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CAPITOLO VI

REMISSIO PECCATORUM 

Elementi di teologia penitenziale


“Ricevete lo Spirito Santo. 
A chi rimetterete i peccati 
saranno rimessi, 
a chi non li rimetterete, 
resteranno non rimessi.”
Nostro Signore Gesù Cristo agli Apostoli
“Padre, perdona loro, 
perché non sanno 
quello che fanno”.
Nostro Signore Gesù Cristo per i suoi carnefici

La Remissione dei Peccati è un articolo di fede, che noi confessiamo nel Credo. Nel
Simbolo degli Apostoli è citata soltanto con questa espressione; nel Credo Niceno-
Costantinopolitano invece si recita: Professo un solo Battesimo per la Remissione dei
Peccati. Cosa sia la Remissione dei Peccati è presto detto: è il processo mediante cui
avviene la Giustificazione, ossia l’atto della nostra Redenzione – su cui ci soffermammo in
un capitolo de Il Dogma Cattolico (1)- e i modi con cui ci viene applicato attraverso
l’economia sacramentale. Di questa economia stiamo appunto parlando, per cui in effetti
attraverso il Sacramento del Battesimo noi riceviamo la Remissione dei Peccati, sia perché
chi lo riceve in età adulta è completamente purificato in ordine alla colpa e alla pena dei
delitti commessi, sia perché, ancora più radicalmente, egli è purificato definitivamente dal
Peccato originale, che è il fomite della possibilità stessa di peccare. Tuttavia non basta il
solo Battesimo per rimettere definitivamente i peccati, che possono essere compiuti in ogni
momento della vita, perché la cancellazione del Peccato d’origine non implica la sanazione
del difetto di natura da esso causato nell’Uomo. Se il lavacro battesimale ci imprime il
carattere di cristiani, che è confermato da quello crismale e che è indelebile, per cui va a
cancellare dall’anima il Peccato originale- che quindi non può più tornare- è anche vero che
la scelta volontaria del male ci fa ricadere nella colpa, che a sua volta, staccandoci dal
Corpo Mistico di Cristo, ci priva della Grazia per cui noi facciamo il bene; ragion per cui,
una volta che abbiamo peccato nuovamente dopo il Battesimo, non possiamo più convertirci
da soli e compiere nuove azioni buone valide per la Vita Eterna con le nostre forze. Proprio
per ovviare a tale condizione di indigente impotenza, il Signore nella Sua Misericordia ha
istituito i Sacramenti di guarigione, ossia la Confessione e l’Unzione degli Infermi. In
questo capitolo parleremo della Confessione, il gran Sacramento mediante cui
costantemente siamo perdonati, rigenerati, rinnovati e salvati, come nel Battesimo, in ordine
alle colpe che abbiamo la sfrontatezza di commettere dopo la nostra Redenzione. Esso è un
Sacramento importantissimo per la nostra vita spirituale. Grazie alla sua amministrazione,
ognuno di noi continua a ricevere, a propria salvezza, i meriti della Passione di Cristo, della
Sua dolorosa Morte, della Sua gloriosa Resurrezione. Sebbene di quella Passione e Morte la
causa siano gli stessi peccati che per essa vengono perdonati. Vediamo più da vicino questo
eccezionale capolavoro della Misericordia di Dio, in cui il Cristo assume le nostre colpe
mortifere e ci comunica i Suoi meriti vivificanti, in cui il Buon Pastore, dopo averci cercati,
ci carica sulle spalle e ci riporta all’ovile.

CONFESSIONE, PENITENZA, RICONCILIAZIONE.

L’Apostolo Paolo, parlando del Battesimo, scriveva che in esso noi moriamo con Cristo al
Peccato, siamo con Lui sepolti e, sempre con Lui, risorgiamo a vita nuova. Praticamente
Cristo ha preso su di Sé la morte dovuta a noi per le nostre colpe, l’ha subita in modo atto ad
espiarle e, tramite il Battesimo, ci ha comunicato la Sua Resurrezione come principio di vita
eterna. Egli ha preso il male e ha dato il bene. Questo vale, nel Battesimo, sia in relazione al
Peccato d’origine sia in relazione ai peccati attuali commessi prima della recezione del
Sacramento. Infatti, ai tempi dell’Apostolo, si era battezzati soprattutto da adulti, per cui la
sua disamina degli effetti del Sacramento riguarda tale situazione in particolare.
Tuttavia anche coloro che, dopo il Battesimo, cadono in peccato, hanno bisogno del lavacro
rigeneratore nell’Acqua e nel Sangue scaturiti dal Costato trafitto del Redentore. Se infatti il
Battesimo cancella una volta per tutte il Peccato originale e se attraverso la Grazia
santificante restaura la libertà umana permettendole di scegliere e compiere il bene
meritevole per la vita eterna, nonché di fuggire il male che porta alla dannazione - anzi
suscitando nell’animo umano tali atti, sostenendoli mentre si compiono e coronandoli nella
realizzazione - è pur vero che l’uomo, mediante la stessa libertà, può scegliere di
disobbedire a Dio, di non seguire l’ispirazione della Grazia e di fare il male che non deve e
di non fare il bene che deve. Il Battesimo non può cancellare queste colpe che avvengono
dopo la sua recezione; se esse non cancellano il carattere impresso dal Sacramento, tuttavia
rompono l’amicizia dell’Uomo con Dio e hanno bisogno di essere rimesse innanzi alla Sua
Giustizia. Cristo è morto in Croce per tutti i peccati di ognuno, quindi tutti noi siamo
redenti, ma bisogna entrare in contatto con la Sua potenza salvifica per avere la Remissione
delle colpe. Il mezzo di contatto in questione è il Sacramento della Confessione o Penitenza
o Riconciliazione, ordinato appunto alla Remissione dei peccati commessi dopo il
Battesimo. I tre nomi sono parlanti: il primo indica l’atto dell’accusa delle colpe, il secondo
l’atteggiamento che lo deve sottendere, il terzo lo scopo e il risultato dell’uno e
dell’altro (2). Esso fu istituito da Gesù Cristo quando disse ai Suoi Apostoli, nel giorno
stesso di Pasqua: “Ricevete lo Spirito Santo. A chi rimetterete i peccati saranno rimessi, e a
chi non li rimetterete resteranno non rimessi” (Gv 20, 22b-23). Il potere dunque di
perdonare le colpe è un potere esclusivamente sacerdotale, precisamente episcopale,
essendo i Vescovi i Successori degli Apostoli. A questi già Cristo aveva conferito questo
potere, senza ancora conferire il mandato, quando aveva detto: “Tutto ciò che legherete sulla
terra sarà legato in Cielo, e tutto ciò che scioglierete in terra sarà sciolto in Cielo” (Mt 18,
18). Questa espressione, che significa propriamente il potere conferito di insegnare ed
esercitare la giurisdizione, implica anche l’autorità di giudicare, assolvendo o condannando.
Lo stesso Signore, Che non ha mai amministrato alcun Sacramento ad altri al di fuori della
Sua intima cerchia, e mai più di una volta, ha invece più volte personalmente assolto i
peccatori, presentatisi ai Suoi piedi con le dovute disposizioni. Anzi, tutti, in quanto suoi
carnefici, ci ha potenzialmente assolti quando, al momento della Crocifissione, ha detto:
“Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno” (Lc 23, 34). E ancora sulla Croce
assolse il Ladrone pentito, ultimo atto di bontà verso un peccatore prima della Morte. Cristo
naturalmente sapeva tutto e non aveva bisogno che alcuno Gli aprisse il cuore, addirittura
vedeva in esso lo spirito penitenziale, per cui non vi era bisogno che la gente si confessasse
a Lui, anche se i rei si presentavano al Suo cospetto spesso riconoscendo la loro condizione
di peccatori. Perciò, su questo esempio anche gli Apostoli hanno amministrato questo
Sacramento, ma esigendo la confessione delle colpe stesse per poterle giudicare (3). In
alcuni casi assai emblematici addirittura essi hanno negato il perdono per peccati palesi o
rivelati loro da Dio, mostrando quindi di avere il potere di rimettere le colpe – come nel
caso di Pietro con Anania e Saffira o con Simon Mago. Da allora fino ad oggi, la Chiesa
ascolta la confessione dei penitenti e accorda loro il perdono di Dio (4).
Ma quali sono i peccati che devono essere rimessi e perché devono essere confessati e con
quali disposizioni? Anzitutto va evidenziato che l’uomo può commettere due tipi di peccati,
i mortali e i veniali. I peccati mortali sono costituiti da tre elementi: materia grave, piena
avvertenza e deliberato consenso. Ossia si compiono quando c’è una disobbedienza
consapevole e volontaria ad una prescrizione importante della Legge di Dio. Tali mancanze
hanno la drammatica conseguenza di causare la Morte di Cristo. Egli infatti muore proprio
per espiarli, in quanto ognuno di essi strappa la Grazia santificante all’anima dell’uomo e lo
uccide alla vita eterna, per cui solo l’offerta della Vita del Cristo può restituirgliela,
mediante l’espiazione vicaria, ossia fatta volontariamente dall’Innocente in vece dei
colpevoli. Ragion per cui mediante il peccato mortale ogni uomo è realmente carnefice di
Cristo; mentre Questi, proprio in vista della remissione del peccato mortale di ciascuno,
accetta di morire per ogni uomo (5). Ciò è bastevole per mostrare la malizia del peccato
mortale in tutto il suo orrore. Esso, in conseguenza, annulla la filiazione adottiva di Dio
Padre; espelle lo Spirito Santo lasciando posto al demonio; distacca dal Corpo Mistico di
Cristo in modo violento il membro che l’ha commesso, danneggiando tutti gli altri suoi
membri e implicando per loro conseguenze negative; causa le sofferenze corredentrici della
Madre di Dio ai piedi della Croce; contrista i Santi e gli Angeli; rompe la comunione coi
defunti; perde il Paradiso; merita l’Inferno nella vita futura e castighi in quella attuale;
rompe l’armonia del cosmo ed è foriero della dissoluzione delle cose terrene; rende l’anima
schiava di satana; fa perdere la libertà restaurata tramite il Battesimo. All’anima in peccato
mortale rimane solo l’effetto della Grazia che permette di compiere un bene naturale,
estrinseco, ma non meritevole del Cielo.
Proprio per rimettere queste colpe mortifere, Nostro Signore ha istituito la Confessione. In
questo Sacramento tali colpe sono rimesse da quella Morte che hanno causato. In ragione di
ciò, i fedeli che siano in età di ragione devono confessare almeno una volta l’anno le loro
colpe gravi, per precetto positivo della Chiesa (6), ma è assolutamente necessario, per la
loro sicurezza spirituale, che lo facciano non appena li abbiano compiuti (7). Infatti nel
tempo trascorso in peccato mortale non si può compiere nulla di valido per il Cielo, si
accumulano altre colpe per l’Inferno e, se disgraziatamente si muore – e nessuno sa quando
Dio lo chiamerà, né Lui è tenuto a chiamarci a Sé solo quando siamo in Grazia – si è dannati
per l’eternità.
In quanto ai peccati veniali, essi sono degni di venia, ossia di perdono, perché manchevoli di
uno o più requisiti richiesti perché siano mortali. Anch’essi offendono Dio, in quanto nessun
peccato può mai essere indifferente alla Sua Giustizia (8), ma nell’economia salvifica
fondata sulla Croce essi non sono causa di morte dell’anima, anche se causano dolori
proporzionali alla loro malizia a Cristo nella Sua Passione e, conseguenzialmente,
offendono la bontà del Padre, contristano lo Spirito, feriscono il Corpo Mistico, fanno
soffrire la Madre Addolorata, rattristano i Santi e gli Angeli, indeboliscono la Grazia,
preparano al peccato mortale, accrescono le pene meritate in questo mondo e in Purgatorio,
perturbano l’ordine cosmico. Essi non necessariamente devono essere portati nel
Sacramento della Confessione, ma è bene che ciò avvenga, perché esso, che rimette i
mortali, a maggior ragione annienta quelli minori, rigenerando e accrescendo la vita della
Grazia nell’attingere alla fonte inesauribile dei meriti del Redentore. In effetti è salutare e
moralmente necessario che la Confessione sia frequente, regolare e conseguenzialmente
estesa ai peccati veniali (9).
Questi peccati devono essere confessati, ossia esplicitamente accusati e riconosciuti innanzi
a Dio, mediante il Suo ministro, compensando la superbia di averli commessi con l’umiltà
dell’ammissione. In questo modo il peccatore imita l’umiltà del Redentore innocente, Che si
è umiliato fino alla Morte di Croce, nella quale così il reo viene ad innestarsi
progressivamente. Questa confessione, praticata per esempio da Zaccheo con Gesù stesso e
sempre dall’età apostolica – l’Apostolo Giacomo prescrive di confessare i peccati gli uni
agli altri, riferendosi sia al fatto che i laici si confessano al clero sia alla pubblicità
dell’accusa – un tempo era fatta innanzi a tutti, mentre oggi può essere collettiva in caso di
grave necessità (ossia ognuno la fa nella sua mente dinanzi al sacro ministro) (10) ma, nella
sua forma ordinaria e secondo il volere divino, dev’essere individuale ed auricolare con il
sacerdote (11), il quale è tenuto peraltro al segreto della confessione, ossia non può rivelare
nessun peccato conosciuto nel foro sacramentale, per nessuna ragione, né tantomeno fatti e
circostanze apprese in esso, pena la scomunica (12). La confessione dei peccati da parte del
penitente costituisce la materia del Sacramento, da farsi al ministro – ossia il Vescovo o il
Presbitero autorizzato (13)- che così può pronunziare la forma sacramentale, la formula
assolutoria, che rimette appunto i peccati (14).
Tale remissione avviene in ordine alla colpa e alla pena, in relazione al dolore che
accompagna la confessione. Va infatti puntualizzato che ogni peccato è imputabile come
colpa, che muta lo stato ontologico del cristiano, rendendolo da giusto peccatore, e come
pena, che è conseguenzialmente meritata o a titolo sanzionatorio – per la colpa non
riconosciuta – o a titolo purificatorio ed espiativo – per quella ammessa. Il Sacramento della
Confessione può rimettere l’una e l’altra, alle debite disposizioni. Certamente rimette la
colpa, all’occorrenza la pena. Tutto dipende dal tipo di dolore che il penitente prova al
momento della confessione o anche subito dopo. Tale dolore è esso stesso una grazia, che
scaturisce dall’efficacia del Battesimo e in subordine della Cresima (se ricevuta), per via dei
caratteri che imprimono e che sono un titolo esigitivo dell’azione salvifica di Cristo, quando
il fedele non sia refrattario ad essa o addirittura indurito nel male. Infatti il penitente,
soffrendo per il male commesso, partecipa del dolore che Cristo stesso ebbe di tutto il male
che ha commesso l’umanità e ogni suo membro durante la Sua Agonia e, in genere, durante
la Sua Passione. Il dolore è dunque parte integrante del Sacramento, condizione previa per
ricevere il perdono di Dio (15).
Abbiamo due tipi di dolore. Chiamiamo il dolore perfetto col nome di contrizione.
Etimologicamente indica lo spezzarsi del cuore. E’ il dolore della prostituta che lava i piedi
di Cristo con le lacrime, li bacia, li asciuga con i capelli. E’ il dolore del Buon Ladrone. E’ il
dolore di Zaccheo. E’ quello di Pietro. Esso avviene per motivi eminentemente teologali,
legati alla carità verso Dio: il dolore di aver causato la Morte di Cristo tra i tormenti, di aver
versato il Suo Sangue, di aver lacerato le Sue Piaghe, di aver mutilato il Suo Corpo Mistico.
E’ il dolore di aver contristato la maestà e la bontà di Dio Padre, Che ci ha creati e redenti
nel Suo Figlio per poi adottarci e mandarci il Suo Spirito. E’ il dolore di aver scacciato
questo Spirito Che ci inabita come in un tempio amandoci com Sua dimora. E’ il dolore di
aver offeso, deluso, abbandonato Dio Uno e Trino. In subordine e in conseguenza, di aver
causato il dolore di Maria SS. nella Corredenzione, di aver contristato gli Angeli e i Santi.
La contrizione rimette subito la colpa e la pena, se implica il proposito della Confessione,
perché è il massimo che l’uomo può fare dopo aver sbagliato: viene dalla pura carità e
quindi brucia ogni imperfezione, in quanto Gesù dice che a chi molto ama sono perdonati i
suoi molti peccati. In virtù di ciò, sebbene rimanga l’obbligo di ricevere il suggello
sacramentale, chi eventualmente morisse dopo essersi contrito e senza essersi potuto
confessare, sarebbe salvo. Inoltre la perfetta contrizione, rimettendo colpa e pena, conduce
direttamente in Paradiso, abbonando i castighi terreni e quelli in Purgatorio. Tale dolore,
sebbene sia appunto una grazia, va opportunamente stimolato con riflessioni, meditazioni e
preghiere (16).
Il dolore imperfetto è detto invece attrizione. E’ quello causato dal timore dell’Inferno, dal
rimpianto del Paradiso, dal compatimento della propria rovina spirituale e dalla bruttezza
dell’azione compiuta. L’attrizione rimette la colpa nella Confessione, ma non la pena,
perché è dolore servile, non filiale. E’ il dolore del Figliol Prodigo. Ma è esso stesso una
grazia, anche se minore, che il fedele deve propiziare con riflessioni, meditazioni e
preghiere, accettando con umiltà il fatto di non essere stato degno di dolore più vero e con la
gratitudine di aver pur ricevuto il dono delle lacrime (17).
Il peccatore pentito deve quindi confessare in modo integro le sue colpe al confessore.
L’integrità della Confessione dipende dall’accusa, sincera, completa, senza né diminuzione
o alterazione o anche accrescimento dei peccati, tacendo peraltro ogni colpa o nome altrui. I
peccati mortali vanno confessati nella specie, nel numero e nelle circostanze. La specie è il
tipo del peccato, per cui non basta dire di aver peccato contro il Settimo comandamento, ma
bisogna specificare se si è rubato o frodato o evaso le giuste tasse. Il numero indica le varie
volte in cui si è ripetuto un determinato peccato, perché ogni volta che lo si commette è una
colpa differente, ed è fondamentale per le colpe mortali. Le circostanze sono quelle per cui
un’azione malvagia contiene la malizia di uno o più peccati mortali, come ad esempio uno
stupro che è ad un tempo peccato impuro e violenza. All’occorrenza le circostanze sono
un’aggravante – per esempio rubare a un povero è più grave che rubare ad un ricco – o
anche una scusante – come agire sotto l’occasionale impulso dell’ira o per altro disturbo
emotivo. Chiunque, volontariamente, nasconde, per qualunque motivo, un peccato mortale,
commette un sacrilegio e la sua Confessione non è valida. Egli deve riconfessarsi,
accusandosi di tutte le colpe commesse dall’ultima Confessione ben fatta. Inoltre, il
penitente deve riparare i danni causati dai suoi peccati contro la giustizia (come ad esempio
restituire oggetti rubati o ritrattare calunnie fatte). In ragione di ciò, è opportuno, specie per
chi si confessa di rado, prepararsi al Sacramento con un Esame di coscienza approfondito,
richiamando alla memoria tutti i peccati mortali commessi o anche i veniali (18). Ad esso
segue appunto lo sforzo di eccitare il dolore, che è sempre dei peccati propri, non del
peccato in genere (19).
Nel momento in cui il penitente ha confessato le sue colpe, può ricevere l’assoluzione
sacramentale, con il vincolo di compiere la penitenza assegnata dal confessore, che è parte
integrante del Sacramento stesso. Essa è da collocarsi nella più ampia visione della
penitenza cristiana, che è tutta valorizzata dal Sacramento della Riconciliazione. Anzitutto
va detto che essa è indispensabile per avere il perdono divino, sebbene esso sia irrogato
prima con atto giudiziario, perché è soddisfattoria, ossia espia almeno una parte delle pene
meritate per le colpe commesse. Poi va ricordato che la penitenza è di tre tipi: canonica,
divina e volontaria, a seconda di chi la commina. La canonica può essere pubblica e privata.
Anticamente, l’una e l’altra erano immediatamente connesse al Sacramento, oggi lo è solo la
seconda. Questa consiste nella buona azione imposta dal confessore o dall’Autorità
ecclesiastica come riparazione, in forme come la preghiera, l’elemosina e la mortificazione;
bisogna compierla quanto prima e richiederla se è dimenticata dal sacerdote. In quanto alla
pubblica, nelle persone debitamente confessate le sue forme imposte dalla Chiesa sono atte
ad espiare i peccati perdonati, oltre che quelli altrui e collettivi. Esse sono connesse ai tempi
liturgici penitenziali e sono essenzialmente il digiuno del Mercoledì delle Ceneri e del
Venerdì Santo, l’astinenza obbligatoria dalle carni i Venerdì di Quaresima, quella facoltativa
negli altri Venerdì, sostituibile con altre opere buone a scelta. Queste forme devono essere
adempiute, pena colpa grave, in quanto tutti sono tenuti a partecipare a forme di penitenza
collettiva . Non mancano forme di penitenza pubblica chieste da Dio stesso in rivelazioni
private e autenticate dalla Chiesa ma non imposte con vincolo di coscienza, che è bene
fare (20). In quanto alla penitenza divina, essa è quella inflitta da Dio stesso, mediante le
pene della vita terrena (malattie, dolori, sventure ecc.) – inferte ai singoli e ai gruppi – e
quelle del Purgatorio. Ad esse nessuno può sottrarsi, a meno che non abbia avuto la
contrizione perfetta, ed è perciò bene che siano accolte con umiltà e rassegnazione, sia a
vantaggio proprio che degli altri. Infine, la penitenza volontaria è quella che ognuno
liberamente si assume, per prevenire i castighi divini e sovvenire ad essi. Le forme tipiche
sono la preghiera, l’elemosina e il digiuno. Nella prima la forma sovrana è la partecipazione
alla Messa con la Comunione (21). Nella seconda annoveriamo anche ogni forma di carità
cristiana e solidarietà umana fatta in isconto delle proprie colpe. Nella terza includiamo
anche tutte le rinunce volontarie a cose di per sé neutre moralmente o meno buone della
rinuncia stessa, per temprare la volontà e mortificarsi(22). E’ bene che il cristiano abbia
sempre un sincero spirito di compunzione, non confondendo la vita gaudente con la gioia
della Fede, che scaturisce dalla consapevolezza di essere redenti. Nella penitenza infatti il
fedele è simile al suo Signore, Che volle soffrire per salvarlo.
Il coronamento della Riconciliazione sacramentale sta nel proposito di non più peccare.
Sarebbe infatti un controsenso confessare colpe che si intendono ripetere; nessun peccato
può essere perdonato se non vi è un sincero proposito di non più commetterlo; tale proposito
è indispensabile per la remissione dei peccati mortali, che vanno confessati per forza.
L’assenza del proponimento, come quella del dolore, costituisce un elemento di inefficacia
nella recezione del Sacramento e, se è consapevole e volontaria, rende colpevoli di
sacrilegio. Il proposito è la maniera con cui il penitente si uniforma alla volontà salvifica di
Cristo; lo sforzo di esservi fedele è simile a quello fatto dal Redentore nel saper soffrire per
noi; esso è legato già alle Promesse battesimali, di cui è un sostanziale rinnovamento, ed è
orientato sia ad evitare di commettere di nuovo le stesse azioni sia ad evitare le occasioni
che comportino il rischio immediato di compierle nuovamente. Proprio nella sincerità del
proposito si misura la verità della conversione: secondo il Salmo, l’empio passa dalla
confessione al peccato e dal peccato alla confessione; egli inoltre si illude con se stesso
esaminando la propria coscienza, perché la sua anima è sempre dominata dalle cattive
intenzioni. Nessuno può proporre da solo di fuggire il male; la fortezza del proposito del
penitente, che nei casi estremi arriva anche a saper morire per Dio come Lui è morto per noi
(come fece Pietro), è una grazia. Perciò il proponimento va posto con vigore ma nel
contempo implorato con la preghiera e motivato con la meditazione. In effetti, sebbene
ognuno sappia che nella Confessione i propri peccati sono rimessi, altrettanto bene conosce
di non poter essere sicuro della bontà delle proprie disposizioni nel ricevere il perdono, per
cui, come dice l’Apostolo, non sa se è degno di misericordia o di ira innanzi a Dio e, come
insegna il Concilio di Trento, non può avere fede nella propria personale giustificazione così
come la ha nei dogmi rivelati. Può tuttavia compiere un’altra azione teologale: può sperare
nella Misericordia di Dio e quindi avere la certezza morale del perdono e delle grazie
concomitanti, laddove non abbia la certezza umana di non essere nelle disposizioni giuste. E
in questo stato può continuare a vivere, cristianamente, lavorando, pregando e soffrendo.
Perciò la Confessione, sacramento del Perdono, è anche quello della Speranza. Esso è la
causa efficiente del grande movimento spirituale che accompagna costantemente la vita
cristiana: la conversione. Essa, che etimologicamente indica il cambiamento di strada,
dev’essere incessante, per dare compimento a quella prima fondamentale svolta della nostra
vita che è stata la recezione del Battesimo. Perciò l’ultimo nome che si può dare a questo
Sacramento di cui parliamo è quello di Sacramento della Conversione. Un nome che
sintetizza tutti gli altri.

