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MINISTERO DELL'ISTRUZIONE DELL'UNIVERSITA' E DELLA RICERCA

ALTA FORMAZIONE ARTISTICA E MUSICALE


_________________________________________________________________

ACCADEMIA DI BELLE ARTI DI BOLOGNA


DIPARTIMENTO DI ARTI VISIVE

Diploma triennale Corso di Pittura

Prof. Luca Bertolo

Il silenzio dell'assenza in Claudio Parmiggiani

Tesi di Relatrice

Aurora Vinci Prof.ssa Beatrice Buscaroli

Sessione Straordinaria
______________________________________________________________________

Anno Accademico 2018/2019


2
INDICE GENERALE

Introduzione…..………………………………………………………………...5

Primo Capitolo
La poetica dell'assenza in Claudio Parmiggiani

1.1 Delocazioni.......................................................................................................13
1.2 Iconostasi, melanconia e memoria....................................................................21
1.3 L’ombra nel gioco dell’infanzia.......................................................................27
1.4 Trauma, dolore e Pathos...................................................................................30
1.5 L’importanza di nascondere.............................................................................33
1.6 L’assurdo..........................................................................................................36

Secondo Capitolo
Il silenzio in Claudio Parmiggiani

2.1 Giorgio Morandi.............................................................................................43


2.2 La dimensione del sogno.................................................................................48
2.3 Che cos'è la tradizione?...................................................................................53

Conclusione……………………………………………………………………...........55

Bibliografia.......…………………….………………………………………….…......60

Ringraziamenti....................................................................................................61

3
4
Introduzione

Il mio percorso di studio accademico incomincia presso l’Accademia di Belle Arti di Ravenna ad
indirizzo mosaico, nel corso del quale frequento le lezioni di pittura tenute dal pittore e
professore Andrea Chiesi. La mia ricerca pittorica inizia nel 2016, spinta da un interesse verso la
natura, con particolare attenzione nei confronti dell’aspetto ecologico e di tutte le mutazioni,
disastri e conseguenze che il cambiamento climatico sta causando. Tre anni fa era il periodo in
cui si è iniziato a parlare dell’inquinamento globale in maniera decisamente più insistente per
risvegliare le coscienze di tutti gli abitanti e convincerli che si tratta di un vero problema reale,
esistente e concreto. Si fecero sentire sempre più forti le voci di denuncia contro le decisioni delle
grandi istituzione politiche nei confronti delle nuove leggi ambientaliste. Attraverso la
realizzazione di documentari, manifestazioni pubbliche, articoli sui giornali che informano i
cittadini con dati statistici delle conseguenze di decenni di inquinamento, quindi tutto questo
fluire di notizie in tempo reale, grazie ad internet possono essere alla portata di chiunque. Non è
un argomento di cui possiamo decidere di schierarci da una parte o dall’altra, di crederci oppure
no, i fatti parlano chiaro e ognuno di noi nel proprio profondo conosce le conseguenze di ogni
piccolo gesto quotidiano, basta attivare un nuovo modo di pensare. Agire in maniera
consapevole, quanto basterebbe per vivere un futuro in un mondo dove non avremmo inquinato
ogni particella d’aria o inquinato ogni goccia del mare, e abbattuto tutte le foreste. Questo
progetto viene solo abbozzato, ma nasce dall’idea risvegliare le coscienze attraverso un contatto
diretto della natura fino ad indagare negli spazi artificiali come inizialmente si serve del mezzo
fotografico per immortalare il mondo animale, con uno sguardo di denuncia verso l’ambiente in
cui l’uomo ha costruito e costretto a vivere numerose specie animali in cattività negli zoo.
Successivamente la ricerca sfocia in una dimensione pittorica di tipo iperrealista influenzata dallo
stile trasmesso dagli insegnamenti della tecnica ad olio di Chiesi.

Le scelte che ho preso in questi ultimi tre anni mi hanno portato a riflettere in maniera particolare
sulle questioni del cambiamento, dell' abbandono e su come si sono riversati nella mia poetica
pittorica. Ogni volta che facciamo un' esperienza di mutamento, a partire dal luogo, dalle persone,
è simile a dover gestire una perdita, perché ci costringe a rivedere il nostro mondo sotto una luce
differente.

5
Le separazioni, sono sempre dolorose, richiedono tal volta il lavoro di elaborazione del lutto, quel
processo transitorio che esige tempo, per assimilare la fine di una parte che dava senso alla nostra
realtà che adesso non c'è più.
Questo concetto viene teorizzato per la prima volta da Freud e spiegato da Massimo Recalcati nel
libro: Incontrare l'assenza.
Il punto della questione è quindi, come potere affrontare differentemente l'incontro con l'assenza.
Come si può essere in rapporto con l'assenza? Cosa accade in chi resta?
Massimo Recalcati ci spiega nel libro: Incontrare l'assenza, come ci sia al giorno d'oggi la
tendenza alla negazione di una qualsiasi forma di lutto, dalla morte di una persona cara, alla
perdita di un amore, all'abbandono di un luogo.

" La nostra società è organizzata maniacalmente sulla trasformazione


della vita in una festa perpetua, in una festinazione verbo - mimico- motoria.
Siamo sempre indaffarati, sempre in superficie, abbiamo sempre troppo
e ci muoviamo sempre troppo. Il nostro è il tempo dell'euforia maniacale,
è il tempo che vorrebbe nascondere il fatto che ogni giorno qualcuno muore,
che vorrebbe colmare, curare negare l'esperienza traumatica della perdita.
Il nostro è il tempo in cui la pancia deve essere sempre piena, è il tempo
del riempimento obbligatorio del vuoto. Riempire ogni cosa, non fare mai
esperienza dell'assenza, cioè negare la morte."1

Personalmente vorrei aggiungere a proposito del gesto di curare, ciò che ci dona sollievo dopo il
dolore, è diventato un desiderio da appagare il più velocemente possibile. La cura ai nostri
malesseri sia fisici che emotivi, quindi mentali, avviene secondo rimedi artificiali sempre più in
fretta. Questo perché la nostra concezione del tempo si sta accorciando, trasformandosi in una
reazione maniacale di esorcismo nei confronti del dolore.
C'è l'atteggiamento costante di sostituzione repentina verso un qualsiasi oggetto venuto a
mancare, così facendo risulta immensamente più facile ignorare la ferita che ci è stata inflitta. E'
preferibile negare la presenza di un evento che ci ha traumatizzato, piuttosto che pensarci e
soffrire per l'accaduto. Tutto questo ci desensibilizza, infatti è lo scopo, il fulcro, del sistema
capitalista. A tal proposito, questa ricerca mi ha portato a riflettere e sviluppare gradualmente un
pensiero su diverse tematiche, ma legate da un unico filo conduttore, che ho trovato quindi
attraverso un particolare interesse ed inspirazione nella poetica di Claudio Parmiggiani.

1 M. Recalcati, Incontrare l'assenza,Il trauma della perdita e la sua soggettivazione, ASMEPA Edizioni, Bologna,
2016, p.17

6
L'assenza e il silenzio sono le parole chiavi che caratterizzano l'arte di Parmiggiani, la fonte da
cui hanno avuto origine le sue opere. Il silenzio è il vero mezzo di rivoluzione nell'epoca
contemporanea, dove tutto sembra dominato dalla confusione, dove chi sa far sentire la propria
voce più forte, ha ragione. Nell'era dove siamo un'esibizione continua di noi stessi, dove
possiamo già sapere quasi tutto di una persona, ancora prima di incontrarla.

Questa incombente aggressività che ci schiaccia, ci sta allontanando dai valori più semplici,
trasformando in ovvietà ciò che abbiamo sotto gli occhi ogni giorno.
L'arte che crea Parmiggiani è una proiezione eterna di oggetti, esperienze o persone perdute. Non
è un ossessivo ricordare nostalgicamente la loro presenza, ma un commemorare e sottolineare
l'importanza che ci ha lasciato il vuoto della loro assenza.
"L'assenza è una presenza assordante."2 Il silenzio può diventare il rumore più forte che
possiamo percepire, quello che ci provoca dolore e sofferenza. Queste emozioni non vanno
immediatamente soffocate o rimpiazzate, ma accolte e accettate, così come tendiamo ad
accogliere il sentimento di gioia data da una presenza. La sua arte, può sembrare una chiusura
ostile su se stessa, ma invece è un'apertura positiva verso il mondo, la natura di cui si
contraddistingue l'animo umano, anche se è intrisa di distruzione e richiamo alla morte, in realtà
vuole essere un elogio alla vita.

In questa tesi andrò ad esaminare gli aspetti che hanno contribuito a creare l'animo poetico e
artistico del pittore Claudio Parmiggiani. Ripercorrerò alcuni episodi importanti della sua vita che
hanno segnato la sua personalità, dalla sua infanzia fino ad arrivare agli incontri con i grandi
maestri come i pittori; Morandi per avergli trasmesso l'istanza del silenzio e De Chirico nel
comprendere la questione del tempo.
Andrò a parlare delle sue opere, tra cui il ciclo delle Delocazioni, le Iconostasi, e soprattutto la
risposta che cerchiamo oggi alle domande; quale sia lo spazio migliore per un opera d'arte e
quanto sia importante ancora per un artista contemporaneo doversi esporre al pubblico, e infine
qual'è la sostanziale differenza tra mostra ed esposizione.

2 Ibidem, p. 21

7
Sosterrò brevemente l'argomento, su che ruolo ricopre l'assurdità per l'uomo e come viene
affrontato nell'arte secondo Parmiggiani. Per concludere vorrei ritornare sul tema dell'origine,
vorrei accennare riguardo, che cos'è la tradizione e quale direzione sta prendendo.
Desidero tracciare il profilo di un grande artista che considero il riassunto di un capitolo del mio
percorso di studi, in questo disegno vorrei includere gli aspetti che più mi hanno colpito e che
ritengo ricadere nelle mie corde. Sono rimasta colpita dalla personalità di Claudio Parmiggiani,
nel leggere i suoi manoscritti mi sono immaginata tra il suo vissuto in campagna e i racconti dei
suoi giochi d'infanzia, un passato che riecheggia nella mio, se pur trascorso in un epoca
differente, ma nella stessa terra.

