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Medievalia

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ALESSANDRO DI MURO FRANCESCO LA MANNA

Studi sul
Mezzogiorno
longobardo
Insediamenti e trasformazione
del paesaggio tra i secoli VI e X

a cura di
Francesco La Manna
I edizione: settembre 2012

ISBN 978-88-906394-2-5

© Copyright 2012
Soc.Coop. ITINERA
Olevano sul Tusciano (SA)
itineracoop@libero.it

Tutti i diritti riservati


Sommario

L’agro nocerino-sarnese tra tarda antichità e alto Medioevo


F. La Manna 5

Il territorio di Metellianum tra tarda antichità e alto Medioevo


F. La Manna 85

Insediamenti e paesaggio agrario nell’actus Cilenti in età


longobarda
F. La Manna 115

Da Cividale a Benevento: alle origini del Mezzogiorno


longobardo.
A. Di Muro 137

Insediamenti vulturnensi nel Salernitano


A. Di Muro 167

Dinamiche insediative nel Mezzogiorno longobardo altomedievale


(secc. VI-VII). Una traccia.
A. Di Muro 185

Bibliografia generale 215


Indice dei nomi e dei luoghi 237
Dinamiche insediative nel Mezzogiorno longobardo

Alessandro Di Muro

Dinamiche insediative nel Mezzogiorno


longobardo altomedievale (secc. VI-VII).
Una traccia.

Per uno storico occuparsi oggi di altomedioevo vuol dire


confrontarsi necessariamente con una serie di altre discipline, con i
linguaggi, le metodologie e gli strumenti di indagine che ne definiscono lo
statuto epistemologico. In primo luogo l‘archeologia medievale, disciplina
che negli ultimi 30 anni ha fornito una mole straordinaria di dati, tradotta,
per l’Italia, in migliaia di pubblicazioni monografiche, atti di convegni,
articoli su riviste, realizzando, come è stato notato, una vera e propria
rivoluzione nei paradigmi interpretativi di tale periodo1. Sarebbe, pertanto,

1 Per i rapporti tra storia dell’altomedioevo e archeologia medievale in Italia nelle


riflessioni degli storici si vedano almeno P. Delogu, Longobardi e Bizantini: altre
congetture, in Langobardia, a c. di S. Gasparri, P. Cammarosano, Udine 1990, pp. 111-
167; L'alto medioevo italiano alla luce dell'archeologia, a cura di R. Francovich, G. Noye',
Firenze 1994 all’interno del quale resta fondamentale il contributo di P. Delogu, La
fine del mondo antico e l’inizio del Medioevo: nuovi dati per un vecchio problema, pp. 7-23 C.
La Rocca, Segni di distinzione. Dai corredi funerari alle donazioni 'post obitum', in L'Italia
centrosettentrionale in età longobarda, a cura di L. Paroli, Firenze 1997, pp. 31-54; P.
Delogu, Trasformazione, estenuazione, periodizzazione. Strumenti concettuali per la fine
dell’antichità, in «Mediterraneo antico», II, 1, 1999, pp. 3-17; S. Gasparri, I Germani
immaginari e la realtà del regno. Cinquant'anni di studi sui Longobardi, in I Longobardi dei
ducati di Spoleto e Benevento, Atti del XVI Congresso internazionale di studi sull'Alto
Medioevo, Spoleto 2003, I, pp. 3-28; Il regno dei Longobardi in Italia. Archeologia, società
e istituzioni, a cura di S. Gasparri, Spoleto 2004; Le città campane tra Tarda antichità e
Alto medioevo, a cura di G. Vitolo, Napoli 2005, in particolare le riflessioni di Giovanni
Vitolo (Premessa pp. 6-10) e Paolo Delogu ( Ricerca archeologica e riflessione storica: una
problematica esaurita? pp. 421-427); S. Gasparri, Tardoantico e altomedioevo: metodologie
di ricerca e modelli interpretativi in Storia d’Europa e del Mediterraneo, Il Medioevo (secoli
V-XV). Popoli, poteri, dinamiche, a c. di S. Carocci, Roma 2006, vol. IV, 8, pp. 27-61;
Archeologia e storia delle migrazioni. Europa, Italia, Mediterraneo fra tarda età romana e alto
medioevo, a cura di C. Ebanista e M. Rotili, Cimitile 2010, in particolare S. Gasparri,
Migrazione, etnogenesi, integrazione nel mondo romano: il caso dei Longobardi, pp. 31-42 e
Cristina La Rocca, La migrazione delle donne nell’alto Medioevo. Tra scritti e fonti
materiali. Primi spunti di ricerca, pp. 65-83.

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Studi sul Mezzogiorno longobardo

difficile, se non impossibile, principiare un’indagine sulle problematiche


relative all’altomedioevo prescindendo da un’integrazione tra fonti scritte e
dati materiali, pur tenendo distinte le specifiche metodologiche delle due
discipline. Tanto più una tale impostazione appare ineludibile per chi voglia
tentare di delineare un quadro delle dinamiche insediative altomedievali nel
tentativo di proporre un modello che, di fatto, potrebbe risultare già obsoleto
nel momento stesso in cui lo si presenta a causa delle continue novità
provenienti dalle indagini in corso.

Le origini dell’insediamento longobardo nel Mezzogiorno


rimangono sostanzialmente legate ad ipotesi. Se tradizionalmente si è
indicata la presenza di un primo nucleo longobardo a Benevento collegata a
Zottone, il primo duca longobardo di Benevento, assurto a tale titolo, a quel
che sembra, nel 570, la storiografia della seconda metà del XX secolo, a
partire da Giampiero Bognetti, ha individuato l’origine dello stanziamento
nella dislocazione di un gruppo di Longobardi presso la città sannita ad
opera di Narsete intorno al 554. Il generale bizantino avrebbe insediato a
Benevento, centro che aveva rivestito un ruolo strategico importante nel
conflitto goto-bizantino appena concluso, un gruppo di longobardi, forse
insieme a qualche elemento franco e alemanno, della composita schiera che,
alla guida di Buccelino e Leutari aveva corso la Penisola depredando
numerosi centri all’indomani della guerra goto bizantina ed era stata
sconfitta da Narsete nei pressi di Capua nel 554. Secondo la convincente
ipotesi di Stefano Gasparri, a tale gruppo dovette aggregarsi parte di quei
circa 6000 longobardi inviati dal re Audoino che avevano costituito il nerbo
dello schieramento bizantino nella vittoriosa e decisiva battaglia di Tagina
(Gualdo Tadino) del 552 contro gli ostrogoti di Totila, integrati con parte di
quei 5000 goti che resistettero oltre un anno rinserrati nella fortezza di Conza
e arresisi ai bizantini proprio nel 5542. Un gruppo di guerrieri etnicamente
composito avrebbe, dunque, costituito il nucleo originario dello
stanziamento longobardo a Benevento. A capo di questo gruppo doveva
essere un dux, nel senso tardoantico di comandante federato di una
guarnigione, forse quello Zottone delle fonti, cui era stato affidato il

2 Per il primo stanziamento longobardo nella regione sannitica S. Gasparri Il ducato e

il principato di Benevento, in Storia del Mezzogiorno a cura di G. Galasso-R. Romeo, vol.


