anni le ha tenute in
possesso l’amministrazione patrimoniale di San Benedetto » (traduzione libera)

11.7.2. Dislocazione di elementi nominali e pronominali

In una frase posso utilizzare contemporaneamente la dislocazione a sinistra e a destra:

(Io) Non ho ancora dato l’anello (COD) alla mia fidanzata (COI).
• L’anello non l’ho ancora dato alla mia fidanzata. (dislocazione COD)
• Non l’ho ancora dato l’anello alla mia fidanzata. (dislocazione COD)
• Alla mia fidanzata non le ho ancora dato l’anello. (dislocazione COI)
• Non le ho ancora dato l’anello alla mia fidanzata. (dislocazione COI)
• L’anello non gliel’ho ancora dato alla mia fidanzata.
Non ho ancora parlato dei miei problemi allo psicologo.
• Dei miei problemi non ne ho ancora parlato allo psicologo.
• Non ne ho ancora parlato dei miei problemi allo psicologo.
• Allo psicologo non gli ho ancora parlato dei miei problemi.
• Non gli ho ancora parlato dei miei problemi allo psicologo.
• Dei miei problemi non gliene ho ancora parlato allo psicologo.

11.7.3. Dislocazione di elementi frasali

Qualche esempio

• “A farmi operare non ci penso nemmeno”. (“Non ci penso nemmeno a farmi operare”)

Con il verbo sapere è frequente la dislocazione a destra:

• “Lo so che non è vero” (“So che non è vero”)

Anticipazione degli aggettivi con “lo”

• “Il tuo amico bello non lo è davvero”.

11.7.4. Frasi scisse

Una frase scissa è costituita da due frasi, una principale e una secondaria:

• Giovanni parla l’italiano.


• È Giovanni che parla l’italiano.

È Giovanni: principale
Che parla l’italiano: secondaria

Verbo essere + sogg = rema → “che”+ tema: la frase scissa è un tipo di frase marcata che
inverte l’ordine di tema e rema (di solito alla fine della frase).

L’elemento rematico messo in rilievo può essere:

• il soggetto: È Giovanni che parla l’italiano.


• l’oggetto diretto: È l’italiano che parla Giovanni.
• l’oggetto indiretto: È a mio zio che ho scritto.
• I complementi di luogo: È al mare che mi piacerebbe andare in vacanza.
• Il complemento di tempo: È domani che saprò i risultati dell’esame.
Frasi del genere (ampiamente accettate in francese e in inglese) sono state a lungo censurate
nella grammatica italiana.
La secondaria può essere considerata una relativa l’elemento scisso è soggetto o
complemento oggetto.
Negli altri casi, il “che” si può considerare pronome “pseudorelativo” non potendo essere
sostituito da “il quale”/”la quale”.

Il verbo “essere” può restare:

• al presente: “è lui che mi ha chiamato.”


• assumere lo stesso tempo del verbo dopo il che : “è stato lui che mi ha chiamato.”
• al futuro epistemico (probabilità): “saranno tre ore che ti aspetto.”

Al posto del “che”, quando a essere messo in evidenza è il soggetto, si può avere la
preposizione “a” + l’infinito:

• “Sarà Luigi ad assumere la carica di presidente dell’azienda.” → scissa implicita

11.7.5. Frase presentativa

È una struttura utilizzata per trasmettere più informazioni nuove contemporaneamente: il


soggetto è rematico, ma anche la frase dopo il “che” è rematica.

• “C’è un cliente che chiede del proprietario del negozio”

Il verbo essere è preceduto dal “ci” attualizzante.

11.7.6. La frase interrogativa

• Interrogative totali (risposta sì/no)


• Interrogative disgiuntive (offrono un’alternativa: “ti piace di più il mare o la montagna?”)
• Interrogative parziali: introdotte da aggettivi (“che”, “quale”, “quanto”), pronomi (“chi”,
“cosa”, “che”, “quanto”), avverbi (“quando”, “dove”, “come”, “perché”, che possono essere
usati anche da soli con il verbo sottinteso)

L’operatore prende il posto dell’argomento che nella frase affermativa segue il verbo:

• Che cosa hai detto? Hai detto qualcosa.

Tra l’operatore e il verbo non ci sono altri elementi se non avverbi come “mai”, “dunque”.

Il soggetto se espresso e se non coincide con l’operatore stesso viene posposto al verbo:
• Dove ha mangiato papà?

o premesso all’operatore:

• Papà, dove ha mangiato?