8
9
“Un artista non è mai in grado di giudicare la propria opera,
non dovrebbe mai avere queste presunzione: non ne ha la distanza critica.
Un artista può solo essere giudicato.
Se l’opera ha in sé un’autentica capacità visionaria, una vitalità, un sangue,
una spiritualità, se è capace di parlarci, non ha bisogno di alcun commento
né di alcun clamore.
È in grado, attraverso l’eloquenza del suo silenzio,
di trasmetterci l’intensità del suo valore, estetico ed etico.
Questo insegna l’arte di ogni epoca.
Davanti ad un’opera d’arte si può solo rimanere in silenzio,
come davanti ad un incendio.
Il silenzio quando è espressione di una profonda forza interiore, riesce ad arrivare ad un’efficacia
comunicativa senza paragoni.
Per questo, silenzio è una parola quasi sovversiva
ed è sovversiva perché è una spazio meditativo.
Considero questo spazio di libertà
come una materia essenziale dell’opera
e anche un modo di assumere una posizione.
Il rifiuto di quel linguaggio che fa del clamore,
dell’esibizionismo, del gratuito e della superficialità
il suo principale obiettivo.
Silenzio non significa solo silenzio
ma significa anche non concedersi e non concedere nulla."3

3 L.m. Barbero, Claudio Parmiggiani, Petrolio, Edizioni Charta, Milano, 2008, p. 25

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Capitolo Primo

La poetica dell'assenza in Claudio Parmiggiani

E se invece l’assenza fosse il cuore dell’essere? Se la mancanza a essere fosse il senso più
profondo dell’essere? “ Come si potrebbe dipingere questo silenzio dell’anima ? ” Ecco
l’interrogativo da cui nasce l’idea di scrivere una tesi che rifletta il tema del silenzio nell’opera
d’arte. La curiosità che mi ha spinto a cercare la verità che si nasconde dietro la realtà materiale,
fatta di immagini ed oggetti strappati dal vivere in un ambiente quotidiano. Desidero pormi in
relazione con un’assenza rivelatrice della vera presenza. Questa poetica l’ho ritrovata dopo
un’attenta osservazione e dallo studio di artisti come, Parmiggiani, Morandi, De Chirico, Burri e
Kounellis.
Claudio Parmiggiani nasce a Luzzara nel 1943, e nello stesso periodo in cui si iscrive all’istituto
di belle Arti di Modena, nel 1958 stringe un legame d’amicizia con il più importante pittore
Bolognese di quegli anni: Giorgio Marandi.
La sua infanzia fu caratterizzata da ricordi costellati di eventi impregnati di malinconia, come
l’incendio della casa rossa dove fu nato e cresciuto fino ai quindici anni. Parmiggiani racconta di
un luogo isolato, disperso nel paesaggio di campagna immerso nella nebbia, a ridosso dalle rive
del Po.
Vorrei riportare alcune parole dell’artista in memoria di questo ricordo in quanto ritengo essere
estremamente toccante e significativo per lo sviluppo e la comprensione delle sue opere future:

“ Conservo di quel luogo il ricordo di lente e nere barche e uomini come ombre
che trasportano sabbia e nebbia. Me ne sono andato di la a quindici anni
senza più ritornarvi. Quella casa ora non esiste più. L’ho vista un giorno
tornando completamente incendiata, poi l’hanno abbattuta, così come nella
campagna non c’è rimasto più niente; solo nebbia e qualche pioppo.”4

4 C. Parmiggiani, Stella sangue e spirito, Edizioni Actes Sud, édition bilingue, Parma 1995, p. 22

11
Forse tutte le immagini sorgono da un ricordo dell’infanzia, da quell’immagine indelebile della
casa rossa, come se fosse l’epicentro da cui si è diramata tutta la sua poetica.
La prima immagine è quella “totale”, in questo caso, la sua casa, come simbolo tra la vita e la
morte, fra la presenza e l’assenza. Il trauma della distruzione e della perdita nell’incendio del
luogo dove a vissuto durante l’infanzia ha lasciato che ci si domandi, quale immagine sopravvive
e non muore con il passare del tempo. Naturalmente l’edificio ormai abbattuto non può più essere
recuperato, ma quell’immagine resta impressa nella memoria, come ogni ricordo legato al fatto
accaduto, anche se eroso dal divenire del tempo riappare eterno. L’ombra, la cenere e la polvere
che si depositano sulle superfici non sono altro che la testimonianza, che anche il più piccolo dei
frammenti rimasti dopo anni non si lasciano annientare. È come se le immagini prima di
registrarsi per sempre nella memoria devono aspettare che la polvere si depositi, come una lenta
stratificazione.
Nel 1976 Parmiggiani incontra il fotografo Paul Strand il quale gli presenta il suo libro intitolato
“Un paese” in cui egli riporta fotografie scattate nei luoghi della sua infanzia, a Luzzara.
Successivamente i due artisti collaborano alla realizzazione di un libro-catalogo in cui
evidenziano la loro ossessione ad immagini degli stessi volti, luoghi, e oggetti.

[1] Paul Strand, Un paese, 1953

12
1.1 Delocazioni

Gli eventi che hanno segnato la sua vita, come può essere stata la scomparsa improvvisa di un
luogo affettivo, hanno dato origine alle sue opere d’arte più significative. L’impatto emotivo che
ebbero le emozioni come l’angoscia e il tema della sparizione dettero luogo alle opere notturne:
le Delocazioni.
La catastrofe, il disastro, l’esplosione, l’implosione, la sparizione e l’oblio costituiscono la base
su cui si formano molti lavori di Parmiggiani. Nonostante l’atmosfera austera che si percepisce
quando si entra nelle sue stanze, paradossalmente le sua opera emana una grande calma ed
un’autentica serenità.
Le Delocazioni nascono da delle sperimentazioni di tipo fenomenologico più che simbolico,
come una traduzione fisica delle sue ultime esperienze. Queste opere hanno origine
dall’osservazione di spazi, come può essere l’interno di un museo, un luogo abbandonato, dove
tra ciò che resta di non intenzionale, quindi ogni residuo, frutto di un processo naturale, come
possono essere le tracce delle ombre di tele rimosse dalle pareti o di oggetti sottratti dalla loro
abituale collocazione. Per la prima volta le Delocazioni vengono rivelate presso la Galleria civica
di Modena il 14 novembre 1970.
Si trattava di una mostra la cui presenza nascosta veniva percepita attraverso l’assenza, la traccia
di oggetti rimossi dopo che lo scorrere lungo e invisibile del tempo aveva lasciato come per
magia la sua impronta sul muro da un momento all’altro. Parmiggiani nei suoi lavori non utilizza
solo sagome di oggetti di uso comune come bottiglie, libri o strumenti musicali ma ricorre anche
a sculture con sembianze antropomorfe, come ad esempio in Sculture d’ombra, esposte presso la
galleria d’Arte Moderna di Bologna nel 2003. Questa scelta risulta un chiaro riferimento alle
strazianti impronte dei corpi umani lasciate sui muri anneriti nelle case dopo la terribile
esplosione ad Hiroshima, che dissolse i corpi degli uomini vanificandoli nel nulla.
Parmiggiani definisce questa scoperta piuttosto casuale, ma che successivamente diventerà
intenzionale, come il desiderio di intravedere il riflesso di se stessi dietro un velo che nasconde la
realtà velata, a sua volta in maniera infinita. Come se la vita non sia altro che un errare costante
alla ricerca di se stessi, come se non ci fosse un capolinea di consapevolezza, un punto di arrivo,
ma ci fosse sempre qualcosa da scoprire, portare alla luce, cercare, distruggere per far ricrescere,
cambiare ed innalzarsi.

13
[2] Claudio Parmiggiani, Scultura d'ombra, 1999
(fuoco, fuliggine, fumo) Hetel des Arts, Tolone

14
“L’arte è un modo disperato di restare aggrappati alla vita e scegliere
di vivere aggrappati alla poesia come a una speranza in nulla, ma in una totale
tensione verso questo nulla è già un non trascurabile atto di fede. […] Vivere è già
di per se un atto poetico che esula totalmente dall’essere o non essere artisti.” 5

Ritrovarsi al centro di queste stanze suscita la sensazione di essere avvolti da un’atmosfera di


cataclisma nel totale silenzio.
Successivamente Parmiggiani matura questa poetica della traccia sostituendo lui stesso il lento
processo di formazione della polvere, lasciando che il fumo disegni le ombre attraverso la danza
del fuoco. Il lavoro del tempo quasi viene annullato, forse deriso direi, per evidenziare come solo
il potere di una presenza sottratta dalla sua vita abituale può essere rivelata in tutta la sua essenza
ed integrità grazie alla forza che può trasmettere l’assenza.
L’assenza non potrà mai essere semplicemente il contrario della presenza, ma la rievoca in tutto
ciò che resta e che rimane attorno ad essa. Come una luce che emerge dall’oscurità, è visibile
poiché conosciamo il buio, uno esiste in ragione dell’altro.
È come se dietro l’osservazione di ogni fenomeno naturale ci sia un messaggio nascosto, ed in
questo le Delocazioni create da Parmiggiani desiderano evocare la metafora dell’uomo che vive
sulla terra e nel momento in cui scompare, lascia la sua scia nel suolo.
Il termine Delocazione, descrive il fenomeno di spaesamento, disorientamento dello spettatore
davanti all’opera.
Queste opere, grazie alla loro poetica, senza dubbio, sconvolge silenziosamente, in chi osserva,
scolpisce lentamente un pugno nello stomaco, il senso di una fine del mondo.
Si tratta di vere e proprie impressioni su tela o carta attraverso l’uso del fumo, come un pittore
utilizzerebbe il pennello o un fotografo la sua macchina fotografica, così egli utilizza il fuoco e il
suo fumo come inchiostro per non dipingere semplicemente quegli spazi già pieni, ma per
colmare i vuoti attorno ad essi. La fotografia è collegata all'idea della morte in quanto è l'arte per
eccellenza che sospende l'immagine delle cose nel loro continuo scorrere nel flusso per cui ogni
momento è unico ed irripetibile attraverso quello che noi chiamiamo relativamente tempo.
Questo genere di lavoro potrebbe definire quello che viene chiamato lo stile di un artista, ma altro
non è che un andare alla ricerca dell'origine da cui si è formata la prima immagine, quella da cui
hanno avuto modo di nascere le opere successive.

5 Ibidem, p. 86

15
[3] Claudio Parmiggiani, Senza Titolo, 2008
(fuoco, fumo, fuliggine su tavola) 60,4 x 70 x 3 cm

16
Ecco, ciò che ammiro nell’opera di Parmiggiani quando ritrae gli oggetti come se fossero delle
nature morte che emergono dall’oscurità. Con il potere delle fiamme, dalla sua combustione si
libera il fumo che deposita la cenere sulla superficie dei supporti scelti dall’artista.
Come se la verità più segreta non sia altro che quell’impercettibile movimento fisico che si cela
dietro il fenomeno di crescita della vita in cui avviene nel suo immacolabile silenzio. Esattamente
come chi durante la stagione delle piogge, in alcune foreste pluviali del Giappone, si affretta ad
andare vicino ai bambù per ascoltare le canne crescere.
A volte basta sapere che i sensi non ci permettono di cogliere la meraviglia dell’universo
invisibile, ma sapere che esiste davvero, che forse occorrerebbe lasciarsi trasportare con la mente
oltre il mondo materiale e scopriremo che li non esistono limiti ad esplorare la profondità della
propria coscienza. Saper ascoltare con l’anima, oltre che con le orecchie, il vero messaggio che
l’arte ha ancora da insegnarci, riuscire a vedere, non solo con gli occhi, ma con il cuore la
bellezza della vita nelle piccole cose. Poter toccare, non solo con mano, ma anche con la mente la
natura di cui sono fatti i sogni.
Come scrisse Parmiggiani :

“ Non c’è alcuna separazione tra realtà e irrealtà, tra razionalità e irrazionalità,
logico e illogico, mondo fisico e mondo metafisico. Uno esiste in ragione dell’altro
e il pensiero, senza tener conto di alcuna distinzione, di alcun insegnamento,
affonda le sue radici: nella ragione come nell’assurdo, nel reale come come nel simbolico,
nella storia come nel sogno, nel visibile come nell’incomprensibile,
nell’immaginazione come nella memoria,
nella solitudine e nella disperazione, nell’amore e nell’esaltazione.” 6

Il quadro si emancipa del telaio come supporto, fuoriesce fisicamente dallo spazio convenzionale,
dalla superficie bidimensionale per invadere totalmente le pareti. Avviene una forte rottura della
tradizione in cui il vuoto lasciato dal quadro diventa il soggetto principale dell’opera. Come se
ogni spazio acquisti una sua importanza e significato, nulla viene considerato come secondario o
meno importante nel luogo dove avviene l’installazione.
Il quadro non è più l’opera che cattura l’attenzione dell’occhio, che desidera la propria
ammirazione, ma è anche tutto ciò che si trova attorno ad esso a diventare essenza contemplativa.

