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IL BELLO DEL PROGETTO

Un improbabile equilibrio tra committenza, critica e pensiero comune

Dagli appunti di un intervento programmato tenuto in occasione del seminario interdisciplinare “LA BELLEZZA
DELL’ARCHITETTURA” (organizzato dal Dipartimento di Progettazione Urbana dell’Università degli Studi di Napoli
Federico II - Napoli, Castel dell’Ovo, 5-6 dicembre 1990)

La questione “cosa sia un bel progetto” angustia da sempre quanti per diverse ragioni operano nel
campo dell’architettura: architetti, docenti, studenti, critici, storici,... Li angustia al punto che capita
di rado di usare questo aggettivo quando si parla di un progetto. Il concetto stesso di bellezza si
colloca ambiguamente tra etica, estetica e filosofia; quando poi lo riferiamo al progetto di
architettura corriamo il ragionevole rischio di non uscirne più: quando si può legittimamente
definire “bello” un progetto? Esiste un metodo scientifico per definire la bellezza in architettura? E’
possibile formulare un giudizio univoco indipendentemente dal “fruitore di turno”? Domande alle
quali non è facile rispondere e che mettono in grave imbarazzo lo studente – architetto che non può
non porsi obiettivi di bellezza; imbarazzo spesso accentuato dal dover esaminare progetti che a lui
sembrano semplicemente brutti e che pure il docente magnifica invitandolo a studiare, capire,
ridisegnare.... Da studente del primo anno, ricordo, ho trovato qualche difficoltà ad apprezzare il
padiglione di Barcellona di Mies van der Rohe; ne comprendevo la logica avendone affrontato il
ridisegno come strumento di conoscenza ma trovavo qualche difficoltà nel passaggio successivo,
quello appunto che determina il giudizio di bellezza; e questo percorso di completa appropriazione
si è concluso solo quando ho avuto l’opportunità di visitare l’edificio; ed ero un architetto fatto che
nell’occasione si è anche commosso! Non ci sono disegni, plastici, fotografie, rendering che
possano sostituire il rapporto de visu; l’emozione che ti prende in quel momento è da sola
rivelatrice della cifra di bellezza che pervade quell’opera; è il rospo che si trasforma nel principe; è
il miracoloso equilibrio di cui ti appropri la prima volta che riesci a muoverti con disinvoltura
pigiando sui pedali di una bicicletta. E allora hai difficoltà a capire quale velo ti coprisse gli occhi
impedendoti di vedere, di capire e, soprattutto, di sentire.
Ma andiamo con ordine: le vicende autobiografiche infatti, per quanto significative e consolatorie,
non possono in alcun modo supportare considerazioni di carattere generale; d’altro canto i parametri
di lettura attraverso i quali può essere esaminato un progetto sono numerosi, talora contraddittori e
ci restituiscono un’immagine spesso ambigua nella sua polisegnicità. Il progetto di architettura, in
quanto fatto comunicativo, richiede di essere letto, interpretato e quindi in qualche modo
completato da un apporto del fruitore; e questo apporto, nella sua variabilità, connesso com’è alla
diversità degli individui, delle occasioni, delle situazioni storiche rende quanto meno improbabile
un giudizio definitivo e condivisibile da tutti. Da una parte un’asserzione di relativismo determinato
dalla estrema variabilità delle opinioni critiche ed estetiche da cui discende l’impossibilità di
precisare in qualche modo il bello assoluto con intenzione di oggettività; dall’altra parte per essere
il progetto di architettura una risposta connessa ai numerosi parametri di cui dicevo (storia, luogo,
articolazione funzionale, tipologia, articolazione formale, ....) di fatto non è funzione esclusiva di
nessuno di questi: tutto concorre alla precisazione dell’opera ma nessuno di questi aspetti assume
funzione preferenziale; il più completo indeterminismo sembra dunque dominare la formazione di
un giudizio sull’opera.(1)
Un giudizio, appunto, che si misuri sui parametri del "bello"; altro é definire un progetto corretto,
attento, ricco, esemplare ... I1 bello é un qualcosa di più che sembra affondare le sue radici, talora in
maniera contraddittoria, in tutti questi aspetti e che dovrebbe risultarne precisato in un assetto di
equilibrio complessivo nel quale le singole componenti svolgono un ruolo di necessaria
complementarietà.
Il relativismo predetto determina valutazioni diverse, del progetto in esame, a seconda dell'identità
del soggetto giudicante. Se dal gruppo di questi "fruitori" escludiamo 1'autore per il quale
abitualmente la paternità dell'opera é garanzia di bellezza, si possono individuare nella
committenza, nella critica e nel "pensiero comune" le categorie più frequentemente coinvolte nel
giudizio sul progetto.