LA CELEBRAZIONE DEL SACRAMENTO

La celebrazione individuale del Sacramento della Penitenza avviene ordinariamente secondo


questo schema: il saluto e la benedizione del sacerdote; la lettura della Parola di Dio per
illuminare la coscienza e suscitare la contrizione; l’esortazione al pentimento; il rito
essenziale ossia la confessione dei peccati da parte del penitente, l’imposizione della
penitenza da parte del sacerdote, l’assoluzione impartita da lui, dopo l’atto di contrizione
recitato dal penitente; indi, la lode con rendimento di grazie e il congedo con la benedizione
da parte del sacerdote. La formula assolutoria in Oriente spesso è deprecatoria. In Occidente
oggi suona così: Dio Padre di misericordia, Che ha riconciliato a Sé il mondo nella Morte e
nella Resurrezione del Suo Figlio e ha effuso lo Spirito Santo per la Remissione dei peccati,
ti conceda, mediante il ministero della Chiesa, il perdono e la pace. E io ti assolvo dai tuoi
peccati nel Nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Amen. L’ultima frase è quella
centrale e va pronunziata per forza dal confessore, pena la nullità del Sacramento. Spesso la
Confessione è celebrata col semplice Segno di Croce, con l’accusa, l’imposizione della
penitenza e con l’assoluzione. Altrettanto spesso, per ragioni pastorali, il penitente è
confessato contemporaneamente alla celebrazione della Messa, sebbene due Sacramenti non
possano essere amministrati insieme. E’ bene, nel quadro della pietà personale, che il
penitente ringrazi Dio per il beneficio della Confessione (24). Essa è ordinariamente
amministrata in chiesa, con il sacerdote che indossa la cotta e la stola, possibilmente nel
confessionale, la cabina dove trovano posto sia il penitente che il confessore (25). Il tempo
più indicato per accostarsi alla Confessione è, in considerazione del fatto che essa precede la
Comunione eucaristica, alla quale è la migliore preparazione, quello delle vigilie delle feste
in cui ci si comunicherà, come per esempio il sabato, nelle ore pomeridiane o serali (26).
Nel quadro di una celebrazione comunitaria, i riti introduttivi e di conclusione sono fatti in
una liturgia collettiva e debitamente arricchita, di letture bibliche, omelia, esame collettivo
di coscienza, richiesta di perdono, recita del Pater, ringraziamento comune, rimanendo
individuale la Confessione dei peccati e l’assoluzione. In quanto alla menzionata
Confessione con assoluzione collettiva, essa può essere impartita solo col consenso del
Vescovo, il quale valuta il rischio di morte di molte persone insieme o la mancanza di un
numero congruo di sacerdoti perché i singoli fedeli non stiano troppo a lungo senza
confessarsi. Va da sé che coloro che non sono in rischio di vita sono tenuti, appena possono,
a confessarsi individualmente, qualora abbiano beneficiato della celebrazione comunitaria
del Sacramento. Infatti la Confessione individuale, come si è detto, rimane il solo mezzo
ordinario per la riconciliazione con Dio, salvo impedimento fisico e morale, che dispensa da
essa (27).
In genere, per rendere sempre vivo il fervore del pentimento e del proposito, nonché
fervente la richiesta del perdono, è bene che i fedeli, sia prima della Comunione
sacramentale, sia alla fine della giornata – dopo un apposito esame di coscienza, come si fa
per esempio a Compieta – sia parecchie volte nell’arco del giorno, facciano atti di dolore
perfetto, anche in forme brevi o brevissime. Altrettanto opportuna è la recita di un atto di
riparazione, sia prima della Comunione che alla fine del giorno, per supplire a tutte le
proprie mancanze in ordine all’espiazione delle pene.
E’ bene ricordare sempre che la Confessione, sebbene individuale, rimane un atto liturgico
inserito nel mistero della Chiesa. Il sacerdote agisce in persona Christi, lui e il penitente
sono membra della Chiesa, sia le preghiere come le azioni penitenziali di tutta la Chiesa
sono sempre a vantaggio dei penitenti e degli stessi peccatori bisognosi di conversione. E’
infatti dalla mediazione della Chiesa, che sempre offre la Vittima Immacolata per il mondo,
che scaturisce la grazia continuamente rinnovata del perdono dei peccatori, sia attraverso la
loro chiamata alla Confessione sia, per chi è fuori, attraverso le vie straordinarie della
Grazia che Dio solo conosce.

GLI EFFETTI DELLA CONFESSIONE

Mirabili sono gli effetti di questo Sacramento nell’anima del penitente. Egli, attraverso il
bagno purificatore nel Sangue e nell’Acqua contenute nel Cuore di Cristo, viene risuscitato
alla Grazia. Perciò gli viene restituita la Grazia Santificante, viene nuovamente inabitato
dallo Spirito Santo, viene reinnestato nel Mistico Corpo di Cristo, torna ad essere figlio del
Padre. Rientrato nel circuito della salvezza, è nuovamente figlio di Maria SS. e la sua
conversione rallegra gli Angeli e i Santi più della santità dei giusti; ritorna in comunione con
i Defunti; non corre più il rischio di precipitare nell’Inferno; riacquista il diritto ad andare in
Paradiso; se contrito, ha anche la remissione delle pene terrene e del Purgatorio.
Riacquistata la Grazia, può nuovamente compiere opere meritorie per la salvezza, tornando
ad essere giustificato. Viene comunicata la Grazia sacramentale, che rende capaci di
resistere alle tentazioni e di compiere il bene, in ragione alla Grazia di stato e mediante le
grazie attuali. La libertà umana, che è restaurata nel Battesimo sacramentale o di desiderio, e
che il peccato ad esso successivo rende capace solo di compiere azioni estrinsecamente
buone, torna, coonestata dalla Grazia, a poter volere le azioni buone di tipo teologale. Non si
esagera dicendo che ogni volta che un peccatore si confessa vi è un’autentica rinascita
spirituale. Rivivono nell’anima anche i meriti anteriori alla caduta; quelli invece, puramente
umani, acquisiti in mancanza di Grazia, servono solo a stimolare alla conversione e a non
accrescere la dannazione, ma non hanno valore per la Vita Eterna. L’anima che si purifica
nella Confessione dai soli peccati veniali trova una rigenerazione ancor più efficace, in
quanto il torrente della Grazia sanatrice si riversa su un organismo spirituale sano che se ne
imbeve con maggiore pienezza. E’ per questo che il progresso spirituale non può avvenire se
non in anime che usano la Confessione per la remissione delle colpe veniali, avendo
costante lo sforzo di evitare quelle mortali, nelle quali o mai o raramente cadono.