6 Claudio Parmiggiani, Stella Sangue e Spirito,p. 204

17
L’idea del luogo in cui Parmiggiani sceglie di installare la propria opera diventa di importanza
fondamentale in quanto essa stessa non può essere concepita dislocata altrove e resa indipendente
dal suo “luogo di nascita”. L’artista sostituisce l’idea di un’esposizione con quella di
presentazione dell’opera d’arte.

Le Delocazioni si presentano come opere d’arte totali, ovvero, l’architettura circostante nella sua
dimensione spaziale risulta inglobata nell’opera, è un atto intento quasi a sfiorare un gesto di
follia, al limite della concezione razionale. Questa scelta rimanda alla mente il trompe l’œil,
facendo riferimento ad un determinato periodo storico della pittura, fino a rievocare un clima
musicale e geometrico, confermando la familiarità e un intento a instaurare un esplicito dialogo
con la tradizione barocca.
La concezione dell’arte come tragica, ed intrinseca di mistero accostata all’intenzione dell’artista
di elevazione personale si fonde con il progetto di rinnovamento spirituale del barocco.
Nell’opera di Parmiggiani incombe sugli oggetti la distruzione di un fuoco pericoloso, che
incendia e brucia tutto ciò che trova. Le fiamme spazzano via, riducono in polvere di cenere la
materia, ma se pensiamo che la natura è in grado di rinascere più forte e rigogliosa dopo un
incendio, l’artista lascia riflettere anche su questa straordinaria poetica. Il deflagrare, il radere
quasi al suolo tutto ciò che abbiamo reso superfluo nella vita di ogni singolo, e di ogni singolo
giorno. In questo lavoro è intrappolata la potenza di gridare al mondo un forte pensiero di
riprendere in mano le redini della nostra coscienza.
Per cominciare ad agire in maniera consapevole partendo dalle piccole azioni che
quotidianamente ed inconsapevolmente siamo portati a commettere.
Parmiggiani affronta il tema della morte in diverse opere, qua essa non è contemplata in senso
drammatico, ma come volontà di rigenerare un nuovo mondo, come se fosse concessa all’uomo
una seconda possibilità, una speranza di ricominciare da capo, di ripartire dall’essenziale e porre
rimedio agli sbagli più grossi commessi dall’umanità. Tutta l’arte è in relazione con la vita e la
morte, sono le fondamenta di qualsiasi pensiero umano e di qualsiasi opera.
“Morire per non morire”, furono le parole di Parmiggiani a proposito del fuoco, cose se dopo un
disastro, è inutile crogiolarsi, bisogna andare oltre il proprio destino e fatalità per risorgere.

18
Vorrei riportare un altra frase di Massimo Recalcati a proposito delle Delocazioni in cui scrisse:
“l’operazione più propria dell’arte di Parmiggiani fu che essa può rendere evidente l’invisibile
solo incidendo nella presenza il segno dell'assenza."7
Con questa affermazione lo psicanalista intende racchiudere l’idea che risiede alla base della
poetica di Parmiggiani, dove attraverso la negazione delle immagini, le uniche presenze restano
dunque le assenze.
Come le bottiglie di Giorgio Morandi, i sacchi lacerati di Burri e le pietre di Kounellis sono
oggetti di vita quotidiana che con la loro solenne presenza diventa un’icona visibile
dell’invisibile. In Parmiggiani, a differenza di quest’ultimi, avviene un evento traumatico come
quello dell’incendio e dell’esplosione, dove il fumo scaturito da questi fenomeni ricopre di cenere
ogni angolo dello spazio. L’oggetto è andato perduto nelle fiamme, come nell’incendio che ha
divorato la casa rossa d'infanzia dell'artista.
Il concetto di assenza in Parmiggani diviene una forma ancora più pura della presenza perché
sottratta alla prepotenza dell’immediatezza.
Attraverso semplice polvere e cenere, l’immagine diventa un testimone diretto del tempo e non
deve più ricoprire il compito di salvare l’immagine dal trascorrere del tempo.
Questo lavoro può sembrare a primo impatto una ricostruzione del passato attraverso la memoria,
ma in realtà si tratta di una protesa in avanti, l’opera commemora quello che deve ancora
avvenire. Nelle Delocazioni quindi viene raffigurato il trauma della distruzione come frutto di un
linguaggio sull’essere vivente. Distruggere lascia la possibilità infinita all’uomo di ricreare e
rinascere, come una pianta che ricresce dalle proprie ceneri più robusta e rigogliosa dopo il
divampare violento del fuoco.

7 Massimo Recalcati, Claudio Parmiggiani. la preghiera della pittura, p. 5 2017

19
[4] Claudio Parmiggiani, Scultura d'ombra, 2002
Muséè Fabre, Montpellier

20
1.2 Iconostasi

A partire dal 1964 Parmiggiani inizia a lavorare ai gruppi delle Iconostasi. Si trattava di un atto di
emancipazione delle componenti iconografiche e fisiche che caratterizzano un quadro.
La pittura tradizionale di icone risale ai primi secoli del Cristianesimo, all'epoca di Costantino
con l'arte bizantina e russa. Venivano dipinte scene sacre su tavola di legno, il termine tradotto
dal greco eikones significa “essere simile” , “apparire” o “immagine”. Le icone si fondavano
sulla separazione dell’ombra dalla luce secondo il principio platonico e neoplatonico.
Lo scopo non era quello di trasmettere una particolare idea o emozione del pittore, ma quello di
elevare forme abituali al mondo dello spirito. Per questo le icone erano testimoni silenziosi
dell'aldilà e risultavano così diverse, da sembrar perfino sgradevoli, infantili o ingenue. Le icone
erano ricche di simboli e significati allegorici.
Quindi, se per la pittura tradizionale lo studio dell’ombra non veniva contemplato, per artisti
alcuni come Parmiggiani, Kounellis e Morandi l’ombra acquista un ruolo importante come nuova
forma dell’icona. L’immagine prende vita grazie all’esistenza dell’ombra, senza la quale non
potremmo percepire la luce. Se il pittore tradizionale di icone si occupava di rappresentare
l’“essere divino” attraverso un uso smodato della luce, ignorava di conseguenza la raffigurazione
dell’ombra, in quanto “semplice assenza d’essere”. Questa concezione dell’essere invisibile e
intangibile, non poteva considerarsi come un aspetto positivo, è da qui che Parmiggiani impone
nella sua poetica un rovesciamento delle teorie Platoniane, ma anche del platonismo proprio della
pittura tradizionale, il quale divide l’universo materiale, fisico da quello spirituale e metafisico.
Nelle prime Iconostasi Parmiggiani presenta come delle sculture o steli funerarie legate al tema
della sepoltura in riferimento all’arte e alla memoria. Un’ altra serie di Iconostasi, viene
realizzata verso la fine degli anni ottanta dove utilizza la forma del sudario, bianco o nero, posato
su statue o quadri. L’ultima e terza serie, ma questa volta senza titolo, fu intrapresa agli inizi
degli anni novanta, ed è costituita invece da frammenti di oggetti o di sacchi neri imbottiti e
appesi, a ricordare un insieme di elementi votivi.
Le opere di Iconostasi hanno l’obiettivo di emancipare l’icona dal volto del santo e dalla divinità,
poiché ogni essere del mondo visibile possa assumere l’importanza di un’ icona. Parmiggiani
desidera restituire una dignità all’icona come luogo in cui la raffigurazione tenta di dare forma
all’invisibile, ribaltando quindi la tradizione della pittura di icone.

21
[5] Claudio Parmiggiani, Iconostasi, 1988
(tela velata di nero, 120 x 120 cm)

22
[6] Claudio Parmiggiani, Iconostasi, 1988
(statua velata di bianco)

23
Un altro tema importante che si radica alla base della poetica di Parmiggiani, è quella della
memoria in relazione al tempo.
La memoria in Parmiggiani, viene definita da Jean-Luc Nancy nell'intervista rilasciata in Ciò che
resta di un’arte eterna e fragile, come “un teatro” che apre il suo sipario ad una interpretazione
che non mira a ravvivarla o rafforzarla, ma a svelarla in tutta la sua durezza tagliente come il suo
labirinto di vetri spezzati. Quest’opera, viene considerata dall’artista stesso un' “anti-scultura”,
poiché tenta inutilmente di rinchiudere lo spazio in un unico luogo, ma senza riuscire a
nascondere nulla, data la proprietà trasparente del vetro che rende tutto visibile. Il labirinto di
vetri rotti incarna la metafora come icona della nostra memoria, come dimensione astratta dove è
impossibile ritornarci fisicamente, ma dentro la quale invece vi è possibile tornare a far visita
solo grazie al potere di viaggiare oltre il tempo e lo spazio con la mente. L'opera richiama alla
mente l’immagine di un mare ghiacciato in frantumi, così sembra che Parmiggiani desideri
evocare sotto forma materiale il malinconico dipinto, il Naufragio della “speranza” di Caspar
David Friedrich.

[7] Caspar David Friedrich, Naufragio della "Speranza", 1822


Kunsthalle, Amburgo

24
La sua arte è in grado di trasformare oggetti di uso comune in icone dell’ assenza, senza mai
cadere in una semplice sedimentazione di tracce su una superficie. Questo concetto non resta
circoscritto esclusivamente in una dimensione rivolta al passato, ma è come se vivesse
continuamente nel presente. Come spiega l’artista:

“Il tempo è memoria, e non significa passato, ma pensiero. […]


Tempo è la morte che si disegna con crudeltà su un volto,
ma non è facile pronunciare la parola passato,
quando tutto è unicamente presente.”8

L’opera d’arte è frutto del puro pensiero che ci riaffiora nella mente sotto forma di immagine
proveniente dal passato, ma che può solo sopravvivere nell’unico tempo che esiste: il presente.
Per tale ragione le opere di Parmiggiani è come se non esaurissero mai la loro efficacia
comunicativa, il loro potenziale evocativo. Sotto questa luce la sua arte non richiama il suono di
un lamento nostalgico come di un ideale perduto, anzi illumina tutto ciò che rimane. In questo
senso la figura che assume l’ombra diventa essenziale. I nostri pensieri sono l’ombra del tempo.
Non si tratta di provare un’indistinta nostalgia davanti alle sue installazioni, ma piuttosto di un
sentimento che ne è racchiuso al suo interno, la malinconia. Quest'ultima cerca di colmare quel
grande vuoto dentro di noi che si trova all'interno dall’anima. Per l’artista essere malinconico
diventa uno stato d’animo vitale, è lo spirito propulsore che funge da motore per consentire alla
nostra coscienza di spingersi sempre più nelle sue profondità. Parmiggiani scrisse delle parole
che ci tengo a riportare.

