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Origine e significato delle istituzioni rappresentative

José Pedro Galvão de Sousa, Cristianità n. 214-214 (1993)

Nel “[…] clima di “crisi” che attualmente investe […] le istituzioni pubbliche […] sulle quali la
convivenza umana si fonda” (Giovanni Paolo II, Discorso ai partecipanti alla prima sessione della
Conferenza permanente del Ministero dell’Interno della Repubblica Italiana su La cultura della
legalità, dell’8-7-1991, n. 1, in L’Osservatore Romano, 8/9-7-1991), il sesto e ultimo capitolo
dell’opera Da representação política, Saraiva, San Paolo 1972, pp. 111-133. La traduzione è
redazionale.

Origine e significato delle istituzioni rappresentative


[“Sulla rappresentanza politica” VII]

1. La Costituzione inglese e il principio rappresentativo

Dopo aver preso in esame, nei capitoli precedenti, i diversi aspetti della rappresentanza politica —
da quello “esistenziale” a quello “trascendente”, per usare il linguaggio di Eric Voegelin —, e dopo
aver fatta la distinzione fra istituzioni rappresentative e governo rappresentativo, concentriamoci
ora sull’origine e sul significato di queste istituzioni. In questo modo potremo concludere con un
parallelo fra il governo rappresentativo tradizionale e i governi rappresentativi moderni.

Questi ultimi si sono costituiti in Europa e in America a partire dall’indipendenza degli Stati Uniti e
dalla Rivoluzione francese, sotto la marcata influenza dei princìpi che hanno ispirato il movimento
rivoluzionario del 1789. Ma la tradizione rappresentativa risale a epoche molto precedenti. Si tratta
di un prodotto tipico del Medioevo europeo, che l’ha trasmesso al mondo moderno. È sorta nelle
condizioni peculiari all’organizzazione politica della società di ceti di quei tempi. Eclissatasi — come
abbiamo visto — nell’epoca delle monarchie assolute, è sopravvissuta in Inghilterra, dove lente
trasformazioni hanno dato al sistema rappresentativo il carattere attuale di governo

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Origine e significato delle istituzioni rappresentative

rappresentativo.

Generalmente si indica l’Inghilterra come culla di questo sistema. Perciò Adhémar Esmein,
studiando la costituzione inglese come “un elemento della libertà moderna”, fa la storia del
principio rappresentativo limitandosi al suo svolgimento nel diritto britannico (1).

Ma non bisogna dimenticare che lo stesso principio era già stato delineato nella Spagna visigotica e
che, senza ombra di dubbio, trovò per la prima volta la sua piena realizzazione nei regni della
penisola iberica, con la partecipazione dell’elemento popolare nelle assemblee rappresentative.

Il fatto che il prestigio raggiunto dall’Inghilterra nella storia del regime rappresentativo abbia
oltrepassato quello di altri popoli, è perfettamente spiegabile, posta la circostanza già indicata:
mentre tale regime si debilitava negli altri paesi, continuava a felicemente vigente nell’isola sulla
Manica. Subito dopo la conquista normanna, vi abbiamo visto l’unione dell’aristocrazia con il
popolo, per impedire il rafforzamento eccessivo del potere regale. Poiché ha mantenuto il potere
nei limiti derivanti dall’influenza esercitata dall’alta nobiltà e dalla gentry — dal canto suo legata
alle popolazioni delle città —, l’Inghilterra è riuscita a passare oltre l’assolutismo monarchico,
diversamente da quanto accaduto in Francia, dove, unendosi alla classe popolare, il re faceva
prevalere la sua autorità sui potenti signori feudali, soggiogati a poco a poco, mentre la monarchia
procedeva verso l’assolutismo e verso la centralizzazione. Questo stato di cose si rifletteva sul
sistema rappresentativo, al punto che — com’è stato ricordato nel capitolo precedente — gli Stati
Generali, convocati nel 1789, erano a riposo da oltre centosettant’anni, mentre le due Camere del
Parlamento inglese conservavano inamovibilmente la loro continuità, dopo essersi assicurate una
preponderanza politica a partire dal 1688, anno della cosiddetta Gloriosa Rivoluzione.

In Inghilterra, la nobiltà feudale e la classe media si erano unite di fronte al potere regale, elemento
di oppressione per entrambe. Ne risultò una progressiva limitazione di questo potere, le cui
prerogative vennero a poco a poco ridotte. In Francia, in un modo diverso, esso arrivò a sentirsi
sempre più libero dalle limitazioni che ne condizionavano l’azione nei primi tempi, servendosi
dell’appoggio della classe media borghese e riuscendo a imporsi in un modo incontrastabile a molti
di quei signori feudali, che in altri tempi giungevano a fargli ombra.

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Perciò Adhémar Esmein conclude: “L’Inghilterra, dopo la conquista normanna, cominciò a essere
monarchia quasi assoluta, e forse per questo si convertì, nel secolo XVII, in monarchia
rappresentativa. La Francia feudale cominciò con una regalità quasi completamente impotente, e
probabilmente per questo, nel secolo XVII, finì nella monarchia assoluta” (2).

Quando, sul continente europeo, le monarchie entravano nell’età dell’assolutismo, a causa


dell’impoverimento e perfino del collasso delle istituzioni rappresentative, queste raggiungevano in
Inghilterra un’espressione molto più vigorosa, in una fase di passaggio verso un regime di autentico
governo rappresentativo.

Tutto questo ha contribuito a dare a tale paese il prestigio di cui gli autori francesi, dopo Charles de
Secondat, barone di La Brède e di Montesquieu, sono stati i grandi strumenti. Nato dalla tradizione
britannica e poi trasferito su un piano di sistematizzazione dottrinale nella Francia rivoluzionaria, il
governo rappresentativo, nelle sue versioni moderne, è frutto di questa doppia origine, l’una
empirica e a base storica, l’altra teorica e intrisa di astrattismo.

Ma le istituzioni rappresentative, nelle loro prime modalità, erano fiorite molto prima. Ascoltiamo in
proposito quanto ci dice uno degli autori che ha studiato meglio l’argomento.

2. Da Tacito a Charles de Secondat, barone di La Brède e di Montesquieu, e a François-Pierre-


Guillaume Guizot

Ministro di un governo rappresentativo e storico, François-Pierre-Guillaume Guizot scrisse sulle


origini della rappresentanza politica in Europa due volumi, che riassumono tutta la materia delle
lezioni tenute in un corso sull’argomento fra il 1820 e il 1822. L’illustre scrittore aveva allora
lasciato la vita pubblica, dopo aver contribuito all’instaurazione di del governo rappresentativo in
Francia. Vedendo cadere nell’ostracismo uomini che condividevano la sua prospettiva politica e che
si battevano per la causa che aveva servito, cercò di rafforzare, fra i suoi concittadini, la credenza
nelle virtù di un regime, nel quale vedeva la protezione delle libertà allora in pericolo.