LA PENITENZA NELLA TRADIZIONE

Ricco e complesso fu lo sviluppo del Sacramento della Confessione nella Tradizione della
Chiesa. Esso mette a fuoco l’apostolicità della prassi penitenziale della Chiesa Cattolica.
Anzitutto va evidenziato che ai tempi degli Apostoli, come dicevamo, la Confessione era
praticata con la stessa facilità con cui è amministrata oggi. Infatti si sapeva che ogni
peccatore poteva essere perdonato per la Penitenza (Gc 1, 21; 5, 19 ss.; 2 Pt 3, 9; 1 Gv 2,1
ss.), nella mediazione sacramentale della Chiesa (1 Gv 5, 14; Gc 5, 14 ss.). La prassi era
quella della Confessione pubblica (1 Gv 1, 9), ma l’assoluzione era riservata agli Apostoli e
ai Vescovi. Questa universale destinazione del Sacramento penitenziale riposava sulla
convinzione che non vi è alcun peccatore che Dio, all’occorrenza, non possa e non voglia
convertire (Ap 2, 2; 2, 14 ss.; 2, 20-23). Va anche detto che l’alto livello morale della prima
generazione cristiana fece sì che la Penitenza fosse sempre irrogata senza creare motivi di
particolare scandalo.
Questa impostazione teologica rimase intatta nei Padri Apostolici: la Didakè (90 ca.) e la
Lettera di Barnaba (98 ca.) esortano alla Penitenza e alla conversione senza restrizioni,
mentre il diritto del Vescovo di giudicare il penitente è ribadito da Sant’Ignazio di Antiochia
nelle sue Lettere (107). Tuttavia la diffusione del Cristianesimo e l’ingresso nella Chiesa di
gente non sufficientemente motivata nello sforzo ascetico fece sì che i peccati si
moltiplicassero – come descrive, tra l’altro, lo stesso Ignazio – e pose la prima grande
questione dottrinale legata al Sacramento: quante volte può essere ricevuto da chi pecca
mortalmente? Sebbene nel NT nulla impedisse che il Sacramento fosse reiterato fino a
settanta volte sette, cioè sempre, il timore che s’introducesse il lassismo nella prassi
penitenziale della Chiesa spinse ad una reazione, visibile in Erma e nella sua opera Il
Pastore (150 ca), legata agli ambienti romani. Come accennato, nelle visioni descritte nel
libro Erma riceve alcune indicazioni significative: anzitutto la Confessione e la penitenza
concomitante sono un dono della Misericordia Divina; inoltre essa deve essere ricevuta una
volta e non di più, in quanto appare difficile credere nel pentimento di chi, confessate colpe
gravi, poi vi ricada con facilità. E’una svolta significativa, volta a porre un argine agli abusi
ma con una ricaduta disciplinare che rende più rara l’amministrazione del Sacramento,
avviandola ad una ciclicità liturgica annuale. E’ la prima modifica canonica, non dogmatica,
subita dal Sacramento nella sua storia.
In concomitanza di questa svolta a Roma, nel 150 sant’Ireneo di Lione (140†195) attesta
che la Penitenza salva i peccatori e nel 170 ca. Dionigi di Corinto ricorda che tutti possono
adire al Sacramento della Confessione per qualunque peccato, in polemica con i Montanisti,
che sostenevano invece che la Chiesa, pur potendo assolvere ogni peccato, non dovesse
farlo per non dare esempio di cedevolezza. Questa dottrina era accompagnata dalla pretesa
che l’assoluzione dovesse essere data non dal Vescovo, ma dai profeti del loro movimento.
In questa che è la prima grande controversia penitenziale della Storia della Chiesa e che
mostrò come essa sia ordinata alla salvezza dei peccatori, entrò in campo Tertulliano
(160†220 ca.) il quale, nel suo fondamentale trattato De Poenitentia, enunciò principi
ancora oggi professati dalla Chiesa: che la Confessione può e deve assolvere tutti i peccati
gravi; che essa restituisce la Grazia Santificante; che l’assoluzione spetta al Vescovo.
L’Africano descrive bene anche la struttura del rito, invalsa dopo la svolta di Erma: il
penitente, che è tenuto alla confessione privata col Vescovo e poi innanzi alla comunità, per
adempiere al precetto della penitenza pubblica, deve trascorrere un congruo periodo
liturgico fuori della chiesa mentre si tengono in essa le funzioni; nel contempo deve
compiere atti privati di penitenza; indi deve farne di pubbliche, in corrispondenza ad un
periodo in cui può trattenersi sulla soglia della chiesa mentre in essa si celebra, nonché ad
una terza fase in cui è ammesso nello stesso tempio durante il culto; trascorso quindi il
periodo penitenziale, il Vescovo concede l’assoluzione e il cristiano è riammesso ai
Sacramenti. L’anteposizione della penitenza canonica all’assoluzione serviva a rendere più
impegnativo il percorso penitenziale. In questa linea, Sant’Ippolito di Roma (170†235)
ribadiva nelle sue Tradizioni Apostoliche che il Vescovo può assolvere da ogni peccato –
polemizzando con i Montanisti e con lo stesso Tertulliano passato nelle loro fila e poi
divenuto ancor più rigorista di loro – ma che le penitenze inflitte debbono essere serie e
all’occorrenza severe. Il papa San Callisto I (217-222), invece, fece invalere il principio per
cui la penitenza dovesse essere al servizio della riconciliazione e non causa di
allontanamento, nonostante le critiche di Tertulliano e Ippolito, la cui opposizione generò
una seconda controversia penitenziale in seno alla Chiesa Romana con uno scisma. Ippolito
infatti, divenuto antipapa, sostenne che il ministero sacerdotale dipendeva dalla santità degli
ordinati, con una ricaduta anche sulla possibilità pratica di impartire l’assoluzione, anche se
non tematizzata. Lo scisma cessò con la persecuzione di Massimino il Trace.
Toccò a San Cipriano di Cartagine (200 ca.†258) gestire la crisi penitenziale connessa alla
persecuzione di Decio e alla conseguente pretesa dei cristiani che avevano apostatato per
paura (i lapsi), terminata la violenza, di ritornare nella Chiesa. Il Cartaginese fece invalere i
principi tradizionali, contro i lassisti e i rigoristi: anche i lapsi potevano essere assolti, ma
dopo una lunga e congrua penitenza, destinata in alcune forme a prolungarsi tutta la vita
data la gravità del peccato di apostasia; la raccomandazione dei confessori ottenuta dai lapsi
pentiti costituiva una potente intercessione innanzi alla Chiesa, ma non surrogava
l’assoluzione sacramentale, che poteva essere concessa senza penitenza solo in punto di
morte a chi aveva queste speciali credenziali; tale assoluzione spettava al Vescovo; la
struttura del Sacramento descritta dal Santo prevede la confessione, le opere di penitenza,
l’exomologesi (o fase in cui si è fuori dalla chiesa come edificio), l’assoluzione. Sono
peraltro le medesime fasi descritte qualche anno prima in Oriente da Origene (†254).
L’insegnamento di Cipriano fu ribadito da papa San Cornelio (251†253), contro il rigorismo
di Novaziano (200 ca.†258), antipapa autore di uno scisma da cui nacque una Chiesa la cui
caratteristica fu proprio quella di negare l’assoluzione per i peccati più gravi, che durò fino
al V sec. e che venne condannata nel Concilio romano del 251 e altre volte fino al I Concilio
di Nicea (325). Una nuova crisi penitenziale fu attraversata dalla Chiesa Romana dopo la
persecuzione di Diocleziano: ancora ci fu chi negò che la Penitenza potesse assolvere i
lapsi, ma papa Sant’Eusebio (310) ribadì la dottrina tradizionale.
In Oriente, Clemente Alessandrino (145 ca.†217 ca.) aveva insegnato che la Confessione era
la seconda occasione concessa all’uomo per salvarsi dopo il Battesimo, attestando che
l’esigenza di rigore introdotta da Erma era ai suoi tempi diffusa ormai in tutto il mondo
cristiano, greco e latino. Del resto, la tendenza diffusa a farsi battezzare in punto di morte,
che toccò l’apice nel IV sec., faceva sì che i catecumeni ricevessero, con il Battesimo,
l’unica remissione delle colpe della loro vita mettendo in ombra, per un periodo, il
Sacramento della Penitenza. Origene tuttavia ha ben chiara la funzione di questa: serve per i
peccati mortali e non per i veniali; la confessione dev’essere piena e sincera, resa al Vescovo
e poi alla comunità; è inoltre dovere del Pastore cercare i peccatori e spingerli a confessarsi.
E’ tuttavia assai significativo che nella Chiesa Siriaca del III sec., dove si erano conservate
intatte le tradizioni apostoliche della prima generazione, grazie al comune ambiente
aramaico, la Penitenza non è affatto comminata una volta sola, ma tutte le volte che è
necessario (Didascalia; Costituzioni Apostoliche). La riforma disciplinare di Erma non ha
potuto scalfire il prestigio delle abitudini della prima generazione cristiana, arrivate intatte
sino a quei tempi.
Nel IV-V sec. la disciplina penitenziale diventa ancora più rigida, in relazione alla diffusione
di massa del Cristianesimo, e si aggancia alla Quaresima. Essa terminava il Giovedì Santo
con l’assoluzione del Vescovo, la cui importanza è ricordata con forza da Sant’Innocenzo I
(401†417), da San Leone Magno (440†461) e da San Girolamo (347†420 ca.). La penitenza
si può prolungare per anni, se non a vita, come ammonisce lo stesso Sant’Ambrogio
(374†397). Non si può più bypassarla con il Battesimo in punto di morte perché ormai è
caduto in disuso, sotto il peso della deprecazione della Chiesa. Solo Sant’Agostino
(354†430), alla luce delle sue dotte riflessioni sulla Grazia e delle polemiche con Pelagio e i
Donatisti, evidenzia che ogni situazione è diversa dalle altre e imposta la questione
penitenziale con maggiore mitezza, intravvedendo i rischi concretizzatisi nell’età seguente.
In essa, il sec. VI-VII, sia in Spagna che in Gallia le penitenze sono ormai al limite del
sostenibile, come dovrà ammettere lo stesso XIV Concilio di Toledo (684), e spesso
conducono i penitenti, col loro protrarsi a vita, sulla soglia della disperazione. Tuttavia
nessuno osa modificare l’impianto della penitenza pubblica. Molti rinviano in punto di
morte la Penitenza, per non doversi sobbarcare l’onere delle azioni espiative e con grave
rischio per la loro salute eterna. La Chiesa gallo-visigota stessa incoraggia questa prassi. Ciò
peraltro mette in ombra il Sacramento degli Infermi. Timidi tentativi di accorciamento delle
penitenze vengono da San Cesario di Arles (470†543). Solo San Fulgenzio di Ruspe
(468†533), fedele discepolo di Agostino, riesce a mitigarne i rigori e a rimettere il
Sacramento al servizio della salvezza. Una significativa innovazione liturgica si ha a Roma,
dove il Sacramentario Gelasiano attesta la facoltà delegata di assoluzione per i Presbiteri.
La strada per la liberazione del Sacramento dalle forme pietrificate della penitenza pubblica
fu la rinascita della penitenza privata, promossa proprio per evitare di cadere nei rigori della
prima, che veniva ormai da molti abbandonata. Così attestano San Cesario, Desiderio di
Vienne, San Gregorio Magno (590†604), secondo una linea di tendenza embrionalmente
presente già in Leone Magno. Ma gli artefici del rinnovamento furono i Penitenziali
irlandesi e le loro Redenzioni.
Nell’Irlanda evangelizzata nel V sec. si era sviluppato un Cristianesimo di matrice celtica
incentrato sul monachesimo. L’adattamento alla mentalità della popolazione dell’isola aveva
fatto sì che spontaneamente si sviluppasse un sistema penitenziale basato su schemi fissi, in
cui ad ogni peccato corrispondeva una penitenza, seria ma snella rispetto a quelle del
Continente, perché praticabile in privato (VI sec). Le varie forme di penitenza o Redenzioni
erano poi all’occorrenza legate da sistemi di commutazione ed equivalenze. Per esempio più
giorni di digiuno erano commutabili nella recita del Salterio completo; tale recita,
impossibile per gli analfabeti, poteva essere surrogato da quella di centocinquanta Pater
accompagnati da altrettante genuflessioni; successivamente poterono essere rimpiazzati da
altrettante Ave Maria con le medesime genuflessioni. Analogamente, erano previste anche
pene pecuniarie, conformemente alla tradizione del Libro del Levitico. Queste Redenzioni
erano anche dette Tariffari e si diffusero sul Continente quando proprio dall’Irlanda
partirono missionari per evangelizzare i rozzi barbari che avevano distrutto buona parte
dell’antica Cristianità paleoromana (VI-VIII sec.). Esse divennero il mezzo più diffuso per
la prassi della penitenza privata. Grazie ad esse la sclerotizzata penitenza pubblica fu
accantonata.
Già dall’Età carolingia la penitenza pubblica fu riservata ai soli peccati pubblici, notori, da
compiersi entro la Quaresima. L’assoluzione avveniva il Giovedì Santo. Le penitenze
divennero meno onerose grazie alla prassi dei pellegrinaggi penitenziali e delle offerte
(Sinodo di Tribur, 895). Gli uni facevano confidare nell’intercessione dei Santi e sono la
preistoria delle Indulgenze; le altre avevano fondamento nei Tariffari a loro volta fondati sul
Levitico. Per i peccati veniali, l’assoluzione avveniva già prima della Quaresima (come
attesta San Teodulfo d’Orléans, 750†821), nel quadro della Confessione annuale, in cui
ognuno, in privato, accusava le colpe commesse per i Sette Vizi Capitali. Se tra essi ve ne
erano di più gravi, rientranti tra le colpe gravi ma non notorie, l’assoluzione era impartita
dopo la Quaresima. In conseguenza di questa separazione tra penitenza per i peccati gravi
pubblici e quella per i peccati gravi privati, la prassi dell’imposizione delle Ceneri nel
Mercoledì apposito fu estesa a tutti i battezzati e non più riservata ai soli penitenti.
Nel cuore del Medioevo feudale, dal IX alla fine del X sec., si cercano e si trovano motivi
per assolvere prima della penitenza canonica. La prassi invale e soppianta quella precedente,
favorita dal nuovo sistema penitenziale di matrice tariffaria e dalla distinzione tra peccati
pubblici e privati. Anzi ben presto acquista valore una distinzione tra peccati gravi
assolvibili da chiunque e peccati gravi riservati direttamente al Vescovo se non addirittura al
Papa, specie all’indomani della Riforma gregoriana (XI-XII secc.). Questi ultimi, che
ottengono l’assoluzione dopo un intero viaggio, sono ormai al posto dei vecchi peccati
notori espiati nella penitenza pubblica. Analogamente sono legati alla penitenza pubblica,
ma in forme di volta in volta diverse, coloro che incorrono nella scomunica o nell’interdetto
fulminato dai canoni o ferendae sententiae. Nel sec. XI tuttavia rimane l’uso di confessare i
peccati pubblicamente, ma solo in assenza di sacerdoti e in caso di necessità, come su di un
campo di battaglia. La tendenza consolidata è quella ormai di rendere più frequente la
Confessione, a dispetto della Comunione che è invece più rara. Nel XIII sec. ormai la
Penitenza è annuale ma privata, condotta peraltro sulla base di precisi manuali per l’esame
di coscienza.
Il punto culminante è il IV Concilio Lateranense (1215). In esso papa Innocenzo III (1198-
1216) fa definitivamente riconoscere che la Confessione è individuale ed auricolare, in
quanto il giudice del penitente è il sacerdote; obbliga i confessori al segreto sacramentale;
mantiene l’obbligo della Confessione annuale ma non tanto in senso minimale, quanto
piuttosto massimale, per far capire ai fedeli che il Sacramento non va ricevuto
irresponsabilmente commettendo facilmente peccati gravi. Ma putroppo la prassi che
invasle fece sì che si ritardasse fino ad oggi la Confessione anche in casi di peccati gravi. E
nella pietà comune del Basso Medioevo e del Rinascimento Confessione e Comunione dei
laici erano rare.
In ogni caso la Confessione faceva parte integrante del Deposito della Fede su cui la Chiesa
Greca e Latina conversero nei Concili Lionese II (1274) e Fiorentino (1438-1445). Il
Concilio di Costanza (1415-1417) condannò John Wycliff (1324†1384) e Jan Hus (1371
ca.†1415) che negavano l’origine apostolica di questo Sacramento. Quando poi Lutero
(1483†1546), per la giustificazione per fede, Zuingli (1484†1531) e Calvino (1509†1564),
per la doppia predestinazione, rigettarono la necessità della Confessione, il Concilio di
Trento (1545-1563) potè nuovamente e definitivamente insegnare che il Sacramento della
Confessione consta di tre parti: pentimento, confessione, soddisfazione.
Nell’Età della Controriforma furono i Gesuiti a promuovere una teologia sacramentale che,
nella distinzione tra contrizione e attrizione, permettesse a tutti di poter confidare nel
perdono divino ricorrendo più spesso alla Confessione. Ciò fece da contravveleno alla
teologia giansenista che, nel XVII sec., sostenendo l’infallibilità della Grazia, riteneva
impossibile che si potesse essere cristiani e avere un livello di vita morale mediocre,
tagliando così alle radici la ragion efficiente della Confessione stessa, il ricorso frequente
alla quale avrebbe attestato al penitente che egli non era tra gli eletti. La condanna del
Giansenismo fulminata da Urbano VIII (1622†1644), Innocenzo X (1644†1655),
Alessandro VII (16551†667) e Clemente XI (1700†1721) servì anche a mantenere intatta la
dottrina penitenziale della Chiesa, anche se bisognò intervenire più volte da parte dei Papi
contro le degenerazioni lassiste della morale gesuitica. Sempre nel XVII sec. le Rivelazioni
del Sacro Cuore di Gesù a Santa Margherita Maria Alacocque (1647†1690) diedero una
spinta alla prassi della Confessione e della Comunione mensili con spirito di riparazione,
destinata a decollare in modo deciso nella seconda metà del XIX sec., con il beato Pio IX
(1846†1878). Tuttavia ancora dopo il Vaticano I (1868-1870) i Vecchi Cattolici misero in
discussione l’apostolicità della Penitenza. Su questa scia li seguirono i Razionalisti e i
Modernisti condannati da Pio X (1903†1914). Questi, promuovendo la Comunione
frequente, sviluppò ulteriormente la Confessione ripetuta. Il movimento eucaristico e la
devozione al Sacro Cuore, inculcata da tutti i Papi del XX sec. fino a Giovanni XXIII
(1958†1963), nonché quella al Cuore Immacolato di Maria con la pia pratica dei Primi
Cinque Sabati del Mese – anch’essa con Confessione, Comunione e Rosario a scopo
riparativo, rivelata a Suor Lucia Dos Santos (1907†2005) – fece sì che la Penitenza
divenisse finalmente un Sacramento frequentemente ricevuto.
Il Concilio Vaticano II (1962-1965) parlò della Penitenza nella costituzione sulla liturgia
Sacrosanctum Concilium, prescrivendone la riforma rituale; ma ne accennò anche nella
Presbiterorum Ordinis e nella Christus Dominus, in relazione ai ministeri sacerdotale ed
episcopale. Paolo VI (1963†1978) realizzò il mandato conciliare, pubblicando il nuovo Rito
della Penitenza (19.9.1973), con una introduzione teologico-pastorale di grande rilevanza.
Per bilanciare lo scivolamento della Confessione verso la sola pietà privata si ripristinarono
forme collettive di celebrazione, nel quadro di una mitigazione delle penitenze pubbliche.
Purtroppo la secolarizzazione e una teologia neomodernista minò le basi della prassi
penitenziale diffusa che subì una flessione. Sui complessi temi teologici penitenziali il b.
papa Giovanni Paolo II (1978†2005) convocò la VI sessione ordinaria del Sinodo dei
Vescovi, i cui lavori furono pubblicati nella monumentale esortazione apostolica post-
sinodale Reconciliatio et Poenitentia (1983). Ancora nel Catechismo della Chiesa Cattolica
(1993) il Papa fece una sussunta della dottrina cattolica sull’argomento. L’odierno pontefice
Benedetto XVI esorta continuamente i fedeli ad una penitenza sacramentale frequente e
sincera, nelle forme custodite dalla Chiesa Cattolica, le uniche che, a fronte delle
oscillazioni delle Chiese ortodosse e dell’apostasia di quelle Protestanti, hanno mantenuto
intatta la dottrina apostolica sull’argomento.
ADNEXUM CAPITULO VI
REMISSIO POENARUM
Elementi di teologia delle Indulgenze
“In verità ti dico, 
non uscirai di lì 
prima di aver pagato 
l’ultimo spicciolo!”
Nostro Signore Gesù Cristo