“Malinconia è una parola che mi è famigliare. Da ragazzo la pensavo


come una malattia dell’anima, qualcosa da cui fuggire, ma invano.
Ora non saprei vivere senza l’intensità e la sensibilità e la sensibilità
che questo sentimento infonde. Senza l’ombra dell’angoscia che, la sola,
sa plasmare come forza sempre maggiore. Non una indistinta, lirica,
vaga malinconia, all’opposto malinconia come corrente sotterranea,
come violenza trattenuta, tensione, urto immanente, come essenza stessa
di un’opera, perché esprime la consapevolezza di una totalità perduta.
Malinconia è anche imparare il lutto e andare avanti dopo una cosa che finisce.” 9

8 Claudio Parmiggiani, Stella Sangue Spirito, Actes Sud, Parma 1995 p. 118
9 Ibidem p. 34

25
[8] Claudio Parmiggiani, Labirinto di Vetro, 1970

26
1.3 L’ombra nel gioco dell’infanzia

“Un gioco dell’infanzia era, nei giorni assolati, voler afferrare


o calpestare le ombre dei corpi in movimento, prendere
per un orecchio un’ombra, catturare le ombre umane,
sfuggire alla nostra stessa ombra sollevandoci invano in inutili salti.”10

L’ aneddoto che racconta Parmiggiani sul gioco dell’ombra, affonda le sue radici in un gesto
antico che ha origine durante l’infanzia di ognuno, dichiara Parmiggiani. Inoltre ricorda come
quando da bambino era tipico rincorrere l’ ombra di tutti i corpi in movimento per poterla
calpestare, afferrare ed immobilizzarla per sempre. Questo episodio sta a simboleggiare che nel
periodo dell’infanzia si forma un grande magma di parole e immagini che si ripercuotono nella
elaborazione futura delle sue opere.
Le presenze di cui parla Parmiggiani nel suo elaborato sono semplici cose, oggetti che
appartengono alla vita attraverso gli occhi di osserva. Egli utilizza materiali di diversa natura
come: libri, scarpe, strumenti musicali, ferro, legno, marmo, carta, cenere, vetro, foglie, … ecc.
Parmiggiani abbraccia l’ombra come una sfida, prova a dipingerla, quindi a includerla nella sua
opera e non a escluderla dall’essere.
Parmiggiani scrisse: “Desidero fare dell’ombra il vero non un riflesso”. 11
La rivoluzione che attua Parmiggiani nei confronti della poetica di Morandi, risiede nel aver
innalzato l’apparente debolezza della materia, considerata inconsistente, ormai svuotata e
consumata dal tempo, come la vera parte immortale dell’essere. Come scrisse un grande filosofo
Jacques Derrida : “È una debolezza che può trasformarsi in una grande forza.”12
L’ombra si ottiene estraendola dalla luce e non viceversa. Se la luce fosse la pelle di un corpo
martoriato, l’ombra sarebbe il suo sangue, e solo il dolore di una ferita può consentire all’ombra
di fuoriuscire dalla luce, come il sangue che fuoriesce da un taglio sul cuore.
Come se la forza dell’immagine possa uscire fuori e vivere solo attraverso l’ombra che che si
porta dietro.
Parmiggiani racconta di un luogo per lui significativo della sua infanzia : la campagna sulle rive
del Po.

10 Ibidem p.14
11 Ibidem p. 57
12J. Derrida, Maurizio Ferrari, Ho il giusto segreto, Editori Laterza, Bari 1997 p.57

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Parla di un luogo che ha cambiato il suo modo di percepire la realtà e il mondo attorno ad essa,
vivere in una terra dove quando scendeva la nebbia era come se mangiasse in quella sua coltre
bianca, alberi, case e qualsiasi altra cosa incontrasse. L’inverno riusciva a infondere uno stato
d’animo perennemente intrinseco di malinconia, dove solo chi ha vissuto nella bassa Pianura
Padana poteva capire.
Una delle sue opere più imponenti fu Il faro d’Islanda, un’ installazione alta quattordici metri
eretta in Islanda nella città di Reykjavík nel 2000 quando fu la capitale europea della cultura. Si
tratta di un faro luminoso che emerge dall’oscurità non nel mezzo del mare come si potrebbe
pensare, ma di un paesaggio desertico. L’idea fu quella di piantare nella terra un faro come quella
di piantare il seme di un albero, ma in un luogo segreto, lontano da quegli spazi convenzionali del
mondo dell’arte. L’opera non desidera esporsi allo sguardo indiscreto del pubblico, ed è per
questo che Parmiggiani ha scelto di posizionarlo in Islanda, e in un punto difficilmente
accessibile.
Il faro non è concepito come un oggetto, ma piuttosto come un’ immagine, o un’idea, un’opera
che vive quasi esclusivamente nella mente, più che negli occhi, come quando ci eleviamo ad
ascoltare o percepire le emozioni con il cuore, non conta la distanza che ci separa dall’essere che
ci attrae verso di sé.

“Parafrasando il titolo di un celebre scritto di Giacomo Leopardi,


Dialogo della Natura con un Islandese avrei forse potuto intitolare
quest’opera: Dialogo di un Italiano con un la Natura islandese. […]
Siamo nati nel buio, camminiamo al buio. L’Islanda è l’emblema
della luce che lotta contro la notte, della natura che resiste; è un faro.” 13

13 Claudio Parmiggiani, Stella Sangue Spirito, Actes Sud edizioni, Parma 1995 p.270

28
[9] Claudio Parmiggiani, Il faro d'Islanda, 2000
(ferro corten, lanterna, h14 m) Sandskeio, Islanda; opera permanente

29
1.4 Trauma, dolore e Pathos

“C’è più vita per me, più verità, più senso del tragico in uno straccio
abbandonato per terra che in tutta la tragedia classica.”14

Tutte le opere d’arte realizzata da Claudio Parmiggiani contemplano una visione incentrata sul
sentimento del Tragico. Quando l’artista posa lo sguardo sulla realtà, la raffigura come se volesse
filtrare l’armonia e la bellezza dei colori e vedere tutto unicamente attraverso le luci e le ombre, il
bianco e il nero. Come se Parmiggiani abbia voluto sperimentare di coprirsi gli occhi con una
benda, e tapparsi le orecchie con le mani stringendo tanto forte da abbassare drasticamente il
volume del caos costante, fino ad azzerare la percezione del rumore, del brusio, fino a toccare
l’idea di un silenzio totale. Ha deciso di assaporare dietro quella benda, la sensazione di cecità
parziale, per poter intravedere, e sentire solo la presenza di sagome di persone e oggetti vicino a
lui. In questo modo gli rimane che la possibilità di vedere solo l’essenziale attorno ad esso, ma
senza andare a sbattere. Non sarà in grado, né di cogliere i particolari come le sfumature, i colori,
i volti e i dettagli che caratterizzano la vita di tutti i giorni, né di poter sapere cosa si trova giusto
a qualche passo più lontano da lui. È così che gli altri sensi si amplificano, come chi dalla nascita
o per malattia, diventa cieco, svilupperà l’abilità di udire meglio del normale. Se ci dovesse venir
negata la possibilità di vedere e di udire, forse acquisiremo la capacità di dare ascolto ai veri
pensieri, emozioni e desideri che provengono solamente dall’Io interiore. Un Io che ha origine da
quell’universo ricco di sensazioni e vibrazioni che ci siamo dimenticati di custodire nel profondo
di ognuno di noi.
Abbiamo seppellito negli abissi dell’anima la nostra coscienza, poiché quotidianamente
inconsciamente facciamo di tutto per ignorarla, lasciandoci trasportare e continuamente distrarre,
da quello che crediamo materialmente più importante e vitale. E se invece provassimo a spegnere
finalmente quel sistema superiore che ci comanda dalla nascita, che sa già esattamente cosa c’è
scritto nel nostro futuro, che ogni giorno governa sistematicamente la nostra vita in ogni
decisione, da quella apparentemente più piccola e superficiale, alla più rilevante. Desideriamo
avere sempre di più, non farci mancare mai niente, ma questo è solo un premio di consolazione,
perché ci convinciamo dell’evidenza, che spesso, non ci sia altra soluzione migliore a quello che
già ci è stato proposto di fare, di lavorare, di essere.

14 Ibidem p.194

30
Non ci si può permettere di pensare diversamente qualcosa di nuovo, di rompere le catene e
andare contro vento. Crediamo di poter essere gli artefici del nostro destino, che c’è solo quella
strada a senso unico da percorrere, e se provi a fare inversione di marcia potresti farti molto male.
Paradossalmente ci viene detto fin da quando siamo bambini che è importante sbagliare ognuno
con la propria testa. Una volta superata la soglia dell’età candida, dove siamo propensi a
commettere errori inconsapevolmente, siamo così certi che il nostro cervello continua a pensare
e ad agire al cento per cento? Non vogliamo ammettere che siamo ogni giorno sempre più schiavi
della società a cui apparteniamo? Tutto questo costante ricevere informazioni da un’ inarrestabile
progresso tecnologico, che ci induce a credere che tutto quello da lui prodotto sia stato creato per
migliorare il nostro stile di vita. Possiamo riscoprire noi stessi, provando ad estraniarci
momentaneamente da tutte le influenze provenienti da situazione esterne, rivolgendo l’attenzione
esclusivamente a tutto ciò che nasce da dentro il nostro corpo, la nostra mente, attraverso la
meditazione.
Credo che l’arte, non solo negli anni in cui operava Claudio Parmiggiani abbia avuto origine
anche come forma di protesta contro la direzione verso cui stava andando il progresso
tecnologico, come se avesse previsto che presto ne avremmo perso il controllo, di un sempre più
accanito desiderio di comodità. Ancor di più al giorno d’oggi l’arte vuole far sentire il suo grido
sofferente all’interno della società, dal vivere in una contemporaneità distorta, tanto libera
quanto allo stesso tempo ingannevole.
Detto ciò, tornando alla realtà percepita da Parmigiani, non sembra affatto voler raffigurare la
realtà di un mondo floreo, rassicurante o pacifico, ma anzi è in procinto di prevedere la fine di un
Era.

“Sentirsi soli, sentire che il divino è nella


disperazione e nella bellezza di questa solitudine.”15

Parmiggiani intraprende un viaggio nella tragica visione estetica della pittura, dove la vera
bellezza è “commisurata all’intensità del suo dolore e della sua disperazione.” Per lui l’arte non
deve essere fonte di svago o di puro divertimento, tutt’altro, l'arte nasce dal sentimento del
tragico, “per un artista un’opera è il suo modo di urlare.”

15 Ibidem p. 72

31
L’arte concettuale secondo l’artista, probabilmente pecca di sincerità se non nasce da un
sentimento profondo: il Pathos, come nel caso di Parmiggiani che guarda la realtà al di là di un
velo dall’aspetto tragico. Possono essere di natura diversa gli eventi traumatici, come quelli che
ci hanno marcato in maniera permanente come il dolore o la perdita. La vera arte non può non
assumere una dimensione malinconica, tant'è che non concepisce opera d’arte che non si nutra
anche solo in parte, della sofferenza dell’autore. Il dolore è l’unica cosa vera e certa della sua
esistenza.

“È sempre stato nei momenti di maggiore fragilità,


di maggiore insicurezza e solitudine che le immagini e le opere
sono uscite con grande immediatezza e poesia.” 16

[10] Claudio Parmiggiani, La notte, 1964


(calco in gesso, tracce di colore, stoffa, legno 37 x 37 x 21 cm) collezione privata Modena.

16 Ibidem p.198

32
1.5 L’importanza di nascondere

“Tendo a fuggire, a nascondermi ad accettare le mostre come una costrizione,


ma la tensione forte è ad andarmene, a fuggire da quello che spesso sembra
una mascherata collettiva. Gli artisti hanno sempre fatto per mostrare ed è naturale
che sia così, ma ora è urgente mostrare anche che è più importante sottrarsi,
resistere, nascondere, rifiutarsi che mostrare.[…] La folla serve per nascondersi
tra la folla, c’è qualcosa di estremo da proteggere…”17

Che cosa significa “esporre” ? Perché porsi il problema dello spazio che cerca l’opera oggi?
“La realtà che accoglie un’opera d’arte inizia al di là del suo aspetto visibile e concreto”,
dichiara Claudio Parmiggiani. Aggiungerei che adesso più che mai la vita pubblica di un’opera
spesso e volentieri, inizia nel mondo virtuale ancora prima di quello fisico, reale. Specialmente da
quando è iniziata la tendenza all’esibizione al pubblico di qualsiasi nostro gesto che può avvenire
grazie alla tecnologia, in qualsiasi momento, come se potessimo dare spettacolo di noi stessi
ovunque. Sorge spontaneo domandarsi, che cosa significa fare dell’arte nel 2020?
Un’ipotetica risposta molto interessante, l’ho trovata nelle parole di Parmiggiani quando afferma:
“Nasce un individuo che non sa più cosa farsene dell’arte, perché non sa più cosa farsene della
mano, né dell’infinito che è dentro la mano.”