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Si presti attenzione al titolo dell’opera, frutto non soltanto delle convinzioni politiche dell’autore, ma
anche della sua propensione per gli studi storici: Histoire des origines du gouvernement
représentatif et des institutions politiques de l’Europe depuis le début de l’Empire romain jusqu’au
XIVème siècle.

Basta aver presente l’epoca scelta dall’autore per le sue ricerche — per altro, un lungo periodo di
nove secoli — per concludere immediatamente che l’opera si interessa delle istituzioni
rappresentative, che si sono sviluppate in diversi paesi in questo periodo, e non propriamente del
governo rappresentativo. Se è vero che, nel secondo volume, tutto dedicato all’Inghilterra, analizza
istituzioni e avvenimenti politici nei quali si può vedere l’origine remota del governo
rappresentativo più tardi istituito in tale paese, di fatto François-Pierre-Guillaume Guizot non va
oltre il secolo XV, arrivando fino alla guerra delle Due Rose e al dispotismo dei Tudor, che arrestò la
marcia del sistema rappresentativo nel regno insulare, ripresa con forza nel secolo seguente. E
l’autore chiude mostrando che la “grande rivoluzione” nello stato della società, sotto Carlo I,
“determinò la rivoluzione politica che, dopo centocinquant’anni di lotta, fondò finalmente in
Inghilterra il governo rappresentativo” (3).

Questa conclusione di François-Pierre-Guillaume Guizot è decisamente significativa, perché


conferma la distinzione fra governo rappresentativo e istituzioni rappresentative. Anche se in
Inghilterra tali istituzioni esistevano dal Medioevo e le procedure in uso derivavano dalla regalità
sassone, non si può però parlare di governo rappresentativo. Tutto quanto è stato scritto, da
François-Pierre-Guillaume Guizot e da altri storici o giuristi, sulla rappresentanza politica fra i popoli
germanici primitivi e nei regni medioevali, riguarda le istituzioni che realizzarono il principio
rappresentativo, senza che vi sia stata ancora la definitiva strutturazione di un governo
rappresentativo. Indubbiamente Charles de Secondat, barone di La Brède e di Montesquieu,
esagerava dicendo, nel capitolo VI del libro XI di De l’Esprit des Lois, che le pagine di Tacito sui
costumi dei germani ci mostrano da dove gli inglesi hanno tratto l’idea del loro governo. “Ce beau
système a été trouvé dans les bois…” era una frase propria dello stile tanto apprezzato
dell’importantissimo scrittore, ma che non corrisponde esattamente alla verità storica.

In epoche tanto remote non possiamo trovare un governo rappresentativo nel significato moderno
dell’espressione, e neppure un sistema di istituzioni rappresentative perfettamente strutturato.

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Inoltre, fra i popoli germanici potrebbero essere segnalate tanto procedure di un’incipiente
rappresentanza politica, quanto della democrazia diretta, dal momento che le assemblee si
esprimevano sugli argomenti comuni ma importanti alla presenza di tutti gli uomini validi (4).

L’organizzazione politica dei popoli dell’antica Germania, descritta da Tacito, superava già i limiti
della vita tribale. Ma le assemblee popolari erano lontane dal poter essere paragonate, per
esempio, ai comizi organizzati di Grecia o di Roma. Gli uomini presenti si limitavano ad ascoltare le
proposte del re oppure dei capi, rispondendo, con un mormorio nel caso le rifiutassero, oppure con
un rumore di armi, per manifestare la loro approvazione.

Il re non poteva intraprendere nulla senza l’assenso dei sacerdoti, che traevano gli auspici, e dei
capi militari, dai quali dipendevano i guerrieri o uomini liberi. Quindi doveva consultarli, dal
momento che essi costituivano una sorta di senato aristocratico.

Nelle assemblee, secondo la descrizione di Numa-Denis Fustel de Coulanges, possiamo immaginare


due gruppi precisamente differenziati. Nella piana sta la massa dei guerrieri, e su un’altura oppure
su un piano sopraelevato si trovano riuniti il re, i sacerdoti e i grandi del regno. Queste piccole
assemblee deliberano anticipatamente, mentre l’assemblea maggiore si limita a dare il proprio
assenso o la propria disapprovazione. Tacito nota con assoluta chiarezza che gli affari erano
realmente discussi fra il re e i capi (5).

Quindi, il sistema rappresentativo, come si è realizzato nel Medioevo, non ebbe nessuna
derivazione diretta dalle istituzioni germaniche e non giunse, nelle sue prime manifestazioni, a
costituire un autentico governo rappresentativo.

3. Origini remote

Fra le “istituzioni politiche dell’Europa”, cui fa riferimento l’opera di François-Pierre-Guillaume


Guizot, cioè le istituzioni prese in esame dall’autore “dalla caduta dell’impero romano”, vi erano già
alcuni elementi utili come punto di partenza per giungere, più tardi, a un sistema organico di

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rappresentanza.

Sistema, nel suo significato etimologico, è un insieme armonico di elementi concatenati con una
coerenza interna, così che si può parlare di princìpi coordinati in modo da costituire un corpo di
dottrina.

Le istituzioni rappresentative sono venute sorgendo in modo spontaneo, nascendo dalle circostanze
del tempo e per soddisfare le necessità pratiche. All’inizio non vi è stata l’intenzione di creare un
sistema politico né di pianificare un regime di governo.

Fra gli elementi rudimentali di un sistema organico costituito posteriormente si trovava la Curia
regis, consiglio nel quale il re riuniva elementi accreditati nella società del tempo, per farsi
illuminare circa la situazione del regno e le misure da prendere. In tempi più lontani, le assemblee
dei popoli germanici sono evocate da alcuni autori come origine remota del sistema
rappresentativo. Quando la vecchia eptarchia anglosassone si unì in un solo regno, cominciò a
esistere un’assemblea generale, la Witenagemot, della quale facevano parte i magnati del regno.
Circa la natura di questa istituzione sono state date diverse interpretazioni, e François-Pierre-
Guillaume Guizot pensa che in essa non vi era nessuna idea di rappresentanza, perché quanti
avevano diritto di partecipare a tali riunioni vi si presentavano solamente a titolo personale —
vescovi e abati, duchi e conti —, benché le deliberazioni fossero prese “coram proceribus
aliorumque fidelium infinita multitudine” (6).

