Sei sulla pagina 1di 32

IN SANGUINE AGNI

Elementi di teologia della devozione al Preziosissimo Sangue di Gesù

Vito Sibilio

"Ci hai redenti, o Signore, nel Tuo Sangue


e hai fatto di noi un Regno per il nostro Dio"

(Apocalisse)

Nella Sacra Scrittura leggiamo che la vita della carne è nel sangue e che senza spargimento
di sangue non vi è perdono. Da ciò il divieto per gli Ebrei di mangiare carne che non sia
dissanguata e la molteplicità dei sacrifici di animali prescritti dal Levitico. Il senso di queste
proibizioni era profetico. Il sangue antropologicamente è la vita; versarlo significa dare la
propria vita in modo doloroso. Non nel sangue risiede la vita però, ma nell'anima; non col
sangue di capri si espia la colpa, ma col Sangue di una Vittima pura e immacolata. Il
Redentore Gesù Cristo si fece carne, ossia uomo. Essendo Uomo, fu immacolato e puro;
essendo Dio, diede ad ogni Sua azione un valore infinito. Immolandosi, si caricò delle colpe
di tutti e a tutti comunicò i Suoi meriti, capovolgendo l'azione di Adamo, che ribellandosi
dilapidò i meriti e trasmise a tutti la colpa. Gesù dunque è il vero Agnello di Dio, il Servo –
in ebraico le parole agnello e servo sono la stessa – Che soffre per tutti. A Lui alludono in
profezia i sacrifici antichi. Lui è prefigurato nei doni del giusto Abele e lo stesso Abele
immolato lo rappresenta; Lui è adombrato nei sacrifici di Noè al termine del Diluvio; Lui è
significato nelle immolazioni di Abramo, Isacco e Giacobbe; è al Suo Sangue che si allude
nella circoncisione di ogni maschio, votato a Dio sin dalla nascita. E' sempre Cristo
immolato che si adombra in Giuseppe venduto dai fratelli, il cui sacrificio prepara la
salvezza degli stessi traditori. E' a Cristo che alludeva il rito dell'Agnello pasquale, maschio,
senza difetti, nato nel tempo, mangiato senza che nulla si sprechi, senza spezzarGli alcun
osso, con le erbe amare della virtù provata e gli azzimi dell'Eucarestia. E' in Gesù che i
sacrifici mosaici trovano senso: l'olocausto, in cui la vittima era tutta consumata; il sacrificio
per il peccato, che rimette la colpa; quello di riparazione, che rimette la pena; quello di
comunione, che riappacifica con Dio; l'oblazione, che significa la Sua offerta cruenta e
incruenta; la libagione, che rimanda allo spargimento del Sangue. E' in Cristo che si
ricapitolano i molteplici riti d'immolazione: i sacrifici templari di mattina e sera; quelli
speciali delle feste; quelli votivi; il rito del gran giorno dell'espiazione; le offerte per le
consacrazioni particolari. E' nella Passione che ogni dettaglio dei rituali arriva a
compimento, fino al più significativo: le sette aspersioni di sangue della vittima per il
peccato che il Sommo Sacerdote faceva innanzi al velo del Santo dei Santi quando
immolava per il perdono dei peccati propri e del popolo. Sette infatti sono le Effusioni del
Sangue di Gesù: nella Circoncisione, nella Agonia, nella Flagellazione, nella Coronazione
di Spine, nel Viaggio al Calvario, nella Crocifissione e Morte, nella Lanciata al Costato.
Sempre nel Sangue di Gesù trovano compimento le profezie del dolore del Messia Re e
Sacerdote, Figlio di Dio, secondo quanto scritto da Davide nei Salmi, come il XXII, o da
Isaia nei Canti del Servo del Signore o da Geremia nelle Lamentazioni. Ovunque nella
Scrittura si fa cenno al Sangue e al dolore che redimono, lì in figura vi è Cristo. E nel Nuovo
Testamento Gesù si presenta come il Redentore, Che versa il Sangue per la remissione dei
peccati; Che lo tramuta in bevanda che dà la vita assieme al Suo Corpo immolato che
diviene cibo; Che si offre quale Sacerdote senza macchia e quale Re, secondo un Sacerdozio
superiore all'aronitico, quello di Melchisedec, che dura in eterno. Nelle Lettere degli
Apostoli questo è ampiamente esemplificato e commentato. Lunghi inni sono sciolti in
onore di quel Sangue in cui Ebrei e Pagani sono riuniti, Cielo e Terra riconciliati, mentre la
Lettera agli Ebrei più di ogni altro testo mostra la funzione liturgica del Sacrificio di Gesù e
il Suo Sacerdozio. Infine nell'Apocalisse Giovanni contempla sul trono l'Agnello coperto di
Sangue circondato dagli Eletti.
Appare quindi chiaro che il sangue che gli Ebrei non devono versare era il segno di quel
Sangue che solo sarebbe stato versato, a dispetto della proibizione, dai peccatori, che da
esso avrebbero riavuto la vera vita, la Grazia, che richiamava l'anima all'esistenza
sovrannaturale. Se dunque il sangue è la vita e l'immolazione ne è lo spargimento, la
devozione al Sangue di Gesù è rivolta, nel suo oggetto formale, alla Sua Vita data per noi
interamente e tra i tormenti, da sempre e per sempre. L'oggetto materiale, ossia il Sangue
propriamente detto, diviene simbolo e compendio di questo dono, ed è adorabile di per se' in
quanto unito all'Umanità di Cristo, a sua volta vincolata alla Sua Divinità nell'Unica Ipostasi
del Verbo, Che appunto volle morire per noi. Tale Sangue, da cui viene la nostra salute, è
dunque Preziosissimo, perchè senza Esso non vi è perdono nè nulla di buono. Vediamone
dunque i fondamenti della devozione, parafrasando gli scritti dell'apostolo del Preziosissimo
Sangue, San Gaspare del Bufalo (1786-1837).

NATURA DELLA DEVOZIONE

La devozione al Preziosissimo Sangue è fondamentale perchè abbraccia tutte le altre,


essendo la base e il sostegno, se non l'essenza, della pietà cattolica. Il Sangue versato dal
Redentore è infatti il prezzo della nostra Salvezza e la ragione della nostra fiducia di poterci
salvare. Esso solo apre le porte della Misericordia, Esso solo è stabilito per la conciliazione.
Infatti è scritto: Giustificati nel Suo Sangue saremo per Esso salvi dall'ira. La devozione al
Prezioso Sangue è dunque strettamente legata alla soteriologia e all'esercizio delle virtù
teologali; è anche la motivazione del Sacerdozio, che deve applicare continuamente i meriti
di questo Sangue ai fedeli. Infatti in tutto il mondo Esso deve purificare i peccati; perciò chi
ne è devoto istantemente lo offre per sè e per gli altri. In tale offerta si compie ed è la
possibilità stessa della vittoria contro il nemico, come afferma l'Apocalisse: ipsi vicerunt
draconem propter Sanguinem Agni. Perciò tale devozione è legata sia allo sforzo morale che
a quello ascetico. L'offerta del Sangue è oggi ancora più necessaria, in quanto, se in passato
determinate devozioni sconfiggevano specifici mali che muovevano guerre ad un aspetto
della Fede in particolare, ai tempi odierni è la stessa Religione, di per sè, ad essere
combattuta; è il Crocifisso che è contestato in quanto Re e Salvatore; per cui è la Sua Gloria
che va riproposta. Ciò può avvenire se si insegna alle genti a quale prezzo esse sono state
riscattate. Tra quali tormenti. Del resto, se le varie devozioni hanno sempre avuto un
principio, questa esiste dall'inizio dei tempi, in quanto solo nel Sangue Adamo fu
giustificato, e per sempre durerà perchè solo in Esso tutti saranno salvati. Perciò diciamo
che Gesù e' l'Agnello immolato sin dalla fondazione del mondo. La devozione al Sangue è
dunque una vera apologetica dell'opera di Dio. E' altrettanto importante mostrare come tale
prezzo sia riofferto, ogni giorno, sull'altare. Così da far risultare la profonda connessione tra
la devozione al Prezioso Sangue e l'Eucarestia, anzi con tutti i Sacramenti, perchè solo Esso
si applica nei Sacramenti. Nel Battesimo Esso purga le anime; nella Confessione le monda;
nell'Estrema Unzione le conforta, nell'Eucarestia le nutre. Ed Esso solo è l'attestato
dell'amore di Dio per noi uomini. Immenso è infatti il desiderio di Gesù non solo di spargere
il Suo Sangue, ma di applicarne i meriti a noi tutti mediante i segni della salute, ed è
ingratitudine immensa non approfittare di tanto vantaggio spirituale, oltre che gigantesca
stoltezza. Anzi, il culto del Sangue è la scaturigine e il forziere della Sapienza e della
Santità, del conforto e della pace, della giustizia stessa, così che i redenti siano il Regno di
Dio, il luogo in cui risiede Cristo, le Sue membra, unite a Lui che è il vero Santuario dove
l'Altissimo abita, per cui, tramite Lui, Egli è in noi. Da ciò risalta il senso ecclesiologico e
cristologico della devozione al Sangue di Gesù.
Nella Sacra Scrittura l'importanza del Sangue come sigillo di salvezza è figurata nella
prescrizione data da Dio a Mosè, per cui gli Ebrei dovevano segnare gli stipiti e l'architrave
delle porte la sera in cui l'Angelo sterminatore avrebbe colpito tutti i primogeniti d'Egitto:
vedendolo infatti egli sarebbe passato oltre. Così è costretta la morte eterna a sfuggire
innanzi alle anime di coloro che sono stati riscattati da Cristo, battezzati, confermati e nutriti
nel e con il Sangue Suo. Perciò insegna San Bernardo di Chiaravalle: il Sangue di Cristo
grida come una tromba; mentre San Tommaso d'Aquino spiega: il Sangue di Cristo è la
chiave del Paradiso. Ciò esplica l'insegnamento di San Paolo: Pacificò col Sangue della
Sua Croce sia ciò che è sulla Terra che ciò che è in Cielo. Perciò particolarmente doloroso
per Gesù è vedere che i peccatori abusano del Suo Sangue, così che Egli, nel Suo trasporto
d'amore, s'interroga amaramente: Quale utilità nel Mio Sangue? Conseguenzialmente, chi
ha premura di tale dono, ne deve procurare il solenne culto di adorazione e di compenso, ne
deve predicare le glorie, ne deve mostrare l'intima connessione coll'essenza della Fede. Essa
si adombra infatti nei sacrifici dell'antica alleanza, nell'aspersione di sangue ai piedi del
Sinai come suggello del patto divino e nella frase biblica che insegna: Senza effusione di
Sangue non vi è perdono. In questo modo, se alcuni abusano del Sangue, altri cercano di
riparare i torti che Esso subisce.
E' sempre nel Prezioso Sangue che si trova la pace della Chiesa, come intuì Santa Caterina
da Siena, e se i popoli tornano nelle braccia della Misericordia e si mondano nel mistico
lavacro tutti i mali del mondo si risolvono. Anche per questo motivo è dunque necessario
che i Sacerdoti offrano il Calice della Salvezza nella Santa Messa. Inoltre, è nel Sangue che
si coltiva e si innaffia la terra inaridita delle anime, così ridotta dalle colpe, si appresta al
peccatore la strada per uscire dal mondo corrotto, si dà stimolo ed eccitamento al penitente e
alle anime ardenti di amore al naufragio nel mare dell'amor divino, così che esso così
trionfi. Ciò è adombrato nel passaggio del Mar Rosso da parte degli Ebrei che fuggivano
dalla schiavitù egiziana. Perciò è bene praticare la devozione al Sangue, nelle sue forme
private e pubbliche, liturgiche e devozionali, onde il passaggio Rubri Maris, che sempre si
ripete nella vita di ognuno, possa avvenire continuamente e con profitto. Questo profitto è
l'emendazione dalle colpe, che non può avvenire senza sforzo, il quale sarà vittorioso solo se
intinto in quel Sangue. Si comincia innanzitutto col patire con coraggio nella tentazione, si
prosegue a farlo con gioia d'amore, si giunge infine a trovare gloria nei patimenti per la
devozione, così che anche noi, come Cristo, resistiamo fino allo spargimento del nostro
sangue, sia pure in modo mistico e non solo e sempre materiale.
Chi nutre una devozione autentica per il Sangue di Gesù deve avere un rapporto personale
con Colui Che l'ha versato, deve vedere in quel Sangue la Vita personale spesa e immolata
per la sua redenzione. Non può non muoversi a tenerezza e commozione innanzi agli strazi
della Passione; non può non addolorarsi con Gesù dell'inutilità di tanti Suoi sacrifici; non
può non avere fiducia in Lui, Mediatore tra noi e il Padre. Metterà il Santissimo Sacramento
al centro della propria vita, del proprio cuore; vi troverà la mistica cella vinaria ove Gesù
rapisce e chiama a Sè i nostri affetti; vi scorgerà le delizie del Paradiso. Egli leggerà come in
un libro contemplando il Crocifisso. Umiltà, pazienza, carità sono le virtù che vi troverà, tra
le altre. Starà alla Sua ombra, di mistico albero di salute e di vita, raccogliendovi i frutti di
vita eterna. La Croce infatti è il vero Albero della Vita, il vero Albero della Scienza del Bene
e del Male, misticamente adombrati nei legni dell'Eden. Contemplando il Crocifisso, il
devoto del Sangue non vorrà più peccare.
Tale devozione si addice infatti ad ogni stato in cui un'anima può trovarsi. Se è in peccato,
l'anima trova in essa la ragione della speranza nella Misericordia, perchè Gesù è Avvocato,
Intercessore, Pastore che cerca la pecora smarrita. Perchè Gesù ci fa conoscere l'efficacia del
Suo Sangue nella Scrittura. Perchè se satana cerca di abbattere l'anima, Gesù la conforta,
mostrando il Sangue versato che non lascia dubbi che Lui sia sempre pronto a perdonare.
Se l'anima è in grazia, Gesù la conduce alle Sue Piaghe, perchè sia perseverante, onde non
Gliele riapra più. Applica i meriti del Sangue nei Sacramenti. Conduce l'anima a capire che
Egli avrebbe potuto redimere con una sola goccia di Sangue ma volle versarlo tutto. Per cui
ella è istradata nel portare la croce con amore; resiste all'urto satanico; inizia la via
illuminativa; spregia le vanità innanzi al Crocifisso. Una volta poi che l'anima entra nella
via illuminativa, considera che tutti sono salvati nella Fede, o in Cristo venuto o in Cristo
venturo; contempla le glorie della Fede nella propagazione del Vangelo; capisce che ha le
sue ricchezze solo in Cristo; vede che può ringraziarLo solo per il Suo Sangue, che può
impetrare solo in Esso; medita sulla bruttezza delle sue colpe, se ne duole e Gesù la
conforta.
Se l'anima è in stato di perfezione cerca di unirsi sempre più allo Sposo inchiodato sulla
Croce, che le dice: Amore langueo. Ella ama la perfezione, perchè solo Dio è felicità.
Medita la Passione, considera il Sangue sparso sino all'ultima goccia, langue d'amore e
benedice il Redentore, sa che nulla ci separerà dall'Amore di Gesù. L'anima perfetta studia
la perfezione, medita su Gesù mansueto e caritatevole come Agnello immolato. Pratica la
preghiera e si dà alla delicatezza di coscienza; purifica l'intenzione di operare, è esatta nella
pazienza; sa che questi meriti le vengono dall'applicazione dei meriti di Gesù; capisce che è
lavata dal Sangue nella Confessione; sale il monte della perfezione come Gesù salì al
Calvario; volentieri percorre tale strada nè si stanca nè abbandona la croce; ama l'orazione;
piange per chi non piange, prega per chi non prega; cerca Dio continuamente; sa che le
anime costano sangue a Gesù e a lei con Gesù; non più atterrisce innanzi al patire ma lo fa
con soavità e gaudio, perchè sa che il dolore è la scala del Cielo; non si abbatte per le
persecuzioni e le incomprensioni, le avversità e le prove; considera come Gesù guarisse e
sanasse e per tutta risposta fu inchiodato sulla Croce. Aspetta il conforto ultimo: stare alla
destra del Redentore, con la veste bianca, la palma nella mano, cantando la lode
dell'Agnello, nel giorno ultimo, quando verranno gli eletti, ossia coloro che passarono la
grande tribolazione e lavarono le vesti nel Sangue di Gesù.
Da questo Sangue viene dunque in noi la perfezione di carità. Per Esso amiamo Dio sopra
tutto e i fratelli per amor Suo, fino a come Egli li amò; anzi li perdoniamo e chiediamo loro
perdono. Perchè ai piedi della Croce s'impara ad amare. Nasce in noi per Esso una sincera
devozione alla Vergine Che, ai piedi della Croce, misticamente accolse nel Suo Cuore
addoloraro il Sangue versato dal Figlio, divenendo la Regina del Preziosissimo Sangue. Per
tale amore compatiamo il dolore della Madre, per esso non vogliamo più ferirLa
uccidendoLe il Figlio sotto gli occhi. Ed è dalla perfezione della carità che siamo uniti ai
fratelli, ai Santi, ai Defunti nella Comunione dei Santi. Per i nostri morti possiamo offrire il
Sangue del Sacrificio, continuando in dolce catena d'amore. E così, crescendo nella via
d'amore, sempre più i meriti crescono, applicandoci il Divin Sangue; in proporzione a ciò
cresce la gloria nostra in Cielo. Perciò, più si propaga questa devozione più si avvicinano le
maggiori benedizioni.
LA DEVOZIONE AL PREZIOSO SANGUE NEL SUO SVILUPPO STORICO