Gli operatori possono anche essere posposti al verbo nelle “domande eco” per esprimere
incredulità o negli scambi:

• Ho perso le chiavi. Hai perso cosa?

Ordine delle parole nella frase interrogativa

Anche l’italiano ha conosciuto un diverso ordinamento degli elementi con il soggetto


obbligatoriamente posposto al verbo

• Vuoi tu ... prendere in moglie ...

Nell’ italiano contemporaneo invece l’ordine degli elementi della frase interrogativa e della
frase affermativa coincide.

Alcune caratteristiche delle frasi interrogative parziali nell’italiano contemporaneo:

1. “Cosa” invece di “Che cosa” o “Che”


2. Crescita di frasi interrogative scisse:
o “Com’è che non sei venuto?” invece di “Perché non sei venuto?”
o “Chi è che ha visto Giuseppe?” invece di “Chi ha visto Giuseppe?”
3. Crescita di frasi dislocate a destra:
o “L’hai sentita l’ultima canzone di Giorgia?” invece di “Hai sentito l’ultima
canzone …”
o “Chi l’ha visto Giuseppe?” invece di “Chi ha visto Giuseppe

4. La diffusione di “Come mai” o “com’è che” al posto di “perché”, meno perentorio e usato per
conoscere le motivazioni profonde.
- “Come mai sei arrivata in ritardo?” “Perché …?”
- “Com’è che non hai ancora mangiato?” “Perché…?”

5. Crescente diffusione del costrutto “che” + verbo + “a fare”


- Che ci sei andato a fare?

al posto di “perché”, “per quale motivo” e disapprovazione.


11.7.7. Che

Per un panorama generale sui valori di « che »


http://multigram.ulb.ac.be/ita/Che

« Che polivalente »

Talvolta « che » è sentito come congiunzione, e si hanno allora costruzioni più vicine al
parlato spontaneo e grammaticalmente meno regolari:

a. il bricco che (in cui) ci si bolle il latte


b. è una persona che (a cui) le debbo riconoscenza
c. l’amico che (a cui) gli ho scritto non mi ha risposto
d. ci sono alcuni fiori che (di cui) non posso sentirne il profumo

http://www.treccani.it/vocabolario/che2/

Si parla di « che » polivalente anche nel caso in cui la congiunzione sia utilizzata per
introdurre frasi di significato :

• esplicativo-consecutivo
Es. : vieni che ti pettino (in modo che ti possa pettinare, così che ti pettino)

• frasi causali
Es. : vai a dormire che (perché) ne hai bisogno

• frasi consecutivo-presentative
Es. : io sono una donna (così) tranquilla che sto in casa, lavoro (Sornicola 1981: 70-71)

• frasi relative temporali


Es. : maledetto il giorno che (in cui) ti ho incontrato

• frasi finali
Es. : fai in modo che è tutto pronto al mio arrivo (affinché tutto sia …)

• frasi in cui che ha valore enfatizzante-esclamativo


Es. : che sogno che ho fatto (Berruto 19984: 69)

Indicativo > congiuntivo (accettabile)

a. guarda che non fa sciocchezze


b. guarda che non faccia sciocchezze

c. mi meraviglio che non ha detto nulla


d. mi meraviglio che non abbia detto nulla
Infine sono tipici di varietà diafasicamente marcate come basse e popolari i casi di che
polivalente il cui valore sintattico non può essere stabilito, non solo rispetto alla semantica
del che, ma anche rispetto alla possibilità che si tratti di coordinazione e non di
subordinazione:

a. prestami la penna che te la do subito


b. prestami la penna, te la do subito

a. largo che passa la signora


b. fate largo, passa la signora

http://www.treccani.it/enciclopedia/che-polivalente_(Enciclopedia-dell%27Italiano)/

11.7.8. La frase relativa

La più frequente tra le frasi subordinate. È legata a un singolo costituente della frase principale
detto antecedente (o testa).

Le relative limitative/restrittive: il “che “ è indispensabile per determinare l’antecedente.

• La ragazza che è rimasta ferita nell’incidente è morta.

Le relative esplicative/appositive: possono anche essere omesse perché rappresentano


una semplice aggiunta all’informazione.

• Giorgia, che era in vacanza in Sicilia, è scomparsa.

Da notare la presenza/assenza della virgola.

Da confrontare:

• Non guardo i programmi televisivi che mi sembrano noiosi.


• Non guardo i programmi televisivi, che mi sembrano noiosi.