II, 1, Napoli 1988, pp. 86 ss. con ampia bibliografia alla quale si rimanda. Un utile
panoramica sull’insediamento longobardo, con ampia bibliografia, in M. Rotili,
Benevento e il suo territorio. Persistenze e trasformazioni, in I Longobardi dei Ducati di
Spoleto e Benevento, Atti del XVI Congresso internazionale di Studi sull’alto
Medioevo, Spoleto 2003, pp. 827 ss.

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Dinamiche insediative nel Mezzogiorno longobardo

controllo del centro sannita, una sorta di anticipazione di quella che sarebbe
stata la politica imperiale all’indomani della morte di Clefi (574) con
l’insediamento di gruppi di longobardi nei territori strategici di Spoleto,
Chiusi e Lucca. Ė possibile che a questo primo gruppo si aggiungessero
contingenti longobardi provenienti dal Nord all’indomani dell’invasione del
569. In ogni caso pare da escludere che nel Mezzogiorno longobardo vi sia
stato uno stanziamento di fare, almeno nei primissimi tempi
dell’insediamento. Ciò che appare certo è che il ducato di Benevento fu
originariamente costituito senza alcun collegamento istituzionale con il
sovrano che risiedeva a Pavia3.
I primi contingenti longobardi nel Mezzogiorno dovettero essere
composti di soli guerrieri, circostanza che favorì l’integrazione degli
exercitales con la popolazione locale attraverso matrimoni misti, anche se
questo non significò un diluirsi della coscienza identitaria o un rapido
affievolirsi delle strutture tradizionali che, anzi, rimasero ben radicate, come
dimostra, ad esempio, la sussistenza dei riti collegati alla sacra arbor ancora
nella seconda metà del VII secolo. Forse, come è stato notato, anche dalla
precoce integrazione con le genti del luogo, oltre che da un numero ridotto
di guerrieri, derivano gli scarsi rinvenimenti di sepolture databili alla
seconda metà del VI secolo riconducibili ad un orizzonte culturale analogo a
quello riscontrabile nel Friuli o in altre aree dell’Italia longobarda quali il
vicino ducato di Spoleto4. L’acquartieramento dei primi nuclei di guerrieri
longobardi a Benevento avvenne, probabilmente, in un settore della città
separato dal resto della popolazione romanica, nel planum curiae delle fonti
altomedievali, area dove sorgeva il pretorio e dove in seguito fu edificato il
palatium, il centro del potere dei duchi e dei principi longobardi di
Benevento5. Dopo i primi anni caratterizzati da una sostanziale subalternità
a Costantinopoli, il distaccarsi definitivo dei gruppi guerrieri longobardi di
Benevento dall’impero bizantino avvenne tra il 570 (anno in cui i cataloghi

3 Si veda la documentata lezione tenuta a Spoleto da Claudio Azzara in occasione del

XVI congresso internazionale di studi sull’alto Medioevo, C. Azzara, Spoleto e


Benevento e il regno longobardo d’Italia, in I Longobardi dei Ducati di Spoleto e Benevento
cit., pp. 106 ss.
4 Gasparri, Il ducato cit, pp. 91 ss.

5 Su Benevento longobarda rimane utilissimo M. Rotili Benevento romana e longobarda.

L’immagine urbana, Napoli 1986. si vedano anche i recenti contributi in A. Lupia (a


cura di), Testimonianze di epoca altomedievale a Benevento – Lo scavo del Museo del Sannio,
Napoli 1998 e, ancora, Rotili, Benevento e il suo territorio. Persistenze e trasformazioni,
cit., pp. 827 ss.

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Studi sul Mezzogiorno longobardo

cronologici beneventani e Paolo Diacono ricordano il primo dux) e il 576


(anno della ribellione del duca Faroaldo di Spoleto).

In questi anni ha inizio la prima fase espansiva dei longobardi di


Benevento che nel 581 sferrarono l’assalto al centro bizantino più importante
del Mezzogiorno, Napoli, scendendo dalle valli del Sannio6. Una tale azione
presuppone un’organizzazione e un controllo di tipo militare del territorio
irpino-sannita e di quanto rimaneva della rete viaria romana di questa
regione, ben presto assoggettata.
Probabilmente i longobardi, buoni conoscitori del territorio in virtù
del servizio prestato come ausiliari sin dai tempi di Narsete, si affrettarono
ad occupare alcuni punti nodali lungo le arterie viarie principali che
conducevano a Benevento dai territori che costituivano la prima, fragile e, al
contempo, dinamica, frontiera. Ad una tale mossa i longobardi furono
probabilmente indotti anche dalla strategia difensiva dei bizantini i quali,
come ha mostrato Andrea Staffa, provvidero ben presto a munire le valli che
si incuneavano nell’Appennino centrale e che costituivano i corridoi di

6 Per questi avvenimenti, cfr.Gasparri, Il ducato cit., pp. 89-94.

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Dinamiche insediative nel Mezzogiorno longobardo

collegamento tra Adriatico e Tirreno, in particolare le valli del Sangro e


Trigno, nel tentativo di arginare eventuali risalite di gruppi armati ostili 7.
Con la conquista del territorio tra Aquino e l’antica Capua, negli anni
che vanno grossomodo dal 585 al 5938, i longobardi ponevano un importante
suggello al controllo della via latina, da sempre uno degli itinerari
fondamentali nei collegamenti tra il Mezzogiorno e il resto della Penisola.
Una delle principali direttrici romane di penetrazione da quelli che
furono i confini nord-occidentali del ducato verso Benevento tra la fine del
VI secolo e i primi decenni del successivo, era la via Venafro-Benevento che
solcava l’alta- media valle del Volturno9. La conquista di Venafrum, per quel
che si può dedurre dalle fonti, avvenne dopo il 59110, pertanto il territorio
della città costituì un’area di frontiera nei primi tempi dello stanziamento
longobardo nel Mezzogiorno. Lungo la via Venafro-Benevento, appena
varcato il Ponte reale sul Volturno, non lontano da Venafro, una serie di

7 A. R. Staffa, Bizantini e longobardi tra Abruzzo e Molise, in I beni culturali nel Molise. Il
Medioevo a cura di G. De Benedittis, Isernia 2004, pp. 215-248.
8 Gaparri, Il ducato cit., p. 97.