La Remissione delle Pene si ottiene, nell’economia sacramentale, con il Battesimo degli


adulti, con la contrizione unita alla Confessione e, per i soli peccati veniali, all’Eucarestia.
Esiste tuttavia un mezzo predisposto dalla Divina Bontà per ottenere la Remissione delle
Pene dei peccati confessati, sia mortali che veniali, l’Indulgenza. Essa non è un Sacramento,
perché non produce la Grazia per efficacia propria, ma un Sacramentale, ossia è efficiente
per le preghiere della Chiesa. In un certo senso è il Sacramentale per eccellenza. Ma,
siccome essa può essere lucrata, ossia guadagnata, solo dopo aver ricevuto i Sacramenti, è
bene parlarne adesso, completando il discorso sulla Remissione dei Peccati.

TEORIA E PRASSI DELLE INDULGENZE

L’Indulgenza è la remissione delle pene temporali meritate dal peccato, sia in Terra che in
Purgatorio. Tale remissione si può ottenere solo per i peccati confessati o, se veniali, di cui
si sia ricevuta l’assoluzione anche solo mediante l’atto penitenziale o l’Eucarestia o avendo
almeno l’animo contrito, anche se non in modo perfetto, almeno in quello sufficiente per la
loro remissione in quanto alla colpa.
Questa remissione avviene perché la Chiesa ha un Tesoro di Meriti, costituito dalla
sovrabbondanza di quelli di Cristo e degli altri da Lui suscitati, nella Vergine, negli Angeli e
nei Santi. Tali meriti sono di gran lunga superiori a quelli necessari alla semplice salvezza di
chi li ha accumulati; quelli di Cristo poi sono atti a rimettere non solo tutti i peccati in
quanto alla colpa ma anche alla pena, in quanto Egli compì il Sacrificio perfetto, ad un
tempo olocausto, sacrificio di espiazione, di riparazione, di comunione, oblazione e
libagione. Completamente annientato a compensare la completa insubordinazione della
razza umana, capace di espiare tutte le colpe cancellandole, di restaurare la comunione tra
Dio e l’uomo, di offrire l’offerta propiziatrice universalmente gradita, di spandere la
libagione perfetta nel Suo Sangue, l’Agnello di Dio ripara tutte le conseguenze causate dal
peccato andando a compensare ogni disordine e quindi sanando tutti i debiti di pena dovuti
alla Giustizia di Dio. Tuttavia attraverso i Sacramenti l’uomo ottiene necessariamente ed
esclusivamente la remissione della colpa, ossia ritorna giusto, cosa che da solo mai potrebbe
fare. La remissione della pena, che è virtualmente possibile, dipende dal tipo di dolore
suscitato dalla Grazia nell’animo del penitente. Questo perché l’uomo accede allo stato di
giusto anche quando non ancora ha espiato le sue colpe, anzi l’espiazione accettata
conferma e rafforza la giustizia di chi la compie. Tuttavia all’uomo è concesso, anche
quando non l’ha avuto ottenuto in Confessione, di cancellare le pene delle colpe di cui è
pentito, mediante un atto particolare della Divina Misericordia, che non a caso è detto
Indulgenza, ossia perdono particolare, sia nei modi che nei tempi. Proprio attingendo dal
Tesoro dei Meriti, la Chiesa, cui compete di legare e sciogliere, aprire e chiudere le porte
della Giustizia, concede l’Indulgenza, che dà la sicurezza della remissione delle pene a
determinate condizioni, variabili a seconda del condono offerto (31). Tale remissione vale
sia per chi la lucra sia per i defunti ai quali il penitente voglia applicarle a modo di suffragio,
sia plenaria che parziale.
Le condizioni variano in base ai due tipi fondamentali di Indulgenza, la plenaria e la
parziale (32). La plenaria è la remissione totale di tutte le pene meritate per i peccati,
debitamente confessati. Essa si ottiene a quattro condizioni: la Confessione sacramentale,
cui segua il fermo proposito di evitare per il futuro ogni peccato, anche veniale; la
Comunione eucaristica; la recita almeno di un Pater e Ave secondo le intenzioni del Papa,
che concede l’Indulgenza; il compimento dell’azione indulgenziata, il cui potere espiativo è,
per l’occasione, amplificato dall’autorità ecclesiastica. Confessione e Comunione si possono
fare anche diversi giorni prima (o anche dopo la seconda) dall’atto indulgenziato; la
preghiera per il Papa va fatta lo stesso giorno. Si può lucrare una sola plenaria al giorno.
Possono lucrarsi più plenarie anche con la medesima Confessione, mentre la Comunione e
la preghiera per il Pontefice vanno ripetute per ognuna. L’Indulgenza parziale invece è la
remissione di una parte della pena meritata per i peccati, da compiersi con animo almeno
contrito, anche se non in modo perfetto, e che cancella la pena meritata raddoppiando
quanto espiato dal fedele col semplice compimento dell’atto indulgenziato (33). Si possono
lucrare più parziali al giorno.
Quali sono le opere che sono indulgenziate dalla Chiesa per la plenaria e la parziale? Il loro
elenco è contenuto nell’Enchiridion Indulgentiarum (34); trattasi generalmente di preghiere,
ma anche di azioni virtuose compiute con le debite disposizioni o il pellegrinaggio ad un
Santuario indulgenziato (35). Un tipo particolare di Indulgenza è quella legata ad un periodo
di tempo, che può essere di un giorno o più lungo, ed è allora detto Giubileo, dal suono di
corno che lo bandiva.
Esso è l’Anno Santo, ossia l’anno in cui Dio concede la remissione delle colpe e delle pene.
Fondato nel Levitico come periodo di remissione dei debiti e interpretato spiritualmente
dalla Chiesa e da lei autoritativamente collegato a determinati tempi, anche sulla base della
Tradizione espressa nella pietà popolare, esso può essere locale o universale; l’uno e l’altro
sono concessi dal Papa. Il Giubileo locale è concesso in luoghi specifici per ragioni
particolari, generalmente connesse a determinate ricorrenze in cui Dio è più propizio, come i
centenari della morte dei Santi, Suoi amici. Il Giubileo universale è invece per tutta la
Chiesa e si celebra ogni venticinque anni nella sua forma ordinaria, fermo restando che il
Papa può celebrarne di straordinari quando lo reputa opportuno (36). Nel corso dei Giubilei
chi adempie alle condizioni richieste può lucrare l’Indulgenza in qualunque momento, può
essere assolto da qualunque censura e da qualunque chierico. Le condizioni sono
generalmente le medesime nei vari Giubilei (37).
Ovviamente, nessuno può impedire a Dio, Che conosce i cuori, di dispensare Lui stesso
l’Indulgenza a chi creda meritevole, magari sulla scorta di pratiche pie o azioni sante della
fede cattolica. Infatti Egli, autore delle Indulgenze, non ne è vincolato in alcun modo (38).
L’INDULGENZA NELLA TRADIZIONE DELLA CHIESA