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Di queste la figura del committente é certamente quella più compromessa con 1' operazione che
presiede alla realizzazione di un progetto; é parte in causa dal momento che condiziona talora la
stessa opera del progettista intervenendo con valutazioni, consigli, indicazioni, imposizioni che non
sempre hanno come risultato il miglioramento della qualità del progetto. All'interno della stessa
categoria, la committenza appunto, conviene poi operare un attento distinguo tra le diverse identità
che questa di volta in volta può assumere: un ente pubblico, un imprenditore, un privato, talora un
parente o un amico (categorie queste ultime da rifuggire nel modo più assoluto; capita spesso che a
lavori ultimati lo stesso rapporto di parentela o amicizia venga messo in discussione) e, nel migliore
dei casi, un principe illuminato (ma queste sono storie d’altri tempi).
Dunque differenti committenti che esprimono giudizi sulla bellezza dell' opera ancora improntati al
relativismo connesso con lo specifico della loro identità; giudizi spesso inquinati dal
cointeressamento, talora più attento agli aspetti economici e funzionali che alle reali qualità
estetiche dell' opera; talora per lucida scelta, più spesso per incapacità di lettura o addirittura per
indifferenza. Per 1' Istituto Autonomo delle Case Popolari, ad esempio, un progetto è bello se
risponde correttamente alla normativa vigente, alle esigenze funzionali, all'economicità della
realizzazione, a costi di manutenzione contenuti,... tutte qualità queste che certamente possiamo
trovare anche in un brutto progetto. Ancora: un progetto che preveda un solo gruppo
scale-ascensore a servizio di più di due alloggi per piano troverà compiacente 1' imprenditore non
tanto perché la scelta tipologica realizzi una maggiore aderenza al luogo o perché consenta un
intrigante rapporto formale tra il gruppo di risalita e il resto dell' edificio, ma più semplicemente
perché si saranno limitate le perdite (il costruttore non ci guadagna mai ...) prevedendo un solo
gruppo di risalita; e se 1' ascensore non sarà oleodinamico (di solito più costoso), tanto meglio!
La bellezza del progetto, dunque, quasi un ingombrante optional che si trasforma in accessorio
irrinunciabile solo quando condiziona in qualche modo la commerciabilità dell'opera; in quel caso
si verificherà un'imprevedibile coincidenza tra le valutazioni di due differenti fruitori: la
committenza e il pensiero comune.
L'invito é dunque a diffidare del committente, soprattutto se soddisfatto; può ancora trattarsi di una
condizione necessaria ma sicuramente non sufficiente a che il prodotto ultimo del nostro lavoro
coincida con il bel progetto.
Di contro appare inizialmente più affidabile la valutazione che del progetto può fornire il critico
(inteso come interprete qualificato e quindi "fruitore" per eccellenza); nella questione che oppone la
prospettiva personale e la realtà dell'opera egli sviluppa infatti un processo di interpretazione, di
comprensione critica, appunto, non un giudizio di valore espresso in termini dogmatici e
semplicistici; il suo mestiere gli consente di fornire del progetto una lettura razionale, motivata, alla
ricerca delle risposte che quel progetto dà alle questioni che ne connotano 1' occasione: ancora,
dunque, luogo, storia, tipologia, articolazione formale, appartenenza stilistica... un ventaglio di
parametri di interpretazione e di comprensione che dovrebbero restituire una lettura complessiva
indenne dal relativismo di una prospettiva di parte.
Eppure assistiamo a valutazioni contraddittorie e interpretazioni diverse dello stesso progetto in
una sorta di sarabanda che lascia sovente confuso chi nella valutazione del critico credeva di
trovare il conforto della verità. Le mode, le scuole, il momento del giudizio, talora le parentele
accademiche, possono indirizzare il giudizio stesso secondo una prospettiva personale che ci fa
ripiombare nel più assoluto relativismo. Dunque il progetto di architettura ancora sospeso, tirato di
qua e di là alla ricerca di un improbabile equilibrio di giudizi che ce lo restituisca nella sua
inafferrabile oggettività.
D'altro canto la riflessione estetica muove proprio da un dato di esperienza come la pluralità dei
giudizi per determinare se e come questa pluralità si concili con una realtà oggettiva dell'opera.
L'esperienza ci insegna che questa realtà oggettiva per lo più ci sfugge e talora solo il tempo, prese
dall'opera le debite distanze, ce ne restituisce una valutazione sinteticamente vera o, quanto meno,
condivisibile.
Resta da dire del "pensiero comune", di quello che dell'opera di architettura pensa la gente, i non
addetti ai lavori, quanti trovano in una motivazione emozionale le ragioni del loro giudizio In