Edward A. Freeman giunge a sostenere che questa costituzione sociale e politica non è soltanto
patrimonio della razza teutonica, ma di tutta la famiglia ariana. Nell’entusiasmo di poter far risalire
le istituzioni rappresentative inglesi a tempi così remoti, giunge al punto di affermare che la
Camera dei Lord non solo deriva dal Witenagemot, ma è lo stesso Witenagemot. Ma egli stesso
riconosce che nessun documento antico ci fornisce un’esposizione chiara e autentica circa che cosa
sia stata la costituzione della citata assemblea (7).

Il fatto è che la rappresentanza, in Inghilterra come negli altri regni medioevali dell’Europa, benché
presenti analogie con le istituzioni o le procedure dei germani primitivi, è nata da situazioni

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specifiche del quadro politico di un’epoca (8).

Nel caso della rappresentanza politica è accaduto la stessa cosa che con il regime corporativo. Si
sono costituiti entrambi in paesi diversi, senza una pianificazione preventiva, derivando dal
perseguimento di obbiettivi pratici, dai costumi, dal diritto storico.

Solamente molti anni dopo lo sviluppo delle istituzioni hanno cominciato a fare la loro comparsa le
prime elaborazioni teoriche del sistema. E spesso si tratta di autori di un’epoca molto posteriore,
che, piegati sui fatti di un’epoca remota e riflettendo sulle esperienze realizzate, ci danno una
visione delle istituzioni di tali tempi in un corpo dottrinale. Di questo genere sono la Teoria das
Cortes Gerais, contenuta nelle Memorias del 2° Visconte di Santarém e rielaborata, con le
prospettive di un uomo del secolo XX, da Antonio Sardinha; la Teoria das Cortes nos reinos de Leao
e Castela, scritta da Martinez Marina con i criteri di un liberale del secolo XIX; le magnifiche sintesi
del regime tradizionale in Spagna di Francisco Elías de Tejada y Spínola, di Rafael Gambra Ciudad e
di Marcial Solana; la classica opera di Otto von Gierke Das deutsche Genossenschaftsrecht; i volumi
dei fratelli Robert W. e Alexander J. Carlyle, che fanno in modo magnifico la storia delle idee
politiche del Medioevo; oppure i solidi studi di Otto Hintze sulla costituzione per ceti e la
rappresentanza politica.

Si deve notare che gli uomini del Medioevo non conoscevano l’ideologia, nel senso cui siamo
abituati oggi. Il diritto si formava e si sviluppava sul piano delle esperienze collettive, senza
uniformizzazioni derivanti da rigide direttive dottrinali.

Di tutto questo si deve tener conto in un confronto delle istituzioni rappresentative medioevali con
quelle moderne.

4. I Concili di Toledo

La struttura politica dei popoli dell’Europa, nell’epoca feudale, ebbe come base la costituzione della
società divisa in stati od ordini, chiamati in Francia i tre “stati” e in Portogallo gli “stati” o “bracci”

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del regno. Queste categorie sociali servirono da base sulla quale si elevò l’edificio del regime
rappresentativo.

Dopo la caduta di Roma e con l’invasione dei germani — come sarebbe successo più tardi, quando
saraceni, ungari e normanni avrebbero iniziato a devastare regioni europee —, si ruppero i legami
sociali e, a causa dell’assenza dell’autorità, le lotte private si moltiplicarono, fra individui, famiglie e
città. In mezzo al disordine generalizzato e alla mancanza di sicurezza, spesso gli uomini si
trovavano senza neppure un magistrato davanti al quale dare soluzione alle proprie liti. Allora
ricorrevano alle autorità ecclesiastiche, le uniche sopravviventi, attribuendo loro la funzione di
arbitro in questioni di diritto civile. Dopo la costituzione delle nuove monarchie, i re trovavano
presso i dignitari della Chiesa e i chierici consiglieri dotati di prudenza e di cultura, e si avvalevano
della loro consulenza.

In Spagna, sotto la dominazione dei visigoti — e, più tardi, nei regni della Reconquista —, la
preponderanza del clero era accentuata. Gama Barros ricorda che il codice visigotico, cioè il Forum
Iudicum, elaborato sotto questa influenza, introdusse l’opera dei sacerdoti in un grande numero di
atti civili (9). A partire dalla conversione di Recaredo, la società romano-gotica fu guidata in questo
modo, dal momento che la stessa predominanza continuava nei nuclei che, dopo l’occupazione
araba, vennero formando nuovi regni nella parte settentrionale della penisola (10). I ministri della
Chiesa esercitavano anche la giurisdizione civile, e i vescovi svolgevano la funzione di giudici
d’appello nelle province più lontane (11).

I Concili di Toledo mostrano abbondantemente l’influenza del clero, benché, d’altra parte,
significassero l’interferenza del potere civile negli affari della Chiesa. All’inizio si trattò di assemblee
esclusivamente ecclesiastiche che, dopo Recaredo, acquisirono un carattere misto. A esse
prendevano parte magistrati e signori, membri dell’Ufficio palatino designati dal sovrano, posto che
i laici presenti dovevano trattare soltanto affari relativi all’ordine civile e politico. Il re esercitava le
facoltà legislative degli imperatori. Dalla sua autorità emanavano le leges, constitutiones,
sanctiones o sententiae, al cui proposito gli storici non riescono a distinguere con precisione fra
queste modalità di norma giuridica. La legislazione era legata alla persona del sovrano, che
ascoltava, nelle materie di maggiore importanza, gli elementi rappresentativi della comunità.

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Di fronte all’opera dei Concili di Toledo, Lord John Emerich Edward Dalberg Acton afferma che tali
assemblee “diedero alla Spagna la struttura del suo regime parlamentare, il più antico del mondo”
(12). Ma non vi è continuità fra i Concili e le prime Cortes. Dissolte le istituzioni dei visigoti, nella
penisola iberica, subito dopo l’invasione dei mori, le assemblee rappresentative costituite
posteriormente nei regni cristiani, nella parte settentrionale della penisola, sarebbero nate nuove
condizioni sociali, nelle quali l’influenza della nobiltà militare diventava più forte e in cui anche il
popolo delle città avrebbe avuto la sua parola da dire.

5. La rappresentanza nel quadro del feudalesimo

Il regime feudale nacque dalle circostanze specifiche di quel periodo di incertezze e di insicurezza,
nel quale le contese private dissolvevano i legami sociali. Fu il mezzo per restaurare, in forme
nuove, l’autorità, per ristabilire la pace e per ridare a tutti, per quanto possibile, la sicurezza.