La devozione al Preziossimo Sangue è antica quanto la Chiesa. Al Sangue di Cristo si


mescolò quello dei martiri di ogni tempo, da Santo Stefano (†33) in poi. In Esso si è
compiuta ogni santificazione. San Pietro (2/4-67) mette in evidenza che il Sangue di Cristo è
Sangue divino, più prezioso di qualunque altra cosa, e che la Sua offerta è la più perfetta di
tutte. San Paolo (5/10-64/67) è il vero dottore del Sangue, perchè insegna che Dio ha
prestabilito Cristo come strumento di espiazione nel Suo Sangue, che il calice eucaristico è
calice del Sangue di Gesù, che la sua profanazione è profanazione del Sangue di Gesù, che
senza spargimento di sangue non vi è perdono, che entriamo nel santuario celeste per mezzo
del Sangue di Gesù, sacerdote senza macchia, che ci siamo accostati al Sangue del
Mediatore, più eloquente di quello di Abele, che in virtù di tale Sangue possiamo essere
perfetti in ogni bene.
San Longino (†71), guarito miracolosamente da una malattia agli occhi dal Sangue effuso
dal Costato di Cristo da Lui aperto con la lancia, sfuggendo alle prime persecuzioni, portò
con sè a Mantova una zolla di terra su cui si era sparso quel Sangue divino, più una spugna
che aveva dissetato il Redentore.
San Cipriano (210-258) addita nel Sangue di Cristo la medicina più salutare per la putrida
piaga della lussuria. San Tarcisio (†257) legò la sua drammatica fine di martire alla custodia
delle Sacre Specie.
Dopo l'Editto di Milano Sant'Elena (†329) e San Macario (300 ca.-390) rinvennero la Vera
Croce che è custodita ancora oggi nella Basilica del Santo Sepolcro edificata da Costantino I
il Grande (277-377). San Giovanni Crisostomo (344/354-407) ha parole di grande
eloquenza sulla bellezza che il Sangue di Gesù forma in noi. Sant'Agostino (354-430)
sottolinea che il matrimonio di Cristo con la Chiesa avviene dopo che Lui ha dato per essa
tutto il Suo Sangue, in quanto, Risorto, la unisce a Se'. Nelle sue meditazioni, l'Ipponense
contempla il Sangue e le Piaghe del Redentore onde trarne benefici spirituali.
San Giovanni Gualberto (995-1073), grazie al perdono concesso nel Crocifisso all'assassino
del fratello Ugo, s'innalzò alla santità e fondo' i Vallombrosiani.
Sant'Alberto Magno (1193-1280) fu uno dei massimi dottori della devozione al Sangue di
Gesù, del quale fu un innamorato e in cui onore compose ardenti preghiere e profonde
meditazioni. I mistici medievali devoti dell'Umanità di Cristo lo furono anche del Suo
Sangue (San Bernardo [1090-1153], San Bonaventura [1217/1221-1274], Santa Gertrude la
Grande [1256-1302]). Molto contribuirono alla devozione al Sangue i miracoli eucaristici,
come quello dell'Ostia spezzata che grondò Sangue il 25 aprile 1356 nella Chiesa di Santa
Caterina di Macerata, o quello ancora più antico dell'Ostia che lo sprizzò sulle pareti della
chiesa di Santa Maria in Vado in Ferrara del 1171. Santa Caterina da Siena (1347-1380) fu
la gran mistica, la dottoressa, la serafina del Sangue di Gesù, in cui scorgeva la
magnificenza dei doni divini, la loro larghezza e liberalità; in cui rinveniva misericordia,
clemenza, fuoco, pietà e giustizia. Ella volle curare le malattie del mondo – riconducibili
alla mancanza di amore – con l'applicazione di questo Sangue. Nei Suoi lunghi colloqui con
Gesù, nelle sue meditazioni, nelle sue lettere il tema del Sangue fu sempre presente. Ella
stessa morì invocando: "Sangue, Sangue, Sangue!"
San Francesco Saverio (1506-1552) fu missionario di infaticabile azione traendo forza dalla
devozione al Sangue di Gesù. Santa Maria Maddalena de'Pazzi (1566-1607) fissò lo sguardo
contemplativo sul Crocifisso Redentore e sul Suo amore insanguinato. Lo amò
ardentemente. Nel suo Diario vi sono accorati appelli ai peccatori, intense preghiere,
profonde meditazioni per, al e sul Sangue effuso dalle Piaghe del Redentore. Il venerabile
Bartolomeo da Saluzzo (1588-1617) compose la Novena del Sangue Sparso, per
intercessione della Vergine, ed insegnò che ogni grazia era ottenibile se richiesta per il
Sangue di Gesù.
Il servo di Dio Francesco Albertini (1770-1819) fondò la Confraternita del Preziosissimo
Sangue e compose la Coroncina in Suo onore. Fu confessore delle Paolotte, tra cui la
venerabile Agnese del Verbo Incarnato (1757-1810) zelava di amore per il Sangue di Gesù e
confermò l'Albertini nel proposito di diffondere la Coroncina.
San Gaspare del Bufalo fu il maggior devoto del Sangue di Gesù nella storia. Visse e operò
tra profonde difficoltà e sofferenze, subendo accuse e venendo ingiustamente sospettato per
la devozione che propagava. La sua missione era stata profetizzata dalla venerabile Agnese
del Verbo Incarnato. San Gaspare fondò la Congregazione dei Missionari del Preziosissimo
Sangue. Fu predicatore eloquente, missionario infaticabile, penitente pubblico, potente
taumaturgo, rinnovatore sociale e morale, confessore della Fede sotto le persecuzioni
napoleoniche. Contemplò la gloria del Sangue in una celebre visione dopo la Consacrazione
e la catena d'oro che dal cielo cingeva lui passando per il Calice. Guadagnò la protezione di
papa Pio VII (1800-1823). Morì consumato dallo zelo apostolico. Molti suoi figli spirituali
furono come lui apostoli del Sangue. Ricordiamo San Vincenzo Strambi (1745-1824), la
Beata Maria de Mattias (1805-1886), Giovanni Maria Mastai Ferretti poi Pio IX (1846-
1878), il venerabile Giovanni Merlini (1795-1873), successore di San Gaspare alla guida dei
Missionari, i servi di Dio Biagio Valentini, Vincenzo Tani, Enrico Rizzoli. In particolare la
Beata Maria fondò le Suore Adoratrici del Preziossimo Sangue e passò la vita a diffondere
questo culto. In questo periodo le forme classiche della devozione al Preziosissimo Sangue
si erano già definite: la festa, la Coroncina citata, la pia pratica del mese – prima di giugno
e poi, fino ad oggi, di luglio- l'ultimo venerdì mensile consacrato a tale culto, più le funzioni
pubbliche come quella tradizionale delle Sette Effusioni, oltre alle Litanie.
Il Beato Pio IX istituì la festa del Preziossimo Sangue per tutta la Chiesa (1849), su
suggerimento del ven. Giovanni Merlini che gli profetizzò che la Repubblica Romana
sarebbe caduta se lo avesse fatto e il conseguente rientro a Roma. La data fu spostata dalla
prima domenica di luglio al primo giorno di quel mese da San Pio X (1903-1914). Pio XI
(1922-1939) la elevò a rito doppio di prima classe nel XIX centenario della Redenzione, nel
1934. Il venerabile Paolo VI (1963-1878) l'ha unita alla solennità del Corpus Domini in
quella nuova del Corpo e Sangue di Cristo1.
Il Servo di Dio Guglielmo Massaia (1809-1889) fu missionario infaticabile sotto la spinta
della devozione al Sangue di Gesù. La venerabile Maria Rosa Carafa della Spina (1832-
1890) ricevette da Gesù l'insegnamento di offrire il Suo Sangue per le anime purganti. Santa
Gemma Galgani (1878-1903) fu una mistica innamorata del Sangue di Gesù, Che le
impresse le stigmate in segno di conformità a Lui. Santa Teresa di Lisieux (1873-1897) offrì
più volte il Sangue di Gesù per i peccatori.
Santa Teresa Benedetta della Croce (1891-1942) additò nel Sangue di Cristo la soluzione dei
mali che affligevano l'umanità devastata dal nazismo. Ella stessa versò il suo sangue per
Cristo due volte, perchè internata ad Auschwitz in quanto carmelitana e in quanto ebrea.
Oggi è venerata patrona d'Europa insieme alle altre due serafine della Passione, Santa
Brigida di Svezia e Santa Caterina da Siena.
Il venerabile Pio XII (1939-1958) scongiurò i popoli alla fraternità per il Sangue del
Redentore che ci ha resi fratelli, echeggiando il magistero di Benedetto XV (1914-1922).
Il Beato Giovanni XXIII (1958-1963) fu il Papa del Preziosissimo Sangue profetizzato da

1
Tuttavia sarebbe bene restituire alla memoria del Primo Luglio, che rimane per gli Istituti consacrati al Divin Sangue,
lo statuto liturgico a suo tempo conferitogli da Pio X, preparandosi a tale festa con la novena del Sangue Sparso.
San Gaspare. Esortò i fedeli alla devozione in oggetto; rivelò di recitare in luglio
quotidianamente le Litanie del Preziosissimo Sangue, si riservò la protettoria della
Congregazione dei Missionari del Preziosissimo Sangue, additò in San Gaspare, alla
chiusura del Sinodo Romano (1960) il più grande apostolo nel mondo di tale devozione. Il
24 gennaio 1960 approvò per la Chiesa Universale le Litanie citate. Il 12 ottobre dello stesso
anno aggiunse alla Preghiera in riparazione delle bestemmie l'invocazione "Benedetto il Suo
Preziosissimo Sangue". Il 30 giugno 1960 aveva promulgato la lettera apostolica Inde a
Primis, con cui approvava, esaltava e inculcava il culto del Sangue di Gesù, additando in
esso la fonte di tutti i beni e il rimedio di tutti i mali dell'umanità, unitamente a quelli per il
Sacro Cuore – di cui pure il Papa fu un campione – e per il Santo Nome di Gesù.
L'insegnamento di Giovanni XXIII è stato ripreso in varie circostanze dai successori Paolo
VI, il beato Giovanni Paolo II (1978-2005) e il regnante Benedetto XVI.
San Pio da Pietrelcina (1887-1968) fu talmente devoto del Sangue di Gesù e inserito nel
mistero della Redenzione grazie alle Stimmate da poter essere considerato un serafino del
Crocifisso.
Una menzione particolare meritano i martiri cristiani della modernità, il cui sangue si
mescolò a quello di Gesù per l'odio rivolto verso di Lui: le vittime del Terrore giacobino; i
perseguitati dalla massoneria nell'Ottocento; i martiri dei settant'anni del comunismo
sovietico; quelli della Guerra di Spagna, come il Crocifisso di Barbastro, martirizzato come
Gesù a diciotto anni pregando per i suoi carnefici, reo solo di essere seminarista; quelli delle
persecuzioni messicane, come Fiorentino Alvarez, quelli internati nei lager nazisti; quelli
morti nei Paesi comunisti dell'Est Europa; quelli seviziati nella Cina popolare, nella Cuba
castrista, nella Corea del Nord, in Vietnam; quelli immolati dal fanatismo islamico e indù,
ancora oggi; quelli sacrificati dagli oppressori dei poveri nell'America Latina; le vittime
delle discriminazioni nell'Occidente scristianizzato, vituperati per la Fede in Cristo e per il
rispetto della legge morale e naturale. Essi hanno lavato le loro stole nel Sangue di Gesù.

IL MISTERO DEL SANGUE DI CRISTO NELLE LITANIE AD ESSO DEDICATE

Al Cristo Che dà la Vita per noi la Chiesa si rivolge nelle Litanie che è bene recitare nei
giorni dedicati al culto del Sangue. Anzitutto si dice che Esso è dell'Unigenito dell'Eterno
Padre, perchè proprio appartenendo alla Persona divina del Figlio può essere salvifico ed è
prezioso. Poi lo si saluta come del Verbo di Dio incarnato, ricordando che solo per aver
assunto l'Umanità Gesù Cristo ha potuto versarlo per noi restaurando l'ordine cosmico
turbato dal peccato. In ragione di ciò si dice che Esso è della Nuova ed Eterna Alleanza,
perchè suggella un patto che non può essere sciolto nè può essere migliorato. Ne descrive
poi le dolorose Effusioni, dicendo che è scorrente a terra nell'Agonia, profuso nella
Flagellazione, stillante nella Coronazione di Spine, effuso sulla Croce; lo si può
contemplare come sparso nella Circoncisione e versato dal Costato, anche se mancano
invocazioni in tema. Le litanie passano poi a considerarne l'alta dignità e la nobile funzione
per noi, chiamandolo prezzo della nostra salvezza: Esso infatti dà compimento alle tariffe
votive del Levitico e mostra a quale dignità l'uomo, così ricomprato, è innalzato da Dio
dopo essersi volontariamente abbassato. Lo invocano, ricordando con timore e gratitudine
che senza di Esso non vi è perdono. Lo magnificano, mostrando come Esso sia bevanda e
lavacro delle anime nell'Eucarestia, e additandolo quale fiume di misericordia, ben grande
se versato per i carnefici. In effetti la misericordia ben si mostra, per cui il Sangue potrebbe
anche essere salutato come ciò che giustifica nel Battesimo, che attira lo Spirito nella
Cresima col Suo soave odore, che perdona nella Confessione, che purifica nell'Estrema
Unzione, che rimette le pene nelle Indulgenze. Lo esaltano, nei suoi benefici effetti:
vincitore dei demoni, che tengono schiavi gli uomini con la paura del dolore e che sono
schiacciati dall'obbedienza dell'Uomo Dio Che sale sulla Croce; fortezza dei martiri, che
muoiono per emularlo grazie alla grazia concessa loro per i suoi meriti; vigore dei
confessori, che sopportano per la Fede i tormenti in virtù dei medesimi motivi; che fa
germogliare i vergini, perchè dà senso a e rende possibile la castità per il Regno dei Cieli,
sposando le anime a Cristo e liberando dalla tirannia della concupiscenza; sostegno dei
vacillanti, perchè mantiene in mezzo alle tentazioni su impulso di Colui Che non
indietreggiò sulla via del Calvario e che rimase sul legno finchè tutto non fu compiuto;
sollievo dei sofferenti, perchè attutisce il dolore di chi si unisce a Colui Che tutto lo sopportò
a nostro vantaggio, caricandosi delle nostre stesse sofferenze, onde ne fossimo sollevati;
consolazione nel pianto, perchè da' un senso alla sopportazione delle asprezze, sia attraverso
il premio promesso che mediante la possibilità di offrirle per sè e gli altri nella carità, onde
nulla nella vita va sprecato; speranza dei morenti, che in Esso trovano la ragione
dell'estrema confidenza; pace e dolcezza dei cuori, perchè riconcilia il nostro amore con
quello di Dio e ci comunica le delizie di quest'Ultimo; pegno della vita eterna, perchè ci
assicura che arriveremo ad essa per la grandezza del suo dono; che libera le Anime del
Purgatorio, perchè esse, mondate nel Sangue alla colpa, nella Sua ulteriore applicazione
sono liberate anche dalle pene. Alla luce di ciò la Chiesa conclude esclamando ed invocando
di quel Sangue che Esso è degnissimo di ogni gloria e onore.