9 Per la viabilità romana e altomedievale della regione si veda P. Dalena, Dagli Itinera

a i percorsi. Viaggiare nel Mezzogiorno medievale, Bari 2003, pp. 25-27; 65-66. Per la
viabilità altomedievale nella valle del Volturno A. Di Muro, Territorio e società nella
Langobardia minor. La media valle del Volturno e la valle del Tusciano nell’altomedioevo
longobardo (secc. VII-X), Salerno 2007, pp. 8 ss.
10 In quell’anno, infatti, Venafro risulta ancora bizantina, come si deduce da una

lettera di Gregorio Magno al suddiacono Anthemius, (Gregorii Magni Registrum


Epistolarum (Corpus Christianorum. Series Latina, CXL A) a cura di D. Norberg,
Turnholti 1982, I, 66), mentre nel 595 la città è già in mano ai longobardi in quanto lo
stesso Gregorio ci informa che non vi è più un vescovo per colpa del “nemico” (scil. i
longobardi), -Ibid., VI, 11-. Forse la conquista della pianura di Venafro è da porre nel
592, anno in cui il duca longobardo Arechi I viene accusato in una celebre epistola di
Gregorio Magno, di aver agito contra fidem rei pubblicae sferrando un attacco a Napoli,
avendo stabilito con Ariulfo di Spoleto un’alleanza in chiave antibizantina (Gregorii
Magni Registrum cit., II, 38). Il friulano Arechi I -consanguineo di Gisulfo II alleato dei
bizantini- prese il potere a Benevento con ogni probabilità nel contesto dell’ultimo
tentativo bizantino di riconquista dell’Italia che coincise con la morte di Autari (590);
fallita tale prospettiva, il duca di Benevento, evidentemente in precedenza alleato dei
bizantini, come si evince dall’accenno di Gregorio, si schierò dalla parte del nuovo
sovrano dei longobardi, Agilulfo, dando inizio alla prima grande espansione
longobarda nel Mezzogiorno: nel 591 Canosa venne conquistata dai beneventani, tra
il 593 e il 594 fu presa Capua e nel 595 i longobardi avevano occupato già Crotone
(Gasparri, Il ducato cit., .p. 94; per Arechi I si veda Id., I duchi longobardi, Roma 1978,
pp. 86-86).

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Studi sul Mezzogiorno longobardo

alture conserva cospicui resti di centri fortificati riferibili al periodo qui


considerato11.

Viabilità e insediamenti lungo la valle del Volturno nell’alto Medioevo

Sulla cima del Monte Cavuto, sovrastante il Volturno, in località


Roccavecchia di Pratella, si può osservare quanto sopravvive di un esteso
insediamento fortificato definito da tre cinte murarie realizzate in opera
incerta. All’interno della seconda cinta, sovrapposta in parte a mura
megalitiche di età sannita, che si estende per oltre 1200 metri inglobando il
crinale del monte, sopravvivono i resti di 4 cisterne e di pochi edifici in
muratura, forse di una chiesa12.

11 Per le fortezze lungo la media-alta valle del Volturno mi permetto di rimandare al


mio Territorio e società nella Langobardia minor. La media valle del Volturno e la valle del
Tusciano nell’altomedioevo longobardo (secc. VII-X), Salerno 2007.
12 Per la fortezza sannita si veda D. Caiazza, Archeologia e storia antica del mandamento

di Pietramelara e del Montemaggiore, I, Pietramelara 1986.

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Dinamiche insediative nel Mezzogiorno longobardo

Cinta di Roccavecchia, particolare con la sovrapposizione di murature altomedievali sulle


strutture di epoca sannita

La terza cortina racchiude la parte sommitale del monte, dove sussistono i


resti di un’imponente torre a pianta quadrata, formando un ridotto

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Studi sul Mezzogiorno longobardo

difensivo.

Roccavecchia di Pratella (CE), planimetria dell’insediamento (rielaborato da


Caiazza 1986 )

La scarsità dei resti di edifici in muratura a fronte di una forte presenza di


cisterne può essere spiegata ipotizzando la presenza di dimore lignee tra le
mura di Roccavecchia. La tecnica costruttiva in opera incerta, il riutilizzo di
elementi lapidei e laterizi nella muratura, la forma ellittica del recinto, la
stessa tipologia della torre posta sulla sommità del colle inducono a collocare
ad età altomedievale l’insediamento post sannita di Roccavecchia.

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Dinamiche insediative nel Mezzogiorno longobardo

Roccavecchia di Pratella, resti di torre

La tipologia di fortificazione e la tecnica costruttiva adottata


trova infatti paralleli con alcune cinte murarie di età longobarda
individuate dal Peduto, anche se l’insediamento di Roccavecchia
presenta dimensioni maggiori e un’articolazione più complessa13. Di
grande interesse risulta l’analisi di quanto sopravvive della torre
sommitale, realizzata con una tecnica analoga ad altre imponenti
fortezze longobarde, quali la torre Catena a Benevento assegnata al
VII secolo14. L’estensione delle mura lascia trasparire l’ipotesi di un
consistente stanziamento, forse composto, in un primo momento, da
exercitales a controllo del territorio e dalle loro famiglie che trovavano
sussistenza anche nella coltivazione dei fertili versanti del monte
verso il Volturno.

13 Per le quali si rimanda a P. Peduto, Insediamenti longobardi del Ducato di Benevento,


in Langobardia cit.,. pp. 363 ss.
14 Per la datazione di Torre della catena Ibidem., p. 364

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Studi sul Mezzogiorno longobardo

Roccavecchia di Pratella (CE), La porta meridionale dell’insediamento.

L’insediamento è da identificarsi con il castellum Sancti Viti che il


cronista cassinense ricorda conquistato dalle bande saracene di Massar al
soldo del principe di Benevento, Radelchi, nell’846-847, dopo il sacco del
cenobio di Santa Maria in Cingla, alla confluenza del fiume Lete con il
Volturno: il monte su cui sorge il fortilizio infatti è ricordato tra X e XII
secolo come mons Sancti Biti15.
La fortezza e le scarne notizie provenienti dalle fonti scritte che si
possono riferire ad essa pongono una serie di interrogativi cui solo
un’indagine archeologica potrebbe contribuire a dare risposte. Innanzitutto
quando fu rioccupato il sito sannita, per quanto tempo, con quali funzioni,
quando e perché ci si privò di tale piazzaforte e se risultava già del tutto o in
parte abbandonata al tempo della sua immissione nel patrimonio cinglense.

15 Chronicon Sancti Benedicti casinensis , a cura di G: Waitz, in MGH, Ss rerum Lang. et


Ital., Hannover 1878, p. 473. Massar era stato assoldato da Radelchi contro Siconolfo
nell’845, F. Hirsc –M. Schipa, La Longobardia meridionale, a c. di N. Acocella, Roma
1968 , p.109. Per il mons sancti Viti si veda il documento del 999 pubblicato in E.
Gattola, Historia Abbatiae Cassinensis, Venetiis 1733 p. 94; nel diploma di Lotario III a
Montecassino si ricorda tra i possedimenti cassinesi nel territorio di Alife la “ecclesia
Sancti Archangeli in monte Sancti Viti”, H. Bloch Monte cassino in the Middle Age,
Roma, II, p. 789: Il castello e la chiesa di Sant’Arcangelo si trovano sulle coste
occidentali del monte di Roccavecchia.

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Dinamiche insediative nel Mezzogiorno longobardo

Più in generale, l’insediamento di Roccavecchia sembra costituire il


caposaldo di una rete di fortezze distribuite lungo la direttrice Venafro
Benevento, quali l’insediamento di Monte San Nicola, a controllo della via
che, risalendo da Teano, giungeva ad Alife. La concessione del monte
all’abbazia di Cingla da parte del principe Atenolfo nel 902 ad pavendum
peculis erbas et frondes et escas16, ne fa trasparire l’effettivo disinteresse
strategico a quest’epoca: il luogo era ormai abbandonato e ridotto a ottimo
pascolo per le mandrie del cenobio del fondovalle.