Il rapporto di sovranità e di vassallaggio, caratteristico del feudalesimo, si riflette nelle relazioni fra
il re e i sudditi. Il carattere contrattuale di tali relazioni si trova già nel giuramento di fedeltà dei
tempi della regalità franca. Per altro, questo giuramento era praticato presso altri popoli germanici,
come i visigoti, gli ostrogoti e i longobardi. Carlo il Calvo, nell’843, l’anno del Trattato di Verdun —
con il quale aveva ricevuto parte dell’Impero di Carlo Magno — si predisponeva al feudalesimo
quando, a Coulaines, alla presenza dei grandi signori laici ed ecclesiastici, assumeva l’impegno
formale di procedere secondo ragione e secondo equità, e di concedere a ciascuno, “qualunque
fosse il suo ordine o la sua dignità, il diritto di conservare la propria legge” (13). Quindi, il
giuramento di fedeltà diventava reciproco. Giuravano i sudditi e giurava anche il re, così che il
contratto diventava da unilaterale a sinallagmatico.

Questa reciprocità di obblighi fu molto accentuata nella concezione del potere regale delle
organizzazioni politiche che sorsero nella penisola iberica quando, scomparsa la monarchia
visigotica, a causa dell’invasione musulmana, si formarono nuovi regni. Così, il sovrano aragonese,
al momento dell’intronizzazione, giurava di mantenere i diritti acquisiti e riceveva il giuramento di
fedeltà prestato dalle Cortes. Prima dell’unione alla Corona di Aragona, la Contea di Barcellona

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aveva la stessa pratica, dal momento che il principe giurava davanti alle Cortes di rispettare gli
Usatges, le Costituzioni delle Cortes Generali, i privilegi, gli usi e i costumi. Relativamente al
Portogallo, M. A. Coelho da Rocha avanza l’ipotesi che il duplice giuramento che si prestava in
occasione dell’intronizzazione del nuovo re — quello di vassallaggio e di omaggio da parte dei ceti
del regno, e quello di rispettare e di mantenere i diritti acquisiti della nazione, da parte del monarca
— fosse una reminiscenza delle antiche forme elettive dei visigoti e della monarchia di León (14).

Nella primitiva Curia regia il re ascoltava gli uomini di rilievo del regno circa gli affari più importanti.
Con il passare del tempo, la Curia cominciò a diventare un Consiglio di proporzioni maggiori, dal
quale sarebbero derivate le assemblee rappresentative. I grandi signori, vassalli del re, avevano il
dovere di prestare al sovrano il servizio militare e di ascoltarlo alla sua corte. Quindi si trattava di
un obbligo imposto dal monarca piuttosto che di un diritto rivendicato dai signori. Si comprende
facilmente come, con la crescita del potere dei baroni, la loro presenza presso il sovrano non
avesse soltanto lo scopo di dare il proprio parere, ma anche quello di proporre certe misure,
quando non di esigerle. Contratta l’abitudine di prendere decisioni ascoltando i magnati del regno,
egli finiva per riconoscere il potere di questi suoi sudditi, che, nelle condizioni della società feudale,
condividevano la sovranità.

A poco a poco, la corte del monarca diventava un grande Consiglio, e ne sarebbero derivati le
Cortes generali spagnole e il Parlamento inglese. Guglielmo il Conquistatore era solito riunire la sua
corte tre volte l’anno, cioè a Pasqua a Winchester, a Pentecoste a Westminster e a Natale a
Gloucester, una consuetudine che fu conservata dai suoi successori delle dinastie normanna e
angioina. A queste riunioni, alle quale presenziavano arcivescovi, vescovi e abati, duchi, conti e
cavalieri, all’inizio venne dato il nome di colloquium e poi quello di parliamentum, come si legge
nella Historia Anglorum, di Matthew Paris, datata 1237 (15).

6. La partecipazione popolare e i precedenti spagnoli

Alla rappresentanza del clero e della nobiltà si aggiunse quella del popolo. L’incremento della vita
urbana, le regalie concesse agli abitanti delle città, le organizzazioni corporative nella piccola

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industria manifatturiera e nel commercio, tutto questo venne attribuendo alle popolazioni dei
villaggi e dei borghi maggior significato e influenza.

Questo potere si è affermato ora attraverso la lotta in difesa delle libertà locali, ora per mezzo di
una collaborazione con il potere regale. In Portogallo la parte del popolo divenne sempre più
rilevante con la salita al trono del Mestre de Avis, i cui diritti davanti alle Côrtes erano sostenuti dal
dottore João das Regras e da altri legisti provenienti dalle classi popolari. Nei regni spagnoli, i fueros
di lunga data furono concepiti come limitazioni del potere regale e come garanzie delle comunità
che facevano parte del regno. In Francia, le libertà comunali furono conquistate talora in difficili
campagne nella lotta contro la feudalità e soprattutto contro gli abusi dei funzionari che
rappresentavano i signori. Il self-government britannico risale ai tempi dell’eptarchia anglosassone.
E in Germania — che conservava il ricordo delle geldes, associazioni di carattere religioso
generalmente fra gli uomini della stessa professione, in uso fra gli antichi germani — le franchigie
derivavano dalla concessione fatta dai signori o dal re, di una fiera o di un mercato (ius mercatum
habendi).

Con il rafforzamento dell’autonomia locale e dell’organizzazione delle corporazioni di mestiere, si


affermavano elementi di decentralizzazione sociale e anche politica. Funzioni che più tardi — con la
monarchia assoluta — sarebbero passate al potere regale, e che oggi siamo abituati a veder
esercitare dallo Stato, spettavano ai privati, nell’intensa vita associativa del tempo. Non solamente
l’amministrazione della città, ma la regolamentazione del lavoro, delle professioni e del commercio.

In questo modo, la classe popolare assumeva, accanto all’aristocrazia feudale e al clero,


responsabilità di direzione sociale. Veniva imposta la presenza di suoi rappresentanti fra i
consiglieri del monarca. Era necessario che i suoi interessi avessero dei patrocinatori davanti al
potere. E quando i procuratori delle città si sedettero accanto agli ecclesiastici e ai nobili nelle
Cortes di León, nel 1188, il sistema rappresentativo giungeva al suo completamento. Di fronte a
quella assemblea re Alfonso IX assumeva l’impegno di non far guerra, firmare pace, né concludere
qualunque patto (placitum) senza il consenso dei prelati, dei nobili e degli uomini retti. Poi, si
vengono delineando le competenze delle Cortes in materia di successione del regno, di leggi
fondamentali, di tributi e di diritto delle genti (16).