I pronomi relativi

I pronomi relativi introducono la subordinata e indicano il ruolo sintattico dell’antecedente


all’interno della relativa.

“Che”:
• soggetto
• oggetto diretto
• complemento indiretto nel parlato colloquiale:
o Maledetto il giorno che ti ho conosciuto. (un complemento di tempo non richiede
preposizione)
• usato in alcune espressioni come “tutte le volte che”

“Cui”:
• preceduto da preposizione si adopera per tutti gli altri complementi
• nel caso dell’oggetto indiretto la preposizione “a “si può anche omettere:
o Il pubblico (a) cui lo spettacolo è destinato (registro formale)
• il complemento di specificazione permette l’inserimento di “cui” tra l’articolo e il sostantivo:
o I telefonini il cui uso è proibito sull’aereo in volo sono invece autorizzati nelle sale
d’aspetto degli aeroporti.
• come complemento di luogo oltre a “in cui” è ammesso anche “dove”.

“Il quale”/”la quale”:


• usato preceduto da preposizione in alternativa a “cui”
• può svolgere anche la funzione di soggetto (solo nelle relative appositive e con riferimento
ad antecedenti umani), dove la distinzione di genere può aiutare a disambiguare
o Ho incontrato il marito di Francesca che/la quale adesso lavora alla RAI.
• Non è utilizzabile come complemento oggetto

Le frasi relative nel parlato

• “che” polivalente: esprime esclusivamente la subordinazione e non la funzione sintattica


dell’antecedente all’interno della relativa → perde la funzione di pronome per assumere solo
quella di congiunzione:
o Questa è la città che andavo in vacanza con i nonni. (in cui)
o Paese che vai usanza che trovi. (in cui)
• Permette relativizzazioni impossibili o difficili secondo il modello standard:
o Una situazione, che non se ne può proprio più. (di cui/della quale)
o Mario, che lui e suo figlio sono arrivati ieri sera, ci vorrebbe venire a trovare. (che è
arrivato ieri sera con suo figlio)
• “che” scisso: accompagnato da un pronome per lo più clitico che esprime la funzione
sintattica. Modello che affida al “che” la funzione di congiunzione e al pronome quella di
marca di accordo verbale.
o Posso dirlo a Luigi che ci esco spesso insieme. (con cui)
• Sembra prevalere nelle esplicative. La ripresa clitica si può avere anche con il complemento
oggetto, specie con referenti umani:
o Ho incontrato Maria, che la vedo un po’ giù in questo periodo.
• in presenza di frasi incassate:
o Passiamo all’approvazione del verbale che credo che l’abbiano ricevuto tutti per
posta elettronica.
• “che” soggetto: può essere ripreso da un pronome tonico (caratterizza soprattutto la varietà
settentrionale):
Me l’ha consigliato Luigi, che lui di queste cose se ne intende.

Nelle relative non standard il “che” tende a perdere il valore di pronome per svolgere la
funzione di semplice congiunzione.