Superata la città fortificata di Alife, proseguendo lungo la consolare


Venafro-Benevento, indagini condotte negli anni ‘80 dello scorso secolo
hanno permesso di individuare un piccolo insediamento murato sulla
piccola altura di Castellona alla confluenza del Titerno col Volturno, a pochi
km dall’antica Telesia. I resti della cinta a pianta elissoidale furono datate dal
Peduto al VII-VIII secolo e la planimetria ellittica ricorda, in piccolo, la
Roccavecchia di Pratella17. Poco distante da Castellona, il rinvenimento
presso la chiesa di Santa Anastasia a Ponte, di una sepoltura databile alla
seconda metà del VII secolo, con coltello e sax lungo tra gli elementi di
corredo, lasciano supporre l’esistenza nell’area di un gruppo di armati a
presidio del restringimento della valle del Calore a poche miglia da
Benevento18.

Spostandoci poco più a Sud, lungo la direttrice Nola-Avellino-


Benevento è nota sull’altura di Avella, sbocco naturale sulla pianura nolana,
una fortezza ascrivibile alla prima età longobarda19.

16Il documento in E. Gattola, Ad Historiam Abbatiae Casinensis Accessiones, Venetiis,


1734, I, p. 44.
17 Per Castellona P. Peduto, Insediamenti longobardi del Ducato di Benevento, in

Langobardia cit., pp. 365-366. Per Alife, F: Marazzi, E.A. Stanco, Alife. dalla colonia
romana al gastaldato longobardo, in Paesaggi e insediamenti rurali in Italia meridionale tra
Tardoantico e Altomedioevo, Atti del seminario internazionale a cura di G. Volpe, R.
Giuliani, Bari 2010, pp. 329 ss.
18 Per l’insediamento di Ponte C. Ebanista, Gli usi funerari nel ducato di Benevento.

Alcune considerazioni sulle necropoli campane e molisane di VI-VIII secolo, in Archeologia e


storia delle migrazioni cit., pp. 349 ss.
19 Peduto, Insediamenti longobardi cit.

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Studi sul Mezzogiorno longobardo

Il tracciato della via Popilia tra Capua e Salerno e la diramazione Nola-


Benevento

Si tratta di un recinto che presenta, a differenza delle fortezze finora


considerate, alcune torri di forma troncopiramidale realizzate con tecniche
analoghe alla beneventana torre della catena. Tali elementi e l’analisi degli
apparati murari hanno portato il Peduto a indicare nel VII secolo la
realizzazione di tale struttura. Da Avella, seguendo la valle di Baiano,
percorrendo poche miglia si giunge ad Avellino e di qui a Benevento.

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Dinamiche insediative nel Mezzogiorno longobardo

Avella (AV), Fortificazioni altomedievali (da Peduto 1990)

Se sul versante dell’agro nolano la fortezza di Forino, dove


l’imperatore Costante II secondo subì nel 663 una memorabile disfatta,
costituì ben presto un utile presidio, l’altro accesso tirrenico al cuore alla
regione irpino-sannitica (ovvero il corridoio costituito dalla direttrice
Nocera-Mercato San Severino) era custodito da quanto sopravviveva
dell’antica Nuceria Alfaterna, centro che l’amministrazione imperiale tentò di
rivitalizzare dopo i guasti del conflitto goto-bizantino ma che, conquistato
dai longobardi forse prima del 600, conobbe un’accelerazione dei fenomeni
già in atto di disgregazione urbana e si ridusse sul colle del Palco20.

Uno degli snodi strategici più importanti del Ducato di Benevento fu,
sin dai primi anni della conquista, la fortezza di Conza in Irpinia, terminale
di una serie di percorsi che, seguendo le valli fluviali dell’Ofanto e del Sele,
mettevano in comunicazione l’Appennino campano con l’Adriatico e il
Tirreno, risalendo sino a Benevento21. I longobardi, pertanto, dovettero porre

20 Si veda in questo volume F. La Manna, L’agro nocerino-sarnese tra tarda antichità e


alto Medioevo; cfr. anche Peduto, Insediamenti, cit., p. 310. Un vescovo di Nocera,
Primenius, è ancora attestato nel 598, Gregorii Magni Registrum Epistolarum cit., IX, 45.
21 Per l’importanza strategica di Conza si veda ad es. Gasparri, Il ducato cit. Per Conza

e il suo territorio nell’alto Medioevo si veda N. Filippone, L’alta valle del Sele tra tardo
Antico e Alto Medioevo, Napoli 1993.

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Studi sul Mezzogiorno longobardo

sin da subito particolare attenzione alle modalità di controllo di questa area


e quanto sopravvive di una tale azione si può ancora cogliere tra le giogaie
che segnano la vasta regione boschiva dei Monti Picentini.

Territorio, viabilità e insediamenti tra la Piana di Salerno e Conza

Qui, nel comune di Acerno sul monte Tempa del Castello, lungo lo
spartiacque appenninico Sele-Tusciano, si individuano resti di un esteso
insediamento fortificato. Indagini archeologiche hanno permesso di
individuare all’interno dell’area delimitata dalla cinta murata un cospicuo
numero di crolli. La cinta conserva due ingressi. L’accesso principale, risulta
protetto da due torri, una delle quali a pianta pentagonale. L’insediamento
circoscritto dalla cinta è organizzato in una serie di terrazzamenti artificiali
per un’estensione di ca 6 ha . Su tale area insistono almeno venti edifici
collassati. Il materiale ceramico rinvenuto nel corso delle indagini di
superficie copre un orizzonte cronologico che si estende tra i secoli VII e XI22
.

22 Di Muro, Territorio e società nella Langobardia minor, cit., pp. 54-57, pp. 56 ss.

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Dinamiche insediative nel Mezzogiorno longobardo

La tecnica costruttiva, la tessitura muraria e la stessa planimetria


ellittica adottate richiamano alcuni esempi di fortificazioni altomedievali già
in precedenza ricordati. Allo stesso modo l’adozione di un tipo di fortezza a
pianta pentagonale ricorda la beneventana Torre della Catena e altre torri
pentagonali della stessa epoca. Alla luce di queste considerazioni, sembra si
possa indicare la realizzazione dell’insediamento entro il VII secolo. I dati al
momento disponibili lasciano congetturare una fortezza con funzione anche
abitativa, realizzata intorno al VII secolo e abbandonata non oltre l’XI secolo.

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Studi sul Mezzogiorno longobardo

Per comprenderne meglio la funzione della cinta di Acerno bisogna


però allargare l’analisi al territorio montano circostante. La fortezza appare
infatti inserita nell’alto Medioevo in una rete di insediamenti d’altura
delineanti un capillare sistema di controllo di valichi e valli fluviali
realizzato nei primi decenni dell’età longobarda nella regione montuosa dei
Picentini, sistema che sembra avere avuto come centro di riferimento Conza
e come area di interesse strategico la pianura di Salerno. L’alta valle del
Tusciano, al cui sbocco era il castrum Olibani, costituiva nel Medioevo un
corridoio privilegiato attraverso il quale da Salerno si raggiungevano le vie
appenniniche che conducevano a Benevento e a Conza23.