Come ogni aspetto della dottrina della Fede, anche l’Indulgenza è stata sottoposta ad uno
sviluppo progressivo, analogamente al granello di senape che dapprima è il più piccolo dei
semi e poi diviene un albero sui cui rami si posano gli uccelli del cielo e alla cui ombra
dormono le fiere. Molti, specie in campo protestante, hanno considerato l’Indulgenza come
la sintesi degli abusi del Papato. In realtà questa affermazione, se ha un fondamento storico
in relazione agli aspetti pastorali e canonici del problema in alcune epoche, non ha nessun
fondamento invece in campo dogmatico e liturgico.
Le prime Indulgenze furono concesse direttamente dall’Autorità ecclesiastica solo nel X
sec., cominciando con l’abbonamento totale o parziale delle sfibranti penitenze canoniche.
Ma dalla notte dei tempi i fedeli compivano atti di pietà che implicitamente ottenevano
l’Indulgenza (39). Una prima tappa è costituita dal valore attribuito ai meriti dei Confessori
fin da quando essi erano in vita (40). Già dai tempi di San Cipriano di Cartagine (200 ca.-
258) coloro i quali erano caduti nel peccato di apostasia e chiedevano la riconciliazione con
la Chiesa si procuravano dei libelli in cui i superstiti delle persecuzioni intercedevano per
loro. A questi lapsi libellatici veniva concessa l’assoluzione in punto di morte senza
penitenza canonica, a dimostrazione che l’intercessione del Confessore era considerata
vicaria della penitenza stessa, non potendo i moribondi più adempirla. Ciò dipendeva dai
loro meriti.
Una seconda tappa è costituita dalla prassi del pellegrinaggio o viaggio sacro. Intrapreso per
culto dei Santi e delle loro Reliquie, stimolato dal compimento di miracoli, motivato dal
bisogno di soccorso nella malattia e nelle difficoltà della vita, impreziosito dal desiderio di
uniformarsi almeno per una parte della vita alla povertà, alla castità e all’obbedienza di
Cristo, il pellegrinaggio ha da sempre una valenza espiativa molto forte e degli archetipi
biblici assai marcati (41), ed è ancora oggi una pratica devota raccomandata dalla Chiesa.
Da quando essa nacque, i fedeli cominciarono a recarsi nei luoghi più santi della Fede,
quelli di Palestina, convinti che lo sforzo compiuto per raggiungerli sarebbe stato
massimamente meritorio per la congiunzione di tale merito con quelli sovrabbondanti di
Cristo medesimo, della Vergine, degli Apostoli e dei Santi che colà erano vissuti, e avrebbe
ottenuto loro l’agognata remissione delle pene meritate dai peccati. Il viaggio era ad un
tempo presso il Luogo Santo e la Chiesa ivi radunata, presso la memoria e il memoriale
della Presenza Divina (42). L’emancipazione del Cristianesimo e la fioritura di Santuari
attorno ai venerati corpi dei Santi, oltre che in luoghi impreziositi da ierofanie
miracolose (43), fecero sì che i centri di pellegrinaggio si moltiplicassero all’infinito e
attirassero i penitenti alla ricerca di un’espiazione che andasse a supportare l’assoluzione
sacramentale (44). Già dal 490 l’Arcangelo San Michele, apparendo a San Lorenzo
Maiorano in quel di Monte Sant’Angelo, potè promettere: Ubi saxa panduntur ibi peccata
hominum remittuntur. I Santuari in cui la fede popolare e l’insegnamento ecclesiastico
ravvisavano le condizioni della remissione della pena sono al centro di complessi cicli
agiografici che, parte integrante della Tradizione, attestano la fede embrionale in
un’Indulgenza legata ad un luogo e ad una santità ivi testimoniata, con cui si entrava in
contatto mediante il viaggio sacro. Così per esempio San Gregorio Magno (590-604) poteva
già attestare che la Tomba del Beato Apostolo Pietro era il luogo della universale remissione
dei peccati, a causa dell’immenso afflusso di pellegrini in cerca di espiazione.
Questo sistema espiativo ebbe ancor più successo da quando si diffuse il sistema delle
Redenzioni e dei Tariffari, che prescriveva esso stesso il pellegrinaggio per determinati
delitti. Numerosi Santuari avevano collezioni votive di catene, portate dai penitenti in segno
di espiazione e miracolosamente scioltesi all’atto del loro arrivo in quelle mete; anche le
liste dei peccati che essi si portavano dietro spesso bruciavano spontaneamente al momento
della visita. Cuore dei Santuari erano e sono le Sante Reliquie. Oggetto di culto perché
ricordo fisico dei Santi, perché dotate della santità che appartenne loro per inabitazione
dello Spirito Santo e perché glorificate da Dio mediante i miracoli compiuti presso di
esse (45), esse sono venerate da sempre (46)e si dividono in tre grandi tipi: quelle reali,
quelle per contatto e i brandea. Questi erano i pezzettini, anche minuti, dei sepolcri dei
Santi, sbrecciati dai fedeli e usati almeno fino a quando rimase in vigore il divieto romano di
smembrare i corpi dei Santi stessi o di traslarli, ossia fino al VIII sec. Questa legge, ora
ripristinata, preservò il mondo cristiano da una proliferazione a volte ambigua (47). Le
Reliquie reali sono i corpi stessi dei Santi o gli oggetti usati da essi in vita; invalsa la prassi
dello smembramento dei corpi e degli oggetti, esse poterono essere conservate in più luoghi.
Le Reliquie per contatto erano quelle generate dai fedeli toccando, con un oggetto, il corpo
o il sepolcro o gli oggetti stessi del Santo; a volte era la stessa Chiesa a produrre così le
Reliquie – come ancora si fa – per la devozione dei fedeli(48). Accanto alle Reliquie, che ai
giorni nostri sono diventate più articolate nella tipologia, grazie ai filmati, alle registrazioni
e alle fotografie dei Santi stessi, anche se non sono ancora oggetto di un culto indiscriminato
che pure avrebbe ragion d’essere, si collocano le Icone, considerate le immagini autentiche
di Cristo, di Maria e dei Santi, degne per questo di venerazione e veicoli della loro presenza
operativa efficace. Spesso accanto all’Icona dipinta si collocano le Statue. Le feroci
persecuzioni iconoclaste in Oriente alzarono il prestigio delle Icone e la fede nella loro
efficacia salvifica, ivi compresa la loro potenzialità espiativa. Il tipo iconico, rigorosamente
stabilito e rispettato, garantisce la raffigurazione formalmente corretta di Cristo, della
Madre, degli Angeli e dei Santi, in ossequio al principio dell’Incarnazione, che ha dato un
Immagine visibile al Dio invisibile, senza che però, mancando la consustanzialità tra il
raffigurato e il raffigurante, si corra il rischio dell’idolatria (49). L’Icona e la raffigurazione
in quanto tale, avendo come oggetto la persona e non la natura ed essendo quella realmente
ancora esistente ed operante, sono un mezzo mediante cui i raffigurati possono agire. Ad un
certo punto della storia, perciò, la mappa del mondo cristiano assunse la caratteristica che
ancora oggi ha: una fitta trama di Santuari e Chiese, spesso assiepate in città divenute sante
per la loro ricca presenza e quindi meta costante di postulanti di grazie e perdono (50).
Una terza tappa per la diffusione dell’Indulgenza fu il suo legame con la guerra. In un
mondo sconvolto dalla violenza, prendere le armi fu ben presto concepito come atto di
espiazione (51). Pipino il Breve scese in Italia nel 752 e nel 756 per liberare Roma dai
Longobardi e donarla al papa Stefano II (752-757) pro venia delictorum suorum, ossia in
penitenza delle sue colpe, evidentemente già perdonate sacramentalmente, non avendo lui
subito nessuna imposizione penitenziale. Papa San Leone IV (847-855) promise all’esercito
dei Carolingi che quanti fossero caduti al suo interno per la difesa del mondo cristiano dai
barbari pagani sarebbero andati in Cielo direttamente, ossia diede alla guerra giusta con
conseguente morte un valore soddisfattorio pieno. Non solo la sentenza fu reiterata da papa
Giovanni VIII (872-882), ma ebbe un corrispettivo nella convinzione dell’imperatore
Niceforo II Foca (963-969), che a Bisanzio considerava martiri della Fede i suoi soldati
caduti in battaglia contro i Saraceni, anche se il patriarca Polieucto (956-970) non volle
attribuire loro nessun culto, sebbene convinto che fossero saliti in Cielo. Questa
equiparazione tra martirio e piena purificazione penitenziale legata alla guerra contro gli
infedeli fu ripresa anche da San Leone IX (1049-1054). Alessandro II (1061-1073) accordò
l’Indulgenza a chi combatteva per liberare la Spagna dall’oppressione moresca. San
Gregorio VII (1073-1085) bandì numerose indulgenze per coloro che combattevano le sante
battaglie del Papato e della Chiesa, decidendo già da questo mondo la lotta tra bene e male.
Il geniale coniugatore della guerra giusta col pellegrinaggio fu il Beato Urbano II (1088-
1099) che, sulla base del paradigma biblico dell’Esodo, pellegrinaggio in armi verso la Terra
Santa, allo scopo di soccorrere i Cristiani d’Oriente e di liberare i Luoghi Santi, bandì la
Crociata nei Concili di Piacenza e Clermont Ferrand (1095) concedendo l’Indulgenza
plenaria a chiunque vi avesse partecipato, anche senza perdervi la vita. Da questo momento
la plenaria è collegata alla Crociata, pur non mancando Indulgenze generose legate ai
pellegrinaggi inermi e ad altre opere buone, ormai significativamente richieste nelle
penitenze per i peccati più gravi e pubblici, capaci di abbonare sia le pene canoniche che
quelle in Purgatorio o entrambe. Il Concilio di Bari (1098) confermò le concessioni. Urbano
II le estese alla Reconquista spagnola, pellegrinaggio in armi a Santiago. Alla plenaria
corrispondeva il voto del crociato, l’impegno solenne preso di andare a combattere sotto
vincolo di peccato grave: da esso decorreva l’applicazione dell’Indulgenza. Il I Concilio
Lateranense (1123) confermò l’Indulgenza plenaria in Spagna e Terra Santa; il Beato
Eugenio III (1047-1054) la concesse alla Crociata contro gli Slavi pagani che impedivano la
diffusione della Fede sul Baltico, come pellegrinaggio armato presso le Chiese perseguitate
e presso la Terra della Beata Vergine Maria (essendo state donate quelle lande alla Madre
del Verbo); il III Concilio Lateranense (1179) la estese alla lotta contro gli eretici, come
pellegrinaggio armato presso le Chiese funestate dalla loro presenza, che minacciavano il
Corpo Mistico di Cristo. Introducendo il sistema di commutazione dei voti su base tariffaria
presente anche nel Libro del Levitico, papa Innocenzo III (1198-1216) confermò la prassi
diffusa di concedere l’Indulgenza anche a chi armava un crociato a proprie spese e concesse
questo genere di commutazione a chi lo chiedeva per validi motivi. Così, mentre fioriva la
grande età dei pellegrinaggi inermi, quelli armati anche raggiungevano l’apice e la
legislazione canonica del IV Concilio Lateranense (1216) radunava le azioni meritevoli di
perdono se compiute in armi: contro gli infedeli, i pagani, gli scismatici, gli eretici e gli
scomunicati.
Una mutazione di tendenza cominciò a configurarsi con Onorio III (1216-1227) che
riconobbe l’Indulgenza della Porziuncola, plenaria, da lucrarsi il 2 agosto e ottenuta da
Nostro Signore stesso per richiesta di San Francesco d’Assisi (1181-1226), legata solo alla
preghiera, ai Sacramenti e alla visita alla Chiesa assisiate e ai vari templi che poi ebbero
questo privilegio, oggi esteso a tutte le parrocchie e alle chiese francescane del mondo. Lo
sviluppo del culto dei Defunti fece sì, già dall’XI-XII sec., che l’Indulgenza fosse applicata,
come suffragio, ai Purganti, sia plenaria che parziale. In ragione di ciò il 2 novembre, legato
alla Commemorazione dei trapassati, fu impreziosito dalla plenaria e il suo Ottavario da
altre forme di perdono (52). Queste Indulgenze erano ovviamente slegate sia dal
pellegrinaggio inerme che armato. Invece la politicizzazione dell’uso della Crociata (contro
gli Svevi, contro gli Aragonesi, contro i Colonna, contro i Ghibellini) e la caduta di San
Giovanni d’Acri (1291) contribuirono all’eclisse della plenaria legata al pellegrinaggio in
armi, anche se le spedizioni sacre continuarono ad essere organizzate fino al XVIII sec.,
tornando a parziale fulgore nelle guerre contro i Protestanti (secc. XVI-XVII) e contro i
Turchi nei Balcani (secc. XIV-XVIII). Una nuova plenaria inerme fu concessa da San
Celestino V (1294) in Santa Maria di Collemaggio, la cosiddetta Perdonanza, ancora in uso.
Nel frattempo l’Indulgenza si legò sempre più anche alla semplice recita di preghiere o al
compimento di opere buone (53).
Ma l’apice dell’Indulgenza plenaria si ebbe con l’istituzione del Giubileo nel 1300 per
volontà di Bonifacio VIII (1294-1303). Alla cadenza prima centenaria, poi cinquantennale
indi venticinquennale dell’Anno Santo fece seguito la possibilità di lucrare l’Indulgenza
anche fuori Roma. Clemente VI (1342-1352) fu il primo a concedere ai Maiorchini di
lucrarla con visite alla Cattedrale e con l’offerta di una somma pari a quella che avrebbero
speso per andare a Roma. Questa concessione alla mentalità materialistica del Medioevo
ebbe purtroppo tristi sviluppi: l’Indulgenza tariffata in base alla possibile spesa del viaggio a
Roma divenne la prassi di Bonifacio IX (1389-1404), che quindi fece entrare la simonia nel
sistema penitenziale. Egli usò anche largamente la prassi dell’Indulgenza giubilare bandita
al di fuori del Giubileo stesso, lucrata in genere con un’offerta. La predicazione
dell’Indulgenza divenne spesso grossolana e il richiamo alla Confessione e alla Comunione
più flebile, specie nel Rinascimento. Le numerose Indulgenze giubilari lucrate con offerte
spesso si basarono su tariffe predeterminate, assecondando la parte più bassa della pietà
popolare, quella desiderosa di poter quantificare il merito. La pretesa, mai esplicitata, che
l’Indulgenza concessa da Leone X per la costruzione della Basilica di San Pietro rimettesse
anche la colpa e che non avesse bisogno della Confessione, oltre che di una sua efficacia
automatica, fece inorridire Lutero (1483-1546) il quale tuttavia negò il diritto stesso della
Chiesa di concederle, per cui Leone X (1513-1521), se da un lato precisò i punti controversi
sollevati dal ribelle riaffermando la prassi tradizionale, dall’altro condannò gli errori in
merito con la Exurge Domine (1520) e la Decet Romanum Pontificem (1521). Il Concilio di
Trento (1545-1563) potè così ribadire la dottrina delle Indulgenze, così come l’abbiamo
esposta, reprimendo gli abusi simoniaci. Nell’età moderna esse furono legate soprattutto a
pii esercizi di ampia popolarità, come la Via Crucis, le Litanie autorizzate, la Preghiera al
Crocifisso, il suffragio (54). Pur rimanendo i grandi pellegrinaggi e i grandi Santuari (55),
l’Indulgenza si legò sempre più alla pietà privata, alla preghiera, mentre la prassi dell’offerta
andò declinando. Il Concilio Vaticano II (1962-1965) prescrisse i necessari
ammodernamenti poi realizzati da Paolo VI (1963-1978). Rimane ad oggi viva la prassi del
pellegrinaggio, grazie alle continue manifestazioni del soprannaturale nelle visioni,
apparizioni e nella vita di alcuni grandi Santi, per cui i fedeli istintivamente ancora
accorrono alle fonti dell’espiazione che Dio stesso apre loro (56). In effetti, l’ultima grande
Indulgenza concessa, quella della Divina Misericordia nella II Domenica di Pasqua, da
Giovanni Paolo II, corrisponde alla volontà espressa da Gesù in Persona a Santa Maria
Faustina Kowalska (1905-1938), alla quale il Signore promise una rigenerazione talmente
forte ai penitenti da restaurare la pura Grazia battesimale.