11.8. QUESTIONARI

11.8.1. Dite se queste affermazioni sono Vere o False

1. –aro, –zione e –izzare sono suffissi poco produttivi. F


2. “Anticucina”, “anteguerra”, “antirughe”: il prefisso “anti” ha lo stesso significato in tutte e tre le parole. F
3. “Calciomercato” e “bagnoschiuma” seguono le regole di composizione caratteristiche dell’italiano. F
4. “Cantautore” è una parola macedonia. V
5. “Com’è che non sei venuto?” è una frase scissa. V
6. “Lo prendi un caffè?” è un esempio di dislocazione a sinistra. F
7. “miniconvegno”, “miniclub”, “maxirissa”, “maximulta”: nell’italiano contemporaneo sono produttivi
particolarmente i prefissi che esprimono significati accrescitivi o apprezzativi e diminutivi o spregiativi V
8. “Paninoteca” è una composizione neoclassica. V
9. “Te dove sei andato in vacanza”? L’uso di “te” come soggetto è corretto. F
10. 1.”Le dico che non possiamo venire” /2. “La informo che non potremo venire”: 1. esempio di italiano
standard, 2. Esempio di italiano neostandard. F
11. Alessandro Manzoni propone come modello la lingua del Trecento. F
12. Alessandro Manzoni propone il fiorentino parlato come lingua della nazione da diffondere tramite vocabolari
e grammatiche. V
13. Apericena è una parola macedonia. V
14. Come l’inglese, l’italiano usa spesso il meccanismo della conversione per formare nuove parole. F
15. Esiste una sola norma per tutte le situazioni comunicative. F
16. Esiste uno standard per l’italiano parlato. F
17. Gli italiani tendono a ritrarre l’accento nella pronuncia delle parole straniere (es. Ìslam, Afghànistan, Pàkistan
per Islàm, Afghanistàn, Pakistàn, kòlossal per kolòssal; pèrformance per perfòrmance). V
18. I geosinonimi sono dialettismi lessicali. F
19. I prefissi usati per formare nuove parole provengono più dal greco che dal latino. F
20. I suffissi permettono di formare lessemi appartenenti a categorie grammaticali diverse rispetto alle basi. V
21. Il piemontese non è un dialetto regionale. F
22. Il processo di normativizzazione porta all’imposizione di regole (es. “lì” invece di “li”) . V
23. Il raddoppiamento fonosintattico è caratteristico dei dialetti toscani e centro-meridionali. V
24. Il suffisso “poli” è usato nel senso di scandalo (es. affittopoli, vallettopoli, calciopoli). V
25. Il vocabolario di base è formato dal lessico fondamentale, di alto uso e di alta disponibilità. V
26. Il volgare fiorentino scritto del Trecento è alla base della varietà standard di italiano. V
27. Il week-end, l’abat-jour, i jeans, il jihadista, l’hamburger. V
28. L’Accademia della Crusca fu fondata nel XVI secolo. V
29. L’alterazione con l’aggiunta di suffissi è una caratteristica del tipo linguistico italiano. V
30. L’introduzione di forestierismi nella lingua italiana ha contribuito a elevare il numero di parole terminanti per
consonante. V
31. L’italiano è una lingua endocentrica come il tedesco. F
32. L’italiano neostandard viene identificato con la buona scrittura giornalistica. V
33. L’italiano standard è quello descritto e codificato dalle grammatiche. V
34. L’italiano standard non ha subito variazioni attraverso i secoli. F
35. La lingua standard è codificata, sovraregionale, elaborata, propria dei ceti alti, invariante e scritta. V
36. La maggior parte delle parole italiane sono tronche e sdrucciole. F
37. La norma della lingua italiana è stata costruita sul fiorentino. V
38. La norma è una convenzione sociale che stabilisce ciò che non è linguisticamente accettabile. F
39. La prima tappa della standardizzazione dell’italiano è nel XIX secolo. F
40. La scrittura fonetica di ragno è /'rao/. F
41. La società è il fattore di variazione della diatopia. V
42. La varietà dell’uso medio è caratterizzata da un avvicinamento tra lingua parlata e lingua scritta. V
43. La varietà dell’uso medio non riesce a prevalere sull’italiano standard. F
44. La varietà fiorentina e la varietà romana non presentano differenze fonetiche. F
45. Lavor-ante, lavor-azione, lavor-io, lavor-atore è un esempio di derivazione a ventaglio. V
46. Le dislocazioni sono un fenomeno apparso recentemente nella lingua scritta. F
47. Le due affricate alveolari, /z/ sorda e /z/ sonora, si comportano come fonemi in italiano standard, come
varianti libere distinte su base regionale nelle varietà diatopiche dell'italiano. V
48. Le parole nuove in italiano si formano per derivazione e per composizione. V
49. Le quattro varietà di italiano regionale sono: settentrionale, toscana, romana, siciliana. F
50. Le varietà di italiano regionale presentano particolarità avvertibili soprattutto nella pronuncia e nel lessico. V
51. Le varietà di italiano regionale sono nate dall’italianizzazione dei dialetti. V
52. Lo spazio è il fattore di variazione della diatopia. V
53. Nei composti di recente formazione calchi di parole straniere l’ordine è determinato + determinante. F
54. Nel modello della variazione i dialetti sono una varietà diastratica. F
55. Nel Sud, le consonanti sorde si sonorizzano dopo n e m (es. anche → anghe). V
56. Nell’Italia settentrionale la /s/ intervocalica è generalizzata con pronuncia sorda (es. “casa”); nell’Italia centro-
meridionale, la pronuncia generalizzata è sonora. F
57. Nell’italiano contemporaneo è diminuito l’uso delle sigle. F
58. Nell’italiano contemporaneo, la classe 5 dei sostantivi è l’unica non produttiva. F
59. Pietro Bembo fu il maggior rappresentante della corrente fiorentina. F
60. Umarell è un dialettismo. V