La pianura di Salerno e il castello di Olevano visti dalla fortezza di Tempa del Castello

In particolare la fortezza di Acerno si trovava presso una sorta di


crocevia: partendo di qui in direzione N-W, lungo le vie che conducevano a
Benevento seguendo le valli del Calore e del Sabato, il castrum Rotundae, la
Civita di Ogliara e il castello di Montella costituivano sin dall’alto Medioevo
le prime fortezze a controllo dei transiti24. Sull’altro versante, in direzione N-
E, verso Conza, si raggiungeva, il monte Oppido di Lioni a controllo della
valle dell’Ofanto, via naturale per la Puglia: qui sopravvivono i resti di un
altro grosso insediamento. Questo si impiantò su una fortificazione di età

23Per tale itinerario Ibidem, pp. 54-57.


24Per il castello di Montella si veda M. Rotili (a cura di), Montella: ricerche archeologiche
nel Donjon e nell’area murata (1980-1992 e 2005-2007), Napoli 2011.

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Dinamiche insediative nel Mezzogiorno longobardo

sannita utilizzando il sistema del doppio paramento murario. La tessitura


muraria appare molto rozza con pietre calcaree legate da malta; non si
notano torri aggettanti. Come a Pratella le cortine difensive altomedievali
seguono solo in parte la preesistente fortezza sannita e sulla sommità del
colle, difesa da un recinto in parte autonomo, sorge un edificio isolato, forse
una torre.
Altro caposaldo verso la valle dell’Ofanto collegato alla Tempa del
Castello, era la fortezza di Torricella a controllo della Valle del Temete lungo
la strada che conduce alla Sella di Conza: di qui mosse uno dei contingenti
longobardi che intorno al 630 conquistò la piana del Sele e Salerno. Perno del
sistema era l’antica Conza, da sempre snodo strategico lungo la valle
dell’Ofanto.

Spostandoci a nord-est di Benevento, tra il Molise e la Puglia, la valle


del Fortore, bretella naturale tra il Sannio e l’Apulia settentrionale, inizia a
fornire altri elementi per la comprensione delle strategie insediative adottate
dai longobardi nei primi decenni della conquista del Mezzogiorno.

La valle del Fortore in relazione alla viabilità e gli insediamenti tra Puglia e Molise

Nel territorio del comune di Carlantino, sulla sommità del monte San
Giovanni, recenti ritrovamenti effettuati in seguito a lavori agricoli hanno

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Studi sul Mezzogiorno longobardo

consentito di individuare una vasta necropoli, non ancora indagata


stratigraficamente, che ha restituito numerosi reperti databili ai primi
decenni del VII secolo; in particolare una serie di rinvenimenti lascia
supporre che sull’altura fosse stanziata una guarnigione militare, con
personaggi che presumibilmente ricoprivano un grado elevato nelle
gerarchie del potere longobardo25. Di particolare interesse, tra i reperti
recuperati, risulta una fibula in bronzo dorato con al centro un grifone in
smalto policromo realizzato con la tecnica champlevè. Si tratta di un oggetto
raro, di grande prestigio, di probabile fattura bizantina che trova un
confronto, per la tecnica adottata per la realizzazione, nella celebre placca in
oro di Cividale del Friuli rinvenuta nella cosiddetta tomba di Gisulfo (metà
VII secolo)26.

a b
a. Carlantino (FG), Fibula in bronzo dorato
b. Cividale del Friuli Placca in oro.

25 I reperti sono custoditi presso il locale museo civico. Ringrazio il prof. Francesco
Paolo Maulucci responsabile dell’Ufficio di Foggia della Soprintendenza archeologica
della Puglia per la possibilità concessami di analizzare e fotografare i reperti.
26 Per il reliquiario proveniente dal c.d. sarcofago di Gisulfo si vedano ad es. I

Longobardi, a cura di G. Menis, Milano 1990, pp. 470-471 e Il futuro dei Longobardi.
L’Italia e la costruzione dell’Europa di Carlo Magno, a cura di C. Bertelli e G. P. Brogiolo,
Milano 2000, pp. 275, 277 e I. Ahumada Silva, Sepolture tra tardo antico e alto medioevo a
Cividale del Friuli. Considerazioni e topografia aggiornata, in Sepolture tra IV e VIII secolo
(Strutture, Topografia, Processi di acculturazione), Atti del VII seminario su Tardo antico
e Alto Medioevo (Gardone Riviera 1996), a cura di G.P. Brogiolo, G. Cantino
Wataghin, Mantova 1998, pp. 143-160

202
Dinamiche insediative nel Mezzogiorno longobardo

Un’altra fibula in bronzo dorato, rappresentante un grifone lavorata a


traforo, trova confronti iconografici con la celebre fibula di Capua, anche se
in questo caso mancano i pendagli della fibula capuana27.

a b
a. Carlantino (FG), Fibula;
b. Capua (CE), Fibula (da I Bizantini in Italia)

L’ipotesi di un insediamento con connotazioni anche militari è


rafforzata dalla presenza nelle sepolture di ornamenti di cavalcatura in
bronzo dorato, fibbie in bronzo dorato con decorazioni zoomorfe o a intrecci
e dal rinvenimento di una sepoltura, purtroppo sconvolta dall’azione di
tombaroli, dalla quale provengono resti scheletrici di cavallo.

a b

27 Per la fibula di Capua si veda Aa. Vv,. I Bizantini in Italia, Milano 1982 pp.333 ss.

203
Studi sul Mezzogiorno longobardo

c d
Carlantino (FG), Monte San Giovanni:
a, c,d Ornamenti, guarnizioni in bronzo dorato;
b Frammento di sperone.

Carlantino (FG), Monte San Giovanni: Resti di cranio equino provenienti da una sepoltura.

Infine un anello con monogramma, analogo ad un anello rinvenuto ad


Apigliano nel Salento bizantino, potrebbe essere riferibile ad un personaggio
dotato di prerogative amministrative oltre che militari.

204
Dinamiche insediative nel Mezzogiorno longobardo

Carlantino (FG), Monte San Giovanni, Anello-sigillo proveniente dalla necropoli.

La presenza di numerosi elementi di corredo femminile (pettini,


spilloni, fibule, anelli, castoni riutilizzati), induce a ritenere una funzione
non esclusivamente militare dell’insediamento.

Carlantino (FG), Monte San Giovanni, Elementi di corredo femminile provenienti dalla
necropoli.

Indagini archeologiche condotte di recente sul monte hanno portato


alla luce i resti di una chiesa datata, sulla base di dati stratigrafici, al VII
secolo. Lo scavo ha evidenziato un abbandono della chiesa e del sito dopo il
VII secolo, con uno spostamento dell’insediamento a valle lungo le rive del
Fortore, di cui si discuterà più avanti.

205
Studi sul Mezzogiorno longobardo

Risalendo il Fortore si giungeva nella piana di Bojano da dove,


percorrendo un’antica via consolare in poche miglia si era alle porte di
Benevento. Qui è stata indagata la vasta necropoli di Campochiaro con
centinaia di inumati, dove sono state rinvenute numerose sepolture di
guerrieri con cavalli (ben 14 delle circa 40 finora edite) e ricchi ornamenti
datate alla seconda metà del VII secolo, ai quali si accompagna un certo
numero di inumazioni femminili caratterizzate a loro volta da copiosi
corredi28. In quelle terre, che Paolo Diacono dice innanzi spopolate e deserte,
il re Grimoaldo aveva insediato, grossomodo in quegli anni (664), un forte
contingente di Bulgari guidato dal dux Alzeco, figlio del khan dei Bulgari
Kubrat29.