APPROFONDIMENTO: LA DEVOZIONE ALLA PASSIONE E MORTE DI GESU' E I


SUOI FRUTTI

Innumerevoli sono le forme devozionali legate alla Passione e Morte di Gesù, che ne isolano
alcuni aspetti, attraverso la celebrazione liturgica e la pietà popolare, spesso connessa a
immagini e statue sacre, in luoghi particolari, che siano quelli originali o quelli nati per
imitazione. Non c'interessa farne qui un censimento ma solo ricordare i benefici effetti che
vengono alle anime che in queste devozioni meditano la Passione di Gesù. Questi benefici
sono stati enumerati da Gesù stesso a un Servo di Dio, che così li trasmise al Venerabile
Giovanni Tauler (1300-1361), nel numero di nove:
1) L'anima viene purgata da tutti i suoi peccati e in virtù dei meriti della Passione riceve
tutto quanto perse per sua negligenza;
2) acquista una tale forza contro i suoi nemici che non possono riportare su di lei alcuna
vittoria;
3) prende lena e vigore per fare tutte le opere ed eccitarsi in diverse virtù;
4) per poco che si fermi col pensiero nella considerazione della Passione, viene sempre
rinnovata nella Grazia;
5) volentieri Gesù dimora con quelli che fanno devota memoria della Sua Passione;
6) le vengono rivelati da Gesù i segreti che il Padre Eterno Gli ha manifestato;
7) viene condotta alla perfezione prima della morte e dopo di essa ammessa nel numero
degli eletti;
8) non le viene rifiutato nulla da Gesù, di quanto domandi seriamente e
ragionevolmente;
9) sarà assistita da Gesù nell'ora della morte per essere difesa da tutti i suoi nemici e
sarà assicurata della sua eterna salute.
APPROFONDIMENTO: IL MISTERO DI GESU' SACERDOTE E VITTIMA

Nella devozione alla Passione e Morte, come in quella al Preziossimo Sangue, rifulge il
mistero d'amore di Cristo che si offre ed è offerto da Se' stesso. Le meravigliose Litanie di
Gesù Sacerdote e Vittima, recitate nella Chiesa di Cracovia alla vigilia delle ordinazioni
sacerdotali, sono un compendio di quanto si può contemplare di questo mistero ed aspettarsi
da esso come frutto spirituale. Se è vero che esso è formativo per i sacerdoti, che offrono e
si offrono come altri Cristi, è altrettanto vero che ben serve al compimento della vocazione
di ogni cristiano. Perciò lo appelliamo Sacerdote e Vittima, Sacerdote in eterno secondo
l’ordine di Melchisedech, Sacerdote mandato da Dio per annunziare ai poveri la buona
novella, Sacerdote che nell’ultima cena hai istituito il Sacrificio perenne, Sacerdote sempre
vivo per intercedere in nostro favore, Pontefice unto dal Padre in Spirito Santo e virtù,
Pontefice scelto fra gli uomini, Pontefice costituito per gli uomini, Pontefice della nostra
fede, Pontefice di maggior gloria davanti a Mosè, Pontefice del vero Tabernacolo,
Pontefice dei beni futuri, Pontefice santo, innocente e senza macchia, Pontefice fedele e
misericordioso, Pontefice acceso dallo zelo per Dio e per le anime, Pontefice perfetto in
eterno, Pontefice che hai penetrato il cielo con il tuo sangue, Pontefice che ci hai aperto
una nuova via, Pontefice che ci hai amato ed hai lavato i nostri peccati nel tuo sangue,
Pontefice che hai consegnato te stesso a Dio come offerta e vittima, Vittima per Dio e per
gli uomini, Vittima santa ed immacolata, Vittima benigna, Vittima pacifica, Vittima di
propiziazione e di lode, Vittima di riconciliazione e di pace, Vittima nella quale abbiamo
certezza ed accesso a Dio, Vittima vivente nei secoli dei secoli.
Gli chiediamo poi di essere propizio, di perdonarci e di esaudirci, concedendoci di essere
liberati dall’ingresso temerario nel clero, dal peccato di sacrilegio, dallo spirito
d’incontinenza, dal profitto disonesto, da ogni peccato di simonia, dall’amministrazione
infedele dei beni ecclesiastici, dall’amore del mondo e delle sue vanità, dalla celebrazione
indegna dei Tuoi santi Misteri.
Lo scongiuriamo per il Suo sacerdozio Eterno, per la Santa Unzione con la quale fu
costituito Sacerdote dal Padre, per il Suo Spirito Sacerdotale, per quel santo Ministero per
il quale glorificò il Padre Suo sulla terra, per la Sua cruenta immolazione fatta una volta
per tutte sulla croce, Per quel medesimo Sacrificio che quotidianamente si rinnova sugli
altari, Per quella Divina Potestà che esercita invisibilmente nei Suoi sacerdoti.
Gli chiediamo infine di conservare tutto l’ordine sacerdotale nella santa religione, di
provvedere il Suo Popolo di pastori secondo il Suo Cuore, di riempirli del Suo Spirito
Sacerdotale, perché le labbra dei sacerdoti custodiscano la scienza, di mandare operai
fedeli nella Sua messe, di moltiplicare i fedeli dispensatori dei Suoi Misteri, di donare loro
un perseverante servizio nella Sua volontà, di concedi loro la docilità nel ministero, la
solerzia nell’azione e la costanza nella preghiera, di promuovere per loro mezzo in ogni
luogo il culto del Santissimo Sacramento, di accogliere nella Sua gioia coloro che Lo hanno
servito fedelmente.
SACRATISSIMUM NOMEN
Elementi di teologia della devozione al Santissimo Nome di Gesù

Vito Sibilio

"Nel Nome di Gesù


ogni ginocchio
si pieghi in cielo
sulla terra e sottoterra."

(San Paolo)

La devozione al Nome di Gesù è, tra quelle classiche – che andiamo descrivendo – la più
antica. La ragione della sua esistenza sta nel significato che il nome ha nell'antropologia e
nella teologia biblica. Imporre il nome a qualcosa o a qualcuno significa esercitare la
signoria su di esso o su di lui. Ora, il Nome di Gesù è imposto da Maria e Giuseppe per
ordine e indicazione dello stesso da parte di Dio mediante una rivelazione angelica.
Conoscere il nome di qualcuno e pronunziarlo significa coglierne l'essenza personale, così
come rivelarlo significa condividerne il segreto. Ebbene, il Nome di Gesù ci è rivelato
perchè noi siamo consorti della Divina Natura innestati nel Suo Mistico Corpo, lo
conosciamo perchè conosciamo Colui Che lo porta, lo pronunziamo perchè siamo in
comunione con Lui. Il significato di un nome esprime, come ho detto, la realtà essenziale, il
senso della persona e della sua vita. Il Nome di Gesù, dall'ebraico Yehoshua, significa "Dio
salva". Ossia esprime pienamente la Sua missione di Redentore. A questo Nome è stato
aggiunto il termine Cristo, dal greco Christòs, traduzione dell'ebraico Mashia, che vuol dire
unto, consacrato, e che di solito si rende con il tecnicismo Messia. Perciò l'amabile Nome di
Gesù Cristo esprime ad un tempo la Sua Umanità – chè altrimenti non sarebbe imposto – e
la Sua Divinità, la conseguente unione delle due Nature nell'Ipostasi personale, la Sua
missione salvifica e redentrice. Non a caso San Pietro, a Gesù che lo interroga sulla Sua
identità, risponde dicendo: Tu sei il Cristo, il Figlio di Dio, aggiungendo un altro Nome,
quello che distingue la Seconda Persona dalle Altre Due, in seno alla Trinità. Questo Nome
tuttavia non ci sarebbe stato rivelato se la Seconda Ipostasi divina non si fosse incarnata e
quindi non avesse assunto il Nome di Gesù.
Essere dunque devoti del Nome di Gesù significa essere devoti alla Persona stessa del
Redentore, considerata nel suo dinamismo salvifico nei nostri confronti. Tale devozione è
strettamente legata alla valenza teologica del Nome divino nella Bibbia. Infatti nell'AT il
Nome di Dio, che ne esprime la Natura infinita, è conseguenzialmente ineffabile e
impronunciabile: ‫ ’אהיה אשר אהיה‬Ehjeh ‘Asher ‘Ehjeh, ̉Εγώ ειμί ̉ο ̃Ων; Ego sum Qui sum; Io
Sono Colui Che Sono . Tale Nome, nella scrittura meramente consonantica dell'ebraico, era
indicato con solo quattro lettere, il Sacro Tetragramma, che sono ‫ ’ אהיה‬, in caratteri greci
YHWH. Esso non veniva mai pronunziato, ma sostituito con Adonai, Kyrios, Dominus,
Signore, che infatti entra nelle versioni greca, aramaica, latina e in altre lingue del VT. Sotto
il Tetragramma erano segnate le vocali di Adonai, per ricordare quale era la parola con cui
sostituire il Nome Sacro. Risultava di fatto una abbreviazione del Nome Sacro, sia quello
autentico, le cui vocali non erano segnate, sia di quello surrogato, di cui invece erano
segnate le sole vocali. Con il NT, Dio si rivela come Redentore e, conseguenzialmente,
come multipersonale. In ragione di ciò, i Nomi che indicano le relazioni tra le Persone
divine sono pronunziabili: Padre, Figlio e Spirito Santo; il Nome che il Figlio assume
personalmente per incarnarsi e redimere è pronunziabile anch'Esso: Gesù, detto il Cristo. La
sacralità di questi Nomi è tuttavia analoga a quella del Nome del VT, per cui anche
graficamente si impose un sistema di abbreviazioni che ricordasse il loro statuto. Non
essendoci in greco la possibilità di omettere le vocali, invalse un altro uso. Ludwig Traube
(1861-1907) coniò il termine nomina sacra per indicare i termini divini abbreviati nel NT,
ne individuò quattro (Dio, Gesù, Cristo, Signore e Figlio) da abbreviare con la prima e
l’ultima lettera, e dieci (Spirito, Croce, Salvatore, Padre, David e Uomo in dipendenza da
“Figlio di”, Madre da cui dipenda “di Gesù” almeno in modo implicito, Cieli in dipendenza
da “Regno dei”, Israele e Gerusalemme) da abbreviare con le prime due più l’ultima lettera,
o con la prima più le ultime due. I primi quattro, universalmente abbreviati alla stessa
maniera, furono dei veri e propri Nomina Divina, come scrisse Schuyler Brown. Perciò
anche nella devozione successiva, pur essendosi persa la prassi dell'abbreviazione,
specialmente nella lingua latina e in quelle volgari, è stato possibile conservare gli usi
monogrammatici, specie per il Nome di Gesù. Per esempio nelle icone si è soliti indicare
Gesù Cristo con IS CHS, ΙΣ ΧΣ. Per cui la forma tipica del monogramma della devozione al
Nome di Gesù è, in caratteri latini, IHS.

NATURA E STORIA DELLA DEVOZIONE

Il Nome di Gesù dà aiuto nelle prove spirituali e in quelle corporali (cfr. Mc 16,17-18),
protegge da satana, ottiene tutto dal Padre (cfr. Gv 16,23); è per esso che gli Apostoli
compiono miracoli, predicano, compiono il loro ministero liturgico, sacramentale,
magisteriale e giurisdizionale. La Sua eccellenza soteriologica come anche il mistero
cristologico che sottende è espresso in Fil 2, 10, laddove l'umiliazione del Figlio Che,
incarnandosi, si sottopone a kenosis e quindi redime sulla Croce, viene compensata con un
innalzamento della Sua Natura Umana per cui il Suo Nome è superiore a qualsiasi altro, e in
Esso ogni ginocchio si piega in cielo, in terra e negli inferi.
L'eccellenza di questo Nome è da sempre attestata e riconosciuta. Costantino il Grande
(277-377) vinse Massenzio a Ponte Milvio (312) usando il Monogramma di Cristo, XP,
intrecciando le due lettere greche, per suggerimento celeste. Per esempio l'imperatore
Giustiniano I (527-565) legifera in Nome di Gesù nel suo Corpus Iuris. La Chiesa prega
sempre il Padre per il Nostro Signore Gesù Cristo Suo Figlio, Che è Dio e vive e regna con
Lui nell'unità dello Spirito Santo per tutti i secoli dei secoli. Tale formula è definitivamente
adottata dopo la controversia ariana e con la definizione del dogma trinitario. San Bernardo
di Chiaravalle (1090-1153),predica e medita sul mistero del Nome di Gesù. San Francesco
d'Assisi (1182-1226) lo ebbe in onore. Si riferisce di Indulgenze di Giovanni XXII (1316-
1334) e del Beato Urbano V (1362-1370) a chi aggiune "Gesù" nell'Ave Maria dopo le
parole "Benedetto il frutto del Tuo seno", non essendo ancora invalso universalmente tale
uso e non essendosi ancora composta la preghiera in modo definitivo. Il SS. Nome di Gesù
nel XIV secolo cominciò ad avere anche culto liturgico. Tale devozione era praticata in tutto
il Senese, pochi decenni prima dai Gesuati, congregazione religiosa fondata nel 1360 dal
senese beato Giovanni Colombini (1304-1367), dedita all’assistenza degli infermi e così
detti per il loro ripetere frequente del nome di Gesù.
Il grande apostolo della devozione al SS. Nome di Gesù fu San Bernardino da Siena (1380-
1444), aiutato dal suo discepolo San Giovanni da Capistrano (1386-1456). Egli usò il
Trigramma IHS, portandolo addirittura in processione, inculcando l'uso di esporlo nelle
chiese e nelle case, scrivendolo con un sole raggiante intorno. I dubbi sollevati da questa
devozione causarono il processo a Bernardino sotto Martino V (1417-1431) che si concluse
con la sua assoluzione, grazie all'impegno apologetico di San Giovanni da Capistrano. Non
solo Martino V, ma anche Eugenio IV (1431-1447) sostenne la predicazione di Bernardino e
la sua fede in una devozione che poteva essere il rimedio ai mali della Chiesa in quel tempo.
Il Trigramma- la cui processione indica la venerabilità dei segni grafici che rimandano al
Nome che esprime la Persona di Cristo, esattamente come avviene per le processioni con i
Vangeli nelle funzioni liturgiche, ostesi in quanto Parola di Dio non fatta libro ma ascoltata-
può essere sciolto in tre modi: Iesus Hominum Salvator, Iesum habemus socium, In hoc
salus. La prima versione è quella corretta, le altre sono accomodatizie. Leggendo poi il
Trigramma in modo barbarico, ossia mescolando lettere greche e latine, abbiamo le prime
tre lettere del Nome di Gesù in greco, con la traslitterazione della terza da sigma in esse.
beati Alberto da Sarteano (1385-1450) e Bernardino da Feltre (1439-1494) continuarono
l'apostolato di San Bernardino da Siena.

Ad ogni elemento del simbolo, Bernardino applicò un significato. Il sole centrale è Cristo che dà la vita e irradia la
Carità. I dodici raggi serpeggianti sono i dodici Apostoli; gli otto raggi diretti rappresentano le Beatitudini; la fascia che
circonda il sole rappresenta la felicità dei Beati che non ha termine, il celeste dello sfondo è la fede, l'oro rappesenta
l’amore. Bernardino allungò anche l’asta sinistra dell’H, tagliandola in alto per farne una croce, in alcuni casi la croce è
poggiata sulla linea mediana dell’H. Il significato mistico dei raggi serpeggianti era: rifugio dei penitenti; vessillo dei
combattenti; rimedio degli infermi; conforto dei sofferenti; onore dei credenti; gioia dei predicanti; merito degli
operanti; aiuto dei deficienti; sospiro dei meditanti;suffragio degli oranti; gusto dei contemplanti; gloria dei trionfanti.
Tutto il simbolo è circondato da una cerchia esterna con le parole in latino tratte dalla Lettera ai Filippesi di san Paolo:
“Nel Nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi ecc.

Il Trigramma bernardiniano ebbe un gran successo, diffondendosi in tutta Europa, e anche s.


Giovanna d’Arco (1412-1431) volle ricamarlo sul suo stendardo. Lei stessa morì invocando
il Santo Nome a gran voce tra le fiamme.
Nel 1530, papa Clemente VII (1523-1534) autorizzò l’Ordine Francescano a recitare
l’Ufficio del Santissimo Nome di Gesù.
Sant'Ignazio di Loyola (1491-1556) riprese il Monogramma come simbolo della sua
Compagnia di Gesù, sormontando l'H con una croce e circondandolo di tre chiodi. Il suo
Ordine si assunse l'onere di diffonderne la devozione. Sisto V (1585-1590) indulgenziò il
saluto "sia lodato Gesù Cristo"; il Servo di Dio Benedetto XIII (1724-1730) concesse
l'indulgenza a chi nomina Gesù con riverenza e in punto di morte addirittura la plenaria,
confermata da Clemente XIII (1758-1769).
San Pio X (1903-1914) prescrisse la sola pronunzia mentale come bastevole.
La celebrazione ormai presente in varie località, fu estesa a tutta la Chiesa da Innocenzo
XIII (1721-1724) nel 1721; il giorno di celebrazione variò tra le prime domeniche di
gennaio, per attestarsi al 2 gennaio fino agli anni Settanta del Novecento, quando fu
soppressa. Il Beato Giovanni Paolo II (1978-2005) ha ripristinato al 3 gennaio la memoria
facoltativa nel Calendario Romano, in attesa di una solennità che, a mio avviso, andrebbe
unita a quella della Madre di Dio, nell'Ottava di Natale, quando Gesù fu circonciso e Gli fu
imposto il Nome. E' buona prassi dedicare al Nome di Gesù il mese di gennaio, anche se
non è universale. Tra i moderni un gran devoto del Nome di Gesù fu San Pio da Pietrelcina
(1887-1968) che morì invocandolo.