NOTE AL CAPITOLO VI E AL SUO ADNEXUM

1. Libro edito digitalmente su Amazon.com che raduna le catechesi comparse sul sito www.theorein.it .
2. Altre denominazioni sono: Sacramento del perdono o della pace, perché dona l’uno e l’altra.
3. Già nell’AT il peccatore confessava le sue colpe a Dio. Qui la confessione è ricevuta da coloro che lo
rappresentano.
4. Sebbene la Confessione si sia sviluppata pienamente, come Sacramento individuale, nella Chiesa Cattolica
e nella teologia sacramentaria latina, essa esistette sempre e si mantiene, a volte in forme differenti ma
analoghe, nelle Chiese Orientali separate. La pretesa di Lutero – che pure accettò quel Sacramento per i
primi tempi della sua riforma – e di Calvino nonché di Zuingli di abolirla come non evangelica non ha, in
effetti, alcun fondamento. Né ha alcun senso il suo svilimento, fatto da alcune correnti eterodosse
postconciliari, in nome di un presunto ritorno all’antichità apostolica – in cui la Confessione era
regolarmente e frequentemente amministrata – in quanto tale tentativo serve solo a protestantizzare la pietà
cattolica.
5. La Morte di Cristo svolge diverse funzioni giustificatrici per ognuno. Anzitutto rimette la Colpa originale,
che però può essere imputata solo ad Adamo. In conseguenza di ciò mette ogni uomo in condizioni di fare il
bene, restaurando la sua libertà, ispirandogli, sostenendogli e coronandogli le buone opere, compreso lo
sforzo di evitare le azioni cattive. Per cui è dalla Morte di Cristo che ognuno è preservato dai peccati che
avrebbe potuto commettere e che mai ha fatto, ed è per essa che compie tutto il bene che può essergli
attribuito. In relazione ai peccati commessi la Morte di Cristo è strettamente espiativa, per cui ogni colpa
veniale è causa di una parte delle sofferenze di Gesù e ogni colpa grave da sola è bastevole a causarla, perché
ogni colpa grave offende infinitamente Dio, e quindi può essere compensata solo dal Sacrificio dell’Uomo
Dio, il Quale, Incarnandosi, scelse di redimere mediante un sacrificio perfettamente proporzionato, anzi
eccedente, rispetto al male commesso dagli uomini. Infatti Gesù avrebbe potuto redimerci versando anche
una sola goccia di Sangue, perché Dio. Se non addirittura con il semplice fatto di perdonarci, anche senza
Incarnazione. La Sua scelta di immolazione serve a mostrare da un lato l’abissale grandezza della
mostruosità del peccato, dall’altro la ancor più profonda bontà divina.
6. E’ uno dei Cinque Precetti Generali della Chiesa. Esso vincola dopo la Prima Confessione che si fa a otto
anni. Gli stessi bambini che devono ricevere la Prima Comunione prima debbono fare la Prima Confessione.
7. L’uso della Confessione più frequente negli ultimi tempi è stato promosso, in relazione alla Comunione
frequente, da S. Pio X (1903-1914) e dai suoi successori. In particolare Pio XII (1939-1958) si è molto
raccomandato per la Confessione mensile. Una buona frequenza è quella settimanale.
8. Papa Alessandro VIII (1688-1691) condannò la proposizione lassista del “peccato filosofico”, ossia della
colpa che non offende Dio perché fatta in ignoranza della Sua Legge o addirittura senza l’esplicita
convinzione di offenderLo, quasi che l’ingiuria a Dio sia un’elemento estrinseco al peccato stesso, che
l’individuo possa aggiungere o togliere a piacimento.
9. Sebbene essi siano rimessi anche dalla Comunione o anche dall’atto penitenziale e dal Confiteor durante la
Messa con le sue formule assolutorie seguenti.
10. Come la mancanza di un buon numero di sacerdoti in imminente pericolo di morte per più persone;
rimane fermo il principio che appena si può ci si deve accostare al Sacramento individualmente.
11. Ciò fu definitivamente sanzionato dal Concilio Lateranense IV (1216).
12. Molti sacerdoti sono morti per mantenere fede al segreto (come San Giovanni Nepomuceno), perché Dio
dà una grazia particolare per osservare tale comando.
13. Il Vescovo è il vero ministro del Sacramento. Tuttavia almeno i Parroci e in genere i Sacerdoti in cura
d’anime sono delegati a confessare. Per i peccati cosiddetti riservati, i Vescovi nominano uno o più
Penitenzieri che assolvono in suo nome. I peccati spettanti all’assoluzione del Papa sono rimessi o da lui
direttamente o dalla sua Santa Penitenzieria Apostolica. Tra i peccati riservati, sanzionati dalla scomunica,
ricordiamo l’aborto – assolvibile dal Vescovo – la consacrazione di Vescovi senza il consenso del Papa (ossia
lo scisma), l’attentato alla sacra persona del Pontefice Romano, il furto delle Ostie Consacrate, la negazione
esplicita di un dogma di fede (cioè l’eresia), tutti assolvibili solo dal Pontefice. La scomunica è la privazione
della Grazia di Dio da parte del potere apostolico (1 Cor 5, 1-13). Sebbene ogni peccato mortale sia di per sé
causa di privazione totale della Grazia, in casi gravi o dubbi la sentenza canonica serve a rafforzare la
consapevolezza dell’indegnità dell’azione commessa; in tal caso l’assoluzione non è solo dal peccato
commesso, ma anche dalla scomunica stessa come pena comminata e sempre efficace. I crimini citati hanno
la scomunica latae sententiae, ossia inferta automaticamente, anche se il delitto non viene conosciuto
dall’autorità ecclesiastica. Ne consegue che coloro i quali si confessano di quelle colpe sanzionate dalla
scomunica a un ministro giuridicamente incompetente non sono validamente assolti. Altri delitti, a seconda
delle circostanze, sono sanzionati dalla scomunica ferendae sententiae, ossia valida solo se inflitta
esplicitamente dal Papa o dal Vescovo. La scomunica maggiore, ormai in disuso, taglia fuori dai rapporti con
tutti gli altri cristiani. Fu comminata per esempio dal beato Pio IX ai negatori del dogma dell’Infallibilità
papale e in genere spetta agli eretici convinti. Durante il giubileo in linea di principio ogni confessore può
assolvere da ogni scomunica. La scomunica riservata è quella che può essere assolta solo dal Papa. Quella in
articulo mortis può essere assolta solo in punto di morte. Oggi, appunto in caso di pericolo di morte,
qualunque sacerdote può assolvere da qualunque peccato e da qualunque scomunica, anche se lui stesso non
ha il mandato di confessare ordinariamente. L’altra grande pena canonica della Chiesa è l’interdetto, che
esclude il condannato da alcune o tutte le funzioni liturgiche, e che può essere locale, personale o misto; il
locale e il misto possono essere particolari o generali. All’occorrenza intere nazioni possono essere
sottoposte all’interdetto.
14. La Confessione è un diritto del cristiano. I sacerdoti sono tenuti a confessare ogniqualvolta ne sia fatta
ragionevole richiesta. E sempre quando ci sia pericolo di morte. Inoltre spetta al clero raccomandare la
Confessione ed esortare ad essa. In quanto poi al ministro confessore, deve essere debitamente preparato e
dotato di conoscenza della Legge di Dio, di esperienza delle cose umane, di rispetto, tatto e delicatezza, di
amore per il Signore e per la Chiesa, di pazienza e fermezza, di prudenza, di zelo per le anime e di volontà di
contribuire alla loro conversione con la preghiera e la penitenza in prima persona.
15. Così definì il Concilio di Trento.
16. Il contrito non può tuttavia accostarsi alla Comunione se non dopo l’assoluzione, a meno che non abbia
un motivo grave per farlo e non possa accedere ad un confessore (ad esempio un sacerdote che celebra e non
può confessarsi prima della Messa).
17. Chi, fuori della Chiesa, è contrito può evidentemente avere la Remissione dei peccati. Tale contrizione è
ovviamente modulata sulla conoscenza reale che ognuno ha di Dio e dell’offesa arrecatagli. In genere, come
si parla di Battesimo di desiderio e di sangue, secondo me si può avere una Confessione di desiderio, perché
il singolo che ama Dio si confesserebbe di certo se sapesse che Lui lo esige. In tal maniera, anche l’attrizione
di chi è fuori della Chiesa, per quanto è possibile averla, viene suggellata da una Confessione di desiderio,
purchè il penitente ignori la possibilità di riceverla nella Chiesa Cattolica.
18. E’ altrettanto opportuno concludere le confessioni accusandosi anche di ciò che non si ricorda. Ciò
sottopone al foro sacramentale anche ciò che non si dice senza colpa. Ovviamente, un peccato mortale
ricordato o conosciuto successivamente può essere confessato nella prima occasione utile. Nell’esame di
coscienza bisogna peraltro evitare i rischi del lassismo e del rigorismo, avendo una coscienza ben formata.
Per questo è bene avere un confessore ordinario e un padre spirituale, possibilmente nella stessa persona, che
insegnino al penitente come ben confessarsi e come vivere cristianamente per progredire nella vita spirituale
e ascetica. Il padre o direttore spirituale è una guida indispensabile, a cui si chiede lume in ogni circostanza
di vita, non solo morale, alla luce della Fede, considerandolo uno strumento nelle mani di Dio. Va scelto con
saggezza tra i sacerdoti santi, anche se può essere teoricamente persino un laico. Senza direzione spirituale
non vi è piano di vita né progresso dell’anima. Direzione spirituale e confessione possono avvenire anche
nella medesima circostanza, se possibile. La retta formazione della coscienza nell’esame fa si che il penitente
possa essere, nel foro della Confessione, teste a carico e contrario per se stesso, come insegna il Concilio
Vaticano II.
19. Il dolore può essere anche susseguente alla Confessione, perfezionandosi. Dolersi in modo sempre più
consono per colpe confessate anche in passato implica una migliore remissione delle stesse perché già assolte
nel foro sacramentale. Solo in un caso si può assolvere senza che il penitente non accusi i peccati, quando
questi sia moribondo e incapace di parlare, ossia sub conditione.
20. Il digiuno consiste nel saltare un pasto o almeno in una sua notevole restrizione, dal ventunesimo al
sessantesimo anno. L’astinenza dalle carni inizia dal quattordicesimo anno e dura tutta la vita. La
commutazione, decretata da Paolo VI, può avvenire con preghiere, elemosine o altre mortificazioni
volontarie. Purtroppo oggi i fedeli hanno abbandonato quasi del tutto la prassi della penitenza pubblica.
21. Per esempio la pratica riparatrice dei Primi Venerdì del Mese o dei Primi Sabati, in onore rispettivamente
del Sacro Cuore di Gesù e del Cuore Immacolato di Maria, da compiersi mediante la confessione e la
comunione in quei giorni con l’intenzione soddisfattoria richiesta.
22. Con essa, tutte le forme di culto liturgico. A cascata, tutte le forme di devozione, a partire dal Rosario e
dalla Via Crucis, passando per la meditazione, la contemplazione e la lettura della Sacra Scrittura.
23. Sono pertanto sia fisiche che spirituali.
24. Magari con la recita del Magnificat. Il ringraziamento privato può precedere la penitenza, se questa non è
fattibile al momento.
25. Istituito dal Concilio di Trento e modificato dal Vaticano II, esso tutela l’anonimato o almeno la
riservatezza del penitente. Peraltro, i fedeli devono accuratamente evitare di ascoltare la confessione altrui,
sotto vincolo di peccato mortale.
26. Come suggerito dal Concilio Vaticano II.
27. Così il Rituale della Penitenza di Paolo VI.
28. La dottrina del Tesoro dei Meriti è stata enunciata in modo sistematico, dopo una gestazione millenaria,
dalla bolla Unigenitus di papa Clemente VI (1342-1352) e poi ribadita dal magistero successivo, sino alla
cost. ap. Indulgentiarum Doctrina di Paolo VI (1963-1978) del 1967. Il b. papa Giovanni Paolo II (1978-
2005) l’ha riespressa nella bolla Incarnationis Mysterium del 1998; il tema era sotteso alle lettere apostoliche
dello stesso Papa, Tertio Millennio Adveniente (1994) e Novo Millennio Ineunte (2001), rispettivamente di
preparazione e conclusione agli eventi giubilari millenari.
29. L’antica distinzione tra Indulgenze reali, locali e personali non è più contemplata nella disciplina
canonica.
30. Paolo VI abolì l’uso di quantificare l’abbono delle pene della disciplina precedente, introducendo questa
formula che àncora l’espiazione alle disposizioni del penitente in modo drastico.
31. Sempre Paolo VI abolì tutte le vecchie Indulgenze che non fossero esplicitamente indicate
nell’Enchiridion o per cui non vi fosse una legge speciale. L’attuale Enchiridion è stato pubblicato in una
quarta nuova edizione del testo base di Paolo VI nel 1999, per ordine del b. papa Giovanni Paolo II.
32. Tra gli atti indulgenziati per la plenaria ricordiamo: accostarsi per primi alla Comunione o tra i primi con
un pio ringraziamento seguente; recitare il Rosario o l’inno Akhatistos in famiglia o in chiesa o in gruppo;
fare la Via Crucis; elevare la Preghiera a Gesù Crocifisso dopo la Comunione nel sabato di Quaresima [Pio
IX l’aveva concessa ogni giorno], leggere o ascoltare la lettura della Bibbia per più di mezz’ora, praticare le
varie forme dell’Adorazione Eucaristica per un medesimo lasso di tempo, partecipare alla processione del
Corpus Domini, usare oggetti sacri come il Crocifisso, fare gli esercizi spirituali per tre giorni di seguito,
visitare una chiesa e pregare in una chiesa in cui si tengano solenni funzioni in onore di un Santo o di un
Beato proclamato nel corso dell’anno, recitare comunitariamente novene approvate o anche privatamente
litanie o Piccoli Uffici riconosciuti, cantare in comunità il Veni Creator Spiritus a Pentecoste o a Capodanno,
e il Te Deum il 31 dicembre , celebrare (se sacerdoti) la prima messa o i propri giubilei, parteciparvi (se
fedeli, recitare il Credo alla Veglia di Pasqua o nell’anniversario del proprio Battesimo, recitare Pater e
Credo nella chiesa in cui si tiene un Sinodo, partecipare alle funzioni di una Visita pastorale . Chi ha recitato
nella vita quotidianamente qualche preghiera può, in punto di morte, con le debite disposizioni, anche se non
confessato, ottenere la plenaria, opportunamente tenendo il Crocifisso. La plenaria in punto di morte è
concessa anche con la Benedizione apostolica impartita dal Sacerdote, al quale è vivamente raccomandato di
concederla. Una forma particolare di Indulgenza è considerata quella di cui godono gli ascritti alla
Confraternita di Maria SS. del Carmelo della Quale portano lo Scapolare: essi escono dal Purgatorio il primo
sabato dopo la morte, avendolo devotamente portato in vita, avendo osservato la castità nel proprio stato e
avendo adempiuto ad altre condizioni. La Promessa risale alla SS. Vergine e fu avvalorata implicitamente dal
magistero ecclesiastico. Per la parziale esiste una serie di azioni indulgenziate, tra cui la sopportazione delle
vicissitudini della vita o il compimento dei propri doveri di stato, elevando preci a Dio, o il pregare
mentalmente più volte nella giornata, anche brevemente [magari con le giaculatorie debitamente approvate],
potendone applicare il frutto anche ai defunti; il lavorare a vantaggio del prossimo con animo misericordioso;
il privarsi di qualcosa di lecito spontaneamente; il professare la propria fede apertamente nei propri ambienti
di vita e lavoro. Queste sono le quattro concessioni generali legate alla parziale. Essa è inoltre concessa a chi
prega in forme non liturgiche per le intenzioni delle Giornate Mondiali della Chiesa, come la Missionaria o
per le Vocazioni o per la Pastorale sanitaria, o nella Settimana dell’Unità dei Cristiani; a chi insegna o impara
la sacra dottrina; a chi pratica le forme del culto eucaristico nelle forme non annesse alla plenaria; a chi recita
l’Anima Christi o la Preghiera al Crocifisso dopo la Comunione o fa la Comunione spirituale; a chi fa
l’esame di coscienza e si eccita al dolore prima della Confessione o dopo di essa recita preghiere penitenziali
stabilite; a chi fa gli esercizi spirituali in forme specifiche; a chi ascolta i sermoni delle Missioni al popolo; a
chi recita il Rosario da solo, l’Angelus o altre preghiere mariane specifiche; a chi prega l’Angelo Custode,
San Giuseppe, i SS. Pietro e Paolo in forme indulgenziate, nonché ogni altro Santo e Beato nella sua
memoria con preghiere autorizzate, o un Santo o un Beato recentemente proclamato in una chiesa in cui è
stato solennemente venerato; a chi recita determinate preghiere delle tradizioni orientali; a chi prega per i
benefattori, per il Papa, per il Vescovo al suo ingresso in diocesi o nell’anniversario dello stesso, nelle forme
approvate; a chi prega mattina e sera, prima e dopo i propri affari, prima dei pasti con orazioni indulgenziate;
a chi recita il Credo, fa il Segno della Croce con la formula di rito, recita gli Atti di Fede, Speranza e Carità,
rinnova i voti battesimali, visita il Cimitero e prega almeno mentalmente per i defunti, recita il Requiem
Aeternam o le Lodi o i Vespri dell’Ufficio dei Defunti; a chi legge o ascolta leggere la Bibbia per un tempo
inferiore alla mezz’ora.
33. I luoghi da visitare sono: le Quattro Basiliche Patriarcali [San Giovanni in Laterano, San Pietro in
Vaticano, San Paolo Fuori le Mura, Santa Maria Maggiore] a Roma sempre; le Basiliche minori, le Chiese
Cattedrali, i Santuari internazionali, nazionali e diocesani debitamente eretti (a cominciare da quelli del
Santo Sepolcro di Gerusalemmne, di San Pietro e San Paolo a Roma, di San Giacomo a Compostela, di San
Michele a Monte Sant’Angelo), le chiese degli ordini e delle congregazioni religiosi, quelle parrocchiali e
non parrocchiali e gli altari in determinati giorni dell’anno, nonché nelle chiese in cui si tenga una liturgia
stazionale, il giorno stesso, per avere la plenaria; le catacombe, per la parziale. Sarebbe auspicabile che la
plenaria fosse sempre possibile nei Santuari della Terra Santa.
34. Abbiamo nel calendario della Chiesa Universale, lucrabili in chiesa, le Indulgenze del Due Agosto detta
della Porziuncola, quella del Due Novembre solo per i Defunti [e nei giorni dell’Ottavario visitando il
Cimitero], quella della Domenica della Divina Misericordia, la prima dopo Pasqua, alle debite condizioni. Si
ottengono Indulgenze plenarie anche nei giorni in cui le famiglie si consacrano al Sacro Cuore o alla Sacra
Famiglia alla presenza di un sacerdote, o nella solennità di Cristo Re o del Sacro Cuore quando si recita
pubblicamente la Consacrazione a Lui; si lucrano inoltre nel giorno in cui si riceve la Benedizione
Apostolica o quando ci si unisce alla Via Crucis papale il Venerdì Santo o al Rosario recitato dal Pontefice
anche tramite i mezzi di comunicazione di massa; in quelli in cui si prega liturgicamente per scopi specifici,
come le Missioni o le Vocazioni, o nella Settimana per l’Unità dei Cristiani; quando si partecipa
all’Adorazione della Croce il Venerdì Santo; nella festa dei SS. Pietro e Paolo per chi usa oggetti sacri
quotidianamente e fa in quell’occasione la professione di fede; quando si ascoltano i sermoni delle missioni
al popolo e si partecipa alla loro funzione conclusiva; infine, coloro che sono ascritti alle Pie Unioni – come
quella del Transito di San Giuseppe o del Santo Bambino di Praga- possono lucrare la plenaria in occasione
di festività liturgiche e ricorrenze legate allo spirito delle Unioni medesime.
35. Esistevano sia l’Anno Sabbatico che quello Giubilare, descritti nel cap. XXV.
36. Giubilei romani occasionali, basati sulla credenza che nell’anno centenario della Nascita di Cristo si
potessero avere particolari forme di perdono, furono forse tenuti dai papi Silvestro II (999-1003), Pasquale II
(1100-1118) e Innocenzo III (1198-1216) negli anni secolari del loro regno. Bonifacio VIII (1294-1303), su
richiesta dei pellegrini accorsi a Roma per il 1300, accolse la pia credenza e indisse il Giubileo per
quell’anno, stabilendo di tenerlo ogni secolo (bolla Antiquorum habet Fidem). In ragione della brevità della
vita umana, Clemente VI stabilì di celebrarlo ogni cinquanta, nella Unigenitus. Urbano VI (1378-1389)
decise di tenerlo ogni trentatrè anni in memoria della durata della vita di Cristo, con la Salvator Noster;
Paolo II (1464-1471) ne volle quattro ogni secolo, ogni venticinque anni, tanti quante sono le stagioni
(Ineffabilis Providentia). Alessandro VI (1492-1503) ne riformò i riti liturgici con la Pastoris Aeterni (1499),
introducendo l’uso di aprire le porte sante dopo averle picchiate con un martelletto d’argento pronunciando
la formula Apritemi le porte della Giustizia, alla vigilia di Natale. Importanti bolle d’indizione furono la
Annus Domini di Clemente VIII (1592-1605), la Quod hoc di Leone XII (1823-1829), la Properante di
Leone XIII (1878-1903), la Infinita Dei Misericordia di Pio XI (1922-1939), la Iubilaeum Maximum del ven.
Pio XII (1939-1958). Paolo VI determinò condizioni nuove in cui potessero essere lucrate le Indulgenze
anche nelle Chiese locali (Apostolorum Limina), essendo fino ad allora di solito esse riservate ai pellegrini a
Roma. Giovanni Paolo II riprese la legislazione sull’argomento indicendo il Giubileo straordinario del 1983
(Aperite portas Redemptori) e quello ordinario del 2000, modificando in occasione di questo i riti liturgici
connessi (Incarnationis Mysterium), mediante l’abolizione dell’uso del martelletto e con la semplice spinta
dei battenti delle porte sante delle Basiliche. Alcuni giubilei furono celebrati senza bolla d’indizione, ex lege,
nei tempi più remoti (1400; 1423-1425). Uno (1875) in forma privata. Numerosi sono i Giubilei straordinari,
di cui l’ultimo è quello citato del 1983. Vanno ricordati gli Anni devozionali mondiali, legati anch’essi ad
Indulgenze, come gli Anni mariani aperti da Pio XII e Giovanni Paolo II, gli Anni paolino 2008-09 e
sacerdotale 2009-10, voluti da papa Benedetto XVI.
37. L’Incarnationis Mysterium prevedeva, per i pellegrini a Roma, un pio pellegrinaggio a una delle
Basiliche patriarcali [o a San Lorenzo al Verano o a Santa Croce in Gerusalemme o al Santuario del Divino
Amore o alle Catacombe], la partecipazione alla Messa o alle Lodi o ai Vespri o altre funzioni liturgiche, o in
alternativa alla Via Crucis o al Rosario o al canto dell’Akhatistos, nonché la visita devota, anche privata, con
l’adorazione eucaristica e pie meditazioni per un certo tempo concludendole con il Pater, la professione di
fede e l’invocazione della Vergine; per i pellegrini in Terra Santa, un pio pellegrinaggio nelle Basiliche del
Santo Sepolcro a Gerusalemme, della Natività a Betlemme, dell’Annunciazione a Nazareth alle medesime
condizioni; nelle altre circoscrizioni ecclesiastiche, per i pellegrini nelle Cattedrali e in altre chiese indicate
dall’Ordinario, alle stesse condizioni, nonché la visita anche individuale alla Cattedrale o ad altro Santuario
designato, la pia meditazione in essi per un certo periodo e la recita finale del Pater, della professione di fede
e l’invocazione della Vergine; per coloro che in ogni luogo si recano a rendere visita per congruo tempo ai
fratelli in necessità o in difficoltà (infermi, carcerati, anziani soli, handicappati ecc.), visitando in essi Cristo
sofferente, alle stesse condizioni generali delle plenarie, con l’invito a rinnovarle nell’anno santo più volte
lucrando in ognuna la plenaria; per coloro che, almeno una volta nell’anno, si astengano da consumi
superflui (fumo, alcool), pratichino l’astinenza o il digiuno e facciano offerte a vantaggio dei poveri;
sostengano opere di carattere religioso o sociale (specie per l’infanzia abbandonata, la gioventù in difficoltà,
gli anziani bisognosi, gli stranieri in cerca di migliori condizioni di vita); dedichino una congrua parte del
tempo libero ad attività che hanno interesse per la comunità o altre forme personali di sacrificio.
38. Possiamo far afferire a questa libertà di azione di Dio tutte quelle promesse di remissione legate a
pratiche rivelate ed autenticate, anche se le Indulgenze rispettive non hanno avuto un riconoscimento
esplicito, come ad esempio quelle di Nostro Signore a Santa Brigida di Svezia per le Quindici Orazioni alle
Sante Piaghe. Oppure poniamo mente a tutti quegli atti, ignoti agli uomini, mediante cui il Signore rimette le
pene ai peccatori pentiti che abbiano le condizioni da Lui richieste e che noi conosciamo tramite la Chiesa.
39. Su di esse vi è, contrariamente a quanto si crede, una ricca letteratura patristica.
40. Lo attesta ad esempio Tertulliano.
41. Abramo, Isacco e Giacobbe vissero una vita di pellegrinaggio perpetuo, di nomadismo sacro. L’Esodo è
un pellegrinaggio. La Legge prescrive pellegrinaggi votivi e cultuali. Il rientro dall’Esilio babilonese è un
pellegrinaggio. Nostro Signore Gesù Cristo stesso visse una vita di pellegrinaggio predicatorio e salì più
volte devotamente a Gerusalemme. Lo stesso fecero gli Apostoli. Tutta la vita cristiana è un pellegrinaggio
da questo mondo al Padre, così come l’Incarnazione è un viaggio del Figlio dal Padre al mondo, per poi
tornare a Lui.
42. Migliaia di persone, nel corso dei secoli, anelarono di morire ed essere sepolti in Terra Santa se non
addirittura a Gerusalemme per potersi coprire, nel Giorno del Giudizio, dei meriti stessi di Cristo.
43. L’apparizione, sebbene debba essere oggetto di esame accurato da parte dell’Autorità ecclesiastica, sia in
ordine all’attendibilità del veggente che alla ortodossia del messaggio, è un evento possibile e anzi
abbastanza frequente. Le apparizioni – ossia le circostanze in cui un Santo, un Angelo, la Vergine o Cristo
stesso si rendono visibili in questa dimensione – e anche le visioni sensibili – in cui invece è il veggente che
osserva qualcosa che è al di fuori della realtà che ci circonda- sono, quando debitamente riconosciute, parte
integrante della Tradizione e luogo teologico da tenere presente. Norme sul loro discernimento sono state
dettate dal V Concilio Lateranense (1512-1516).
44. Il Santuario è un luogo in cui il sacro ha una manifestazione e un’allocazione privilegiata, esattamente
come nell’AT, in luoghi come Ebron, Betel, Sichem, Bersabea, il Sinai, Galgala, Silo, ecc., fino al gran
Tempio di Gerusalemme, edificato tre volte e oggi distrutto.
45. Sono i motivi della venerazione addotti da Tommaso d’Aquino.
46. Testimonianze per esempio nel Martirio di San Policarpo di Smirne, in San Girolamo, in San Cipriano, in
Sant’Agostino, in San Cirillo di Gerusalemme, in San Gregorio di Tours ecc.
47. Ai tempi di papa San Paolo I (757-767) furono traslate le prime spoglie di martiri verso Chiese
germaniche. Da allora il flusso degli spostamenti non ebbe più termine e alcuni importantissimi Santuari,
come San Marco a Venezia, San Nicola a Bari ecc. devono la loro fortuna addirittura ai sacri furti delle
Reliquie che custodiscono. Infatti si riteneva che i Santi non avrebbero mai permesso che i loro corpi fossero
rubati se non fossero stati contenti di essere spostati. Molti Santuari di Apostoli e Santi molto antichi si
fondano proprio sullo smembramento dei corpi di coloro ai quali sono dedicati. Bonifacio VIII (1294-1303)
proibì lo smembramento dei corpi e la conseguente traslazione, ma il divieto ebbe poco esito e non ebbe peso
per il culto agiologico.
48. Caso tipico quello delle Reliquie della Passione, con i frammenti innumerevoli della Vera Croce. In ogni
caso l’autenticità della Reliquia, quando è possibile constatarla, dev’essere acclarata dall’Autorità
ecclesiastica. Essa non implica necessariamente una autenticità storica, ma una correttezza nel processo di
sacralizzazione anche per contatto.
49. Come dimostrarono San Giovanni Damasceno, San Teofane, San Niceforo, Sant’Adriano I, il II Concilio
di Nicea (787) e San Teodoro Studita. La teologia aniconica ancora oggi seguita dai seguaci di Calvino e
Zuingli è quindi priva di un autentico fondamento biblico e patristico.
50. I Santuari maggiori erano: Gerusalemme (Deus), Monte Sant’Angelo (Angelus), Roma e Santiago de
Compostela (Homo). In Oriente fondamentale era Costantinopoli con il suo tesoro di reliquie di inestimabile
valore. Montserrat, Il Pilar, Rocamadour, Coutances, Le Puy, Clermont, Lione, Chartres, Reims, Boulogne,
Charroux, Saint-Denis, Limoges, Vezélay, Tarascona, Tours, Saint-Gilles, Walsingham, Lough Dergh,
Aquisgrana, Colonia, Mariazell, Einsiedeln, Chzestochowa, Venezia, Padova, Assisi, Salerno, Benevento,
Bari, Varallo, Milano, Genova, Bologna, Tessalonica, Pec, Ochrid, Kiev, Antiochia, Alessandria d’Egitto,
Efeso, Cartagine furono, nell’area euromediterraneo, dal Tardo Antico al Basso Medioevo, solo alcuni dei
nomi più prestigiosi.
51. Bisogna spogliare la mente dall’idea dell’uso delle armi come selvaggio e anticristiano di per sé. Se il
magistero di Paolo VI e Giovanni Paolo II ha mostrato che ovviamente la pace e il dialogo sono più conformi
al Vangelo, sin dalla notte dei tempi la teologia ha fissato le condizioni della guerra giusta, che non è un bene
ma un male minore e che, in ragione dei fini, diventa un atto di carità. La tradizione patristica, canonistica e
dei Dottori è unanime in tal senso. La Purificazione della Memoria del 2000 fatta da Giovanni Paolo II e le
sue basi teologiche messe dall’Istruzione della Commissione Teologica Internazionale in vista di
quell’evento non inficiano la possibilità di una retta comprensione dell’etica e della teologia sottese alla
prassi millenaria della guerra giusta nell’interesse e con la benedizione della Chiesa. Il nocciolo morale non è
mai cambiato, sono mutate le condizioni storiche, di costume, in cui calarlo e viverlo.
52. Conformemente alla prassi biblica, attestata nei Libri dei Maccabei e in quelli di Samuele, della preghiera
per i morti.
53. Innocenzo III concesse l’Indulgenza a chi, sposandola, redimeva una prostituta. I grandi mistici e
visionari del Basso Medioevo ebbero rivelazioni private su pratiche di pietà che accorciavano il Purgatorio,
per sé e per altri. Per esempio le Orazioni per un anno e per dodici anni rivelate a Santa Brigida di Svezia
(1303-1373) da Gesù stesso. O la famosa preghiera Ti Adoro Croce Santa, che libera le Anime del
Purgatorio, poi confermata dai Papi.
54. San Leonardo da Porto Maurizio (1676-1751) fu il grande apostolo della Via Crucis. Pio VII (1800-1823)
concesse la plenaria alle Litanie del Santo Bambino recitate pubblicamente il 25 di ogni mese. Il Beato Pio
IX (1846-1878) la concesse a chi avesse recitato la Preghiera al Crocifisso dopo la Comunione. Pio XI
(1922-1939) la concesse ai fedeli che facciano, in suffragio dei Defunti, l’Atto eroico di Carità, ogni volta
che si comunicano.
55. Loreto, Pompei e Guadalupe sono i nomi più noti dei Santuari fioriti in età moderna. Lourdes, Banneux,
Rue du Bac sono invece nomi legati alla grande pietà del XIX sec.
56. I luoghi sono Fatima, San Giovanni Rotondo, Siracusa ecc.
CAPITOLO VII