Proseguendo verso la capitale del ducato, la fortezza di Montechiodo


presso Buonalbergo (BN) all’ingresso della valle del Tammaro doveva
costituire un notevole presidio a poche ore di cavallo da Benevento30.

La parte meridionale di questa prima, fluida, frontiera del


Mezzogiorno longobardo era situata nell’odierna Calabria centro
settentrionale- anche se abbiamo notizia dell’occupazione di Crotone, si è
detto, già nel 596. Qui si è individuata sui colli imminenti le alte valli del
Savuto e del Crati, solcate dall’antica Popilia, una serie di cinte murarie
databili tra i secoli VI e VII31. Tale sistema di difesa in profondità che aveva

28 Da ultimo si veda V. Ceglia, Varietà di influssi culturali nelle necropoli di Campochiaro.


Considerazioni preliminari, in I beni culturali del Molise, cit., pp. 79-86.
29 I territori dove fu inviato il contingente bulgaro guidato dal dux Alzeco sono quelli

di Isernia, Bojano e Sepino, Pauli Diaconi Historia Langobardorum, a cura di G. Waitz,


in MGH Scriptores rerum Langobardicarum et Italicarum, Hannover 1878, p. 157. Paolo
mostra di non conoscere i motivi che spinsero Alzeco e i suoi ad abbandonare la
propria gente. Della vicenda di Alzeco precedente alla venuta in Italia abbiamo
notizia da Fredegario (Chronica, in MGH, Scriptores rerum Merovingicarum, Hannover,
Hahn 1888, p. 256; si veda A. Guillou, Régionalisme et indépendance dans l'empire
Byzantin au VIIe siècle, Roma 1969, pp. 98-101. W. Pohl, Risultati e problemi dello
studio degli Avari, in Idem, Le origini etniche dell’Europa. Barbari e Romani tra antichità e
medioevo, Roma 2008, pp. 271-273. Una documentata analisi della presenza bulgara
nell’alto Medioevo meridionale in P. Natella, Bulgari fra noi. Il meridione medievale fra
longobardi e bulgari, Salerno 2009).
30 Su Buonalbergo si veda Rotili, Benevento e il suo territorio cit.

31 G. Roma, Per una storia del popolamento del territorio dell'attuale Calabria

settentrionale:dalle fortificazioni longobarde ai monasteri fortificati, "III Congresso di


Archeologia Medievale", Salerno, 2-5 ottobre, 2003, a cura di P. Peduto e R. Fiorillo,
Firenze, 2003, pp. 430-433.

206
Dinamiche insediative nel Mezzogiorno longobardo

come caposaldi i centri di Cosenza e Laino lungo la direttrice popilia,


consentiva un efficace sbarramento nell’eventualità di una risalita da parte
di eserciti provenienti dalla Calabria meridionale e dalla Sicilia rimaste sotto
la dominazione bizantina.

In attesa di progetti di indagine territoriale più articolati che possano


fornire elementi utili alla ricomposizione di un quadro esaustivo
dell’insediamento fortificato, si possono indicare, sulla base di quanto sino
ad ora illustrato, quelle che dovevettero essere le direttrici principali della
rete di controllo del territorio e, insieme, i relativi caposaldi che
caratterizzavano l’impalcatura difensiva del ducato alla metà del VII secolo:
innanzitutto il tratto della via latina dominato dai centri di Aquino, Teano e
la vecchia Capua, la valle del Volturno in direzione dei centri di Alife e
Telese, l’alta valle del Tusciano e la valle del Sele verso Conza, l’alta valle del
Fortore in direzione dell’antico centro di Sepino, le strette gole del Bruzio
settentrionale lungo la Popilia tra Cosenza e Laino. A queste direttrici
bisogna aggiungere almeno la valle dell’Ofanto, lungo l’itinerario Canosa-
Conza-Avellino e la valle del Bradano in Lucania controllata dalla fortezza
di Acerenza in direzione di Conza.

207
Studi sul Mezzogiorno longobardo

Le vecchie città romane, per la gran parte disgregate e contratte ma


non del tutto abbandonate in questo periodo, come mostrano le evidenze
archeologiche, costituivano, collegate alle nuove fortezze, ancora dei punti
di raccordo strategici per la difesa di Benevento, in quanto poste a controllo
dei percorsi principali che conducevano alla capitale32. Tale sistema di difesa
a macchia di leopardo, resse bene alla prova del più importante tentativo
bizantino di riconquista del Mezzogiorno, ovvero la spedizione guidata
dall’imperatore Costante II nel 663, grazie anche al ruolo svolto dalle antiche
città e dalle nuove fortezze, come mostrano gli episodi di Acerenza e di
Forino tra Avella e Avellino, località dove l’esercito imperiale subì una
memorabile disfatta33.
Una rete di fortezze così capillare, dispensò in qualche modo i
longobardi dall’elevare insediamenti fortificati nelle immediate vicinanze di
Benevento: qui infatti, se si esclude il sito di Montechiodo e , forse, Ponte,
non sono note cinte murarie riconducibili alla prima fase dello stanziamento.

Il quadro finora ricostruito -senza l’ausilio di dati provenienti da scavi


estensivi, dunque molto condizionato da quanto sopravvive sul terreno, in
particolare le solide murature- potrebbe rischiare di restituire un’immagine
distorta delle finalità dell’ insediamento longobardo nei primi quarant’anni
di presenza nel Mezzogiorno, ponendo eccessiva enfasi sull’aspetto
strategico; in realtà, la funzione di una tale rete di insediamenti distesa sul
territorio non può essere ridotta a ragioni unicamente militari. Una funzione
non esclusivamente strategica doveva connotare i centri murati esaminati, lo
si è accennato per Roccavecchia di Pratella, Tempa del Castello, Oppido di
Lioni, Monte San Giovanni.
Proprio i rinvenimenti, purtroppo decontestualizzati, di Monte San
Giovanni -ai confini del territorio che fu assegnato da Grimoaldo ad Alzeco
e ai suoi Bulgari- consentono di abbozzare l’immagine di una società in
trasformazione, segnata da profondi fenomeni di acculturazione con le
popolazioni con le quali era venuta in contatto e, forse, da una dialettica
interna che si tentava di governare anche attraverso l’ostentazione rituale di
oggetti prestigiosi e la sottolineatura dello status di cavaliere nei momenti di
crisi per i gruppi in competizione quali, appunto, la scomparsa di uno dei
rappresentanti eminenti, immagine che riverbera quei processi ben
evidenziati per il VII secolo in altre aree longobarde d’Italia e di cui la

32 Per la Campania si vedano i contributi al volume Le città campane tra Tarda antichità
e Alto medioevo cit.,
33 P. Corsi, La spedizione di Costante II, Bologna 1983.

208
Dinamiche insediative nel Mezzogiorno longobardo

grande necropoli di Campochiaro costituisce un esempio illuminante34.


