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SULLA CIARDA OSTINATA DI FRANZ LISZT

di Giulio Andreetta

Franz Liszt aveva all’incirca 73 anni quando scrisse questo capolavoro. Si tratta di
un’opera labirintica, intrisa di significati musicali cangianti e variamente interpretabili
all’ascolto. Ad uno sguardo superficiale questo brano, brevissimo, potrebbe apparire
come una riminiscenza di alcune melodie popolari ungheresi, ma tutto ciò sembra essere
pura apparenza ingannevole. È ben vero, infatti, che il tema e la struttura accordale e
ostinata dell’accompagnamento rimandano alla alla forma della Ciarda ungherese, ma
appena ci si addentra in un ascolto concentrato si notano non poche incongruità,
innanzitutto nel trattamento armonico, che espone la melodia ad alcune dissonanze
rispetto all’accompagnamento, si pensi ad esempio al la diesis del basso che contrasta
con il la bequadro della melodia, all’esposizione del tema principale. L’effetto è quello
di uno straniamento espressivo che ha del miracoloso, e la poetica personale dell’autore
sembra dispiegarsi in questo brano ai vertici della sua ispirazione. Altro dato che è da
evidenziare è l’assoluta semplicità dei mezzi compositivi adottati, che in Liszt forse deve
essere ancor più rimarcata visto il suo abituale virtuosismo di scrittura e di esecuzione,
anche se c’è da ricordare che nelle ultime composizioni del maestro la vena compositiva
brillante e finalizzata ad evidenziare le doti del pianista-acrobata tende a scemare in
favore di una maggiore concentrazione ed economia espressiva, anche tenendo conto di
tutta una serie di vicende personali che lo portarono ad una sorta di crisi religiosa che
comportò per qualche anno anche il ritiro quasi completo dal mondo del concertismo.
Ebbene, a me sembra che in questa composizione la tradizione folklorica ungherese non
sia che un mero pretesto per presentare alcune idee musicali che potrebbero essere
facilmente definite rivoluzionarie. Innanzitutto, come accennato più sopra, sembra che
Liszt anticipi di qualche decennio formule compositive politonali tipiche di un Igor
Stravinsky, o di un Béla Bartók, anch’egli ungherese, e che dovette certamente aver
presente questo repertorio lisztiano. Ma ciò che colpisce è la densità espressiva che tocca
vette di espressione poetica a mio avviso inarrivabili. Sembra quasi che in questa
composizione vi sia il riassunto di una vita straordinaria, di un’epopea: infatti la
biografia lisztiana è ricca e densa di avvenimenti e di fatti che assumono una
connotazione quasi leggendaria. In questo simile a Richard Wagner, di cui era suocero,
non poteva certamente definirsi solo musicista, visti i molteplici talenti di infaticabile
organizzatore artistico, di intellettuale (si consideri a questo riguardo la biografia sul suo
amico Frédéric Chopin), di insegnante (ebbe numerosi allievi che diventarono celebri
pianisti, direttori d’orchestra e così via). Insomma, Liszt appare una figura estremamente
complessa, baciata da numerosi talenti, ma soprattutto non approfondita quanto
meriterebbe: infatti, a livello informale, il musicista ungherese si sente spesso etichettato
in via quasi esclusiva come pianista-virtuoso, ma tale visione delle cose, indubbiamente
in parte veritiera, non considera tutta una serie di elementi biografici, e una tensione
espressiva verso la sperimentazione, verso l’apertura di nuovi orizzonti. Il suo
‘radicalismo’ musicale - che lo portava a guardare con simpatia al Gruppo dei Cinque,
mentre in Germania sembrava divampare la fiamma del talento di una figura
sostanzialmente conservatrice come Johannes Brahms - è testimonianza di una sua
volontà, per così dire, di precorrere i tempi. Alcune sue composizioni dell’ultimo
periodo appaiono dunque muoversi su questo terreno di sperimentazione, al di fuori del
concetto classico di tonalità e scala musicale, anticipando in questo senso alcuni
sviluppi del linguaggio musicale novecentesco.
Eppure a me questa Ciarda sembra anche dire qualcosa in più sull’autore, sulla sua
ansia di sperimentazione che non è fine a se stessa, ma tesa ad esplorare le risorse di
un racconto interiore, poco interessato a compiacere i gusti del pubblico. Del resto Liszt,
già dai tempi del suo ritiro a Roma, aveva rinunciato quasi del tutto al plauso delle
folle in ambito compositivo e pianistico, assumendo una libertà espressiva sempre
maggiore, ed in questo sicuramente influenzato da suo genero Richard Wagner, altro
spirito animato da una forte volontà di rinnovamento.
Sebbene continuasse ad essere acclamato in tutta Europa come uno dei maggiori pianisti
dell’epoca, tutto ciò sembra miracolosamente non aver alcun effetto sulla sua produzione
compositiva, che è testimonianza di un vivo raccoglimento interiore, e di una grande
umiltà nel tentare sempre di superare se stesso nel nome della creazione di formule
sempre nuove. Alla luce di tutte queste considerazioni direi che l’immagine stereotipata
del pianista-virtuoso possa essere accantonata in modo definitivo. E penso che una
riscoperta della grandezza di questo autore debba proprio partire dall’approfondimento
musicologico dei suoi ultimi lavori, i quali fanno trasparire un Liszt molto diverso, quasi
irriconoscibile, dall’idolo delle folle che ci ha tramandato una certa tradizione
storiografica.

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