La relazione che lega lo spazio all’opera d’arte sancisce un ruolo fondamentale, anche se non è
facile trovare un luogo adatto che riesca a dar vita al quadro, poiché se cambia lo sguardo, e
quindi il punto di vista, muta anche l’opera stessa.
Nei diversi tipi di spazi fisici che si possono incontrare, interno o esterno, devono rispecchiare un
determinato genere formale, piuttosto che politico, etico o estetico. Parmiggiani invece è
interessato maggiormente alla collocazione dell’opera in uno luogo puramente mentale, in uno
spazio dove l’uomo possa meditare.
Nella sua concezione lo spazio è sinonimo di libertà, ovvero, sceglie di svincolarsi da tutti quei
parametri convenzionali e superficiali dettati da tendenze considerate maggiormente alla moda.
Quasi viene imposto agli artisti di sottomettersi a sistemi in cui rientrano anche musei, gallerie e
fondazioni, luoghi che possono offrire grandi occasioni, ma pur sempre standardizzati e dediti
alla visione e discussione dell'aspetto economico dell'arte.

17 Ibidem, p. 206

33
Credo che l’arte ha bisogno di respirare lo stesso ossigeno che nutrono i sogni, le utopie e gli
ideali degli artisti che non hanno intenzione di sottoscriversi a regole che imprigionano forme di
espressione artistica a dogmi che appartengano alla chiesa, scienza o società.
L’arte e gli artisti non dovrebbero mai cedere al volere di una grande istituzione, che detta i suoi
parametri dall'alto. Dovrebbero sentirsi liberi di esprimersi nel massimo rispetto altrui, ma senza
alcun vincolo. La vera arte Parmiggiani la definisce: pura esistenza, essa non ha obiettivi, non
serve nulla e nessuno.
L'opera d'arte può esprimere se stessa al massimo delle sue capacità, in un solo determinato
spazio, l'opera dovrebbe portare con se il luogo in cui è nata. Parmiggiani racconta come un
lavoro osservato nello studio dove è stato creato, non potrà mai essere lo stesso che visto esposto
in un museo. Lo spazio gioca un ruolo chiave in quanto lega l'opera al mondo, senza la quale essa
è orfana.
Vorrei aprire una breve digressione su quel che riguarda il restauro delle opere d'arte antiche.
Parmiggiani sembra accolga in parte un' idea di restauro come intervento che altera in modo
negativo il processo naturale di un'opera. In realtà l'atto del restaurare agisce contro l'azione del
tempo e perciò si ottiene un effetto contraddittorio. Il tempo trasforma un'opera, così come la
pelle sul volto di un uomo con il passare degli anni tende ad invecchiare. Il restauro cancella per
sempre il segni del tempo che trascorre sulla superficie della tela di un quadro per esempio,
restituendoci un' opera che stava per passare dalle mani dell'autore a quelle del tempo, rimanendo
così nell'azione dell'uomo. Lo sguardo, il colore, la verità, le luci, le ombre, con il fluire degli
anni saranno svaniti e tutto si mescolerà diventando irriconoscibile. Il futuro rende misteriose le
opere nel loro avvenire.
La particolarità che mi ha colpito nella poetica di Parmiggiani e che lo contraddistingue dalla
maggior parte degli artisti contemporanei, fu nel notare il suo insolito atteggiamento riguardo
all’ostentazione della sua immagine artistica. Egli anzi rivela la posizione di volersi orientarsi
verso un' ottica totalmente opposta dall’esibizionismo sfrenato di massa, dalla provocazione
come mezzo di persuasione del pubblico. Secondo Parmiggiani se l’arte dovesse assumere un
compito, allora non sarebbe semplicemente quello di manifestare sfacciatamente una verità, ma
quello di evidenziare la distanza che separa l’uomo da arrivare a capire la verità. Si tratta quindi
di custodirla, nasconderla come un bene prezioso. La capacità di un’ opera d’arte di trasmettere la
sua essenza, risiede nel saper mostrare a se stessa e a chi si mette in connessione con essa, che sta
nella propria assenza, la forza più raffinata per rivelare la sua vera presenza.

34
Quindi il messaggio sottile può diffonderlo solo se rimanere in contatto con quel suo stesso
segreto, impossibile da svelare pienamente.
Si parla di nascondere, non esibire perché oggi più di qualsiasi altra epoca c’è bisogno di
preservare, proteggere tutto ciò che conservi ancora una connessione reale, sincera e sana con il
mondo spirituale.
L'opera d'arte è come una creatura vivente, se posta a contatto con differenti spazi, assume
energie diverse, si carica di ulteriori interrogativi. Questo aspetto, da un lato può essere motivo di
interesse, per scoprire i diversi volti che nasconde l'opera, per non fermarsi solo al primo luogo di
nascita. Esattamente come nel corso della vita di un uomo il corpo si trasforma nel tempo, così lo
stesso avviene all'arte.
Parmiggiani fece un bellissimo paragone: “capita di passare accanto a cento persone… e ti sono
tutte indifferenti… e poi ce n’è una dentro la quale ci sei tu. La stessa cosa avviene con i luoghi.”
È per questo che l’idea di un’opera può nascere solo in un preciso luogo, perché è solo lì che la
sua la sua energia riesce a vibrare nello spazio. Questo vuol dire che ogni opera è pensata per
vivere un determinato spazio, il quale non può essere esclusivamente fisico, ma mentale.

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1.6 L’assurdo

L’arte è pura esistenza .“Per la società è assurdo, ma questo assurdo è una realtà dentro di noi e
di questo assurdo noi ne abbiamo bisogno.”18 Attraverso queste parole Claudio Parmiggiani
vuole dimostrare che l’uomo necessita assiduamente di trovare un senso logico nelle attività che
svolge abitualmente. Ogni fase della vita è dettata dell’elaborazione di un pensiero lineare, logico
e di conseguenza le nostre azione sono il risultato di ciò che ci viene insegnato fin dall’infanzia,
ovvero che per raggiungere i propri scopi bisogna arrivarci nella maniera più semplice e veloce
possibile.
Riflettendo sull’argomento possiamo realizzare come questa eccessiva razionalità caratterizzi
nell’arco dell’intera nostra esistenza, oserei dire, una sorta di modalità di sopravvivenza
automatica. Fatta eccezione dell’unico periodo che fortunatamente riesce a proteggere la purezza
dell’anima dalla contaminazione della ragione: l’infanzia.
A partire da questa visione Parmiggiani decide di mettere in discussione la struttura e gli
strumenti con cui siamo soliti leggere la realtà. L’artista mostra che la vera assurdità dell’umanità
sta nella sopraffazione dell’uomo di voler ad ogni costo detenere in mano le redini del mondo.
Vuole timidamente beffeggiarsi del nostro egocentrismo come padroni assoluti dell’universo in
rapporto tra micro e macro cosmo.
La grandezza di Parmiggiani, è nel saper cogliere tutto ciò con immenso sguardo poetico e mai
con un atteggiamento, come di chi si sofferma solo a criticare in modo cinico.
Inoltre, non posso non ammirare in lui la rara capacità di accettare la condizione dell’essere
umano in tutta la sua materiale fragilità e limitatezza. L’arte di Parmiggini desidera riportare le
funzioni esistenziali quotidiane dell’uomo, suscitando la volontà di sentirsi persone umili.
Un uso smisurato della ragione applicato ad ogni periodo della vita ci limita come esseri
pensanti, e ci blocca nel limbo della superficialità. È per questi motivi che egli mette in pratica
una strategia di sovversione, stravolgimento come atto di rivoluzione invece che ricorrere a
violente sommosse.
Con l' esempio dell' opera intitolata Terra, Parmiggiani fece seppellire nel chiostro del Museo di
Belle Arti di Lione una grande sfera in terracotta, sulla quale ha impresso l’orma delle proprie
mani. Mediante questo gesto insolito di "esposizione" dell'opera l'artista ha fatto in si che
venisse letteralmente inghiottita nella terra.

18 Parmiggiani, SilvanaEditore, Milano, 2003 p. 143

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Come una metafora del volersi estraniare dal mondo intero, non vuole essere un’opera come
semplice oggetto, ma come un’ idea che può vivere esclusivamente nella mente e non nello
sguardo di chi osserva. Terra è l’emblema di ciò che pensa sia l’arte Parmiggiani: essa non vuole
essere né decorazione, né rassicurante o particolarmente ottimista perché non è in funzione di
niente, l’arte non è altro che pura esistenza.

[11] Claudio Parmiggiani, Terra, 1988


(argilla, diametro 80 cm), seppellimento dell'opera, chiostro del Musée de Beaux- Arts, Lione, 25 settembre 1990;
collezione Musée d'Art Contemporain, Lione

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" Ho pensato che il corpo della terra fosse il museo più giusto e sensibile
per accogliere una scultura. Una scultura, che vuole essere segreta,
invisibile, nata per nessuna esibizione, e per nessun pubblico.
Una scultura che si sottrae al suo destino pubblico e si affida al suo destino di nulla.
Vedere le cose ad occhi chiusi. Né marmo, né pietra, né monumento, né piramide,
ma scolpita nella mente."19

L’opera sottraendosi al controllo razionale, può diventare come una sorta di tramite per
comunicare con le esperienze spirituali e far conoscenza della profondità in cui verrà sepolta la
verità. Solo perché non riusciamo a spiegarci qualcosa non significa che sia impossibile da
realizzare o che non possa accadere. Ecco l’arte è in grado di andare oltre l’impossibile razionale,
grazie all’immaginazione e alla creatività. L’irrazionalità e il mistero ricordano alla coscienza
l’esistenza di una realtà impercettibile ai cinque sensi, ma che attraverso la poesia o qualsiasi
altra forma d’arte possiamo farne esperienza. C’è ancora un altro aspetto importante, che come
una trama unisce tutta l’opera di Claudio Parmiggiani riguardo al tema dell’origine.
Egli pone come un grande interrogativo sulla nostra percezione in rapporto con l’origine. In
diverse sue rappresentazione ricorre a simboli quali l’uovo e la sfera, esprimendo di conseguenza
l’interesse verso un tipo di architettura primitiva, con il richiamo alla mitologia greca e alle
civiltà antiche, ed infine è attratto dal monocromo e il senso del vuoto. Alcuni di questi elementi
fanno riferimento a immagini e impressioni che risalgono all’infanzia. Un esempio è l’opera
realizzata insieme a Robert Morris, un gigantesco uovo fabbricato in marmo bianco di Carrara
collocato tra una spaccatura di due rocce ai limiti del Parco della Padula in occasione della
Biennale di scultura a Carrara nel 2002. Con essa i due artisti aprono una specie di dibattito sulla
genesi delle forme, in relazione alla genesi dell’umanità. È evidente come emerge il tema della
nascita interrogandosi sull’origine della vita. Come se fosse una metafora in cui la vita dell’uomo
non sia altro che una costante situazione di equilibrio instabile. L’uovo è il simbolo di ogni specie
animale, compreso l’uomo che partorisce dalla natura, e quando muore, questo ritorna a far parte
del mondo vegetale, come a voler restituire alla terra tutto ciò che essa gli ha donato quando era
in vita. L’esistenza dell’essere umano si figura in un circolo che è l'immagine della rotondità
dell’uovo, e grazie ad essa riesce a trovare il perfetto equilibro assoluto in tensione tra le rocce.