Tutto ciò in un quadro di rapporti tra longobardi e romanici che andavano
ben al di là di una rigida contrapposizione etnica all’interno di uno scenario
di occupazione militare del territorio.
La rioccupazione di altri siti d’altura abbandonati in epoca romana,
quali Bojano nei pressi di Campochiaro, dovevano adempiere ad entrambe
le necessità, militare e abitativa. Oltre ad un disegno strategico-militare,
l’insediamento poteva soddisfare, come si è già sottolineato, esigenze di
carattere più marcatamente strutturale, quali ad esempio il controllo e lo
sfruttamento delle risorse naturali, in particolare del legname o la
coltivazione dei versanti delle alture e dei fertili fondovalle fluviali35.
La stessa contiguità ad aree ancora integrate nel sistema politico
bizantino doveva favorire scambi reciproci e acquisizioni di articoli

34 Si veda l’innovativa interpretazione della necropoli di Campochiaro offerta


recentemente da Cristina La Rocca, Tombe con corredi, etnicità e prestigio sociale: l’Italia
longobarda del VII secolo attraverso l’interpretazione archeologica in Archeologia e storia dei
Longobardi in Trentino, Atti del convegno nazionale di studio, a cura di S. Gasparri,
Mezzolombardo 2008 in part. pp. 69 ss. (versione elettronica all’indirizzo:
http://www.rm.unina.it/rm_old/biblioteca/scaffale/volumi.htm#). La studiosa
propone di interpretare i ricchi corredi di Campochiaro come elementi tendenti ad
evidenziare il rango del defunto; in particolare una così vistosa abbondanza di
sepolture di guerrieri con cavallo – che non trova riscontro nel resto della Penisola-
potrebbe essere collegata al recente stanziamento di gruppi allogeni – forse i Bulgari,
sostanzialmente uomini nuovi- che, nelle persone dei parenti dei defunti, avevano
necessità di rendere stabile la loro presenza e il nuovo status acquisito in quelle terre.
Secondo Cristina La Rocca l’enfasi posta sui cavalli potrebbe giustificarsi in un
contesto propriamente regionale dove l’abilità equestre costituiva un portato
caratterizzante le élites, come sembra mostrare il celebre episodio della Vita Barbati.
Se, in generale, la raffinata lettura di Cristina La Rocca appare ampiamente
condivisibile, bisogna precisare che, come si è ricordato, Alzeco non era
propriamente un parvenu ma un principe bulgaro che aveva (lui o suo padre)
addirittura conteso l’egemonia sul khaganato agli Avari e lo stesso titolo di dux con
cui lo appella Paolo Diacono potrebbe essere qualcosa di più di un semplice
riferimento a un capo militare avanti la nomina a gastaldo quanto piuttosto potrebbe
spiegarsi ricorrendo allo stesso Paolo che nella sua opera utilizza tale titolo – a partire
dalla nomina di Gisulfo a Cividale- nel senso, direi, istituzionalizzato, corrente
nell’VIII secolo.
35 Un indizio di un precoce interesse per il controllo delle risorse boschive da parte

dei longobardi beneventani potrebbe forse cogliersi nell’epistola di Gregorio Magno


del 599 in cui il pontefice chiedeva aiuto ad Arechi I per il trasporto di tronchi che
sarebbero serviti per la realizzazione di travi per la basilica di San Pietro dai boschi
della Calabria al mare, Gregorii Magni Registrum cit., IX, 127.

209
Studi sul Mezzogiorno longobardo

funzionali a modelli di rappresentazione sociale delle élites in formazione,


come paiono testimoniare alcuni oggetti provenienti dalla necropoli di
Monte San Giovanni.

Per quanto riguarda l’aspetto strategico, probabilmente i Longobardi,


sin dai primi tempi dell’occupazione delle aree interne del Mezzogiorno,
avevano compreso come la difesa in profondità rappresentasse il mezzo più
efficace per contrastare un eventuale tentativo di riconquista bizantino e,
pertanto, si affrettarono ad elevare fortezze in luoghi strategicamente
opportuni, in particolare lungo le valli fluviali del Sannio e dell’Irpinia,
primo nucleo territoriale del Ducato. Da questo punto di vista la guerra
goto-bizantina (535-557) aveva fornito un’importante lezione: gli eserciti di
Belisario non avevano avuto eccessive difficoltà nel conquistare le terre del
Mezzogiorno, anche in virtù del disinteresse degli ostrogoti a costruire un
reticolo di fortezze in queste aree dell’Italia36. Disseminare le vie
appenniniche di centri murati significava, di fatto, assicurare il dominio
longobardo sui territori interni della Campania e del Sannio, tagliando i
collegamenti terrestri tra i centri dell’Adriatico e le città tirreniche, in
particolare Napoli. Peraltro le fortezze più estese costituivano gli avamposti
per eventuali aggressioni alle terre rimaste bizantine, oltre che centri di
popolamento e controllo delle risorse agropastorali. Bisogna però
sottolineare, ancora una volta, come solo sistematiche campagne di scavo
potranno fornire elementi più precisi a tale riguardo.

Con l’espansione verso la Puglia e lungo il versante jonico calabrese


conseguita dalle campagne militari condotte da Romualdo I all’indomani
della spedizione di Costante II (670-680), e poi con la conquista di Sora,
Arpino e Arce da parte di Gisulfo I (702) 37 lo scenario insediativo del
Mezzogiorno longobardo conobbe una profonda trasformazione. Spostata
notevolmente in avanti la frontiera, alcune fortificazioni, che avevano
costituito nel corso del VII secolo, verosimilmente la dorsale del sistema di
difesa in profondità verso Benevento, furono considerate ormai non più
indispensabili dalle autorità beneventane e quindi gradualmente
abbandonate o cedute alle emergenti fondazioni monastiche legate al duca.

36 Per questo aspetto da ultimo G. P. Brogiolo, A. Chavarria Arnau, M. Valenti, Dopo


la fine delle ville: evoluzione nelle campagne tra VI e IX secolo, Mantova 2005, p. 85
37 Gasparri, Il ducato cit, pp. 101-104.

210
Dinamiche insediative nel Mezzogiorno longobardo

La perdita di interesse strategico per alcune fortezze di altura favorì


uno spostamento degli abitati verso i più comodi siti vallivi. Una dinamica
di questo tipo è documentabile archeologicamente per il territorio di Monte
San Giovanni sul Fortore: qui una serie di campagne di scavo condotte tra il
2006 e il 2008 ha permesso di individuare nel sito vallivo di Santo Venditto
un grosso insediamento attivo fino al XII secolo, imperniato su una chiesa
tardoantica abbandonata intorno al VI secolo e ristrutturata nell’VIII secolo,
in coincidenza dell’abbandono dell’insediamento su Monte San Giovanni. Si
tratta di un edificio di notevoli dimensioni che nel IX secolo fu dotato di una
cripta affrescata, probabilmente da identificare con la chiesa della curtis
Sancti Iohannis tra il Cigno e il Fortore donata da Arechi II al monastero di
Santa Sofia nel 77438.
Nel territorio di Roccavecchia, invece, con l’abbandono progressivo
del villaggio fortificato, emergono dalla documentazione scritta, sin dall’VIII
secolo, nella valle sottostante i villaggi di Prata, Volcanu e Santo Stefano, tutti

38 Il documento di Arechi II in Chronicon Sanctae Sophiae, Fonti per la storia d’Italia,


Rerum Italicarum Scriptores, 3, Istituto storico per il Medioevo, ed. a cura di J. M.
Martin, Roma 2000p. 295. L’edizione complessiva dello scavo da me condotto con
uno studio approfondito delle strutture dell’alta valle del Fortore nell’alto Medioevo
è in corso di pubblicazione.