11.9. DOMANDE

1. Basandovi su queste frasi descrivete le tendenze dell’italiano contemporaneo.


• “L’hai sentita l’ultima canzone di Giorgia?”
• “Come mai non sei venuto?”
• “Gianni non gli ho detto nulla.”
• “Volevo un chilo di mele.”
• “C’è Mario che ti cerca.”
• “La valigia che ci ho messo dentro i libri.”
• “Mangiamo la pasta piuttosto che la carne?”
2. “supercanguro”, “grillino”,” stepchild adoption”, “nanotecnologie”, “stabilizzazione”, “ecomafie”, “gip”,
“antibullismo”, “calcioscommesse”: basandovi su queste parole tratte da alcuni articoli del Corriere della
Sera, descrivete i meccanismi di formazione di neologismi nella lingua italiana.
3. Analizzate gli estratti che seguono cercando di mettere in evidenza le caratteristiche della lingua usata dai
vari autori dal punto di vista della morfologia, della sintassi, del lessico e della punteggiatura.
4. Scrivete un breve paragrafo riassuntivo nel quale spiegate in che modo si riflettono nei loro scritti i
cambiamenti in atto nella lingua italiana.

Sandro Veronesi, Terre rare

« Erano anni fantastici a Roma, quelli, » ha dichiarato il padre al proposito, l’unica volta in cui ci ho parlato ; « Ce
stava Bruno Conti, ce stava Falcão, ce stava er Califfo : era er momento giusto per mettere ar monno ‘na
creatura. » Per questo, dunque, D. viene alla luce, il 29 luglio del 1981, più o meno nello stesso momento in cui
la sua quasi omonima viscontessa Spencer e il principe Carlo d’Inghilterra si sposano a Londra nella cattedrale di
St. Paul. Un anno e mezzo dopo nasce anche suo fratello Bruno Miguel, lui invece scientemente concepito
durante la sbornia (la cuite) dei festeggiamenti per la vittoria dell’Italia nel Mundial dell’82, e così chiamato in
onore del suddetto Bruno Conti, per parte di padre, e per parte di madre di Miguel Bosé, in omaggio alla sua
canzone dalla quale, in quegli anni, tutti i coatti nati negli anni cinquanta si sentivano celebrati.

– Ma se vengono a cercarmi che je dico ? (Cinzia, romana, segretaria)


- E che vuoi dire ? Che non sai niente. (Pietro Paladini, milanese, dirigente)
- Non è che m’arrestano pure a me ? (C.)
- E allora ti arrestavano ieri. (P.)

- Daje ! Ma che ho fatto ? Facciamo che ora siamo pari, va bene ? (Pietro Paladini, milanese, dirigente)
- Naaa, pari non saremo mai. (Marco Tardioli, avvocato)
- Vabbe’ io ti ringrazio lo stesso, posso ? (P.)

Mauro Covacich, La Sposa


• L’immagine stessa della purezza gettata tra le braccia del prossimo. Qualcuno avrebbe detto nelle
fauci del prossimo.
• Un’improvvisa sensazione di ostilità. Conto fino a sessanta e poi torno sui miei passi. Per raggiungere
l’autostrada dal centro aveva impiegato meno di mezz’ora: avrebbe cercato un alberghetto e sarebbe
ripartita con le prime luci del giorno. Invece è arrivato lui.
• La novella sposa in fuga, l’insoddisfatta, l’adultera impenitente, la ninfomane.
• casette dotate di panic room
• Li ha visti anche lei i filmetti [...].

Antonio Tabucchi, Si sta facendo sempre più tardi

Mia Cara,
lo so che ti occupi del passato: è il tuo mestiere. Ma questa è un’altra storia, credimi. Il passato è più facile da
leggere: uno si volta all’indietro e, potendo, dà un’occhiata. E poi, sia come sia, esso rimane sempre impigliato
(accroché) da qualche parte, magari a brandelli (en lambeaux). A volte bastano soltanto l’olfatto (l’odorat) e le
papille gustative, è notorio: lo sappiamo da certi romanzi, anche belli. Oppure un ricordo, quale che sia: un
oggetto visto nell’infanzia, un bottone ritrovato in un cassetto, che so, una persona che essendo un’altra te ne
ricorda un’altra, un vecchio biglietto del tram. E all’improvviso sei lì, proprio su quel trammino (petit tram)
sferragliante (grinçant) che andava da Porta Ticinese al Castello Sforzesco, come un niente entri nel portone del
palazzo ottocentesco, lo scalone (escalier) ha un corrimano di ghisa (fonte) lavorata con una testa di serpente,
sali due rampe, la porta si apre senza neppure che tu suoni il campanello e non te ne stupisci affatto, anche
perché nell’ingresso, sopra il cassettone (commode) rococò, dietro la vecchia pendola neoclassica, vedi che lo
specchio (miroir) antico chiazzato (taché) di macchie brunastre è attraversato da una ferita (blessure) che lo fende
(diviser) da un angolo all’altro, e ricordi che quel giorno mi dicesti: una persona con una malattia come la sua
non può sfidare (défier) così il destino, è come chiamare disgrazie. E a quel punto capisci che la porta si è aperta
da sola semplicemente perché lui, che voleva sfidare il destino, è stato fottuto (baisé) come tutti quelli che
vogliono sfidare il destino, chissà dove è mai sepolto (enterré), e invece lo specchio ferito è sempre lì, come quel
giorno in cui tu capisti chiaramente ciò che doveva succedere.