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questo caso le reazioni individuali soppiantano 1'esame delle strutture oggettive; é una dimensione
assai diversa da quella scientifica: non occorre infatti spogliarsi della propria individualità
(desideri, opinioni, gusti) per basarsi su strumenti omniaccettabili, ma fare invece strumento dei
propri desideri, opinioni, gusti per esprimere un giudizio estetico. In questo particolarissimo caso
verrà a mancare 1'esplicitazione del rapporto di necessità in cui desideri, opinioni e gusti stanno
con le strutture formali che quel giudizio hanno suscitato: il progetto é bello, o brutto, e basta! Non
ci sono gli strumenti per andare oltre e il pericolo insito in questa evenienza é determinato dalla
incapacità di procedere nella esplicitazione del proprio giudizio. I1 fatto che a monte di questo
giudizio non esistano, almeno a livello cosciente, preconcetti, pregiudizi, appunto, ce lo fa
sembrare più affidabile in quanto genuino, disinteressato; qualità che dovrebbero sempre connotare
un giudizio estetico. Che poi 1' autore sia più spesso insensibile a quanto la gente pensa delle sue
opere é una sorta di autodifesa che prende a giustificazione gli aspetti emozionali e irrazionali del
giudizio stesso. Questo però avviene solo quando si tratta di un giudizio negativo; il progettista
sarà infatti ben lieto di apprezzare e condividere 1' autenticità e la genuinità del pensiero comune
quando questi sia in grado di riconoscere la bellezza del suo progetto.
In conclusione resta il dubbio che invita quanto meno alla prudenza quando ci si debba esprimere
sulle qualità estetiche di un progetto di architettura; e se riusciremo a non usare 1' aggettivo "bello",
tanto meglio.

NOTE
(1) Vassilij Kandinskij “Der Blaue Reiter”, 1912, trad. It. Tutti gli scritti, Feltrinelli, Milano 1973
La forma può dunque risultare gradevole o sgradevole, apparire bella o brutta, armonica o disarmonica, abile o goffa,
raffinata o grossolana e così via e tuttavia non può essere accettata in virtù delle sue qualità considerate positive né
rifiutata a causa di qualità sentite come negative. Tutti questi concetti sono assolutamente relativi, cosa che balza
all’occhio immediatamente quando si osservi la sequenza infinita delle forme del passato. Altrettanto relativa é dunque
la forma stessa.

Alberto Sartoris, “Il fatto estetico non é il punto di partenza ma il risultato” in Introduzione all’architettura moderna,
Hoepli, Milano 1943
Bellezza:
Bella é la casa che corrisponde ai sentimenti della nostra vita. Occorre perciò: luce, aria, movimento, aperture.
Bella é la casa che riposa leggermente, potendosi perciò adattare a tutte le condizioni del terreno.
Bella é la casa che consente il contatto con il cielo e le corone di alberi.
Bella é la casa che sostituisce l’ombra (spalle delle finestre) con la luce (pareti di intere finestre)
Bella é la casa nella quale gli spazi abitabili non danno l’impressione di “esservi asserragliati”.
Bella é la casa le cui attrattive risiedono nell’effetto d’insieme delle sue funzioni compiute perfettamente.

Andrea Palladio “comodità perpetuità bellezza” in Quattro libri dell’architettura, Venezia 1570, Libro I
La bellezza risulterà dalla bella forma e dalla corrispondenza del tutto alle parti, delle parti fra loro, e di quelle al
tutto: conciosiaché gli edifici abbiano da parere uno intiero e ben finito corpo, nel quale l’un membro all’altro
convenga e tutte le membra siano necessarie a quello che si vuol fare.

Immagini
Frank Lloyd Wright – La casa sulla cascata
Le Corbusier – Ville Savoie
A. Libera - Casa Malaparte
J.J.P.Oud – Case a Hoek van Holland
A. Loos – Casa sulla Michaelerplatz
Mies van der Rohe – Il padiglione di Barcellona