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Origine e significato delle istituzioni rappresentative

In Catalogna, le antiche riunioni feudali di pace e tregua, ampliamento della Cort o Consiglio reale,
diventano autentiche Cortes quando, nel 1214, rappresentanti della nobiltà, del clero e delle città
regali si riuniscono a Lerida. Nel 1283, con due importanti costituzioni, Pedro III d’Aragona e II di
Barcellona stabilisce la convocazione annuale delle Cortes — trasformata in triennale da Jaime II,
nel 1301 — e la partecipazione delle assemblee popolari al potere legislativo del monarca. Il
vigoroso sistema rappresentativo catalano giunge all’apogeo nel secolo XIV, quando, durante il
regno di Pedro III di Catalogna, le Cortes, in cinquant’anni, si riunirono più degli Stati Generali di
Francia dalla loro nascita, nel 1302, fino alla loro estinzione, nel 1789 (17).

Bisogna sottolineare, di fronte a istituzioni così solide, la ricchezza dottrinale dei giuristi catalani del
secolo XV, studiati esaurientemente da Francisco Elías de Tejada y Spínola. Così, Tomás Mieres, il
maggior espositore del suo tempo, e Jaume Marquilles, nei suoi commentari agli Usatges, giungono
a una concezione dello Stato di diritto, con garanzie per i cittadini attraverso norme giuridiche
previe e precise. Giustificano limitazioni di vario tipo al potere regale. Fra le limitazioni politico-
giuridiche, è fondamentale, per Jaume Marquilles, la collaborazione dei bracci con il potere
legislativo del monarca, attraverso l’azione congiunta nelle Cortes, in modo che le norme legali
ricevano il consenso popolare, che dà forza alle regole di diritto scritte e consuetudinarie (18).

In Portogallo, nell’anno 1211, al tempo di re Alfonso II, vengono pubblicate le prime leggi generali
nella Cortes di Coimbra, e altre sono promulgate in quelle celebrate in seguito, entrando in questo
modo a far parte del corpo degli Ordinamenti. Non dobbiamo dimenticare che le prime istituzioni
rappresentative brasiliane fanno la loro comparsa nell’ambito municipale, come filiazioni del regime
dei consigli portoghesi. Istituendo il primo municipio in Brasile, a São Vicente, cellula mater, Martim
Afonso de Sousa faceva elevare l’edificio della Camera e raccoglieva gli homens bons per l’elezione
degli assessori. Nello Stato del Brasile continuava la tradizione rappresentativa lusitana, mentre
veniva applicato il principio dell’autonomia municipale. Regime simile fu quello dei viceregni
dell’America spagnola con i cabildos chiusi e aperti.

7. Il Parlamento britannico

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Origine e significato delle istituzioni rappresentative

Nel corso del secolo XIII si trovano in altri paesi, oltre alla Spagna e all’Inghilterra, assemblee
rappresentative delle diverse categorie sociali. Così, vediamo Federico II convocare rappresentanti
delle città con lettere dirette alle autorità di Siena, di Genova e di Ravenna, e applicare più tardi lo
stesso sistema nel regno di Sicilia. Per la Dieta del 1274, Rodolfo d’Asburgo convoca cittadini e
corporazioni di città imperiali. Finalmente, all’inizio del secolo seguente, in Francia si riuniscono per
la prima volta gli Stati Generali.

In Inghilterra, il conte di Leicester, Simon di Montfort, divenne figura di rilievo nella storia del
parlamento. Era molto legato alla Francia meridionale e alla Spagna, poiché suo padre,
conquistatore della Linguadoca, si era reso famoso nella Crociata contro gli Albigesi. Governatore
della Guascogna, fu lui a convocare, in Inghilterra, cavalieri e borghesi per l’assemblea
parlamentare del 1265, alla quale presero parte rappresentanti delle contee, delle città e dei
villaggi. Secondo William Stubbs, le istituzioni rappresentative maturarono, in Inghilterra, nelle mani
di Simon di Montfort (19).

Fu lui a porsi alla testa dei baroni scontenti di re Enrico III, per il fatto di non aver rispettato il
giuramento di osservare la Magna Charta. Dopo la sconfitta del conte di Leicester e la sua morte sul
campo di battaglia, non per questo l’idea, per la quale si era impegnato tanto, cessò di prevalere. E
nel 1269 il Parlamento Modello apriva definitivamente le porte ai deputati delle città. Mentre l’alto
clero, cioè l’insieme dei signori spirituali, prendeva posto accanto ai signori temporali, i cavalieri
delle contee si associavano ai rappresentanti delle città e dei villaggi. In questo modo, il Parlamento
inglese si divise in due organismi che conserva ancor oggi: Camera dei Lord e Camera dei Comuni.

Il Parlamento del 1265 si componeva dei seguenti elementi: 1. il re e il suo consiglio; 2. i grandi
baroni; 3. i vescovi e gli abati; 4. rappresentanti del clero; 5. cavalieri delle contee; 6. borghesi delle
città. Nel 1297 veniva confermata la Magna Charta e il Parlamento otteneva dal monarca importanti
concessioni.

In virtù del principio secondo cui i tributi dovevano avere il consenso dei contribuenti — affermato
con enfasi da sir John Fortescue nel De Laudibus Legum Angliae —, di fronte a spese che non gli era
possibile soddisfare con le risorse ordinarie della Corona, il re si vedeva costretto a convocare il
Parlamento. Dal canto loro, i sudditi volevano veder corretti certi gravami, come la violazione dei

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Origine e significato delle istituzioni rappresentative

costumi antichi, la non ottemperanza delle leggi, il mancato rispetto dei privilegi, gli abusi dei
funzionari del potere, le difficoltà e i ritardi nell’amministrazione della giustizia e altri.

Dalla sua costituzione, il Parlamento divenne centro della vita politica in Inghilterra. Già nel secolo
XIV faceva sentire la sua grande forza destituendo dal trono Edoardo II e Riccardo II. Perfino anche
nell’età dei Tudor, questi monarchi, di accentuato tratto assolutistico, cercavano di governare con il
Parlamento, nel quale Thomas Smith, segretario della regina Elisabetta, dichiarava essere “il potere
più elevato e assoluto del regno” (20), benché questo potesse venir detto solamente per salvare le
apparenze, come deduciamo dal servilismo parlamentare davanti a Enrico VIII.