IL MISTERO DEL NOME DI GESU' NELLE LITANIE AD ESSO DEDICATE

La Chiesa, invocando Gesù, quale Seconda Persona della Trinità e quale Dio Che salva, lo
saluta innanzitutto Figlio del Dio vivo, ossia attribuendogli il Nome che ha per le altre due
Persone divine, confessando la Sua Eterna Generazione dal Padre, in virtù della quale è a
Lui consostanziale e quindi partecipe di quella Natura divina che è la pienezza dell'Essere,
la Vita stessa. Conformemente alla Scrittura, che nella Lettera agli Ebrei attesta che il Figlio
è irradiazione della Luce del Padre e impronta della Sua Sostanza, la Chiesa invoca il Nome
di Gesù come il Nome di Colui Che è lo Splendore del Padre, visibile a Lui nella
Generazione Eterna e allo Spirito Santo che da Essi procede, e a noi mediante
l'Incarnazione, mediante cui nella Natura Umana avviene l'epifania stabile del Figlio e della
stessa Natura divina, come lo stesso Gesù insegna a Tommaso: Chi ha visto Me ha visto il
Padre. Memore della Trasfigurazione, in cui lo stato reale della Natura Umana del Verbo
Incarnato si mostrò agli Apostoli, stato glorioso, in cui il Volto di Gesù brillò come il sole e
le vesti divennero candide come la luce, la Chiesa Lo invoca come Candore dell'Eterna
Luce, quell'eterna luce inaccessibile in cui Egli abita con il Padre e con lo Spirito, il cielo
intellettuale che Dio creò all'inizio dei tempi e che è il luogo della Beatitudine, conforme
alla stessa Natura divina, che si può contemplare col Lume della Gloria. Riecheggiando il
Salmo che invita le porte antiche, quelle del Cielo, ad aprirsi per fare entrare il Re della
Gloria, Che è il Signore degli Eserciti, la Chiesa, che Lo confessa Incarnato, saluta Gesù
quale Re della Gloria, ossia Re immortale ed invincibile, Che ha riaperto le vie della
salvezza avendole per primo percorso, e Che tornerà alla fine dei tempi per giudicare vivi e
morti, sedendosi, come Egli stesso dice, sul trono della Sua Gloria. Tale Gloria è lo stesso
Cocchio divino contemplato da Ezechiele, la Sacra Quadriga, i cui destrieri sono le figure
simboliche degli stessi Evangelisti. E' la medesima Corte celeste vista da Giovanni
nell'Apocalisse. Secondo la testimonianza di San Zaccaria nel Benedictus, la Chiesa saluta
Gesù quale Sole di Giustizia, perchè Egli è il Sole che, pur sorgendo dal basso – ossia
nascendo e crescendo come Uomo – viene a visitarci dall'alto – perchè Dio- allo scopo di
rischiarare chi è nelle tenebre del peccato insegnando la verità e dirigere i passi di tutti sulla
via della pace con Dio nella virtù; perchè Egli è il Sole Che rischiara con la Giustizia non
solo perchè la insegna ma perchè la restituisce con la Redenzione. Gesù è inoltre chiamato
Figlio della Vergine Maria, perchè realmente e di Spirito Santo, senza concorso d'uomo,
Egli nacque da Lei secondo la Natura Umana. E' confessato amabile, perchè la Sua Natura
perfettissima di Dio è amabile di per Sè e perchè amabile è la Sua Umanità santissima, come
lo è la Sua Persona, Che si porge a noi con un'amore infinito ed eterno, creatore e
provvidente, redentivo e salvifico, giustificatore e riconciliatore, che suscita la nostra devota
risposta d'amore. E' chiamato ammirabile, per le Sue virtù in quanto Uomo e per le Sue
perfezioni in quanto Dio, per le Sue azioni personali quali la Creazione, la Redenzione, la
Santificazione. Lo contempliamo quale Dio forte, perchè Egli ha trionfato e trionferà di tutti
i Suoi nemici, affrontando con coraggio la battaglia della Croce, tornando vivo dalla morte e
preparandosi a mettere i Suoi nemici quale sgabello dei Suoi piedi. Lo invochiamo Padre
del secolo futuro, ossia artefice della nuova era, in cui non vi sarà nè lutto nè lamento. La
Chiesa lo chiama e lo invoca quale Angelo del Gran Consiglio, perchè Egli è il Messaggero
Che porta all'uomo il messaggio di salvezza che guida tutti i nostri passi. Lo saluta
potentissimo, perchè tutto si compie in Suo Nome, purchè fedelmente invocato, secondo il
beneplacito del Padre e del Figlio stesso nell'Unità dello Spirito. Lo acclama pazientissimo,
perchè sopportò le pene per noi senza ribellarsi e aspetta la nostra conversione. Lo invoca
umile e mite di cuore perchè Egli così si presentò in terra quando invitò ad imitarlo, avvolto
nella kenosi della Natura Umana e votato al sacrificio quale Agnello muto e silente. Lo
appella amante della castità, perchè il Cristo fu assolutamente immune da concupiscenze
nella Sua Natura Umana perfetta e fu Sposo solo della Chiesa, lasciandoci un esempio di
purezza da seguire. Lo reclama nostro amico, così come Egli fece intendere quando
nell'Ultima Cena disse: Non vi chiamo più servi, perchè un servo non sa cosa fa il suo
padrone, ma vi ho chiamati amici, indicando così di quale intimità deve sostanziarsi il
nostro rapporto con Lui. Ancora lo invoca Dio della pace, perchè in Lui sono riappacificate
tutte le cose, quelle del Cielo e quelle della Terra, e perchè Egli ci dà la pace, la Sua, non
come la dà il mondo, fugace, ma stabile e indistruttibile nei cuori. E noi, sempre con la
Chiesa, lo preghiamo quale autore della vita, perchè Egli, Verbo del Padre, ha in Se' la vita,
che comunica con la Creazione e la Redenzione. Lo riconosciamo modello di ogni virtù,
perchè in Lui vi è ogni perfezione, attesa di essere imitata da noi grazie all'efficacia della
Sua azione nella nostra anima. Lo acclamiamo pieno di zelo per le anime, considerando
tutto quello che ha fatto e fa per la nostra salvezza. Lo chiamiamo, quale Egli realmente è,
nostro Dio. Lo invochiamo nostro rifugio, perchè a Lui mite e umile siamo chiamati per
ristorarci, e a Lui si rivolgeva il salmista chiamandolo rupe roccia e baluardo, in cui confido.
Ancora lo appelliamo padre dei poveri, perchè Egli è provvido verso tutti, indigenti
nell'anima e nel corpo, a tutti provvede il necessario e a tutti concede il Suo soccorso, ai
poveri di spirito, che solo in Lui confidano, Egli dà il Suo Regno, che poi è Lui stesso,
Povero tra i poveri. Lo riconosciamo tesoro dei fedeli, perchè in Lui vi è ogni ricchezza e da
Lui attingiamo senza timore di esaurire la fonte dell'oro. Egli è per noi il buon pastore, che
dà la vita per le pecore, che si carica sulle spalle la pecora smarrita, che ci guida ai pascoli
eterni. Egli è la vera luce, perchè il Verbo ha in Se' la Vita e la Vita è la Luce degli uomini;
essa splende anche nelle tenebre, sebbene esse non l'abbiano accolta. Egli è l'Eterna
Sapienza, perchè è il Verbo mediante Cui il Padre ha fatto ogni cosa, è il Concetto che Egli
ha di Se' nella Sua intelligenza divina, consostanziale a Lui e coeterna alla Sua Persona,
Sapienza che ha abitato tra noi e si è manifestata nel Tempio tra i dottori. Egli è la Bontà
infinita, che ha creato, che conserva, che ha redento, che giustifica, che santifica, che regge
provvido e che corona gli eletti nell'eternità per amore, dando Se' stesso a prezzo del
Sangue, e in Lui la Paternità di Dio, il Suo Spirito, il Suo Corpo mistico e sacramentale, la
Sua Madre, la Sua Parola e ogni cosa che chiediamo nel Suo Nome. Egli è la nostra via e la
nostra vita, perchè disse di Se': Io sono la Via, la Verità e la Vita, nessuno viene al Padre se
non per mezzo di Me. E' la gioia degli Angeli, perchè, innalzato su tutti i Nove Cori, è
divenuto Mediatore di Gloria anche per essi, che quando Egli entrò nel mondo lo adorarono
tutti. E' il Re dei Patriarchi, perchè a Lui essi obbedivano e Lui aspettavano in profezia, in
quanto Egli di Se' disse: Prima che Abramo fosse, Io sono. E' il Maestro degli Apostoli, che
così Lo chiamarono e in Suo Nome fondarono la Chiesa di cui sono le colonne mentre Egli
ne è la testata d'angolo. E' il Dottore degli Evangelisti, perchè ad essi Egli insegnò cosa
dovevano scrivere del Lieto Annunzio che è Lui stesso. E' la fortezza dei Martiri, che solo in
Lui trovano la grazia di affrontare il supplizio nella loro inermità. E' la luce dei Confessori,
che a Lui guardano per attraversare la valle oscura della prova. E' la purità dei Vergini,
perchè Lui solo dona la purità di cuore, indispensabile per piacere a Dio. Infine, è la Corona
di tutti i Santi, perchè è il loro premio eterno e il Mediatore della Gloria che essi ricevono
nella visione beatifica.
Questo Gesù noi imploriamo di esserci propizio, perchè non è tenuto a farlo, perdonandoci,
esaudendoci e liberandoci dal male, dal Suo sdegno, dagli inganni del demonio, dallo spirito
impuro, dalla morte eterna e dal trascurare le Sue ispirazioni. Lo scongiuriamo per i misteri
della Sua esistenza personale: l'Incarnazione,. Nascita e Infanzia, la Sua Santissima Vita, le
Sue fatiche, i Suoi dolori, le Sue gioie, l'istituzione dell'Eucarestia, la Sua Agonia, Passione,
Croce e Abbandono, Morte e Sepoltura, la Sua Resurrezione e Ascensione, la Sua Gloria.
CHRISTUS REX
Elementi di teologia della devozione a Cristo Re

Vito Sibilio

"Tu lo dici. Io Sono Re."

(Nostro Signore Gesù Cristo a Ponzio Pilato)

Cristo è Re, lo attesta la Sacra Scrittura. Egli è il Messia, Figlio di David, erede del Regno.
Per cui i passi veterotestamentari di messianismo regale si riferiscono a Lui, sia nei testi
sapienziali che in quelli profetici, come anche le figure tipiche dei Libri Storici. Nel Nuovo
Testamento l'Arcangelo San Gabriele dice di Lui: Il Signore Dio Gli darà il trono di David
Suo padre e regnerà per sempre sulla Casa di Giacobbe e il Suo Regno non avrà fine. Santa
Elisabetta lo chiama Mio Signore, titolo regale, che è ripreso dagli Apostoli e dagli
Evangelisti, usato quando Gesù è ancora in questo mondo. A Lui si prostrano i Magi con un
rituale regale. Della Sua regalità davidica è geloso Erode I che cerca di ucciderlo. Spesso è
chiamato Figlio di Davide. Gli Apostoli, riconoscendolo Messia, lo confessano Re
(Natanaele dice: Tu sei il Cristo, tu sei il Re d'Israele). Il popolo lo saluta Re all'ingresso di
Gerusalemme. L'accusa politica del Sinedrio a Gesù è di essersi fatto Re – anche se Gesù
rifiutò sempre l'incoronazione. A Pilato che gli chiede: Tu sei il Re dei Giudei?, Gesù
risponde: Tu lo dici. Io Sono Re. E gli ha già descritto la natura del Suo Regno: Il Mio
Regno non è di questo mondo. Se il Mio regno fosse di questo mondo i Miei servitori
avrebbero combattuto perchè Io non fossi consegnato ai Giudei. Ma il Mio Regno non è di
quaggiù. Voleva dunque esprimere il concetto per cui, sebbene il Suo dominio sia anche
quaggiù, non segue le logiche mondane. E sulla Croce il Titulum è chiaro: Questi è Gesù, il
Re dei Giudei. La devozione a questo Re, Che a Sua volta è anche Regno del Padre, perchè
in Lui si compie perfettamente il divino volere e abita tutta la pienezza della Divinità, è
un'altra gemma del tesoro della preghiera della Chiesa.

NATURA E STORIA DELLA DEVOZIONE

Cristo è stato sempre riconosciuto Re. Egli lo è per tre ragioni. Anzitutto per diritto di
Creazione, perchè essendo Dio ci chiamò dal nulla all'esistenza e con onnipotenza d'amore
impresse nelle nostre anime la Sua immagine e somiglianza divina. A tale Regalità è dovuto
l'omaggio dell'amore che osserva il Duplice precetto della Carità come basamento della
perfezione cristiana. Poi è Re per diritto di Redenzione, perchè Uomo Dio con infinità di
dolore diede degna soddisfazione alla giustizia del Padre Suo a nostro nome, affrancandoci
dalla tirannia satanica. A questa Regalità si deve l'omaggio della riconoscenza e della
riparazione che sa soffrire abbracciando la croce con rassegnazione cristiana. Infine è Re per
diritto di Dominio universale, perchè siede alla Destra del Padre quale Sovrano e Giudice di
tutte le genti. A questa Regalità spetta l'omaggio di amore e sudditanza, per cui lavoriamo
per l'avvento del Suo Regno in terra così da conseguire l'eterna beatitudine. Infatti, sin da
ora tutto ciò che avviene nel cosmo o è voluto o è permesso da Cristo. Alla fine dei tempi,
entrando nell'eternità, tutto ciò che accadrà sarà solo voluto da Lui. Perciò Egli ora regna in
mezzo ai nemici, di cui si serve; allora regnerà avendoli schiacciati fino all'ultimo, compresa
la morte. Allora gli Eletti saranno con Lui il Cristo Totale e in Lui sarà il Regno del Padre.
Questa Regalità non è mai stata messa in discussione. Quando l'Impero Romano era pagano,
per confessarla i martiri davano la vita, riconoscendo Cristo quale unico vero Sovrano.
Quando si convertì, gli Imperatori cominciarono a regnare in Suo Nome, quali Suoi
rappresentanti. Così fecero tutti i Re cristiani. Così fece il Papa in quanto detentore dei due
poteri, lo spirituale e il temporale; perciò la Chiesa consacra i monarchi. Gli emblemi della
sovranità, come lo scettro e la corona e il globo, ma anche la tiara pontificia, sono
sormontati dalla Croce. Nella liturgia, dal I Concilio di Nicea (325), proprio per affermare la
Sua Regalità divina, ogni preghiera rivolta a Gesù si conclude con la formula: Tu Che vivi e
regni nei secoli dei secoli; mentre se è rivolta al Padre termina con l'espressione: Per il
N.S.Gesù Cristo Tuo Figlio Che è Dio e vive e regna con Te nell'unità dello Spirito Santo
per tutti i secoli dei secoli, oppure: Egli (Gesù) vive e regna nei secoli dei secoli.
Nell'iconografia la raffigurazione del Cristo Re avviene attraverso la forma solenne del
Pantokrator, ossia di Colui Che domina tutte le cose.
La sovranità di Cristo è stata messa in discussione con la teoria dell'origine contrattualista
dello Stato sostenuta da pensatori atei. Dalla Rivoluzione Francese in poi il laicismo è la
grande piaga della società moderna. Esso non solo constata che non vi sono più solo
cristiani nella società, ma addirittura teorizza che possa avere cittadinanza in essa e nello
Stato solo ciò che esplicitamente capovolge e nega i principi della Fede. I suoi seguaci sono
coloro che gridano a Pilato: Non vogliamo che Costui regni sopra di noi. Massoni,
giacobini, liberali, radicali, socialisti, comunisti, fascisti, nazisti, nazionalisti non cristiani,
agnostici, atei, omosessualisti, fondamentalisti religiosi non cristiani, militaristi che a vario
titolo sono scesi o scendono in politica osteggiano, contrastano, perseguitano la Chiesa e
scristianizzano sistematicamente la società. Nel bel mezzo della diabolica offensiva che
colpiva la Chiesa in Europa e in Messico, si collocò il pontificato di Pio XI (1922-1939) il
quale, con l'enciclica Quas Primas (1925) diede l'impulso al movimento moderno per la
Regalità di Cristo. Il Papa sottolineò, in questa magna charta della devozione, la natura
spirituale del Regno di Gesù. Egli infatti è superiore alle contingenze politiche, sociali,
economiche e culturali; Egli regna sulle anime che sono in coscienza tenute a seguirLo, per
il bene proprio e del mondo, sia terreno che ultraterreno. Ne evidenziò anche l'aspetto
universale, in quanto sono sudditi di Gesù anche quelli che non lo conoscono, i quali perciò
sono tenuti a seguire quantomeno la legge di natura rettamente intesa per compiere il Suo
volere, in attesa di conoscerLo. Bisogna dunque che i cristiani s'impegnino per testimoniare
il Cristo Re sia nelle loro società che dinanzi a chi non lo conosce ancora. In tale militanza
per il Regno di Cristo su tutte le genti si fonda la devozione concreta verso di Lui Re, che
avvenga con la preghiera, con l'azione o col sacrificio. Nell'enciclica Pio XI istituì
nell'ultima domenica di ottobre la solennità di Nostro Signore Gesù Cristo Re dell'Universo,
che con la riforma liturgica del ven. Paolo VI (1963-1978) chiude l'Anno liturgico
nell'ultima domenica del Tempo ordinario. Bene sarebbe prepararsi a tale solennità con una
pubblica Novena.
La testimonianza per Cristo Re è divenuta spesso martirio. Nel Messico oppresso dalla
congiura infame delle sinistre migliaia di fedeli, i Cristeros, furono massacrati in odio a
Gesù. Fiorentino Alvarez (1883-1927) morì tra le braccia della madre, percosso a sangue
con lei, gridando "Viva Gesù Cristo Re" in faccia ai suoi carnefici che volevano che gridasse
"abbasso". Cose analoghe avvennero nella Spagna della Guerra Civile (1936-1938), nella
Russia bolscevica (1917-1991), nei suoi disgraziati satelliti, nella Germania di Hitler (1933-
1945) e nell'Europa oppressa dal nazismo e dal fascismo. Don Giovanni Minzoni (1885-
1923), morto per mano dei fascisti, rappresenta la libertà dei cristiani oppressi dalla
statolatria, così come gli esuli Don Luigi Sturzo (1871-1959) e il Servo di Dio Alcide de
Gasperi (1881-1954). Il Servo di Dio Gino Pistoni (1924-1944) scrisse con il suo sangue sul
suo zaino: Offro la vita mia per l'Azione Cattolica. W Cristo Re!. Era un partigiano che spirò
durante uno scontro con le SS italiane nel 1944 a Ponte Herrera. I membri della Rosa Bianca
(1943-1944) si opposero a Hitler fino al martirio: erano Hans e Sophie Scholl, Christoph
Probst, Alexander Schmorell, Willi Graf, Kurt Huber. Poco più che ventenni tranne Huber,
furono ghigliottinati nel 1943. Karol Wojtyła (1920-2005), da sacerdote e vescovo, fu
l'anima di un movimento clandestino non violento di resistenza religiosa e culturale
all'atesimo bolscevico, operante in Polonia, Cecoslovacchia, Ungheria, DDR e URSS. Da
esso sfociò il sindacato di Solidarnosc che avviò l'emancipazione politica della Polonia
quando Wojtyła divenne Papa Giovanni Paolo II (1978). Avvengono ancora oggi nei Paesi
islamici, nell'India fondamentalista, nella Cina popolare, nei Paesi dove la legislazione è
laicista e opprime gli obiettori di coscienza all'aborto, all'eutanasia, al matrimonio
omosessuale – come in Canada – e addirittura vieta la libertà di educazione alle famiglie e
di predicazione alla Chiesa stessa su questi temi, indottrinando i giovani sin nelle scuole.
A questa colluvie va opposta la resistenza dello spirito. Essa dipende soprattutto dall'Opera
della Regalità di Cristo, fondata dal Servo di Dio padre Agostino Gemelli (1878-1959), alla
cui benemerita opera si deve anche la ripresa della filosofia scolastica dall'Università
Cattolica del Sacro Cuore.
SPONSUS ANIMARUM
Elementi di teologia eucaristica devozionale

Vito Sibilio

"Adoro Te devote, Latens Deitas"

Il Cristo presente realmente nell'Eucarestia è l'oggetto più nobile e più santo della nostra
devozione. Quanto segue puntualizza come va intesa questa Presenza e in quali forme
liturgiche si può e si deve ossequiarLa.