Susanna Tamaro, Luisito. Una storia d’amore.


Si era sposata a ventinove anni e a trentuno era rimasta incinta. Vivevano ancora a Mestre e per lei Giancarlo era
ancora il principe azzurro (le prince charmant), l'uomo a cui aveva giurato (promis) amore eterno ed eterna
fedeltà davanti al prete e a tutti i parenti schierati (alignés) in lacrime. Sì, quel giorno si era sentita viva,
straordinariamente viva. Ricordava perfettamente ogni istante: la gioia, l'eccitazione, la sensazione luminosa di
essere una prescelta (sélectionnée). Il parrucchiere, la vestizione con quell'abito sontuoso e candido, la lista dei
regali, le bomboniere — che avevano scelto insieme, mano nella mano — il sentimento di gratitudine verso il
Cielo per averle fatto incontrare l'uomo più meraviglioso del mondo. A quel tempo era ancora in buoni rapporti
con l'Abitante del mondo superiore e così ogni mattina, a mani giunte, ripeteva «Grazie, Signore, ti ringrazio di
avermi fatto incontrare Giancarlo». Il giorno prima delle nozze, aveva ricevuto da lui un regalo avvolto
(enveloppé) in una carta coi gigli (lis) di Firenze. Non era un banale anello, il dono che ogni fidanzato senza
fantasia fa alla sua promessa sposa, ma un quadernetto (petit cahier) con la copertina rigida al cui interno erano
state scritte, con la stilografica, delle poesie a mano.
La scrittura era quella stretta e spigolosa (anguleuse) di Giancarlo. Uscendo al suo braccio dalla penombra della
chiesa accompagnata dalle note della marcia nuziale, gli aveva bisbigliato (chuchoté) nell'orecchio: «Sono
meravigliose! Le hai scritte tu?». Giancarlo si era girato appena, sorridendo: «Non avrei mai potuto farlo se,
accanto, non avessi avuto una splendida musa». Negli anni seguenti aveva spesso ripensato a quei pochi metri
fatti a braccetto (bras dessus bras dessous). All'esterno brillava un implacabile sole estivo — penombra dentro,
luce abbacinante (éblouissante) fuori. In quel percorso apparentemente interminabile, le erano tornate in mente
le parole di una persona uscita dal coma. Raccontava di come si fosse sentita trasportare dal buio verso una
grande luce che la aspettava alla fine di un buco nero; quella luce era lo spazio sereno ed eterno della morte, una
sensazione di pace che non aveva mai provato prima: era tornata a malincuore indietro, richiamata dalla voce
dei suoi cari e dei rianimatori (les personnes qui réaniment). Ecco, lei, in quel preciso momento, si sentiva nella
stessa condizione: lasciava alle spalle la penombra incerta della giovinezza per entrare nella luce piena della
maturità.

1. bare, care, dare, fare, pare, rare: come si definiscono /b/, /c/, /d/, /f/, /p/, /r/?
2. Che cosa sono i grafemi?
3. In italiano, c’è sempre corrispondenza tra lettere dell’alfabeto e fonemi? Fate qualche esempio.
4. Disegnate il triangolo vocalico e descrivetelo.
5. Basandovi sulla tabella qui riportata, scrivete una parola che corrisponde ai vari fonemi indicati.