Alcuni autori hanno avanzato l’ipotesi di un’origine rivoluzionaria delle istituzioni parlamentari
britanniche. Invero, i dissensi e le lotte dei tempi del conte di Leicester non giunsero a essere una
rivoluzione, come accadde più tardi, cioè negli anni dal 1648 al 1688, rispettivamente con Oliver
Cromwell e con l’avvento della dinastia di Orange. In Inghilterra, nello stesso modo che presso gli
altri popoli europei, il sistema rappresentativo si venne costituendo con una lenta e graduale
trasformazione delle istituzioni, con la partecipazione dell’elemento popolare, dopo il suo
rafforzamento economico e politico.

8. Sir William Blackstone ed Edmund Burke

Questo processo di trasformazione, nella linea del diritto storico, proseguì in Inghilterra, senza le
rotture provocate in altri paesi, in primo luogo dall’assolutismo monarchico e poi dalle rivoluzioni
che instaurarono un nuovo tipo di regime rappresentativo. Dal 1688, le istituzioni britanniche
ricevettero la forma attuale del parlamentarismo e del governo di Gabinetto. Ed è interessante
notare che la stessa idea del mandato parlamentare si è venuta modificando completamente, in
rapporto al mandato imperativo dominante nel sistema tradizionale, prima che nella Francia
rivoluzionaria venisse proclamato il principio del mandato rappresentativo. È pure interessante
osservare che Edmund Burke — un maestro del pensiero contro-rivoluzionario e implacabile nel
condannare la libertà astratta del 1789 — fu uno dei primi e ardenti difensori dell’idea poi espressa

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Origine e significato delle istituzioni rappresentative

dalla teoria del cosiddetto mandato rappresentativo.

Nella celebre lettera ai suoi elettori di Bristol, Edmund Burke scriveva: “Certamente, signori, deve
tornare a felicità e gloria di un rappresentante il fatto di vivere nell’unione più stretta, nella più
totale corrispondenza e nella più limpida comunicazione con i propri elettori. Egli deve tenere in
gran conto i loro desideri, in gran rispetto le loro opinioni, e deve prestare incessante attenzione ai
loro affari. È suo dovere sacrificare il proprio riposo, i propri piaceri, le proprie soddisfazioni alle
loro; soprattutto, sempre e in ogni caso, preferire i loro interessi ai propri. Tuttavia egli non deve
sacrificare a voi la sua opinione imparziale, il suo maturo giudizio, la sua illuminata coscienza. Né a
voi, né a nessun uomo o gruppo di uomini”. E ancora: “Formulare un’opinione è diritto di ogni
uomo. Quella degli elettori ha il suo peso, è degna di rispetto e un rappresentante deve sempre
rallegrarsi di ascoltarla e tenerla nella massima considerazione. Tuttavia istruzioni con carattere
obbligatorio, mandati che il membro del parlamento sia tenuto ciecamente e implicitamente ad
obbedire, a votare e a sostenere, anche se contrari alla limpida convinzione del suo giudizio e della
sua coscienza, queste sono cose affatto sconosciute alle leggi di questa terra, e che nascono da un
fraintendimento fondamentale di tutto lo spirito e il tenore della nostra costituzione”. Concludeva
dicendo che “il parlamento non è un congresso di ambasciatori di interessi diversi e ostili”, ma
“un’assemblea deliberativa di una nazione, con un solo interesse” (21).

Si trattava della stessa tesi sostenuta da sir William Blackstone nei suoi Commentaries on the Laws
of England, nei quali mostrava che ogni rappresentante in Parlamento, benché scelto da un
distretto particolare, rappresenta tutto il regno. “Infatti, il fine per cui è mandato non è particolare,
ma generale: non è soltanto l’interesse dei suoi costituenti, ma quello della comunità. Di
conseguenza, non è obbligato, come deputato delle Province Unite, a consultare i suoi costituenti e
a chiedere il loro parere su qualche punto determinato” (22).

Così, prima di essere elaborata da Emmanuel-Joseph Sieyès e di diventare teoria ufficiale in Francia
a opera della Rivoluzione, la dottrina del mandato rappresentativo era riconosciuta in Inghilterra, e
aveva a proprio favore uno dei maggiori nemici della Rivoluzione. Quindi, l’empirismo inglese e
l’astrattismo francese, la tradizione rappresentativa dell’Inghilterra e le innovazioni rivoluzionarie
della Francia convergevano, e la teoria moderna del governo rappresentativo finì per essere il
denominatore comune dei regimi democratici, nonostante la divergenza dei giuristi, nelle

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interpretazioni nelle quali è stato formulato, dalla scuola classica francese fino alla corrente
organicistica tedesca, con i contributi originali di un Léon Duguit, di un M. Hariou, di un L. Sánchez
Agesta, di Vittorio Emanuele Orlando. Per quest’ultimo, nell’elezione non si dà delega di potere, ma
semplice designazione da parte dell’elettorato (23). La rappresentanza, non trattandosi di un
mandato, equivale a un voto di fiducia.

Secondo Otto Hintze “la costituzione rappresentativa, che oggi dà la sua fisionomia particolare alla
vita politica di tutto il mondo civile, risale nella sua origine storica alla costituzione per ceti del
Medioevo, e questa ha le sue radici nei rapporti politici e sociali del sistema feudale, se non
ovunque e in modo esclusivo, almeno nei paesi più importanti e in un ambito non insignificante”
(24).

Lo stesso autore segnala “una forte opposizione di principio” fra la costituzione per ceti medievale
e la costituzione rappresentativa moderna, ma non per questo smette di riconoscere, nel passaggio
dall’una all’altra, “un ciclo coerente di sviluppo storico”. Nel caso dell’Inghilterra, è difficile
determinare la linea divisoria con la quale si produce questa transizione. Nella Rivoluzione francese,
da un lato esiste la continuità storica — quando sono convocati gli Stati Generali — e dall’altro
l’opposizione di principio — quando gli Stati Generali si trasformano in Assemblea Nazionale (25).

9. Dal sistema rappresentativo tradizionale al governo rappresentativo moderno

Dopo aver preso in considerazione la genesi delle istituzioni rappresentative — dalla quale deriva la
loro ragion d’essere, come mezzo per limitare il potere politico e assicurare il soddisfacimento degli
interessi di tutta la società —, e avendo presenti le spiegazioni precedenti sul significato della
democrazia rappresentativa nella storia contemporanea (26), possiamo tracciare il seguente
schema per un confronto finale dei due sistemi antagonistici:

Sistema rappresentativo tradizionale:

1. Rappresentazione sulla base di gruppi (società: insieme gerarchico di gruppi).

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Origine e significato delle istituzioni rappresentative

2. Rappresentante = mandatario di una categoria sociale.


3. Mandato imperativo.
4. Funzione prevalentemente consultiva delle assemblee (spetta, talora, la deliberazione,
per esempio nel caso di leggi fondamentali, di tasse).
5. Rappresentanza dipendente dal potere, che la convoca.