NATURA E STORIA DELLA TEOLOGIA EUCARISTICA


L’Eucarestia è il Sacramento che, sotto le apparenze del Pane e del Vino, contiene realmente
il Corpo, il Sangue, l’Anima e la Divinità di Nostro Signore Gesù Cristo, per il nutrimento
delle Anime. Quando Nostro Signore si avvicinava al Suo doloroso Sacrificio, da Lui
preordinato, in quanto Dio, e accettato, in quanto Uomo, per la Salvezza dell’umanità,
decise di istituire un segno salvifico che permettesse a quanto stava per accadere di essere
comunicato a tutti i suoi seguaci per tutti i secoli futuri, fino al Suo ritorno. Perciò, nella
notte dell’Ultima Cena, dopo aver celebrato il rito dell’Antica Alleanza, a cui Egli stesso
dopo qualche ora avrebbe dato compimento con la Sua immolazione – essendo Egli il solo
Agnello immolato dalla fondazione del mondo- Gesù Cristo prese il Pane, rese grazie, lo
spezzò, lo diede ai Suoi discepoli e a Sua Madre e disse: Prendete e mangiatene tutti, questo
è il Mio Corpo, offerto in Sacrificio per voi. Allo stesso modo, dopo la Cena, prese il Calice
e rese grazie, lo diede agli astanti e disse: Prendete e bevetene tutti; questo è il Calice del
Mio Sangue, della Nuova ed Eterna Alleanza, versato per voi e per tutti in remissione dei
Peccati. Fate questo in memoria di Me. Queste parole, che ancora oggi sono la forma del
Sacramento, compirono un grandissimo miracolo, secondo solo alla Resurrezione, agendo
sul pane e sul vino, che sono la materia del Sacramento stesso. Il loro significato è chiaro e
inconfondibile: Gesù trasformò il Pane nel Suo Corpo e il Vino nel Suo Sangue. Il Corpo
qui è semiticamente la stessa persona umana, in quanto nell’antropologia scritturistica
l’uomo non ha un corpo ma è il suo corpo. Perciò quando Cristo dice: Questo è il Mio
Corpo, intende dire: Questo è la Mia Persona, offerta in Sacrificio per voi. Ma, siccome la
Persona di Cristo è ad un tempo umana e divina, e l’offerta del Sacrificio è possibile nella
Natura Umana ma acquista valore per quella Divina, ecco che nel Pane vi è la stessa
Persona del Cristo con entrambe le Nature perfette. Non dice: Questo significa o
simboleggia o rappresenta il Mio Corpo – ossia la Mia Persona- ma è il Mio Corpo. Non è
un semplice pane che in un gioco di ruolo assume una nuova valenza per convenzione, ma è
il Corpo di Cristo che si cela in esso. In effetti, il Sacrificio di Cristo è il Cristo stesso
sacrificato, per cui la comunicazione a tale Sacrificio non può avvenire per i semplici effetti,
quasi fossero avulsi da chi li compie causalmente, ma solo attraverso l’unione con il
Sacrificato. Perché Cristo stesso è la Giustizia di Dio, il Principio attivo di Salvezza per
tutti, ovunque e sempre. Un analogo discorso si fa per il vino. Gesù dice: Questo è il calice
del Mio Sangue. Il sangue nell’antropologia biblica è la vita stessa della Persona. Infatti
Gesù dice che esso è per la Nuova ed Eterna Alleanza, versato per tutti in remissione dei
peccati. Per cui nel vino ora c’è la stessa Vita di Cristo, che è ad un tempo umana e divina,
la quale, offerta nell’Umanità, ha valore espiativo e redentivo per la sua Divinità. Il Divino
Redentore è come se dicesse dunque: Questa è la Mia Vita, data dolorosamente per voi e
per tutti in remissione dei peccati, per l’Alleanza Eterna e Nuova, tra Dio e l’umanità. In
questa offerta trovano infatti significato e vengono sostituiti tutti i sacrifici antichi in cui la
vita delle vittime era data per lavare le colpe di chi le offriva. Esse erano appunto figura
della Vita di Cristo, in quanto solo Lui è la Vittima Perfetta. In questo Sacramento dunque è
presente Cristo stesso, come Uomo e Dio, nelle Due Nature e nell’Unica Persona, non solo
nella staticità della Sua struttura, ma nella dinamicità storica del Suo Sacrificarsi, e quindi di
tutta la Sua esistenza storica e metastorica, che si compie e si dispiega dal Sacrificio stesso.
E’, nell’Eucarestia, innanzitutto presente il Cristo agonizzante, tradito, abbandonato,
processato, rinnegato, oltraggiato, flagellato, coronato di spine, condannato a morte, caricato
della Croce, crocifisso, agonizzante e morto sulla Croce, squarciato dalla lancia, deposto nel
Sepolcro, disceso agli inferi, risorto e asceso al Cielo. Ma, in vista di ciò, siccome tutta la
Vita di Cristo è immolazione, è anche presente il Cristo incarnato, nato e vissuto, sia nella
Sua esistenza nascosta che in quella pubblica. E infine è anche lo stesso Cristo che, in virtù
della Sua obbedienza perfetta, è assiso alla Destra del Padre, da lì regge il Cosmo quale
Mediatore e Pantocratore e che di là verrà a giudicare i vivi e i morti, per poi essere la
delizia eterna dei Salvati. Conseguenzialmente è anche il Cristo Capo della Chiesa, che è il
Suo Corpo o Persona Mistica; ed è, a maggior titolo, lo stesso Cristo Verbo e Figlio del
Padre, eternamente generato dallo stesso Padre e dal Quale, come dal Padre medesimo,
procede lo Spirito. Chiamiamo questa presenza unica, eccelsa, meravigliosa, inebriante del
Cristo nell’Eucarestia, in cui Egli è pienamente operativo e si relaziona ad ognuno e a tutti
in modo unico e irripetibile, Presenza Reale, cioè autentica, piena. Essa avviene per
cambiamento di sostanza del pane e del vino. Infatti in ogni ente distinguiamo,
metafisicamente, la sostanza e gli accidenti, ossia il modo di essere proprio e quindi
immutabile, per cui esso è e rimane sempre la medesima cosa, e i modi accessori e mutevoli
che si predicano dell’altro. La sostanza, che è appunto ciò che “sta-sotto”, la substantia
latina o hypostasis greca – detta anche ousìa- viene modificata e sostituita da un’altra. Essa
è la stessa Persona di Cristo. Tale processo è chiamato Transustanziazione. Il cambiamento
di sostanza e la conseguente presenza vera del Cristo così come Egli è e così come ha
operato per noi fa sì che l’Eucarestia sia l’attualizzazione, in un certo senso la replica
applicata, dell’unico Sacrificio del Calvario: l’Eucarestia è dunque il memoriale della
Salvezza operata da Gesù per noi.
Vanno fatte alcune puntualizzazioni sugli argomenti toccati. Solo Cristo ha istituito l’Eucarestia,
perché solo Lui ha imposto di celebrarla in Sua memoria. Anche i Riformatori del XVI lo
ammisero, pur negando la Presenza Reale e la Transustanziazione. Furono i Protestanti liberali a
dare la stura al movimento modernistico e neomodernistico, di stampo critico- razionalista, che
invece afferma, sotto diverse posizioni e sfumature, che ciò non è vero. Secondo tale
interpretazione, Gesù avrebbe solo voluto simboleggiare la Sua imminente fine in modo parabolico
ai Suoi Apostoli, spezzando il pane e versando il vino. In seguito, tale simbologia sarebbe stata
unita ai pasti sacri di matrice ebraica o pagana. Paolo avrebbe ordinato la celebrazione ai fedeli (1
Cor 11, 23-25) e Luca l’avrebbe recepita nel suo Vangelo. Matteo avrebbe esplicato la ragione di
tale celebrazione, legandola alla remissione dei peccati. Giovanni avrebbe aggiunto la promessa
dell’Eucaristia nei discorsi del cap. VI. Poi i Padri più rustici avrebbero interpretato alla lettera tale
capitolo (Ignazio, Ireneo, Giustino), affermando che l’Eucarestia conterrebbe il Corpo di Cristo,
mentre altri Padri più dotti (come gli Alessandrini) l’avrebbero intesa come tipo, figura e simbolo
del Corpo stesso del Redentore. Tutti avrebbero evidenziato che l’effetto starebbe più nell’atto di
mangiare che in ciò che è mangiato. Indi gli scolastici avrebbero applicato la dottrina aristotelica
delle quattro cause al Sacramento, così da vedervi un effetto indipendente dall’atto del mangiare,
ossia una presenza stabile di Cristo in esso. Per influsso del Papato, il Sacramento sarebbe stato
avvicinato ai sacrifici veterotestamentari, per cui esso sarebbe diventato quello che è considerato
adesso solo dopo la definizione del Concilio di Trento, che appunto ne fa un memoriale, secondo
uno schema teologico sviluppato dai teologi controriformisti della Compagnia di Gesù. In realtà,
così come il Concilio di Trento ha definito, il Sacramento dell’Eucarestia è stato istituito ed imposto
da Gesù. Tale insegnamento- ribadito da s. Pio X nella condanna del modernismo e, insieme a tutta
la dottrina eucaristica cattolica, dal Concilio Vaticano II, nonché dal ven. papa Paolo VI con l’enc.
Mysterium Fidei, dal b. papa Giovanni Paolo II con la lett. ap. Dominicae Cenae e l’enc. Ecclesia
de Eucharestia (2003) e dal Sinodo dei Vescovi del 2007 con la conseguente Esortazione apostolica
post-sinodale Sacramentum Charitatis di Benedetto XVI - è anche facilmente sostenibile contro le
obiezioni del razionalismo critico. Innanzitutto abbiamo la narrazione dell’istituzione nei Vangeli di
Matteo (26, 20-30), Marco (14, 17-26), Luca (22, 14-21), nonché in Paolo (1 Cor 11, 23-25); nel
Vangelo di Giovanni abbiamo invece i Discorsi con cui Gesù preannunziò l’istituzione del
Sacramento (6, 22-71). Tali testi sono databili rispettivamente al 40, al 50, al 60, al 57 e dopo il 70.
Ciò già ribalta la cronologia razionalista: la motivazione sacrificale dell’Eucarestia è anteriore di
vent’anni alla Prima Lettera ai Corinzi ed già presente nel Vangelo più antico. Inoltre tutte le
testimonianze hanno la medesima formula essenziale. Inoltre in essi Cristo non simboleggia solo la
Sua Morte, ma anche la partecipazione ad essa da parte dei discepoli, ordinando loro di mangiare
pane e vino. Tale gesto non avrebbe senso, se non fosse stato compiuto in vista di tale evento, né gli
Apostoli avrebbero potuto compierlo consapevolmente, senza la spiegazione da parte di Gesù. Per
cui appare logico che Egli aggiungesse di ripetere tale gesto in Sua memoria. Ciò inquadra
pienamente la celebrazione della Cena nel contesto della tradizione sacrificale ebraica e nel suo
filone incruento, presente anche a Qumran, della quale l’Eucarestia è l’originale ed autentica
versione cristiana.
In tale ottica, pane e vino non furono simboli sulla mensa di Cristo, ma realmente il Suo Corpo e il
Suo Sangue, perché questo volle trasmettere il Redentore. Lo attestano i toni realistici della Sua
consacrazione, che fanno riferimento alla effusione del Sangue e al Sacrificio per i discepoli.
Quando Paolo descrisse l’Eucarestia nella Prima Lettera ai Corinzi, non pose dunque un nuovo
obbligo, ma lo trovò già presente nella dottrina cattolica, limitandosi a ricordarlo ai destinatari, che
ben lo conoscevano ma lo praticavano male (1 Cor 11, 20-21. 23). Altrettanto infondata l’idea che
Marco non abbia conservato l’ordine di Cristo di mangiare il pane e bere il vino, ossia che
l’Eucarestia dovesse essere replicata: il fatto stesso che i discepoli ne mangiassero e ne bevessero
attesta che essa fu data loro come cibo e bevanda. La particolare struttura del Vangelo di Giovanni
infine giustifica che esso non parli dell’istituzione dell’Eucarestia, essendo l’autore interessato a
completare i sinottici, come dimostra l’ampia sezione di quei Discorsi detti appunto eucaristici che
hanno valore proprio in vista dell’Eucarestia, e che gli altri tre Vangeli non avevano tramandato.
Tali discorsi, stenografati forse dallo stesso Giovanni, rivelano lo stile tipico di Gesù nelle occasioni
più solenni e sono quindi una vera catechesi del Maestro sull’Eucarestia. Non è inoltre accettabile
l’idea che l’Eucarestia abbia un’origine negli ambienti cristiani primitivi, non solo alla luce di tali
dati, ma anche in considerazione del fatto che essa compare immediatamente nella liturgia primitiva
della Chiesa, sin dal 50 dalle fonti paoline; peraltro, appare incomprensibile che la prima
generazione cristiana alterasse la dottrina di Gesù mentre gli Apostoli erano finanche in vita!
Analogamente va scartata l’idea che l’Eucarestia sia il frutto dell’influsso delle cerimonie giudaiche
o dei riti pagani. Una cosa è la contestualizzazione culturale in seno al Giudaismo dell’Eucarestia,
un’altra immaginare che essa si sia sviluppata dai riti mosaici automaticamente, a dispetto della
volontà di Cristo, e peraltro con il significato unico di un rito che rende presenti il Corpo e il Sangue
del Redentore. Tale dottrina è irriducibile a qualsiasi teologia giudaica, sia templare che essenica. In
modo simile si può argomentare per l’influsso pagano, che anzi non è neanche utile per la
contestualizzazione culturale in quanto non è mai accaduto. Infatti i misteri eleusini o il culto di
Mitra, per citare i più gettonati in questa comparazione religiosa, non hanno alcuna presenza reale
dei propri dei al loro interno, né commemorano alcuna Passione di un Redentore, né hanno
alcunchè di storico – come invece ha l’Eucarestia che si rifà alla Passione sotto Ponzio Pilato – né
di redentivo dai peccati. Ancor meno accomuna l’Eucarestia alle Cene pagane, essendo queste
banchetti profani prive di qualunque carattere precettivo.
Cristo è realmente presente nell’Eucarestia. Tale verità è stata definita dal Concilio Romano del
1076 sotto san Gregorio VII, dal IV Concilio Lateranense (1214), dal Concilio di Costanza (1415-
1418), dal Concilio di Firenze, dal Concilio di Trento, e ribadita dal Concilio Vaticano II. Infatti
sino al IX sec. nessuno negò tale presenza in modo diretto, pur mancando nel primo millennio il
culto delle Specie eucaristiche fuori della Messa e limitandosi alla loro conservazione onorata. Fu
Scoto Eriugena (†876) a dubitarne per primo, venendo condannato dai Concili di Vercelli, Parigi e
Roma (1050) e da quello romano del 1059, tutti sotto papa san Leone IX (1049-1054). Altri eretici
che negarono la Presenza furono Pietro di Bruis (1126), John Wycliff (1312) e Jan Hus (1417),
condannati a Costanza; Lutero affermò che la Presenza Reale dura solo per il tempo della
celebrazione liturgica; Carlostadio e Zuingli ritennero che la presenza fosse simbolica; Calvino
affermò invece che la presenza era reale ma non sostanziale, ossia che veri erano gli effetti ma le
cause simboliche; gli Anglicani seguono tale posizione. Ma la dottrina cattolica è provata dalla
Scrittura. Cristo promise l’Eucarestia, sia in modo simbolico coi miracoli delle moltiplicazioni dei
pani e dei pesci e della trasformazione dell’acqua in vino, sia in modo esplicito nel Discorsi sul
pane di vita (Gv 6, 26-72). In esso parla di Se’ come pane di vita, pane di Dio che è sceso dal cielo e
dà la vita al mondo, cibo che rimane per la vita eterna; dice che tale pane è il Suo Corpo e che il Suo
Sangue è vera bevanda, per cui l’uno e l’altro vanno bevuto e mangiato per la vita eterna. Queste
parole vanno intese letteralmente (san Clemente di Alessandria, Origene, san Basilio, san Gregorio
di Nissa, san Cirillo di Alessandria, san Cirillo di Gerusalemme, il Concilio di Efeso, Teodoreto, san
Giovanni Crisostomo, sant'Epifanio, san Giovanni Damasceno, san Cipriano, sant'Ilario,