211
Studi sul Mezzogiorno longobardo

forniti di chiese che, talvolta si configurano come complessi articolati come


nel caso di Santo Stefano, dove sopravvivono i resti di un monumentale
edificio triconco databile all’VIII secolo, oltre all’importante cenobio ducale
di Santa Maria in Cingla, fondato intorno al 740: la circostanza della
cessione, intorno all’840, da parte del sacro palazzo al cenobio cinglense del
castellum di Roccavecchia appare davvero eloquente a tal proposito39.

a b
Raviscanina (CE), loc. Santo Stefano:
a edificio triconco
b planimetria dell’edificio triconco.
Una tale trasformazione dei quadri di popolamento delle fertili valli ai
piedi di alcune rocche si comprende meglio nel contesto generale di una
società, che, seppur lentamente, evolve verso forme di economia e di
occupazione del territorio via via più complesse. Tra la metà del VII secolo e
i primi decenni del successivo, nella Langobardia minor si possono, infatti,
cogliere alcuni consistenti segnali di ripresa con un’inversione di tendenza
nel trend del popolamento rurale, perlomeno in alcune aree quali le
campagne tra Salerno e il Sele40, in alcune zone dell’Irpinia41, del Sannio42:

39 Per questi insediamenti Di Muro, Territorio cit., F. Marazzi et alii, Il monastero di

S.Maria in Cingla (Ailano - CE): Valutazione archeologica preliminare del sito (interventi
2004-2005), in «Archeologia Medievale», XXXII (2005), pp. 127 - 144.
40 Per l’area tra il fiume Sele e il Calore si veda P. Peduto, Villaggi fluviali nella piana del

Sele, Salerno 1984, pp. 12-29. per le terre tra Salerno e il Sele si rimanda a Di Muro,
Mezzogiorno longobardo cit. . Qui si è potuto osservare una premura particolare della
società del VII secolo per le campagne, a fronte di un certo disinteresse per i vecchi
centri del potere romano, le città (Salerno, Picentia, Eboli e Paestum dove i fenomeni
di degrado si fanno sempre più evidenti). Tale cambiamento potrebbe essere stato

212
Dinamiche insediative nel Mezzogiorno longobardo

terre che tra i secoli V e VI risultano abbandonate incominciano a ripopolarsi


con impianti di piccoli santuari che ne diventano i centri focali a fronte di
una accelerazione dei fenomeni di ulteriore degrado e abbandono definitivo
dei centri urbani43.
La, seppur lenta, rioccupazione delle aree rurali del Mezzogiorno
potrebbe essere anche connessa alla confisca degli sterminati possedimenti
della classe senatoria romana da parte dei longobardi, che ridistribuirono tra
di loro tali patrimoni. Anche nella Daunia, dove l’impatto della crisi
tardoantica fu meno rovinoso, come hanno dimostrato le ricerche di
Giuliano Volpe, la grande villa di Faragola, presso Ascoli Satriano, quasi del
tutto abbandonata alla seconda metà del VI secolo, viene rioccupata in forme
notevolmente degradate ma più ampie, nel corso del VII e al suo interno si
impiantano nuclei demici caratterizzati anche dall’utilizzo di strutture
artigianali. Un modello analogo è proponibile per il complesso episcopale di
San Giusto, nei pressi di Lucera44.

Tali, seppur desultori, indicatori sono da contestualizzarsi in un


quadro complessivo dove altri elementi (quali il rafforzamento e la
stabilizzazione dell’autorità ducale, i primi segnali di ripresa della
circolazione monetaria, le edificazioni di prestigio, la comparsa dei primi
documenti d’archivio) concorrono a definire il Mezzogiorno longobardo
come una realtà politico-economica in espansione. Fu sull’abbrivio di questa
crescita che nell’VIII secolo si verificò quella piccola esplosione di prosperità

favorito dai Longobardi che intorno al 630 conquistarono Salerno e la pianura


pestana. I nuovi gruppi potrebbero aver diviso i vecchi latifondi, ormai in massima
parte abbandonati, fornendo gli strumenti e le energie per una ricolonizzazione delle
terre di pianura e di collina tra Salerno e Paestum .
41 P. Peduto, San Giovanni di Pratola Serra. Archeologia e storia nel ducato longobardo di

Benevento, Salerno 1992, pp. 8 ss.


42 Si vedano i rinvenimenti effettuati dalla Soprintendenza archeologica di Salerno,

Avellino e Benevento nell’ area caudina e irpina di cui si dà notizia negli Atti di
Taranto (in particolare 1993, pp. 331-2 1994, pp. 328-329 1995 pp. 298-301) e tra gli gli
studi di Marcello Rotili almeno Rotili, Benevento e il suo territorio cit..Id., Montella cit.
43 Solo Benevento, sede dell’autorità ducale, emerge dalle fonti scritte e

dall’archeologia come centro urbano della Langobardia minor connotato da una certa
vitalità; si vedano in generale Peduto, Insediamento longobardi cit.; Lupia,
Testimonianze di epoca altomedievale a Benevento cit.; Rotili, Benevento e il suo territorio
cit.
44 Si veda ad es. G. Volpe Villaggi e insediamento sparso in Italia meridionale fra

Tardoantico e Altomedioevo: alcune note, in G.P. Brogiolo et alii, Dopo la fine delle ville:
evoluzione nelle campagne tra VI e IX secolo, Mantova 2005, pp. 227 ss.

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Studi sul Mezzogiorno longobardo

verificata dall’intreccio di dati materiali e fonti scritte che portò, con Arechi
II (758-787), alla prima rinascita delle città nel Mezzogiorno longobardo fino
all’inserimento dei territori beneventani nei rinnovati circuiti del commercio
internazionale. In questo contesto ebbe un ruolo di grande rilievo Salerno, la
città rifondata da Arechi II, emergente come snodo commerciale privilegiato
nell’area del Tirreno centro-meridionale, una tra le più vivaci dal punto di
vista dei contatti commerciali dell’intera Europa occidentale, grazie alla rete
di rapporti tra i ducati costieri di Napoli, Amalfi e Gaeta, l’Africa
settentrionale, la Sicilia e Roma. Non a caso Sicardo vi deportò nell’838 gli
abitanti di Amalfi, appena conquistata, già abili navigatori e commercianti
tra i più attivi dell’Occidente dell’epoca.
Le attenzioni dei sovrani longobardi si posavano con sempre maggior
insistenza sui rinascenti commerci: il celebre Pactum tra Sicardo di
Benevento e il duca Andrea di Napoli ne costituisce il testimone più
eloquente ma non il solo né il più precoce. Le prospettive dei vecchi
costruttori di rozze fortezze inerpicate sui colli sanniti si aprivano ormai agli
ampi orizzonti marittimi e alle ricchezze che muovevano lungo le rinnovate
rotte dai dinamici mondi che prosperavano sull’altra sponda del
Mediterraneo45.

45Per questi aspetti rimando al mio A. Di Muro, Economia e mercato nel Mezzogiorno
longobardo (secc.VIII- IX ), Salerno 2009, con bibliografia.

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