Luogo di Bilabiale Labiodentale Dentale Alveolare Palatale Velare


articolazione sorda sorda sorda sorda sorda sorda
sonora sonora sonora sonora sonora sonora
Modo di Occlusive p t k
articolazione b d g
Nasali / / /
m n ɲ
Affricate ts ʧ
(occlu- dz ʤ
costrittive)
Fricative f s ʃ
(costrittive) v z /
Laterali / /
l ʎ
Vibranti /
r

6. Scrivete in alfabeto fonetico le seguenti parole: ciao, scena, giostra, inchiostro.


7. Date la definizione di raddoppiamento fonosintattico e spiegate quando avviene.
8. Nelle seguenti parole sottolineate i suffissi: insegnante, giornalista, pizzaiolo, cravattaro, birreria. Quale
di questi suffissi è molto produttivo nell’italiano neostandard?
9. Quali concetti esprimono i prefissi? Citatene almeno tre e fate un esempio per ogni categoria.
10. Descrivete il sostantivo “cane poliziotto”. A quale categoria appartiene?
11. Citate un esempio per ognuno dei seguenti composti neoclassici, spiegandone il significato: auto, tele,
foto, eco, euro, poli
12. “Non ci capisco niente”. Che valore ha il pronome “ci”?
13. « si cominciano a vedere i primi risultati » , « si comincia a vedere i primi risultati » : quale di queste frasi
gli italiani tendono a usare nella lingua parlata?
14. Descrivete le tendenze dell’italiano contemporaneo basandovi sulle seguenti frasi: “Sono andato a una
conferenza che si parlava di storia della medicina”, “Questo libro non lo leggo”, “Questa sera, se
vogliamo uscire, possiamo andare al cinema piuttosto che a teatro”, “Non so se Carlo sta bene”, “Come
mai non sei venuto a lezione?”, “ Che vestito metti stasera?”, “Cosa fai?, “Se venivi prima, trovavi ancora
posto” (8 p.)
15. Completate la seguente tabella della varietà del repertorio linguistico italiano. (4 p.)

Tipologia Tipi di varietà Fattori di variazione


- - italiano del -
presente e del
passato
- dialetti del
presente e del
passato
- diatopiche
- -

- - italiano popolare -
- gerghi
- lingue speciali
- diafasiche - varietà -
finzionali-
contestuali
- registri formali e
informale
- sottocodici
- - scritto - canale
- comunicativo
-
-

16. Qual è la differenza tra lingua e dialetto?


17. Date la definizione di italiano standard e italiano neostandard.
18. Citate almeno dieci tratti dell’italiano neostandard.
19. Te dove sei andato in vacanza? Noi si va al cinema stasera. Da quali parti d’Italia provengono gli italiani
che usano frasi di questo tipo?
20. Scegliete un argomento tra quelli trattati che vi ha maggiormente interessato.
21. Di seguito, sono riportati i nomi di alcuni ristoranti italiani di Bruxelles. Raggruppateli e descriveteli
secondo le regole della morfologia lessicale (uso di suffissi, prefissi, composizione …). Es. pizzeria:
sostantivo formato da pizz + il suffisso eria, suffisso utilizzato per indicare un luogo (birreria, panineria
…).
• Focacceria
• Easy tempo
• La capannina
• I panciuti (pancia: le ventre)
• Il passatempo
• Fornostar
• Pasta corner
• Pizzamove
• Ricciocapriccio (riccio: la boucle; capriccio: le caprice)
• Spaghetteria