sant'Ambrogio, san Gerolamo, sant'Agostino e altri) o almeno in un senso che non esclude quello
letterale (san Clemente Alessandrino, Origene, sant'Agostino ecc.), per cui tale testo è una promessa
dell’Eucarestia. Esso è indubbiamente autentico in tutte le sue parti. E le sue parole suscitano
scandalo nell’uditorio perché esso le intende per quello che realmente significano: una promessa di
antropoteofagia fatta da Uno che dice di essere Dio e Uomo. Peraltro, il senso metaforico di
“mangiare la carne e bere il sangue” di qualcuno nel linguaggio biblico significa “calunniare,
denigrare, perseguitare”, per cui Cristo non poteva usare tali locuzioni se non in senso letterale.
Gesù inoltre istituì il Sacramento usando parole che appunto sono da intendersi come significanti la
Sua Presenza Reale in esso. Nei quattro brani biblici in cui è descritta l’istituzione dell’Eucarestia
già citati (Mt Mc Lc 1 Cor) le divergenze possono facilmente essere appianate. Mt e Mc omettono il
mandato di ripetizione (“fate questo in memoria di Me”) perché ovunque noto ed eseguito; in
quanto poi alle parole “questo è il Mio Corpo”, “questo è il Mio Sangue”, hanno un senso
chiaramente letterale, perché i dimostrativi sono chiaramente riferiti al pane e al vino e perché il
verbo essere qui non è simbolico in quanto il contesto non lo permette, perché mai pane e vino
furono simboli di corpo e sangue; ragion per cui Cristo, se avesse voluto simboleggiarli
semplicemente, avrebbe dovuto usare un altro verbo. Diversamente, Lui stesso avrebbe consegnato
ai discepoli una dottrina ambigua! Del resto, dicendo che l’Eucarestia è per la Nuova ed Eterna
Alleanza, il Cristo lega per forza di cose il Sangue versato da Lui a tale evento, in quanto solo con
spargimento di sangue c’è patto e perdono. Fu così che subito la Chiesa considerò l’Eucarestia
come il luogo della Presenza Reale del Redentore.
Analogamente la Tradizione patristica fornisce chiare indicazioni in merito. Sebbene manchino
trattazioni eucaristiche sistematiche nei primi secoli, sia per il riserbo sulla disciplina arcani, sia per
la mancanza di controversie in merito, sia per la cristologia in progressivo sviluppo, i Padri, con un
linguaggio spesso simbolico, proclamano la Presenza Reale di Cristo nel Sacramento: esso è Corpo
e Sangue di Cristo, Carne del Salvatore immolata per noi e risuscitata dal Padre, Corpo di Cristo
nato dalla Vergine Maria e crocifisso, Sangue di Cristo sgorgato dal Suo Costato (sant'Ignazio di
Antiochia, san Giovanni Crisostomo, sant'Ambrogio); esso non è pane comune né semplicemente
benedetto, ma Corpo e Sangue di Cristo (san Giustino, san Cirillo di Gerusalemme, sant'Ambrogio);
esso non è figura e segno del Corpo di Cristo, ma lo stesso Corpo di Cristo (san G.Crisostomo, san
Giovanni Damasceno, san Macario); esso è il pane trasformato nel Corpo di Cristo, il vino
trasmutato nel Suo Sangue (san Cirillo di Gerusalemme, san Cirillo di Alessandria, san Gregorio di
Nissa, san Giovanni Crisostomo, sant'Efrem, sant'Ambrogio, san Giovanni Damasceno, l’Anonimo
del De Sacramentis); esso è lo stesso Corpo di Cristo che siede alla destra del Padre (san Gregorio
di Nissa, san Cesario, san Crisostomo, sant'Efrem, san Cirillo di Alessandria, san Giovanni
Damasceno, san Leone Magno); esso è il Corpo di Cristo che realmente i fedeli assumono in se
stessi (san Gregorio di Nissa, sant'Ilario, san Cirillo di Alessandria, san Cirillo di Gerusalemme, san
Giovanni Crisostomo, sant'Efrem); esso è un mistero inaccessibile ai sensi, perché contiene Cristo
(Clemente Alessandrino, san Cirillo di Gerusalemme, sant'Ambrogio, sant'Agostino, san Giovanni
Crisostomo, sant'Efrem); esso è un miracolo simile alla Creazione e all’Incarnazione (san Giustino,
san Macario, san Gregorio di Nissa, san Cirillo di Gerusalemme, sant'Ambrogio, san Giovanni
Crisostomo, l’Anonimo del De Sacramentis, sant'Isidoro, san Giovanni Damasceno); esso è il
Corpo reale di Cristo, difeso dalle eresie dei Docetisti e degli Gnostici da sant'Ignazio e sant'Ireneo,
degli Ariani da sant'Ilario, dei Nestoriani da san Cirillo di Alessandra e san Xenaia di Mabbug, dei
Monofisiti da Anastasio il Sinaita e da Teodoreto di Ciro; esso è il compimento della manna, dei
pani della proposizione, dell’Agnello pasquale, dell’offerta di Melchisedek (san Gerolamo, san
Crisostomo, san Cirillo Alessandrino, sant'Agostino); esso moltiplica in Sé la presenza dell’Umanità
di Cristo (san Gregorio di Nissa), la mise nelle Sue stesse mani (sant'Efrem), è cibo incorporeo per i
corporei uomini (sant'Efrem), rende presente nelle nostre mani e nelle nostre chiese il Dio infinito
(san Crisostomo); esso ci unisce a Cristo realmente (san Crisostomo, san Cirillo Alessandrino),
trasforma il nostro corpo in quello di Cristo (san Gregorio di Nissa); esso merita l’adorazione
(sant'Ambrogio), va ricevuto con somma riverenza (san Cirillo Alessandrino), perché diversamente
è sacrilegio riceverlo in peccato, mentre ha massima efficacia quando è celebrato (san Crisostomo).
Questo florilegio patristico è assai eloquente e rende giustizia dei termini con cui l’Eucarestia è
indicata: Signum, Symbolum, Figura, Imago Corporis Christi o anche Signum tantum. Essa è la
vera immagine del Cristo.
Analogamente attestano la Presenza Reale tutte le antiche tradizioni liturgiche, in cui si prega Dio di
trasformare pane e vino nel Corpo e nel Sangue di Cristo. Le antiche raffigurazioni pittoriche
attestano la fede nella Presenza Reale. Lo stesso fanno le iscrizioni antiche come quella di Abercio
(II sec.).
Cristo si rende presente nell’Eucarestia per Transustanziazione. Il termine fu coniato da Ildeberto
(†1134). Esso indica la conversione sostanziale del pane e del vino nel Corpo e Sangue di Cristo,
rimanendo gli accidenti dei primi. Tutta la sostanza del pane e del vino passa in quella del Cristo.
Essa tuttavia preesiste a quella del pane e del vino che si trasformano. Tutta l’Umanità di Cristo è
presente nel Sacramento, perché tutta la Sua Persona lo è. Analogamente, lo è tutta la Divinità.
Nell’uno e nell’altro caso tuttavia né l’Umanità diventa onnipresente di per sé, né la Divinità perde
la Sua onnipresenza. La conversione sostanziale non modifica gli accidenti. Per cui essi sono il
termine comune o intermedio tra quello di partenza (pane e vino) a quello di arrivo (Cristo). La
conversione sostanziale è tuttavia totale e non formale (come insegnava Durando di San Porziano e
poi Cartesio), in quanto sotto gli accidenti del pane e del vino vi sono la forma e la materia
dell’Umanità di Cristo, oltre che la forma della Sua Divinità e la Sua unica Persona. In seguito alla
conversione sostanziale, tutta la sostanza precedente scompare, per cui non vi è coabitazione tra
Cristo e il pane e il vino, come invece insegnano Nestorio, Lutero e Wycliff (consustanziazione), né
nascondimento del Primo nei secondi (impanazione), asserito da Berengario, Ruperto e Giovanni di
Parigi. La Transustanziazione è stata negata da Calvino e dagli Anglicani. Errori sull’argomento
sono stati anche in Bayma e Rosmini, che hanno affermato che dopo la consacrazione il pane e il
vino esistono come l’accidente nella sostanza, pur mancando di sostanza. Essi furono condannati
dal b.Pio IX nel 1875. I molti errori dei contestatori del periodo successivo al Concilio Vaticano II,
che negarono la Presenza Reale e quindi la durata della Transustanziazione dopo la Messa, furono
condannati indirettamente dal Credo del Popolo di Dio di Paolo VI. Così anche le varie imprecisioni
terminologiche della nuova sacramentaria sono state stigmatizzate dal Catechismo della Chiesa
Cattolica che ha ripreso il lessico tradizionale. La prova della Transustanziazione si evince dalla
Scrittura, sebbene la parola non sia biblica. L’espressione “Questo è il Mio Corpo”, come quella
“Questo è il Mio Sangue” significa che quel pane e quel vino non sono più tali, e non che
convivono con il Cristo in una sola realtà; che non vi sono più colà ne’ la forma ne’ la materia del
pane e del vino. Tuttavia la conservazione dell’aspetto del pane e del vino nella Cena mostra che
solo la sostanza è cambiata, non gli accidenti. Il dogma della Transustanziazione fu definito dal
Concilio Laterano IV (1214) sotto Innocenzo III e precisato dal Concilio di Trento. I Concili
precedenti, di Vercelli e Roma, avevano parlato di una conversione che avveniva sostanzialmente.
Scegliendo tale termine, transubstantiatio, papa Innocenzo non volle abbracciare alcuna filosofia,
chè anzi nessun accidente potrebbe sussistere senza la sostanza sua propria, ma utilizzò il lessico
aristotelico piegandolo ad esigenze teologiche. In effetti, la sostanza eucaristica è la Sussistenza del
Verbo, con le sue due Sostanze unite ipostaticamente. Una simile concezione è inconcepibile per
qualunque metafisica, a cominciare da quella classico- medievale. E’ una creazione originale del
dogma cattolico.
La Tradizione patristica preparò questa definizione. I Padri dicono che il pane diviene, si trasforma,
muta, trasmuta, si trasforma nel Corpo di Cristo (sant'Efrem, sant'Atanasio, san Gregorio di Nissa,
Ambrogio, l’Anonimo del De Sacramentis, san Cirillo di Alessandria, san Giovanni Damasceno,
san Serapione); precisarono che il fedele mangia non solo l’Umanità ma anche la Divinità di Cristo
(san Cirillo di Alessandria); diedero chiare definizioni della conversione sostanziale (san Cirillo,
Fausto di Riez). Tali ricchezze passarono nella teologia scolastica (Pietro Lombardo, Aimone di
Halberstadt, Guitmondo di Aversa, Ildeberto di Lavardin, Pietro Comestore).
Essendo presente così com’è ora, il Cristo nell’Eucarestia ha il Suo Corpo glorioso, in cui pure
sussiste tutta la Sua storicità terrena. Gli accidenti o specie del pane e del vino rimangono, ma non
sono predicabili del Cristo in quanto soggetto. Esistono quindi, a dispetto della metafisica
aristotelica, senza essere attribuiti ad alcuna sostanza propria.
Il tema della Transustanziazione è ovviamente cruciale nel rapporto tra fede e cultura moderna.
Innanzitutto dagli anni sessanta del XX sec. esso è stato messo un poco in disparte per favorire
l’idea del Sacramento eucaristico come realtà dinamica, che si compie essenzialmente nella Messa e
non tanto nella semplice adorazione dell’Ostia. D’altro canto va ricordato anche che lo stesso
concetto di cambiamento di sostanza sembra difficile da comprendersi oggigiorno, né è facile
surrogarlo con un concetto liturgico piuttosto che filosofico. La scoperta della fisica subatomica
sembra smentire l’idea che il pane e il vino possano essere trasformati: diversamente, la loro stessa
struttura corpuscolare dovrebbe subire modifica, il che verosimilmente non accade. Anzi, è la stessa
idea di sostanza che oggi si comprende a fatica: una realtà ultima fissa e basilare, smentita
dall’oscillazione tra onda e corpuscolo che è alla base della stessa fisica essenziale. Da ciò una
fatica nell’espressione terminologica del dogma eucaristico. In realtà l’equivoco scaturisce dall’uso
del concetto cartesiano e tardoscolastico di sostanza a proposito del dogma e nel sentire comune,
mentre la dottrina eucaristica fu definita in età altoscolastica. Se per Cartesio la sostanza è
l’estensione di una cosa, per cui anche la sostanza aristotelica si identifica con una proprietà fisica,
anche se basilare, per san Tommaso d’Aquino essa è oltre la stessa estensione e la localizzazione
temporale, che sono tecnicamente degli accidenti. Ragion per cui tutto quanto in un ente si
configura in uno spazio o in un tempo, o meglio la sua stessa struttura spazio-temporale, afferisce
all’ambito fenomenico e accidentale, e non a quello sostanziale o – kantianamente – noumenico. In
ragione di ciò l’essenziale dell’ente è una realtà metafisica, che può mutare indipendentemente da
qualsiasi elemento esteso o temporale, compresi quelli chimici e fisici. Ed è questa che è oggetto di
transustanziazione: dal pane e vino al Cristo Dio.
Non meraviglia dunque, alla luce di questa straordinaria Presenza che la inabita, la
molteplicità e la mirabilità degli effetti dell’Eucarestia: essendo in essa Cristo stesso, ogni
bene morale, spirituale, sacramentale della Chiesa è ordinato ad essa e scaturisce da essa. A
quale meta terrestre e ad un tempo celeste potrebbero essere finalizzati gli altri Sacramenti
dell’iniziazione cristiana? E quale salute mirerebbero a restituire quelli della guarigione, se
non questa? A quale meta sono ordinati i Sacramenti sociali? Per cosa si è ordinati
sacerdoti? Da Chi i fedeli, laici religiosi ed ecclesiastici, traggono nutrimento e forza? Chi
ispira loro le opere buone? Quel Cristo Che già abbiamo con noi sulla Terra nel
Tabernacolo. Si compie la parola del Deuteronomio che dice: Quale popolo ha i suoi dei
vicini a sé come tu, Israele, hai il Signore tuo Dio? E veramente, fissando l’altare, possiamo
dire con la Scrittura: Il Signore è là. Egli, stando là, anticipa la nostra vita futura e sostanzia
di Sé la nostra gioia. Ciò che è conforme a questo Sacramento è regola di fede, mentre esso
stesso si conforma ad esso.
Comprendiamo anche qui la molteplicità dei nomi di questo Sacramento. Eucarestia, che
vuol dire azione di grazie, perché noi ringraziamo per ciò che ci è donato, offrendolo a
nostra volta, in quanto incapaci di donare qualcosa di analogo o anche semplicemente di
gradito a Dio. Cena del Signore, perché memoriale della sua Cena con gli Apostoli. Frazione
del Pane, perché Cristo lo transustanziò spezzandolo e perché noi, pur essendo tanti,
mangiamo un solo pane, in quanto siamo in realtà un solo corpo. Assemblea eucaristica,
perché il Sacramento è celebrato sempre nell’assemblea dei fedeli, almeno misticamente.
Memoriale, perché, come dicemmo, attualizza il ricordo e lo rende operante, mentre anticipa
il ritorno e lo prepara – e ci torneremo. Santo Sacrificio, perché ripetizione incruenta del
solo Sacrificio, definito anche di lode, spirituale, puro e santo, nonché della Messa. Santa
Messa appunto, perché l’offerta è inviata e accettata. Divina e Santa Liturgia, perché esso è
l’azione più alta di culto offerta al Padre da Cristo nello Spirito ed è officiato in Cielo e in
Terra simultaneamente. Santi Misteri, perché esso è la somma dei misteri del Cristo.
Santissimo Sacramento, perché in esso vi è Cristo stesso, anche al termine della funzione
sacra. Santa Comunione, perché ad esso ci uniamo e lo riceviamo in noi. Cose Sante o
Comunione dei Santi, perché sante per eccellenza e cementatrici dell’unione degli eletti in
Cristo, anche oltre questa vita. Pane degli Angeli, per la sua origine celeste, anche se agli
Angeli non è concesso cibarsene, godendo essi della visione beatifica. Pane del Cielo, per la
stessa ragione. Farmaco di immortalità, perché dà la vita eterna. Viatico, perché accompagna
sulla via della vita.