HASTHENOUNTAS THERAPEUETE 

Elementi di teologia dell’Unzione degli Infermi

“Guarite gli infermi!”


Nostro Signore Gesù Cristo agli Apostoli
“I Dodici.. partiti… 
ungevano di olio 
molti infermi 
e li guarivano”
Mc VI, 12
“Chi è malato, chiami a sé i presbiteri della Chiesa 
e preghino su di lui dopo averlo unto con olio, 
nel Nome del Signore. E la preghiera fatta con fede 
salverà il malato: il Signore lo rialzerà 
e se ha commesso peccati 
gli saranno perdonati”
San Giacomo il Minore
“Guarite i malati!”, ordinò Nostro Signore ai Dodici, inviandoli a due a due nei luoghi dove
stava per recarsi. Conferì loro a tale scopo molti poteri, sia taumaturgici che sacramentali,
dando loro autorità sulla salute e sulla vita stessa dell’anima e del corpo, nonché sui
demoni (1).
In questa frase e nella prassi che ne seguì, nel corso della stessa missione apostolica – nella
quale i Dodici ungevano di olio gli infermi guarendoli – noi riscontriamo l’istituzione del
Sacramento dell’Unzione degli Infermi, detta anche Olio Santo o Estrema Unzione. Esso è
quindi istituito, come tutti gli altri segni salvifici, dal Signore. La piena promulgazione della
Volontà Divina su questo Sacramento è tuttavia avvenuta nella Lettera di San Giacomo
(5,14-15), dove l’Apostolo prescrive quanto aveva ricevuto dal Signore, ossia che i malati
chiamino al proprio capezzale i presbiteri per esserne unti con olio per ricevere la salvezza
in quel momento estremo, di sicuro nell’anima – mediante il perdono – e poi all’occorrenza
nel corpo, se l’Unzione è ricevuta con la dovuta fede e se ciò è conforme al Volere di Dio.
Questo Sacramento è dunque mirabile negli effetti, ma negletto, sia nella vita del singolo
cristiano – per soverchie superstizioni che lo associano all’idea della morte, in conseguenza
della quale è scaramanticamente evitato – sia nella storia della Chiesa – in cui appare come
la Cenerentola dei segni salvifici. In ragione di ciò, andiamo ad esporre i cardini della Fede
su questo argomento, sperando di favorire una retta comprensione di esso e una sua più
fervente pratica sacramentale.

ELEMENTI DI TEOLOGIA DELL’UNZIONE DEGLI INFERMI

Come la Confessione, questo Sacramento è di guarigione. Ma esso è legato alla condizione


della malattia. Perciò s’impone una serie di considerazioni. Anzitutto, va ricordato che il
Signore ha una cura particolare per i malati. Essi vivono una condizione dalla quale nessuno
può esimersi e che prima o poi tocca a tutti. E’ la conseguenza del Peccato d’Origine, che ha
creato distonia tra l’Uomo, fatto per la vita, e la sua stessa natura, vulnerata dalla colpa; è la
conseguenza dei peccati attuali, meritevoli di sanzione anche nel corso dell’esistenza
terrena (2) e di correzione (3); è infine il passaggio obbligato dei viventi corporei, soggetti
alla corruttibilità e alla fragilità dell’elemento materiale, che prima o poi deve cessare di
esistere, ossia deve morire.
I malati sono spesso messi alla prova nella loro vita interiore, abbandonati a se stessi, di
fronte ad un destino duro e ineluttabile, a volte tentati e allontanati da Dio in seguito alla
sofferenza. Gesù, Che Si è caricato di tutti i nostri peccati e quindi anche delle loro
conseguenze, non vuole che il malato e il sofferente si sentano soli: la Sua Passione e Morte,
rimuovendo la causa prima del dolore e della morte, ossia il peccato, hanno la potenza
terapeutica anche di rimuoverne gli effetti, anche se la piena emancipazione dell’Uomo
dalla caducità avverrà nell’altra vita e alla Resurrezione dei Corpi. Il Signore, se da un lato
vuole associare i Suoi fedeli alla Sua sofferenza salvifica - dando così al dolore umano una
valenza nuova, per la quale colui che soffre è un prescelto da Dio, quanto maggiori sono le
sue sofferenze e la sua innocenza, nonché la sua capacità di offrire in conformità al Volere
Divino, per la salvezza del mondo - dall’altra non vuole infliggere loro dolori inutili,
soverchi o troppo pesanti - amando esercitare la Sua Misericordia, che guarisce anima e
corpo - né desidera che essi siano soli nel portare la croce (4). La guarigione fisica, da Lui
spesso concessa nel Vangelo e anche oggi in circostanze specifiche, è sempre legata a quella
spirituale (5). Anzi, Egli mostra la Sua autorità di legare e sciogliere dal vincolo del peccato
proprio sanando malati umanamente incurabili: ciechi, sordi, muti, paralitici, zoppi, lebbrosi
e ogni altra sorta di infermi. Ad essi chiede solo come condizione la Fede (6). In virtù di
essa, risana il corpo e l’anima.
Questo legame tra sofferenza fisica e spirituale rimane vivo anche nel mandato di
guarigione da Cristo concesso agli Apostoli e ai Discepoli, capostipiti della Successione
sacerdotale sia dei Vescovi che dei Presbiteri. Ai Suoi più intimi seguaci infatti il Signore
conferisce il potere di guarire i malati. I malati a cui fa riferimento il Signore sono coloro
che sono duramente colpiti, che sono sulla soglia dell’eternità, che sono in uno stato di
permanente dolore: quelli cioè che a causa della loro infermità sono in pericolo di vita, sia
fisica che, conseguenzialmente, morale (7). Il termine greco hasthenountes indica proprio
coloro che sono indeboliti, abbattuti, prostrati. E il comando therapeuete indica la capacità
di guarire non solo il corpo ma anche l’anima, che è lenita e sanata dalle Piaghe del
Redentore. Perciò noi senza ombra di dubbio troviamo in Mt 10,8 e in Mc 6,11-13 il
racconto dell’istituzione di questo Sacramento da parte di Cristo. Esso, come insegna il
Concilio di Trento, è qui in effetti accennato, ma realmente istituito, con una modalità
perfezionata, promulgata e raccomandata dall’Apostolo Giacomo, il fratello del Signore (Gc
5, 14-15) (8).
Il Signore ha voluto questo Sacramento perché non solo la malattia è conseguenza del
peccato, ma soprattutto perché al suo insorgere, facendo capolino la morte, il cristiano possa
più intimamente essere uniformato, unito e conformato a Lui sofferente e morto; in ragione
di ciò, nello stretto guado del soffrire, l’Uomo non è lasciato solo, ma è sorretto nella
battaglia decisiva. La sua malattia diventa occasione di salute; il suo morire sfocia nella Vita
Eterna. Non è un Sacramento iatrico, che supplisce alla medicina, ma è un Sacramento
salvifico, che nel momento cruciale dell’esistenza sopperisce all’umana debolezza e
conferisce una grazia speciale di guarigione, all’occorrenza anche esteriore, specie se
ricevuto con Fede (9). Per questo la Chiesa raccomanda di riceverlo a chiunque, anche solo
per ragioni anagrafiche, sia già in predicato di morte. Esso non è indispensabile per la
salvezza, ma fortemente consigliato e opportuno. Infatti completa l’equiparazione tra
momenti naturali e soprannaturali della vita cristiana. Come la Confessione, anche
l’Unzione degli Infermi rappresenta un bagno purificatore nel Sangue di Cristo. In ragione
di ciò, il nome Unzione degli Infermi è sicuramente quello più adatto a definirne la natura.
La vecchia dizione, Estrema Unzione, rimane tuttavia valida in considerazione del fatto che
essa è l’ultima da conferire, non solo e tanto cronologicamente, ma quanto e soprattutto
soteriologicamente, perché frutto estremo dell’azione salvifica applicata del Cristo, ultima
scaturigine della Sua Misericordia redentrice, Sacramento speculare ed esplicativo nei
confronti del Battesimo, essendo questi di entrata nella Grazia in questo mondo e quello di
uscita dalla vita terrena, quello di entrata nella vita celeste e questo di uscita dalla morte del
peccato, entrambi in modo definitivo, sebbene l’uno imprima il sigillo e l’altro operi solo in
chi l’ha ricevuto. In un modo quindi tutto speciale questo Sacramento unisce alla Morte di
Cristo, consegnando corpo e anima del fedele alla Sua Sepoltura e conformandolo alla Sua
Resurrezione direttamente nell’altra vita, con un effetto che qui, negli ultimi momenti
dell’esistenza, ha solo il suo pallido ma efficace inizio. E’ perciò chiamato Sacramento degli
Uscenti.
Questo Sacramento ha il suo ministro o nel Vescovo o nel Presbitero, secondo quanto
abbiamo detto, leggendo Matteo, Marco e Giacomo. La materia è appunto l’unzione con
l’olio, d’oliva o vegetale, mediante imposizione delle mani (10). Essa avviene,
conformemente alla credenza biblica nel potere curativo naturale dell’olio stesso, sulla
fronte e sulle mani, secondo quanto recentemente precisato dal Magistero della Chiesa (11),
una volta sola. Naturalmente la Grazia onnipotente di Cristo conferisce a questo rimedio
medico un potere che non potrebbe mai avere da solo. Esso è sancito dalla forma, anch’essa
ricondotta alla sua espressione tradizionale centrale: “Per questa Santa Unzione e per la
Sua piissima misericordia ti aiuti il Signore con la Grazia dello Spirito Santo e, liberandoti
dai peccati, ti salvi e nella Sua bontà ti sollevi.” (12) In ragione di ciò, tale formula è oggi
scandita una volta sola. Questo Sacramento, proprio perché di guarigione, può essere
ovviamente ricevuto più volte. Inoltre, dal modo in cui viene impartito, si comprende la
ragione per cui è chiamato anche Olio Santo (13). Come tutti i Sacramenti, va ricevuto con
le debite disposizioni: pentimento, proposito, pietà, devozione, fede.