Governo rappresentativo moderno:

1. Rappresentanza a base individualistica (società politica: somma di individui).


2. Ogni deputato = rappresentante di tutta la Nazione.
3. Mandato rappresentativo ampio e libero.
4. Funzione deliberante delle assemblee, nell’esercizio del potere legislativo.
5. Rappresentanza indipendente (separazione dei poteri) e, con il parlamentarismo, il
governo alle dipendenze della rappresentanza.

Il punto più debole del sistema tradizionale è l’ultimo indicato. È stato il suo tallone d’Achille. Poiché
la convocazione dell’assemblea è alla mercè del monarca, questo può, quando ha ritenuto
opportuno evitarla, proseguire tranquillamente sulle vie dell’assolutismo. L’Inghilterra si è liberata
subito da questo difetto e, per qualche tempo, la Catalogna, con la periodicità obbligatoria delle
convocazioni.

Quanto alla concezione moderna, ha un punto di partenza inaccettabile. Almeno implicitamente,


ammette il falso presupposto sociologico della società come aggregazione inorganica di individui.
Fa di ogni cittadino un Robinson Crosue e, di conseguenza, prescinde dai corpi intermedi nella
strutturazione del sistema, in questo modo preparando lo Stato di massa.

Per quanto concerne il mandato, è indubbio che il mandato imperativo — benché potesse avere
degli inconvenienti — istituiva un maggior legame fra i rappresentanti e i rappresentati, dando
quindi più autenticità alla rappresentanza. Per altro, questo viene riconosciuto sempre più, tanto
che, attualmente, si introduce un nuovo tipo di mandato, attraverso un legame partitico e

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Origine e significato delle istituzioni rappresentative

programmatico.

Finalmente, nella valutazione di questo confronto, rimane da concludere a proposito delle funzioni
attribuite agli organismi rappresentativi. Distinguendo fra l’autorità e la rappresentanza, e fra la
funzione legislativa e la funzione rappresentativa (27), niente caratterizza meglio quest’ultima del
suo ulteriore sdoppiamento in due compiti essenziali, cui si riferiscono le seguenti parole di Juan
Vasquez de Mella y Fanjull: “Le Cortes non governeranno, ma aiuteranno a governare, perché
hanno due funzioni da svolgere: aiutare il Potere pubblico, mostrandogli come in uno specchio le
necessità della nazione, e contenerlo, impedendo i suoi abusi” (28).

Quando i popoli cercano un modello diverso per la democrazia, bisogna affrontare il problema delle
istituzioni rappresentative, sottoponendole a una revisione che permetta di fare veramente della
rappresentanza l’anello fra la società e il potere, ossia uno strumento efficace delle aspirazioni
popolari e un baluardo delle libertà concrete degli uomini nella loro esistenza reale.

José Pedro Galvão de Sousa

***

(1) Adhémar Esmein, Éléments de Droit Constitutionnel Français et Comparé, 8a ed. riveduta da
Henry Nézard, Recueil Sirey, Parigi 1927, vol. I, Prima parte, Tit. 1°, Capitoli I e II.

(2) Ibid., p. 87.

(3) François-Pierre-Guillaume Guizot, Histoire des origines du gouvernement représentatif et des


institutions politiques de l’Europe depuis le début de l’Empire romain jusqu’au XIVème siècle,
Didier, Parigi 1855, vol. II., p. 431.

(4) Cfr. Tacito, Germania, 11: “De minoribus rebus principes consultant, de maioribus omnes”.

(5) Cfr. ibid.: “ita tamen ut ea quoque quorum penes plebem arbitrium est apud principes
pertractentur”. Quanto a Numa-Denis Fustel de Coulanges, cfr. Histoire des Institutions Politiques

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Origine e significato delle istituzioni rappresentative

de l’Ancienne France, vol. II, L’Invasion Germanique et la Fin de l’Empire, Librairie Hachette et C.ie,
Parigi 1891, pp. 271-281. In nota a p. 278, seguendo l’opinione dello storico M. A. Geffroy (Rome et
les Barbares. Étude sur la Germanie de Tacite, Didier, Parigi 1874, p. 214), Numa-Denis Fustel de
Coulanges, osserva che i principes non eletti, cui fa riferimento Tacito, “non possono rappresentare
neppure un abbozzo del regime rappresentativo”. Mostra anche come Ammiano spieghi il pensiero
di Tacito quando dice che fra i quadi, uno dei popoli germanici, tutto doveva essere deciso ex
communi procerum mente. Secondo Georg Waitz — che nelle assemblee popolari vede il centro
(Mittelpunkt) di tutta la vita politica dei germani — il pertractare di Tacito è usato nel senso di ante
tractare: cfr. Deutsche Verfassungsgeschichte [Storia costituzionale germanica], 3a ed., Ernst
Hormann, Kiel 1880, vol. I, p. 351.

(6) Cfr. F.-P.-G. Guizot, op. cit., vol. I, pp. 69-70.

(7) Cfr. Edward A. Freeman, Le Développement de la Constitution Anglaise depuis les temps les
plus reculés jusqu’à nos jours, trad. francese e introduzione di Alexandre Dehaye, Guillaumin, Parigi
1877, cap. II. Dopo essere salito al trono d’Inghilterra — osserva Edward A. Freeman —, Guglielmo il
Conquistatore convocava il suo Witan, come aveva fatto prima di lui re Edoardo. Lo stesso storico
riconosce che i Grandi Consigli, dopo la conquista, presentano anche il carattere incerto e
fluttuante dei Gemots degli anni più remoti. Da parte sua Maitland considera il Witenagemot
un’istituzione instabile e indefinibile (cit. in sir Courtenay P. Ilbert, El Parlamento. Su Historia,
Constitución y Practica, trad. spagnola di Julio Calvo Alfaro dell’8a ed. inglese, Labor, Barcellona
1930, p. 10).

(8) Cfr. Robert W. Carlyle e Alexander J. Carlyle, Il pensiero politico medievale, sezione V, Le
dottrine politiche del tredicesimo secolo, parte I, cap. IX, trad. it., a cura di Luigi Firpo, vol. III,
Laterza, Bari 1967, p. 139: “il sistema rappresentativo non solo nacque quando la civiltà medievale
era all’apice, ma fu anche il risultato logico e naturale delle sue condizioni e delle sue stesse idee
politiche”.