L'OFFERTA SACRIFICALE DELLA EUCARESTIA E LA MENSA DEL SIGNORE

Obbedendo al precetto del Signore, Fate questo in memoria di Me, la Chiesa celebra il
Memoriale della Sua Passione, Morte e Resurrezione, offrendo al Padre il Suo Figlio, reso
presente nel pane e nel vino dal Suo Spirito. E’ Questi lo stesso Figlio Suo già mandato da
Lui a salvarci. La Chiesa Lo offre al Padre, e in Lui a tutta la Trinità Santissima. Si noti
dunque il circuito trinitario dell’offerta del Memoriale: il Padre manda il Figlio tramite lo
Spirito, sia in ordine all’Incarnazione che alla Transustanziazione; il Figlio è offerto al Padre
nello Spirito sia nell’Immolazione che nel Memoriale; il Padre riceve l’offerta perfetta
dell’Uomo Cristo Che è anche Dio e comunica la sua valenza satisfattoria al Figlio Che
genera e allo Spirito Che emana da Sé e dal Figlio stesso. In ragione di ciò il Padre è
propizio al mondo, nel Figlio e tramite lo Spirito, per cui si replica e si prolunga il mistero
eucaristico come Memoriale del Calvario. E’ dunque il Memoriale che rende Reale la
Presenza nella Transustanziazione, che a sua volta è, come vedremo ora, Sacrificio.
Infatti perché la Chiesa offre Cristo? Lo offre perché Egli si è offerto per tutti, ovunque e
per sempre; offrendosi ha salvato il mondo ed è stato costituito Signore; in ragione di ciò ha
ricevuto dal Padre ogni potere, compreso quello di comunicarsi a noi e di rinnovare con noi
e per noi la Sua offerta. Tale potere rende appunto possibile questo Memoriale per cui è
sempre presente il Cristo immolato, perché nessuno mai e in nessun luogo sia escluso dai
benefici della Sua Redenzione. Noi dunque siamo uniti alla Sua offerta non perché
immoliamo nuovamente il Cristo o perché offriamo qualcosa di analogo a Lui – in quanto la
Sua offerta è unica e irripetibile nella Sua perfezione - ma perché, mediante la Parola da Lui
pronunziata, che i nostri Sacerdoti ripetono per Suo mandato, si rende nuovamente presente
ciò che Lui ha fatto per noi. E’ la logikè latreia di paolina memoria, un culto del Logos e nel
Logos e con il Logos, il Verbo – ossia la Parola – del Padre fatta Carne per immolarsi per
noi. La Vita – ossia sempre il Verbo – muore consapevolmente, trasformando la morte in
vita anch’essa.
Questo può avvenire nella Chiesa – e solo in essa - perché questa è la Persona mistica del
Cristo, mediante cui Egli opera. La Parola pronunziara dal Verbo, Che è a Sua volta
proferito dal Padre, diviene così la nostra non per analogia, ma per la nostra sussistenza in
relazione con il Cristo Totale. Cristo trasmette ai Suoi il potere del Memoriale rendendosi
presente in essi: nei semplici fedeli per unirsi all’azione – proprio mediante il Battesimo e la
Cresima - nei Vescovi e nei Presbiteri per officiarla - mediante l’Ordine. Per cui tutta la
Chiesa è presente realmente ad ogni Eucarestia ed è unita ad essa. E tale opera va dunque a
vantaggio di tutta la Chiesa in Colui Che la compie, che ne mette in circolo il frutto come il
sangue nelle membra. Tale opera è appunto la Liturgia, in cui Cristo è celebrante, offerente,
offerta e ricevente; Egli è autenticamente presente sia nel Sacerdote che nell’assemblea,
perché e in vista del fatto che Egli è realmente presente nei Doni, sia naturali che
transustanziati. Il Sacerdote offre in Persona Christi, al posto della Persona di Cristo;
l’assemblea si unisce cum Corpore Christi, col Corpo di Cristo di cui è parte; i Doni sono
offerti in Christo, cum Christo et per Christum, sia prima che dopo la Consacrazione. Non è
dunque un rituale ma un’azione pubblica del Cristo stesso, appunto una Liturgia, di portata
cosmica, ossia apportatrice di ordine e datrice di fondamento, indispensabile e fonte di
salvezza e vita. Essa riporta ordine nel mondo sconvolto dal Peccato e lo riconduce alla
piena apocatastasi che accadrà alla Fine dei Tempi, quando Dio tramite Cristo sarà tutto in
tutti.
In tale Liturgia del Cristo si ricapitolano tutte le cose, come dice l’Apostolo, e noi ne siamo
testimoni e fruitori: dall’Incarnazione alla Resurrezione, misticamente ed incruentemente il
Grande Mistero si rinnova. Più che dispiegarsi esso su di noi, siamo noi implicati in esso: le
pieghe dello spazio e del tempo si ricompongono nella loro unità fontale. Nel Gran Mistero
trovano compimento anche tutti i misteri dell’Alleanza Antica e i misteri subordinati, con i
meriti della Vergine e dei Santi che da esso scaturiscono e che gli sono congruenti (per cui
l’Eucarestia dà gloria agli Eletti e ristoro alle Anime del Purgatorio come suffragio), nonché
i nostri stessi meriti, suscitati da quelli di Cristo e uniti ai Suoi in una medesima offerta,
doverosa perché compiamo la nostra salvezza ma non autosufficiente, perché ogni bene è
ispirato, sostenuto e coronato dalla Grazia che viene dalla Redenzione e quindi è
comunicata proprio dall’Eucarestia (Sacrificio della Chiesa). Infine, in esso si anticipano gli
eventi futuri, o meglio in essi il futuro escatologico è già presente, nell’attesa kairologica
che aveva suscitato l’ammirazione anche di Martin Heidegger.
L’Eucarestia è quindi un Sacrificio unico e sempre nuovo, sempre rinnovato a vantaggio di
chi lo rioffre e per chi viene riofferto, mediante la Parola. Esso è sacrificio di
ringraziamento, da cui il nome Eucarestia, come dicevamo, secondo il racconto dei Vangeli,
in cui leggiamo che Egli prese il pane e rese grazie, come pure il calice del vino. Il sacrificio
di ringraziamento è per essere stati creati, per essere stati redenti, per essere stati giustificati,
predestinati, eletti, chiamati, glorificati; per essere stati perdonati e preservati dal male; per
essere oggetto di Provvidenza; è anche un ringraziamento che l’intero universo, ricapitolato
nell’uomo sia fisicamente che chimicamente e biologicamente, e che sempre nell’uomo è
dotato di razionalità ed è reso partecipe del potere sacrificale del Redentore, può avere un
ruolo nella liturgia cosmica e glorificare attivamente il Suo Creatore. Esso è sacrificio pieno
di espiazione e riparazione del Peccato, olocausto in cui la Vittima è completamente
distrutta in segno di piena obbedienza, oblazione di Corpo e libazione di Sangue. L’offerta
ripetuta secondo il comando di Cristo fa dunque sì che tale sacrificio sia replicato in tutti
questi significati, fondamentalmente interconnessi. Infatti Colui Che si immolò per tutti col
Suo Sangue vuole raggiungere ognuno con l’effetto di tale Sacrificio. Tale effetto riservato
ai singoli, ai gruppi, ai tempi e ai luoghi si chiama applicazione. Essa avviene sia per le
intenzioni generali della Preghiera di Cristo sia per le intenzioni particolari che mette il
celebrante e che mettono i singoli, a vantaggio di sé e degli assenti, anche non battezzati. Il
Sacrificio di Cristo dunque, nell’Eucarestia, edifica la Chiesa. Infatti, come il cibo
arricchisce il corpo, così l’Eucarestia accresce la Chiesa. Rende più perfettamente
incorporati ad essi coloro che la ricevono, completando l’introduzione agli Arcana Mysterii;
custodisce il Deposito della Fede; propizia e impetra per il Papa, i Vescovi, il Clero, il
Popolo; concede le grazie per l’evangelizzazione; suscita le vocazioni sacerdotali, religiose,
laicali e missionarie, santificandole; rende possibile la santità e la perfezione del culto
liturgico e sacramentale; concede la grazia per l’osservanza dei sacri canoni; costituisce
l’unità della Chiesa e richiama ad essa le Comunità dissidenti; sostiene e libera i fedeli
perseguitati; converte i peccatori; santifica e conferma i giusti; suscita la virtù e dissipa i
vizi; previene i peccati; promuove l’azione divina negli ambiti della vita umana
cristianamente orientata; suscita le opere di carità, giustizia, solidarietà e pace; sana i malati;
aiuta i bisognosi di ogni genere; libera le Anime del Purgatorio; onora i Santi e gli Angeli;
effonde lo Spirito dall’Umanità gloriosa del Cristo presente in Sé; serve per lodare, adorare,
ringraziare, propiziare, glorificare il Padre; implora il compimento del Regno e il Ritorno di
Cristo, con la Resurrezione dei Corpi e la Vita Eterna, facendo giustizia ai fedeli. In tal
modo il Sacerdozio di Cristo continua sino alla Fine del Mondo sebbene si offra sempre e
solo la stessa Vittima, con un solo e medesimo atto sacerdotale. Essa non si immola
nuovamente, ma si offre nuovamente e consapevolmente nell’ambito dell’unica sua azione
sacrificale, senza nuovo spargimento di Sangue.
In quanto Sacrificio, l’Eucarestia è anche Banchetto. La vittima immolata è sempre stata
consumata dall’offerente e dal sacerdote a nome di Dio, nell’Antica Alleanza. Anche nella
Nuova vi è reale mensa e condivisione tra Dio e l’uomo. Perciò l’Eucarestia è convito,
simposio, cena. In essa l’atto del mangiare sacramentalmente indica appunto la recezione
del merito del Sacrificio, dell’azione stessa del sacrificarsi da parte del Redentore, dello
stesso Redentore che Si sacrifica. Il Sacerdote mangia per sé e per la Chiesa, ma anche
perché il Sacrificio è gradito a Dio Padre. Il Cristo, Sacerdote, ha mangiato per il Suo Padre
e Dio, sulla Terra; ora il Sacerdote fa lo stesso in Suo Nome. I fedeli mangiano per sé e per
coloro per i quali pregano. E’ quella che chiamiamo Comunione, di cui ora diremo più
approfonditamente. E’ ovvio che l’Eucarestia è primariamente Sacrificio e non Banchetto, in
quanto in essa non si mangia un cibo qualsiasi, ma il Corpo offerto e il Sangue versato del
Verbo Incarnato; tuttavia, fissata questa gerarchia di causa ed effetto, entrambi gli aspetti
vanno tenuti per capire il mistero del Sacramento, sebbene la parte più ancestrale del
Sacrificio del Cristo, quella che fa di Lui un olocausto al Padre, non debba essere riservata
ad altri se non alla Prima Persona Divina, in quanto è purissimo atto di offerta, su cui si
edifica la valenza espiativa, riparativa e quindi di comunione del Sacrificio stesso: completa
obbedienza e soggezione in contrapposizione al peccato di Adamo e ai nostri peccati.
LA CELEBRAZIONE EUCARISTICA E LA COMUNIONE SACRAMENTALE
Dio disse: Ricordati di santificare le Feste. Si riferiva al Sabato e alle liturgie dell’Antica
Alleanza, figure di quella Liturgia eterna che è il Sacrificio del Calvario eternato
nell’Eucarestia. Instaurata la Nuova Economia, il precetto verte proprio sul nostro
Sacramento, atto essenziale e fontale del nuovo culto, da celebrarsi nel Settimo giorno
cristiano, quello della Resurrezione, la Domenica, che ha preso il posto del Sabato. In tale
giorno si celebra solo il culto e ogni lavoro, già interdetto nel Sabato, è vietato per
consacrare il tempo solo a Dio. Di sette giorni in sette giorni, ci si riallaccia così al Giorno
della Resurrezione, creando un eterno ciclo ebdomadario che si riunisce così alla Settimana
ebraica, in cui l’attuale Domenica era il primo giorno, in cui era iniziata la Creazione. Sia la
Creazione che la Redenzione sono quindi unite in un solo ciclo temporale e il primo giorno
è divenuto l’ottavo, in attesa della fine del tempo. Esso è anche il Terzo dopo la Morte, per
celebrare non solo la Morte ma anche la Resurrezione, che la rende efficace.
L’uomo ha bisogno della Grazia, le cui sorgenti Dio ha fissato nel Settimo Giorno. Da qui il
precetto positivo, perché l’uomo non tralasci questa sua assoluta necessità. La Chiesa
esplicita ulteriormente il precetto stabilendo che bisogna Partecipare alla Messa la
Domenica e le altre feste comandate; aggiunge, ai fini della comunione sacramentale, che
bisogna Comunicarsi almeno a Pasqua e, in vista di ciò, Confessarsi almeno una volta
all’anno. Naturalmente la liturgia, che copre ogni tempo, si celebra ogni giorno, almeno una
volta, in ogni luogo cristiano. Perciò è vivamente consigliabile che i fedeli vi partecipino
ogni volta che possono, anche quotidianamente.
Meravigliosi sono gli effetti della Santa Messa ben ascoltata per il singolo, alla quale quindi
conviene partecipare con le dovute dispozioni di riverenza, umiltà, contrizione, devozione,
purità e fede, speranza e carità. Il ricordo delle Sante Messe devotamente ascoltata costituirà
la maggiore consolazione sul punto di morte; ognuna di esse perorerà il nostro perdono
presso Dio; anzi in ciascuna diminuisce la pena temporale dovuta a noi per i peccati, in base
al nostro fervore. Assistendovi devotamente, rendiamo nella Messa all’Umanità di Cristo il
massimo onore e il Signore per essa compatisce le nostre negligenze ed omissioni,
perdonando inoltre i peccati veniali anche mai confessati di cui siamo pentiti. Viene
diminuito su di noi l’impero diabolico. Diamo il massimo suffragio ai Defunti, che nulla
soffrono nelle Messe offerte per loro. Guadagniamo di più, ascoltando una sola Messa, di
quanto faremo tramite tante Messe sentite da altri dopo la nostra morte per noi. Siamo
preservati da pericoli e disgrazie. Diminuiamo il nostro Purgatorio futuro. Aumentiamo il
grado della nostra gloria in Cielo. Veniamo benedetti nei nostri affari e interessi personali.
Tali sentenze sono confermate dal parere e dall’insegnamento unanime dei Santi. Ad
esempio, secondo San Bernardo, meritiamo più con una Messa ben ascoltata che con la
distribuzione di tutte le nostre sostanze ai poveri e col continuo peregrinare per il mondo;
per San Leonardo essa vale di più del digiuno di un anno a pane e acqua. A giudizio di San
Girolamo, il Signore ci accorda nella Messa tutto ciò che gli chiediamo e anche ciò che, pur
essendoci necessario, non abbiamo pensato o osato chiedere. La Santa Messa è l’unica che
lestamente apre i cancelli del Purgatorio (San Gregorio) ed è più accetta dei meriti di tutti gli
Angeli e Santi (San Lorenzo Giustiniani); essa ha tanto pregio, in un certo senso, quanto lo
ebbe la Morte di Cristo per le nostre anime (San Giovanni Crisostomo). Essa è medicina che
sana, olocausto che riscatta (San Cipriano). Perciò Sant’Agostino diceva che un Angelo
segna tutti i passi che noi facciamo per recarci in Chiesa per ascoltare la Messa, riservandoci
per essi Dio un premio in Cielo.
L’azione più santa, più meritoria e più salutare di un cristiano è la Santa Comunione al
Corpo del Signore. Per secoli la Comunione, presentata come atto tremendo perché unisce
l’uomo a Dio, è stata ricevuta raramente dai fedeli, spaventati dal timore del sacrilegio e
dell’indegnità. Si mise perciò in luce il potere sacramentale dell’Eucarestia in ragione della
semplice partecipazione al Sacrificio celebrato. Quando però il movimento eucaristico, sorto
alla fine del XIX sec. e culminato col papato di San Pio X (1903-1914), pose in evidenza le
ragioni di una frequenza assidua ai Sacri Misteri, allora, grazie al grande Pontefice, si
introdusse la Comunione frequente e addirittura ai bambini, da nove anni.
Nostro Signore, in Gv 6, 53, è lapidario: Se non mangiate la Carne del Figlio dell’Uomo e
non bevete il Suo Sangue, non avrete in voi la Vita. Ragion per cui è indispensabile fare la
Comunione, mangiare e bere il Corpo e il Sangue di Cristo. La prescrizione ecclesiastica
annuale è un minimo indispensabile, ma la calda esortazione del magistero ecclesiastico da
Pio XII ad oggi è per la Comunione almeno mensile; opportuno è che ad ogni celebrazione
di precetto il fedele si comunichi; auspicabile che lo faccia ad ogni Messa a cui partecipa;
desiderabile che si comunicasse quotidianamente.
Tre sono le condizioni per accostarsi all’Eucarestia:
1.essere in Grazia di Dio;
2.essere digiuni da un’ora;
3.sapere e pensare Chi si va a ricevere.
Essere in Grazia di Dio corrisponde a 1 Cor 11, 27-29. Chi mangia e beve il Corpo e il
Sangue di Cristo senza discernere, mangia e beve la sua condanna. Perciò chi è in peccato
mortale deve confessarsi per ottenere il perdono di Dio. Diversamente compirebbe il più
orrendo sacrilegio. Essere digiuni da un’ora è la sopravvivenza del digiuno eucaristico di un
giorno introdotto in seguito agli abusi che nell’antichità spinsero a separare la Cena del
Signore dai banchetti profani. Ridotto ad un’ora da Paolo VI, il digiuno non è rotto mai né
dall’acqua – anche se minerale preparata con polveri – né dai medicinali. Sapere e pensare
Chi si va a ricevere implica una preparazione remota e prossima e un ringraziamento al
Sacramento. In vista della Prima Comunione i bambini vengono preparati con una apposita
catechesi, che di solito nella Chiesa Occidentale è quella iniziale nella vita del cristiano,
essendo l’Eucarestia ricevuta antecedentemente alla Cresima. Si tratta quindi di una
preparazione intellettuale e morale. Ma anche prima di ogni Comunione il fedele deve
prepararsi a ricevere il Suo Signore, spiritualmente. La Messa stessa è di per sé tutta
preparazione alla Comunione. Ma è bene che ci sia una preparazione personale, basata sulla
preghiera. Essa deve implicare atti espliciti di adorazione, fede, speranza, carità verso Dio e
il prossimo col perdono delle offese, umiltà, contrizione e proponimento di non più peccare
e di penitenza, nonché di desiderio. A tali atti vanno unite esplicite suppliche al Padre e allo
Spirito Santo, nonché la richiesta di intercessione alla Vergine, ai Santi, agli Angeli e ai
Defunti. In seguito alla Comunione, tali atti sono da ripetersi, anzi ancor più doverosi,
almeno nell’arco del quarto d’ora in cui dura la Presenza Reale in noi. A quegli atti vanno
aggiunti, al posto di quello di desiderio, uno di offerta e uno di domanda. L’antica preghiera
Anima Christi è assai opportuna, con le sue invocazioni litaniche, come anche la Preghiera
al Crocifisso, ornata dall’Indulgenza plenaria per i confessati che pregano per il Papa. Gli
atti summenzionati, sia per la preparazione che per il ringraziamento, sono sostituibili con
altre preghiere tradizionali, tra le quali spicca il Santo Rosario o le Coroncine della Divina
Misericordia o delle Sante Piaghe, o altre preghiere rivolte al Cuore, al Sangue, al Nome,
alle Piaghe o all’Infanzia di Cristo. La pia credenza legata alla Corona Angelica fa sì che il
fedele che la recita per prepararsi possa accostarsi all’altare scortato da nove spiriti di
ciascuno dei rispettivi Cori. La devozione, espulsa da tempo dall’alveo liturgico, deve
ritornarvi perché solo in esso assume significato e valore.
I frutti standard della Comunione, ossia quelli che il Signore dona a chiunque, sono a dir
poco magnifici. Anzitutto essa accresce la nostra unione a Cristo, reale, ontologica, fisica e
metafisica. In tale unione il fervore individuale accresce la compenetrazione tra Creatore e
creatura, tra Redentore e redento, tra Signore e fedele, tra Capo e membro, in una misura
che non può essere calcolata e che solo Dio conosce. Infatti tra Cristo e chi Lo riceve deve
esserci un colloquio autentico, sincero, spontaneo e una fusione d’amore, senza remore,
nutrita di contemplazione, meditazione e preghiera. Inoltre la Comunione ci separa dal
peccato, perché la fiamma del Divino Incendio ci infervora maggiormente, l’acqua del Mare
Immenso ci purifica, la Perfezione ci innamora, sedando, diminuendo e sconfiggendo le
tentazioni del mondo, del nemico e della carne. Conseguenzialmente, donandosi a noi,
Cristo con la Sua santità fiammeggiante rimette i peccati veniali, nella colpa e nella pena.
Infine, essa preserva dalla ricaduta in quelli mortali, purchè l’uomo collabori, e in genere
fortifica la virtù, alle medesime condizioni. In particolare accresce e motiva nella carità
verso i poveri, che ne deriva come conseguenza doverosa. Globalmente intesa, la
Comunione ci unisce più saldamente alla Chiesa in quanto Corpo di Cristo, disteso tra più
dimensioni – celeste, terrestre, purgante – e a coloro per cui preghiamo. In ragione di ciò
essa è un mezzo non occasionale ma unico per la realizzazione dell’Unità dei Cristiani, che
contiene in Sé come un germe. Non a caso, in circostanze particolari, i cattolici possono
comunicarsi nelle Chiese orientali separate, perché esse, avendo conservato il sacerdozio,
hanno la vera Eucarestia – cosa invece scomparsa nelle Chiese protestanti. Addirittura i
fedeli non cattolici possono, in gravi circostanze, adire ai Sacramenti cristiani, ivi compresa
l’Eucarestia, su richiesta. A coronamento di ciò, diciamo che l’Eucarestia è il pegno della
gloria del Cielo, comunicata al fedele, che in essa già possiede sostanzialmente il Suo Dio (e
tramite Lui la Vergine e i Beati – in onore dei quali nulla di più può fare che comunicarsi)
oltre che la Sua Gloria invisibile. In virtù di ciò che si semina nella corruttibilità del corpo,
esso risorgerà glorioso. Perciò nell’Eucarestia si fonda il compimento del destino eterno
dell’anima e del corpo dell’uomo, si prepara la Resurrezione.
Nell’anima del singolo, ovviamente, gli effetti non possono essere ricondotti ad alcuno
schema. Basti dire che l’Eucarestia è la maggiore preghiera che l’uomo può elevare a Dio,
perché è in Cristo. Perciò l’uomo adora, loda, ringrazia, propizia e chiede in modo perfetto
in Lui, con Lui e per Lui, al Padre nello Spirito con tutta la Chiesa, Cristo Totale. La
Comunione è dunque sommamente connessa ad ogni forma di pietà, liturgica e
paraliturgica, sia verso il Cristo, sia verso il Padre, sia verso lo Spirito, che verso la Vergine
e i Santi; condizione indispensabile per ricevere le Indulgenze; suffragio sovraeminente;
legata alla promessa della Salvezza in forme cultuali particolari come i Primi Nove Venerdì
mensili del Sacro Cuore o i Primi Cinque Sabati della Vergine Maria, autenticate e predicate
dalla Chiesa. Essa è il fondamento della vita morale, il centro di quella spirituale, la
condizione di quella ascetica, il vertice di quella mistica, il senso di quella terrena, il motore
di quella sociale, il fulcro di quella di famiglia, l’ispiratrice di quella intellettuale. Lo
scambio personale, intimo, vero, sincero, tra il Creatore e la creatura, tra il Salvatore e il
salvato, non può essere quantificato e descritto. L’unione è piena, la volontà appagata,
l’intelligenza soddisfatta, il sentimento riempito, l’anima elevata, il corpo in pace quando
c’è la totale corrispondenza. Non solo nessuna grazia, ordinaria o straordinaria, in linea di
principio, viene negata, ma moltissime sono concesse spontaneamente. Cristo è nel fedele:
tutto può esserGli chiesto, confidato, detto, lamentato; Egli è presente più che come fratello,
padre, amico, sposo. E’ il momento più intimo, in cui l’amante e l’amato sono nella cella
vinaria, nell’amplesso spirituale; in cui il Re è sul trono. Egli effonde nell’anima la pienezza
dello Spirito dal Suo Corpo glorioso sacramentalmente presente. Abbandonarsi a questa
intimità confidente è lo scopo della vita sulla terra, il suo traguardo, il suo riposo, la meta e
il tormento. Specie nei momenti particolari della vita, come l’infanzia o la vecchiaia, la
gioia e il dolore, la malattia e l’agonia. In questo caso la Comunione è chiamata Viatico,
perché accompagna nell’ultima strada da percorrere.