LA CELEBRAZIONE LITURGICA DELL’UNZIONE DEGLI INFERMI

Come tutti i Sacramenti, l’Unzione degli Infermi è un atto comunitario, anche se celebrato
fuori dalla chiesa e solo per il malato. E’ opportuno che sia celebrato nella Messa, o almeno
preceduto dalla Confessione e seguito dall’Eucarestia. Infatti, dopo l’Olio Santo, se il fedele
può riceverla, è bene amministrare la Comunione, in quanto Viatico o Sacramento
dell’ultima strada, quella che ogni uomo deve percorrere; questa Comunione è, in verità, la
più solenne della vita cristiana, quella che realmente unisce in modo totale alla Morte e alla
Resurrezione di Cristo. Tornando al Sacramento dell’Unzione, dopo il Saluto del
Celebrante, vi è l’Atto penitenziale e la Liturgia della Parola; segue il Rito sacramentale
essenziale, con l’Imposizione delle Mani in silenzio, la Preghiera sul malato o Epiclesi,
l’Unzione con l’Olio. Penitenza, Unzione ed Eucarestia sono il trittico dei Sacramenti che
preparano alla Patria Eterna.

EFFETTI SOTERIOLOGICI DELL’OLIO SANTO

Meravigliosi sono gli effetti di questo ultimo Sacramento:


1. Viene conferita la Grazia sacramentale del conforto, della pace e del coraggio nella
malattia e nella vecchiaia, nonchè di difesa dalla tentazione estrema;
2. Vengono rimessi i peccati, qualora non siano stati perdonati in Confessione, alle
medesime condizioni richieste da quel Sacramento, se l’infermo non può adirvi;
3. Viene conformato al Cristo sofferente e morto il fedele così unto, tanto da essere
consacrato all’azione di partecipazione alla Redenzione;
4. Viene messo in circolo, nel Mistico Corpo, tutto il merito acquisito dal morente così
conformato a Cristo; il malato riceve poi il vantaggio dell’intercessione della Chiesa
a suo vantaggio;
5. Viene preparato l’ultimo passaggio per il malato, da questo mondo al Padre;
6. Viene concessa guarigione, salute e vita, se è conforme al Divino Volere e se c’è fede
a sufficienza.

L’UNZIONE DEGLI INFERMI NELLA TRADIZIONE

Proprio per confutare l’erronea concezione di una nascita tardiva e non chiara di questo
Sacramento, è bene indicare come esso sia stato sempre presente nella Tradizione. Sin dalla
Lettera di Giacomo, abbiamo la prova dell’esistenza e della prassi dell’Unzione degli
Infermi, sia nella Chiesa Giudaico-Cristiana, cui è indirizzata, sia ovviamente in quella ex
gentibus, che pure ricevette la missiva come scrittura ispirata. Molte sono le attestazioni
nelle Liturgie dell’Occidente e dell’Oriente. Tuttavia il Sacramento rimase in ombra per
diverse ragioni: la prassi diffusa nell’Occidente a praticare la Penitenza sacramentale una
volta sola, con suo differimento al punto di morte (V sec.) e la prassi di rimandare lo stesso
Battesimo al momento finale (IV sec.). Avendo l’uno e l’altro Sacramento il potere di
rimettere le colpe, addirittura in radice il secondo, l’Unzione degli Infermi fu trascurata, ma
non dimenticata. Fu papa sant’Innocenzo I (402-417), scrivendo a Decenzio vescovo di
Gubbio, a ricordare che i Sacramenti sono Sette e che tra essi si annovera anche l’Unzione
degli Infermi (Si instituta ecclesiastica, 416). Il Sacramento è attestato nel VI sec. sia in
Gallia che Spagna. San Cesario di Arles (470-543) esorta i malati ad andare in chiesa,
comunicarsi, farsi ungere. All’Olio Santo è attribuito anche il potere di guarire ed
esorcizzare (14), ed era a tale scopo consegnato ai fedeli. L’antica preghiera per la
consacrazione dell’Olio apposito, la “Effondi Signore il Tuo Santo Spirito Paraclito”, fu
inserita nella Preghiera Eucaristica ed è attestata sia nel Sacramentario Gregoriano (VII sec.)
che nella Traditio Apostolica di sant’Ippolito (III sec.), ed è ancora in uso. Essa attesta
ovviamente l’esistenza del Sacramento per cui l’Olio è consacrato.
Tra l’VIII e l’XI sec., l’Unzione fu dapprima inserita tra l’imposizione della penitenza e
l’assoluzione pubblica del Sacramento della Confessione, per evitare che essa, in un’epoca
in cui ancora non era invalsa quella auricolare, fosse trascurata dai fedeli; serviva altresì a
garantire il perdono a chi fosse morto improvvisamente. Nel X sec. fu amministrata
addirittura dopo l’assoluzione, divenendo Estrema Unzione. Solo la nascita e il diffondersi
della Penitenza privata e la preposizione dell’assoluzione alle pratiche espiative tolse l’Olio
Santo dall’angolo in cui era stato confinato.
Col passare dei secoli, nella Tradizione liturgica furono precisate, in vario modo, le parti del
corpo dell'infermo che dovevano essere unte con l'Olio santo, e furono aggiunte più formule
per accompagnare le unzioni, appunto contenute nei libri rituali delle varie Chiese. Durante
il Medioevo, nella Chiesa Romana invalse la consuetudine di ungere gli infermi nelle sedi
degli organi di senso, con l'uso di questa formula: «Per questa santa Unzione e per la sua
misericordia pietosa, il Signore ti perdoni tutto ciò che hai commesso di male», formula che
veniva adattata a ciascuno dei sensi.
La dottrina sull’Unzione fu esposta nel Concilio Fiorentino – a fronte dell’Unione con i
Greci- e Tridentino, per arginare la contestazione protestante.
Il Concilio Fiorentino descrisse gli elementi essenziali dell'Unzione degli Infermi, nel
Decretum pro Armeniis; il Concilio di Trento ne proclamò la divina istituzione, indicando
tutto ciò che intorno alla Sacra Unzione è tramandato dall'Epistola di san Giacomo, per
quanto riguarda soprattutto la realtà e l'effetto del Sacramento. Merita una citazione testuale,
che possa ravvivare la Fede in questo segno salvifico: «Questa realtà è, infatti, la grazia
dello Spirito Santo, la Cui unzione lava i delitti, che siano ancora da espiare, toglie i residui
del peccato e reca sollievo e conforto all'anima del malato, suscitando in lui una grande
fiducia nella misericordia del Signore, per cui l'infermo, così risollevato, sopporta meglio i
fastidi e i travagli della malattia e più facilmente resiste alle tentazioni del demonio che gli
insidia il calcagno (Gn 3, 15) e riacquista talvolta la stessa salute del corpo, quando ciò
convenga alla salute dell'anima (15)» Il medesimo Concilio proclamò che questa Unzione
deve esser fatta agli infermi, e soprattutto a coloro che sembrano essere in fin di vita. Da qui
l’uso della denominazione Estrema Unzione. Da ultimo, per quanto riguarda il ministro
competente, dichiarò che ne è ministro il presbitero.
Il Concilio Vaticano II integrò la dizione "Estrema Unzione" con quella di "Unzione degli
infermi", perché ciò a cui si riferisce non è il Sacramento solo di coloro che si trovano in
estremo pericolo di vita (16). «Con la sacra unzione degli infermi e con la preghiera dei
presbiteri tutta la Chiesa raccomanda gli ammalati al Signore sofferente e glorificato, perché
rechi loro sollievo e li salvi (cf Gc 5, 14-16), anzi li esorta a unirsi spontaneamente alla
passione e alla morte di Cristo (cf Rm 8, 17; Col 7, 24; 2 Tm 2, 11-12; 1 Pt 4, 13), per
contribuire così al bene del Popolo di Dio (17).” In ragione di ciò, avvenne la revisione del
rito della Sacra Unzione, al fine di adattar meglio alle odierne circostanze quegli aspetti che
erano stati soggetti a mutamento, perché non essenziali. Fu la cost. ap. Sacram Unctionem
Infirmorum di Paolo VI (1972) a realizzarla e l’Ordo concernente l’Unzione degli Infermi e
la loro cura pastorale (1974) la mise in pratica.
NOTE AL CAPITOLO VII

1. Conformemente alla concezione di 1 Sam 16,14; Gb 18, 13; Sal 91, 6, per cui la malattia è causata anche
dalle potenze infernali, i due poteri possono essere collegati.
2. Es 11,4; Nm 12, 9-13; Sal 38, 3-9; Lc 13, 16; Gv 5, 14; 9, 2; 1 Cor 11, 30; Rm 8, 20.
3. Gv 11, 4; 2 Cor 12, 7.
4. La sofferenza ha un posto unico nella teologia cristiana. Unita a quella di Cristo sullo sfondo
epistemologico della soteriologia, è un elemento dell’ascetica, della mistica e anche dell’etica. Oggetto di
costante riflessione magisteriale, è al centro di una pastorale particolare, detta appunto degli Infermi, che
oggi si è sviluppata in modo autonomo e completo grazie allo sviluppo della medicina. Di recente un’ampia
sintesi sul valore salvifico della sofferenza cristiana e tutto il suo significato si è avuta nella Salvifici Doloris
del beato Giovanni Paolo II (1984). Essa descrive il vasto mondo della sofferenza umana; ne cerca il
significato; lo rintraccia nell’Amore di Cristo, che la vince e la trasforma in azione salvifica. Per cui la
sofferenza diventa Vangelo e il Buon Samaritano il tipo del cristiano che aiuta chi soffre. In essa si trova un
chiaro riferimento alla Mediazione Materna che Maria, Salute dei Malati, svolge verso i suoi figli. Tale
dottrina è antica quanto la Chiesa. La Vergine, come del resto in tutti i Sacramenti, intercede, media e
coopera al compimento della Grazia del segno salvifico.
5. Nell’AT Dio è ad un tempo Colui Che infligge la malattia – direttamente o indirettamente- e Che guarisce.
Lv 26, 26; Dt 28, 22; 2 Sam 24, 16; 2 Re 19, 35; Gb 2, 7. Nel NT invece la Sua azione è essenzialmente
guaritrice, essendo il Figlio venuto a redimere l’uomo e quindi a farsi carico delle conseguenze del Peccato.
Mt 1, 21; 17,11; 20, 28; Mc 10, 45; Lc 2, 11.21.30; 15, 1; 19, 10; 21, 28; Gv 1, 17; 3, 17; 4, 12.42; 6, 38; 12,
32.47; 18, 9 ecc.
6. La Fede - espressa dalla preghiera - è condizione di guarigione nell’AT, assieme al digiuno e ai sacrifici: 2
Re 20, 3 ss.; Sal 38, 41; 2 Sam 12, 16 ss.; Nm 25, 8. Anche nel NT è espressa in 2 Cor 12, 8. La preghiera
per il malato diviene poi la forma stessa del Sacramento, come vedremo.
7. Sebbene la prassi della Chiesa sia infatti quella di conferire il Sacramento a chi, avendo una grave
malattia, è in pericolo di morte fisica, male non sarebbe, a mio avviso, di conferirlo anche a chi, avendo una
malattia grave ma non immediatamente mortale, è tuttavia in pericolo di morte spirituale, perché provato e
tentato a causa della durezza del suo destino.
8. Non vi è in effetti alcun fondamento nella tesi delle Chiese evangeliche, come dei Vecchi Cattolici e dei
Razionalisti moderni, che l’Unzione degli Infermi non sia stato istituito da Cristo o addirittura non sia
Sacramento.
9. In ciò trovano compimento le concezioni veterotestamentarie per le quali Dio è il vero e solo guaritore, ma
del corpo in vista dell’anima, in uno spirito tipico della Nuova Alleanza. Cfr. Es 15, 26; Os 11, 3; Sal 6, 3;
Gb 5, 18.
10.L’olio in quanto tale è materia remota; l’unzione mediante imposizione delle mani è prossima. Di recente,
non essendo specificato nella Bibbia che olio adoperare, in ragione del fatto che in alcune regioni della terra
l’olio d’oliva è difficile da reperire, è stato concesso di usare altri oli, purchè vegetali. Il Signore preparò
all’uso della materia sacramentale guarendo più volte per mezzi materiali simbolici: Lc 10, 34; Gv 5, 3 ecc.
11.Paolo VI (1963-1978) ha riformato l’amministrazione del Sacramento con la Cost. Ap. Sacram
Unctionem Infirmorum (1972). Prima si ungevano più parti del corpo, in corrispondenza con le aree motorie
e sensitive. Sfrondando il rito delle sue duplicazioni invalse nel Medioevo, il Papa ha prescritto, secondo la
Tradizione, la sola unzione della fronte e delle mani. In caso di necessità, sulla sola fronte o in altra parte del
corpo che possa essere unta.
12.La formula precedente faceva riferimento ai vari luoghi del corpo che erano via via unti ed era ripetuta.
13.L’Olio adoperato è quello degli Infermi, benedetto dal Vescovo nella Messa Crismale del Giovedì Santo,
insieme a quello Crismale e a quello dei Catecumeni.
14.Per il nesso tra presenza infernale e malattia di cui dicevamo.
15.Conc. Tridentino, Sess. XIV, De extr. unct., cap. II:
16.Conc. Vaticano II, Cost. sulla Sacra Liturgia Sacrosanctum Concilium, n. 73.
17.Cost. dogm. Lumen Gentium.