(9) Cfr. H. Gama Barros, Historia da Administração Pública em Portugal nos Séculos XII a XV, 2a ed.
diretta da Torquato de Sousa Soares, Livraria Sá da Costa Editôra, 11 tomi, Lisbona 1945-1954, vol.

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Origine e significato delle istituzioni rappresentative

II, p. 17.

(10) In tali regni si venne accentuando con più forza l’influenza degli uomini ricchi, che formavano
la nobiltà e comandavano le truppe. In una società organizzata per la guerra, era naturale che i capi
militari venissero a predominare.

(11) Cfr. Forum Iudicum, libro VII, titolo I, legge 1. Dal III Concilio di Toledo passò al Codice la
sovrintendenza attribuita ai vescovi sui magistrati, perché modificassero sentenze
comprovatamente ingiuste: cfr. ibid., libro II, titolo I, legge 28, De data episcopis potestate
distringendi iudices nequiter iudicantes. Nella versione in castigliano fatta nel secolo XIII, Fuero
Juzgo, si deve notare la traduzione dell’espressione latina dell’originale, idoneis aliis viris, con
omnes buenos, gli homens bons del linguaggio più tardi generalizzato nel diritto portoghese e
trasmesso ai municipi brasiliani.

(12) Cfr. John Emerich Edward Dalberg Acton, Essays on Freedom and Power, The Beacon Press-The
Free Press, Londra 1949, pp. 61 e 62.

(13) Édouard Perroy, Le Moyen Âge. L’expansion de l’Orient et la naissance de la civilization


occidentale, tomo III della Histoire Générale des Civilizations, diretta da Maurice Crouzet, PUF, Parigi
1955, p. 140.

(14) Cfr. M. A. Coelho da Rocha, Ensaio sobre a Historia do Governo e da Legislação de Portugal, 6a
ed., Imprensa da Universidade, Coimbra 1887, p. 49; cfr. Otto Hintze, Las Condiciones
Historicouniversales de la Constitución Representativa, in Idem, Historia de las Formas Políticas,
trad. spagnola, Ediciones de la Revista de Occidente, Madrid 1968: “Nel diritto germanico è
configurata con speciale forza e chiarezza l’idea della reciprocità del vincolo obbligazionale fra il
governante e i sudditi, in contrapposizione all’unilateralità del vincolo fra il diritto del governante e
l’obbligo di ubbidirgli; cioè l’idea che il rapporto di dominazione politica è sottoposto ai limiti del
diritto oppure della tradizione” (p. 112).

(15) Cfr. Hugh McDowall Clockie, The Origins and Nature of Constitutional Government, George G.

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Origine e significato delle istituzioni rappresentative

Harrap & Co., Londra 1936, pp. 20-21.

(16) Gli autori inglesi, che hanno trattato abbondantemente l’argomento, riconoscono il primato
della Spagna quanto al perfezionamento della rappresentanza politica con l’accesso dei mandatari
del popolo alla Curia generale. William Stubbs e Hugh McDowall Clockie dicono che questo si
verificò per la prima volta nelle Cortes di Aragona, nel 1162 (cfr. H. McDowall Clockie, op. cit., p.
16). Secondo J. B. Trend, professore a Cambridge, se, in quell’anno, i “rappresentanti delle città”
non si posero nelle Cortes accanto ai “prelati, nobili e cavalieri”, furono presenti l’anno seguente a
Saragozza (The Civilization of Spain, 2a ed., Oxford University Press, Londra-New York-Toronto
1967, p. 39). Quanto alla partecipazione popolare alle Cortes de León, non vi è nessun dubbio (cfr.
R. W. Carlyle e A. J. Carlyle, op. cit., sezione V, Le dottrine politiche del tredicesimo secolo, parte I,
cap. IX, trad. it., a cura di Luigi Firpo, vol. V, cit., p. 146.

(17) Osservazione di Lluis Nicolau D’Olwer, in F. Elías de Tejada y Spínola, Historia del Pensamiento
Político Catalán, tomo I, La Cataluña Clasica (987-1479), Ediciones Montejurra, Siviglia 1961, p. 50.

(18) Cfr. Jaume Marquilles, Commentaria, 310 e 316, sintetizzato in F. Elías de Tejada y Spínola, op.
cit., p. 331, ma cfr. tutto il capitolo XIV. Di questo stesso autore, sulle libertà regionali,
profondamente radicate nelle popolazioni della Spagna settentrionale, cfr. El Señorío de Vizcaya,
Minotauro, Madrid 1954; e Idem, La Provincia de Guipuzcoa, Minotauro, Madrid 1965.

(19) William Stubbs, The Constitutional History of England in its Origin and Development, Clarendon
Press, Oxford 1906, 4a ed., reprint, vol. II, pp. 103-104: “Comunque, l’idea di un governo
rappresentativo è maturata nelle sue mani; e quantunque il germe dello sviluppo fosse posto nelle
primitive istituzioni del paese, Simon ha il merito di essere stato uno dei primi a vedere le utilità e
le magnificenze in cui avrebbe potuto finalmente svilupparsi”.

(20) Sir C. P. Ilbert, op. cit., p. 24.

(21) Edmund Burke, Speech to the Electors of Bristol, 1774, in Burke’s Political Writings, a cura di
John Buchan, Nelson, Londra s. d., pp. 28-31, trad. it. in La rappresentanza politica, antologia a cura

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Origine e significato delle istituzioni rappresentative

di Domenico Fisichella, Giuffrè, Milano 1983, pp. 65-66.

(22) Cit. in Georges Burdeau, Traité de Science Politique, vol. IV, Librairie Générale de Droit et de
Jurisprudence, Parigi, p. 237.

(23) Cfr. Vittorio Emanuele Orlando, Diritto Pubblico Generale, Giuffrè, Milano 1940, pp. 343-456,
dove, sotto il titolo Lo Stato rappresentativo e i suoi organi, si parla di “designazione di capacità”.

(24) O. Hintze, op. cit., p. 103.

(25) Ibidem.

(26) Vedi capitoli II e III. Dalla democrazia rigidamente individualistica — con i partiti ai margini
della legge, cioè non riconosciuti dall’ordinamento giuridico — si è passati alla democrazia dei
partiti o “Stato dei partiti”; da qui allo “Stato di massa”, o democrazia totalitaria con un partito
unico.

(27) Vedi Cap. IV.

(28) Juan Vázquez de Mella, Obras Completas, Casa Subirana, Barcellona, vol. XVI, p. 9.

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