19 Claudio parmiggiani, Terra, Museo d'Arte contemporanea, Lione, 25 settembre 1990

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[12] Claudio Parmiggiani, Senza titolo, 2002
( marmo bianco di Carrara, 200 x 140 cm) Parco della Padula, Carrara; opera permanente

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Capitolo secondo

Il silenzio in Claudio Parmiggiani

“Silenzio è oggi una parola sovversiva ed è sovversiva perché è uno spazio meditativo.
Un’opera deve essere silenziosa ma dura, dura ma silenziosa, come un fuoco sotto la
cenere, oscura, ringhiosa. […] Il silenzio per me è un materiale per l’opera, una
materia.[…] Un’opera non vive in silenzio, ma dentro il suo silenzio… Il silenzio è
anche una forma di severità, eloquenza e quando è espressione di una profonda forza
interiore riesce ad arrivare a un’efficacia comunicativa senza paragoni. Tutto sembra
essere affidato alla parola, forse il silenzio inquieta, fa paura, costringe ad ascoltare,
ma è una lingua, è la lingua degli artisti.”20

E' dalle parole tratte in una intervista di Sylvain Amic con Claudio Parmiggiani che raccontò
come definisce l’istanza del silenzio.
Tra i vari incontri importanti che hanno contribuito a segnare in modo particolare la visione
poetica di Parmiggiani, ci fu ad esempio quello con Ezra Pound. Egli lo ricorda come un cieco,
tanto era assorto nel silenzio, lo vedeva camminare lentamente senza parlare o rispondere, ma
era un uomo particolarmente capace di ascoltare. L’incontro con il poeta lo impressionò, perché
questo si era imposto di non parlare più, quel silenzio da cui aveva deciso di non separarsi più,
non fu per una scelta aristocratica o estetica, ma venne influenzato dall’essere stato circondato da
episodi di suicidio per tutta la vita. Quel silenzio, fu come abbandonarsi alla forma più radicale
di rinuncia a se stesso e al mondo.
Inoltre, Parmiggiani ricorda nostalgicamente l’amicizia speciale condivisa con l’artista, poeta e
scrittore ceco Jirí Kolar. Egli ha continuato ad insegnare a Parmiggiani cosa il silenzio sia in
grado di esprimere attraverso un’opera d’arte. Avendo vissuto per un intera esistenza immerso
nel silenzio, Kolar gli ha indicato come in esso è scritta la consapevolezza del fare arte come una
pratica etica, come nel silenzio si celi la vera forza comunicativa.

20 Parmiggiani, Ibidem p. 182

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In questo capitolo vorrei puntare la luce in particolare su due maestri fondamentali che hanno che
hanno rivoluzionato il mondo della pittura nel novecento, e sicuramente dato ispirazione alla
poetica artistica di Parmiggini. I grandi pittori a cui mi riferisco furono Giorgio Morandi e
Giorgio De Chirico.
Parmiggiani sceglie di dare forma e interpretare la via più pura della poesia: Il Silenzio.
Il silenzio è l’aria che respirano le opere a cui egli da forma nello spazio.

[13] Claudio Parmiggiani, L'isola del silenzio, 2005


(libri bruciati) Chapelle des Brigittines, Bruxelles

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2.1 Giorgio Morandi

“La sua casa mi ricordava tantissimo quella di mia zia Onorina a Suzzara.
Finestre socchiuse per tener fuori il caldo e il mondo, solo il tic-tac del pendolo;
tutto era immobile. Nel suo studio ho compreso il significato metafisico della polvere.
Spesso andavo a trovarlo in via Fondazza nei pomeriggi d’estate, e nella penombra
della cucina mi parlava dei Carracci. Teneva appeso in camera da letto un bellissimo
disegno di Seurat.”21

Giorgio Morandi nasce nel 1890 da una famiglia della media borghesia a Bologna, e nella stessa
città si diplomò all’Accademia di Belle Arti. Successivamente cominciò ad insegnare prima alle
scuole elementare, poi al liceo artistico e infine ottenne la cattedra fissa di incisione presso
l’Accademia di Bologna. Nel 1918 aderisce al movimento metafisico entrando in contatto con
Mario Broglio e la rivista: “Valori Plastici”.
Morandi visse per quasi tutta la sua vita nella città di Bologna, solo in un periodo fu costretto ad
allontanarsi in una località sull’appennino tosco-emiliano a Grizzana con la madre e le sorelle
dopo esser stato arrestato per non aver preso parte alle iniziative politiche. Inoltre queste zone
furono soggette a delle terribili stragi perpetrate dall’occupazione nazista.
Il suo studio conteneva un numero impressionante di umili oggetti che Morandi ha disegnato e
dipinto per tutta la vita, ha voluto indagare sempre gli stessi utensili con passione e notevole
assiduità. Attraverso differenti accostamenti degli oggetti, sembra voler formulare dei discorsi in
cui le bottiglie sono le parole che compongono diverse frasi, ed essi cambiano secondo le
associazioni generando modulazioni differenti di voce e intonazione. Il messaggio rimane sempre
lo stesso cambia solo la disposizione delle forme. Come una sinfonia in cui gli oggetti sono le
note musicali, che composte tra loro sullo spartito formano una melodia,, suscitando un’emozione
in chi la ascolta.
Dipinge semplici bottiglie che grazie alla loro umiltà, poste l’una accanto all’altra acquisisco una
grande forza poetica, in questo si indirizza la ricerca di Morandi.
Claudio Parmiggiani come già scritto nel primo capitolo, in torno al 1958 strinse un legame
d’amicizia insieme a Morandi, a cui regolarmente andava a far visita nel suo studio discretamente
piccolo, ma circosparso dal suo universo di oggetti.

21 Claudio Parmiggiani, Stella Sangue Spirito p.120

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Nelle loro lunghe conversazioni Morandi insegna a Parmiggiani il valore della poetica
dell’oggetto. Quest’ultimo assorbe le lezioni impartite dal grande maestro e incomincerà a
elaborare una sua poetica personale, ma sempre sulle basi apprese da Morandi.
In entrambi, gli oggetti sono percepiti in termini di presenze più che di simboli, infatti loro pittura
è antisimbolista, in quanto il significato intrinseco prevalerebbe sull’immagine creando un
parallelismo tra tono ideologico-persuasivo e verità. L’arte di Morandi e Parmiggiani al contrario
rivendica un valore totalmente insito dell’opera. Tutto ciò che appare come le bottiglie, libri
inceneriti o altri oggetti, non significano nulla se non la loro stessa presenza. Un’ opera non ha
bisogno dell’ausilio della parola per essere compresa, le parole non sono abbastanza potenti a
cogliere l’ immagine artistica nella sua completezza.
In questo senso l’opera desidera il silenzio, necessita di custodire il mistero irrisolvibile della vita.
Parmiggiani trascina questo pensiero verso il suo limite attraverso le fiamme e il fumo distrugge
queste presenze, che dall’essere materiali si tramutano in fuliggine. Come se egli volesse elevare
l’oggetto quotidiano a una forma solenne.
Anche in Parmiggiani riscontriamo il tema della natura morta nelle sue Delocazioni, dove egli
unisce il dramma della combustione del fuoco, evento destinato a generare “memoria”, alla
contemplazione e al silenzio.
Tra le creazioni di Parmiggiani che contemplano il tema dell’assenza, vi è l’opera intitolata
Angelo, realizzata nel 1995 dedicata alla biennale d’arte di Venezia. Al centro di una sala vuota
posiziona una teca di vetro, dentro la quale vi appoggia un paio di scarpe sporche di fango
essiccato, spesso e ormai crepato. Qui è ciò che resta a evocare ciò che manca, le scarpe sono la
traccia di qualcuno divenuto assente. Le scarpe non rievocano semplicemente la pittura di Van
Gogh, come si potrebbe pensare a prima vista, ma piuttosto la loro nuda presenza solitaria,
sembra indicare l’eterna fragilità fisica della vita umana.
Nella letteratura, dai testi sacri alla Divina Commedia di Dante, la figura dell’angelo invocava la
sensazione di caducità dell’uomo, già avvenuta o in procinto di cadere. Così nella pittura,
l’angelo è emblema della condizione di innalzamento e sospensione, allo stesso tempo è
l’immagine dell’assenza e del vuoto.

44
[14] Cludio Parmiggiani, Angelo, 1995
(fango, legno, cristallo, h 260 x 51 cm) collezione Beldì, Oleggio

45
Nel passato di ognuno, ci sono sempre degli oggetti in particolare che hanno significato la
memoria di momenti trascorsi con qualcuno o qualcosa che non è più tra noi. Giorgio Morandi,
dalla base di questo pensiero ha creato una poetica sublime sulla figura delle bottiglie, riflettendo
sul ricordo di determinati oggetti di uso quotidiano possano racchiudere un concentrato di
memorie, questi utensili sono i custodi di un tempo che passa e non può più tornare. Gli oggetti
hanno una loro memoria attraverso l’assenza commemorano chi non c’è più. La polvere è un
altro importante elemento nei lavori di entrambi gli artisti, Morandi la dipinge nei suoi quadri per
sottolineare la presenza del tempo che trascorre, non a caso si può ritrovare anche nelle opere di
Parmiggiani, polvere e cenere. In questa scelta, si cela il paradosso di voler sospendere in una
dimensione eterna l’istante temporale, che nel suo scivolare ininterrotto trascina ogni cosa verso
l’ignoto.

“Della polvere, così come della cenere, mi servivo anche, spargendola sulle parole,
per asciugare sui quaderni la scrittura. Costruire con la polvere è rimasto nel tempo
non solo una pratica ma un sentimento dentro ogni opera.”22

Ritornano puntualmente, i ricordi provenienti dall’infanzia, le cui opere fanno sistematicamente


riferimento.
Per tutta la vita, in maniera maniacale, Morandi si è interrogato davanti a quei sui dipinti,
rappresentanti infinite combinazioni di bottiglie con altri oggetti. Ha respirato per anni l’aria
silenziosa, il vuoto che lascia l’assenza di un corpo che se n’è andato.
Come contemplare dei volti ritratti, non siamo noi che lo osserviamo per studiarli e capirli, ma
sono loro che interrogano noi. Sono queste le immagini, che con la loro assoluta semplicità
narrativa, hanno la straordinaria capacità di riflettere in pochi oggetti, il senso più profondo e
poetico della vita umana: quello che forse, non c’è alcuna spiegazione alla nostra esistenza, essa
esiste e basta.
Gli artisti come Morandi, che hanno impiegato tutta la loro carriera alla ricerca di se stessi ci
commuovono, arrivano a toccare le corde più profonde dell'anima. Forse perché i ritmi a cui
siamo abituati non ci consentono più di pensare e agire nei confronti di una realtà a lungo
termine. Se qualcosa che ci ha deluso, ciò che ci conforta è indirizzabile altrove, questo è un
meccanismo naturale, perché sarebbe più complicato risolvere il problema alla radice. Per questo
tendiamo a rimpiazzarlo.