22. Scrivete un breve paragrafo sull’influenza dell’inglese sulla lingua italiana. Rispondete basandovi anche
su alcuni dei nomi citati nella lista precedente.
23. Scegliete tre nomi di ristoranti (tra quelli unicamente in italiano) e scriveteli in alfabeto fonetico.
24. Descrivete i sistemi vocalico e consonantico della lingua italiana. Esemplificate con delle parole.
25. Descrivete le tendenze dell’italiano parlato contemporaneo basandovi sulle seguenti frasi:
• “Mario il film l’ha visto.”
• “Non le ho ancora dato l’anello alla mia fidanzata.”
• “Vuoi il gelato piuttosto che la torta?”
• “Come mai non sei venuto ieri sera?”
• “Maria è la ragazza sulla fotografia che non si vedono le gambe.”
• “Penso che tuo fratello canta molto bene.”
26. “Carlo è venuto a dirmi che ha fatto il compito tutto da sé”. “Carlo è vvenuto a ddirmi che ha ffatto il
cómpito tutto da ssé”. Leggete queste frasi e spiegate di quale fenomeno si tratta.
27. Analizzate i seguenti sostantivi: portafrutta, caffellatte, scena chiave, ferrovia. Appartengono tutti allo
stesso gruppo?
28. Analizzate i seguenti sostantivi: portafrutta, caffellatte, scena chiave, ferrovia. Appartengono tutti allo
stesso gruppo?
29. Che cosa si intende per italiano standard e neostandard?
30. Che cosa vuole dire “geosinonimi”? Date eventualmente qualche esempio.
31. Citate degli esempi per ognuno dei seguenti composti neoclassici, nei loro diversi significati: auto, tele,
foto, eco, euro, poli
32. Citate le quattro varietà di italiano regionale.
33. Confrontate le seguenti frasi – “Parlo italiano”, “Io parlo italiano”. “Parlo italiano io” e spiegatene le
differenze.
34. Cosa vuol dire che l’italiano è una lingua PRO-drop?
35. Date la definizione di “fonetica” e “fonologia”.
36. Date le definizioni di norma e uso.
37. Descrivete il sistema fonologico italiano.
38. Descrivete le tendenze dell’italiano contemporaneo basandovi sulle seguenti frasi: “Ce l’hai
l’ombrello?”, “È Carlo che mi ha chiamato”, “L’hai sentita l’ultima canzone di Giorgia?”, “Come mai
non ti sei ancora preparata?, “ Il giorno che ti ho visto”, “Credi a quello che racconta?, “Se mi
telefonavi, ti venivo a prendere”, “Ai nonni il regalo glielo compro io”.
39. Disegnate il triangolo vocalico, descrivetelo e date un esempio di parola per ogni vocale.
40. Elencate almeno cinque caratteristiche del tipo linguistico italiano.
41. L’italiano è una lingua analitica o sintetica? Date un esempio.
42. Nelle seguenti parole sottolineate i suffissi: insegnante, giornalista, pizzaiolo, cravattaro, birreria.
43. Nelle seguenti parole sottolineate i suffissi: presentatrice, stilista, teiera, segretario, italianità.
44. Qual è la differenza tra fono e fonema? Fate un esempio.
45. Qual è la differenza tra lingua e dialetto?
46. Quali concetti esprimono i prefissi? Citatene almeno tre e fate un esempio per ogni categoria.
47. Quando si dice che una parola è piana, tronca o sdrucciola? Fate un esempio per ogni categoria. (3 p.)
48. Quando una sillaba è aperta o chiusa?
49. Scrivete in alfabeto fonetico le seguenti parole: chimica, cinema, giro, ghiro.
50. Transalpino, postmoderno, coproduzione. Sottolineate i prefissi e precisate quali concetti esprimono.

12. BIBLIOGRAFIA

- Antonelli G., Comunque anche Leopardi diceva le parolacce, Milano, Mondadori, 2014
- Bastiaensen M. – Gola S., Sguardo sulla lingua e la letteratura italiana all’inizio del
terzo millennio, Firenze, Cesati, 2004
- Canepari L. – Giovanelli G., La buona pronuncia italiana del terzo millennio, Roma,
Aracne, 2012
- Cortellazzo M., Italiano d’oggi, Esedra editrice, 2000
- Coveri L.-Benucci A.-Diadori P., Le varietà dell’italiano, Bonacci 1998
- D’Achille P., L’italiano contemporaneo, Il Mulino, 2003
- Dardano M. – Trifone P., Grammatica italiana con nozioni di linguistica, Zanichelli,
2006
- De Benedetti Andrea, La situazione è grammatica. Perché facciamo errori. Perché è
normale farli. Torino, Einaudi, 2015.
- De Benedetti Andrea, Val più la pratica. Piccola grammatica immorale della lingua
italiana, Bari, Laterza, 2009
- Della Valle V. – Patota G., Piuttosto che. Le cose da non dire, gli errori da non fare,
Milano, Sperling & Kupfer, 2013
- De Mauro T., Linguistica elementare, Laterza, 2002
- De Mauro T., Storia linguistica dell’Italia repubblicana dal 1946 ai nostri giorni, Bari,
Laterza, 2014
- Lorenzetti L., L’italiano contemporaneo, Carocci, 2002
- Serianni L., Italiano. Grammatica, sintassi, dubbi. Milano, Garzanti, 2003
- Serianni L., Grammatica italiana. Italiano comune e lingua letteraria, Novara, De
Agostini, 2006
- Articles de journaux, revues, ... en format électronique et papier (disponibles sur
l’Université Virtuelle)
- La Lingua batte (émission radiophonique de Radio3 conduite par le linguiste G.
Antonelli)
- http://Multigram.ulb.ac.be