IL CULTO DEL SANTISSIMO SACRAMENTO

Sin dall’inizio della Chiesa le Sacre Specie furono conservate per essere distribuite ai
malati. Ma solo a partire dal secondo millennio divennero oggetto di culto specifico, perché
contenenti il Cristo. Solo allora si esplicitò il significato liturgico della verità dogmatica
della trasformazione permanente, alla luce del dibattito teologico per la definizione della
modalità di tale trasformazione. In ragione di ciò, conservato nel tabernacolo, spesso in una
cappella con altare proprio, il Santissimo Sacramento è oggetto di un culto liturgico di
adorazione in forme non dinamiche, ossia non implicanti nessuna trasformazione
sacramentale, ma contemplative e meditative. Queste forme sono altamente santificatorie,
elevano la spiritualità, fortificano l’ascesi e la virtù, introducono nella vita mistica in una
forma inferiore solo alla Comunione eucaristica. Anche in queste forme l’uomo può sortire
effetti analoghi a quelli della Comunione, anche se con una minore efficacia (specie per chi
possa adire alla Comunione stessa), mediante atti interiori analoghi. Tutti dovrebbero
praticarle, come singoli e come categorie o gruppi, specie ecclesiali, a cominciare dal clero.
Le forme di questo culto sono dunque le seguenti, tutte ricche di significato e valore,
specificamente cattoliche.
Anzitutto l’Adorazione Eucaristica, con il Santissimo esposto nell’Ostensorio, mediante la
recita di preghiere particolari – l’Ufficio ordinario o del Santissimo, il Rosario mariano o
eucaristico ecc. – e culminante nella Benedizione tracciata a forma di Croce col Corpo
stesso di Cristo; in forme particolarmente solenni essa è accompagnata da processioni. La
più solenne di essa è l’unica prescritta dalla Chiesa, nella giornata del Corpus Domini, ossia
il giovedì dopo la solennità della SS. Trinità. Nel corso di tali adorazioni, in funzioni
particolari o luoghi speciali, il Signore spesso compie miracoli di guarigione fisica e morale,
nonché esorcismi. Il Primo Venerdì di ogni mese e l’Ultimo l’Adorazione è connessa
rispettivamente al culto del Sacro Cuore e del Preziosissimo Sangue, in funzione riparatrice
ed espiatrice. L’Adorazione Eucaristica è continuata nelle Sacre Quarant’Ore che si
celebrano nelle chiese parrocchiali nel Tempo Ordinario dopo Natale e legate alla
celebrazione della Messa; in alcune chiese è Perpetua, ossia non si interrompe mai. Quando
il Sacramento non è esposto, può essere adorato lo stesso nella forma dell’Ora Santa, fatta
da singoli o in gruppo; dinanzi al Sacramento si può anche sostare, magari a turno, recitando
le preghiere della Guardia d’Onore. L’ossequio più rapido e frequente è la Visita al
Santissimo Sacramento, proficuamente accompagnato da quella a Maria SS., Nostra Signora
del SS. Sacramento. Tali pratiche possono essere fatte anche in ispirito, se impossibilitati, o
se si vuole ripeterle spesso o ci si vuol rendere presenti in luoghi lontani o non è orario in
cui la chiesa è aperta. Analogamente si può ricevere la Comunione spirituale recitando con
fervore le apposite formule. Infine, da dopo la Messa In Coena Domini alla Celebrazione
dell’Adorazione della Croce, tra Giovedì e Venerdì Santo, si tiene quella forma particolare
di adorazione pubblica libera che sono le Visite al Santissimo nell’Altare della Reposizione,
in memoria della Passione e la Morte di Cristo.
Una menzione particolare meritano i Miracoli eucaristici. In essi, debitamente riconosciuti
dalla Chiesa, il Pane e il Vino transustanziati lasciano cadere il velo delle apparenze e
mostrano parti del Corpo e gocce del Sangue di Cristo. E’ come se in essi una parte del
dolore storico del Cristo si clonasse. Tali reliquie – le uniche del Cristo che abbiamo,
essendo ogni parte di Lui, compreso il Sangue versato, riunitosi al Corpo risorto e presenti
in Cielo – sono assai preziose: la prova provata della Transustanziazione e della Presenza
Reale. E tuttavia esse non sono reliquie come le altre, in quanto non sono autenticamente
parte del Corpo e del Sangue glorioso di Cristo che sono in Cielo: ne sono come un calco,
un’orma, un’istantanea nel mistero della Passione. Non sono un pezzo dell’Uomo Dio, ma
come una sua emanazione, che sussiste ora di per sé, degna di venerazione ma non di
adorazione come invece l’Ostia consacrata, che contiene sostanzialmente tutta la Persona
del Cristo. Alcuni di questi miracoli vertono invece sul movimento autonomo delle Sacre
Specie sotto gli occhi dei fedeli.
Nel culto eucaristico il Signore sacramentato ci appare così come è descritto nelle Litanie a
Lui dedicate. Egli è l’Ostia di Pace, ossia la vittima che ha riconciliato Cielo e Terra; è il
Prigioniero d’Amore, Che è nascosto nel pane e nel vino e chiuso nel tabernacolo e poi nel
cuore dei fedeli, magari indegni – in cui scende con ripugnanza, così come con ripugnanza
soffrì per loro nella Passione e nella Morte – solo per la carità che prova per tutti e ognuno
di noi; è il Sole della Chiesa, perché la illumina con la Sua Verità e le dà la Vita; è il Centro
dei nostri altari, perché scaturigine e fine del culto, ma a maggior ragione il Centro dei
nostri cuori, perché è il punto focale del nostro amore di persone verso Dio e i fratelli,
nonché verso di noi stessi. Egli è la Delizia delle Anime pure, a cui è concesso di vedere Dio
già da questo mondo, gustandone il sapore; è il Ristoro dei tribolati, perché chiama a Sé tutti
coloro che sono affaticati e oppressi; è la Medicina delle Anime peccatrici, perché ne sana le
ferite. Egli è la Fonte della Vita, perché ne è il Creatore e il Restauratore come Redentore;
essa infatti zampilla sempre da Lui per l’eternità. Egli è il Consolatore dei Cuori, perché ha
promesso che lo sarebbe stato con chiunque fosse stato affaticato e oppresso. Egli è il Pane
degli Angeli, che nutre questi spiriti non sostanzialmente ma per la gloria con cui li irradia;
perché da essi è continuamente adorato nelle nostre Messe e nei nostri altari; perché solo ad
essi può appartenere quando ne consideriamo la provenienza e perché da essi spesso è
portato alle anime elette. E’ quindi il Cibo soave delle Anime, di meraviglioso gusto,
sublime effetto, dolcezza inesprimibile, maggiore della manna. E’ il Cibo dei forti, perché
chi se ne nutre combatte e vince la Buona Battaglia. E’ il Sacro Convito, la Cena imbandita
sul Monte Sacro con cibi succulenti e vini raffinati. Ancora, rincarando la dose, è lo Sposo
delle Anime, perché in questo cibarsi sacramentale del Corpo di Cristo avviene anche
un’Unione sponsale mistica ma reale, ben descritta nel Cantico dei Cantici. E’ il Nostro
Pane quotidiano, quello che nutre per l’eternità, chiesto e ottenuto nel Padre Nostro, e di cui
possiamo mangiare ogni giorno. Questo Sacramento è il Nostro Aiuto e Fortezza, la roccia e
il baluardo inespugnabile, in ogni difficoltà. In esso Cristo è Modello di Virtù, perché tutte
sono rappresentate nel Sacramento, dalla carità all’umiltà, dalla sapienza alla pazienza, fino
alle più minute, esercitate nello starci accanto. E’ la Fonte della Grazia, perché chi crede in
Cristo è giustificato, attraverso la fede, che con sublime grandezza ci eleva a riconoscerne le
fattezze sotto le Sacre Specie. E’ il Cuore che palpita notte e giorno per noi, ossia l’Amore
personale di Cristo verso di noi nella sua forma e nella sua azione più piena, che raggiunge
ognuno sempre e ovunque. E’ il Sacramento dell’Amore, come il Battesimo è della Fede,
perché è prodotto e produce l’amore. Gesù in esso è la Gioia dei Fanciulli, perché se non si
è come bambini non si entra nel Regno dei Cieli; è l’Arma dei Giovani, che con Lui
combattono le pulsioni che cominciano ad agitarli e le forze che li assediano; è il Sostegno
dei Vecchi, che si avviano all’ultimo lido; è il Conforto dei Morenti, che solo in Lui trovano
sostegno per attraversare il gran guado; è il Pegno della Gloria futura. A Lui possono
elevare un pieno desiderio solo coloro che hanno un cuore indiviso, perché è il Sospiro dei
Vergini; è la Difesa dei Calunniati, perché conosce ogni verità ed è Giudice dei Vivi e dei
Morti; è la Costanza dei Martiri, che solo in Lui possono trovare la forza per la grande
testimonianza che li fa simili al Maestro. Questo Sacramento è il Paradiso della Chiesa, che
già in Lui, il Cristo Capo, è glorificata, anzi è deliziata, perché è il Pegno inesauribile di un
Amore infinito che sarà per l’eternità. E’ il Verbo fatto Carne, il Logos incarnato, la
Massima espressione dell’Intelligenza Divina che si avvicina a noi, sempre e comunque,
superando e sconvolgendo ogni modo umano di ragionare. E’ l’Anima di Cristo, che ci
santifica; il Corpo, che ci salva; il Sangue, che ci inebria; la Divinità, che ci ha creati. E’ il
Cristo, il Nostro Dio e Signore, che per noi è diventato impotente: infatti nemmeno Lui, che
tutto può, potrebbe amare di più. Ma amando infinitamente, ha mostrato tutta la sua
immensa potenza, che abbatte ogni barriera.

Potrebbero piacerti anche