22 Claudio Parmiggiani, Stella Sangue Spirito p.16

46
Ci commuove sapere che in fondo l'uomo ha bisogno di stabilità, di sentirsi al sicuro, e questa
sicurezza è data anche dalla sua routine. Questa fase l'ho ritrovata nella maniacale ossessione
anche se con qualche eccezione, di ritrarre prevalentemente sempre gli stessi oggetti. Una poetica
che contrasta visibilmente, l'assidua necessità di rinnovare il proprio linguaggio. Morandi cerca di
fare la differenza mediante impercettibili cambiamenti, nascosti, ma presenti.

[15] Claudio Parmiggiani, Polvere, 1997


(fuoco, fumo, fuliggine su tavola) 220 x 980 cm

47
2.2 La dimensione del sogno

“Mi sembra di poter comprendere del mio lavoro un’unica cosa ; la sua determinazione
nel voler materialmente strappare il sogno, o un sogno, dal suo cielo e imporlo alla realtà.
Mescolare il sogno alla terra, il sogno al sangue, materialità e immaterialità.
Immergere non la vita nel sogno, ma il sogno nella vita.”23

Secondo Parmiggiani, il sogno, l’emozione, il sentimento di inquietudine, fino a trasformarsi in


dolore, sono i primi impulsi dai quali si origina l’ arte.
Parmiggiani afferma che, l’opera esige restare nel suo “mistero”, soprattutto in un tempo in cui
regna il valore estetico come esibizione, spinto al limite della provocazione, è così che, se l’opera
riesce a mantenere al sicuro il suo “segreto”, la Notte può diventare la nuova Luce. Come già
ribadito in precedenza, il mistero è inteso come uno scontro con il reale, che non allude ad un
mondo rassicurante, ma al contrario è destabilizzante, pericoloso, quasi come se l’evento
traumatico si nascondesse dietro l’angolo ed aspettasse il momento giusto per uscire allo
scoperto.
La dimensione onirica trova ispirazione dai racconti mitologici, si aggancia all’avanguardia
surrealista nella ricorrenza di elementi realistici e simbolici. Allo stesso tempo, l’opera vuole
restare agganciata a una condizione esistenziale umana, che rispecchi un’esigenza politica e
sociale, più che rappresentarla in maniera mitologica. L’opera vive nel tempo a cui appartiene, in
relazione alla realtà in cui è stata creata, ma si radica nell’ignoto, in un mondo a noi ancora
sconosciuto.
L’immagine che si forma nella mente inconscia altera la coscienza, è per questo che l’artista parla
di calare il sogno nella realtà. Parmiggiani non crea un’opera misteriosa, ma essa non è altro che
il frutto della natura arcana della mente. Le presenze evocate nelle sue opere rimandano a
l’enigma assoluto della vita e della morte. La morte non può circoscriversi esclusivamente
all’interno di un’ immagine simbolica, ma essa si mantiene a distanza, al di là dell’opera in cui
viene raffigurata. È come se l’opera desiderasse liberare la propria anima dalla materia che la
tiene ancorata a se stessa, come se volesse andare oltre le proprietà fisiche, per elevarsi alla verità
spirituale. L’artista restituisce così, un particolare punto di vista a chi osserva, ovvero l’opera si
colloca nel punto d’incontro tra vita e sogno.

23 Claudio Parmiggiani, Una fede in niente ma totale, Le lettere Editoriale, Firenze 2010 p.304

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Non a caso in Parmiggiani, scorgiamo anche il genio di Giorgio De Chirico, quando all’origine
della sua arte vi è il sogno, il luogo dove prendono forma certe immagini e pensieri. De Chirico
fu un altra importante figura artistica che ha lasciato un orma, soprattutto durante il periodo della
sua giovinezza. A lume spento è un’opera significativa del 1986, composta da una lampada a
petrolio spenta, accostata di fianco ad una statua in gesso di un volto femminile, posta davanti a
un fondo nero. Il viso parzialmente illuminato è veramente dipinto da un colore giallo, che
enfatizza la sensazione di dolore di un corpo ferito misteriosamente. Anche in questo caso,
l’artista richiama alla memoria il fuoco e la fiamma, con la presenza della lampada. Quest’opera
ricorda il Canto d’Amore di De Chirico, nell’illusione di una realtà differente, riesce ad andare
oltre ciò che vediamo nella vita concreta, abituale, tale da poter vedere gli oggetti di uso comune,
estraniati dal loro solito contesto. L’oggetto vuole rivelare un nuovo significato fino ad allora
rimasto nell’ignoto, come se qualcosa di insolito debba accadere, questa è la poetica su cui si
basa la filosofia metafisica.
Dalle parole di Giorgio De Chirico vorrei qui di seguito riportare:

“ L’opera d’arte metafisica è quanto all’aspetto serena; da però l’impressione


che qualcosa di nuovo debba accadere in quella stessa serenità e che altri segni,
oltre a quelli già palesi debbano subentrare sul quadro della tela. [… ]
Così la superficie piatta d’un oceano perfettamente calmo ci inquieta non tanto
per l’idea della distanza chilometrica che sta tra noi e il suo fondo quanto
per tutto lo sconosciuto che si cela in quel fondo. ”24

In Parmiggiani sorge necessario mostrare al fruitore il meno possibile di un’opera, limitarsi a


lasciar intravedere o ad alludere piuttosto che a svelare, per far attivare la capacità immaginativa
in tutto ciò che rimane nascosto, imbrigliato nel segreto. Tutto ciò che appare nel dipinto
semplicemente è, l’immobilità del mondo quotidiano non testimoniano altro che loro stessi
attraverso uno sguardo senza tempo. Avvicinarsi ad un’opera e cercare di capirla risolvendo il
suo lato misterioso con rigidità, dove ogni cosa va motivata, illustrata o chiarita con logica,
rischia di farci allontanare dall’apprezzare la strada che porta nel mondo dell’ arte
contemporanea. Parmiggiani rivela che: “l’opera è un viaggio dentro un mondo sconosciuto ed è
una droga, un delirio, che esige altrettanto delirio nell’occhio di chi osserva.”25
De Chirico e Morandi sono artisti, che hanno in comune un sentimento del tempo particolare,
entrambi vivevano volutamente in un isolamento spirituale, in cui le loro opere giacciono in uno

24 Giorgio De Chirico, 1919


25 Claudio Parmiggiani, Ibidem p.117

49
spazio che è atemporale.
Condurre una vita all'insegna della solitudine, è la scelta di un notevole numero di artisti, per non
lasciarsi contaminare dalle influenze negative e soprattutto da chi ci tenta allontanandoci dal
raggiungimento dei nostri sogni. Non credo che decidere di vivere nell'isolamento significhi
forzatamente essere disposti a sacrificare la propria libertà, ma al contrario, per un artista a volte
è l'unico modo per trovarla, anche se può risultare una scelta egoista, permette di arrivare a
toccare l'anima delle cose più in profondità.
Attorno al 1850 persino Charles Baudelaire, nel descrivere il soggetto dell'opera, Lo sguardo
vagabondo, ci mostra la vita solitaria del flaneur, che vaga per la città, con atteggiamento di chi
guarda non con un occhio fuggitivo, ma estremamente osservativo. Il flaneur, cammina senza
avere necessariamente una meta precisa, va all'esplorazione della società e delle sue abitudine
senza farle mai proprie. I suoi ritmi sono totalmente diversi dalla persona qualunque, perché non
vuole far parte della vita frenetica del cittadino comune. Il suo errare costante, con un ritmo lento,
gli consente di percepire la mondanità secondo un differente punto di vista. Il faneur si prefigge
obiettivi al di fuori dal tempo razionale. Egli vuole avere il tempo per osservare attentamente il
mondo frenetico attorno a lui. Infatti il suo orologio non scorre normalmente, perché tutto è
estremamente dilatato nello spazio e nel tempo.
Oggi la flanerie è uno stile di vita, è una modalità di sovversione, se vuoi contrastare la generale
attitudine del rumore urbano. Un'artista sensibile a questa tematica non può fare a meno di
rispecchiarsi in un flaneur per studiare e comprendere i cambiamenti sociali, psicologici,
industriali e politici della città.
Parmiggiani vuole trasmetterci la misteriosa bellezza che è racchiusa in questa condizione, che
pone l'uomo nella disperazione di cui la vita si intreccia, non si lascia ammaliare dall'apparenza
superficiale, non conosce la preoccupazione di occupare con ansia il tempo e non ha paura del
vuoto.

50
[16] Giorgio De Chirico, Canto D'Amore, 1915
(Olio su tela, 79x 59 cm) Museum of Modern Art New York

51
[17] Claudio Parmiggiani, A Lume Spento, 1986
(volto di una statua, colore e lampada)

52
2.3 Che cos'è la tradizione?

La tradizione, è anch'essa oggetto di riflessione nella poetica di Parmiggiani. Egli parte da una
formazione artistica di tipo tradizionale, classica, studiando l'epoca rinascimentale e umanistica,
come molti suoi contemporanei ha educato l'occhio alle bellezze delle opere antiche. Da questa
esperienza non rinnega la tradizione, ma ne trae l'ispirazione da cui generare il suo pensiero.
L'opera d'arte vuole immergersi in uno spazio senza tempo, al di là degli schemi imposti dagli
storici artistici. "L'unico tempo è quello dell'arte."
Che cos'è la tradizione, è un'opera che ha realizzato nel 1997, ispiratosi al libro di Elèmire Zolla,
in cui l'artista cola dell'oro fuso dentro la ferita dell'orecchio conferita dal coltello che lo trafigge.
Sembra aver voluto creare un contrasto metaforico tra l'immagine del pianoforte su cui l'opera è
appoggiata e l'idea dell'orecchio, l'organo dell'ascolto che nel passato di Parmiggiani, racconta gli
venne tragicamente negato. In quest'opera è racchiuso il solco inciso da un silenzio, simbolo di
come ancora viene considerata la tradizione, ma vuole continuare a vibrare nell'aria come una
musica.
Parmiggiani valorizza in chiave poetica, senza cadere banalmente in una visione tragica il
concetto di tramandare le tradizioni. Decide di farlo avvolgendo le vibrazioni del pianoforte in
uno spazio muto. Trovo questa scultura installativa di grande forza evocativa di un mondo fatto
di antichi valori culturali, ormai abbandonati nel dimenticatoi da decenni, ma che hanno gettato le
basi per dare forma alle persone, che possiamo affermare di essere oggi. Ancora una volta
Parmiggiani è in grado di trovare il modo di urlare attraverso l'arte in maniera sorda, e riuscendo
a colpire dritto al cuore del messaggio che non si vuol fermare solamente agli occhi di chi guarda,
ma soprattutto di chi sa ascoltare e percepire con l'anima la profonda e mai banale semplicità che
si nasconde dietro la sua apparente complessità.

" Del resto, non comprendo nemmeno perché si chieda quanta importanza
rivesta il passato nel lavoro di un artista. Certo, la presenza del
passato è certamente radicata in me, al punto che a volte sento
dentro quasi più forte l'attrazione e il piacere del ricordo
che il piacere stesso di vivere, ma è anche ovvio che il passato
faccia parte di ognuno di noi, così come è altrettanto naturale la presenza
e la memoria dell'antico per un italiano. Passato, sola dimensione
dove il tempo non esiste. Il senso del lavoro è rivolto a un' idea di realtà
che ha le sue radici nell'ignoto. Il senso stesso del pensiero appartiene a una dimensione
che ci è sconosciuta e nel pensiero il tempo è sconfitto. " 26

26 Claudio Parmiggiani, Stella Sangue e Spirito, p. 236

53
[18] Claudio Parmiggiani, Che cos'è la tradizione, 1997
(Pianoforte, coltello, calco in piombo, libro, ferro, h 34 x 20 x 14 cm

54
Conclusione

Per finire questo viaggio, e scendere temporaneamente dalla nave che ci ha portato a vedere una
delle tante isole che galleggiano nel magma dell'oceano dell'arte, con uno spicchio se pur piccolo
e a mio pare non ancora abbastanza esplorato e conosciuto, vorrei concludere, un' importante
capitolo di questa avventura, ma che non finirà di certo qua.
Ci tengo a precisare quanto le lettura dei pensieri di Claudio Parmiggiani e il contributo che ha
donato come figura d'artista, abbiano arricchito e reso più profondo la visione di una forma d' arte
rivolta sempre meno al grande pubblico, ma sempre di più verso se stessi. Questo aspetto non
vuole fraintendere un comportamento elitario e snob nei confronti del fruitore che diventa meno
importante e di secondo piano, non per una scelta egoista, ma per scavare e spingersi in territori
che rimangono nell'oscurità della psiche. Un'arte che trova conforto nella sua profonda quiete, in
un silenzio come pace dei sensi, e senza mai cadere in omertà. Quel silenzio che dona sollievo
dopo uno stato confusionale ed il caos, quel brusio costante che non permette di fare chiarezza
nei pensieri.

Silenzio, non significa assenza di contenuto come si potrebbe supporre, ma anzi è consapevolezza
che il vuoto non può essere sistematicamente e morbosamente rimpiazzato da qualcos'altro.

Silenzio, non è divieto, non è proibire di esprimersi liberamente, ma è arrivare a comunicare con
il prossimo, senza servirsi necessariamente dei cinque cinque sensi.

Silenzio, significa lasciare spazio all'ascolto, significa saper vedere, non con gli occhi, ma con
l'anima, saper ascoltare non solo con le orecchie, ma con il cuore.

Quel vuoto che si crea, è inquietante, per questo l'uomo lo teme, perché il silenzio mostra la vera
realtà che ci circonda, abbatte le sovrastrutture, i filtri e tutto ciò che persiste a camuffare e
falsificare la natura.
Il silenzio, l'assenza e il vuoto permettono di capire ciò che conta veramente, quello di cui non
potremmo fare a meno, ci aiutano a prendere le distanze dalle nostre abitudini, e ci fanno notare
che coloro che vivono sotto i nostri occhi tutti i giorni, a volte li diamo per scontato.

55
Si tratta di eliminare tutto ciò che ci allontana dal farci tirare fuori il meglio di noi, soprattutto
quando qualsiasi cosa materiale che si desideri è alla portata di un clic.
Per fortuna resistono ancora, anche se sempre più difficilmente, alla trappola dell'inarrestabile
maratona dello sviluppo tecnologico, i sentimenti come l'amore, poiché non esiste luogo dove
poterlo comprare solo con la ricchezza materiale.
L'arte, in ogni sua forma, che si tratti di pittura, scultura, danza fotografia ecc, credo che voglia
rivolgersi a tutti coloro che non si accontentano di galleggiare in un mare di pesci che abboccano
al sistema, che è il grande pescatore di anime.

56
[19] Claudio Parmiggiani (a destra) e Robert Morris
nel parco di Villa Celle, Santomato-Pistoia, marzo 2002

57
Quale direzione

" In quale direzione va il mio lavoro? Non ho mai sentito l'importanza o l'urgenza
di domandarmi questo. L'arte non si dice, l'arte si fa. Tutto il suo universo, è nell'istante. Incamminarsi
ogni mattina verso qualcosa di indistinto che assomiglia ad un santuario del nulla, penetrare per brevi
istanti certi luoghi della mente che fino ad un attimo prima erano sembrati inaccessibili, la forza che il
lavoro dà per continuare a vivere ; questa è la sua direzione." 27

27 Claudio Parmiggiani, Stella Sangue e Spirito p.224

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59
Bibliografia

• Massimo Recalcati, Incontrare l' assenza, Il trauma della perdita e sua soggettivazione:
Asmepa edizioni, 2016

• Massimo Recalcati, Claudio Parmiggiani. La preghiera della pittura : PSICOART N.7-


2017, https://psicoart.unibo.it/

• A cura di Peter Weiermair, Claudio Parmiggiani: con Galleria d'Arte Moderna ,


Bologna, Silvana Editoriale Spa, 2003

• Luca Massimo Barbero, Claudio Parmiggiani, Petrolio: Edizioni Charta, Milano 2009

• Claudio Parmiggiani, Stella Sangue e Spirito : Actes Sud Editrice, 1995

• Jean-Luc Nancy, Elena La Spina, Claudio Parmiggiani, L'isola del silenzio : Umberto
Allemandi & C. 2006

• Claudio Parmiggiani, Una fede in niente ma totale : Le Lettere 2010

• Hal Fster, Rosalind Krauss, Yve- Alain Bois, Benjamin H. D. Buchloh, David Joselit,
Arte dal 1900, modernismo, antimodernismo, postmodernismo, terza edizione, Zanichelli,
2017

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Ringraziamenti

Fino a poco tempo fa non sapevo se era il caso di scrivere anche questa parte dedicata ai
ringraziamenti.
Ebbene, alla fine mi sono convinta che sia importante ringraziare chi ci ha aiutato giorno per
giorno a cercare un modo di capire quale sia la strada giusta da seguire. Che si tratti di un
genitore, insegnante, amico, compagno o chi che sia. Ecco, forse questo è proprio il momento più
difficile, dato che non è stato semplice iniziare questo percorso di studi, ci tengo a dimostrare
tutta la mia gratitudine nei confronti di chi mi ha sempre incoraggiato, creduto e rispettato per ciò
che avevo deciso di intraprendere. Sono certa che non è affatto scontato e dovuto incontrare
persone che siano disposte ad ascoltarci veramente, viceversa per noi nel sapersi e mettere nei
panni dell'altro.
Chiunque davanti alle scelte più importanti della vita, di qualsiasi genere, può capitargli di
doversi aggrapparsi a tutte le proprie forze per inseguire i propri sogni, i propri ideali. Anche se la
tua decisione, può sembrare la più sbagliata a chi ti sta accanto, non c'è niente di più errato che
agire per conto di altri.
Ciò che ci porta a sbagliare, non dovrebbe mai essere per cause esterne.
Da quando è iniziato il primo giorno tra queste mura dell'accademia, ho cercato di saziare la mia
fame di scoprire dove mi avrebbe portato questa strada, e senza mai pensare che tutto quello che
ho imparato di positivo e negativo non possa essermi formativo per il futuro.
Credo che le scelte prese fin'ora, buone o deludenti che fossero, mi hanno portato a rafforzare
alcuni aspetti della mia personalità. Con la parola scelta, intendo qualsiasi decisione stabilita
dentro e fuori l'ambiente accademico, d'altronde ciò che ci definisce, ancor prima di essere artisti,
è sentirci persone adulte al di fuori del contesto universitario. Per questo, posso essere grata
anche ai miei genitori, che nonostante tutte le loro preoccupazioni e insicurezze, hanno fatto si
che mi buttassi, non per dimostrare loro che si sbagliavano, ma che è più importante imparare a
fallire che essere sempre vincitori per merito altrui.
Se ripenso i giorni trascorsi a Ravenna, mi sembra fosse ieri, ignara di tutto quello mi aspettava,
di chi avrei incontrato, di chi sarebbe rimasto al mio fianco e chi invece, si sarebbe allontanato.
Vorrei poter spendere qualche parola per ognuno di loro, ma devo ammettere che resterei qui a
scrivere altri tre anni, perciò mi limiterò a mandare un forte abbraccio con il pensiero a ciascuno.
Vicino o lontano, ovunque sia.

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Non esistono regole per sapere come saremmo arrivati a fare cose ed essere chi. E se fosse andata
diversamente? Se le decisione fossero state altre? Se le parole fossero state diverse?
A cosa serve porsi queste domande? Forse a saper apprezzare tutto ciò che c'è di buono attorno a
noi, per non ricordarci solo di chi involontariamente o meno, ma ci ha buttati per terra.
Spesso i traguardi che abbiamo raggiunto sudando innumerevoli camicie, sono i migliori, anche
se apparentemente ci sembrava di correre fermi sul posto, c'è sempre qualcosa di buono che
avremo imparato.
E anche se un domani dovessi fallire, non penserei mai che sono stati anni preziosi gettati al
vento.
Posso dire che questi sono stati gli anni di maggiore crescita, mi sono state di fondamentale aiuto
le parole, ma soprattutto la presenza di alcune persone, oserei dire, di coloro che non
penseremmo mai di arrivare a stringere una vera amicizia, eppure, crescere significa anche
rimanere sorpresi di noi stessi. E' proprio questa la bellezza, quando riesci a trovarla
esclusivamente dentro le persone, tutti i pregiudizi al di fuori non contano.
C'è una persona in particolare, che senza nulla togliere alle competenze dei docenti accademici,
per me è stato un vero mentore in mezzo a quel mare di confusione, sogni, speranze e desideri,
paure ed insicurezze. E' comparso davanti a me un giorno qualunque, come un dono speciale
mandato da qualcuno. E' stato come un l'arrivo di un treno ad alta velocità, di quelli che passano
forse una volta nella vita, era a bordo e nel tendermi la sua mano senza pensarci due volte l'ho
afferrata al volo più stretta che potevo. Da quel momento si è aperto un varco di cui non
immaginavo l'esistenza, e forse si è rivelata la più bella che abbia mai conosciuto. Come una vera
guida spirituale è riuscito a trasmettermi la forza e il coraggio di sfondare quei muri con le mie
sole capacità. Credo sia stata, e spero che continuerà ad essere un'amicizia di grande intesa e
supporto reciproco, di lunghe passeggiate nella natura sempre al fianco di due morbidi pelosi
amici inseparabili a quattro zampe, a parlare di arte, pittura e fotografia. L'unica stanchezza che
potevamo accusare, era quella quella fisica, ma sempre dopo ore ed ore. Abbiamo trascorso i più
bei pomeriggi a girare per le gallerie di Bologna, ammirando ognuno a modo suo e di tanto in
tanto scambiandoci le proprie opinioni delle opere davanti ai nostri volti. Opere che hanno
lasciato che ci ponessimo domande fino ad allora solo sfiorate dai pensieri, come dei viaggi che
ci hanno permesso di allontanarci anche solo per un breve tempo dal caos e l'inquinamento della
città.

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Hanno ossigenato il nostro spirito, facendo entrare all'interno aria di cultura, fomentando la
nostra voglia di nuotare in questo mare, anche se controcorrente è faticoso, ma verso ciò che
amiamo.
Credo che quello che rende le persone unite nell'amore e nell'amicizia sia sempre qualcosa di
grande, che non per forza è possibile toccare con mano.
Non è solo nelle nostre competenze, con le quali siamo abituati ad essere misurati, che nascono i
legami, penso ci voglia molto altro.
Ciò che ho imparato da questa amicizia è che non importa da dove vieni, quanti anni hai e
l'esperienza che ti porti alle spalle, ma se sei disposta ad ascolta chi è diverso da te, anche se può
sembrare fuori dal comune, credo profondamente nel potenziale che si può imparare e trasmettere
da ogni forma di diversità.
Questi tre anni mi hanno insegnato molto di più di come prendere un buon voto agli esami.
Sicuramente quello è stato utile, sennò non sarei arrivata qua, ma più di tutto mi hanno lasciato
un ricordo indelebile: cercare un modo per divergere sempre dalle proprie abitudini, e guardare il
mondo attorno a noi da sotto a sopra e non viceversa.
E' una questione di prospettive da dove scegliamo di guardare il mondo, e in esso trovare il nostro
equilibrio.

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